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mercoledì 14 dicembre 2022

considerazioni di Patrizia Cecconi e Lanfranco Caminiti sul caso di Aboubakar Soumahoro

Caso Soumahoro: cibo per avvoltoi, sciacalli e iene - Patrizia Cecconi

Un’occhiatina all’alto numero di parlamentari italiani e loro parenti stretti indagati per truffa, frode, malversazioni e simili costringerebbe a un dignitoso silenzio coloro che dovrebbero fare un serio mea culpa prima di aprir bocca, tanto per sé, se figure istituzionali, tanto per il voto ai propri eletti se a fare i giudici sono semplici cittadini.  Ma inutile illudersi, la corruzione è talmente dilagante che la soglia di tolleranza è salita al punto che solo in qualche caso particolare è percepita come scandalo. Ma non illudiamoci, come italiani, di poter “vantare” una priorità amorale rispetto all’intero mondo, basta guardare agli USA, oggi come ieri, senza eccezioni. Non risulta, ad esempio, che il presidente Biden, solo per parlare del presente, abbia provato qualche imbarazzo per la dovizia di accuse per pedofilia, reati fiscali, droga e altro riguardanti il figlio Hunter. Sempre per restare all’attualità, anche il presidente Macron, protetto dalla sua “grandeur” non sembra imbarazzarsi troppo per le accuse di meschino favoritismo (quello che da noi si chiama clientelismo) e di finanziamento illecito della campagna elettorale con tanto di contratti milionari con l’americana McKinsey. E che dire del super-pluri-indagato per molteplici frodi Benjamin Netanyahu, rieletto e acclamato a furor di popolo nello Stato ebraico dell’apartheid? E si potrebbe continuare, ma per ragioni di spazio ci fermiamo qui.


Però non si dica, come vuole la cosiddetta  saggezza popolare che “tutto il mondo è paese”  rinunciando così al diritto di indignarsi e reagire di fronte agli scandali commessi da chi dovrebbe essere irreprensibile dato il suo ruolo istituzionale. Ma neanche ci si accanisca nel reclamare la gogna solo per qualcuno, soprattutto se già caduto nella polvere sotto i colpi dei primi cecchini mediatici.


Questa è operazione tipica delle iene alle quali, nel nostro umano giudizio, paragoniamo chi si accanisce maramaldescamente su un soggetto ormai abbattuto. Aboubaker Soumahoro, al quale quest’articolo si riferisce in quanto salito tristemente al disonore della cronaca, è moralmente nonché politicamente indifendibile, sebbene giudiziariamente, almeno per il momento, non sia toccato.

La storia ormai è nota e riguarda le indagini sulle coop Karibu e Aid per maltrattamenti  e per veri e propri furti verso gli immigrati oltre che verso gli Enti pubblici che hanno perduto milioni di euro mai andati ai beneficiari ufficiali, ma incamerati da moglie, suocera e cognata (se le indagini saranno confermate) del neo-deputato, già  paladino dei migranti.?Impossibile credere alle sue singhiozzanti e oggettivamente stomachevoli dichiarazioni di estraneità alle attività delle cooperative gestite da suocera, moglie e cognata la cui sede coincide con quella del sindacato da lui costituito dopo aver abbandonato l’USB (Unione Sindacale di Base) in seguito alle richieste di chiarimenti circa la scomparsa di centinaia di migliaia di euro raccolti per migliorare le condizioni degli immigrati.

L’ex sindacalista USB respinge sdegnato la definizione di “cooperative della famiglia di Soumahoro”, ma la moglie e la suocera non fanno forse parte della sua famiglia? Il suo diniego equivarrebbe a respingere il legame coniugale e di affinità parentale rispettivamente esistenti con moglie, suocera e cognata, quindi è un povero stratagemma per tentare di far credere che si vuole gettare fango mediatico su di lui. In realtà la suocera è indagata per truffa aggravata.

I circa 400 mila euro di stipendi mai pagati non sono fantasie ma dati accertati, così com’è accertata la recente vincita di altri due bandi per oltre mezzo milione di euro per accoglienza ai profughi ucraini nonostante il non pagamento degli stipendi a varie decine di braccianti da circa 18 mesi. Più si vanno a cercare prove a sua discolpa, precisando che parliamo di discolpa esclusivamente politica e  morale, più la sua figura si riempie di ombre. Come accettare infatti la dichiarazione di sua moglie che a difesa di Aboubaker afferma che in casa non si parlava mai delle coop e dei migranti?

Anche senza pretendere che valga per tutti un principio affermato dal femminismo per cui il personale è politico, come si può accettare che in una famiglia che si occupa come attività primaria del problema e dei diritti degli immigrati, di questo non si parli? O come accettare che di fronte al lusso e alle mises sfrontatamente costose ostentate pubblicamente dalla moglie, mentre ai braccianti mancava anche il cibo, Aboubaker risponda che lui riconosce il diritto all’eleganza e alla moda e quindi  non vede contraddizione tra il lusso di sua moglie e la fame dei braccianti per i quali si ottenevano finanziamenti?

Aboubaker Soumahoro è indifendibile, soprattutto se è vero che alle cooperative gestite dalle “sue familiari” sono arrivati realmente 62 milioni di euro che non sembrerebbero essere finiti ai legittimi beneficiari e, come afferma lo scrittore maliano Diawara Soumaila, “qui c'è di mezzo la credibilità di tutta la comunità africana, oltre alle persone che lavorano onestamente in questo ambito e non si possono permettere nemmeno una vacanza…

Chi difende Abou e la sua famiglia in quanto neri è deficiente” e rivolgendosi alla sinistra, o almeno a chi si riconosce nei valori della sinistra dice “cerchiamo di essere coerenti tra noi, altrimenti non avremo nulla da dire alla destra, saremo uguali”. Il giudizio di Soumaila è netto e negativo ma non è strumentale, al contrario dei numerosi giudizi emessi dalla  destra-destra  e dai suoi imitatori. Il garantismo invocato per i propri amici, stavolta sparisce e soccombe all’appetito di sciacalli e iene. Intanto gli avvoltoi volteggiano sulle cadute di Soumahoro allargando il loro banchettare all’intera sinistra, facendo dire al Giornale di Feltri, con l’acquolina alla bocca “qui muore la sinistra dell’accoglienza”. No, signor Feltri, nonostante tutto e senza fare nessuno sconto né a Soumahoro, né a Fratoianni e Bonelli che sono stati a dir poco incauti nel candidarlo per raccogliere voti tra chi credeva alla sua immagine mediatica in base al suo passato, qui “non muore la sinistra dell’accoglienza”,  ma grazie a questa brutta esperienza che mostra quanto gli umani siano umani nel bene e nel male a prescindere dalla loro pelle, qui DEVE nascere una vera sinistra dell’accoglienza, dove accoglienza non può e non deve significare far business sulla disperazione dei migranti e, trasversalmente, sulle condizioni di vita di lavoratori e disoccupati italiani.

Per discrezione verso chi legge non cito le parole di un altro campione della destra quale Sallusti, anche lui banchettante con i suoi simili ma, parafrasando le parole dello stesso Soumahoro che con uno sciocco espediente linguistico a difesa del lusso ostentato da sua moglie afferma che “la moda non è né bianca né nera, è umana” concludo dicendo che anche l’onestà verso chi è in situazione di bisogno non è né bianca né nera, ma è un obbligo morale che dovrebbe appartenere a ogni umano, soprattutto a chi si pone come difensore dei deboli. E anche i giudizi critici non sono né bianchi né neri ma sono umani, solo che per qualcuno sono solo volgarmente strumentali così come lo è, purtroppo, la gogna mediatica in cui trovano spazio avvoltoi, sciacalli e iene.

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Da icona a reietto: anatomia del linciaggio di Aboubakar Soumahoro – Lanfranco Caminiti

 

360 rate mensili da 1.078 euro l’una, per un totale di 388.080 euro. Trent’anni di mutuo. Questo è il contratto di acquisto della casa di Aboubakar Soumahoro e della sua compagna – su cui tanto si è ricamato. Prezzo di mercato, in un momento, peraltro, di ribasso delle quotazioni. Trent’anni di mutuo a mille euro al mese in due, non hanno propriamente l’aria di una “malversazione”. Di sacrifici, piuttosto. Hanno scavato tra rogiti con il notaio, bonifici, conti correnti – e tutto è regolare. Hanno sospettato che ci fosse del “nero” pagato fuori contratto e sono andati a parlare con l’ex proprietario che ha venduto la casa: «Sono disponibile a parlare con voi – ha detto – purché non si facciano illazioni. Faccio l’imprenditore e non ho venduto questa casa con una parte in nero. Tutto quello che ho ricevuto, assegni e bonifici, sono stati tracciati e regolarmente riportati nell’atto. Magari dietro a questa storia c’è tutto il marcio che sospettate, ma non lo troverete nell’acquisto di questa casa». Fine della storia? Macchè. Come può permettersi una casa così? Per costoro, Soumahoro dovrebbe vivere in un tucul africano di argilla e paglia, per essere “autentico”.

