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mercoledì 8 ottobre 2025

Come Muhammad Alì - Giuseppe Lorenzetti

La guerra è uno dei più efficaci strumenti di controllo delle coscienze. Allo stesso tempo ci distrae e alimenta paura, rabbia e rassegnazione, ostacolando il nostro processo evolutivo. Il bersaglio delle guerre non è mai uno solo. Da un lato ci sono i popoli che si combattono, o gli aggressori e i perseguitati: uomini e donne che muoiono, case che crollano, scuole, chiese e storie che vengono cancellate. Dall’altro ci sono gli spettatori, che vengono spinti nella frequenza dell’odio. I due aspetti possono sembrare distinti, ma sono in realtà strettamente collegati, parti di un unico processo. Come un circolo che si autoalimenta.

Se noi lasciamo che lo spirito della guerra entri dentro di noi, la rendiamo possibile sul piano della realtà. Se invece costruiamo un terreno differente e non ci lasciamo contagiare dalla violenza, stiamo contribuendo a salvare vite innocenti.

Come si fa a essere pacifisti?

È un vero pacifista chi sventola la bandiera degli oppressi e, quando qualcuno per errore gli taglia la strada in macchina, lo aggredisce con insulti e minacce?

È un vero pacifista chi la domenica manifesta in piazza per la pace nel mondo e il lunedì, in casa sua, lancia i coltelli ai parenti?

È un vero pacifista chi augura la morte a qualcuno, chiunque esso sia?

Nel momento in cui ci abbassiamo ad alimentare la violenza, nella pratica, nelle parole o anche solo nelle immagini e nei pensieri, stiamo contribuendo alla diffusione della guerra.

Il vero pacifista è chi lavora instancabilmente per rimuovere il germe della guerra dalla propria coscienza. È chi diventa così bravo a osservarsi da riconoscerlo quando si presenta e a non farsi condurre da esso. Per fare ciò bisogna essere dei guerrieri. Come Muhammad Alì, l’uomo più forte del mondo, quando gli chiesero di andare a sparare ai vietnamiti per rappresentare la sua nazione e lui disse semplicemente di no. Disse che non avrebbe mai sparato contro i suoi fratelli, ovvero altri uomini e altre donne.

Basterebbe questo. Basterebbe dire di no, quando qualcuno ci chiama a fare ciò che va contro la nostra coscienza. Immaginate un giovane soldato, quando viene reclutato a sterminare donne e bambini – come accade oggi e come accadeva mille anni fa – che dice semplicemente di no: “io non lo faccio”. Con un solo moto di coscienza tutto lo spettacolo della morte crollerebbe in un solo istante. Ma perché ciò sia possibile bisogna educare le nuove generazioni, da un lato all’ascolto di sé stesse e dall’altro alla forza che servirà loro per difendere il frutto del loro ascolto. La forza senza ascolto di sé diviene strumento nelle mani del potere. L’ascolto senza forza si spegne nel vento. È inutile parlare di pace quando i giovani sono abbandonati alla distrazione di massa e cullati nel mito della comodità e del minimo sforzo. La pace è il frutto di una lotta, una lotta spirituale contro il male. Un mondo di pace è un mondo di guerrieri.

da qui

mercoledì 29 marzo 2023

ricordo di Gianni Minà

 Pace – Gianni Minà

Sento da troppi giorni i tamburi della guerra che, in maniera opprimente, si stanno avvicinando sempre di più nelle nostre vite, appesantite dagli affanni, chi più chi meno, della quotidianità, ma non certo lacerate dai drammi che la guerra porta.

Ho 84 anni, ero un bambino durante la seconda guerra mondiale, ma mi ricordo molto bene il tragico bagaglio che aveva portato: mio nonno ferroviere fu ucciso in un bombardamento degli alleati mentre stava lavorando insieme ai suoi colleghi, la disperazione dei miei, la fatica e la paura di essere sfollati, la mancanza del cibo, il freddo, il terrore di chi rischia la morte per un tozzo di pane, le file interminabili per l’acqua. E poi, i grandi egoismi di molti, i gesti eroici di pochi, la generosità e l’altruismo esercitati in silenzio di altri.

Oggi la mia mente ripercorre quei ricordi dolorosi e vedo che nulla è cambiato: c’è chi inneggia alla guerra, anche nucleare, incurante dei dolori che porta, chi si fa alfiere di vari interessi, chi randella quotidianamente chi la pensa in maniera critica, azzerando il confronto e trasformando il dialogo in una assurda polarizzazione: amico di Putin se sei per la pace o difensore della democrazia se aderisci all’invio di armi per l’Ucraina. Perfino il Papa è stato dichiarato “pacifista estremista”, come se invocare la pace fosse da vigliacchi o peggio, da inetti, incapaci di “prendere una posizione”.

