Visualizzazione post con etichetta letteratura Austria. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta letteratura Austria. Mostra tutti i post

domenica 13 ottobre 2019

Peter Handke ha vinto il premio Nobel per la Letteratura

Un disinvolto mondo di criminali - Peter Handke

Peter Handke racconta di due viaggi in Serbia, quando la Serbia era il nemico numero uno del mondo civile e giusto, il nostro, naturalmente.
Peter Handke cerca di capire e applica le parole di Adorno nei suoi ragionamenti e nei suoi comportamenti.
e, quando i potenti hanno deciso che ci sono solo il bianco e il nero,  sottrarsi a questa scelta prescritta è un crimine, o quasi, diventi un nemico.
Peter Handke si interroga, dubita, ascolta, parla, sta con i perdenti, un altro tedesco (Bertolt Brecht) scriveva che "fra i vinti la povera gente faceva la fame e fra i vincitori faceva la fame la povera gente egualmente".
gli intellettuali, quelli non embedded, sono scomodi, fastidiosi, non sono patriottici, gli si fa terra bruciata intorno.
siano benedetti coloro i quali non scelgono fra bianco e nero - franz

ps:  dice Adorno: "La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta"


giovedì 17 settembre 2015

Novella degli scacchi – Stefan Zweig

un viaggio in nave, verso l'America, una partita a scacchi, e tutto questo sarebbe ancora "normale", e poi il colpo di genio, una mossa di un signor nessuno che batte il campione del mondo.
allora lo scrittore fa parlare il signor nessuno, che scappa dall'Europa, e nel monologo si capisce la storia del prigioniero, che per non impazzire leggeva e rileggeva, giocava e rigiocava, nella sua testa, innumerevoli partite a scacchi.
tutto quello che ha scritto Stefan Zweig merita la lettura, questo libro è fra i migliori, non dimenticatevene - franz





QUI la novella, per chi ancora non l’ha letta, o non deve leggerla, su carta

Un libro memorabile, tre ore di purissimo piacere.

Zweig scrive la “Novella degli scacchi” nel 1941. E’ ormai in esilio. Ha già abbandonato l’Europa, i suoi amici, il mondo e la cultura a cui apparteneva. Ha visto i nazisti condannare al rogo le sue opere e subìto la punizione per essere un ebreo. Vive in Brasile, nella piccola ed anonima città di Petrópolis, insieme alla seconda moglie. Soffre la mancanza dei suoi libri e di tutto il materiale di studio che è stato costretto a lasciare nel Vecchio Continente. Scova un manuale di scacchi e con sua moglie Lotte inizia a studiare e a giocare, una dopo l’altra, le più famose partite dei grandi maestri del passato. Nel suo sentimento di rinuncia, nella stanchezza, nel senso di sconfitta personale e storica e in quel manuale di scacchi affondano le radici della “Novella degli scacchi”.
Su un transatlantico che collega New York a Buenos Aires, tra i tanti passeggeri, viaggia il più grande campione di scacchi vivente, il giovane Mirko Czentovic. Personaggio rozzo ma a suo modo prodigioso…

In un lungo monologo il misterioso passeggero racconta la sua storia, un racconto che è al tempo stesso una riflessione sulla condizione umana, sulla straordinaria forza e l’estrema debolezza della nostra mente. Cosa succede alla nostra mente se si confronta troppo a lungo con il nulla? Fa più male il dolore fisico o la totale assenza di stimoli? Quanto profondo è il nostro bisogno dell’arte, della letteratura, della parola? E quanto, e con quale determinazione, sappiamo aggrapparci alla vita?
Una novella da incorniciare, e un libro da leggere, rileggere e rileggere.
da qui

lunedì 20 luglio 2015

La mansarda – Marlen Haushofer

vive all'ombra di Hubert, il marito, che la sceglie e la "sopporta", a distanza,  nonostante una strana malattia.
il racconto va avanti e indietro e la mansarda, il rifugio dove la protagonista disegna sopratutto uccelli per libri di una casa editrice,  è il luogo di un segreto, la vita lontana riappare, e il cerchio si chiude.
difficile da trovare, solo bancarelle dell'usato e biblioteche, ma cercatelo, vale molto, come tutto quello che Marlen Haushofer ha scritto.
peccato che sia morta quando aveva solo cinquant'anni - franz






