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giovedì 13 novembre 2025

Sarajevo Safari

Cecchini a Sarajevo: bersagli per ricchi assassini, anche italiani – Ennio Remondino

Chi ha vissuto almeno parte dei quattro anni tra il 1992 e il 1995 nella Sarajevo assediata, la parola chiave del vivere e sopravvivere era ‘sniper’, cecchino, e tu eri sempre e comunque possibile bersaglio. L’ampia e lunga strada centrale per entrare nella città era il ‘viale dei cecchini’. Il tiro che ha trapassato il braccio sinistro di Roberto Cannaviccio, tecnico Rai, fu il benvenuto mentre entravamo per la prima volta. E i colpi che hanno collaudato i vetri antiproiettile della blindata Rai dei tempi BR, finita sulle montagne della Bosnia. Mentre scoprivo che il ‘zip zip’ disegnato che sfiora la testa di Tex Willer, è il rumore vero che senti, se sei fortunato che il proiettile ti sfiora soltanto.

Brevi note personali, poche righe di un libro non scritto per introdurci alla lettura di una sintesi ANSA, su una tra le molte mostruosità che l’Europa ha vissuto nel suo ventre, senza saperla prevenire e soprattutto fermarla qualche migliaio di morti prima. Tiro a segno dalla collina che sovrasta la parte orientale di Saraievo, la ‘parte serba’ di Karadzic, per chi ancora ricorda. E il cimitero monumentale ebraico che con le sue lapidi marmoree e le edicole di famiglia offriva la postazione ideale per il tiro a segno sulla città bersaglio. Per soldati che praticano il terrorismo sugli innocenti credendo di combattere e, peggio, di tiratori civili e stranieri che pagavano per l’emozione della caccia all’animale uomo, bambini, donne, vecchi come bersagli e tariffe diverse da pagare a fine ‘vacanza’ agli organizzatori di quelle emozioni. Certo, adesso, segnati dal male assoluto accaduto a Gaza, si riduce la stessa portata della nostra indignazione, e la memoria di orrori rimossi troppo rapidamente. Ma la disumanità belluina di singoli di cui avevamo memoria e conoscenza già da allora, senza aver raggiunto mai i dettagli che ritenevamo necessari e, soprattutto i nomi dei sospettati mostri, riesce a superare le disumanità più feroci di ogni guerra.

‘I cecchini del weekend a Sarajevo’, inchiesta a Milano

Se ne parlava già in articoli di 30 anni fa sulle ‘vacanze in Bosnia per fare la guerra’, avverte la redazione ANSA. Si sono aggiunti negli anni testimonianze e documentari e uno scrittore, forte di un dialogo con una “fonte”, ha deciso di raccogliere quel materiale e presentare un esposto. Così la Procura di Milano dovrà iniziare a indagare sui cosiddetti “cecchini del weekend”, persone che pagavano per andare ad uccidere, anche donne e bambini, partecipando all’assedio di Sarajevo da parte dei serbo-bosniaci, tra il ’92 e l’95.

Il documento alla procura

«Ciò che ho appreso, da una fonte in Bosnia-Erzegovina, è che l’intelligence bosniaca a fine ’93 ha avvertito la locale sede del Sismi della presenza di almeno 5 italiani, che si trovavano sulle colline intorno alla città, accompagnati per sparare ai civili.

Inizia così il documento di 17 pagine, inviato alla Procura dallo scrittore Ezio Gavazzeni, assistito dagli avvocati Nicola Brigida e Guido Salvini. Di luglio la notizia dell’apertura di un’inchiesta, col pm Alessandro Gobbis che indaga per omicidio volontario plurimo aggravato dai motivi abietti e dalla crudeltà. Quella ‘fonte’, indicata con nome e cognome, «faceva parte dell’intelligence bosniaca». Gavazzeni riporta uno scambio di mail del 2024 in cui l’ex 007 scrive: «Ho appreso del fenomeno alla fine del 1993 dai documenti del servizio di sicurezza militare bosniaco sull’interrogatorio di un volontario serbo catturato (…) Ha testimoniato che 5 stranieri hanno viaggiato con lui da Belgrado alla Bosnia Erzegovina (almeno tre di loro erano italiani)». All’epoca, ha raccontato, «condividemmo le informazioni con gli ufficiali del Sismi (ora Aise) a Sarajevo perché c’erano indicazioni che gruppi turistici di cecchini/cacciatori stavano partendo da Trieste».

Cacciatori d’uomini da Milano, Torino e Trieste

Ci sarebbero stati un uomo di Torino, uno di Milano e l’ultimo di Trieste, «quello milanese era proprietario di una clinica privata specializzata in interventi di tipo estetico». Per ora agli atti ci sono i documenti depositati dall’autore dell’esposto e nelle prossime settimane il pm, con delega al Ros dei carabinieri, dovrà effettuare verifiche, ascoltando semmai i testi indicati. Al momento, si fa riferimento a ‘soffiate’ anche sul tariffario dell’orrore: «i bambini costavano di più, poi gli uomini (meglio in divisa e armati), le donne e infine i vecchi che si potevano uccidere gratis». Centrale un documentario, ‘Sarajevo Safari’ del 2022. Il regista Miran Zupanic, segnala Gavazzeni, «ci ha dato le password per accedere alla visione riservata del film (…) posso fornirle al magistrato».

Inchiesta 40 anni dopo

Nel filmato c’è un ‘testimone anonimo e «alcune fonti parlano di americani, canadesi e russi, ma anche di italiani, che erano disposti a pagare per giocare alla guerra». I ‘clienti’, ha raccontato l’ex agente segreto, «erano persone molto ricche che potevano permettersi economicamente una sfida così adrenalinica. Per il modo in cui tutto era organizzato, i servizi bosniaci ritenevano che dietro a tutto ci fosse il servizio di sicurezza statale serbo.  E con “infrastrutture dell’ex compagnia aerea serba di charter e turismo. Jovica Stanišić, ‘condannato per crimini di guerra’, avrebbe svolto un ruolo chiave in questo servizio».

‘Cecchini turistici’

Stando all’esposto, tra i ‘turisti-cecchini’ c’erano appassionati di caccia e armi, vicini all’estrema destra. «La copertura dell’attività venatoria serviva per portare, senza sospetti, i gruppi a destinazione a Belgrado». Un ex vigile del fuoco statunitense, volontario nella Sarajevo del massacro (oltre 11mila vittime), ne aveva già parlato nel 2007 nel processo al comandante dell’esercito serbo-bosniaco Ratko Mladic. «Non mi sembravano persone del posto – ha messo a verbale – il loro modo di vestire e le armi mi hanno fatto pensare che fossero tiratori turistici».

da qui

 

 

Inchiesta a Milano per i “safari della morte” di Sarajevo: si indaga sui turisti che pagavano per essere cecchini

Il fascicolo è stato aperto dal pm Alessandro Gobbis con l’accusa di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà e dai motivi abbietti ed è al momento a carico di ignoti. nasce dall’esposto presentato dal giornalista e scrittore Ezio Gavazzeni, con la collaborazione di due avvocati e dell’ex magistrato Guido Salvini

A 30 anni dagli orrori della guerra in Bosnia, c’è una storia che riguarda l’Italia – e in particolare Milano, Torino e Trieste – che è diventata oggetto di un’inchiesta penale che, in considerazione dei gravissimi reati contestati, è ancora perseguibile. La procura indaga, come riportano Il Giorno e La Repubblica, su cittadini italiani che sarebbero partiti dall’Italia, dopo aver pagato somme “ingenti” ai militari serbi, per partecipare all’assedio di Sarajevo e sparare “per divertimento” contro i cittadini della capitale bosniaca. Uomini, donne e addirittura bambini falciati dalle postazioni in cima ai palazzi su cui installavano le loro armi i killer. Questi “turisti della guerra” avrebbero quindi partecipato al massacro di oltre 11mila persone tra il 1993 e il 1995. Un caso che era già emerso alcuni anni fa quando si parlò di “safari di guerra” – oggetto anche di un documentario – che coinvolgeva cittadini stranieri disposti a versare tariffe per “contribuire” a trasformare alcune parti della città della città in un mostruoso poligono a cielo aperto.

