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lunedì 5 febbraio 2024

Trattori in marcia

 

Perché Soulèvements è in strada - Les soulevements de la terre


Ci sembra di straordinario interesse questo documento di Les soulevements de la terre, uno dei più interessanti e repressi movimenti francesi degli ultimi anni che declina le proteste per il clima con la gestione dell’acqua e dunque contro l’agricoltura intensiva, senza separare le questiona ecologica dalla questione sociale. Non solo perché ricostruisce in modo puntuale le ragioni della importante quanto complessa lotta dei contadini in Europa, ma perché allarga il concetto di lotta dal basso intrecciando umiltà, rabbia e amore per la terra. “L’attuale movimento, nella sua eterogeneità, è stato questa volta avviato e ampiamente sostenuto da forze diverse dalle nostre… Possiamo solo rallegrarci del fatto che oggi la maggioranza degli agricoltori blocchi il paese. Certo è un peccato che, nei negoziati col governo, siano rappresentati dalla FNSEA e dai padroni dell’agroindustria…, per di più in un momento in cui i dirigenti del sindacato di maggioranza non vengono solo copiosamente fischiati in alcuni dei blocchi, ma non riescono nemmeno più a mantenere le loro basi. Molte persone presenti nei blocchi organizzati non sono sindacalizzate e non si sentono rappresentate dalla FNSEA…”. Uno tra le principali ragioni che spingono gli agricoltori alla protesta è che i gruppi industriali intermediari sia a monte che a valle dei settori che strutturano il complesso agroindustriale, “li spossessano dei prodotti del loro lavoro…”. Gli accordi internazionali di libero scambio – denunciati, tra gli altri, dalla Confédération paysanne e dalla Coordination rurale -, oltre a mettere in competizione i contadini di tutto il mondo, hanno accelerato questi processi: così si riduce il numero di contadini e l’agroindustria espande superfici agricole e profitti. A tutto questo si aggiunge la brutalità del cambiamento climatico, di cui l’agricoltura industriale è tra le principali cause. “Pur non avendo lezioni da impartire agli agricoltori né false promesse da rivolgergli – scrive Les soulevements de la terre -, l’esperienza delle nostre lotte a fianco dei contadini – che si tratti di contrastare grandi progetti, inutili e imposti, come i mega bacini, o di riappropriarsi dei frutti dell’accaparramento delle terre – ci ha offerto alcune certezze che guidano le nostre scommesse strategiche… L’ecologia sarà contadina e popolare oppure non sarà… Crediamo anche nella fecondità e nel potere delle alleanze estemporanee…”

 

Ecco ormai trascorsa una settimana da quando il mondo agricolo ha preso ad esprimere chiaramente e nei fatti la sua rabbia: rabbia di una professione diventata quasi impraticabile, in crollo sotto la brutalità degli sconvolgimenti ecologici che si annunciano e sotto asfissianti vincoli economici, normativi, amministrativi e tecnologici. Mentre i blocchi continuano un po’ ovunque, presentiamo alcune posizioni circa la presente situazione espresse dal punto di vista dei Sollevamenti della Terra (Les soulevements de la terre).

Siamo un movimento composto da abitanti delle città e delle campagne, di ecologisti e contadini già installati sulla terra o in procinto di installarsi. Rifiutiamo la polarizzazione che alcuni cercano di creare tra questi mondi. Abbiamo fatto della difesa della terra e dell’acqua – strumenti di lavoro degli agricoltori e degli ambienti di produzione alimentare – il principio e il punto di ancoraggio della nostra azione. Da anni ci mobilitiamo contro i grandi progetti di artificializzazione che li devastano, contro i complessi industriali che li avvelenano e li monopolizzano. Saremo chiari: l’attuale movimento, nella sua eterogeneità, è stato questa volta avviato e ampiamente sostenuto da forze diverse dalle nostre; con obiettivi dichiarati che a volte divergono dai nostri, che altre volte ci vedono assolutamente d’accordo. In ogni caso, quando sono iniziati i primi blocchi, noi dei diversi comitati locali abbiamo aderito ad alcuni di esse e ad alcune azioni. Siamo andati a incontrare i contadini e gli agricoltori mobilitati, abbiamo parlato con i nostri compagni di diverse organizzazioni contadine per comprendere la loro analisi della situazione. Noi stessi ci siamo ritrovati nel dignitoso moto di rabbia di chi rifiuta di rassegnarsi alla propria estinzione.

Possiamo solo rallegrarci del fatto che oggi la maggioranza degli agricoltori blocchi il paese. Certo è un peccato che, nei negoziati col governo, essi siano rappresentati dalla FNSEA e dai padroni dell’agroindustria, per di più in un momento in cui i dirigenti del sindacato di maggioranza non vengono solo copiosamente fischiati in alcuni dei blocchi, ma non riescono nemmeno più a mantenere le loro basi. Molte persone presenti nei blocchi organizzati non sono sindacalizzate e non si sentono rappresentate dalla FNSEA. Nato nel dopoguerra, questo sindacato egemone sostiene da decenni lo sviluppo del sistema agroindustriale, in cogestione con lo Stato. È questo sistema che mette una corda al collo dei contadini, che li sfrutta per alimentare i propri profitti e che alla fine li spinge a indebitarsi per espandersi al fine di rimanere competitivi o scomparire. Nel 1968 Michel Debatisse, allora segretario generale della FNSEA, prima di diventarne presidente, disse: “Due terzi delle aziende agricole non hanno, in termini economici, alcun motivo di esistere. Siamo d’accordo per ridurre il numero degli agricoltori”. Missione più che riuscita: il numero degli agricoltori e dei lavoratori agricoli è passato da 6,3 milioni nel 1946 a 750.000 nell’ultimo censimento del 2020. Mentre il numero dei trattori nelle nostre campagne è aumentato di circa il 1000%, il numero delle aziende agricole è diminuito del 70% e quello dei lavoratori agricoli dell’82%. In altre parole, più di 4 lavoratori su 5 hanno abbandonato il lavoro agricolo in un periodo di soli quattro decenni, tra il 1954 e il 1997. E la lenta emorragia continua ancora oggi…

