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domenica 6 ottobre 2024

"La maggioranza è coesa" - Mario Guerrini

 

"La maggioranza è coesa". Dicono da sempre (mentendo) i leader politici. Bugia grande come una casa. Persino la roccaforte di Giorgia Meloni, in queste ore, mostra che l'unità è una chimera. Perché il potere è una droga che offusca i cervelli. Giuseppe Conte dice che il Campo Largo non esiste più. Rompendo teoricamente l'asse con il PD. In Sardegna, allora, che succede? Dopo il trionfo del 25 febbraio. Della pentastellata Alessandra Todde. Prima Governatrice della Sardegna. Niente. Non succede niente. Anche se la armonia è un miraggio. "La maggioranza è coesa". C'è la spina "Progressisti". Zedda ha riottenuto la poltrona di sindaco di Cagliari. Di cui ha sentito la angosciosa mancanza mentre sedeva sui banchi del Consiglio Regionale. I veleni sono all'ordine del giorno. Ed a materializzarli è quasi sempre Francesco Agus. Queste, però, sono piccolezze. Il vero problema è il PD dei cacicchi e capibastone, come aveva detto improvvidamente Elly Schlein. Al momento della elezione a segretaria dem. Promise di farli fuori, mostrando scarsa conoscenza dell'anima del Partito. Infatti sono ancora tutti al loro posto. Più arroganti di prima. E fanno valere il loro peso nel gioco delle poltrone. Forti di una preponderanza di numeri che è nella realtà. Come appunto accade anche in Sardegna. Tranquilli, però, la Giunta regionale non corre pericoli. Dietro il potere politico ci sono infatti interessi economici enormi. E fortune troppo belle e importanti. Per farle sfumare per veniali questioni di principi e valori. Di cui il corpo che esprime il potere si riempie pubblicamente la bocca. Ma che poi vengono ignorati davanti agli "affari" e alle poltrone. Perché questo è quello che conta. Per cacicchi e capibastone. Che da decenni tengono le briglie del potere nell'Isola. In un impavido circuito di spartizione. In cui ballano sempre gli stessi nomi e gli stessi clan. A cominciare dalle banche e dalle Fondazioni collegate. Queste logiche, è inutile farsi illusioni, sono fortemente è totalmente operative. Oggi come ieri. Anzi, forse più di ieri. Mentre l'informazione, arma di "distrazione di massa", è compromessa fino al midollo nelle logiche della caccia alla spartizione del bottino. Anche quella che blatera nel web. Sta soltanto aspettando di poter avere un posto a tavola. Buona domenica. Mario Guerrini.

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domenica 4 dicembre 2022

La lotta per la legalità è persa, a parte i 5stelle - Massimo Fini

 

Il 23 febbraio del 2002 si svolse al Palavobis di Milano il primo grande “girotondo”, organizzato da Paolo Flores d’Arcais, contro le sistematiche violazioni dei principi, delle Istituzioni, del codice penale perpetrate da Silvio Berlusconi allora presidente del Consiglio. Intervennero, oltre a Flores, Dario Fo, Antonio Di Pietro, l’economista Paolo Sylos Labini, i giovanissimi fratelli Guzzanti, l’altrettanto giovane Marco Travaglio, Pancho Pardi, Fernanda Pivano, la scrittrice con la “voce rauca” di cui si innamorò Cesare Pavese. Furono tutti interventi appassionati, ognuno a seconda del temperamento di chi parlava. Al Palavobis c’erano all’inizio 8 mila persone, almeno a detta degli organizzatori, ma divennero 12 mila più 30 mila fuori perché continuava ad affluire gente. I “girotondi” erano appena agli inizi e l’organizzazione anche. Io arrivai al Palavobis quasi per caso, solo perché mi trovavo da quelle parti. Feci quindi un intervento a braccio, che qui in parte riproduco, senza essermi preparato nulla: “Per la verità io ai miei tempi ero socialista prima di Craxi e lo rimango, semplicemente non ho attraversato il periodo socialista con Craxi e i suoi. C’è un grave limite della sinistra ed è quello di essere egoriferita, la sinistra crede che un problema di Berlusconi riguardi solo lei. No, riguarda tutti i cittadini italiani siano essi di destra o di sinistra. E se volete che il movimento cresca veramente dovete avere quest’occhio, non essere continuamente autoriferiti, farvi autocoscienza e tutte queste altre belle cose. A Milano, l’onorevole Berlusconi si sottrae al suo giudice, rifiuta di essere giudicato dal Tribunale e dalle leggi dello Stato italiano pur essendone un rappresentante al più alto livello. In terra di Spagna, lo ricordava Furio Colombo, dichiara che sentenze passate in giudicato della Magistratura sono una guerra civile. Bene, se questo è il rispetto che il presidente del Consiglio ha delle leggi e delle Istituzioni, noi siamo autorizzati a metterci alla sua altezza, o bassezza se preferite, di avere lo stesso rispetto, o meglio mancanza di rispetto, delle leggi dello Stato, del presidente del Consiglio e del suo governo. Tanto più che quando il capo del governo controlla direttamente o indirettamente tutto il sistema televisivo, quando succede questo in un Paese questo non è più un Paese democratico, con tutta evidenza è un regime. Bisogna prenderne atto e trarne le conseguenze. Il Procuratore generale di Milano, lo sapete, Borrelli ha detto: “Resistere”. No, bisogna fare qualcosa di più, bisogna reagire. Perciò basta con la buona educazione, con le buone maniere, col buon e civile argomentare, con la logica, perché questi non rispettano né la logica né i principi. Non si può continuare a battersi con una mano dietro la schiena con chi non solo usa tutte e due, ma usa anche un randello e, come ha minacciato il ministro degli Interni, Novello Bava Beccaris, anche eventualmente i fucili e le armi contro i manifestanti.

Mi spiace dirlo, perché io ho 57 anni e ho sempre rispettato le leggi di questo Paese, perché considero che le leggi sono ciò che ci tiene assieme, fino all’ultima virgola, ma con i furfanti bisogna comportarsi da furfanti. Lo diceva, mi appoggio a questa autorevole personalità, lo diceva anche il compagno Pertini che diceva ‘a brigante, brigante e mezzo!’” Quella sera stessa, partecipando al talk del sempiterno Vespa, il ministro della Giustizia, Roberto Castelli, diceva che avrei dovuto essere arrestato. E il concetto, cosa più inquietante, venne ripreso dal ministro degli Interni, Claudio Scajola. Non avevano tutti i torti perché sottotraccia, e neanche troppo, il mio era un invito a usare la violenza (“basta con le buone maniere”). Ripetei le stesse cose in piazza San Giovanni e questa volta c’erano 100 mila persone. I “girotondi” non godevano di buona stampa presso la sinistra, quante volte ho sentito in tv o alla radio un esponente di quel pateracchio che metteva insieme Margherita e i Democratici di Sinistra, rispondere scandalizzato a chi lo intervistava: “Non mi prenderà mica per un girotondino”.

Paolo Flores d’Arcais al Palavobis aveva detto: “Questa è una svolta storica nella storia di questo Paese”. Si sbagliava. Il movimento dei “girotondi” si è volatilizzato abbastanza rapidamente. Qualcuno è morto, i più se ne sono disamorati vedendo che nulla cambiava e Silvio Berlusconi continuava imperterrito a emanare “leggi ad personam”. Certo Berlusconi oggi conta di meno, ma non per merito nostro, ma perché Fratelli d’Italia e la Lega di Salvini gli hanno sottratto la palla.

Noi quella partita l’abbiamo, credo irrimediabilmente, perduta.

A difendere la legalità in questo Paese sono rimasti solo Marco Travaglio, il nostro giornale e i 5 Stelle. Sono, siamo, solo dei patetici Don Chisciotte. Senza nemmeno avere il conforto di Sancho Panza.

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lunedì 12 luglio 2021

5 stelle. Per chi suona la campana… - Marco Revelli

  

Qui la politologia si arrende. E anche la politica, intesa come arte conoscitiva del possibile. Forse solo la psicanalisi riesce in qualche modo a dar conto delle convulsioni che stanno squassando i Cinquestelle. Il “buffet delirante” che si è impadronito dell’unico fondatore sopravvissuto, spingendolo a destabilizzare il “suo movimento” nel momento più delicato di una già di per sé arrischiata transizione, si spiega solo con profonde patologie dell’Io. Anzi, dell’Io “patriarcale”: il più arcaico, il più selvaggio, quello del patriarca che non sopporta che la propria tribù possa vivere in qualche misura di vita propria. Quello del creatore che odia persino l’idea che la sua creatura si distacchi da lui. O del padre che odia i figli per la sola ragione, biologica, che gli sopravvivranno. Insomma, la “sindrome di Crono”, che come ci insegna la mitologia se non superata da un qualche Giove olimpico produce un mortale arresto del corso storico.

