Visualizzazione post con etichetta Bozidar Stanisic. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Bozidar Stanisic. Mostra tutti i post

mercoledì 13 gennaio 2016

Danilo Kiš, scrittore dalla nostra parte - Božidar Stanišić


Nel 2015 cadeva l’anniversario degli ottanta anni dalla nascita del grande scrittore Danilo Kiš. Un commento e alcuni brani inediti in Italia

Una critica, dall’alto
Il mio amico Fer – Ferdinando è troppo lungo, sia per me che per lui – mi telefonò, qualche tempo fa. “Da lontano”, disse con un riso fugace, interrotto da una tosse alquanto insistente. Questo novembre friulano, più caldo che mai, in Carnia è diverso. Il freddo è già arrivato, e nell’aria quasi si avverte l’odore della neve. Un villaggio, sette-otto anime, quello è il luogo del suo esilio, volontario. Così ci guarda da una ‘certa altezza’, a cui vanno aggiunti uno-due metri di libri che, quando li lesse da giovane, egli credette di non aver compreso a fondo. Non dovrei stupirmi di quella tosse, mi dice, essere settantenni nella vita reale non è come nelle pubblicità, dove gli anziani saltano recinti e flirtano con le ragazze in minigonna. A stupire lui è ben altro. Non appena pensai che mi avrebbe detto qualcosa sull’insorgere di fili spinati lungo le frontiere dei paesi europei, oppure sugli ultimi attentati di Parigi, egli rimarcò come un certo silenzio, in Europa, e così anche in Italia, si fosse accumulato intorno ad uno scrittore. Quest’anno (2015) avrebbe compiuto ottanta. Lui, Danilo Kiš (1935-1989). Per i tipi della casa editrice Adelphi, sette delle sue opere sono apparse in italiano – anche questi libri Fer li ha trasferiti lassù. Per quanto a sua conoscenza, nessuna delle università italiane aveva dedicato attenzione a questo anniversario così importante, uno di quelli che non dovrebbero essere solo un ‘pro forma’. Per quel che ne sa lui, se ne parlò un po’ a Parigi, presso l’École des hautes études.
Lui, Fer, nonostante avesse frequentato due corsi di lingua serba e uno di lingua croata, non era riuscito a capire con sufficiente chiarezza le notizie che, relativamente a questo anniversario, giungevano da territori ad est di Sežana. Dopo aver taciuto per un po’, disse che a quel silenzio anch’io avevo aggiunto una bracciata di mutismo. Non mi ero fatto sentire nemmeno con una parola, né su qualche giornale né sull’Osservatorio Balcani e Caucaso. Gli pareva, ecco, che finora io non fossi stato indifferente nei confronti degli anniversari, soprattutto sulle pagine di OBC.


Danilo Kiš - AUTUNNO 

iniziano le festività nuziali
le grida amorose del picchio sembrano
colpi di tamburo
l’arte della seduzione è infinitamente
varia
si fidanzano le anatre selvatiche
in novembre
accade così che
stormi di viaggiatori
giunti in volo fin dalla russia
si incontrino con gli autoctoni sugli stessi
laghi dell’île-de-france
e allora nascono grandi amori
seguiti da tragedie
e maldicenze
(trad. dal serbo-croato di Alice Parmeggiani)


