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domenica 29 giugno 2025

E la quarta volta siamo annegati. Sul sentiero della morte che porta al Mediterraneo - Sally Hayden

quando pensi che le cose vadano male, ti capita un libro che ti dimostra che le cose (in Libia, ma non solo) vanno molto peggio di come t'immagini.

Sally Hayden è una giornalista che racconta cosa succede davvero in Libia (e non solo) e in Europa.

non ha paura di fare nomi e cognomi, gli unici ad avere un falso nome sono i migranti prigionieri dei lager libici, perché possano essere protetti. 

ONU, Unhcr, Frontex, tutti i governi europei e l'Unione europea sono corrotti, marci fino al midollo, assassini che usano i terribili schiavisti e libici perchè facciano il lavoro sporco (per usare le parole del tedesco Merz) per gli europei.

gli stati europei pagano, con i soldi dei cittadini europei, chi tiene lontano dalle coste europee i migranti, se crepano meglio.

ONU, Unhcr, Frontex, tutti i governi europei e l'Unione europea fingono di controllare i carcerieri, ma sono loro a essere controllati dai carcerieri libici, che, per essendo spesso ricercati dalla Corte penale internazionale come criminali contro l'umanità, possono viaggiare tranquillamente in Europa e fare quello che vogliono dappertutto.

il libro è un'avventura per chi legge, i migranti torturati Sally Hayden ce li fa conoscere per nome, e quando uno ha un nome diventa ancora di più una persona.

ps1: intanto i migranti, se arrivano vivi in Europa, vengono rimandati indietro, in qualsiasi paese dove verranno torturati, dopo essere stati rinchiusi, in Italia, in prigioni speciali (cpr et similia, cambiano il nome delle prigioni ogni qualche anno), o in altri stati disponibili a rinchiudere esseri umani, in cambio di soldi.

ps2: che bello sarebbe se mettessero in un barcone alla deriva tutti i componenti (e i loro figli e nipoti) dei governi e dei parlamentari dei paesi europei e dell'Unione europea, con un litro d'acqua (calda) a testa, e fossero riportati nei campi di concentramento libici, e fossero trattati come un/una qualsiasi migrante, per mesi e anni. 

chissà come cambierebbero le leggi e regolamenti europei. 



 

«Ho scritto questo libro perché volevo documentare le conseguenze delle politiche europee sulla migrazione, a partire dal momento in cui l’Unione europea diventa innegabilmente colpevole dal punto di vista etico: quando cioè i rifugiati vengono respinti con la forza». Una scelta strategica che l’Ue ha fatto esplicitamente nel 2017 e che consiste nel bloccare in Nordafrica i flussi verso l’Europa.

L’autrice comincia a dedicarsi al tema il 26 agosto del 2018 riceve messaggi su Facebook da migranti che vivono in un centro di detenzione in Libia. Persone che chiedono aiuto a una giornalista che vive a Londra e che non può fare molto, ma può ascoltare e interloquire. Da quei messaggi, nasce la determinazione di andare a raccogliere storie di migranti direttamente in Libia, Sudan, Tunisia, Sierra Leone, Rwanda...

da qui

 

…È un libro che non si concentra sul viaggio in mare, o almeno non principalmente, ma sul periodo subito prima, sui campi profughi in Libia, sulle torture che ogni giorno i migranti subiscono, sui processi in Etiopia a torturatori che improvvisamente spariscono senza scontare nessuna pena, sulle famiglie che tentano di richiamare l’attenzione su quello che sta succedendo ricorrendo a post correlati di foto su Facebook e altri social media, e soprattutto sulle responsabilità dell’Unione Europea e dell’ONU.

