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martedì 26 agosto 2025

La guerra impone una scelta: costruttori di vita o complici - Domenico Battaglia

 

Il pianeta risuona tamburi di guerra da ogni direzione dell’orizzonte. In Ucraina tredicimila civili cancellati dal fuoco; a Gaza cinquantasette mila vite spente come candele nella corrente in ventuno mesi d’assedio; dal Sudan quattro milioni di corpi in marcia alla ricerca di un fazzoletto d’ombra; in Myanmar tre milioni e mezzo di volti dispersi fra cenere e giungla; e, sopra tutti, una città invisibile che non smette di crescere: centoventidue milioni di profughi lanciati nel vento come semi. Questi numeri – li sentite pulsare? – dovrebbero gelare il sangue, ma sfumeranno come bruma se non accostiamo l’orecchio al battito che custodiscono. Ogni cifra è una fronte che scotta, una fotografia sbiadita stretta in un pugno, una voce che domanda solo un minuto senza sirene.

A voi che impugnate le leve del potere – Governi in doppiopetto, consigli d’amministrazione oliati come ingranaggi, alleanze militari dalla voce di metallo – dico che il Vangelo non fa sconti né ammorbidisce la verità. Non domanda tessere, non pretende incenso: impone di riconoscere l’uomo quando lo si vede, di chiamare male ciò che schiaccia l’uomo. «Avevo fame e mi avete dato da mangiare, ero straniero e mi avete accolto» non è un soprammobile pio: è norma primaria scritta con il polso di Dio. Non esistono clausole, non c’è piè di pagina abbastanza piccolo per nascondere l’egoismo. Se volete essere guida e non timone allo sbaraglio, fermate i convogli carichi di morte prima che varchino l’ultima dogana; smontate i macchinari che colano piombo e forgiatene aratri, tubature, banchi di scuola. Portate i bilanci di guerra sulla cattedra di un maestro stanco: trasformate milioni stanziati per missili in sale parto illuminate, ambulanze capaci di raggiungere finanche le sofferenze più remote.

E voi che sprofondate nelle poltrone rosse dei parlamenti, abbandonate dossier e grafici: attraversate, anche solo per un’ora, i corridoi spenti di un ospedale bombardato; odorate il gasolio dell’ultimo generatore; ascoltate il bip solitario di un respiratore sospeso tra vita e silenzio, e poi sussurrate – se ci riuscite – la locuzione “obiettivi strategici”. Il Vangelo – per chi crede e per chi non crede – è uno specchio impietoso: riflette ciò che è umano, denuncia ciò che è disumano. Se un progetto schiaccia l’innocente, è disumano. Se una legge non protegge il debole, è disumana. Se un profitto cresce sul dolore di chi non ha voce, è disumano. E se non volete farlo per Dio, fatelo almeno per quel poco di umano che ancora ci tiene in piedi.

Quando i cieli si riempiono di missili, guardate i bambini che contano i buchi nel soffitto invece delle stelle. Guardate il soldato ventenne spedito a morire per uno slogan. Guardate i chirurghi che operano al buio in un ospedale sventrato. Il Vangelo non accetta i vostri comunicati “tecnici”. Scrosta ogni vernice di patria o interesse e ci lascia davanti all’unica realtà: carne ferita, vite spezzate. Non chiamate “danni collaterali” le madri che scavano tra le macerie. Non chiamate “interferenze strategiche” i ragazzi cui avete rubato il futuro. Non chiamate “operazioni speciali” i crateri lasciati dai droni.

Togliete pure il nome di Dio se vi spaventa; chiamatelo coscienza, onestà, vergogna. Ma ascoltatelo: la guerra è l’unico affare in cui investiamo la nostra umanità per ricavarne cenere. Ogni proiettile è già previsto nei fogli di calcolo di chi guadagna sulle macerie. L’umano muore due volte: quando esplode la bomba e quando il suo valore viene tradotto in utile. Finché una bomba varrà più di un abbraccio, saremo smarriti. Finché le armi detteranno l’agenda, la pace sembrerà follia. Perciò, spegnete i cannoni. Fate tacere i titoli di borsa che crescono sul dolore. Restituite al silenzio l’alba di un giorno che non macchi di sangue le strade. Tutto il resto – confini, strategie, bandiere gonfiate dalla propaganda – è nebbia destinata a svanire. Rimarrà solo una domanda: «Ho salvato o ho ucciso l’umanità che mi era stata affidata?». Che la risposta non sia un’altra sirena nella notte. Convertite i piani di battaglia in piani di semina, i discorsi di potenza in discorsi di cura. Sedete accanto alle madri che frugano tra le macerie per salvare un peluche: scoprirete che la strategia suprema è impedire a un bambino di perdere l’infanzia. Portate l’odore delle pietre bruciate nei vostri palazzi: impregni i tappeti, ricordi a ogni passo che nessuno si salva da solo e che l’unica rotta sicura è riportare ogni uomo a casa integro nel corpo e nel cuore.

