lunedì 12 settembre 2022

Italia-Europa: aspettando l’inverno del nostro scontento

 


articoli, appelli, musica e video di Giorgio Agamben, John Pilger, AntiDiplomatico, Comunità di Base delle Piagge, Angelo d’Orsi, Richard Falk, Manlio Dinucci, Elena Camino, Massimo Zucchetti, Thierry Meyssan, Alberto Negri, Bruna Bianchi, Ramzy Baroud, Caitlin Johnstone, Stefano Orsi, Fabio Marcelli, Sahra Wagenknecht, Alessandro Orsini, Franco Trincale, Guido Salerno Aletta

 

La terza guerra mondiale non è ancora finita – Giorgio Agamben

«Viviamo in una crisi epocale. Io credo che non siamo ancora al fondo, neppure alla metà di questa crisi. Sempre più ci sto pensando. Sono convinto che lo scenario culturale, intellettuale, politico non ha ancora esplicitato tutte le sue potenzialità. Dobbiamo considerarci alla fine della terza guerra mondiale». La guerra di cui Dossetti parlava in questa intervista del 1993 è stata più devastante o altrettanto devastante delle altre due, perché è stata combattuta solo dal male in nome del male, fra potenze ugualmente malvage, anche se in apparenza con meno spargimento di sangue. Ma questa guerra secondo ogni evidenza non è ancora finita, ha preso altre forme e noi ci siamo dentro senza riuscire a vederne la fine. Siamo dentro la guerra planetaria contro il virus, parte in causa nelle mille guerre civili che dividono i popoli dall’interno e coinvolti nostro malgrado nella guerra in Ucraina come occasione di una guerra mondiale bianca, che viene cioè condotta innanzitutto nel linguaggio e nelle menti degli uomini.

È possibile, tuttavia, che Dossetti avesse ragione e che questa interminabile guerra coincida in qualche modo con la fine, che la fine sia, cioè, per così dire sempre in corso. «Siamo dinnanzi all’esaurimento delle culture – aggiungeva ¬– non vedo nascere un pensiero nuovo né da parte laica, né da parte cristiana. Siamo tutti immobili, fissi su un presente, che si cerca di rabberciare in qualche maniera». Le potenze che si battono non hanno infatti alcuna salvezza e alcuna verità da proporre: solo una continua, incombente minaccia di malattia e morte e l’odio e la guerra di ciascuno verso tutti. Sono, in questo senso, alla fine e l’atroce guerra civile planetaria che conducono è la forma della loro fine.

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Europei, Americanizzatevi! – Guido Salerno Aletta

 

Crisi energetica: deindustrializzazione e fine dello Stato sociale

Deindustrializzare l’Europa serve ad americanizzarla.

La prossima crisi energetica, per via delle sanzioni alla Russia che metterà in crisi la gran parte delle grandi imprese manifatturiere forzandole alla sospensione della produzione per spostarla altrove nel mondo, concluderà anche nel Vecchio Continente il processo di smantellamento del sistema di produzione capitalistica fondata sul salariato di massa che aveva sopito il conflitto di classe con la creazione dello Stato sociale.

Sin dalla metà degli Anni Trenta cominciando dall’Inghilterra, e poi in modo generalizzato in tutta l’Europa dopo la seconda guerra mondiale, l’esperimento socialdemocratico aveva portato alla organizzazione da parte dello Stato di una serie di servizi pubblici a fruizione universale cui corrispondevano altrettanti diritti sociali. Quattro erano i pilastri: Istruzione, Sanità, Casa, Assicurazione obbligatoria per gli infortuni sul lavoro, la disoccupazione e la vecchiaia.

Questi interventi pubblici erano e sono ancora oggi finanziati con il contributo fondamentale che deriva dal prelievo fiscale sul reddito da lavoro dipendente. Il costo del lavoro, che rappresenta l’onere complessivo per l’impresa, viene ripartito in due porzioni: da una parte, c’è il reddito monetario in busta paga, a disposizione del lavoratore per i suoi consumi personali; dall’altra, ci sono il prelievo fiscale dello Stato per la fornitura dei servizi pubblici ed i contributi previdenziali obbligatori.

