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mercoledì 1 settembre 2021

Il salvataggio delle calciatrici di Herat e un enorme rimpianto - Stefano Liberti

 

Tutto comincia con un messaggio su Facebook. “Hi sir, we are in trouble. Can you help us?”. Il messaggio è di quelli impossibili da ignorare. Per il luogo da cui proviene: l’Afghanistan appena caduto nelle mani dei taliban. E per il mittente: Susan, la capitana del Bastan football club, la squadra di calcio femminile della città di Herat.

Avevo conosciuto lei e le sue compagne nel 2016, quando ero andato in Afghanistan insieme a Pamela Cioni del Cospe a vedere alcuni progetti sostenuti dalla ong di Firenze. All’epoca, mentre giravamo senza sosta incontrando mediche, avvocate, giornaliste, attiviste per i diritti umani, siamo incappati in questo gruppo di ragazze agguerritissime. Un pomeriggio, la referente locale del progetto ci ha chiesto se volevamo incontrare delle calciatrici. Ovviamente abbiamo subito risposto di sì.

Poche ore dopo sono arrivate in ufficio una decina di giovani tra i sedici e i vent’anni, accompagnate dall’allenatore, un signore di 45 anni dagli occhi azzurrissimi e lo sguardo altero, quasi scostante. Le ragazze hanno cominciato a parlare di calcio, della loro formazione, di quanto si sentissero forti quando erano in campo. Parlavano tutte insieme, spesso una sopra all’altra, sotto lo sguardo vigile e compiaciuto del mister taciturno. Sprizzavano un’allegria che non avevamo ancora mai visto nel paese. La chiacchierata era andata avanti a lungo, fino quasi all’ora di cena. Non volevamo separarci, un po’ perché dopo tanti racconti di morte e desolazione avevamo respirato una boccata di vitalità e di speranza, un po’ perché loro erano ansiose di raccontarsi, confrontarsi, aprirsi. Abbiamo quindi chiesto se potevamo assistere a un allenamento. Ci hanno dato appuntamento alle 5.30 del mattino successivo. “Ci alleniamo presto per non dare nell’occhio”, si sono giustificate ridendo di fronte al mio sopracciglio alzato.

 

Diritti precari
Il giorno dopo ci siamo ritrovati all’alba nel grande stadio cittadino, dove le ragazze si allenavano su un quadratino esterno al campo per non rovinare il tappeto d’erba destinato ai loro colleghi maschi. Erano vestite da cima a piedi: magliette lunghe, calzamaglie a coprire le gambe, velo sulla testa. “È un compromesso che dobbiamo fare per non urtare troppe sensibilità e poter giocare in pace”, mi hanno detto. Nonostante l’impaccio, correvano e saltavano, si passavano palloni, facevano flessioni. Il mister le incoraggiava, ma intanto mi parlava di una situazione disastrosa: la federazione non aveva i soldi per comprare gli scarpini. La loro attività era malvista da gran parte della società. Lui aveva ricevuto varie minacce, telefonate di sconosciuti che lo insultavano.

Ma aveva faticato così tanto per convincere i genitori delle ragazze a mandarle a giocare ed era così catturato dalla loro gioia che, nonostante i pericoli, era deciso ad andare avanti. Mi sembrava una storia talmente eroica che l’anno dopo, sempre con il sostegno del Cospe, sono tornato a Herat insieme a Mario Poeta per girare un documentario su di loro. Abbiamo così passato diversi giorni insieme e le abbiamo conosciute meglio. Nel frattempo erano cresciute. Avevano una palestra dove allenarsi. La squadra si era iscritta alla federazione nazionale e partecipava al campionato. Avevano pure giocato tre partite con il contingente italiano della base di Camp Arena. “Vincendole tutte e tre”, raccontavano con una certa fierezza.

Da quell’anno, ho mantenuto i contatti con alcune di loro, sempre via Facebook, dove compaiono con nomi farlocchi e figurine di fantasia, senza mostrare le loro attività di calciatrici. Avevano imparato a praticare questa tecnica di sopravvivenza nell’Afghanistan dei diritti precari: fare senza ostentare. Glielo avevano insegnato gli sguardi della gente in strada, i racconti dei genitori che avevano vissuto l’epoca dei taliban, in cui praticare lo sport era vietato perfino ai maschi, figuriamoci alle ragazze. Ogni tanto alcune di loro mandavano a me o a Mario un messaggio con i loro risultati e i loro sogni: volevano giocare tornei fuori del paese, partecipare a competizioni internazionali, condurre una vita normale.

 

L’evacuazione
Poi, pian piano, i nostri contatti si sono diradati, come spesso accade nella vita. Fino al pomeriggio del 14 agosto, quando da Messenger arriva la richiesta di aiuto della capitana. Dopo un primo sentimento di impotenza, insieme a Mario, Pamela e a tutto il team del Cospe pensiamo che bisogna trovare il modo per tirarle fuori di lì. E così prende forma un’operazione che coinvolge i piani alti del ministero della difesa e degli esteri, i carabinieri del Tuscania, vari responsabili politici – tra cui l’ex ct della nazionale di pallavolo Mauro Berruto, oggi nella segreteria nazionale del Partito democratico – e una fitta rete di attivisti in Italia e in Afghanistan. Grazie alla segnalazione della deputata Lia Quartapelle e all’interessamento attivo di alcuni generali, il caso del Bastan viene inserito tra quelli da seguire con particolare attenzione.