Bisogna dare un’occhiata alla pagina facebook di Soumahoro per rendersi conto di quale sia “l’onda d’urto” di questa vicenda: tornatene in Africa; stai facendo vergogna; paga i tuoi dipendenti; questo a capito bene che in Italia può fare il furbo; sei un fenomeno ai trovato l’America in Italia; non si può vedere e ascoltare, basta – e questo è solo un “florilegio”, certo ci sono anche attestazioni di fiducia e sostegno. Ma la sensazione, netta, è che il “caso Soumahoro” abbia scatenato un odio sociale senza più freni, senza ritegno. Non che prima mancasse – ma ora ha trovato l’occasione che tutto il rancore che covava aveva una sua “prova”.
Ecco, appunto: quale sarebbe la prova? A tutt’oggi, Aboubakar Soumahoro non ha ricevuto alcun atto giudiziario – l’inchiesta partita dalla procura di Latina che riguarda le cooperative gestite dalla suocera e in cui aveva, non più da tempo, un ruolo la sua compagna non imputa alcun atto, alcun fatto, alcuna illegalità, alcuna illiceità a Soumahoro. Non parleremo perciò di queste – perché non c’è nulla da dire, al momento, che riguardi Soumahoro; la signora Marie Therese Mukamitsingo sta già provvedendo alle proprie incombenze. Se ci sarà, quando ci sarà – vedremo.
Quello di cui invece vogliamo parlare è della “chiacchiera pubblica”, dove incompetenza, ignoranza, malafede, interesse, invidia, gelosia si intrecciano inestricabilmente, in un rimando tra social, talk-show, giornali, bar dello sport, e di come il giustizialismo abbia avvelenato ormai i cuori e le menti di questo paese – senza distinzione di razza, sesso e credo religioso: l’unico elemento su cui si potrebbe oggi, orridamente, scrivere una carta costituzionale comune: art. 1, ogni sospettato è condannato senza attesa di giudizio. Nel caso di Soumahoro non c’è nemmeno il “sospetto” di un comportamento illecito – ma solo di una “doppia morale”. E gli italiani – che rispettano le file, che non chiedono i favori all’amico dell’amico, che pagano le tasse con estrema regolarità, che non usano i poteri quand’anche minimi che hanno per favorire i parenti, che si guardano bene da abusivismi à gogo tanto sanno che non saranno mai condonati – si sa che sulla “moralità” non transigono. Quella degli altri.
E a Soumahoro non gli si può perdonare nulla. Non gli hanno mai perdonato nulla gli avversari di un tempo e di adesso; non gli hanno mai perdonato nulla i “compagni” di un tempo e di adesso. Proprio come accadde a Mimmo Lucano, che la rivista «Fortune» inserì tra i 50 uomini più influenti della terra – ma come, un sindacuccio di un paesicchio della desolata Calabria? E vai – che a oscuri funzionari, insignificanti amministratori, pimpanti plenipotenziari e magistrati e giornali questa cosa proprio non poteva calare giù. Ci si misero di buzzo buono – da destra e da sinistra – e alla fine persino il Pubblico ministero nella sua arringa accusatoria doveva riconoscere che non un soldo era finito nelle tasche di Lucano ma le “irregolarità” le trovarono. E si levarono lo sfizio: una fiorente attività di accoglienza, a cui tutto il mondo civile guardava, prima stritolata dalla riduzione e dalla negazione dei flussi finanziari e poi massacrata mediaticamente e giudiziariamente. Riace cancellata. I sepolcri imbiancati di sinistra reagirono con la loro ipocrisia di sempre, il tratto distintivo del “ceto medio riflessivo” – sì, però, le irregolarità non sono giuste.
La stessa ipocrisia con la quale chiacchierano ora di Soumahoro – non poteva non sapere, le pago anche io con le mie tasse quelle cooperative, non sta bene che si vada in giro con le borsette e le scarpe firmate se stai con i migranti. E la moglie di Cesare, come scrisse Plutarco, deve non solo essere onesta, ma sembrare onesta; la signora Liliane Murekatete, compagna di Soumahoro, “la moglie di Cesare”, ha intanto fatto sapere che non ne può più di passare per una “cinica griffata” e ha dato mandato al suo avvocato di difendere la propria immagine e querelare chi la diffama. I più colti citano L’impostore di Javier Cercas, la storia di quel signore in Spagna che riuscì a spacciarsi per un eroe rispettato e riverito dell’antifranchismo ma che se n’era rimasto ben rintanato al tempo – che peraltro è un libro bellissimo, dove la parabola individuale è poca cosa e racconta piuttosto il meccanismo di rimozione collettiva del proprio senso di colpa per avere accettato in silenzio trent’anni di fascismo. Forse è di quel “senso di colpa” che vogliono liberarsi oggi quelli che prima ci facevano i tour politici con Soumahoro, quelli che prima lo ospitavano nelle loro trasmissioni, facendo la ruota del pavone tollerante e guadagnandoci in immagine ben più che Aboubakar stesso – il senso di colpa di chiudere gli occhi davanti gli orrori del bracciantato nelle nostre campagne o le stragi che accadono nei nostri mari. Basta basta non vogliamo più saperne, ci è bastato il “caso Soumahoro”, Aboubakar l’impostore.
Perché alla fine il risultato di tutto questo ciarpame mediatico – se venissero riscontrate delle illegalità nella conduzione delle cooperative di cui si tratta andrebbero sanzionate, punto, restituendole a un funzionamento esemplare, punto – è che tutto il mondo dell’accoglienza viene messo in discussione; già è partita la guerra delle destre in tutti i comuni interessati dall’inchiesta contro assessori e sindaci del centrosinistra che “largheggiavano”. Ovvero, applicavano le direttive dei ministeri.
Soumahoro non è un caso di “malagiustizia”, ma direi di qualcosa che somiglia alla “giustizia proletaria” – i più feroci contro di lui sono proprio quelli che lo portavano in giro come la Madonna pellegrina quando stava con loro: ma i poveri sono sempre i più feroci contro qualcuno di loro che ce la fa. E Soumahoro è uno che ce l’ha fatta, e non glielo perdonano proprio: lo accusano di personalismo, di eccesso di protagonismo – ma, ragazzi, non è che tutti potete essere Abou, fatevene una ragione.
Una storia tristissima, questa – perché mette a nudo, in maniera drammatica, quanta violenza siamo in grado non solo di assorbire ma anche di esserne noi stessi portatori: dateci qualcuno da fare a pezzi, da sbranare, non aspettiamo altro.
E questo – anche se non ha le forme dei cappucci bianchi e delle croci in fiamme – si chiama linciaggio.

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martedì 16 febbraio 2021

L’Italia cinica che maltratta i morti - Lanfranco Caminiti

 

Si lavora tanto nei cimiteri – non si ha idea di quanto febbrile possa essere il lavoro – per i nuovi morti, per sistemare quella cappella che filtra acqua, e a cui l’umidità sta scrostando tutto l’intonaco, per fare spazio: dopo trent’anni, le tombe si possono riaprire, i morti raccogliere in un ossario più piccolo, e mettere assieme mogli e mariti, o padri e figli o parenti; c’è bisogno di loculi per i nuovi arrivati, e lo spazio vitale, se così si può dire, va ridotto al minimo.

Non si smette mai di morire. Una volta, al Cimitero monumentale di Messina vidi un cartello dell’Amministrazione comunale affisso a una cappella che doveva essere stata bella nei suoi tratti liberty ma che ora veniva giù a pezzi, letteralmente, perché priva di qualunque manutenzione chissà da quanto tempo: si avvisavano i familiari – laddove ce ne fossero ancora vivi o qualcuno fosse in grado di contattarli – che si sarebbe intervenuto di ufficio per rimuovere i sepolcri e spostarli in altro luogo, e per affidare quello spazio a un bando pubblico. Non era tanto il pericolo di un crollo quanto l’avidità di uno spazio: se quei morti non interessano più a nessuno, o se non c’è più nessuno in grado di badare a quei morti – che senso ha lasciare ai morti, e a morti dimenticati da tutti, quello spazio?

Chi frequenta i cimiteri queste cose le sa, il silenzio è interrotto dalla betoniera che impasta il cemento, o dai manovali che sistemano un’impalcatura di tubi innocenti o trapanano qualcosa. Non è l’irruzione della vita nella morte, ma della morte nella morte, della nuova morte nella morte di prima.

La cronaca di questi giorni racconta di tre addetti al cimitero di Tropea che sono stati arrestati dopo un’indagine della Guardia di Finanza e accusati di violazione di sepolcro, distruzione di cadavere, illecito smaltimento di rifiuti speciali cimiteriali e peculato, in sostanza di avere svuotato in maniera illecita vari loculi per fare posto ad altri defunti. «I tre, senza alcuna autorizzazione e in totale spregio di qualsiasi disposizione contenuta nel regolamento di polizia mortuaria comunale, hanno eseguito numerose estumulazioni illegali, al fine di conseguire, con ogni probabilità, illeciti profitti, assicurando ai congiunti di persone defunte l’utilizzo di loculi per la sepoltura, resi improvvisamente disponibili, eliminando, senza averne titolo, i poveri resti mortali rimasti di altre persone già sepolte da anni, approfittando della situazione di grave carenza di posti liberi che da molto tempo esiste presso il cimitero di Tropea. I tre soggetti, in un’area interna e riparata del cimitero, senza il minimo scrupolo, hanno proceduto, in molte occasioni, a estrarre i cadaveri di persone decedute da molti anni, a volte non ancora decomposti, distruggendoli e smaltendo illecitamente i resti mediante incenerimento sul posto o gettandoli nei contenitori riservati alla raccolta dei rifiuti urbani (da: «la Stampa»)».

È una cronaca raccapricciante, ovviamente da verificare in sede giudiziaria. Ma è una crudele rappresentazione di un principio semplice: il cimitero è uno spazio edificabile. Il cimitero è un business. I morti sono un business.

Non è una storia di adesso. I medici avevano bisogno di cadaveri per i loro studi, per capire sempre meglio l’anatomia del nostro corpo e il funzionamento degli organi – erano i becchini a procuraglieli, tanto sarebbero finiti in fosse comuni. Il dottor Frankenstein di Mary Shelley, per “creare” il suo mostro mette assieme vari pezzi di vari cadaveri. Nella sua Prefazione del 1831, Mary Shelley menzionò l’influenza del “galvanismo” sulla sua storia. Erano stati condotti tentativi di rianimazione di criminali impiccati, facendo uso del Murder Act del 1752 che aggiungeva la pena della dissezione all’impiccagione. Tutte le facoltà di Medicina e Chirurgia del mondo “addestrano” i giovani studenti universitari su pezzi di cadaveri. C’è sempre stato scempio dei morti, accanto al culto dei morti. Le cronache di sempre hanno raccontato di sepolture violate alla ricerca di oggetti di valore rimasti addosso al morto, un anello, una collana, una spilla, un bracciale.

Eppure, le immagini delle bare portate via dai camion militari mentre il contagio infuriava a Bergamo e non c’era più spazio per seppellirli, e si avviavano verso la cremazione, senza che i parenti avessero potuto salutarli, prendere commiato – ci straziarono il cuore. Avemmo paura – il contagio era fuori controllo, la morte faceva la sua messe a piene mani – ma anche tanta pietas, tanta compassione. Poi, i morti del contagio, le immagini dei morti del contagio sono scomparse. I morti sono diventati una cifra, un numero che viene snocciolato quotidianamente, accanto quelli dei contagiati, dei guariti, di quelli in terapia intensiva, e ora dei vaccinati. Un dato, oggi sono un tot più o meno di ieri, come l’indice di trasmissibilità che oggi ha una percentuale un po’ più o un po’ meno di ieri. La morte dei contagiati è diventata una esperienza personale, se hai un parente, un amico, un vicino. O si sa pubblicamente se muore qualcuno noto, uno scrittore, un sindacalista, un politico, un attore. Ma non è più un “fatto collettivo”, un fatto sociale – non c’è più la pietas che ci aveva straziato nelle immagini di Bergamo.

Ce n’è un risvolto in una consapevolezza che si è fatta progressivamente strada da un anno in qua – e che per la verità ci è stata detta fin da subito: muoiono gli anziani, l’età media è sopra gli ottant’anni. Certo, ci sono casi di contagiati più giovani, ma sono rari. Muoiono i vecchi – nelle Rsa e nelle case di riposo è stata un’ecatombe: dai dati Inps risulta che l’istituto ha cancellato nel 2020, per avvenuto decesso, il 16,1% in più di pensioni (+121.697) di quelle cancellate nel 2019.

Ma noi fremiamo: di andare al ristorante, di fare shopping, di viaggiare. I ragazzi, i giovani poi non ne parliamo: ma a vent’anni ti senti immortale.
A me sembra perciò, sia invalsa una sorta di insofferenza alla morte, di indifferenza ai morti. La morte è un fatto squisitamente privato – se nei sei colpito – ma non è più un “sentimento collettivo” di lutto. È paradossale che questo accada al tempo del contagio.

