Visualizzazione post con etichetta referendum. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta referendum. Mostra tutti i post

giovedì 2 aprile 2026

Il No non basta - Italo Di Sabato

C’è una lettura tanto diffusa quanto rassicurante della storia recente italiana: quella secondo cui il giustizialismo sarebbe nato come reazione al berlusconismo, come anticorpo morale a una stagione segnata da conflitti di interesse e concentrazione del potere. È una lettura che assolve chi la propone, perché consente di immaginarsi dalla parte giusta della storia. Ed è, proprio per questo, una lettura profondamente sbagliata.

Il giustizialismo non è stato l’antidoto al berlusconismo. Ne è stato, per molti versi, il complemento. Entrambi hanno contribuito a costruire ciò che si può definire un vero e proprio paradigma giudiziario: la progressiva trasformazione della politica in materia penale, del conflitto sociale in questione giudiziaria, della legittimazione democratica in giudizio morale. Non è un processo improvviso, ma una lenta sedimentazione che affonda le radici negli anni Novanta, quando il crollo del sistema dei partiti e l’irruzione di Mani Pulite aprono uno spazio che la politica non riesce più a occupare.

In quel vuoto si afferma una nuova grammatica pubblica. Non si discute più di programmi, ma di imputazioni. Non si costruiscono alternative, ma si attendono sentenze. La politica smette di essere il luogo del conflitto e diventa il teatro del giudizio. Da un lato, il berlusconismo costruisce il proprio racconto sulla delegittimazione della magistratura, trasformando il processo in persecuzione. Dall’altro, si consolida una cultura politica e mediatica che fa del procedimento penale il criterio principale per valutare l’agire pubblico. Sono due movimenti apparentemente opposti, ma in realtà perfettamente simmetrici: entrambi contribuiscono a rendere il giudizio penale il linguaggio dominante della politica.

È in questo passaggio che il giustizialismo rivela la sua natura più profonda: non una semplice posizione giuridica, ma una forma culturale diffusa, quasi un riflesso automatico di una società in crisi. Quando la politica perde credibilità, quando la rappresentanza si svuota e il futuro appare opaco, la domanda di giustizia tende a trasformarsi in domanda di punizione. Non si tratta più di stabilire responsabilità, ma di individuare colpevoli. Non si tratta di comprendere, ma di compensare.

In questo slittamento si inserisce quello che la teoria critica ha definito populismo penale: l’uso del diritto penale come risposta simbolica a problemi che sono in realtà sociali, economici, strutturali. Quando il conflitto scompare dalla scena pubblica, ciò che resta è il capro espiatorio. E la giustizia diventa il luogo in cui una società tenta di elaborare, in forma semplificata, il proprio disagio.

Dentro questo quadro, il ruolo dei media non è secondario. Non si limitano a raccontare i processi: li anticipano, li interpretano, li costruiscono come narrazione. L’indagine diventa verità preliminare, il sospetto si consolida come evidenza, il processo si svolge prima ancora che inizi. È in questo spazio che si comprende la funzione di Marco Travaglio, non come anomalia, ma come interprete coerente di una grammatica già data. Il suo stile – fatto di allusioni, di ricostruzioni insinuanti, di centralità dell’accusa – risponde perfettamente a una domanda sociale precisa: quella di una giustizia immediata, leggibile, emotivamente appagante. Travaglio non inventa il giustizialismo. Lo organizza, lo rende quotidiano, gli dà una forma riconoscibile.

Il punto, tuttavia, non è personale e non riguarda una singola figura, ma un’intera configurazione culturale e politica. L’espansione del paradigma penale si accompagna infatti, quasi sempre, al ritiro dello Stato sociale: quando arretrano le politiche redistributive, avanzano quelle punitive, e il conflitto, invece di essere affrontato nelle sue cause, viene progressivamente spostato su un altro terreno. Non si interviene più sulle radici delle disuguaglianze, ma sui comportamenti che ne derivano, fino a trasformare la questione sociale in una questione criminale.

In questo senso, il giustizialismo non è mai davvero sovversivo. È un dispositivo di stabilizzazione. Offre una compensazione simbolica al posto di un cambiamento reale. Consente di spostare l’attenzione dalla struttura alla colpa individuale, dal sistema al singolo. E così facendo finisce per proteggere proprio ciò che dovrebbe mettere in discussione.

Il berlusconismo ha avuto un ruolo decisivo in questo processo, ma non nel modo in cui spesso lo si racconta. Non è stato solo un fenomeno politico, ma un passaggio di fase. Ha contribuito a consolidare una serie di tendenze che gli sono sopravvissute: la personalizzazione della politica, la spettacolarizzazione del conflitto, la centralità del giudizio morale. La sua fine non ha chiuso quel ciclo. Lo ha semplicemente reso meno visibile, più diffuso, più strutturale.

È dentro questa lunga durata che va letta anche la recente vittoria del No al referendum sulla giustizia. Una vittoria importante, perché respinge una torsione plebiscitaria e difende un equilibrio fragile tra i poteri. Ma sarebbe un errore considerarla risolutiva. Se quel No si limita a conservare l’esistente, senza mettere in discussione il paradigma giudiziario che si è sedimentato in questi decenni, rischia di essere poco più di una pausa. Una pausa dentro lo stesso schema che ha svuotato la politica e riempito il diritto penale di funzioni che non gli appartengono. Una pausa che congela, ma non trasforma. Perché ciò che è in discussione non è soltanto l’assetto delle istituzioni, ma il modo in cui una società ha imparato a pensare sé stessa: attraverso la colpa invece che attraverso il conflitto, attraverso la punizione invece che attraverso il cambiamento. Se il No non diventa l’occasione per rompere questa grammatica, per restituire alla politica il suo terreno e alla giustizia i suoi limiti, allora sarà soltanto un intervallo. Non un’inversione. Non un superamento. E continueremo, ancora una volta, a illuderci di aver fermato una deriva mentre restiamo, in realtà, perfettamente dentro di essa

da qui

mercoledì 25 marzo 2026

Dopo la sonora sconfitta del referendum, al governo non resta che fare una cosa: andarsene - Tomaso Montanari

 

La Costituzione non si tocca. È il messaggio sostanziale – direi il messaggio morale – della vittoria travolgente del No.

Hanno provato a stravolgere la Costituzione che li ha banditi; hanno provato a delegittimare la magistratura, e a mettersela sotto i piedi; hanno parlato di Csm “paramafioso” mentre andavano a cena dai mafiosi; hanno strumentalizzato famiglie nel bosco e vittime di omicidio; hanno occupato televisioni e giornali, manganellando chi diceva No; hanno mentito sistematicamente su tutto; hanno impedito ai fuorisede di votare, perché sapevano che i giovani non sono con loro. E tutto questo lo hanno fatto spergiurando che era perché i cittadini contassero di più. E ora che i cittadini hanno parlato, negando loro ogni fiducia, dovrebbero fare una sola cosa: dimettersi. E non intendo solo Bartolozzi e Delmastro – che non hanno lasciato per il referendum, ma per i loro incredibili commensali.

È questo il chiaro messaggio politico dell’esito di questo referendum: che era ultrapolitico, perché il governo in carica voleva cambiare le regole del gioco, tentando una prova di forza che gli avrebbe consentito un passo enorme nella sua ricerca di pieni poteri.

Se avesse vinto il Sì, questa sarebbe stata la lettura: e la conseguenza sarebbe stata un’accelerazione drammatica su premierato, altri decreti sicurezza, legge elettorale e molto altro. Ora che quel messaggio è una sonora sfiducia per il governo, bocciato da 14 milioni di italiani, il governo prova a derubricare il tutto a questione tecnica.

Ma non funziona così: la realtà non scompare semplicemente non nominandola. E ora non solo Nordio, ma la stessa Giorgia Meloni e tutto il governo sono ridotti ad anatre zoppe.

 

Lo sono nella loro stessa logica, che non è mai stata istituzionale, ma sostanzialista. Non hanno mai governato, cioè, nelle forme e nei limiti previsti dall’articolo 1 della Costituzione, ma hanno sempre voluto comandare: rivendicato di avere con loro tutto il popolo, anzi tutta la nazione. Giorgia Meloni ha scritto, in un suo noto libro, che il suo “movimento di patrioti serve a interpretare autenticamente lo spirito della nazione”. Un governo che si sente l’unico autentico interprete della volontà popolare non accetta i limiti imposti da altri poteri che ‘arrestino’ il suo, secondo la classica formula di Montesquieu.