Ora, proprio per l’insostenibile pesantezza del ruolo dell’Ombra e dell’Inconscio in questa brutta faccenda, è difficile prevedere cosa ci aspetti nei giorni prossimi, come evolverà o involverà la crisi. Se l’Uno si spezzerà in due (non metà, ma quarti, ottavi, sedicesimi). Se si assisterà a una classica scissione, o a una scalata dall’interno. O alla stipula di una tregua, che illuda di congelare uno status quo ormai comunque perduto. Non è dato neppure capire se la “mediazione” che porterebbe a superare l’elezione dei 5 del “Comitato direttivo” con la nomina di “7 saggi” (sette come “i re di Roma”, come “i nani di Biancaneve”, come “I sette a Tebe” di Eschilo…), andrà in porto oppure no. Se Conte allargherà le maglie della propria finora abbondante pazienza o esprimerà il suo Vaffa… Ma quel che è certo è che il sistema politico italiano ne esce ulteriormente dinamitato. Il sistema politico, si badi, non il governo. Il quale anzi potrà rafforzare il proprio segno già naturalmente conservatore. La propria vocazione alla verticalizzazione della decisione. Al monopolio dell’indirizzo politico. Alla rappresentanza pressoché diretta e senza residui dell’universo imprenditoriale, senza più nemmeno il fastidio di possibili interferenze parlamentari: da parte cioè di un potere legislativo – di un Parlamento – ridotto a mero ornamento, nel quale la maggioranza numerica uscita dalle urne del 2018 sull’asse M5S e PD si disperde nei rivoli di una crisi d’identità apparentemente terminale.

 

Draghi, dunque, potrà continuare a governare – con logica bonapartista – indifferente alle contorsioni delle forze parlamentari come il praetor del diritto romano che de minimis non curat (indifferente persino – ed è uno scandalo! – al fatto che il leader dell’unico partito della sua maggioranza che ha un ministro economico di primo piano, faccia lega con sovranisti come Orban e neonazisti come quelli di Afd). Governerà, come un vero Comitato d’affari dei potentati economici e finanziari quale appunto è. Ma lo farà nel contesto di un sistema politico (e sociale) in disfacimento. Nel quale le ampie falle aperte nell’involucro costituito a suo tempo dal M5S lasceranno defluire flussi di voti consistenti in parte, probabilmente, verso un’astensione già stellare, in parte (minore) verso un PD che nulla fa per meritarseli, ma in parte e in misura consistente verso destra. E questo degli ex voti grillini in marcia verso Meloni o Salvini sarà una piaga del prossimo futuro, perché è un esodo verso una destra a sua volta divisa e litigiosa al suo interno ma sempre più trasversalmente attraversata da sentimenti nazionalisti (si veda il patto sovranista in Europa) e fascistoidi (anzi decisamente fascisti, come testimoniano le reazioni alla mattanza carceraria di Santa Maria Capua Vetere). Una destra, aggiungiamolo, che pretenderà di mettere il proprio sigillo sulla prossima elezione del Capo dello Stato, forte della posizione in cui la pone la dissoluzione del Centro.

Oggi festeggiano un po’ tutti – giornalini e giornaloni, partitini e partitoni, da Libero al Foglio a Domani fino a Repubblica, dagli amici di Draghi e quelli di Renzi o di Calenda -, la crisi di quell’anomalia selvaggia che non avevano mai digerito, fin dal 2013, quando era emersa come il mostro di Loch’ness nel mezzo della palude politica italiana e poi ancora dal 2018, quando aveva doppiato tutti gli altri. Festeggiano, e sembrano l’orchestrina che suona sul ponte del Titanic. Perché quello che vediamo all’opera oggi nei 5stelle è in realtà – in forma esasperata ed estrema, come nel loro carattere – la rappresentazione di una crisi generale della politica democratica e dei suoi assetti. Di un processo dissolutivo più generale e altrettanto profondo, il quale affonda le radici nell’esito della parabola populista, e nel panorama di rovine che lascia allo scoperto.

In fondo, se ci ragioniamo a mente un po’ più sgombra, non può sfuggirci l’analogia tra l’attuale “follia” di Beppe Grillo, e il destino di altre due figure chiave del populismo 2.0, come Matteo Renzi, da una parte, e Matteo Salvini dall’altra. Tutti e tre hanno costruito le rispettive creature politiche sulle proprie persone – su una personalizzazione esasperata -. E tutti e tre le hanno “sabotate” nell’incapacità di mediare i propri Ego straripanti con la realtà. E’ in fondo il destino della sindrome populista che di emotività personalizzata ferisce e di emotività personalizzata perisce. Il successo, tuttavia, di quel populismo di ultima generazione, la sua eccedente energia politica, nasceva dal fatto che metteva allo scoperto una malattia mortale della democrazia contemporanea: la sua incapacità a rappresentare i rispettivi popoli. Ora quella domanda inespressa di rappresentanza rimane intatta, ma la risposta ad essa rischia di ritorcersi contro lo stesso involucro istituzionale in cui è contenuta. Per demolire anche gli ultimi simulacri di democrazia costituzionale. Per questo lo scenario post-populista a cui ci affacciamo rischia di essere istituzionalmente più disastroso di quello, pur travagliato, che abbiamo vissuto.

Gramsci, ragionando sul 1921, scrisse a suo tempo che i comunisti stessi allora erano stati parte del generale processo di dissoluzione il cui esito era stato il fascismo. C’è il rischio che anche noi, oggi, sottovalutiamo la forza della dissoluzione.

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martedì 28 luglio 2020

«Stiamo morendo» è l’urlo che arriva dai barconi del Mediterraneo - Alex Zanotelli



Stiamo morendo…» È l’urlo che arriva oggi, come un pugno nello stomaco, da uno dei barconi in avaria nel Mediterraneo. Non si può rimanere in silenzio davanti a quanto sta succedendo nel Mediterraneo, frutto amaro di scelte politiche scellerate sia da parte dell’Europa che dell’Italia. Non è umano restare insensibili di fronte a tanto dolore. È vergognoso che il corpo di un migrante incastrato in un gommone da oltre tre settimane vaghi per il Mediterraneo, senza che nessuno lo raccolga.
Non trattiamo così neanche i cani. Quel corpo vagante è lì per ricordare che in quel mare sono sepolti dai cinquanta ai centomila corpi di profughi. Come non ricordare la fotografia in fondo al mare di una mamma che stringe ancora la mano al suo bimbo. Stiamo assistendo in silenzio a un genocidio perpetrato dall’Europa che usa l’Italia per questa sua politica ‘necrofila’.
Ne è la riprova la visita a Tripoli , a metà luglio, della ministra degli Interni Lamorgese, che davanti all’uomo forte di Tripoli Al-Serraj, ha detto: «Confermiamo l’orientamento, già espresso dal governo italiano, secondo il quale l’impegno profuso dalla Ue nell’ambito dell’accordo con la Turchia possa e debba essere replicato nel quadrante centrale del Mediterraneo». In poche parole l’Italia si presta a fare quello che la Germania, a nome dell’Europa, ha fatto con la Turchia nel 2016 per bloccare il flusso dei profughi siriani.
QUELLO È STATO un patto criminale con cui l’Europa ha regalato sei miliardi di euro a un dittatore come Erdogan per trattenere in squallidi campi quattro milioni di rifugiati che vivono oggi nella disperazione. Ora l’Italia, sospinta dall’Europa, fa un patto con la Libia (un paese in piena guerra civile ) perché trattenga sul suo suolo gli oltre 650 mila profughi rinchiusi in orribili lager dove gli uomini vengono torturati e le donne violentate, ma anche per bloccare in Libia l’arrivo di centinaia di migliaia di disperati in fuga dal Sahel, uno dei nuovi focolai di profughi.
Per questo la ministra degli Interni si appresta a consegnare entro settembre a Tripoli, oltre i 30 SUV già consegnati, 17 ambulanze, 20 gommoni, 73 autobus nell’ambito di un accordo italo-europeo di 57 milioni di euro. Ma ancora più inaccettabile è il voto con cui il nostro Parlamento ha rifinanziato la Guardia costiera libica, responsabile di crimini senza numero. Il 16 luglio infatti la Camera ha votato per rifinanziare tutte le missioni militari internazionali. Si è votato a parte per rifinanziare la missione militare italiana in Libia e la Guardia Costiera libica.
Il quorum di 213 voti è stato raggiunto solo grazie ai voti del centrodestra perché la maggioranza (Pd,M5S, LeU, Più Europa) si è fermata a 206 voti: 23 parlamentari della maggioranza hanno votato giustamente No: 7 di LeU, 8 Pd, 5 del Gruppo misto, 3 del M5S. Zingaretti ha tradito quello che l’assemblea nazionale del partito aveva votato all’unanimità lo scorso febbraio, cioè di non rifinanziare la criminale guardia costiera libica. E Zingaretti , che aveva dato inizio al governo giallo-rosso promettendo «discontinuità», si ritrova oggi a portare avanti le stesse politiche del governo giallo-verde. Infatti la Guardia Costiera libica, solo nel mese di giugno, ha intercettato 1.500 disperati e li ha riportati nell’inferno libico.
E di fronte a questa grave situazione trovo incredibile che il governo italiano voglia vendere all’Egitto le fregate Fremm per un valore di oltre un miliardo di euro, in previsione della vendita di altre armi per nove miliardi di euro. L’Egitto userà queste armi per sostenere il suo alleato in Libia, il generale Haftar in guerra contro l’uomo forte di Tripoli da noi sostenuto. Il Parlamento egiziano ha già dato via libera al suo esercito per entrare in Libia. Altro che verità e giustizia per il nostro Giulio Regeni!
ALTRETTANTO grave è il fatto che la Guardia Costiera italiana continua a svuotare il Mediterraneo delle navi umanitarie. Dopo la Alan Kurdi, la Aita Mari e la Sea Watch, è toccato alla Ocean Viking bloccata a Porta Empedocle per delle sciocchezze. Libera e in procinto di ripartire è solo la Mare Jonio. Da quindici giorni il Mediterraneo è privo di soccorsi e di informazioni. Da qui si capisce che razza di politica migratoria il nostro governo sta portando avanti.
Mentre Alarm Phone continua a lanciare i suoi SOS dai barconi in avaria : oggi è l’ennesimo esempio di tanta disumana e brutale indifferenza. Noi invece continuiamo a gridare chiedendo al nostro governo l’abrogazione dei Decreti Sicurezza, del Memorandum Italia-Libia e del decreto che chiude i porti italiani per la Covid, nonché della SAR libica. E chiediamo altresì al governo Conte di smetterla di vendere armi all’Egitto, alla Turchia e alla Libia, ma che trovi finalmente una seria politica di vera cooperazione per permettere ai popoli impoveriti di rimettersi in piedi.

