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domenica 16 marzo 2025

Quando la sinistra fa il suo dovere diventa scomoda e viene attaccata - Michele Blanco

 

I continui attacchi a Sahra Wagenknecht e al suo patito BSW sono parte di una strategia per delegittimare una sinistra vera ma scomoda, che sfida l’ordine economico capitalistico e i rapporti di forza geopolitici attuali.

La colpa principale del partito BSW e della sua leader è la critica all’austerità imposta dall’UE e la critica costante alla NATO, inoltre da molto fastidio il fatto che sostiene sempre e contro tutti i mass media la causa palestinese e punta sempre sulla valorizzazione dei lavoratori. L’accusa infamante che viene sempre, anche dalla stampa ultrasservita italiana, è che sia “rossobruna”, cosa assolutamente non vera.

Dopo che aveva raggiunto il 7 per cento alle elezioni europee l’esclusione di BSW, il partito di Sahra Wagenknecht (Con 2.468.670 voti pari al 4.970%), dal parlamento tedesco ha scatenato molte reazioni alcune imbarazzanti. Se da un lato i suoi sostenitori vedono in questa sconfitta un duro colpo e una grave sconfitta per la rappresentanza delle classi popolari, dall’altro, molti nell’area “progressista” o presunta tale, hanno accolto la notizia con incredibile soddisfazione, forse per continuare a ignorare i problemi e i diritti sociali di milioni di persone. Invece di essere dispiaciuti che per poco più di diecimila voti non sono entrati nel Bundestag (parlamento federale tedesco) 50 deputati di sinistra, espressione del voto di operai, pensionati, persone povere e senza tutele e precari dal punto di vista lavorativo.

Questa grande ostilità ideologica dei “progressisti” e il suprematismo morale con cui il partito della Wagenknecht è stato trattato rivelano una dinamica politica molto più ampia, in cui ogni deviazione dall’ortodossia liberale-progressista viene bollata incredibilmente come estremismo.

BSW ha avuto il merito – o la “colpa” per i suoi detrattori – di riportare la sinistra tra le classi lavoratrici, dai precari ai disoccupati, fino ai piccoli imprenditori messi in difficoltà dalle politiche economiche europee.

La sua azione politica si concentra sulle condizioni materiali di vita di questi gruppi sociali ampiamente emarginalizzati, cercando di sottrarli alla propaganda reazionaria e retorica nazionalista di Alternative für Deutschland. Questo approccio, incentrato su una critica serrata e ampiamente giustificata all’austerità e alla deregolamentazione del mercato del lavoro, rompe finalmente con una sinistra, o presunta tale, che si è progressivamente distaccata dalle questioni sociali, della disuguaglianza ed economiche per abbracciare solo ed esclusivamente le battaglie per l’ampliamento e la difesa dei diritti civili.

Il partito di Wagenknecht denuncia apertamente la competizione sleale generata dall’allargamento dell’Unione Europea del 2004 a dieci Stati con Welfare debole e salari estremamente bassi. Proponendo che ci sia l’adeguamento dei sistemi di Welfare e salari ai livelli più alti.

In verità la demonizzazione di BSW e di Sahra Wagenknecht non nasce dalla sua posizione sull’immigrazione. Il vero nodo dello scontro è la politica estera. Wagenknecht ha da sempre osato sfidare la linea dominante sulla guerra in Ucraina, opponendosi all’allineamento acritico della Germania alla NATO e agli Stati Uniti.

Ha affermato con grande realismo che l’interesse tedesco ed europeo non è un’escalation bellica contro la Russia, ma cercare di mediare ed evitare invasioni, guerre e conflitti con un ritorno a una politica di cooperazione economica tra Est e Ovest, dove L’Europa abbia un ruolo centrale come ponte diplomatico tra le grandi potenze.

A tutto questo si aggiunge il sostegno sempre netto e costante di BSW alla causa palestinese, un tema che rappresenta un ulteriore elemento di rottura rispetto all’agenda del mainstream politico e mediatico tedesco.