Ci hanno detto che la sovranità popolare si manifesterebbe solo nelle elezioni; che la maggioranza rappresenterebbe tutto il popolo in ogni ambito istituzionale; che solo il governo potrebbe interpretare le leggi a cui sono sottoposti i giudici. Come aveva detto, a proposito della deportazione in Albania dei migranti, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, il referendum doveva servire a bloccare l’”aggiramento della volontà popolare attraverso la strada giudiziaria”, e l’”erosione degli spazi di diretta espressione della sovranità popolare”. Sia ben chiaro: sono ragionamenti del tutto fuori dalla lettera e dallo spirito della Costituzione, perché teorizzano l’abbattimento di ogni separazione dei poteri e una specie di dittatura della maggioranza. Ma sono i loro ragionamenti.

E ora che il popolo sovrano ha parlato direttamente, dicendo un clamoroso No al referendum in cui il governo ha chiesto pieni poteri, ecco che al governo stesso non resta alcuna scelta: pena non essere più credibile agli occhi stessi della sua base. Il governo dei patrioti non può governare contro il volere della patria. Quel governo ha solo un’opzione: andarsene.

da qui

martedì 24 marzo 2026

Non è stato un trionfo del No ma del Basta! Questo hanno detto i giovani andando a votare - Francesca Fornario

 In città respiriamo a metà, con mezzo polmone soltanto. Lo realizziamo in montagna, quando il torace si dilata per gonfiarsi d’aria, mentre qui serriamo d’istinto la bocca per non inalare smog. La stessa sensazione che ho provato ieri, dopo tanto tempo. Di sollievo a metà. Un’euforia floscia come un pallone bucato. La soddisfazione per la travolgente vittoria del No fatica a farsi largo nelle viscere attanagliate dall’angoscia. Guardavo le persone scese in piazza, cercando la mia stessa contentezza ammaccata, soffocata dalla preoccupazione costante di questi anni. Le bandiere che sventolavano davanti ai miei occhi si sovrapponevano all’immagine che non riuscivo a togliermi dalla testa, come i disegni stampati sui vetrini dell’oculista quando, da bambina, andavo a curare lo strabismo. Le bandiere e le gambette del piccolo Karim bruciate dalla sigaretta. Karim, un bambino palestinese di un anno, è stato torturato dai soldati israeliani per estorcere una confessione a suo padre, a un check point del campo profughi di Al-Maghazi. C’è il referto medico, le foto, i testimoni, come per molte altre vicende di abusi sui bambini palestinesi. Torturato per 10 ore davanti agli occhi del papà e rilasciato al Comitato Internazionale della Croce Rossa in stato di shock. Gambette, Bruciature, bandiere, il buco di un chiodo piantato nella carne. L’orrore al quale assistiamo ogni giorno non ci abbandona mai, nemmeno mentre esultiamo per la vittoria del No.

Diversi parlamentari di centrosinistra hanno sostenuto il Sì, a fronte di nessun parlamentare del centrodestra che sostenesse il No. Curioso che a votare con le destre fossero gli stessi esponenti del centrosinistra in prima linea quando c’è da richiamare gli elettori al voto utile per fermare le destre (ma quando uno vuole abolire il Senato, dice che se non gli riesce lascia la politica e poi fa il senatore io alzo le mani). Il risultato è che ci sono più elettori di centrodestra che hanno votato No che elettori di centrosinistra che hanno votato Sì. Un altro grande successo dei terzopolisti e riformisti del Pd, quelli a favore delle riforme sì, purché della destra.

Non mi stupisce che nel Pd chi si è espresso per il Sì appartenga alla famigerata “Sinistra per Israele” che si è data il compito di negare il genocidio e la sua meticolosa pianificazione. Votano nel merito della riforma, dicono. Me li immagino a comprare acquerelli di Hitler perché era un buon pittore.

Non so quanti abbiano votato “No” nel merito. So che tanti abbiamo votato “No” a prescindere dal giudizio negativo sulla riforma. Perché di fronte a Meloni che si rifiuta di condannare Israele o Trump, a Tajani che il diritto internazionale vale fino a un certo punto, di fronte a Nordio che libera il torturatore Almasri accusato di stupro di minori ma denuncia il trauma dei piccoli della casa del bosco; di fronte a Salvini che ritira il premio “amico di Israele” mentre assiste al massacro di decine di migliaia di palestinesi, libanesi, iraniani; di fronte a qualunque rappresentante di questo governo di complici e pavidi che ha l’ardire di chiedere un voto a conferma del suo operato, non si può fare altro che piantare un bastoncino tra gli ingranaggi del genocidio. È l’unica mossa strategica, l’unica opzione morale, l’unica cosa sensata.

Questo hanno fatto i giovani andando a votare: non sono preoccupati di salvaguardare l’indipendenza della magistratura. Se qualcuno lo è, la vive come una preoccupazione subordinata di fronte al collasso della democrazia al quale assiste angosciato, senza che i giudici o il Csm o i giornalisti o i politici, l’Ue, l’Onu, gli adulti tutti riescano a fermare i responsabili di questo sfacelo del diritto, della logica, dell’umanità. Non sono preoccupati che la riforma sia preludio del premierato: considerano già tutto perduto, sono nauseati, sono sconvolti, sono furiosi.

Quello che per noi è uno spettro – il piano di Licio Gelli, la torsione autoritaria – per loro è la norma, per loro questo fa chi sta a Palazzo Chigi. Quali provvedimenti ti aspetti che adotti per migliorare il funzionamento della giustizia chi resta saldamente alleato di paesi che bombardano a tappeto scuole, ospedali, ponti, città, case, caffè in riva al mare con tutte le persone che ci sono dentro?! Cosa vuoi discuterci? Quali riforme vuoi affidare a gente simile? La fermi e basta, pianti la matita sulla scheda come un bastoncino nell’ingranaggio e questo è il trionfo del “No”. Un trionfo del “basta”.

da qui

preferiamo di no

 


domenica 15 marzo 2026

La competenza dell’idraulico e quella del cittadino - Francesco Coniglione

Affideresti a un letterato la riparazione del tubo della cucina che perde? Ovviamente no, si risponderebbe in coro: chiameremmo un idraulico. E per farla più sofisticata, ci rivolgeremmo a un semplice muratore per progettare una diga? No, ovviamente, a un ingegnere, e che sia specializzato in idraulica o in costruzioni consimili. Di tale tenore sono le argomentazioni che da sempre ogni reazionario/conservatore ha utilizzato per delegittimare la democrazia e affermare che devono essere solo i “competenti” a decidere.

Qualcosa di simile accade oggi ogni qualvolta si debba decidere per una specifica riforma o per delle misure di politica economica che – a dire degli “specialisti” – richiedono specifiche conoscenze e che quindi non possono essere abbandonate al mutevole orientarsi del popolo ignorante. Si rimproverano i non “competenti” di assumere posizioni ideologiche e di contro si riportano le opinioni “lucide” di “competentissimi” esponenti del diritto, della politica, dell’economia, della scienza, pensando così di poter portare l’incompetente dalla propria parte. Ma purtroppo di competenti ne esistono a bizzeffe, sia pro che contro una certa misura, come è accaduto innumerevoli volte e accade tuttora: è il caso del Covid19, del problema del riscaldamento terrestre, dell’economia green, del conflitto in Ucraina, del referendum e così via sia, sicché l’utilizzazione dell’argomento ex autoritate risulta in fin dei conti inefficace e serve solo a corroborare le convinzioni di coloro che sono già convinti e che si nutrono a una sola fonte della Verità, di solito quella del mainstream, che è diffusa da “autorevoli” mass-media e giornalisti; le altre voci nemmeno raggiungono la soglia della percezione collettiva: sono troppo flebili, seguite da nicchie limitate di “credenti” e per di più accusate di essere tutte ideologiche.