mercoledì 1 luglio 2020

Il caso 'Venezuela-photoshop': non si ferma la macchina del fango - Pino Cabras



Sono ormai numerosi e incontrovertibili i riscontri che dimostrano che il presunto documento venezuelano del 2010 - tanto strombazzato per accusare una persona deceduta di aver preso soldi da un altro morto (vecchia tecnica mafiosa per screditare e depistare) - è un clamoroso e grossolano falso, fabbricato in modo pedestre: timbri che nel 2010 non potevano esistere, ministeri che nella loro carta intestata mettono un nome che non avevano e altri anacronismi che gettano un immenso discredito sul quotidiano spagnolo ABC e su chi lo riprende acriticamente.
Già questo basterebbe e avanzerebbe a una redazione onesta per titolare più o meno così: "Giornale spagnolo pubblica una bufala per accusare il M5S". Un giornalista scrupoloso ci mette due minuti: se il ministero venezuelano ha un nome ufficiale diverso, quel documento non ha nemmeno il grado zero dell'attendibilità. Fine della discussione. E se un documento è un evidente falso, chi lo ha confezionato ha commesso un reato, mentre chi lo ha diffuso sui media (senza fare il semplice mestiere del cronista che verifica le fonti) è un falsario di un livello più ipocrita e più cinico, è un vice-maggiordomo più attento a compiacere i propri padroni che a cercare la semplice verità.
Alla locomotiva dei giornali che titolano "ombre sul M5S" si attaccano i vagoni dei politici che ripetono a pappagallo: "vorrei credere che sia una fake news ma il M5S deve fare chiarezza".
Sarebbe fantastico confezionare con Photoshop (e vi assicuro che lo so fare) un documento in russo che descrive una consegna di 3,83 miliardi di rubli in banconote di piccolo taglio da consegnare a qualche parlamentare leghista e poi, una volta diffuso il documento, metterci tutti a strepitare che i leghisti devono fare chiarezza. Che poi 3,83 miliardi di rubli, al cambio di oggi, varrebbero 49 milioni di euro. Ma quella è un'altra storia.
Oppure potrei fabbricare una lettera finta di qualche petromonarca del Golfo che descrive una mirabolante dazione in Rolex e diamanti a Matteo Renzi in cambio di una sua buona parola per qualche speculazione immobiliare. Che figata poi chiedere un'inchiesta sulla base di questa patacca, girando tutti gli studi televisivi con lo spandiletame alla massima potenza.
Succede anche che i direttori dei giornali intossicati dalla propria narrazione si salvino l'anima lasciando scrivere un pezzo a quel loro redattore bravo, quello che scrive che il documento non convince per questa e quella ragione ben spiegata. Ma il pezzo del giornalista coscienzioso ha un taglio basso, invisibile, sommesso e sommerso dal rumore di fondo che solo conta nella testa dei padroni editoriali: quel titolone a tutta pagina che divora ogni testo, prevarica sulla percezione, dà l'impronta a milioni di lettori, bombardati ovunque dalla rassegna stampa che ripete la bufala con il ritmo persuasivo di una pubblicità. Il prodotto da vendere è: "il M5S è sporco". Se lo dicono "tutti", qualcosa sarà vera, e lo "spin", cioè l'effetto mediatico che fa girare tutta la giostra intorno alla notizia del giorno, ha raggiunto il suo effetto.
Come corollario nessuno legge le nostre vere posizioni sul Venezuela, che hanno trascinato il governo a una posizione equilibrata anziché ripetere gli errori di altri governi su Iraq, Libia e Siria.
Così ci vedono come tifosi. Proiezione freudiana: abbiamo un giornalismo fatto esattamente di tifosi, che non sanno più descrivere le partite vere sul campo, ma solo il loro mondo da hooligan del sottobosco politico, dentro i loro pastoni retroscenisti che ormai sapremmo scrivere in automatico. E oggi non sanno nemmeno distinguere uno scoop da un foglietto che qualunque ragazzino di terza media sgamerebbe al volo.

venerdì 10 aprile 2020

Sorprese nell'uovo di Pasqua?



Miracolosamente (qui)


il PD dice qualcosa di sinistra, 5Stelle e Renzi non dicono cose di sinistra (e quindi di destra? - vedi sotto)





Miseramente (qui)


le Sardine dicono qualcosa di qualunquista, cioè di destra

martedì 19 novembre 2019

Processi senza fine: l’ultima riforma pericolosa e bislacca di Bonafede e del M5S - Marco Brando




