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domenica 27 novembre 2022

L’Ucraina senza dubbio vincerà la guerra: così continuano a dirci

articoli e video di Franco Astengo, Giulio Cavalli, Guido Ortona, Angelo Baracca, Riccardo Alberto Quattrini, Lorenzo Merlo, Stefano Orsi, Domenico Gallo, Lucio Caracciolo, Enrico Tomaselli, Fabrizio Casari, Tomaso Montanari, Giacomo Gabellini, Christian Marazzi, Rossana De Simone, Andrea Fumagalli, Riccardo Tristano Tuis, Leone Grotti, Retekurdistan Italia, Massimo Fini, Giulio Palermo, Andrea Zhok, Pepe Escobar, Davide Malacaria, Fabio Falchi

va tutto bene, dice Zelensky



Basta con l’arroganza di Zelensky – Massimo Fini

Adesso l’arroganza di Zelensky ha superato ogni limite: non si accontenta più di dettare l’agenda politica dell’Ue ma vuole cancellare la cultura russa dall’Europa, la stessa pretesa di Putin con l’Ucraina. Come racconta Marco Travaglio sul Fatto di venerdì: “Il console ucraino Andrii Kartysh ha intimato a Sala, a Fontana e al sovrintendente Meyer di cancellare la prima della Scala col Boris Gurdonov di Musorgskij e ‘rivedere’ il cartellone per ripulirlo da altri ‘elementi propagandistici’, cioè da opere di musicisti russi”. Dà ordini perentori ai sindaci, ai presidenti di Regione, ai direttori artistici, vuole decidere lui, attraverso i suoi scagnozzi, quale deve essere il cartellone della Scala. La Scala,  il più grande teatro al mondo di musica classica, di balletto, di operistica, dove sono stati messi in scena i maggiori compositori russi, da Tchaikovsky a Rimsy-Korsakov a Prokofiev a Khachaturian a Stravinsky, dove hanno ballato le più grandi étoile russe, da Rudy Nureyev a Baryshnikov, e, per restare a casa nostra, sempre che rimanga tale, dove sono stati dati tutti i nostri grandi dell’opera, da Puccini a Rossini, da Verdi a Vivaldi, da Monteverdi a Bellini, dove hanno cantato Maria Callas e la Tebaldi. Che cosa ci hanno dato gli ucraini in cambio? Zero, zero.
Volodymyr Zelensky è un filo-nazista, non perché lo ha bollato così Putin, ma perché una parte del popolo, sia pur carsicamente, lo è, non solo i miliziani del battaglione Azov che lo sono apertamente, sono inglobati nell’esercito regolare ucraino e vengono continuamente esibiti e magnificati dal loro Presidente. Infatti due settimane fa, come già l’anno scorso, il suo governo ha votato contro l’annuale risoluzione Onu che condanna l’esaltazione del nazismo: l’aveva già fatto l’anno scorso, insieme agli Usa, mentre stavolta Kiev si è tirata dietro i principali Paesi europei, Italia inclusa.
Quando in Ucraina c’erano la Wehrmacht e la Gestapo, con cui non si scherzava, gli ucraini sono stati attori, in proporzione, di uno dei più grandi pogrom antiebraici.
Volodymyr Zelensky gonfia il petto per la resistenza all’“operazione speciale” di Putin. Ma con le armi che gli hanno dato gli americani e disgraziatamente anche l’Unione europea, che continua a non capire dove sono i suoi veri interessi, pure il Lussemburgo avrebbe resistito al tentativo di occupazione russa. Senza contare che in corso d’opera si è scoperto che l’Ucraina era già zeppa di armamenti sofisticati.
Lo so, lo so che è obbligatorio premettere che qui c’è un aggressore, la Russia, e un aggredito, l’Ucraina. Tutto vero, però queste sottili distinzioni non si sono fatte quando gli aggressori eravamo noi, Germania in parte esclusa, in Serbia 1999, in Afghanistan 2001, in Iraq 2003, in Somalia, per interposta Etiopia, 2006-2007, col bel risultato di favorire gli Shabab che hanno giurato fedeltà allo Stato Islamico, e infine in Libia, 2011, in una delle più sciagurate operazioni di alcuni Paesi Nato, Stati Uniti, Francia e Italia a governo Berlusconi. Però solo Putin continua a essere massacrato dalla cosiddetta “comunità internazionale” che altro non è che il coacervo di Stati stesi come sogliole ai piedi degli States e che è sì internazionale, ma non è mondiale perché a questa condanna sono estranei non solo la Cina e l’India, circa tre miliardi di persone, ma anche quasi tutti i Paesi sudamericani, tanto più che ora Lula ha cacciato a pedate il ‘cocco’ dell’Occidente, Bolsonaro. Inoltre in questa damnatio memoriae qualche ragione ce l’ha anche la Russia di Putin. Non è rassicurante essere circondati da Paesi Nato e filo-Nato cioè, attraverso gli Stati Uniti, da Stati potenzialmente nucleari, oltre che dai nazisti ucraini.
Pistola alla tempia io scelgo la Russia, anche l’attuale Russia, non l’Ucraina. E forse faccio anche a meno della pistola.

da qui

 

Dal canale telegram Retekurdistan Italia:

SITUAZIONE ATTUALE IN ROJAVA (23/11)

L’esercito di occupazione turco sta bombardando con gli obici il villaggio di Um El Xêr, a ovest del distretto di Til Temir.

A seguito del bombardamento dell’aeroporto di Minnix nella regione di Shehba da parte dello stato turco invasore, 2 soldati del regime siriano hanno perso la vita e 2 sono rimasti feriti.

L’esercito di occupazione turco sta anche bombardando il villaggio di Tıl Tewîl a ovest del distretto di Til Temir.

Gli insediamenti civili nel centro di Til Rifat continuano a essere pesantemente bombardati dallo stato turco invasore e dai suoi mercenari.

Un UAV appartenente allo stato turco invasore sta viaggiando tra il villaggio di Eyn Isa e Abu Sirra.

Centro di Zirgan/Abu Rasên; I villaggi di Şêx Elî e Qibûr El-Xercına di Til Temir vengono bombardati dallo stato turco occupante.

Il villaggio di Xanê nella campagna orientale di Kobani viene bombardato con armi pesanti dallo stato turco invasore.

L’UCAV dell’occupazione turca bombarda le vicinanze del giacimento petrolifero di Odeh.

Droni armati dello stato turco occupante hanno bombardato la stazione di servizio Dicle nel distretto di Çilaxa.

Due cittadini sono rimasti feriti quando lo stato turco invasore ha bombardato l’impianto di gasolio nel villaggio di Koçerata, nella regione di Qerecox di Derik.

Gli UCAV appartenenti allo stato turco invasore hanno bombardato la Ewda Petrol Company a Tirbespiye e la città Himo di Qamishlo.

SDF: L’esercito di occupazione turco sta prendendo di mira l’area intorno alla prigione dove sono detenuti i membri dell’ISIS a Qamishlo.

La regione vicino alla base russa sulla strada Til Temir-Zirgan è stata bombardata da un UCAV appartenente allo stato turco invasore.