Ma c’è una considerazione più di fondo da fare; sta tutta nella risposta data da Protagora a chi gli obiettava che per fare politica ci vogliono i competenti (che per Platone erano i filosofi, in quanto possessori della visione delle Idee). Egli narra un mito secondo il quale Zeus mandò Ermete a portare agli uomini il rispetto e la giustizia, in modo da fondare legami e città. Alla domanda di Ermete sul modo in cui debba distribuire tali beni – se come fatto con le altre arti (medica ecc.) sicché un solo uomo è sufficiente a molti, oppure se debba darle a tutte – Zeus rispose: «A tutti quanti. Che tutti quanti ne partecipano, perché non potrebbero sorgere Città, se solamente pochi uomini ne partecipassero, così come avviene per le altre arti» (Platone, Protagora, 322a-d). Così – conclude Protagora – gli ateniesi non accettano che chiunque possa intervenire quando si tratti di deliberare nell’arte di costruire ecc., ma, invece, «quando si radunano in assemblea per questioni che riguardano la virtù politica, e si deve procedere quindi esclusivamente secondo giustizia e temperanza, è naturale che essi accettino il consiglio di chiunque, convinti che tutti, di necessità, partecipano di questa virtù, altrimenti non esisterebbero Città» (ib., 322e-323a).

Qui v’è uno punto centrale del pensiero democratico: la competenza può essere invocata solo quando si tratta di argomenti circoscritti. Si chiama un idraulico per riparare una perdita nel bagno; ma non ci sono “idraulici” o analoghi “competenti” quando invece si tratta di decidere su questioni generali concernenti il futuro della città o il suo ordinamento: in questo caso tutti sono chiamati ad esprimersi e ciascuno lo fa – e di conseguenza decide – in base alla propria visione del mondo, al modo in cui crede si debba convivere, a ciò che è a suo avviso più giusto o a cosa sia la virtù. Non v’è alcun “tecnico” o “competente” che sia in grado di decidere su queste questioni, perché esse riguardano “forma di vita” che gli uomini vogliono adottare e questa deriva, a sua volta, da convincimenti profondi di natura etica, religiosa, spirituale, come anche da concreti interessi da difendere. Il tecnico può, semmai, intervenire dopo, quando si tratta di trovare la strada migliore per realizzare i fini e le scelte che si è democraticamente e collettivamente deciso di perseguire; e anche in questo caso ci sono ampi margini di oscillazione perché non sempre i “competenti” sono d’accordo sulle medesime strategie: basta dare un’occhiata a cosa accade con gli economisti, con i climatologi, con i “politologi” (ammesso che questa sia una scienza e non qualcosa di più che opinioni colte) o gli “esperti in affari internazionali”.

Ammettiamo (ma non concediamo) che in astratto esista una “competenza” univoca sul modo di pervenire ad un certo risultato; il problema non è così affatto risolto, ma semplicemente si sposta: chi è abbastanza competente da scegliere il “vero” competente atto a far meglio conseguire il fine che ci si propone? È questa una decisione che spetta alla volontà popolare? O spetta alla politica? Una società ha di solito delle consolidate pratiche e percorsi per selezionare i propri “esperti”: in una società tribale, sarà lo stregone, che ha acquisito il proprio ruolo in modo indipendente e precedente al problema che gli si chiede di affrontare; in una società evoluta e complessa ci sono sistemi che selezionano a monte le persone più competenti nei vari settori, come le università, le accademie, gli istituti di ricerca; e tra esse ci sono coloro che per la loro eccellenza occupano un posto di rilevo e di prestigio; e – facendo la tara delle nomine taroccate e del nepotismo di vario genere – sono costoro a dare la maggiore affidabilità quando si tratta di affrontare un problema. Tra essi vanno scelti ovviamente coloro che risultano coerenti con i fini che la società ha deciso di porsi: se si opta per un sistema sanitario nazionale, pubblico ed egualitario, non si sceglie l’“esperto” convinto nella bontà del sistema privato, concorrenziale e basato sulle assicurazioni.

Cosa rimane allora in potestà del comune cittadino? Non certo quella di scegliere il competente (non ne sarebbe capace), ma piuttosto quella di eleggere come suoi rappresentati i politici e gli amministratori più coerenti con la visione del mondo a lui più rispondente; per poi aspettarsi (e sperare) che costoro e il partito politico di appartenenza scelgano tra gli “esperti” quelli in grado di realizzare il progetto politico di cui sono portatori e affidatari. Affinché ciò sia possibile è necessario che le persone siano consapevoli e formate, nel corso del loro processo di acquisizione della cittadinanza, sulle diverse opzioni politiche e ideali esistenti; e poi, soprattutto, che ci siano partiti politici che di tali opzioni di fondo si facciano interpreti, così come accadeva nella prima repubblica, con Democrazia Cristiana, Partito comunista, Partito liberale e così via. Oggi si dice che questi erano partiti “ideologici”, dando a questo termine un’accezione negativa, quasi fosse una sorta di pervertimento del lucido intelletto e non piuttosto quell’orientamento ideale, quell’orizzonte di senso all’interno del quale ciascuno si colloca e nel quale ciascun partito dovrebbe trovare la propria ragion d’essere (ho argomentato altrove sull’importanza di una visione positiva dell’ideologia). In caso contrario si avrebbero aggregazioni politiche prive di ogni cemento ideale, assembramenti di opportunisti dediti alla propria affermazione personale e pronti a cambiar casacca non appena ritengano più conveniente l’approdo ad altro lido. Appunto come accade oggi.

La scelta del comune cittadino, dunque, non può che essere “ideologica”: nell’impossibilità di stabilire, personalmente e con le proprie competenze e conoscenze, la sostanza tecnica di una questione, non gli resta che affidarsi a quelle forze che corrispondono meglio ai suoi ideali. È allora in gran parte inutile argomentare con minute considerazioni specialistiche a favore di una opzione o dell’altra (è questo il caso dell’attuale referendum sulla giustizia). Risultano invece decisive le domande che ciascuno deve porre a sé stesso (e di conseguenza lo stile con cui si argomenta pubblicamente): a che scopo una certa compagine politica sostiene una certa riforma da lei proposta? Quale concezione complessiva del mondo essa esprime ed è questa congruente con i miei ideali, col mio senso di umanità, con la visione della società da me posseduta, con l’orientamento spirituale da me condiviso, a loro volta frutto delle mie esperienze passate, della mia esperienza di vita, dell’acquisizione della mia cultura? Se la risposta è positiva, allora si voti pure per la riforma proposta; se invece la risposta è negativa, allora la decisione di votare contro è altrettanto e pienamente motivata.

da qui

lunedì 2 marzo 2026

Votare No al referendum!

Libertà e Giustizia. Dieci ragioni per votare NO al referendum sulla riforma Nordio

Libertà e Giustizia è impegnata nello spiegare i motivi, di forma e di sostanza, per i quali la riforma Nordio è un attacco all’indipendenza della magistratura e non un miglioramento della giustizia. E anzi, di come renda più deboli i comuni cittadini di fronte alla legge. Oltre a essere un rischio democratico complessivo.

  1. La propaganda: la riforma approvata dalla maggioranza viene propagandata – nelle dichiarazioni dei sostenitori del Sì, nelle trasmissioni televisive e sui social, nei manifesti per il Sì che invadono le nostre strade – come “l’occasione per riformare la giustizia”. Niente di meno vero! La legge Nordio interviene sull’organizzazione dell’ordinamento giudiziario e nulla prevede per affrontare – e tantomeno risolvere – i problemi che affliggono il servizio giustizia: non devolve risorse economiche, non pone rimedio alle carenze di organico, non affronta il tema dell’eccessiva durata dei processi, non facilita né semplifica l’accesso alla giustizia. Di questi problemi la legge Nordio non si occupa proprio, eppure vuol far credere il contrario ai cittadini italiani, con una propaganda spudoratamente ingannevole.

Di fronte alle criticità del sistema della giustizia, questo governo si affida ad uno strumento tipico della retorica populista: additare un nemico contro il quale convogliare l’insoddisfazione dei cittadini. Questa volta i capri espiatori sono i giudici, mentre il governo coglie (nelle sue intenzioni) due piccioni con una fava: si disinteressa di problemi complessi e ne addebita la responsabilità ad un potere dello Stato per più versi sgradito.