Wagenknecht ha denunciato il fatto che la sinistra, sia in Germania che in Europa, non sia più percepita dai suoi tradizionali elettori, che si astengono o votano forze reazionarie, come la forza politica della giustizia sociale, ma come il baluardo di un’agenda di una ultramoderata sinistra post-umanista incentrata su temi come la maternità surrogata, diritti civili, genitore uno e due, e solo di questi temi. Si tratta di una constatazione basata sui dati elettorali, che mostrano un continuo e progressivo allontanamento dei lavoratori, degli operai e delle classi popolari dalla sinistra ultramoderata od ormai oggettivamente politicamente centrista. BSW viene ostracizzato e diffamato perché chiaramente disturba il governo tedesco che sarà nella prossima legislatura ancora più conservatore e l’establishment ultraliberista e guerrafondaio europeo.

da qui

venerdì 22 marzo 2024

Iniziare una guerra non è difficile, finirla è un rompicapo

                            

articoli e video di Jeffrey Sachs, Alessandro Robecchi, Raniero La Valle, Nicolai N. Petro, Ted Snider, Alessandro Marescotti, Pasquale Pugliese, Ennio Remondino, Paolo Desogus, Fabrizio Poggi, Domenico Gallo, Marco Carnelos, Giacomo Gabellini, Sahra Wagenknecht





Questa è la proposta di "decolonizzazione" adottata dalla Cia in vista del crollo della Federazione russa. Questa disgregazione veniva bizzarramente e insensatamente definita decolonizzazione, un termine destinato a edulcorare il progetto imperialista americano. (da qui )


I perché di questa inutile guerra e come se ne esce – Jeffrey Sachs

La guerra d’ucraina compie due anni. Due anni di massacri, morti, distruzioni e dissesti economici che avrebbero potuto essere facilmente evitati. La verità è venuta a galla: questa è una guerra causata da un cinico sforzo trentennale degli Stati Uniti per mantenere la Russia debole, anche attraverso l’espansione della Nato in Ucraina. L’Europa, purtroppo, è uno dei due grandi sconfitti della politica statunitense, il più grande dei quali è naturalmente l’ucraina.

Non ci sarebbe stata nessuna guerra se gli Usa non avessero spinto per l’allargamento della Nato negli anni 90, contrariamente alla promessa fatta a Gorbaciov nel 1990: la Nato non si sarebbe mossa “di un pollice verso est”. Non ci sarebbe stata nessuna guerra se gli Usa non avessero allargato la Nato a 10 Paesi tra il 1999 e il 2004: Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia nel 1999; Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovenia e Slovacchia nel 2004. Non ci sarebbe stata nessuna guerra se la Nato non avesse bombardato Belgrado per 78 giorni di fila nel 1999, facendo a pezzi la Serbia. Non ci sarebbe stata nessuna guerra se gli Usa non avessero abbandonato unilateralmente il Trattato sui missili anti-balistici e non avessero iniziato a schierare i missili Aegis vicino alla Russia.

Non ci sarebbe stata nessuna guerra se gli Usa non si fossero impegnati a espandere la Nato all’ucraina e alla Georgia nel 2008. Non ci sarebbe stata nessuna guerra se gli Usa non avessero sostenuto il violento colpo di Stato contro il presidente ucraino Viktor Yanukovich nel 2014. Non ci sarebbe stata nessuna guerra se gli Usa (e Francia, Germania e Ucraina) avessero rispettato l’accordo di Minsk II nel 2015-‘21 per dare autonomia al Donbass. Non ci sarebbe stata nessuna guerra se gli Usa avessero negoziato con Putin le proposte della Russia per un nuovo accordo di sicurezza tra Washington e Mosca nel dicembre 2021. E non ci sarebbe stata nessuna guerra oggi se gli Usa non avessero bloccato l’accordo tra Ucraina e Russia che stava per essere finalizzato ad Ankara, in Turchia, nel marzo 2022.