Gli aerei da guerra dello stato turco occupante stanno bombardando l’area intorno al centro del distretto di Tirbespi.

————— RAPPORTI FINO ALLE 12:25. (ora del Rojava)

da qui

 

 

L’Occidente “sfrutta” la guerra in Ucraina per testare nuove armi – Leone Grotti

 Se gli Usa non avessero inviato 18,6 miliardi di dollari di armi a Kiev, la Russia avrebbe già vinto. Ma secondo il New York Times uno degli obiettivi della Nato è testare nuovi armamenti in un vero conflitto. «È una vergogna»

Il sostegno militare che l’Occidente ha fornito all’Ucraina dall’inizio dell’invasione da parte della Russia non ha precedenti nella storia recente. Solo gli Stati Uniti, da febbraio, hanno inviato a Kiev 18,6 miliardi di dollari di armi. L’Unione Europea ha fornito 3,1 miliardi di euro in armamenti, mentre il Regno Unito 2,3 miliardi.

La Nato “sfrutta” Kiev per testare nuove armi

Gli aiuti militari sono stati certamente forniti dall’Occidente a Kiev per aiutare l’esercito ucraino a fronteggiare un avversario più forte e meglio equipaggiato, per difendere un popolo da un’ingiusta aggressione e per scoraggiare chiunque dal calpestare il diritto internazionale in futuro come fatto dalla Russia.

Ma c’è anche un’altra ragione, svelata dal New York Times, che ha spinto i membri della Nato a foraggiare l’Ucraina ed è molto meno nobile delle precedenti: testare in battaglia armi sofisticate di nuova generazione mai provate prima in un contesto di guerra reale.

Software, droni, sistemi missilistici di difesa

Tra le novità principali testate dagli ucraini c’è il sistema Delta, un software avanzato che raccoglie e processa informazioni in tempo reale sulle unità nemiche, coordina le forze di difesa e fornisce un quadro attendibile della situazione sul campo per aiutare l’esercito a definire la migliore strategia di attacco. Delta è in grado di fornire informazioni minuto per minuto su quanti nemici ci sono in un determinato territorio, come si stanno muovendo e dove si stanno dirigendo e addirittura con quale tipo di armamenti sono equipaggiati.

Oltre a Delta, i paesi occidentali hanno fornito all’Ucraina altre armi da testare in battaglia: navi-drone controllate e pilotate da remoto, il sistema di difesa anti-drone SkyWipers e la versione aggiornata di un sistema di difesa aereo costruito in Germania che Berlino non ha ancora mai utilizzato…

continua qui

 

 

Undici innocenti domande agli atlantisti – Riccardo Tristano Tuis

  1. Qual è la differenza tra l’intervento Nato in Jugoslavia e quello russo in Ucraina?
    2. Perché il Kosovo ha diritto all’indipendenza e il Donbass no?
    3. Perché la Germania Est può scegliere di riunificarsi a quella Ovest e la Crimea non può scegliere di riunirsi alla Russia?
    4. Perché l’Ucraina ha diritto di entrare nella Nato e le Isole Salomone non hanno diritto di ospitare basi militari cinesi?
    5. Perché Usa, Francia e Israele possono bombardare la Siria e se la Russia fa lo stesso in Ucraina è un crimine?
    6. Perché la Nato può bombardare la Libia e se la Russia fa lo stesso in Ucraina è il nuovo Hitler?
    7. Perché gli Usa e il Regno Unito possono fare la guerra preventiva contro l’Iraq ma la Russia non può farla contro l’ingresso dell’Ucraina nella Nato?
    8. Perché la Slovenia e la Croazia possono dichiarare l’indipendenza dalla Jugoslavia, mentre la Crimea e il Donbass non possono dichiarare l’indipendenza dall’Ucraina?
    9. Perché l’assalto a Capitol Hill è un attentato alla Democrazia mentre il golpe di EuroMaidan è una rivoluzione democratica?
    10. Perché Israele può violare la sovranità di tutti i suoi vicini e se fa lo stesso Russia è l’Impero del Male?
    11. Come mai l’Occidente non rifornisce di armi allo Yemen e non impone sanzioni all’Arabia Saudita?

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lunedì 17 ottobre 2022

Cercando una pace giusta


articoli di Domenico Gallo, Mauro Biani, Clare Daly, Mike Whitney, Archivio Disarmo, Fabio Marcelli, Fabio Bonciani, Warren Mosler, Mao Valpiana, Accademia dei Lincei, Alastair Crooke, Pepe Escobar, Michael Hudson, Stefano Orsi, Enrico Euli, Thierry Meyssan, Giacomo Gabellini, Pierluigi Fagan, Gaetano Colonna, Nicolai Lilin, Caitlin Johnstone, Roberto Roscani, Oreste Pivetta, Europe for Peace, Giulio Marcon, Angelo Baracca, Ican, Roberto Musacchio, Fabio Mini, Marinella Correggia, Sara Reginella. Fulvio Scaglione, Tonio Dell’Olio, Bruna Bianchi, Raniero La Valle, Antonia Sani, Franco Cardini. Con 4 video.


Riconquista della Crimea e del Donbass sono diventati obiettivi della guerra – Domenico Gallo

Per il Parlamento Europeo, la guerra non si deve limitare a respingere l’aggressione russa, ma deve consentire all’Ucraina di riprendere quei territori (come la Crimea e le autoproclamate repubbliche del Donbass) sui quali non esercita più la sua sovranità dal

“…invita gli Stati membri e gli altri paesi che sostengono l’Ucraina a rafforzare massicciamente la loro assistenza militare, in particolare negli ambiti in cui è richiesta dal governo ucraino, al fine di consentire all’Ucraina di riacquisire il pieno controllo su tutto il suo territorio riconosciuto a livello internazionale e di difendersi efficacemente da qualsiasi ulteriore aggressione da parte della Russia; chiede che sia presa in considerazione la possibilità di istituire uno strumento di assistenza militare a lungo termine del tipo “lend-lease” (affitto e prestito) per l’Ucraina; invita in particolare gli Stati membri esitanti a fornire la loro giusta parte di assistenza militare necessaria per contribuire a una conclusione più rapida della guerra”.

Non è il Summit di Madrid della NATO che ha partorito questo invito; incredibile a dirsi, si tratta di un documento ufficiale del Parlamento europeo, la Risoluzione del 6 ottobre 2022 sull’escalation della guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina.

Con questa Risoluzione il Parlamento Europeo non si è limitato a confermare la scontata condanna della Russia per l’aggressione condotta contro l’Ucraina e a constatare l’illegalità dell’annessione dei territori occupati a seguito di referendum farlocchi, ma ha praticamente dichiarato guerra alla Russia impegnando tutti i paesi UE a diventare attivamente cobelligeranti, sia incrementando il flusso di armi e finanziamenti a favore del Governo Ucraino, con l’indicazione persino del tipo di sistemi d’arma fornire (carri armati Leopard), sia attivando immediatamente l’addestramento dei soldati ucraini all’uso dei sofisticati armamenti occidentali.

