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mercoledì 8 luglio 2026

Riflessioni su un genocidio - Marino Badiale

1. Premessa: le condizioni di un genocidio

Questo scritto nasce dalla convinzione che il genocidio della popolazione palestinese della Striscia di Gaza, perpetrato dallo Stato di Israele nel biennio ottobre 2023-ottobre 2025, rappresenti uno snodo decisivo per la coscienza dell’umanità contemporanea, con particolare riguardo ai paesi occidentali. Questo evento cruciale può essere esaminato in riferimento a vari aspetti del mondo contemporaneo. Uno di essi è naturalmente quello della geopolitica, che esamina i rapporti di forza fra le diverse potenze in lotta nell’arena mondiale e le strategie che innervano le azioni dei vari attori, locali e globali, operanti sulla scena mediorientale. Su questi aspetti si è già scritto moltissimo, e non ho nulla da aggiungere rispetto a quanto elaborato dal composito ambiente culturale e politico che potremmo definire “anti-sistemico”. Questo significa che non parlerò delle cause economiche e geopolitiche degli eventi in questione, non perché non siano importanti ma perché do per acquisita un’interpretazione generale del conflitto israelo-palestinese nei termini dell’esigenza, per l’egemone USA, di conservare il controllo della cruciale area mediorientale e la conseguente necessità di appoggio illimitato all’alleato israeliano.

In questo intervento vorrei affrontare un tema diverso, cioè quello della temperie ideologico-culturale che ha reso possibile, almeno nei paesi occidentali, una sostanziale accettazione di ogni azione dello Stato di Israele. Le oligarchie politiche dei paesi occidentali hanno fattivamente appoggiato lo Stato di Israele, da molto tempo prima del genocidio e durante il suo svolgimento, salvo ovviamente qualche distinguo puramente verbale e ineffettuale. I popoli degli stessi paesi hanno mostrato, nei decenni, una sostanziale indifferenza verso gli avvenimenti mediorientali. Solo dopo un anno o più di massacri la mobilitazione filo-palestinese ha iniziato ad avere dimensioni ragguardevoli, e questa mobilitazione probabilmente ha rappresentato uno dei vettori di forza che hanno portato ad una tregua. Come era prevedibile, la tregua ha portato a un oscuramento della situazione palestinese, e quindi alla parziale smobilitazione del movimento filopalestinese, che ha perso il carattere di massa ed è tornato a essere l’impegno di piccole minoranze.

Mi sembra che queste vicende recenti confermino la sostanziale impunità di cui gode Israele ormai da decenni, e che il complesso degli eventi del conflitto in Palestina renda pressante gli interrogativi che questo intervento vuole affrontare: da dove arriva questa sostanziale impunità di Israele? Quali sono le sue “condizioni di possibilità”? E soprattutto, come si può superare questa situazione?

Se è chiara, come dicevo sopra, la generale esigenza strategica statunitense di controllo dell’area mediorientale tramite l’alleato israeliano, i problemi che mi pongo in questo scritto sono due: quello di comprendere le mediazioni attraverso le quali tale esigenza si traduce in costruzioni ideologiche diffuse che rendono accettabile, fra la popolazione dei paesi occidentali, la sostanziale impunità di Israele, e quello di iniziare una critica radicale di tali costruzioni ideologiche.

2. La religione dell’olocausto

La mia tesi è che una tale basilare costruzione ideologica, che permea da decenni lo “spirito del tempo” nei paesi occidentali, sia quella che potremmo chiamare “religione della vittima”, un atteggiamento spirituale che, rispetto al tema di cui stiamo parlando, diventa “religione dell’olocausto”. Uso il termine “religione” perché mi sembra che tali costruzioni ideologiche presentino tutte le caratteristiche di una fede religiosa secolarizzata. I principi cardine della “religione dell’olocausto” sono ben noti: in primo luogo, il genocidio ebraico è il Male Assoluto della storia umana, un evento di violenza assoluta, unica, imparagonabile a qualsiasi altra vicenda storica; in secondo luogo, di riflesso, il popolo ebraico che ha subito tale violenza è la Vittima Assoluta, e in quanto tale ha un “credito morale eterno” nei confronti del resto dell’umanità e in particolare del popolo tedesco, responsabile del nazismo che ha portato al genocidio. Questi principi delimitano i confini di ciò che in Occidente è “rispettabile” nel dibattito politico-culturale. Non rispettare tali confini espone all’accusa di “antisemitismo”, che è l’equivalente di una scomunica. I dogmi della religione dell’olocausto sono diventati, in vari paesi e in vari modi, obblighi di legge, per cui la scomunica di cui si diceva può comportare conseguenze legali. La religione dell’olocausto, oltre ai dogmi sopra enunciati, ha ovviamente una sua liturgia, usualmente denominata “politica della memoria”: film, romanzi, spettacoli televisivi, interventi nelle scuole, viaggi scolastici ad Auschwitz, sono tutte pratiche liturgiche il cui scopo è estendere e rafforzare la presa del dogma religioso sulla popolazione.

Questa nuova religione contemporanea copre i crimini di Israele in vari modi: in primo luogo, traccia una linea divisoria fra l’area sacra del Male Assoluto e l’area profana dei tanti mali della storia umana, ai quali appartengono anche le violenze di Israele, che quindi appaiono meno rilevanti e significative rispetto al Male Assoluto. In secondo luogo, qualsiasi opposizione alle violenze di Israele, in quanto violenze operate dalle Vittime del Male Assoluto, appare come un attacco a tali Vittime, ed è quindi imputabile di contiguità col Male Assoluto stesso. Vale a dire che qualsiasi critica allo Stato di Israele o all’ideologia sionista può essere accusata di contiguità con l’antisemitismo, e quindi può essere classificata come infetta dal Male Assoluto: in questo modo essa viene espulsa dall’area del discorso pubblico accettabile, ed eventualmente può essere legalmente repressa. In terzo luogo, è solo Israele, e la Diaspora che lo supporta, a decidere cosa è antisemitismo e cosa no. La religione dell’olocausto, cioè, ha come conseguenza che chi opera violenze e crimini decide se le critiche a tali violenze e crimini hanno diritto di esistenza nel discorso pubblico accettabile oppure no.

Si può osservare, infine, che è soprattutto la pretesa a un credito morale eterno, ad una assoluzione preventiva eterna, a costituire la premessa spirituale del genocidio. È importante sottolineare che non c’è nulla di specificamente ebraico in questo. Qualsiasi individuo e qualsiasi gruppo umano che godesse di una assoluzione preventiva eterna rispetto ai propri atti, finirebbe per compiere atti orribili.

3. Per una critica della religione dell’olocausto

Per combattere l’orrore del genocidio occorre allora combattere la religione dell’olocausto e la sua politica della memoria. Occorre respingere punto per punto la visione della storia che è sottesa alla religione dell’olocausto. Si tratta ovviamente di un compito immane, visto che la religione dell’olocausto è da decenni una componente essenziale dello “spirito del tempo”, almeno nei paesi occidentali. In questo scritto devo limitarmi ad indicare alcuni punti che mi sembrano essenziali.

1. Il nazismo è il colonialismo applicato all’Europa.

In primo luogo, per criticare la religione dell’olocausto occorre criticare la visione del nazismo in essa implicita, e sostituirla con un’altra, che si porterà dietro una “politica della memoria” completamente diversa. Nella visione ufficiale l’antisemitismo e il genocidio ebraico sono gli aspetti fondamentali del nazismo, che ne fanno qualcosa di unico e non paragonabile ad altri eventi storici. Occorre allora compiere l’azione “blasfema”, nei confronti della religione dell’olocausto, di negare questa visione diffusa. Non si tratta di inventarsi nuove teorie, ma di riprendere il filo (interrotto nella coscienza di massa) delle classiche interpretazioni marxiste del nazismo. Intendo cioè sostenere che per combattere la sacralizzazione di Israele occorre ricominciare a parlare di nazismo nei modi in cui ne hanno sempre parlato i marxisti: ovvero, in primo luogo, come un’impresa imperialistica e colonialistica, in quanto tale necessariamente razzista, omicida, sterminista. Il punto fondamentale, nel nazismo, non è l’antisemitismo, ma è l’unione di imperialismo e colonialismo. La differenza specifica del nazismo rispetto alle forme precedenti di imperialismo e colonialismo è stata chiarita da intellettuali non occidentali come Aimé Césaire: si tratta del fatto che col nazismo, per la prima volta, le pratiche imperialistiche e coloniali sono applicate ai popoli europei. Il nazismo è “colonialismo applicato all’Europa”, ed è questo il punto decisivo per comprenderne le dinamiche, non l’antisemitismo. La Seconda Guerra Mondiale non si combatte per decidere il destino degli ebrei, la Germania non invade la Polonia per uccidere gli ebrei, ma per crearsi un impero coloniale nell’Est europeo (polacco e russo), sterminando, cacciando o schiavizzando le popolazioni native (gli slavi, e certo anche gli ebrei). È all’interno di questo progetto imperialistico e coloniale che si attua il genocidio ebraico, conseguenza dell’antisemitismo nazista. Antisemitismo nazista e genocidio del popolo ebraico sono fatti storici, ma non sono i fatti decisivi per la comprensione del nazismo.

2.Tutte le vittime sono uguali.

