1. L’abuso
degli schermi nel periodo formativo. L’allarme di due psicopedagogisti americani
Il libro
dello psicopedagogista americano J. Haidt, Generazione ansiosa (Rizzoli
2025), comincia con una terribile metafora: se vostra figlia di dieci anni vi
chiedesse di partecipare a una spedizione per andare su Marte, dato che tutte
le sue amiche ci vanno, di certo le rispondereste di no anche a costo di
contrariarla gravemente, mentre le mettete tra le mani un cellulare sui cui
contenuti non sapete niente e non avete controllo. Già nel 2018 Iperconnessi di
J. M. Twenge aveva cominciato a scuotere l’opinione pubblica globale su questo
tema. La preoccupazione di educatori e genitori ha indotto molti
governi occidentali e asiatici a vietare l’uso dei social al di sotto dei
16 anni, e pare che l’Italia si appresti a farlo. In realtà, come vedremo,
il problema non riguarda solo adolescenti e preadolescenti, e non solo i
social. Tuttavia partiamo da qui perché Twenge e Haidt documentano un aumento
molto rilevante dell’ansia e della depressione dichiarata dagli adolescenti,
nonché dei casi di suicidio, di autolesionismo e di ricorso ai servizi
psicologici, e non solo negli Usa, ma in tutto il mondo anglofono e in
vari paesi europei. E fanno partire la svolta dalla diffusione maggioritaria
dell’iphone nel loro paese tra i ragazzi verso il 2012.
Haidt sostiene
poi che tale diffusione ha non solo una correlazione statistica con l’aumento
della depressione e di altre patologie psichiche degli adolescenti, ma è una
vera e propria causa di esso. Egli sostiene che tra il 2010 e
il 2015 si arriva negli USA a una trasformazione strutturale
dell’infanzia, il cui sviluppo psicologico è legata allo smartphone e
da esso dipendente. Ad esso i ragazzi sono connessi 24h su 24 e 7gg su 7,
facendo uso di piattaforme che massimizzano engagement (cioè
le interazioni on line), confronto sociale e dipendenza. L’infanzia delle
generazioni precedenti, ancora intorno agli anni sessanta-ottanta, si era
formata attraverso il gioco fisico, sociale, libero, con possibilità di fare un’esperienza
relativamente autonoma in contatto con l’ambiente. L’infanzia
“amministrata” dagli adulti già da tempo era una realtà diffusa, ma solo l’uso
dell’iphone e l’accesso ai media e ai videogiochi on line hanno portato a una
drastica trasformazione nella formazione. Anche per lui, come per Twenge, questa
trasformazione coincide con la diffusione dell’iphone tra adolescenti e in
particolare con l’introduzione di Instagram (2010), che è specializzato nella
diffusione di immagini, e in genere col passaggio dai social “testuali”
(com’era Facebook all’inizio) a social “visivi” (più pericolosi per
l’autostima, soprattutto femminile), con l’introduzione del feed infinito
o scroll infinito (2011-2012) e delle notifiche continue.
L’aumento
rilevante dell’ansia e della depressione dichiarata dagli adolescenti e dei
casi di suicidio, di autolesionismo e di ricorso ai servizi psicologici è ben documentato non solo
negli Usa, ma in tutto il mondo anglofono e in vari paesi europei. Haidt però
non attribuisce ai nuovi cellulari, ai social e ai videogiochi presi da soli
questo aumento, ma ritiene che essi abbiano spinto all’isolamento
digitale una generazione iperprotetta dai genitori, che non aveva fatto
l’esperienza basilare del gioco tra coetanei senza la supervisione degli
adulti, privata di autonomia e riempita di paure riguardo al mondo reale.
Haidt mostra
tre curve parallele di fenomeni la cui coincidenza temporale non può essere
considerata semplicemente una correlazione statistica, ma piuttosto una
correlazione causale. I fenomeni da lui considerati riguardano non
solo gli Usa, ma anche UK, Canada, Australia e Nord Europa, che hanno
condizioni di vita, di educazione e di uso dello smartphone
analoghe. Le diverse statistiche nazionali, a partire dall’adozione dello smartphone
da parte degli adolescenti, mostrano in parallelo: a) aumento
della depressione (soprattutto ragazze), b) aumento
dell’ansia, c) aumento dei casi di autolesionismo e dei
tentativi di suicidio. Il punto cruciale è che tutte le curve cambiano
pendenza nello stesso periodo: 2012–2013.