Mentre tengono questo atteggiamento anti-russia, gli Stati Uniti incolpano costantemente la Russia. Ma il punto è che mirano da oltre 30 anni a mantenerla debole e geopoliticamente sottomessa. E il motivo è questo: gli Usa mirano a essere e a rimanere l’egemone globale del mondo, cioè la potenza mondiale con un “dominio a tutto campo” in tutte le parti del mondo, compresa l’europa. Questa politica comporta il fatto che una Russia forte costituisce una minaccia per l’egemonia statunitense, anche se non è una minaccia reale per gli Stati Uniti e per l’europa. Ora gli Usa stanno perseguendo lo stesso approccio nei confronti della Cina, adottando misure commerciali, tecnologiche, militari e finanziarie anti-cinesi per cercare di indebolire Pechino, incolpandola al contempo per il deterioramento delle relazioni.

Il fatto è che il presidente Vladimir Putin non avrebbe permesso alla Nato di entrare in Ucraina, su un confine comune di 2.000 km, tantopiù in quanto gli Usa sono dediti a operazioni segrete di “regime change” e a una politica di indebolimento della Russia. Questa ferma opposizione all’allargamento della Nato è evidente almeno dal 2007 (se non da prima), quando Putin chiese la fine dell’allargamento in un discorso molto pubblicizzato alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco. E da allora fu sempre molto chiaro. Putin lanciò l’operazione militare speciale il 24 febbraio 2022 con l’obiettivo circoscritto di costringere l’ucraina a tornare al tavolo dei negoziati. E la mossa funzionò. Zelensky stava per accettare la neutralità. Ma gli Usa intervennero e dissero all’ucraina di abbandonare il tavolo dei negoziati. Gli Stati Uniti sono pronti a combattere fino all’ultimo ucraino pur di indebolire la Russia.

Tuttavia la guerra non sta indebolendo la Russia, che oggi è più forte di due anni fa, militarmente, geopoliticamente ed economicamente. L’europa è rimasta in silenzio, mentre gli Stati Uniti e gli alleati facevano saltare il gasdotto Nord Stream e lasciavano l’europa alle dipendenze del gas naturale liquefatto statunitense a costi molto elevati. Tutto molto triste. Ora la Germania, il presunto “motore” dell’eurozona, è bloccata in una recessione con una crisi economica a lungo termine sempre più profonda.

La maggior parte dei leader europei che favoriscono l’approccio statunitense sono molto impopolari presso i propri elettori. Il problema, ovviamente, è che non stanno perseguendo i veri interessi dell’europa. È ora che l’europa difenda i suoi interessi, che sono la pace, lo stop all’allargamento della Nato all’ucraina, un sistema di sicurezza basato non sulla Nato ma sull’osce (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) e il ripristino delle relazioni economiche con la Russia. L’ucraina potrebbe essere in pace – e in sicurezza – come Paese neutrale, con confini negoziati (per esempio, la Crimea rimarrebbe parte della Russia e sede della flotta navale russa del Mar Nero) e altre condizioni. Questa possibilità era sul tavolo già nel marzo 2022 e potrebbe essere realizzata anche ora al tavolo di un negoziato.

L’europa deve scegliere se seguire l’egemonia degli Usa nella guerra perpetua contro la Russia e la Cina, o se invece dotarsi di un sistema di sicurezza proprio che risponda ai suoi reali bisogni e interessi. In questo sistema, la Russia giocherebbe un ruolo costruttivo e l’ucraina sarebbe un Paese neutrale sostenuto dalla sicurezza collettiva in Europa.

da qui

  

 



Wolfgang Streeck (Max Planck Institute): “La guerra è persa, ma i nostri governi si rifiutano di ammetterlo”

Wolfgang Streeck, direttore emerito del Max Planck Institute for the Study of Societies di Colonia, intervenendo il 24 febbraio 2024 al simposio organizzato da New Statesman per l’anniversario dei due anni dall’inizio del conflitto ucraino, ha offerto questa riflessione che vi presentiamo.

