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giovedì 1 dicembre 2022

Cronaca di un picchetto antisfratto a Napoli - Ugo Rossi

  

È una mite e soleggiata giornata di fine novembre quando il comitato napoletano per il diritto all’abitare chiama nella propria chat l’ennesimo intervento antisfratto, stavolta in soccorso di una donna ormai anziana che si trova in condizioni economiche e di salute molto difficili. Solo nelle ultime due settimane il comitato è intervenuto in almeno altre tre o quattro occasioni. Si stima che al momento siano circa 10 mila le notifiche di sfratto già inviate in città. Nelle ultime volte che è intervenuto con un picchetto, il comitato è riuscito a ottenere in tempi relativamente brevi il rinvio dello sfratto esecutivo. Stavolta però la chiamata è più allarmata perché la situazione appare critica per la posizione di intransigenza assunta dalla proprietà dell’immobile.

L’appuntamento per il picchetto è come sempre alle otto del mattino. Gli sfratti si eseguono sempre al mattino. Una decina di persone attive nel comitato per l’abitare si ritrovano più o meno puntuali nell’abitazione della donna che ha richiesto l’intervento. L’appartamento si trova in una nota strada del centro storico di Napoli, a pochi metri da via Mezzocannone, il cuore della storica cittadella universitaria napoletana. Nella zona di via Mezzocannone nel corso del tempo la popolazione studentesca è drasticamente diminuita, perché i dipartimenti delle materie scientifiche si sono trasferiti in altri quartieri della città e qui sono rimasti solo quelli umanistici. La strada era un tempo punteggiata da librerie, fotocopisterie, agenzie di viaggio per studenti e piccoli bar di quartiere. Sui muri si affastellavano volantini e manifesti politici dei collettivi universitari o dei gruppi della sinistra extra-istituzionale. Oggi di tutto questo è rimasta una traccia solo residuale. In via Mezzocannone e nell’intera zona universitaria è tutto un susseguirsi di bar notturni e piccoli ristoranti, negozi di vestiti vintage, alcuni supermercati. Nelle ore notturne la zona è frequentata da folle di giovani provenienti da ogni quartiere della città, mentre di giorno è attraversata da flussi continui di turisti. Com’è noto, da ormai circa dieci anni i turisti hanno letteralmente invaso le strade dei quartieri del centro storico di Napoli, cambiando il volto della città.

E infatti la destinazione più probabile dell’abitazione sotto sfratto è di essere trasformata nell’ennesima casa vacanza della zona, in affitto breve su Airbnb o altre piattaforme digitali. D’altro canto l’appartamento presenta tutte le caratteristiche per quest’uso: è di piccole dimensioni, ideale per due o quattro persone, e possiede un’ampia e gradevole terrazza da cui si scorgono anche i palazzi storici dell’università.

Giuseppina, la donna sotto sfratto, ha un trascorso di vita tanto ricco quanto complicato. Oggi le sue condizioni di salute psicologiche e fisiche sono precarie, non ha più rapporti con i propri familiari e l’unica compagnia che le resta è quella del suo cagnolino. Per sua fortuna, intrattiene buoni rapporti con le persone del quartiere che la sostengono per quanto possono. È un quartiere che resta popolare, nonostante i repentini processi di “turistificazione” che hanno investito la zona, con conseguente aumento alle stelle dei prezzi delle case, in affitto o da comprare.

La storia di vita di Giueppina è uno spaccato della più ampia vicenda di Napoli, delle sue potenzialità e delle sue fragilità sociali. Ma al tempo stesso è una storia che potrebbe svolgersi in una qualunque altra città del mondo contemporaneo. La housing crisis, la crisi abitativa, è un fenomeno planetario che oggi colpisce città collocate in aree centrali del capitalismo globale, così come in aree periferiche o semi-periferiche, come Napoli e altre città del Sud europeo. Ed è una storia che ci racconta della condizione di marginalizzazione e abbandono sistemico che colpisce le persone sole, afflitte da disagio mentale nella società neoliberale.

