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venerdì 5 settembre 2025

Le menzogne dell’impero non finiscono mai - Alberto Bradanini

 

Le menzogne fabbricate a tavolino dagli agenti della Cia e fatte digerire dai governi sottomessi, come quello australiano in questo caso, sono come i rotoli di carta igienica, non finiscono mai.

La comunità internazionale non conoscerà mai la pace se il pianeta (ma il compito spetta soprattutto al popolo statunitense, anch’esso oppresso e vilipeso come tutti) non riuscirà a liberarsi di quel tumore metastatizzato rappresentato dalle 17 agenzie americane d’intelligence[1], così chiamate, sebbene si tratti di organizzazioni di stampo mafioso che operano nell’ombra con l’incarico di organizzare omicidi, massacri, rivolte e conflitti armati, a beneficio dell’impero egemone, nei quattro angoli del mondo.

Tra i tanti misfatti e menzogne che la cronaca funesta ci rimbalza ogni giorno (i crimini più riprovevoli commessi da lorsignori restano sepolti per sempre, a tutela delle nefandezze di quella meraviglia di democrazia chiamata Stati Uniti d’America!) la penna coraggiosa dell’australiana Caitlin Johnstone[2] ci segnala oggi le accuse che il governo del suo paese, guidato dal laburista Anthony Albanese, ha mosso al governo iraniano, vale a dire aver orchestrato due attacchi antisemiti al fine di minare la coesione sociale in Australia e seminarvi la discordia: il 10 ottobre e 6 dicembre 2024, infatti, due incendi dolosi avevano danneggiato la sinagoga Adass Israel e la Lewis Continental Kitchen (senza provocare né morti, né feriti).

 Per tale ragione, Canberra ha dichiarato l’ambasciatore iraniano persona non grata e inserito il Corpo Iraniano dei Guardiani della Rivoluzione (CIGR) tra i gruppi terroristici. Albanese ha affermato che l’Iran avrebbe fatto uso di una complessa rete di agenti locali, secondo l’agenzia d’intelligence ASIO[3], nota per la sua elevata attendibilità (ci mancherebbe altro!), simile a quella di alto contenuto morale del criminale B. Netanyahu, quando si dilunga sulle meraviglie che il suo esercito di squilibrati riserva agli abitanti di Gaza.

Come di consueto nei paesi della galassia coloniale americana (Europa, propaggini asiatiche, Giappone e Corea del Sud, e anglosfera, tra cui il paese in questione) a sostegno di tali insinuazioni non è stato fornito nemmeno uno straccio di prova, forse nella presunzione che dopo l’upgrading di credibilità raggiunto dalle agenzie di intelligence del cosiddetto mondo libero con l’invasione dell’Iraq, la richiesta di produrre evidenze a sostegno di accuse infamanti deve considerarsi un insulto alla reputazione di cotante angeliche confraternite.

La stampa di Murdoch afferma che si tratta di una rivelazione bomba, in sostanza di un fatto accertato, mentre l’emittente pubblica ABC dichiara (tale Laura Tingle) che gli attacchi antisemiti iraniani mostrano che i tentacoli dell’IRGC hanno raggiunto persino l’Australia[4]. Ora, qualsiasi studente di scuola media inferiore capisce che chiamare rivelazione una mera affermazione costituisce un affronto alla logica oltre che un atto di corruzione morale, specie quando si ha a che fare con media, governi e politica internazionale. Di tutta evidenza, la pratica di digerire i rospi delle menzogne fabbricate da individui abbietti inibisce ogni capacità reattiva di popolazioni in via di decadimento cerebrale e di allontanamento da ogni residuo di resipiscenza morale.

Il governo israeliano – sembra incredibile ma si tratta proprio del governo israeliano, lo stesso che ha massacrato oltre 60.000 palestinesi (il numero reale è invero superiore a 150.000!), che ha provocato la morte per fame di migliaia di donne e bambini, i cui cecchini ogni giorno uccidono a Gaza giornalisti, medici e paramedici, operatori sociali e altri colpevoli sono di essere in vita, lo stesso governo guidato da criminali ricercati dalla giustizia internazionale – sì proprio quel governo lì rivendica ora il merito di aver convinto Antony Albanese ad adottare le menzionate decisioni. B. Netanyahu in persona, con il suo sguardo nobilmente luciferino, aveva espresso nei giorni scorsi le sue rimostranze per l’inazione (fino a ieri) del governo di Canberra davanti ai crimini commessi dall’ambasciatore iraniano. Che svergognato!

Le domande che Caitlin Johnstone pone pubblicamente al figlio di un cittadino di Barletta (il padre di Albanese veniva da lì) sono le seguenti: dove sono le prove, perché non ci mostra le prove di quanto afferma? Quali sono i benefici che l’Iran raccoglierebbe organizzando attacchi contro la comunità ebraica d’Australia o minando la coesione sociale e seminare discordia in Australia (sic!)? Egregio Antony Albanese, potrebbe illustrarci, per gentile concessione al principio di logica, in quale misteriosa maniera i presunti atti antisemiti da parte di Teheran farebbero avanzare gli interessi iraniani più di quelli di qualche altro stato, quale ad esempio Israele (un nome che viene in mente così, un po’ a caso)? Sarebbe inoltre pregevole conoscere, se del caso, quali agenzie d’intelligence straniere abbiano prestato sostegno all’ASIO nel raccogliere le informazioni che proverebbero il coinvolgimento iraniano in questi eventi (a noi ne vengono in mente due, Cia e Mossad, ma qualcuno potrebbe aggiungervi l’Mi6. Infine, signor Primo Ministro, sarebbe mai possibile acquisire i nomi delle persone facenti parte della complessa rete di proxy che avrebbe portato a termine i due attacchi e che secondo l’ASIO sarebbero riconducibili a Teheran?

Di tutta evidenza, a queste domande nessun A. Albanese avrà il coraggio di rispondere con serietà. Non è un caso che a presentare le cosiddette prove contro il governo iraniano siano stati i servizi d’intelligence, che non sono tenuti a produrre alcuna prova, invece che la polizia o qualche giornalista investigativo (quest’ultima categoria, invero, in via di estinzione) che sarebbero tenuti a parlare con cognizione di causa.

Secondo alcuni, l’espulsione dell’ambasciatore iraniano avrebbe a che fare con le pressioni di Benjamin Netanyahu per far luce su tali incidenti antisemiti, o magari con la necessità di bilanciare la rabbia del popolo australiano contro le atrocità israeliane a Gaza, ma tale ipotesi non verrà di certo in mente al Primo Ministro in questione. Resta incomprensibile che mentre il capo della diplomazia iraniana a Canberra viene accusato senza prove di essere responsabile di due episodi dove non v’è stata alcuna vittima (nemmeno un graffio), si lasci però al suo posto l’ambasciatore di un governo il cui esercito di psicopatici sta portando a termine lo sterminio dei palestinesi, per di più davanti al mondo intero, crimini le cui evidenze riempiono ormai le sale dei tribunali della Via Lattea.