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giovedì 20 agosto 2020

La deriva americana: se la patria delle libertà è una fabbrica di detenuti – Lanfranco Caminiti

 


 

«Ehi boss, mi levo la maglietta». «Ehi boss, sto togliendo il cappellino». Giocavamo così, se si può dire, nell’ora d’aria al passeggio dei carceri speciali rivolgendoci alle guardie sulle garitte – io e Valerio, mi pare fossimo a Badu ‘e Carros o a Rebibbia, che ci piccavamo di ricordare tutte le migliori battute dei film e siccome che non ce li facevano vedere provavamo a mantenerne il ricordo. Queste erano in Nick Mano fredda, una delle più belle interpretazioni di Paul Newman – e la scena, che si ripeteva, era di detenuti legati uno all’altro, la chain gang, che lavoravano a pulire strade o campi sotto un sole cocente, e sudavano come bestie, sorvegliati da guardie con il fucile sempre pronto a sparare, e ogni piccola mossa del corpo che facevano, ogni scarto dei gesti oltre quelli del lavoro, dovevano prima comunicarla al boss, lo sceriffo che sovrintendeva. Noi non lavoravamo, ma eravamo lo stesso come bestie guardate a vista. Oppure, sempre da quel film lì, quando venivano a buttarci giù dalle brande di notte per la perquisa e mettere tutto sottosopra con sadismo, e noi provavamo a dire di no, ci stava da dio la battuta al capoguardia: «Dire che è il tuo lavoro, non lo farà migliore, boss».
Il carcere è nel nostro immaginario, conficcato ben bene. Per quelli della mia età, c’era anche Quella sporca ultima meta – e quell’epica partita a football americano contro le guardie, con Burt Reynolds, un tempo glorioso quarterback e ora, per avere truccato partite, finito con la feccia in carcere, ma capace di riscattarsi e riscattare i suoi compagni contro i progetti di un perfido direttore. E poi sarebbero venuti Fuga da Alcatraz, Le ali della libertà, Il miglio verde. E tant’altro ancora. Quando sono entrato in carcere, pensavo di sapere tutto del carcere – lo avevo visto al cinema.
È quello che dice anche Angela Davis, nel suo libro sull’abolizione del carcere (Aboliamo le prigioni?, minimum fax), quando racconta: «Nel 1997, intervistando alcune donne in tre prigioni cubane, ho scoperto con stupore che la maggior parte descriveva la percezione del carcere che avevano in precedenza – vale a dire prima di finire in prigione loro stesse – come derivante dai molti film hollywoodiani che avevano visto. Tra le immagini che popolano la nostra mente, il carcere occupa dunque un posto di rilievo».
Figurarsi adesso – e poi con le serie tv di successo, come Prison Break, cinque stagioni, o The orange is the new black, sette stagioni, sulle carceri femminili. Eppure – credetemi sulla parola – del carcere non sai nulla, finché non ci finisci dentro.
Perciò, nel nostro immaginario il carcere esiste, fin nei dettagli, e nello stesso tempo è la cosa più rimossa che c’è; è il luogo di cui abbiamo più fotogrammi immagazzinati ma anche il più invisibile; è lo spazio di cui crediamo di conoscere perfettamente le regole – quelle imposte dallo stato, quelle vigenti tra i detenuti – ma che diamo per scontato sia senza diritto comune, sottratto al diritto comune, con leggi sue proprie. Il carcere è il fenomeno più incredibile di presenza/assenza nei nostri pensieri – come se una metà del cervello ne sapesse perfettamente l’esistenza e l’altra metà non volesse saperne proprio nulla. Sappiamo, ma non vediamo.
Questa scontatezza del carcere fa somigliare il “processo” della colpa e della pena – commetti un reato, sei giudicato, finisci in carcere – come una cosa naturale, come un ciclo delle stagioni: se ora è estate, dopo viene l’autunno, un percorso obbligato. E se è scontato, se è obbligato, se tutti lo sanno – allora io sono esentato dalla responsabilità di interrogarmi. Se prendo la marmellata che mi è stata vietata, sarò punito – e tutti i miei pensieri ruoteranno intorno quest’unica domanda: come posso prendere la marmellata senza finire in prigione? Non mi chiederò mai se la prigione sia il “posto giusto” per avere preso la marmellata vietata.
Angela Davis in prigione finì lei stessa per la sua militanza politica, all’inizio degli anni Settanta, e da allora è un’attivista contro il carcere come “unica soluzione”. Soprattutto negli Stati uniti. Scrive la Davis: «più di due milioni di persone negli Stati uniti (su un totale mondiale di nove milioni) popolano attualmente le prigioni, i penitenziari, gli istituti minorili e i centri di detenzione per immigrati. La gravità di queste cifre è resa ancora più evidente se si considera che complessivamente la popolazione statunitense è inferiore al 5 percento del totale mondiale, mentre gli Stati uniti possono vantare più del 20 percento della popolazione carceraria» (i dati sono di una decina d’anni fa, ma niente fa credere che si siano modificati).
A finire in carcere, in maniera sproporzionata, sono le minoranze etniche – neri, ispanici soprattutto – in un circolo vizioso senza possibilità di scarto che inizia dall’abbandono di interi quartieri, privi di scolarizzazione adeguata, di assistenza sanitaria, di possibilità di occupazione, e dove il percorso di un giovane porta quasi ineluttabilmente a delinquere. Oppure, come alternativa, a entrare nell’esercito.
È Loïc Wacquant, in Punire i poveri
 (DeriveApprodi), che spiega bene questo meccanismo infernale tra ghetto e prigione: «Alla fine degli anni Settanta, la prigione è improvvisamente tornata alla ribalta per offrirsi come la soluzione al tempo stesso semplice e universale a tutti i problemi sociali più urgenti. Problemi tra i quali figurava, al primo posto, l’evidente incapacità del ghetto nero nel contenere al proprio interno una popolazione in sovrannumero, priva di onore e considerata ora non solo come deviante e a rischio, ma anche come estremamente pericolosa per via delle violente rivolte che, da Watts a Detroit, hanno dilaniato le città statunitensi a metà degli anni Sessanta. Mentre le mura del ghetto tremano e rischiano di crollare, quelle delle prigioni si allungano, si allargano e si rinforzano. In breve tempo, il ghetto nero, trasformato in strumento di pura esclusione a causa della contrazione simultanea della sfera del lavoro salariato e dell’assistenza sociale, e ulteriormente destabilizzato dalla maggiore penetrazione del dispositivo penale dello Stato, si è trovato legato al sistema carcerario da una triplice relazione di equivalenza funzionale, di omologia strutturale e di sincretismo culturale, cosicché essi costituiscono attualmente un unico e solo continuum carcerario in cui è rinchiusa una nutrita schiera di giovani uomini (e, sempre più spesso, di donne) neri che percorrono un circuito delimitato da questi due poli, secondo un ciclo autoalimentato di marginalità sociale e legale dalle conseguenze personali e collettive devastanti».
Insomma, il carcere come una risposta alle questioni sociali – esso stesso quasi come un “orribile welfare” proprio quando il welfare comincia a essere smantellato. È l’indurimento delle pratiche di polizia per le strade, dei procedimenti giudiziari e delle pene, e della detenzione che costruisce questo “modello”, a partire dagli anni Ottanta: «Quando Reagan inaugura la sua presidenza, la polizia procede a circa 10,4 milioni di arresti a due terzi dei quali (69%) segue la carcerazione; quindici anni dopo, il numero di arresti annuale arriva a 15,2 milioni e quasi tutti (94%) approdano al carcere giudiziario. L’iperinflazione carceraria americana è difatti alimentata dall’incremento concomitante di due fattori: la durata della detenzione e il numero di condannati alla reclusione. Il prolungamento delle pene riflette l’irrigidimento della politica giudiziaria negli Stati Uniti: moltiplicazione dei reati che portano alla carcerazione, aumento della durata delle pene inflitte sia per i crimini non violenti (taccheggio, furto d’auto, possesso di droga) che per quelli violenti, abolizione della riduzione di pena per alcuni reati (stupefacenti, offese al buon costume) e perpetuità automatica al terzo crimine («Three Strikes and You’re Out»), inasprimento generalizzato delle sanzioni in caso di recidiva, applicazione del codice penale degli adulti ai minori di sedici anni e limitazione, se non soppressione, della libertà vigilata. È nel 1973, all’indomani della rivolta di Attica nel corso della quale quarantatré persone tra prigionieri e guardie carcerarie tenute in ostaggio furono massacrate nell’assalto lanciato dalle truppe, che la popolazione carceraria degli Stati Uniti raggiunge il livello più basso dal dopoguerra. Il ribaltamento della demografia carceraria statunitense dopo il 1973 si rivelerà tanto brusco quanto stupefacente. Contro tutte le aspettative, la popolazione penitenziaria del paese comincia ad aumentare vertiginosamente: essa raddoppia in dieci anni e quadruplica in venti. Partito da meno di 380.000 nel 1975, il numero delle persone dietro le sbarre sfiora 500.000 nel 1980 e supera il milione nel 1990. Continua a crescere con un ritmo infernale dell’8% in media – ossia, 2000 detenuti in più ogni settimana – durante gli anni Novanta, al punto che, al 30 giugno 2000, l’America contava ufficialmente 1.931.850 detenuti. Se fosse una città, il sistema carcerario statunitense sarebbe la quarta più grande metropoli del paese, dietro Chicago» – è ancora Wacquant, che parla.
È quello che Angela Davis chiama il «complesso carcerario-industriale», di cui è esemplare la California: «Tra il 1852 e il 1955 sorsero in California nove prigioni. Nella seconda metà degli anni Sessanta non fu aperta nessuna prigione e neppure durante il decennio successivo. Tra il 1984 e il 1989 furono inaugurati nove istituti di pena: c’erano voluti più di cento anni per costruire le prime nove prigioni californiane; in meno di un decennio quel numero è raddoppiato e durante gli anni Novanta se ne sono aggiunti altri dodici, tra cui due penitenziari femminili». Osservando la carta della California e la posizione delle prigioni, queste hanno lentamente e letteralmente invaso gli spazi, come se, dice la geografa Ruth Gilmore, l’espansione delle prigioni fosse «una soluzione geografica a problemi socio-economici». Certo, spesso queste nuove prigioni non sono state “imposte” ma sono state costruite con il consenso dell’opinione pubblica – la gente voleva credere che altre prigioni avrebbero ridotto il crimine e che avrebbero fornito posti di lavoro e sviluppo per le comunità locali. Eppure, quando è iniziato il boom della costruzione delle carceri, le statistiche ufficiali rivelavano già una diminuzione dei dati sulla criminalità. Il punto è che non si può non mettere in correlazione la de-industrializzazione e la reclusione di massa. Paradossalmente, per alcune comunità locali, il carcere avrebbe rappresentato un volano di “sviluppo”. Non solo, ma la “privatizzazione” della gestione delle prigioni ha significato anche l’ingresso massiccio di aziende che sfruttano il lavoro carcerario – a un costo significativamente più basso. E parliamo di aziende di prima grandezza – che traggono profitti enormi non solo dalla fornitura alle carceri. All’inizio del XXI secolo, le numerose società per la gestione di prigioni private operanti negli Usa possedevano e amministravano strutture che ospitavano 91.828 detenuti. Il Texas e l’Oklahoma vantavano il maggior numero di detenuti in prigioni privare, ma il New Mexico ospitava il 44 percento della sua popolazione carceraria in strutture private, e stati come il Montana, l’Alaska e il Wyoming avevano “ceduto” oltre il 25 percento della loro popolazione carceraria. È un “fenomeno” che è andato crescendo e allargandosi, dagli Stati uniti all’Australia, ma anche in Turchia.
Che il carcere sia, negli Stati uniti, anche una “questione razziale” lo si capisce – oltre che dai numeri di proporzione tra bianchi, neri e ispanici incarcerati che corrispondono in modo rovesciato alla presenza in società – proprio dal “lavoro forzato”. Perché la sua istituzione ripercorre passo passo quella della schiavitù – e per molti versi ne fu una versione peggiorativa. Negli Stati del Sud un nero in prigione era una rarità prima della Liberazione, divennero la normalità dopo: chi visitava le prigioni del Mississippi negli anni Settanta e Ottanta dell’Ottocento trovava «i prigionieri che mangiavano e dormivano sulla nuda terra, senza coperte né materassi e spesso senza vestiti… i detenuti morivano di sfinimento, polmonite, malaria, congelamento…» (da David Oshinsky, Worse than Slavery, Free Press). Prima, come schiavo il nero era comunque un bene in cui si era investito e che andava mantenuto perché producesse, dopo era manodopera intercambiabile in un mercato, quello del carcere, abbondante.
Considerare scontato il carcere non ci fa neppure interrogare se possano esistere possibilità alternative – ci sembra impossibile, proprio come ci sembrerebbe impossibile invertire un fatto della natura. Anche per la pena di morte, l’alternativa che viene prospettata è quella del carcere a vita, in alternativa. Ricordava Jack Abbott, nel suo Nel ventre della bestia, come fosse stato proprio Gary Gilmore, che aveva passato più di metà della sua vita in carcere, a chiedere – dopo la sentenza del 1976 che lo condannava per due omicidi – di essere giustiziato, finendo con l’essere il primo dopo dieci anni che la pena di morte era stata sospesa. Fu fucilato nel 1977. Abbott pensava a un senso di “espiazione” – ma è difficile definire “vita” un ergastolo senza alcuna possibilità di remissione in condizioni di assoluto isolamento per decenni e decenni.
Eppure, proprio come l’indurimento delle pene e la “rapidità” dei procedimenti contro lo spaccio di droga sono stati tra i “volani” più significativi dell’aumento della popolazione carceraria – e di tutta la crescita del complesso carcerario-industriale – forse abolendone alcuni meccanismi obbligati, ci sarebbero già significative riduzioni e delle alternative. E lo stesso varrebbe per la prostituzione, a esempio.
Il primo passo è riconoscere che non esiste un’unica modalità della pena. E non pensare a “soluzioni” che siano “il carcere in altra forma”, come gli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico. Il primo passo è rompere il legame tra delitto e castigo.