Il fascicolo – di cui aveva già scritto Il Giornale a luglio – è stato aperto dal pm Alessandro Gobbis con l’accusa di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà e dai motivi abbietti ed è al momento a carico di ignoti e nasce dall’esposto presentato dal giornalista e scrittore Ezio Gavazzeni, con la collaborazione di due avvocati e dell’ex magistrato Guido Salvini. In base alle testimonianze raccolte, da tutto il Nord Italia questi ‘cecchini del weekend’, perlopiù simpatizzanti dell’estrema destra con la passione per le armi, si radunavano a Trieste e venivano portati poi sulle colline attorno a Sarajevo dove potevano sparare sulla popolazione della città assediata dopo aver pagato le milizie serbo-bosniache di Radovan Karadzic, poi condannato per genocidio e crimini contro l’umanità. Nel fascicolo c’è anche una relazione su questi “ricchi stranieri amanti di imprese disumane” inviata alla Procura di Milano dall’ex sindaca di Sarajevo Benjamina Karic.

Le testimonianze raccolte

“Ciò che ho appreso, da una fonte in Bosnia-Erzegovina, è che l’intelligence bosniaca a fine 1993 ha avvertito la locale sede del Sismi della presenza di almeno cinque italiani, che si trovavano sulle colline intorno alla città, accompagnati per sparare ai civili” si legge nell’esposto di Gavazzeni. La “mia fonte”, spiega lo scrittore assistito dagli avvocati Nicola Brigida e Guido Salvini, “faceva parte dell’intelligence bosniaca” e nell’atto viene indicato con nome e cognome. Lo scrittore riporta uno scambio di mail del novembre 2024 con la “fonte” che scriveva: “Ho appreso del fenomeno alla fine del 1993 dai documenti del servizio di sicurezza militare bosniaco sull’interrogatorio di un volontario serbo catturato, venuto a combattere dalla parte dei serbi di Bosnia ed Erzegovina. Ha testimoniato – si legge – che cinque stranieri hanno viaggiato con lui da Belgrado alla Bosnia Erzegovina (almeno tre di loro erano italiani, e uno ha detto di essere di Milano)”.

All’epoca, ha raccontato l’ex 007 bosniaco, “lavoravo nel servizio di intelligence militare dell’esercito bosniaco. Condividemmo le informazioni con gli ufficiali del Sismi (ora Aisi) a Sarajevo perché c’erano indicazioni che gruppi turistici di cecchini/cacciatori stavano partendo da Trieste”. Nelle 17 pagine dell’esposto – come riporta l’Ansa – si dà conto che “in una testimonianza è riportato che tra questi ci fossero degli italiani: un uomo di Torino, uno di Milano e l’ultimo di Trieste“. E ancora: “Uno dei cecchini italiani identificati sulle colline sopra Sarajevo nel 1993, oggetto della segnalazione al Sismi, era di Milano e proprietario di una clinica privata specializzata in interventi di tipo estetico”.

Indagini affidate al Ros dei Carabinieri

Per ora agli atti dell’indagine, ci sono solo i documenti presentati dall’autore dell’esposto, datato 28 gennaio, e nelle prossime settimane il pm Alessandro Gobbis, con delega al Ros dei carabinieri, dovrà effettuare verifiche, ascoltando le persone indicate dallo scrittore. Per ora “sono solo ‘soffiate”, ma sarebbe esistita anche “una tariffa per queste uccisioni: i bambini costavano di più, poi gli uomini (meglio in divisa e armati), le donne e infine i vecchi che si potevano uccidere gratis”. Lo scrittore fa proprio riferimento al documentario Sarajevo Safari del 2022 e chiarisce che “il regista Miran Zupanic ci ha dato le password per accedere alla visione riservata del film sul sito di Al Jazeera e posso fornirle al magistrato che ne farà richiesta”. Nel filmato anche un testimone “anonimo”. E ancora: “Alcune fonti parlano di americani, canadesi e russi, ma anche di italiani, che erano disposti a pagare per giocare alla guerra”.

I clienti, ha raccontato l’ex 007 bosniaco, erano “sicuramente persone molto ricche” che potevano “permettersi economicamente una sfida così adrenalinica”. Per il modo in cui “tutto era organizzato, i servizi bosniaci ritenevano che dietro a tutto ci fosse il servizio di sicurezza statale serbo”. E con “le infrastrutture dell’ex compagnia aerea serba di charter e turismo Aviogenex”. Jovica Stanisic “condannato per crimini di guerra dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, svolgeva un ruolo chiave in questo servizio”. Stando all’esposto, tra questi “turisti-cecchini” c’erano anche appassionati di caccia e armi. E la “copertura dell’attività venatoria serviva così per portare, senza sospetti, i gruppi a destinazione a Belgrado”.

La testimonianza nel processo a Mladic

“Ho assistito in più di un’occasione a persone che non mi sembravano persone del posto per il loro abbigliamento, per le armi che portavano, per il modo in cui venivano trattati, gestiti, cioè guidati dai locali. Ho visto questo a Sarajevo in diverse occasioni” ha testimoniato nel 2007 John Jordan, un ex vigile del fuoco statunitense che era volontario nella città assediata di Sarajevo negli anni ’90, davanti alla Corte internazionale dell’Aja nel processo al comandante dell’esercito serbo-bosniaco Ratko Mladic. “Era chiaramente evidente – si legge ancora nella testimonianza di 18 anni fa – che la persona guidata da uomini che conoscevano bene il terreno era completamente estranea al terreno, e il suo modo di vestire e le armi che portava con sé mi hanno fatto pensare che fossero tiratori turistici”. E ancora: “Quando un ragazzo si presenta con un’arma che sembra più adatta alla caccia al cinghiale nella Foresta Nera, che al combattimento urbano nei Balcani…. Quando lo si vede maneggiare e si capisce che è un novizio…”.

da qui

 

Turisti dell’orrore. La storia che l’Italia ha nascosto sotto il tappeto – Mario Sommella

Ci sono vicende che non appartengono solo alla cronaca giudiziaria, ma alla tenuta etica di un Paese. L’inchiesta aperta dalla Procura di Milano sui cosiddetti “cecchini del weekend” che, negli anni dell’assedio di Sarajevo, avrebbero pagato per andare a sparare sui civili è una di queste. Non riguarda soltanto la guerra nei Balcani, né soltanto i paramilitari serbo-bosniaci, né soltanto le oltre 11 mila vittime della città assediata tra il 1992 e il 1996: riguarda direttamente l’Italia. Se le ricostruzioni saranno confermate, significa che da città italiane partivano uomini facoltosi, ben inseriti, con reputazione pubblica, qualcuno legato al mondo dell’imprenditoria e delle cliniche private, altri appassionati di armi, che nel fine settimana raggiungevano le colline sopra Sarajevo per partecipare alla caccia all’uomo e poi rientravano nella normalità delle loro vite. Come se nulla fosse accaduto.

Il punto di snodo è l’esposto dello scrittore milanese Ezio Gavazzeni, classe 1959, che ha raccolto documenti, testimonianze e corrispondenze con una fonte dell’intelligence bosniaca dell’epoca. Gavazzeni ha spiegato di aver seguito questa vicenda per pura ricerca di verità, dopo aver letto, già negli anni Novanta, gli articoli che accennavano al fenomeno dei “tiratori turistici” e, più di recente, dopo aver visto il documentario “Sarajevo Safari” del regista sloveno Miran Zupanič, che nel 2022 ha riportato alla luce il tema degli stranieri paganti accompagnati dai serbi a sparare sui civili. Da lì è partita una ricostruzione più sistematica: richieste a fonti bosniache e italiane, contatti con ex agenti, recupero di materiali che hanno portato alla presentazione di un esposto di 17 pagine, solo una parte di ciò che – a detta dello scrittore – è effettivamente noto.

Il quadro che emerge è ancora più grave perché mostra una dimensione sociale precisa. Non si trattava soltanto di ricchi annoiati. Molti di quei “clienti” provenivano da ambienti dove si incrociano il culto dell’arma, il collezionismo militare, la frequentazione di poligoni e fiere di militaria, e segmenti dell’estrema destra europea di quegli anni, spesso simpatetica verso la causa serbo-bosniaca. Una zona grigia che univa disponibilità economica, nostalgia paramilitare, feticismo bellico e relazioni nei Balcani. La guerra di Bosnia, con la sua opacità e con la presenza di strutture militari e di intelligence serbe, venne percepita da questi soggetti come il luogo dove “giocare alla guerra vera”, al riparo da conseguenze immediate. La copertura venatoria – gruppi che partivano dall’Italia con la scusa della caccia – serviva proprio a questo: far passare senza sospetti persone che poi venivano accompagnate in quota per sparare sui civili. Un meccanismo che, nelle testimonianze raccolte, è attribuito anche alla protezione e all’organizzazione dei servizi di sicurezza serbi.