Quel che è peggio la risoluzione istiga l’Ucraina a portare la guerra sino alle sue estreme conseguenze “al fine di consentire all’Ucraina di riacquisire il pieno controllo su tutto il suo territorio riconosciuto a livello internazionale”.

Insomma per il Parlamento Europeo, la guerra non si deve limitare a respingere l’aggressione russa, ma deve consentire all’Ucraina di riprendere quei territori (come la Crimea e le autoproclamate repubbliche del Donbass) sui quali non esercita più la sua sovranità dal 2014. Orbene i territori delle autoproclamate repubbliche di Donetsk, Lugansk si sono distaccati dall’Ucraina nel 2014 in virtù di una sanguinosa guerra civile che ha causato, secondo varie fonti, oltre 14.000 morti. Il loro status è stato oggetto di negoziati e, con l’accordo di Minsk II, fu stabilito che dovessero tornare sotto la sovranità Ucraina, previo riconoscimento di un loro status speciale di autonomia (tipo l’Alto Adige in Italia). Kiev non ha mai dato seguito a questi accordi per cui questi territori non sono stati più
sottoposti alla sovranità dell’Ucraina. Diverso è il discorso per la Crimea, regione che solo amministrativamente fu unificata all’Ucraina nel 1954. Nel 2014 il Parlamento della Crimea votò la secessione da Kiev e l’annessione alla Federazione russa. La decisione fu confermata da un referendum popolare e la Crimea fu annessa alla Russia con lo status di Repubblica autonoma.

Dal 2014 la Crimea è una Repubblica autonoma inserita nella Federazione russa. La NATO e la UE non hanno riconosciuto la separazione della Crimea dall’Ucraina, ritenendola contraria al principio dell’inviolabilità delle frontiere, così come la Russia non ha riconosciuto l’indipendenza del Kosovo, che la NATO ha violentemente distaccato dalla Serbia, a seguito di una guerra aerea durata 78 giorni. Tuttavia per la Crimea, come per il Kosovo, si è ormai consolidato uno stato di fatto per cui questi territori sono diventate entità indipendenti, non più soggette alla originaria sovranità. Una eventuale azione militare per rovesciare questo stato di fatto costituirebbe una palese violazione del
divieto dell’uso della forza di cui all’art. 2, comma 4 della Carta dell’ONU. La pretesa dell’Ucraina di distaccare manu militari la Repubblica autonoma di Crimea dalla Federazione russa costituirebbe un’aggressione, al pari di quella perpetrata dalla Russia contro l’Ucraina il 24 febbraio. Eppure incredibilmente il Parlamento Europeo ha legittimato l’ambizione del Governo ucraino di proseguire la guerra fino al punto di recuperare il pieno controllo della Crimea e di tutto il Donbass.
Non a caso il documento parla di escalation della guerra, perché è proprio l’escalation della guerra l’obiettivo a cui punta la Risoluzione, assegnando i compiti agli Stati membri perché forniscano all’Ucraina l’assistenza militare necessaria per sconfiggere e umiliare il nemico.
Se si considera che il territorio della Crimea ha per la Russia una valenza strategica insuperabile perché è la sede della sua flotta principale, è evidente che sostenere la pretesa del Governo ucraino di “riacquisire il pieno controllo su questo territorio incide su interessi vitali della Federazione, che non potrebbe mai accettare di essere estromessa dall’Ucraina. Così come gli abitanti delle autoproclamate repubbliche di Donetsk e Lugansk, non potrebbero mai accettare di ritornare sotto il controllo dell’Ucraina, dopo essersi ribellati a prezzo di una durissima guerra civile.

Legittimare queste pretese significa boicottare la volontà di trovare una soluzione pacifica al conflitto.

Del resto l’intenzione dell’Ucraina di alzare il livello dello scontro proprio sulla Crimea è testimoniata dall’attacco che ha parzialmente distrutto il ponte che collega la penisola di Crimea alla Russia attraversando il Mar d’Azov.

Se si progetta di mettere la Russia con le spalle al muro e di privarla di territori che hanno un alto valore strategico e da molti anni sono stati inclusi nella Federazione, è evidente che si sta spingendo per un’escalation della violenza militare.

Il Parlamento europeo ne è perfettamente consapevole prendendo atto:
“che il 21 settembre 2022 Vladimir Putin ha annunciato la prima mobilitazione della Russia dalla seconda guerra mondiale; che, secondo quanto riportato dai media, la mobilitazione riguarda tra i 300 mila e gli 1,2 milioni di riservisti che saranno chiamati alle armi”; che, in un discorso televisivo tenuto il 21 settembre 2022, Vladimir Putin ha avvertito che se fosse minacciata l’integrità territoriale della Russia, ossia i territori ucraini illegalmente annessi, utilizzerebbe certamente “tutti i mezzi a nostra disposizione per proteggere la Russia e il nostro popolo”; che l’espressione “tutti i mezzi a nostra disposizione” sottende una minaccia nucleare neppure tanto velata.

Però dalla consapevolezza di questa svolta nella guerra non ne trae la logica conseguenza di indicare una strada per la pace. Non a caso nel lunghissimo testo della Risoluzione non compaiono mai le parole “pace”, “cessate il fuoco”, “trattative”, “negoziato”, “conferenza internazionale”. Anzi si arriva al punto di banalizzare il rischio del ricorso alle armi nucleari, minacciando serie ritorsioni in caso del loro uso e dichiarando spavaldamente che la minaccia nucleare non dissuaderà l’UE dal fornire ulteriore assistenza all’Ucraina.

Testualmente il Parlamento Europeo:

“condanna le recenti minacce russe circa l’utilizzo di armi nucleari, ritenendole irresponsabili e pericolose; invita gli Stati membri e i partner internazionali a preparare una risposta rapida e decisa qualora la Russia compia un attacco nucleare contro l’Ucraina; invita la Russia a porre immediatamente fine alle minacce di un’escalation nucleare, date le ripercussioni globali che un’eventuale catastrofe nucleare avrebbe sulla vita umana e l’ambiente per decenni a venire; ricorda che qualsiasi tentativo da parte della Russia di far passare gli attacchi ai territori occupati come un’aggressione contro la Russia e quindi come un pretesto per un’offensiva nucleare è illegale e privo di fondamento e non dissuaderà l’Unione europea dal fornire ulteriore assistenza all’Ucraina ai fini della sua autodifesa”.

In pratica è stato votato un programma di guerra totale alla Russia, dando per scontato anche la possibilità che si usino armi nucleari, nella convinzione che la “vittoria” sia l’unico obiettivo perseguibile, costi quel che costi.

L’appello rivolto dal Papa “in nome di Dio e in nome del senso di umanità che alberga in ogni cuore affinché si giunga subito al cessate-il-fuoco”, non solo è rimasto inascoltato, ma è stato ripudiato con una scelta politica diametralmente opposta. Evidentemente nessun senso di umanità alberga nel cuore dei parlamentari europei, che hanno approvato la Risoluzione quasi all’unanimità. In particolare per quanto riguarda l’Italia hanno votato a favore tutti i gruppi politici, di destra, di centro e di sinistra (escluso il Movimento 5 Stelle).