A noi, popolo che legge, spetta il dovere di non arrenderci. La pace germoglia in salotto – un divano che si allunga; in cucina – una pentola che raddoppia; in strada – una mano che si tende. Gesti umili, ostinati: “tu vali” sussurrato a chi il mondo scarta. Il seme di senape è minimo, ma diventa albero. Così il Vangelo: duro come pietra, tenero come il primo vagito. Chiede scelta netta: costruttori di vita o complici del male. Terze vie non esistono.

Piega, Cristo, l’orgoglio dei potenti, invita chi forgia armi a piegare il ferro in vanghe, chiama ogni coscienza a spalancarsi e difendere il fragile con la testardaggine di chi sa che il bene è moneta che non svaluta. Ogni minuto di ritardo incide un nuovo nome sul marmo. Che questa pagina – spoglia di retorica, ruvida di Vangelo – diventi specchio: chi vi si guarda decida se restare servo della violenza o farsi servo dei fratelli.

Dio del respiro negato,
strappa il tavolo ai signori che vendono il mondo a colpi di vertice.
Capovolgi le loro carte di ferro:
che il piombo sparso torni zolla,
che il bilancio armato diventi culla.
Offri ai potenti lo specchio che non sanno rompere:
il volto di un bambino senza notte,
il tremito di un medico rimasto senza luce.
Fa’ che non possano distogliere lo sguardo
finché il privilegio diventa vergogna
e la vergogna si fa giustizia.
Ricorda-ci che la carne vale più dell’emblema,
che chi fa profitto sul sangue scava la propria fossa,
che l’alba non appartiene a chi ha cannoni
ma a chi custodisce un abbraccio.
Taci le sirene, piega le bandiere gonfie di rumore,
e ridonaci un silenzio capace di far fiorire il futuro.
Amen

* L’autore è cardinale e arcivescovo metropolita di Napoli.

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venerdì 16 febbraio 2024

«Il mondo sta entrando in un’era di caos» avverte l’Onu impotente - Ennio Remondino

 

«Il nostro mondo sta entrando in un’era di caos» lancia l’allarme il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, criticando le divisioni senza precedenti del Consiglio di Sicurezza, incapace di agire di fronte ai «terribili conflitti che stanno aumentando»«Non è la prima volta che il Consiglio è diviso. Ma è la cosa peggiore, l’attuale disfunzione è più profonda e pericolosa», ha avvertito Guterres presentando all’Assemblea generale le sue priorità per il 2024.

 

ll multilateralismo negato dai più forti

Guterres ha sottolineato che «i governi stanno ignorando e minando i principi stessi del multilateralismo, senza responsabilità. Il Consiglio di Sicurezza, il principale strumento per la pace nel mondo, è in un vicolo cieco a causa delle spaccature geopolitiche».

Consiglio di Sicurezza o di ricatto?

Criticando le divisioni senza precedenti del Consiglio di Sicurezza, Guterres ha sottolineato che «durante la Guerra Fredda, meccanismi ben consolidati hanno contribuito a gestire le relazioni tra le superpotenze, ma nel mondo multipolare di oggi tali meccanismi sono assenti. Il nostro mondo sta entrando in un’era di caos».

Il caos del tutti contro tutti

«E vediamo i risultati: un pericoloso e imprevedibile tutti contro tutti, nella totale impunità», ha denunciato ancora, dicendosi preoccupato per una nuova proliferazione nucleare e lo sviluppo di «nuovi mezzi per uccidersi a vicenda e per annientare l’umanità».

Tragedia Gaza e attacco a Rafah

All’assemblea generale dell’Onu, Guterres ha messo in guardia da un attacco di terra israeliano a Rafah, che avrebbe «conseguenze regionali incalcolabili».