Secondo quanto riportato dalla fonte bosniaca sentita da Gavazzeni, alla fine del 1993 l’intelligence di Sarajevo aveva avvisato la locale sezione del Sismi italiano della presenza di almeno cinque italiani sulle colline attorno alla città, accompagnati per sparare sui civili. Non solo: la stessa fonte sostiene che i servizi bosniaci condivisero nel 1994 con il Sismi informazioni più ampie su “gruppi turistici di cecchini-cacciatori” che partivano da Trieste. La risposta italiana, sempre secondo tale ricostruzione, fu che la partenza di questi safari della morte era stata individuata e interrotta. Se così è stato, deve esistere un faldone nei nostri archivi di intelligence. Il fatto che a distanza di trent’anni quel faldone non sia ancora emerso è, di per sé, un fatto grave.

Un ulteriore elemento di ferocia è il cosiddetto “tariffario dell’orrore”: nelle deposizioni e nelle segnalazioni riportate all’autorità giudiziaria si parla di prezzi diversi per tipologia di vittima. I bambini “costavano” di più, gli uomini in divisa erano ritenuti bersagli migliori, le donne stavano più in basso nella scala e gli anziani potevano essere uccisi gratis. È la mercificazione totale della vita umana, la trasformazione di una capitale europea assediata in un parco macabro dove chi ha denaro può comprare il diritto di togliere la vita. Tutto questo mentre l’Europa occidentale era impegnata nei suoi percorsi di integrazione e mentre l’Italia contribuiva alle missioni internazionali in Bosnia.

L’indagine della Procura di Milano, coordinata dal procuratore Marcello Viola e affidata al pm Alessandro Gobbis, ha deciso di acquisire gli atti del Tribunale penale internazionale dell’Aia per l’ex Jugoslavia proprio per incrociare quanto emerso in sede bosniaca e internazionale con i nuovi elementi italiani. Tra i testi che saranno ascoltati ci sarà anche l’ex agente dell’intelligence bosniaca indicato nell’esposto. La presenza accanto a Gavazzeni degli avvocati Nicola Brigida e, soprattutto, dell’ex giudice milanese Guido Salvini – magistrato noto per le indagini sulle stragi e sui depistaggi – è un ulteriore segnale della solidità con cui si intende sostenere l’impianto accusatorio.

Il profilo dei presunti autori di questi “weekend delittuosi” è ciò che rende la vicenda così disturbante: persone con reputazione, con posizione sociale, con attività economiche floride, in alcuni casi legate a settori professionali di alto livello, che dopo aver sparato sui civili rientravano in Italia e continuavano a essere considerate cittadini rispettabili. La società che li circondava non vedeva, o faceva finta di non vedere. È la forma più subdola dell’indifferenza del male: l’idea di poter fare Dio per qualche ora e poi rientrare nella comunità senza pagare alcun prezzo.

Da questa storia emerge anche un tassello che spesso viene rimosso: l’incrocio tra violenza politica della destra radicale europea post-Guerra fredda e conflitto balcanico. In quegli anni non mancavano correnti della destra neofascista e nazionalista che guardavano con simpatia ai serbo-bosniaci, costruendo reti, viaggi, contatti e circoli di sostegno. In quelle stesse reti circolavano collezionisti d’armi, ex militari, nostalgici delle formazioni paramilitari, persone abituate a muoversi in ambienti di frontiera. È plausibile che proprio da lì siano passati alcuni dei nomi che oggi si cercano. Non è dunque un episodio isolato, ma il prodotto di un humus culturale e politico che ha tollerato l’idea della guerra come “esperienza da vivere”.

In questo quadro, la posizione delle autorità bosniache è netta: il console bosniaco a Milano ha assicurato piena collaborazione e ha parlato di urgenza nel chiudere i conti con un episodio “così crudele”. È la conferma che la memoria di Sarajevo non si è spenta. La città che ha conosciuto il fuoco dei cecchini ogni giorno non può accettare che chi ha partecipato a quell’assedio per divertimento resti senza nome e senza pena.

Resta infine il tema più attuale: se una tale forma di “turismo di guerra” è stata possibile negli anni Novanta in Europa, può esserlo anche oggi in altri teatri di conflitto. Esistono denaro, contatti, compagnie di sicurezza, tratte militari coperte; esiste un mercato globale dell’arma e dell’addestramento; esistono, soprattutto, persone disposte a pagare per la violenza. L’unico modo per spezzare questa catena è dimostrare che il tempo non cancella la responsabilità e che l’impunità non è garantita neppure dopo trent’anni. Individuare, processare e condannare chi ha pagato per uccidere civili inermi non è un atto simbolico: è la condizione minima perché una società europea possa ancora chiamarsi tale. Chi ha trasformato Sarajevo in un tiro a segno deve rispondere davanti alla giustizia e deve farlo con le pene più severe previste dall’ordinamento, senza attenuanti e senza indulgenze. La memoria delle vittime e la dignità del Paese lo esigono.

da qui

 

QUI un video in cui si vede sulle colline di Sarajevo, in qualità di cecchino, l'osannato (e merdoso) Limonov

 


un film italiano del 1997, "Il carniere", di Maurizio Zaccaro, del 1997, con Antonio Catania, Leo Gullotta e Massimo Ghini, una gita spensierata, una battuta di caccia, e poi si cade nell'incubo, mi era piaciuto molto, forse solo a me, si può vedere qui:

 

  

un video di Al Jazeera sugli omicidi dei turista della morte (con sottotitoli in inglese)

 

 

“Sarajevo safari”, tiro al bersaglio sulla città sotto assedio - Serena Prenassi 

Un film documentario si inserisce nelle ferite della memoria della Sarajevo assediata e porta alla luce un capitolo brutale e poco noto della guerra in Bosnia. Con testimonianze e filmati dell’epoca, il regista Milan Zupanič cerca di ricostruire le vicende dei “safari” su Sarajevo e propone interrogativi non solo etici, ma anche di natura introspettiva e psicologica.

Sarajevo ha ospitato dal 9 al 13 settembre di quest’anno la rassegna cinematografica Al Jazeera Balkans Documentary Film Festival. Il concorso presenta e promuove autori e documentari che si occupano di temi sociali, in particolare valori umani universali come il coraggio, la giustizia e la tolleranza. Molti i film in concorso sulla Bosnia, il paese balcanico più rappresentato al festival.

Uno dei documentari che ha maggiormente attirato l’attenzione dell’opinione pubblica è Sarajevo Safari del regista sloveno Miran Zupanič, prodotto dalla slovena Arsmedia. Presentato in première il 10 settembre, questo documentario di 75 minuti affronta uno degli aspetti tragici meno conosciuti e documentati della guerra degli anni Novanta.

Mentre può sembrare che, a distanza ormai di oltre venticinque anni dalla fine del conflitto, ci sia ancora poco da raccontare, o poca spinta e volontà di farlo, il regista ha voluto cercare di far luce su un’attività cruenta e senza scrupoli che avveniva durante il lungo ed estenuante assedio della città tra il 1992 e il 1995: facoltosi uomini stranieri, probabilmente annoiati dagli ordinari passatempi e alla ricerca di esperienze forti e cariche di adrenalina, avrebbero pagato ingenti somme di denaro per unirsi alle truppe serbo-bosniache lungo le postazioni ai margini di Sarajevo, sulle montagne che circondano la città, per darsi a una barbara attività venatoria: la caccia all’essere umano. Zupanič, attraverso le informazioni fornite da alcuni testimoni, cerca di ricostruire questa vicenda dal punto di vista fattuale ma non solo, anche psicologico e filosofico.