Il libro non descrive il ruolo di queste istituzioni in modo generico, ma fa nomi e cognomi e riporta stralci di interviste. È un insieme di reportage giornalistici, statistiche, ricerche fatte sul campo dalla stessa Hayden, vite private di migranti che lei ha incontrato o che l’hanno contattata per chiederle di raccontare le loro storie, riflessioni sulle sue scelte da giornalista, conversazioni e interviste con volontari di ONG, con membri dello staff di diverse organizzazioni internazionali e con politici di varie fazioni…

da qui

 


venerdì 8 dicembre 2023

«Ci vuole coraggio»: le scelte che l’Onu non può eludere - Filippo Grandi

  

Il 31 ottobre 2023 l’Alto Commissario dell’Onu per i rifugiati, Filippo Grandi, ha pronunciato, davanti al Consiglio di sicurezza dell’ONU presieduto dal brasiliano Sérgio França Danese, un discorso di grande tensione politica e morale sulla situazione e il numero dei rifugiati nel mondo e sulle molte guerre in corso, comprensivo di un accorato appello al cessate il fuoco in Palestina. Particolarmente nette le conclusioni che investono il ruolo e la credibilità dell’Onu e del suo Consiglio di sicurezza: «La gravità di questo momento non può essere sottovalutata. Le scelte che voi 15 farete – o non farete – segneranno tutti noi, e per le generazioni a venire. Lascerete che questo puzzle di conflitti si completi di atti aggressivi a causa della vostra disgregazione o di semplice negligenza? O sarete coraggiosi e intraprenderete i passi necessari per far ritorno dagli abissi?». Di seguito si pubblica il testo completo dell’intervento. (la redazione)

Presidente, La ringrazio,

I nostri ultimi dati parlano di 114 milioni di rifugiati e persone sfollate nel mondo: 114 milioni!

Si tratta di un sintomo tangibile, sicuramente, ma spesso ignorato, dell’attuale ed estremo disordine mondiale, la ringrazio per aver dato spazio a questa annuale discussione, nonostante i tanti impegni, soprattutto in questi giorni, a riprova dell’attenzione del Brasile per coloro che sono costretti alla fuga.

Le persone costrette a fuggire sono una diretta conseguenza del fallimento nel garantire pace e sicurezza, e i conflitti brutali continuano ad esserne la causa principale. Le ultime tre settimane hanno provato in maniera devastante come l’inosservanza delle regole fondamentali di guerra e del diritto internazionale umanitario, stia diventando sempre più la norma e non l’eccezione, a fronte di un numero senza precedenti di civili innocenti uccisi: gli attacchi di Hamas contro i civili israeliani e l’uccisione di civili palestinesi e la massiccia distruzione di infrastrutture causata dall’operazione militare israeliana in corso. Mentre parliamo, e come ormai sapete, oltre due milioni di cittadini di Gaza, metà dei quali bambini, stanno vivendo quello che il mio collega Philippe Lazzarini ha definito “l’inferno in terra”. Un cessate il fuoco umanitario, unito ovviamente a una sostanziale fornitura di aiuti umanitari all’interno di Gaza, può almeno fermare questa spirale di morte e spero per questo che possiate superare le vostre divisioni ed esercitare la vostra autorità per chiederlo, il mondo sta aspettando che voi lo facciate.

Ma vogliamo sperare che il cessate il fuoco sia il primo passo per intraprendere, ancora una volta – finalmente! – il cammino verso una soluzione. Per molti anni, compresi quelli in cui ho diretto l’UNRWA, mi sono reso conto di come la soluzione del conflitto israelo-palestinese sia sempre stata descritta come “sfuggente”: ma non è stata sfuggente; è stata ripetutamente e deliberatamente trascurata, messa da parte come qualcosa di non più necessario, e quasi ridicolizzata. Affrontare la cronica recrudescenza della violenza, seguita da cessate il fuoco temporanei, è stato ritenuto più conveniente che concentrarsi su una vera pace, in grado di dare a israeliani e palestinesi i diritti, il riconoscimento, la sicurezza e la statualità che meritano. Spero che ora, tra gli orrori della guerra, si possa almeno capire quanto sia stato grave l’errore di valutazione. Non ci sarà pace nella regione e nel mondo senza una giusta soluzione al conflitto israeliano e palestinese, compresa la fine dell’occupazione israeliana. Spero che le osservazioni del Segretario Generale qui in Consiglio la scorsa settimana aiutino tutti a riflettere sulla necessità di voltare questa cupa pagina, per quanto difficile possa essere: perché è vitale.