Ma l’operazione è tutt’altro che semplice: l’unica via di fuga è l’aeroporto di Kabul, 850 chilometri da Herat. Lo scalo locale è chiuso da quando la città è stata conquistata dai taliban: le calciatrici devono quindi sobbarcarsi un viaggio lungo e pericoloso, su una strada che nessuno sa quanto sia costellata di check point. Chiedo alla capitana un elenco delle ragazze che vogliono venire in Italia assumendosi il rischio di quel trasferimento complesso. Alla fine cinque calciatrici si dicono pronte a partire, insieme alle loro famiglie. Anche l’allenatore decide di provarci. La lista viene subito trasmessa ai ministeri della difesa e degli esteri.

L’operazione di trasferimento dall’Afghanistan è ancora agli inizi ma già si registra un’atmosfera da si salvi chi può. Kabul è caduta il giorno dopo Herat; le forze internazionali si sono trincerate dentro all’aeroporto. Nel caos totale, aumentano le richieste di espatrio di quanti hanno collaborato con il nostro contingente e con le varie ong che in questi vent’anni hanno operato in Afghanistan. I tempi si fanno stretti: i taliban annunciano che entro il 31 agosto le truppe straniere devono improrogabilmente lasciare il paese.

Susan continua a mandarmi messaggi in cui descrive la situazione: le ragazze sono tappate in casa, temono che i taliban vengano a cercarle. Un giorno mi invia un dispaccio d’agenzia in cui la capitana della squadra nazionale afgana, già riparata in Danimarca, invita tutte le sportive a “cancellare ogni traccia della propria attività”. “Bruciate i vostri vestiti, i vostri certificati, fate sparire tutto”. A quest’agenzia fa seguire pochi minuti dopo il video del falò che lei stessa ha appiccato nel cortile di casa, dando fuoco alle divise della squadra e ai vari certificati. Poi un emoticon con una faccina in lacrime e un breve quanto inequivocabile messaggio: “Vi prego, fate presto”. Poco dopo, dal ministero arriva l’ok sulla lista.

 

Due giorni di trepidazione
Da quel momento, cominciano due giorni di trepidazione, una corsa contro il tempo fatta di messaggi WhatsApp, di triangolazioni con i carabinieri del Tuscania, di consultazioni frenetiche per fare in modo che le ragazze raggiungano Kabul e riescano poi a entrare in aeroporto.

Il pomeriggio di lunedì 23 agosto il gruppo parte alla spicciolata da Herat su diversi autobus. Hanno ricevuto istruzioni di staccare i cellulari e non farsi sentire fino a quando non siano a Kabul. La mattina del giorno dopo cominciano ad arrivare i messaggi delle ragazze che sono giunte sane e salve. Sono in città, in diversi luoghi sicuri. Ma nel frattempo l’accesso all’aeroporto sta diventando sempre più complicato. I taliban dichiarano in conferenza stampa che non avrebbero più permesso agli afgani di abbandonare il paese e avrebbero bloccato l’accesso allo scalo. Gli diciamo di sbrigarsi e correre verso l’aeroporto. Salgono al volo su vari taxi per arrivare. Ma non conoscendo Kabul, finiscono nella parte sbagliata dello scalo. Nuovi messaggi, nuove posizioni mandate via WhatsApp, nuovi confronti su Google maps per capire dove siano. Finché non interviene Abdul.

Abdul è il nostro signor Wolf. Collaboratore del Cospe, anche lui è stato inserito sulle liste delle persone da far espatriare. È quindi andato insieme alla famiglia all’Abbey Gate, il luogo da dove devono entrare tutte le persone inserite nelle liste e in cui devono arrivare anche le nostre calciatrici. Da Google risulta che il nostro gruppo è a dieci chilometri di distanza. Diciamo ad Abdul di chiamarle. Lui le guida passo passo. Alla fine, alle dieci di sera di martedì 24 si trovano. Non tutte purtroppo: due delle cinque calciatrici nella lista non sono riuscite a passare i controlli dei taliban e sono costrette a rinunciare. Come loro, migliaia di altri sono rimasti intrappolati dietro i posti di blocco.

Insieme alle nostre calciatrici e ad Abdul ci sono una quarantina di persone: tutte inserite sulle liste del Cospe e di Road for equality, una ong che sostiene un gruppo di cicliste attive a Kabul. Tutti aspettano dei segnali per poter accedere all’aeroporto: molti hanno segni di riconoscimento concordati con i nostri militari. Ma le ore passano e nulla accade. L’operazione va per le lunghe. Nella notte si susseguono i messaggi: le ragazze, che già hanno alle spalle una notte di viaggio, sono esauste. Noi le rassicuriamo dicendo che al sorgere del giorno saranno portate dentro. Poi arriva l’alba e con essa le foto che ci mostrano chiaramente la situazione. Il gate è preceduto da un fossato pieno d’acqua, lo scarico di una fogna a cielo aperto. Un ponticello minuscolo permette di varcare il fossato.

Dietro si accalca una folla immensa. Le ragazze hanno come segno di riconoscimento una H scritta sulla mano a indicare Herat. Ma sono lontane dal gate, dietro a migliaia di persone che vogliono entrare. Lo stesso vale per il gruppo guidato da Abdul – di cui fanno parte una giornalista incinta all’ottavo mese e dodici bambini piccoli. La situazione è drammatica: la folla spinge. Alcune persone cadono. I bambini vengono portati via per non finire schiacciati. Le ragazze finiscono mani e piedi dentro il fossato. Alcuni del gruppo Cospe rinunciano e tornano a casa. Anche le tre calciatrici e l’allenatore cominciano a mostrare segni di sfinimento. Gli diciamo di resistere e cerchiamo di capire quando e come usciranno gli uomini del Tuscania a recuperare tutto il gruppo.

