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lunedì 30 dicembre 2024

notizie di Paolo Cognetti

 

Paolo Cognetti: “I pensieri suicidi erano all’ordine del giorno… Ho detto allo psichiatra che non era urgente vedersi, ho saltato una visita, mi sono ritrovato polizia e ambulanza sotto casa”

 

La confessione di Paolo Cognetti continua oggi sulle pagine del Corriere della Sera. L’autore di Le otto montagne, che aveva rivelato a Repubblica in un’intervista di essere caduto in depressione, è tornato su alcuni dettagli di questo lungo e tragico travaglio psicologico

 

“Restavo nella mia baita a guardare il soffitto, qualcuno provava a trascinarmi fuori, ma non mi importava più di niente, non c’era più amore né per mia madre e mio padre che erano lì ad accudirmi, né per il mio cane Lucky: il mio cuore era inaridito”. La confessione di Paolo Cognetti continua oggi sulle pagine del Corriere della Sera. L’autore di Le otto montagne, che aveva rivelato a Repubblica in un’intervista di essere caduto in depressione e di avere subito un TSO (trattamento sanitario obbligatorio) con un ricovero di due settimane al Fatebenefratelli di Milano, è tornato su alcuni dettagli di questo lungo e tragico travaglio psicologico. Cognetti spiega ad esempio che i pensieri di suicidio “erano all’ordine del giorno: la corda ce l’ho, la trave ce l’ho, devo capire come salire sulla sedia”, tanto quanto l’alcolismo (“ho vissuto da alcolista duro e puro: dal caffè corretto alle 8 di mattina all’ultimo whisky all’1 di notte, passavo tutto il giorno a bere, finché mi sono sbattuto fuori casa da solo”).

Anche se il tradimento dell’amata montagna (“sono diventato il nemico: a Brusson, dove ho la baita, un bel po’ di gente si gira dall’altra parte quando passo”) dopo l’ultimo libro – Giù nella valle (Einaudi) sembra essere la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Cognetti viene descritto dal corrispondente del Corriere come dimagrito, senza barba e con i capelli tinti di un rosso tiziano. “Non avevo mai sofferto prima di depressione. Periodi di grande tristezza, di noia esistenziale sì, ma niente di simile a quello che è successo dopo”, ha continuato lo scrittore.

“Per qualche mese ho smesso di bere, ma poi mi sono detto: se sto così male, anche se ricomincio non potrà andare peggio, giusto? Ho ripreso e mi sono sentito meglio, ho recuperato energia e allegria, ma per il mio psichiatra stavo solo entrando in una nuova fase maniacale”. Cognetti spiega che nella sindrome bipolare c’è la fase depressiva (“che fa schifo”) e la fase maniacale (“dove hai mille idee al secondo, scriveresti dieci libri, e io ci sono ancora dentro”). Poi ha provato a fare chiarezza sull’origine del TSO che rimane comunque un atto di estrema violenza contro la volontà di una persona: “Ho detto allo psichiatra che non era urgente vederci, ho saltato una visita e mi sono trovato la polizia e l’ambulanza sotto casa. In ospedale non ho firmato l‘accettazione delle cure ed è scattato il Tso. Ho passato due settimane in un regime che potrei definire carcerario”. Cognetti, infine, sembra come citare un altro TSO riferito a “gennaio” scorso (2024?) quando sarebbe stata la sua compagna ad insistere per andare in pronto soccorso: “ tu stai delirando, diceva. Quando ho provato ad andarmene dall’ospedale mi hanno circondato in sette: ho fatto una denuncia per quell’episodio”.

da qui

 

 

Nel buio e senza libertà: così Cognetti ha testimoniato le peripezie di chi soffre di depressione - Maurizio Montanari

 

Ha avuto coraggio Paolo Cognetti nel testimoniare la sua discesa nel mare nero della depressione raccontando lo stato di paralisi dell’anima causato dalla melanconia. La depressione maggiore è un sole nero che irradia lamine di buio tagliente che ho cercato clinicamente di descrivere qua, consapevole che si tratta della bestia più feroce che possa entrare nei nostri studi, ormai quasi settimanalmente.

Il messaggio più importante e doloroso del suo racconto riguarda l’impossibilità di trasmettere ciò che si prova quando si vive in una dimensione bipolare, limite contro il quale molti pazienti infrangono le loro speranze di essere ascoltati e capiti.

La depressione non si può dire. E’ umiliante, mortificante. Costringe il cuore, opacizza l’animo. Trasforma chi ne è colpito in un pianeta freddo obbligato ad orbitare lontano da qualsiasi luce.

Il paziente depresso riferisce molto spesso di un momento della vita nel quale, di colpo o lentamente, le luci della sua esistenza si sono spente. Una dissoluzione dei legami, una frantumazione delle identità, un collasso dello spazio-tempo costringono l’ammalato a vedere, da quel momento in poi, la fine di ogni cosa. “Il bosco è tornato solo un bosco, un torrente solo un torrente, perfino un albero non mi ha detto più niente” racconta Cognetti alla giornalista.