Mentre la dimensione media di un’azienda agricola in Francia (nel 2020) è di 69 ettari, quella di Arnaud Rousseau, attuale direttore della FNSEA, ex intermediario e commerciante sfornato da una business school, ammonta a 700 ettari, senza contare il fatto che egli sia a capo di una quindicina di imprese, holding e aziende agricole, nonché presidente del consiglio di amministrazione del gruppo industriale e finanziario Avril (Isio4, Lesieur, Matines, Puget, ecc.), direttore generale della Biogaz du Multien (una società di metanizzazione), amministratore della Saipol, leader francese nella trasformazione dei semi in olio, o ancora presidente del consiglio di amministrazione di Sofiproteol…

Per i dirigenti della FNSEA, così come per i leader delle più grandi cooperative agricole – abbondantemente rappresentate dalla “Fédé” e dai suoi satelliti – è la grande abbuffata: il reddito medio mensile delle dieci persone più pagate nel 2020 all’interno della cooperativa Eureden ammonta a 11.500 €.

I redditi medi dei contadini sventolati sui palcoscenici e il mito dell’unità organica del mondo agricolo mascherano una disparità di reddito sconcertante e violente disuguaglianze socio-economiche che non possono più essere dissimulate: i margini dei piccoli produttori continuano a erodersi mentre i profitti dei complessi agroindustriali esplodono.

Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), percentuale del prezzo di vendita destinata agli agricoltori è scesa dal 40% nel 1910 al 7% nel 1997. E questo ovunque, nel mondo. Dal 2001 al 2022, i distributori e le aziende agroalimentari del settore lattiero e caseario hanno visto il loro margine lievitare rispettivamente del 188% e del 64%, sebbene quello dei produttori vada stagnando, quando non sia semplicemente negativo.

Uno fra i motivi che spingono il mondo agricolo a bloccare le autostrade, a svuotare bottiglie di latte al Carrefour (Epinal-Jeuxey), a bloccare le fabbriche Lactalis (Domfront, Saint-Florent-le-Vieil, ecc.), ad arare un parcheggio (Clermont-l’Hérault), a bloccare il porto di La Rochelle, a svuotare i camion provenienti dall’estero, a spargere liquame su una prefettura (Agen), a mettere sottosopra un McDonald’s (Agens), è che i gruppi industriali intermediari sia a monte (fornitori, venditori di prodotti agricoli e attrezzature, aziende di semenze industriali, venditori di fertilizzanti, pesticidi, alimenti…) che a valle (cooperative di raccolta e distribuzione come Lactalis, grande distribuzione industriale e agroalimentare come Leclerc…) dei settori che strutturano il complesso agroindustriale, li spossessano dei prodotti del loro lavoro.

È questa spoliazione del valore aggiunto organizzata dalla catena dei settori industriali che spiega come, oggi, senza le sovvenzioni che svolgono un ruolo perverso di stampelle del sistema (oltre ad avvantaggiare i più grandi) il 50% di coltivatori e allevatori avrebbe un conto negativo ante imposte: per i bovini da latte, il guadagno totale calcolato al di fuori dei sussidi, il quale si aggirava intorno a una media di 396 € per ettaro tra il 1993 e il 1997, è diventato negativo alla fine degli anni 2010 (-16 € per ettaro in media), mentre il numero di agricoltori presi in considerazione da la Rete Informativa Contabile Agraria del settore è passata in questo periodo da 134.000 a 74.000 [2]…

Gli accordi internazionali di libero scambio (denunciati dalla Confédération paysanne e dalla Coordination rurale), oltre a mettere in competizione i contadini di tutto il mondo, hanno anche accelerato queste depredazioni economiche. Sappiamo bene che, oggi, quando si parla di “liberalizzazione”, di “aumento di competitività” o di “ammodernamento” delle strutture, significa che aziende agricole scompariranno, che la policoltura associata ad allevamento (rappresentata attualmente solo dall’11% delle aziende agricole) diminuirà, lasciando solo un deserto verde di monocolture industriali guidate da agricoltori alla guida di strutture sempre più indebitate e sempre meno in controllo di uno strumenti di lavoro e di un conto bancario che finisce per appartenere solo ai creditori.