 

Nicotera, 13 luglio 2020.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 12 agosto 2020.

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QUI un film sulle prigioni in Usa

venerdì 14 agosto 2020

Su Viviana e Gioele restano più le domande che le risposte - Lanfranco Caminiti

 


Non c’è una cosa certa in questa storia di Viviana.
Un garbuglio che è apparso tale fin dal primo momento – il 3 agosto, quando il marito, Daniele, ha dato l’allarme non vedendola rientrare a casa, insieme al figlio Gioele. Doveva essere andata a comprare delle scarpe al bambino al centro commerciale di Milazzo, che dista una trentina di chilometri da Venetico, il paesino siciliano dove la coppia viveva. Invece l’auto si trovava settanta chilometri più in là. Perché?
L’auto che guidava Viviana ha avuto un lieve incidente con un furgone all’ingresso della galleria Pizzo Turda sull’autostrada Messina-Palermo. Viviana si ferma. Gli operai scendono dal furgone e prontamente si danno da fare per deviare il traffico in arrivo – due mezzi fermi sono pericolosissimi – e non badano neppure a Viviana. Viviana invece scende non vista, e lascia in auto il cellulare, i documenti, la borsa. Si incammina lungo il bordo dell’autostrada. Perché?
Prima dell’incidente, Viviana era uscita dall’autostrada a Sant’Agata Militello. Al casellante dice al citofono d’emergenza che non ha i soldi per pagare il pedaggio di uscita – che la faccia passare per favore. Il casellante acconsente. Passano ventidue minuti. Poi Viviana rientra in autostrada, piglia il ticket e riprende il percorso che stava facendo. Poteva rientrare prendendo la via di casa o verso il centro commerciale di Milazzo, insomma tornare indietro. Invece sceglie di proseguire – fino all’incidente che avrà dopo. Perché?
Un garbuglio reso ancora più ingarbugliato dalle testimonianze. Gli automobilisti che sfrecciano sulla Messina-Palermo vedono questa donna che cammina sul bordo dell’autostrada – è una cosa insolita, la guardano. Nelle ore immediatamente successive alla scomparsa di Viviana, arrivano le prime testimonianze. C’era il bambino con lei? Sì, c’era. No, non c’era. Sì, l’abbiamo visto. No, non ci abbiamo fatto caso. Sì, ha scavalcato il guard-rail. No, non l’abbiamo vista scavalcare il guard-rail. Ora, il procuratore che segue il caso chiede a questi testimoni di farsi avanti – è importante. Ma i testimoni non ci sono più.
Un garbuglio reso ancora più ingarbugliato dagli “avvistamenti”. Era lei, certo che sì, c’era il bambino. Un ragazzino ne è sicuro: era a un parco giochi a Giardini-Naxos, stava su una panchina, la testa reclinata, e il bambino aveva le scarpe blu – un dettaglio che sembra combaciare. Un medico di Giardini-Naxos conferma: una donna è venuta in guardia medica, e c’era un bambino, era agitata – era lei, Viviana. Prende pista l’allontanamento “volontario”, anche se quasi subito gli avvistamenti si riveleranno per quel che sono, suggestioni da eco della notizia: Viviana è in fuga. E se è in fuga, bisogna rovistare nella sua vita. E in quella del marito.
Un garbuglio reso ancora più ingarbugliato dal ritrovamento del corpo. Le ricerche partono subito dopo l’allarme di Daniele. Arrivano i vigili del fuoco, arrivano i cani molecolari, arrivano i droni, arrivano i volontari. La zona non è facile – è campagna, ci sono sentieri, dirupi, canaloni, casolari. Si batte l’area senza sosta. Niente. È impossibile che sia andata di là, c’è una rete alta un metro e mezzo, senza aperture, non può averla scavalcata. Arrivano altri uomini, carabinieri, polizia. Si batte l’area senza sosta. Niente. Sì, forse c’è un’apertura nella rete. L’8 agosto, dopo sei giorni – il corpo di Viviana è ritrovato a qualche centinaio di metri da dove si ha contezza dell’incidente. Erano gli ultimi venti ettari che rimanevano da battere. Viviana era andata a destra anziché a sinistra, «com’era ragionevole» – viene detto, a monte invece che a valle. E i cani molecolari? E i droni? E tutte le persone impegnate? Niente. «Avevamo diviso l’area in settori di ricerca – è stata una casualità non averla trovata». Già – troppe casualità in questa storia.
Eppure, la storia di Viviana e Daniele è una storia semplice, una semplice storia d’amore. Lei è di San Paolo, quartiere di Torino, ama la techno, ha pure un nome di scena: Express Viviana; lui è di un paesino siciliano, ama la techno. Fanno i dj nelle discoteche, hanno un loro stile, l’hard style. Si incontrano, si conoscono, si amano. Lei decide di venire in Sicilia – è una scelta coraggiosa. Nasce un sodalizio, lavorano insieme, hanno un’etichetta musicale – preparano nella loro casa il materiale che poi riverseranno nelle serate in discoteca. Li conoscono tutti: Milazzo, d’estate, è un luogo zeppo di locali, di movida, di vita. Nasce anche Gioele, dopo qualche anno – e certo cambia la loro vita. Di sicuro, cambia la vita di Viviana. Adesso c’è Gioele, che ha bisogno di tutte le sue cure e le sue attenzioni. È una brava madre, Viviana, lo diranno tutti – stravede per quel bambino. Diranno anche altre cose: che il confinamento per il covid l’aveva provata, temeva per Gioele, soffriva per la distanza dai suoi e non potersi muovere. Affidava i suoi pensieri a facebook – lo fanno tutti, cosa si vorrebbe provare? Era stata anche visitata e le avevano diagnosticato come una mania di persecuzione, forse prendeva dei farmaci – e allora? Qualcuno racconta – aveva una crisi mistica, recitava la bibbia sul terrazzo. Come se recitare la bibbia sul terrazzo sia indizio di una colpa grave.
Quando trovano il corpo, non sono neppure sicuri sia il suo – è troppo malmesso, il caldo, la decomposizione, gli animali. Gli indumenti sembrano combaciare con le descrizioni avute: le sneaker bianche, una ancora indosso l’altra un po’ distante, il pantaloncino di jeans, una collanina. Poi, l’iscrizione incisa sulla fede – “Daniele e Viviana 2013”, è l’anno delle loro nozze – risolve la questione dell’identità: è Viviana. Cosa è successo? E Gioele dov’è?
Ci si affida all’autopsia – arriva anche un entomologo importante, uno che ha lavorato a casi famosi e che dalla vita degli insetti rinvenuti intorno può dirci quando Viviana è morta. L’autopsia potrebbe anche dirci come è morta – un disgraziato incidente? Un’aggressione? Un attacco di animali – mucche, cinghiali, suini neri, cani rinselvatichiti? L’autopsia ci dirà. Ci speriamo tutti. Forse si può avere anche una traccia per capire la sorte di Gioele.
E invece. «Lesioni al torace, alle vertebre e al bacino», è il verdetto dell’autopsia. Uno dei medici legali aggiunge: «Non ci sono chiare evidenze che possano escludere una o l’altra ipotesi come causa della morte». Gli esperti si prendono novanta giorni prima di rilasciare un referto sicuro. E siamo di nuovo da capo: Viviana può essersi suicidata, Viviana può avere ammazzato il bambino da qualche parte e poi si è suicidata, Viviana e Gioele possono avere fatto un “brutto incontro”.
Non c’è una cosa certa in questa storia.

Nicotera, 12 agosto 2020.
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 13 agosto 2020.