Mandiamo ancora posizioni. Abdul coordina sul terreno parlando direttamente con i militari all’interno. Ma passano altre ore e nulla accade. Cala di nuovo il buio. Nelle nostre chat incrociate si rincorrono messaggi di speranza e di scoramento. I carabinieri assicurano che appena possibile andranno. Le persone fuori aspettano. Le ragazze scrivono: “Aiuto! Sono più di venti ore che siamo qui fuori, insieme a migliaia di persone e dentro una fogna”. Credono che nessuno verrà mai a prenderle. Anch’io inizio a temere che la situazione sia troppo complessa e che i nostri militari avranno difficoltà a uscire. Aspettiamo in silenzio mentre a Kabul la notte avanza di nuovo. Poi arriva in chat la notizia che uno del Tuscania è fuori con una torcia rossa. Si riattivano i messaggi frenetici. Io dico alle ragazze di cercarlo e di stare insieme al resto del gruppo. Ma non lo vedono. Passano altri minuti. Trascorre un’ora di black out totale. Nessuna delle tre calciatrici risponde più ai messaggi WhatsApp. C’è un’atmosfera di ansia sospesa, un silenzio irreale in una chat che fino a poco prima trillava senza freni. Poi, del tutto inaspettato, il messaggio più bello: “Hi dear, we entered, we are together, we are soooo happy”. Sono le dieci di sera di mercoledì 25 agosto, le 19.30 in Italia. Dopo 48 ore di viaggio e 24 ore fuori dall’Abbey Gate, le tre ragazze, l’allenatore e le loro famiglie sono al sicuro.

 

Il segnale finale
Ma lo stesso non vale per l’altra parte del gruppo. I Tuscania non li hanno trovati e sono rientrati. Nonostante le ore in piedi e senza sonno, Abdul non si perde d’animo. Manda ancora la posizione, tiene alto il morale di tutti quelli che sono rimasti fuori. I carabinieri dicono che usciranno di nuovo alle 4 del mattino. Ma anche quella deadline viene bucata. La situazione si fa complessa: la gente è sempre più accalcata. La chat è un susseguirsi di messaggi. Abdul mantiene il sangue freddo. Il sole sorge di nuovo: il gruppo ha ormai passato due notti intere fuori del gate. Segue nuovo scambio di massaggi e di posizioni. L’operazione viene di nuovo annunciata. Nessuno dice nulla per non creare altre false speranze. Poi, all’improvviso, tutto si sblocca: alle ore 8.30 del mattino, le 6 in Italia, di giovedì 26 agosto il resto del gruppo riesce a entrare all’interno dell’Abbey Gate. Si ritrovano con le tre calciatrici e l’allenatore, entrati ore prima. Sono tutti sfiniti ma felici. Si stendono per riposarsi.

Sembra l’atteso lieto fine, ma in chat arriva un altro messaggio: la giornalista incinta non è riuscita a entrare. È fuori, insieme ai figli e al marito. Scrive che è rimasta bloccata nel canale, non ha fatto in tempo a risalire. Riparte la ricerca. Abdul stesso esce di nuovo insieme ai militari, ma non la vedono. C’è ancora troppa ressa. Rientrano. Il tempo passa. Si cerca un modo per uscire di nuovo mentre la ragazza manda segnali sempre più disperati. Finché non succede l’irreparabile: un attentatore suicida si fa esplodere proprio all’Abbey Gate, a pochi metri di distanza dalla giornalista. Lei è miracolosamente illesa, così come i figli e il marito, ma descrive scene strazianti, con cadaveri ovunque e il canale di scolo diventato rosso sangue. È il segnale finale: l’operazione si chiude. Tutti sappiamo che nessuno uscirà più dall’Abbey Gate. La tragedia dell’attacco suicida, che tutti temevamo fin dall’inizio e che era stata annunciata come probabile da vari servizi d’intelligence, fa calare sullo scalo di Kabul un velo di morte e di tristezza

Le tre calciatrici e l’allenatore non sanno nulla. Al momento dell’attentato sono già a bordo di un C-130 dell’aeronautica militare. Venerdì all’una e mezza di notte mi mandano un messaggio da Fiumicino: “Siamo in Italia. Grazie per tutto quello che avete fatto”. E subito dopo un altro: “Speriamo riuscirete a salvare anche quelle che non ce l’hanno fatta”.

Questo l’enorme rimpianto: che non tutti ce l’abbiano fatta. Grazie all’impeccabile lavoro dei carabinieri del Tuscania, al coordinamento tra ministero degli esteri e della difesa, alla rete che si è creata e che ha seguito passo passo l’operazione, grazie soprattutto al loro incredibile coraggio e determinazione, le calciatrici e buona parte del gruppo sono oggi in salvo in Italia. Ma in fondo rimane viva l’amarezza di una missione non del tutto compiuta e la preoccupazione per quello che potrebbe succedere a quelle che sono rimaste indietro.

da qui

giovedì 12 novembre 2020

Cavie Umane – Il Contenzioso di Kano – Pfizer, un crimine contro la Nigeria

 

ripreso dal facebook di Stefano Liberti

 

La Pfizer annuncia di aver trovato il vaccino. Il titolo vola in Borsa. Il nostro Paese avrebbe un patto segreto per ottenere molte dosi  il prima possibile. Speriamo sia tutto vero. 