Tra i tanti effetti della depressione già descritti, vale la pena soffermarsi sulla contrazione del tempo e la conseguente disperazione che ne consegue. Il tempo del melanconico si accorcia arrivando a condensare una vita intera in pochi attimi che, per la loro breve durata, non valgono la pena di esser vissuti. Se la farfalla sapesse di vivere pochi giorni, dove troverebbe la forza di alzarsi in volo? Chi ne è affetto percepisce la sua vita come un doloroso sforzo finalizzato a portare un corpo in giro senza un fine che non sia il crepuscolo delle cose. Il depresso è una farfalla che sa di vivere due giorni.

Ciò detto, noi sappiamo che dalla depressione si può guarire, combinando sapientemente gli strumenti della psicoterapia con quelli della chimica, senza che l’uno si arroghi il diritto di prevalere sull’altro. Ma bisogna scavare, a fondo. Forare la superficialità del dolore e addentrarsi nelle zone inesplorate della mente e della storia del soggetto. La depressione infatti non è una malattia immobile. Al contrario, lavora nel sottosuolo. Per usare un paragone, si immagini una serie di onde marine quando c’è l’alta marea. Onde che ripetutamente e in maniera regolare schiaffano sulla battigia per poi ritrarsi, e fare spazio ad altre onde oleose, colme di pece e muschio viscoso. E ogni volta che riescono ad arrivare a lambire la sabbia, se ne mangiano un po’. Ma c’è un punto nel quale questi flutti non possono arrivare: il tempo dell’infanzia, quello della preadolescenza, o anche tempi piuttosto recenti. Tempi nei quali il soggetto viveva a pieno la propria quotidianità. Ed è da lì che si riparte quando la vita riprende a fluire e le terapie hanno effetto.

Io che di depressione ho sofferto molto tempo fa, a causa di una incauta scelta psicoterapeutica rivelatasi dannosa, quei fumi neri li ricordo bene. So bene a cosa si riferisce Cognetti quando racconta di quella montagna che gli ha voltato le spalle, di un mondo che crolla. Conosco assai bene il vento vigliacco della fuga di chi, vedendoti in difficoltà, scappa.

E’ importante soffermarsi anche su un’altra questione delicata da lui sollevata, priva di verità univoche: il trattamento sanitario obbligatorio. Il Tso è un’azione controversa, ancora molto dibattuta. Un atto che che in base ad alcuni indici prestabiliti depotenzia le libertà del malato. Dice lo scrittore: “Ero legato al letto mani e piedi (…) con una siringa in una gamba. Ventiquattr’ore al giorno in un corridoio di trenta metri con le stanze ai lati. Finestre tutte sbarrate, non un terrazzo né un cortile. La terapia in teoria puoi rifiutarla, ma se lo fai passi da paziente volontario a paziente Tso, per cui devi prendere tutto quello che ti danno. Risultato: la maggior parte dei pazienti dorme tutto il giorno“.

 

Al netto di casi di acclarata pericolosità sociale per i quali il Tso assume un valore di salvaguardia dell’incolumità del cittadino e della comunità, chi garantisce che molte crisi che incontrano la segregazione non siano cedimenti di strutture già fragili le quali, sottoposte alla privazione della libertà, peggiorano la loro condizione? “In ospedale non ho firmato l’accettazione delle cure ed è scattato il Tso. Ho passato due settimane in un regime che potrei definire carcerario”. Il primo Tso risale a gennaio: “È stata la mia compagna a insistere per andare in pronto soccorso: ‘Tu stai delirando’, diceva. Quando ho provato ad andarmene dall’ospedale mi hanno circondato in sette: ho fatto una denuncia per quell’episodio”.

Robert Pirsig ha scritto, testimoniando la sua esperienza di ospedalizzazione: “Una volta che sei dichiarato pazzo, tutto quello che fai è considerato parte di quella pazzia. Le ragionevoli proteste sono negazioni, le paure giustificate sono paranoie… e l’istinto di sopravvivenza, meccanismi di difesa…”. Philip Dick, capace di trasporre in sublime scrittura l’essenza del disagio mentale, racconta a proposito del ricovero forzato:

Una squadra di uomini ben vestiti stava seduta di fronte a lui tutti con un blocco di carte sulle ginocchia (…) Fece tutto il possibile per convincerli che aveva ritrovato il suo equilibrio. Mentre parlava, si rese conto che nessuno gli credeva.
‘Non posso tornare a casa?’, chiese Fat
‘No, riteniamo che lei abbia bisogno di cure. Non è pronto per tornare a casa’

‘Mi legga i miei diritti’
‘Possiamo trattenerla per quattordici giorni, senza bisogno di udienza processuale. Dopo di che, con l’approvazione del tribunale, potremo, se lo riteniamo necessario, trattenerla per altri novanta giorni’
Fat sapeva che se avesse detto qualcosa, qualsiasi cosa, l’avrebbero trattenuto per 90 giorni. Così non disse nulla. Quando uno è matto, impara a stare zitto’.

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Sfatiamo la falsa credenza: la montagna non può salvarci. E Paolo Cognetti l’ha ammesso -
Alberto Marzocchi

 

La montagna non è mai salvifica, né per chi ci vive né per chi va a viverci. Semmai può contribuire a portare un temporaneo sollievo, come d’altra parte lo può fare il mare, il contatto con la natura, un nuovo inizio altrove, quando si ha la fortuna di poter scegliere di cambiare ambiente, o vita. È bene sfatare questa falsa credenza, che forse abbiamo ereditato dalla seconda metà dell’Ottocento, quando i ricchi e i letterati – spesso le due cose si sovrapponevano – scoprivano le montagne appena dopo scienziati ed esploratori, ribaltando un sentire comune e secolare che vedeva nelle terre alte insidie, difficoltà, spiriti maligni e demoni.

