Dire che «è stata un’edizione da record» è
scontato, lo si fa dopo ogni evento. E allora eccovi tutti i primati del
Festival più boicottato del mondo
Il Festival
di letteratura working class di Campi Bisenzio, realizzato all’interno del
presidio sindacale della fabbrica ex Gkn, è arrivato alla terza edizione e
quest’anno si è svolto dal 4 al 6 aprile 2025. Dire che «è stata un’edizione da
record» è qualcosa che tutti i direttori artistici di un festival devono dire,
anche quando non è vero. Tocca farlo quindi, in maniera scherzosa ma non
troppo, anche a me, che nella neolingua del marketing culturale di questo
festival sono il direttore artistico, ma forse meglio: l’assemblatore del programma.
Solo che, come vedrete presto, i record del nostro festival sono diversi da
tutti gli altri.
Il Festival
di letteratura working class nasce come un progetto folle: parlare di
letteratura operaia dentro a una fabbrica, in una zona industriale mal collegata
dal centro di Firenze e lontana dalle logiche di gentrificazione culturale, con
l’aiuto di un collettivo operaio che lotta da anni contro i licenziamenti.
Tutto questo senza un becco di un quattrino, provando anzi a chiedere un aiuto
economico a sostenitori popolari, invece che a sponsor privati. Eppure è un
progetto riuscito: il Festival ha visto ogni anno aumentare i suoi numeri,
tanto che le persone che hanno partecipato al festival sono aumentate dalle
3.500 del 2023 alle 5.000 del 2024 fino alle 7.000 del 2025. Questo è il primo
record.
Ma c’è di
più: anche in termini numerici tutto questo fa del Festival di letteratura
working class un evento unico al mondo. Sono pochi infatti gli eventi dedicati
a questo tipo di letteratura, e sono raccolti perlopiù solo in ambito
anglosassone o comunque nordeuropeo. C’è stato un bel festival a Bristol nel
2021, il Working Class Writers Festival; c’è un Festival che si svolge in un
giorno solo a Tampere, in Finlandia; ho avuto anche notizia di un evento in Corea
del Sud: ma sono numeri molto più contenuti, che mobilitano al massimo qualche
centinaio scarso di persone. In Italia è successo quello che nessuno si
aspettava: un’affermazione della letteratura working class che passa attraverso
la mobilitazione politica, la creazione di un pubblico letterario che fa a meno
delle vendite di un best-seller creato artificalmente dall’industria del libro.
Apparso come una meteora proveniente da nord nel campo letterario italiano, il
Festival di Campi Bisenzio è diventato ormai il più importante evento di
letteratura Working Class in Europa (ma si può dire anche nel mondo): e
questo è il secondo record.
Si potrebbe
sostenere che è facile diventare il festival di letteratura più importante al
mondo per una corrente letteraria così specifica: in fondo la letteratura
working class è roba di nicchia. Ma la replica è già pronta. C’è qualcosa per
cui questo Festival vince su tutti gli altri festival del Bel Paese, ed è il
terzo record: il nostro è il Festival letterario o culturale più sabotato
d’Italia.
Il Festival
di Letteratura working class infatti è stato ostacolato più volte: nel 2023, la
proprietà dell’ex Gkn ha minacciato denunce per chiunque fosse entrato al
Festival; nel 2024, un sabotaggio ha causato il black-out della fabbrica
obbligando tutti a spostarsi nel piazzale antistante; inoltre i partecipanti al
Festival sono stati spiati per tre giorni da un drone, mentre la proprietà ha
speso parole dure verso alcuni artisti, come Elio Germano, che avevano invitato
il pubblico a partecipare al Festival. Infine quest’anno, poco prima
dell’inizio del Festival, è stata avviata una terza procedura di licenziamento
collettivo nei confronti degli operai dell’ex Gkn, e la coincidenza lascia
intristiti e attoniti. Tutte queste cose non succedono nei festival che si
rivolgono a un pubblico a ricco capitale culturale.
Aggiungiamo
poi, e questo è il quarto record, che tra le tante iniziative promosse dagli
operai del Collettivo di fabbrica ex Gkn nella loro lotta contro i
licenziamenti (manifestazioni, picchetti, volantini, ecc.) il Festival è stato
probabilmente l’iniziativa che più ha fatto incazzare la controparte padronale,
e anche questo è un record. Ve lo immaginate, in un paese idealista e piccolo
borghese come l’Italia, quanto debba turbare il classismo dei ricchi la scena
di un operaio su un palco con un libro in mano?
C’è poi un
quinto record: il Festival di letteratura working class è anche l’unico in cui
gli organizzatori hanno costruito con le proprie mani il palco: il palco
quest’anno è stato infatti costruito dagli operai della ex Gkn con l’aiuto di
alcuni carpentieri teatrali. Anche questo è qualcosa che non vedrete mai nei
festival frequentati dalle belle persone vestite in abiti di lino color
crema.
Ancora, il
sesto record:calcolando che in questa edizione delle 7.000 persone
affluite al festival ben 5mila hanno partecipato al corteo del sabato, e che
sono stati venduti ben 3.000 libri, possiamo allora dire che il festival ha
dato luogo alla manifestazione con più persone con un libro in tasca nella
storia del movimento operaio. È una delle particolarità del festival, che
incrocia letteratura e politica, e fa della letteratura un atto politico.
Infine un
settimo e ultimo record, ma è forse il più importante: gli operai del
Collettivo Gkn sono i protagonisti della lotta più lunga del movimento operaio
italiano (e forse del movimento operaio europeo, avendo superato di gran lunga
i minatori inglesi del 1984). Il giorno di apertura dell’edizione 2025 del
festival coincideva infatti con il giorno 1.367 di assemblea permanente in
fabbrica.
Tutti questi
record sono da un lato il risultato dell’abbraccio di migliaia di persone a una
fabbrica, e dall’altro della convergenza culturale tra un collettivo operaio e
un gruppo di lavoratori della conoscenza. E ci stiamo già preparando per un
nuovo progetto, il primo Polo culturale working class che fa parte del nuovo
piano industriale elaborato dal basso dagli operai ex Gkn e che dovrà diventare
un hub europeo della letteratura e della cultura working class. Ma prima
bisogna che gli operai vincano la loro lotta. Poi potremmo dire di avere un
nuovo record: aver superato Adriano Olivetti nella produzione di ricchezza
sociale e culturale di una fabbrica. Con la differenza che a Ivrea l’attivismo
culturale lo faceva dall’alto un padrone illuminato, e allora tutti a spellarsi
le mani; se invece la stessa cosa la fanno dal basso dei metalmeccanici in
dismissione, apriti cielo. «Che roba contessa…».
Alberto
Prunetti, scrittore e traduttore, è autore tra l’altro di 108 metri. The new working class
hero (Laterza, 2018) e Amianto. Una storia operaia (nuova
edizione Feltrinelli, 2023). Per Alegre dirige la collana di narrativa Working
Class.