Un altro aspetto da rifiutare, nella religione dell’olocausto, è la sua politica selettiva della memoria. Occorre mettere in primo piano il fatto che la violenza imperialistica della Germania nazista (e dei suoi alleati come Giappone e Italia) ha provocato decine di milioni di vittime: più di 20 milioni solo fra i cittadini dell’URSS. Altri milioni nel corso della lunga occupazione giapponese della Cina, morti sui quali in Occidente non ci si è mai soffermati molto. E anche parlando solo dei campi di concentramento, in essi sono morte tante altre persone, oltre agli ebrei: per esempio milioni di prigionieri di guerra sovietici. Fra tutte queste vittime, fra tutti questi milioni di morti, si è scelto per decenni di porre tutta la luce, tutta l’attenzione sui sei milioni di morti ebrei. La cosa poteva avere un senso esclusivamente se il genocidio ebraico fosse stato assunto a simbolo di tutta l’altra violenza, se dire “mai più” avesse significato “nessun popolo deve mai più subire nulla di simile” e non “gli ebrei non devono mai più subire nulla di simile”. È chiaro che le cose non sono andate così: invece di un rifiuto universalistico della violenza imperialistica e colonialistica che ha portato a violenze ed orrori culminati nel genocidio ebraico, si è avuta una gerarchizzazione selettiva della condizione di vittima, che è stata essenzialmente ristretta al popolo ebraico ed è stata assunta come condizione ereditaria, per poter essere usata a perpetua scusante di ogni crimine dello Stato di Israele, creando così le “condizioni di possibilità” del genocidio di Gaza. Rifiutare la “religione dell’olocausto” implica rifiutare tale politica selettiva della memoria e sostenere la costruzione di una politica universalistica della memoria.

4. Il sionismo: un’impresa coloniale

È ben noto che religione dell’olocausto è divenuta uno dei pilastri dell’ideologia sionista (nonostante quest’ultima nasca ben prima), perché la creazione dello Stato ebraico in Palestina appare come una forma di risarcimento per le Vittime Assolute, e quindi come una conseguenza inevitabile della sconfitta dell’antisemitismo nazista. Per criticare questo nesso, occorre utilizzare rigorosamente la caratterizzazione del nazismo come estrema e più radicale impresa imperialista e colonialista. È facile capire che ogni impresa coloniale comporta una qualche forma di razzismo nei confronti della popolazione nativa, perché dire che i nativi sono “non-completamente-umani” è il modo migliore per giustificare il fatto che gli si porta via la terra e li si rende servi, in un modo o nell’altro. Ma questo implica logicamente la possibilità della violenza, perché, una volta creata una categoria di esseri “non-completamente-umani”, nei loro confronti cadono i limiti che in ogni cultura tengono a bada la violenza contro gli umani.

Il nazismo rappresenta il culmine della vicenda coloniale europea, il momento in cui il colonialismo europeo diventa “autofagico”, si rivolge contro la stessa Europa. E la sconfitta del nazismo rappresenta la fine della legittimità degli imperi coloniali. Se questa caratterizzazione è corretta, l’eredità della lottta antinazista sta nelle lotte anticoloniali che si sono susseguite nel secondo dopoguerra, e che hanno portato alla fine degli imperi coloniali europei.

Ma la creazione di uno Stato ebraico in Palestina, fatta contro la volontà della popolazione nativa, e realizzata con il trasferimento di ebrei di vari paesi, è una impresa coloniale voluta dalle grandi potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale. Si tratta quindi non della rottura col passato imperialista e colonialista dell’Occidente, culminato nel nazismo, ma al contrario di una sua estrema filiazione. Lungi dall’essere espressione dei valori della lotta antinazista, la creazione dello stato di Israele è cioè in piena continuità con quel passato di violenza coloniale che trovò la sua più atroce espressione nel nazismo.

In quanto progetto coloniale il sionismo riproduce tutti gli aspetti disumanizzanti, nei confronti dei nativi, tipici di ogni forma di colonialismo. I crimini del sionismo sono conseguenze inevitabili del progetto sionista, che è quello di fondare uno Stato ebraico in una terra abitata da una popolazione che non è ebrea e non desidera far parte di uno Stato ebraico. In questa situazione, la realizzazione del progetto sionista implica necessariamente una delle seguenti azioni, o una loro combinazione:

1. La dittatura del popolo eletto, cioè l’accoglimento di una parte della popolazione nativa in posizione subordinata.

2. La pulizia etnica.

3. Il genocidio.

La concreta politica dello Stato di Israele è passata nei decenni dall’una all’altra di queste possibili azioni, iniziando con la pulizia etnica al tempo della creazione dello Stato, passando attraverso la dittatura militare imposta alle popolazioni dei territori occupati dopo la Guerra dei Sei Giorni e arrivando al genocidio con la recente guerra contro i civili di Gaza. A questo proposito occorre forse spendere qualche parola sul concetto di “dittatura militare”. È noto che uno dei punti fondamentali della propaganda filoisraeliana è la nozione di Israele come “unica democrazia del Medio Oriente”. Il punto è che si tratta di una “democrazia del popolo dei signori”, cioè di una democrazia non universalistica, che quindi non è una vera democrazia. Democrazia vorrebbe infatti dire “potere del popolo”, e nei tempi moderni questo significa che il popolo soggetto a un potere statale ha diritto di controllo sul potere stesso, innanzitutto tramite il voto. Ora, da poco meno di sessant’anni, i palestinesi dei territori occupati sono sottoposti a un potere che incide pesantemente sulle loro vite (per esempio, creando sempre nuove colonie israeliane) ma rispetto al quale essi non hanno nessun potere di controllo. I cittadini israeliani votano e, in linea di principio, potrebbero votare partiti decisi a fermare la creazione di colonie in Cisgiordania. I palestinesi della Cisgiordania non possono farlo. Perciò il potere israeliano nei loro confronti è un potere sul quale essi non hanno nessun controllo o contrappeso, è cioè un potere tirannico, dittatoriale. E non si tratta di una situazione contingente: l’occupazione israeliana dura da quasi sessant’anni, più della metà della vita dello Stato di Israele. Abbiano cioè a che fare con uno Stato che esiste da circa ottant’anni e che negli ultimi suoi sessant’anni di esistenza ha esercitato un potere dittatoriale su una popolazione che non ha nessun mezzo di difesa da esso, e in particolare nessun diritto di voto su di esso. Di fronte a queste considerazioni, la definizione di Israele come Stato democratico sembra non reggere. D’altra parte, questa situazione non è un fatto casuale, un imprevedibile effetto collaterale: esso è conseguenza logica del progetto sionista, che è quello, ripetiamolo, di fondare uno Stato ebraico in una terra abitata da una popolazione che non desidera far parte di tale Stato. L’occupazione militare di terre abitate dai palestinesi è allora necessaria, all’interno del progetto sionista, e quindi è necessaria la dittatura militare nei confronti delle popolazioni occupate. La caratterizzazione dello Stato di Israele come dittatura militare sui palestinesi è cioè intrinseca alla natura stessa del progetto sionista, almeno finché esisteranno palestinesi in Palestina.

5. Sionismo e antisemitismo

Come tutte le fedi fanatiche, anche la religione dell’olocausto copre le proprie contraddizioni accusando di malvagità coloro che la criticano. L’accusa ovvia è quella di antisemitismo. È allora interessante notare che il sionismo condivide alcuni assunti fondamentali con l’antisemitismo. Sostenendo che gli ebrei sono un popolo che deve costituire un proprio Stato etnico in Palestina, il sionismo implica che i cittadini ebrei di Francia, Germania, Inghilterra, Polonia ecc. non sono cittadini come tutti gli altri. La cosa appare del tutto evidente se si pensa che viene presentato come un fatto ovvio e naturale che, alla fine della Seconda Guerra Mondiale gli ebrei sopravvissuti si trasferiscano in Palestina. Questo è certo umanamente comprensibile: persone perseguitate, vittime di atroci violenze che sfuggono a un panorama di distruzione e cercano di rifarsi una vita. Cos’altro potevano fare? La risposta però è banale. Gli ebrei sfuggiti al genocidio potevano fare quello che alla fine della guerra hanno fatto tutti gli altri profughi e prigionieri (compresi molti ebrei come Primo Levi): tornarsene ai loro paesi, alle loro case. Il sionista può replicare che le case erano distrutte, e i paesi di cui gli ebrei erano cittadini, in molti casi li avevano perseguitati. E a questo si potrebbe rispondere che le case si ricostruiscono, e che milioni di uomini e donne in tutto il mondo avevano sofferto sacrifici fino alla morte per sconfiggere il nazismo e quindi anche il suo antisemitismo. Ma non si tratta qui di discutere su cosa fosse possibile fare in quel momento. Si tratta di capire il significato delle scelte allora compiute. Scegliendo di abbandonare i loro paesi di origine per la Palestina, i fondatori dello Stato di Israele in sostanza hanno espresso il messaggio che i cittadini ebrei italiani, polacchi, francesi eccetera sono diversi dagli altri cittadini italiani polacchi francesi eccetera.. Perché un italiano polacco francese eccetera, alla fine della guerra, ha l’unico pensiero di tornarsene al proprio paese, alla propria casa, e non gli passerebbe mai per la testa di andare a fondare un altro Stato da qualche altra parte. L’idea che una minoranza, in qualsiasi modo determinata, di cittadini, per esempio italiani, se ne vada dall’Italia per fondare un altro Stato sarebbe assurda, (e significherebbe solo che quegli italiani non si sentono più tali). A nessuno verrebbe in mente che sarebbe una buona idea se i marchigiani andassero a fondare uno Stato marchigiano in Patagonia o in Scozia. O che gli italiani omosessuali andassero a fondare uno Stato per omosessuali in Paraguay. E si noti che nel caso degli omosessuali vi sono evidenti analogie con gli ebrei: anche gli omosessuali hanno subito una persecuzione secolare che è culminata con l’internamento nei lager nazisti. Il punto fondamentale del mio argomento è che la tesi sionista sulla fondazione di uno Stato ebraico nel quale radunare gli ebrei del mondo equivale all’affermazione che gli ebrei italiani polacchi francesi eccetera sono cittadini diversi dagli altri (dagli altri italiani polacchi francesi che non si sognerebbero di fondare altri Stati altrove). Ma questa è esattamente la tesi dell’antisemitismo, che infatti non vuole necessariamente lo sterminio degli ebrei, ma vuole in ogni caso separare, in un modo o nell’altro, i cittadini ebrei dagli altri cittadini (italiani polacchi francesi eccetera), appunto per la diversità dei primi. Il sionismo e l’antisemitismo concordano nel ritenere che gli ebrei non siano “veramente” italiani polacchi francesi eccetera. Il sionismo riprende le fondamentali tesi antisemite.