Ma noi sappiamo che quando la politica ripudia il senso di umanità che alberga nel cuore di ogni uomo si apre la strada verso l’abisso, la guerra è una sconfitta per l’Umanità. Anche ai parlamentari europei, come ai politici nazionali, occorre rammentare il monito di Bertrand Russel ed Albert Einstein“Ci appelliamo in quanto esseri umani ad altri esseri umani: ricordate la vostra umanità e dimenticate tutto il resto”.

da qui



domenica 25 settembre 2022

Guerre: il pastore cerca sempre di convincere il gregge che gli interessi del bestiame e i suoi sono gli stessi

articoli e video di Markus Andersson, Fulvio Scaglione, Alberto Negri, J. Measheimeir, Tonio Dell’Olio, generale Bartolini,Guido Salerno Aletta, Gianandrea Gaiani, Evgenij Maslov, Vittorio Rangeloni, Davide Malacaria, Giulio Chinappi, Manlio Dinucci, Stefano Orsi, Angelo Baracca, Dario Lo Scalzo, Marco Ludovico, Roberto Mazzoni, Francesco Masala, Totò


Io non sono Pasquale – Francesco Masala

…In una civiltà morente, il prestigio politico è la ricompensa non del diagnostico più sagace, ma di chi si comporta con più tatto al capezzale. È la decorazione conferita alla mediocrità dall’ignoranza…

da La maschera di Dimitrios, di Eric Ambler, 1937 (pag. 57, edizione 2004)

Il caso del rapporto della Rand corporation è interessante.

Se pure non fosse vero è verosimile, e quello che descriverebbe ex-ante è la sintesi di quello che sta succedendo ed è successo, cioè qualcuno ha scritto quello che è successo con una data di qualche mese fa.

Le classi dirigenti dei paesi europei della Nato non capivano che dal 2014, per otto anni, la politica della Nato, attuata dall’Ucraina, è stata quella di costringere la Russia ad intervenire?

Ci sono riusciti, e dopo tanti anni sono stati felici di combattere un invasore diverso da loro stessi.

A me viene in mente Totò:



I Paesi europei sono come Totò, entrano in una recessione pluriennale ridendo, loro non sono Pasquale, noi non siamo Pasquale.

Quando capiranno che tutte le armi che mandano in Ucraina contro i russi servono solo per sparare contro i paesi europei, che sono in un gioco più grande di loro, sarà troppo tardi.

E quando il mantra dell’integrità territoriale diventerà carta straccia, venerato solo dal 24 febbraio dai paesi della Nato, verranno rimpianti con copiose lacrime, un fiume di lacrime,  gli accordi di Minsk, tutti vogliono la pace, ma gli accordi di Minsk erano un accordo di pace, mai rispettato.

Il punto gravissimo è che le classi dirigenti europee hanno scelto senza obiezioni la guerra per procura (la chiamiano così gli irresponsabili, che credono di avere le mani pulite) contro la Russia, come se non ci fosse un passato e un futuro, e tutti noi cittadini lo subiremo sulla nostra pelle per molti anni.

Trattare così il proprio paese e i propri cittadini è proprio alto tradimento.

Ma niente fucilazioni, per carità, l’Europa ha radici cristiane, ci dicono ogni giorno.

Cosa c’è di meglio di una crocefissione in prima serata in tv, è una bellissima idea di George Carlin, mutatis mutandis, quella della crocefissione.

Una ventina di politici, europei e italiani, una volta alla settimana, per un anno, che pena esemplare e istruttiva!

 

siamo entrati in possesso di una lettera, che riproponiamo:

L’Impero scrive a Zelensky

Evitando tutte le formalità, vogliamo ricordarti i termini del nostro accordo.

Tu fai quello che diciamo noi, ti abbiamo dato tutto quello che volevi, hai ville milionarie in molte parti del mondo, non devi dimenticarti mai che noi siamo il produttore e il regista, tu un mediocre attore, il più pagato del mondo.

Ricordi quando volevi fare la pace con Putin, ad aprile? Ti abbiamo mandato con urgenza Boris, che ti ha rimesso sulla retta via.

Avrai letto il nostro piano, quello della Rand, l’abbiamo reso pubblico solo adesso, non potevamo prima, come capisci benissimo.

Otto anni di provocazioni contro i russi, ce ne hanno messo per intervenire, il nostro piano è quello di distruggere la Russia, come piace a voi stati dell’Est e rubare tutto il possibile, siamo i migliori in questo, lo sanno tutti. Quello che non si sapeva pubblicamente e che il rapporto della Rand ha reso chiaro, per chi non l’aveva capito, il nostro piano ancora più importante, è quello di rovinare la Germania (e quindi l’Europa), mors tua vita mea, è la legge dei vampiri.

Chissà se capisci di economia, stavamo per crollare economicamente quando qualcuno (non diremo mai chi) ha pensato a una cosa impossibile da pensare prima, agli attentati dell’undici settembre. Da lì siamo rinati, ma non può durare per sempre, l’economia e il dollaro erano di nuovo in una crisi crescente e irreversibile.

E abbiamo “scoperto” l’Ucraina, un perfetto shithole country (come vi chiama il nostro presidente Trump), da sfruttare e poi gettare nel cesso.

Ora, strapagato Zelensky, non ci rompere le palle con i 60 o 70 mila soldati ucraini morti, poverino, non capivi che le bombe atomiche russe cadranno sull’Ucraina, noi continueremo a provocare, in questa bellissima guerra per procura, nessun soldato dei nostri è tornato in un sacco nero di plastica, la Russia sarà la pecora nera, la Germania è fottuta (e i paesi europei con lei), se l’Ucraina sparirà dalle carte geografiche a noi non interessa.

Tu continua a fare il chiagne e fotte in tutto il mondo, sapevi che il tuo è un numero senza rete, o continuerai con le standing ovations, o finirai ammazzato, tutto può succedere.

Per questo ti invitiamo, Zelensky, a non prendere iniziative che l’Impero non voglia.

...continua qui


sabato 1 gennaio 2022

fermare la crescita

 

Cinquant’anni buttati - Paolo Cacciari


Quest’anno saranno cinquant’anni dalla pubblicazione del Rapporto The Limits to Growth elaborato da un gruppo di ricercatori del Massachussets Institute of Technology guidato da Donella e Dennis Meadows, commissionato dal Club di Roma (un “circolo di discussione” o, come diremmo ora, un think tank, finanziato da imprese e istituzioni pubbliche, guidato da Aurelio Peccei, un illuminato economista e amministratore delegato della Olivetti, formato da scienziati, uomini d’affari, attivisti dei diritti civili, alti funzionari internazionalii), pubblicato in Italia da Mondadori con il titolo I limiti dello sviluppo. Il Rapporto conteneva una grande quantità di dati e grafici elaborati con avanzati programmi informatici per spiegare una cosa in realtà molto semplice – “abbastanza scontata”, come ebbe a dire in seguito Giorgio Nebbia in un libro intervista a Valter Giuliano (Non superare la soglia, edizioni Gruppo Abele, 2016) -: una crescita esponenziale della popolazione e dell’uso industriale delle risorse naturali avrebbe finito per compromettere gli equilibri ambientali e mettere in pericolo lo stesso sviluppo economico. Dimenticarsi della base materiale su cui poggia la tecnostruttura sociale conduce inevitabilmente ad una catastrofe ecologica.