Kiš – tra Racconto e bottiglia di plastica
No, gli risposi, non sono indifferente, anche se penso che sia più utile contemplare la letteratura quotidianamente piuttosto che farlo appositamente. Tuttavia, gli anniversari – di nascita o  morte di personaggi illustri – sono una specie di specchio. Solo che io, purtroppo, non riesco a racchiudere il mio Kiš in mille parole – è da lì che deriva il mio, ad esempio, ‘OBC’ silenzio. Quanto invece alle università che avrebbero potuto rendere un hommage a Kiš, tu, caro Fer, prendi un foglio di carta e scrivi una lettera di protesta a qualche direttore di cattedra. (È tanto che ci conosciamo, sapevo che non se la sarebbe presa a male). Può darsi che ci sia ancora qualcuno a cui, oltre ad arricchire il proprio curriculum vitae, interessa anche leggere qualche lettera insolita.
Eppure, caro Fer, il silenzio di cui parlavi non è tutto nero. Pur non essendo uno scrittore per il grande pubblico, Kiš è letto da New York a Tokyo. Rimanendo, a dire il vero, lontano dai grandi numeri. Si vende come una specie di veleno che, una volta consumato, induce quel tarlo che abita il cervello e il cuore (magari non proprio di tutti) a costringere la mano a scrivere con l'iniziale maiuscola Memoria, Racconto, Vittoria sull'oblio. È un veleno che tende a risvegliare anche l'interrogativo sul senso della letteratura nel XXI secolo. Non posso che essere dispiaciuto per il fatto che lo studio di Mark Thompson Birth Certificate: The Story of Danilo Kiš non sia disponibile in italiano. Frutto di una ricerca durata vent'anni, questo libro, uscito nel 2013, ha avuto la sua prima edizione belgradese già nell'anno seguente  sotto il titolo Potvrda o rođenju – Priča o Danilu Kišu, nella traduzione di Muharem Bazdulj. Nel recensire quest'opera, originariamente pubblicata negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, e in seguito tradotta anche in tedesco (sono inoltre in preparazione edizioni spagnola e cinese), il poeta Charles Simić la considera il primo ampio studio critico-biografico su Danilo Kiš in lingua inglese. Il recensore è tuttavia preoccupato (il veleno-Kiš funziona) dal fatto che lo studio di Thompson arrivi in un periodo in cui la letteratura straniera viene insegnata sempre meno nei licei e nelle università, sicché i nomi un tempo ben noti negli ambienti accademici oggi risultano praticamente sconosciuti non solo agli studenti, ma persino ad alcuni dei loro professori. (A questo punto mi fermai: non sarà forse una delle mie lezioni, telefonica?)
“Ah“, scappò a Fer, “dove ci troviamo“?
“Mmh“, caro Fer, “chi in Carnia, chi in pianura“. No, lui non era soddisfatto: “Non è scherzando che si risolvono le cose, intendevo piuttosto – dove sta Kiš“? “Nelle sue opere“, risposi. No, Fer non era ancora contento, “dove cercare Kiš oggi“? “Tra Racconto e bottiglia di plastica“, dissi all'improvviso.  “Mmh, il racconto è 'qualcosa', la bottiglia di plastica invece è – nulla?“ Poi volle sapere il perché del mio silenzio. E cosa avrei dovuto dirgli? Che il Racconto è 'tutto', mentre la bottiglia di plastica, (per) come la vedeva Kiš, non equivale proprio al 'nulla'? Poiché è indistruttibile, come la banalità. E io aggiungo: lo scrittore, ad onta di tutto, sceglie il Racconto. Questo è importante, soprattutto oggi che stiamo superando le previsioni di Orwell circa la riduzione del vocabolario umano. Questo scomodo pensatore inglese sosteneva a suo tempo che nell'arco di mezzo secolo non avremmo usato più di seicento parole al giorno. Le statistiche attuali indicano che si è scesi al di sotto di trecento.

Kiš, scrittore dalla 'nostra parte'
Quella preoccupazione positiva, a cui accennavo prima riferendomi alla recensione di Simić, si avverte anche nelle parole di Gojko Božović, direttore della casa editrice belgradese Arhipelag: ”Provo la più profonda soddisfazione personale, letteraria e professionale di fronte a questa nuova edizione de Le Opere di Danilo Kiš in dieci volumi, che oltre ad essere un esempio di grande impegno editoriale, è anche un lascito alle generazioni future. La narrativa di Danilo Kiš si inscrive tra le grandi opere dell’epoca moderna e resta un modello, uno dei più alti pertinenti alla sfera letteraria. Abbiamo sempre più bisogno di tali modelli, soprattutto oggi, quando si è inclini a pensare che la letteratura non conti niente, o che possa essere equiparata a qualsiasi tipo di testo scritto nei momenti di ozio”.

Filip David, dai "Frammenti su Kiš”

Danilo possedeva una qualità che manca a molti intellettuali dei nostri tempi – un forte sentimento per l'etica che aveva origine nella sua infanzia. Il confronto precoce con la violenza e con l'ingiustizia l'aveva determinato alla resistenza, sia nella letteratura che nella realtà. 
La sua etica  proveniva proprio dalla percezione precoce degli orrori della  vita, dalla conoscenza della sofferenza umana, dei crimini assurdi e atroci sui quali, ci pare, siano basate molte fondamenta del nostro mondo, oggi come nel passato. Quando la cognizione della malvagità presente nel mondo si fa viva nel primo periodo della nostra crescita, si allunga nel resto della nostra vita come un'ombra tragica.
Da quell'ombra esce la forte voce di Danilo contro le tragedie degli innocenti, tanto nei lager quanto nei gulag. La determinazione a promuovere giustizia si sentiva in ogni suo gesto, in ogni sua riflessione sia politica, sia letteraria  o che fosse manifestata in occasioni di incontro quotidiano con gli amici. Chiedeva agli altri ciò che lui stesso praticava: coerenza, sincerità, precisione. Penso che inorridisse sia per la stupidità umana, che per la sciatteria, la mediocrità, la disonestà, e soprattutto per il potere dell'uomo contro l'uomo, personificato nei regimi dittatoriali e totalitari.
(Filip David, dai »Frammenti su Kiš«, trad. dal serbo B.S)

