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lunedì 11 novembre 2019

Sciocchezze ammantate di scienza - Salvatore Settis




L’ingegno umano non si ferma davanti a nulla. Per esempio, presto i medici emetteranno diagnosi non sulla base di sintomi o analisi, bensì contando scrupolosamente, con apposita strumentazione, i peli sotto le ascelle del paziente. E ogni biologo marino potrà scoprire nel fondo degli oceani sconosciute specie ittiche misurando la velocità di caduta del mangime nell’acquario di casa (incrociata, si capisce, con coefficienti numerici di appositi prontuari). Fantasie? Per ora sì. Ma è più o meno quel che succede in un ambito dello scibile umano, le (maiuscole indispensabili) Procedure Di Valutazione Della Ricerca. Una fetta irragionevolmente alta del tempo di chi fa ricerca (medici e biologi, ma anche archeologi e matematici) va perduto nel misurare se stessi o altri in relazione a svariate competizioni per Qualcosa (che sia una cattedra, un premio, una carica accademica, un finanziamento) mediante indici numerici dedotti dalla mera superficie delle cose. Per esempio contando quante volte il professor X viene citato, e non come viene citato, né perché mai lo sia: donde il vivace traffico delle citazioni di scambio. Sfuma nelle nebbie, poi, che cosa venga citato; se e quanto fosse essenziale citarlo, in base alla novità, importanza, dimostrabilità, solidità di quel che il prof. X ha scritto. Basta che venga citato perché crescano gli indici sulla cui base sarà valutato. Tale colossale sciocchezza, ammantandosi di scienza, ha perfino un nome: bibliometria. Traduzione: giudicare un lavoro scientifico senza leggerlo, più o meno come il leggendario mandarino cinese che giudicava i libri dall’odore che fanno, bruciando.
Ma la peste della superficialità valutazionistica, il più capillare mercato di fake news del pianeta, non si ferma qui. Infatti, nella stanza accanto a quella del prof. X troveremo, intento non a studiare ma a spaccare il capello degli indici di valutazione propri e altrui, il prof. Y, suo collega di Facoltà, di dipartimento o d’istituto. X e Y rivaleggiano in tutto, eppure sanno che il loro dipartimento (o Facoltà, o istituto) verrà valutato sulla base di indici che mettono insieme non solo X e Y ma anche lo stolto Z e il notorio cretino W: ma a tutti conviene che tali colleghi, pur universalmente ritenuti imbecilli, abbiano comunque indici numerici che, sommati a quelli dei colleghi che sono (o si ritengono) geniali, consenta all’istituto (o dipartimento, o Facoltà) di accedere a un qualche finanziamento, di quelli che i governi bandiscono etichettandoli invano con l’abusatissima parola “eccellenza”. E quanti fra i comuni mortali sanno che occhiute conventicole di studiosi, nominate da prestigiosi (?) ministri, si affannano non a produrre nuovi risultati nelle proprie discipline, bensì a classificare le riviste del settore in prima, seconda o terza fascia: ingegnoso artifizio, che serve a “giudicare” un articolo non sulla base di quel che vi è scritto (bisognerebbe leggerlo), ma sulla base della “fascia” di appartenenza della rivista in cui è stato pubblicato. E per diventare professore bisogna superare le forche caudine di un concorso in cui nulla vale quel che si è scritto, ma solo se un prefissato numero di articoli abbia superato o meno la “soglia” (puramente quantitativa) di lavori pubblicati in “fascia A”. Veglia su tali ipocrite aberrazioni una sontuosa (in senso etimologico, da sumptus, spesa) Agenzia di governo, intenta a costruire dal nulla i propri principi imperscrutabili.