La montagna è fatta di brutture, come di brutture è fatto l’animo umano. Perché è questo il punto: la montagna non può salvarci, finché non facciamo i conti con noi stessi. In quanto individui e in quanto individui calati in una comunità.

Dove sono nato e cresciuto – un paese a 1000 metri di quota, in cima a una valle, che oggi conta 330 abitanti – per andare a scuola bisognava fare un’ora di bus. Partenza alle 7, ritorno a casa alle 15. Per frequentare le scuole nel capoluogo di provincia, bisognava alzarsi alle 5.30, farsi accompagnare in auto in un paese più a valle (perché a quell’ora il bus non passava) e si tornava a casa col buio, alle 6 di sera. La connessione Internet era così lenta – ora le cose sono migliorate – che era impossibile vedere un video di pochi secondi. Scherzando – ma è la verità – dico sempre che il primo porno l’ho visto a 19 anni, quando ho avuto la fortuna di studiare in città.

In montagna fa freddo nei mesi freddi, bisogna spalare la neve (quando c’è, un tempo ce n’era di più), il più delle volte non c’è nulla da fare: non ci sono musei, cinema, teatri, concerti. I ragazzi fanno uso di droghe, come i coetanei cittadini, e iniziano a fumare a dieci anni e a bere come spugne a 13-14. Quando cresci, non c’è lavoro, e sei costretto a fare il pendolare, su e giù da una valle, e passi la tua vita lavorando e guidando. Tutti ti conoscono e tutti parlano di te anche se non vuoi che lo facciano, anche se ti ritiri in casa e non frequenti nessuno. “Ah, e quello strano che sta in casa, lo avete visto? Non è tutto finito”.

In montagna le persone serbano rancori secolari, nati per una lite tra antenati, con cui si arrovellano da generazioni. Ci sono mentalità e comportamenti che più a sud prendono il nome di mafiosi. E il più delle volte è impossibile fare cambiare idea alle persone, convinte come sono di fare sempre la cosa giusta. A proposito di questo, dove sono cresciuto gli abitanti di un determinato paese prendono nomi – in dialetto – molto esemplificativi: carpini, montoni, caproni. L’ironia e la fantasia, come si vede, non mancano.

Ma per chi la sa cercare la montagna regala anche tanta bellezza. Il requisito fondamentale è sapere accettare che non ha nulla di salvifico, che è abitata da uomini e donne – nella maggior parte dei casi, sorprendentemente accoglienti – con gli stessi difetti di chi vive altrove.

Voglio ringraziare Paolo Cognetti per aver avuto il coraggio di aver espresso la propria sofferenza. E per aver ammesso che dalla montagna è stato respinto. Per quel che vale, gli mando un abbraccio e l’augurio di trovare se stesso. E la propria serenità.

da qui

 

 

Cognetti, il ‘bagno di foresta’ e la salute mentale: la sua sofferenza mi ha disorientato - Federico Mascagni

Avrei voluto scrivere del Bagno di Foresta, una pratica terapeutica di origine giapponese che, come risulta da una ricerca (Effects of Shinrin-Yoku ‘Forest Bathing’ and Nature Therapy on Mental Health: a Systematic Review and Meta-analysis) influisce positivamente sulla salute mentale, in particolare sull’ansia e la depressione. Si tratta di migliorare il proprio mindset al contatto con il paesaggio boschivo, sia che avvenga durante una camminata oppure immergendosi nella meditazione. Avrei voluto scrivere che il nostro patrimonio forestale, a cui è dedicato un ministero, va preservato non solo per la sua bellezza paesaggistica, ma per le mille funzioni che svolge. Avrei, ma a un certo punto ho letto che lo scrittore Paolo Cognetti è reduce da un TSO. Ne ha parlato ai media con coraggio, senza temere lo stigma che ancora oggi accompagna chi soffre di un disturbo mentale.

Intervistato racconta alcune circostanze che possono portare le persone che hanno fragilità alla crisi. Lo stress dei traguardi da spostare sempre più in alto per mantenere le proprie aspettative e quelle altrui. L’abuso degli alcolici come forma di automedicazione per attenuare le depressioni dell’umore. Lo spaesamento nel troncare un rapporto sentimentale. E infine l’isolamento progressivo. Nel caso di Cognetti nel suo rifugio d’alta montagna, anche se per alcuni mesi all’anno. Proprio questo punto mi ha maggiormente disorientato nel momento in cui mi accingevo a scrivere della foresta come luogo di salute; sembrava confutare l’idea che il solo contatto con una realtà viva e incontaminata potesse influire su di noi in modo benefico.

Ma ultimamente in montagna, racconta Cognetti, chiuso nel suo rifugio, steso sul letto, osservava il soffitto in preda ai pensieri più bui. Un disturbo mentale non lo si prende come un raffreddore. È il lento procedere, come ha detto in modo splendido lo scrittore, di un antico fiume carsico che scava anno dopo anno finché una piena lo fa esplodere nel punto più fragile del percorso. Così la mente può trasportare vecchi disagi per lungo tempo fino a che non avviene una violenta frattura.