Roba da matti, o da incoscienti. O roba da falchi…

Anche Raniero La Valle, un giornalista e mio antico collega della Rai, che ha prodotto storici documentari sulla Palestina, la Cambogia e il Vietnam, nel suo editoriale su Facebook, sostiene di aver paura della guerra, perché: “anche a noi fu detto “Vincere! E vinceremo”, come infatti accadde con armate straniere che si combatterono sul nostro suolo e dal cielo distrussero le nostre città. (…) Ma noi abbiamo paura che le ultime notizie, magari come allora nascoste nelle “brevi” e poi a lungo secretate, ci informino di un’azione altamente meritoria e densa di valori imperituri come quelle compiute a Hiroshima e Nagasaki; abbiamo paura di perdere non la vita, ma ciò per cui abbiamo combattuto per tutta la vita: per la pace, la libertà, l’onore, la difesa dei popoli martoriati ed oppressi dalle colonie, dagli Imperi, dalla Trilaterale, dagli Esodi, dalle guerre bipartisan, dalla fame, dalla “giustizia infinita” inalberata per gratificare il mondo intero della democrazia, dei respingimenti, dei porti chiusi e delle estradizioni; così come abbiamo combattuto contro le operazioni alla “Desert Storm” per annientare Stati canaglia e terrorismi, o contro i missili stranieri da Comiso puntati contro l’Ungheria.”

Gino Strada, come lo hanno ricordato a un incontro a Sesto S. Giovanni, prendendo in prestito le parole di  Albert Einstein all’indomani della fallimentare conferenza sul disarmo del 1932 a Ginevra, diceva sempre che la guerra non si può umanizzare, ma solo abolire, perché è impossibile e illusorio imporre regole di comportamento.

La pace non va contrattata, non è un’opzione tra tante, la pace si abbraccia senza se e senza ma, anche a costo di essere perdenti.

Apro  un sito: atlanteguerre.it, molto interessante. Nella cartina interattiva, si clicca nei paesi colorati e si legge il conflitto: il mondo è come se avesse una cintura fatta di paesi in guerra.  Troppi, ancora. La lista dei paesi si allunga quotidianamente.

In America Latina, ad esempio,  lo sanno bene cosa hanno portato le guerre e le dittature. Popoli assoggettati, sterminati, come ad esempio i paesi del Centro America, il Salvador o il Guatemala, chiamati, per le continue stragi delle loro popolazioni “il mattatoio d’America” e che hanno avuto dalla storia solo un flebile “scusa” di Barak Obama in una conferenza stampa nel 2010. Ma si sa, non tutte le vittime di guerra hanno la stessa considerazione. Eppure quel continente, senza voce da sempre, al contrario di noi occidentali, ormai ridotti a consumatori alienati anche di guerre, esportatori di una democrazia svuotata, di cui non sappiamo più neanche il senso, è sempre alla ricerca del “buen vivir”, in una dimensione circolare, che produce benessere per tutti, spirituale e materiale, senza escludere nessuno.

Spesso, da quando conosco quel continente, mi sono domandato: ma chi vive meglio, noi o loro?

I media certo non aiutano a capire: se prima eravamo ossessionati 24 h da notizie, informazioni, appelli quotidiani sul Covid, oggi la nuova ossessione sono le immagini di guerra, la cui quantità e tipo di messaggi ormai è fuori controllo; questo sistema, ormai, in una sorta di news war, ha spento tutte le voci del resto del mondo e non mi soffermo più sulle fake, che si rincorrono ad arte, nella impossibilità di essere smascherate. Approfitto, però, per ospitare tra le mie righe un appello dei nostri  più importanti inviati di guerra che mi ha segnalato Livio Senigalliesi, uno dei fotografi che ho ospitato nelle pagine della mia rivista “Latinoamerica”: https://bit.ly/3uSa56J.

Oggi sono costretto a casa e osservo distrattamente i telegiornali e i programmi, spalmati tutti sulla guerra Russia-Ucraina, tanto da farmi avere un leggero senso di nausea, un overload di notizie, come mi era capitato con la pandemia, ora scomparsa dai radar, anche se la curva, pare, si stia rialzando. Telegiornali di 30 minuti, dove 24 spesi nel conflitto che ci invade e 6 miseri minuti su politica estera e italiana e ovviamente, per “politica italiana” intendo la cronaca nera, lasciandoci però appesi su questioni che erano primarie nell’agenda fino a qualche tempo fa: ad esempio i migranti portati in Bielorussia dal Medioriente e bloccati ai confini della Polonia da un muro di filo spinato di più di 180 km, che fino hanno fatto?