Agenda Onu 2024

La nostra organizzazione è stata fondata sulla ricerca della pace, eppure, la cosa che manca in modo più drammatico oggi è la pace. Mentre i conflitti infuriano e le divisioni geopolitiche crescono, la polarizzazione si approfondisce e i diritti umani vengono calpestati. Con l’esplosione delle disuguaglianze, la pace con la giustizia viene distrutta. E mentre continuiamo la nostra dipendenza dai combustibili fossili, ci facciamo beffe di qualsiasi idea di pace con la natura.

Guerre di parole. Guerre per il territorio. Guerre culturali

  • Gaza. Non esiste alcuna giustificazione per la punizione collettiva del popolo palestinese. Eppure, le operazioni militari israeliane hanno portato alla distruzione e alla morte a Gaza con una portata e una velocità senza eguali.
  • Rafah. Sono particolarmente allarmato dalle notizie secondo cui l’esercito israeliano intende concentrarsi su Rafah, dove centinaia di migliaia di palestinesi sono stati schiacciati nella disperata ricerca di sicurezza. Cessate il fuoco, rilascio ostaggi e due Stati
  • Ucraina. In Ucraina, ribadisco l’appello per una pace giusta e sostenibile, in linea con la Carta delle Nazioni Unite e il diritto internazionale – per l’Ucraina, per la Russia e per il mondo.
  • Sahel. In una serie di paesi del Sahel, il terrorismo sta aumentando e i civili stanno pagando un prezzo terribile.
  • Corno d’Africa. Azione collettiva nel Corno d’Africa per consolidare le conquiste ottenute con fatica contro Al Shabaab e per preservare il principio dell’integrità territoriale evitando nuove crisi.
  • Sudan. I combattimenti devono finire in Sudan prima che distruggano ancora più vite e si diffondano.
  • Libia. La precarietà del cessate il fuoco, ma il popolo libico merita pace e stabilità durature, a cominciare dall’impegno per elezioni libere ed eque.
  • Congo. Nell’est della Repubblica Democratica del Congo, gruppi armati a deporre le armi e leader regionali a dare priorità al dialogo.
  • Yemen. Nello Yemen, appello a tutte le parti affinché allentino le tensioni nel Mar Rosso sulla base del principio della libertà di navigazione.
  • Myanmar. In Myanmar, abbiamo bisogno di un’attenzione a livello internazionale per un percorso verso il ritorno al governo civile.
  • Haiti. Ad Haiti l’illegalità è in aumento e milioni di persone si trovano ad affrontare una grave insicurezza alimentare.
  • Balcani occidentali. E nei Balcani occidentali, alcuni leader continuano ad alimentare tensioni e retorica etno-nazionalistica.

Il nostro mondo sta entrando in un’era di caos

Dopo decenni di disarmo nucleare, gli Stati sono in competizione per rendere i propri arsenali nucleari più veloci, più furtivi e più accurati.

Aiuti umanitari e conflitti

Con il proliferare dei conflitti, i bisogni umanitari globali sono ai massimi storici, ma i finanziamenti non tengono il passo. Gli operatori umanitari stanno salvando vite umane e alleviando le sofferenze in tutto il mondo. Rendo omaggio ai loro sforzi eroici e a quegli operatori umanitari che hanno pagato il prezzo più alto, più recentemente e tragicamente a Gaza.

Nuova Agenda per la Pace

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite deve essere in grado di prendere decisioni e attuarle. E diventare più rappresentativo. Inaccettabile che il continente africano sia ancora in attesa di un seggio permanente. Anche i metodi di lavoro del Consiglio devono essere aggiornati.

Armi nucleari, Internet e Intelligenza artificiale

La Nuova Agenda per la Pace affronta i rischi strategici sulle armi nucleari, misure per mitigare l’impatto della competizione geopolitica sulle persone e prevenire la frammentazione delle regole del commercio globale, delle catene di approvvigionamento, delle valute e di Internet. E sollecita lo sviluppo di norme per regolamentare l’uso delle nuove tecnologie, compresa l’intelligenza artificiale, in ambito militare.

