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mercoledì 19 marzo 2025

Noi

 

Uno degli aspetti che più inquietano dell’universo culturale italiano risuonante negli ultimi giorni è lo spaesamento rispetto ad alcune categorie che ci pareva fossero sufficientemente acquisite. Più o meno davamo per scontato che sposare ideologie identitarie, fossero esse nazionali, confederali o legate a definizioni come “Occidente”, producesse un arroccamento che azzerava le differenze, buono per andare in guerra, per creare nemici o capri espiatori, per rinforzarsi nella propria immagine lasciandone in ombra gli aspetti meno dignitosi, ma non certo utile per comprendere se stessi e gli altri, per accorgersi di ciò che dei presunti altri è in noi, per costruire relazioni e non scontri.

Negli ultimi giorni vediamo e ascoltiamo interventi che vanno in questa direzione, osserviamo una cultura del “noi” avanzare e affermarsi in modo inedito, attraversando inaspettatamente confini politici e culturali spesso ritenuti (forse a torto) distanti tra loro.

Prendiamo l’intervento di un cantautore ed ex insegnante come Roberto Vecchioni, che alla manifestazione del 15 marzo Una piazza per l’Europa dice:

“Vogliamo parlare di un gruppo di stati che vengono dalle stesse cose, dalle stesse tradizioni, siamo tutti indoeuropei, abbiamo avuto una filologia romanza, parliamo allo stesso modo, ci guardiamo allo stesso modo, abbiamo gli stessi proverbi, modi di dire, pensieri […] abbiamo libertà ovunque, abbiamo la democrazia, ma quella non ce l’hanno tutti, ce l’abbiamo noi. Che è un’invenzione […] dei Greci, che è arrivata fino a noi. Ora, chiudete gli occhi un momento e pensate ai nomi che vi dico: io vi dico Socrate, vi dico Spinoza, Cartesio, vi dico Hegel, Marx e vi dico anche Shakespeare, vi dico Cervantes, vi dico Pirandello, Manzoni, Leopardi. Ma gli altri le hanno queste cose?[…]”.

Davvero dobbiamo circoscrivere la nostra identità culturale all’uso delle “nostre tradizioni”, richiamare l’identità “indoeuropea”, sentirci superiori e unici nel mondo per una presunta ubiqua libertà? Davvero possiamo ignorare non solo le tradizioni culturali degli altri continenti ma soprattutto cancellare senza remore l’intenso intreccio che esse hanno creato con quella che viene definita “nostra” cultura?

Prendiamo ora l’intervento, nella stessa occasione, dello scrittore Antonio Scurati:

“Ci sono giorni nella vita di un uomo in cui ti svegli, ti guardi allo specchio, e ti chiedi “chi sono?”. Secondo me questo è uno di quei giorni per gli europei. La prima cosa che ci viene in mente citando il poeta è quello che non siamo, che non vogliamo essere. Allora noi non siamo gente che invade i Paesi confinanti, noi non siamo gente che bombarda e rade al suolo le città, noi non massacriamo e torturiamo i civili con gusto sadico, noi non sequestriamo i bambini e li deportiamo usandoli come riscatto”.

Qui Igiaba Scego ci aiuta a mettere in discussione questa supponenza culturale che negli ultimi tempi si è trasformata in virulenza bellicista:

“Il collega Scurati nel suo discorso di sabato a Piazza del Popolo ha detto tra le altre cose ‘non massacriamo i civili e non deportiamo i bambini e li usiamo come riscatto’. Nell’Europa che ha esternalizzato le frontiere, messo in mano terzi la tortura, calpestando il diritto al viaggio delle persone del sud del mondo, tacendo sulle gravi violazioni del diritto internazionale degli ultimi anni, dire questo è diciamo, per usare un eufemismo, qualcosa di molto (ma moooltooo) lontano dalla verità. Nel discorso del collega, che rispetto in quanto collega, ma di cui non condivido le idee, soprattutto quelle esposte nei suoi ultimi articoli e nel discorso di sabato, ho trovato molto pericoloso quel “Noi” che presuppone già nella sua enunciazione esclusione. È un noi molto recintato. Un noi bianco, borghese, elitario, eterosessuale. Un noi che appena è stato enunciato fa sentire esclusi. Io confesso mi sono sentita esclusa da questo discorso. Un noi poi che professa innocenza e candore […]

La cosa che più inquieta però è che sembra che la matrice culturale comune di questi e altri discorsi che stanno prendendo forza negli ultimi tempi sia la stessa che emerge dalle pagine sulla materia Storia nella bozza delle nuove Nuove indicazioni 2025 per la scuola.