Egr. Antony Albanese, per rinfrescarsi la memoria, le suggerirei di passare in rassegna quel che succede ancora oggi in Palestina, Libano, Siria, l’attacco militare di Israele all’Iran (che ha fatto strame della Carta delle nazioni Unite), gli omicidi mirati di scienziati, di vertici militari, l’attacco all’ambasciata iraniana a Damasco (aprile 2024), le falsificazioni e omissioni della tragedia palestinese – che continuano da 80 anni! -, così plateali ché prenderli in considerazione anche solo per smentirli ci farebbe passare per deficienti. Il governo australiano, come del resto quelli delle colonie europee su altri fronti, deve essere convinto dell’idiozia congenita della maggioranza degli abitanti del suo paese, o di qualche particolare malattia mentale, disabilità intellettiva o alterazione di coscienza chimicamente indotta.

In conclusione, secondo la Macchina della Verità gli iraniani avrebbero orchestrato questi attacchi antisemiti contro i propri interessi per fare un favore a Israele, così come in Ucraina – mutatis mutandis – i russi avrebbero bombardato le centrali nucleari che controllano, fatto saltare in aria il gasdotto del Baltico di cui sono co-proprietari, sacrificato milioni di soldati al fronte, perso la guerra o quasi, mentre la loro economia starebbe andando in pezzi.

Ogniqualvolta il potere presenta affermazioni incendiarie prive di riscontro – e oggi ciò avviene più che mai, poiché il distacco dal popolo è ormai palpabile – occorre attenersi alla massima latina: quod gratis asseritur, gratis negatur, vale a dire ciò che è affermato senza prove deve essere respinto senza prove. Punto.

La corrotta oligarchia che ci domina sta perdendo pezzi, milioni di cittadini si stanno svegliando e non credono più a quanto sentono o leggono, ma cercano altrove la strada verso la verità, ciascuno come può, a tentoni o con chiarezza d’intenti.

Per finire, dunque, signori maggiordomi, sì proprio voi che indossate la livrea dei giorni di festa come una seconda pelle per meglio servire coloro che vi riempiono di denari, onori e carriere, fate ben attenzione. Quando l’oppressione sociale e il dispregio dell’etica della convivenza supera la soglia critica, anche un popolo assonnato trova il coraggio di reagire, in Australia, in Europa e ovunque. Sappiamo anche che non siete sprovveduti e tenete sguainate le spade. Anche noi, tuttavia, abbiamo lo sguardo fiero e gli occhi aperti.


[1] 1. Office of the Director of National Intelligence; 2. Central Intelligence Agency, Cia; 3. National Security Agency, Nsa; 4. Defense Intelligence Agency, Dia; 5. Federal Bureau of Investigation, Fbi; 6. Department of State – Bureau of Intelligence and Research; 7. Department of Homeland Security – Office of Intelligence and Analysis; 8. Drug Enforcement Administration – Office of National Security Intelligence; 9. Department of the Treasury – Office of Intelligence and Analysis; 10. Department of Energy – Office of Intelligence and Counterintelligence; 11. National Geospatial-Intelligence Agency; 12. National Reconnaissance Office; 13. Air Force Intelligence, Surveillance and Reconnaissance; 14. Army Military Intelligence; 15. Office of Naval Intelligence; 16. Marine Corps Intelligence; 17. Coast Guard Intelligence;

[2] https://www.youtube.com/watch?v=rxmRqZh90sU

[3] Australian Security Intelligence Organization 

[4] https://www.abc.net.au/news/2025-08-26/iran-antisemitic-attacks-asio-intelligence-anthony-albanese/105698844?utm_source=substack&utm_medium=email

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venerdì 20 giugno 2025

Eutanasia di un impero: le guerre alla Russia, all’Iran e (domani?) alla Cina - Alberto Bradanini

 

1. Le oligarchie americane perennemente belliciste, insieme al cagnolino da passeggio israeliano, hanno deciso di incendiare il Medio Oriente, in una strategia che non riguarda solo tale regione, ma include l’Europa (Ucraina) e l’Estremo Oriente (Taiwan-Cina). Proviamo a indagare. Innanzitutto, Biden o Trump, questo è il nostro avviso, non fa molta differenza. I due fronti, Rep o Dem, sono entrambi lucciole elettorali che si spengono quando gli attori principali o le comparse diventano presidenti, deputati o senatori.

A dispetto delle indecenti rappresentazioni che sfidano da tempo la legge di gravità, e che i potenti della terra fanno digerire a una popolazione alienata da consumismi televisivi e intontimenti cellularici, è ben evidente che senza la luce verde della corrotta plutocrazia statunitense – è una noia ripeterlo, ma repetita iuvant – i criminali sionisti potrebbero al più acquistare il carburante per rientrare in casa al termine delle loro sataniche riunioni ministeriali, non certo aggredire un paese grande cinque volte l’Italia e abitato da quasi cento milioni di persone.

Il G7, riunitosi in Canada il 16 e 17 giugno, pur nella confusione che ormai caratterizza i potenti dell’Occidente (non più della terra), ha rilasciato un testo in cui si afferma l’usuale invereconda litania che Israele ha diritto di difendersi e che l’Iran non potrà mai possedere un’arma nucleare. Le signorie loro, se la domanda è lecita, hanno la testa a posto o no? Avremmo infatti piacere di comprendere l’essenza di quell’imperativo categorico per il quale a Israele è concesso possedere l’arma atomica e all’Iran no. E in tal caso, da quale autorità superiore (Nazioni Unite, Congresso Mondiale dei Popoli, il Padreterno o altri) tali svalvolati hanno ricevuto il mandato di adottare cotanta equilibrata decisione. Prego.

Nel merito e a contrario, non pochi rinomati analisti ritengono che se l’Iran davvero acquisisse l’atomica, (sebbene abbia sempre dichiarato di non volerla e non vi siano prove che la stia acquisendo, come certificato dall’Aiea[1] e dal vertice dell’Intelligence americana Tulsi Gabbard[2]), il Medio Oriente potrebbe finalmente conoscere pace e stabilità, esattamente ciò che i terroristi sion-americani vedono come il fumo negli occhi. In quel caso, infatti, l’Iran si doterebbe di una plausibile deterrenza e cesserebbe di essere quotidianamente minacciato e aggredito dai suddetti criminali.

Si tratterebbe di un equilibrio sul filo del rasoio, non certo auspicabile, eppure, come nei decenni di guerra fredda, di un equilibrio che implicando il rischio della reciproca distruzione garantirebbe autocontrollo e moderazione, facilitando un possibile componimento pacifico delle divergenze.