La storia di due canali

Il commercio attraverso il Canale di Suez è diminuito del 42% dall’inizio degli attacchi Houthi alle navi nel Mar Rosso, più di tre mesi fa. Il commercio attraverso il Canale di Panama è diminuito del 36% nell’ultimo mese, a causa del basso livello dell’acqua, un sottoprodotto della crisi climatica. Che la causa sia il conflitto o il clima, il risultato è lo stesso: interruzione delle catene di approvvigionamento globali e aumento dei costi per tutti.

Le economie in via di sviluppo

Quest’anno i paesi più poveri del mondo dovranno pagare di più in termini di servizio del debito rispetto alla loro spesa pubblica per sanità, istruzione e infrastrutture messe insieme. Nel frattempo, i governi sono costretti a tagliare gli investimenti e i servizi essenziali.

Le regole della finanza

La finanza e le sue regole oltre Bretton Woods. L’architettura è obsoleta, disfunzionale e ingiusta. Favorisce i paesi ricchi che lo hanno progettato quasi 80 anni fa. Non riesce a offrire ai paesi i finanziamenti accessibili e non garantisce una rete di sicurezza finanziaria per tutti i paesi in via di sviluppo.

Tecnologia e Intelligenza artificiale

Dobbiamo sfruttare il potere della tecnologia per portare avanti gli obiettivi di sviluppo sostenibile. Dall’assistenza sanitaria all’istruzione, dall’azione per il clima ai sistemi alimentari, l’intelligenza artificiale è lo strumento potenziale più importante per costruire economie e società inclusive, verdi e sostenibili.

Ma l’intelligenza artificiale già discrimina

Ma l’intelligenza artificiale sta già creando rischi legati alla disinformazione, alla privacy e ai pregiudizi. È concentrato in pochissime aziende – e ancora meno paesi.  L’intelligenza artificiale influenzerà tutta l’umanità, quindi abbiamo bisogno di un approccio universale per affrontarla.

Summit del Futuro

Il nostro organo consultivo sull’intelligenza artificiale riflette il ruolo centrale di convocazione delle Nazioni Unite, riunendo governi, aziende private, mondo accademico e società civile.

La guerra con la natura

Stiamo facendo esplodere sistemi che ci sostengono emettendo emissioni che fanno implodere il nostro clima; avvelenando la terra, il mare e l’aria con l’inquinamento e decimando la biodiversità, provocando il collasso degli ecosistemi. La crisi climatica rimane la sfida decisiva del nostro tempo.

In una forma o nell’altra, tutto si collega alla ricerca della pace

La pace può realizzare meraviglie che le guerre non potranno mai realizzare. Le guerre distruggono. La pace costruisce. Ma nel mondo travagliato di oggi, costruire la pace è un atto consapevole, coraggioso e persino radicale. È la responsabilità più grande dell’umanità. E questa responsabilità appartiene a tutti noi, individualmente e collettivamente. A partire da qui. A partire da adesso.

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mercoledì 17 marzo 2021

Come la cultura pop può spiegare il colpo di stato in Myanmar - Akin Olla

 

Come la cultura pop può spiegare il colpo di stato in Myanmar. Il Re Leone della Disney offre uno spunto di riflessione su come funzionino i colpi di stato, le cause e i meccanismi dietro il recente colpo di stato in Myanmar.


Intanto che gli Stati Uniti e le altre nazioni occidentali considerano l’applicazione di  sanzioni contro i militari che hanno guidato il colpo di stato contro Aung San Suu Kyi e il suo partito a favore della democrazia, è importante comprendere quali siano le cause nascoste di questo colpo di stato e quali siano le dinamiche di un colpo di stato in generale. Da lontano la situazione birmana può sembrare complessa, se non addirittura impossibile da comprendere, ma i colpi di stato militari sono una storia di vecchia data, di cui sfortunatamente siamo già stati spettatori in ogni angolo del pianeta.

La cultura popolare, come show televisivi, musica e film possono rivelarsi un valido strumento per capire ciò che altrimenti risulterebbe incomprensibile. La cultura pop può anche aiutare l’essere umano ad analizzare il mondo che lo circonda e a riconoscersi nella società. Ad esempio, il popolo birmano ha adottato il gesto del saluto con le tre dita come simbolo della propria protesta contro il colpo di stato, un simbolo di solidarietà e resistenza preso in prestito dal movimento di protesta in Thailandia, ma a sua volta ispirato dalla serie di romanzi di fantascienza per ragazzi e la sua trasposizione cinematografica “The Hunger Games”.