Un piccolo episodio personale per inquadrare la multinazionale in questione: alcuni anni fa, nel 2007, andai nella loro sede di New York per intervistare il loro responsabile dei programmi all’estero. Poco prima ero stato nel nord della Nigeria, a Kano, dove l’azienda era andata nel 1996 nel bel mezzo di un’epidemia di meningite per sperimentare un nuovo farmaco, il Trovan. Il farmaco – mai utilizzato prima – fu somministrato a 100 bambini, mentre ad altri 100 venne dato un altro farmaco allora in commercio. Dei 100 che hanno provato il Trovan, 5 sono poi morti, altri sono rimasti menomati a vita. A Kano ho incontrato alcuni di questi bambini  – e i loro genitori che sostenevano di non essere stati informati di far parte di una sperimentazione. Il Trovan è stato poi messo in commercio in Europa e ritirato poco dopo perché tossico. Il governo nigeriano ha fatto causa alla Pfizer. Alla fine del processo, la multinazionale statunitense ha accettato di pagare 75 milioni di dollari come risarcimento allo stato di Kano. 

Per chi fosse interessato qui sotto il mio servizio che all’epoca è andato in onda nella trasmissione «C’era una volta» del compianto Silvestro Montanaro.  Buona visione.

Stefano Liberti


 

da qui

lunedì 18 novembre 2019

Venezia affonda


Venezia affonda - Lanfranco Caminiti

Se l’Apocalisse verrà, inizierà da Venezia.
Cos’avrebbe da colpire a Milano, quel bosco verticale di Boeri?
Cos’avrebbe da colpire a Firenze, quell’ininterrotta sequenza di pizzerie, gelaterie, jeanserie che ne hanno cambiato per sempre il volto?
E a Roma? Cos’avrebbe da colpire a Roma che non sia già sinistrato dall’incuria di uomini e amministrazioni? Tra buche, sprofondamenti, voragini, disservizi? E poi, se i quattro cavalieri dell’Apocalisse arrivassero a Roma farebbero la fine del marziano di Flaiano, qualcuno chiederebbe uno strappo per arrivare prima in centro, qualcuno salirebbe in groppa chiedendo se c’è tassametro e regolare fattura e balzando sul bianco destriero – aho’ gajardo, ammazza’ che ve siete ‘nventati.
No, è a Venezia che inizierà l’Apocalisse – perché è la città più delicata del mondo, proprio come un vetro soffiato; la città più improbabile del mondo, non si costruiscono fondamenta sull’acqua ma sulla terra – così dicono le Scritture; la città più bella del mondo.
Quando l’Apocalisse verrà a Venezia, essa non porterà carestia, guerra, peste, morte – e non avrà la forma del fuoco che tutto brucia. Quando l’Apocalisse verrà a Venezia, avrà la forma dell’acqua. Di acqua è vissuta Venezia, della sua intelligenza secolare di sfidarla, domarla, vincerla, convivervi, di acqua perirà. Il MOSE, pasticcio e spreco, sarà la sua nemesi: non divide le acque, non le trattiene, anzi consente che passino, che sommergano.
Come i villaggi delle valli che, quando si costruisce una diga, finiscono sommersi, la guglia del campanile che ancora appena affiora, in certi giorni e in certe condizioni addirittura si può sentire il rumore sinistro della campana, e tutto il resto sotto: le case, le scuole, il forno, l’officina, la chiesa. Così sarà: il campanile di San Marco che appena affiora – e tutto il resto sotto.
Quando l’Apocalisse verrà e avrà sommerso tutto, vivremo sulle zattere e ci sposteremo seguendo le correnti e nessuno ricorderà più che un giorno il mondo era popolato di città bellissime – e avremo le branchie e avremo i piedi pinnati, proprio come Kevin Costner in Waterworld, perché avremo imparato a vivere più nell’acqua che fuori. E cercheremo una Dryland, una terra asciutta – che è come l’isola del tesoro – che però è solo un racconto, una storia, una fiaba che si continua a dire ai bambini, non c’è nessuna isola asciutta.
I popoli del mare, creature d’acqua che vivono da sempre sul fondo marino, da prima che l’uomo apparisse sulla terra, sono stanchi. Del nostro inquinamento, delle nostre guerre sottomarine, della Great Pacific Garbage Patch – il continente di spazzatura che galleggia nel Pacifico grande quanto la Spagna, e forse di più. Dei pesci, le creature con cui convivono, che muoiono ingoiando le nostre schifezze, le nostre plastiche che non scompaiono mai. I popoli del mare hanno deciso di sommergerci, con degli tsunami che creano apposta per coprire d’acqua le nostre intollerabili città. Forse, come nel film Abyss di Cameron, un semplice gesto d’amore, un semplice atto di altruismo, ci può salvare. Li commuoverebbe, li tratterrebbe dai loro terribili propositi. Ne siamo ancora capaci? C’è un uomo che ne è ancora capace? C’è un bimbo che è pronto a mettere il dito nella diga che sta già gocciolando dal buco e presto il terrapieno esploderà invadendo il villaggio?
L’atrio della Basilica di San Marco è andato sommerso – quello spazio era, un tempo, il luogo del pentimento. E della punizione. L’anno scorso ci furono due picchi intorno al metro e mezzo. Stavolta siamo andati oltre. È la quinta volta nella storia. Il salso ha aggredito i mosaici, i mattoni, le colonne, che sono lì da mille anni – si teme per la sua stabilità.
L’Apocalisse è già arrivata. E è iniziata a Venezia.