Le testimonianze sui safari

Il testimone chiave, che ha preferito rimanere anonimo e proteggere la sua identità, ha avuto una formazione di tipo militare negli anni Ottanta e ha lavorato nel settore dell’intelligence fino alla dissoluzione della Jugoslavia. Rimasto senza occupazione, ha ricevuto una proposta da un’agenzia americana con l’incarico di girare per il paese in guerra, protetto da un accredito stampa, e di acquisire informazioni, tastando il polso delle fazioni in conflitto. È durante questo periodo che viene a conoscenza di veri e propri “safari” che avvenivano a Sarajevo, organizzati in particolare nell’area di Grbavica. Uomini venuti da lontano (la cui provenienza resta da accertare, alcune fonti parlano di americani, canadesi e russi, altre di italiani), disposti a pagare grosse cifre per giocare alla guerra, per fare i cecchini per un giorno e sparare sulla città.

Oltre alla testimonianza, Zupanič si serve anche di filmati girati e recuperati da Božo Zadravec, cameraman e direttore della fotografia, e da Franci Zajc, produttore del film, che all’epoca erano giornalisti di guerra proprio nella Sarajevo sotto attacco. Sono state raccolte anche altre testimonianze di civili sarajevesi che sono stati colpiti o che hanno perso dei famigliari a causa del colpo ignobile di un cecchino. Un altro ex ufficiale dell’intelligence militare e analista parla apertamente davanti alla telecamera e corrobora la versione del narratore e collega anonimo con le proprie scoperte, ottenute da un soldato nemico catturato. Questi ha riferito di aver assistito in prima persona al trasporto di uno dei “cacciatori”. Non era certamente facile far arrivare dei civili sulle postazioni militari serbo-bosniache, alcune fonti rivelano che i trasporti avvenissero via terra, altre con elicotteri. Le località di riferimento per questi spostamenti erano prima Belgrado e poi Pale, a una manciata di chilometri da Sarajevo. Con molta probabilità, la modalità e le condizioni di sicurezza del trasferimento verso le zone da cui sparare dipendevano da quanto il cliente fosse disposto a pagare: più potente e più ricco, maggiore era il comfort durante il viaggio.

Il lavoro svolto dal regista e dai suoi collaboratori ha contribuito a togliere alcuni strati di oblio da queste brutali vicende, tuttavia resta ancora molto da sapere e da verificare. Senza dubbio, una lunga filiera di figure ed entità contribuiva a rendere possibile le spedizioni di caccia all’uomo.

I bastardi di Sarajevo di Luca Leone

Negli lunghi anni di silenzio e omertà dopo la fine della guerra, alcune voci coraggiose avevano già tentato di fare chiarezza su questi fatti, sia tra le vittime dei cecchini sia tra i giornalisti che si trovavano in città durante l’assedio. Lo scrittore e giornalista Luca Leone, co-fondatore di Infinito Edizioni, è tra i primi a parlare delle spedizioni intorno a Sarajevo. Nel 2014, e in seconda edizione nel 2018, pubblica I bastardi di Sarajevo. In forma di romanzo, dà voce a personaggi di diversa natura, da politici corrotti che tengono in pugno la città, spregiudicati carnefici, giovani che sognano di liberare la città, vittime avvolte nel silenzio, e ancora certi turisti stranieri che vogliono giocare alla guerra per trascorrere un weekend alternativo: “Stranieri da tutta Europa – c’erano anche italiani – pagavano ai checkpoint gestiti dai paramilitari serbi sia in Croazia sia in Bosnia per poi passare un fine settimana a sparare sui civili sopra Sarajevo”, afferma l’autore in un’intervista all’Ansa.

Le parole del regista di Sarajevo Safari

Zupanič ha voluto mostrare immagini e testimonianze, volti e luoghi dove questa tragedia si consumava; ma ha anche tentato di sviscerare gli aspetti più introspettivi e le sfumature psicologiche. Nell’intervista di presentazione del film risponde alle domande di Al Jazeera Balkans, mettendo in evidenza che è necessario soffermarsi ad indagare i profili psicologici di uomini che rischiano anche la propria vita per entrare in una zona di guerra e pagano grandi importi di denaro per trovare diletto sparando su civili inermi e sconosciuti. Riportiamo qui uno stralcio della conversazione con il regista che permette di comprendere meglio le intenzioni del regista e le finalità del suo lavoro documentaristico:

Quando hai incontrato per la prima volta questo fenomeno?

Il mio produttore Franci Zajc mi ha parlato per la prima volta del “safari” nel febbraio 2019 e quella storia è stata assolutamente scioccante per me. Abbiamo girato in Bosnia ed Erzegovina con Franci e il cameraman Božo Zadravac già all’inizio del 1993. […] In effetti, Franci è il maggior responsabile di quel film, perché ha cercato per anni e poi ha trovato persone pronte a parlare del safari davanti alla telecamera. Purtroppo c’è stato anche chi prima ha acconsentito alla registrazione, ma poi ha cambiato idea. La paura è ancora presente dopo quasi trent’anni.

In che misura le autorità di Pale hanno partecipato all’organizzazione del “safari” di Sarajevo?

Secondo le testimonianze, alcuni membri dell’Esercito della RS e dell’Esercito della Jugoslavia hanno partecipato all’organizzazione del “safari”. […] Non ho informazioni sul ruolo delle autorità a Pale. Devo qui sottolineare che la nostra intenzione non era quella di identificare persone specifiche, perché, vista la delicatezza dell’argomento, quelle informazioni non erano nemmeno a nostra disposizione. […]

Qual era il profilo delle persone che vennero per uccidere i cittadini di Sarajevo: ricchi, politicamente influenti, psicopatici, avventurieri?

Il nostro film solleva più domande di quante ne risponda. È certo che in quel laboratorio del male che chiamiamo globo c’è un tipo speciale di persone pronte a sparare a chiunque si imbatta nei loro mirini senza alcun motivo esterno: un bambino, una madre, qualsiasi uomo o donna anonimo. Quali impulsi interni li portano a farlo? Che piacere offre loro? Che tipo di potere hanno che qualcuno lo organizza per loro? Da dove vengono e dove tornano?

Ci sono innumerevoli domande a cui non ho risposte. Ma non è tutto: i servizi segreti stranieri hanno seguito questo fenomeno e sembra che nessuno della comunità internazionale sia intervenuto per fermare questo “safari”. Perché no? Questa è la domanda più importante per me.

[…] Lasciami dire un’altra cosa. Ho fatto molti film nella mia carriera e nessuno è stato così oscuro come questo. Così nero e così pessimista. Ma, d’altra parte, mi sembra estremamente importante che tutti noi che abbiamo questa possibilità – diffondiamo la conoscenza della fenomenologia del male che è nell’essere umano. Per sapere come contrastare quel male. Ma non con il proprio male, ma con il bene individuale e comune.

Il male non ha mai un volto solo. Come sono questi uomini nella loro vita quotidiana? Hanno famiglia, figli? Chi scelgono di essere, quando nessuno dei loro cari li vede? Avventurieri della domenica, vogliono prendere parte a un gioco pericoloso, indossano abiti da soldato o da cacciatore, forse si danno arie sulle loro abilità venatorie, o forse hanno bisogno di bere qualcosa di forte prima di accingersi a puntare le armi sulla città assediata. Nei loro mirini, prede umane. I cittadini inerti di Sarajevo, come animali in fuga, si spostano curvi sperando di non essere visti, correndo a zig zag nel tentativo di confondere il cecchino. Ma ha speso molti soldi l’uomo venuto da lontano, e non vuole perdere l’occasione, non vuole sbagliare. Il prezzo sarà ancora più alto, se riesce ad abbattere un bambino. Che scarica di adrenalina, quando ricapitano opportunità come queste? Ci vuole una guerra complicata, i cui fronti si confondono, e una città sotto assedio, da cui non si entra e non si esce per lunghi anni. Non sono cose da tutti i giorni. O forse sì.