Il riscontro è senza appello: meno agricoltori ci sono, meno riescono a guadagnarsi da vivere, a meno che non espandano continuamente la loro superficie agricola, divorando i loro vicini. In queste condizioni, “diventare un manager d’impresa”, come promette la FNSEA, è in realtà ritrovarsi nella stessa situazione di un autista Uber che si indebita fino al collo per acquistare il suo veicolo, quando dipende da un unico committente per eseguire la sua attività… a questo aggiungiamo la brutalità del cambiamento climatico (siccità, incendi, inondazioni, ecc.), le perturbazioni ecologiche che portano alla moltiplicazione di malattie emergenti e epizootiche e… e la professione diventa quasi impossibile, invivibile, tanta e tale è l’instabilità.

Se ci solleviamo, è in gran parte contro le devastazioni di questo complesso agroindustriale, con il ricordo vivido delle aziende agricole delle nostre famiglie che abbiamo visto scomparire e con l’acuta consapevolezza della profondità delle difficoltà che incontriamo nel nostro cammino d’installazione. Sono queste industrie e le mega-corporazioni d’accaparramento che le accompagnano – inghiottendo la terra e le fattorie circostanti, accelerando la trasformazione in marche della produzione agricola e così uccidendo, silenziosamente, il mondo contadino – sono queste industrie che abbiamo preso di mira nelle nostre azioni fin dall’inizio del nostro movimento: e non la classe contadina.

Se affermiamo che la liquidazione economica e sociale del mondo contadino e la distruzione degli ambienti di vita sono strettamente correlate – le aziende agricole scompaiono allo stesso ritmo degli uccelli dei campi, il complesso agroindustriale stringe la sua morsa mentre il riscaldamento globale accelera – non ci facciamo certo sfuggire gli effetti deleteri di una certa ecologia industriale, manageriale e tecnocratica. La gestione dell’agricoltura secondo norme ambientali e sanitarie è quindi assolutamente ambigua. Incapace di tutelare realmente la salute delle popolazioni e degli ambienti di vita, essa ha soprattutto costituito, dietro buone intenzioni, un nuovo vettore di industrializzazione delle aziende agricole. Gli investimenti colossali richiesti dagli aggiornamenti normativi nel corso degli anni hanno ovunque accelerato il processo di concentrazione delle strutture, la loro burocratizzazione a suon di controlli permanenti e la perdita di senso del mestiere.

Ci rifiutiamo di separare la questione ecologica dalla questione sociale, o di farne una questione di cittadini consumatori responsabili, di cambiamenti nelle pratiche individuali o di “transizioni personali”. È impossibile esigere da un allevatore intrappolato in un settore iper-integrato che faccia un’improvvisa sterzata e che si sottragga da un modo di produzione industriale, così come è vergognoso chiedere che milioni di persone strutturalmente dipendenti dagli aiuti alimentari inizino a “consumare biologico e locale”. Né vogliamo ridurre la necessaria svolta ecologica del lavoro della terra a una questione di “regolamenti” o di “un insieme di norme”: la salvezza non arriverà rafforzando il controllo delle burocrazie sulle pratiche contadine. Nessun cambiamento strutturale arriverà finché non allenteremo la morsa dei vincoli economici e tecnocratici che gravano sulle nostre vite: e possiamo liberarcene solo attraverso la lotta.

Pur non avendo lezioni da impartire agli agricoltori né false promesse da rivolgergli, l’esperienza delle nostre lotte a fianco dei contadini – che si tratti di contrastare grandi progetti, inutili e imposti, come i mega bacini, o di riappropriarsi dei frutti dell’accaparramento delle terre – ci ha offerto alcune certezze che guidano le nostre scommesse strategiche.

L’ecologia sarà contadina e popolare oppure non sarà. I contadini scompariranno insieme alla sicurezza alimentare delle popolazioni e ai nostri ultimi margini di autonomia di fronte ai complessi industriali, se non sorgerà un vasto movimento sociale che, di fronte al loro accaparramento e alla loro distruzione, miri a riappropriarsi delle terre. E scompariranno se non abbattiamo le barriere (trattati di libero scambio, deregolamentazione dei prezzi, influenza monopolistica dell’industria agroalimentare e degli ipermercati sui consumi delle famiglie…) che sigillano la presa del mercato sulle nostre vite e sull’agricoltura, se non blocchiamo la corsa a capofitto tecno-soluzionista (il trittico biotecnologie genetiche / robotizzazione / digitalizzazione), se i principali megaprogetti della ristrutturazione del modello agroindustriale non verranno neutralizzati, se non troviamo le leve adeguate di socializzazione dell’alimentazione che permettano insieme di garantire il reddito dei produttori e il diritto universale al cibo.

Crediamo anche nella fecondità e nel potere delle alleanze estemporanee. In un momento in cui la FNSEA cerca di riprendere il controllo del movimento – in particolare rimuovendo da alcuni blocchi tutto ciò che non assomiglia ad un agricoltore “sindacalizzato” dei loro – crediamo che la svolta possa venire dall’incontro tra gli agricoltori mobilitati e le altre frange del movimento sociale ed ecologico che si sono sollevate negli ultimi anni contro le politiche economiche predatorie del governo. Il “corporativismo” è sempre stato il fondamento dell’impotenza contadina. Proprio come la separazione dai mezzi di sussistenza agricoli ha spesso segnato la sconfitta dei lavoratori.

Forse è giunto il momento di abbattere qualche muro – continuando a rafforzare alcuni blocchi, andando incontro al movimento di chi ancora, in questi blocchi, non ci ha messo piede, proseguendo nei prossimi mesi le lotte comuni tra abitanti dei territori e lavoratori della terra.


