in un tempo uguale al nostro e in un mondo uguale al nostro, in Irlanda, succede che il governo comincia ad arrestare gli oppositori, i presunti oppositori, e chi ha idee diverse dal consentito, adulti e giovanissimi.
è una cosa normale, uno scivolamento in un incubo, come per caso.
in realtà chi decide ha pianificato tutto e le persone sono in una morsa che si stringe sempre più, senza vie d'uscita, forse una, la resistenza armata.
non è fantascienza, è tutto terribilmente concreto e verosimile, basta provare a pensare come viene trattato, in questi anni, chi ha opinioni diverse sul covid19 e sulla guerra della Nato contro la Russia.
Eilish è una madre alla quale hanno prima sequestrato il marito e poi è una madre coraggio che protegge i suoi figli, contro tutto e tutti.
un libro da non perdere.
buona (inquietante) lettura.
Lynch usa la distopia per parlare del mondo che stiamo
vivendo. Tutto ciò che accade, la guerra, la paura, la famiglia disgregata, lo
sentiamo ogni giorno in tv, solo che non ci facciamo più caso. Un romanzo che resterà.
…Quando si parla di distopia, il primo esempio che
viene in mente è sempre 1984 di George Orwell,
considerato all’unanimità un grande classico del genere. La critica, difatti,
ha considerato Il canto del profeta un «1984 irlandese», e
c’è chi l’ha accostato anche a José Saramago, avendo in
mente probabilmente Cecità. A differenza loro,
però, Paul Lynch non immagina mondi alternativi con tecnologie avanzate o
equilibri geopolitici stravolti, e non immagina nemmeno epidemie fantasiose che
portano la società a collassare, bensì racconta il nostro tempo
filtrato dalle ansie politiche e sociali del presente…
…«Il canto dei
profeti non è altro che lo stesso canto sempre cantato nel corso del tempo, il
profeta non canta la fine del mondo, ma quello che è stato e sarà fatto, quello
che è fatto ad alcuni ma non ad altri, che il mondo finisce continuamente in un
posto ma non in un altro e che la fine del mondo è sempre un evento locale,
arriva nel vostro Paese e visita la vostra città e bussa alla porta della
vostra casa mentre per altri diventa solo un vago avvertimento, un breve
servizio al telegiornale, l’eco di avvenimenti che ormai sono diventati
folklore».
In quest’opera di
denuncia politica, Lynch immagina la possibilità di un futuro nefasto dove un
regime di terrore possa imporsi in una città dell’Irlanda e che una guerra si
dirami gradualmente fino ad arrivare a un punto di massima deflagrazione.
L’autore tenta con successo di dimostrare, attraverso questa storia, come si è
spesso sordi a preoccupanti avvisaglie e intimidazioni, immersi nella
vita di tutti i giorni e troppo ottimisti dei capi che ci governano. Infatti,
l’affermarsi di una dittatura può sembrare inizialmente
improbabile a Eilish e a tutta la cittadina. Ma così non è. Con i poteri che il
governo si arrogherà, i cittadini inizieranno a vivere nel terrore, sentendosi
sempre più ingabbiati in un sistema diventato fortemente soppressivo, dove
anche i colori che si indossano potrebbero rappresentare una provocazione nei
confronti dello Stato…
Paul Lynch con "Il canto del profeta" è stato prima
finalista e poi vincitore del "Booker Prize" nel 2023. Spero che la
sua profezia di decadenza non si avveri mai del tutto, ma il suo moto di
ribellione arrivi. Questo libro mi ha fatta arrabbiare, riflettere e
commuovere. I personaggi vedono sgretolarsi le proprie certezze, frantumarsi il
proprio quotidiano, andare in pezzi il senso del bene comune e della libertà.
La scrittura di Lynch rende perfettamente il precipitare nel buio, il senso
d'oppressione, di crescente impotenza davanti al l'avanzare dell'autoritarismo,
della più becera violenza espressa in molteplici forme di mortificazione di
tutto ciò che concerne la vita umana. Un grido d'amore e dignità può però
lacerare le tenebre. Concordo con Colum Mccan quando afferma che questo romanzo
è capace di "scuotere il lettore nel profondo".