Ma come si può andare avanti così?

Per sapere qualcosa di serio e vero sui conflitti e sul mondo, ormai ascolto quasi solamente Radio Vaticana.

Sulla rivista Missioni Consolata  il suo direttore Gigi Anataloni, nel suo editoriale nomina monsignor Tonino Bello, che sosteneva qualche tempo fa: “Il mio desiderio è quello del cessate il fuoco, perché non è possibile, non è accettabile, non è pensabile che ancora oggi, con tutto il progresso che abbiamo fatto, con tutta la cultura che abbiamo alle spalle, della gente debba essere massacrata a questo modo. E’ osceno. Io credo che ci vergogneremo domani per la nostra mancanza di insurrezione di coscienza (…) La guerra tutto può partorire, fuorchè la pace e la giustizia. La pace non arriverà, finchè non si farà giustizia.”

Non ci rendiamo neanche conto che questi tamburi di guerra non porteranno certo alla prosperità economica, anzi: l’inflazione sta crescendo e crescerà ancora indebolendo il valore dei già magri stipendi delle classi più fragili, aumenteranno i precari, i prezzi si gonfieranno sempre di più e le conseguenze sociali saranno devastanti, non soltanto per l’Europa, ma anche per altre regioni del mondo: la globalizzazione non dà scampo a nessuno, e la pandemia ci ha già insegnato che i confini non esistono più.

Vorrei concludere questo mio breve articolo sulla pace, con una notizia di speranza, che tanto ci fa bene, e che viene proprio dal popolo cubano che ho apprezzato per i tratti che lo caratterizzano: la dignità, l’umanità, ma soprattutto la loro solidarietà nelle piccole e grandi cose, nonostante siano strozzati da un blocco economico che dura da più di 60 anni, nonostante siano stati messi a forza nella vergognosa lista di “stati canaglia”.

Nei giorni scorsi, è passata in Italia una delegazione di scienziati cubani che Fabrizio Chiodo in collaborazione con AICEC e l’Ambasciata cubana,  ha portato a Napoli. Sono tre generazioni di grandi ricercatori della biotecnologia cubana: il professor Luis Herrera-Martinez, uno dei padri di questa disciplina, Dagmar Garcia Rivera, la più giovane,  e il professor Verez-Bencomo a cui si deve lo sviluppo del primo vaccino sintetico della storia, il vaccino contro Haemophilus influenza del tipo B, e anche il vaccino contro la polmonite, che, a differenza di quello statunitense venduto a 100 dollari la dose (il cui costo proibitivo non può essere acquistato da paesi depressi economicamente) ha permesso e permetterà ai bambini di Cuba e dei paesi più poveri di essere curati contro una delle malattie più letali per l’infanzia, la polmonite. L’iniziativa napoletana racconta la storia personale dei tre protagonisti e la storia della biotecnologia di Cuba, ma soprattutto la collaborazione tra l’istituto vaccinogeno Finlay all’Avana e il Laboratorio di Virologia dell’Ospedale Amedeo di Savoia di Torino che sta lavorando per comprendere lo spettro di applicabilità dei vaccini cubani (soprattutto il vaccino Soberana Plus) in funzione delle varianti in circolazione.

A Cuba, diversamente da altri Paesi, anche i più industrializzati, i decessi per Covid (normalizzati sulla popolazione) sono risultati inferiori durante tutta la pandemia, soprattutto durante l’arrivo di Omicron e questo grazie sia a una campagna di vaccinazione ma soprattutto ai vaccini pubblici sviluppati, nonostante il blocco economico imposto dagli Stati Uniti che vieta l’approvvigionamento di materie prime, strumenti e tecnologie. Di fondamentale importanza è stato anche aver sviluppato l’unico vaccino contro SARS-CoV-2 pensato per la popolazione pediatrica e somministrato al 97% dei bambini cubani dai due anni in su. Fabrizio Chiodo, ricercatore del CNR e collaboratore dell’istituto vaccinale Finlay dove ha lavorato al disegno e allo sviluppo dei vaccini Soberana, ha spiegato in un articolo di Franz Baraggino sul Fatto quotidianoCi si è concentrati sui vaccini proteici che, a differenza dei vaccini a materiale genetico come Pfizer e Moderna, si basano su una tecnologia già nota e largamente utilizzata anche in campo pediatrico. I dati sono stati messi a disposizione della comunità scientifica e pubblicati su riviste scientifiche internazionali ed è in corso la procedura di pre-qualifica dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Un ok che basta ad agevolare l’export del vaccino cubano in molti paesi del mondo. Sono a basso costo, con un brevetto pubblico ed un trasferimento di tecnologia piuttosto semplice. Per questo penso che possano essere importanti nel supporto ai tanti Paesi che non vedranno la loro popolazione vaccinata prima del 2023. Abbiamo tentato di realizzare un ponte, una strategia che stimolasse un interesse su questi vaccini nonostante gli standard previsti in Europa, nella speranza che le evidenze scientifiche prevalgano sulla geopolitica e che nessuna opportunità sia preclusa alla lotta contro il Covid”.