[Traduzione di Francesco Zevio]

da qui

 



Contadini - Miguel Martinez

E’ da un po’ che mi manca il tempo per scrivere: un buon segno, vuol dire che sto facendo molte cose interessanti.

Ieri sera comunque abbiamo parlato tra amici e complici della grande rivolta contadina che è scoppiata in queste settimane in Europa.

Piccola scena commovente: i contadini francesi che sequestrano il cibo importato ai camion che lo stanno portando ai supermercati perché costa ancora di meno di quello francese, e lo distribuiscono ai Restos du coeur per sfamare i senza tetto.

La premessa: alla base di tutta la nostra vita c’è la produzione agricola.

Che è rappresentata da due vicini di casa.

Il primo è Giovanni da Montespertoli, che ieri sera ci faceva assaggiare il vino, il formaggio e la soprassata che lui cresce, cura e vende al mercato contadino alla Gavinana.

Il secondo è il suo vicino di campo: un imprenditore del rame con base a Milano. Un commercialista gli ha suggerito un modo facile per arricchirsi ancora di più – intercettare i fondi europei per l’agricoltura (il 60% delle risorse europee finisce in agricoltura), e così lui ha mandato un omino benvestito a Montespertoli a comprargli un campo che fa cospargere incessantemente di prodotti chimici, dove ogni tanto qualche operaio viene mandato a raccogliere i prodotti che ottengono i sussidi. Poi si potrebbero pure buttare, ma c’è pure un ridicolo margine in più a vendergli alla Grande Distribuzione Organizzata.

Oggi, spiega Giovanni, tutta la categoria è in difficoltà estrema.

Per poter produrre abbastanza da ottenere un minimo margine dalle multinazionali della grande distribuzione, il contadino deve attingere a ogni possibile canale, tra fondi europei (che però si riversano soprattutto sulle grandi imprese) e prestiti, per “modernizzare” il proprio lavoro, cioè per fare di ciò che nasce dalla biodiversità, una replica della fabbrica. Insomma, il sistema finanziario obbliga il contadino, per sopravvivere, a distruggere l’ambiente; e il prezzo per salvare l’ambiente consiste nel privare il contadino della sua sopravvivenza.

La rivolta contadina è quindi una questione complessa, anche dal punto di vista ambientale. Ma alla fine, la questione è sempre quella – il modo incredibile in cui il capitalismo riesce a distruggere sistematicamente ogni possibilità di vita umana e non.

Qualche sera fa, sull’autostrada che collega Milano e Bergamo, di notte vediamo, tra gli infiniti capannoni, uno più grande e brutto degli altri, ma tutto illuminato (alla faccia della sostenibilità) a tricolore – luce verde, rossa e bianca , e la scritta PLANET FARMS.

Colpiti dal kitsch sovranoidale, indaghiamo: si tratta di un’immensa fabbrica dove pochi operai producono un’insalata “senza pesticidi”: infatti non servono, visto che gli insetti non ci possono entrare, come non ci possono entrare i raggi del sole e nemmeno un granello di dirt (che in inglese indica significativamente sia terra che sporco).

E finalmente capisco come il Green sia il nemico ultimo e assoluto della Natura.

La mattina dopo, dalla casa di Bergamo dove ci ospitano degli amici, apriamo la finestra e guardiamo fuori.

Una giornata splendida, solo se che c’è in lontananza una densa nuvola nerissima: scopriamo che durante la notte, ha preso fuoco proprio Planet Farms.

Che non sapevo mica che l’insalata facesse un fumo così:

 

Sulla rivolta contadina, suggerisco due importanti letture.

La prima è un articolo di Dario Dongo, Italia, protesta degli agricoltori contro Coldiretti. #VanghePulite, che apre un mondo.

La seconda è un articolo di Igor Giussani, Sulla protesta degli agricoltori tedeschi, che approfondisce la falsa questione dei sussidi.

da qui







mercoledì 10 gennaio 2024

Il fascismo non è un'opinione, è un crimine

 







Saluto romano o fascista?

......ovviamente fascista!  - di Domenico Stimolo

 

Da due giorni, a seguito degli eventi romani ( poichè avvenuti a Roma) , la stragrande maggioranza degli organi di informazione italici ( nei fatti tutti, per quello che e' visionabile) nel riferire quanto verificatosi in località' Acca Larentia, parla di " saluti romani", creando quasi una “similitudine” con  il  famoso film del 1954 ....." Vacanze romane", che esaltava le bellezze  monumentali, umane...e collaterali di Roma - protagonista principale Audrey Hepburn; durante gli anni dell’occupazione nazista in Olanda fu staffetta partigiana -.

Nel nostro caso la " vicenda/ saluti romani" e' priva di fondamenti concreti.

E' l'interpretazione folkloristica, molto casereccia, abbondantemente alimentata ad arte durante il ventennio del regime fascista. Si fissarono a richiamare in maniera continua e ossessionante l’impero romano, l’antica Roma caput mundi. Nelle osannanti dichiarazioni verbali volevano imitarne la grandezza e la gloria. Rifondando l’impero, quindi sia allenarono per due decenni al “gioco del braccio teso”. Pensavano di richiamare le glorie dell’antica Roma alzando il braccio. In preda alla follia dittatoriale dichiararono guerra a mezzo mondo. Risultato: distrussero l’Italia, dalle “ Alpi alle Piramidi” nei beni materiali e umani; alleati con i nazisti contribuirono alla devastazione dell’Europa ( fino a Mosca) e di molte aree dell’Africa.