È poi chiaro come il sole che un ipotetico uso della Bomba contro Israele – dove vivono sette milioni di arabi-mussulmani e altrettanti ebrei – da parte di un Iran nuclearizzato si tradurrebbe in una totale disfatta storica, politica e morale, implicando altresì, quale rappresaglia, la sua distruzione materiale da parte di Usa e Israele. Si può essere radicali, dunque, senza essere stupidi.

B. Netanyahu da oggi fuoco alle polveri per obiettivi strategici (al servizio dell’impero, di cui è parte) e altri specifici (nell’interesse dello Stato Ebraico), tutti riassumibili in: demilitarizzazione, denuclearizzazione e destabilizzazione dell’Iran, incluso se possibile il cambiamento di regime. L’assassinio del capo negoziatore iraniano del dossier nucleare, Ali Shamkhani, è evidenza dell’intento sabotatore di un finto negoziato che gli Stati Uniti mostravano di condurre dietro le quinte. Tutto ciò – è bene chiarirlo – avviene sotto la guida e il consenso degli Stati Uniti, a partire dall’inquilino provvisorio della Casa Nera.

Il medesimo terrorista B. Netanyahu – ricercato dal Tribunale Internazionale per crimini contro l’umanità – ha qualificato l’attacco contro l’Iran preemptive, un aggettivo che fa venire l’orticaria, ricordandoci l’aggressione fabbricata a tavolino da Bush figlio, Powell, e altri compagni di merende neocons di quell’epoca, contro l’Iraq, un paese che aveva la sola colpa di essere incorso nelle ire di individui moralmente traviati.

Con l’aggressione all’Iran un altro genio della lampada si è librato nell’aire e vi farà ritorno solo dopo aver falciato migliaia di vite umane. Mentre la scura signora con la falce non avrebbe certo bisogno di vedersi facilitato il compito affidatole da madre natura, prendiamo l’ardire, per giustizia retributiva, di sollecitare l’intervento di Irene, Dea della Pace, affinché convinca Zeus a introdurre nell’universo una norma semplice e banale: chi dichiara una guerra vada lui a farla, insieme alla sua famiglia. È con immensa gioia, in tal caso, che assisteremmo alla partenza per il fronte della recluta Trump Donald – accompagnata dai quattro figli, da parenti e affini sino al quarto grado, dal Segretario alla Difesa (Hegseth Pete, anche lui quattro figli), dal Segretario di Stato (Rubio Marco, lui pure quattro figli, sembra una regola per entrare nel cerchio dei potenti!) e via via tutti coloro che nell’Impero del Bene sono chiamati segretari, forse perché incaricati di prendere nota e obbedire, non certo per studiare e trovare soluzioni equilibrate. In tale prodigiosa circostanza, costoro sarebbero accompagnati in analoga composizione dai vertici dello stato di Sion.

Purtroppo, i sogni si avverano raramente, e quando lo fanno rischiano di trasformarsi in incubi, appartenendo anch’essi, come ricordava O. Wilde, alla categoria dei sogni.

Davanti a un ennesimo massacro tra umani, privo di ragioni che non siano riconducibili alla cupidigia di potere e ricchezze dei padroni del mondo, i cosiddetti ceti dirigenti, europei e italiani – il nostro riluce come d’abitudine per propensione all’obbedienza e capacità di produrre il nulla che nulleggia – diffondono nell’etere grandezze logiche che se fossero barriti di un elefante sarebbero più intellegibili.

2. Ora, davanti a un’aggressione che viola platealmente ogni principio morale e beninteso la Carta delle Nazioni Unite, il corrotto megafono occidentale trova solo il coraggio di ripetere che l’unica democrazia del Medioriente ha il diritto di difendersi! Si tratta di una litania spappagallata da analisti televisivi e cartastampati biologicamente regrediti all’età della pietra, ascoltando la quale si verrebbe travolti da ilarità, se non fossimo alle prese con tragedie immani. La Macchina della Verità ripete che l’Iran costituisce una minaccia per la sicurezza della Grande Potenza americana, situata come noto sotto casa, a 15.000 km di distanza! Che faccia di tola!

In realtà, la strategia perseguita dal governo di Washington è quella a suo tempo delineata da tale Z. Brzezinski, un aristocratico polacco naturalizzatosi americano e quindi politologo imperiale: a) inglobamento dell’Ucraina; b) cesura tra Europa e Russia; c) sottomissione/occupazione neocoloniale della Russia; d) destabilizzazione/regime change dell’Iran e) solitudine strategica della Cina (in attesa di smembramento/conquista da parte delle truppe di Wall Street). A dispetto dell’inciampo ucraino, la marcia funebre continua.

Le scelte strategiche degli imperi sono per definizione imperiali. Mirano ad abbracciare il globo in ogni praticabile modo, senza cura per etica, interessi altrui (alleati compresi) o legalità internazionale. Gli Stati Uniti, intossicati da una hybris che non conosce limiti, in declino sociale, industriale, economico/monetario e persino militare, non si rassegnano a tale infame destino, accettando di ridiventare una nazione normale, seppure di certo una grande nazione, bilanciando i propri interessi con quelli altrui e rinunciando a orizzonti malati contro paesi che non si piegano.

In Europa, il tentativo imperiale di destabilizzare la Russia, smembrarla e assorbirne le immense risorse, sta fallendo. Non per questo, tuttavia, la Russia è destinata a diventare un paese amico. Al più, essa potrà diventare un non nemico, che deve essere comunque contenuto in attesa che la storia offra un’altra occasione per impadronirsi di una preda così ghiotta, troppo grande e ricca di ogni ben di Dio per convivere con la sola nazione indispensabile al mondo, per di più imperitura.

In verità, le decrescenti risorse imperiali non sono sufficienti ad assicurare il contenimento della Russia. In ossequio al principio di divisione dei compiti, tale incarico viene ora demandato ai vassalli europei, i quali del resto si mostrano ansiosi di farsene carico, riducendo benessere e servizi pubblici (i popoli finiscono per digerire tutto!), in apparente dissenso dal dominus atlantico, a sua volta impaziente di esibire una tardiva conversione ai valori di pace e convivenza con Mosca!

In verità, le colonne europee di servizio, politici, media e accademia, a parte immancabili eccezioni, tutti incolonnati da Cia/Nsa/reclutamenti o ricatti, obbediscono a schemi prefabbricati, fingendo una strategia di differenziazione rispetto al sovrano atlantico mentre in realtà, in perfetta distopia orwelliana, il capo burattinaio tira i fili dietro il sipario (miliardi di euro verranno investiti in armamenti Lockheed Martin e Raytheon).