Giuseppina apparteneva al ceto medio, ma oggi è in una condizione di povertà. Dopo aver intrapreso ma non aver mai concluso gli studi di fisica, Giuseppina assunse le redini di un piccolo calzaturificio di famiglia, dando occupazione a circa quindici operai-artigiani nello storico quartiere del Rione Sanità, il quartiere dove era cresciuta, anch’esso oggi travolto dalla bolla turistica globale. Negli anni Novanta, la piccola attività imprenditoriale di Giuseppina conosce il suo momento migliore: gli stivali e le scarpe di moda che lei stessa disegna hanno un buon riscontro di mercato. I quotidiani locali le dedicano articoli come esempio di imprenditorialità femminile radicata nel territorio di quartieri popolari. Apre negozi col proprio marchio in diverse strade pregiate del centro cittadino e perfino uno a Roma. Anche nel suo momento migliore, Giuseppina lotta costantemente con la depressione che la rende inabile per molte ore della giornata. Per diversi anni, le sue sofferenze non le impediscono di portare avanti con un qualche successo la propria attività. A un certo punto è avvicinata da imprenditori stranieri del settore moda che le propongono un investimento, ma nulla si concretizza. L’incantesimo finisce nel 2001, “quattro giorni dopo l’11 settembre” come racconta lei, quando un violento acquazzone di fine estate si abbatte su Napoli, provocando allagamenti e smottamenti in diverse parti della città. Il piccolo stabilimento produttivo di Giuseppina è invaso dall’acqua. Tutto viene distrutto, compresi i macchinari. Negli anni seguenti, Giuseppina tenterà di ricominciare daccapo, ma durerà poco: l’idillio con la sorella con cui gestiva l’impresa si rompe e Giuseppina si sente abbandonata dalle istituzioni nel momento di maggiore difficoltà. Inizia il suo lento declino.

Nella fase più recente della sua vita, l’ormai irreversibile spirale di crisi economica e personale non le impedisce per più di dieci anni di pagare con regolarità il canone di affitto dell’appartamento in cui abita. Nonostante la regolarità dei suoi pagamenti, Giuseppina non è intestataria del contratto di affitto. I proprietari di casa non si fidano di lei in quanto donna sofferente di disagio mentale e preferiscono intestare il contratto al cognato. Il fatto di non essere intestataria del contratto non le consente di poter far domanda per contributi per l’affitto, che le spetterebbero dato il suo stato di disagio. In questa situazione, la pandemia sopraggiunge come il vero e proprio colpo di grazia: le spese mediche aumentano e a Giuseppina non basta più la pensione di invalidità che riceve per riuscire a pagare l’affitto. Né può accedere ai ristori che il governo stanzia a sostegno degli affittuari durante la pandemia. Dopo esser stata una piccola imprenditrice prima di successo e poi fallita, Giuseppina è entrata in una condizione di povertà apparentemente senza via d’uscita, anche se lei continua a sentire intatto il proprio talento di stilista. Ma per tornare a essere creativa, avrebbe bisogno del sostegno delle istituzioni. Invece le istituzioni sono assenti, sul fronte abitativo così come sul piano del reinserimento sociale delle persone con sofferenze mentali.

Nonostante la condizione di Giuseppina, la proprietà è intransigente. Ha richiesto l’intervento non solo dell’ufficiale giudiziario per notificare lo sgombero esecutivo ma anche della forza pubblica. La strada è presidiata da una camionetta della polizia che però per tutta la giornata si astiene dall’intervenire, nonostante gli agenti esibiscano già il casco protettivo sotto il braccio. Arriva anche un’autombulanza chiamata dai proprietari dell’appartamento, come si fa quando si chiede un intervento di forza. Gli attivisti attendono in casa con Giuseppina l’evolversi della situazione, senza mai uscire dalla sua abitazione per circa sei o sette ore.