L’allarme non era certo nuovo. Per rimanere nel secondo dopoguerra, già altri l’avevano lanciato ad incominciare dalla biologa Rachel Carson (con il suo meraviglioso racconto di un mondo avvelenato dai pesticidi e privato del canto degli uccelli; Primavera silenziosa, del 1962), dall’economista Kenneth Boulding (che fece sua l’efficace metafora del pianeta Terra come una navicella spaziale; The Economics of the Coming Spaceship Earth, del 1966), da Robert Kennedy (il suo celebre discorso di critica alla divinizzazione del Pil, “che misura tutto ad eccezione di ciò che davvero conta”, è del marzo del 1968), dal biologo Barry Commoner (il suo The Closing Circle: Nature, Man, and Technology  è del 1971, tradotto e commentato da Virginio Bettini per Garzanti), da Nicholas Georgescu-Roegen, fondatore della bioeconomia (il suo The Entropy Law and the Economic Process, è del 1971), dalle stesse Nazioni Unite che, sulla spinta di grandi movimenti di contestazione ecologica e a difesa dell’ambiente negli Stati Uniti, istituirono la giornata mondiale della Terra il 22 aprile (equinozio di primavera) nel 1970. Nel discorso alla Nazione dello stesso anno il presidente degli US, Richard Nixon, affermava: “La grande domanda degli anni Settanta è: ci arrenderemo a ciò che ci circonda, o faremo pace con la natura e cominceremo a riparare i danni che abbiamo arrecato alla nostra aria, alla nostra terra e alla nostra acqua? Riportare la natura al suo stato naturale è una causa comune a tutto il popolo di questo Pese” (citazione in P.P. Poggio e M. Ruzzenenti, “Primavera ecologica” mon amur, Jaca Book, 2020).

Anche nel nostro “piccolo”, nei primi anni Settanta la nozione di ecologia si era affermata per merito di grandi personalità come Giorgio Nebbia e Laura Conti e associazioni come Wwf, Pro Natura, Italia Nostra. Nel 1970 la Federazione delle associazioni scientifiche e tecniche promosse alla Fiera di Milano il convegno “L’uomo e l’ambiente” e l’anno dopo l’Istituto Gramsci organizzò alla scuola di partito del Pci, alle Frattocchie, il convegno “Uomo, natura, società” (novembre 1971). La stessa Chiesa conciliare si era spesa sulle questioni ambientali. In una lettera pubblica del 1971 papa Montini, Paolo VI, così si esprimeva: “Un’altra trasformazione si avverte, conseguenza tanto drammatica quanto inattesa dell’attività umana. L’uomo ne prende coscienza bruscamente: attraverso uno sfruttamento sconsiderato della natura, egli rischia di distruggerla e di essere a sua volta vittima di siffatta degradazione. Non soltanto l’ambiente materiale diventa una minaccia permanente: inquinamenti e rifiuti, nuove malattie, potere distruttivo totale; ma è il contesto umano, che l’uomo non padroneggia più, creandosi così per il domani un ambiente che potrà essergli intollerabile” (Citazione tratta da G. Nebbia in Non superare la soglia).

Tutti i temi dell’intreccio ambiente/economia, natura/cultura, tecnoscienza/umanesimo, benessere psicofisico/crescita industriale erano già squadernati sul banco di studio della politica

Il 1972 segna il punto più alto dell’emergere della nuova cultura ecologista e della comprensione della questione ambientale con il primo grande summit delle Nazioni unite a Stoccolma, il 6 giugno, dal titolo: Unite Conference on Human Environment. Tutti i protagonisti della politica erano alla ricerca di un “eco-sviluppo” che riducesse le logiche dell’economia all’interno delle leggi naturali ecosistemiche che regolano i grandi cicli biologici della vita sul pianeta. Un passo che sembrava essere non solo desiderabile, ma anche alla portata delle possibilità tecno-scientifiche e delle ambizioni (come si direbbe oggi) dell’azione umana civilizzatrice. Tanto da far ritenere al filosofo e sociologo Edgar Morin, maestro del pensiero complesso, che l’umanità entrava nel “primo anno di una nuova era” grazie alla nascita di una “ecologia generalizzata, scienza delle interdipendenze, delle interazioni, delle interferenze tra sistemi eterogenei, scienza al di là delle discipline isolate, scienza realmente transdisciplinare” (E. Morin, L’anno I dell’era Ecologica, in Le Nouvel Observateur, 1972. Armando Editore, 2007). Oggi, con le parole di Bergoglio nella Ludato si’, useremo l’espressione: “ecologia integrale”. Morin non sarà il solo a confidare su un ravvedimento generalizzato e su una svolta radicale del “modello di sviluppo” post miracolo economico e post Trenta Gloriosi anni della ricostruzione. Giorgio Nebbia, padre dell’ambientalismo italiano amava ricordare quegli anni come l’“alba dell’ecologia” o la “primavera ecologica” (Vedi, di Giorgio Nebbia, Fatti, idee e movimenti dell’ambientalismo italiano negli ultimi vent’anni, in N.Greco, Il difficile governo dell’ambiente, Edistudio, Roma 1988).

Il 1973 è un anno davvero magico per la fondazione del pensiero ecologico. Arrivano in Italia, di Gregory Bateson, antropologo e psicologo britannico, Verso un’ecologia della mente; di Konrad Lorenz, zoologo ed etologo austriaco, Gli otto peccati capitali della nostra civiltà; di Barry Commoner, ecologo statunitense, Il cerchio da chiudere; di Friedrich Schumacher, filosofo ed economista tedesco, Piccolo è bello; di Ivan Illich, filosofo, pedagogista austriaco, La convivialità: di Herman Daly, economista ecologico statunitense, Toward a Steady-State Economy, di Arne Naess, fondatore della Deep ecology e critico dell’utilitarismo antropocentrico, The Shallow and the Deep, Long-Range Ecology Movements. In questo stesso anno viene firmato a Nyach, nello stato di New York, il Manifesto per una economia umana, con N. Georgescu-Roegen, K. Boulding, H. Daly e molti altri. Qualche anno dopo, nel 1979, James Lovelock formulava la sua ipotesi di Gaia pianeta vivente nel 1979 e Carolyn Merchant, nel 1980, scriveva La morte della natura. Donne, ecologia e rivoluzione scientifica, un testo di riferimento per l’ecofemminismo che fa discendere la critica al capitalismo da quella al patriarcato e all’androcentrismo. Da noi Giulio Maccacaro e Luigi Marra fondano Medicina democratica (1976), Enrico Berlinguer fa il discorso sull’“austerità” al teatro Eliseo nel 1977.