  1. Il linguaggio: gli esponenti della maggioranza hanno negato con indignazione che la riforma Nordio intenda limitare l’autonomia della magistratura; ma i fatti e le parole degli stessi esponenti dimostrano una costante determinazione a svilire l’operato della magistratura e ad offenderne le istituzioni. La presidente del consiglio non perde occasione per attaccare le decisioni dei giudici, nelle più varie materie, definendole “incredibili”, denunciando presunte “invasioni di campo”, qualificando come “politicizzate” le decisioni a lei sgradite; peraltro senza mai entrare nel merito del perché le decisioni oggetto di critica sarebbero erronee. Sulle dichiarazioni di Nordio andrebbe steso un pietoso velo, tanto risultano insensate e irrispettose; basti pensare ai termini “paramafiosi” e “verminaio” riferiti al Consiglio Superiore della Magistratura, organo presieduto dal Presidente della Repubblica. Tanta ostilità nei confronti della magistratura si spiega solo con l’insofferenza di questo governo per il compito di controllo che alla magistratura spetta anche e necessariamente sull’operato del potere esecutivo.
  2. Il metodo: la legge Nordio, che modifica ben sette articoli della nostra Costituzione (artt. 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110 Cost) è stata approvata dal Parlamento con il voto favorevole della sola maggioranza di centro destra; non è stata in alcun modo oggetto di discussione e condivisione con le opposizioni, come sarebbe doveroso per una legge che modifica profondamente l’assetto istituzionale di uno dei poteri dello Stato. Nessun emendamento è stato possibile; questa modalità è tanto più sorprendente se si considera che non vi era alcuna urgenza di intervenire in maniera tanto divisiva e conflittuale in una materia così delicata! Si tratta, palesemente, una legge “contro”: contro la magistratura e contro la Costituzione.
  3. Nel merito – la “separazione delle carriere”: la riforma Nordio è stata presentata come necessaria per distanziare i giudici dai pubblici ministeri, sulla base dell’assunto indimostrato che i primi tendano ad appiattirsi sulle richieste dei secondi;  ciò risulta fattualmente falso: i dati attestano che le richieste dei PM vengono  respinte dai giudici togati nel 50% dei casi. Dunque, non esiste alcuna pregiudiziale pro-accusa.

Inoltre, le carriere di giudici e PM sono già separate, dal momento che la normative vigente consente ai magistrati di cambiare percorso solo una volta nel corso della vita professionale, nei primi dieci anni di attività. E questi spostamenti riguardano ogni anno meno dell’1% dei magistrati. Anche questo argomento a favore della riforma Nordio si dimostra infondato.

Del resto, perché mai il cittadino dovrebbe essere contento di un assetto che veda il pubblico ministero  più autoreferenziale, distante dalla cultura giurisdizionale che, oggi, gli impone di cercare  la verità giudiziaria, una sorta di super poliziotto concentrato solo sull’accusa?

  1. Nel merito – il sorteggio: l’obiettivo fondamentale della legge Nordio è scardinare il sistema di autogoverno della magistratura, disciplinato dagli articoli 104 e 105 della Costituzione e posto a tutela della sua indipendenza. La riforma prevede  di spaccare in due il Consiglio Superiore della Magistratura: uno per i giudici e uno per i PM; ma la volontà di umiliare e depotenziare la funzione dell’autogoverno emerge platealmente dalla modalità indicata per la selezione dei membri dei due CSM: essi verrebbero sorteggiati tra tutti gli appartenenti alla magistratura, anziché eletti come avviene oggi. Come avviene oggi – si badi – per tutti gli organi di autogoverno delle professioni e per le associazioni professionali: per gli avvocati, per i medici, per i commercialisti, per le associazioni degli imprenditori e delle banche. A quando il sorteggio per i Consigli dell’Ordine degli Avvocati? O per il direttivo di Confindustria o di ABI? E’ evidente che la previsione del sorteggio rappresenta uno sfregio, peraltro dalle conseguenze pericolose: gli ipotetici sorteggiati non dovrebbero rendere conto a nessuno delle loro attività e decisioni: non ai loro elettori, non ad una associazione di categoria. E non vi sarebbe alcuna garanzia circa la loro competenza e esperienza. Un’idea balzana, a dire poco.
  2. Nel merito – l’Alta Corte: non paga dello scempio, la riforma Nordio prevede che il potere disciplinare venga sottratto ai CSM e affidato ad una Alta Corte di nuova istituzione. La prima considerazione è che la previsione viola  l’art. 102 della Costituzione, il quale  vieta l’istituzione di giudici speciali, come sarebbe questo; la sola deroga prevista riguarda le sentenze dei tribunali militari in tempo di guerra, estenderla alle decisioni sui  magistrati in tempo di pace sembra davvero oltraggioso! Inoltre, la riforma prevede che le decisioni dell’Alta Corte siano impugnabili solo davanti alla medesima, in violazione del principio dettato dall’art. 111 Cost in base al quale  contro  le sentenze è sempre ammesso ricorso in Cassazione.

Con questa riforma i magistrati sarebbero i soli per i quali il potere disciplinare verrebbe devoluto ad un organo esterno, sottraendolo alla valutazione dei pari, come invece  succede per tutte le categorie professionali.

  1. Il contesto – le leggi di attuazione: la riforma Nordio, se approvata in sede di referendum, dovrà essere attuata o integrata mediante una serie di leggi ordinarie, che il governo sta già predisponendo ma del cui contenuto nulla sappiamo. E’ però già emersa, nelle parole di un esponente di primo piano del governo, la volontà di sottrarre ai Pubblici Ministeri il controllo della Polizia Giudiziaria, mediante legge ordinaria, una volta che la riforma Nordio fosse definitivamente approvata. Si tratta di un obiettivo che suggella la volontà del governo di incidere direttamente sull’esercizio dell’azione penale: se la Polizia Giudiziaria dipende dal governo, è questo che decide quali reati perseguire e quali no. Con le conseguenze in termini di uguaglianza di fronte alla legge che è facile immaginare.
  2. Il contesto – il progetto politico: è ormai ben chiaro che l’attuale maggioranza di governo si propone di stravolgere l’assetto istituzionale della nostra Repubblica: l’autonomia differenziata mira a frammentare e dividere l’unità nazionale, a dispetto della retorica nazionalista vuota di contenuti con la quale la destra si riempie la bocca; la riforma Nordio mira a intimidire la magistratura e ridurla alle dipendenze del governo; il cd “premierato” mira a rafforzare ulteriormente il potere esecutivo, in una situazione nella quale già oggi le decisioni vengono prese mediante decreti che  il Parlamento è chiamato a ratificare, grazie all’uso spropositato del voto di fiducia. La destra vuole insomma “costituzionalizzarsi”, disfacendo l’equilibrio tra i poteri disegnato dalla Costituzione vigente.
  3. Il contesto – il ruolo della magistratura: l’attacco scomposto alla magistratura  che l’attuale governo porta avanti è particolarmente odioso se solo si pone mente al ruolo decisivo che i giudici hanno ricoperto e tuttora ricoprono nella lotta al terrorismo rosso e nero e nel contrasto alla criminalità organizzata, per la quale hanno pagato un prezzo immenso in termini di vite.
  4. Conclusione: alla luce dell’inconsistenza degli argomenti di merito a favore della riforma Nordio, ciò che diviene sempre più evidente è che il governo, nella campagna a favore del Sì,  è mosso principalmente da ostilità nei confronti della magistratura: ha infatti operato, sia quanto al metodo che quanto ai toni usati, una forzatura ingiustificata e controproducente, esasperando il conflitto e formulando nei confronti dei giudici accuse infondate.

E dunque: votiamo NO per difendere la nostra Repubblica e la nostra Costituzione!

da qui

 

Per un No sociale - Italo Di Sabato

Il referendum sulla giustizia (22-23 marzo) non è una questione tecnica né una disputa tra addetti ai lavori. È un passaggio politico e costituzionale decisivo, perché in quella scheda si concentra un’idea di Paese. La posta in gioco è stata chiarita con una franchezza brutale quando Giorgia Meloni ha detto che vuole giudici che remino nella stessa direzione del governo. Non è un’uscita infelice: è un programma. È l’idea che il controllo sia un ostacolo, che la separazione dei poteri sia un intralcio, che l’autonomia della giurisdizione sia un problema. È un attacco a uno degli architravi della Costituzione: il principio per cui il potere esecutivo non può pretendere obbedienza dagli altri poteri dello Stato.