6. Autorità della vittima?

Abbiamo accennato, all’inizio, al fatto che la “religione dell’Olocausto” è un caso particolare di quella che potremmo chiamare “religione della vittima”, una complessa costruzione culturale che oggi costituisce una struttura di fondo dello “spirito del tempo”, almeno nei paesi occidentali. Questo articolo vorrebbe essere, fra l’altro, un invito alla critica di tale complesso culturale per favorirne il superamento. Naturalmente, qui possiamo discuterne solo alcuni elementi. Uno di essi è l’assunzione a guide morali sacre, quindi non criticabili, di persone che hanno subito violenza in un modo o nell’altro. Anche su questo occorre, io credo, assumere una posizione radicalmente “atea”, che rifiuti tale sacralità e sviluppi un discorso che apparirà necessariamente blasfemo alle orecchie della maggioranza della popolazione, che ha assorbito la “religione delle vittime”. Il punto di partenza potrebbe essere la seguente frase, attribuita a Sartre (non ho un riferimento preciso): “non importa ciò che ti hanno fatto, ma ciò che tu fai con quello che ti hanno fatto” . L’essere vittima è un fatto assolutamente casuale, che non ha nessun legame con ciò che è o ciò che fa o ha fatto la vittima. È proprio questa assoluta casualità ciò che colpisce nelle vicende delle vittime del genocidio nazista o di altri eventi simili. Ciò significa che l’essere vittima non dice nulla su ciò che è la persona, sulle sue qualità o sui suoi difetti. Ma l’autorità, morale o intellettuale, di una persona dovrebbe dipendere da ciò che tale persona è sul piano morale o intellettuale, e da come essa manifesta questo suo essere, non dal fatto che le siano capitate delle disgrazie o che abbia subito violenze. E se ha subito violenze, è solo il modo in cui elabora quello che ha subito a determinare il suo valore morale o intellettuale. Di conseguenza, aver subito la violenza nazista di per sé non dà nessuna autorità intellettuale per parlare del nazismo, se non come testimone. Naturalmente, le testimonianze sono importati, e gli storici le usano, ma poi le elaborano all’interno di un percorso intellettuale di comprensione teorica. L’esperienza, da sola, non dice nulla. I soldati sopravvissuti a una guerra hanno esperienza della guerra stessa, ma quanti hanno realmente compreso le dinamiche profonde di quello che hanno vissuto? Solo quei pochi che hanno studiato e approfondito e riflettuto a lungo. Questo per quanto riguarda il piano dell’autorità intellettuale, dell’autorità cioè nella comprensione storica e filosofica degli eventi. Per quanto riguarda il piano dell’autorità morale, il principio è analogo: il giudizio morale su una persona lo si dà in base a ciò che quella persona fa o dice, cioè a quanto dipende da lei, non al fatto di aver subito violenza, che è qualcosa che non dipende dalla persona stessa. Se una vittima del nazismo esprime posizioni che in ultima analisi fungono da supporto al genocidio perpetrato a Gaza, tale persona, ai miei occhi, non ha nessuna autorità morale, esattamente come chi esprime le stesse posizioni senza aver subito violenza. Ognuno è quello fa, non quello che ha subito.

7. Non siamo migliori dei tedeschi

Esaminiamo adesso, per concludere, un altro dei dogmi della religione dell’Olocausto: quello della colpa inestinguibile dei popoli europei, e in particolare dei tedeschi. L’evento del genocidio ebraico, questa incursione del Male Assoluto entro la storia umana, lascia per sempre infetti i popoli che ne sono stati portatori, condannandoli ad un’eternità di espiazione, che si traduce nell’appoggio acritico a qualsiasi politica dello Stato di Israele. In questo modo la religione dell’Olocausto costruisce una netta separazione fra i popoli europei di allora, affetti dal Male Assoluto (i “volonterosi carnefici di Hitler”) e i devoti popoli europei di oggi, genuflessi di fronte alle Sacre Vittime dell’Olocausto (i “volonterosi carnefici del sionismo”, si potrebbe dire).

Ma la critica alla religione dell’olocausto va portata anche su questo punto. La prima considerazione da fare riprende la tesi esposta all’inizio, che vede il nazismo come estrema manifestazione di imperialismo e colonialismo. Di conseguenza, ammesso che abbia senso parlare di una responsabilità collettiva (e di questo bisognerebbe discutere, ma farlo adesso comporterebbe una diversione), essa non è tanto dei tedeschi, ma dell’intero Occidente, per le sue pratiche imperialiste e colonialiste che attraversano l’intera epoca moderna, accentuandosi nel corso dell’Ottocento. Ma anche restringendo il campo visuale al genocidio ebraico attuato dal nazismo, mi sembra necessario dire qui una sgradevole verità: noi occidentali contemporanei, devoti fedeli di ogni forma di religione delle vittime, non siamo migliori dei tedeschi contemporanei del genocidio ebraico. Abbiamo assistito a un genocidio facendo poco o nulla, cosa che è stata sempre rimproverata al popolo tedesco. Ma loro, i tedeschi degli anni dal ‘42 al ‘45, nel momento di concreta attuazione del genocidio, avevano, rispetto a noi, molti più ostacoli nel “fare qualcosa”. I punti essenziali a questo proposito sono due: in primo luogo, essi sapevano poco o nulla sulla realtà dei lager e del genocidio. Certo, sapevano per il regime era antisemita e chi era a contatto con cittadini ebrei sapeva che gli ebrei tedeschi sparivano (ovviamente il tedesco medio non sapeva nulla di quanto accadeva agli ebrei polacchi o sovietici). Ma rispetto a quello che accadeva agli ebrei deportati, il regime non faceva certo pubblicità. In Germania le notizie erano controllate da un regime dittatoriale che rendeva rischiosa la semplice ricerca dei fatti. Paragoniamo questa situazione con quella di noi occidentali rispetto alla quantità strabordante di informazioni che abbiamo ricevuto sulle stragi e le distruzioni a Gaza. È evidente che non c’è paragone possibile. Noi tutti in Occidente sappiamo, o abbiamo possibilità di sapere con estrema facilità, enormemente di più sul genocidio a Gaza di quanto potesse sapere il tedesco medio sul genocidio ebraico negli anni in cui questo si svolgeva.

Il secondo punto essenziale riguarda il fatto che, oltre a sapere, abbiamo possibilità di intervenire, di manifestare, di protestare, molto maggiori rispetto ai tedeschi sotto il nazismo. E infatti, quando, dopo due anni di genocidio, abbiamo cominciato a farlo, qualche effetto c’è stato. Nessun paese occidentale è una dittatura paragonabile a quella nazista, almeno finora. Certo ci sono da decenni spinte a ridurre gli spazi di libera espressione del pensiero, ed esse si sono fatte più forti proprio in risposta alle proteste per Gaza, come si è visto soprattutto in Germania e nel Regno Unito. Ma rimane comunque uno spazio per protestare, che assolutamente non esisteva nella Germania nazista.

Tutto questo ci dice che gli abitanti dei paesi occidentali, paesi i cui dirigenti politici hanno attivamente sostenuto il genocidio, sono enormemente più responsabili, verso questo genocidio, di quanto fossero i tedeschi all’epoca del genocidio ebraico.

Ma tutto questo è normale: l’essere umano medio non è un eroe, e in condizioni di crisi pensa prima di tutto a mettere al sicuro sé stesso e le persone care. Questo hanno fatto i tedeschi sotto il nazismo. Certo non sono stati eroi: nello loro larga maggioranza, non hanno messo a rischio sé stessi per proteggere gli ebrei. Ma questo è esattamente quanto si può dire dei popoli dei paesi occidentali rispetto al genocidio di Gaza: non siamo stati eroi, non siamo migliori dei tedeschi di quegli anni.