da qui


Venezia mostra che l’Italia è nel mezzo di una crisi climatica - Stefano Liberti

L’acqua alta che ha sommerso Venezia nella notte tra il 12 e il 13 novembre – la seconda più alta di sempre, dopo la cosiddetta acqua granda del 1966 – è un sintomo emblematico di quanto la crisi climatica stia incidendo sulla fisionomia dell’Italia. Il sindaco della città, Luigi Brugnaro, lo ha sottolineato così: “Questi sono evidentemente gli effetti dei cambiamenti climatici”.
Provocata da un vortice di venti che ha assunto una velocità fuori dal comune e ha sospinto grandi masse d’acqua verso la laguna, la marea ha raggiunto i 187 centimetri e ha sommerso l’85 per cento della città. Dopo aver segnalato per la serata un livello di 145 centimetri, il centro maree ha rivisto la stima in diretta, trovandosi di fronte a una situazione del tutto inedita. “I nostri modelli non hanno segnalato l’ondata di marea semplicemente perché si è trattato di un evento mai visto da quando facciamo previsioni modellistiche”, dicono dalla sala operativa dell’ente incaricato di prevedere l’innalzamento delle acque e allertare la cittadinanza.
Ma Venezia è uno specchio di quello che sta succedendo in tutto il paese: non passa giorno senza che un territorio si trovi colpito da un evento meteorologico “mai visto prima”, sia esso un vento di velocità inconsueta, una grandinata fortissima o una pioggia che fa esondare fiumi e torrenti. Nella stessa giornata in cui Venezia finiva sotto l’acqua, il centro di Matera veniva sommerso da un fiume di fango provocato da un temporale di intensità inaudita, e una tromba d’aria si abbatteva sulle coste di Porto Cesareo, in Puglia, facendo letteralmente volare le barche ormeggiate al molo.

Dati preoccupanti
Questo è quello che sta accadendo oggi: un ripetersi di eventi estremi che stanno flagellando il paese, distruggendo territori, fiaccando comunità intere. È passato poco più di un anno da quando la tempesta Vaia ha cancellato una parte rilevante dei boschi nel nordest dell’Italia. Venti con una velocità superiore ai 200 chilometri orari hanno divelto in poche ore milioni di alberi: “Quanto è successo qui l’anno scorso è qualcosa di assolutamente inedito”, ricorda Severino Andrea De Bernardin, sindaco di Rocca Pietore, tra i comuni più colpiti dalla tempesta in Veneto. “Qui sono esondati trenta torrenti e si sono schiantati 600mila alberi – 500 per ognuno dei nostri 1.200 abitanti”.
Il piccolo comune del bellunese è circondato da montagne dove ancora si vedono i segni del disastro: i boschi che ne coprivano i fianchi sono diventati un manto di tronchi abbattuti. Il che aumenta il pericolo di valanghe in caso di nevicate forti. “Ormai passo le giornate a guardare ossessivamente il meteo”, dice il sindaco preoccupato.
L’acqua alta a Venezia o la tempesta Vaia fanno notizia per l’entità dei danni, per il numero di persone colpite e per l’alto valore simbolico. Ma non sono altro che la punta di un iceberg con cui tutti noi siamo chiamati a fare i conti. Basta prendere i dati dell’European severe weather database per vedere come in Italia l’evento straordinario sia ormai diventato ordinario. Secondo questo database, che registra tutti gli eventi estremi – tornado, piogge torrenziali, grandinate eccezionali, tempeste di neve, valanghe –, dall’inizio del 2019 si sono verificati 1.543 eventi di questo tipo in Italia. Circa cinque al giorno.
Un dato preoccupante, che assume una valenza ancora più inquietante se lo si confronta con quello di paesi come la Spagna, che nello stesso periodo ne ha avuti 248, o il Regno Unito, che ne ha avuti 190. Se guardiamo alla serie storica di questi tre paesi, osserviamo una progressione ancora più preoccupante: in Italia nel 2009 si sono verificati 213 eventi estremi, in Spagna 219, nel Regno Unito 47. Nel 1999, in Italia se ne sono registrati 17, in Spagna 24, nel Regno Unito 27. Questo vuol dire che nel nostro paese il fenomeno cresce velocemente.
“Per la sua particolare posizione geografica, in mezzo al mar Mediterraneo, l’Italia è da considerarsi uno hot spot climatico, un luogo cioè dove il cambiamento climatico è più rapido”, dice Gianmaria Sannino, responsabile del laboratorio di modellistica climatica e impatti dell’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (Enea), che studia la situazione nel Mediterraneo e ha previsto che da qui al 2100 ci sarà un aumento del livello del mare di almeno un metro. “Il livello del Mediterraneo si alza più rapidamente rispetto all’oceano, e soprattutto si scalda. Il che libera più energia nel sistema atmosfera-mare e rende più probabile i fenomeni estremi”.
Che fare di fronte a questa serie di disastri? Forse per prima cosa sarebbe il caso di cambiare prospettiva, riconoscendo che siamo nel bel mezzo di una crisi climatica e che dobbiamo dotarci di strumenti di adattamento il più efficaci possibili per affrontare quella che presumibilmente non sarà un’emergenza inaspettata, ma una nuova normalità.

da qui


dice il patriarca di Venezia


A Venezia si contrappongono le esigenze economiche a quelle della salvaguardia, come accade a Taranto?
Venezia non è Taranto, però anche Venezia ha alternative da trovare, che possano permettere alla città di essere vivibile, non Disneyland o Pompei. Purtroppo, stiamo andando verso qualcosa di simile. Una volta ho detto che Venezia non è più una città abitata, non è più una città dove si sentono le voci dei bambini, gli anziani sono pochi, sono confinati in appartamenti con scale che sono difficilmente percorribili. Ecco dobbiamo cercare di ripensare la città non tagliando fuori nessuno, ma pensando che il bene comune.