Il secolare incubo anglosassone, infatti, – prima britannico, poi americano, vale a dire la saldatura Russia-Europa – è sempre lì, solo attualizzato: allora il divieto riguardava Russia e Germania oggi Europa e Russia, cui potrebbe un giorno unirsi anche il gigante cinese, unificatore infrastrutturale della massa euroasiatica. Il popolo ucraino, nel frattempo, paga il tragico prezzo del cinismo imperiale e del vassallaggio europeo.

3. In Medioriente (non a caso, la regione al mondo più ricca di gas e petrolio), la destabilizzazione e il saccheggio di un paese recalcitrante come l’Iran – 92 milioni di abitanti, primo al mondo per riserve di gas e petrolio (per ora, non sfruttate per deficit di tecnologia e investimenti) – consentirebbe di circondare ancor più la Russia e indebolire la Cina, che ha bisogno di energia come l’aria che respira, e introdurre un cuneo destabilizzante in quel Sud Globale che da qualche anno osa rivendicare sovranità e autonomia.

Per tale incombenza l’impero può far affidamento sullo Stato Ebraico (una portaerei inaffondabile nella Marina Usa, come è stata definita), che in cambio ottiene piena libertà di espansionismo coloniale e perseguimento di deliri messianici. Secondo taluni, in ossequio a una fisiologica divaricazione tattica (non strategica, tuttavia) Israele e le sue lobby puntano a coinvolgere Washington in un conflitto allargato, ciò che consentirebbe a Israele di liberarsi definitivamente degli ingombranti palestinesi di Gaza e Cisgiordania (cacciarli o sterminarli fa poca differenza!), impadronirsi delle loro terre e occuparne altre in Libano, Siria e paesi limitrofi, senza limiti che non siano quelli autoimposti. Una vergogna indicibile! Tale traiettoria, affermano nel loro delirio i sionisti, sarebbe tracciata in un libro compilato tremila anni fa da beduini venuti dal deserto, secondo i quali Dio avrebbe assegnato al popolo eletto alcuni misteriosi incarichi, mentre agli altri popoli della terra – creati presumibilmente da quello stesso Dio – sarebbero stati riservati incarichi di secondo livello, ad esempio servire a tavola o farsi bombardare dall’alto.

In tale scenario, è palese che la questione nucleare iraniana è solo un pretesto. Ogni ipotetico accordo con l’Aiea, gli Usa, il gruppo 5+1 o gli inviati di Marte verrebbe giudicato sempre insufficiente. Prima o poi anche l’impegno più solenne e stringente che l’Iran dovesse sottoscrivere verrebbe rimesso in discussione dai padroni del mondo, poiché l’obiettivo resta quello sopra esposto, cambiamento di regime, sottrazione di sovranità e sequestro delle sue ricchezze a beneficio delle corporazioni di Wall Street e della City di Londra, cui si aggiunge l’urgenza di disarticolare sul nascere l’Asse della Resistenza, Brics e Sco, che sotto la guida di Cina, India, Russia, Brasile e altri, fiorisce ogni giorno di più, rivendicando indipendenza e libertà di scelte, caratteristiche urticanti per la patologia imperiale.

4. Nel rispetto dai valori di diritti umani e libertà fondamentali, che l’Occidente interpreta e rispetta secondo sue convenienze, per ricevere il perdono di non essere una democrazia l’Iran deve accettare di farsi bombardare dagli eserciti occidentali. Ad eccezione di Israele, nella storia moderna nessuna costruzione politica ha accumulato una tale combinazione tossica di supremazia etnica messianica, estremo disprezzo per la vita umana (i popoli non eletti sono “amalek“, cioè animali …), totale obliterazione del diritto internazionale e accesso illimitato a una potenza di fuoco distruttiva per chiunque si opponga, donne e bambini compresi, beneficiando del sostegno incondizionato della più grande potenza militare del pianeta.

Accantonando le fabbricazioni mediatiche che Cia-Mossad mescolano quotidianamente all’aria che respiriamo, il paese che possiede l’arma atomica è beninteso Israele, il quale, diversamente dall’Iran, non è parte del Trattato di Non Proliferazione e nemmeno delle Convenzioni delle Nazioni Unite contro le armi chimiche e biologiche. Se un marziano sbarcasse oggi sulla Terra e leggesse il dossier Israele-Iran, direbbe che la razza umana è composta da individui affetti da pesanti ritardi mentali.

Se la comunità internazionale, quella occidentale in particolare, è prigioniera di menzogne e inerzia, ebbene anche i paesi arabi/mussulmani non brillano per presa di coscienza e coraggio. Oggi sono libanesi, palestinesi, iraniani e yemeniti a soffrire. Domani potrebbe essere il turno degli altri.

Vi è però un paese islamico che possiede la bomba, il Pakistan. Secondo quanto dichiarato dal generale Mohsen Rezae – un alto ufficiale dei Guardiani della Rivoluzione e membro del Consiglio iraniano di sicurezza nazionale – il Pakistan sarebbe pronto a reagire nella stessa maniera se Israele usasse il nucleare contro Teheran. Deve rilevarsi che il portavoce del governo pakistano ha poi smentito tale affermazione, affermando tuttavia pieno sostegno all’Iran. Il 14 giugno, il ministro pakistano della Difesa, Khawaja Asif, ha aggiunto che le nazioni musulmane dovrebbero unirsi contro Israele o rischiare la stessa sorte di Iran e Palestina, esortando le nazioni musulmane che hanno legami diplomatici con Israele a rompere le relazioni e invitando l’Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OIC) a formare una strategia comune contro la nazione ebraica. In buona sostanza, anche su questo fronte il quadro è fluido e i rischi di escalation aumentano.

5. Il terzo livello di contenimento dell’Asse imperiale del Bene è anche il principale, ed è situato in Estremo Oriente, dove gli Stati Uniti intendono trasferire armi e bagagli dall’Europa e dal Medioriente, una volta sistemate le cose in questi due teatri. Nel Far East, l’incarico di far la guerra a Pechino è assegnato alla Repubblica di Cina (nome ufficiale di Taiwan), anche se resta improbabile che i taiwanesi saranno disposti al suicidio. Pechino, d’altra parte, non ha alcuna intenzione di aggredire una sua provincia, lavorando invece ad avvicinarne i destini attraverso integrazione economica, tecnologica, culturale e via dicendo. Seppure improbabile, tuttavia, l’incorreggibile bellicismo americano continua a investire su tale prospettiva, cercando di indurre i taiwanesi a piegarsi ai deliri di un impero in disfacimento.

Davanti alle sofferenze di chi muore al fronte o sotto ile bombe, si tengano a mente, per finire, le parole del poeta cileno, Pablo Neruda: le guerre sono fatte da persone che si uccidono senza conoscersi per gli interessi di persone che si conoscono ma non si uccidono.