La riforma della prescrizione nei processi penali – fortemente voluta dal M5S e dal suo ministro alla Giustizia, Alfonso Bonafede – sta creando grande scompiglio tra i membri della maggioranza giallo-rossa. Che cos’è la prescrizione? È una causa di estinzione dei reato: quando matura, non si può più procedere nei confronti della persona accusata di aver commesso il fatto; e matura quando questa persona non viene giudicata in modo definitivo entro un determinato periodo di tempo, che varia a seconda del crimine per il quale si procede.
Secondo Bonafede, la sua riforma deve essere attuata dal 1 gennaio 2020: da quel giorno il conto alla rovescia della prescrizione sarà bloccato dopo la sentenza di primo grado, perché in appello e in Cassazione salterà l’estinzione per eccesso di durata. Tuttavia, siccome non è ancora stato deciso niente per quel che riguarda l’accelerazione dei tempi dei processi (notoriamente lunghissimi nel nostro Paese), questi – una volta bloccata la maturazione della prescrizione – potrebbero durare all’infinito e un imputato rischia di rimanere tale a vita. Saranno ben 30.000 all’anno i procedimenti penali che non avranno più scadenza. Ecco l’effetto della cosiddetta “legge spazzacorrotti”: è stata varata a inizio 2019 dalla coalizione M5S-Lega, ma con l’efficacia differita di un anno, cosicché è l’attuale governo a dover fronteggiare la smania giustizialista grillina.
Pd, Italia Viva e Leu non sono favorevoli a questa sedicente riforma, che appare monca, non essendo accompagnata da una credibile calibratura dei tempi del processo penale. Si tratta di ottenere una velocizzazione indispensabile in uno Stato di diritto, sebbene in Italia vari governi e coalizioni abbiamo provato in questi ultimi decenni a metterci mano. Con scarsi risultati. Infatti l’estrema durata dei processi in Italia è stata spesso al centro di ammonimenti e sanzioni milionarie da parte organismi europei e internazionali.
In base ai dati della Commissione del Consiglio d’Europa che si occupa dell’efficienza dei sistemi giudiziari, risulta in modo chiaro che l’Italia sia nelle ultimissime posizioni della classifica. In testa per l’esasperante lentezza ci sono la giustizia civile e amministrativa, mentre quella penale è in teoria il settore più rapido della giustizia italiana: un processo che attraversi tutti e tre i gradi di giudizio dura in media 3 anni e 9 mesi, però siamo comunque tra i peggiori. Nonostante tutto, i 5Stelle e il ministro Bonafede insistono nello stare in groppa a questo loro cavallo di battaglia, senza porsi in alcun modo un problema: ammesso e non concesso che sia opportuno bloccare la prescrizione penale, bisognerebbe prima creare le condizioni per cui i palazzi di giustizia italiani possano lavorare con tempi meno allucinanti, garantendo finanziamenti, mezzi e personale.
Però, come è noto, la smania purificatrice dei pentastellati (soprattutto quando i processi non riguardano i loro esponenti) non è facilmente sedabile; cosicché il Movimento non intende ascoltare gli attuali alleati e, ovviamente, ancora meno le opposizioni (inclusa la Lega, che ha votato a favore della riforma ai tempi dell’alleanza con il M5S e ora finge di non ricordarsene). L’ultima proposta del Pd consiste nell’indicare i tempi massimi di durata dei processi nelle varie fasi; in caso di superamento, la prescrizione ripartirebbe. Qualcosa di molto simile a quello che prevedeva la riforma dell’ex ministro della Giustizia Andrea Orlando, cancellata – polemicamente – proprio da Bonafede.
Nell’attesa, qualcuno potrebbe ricordare all’attuale ministro che l’articolo 111 della Costituzione impone di assicurare “la ragionevole durata” dei processi. La pretesa di farli diventare eterni in nome della propaganda populista, senza avere alcuna idea sugli strumenti e i soldi necessari per rendere i processi più rapidi, dimostra quanta incosapevolezza ci sia – in casa pentastellata – a proposito del rapporto tra decoroso funzionamento della giustizia e credibilità di un sistema democratico.
Questa vicenda ricorda un caso accaduto, su un altro fronte, nella Pianura padana tra Piemonte e Lombardia alla fine degli anni Ottanta: i pesticidi usati in agricoltura inquinarono la falda freatica, superando i limiti di contaminazione previsti dalla legge e rendendo necessaria la chiusura degli acquedotti; più 500.000 persone furono rifornite con le autobotti per un po’, finché qualcuno ebbe la brillante idea di innalzare per legge il livello dei contaminanti. Risultato: l’acqua ridiventò “potabile” per decreto, senza bisogno di risanare gli acquedotti. Ora si pensa di spazzare via i corrotti e i criminali, veri o presunti, avvelenando i pozzi della giustizia con i “processi a vita”, piuttosto che risanando l’arrugginita macchina giudiziaria.

giovedì 25 luglio 2019

Voi siete delle merde e chi vi ha dato fiducia è stato un coglione





 Voi siete delle merde e chi vi ha dato fiducia è stato un coglione

E’ un pensiero comune fra i NoTav,  e non solo. Ci chiediamo ora cosa faranno tutti quelli del Movimento 5 stelle che al parlamento si sono detti notav, ci chiediamo se faranno una sceneggiata parlamentare tirando a campare oppure se avranno coraggio e coerenza di far cadere il governo.
Clicca qui il Comunicato del Movimento Notav.
Clicca qui Alberto Perino.
Clicca qui Nicoletta Dosio.
Clicca qui Lele Rizzo.
Clicca qui Marco Scibona.






Non c’erano e non ci sono governi amici, l’abbiamo sempre saputo!
Comunicato del Movimento Notav

Dopo la diretta Facebook del Presidente Conte c’è finalmente chiarezza e come abbiamo sempre sostenuto: amici dalle parti del governo non ne abbiamo mai avuti.
La manfrina di tutti questi mesi giunge alla parola fine e il cambiamento tanto promesso dal governo, getta anche l’ultima maschera, allineandosi a tutti i precedenti.
E’ dal 2001 che risentiamo le solite parole da parte dei vari presidenti del Consiglio, e quelle oggi di Conte, anche se condite dalla “responsabilità del padre di famiglia” , non sono altro che la solita dichiarazione di chi cambia tutto per non cambiare niente, tenendo in piedi un dibattito in questi mesi, che è sempre stato ambiguo negli atti concreti, e questo è il risultato.
Non farlo costerebbe più che farla?
E’ solo una scusa per mantenere in piedi il governo e le poltrone degli eletti, sacrificando ancora una volta sull’altare degli interessi politici di pochi, il futuro di molti.
Conte fino a poco tempo fa si era detto convinto che quest’opera non serviva all’Italia perchè troppo costosa per i benefici. Aveva letto bene l’analisi consegnatagli dalla commissione nominata, ed ora ha cambiato idea, fulminato sulla via di Damasco da promesse di finanziamenti europei o da equilibri politici da mantenere?
Abbiamo sempre definito il sistema Tav il bancomat della politica ed è solo di oggi la richiesta di arresto per il direttore della CMC che è il general contractor della Torino Lione. Un piccolo esempio di cosa abbia scelto il presidente Conte, altro che interessi degli Italiani!
Cosa cambia ora?
Per noi assolutamente nulla perché sono 30 anni che ogni governo fa esattamente come quello attuale: annuncia il si all’opera e aumenta il debito degli italiani facendo leva su un fantomatico interesse nazionale che non c’è e che nessuno dimostrerà mai.
Noi faremo quello che abbiamo sempre fatto, convinti di essere dalla parte del giusto, e dalla parte di quella maggioranza del Paese che dalla Torino Lione non trarrà nessun vantaggio, ma un danno economico e ambientale, che pagheremo tutti.
Conte e il governo che presiede saranno gli ennesimi responsabili di questo scempio ambientale, politico ed economico.
Ci chiediamo ora cosa faranno tutti quelli del Movimento 5 stelle che al parlamento si sono detti notav, ci chiediamo se avranno coraggio e coerenza o, come per altri punti politici tanto cari, che non si sono rivelati tali, faranno finta di niente tirando a campare.
Ma per coraggio e coerenza non intendiamo la sceneggiata già pronta da tempo, e che la mossa di Conte conferma, di portare il voto in un parlamento dove il voto è già scontato e dove il Movimento 5 stelle voterebbe contro, tentando di salvarsi la faccia dicendo “siamo coerenti, abbiamo fatto tutto il possibile”.
Noi invece sapremo sempre cosa fare, proseguendo la nostra lotta popolare per fermare quest’opera inutile ed imposta. Lo faremo come abbiamo sempre fatto mettendoci di traverso quando serve e portando le nostre ragioni in ogni luogo di questo Paese, che siamo convinti, sta con noi.
Dimostreremo fin da subito la nostra vitalità, con il festival Alta Felicità che prenderà il via giovedì portando migliaia di notav nella nostra Valle, e che porteremo tutti insieme a vedere il cantiere sabato pomeriggio!
Fermarlo è possibile, fermarlo tocca a noi!


martedì 25 giugno 2019

Breve storia dei musei (e di come ce li hanno sottratti) - Daniela Pietrangelo, Leonardo Bison