Una donna, un uomo, il loro matrimonio e una stanza nell'attico, ecco i quattro elementi con cui Marlen Haushofer costruisce il suo ultimo grande romanzo visionario. Se ne "La parete" c'era ancora una catastrofe che aveva segregato l'eroina al di là di un invisibile muro, ne "La mansarda" di quest'escamotage non c'è più bisogno: qui la protagonista non dispone che di un angusto spazio sotto il tetto come rifugio dalla soffocante realtà quotidiana. Tuttavia la mansarda è teatro di un'impresa ben più temeraria. A prima vista accade poco. Di giorno la donna si strema in orge di pulizia, intrattenimenti con persone detestabili e preparazioni di tartine per gli amici del marito, mentre la sera, nella mansarda, disegna. Significativamente disegna solo piccoli animali - insetti e uccelli - che nell'ordine creaturale hanno la stessa posizione marginale che la donna occupa nell'ordine simbolico della nostra società. 
La monotonia della sua vita viene bruscamente interrotta dal confronto col proprio passato: quando lei, felicemente sposata e madre di un bambino, improvvisamente, al suono di una sirena notturna, diventa sorda e, per non essere di peso al giovane rampante marito avvocato, si ritira in una solitaria casa in montagna vivendo lì per più di un anno. In sei spedizioni, una per giorno, le vengono inviati i diari di quell'esilio, che essa legge, la sera, nella mansarda. Mittente delle missive è uno squilibrato, che l'aveva scelta, in quanto sorda, come testimone delle sue turpitudini. 
In uno stile piano e disadorno, al quale la traduzione di Palma Severi duttilmente si adatta, col diario si intersecano descrizioni della vita presente e brevi flash sulle fasi salienti del periodo dopo la guarigione, in cui tutto è teso a non toccare l'inconfessata colpa del marito per avere sacrificato la moglie alla propria carriera. 
Tuttavia il romanzo della Haushofer non si limita a registrare l'incomunicabilità fra i sessi e la crisi del matrimonio. Sotto la coltre convenzionale la donna si appresta a una vera e propria opera demiurgica. Non è certo un caso che la narrazione sia scandita dai sette giorni della Genesi e che la sera del sesto giorno, terminata la lettura del proprio passato, la creatività della donna si concretizzi nella folgorante visione di un drago, che però, rispetto alle leggende, ha subito una trasformazione così radicale da capovolgere questo classico mito maschile. Il settimo giorno infine, quando Dio riposò per ammirare la sua opera, l'io narrante, dopo un formale addio al mondo maschile, racchiuso nell'emblematica cifra del marito come "fedele soldato di piombo", sale nella mansarda per "vedere meglio gli occhi gialli del mio drago". 
La creazione del drago non solo riscatta l'atopicità della donna nel nostro ordine simbolico, ma supera l'antinomia fra mito e storia, fra razionalità e vita emotiva, perché non è, come la creazione del Dio-padre, affidata al logos, bensì alla capacità di pensare e di comunicare per immagini. Un mite e inguaribilmente stupito piccolo drago come novello Adamo, fatto a immagine e somiglianza di colei che gli ha dato vita. Negli occhi color giallo oro di questa favolosa creatura pare di cogliere un'eco delle capacità poetiche che i greci attribuivano alla 'drakaina', lontana progenitrice del drago, per mezzo della quale Apollo si installava a Delfi. Che Marlen Haushofer abbia voluto congedarsi dalla letteratura e dalla vita indicando nella mansarda la Delfi delle donne, mitico e simbolico ombelico del mondo?