Nessuno creda che quanto sopra sia anche minimamente esagerato: le cose, anzi, stanno ancor peggio. Ma nessuno creda nemmeno che tali perversioni siano proprie dell’Italia: il nostro Paese ci è arrivato anzi tardi e male, scopiazzando altri (come il Regno Unito) in nome di una retorica della Valutazione secondo cui essa segna l’alba di una nuova età, dopo i secoli bui in cui nessuno valutava né veniva valutato. Infatti, mai e poi mai Aristotele valutò qualcun altro in termini numerici (non aveva i parametri dell’Agenzia, poverino) : donde il suo ben noto insuccesso). Per non dire di Galileo, che non fu mai valutato secondo bibliometria, ergo sarà stato un mediocre. Verità di fede, per chi sia in preda alla febbre da Valutazione. Un morbo che, al pari di altre forme di burocratizzazione della vita universitaria come il continuo balletto di etichette fra Facoltà, Dipartimenti, Istituti, riduce il tempo per pensare, leggere o sperimentare idee, per far ricerca di prima mano, insomma, e senza essere posseduti dall’ossessione valutativa.
Ma se di fronte a tale indemoniata ossessione diciamo “il re è nudo”, corre l’obbligo di spiegare perché. E la risposta è questa: perché è più comodo valutare secondo numeri, parametri, impact factor, H-index e altre pittoresche sciocchezze piuttosto che perder tempo a leggere uno per uno i testi di X, Y, W e Z, prendendosi la responsabilità di giudicare che cosa c’è di buono (o meno buono), entrando nel merito per poter argomentare, comparativamente, se è meglio Y o X. Col rischio, certo, di sbagliare. Ma con le correnti Procedure Di Valutazione c’è l’assoluta certezza di sbagliare, e per giunta l’obbligo, che richiede una buona dose di cecità intellettuale, di credere, sul serio o per mero conformismo di casta, che giudicare senza leggere, in base a indici numerici e “soglie” immaginarie, costituisca la sola Verità certificata.
Le Procedure Di Valutazione correnti comportano due vantaggi e due svantaggi. Vantaggi: (1) non si perde tempo a leggere i lavori scientifici da valutare, tanto ci pensano i numerini; (2) si evita di assumere una responsabilità personale (soggettiva), perché i numerini sono “obiettivi”. Svantaggi: (1) per esser sicuri di esser citati, molti evitano le ricerche d’avanguardia, che comportano un alto rischio; trionfa così la ricerca main stream, e con essa la morte dell’immaginazione scientifica e dell’innovazione; (2) la scienza, la probità scientifica, il senso critico vanno a farsi friggere, e si dedicano al frivolo esercizio della Valutazione energie e tempo che dovrebbero essere investiti in insegnamento e in ricerca.
Lo svizzero Richard R. Ernst, premio Nobel per la chimica, ha scritto: «Lasciatemi esprimere un desiderio supremo, che coltivo da tempo: spedire tutte le procedure bibliometriche e i loro diligenti servitori nel più oscuro e onnivoro buco nero di tutto l’universo, onde liberare per sempre il mondo accademico da questa pestilenza. L’alternativa c’è: molto semplicemente, cominciare a leggere i lavori scientifici anziché valutarli solo contando le citazioni». Per liberarci dall’ossessione valutativa avremo mai, in questa Penisola troppo spesso a rimorchio degli altri, un esorcista come questo?