da qui

 

domenica 22 agosto 2021

Perché affonda Venezia - Abdulah SIdran

                                                                                     a Peter Weir

Guardo il cielo sopra Venezia.
Niente è cambiato negli ultimi
sette miliardi di anni. Lassù, c’è Dio. È lui
che ha creato l’Universo, nell’universo sette miliardi
di mondi, in ogni mondo un’infinità di popoli, una
molteplicità di lingue, e una sola, una sola Venezia per uno.
I popoli li ha fatti diversi, sussurrando alle loro orecchie: “adesso
conoscetevi fra voi”. Una miriade di lingue gli ha dato, per fargliele imparare,

perché attraverso le lingue si conoscessero, gli uni dagli altri, e tutti,
in questo modo, diventassero più ricchi, e migliori. E ha dato Venezia come
ha dato gli uccelli e i pesci, perché gli uomini e i popoli credano
in Lui, meravigliandosi delle opere Sue.
Guardo il cielo sopra Venezia. Lassù e dappertutto,

c’è Dio. Uno. Che ha creato l’Universo, sette
miliardi di mondi nell’Universo, in ogni mondo molte
lingue e popoli, e una sola Venezia per uno. E un piccolo
popolo ha fatto, in uno dei mondi, su un territorio che chiamano
Europa, nella tribù degli Slavi del Sud. È qui il Confine, La Bosnia. La Bosnia. La Bosnia. Si toccano qui, e si
combattono, la croce d’Oriente e la croce d’Occidente, nate da una sola Croce. Ma
il popolo bosniaco è mite. Per questo è stato toccato dalla mano della terza
Fede: in un solo Dio, che non è nato, né ha generato,

ed è Signore dei mondi, e sovrano del Giorno del Giudizio.
Guardo il cielo sopra Venezia. I Signori
della terra hanno deciso che il popolo bosniaco non c’è.
Venezia affonda. L’Europa affonda. Affonda la culla, con il bambino
che c’è dentro. Affondano i continenti. Affonda la rosa nel vaso
di vetro di Murano. Affonda Murano. Affonda la stanza dell’albergo

e anche la Società dei poeti morti affonda. Perché non deve
esserci al mondo il popolo bosniaco? Fra i colori
– un colore, fra i profumi – un profumo di meno?

E perché al mondo non deve esserci – questa Venezia?

Fra i prodigi – un prodigio di meno?

Guardo il cielo sopra il mondo terrestre.
C’è una stella che, lungo un grande arco, precipita nell’abisso
dell’Universo. come se cadesse – in mezzo al Canal Grande.
Il mondo terrestre, tra i sette miliardi di mondi
cosmici, vuol restare più povero di un intero
popolo. Questa è l’intenzione dei Signori della Terra.
Nell’Universo, allora, precipita una stella. È per questo che
Venezia affonda. L’Universo sarà più povero – di un intero
mondo. È questa la volontà del Signore dei mondi.
Questa la volontà del sovrano del giorno del Giudizio.

 

(Venezia/Sarajevo, agosto/settembre 1993)

Traduzione: Silvio Ferrari

 

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venerdì 16 aprile 2021

Sarajevo piange Jovan Divjak, il generale serbo che scelse l’umanità contro il nazionalismo e difese la città - Ennio Remondino

  

Sarajevo piange zio Jovo. Muore a 84 anni Jovan Divjak, il generale serbo che al fianco dei bosniaci difese la città nei 1.425 giorni di assedio. Per alcuni di noi, narratori reduci da quella ormai quasi dimenticata tragedia, Jovan Divjak era un appuntamento fisso, il serbo buono a difendere Sarajevo multietnica contro i serbi cattivi di Karadzic e Mladic che la assediavano, la affamavano, e uccidevano dalle alture del Trebevic.
Un amico, per alcuni di noi. E il groppo che ti prende alla gola nel parlarne, impone di dare spazio a ricordi personali altrui.

 

Quando l’esercito jugoslavo lo fanno serbo

Divjak nasce a Belgrado nel 1937 da padre serbo di origine bosniaca. Nell’allora capitale jugoslava completò gli studi all’Accademia militare. Nel 1992, quando la Bosnia decise la sua uscita dalla Federazione jugoslava ed esplose il conflitto, il serbo belgradese Divjak viveva a Sarajevo ormai da 26 anni, alto ufficiale della Difesa territoriale e non ebbe dubbi su quale fosse il suo dovere. Quando Sarajevo venne presa d’assedio dai serbo-bosniaci ultra nazionalisti di Karadzic, Divjak difese appunto il territorio e la sua popolazione, diventando il numero due dell’Armija di Sarajevo.

L’assedio di Sarajevo, il più lungo nella storia della guerra moderna, proseguì fino al Natale 1995 -1.425 giorni in tutto-, con un bilancio di quasi 14mila morti tra cui circa 5.500 civili, inclusi moltissimi bambini.

Dopoguerra, la pulizia etnica diventa politica

Dopo il conflitto, Divjak scoprirà che la Sarajevo multiculturale e multietnica per cui aveva combattuto, era destinata a morire per vizio politico di appartenenza, a completare una pulizia etnica meno violenta ma più generalizzata.

Alla fine della guerra, diede le dimissioni da generale dell’esercito bosniaco, in disaccordo con il nazionalismo musulmano del presidente della Bosnia ed Erzegovina Izetbegovic.

E lui scelse opporvisi culturalmente, dedicandosi alle nuove generazioni. L’Associazione «L’istruzione costruisce la Bosnia Erzegovina», impegnata nel sostegno a formazione di bambini e ragazzi orfani e di famiglie povere. Grazie a lui, oltre 50mila tra orfani di guerra, figli di veterani, famiglie povere e rom hanno ottenuto borse di studio per proseguire la propria formazione, anche nelle zone di campagna più colpite dal conflitto.

Perseguito dai serbi nazionalisti

Dovette anche fare i conti con la giustizia serba, che ne chiese l’estradizione per il suo presunto ruolo nell’attacco di un convoglio dell’esercito jugoslavo a Sarajevo, da cui si è sempre difeso specificando di aver ordinato lo stop all’operazione. Fieramente anti-nazionalista, Divjak era considerato un traditore da frange ultra-nazionaliste in Serbia e in Republika Srpska, la ‘Entità’ serbo bosniaca inventata a Dayton, Usa, per un cessate il fuoco che poi fu elevato al rango di Pace, da allora sopravvive arzigogolata e traballante nell’incapacità interna e internazionale di ripensarla.

Dal sito dell’Osservatorio Balcani e Caucaso. Divjak generale, diceva che da piccolo avrebbe voluto studiare psicologia per capire come mai certa gente avesse tanta voglia di ammazzare. Poi, tempi di maschilismo di Stato: «Sì, i miei uomini hanno difeso Sarajevo, ma sono le donne che l’hanno salvata».

 

Memoria di un allora ragazzo della Sarajevo sotto assedio

Sull’HuffPost Ivan Butina, italo-bosniaco di Sarajevo che vive oggi a New York: «Dopo la guerra, le varie comunità in Bosnia si sono sempre più mono-etnicizzate. C’è un immenso bisogno di riscoprire personaggi come Divjak. I partiti in Bosnia continuano a essere basati sull’etnia, ed è questa politica nazionalista che rende il Paese immobile». Sulla pagina della ong da lui creta sono i suoi ragazzi -quelli che ha aiutato a studiare- a fare una promessa:

«La tua eredità e la tua dedizione al popolo bosniaco non saranno mai dimenticate. Ora tocca a noi continuare il lavoro e vivere con il tuo esempio».

da qui

 