Naturalmente
non è semplicemente possedere e usare questo nuovo dispositivo elettronico che
produce immediatamente depressione, ansia e autolesionismo. Haidt mostra quali
siano le conseguenze dell’uso e abuso dello smartphone
che a loro volta causano direttamente questi fenomeni
patologici: (1) privazione di sonno: gli adolescenti dormono
1–2 ore in meno rispetto al 2010, e lo smartphone ne è la causa principale (uso
notturno, notifiche, luce blu sempre accesa); (2) confronto
sociale permanente: Instagram e TikTok amplificano il confronto sociale
visivo, con effetti più forti sulle ragazze riguardo allo loro immagine
corporea, con possibile diminuzione dell’autostima (i dati di Haidt mostrano un
aumento diffuso di insoddisfazione per il proprio corpo); (3) il
nuovo cellulare rende possibile il cyberbullismo e l’umiliazione
pubblica delle persone prese di mira: il bullismo diventa continuo, non più
limitato alla scuola, la persecuzione può colpire in qualunque luogo o momento;
le ragazze subiscono più bullismo relazionale e reputazionale, e infatti sono
più soggette a depressione dei maschi; (4) la dipendenza da smartphone riduce
fortemente il tempo per il gioco libero e l’interazione sociale reale: si
passa meno tempo all’aperto, si sviluppa meno autonomia nel mondo reale, si
hanno meno esperienze formative, aumenta l’ansia sociale e la fragilità
emotiva. Per Haidt dunque la diffusione dello smartphone non
è la causa unica del fenomeno, ma la causa
scatenante, che ha reso gli adolescenti sensibili a tutte le altre cause.
2. Non
ci sono solo gli smartphone, ma anche diversi altri schermi
Allarghiamo
il discorso dai cellulari agli altri schermi seguendo il fondamentale libro di
Simone Lanza, L’attenzione contesa. Come il tempo-schermo modifica
l’infanzia (Armando editore, 2025).
Così
comincia questo testo: «Sempre più spesso, subito dopo il parto, avviene
qualcosa di inedito fino a qualche tempo fa. Le madri, mi ha raccontato
un’ostetrica parigina, anziché prendere il bambino e portarlo a sé, cercano il
cellulare e, mentre con una mano reggono il neonato, con l’altra si scattano
subito un selfie. Da una dozzina d’anni questa abitudine è sempre più diffusa,
e alcune ostetriche italiane me lo hanno prontamente confermato». Poi l’autore
mette in luce come lo schermo, sia esso tv, tablet, smartphone
o videogioco, non solo attira l’attenzione con le sue immagini, ma fa
da schermo agli sguardi tra le persone. Non solo il bambino già
alla nascita è visto e fotografato attraverso lo schermo, cosa che permetterà
di esibirne orgogliosamente l’immagine, ma l’attenzione dei genitori
verso il bambino è spesso contesa da vari schermi, simultaneamente in funzione,
così come quella del bambino verso i genitori. L’esperienza virtuale sugli
schermi è senza dubbio stimolante, multiforme e ampia, ma prende sempre più
ore, mentre nei primi anni di vita abbiamo bisogno dell’incontro diretto con le
persone e con le cose e del gioco con i compagni all’aria aperta, e non della
sedentarietà e di rapporti mediati dallo smartphone, in cui manca la gestualità
e il contatto fisico. L’attenzione che fa crescere cognitivamente e
affettivamente il bambino piccolo è l’attenzione congiunta:
lo scambio intenzionale di sguardi con l’adulto che porta il
bambino piccolo a guardare un determinato oggetto o fenomeno.
Lanza passa
in rassegna gli studi pediatrici, psicopedagogici e sociologici che mettono in
luce tutti i diversi rischi (riguardanti lo sviluppo
fisiologico e sensoriale, il peso, il sonno, il comportamento, l’isolamento, la
sensibilità affettiva o sessuale, la depressione, l’ansia, la dipendenza ecc.),
correlati con l’abuso di tempo-schermo in generale e in relazione a specifici
mezzi tecnici e a specifici contenuti (cartoni, social, videogiochi,
pornografia ecc.). Molti di questi studi riferiscono dati allarmanti sul
livello raggiunto da tutti questi diversi rischi: in particolare è unanime
l’apprensione per lo sviluppo dei bambini piccoli da parte dei
pediatri americani, francesi e italiani. I ricercatori che insistono sui rischi dell’abuso
degli schermi secondo Lanza non sono allarmisti, ma semplicemente, di fronte ad
alte probabilità, fanno appello al principio di precauzione. Lanza
ritiene poi che ad ogni modo gli schermi concorrano ad amplificare e a
rafforzare le patologie già esistenti: per qualunque motivo una
pre-adolescente tenda alla depressione, questa aumenterà con la frequentazione
di social in cui c’è una forte competizione per l’immagine (e in
cui le “concorrenti” on line trucchino le loro immagini con i sistemi in dotazione
degli stessi social, rendendole inimitabili agli occhi di alcune compagne di
chat).