[1] Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica

[2] https:responsiblestatecraft.org

da qui

mercoledì 28 agosto 2024

Il veleno dell’etica della contorsione - Alberto Bradanini

1. Invereconde devono qualificarsi le contorsioni logiche, ancor prima che etiche, con cui i venditori di morte del Regno del Bene e della Democrazia (venduta alla plebe semicolta come Potere del Popolo) tentano di giustificare le atrocità di cui si macchiano la coscienza. L’onestà intellettuale è merce rara nel mondo distopico che ci circonda, mentre è chiaro come il sole che tutto ciò che ascoltiamo o leggiamo sul palcoscenico mainstream (ma proprio tutto!) impedisce ogni ipotetico avvicinamento del corso della verità a quello della realtà. Non è dunque tempo perduto tornare a riflettere su tutto ciò, tanto più che, secondo i saggi del passato, repetita iuvant.

Solo una mente educata – affermava Aristotele – è in grado di comprendere un pensiero diverso dal suo senza la necessità di accettarlo. La Macchina occidentale della Menzogna è ormai un mostro dalle mille teste, costruisce notizie su misura come i sarti di un tempo, impedisce di dar senso agli eventi e sopprime ogni sussulto di quell’educazione critica che Aristotele suggeriva quale intreccio ideale di garbo, ascolto e crescita intellettuale.

Il potere generatore di spazzatura dell’impero malato infesta il nostro vivere come uno sciame di mosche in una latrina, servendosi di uno stuolo di maggiordomi – comodamente reperibili, purtroppo, sul palcoscenico politico/burocratico, mediatico e accademico – che in cambio di onori, carriere e denari, ha il compito di divertire le plebi inebetite da consumismo e mercificazione, o dall’angoscia di soccombere in una società spietata, mentre la spazzatura mediatica sfida persino la legge di gravità.

Se interporre una distanza siderale tra noi e tutto ciò non risolve il problema, ça va sans dire, consente però di tener in vita gli eterni ideali che danno senso all’esistenza, di infastidire insieme la coscienza dell’oppressore e la sonnolenza di qualche suddito, oltre che (e non è poco!) di non passare per imbecilli. A proposito di imbecillità, le tipologie sono molteplici, alcune individuali o per così dire spontanee, altre socialmente strutturate da un potere persuaso di nasconderne il profilo in labirinti impenetrabili, che tali però non sono.

Ora, pur esprimendo profonda esecrazione nei riguardi degli scrivani di giornali e dei pronunciatori televisivi di pensieri fabbricati e sconclusionati, nutriamo però nei loro riguardi un’umana comprensione, essendo essi in maggioranza precari, una condizione che invece non vivono le altre categorie di camerieri, pur essendo tutti altamente nocivi e antisociali. Il tallone del potere sarebbe comunque meno pesante se non potesse contare sui servigi di costoro, i quali – fatte salve le immancabili, ininfluenti eccezioni – devono considerarsi appartenenti a una stirpe espunta di ogni umana empatia, priva di morale personale ed etica collettiva.

D’altro canto, poiché lungo e penoso resta il processo di acquisizione della consapevolezza, le presenti riflessioni devono accogliersi con indulgenza da parte di chi dispone di poco tempo per vincere la quotidiana battaglia contro la menzogna, disponendo di strumenti insufficienti o dovendo riservare al lavoro le proprie energie.

2. Per svelare qualche interrogativo di uno scenario intricato, occorre chiarezza, terreno arduo, beninteso. Tuttavia, l’aggregazione delle componenti del prisma che abbiamo di fronte aiuta a riconoscere i nemici principali del nostro vivere civile: essi sono, sul piano economico un insaziabile neoliberismo, globalista e bellicista, su quello dei valori la mercificazione della società, sul piano politico il sistema democratico tutt’altro che democratico, su quello filosofico il nichilismo narcisista, sul piano sociale il dominio di una plutocrazia priva di limiti e su quello geopolitico l’impero più militarizzato che la storia abbia registrato, gli Stati Uniti d’America, un paese che minaccia la sopravvivenza del genere umano. Malauguratamente, i pochi che nella nostra società si battono contro tali patologie sono divisi, talora prede di impulsi solipsistici o dissociazioni insensate. Un errore fatale.

Quando si riflette su disgrazie e turbolenze della scena internazionale è pratica diffusa occultare il nome di chi le ha generate, gli Stati Uniti, e non per disattenzione o scarsa memoria, ma per corruzione, morale o materiale. Va detto e ripetuto che con Stati Uniti non intendiamo il popolo americano, quei 335 milioni di abitanti anch’essi spremuti e sottomessi, ma quello 0,1% che come una piovra proietta ovunque la sua ombra vorace. Le 800 basi militari in 145 paesi al mondo sono notoriamente incaricate di aiutare le anziane signore ad attraversare la strada o, en passant, proteggere la sicurezza americana a 10 mila chilometri di distanza: un abisso di falsità che la metà basta a ubriacare la mente. Solo un’incomprensibile cecità da parte della società e della classe una volta dirigente dell’Europa, da tempo umiliata e devitalizzata dalla propaganda dominante, impedisce di prendere atto di tale metastasi.

La buonanima di H. Kissinger – uno dei maggiori organizzatori di colpi di stato che la storia ricordi – affermava con tono canzonatorio che “essere nemico degli Stati Uniti è pericoloso, ma esserne amici è fatale”. Passato egli a miglior vita, e soprattutto alla luce dei profondi cambiamenti in corso sulla scena planetaria, l’ora sembrerebbe giunta per sfidare tale indecente canzonatura, prendendo distanza dall’impero e verificando l’attendibilità della minaccia occulta del caro estinto. W. Churchill, non K. Marx, affermava che non sono i nemici che dobbiamo temere. Essi sono davanti a noi e li guardiamo in faccia, ma i falsi amici, di solito alle nostre spalle e con un pugnale in mano.

Davanti al pericolo di essere annientati in conflitti pianificati da un impero in decomposizione, un paese suddito ed esposto alla rappresaglia come l’Italia (accantoniamo gli altri europei) godrebbe di una preziosa occasione per recuperare qualche spazio di autonomia, stracciare i patti segreti impostici nel 1943/45 (un secolo fa!), cacciare le truppe imperiali dal nostro territorio, che vestano insegne Nato o statunitensi fa poca differenza (nessuno ci minaccia!), aggiornare la nozione di atlantismo/europeismo, divenuti dogmi religiosi sui quali ogni riflessione è giudicata un crimine e interrompere il declino del Paese, che così tornerebbe gradualmente ad essere la Regina di quel Mare che un tempo chiamavamo Nostrum. A questo punto, il lettore è cortesemente invitato a trattenere il riso o lo scherno. Sognare, tuttavia, resta uno dei privilegi della scrittura.