Da allora abbiamo rimasticato le stesse questioni in una interminabile sequenza di conferenze internazionali, protocolli, patti e accordi intergovernativi senza riuscire a spostare di una virgola l’incremento, anno dopo anno, di gas tossici e climalteranti emessi in atmosfera, di sostanze di sintesi non biodegradabili rilasciate nel suolo, nelle falde e nei mari, di materiali grezzi estratti da miniere, cave e pozzi, di foreste primarie distrutte, di chilometri quadrati di suolo impermeabilizzati, di specie animali e vegetali estinte, di epidemie da zonoosi a seguito della distruzione di habitat naturali. Il surriscaldamento globale è solo uno dei sintomi del collasso ecologico. Gli altri sono: la diminuzione dell’acqua potabile disponibile, la perdita di fertilità dei suoli, le polveri sottili in atmosfera, l’inquinamento chimico (vedi i 9 Planetary boundaries individuati da Johan Rockström,). Aggiungiamoci gli inquinamenti radioattivi, elettromagnetici, acustici, luminosi e, forse, la stessa diminuzione della capacità della fotosintesi clorofilliana della biomassa vegetale.

Il professore di fisica sperimentale dell’università di Ca’ Foscari e sostenitore di Extinction Rebellion, Francesco Gonella, ha elaborato una imbarazzante correlazione tra la curva della crescita del biossido di carbonio e le Conferenze delle Parti intergovernative dell’Onu sulla lotta ai cambiamenti climatici.


Com’è potuta accadere una rimozione così profonda e prolungata delle rilevanze scientifiche, oltre che sociali e morali del pensiero ecologista? Rispondere con sincerità a questa domanda è un passaggio indispensabile da compiere per chiunque desideri cercare una via di uscita alla degradazione della vita sulla Terra. Naomi Klein ha parlato di “dissonanza cognitiva”. Secondo il suo teorico, Leon Festinger, psicologo e sociologo statunitense, si deve intendere una dissociazione mentale tra la realtà e il proprio comportamento. Conosciamo razionalmente le conseguenze delle nostre azioni, ma non ne teniamo conto. Mentiamo a noi stessi pur di non mettere in discussione convinzioni secolari, abitudini e ciò che ci sembrano comodità. Più semplicemente, forse, la logica di funzionamento del sistema socioeconomico capitalista in cui siamo immersi mette in contrapposizione accesso al reddito e qualità dell’ambiente naturale; “la fine del mese e la fine del mondo” (per riprendere uno slogan polemico dei gilet gialli contro le tasse sui carburanti); “fame o fumo” (per ricordare già negli anni ’70 gli operai del Petrolchimico di Porto Marghera che accettavano condizioni di lavoro mortifere). Con il turbo-capitalismo neoliberista il ”rischio” personale è divento un valore enfatizzato e premiato dalla società individualizzata, come annotava Ulrich Beck, in La società del rischio. Verso una seconda modernità. Più semplicemente la nostra è la società dello “speriamo che me la cavo”. Ce ne freghiamo di ciò che accade agli altri e di chi verrà dopo di noi. I sentimenti di solidarietà, giustizia, convivenza nonviolenta, fratellanza/sorellanza, rispetto di ogni forma di vita o sono stati ammutoliti, o sono ridotti a retorica delle feste comandate. La religione della crescita economica è alimentata dalla competizione di tutti contro tutti. Tra le persone oltre che tra aree geopolitiche.

Cinquant’anni passati così dovrebbero essere sufficienti per convincerci a cambiare criteri di riferimento, immaginare cosmovisioni diverse, praticare relazioni di cura con gli altri e con la natura. È ciò che mi auguro avvenga nei prossimi cinquant’anni.


i Il Club di Roma è tutt’ora attivo. Il suo ultimo, interessantissimo rapporto si titola: 1.5-Degree Lifestyles: Towards A Fair Consumption Space for All. 2021.

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Conquiste che stiamo perdendo - Angelo Baracca


L’amara ricostruzione di Paolo Cacciari del patrimonio di elaborazione dagli anni ’60 – ’70 che sembra essersi perduto (Cinquant’anni buttati) è molto accurata e completa, ma dalla mia intensa esperienza nei movimenti a partire dalla contestazione studentesca e dall’Autunno Caldo (avevo trent’anni ed ero da poco laureato in Fisica) essa racconta solo una parte della storia: non è per un’astratta critica, poiché la ricostruzione di Cacciari è comunque molto importante, ma per un intento costruttivo e di completezza (per quanto possibile) della memoria storica che voglio brevemente discutere e ricostruire un’altra parte, che presumibilmente non sarà l’unica.

Cacciari discute gli aspetti che chiamerei, per capirci, di elaborazione intellettuale, di ricerca, le pubblicazioni che certo furono importanti per tutti, le iniziative istituzionali: rimane dalla mia esperienza attiva scoperto l’aspetto dei movimenti, delle lotte, ed anche delle conquiste importanti, aspetti che integrano in modo non marginale la ricostruzione, la tempistica, nonché le eredità e le prospettive.

Personalmente ho criticato esattamente un anno fa il concetto di “Primavera dell’Ecologia”, e in particolare l’affermazione del compianto Giorgio Nebbia che «[i]l 1973 fu l’ultimo anno della primavera dell’ecologia»1 (Baracca, «Dal ‘68 agli anni ‘70, una radice trascurata, di classe, dell’ambientalismo in Italia negli anni ‘70, e le sue valenze: il precoce ambientalismo “rosso”. Memorie dei movimenti e documenti», Altro900, dicembre 2020): quest’articolo, che sconfina anche negli anni ’80, è molto lungo e dettagliato e mi riferirò solo ai concetti essenziali che qui interessano.

Mi colpisce che Cacciari nella sua puntigliosa ricostruzione non citi Dario Paccino de L’Imbroglio Ecologico del 19722, un titolo che da solo dovrebbe sollevare qualche riserva sulla “armonia” di quella Primavera dell’Ecologia: Paccino era senza dubbio persona molto diversa da Nebbia per impostazione di fondo (come si può verificare anche dal carteggio fra di loro, conservato nell’archivio di Altro9003). Non è certo una considerazione del rispettivo valore, ma potrei dire che Paccino aveva individuato molto chiaramente e precocemente le insidie insite nei concetti e nell’impostazione dell’ecologia.

Quegli anni non furono solo la culla dell’ecologia, ma furono (sembra superfluo osservarlo) teatro di lotte di massa radicali che ebbero caratteristiche precipue:

§  coinvolsero tutti i soggetti sociali, dagli operai, agli studenti, alle donne, ai settori cattolici, agli scienziati e i tecnici, agli operatori di tutti i settori;

§  pur essendo i vari movimenti e settori attraversati da differenze profonde di concezioni e strategie politiche, quelle lotte coinvolsero tutti e tutte con un’impostazione radicale che puntava a una trasformazione profonda della struttura sociale e produttiva;

§  fin dall’Autunno Caldo furono trainanti le lotte operaie, che impressero una decisiva impronta di classe.