Il grande classico della Disney “Il Re Leone”, cartone animato del 1994, è amato da più generazioni di bambini e adulti. Nonostante sia generalmente interpretato unicamente come un dramma alla Amleto di Shakespeare, ha molto da dire sul potere e le sue dinamiche all’interno della società. Probabilmente rappresenta anche la migliore produzione pop per comprendere al meglio come funzionino i colpi di stato e in particolare le cause e i meccanismi che si celano dietro il recente colpo di stato birmano. Ma prima di inoltrarsi a fondo nell’analisi, è bene fare un breve excursus su come il Myanmar sia arrivato a questo punto.

Una storia di regimi militari

L’attuale colpo di stato fa parte di una lunga storia di prese di potere e governi militari che si sono succeduti in Myanmar sin dalla sua indipendenza dall’Impero Inglese nel 1948. Il generale Aung San, padre di Aung San Suu Kyi, condusse il Paese durante gli anni di disordini e manovre politiche durante la seconda guerra mondiale che videro il Myanmar schierarsi, a seconda della convenienza, sia con i giapponesi che con gli inglesi.

Dopo aver guidato con successo il processo d’indipendenza, un attacco terroristico causa la morte del generale Aung San. Nonostante ciò, il Myanmar iniziò a tracciare una strada verso la democrazia. Il nuovo governo si trovò in difficoltà a placare gli animi delle diverse fazioni che l’avevano portato alla guida del Paese e alla fine venne rovesciato nel 1958 dal Generale Ne Win, un anti-comunista che si preoccupò subito di eliminare molti degli esponenti di sinistra con cui lavorò duramente negli anni ‘40 per ottenere l’indipendenza dagli Inglesi.

Dopo un breve ritorno alla democrazia, il governo venne di nuovo ribaltato da Ne Win nel 1962, che rimase al potere fino alla rivolta degli studenti del 1988, che guidarono un movimento composto da monaci, medici, donne e bambini per protestare contro lo stato monopartitico. Alcuni membri dell’esercito sfruttarono la situazione, deposero Ne Win e crearono il “Consiglio di Stato per il ripristino dell’ordine e della legge” (State Law and Order restoration Council), che successivamente divenne il “Consiglio di Stato per la Pace e lo Sviluppo (State Peace and Development Council), di fatto un governo militare. Nel 1990 si tennero le elezioni, vinte da Aung San Suu Kyi e il suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia (NLD). Ma i militari rifiutarono di riconoscere il risultato e misero Aung San Suu Kyi agli arresti domiciliari.

Nel 2011 il Consiglio di Stato per la Pace e lo Sviluppo si sciolse e chiese un ritorno alla democrazia, sebbene i suoi leader continuarono comunque a detenere la maggior parte del potere come ufficiali militari di alto rango attraverso il neo formato Partito dell’Unione per la Solidarietà e lo Sviluppo (Union Solidarity and Development Party – USDP) e il nuovo primo ministro Thein Sein, un generale in pensione.

Nel 2015 l’NLD vinse le elezioni e ottenne la maggioranza assoluta nel ramo legislativo del governo, portando all’istituzione di Aung San Suu Kyi come primo leader non militare del Paese in 54 anni. Aung San Suu Kyi concesse l’amnistia ai leader degli studenti arrestati durante la protesta del 1988, ristabilì relazioni internazionali e si riconobbe come un passo avanti verso la democrazia nel Paese.

Nonostante le grandi speranze e aspettative della comunità internazionale, Aung San Suu Kyi ha fatto poco per fermare il brutale genocidio della minoranza musulmana dei Rohingya e si è comunque impegnata nella repressione dei giornalisti. Ha perso molto credito di fronte alla comunità internazionale ignorando le richieste di porre fine al genocidio e rifiutandosi di affrontare l’esercito o di riconoscere le loro azioni come genocidio. Nonostante il tentativo di pacificazione con l’esercito, il 1° Febbraio 2021 i militari hanno rovesciato il suo governo in risposta a un’altra vittoria schiacciante dell’NLD alle elezioni di Novembre 2020.

“Il Re Leone” e i colpi di stato

Il Re Leone e la storia della sua ambientazione, la Rupe dei Re, riflette molto dell’esperienza del Myanmar, ma anche dell’esperienza di molte persone e nazioni in tutta la storia contemporanea, come per esempio chi visse la poco conosciuta presa di potere dei suprematisti bianchi nel 1898 a Wilmington, in Nord Carolina negli Stati Uniti.