Per questo il referendum non riguarda solo la magistratura e non riguarda solo la politica. Riguarda la democrazia. Riguarda la libertà. Riguarda la possibilità stessa che esistano limiti al potere di chi governa. E riguarda, soprattutto, la possibilità che chi sta in basso possa difendersi, parlare, dissentire, organizzarsi, lottare. In questo passaggio, sconfiggere il governo non è una formula propagandistica: è un obiettivo democratico concreto, da praticare e far crescere in ogni ambito sociale, politico e culturale. Perché ciò che è in corso non è un normale ciclo politico, ma una torsione profonda: un tentativo di riscrivere i rapporti tra cittadini e istituzioni, tra diritti e forza.

Questo governo è espressione limpida di interessi neocorporativi e di classe. Il suo progetto economico e sociale produce disuguaglianze, concentra ricchezze, restringe il welfare, sposta risorse verso la spesa militare e la logica di guerra, riduce gli strumenti democratici di partecipazione e controllo. Ma un simile progetto non può reggersi solo sulla persuasione. Per far inghiottire a milioni di persone precarietà, lavoro povero, tagli ai servizi, aumento delle disuguaglianze e insopportabile concentrazione della ricchezza serve una leva più antica e più brutale: la repressione.

È qui che la svolta sicuritaria mostra la sua vera natura. Non è una deviazione, non è un eccesso, non è un incidente. È un metodo di governo. L’attacco alla Costituzione e ai diritti si regge su due logiche complementari: la deregolarizzazione dei poteri forti e l’iper-regolamentazione dell’opposizione sociale e dei soggetti deboli. Se ai potenti tutto è permesso, la libertà dei subalterni si riduce. E infatti, mentre si garantiscono spazi sempre più ampi di impunità di fatto a chi sta in alto, si costruisce una rete di norme, reati, aggravanti, decreti e dispositivi emergenziali che colpiscono chi sta in basso e chi prova a contestare. Il decreto sicurezza, come altre misure di questi anni, non è la risposta a un’emergenza reale: è un tassello di un disegno repressivo. L’obiettivo è instaurare, sulle ceneri dello Stato di diritto o di quel poco che ne resta, uno Stato di polizia fondato sulla legislazione d’emergenza permanente.

La criminalizzazione del dissenso non è un effetto collaterale: è il cuore del progetto. Nuovi reati, pene più alte, resistenza non violenta trasformata in reato, carcere usato come strumento di disciplina sociale, decreti contro le Ong, persecuzione della povertà, caccia ai senzatetto, limitazione sistematica della libertà di manifestare e di confliggere. Il messaggio è semplice e spaventoso: se non hai potere economico e mediatico per contare, e provi a contare nelle strade, verrai punito. Il diritto penale viene trasformato in un dispositivo di disincentivo al conflitto sociale. La paura diventa linguaggio di governo. La rassegnazione diventa obiettivo politico. Gli spazi della democrazia collettiva vengono ristretti con la forza.

Dentro questo quadro, la riforma della giustizia non è una misura isolata. È uno snodo centrale, perché mira a stabilire la supremazia dell’esecutivo sull’esercizio della giurisdizione. Vuole orientare e controllare il lavoro dei magistrati e assoggettare i pubblici ministeri al potere politico. La storia dimostra che un simile rapporto tra politica e magistratura si risolve sempre a favore dei poteri forti e a scapito dei soggetti socialmente ed economicamente più deboli. È un meccanismo che non produce “ordine”: produce obbedienza. E produce selezione sociale della repressione. Perché in un Paese in cui lo Stato penale cresce e lo Stato sociale arretra, la giustizia non colpisce mai allo stesso modo. Colpisce chi non ha protezioni, chi non ha risorse, chi non ha accesso ai grandi strumenti della comunicazione e del potere.

Garantismo e antipenalismo

Per questo affrontare il rapporto tra politica e giustizia è imprescindibile. Ma va fatto nel modo giusto, riportando al centro garantismo e antipenalismo, non come bandiere di parte e non come alibi, ma come principi costituzionali. Il garantismo non è un favore ai potenti. È la condizione minima perché la giustizia sia uguale per tutti. È ciò che limita gli errori giudiziari. È ciò che impedisce che il processo diventi una forma di punizione anticipata. È ciò che rende la giustizia un servizio ai cittadini e non uno strumento nelle mani dei poteri forti, come troppo spesso è accaduto. Solo assicurando a tutti il diritto di difesa, l’effettiva parità processuale, la terzietà del giudice e una durata ragionevole dei processi si può superare davvero l’attuale conflitto tra politica e magistratura. E solo così si può difendere la democrazia da una deriva autoritaria.

Dire No, però, non significa difendere lo status quo. Non significa idolatrare la magistratura. Non significa aderire alla narrazione secondo cui il processo penale sarebbe lo strumento naturale del cambiamento politico e morale del Paese. Quella idea, che ha attraversato decenni di storia italiana, è stata una delle cause profonde della trasformazione dello Stato sociale in Stato penale. Ha alimentato l’antipolitica e ha legittimato la scorciatoia per cui, di fronte a problemi sociali e politici, si invoca la repressione e si delega alla giustizia ciò che dovrebbe essere affrontato con diritti, politiche pubbliche, redistribuzione e partecipazione. In quelle stagioni, chi sosteneva che il processo penale dovesse restare un accertamento di reato e non uno strumento di lotta politica è stato emarginato. Eppure aveva ragione. Da quella rimozione è nato un senso comune tossico: che la giustizia debba essere dura, esemplare, vendicativa; che la garanzia sia un intralcio; che i diritti siano un lusso; che la libertà sia sospetta. Oggi paghiamo quella storia. E se non la guardiamo in faccia, la nostra critica sarà formale, sterile, incapace di cogliere la posta in gioco. Non basta dire che questa riforma è sbagliata. Bisogna dire che è sbagliata dentro un disegno più ampio di politiche sicuritarie, di criminalizzazione del conflitto sociale, di uso del diritto penale come governo della paura. O si critica nella sua interezza la finalità repressiva degli interventi legislativi del governo, o la critica resterà un esercizio retorico. E si finirà, ancora una volta, intrappolati nella falsa alternativa tra due blocchi speculari: da una parte chi vuole piegare la magistratura al governo, dall’altra chi usa la magistratura come surrogato della politica e come clava morale, oscillando tra “legge e ordine” e “giustizia esemplare” a seconda del bersaglio. Bisogna rifiutare entrambe le strade.

Questo No deve essere un No sociale, perché ciò che viene colpito non è solo un principio astratto ma la carne viva del conflitto democratico. È un No che parla a chi sciopera, a chi occupa, a chi blocca una strada perché non ha altri strumenti, a chi difende la casa, il lavoro, il territorio, l’ambiente, la scuola pubblica, la sanità. È un No che parla a chi vive precarietà e povertà, a chi subisce fogli di via, denunce, misure preventive, processi costruiti per logorare, isolare, intimidire. È un No che sa che lo Stato di polizia non nasce all’improvviso: nasce quando la repressione diventa normale, quando l’emergenza diventa permanente, quando la libertà viene trasformata in sospetto.

La libertà è conflitto

Non si può ignorare che tutto questo si inserisce in un disegno unitario: la modifica costituzionale sul premierato, che stravolge la forma di governo; la rottura dell’unità del Paese con l’autonomia differenziata, che minaccia i diritti fondamentali; e, in parallelo, l’espansione dello Stato penale, con un governo tra i più giustizialisti degli ultimi anni, capace di istituire decine di nuovi reati e di inasprire continuamente il quadro repressivo. È un progetto complessivo: restringere la democrazia, ridurre i diritti, rafforzare l’esecutivo, punire il dissenso.

Siamo in un passaggio storico in cui la forza si scaglia contro il diritto con la determinazione di contendergli ogni spazio. Non sarà un passaggio breve. E proprio per questo non possiamo essere ingenui. Pensare che questa riforma serva solo a dividere le carriere è un errore. La separazione è stata di fatto già avviata da riforme precedenti, a Costituzione invariata: ormai non c’è più nulla da separare. Qui il punto è un altro: il tentativo di trasformare la giustizia in una funzione subordinata al governo e, insieme, di consolidare un clima politico e culturale in cui il diritto penale diventa la lingua con cui lo Stato parla ai cittadini.

