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domenica 16 gennaio 2022

Le “Grandi Dimissioni” delle donne con figli espulse dal mondo del lavoro - Claudia Torrisi

 

Negli ultimi tempi si è parlato molto del fenomeno della “Great Resignation”, la “Grande Dimissione”, che negli Stati Uniti ha portato circa 24 milioni di persone a lasciare il proprio impiego nei primi tre trimestri del 2021. La sociologa Francesca Coin ha analizzato le ragioni di questa fuga di massa dal lavoro, evidenziando come, perlomeno negli USA, più che di processi individuali si tratti di un “fenomeno politico” e collettivo, “teso a rinegoziare il confine tra ciò che è lecito e ciò che non è più accettabile” - un orario di lavoro eccessivo, non riuscire a pagare l’affitto, comprare una casa o permettersi cure mediche, bassi salari, troppo poco spazio per i tempi di vita.

Moira Donegan sul Guardian si è chiesta se esista anche una questione di genere attorno al fenomeno della “Great Resignation” statunitense: “Durante la pandemia, le donne sono uscite dalla forza lavoro a un tasso doppio rispetto agli uomini; la loro partecipazione è ora la più bassa da oltre 30 anni. Circa un terzo di tutte le madri lavoratrici ha ridimensionato o lasciato il lavoro da marzo 2020”.

Secondo Donegan questi dati hanno poco a che fare con scelte personali e molto con condizioni materiali, come quella banalmente del non avere avuto nessuno che si occupasse dei figli tra scuole chiuse per quasi due anni, quarantene e carenza di strutture per bambini piccoli (o a prezzi molto alti diventati ancora più proibitivi). Un discorso analogamente applicabile anche all’assistenza delle persone anziane e tutte quelle attività di cura non retribuite che, non ricevendo dovuta attenzione da parte dei governi, hanno l’effetto di spingere le donne nella sfera domestica. “Potrebbe essere più corretto, quindi, dire che per quanto riguarda le madri che lavorano, la ‘Grande Dimissione’ non riguarda le donne che lasciano la forza lavoro. Riguarda il loro esserne espulse”, scrive. Un trend che era già in atto sin dal 2008, ma che la pandemia ha drammaticamente accelerato.

In Italia secondo il ministero del Lavoro nel terzo trimestre del 2021 le cessazioni richieste dai lavoratori sono state 569mila, di cui 524mila sono dimissioni, cresciute del 26,7%. Queste ultime nel trimestre precedente avevano segnato un aumento dell’85% rispetto allo scorso anno e del 10% rispetto al 2019. Qui però va fatta una precisazione, perché nel 2020 le dimissioni si erano praticamente dimezzate: è stato l’anno dell’arrivo del nuovo coronavirus, dell’incertezza e dei lockdown, chi aveva un lavoro tendeva a tenerselo. Coin ritiene che la riflessione sul nostro paese circa la “Grande dimissione” sia parzialmente diversa da quella che riguarda gli Stati Uniti: più una dimensione personale che collettiva e di lotta - almeno fino a questo momento. Non vanno trascurate, tra l’altro, le diversità strutturali del mercato del lavoro in Italia, caratterizzato da alti tassi di disoccupazione, crescita di contratti a termine e lavoro dequalificato. Siamo l’unico paese d’Europa dove negli ultimi 20 anni gli stipendi sono diminuiti invece di aumentare, con un tasso di soddisfazione dei lavoratori tra i più bassi al mondo. La scelta di lasciare il lavoro diventa una sorta di salto nel buio.

E sulla questione di genere? Se si vanno a guardare i dati del ministero del Lavoro, non c’è grossa differenza tra uomini e donne sulle percentuali in aumento delle dimissioni. Nelle rilevazioni più recenti, ad esempio, si parla di +27,6% per il sesso maschile e +25,5% per quello femminile.

Le cose però assumono una prospettiva diversa se si mette in ballo la famiglia. Secondo un rapporto dell’Ispettorato del Lavoro che prende in considerazione i provvedimenti di convalida di dimissioni di lavoratori e lavoratrici con figli fino a tre anni, nel 2020 il 77,2% di quelle relative a dimissioni volontarie ha riguardato donne. Nel 2019 la percentuale era del 73%.