A partire dalla frase di apertura, apodittica, secca, senza ombra di dubbio, orgogliosa:

“Solo l’Occidente conosce la Storia”.

La netta gerarchizzazione delle “culture” implicita nell’affermazione emerge evidente nelle frasi che seguono:

“Altre culture, altre civiltà hanno conosciuto qualcosa che alla storia vagamente assomiglia, come compilazioni annalistiche di dinastie o di fatti eminenti succedutisi nel tempo; allo stesso modo, per un certo periodo della loro vicenda secolare anche altre civiltà, altre culture, hanno assistito a un inizio di scrittura che possedeva le caratteristiche della scrittura storica. Ma quell’inizio è ben presto rimasto tale, ripiegando su se stesso e non dando vita ad alcuno sviluppo; quindi non segnando in alcun modo la propria cultura così come invece la dimensione della Storia ha segnato la nostra”.

In queste frasi emerge un’idea di “cultura” rigida, impermeabile, che agisce con le “altre culture” solo confliggendo con esse per il dominio, rimanendo pura nella sua essenza. Proseguendo addirittura il discorso si trasforma in una vera e propria esaltazione della superiorità [!] della “cultura occidentale” che le avrebbe permesso di divenire “intellettualmente padrona del mondo”:

“È attraverso questa disposizione d’animo e gli strumenti d’indagine da essa prodotti che la cultura occidentale è stata in grado di farsi innanzi tutto intellettualmente padrona del mondo, di conoscerlo, di conquistarlo per secoli e di modellarlo”. 

Come non leggere queste parole come una rivendicazione orgogliosa della funzionalità della cultura al dominio, come ad esempio è avvenuto nelle vicende del colonialismo?

Quali riferimenti culturali si stanno affermando oggi in Italia? Quali intellettuali trovano spazio negli organi di informazione? Quali stanno cercando di farsi strada nella scuola?

E “noi”, quelli con la “n” minuscola, che non si sentono dentro quel recinto di italocentrismo, Occidente dominante, presuntuoso europeismo bellicista, noi, avremo la forza di difendere i principi di giustizia, uguaglianza, pace come cittadini del mondo?

da qui

lunedì 17 marzo 2025

La scuola senza storie

 “Solo l’Occidente conosce la Storia”… ed è pronto a farla finire nella guerra - Gigi Sartorelli

Hanno suscitato abbastanza scalpore le “Nuove Indicazioni 2025” per la revisione dell’insegnamento nelle scuole dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione – vale a dire elementari e medie -. L’Opposizione Studentesca di Alternativa (OSA) aveva già pre-denunciato la natura dei lavori che stava portando avanti la Commissione tecnica indicata dal ministro Valditara.

Per il problema di comprendere quale scuola (classista e infestata dagli interessi privati) per quale società (in crisi e indirizzata sul crinale della guerra) rimando perciò agli approfondimenti fatti da chi la scuola la vive. Qui mi voglio soffermare solo sul messaggio che emerge da una delle selezioni del documento appena pubblicato: quella sulla Storia.

In quanto storico, non posso fare finta di niente di fronte alle aberrazioni scritte in quelle pagine. Aberrazioni di cui innanzitutto andrebbe ricordato il più noto dei responsabili. È Ernesto Galli della Loggia il coordinatore del gruppo che si è dedicato a delineare questi primi materiali di dibattito su cosa dovrebbe essere l’insegnamento della Storia a ragazze e ragazzi, fino ai 14 anni.

Galli della Loggia è quello che a ottobre scrisse, in difesa del genocidio perpetrato da Israele sui palestinesi, che la democrazia si deve assumere la responsabilità dei più efferati crimini per affermare i suoi principi. Tra i casi da lui ricordati ve ne sono due della Seconda guerra mondiale, cioè il bombardamento di Dresda e l’uso delle atomiche: non a caso, due crimini di guerra.