martedì 5 maggio 2015

Un cielo senza fine - Marlen Haushofer

di Meta, una bambina, appaiono i ricordi e la vita.
all'inizio è come un qualsiasi animale, allegro e felice, senza domande, poi la "cultura", i ruoli, la mamma cominciano a farla diventare umana, purtroppo.
dopo averlo letto uno si chiede perché è così difficile trovarlo.
forse in qualche biblioteca o in qualche bancarella si può trovare questo libro, un gran libro, come tutti quelli di Marlen Haushofer.
prova a leggere il libro ascoltando Meta, immedesimati in Meta, sii Meta - franz







Sullo sfondo di una quieta esistenza agreste nella Storia tra le due guerre, l'autrice narra - con una notevole capacità d'introspezione nel mondo infantile - l'evoluzione di Meta, figlia di un guardiacaccia, dai primi anni di vita all'adolescenza. L'azione è quasi nulla, tutto si verifica nell'animo della protagonista, nell'ambito di un processo di formazione della psiche infantile. Lo sguardo della bambina si costituisce come punto focale di un universo terragno, brulicante e segreto, percepito nel breve ma fidato orizzonte tra prato e cielo, bosco e ruscello. Un mondo che Meta esplora provando se stessa - come nella "battaglia eroica " contro le ortiche - tra emozioni e trasalimenti, in continua dissolvenza di gioco, realtà e fantasia. Accanto scorre piana la vita della masseria regolata secondo la mite legge paterna, essenziale nell'educazione sentimentale della bambina, ma dalla quale Meta progressivamente si allontana. Crescere comporta infatti un doloroso distacco dagli affetti primari: la madre non è più il caldo rifugio azzurro della prima infanzia, anzi col passar degli anni si fa gelida vicaria di una norma sociale; ma sarà lei a imporsi perché la figlia da grande continui a studiare. Alla fine lo sguardo di Meta, ormai adulta, si alza oltre il desco familiare, nel dolente commiato dall'infanzia…
da qui

lunedì 22 dicembre 2014

Abbiamo ucciso Stella e altri racconti - Marlen Haushofer

dopo La parete trovo un libro di racconti di Marlen Haushofer e non riesco a privarmene. 
sono di quei racconti che i meno riusciti sono belli, gli altri bellissimi.
niente di allegro, avverto prima, ma i racconti si dividono non in allegri e tristi, ma belli e brutti, e qui di brutti non ne trovi neanche uno, stanne certo - franz

lunedì 8 settembre 2014

Amerigo – Stephan Zweig

un libro che ti spiega perché l'America si chiama così e non Colombia.
è l'ultimo libro di Stephan Zweig, e ti riporta a quegli anni di scoperte e conquiste.
magari i libri "storici" non fanno per te, ma siccome Stephan Zweig sa scrivere non ti annoi leggendo il libro, a me non è successo, nonostante i timori - franz




…“Amerigo” è un volume che, sebbene criticato (Claudio Magris in un saggio del 1963, “Il mito asburgico nella letteratura austriaca moderna”, contestò una certa superficialità nell’opera di Zweig), rimane unico nella sua composizione, rivalutando nella giusta misura un uomo e un’impresa che hanno segnato il maniera definitiva l’evoluzione europea, partendo proprio da Firenze.