Pochi giorni prima delle ultime elezioni politiche, era il primo marzo del 2018, Luigi Di Maio presentava la lista degli ipotetici ministri di un ipotetico governo 5 Stelle. Uno dei profili più sorprendenti era quello del ministro dei beni culturali designato,Alberto Bonisoli: il suo profilo da outsider della politica, laureato alla Bocconi, esperto di moda e design e direttore di un’accademia di Belle arti privata, appariva del tutto inadatto a portare avanti le riforme in senso nettamente pubblicistico e statalista nel campo della cultura che il Movimento 5 Stelle annunciava nel suo programma. In campagna elettorale il M5S prometteva di voler smontare pezzo per pezzo le recenti riforme del ministro precedente, quel Dario Franceschini capace pochi giorni più tardi di uscire sconfitto anche in un collegio, considerato roccaforte, di Ferrara. Bonisoli sarebbe poi diventato ministro di un governo fondato su di un contratto che non conteneva traccia alcuna degli impegni programmatici dei 5 Stelle.
Esattamente un anno dopo, nei primi giorni di marzo 2019, si è appreso che un fondo afferente alla corona dell’Arabia Saudita era in procinto di entrare nel consiglio di amministrazione del Teatro alla Scala di Milano, in cambio di una donazione di 15 milioni. La notizia doveva rimanere nell’ombra: una simile elargizione era impossibile da giustificare politicamente. Per questo, l’operazione è saltata dopo due settimane di rimpalli di responsabilità. Eppure, quella donazione sconveniente risulta perfettamente legale e in linea con lo statuto della Fondazione Teatro alla Scala, tanto che il sindaco di Milano Giuseppe Sala si è affrettato a dichiarare che «il Cda della Scala non ha alcuna preclusione nei confronti dell’Arabia saudita». Ma gli italiani hanno preclusioni verso la possibilità che un qualsiasi milionario, italiano o straniero, possa prendere il controllo dei maggiori teatri lirici del paese? A giudicare dal fuggi fuggi dei politici quando la notizia è trapelata, probabilmente sì.
In effetti buona parte dei più importanti beni culturali italiani è gestita da Fondazioni di Partecipazione, che possono ricevere finanziamenti privati da chiunque, e spesso a qualunque costo: dal Teatro dell’Opera di Roma, al Palazzo Ducale di Venezia, dal Museo Egizio di Torino fino, appunto, alla Scala di Milano. Finché questi finanziatori non erano i sauditi, sembrava che la questione non ponesse problemi: in un ormai celebre diverbio tra il direttore del Museo Egizio di Torino e Giorgia Meloni, quest’ultimo vantava a gran voce che il Museo Egizio «non riceve fondi pubblici», come dato positivo e niente affatto problematico. Dato peraltrogrossolanamente falso, ma questa menzogna gratuita non è stata sottolineata da alcun giornale dell’epoca. Come si è arrivati fino a qui, senza alcun dibattito pubblico e senza alcun contraddittorio?
Una rapida privatizzazione
Il processo è durato oltre 25 anni, procedendo rapidamente senza che l’opinione pubblica avesse i mezzi (le informazioni) per comprenderne la portata. Nel 1993 i servizi di guardaroba, biglietteria o visite guidate all’interno dei musei pubblici venivano esternalizzati (obbligatoriamente), cedendo a grandi gruppi legati alla politica circa l’80% degli introiti di istituti quali Colosseo e Museo degli Uffizi. Il provvedimento fu votato all’unanimità dal parlamento. Nel 1996 i teatri lirici venivano trasformati in fondazioni di diritto privato, ancora una volta senza alcun contraddittorio, e da lì in poi fondazioni private per gestire pezzi di patrimonio culturale pubblico venivano create per Musei statali (Museo Egizio a Torino, Maxxi a Roma) e non, come i musei di Torino, Venezia (tra i quali Palazzo Ducale), Brescia, Bologna e via discorrendo. Fino a quando, il 13 novembre 2017, tutti i direttori dei più grandi musei italiani (divenuti nel frattempo a gestione autonoma) proponevano a gran voce di trasformare tutti i musei in fondazioni di diritto privato. Tutto questo senza che il parlamento abbia mai provveduto a distinguere gli enti privati che gestiscono patrimonio pubblico dagli enti privati che gestiscono patrimonio privato.
Ed eccoci ancora ai Sauditi che provano a prendere il controllo della Scala di Milano. Una situazione non nuova, dal momento che i grossi gruppi economici di Torino o Venezia controllano i musei della città già da oltre dieci anni, che pure sembra aver scosso l’opinione pubblica e messo alle strette la politica.
Poche settimane prima, il 7 febbraio 2019, il movimento Mi Riconosci? Sono un professionista dei beni culturali, di cui fanno parte i due autori di questo articolo, aveva tentato, con successo, didenunciare pubblicamente un sospetto che gli operatori de settore nutrivano da anni: che si fosse prossimi a una trasformazione di tutti i più grandi musei statali (Colosseo, Uffizi, Brera, Reggia di Caserta…) in fondazioni private, sulla falsariga di quanto avvenuto nel 1996 per i Teatri lirici. Quella denuncia elencava gli indizi per cui si poteva ipotizzare tale operazione, e spoegava quanto deleteria sarebbe stata per il patrimonio pubblico; illustrava anche i motivi che spingevano l’establishment economico-finanziario italiano a voler controllare i nostri musei pubblici, sottolineando anche un aspetto poco noto: i possibili meccanismi di evasione fiscale che possono attivarsi attraverso la donazione (detassata al 65%) di denaro da parte di privati a enti privati che gestiscono patrimonio pubblico. Le motivazioni anzitutto economiche alla base della trasformazione dunque dovrebbero preoccuparci non poco. Dopo qualche settimana di silenzio, il ministro Bonisoli ha smentito la possibilità che i musei divengano Fondazioni, e i sostenitori della trasformazione non hanno trovato argomenti per difenderla: il processo di privatizzazione ha subìto un arresto, ma per quanto?
Come detto le motivazioni sono soprattutto economiche, eppure c’è un altro aspetto che spinge questi gruppi di potere a voler controllare il nostro patrimonio culturale con il sistema delle fondazioni: un aspetto squisitamente ideologico, che dovrebbe portarci a considerare il patrimonio culturale, i nostri musei (ma anche tutti gli altri spazi culturali, quali i siti archeologici o i teatri lirici), come un terreno fondamentale di scontro nel tentativo di abbattere l’egemonia neoliberista.
Dal pubblico al privato
L’istituzione-museo nel corso dei secoli è stata oggetto di critiche e revisioni continue, campo d’azione non solo scientifico ma soprattutto politico ed economico.
Nel Diciottesimo secolo si cominciò a considerare la divulgazione del sapere come una responsabilità pubblica: nacquero allora i musei, con l’acquisizione di collezioni private da parte di alcuni enti statali. L’accesso era in genere regolato da norme e possibile solo dietro il pagamento di un biglietto. Seppur l’idea dei musei aperti a tutti nacque durante l’Ancien régime, fu con la Rivoluzione francese che i musei (anzitutto il Louvre, precedentemente pensato per conservare le collezioni reali) divennero pubblici e accessibili a tutti i cittadini senza distinzione di ceto o reddito. Possiamo affermare che in quel periodo nascono i musei europei, in modo radicalmente diverso da quanto accadeva negli Stati uniti, dove un percorso parallelo e distinto portava al concetto di museo-impresa, luogo nato da iniziative private da gestire come un’attività imprenditoriale, che punta a svolgere un ruolo attivo di orientamento del gusto pubblico imponendo, attraverso i canali dell’industria culturale, passioni e mode. Il modello americano negli ultimi vent’anni si sta imponendo in Europa, con la differenza non da poco che il museo non nasce dall’iniziativa privata ma occupa uno spazio precedentemente pubblico.