E' palesemente chiaro, quindi, che si tratta della manifestazione, assolutamente principale, messa in opera a larghissimo raggio durante la dittatura, in tutte le manifestazioni pubbliche quotidianamente realizzate  dal cosiddetto Partito Nazionale Fascista, detentore assoluto del potere, con l’uso continuo della violenza, .....con il consenso della famosa Casa Regnante, e della gestione coercitiva

della vita degli Umani cittadini italiani.

Quindi, parlare e scrivere di " saluto romano" e' un proprio un bluff .......non si capisce da dove nasce,  perché' venga diffuso  e propagandato . L’intento esclusivo è rivolto a richiamare il ventennio dittatoriale.

Perché questo avviene?

Un tentativo di risposta è molto difficile. Forse perché tutto questo si consuma in Italia, dove i conti con la storia e il fascismo non sono stati mai fatti in maniera forte, incisiva e strutturale.

E, quindi, prevale la leggerezza e il “ vogliamoci bene”.

In Germania, “ patria” del nazismo, è tutto un altro andazzo. Nessuno si può permettere di fare in pubblico il saluto fascista/ nazista…. Altro che “saluto romano”. Viene chiamato “saluto a mano tesa”.

Infatti, li catturano immediatamente, quando a qualcuno viene il “ prurito del braccio”. A Settembre, nel corso dell’Oktoberfest di Monaco, due giovani italiani alzarono il braccio...e sono stati arrestati.

 

Per approfondimenti sul saluto romano e della suo eventuale uso nell’antica Roma, consultare:

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Saluto_romano

 

 


martedì 9 gennaio 2024

Nessuna pace senza la piena integrità territoriale dell’Ucraina?

 


articoli, immagini, video, canzoni di Alessandro Orsini, Rebecca Koffler, Francesco Dall’Aglio, Elena Basile, Pubble, Juan Antonio Aguilar, Ariel Umpierrez, Giacomo Gabellini, Paolo Selmi, Vauro, Vladimir Visotsky, Eugenio Finardi


 

Alessandro Orsini – Sul pacifismo e il PD

…La prima qualità di un pacifista è il coraggio.

Un pacifista è contro l’alimentazione esterna della guerra in Ucraina e in Siria quando tutti i media sono per l’alimentazione esterna della guerra in Ucraina e in Siria. Un pacifista ritiene che i diritti dei bambini siano più importanti dei diritti degli adulti. Il punto di riferimento dei pacifisti non è il diritto internazionale, bensì il diritto all’infanzia.

La seconda qualità di un pacifista è la forza interiore che è una forza morale che implica la forza di rimanere soli. Un pacifista non ha paura di essere diffamato, minacciato, calunniato, censurato, insultato, irriso e dileggiato a reti unificate. E non ha paura che la sua carriera venga distrutta sotto i colpi della stampa-feccia italiana e internazionale. Un pacifista va contro tutti e contro tutti per difendere i valori di pace della Costituzione Italiana.

Un pacifista non è tale a giorni alterni in base alla linea politica della Casa bianca o della Nato o in base all’andamento degli scontri sul campo.

Un pacifista non è per la pace in Ucraina, ma poi rifiuta di condannare pubblicamente Israele per il massacro a Gaza; non è per la pace in Ucraina, ma poi rifiuta di applicare le sanzioni contro Netanyahu, di invocare un mandato di cattura internazionale contro questo criminale di guerra; non rifiuta di sospendere la vendita di armi a Israele e di designare Israele “Stato terrorista” come il Parlamento europeo ha fatto con la Russia nel novembre 2022…

da qui

  

 

 


Joe Biden ha le mani sporche di sangue ucraino. E continuerà a riversarsi nel 2024 – Rebecca Koffler

Lo scontro tra il presidente Joe Biden e il Congresso sugli aiuti di emergenza all’Ucraina, senza i quali la maggior parte degli analisti prevede il collasso dell’Ucraina, non ha prodotto ulteriori miliardi per Kiev. Il Congresso ha rinviato la decisione fino a gennaio, al rientro dalle vacanze. Ma a prescindere da ciò che accadrà a gennaio, il destino dell’Ucraina è chiaro: più morte e distruzione, più spargimenti di sangue nel 2024.

Mentre il presidente russo Vladimir Putin è colui che ha lanciato l’invasione, Biden è ugualmente responsabile della cancellazione dell’Ucraina e dell’annientamento degli ucraini.

Biden in qualità di vicepresidente è stato il punto di riferimento dell’amministrazione Obama per la politica ucraina e l’architetto della strategia di “reset” della Russia per promuovere l’amicizia tra le due nazioni. Sfortunatamente, ha ignorato l’intelligence sulla minaccia rappresentata dalla Russia. In qualità di ex alto funzionario della Defense Intelligence Agency degli Stati Uniti e uno dei tre principali analisti sulla dottrina e sulla strategia russa nella comunità dell’intelligence, ho personalmente informato più volte lo staff di sicurezza nazionale della Casa Bianca del presidente Obama sui piani di Putin e sulla strategia di guerra della Russia.