Più vaccini e meno armi, ha detto il Papa già a ottobre scorso. Non può essere considerata solo una esortazione di un leader religioso, è un messaggio impellente rivolto a tutti noi, soprattutto nel nostro Paese, dove la spesa sanitaria è condannata a continui tagli e i fondi per  l’Istruzione ci sbattono all’ultimo posto nella graduatoria europea.

Un antropologo ha detto che l’inizio della civiltà è iniziata da un femore guarito. Nell’era preistorica, animale o uomo, quando si ferivano, la loro vita era condannata. Non potevano scappare. Un femore guarito è stata la prova che qualcuno si è preso cura del ferito, lo ha protetto e lo ha curato.

Questa regola vale ancora oggi: nessuno si salva da solo. Lo ha detto il Papa ma lo hanno già detto le popolazioni millenarie prima di lui. Noi dobbiamo solo ascoltare e seguirne il solco e, come amava dire Vittorio Arrigoni, Vik, il mio giovane collega, scrittore e pacifista che sognava e lavorava per la pace tra Palestina e Israele, “restare (restiamo) umani”.

https://www.giannimina.it/archivio/articoli/pace/

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

sabato 26 maggio 2018

Lo giurammo sul cielo - Gian Luigi Deiana

presentazione della sesta lezione 2018 della Scuola popolare Antonio Gramsci: IL ’68 – — Ghilarza 26 maggio ore 18.30, sala Agorà
Se una compiuta comprensione storica del ’68 è ancora oggi un esercizio velleitario e carico di divergenze, i simboli che esso conserva sono invece universalmente riconosciuti. Il 15 ottobre 1967 a L’Avana Fidel Castro diede l’annuncio della morte del “Che”, avvenuta in Bolivia sette giorni prima; esattamente dodici mesi dopo, il 16 ottobre 1968, i velocisti afroamericani Tommie Smith e John Carlos levarono i pugni guantati di nero sul cielo di Città del Messico, dal podio delle Olimpiadi. In ambedue i casi è stata la fotografia a fissare quella significazione che l’analisi storiografica stenta a rendere chiara: l’immagine del martirio del guerrigliero e il diritto del potere nero. La storia tuttavia non si chiude nelle cronologie e lo spirito del tempo non si blocca in un flash: sul fiume degli eventi vanno colte le sorgenti, gli alvei comuni e i loro sbocchi nel presente. Poiché l’onda del mutamento ha investito sia il grande mondo della geopolitica che la singola vicenda degli individui è su questa estrema bidimensionalità (l’ordine geopolitico e la libera individualità) che va cercato un denominatore comune: il ’68 ha infatti messo in scena insieme due disconoscimenti globali visibilmente asimmetrici tra loro: il rifiuto dell’ordine dei due blocchi instaurato dal secondo dopoguerra e la rivolta contro i modelli psichici e sociali imposti all’individualità. La condizione storicamente inedita, che questi due disconoscimenti si siano incontrati e si siano alimentati reciprocamente, è ciò che ha maggiormente caratterizzato quel tempo: quindi dobbiamo cercare le ragioni che hanno reso possibile quell’incontro. La geopolitica del rifiuto è caratterizzata fondamentalmente dai processi di liberazione anticoloniale, i più importanti dei quali sono stati capaci di respiro mondiale sia nella teoria (si pensi al libro di Franz Fanon “I dannati della terra”, 1961) che nella pratica (si pensi ala figura di Ho Chi Minh); la maturazione di una nuova concezione dell’individualità è animata soprattutto, invece, dall’espansione della scolarizzazione superiore nella prima generazione postbellica e dalla difformità degli stili di vita giovanili rispetto a quelli tradizionali. Non è quindi un caso se i luoghi deputati alla prova scenica di questo doppio immane scontro siano i luoghi di cerniera del vecchio ordine: da un lato il Viet Nam e dall’altro le università. A sua volta l’evoluzione della guerra in Viet Nam ha potenziato e mondializzato le ragioni di tutte le lotte di liberazione del Terzo Mondo (“dieci, cento, mille Viet Nam” nella prospettiva del “Che”), così come le lotte studentesche nelle università hanno recepito e diffuso in tutte le pieghe della vita sociale le ragioni della lotta alla discriminazione razziale e alla discriminazione di genere: sta in tutta questa complessità la caratterizzazione della vicenda storica come “contestazione globale”, una globalità che si avvaleva di una diffusione molto più sciolta dei prodotti della cultura (libri, giornali, cinema, musica, arte ecc.), in grado di superare censure politiche e prescrizioni morali e che pure azzardava, talvolta su vicoli ciechi, sia salti dichiaratamente utopici (“l’immaginazione al potere”), sia ibridazioni di situazioni diverse (la rivoluzione culturale cinese in Occidente), sia riduzionismi settari (fascinazioni, varianti e scolasticismi dell’universo marxista). A fronte di questa indefinita risorgiva di eventi antisistemici è necessario individuare le azioni reattive dei sistemi d’ordine. La più importante di queste azioni reattive riguarda appunto l’ordine geopolitico