…Davanti all’alluvione di Venezia ha espresso amarezza, però resta fiducioso
R. – Sì, resto fiducioso a condizione che si voglia insieme ripensare la nostra città; non la si può condannare ad essere solo uno strumento di reddito per il turismo, ma dev’essere una città che torni ad essere abitata, quindi avere delle politiche abitative soprattutto in favore delle famiglie, dei giovani. E poi bisogna anche pensare che questa città non può andare oltre dei parametri di sicurezza e di sostenibilità. Io penso a due cose, fondamentalmente: non vogliamo escludere nessuno, però un turismo che riversa 28 milioni di persone all’anno in una struttura fragile come è quella di Venezia, è eccessivo. Poi, il passaggio delle grandi navi: ci sono stati nell’estate scorsa, a giugno e a luglio, due eventi che potevano diventare tragici. Proprio in concomitanza del passaggio di queste navi da crociera nel Canale della Giudecca si è rischiato veramente di andare vicini a una tragedia. Quindi, sì il turismo ma calmierato secondo le possibilità della città, accogliendo tutti e volendo un turismo anche alla portata di tutti, non d’élite e nello stesso tempo, ripensare veramente la città di fronte al passaggio delle grandi navi.

domenica 5 agosto 2018

I discount mettono all’asta l’agricoltura italiana - Stefano Liberti, Fabio Ciconte


L’offerta è di quelle irrinunciabili: una bottiglia di passata di pomodoro a 39 centesimi di euro, un litro di latte a 59 centesimi, un barattolo da 370 grammi di confettura extragusti a 79 centesimi, un pacco di pasta trafilata al bronzo a 49 centesimi. Diffuso a tappeto nelle cassette delle lettere e su internet, il volantino promuove i saldi sul cibo per attrarre una clientela sempre più vasta. A firmarlo è il gruppo Eurospin, quello della “spesa intelligente” e del marchio blu con le stellette, discount italiano con una rete di oltre mille punti vendita in tutta la penisola e vertiginose crescite di fatturato annuali a due cifre .
Facendo un rapido calcolo, è possibile preparare una pasta al pomodoro per quattro persone spendendo quanto un caffè al bar. Ma come fa il gruppo veronese a proporre prezzi così stracciati? Dietro le offerte al consumatore, c’è un meccanismo perverso che finisce per schiacciare intere filiere e che ha conseguenze sulle dinamiche di produzione e sui rapporti di lavoro nelle campagne: l’asta elettronica al doppio ribasso.
Questa pratica commerciale, che somiglia più al gioco d’azzardo che a una transazione tra aziende, è sempre più diffusa nel settore della Grande distribuzione organizzata (Gdo), soprattutto tra i gruppi discount. Fa leva sul grande potere che hanno acquisito negli ultimi anni le insegne dei supermercati, diventate il principale canale degli acquisti alimentari, e sulla frammentazione e lo scarso potere contrattuale degli altri attori della filiera.

Come funziona un’asta online al doppio ribasso
Il meccanismo di base è lo stesso di un’asta: da una parte c’è la Gdo, che deve acquistare la merce, dall’altra le aziende fornitrici che fanno l’offerta. Con un’unica, non trascurabile, variante: vince il prezzo peggiore, non il migliore.
È successo poche settimane fa, quando Eurospin ha chiesto alle aziende del pomodoro di presentare un’offerta di vendita per una partita di 20 milioni di bottiglie di passata da 700 grammi. Una volta raccolte le proposte, ha indetto una seconda gara, usando come base di partenza l’offerta più bassa.
Alcuni si sono ritirati già dopo la prima asta. “Non ci stiamo dentro con i costi”, ha detto con fare sconsolato uno di loro, che ha chiesto di rimanere anonimo. Gli altri sono stati invitati a fare una nuova offerta, sempre al ribasso, su un sito internet. Si sono quindi trovati a dover proporre in pochi minuti ulteriori tagli al prezzo base, in modo da aggiudicarsi la partita.
Alla fine di questa gara online, la commessa è stata vinta da due grandi gruppi per un prezzo pari a 31,5 centesimi per bottiglia di passata. Altre tre aziende hanno invece vinto un’altra commessa per una fornitura di pelati da 400 grammi grazie a un’offerta di 21,5 centesimi per bottiglia.
“Se teniamo conto solo della materia prima, della bottiglia e del tappo, per la passata arriviamo a un costo di 32 centesimi”, dice un industriale del pomodoro, che preferisce non rivelare il nome. “Se poi aggiungi il costo dell’energia e del lavoro, allora ci perdi, e anche tanto”. Eppure, pur di aggiudicarsi la commessa e stare sul mercato, molti sono disposti a lavorare in perdita, sperando poi di rifarsi successivamente risparmiando su altre voci di fatturato, come per esempio il costo della materia prima.