E il contrario è profondamente preoccupante. Sebbene l’UNHCR non abbia il mandato di operare nei Territori palestinesi occupati (e permettetemi di rendere omaggio soprattutto all’UNRWA, la mia ex organizzazione, e ad altri operatori umanitari per il loro eroico lavoro, ed esprimere le mie più sentite condoglianze per i 67 colleghi uccisi), è chiaro che quest’ultima e più letale fase di conflitto violento rischia di contagiare l’intera regione e non solo, con conseguenze catastrofiche, anche in luoghi in cui c’è una forte presenza dell’UNHCR e dove lavoriamo per proteggere e assistere gli sfollati e cambiare la loro condizione.

Signor Presidente,

il conflitto a Gaza è l’ultimo – e forse il più grande – tassello di un pericolosissimo puzzle di guerre che si stanno rapidamente chiudendo intorno a noi.

Ma noi – voi – abbiamo la responsabilità di ricordare che non è l’unico.

Pensate al Sudan: solo sei mesi fa i governi e i media erano molto concentrati su questa situazione, mentre i cittadini di questo Paese venivano sradicati a causa di un conflitto esploso senza alcun preavviso e che ha trasformato le loro case dove vivevano in pace, in cimiteri. Ora, i combattimenti aumentano in portata e brutalità, colpendo la popolazione del Sudan, e il mondo è scandalosamente silenzioso, nonostante le continue violazioni del diritto internazionale umanitario persistano impunemente. È vergognoso che le atrocità commesse 20 anni fa in Darfur possano ripetersi oggi e che ci sia così poca attenzione. Di conseguenza, quasi sei milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le loro case; più di un milione sono fuggite in Paesi vicini e spesso fragili – e alcuni di loro si sono già spostati in Libia e in Tunisia, attraversando poi il Mediterraneo su imbarcazioni di fortuna verso l’Italia e il resto d’Europa. Accolgo con favore la ripresa dei colloqui di Gedda e spero che contribuiscano a raggiungere presto, almeno, un cessate il fuoco.

Pensate al Libano, che sta soffrendo per il collasso economico di un Paese in cui una persona su quattro è un rifugiato palestinese o siriano, concreto segnale di non uno ma ben due conflitti irrisolti ai confini di questo piccolo Paese.

Pensate alla regione del Sahel centrale, dove, in contesti di grave instabilità politica, la violenza brutale, che per anni ha terrorizzato i civili, sta di nuovo aumentando, costringendo sempre più persone a fuggire verso gli Stati costieri dell’Africa, che sono giustamente molto preoccupati, sullo sfondo di un’emergenza climatica che sta inesorabilmente devastando i Paesi più poveri.

Pensate alla Repubblica Democratica del Congo, dove uno dei peggiori effetti dei conflitti recenti – l’orribile violenza contro le donne – è talmente diffuso come strumento di guerra da rendere il mondo quasi insensibile alle notizie ricevute ogni giorno sul numero sempre in crescita di donne e bambini violentati, sfruttati e uccisi – una violenza, questa, che spinge ogni giorno le persone ad abbandonare le loro case e fuggire.

Basti pensare all’Armenia, dove 100.000 rifugiati sono fuggiti da Karabakh nel giro di pochi giorni; il risultato di un altro conflitto irrisolto che è stato lasciato ribollire per decenni.

Guardiamo a luoghi come l’America Centrale e altrove, dove vediamo sempre più uno schema per cui crisi irrisolte si aggravano a causa della criminalità, incluse le gang criminali, che costringono le persone alla fuga – e dove complessi flussi di popolazione ora comprendono anche molti arrivi dall’Africa e oltre – a testimonianza della globalità di questo fenomeno e la disperazione.

Ogni nuova crisi sembra spingere le precedenti in un pericoloso oblio. Ma queste continuano ad esistere. Pensate all’Ucraina, dove come avete appena sentito, non solo persiste la condizione di tutti i civili – tra cui più di 11 milioni di persone, costretti ad abbandonare le proprie case in seguito all’invasione ma è particolarmente acuta ora, con l’arrivo dell’inverno. La loro sofferenza non deve essere dimenticata e anche questo conflitto deve essere risolto con una giusta pace per il popolo ucraino.