[Testo apparso su Il Fatto Quotidiano del 26.10.2019]


giovedì 25 luglio 2019

L’autonomia devasta paesaggi e beni culturali - Salvatore Settis



Pur di devastare impunemente paesaggio e patrimonio culturale, la Lega nordista cerca ispirazione nel già vituperato Sud. E infatti le richieste di “autonomia” avanzate da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna (nella quale ultima le istanze leghiste sono targate Pd) ricalcano l’autonomia speciale di cui gode la Regione Sicilia. Il 16 maggio le intese fra il presidente del Consiglio e le tre regioni sono state siglate, e prontamente occultate. Possiamo leggerle, con due mesi di ritardo, solo grazie al sito Roars.
Scopriamo così che l’Italia che ci attende si appresta a ridurre in polvere la scuola, sminuzzata secondo immaginarie sotto-varietà regionali, riducendo la storia italiana a una congerie di dialetti. Scopriamo che si porrà fine alla “tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione” prevista dalla Costituzione, cancellando manu militari l’articolo 9 della Costituzione.
Su questo punto, la Sicilia è il precedente. Ci provò nel primissimo statuto regionale, sanzionato con Regio decreto 15 maggio 1946 e dunque anteriore alla stessa Costituzione, ma ottenne piena autonomia solo con due decreti di un governo “balneare”, emanati il 30 agosto 1975. Una data che fa riflettere, perché solo otto mesi prima era nato il ministero dei Beni culturali, il cui titolare Spadolini subì senza fiatare la mutilazione della Sicilia, la più grande regione d’Italia e, quanto a paesaggio e patrimonio culturale, non certo l’ultima. Misteri dei ministeri: il coltissimo Spadolini, nella prefazione a un volume del 1976 che celebra la nascita del ministero di cui era titolare, ricorda le leggi di tutela del 1902 e 1909 come le sole “su cui riposa ancora quel che è stato fatto nel trentennio della Repubblica”, dimenticando non solo la legge Croce sul paesaggio (1920) e le leggi Bottai (1939), ma lo stesso art. 9 della Costituzione, peraltro ignorato anche nella legge istitutiva del ministero. Così dal 1975 la tutela dell’Isola è distaccata da quella del resto d’Italia e nulla può, varcato lo Stretto, il ministero dei Beni culturali. Il qual ministero non ha mai studiato le conseguenze di tale autonomia: funzionari sottomessi alla politica assai più che “sul continente”, sprechi inauditi e degrado del paesaggio, abusivismo dilagante, sconsiderata gestione del territorio, amministrazione del personale non comunicante con il resto d’Italia (un archeologo in forza a Messina non può spostarsi a Reggio Calabria, e viceversa).

Che simili appetiti si destassero nel resto d’Italia non è una sorpresa, e ne creò le premesse la sciagurata riforma del Titolo V della Costituzione voluta nel 2001 dal centrosinistra in risposta al federalismo sbandierato dalla Lega di Bossi. Quella riforma rispondeva al disegno fallimentare di arginare la Lega Nord con una devoluzione ‘leggera’. Al contrario, inseguendo la Lega sul suo stesso terreno si allargarono le competenze delle Regioni a detrimento di quelle dello Stato. L’autonomia sui beni culturali fu quindi chiesta nel 2003 dalla Toscana, nel 2007 dalla Lombardia e dal Veneto: in ambo i casi, da regioni governate da una coalizione politica diversa da quella del governo nazionale del momento. Ma solo oggi la Lega, fiancheggiata in Emilia dal Pd, va all’incasso di quel che già aveva ottenuto con la riforma del 2001. Era facile profezia (ne ho scritto su questo giornale lo scorso 18 ottobre): infatti le intese del governo con le tre regioni assegnano a esse, fra l’altro, la “tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali”. Le altre regioni fatalmente seguiranno, trasformando l’Italia in un arcipelago di staterelli.
Questa devoluzione annunciata è contraria alla Costituzione. Prima di tutto perché l’Italia non è uno Stato federale, formato (come gli Stati Uniti) per aggregazione di entità pre-esistenti. Il federalismo all’italiana, al contrario, sarebbe un “federalismo dissociativo” come quello della defunta Cecoslovacchia, dove la dissociazione “federale” portò (1992) alla secessione in due distinte Repubbliche. Sul fronte dell’articolo 9 della Costituzione, poi, i casi sono due: o si intende abolirlo, secondo la procedura costituzionale prevista dall’art. 138, o lo si deve rispettare. Quell’articolo disegna il nostro diritto alla cultura, ingrediente essenziale della “pari dignità sociale” dei cittadini, del “pieno sviluppo della persona umana”, dell’uguaglianza e della libertà (art. 3), dei “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (art. 2).
“La Repubblica promuove la cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”: questo dice l’art. 9. Cultura, ricerca, tutela formano una triade inscindibile, che si aggancia alla libertà di pensiero (art. 21) e al diritto all’istruzione (art. 33). In questo articolo, la parola più importante è “Nazione”, che nella Costituzione torna pochissime volte: all’art. 67 (“Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione”, all’art. 98 (“I pubblici impiegati sono al servizio della Nazione”) e nella disposizione XV, secondo cui ministri e sottosegretari “giurano sul loro onore di esercitare la loro funzione nell’interesse supremo della Nazione”. “Nazione” nella Carta è sempre e solo l’Italia nel suo insieme. Corrisponde al “territorio nazionale” degli artt. 16 (libertà di circolazione dei cittadini in qualsiasi parte del territorio nazionale), 117 m (diritti civili e sociali garantiti su tutto il territorio nazionale) e 120 (diritto al lavoro in qualunque parte del territorio nazionale), e all’“unità nazionale” rappresentata dal capo dello Stato (art. 87), nonché alla “Repubblica una e indivisibile” di cui all’art. 5. Il riferimento alla Nazione comporta che la tutela debba essere identicamente esercitata in tutta Italia e non segmentata per regioni. E dato che i principi fondamentali (tra cui l’art. 9) sono sovraordinati alle altre parti della Costituzione, le pretese ora avanzate dal secessionismo strisciante di tre regioni sono in sostanza incostituzionali.
Le devoluzioni in arrivo non hanno nulla a che vedere con i diritti dei cittadini e la funzionalità delle istituzioni. Puntano solo alla spartizione del potere, a prezzo di disperdere il patrimonio civile e la memoria culturale in favore di una brutale lottizzazione. La recente riforma Bonisoli, per quanto timida, ha fatto un passo avanti nella direzione giusta riportando a una miglior distribuzione delle competenze fra centro e periferia. Ma il M5S si ricorderà, in questo frangente assai rischioso, di essere il partito di maggioranza relativa? O vorrà affiancare la Lega puntando su un cambiamento a ogni costo, anche per il peggio?