Il testo pubblicato in seguito è la trascrizione dell’intervento di Dario
Salvetti (Collettivo di Fabbrica ex-GKN) nel corso del seminario
«Delocalizzazioni e transizione ecologica: il caso GKN», tenutosi Lunedì 26
Febbraio alla Scuola Superiore Sant’Anna, e visionabile per intero qui:
La lotta nello stabilimento ex-GKN di Campi Bisenzio continua, dopo quasi
tre anni passati dal primo tentativo di licenziamento di tutti i lavoratori e
dal loro ingresso nella fabbrica in presidio permanente. Questa vicenda compone
molti piani: una estenuante vertenza sindacale, una impressionante
mobilitazione di solidarietà della piana fiorentina, una convergenza
eco-sociale che ha visto i principali movimenti ecologisti del paese e della
regione scendere in piazza al fianco di questi operai. E, infine, uno sforzo
congiunto di operai e solidali del mondo della ricerca e della cultura per
riportare nello stabilimento una produzione realmente ecologica che ha
concepito ben due piani industriali per lavorazioni necessarie e innovative nel
settore della mobilità e dell’energia. Un’esperienza dal basso di transizione
giusta, che ha attirato le attenzioni ed il sostegno materiale di una fetta
significativa del mondo sindacale ed ecologista europeo.
Di fronte a questo complesso esperimento, in un’Italia in continua
deindustrializzazione, gli attacchi della proprietà sono sempre più
feroci : dopo l’ennesima sconfitta in tribunale per licenziamenti
illegittimi a fine 2023, è infatti tornata a non pagare i salari dovuti ai
lavoratori. Non solo: in seguito alla data dell’intervento qua riportato, la
proprietà ha proposto agli operai un «congedo volontario» dalla posizione
lavorativa in cambio di appena 5mila euro lordi. Cioè, significativamente meno
di quanto già dovuto ai lavoratori secondo i contratti e le sentenze non
rispettate.
Si tratta dunque di un’ennesima prova del ricatto imposto a operai
colpevoli di non essersi arresi alla perdita del posto di lavoro e
all’abbandono dello stabilimento alla speculazione immobiliare, in un’area
industriale tra le più colpite dalla cementificazione e, recentemente, dalla
terribile alluvione del Novembre 2023.
Di fronte a un ricatto di tale portata e a una prospettiva di reale
transizione ecologica su settori strategici, le parole delle istituzioni
nazionali e locali continuano a oscillare tra il timido conforto e la complice
indifferenza. Ma le parole non sono più sufficienti, è necessario un intervento
pubblico concreto: in particolare, la Regione Toscana è ampiamente in grado di
attuare le misure necessarie per rilevare lo stabilimento. Misure rivendicate
dagli operai e che seguono ragioni specifiche e storiche legate al contesto
territoriale, come evidenziato nell’intervento qui riportato.
Intanto, la mobilitazione a sostegno della reindustrializzazione e per
l’intervento pubblico diventa cruciale e generale. Tra i quotidiani momenti di
dibattito e lotta organizzati dal Collettivo di Fabbrica, il Festival della
Letteratura Working Class che avrà luogo allo stabilimento di Campi Bisenzio
dal 5 al 7 Aprile sarà un momento di passaggio decisivo.
«Fino a che ce ne sarà»!
*
Trascrizione intervento Dario Salvetti
(Collettivo di Fabbrica GKN)
Seminario «Delocalizzazioni e transizione ecologica: il caso GKN» Scuola Superiore Sant’Anna Pisa, 26.02.2024
Salvetti: Grazie a tutte e tutti per questa occasione; per questa
opportunità per noi preziosissima. Chiaramente non è mai facile tenere in
equilibrio il racconto di un caso specifico – GKN – e le considerazioni
generali che pure attengono a quel caso specifico. Vorrei comunque partire,
visto quello che è successo venerdì, dando la solidarietà alle studentesse e
agli studenti che sono stati manganellati qua a Pisa. Anche a Firenze in realtà
e anche a Catania. La riflessione che facevamo è questa: il manganello è spesso
il terminale periferico della paura. Quello più evidente. Però, di solito,
quando arriva ad alzarsi è perché dietro ha un iceberg di conformismo. È il
terminale periferico di un Paese che non sa più dire di no. Non sa più dire di
no perché affonda in 30 anni di bassi salari, affonda nel conformismo
ideologico, affonda nell’autocensura. E spesso non è capace di dire di no per
paura, ma anche perché non riesce più a immaginare un’alternativa. La paura si
compone del ricatto e della pressione ideologica verso il conformismo, verso
l’idea che se porti avanti qualcosa di nuovo sei un po’ naïf. Sei un po’
strano… perché nulla cambierà e l’unica cosa che si può fare è gestire
l’esistente. La storia delle lavoratrici e dei lavoratori dell’automotive è
una storia che contiene questo. Perché contro le lavoratrici e i lavoratori
dell’automotive in questo Paese si sono abbattute le sconfitte di
ricatto: quelle dell’80-81 o dei famosi referendum con la pistola sul tavolo,
portati avanti dalla direzione Fiat sotto Marchionne, che ti dicevano «rinuncia
ai tuoi diritti se vuoi il lavoro», e poi si è visto com’è andata. Com’è andato
Grugliasco, che era uno di quelli stabilimenti dove ci fu quel referendum.
Grugliasco oggi è chiusa, ed è un edificio che puoi trovare in vendita da
un’agenzia immobiliare che si occupa di questo settore. Sono i reparti confino
a Nola, ed è un certo tipo di intervento pubblico che ha accompagnato tutto
questo. Il settore dell’automotive in questo Paese è un settore di
intervento pubblico. Io non ricordo qual era l’ultima cifra che lessi, ma
si parlava addirittura di lire: dal 1973 al 2005 230.000 miliardi di lire dati
sotto vari forme.
Moderatrice: 220 miliardi [di euro] dal 1975 al 2012.
Salvetti: Ok, ti ringrazio. Alla Fiat. E ancora oggi, se voi googlate
«Tavares costi», oltre a lamentarsi il fatto che i costi industriali in Italia
sono troppo alti – tuttavia non mi risulta che il costo del lavoro rispetto
alla Spagna, ad esempio, sia fondamentalmente diverso – è evidente che si
riferisce ai costi infrastrutturali e dice che il Paese è indietro di 9 mesi
nel dare incentivi per lo sviluppo dell’auto elettrica, perché l’auto elettrica
costa troppo. Nel dire questo che cosa ci sta dicendo? Che esistono alcuni
prodotti che, correttamente, tu non puoi misurare soltanto in marginalità
privata, cioè nel profitto che tu fai a livello privato. Perché quando chiedi
degli incentivi per un prodotto piuttosto che un altro, ammetti che quel
prodotto ha una marginalità sociale. Ha un profitto sociale,
ammetti cioè che un determinato mezzo di trasporto [elettrico] vorrà dire ad
esempio meno malattie respiratorie, e quindi un vantaggio magari per il sistema
sanitario oltre che per la nostra salute. Quindi esistono alcuni prodotti che
sfuggono al mercato, dove il mercato è incapace di portare innovazione. E
quando lo fa, lo fa in forma contraddittoria: troppo tardi, e di solito
chiedendo al pubblico di sganciare gli incentivi. E allora, se dobbiamo
immaginare, la prima vera domanda è: «Perché no l’intervento pubblico reale,
diretto sulla transizione ecologica?».