Non bisogna
dimenticare che il problema, piuttosto che i mezzi tecnici in sé, sono i
contenuti e i modelli di rapporti sociali on line proposti dagli algoritmi
delle multinazionali digitali, il cui scopo è catturare
l’attenzione e prolungare la fruizione, a beneficio degli inserzionisti
pubblicitari. Inoltre questa capacità di catturare l’attenzione dei
bambini-ragazzi è posta al servizio di genitori stressati dal lavoro e
dalla velocità della vita quotidiana contemporanea: essi sono
naturalmente tentati di rilassarsi sui loro propri schermi lasciando i figli a
quelli che preferiscono. La raccomandazione di Lanza (e di https://pattidigitali.it/, di cui parleremo) è quella di istituire una
giornata familiare “libera da schermi”.
La velocità
riguarda anche la fruizione dei video da parte dei bambini. Per esempio, per
catturare l’attenzione, molti cartoni animati aumentano a tal punto la velocità
delle loro scene esilaranti, che poi ai bambini non è possibile riferirle in
nessun modo: non sono più storie narrabili, ma azioni frenetiche. Per
questo è importante il più possibile evitare questo tipo di cartoni e sapere
che tipo di contenuti vedono i figli, e quando è possibile vederli con loro e
commentarli.
L’ultimo
libro di Lanza è Un attimo e arrivo! Gestire gli schermi per crescere
una generazione attenta, (Sonda, 2026), un testo chiarissimo e pieno
di esempi e casi empirici, rivolto a genitori e insegnanti. Tra le altre cose,
vi è spiegato l’effetto del ciclo della dopamina, che è stato tenuto presente
dagli psicologi che hanno concorso all’elaborazione dei social per tenere i
consumatori attaccati al pc o allo smartphone grazie a un uso calcolato dei
premi e delle gratificazioni (un metodo impiegato dalle slot
machine fin dalle loro origini). Sul tema dei neonati e dei bambini
piccoli e dei rischi fisici, psichici e di apprendimento da essi corsi, i libri
di Lanza contengono interessanti materiali. Rimando al secondo suo libro citato
per gli esempi – tratti dall’esperienza dell’autore e di suoi collaboratori –
del collegamento tra disturbi della capacità di relazione, del linguaggio,
della lettura e dell’apprendimento e l’abuso degli schermi, spesso attribuiti
ad altre cause, o classificati semplicemente come Dsa (disturbi specifici
dell’apprendimento) o Dsl (Disturbi specifici del linguaggio). Conviene anche
informarsi sui rischi documentati dell’uso di
smartphone secondo la Società Pediatrica Italiana. La SPI raccomanda di non dare
gli smartphone a bambini al disotto dei tredici anni.
Un punto di
riferimento di Lanza è il pedagogista americano Neil Postman (Divertirsi da
morire. Il discorso pubblico nell’era dello spettacolo, Marsilio 2002,
ediz. originale 1985). Egli negli anni ottanta ha ipotizzato che i media
privati centrati sull’intrattenimento, e in particolare la tv, avessero il
duplice effetto di far scomparire l’infanzia – precocemente
informata sulla realtà della vita adulta – e di infantilizzare gli
adulti stessi, abituati ad un intrattenimento senza fine e privati
dell’abitudine all’informazione critica, tipica della stampa e
dell’apprendimento scolastico. È da allora infatti che è cominciato quel
lento declino della lettura, in cui egli vedeva profeticamente
un rischio per l’opinione pubblica critica e per la democrazia americana.
Oggi è
abbastanza chiaro che la convergenza tra il degrado della scuola
pubblica e la prevalenza dell’intrattenimento nei media privati pagati dalla
pubblicità ha portato a un abbassamento della qualità degli
strumenti critici e dell’informazione in mano ai cittadini. C’è stata una
riduzione generalizzata degli spazi democratici e delle opportunità di incontro
e di discussione, con un indebolimento delle capacità di organizzazione e di
resistenza dei lavoratori, spesso isolati nella figura di partite IVA. Gli
adolescenti fragili in formazione rischiano di trovarsi soli esposti alle voci
autodistruttive che portano le ragazze alla competizione illimitata per
l’aspetto fisico (L. Dalla Ragione e R. Vanzetta, Social Fame.