giovedì 28 giugno 2018

Povera scuola, così hanno fatto a pezzi la catena del sapere - Salvatore Settis




Fra i tanti vaccini in giro, manca proprio quello oggi più urgente: il vaccino contro la politica personalistica, una peste berluscon-renziana. Se lo avessimo (e in dosi massicce) potremmo salvarci, tra l’altro, dal frivolo gioco di società detto“toto-ministri ”. Quasi che, trovato il ministro, si risolvessero d’incanto i problemi dell’economia, della cultura, dell’ambiente, della sanità. Ma anche i migliori esperti non hanno virtù taumaturgiche, e nulla potranno fare senza un progetto complessivo, un’idea di futuro. Dovremmo dunque concentrare l’attenzione non sulle persone ma sui problemi, sulle cose da fare. Per esempio, la scuola.

Funestata, nei discorsi correnti, da un bivio paradossale: da un lato, c’è chi sostiene che la scuola italiana è arretrata, sotto le medie Ocse e così via; dall’altro, chi pensa che la scuola italiana, per la formazione ad ampio ventaglio che offre nei licei, sia la migliore del mondo, e che le recenti riforme l’abbiano solo peggiorata. Confrontare le ragioni degli uni e degli altri sarebbe dunque indispensabile. Ma proviamo a prendere il discorso da un terzo punto di vista, quello delle generazioni future. Quale Italia ci aspettiamo da loro (o meglio: loro da noi), e da quale scuola?

Per millenni, tutte le culture umane hanno elaborato e trasmesso conoscenze. Lo hanno fatto nelle famiglie, nelle botteghe artigiane, nei templi, nelle caserme, negli ospedali, per le strade, nelle scuole. Il cuore di questo meccanismo di trasmissione della conoscenza è sempre stato il rapporto fra le generazioni: i più giovani hanno imparato qualcosa dai meno giovani. Ci sono sempre stati buoni maestri, quelli che praticano con passione e impegno il proprio mestiere e sanno comunicare ai giovani curiosità, interesse, entusiasmo; e ci sono sempre stati cattivi maestri, scontenti di sé, insicuri, incapaci di dialogare e di suscitare attenzione. Ma quel che stimola ogni trasmissione di conoscenza è l’appassionata pratica di un sapere e il conseguente desiderio di trasmetterlo ai più giovani. La conoscenza si propaga per contatto fra esseri umani, e sono i contenuti che ne assicurano il travaso da una generazione all’altra.