Queste le sue parole:

La guerra è persa, ma i nostri governi si rifiutano di ammetterlo. Fingono invece che possa ancora essere vinta – anzi, che debba essere vinta per evitare che “Putin” marci verso la Finlandia, la Svezia, gli Stati baltici e infine Berlino. Due anni fa ci era stato promesso che al più tardi entro oggi la Russia sarebbe stata completamente sconfitta, economicamente, militarmente e politicamente. Ma le nostre sanzioni si sono ritorte contro, non c’erano abbastanza carri armati Leopard II e i satelliti di Elon Musk hanno perso di vista il mondo a terra. La Russia potrebbe non avere più alcun motivo per tornare ai negoziati di pace iniziati a Minsk o a Istanbul. Può invece guardare gli americani che tornano a casa, come fanno sempre quando le cose vanno male, e osservare la disintegrazione dell’Ucraina. È ora di chiedersi chi ha portato gli ucraini in questo pasticcio – chi ha detto all’estrema destra ucraina che la Crimea sarebbe stata di nuovo loro? Per evitare queste domande, la classe politica europea è disposta a lasciare che il massacro continui sulla linea del fronte ucraino congelato – cinque anni, dieci anni – nessun problema, saranno solo gli ucraini a combattere. Ma cosa succede se si rifiutano di stare al gioco e di morire per i “nostri valori”?
La guerra è persa. Lo spiega con straordinaria sintesi uno dei principali studiosi tedeschi, ma il messaggio è duro ad arrivare ad una classe politica, quella europea, che ha scelto di perseverare nel suicidio imposto dagli Stati Uniti. Fino alla fine.

da qui

 

 



lunedì 3 luglio 2023

Contro la sinistra neoliberale - Sahra Wagenknecht

Sahra Wagenknecht, dopo le dimissioni dal gruppo parlamentare della Linke nel 2019, denuncia lo scivolamento del suo Partito verso quella forma di neoliberismo progressista che ha contagiato tutte le sinistre occidentali. In questo testo delinea un programma fondato su valori non individualistici ma comunitari

 

Mentre scrivevo questo libro, gli Stati Uniti hanno visto un’escalation di conflitti. Sostenitori e avversari di Trump hanno ingaggiato una lotta senza esclusione di colpi. Da tempo, a un cambio al timone di un governo democratico non si accompagnavano tanta incertezza, tanto odio e tanta violenza. Il giorno dell’insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti, a Washington, il Campidoglio era una fortezza in stato di guerra.

Non è inverosimile, purtroppo, che in futuro le immagini provenienti dagli Stati Uniti possano essere replicate anche qui, come riflesse da uno specchio ustorio… a meno che non avremo il coraggio di imboccare al più presto una strada nuova. Anche la Germania, infatti, è profondamente spaccata. Anche nel nostro paese la coesione sociale va dissolvendosi. Anche nel nostro paese, quelle che un tempo erano Comunità unite sono spesso afflitte da divisioni e ostilità. Bene comune e senso civico sono termini pressoché spariti dal vocabolario di ogni giorno.

 

Addio argomenti, dominano le emozioni

Con la pandemia, la situazione è peggiorata ulteriormente. Mentre milioni di persone con lavori spesso malpagati continuavano a fare tutto il possibile per mantenere in piedi la nostra vita sociale, su molti media, nei siti internet, su Facebook e Twitter regnava un’atmosfera da guerra civile. Una spaccatura capace di dividere famiglie e di mettere fine ad amicizie. Sei favorevole o contrario al lockdown? Usi l’app di tracciamento? Ma davvero, dice, davvero lei non vuole vaccinarsi?

Chi ha messo anche solo parzialmente in dubbio il senso e l’utilità di chiudere nidi e scuole, ristoranti, negozi e molte altre attività si è sentito accusare e definire indifferente di fronte alla morte di tante persone. Chi, contemporaneamente, riconosceva la pericolosità del nuovo coronavirus veniva aggredito allo stesso modo da quelli che vedevano in ogni misura adottata un mezzo per seminare il panico. E il rispetto per chi la pensa diversamente? E la riflessione ponderata sugli argomenti? Scordiamoceli. Invece di discutere tra noi, abbiamo fatto a chi urlava di più.