e consiste in questo: circoscrivere i processi di decolonizzazione e costringerli entro un ordine imperialistico di tipo nuovo: i casi del Viet Nam e della Cecoslovacchia, i più importanti del ’68, illuminano la correzione di indirizzo assunta nel primo caso dagli USA e nel secondo caso dall’URSS, e valgono per capire la proiezione globale della nuova fase degli imperialismi, in Medio Oriente, in Africa e nell’America Latina. La gravità degli errori di prospettiva, sia nella conduzione politica americana che nella conduzione politica sovietica, aprirà di lì a poco un baratro sugli impianti dei relativi sistemi. (La resa americana sulla cerniera del Viet Nam, nel 1972, sarà seguita immediatamente dalla fuoriuscita del dollaro dal sistema monetario, da una crisi economica mondiale e dall’intensificazione della pressione militare sul Medio Oriente e sull’America Latina, moltiplicando i regimi dittatoriali e le condizioni di guerra: Cile, Israele, Iran e infine Iraq, Jugoslavia ecc.; dall’altra parte della cortina di ferro, parallelamente, l’ostinazione sovietica a liquidare il processo riformatore in Cecoslovacchia per impedire il contagio sulle università polacche e un possibile effetto domino ha favorito la maturazione della dissidenza polacca, ha determinato l’effetto domino sulla Germania Est, e ha portato in breve alla dissoluzione dell’Unione Sovietica in quanto tale). La seconda delle operazioni reattive messe in opera dalla conservazione sugli eventi del ’68 riguarda invece l’arretramento dei modelli della tradizione sotto la spinta delle nuove forme dell’individualità. Sul campo si possono contare avanzamenti epocali nel campo dei diritti civili (la considerazione della malattia psichiatrica, il diritto di famiglia, la parità di genere, la dissolubilità del matrimonio, il diritto allo studio ecc.), una forte spinta emancipativa nel costume e negli stili di vita, ed insieme una frastagliata collocazione politica degli attori di questo processo nell’identificazione con la sinistra o con i marxismi. Per inciso, è forse su quest’ultimo aspetto, il rapporto tra gli attori della cosiddetta contestazione globale e il loro lento ma inesorabile assorbimento nella macchina dei poteri politici e istituzionali costituiti e dei loro presunti contropoteri, che si verifica nel tempo una consistente dissipazione della forza di quel fiume. Ora, se consideriamo i due lati della vicenda, appunto la reazione al corso degli eventi sul piano geopolitico (l’ordine imperialistico) e la reazione sul piano dell’individualità (i modelli valoriali) è difficile dare conto di chi abbia vinto e di chi abbia perso. Senza dubbio si è trattato di un vento tempestoso di possibilità, ma è anche vero che gran parte di queste sono state assorbite, o deviate o deluse. Esse erano tutte necessarie già in quel tempo, ma per una parte di esse non sussistevano le condizioni materiali di affermazione. E’ l’urgenza della necessità e la sua impossibilità di attuazione che promana dal volto di morte e di redenzione di Ernesto Che Guevara; e la certezza che quella necessità inevasa comunque permane e che perdura, non sconfitta, come sfida al tempo a venire, è rilanciata al mondo nei pugni al cielo di Smith e Carlos a Città del Messico. Quanto a una riduzione cronologica di quegli avvenimenti, essa può risultare utile a condizione che si abbia chiara la gestazione di essi in tutto il decennio precedente e si presti la dovuta attenzione agli effetti epocali verificatisi nel decennio successivo. La maturazione di possibilità, quando viene temporaneamente impedita, non può che aspettare il suo momento, anche al prezzo di deviazioni che alla lunga possono rivelarsi drammatiche. L’assioma gramsciano secondo cui il nuovo non nasce se il vecchio non muore trova in questo caso una dimostrazione quasi letterale. Entro questi limiti, ora, possiamo azzardare una succinta indicazione cronologica di vicende e di rimandi in questo senso essenziali. Primavera 1964: nascita del Free Speech Movement nell’Università di Berkeley (v. H. Marcuse) Dicembre 1965: chiusura del Concilio Vaticano II (v. teologia della liberazione in America Latina); Agosto 1966: inizio della rivoluzione culturale cinese (v. Mao, maoismo, marxismo-leninismo); Aprile 1967: colpo di stato in Grecia (v. CIA, condanna a morte di George Panagulis); Giugno 1967: guerra dei Sei Giorni (v. occupazione della Palestina, diaspora palestinese, OLP ecc.); Ottobre 1967: morte di Che Guevara (v. Cuba, diretta pressione americana in America latina); Gennaio 1968: offensiva del Tet (v. Viet Nam, importanza simbolica della figura di Ho Chi Minh); Febbraio 1968: Dubcek primo ministro (v. primavera di Praga, v. Università di Varsavia ecc.); Marzo 1968: occupazione di università in Italia e in Germania (v. Paolo Rossi 1966, Benno Ohnesorg 1967); Aprile 1968: assassinio di Martin Luther King a Memphis; attentato a Rudy Dutschke