“Il vero caporale”
Nelle campagne della Capitanata, in provincia di Foggia, tutto è ormai pronto per la raccolta. Nelle prossime settimane camion carichi di cassoni cominceranno a fare la spola tra i campi, che già brillano del rosso dei pomodori maturi, e le varie aziende di trasformazione. Ma gli agricoltori sono sempre più sconfortati. “Una volta il pomodoro garantiva ottimi guadagni. Ormai è un prodotto-merce, che si paga sempre meno”, racconta Marco Nicastro, imprenditore agricolo e presidente dell’organizzazione di produttori Mediterraneo. “Quando gli industriali partecipano a queste aste, l’unico modo che hanno per non lavorare in perdita è rifarsi su noi produttori agricoli, pagandoci il meno possibile la materia prima. Altro che sfruttamento nei campi da parte nostra, è la grande distribuzione organizzata il vero caporale!”.
In una specie di effetto a cascata, ogni attore della filiera finisce per rivalersi su quello più debole: le aziende strozzate dalle aste cercano di ottenere il prodotto agricolo a prezzi più bassi e i produttori provano a risparmiare sul costo del lavoro. “Alla fine ci rimettono i lavoratori, perché sono gli ultimi anelli della catena”, denuncia Giovanni Mininni, segretario nazionale della Flai-Cgil. “Non si può pensare di eliminare il fenomeno dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e del caporalato se non si interviene su tutta la filiera, perché la Gdo abbassa il prezzo a livelli quasi insostenibili per chi produce. Anche se non può essere una giustificazione, spesso i produttori risparmiano sulla pelle dei lavoratori, violando leggi e contratti”.
Secondo uno studio dell’Associazione industrie beni di consumo, nei gruppi discount la pratica dell’asta incide per circa il 50 per cento delle forniture. Percentuale che si abbassa leggermente nei supermercati tradizionali. Ma la prassi finisce per investire interi settori agroalimentari, che si trovano ostaggio di una politica commerciale basata sul continuo abbassamento dei prezzi. “Il problema di queste aste online”, dice Giovanni De Angelis, direttore dell’Associazione nazionale delle industrie conserviere alimentari vegetali (Anicav), “è che non riguardano solo il gruppo che le lancia e coloro che accettano i prezzi ribassati. Il prezzo con cui si vince l’asta diventa un riferimento per tutte le altre insegne della Gdo”.

Le leggi e i protocolli
Così il pomodoro – simbolo del made in Italy e della dieta mediterranea – si vede sempre più relegato al ruolo di commodity, prodotto civetta dal valore irrisorio e che può essere ottenuto solo riducendo al minimo i costi. “Spesso i nostri associati sono costretti a partecipare a queste gare per vendere il prodotto. Ma si tratta di pratiche che favoriscono fenomeni speculativi, su cui sarebbe giusto intervenire in modo normativo come è stato fatto in altri paesi europei, per esempio in Francia”.
Una legge francese del 2005 ha regolamentato le aste elettroniche fissando limiti così numerosi da renderle non vantaggiose. Nel giugno 2017, anche il governo italiano è intervenuto nella stessa direzione. Il ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali ha stilato un protocollo per promuovere pratiche commerciali leali lungo l’intera filiera agroalimentare. In particolare, si chiedeva alla Gdo di impegnarsi “a non fare più ricorso alle aste elettroniche inverse al doppio ribasso per l’acquisto di prodotti agricoli e agroalimentari”.
Pur se non vincolante, il documento è stato firmato dal gruppo Conad e da Federdistribuzione, a cui sono associate diverse insegne di supermercati. Eurospin non ha aderito. Ai ripetuti contatti via email e telefonici per avere chiarimenti sia sulla recente asta del pomodoro sia sulla mancata adesione al protocollo, l’azienda veronese ha preferito non rispondere.

Una direttiva contro le pratiche sleali
“Quella delle aste online è una delle pratiche commerciali sleali su cui è necessario intervenire”. Vicepresidente della commissione agricoltura del parlamento europeo, Paolo De Castro è relatore di una proposta di direttiva europea per riequilibrare i rapporti di forza nella filiera agroalimentare e mettere fine allo strapotere delle insegne commerciali. “La grande distribuzione organizzata è nelle mani di pochi gruppi giganteschi, e questo rende molto fragile il potere contrattuale degli altri attori, che subiscono vere e proprie imposizioni da far west”.
La direttiva vuole stabilire degli standard di legge a cui tutti gli stati membri devono adeguarsi, con la possibilità di andare oltre le legislazioni nazionali. “È la prima volta in vent’anni che si legifera su questo punto. Se la direttiva sarà approvata, e contiamo di farlo entro la fine della legislatura, nel 2019, scatteranno dei meccanismi che vieteranno le pratiche più aggressive della Gdo mettendole al bando”.
Dietro le aste online e le altre azioni vessatorie messe in atto dai gruppi della Gdo nei confronti dei fornitori, c’è un’idea di marketing che ha trasformato il cibo in un bene a basso costo, con i supermercati impegnati in promozioni continue per accaparrarsi una clientela interessata solo a spendere meno. Un’idea che ha conseguenze sui produttori, spinti a produrre in quantità sempre maggiori e a costi sempre minori, risparmiando il più possibile sul lavoro dei braccianti.
“Oltre a far soffrire gli operatori agricoli, le aste online, il sottocosto e il 3x2 danneggiano gli stessi consumatori. Siamo sicuri che il prezzo più basso vada veramente a suo beneficio? Per vendere a quei prezzi, alla fine bisogna abbassare i costi di produzione e quindi la qualità”, conclude De Castro.
Il non detto del volantino che propone il sugo a 39 centesimi per “una spesa intelligente” è proprio questo: dietro a quei prezzi, ci potrebbero essere sfruttamento nei campi e riduzione al minimo degli standard qualitativi.