La cultura della discussione, però, la nostra società non l’ha persa con l’arrivo della pandemia. Già in passato c’erano stati dibattiti controversi condotti in maniera simile. Facendo cioè della morale invece di argomentare. Un concentrato di emozioni ha sostituito i contenuti e le motivazioni. Il primo dibattito in cui tutto questo è emerso è stato quello sull’immigrazione e sulla politica da adottare nei confronti dei migranti, tema che, dopo l’apertura dei confini tedeschi, nell’autunno 2015, ha oscurato per quasi tre anni tutti gli altri. Allora la narrazione governativa non parlava di lockdown, ma di cultura dell’accoglienza, e le obiezioni erano non meno sgradite di quelle espresse durante la pandemia. Mentre il pensiero politico dominante, a sua volta, bollava come razzista chi manifestava preoccupazione o accennava ai problemi derivanti da un’immigrazione incontrollata, sul fronte opposto dello schieramento politico si formava un movimento che paventava l’imminente tramonto dell’Occidente. Il tenore e i toni della discussione avevano più o meno la stessa acrimonia che ha caratterizzato il dibattito su quale fosse la politica giusta per contrastare la diffusione del coronavirus.

Non molto più obiettivo è stato il dibattito sul clima che ha dominato il 2019. Allora non si temeva il tramonto dell’Occidente, ma quello dell’umanità intera. Gli ambientalisti che ritenevano opportuno reagire con il panico combattevano contro veri e presunti negazionisti della crisi climatica. Una lotta che non ha risparmiato chi continuava ad andarsene in giro con il suo diesel, chi comprava la carne al discount o chi poteva permettersi di pagare di più l’energia e i carburanti. Intanto, al Bundestag, quello che era ormai diventato il più grande partito di opposizione, Alternative für Deutschland (AfD, Alternativa per la Germania), rispondeva a suon di cannonate contro la «lurida dittatura d’opinione dei sinistro-verdi».

Pare proprio che la nostra società abbia disimparato a discutere dei suoi problemi senza aggredire e con un minimo di educazione e rispetto. A sostituire la disputa democratica tra idee oggi sono i rituali emotivizzati dell’indignazione, della diffamazione morale e dell’odio palese. Tutto questo fa paura. Dall’aggressione verbale alla violenza vera e propria, infatti, il passo è breve, come ci dimostrano anche le vicende statunitensi. Ecco, quindi, che sorge un interrogativo: da dove viene l’ostilità che ormai spacca la nostra società su quasi tutti i temi di maggiore importanza?

 

Chi avvelena l’opinione pubblica?

La classica risposta a questa domanda recita: la colpa è della destra in ascesa. È colpa di politici come Donald Trump, che con le sue aggressioni verbali e i suoi tweet malevoli ha aizzato la gente seminando risentimento e discordia. È colpa di partiti come AfD, che fomentano l’odio e diffondono campagne denigratorie. È colpa, infine, dei social media, che fungono da gigantesca cassa di risonanza per le menzogne e per i commenti astiosi e che consentono agli utenti di muoversi soltanto nella propria bolla.

C’è del vero. I politici di estrema destra contribuiscono senz’altro ad avvelenare il clima politico. Gli Stati Uniti dopo Donald Trump sono un paese ancora più spaccato degli Stati Uniti prima di Donald Trump. Se il politico di AfD Björn Höcke vorrebbe, senza tante cerimonie, «ausschwitzen» [verbo che, letteralmente, significa ‘espellere sudando’ ma foneticamente appare come la trasformazione in verbo del nome “Auschwitz”, N.d.T.] chi la pensa diversamente, a noi viene la pelle d’oca. È anche vero che i social media favoriscono l’aggressività e i comportamenti più bassi perché sono fatti proprio per questo. Tutto ciò non ha migliorato la nostra cultura della discussione. Questa però è solo una parte della spiegazione. La verità, infatti, è che l’opinione pubblica non viene avvelenata solo da destra. Una destra più forte non è la causa, ma solo il prodotto di una società profondissimamente dilaniata. Non ci sarebbe stato nessun Donald Trump, e nessuna AfD, se gli avversari di entrambi non avessero preparato il terreno al loro avvento.

Hanno preparato l’ascesa delle destre dal punto di vista economico, distruggendo le garanzie sociali, liberando i mercati da ogni vincolo e amplificando all’estremo le disparità sociali e l’incertezza economica dei cittadini. Molti partiti socialdemocratici e di sinistra hanno però appoggiato l’ascesa delle destre anche dal punto di vista politico e culturale, schierandosi dalla parte dei vincitori mentre molti dei loro portavoce invitavano a disprezzare i valori e il modo di vivere di quello che un tempo era il loro elettorato, con i suoi problemi, le sue rimostranze e la sua rabbia.