Trattandosi di un personaggio pubblico la testimonianza ha avuto una vasta eco, con un’importante attenzione sul problema della salute mentale anche, come ha voluto sottolineare lo stesso Cognetti, per chi vive queste sofferenze ma non ha voce per esprimerle pubblicamente. Il pensiero va soprattutto a chi vive in condizioni economiche e sociali in cui non è possibile una vita dignitosa e sono scarse le prospettive di remissione della malattia. Ci sono state poi opinioni dissonanti, di chi sostiene che il mestiere dello scrittore può portare alla depressione o quella dell’ex ambientalista ora manager accanito nemico dell’ambientalismo, che ritiene Cognetti rinsavito nel momento in cui dice che un albero è solo un albero e un torrente è solo un torrente, mortificando così un ragionamento di senso opposto: cioè che nella depressione si perde contatto con il significato complesso della realtà in favore di una visione monodimensionale e svuotata dell’esistenza.

Più complesso invece il discorso sul Trattamento Sanitario Obbligatorio. È un’iniziativa che si svolge con una modalità drammatica che merita riflessioni e che in alcuni casi si conclude con la contenzione, come ha denunciato Cognetti. Per questa ci sono alternative, come nel caso dei reparti SPDC (Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura) cosiddetti no-restraint, che prevedono per i pazienti il contatto con l’esterno, l’utilizzo di camere singole e di spazi ampli di movimento, senza l’utilizzo di alcuna contenzione in qualsiasi momento della degenza. Ma questo significa investire per ripensare le strutture e per formare il personale medico e paramedico. Una ragione in più per pretendere un Sistema Sanitario Nazionale efficiente e pubblico, che garantisca l’accesso immediato a tutti a prescindere dalle possibilità economiche, e che preveda una dialogo aperto fra istituzioni e personale medico e paramedico e fra operatori e cittadini.

Cognetti dice che ha iniziato a scrivere di questa sua esperienza; se prenderà la forma di un libro rappresenterà certamente la questione della salute mentale nella sua problematica complessità.

da qui

 

 

Paolo Cognetti: “Ho subito un Tso per una grave depressione”. Poi: “Trovo insopportabili le persone che raccontano un sacco di balle, siamo obbligati apparire sani, forti, colmi di gioia” – Davide Turrini


Un giorno dovremmo soffermarci sull’immensità dell’umano che è in Paolo Cognetti. Scrittore dal talento cristallino, uomo tormentato e fragile, essere vivente uguale tra pari. Piombato in un’epoca letteraria piatta ed egomaniacale, composta da inappuntabili professorini che danno continue lezioni di forma e sostanza, ad un certo punto ha bucato la membrana di quella che una volta si definiva ipocrisia borghese e ci ha lasciato con lunghe righe di lacrime sul viso. In una intervista a Repubblica ha raccontato di aver subito un Tso (trattamento sanitario obbligatorio) per una “grave depressione sfociata in una sindrome bipolare con fasi maniacali”.

Pochi giorni fa l’autore di Le otto montagne è stato infine dimesso dopo due settimane dal reparto di psichiatria dell’ospedale Fatebenefratelli di Milano. Tra le pagine del racconto giornalistico di Cognetti, un romanzo in essere, in vita, in continua dolorosa mutazione, c’è tutta la fatica e il pianto che il male di vivere appiccica addosso ai viventi. Cognetti spiega così le ragioni del ricovero: “In primavera e d’estate, senza un apparente perché, sono stato morso dalla depressione. Nelle scorse settimane invece, sceso dal mio rifugio sul Monte Rosa, ero in una fase bella e creativa. Un giorno mi sono accorto che il mio pensiero e il mio linguaggio acceleravano. Gli amici mi hanno fatto notare che facevo cose strane”. Lo scrittore ricorda che nelle fasi maniacali “si può perdere il senso del pudore o quello del denaro. Io ho inviato ad amici immagini di me nudo e ho regalato in giro un sacco di soldi. Si sono allarmati tutti: c’era il timore, per me infondato, che potessi compiere gesti estremi, o che diventassi pericoloso per gli altri”.

Il 4 dicembre il medico dispone un Tso e nel giro di poche ore i ritrova sotto casa un’auto della polizia e un’ambulanza: “Sono stato sedato: da inizio dicembre, causa farmaci, non ho fatto che dormire. Resto un anarchico, ma in ospedale ai medici devi obbedire. Ti svegliano alle sei di mattina e ti obbligano a bere subito due bicchieroni di tranquillanti. Sei vivo, ma è come se fossi morto”. Dice Cognetti che avrebbe cercato di guarire “risalendo piuttosto in montagna o partendo per un viaggio”. Lo sguardo e la speranza che cercano strade battute, i sentieri che hanno fatto stare bene, la montagna come rifugio e isolamento da un reale che soffoca. “Mi sono illuso di poterlo fare. L’innamoramento è durato quattro anni: per due ho fatto il cameriere e mi sono sentito parte di una comunità. Poi, dopo che ho cominciato a camminare e a scrivere l’umanità della montagna mi ha respinto”.