“La condizione di genitorialità ha strutturalmente un impatto diverso sulla partecipazione al mercato del lavoro di uomini e donne. Sussiste infatti una relazione tra la diminuzione degli indicatori relativi alla partecipazione e all’occupazione in coincidenza della maternità e in relazione al numero dei figli”, scrive l’Ispettorato. Quando ci sono bambini, all'aumentare dei figli la partecipazione maschile aumenta, quella femminile si riduce sempre di più. Stessa cosa succede con l’inattività (cioè non avere un lavoro e non cercarlo).

È interessante guardare le motivazioni delle dimissioni, sulle quali “esiste una profonda differenza di genere”: quelle che riguardano difficoltà di conciliazione per ragioni legate ai servizi di cura o ragioni legate all'organizzazione del lavoro sono presentate quasi esclusivamente da donne (tra il 96% e il 98%). Per gli uomini, la motivazione più comune è invece il “passaggio ad altra azienda”.

Quello che emerge allora è il solito elefante nella stanza: il grosso problema dello squilibrio di genere nei carichi di cura in Italia, specchio di una divisione dei compiti stereotipata e profondamente maschilista.

Una concezione, quella dell’uomo come breadwinner e la donna regina del focolare, che è piuttosto radicata: le rilevazioni dell’Eurobarometro 2014-2017 mostrano che in Italia il 51% del campione intervistato pensa che il ruolo più importante per una donna sia quello di prendersi cura della casa e della famiglia. È diffusa anche la convinzione che i figli soffrano quando la mamma lavora, che se ci sono pochi posti di lavoro siano gli uomini a doverseli prendere e che le donne siano più adatte al lavoro di cura. Secondo il rapporto Istat “I tempi della vita quotidiana - lavoro, conciliazione, parità di genere e benessere soggettivo” del 2019, il 62% del tempo di lavoro totale degli uomini è assorbito dal lavoro retribuito e il 38% da quello non retribuito. Per le donne, invece, il tempo di lavoro non retribuito copre il 75% loro monte ore di lavoro quotidiano.

La pandemia – così come per altri contesti – non ha fatto che confermare e acuire le storture.

Il progetto Career – CARE for womEn woRk (nato dalla collaborazione tra Università Cattolica del Sacro Cuore e Politecnico di Milano) ha elaborato un’analisi sugli effetti dello smart working sulle donne lavoratrici. «Abbiamo iniziato i nostri studi in pieno lockdown, nel marzo 2020. Volevamo cercare di capire cosa stesse succedendo alle lavoratrici. Da un primo studio trasversale, confrontando l’Italia con altri paesi dell’Europa mediterranea come Spagna e Grecia, è emerso che la situazione delle lavoratrici italiane è peggiorata più che nelle altre nazioni, perché da noi le donne si sono trovate a fronteggiare una drastica diminuzione degli aiuti provenienti dalla famiglia allargata, senza riuscire a coinvolgere di più i partner nell’organizzazione familiare», ha spiegato la coordinatrice Claudia Manzi, docente di Psicologia sociale alla Cattolica. «Risultato: i carichi sono diventati più gravosi. E oggi la situazione, a quasi due anni dallo scoppio della pandemia, è peggiorata. Le donne sono più stressate e fanno sempre più fatica a conciliare famiglia e lavoro».

Dallo studio è emerso che se da un lato le lavoratrici hanno visto nello smart working un’occasione di maggior presenza in casa, dall’altro il carico domestico ha reso difficile conciliare lavoro e vita familiare. A subirne le conseguenze non sono stati tanto i risultati, quanto i livelli di stress e benessere mentale. Messe a confronto le due giornate lavorative in ufficio e da casa per uomini e per donne, emerge come queste ultime facciano più fatica a gestire le interferenze della vita familiare in quella lavorative.

Il passaggio dal lockdown alla cosiddetta fase 2 ha confermato il modello tradizionale di divisione dei ruoli di cura.

Uno studio portato avanti da alcune ricercatrici per la Fondazione Collegio Carlo Alberto nella prima e nella seconda ondata mostra come in quasi tutte le possibili modalità lavorative – da casa o in ufficio - le donne dedichino più ore dei loro partner al lavoro domestico. "La differenza più significativa emerge nelle famiglie in cui gli uomini continuano a lavorare sul posto di lavoro mentre le donne lavorano da casa (1,81 ore). Nella situazione opposta, in cui le donne continuano il lavoro precedente alla pandemia e gli uomini lavorano da casa, le donne dedicano comunque più tempo al lavoro familiare degli uomini (2,92 contro 1,40 ore al giorno). La distribuzione del lavoro familiare penalizza le donne anche nelle situazioni simmetriche, ossia anche quando entrambi i membri della coppia lavorano da casa", spiegano le curatrici.