Negli Stati Uniti, nonostante gli interventi assunti sin dagli Anni Trenta con il sistema previdenziale della Social Security e con la Sanità pubblica del Medicare e del Medicaid, il sistema si è sempre più orientato verso forme di assicurazione privata. In fondo, anche con l’Obamacare non si era fatto altro che rendere obbligatoria la sottoscrizione di una polizza assicurativa da parte di compagnie private alla stregua di quanto accede anche in Italia per coprire i rischi della Responsabilità Civile Auto. Negli Usa, il sistema scolastico superiore, quello sanitario e quello previdenziale sono sostanzialmente gestiti da compagnie private e da Fondazioni senza fine di lucro.

Nel corso degli ultimi trent’anni, anche in Europa si è fatta sempre più forte la spinta verso la privatizzazione dei servizi pubblici, accusandone la gestione di inefficienza. Siamo in una fase di erosione dello Stato sociale, di crescente terziarizzazione e di progressiva esternalizzazione della fornitura dei servizi. Le formule del Partenariato-Pubblico-Privato e della complementarietà tra servizi di base ed accessori, sono state usate un po’ dappertutto, dalla Sanità alla Previdenza.

Ora arriva l’ultima spallata: da una parte, la crisi energetica in corso porterà alla insostenibilità di una serie di produzioni industriali; dall’altra, essendo già fortemente indebitati, gli Stati si troveranno sempre più in difficoltà nel finanziare la spesa pubblica sociale.

Dopo la chiusura negli scorsi decenni delle miniere, dei grandi complessi industriali chimici e metallurgici, e poi anche delle fabbriche dedicate alla meccanica fine ed agli apparati elettronici e di telecomunicazioni, è arrivato il turno degli impianti automobilistici. La transizione verso l’auto elettrica farà a meno della gran parte dei componenti tradizionali, dal motore a combustione interna ai sistemi frizione/cambio/trasmissione. Centinaia di migliaia di lavoratori diventeranno inutili.

C’è anche un dato storico, ineliminabile: spostare i grandi complessi manifatturieri fuori dall’Occidente, verso la Cina o il Vietnam, la Turchia o l’India, ed in prospettiva anche in Africa, significa delocalizzarli in aree in cui il conflitto di classe non ha alcuna tradizione, né socio-culturale, né politica. D’altra parte, per contrastare il fenomeno della ingovernabilità delle fabbriche automobilistiche ed il terrorismo che si era insinuato pericolosamente, anche in Italia negli anni Ottanta si scelse la strada della delocalizzazione interna, con nuovi insediamenti realizzati ex-novo in aree prive di qualsiasi tradizione operaia.

Ai partiti tradizionali che in Europa hanno costruito lo Stato Sociale si sostituiscono sempre nuove formazioni: la modificazione dei sistemi produttivi e dell’organizzazione sociale comporta anche quelle della rappresentanza politica e della organizzazione delle funzioni pubbliche.

Come è successo negli Usa a partire degli anni Ottanta con lo spostamento delle produzioni verso il Messico ed il Brasile, e poi a partire dal Duemila verso la Cina, in Europa ci troveremo di fronte ad una nuova riorganizzazione economica.

L’industria europea aveva resistito finora, rimanendo competitiva a livello internazionale, solo a costo di ridurre continuamente i costi del lavoro e contemporaneamente anche la copertura dello Stato sociale, beneficiando dei bassi costi dell’energia. La crisi in atto, in termini di elevati costi e di scarsa disponibilità, le darà una potente spallata.

Niente più Scuole pubbliche gratuite, niente più Sanità universale, niente più Sistema pensionistico pubblico. E, naturalmente, c’è chi non aspetta altro per fare finalmente tanti soldi: sempre meno Stato, sempre più Mercato.

Europei, Americanizzatevi!

Crisi energetica: deindustrializzazione e fine dello Stato sociale.

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