No, quest’anno, così come l’anno scorso in cui ricorreva il venticinquennio della morte di Danilo Kiš, non era povero ‘lì’, nella vecchia Jugo – oggi intersecata da discordanze e confini. (Kiš ci lasciò riflessioni profetiche sul nazionalismo, ecco solo un estratto dell’omonimo testo: “Da dove vengono, ci chiediamo, questa vigliaccheria, questa predilezione, questo slancio del nazionalismo nel nostro tempo? Soggetto all’oppressione ideologica, spinto ai margini delle tendenze sociali, schiacciato e smarrito tra ideologie contrastanti, inetto alla rivolta individuale poiché essa gli è stata negata, l’individuo è finito per trovarsi in bilico, nel vuoto; pur essendo un essere sociale non partecipa alla vita sociale, pur essendo un essere individuale si vede privato dell’individualità in nome dell’ideologia, e cos’altro gli resta da fare se non cercare il proprio essere sociale altrove?”).
Si tennero conferenze, incontri, spettacoli teatrali, proiezioni cinematografiche – tutto in suo onore – e non solo a Belgrado, che lo scrittore, malgrado tutto, amava con un amore dolente. È vero che Kiš era membro corrispondente dell’Accademia serba delle scienze e delle arti, ma ciononostante – che io sappia – quest’Alta istituzione non si è fatta sentire a proposito della ricorrenza in questione. Il che, tuttavia, è un segno. Probabilmente più chiaro e – paradossalmente? – più positivo di quanto non sembri. E facilmente tramutabile nel domandarsi che cosa ci starebbe a fare Kiš in un’Accademia, di qualsiasi tipo e sotto qualsiasi egida. In fin dei conti, ogni accademia è esclusivamente ’nostra’, padrona dei territori e confini ben demarcati.
Pare che il giudizio di Nicholas Lezard, critico letterario del Guardian, espresso a seguito della recente ristampa dell'Enciclopedia dei morti di Kiš in edizione economica, ci suggerisca implicitamente una spiegazione. Per quanto forte fosse il suo debito nei confronti di Borges, Kiš si distingue, secondo Lezard, “per il suo calore, per una maggiore comprensione della sofferenza umana”. È uno di quegli scrittori di cui si ha la sensazione che stiano dalla parte del lettore. Fu uno dei più grandi del suo tempo, un intelletto non solo originale, ma anche compassionevole, capace, come dimostra questa raccolta, di inspirare nuova vita nel racconto. In sintesi, non posso raccomandare questo libro abbastanza né fare a meno di esortarvi a leggerlo.“
È tutto?
È tutto, caro Fer, e – come vedi – intorno a Kiš non regnano sovrani quei silenzi. E per un passatempo – triste e allegro insieme? – ascolta Danilo come suona la chitarra e canta, lo si trova facilmente in rete.