Signor Presidente, pensi a tutte queste crisi, e lasci che questo operatore umanitario da ormai una vita, le dica, che abbiamo bisogno della sua voce per affrontarle tutte. Non le vostre voci. La vostra voce. La vostra voce forte e unita dell’autorità che la Carta affida a questo Consiglio, ma che il mondo non sente più, affogato com’è da rivalità e divisioni. Dal mio punto di vista, questo è diventato difficile da capire. Come sostenitore del multilateralismo e del ruolo delle Nazioni Unite, non posso accettarlo.

Signor Presidente,

Agli operatori umanitari viene chiesto di raccogliere i pezzi e di aiutare sempre più persone in sempre più luoghi. Ci viene chiesto di andare avanti più a lungo e di cercare di tenere insieme più cose, mentre poco si fa sul piano politico per ottenere la pace.

Vi assicuriamo che non ci arrenderemo, anche quando sarà ancora più difficile. Riconoscendo, ad esempio, che importante onere rappresentano per i paesi limitrofi che li ospitano, i milioni di rifugiati siriani, continuiamo a collaborare con il governo siriano per colmare l’ancora ampio divario legato alla mancanza di fiducia che esiste e per creare le condizioni affinché i rifugiati possano infine tornare volontariamente, in sicurezza e dignità.

Per questo motivo è frustrante pensare che quando troviamo delle soluzioni, come ad esempio in Burundi, non abbiamo i fondi per aiutare le persone a tornare a casa e a ricominciare la loro vita.

Ma ci sono anche altre sfide, che riflettono l’instabilità del nostro mondo: un esempio sono Paesi come il Myanmar, l’Afghanistan e altri, dove la combinazione di conflitti, violazioni dei diritti umani e sfide umanitarie fa sì che la consegna degli aiuti – indispensabile per salvare vite umane – richieda l’interazione con le autorità de facto in contesti politici difficili e spesso pericolosi.

Apprezzo i rischi ed il lavoro svolto dal Consiglio sulle deroghe umanitarie, che spero continui. Perché in queste situazioni abbiamo bisogno di flessibilità, innanzitutto da parte di chi controlla il territorio, ma anche da parte dei nostri sostenitori. La realtà è che gli operatori umanitari stanno cercando di tenere insieme i pezzi del puzzle anche in questi territori, dove per la maggior parte dei governi è troppo difficile operare. Ci stiamo impegnando e quindi siamo esposti. Ma non ci arrendiamo perché le persone non possono vivere in attesa di una pace alla cui costruzione nessuno lavora.

Inoltre, ci viene chiesto di fare di più con meno risorse. Perdonatemi se parlo di soldi, ma devo farlo, perché il lavoro umanitario ha bisogno di risorse. L’UNHCR soltanto, ha urgentemente bisogno di 600 milioni di dollari entro la fine dell’anno e le prospettive per quello successivo sono pessime, con i grandi donatori che tagliano gli aiuti e altri – che potrebbero aiutare – che non si impegnano nel sostegno multilaterale. L’UNRWA – il cui ruolo cruciale è ormai chiaro a tutti – è cronicamente sottofinanziata. Il WFP (Programma Alimentare Mondiale), l’UNICEF e il Comitato Internazionale della Croce Rossa vivono la nostra stessa crisi finanziaria per perseguire le loro attività umanitarie.

Pertanto, siamo costretti a stabilire le priorità e riorganizzarci.

Tagliamo le razioni, i ripari, il nostro personale, sperando di mantenere un’ancora di salvezza per chi ne ha bisogno. Ma in molti luoghi quell’ancora di salvezza si assottiglia di giorno in giorno. Essere soli, essere esposti, essere a corto di risorse mi spinge a chiedermi per quanto tempo ancora possiamo continuare. Gli operatori umanitari sono tenaci – ma, signor Presidente, sono vicini al punto di rottura. E cosa vi rimarrà, quando saranno costretti ad andarsene?

Signor Presidente,

La gravità di questo momento non può essere sottovalutata. Le scelte che voi 15 farete – o non farete – segneranno tutti noi, e le generazioni a venire.

Lascerete che questo puzzle di conflitti si completi di atti aggressivi a causa della vostra disgregazione o di semplice negligenza?

O sarete coraggiosi e intraprenderete i passi necessari per far ritorno dagli abissi?