Consideriamo poi che su questa transizione e sulla ristrutturazione dell’automotive in
questo paese c’è una dismissione della funzione imprenditoriale privata che si
trasforma in un ricatto. Non da oggi, eh: «O mi date i soldi pubblici oppure
io, oppure io…» «Io cosa?» «Niente, farò comunque come voglio io». Perché, tra
l’altro, non c’è nemmeno uno scambio di reciproco controllo.
La storia di GKN è questa storia. Quando c’è da fare ristrutturazioni ci
sono dei professionisti delle ristrutturazioni: i fondi entrano in gioco, sono
entrati in gioco sulla storia di Magneti Marelli, sono entrati in gioco con
GKN. I fondi finanziari traggono dalle ristrutturazioni «lecita marginalità
finanziaria», ed è quello che ha fatto il fondo. La prima volta che noi fummo
qua [alla Scuola Superiore Sant’Anna][1] si
ipotizzava che ci avessero chiuso con una lunga preparazione, bollendo apposta
lo stabilimento. Come forse sapete, poi è uscita anche una piccola inchiesta
che dimostra che questa ipotesi era vera, cioè che da tempo preparavano la
chiusura. Cosa evidente per chiunque mastichi un po’ di industria… E l’hanno
fatto continuando a comprare nuovi macchinari, forse prendendo sgravi fiscali
sull’industria 4.0.
Hanno perso, però, la prima sfida sui licenziamenti che sono stati dichiarati
illegittimi nel settembre 2021, con un combinato di mobilitazione sociale e di
difesa legale, grazie al vecchio Statuto dei lavoratori. Vecchio nel senso
bello, cioè che… che regge!
Dopodiché, la disconnessione tra funzione produttiva e funzione imprenditoriale
è continuata. Perché i licenziamenti non c’erano più, ma non ci hanno ridato il
lavoro, non ci hanno ridato i volumi produttivi, per poi discutere con calma di
che cosa fare della fabbrica.
Tant’è che nel dicembre 2021, insieme al contributo di ricercatrici e
ricercatori del Sant’Anna tra gli altri, noi produciamo una bozza di progetto
industriale. Nel piano diciamo che la dismissione di Stellantis potrebbe essere
l’occasione [per rilanciare l’industria italiana autobus – pubblica!]; e non
per «l’arrivo di un secondo produttore» come ha detto [il ministro] Urso. Tra
l’altro sono definizioni bizzarre, perché se uno «apre a un secondo produttore»
significa che prima c’era il monopolio. Io non lo sapevo, però ne prendo atto…
E prendo atto anche che lo Stato può aprire o non aprire: «Apriamo al secondo
produttore!».
Moderatrice: Come se ci fosse uno che produce veramente…
Salvetti: Appunto. E nel frattempo la crisi di Industria Italiana Autobus
si è avvitata nonostante la partecipazione di Invitalia. Perché? Perché
l’intervento pubblico di un settore dell’economia si tira dietro, e si deve
necessariamente tirare dietro in modo virtuoso, tutta la filiera. Se tu [Stato]
fai una partecipazione in un’azienda ma dopo non costruisci una filiera
pubblica conseguente, sugli approvvigionamenti, sulla ricerca,
sull’innovazione, è evidente che anche l’intervento pubblico rimane, oltre che
parziale come lo è in quel caso, assolutamente immobilizzato, impantanato.
Come sapete, poi nel nostro caso arriva un proprietario, uno che firma un
accordo quadro e ci promette che entro 8 mesi porta gli investitori. E che
«farà qualsiasi cosa». Perché loro possono sempre “fare qualsiasi cosa”, noi
invece quando facciamo piani industriali dobbiamo essere molto chiari e
precisi.
Il nuovo proprietario aggiunge che se non arrivano questi investitori – che nel
frattempo non sono mai arrivati – capitalizzerà e re-industrializzerà lui.
Questo era l’accordo quadro.
Infine, nel settembre 2022 ne risulta una proposta di accordo di sviluppo che
su 50 milioni circa 35 ce li doveva mettere il pubblico.
Nel frattempo, vengono attivate svariate casse integrazioni, anche
retroattive e senza causale perché, se tu non hai una funzione produttiva, non
sai nemmeno come giustificare l’ammortizzatore sociale. Il risultato è che da 2
anni io sono un poverissimo dipendente INPS, perché di fatto ricevo la cassa
integrazione per non fare nulla, senza nessuna causale.
600 euro, eh, non vi immaginate si faccia una bella vita, perché nel
frattempo ci fanno anche dimagrire con una cura dimagrante di 8 mesi senza
reddito. E così, proprio quando finalmente stiamo per avere il nostro reddito,
il governo produce una cassa integrazione retroattiva. Non sapevo esistessero
le casse integrazioni inventate a partire da 8 mesi prima [di quando sono state
approvate], solo per poter coprire la possibilità dell’azienda di non pagarci
le stipendi.
Contemporaneamente, indagando su una serie di giochi e di scatole societarie
emerge sempre di più il controllo delle società immobiliari sull’azienda. Fino
ad arrivare alla beffa che l’ultimo anello della catena è una fiduciaria del
Monte dei Paschi di Siena, che controlla le quote dell’attuale ex-GKN e che
evidentemente nasconde a sua volta un terzo soggetto che noi non
conosciamo. Ad ogni modo, formalmente le quote sono del Monte de Paschi di
Siena, che è al 64% partecipato dallo Stato. Allo stato attuale quindi il mio
stipendio, o quel che ne rimane, arriva da casse semi-pubbliche. Insomma,
l’azienda è formalmente controllata da un’azienda controllata dallo Stato – una
banca – ma gli unici che non possono parlare di intervento pubblico siamo noi!
Noi che chiediamo l’intervento pubblico per realizzare la transizione
ecologica!
Non solo lo chiediamo. Ma creiamo, dato che ci dobbiamo basare sulla
singola fabbrica, un nuovo piano industriale, questa volta meno generale, che
cerca di individuare dei prodotti finiti, le cargo-bike e i pannelli
fotovoltaici. Il nostro intervento si vorrebbe articolare così: controllo
operaio tramite la cooperativa che fa appello alla legge Marcora, con un
intervento nel proprio capitale del pubblico per dare una mano alla cooperativa;
l’azionariato popolare, che può controllare fino a un terzo, che forma
controllo sociale; la Società Operaia di Mutuo Soccorso, che crea un legame
mutualistico col territorio, per esempio come ha fatto quando c’è stata
l’alluvione a Campi Bisenzio – perché in tutto questo degli 880.000 mq di
stabilimento non si sa cosa ne vogliono fare, in quello che è stato il terzo
comune per maggiore consumo di suolo nel 2022 e dove c’è stata l’esondazione il
2 novembre. Se su quel terreno ci fosse stata un’area verde invece di una
fabbrica e del centro commerciale “I Gigli”, del multisala e di tutto il resto
della zona industriale creata negli ultimi 7-8 anni, forse alcune delle case
dei nostri colleghi sarebbero salve. Forse oggi avrebbero ancora la macchina e
tutti i loro ricordi, perché non hanno soltanto perso gli elettrodomestici,
hanno perso in alcuni casi i ricordi di una vita. E, forse, qualcuno avrebbe
anche salva la vita perché ci sono stati anche dei morti tra gli abitanti.