mercoledì 7 ottobre 2015

Euro Tunnel - Božidar Stanišić

Potrei scrivere che aspetto ha il confine terrestre tra Melilla e il territorio del Marocco, quanto è lunga e alta la “barriera tecnica” bulgara, quanto sarà lungo e alto il Muro ungherese, ma non lo farò.
 Potrei scrivere, appena nominati quei due Paesi dell’ex Est europeo, che cosa penso dei rappresentanti politici non solo di questi ma di tutti gli altri Paesi, da dieci anni membri della Comunità Europea – da Riga a Sofia – smemori dei tempi non lontani, in cui non potevano visitare né il Louvre, né la Cappella Sistina, né viaggiare liberamente senza permessi delle autorità comuniste, ormai senza memoria del passato come lo è la maggioranza dei loro elettori, ma non lo farò anche se in tutto ciò si nasconde un altro muro.
Potrei scrivere ponendo degli interrogativi se siamo nella Casa Europa o in un Euro Tunnel che incomincia dalle isole Lampedusa e Kos e finisce alla sbarre di quel tunnel vero che collega Calais con Dover, ma non lo farò.
Potrei scrivere di come sono attualmente le sponde del fiume Isonzo, dei parchi di Udine, della piccola stazione ferroviaria di Gevgelija (in Macedonia), dei parchi di Belgrado – tutti popolati da persone in fuga dall’Afghanistan, dall’Iraq, dalla Libia, dalla Siria – fino a ieri benestanti, ma non lo farò.
Potrei scrivere perché mi chiedo come dormano quell’ex presidente francese e i suoi alleati che non molto tempo fa bombardarono Tripoli; e che sogni faccia l’attuale presidente degli Usa e la gente del suo entourage, ripetendo che il governo siriano debba crollare; e che sogni sognino gli altri diretti responsabili nel seminare caos nella parte del mondo ricca di petrolio, ma non lo farò.
Potrei scrivere anche di quel “nuovo filosofo” francese, l’istigatore alle soluzioni belliche laddove egli le ritiene necessarie e di cui, come d’altra parte della sua bella compagnia “filosofica”, Gilles Deleuze, uno degli ultimi pensatori della fine del Secolo Breve, nel lontano 1977 scrisse: “Penso che il loro pensiero sia uguale a zero” – ma non lo farò.
Potrei scrivere che il Parlamento Europeo di facciate ne ha, ma contiene ben poca sostanza politica – e ciò non solamente in riferimento al “caso delle migrazioni” – ma non lo farò.
Potrei scrivere quanto è necessario uscire al contempo sia dagli schemi xenofobi che buonisti – la sfida della migrazione dal Sud al Nord è troppo larga e profonda – ma non lo farò.
Potrei scrivere quanto le migrazioni si sono trasformate negli specchi delle nostre ipocrisie, non-sincerità e non-memorie, strumentalizzazioni politiche e affari per i vari soggetti di accoglienza, ma non lo farò.
Potrei scrivere che a volte credo di più nella bontà autentica di cittadini anonimi che da Lampedusa e Catania a Calais reagiscono con l’anima pura che alle parole di chi “professionalmente” usufruisce di quei 35 euro giornalieri per ospitare profughi, ma non lo farò.
Potrei scrivere che otto mesi fa, quando ho protestato pubblicamente contro i braccialetti per i profughi ospitati in quella cittadina friulana del turismo di portata industriale, nessuno ha reagito e che la stessa cosa poi si è ripetuta quando ho protestato contro il lavoro socialmente utile (gratis) dei profughi, ma non lo farò.
No, non lo farò perché le parole mi sembrerebbero consumate e inutili, le definirei addirittura spazzatura lessicale. Semplicemente, non ci servono più parole contro i muri, ma fatti – quelli di portata epocale; fatti – le prove di un cambiamento copernicano.
Il resto sono solamente chiacchiere.
Dissi tutto questo solo alcuni giorni fa, in risposta a un conoscente di nome Ferenz, ungherese originario di Szeged, che si lamentava della poca generosità dei suoi compaesani, di cui la maggioranza è concorde con la costruzione del Muro anti-immigrati. Amalgamarsi con la parte occidentale dell’Europa secondo lui ha sortito effetti negativi sul piano etico: il senso della solidarietà ha fatto passi indietro – anzi, si sta sciogliendo; il pragmatismo del due più due fa quattro (ma se fa cinque o sei va ancora meglio!) è fattore dominante; la non-memoria ormai fa parte della subcultura e della politica dei due fiorini… Che cos’altro potevo aggiungere, per consolarlo – almeno un po’? Dirgli che le radici di tutto ciò si trovano anche nell’Havel politico, autore di quel saggio sull’incubo del postcomunismo ovverosia nell’espressione di una mente che si era provincializzata nel dopo Muro? Oppure nella superbia intellettuale – “intellettuale” – di György Konràd, lo scrittore e connazionale di Ferenz, mentre negli anni novanta ridefiniva il concetto dell’Europa Centrale? Che la diagnosi del postcomunismo di Adam Michnik, intellettuale polacco, non ci consoli ma almeno sia una medicina amara: «La peggior cosa del comunismo è quello che arriva dopo»? 
        Dopo quel breve silenzio, volevo salutarlo. Però lui mi disse: «Che fare? Dormono anche le Nazioni Unite!».
… «Dovrebbero invece essere svegliate».
«Da noi? Esseri insignificanti? I cui messaggi non vengono letti nemmeno dagli assessori locali, né in Ungheria né in Italia?».
«E’ vero, però i milioni di insignificanti occidentali che vorrebbero un cambiamento epocale e una solidarietà attiva con i poveri del mondo, con la partecipazione attiva delle persone le cui parole hanno ancora un significato, non sarebbero insignificanti…».
«Me li nomini, per favore!».
«Gorbaciov, papa Bergoglio, Chomsky … Tutti i Nobel per la pace, per la letteratura, per le scienze, artisti dal cuore aperto – per dare inizio a una conferenza continua,
 in primis sull’Africa e sulla necessità di fermare le guerre, poi sul fenomeno dell’impoverimento dei due terzi della Terra… Dialogando, naturalmente, de rerum natura, ad una tavola rotonda con gli ultimi del mondo». 
  Da quel momento, fino al nostro saluto, Ferenz incominciò a osservarmi con lo sguardo da psichiatra (anche se lui è ingegnere informatico) a me conosciuto dai tempi in cui lavoravo come mediatore linguistico negli ospedali e negli ambulatori friulani. E’ uno sguardo interessante, che silenziosamente manda il suo messaggio: «Può essere che tu sia normale. Però non sei tu a fare la diagnosi ma l’esperto che ti osserva e ascolta …». 
  No, non gli dissi che solo attraverso la “pazzia” del coraggio umano e dell’apertura al dialogo potrebbe essere cambiata la sostanza delle cause che fuori dal loro ambiente economico e culturale portano milioni di disperati.
Tutto ciò accadrà un giorno?  E se accadrà… sarà prima che sia troppo tardi anche per il nostro Euro Tunnel?
(*) ripreso dal numero 49 si «El Ghibli» – rivista di «Letteratura della migrazione»: settembre 2015, direttore responsabile Pap Khouma, editore Provincia di Bologna.

venerdì 10 luglio 2015

Principe del fuoco – Filip David

di Filip David conoscevo i film di cui era sceneggiatore (qui l’ultimo suo film che ho visto) e grazie a Božidar Stanišić (qui) ho scoperto che è un bravo scrittore.
ho trovato Principe del fuoco (di seconda mano, perché intanto la casa editrice Zandonai ha chiuso) e l’ho letto due volte, ma non basterà.
dentro ci sono tanti riferimenti che bisogna studiare molto per apprezzare la profondità delle parole, e però anche a un primo livello si riesce a godere di quelle storie, promesso - franz