“Le donne italiane, già prima della pandemia più responsabili della famiglia dei loro partner, hanno continuato a dedicare al lavoro familiare più tempo durante tutto il 2020”. Questo, secondo le ricercatrici, è dovuto anche alla chiusura delle scuole.

Anche secondo un rapporto curato dall’Istituto Nazionale per l'Analisi delle Politiche Pubbliche (INAPP), in periodo di lockdown, nonostante la compresenza del partner, le attività di cura sono rimaste prevalentemente a carico delle donne: “La crisi ha rafforzato l’etichetta di sandwich generation con cui si definiscono le donne, prevalentemente di età compresa tra i 35 e i 45 anni, compresse da esigenze di cura multiple a cui si trovano a far fronte senza aiuto stabile del partner”. Al carico di cura ordinario, in questo periodo, si sono aggiunte le attività connesse alla prevenzione sanitaria e la didattica a distanza. “In questo scenario, la transizione a una fase di ripresa, non è stato un processo neutro”.

Dopo il lockdown, infatti, a rientrare al lavoro fuori casa sono stati prima – e in misura maggiore – gli uomini. Le donne con figli o carichi familiari e con un reddito medio inferiore a quello del partner sono state penalizzate da “accordi” familiari: in base a questi hanno spesso rimandato il rientro al lavoro, sino ad arrivare in alcuni casi alla decisione delle dimissioni. Perché le donne e non i loro mariti o compagni? “Per la mia capacità/ruolo di gestione e cura familiare”, “il mio orario di lavoro mi consente maggiore flessibilità del partner” o “il mio stipendio è più basso di quello del partner, se resto io a casa, la perdita economica è minore”: sono motivazioni usate esclusivamente dalle lavoratrici.

La disponibilità delle donne a modificare la propria prestazione lavorativa fino alla rinuncia e la discontinuità occupazionale in presenza di carichi familiari non sono certo nate con la pandemia. Rappresentano, anzi, spiega l’INAPP, “una criticità che intreccia la dimensione reddituale con quella culturale in una spirale tuttora irrisolta”.

In Italia, infatti, nelle coppie in cui entrambi guadagnano, il contributo delle donne non supera il 40% del reddito familiare, con la maternità una donna su sei esce dal mercato del lavoro perché non riesce a conciliare l’impiego con le esigenze di cura e le dimissioni volontarie delle madri di figli da 0 a 3 anni sono in costante aumento negli ultimi anni, superando le 35mila unità nel 2019. Sono le donne, infine, come mostrano anche gli ultimi dati Istat, ad avere i contratti più precari e la maggioranza di quelli part-time. A questo scenario si aggiunge la carenza di servizi per l’infanzia, con 24,7 posti disponibili in asili nido ogni 100 bambini da 0 a 2 anni in Italia.

Se dunque esiste una questione di genere nella “Grande dimissione”, è certo che la pandemia ha grattato su una ferita già aperta. Uno squilibrio dei carichi di cura che non può più essere considerato un fatto privato e un mercato del lavoro tutt’altro che favorevole, quando non decisamente ostile, nei confronti delle lavoratrici, specialmente se decidono di avere dei figli.

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venerdì 15 gennaio 2021

Stacey Abrams: la donna dietro la vittoria storica di Joe Biden in Georgia - Claudia Torrisi

 

“La Georgia è uno Stato che i democratici possono e devono vincere”, scriveva a novembre del 2019, Stacey Abrams in un pezzo sul Washington Post. A distanza di poco più di un anno, i fatti le hanno dato ragione: non solo Joe Biden ha vinto in Georgia - stato del Sud tradizionalmente conservatore - dopo quasi 30 anni da quando l’aveva fatto Bill Clinton nel 1992, ma i democratici hanno ottenuto il controllo del Senato grazie all’elezione di due senatori nello Stato, il pastore nero Raphael Warnock e Jon Ossoff, un ex giornalista 33enne.

È un risultato storico per il partito Democratico, e il merito è in gran parte del lavoro condotto negli ultimi anni da Stacey Abrams e del suo impegno per portare la gente a votare.