Ma torniamo ai musei europei del Diciannovesimo secolo. Si imposero allora i compiti morali di un museo: bisognava offrire al pubblico un’opportunità di edificazione personale attraverso l’esaltazione di valori che avrebbero contribuito a trasformare l’individuo in cittadino modello. Il museo nasce e si sviluppa non solo con il compito di acquisire e conservare reperti e opere di interesse culturale, ma soprattutto ha la grande responsabilità sociale di garantire l’educazione e di porsi al servizio della collettività. Nel corso dei decenni questo modello evolve, con la crescita del nazionalismo e dell’imperialismo le collezioni museali si trasformano in senso maggiormente statalista e celebrativo, ma il solco è segnato. Per tutta questa fase, è bene sottolinearlo, sono ancora le élites nazionali ad avere il saldo controllo su cosa va preservato, come, e per chi.
Ma in tempi recenti accade qualcosa. Si rafforza, repentinamente, la convinzione che la responsabilità sociale del museo debba superare i confini convenzionali e trovare nuove forme di applicazione.
Negli anni Sessanta il museo scopre la sua vocazione sociale e riorganizza la sua struttura e narrazione partendo dal basso. Si inizia a sviluppare un approccio meditato e consapevole alle politiche di acquisizione e di esposizione, oltre che una maggiore coscienza e comprensione del loro potenziale ruolo nel costruire delle società più inclusive. Si comprende che i musei possono comportarsi come catalizzatori per la rigenerazione sociale, conferendo poteri alle comunità per aumentare la loro autodeterminazione, sviluppare la fiducia e la capacità di esercitare maggiore controllo sulla qualità della propria vita e sullo sviluppo dei quartieri nei quali vivono. Negli Stati uniti nasce l’Anacostia Neighborhood Museum, il primo museo di quartiere, nel 1967. Ciò segna un cambiamento significativo nel modo di concepire un museo: pensato non più soltanto come un’istituzione finalizzata a migliorare la conoscenza, a promuove la ricerca e a conservare la memoria, ma soprattutto come un organismo creato grazie all’apporto diretto della comunità alla quale si rivolge. Una nuova idea di museo nasce da Hugues de Varine, nel 1971, per la prima volta parla di Ecomuseo ovvero un organismo che, pur rivolgendosi a un pubblico esterno, ha come interlocutori principali gli abitanti della comunità i quali, anziché visitatori passivi, diventano parte attiva, partecipando alle decisioni di pianificazione dei contenuti e del museo stesso. Il tema del diritto dei cittadini alla partecipazione alla cultura viene posto al centro della Convenzione di Faro, un trattato internazionale promosso dal Consiglio d’Europa al quale aderiscono 47 paesi europei (che l’Italia deve ratificare dal 2013). Un testo di grande importanza, a tratti rivoluzionario, promuovere una maggiore partecipazione dei cittadini scardinando i ruoli di gestione e promozione del patrimonio culturale e incoraggia i processi di valorizzazione partecipativi dal basso. Anche molti artisti contemporanei hanno messo in discussione il ruolo dei musei, osservato le loro pratiche, sono intervenuti in essi e hanno contribuito a ridefinirli. In molti hanno utilizzato l’istituzione museale come dispositivo critico per analizzare la società contemporanea e denunciarne gli aspetti negativi. Una delle opere d’arte più potenti e d’impatto degli ultimi tempi rimane, a distanza di anni, quella realizzata nel 1992 da Fred Wilson, dal titolo Mining The Museum per il Maryland Historical Society di Baltimora, opera in cui l’artista riflette sul ruolo del museo, sull’effetto che una certa scelta espositiva ha sul visitatore, su cosa esprime e sullo sbilanciamento dei musei a favore della cultura borghese bianca. L’artista creò all’interno del museo dei riallestimenti espositivi con l’intento di arrivare a una narrazione museale inclusiva, per esempio esponendo nella stessa teca un paio di manette di metallo utilizzate per gli schiavi contrapponendole a una serie di brocche e bicchieri d’argento riccamente decorati.
Sono anni di spinte dal basso che chiedono una revisione delle narrative dei musei, includendo altre classi, altri generi, altre etnie. Non appare un caso che i musei, in tutto il mondo e in Italia, dove questo dibattito è arrivato con molta meno forza, si siano aperti in quel momento ai privati, utilizzando la retorica dell’apertura e di fatto concedendo il controllo delle narrazioni non più alle élites statali nazionali ma a quelle economiche locali e transnazionali. In pochi decenni questa tradizione centenaria, in evoluzione, è stata messa sotto attacco, imponendo ai musei la “sostenibilità economica”, la raccolta fondi, l’autofinanziamento, tutte le tipiche caratteristiche del modello americano. Non ci sembra avventato scorgervi una reazione preventiva alle critiche esposte e alla richiesta di maggiore inclusività.
Il museo offre narrazioni, decide cosa conservare della nostra storia e della nostra identità, come renderlo patrimonio fruibile, come esprimere valori che ci rappresentano oggi e che possono diventare storia per il domani. Facile intuire quanto un simile spazio di comunicazione e formazione, dotato di un’aura di indipendenza e imparzialità, continui a essere simbolo di potere, non solo economico. Facile intuire quando possa essere utile controllare quelle narrazioni, minando l’indipendenza di un museo. Inutile dire che un ragionamento simile vale per il controllo dei palinsesti e del prezzo dei biglietti dei nostri Teatri.
Affidare la gestione del patrimonio pubblico ai privati significa affidare loro non solo la gestione dei profitti ma anche la possibilità di riorganizzare e trasmettere significati sbilanciati a loro favore, di decidere quali elementi sottolineare a scapito di altri, quali verità considerare e quali ignorare. Il museo non è mai stato uno spazio statico e imparziale, è da sempre un luogo di controllo sociale e strumento di produzione di consenso, un campo in cui è in atto uno scontro di potere tra culture diverse. Le narrazioni in esso contenute non sono mai neutrali, subiscono le pressioni e sono regolate da tensioni politiche e sociali. Gli allestimenti museali sono scelti per essere al servizio della rappresentazione e discendono sempre da una interpretazione, e ogni interpretazione è necessariamente di parte. Carol Duncan, analizzando l’uso politico che è stato fatto dei musei, dichiarò che sono «straordinarie macchine per la definizione di identità. Controllare un museo significa, controllare la rappresentazione di una comunità e alcune delle sue varietà più alte e autorevoli».
Purtroppo, impegnati su più fronti, abbiamo lasciato ad altri il controllo degli spazi culturali statali, vedendo i biglietti di ingresso crescere, i gestori cambiare, il lavoro sparire, senza riuscire a imporre un’agenda alternativa. Per le classi subalterne, e per chi vuole costruire un mondo non capitalista, riappropriarsi del ruolo pubblico e comunitario del museo e del patrimonio culturale, appropriarsi della storia e delle narrazioni identitarie in esso insite appare fondamentale per rendere possibile il cambiamento: raccontare le rivolte e i mondi possibili, le società umane che hanno prosperato in altri sistemi economici, il lato oscuro di ogni monumento costruito dal potere sulla pelle degli ultimi, è un futuro possibile per i nostri musei. Un futuro che chi li ha e li vuole trasformare in fondazioni private vuole rendere impossibile. Sta a noi riprenderci il nostro patrimonio culturale pubblico.
*Leonardo Bison, archeologo e dottorando all’Università di Bristol (Regno Unito), si è occupato soprattutto di migrazioni e interazioni culturali nel Mediterraneo antico. Daniela Pietrangelo, educatrice museale, ha collaborato con enti pubblici e privati alla progettazione e realizzazione di attività educative con particolare attenzione ai temi dell’inclusione museale e dell’accessibilità al patrimonio culturale. Entrambi sono attivi sui temi riguardanti la gestione del patrimonio culturale con il collettivo Mi Riconosci? Sono un professionista dei beni culturali.