Ma, appunto, per Galli della Loggia va bene tutto, finché serve ad affermare la ‘democrazia’, fatta piattamente coincidere con il dominio occidentale sul resto del mondo. Non lo ha nemmeno nascosto quando, a dicembre, ha fatto una disamina proprio di questi crimini nel diritto internazionale, in sostanza concludendo che se si deve dar retta a tali costrizioni ogni guerra è nei fatti impedita. Che è poi uno degli scopi per cui è nato il diritto internazionale…

In pratica, Galli della Loggia ci sta dicendo che l’Occidente non è possibile (non può, non vuole, ecc) condurre alcun conflitto senza lasciarsi andare a violenze efferate. Buono a sapersi. Ma soprattutto, ci dice che bisogna farla finita con queste stigmatizzazioni della guerra e delle atrocità che porta con sé: dovrebbe rivendicarsi allora come primo precursore dello spirito guerrafondaio incarnato ora da Michele Serra, Antonio Scurati e tanti altri “democratici”.

Questa è la figura che ha coordinato i lavori per elaborare quale Storia andrà raccontata a dei bambini, o poco più. Già inquietante di suo, se solo non fosse che il documento licenziato dal governo è ancora più preoccupante. Perché questo tipo di suprematismo occidentale è già messo in bella mostra nella prima frase della sezione relativa: “Solo l’Occidente conosce la Storia“. Gli altri popoli, evidentemente, brancolano tutti nel buio circa l’origine propria e degli altri…

Non dovrebbe essere nemmeno necessario spiegare come la perentorietà di questa affermazione mostra alla luce del sole un senso di “superiorità” – culturale e d’altro tipo –  tale da sfiorare il razzismo, che in genere dovrebbe sposarsi male con la pretesa di essere ‘la democrazia’. Ma questo è il segno dei tempi, in cui la crisi egemonica dell’Occidente costringe chiunque ad affermare – o negare – la separazione/contrapposizione tra ‘giardino’ e ‘giungla’.

Il discorso degli estensori del documento prova a giustificare, minimalizzandolo, tale obbrobrio. A loro avviso, “altre civiltà hanno conosciuto qualcosa che alla storia vagamente assomiglia, come compilazioni annalistiche di dinastie o di fatti eminenti succedutisi nel tempo; […] altre civiltà, altre culture, hanno assistito a un inizio di scrittura che possedeva le caratteristiche della scrittura storica“.

Come a dire, le comunità del passato erano poco più che primitivi con sassi e clave, che a malapena riuscivano a concepire e registrare, figuriamoci a problematizzare, lo scorrere del tempo e il legame tra gli eventi del passato con quelli del presente. Da questo discorso è escluso, guarda caso, l’Occidente, che da due mila anni invece spadroneggia intellettualmente sul resto del mondo. Scrivono proprio questo:

È attraverso questa disposizione d’animo e gli strumenti d’indagine da essa prodotti che la cultura occidentale è stata in grado di farsi innanzi tutto intellettualmente padrona del mondo, di conoscerlo, di conquistarlo per secoli e di modellarlo.

Ripeto: non stanno nemmeno più nascondendo il suprematismo razzista, e anzi ci dicono che bisogna insegnarlo a dei bambini. E lo fanno inoltre con una manipolazione culturale sinceramente vomitevole. Ma non starò qui a elencare tutti gli errori in quel che è scritto nelle “indicazioni” della Commissione del ministro Valditara.

Anche io, nelle righe qui sopra, ho chiaramente semplificato dei nodi molto complessi, e perciò finirei col dover scrivere più un trattato di metodologia e storia della storiografia piuttosto che un articolo, e naturalmente non mi sembra il caso. Ma due parole debbono esser dette sulla volgare strumentalizzazione di Marc Bloch.

Bloch – tra molti capolavori della storiografia moderna – è l’autore di un saggio incompiuto, su cui ha lavorato durante la Seconda guerra mondiale: l’Apologia della storia o Mestiere di storico. Un saggio che ancora oggi rappresenta le fondamenta della metodologia per tutti gli storici, e perciò citare Bloch è come voler conferire una sorta di alone di autorità indiscutibile a quel che si dice per affermare tutt’altro.

La citazione estrapolata da quel testo sembra quasi voler istituire una sorta di filo conduttore tra gli antichi greci, l’Impero Romano e il cristianesimo, in un gioco di continuità tra i fasti di Roma e la religione cattolica che, peraltro, ritorna in tante parti del documento. E che ha un chiaro sapore di nostalgia del Ventennio.