Nel corso delle ore, altre persone solidali accorrono sul posto e restano in strada a presidiare la situazione. Iniziano le trattative con la controparte, che coinvolgono un consigliere e un assessore del Comune di Napoli accorsi sul luogo. Giuseppina non si rifiuta di lasciare l’appartamento, è pronta ad accettare soluzioni emergenziali in dormitori pubblici del Comune o in case di accoglienza gestite da associazioni del terzo settore. L’unica condizione che pone è che possa venire a stare con lei il suo cagnolino. La trattativa si prolunga fino alle tre del pomeriggio, finché finalmente non si trova una mediazione con la proprietà che accetta il rinvio dello sfratto di circa tre settimane. È un tempo troppo breve, ma data l’intransigenza dimostrata dalla proprietà la notizia è accolta come una piccola, momentanea vittoria. Il rinvio consente di guadagnare tempo a lei e alle persone che la sostengono. Grazie alle pressioni del comitato per il diritto all’abitare, l’amministrazione locale e le associazioni del terzo settore si sono finalmente attivate, dichiarandosi disponibili a cercare un ricovero per Giuseppina. Tuttavia, non possono che proporre soluzioni emergenziali. In questi anni di austerità neoliberale, la spesa pubblica per gli alloggi popolari è stata drasticamente tagliata e i programmi di sostegno abitativo per le persone con disagio mentale rimangono di fatto inesistenti nelle regioni meridionali. La lotta per il diritto all’abitare continua.

da qui

martedì 15 maggio 2018

Povertà, le cose vanno peggiorando - Alex Zanotelli




Qui al rione Sanità, a Napoli, uno dei problemi più gravi che la gente deve affrontare è quello della mancanza di lavoro. Vedo tanta gente che non sa come sbarcare il lunario. Capita che bussino alla porta, si siedano e chiedano semplicemente un lavoro. E non si tratta di ragazzi. Spesso sono persone oltre i quaranta, che hanno perso il lavoro e che magari non hanno una grande istruzione né formazione professionale. Ma non pretendono nulla, cercano un lavoro qualsiasi. Talvolta mi fermano per strada delle madri e dei padri e l’argomento è quasi sempre quello: la possibilità per il figlio o la figlia di trovare da lavorare.
le cose vanno peggiorando, come sottolinea una indagine della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie italiane. Dice che in Italia in generale, ma il particolare al sud, sta crescendo il numero degli individui e delle famiglie a rischio povertà. Ancora più preoccupante il rapporto dell’Associazione per lo sviluppo industriale del Mezzogiorno: afferma che dal 2001 al 2016 se ne sono andati dal sud in cerca di lavoro circa 500mila persone di cui 200mila laureati, il che si traduce in un ulteriore impoverimento del sud.
La cosa grave è che la politica non dà nessuna risposta. E la rabbia si è riversata nel voto del 4 marzo. Peggio di così non poteva andare per i partiti che hanno dominato la scena negli ultimi anni. Al sud in molti hanno deciso di votare per il Movimento 5 Stelle. Non credo che siano stati semplicemente attratti dal reddito di cittadinanza, ma che abbiamo manifestato la voglia di cambiamento. Sono stanchi di parole e di una politica che non c’è (sia il governo centrale sia gli amministratori locali) e vogliono qualcuno che risponda concretamente ai bisogni della gente.
La politica, se è politica, deve partire dagli ultimi, da chi non ce la fa più, da chi è senza lavoro.
Qui a Napoli ci sarebbe la possibilità di creare anche del lavoro socialmente utile. Penso all’enorme questione dei rifiuti, che non è gestita a dovere non solo nel capoluogo ma in tutta la Campania. Le infiltrazioni della camorra sono sotto gli occhi di tutti… Che cosa ci vuole a creare piccole cooperative per la raccolta differenziata porta a porta? Non c’è altra maniera nei vicoli di Napoli, se davvero si vogliono raccogliere accuratamente i rifiuti. Invece di spendere tanti soldi, come avviene ora, l’amministrazione ci guadagnerebbe dalla gestione oculata di questo servizio.
Un esempio. Come realtà di base, un paio d’anni fa avevamo avviato una cooperativa per raccolta del cartone. Sostenuta dalla cooperativa Arcobaleno di Torino, l’iniziativa ha creato cinque posti di lavoro e raccoglieva 2,5 tonnellate di cartone al giorno e facendo molto meglio della altre imprese scelte dal comune. Dopo un anno, la cooperativa è dovuta andare a gara d’appalto e l’ha persa. Mi sono arrabbiato e ho scritto a Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, il quale ha verificato che qualcosa non andava. Oggi c’è una sanzione interdittiva a carico della ditta che ha vinto l’appalto, ma intanto la cooperativa è ferma.
Ricordiamo le parole di papa Francesco: «La mancanza di lavoro è molto di più del venir meno di una sorgente di reddito, è assenza di dignità».