Queste considerazioni hanno una importante conseguenza: i tedeschi devono porre termine alla loro penitenza infinita. In primo luogo, i tedeschi di quegli anni hanno fatto quello che abbiamo fatto tutti, per quasi due anni, rispetto al genocidio di Gaza. In secondo luogo, se c’è una colpa, questa è dei contemporanei alla violenza verso le vittime della violenza. Non dei discendenti dei contemporanei verso i discendenti delle vittime. Nessun essere umano nato dopo il 1945 ha nessun debito nei confronti delle vittime ebraiche del genocidio, tanto meno nei confronti dei loro discendenti. I tedeschi hanno un solo obbligo morale, ed è lo stesso che abbiamo tutti noi esseri umani: essere testimoni di verità e giustizia. E la verità è che oggi c’è un popolo martirizzato, ed è il popolo palestinese, e c’è un carnefice, ed è lo Stato di Israele. E giustizia chiede che la vittima sia protetta e il carnefice contrastato. La vittima di oggi, il carnefice di oggi. Non quelli di ottant’anni fa.

da qui

domenica 7 aprile 2024

Un senso precipite d'abisso - Marino Badiale

  (lettere al futuro 9) 

 

Il messaggero giunse trafelato/ disse che ormai correva/ solo per abitudine/ il rotolo non aveva più sigilli/ anzi non c’era rotolo, messaggio,/ non più portare decrittare leggere/ scomparse le parole/ l’unica notizia essendo/ visibile nell’aria/ scritta su pietre pubbliche/ in acqua palese ad alghe e pesci./ Tutto apparve concorde con un giro/ centripeto di vortice/ un senso precipite d’abisso.

 

(B.Cattafi, La notizia)

   

1. Introduzione: un mondo condannato

L’attuale civiltà planetaria si sta avviando all’autodistruzione, a un collasso generalizzato che porterà violenze e orrori. Una organizzazione economica e sociale che ha come essenza della propria logica di azione il superamento di ogni limite è ormai arrivata a scontrarsi con i limiti fisici ed ecologici del pianeta. Non potendo arrestarsi, essa devasterà l’intero assetto ecologico del pianeta prima di collassare. Il fatto che questo sia il percorso sul quale è avviata la società globalizzata contemporanea emerge con chiarezza da molte ricerche, interessanti in sé e anche perché svolte da studiosi di formazione scientifica (nel senso delle scienze “dure”) e lontani da impostazioni teoriche legate al marxismo o in generale all’anticapitalismo. Uno dei centri di ricerca di questo tipo è lo Stockholm Resilience Center dell’Università di Stoccolma [1]. Al suo interno viene sviluppata da anni la ricerca relativa ai “limiti planetari” che la società umana non deve superare per non rischiare la devastazione degli ecosistemi planetari e quindi, in ultima analisi, l’autodistruzione. Gli studiosi del Resilience Center hanno individuato nove di questi limiti (fra i quali, ad esempio, la perdita di biodiversità, il cambiamento climatico, l’acidificazione degli oceani). Nelle prime versioni di tali studi [2] questi limiti non erano tutti quantificati in termini di un parametro oggettivo, mentre recentemente questo obbiettivo è stato raggiunto [3]. La buona notizia è allora che oggi è possibile misurare tali parametri e avere un’indicazione oggettiva sul superamento dei limiti planetari individuati dagli studiosi. La cattiva notizia è che sei su nove di questi limiti sono stati superati, vale a dire che la società umana contemporanea si sta muovendo in una zona altamente pericolosa.

Ulteriori interessanti considerazioni si possono trovare in un recente libro di Vaclav Smil [4]. L’autore mostra con molta chiarezza mostra come le basi concrete, materiali, della nostra attuale civiltà consistano in una massiccia produzione di alcuni materiali fondamentali: acciaio, cemento, ammoniaca (per i fertilizzanti), plastica. Senza questa produzione massiccia, che richiede enormi quantità di energia, non è pensabile poter fornire cibo, riparo, indumenti agli otto miliardi di esseri umani attualmente viventi (e in procinto di diventare nove o dieci); non è possibile, possiamo aggiungere, se intendiamo mantenere l’attuale organizzazione economica e sociale. Ma questa produzione massiccia e crescente è esattamente l’origine materiale di quel superamento dei limiti planetari del quale si è sopra parlato, e quindi dell’attuale crisi generalizzata degli ecosistemi terrestri. Ulrike Herrmann [5] e Andrea Fantini [6], d’altra parte, mostrano come non ci si possa aspettare una miracolosa soluzione tecnologica che ci permetta di continuare il “business as usual”, magari con qualche piccola correzione, come l’uso dell’auto elettrica al posto di quella tradizionale. Ad esempio, nota Herrmann, le fonti di energia rinnovabile (eolico, solare) hanno problemi di intermittenza, ben noti, che al momento non sappiamo come superare, e che rendono impossibile pensare che l’attuale struttura economica e sociale possa basarsi sul loro uso esclusivo. Un’altro problema significativo sta nel fatto che l’energia solare arriva sulla Terra con una intensità molto bassa. Per farne la base dell’attuale struttura industriale ed economica “avremmo bisogno di trasformare completamente i nostri attuali sistemi di cattura e stoccaggio dell’energia, creando una massiccia infrastruttura (di pannelli solari, turbine eoliche, impianti bioenergetici, turbine mareomotrici e, soprattutto, tecnologie per immagazzinare quell’energia, come le batterie) basata su risorse materiali che, a differenza della luce solare, non sono rinnovabili. Un’economia basata sul solare può contare solo sui materiali esistenti e dunque, a lungo termine, la sua crescita sarà limitata”[7].

Questi sono solo alcuni esempi dei problemi che sorgono se si vuole pensare una crescita economica indefinita nel rispetto dei vincoli posti dalla necessità di preservare gli ecosistemi terrestri. Ma questo vuol dire semplicemente che l’ecosistema planetario, che è l’ambiente nel quale la civiltà umana può esistere, non è in grado di reggere la crescita economica tipica del capitalismo, crescita che non può ammettere limiti. Di conseguenza, l’ecosistema planetario è sul punto di crollare, e le misure necessarie non possono essere ulteriormente dilazionate. Per fare l’esempio del cambiamento climatico (che è solo uno degli aspetti dell’incipiente crollo ecosistemico), alcuni obiettivi di riduzione delle emissioni dovrebbero essere raggiunti già entro il 2030, e al momento gli impegni assunti dai vari paesi non sono sufficienti. Come ricorda il rapporto UNEP 2022 dedicato a questi problemi (che si intitola significativamente “The closing window”) “si calcola che le politiche attualmente in essere, senza azioni ulteriori, porteranno ad un riscaldamento globale di 2,8 gradi nel ventunesimo secolo” [8].

Date queste premesse, che ci dicono in sostanza che la crescita illimitata del capitalismo porta al collasso degli ecosistemi terrestri e quindi all’autodistruzione della civiltà umana, la risposta, almeno sul piano teorico, sembra facile: è necessaria una rivoluzione che abbatta l’attuale organizzazione sociale ed economica capitalistica e al suo posto costruisca una società che rinunci alla crescita infinita, al superamento di ogni limite, e sappia comunque assicurare a tutti gli esseri umani una vita dignitosa; e per poterlo fare, dovrà essere una società molto più egualitaria dell’attuale. È questa la risposta che viene data, in un modo o nell’altro, da parte delle varie correnti di pensiero che, in tutto il mondo, si richiamano a una qualche versione di “ecomarxismo”. Si tratta di correnti di pensiero di grande valore: a mio parere, si può anzi affermare che esse producono alcune fra le più valide elaborazioni teoriche della cultura contemporanea [9]. Se si approfondisce l’abbondante letteratura che possiamo far rientrare nella categoria dell’ecomarxismo contemporaneo, emergono però con chiarezza alcuni problemi, che nel complesso privano queste acute analisi teoriche di efficacia politica. Un elenco approssimativo di tali problemi potrebbe essere il seguente: in primo luogo, non è affatto chiaro come possa essere concretamente organizzata una società non capitalista, equa, sicura, entro i limiti di sostenibilità degli ecosistemi terrestri. In secondo luogo, non è chiaro quali possano essere le forze sociali su cui basarsi per indirizzare l’attuale civiltà planetaria verso un superamento ecosocialista del capitalismo. In terzo luogo, le riflessioni ecomarxiste sono sempre piuttosto vaghe e generiche quando si viene al tema del “che fare?”, cioè alla proposta di un percorso politico concreto che, partendo dalla situazione attuale, riesca realmente a incidere sulla dinamica sociale. È abbastanza evidente che questi problemi, che ho appena elencato come se fossero punti distinti, sono in realtà strettamente collegati fra loro, sono sfaccettature diverse dello stesso problema: così, la mancanza di un’idea di società futura implica la difficoltà di pensare un percorso politico concreto, e questo comporta l’impossibilità di coinvolgere forze sociali significative, che possono aderire a un progetto politico solo se questo esiste. D’altra parte, è proprio la mancanza di un impegno da parte di grandi forze sociali che impedisce la creazione di immagini della società futura e di progetti politici concreti.

È chiaro che continuare la discussione sul piano di questi diversi fattori e delle loro interazioni ci porterebbe a restare imprigionati in un circolo di rimandi nel quale A causa B che causa C che a sua volta però causa A, e così via. Per uscire da questo circolo, e arrivare una comprensione unitaria della situazione fin qui descritta, ritengo sia necessario tentare la strada di un’ipotesi unitaria in base alla quale comprendere i vari fenomeni. Per arrivare a questo, mi sembra utile focalizzare quel carattere dell’odierna realtà sociale al quale abbiamo già accennato, cioè la sua “illimitatezza”, intesa come superamento di ogni limite. Questo aspetto, che è in contrasto con ogni forma di cultura umana precedente il capitalismo (anche con la cultura occidentale premoderna, fra l’altro) è chiaramente legata alla natura del rapporto sociale capitalistico. Il capitalismo è accumulo incessante di profitto, senza fine e senza fini; nella sua incessante ricerca di sempre nuove occasioni di profitto deve necessariamente superare ogni limite, naturale o sociale, che si trovi davanti. È proprio in questa “illimitatezza” che si trova la radice della crisi ambientale contemporanea, e questo punto è ben messo in luce dalla letteratura ecomarxista cui facevamo riferimento poc’anzi.