Va male per i razionalisti, ancor peggio per i miscredenti. Appena si azzardano a sollevare dubbi sui poteri dei rabbi, o peggio si fanno beffe di preghiere e talismani, basta una mezza parola, o un’occhiata di fuoco e sono perduti. La loro vita si trasforma in un’inutile lotta contro la malasorte, mentre lui, il maestro offeso, li perseguita implacabile con la sua maledizione. Ne “Il principe del fuoco” di Filip David i mistici la fanno da padroni. Scrutano nell’abisso delle anime e nell’oscurità della materia, e sanno piegare gli elementi al loro volere. Rabbi itineranti, viandanti dal passato indecifrabile, per metà asceti e per metà maghi, i protagonisti di queste novelle stralunate non parlano volentieri. Preferiscono sedere in silenzio, accendersi vecchie pipe riempite con foglie secche di granturco, e meditare. Se però si lasciano andare ai ricordi, intessono lunghe storie affollate di demoni, spiriti della foresta, ebrei peccatori e angeli perdigiorno. David è autore serbo di origine ebraica, con un passato di militanza anti-Milosevic. La sua prosa non tradisce però nessun impegno politico. Anzi, il tono e le immagini sono volutamente antiquati, e riprendono le cadenze del racconto nero tra Ottocento e Novecento. Se non ha la genialità di Gustav Meyrink – il decano dell’esoterismo letterario mitteleuropeo – David ha però la cocciuta pazienza del trovarobe. Amuleti, notti senza luna, labirinti nelle viscere delle montagne e, naturalmente, un golem dallo sguardo velenoso, ogni risorsa è buona per spaventare a morte il lettore. Peccato che di tanto in tanto ci si imbatta in qualche strafalcione. Per esempio quando il rabbi di turno cerca di produrre un golem sulla base del Sefer Yetzirah. A detta di David, la citazione letterale dal libro, grande capolavoro della mistica giudaica d’età tardo antica, recita: “Ventisei suoni e lettere sono la base di tutte le cose”. Il mago del racconto la legge e la rilegge, e poi combina le lettere in sequenze misteriose, per dare vita a una zolla di terra. Il risultato non è un granchè: l’uomo di fango gli riesce sbilenco, e di modi davvero zotici. Imperizia dell’operatore magico? Probabilmente. Ma anche sbadataggine dello scrittore. Le lettere ebraiche, secondo il vero Sefer Yetzirah, e anche secondo qualsiasi grammatica, sono ventidue, e non ventisei. Con quattro lettere fuori posto, neanche un mago provetto avrebbe potuto far di meglio.
Giulio Busi - Il Sole 24 Ore

…Il fascino dei racconti dello scrittore serbo sta nella sua capacità di evocare altri libri famosi, altre lezioni di narrazione: dai classici del romanzo gotico al "Manoscritto trovato a Saragozza" di Jan Potocki; dalle tenebrose invenzioni di Edgar Allan Poe all'unico, visionario romanzo che il disegnatore Alfred Kubin volle intitolare "L'altra parte", alludendo al mondo che sta al di là della quotidianità; dal brulicare di invenzioni e misteri delle "Botteghe color cannella" di Bruno Schulz alle tenebrose ipotesi su un cosmo malvagio disseminate nel ciclo di Cthulhu da Howard Phillips Lovecraft. 
Si potrebbe continuare citando Franz Kafka o Jorge Luis Borges, o ancora Danilo Kiš, ma non servirebbe a niente. Perché, come fa notare lo scrittore Bozidar Stanisic nella sua bella postfazione "Un cinematografo senza schermo. L'intersezione dei mondi in Filip David", i racconti del "Principe del fuoco" sono sogni che si intersecano con gli orrori della realtà. Sogni che «governano la nostra anima e il nostro corpo» e sui quali l'uomo, come dice uno dei rabbini che compaiono in queste pagine, non ha nessun potere…

sabato 9 maggio 2015

La confessione come metodo - Borislav Pekić (con un saggio di Božidar Stanišić)