a Berlino; Maggio 1968: occupazione delle università in Francia (v. movimenti studenteschi europei); Giugno 1968: assassinio di Robert Kennedy, candidato alla presidenza USA (v. candidatura Mc Govern); Luglio 1968: sconfitta della linea antiamericana di De Gaulle; isolamento del movimento studentesco; Agosto 1968: invasione sovietica della Cecoslovacchia (v. sovranità limitata; morte di Jan Palach); Agosto 1968: convention del partito democratico a Chicago, controconvention pacifista (v. J. Rubin ecc.); Settembre 1968: nascita dei comitati operai autonomi in Italia (v. Pirelli, Marghera ecc.); Ottobre 1968: massacro di centinaia di studenti a Città del Messico (v. CIA e regimi in America Latina); Ottobre 1968: protesta di Smith, Carlos e Norman alle Olimpiadi (v. diritti umani; v. apartheid). Come è evidente l’estrema eterogeneità di queste vicende rende improbo il tentativo di coglierne un denominatore comune nelle cause, nello svolgimento o negli esiti, tranne appunto che per la diffusa percezione di un fascinoso “spirito del tempo”; se non vi sono stati presupposti ideologici riducibili ad un unico asse teorico, e tanto meno azioni pratiche riconducibili a uno schema strategico condiviso, vi è stata comunque una reazione dei media e delle opinioni pubbliche relativamente simile, come vi è stata la manifestazione di una sorprendente sintonia di nuovi interessi e nuovi indirizzi culturali nella saggistica, nella musica, nella moda, nei linguaggi e nel costume in genere. Come dar conto della grande sete di riflessione sugli scritti di Theodor Adorno, della rilettura di Marx, della musica rock, del maoismo occidentale, del situazionismo, dell’operaismo, del pacifismo, delle guardie rosse, dei feddayn, della rivolta studentesca di Atene, della teologia della liberazione, delle facoltà di sociologia, del movimento hippy e del loro effetto simultaneo e moltiplicatore fin dentro le zone rurali, le scuole, gli ospedali, le carceri o i seminari vescovili, e fin dentro ogni singola famiglia in molte parti del mondo? Un elemento incontrovertibile, quanto a questo, sta appunto in un fenomeno di unificazione mai visto prima, cioè nella diffusione planetaria di un “immaginario”. La nostra Scuola popolare ha aperto questo suo secondo calendario annuale lo scorso ottobre, nel cinquantesimo anniversario della morte del “Che” e indirizzando l’attenzione ai cinquant’anni dal 1968; lo conclude quindi con la vicenda che simbolicamente conclude quell’anno straordinario, la protesta di Smith, Carlos e Norman sul podio olimpionico di Città del Messico. L’immagine del “Che” straziato e l’immagine di Smith e Carlos che rifiutano la posa di fronte alla bandiera americana e all’inno nazionale sono forse le icone più forti di quell’immaginario. Tuttavia la forza delle icone necessita di essere indagata e riportata alla misura degli avvenimenti reali. Ora sappiamo quasi tutto sulla cattura e sull’uccisione di Che Guevara, e persino sul culto che vi si conserva a Vallegrande e a La Higuera, dove finì la sua guerra. Si è saputo molto di meno, per molti decenni da allora, sulla vicenda dei tre atleti che vinsero la gara dei duecento metri piani: essi infatti furono espulsi dalle rispettive squadre, rinnegati dai rispettivi comitati olimpici e cancellati dalla sfera dell’opinione pubblica: ne fu castigato non solo il loro gesto, ma tutta la loro storia precedente e tutta la loro esistenza successiva: nessuno avrebbe dovuto avere conoscenza o interesse per alcuno di loro. Ma, per quanto gli umori del momento possano essere manipolati, non sempre il tempo storico rispetta questo dettato; infatti noi oggi conosciamo la storia dei tre di Città del Messico. La storia di Smith e Carlos è data da una biografia di militanti politicizzati, che dopo Malcolm X, Martin Luther King o Muhammad Alì trovano la loro strada di lotta nel Movimento olimpico per i diritti umani; ma è quella dell’australiano Peter Norman la storia più sorprendente, più antieroica e perciò più emblematica quanto a potere di identificazione su chi ne viene a conoscenza: “il mio nome non conta, la mia età nemmeno”, come esordisce una delle più celebri ballate di Bob Dylan, è come lo stigma della personalità di Norman; egli vinse la medaglia d’argento e si presentò sul podio con la spilla del movimento per i diritti umani, dopo essersela fatta prestare dai suoi due compagni e avversari per manifestare la condivisione della loro lotta; fu radiato dal comitato olimpico del suo paese e rigettato in una vita di povertà; il movente della sua espressione di solidarietà manifestato sul podio non era una biografia militante, ma l’avere sposato fin da bambino la causa degli aborigeni e averla coltivata nell’Esercito della salvezza. Quando seppero che Norman era morto, nel 2006, Smith e Carlos volarono dall’altra parte del mondo e portarono a spalla il feretro del loro compagno, nella sua ultima corsa.