Intarsiato al “ritiro” personale e professionale sembra esserci anche un sentimento e una passione che pesano addosso: “Dopo dieci anni avevo lasciato una ragazza da vigliacco. Non ho avuto il coraggio di dirle la verità, le ho fatto credere che me ne andavo per ritirarmi in montagna. Mentire rende soli, ma soli non si vive”. Tra le possibili cause dell’abisso paradossalmente l’apice: “Per imparare quasi scrivere ho impiegato 40 anni. Dopo il successo con Le otto montagne, una storia urgente e necessaria, mi sono chiesto: E adesso cosa faccio? Non ho trovato una risposta convincente. Forse ho temuto che il mio massimo editoriale, con il Premio Strega, fosse stato toccato: la popolarità è spietata e ha un prezzo significativo”. Infine lo squarcio: “Trovo insopportabili le persone che raccontano un sacco di balle. Depressione e disagio psichico sono un fiume carsico in piena, negato e ignorato per accreditare l’idillio di una società felice. Siamo obbligati ad apparire sani, forti e colmi i gioia. Io però sono uno scrittore: per me è tempo di alzare il velo della colpa che nasconde il dolore. Voglio dire semplicemente la verità, a costo di essere sfrontato”.

da qui 

lunedì 8 gennaio 2024

Giù nella valle – Paolo Cognetti

mentre ne Le otto montagne i protagonisti erano due amici che si ritrovano dopo anni, qui i protagonisti, fra gli altri, sono due fratelli lontani, in tutti i sensi, riavvicinati da un eredità. 

non mancano la parte femminile, l'ambiente, gli animali, il moloch dell'attività economica, che corrompe e cambia la vita nel mondo. 

tutto va trasformato, gli argini cementati, gli animali prede di disgraziati cacciatori, le piste da sci si moltiplicano (anche se la neve non c'é più), la natura viene violentata.

buona lettura.


Paolo Cognetti consiglia l'ascolto di Nebraska, di Bruce Springsteen

 

 

Ci sono diverse ragioni per cui dovreste leggere “Giù nella valle”.

L’ultimo lavoro di Paolo Cognetti continua con il filone della montagna ma lo declina in modo nuovo, diverso. Se avete amato “Le otto montagne”, date una chance a “Giù nella valle”: il romanzo è ambientato a fondovalle, cuore pulsante della montagna vissuta con i ritmi dell’umanità.

I personaggi che popolano “Giù nella valle” sono sfaccettati e multiformi: è facile sentirsi legati a loro. Troviamo uomini e donne che hanno vissuto tutta la loro vita in montagna e non potrebbero immaginarsi altrove, ma anche figure che da città movimentate come Milano hanno deciso di trasferirsi nel cuore della Valle d’Aosta e non si sentono ancora del tutto parte della comunità.

Ciò che li accomuna è l’amore per la natura, il desiderio di tornare a ritmi più lenti e genuini. Lo stesso desiderio che forse coglierà il lettore nello sfogliare le pagine di “Giù nella valle”.

Nel nuovo romanzo di Paolo Cognetti non ci sono soltanto esseri umani. Non vogliamo rivelarvi troppo; solo il necessario per stuzzicare la vostra curiosità. Concludiamo, quindi, col dirvi che l’autore ha voluto ispirarsi al grande Jack London per raccontare, oltre all’uomo, anche il resto del mondo attraverso il regno animale e le sue leggi ancestrali.

da qui

 

I simboli si trovano già nel paesaggio: le due sponde del Sesia, o come lo chiamano i locali la Sesia, sembrano infatti rappresentare il maschile e il femminile di questa storia. Il lato al sole è quello di Elisabetta, che ha lasciato Milano per amore e per inseguire «la vita vera», e che si immerge nel fiume per chiedergli di proteggere la sua bambina ed è costretta ad accettare lunghe notti di solitudine: «Negli anni, è arrivata ad abituarsi a queste notti solitarie come una parte del suo matrimonio. Ha un marito che a volte dorme con lei, a volte nel bosco. Elisabetta se ne stancherà, un giorno non più lontano». Ma il lato al sole è anche la cagnolina bianca, la compagna dell’animale che semina morte: entrambe sono costrette a vivere in un mondo maschile in cui sono le logiche della violenza a dominare, e ad esse non possono opporre altro che la difesa dell’amore per i propri cari.

L’ombra, invece, ha a che fare con il maschile e con la brutalità degli uomini e del cane/lupo, che uccide per difendere ciò che è suo, tanto il cibo quanto la compagna. Soprattutto, l’ombra ha a che fare con l’abbrutimento e con la dimensione di cupezza che questi personaggi condividono con la foresta in cui si muovono. C’è qualcosa di primario nel modo in cui vengono descritti gli stati interiori: in un mondo tanto dentro la natura e tanto fuori dalla civiltà come quello, è come se le uniche metafore comprensibili fossero quelle con gli elementi concreti dell’ambiente…

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La lettura del breve libro “Giù nella valle” non lascia le emozioni del precedente. Si vive una sorta di inquietudine nel leggere la descrizione di questa valle. Spesso è sotto la pioggia, grigia non solo nel colore del cielo, ma anche nello stile di vita degli abitanti. Lo scorrere del fiume, sempre uguale, scandisce la vita umile della valle, un luogo fossilizzato nella propria chiusura.