3. Tornando al punto, deve ritenersi colpa grave assistere senza far nulla alla demolizione delle nostre culture da parte di un impero onnivoro, per di più eticamente e politicamente analfabeta. I pochi amerindi sopravvissuti ai massacri conoscono bene l’esito salvifico delle pratiche assimilatorie di quella grande democrazia – che per indolenza chiamiamo America (ci perdonino i nobili abitanti di quel grande Continente!). A fronte di un processo demolitorio valoriale, sociologico, antropologico e finanche linguistico che minaccia tutti i paesi del globo, in primis i vassalli europei, facili prede ormai di una spirale autodistruttiva, sarebbe un dovere storico erigere idonee barricate, se ve ne fosse la coscienza, aggiungerebbe qualcuno, ed avrebbe ragione.

La propensione americanista alla fagocitazione politico-militare ed economico-culturale (di cui l’uso e l’abuso della lingua inglese è una goffa evidenza) costituisce una patologia che potrà essere curata solo con una palingenesi della società statunitense di cui però non si scorge l’ombra, oppure con l’emergere sulla scena internazionale di un bilanciamento politico-economico e militare che tenga a freno le feroci oligarchie americaniste, sperando che nel frattempo non si scateni l’inferno.

Costituisce, in proposito, una scandalosa empietà che gli stermini vendicativi – quelli lontani nel tempo, di Hiroshima e Nagasaki, e poi Tokyo, Dresda, Amburgo, Monaco e via bombardando, e quelli recenti in Vietnam, Iraq, Afghanistan, Siria, Libia, Serbia etc. – che nell’insieme hanno causato 25/30 milioni di vittime – tramite conflitti, rivolte guidate, omicidi mirati, massacri etici, devastazioni, colpi di stato tentati e/o riusciti[1] etc. – non siano percepiti nella loro compiutezza.

Dare il giusto nome agli eventi, come suggeriva Confucio già 25 secoli orsono, è una necessità che consente agli uomini di evitare l’equivoco e poter comunicare con miglior precisione, semplificando talora, ma con il vantaggio di un chiaro posizionamento. La finta dialettica quadriennale che seleziona l’inquilino a tempo della Casa Bianca mira invero a divertire una plebe televisivamente frastornata, come se l’esito di tale frastuono elettorale potesse fare differenza, mentre il reale obiettivo è la tutela/ampliamento dei privilegi di chi siede in cima alla piramide.

Una potente propaganda negazionista impedisce di rievocare le efferatezze commesse nel tempo dai vari governi americani, affinché – non sia mai! – dopo aver chiesto perdono alla storia, ne facciano tesoro per l’avvenire, perpetuando la difesa della potestà auto-attribuitasi di rilasciare certificati universali di rispetto o meno dei diritti umani, nella versione americanista beninteso, vale a dire forma (libertà civili), ma non sostanza (libertà dai bisogni).

4. Tali riflessioni puntano a catturare la ragione per la quale le società del Regno del Bene hanno creato una mistica interpretativa di due guerre la cui escalation scatenerebbe l’apocalisse, guerre nutrite dal complesso militare/industriale Usa.

In Palestina, lo scenario è chiaro persino alle pietre dell’antica Giudea, ma il lavaggio cerebrale impedisce ai sudditi delle democrazie occidentali di dare nome a quanto avviene. Dopo aver gettato uno sguardo distratto sulla martoriata terra di Gaza i maggiordomi mediatici si strappano le vesti sul lessico da usare: quel che fa Israele non può essere qualificato genocidio, come se chiamarlo massacri, omicidi di massa, bombardamenti indiscriminati o altro facesse per i palestinesi qualche differenza. Che vergogna! Israele si colloca ormai fuori dalla civiltà contemporanea, giuridica e di valori, e come tale andrebbe trattato. Uno stato terrorista, che giustifica persino lo stupro di prigionieri palestinesi – che il 46% degli israeliani reputa legittimo, mentre il 67 % pensa che il governo stia facendo troppo poco contro i palestinesi, come se non bastassero le bombe su scuole e ospedali (quei pochi rimasti), e su esseri umani, donne e bimbini, inermi e incolpevoli – meriterebbe l’ostracismo da parte della comunità delle nazioni. Fa meraviglia che ciò non sia ancora avvenuto.

E qualche serio interrogativo valoriale dovrebbe porsi in una popolazione addormentata se: a) il ministro della Guerra, Yoan Gallant, afferma che i palestinesi sono animali[2]); b) il Congresso degli Usa riserva 58 standing ovations (appalusi a scena aperta) al capo di un governo terrorista, Benjamin Netanyahu, che ad attenderlo avrebbe dovuto trovare l’FBI e non un invito a parlare al Congresso, a riprova della forza delle lobby pro-Israele; c) se il megafono mediatico chiama uno stato apartheid la sola democrazia del Medio Oriente; d) se i costanti bombardamenti israeliani a Gaza, in Libano e in Siria (due stati sovrani) vengono chiamati operazioni militari preventive; e) se si accetta come normale che le bombe sioniste abbiamo ucciso 40.000 persone, un numero quaranta volte quello delle vittime di Hamas del 7 ottobre scorso, molte delle quali poi uccise dal fuoco amico (cui devono aggiungersi almeno 100.000 feriti, privi di una gamba, un braccio o un occhio): che poi il loro numero sarebbe invero ben maggiore secondo Lancet[3], che parla di 186.000  vittime, sepolte sotto le macerie o ignorate nel conteggio[4]; e) se le informazioni su palestinesi violentati, torturati, denudati, lasciati senza acqua e cibo meritano solo un flash mediatico; f) se s’ignora che tutti questi crimini commessi da Israele finirebbero d’incanto se gli Stati Uniti – la cui strategia è guidata dall’Aipac[5], che controlla la politica statunitense tramite soldi e carriere – cessassero di trasferire armi e risorse allo Stato ebraico. E molti altri “se” si potrebbero aggiungere!

La funzione sterminatrice di esseri umani incolpevoli che l’ideologia sionista si è auto-attribuita è parallela al patologico convincimento di appartenere al popolo eletto, quello scelto da dio, secondo le cosiddette sacre scritture, al quale sarebbe stato affidato un compito misterioso ma di massima importanza, rispetto ai popoli non-eletti. In realtà, nessuna mente normodotata è mai riuscita a comprendere la ragione per la quale quel dio avrebbe scelto proprio e solo il popolo ebraico, il quale del resto, alla luce delle sofferenze patite nei secoli, avrebbe difficoltà a definire quella scelta divina un privilegio di cui andar fieri. In fin dei conti, sia detto en passant, essere stati discriminati è stato per noi gentili un vero colpo di fortuna.