giovedì 28 settembre 2017

Il ring invisibile - Alban Lefranc

Alban Lefranc sceglie una chiave per raccontare Muhammad Alì, ed è quella della presenza continua di Emmett Till nella mente del pugile.
Muhammad Alì racconta che "Emmett Till and I were about the same age," Ali wrote in The Greatest. "A week after he was murdered in Sunflower County, Mississippi, I stood on the corner with a gang of boys, looking at pictures of him in the black newspapers and magazines. In one, he was laughing and happy. In the other, his head was swollen and based in. His mother had done a bold thing. She refused to let him be buried until thousands marched past his open casket in Chicago and looked down at his mutilated body. I felt a deep kinship to him especially when I learned he was born the same year and day I was. My father talked about it at night and dramatized the crime." (da qui)
il libro affronta i primi anni della carriera di pugile di Muhammad Alì, quando ancora era Cassius Clay, fino alla vittoria su Sonny Liston del 25 febbraio del 1964.
da ragazzo a campione del mondo, con Emmett Till sempre in testa, un ragazzo come lui, un monito, un avvertimento.
scommessa riuscita di Alban Lefranc.
buona lettura (e buona visione del documentario)










Dentro il ring invisibile che Alban Lefranc costruisce intorno al giovane Cassius Clay, verità e immaginazione lottano corpo a corpo per dare vita a una biografia visionaria e incandescente. Tutto nasce da un fatto di cronaca che ha cambiato la storia degli Stati Uniti: il macabro omicidio di Emmett Till, l’adolescente afroamericano massacrato il 28 agosto 1955 nella cittadina di Money, Mississippi, per aver osato importunare una donna bianca. Cassius ha quasi la stessa età della vittima e ancora non sa che un giorno diventerà Muhammad Ali, «The Greatest», ma sarà proprio l’immagine scioccante di quel volto sfigurato – pubblicata su tutti i giornali del paese – a trasformare un ragazzino di Louisville nel più straordinario dei combattenti. «La sera mio padre ci parlava di Emmett e ci raccontava in modo accorato il delitto. Continuai a pensare a lui, fino al giorno in cui mi venne in mente come far pagare ai bianchi la sua morte». È da questa confessione che Lefranc parte per raccontare Ali prima di Ali – ovvero la genesi dell’atleta che più di ogni altro ha saputo trasformare l’impresa sportiva in un atto politico, civile e rivoluzionario.