Abrams, 46 anni, ha studiato allo Spelman College e alla Yale Law School, e per oltre dieci anni, fino al 2017, ha fatto parte della Camera dei Rappresentanti della Georgia. Nel frattempo, nel 2013, ha fondato il New Georgia Project, un'organizzazione che aiuta gli elettori, specialmente quelli appartenenti a minoranze, a registrarsi e partecipare al voto. Negli anni il progetto è riuscito a raggiungere potenziali elettori andando nei quartieri, nelle chiese, nei campus universitari.

L’anno successivo, dopo aver vinto le primarie del suo partito, Abrams si era candidata come governatrice della Georgia. È stata la prima donna nera a correre per questa carica. Un momento definito da un articolo su Business Insider "rivoluzionario non solo per le donne nere, ma per la Georgia, che era ancora composta da un elettorato largamente conservatore".

Prima di iniziare la campagna elettorale, Abrams aveva intuito che la strada per la vittoria per il partito Democratico stava nel riconoscere i cambiamenti che stavano avvenendo in Georgia, soprattutto a livello demografico: la popolazione stava diventando sempre più giovane e diversificata, in particolare nelle aree suburbane, le più densamente popolate. Per vincere, i Democratici avrebbero dovuto intercettare i georgiani più giovani, bianchi, neri, ispanici o di altre origini. Era un proposito che si era data non solo per la Georgia, ma l'aveva portato al partito a livello nazionale.

Alla fine, alle elezioni per la carica di governatore Abrams perse per 55 mila voti – 50,2%-48,8% il margine minore tra due candidati dal 1966 in elezioni locali - contro il Repubblicano Brian Kemp, al tempo segretario di Stato della Georgia nonché principale funzionario incaricato di sovrintendere al voto. Nonostante i numerosi appelli e le accuse di conflitto d'interessi, Kemp si era rifiutato di dimettersi.

L’elezione fu molto contestata: oltre un milione di cittadini georgiani erano stati esclusi dalle liste elettorali, quasi 670mila nel 2017. Secondo il New York Times, mentre era segretario di Stato, Kemp ha “supervisionato le epurazioni delle liste elettorali e sostenuto un inasprimento delle regole di registrazione”.

Come spiegava un articolo uscito sull’Economist, poco prima delle elezioni presidenziali del 2016, Kemp aveva accettato di sospendere “una norma locale che stabiliva di respingere le domande di registrazione alle liste elettorali se i dati della persona non coincidevano esattamente con quelli presenti nei registri dello Stato”. Bastava anche una lettera o un accento mancanti, o una firma dissimile da quella di altri documenti. A quel punto il cittadino aveva 40 giorni di tempo per rettificare.

Associazioni per la difesa dei diritti civili avevano fatto causa alla Georgia, accusando lo Stato di aver respinto circa 35mila domande tra il 2013 e il 2016, in maggioranza di cittadini neri e in seconda battuta di origina ispanica o asiatica. Kemp ha dunque sospeso la regola, e lo Stato ha patteggiato. Poco tempo dopo però la Georgia ha approvato una legge che ripristinava la necessità della “corrispondenza esatta”, dando ai cittadini 26 mesi per correggere le inesattezze. Secondo un’inchiesta dell’Associated Press il 70% degli elettori esclusi era composto da neri. Una circostanza rilevante dato che solo il 32% della popolazione della Georgia è rappresentato da neri.

Abrams non ha formalmente concesso la vittoria a Kemp, sostenendo che l’esclusione degli elettori avesse inficiato il voto. «Voglio essere chiara: questo non è un discorso di concessione della vittoria, perché concessione significa riconoscere che un’azione sia giusta, vera o appropriata», aveva detto. «Come donna di coscienza e di fede, questo non posso ammetterlo. Ma il titolo di governatore non è importante quanto il titolo che condividiamo, quello di elettori. Ed è per questo che continuiamo a combattere». In ogni caso, ricorda Al Jazeera, il supporto ricevuto dalla candidata democratica è stato significativo - ha ricevuto più voti di qualsiasi democratico in corsa per qualsiasi carica nello Stato - e indicava che a livello elettorale in Georgia qualcosa stava cambiando.