Questa catena millenaria sembra essersi spezzata. Da alcuni decenni è di moda credere che per insegnare, poniamo, la matematica o la storia non basta conoscere bene queste discipline, ma è indispensabile praticare qualcos’altro, che le supera e le contiene: la didattica della ma- tematica, la didattica della storia. Questa perniciosa petitio principii ha infettato le nostre menti, ma anche le circolari ministeriali, i meccanismi di reclutamento e di valutazione. La didattica, o pedagogia che dir si voglia, tende così a diventare non un sapere fra gli altri, bensì una sorta di super-disciplina che pretende di superare o contenere tutte le altre. Di conseguenza, si può insegnare solo a patto di sapere come, non che cosa. Principio, questo, che non vale nei saperi più elementari e indispensabili che pratichiamo ( l’agricoltura, la cucina…), ma che si ritiene debba valere per la scuola.

Di sofisma in sofisma, potremmo allora chiederci : ma per insegnare la didattica della matematica, non ci vorrà, “a monte”, un insegnamento di didattica della didattica della matematica? E così via rinculando, finché a furia di parlare del come e non del che cosa si deve insegnare a scuola, i contenuti si perdono nel nulla, e quel che resta è il burocratico rituale di un insegnamento-scatola vuota. La sapienza specifica dell’insegnante diventa un bagaglio ingombrante, se “sapere la matematica” (o la storia) conta poco o niente, se vale solo una tecnica dell’insegnare che è parente stretta della “scienza della comunicazione” e della pubblicità commerciale.

Concentrarsi sulle modalità dell’ insegnamento e non sui suoi contenuti. Questa sembra essere la parola d’ordine della nuova scuola, “buona” o cattiva che sia. Si viene così a creare una perversa simmetria: agli insegnanti si chiede di spostare l’accento, nella loro preparazione e nel loro lavoro, dai contenuti ai metodi d’ insegnamento. Agli studenti si chiede di spostare l’accento dalla elaborazione della conoscenza all’acquisizione di abilità, competenze, skills. La scuola così intesa può forse ancora ( stancamente) trasmettere nozioni, ma non la passione di sapere. Le nozioni, una volta acquisite, non serviranno a pensare il futuro creativamente, ma a eseguire questo o quel lavoro lungo binari prestabiliti. Da una scuola così concepita resta ovviamente fuori lo spirito critico, il senso del dubbio, la vigilanza intellettuale sulle informazioni ricevute e sulle nozioni correnti, il desiderio di controllare quel che ci vien detto, la capacità di ragionarne con indipendenza di giudizio, la creatività. Restano fuori le virtù essenziali di un buon cittadino.

Ma in verità l’insegnante ideale è chi sa benissimo la storia o la matematica, vi dedica la miglior parte del suo tempo, e ha elaborato la passione di trasmetterla perché la considera non solo utile, ma “bella” da coltivare, da conoscere e da far conoscere. Solo un insegnante come questo (e per nostra fortuna nella scuola italiana ce ne sono ancora migliaia) saprà davvero trasmettere, attraverso la storia o la matematica, la capacità di ragionare con rigore che è la dote più preziosa di ogni essere umano. Questo insegnare con passione (per i contenuti, non per i metodi) presuppone una concezione della scuola come luogo dove si insegna a pensare, non a “fare cose” che appaiano immediatamente produttive, secondo gli indecenti equivoci della cosiddetta “alternanza scuola-lavoro”.