lunedì 12 febbraio 2018

Ninive - Erri De Luca

Alla fine del breve libro del profeta Giona si legge una frase rivolta dalla divinità al suo messaggero, nella quale si dice che Ninive è una città così confusa, che  un uomo non riconosce la sua mano destra dalla sinistra.
Abitiamo politicamente a Ninive, incapaci di districare la sinistra dalla destra?
Porto un esempio: due gelatai si dividono una spiaggia lunga un chilometro. A inizio stagione stanno alle due estremità, poi lentamente convergono verso il centro cercando di accaparrarsi la clientela più pigra, certi comunque di essere seguiti dai clienti che stanno ai due bordi. Alla fine della stagione vendono gelati a pochi metri di distanza. Si contendono la medesima clientela, mentre quella rimasta alle estremità ha smesso di acquistare gelati. Le due parti non sono più avversarie, sono diventate ditte concorrenti che vendono la stessa merce.
Questa è la condizione dei partiti storici di sinistra, compromessi con la sindrome del gelataio. Se fosse rimasta chiusa in questi partiti, oggi la sinistra sarebbe il braccio amputato che continua a far male anche in assenza. Ma non abita più in quelle stanze e per questo la sinistra non è estinta. Uscita fuori dai partiti storici, sperimenta nuove forme e nuove voci. Le sue linee guida sono ancora e sempre le libertà, le uguaglianze, le fraternità.
Per esempio: da noi si danno casi di criminale disprezzo della salute pubblica. A Taranto lo stabilimento siderurgico ILVA ha depositi di materiali di scarto a cielo aperto. Nei giorni di vento le polveri tossiche  lasciate scoperte invadono il quartiere vicino e il sindaco è costretto a ordinare la chiusura delle scuole. Il governo di centro sinistra con un decreto permette all’ILVA di proseguire lo spargimento  tossico fino al 2023. La Regione Puglia e il sindaco di Taranto impugnano il decreto e lo bloccano. È mossa di sinistra, di legittima difesa della salute pubblica, del diritto di precedenza della vita sulle ragioni del profitto e dell’economia.
A Napoli è al suo secondo mandato un sindaco, Luigi De Magistris, che si dichiara rivoluzionario perché la sua opera intende applicare la Costituzione e cita il suo passaggio preferito, l’articolo terzo: ”È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Oggi Napoli è un cantiere di rimozione ostacoli politici, economici, sociali.
È naturalmente gemellato con Barcelona e con la sua amministrazione di Podemos, che costituisce una nuova forma di sinistra.
Dichiaro che essa esiste e si distingue nitidamente dalla destra.
Esiste e non abita a Ninive.

sabato 7 gennaio 2017

De Magistris e Saviano, il confine superato – Attilio Bolzoni



Non poteva dire nulla di più odioso, Luigi de Magistris. Lui, Roberto Saviano, che si arricchisce sulla pelle di Napoli. Lui che aspetta la “sparatina” o l’“ammazzatina“ per far lievitare il suo conto in banca. Sulla pelle di Napoli si arricchisce la borghesia camorrista, sulla pelle di Napoli si arricchiscono i pascià intoccabili del sottobosco amministrativo, politico e imprenditoriale che trafficano in tangenti e appalti, sulla pelle di Napoli si arricchiscono ruffiani e spacciatori e riciclatori.