giovedì 16 aprile 2020

a Sarajevo



SARAJEVO, VENTICINQUE ANNI DOPO - Alessandro Leogrande
A venticinque anni dall’inizio della guerra in Bosnia e dell’assedio di Sarajevo, creare un terreno di incontro tra le diverse memorie del conflitto è la cosa più difficile che si possa immaginare.
In un tale contesto, il teatro è forse l’unico luogo all’interno del quale è stato fatto un piccolo passo al di là dei reciproci steccati. Il MESS, il più antico festival di teatro dei Balcani, è ormai giunto alla sua 56esima edizione. Nato nel 1960 sotto la vecchia Jugoslavia, non si è arrestato neanche negli anni dell’assedio, tanto che nell’agosto del 1993 fu mandato in scena uno straordinario Aspettando Godot diretto da Susan Sontag.
Oggi continua a definirsi uno spazio “alternativo, progressista, antifascista”. Sulla locandina dell’edizione 2016 la scritta MESS era sovrastata dai capelli rossi dell’allora candidato repubblicano alla Casa Bianca Donald Trump, pettinati all’indietro.
Basta citare due degli spettacoli visti a inizio ottobre, per capire come il festival sia effettivamente uno dei pochi baluardi della terra di mezzo. Il primo è Patrioti del regista belgradese Andras Urban: un’autocritica feroce delle radici ottocentesche dal nazionalismo serbo che a Belgrado gli ultranazionalisti hanno più volte provato a bloccare. A Sarajevo è andato regolarmente in scena.
Il secondo è La nostra violenza e la vostra violenza del bosniaco Oliver Frljic, l’enfant terrible del teatro balcanico, che mette in relazione la violenza delle guerre e dei terrorismi dei giorni nostri con quella degli anni novanta. “Quando abbiamo cominciato a credere”, si chiede Frljic, “di essere i signori della verità e che il nostro Dio fosse più potente del Dio degli altri?”
La Chiesa cattolica bosniaca ha fatto pressioni sul governo perché lo spettacolo, ritenuto offensivo, non andasse in scena. Temendo disordini, la sera della prima un cordone di polizia cingeva le scale del Teatro nazionale. Alla fine lo spettacolo non è stato bloccato, ma l’indomani il governo cantonale ha annunciato l’istituzione di una commissione d’inchiesta sul lavoro del MESS. Per il primo ministro del Cantone di Sarajevo Elmedin Konakovic “Sarajevo non si merita un simile circo”.
***
Nel settembre scorso, Elmedin Konakovic ha annunciato che gli alunni di tutte le scuole avrebbero dovuto studiare “l’aggressione contro la Bosnia Herzegovina e i crimini commessi durante la guerra”. Ma, nella Bosnia del XXI secolo, sostanzialmente divisa tra le tre entità croata, musulmana e serba (le prime due raccolte nella Federazione croato-musulmana, la terza costituita dalla Republika Srpska), una frase del genere non è affatto innocua. Il punto su cui va a sbattere ogni tentativo di creare un programma scolastico minimamente condiviso tra le tre entità è proprio l’insegnamento della storia.
Quella che per Konakovic è stata un’aggressione costituita da una serie di crimini contro civili inermi culminata nel genocidio di Srebrenica, per i leader della Republika Srpska come Milorad Dodik è stata invece una “guerra civile”, combattuta da due parti contrapposte, che si sono macchiate delle medesime colpe.
Ogni tentativo di creare una commissione tripartita per varare dei testi che includessero il punto di vista degli altri è sistematicamente saltato nell’ultimo ventennio. Il risultato è che nei dodici distretti in cui è divisa oggi la Bosnia si adottano dodici programmi scolastici differenti.
Ne parlo con il generale Jovan Divjak nel suo ufficio, una stanza tinta di arancione in una palazzina che sorge al di fuori del centro di Sarajevo. Divjak è un eroe di guerra. Di origini serbe, è stato lui a organizzare e guidare la difesa della città assediata. Nel suo studio conserva ancora le foto che lo ritraggono in divisa militare. Sebbene il ciuffo bianco che attraversa la sua fronte sia lo stesso di allora, Divjak oggi è un ottantenne atletico che ha dismesso la divisa e indossa jeans e camicie a quadretti. Guida una piccola associazione che si chiama Education Builds Bih: il suo obiettivo è favorire l’inserimento dei bambini disagiati (“Tutti i bambini. Anche i serbi, anche i rom…”, mi dice) nei percorsi scolastici. In vent’anni di vita l’associazione ha aiutato oltre duemila ragazzi. D’estate, poi, organizza campi estivi che sono tra i pochi reali momenti di condivisione per le nuove generazioni appartenenti ai tre diversi gruppi.
Divjac non nutre molta fiducia nelle dichiarazioni del primo ministro. Gli sembrano riproporre lo stesso modo di vedere le cose dei partiti di maggioranza delle tre rispettive entità: “Tutti e tre vedono solo i crimini degli altri, non i propri. Dichiarazioni come queste non tendono alla riconciliazione e alla tolleranza.” Divjak si dice pessimista perché questo reciproco arroccarsi nel proprio orto non si limita alla guerra degli anni novanta, ma si estende all’intero Novecento.
Lo stesso Gavrilo Princip (che nel 1914 sparò contro l’arciduca Francesco Ferdinando proprio sul lungofiume che taglia in due la città) è visto come un eroe dai serbi di Bosnia, e come un nazionalista esaltato dai croati e dai bosniaci musulmani. “Forse ci vorranno settant’anni per fare qualcosa di simile a quei manuali di storia condivisa che anno fatto in Alto Adige/Sudtirolo. Ma qui la situazione è ancora più complicata: trovare un terreno di incontro tra tre parti è molto più difficile che tra sole due parti.”
Anche Andrea Rizza Goldstein della Fondazione Langer di Bolzano, tra i maggiori conoscitori italiani della città, la pensa come il generale che si occupa di infanzia: “Recentemente con il gruppo Adopt Srebrenica abbiamo provato a documentare delle storie di ordinary heroes, di serbi che durante la guerra avevano aiutato i musulmani, ma pur avendole scovate non siamo riusciti a farcele raccontare dai protagonisti. Troppe pressioni, troppa paura… Non è concesso nessuno spazio alle narrative che escono dalla versione ufficiale.”
La pianta urbana di Sarajevo restituisce pienamente queste ferite. Capita, ad esempio, al termine di uno stradone che lambisce la periferia ancora segnata dalla guerra di ritrovarsi a Sarajevo Est. Non si è passati attraverso alcun check point, eppure tutte le insegne sono improvvisamente in cirillico, la polizia indossa divise diverse, alle finestre spuntano delle bandiere serbe e sulle pareti non c’è un solo graffio delle bombe di ieri. Si è già nella Republika Srpska, che non ha niente a che fare con il Cantone di Sarajevo. Il fossato tra le due entità inizia con la parete invisibile che separa le due Sarajevo, ognuna delle quali è segnata dai propri cippi.
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Alle spalle dell’aeroporto sorge il Museo del Tunnel. Progettato nell’estate del 1992 da un ingegnere allora trentacinquenne, Nedzad Brankovic, permise negli anni di assedio di rompere l’isolamento della città: migliaia di uomini e donne riuscirono a fuggire grazie a esso, mentre in senso inverso la città riuscì a rifornirsi di viveri. Alto un metro e sessanta e largo non più di uno, il tunnel correva per circa 800 metri sotto la pista dell’aeroporto, per poi sfociare sotto l’unico tratto di montagne intorno alla città non controllato dall’esercito serbo.
Nei pressi del punto d’uscita è sorto un Museo. Dapprima organizzato privatamente dalla famiglia Kolara, nella cui cantina il tunnel sbucava, è poi passato sotto il controllo del Cantone di Sarajevo. Oggi se ne possono percorrere una ventina di metri scarsamente illuminati. Accanto al percorso è possibile visitare tre stanze che ne ricostruiscono la storia e altre tre in cui vengono proiettati dei video dell’epoca. Il Museo ha molti visitatori ogni giorno. Molti sono arabi provenienti dai paesi del golfo, gruppi famigliari con bambini e donne velate, per i quali il Tunnel rappresenta una sorta di memoriale della “resistenza islamica”, come si può leggere dai commenti lasciati sul quaderno delle visite. Del resto, grazie anche agli investimenti sauditi, oggi a Sarajevo ci sono oltre 120 moschee. Prima della guerra erano 80.


L'esperienza del Teatro SARTR e del Kamerni 55: una tenace opposizione culturale alle barbarie dell'assedio di Sarajevo.
di Autonomia Artistica - 17 Febbraio 2019   

All’alba del 1993 Sarajevo era simile ad una città stregata, sembrava che fosse stata soggetta ad una maledizione, vittime e carnefici sembravano vivere sotto una medesima barriera d’isolamento. L’ipocrisia della politica continuava a recitare il proprio copione affannandosi a cercare una soluzione pacifica al conflitto, mentre le truppe ricevevano ordini contrastanti, le organizzazioni internazionali mostravano i propri limiti in una continua alternanza di alleanze, e le verità si confondevano fino a sovrapporsi abbandonando la popolazione alle più variegate interpretazioni. C’era la sensazione di esser lasciati soli, che il mondo intero avesse posto lo sguardo in un’altra direzione, che il tanto desiderato intervento NATO non sarebbe mai arrivato. L’unica cosa che sembrava esser certa era la segregazione in cui viveva la città bosniaca. Non sorprende dunque che nei vari esperimenti artistici sarajevesi la descrizione – attraverso una multidisciplinarità artistica – dell’immaginario popolare fosse centrale. La riproduzione della realtà della guerra attraverso l’arte ebbe uno dei suoi massimi centri nevralgici nella dimensione teatrale, a cui i cittadini si abbandonarono completamente essendo privati di altre forme di intrattenimento che richiedevano la presenza di elettricità.