E prima di scegliere da che parte stare, pensate un momento: salireste mai su un aereo sapendo che ai comandi non c’è un bravissimo pilota, ma un esperto in didattica del pilotaggio?


venerdì 4 settembre 2015

Il segreto della creatività che abbiamo dimenticato – Salvatore Settis

L’Europa è un continente rimasto senza idee»: a lanciare l’allarme sul Financial Times èstato Edmund Phelps, Nobel per l’economia. Nel braccio di ferro sulle misure di austerità che hanno messo alla gogna la Grecia (e domani altri Paesi), la parola “creatività” non ricorre mai.
Stagnazione delle economie nazionali, il Pil che da anni, quando va bene, sale (come in Italia) di qualche misero decimale: in questo gioco al massacro entrano le borse, i mercati, la troika, l’invadenza tedesca, le influenze americane o asiatiche. Ma che vi sia un qualche rapporto fra creatività ed economia non viene mai in mente. Secondo Phelps, «gli italiani trovano del tutto accettabile che la loro economia sia quasi del tutto priva di innovazioni autoctone da vent’anni, e sia capace solo di reagire alle forze del mercato globale, come se una nazione non avesse bisogno di dinamismo per essere felice». 

Ma può esserci felicità senza creatività? Secondo un’indagine del Pew Research Center di Washington ( ottobre 2014), in Italia “l’indice di felicità” si ferma a 48 punti (Spagna 54, Grecia 37), mentre i Paesi emergenti, assai più creativi, volano alto: Messico 79, Brasile 73, Argentina 66, Cina 59.

L’Italia è fra i Paesi che Phelps sceglie a esempio di un’economia «meccanica, robotizzata, che ha per ingredienti la ricchezza, i tassi di interesse, i salari; ma ne manca uno, l’abilità e l’inventività degli esseri umani». L’efficienza (spesso sinonimo di ubbidienza) viene confusa con il dinamismo, l’alternanza ai vertici viene scambiata per innovazione, lo storytelling del successo prende il posto di ogni vero sviluppo. Una nuvola di parole occulta il destino dei cittadini e lo subordina alle decisioni, spesso incompetenti, di chi si insedia nella stanza dei bottoni. Il pensiero unico di una scienza economica spacciata per la sola possibile (come se non ne esistessero versioni e correnti alternative) alimenta la rassegnazione fatalistica alle “forze del mercato”, che come una fede religiosa non vacilla davanti alla perpetua crisi, ai continui fallimenti.

Rimettere al centro la creatività come rimedio alla stagnazione e alla crisi è oggi più che mai necessario. In questo senso va la distinzione, proposta dallo stesso Phelps nel suo recente Mass Flourishing (2013), fra la “prosperità” dei cittadini (far bene un mestiere per ottenere migliori salari) e la loro “fioritura” (coltivare l’immaginazione, esercitare la curiosità intellettuale, praticare la creatività). Una società può esser prospera senza essere fiorente, ma una società fiorente è sempre prospera: ed è solo nei periodi di massima fioritura della comunità civica che scatta l’innovazione, come si è visto dal Rinascimento al Novecento. Solo in una società fiorente, dove la creatività è un valore riconosciuto, vi sono le condizioni-base per una vita soddisfacente; solo chi può appagare la propria curiosità e inventiva avrà pieno rispetto per se stesso e si sentirà a pieno titolo parte di una comunità. Questo e non altro è il “vivere bene” che sbandieriamo come slogan, ma senza saperlo tradurre in progetto.