Si arricchisce un'umanità disumana che arraffa ogni giorno tutto quello che può arraffare. Ma Luigi de Magistris, ex pubblico ministero di prima linea come si definisce lui, che non fa più il magistrato "per avere contrastato mafie e corruzioni sino ai vertici dello Stato", come sindaco di Napoli sta intraprendendo un duello che non potrà mai vincere se non nel piccolo cortile di casa sua. È una mossa che supera un confine che nessuno - soprattutto un ex "magistrato di prima linea" - dovrebbe mai oltrepassare. I confini contano. Sempre.

Non c'è soltanto un'eccitazione sopra le righe nelle parole contro Saviano - qui non sono importanti i dettagli o le posizioni e le opinioni sulla vera o presunta rinascita di una capitale meridionale, cruciale è la sostanza della sua dichiarazione di guerra - ma c'è anche un calcolo politico dove il sindaco sembra intravedere l'incasso di un profitto dall'attacco sferrato contro un italiano che continua a parlare e a scrivere di camorra e di quella Napoli. Inaccettabile per uno che è stato magistrato e che Napoli adesso la rappresenta, la guida, la sente come cosa sua e che non vuole scocciatori e osservatori critici fra i piedi.

La reazione di de Magistris è molto più grave di come potrebbe sembrare a prima vista, fatta solo d'istinto e passione. C'è di più, c'è qualcosa di più inquietante per noi che di queste faccende di mafie ci occupiamo da tanto tempo. C'è un capovolgimento, c'è un pericoloso deragliamento di de Magistris e una scelta di campo che cancella un passato che lui stesso altezzosamente rivendica e che subito dopo rimuove attraverso un linguaggio che non piace per niente. Somiglia troppo a quello di quei personaggi che attaccano da anni Saviano con le stesse frasi, le stesse insinuazioni, lo stesso tono subdolo che serve sostanzialmente per mettere al centro della questione lui e non quello che racconta. Il problema è Saviano o una certa Napoli?

Il sindaco de Magistris è scivolato o si è coscientemente e opportunisticamente gettato in questa trappola. Ne ricaverà forse vantaggio dalle sue parti con qualche titolone in queste ore, sicuramente ha fatto un passo che lo segnerà per il futuro. Troppo scaltro, troppo. E così scontato, così interessato che alla lunga il suo assalto contro Saviano - ne siamo convinti - gli si ritorcerà contro. Avrebbe potuto rispondergli garbatamente manifestando le sue perplessità, ricordandogli i cambiamenti positivi di Napoli durante la sua sindacatura, avrebbe potuto contestare le sue cronache fornendo spiegazioni.

Invece ha preferito colpirlo alle spalle con il più banale e insultante rimprovero. Non è stato al suo posto come sindaco. E nemmeno come ex magistrato "di prima linea". E neanche come cittadino. Ha usato argomenti che neppure i sindaci di Palermo del grande "sacco edilizio" o quelli che assistevano muti e sordi alle carneficine degli anni Ottanta avevano osato agitare così violentemente, contro giornalisti e scrittori del tempo che descrivevano una città losca e una realtà feroce.

Il sindaco di Napoli non gradisce più che si parli di quello, delle camorre, perché adesso a Napoli c'è lui. Se ne poteva parlare prima, ma ora non più. Come quegli altri sindaci o quegli altri potenti sparsi per l'Italia che non vogliono rompiballe nei dintorni. Un giorno è Lirio Abbate che raccoglie informazioni su Carminati e la banda di neri e di compagni e di verdi prezzolati che regna sul Campidoglio, un altro giorno è Giovanni Tizian che scopre i legami di Reggio (non Calabria, ma Emilia) con i boss della 'ndrangheta. Una volta tocca alla giovanissima Ester Castano che denuncia l'infiltrazione mafiosa nel tranquillo comune di Sedriano (poi sciolto per mafia, primo comune in Lombardia), un'altra volta tocca a Paolo Borrometi che per avere descritto le vergogne di Scicli è isolato come un cane rognoso anche dai suoi colleghi.