Ricapitolando: l’abbiamo chiamata fabbrica socialmente integrata dove
il bene pubblico non è pubblico solo perché c’è capitale pubblico che noi
chiediamo ci sia, ma è pubblico in quanto è a disposizione dell’utilità
pubblica, quindi del territorio, ma ovviamente anche della transizione
ecologica nella sua produzione – dove esiste una marginalità, un profitto che è
sociale, non è soltanto privato.
E cosa scopriamo una volta che ci caliamo nel fare il piano industriale?
Beh, scopriamo che il mercato proprio non ce la fa a fare questa transizione,
perché per esempio quando abbiamo iniziato questa discussione e avevamo la
prima bozza del piano industriale il pannello fotovoltaico monocristallino in
silicio classico veniva 27 centesimi al watt. Nel frattempo, l’industria cinese
si è attrezzata per un’enorme sovrapproduzione dei pannelli e oggi vengono
venduti a 13 centesimi al watt. Ed ecco perché leggete gli articoli sui primi
fallimenti della nascente industria fotovoltaica europea, che si pone il grande
obiettivo pubblico di quadruplicare la propria produzione. Ma evidentemente non
ce la fa. Perché anche in questo caso ci vorrebbero una catena di fornitura
diversa, ecologie alternative, una rete con l’industria e con la ricerca
pubblica per poter studiare le tecnologie alternative reali.
Oppure si scopre che il mercato delle cargo-bike è stato “drogato” da
incentivi pubblici post-Covid con i ringraziamenti dei grandi fornitori, come
Shimano ad esempio, che hanno avuto un enorme picco. Ora il mercato drogato
dagli incentivi si ritira, falliscono tutti i piccoli e i grandi salgono. In
una situazione in cui potrai controllare ancora meno di questa transizione.
Noi siamo a creare un piano industriale in queste condizioni. E quindi che
cosa chiediamo oggi? Beh, innanzitutto facciamo la nostra lotta sindacale per
il pagamento degli stipendi. Sì, perché intanto siamo di nuovo da due mesi
senza stipendio e nessuno accende una cassa integrazione a questo giro, perché
vogliono che ci licenziamo, che ci licenziamo tutti.
Oltre a questo, noi crediamo che ci siano le basi perché la Toscana possa
fare un Consorzio Industriale Regionale che intervenga non solo su di noi, ma
anche sui casi dell’automotive che replichino questo meccanismo:
nel consorzio possono entrare i Comuni, le Fondazioni, le Università, oltre
ovviamente la Regione. Possono così predisporre l’acquisizione di stabilimenti,
che possono essere magari gli edifici abbandonati – la TRV di Livorno, ad
esempio, non so se è ancora abbandonata, io tempo fa vidi il filmato in cui era
ancora uno scheletro. Si possono sottrarre alla speculazione immobiliare per
fare reindustrializzazione dal basso. Queste leggi esistono. Tra l’altro la
Toscana è una delle poche regioni che credo abbia già una legge sul Consorzio
Industriale Regionale pubblico. Possono fare quello che più amano, un misto di
pubblico e privato dove si danno anche incentivi a chi si mette nei condomini
industriali, ma sotto la direzione di una transizione ecologica. Possono creare
a Campi Bisenzio, e non solo, un polo delle energie rinnovabili, della mobilità
leggera, della reale economia circolare – perché in tutto
questo abbiamo anche scoperto dopo l’alluvione che c’è un flusso enorme di
elettrodomestici recuperabili cioè di tutti i RAEE (Rifiuti da Apparecchiature
Elettrice ed Elettroniche) in realtà il 56% può essere rimesso sul mercato con
piccole riparazioni. Tutto ciò potrebbe entrare in fondi di perequazione, in
fondi di redistribuzione sociale, andando ovviamente a sostenere, tramite gli
stessi Comuni, i redditi inferiori. Insomma, c’è un mondo immaginabile. E non
così lontano.
A tutti «i nostri», e non saprei come definire questo «nostri», dove inizia
e dove finisce… A tutti coloro che si sono opposti o che si sono indignati per
i manganelli ricordiamo che noi non possiamo avere verso quei manganelli solo
la dialettica dell’indignazione.
Noi dobbiamo avere la dialettica dell’alternativa e l’alternativa si
costruisce tutti i giorni. E sarebbe bello se questa regione non si ricordasse
solo ogni tanto di essere stata l’avanguardia dell’abolizione della tortura o
di essere la regione che, insieme ad altre “regioni rosse”, rischia di
soccombere a qualche tornata elettorale – messa in difficoltà da un Governo che
elettoralizza il proprio rapporto con i territori.
Sarebbe tanto bello se questa regione indicasse qui e ora un intervento
pubblico in grado di costruire un’alternativa sull’automotive e di
creare una spirale virtuosa che, dalle macerie di questo settore – visto che il
processo di crisi inizia almeno dagli anni 80 – ci dia la possibilità di creare
intervento pubblico, per utilità pubblica con fabbriche socialmente integrate.
Tra l’altro queste sono le vere tradizioni storiche del nostro territorio,
perché quando ci minacciano o denunciano per le attività della Società Operaia
di Mutuo Soccorso denunciano la storia ormai secolare delle «SMS», che esistono
ancora su questo territorio più che in altri posti. Tra le prime Società di
Mutuo Soccorso bruciate dai fascisti ci furono quelle di Rifredi, ad esempio.
Oppure ci fu il caso della Fonderia alle Cure [a Firenze] che nel 1955 veniva
chiusa per fallimento, e fu occupata dagli operai, poi requisita dal comune e
data alla cooperativa dei lavoratori. O ancora, la «Flog» – non so quanti di
voi nella propria vita hanno mai visto un concerto alla Flog – quella
esperienza fu creata nel 1945 dagli operai della Galileo che ritennero che
un’attività di rigenerazione del Paese passasse anche dal fatto che una
comunità operaia si prendeva una collinetta e diceva la sua, ponendo lo sguardo
di classe anche all’interno della sfera culturale e ricreativa. Così come
proviamo a fare noi attraverso il Festival della Letteratura Working Class che
si terrà subito dopo Pasqua, tra il 5 ed il 7 Aprile, anche quello sotto
minaccia di denuncia.
Insomma: contro la paura, contro il ricatto, si resiste solo se si riesce a
immaginare qualcosa di alternativo. E noi, con le ultime energie che ci
rimangono, dopo due anni e mezzo di lotta, continuiamo a provarci.
[1] AA.VV. Un piano per il futuro della fabbrica di
Firenze, Fondazione Feltrinelli, Dicembre 2022.
All’apparenza
la vicenda della GKN di Campi Bisenzio, in Toscana, è quella di un’ordinaria
speculazione finanziaria, con un fondo, Melrose, che si compra la società, la
smembra e manda per strada centinaia di operai. GKN è un’azienda che realizza
componenti di automotive ed è tutt’altro che in crisi profonda al momento
dell’arrivo del fondo. Anche questo è un elemento ricorrente in situazioni
analoghe.