Il 1973, anno della crisi petrolifera, lungi dal chiudere una “primavera” segnò un deciso rilancio e una radicalizzazione delle lotte operaie, che trascinarono gli altri settori sociali. Dalle vertenze nelle fabbriche sui danni alla salute dei lavoratori causati dai cicli produttivi, le lotte operaie si estesero al territorio, investirono i problemi ambientali (1973, la crisi petrolifera e il problema energetico; 1976, i disastri di Seveso, di Manfredonia4 che vide successivamente un deciso protagonismo delle donne). Rimarrà nella storia l’esaltante manifestazione nazionale unitaria di 250.000 metalmeccanici a Roma5 (in pieno governo Andreotti di centrodestra), che rappresentò la spallata decisiva per il rinnovo contrattuale caratterizzato principalmente dalla conquista dell’inquadramento unico (operai-impiegati) e delle 150 ore, che aprivano agli operai la porta della cultura scevra da espliciti interessi professionali e produttivi.

Il movimento femminista portò nelle lotte una forte caratterizzazione, ad esempio per la conquista del diritto all’aborto. Le proteste contro la guerra al Vietnam produssero grandi manifestazioni con un carattere fortemente unitario e antimperialista: uno dei temi di discussione erano i sistemi di guerra tecnologica con i quali gli Stati Uniti aggredivano unitamente la popolazione e l’ambiente, come il famigerato Agente Orange, e la barriera elettrica per fermare i transiti dei Vietcong fra il Nord e il Sud del paese.

La trasversalità dei movimenti degli anni Settanta configurò un movimento complessivo che chiamerei un eco-gender-pacifismo di classe. Sul terreno dell’ambientalismo il “verde” trascolorò in “rosso” – Rossovivo, quale era il titolo della rivista fondata nei primi anni ’70 da Dario Paccino, di critica marxista all’ecologia dominante.

La redazione della rivista Sapere diretta da Giulio Maccacaro fu dal 1974 una fucina di elaborazione, riflessione, coordinamento che coinvolse insieme quadri operai di fabbrica, tecnici, scienziati, studenti, operatori della salute, ecc.. Per dare appena un’idea concreta di temi ambientali trattati nella rivista (e praticati dai movimenti) ne elenco appena alcuni che danno anche un segno dell’impostazione radicale e dell’attualità dei temi (rinviando per maggiori dettagli al mio articolo citato all’inizio):

 1974: la critica della “rivoluzione verde”; Virginio Bettini sull’Ecologia Atlantica, cioè controllata dalla NATO, legami fra ecologia e militari;

 1975: dossier “Ambiente e potere” (!); articolo di Barry Commoner “Le fabbriche del veleno”;

 1976: dossier curato da Virginio Bettini su Gioia Tauro “Ecologia della Piana: L’acciaio del sottosviluppo”; numero doppio novembre-dicembre “Seveso un crimine di pace”;

 1977: W. Ganapini “Agricoltura industriale e ambiente”; M. Boato sul disastro di Manfredonia e B. Terracini sulla diossina di Seveso;

 1978: energia nucleare, energie alternative, numero monografico “Il nucleare: una scelta imposta”; “Energia: condizioni per l’alternativa”, solare, geotermia, rifiuti, eolico, idroelettrico, agricoltura alternativa;

 1979: dossier “Agricoltura, Scienza e lotta di classe”;

 1980: Legge Merli sui limiti delle sostanze inquinanti negli scarichi delle acque.

Insomma, un ambientalismo integrale e radicale, praticato nelle lotte, che ebbero un culmine nel 1978 con le fondamentali conquiste della Riforma Sanitaria, della 194 e della Legge Basaglia. Indubbiamente un decennio fondamentale.

Poi certo venne la sconfitta dei movimenti, del sindacato di base (EUR), ma con tempi e cause diverse rispetto al preteso tramonto precoce della Primavera Ecologica.

Ma intanto erano sorti i grandi movimenti popolari contro i piani di sviluppo dell’energia nucleare che negli anni ’80 portarono alla grande vittoria della chiusura di questi programmi (referendum 1987). Un movimento che con la Crisi degli Euromissili sconfinò nelle lotte per il disarmo nucleare (le manifestazioni oceaniche del 1982-83, il primo accordo di disarmo Reagan-Gorbachev, 1987).

Attorno al 1980 il manifesto inaugurò la pubblicazione di inserti di quattro pagine dedicati a temi specifici denominati “La Talpa del giovedì”. Una “Talpa” del 14 febbraio 1985 intitolata esplicitamente “L’ecologia politica” fu incentrata proprio sui “Verdi”, con un articolo centrale di Rossana Rossanda, e fra gli altri due contributi da Sergio Bologna (sui verdi tedeschi) e del sottoscritto che iniziavo con le parole inequivoche: «Il verde non è rosso», e infra «La produzione sta cedendo il primato alla riproduzione sociale».

Senza dubbio crisi ci fu, sconfitta ci fu, una indubbia frammentazione dei movimenti, ma su una base a mio avviso diversa, con almeno altri due decenni di slancio e di produzione di elaborazioni e di movimenti. La crisi climatica non era ancora stata percepita con chiarezza, anche se è senz’altro vero che molte elaborazioni l’avevano chiaramente prevista. Ma ricordo nitidamente le tesi del Congresso di Democrazia Proletaria del 1987 basate sul concetto dello “sviluppo autocentrato” dei territori, che anticipava molte problematiche diventate poi di estrema attualità e importanza.

Una cosa che sembra essersi perduta è la connessione fra ambiente e guerra: sia Greta e i Fridays for Future, che Extinction Rebellion hanno trascurato, se non ignorato, l’impatto delle guerre, dei militari e degli armamenti sull’ambiente e le loro pesantissime emissioni climalteranti (per non citare le ambiguità sull’energia nucleare). Ma ancora nel 1991 conservo un vivo ricordo delle esperienze delle Tende della Pace, che riunivano tutte e tutti, dai cattolici ai comunisti, le donne, gli studenti; e nel 1999 l’opposizione alla guerra del Kossovo, nella quale si denunciavano i brutali metodi di devastazione dell’ambiente. Era in qualche modo l’onda lunga dei movimenti e delle lotte dei decenni precedenti.

Per concludere questi appunti, considero che sia un aspetto della storia ancora da approfondire e in sostanza da scrivere. Da anni lavoro per recuperare e tramandare la memoria storica, perché un popolo che perde la memoria non ha una bussola per il futuro, historia magistra.6.

Su una conclusione mi trovo in completa sintonia con Cacciari: gli anni ’70, in parte gli ’80, sono stati un periodo eccezionale, l’Italia era un paese completamente diverso, gli italiani erano in gran parte erano sensibili e attivi, mossi da sentimenti di solidarietà, impegno civile, rispetto per gli altri:

«I sentimenti di solidarietà, giustizia, convivenza nonviolenta, fratellanza/sorellanza, rispetto di ogni forma di vita o sono stati ammutoliti, o sono ridotti a retorica delle feste comandate. La religione della crescita economica è alimentata dalla competizione di tutti contro tutti. Tra le persone oltre che tra aree geopolitiche».


Note

1. G. Nebbia, La contestazione ecologica. Storia, cronache e narrazioni, La Scuola di Pitagora, Napoli 2015, p. 102. Anche G. Nebbia, “Scritti di storia dell’ambiente e dell’ambientalismo, 1970-2013”, a cura di L. Piccioni, Quaderni di Altronovecento, n. 4, 2014, p. 135.