L’ipotesi che propongo è allora la seguente: questo rifiuto di ogni limite è stato assorbito e fatto proprio dall’umanità contemporanea.

Questa ipotesi, fondamentale per il resto della mia argomentazione, è a sua volta la specificazione di una tesi generale dovuta al compianto Massimo Bontempelli: si tratta della tesi della sussunzione della personalità umana sotto il capitalismo, nell’attuale fase storica [10]. La tesi di Bontempelli è cioè che il capitalismo nella fase attuale arriva a plasmare la personalità secondo la propria logica, in modo che, anche quando cercano di contrapporsi all’esistente, gli oppositori ne condividono la logica profonda:

“Così il sistema socioeconomico vigente ha avuto il suo funzionamento sempre più assicurato dagli automatismi comportamentali di massa, paradossalmente proprio da quando le sue contraddizioni lo hanno reso più vulnerabile, e da quando ha pienamente mostrato di non poter funzionare se non trascinando il genere umano nel baratro del disfacimento sociale e del collasso ambientale (…). I suoi oppositori per lo più non sanno comprendere la plasmazione capitalistica della loro personalità, e non ne sanno quindi correggere le determinazioni immediate.”[11].

La tesi che propongo è quindi che una forma di manifestazione della “plasmazione capitalistica della personalità”, teorizzata da Bontempelli, è l’assunzione generalizzata, da parte dell’umanità contemporanea, di quel rifiuto dei limiti che è intrinseco alla logica capitalistica di crescita illimitata. Un aspetto concreto e molto evidente di questo rifiuto del limite è il consumismo, che è ormai diventato un dato praticamente universale dell’umanità contemporanea, naturalmente in forme diverse nelle varie situazioni: nei ceti superiori è consumo di merci di lusso, nei ceti inferiori consumo di merci povere, nei paesi poveri è aspirazione al modello di vita occidentale e, appunto, ai suoi consumi. Il problema allora sta nel fatto che uscire dal capitalismo e cercare una forma sociale non distruttiva degli ecosistemi significa, fra molte altre cose, anche reintrodurre dei limiti. Ma questo, data l’attuale organizzazione della società, comporta cambiamenti radicali in ogni aspetto dell’organizzazione sociale e di conseguenza in ogni aspetto della vita quotidiana. Per di più, nessuno è in grado prevedere in maniera precisa quali potrebbero essere tali cambiamenti. Fuoriuscire dal capitalismo e costruire una società alternativa, e tutto questo in una situazione di crisi ecologica ormai attiva, è un’impresa talmente gigantesca che rende impensabile l’idea di poter preventivare quale sarà la realtà complessiva che potrebbe risultarne. In sostanza, l’impresa che l’umanità dovrebbe tentare si configura in primo luogo come la rinuncia ad una organizzazione della vita basata sui consumi, che per molti è diventata, in forma implicita o esplicita, l’unico modo di concepire una vita umana decente; in secondo luogo, come l’assunzione del rischio di muoversi in una direzione della quale non si sa esattamente dire dove porti. La situazione fin qui descritta presenta naturalmente aspetti diversi per i ceti dominanti e per quelli subalterni, ma la conclusione è in ambo i casi la stessa: nessuno vuole realmente questo tipo di radicale cambiamento. È per questo che mancano le forze sociali che potrebbero essere la base su cui costruire un movimento storico di superamento del capitalismo. È dunque facile prevedere che l’attuale sistema sociale, ormai esteso all’intero pianeta, proseguirà la sua spirale distruttiva e autodistruttiva fino al collasso sociale generalizzato.

Cerchiamo adesso di esaminare le diverse modalità con le quali questa dinamica di fondo si manifesta nelle diverse situazioni. Cercheremo di mostrare, con qualche argomento in più rispetto a quanto fin qui detto, perché non ci si può aspettare che qualche significativo strato sociale prenda in carico il compito della trasformazione necessaria a salvare la civiltà umana. Discuteremo separatamente ceti dominanti e ceti subalterni, nelle due sezioni seguenti. Faremo poi qualche rapida osservazione su altri aspetti della situazione attuale (passaggio al mondo multipolare, impotenza del radicalismo accademico) e chiuderemo con qualche parola sulla situazione italiana.

 

 

2. I ceti dominanti

In questa sezione riprendo alcuni degli argomenti già esposti in interventi precedenti [12]. Il dato di fondo è comprendere che i ceti dominanti, in tutto il mondo, sono immersi in dure lotte di potere. Per schematizzare, ogni gruppo dominante nazionale, oltre a essere attraversato da divisioni interne, deve da una parte riuscire a controllare i ceti subalterni del proprio paese, dall’altra scontrarsi, in molte forme diverse, fra cui quella militare, con i gruppi dirigenti degli altri paesi. Iniziamo esaminando il secondo punto, cioè il tema dello scontro con i ceti dominanti degli altri paesi, che si traduce naturalmente in scontro fra Stati o fra alleanze di Stati. Dopo due anni di guerra in Ucraina, credo non ci sia bisogno di insistere sull’importanza di questo tipo di dinamiche. Il punto teorico da comprendere qui è in fondo semplice: negli scontri, militari o no, in cui sono immersi i ceti dominanti, ciò che conta è la forza di cui si dispone, nelle sue varie dimensioni, fra cui quella militare. Ma il carattere illimitato del capitalismo e della sua crescita assicura, a chi lo cavalca, una crescita continua di forza (militare ed economica, e politica come conseguenza). È allora evidente che nessuna frazione statale dei ceti dominanti può neppure pensare a superare il capitalismo e costruire una organizzazione sociale che rispetti i limiti ecosistemici: farlo sarebbe un suicidio, perché significherebbe limitare il proprio potere di fronte agli avversari. Significherebbe avere meno carri armati, missili e aerei, e averli meno efficienti. Significherebbe essere sconfitti e spazzati via, negli scontri già in atto e in quelli che si preparano. I ceti dominanti non possono rinunciare alla crescita capitalistica. Non possono pensare a ciò che succederà alle generazioni future, perché il loro orizzonte è ristretto al breve periodo. E questo non dipende da limiti individuali (certo presenti), ma è una necessità logica: se negli scontri in atto oggi tu corri il rischio di essere spazzato via, non puoi pensare al futuro ma devi concentrarti sulla vittoria, perché la sconfitta implica che tutti i tuoi progetti sul futuro scompaiono assieme a te. È facile rendersi conto di questi fatti, nell’essenza piuttosto ovvi: nella guerra in corso, Ucraina e Russia usano tutti i mezzi a loro disposizione, e i loro alleati li riforniscono di tali mezzi, senza che nessuno, in tutto questo, si preoccupi di salvaguardia dell’ambiente o di emissioni di gas serra. Non se ne preoccupano nemmeno quei ceti dirigenti dell’Unione Europea che nei giorni pari parlano con molta serietà di riduzione delle emissioni, e nei giorni dispari di aumento della produzione di armi. Naturalmente, l’attuale guerra prima o poi finirà, ma non finiranno le tensioni e gli scontri, piccoli o grandi, e quindi non finirà la necessità, per i ceti dirigenti, di ottenere il potere che solo la crescita illimitata del capitalismo può dare.

Per quanto riguarda i problemi interni a ciascun paese, cioè lo scontro, attuale o potenziale, di ciascuna frazione nazionale dei ceti dominanti con i propri ceti subalterni, il ragionamento si sovrappone largamente a quello appena svolto: i ceti dominanti sono impegnati in aspre lotte interne per il potere, sia sul piano politico sia su quello economico, e non possono permettersi scelte politiche che effettivamente incidano sullo sviluppo illimitato della logica capitalistica, perché questo si tradurrebbe in una perdita di competitività (in un senso ampio, non solo economico, della parola) e in sostanza in una sconfitta e in una perdita della propria posizione dominante.

Per queste ragioni, non è dunque sensato immaginare che una svolta verso una società che accetti di vivere entro i limiti ecosistemici possa venire dai ceti dominanti dell’attuale società capitalistica globalizzata.