La storia racconta del Re Leone Mufasa e del suo erede Simba, mentre Simba si prepara a prendere il potere sul regno. Scar, il fratello più giovane e furbo di Mufasa, assassina Mufasa, rovescia il suo regno con un colpo di stato incruento usando un esercito di iene e impone il suo dominio totale. Il regime di Scar sembra spogliare la Rupe dei Re della maggior parte dei suoi animali e della vegetazione, trasformando le pianure un tempo lussureggianti in terre desolate.

Simba parte per l’esiliato e ritorna solo da adulto, dopo che Nala, suo amore d’infanzia, e il fantasma di suo padre, lo convincono a riprendersi il suo posto in cima al regno animale. Simba guida i restanti leoni in un colpo di stato violento, con un apparente supporto da parte degli animali della classe operaia, e sconfigge lo zio in una lotta. Quindi si incorona re della Rupe dei Re e rafforza il suo potere con il matrimonio con Nala e la nascita del loro figlio ed erede.

David Lane, ex professore di sociologia all’Università di Cambridge, ci fornisce un quadro utile per comprendere i colpi di stato in Myanmar e Il Re Leone. Nel suo articolo del 2008 La Rivoluzione Zafferano: ‘Rivoluzione del popolo’ o ‘Colpo di stato rivoluzionario’? Lane usa la “teoria dell’élite” per spiegare come funzionino i colpi di stato. La teoria dell’élite afferma che la maggior parte degli stati, siano essi democratici o non democratici, sono controllati da una piccola minoranza di persone benestanti e gruppi di politici e leader militari che condividono e contendono il potere attraverso diversi meccanismi.

In ogni società si distinguono tre categorie di élite:

  • l’élite dominante, rappresentata da coloro che in questo momento occupano i posti di potere del governo e che detengono la maggior parte dell’autorità governativa del Paese;
  • l’élite secondaria – termine mio – coloro che detengono molto potere politico, ma che al momento non sono nelle posizioni chiave del governo;
  • la contro-élite, ovvero coloro che potrebbero avere potere economico o militare o influenza politica, ma che non hanno abilità o ruoli nel governare.

Il popolo di Myanmar deve diffidare di qualsiasi parte del governo o di una nuova contro-élite che cerca semplicemente di sostituire il regime militare in cima alla piramide del potere.

Un colpo di stato, secondo Lane, accade quando membri dell’élite secondaria o della contro-élite, usano un’azione rapida, e spesso violenta, per prendere il potere e sostituire l’élite dominante con loro stessi. A parte le élite stesse, che hanno profonde convinzioni ideologiche, i golpisti di solito non hanno alcun reale interesse nell’alterare la struttura del sistema politico o economico del Paese, ma mirano solamente a diventare il nuovo organo di governo. Lane descrive anche il concetto dei golpe rivoluzionari, che comportano un’elevata partecipazione popolare, cioè la presenza di un movimento di massa nelle strade che si mobilita per ottenere un cambiamento nello stesso tempo in cui i golpisti entrano in azione.

Nel Re Leone si trovano almeno due golpe. Il primo è il colpo di stato standard. Scar, membro dell’élite secondaria, che ha accesso diretto alla governance ma che non detiene un posto al governo, decide di reclutare le iene, un’unità militare della contro-élite, per ribaltare Mufasa. Scar diventa la nuova élite dominante e le iene la nuova élite secondaria, con le leonesse della Rupe dei Re che diventano la contro-élite.

Simba, quindi, si unisce alle leonesse e ai membri del popolo degli animali oppressi, come gli amici di Simba Timon e Pumbaa, per partecipare a un altro golpe. Si potrebbe anche sostenere che le masse degli animali fossero allo stesso tempo impegnate nella disobbedienza civile, causando la desolazione della Rupe dei Re che spesso viene attribuita esclusivamente alla cattiva gestione di Scar, e trasformando quindi il colpo di stato di Simba in un golpe rivoluzionario.