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sabato 11 gennaio 2020

L’infinito antiamericanismo - Lanfranco Caminiti



Alzi la mano, tra le signore e i signori di una certa età, chi non ha mai gridato almeno una volta Yankee, go home. Alzi la mano chi non ha mai detto almeno una volta – la Coca-cola non la bevo, perché è un segno dell’imperialismo americano. Certo, oggi farebbe alzare il sopracciglio agli astanti, ma quelli di noi che sono cresciuti a pane e Vietnam sapevano che a bruciare le bandiere americane non c’erano solo gli studenti dei campus, c’erano i veterani che tornavano da quella guerra. E quelli, avevano visto com’erano le cose. Sapevamo che a una postazione antiaerea con i nipotini di zio Ho si era fatta fotografare Jane Fonda – Hanoi Jane. We are all un-americans, avremmo potuto rivendicare tutti tranquillamente, rovesciando la metafora inquisitoria della Commissione McCarthy, quella che aveva perseguitato e messo all’indice per attività anti-americane mezza Hollywood.
Era anti-americanismo di principio, quello? No. Quelli che crescevamo a pane e Vietnam amavamo il cinema di Peckinpah e Paul Newman e Robert Redford che facevano Butch Cassidy e Sundance Kid – come potevamo essere anti-americani? Quelli di noi che sapevano che la United Fruits era il vero motore della politica estera americana in Centro e Sud America, e faceva golpe su golpe – quelli, che avevamo amato Steinbeck e Dos Passos, come potevamo essere anti-americani? Quelli di noi che vedevamo da lontano la pop-art di Rauschenberg e Lichtenstein e il dripping di Pollock, come potevamo essere anti-americani? E quelli che ascoltavamo Zappa e i Velvet, l’’inno americano straziato da Jimi Hendrix e la voce disperata di Janis Joplin, quelli che ripetevamo il ritornello di Bob Dylan – how many times must the cannonballs fly / Before they’re forever banned? / The answer, my friend, is blowin’ in the wind – come potevamo essere anti-americani? Eravamo contro i golpe che la Cia organizzava, eravamo contro Nixon, eravamo contro il napalm nel Vietnam, eravamo contro la continua minaccia di guerra che la Nato rappresentava – Fuori l’Italia dalla Nato, fuori la Nato dall’Italia: questo gridavamo. Per la verità, continuerei a dirlo ancora oggi che molto probabilmente le basi americane in Italia sono punti di partenza per operazioni di guerra in cui ci troviamo coinvolti senza avere alcuna voce in capitolo.
È stato l’atto di guerra – di terrorismo? davvero conta? le guerre asimmetriche non sono ormai questo strano e orribile miscuglio tra tattiche militari da accademia e operazioni di terrorismo? – contro il generale iraniano Qasem Soleimani a far ripartire ovunque l’odio contro l’America. Death to America, gridavano ieri in Iraq, in Siria, in Iran, e non ci vuol molto a immaginare che le piazze del sud-est asiatico si infiammeranno presto. Le chiacchiere in Italia si sono sprecate. C’entra questo anti-americanismo con il nostro anti-americanismo? Non c’entra nulla, direi.
«Siamo tuti americani», scrisse de Bortoli, allora direttore del Corriere della Sera all’indomani dell’11 settembre. Non era così. L’attacco alle Torri Gemelle di bin Laden lasciò tutti attoniti, ma le sfumature di quello sbalordimento erano, per così dire, in un ventaglio molto ampio. Per me, ad esempio, la domanda era semplice: si poteva stare dalla parte dei mullah o degli sceicchi? Un califfato, una teocrazia poteva essere augurabile? La risposta era forte e chiara: no. Ma, per tanti, quello che era chiaro oltre ogni evidenza – al Qaeda aveva pianificato per anni uomini e mezzi per quella cosa inimmaginabile – divenne sfocato, oscuro, contestato. C’era lo zampino del Mossad, un aereo non era mai davvero caduto sul Pentagono, le agenzie segrete americane si erano organizzate l’attentato – bin Laden, non l’avevano allevato loro? – per giustificare i propositi di guerra. Scempiaggini colossali – anche quando sciorinate da professoroni e giornalistoni – che avevano un solo segno in comune: l’anti-americanismo di principio. L’anti-americanismo di principio ha un solo articolo costitutivo: gli Stati uniti sono il male assoluto.
Per le bizzarre incongruenze della storia, l’anti-americanismo di principio è associato alla sinistra radicale europea e italiana. Che non ha mai fatto nulla, va detto, per scrollarselo di dosso. Vi alligna, bellamente. Ma l’anti-americanismo di principio è in realtà un pensiero teorico profondamente radicato nella destra.
Per Martin Heidegger l’Europa era stretta «nella grande tenaglia tra Russia e America», fra il totalitarismo sovietico da un lato e il regime monopolista dall’altro, ma accomunati entrambi dal fatto di esprimere «lo stesso triste correre della tecnica scatenata». Per Carl Schmitt, i nuovi “padroni del mondo”, quegli Stati Uniti che erano riusciti attraverso la talassocrazia (il potere sul mare) a imporsi sulle potenze di terra europee, sarebbero riusciti a trasformare l‘hostis, il nemico, in un criminale, al fine di eliminarlo. L’universalismo dell’egemonia anglo-americana avrebbe sancito un sistema unico globale cancellando distinzioni e pluralità spazio-temporali. Un mondo dominato dalla tecnologia generata da una sola potenza, da strategie economiche transnazionali e finanche da una “polizia internazionale”. Per Heidegger e per Schmitt l’idea che l’individuo fosse rivestito di diritti avrebbe significato solo che lo Stato sarebbe finito ai suoi piedi – anti-liberalismo, anti-globalizzazione, anti-cosmopolitismo, sono queste le tracce ricorrenti dell’anti-americanismo di principio. Tracce che certo richiedono profondità e complessità di analisi e riflessione, suggestive come sono e a volte profetiche, ma che nulla c’entrano con la battaglia politica contro questa o quell’amministrazione americana, contro i suoi provvedimenti, i suoi interventi, i suoi programmi, proprio perché qualunque scelta gli Stati uniti facciano – sia quella del “gendarme del mondo” sia quella dell’isolazionismo – finisce sempre per modificare tutti gli equilibri.

lunedì 2 dicembre 2019

Si resti arrinesci: dalla Sicilia, contro l’emigrazione - Lanfranco Caminiti



Dice Vito Teti, che insegna Antropologia Culturale all’università di Cosenza, che «fra vent’anni la Calabria avrà perso cinquecentomila abitanti e diventerà un deserto, come lo fu nel periodo aragonese». Per la verità, cinquecentomila abitanti li ha già persi la Sicilia, fra il 2002 e il 2017 – praticamente come se una città come Catania fosse stata inghiottita nel nulla, scomparsa dalla geografia. Teti ha scritto qualche anno fa Pietre di pane. Un’antropologia del restare – un titolo che veniva da Corrado Alvaro, il grande scrittore calabrese a cui le pietre di fiumara sembravano forme di pane e le pagnotte di pane duro sembravano pietre, dove si intrecciavano la fatica e il rito, il radicamento e l’asprezza – in cui si ragionava sulla restanza, un concetto preso in prestito da Derrida. Dice ancora Teti: «Restare non è un fatto di pigrizia, di debolezza: dev’essere considerato un fatto di coraggio. Una volta c’era il sacrificio dell’emigrante e adesso c’è il sacrificio di chi resta. Una volta si partiva per necessità ma c’era anche una tendenza a fuggire da un ambiente considerato ostile, chiuso, senza opportunità. Oggi i giovani sentono che possano esserci opportunità nuove, altri modelli e stili di vita, e che questi luoghi possono essere vivibili. L’etica della restanza è vista anche come una scommessa, una disponibilità a mettersi in gioco».
Io non so se padre Garau della parrocchia di San Paolo Apostolo a Borgo Nuovo – il quartiere popolare conficcato nel cuore della città di Palermo – abbia mai sentito parlare di Vito Teti e in fondo poco conta, ma è attorno a lui che è cominciata la lotta per la restanza, la mobilitazione contro l’emigrazione, quella giovanile in particolare. Padre Garau con i suoi parrocchiani fa i flash-mob al Politeama o le fiaccolate di notte al teatro Massimo, nel cuore della movida, e ha messo in piedi il movimento delle “valigie di cartone”. Pian piano, le iniziative hanno raccolto l’attenzione e la partecipazione di decine di associazioni e centinaia di giovani – con mobilitazioni nelle università di Palermo, Catania, Messina e la sensibilizzazione delle istituzioni. Sono decine i comuni, grandi e piccoli, che hanno approvato una delibera di orientamento, in cui la questione dell’emigrazione è posta come un problema enorme su cui intervenire: Contessa Entellina, Balestrate, Giuliana, Salemi, Lercara Friddi, Palazzo Adriano, Santo Stefano Quisquina, Ciminna, Bolognetta, Milazzo, Cinisi, Bagheria, Corleone, Piana Degli Albanesi, Partanna, Santa Cristina Gela, Ventimiglia di Sicilia, Palermo, Messina – e l’AnciSicilia. E decine e decine sono state le iniziative di mobilitazione, che va coinvolgendo anche intellettuali, artisti. E ieri, a Palermo, s’è tenuta una nutrita manifestazione per le vie della città, da piazza Verdi fino alla cittadella universitaria di Viale delle Scienze.
Sul sito di antudo, associazione per l’indipendenza che ha partecipato all’evento, si legge: «Prima del 1861 gli emigrati siciliani erano alcune decine: piccoli gruppi di contadini o di esiliati politici. I primi partivano alla ricerca di terre da coltivare, i secondi dovevano lasciare l’isola per sottrarsi alla repressione borbonica o perché condannati all’esilio. In quegli anni non esisteva l’emigrazione “economica”, come oggi si intende. I trasferimenti avvenivano solo all’interno dell’isola: ci si spostava dalla campagna ai centri urbani, dalle terre demaniali a quelle baronali o viceversa, dall’entroterra alle aree costiere. Lo scenario si capovolse nel 1861. Nel quadro mutato dei rapporti nazionali e internazionali un gran quantità di siciliani divenne merce di scambio tra le nuove potenze. Lo storico Renda parla di una “esplosione migratoria”, in considerazione dei numeri raggiunti e mai registrati prima del 1861. Nell’ultimo ventennio del secolo emigrarono in America oltre centomila siciliani. La migrazione si legava tanto alla crisi economica degli anni ’60 e ’70 del XIX secolo, quanto alla repressione seguita ai moti popolari, che continuarono anche dopo la cosiddetta “unificazione nazionale”. Come scrive Enrico Deaglio in Storia vera e terribile della Sicilia: “Avvenuta senza fanfare e poco compresa, allora come oggi, quella siciliana verso la Louisiana e il Mississipi fu una deportazione di esseri umani concepita tra governi, allo scopo di realizzare uno dei più foschi progetti dell’era moderna. La Sicilia aveva aumentato di un milione e mezzo i suoi abitanti dai tempi dell’Unità d’Italia. I siciliani erano troppi, tra loro circolavano strane idee, volevano la terra, si ribellavano. I padroni americani si trovavano alle prese con un problema analogo. La guerra aveva affrancato quattro milioni di schiavi che ora non volevano più lavorare sotto la frusta. Bisognava liberarsene, trovare nuovi schiavi”. Li trovarono in Sicilia».
Oggi, ogni 12 mesi ventimila persone abbandonano la Sicilia. Il calo di residenti – come emerge dal rapporto La demografia delle aree interne della Sicilia a cura del Servizio Statistica e Analisi Economica della Regione Siciliana – riguarda principalmente cinque aree interne dell’Isola: Sicani, Madonie, Nebrodi, Calatino e Simeto-Etna. Queste aree contano un totale di 65 comuni. In essi dal 1951 a oggi la popolazione si è ridotta di 147.479 unità. Solo negli ultimi anni, dal 2011 al 2019, 14mila abitanti in meno. Sono numeri da esodo.
Se si analizzano i grafici che tengono conto dell’età, al momento della partenza, di chi emigra, ci si rende facilmente conto che il fenomeno riguarda principalmente una popolazione giovane e qualificata. Ad esempio, all’interno delle anticipazioni del rapporto Svimez 2019 – che prende in esame non solo la Sicilia, ma tutto il Mezzogiorno – ritroviamo questi dati: nel periodo compreso tra il 2002 e il 2017 le persone emigrate dal Sud Italia verso il Nord sono state oltre 2 milioni, di cui 132.187 nel solo 2017. Di queste ultime 66.557 sono giovani (50,4%, di cui il 33,0% laureati, cioè 21.970).
Il tessuto produttivo siciliano è inefficiente, l’economia in grande stallo, i settori principali per l’Isola, primo fra tutti quello agricolo, sono in crisi. La Sicilia è nelle primissime posizioni in Europa per tasso di disoccupazione giovanile con l’allarmante quota di 53,6 giovani (di età compresa fra i 15 e i 24 anni) ogni cento in cerca di un’occupazione.
C’è un detto antico in Sicilia: «Cu nesci, arrinesci» – per avere fortuna nel mondo, per arrinesciri, devi uscire, partire. Non so se si possa comprendere in questo “motto” l’emigrazione degli anni Cinquanta e Sessanta, quando dalla Sicilia, dal Sud, con le valigie di cartone, si partiva per le fabbriche del triangolo industriale – Miano, Torino, Genova – o verso il nord-Europa dove c’era bisogno di braccia per l’industria. Quel detto antico ora si ribalta: Si resti arrinesci – perché le cose cambino, per fermare l’emigrazione, per potere creare opportunità nuove, per continuare a amare e trasformare i luoghi delle proprie radici, bisogna restare. E lottare.