Il fiume stesso, con il suo corso, delinea una parte al sole e una parte all’ombra – come dice lo stesso autore, come una sorta di giudizio universale insindacabile.

 Io spesso mi dimentico che in cima questa valle c’è quella montagna, che il fiume nasce lì: giù da noi l’ombra era già calata da un pezzo, mentre là sul ghiacciaio rifletteva il sole.“ 

E’ una storia chiusa, quella raccontata da Cognetti, lontana dall´ampio respiro di “ Le otto montagne“, dove ogni personaggio appare statico , primordiale e incapace di evolversi. Anche chi, come Elisabetta, moglie di Luigi, appare piena di vita e di interessi, una volta nella valle si uniforma al suo silenzioso grigiore. Nessuno compie un percorso che lo renda migliore. Tutti, chiusi nella loro valle, non sanno alzare lo sguardo per vedere la montagna da dove nasce il fiume.

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venerdì 24 novembre 2023

Paolo Cognetti: “Io, ambientalista, tra petardi e molotov lotto contro lo scempio dello sci sul Cervino”

  

Al via le prove della discesa libera di Coppa del mondo. Le benne hanno riempito i crepacci snaturando la montagna. E assetando le fonti d’acqua

È dura, la vita dell’ambientalista. Non fai in tempo a sospirare di sollievo per la pista da bob scampata a Cortina, a passare in Val Susa a tirare un petardo sui cantieri della Tav, e scopri che sono spuntate le ruspe sul ghiacciaio sopra a casa tua. Riponi la bandiera, posi il sampietrino, e vedi che il ghiacciaio che frequenti fin da bambino, che si squaglia a vista d’occhio di anno in anno, viene arato dagli escavatori per fare una pista da sci.

Quello è il ghiacciaio per cui d’estate ti chiamano le televisioni. Ti chiedono: Quand’è che scomparirà del tutto? E chi lo sa, rispondi, si diceva 2100, ma qui sembra che la cosa stia accelerando, non so mica se arriva al 2050. Vedi questa foto che non pensavi mai di vedere e ripensi ad altre immagini che hai impresse in testa.

L’offesa alla Gran Becca

Ricordate Filippo Timi che spiega il ghiacciaio ai due bambini delle Otto montagne? «Il ghiacciaio è la memoria degli inverni passati che la montagna custodisce per noi». Poi c’è uno zoom che va verso una magnifica seraccata, che si chiama Ghiacciaio di Ventina e poi Gobba di Rollin dalla nostra parte, o Plateau Rosà dall’altra (metto l’accento solo per semplificare la lettura). Eh sì, è proprio quello lì.

Cosa sta succedendo, ti chiedi? Svuoti la molotov nel serbatoio della macchina e ti informi. Anche un estremista sa informarsi. Eccoci, in breve: hanno inventato una nuova pista da sci che si chiama la Gran Becca. Sai che quello è il soprannome del Cervino perché te lo raccontava tuo papà da piccolo. La pista è transfrontaliera, ovvero parte nel comune di Zermatt (Svizzera) e arriva in quello di Valtournenche (Italia), che tanti conoscono con il nome di Cervinia. Dai 3.800 metri della cosiddetta Gobba di Rollin ai 2.800 dei cosiddetti Laghi di Cime Bianche (scusate la pignoleria, ma ci tengo sempre a ricordare che i nomi alla montagna li abbiamo dati noi, lei ne fa tranquillamente a meno).

La prima pista transfrontaliera del Circo bianco

Questo vanto dell’internazionalismo è bizzarro, per te che sei appena tornato da Cortina con il treno del Leoncavallo. Perché là si vergognavano di andare a Innsbruck a fare il bob — Cortina-Innsbruck, che umiliazione! — e qua invece vanno orgogliosi della pista Zermatt-Cervinia, la prima pista transfrontaliera di una gara di Coppa del Mondo di sci. Sono solo le ipocrisie della propaganda, pensi, accendendoti la pipa del subcomandante Marcos. Ti affacci alla finestra e guardi se per caso lassù ha nevicato — perché già l’anno scorso era prevista questa gara ma non nevicava mai, e non si può mica sciare sul ghiacciaio nudo e crudo — e vedi che sì, la pioggia di novembre lassù è neve e si festeggia. Anche tu festeggi per la neve, beninteso. Vuol dire che forse l’anno prossimo riavrai l’acqua in casa. La tua casa ecologica, di legno, coi pannelli fotovoltaici da sovversivo. E allora cosa ci fanno le ruspe lassù?

Il clima cambia e si scia sempre più in alto

Ci fanno le “misure di contrasto al cambiamento climatico”. Per l’assessore agli impianti di risalita vuol dire che, se non si può più sciare a 2.000 metri, non resta che salire a 4.000, almeno per un altro po’. Quelle ruspe stanno riempiendo i crepacci. Non può uno sciatore professionista precipitare nel crepaccio in diretta televisiva. La ruspa — su cui probabilmente sta lavorando un tuo amico — porta via il ghiaccio da una parte del ghiacciaio, riempie i crepacci dall’altra, poi passa la palla al gatto delle nevi, che fresa e spiana il fondo della pista. Comunque per sicurezza quest’anno hanno fatto l’impianto di innevamento, anche a 3.800 metri. La gara, al via da oggi, si farà, in un modo o nell’altro. Perfino alcuni sciatori professionisti stanno cominciando a ribellarsi. A chiedersi: scusate, ma il nostro sport fatto in questo modo, che senso ha?