Comprendere il Myanmar

Il colpo di stato in Myanmar può essere analizzato in termini simili. Aung San Suu Kyi e la sua Lega Nazionale per la Democrazia sono stati per lungo tempo una influente contro-élite, sia a livello internazionale che a livello nazionale. Attraverso pressioni pubbliche ed elezioni, l’NLD è stata portata nella posizione di una precaria élite dominante, avendo finalmente accesso al vero potere di governo. I militari sono stati discutibilmente trasformati contemporaneamente in élite secondaria e contro-élite attraverso il loro partito politico e la loro completa autonomia in quanto  comandanti in capo di esercito, marina, aeronautica e polizia.

Le elezioni del 2020 sono state un ulteriore passo verso il consolidamento dell’NLD nella posizione di nuova élite dominante. Nello stesso tempo hanno innescato la risposta dei militari, che hanno realizzato il colpo di stato, vedendo in questo il modo per riprendersi la vecchia posizione di unico e totale organo di governo del Myanmar. È importante osservare che anche l’attuale regime militare al governo era una volta una contro-élite che nel golpe del 1988, ribaltò l’élite dominante, rappresentata dal Generale Ne Win, e che trasformò una rivoluzione in un colpo di stato rivoluzionario. E mentre i leader dell’ultimo colpo di stato insistono nell’affermare che anche questo è stata una presa di potere a nome della popolazione, è chiaro che la popolazione la pensa diversamente.

Le proteste infuriano in tutto il Paese, con l’obiettivo di impedire al governo militare di funzionare. Centinaia di migliaia di manifestanti stanno marciando nelle strade chiedendo al regime militare di fare un passo indietro. Infermiere, medici, insegnanti, ingegneri, avvocati e anche alcuni ufficiali di polizia sono in sciopero, insieme a operai, ferrovieri e agricoltori.

«L’obiettivo immediato è di contrastare il potere dei militari fermando il meccanismo statale», dice l’attivista contro il colpo di stato Thinzar Shunlei Yi in un’intervista ad Al Jazeera. Continua dicendo che esponendo la strategia dei manifestanti, «renderà ingovernabile il paese da parte dei militari».

Crescono le azioni di boicottaggio verso le aziende di proprietà dell’esercito. I proprietari di piccole aziende stanno distruggendo i prodotti che appartengono alle società collegate al conglomerato aziendale dei militari. Lo sciopero di 2.000 minatori ha costretto una miniera di rame di proprietà militare a cessare temporaneamente l’attività. I cittadini del Myanmar stanno rendendo desolata la Rupe dei Re dei militari. La minaccia di defezioni da parte dell’esercito stesso minaccia di rafforzare il potere della contro-élite pro-democrazia del Myanmar. In alternativa minaccia di creare una contro-élite completamente nuova da affrontare.

Nonostante Aung San Suu Kyi si sia dimostrata diversa dall’ideale spesso rappresentato dall’occidente, è chiaro che un qualche tipo di governo civile è un’alternativa decisamente migliore di un governo militare apertamente genocida. Sulla base del discusso colpo di stato rivoluzionario del 1988 che ha trasformato una rivolta popolare in una presa di potere militare, il popolo del Myanmar deve anche diffidare di qualsiasi ala del governo o di una nuova contro-élite che miri solo a sostituire il regime militare in cima alla piramide del potere. Anche se la teoria delle élite è utile per comprendere i colpi di stato, il potere delle persone che prendono in mano la situazione non deve mai essere sottovalutato.

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venerdì 24 febbraio 2017

Un conto ancora aperto. Quanto valgono duecentocinquant'anni di schiavitù? - Ta-Nehisi Coates

A partire dall'abolizione della schiavitù i problemi negli Usa non sono certo diminuiti.
Iragionamenti di Ta-Nehisi Coates non fanno una piega e non sono astratti, ma legati alla vita delle persone, con nome e cognome.
Ta-Nehisi Coates pone un problema, come risarcire personalmente e come comunità chi ha avuto dei trattamenti pessimi,  a essere gentili, per motivi, economici, ideologici, etnici, e non solo, da parte di un'altra comunità, che se ne è avvantaggiata.
L'oggetto del libro sono i neri negli Usa, ma Ta-Nehisi Coates cita, per allargare il discorso, tedeschi ed ebrei,e il risarcimento della Germania a Israele, e l'apartheid in Sudafrica.
Il punto è solo questo, se la continua discriminazione (e oppressione) di una parte della popolazione, pur nella legalità, deve portare a un risarcimento.
E questa strada non presa farà la differenza.
Non esiste un organismo, come le Nazioni Unite, per esempio, che sancisca che ogni discriminazione, a livello di stati, prima o poi dovrà essere risarcita, Ta-Nehisi Coates pone il problema.
"Sappi, Stato ora potente, che poi pagherai tutto, con gli interessi", ecco un articolo che non esiste nei trattati internazionali, e non ancora nel senso comune di moltissimi cittadini del mondo.
Il pensiero poi lascia gli Stati Uniti d'America e lo spettro del risarcimento si aggira per il mondo, dalla Palestina, ai territori Mapuche, per fare qualche esempio, e agli altri indigeni americani, dal Canada a capo Horn, ai Rohingya del Myanmar, agli aborigeni australiani e neozelandesi, una lista lunghissima.
Buona lettura, e grazie a Ta-Nehisi Coates, che sa scrivere e si fa capire benissimo.