Nonostante l’elezione persa, dunque, Abrams non si è fermata, anzi. «Dopo il 2018, Stacey non si è scoraggiata, demoralizzata o ha deciso di lasciar perdere. È andata subito a lavorare per abbattere le barriere e dare potere alle comunità che erano state trascurate, sia in Georgia che in tutto il paese», ha raccontato Vanita Gupta, presidente e CEO della Leadership Conference on Civil and Human Rights. «Ha contribuito a creare l’infrastruttura che sta portando risultati incredibili in Georgia e in tutto il paese».

Dopo la sconfitta, Abrams ha fondato Fair Fight, un'organizzazione nazionale per il diritto al voto con lo scopo di combattere l’esclusione degli elettori. L’obiettivo è sempre quello di portare più persone possibili ai seggi, specialmente quelle appartenenti a comunità storicamente escluse. Il progetto, infatti, prova anche a educare e responsabilizzare giovani elettori neri o di minoranze e li incoraggia a iscriversi nei registri.

In questi due anni Abrams «ha lavorato instancabilmente per portare l’attenzione di Biden e del partito Democratico sulla Georgia, assicurandosi che la voce dei cittadini fosse ascoltata ai seggi», ha detto Nsé Ufot, CEO del New Georgia Project, aggiungendo che non sarebbero stati raggiunti questi risultati senza la sua leadership. La strategia di Abrams ha funzionato: dalle primarie alle presidenziali, l’affluenza alle urne in Georgia è cresciuta di almeno 1 milione di persone dal 2016, secondo i dati dell’US Election Project dell’Università della Florida.

«Come donna nera cresciuta in Mississippi, ho imparato che se non alzi la mano, le persone non ti vedono e non ti danno attenzione», ha detto alla CNN lo scorso aprile. 

Grazie allo sforzo combinato di Fair Fight e New Georgia Project, si è arrivati al risultato di 800mila nuovi elettori presenti negli elenchi dello Stato. Nel frattempo, altre organizzazioni dal basso stavano nascendo in tutto lo Stato con lo scopo di far registrare i cittadini e farli partecipare al processo democratico: Black Voters Matter, una coalizione al lavoro principalmente nei quartieri abitati da persone nere, Urban League of Greater Atlanta, attiva nella periferia della principale città della Georgia.

L’impegno di Abrams, scrive il Washington Post, infatti, si inserisce nella tradizione di generazioni di donne nere, soprattutto degli Stati del Sud, che si sono organizzate costruendo a livello locale coalizioni e mobilitando le comunità di cui facevano parte, trasformando il partito Democratico allargando l’elettorato. “Il lavoro di Abrams nel combattere l’esclusione dal voto prima e dopo la sua sconfitta elettorale è solo un episodio nella lunga storia della politica dei neri del Sud. Il suo lavoro si fonda su una grande storia di organizers nere che usano le urne come strumento – insieme ad altri come la protesta, la costruzione di istituzioni nere, il riconoscimento internazionale – per consentire agli Stati Uniti di essere all’altezza dei loro ideali democratici”.

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domenica 18 ottobre 2020

Black Lives Matter, il movimento di protesta contro la violenza della polizia e il razzismo sistemico - Claudia Torrisi

La rivista americana TIME ha inserito tra le 100 persone più influenti dell’anno Alicia Garza, Patrisse Cullors e Opal Tometi, le tre donne fondatrici del movimento Black Lives Matter, tornato al centro delle mobilitazioni questa primavera dopo l’uccisione da parte della polizia di George Floyd a Minneapolis. "Quelle tre parole sono diventate un grido di battaglia per migliaia di persone in tutto il mondo che protestano contro la violenza e il razzismo sistemico contro i neri", si legge sulla rivista. Oggi, Black Lives Matter "è cresciuto, fino a diventare uno dei gruppi più influenti al mondo per quanto riguarda la giustizia sociale".

C’è chi ne parla come del movimento più grande della storia americana: alle manifestazioni in seguito alla morte di Floyd hanno partecipato tra i 15 e i 26 milioni di persone; tra maggio e agosto sono state organizzate negli USA 7.750 proteste in 50 stati, e in 60 paesi a livello internazionale. Secondo il professore di sociologia dell'University of North Carolina Kenneth Andrews, «la diffusione geografica delle proteste è una caratteristica importante e aiuta a individuare la profondità e l'ampiezza del sostegno guadagnato dal movimento».