La categoria-chiave di questo ragionamento, la “fioritura” ( flourishing ), viene dalla filosofia morale (basti ricordare Martha Nussbaum e Julia Annas), che ne ha indicato le radici nel pensiero di Aristotele. L’eudaimonia di cui parla l’antico filosofo non è felicità effimera (il “successo”), ma senso di realizzazione della propria vita, delle proprie potenzialità: un sentimento che incardina l’individuo nella comunità (polis) di cui fa parte. La “fioritura” degli individui e delle comunità è precondizione indispensabile per lo sviluppo della creatività ad ogni livello, e dunque componente vitale dell’economia e della società, ma anche della democrazia, dell’equità, della giustizia. È necessario interrompere, volando alto, il circolo vizioso di cui siamo prigionieri: l’Italia e l’Europa davvero sono a corto di idee, e perciò segnano il passo. La prosperità raggiunta (insieme al timore di perderla) produce più stagnazione che progresso: anzi, la pressione dei mercati e la concentrazione della ricchezza erodono i diritti (all’istruzione, alla salute, alla cultura, al lavoro) generando crescenti ineguaglianze. L’illusione della crescita si limita a qualche success story che riunisce in poche mani gli incrementi di produzione e di ricchezza; ma intanto il lavoro (dei più) diminuisce, e la produttività totale (i cui fattori sono capitale e lavoro) s’inceppa.

“Tasso di inventiva” e “tasso di felicità” sono strettamente collegati, perciò entrambi sono in calo in Italia (e in Europa). La scuola, devastata da riforme che puntano a educare non cittadini ma esecutori ossequienti, taglia le gambe alla creatività potenziale dei giovani, li induce ad appiattirsi sugli ideali aziendalistici di una superficiale efficienza e li spinge a reprimere il proprio talento per inseguire i mestieri e i mantra di un immutabile ordine costituito. La sgangherata discussione sui “conti salati degli studi umanistici”, considerati un lusso in tempo di crisi, elude il loro ruolo essenziale nella consapevolezza dei valori umani, nella capacità di esplorare criticamente il mondo e se stessi, nell’educazione a pensare fuori dal coro. Anche l’economia non è necessariamente perpetuazione dell’esistente, ma dev’essere sperimentazione del nuovo. E solo la “fioritura” degli individui e della comunità garantisce la «pari dignità sociale» dei cittadini prescritta dalla Costituzione (art.3). Come ha scritto uno storico inglese, David Kynaston, «se la bandiera del thatcherismo era in ultima analisi la libertà dell’individuo, allora dobbiamo ammettere che negli ultimi anni tale libertà è stata così violentemente travolta, che è venuta l’ora di far ricomparire la sua antica compagna di scena: l’eguaglianza».
(La Repubblica, 28 agosto 2015)

giovedì 30 gennaio 2014

il patrimonio culturale secondo Salvatore Settis

...La funzione del patrimonio culturale oscilla in continuo tra quella di deposito passivo della memoria storica e dell’identità culturale e quella, opposta, di potente stimolo per la creatività del presente e la costruzione del futuro. In relazione a questi temi, si solleva spesso un interrogativo sulla proprietà del patrimonio culturale, sballottata di continuo tra la sfera pubblica e la sfera privata; in questo interrogativo i linguaggi del diritto, dell’etica e della storia si mescolano inestricabilmente. Infine, la questione dei costi per la conservazione e la salvaguardia del patrimonio culturale è spesso trattata oggi separandola da quella della sua funzione. Si dà inoltre per scontato che il patrimonio culturale è un fardello che pesa sul budget dello Stato e non che possa divenire una riserva di energia per i cittadini e per le Nazioni.
Gli uomini politici e gli economisti affrontano spesso queste questioni riferendosi esclusivamente alla prospettiva presente, ai problemi della spesa pubblica e della libera concorrenza di mercato. Non è tuttavia meno legittimo rivendicare il ruolo della storia. La storia può dimostrare come il patrimonio culturale non sia un inutile fardello che ci trasciniamo da secoli in mancanza di nozioni economiche e politiche, ma come al contrario partecipi alla cosciente elaborazione di una strategia sociale destinata a formare e rafforzare l’identità culturale, i legami di solidarietà, il senso di appartenenza che sono condizioni necessarie di ogni società strutturata e, come riconoscono gli economisti con sempre maggiore chiarezza, sono anche un fattore non trascurabile di produttività. Se vogliamo comprendere i problemi del presente e del futuro col metro della storia secolare della conservazione, è quindi indispensabile comprendere storicamente le ragioni ultime della nozione di patrimonio e della sua funzione nelle società...