Tutti, a turno. Roberto, Ester, Lirio, Paolo, Giovanni. Mentre quegli altri nei convegni continuano a riempirsi la bocca di giornalismo d'inchiesta. È bello il giornalismo d'inchiesta, vero sindaco de Magistris? Sì, ma lontano da casa propria.

lunedì 22 febbraio 2016

Un popolo in cammino - Alex Zanotelli

Credo sia importante e giusto raccontare ciò che sta accadendo in un pezzo di periferia di Napoli in questi ultimi mesi, densi di avvenimenti. 

Cronaca di una resistenza
Tutto comincia domenica 6 settembre con l’uccisione, alle quattro del mattino, in piazza Sanità, di un ragazzino di diciassette anni, Genny Cesarano. A ucciderlo una banda di otto giovanotti su moto: sparano all’impazzata, colpiscono Genny alla schiena mentre fugge. Sono le bande che terrorizzano il territorio per il controllo del mercato della droga.
Avevo sentito nella notte quegli spari, ma mi sembravano i soliti botti da fuochi d’artificio, piuttosto frequenti nel rione. Al mattino, quando scendo in piazza, mi dicono che Genny è stato ucciso. Avviso subito il parroco, don Antonio Loffredo. È domenica, dovrei celebrare la messa delle nove. Quando arrivo, gli dico: ”Non mi sento di celebrare la messa in chiesa, con il sangue ancora fresco sulla piazza…”. Nonostante le proteste dei fedeli, non celebro. “Sarebbe meglio – dico al parroco – che noi preti celebrassimo un’unica eucaristia in piazza Sanità, antistante la Chiesa, dov’è stato ucciso Genny”. Don Antonio accetta la sfida, ma non la polizia. Ci pedinano per tutto il mattino, ci fanno capire che non possiamo celebrare in piazza. Chiedo alla dirigente perché il questore ha posto il veto. “Il questore ha paura – mi dice – Se voi celebrate in piazza, la gente del Rione scenda in piazza…”. Le rispondo seccamente: ”Magari scendesse in piazza! Glielo dica al questore!”.
Per la messa che celebriamo a mezzogiorno in chiesa, scelgo dei testi biblici appropriati, presi dal libro di Daniele (”Noi abbiamo peccato”), dal profeta Isaia (”Le vostre mani grondano sangue”) e dal vangelo di Luca (”Se non vi convertite, perirete tutti”). Una parola forte che scuote l’assemblea cristiana in piazza. “Le nostre mani grondano sangue – ripeto durante l’omelia – Siamo tutti responsabili, chiesa inclusa, per la morte di Genny. Abbiamo tutti peccato. E se non cambiamo strada, periremo tutti. Non verrà nessuno a salvarci. Noi, Popolo della Sanità, dobbiamo alzare il capo e urlare “Basta!”“.

Dopo la celebrazione, la dirigente della polizia mi consegna il decreto del questore che proibisce la celebrazione in piazza…Sorrido. Con stupore invece vediamo una decina di donne del Rione arrivare in sacrestia. “Noi non possiamo accettare che i nostri figli finiscano così. Noi vorremmo organizzare una fiaccolata di protesta per le strade del Rione. Voi preti, potreste aiutarci?”. Era la prima volta che delle donne della Sanità osano tanto. “Siamo pronti ad aiutarvi,” rispondiamo. Prepariamo la fiaccolata il giorno dopo con un’affollata assemblea in chiesa. Decidiamo di portare uno striscione ”No Camorra!” e di piantare un ulivo in piazza (al posto di un albero tagliato dai ragazzini del Rione).
Il giorno dopo, l’8 settembre, poco prima di far partire il corteo, mi accorgo che nessuno ha preparato lo striscione. Recupero a casa un rotolo di carta e scriviamo ”No Camorra!”. Dietro a quella scritta, sfila un lungo corteo con migliaia di persone. Sono commosso. Per la prima volta accade una cosa del genere alla Sanità. Le tensioni durante il corteo sono evidenti.
Giovedì 10 settembre: il questore, dopo tante nostre pressioni, permette il funerale pubblico di Genny, ma lo fissa alle 7,30 del mattino. Di nuovo il parroco mi chiede di presiedere l’eucaristia. In una chiesa, Santa Maria della Sanità, strapiena, ricordo a tutti che che siamo lì a celebrare il Dio della Vita, un Dio che non può accettare la morte di un diciassettenne, conseguenza di quella bomba sociale che è la Napoli malamente. Già, perché in questa metropoli esistono due città, quella “malamente” e la “Napoli bene”, due città che non vogliono incontrarsi. Chiedo alla gente della Sanità di avere il coraggio di alzare la testa contro le camorre e la criminalità “disorganizzata” tipica di Napoli. Con altrettanta forza chiedo alle autorità di non abbandonare il quartiere, ma di sostenere quelle piccole iniziative sociali che cominciano a sbocciare nel Rione.
Una folla immensa vive con commozione quella celebrazione che si conclude alle nove. L’ordine perentorio del questore era che doveva finire per le 8,20. Il popolo poi sfida nuovamente il questore portando la bara di Genny a spalla attraverso la Sanità, in un silenzio surreale, fino a piazza Cavour (fuori dalla Sanità).
Pochi giorni dopo il funerale, il papà di Genny e i rappresentanti della cittadinanza attiva di Napoli, vengono a proporre a noi preti di organizzare una marcia cittadina per chiedere i diritti di coloro che vivono nelle periferie e nel centro degradato (a Napoli siamo in clima elettorale ed è facile essere strumentalizzati). A nome dei preti della Sanità rispondo che tenteremo di accompagnare una tale marcia, solo se i parroci che operano nelle zone a rischio, sia del centro come delle periferie, decidono di essere a fianco di un popolo che vuole alzare la testa.