 

 

3. I ceti subalterni

I ceti subalterni sono quelli che maggiormente soffriranno del collasso prossimo venturo, e di conseguenza sono quelli che maggiormente dovrebbero sentire la necessità di attivarsi per evitarlo. È abbastanza evidente che non è quello che sta succedendo. Esistono certamente, in tutto il mondo, forme di resistenza e di lotta contro il degrado mortifero degli ecosistemi, generato dal capitalismo, e tali lotte talvolta possono persino ottenere qualche successo. È però evidente che quello che manca è la capacità di trasformare queste meritorie lotte in difesa del “locale” in capacità politica di contrastare il carattere distruttivo “globale” del capitalismo. Talvolta possono persino nascere, nei ceti subalterni, momenti di protesta quando misure penalizzanti nei loro confronti vengono giustificate con motivazioni di tipo ecologico: l’esempio più noto è quello della massiccia mobilitazione dei “gilets jaunes” francesi. In questo atteggiamento di rifiuto, da parte dei ceti subalterni dei paesi occidentali, vi è un elemento di verità: il fatto cioè che le politiche ecologiche dei ceti dominanti occidentali si configurano molto spesso come uno scaricare i costi della transizione sui ceti subalterni, preservando una situazione di profonda e ripugnante disuguaglianza. È chiaro che, per rendere accettabili le politiche di restaurazione dei limiti, che sono necessarie per preservare il funzionamento degli ecosistemi, bisognerebbe per prima cosa incidere sulle disuguaglianze sociali: bisognerebbe cioè, per essere espliciti, che a pagare per la transizione ecologica fossero, per primi e per la maggior parte, proprio i ceti superiori delle società occidentali. Di nuovo, è abbastanza evidente che i ceti dominanti non hanno nessuna intenzione di procedere in questa direzione. Potrebbe cambiare questa situazione? Dopotutto la storia del secondo dopoguerra mostra come sia stato possibile, per i ceti dominanti dei paesi occidentali, proporre ai ceti subalterni un compromesso avanzato, che non metteva in questione il loro dominio ma faceva ampie concessioni ai bisogni delle classi inferiori. Si potrebbe pensare che un nuovo compromesso di questo tipo dovrebbe essere possibile, di fronte all’evidenza sempre più angosciante del crollo degli ecosistemi terrestri. Purtroppo, sembra che questa sia una speranza non ben fondata. I “trent’anni dorati” del compromesso socialdemocratico del secondo dopoguerra hanno potuto basarsi su alcuni dati di realtà che oggi appaiono scomparsi e non più ripetibili. Senza tentare qui un’analisi dettagliata, mi concentro su due punti: in primo luogo si era in presenza, in quegli anni, di una crescita economica vigorosa che forniva la ricchezza necessaria per dare una base materiale al compromesso; in secondo luogo i paesi europei e il Giappone, dovendo recuperare vigore economico dopo il trauma della guerra, non erano in grado di esprimere una concorrenza che mettesse in questione l’egemonia statunitense. Entrambi questi dati di realtà sono radicalmente cambiati: l’economia capitalistica non è più in grado, da decenni, di esprimere i livelli di crescita del secondo dopoguerra, e lo sviluppo economico dei paesi europei e del Giappone (a cui si sono poi aggiunti altri paesi di più recente industrializzazione) ha portato ad una lotta economica durissima. La debolezza delle economie capitalistiche implica che ci sono poche risorse da mobilitare, e la durezza della concorrenza fra capitali e ceti dirigenti implica che tali risorse vanno indirizzate nell’acquisire posizioni in questa lotta: di conseguenza, non vi sono le risorse necessarie per un compromesso di tipo “socialdemocratico”. Il glorioso riformismo socialdemocratico, che ci ha dato il Welfare State, è stato spazzato via e non potrà tornare.

Si potrebbe allora pensare che, se non sono più possibili le riforme, l’unica alternativa sia la rivoluzione. In effetti è proprio così. Il problema è che oggi la rivoluzione anticapitalista appare altrettanto impossibile delle riforme interne al capitalismo. Non esiste né una forza politica organizzata e incisiva che sia lo strumento di una tale rivoluzione, né un significativo corpo di militanti, magari al momento disorganizzati, che possano costituire il nerbo di una tale forza politica, né uno strato sociale combattivo dal quale possano emergere militanti e ceti dirigenti della rivoluzione, né un’ideologia di riferimento sulla base della quale possano unirsi i militanti. Si può certo pensare che questa situazione sia solo una fase transitoria, e tutto quello che oggi non c’è possa sorgere in futuro. Ma a questo punto, dopo decenni di sconfitte e arretramenti subiti dai ceti subalterni, è forse il momento di cercare di capire perché le cose sono andate così male. Una semplice spiegazione potrebbe forse essere la seguente: se non c’è nessuno degli elementi necessari ad una rivoluzione anticapitalista, è probabilmente perché una tale rivoluzione anticapitalista non la vuole nessuno. E questo perché, secondo l’ipotesi che facevamo sopra, anche i ceti subalterni hanno introiettato il carattere “illimitato” del capitalismo, e non sono interessati a costruire una realtà sociale che rinunci alla crescita senza limiti. Non possiamo sapere come potrebbe essere una società post-capitalista in equilibrio con l’ambiente, ma è certo che essa non potrà oltrepassare le soglie di sostenibilità che rendono possibile il funzionamento degli ecosistemi planetari. Sarebbe una società sicuramente molto più egualitaria dell’attuale, ma in essa sarebbe impossibile il consumismo che oggi è la forma di vita ormai universale, come aspirazione se non come realtà. Ebbene, dobbiamo ripetere che una simile società, egualitaria e solidale, ma non consumistica, una società di “abbondanza frugale” (la bella espressione è di Serge Latouche), non la vuole nessuno, dove “nessuno” va inteso come “nessuno strato sociale significativo sul piano numerico, e capace di azione effettiva sul piano politico”.

Se tutto questo suona astratto, possiamo fare un esempio concreto, quello delle discussioni sull’auto a motore elettrico, che viene sostenuta da alcuni come un passaggio necessario alla transizione ecologica verso una società non distruttiva dell’ambiente, ma viene criticata da altri con vari tipi di argomentazioni. Ciò che mi sembra interessante è il fatto che buona parte della discussione verte sulle prestazioni e sulle comodità o scomodità dell’uso dell’auto elettrica. Coloro che criticano l’idea di un passaggio generalizzato all’auto elettrica sostengono, fra le altre cose, che essa è meno “performante” o più scomoda o più costosa rispetto all’auto a motore termico tradizionale. Questo a me pare interessante perché mette in grande evidenza il punto di cui stiamo discutendo. Infatti queste argomentazioni, per stare in piedi, richiedono un’ovvia premessa, che viene lasciata implicita: la premessa che i mutamenti tecnologici o di altro tipo, necessari alla transizione ecologica, devono lasciare immutata la vita quotidiana. Se volete che io usi l’auto elettrica, è la premessa implicita, questa deve funzionare esattamente come quella a motore termico, in maniera tale che io non debba cambiare nulla della mia vita e delle mie abitudini. Dovrebbe essere evidente che il punto è proprio questo, come abbiamo sopra spiegato: poiché è l’intera organizzazione sociale ed economica delle nostre società che si sta autodistruggendo, è l’intera forma di vita che in esse si sviluppa che va radicalmente cambiata. Per cui, tornando al problema dell’auto elettrica, è ovvio che dovremo, in un modo o nell’altro, passare dai motori termici ai motori elettrici, ma questo sarà solo un aspetto, e non il più importante, di una radicale riorganizzazione del nostro modo di vivere, che quasi sicuramente implicherà un abbandono sia dell’auto come elemento integrante della vita quotidiana, sia della forma di vita legata all’auto che si è imposta nel secondo dopoguerra. Le attuali discussioni sull’auto elettrica dimostrano il fatto che questi radicali cambiamenti sono esattamente ciò che nessuno vuole. E questo vale per l’auto e per ogni altro aspetto della nostra attuale organizzazione economica e sociale.

Come nel caso dei ceti dominanti, anche nel caso dei subalterni questo atteggiamento di sostanziale accettazione dell’esistente non deriva da limiti morali o cognitivi dei singoli, o almeno non in modo decisivo: si tratta di una scelta che ha una sua razionalità, almeno nel breve periodo. La vita dei ceti subalterni, nei paesi occidentali, nonostante il consumismo, è in realtà una vita difficile, stretta da infiniti vincoli, vita di persone sempre di corsa e sempre con l’ansia di non farcela. È chiaro allora che qualsiasi proposta di cambiamento della vita quotidiana genera sospetti, perché si ha paura che la renda ancora più difficile. È cioè naturale che la persona media si chieda se l’auto elettrica ha, oppure no, lo stesse prestazioni di quella tradizionale, perché una diminuzione di tali prestazioni può significare gravi complicazioni nella vita quotidiana. Ma, seguendo il filo di questa osservazione, in sé corretta, si torna sempre allo stesso punto: questa obiezione è sensata solo se si accetta l’attuale organizzazione della vita quotidiana come l’unico orizzonte possibile della vita stessa. Se si capisce che ciò che è richiesto per salvare la civiltà è il radicale cambiamento di ogni aspetto della vita, si capisce che le obiezione sopra riportate perdono completamente la loro rilevanza. Ma questo cambiamento radicale è appunto quello che nessuno vuol fare, perché tutti (ceti dominanti e subalterni) hanno fatto proprio l’assioma che non si dà vita al di fuori del capitalismo.

Concludendo: non ci sarà nessuna rivoluzione diretta a sostituire il capitalismo con una società ecosocialista, perché i ceti subalterni hanno introiettato il capitalismo e la forma di vita ad esso associata come dati imprescindibili, che non possono essere messi in discussione.

 

4. Ci salverà il mondo multipolare?

È ormai un luogo comune delle analisi geopolitiche il fatto che il mondo stia passando da una fase unipolare, cioè egemonizzata da un’unica superpotenza mondiale (gli USA), ad una fase multipolare caratterizzata da più forze in precario equilibrio (l’Occidente globale egemonizzato dagli USA, la Cina, la Russia, l’India, forse altre ancora). Mi sembra si tratti di un’ipotesi ragionevole, e in questo scritto non la esamino criticamente ma la prendo come base per la discussione. Partendo da questa ipotesi si potrebbe pensare che si aprano delle possibilità per un cambiamento radicale del rapporto fra le società umane e la natura. I momenti di transizione sono nella storia appunto quelli in cui diventano concretamente possibili svolte storiche prima quasi impensabili. Inoltre, è chiaro che oggi gli USA sono l’architrave fondamentale del capitalismo globalizzato ecocida, e se ne potrebbe dedurre che un loro relativo indebolimento comporti un rallentamento della distruzione ecologica oggi in corso. Purtroppo, mi sembra si possa affermare che queste speranze appaiono irrealistiche.

