nel 1977 Il selvaggio di Santa Venere vinse il premio Campiello.
è un libro che racconta storie di poveri di Calabria, dopo la seconda guerra mondiale c'è solo povertà e le sirene delle città incantano i giovani, destinati a una vita di fatiche, dappertutto.
resistere nella propria regione è molto difficile, la 'ndrangheta alza la testa e le armi contro le vittime che provano a resistere.
le storie raccontate nel libro non possono lasciare indifferenti, è un libro vivo, necessario per capire il sud dell'Italia e i suoi drammi.
pare che un libro di poveri non sia stato accolto bene dai giurati del premio, forse speravano nella vittoria di qualche noioso romanzo sulla borghesia.
Saverio Strati è uno scrittore da riscoprire, la casa editrice Rubbettino ha meritoriamente ristampato i libri dello scrittore, ormai introvabili.
…Il romanzo è a tre voci. Tra
queste, la più interessante è quella di Dominic, figlio di Leo e nipote di don
Mico. Lui è il giovane che fugge dalla Calabria, che vede la sua terra come una
fossa antiquata nella quale si muore, verso cui prova rabbia e rancore, in cui
l’arretratezza culturale e la ‘ndrangheta sono dei tumori inestirpabili. Lui è
fuggito al Nord, qui lavora, qui progredisce e vede che il mondo è diverso. Qui
i contadini sanno sfruttare la tecnologia per produrre di più e per lavorare di
meno, perché non di solo lavoro vive l’uomo; qui non esiste la criminalità
organizzata, qui si campa indubbiamente meglio, eppure Dominic è sempre
attratto dalla Calabria, la nostalgia per la terra natia è forte. Leo, il
padre, il selvaggio di Santa Venere, aveva saputo vivere in armonia con la
natura aspra, aveva anche fatto delle fesserie, ma poi si era redento. Come don
Mico aveva iniziato a zappare e a lavorare senza sosta, a pensare in grande, ma
rispettando quella terra generosa e protettiva. Leo è quindi un candido
selvaggio, un buono che crede nell’intelligenza e alla volontà,
ma agli occhi del figlio Dominic, appare come una mosca bianca, un eroe
solitario e stolto, un uomo che combatte contro i mulini a vento e che prima o
poi deporrà le armi…
…Senza salti
spettacolari, ma con gli occhi sempre all’altezza dello sguardo
attanziale, Il selvaggio di Santa Venere racconta una storia
del sud che ha frammenti in comune con tante altre storie narrate da Melville
come da Verga, da Pirandello come da Tozzi, da quei suoi personaggi di Con
gli occhi chiusi, in cui il tutto o niente della cattiva letteratura lascia
il posto alle infinite sfumature di una vita arcaica che può conoscere lo
sprofondamento nella violenza ancestrale oppure la salvezza nel coraggio di
diventare, non solo predicare, un nuovo uomo, senza luccichii o trionfalismi,
dalla parte stessa di una vita che è quella di ciascuno di noi. Semplicemente.
E magistralmente; dono di un grande scrittore da non lasciare oscurare dalle mode
e dai tic mediatici, che ha avuto il coraggio di scrivere unicamente ciò che
sapeva e aveva vissuto di persona.
… Le più
interessanti sono Il selvaggio di Santa Venere, romanzo che vinse
il Premio
Campiello ma che venne ignorato
dalla critica, e I cari parenti. “So bene che il mio successo ha
dato fastidio a molti letterati di potere” – dirà Strati in una sua intervista
del settembre del 1977 concessa a Stefano Lanuzza – “Una vera beffa che,
tramite il loro premio borghese, io abbia avuto il modo di farmi conoscere dal
grande pubblico. I giudici del Campiello
non avevano immaginato che il mio libro potesse vincere il premio: altrimenti
non lo avrebbero ammesso nemmeno nella cinquina finalista. Ho visto il
disappunto e la contrarietà dipingersi sul viso di tanti notabili del mondo
letterario. Questo come puntuale conseguenza del paternalismo imbarazzato
che può accompagnare il non poter fare a meno di mettere nella rosa finale
l’opera d’uno scrittore proletario del Sud, pubblicato da un grosso editore.
Nessuno dei signori suddetti si è degnato, dopo l’assegnazione del premio, non
dico di complimentarsi con me, ma anche solo di dichiarare la propria adesione
al mio libro. Con divertimento, ho assistito al ridicolo mimetismo di gente che
evitava di salutarmi per non compromettersi…”.
…Proviene da una famiglia molto umile: i genitori
sono «mastri-massari », come egli li definisce, il padre muratore e la madre
sarta. Dopo vent'anni passati a lavorare a fianco del padre, nel 1945
intraprese gli studi tanto amati tramite un maestro elementare del paese.
Nel 1946 comunicò ai genitori di volersi
preparare per conseguire la maturità classica; ebbe un primo insuccesso
come privatista, ma grazie all'aiuto economico di uno «zio d'America » riuscì a
continuare i suoi studi presso il Liceo Galluppi di Catanzaro.
Nel 1949 si iscrisse all'università di
Messina; prima in Medicina, ma dopo due mesi ottenne il passaggio a Lettere.
Sono anni fondamentali: ha modo di conoscere il critico letterario Giacomo
Debenedetti e di seguire le lezioni su Verga, Pascoli e Svevo.
Nel giugno del 1953 a Caraffa del Bianco avvenne
il primo incontro con Corrado Alvaro, fortemente voluto da Strati e che portò a
un rapporto di stima e curiosità reciproca; in occasione di una visita a
Roma, nel 1955, lo scrittore lo incoraggiò a inviargli alcuni articoli per una
rivista sulla Calabria, e solo per calabresi, che aveva intenzione di fondare.
Il progetto non vide mai la luce poiché Alvaro morì nel giugno 1956.
Nel settembre del 1953 si fermò a Roma ospite di
Debenedetti. Partì subito dopo per Firenze per preparare la sua tesi di laurea
sulle riviste fiorentine del primo Novecento. Una tesi che non verrà mai
completata perché preferì dedicarsi, soprattutto, a correggere il suo primo
romanzo, La teda, e ad
affermarsi come scrittore. Nel febbraio del 1954 entrò in contatto con i
principali esponenti della cultura fiorentina, tra cui Corrado Tumiati,
redattore de «Il Ponte », su cui apparve il suo primo racconto, La
quercia. Continuò a collaborare per questa e altre riviste come «Il Nuovo
corriere » e «Paragone ». Nel 1956 la Mondadori pubblicò La
Marchesina, la sua prima raccolta di racconti, proposta da Debenedetti
allo stesso Alberto Mondadori. Nel 1957 fu data alle stampe La teda…
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