Amerigo Vespucci non scoprì l’America e non affermò mai di essere stato il primo uomo europeo a mettere piede sul nuovo continente né, cosa forse ancora più importante, pretese mai di dargli il proprio nome. Eppure già dal primo Cinquecento la parola “America” iniziò a diffondersi per definire quel Nuovo Mondo descritto dal grande esploratore nelle sue lettere, ancora oggi al centro di accesi dibattiti tra gli storici...
da qui

venerdì 29 agosto 2014

dice Thomas Bernhard

“La difficoltà non sta nell’avere una cosa nella testa, tutti nella testa hanno cose straordinarie, le hanno continuamente fino alla fine della loro vita, le cose più straordinarie, la difficoltà sta piuttosto nel far uscire queste cose straordinarie dalla testa e trasferirle sulla carta. Nella testa si può avere tutto ed effettivamente tutti hanno tutto nella testa ma sulla carta non c’è quasi nessuno che abbia qualcosa [...] Mentre nelle teste di tutte le persone ci sono le cose più straordinarie, sulle loro carte si trovano sempre le cose più banali assurde e pietose”.

venerdì 8 agosto 2014

Eventi - Thomas Bernhard

Thomas Bernhard raccoglie fra trenta e quaranta “storie” drammatiche, sono eventi che finiscono con la morte o la morte è l’evento finale. 
impossibile leggerle una volta sola, occorre rileggerle, sembrano (sono) cronache di eventi realistici o reali, senza parole di troppo, come un elenco di morti esemplari.
e però non ti lasciano indifferenti, mai.
possono far venire in mente i "Delitti esemplari" di Max Aub (qui), ma è una falsa strada, nei delitti di Max Aub c'è sopratutto  ironia, negli eventi di Thomas Bernhard c'è sopratutto tragedia - franz

riporto soltanto un evento, che mi ha colpito più di altri:

“IL DIRETTORE chiama a colloquio l'insegnante e lo accusa di aver esercitato violenza su uno dei suoi allievi. Non sa come dirlo, ma il suo trasferimento in un altro paese s'impone. Ma probabilmente sarà persino costretto a lasciare l'attività didattica. In ogni caso non può non stendere rapporto al provveditorato, e l'intera vicenda avrà conseguenze ben più gravi di quelle ora elencate. L'insegnante non si giustifica e afferma semplicemente di non aver esercitato alcuna violenza sul bambino, e che una simile azione - che il direttore non può tralasciare di descrivere minuziosamente - non gli passerebbe mai per la testa. Ma i suoi tentativi di difendersi non servono. E immediatamente sospeso dal servizio, gli comunica il direttore, e lo congeda senza porgergli la mano come di consueto. Cosciente della propria innocenza l'insegnante ritiene che verrà alla luce col tempo, e pensa di sfruttare il periodo della sospensione come una semplice vacanza. Non oltrepasserà neppure le mura della scuola, una tale diceria. Ma si sbaglia. La voce si diffonde con la velocità del vento e persino il giornale cittadino ne dà notizia. Scrive che un uomo come l'insegnante dovrebbe esser messo dietro le sbarre. Nessuna pena risulterà troppo severa per lui. La gioventù, e soprattutto i bambini, devono esser difesi dalla sua persona con ogni mezzo. Poiché l'insegnante è da poco sposato, la vicenda è per lui due volte sgradevole. La moglie non crede alle sue parole, e quando viene a conoscenza dell'accusa lo lascia. Non sono trascorsi che quattro giorni dalla sua sospensione e già l'insegnante riceve una citazione in giudizio dal tribunale distrettuale. Si ignora come trascorra i giorni prima dell'udienza. In ogni caso non si mostra più in pubblico. Nel frattempo la sua vicenda è sulla bocca di tutti. La sua padrona di casa esige che si trasferisca e gli restituisce la pigione pagata in anticipo. Un giorno prima dell'udienza il suo cadavere viene ritrovato in un fiume in piena, a diciassette chilometri dal luogo di residenza. Dalla ricostruzione dell'accaduto risulta che non si è suicidato ma, sventuratamente, è precipitato e annegato nel fiume. Ora lo scolaro si fa vivo e afferma che l'intera storia è falsa - l'ha inventata per vendicarsi del giovane insegnante.”

lunedì 4 agosto 2014

Discorso in occasione del conferimento del Premio di Stato austriaco per la letteratura, 1968 – Thomas Bernhard