domenica 24 novembre 2019

Pance al sole e calvizie: così l’estetica populista esalta la fragilità del potere - Lanfranco Caminiti



A un certo punto, i nazisti se la presero con i caratteri tipografici, le font senza grazie, quelli che oggi chiamiamo “sans serif”, perché erano bolscevichi. Erano pure degenerati, degenerati e bolscevichi. Fu una viva preoccupazione della Reichskulturkammer, la Camera della Cultura del Reich diretta da Goebbels. Bisognava che si stampasse al modo germanico, l’estetica tipografica nazionalsocialista prevedeva i caratteri con le grazie. Ma questo accadde dopo che i libri li avevano bruciati – ventimila in una sola notte a Berlino, 10 maggio del 1933 – e quindi bisognava pure stamparne altri, quelli giusti. Accadde pure prima della mostra dell’arte degenerata.
In realtà le mostre furono due, in contemporanea, quella dell’Entartete Kunst, arte degenerata appunto, e die Erste Große Deutsche Kunstausstellung, quella della dell’arte tedesca, la prima grande. Questa fu inaugurata a Monaco di Baviera il 18 luglio 1937, e il giorno successivo toccò agli artisti degenerati. Goebbels giocò sporco, nel senso che le opere degenerate erano messe alla rinfusa, ammassate senza criterio, proprio per esaltarne il loro carattere confusionario e irrazionale – e accanto ogni opera fece mettere una didascalia “nazista” che la irrideva. Ma volle che il biglietto fosse gratuito e che la mostra fosse itinerante – toccò undici città tedesche – perché tutto il popolo potesse con i propri occhi rendersi conto del livello di degenerazione dell’arte non-tedesca. Andò però che più di un milione di visitatori frequentarono l’arte degenerata e meno di un terzo quella Große Deutsche. Non solo, ma sia Goebbels che il Führer si aspettavano di vendere paesaggi e mitici eroi germanici, ma non fu così, e Hitler dovette comprare buona parte delle opere con i fondi statali per destinarli ai musei.
All’indice era finita tutta l’arte – l’espressionismo anzitutto – e la pittura e la musica atonale e il cinema e il jazz e la letteratura e chi più ne ha più ne metta: alla mostra dell’arte degenerata c’erano tutti, El Lissitzky, Oswald Herzog, Max Ernst, Marc Chagall, Otto Dix, George Grosz, Oskar Kokoschka, Paul Klee – insomma, basta pensarne uno e c’era; pure Vincent Van Gogh fecero fuori – quello era proprio degenerato assai. D’altronde era stato quel monumento “sinfonico” di Wagner, fatto proprio dalla lettura nazista, a prendersela con gli ebrei e Das Judenthum in der Musik, l’influenza dell’ebraismo nel panorama musicale: lo scadimento dell’artista era un problema di razza. O di malattia mentale, o di bolscevismo, aggiungevano i nazi. Spesso tutto insieme. Untermenschen, sottouomini.
La guerra del nazionalsocialismo agli intellettuali e all’intellettualismo in nome dei valori del popolo tedesco fu senza quartiere – bisognava esaltare l’Heimat, la patria, e la famiglia, e Blut und Boden, il sangue e il suolo, e il Volk, e la ruralità e gli uomini biondi che aravano e mietevano, pronti a affrontare la guerra per difendere il proprio spazio, il Lebensraum. Tutto molto monumentale, enorme, mastodontico, disciplinato. Correntemente, e superficialmente, si paragona questa “forma d’arte” nazista al socialismo sovietico, in nome di un certo “realismo”. Ma i nazisti alla parola “realismo” mettevano mano alla pistola: le loro monumentalità erano un richiamo ai “miti e valori” del germanesimo, dell’arianesimo, del popolo superiore. Al trascendente, niente di materialistico.
Il compendio di questa “concezione dell’arte” nazista che servisse a costruire l’immagine di una Germania wagneriana che emanasse bellezza, potenza, forza da utilizzare a fini propagandistici in patria e all’estero – è il lavoro cinematografico di Riefenstahl, e soprattutto Il trionfo della volontà, sul congresso del partito nazionalsocialista a Norimberga nel 1934, e Olympia, in occasione dell’XI Olimpiade a Berlino nel 1936. Nel Trionfo, tutto è girato per creare un epico senso di potenza attraverso inquadrature panoramiche di sterminate masse d’uomini marcianti in formazioni rigidamente inquadrate, accompagnate da una musica wagneriana travolgente; e in Olympia, di nuovo le grandi masse, l’esaltazione della corporeità e della bellezza dello sportivo, la musica travolgente, l’espressione della forza.
L’anti-intellettualismo è un tratto tipico del populismo politico del Novecento, l’accusa di cosmopolitismo, di avere perso le radici con la propria terra, con il proprio sangue e suolo. In un discorso a Wheeling, West Virginia, il 9 febbraio 1950 Joseph McCarthy spiegò il suo punto di vista su ciò che considerava un-American. McCarthy divideva il mondo in due sfere di influenza, il “nostro mondo cristiano occidentale” e il mondo ateista comunista. La vera differenza non era politica ma morale. Il marxismo era basato su una religione dell’immoralità e i comunisti volevano distruggere i principi morali del popolo americano. Marx, disse McCarthy, aveva liquidato Dio come un inganno, e i comunisti ritenevano che nessun popolo che crede in Dio potesse convivere con loro, e per questo gli Usa erano un bersaglio dei russi.
Il lievito della campagna del senatore McCarthy fu un radicato anti-intellettualismo, con un filo conduttore “ideologico” per cui il giudizio istintivo dell’ordinary people del Midwest valeva molto di più della conoscenza accademica, che era parte della tradizione culturale inglese piuttosto che della “maniera americana”.
Tre, secondo Talcott Parsons, furono i principi cardini di quell’anti-intellettualismo: il senso religioso contro il razionalismo: l’emozione è più sana della fredda ragione, nel popolo albergano i sentimenti veri; populismo contro élite: l’ostilità verso le classi acculturate e le politiche progressive; unreflective instrumentalism: la conoscenza fine a se stessa è inutile, se non porta a un guadagno materiale.
Il bersaglio principale delle campagne del senatore McCarthy fu Hollywood, dipinto come un “covo di comunisti”, e “comunisti” a quel tempo della guerra fredda voleva significare persone che minavano la società americana dall’interno, una quinta colonna, dei traditori. Si sovrapponevano così questioni della sicurezza nazionale con propaganda, in un miscuglio micidiale, che aizzava l’odio popolare (si chiedeva alla gente di segnalare i propri vicini di casa che potessero sembrare sospetti) e portò alla formazione di blacklist, per cui le persone perdevano il lavoro e non lo ritrovavano facilmente. Poi McCarthy attaccò il Dipartimento di Stato – che lavorava per la distensione – e la pubblica amministrazione e l’esercito. Era troppo. Ma a perdere McCarthy in verità fu la televisione. Finché erano stati i tabloid a fomentare l’odio andava tutto bene. Ma quando le sedute della Commissione apparvero in televisione tutto quell’odio del senatore, il suo modo di porre le domande, la sua aggressività, il suo pregiudizio crearono perplessità e distacco. È curioso, che la televisione abbia fatto fuori McCarthy: ma a quel tempo la tv era distrazione di massa e leggerezza e l’irruzione della “forma populista” (linguaggio, postura) creava estraneità.
La mediatizzazione della politica è un fenomeno abbastanza recente nel nostro paese. Probabilmente perché in Italia la «resistenza» della politica alla permeazione dei mass-media è stata a lungo più forte per la dimensione di massa dei canali principali di attività politica, i partiti e i sindacati.
Ma il passaggio determinante per la mediatizzazione della politica è Tangentopoli: la politica resterà scioccata dal ruolo dei mass-media durante Tangentopoli. Per la politica, che intanto subisce la devastazione della propria ramificazione sociale, i mass-media diventano inequivocabilmente la «voce del popolo», un ventriloquo magari ma l’unica voce da ascoltare, a cui dar retta, di cui tener conto. Visto che i partiti sono diventati «leggeri» e l’azione politica è sempre più «discreta», il ruolo di supplenza svolto dai mass-media per un processo di trasparenza è sempre maggiore.
Lo «scandalo politico» – dall’illegalità all’illiceità fino all’irrilevanza e a questioni di semplice dubbio gusto – è ormai la forma propria di questa opera di trasparenza, il prodotto specifico, il format. Molto spesso lo «scandalo» è solo un gossip – dove questioni di affari si mescolano a questioni private, illiceità a bizzarrie: il Palazzo si è allargato alle stalle e alle cucine. Tutto ciò non è un dubbio privilegio italiano: gli scandaletti si ripercuotono ovunque e ai livelli più alti: dai vertici di Bruxelles della Unione europea a quelli delle Nazioni unite, lo «stile», diciamo così, da tabloid popolare inglese si è diffuso globalmente.
Berlusconi, intanto, aveva impresso una fortissima accelerazione alla spettacolarizzazione della politica italiana perché è stato in grado di fare della sua stessa storia personale, di Forza Italia, della sua scesa in campo, una narrazione, una fiction «a puntate»: il berlusconismo è una narrazione sociale, è una «pubblica opinione». Berlusconi stesso è stato un gossip – si impiantava i capelli, faceva il lifting, riempiva per giorni i quotidiani con le sue piazzate domestiche, andava a spasso in villa con cinque fanciulle – e ha politicizzato lo scandalo e ha scandalizzato la politica. Con l’enorme vantaggio di averlo fatto con consapevolezza e tecnica.
Oggi, al tempo del dominio dei social – la cui influenza sull’opinione si può rilevare dall’abuso sistematico che ne fa il presidente della più grande potenza del mondo come dalle preoccupazioni per le ingerenze di trolls pilotati da interessi di potenze straniere – si può piuttosto ricondurre questa curiosa esposizione di corpi politici alla moderna parola d’ordine della glasnost, della trasparenza della politica. L’opacità della politica è stata giudicata come il male da cui hanno avuto origine i fenomeni di corruzione, concussione, in breve di uso del potere e del denaro pubblico come riserva privata. La trasparenza è apparsa come il suo logico opposto. La richiesta di trasparenza, di visibilità della cosa pubblica è stata intesa come fine dell’ambiguità della politica. Questa visibilità ha però comportato un incremento del voyeurismo della politica, dal momento che basta stare a guardare bene quel che accade dentro. Anche l’ideologia della politica come normalità quotidiana induce alla passività: la politica non è più un fatto storico, corale, sinergie di attività molteplici, trasfigurazione della routine. No, la politica non vuole più essere alta: essa si vuole normale, fatta di vene varicose e di porri, di ginocchi valghi e alopecie, di panze al sole.
E quale migliore rappresentazione di questa caduta della sacralità della politica dei corpi in carne e ossa dei nostri politici? Metafora di se stessi, le loro nudità, la loro trasparenza sono rassicuranti. Laddove l’estetica populista dei sistemi totalitari copriva e ornamentava i corpi (l’orbace e i fez di Starace o la scenografia militaresca e religiosa delle adunate tedesche), l’estetica populista delle democrazie non più liberali tende a mostrarne la fragilità, la vulnerabilità. Essa sembra intenta a convincerci a non avere paura, a immedesimarci nei corpi del potere.
Eppure, questa semplicità della carne della politica, questo avvicinamento al quotidiano, questa “estetica” si fa “etica”, si stempera nel suo opposto, la distanza, l’alienazione degli affari pubblici dalle mani collettive. La politica – sembrano dirci – ha bisogno di massaggiatori, di maestri di ginnastica, di istruttori dello step, di mani esperte, così come i nostri corpi vanno affidati a mani esperte. É l’esatto opposto dell’idea leninista della casalinga a capo di uno Stato ormai ridotto alle sue semplicità amministrative, così come è l’opposto dell’ideale weberiano della politica come arte di professionisti. La politica oggi è suggerita da persone che si comportano e parlano come dei dietologi, degli ortodontotecnici, degli esperti di training autogeno, dei succhiatori di cellulite dalle cosce. Passività dello sguardo e affidamento ai tecnici (che sono onesti per professione, perché la tecnica non ha giudizio morale) sono dunque i risultati della fine dell’ambiguità della politica e della sua imposta trasparenza. La politica ci chiede di deporre l’opacità, l’ombrosità dei nostri corpi al suo sguardo.
Così, si guarda la politica come si guarderebbe un film porno (in maniera nient’affatto distratta). E come guardando un film porno non vedo l’ora che gli attori si spoglino e comincino le loro esibizioni ginniche, così dai politici mi aspetto le loro prestazioni. É qui che la politica è diventata oscena, nell’essersi legata alla prestazione, al fisiologico, all’effettualità. É la relazione indotta in politica dallo sguardo passivo e dalla delega che è pornografica
Se c’è qualcosa che è rimasta stritolata in questo passaggio è la cultura e gli intellettuali: la destra li disprezza apertamente, la sinistra non sa come utilizzarli. Gli intellettuali – i Calvino, i Pasolini, gli Sciascia – sono scomparsi dal discorso pubblico, e non perché non ci siano oggi intellettuali di quel livello, ma perché non c’è più quell’ambito discorsivo, espositivo. Lo scandalo culturale è ben poca cosa.
Chissà, forse bisognerebbe andare nelle campagne a rieducarsi, e aspettare. Prima che ci mandino loro.