In primo luogo, è del tutto ovvio che il passaggio che stiamo considerando comporterà un periodo di vere guerre, piccole e grandi. Non è mai successo che un paese egemone si rassegni alla perdita dell’egemonia in maniera pacifica. Basta ricordare, a questo proposito, la classica ricostruzione fatta da Arrighi ne “Il lungo ventesimo secolo” [13]: in esso, la storia moderna viene esaminata come storia del succedersi delle egemonie di vari paesi, e i passaggi da una egemonia all’altra sono appunto sempre segnati da guerre. Per quanto riguarda la realtà contemporanea, è del tutto palese che si sta aprendo una fase di confronti militari. È però chiaro, e lo abbiamo già ricordato parlando della guerra in Ucraina, che la guerra è la situazione meno adatta possibile per operare i profondi cambiamenti economici e sociali che sono necessari per evitare il crollo degli ecosistemi planetari. Essa, tutto al contrario, spinge al saccheggio e al dispendio sempre maggiore delle risorse, perché ovviamente se si è in guerra la vittoria è l’obbiettivo fondamentale e tutto il resto passa in secondo piano. Si può aggiungere che il passaggio ad una società meno distruttiva richiederebbe una forte collaborazione internazionale fra le maggiori potenze, che è esattamente ciò che viene meno in una fase di scontri per l’egemonia.

in secondo luogo, occorre ricordare che le potenze impegnate nello scontro egemonico fanno comunque riferimento ad una economia di tipo capitalistico, in forme naturalmente abbastanza diverse: in particolare, è chiaro che in Cina (e anche in Russia, forse in grado minore) lo sviluppo capitalistico è sottoposto a un forte controllo politico. Non so se questo sia sufficiente a parlare di “socialismo” nel caso della Cina, e la cosa, rispetto al tema qui in discussione, non ha in realtà molta importanza: gli elementi di capitalismo presenti nell’economia cinese sono sufficienti a spingerla sul sentiero dell’accumulazione illimitata, che è quello che porterà la Terra al collasso ecosistemico. Nel caso di Russia e USA, il carattere capitalistico delle loro società non è ovviamente in discussione. Il problema è che, se tutti gli attori in lotta per l’egemonia sono avviati sul sentiero della crescita illimitata, rispetto al problema del collasso ecosistemico non fa nessuna differenza né la natura unipolare o multipolare dei rapporti geopolitici, né chi sia l’egemone, se ve n’è uno. Non è possibile sapere quale sarà la realtà geopolitica fra dieci o vent’anni, ma è assolutamente certo che il mondo continuerà il percorso autodistruttivo attuale.

In definitiva, la risposta alla domanda contenuta nel titolo di questa sezione è un convinto “No”. Il passaggio a un mondo multipolare, sebbene possa essere auspicabile da molti punti di vista, non appare rilevante rispetto al problema che stiamo qui discutendo.

 

 

5. Il radicalismo antisistemico.

Abbiamo detto sopra che, fra le tante mancanze che impediscono la formazione di una realtà politica antagonistica alla dinamiche mortifere contemporanee, c’è anche la mancanza di un pensiero forte capace di informare di sé una solida base militante. Questo può apparire strano, visto che abbiamo parlato sopra del valore dell’attuale pensiero ecomarxista, e visto che, oltre alla scuola ecomarxista, nel mondo accademico internazionale vi sono molte altre correnti fortemente critiche verso l’attuale organizzazione economica e sociale. Il punto, che abbiamo più volte sottolineato, è che tale imponente messe di elaborazioni teoriche non riesce a tradursi in una effettiva azione politica. Si potrebbe sospettare che tale impotenza politica sia la spia di qualche serio limite teorico, che essa mostri una specie di “punto cieco” nel mondo del radicalismo accademico. Un’indagine approfondita su questo tema sarebbe, io credo, assai utile, e dovrebbe ovviamente discutere quello “spirito del tempo” conosciuto sotto il termine generico di “politicamente corretto”, e che rappresenta una delle forme di manifestazione del radicalismo antisistemico contemporaneo. In questo scritto non è possibile una simile disanima approfondita, e mi limito quindi a rilevare alcuni aspetti generali che, mi sembra, contribuiscono a questa impotenza politica del radicalismo accademico contemporaneo. Prenderò spunto dal testo di Fantini sopra citato, che è significativo proprio perché in esso c’è un lodevole sforzo di mettere a fuoco i problemi di cui stiamo discutendo.

In primo luogo il radicalismo contemporaneo non sembra tirare le conseguenze che discendono dalla presa di coscienza del fatto che la caratteristica fondamentale del capitalismo contemporaneo è il suo carattere “illimitato”, cioè il suo spingere al superamento di tutti i limiti. Alcune correnti radicali chiedono anzi una illimitatezza ancora più spinta, e in sostanza si configurano come correnti ultracapitaliste, che criticano il capitalismo per non essere abbastanza veloce nel suo superamento di ogni limite (si tratta dei cosiddetti “accelerazionisti” vedi [14]). Queste correnti sono però minoritarie, mentre la maggioranza del pensiero critico contemporaneo mi sembra abbia una coscienza abbastanza chiara di come l’illimitatezza del capitale rappresenti un grave problema. Il punto delicato è però il fatto che questa coscienza non si traduce in una chiara presa d’atto della necessità per l’umanità di restare dentro i limiti degli equilibri planetari, e quindi della rinuncia al consumismo, sia esso attuale o solo desiderato. Questa rinuncia riguarda tutti, non solo i ceti dominanti. Se si vuole transitare dal capitalismo ad una società non distruttiva di se stessa e del mondo, anche i ceti subalterni devono ristrutturare completamente la propria vita, le proprie aspirazioni e i proprio desideri. Per fare un esempio concreto, occorre ridurre i viaggi, specie i viaggi aerei, e in generale il turismo.

Si può leggere facilmente questa difficoltà nel testo di Fantini, quando egli propone come base di rivendicazioni, da parte dei ceti subalterni, la richiesta di aumentare i salari e contemporaneamente ridurre la produzione di merci [15]. È facile rendersi conto della contraddittorietà di queste richieste: a che servono i salari, se non ad acquistare merci? Se si aumentano i salari, aumenta la domanda monetaria, e quindi deve aumentare la produzione di merci, altrimenti l’aumento dei salari si traduce semplicemente in inflazione. La contraddizione è interessante proprio perché non si tratta di un lapsus individuale dell’autore citato, ma esprime le contraddizioni interne all’ambiente del radicalismo contemporaneo.

Un secondo aspetto dell’impotenza politica del radicalismo contemporaneo è legato alla sua radicata diffidenza nei confronti dello Stato. In sostanza il pensiero radicale contemporaneo, nella quasi totalità, ha nei confronti dello Stato un pensiero di fondo che è di tipo anarchico. Lo si vede, utilizzando ancora una volta il testo di Fantini, nelle pagine che egli dedica al tema, dove in sostanza arriva a proporre di “rompere l’alleanza fra capitale e Stato” [16], ma non sembra porsi il problema della presa del potere statale e del suo uso. Di nuovo, non è un problema specifico del testo in questione, è l’intero pensiero radicale a trascurare tale tema. Il problema è che queste scelte teoriche condannano all’impotenza. Se c’è una cosa che l’aggressione russa all’Ucraina ha dimostrato con smagliante chiarezza, è che, per usare uno slogan, le cose le fanno gli Stati: sono gli Stati ad agire, a cambiare le carte in tavola (o magari a rovesciare il tavolo). È solo attraverso il potere statale che si può ottenere un radicale cambiamento economico e sociale, ed è solo la forza, anche militare, dello Stato che può proteggere un simile cambiamento dai suoi nemici. Con questo non intendo negare che l’azione dello Stato possa essere la manifestazione di una determinazione da parte di altri livelli della realtà sociale, per esempio, marxianamente, del modo di produzione storicamente dato. Ciò può benissimo essere vero, ma il punto fondamentale è che queste altre sfere sociali, per essere storicamente significative, devono appunto attingere al livello della politica dello Stato, che rimane un passaggio ineludibile. Senza di esso non si concretizza nulla, sul piano della storia. Il fatto che il pensiero radicale contemporaneo nella sostanza si disinteressi di questo passaggio, è solo l’altra faccia della sua impotenza e inesistenza politica.

Come abbiamo già osservato, un esame approfondito del radicalismo antisistemico contemporaneo richiederebbe uno spazio molto maggiore. Queste brevi osservazioni vogliono solo essere una prima indicazione dei motivi per i quali si può sostenere che tale radicalismo non può in nessun modo essere d’aiuto nel contrastare le dinamiche mortifere del capitalismo contemporaneo.