Grazie.

da qui

venerdì 26 febbraio 2021

Rifugiati: «Sono i Paesi poveri, non quelli ricchi, ad aiutare i poveri» - Edoardo Albinati

Un grande scrittore a colloquio con Filippo Grandi, l’italiano da 5 anni alla guida dell’Unhcr. «Io sto con Dante e contro Celestino V. Bisogna esserci e trattare anche con i banditi, pur di salvare più

Il lago sembra un fiordo norvegese. I fianchi delle montagne striate di neve strapiombano sull’acqua piatta. Attraversando un’Italia deserta e imbiancata, su treni vuoti, in stazioni vuote, sono arrivato da Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Non vive in Italia ormai da decenni, e ci ritorna nella casa di famiglia a Bellagio. Tra gli altri posti ha lavorato in Siria, Iraq, Sudan, Congo, Afghanistan, e ha diretto l’agenzia Onu per i Palestinesi.

È un milanese di 63 anni, sornione, acuto, eloquente, delicato nei modi eppure di polso; fiero delle sue convinzioni e pronto a prendersi rischi; posso dire di averlo visto in azione tenere a bada ogni tipo di collaboratore o di avversario, senza mai perdere la flemma, adattandosi all’interlocutore, confortando le persone scoraggiate e moderando quelle esasperate. Quasi sempre al centro di emergenze e operazioni complicatissime. Accanto al fuoco acceso comincio a tempestarlo di domande.

Perché hai cominciato a fare questo lavoro?
«Venivo da una tradizione familiare filantropica, cattolica, da una parte, dall’altra avevo un desiderio, quasi una smania di viaggiare, di conoscere altri Paesi, il che era molto tipico sia dell’età che avevo, sia degli anni in cui sono cresciuto. Non avevo un disegno chiaro, e nemmeno quando sono partito la prima volta, per la Thailandia, all’epoca in cui molta gente fuggiva dalla Cambogia dove l’esercito vietnamita aveva sgominato i Khmer rossi, mai potevo immaginare che quella sarebbe stata la mia vita

Oltre alla voglia di darsi da fare, nel lavoro umanitario contano le professionalità, cioè essere medici, infermieri, ingegneri, esperti in telecomunicazioni e logistica, avvocati, e così via. Tu invece dici “non ero specialista di niente.”
«E non lo sono nemmeno adesso! Ma questo mi ha permesso, alla fine, di occuparmi di un po’ di tutto, o meglio, di imparare a coordinare il lavoro di moltissime persone con competenze diverse. Mettere insieme, ecco l’unica cosa che so fare. Piuttosto bene».

“Only connect” era il precetto letterario del romanziere E. M. Forster…
«Lo è anche di chi si trova a occupare un ruolo come il mio. Ah, dimenticavo di dire di un’altra passione formativa, quella per le cartine geografiche. Mio nonno, ingegnere, era capace di disegnare meravigliosamente il contorno di qualsiasi Paese, io gli chiedevo “disegnami l’Italia” e lui la faceva a memoria. Poi mi spiegava che i confini non erano stati sempre questi, e me li ridisegnava a seconda delle varie epoche… »L’Alto Commissario ha lavorato in Siria, Iraq, Sudan, Congo, Afghanistan. Un milanese di 63 anni, delicato e di polso

Come in un atlante storico.
«E infatti la Geografia diventava subito Storia. Allora non immaginavo che 35 anni della mia vita l’avrei passata sui confini, o occupandomi di confini».

Lo sapevi che l’insegnamento della Geografia è stato pressoché abolito nella scuola italiana?
«Sì, lo sapevo. Ed è un fatto tristissimo».

Il 14 dicembre scorso l’Unhcr, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, ha compiuto settant’anni.
«E pensa che era stato creato per durare tre anni! Oggi si occupa di 80 milioni di persone nel mondo. Rifugiati, apolidi, sfollati interni al loro Paesi

E tu dopo il primo mandato di cinque anni sei stato appena riconfermato Commissario.
«Ho chiesto di restare in carica solo due anni e mezzo, non altri cinque. Gli amici mi hanno detto, “Hai fatto bene, sarai stanco…”. No, a dire il vero non sono affatto stanco: ma dieci anni filati sono troppi, l’organizzazione deve rinnovarsi ».