Pregiatissimo signor ministro,
pregiatissimi presenti,
nulla è da lodare, nulla da maledire, nulla da accusare, ma il più è risibile; tutto è risibile, quando si pensa alla morte.
Si procede lungo la vita, turbati, non turbati, attraverso la scena, tutto è permutabile, nello stato-palcoscenico meglio o peggio ammaestrati: un errore! Si comprende:
un popolo ignaro, un paese stupendo – padri morti o coscienziosamente senza coscienza, uomini con la semplicità e la viltà, con la povertà dei loro bisogni… È tutto un antefatto in sommo grado filosofico e insopportabile.
Le ere della storia sono frenasteniche, il demonico in noi un incessante carcere patriottico in cui gli elementi della stupidità e dell’intransigenza sono divenuti bisogno quotidiano. Lo stato è una creazione ineluttabilmente condannata al fallimento, il popolo una creazione infallibilmente condannata all’infamia e alla stupidità. La vita di-sperazione, a cui le filosofie si appoggiano, in cui tutto, in fondo, deve impazzire.
Noi siamo austriaci, noi siamo apatici; siamo la vita come volgare disinteresse alla vita, siamo il senso della megalomania come futuro nel processo della natura.
Nulla abbiamo da narrare, se non la nostra miseria, travolti dall’immaginativa di una monotonia filosofico-economico-meccanica.
Strumenti al servizio della fine, creature dell’agonia, tutto a noi si rivela, nulla comprendiamo. Popoliamo un trauma, temiamo noi stessi, abbiamo il diritto di temerci, già contempliamo, sia pur distintamente, lo sfondo:
i giganti dell’angoscia.
Quel che pensiamo è già pensato, quel che sentiamo è caotico, quel che siamo non è chiaro.
Non dobbiamo vergognarci, ma non siamo nulla e null’altro meritiamo che il caos.
Ringrazio a mio nome e a nome dei premiati questa giuria, ed espressamente tutti i presenti.
Thomas Bernhard

domenica 18 maggio 2014

Lettera di una sconosciuta – Stefan Zweig

un monologo sotto forma di lettera, l'ultima di una donna all'uomo della sua vita, ma lui lo sa solo adesso.
apparentemente dimessa e sottomessa chi scrive rappresenta un fiume in piena, è amore, devozione, rimpianto, venerazione, accusa, cercalo, non te ne penti.

mi sono ricordato dei versi di Jacques Brel:

"...Laisse-moi devenir
L'ombre de ton ombre
L'ombre de ta main
L'ombre de ton chien..." (da qui)

nel 1948 Max Ophüls ne ha tratto un film grandissimo - franz




molti critici hanno rilevato l’assurdità dell’ipotesi che il protagonista del libro, nonostante i molteplici contatti con la “sconosciuta” avvenuti nel corso della sua vita, non riesca mai a riconoscerla. Ma io penso che la storia la si deve leggere in chiave metaforica, in quanto, nella vita quotidiana spesso accade che le persone non si rendono conto di chi hanno accanto fin quando un giorno, viceversa, decidono di farlo e si pentono di non averlo capito prima. In questo libro si parla della passione femminile autodistruttiva che occupa gran parte delle tesi di Freud. Questo tipo di amore può rasentare una patologia, in quanto è la rinuncia al riconoscimento dell’altra persona e quindi del proprio essere...