martedì 19 novembre 2019

Muri


I muri dopo la caduta del muro - Lanfranco Caminiti


Il muro più famoso al mondo – a parte quello dei Pink Floyd – non si vede. E non si vede non per una qualche diavoleria ipertecnologica ma perché non c’è più, e da mo’. Però, ne è rimasta l’evocazione, anche se sovrappensiero. Stiamo parlando di Wall Street, la strada del muro – centro della finanza mondiale, dove si giocano spesso i destini del mondo. Che si chiama così, perché un tempo c’era un muro, appunto. In realtà, era poco più che una palizzata, fatta erigere e poi rinforzare nel 1640 da Peter Stuyvesant, governatore dei Nuovi Paesi Bassi il cui gioiello era New Amsterdam, per tenere lontani i pellerossa – gli altri, i diversi, i nemici. Quando scoppiò la guerra fra inglesi e olandesi la palizzata divenne un vero e proprio muro di terra e legname alto 3,5 metri e fortificato. Ma non resse alla storia. E quando gli inglesi nel 1664 rinominarono la città in New York il muro scomparve. Ma non la strada – dove fino al secolo successivo commercianti e broker avevano l’abitudine di stipulare i loro patti di transazione. Così, un giorno del 1792 decisero di stilare un accordo e lo chiamarono Buttonwood Agreement, perché Buttonwood è il nome in inglese del platano sotto cui erano soliti fare i loro scambi. E questo è l’inizio del New York Stock Exchange.
Forse è vero che gli uomini hanno da sempre costruito muri mentre edificavano ponti o luoghi di culto, acquedotti e arene, piazze di mercato e accampamenti. Il Vallo di Adriano, limen dell’impero romano che divideva la Britannia, provincia conquistata, dai barbari che abitavano oltre, è del II secolo dopo Cristo – e è ancora in piedi. E la Grande Muraglia Cinese (una serie di muri, in realtà, e di difese naturali, costruiti in epoche e dinastie successive), lunga 8.852 chilometri, iniziò nel 215 avanti Cristo. E sta ancora in piedi. Mentre le mura di Gerico non ressero alle trombe dei sacerdoti guidati da Giosuè, milleduecento anni prima di Cristo. Senza bisogno di ricorrere all’aiuto divino, Janet Napolitano, che è stata Segretario alla Sicurezza interna dal 2009 al 2013, presidente Obama, disse una volta: «You show me a 50-foot wall, and I’ll show you a 51-foot ladder / tu mostrami un muro alto 50 piedi e io ti farò vedere una scala alta 51». Non credeva, Janet Napolitano, che pure si era battuta già da governatrice dell’Arizona contro il traffico dell’immigrazione clandestina, che i muri fossero “la risposta” – un muro si può sempre scavalcare, per quanto alto tu possa farlo.
Eppure, non solo al confine tra gli Stati uniti e il Messico il muro sembra essere “la risposta” dell’amministrazione Trump di fronte a un esodo di massa, dal Guatemala, dall’Honduras, dal San Salvador, che ha aspetti e proporzioni bibliche. Trump ha deciso di fare fuoco e fiamme per “onorare” la proposta di campagna elettorale di allungare e rafforzare un muro che già il presidente Clinton, e dopo di lui sia Bush che Obama, hanno esteso. Solo negli ultimi dieci anni sono diecimila i chilometri di muro costruiti nel mondo. E perciò, non stiamo parlando di muri “storici” – come quelli di Belfast, iniziati nel 1969 dopo i Troubles, che sono 99 come i nomi di Allah, e dividono protestanti e cattolici, passando per vie e vicoli e dividendo caseggiato da caseggiato, quartiere da quartiere e che, per cinismo della storia, si chiamano Peace-walls, e oggi, colorati di murales che celebrano un qualche caduto dell’Ira o delle milizie orange a seconda di dove li si guardi, sono diventati meta turistica, e speriamo che tali restino. O quello che spacca Cipro, lungo 184 chilometri, separando turco-ciprioti e greco-ciprioti, che si chiama linea verde perché Peter Young, il generale inglese che nel 1963 provò a mettere un freno al massacro fra etnie, aveva sottomano solo una matita verde per tracciare la divisione dell’isola in due metà. O quello che divide le due Coree.
Ci sono i 1.800 chilometri di muro che dividono l’Arabia Saudita dallo Yemen; i 700 chilometri che separano l’Iran dal Pakistan; i 230 chilometri tra Israele e Egitto (oltre quelli in Cisgiordania); i 482 chilometri tra lo Zimbabwe e il Botswana; i 2.720 chilometri (il record!) tra il Marocco e il Sahara occidentale.

L’Europa d’altronde non fa che costruire muri: c’è il muro che ci divide dall’Africa e che sta nelle enclavi spagnole di Ceuta e Melilla e fanno da confine con il Marocco, una barriera lunga venti chilometri, alta sei metri, che è costata decine di milioni dell’Unione europea, nell’ambito del programma Frontex. C’è il muro che ci divide dall’Asia, dalla Turchia, e che in realtà è un fiume, quindi è una barriera naturale, il fiume Evros, e avrebbe dovuto comprendere anche un fossato, ma a causa dei costi molto elevati la Grecia ha deciso di mantenere soltanto una doppia barriera di reticolato e filo spinato alta quattro metri. Da qui arrivano immigranti da Afghanistan, Pakistan, Armenia, Kurdistan, Iraq, Siria. E poi ci sono i muri – anche qui barriere di reticolati, spesso elettrificati – che dividono l’Ungheria dalla Serbia ma Orbàn vuole costruirne un altro per separarsi dalla Croazia. E quello che divide la Bulgaria dalla Turchia, un vero e proprio muro lungo i trenta chilometri di frontiera.