Il ring invisibile è il frutto di questo obiettivo programmatico: con un linguaggio capace di veicolare anche le emozioni più forti e i sentimenti meno esprimibili, Alban Lefranc ha messo la sua sensibilità al servizio del giovane Cassius Clay e ha immaginato di concedere una penna o un microfono alle sue ansie, alle sue paure e alla sua rabbia di giovane negro; i pensieri che sgorgano dalla sua mente e che si bloccano nella sua gola riflettono la drammatica consapevolezza delle lacerazioni razziali e delle piaghe sociali che affliggono il Sud segregato. Il ritmo caotico delle sue inquietudini si accorda con l’angoscia che assale un ragazzino afroamericano quando suo padre, che non riesce a vincere l’eterno duello con l’alcol, gli sbatte in faccia la notizia del massacro di un suo coetaneo, Emmett Till. La predestinazione alla grandezza, l’ossessione per la purezza, il terrore del volo e della morte, la scoperta del proprio corpo e la consapevolezza delle iniquità dell’America degli anni Cinquanta concorrono a formare un’ossessione che è al tempo stesso il motore e l’obiettivo del giovane Cassius Clay, la causa e la conseguenza della sua grandezza futura. La Medaglia d’Oro dei pesi massimi delle Olimpiadi di Roma comincia la sua ascesa poiché supera i fantasmi che lo tormentano abbattendoli sui ring invisibili della sua esistenza e impara a trasformare in una spietata leggiadria le contraddizioni della sua giovinezza; soltanto al termine di un lungo percorso iniziatico, l’uomo-Ali riesce a lasciarsi alle spalle il mito oscuro di Jack Johnson, l’eredità mutila di Joe Louis e i sospetti legati al KO di Sonny Liston, ma finisce per perdersi in una dimensione pubblica che annulla il suo ring invisibile e soffoca la sua vera personalità…

Sono parole misurate ma pesanti come macigni, quelle di Lefranc. Come in una gravitazione a più satelliti, molteplici sono le tematiche che entrano in gioco: la rivalsa personale, l’ambizione, la delusione, il rispetto verso gli insegnamenti paterni, la forza interiore, la propria fallibilità, le tentazioni e la paura, senza le quali nessun pugile può mai aspirare a diventare tale. È un linguaggio succinto e immaginifico, capace di trasportarci al centro di quel ring mentale e farci osservare contorni e limiti di quello spazio, muovendoci manieristicamente alla ricerca della perfezione, prevedendo e scansando ogni ostacolo. Ma la vita non può essere riprodotta, né tanto meno anticipata, nemmeno nel chiuso dei nostri pensieri, e l’imprevedibilità umana gioca sempre un ruolo preminente nella nostra esistenza.


domenica 20 agosto 2017

Il mio Alì - Gianni Minà

grazie a Loredana, la moglie di Gianni Minà, possiamo leggere tutti gli articoli scritti dal marito su Muhammad Ali.
non è solo una storia di sport, è la storia di un grande uomo, che ha dato tanto e ricevuto tanto.
e scopri che è anche una grande storia d'amore (non è solo amicizia), fra il Giornalista e il Pugile (nella prefazione anche Mina, senza l'accento, dichiara il suo amore).
è anche la storia degli Usa, vista con le parole del pugile e del giornalista in tempi recenti, nei quali era normale scrivere all'ingresso dei locali pubblici "Vietato l'ingresso ai cani e ai negri", c'erano sedili per neri e bianchi, negli autobus, i bambini neri non potevano andare a scuola con i bianchi, nel paese faro della democrazia e della civiltà.
Muhammad Ali ha reso il mondo migliore, è sicuro.
leggete questo libro, non sarete delusi, promesso.

ps: nel blog c'è tanto su Muhammad Ali, e i neri degli Stati Uniti d'America (per chi vuole conoscere e ricordare)




Scostante, svogliato, spaccone. Così Muhammad Ali si presentò all'intervista con un giornalista italiano, siamo a fine anni '60, nello studio dell'avvocato Eskridge. Scoprì che non era "uno dei soliti giornalisti del nord del mondo" venuto a giudicarlo. Nacque un rapporto speciale che ora Gianni Minà cuce in questo "Il mio Ali" con una raccolta di 72 suoi vecchi articoli e alcune fotografie private. È il diario di una parabola totale (il campione, l'icona, l'uomo) raccontata da un testimone ravvicinato, partecipe e coinvolto. Con alcune pagine sorprendenti: un'intervista a Burt Lancaster che nel 1971 fu telecronista del match contro Frazier; un articolo di Giovanni Arpino del 1979 su una visita in Italia e il singolare prologo firmato (con un gioco di cognomi) da Mina. Che di Ali scrive: "Continua a essere bellissimo, anche col suo tremare che commuove e che lo incastona nell'immortalità. Il gioiello di un'era".

sabato 4 giugno 2016