venerdì 14 giugno 2019

Elezioni: Il vento populista ha fatto il suo giro - Marco Revelli



“Non poteva andare peggio”. L’abbiamo detto tra noi a caldo, nella lunga notte di Mentana. L’abbiamo scritto su questo sito il giorno dopo. Lo ripetiamo adesso a freddo (si fa per dire), dopo aver tentato di smaltire lo shock e dopo aver visto le prime analisi di flusso e le nuove mappe elettorali.
Lo diciamo a ragion veduta. In primo luogo perché più di un terzo dei votanti ha scelto non la Lega, ma la peggior Lega da quando essa esiste. La lega di Salvini e di Giorgetti, dei porti chiusi e dei rosari sventolati, dei 49 milioni spariti e del sottosegretario Siri difeso a oltranza. L’hanno votata sapendo tutto di ciò che era diventata, perché il Capitano non aveva nascosto nulla, anzi aveva ostentato con un certo compiacimento il peggio di sé: il disprezzo per la vita altrui (degli ultimi, dei deboli) e l’irrisione verso chi pratica la solidarietà (ricordiamo il sarcasmo nei confronti dell’elemosiniere del papa), le proprie amicizie in Casa Pound e la propria vicinanza agli amministratori corrotti, la tolleranza zero persino per la cannabis legale e la tolleranza piena per i pogrom metropolitani… Hanno votato, quel buon terzo di elettori, la ferocia mescolata al pessimo gusto, l’affarismo incrociato all’oltranzismo, l’ordine poliziesco in piazza reso compatibile con l’abbraccio agli ultras da stadio. L’hanno votato nonostante tutto: nonostante il papa e i santi sociali, le denunce dell’anti-corruzione e quelle degli analisti di mercato, le rivelazioni del giornalismo d’inchiesta e gli allarmi della stampa internazionale. Forse l’hanno votato proprio “per” tutto ciò, in una sorta di compiacimento della dimensione truce della vita pubblica scambiata per autenticità.
C’è poi un secondo motivo di costernazione senza consolazione, ed è che con questo voto l’onda populista che da almeno un quinquennio scuote i sistemi politici occidentali mostra, con devastante chiarezza, il proprio tendenziale approdo alla destra estrema. Il “vento populista”, potremmo dire, che si era dichiarato inizialmente al di là o al di sopra dell’antitesi destra-sinistra, chiude il proprio giro nella casella nera della destra non moderata. Soprattutto se chiamato alla prova del governo, il “nuovo populismo”, denominiamolo così – il populismo del terzo millennio, quello a vocazione maggioritaria -, si risolve in quel settore dello spazio politico dove da sempre si sono accampati quelli che un tempo si chiamavano i campioni della “reazione”. Perde, in sostanza, l’ambivalenza dell’origine, i tratti trasgressivi e non conformisti, in qualche caso persino libertari e libertini, da scapigliatura della politica, da destabilizzatori di tutte le oligarchie, e veste i panni rigidi della legge e dell’ordine, dell’autoritarismo e del principio gerarchico, dell’alleanza con le peggiori oligarchie degli affari e del potere, si chiamino mafie, massoneria o think tank globali, settori tradizionalisti della chiesa d’occidente o aspiranti dittatori venuti dall’est. Non è cosa nuova. Era successo anche col populismo delle origini, in particolare col People’s Party americano “virato” nel passaggio tra Otto e Novecento dal radicalismo sociale delle sue prime esperienze (quando vide tra i fondatori i sindacati operai e giunse a chiedere anche l’estensione del diritto di voto ai “negri” da poco liberati) a forme sempre più esplicite di antisemitismo, di razzismo e infine di collateralismo al corporativismo sindacale alla Gompers con neppur larvate simpatie fascistizzanti. In fondo, alla sfida del governo, nell’impossibilità per i populisti di mantenere fede alla radicalità delle promesse popolari e di mutare effettivamente le condizioni materiali del popolo, la tentazione di utilizzare la vecchia tecnica del capro espiatorio (che sia l’élite ebraica e la congiura dei Savi di Sion oppure la wildness dell’uomo di colore o il volto dello straniero migrante) è forte e di sicuro effetto sul piano del consenso “popolare”. Su questo terreno si può trovare sempre l’appoggio delle vere oligarchie del denaro e del potere… Avvenne l’altro ieri, avviene oggi. E fa paura.
Lo si vede quasi fisicamente, questo spostamento dell’asse centrale della galassia populista verso la peggiore destra osservando l’analisi dei flussi che in questi giorni le principali agenzie forniscono, con metodologie diverse ma con risultati sostanzialmente convergenti: la Lega di Salvini ha raddoppiato i propri consensi attraendo massicce ondate di voti, simmetricamente, da Forza Italia e dal Movimento Cinque stelle. Dal suo diretto competitor interno al centro-destra, quasi liquidato, e dal suo diretto alleato di governo nella coalizione giallo-verde trasformatasi di colpo in verde-gialla. Ha assorbito le energie degli altri due “populismi” su piazza, quello ormai decotto berlusconiano e quello fino alle politiche enormemente rampante “grillino”. Si vedano le dettagliate tabelle dell’Istituto Cattaneo, ottenute con tecnica di rilevazione raffinata, campionando attentamente i collegi elettorali in 5 città medio-grandi e sintetizzate col titolo: “Il Pd limita le perdite ma non attrae nuovi elettori. Il M5s ‘traghetta’ voti verso la Lega. Lega “pigliatutto”: conquista voti dall’alleato di governo, dai partiti di centrodestra e (qualche volta) anche dal Pd “. Per SWG più di un terzo di quel 48% di voti in più arrivato alla Lega rispetto alle politiche dell’anno precedente, il 17%, proviene dai 5 Stelle, il resto da Forza Italia (10%) e dall’astensione (14%). Il grosso del travaso riguarda lo spazio esterno alle aree metropolitane, le province, i piccoli centri, le periferie urbane, e soprattutto le due circoscrizioni del nord (nord-ovest e nord-est dove la Lega sfonda il muro del 40%) mentre al sud, dove i 5 stelle rimangono in media primo partito, prevale soprattutto l’astensione. E anche questo è un dato inquietante, perché la “fibrillazione dei margini” è oggi, sul piano non solo italiano ma occidentale, il fenomeno maggiormente destabilizzante dei sistemi politici democratici tradizionali. Sono i margini le aree telluriche da cui partono le vibrazioni che rivelano il sottofondo instabile delle nostre società e ne minano i muri portanti.
Per questo ho ascoltato con un certo sconcerto Nicola Zingaretti, la sera stessa, a proiezioni consolidate, dichiararsi “soddisfatto dell’esito del voto”. E sono rimasto allibito davanti alla fotografia dello stesso Zingaretti con Gentiloni, sprofondati in poltrona davanti ai video, il sorriso di trionfo sulle facce, lo spumante stappato a festeggiare… Che cosa? Quel risultato nefasto? Quell’esito che ci consegna alla peggior destra? Solo il terrore della possibile scomparsa incombente fino alla vigilia, può spiegare quel tripudio da sopravvissuti. Solo l’autoreferenzialità feroce del moribondo può giustificare quell’atteggiamento. E che dire di Matteo Renzi, che senza pudore proclama che se i 5Stelle di Di Maio sono stati dimezzati è merito suo? Come dire che se la Lega di Salvini ha raddoppiato lo si deve a lui (splendida la grafica di Makkox), cosa in buona misura vera, ma quella conseguenza letale non sta nella lista delle sue preoccupazioni, quella logica matematica non sta nella sua forma mentis tutta presa dall’ossessione di sé. L’Italia precipita in una condizione che non ha precedenti nella storia repubblicana per disumanizzazione e arroganza del potere e loro brindano e rivendicano a sé il merito… Loro, che ne dovrebbero essere l’antagonista e che dovrebbero disperarsi per l’esito delle urne che li consegna a una funzione improba, messi come sono nell’angolo del sistema politico, con numeri risicati e assenza di alleanze. Tutto questo ci dice quanto quel partito, rebus sic stantibus, sia al momento perduto per un efficace ruolo di opposizione alla deriva perversa in corso. Quanto inadeguato sia a fare da contrappeso al brutale spostamento a destra del baricentro politico del nostro Paese.
D’altra parte anche in questo caso l’analisi dei flussi parla chiaro (e ci consegna una diagnosi infausta): non solo, come detto da molti, la riconquista di una percentuale sopra la soglia fatidica del 20% dopo il minimo delle politiche del 2018 è in parte frutto di un effetto ottico, l’aumento dell’astensione, mentre in valori assoluti il PD ha continuato a perdere voti (circa 120.000 rispetto a quello che già era il “punto più basso”, ben 6.028.000 rispetto al 2014, il “punto più alto” ), ma ciò che colpisce di più è l’incapacità del partito passato dalla guida renziana e quella di Zingaretti di attirare nuovi voti o di riconquistarne: secondo il Cattaneo non intercetta pressoché nulla dell’impetuoso fiume in uscita dai 5Stelle (con l’unica eccezione di uno dei settori napoletani), nulla dalla frana di Forza Italia, soprattutto quasi nulla dall’astensione, il grosso delle new entries arriva dai figlioli prodighi di Leu cioè dall’old exit. Forse i geni della strategia e della tattica dell’ex nazareno contano sul generale autunno, sui vincoli europei alla finanziaria, sull’impennata dello spread permessa da Francoforte e sul possibile default economico che, sperano, spazzerebbe Salvini e l’intendente Di Maio come nove anni or sono spazzò Berlusconi. Forse contano sull’enorme volatilità dell’elettorato. Due fattori reali. Ma sul primo non so quanto sia desiderabile: un fallimento economico nazionale travolgerebbe non solo i governanti del momento ma tutti noi, non sarebbe un venticello di mezza stagione, sarebbe un ciclone devastante da cui uscirebbe probabilmente a pezzi ciò che resta del nostro assetto istituzionale, né è detto che la “rabbia popolare” non si sposti su nuovi, peggiori mostri. E quanto alla fluidità dell’elettorato è vero: gli elettori si muovono ormai come sciami impazziti alla ricerca di sempre nuove arnie, tant’è vero che nelle ultime tre tornate elettorali si sono succedute tra clamorose, e diverse, maggioranze, tutte caratterizzate da torrentizie convergenze di voti, quella di Renzi nel 2014, quella di Di Maio nel 2018 e quella di Salvini nel 2019. Tutte “plebiscitarie” e tutte tendenzialmente “effimere” (perché per Salvini dovrebbe essere diverso che per gli altri?). La delusione in politica è diventata un’arma di distruzione di massa di leaders e soggetti politici, e il voto di vendetta, quando le promesse si riveleranno vane, è sempre in agguato. Ma nonostante ciò, c’è poco da sperare che questo “vizio” dell’elettorato si trasformi in virtù e ci liberi dal dolore: sotto la superficie della preferenza politica per la Lega di Salvini c’è infatti un sostrato antropologico mutato, una nuova durezza dell’atteggiamento e del carattere degli italiani che spiega quel voto e lo rende così spaventoso. Un gusto per il “truce”, come si è detto, che ricorda i tempi peggiori e che ha direttamente a che fare con lo sfaldamento del tessuto sociale di questo Paese. Con le solitudini e le rabbie popolari virate in odio rancoroso e in egoismi ostentati. Quello zoccolo duro di cattivi umori non è soggetto al vento mutevole del voto politico, sta più in profondo e muta con i tempi a scorrimento lento o lentissimo delle “mentalità”.
Di quel magma sommerso sappiamo poco, troppo poco. Intuiamo che è il prodotto di risulta di un processo di sfaldamento dell’antica e consolidata composizione sociale, un tempo tenuta in forma dalla rigida gabbia di ferro del modello fordista, ora “lasciata libera” dal dissolvimento di quell’Ordine. Ma non possediamo (ancora?) il codice sorgente dei suoi inarticolati linguaggi, scomposti come in un caleidoscopio in una babele di segni parziali, indicatori di inedite solitudini, di antiche comunità implose e rimpiante, di oscuri presagi di declino che portano a rivalutare, spesso indebitamente, mitiche felicità o serenità di un passato perduto, facendo della nostalgia l’unico denominatore comune di un universo altrimenti irrimediabilmente frammentato e contraddittorio. E’ questo il senso dell’America great again, così come del rimpianto per l’United Kingdom ai tempi dell’Empire che ha guidato la Brexit, e del “”Prima gli italiani”, o “Prima i francesi”, o “Prima gli ungheresi”, prima, prima, prima là dove il terrore comune è quello di scivolare “dopo”… O di esservi già scivolati.
Infine, per completare il quadro, la Sinistra “a sinistra del PD” come si diceva un tempo. Ovvero: “dell’irrilevanza”. Anche in questo caso bisogna ripetere “peggio di così non poteva andare”. Meglio niente: molto meglio sarebbe stato che non ci fosse stato nulla, sulla scheda elettorale, piuttosto che questo “aborto politico”, scadente, logoro, messo su in fretta e furia in modo improvvisato e burocratico, tanto per dare una casa (provvisoria) a chi per quattro anni aveva lavorato a demolire quelle degli altri suoi vicini e aveva lasciato andare in declino la propria. Si sarebbe fatta miglior figura con l’assenza che con la presenza, se questa è servita a dare rappresentazione anche statistica alla propria inconsistenza. Se il terreno elettorale si trasforma in un letto di Procuste, un istinto di conservazione sia pur ridotto al minimo dovrebbe suggerire di tenersene alla larga… So benissimo che tra i reduci della lunga marcia della sinistra novecentesca verso il nulla sono numerosi quelli che pensano che sia comunque necessario esserci, per segnare il terreno e testimoniare una qualche sopravvivenza, perché chissà, prima o poi il tempo galantuomo darà ragione al merito. Ma so anche che non è così, anzi che è vero il contrario: a ogni sconfitta, tanto più se con cifre frazionali, a ogni giro in cui si rende visibile il declino, è un pezzo di fiducia che viene meno. Al giro dopo sarà peggio, e in quello successivo ancora di più: il patrimonio sempre più risicato di credibilità si estingue se il fallimento ripetuto ne conferma l’inutilità. Come chi al tavolo da gioco continua a rilanciare in perdita nella speranza di rifarsi accrescendo invece sempre più la misura delle proprie perdite fino alla rovina finale. Meglio farsi una buona volta una ragione del fatto che quel patrimonio di esperienza e di organizzazione non vale più: che quel linguaggio è andato fuori corso (insieme alle facce di chi del farsene portavoce ha fatto una professione), parla solo più ai pochi, antichi compagni di viaggio ma è diventato una lingua straniera nel nuovo territorio a cui siamo approdati. E’ un linguaggio di nicchia sempre più virtuale, mentre nel mondo reale i bisogni di quelli che in teoria dovrebbero costituire i referenti naturali di ogni sinistra sono conquistati da altre narrative, atroci e menzognere eppure comprensibili e ascoltabili, quelle appunto di una destra sempre più orrenda eppure presente nel sociale in modo sempre più intrusivo. Uscire dalle “casematte dei padri” (che sono crollate, come disse più di vent’anni fa Pietro Ingrao) per incominciare a frequentare “fisicamente” gli abitanti del nuovo mondo del disagio e della deprivazione (quello che dovrebbe essere il mondo sociale di ogni sinistra che si rispetti), frequentarli là dove abitano, dove vivono, dicono e maledicono, è la condizione vitale non so se per resistere, ma sicuramente per continuare a esistere con un minimo di rispetto di sé.