 

In attesa che mi venga a prendere la Digos…

Oh ambientalista: nell’attesa che ti venga a prendere la Digos, lassù in baita, leggi che il presidente degli albergatori valdostani ha parlato in pubblico di voi. Ha detto: c’è gente che spera che la Valle d’Aosta venga inselvatichita, che i suoi 120mila abitanti se ne vadano in Piemonte, in Lombardia, all’estero, che qui torni tutto un bosco scorrazzato dai lupi e dagli orsi. Noi dobbiamo lavorare! Che futuro avete in mente per noi, black block? E tu ripensi a quella funivia Cervinia-Zermatt che ha inaugurato proprio l’anno scorso. Non tutti sanno di questa funivia: ora si può andare dall’Italia alla Svizzera a volo d’angelo, a 4.000 metri. Andata e ritorno costa 240 euro. Il presidente degli impianti di Zermatt ha detto: è perché vogliamo evitare il turismo di massa. Tradotto: a noi non interessano le famigliole che vengono su con il panino nello zaino, ci interessano gli arabi, i russi, gli inglesi, gli americani. Vogliamo lasciar fuori le famigliole e fare i soldi con i milionari.

Se andate sul sito di Zermatt vedete la proposta che questi fanno: una settimana da Milano a Parigi, le città dello shopping, passando per Cervinia, il Monte Rosa e Zermatt. È il grand tour del terzo millennio, lusso e natura, diamanti e ghiacciaio.

Se i compagni elvetici mi battono in volata

Povero ambientalista, sei appena tornato a casa e scopri pure che i compagni elvetici sono arrivati prima di te. Sempre svelti, là nella dolce terra pia. I compagni rossocrociati hanno denunciato la cosa. Pare che le ruspe abbiano sconfinato in una zona non autorizzata (ovvio che hanno sconfinato, dove lo doveva andare a prendere il mio amico il ghiaccio per riempire i crepacci, in mezzo alla pista?). Il governo cantonale del Vallese ha bloccato i lavori. Il governo regionale valdostano — qui è regione autonoma e l’Italia non mette il naso — si è veduto costretto ad andargli dietro. Stanno indagando. L’assessore agli impianti di risalita dice che è tutto normale. Il presidente degli albergatori: normalissimo. Non capiscono perché gli rompiamo le scatole, la Coppa del Mondo è tra due settimane, dà da mangiare a tutti.

Le ragioni della mia rabbia

Vi rompiamo le scatole, signori, perché nessuna fonte appartiene al proprietario del terreno. Magari ha il diritto di attingere l’acqua. Ma la fonte appartiene, in modi regolati dalla legge, anche a tutti quelli che vengono dopo. Altrimenti il proprietario delle fonti del Po potrebbe chiudere il rubinetto e lasciare la pianura padana all’asciutto. Vi rompiamo le scatole perché un ghiacciaio è un bene pubblico, è una falda acquifera, non lo potete usare come vi pare. È l’acqua che beviamo anche noi. Non potete accelerare il suo scioglimento triturandolo per fare una pista. Non è di Zermatt, non è di Cervinia, è di milioni di persone tra il Monte Rosa e la laguna veneta. È anche mio, che per altro sono un cittadino valdostano.

Quei 128 milioni da rinvestire in montagna

Mi scrive un caro compagno dalla clandestinità per spiegarmi che il decreto 8/9/2023 del governo Meloni stanzia ben 128 milioni di euro per la pista di bob che a Cortina non si farà. L’affitto della pista di Innsbruck, St. Moritz o dove altro costerà tra i 10 e i 20 milioni. Ne restano più di 100 da capire come usare. Sarebbe meraviglioso se il governo Meloni — nonostante la nostra aria hippy, l’ambientalismo non è di destra né di sinistra — li usasse per dare una ripulita ai moltissimi ruderi che imbrattano le nostre montagne. Impianti abbandonati, seggiovie arrugginite, piste da bob di Olimpiadi del passato, futuristici trampolini su cui il bosco, pietoso, ricresce. Con 100 milioni si fanno un sacco di cose, noi poi siamo abituati a essere sempre al verde. È il nostro colore preferito.

Vado a fare la doccia che il passamontagna mi ha fatto molto sudare. Un estremista, un bombarolo, un nemico del popolo, un ambientalista.

(intervista a Paolo Cognetti Repubblica 08 novembre 2023)

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domenica 1 novembre 2020

Le otto montagne - Paolo Cognetti

una piccola storia privata che diventa universale, toccando tanti temi importanti, l'amore, i rapporti con i genitori, l'amicizia, la morte, la natura, l'economia, la resilienza, la ricerca del proprio posto nel mondo. 
Paolo Cognetti racconta in parte la sua vita, ma non solo, anche quella di chi non ce la fa a resistere contro il mondo.
un libro che non delude, promesso.