Così lentamente noi preti della Sanità iniziamo a contattare i parroci che operano nei quartieri popolari. Questa idea comincia a contagiare tanti di loro. Riusciamo anche a trovare un parroco che accetta di essere il portavoce di questo popolo in movimento, don Enzo Liardo. 
Intanto, un altro fatto grave alla Sanità, rafforza le nostre motivazioni. Il 14 novembre, alle quattro del pomeriggio, di nuovo in piazza Sanità, piena di gente, due giovanotti in moto, sparando all’impazzata, colpiscono uno dei boss della droga nel rione, Pierino Esposito, pure lui in moto (padre di Ciro, ventunenne, ammazzato il 6 gennaio 2015, sempre alla Sanità). Ferito, cadde a terra, ma i killer lo raggiungono e gli spararono un colpo alla nuca. Sentiti i colpi, insieme a Felicetta e Arcadio, francescano che ora opera con noi, corriamo in piazza e ci troviamo davanti a un’altra tragedia. Copro il corpo di Pierino con un lenzuolo. Nella sparatoria, un altro giovane che stava lavorando, Giovanni, si è beccato una pallottola in pancia. Viene portato subito all’ospedale, si salva per miracolo, ma la pallottola resta in pancia, non potrà ritornare a lavorare. Giovanni è sposato con un bimbo di otto anni.
Due giorni dopo questo tragico evento, viviamo un momento forte, programmato da tempo, che ci dà forza e coraggio per continuare il cammino: il Patto delle Catacombe. Il 16 novembre molti sacerdoti, religiosi e laici impegnati di Napoli e fuori, vengono nelle Catacombe di san Gennaro dei Poveri, situate nel Rione Sanità, per pregare e firmare un documento di impegni seri per far sbocciare una chiesa povera e dei poveri. In quella stessa data, cinquant’anni fa, una cinquantina di vescovi che partecipano al Concilio (tra i quali il vescovo Luigi Bettazzi, presente con noi quella sera) sono scesi nelle catacombe di Santa Domitilla a Roma impegnandosi a uno stile di vita povero. Noi a Napoli abbiamo riformulato quell’antico Patto delle Catacombe per risvegliare in questa metropoli la fame e la sete di una chiesa povera capace così di camminare con gli impoveriti, gli “scarti” del Sistema. “Ci impegniamo, in solidarietà con i poveri – così recita uno degli impegni – a rimettere in discussione il nostro Sistema economico-finanziario, i cui effetti devastanti tocchiamo con mano in questo Sud così martoriato e impoverito: sostenendo in maniera nonviolenta nell’azione pastorale, i movimenti popolari che si impegnano a favore dei diritti fondamentali:lavoro, casa, terra!”. 