Ma quella
della GKN di Campi Bisenzio è anche, e soprattutto, una storia di straordinaria
resistenza, che per fortuna ha avuto anche una giusta eco sui media italiani.
Il giorno del licenziamento, nell’estate del 2021, è infatti cominciata
l’occupazione dell’impianto da parte dei lavoratori, riuniti nel Collettivo di
fabbrica. Occupazione che va avanti senza interruzione. Per capirne di più
delle ragioni e della visione del Collettivo, lo abbiamo incontrato e posto ai
suoi esponenti alcune domande. Ne è uscita fuori una lunga intervista, che
parla del loro impegno a tutto tondo, toccando temi di fondamentale importanza
come la transizione ecologica e il cambio di modello
produttivo.
1.Quali sono gli ultimi aggiornamenti
sulla vostra lotta?
Il 18
ottobre si è riaperta la procedura di licenziamento e, ad oggi, sarà definitiva
il primo gennaio 2024. L’abbiamo chiamata l’ora x: quella in cui lo
stabilimento viene “liberato” dai dipendenti, cessa di essere una realtà
industriale, sindacale, una comunità operaia e diventa un puro fabbricato, da
svuotare e immettere sul mercato immobiliare. Una potenziale speculazione immobiliare
che segue quella finanziaria: un doppio crimine sociale in una zona che è
appena stata colpita dall’alluvione, provocata dai cambiamenti climatici e da
speculazioni edilizie.
2.Perché quella della GKN è una lotta sistemica e quanto è replicabile in
altri contesti, anche dissimili dalla realtà industriale in cui opera la stessa
azienda?
Non so se la
lotta GKN è antisistemica. So che il sistema è antilotta GKN. Noi il 9 luglio
2021 eravamo semplicemente alla catena di montaggio a produrre. E da lì ci
hanno tolto licenziandoci. Più che disquisire su quanto noi siamo
anti-capitalisti, bisognerebbe parlare di quanto il capitalismo è anti-noi.
Esiste un
mondo che ha chiuso questo stabilimento: sovrapproduzione, finanziarizzazione
dell’economia, disimpegno di Stellantis, mancanza di intervento statale,
complicità della politica. Noi non abbiamo fatto altro che resistere. Per
resistere un giorno o un mese, devi tenere duro. Per resistere due anni e mezzo
devi avere un progetto. Sono le circostanze che ci hanno spinto a elaborare un
progetto industriale. E per farlo non potevamo che partire da chi ha difeso la
fabbrica: gli operai, il movimento climatico, le reti di solidarietà e
convergenza. Dalla difesa nasce il rilancio. Non è una vicenda necessariamente
replicabile, ma sicuramente esemplare. Il nostro non è un piano di per sé
antisistemico: la singola fabbrica non può sfuggire al mercato. Eppure il
nostro esempio dà fastidio a un sistema.
3.Da quali esempi avete tratto ispirazione per condurre la vostra lotta?
Abbiamo
studiato ogni vertenza prima di noi, del recente o remoto passato. Apollon
(Roma 1969), Innse, ecc., e alla fine abbiamo tratto indicazioni dal percorso
di Rimaflow a Milano. E in generale abbiamo dovuto prendere atto di essere nel
mezzo di un caso “argentino”: quando i tempi della resistenza di una singola
fabbrica non coincidono con quelli dell’ascesa generale di un movimento di
massa, assistiamo al fenomeno dell’autorecupero della fabbrica. E quindi
abbiamo dovuto fare mente locale sul caso delle fabbriche recuperate argentine.
Con ognuno dei casi citati, ci sono analogie e differenze. Una differenza su
tutte: noi non stiamo recuperando la fabbrica con la sua produzione originale.
Abbiamo dovuto – e voluto per alcuni aspetti – elaborare un piano di
riconversione ecologica.
4.Quale può essere il contributo della GKN all’accidentato percorso della
transizione ambientale, che tanti vorrebbero essere in atto, ma che in realtà,
al netto del greenwashing, tarda a partire?
Esistono
tecnologie più verdi di altre. Ma non esiste nessuna tecnologia verde
implementabile su larga scala senza un piano sociale di cambiamento
dell’economia: radicale, urgente. E non esiste piano sociale senza controllo
sociale sulla produzione. Quello che abbiamo appreso è che la capacità della
classe di resistere nella difesa dei propri diritti sociali a un certo punto
produce anche una capacità della classe di conoscere, controllare, indirizzare
le scelte su chi, come, che cosa produrre. Nei suoi picchi storici il movimento
sindacale produce democrazia radicale, consiliare. La democrazia radicale
produce capacità di entrare nel merito dei processi produttivi. Senza tale
contributo, la transizione ecologica non si dà, o non è controllabile. Che poi
è la stessa cosa.
5.GKN
potrebbe essere anche un primo passo nella giusta direzione del cambio di
modello? Quale puo’ essere vostro punto di forza per innestare un circolo
virtuoso in proposito?
Ripeto che
non siamo un modello. La singola fabbrica non può ergersi a modello. Siamo però
un esempio. E questo esempio domani potrebbe esprimersi in comunicati,
volantini, studi ma anche con prodotti tangibili. Cargobike prodotte sotto
controllo operaio a disposizione di un delivery differente nel
tessuto urbano. Pannelli fotovoltaici al servizio di comunità energetiche che
“democratizzino” l’energia e la sua distribuzione. Enti locali o istituti
pubblici che partecipano alla cooperativa e in cambio ricevono pannelli da
usare per creare fondi con cui abbattere le morosità incolpevoli delle comunità
circostanti. Gli esempi sono tanti, potenzialmente contagiosi. Ripeto:
rifiutiamo ogni tipo di idealizzazione di questo processo. Non stiamo
teorizzando nulla di nuovo o l’oasi felice nel mercato. Stiamo dicendo che è
una grande occasione per dire: si può, si potrebbe. Persa questa occasione,
cosa diremo alla prossima azienda in crisi?
6.Secondo il vostro collettivo di fabbrica per quale motivo non riuscite ad
accedere ai fondi pubblici per le aziende recuperate? Che cosa vi aspettate in
futuro in merito?
Gli assunti
dell’attuale politica fanno sì che il pubblico non interviene senza privato. Ma
solo a servizio del privato e delle sue perdite, spesso. Il privato non
interviene con una visione pubblica.
Il prodotto
che vogliamo fare non esiste. Per esistere ha bisogno di un investimento. Il
privato non investe se il prodotto non esiste. Il prodotto non esiste senza
l’investimento sulla linea industriale per avere il prodotto. Il mercato
scarica sulle novità verdi tutta la propria inerzia e il proprio
conservatorismo. Per questo la transizione produttiva necessita dell’intervento
di un soggetto che abbia il bene pubblico tra i propri obiettivi.