Ma, al di là di questo, usare una frase in maniera così decontestualizzata è una vera e propria violenza contro il lavoro di Bloch, che era appunto un lavoro di attenta problematizzazione del ruolo dello storico e della ricostruzione storiografica…

continua qui

 

 

Oltre la storia occidentale - Renata Pepicelli(*)

Le «Nuove linee guida» del ministro dell’istruzione Valditara mostrano un dichiarato

impianto eurocentrico con gerarchie culturali e rimandi che elogiano il passato coloniale

Dopo essere state annunciate dal ministro Valditara all’inizio di febbraio, le «Nuove indicazioni nazionali per la scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione» (che comprende quelle che un tempo si chiamavano scuole elementari e medie) sono state pubblicate nella forma di bozza.

Dalla lettura di queste linee guida si evince che l’insegnamento della storia dovrà rivestire un ruolo centrale nei curricula scolastici. Alla base della proposta del ministero dell’Istruzione e del merito c’è l’idea di un’indiscutibile superiorità della storia dell’Occidente sulla storia degli altri popoli. Un Occidente, definito in termini vaghi, i cui confini non sono chiaramente delimitati e che è associato a concetti quali “cristianità”, “laicità” e supremazia culturale. A pagina 69 si legge: «Solo l’Occidente conosce la Storia . Altre culture, altre civiltà hanno conosciuto qualcosa che alla storia vagamente assomiglia. È attraverso questa disposizione d’animo e gli strumenti d’indagine da essa prodotti che la cultura occidentale è stata in grado di farsi innanzi tutto intellettualmente padrona del mondo, di conoscerlo, di conquistarlo per secoli e di modellarlo».
Si tratta di affermazioni di impianto dichiaratamente eurocentrico, che propongono gerarchie culturali e rimandi elogiativi al passato coloniale.

Già all’indomani delle anticipazioni giornalistiche di febbraio, si era sviluppato un grande dibattito in relazione all’indicazione ministeriale di dare (ulteriore) centralità alla storia dell’Occidente e d’Italia. Dodici società scientifiche di storia avevano sottoscritto un documento molto critico verso l’idea di un insegnamento della storia che non prende in considerazione «le contaminazioni culturali e religiose, i conflitti politici ed economici, gli scambi commerciali che di questo mondo costituiscono le radici», mentre invece viene enfatizzata la storia dell’Occidente come motore della storia stessa.

Una prospettiva di egemonia intellettuale che fa piazza pulita di un dibattito storiografico che ormai da decenni mostra l’importanza dei percorsi storici e storiografici dei popoli non-occidentali e la necessità di leggere le singole storie nazionali all’interno di una più ampia storia globale, che tenga conto di scambi e influenze reciproche tra le diverse aree del mondo.

Di fronte a un passato e un presente costituiti da interconnessioni continue e plasmati da pluralità di centri di produzione culturale disseminati nel mondo, con figure di storici di grande rilievo, come i cinesi Sima Qian (145–86 a.C) e Ban Gu (32–92) o gli arabi Al-Tabari (839-923) e Ibn Khaldun (1332-1406), anziché dare ulteriore centralità alla storia dell’Occidente ci sarebbe invece bisogno di «provincializzarla», per dirla con le parole dello storico indiano Dipesh Chakrabarty, nel senso di ridimensionare la centralità che ha sempre dato di se stesso il mondo occidentale rispetto alla narrazione di altre storie. D’altronde già all’inizio del secolo scorso Antonio Gramsci, nei «Quaderni dal carcere», sosteneva l’esigenza – per essere al passo con le trasformazioni in corso – di sprovincializzare l’Italia, nel senso di metterla in contatto con la storia e le culture internazionali.

Piuttosto che di più Occidente nei programmi scolastici, c’è bisogno di meno Occidente, a favore di un allargamento degli studi alla storia degli altri popoli e di una comprensione della storia d’Italia all’interno di una prospettiva globale. Oggi le categorie monolitiche e contrapposte di Occidente e di Oriente – che non sono realtà oggettive, ma costrutti culturali, storici e politici – risultano inefficaci a descrivere la realtà in cui viviamo.

Inoltre, esse sono messe in discussione dalla storia stessa, che ha dato prova nel passato come nel presente di continui mescolamenti e ibridazioni tra i popoli, in seguito alla mobilità di persone, merci, culture, religioni, capitali.