 

Le regole del gioco per i vincitori

Ad avere la peggio, per colpa di un capitalismo globalizzato e senza regole, è soprattutto la cosiddetta gente comune. Il reddito di molti non aumenta ormai da anni, il che costringe queste persone a una lotta senza tregua per mantenere il proprio tenore di vita. Se qualche decennio fa i figli di famiglie disagiate avevano ancora concrete possibilità di ascesa sociale, oggi il tenore di vita individuale è determinato soprattutto dalla famiglia di provenienza.

Nell’epoca attuale, a vincere sono soprattutto i proprietari di grandi patrimoni finanziari e aziendali. La loro ricchezza e il loro potere economico e sociale sono cresciuti moltissimo, negli ultimi decenni. Tra i vincitori, però, c’è anche il nuovo ceto medio dei laureati delle grandi città, l’ambiente in cui il liberalismo di sinistra è di casa. L’ascesa sociale e culturale di questa borghesia è riconducibile agli stessi cambiamenti politici ed economici che hanno reso la vita difficile agli operai dell’industria e agli impiegati nel settore dei servizi, ma anche a molti artigiani e piccoli imprenditori. Chi però si trova sul carro dei vincitori ha un’altra visione delle regole del gioco, ovviamente diversa da quella di chi ha pescato la carta perdente.

Mentre le differenze di reddito, di prospettive e di mentalità aumentavano sempre più, cresceva allo stesso tempo anche la distanza fisica. Se mezzo secolo fa i cittadini abbienti e quelli meno privilegiati condividevano spesso gli stessi quartieri e a scuola i loro figli erano compagni di banco, l’esplosione dei prezzi degli immobili e l’aumento degli affitti ha fatto sì che benestanti e meno abbienti oggi vivano in quartieri distinti. Di conseguenza sono diminuiti i contatti, le amicizie, le convivenze o i matrimoni che vadano oltre il proprio ambiente sociale.

 

Via le spaccature, via le paure

Ora che la vita è diventata molto più incerta e il futuro più imprevedibile, i confronti politici mettono in gioco una quantità molto maggiore di paure. E che la paura sia in grado di irrigidire il clima delle discussioni ce l’ha dimostrato lo scontro sulla politica da adottare per contrastare la pandemia. La cui particolare aggressività era naturalmente legata al fatto che il coronavirus è una malattia che può portare alla morte molti anziani e, in determinati casi, anche soggetti più giovani. Al contrario, i lunghi lockdown hanno fatto sì che molti temessero per la propria sopravvivenza sociale, per il proprio posto di lavoro o per il futuro dell’impresa che gestiscono da una vita. Chi ha paura diventa intollerante. Chi si sente minacciato non vuole discutere, vuole solo resistere. È comprensibile. La situazione diventa tanto più pericolosa quando i politici scoprono che si può fare politica alimentando proprio tali paure. E a fare questa riflessione non è stata certo solo la destra.

Una politica responsabile dovrebbe fare l’esatto contrario. Dovrebbe preoccuparsi di eliminare le divisioni e la paura del futuro e di garantire più sicurezza e protezione. Dovrebbe introdurre cambiamenti che arrestino la diminuzione della coesione sociale e che ostacolino l’incombente declino economico. Un ordinamento economico in cui la maggioranza dei cittadini pensa che il futuro sarà peggiore del presente non è un ordinamento in grado di garantirlo, il futuro. Una democrazia in cui una notevole quota della popolazione non ha voce né rappresentanza non può chiamarsi tale.