Per questo il No non può essere solo difensivo. Deve essere anche propositivo. Bisogna lavorare a una riforma vera della giustizia che faccia uscire il Paese dall’emergenza infinita e dal panpenalismo dilagante. Una riforma che riduca drasticamente l’area del penale, dimezzi reati e pene, restituisca centralità al diritto di difesa, garantisca davvero la durata ragionevole dei processi, riaffermi la terzietà del giudice, sottragga la giustizia alla propaganda e all’uso politico. Questa è la direzione democratica. Non l’ennesima torsione autoritaria. Non la trasformazione del pubblico ministero in un funzionario al servizio dello Stato di polizia. Non la normalizzazione dell’eccezione.

Dire No significa non accettare un Paese in cui la protesta sociale diventa reato, in cui la povertà viene perseguita e la ricchezza viene protetta. Dire No significa rifiutare lo Stato penale e rivendicare lo Stato sociale. Significa difendere una democrazia in cui la libertà non sia scambiata per sicurezza e in cui la sicurezza non sia usata come pretesto per reprimere. La libertà è conflitto, diritti, garanzie. E oggi difenderle significa costruire un fronte antipenalista largo, determinato, popolare.

Un No sociale, un No costituzionale, un No contro le politiche sicuritarie. Un No per la democrazia, per la giustizia uguale per tutti, per il diritto di dissentire.

da qui

 

Repressioni fantastiche e dove trovarle: perché votare “NO” - Mario Di Vito

Giorgia Meloni vuole un esecutivo che non risponda a nessuno, né al parlamento, né ai giudici, né all’opposizione. Se vincesse il Sì, sarebbe un passo in più verso l’oppressione totale. Votare No rappresenta una difesa possibile dei diritti fondamentali

Il punto non è la separazione delle carriere. Non è nemmeno il Consiglio superiore della magistratura. Anzi, possiamo arrivare a dire che il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo non riguarda nemmeno la giustizia. Non più di tanto.

La riforma – passata per le vie parlamentari a una velocità che non ha precedenti nella storia repubblicana – si presenta al dibattito pubblico italiano come un regolamento di conti, lo scontro finale di una guerra che durerebbe da un trentennio. Più o meno da Mani pulite, a torto a ragione ritenuto evento fondativo dell’era delle ingerenze dei giudici nella politica. Questo elemento c’è, e probabilmente è quello considerato più importante dai sostenitori del “Sì”, insieme alla banale evidenza del fatto che le riforma costituzionali si fanno sempre perché non costano niente.

Mettere mano alla sanità o alle pensioni ha infatti una ricaduta sul bilancio, con tutti i problemi che ne conseguono. Cambiare la Carta no, vale pochi spiccioli appena.

E però non possiamo non leggere questa riforma nel contesto più generale dell’ingrossamento del codice penale che il governo Meloni porta avanti da quando si è insediato: più reati, più aggravanti, più galera, più facce feroci. Non più polizia però, bizzarramente. Assumere agenti, come sopra, ha un costo, quindi ogni tre che vanno in pensione se ne riprende forse uno. Ma il tema della sicurezza, si sa, è un fatto per lo più di percezione – i reati sono in calo da decenni – quindi la tesi è che basti urlare al cielo che si è pronti a procedere con la massima durezza contro la devianza e la marginalità (i tratti infantili di un sistema che si pretende perfetto) per veder crescere i sondaggi, anche se poi il peso della forza pubblica dispiegabile diminuisce di giorno in giorno.

Qualche tempo fa il ministro Nordio ha rivendicato che il famoso decreto rave, a tre anni dalla sua entrata in vigore, non ha prodotto manco una condanna. Sarebbe effetto della deterrenza, secondo lui, ma pensare che dal 2022 in Italia non si facciano più feste “illegali” è un’evidente assurdità, quindi si può concludere che quel reato alla fine si è rivelato inutile.

Un altro esempio: lo scudo penale per gli agenti di polizia – cioè la loro iscrizione in un registro diverso da quello dei comuni mortali – non avrebbe cambiato nulla della storia dell’omicidio di Abderrahim Mansouri a Rogoredo. L’assistente capo Carmelo Cinturrino sarebbe stato arrestato lo stesso.

Tutto questo per dire che il problema non è “il come”, ma “il perché”. Giorgia Meloni ha evidentemente in testa una repubblica diversa da quella (pur molto imperfetta) che abbiamo adesso e che dovrebbe basarsi sullo strapotere di un esecutivo che non risponde a nessuno – non al parlamento, non ai giudici, non agli oppositori, nemmeno alla realtà – se non al popolo che l’ha messo lì.

Questo referendum ha un ché di plebiscitario: la maggioranza si è votata da sola un testo da sottoporre [alle e, ndr] agli abitanti della nazione per farselo confermare. Gli ultimi sondaggi, per quel che valgono, ci dicono che il piano potrebbe non funzionare (il Paese pare quantomeno diviso), ma tutto per mesi ha remato in quella direzione: anche la volontà di votare il prima possibile, onde evitare una campagna che avrebbe visto – come in effetti sta vedendo – la pressoché inevitabile rimonta dei contrari.

Meno si discute e più si passeggia sereni sulla strada di un consenso costruito a colpi di propaganda. All’inizio, nel quesito referendario, nemmeno erano indicati gli articoli della Carta che cambierebbero (sono sette, non pochi) e lo scopo era sempre lo stesso: sorvolare sul dibattito, evitare le discussioni più complesse, giocare a dire che in fondo non sta succedendo niente. Soltanto una decisione della Cassazione in seguito a un ricorso ha fatto sì che chi andrà a votare potrà anche sapere su cosa lo starà facendo, per la cronaca.

Ma cosa significa separare le carriere dei magistrati requirenti da quelli giudicanti? Significa sottomettere la giurisdizione al governo. Così è in tutti i Paesi in cui vige la separazione (con correttivi e accorgimenti di solito in linea con la storia politica locale), così sarà anche in Italia.

Pure se, come dicono i legulei del Sì, questo non sta scritto da nessuna parte nel testo della riforma. Ma anche in Venezuela, per dirne uno qualunque, la magistratura è “autonoma e indipendente”, solo che poi Alberto Trentini lo libera la presidente Delcy Rodriguez, mica il giudice di Caracas.

Questa sottoposizione si può fare in maniera semplice, con un tratto di penna. Basta togliere al pubblico ministero il ruolo di coordinamento della polizia giudiziaria. Il vicepremier Tajani ha di recente avuto modo di dire che bisognerebbe proprio farlo. Meloni, all’indomani degli arresti per gli scontri di Torino al corteo per Askatasuna, si era spinta un po’ più in là e aveva fatto lei il capo d’accusa: tentato omicidio. Alla faccia della terzietà del giudice: con quanta serenità d’animo la Gip avrà assunto le decisioni che ha assunto sui fermati, mentre aveva sul collo il fiato pesante di una premier che già aveva deciso qual era la cosa più giusta da fare?

La parte della riforma sul Consiglio superiore della magistratura – l’organo di rilievo costituzionale di governo autonomo delle toghe – serve a puntellare questo desiderio di limitare il contropotere della giurisdizione. Sdoppiare il Csm – uno per i giudici e uno per i pm – vuol dire dimezzarne la forza: è aritmetica. Togliergli la competenza disciplinare (una sezione serve proprio a decidere le eventuali sanzioni per i magistrati che, per dolo o negligenza, si comportano in maniera sbagliata) e affidarla a un tribunale speciale – un’Alta corte la cui composizione risulta ancora misteriosa – è rompere l’autonomia di un potere dello Stato. Sorteggiare i consiglieri, infine, è un’umiliazione e basta: persino un tiro di dado vale di più delle idee di chi indossa la toga.

Ma il vero rischio, quello che dovrebbe spaventare sul serio, è che in questo modo il pubblico ministero assurgerebbe al livello di accusatore senza altro compito che perseguire i cattivi soggetti. Una falange di 2.000 super poliziotti che solo quello devono fare: prima punire e poi sorvegliare. Per paradosso, in una situazione così, un controllo politico finirebbe con l’essere addirittura auspicabile.