Adolescenza, social media e disturbi alimentari, Pensiero Scientifico
Editore, 2023) e i ragazzi alla misoginia e al patriarcalismo (L.
Bianchi, https://complotti.substack.com/ , 14-01 e 7-06 2026).
Anche per
Lanza siamo di fronte a un grave problema sociale e politico. E la prevenzione
contro l’abuso degli schermi necessita di un’organizzazione
comunitaria, in cui famiglie, scuola e istituzioni collaborino su base
territoriale. Le iniziative restrittive e regolative di singoli genitori
possono purtroppo infrangersi contro il lassismo dell’ambiente. Le statistiche
dicono, certo, che i genitori individualmente preoccupati sono la maggioranza.
Ma non hanno molte probabilità di successo senza accordi con altri genitori,
senza una conferma istituzionale e senza organizzazione. Per la limitazione
dell’uso i genitori più coscienti e attivi possono però proporre a istituzioni
e autorità territoriali di aderire ai “patti digitali”, che sono ormai
stati stipulati in diverse città italiane .
Rivolto
direttamente ai preadolescenti è invece un altro libro, La generazione
fantastica. La guida più incredibile per divertirsi e vivere felici senza
smartphone (Rizzoli, 2026), dello stesso J. Haidt e di C. Price. Esso
incita i ragazzi a ribellarsi al conformismo dello smartphone e uscire
dall’isolamento e dalla vita “amministrata” per vivere avventure comunitarie
nel mondo reale, sociale e naturale. È riccamente illustrato e contiene
racconti a fumetti.
3. Che fare?
Le buone
pratiche raccomandate da Lanza sono molto impegnative, ma proporzionate alla
gravità dei rischi: niente schermi prima dei 3 anni, tempo di tv limitato,
durante i pasti familiari niente schermi (per nessuno), accesso ai social non
prima dei 14 anni («si tratta di seguire le norme vigenti senza creare falsi
account che modificano l’età»), niente cellulare a letto ecc. (cfr. L’attenzione
contesa, pp. 215-217). In positivo, si tratta di organizzare
delle domeniche senza schermi di famiglia o di gruppo (per
suggerimenti pratici e riferimenti organizzativi si consulti il cap. 12
di Un attimo e arrivo!). Ecco la sitografia contenuta in
quest’opera per l’organizzazione dei “patti digitali”: in
generale: https://pattidigitali.it/; più specificamente: https://www.unimib.it/news/patti-digitali-milano-bicocca-offre-supporto-alle-famiglie-gestire-lingresso-nel-mondo-online-dei ; https://pattidigitali.it/famiglie-torino/ ; per il contatto genitori-figli: www.custodidigitali.it. Alla fine del libro, è ricordata
la petizione promossa nel 2024 dal pedagogista Daniele Novara e dallo
psicoterapeuta Alberto Pellai, rivolta al Parlamento italiano, perché non
sia consentito il possesso dello smartphone prima dei 14 anni e
l’accesso ai social prima dei 16. La petizione ha raccolto ben
presto 100.000 firme, e già nel corso di quell’anno Marianna Madia e Lavinia
Mennuni hanno presentato un disegno di legge per regolamentare l’uso del
cellulare da parte dei minori.
Sull’attuabilità
tecnica e sul senso educativo di queste limitazioni naturalmente il discorso è
aperto e non
è il caso di lasciare l’iniziativa ai conservatori. Ma il punto fondamentale è
che bisogna rompere l’inerzia e l’isolamento sociale dei genitori,
costruendo una nuova solidarietà educativa degli adulti e un nuovo patto tra
adulti e minori. Talora i sentimenti negativi hanno un effetto salutare di
mobilitazione: come l’orrore del genocidio in Palestina ha mosso le giovani
generazioni e le ha fatte uscire in massa dall’apatia, così è augurabile che la
preoccupazione per le generazioni future muova gli adulti verso un nuovo patto
educativo. Tuttavia il singolo genitore, per quanto preoccupato, è impotente di
fronte al costume ormai generale e all’influenza della cultura del consumismo e
dell’ottimismo tecnologico. Per dare un’educazione sana e razionale
alla già esigua schiera dei cittadini futuri è necessaria una forte reazione
collettiva organizzata sul territorio.
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