Agli scrittori di confessioni, diari, memorie e autobiografie - Borislav Pekić

Un uomo stermina la famiglia, sette in tutto. Poi ne scrive un libro. La famiglia la seppelliamo, il libro lo leggiamo. Se comunque, grazie all’analfabetismo o all’incomprensione del suo tempo, il libro non lo scrive, un giornalista o uno scrittore si troverà senz’altro. In queste circostanze rimaniamo sinceramente sbigottiti da una certa ingratitudine delle vittime nei confronti di colui che le ha fatte sprofondare nelle tenebre. In fondo, l’ombra della sua fama non cade forse in parte anche su di loro?
Giuda vendette Cristo, poi si pentì. Io scrivo un libro nel quale spiego la sua tragedia. Il crocifisso, tuttavia, fu Cristo.
Un deviatore della ferrovia si dimentica di azionare uno scambio – trenta vittime. Ma questo è un numero impersonale. In quella catastrofe l’unica personalità è di colui che ha commesso la dimenticanza. E tutto il nostro lavoro consiste nell’arrivare a capire il perché.
Alcuni ritenevano che Stalin fosse in torto. Per questo furono puniti. Altri ritenevano che avesse ragione, e poi scrissero delle memorie in cui ammettevano francamente di non aver avuto ragione. Per questo furono premiati. Inoltre, ma che diavolo, quella confessione è concepita così bene da farvi semplicemente vergognare di aver avuto ragione prima di loro.
Sapete, per caso, qualcosa della vedova uccisa da Raskol’nikov? Io non ne so nulla. Di Raskol’nikov so tutto, della vecchia niente. Ci sono note tutte le peculiarità, le abitudini di un certo Landru, ma conosciamo forse qualcosa sulle sue mogli? Credo che non siamo sicuri neppure del loro numero. Su Nerone ne sappiamo di più che su nostro padre, dei cristiani che gettava ai leoni sappiamo solo che erano in tanti.
Tradite il vostro miglior amico. Siete voi l’eroe di questa triste storia. L’amico è solo un pretesto. Se siete sagaci e seguite lo spirito dei tempi ci scriverete sopra una confessione. Poiché siete malvagi, diventerete anche famosi. (A che serve, alla fin fine, essere un farabutto in segreto?) Questo vi creerà nuovi amici con i quali sostituirete quello perso.
Potete ingannare, mentire, raggirare. Solo, quando troverete un po’ di tempo, spiegateci il vostro sistema, diteci se non avete forse avuto qualche problema di coscienza. È un bene averne. Non – si capisce – problemi tali da disturbarvi nelle vostre azioni indegne, ma il minimo necessario affinché queste non vi riescano proprio così facilmente. Questo doterà i vostri peccati di un’anima sulla quale, ve lo garantisco, piangeremo lacrime amare. E infatti, c’è qualcosa di più ingiusto delle circostanze che costringono un uomo a rendere infelici i suoi cari? Questi ultimi sono secondari. Loro non hanno un’anima. Loro sono qui solo per far emergere la vostra.
Potete anche commettere un po’ di omicidi, a condizione che, una volta messo ordine nelle vostre impressioni, ci descriviate per filo e per segno come lo avete fatto. Non sarà inutile che ci forniate anche qualche buona ragione. Ce ne sono a bizzeffe ovunque vi giriate e grazie a quelle motivazioni la vostra azione diventerà vitale.
Potete essere in preda a un errore di giudizio tale da condurre il vostro popolo alla rovina, ma basta che vi pentiate in tempo: dichiarate così, a cuore aperto, che avete sbagliato, ecco, è successo, confessatevi se possibile sotto forma di memoriali in diversi volumi, con allegata documentazione, raccontateci con parole scelte il modo in cui tutto ciò è accaduto (se ormai non possono leggervi le vittime della vostra svista, quella sarà una buona lettura per i loro figli). Poiché, infine, quello sbaglio infelice, che nella maggior parte dei casi non fa altro che mettere in luce il vostro idealismo, è la vostra personale tragedia. Siete voi quello che sta peggio, siete voi quello da commiserare. (E infatti è per voi che ci dispiace di più.) Inoltre siete così onesto, così sincero, così coraggioso. La vostra franchezza rappresenta una forza morale senza precedenti. Quasi quasi ci dispiace che non abbiate sbagliato di più, in modo tale che la vostra nobile sete di verità si potesse manifestare con forza ancora maggiore.
Potete essere un necrofilo, uno scassinatore, un fracassatore di teste, un assassino di anime, un delatore, un imbroglione, un omicida a contratto, un pappone, un tiranno, un traditore, un sadico, uno spacciatore, un ricattatore, un maniaco sessuale, in breve tutto ciò che vi aggrada e che meglio corrisponde alla vostra visione del mondo… solo, vi scongiuro, non dimenticate di metterlo un giorno su carta. Vi suggerisco di dichiarare quanto questo mondo infame sia stato spietato e corrotto nei vostri confronti, per cui non avete avuto altra scelta se non essere ancor più spietato e corrotto di lui, a seconda del tipo di malvagità che ci confessate.
In realtà, non prendete tutto ciò assolutamente alla lettera: siate malvagi, se proprio dovete, solo vi scongiuro, in nome di Dio, non costruite su questo né libri né dottrine.
E se proprio dovete confessarvi – eccovi le chiese!
[traduzione di Alice Parmeggiani]