Un bilancio del tuo mandato dal 2016 a oggi?
«Io sono l’undicesimo Commissario. Ognuno dei miei predecessori si è trovato a fronteggiare crisi storiche, per dire, l’Ungheria nel 1956, poi l’Algeria, che è stata la prima emergenza in Africa di cui l’Unhcr si è occupata, quindi la più grande di tutte, l’indipendenza del Bangladesh, nel 1971, che ha provocato dieci milioni di rifugiati! E poi le altre vicende note a tutti, la Bosnia, il Ruanda, eccetera. Io sono diventato Commissario proprio nel momento in cui si creava la cosiddetta “emergenza europea”, la cui caratteristica è una fortissima politicizzazione e l’identificazione, nei Paesi più ricchi, del rifugiato come un pericolo, una minaccia da respingere in terra come in mare».

«Stiamo parlando di un caso numericamente non paragonabile ad altri molto più ingenti ma comunque grave, perché per la prima volta ha messo seriamente in discussione fino a negarli i principi stessi su cui è fondato il diritto d’asilo: e questo proprio nel continente dove è stato concepito. Dal punto di vista politico e morale, insomma, è stato un periodo molto difficile, e non ne siamo fuori, anche se qualcosa lascia sperare in meglio».«I rifugiati vengono respinti al confine dei paesi più ricchi. È lì il vero sbarramento, è lì che parte la demonizzazione e viene dichiarata e sbandierata l’emergenza»

Il cambio di guardia negli Stati Uniti, vuoi dire?
«Perché no? Comunque sia, il problema che si ripropone è da anni lo stesso, anche se appare un paradosso: i rifugiati vengono accolti senza troppi ostacoli nei Paesi poveri e invece respinti al confine dei paesi più ricchi. È lì il vero sbarramento, è lì che parte la demonizzazione e viene dichiarata e sbandierata l’emergenza. Di conseguenza, il mio compito principale in questi anni è stato quello di tentare di smontare questa falsificazione: una battaglia diversa dalle solite, perché non è più soltanto contro la sete, la fame o il freddo, ma contro la manipolazione, che è sempre condotta per scopi elettorali». 

Con quali governi europei ti sei trovato meglio?
«Allora, appena tre giorni dopo il mio insediamento mi chiamò il ministro degli Esteri tedesco, Steinmeier, che ora è Presidente. Una telefonata molto calorosa e al tempo stesso preoccupata: eravamo al culmine del grande esodo dalla Siria e la cancelliera Merkel aveva pronunciato la famosa frase “Wir schaffen das”, cioè, “noi possiamo farlo”, “ci pensiamo noi”, aprendo le porte della Germania a un numero enorme di rifugiati siriani, cosa che sembrava poi dovesse pagare caro, e invece, guarda un po’, dopo cinque anni è ancora lì! Ho ammirato la sua filosofia, cioè, che non solo fosse giusta l’accoglienza, ma che fosse possibile. Noi possiamo farlo!» .«I governi con i quali mi sono trovato meglio? Mi ricordo la telefonata di Angela Merkel ai tempi della crisi dei profughi siriani, era informata di tutto, ne sapeva più di me»

Be’ se una cosa buona la puoi fare, allora la devi fare. Questa sarebbe la mia filosofia.
«E un paio di settimane dopo mi ha telefonato lei, Angela Merkel. Era informata su tutto, persino più di me, e nel dettaglio. Aveva i numeri, sapeva i paesi d’origine, conosceva i problemi. Mi ha molto impressionato. E poi tra gli altri governi che ci sono stati vicini, vorrei portare l’esempio del Niger, un Paese invece molto povero, eppure un grandissimo modello di accoglienza».

«Quando eravamo strangolati in Libia e cercavamo di tirar fuori più gente possibile dai centri di detenzione, il Niger ha accettato di fornirci canali di evacuazione che funzionano ancora».«Venivo da una tradizione filantropica. E avevo la smania di viaggiare. Poi c’era mio nonno: lui disegnava i confini dei Paesi a memoria e io su quei confini sono finito»

E Paesi, o piuttosto, governi, con cui avete avuto più guai?
«Be’, tra gli altri in Europa, soprattutto l’Ungheria. Ma non si tratta qui di fare buoni e cattivi, e poi le cose possono cambiare. Un problema grosso dovuto alla politicizzazione di cui ti parlavo, è l’esternalizzazione dell’asilo, cioè obbligare i rifugiati a fare la richiesta non nel Paese di destinazione ma in quello di transito».