Siamo in
questo circolo vizioso e ci siamo attrezzati per provare a romperlo, con ogni
mezzo a nostra disposizione. Ma anche quando riuscissimo a romperlo
completamente, rimane il nodo dello stabilimento. Dal punto di vista
finanziario stiamo parlando di bazzecole per i grandi gruppi pubblici e
privati. Con una cifra che oscilla tra i 10 e 50 milioni di euro si chiuderebbe
la partita e daremmo a questo Paese un polo delle rinnovabili e della mobilità
leggera. Il gettito fiscale positivo prodotto sarebbe di gran lunga superiore.
L’Italia avrebbe transizione, entrate fiscali e posti di lavoro.
La verità è
che qua, oltre a una partita di soldi, si gioca un’altra partita: quella della
prerogativa sociale. Una multinazionale deve avere il diritto di chiudere,
aprire, smembrare, cementificare, scappare, rivendere, umiliare un territorio.
Riaprire GKN, per di più con una reindustrializzazione, è lesa maestà a tale
prerogativa.
Documenti interni
dimostrano che la multinazionale, a differenza di quanto dichiarato
pubblicamente, pensava di chiudere l’impianto fiorentino oltre un anno prima
dell’annuncio. Ma lo ha sempre tenuto riservato
Non si decide di
chiudere una fabbrica da un giorno all’altro. È un processo che richiede mesi,
spesso anni, di pianificazione. Quando GKN Automotive, multinazionale della
componentistica per automobili, comunica pubblicamente di voler chiudere il suo
storico stabilimento di Chester Road a Birmingham, nell’Inghilterra
centro-occidentale, è la fine di gennaio del 2021. Gli operai, oltre 500, non
verranno licenziati prima di un anno, nel 2022. «La proposta prevede che GKN
Automotive proceda a un’attenta chiusura del sito nell’arco di 18 mesi, per
garantire una transizione ordinata e stabile delle attività e dare alle persone
interessate il tempo di trovare un nuovo lavoro», si legge nel comunicato
dell’azienda. «Supportare il nostro personale è la nostra prima priorità»,
scrivono i dirigenti, mentre gli operai tentano di opporsi scioperando.
Quello che è successo a Birmingham è parte della strategia di “spezzatino e vendita” del fondo
speculativo britannico Melrose Industries Plc,
che qualche anno fa ha acquistato GKN con l’intento di ridurre i costi e
smembrare il gruppo, vendendo i singoli stabilimenti e distribuendo dividendi
ai propri azionisti. Una strategia che ha colpito anche la fabbrica di Campi
Bisenzio, in provincia di Firenze. La vendita dell’impianto toscano si è
effettivamente conclusa a dicembre 2021. Rispetto al caso inglese, però, c’è
una macroscopica differenza: tutti gli operai, più di 400, sono stati licenziati
all’improvviso, con un messaggio di posta elettronica certificata, nell’estate
del 2021. «La decisione è dolorosa. Abbiamo realizzato che nello scenario di
mercato che si sta delineando non è possibile rendere l’impresa sostenibile»,
aveva spiegato, solo alcuni mesi dopo, l’amministratore delegato della
fabbrica, Andrea Ghezzi. La decisione era
stata presa a luglio, quando le proiezioni di mercato a medio termine
indicavano ulteriori perdite. «La chiusura – aveva concluso Ghezzi – è stata
una decisione conseguente e inevitabile». A questa ricostruzione si sono sempre
opposti gli operai. Il 9 luglio 2021, giorno della chiusura, il rappresentante
sindacale Dario Salvetti spiegava ai microfoni del Corriere Fiorentino che «l’azienda ha preparato
tutto nei minimi dettagli, fingendo fino all’ultimo secondo e aspettando il
momento più propizio per fare quello che ha fatto». Perché, appunto, una
fabbrica non si chiude da un giorno all’altro.
L'inchiesta in
breve
·Qualche anno fa il fondo speculativo Melrose ha acquistato la
multinazionale di componenti per auto GKN, con l’intento di ridurre i costi e
smembrare il gruppo, vendendo i singoli stabilimenti. Questa strategia,
chiamata “spezzatino e vendita”, ha colpito anche la fabbrica di Campi
Bisenzio, in provincia di Firenze
·I lavoratori di GKN a Campi Bisenzio sono stati licenziati a luglio 2021,
all’improvviso, con un messaggio di posta elettronica certificata. Una modalità
mai vista per altri licenziamenti del gruppo. Prima della fine dell’anno, la
fabbrica è stata venduta
·Documenti interni, parte di un leak di
cui IrpiMedia è venuta in possesso, dimostrano che il
processo per decidere la chiusura non è stato né improvviso né improrogabile,
al contrario di quanto dichiarato dall’azienda. Ci sono stati due piani – nomi
in codice «Forest» e «Skye» – mai condivisi con i lavoratori
·Il primo, Forest, aveva lo scopo di ridurre il numero di lavoratori, in
diversi stabilimenti GKN. Il secondo, Skye, progettava addirittura di
dismettere del tutto l’impianto fiorentino. Mentre i dirigenti valutavano la
possibilità di lasciare Campi Bisenzio, continuavano a promettere ai lavoratori
il loro impegno per sviluppare la fabbrica a Firenze e negavano lo scenario dei
licenziamenti
·GKN, nel settembre 2021, è stata costretta a bloccare i licenziamenti
collettivi che aveva previsto, perché il Tribunale di Firenze ha ritenuto il
suo comportamento «antisindacale». Nel rispondere all’esposto della FIOM,
l’azienda aveva invece dichiarato al giudice di «non aver sottaciuto alcunché»
ai sindacati….
·Documenti interni, ottenuti da IrpiMedia, provano
– per la prima volta – che Melrose stava valutando la chiusura di Campi
Bisenzio fin da febbraio 2020, un anno e mezzo prima dell’annuncio ufficiale.
Tuttavia, l’azienda ha comunicato ai dipendenti la sua decisione solo il giorno
stesso, dopo aver tenuto i sindacati all’oscuro di tutto. Non c’è una
spiegazione esplicita dei motivi di questa scelta, ma dai documenti emerge che,
fin da prima dell’ingresso di Melrose, il management aveva
pregiudizi verso i sindacati: ne temeva le azioni e li riteneva responsabili
dei problemi di produzione.
·In un vecchio
documento di appunti, privo di data, si trova anche una cronistoria commentata
dei rapporti sindacali nello stabilimento fiorentino, preparata per i manager internazionali. Nella prima parte si
descrivono i miglioramenti nelle relazioni sindacali a partire dal 2007 (i
contrasti dell’epoca erano in merito allo svolgimento dei turni). In una
seconda, emergono invece le opinioni sulla leadership della
«rossa» FIOM, la Federazione Impiegati Operai Metallurgici, sigla sindacale a
cui aderiscono quasi tutti i lavoratori dello stabilimento toscano: è considerata
«fortemente ideologica», con una linea, «a volte», «totalmente folle»,
nonostante spesso le rivendicazioni dei lavoratori di GKN Firenze siano in
linea con quelle della FIOM in tutta Italia (per esempio in merito alle
contestazioni sul Jobs Act o sul “modello Marchionne”) e rientrino a pieno
titolo nella contrattazione in un Paese in cui i rapporti sindacali sono
normati.