 

 

6. C’è un futuro per l’Italia?

Chiudiamo questo intervento con qualche rapida osservazione sulle prospettive dell’Italia. Esse appaiono piuttosto cupe. Il nostro paese è oppresso dal peso di una serie di problemi che appaiono irresolubili: la debolezza dell’economia, che rende difficile qualsiasi politica redistributiva a favore dei ceti subalterni, il livello ormai irrecuperabilmente degenere del dibattito pubblico, la passività di una massa di popolazione che, pur vivendo nel quotidiano il lento peggioramento della propria vita, non riesce in nessun modo ad esprimere una qualche forma di opposizione, la miseria di un ceto politico-mediatico che appare totalmente asservito agli interessi di potenze straniere, tanto da rendere lo status del paese sempre più simile a quello di una specie di semi-colonia. Ora, a tutti questi problemi che restano irrisolti da decenni, si sta aggiungendo quello del cambiamento climatico. Quando si viene all’area mediterranea, gli studi sembrano indicare che la prospettiva più probabile sia quella di un progressivo inaridimento dell’intera area. Per fare solo un esempio, nell’ultimo rapporto dell’IPCC si scrive che “nel Mediterraneo (…) il futuro inaridimento supererà di gran lunga la grandezza dei cambiamenti visti nell’ultimo millennio”[17]. Per l’Italia, questo potrebbe significare un clima simile a quello attuale del Nord-Africa. Ora, è vero che si può vivere anche in un clima “nordafricano”, e lo provano appunto gli attuali Stati della sponda Sud del Mediterraneo. Ma mi sembra davvero dubbio che, dati i problemi elencati all’inizio, un’Italia “nordafricana” possa reggere il peso di una popolazione di 60 milioni di abitanti (in via di invecchiamento, fra l’altro). E che riesca a fare questo affrontando il problema delle grandi migrazioni causate dal cambiamento climatico, che attraverseranno il paese in cerca di salvezza da un clima divenuto impossibile. L’unico fattore che potrebbe aiutare il nostro paese sarebbe il passaggio a un mondo multipolare, del quale abbiamo sopra discusso in termini generali. Nel caso specifico del nostro paese tale passaggio, se affrontato in modo abile, spregiudicato, avendo come riferimento l’interesse dei ceti subalterni, aprirebbe indubbiamente spazi interessanti per ricontrattare gli assetti economici e geopolitici dell’Italia. Ma per fare questo ci vorrebbe un vero ceto politico, capace di autonomia e coraggio, come non sono certamente gli attuali politici italiani, di destra e di sinistra, che sono persone di scarso valore il cui unico ruolo è quello, come dicevamo sopra, di servire interessi stranieri.

Mi sembra che, in queste condizioni, lo scenario più probabile sia quello del crollo della struttura statale, probabilmente in anticipo rispetto al collasso generale dell’attuale società globalizzata. Il crollo dello Stato darà luogo nel nostro paese a scontri, violenze, crisi umanitarie di vario tipo, e probabilmente alla fine di una continuità culturale che è ciò che continuiamo a chiamare “Italia”. Poiché non vedo possibilità di sfuggire a un simile destino, mi sembra che l’unica scelta sensata per i giovani italiani, uomini e donne, sia quella dell’emigrazione, seguendo il consiglio di Gaia Vince [18]. In questo testo, nel quale non si parla specificamente dell’Italia, Vince sostiene che se lo sviluppo dell’attuale crisi climatica dovesse realizzare le previsioni peggiori, è probabile che gran parte delle attuali terre emerse diventerebbe inadatta alla civiltà umana, per esempio perché l’agricoltura sarebbe impossibile o scarsamente redditizia. In una situazione estrema di questo tipo, che purtroppo non si può escludere, le uniche zone del globo nelle quali potrebbe sopravvivere una civiltà organizzata sarebbero quelle della parte nord dell’emisfero nord, in particolare Scandinavia, Russia, Canada, Alaska, che al momento sono sottopopolate. È probabile, vista la maggiore fragilità del nostro paese, che queste osservazioni siano per noi ancora più significative. Possiamo aggiungere, per concludere, che se una tale emigrazione, oltre a salvare le vite dei giovani, portasse alla nascita di zone “italiane”, linguisticamente omogenee, con scuole e mezzi di comunicazione, questo potrebbe rappresentare una possibilità di sopravvivenza della tradizione culturale italiana, e quindi in sostanza del popolo italiano, risultato che non è affatto scontato, nelle tempeste che si stanno preparando.

 

 

 

 

 

Note

 

[1] https://www.stockholmresilience.org/

 

[2] Si può vedere per esempio il cap.5 del seguente testo: J.Rockström, A.Wijkman, Natura in bancarotta, Edizioni Ambiente 2014.

 

[3] Richardson, K., Steffen, W., Lucht, W., Bendtsen, J., Cornell, S.E., Donges, J.F., Drüke, M., Fetzer, I., Bala, G., von Bloh, W., Feulner, G., Fiedler, S., Gerten, D., Gleeson, T., Hofmann, M., Huiskamp, W., Kummu, M., Mohan, C., Nogués-Bravo, D., Petri, S., Porkka, M., Rahmstorf, S., Schaphoff, S., Thonicke, K., Tobian, A., Virkki, V., Weber, L. & Rockström, J. 2023. Earth beyond six of nine planetary boundaries. Science Advances 9, 37.

 

Si veda anche:

 

https://www.stockholmresilience.org/research/research-news/2023-09-13-all-planetary-boundaries-mapped-out-for-the-first-time-six-of-nine-crossed.html

 

 

[4] V. Smil, Come funziona davvero il mondo, Einaudi 2022

 

[5] U.Herrmann, La fine del capitalismo, Castelvecchi 2023

 

[6] A.Fantini, Un autunno caldo, Codice 2023

 

[7] M.Schmelzer, A.Vetter, A. Vansintjan, Il futuro è decrescita, Ledizioni 2023, pag.125. Nel brano citato gli autori stanno esponendo alcune tesi di Georgescu-Roegen. Il numero di pagina si riferisce all’edizione in ebook.

 

[8] “Policies currently in place with no additional action are projected to result in global warming of 2.8°C over the twenty-first century. “, United Nations Environment Program, The closing window. Climate crisis calls for rapid transformation of societies, Emission gap report 2022 pag.XVI. Il successivo rapporto del 2023 descrive come gli aumenti di temperatura, di emissioni di gas climalteranti, e di concentrazione atmosferica di anidride carbonica, continuino indisturbati. I rapporti UNEP si possono trovare al seguente indirizzo:

https://www.unep.org/resources/emissions-gap-report-2023

 

[9] Non è possibile dare conto in una nota della vigorosa e abbondante produzione teorica ecomarxista, che in Italia è purtroppo ancora relativamente poco nota. Il lettore interessato può cercare in rete i lavori di esponenti autorevoli di tale corrente, come J.Bellamy Foster, P.Burkett (purtroppo scomparso di recente), K.Saito, I.Angus. Si può inoltre consultare il sito gestito da Angus:

 

https://climateandcapitalism.com/

 

e naturalmente la “Monthly review”, storica rivista della sinistra statunitense, che oggi vede Bellamy Foster fra i redattori:

 

https://monthlyreview.org/

 

In italiano si posso trovare, a mia conoscenza, i seguenti testi

I.Angus, Anthropocene, Asterios 2020,

 

K.Saito, L’ecosocialismo di Karl Marx, Castelvecchi 2023

 

A. Cocuzza, G.Sottile (cura di), Frattura metabolica e Antropocene, Smasher 2023

 

Molti articoli tradotti si trovano sul seguente sito:

 

https://antropocene.org/

 

 

 

[10] Si veda il saggio “Capitalismo, sussunzione, nuove forme della personalità”:

https://www.sinistrainrete.info/marxismo/1503-massimo-bontempelli-capitalismosussunzione-

nuove-forme-della-personalita.html

e inoltre i testi raccolti in M.Bontempelli, Un pensiero presente, Indipendenza-Editore

Francesco Labonia 2014, in particolare “Capitalismo e personalità antropologiche”,

pagg.49-62.

 

[11] M.Bontempelli “Capitalismo, sussunzione, nuove forme della personalità”, cit.

 

[12] Si vedano le precedenti “lettere al futuro”:

http://www.badiale-tringali.it/2020/06/riflessioni-su-sinistra-radicale-e.html

http://www.badiale-tringali.it/2020/09/fra-antropocene-e-capitalocene.html

http://www.badiale-tringali.it/2020/10/il-muro.html

http://www.badiale-tringali.it/2021/03/fine-partita.html

http://www.badiale-tringali.it/2021/07/verso-il-collasso-lettere-al-futuro-5.html

http://www.badiale-tringali.it/2022/02/la-trappola-dellantropocene.html

http://www.badiale-tringali.it/2022/07/spiegare-lassurdo.html

http://www.badiale-tringali.it/2023/01/il-patto-suicida.html

e anche

http://www.badiale-tringali.it/2019/12/sulle-elite-contemporanee.html

 

[13] G.Arrighi, Il lungo ventesimo secolo, Il Saggiatore 2014

 

[14] A.Williams, N.Srnicek, Manifesto accelerazionista, Laterza 2018.

 

[15] A.Fantini, cit., pag.191.

 

[16] A.Fantini, cit., pag.210.

 

[17] “In the Mediterranean, south-western South America, and western North America, future aridification will far exceed the magnitude of change seen in the last millennium (high confidence).” Sesto rapporto IPCC-WGI, capitolo 8, pag.1058. I vari rapporti IPCC sono liberamente scaricabili dal sito https://www.ipcc.ch/

 

[18] G.Vince, Il secolo nomade, Bollati Boringhieri 2023.

 

Genova, inizio 2024 [testo corretto 31-3-24]

 

da qui