E oggi?

In questi mesi, negli incontri con i preti abbiamo lentamente focalizzato i bisogni più urgenti della nostra gente, sempre più emarginata. In primo luogo quelli della scuola pubblica che ha bisogno di essere potenziata in termini qualitativi e quantitativi, una scuola di qualità, a tempo pieno fino a sera. È questo il vero bastione contro le camorre. Poi la sicurezza, non solo sulle strade (vigili, presidi di polizia), ma soprattutto sicurezza sociale con politiche serie per gli esclusi, per gli scarti della società. Infine un’attenzione particolare ai giovani (il 70 per cento dei giovani qui è disoccupato) con inedite e nuove possibilità di lavoro. In questi incontri come preti abbiamo anche maturato l’idea che non potevamo essere capopopolo o preti anticlan, ma semplicemente camminare con un popolo che aveva deciso di reagire. La lettera, infatti, che abbiamo poi scritto al governo, porta il titolo ”Un popolo in cammino”. È quanto ci ha incoraggiato a fare papa Francesco nei due discorsi ai movimenti popolari.

Su questo documento si sono ritrovate le realtà di base napoletane, dai movimenti studenteschi a Libera, dai centri sociali ai comitati delle “periferie” di Napoli. È con questo coordinamento che abbiamo deciso la manifestazione del 5 dicembre. Quel giorno sono scese in piazza Dante per marciare fino a piazza Plebiscito, sette-ottomila persone, accompagnate da una cinquantina di preti dietro un grande striscione: ”Un popolo in cammino, per la giustizia sociale, contro le camorre”. Era la prima volta che i preti di tre zone a rischio della città scendevano a fianco della loro gente. Con una splendida giornata di sole è stata una gioia marciare per il centro di Napoli fino alla prefettura, gridando: ”No alle Camorre”, ma anche chiedendo giustizia per il popolo che vive nelle periferie. Come piccolo gruppo siamo saliti poi dal prefetto per consegnargli la lettera, firmata dai parroci delle periferie e dalle organizzazioni civili, “Un popolo in cammino.”
Il prefetto, che ha riconosciuto che a Napoli si vive una “bomba sociale”, ha promesso di inviare la lettera al consiglio dei ministri per chiedere un intervento strutturale del governo, soprattutto per la scuola, la sicurezza e per i giovani. Il prefetto ci ha promesso una risposta del governo entro fine gennaio. Nel frattempo abbiamo deciso di promuovere un’assemblea cittadina il 30 gennaio nella chiesa Santa Maria alla Sanità. Un cammino il nostro che continua ad essere funestato dal sangue. Il 31 dicembre sera è stato ucciso a Forcella, un altro rione a rischio del centro, un giovane, Maikol, padre di due bimbi, mentre aspettava il fratello che terminasse il suo lavoro da barista. Un altro innocente, facilmente scambiato per un altro, Luigi Di Rupo, un pregiudicato, che è stato poi ucciso il 5 gennaio in un negozio dove si vendevano ‘calze’ di dolciumi per la befana È un massacro: 52 omicidi a Napoli lo scorso anno. Una faida senza fine per mano delle camorre.

Noi siamo decisi a camminare con questo nostro popolo “scartato”. “Queste radicali verità della fede diventano realmente vere – diceva il vescovo, martire del Salvador, monsignor Oscar Romero  -e verità radicali, quando la Chiesa si inserisce nel cuore della vita e della morte del suo popolo. Si presenta dunque alla Chiesa, come a ogni uomo, l’opzione fondamentale per la sua fede: essere in favore della vita o della morte. Vediamo con grande chiarezza che, in questo, la neutralità è impossibile. O serviamo la vita del popolo o siamo complici della sua morte. E qui si dà la mediazione storica dell’aspetto fondamentale nella fede: o crediamo in un Dio di vita o serviamo gli idoli di morte”.
È questa la nostra missione oggi in questo Rione Sanità, in questa Napoli malamente, che ha tanta voglia di vivere.