·Per quanto
presentata come improvvisa e inevitabile, la chiusura della GKN di Campi
Bisenzio è l’esito di una strategia spregiudicata e di una totale mancanza di
trasparenza da parte della dirigenza. I documenti trovati nel leak, che IrpiMedia ha
condiviso con il settimanale Panorama, contengono infatti
riferimenti a due progetti segreti, nomi in codice «Forest» e «Skye». Il
primo, Forest, viene nominato in alcuni documenti per la gestione del personale
e ha lo scopo di ridurre il numero di lavoratori in diversi stabilimenti GKN
nel mondo. Il secondo, Skye, è menzionato come progetto «strettamente
confidenziale» nelle clausole di accordi firmati dai vertici aziendali a inizio
2020, e si spinge fino a ipotizzare di chiudere completamente l’impianto di
Campi Bisenzio. Lo si capisce da bozze di lavoro, memorandum interni
e presentazioni PowerPoint, contenenti grafici, tabelle e linee del tempo, che IrpiMedia ha trovato nel leak…
C’è un equivoco che attraversa quasi tutta la storia del movimento operaio
fino ai giorni nostri: l’identificazione o l’intercambiabilità tra i termini il
lavoro, da un lato, e lavoratori e lavoratrici, dall’altro. Questo interscambio
è continuo nel linguaggio sindacale, politico e anche economico. Con l’avvento
del capitalismo il lavoro non è altro che un fattore della produzione, come la
terra e il capitale (in tempi recenti si è aggiunta, come fattore della
produzione, anche l’informazione): una risorsa produttiva di merci. Prima di
allora il lavoro era considerato solo fatica, sofferenza, tortura, come
dimostra l’etimologia dei termini che lo designano in varie lingue. I
lavoratori e le lavoratrici invece sono persone; e lo sono sempre stati/e,
almeno per noi. La forza lavoro di cui parla Marx appartiene sì al lavoratore,
ma per farsi risorsa produttiva deve essere venduta al capitalista, ed è solo
lui che ne dispone. Che cosa cambia? Cambia che nel lavoro in quanto tale non
c’è niente di “progressivo” (termine orrendo, duecento anni dopo Leopardi; il
progresso ormai è solo più crescita, accumulazione del capitale); di
“dignitoso” nel lavoro non c’è nulla, se non quando e nella misura in cui esso
coincide con un’attività di cura. Ma quando è nocivo per chi lo fa,
o per chi ne subisce gli effetti (degrado ambientale o prodotti nocivi
per la salute fisica o mentale), non può rivendicare alcuna dignità. La
dignità è tutta dei lavoratori e delle lavoratrici che lo subiscono per
far vivere sé stessi e le loro famiglie e soprattutto di quelli che si battono
per sottrarsi allo sfruttamento o ai suoi eccessi. Questo equivoco è
stato istituzionalizzato nella nostra Costituzione: che cosa significa “fondata
sul lavoro”? Fondata sull’accumulazione del capitale? Oppure sui lavoratori e
sulle loro esigenze? E gli altri? Quelli che il lavoro non ce l’hanno o non
possono averlo? Entreranno a far parte della Repubblica solo se e
quando ne avranno uno?
Altro equivoco, insorto solo in tempi recenti, è l’espressione “lavoro riproduttivo”
o “di riproduzione”, da equipararsi al “lavoro produttivo” (di merci,
plusvalore, capitale) nel benevolo intento di valorizzare, nobilitare, dare
“dignità” alle attività di cura, svolte prevalentemente dalle donne,
ascrivendole, includendole, nell’universo del lavoro, di per sé meritevole di
dignità. O rivendicando un salario al “lavoro domestico”, obiettivo che
dovrebbe sancire questa inclusione o equiparazione; ma al tempo stesso
inchiodare chi lo fa (prevalentemente), cioè le donne, a questo loro
ruolo. Dobbiamo – secondo me, soprattutto quando parliamo o
scriviamo – cominciare a chiamare lavoro quello direttamente o
indirettamente subordinato all’accumulazione del capitale e attività
quelle svolte – non necessariamente per “libera scelta” – al di fuori di quel
circuito; e cura le attività che hanno finalità ed effetti benefici
sulla salute, l’ambiente e la convivenza, sia che sia remunerato che no.
Non è facile anche solo modificare il nostro lessico. Ma quando parliamo di
“società della cura” che cosa intendiamo? Una società in cui si svolgono solo
attività di cura? O una riduzione/redistribuzione del lavoro produttivo in modo
che tutti abbiano anche la possibilità di svolgere adeguate attività di cura? E
qual è, in via ipotetica, la strada da percorrere dalla situazione attuale a
questo assetto futuro? Può essere percorsa “per gradi”?
Do per scontata una convergenza sostanziale di massima tra termini come
decrescita, conversione ecologica, transizione, ecosocialismo, ciascuno con un
suo focus specifico che non va trascurato ma coltivato, ma non
contraddittorio con quello degli altri termini. Per lo più si presentano tutti
come “visioni” (di uno stato da raggiungere) e non come
processi. Quello che manca – con poche eccezioni, in campo
agroalimentare – è la loro connessione con i processi in corso:
conflitti o trasformazioni “molecolari” socioculturali, e con le rivendicazioni
di maggiore impatto: salario minimo, salario di dignità, reddito di base, ecc.
ma anche trasporto gratuito, sanità territoriale, ecc. È possibile indirizzare
questi processi materiali verso quelle visioni? O una di quelle
visioni? Certo il compito non spetta al nostro “circolo” di discussione, ma ai
protagonisti di quei processi. Ma possiamo cominciare a fare un inventario
degli ostacoli (disinformazione, scetticismo, abitudini, ignoranza,
preoccupazioni, urgenze, ecc.) che si frappongono a questo obiettivo e degli
strumenti (informazione, coinvolgimento in attività di carattere comunitario,
inserimento in reti solidali, supporti, amicizie, ecc.) per facilitarne il
perseguimento? È qui, soprattutto, che entra in gioco il lavoro (quello
salariato, o comunque dipendente): difendere con le unghie e con i denti
l’esistente (il proprio posto) anche quando magari si vede che ha poco futuro?
O aprirsi a una prospettiva diversa e necessariamente in gran parte indefinita?
E con che supporti? E le due cose sono conciliabili? E come? Ce ne sono degli
esempi?
Ci sono due approcci differenti (e per molti versi
opposti) ai cambiamenti radicali di cui ci diciamo attivisti. Chiamo uno di
carattere “statutario” e l’altro di carattere “processuale”. Il primo
mette al centro una visione o, per lo meno, una “meta” intermedia da
raggiungere; e si occupa soprattutto di definirne regole e funzionamento per
renderlo “desiderabile”. Il secondo mette al centro il conflitto e
il suo carattere necessariamente caotico e imprevedibile e si occupa più della
direzione da imboccare che della meta da raggiungere (chiedere camminando). Sono
conciliabili questi due approcci? Ce ne sono degli esempi?