Allargare lo sguardo ad altre storie appare poi necessario anche in virtù del fatto che la platea scolastica a cui si rivolgono le “Nuove linee guida” è sempre più composta da studenti con un’esperienza diasporica alle spalle.

Secondo i dati riportati sul sito dello stesso ministero dell’Istruzione e del merito relativamente all’anno scolastico 2022/23, gli alunni con cittadinanza non italiana rappresentano l’11,2% della popolazione studentesca e di anno in anno la loro percentuale cresce. Non si può continuare a ignorare la storia dei Paesi da cui loro e i genitori provengono e le ragioni (colonialismo, guerre, crisi economiche, ambientali, discriminazioni…) che fanno sì che oggi vivano in Italia.

A ben vedere, hanno ragione gli estensori delle nuove linee guida quando sostengono che sul terreno dell’insegnamento della storia si gioca una partita fondamentale, vale a dire quella relativa alla nostra idea non solo di passato e di presente ma anche di futuro. Esse indicano non solo chi siamo stati e chi siamo ma anche chi saremo.

Pertanto, anche facendo riferimento a quanto indicato nelle stesse indicazioni ministeriali, definite come «materiali per il dibattito pubblico», è necessario rendere la discussione sull’insegnamento della storia un elemento centrale del confronto intellettuale e politico dei prossimi mesi.

 

(*) docente di Storia del mondo arabo contemporaneo e autrice di «Né Oriente né Occidente. Vivere in un mondo nuovo» (Il Mulino 2025). Questo articolo è apparso anche sul quotidiano «il manifesto».

 



mercoledì 1 giugno 2016

quattro canzoni su Van Gogh



qui il testo in italiano:


VINCENT

Stellata notte di stelle,
il pennello intingi nel grigio e nel blu,
affacciati a un giorno d’estate
con occhi che conoscono l’oscurità della mia anima.
Ombre sulle colline
abbozzano alberi e narcisi,
rapiscono la brezza e il freddo dell’inverno
nei colori sul biancore della neve d’attorno.

Solo ora capisco cosa cercavi di dirmi
e quanto soffrivi sapendo d’aver ragione
e come cercavi di liberarli.
Ma loro non ascoltavano, non sapevano proprio come.
Forse ascolteranno ora.

Stellata notte di stelle,
fiammeggianti fiori, luccichio che sfavilla
e nubi impazzite d’una foschia violetta
si riflettono negl’occhi di cielo-china di Vincent.
Colori cangianti,
aurore nei campi di grano a maturare,
facce consunte e dal dolore segnate
si riscattano sotto l’amorosa mano del pittore.

No, non sapevano amarti loro,
nonostante il tuo amore così vero,
e quando non ci fu più ombra di speranza
in quella notte di stelle…
in quella notte di stelle
ti sei tolto la vita come spesso fanno gli amanti.
Ma avrei voluto dirti, Vincent,
che questo mondo non era adatto
a un uomo così tanto bello, come te.

Stellata notte di stelle,
ritratti appesi in stanze deserte,
volti senza cornice su anonime pareti,
coi loro occhi scrutano il mondo e non dimenticano.
Uguale agli sconosciuti che hai incontrato,
poveri vagabondi vestiti di stracci,
una spina d’argento d’una rosa insanguinata
in frantumi giace sulla vergine neve.

Solo ora credo di capire cosa cercavi di dirmi
e quanto soffrivi sapendo d’aver ragione
e come cercavi di liberarli.
Ma loro non ascoltavano, non ascoltano ancora,
e forse mai lo faranno...





sabato 7 maggio 2016

Tutte le lettere d’amore sono ridicole – Fernando Pessoa

Tutte le lettere d’amore sono ridicole – Fernando Pessoa

Tutte le lettere d’amore sono
ridicole.
Non sarebbero lettere d’amore se non fossero
ridicole.
Anch’io ho scritto ai miei tempi lettere d’amore,
come le altre,
ridicole.
Le lettere d’amore, se c’è l’amore,
devono essere
ridicole.
Ma dopotutto
solo coloro che non hanno mai scritto
lettere d’amore
sono
ridicoli.
Magari fosse ancora il tempo in cui scrivevo
senza accorgermene
lettere d’amore
ridicole.
La verità è che oggi
sono i miei ricordi
di quelle lettere
a essere ridicoli.
(Tutte le parole sdrucciole,
come tutti i sentimenti sdruccioli,
sono naturalmente
ridicole).