Fu proprio sotto assedio che, su iniziativa dei due registi Dubravko Bibanović e Gradimir Gojer, l’ingegnere Đorđe Mačkić e l’autore Safet Plakalo, nacque il Teatro SARTR. Dal 17 maggio 1992 fino al termine della guerra ciò che in seguito ai bombardamenti era rimasto della sede ospitò 97 spettacoli, riunendo attori e collaboratori degli altri teatri attivi in quel periodo a Sarajevo e compagnie di numerosi paesi europei come Norvegia, Inghilterra, Italia, Slovenia, Croazia, Svizzera e Macedonia. Tra le performance locali ricordiamo la commedia Ay, Carmela (è, Carmela) diretta da Robert RaponjaSklonište (rifugio) di Dubravko Bibanović e Zid (muro). Con la regia di Dino Mustafić, in quest’ultimo spettacolo il pubblico viveva il dramma di non poter uscire da uno spazio: la sala principale era chiusa ai lati da un legno di dieci metri che veniva spostato durante la performance. Si trattava di una chiara metafora dell’assedio, che costringeva quotidianamente i cittadini alla prigionia e l’isolamento dal resto del mondo, quelle stesse condizioni fisiche e mentali che spinsero intellettuali e artisti a combattere attraverso la cultura.
Distruggere la violenza mediante la sua rappresentazione, ovvero, detto altrimenti, esorcizzare la violenza reale per mezzo della violenza teatrale.
(Antonin Artaud, da Il teatro e il suo doppio, 1938)
Nel frattempo anche il Kamerni 55, nato nel 1955 grazie al regista, teorico e produttore croato Jurislav Korenić, non cessò la sua attività teatrale, ospitando, come riporta FAMA, ben 431 eventi solo nel 1993 tra spettacoli, concerti rock e mostre di pittura. Nonostante il coprifuoco e le numerose bombe che dall’inizio della guerra avevano raggiunto l’edificio già sette volte, il teatro era ritenuto uno dei luoghi più “sicuri” della città, dove i sarajevesi potevano prendere una boccata d’aria artistica e collettiva.

Le performance si svolgevano in condizioni di decoro minimali, tra cui oggetti sottratti nei magazzini abbandonati o materiali reperiti dalla strada, ma soprattutto in totale assenza di elettricità, con l’ausilio di candele spesso procurate dai cittadini stessi. A proposito del festival Estate al teatro Kamerni (1993) Oslobođenje scrisse che i pochi momenti in cui tornava l’elettricità infastidivano addirittura il pubblico, che si era abituato ormai a vedere gli spettacoli in assenza di luci da scena. Nell’anno 1993 due volte alla settimana veniva messo in scena, a volte anche all’aperto, il musical Hair, mentre gli altri giorni si potevano fruire anche performance pre-belliche jugoslave oppure opere classiche come quelle di Shakespeare. Dibattiti politici si susseguivano a esposizioni d’arte concettuale, mostre fotografiche, celebrazioni di feste locali e serate alcoliche in cui si assaggiavano cocktail realizzati con ingredienti assurdi e per lo più scaduti prelevati dagli aiuti umanitari.
Kamerni55 ospitò anche il concerto folk di Joan Baez (1993), l’orchestra di Radio Sarajevo e offrì i suoi spazi al club culturale Napredak (processo), il quale organizzava concerti di musica classica, rock, e lezioni di danza. Insomma, questi centri nevralgici della cultura, come il Teatro Sartr o il Kamerni 55, essendo dei punti di riferimento stagni per i cittadini, davano spazio anche alle attività dei circoli culturali dalla sede più contenuta o che i cecchini avevano reso inagibili a suon di granate. La connessione tra artisti e operatori della cultura andava addirittura oltre la dimensione cittadina per dare forma a una fitta rete internazionale. Pen International, ad esempio, era ed è tuttora un’associazione di scrittori e letterati di carattere mondiale che, nonostante si predichi apolitica, ha svolto diverse lotte in contesti di guerra per la libertà d’espressione. Proprio attraverso questa organizzazione nell’aprile del 1993 la scrittrice e intellettuale statunitense Susan Sontag riuscì a raggiungere Sarajevo per incontrare altri membri Pen. Trascorse nella città solo alcune settimane, ma presto si decise a tornare, questa volta non in veste di testimone passivo ma con l’obiettivo di dirigere uno spettacolo che nascesse, si modellasse e si consumasse nella Sarajevo assediata.
Per varie analogie con la situazione socio-politica della capitale bosniaca la scrittrice pensò al dramma beckettiano Waiting for Godot, che rispecchiava completamente l’attesa da parte dei cittadini di un intervento da parte delle forze politiche occidentali. Come prima cosa contattò il regista teatrale Haris Pašović, che a quel tempo insegnava Arti Performative presso l’Accademia cittadina ancora funzionante e stava lavorando per la creazione di Grad (città), un collage di musica, declamazioni e testi di Constantine CavafyZbigniew Herbert e Sylvia Plath. Haris le propose di dirigere una produzione nell’ambito del Festival Internazionale del Teatro di Sarajevo (MESS), che quell’anno vedeva anche la partecipazione di Peter Shumann. Susan alloggiava all’Holiday Inn, una delle zone più pericolose all’ingresso della città, e quotidianamente si spostava al teatro Kamerni 55 prima per svolgere i provini e poi per incontrare il cast di cinque attori. Le prove avevano una durata variabile, che dipendeva innanzitutto dalla quantità di candele che riuscivano a procurarsi, le quali a loro volta resistevano a seconda del volume della cera. Inoltre la preparazione dello spettacolo si protrasse di alcune settimane perché gli attori parlavano solo serbo-croato e l’intervento dell’interprete richiedeva un passaggio in più.
Quando la performance fu pronta, la notizia della prima di Waiting for Godot fu fatta circolare rigorosamente con il passaparola, poiché, come testimonia anche la giornalista Gordana Knezevic se i dettagli fossero stati pubblicati la sulla testata attiva durante l’assedio Oslobođenje, la notizia avrebbe presto raggiunto l’artiglieria serba. Il luogo ideale a contenere il maggior numero di spettatori sarebbe stato il National Theater, tuttavia si preferì optare per lo Youth Theater a causa della sua posizione strategica. La sede era infatti nidificata e protetta dagli altri edifici, che in caso di bombardamento avrebbero attutito gli spari provenienti dalle colline.
La fascia oraria meno pericolosa per raggiungere il teatro era quella pomeridiana: l’oscurità avrebbe trasformato i cittadini in bestie da macello. Così il 17 agosto del 1993 i cinque attori selezionati da Susan recitarono in un silenzio tombale quasi idillico che fu rotto solo dai saltuari rumori delle granate e dai vivaci applausi al termine dello spettacolo. Le candele non sopperivano completamente l’assenza delle luci da scena, perciò il pubblico fu invitato a fruire la performance tanto vicino agli attori che la prima fila veniva fatta accomodare direttamente sul palco, divenendo un tutt’uno con la rappresentazione. Così come Vladimir e Estragon nel dramma beckettiano attendevano l’arrivo del famigerato Godot, i cittadini di Sarajevo speravano ormai quasi inutilmente che la NATO ponesse fine al conflitto.