…Il canto del profeta è particolarmente adatto a raccontare il lento ma inesorabile cambiamento nella
condizione psichica e fisica di Eilish per via del suo punto focale, centrato saldamente (salvo qualche paragrafo
nelle prime pagine) sulla protagonista del libro,
e fisso o sui suoi pensieri, le sue paure, i suoi sogni e ricordi, o su ciò che la circonda nell’immediato. Il mondo di
Eilish è estremamente banale, diviso tra un lavoro d’ufficio e le tante, troppe responsabilità associate al
suo ruolo di madre. L’impianto stilistico del romanzo,
diviso in blocchi narrativi composti da lunghissimi paragrafi, trasmette l’inesorabile presenza di una quotidianità da
cui è impossibile emergere o distaccarsi. Bisogna accompagnare a scuola i
bambini. Manca sempre il latte: bisogna fare la spesa. C’è da tener d’occhio
Bailey, che ha cominciato a bagnare il letto, e suo fratello Mark, che dalla
scomparsa del padre si è chiuso in un silenzio carico di minaccia.
Questa insistenza sul quotidiano ottiene il
devastante effetto di mostrare come l’intrusione del distopico nella
nostra realtà non sia un processo distruttivo ed
epocale, bensí qualcosa di silenzioso,
sinistro, al quale è facile abituarsi. In un romanzo con passaggi di feroce
brutalità, un aspetto che risulta particolarmente spaventoso e convincente è la
determinazione di catturare proprio la banalità della vita della
famiglia Stack, fatta di film al computer e lamentele per la
mancanza di cioccolato in casa: l’orrore del collasso civile e
sociale si sovrappone a visioni della vita spaventosamente familiari,
risultando quindi particolarmente persuasivo. Nel passaggio forse più
emblematico del romanzo, la narrazione riesce a unire quasi nello stesso fiato
una riflessione sugli orrori ineluttabili della storia e una lamentela diretta
a un ragazzo che ascolta la tecno dal telefonino a volume troppo alto.
È in questa
determinazione a rammentarci la banalità del male che Il canto del profeta trova il proprio valore letterario, fuggendo alle trappole in cui
spesso scade il genere distopico – un genere molto efficace nel dipingere
la discesa di regimi liberali verso l’autoritarismo, glissando però spesso su come
l’autoritarismo stesso si nutra delle ingiustizie ed ineguaglianze generate
dai sistemi liberali. Le profezie di
cui parla il titolo non riguardano un dato sistema politico, ma una più
generale condizione umana. Queste
profezie apocalittiche di sangue e violenza non si riferiscono infatti a più o
meno immediate fini del mondo,
ma a violenze tanto insensate quanto
quotidiane che sono giù successe, continueranno a
succedere, e che succedono tutt’ora in
vari angoli del mondo. Le nazioni da stabili discendono nel caos; una guerra
che sembrava improbabile o indicibile diventa in breve tempo mero
intrattenimento per il resto del mondo. Quello che il romanzo di Lynch ci
ricorda è che it can happen here,può
accadere anche qui, non tanto per ricordarci (come se ce ne fosse bisogno)
quanto permeabili al male siano le nostre civiltà, ma per trasmettere la semplice e luminosissima verità racchiusa
nel cuore dell’arte narrativa: le vite più straordinarie,
così come quelle devastate dai più indicibili orrori, sono in primis vite umane, e in quanto tali banali, tipiche e semplici. Esattamente come la
nostra.
…Tra le tante riflessioni che arrivano spontanee alla mente
mentre si legge Il canto del profeta, quella su Eilish è forse la
più costante. Lynch è riuscito a creare una protagonista unica,
una moglie che deve affrontare la perdita del marito e, nel giro di poche
settimane, anche una società improvvisamente ostile a lei e ai suoi figli. Si
ritrova sola, allontana da tutti con un marchio di
infamia appicciatole addosso proprio da quello Stato che dovrebbe proteggerla e
che invece le punta contro un dito fatto di milizie armate.
Eilish sembra inerme di fronte ai
cambiamenti che la travolgono e invece ci rendiamo presto conto che, al
contrario, è salda come uno scoglio in mezzo al mare in burrasca.
Pensa ai suoi figli che sono troppo piccoli per comprendere fino in fondo le
sue decisioni e le si rivoltano contro, come se lei potesse qualcosa contro il
buio che sta divorando l’Irlanda e la sua stessa famiglia. Eppure, Eilish non
abbassa mai la testa…
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