Un Nobel mancato
Il ventennale della Fondazione “Borislav Pekić” di Belgrado, istituzione dedicata alla cura e alla pubblicazione dell’enorme eredità letteraria dello scrittore scomparso nel 1992, è un’occasione per ricordare uno dei maggiori narratori, saggisti, drammaturghi e sceneggiatori serbi e jugoslavi.
di Božidar Stanišić
1991,Belgrado. Borislav Pekic alle manifestazioni anti-Miloševic
L’opera oceanica dello scrittore serbo e jugoslavo Borislav Pekić (1930-1992), tra i fondatori del Partito Democratico nel 1990, rivela ancor oggi nuovi tesori, grazie all’opera della Fondazione di Belgrado a lui dedicata.
Il ventennale della Fondazione “Borislav Pekić” di Belgrado, istituzione dedicata alla cura e alla pubblicazione dell’enorme eredità letteraria dello scrittore scomparso nel 1992, è un’occasione per ricordare uno dei maggiori narratori, saggisti, drammaturghi e sceneggiatori serbi e jugoslavi.
Tempo fa, nella mia relazione a una conferenza sulle opere di Danilo Kiš, provando a spiegare il perché delle dediche contenute in «Una tomba per Boris Davidovič», nominai anche Borislav Pekić. A lui Kiš dedicò il capitolo «La scrofa che divora la propria prole», che tratta del destino di Gould Verskols, rivoluzionario irlandese che, dopo un tentativo di fuga dal lager stalinista di Karaganda, fu assassinato dai suoi persecutori in modo terribile. Qualcuno dei presenti mi chiese chi era Pekić. Risposi che serviva un’altra conferenza. Dire di Pekić «era uno scrittore» mi sembrava banale. Ripensai al ricordo che Pekić serbava dello stesso Kiš: «Negli ultimi momenti della sua vita, quelli visibili per i viventi, un amico fedele chiese a Danilo se c’era qualche cosa che gli facesse male. Sì, aveva risposto l’autore di Clessidra. Che cosa? La vita, rispose Danilo».
La vita e le opere
Ad eccezione di due romanzi («Come placare il vampiro», De Martinis, Messina, 1992 e «Il tempo dei miracoli», Fanucci, Roma, 2004, entrambi tradotti da Alice Parmeggiani) per i lettori italiani la sua vasta opera narrativa, saggistica e teatrale è ancora sconosciuta. L’opera omnia di Pekić, in realtà, è un oceano. Da quest’oceano emergono migliaia di pagine inedite. Questo è il compito più importante della Fondazione voluta dallo scrittore verso la fine della sua vita. In questi due decenni il compito è stato portato avanti innanzitutto dalla moglie Ljiljana.
Pekić (Podgorica, 1930 – Londra, 1992), quando era studente di liceo a Belgrado, nel 1948, venne privato dei diritti civili e condannato a quindici anni di carcere e lavori forzati in quanto membro della vietata Lega della gioventù democratica. Trascorse la condanna, che più tardi venne commutata a cinque anni, nelle prigioni di Niš e Sremska Mitrovica. Dopo gli studi di psicologia sperimentale a Belgrado, dal 1959 lavorò per il cinema. Ottenne il primo successo con la sceneggiatura del film «Il quattordicesimo giorno» (regia di Zdravko Velimirović). Dalla pubblicazione del suo primo romanzo, «Il tempo dei miracoli» (1965), Pekić si dedicò solo alla prosa, al teatro e al cinema. Con il secondo romanzo, «Il pellegrinaggio di Arsenije Njegovan» (1970) ottenne il “Premio NIN” dell’omonima rivista belgradese, il cui elenco dei premiati contiene i nomi dei romanzieri più importanti della letteratura jugoslava del secondo Novecento. Nello stesso anno chiese alle autorità di poter raggiungere la moglie Ljiljana e la figlia Aleksandra a Londra. In un primo momento gli sequestrarono il passaporto ma, un anno più tardi, gli consentirono di emigrare.
Durante gli anni dell’esilio Pekić scrisse molto: «L’ascesa e la caduta di Icaro Gubelkian» (1975); «Come placare il vampiro» (romanzo-resoconto sui totalitarismi, pubblicato solo perché giunse a Belgrado come testo di partecipazione a un concorso anonimo del 1977 dedicato a Danilo Kiš); la saga «La difesa e gli ultimi giorni» (1977); «Il vello d’oro» (sette volumi, 1978-1986) fantasmagoria romanzesca che racconta le infinite traversie della famiglia Njegovan.
Negli anni ottanta scrisse i romanzi fantascientifici «L’Atlantide» e «1999», e il romanzo fantastico «Rabbia», che diventò un best seller. Compose inoltre testi radiofonici per emittenti tedesche, spesso adattati da testi teatrali. Nella Jugoslavia dell’epoca, già colpita dalla crisi, le sue «Lettere dall’estero» giungevano come la voce della ragione e «Gli anni divorati dalle cavallette», una prosa autobiografica, fece luce sui tempi bui del dopoguerra. L’interesse del pubblico verso la sua opera fu risvegliato dal film «Il tempo dei miracoli» (1989) basato sul suo omonimo romanzo (regia di Goran Paskaljević, con Miki Manojlović).
Al ritorno a Belgrado, nel 1990, fondò il Partito democratico e la rivista «Democrazia» con un gruppo di intellettuali indipendenti.
Pekić nei ricordi
Una volta lo scrittore raccontò che la ragione della sua fuga da Belgrado erano le «kafane», nelle quali «la letteratura serba si ubriaca e muore», e il fatto che sua moglie Ljiljana, architetto, a Londra poteva guadagnare per tutti e due. «Ljiljana accettò la mia proposta credendo in una mia missione, e questo ancor oggi mi sembra incredibile» disse lo scrittore in un’intervista. E quella «missione incredibile» di Ljiljana Pekić si è prolungata dopo la scomparsa del marito. Pekić letteralmente risorge in ogni nuova pagina da lei redatta o ascoltata (lo scrittore non si staccava mai dal suo registratore).
«A Pekić mancava sempre tempo» disse una volta Ljiljana. «Di solito scriveva al mattino, guardava poco la televisione, leggeva e lavorava sempre contemporaneamente su più tavoli. A Londra avevamo un grande giardino e lui, quando la scrittura non funzionava, se ne stava lì, toglieva le erbacce, curava i fiori, ma sempre con il registratore appeso al collo. Quando la fine di un libro era vicina, lavorava come un pazzo. Si alzava alle cinque del mattino e andava a letto a mezzanotte. Penso che sognasse interi racconti, interi drammi. Mentre stava scrivendo “Il vello d’oro”, la sua opera capitale, leggeva i libri più assurdi e noiosi, annotandosi in fretta e furia tutti i dati che gli servivano. Potete immaginarlo mentre trascrive la legge finanziaria serba del 1820?».
Lo scrittore Filip David, ricordando l’amico, scrisse: «Come redattore del programma di drammi televisivi della TV di Belgrado, negli anni settanta andavo spesso a Londra. Bora Pekić non mi permetteva di alloggiare in albergo. Così ero ospite della sua cara e generosa famiglia… Appena arrivato, raccontavo a Pekić della vita a Belgrado, specialmente dei nostri amici comuni Kiš, Mirko Kovač, Glavurtić… Lui, semplicemente, non sapeva scendere sotto un certo livello professionale, altissimo. Tutto ciò che faceva si trasformava in oro letterario».
Anni fa un noto editore americano chiese a Pekić un romanzo. Doveva trattarsi di una tematica allora di moda, la catastrofe. Pekić scelse di scrivere di un’ipotetica epidemia di rabbia che scoppiava nell’aeroporto londinese di Heathrow. Gli mancava però la topografia dettagliata della struttura aeroportuale. Così si recò molte volte in aeroporto: disegnava, annotava. Non passò inosservato alle guardie di sicurezza. Spiegare i motivi delle sue visite non era un’impresa facile, ma Pekić ci riuscì e gli agenti gli regalarono addirittura una mappa dettagliata dell’aeroporto. Lo scrittore era felice come un bambino.
Il romanzo «La rabbia» non è mai stato pubblicato in America. L’editore rifiutò l’opera, perché il numero di pagine oltrepassava quello previsto. Pekić non faceva concessioni a nessuno.
(*) Entrambi questi testi sono stati pubblicati sulla rivista on line «Zibaldone».
da qui