“La prima volta che ho sentito parlare di Black Lives Matter è stato nell’anno in cui mio figlio Trayvon è stato ucciso”, ha scritto Sybrina Fulton, madre di Trayvon Martin, 17enne afroamericano ucciso il 26 febbraio 2012 da un vigilante volontario di quartiere mentre rientrava a casa. In quel momento, ricorda Fulton, non si trattava di un movimento a livello nazionale, ma di qualcosa di cui la gente parlava all’interno di cerchie ristrette.

Intorno alle sette di sera del 26 febbraio 2012, Martin stava camminando in una strada di Sanford, in Florida. Indossava una felpa con il cappuccio sollevato sulla testa, era disarmato, e nelle mani aveva una bibita e delle caramelle. È stato notato da George Zimmerman, un vigilante volontario delle ronde di quartiere di 29 anni, che ha chiamato il 911 e l’ha segnalato alla polizia perché “sospetto”. Successivamente, ha iniziato a seguirlo con la macchina e poi gli è andato incontro a piedi, convinto che si trattasse di un ladro. Tra i due c’è stato un alterco, al termine del quale Zimmerman ha sparato a Martin, uccidendolo. Il 29enne ha ammesso l’omicidio sin dal primo interrogatorio, ma è stato portato in carcere solo sei settimane dopo.

Nel 2013, al termine di un processo seguitissimo da tutti i media americani, Zimmerman è stato dichiarato non colpevole per l’omicidio del 17enne. Secondo la Corte l’uomo aveva agito per legittima difesa. La decisione del tribunale scatenò proteste e indignazione. L’attivista Alicia Garza, di Oakland, ha postato un messaggio su Facebook, che si concludeva con queste parole: “Persone nere. Vi amo. Le nostre vite contano”.

Patrisse Cullors, amica di Garza, ha condiviso il post aggiungendo l’hashtag #BlackLivesMatter, diventato in pochissimo tempo virale. Opal Tometi, attivista per i diritti degli immigrati a New York con la Black Alliance for Just Immigration, è la terza fondatrice, che ha costruito la piattaforma BlackLivesMatter.com. «Ho aperto una pagina Facebook e un account Twitter», ha spiegato Tometi, che si è messa in contatto con altri attivisti neri chiedendo loro di utilizzare #BlackLivesMatter come ombrello. Il riconoscimento a livello nazionale è arrivato nel 2014, dopo le proteste in seguito agli omicidi di due uomini neri, Michael Brown a Ferguson e Eric Garner a New York.

I social hanno avuto un ruolo importante nella crescita di BLM, soprattutto in un primo momento. Secondo Tometi, si sono rivelati molto più di uno strumento efficiente per diffondere il messaggio: sono stati un modo per approfondire la comprensione da parte delle persone del razzismo strutturale, mostrando connessioni tra episodi apparentemente non correlati. «Non si trattava solo di Mike Brown, Trayvon Martin, Renisha McBride... Non si trattava solo di singoli nomi, che sono comunque estremamente importanti. Non potrei mai e poi mai omettere le loro individualità e l’amore che le loro famiglie e comunità hanno per loro», ha spiegato in una lunga intervista al Guardian. «Quello che era importante però è il fatto di vivere in una società in cui i nostri cari possono essere sistematicamente portati via da noi. E non ci sarebbe giustizia».

Tometi descrive Black Lives Matter come un movimento senza leader. La pratica è quella del community organizing, che parte dal sostegno delle comunità locali. Il non avere un leader non significa che BLM sia in balia di disordinate esplosioni di rabbia sociale: è organizzato volutamente attraverso una struttura decentralizzata e orizzontale, che raccoglie insieme esperienze e realtà molto diverse tra loro. Non è una mancanza, ma un punto di forza: «Abbiamo visto cosa è accaduto in passato, quando ci sono state una o due figure di spicco e sono state assassinate. Ha destabilizzato le loro organizzazioni. Quindi quello che stiamo provando a fare adesso è essere più forti di quanto lo siamo stati in passato. I leader sono ovunque. Sì, uno può anche andare via, ma ne spunteranno altri dieci». Già nel 2015 Garza aveva spiegato al Guardian che il movimento ha «molti leader», solo che «non si trovano dove li cercheresti. Se cerchi soltanto il predicatore maschio nero eterosessuale non lo troverai».