Insomma, caduta the iron curtain, la cortina materiale e ideologica che spaccava l’Europa a metà, dal mar Baltico al mar Nero e che teneva lontano i temibili cosacchi dalle fontane di San Pietro e il corrotto capitalismo dalla pura anima slava, l’Europa continua a frammentarsi e a rinchiudersi. Come a Alphaville, la gate community di San Paolo, Brasile, dove i ricchi hanno deciso di rinchiudersi – e fare le proprie scuole, le proprie palestre, i propri centri commerciali – per stare lontani dal mondo sporco e cattivo delle favelas e mettere più di mille guardie a vigilanza e protezione: come dice un giardiniere che ci va tutte le mattine a pulire le aiuole e poi la sera torna a casa, di qua Alphaville di là Alfavela. In Brasile, Alphaville – nata proprio seguendo le indicazioni architettoniche per la città ideale di Le Corbusier – si va riproducendo e in America le gate community sono ormai realtà stabili. E sembra l’incubo rovesciato di 1997: Fuga da New York, il film dove nell’isola di Manhattan chiusa da alti muri impossibili a valicare sono stati rinchiusi i reietti. Che stiano lì nel ghetto, e non ci contaminino. Finché. Un’utopia che si trasforma in distopia.
I muri sono il paradosso dei nostri tempi: tempi che si presupponevano fatti di scambi e movimenti liberi di uomini, capitali e merci e che invece si vanno distorcendo in una frammentazione sempre più ristretta di comunità.
Forse un giorno i muri diventeranno il contrario – punti di sutura tra popoli e terre. E forse faremo pellegrinaggi per ricordare quanti provarono a scavalcarli, e vi lasciarono la vita. Un po’ come accadde per tutto il Novecento con il “muro dei federati” di Parigi, al cimitero del Père Lachaise, contro il quale il 28 maggio del 1871 vennero fucilati 147 Comunardi i cui corpi furono gettati nelle fosse comuni con altre migliaia di insorti e che divenne meta di cortei pavesati di bandiere rosse, “il nostro lutto e il nostro orgoglio”.



I muri di chi nega il futuro - Marco Aime

Viviamo in un’epoca di corto respiro, in cui l’orizzonte è talmente vicino che sembra di poterlo toccare con un dito. È una cifra della contemporaneità, vivere sempre di più alla giornata, pensare in piccolo. Anche la politica soffre di questa sindrome: non pianifica a lunga gittata, pensa in termini elettorali.
Così i partiti tradizionali sono sempre più deboli, mentre i populisti digitali o 2.0 incassano consensi. Il flusso, continuo e costante, di informazioni fa sì che gli eventi diventino facilmente planetari, perché incessantemente coperti e amplificati dai media. Il nostro immaginario viene sempre più deformato dalle finzioni che si susseguono nelle raffiche di informazioni che ci colpiscono ogni giorno. Tutto avviene sotto i nostri occhi, in tempo reale, e la dimensione del presente sembra dilatarsi sempre di più. La rapidità con cui tutto, anche i sentimenti, viene consumato comprime il tempo. Il qui e ora diventano preponderanti rispetto al tempo passato e a quello a venire. Il futuro oggi non è più visto come promessa di tempi migliori; al contrario, viene percepito, da società sempre più fragili, come inquietante e pericoloso. È venuta meno la fede nel progresso che aveva caratterizzato i tre secoli precedenti. La società perde dunque il carattere di un progetto da mettere in atto politicamente, sembra aver esaurito le proprie energie utopiche e le risorse di senso.
Questo è tanto più valido se pensiamo ai fenomeni migratori: ogni intervento da parte dei singoli stati o dell’Unione europea è quasi sempre improntato all’emergenza. Quest’ultima parola, peraltro, dopo ormai tre decenni di arrivi, dovrebbe essere abolita dal lessico politico-giornalistico. I vari tentativi di erigere muri e barriere indicano, invece, l’incapacità e l’inadeguatezza di chi governa, di affrontare il fenomeno con un’ottica di medio o lungo termine (leggi anche I muri dopo la caduta del muro, ndr). Prendere atto che si tratta di un fatto epocale, che non può essere bloccato, ma deve essere gestito in modo razionale e umano. Anche perché l’Europa invecchia e ha bisogno di forze nuove.
Invece no. La politica, abdicando al suo ruolo, non propone più una determinata visione del mondo, ma seguendo i sondaggi, fa solo ciò che conviene nell’immediato.
da qui


Un mondo di muri - Sergio Segio


Il Muro per antonomasia, quello di Berlino, era lungo 165 chilometri, di cui 106 in forma di muro vero e proprio. Quello che separa gli Stati Uniti dal Messico, che Trump vorrebbe estendere ulteriormente per la modica cifra di 25 miliardi di dollari, è di oltre mille chilometri.
La fine della Guerra fredda ha, dunque, incentivato divisioni e chiusure verso i nuovi nemici dell’Occidente: profughi e migranti. E ha lasciato il posto al proliferare di guerre calde e sanguinose, delimitate territorialmente ma infinite temporalmente, con sommo gaudio delle industrie e degli apparati bellici.
Nel mondo globalizzato della libertà delle merci sono cresciuti da tempo muri e barriere per motivi di guerra o di ripulsa, come una sottile ma immonda ragnatela. In Europa, nelle Americhe, in Medio Oriente, in Asia. Ovunque.
La muraglia che vorrebbe proteggere gli opulenti Stati Uniti dal Messico è lunga ben 1.200 chilometri. Quella di Ceuta e Melilla 8-12 chilometri. Sempre contro l’immigrazione, vi sono poi le barriere tra Botswana e Zimbabwe, 500 chilometri; tra Arabia Saudita e Yemen, 75 chilometri; tra Emirati Arabi Uniti e Oman, 410 chilometri; tra Turkmenistan e Uzbekistan, 1.700 chilometri; tra India e Bangladesh, 4.000 chilometri. E poi quelle erette per ragioni belliche o geopolitiche: 180 chilometri a Cipro, per separare la parte greca da quella turca; 2.000 chilometri tra Marocco e Sahara occidentale, contro il Fronte Polisario; 15 chilometri tra Egitto e Gaza; 790 chilometri tra Israele e Cisgiordania; 870 chilometri tra Uzbekistan e Kirghizistan; 550 chilometri, e altri 2900 a sud, tra India e Pakistan, per il conflitto di frontiere; 1.400 chilometri tra Cina e Corea del Nord, 241 tra Corea del Sud e Corea del Nord, eredità della guerra fredda novecentesca; 193 chilometri tra Kuwait e Iraq; 950 chilometri tra Arabia Saudita e Iraq. Poi vi sono quelli progettati (come quello tra Tunisia e Libia) e, infine, quelli crescenti nelle grandi città occidentali a proteggere i quartieri benestanti, le fortezze urbane già documentate da studiosi come Mike Davis, David Lyon o David Harvey, le gated community che anche in Italia cominciano a sorgere, assieme al diffondersi di processi di gentrificazione, da Borgo Vione, nell’hinterland milanese a Borgo San Martino a Treviso o all’Olgiata a Roma.

La nuova guerra fredda
Una nuova guerra fredda è in atto. Il crollo epocale del Muro di Berlino, con grande rilievo simbolico, ha dunque lasciato il posto a infinite nuove recinzioni. Non più a garanzia della spartizione di Yalta e dell’equilibrio del terrore, ma a dividere il mondo dei ricchi da quello dei poveri e diseredati, visti e voluti come nemici da parte di quella “lotta di classe dall’alto” da tempo trionfante.
Chi ha sognato la costruzione di ponti per unire popoli e scambiare culture ha da tempo dovuto arrendersi allo sgomento. Come quel grande costruttore che ha provato a essere Alexander Langer, che non a caso si è ucciso quando questo processo è cominciato, con la guerra nei Balcani (leggi anche Un maestro di inquietudine di Franco Lorenzoni, ndr).
Ora, scoperchiato il Vaso di Pandora, al centro dell’Europa volano i droni a sigillare confini, si manganellano uomini e si rinchiudono bambini, si usano gas lacrimogeni contro donne e anziani.

L’Altro dietro il muro
Il confine indica una demarcazione, la separazione tra Stati. Fissa e divide “noi” dagli “altri”. Diversamente, la frontiera suggerisce la contaminazione possibile, il mettere di fronte, il con-fronto. I muri, fisici e normativi, trasformano le frontiere in confini. Ed è quanto sta avvenendo in questi anni.
Oggi nel mondo esistono 323 frontiere terrestri su circa 250.000 chilometri; l’Europa ne conta circa cento, per una lunghezza attorno ai 37.000 chilometri. Oltre il 10%, circa 28.000 chilometri, sono comparse dopo il 1990, ossia dopo la fine della Guerra fredda. Aggiungendo quelle marittime il numero a livello mondiale è più che doppio: 750 frontiere per 197 Stati.
Solo una parte di quelle terrestri è delimitata da muri fisici: dal 3% al 18% (7.500-41.000 chilometri), a seconda delle definizioni e dei metodi di calcolo. Oltre a quelli fisici vanno però considerati quelli immateriali, vigilati fisicamente o tecnologicamente con droni, sensori e satelliti, come ad esempio nel Brasile.
Le amministrazioni di sinistra e l’apartheid urbano
In quelle statistiche non risultano però quei muri, di lunghezza scarsa ma di altezza – anche simbolica – invece significativa, introdotti all’interno stesso delle città, a separarne e isolarne zone, considerate di degrado. Una misura di apartheid sociale che in Italia è stata inaugurata a Padova nel 2006, per volontà e opera di un sindaco di centrosinistra, Flavio Zanonato, alimentatore instancabile di campagne securitarie, in seguito promosso con un posto da ministro nel governo Letta e uno al Parlamento Europeo. Bisogna riconoscere che la sua attenzione emulativa all’approccio della Lega risale a tempi non sospetti, poiché già allora dichiarava, infastidito dai suoi stessi compagni di partito: «Non sopporto chi, del PD, va in TV da Bruno Vespa a dire che sull’immigrazione la Lega è razzista. È “anche razzista”, ma lo si vuol capire che il problema c’è?» (Giorgio Dell’Arti, Biografia di Flavio ZanonatoCinquantamila.it, 27 ottobre 2014).
Lui il “problema” ha provato a risolverlo in quel modo, si immagina costoso per le casse pubbliche e avvilente per l’estetica cittadina, isolando un intero quartiere con un muro, manco il capoluogo patavino fosse la Cisgiordania. Naturalmente, senza alcun risultato, giacché era ed è prevedibile e inevitabile che spaccio e prostituzione, nell’eventualità, si limitano a spostarsi in zone limitrofe. Nonostante ciò, il suo esempio continua a fare scuola, tanto che, nell’ottobre 2018, è stato imitato anche da Milano, retta da un’amministrazione di centrosinistra. Anzi è stato superato, perché se quello padovano era alto tre metri, quello di Rogoredo, pensato per isolare il “boschetto della droga” dalla stazione dei treni, utilizza lastre di ben quattro metri, per centinaia di metri di lunghezza, con un costo di circa 700 mila euro. Il muro per «bonificare Rogoredo», eretto dalle Ferrovie dello Stato in concerto con le autorità cittadine, prevede anche il disboscamento, per facilitare il pattugliamento da parte delle forze dell’ordine. A Roma, invece, la Giunta 5 Stelle e le Ferrovie, proprietarie dello spazio, hanno pensato bene di isolare il centro di accoglienza autogestito di Baobab Experience circondandolo con un muro di ferro e cemento (Ci stanno chiudendo in gabbia)
A ribadire la logica di apartheid: i migranti debbono stare in gabbie, separati dal contesto urbano. La chiamano riqualificazione delle periferie. Assieme alle architetture ostili e disciplinari, alla più generale società della sorveglianza e del controllo securitario sono invece strumenti di controllo dei poveri e del disagio. Costano assai più del welfare ma consentono ben maggiori business e speculazioni, economiche e politiche.