martedì 12 gennaio 2016

Sul reato di clandestinità Renzi ha perso la bussola - Stefano Liberti


Il dibattito sulla depenalizzazione del reato d’immigrazione irregolare ha visto la formazione di un inedito fronte a favore: non solo le associazioni in difesa dei diritti civili e la magistratura, ma anche i vertici delle forze dell’ordine si sono pronunciati per l’abolizione del reato, perché non serve a niente. “Andrebbe riformato. Così com’è intasa le procure”, ha detto il capo della polizia Alessandro Pansa. Il governo ha invece deciso di rimandare sine die tale decisione, che pure sarebbe obbligato a prendere in virtù di una legge delega del parlamento.
Approvato nel 2009 dal governo Berlusconi-Maroni (con l’attuale ministro dell’interno Angelino Alfano allora alla giustizia), il reato prevede una multa per l’immigrato entrato irregolarmente (o colto in situazione irregolare sul territorio) e che nel frattempo è stato espulso o ha fatto perdere le proprie tracce, e quindi non potrà pagare la sanzione. In questo senso, intasa le procure inutilmente.

La realtà e la percezione dei cittadini
Così congegnato, il reato non ha mai raggiunto gli obiettivi che si era prefissato il legislatore. Com’era prevedibile fin dalla sua approvazione, non ha avuto alcun effetto dissuasivo: è implausibile che una persona pronta ad attraversare il Mediterraneo a bordo di un barcone o i Balcani nel cassone di un tir cambi idea per timore di vedersi infliggere una multa (che peraltro non pagherà mai).
Ma la cosa più sorprendente di tutto il dibattito sono le ragioni presentate dal presidente del consiglio per giustificare il suo mancato atto. In un’intervista al Tg1, Matteo Renzi ha detto che “secondo i magistrati il reato in quanto tale non serve, non ha senso e intasa i tribunali, ma è anche vero che c’è una percezione di insicurezza da parte dei cittadini per cui questo percorso di cambiamento delle regole lo faremo con calma, tutti insieme, senza fretta”.
Il capo del governo ammette senza riserve di determinare le sue decisioni in un campo delicato come quello dell’immigrazione basandosi non sulla realtà dei fatti o sull’opinione di esperti, ma sulla percezione dei cittadini – che per sua stessa natura è viziata da emotività, paure e riflessi condizionati di chiusura nei confronti del diverso.
La verità è che, in questa come in altre questioni legate ai diritti civili, il presidente del consiglio ha perso un’altra occasione per realizzare un gesto altamente simbolico e cambiare così la percezione dei cittadini. Cioè: orientare l’opinione pubblica, che è precisamente il compito che un governo dovrebbe darsi.

mercoledì 29 luglio 2015

Il giornalista che fa infuriare la monarchia marocchina - Stefano Liberti

Sotto il sole torrido, un uomo – un giornalista – ha piantato una tenda di fronte all’edificio delle Nazioni Unite, a Ginevra, e ha cominciato uno sciopero della fame che dura da 34 giorni. Chiede solo una cosa: che gli siano restituiti i suoi documenti, e con questi il diritto di esercitare la sua professione.
Ali Lmrabet è uno dei più noti giornalisti marocchini, forse il più noto. Fondatore di giornali satirici, firmatario di scoop e di servizi al vetriolo (celebre il suo reportage nelle vesti di un migrante irregolare su un gommone attraverso lo stretto di Gibilterra nel 2000), vincitore di decine di premi, oggi è un sans papiers. Il governo di re Mohammed VI non vuole rilasciargli quei documenti che gli permetterebbero di riprendere la propria attività nel paese, interrotta più di dieci anni fa.
La sua colpa? Essere andato nei campi sahrawi in Algeria e aver detto che chi vive lì è un rifugiato
L’odissea di Ali è cominciata nel 2003 quando è stato condannato a quattro anni di carcere (ridotti a tre in appello) per “oltraggio alla persona del re” e “attentato all’integrità territoriale del regno”. La sua colpa? Essere andato nei campi profughi sahrawi di Tindouf in Algeria e aver detto che coloro che vivono lì non sono dei “sequestrati” del Fronte Polisario (come vuole la posizione ufficiale marocchina) ma dei semplici rifugiati. Il soggetto è tabù nel regno alauita: Ali è stato messo in carcere. All’inizio del 2004, dopo sette mesi di prigione e un altro sciopero della fame, è stato graziato da Mohammed VI.
A seguito di un altro processo, nel 2005, ha subito un’altra singolare condanna: dieci anni di divieto di esercitare la professione. Ha accettato il verdetto e continuato il suo lavoro in Spagna, prima come inviato speciale di El Mundo, poi come giornalista indipendente. Ma senza mai dimenticare la sua priorità: rilanciare i suoi giornali in Marocco. Oggi, che i dieci anni di interdizione sono terminati, il potere marocchino sembra volerglielo impedire a ogni costo. In mancanza di appigli giuridici, i funzionari di Rabat hanno trovato un altro modo: privarlo della propria identità rifiutando di rinnovargli i documenti.
Una lettera, firmata da celebri nomi del giornalismo, della letteratura e dell’accademia (fra questi il premio Nobel per la letteratura John Maxwell Coetzee e il premio Pulitzer Seymour Hersh) è stata inviata al re Mohammed VI. Per il momento è rimasta senza risposta. E intanto Ali si prepara a entrare nel suo 35esimo giorno di sciopero della fame.


qui una vecchia intervista con Ali Lmrabet