A questo punto, poiché il rischio di accuse gratuite è sempre in agguato, è bene precisare che le riflessioni che precedono nulla hanno a che vedere con l’antisemitismo, un termine che andrebbe sostituito – poiché anche gli arabi sono semiti, secondo le citate sacre scritture – con antigiudaismo o antiebraismo, a seconda che la l’accusa di discriminazione riguardi la religione o la razza. È invero scolpita nei nostri cuori l’indicibile sofferenza patita nei secoli dal popolo ebraico, in particolare nel XX secolo per mano dei nazisti tedeschi. Ciò che avviene in Palestina ha invero a che fare solo con le politiche sioniste dello stato di Israele, vale a dire un’ideologia efferata, che è lecito e doveroso combattere.

 5. Quanto alla guerra in Ucraina, anche i più ignari (ma non la macchina della cosiddetta Verità!) hanno forse compreso che il conflitto non è certo iniziato il 22 febbraio 2024, ma pianificato fin dal lontano 1991-92, al momento dell’implosione del comunismo sovietico, dai circoli imperialistici neoconservatori, noti al mondo con l’acronimo semplificato di neocon. Costoro appartengono a una potente cerchia di sociopatici – trasversale ai due partiti che si differenziano solo nel nome – che esercita un ferreo dominio tramite la finanza (Wall Street e City di Londra, tra loro intrecciate), il controllo sull’informazione (tranne la rete, per ora sfuggita di mano), lo stato permanente/profondo, beneficiario di un bilancio annuale di oltre 1000 miliardi di dollari (quello che la neo-lingua­­ orwelliana chiama Difesa, in realtà della Guerra, che genera il 60 % del Pil americano). Solo l’avvento di un evento imprevedibile, il cosiddetto cigno nero, potrebbe cambiare la scena.

In Ucraina, la Nato punta all’estensione della guerra, con il sangue, la distruzione di infrastrutture altrui e sul residuo benessere degli europei, che definire sprovveduti è un complimento, tutto ciò con il folle proposito di destrutturare una nazione che dispone di 6.000 testate nucleari, una follia! I benefici imperiali, invero – anche qui, repetita iuvant -, sono i seguenti: rifioritura della Nato (una pericolosa organizzazione incaricata di risolvere problemi che non sarebbero tali se essa non esistesse!), schiavizzazione economica e militare dell’Europa, vendita di armamenti made in Usa a beneficio di insaziabili superricchi, difesa del potere del dollaro (che auspichiamo in agonia) tramite sanzioni, minacce e conflitti perenni. Tutto ciò accompagnato dal racconto infantile di difendere la libertà: a questo punto, le nostre viscere cominciano a avvitarsi tra loro.

Secondo alcune analisi di politologi americani (J. Sachs, C. Hedges, H. Schlanger e altri) gli Stati Uniti potrebbero esser giunti al capolinea della loro storia imperiale, alle prese con drammatici problemi interni (infrastrutture in disfacimento, 100.000 vittime per droga ogni anno, il 25% dei detenuti del mondo, un sistema sanitario da terzo mondo, insicurezza diffusa e crescente, flussi immigratori incontrollabili, comunità ed etnie divise e discriminate, etc.) ed esterni (il gruppo Brics+ e la Sco stanno costruendo una concreta alternativa, finanziaria ed economica all’Occidente,

6. In attesa della formale apertura del prossimo teatro di crisi, in Estremo Oriente contro la Cina (che ha il torto di crescere senza il permesso dai padroni del mondo) – una crisi che coinciderà con il reingresso alla Casa Bianca del suo ex-inquilino, lo stesso che aveva nominato direttore della Cia M. Pompeo (“we lied, we cheated, we stole[6]), che aveva spostato l’Ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme (che per la Comunità Internazionale non è la capitale dello stato ebraico), riconosciuto la sovranità israeliana sulle Alture del Golan (che invece appartengono alla Siria) e la legittimità degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, che aveva promosso la stessa economia di guerre senza fine (endless wars[7]) dei suoi predecessori (Rep o Dem poco importa) – l’Occidente è costretto a immergersi nell’ipocrita competizione elettorale americana, dove gli oppositori non sono i Dem contro i Rep, o viceversa, ma i cittadini che credono ancora nel vivere civile e nella moderazione da una parte e quei due partiti insieme dall’altra.

Per concludere, alla luce di quanto illustrato, occorrerebbe riformulare gli scenari del containment ai quali per settant’anni o giù di lì la propaganda occidentale aveva dato una risposta univoca, accogliendo il dotto suggerimento del suo primo e massimo teorico, George Kennan, che indicava i modi per tenere sotto vigilanza il cosiddetto impero del male, l’Unione Sovietica. Oggi, le nazioni del mondo sono chiamate a definire una difficile, accorta e certo pericolosa strategia di containment non contro la Russia (erede dell’Unione Sovietica), la Cina o i paesi Brics, Sco e altri raggruppamenti, ma contro gli Stati Unti d’America. Si tratterebbe di un programma che vedrebbe aggregate le nazioni genuinamente interessate alla pace, alla sovranità, alla libertà e al futuro dei loro figli, attraverso la promozione dei valori umani essenziali, che implicano innanzitutto la possibilità di convivere nell’armonia della diversità, una nozione di straordinaria valenza, che i leader del mondo emergente comprendono e promuovono, diversamente da quelli del Regno del Bene.


[1] Il loro numero, semi-occultato dalle oligarchie mercenarie politico/mediatiche dell’Occidente vassallizzato dagli Usa, è reperibile con un pigro colpo di mouse, ad es. L. A. O’Rourke, Covert Regime Change: America’s Secret Cold War, Cornell University Press, 2018

[2] https://www.politico.eu/article/ron-prosor-israel-evoy-hamas-animals-must-be-destroyed/

[3] https://www.aljazeera.com/news/2024/7/8/gaza-toll-could-exceed-186000-lancet-study-says

[4] https://www.oxfam.org/en/press-releases/daily-death-rate-gaza-higher-any-other-major-21st-century-conflict-oxfam

[5] American Israeli pubblic affairs committee

[6] “Abbiamo mentito, abbiamo truffato, abbiamo rubato” https://www.dailymotion.com/video/x7e2tr9

[7] come rilevato persino dall’ex presidente J. Carter, in 250 anni di esistenza gli Usa sono vissuti in uno stato di pace per soli 16 anni: https://ifpnews.com/us-enjoyed-16-years-of-peace-in-its-242-year-history-carter/

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sabato 11 maggio 2024

L'avviso (finale) del Fondo Monetario Internazionale all'Impero Americano - Giuseppe Masala

 

Abbiamo sempre sottolineato che questa enorme crisi geopolitica in corso abbia una origine di tipo economico e monetario. Del resto solo le persone ingenue possono credere che agenti razionali come sono gli USA (o per meglio dire le sue élites) possano rischiare la distruzione di buona parte del mondo a causa di una guerra termonucleare per delle mere rivendicazioni territoriali peraltro relative a paesi neanche particolarmente ricchi e importanti come l'Ucraina. Si può rischiare il mondo per quale stato – tra Ucraina e Russia – avrà la sovranità su Mariupol o Krivoy Rog? Senza offesa per queste ridenti e senza dubbio graziose cittadine ipotizzare che si possa rischiare di uccidere miliardi di persone per quale stato debba controllarle è letteralmente impensabile.