2. Recentemente ristampato e introdotto da Gennaro Avallone, Ombre Corte, 2021.

3. Ecologia e lotta di classe. Una corrispondenza tra Giorgio Nebbia e Dario Paccino, 1971-1972, di Luigi Piccioni (a cura di): “Salvare le carte!”. Il completamento del Fondo Giorgio e Gabriella Nebbia presso la Fondazione Luigi Micheletti, di Alberto Berton.

4. Si vedano le bellissime ricerche di Giulia Malavasi, il suo libro Manfredonia Storia di una Catastrofe Continua, Jaca Book, 2018; molto incisivo il suo articolo “Manfredonia: catastrofe continua, cittadinanza ritrovata e rimozione”, Epidemiologia e Prevenzione, 2016; 40 (6):389-394.

5. Archivi Fiom Cgil, Roma 9 febbraio 1973, “Unità, contratto, riforme, Mezzogiorno”, http://archivio.fiom.cgil.it/net/manifestazioni/9_02_73.htm.

6. Ho recentemente scritto insieme a Tiziano Cardosi un bilancio di prospettiva e attualizzazione nell’anniversario della caduta del Muro di Berlino: “Ricorsi storici: dalla cesura storica della Caduta del Muro, a quella della “prima pandemia dell’Antropcene”. Qualche possibile ispirazione”, PeaceLink, 19 novembre 2021, https://www.peacelink.it/pace/a/48865.html.

da qui



I (presunti) limiti del capitalismo - Raúl Zibechi

Per molto tempo una parte dei marxisti ha sostenuto che il capitalismo ha dei limiti strutturali ed economici, stabiliti in “leggi” che ne renderebbero inevitabile l'(auto)distruzione. Quelle leggi sarebbero immanenti al sistema e in relazione con aspetti centrali del funzionamento dell’economia, come quella della caduta tendenziale del saggio del profitto, analizzata da Marx nel Capitale.

Questa tesi ha portato alcuni intellettuali a parlare del “crollo” del sistema, sempre come conseguenza delle sue stesse contraddizioni.

Più di recente, non pochi pensatori hanno sostenuto che il capitalismo ha dei “limiti ambientali” che lo porterebbero a distruggersi o quantomeno a cambiare i suoi aspetti più predatori, quando in realtà ciò che ha dei limiti è la vita stessa sul pianeta e, in particolare, quella della metà povera e umiliata della sua popolazione.

Oggi sappiamo che il capitalismo non ha limiti. Nemmeno le rivoluzioni sono state in grado di sradicare questo sistema perché, di volta in volta, i rapporti sociali capitalistici si espandono all’interno delle società post-rivoluzionarie e dentro lo Stato riemerge la classe borghese incaricata di farli prosperare.

L’espropriazione dei mezzi di produzione e di scambio è stata, e continuerà ad essere, un passo centrale nella distruzione del sistema, ma, a più di un secolo dalla rivoluzione russa, sappiamo che è insufficiente, se non c’è il controllo comunitario di quei mezzi e del potere politico a incaricarsi di gestirli.

Sappiamo anche che l’azione collettiva organizzata (lotta di classe, di genere e del colore della pelle, contro le oppressioni e gli oppressori) è decisiva per distruggere il sistema, ma anche questa formulazione è parziale e insufficiente, sebbene vera.

L’aggiornamento del pensiero sulla fine del capitalismo non può che andare di pari passo con le resistenze e le costruzioni dei popoli, in modo molto particolare degli zapatisti e dei curdi del Rojava, dei popoli originari di vari territori della nostra America, ma anche delle popolazioni nere e contadine, e in alcuni casi di ciò che facciamo nelle periferie urbane.

Le donne del Kongra Star, il movimento organizzato delle donne della Federazione della Siria del Nord, si dedica in ogni quartiere all’educazione popolare per pensare in modo libero e comunitario l’autonomia, l’autogoverno e l’autodifesa delle donne. Foto tratta da Kongra Star Women’s movement

Alcuni punti sembrano centrali per superare questa sfida.

Il primo è che il capitalismo è un sistema globale, che abbraccia l’intero pianeta e deve espandersi continuamente per non collassare. Come ci insegna Fernand Braudel, la scala è stata importante nell’insediamento del capitalismo, da qui l’importanza della conquista dell’America, perché ha permesso a un sistema embrionale di spiegare le sue ali.

Le lotte e le resistenze locali sono importanti, possono perfino piegare il capitalismo a quella scala, ma per porre fine al sistema è essenziale un’alleanza/coordinamento con i movimenti di tutti i continenti. Da qui l’enorme importanza della Gira por la Vida dell’EZLN in Europa.

Il secondo punto è che il sistema non viene distrutto una volta per sempre, come abbiamo discusso durante il seminario intitolato El pensamiento crítico frente a la Hidra capitalista, nel maggio 2015. Ma qui c’è un aspetto che ci sfida profondamente: solo la lotta costante e permanente può soffocare il capitalismoNon lo si taglia con un solo colpo, come le teste dell’Idra, ma in un altro modo.

A rigor di logica, dobbiamo dire che non sappiamo esattamente come porre fine al capitalismo, perché non è mai stato fatto. Stiamo intuendo, tuttavia, che le condizioni per la sua continuità e/o rinascita debbano essere precisate, e sottoposte a uno stretto controllo, non da parte di un partito o di uno Stato, ma da parte di comunità e popoli organizzati.

Il terzo punto è che il capitalismo non può essere sconfitto se nello stesso tempo non si costruiscono un altro mondo e altre relazioni sociali. Quel mondo altro o nuovo non è un luogo di arrivo, ma un modo di vivere che nella sua quotidianità impedisce la continuità del capitalismo. I modi di vivere, le relazioni sociali, gli spazi che saremo capaci di creare, devono esistere in modo da essere in lotta permanente contro il capitalismo.

Il quarto punto è che, finché esiste lo Stato, ci sarà la possibilità che il capitalismo si espanda di nuovo. Contrariamente a quanto proclama un certo pensiero, diciamo progressista o di sinistra, lo Stato non è uno strumento neutrale. I poteri de abajo, che sono poteri non statali e autonomi, nascono ed esistono per impedire l’espansione dei rapporti capitalistici. Sono, quindi, poteri che derivano dalla lotta anticapitalista e ad essa sono finalizzati.

 

Il nuovo mondo dopo il capitalismo, infine, non è un luogo di approdo, non è un paradiso dove si pratica il buen vivir , ma uno spazio di lotta in cui, probabilmente, noi, i popoli, le donne, le dissidenze e le persone de abajo in generale, ci troveremo in un condizioni migliori per continuare a costruire mondi diversi ed eterogenei.

Credo che qualora smettessimo di lottare e costruire il nuovo, il capitalismo rinascerebbe, anche nel mondo altro. La storia del Vecchio Antonio che dice che la lotta è come un cerchio, che inizia un giorno ma non finisce mai, è di estrema attualità.

da qui