E così, pur nella consapevolezza che il sistema giudiziario abbia già da adesso dei tratti inquietanti, che di inchieste sbagliate, di teoremi, di persecuzioni, di processi politici ne esistono a bizzeffe, il futuro che si presenterebbe con una vittoria del Sì appare ancora più fosco. Votare No non è una scelta di conservazione dell’esistente, ma una difesa possibile dei diritti fondamentali. Un passo necessario, non una scelta di vita. Perché lo vediamo tutti i giorni quello che il governo fa e non ci sono motivi per ritenere che, in mezzo a una serie di provvedimenti da Stato di polizia, ce ne sia uno – la riforma costituzionale – che invece è un capolavoro di democrazia e liberalismo.

Al contrario, è un passo in più verso l’oppressione totale.

da qui

lunedì 16 febbraio 2026

Sicurezza. Urge arresto preventivo per chi vorrà votare No al referendum - Alessandro Robecchi

 

 

Quello che potrebbe capitare con il nuovo decreto sicurezza – a parte la promessa di impunità per chiunque indossi una divisa – tipo Idf a Gaza, tipo Ice a Minneapolis – è il fermo di polizia preventivo, cioè una specie di arresto prima ancora che qualcuno (qualcun altro, per la precisione) commetta un ipotetico reato. 24 ore in custodia cautelare, insomma (Salvini ne vorrebbe 48, forse gliel’ha chiesto Bannon), prima di una manifestazione, magari da applicare a tutti quelli che andrebbero al corteo, in modo da garantire l’ordine pubblico, ed evitare le manifestazioni. Via il dente, via il dolore. Non si sa bene cosa dovrebbero fare questi presunti colpevoli fermati prima del reato durante le ventiquattr’ore, magari affrescare basiliche con la faccia di Meloni e Piantedosi che fanno gli angioletti, perché no, il nostro patrimonio artistico ne gioverebbe.

E’ una faccenda che “presenta possibili rilievi di incostituzionalità”, come scrivono certi maestri di eufemismi su alcuni grandi giornali, una frase a cui, per dimenticanza o sciatteria, mancano “mannaggia”, “peccato” e “che disdetta”, ma non importa, si legge tra le righe. Un’altra cosa che si legge tra le righe, e che pochi dicono, è che la totale incapacità dell’attuale ministro dell’Interno di garantire l’ordine pubblico, che sarebbe il suo mestiere, impone di affrontare il problema alla radice: niente manifestazioni, niente violenze, niente photo opportunity di propaganda per Giorgia, che sarebbe, quest’ultima, a pensarci bene, l’unica pecca del provvedimento.

Essendo qui pacifisti e contrari a ogni forma di violenza, ci mancherebbe, ci accodiamo senz’altro alla proposta, che sembra interessante, a patto naturalmente che non si limiti alle manifestazioni politiche, ma a tutti gli atti di violenza. Diciamolo: l’arresto preventivo è una buona idea, pensate che svolta sarebbe arrestare preventivamente tutti i potenziali rapinatori prima ancora che avvengano le rapine. Qui cominciano i primi problemi pratici: questo fermo di polizia in attesa di ipotetico possibile reato, lo decidono il brigadiere e il vicesovrintendente (o il dirigente del Siulp che punta la pistola verso i telespettatori di Retequattro), oppure serve un ordine della magistratura? Nel primo caso bene, perché stiamo dalla parte delle forze dell’ordine, come nel casi Cucchi, Aldrovandi e molti altri. Nel secondo, meglio ancora, perché ci sarebbe modo di attaccare e insultare e intimidire i magistrati che non hanno fermato qualcuno prima di un reato, passando dalla tiritera “Ecco, li lasciano andare!” al nuovo ritornello “Ecco, non l’hanno fermato prima! Toghe rosse!”.

Per evitare che la tensione politica aumenti e rasserenare gli animi, si potrebbe pensare a un fermo di polizia preventivo degli elettori prima delle consultazioni. Eccellente banco di prova, il prossimo referendum costituzionale sulla giustizia: enormi edifici dotati di sbarre dove rinchiudere preventivamente chi è sospettato di votare No, tutti in cella con Barbero e Zagrebelsky, poi rilasciati (un po’ di garantismo!) dopo gli exit-poll, per commentare i risultati. Manca qualcosa, non vi sembra? Ah, sì, certo, che distratto, manca tutto il capitolo sui “cattivi maestri”, i borghesi intellettuali che si ostinano a scrivere quello che pensano e a esternare le loro malsane opinioni. Pazienza, lo faremo fare ai fact-checker che tante soddisfazioni ci hanno dato negli ultimi tempi. Sui profili di incostituzionalità, beh, ci penseremo, dettagli, cose che si risolvono, coraggio!

da qui

venerdì 23 gennaio 2026

censurato Alessandro Barbero

 



“È troppo virale”: oscurato da Meta il video di Barbero - Virginia Della Sala 

 Il video del professore Alessandro Barbero sul perché voterà “No” al referendum è stato oscurato da Meta su Facebook: la sua visibilità è stata ridotta sulle pagine che lo hanno pubblicato e ricondiviso dopo un fact checking che lo ha etichettato come “Falso”. Il motivo per cui è stato sottoposto ad analisi? Era virale.

La “censura”.
Nelle scorse ore, sulla piattaforma social dove prima compariva l’anteprima dell’intervento dello storico, è apparsa una etichetta con una frase netta su sfondo sfocato: “Informazione falsa: esaminata da fact checkers di terze parti”. Accanto, per spiegare il motivo, il fact checking del quotidiano Open: “Referendum Giustizia, cosa dice davvero la riforma rispetto a quanto affermato da Barbero”. La foto del professore nell’articolo ha un’etichetta rossa, anche qui con un perentorio “Falso”, una X sulla parola “governo” e una introduzione meno perentoria: “Attraverso il video – si legge- si potrebbe pensare che una vittoria del ‘Sì’ comporterebbe un aumento del potere del governo sulla magistratura, fino a evocare scenari autoritari e un ritorno a un modello fascista. Di fatto, contiene affermazioni che risultano fuorvianti”.

Il punto.
Sul Fatto è stato (e sarà) spiegato perché non siano così “fuorvianti” né così “false” : dall’indebolimento del Csm che si farà in due ma per effetto della riforma perderà il potere disciplinare in favore dell’Alta Corte, passando dal doppio standard per quel che riguarda il sorteggio (per la componente togata sarà secco, mentre la politica continuerà a potersi scegliere i propri rappresentanti in una lista ristretta di prescelti), fino al punto ritenuto “infondato” e “inesistente” dal fact checker del controllo del governo sulla magistratura. Un ragionamento complesso, di contesto ma di pubblico dominio che, però, Meta e i suoi fact checker sembrano non vedere, al punto di non menzionarlo come invece fa Pagella Politica riconoscendo che “perché il rischio descritto da Barbero si concretizzi dovrebbero verificarsi insieme più condizioni”. È oltretutto parte fondamentale delle esplicite motivazioni del fronte del “No”. Per avere il privilegio di rimanere pienamente visibile sulla piattaforma, Barbero avrebbe insomma dovuto spiegare pedissequamente la riforma punto per punto in una video-lezione che avrebbe richiesto almeno un’ora. Che non solo non corrisponde agli standard social ma non era evidentemente neanche l’obiettivo del video. Pure in quel caso comunque, stando al metodo adottato da Open, non avrebbe avuto garanzia di salvezza. La sintesi del suo pensiero (“A me però sembra che un CSM, anzi due, anzi tre organismi dove i membri magistrati sono tirati a sorte mentre il governo continua a scegliere quelli che nomina lui, saranno per forza di cose organismi dove il peso della componente politica sarà molto superiore, dove di fatto il governo potrà di nuovo, come in uno stato autoritario, dare ordini ai magistrati e minacciarli di sanzioni”) – per Open, deve essere “verificata” ed etichettata. Il motivo? È troppo visibile.