«I primi a proporla sono stati gli australiani, e poi gli americani alla frontiera col Messico e ora alcuni Paesi europei insistono, ma per fortuna l’Unione Europea per ora si è rifiutata di accettare questa pratica. Immagina tu se una richiesta d’asilo dovesse essere fatta in Libia!». 

A me stupisce, anzi mi fa proprio incazzare questo continuo richiamo ai “valori cristiani” da parte di chi li calpesta ogni giorno in ogni sua parola e ogni sua azione. Dicono di voler difendere l’identità europea dalla minaccia islamica…
«Eh già, di quali valori si parla, in effetti? Non certo la tolleranza o la solidarietà. Comunque, io, pur essendo cristiano, preferisco seguire la raccomandazione di Emma Bonino, che dice: per favore, non tiriamo in ballo i valori, perché lì il terreno è scivoloso, limitiamoci a parlare invece di leggi e di norme».

il diritto d’asilo è nella Costituzione italiana e nella legislazione europea»

«Allora, il diritto d’asilo è nella Costituzione italiana e nella legislazione europea, dove la sua formulazione è molto netta e tosta. Le leggi stanno lì, sono scritte, mica si possono aggirare».

Ci sono nella storia recenti alcuni casi esemplari a dimostrare che i rifugiati, quasi sempre, non vedono l’ora di tornare a casa loro.
«Certo, pensiamo ai curdi iracheni nel ‘91, ai kossovari nel ‘99… che sono rientrati nel loro Paese a centinaia di migliaia, appena hanno potuto».Il mito dell’invasione «è il tipico immaginario delle nazioni ricche. Se si prendono gli 80 milioni tra rifugiati e sfollati nel mondo, almeno nove su dieci sono ospitati da Paesi poveri o non hanno affatto varcato le frontiere»

Questo dovrebbe sfatare il mito dell’invasione, degli intrusi che mirano a piazzarsi in casa nostra per sempre…
«È il tipico immaginario delle nazioni ricche. Se si prendono gli 80 milioni tra rifugiati e sfollati nel mondo, almeno nove su dieci sono ospitati da Paesi poveri o non hanno affatto varcato le frontiere. Il fenomeno della gente in fuga riguarda quasi sempre i Paesi più poveri, ma viene raccontato dai Paesi ricchi: e questo falsa la prospettiva. In realtà è difficilissimo lasciare il Paese dove sei nato, e molto doloroso spezzare la propria vita».

«Porto a esempio una delle mie prime missioni da Commissario, al tempo in cui a Damasco c’erano ancora i bombardamenti: la maggioranza dei siriani fuggiva dal proprio quartiere in quello accanto. Si spostavano di qualche chilometro, dormivano in alloggi di fortuna, ma non era in fondo meno duro il loro esilio, destinato magari a durare anni. Io gli chiedevo: “perché non siete andati più lontano?” visto che da lì si sentivano cadere le bombe, e loro mi rispondevano “perché vogliamo tornare di corsa, appena sarà possibile.” Molte delle guerre attuali hanno in realtà la forma della guerra civile».

Ricordo il ritorno degli afghani nel 2002. Fu una cosa incredibile.
«Sì, fino a ventimila rimpatriati al giorno. E parliamo di persone che erano state via anche per dieci o vent’anni, soprattutto in Pakistan e in Iran. Alla fine dell’anno erano quasi due milioni gli afghani rientrati

Ma esiste ancora una differenza tra chi fugge da una guerra e chi invece dalla fame o dalla siccità?
«Noi dobbiamo mantenere questo criterio, ma il più delle volte le due cose coincidono: nei Paesi dove ci sono fame e carestia c’è spesso anche la guerra, e viceversa. In tutto il Sahel, per esempio, il cambiamento climatico si somma all’azione delle bande di terroristi. La spinta delle popolazioni a muoversi per salvarsi la vita si deve all’intreccio di questi fattori»...


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