Molto più congrua e razionale invece è l'ipotesi che il vero “Nodo di Gordio” che sta portando il mondo sull'orlo del baratro sia di natura economica e monetaria.

Gli Stati Uniti dalla fine della Seconda Guerra Mondiale hanno assunto il ruolo prima di finanziatore di ultima istanza per consentire la ricostruzione delle aree del mondo distrutte dal conflitto e poi, successivamente, hanno assunto il ruolo di “compratore di ultima istanza” (uso un'espressione molto felice coniata dall'economista Marcello De Cecco), ovvero sia, si sono incaricati il ruolo di assorbire le merci in eccesso prodotte nel resto del mondo inondando contemporaneamente il mondo di dollari. Divisa americana peraltro ben accetta da tutti i paesi del mondo essendo l'unica ad essere convertibile in oro (come da accordi di Bretton Woods) e conseguentemente utilizzata come moneta di scambio di tutti i commerci internazionali; anche quelli dove gli USA non c'entravano nulla, per intenderci.

E' chiaro che un simile meccanismo poteva consentire un equilibrio economico-monetario tra diverse aree del mondo e diverse nazioni fino a quando gli USA avessero mantenuto il loro vantaggio tecnologico che consentiva loro di rimanere competitivi sfornando nuovi prodotti e servizi e così riequilibrare i conti con l'estero a partire dalla bilancia commerciale. Le prime avvisaglie della rottura del meccanismo descritto le abbiamo avute negli anni 80 del secolo scorso con l'esplosione dell'export giapponese ottenuto grazie all'innovazione tecnologica legata soprattutto alla robotica e al settore meccanico in generale. Lo squilibrio come sappiamo, è stato relativamente sanato grazie ai cosiddetti Accordi del Plaza del Settembre del 1985 con i quali si decise la rivalutazione dello Yen giapponese rispetto alle altre divise (ed in particolare del Dollaro USA) consentendo così di decelerare la competitività del sistema produttivo nipponico rispetto a quella dei sistemi produttivi del resto del mondo.

Nel corso degli anni, dopo questi accordi, comunque emersero altri competitors che riuscirono ad erodere la competitività americana e che dunque di fatto minarono il sistema degli scambi internazionali “dollarocentrico”. Ci riferiamo da un lato alla Germania e ai paesi nordeuropei che grazie all'unione monetaria europea e al costo energetico bassissimo grazie all'import di gas dalla Russia riuscirono a guadagnare enormi mercati di sbocco (le prime vittime furono i paesi del sud Europa della UE) ed enorme competitività a livello globale e, dall'altro lato, alla Cina assisa al ruolo di fabbrica del mondo e al Giappone, alla Corea del Sud e a Taiwan sempre drive importantissimi per quanto riguarda l'innovazione tecnologica.

Come si può vedere, siamo di fronte ad una schiera di competitors degli USA temibile e che, infatti, è riuscita ad erodere completamente la competitività del Made in USA e a devastare – nel corso dei decenni – i suoi conti con l'estero fino a farle raggiungere la spropositata cifra di quasi ventimila miliardi di posizione finanziaria netta negativa dei nostri giorni. Una cifra che obbliga gli USA da anni a rifornirsi per una cifra equivalente dai mercati finanziari esteri per ristabilire l'equilibrio fondamentale tra risparmi e investimenti (R = Y).

Naturalmente fino a quando si trovano investitori disposti a finanziare questo squilibrio le cose apparentemente vanno bene; il problema emerge in tutta la sua virulenza quando il paese affetto da questo male si vede i cosiddetti “investitori internazionali” voltargli le spalle. Cosa questa che è esattamente ciò che sta avvenendo, almeno in parte, agli USA: la Russia non investe più negli USA (anche per ragioni legate al regime sanzionatorio susseguito alla guerra in Ucraina), la Cina ha fermato platealmente gli afflussi di nuovi capitali verso gli USA, così come allo stesso modo stanno mordendo il freno gli Emirati Arabi e l'Arabia Saudita entrati clamorosamente nell'orbita dei BRICS.

Una situazione drammatica che gli USA hanno fino ad ora tamponato grazie all'emissione di nuovi dollari stampati dalla FED e utilizzati per acquistare soprattutto titoli di stato USA di nuova emissione e ormai snobbati da molti investitori internazionali.

Una verità questa non più nascondibile, tanto è vero che, proprio ieri il Fondo Monetario Internazionale non ha più potuto esimersi dal sottolineare che il Deficit USA pone seri rischi all'economia mondiale perché aumenta l'inflazione a livello globale. Proprio questo rimando all'inflazione lascia intendere che il problema è la stampa di nuovi dollari per l'acquisto di titoli di stato da parte della FED (o del sistema bancario USA) il nodo del problema non più eludibile. Il FMI a mio avviso per ragioni politiche indora la pillola amara somministrata agli USA sottolineando che anche la Cina dovrebbe frenare la propria spesa pubblica, dimenticandosi però di dire che Pechino non ha bisogno di nuovi Yuan emessi dalla banca centrale per finanziarlo, avendo una posizione finanziaria netta positiva per migliaia di miliardi di dollari, e conseguentemente risparmio libero da investire a livello domestico.

Ciò che comunque lascia particolarmente sbalorditi dei rilievi mossi dal Fondo Monetario a Washington è il tono utilizzato: quello tipico usato nei confronti dei paesi ad un passo dalla bancarotta e che fino ad ora era a triste appannaggio di paesi come la Grecia oppure anche l'Italia.

Ovviamente, siccome è impensabile che gli USA smantellino le centinaia di basi militari sparse per il mondo o che ridimensionino quell'idrovora mangiasoldi che è il Pentagono con la finalità di ridurre la domanda aggregata attraverso l'abbattimento della spesa pubblica che in prospettiva comporta anche minori importazioni e dunque un miglioramento dei conti con l'estero, non possiamo fare altro che ipotizzare un aumento della conflittualità in giro per il mondo, soprattutto nelle aree dove confinano gli avversari strategici (Russia e Cina soprattutto), così da far bruciare – nelle intenzioni – l'enorme debito in un immenso falò bellico.

Chi spera in un ritorno della pace grazie a trattative su questioni territoriali, siano esse in Ucraina o nel Mar Cinese Meridionale, farebbe bene a riflettere sulle problematiche economiche, che sottolineo, non sono legate “ai soldi” dei ricchi capitalisti, ma al benessere di interi popoli e dunque alla stabilità sociale di intere nazioni. Sono facile profeta: gli USA prima di essere ridotta ad una enorme Argentina venderanno cara la pelle.

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