Perché barbero.
Al di là del merito, infatti, il video di Barbero è stato sottoposto a verifica perché circolava troppo, con centinaia di migliaia di visualizzazioni e condivisioni tali da influenzare l’esito del voto. È una questione di percezione: non esiste un dato oggettivo che certifichi la “viralità”, cioè un numero oltre il quale un video diventa “critico”. Open decide autonomamente quindi, come fa per altri video virali su tematiche “sensibili”, di sottoporlo a fact checking. La testata è infatti partner di Meta. “Collaboriamo con organizzazioni di terze parti che esaminano e classificano la disinformazione virale – spiega la piattaforma -. I partner sono certificati da organizzazioni indipendenti”.

Falso ma anche meno.
Esistono diverse etichette: “Falso”, “Alterato” o “Parzialmente falso” e la distribuzione del contenuto viene limitata in base a questi criteri. “Riduciamo drasticamente la distribuzione dei post Falsi e Alterati e in misura minore quella dei Parzialmente Falsi” dice Meta. Ma ci sarebbe anche l’opzione “Privo di contesto”. In quel caso il social si concentra “sul mostrare più informazioni provenienti dai fact-checker”. Eppure, tra queste opzioni, per Barbero è stato scelto “Falso”. In alcuni casi, il post è stato ripristinato: i titolari dell’account che lo avevano condiviso hanno dovuto “rettificare” o aggiungere dettagli al post per spiegare le ragioni del professore. Per fortuna i cittadini sono più fact checker dei fact checker.

da qui

giovedì 25 dicembre 2025

Referendum sulla separazione delle carriere, via con le firme per fermare il colpo di mano - Antonella Mascali


Il governo si sente in un angolo. Forzare la mano per fissare al 5 o al 15 marzo il referendum sulla riforma della separazione delle carriere e dei due Csm non sembra più così facile anche se lo vuole fortemente, perché teme che una campagna più lunga giochi a favore di chi spiega “l’inutilità” e la “pericolosità” della riforma.

Non a caso il decreto di lunedì del Consiglio dei ministri fissa solo il voto: non più nella sola giornata di domenica, ma anche di lunedì.

La data, però, non c’è. Segno che vacilla la sua interpretazione sui generis del combinato Costituzione-legge ordinaria, secondo la quale l’iter per la data del referendum si calcolerebbe a partire dall’ordinanza di novembre della Cassazione, che ha ammesso il quesito referendario in seguito alla raccolta di firme dei parlamentari della maggioranza e dell’opposizione. Solo così potrebbe fissare la data ai primi di marzo.

Ma a rompere le classiche uova nel paniere di Palazzo Chigi e della maggioranza di centrodestra sono stati 15 cittadini “volenterosi” che il 19 dicembre hanno promosso la raccolta di 500 mila firme per chiedere anche loro il referendum, come previsto dall’articolo 138 della nostra Carta. Sono magistrati in pensione e avvocati per il No.

Fra loro, gli ex consiglieri di Cassazione Antonella Di Florio e Pino Salmé e gli avvocati Piero Panici e Carlo Guglielmi, che è il portavoce.

“La Costituzione – ha detto Guglielmi – consente alla cittadinanza di promuovere una richiesta di iniziativa popolare per sollecitare la partecipazione consapevole e per sviluppare la campagna referendaria coi tempi più opportuni. Chiediamo al governo che venga rispettato il diritto di raccogliere le firme entro il 31 gennaio”. Se alla scadenza saranno raccolte 500 mila firme, l’ufficio centrale della Cassazione si esprimerà sulla loro legittimità e sul quesito referendario ed emanerà un’ordinanza. È il momento in cui il Consiglio dei ministri può deliberare il referendum. Spetta al presidente della Repubblica, però, entro 60 giorni, emanare il decreto.

La data del referendum viene fissata “in una domenica (e anche lunedì con la nuova norma, ndr) compresa tra il 50° e il 70° giorno successivo all’emanazione del decreto”.

Se si rispetta la Costituzione, l’iter per il decreto presidenziale non può che avviarsi all’inizio di febbraio e la data del referendum non può essere prima di fine marzo, più verosimilmente metà aprile. I “tre mesi” per la delibera del Cdm, infatti, non si contano dalla data dell’ordinanza della Cassazione di novembre (in seguito al quesito dei parlamentari) poiché non si può comprimere il diritto dei cittadini alla raccolta delle firme, che scade a fine gennaio. È questa l’interpretazione che danno i costituzionalisti rifacendosi all’articolo 138 della Carta, combinato con la legge del 1970 (articolo 15). D’altronde è la stessa interpretazione data dai governi Amato e Conte-2, rispettivamente nel 2001 e nel 2020 per i referendum sul Titolo V della Costituzione e sul taglio del numero dei parlamentari.

Ad appoggiare i 15 cittadini “volenterosi” anche il Coordinamento per la Democrazia Costituzionale presieduto dal professor Massimo Villone e che ha nell’esecutivo, tra gli altri, Alfiero Grandi, Silvia Manderino (vicepresidenti) e Domenico Gallo. Il quesito pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 20 dicembre è il seguente: “Approvate il testo della legge costituzionale concernente ‘Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare’ approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025, con la quale vengono modificati gli artt. 87 comma 10, 102 comma 1, 104, 105, 106 comma 3, 107 comma 1 e 110 comma 1 della Costituzione?”. Rispetto a quello dei parlamentari indica tutti gli articoli che saranno modificati: “Abbiamo formulato un quesito parzialmente diverso, ha spiegato l’avvocato Guglielmi, per rendere evidente che è in gioco l’equilibrio dei poteri dello Stato così come previsto dai Costituenti”.

Chiunque può firmare con Spid o con Cie sulla piattaforma pubblica.

da qui

venerdì 6 giugno 2025

Giovanni Storti invita a votare cinque sì ai referendum

 



L’8 e 9 giugno difendiamo i diritti, facciamo vivere la democrazia

Il referendum su lavoro e cittadinanza è un appuntamento fondamentale: partecipare è un dovere verso il bene comune.

L’8 e 9 giugno si svolgeranno i referendum su lavoro e cittadinanza. In gioco ci sono temi centrali: il contrasto al precariato, la sicurezza e i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, il riconoscimento della cittadinanza a tante persone che vivono stabilmente nel nostro Paese da oltre 5 anni, che qui lavorano, pagano le tasse e contribuiscono alla nostra società.

È un appuntamento cruciale per la democrazia italiana. Votare è un diritto e insieme una responsabilità. La democrazia vive della partecipazione di ciascuno di noi. Ogni voto conta e ogni cittadino, votando, sceglie di prendersi cura del bene comune. Solo così la democrazia non solo si difende, ma cresce, si rinnova e si rafforza.

Noi, realtà della società civile, ogni giorno teniamo viva la democrazia con il volontariato, l’impegno civico, la solidarietà, la tutela dei diritti e la cittadinanza attiva. Partecipare ai referendum significa rafforzare la democrazia stessa, il nostro impegno a fianco dei cittadini e il senso di comunità che ci lega.

Contro chi ci vorrebbe passivi e rassegnati, l’8 e 9 giugno andiamo a votare. Difendiamo i nostri diritti. Il cambiamento è possibile.

Segue l’elenco dei firmatari:

Action Aid

AITSaM

Ali Autonomie Locali Italiane

ANPI

Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico

Arci

Arci servizio civile

Articolo 21

Associazione mondo di Holden

Auser

Cemea del Mezzogiorno

Centro studi Sereno Regis

Comitati per il ritiro di ogni autonomia differenziata

Comma 2

Conferenza Salute Mentale nel Mondo

Coordinamento per la democrazia costituzionale

CIPSI

CNCA Coordinamento nazionale comunità accoglienti

Federazione nazionale dei Cemea

Federconsumatori

Fondazione Nilde Iotti

Forum Diseguaglianze e Diversità

Forum Droghe

Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

Forum per il diritto alla salute

Forum Permanente Salute Mentale

Greenpeace

Legambiente

Libertà e Giustizia

Lunaria

ISDE Associazione Medici per l’Ambiente

Magistratura Democratica

Medicina Democratica

Mi riconosci?

Rete pace e disarmo

Rete dei numeri pari

Osservatorio Fair Watch

Salviamo la Costituzione

Sbilanciamoci!

UDU Unione degli Studenti Universitari

UISP

Volere la luna

WWF

da qui