lunedì 10 giugno 2019

NO ALL’AUTORITARISMO DEL «REDDITO DI SUDDITANZA» - MARCO BASCETTA



Che il «reddito di cittadinanza» pensato dai Cinque Stelle si trovasse agli antipodi da ogni ragionamento che, prendendo atto delle trasformazioni produttive, dell’intermittenza e della contrazione del lavoro intendeva fronteggiarne razionalmente le conseguenze sociali, era evidente fin da subito. Ma che alla fine si rivelasse un puro e semplice strumento di assoggettamento disciplinare, un vero e proprio «reddito di sudditanza», non era del tutto scontato. Senza risparmiarci neanche la puntigliosa e paradossale messa a punto delle sanzioni da applicare a chi infrangesse le regole di un sistema ancora ampiamente indefinito. Lo Stato insomma si arroga il diritto di dettare regole di vita e di comportamento in modo del tutto arbitrario, seguendo una antica tradizione che impone ai poveri umiltà, obbedienza e riconoscenza.
Su quattro conseguenze inquietanti converrà, tuttavia, porre ulteriore attenzione. La prima è che una volta introdotto il principio che una prestazione sociale debba essere subordinata alla patente di moralità rilasciata dalla burocrazia, allora, per fare l’esempio più diretto, anche il servizio sanitario potrebbe essere negato a chi giudicato colpevole di una vita sregolata. E così una borsa di studio (magari lo studente ci compra anche il tabacco) o una qualunque altra sovvenzione. La seconda è l’ulteriore legittimazione del lavoro gratuito che già ha raggiunto nel nostro paese (spesso in sostituzione di quello retribuito) una indecente estensione. È noto fin dai tempi degli Ateliers nationaux, passando per i «lavori socialmente utili», quanto le corvées imposte dal potere costituito siano state improduttive, costose e umilianti. Lo scopo a cui mirano non è infatti generare ricchezza o competenza, ma impedire che si scelga la propria attività liberamente e su base volontaria.
La terza è una superfetazione degli apparati di controllo, ben più onerosi delle infrazioni che sono incaricati di perseguire. Una caricatura scalcinata della Stasi alle prese con Le vite degli altri interpretata dalla Guardia di finanza a caccia di consumatori «immorali».
La quarta è l’annuncio per cui, una volta trovato un lavoro, il beneficiario del sussidio di povertà chiamato «di cittadinanza» dovrà cederlo all’impresa che l’ha assunto. Non è un «reddito», ma un incentivo ai padroni. Di questa impostazione poliziesca del «rinnovamento» il reddito di sudditanza è solo un tassello. Proviamo allora ad affiancargli altre scelte politiche che muovono nella stessa direzione. Aver affidato a un fondamentalista cattolico come Fontana il ministero della famiglia è certamente un passo verso l’imposizione dall’alto di una regola morale. Stesso segno la proposta di reintrodurre il voto di condotta nelle scuole elementari o la leva obbligatoria per abituare i giovani alla disciplina. Lo stato si fa custode e promotore della virtù e fustigatore del vizio come l’omonimo corpo di polizia iraniano. Ed è non a caso per le forze dell’ordine, non per la sanità, l’istruzione, la protezione civile o i beni culturali, che il governo annuncia diecimila assunzioni. Con coerenza la politica del «rinnovamento» muove verso una trasformazione autoritaria dello stato. Per chi non lo avesse capito la macchina della repressione si è già messa in moto. A partire dalla persecuzione di quanti agiscono per la protezione dei migranti.
Forse solo un movimento antiautoritario consapevole della posta oggi in gioco potrebbe costituire un anticorpo contro queste politiche. Le migliaia di giovani che si sono spontaneamente radunati nelle università e nelle piazze di molte città d’Italia per assistere al film sugli ultimi giorni di Stefano Cucchi, costituiscono più che un indizio delle dimensioni che il rifiuto dell’arbitrio e della violenza di stato potrebbe raggiungere. Il rifiuto di un potere che anche contro ogni evidenza esige di far prevalere sempre e comunque la propria ragione e l’impunità dei suoi «servitori». Da qui converrebbe cominciare, da dove i partiti, tutti i partiti, non possono mettere mano perché in un modo o nell’altro compromessi con i tratti autoritari che abbiamo cercato di mettere in luce. Perché tutti ideologicamente avvinghiati al proprio modello di virtù. Gli uni preoccupati delle implicazioni «borghesi» della libertà, gli altri di quelle «anarchiche».
All’antiautoritarismo si è spesso imputato di trascurare i diritti collettivi a favore delle libertà individuali. Si tratta di una calunnia bipartisan: la contestazione dell’autorità e del suo impianto disciplinare ha sempre investito meglio e prima di partiti e sindacati le gerarchie del lavoro, gli strumenti di ricatto, la riconversione aziendalistica di ogni dimensione sociale, l’imperativo della competitività.
(questo testo è stato pubblicato sul manifesto del 13 ottobre 2018)