Il discorso sull’intervento NATO nella guerra jugoslava restava molto complicato e d’ardua soluzione. Il fronte internazionale era spaccato tra chi predicava un maggiore intervento punitivo e chi invece preferiva delegare la spinosa questione nelle mani dei caschi blu. In entrambi i casi i comportamenti dei protagonisti della politica mondiale rispecchiavano gli interessi particolari delle rispettive nazioni sul futuro dei paesi balcanici. Il riconoscimento internazionale della Bosnia, avvenuto il 6 aprile del 1992, poneva inesorabilmente delle questioni giurisprudenziali da risolvere. L’intervento di Belgrado, ad esempio, era da considerare aggressione straniera su un territorio sovrano o guerra civile? La diversa risposta al quesito avrebbe consentito proiezioni ben differenti per la risoluzione del conflitto. Il 1993 con i suoi 76 colloqui di pace si era rivelato inconcludente, i caschi blu dislocati sul territorio assolvevano un ruolo più d’apparenza che di sostanza, valicando spesso il limite da vittime a carnefici. Il mondo intero sembrava esser impotente davanti alle atrocità serbe.
Dopo aver sostenuto a lungo che la crisi bosniaca non toccava gli interessi strategici degli stati uniti, i politici american scoprirono tra il ’93 e il ’94 che la credibilità stessa del loro paese nel mondo vacillava proprio per la sua impotenza nella crisi dell’ex Jugoslavia.
La sensazione che circolava negli ambienti diplomatici internazionali sembrava fosse quella di una totale estraniazione dal conflitto bosniaco, come se il mondo occidentale non avesse i mezzi per intervenire. Nel 1994 Clinton affermò in merito alla guerra e alla sua possibile risoluzione:
Sono loro che devono decidere di finirla d’uccidersi l’un l’altro.
Il summit delle NATO che si svolse tra il 10 e l’11 gennaio 1994 a Bruxelles ebbe come comunicato finale una nuova sentenza di condanna verso Belgrado e la relativa minaccia di un attacco aereo alleato se le truppe dell’ex Armata Popolare non avessero ritirato l’assedio su Srebrenica e Sarajevo. Il presidente dello Stato maggiore dei serbi bosniaci Manilo Milovanovic non mostrava però una considerevole preoccupazione: l’eventuale bombardamento Nato avrebbe messo in pericolo anche le unità UNPROFOR dislocate in Bosnia, così come nello spettacolo di Susan Sontag l’intervento NATO si rivelò un Godot ritardatario. La strage del mercato di Markele fu un nuovo apice dell’imbarbarimento del conflitto. Il 5 febbraio del 1994 una granata appartenente all’artiglieria dell’ex esercito titino esplose su una folla di gente occupata a compiere la “normale” spesa settimanale, causando la morte di 68 persone e ferendone 197. Come da copione i serbi rigettarono le colpe al mittente, accusando i musulmani di aver inscenato l’attacco per guadagnare le simpatie e l’appoggio internazionale. Il legittimo presidente bosniaco Izetbegovic replicò:
Se un giorno i serbi mi ammazzeranno, diranno che mi sono ucciso.
L’ennesimo affronto di Belgrado alle sanzioni internazionali condusse ad intraprendere una strada senza ritorno: il 28 febbraio 1994 Washington permise a due caccia F-16 della NATO di abbattere nei cieli di Bania Luka quattro Galeb, appartenenti alle forze armate jugoslave. Si trattò del primo reale attacco NATO ai danni dei serbi. Godot era arrivato, e la via per Dalton sembrava più vicina. Godot era giunto e tutti l’aspettavano, vittime e carnefici: chi voleva testarlo e sfidarlo, chi implorava il suo aiuto, ma nella realtà nessuno conosceva la sua vera natura. Godot dunque era giunto, e nessuno sembra si fosse soffermato a chiedersi se potesse essere un mostro.


domenica 5 agosto 2018

Il libro delle mie vite - Aleksandar Hemon

Aleksandar Hemon si racconta, e, siccome è bravo, non fa cronaca, ma letteratura.
leggi da qualche parte che tutto quello che Aleksandar Hemon racconta è successo, e la magia delle parole è quella di dare una vita in più a chi non c'è, a ricordare cose anche tragiche, ma non solo, a conoscere un cane bellissimo, a conoscere Isabel e la sua storia.
Aleksandar Hemon deve abbandonare Sarajevo, nei giorni che preparano alla guerra, arriva in Canada e poi in Usa, prima sopravvive, e poi riesce ad avere una vita che gli permette di scrivere e di pubblicare (per nostra fortuna).
magari non lo conoscevi, adesso non hai scuse (per leggere i suoi libri).






...Riassumere in poche parole Il libro delle mie vite di Aleksandar Hemon è già complicato, figuriamoci commentarlo. Sono quattordici scritti densissimi, a metà tra il saggio e il racconto che, partendo da un episodio di vita vissuta, a volte banale, arrivano a parlarci di massimi sistemi, sentimenti primordiali, temi universali come l’identità, le radici, l’origine del male, il dolore. Nelle esperienze che Hemon ci racconta, in una scrittura straordinariamente ricca e articolata, possiamo rivederci tutti. C’è la guerra è vero, ma sembra un contorno, una cornice che mette maggiormente in risalto ciò che nella vita conta sul serio: l’amore, in tutte le sue manifestazioni. Amore per la propria città, per la famiglia, per un animale. Per questo, ogni evento, per quanto insignificante, suscita una riflessione, ogni persona incontrata merita un ricordo. Come se Hemon avesse la straordinaria capacità di trovare sensi altri in accadimenti che potrebbero apparire comuni, persino prosaici. Ma tutto acquista importanza di fronte all’orrore della guerra e così ogni racconto diventa un pezzo di vita salvato dall’oblio, un modo per ricordare quello che non c’è più, di far rivivere persone amate. Solo la parola, sembra dirci Hemon, può salvarci, ultimo baluardo contro l’annichilimento.

Condannato alla solitudine e ai lavori precari, riconoscerà le comunità di sradicati come lui. Che giocano a calcio – il portiere tibetano German che viene dall’Ecuador organizza partite per tutti perché il calcio connette a Dio, offre “lo straordinario istante di trascendenza che può conoscere chi pratica uno sport insieme ad altri”. Che giocano a scacchi – insieme a Peter, l’assiro nato a Belgrado, cercherà nelle combinazioni delle partite, che hanno segnato la relazione con il padre da Sarajevo all’Ontario, una costruzione di senso che eviti che la disperazione imbocchi la strada della follia.

Ateo, narciso e guardingo, così si definisce, “sempre ansioso di carpire pezzi di vite altrui”, Hemon aggiunge una pagina significativa a quel nuovo genere letterario di scrittori contemporanei (come Roth, Auster, Carrère, Barnes per citarne solo alcuni) che legittimano l’autobiografia di un romanziere attraverso la narrazione in prima persona di trame intime e spericolate dove, ogni volta, lo scrittore conquista il suo “io”.
E il lettore trova il suo non eroe che forse un po’ gli assomiglia.

Il 1° maggio 1992, a Chicago, Hemon decise di non salire sull’aereo che l’avrebbe riportato a casa. Il giorno dopo cominciò l’assedio a Sarajevo, il più lungo dell’era moderna. Hemon si ritrovò solo, in America, nell’America sognata e immaginata: «Avevo un’idea di cosa fosse l’America, avevo visto i film, ascoltato le canzoni, letto i libri. Ben presto, però, dovetti andare in giro a cercare lavori a basso reddito, e nella mia esperienza culturale dell’America nulla mi aveva preparato a questo: conoscevo a memoria le canzoni dei Talking Heads, ma fu subito chiaro che non sarebbe servito a niente. Il mito americano è basato sull’invenzione di sé, sul credi-in-te-stesso, non è utile quando cerchi di sopravvivere». 

La salvezza, naturalmente, arrivò con la scrittura: «A un certo punto - racconta Hemon - mi resi conto che sarei rimasto a lungo in America, forse per il resto della mia vita. Quale sarebbe stata la mia lingua, allora? Conoscevo un po’ l’inglese, anche perché nella ex Jugoslavia i film non venivano doppiati. Ma scrivere in un’altra lingua richiede l’adozione di un registro completamente diverso da quello dei film. E poi dovevo superare la nozione, molto europea, che se nasci con una lingua le appartieni, e in tutte le altre sei uno straniero. Mi sono dovuto convincere che non solo era possibile farlo, ma che, anzi, ne avevo bisogno».  

Hemon spiega di riconoscersi completamente in un «modo mediterraneo di vedere la vita», fatto di passione per il calcio e per le canzoni, di gusto per il racconto e per la vita da bar, in cui le giornate si trascorrono «guardando le gente passare». Ma oggi i critici lo paragonano a Joseph Conrad, o a Vladimir Nabokov, grandi scrittori che hanno scritto grandi libri nella loro seconda lingua, l’inglese: «Nabokov - dice lui - è il mio scrittore preferito e lo era anche quando stavo a Sarajevo, le sue storie di russi a Berlino bastano, da sole, a farlo considerare un maestro».