 

 

 

 

Questa storia Paolo Cognetti l’ha sempre avuta dentro di sé, qualcosa di ancestrale che è cresciuto con lui e che lo ha accompagnato anche nel corso delle sue precedenti pubblicazioni. Basterebbe ricordare per tutti Il ragazzo selvatico - Quaderno di montagna in cui i temi della solitudine sui monti, della vita lontano dalla città e soprattutto della libertà come scelta consapevole e a volte dolorosa diventano un meraviglioso inno alla natura e alle sue incredibili bellezze. La Val d’Aosta allora, la Val d’Aosta adesso, quasi a voler significare che certi luoghi piantano radici così salde dentro di noi da diventare parte integrante della scenografia d’intorno. Cognetti sapeva di voler scrivere una storia su un padre e un figlio e su un’amicizia tra uomini oltre che una storia profumata di larici e abeti, costeggiata da torrenti, colorata dalle nevi perenni e sincera come la vita. Un racconto che parte dal concetto di famiglia, con tutte le contraddizioni e i conflitti che animano un nucleo normale e ordinario come ce ne sono tanti. Un poetico universo di aspettative disilluse nei vecchi e nei giovani, in chi resta e in chi va per ritornare…

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Un libro davvero bello, si legge tutto di un fiato. I luoghi sono descritti con dovizia di particolari e le tematiche affrontate sono svariate: la solitudine, l'amicizia, il rapporto con i genitori, e la montagna a fare da sfondo con la sua forza struggente. Ci si immerge nella lettura senza accorgersene, fino al un finale davvero commovente.

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La trama semplice, strutturalmente e contenutisticamente parlando, permette a Cognetti di dedicare largo spazio all’evoluzione psicologica ed esistenziale dei suoi personaggi, uno dei più incisivi elementi di forza del romanzo. Pietro e Bruno sono persone introverse, il loro è un rapporto che vive di parole non dette e contatti sporadici, eppure entrambi i personaggi sono entità tangibili, uomini reali nati su carta. La loro capacità di comprendersi senza dover essere espliciti si riflette in un linguaggio letterario attento e asciutto, che consente anche al lettore di coglierne i sottointesi emotivi e le sfumature caratteriali.

Lo stile di Cognetti è quasi una magia: senza dover rivelare apertamente tutti i tratti psicologici dei suoi protagonisti, il lettore riesce a intuirli con naturalezza, pur nella loro complessità. Si seguono quindi con grande trasporto due differenti percorsi di crescita, l’uno irrequieto e vagabondo, l’altro sicuro e tenace, fino al loro finale naturale, coerente e perfetto.

Insieme a Pietro e Bruno c’è sempre la montagna, forse la vera protagonista del romanzo, certamente qualcosa più di un semplice sfondo paesaggistico o una metafora poetica. Silenziosa, possente, fredda e affascinante: è l’habitus naturale di Giovanni, il padre di Pietro, che sembra diventare se stesso solo durante le sue scalate tra i sentieri montuosi; è l’unica casa di Bruno, montanaro nell’anima, che non riuscirà mai a lasciarla; ed è la meta naturale di Pietro, che vive vagabondando per il mondo, ma con lo sguardo rivolto sempre verso l’alto, alla ricerca delle cime montuose…

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Le otto montagne all’estero. Sei stato tradotto in tantissime lingue, e stai accompagnando il libro in altrettanti Paesi. Quali sono state le reazioni dei lettori che più ti hanno colpito? Com’è cambiata la percezione da Paese a Paese della storia di Pietro e Bruno? Mi racconti un aneddoto buffo?

Un aneddoto buffo riguarda la traduzione. Il romanzo sta uscendo in 38 lingue di cui la maggior parte mi sono sconosciute, ma almeno due le posso leggere e così ho visto com’è stato diverso tradurre questa storia in inglese e in francese. Con la Francia condividiamo le Alpi, il paesaggio di montagna, la sua cultura, i suoi mestieri, la sua lingua, e il lavoro non è stato difficile, anzi è stato appassionante vedere somiglianze e differenze, trovare le parentele. In Inghilterra invece le montagne non ci sono ed è proprio vero, come diceva Wittgenstein, che i limiti di una lingua sono i limiti del suo mondo: per esempio non c’è una parola per dire montanaro (mountaineer vuol dire alpinista e allora abbiamo risolto con eufemismi come mountain man o man of the mountains né una per dire alpeggio (è diventato alpine farm o mountain farm). Si perde molto, nel passaggio: sono le parole di una civiltà, e benché un lettore inglese possa comprendere la storia non potrà mai capire la cultura da cui proviene, così come non ha in testa la faccia di un montanaro, l’aspetto di un alpeggio. Chissà cosa succederà nelle altre 36 lingue… I lettori hanno le reazioni più diverse: in Olanda il libro sta andando benissimo, ma per loro c’è un senso di esotismo nel leggere una storia ambientata sulle Alpi; dalla Francia e dalla Svizzera mi scrivono i figli e i nipoti degli emigrati valdostani, a volte persone molto anziane a cui il libro ha ricordato certe lontane estati d’infanzia; in Germania ci sono i più grandi innamorati delle nostre montagne e i lettori le conoscono per averne percorso i sentieri. Io vivo tutto questo con stupore e gratitudine. A volte mi sento il veicolo di una storia più grande di me. Penso sia una gran fortuna quella di fare lo scrittore.

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