…Coates non fa sconti e punta il dito sull’ipocrisia dei bianchi che non vogliono riconoscere il carattere razzista di molte leggi del passato.
C’è una rimozione della schiavitù, dell’apartheid, della discriminazione che continua a persistere. E non bastano certo delle leggi come le affirmative action, che secondo l’autore in realtà ribadiscono la differenza, invece di annullarla. Non è con le indennità, che peraltro sarebbero elevatissime, che si risolve il problema, dice Coates, ma con l’ammissione e il riconoscimento del fatto che gli USA nascono su e da un presupposto razzista. Men che meno il tentativo di accomunare le lotte per i diritti degli afro-americani con quelle di tutti i poveri della nazione: la povertà dei neri non è la povertà dei bianchi, afferma Coates, riprendendo le parole di Lindon Johnson. 
Una storia nera, in tutti i sensi, che non lascia spazio a facili risposte, ma che ha il grande pregio di togliere il velo dell’ipocrisia autoassolutoria su un problema che non è solo degli Stati Uniti, ma di tutto il mondo, anche dell’Europa, dove assistiamo ogni giorno a rigurgiti razzisti di cui troppo spesso sottovalutiamo la portata.

Dopo l’acclamato Tra me e il mondo, Ta-Nehisi Coates mette in discussione un altro grande conto che l’America ha in sospeso con la storia: il risarcimento ai neri americani per gli oltre duecento anni di schiavitù, la segregazione e la negazione dei diritti più elementari. Anche dopo l’abolizione formale della schiavitù, gli afroamericani sono stati ostacolati nell’esercizio dei diritti inalienabili di ogni cittadino: al voto, allo studio, al lavoro. Soprattutto, scrive Coates, del diritto alla casa, «il tesserino d’accesso al sacro ordine della classe media americana». Affrancare uno schiavo per poi farne un cittadino
a metà equivale a lasciargli le catene addosso, con il benestare di chi dovrebbe tutelarlo. Dalle spietate pratiche  discriminatorie del mercato immobiliare alle strane incongruenze del New Deal, Coates presenta il conto all’America.
E non è un conto da poco.

Un conto ancora aperto non deve difendere una teoria, una ricostruzione, un’opinione: il danno compiuto è conclamato, perché gli esseri umani ridotti in schiavitù sono stati trattati e organizzati come merci. Ricorda lo storico David W. Blight: “Nel 1860 gli schiavi come bene patrimoniale valevano più di tutte le produzioni manifatturiere, più dell’intera rete ferroviaria e dell’intera capacità produttiva di tutti gli Stati Uniti messi insieme. Gli schiavi erano di gran lunga il bene di proprietà più importante dell’intera economia americana”. Questo vuol dire un’immane sofferenza perché trattare uomini e donne come parti di ricambio vuol dire distruggere le comunità e “separare una famiglia di schiavi equivaleva di fatto a un assassinio. Ecco dove affondano le loro radici la ricchezza e la democrazia americane: nella lucrosa distruzione del bene più importante a cui ogni individuo possa aspirare, la famiglia. Questa distruzione non è stata un elemento incidentale nell’ascesa dell’America: l’ha facilitata. Attraverso la creazione di una società di schiavi l’America ha potuto gettare le basi economiche per il suo grande esperimento democratico”. Riconoscere l’esigenza di un risarcimento sarebbe (il condizionale è d’obbligo) un decisivo cambio di prospettiva, anche se il saldo finale, per la civiltà tutta, resta negativo.