Biden doveva essere stato informato di quei briefing data la sua posizione. Eppure, non solo non è riuscito a sviluppare una controstrategia per scoraggiare Putin, ma Biden e il suo team, molti dei quali sarebbero poi entrati a far parte della sua amministrazione presidenziale, hanno continuato la pericolosa strategia di spingere l’Ucraina verso l’ adesione alla NATO .

Pensare che Putin non riuscisse a far rispettare la sua versione della Dottrina Monroe e a permettere alla NATO di assorbire l’Ucraina, su cui la Russia ha fatto affidamento per secoli per la sua sicurezza, non era semplicemente da incompetente. Ciò equivaleva a firmare la condanna a morte dell’Ucraina. Nessun comandante militare sano di mente permetterebbe ad un’alleanza avversaria di situarsi lungo più di 1.600 miglia del suo confine. Nessun comandante in capo degli Stati Uniti permetterebbe alla Cina o alla Russia di stazionare le proprie forze in Messico o Canada. Pensare che Putin lo avrebbe fatto era delirante.

Sebbene Biden e la NATO – di cui ho informato anch’io nel 2013, nel periodo precedente l’invasione della Crimea da parte di Putin – abbiano avuto tutto il tempo per sviluppare un piano per cambiare il calcolo decisionale di Putin, non hanno fatto nulla. Vedete, era troppo complicato per i burocrati governativi. Per ideare un piano praticabile per battere Putin, il Team Biden ha dovuto prima comprendere la strategia anti-americana del Cremlino, o quello che io chiamo il Playbook di Putin.

Il fulcro della strategia russa in Ucraina ha meno a che fare con l’Ucraina che con gli Stati Uniti. E il presidente Biden lo ha capito. Sapeva bene che Putin avrebbe portato la guerra nella patria degli Stati Uniti e lanciato un attacco nucleare in Europa se Washington avesse fornito all’Ucraina armi strategiche in grado di distruggere la Russia, o se avessimo schierato forze sul teatro. Ecco perché Biden non ha mai autorizzato l’Ucraina a dotarsi di armi sufficienti per vincere, optando invece per segnali di virtù o, secondo le sue parole, semplicemente “facendo qualcosa”.

Biden ha capito fin dall’inizio che la vittoria dell’Ucraina era irraggiungibile senza mettere a rischio la patria degli Stati Uniti. Ha avvertito i suoi donatori che la minaccia di un Armageddon nucleare lanciata da Putin era reale. “[Putin] non scherza quando parla del potenziale uso di armi nucleari tattiche”, ha detto Biden ai suoi benefattori nell’ottobre dello scorso anno.

La strategia di Putin, sviluppata nel corso di 20 anni, ha cercato di sfruttare le vulnerabilità degli Stati Uniti, studiate dalla Russia per decenni, al fine di impedire a Washington di entrare in conflitto alla periferia della Russia. Mosca era determinata a ristabilire il perimetro di sicurezza strategica perso in seguito al crollo dell’URSS. Tali vulnerabilità includevano minacce come la guerra di blackout, utilizzando attacchi informatici, armi spaziali, attacchi a impulsi elettromagnetici (EMP), taglio di cavi Internet sottomarini e, se tutto il resto fallisce, lancio di armi nucleari.

Eliminare queste vulnerabilità o sviluppare contromisure richiederebbe una notevole potenza di fuoco intellettuale e finanziamenti significativi. Invece, Biden ha scelto di usare il popolo americano come mucca da mungere e gli ucraini come carne da gettare nel tritacarne di Putin. Per coprire i suoi fallimenti e allo stesso tempo prosciugare i contribuenti statunitensi, Washington ha utilizzato una narrativa propagandistica insistendo sul fatto che stava aiutando l’Ucraina a lottare per la sua democrazia. L’Ucraina, il paese più corrotto d’Europa, non è una democrazia più di quanto lo sia la Russia.

L’Ucraina viene ora spazzata via dalla Russia, che detiene un enorme vantaggio militare ed economico rispetto al suo ex vicino sovietico. La sua base industriale, le infrastrutture critiche e le fondamenta agricole vengono distrutte. L’Ucraina si sta spopolando, con un bilancio delle vittime che si avvicina a un quarto di milione di morti o feriti. Stiamo parlando di maschi giovani e fecondi. Eppure, Biden continua a cercare di convincere il Congresso a sborsare altri miliardi per il regime di Kiev, assicurando agli americani che la vittoria è proprio dietro l’angolo.

Se il Congresso non ferma Biden, il massacro degli ucraini continuerà fino al 2024 e oltre.

da qui

 


Ucraina. Cosa “comunicano” i bombardamenti di queste ore – Francesco Dall’Aglio

Dunque, quella questione dei missili (e bene ho fatto a non scrivere subito, perché sono poi successe altre cose e ora posso fare un discorso un po’ più completo).

Come al solito, più che i fatti ci interessa capire i motivi dei fatti e provare a interpretarli.

I fatti li sappiamo: prima dell’alba del 29 dicembre la Russia ha scatenato un’incursione di missili su tutto il territorio ucraino che ha provocato danni estesi e vittime civili; la notte successiva l’Ucraina ha risposto colpendo la città russa di Belgorod con gli MLRS (lanciarazzi multipli), facendo pochi danni e un certo numero di vittime civili; infine, poco dopo la mezzanotte del 1 gennaio gli ucraini hanno colpito Donetsk, sempre con MLRS, e nella notte i russi hanno risposto con altri raid missilistici sul territorio ucraino.