Una caratteristica fondamentale del movimento è infatti l’inclusività.  Sin dall’inizio, precisa Tometi, «questo movimento riguarda tutti noi e riconosce che le persone nere non sono un monolite»: «Io sono figlia di immigrati, Alicia e Patrisse sono queer. Naturalmente le nostre identità hanno un’influenza». Le fondatrici insistono sul fatto che Black Lives Matter sia sempre stata una “frase ombrello”, intenzionalmente ampia per includere le lotte non solo contro il sistema di giustizia e carcerario, ma anche il razzismo nell’istruzione, nella sanità e in altri ambiti sociali. Dal sito della piattaforma, la missione di BLM è "sdradicare il suprematismo bianco e costruire potere a livello locale per intervenire sulla violenza inflitta alle comunità nere dallo Stato e dai vigilantes civili".

“Sono solo tre, ma sono ovunque. Fanno in modo che la gente pensi: che succederebbe se mio figlio 17enne avesse un cappuccio sulla testa, fosse disarmato, avesse in mano solo caramelle e una bibita e giacesse morto sull’asfalto? Se tua figlia stesse dormendo nel suo letto e la polizia buttasse giù la porta e la uccidesse? Come ti sentiresti? Questo è quello che ‘Black Lives Matters’ chiede”, ha scritto Fulton, madre di Trayvon Martin, in un ritratto delle tre fondatrici di BLM su TIME.

Dopo l’omicidio di suo figlio, ci sono stati molti altri casi: Eric Garner, Mike Brown, Tamir Rice, Jordan Davis, Dontre Hamilton, Oscar Grant e, solo nei mesi più recenti, George Floyd, Ahmaud Arbery, Breonna Taylor e altri. Ma, afferma Fulton, “quest’anno sembra diverso. Da quando ha iniziato a circolare il video dell’uccisione di George Floyd, le persone stanno effettivamente assistendo a ciò che gli afroamericani hanno vissuto per la maggior parte delle loro vite. Una volta che lo vedi, non puoi continuare a non vederlo. Una volta che senti quel dolore nel petto, non puoi smettere di sentirlo. Sono contenta che ci siano più giovani coinvolti, più nazionalità, più etnie. Le proteste adesso sono un arcobaleno di persone di ogni estrazione sociale, in diversi paesi, che si uniscono e dicono: ‘Le vite dei neri contano’”.

Secondo la storica attivista afroamericana per i diritti civili Angela Davis, «non abbiamo mai assistito a manifestazioni prolungate di queste dimensioni e di questa varietà. Perciò ritengo che questo stia dando alla gente una grande speranza. Prima molte persone allo slogan Black Lives Matter rispondevano: 'Ma non dovremmo dire che tutte le vite contano?' Adesso finalmente lo stanno capendo. Che finché le persone nere continueranno a essere trattate in questo modo, finché la violenza del razzismo rimarrà tale, nessuno sarà al sicuro».

Dire "Black Lives Matter" non significa stabilire una gerarchia secondo cui le vite dei neri contano più di quelle degli altri, o le altre vite non contano affatto - come vorrebbe far intendere chi propone di sostituire lo slogan con "All Lives Matter". Utilizzare una frase del genere - fatta propria da chi esprime visioni perlopiù razziste - manca completamente il punto: nega l'esistenza del razzismo sistemico, le esperienze vissute ogni giorno dalle persone nere a causa del colore della propria pelle (e non da quelle bianche) e le lotte che da anni le comunità nere portano avanti. Come si legge su Vox, "gli attivisti di Black Lives Matter ritengono che ad esempio la frequenza con cui le forze dell'ordine uccidono i neri americani e le circostanze di quelle morti siano la prova che la polizia non si preoccupa abbastanza delle vite dei neri da proteggerle tanto quanto quelle bianche. Tutte le vite contano, ma le vite nere sono più minacciate. Quindi pensano che sia necessario un promemoria esplicito".




Negli ultimi sette anni Black Lives Matter si è evoluto in qualcosa di molto più grande di quanto fosse all'inizio: è diventato "un movimento di liberazione ampio, multietnico, focalizzato sulla riforma della giustizia, sulle politiche razziste e altre cause correlate", scrive Sean Illing su Vox. Ma durante questo passaggio, BLM non si è solo allargato, “è anche diventato più radicale nella sua richiesta di uguaglianza. Eppure, sorprendentemente, questo ha accresciuto il suo fascino, invece che diminuirlo”.