Possiamo produrre in maniera diversa, in maniera più innovativa, più legata al territorio e in modo più sostenibile per l’ambiente, e possiamo distribuire quanto prodotto in maniera migliore e più meritocratica. Possiamo rendere democratica la nostra collettività, invece di lasciare che qualche gruppo di interesse per cui conta solo il proprio profitto decida della nostra vita e del nostro sviluppo economico. Possiamo tornare a una convivenza positiva e solidale, che in definitiva giovi a tutti: a quelli che negli ultimi anni hanno perso e che oggi hanno paura del futuro, ma anche a quelli che se la passano bene, ma che non vogliono vivere in un paese spaccato che rischia di finire come gli Stati Uniti di oggi.

da qui


lunedì 12 settembre 2022

Italia-Europa: aspettando l’inverno del nostro scontento

 


articoli, appelli, musica e video di Giorgio Agamben, John Pilger, AntiDiplomatico, Comunità di Base delle Piagge, Angelo d’Orsi, Richard Falk, Manlio Dinucci, Elena Camino, Massimo Zucchetti, Thierry Meyssan, Alberto Negri, Bruna Bianchi, Ramzy Baroud, Caitlin Johnstone, Stefano Orsi, Fabio Marcelli, Sahra Wagenknecht, Alessandro Orsini, Franco Trincale, Guido Salerno Aletta

 

La terza guerra mondiale non è ancora finita – Giorgio Agamben

«Viviamo in una crisi epocale. Io credo che non siamo ancora al fondo, neppure alla metà di questa crisi. Sempre più ci sto pensando. Sono convinto che lo scenario culturale, intellettuale, politico non ha ancora esplicitato tutte le sue potenzialità. Dobbiamo considerarci alla fine della terza guerra mondiale». La guerra di cui Dossetti parlava in questa intervista del 1993 è stata più devastante o altrettanto devastante delle altre due, perché è stata combattuta solo dal male in nome del male, fra potenze ugualmente malvage, anche se in apparenza con meno spargimento di sangue. Ma questa guerra secondo ogni evidenza non è ancora finita, ha preso altre forme e noi ci siamo dentro senza riuscire a vederne la fine. Siamo dentro la guerra planetaria contro il virus, parte in causa nelle mille guerre civili che dividono i popoli dall’interno e coinvolti nostro malgrado nella guerra in Ucraina come occasione di una guerra mondiale bianca, che viene cioè condotta innanzitutto nel linguaggio e nelle menti degli uomini.

È possibile, tuttavia, che Dossetti avesse ragione e che questa interminabile guerra coincida in qualche modo con la fine, che la fine sia, cioè, per così dire sempre in corso. «Siamo dinnanzi all’esaurimento delle culture – aggiungeva ¬– non vedo nascere un pensiero nuovo né da parte laica, né da parte cristiana. Siamo tutti immobili, fissi su un presente, che si cerca di rabberciare in qualche maniera». Le potenze che si battono non hanno infatti alcuna salvezza e alcuna verità da proporre: solo una continua, incombente minaccia di malattia e morte e l’odio e la guerra di ciascuno verso tutti. Sono, in questo senso, alla fine e l’atroce guerra civile planetaria che conducono è la forma della loro fine.

da qui

 

Europei, Americanizzatevi! – Guido Salerno Aletta

 

Crisi energetica: deindustrializzazione e fine dello Stato sociale

Deindustrializzare l’Europa serve ad americanizzarla.

La prossima crisi energetica, per via delle sanzioni alla Russia che metterà in crisi la gran parte delle grandi imprese manifatturiere forzandole alla sospensione della produzione per spostarla altrove nel mondo, concluderà anche nel Vecchio Continente il processo di smantellamento del sistema di produzione capitalistica fondata sul salariato di massa che aveva sopito il conflitto di classe con la creazione dello Stato sociale.

Sin dalla metà degli Anni Trenta cominciando dall’Inghilterra, e poi in modo generalizzato in tutta l’Europa dopo la seconda guerra mondiale, l’esperimento socialdemocratico aveva portato alla organizzazione da parte dello Stato di una serie di servizi pubblici a fruizione universale cui corrispondevano altrettanti diritti sociali. Quattro erano i pilastri: Istruzione, Sanità, Casa, Assicurazione obbligatoria per gli infortuni sul lavoro, la disoccupazione e la vecchiaia.