lunedì 8 settembre 2014

L’empatia assente: da Lampedusa a Donietsk - Bozidar Stanisic

La notizia più fresca sull’immigrazione è l’accusa tedesca contro decine di tassisti che trasportavano gli immigrati senza documenti dall’Italia alla Germania. (I senza documenti sono clandestini anche per il giornalista de «Il Fatto quotidiano»).
La notizia meno fresca, neppur notizia, è che i cittadini europei, eccezioni escluse, vivono il rapporto con la gente in fuga senza empatia. Se ci fosse empatia, i Parlamenti degli Stati membri della Ue sarebbero assediati dai manifestanti contro le guerre in Siria, Libia, Iraq e Ucraina in cui i centri dei poteri occidentali non figurano né risultano innocenti.
E se in tanti manifestassero le guerre – chissà? – finirebbero con gli armistizi, poi attraverso conferenze di pace potrebbero trasformarsi in pace. Ma è più comodo armare le parti “simpatiche”, dare alla Nato e non alla diplomazia la posizione centrale. Così io, “cittadino d’Europa” prendo la mia birra serale e il sacchettino di popcorn e la mia droga serale visiva: quiz, scullettare delle ragazze, pubblicità e poi, sazio, vado a russare.
Ma loro fuggono e fuggiranno. Chiamati clandestini, considerati numeri. Fuggono per l’assurdo nel quale vivono, fuggono per non morire.
E’ vero: chi all’Europa arriva da “quelle parti” di solito è numero, l’ospite scomodo. E ancor più scomoda è la questione delle leggi internazionali da applicare. Diciamolo, con un grazie di cuore alla gente di Lampedusa che sa meglio di noi come si vive l’arrivo degli approdi.
L’onestissimo signor birra-serale-pop corn non riesce a immaginarsi nelle scarpe di chi, dalle coste del Mediterraneo (colpite dalle guerre interminabili) o dai deserti dell’Afghanistan arriva a bussare alle nostre porte. Non ci riesce perché non sa immaginare i bombardamenti e il suono delle armi?
Se fosse diverso, ci sarebbe un po’ di empatia anche per gli assediati di Donietsk, in Ucraina. Un milione di persone che soffre. E’ poco? Ma sono lontani. Sono là, dove una volta passò Mario Rigoni Stern, allora soldato italiano in ritirata dalla Russia e dalle mani delle donne venne nutrito e curato, malgrado fosse un nemico…