In un articolo su The Atlantic la giornalista Syreeta McFadden si è interrogata sul futuro di Black Lives Matter dopo lo straordinario impulso per un cambiamento culturale e politico dato dalle manifestazioni di quest’estate. Nelle comunità sparse per il paese, sui muri ci sono i ritratti di George Floyd e Breonna Taylor, cartelli ‘Black Lives Matter’ sono affissi su finestre o vetrine dei negozi e la stessa scritta campeggia per le strade delle città, sono state tirate giù statue che ricordavano personaggi razzisti e segregazionisti, grandi marchi hanno dichiarato di riconoscere l’esistenza di un razzismo sistemico, il dipartimento di polizia di Minneapolis è stato smantellato.

La giornalista osserva che già a giugno – all’apice delle proteste – si è avvertita la mancanza nel paese di una volontà condivisa di riforma della polizia. Il ferimento di Jacob Blake a Kenosha, e le proteste che sono seguite, hanno riportato la questione all’attenzione pubblica, e potranno esercitare nuova pressione sui legislatori per agire. Ma nel frattempo, il movimento è certamente entrato in una seconda fase. Quest'ultima si concretizza in una piattaforma che tiene insieme istanze che riguardano la violenza della polizia, la giustizia riproduttiva, il cambiamento climatico, l'immigrazione, i diritti delle persone disabili e di quelle transgender. Oltre alla "fine della guerra ai neri", il movimento chiede l'approvazione del "Breathe Act", una legislazione che vorrebbe chiudere i centri di detenzione per migranti, togliere i fondi ai dipartimenti di polizia e ripristinare programmi sociali per gli ex detenuti. Altre richieste riguardano forme di riparazione nei confronti delle comunità indigene e dei contadini neri deprivati delle loro terre e difesa e protezione delle persone trans.

Ma l'azione, scrive McFadden, è solo una parte delle componenti che costituiscono la longevità dei movimenti, che spesso affrontano battute d'arresto o pause lunghe decenni: "Quando Black Lives Matter ha catturato per la prima volta l'attenzione nazionale e si è diffuso nelle città americane alla fine dell'estate del 2014, c'erano stati tre grossi casi di persone nere uccise: John Crawford III in Ohio, Eric Garner a New York, e Michael Brown in Missouri. È stato l'omicidio del 18enne Brown da parte di un agente di polizia a Ferguson che ha segnato un punto di svolta nel movimento: il paese ha visto diverse settimane di rivolte e proteste, che chiedevano di riformare la polizia e un'assunzione di responsabilità per quelle morti. Quell'energia si è propagata a Chicago, New York, Baton Rouge, Dallas, Minneapolis, Milwaukee, Oakland, St. Louis e altre città fino al 2016".

Le proteste in strada si sono placate con l'avvento della presidenza Trump. Ma, sottolinea la giornalista, questo non significa che gli attivisti non stessero continuando a lavorare dietro le quinte: il "Movement for Black Lives" per esempio nel 2016 ha creato una piattaforma con l'obiettivo di influenzare maggiormente la politica elettorale, facendo campagna per investimenti nell'istruzione e nella sanità, giustizia economica; gli attivisti di Ferguson hanno lanciato "Campaign Zero", un progetto basato sui dati che pone l'attenzione sui contratti dei sindacati di polizia e su come questi rendano difficile indagare sugli agenti o licenziarli in caso di accuse ripetute di cattiva condotta.

"Gli attivisti di questi gruppi, insieme a quelli del network globale di Black Lives Matter, hanno mantenuto per anni obiettivi chiari", afferma McFadden, secondo cui questo alla lunga ha pagato. Nel 2016, solo il 43% degli americani supportava il movimento Black Lives Matter. "Quattro anni dopo, l’ago si è spostato significativamente. La maggioranza degli americani – e più della metà dei bianchi – sostiene le proteste così come una più ampia riforma della polizia". Per la giornalista, idee che una volta erano considerate troppo radicali sono entrate in modo significativo nel discorso mainstream. BLM è un “network decentralizzato e interdipendente di organizzazioni e individui che canalizzano le loro energie verso la costruzione di una società dove le persone nere possono prosperare". L'impronta inclusiva e intersezionale - "Tutte (cis/trans/queer/disabili) le vite nere contano" -, può essere la cifra che può permettergli di durare ancora nel tempo.

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