Infine, nell’approccio alla trasformazione del lavoro può prevalere
una visione aziendalista o una territoriale. Un esempio della prima è il
documento I consigli del lavoro e della cittadinanza del Forum
Diseguaglianze. Qui l’azienda è al centro e al centro dell’azienda c’è il
lavoro (non i lavoratori e le lavoratrici), presupponendo che sostanzialmente
non cambino né la natura del prodotto né le dimensioni dell’azienda e delle sue
reti di fornitura, anche se non si dimentica il resto: l’ambiente e la comunità
di cui l’azienda fa parte. La strada per promuovere l’adesione e la
partecipazione a questo progetto sembra essere la persuasione. Un esempio del
secondo tipo è la lotta della popolazione della Valdisusa, che non dimentica il
suo obiettivo iniziale – il blocco del progetto TAV – ma che intorno ad esso
lavora per costruire una cultura della trasformazione economica e sociale. Più
difficile, ma più impegnativa, l’esperienza della GKN, dove ci si rende conto
di quanto sia difficile mantenere la riconversione dello stabilimento entro il
perimetro dell’automotive, anche cambiando tipo di produzione. La strada della
progressiva adesione a questo percorso sta tutta nell’allargamento del
conflitto. Senza conflitto niente partecipazione. Come sostenere nel tempo la
partecipazione quando gli obiettivi intermedi invece di avvicinarsi si
dileguano?
Queste 10 infografiche non sono
nient’altro che la versione ridotta del testo che il collettivo di fabbrica Gkn ha
presentato all’assemblea nazionale del 15 maggio: «Insorgiamo, un processo, un metodo».
Questo testo aveva il compito di
provare a riassumere alcune delle lezioni e delle consegne di questo anno di assemblea permanente
in Gkn e di Insorgiamo.
Nonostante l’arrivo delle
elezioni, il metodo e il processo proposto mantengono tutta la loro forza. Anzi,
la accrescono.
Abbiamo detto che il 26 marzo non
doveva essere una singola data, ma la tappa di un processo. Vi abbiamo chiesto
di tenervi libere e liberi per l’autunno. Abbiamo detto che Gkn e Firenze
stavano cercando in tutti i modi di cedere il testimone del processo a altre
piazze e altre realtà.
Perché non c’è niente di
personale in quello che stiamo facendo e tutto di collettivo. Ci stiamo provando con
tutte le nostre forze. E per quanto le circostanze non sono favorevoli – e
quando mai! – presto speriamo di poter ulteriormente dettagliare le prossime
tappe. Intanto trovate già
aggiornamenti e scadenze nel punto 10.
Le infografiche che vedete sono
il frutto della collaborazione tra il collettivo Chrono e il Collettivo Di Fabbrica – Lavoratori Gkn
Firenze
@ChronoCol fa
parte di quella galassia di solidali che si è messa a disposizione della
lotta Gkn, in maniera generosa e disinteressata, partendo dall’idea che
attorno alla lotta Gkn e al processo #insorgiamo oggi si
giochi un pezzo del nostro futuro.
Dal @Collettivodifabbricagkn e
da @InsorgiamoconilavoratoriGkn i
nostri più grandi ringraziamenti. La famiglia è allargata e si allarga.
Per questo, per altro, per tutto.
Fuori dalle loro emergenze,
dentro la nostra urgenza.
Senti il vento, fa che sia bufera. Insorgiamo? Dimmi dove…
A conferma della capacità del collettivo di fabbrica della GKN di aver contribuito a creare un insieme di mobilitazioni e una visione complessiva delle questioni politiche e sociali, attuali e di lungo respiro, il comitato dopo le recenti precipitazioni atmosferiche nella zona di Firenze, mercoledì 17 agosto la pagina FB di supporto ai lavoratori GKN scrive:
“Da tempo ne discutiamo nelle nostre assemblee, negli incontri in vista dell’autunno, nei campeggi e nei dibattiti estivi: oggi parliamo di caldo torrido e di siccità, tra poche ore potremmo parlare di nubifragi e alluvioni.
Non vi preoccupate, non siamo di quelli che in pandemia diventano medici e meteorologi non appena si parla di cambiamenti climatici.
Ma ne parliamo, perché il cambiamento climatico, così come la pandemia, è anche un fatto sociale e non solo scientifico.
L’esperienza e le evidenze degli anni passati ci dicono che tutto ciò che poteva succedere sta accadendo.
Il caldo torrido è un fatto sociale, cambia il nostro quotidiano, rende più difficile, più faticoso e più pericoloso lavorare in strada, in cantiere, in fabbrica.
I nubifragi sono un fatto sociale perché in pochi minuti possono spazzare via anni di lavoro, di risparmi e di sacrifici, quelli che questo sistema ci impone per comprarci una macchina o pagare il mutuo di casa.
I cambiamenti climatici sono un fatto dovuto all’azione dell’uomo e sono il risultato di anni e anni di politiche il cui unico baricentro sta nella privatizzazione dei guadagni e la socializzazione dei costi.
Oggi amministratori locali e politici, davanti alle immagini di strade trasformate in fiumi, si sbracciano nel parlare di “emergenza”, di “eventi eccezionali e senza precedenti”.
Ma non si tratta di una “emergenza” e le responsabilità non stanno nella contingenza.
La responsabilità non è di un sindaco o di un assessore, non sta in un singolo ufficio o in un particolare mancato controllo.
La responsabilità è politica e pesa sulle spalle di tutti coloro che minimizzano. La responsabilità è di tutti coloro che sono complici del sistema che sta producendo questo disastro e che mentre ci fanno la ramanzina per la raccolta differenziata inviano armi, bombardano oppure continuano a parlare di fossile e rigassificatori.
Noi vogliamo esprimere tutta la nostra vicinanza alla popolazione colpita dalle inondazioni nella zona a sud-est di Firenze, in special modo Grassina ed Antella, e invitarli a mobilitarsi, organizzarsi, scendere in piazza e lottare.
Vorremmo sottolineare alcuni fatti e porre alcune domande.
Mentre si parla di evento “eccezionale”, si sta prendendo in considerazione l’idea che questa potrebbe diventare una dinamica “ordinaria” nei prossimi anni?
Come si stanno organizzando le amministrazioni locali per richiedere, non interventi una tantum, ma strutturali di prevenzione e fondi, mezzi e personale per i soccorsi?
Mentre si parla di “imprevedibilità” dell’evento, qualcuno ci può dire quanti chilometri di fiume sono stati interrati negli anni proprio in quel territorio? Quanti chilometri di fiume stanno ancora interrando per costruire la terza corsia dell’autostrada?
Un’altra grande opera di cui poco si sta parlando perché all’apparenza sembra utile, a partire da tutti i lavoratori e le lavoratrici costretti ad utilizzare il tratto autostradale da Incisa a Calenzano come fosse una tangenziale.
Anche questo, però, è un cortocircuito che dobbiamo a scelte concorrenziali tra i giganti della logistica, del trasporto su gomma. Interessi privati, quindi, che provocano costi di cui è la collettività a farsi carico: costi economici, ambientali e quindi sociali.
“Per questo, per altro e per tutto” non è solo uno slogan ma una necessità che riscontriamo in ogni urgenza, indissolubilmente legata ad altre contraddizioni e altre criticità.”