Questi, appunto, i fatti. Ora, prima di provare a interpretarli, c’è da fare una premessa che in realtà andava fatta a monte, ovvero dall’inizio della guerra, e che va tenuta sempre presente ogni volta che si discute di quello che succede in una guerra.

La premessa è questa: la violenza, e soprattutto la violenza tra stati, è un linguaggio e come tutti i linguaggi va conosciuto prima di potersi impegnare in una conversazione.

Se, come affermava giustamente Carl von Clausewitz, “la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi“, la violenza è il modo in cui questi mezzi si esprimono e, soprattutto, il linguaggio attraverso il quale si comunica all’avversario una serie di informazioni.

Quello che va compreso in primo luogo è che la violenza tra stati è sempre deliberata e premeditata: tra stati non si dà l’equivalente di svegliarsi storti e prendersela col cane o coi vicini, o litigare per un parcheggio e passare alle mani.

In secondo luogo, va compreso che la violenza, come tutti i linguaggi, ha come fine la comunicazione e non è fine a se stessa. Gli attacchi missilistici russi e ucraini non sono accessi di follia o di cattiveria, o risposte illogiche a difficoltà non previste, ma un modello comunicativo che l’interlocutore capisce benissimo, tanto che alla comunicazione iniziale fa seguire risposte appropriate, in senso escalatorio e de-escalatorio (al momento, escalatorio da entrambe le parti. Vediamo stanotte che succede).

Cosa comunica, dunque, il primo attacco russo? In primo luogo va segnalata la sua entità, davvero notevole (c’è chi afferma sia il più esteso dall’inizio del conflitto).

Sono stati lanciati un totale di 161 missili, tra Geran, Kh-101/555, X22-32, Iskander, Oniks, Kalibr e Kinzhal, in pratica esemplari di tutto l’arsenale, che hanno colpito obiettivi a Odessa, Kiev, Starokonstantinov, Vinnitsa, Kharkiv, Lviv, Cherkasy, Mirgorod, Nikolaev, Dnipropetrov, Kanatop, Chmel’nyc’kyj, Zaporozhye, Cherson, ossia ogni regione dell’Ucraina.

Gli obiettivi colpiti sono stati militari o misti (militari/civili) tra aeroporti, difese antiaeree, infrastrutture energetiche, fabbriche, magazzini e depositi.

Il gran numero di missili lanciati ha comportato ovviamente una risposta altrettanto massiccia delle difese antiaeree, con le conseguenze ovvie e scontate, ovvero missili o frammenti precipitati lontano dagli obiettivi designati, il più delle volte su zone abitate (nella prima foto uno dei casi in questione: un missile abbattuto precipita su un condominio a Kiev).

Questa precisazione è abbastanza importante, perché immediatamente e ovviamente da parte ucraina si è descritta l’incursione come mirata esclusivamente a provocare vittime civili, senza alcuno scopo militare: affermazione subito ripresa dai media occidentali e diffusa al pubblico.

Ora: le vittime accertate sono una quarantina (42 all’ultimo conto, di cui 19 a Kiev), e i missili lanciati 161. Se davvero lo scopo fosse quello di provocare vittime civili, basterebbe bombardare il centro di Kiev (o di qualsiasi altra città) all’ora di punta con una frazione dei missili impiegati, provocando un numero incomparabilmente maggiore di morti.

Che l’Ucraina affermi che si è trattato di un “atto terroristico” è ovvio e giustificato, che da parte nostra ci si creda… lo è un po’ meno.

Attenzione però: non è che i russi non bombardano appositamente gli ucraini perché sono “buoni”, in contrapposizione all’idea che li vuole “cattivi”. Non li bombardano perché non gli serve. Se gli servisse, ovviamente lo farebbero e staremmo parlando non di 42, ma di 42.000 morti. Anche 42 sono ovviamente troppi, ma non spendi un miliardo e mezzo di dollari (tanto è costato il raid, milione più milione meno) per questo.

Per cosa li spendi, allora? Ovviamente per fare danni, chiaro. Ma anche, come detto all’inizio, per comunicare una serie di informazioni. E sono davvero molte, dirette sia all’Ucraina che alla NATO.

Le elenco senza un ordine preciso e non è detto che siano tutte corrette:

non è vero che ci sia scarsità di missili a disposizione;

non è vero che non vengono più lanciati attacchi missilistici perché le difese antiaeree ucraine sono impenetrabili;

attacchi missilistici come quello che ha distrutto la nave ancorata nel porto di Feodosia provocheranno risposte che causeranno danni molto maggiori;

le capacità russe di scalare verso l’alto il conflitto restano estremamente alte anche senza ricorso alle armi nucleari (delle quali, se ci avete fatto caso, ormai non parla più nessuno);

non abbiamo alcuna intenzione di negoziare (o magari: comunichiamo così che le trattative che si stavano portando avanti sono fallite, o magari: sedetevi al tavolo e negoziate o la prossima volta sarà peggio).