Questi interventi pubblici erano e sono ancora oggi finanziati con il contributo fondamentale che deriva dal prelievo fiscale sul reddito da lavoro dipendente. Il costo del lavoro, che rappresenta l’onere complessivo per l’impresa, viene ripartito in due porzioni: da una parte, c’è il reddito monetario in busta paga, a disposizione del lavoratore per i suoi consumi personali; dall’altra, ci sono il prelievo fiscale dello Stato per la fornitura dei servizi pubblici ed i contributi previdenziali obbligatori.

Negli Stati Uniti, nonostante gli interventi assunti sin dagli Anni Trenta con il sistema previdenziale della Social Security e con la Sanità pubblica del Medicare e del Medicaid, il sistema si è sempre più orientato verso forme di assicurazione privata. In fondo, anche con l’Obamacare non si era fatto altro che rendere obbligatoria la sottoscrizione di una polizza assicurativa da parte di compagnie private alla stregua di quanto accede anche in Italia per coprire i rischi della Responsabilità Civile Auto. Negli Usa, il sistema scolastico superiore, quello sanitario e quello previdenziale sono sostanzialmente gestiti da compagnie private e da Fondazioni senza fine di lucro.

Nel corso degli ultimi trent’anni, anche in Europa si è fatta sempre più forte la spinta verso la privatizzazione dei servizi pubblici, accusandone la gestione di inefficienza. Siamo in una fase di erosione dello Stato sociale, di crescente terziarizzazione e di progressiva esternalizzazione della fornitura dei servizi. Le formule del Partenariato-Pubblico-Privato e della complementarietà tra servizi di base ed accessori, sono state usate un po’ dappertutto, dalla Sanità alla Previdenza.

Ora arriva l’ultima spallata: da una parte, la crisi energetica in corso porterà alla insostenibilità di una serie di produzioni industriali; dall’altra, essendo già fortemente indebitati, gli Stati si troveranno sempre più in difficoltà nel finanziare la spesa pubblica sociale.

Dopo la chiusura negli scorsi decenni delle miniere, dei grandi complessi industriali chimici e metallurgici, e poi anche delle fabbriche dedicate alla meccanica fine ed agli apparati elettronici e di telecomunicazioni, è arrivato il turno degli impianti automobilistici. La transizione verso l’auto elettrica farà a meno della gran parte dei componenti tradizionali, dal motore a combustione interna ai sistemi frizione/cambio/trasmissione. Centinaia di migliaia di lavoratori diventeranno inutili.

C’è anche un dato storico, ineliminabile: spostare i grandi complessi manifatturieri fuori dall’Occidente, verso la Cina o il Vietnam, la Turchia o l’India, ed in prospettiva anche in Africa, significa delocalizzarli in aree in cui il conflitto di classe non ha alcuna tradizione, né socio-culturale, né politica. D’altra parte, per contrastare il fenomeno della ingovernabilità delle fabbriche automobilistiche ed il terrorismo che si era insinuato pericolosamente, anche in Italia negli anni Ottanta si scelse la strada della delocalizzazione interna, con nuovi insediamenti realizzati ex-novo in aree prive di qualsiasi tradizione operaia.

Ai partiti tradizionali che in Europa hanno costruito lo Stato Sociale si sostituiscono sempre nuove formazioni: la modificazione dei sistemi produttivi e dell’organizzazione sociale comporta anche quelle della rappresentanza politica e della organizzazione delle funzioni pubbliche.

Come è successo negli Usa a partire degli anni Ottanta con lo spostamento delle produzioni verso il Messico ed il Brasile, e poi a partire dal Duemila verso la Cina, in Europa ci troveremo di fronte ad una nuova riorganizzazione economica.

L’industria europea aveva resistito finora, rimanendo competitiva a livello internazionale, solo a costo di ridurre continuamente i costi del lavoro e contemporaneamente anche la copertura dello Stato sociale, beneficiando dei bassi costi dell’energia. La crisi in atto, in termini di elevati costi e di scarsa disponibilità, le darà una potente spallata.

Niente più Scuole pubbliche gratuite, niente più Sanità universale, niente più Sistema pensionistico pubblico. E, naturalmente, c’è chi non aspetta altro per fare finalmente tanti soldi: sempre meno Stato, sempre più Mercato.

Europei, Americanizzatevi!

Crisi energetica: deindustrializzazione e fine dello Stato sociale.

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