La risposta ucraina, ovvero il bombardamento di Belgorod con gli MLRS, fa chiaramente intendere che il messaggio è stato recepito e che la risposta che si è scelto di dare va in direzione di un inasprimento del conflitto.

Che si sia deliberatamente scelto di provocare il maggior numero di vittime civili su suolo russo è materia di dibattito: anche in questo caso, se si è scelto di farlo non è per “cattiveria” ma per mancanza di altri modi di rispondere in maniera altrettanto efficace.

Certo morti civili ce ne sono stati eccome, 25 all’ultimo conteggio, tra cui parecchi bambini: in proporzione allo sforzo molti più di quelli uccisi dai russi, il che ancora una volta ci chiarisce che lo scopo russo non era quello di fare morti tra la popolazione.

Può darsi che non fosse nemmeno lo scopo ucraino: anche a Belgorod l’antiaerea ha fatto la sua parte abbattendo vari missili e parecchi account twitter molto seguiti negano nella maniera più assoluta che le vittime siano state causate dal fuoco ucraino, sostenendo che si trattasse di una salva di S-300 russi destinati a Kharkiv che invece è finita a Belgorod (cosa che non ha senso perché, anche in questo caso, parleremmo di un numero di morti estremamente più alto), il che può far pensare che la cosa sia un po’ sfuggita di mano.

Gli USA infatti hanno immediatamente dichiarato che “non incoraggiano” attacchi sul suolo russo, ovvero che non l’hanno consigliato né facilitato: infatti il materiale utilizzato per l’attacco pare sia di produzione ceca, cosa che non faciliterà di certo le relazioni tra i due paesi ma evita di peggiorarli tra Russia e USA, che sarebbe più grave.

Che cosa ha invece comunicato l’Ucraina con questo attacco? In primo luogo che non ha remore ad attaccare la Russia sul suo territorio, e questo è paradossalmente più un messaggio alla NATO che alla Russia. Dateci altri rifornimenti, metteteci in grado di recuperare il nostro territorio (come ci avete giurato e spergiurato che avreste fatto), oppure non avremo altra scelta che passare a quello che, senza troppa fantasia, possiamo definire terrorismo – il che, dal punto di vista militare, è assolutamente sensato.

Un modo quindi di chiedere altri fondi, di tornare a essere rilevanti nel panorama mediatico, di alzare un po’ il morale al proprio campo di sostenitori (ieri si è festeggiato l’attacco a Belgorod quasi più del recupero di Cherson), e di notificare alla Russia che si è disposti più o meno a tutto.

Lo scopo, ovviamente, non è tanto quello di ammazzare i civili quanto di provocare o un crollo del morale (difficile: in questi casi di solito il morale si rafforza, come proprio gli ucraini hanno dimostrato in questi due anni, e la reazione dell’opinione pubblica russa infatti è stata molto forte) o, e sarebbe il miglior risultato possibile, una reazione inconsulta da parte della Russia, con attacchi quelli sì mirati a fare vittime civili, cosa che ovviamente rafforzerebbe la posizione ucraina e obbligherebbe la NATO e il Congresso USA a farsi un esame di coscienza.

La risposta russa, ovviamente, non è stata inconsulta, nemmeno dopo che stanotte è stata bombardata Donetsk e ci sono stati altri quattro morti civili. Sono stati colpiti altri obiettivi militari o misti, tra cui l’hotel Kharkiv Palace utilizzato dalle FFAA ucraine, ma nulla di particolarmente pesante nonostante da più parti si invocassero soluzioni drastiche e definitive.

Putin ha attentamente coreografato la sua visita all’ospedale militare Vishnevsky, dove oggi ha incontrato alcuni soldati feriti. Certo, ha detto, quello di Belgorod è un atto terroristico, effettuato con armi poco sofisticate, che colpiscono indiscriminatamente.

Ma dobbiamo rispondere nello stesso modo? Potremmo, potremmo anche noi colpire le piazze di Kiev e di altre città, e ha chiesto a Denis (uno dei soldati coi quali ha parlato) se dovessero fare lo stesso, colpire le piazze, i bambini, le mamme con le carrozzine. No, ha subito detto Denis, non i civili, le installazioni militari! Ed è quello che faremo, ha detto Putin.

Però ieri notte non sono state colpite solo le installazioni militari. Due cose ulteriori da tenere presenti: oggi è il compleanno di Bandera, che una certa parte della popolazione ucraina festeggia, e ieri il gruppo “Decomunistizzazione di Lviv” ha annunciato che in tutta la regione non ci sono più monumenti sovietici, posando fieramente sui resti di quello abbattuto il 31 dicembre (seconda foto).

Ebbene, forse casualmente, nel raid di stanotte un Geran ha distrutto (terza foto) a Bilohorshcha, un sobborgo di Lviv, la casa-museo di Roman Shukhevych, per il quale bastano due sole parole: battaglione Nachtigall – andate a vedere che galantuomini.

Molto peggio di Bandera, che porta la nominata ma là in mezzo non era per niente il peggiore. Qui c’è il link alla pagina Wikipedia della casa-museo: https://uk.wikipedia.org/…/%D0%9C%D0%B5%D0%BC%D0%BE%D1…).

E sempre a Lviv, un altro drone ha colpito L’Università Nazionale di Agraria, dove Bandera ha studiato e davanti alla quale campeggia una sua statua. Anche questa sarà stata una casualità…

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