L’incipit è tra i più disperati: <<A te, che mai mi hai conosciuta>>.
È il racconto di una storia d’amore a senso unico, la dimostrazione che è possibile amare anche chi, per anni, non ci ha mai riconosciuti. Un amore assoluto, esclusivo, per certi versi perfino violento, ma allo stesso tempo delicato e fragile, come solo chi ama può essere…

…La cosa peggiore non è l’odio, ma l’indifferenza. Questa donna tanto innamorata si dispera davanti all’indifferenza di colui che ama. Ogni volta che lo incontra si rende conto di essere ai suoi occhi una perfetta sconosciuta. Agli occhi di lui lei non ha mai una identità, una esistenza concreta. Lui non la “vede”. Lei vorrebbe che lui la riconoscesse e dunque, riconoscendola, le conferisca una identità e una esistenza.
Ma le cose sono davvero così semplici come sembrano? O c’è anche dell’altro?
Perché a me, in tutto questo sembra di cogliere il senso di un gioco perverso.
Perchè se è vero che lo scrittore appare come un uomo piuttosto leggero, nelle sue relazioni amorose, è altrettanto vero che lei non fa nulla di tangibile per entrare in una vera relazione con lui, per confrontarsi, per farsi riconoscere. Anzi. Fa di tutto per nascondersi, per non rivelarsi.
Salvo poi lamentarsi di non essere stata… riconosciuta.
L’arrendevolezza, la remissività, lo stare ai margini di questa donna è solo di superficie. In realtà, è lei che ha sempre condotto il gioco: è stata sempre e solo lei a decidere quando incontrarlo, quanto svelarglisi, quanto rivelarglisi. Anche adesso, alla fine della vita, è lei a decidere tutto.
Non gli ha mai detto nemmeno che da lui ha avuto un figlio, e solo alla morte sua e del bambino lo scrittore lo apprende.
Da questa lettera.
Apparentemente vittima, la donna ha in realtà esercitato nei confronti dell’uomo il grande potere di negargli nei fatti alcuna possibilità di assumere qualsiasi tipo di responsabilità.
Dicendo continuamente “Non chiedo niente” ha in realtà sempre vietato all’uomo la possibilità di dare o negare qualsiasi cosa. Gli ha negato la possibilità di scegliere.
Non c’è del delirio di onnipotenza, in questa Sconosciuta?...

martedì 18 febbraio 2014

La parete - Marlen Haushofer

accade un evento inspiegabile, una donna diventa prigioniera in una porzione di montagna, e deve sopravvivere da sola.
scrive i suoi pensieri su dei fogli, che costituiranno poi il romanzo, che è in realtà un diario.
la paura, la minaccia di qualcun altro rinchiuso  nello stesso territorio, la compagnia degli animali, che le faranno compagnia e la sostenteranno, e la aiuteranno a non impazzire, la vita salvata anche da una piccola agricoltura di sussistenza, non accade moltissimo, ma leggendo si diventa prigionieri della storia.
metafora di molte cose, forse; in prima battuta una storia semplice che Christopher McCandless (Alexander Supertramp) avrebbe capito benissimo.
fermarsi in quel pezzo di montagna e ascoltare questa storia con animali, gatti, cane, mucca e vitello, e qualche preda per sopravvivere, raccontata da una donna coraggiosa e speciale, è uno di quei viaggi che non ti dimentichi - franz






“La parete” di Marlen Haushofer: un romanzo che si trova quasi a fatica ma che merita, certamente, una lettura attenta e profonda. Se c’è da aspettare prima di averlo, si può dire che l’attesa premia e ben ripaga il lettore…

…se cercate azione e suspense, non fa per voi!
E' un romanzo "tranquillo", silenzioso, scritto senz'altro con un linguaggio poetico benché sobrio e semplice, in cui insieme ai personaggi viviamo la solitudine e il distacco dal resto del mondo, per essere immersi in un mondo completamente avvolto dalla natura, dai boschi, dai rumori e dagli odori della montagna...

"La parete" è il diario di una donna che a seguito di un evento inspiegabile, una parete trasparente che circonda alcune montagne, rimane isolata dal resto del mondo. L 'autrice descrive con intensa attenzione la sua modificazione interiore e fisica nel vivere un quotidiano denso di fatiche e di paure, il suo stare all'essenza delle cose e riscoprire un'autonomia e una valorizzazione di sé quasi dimenticata. Nella solitudine si apre all'amore per la natura, per gli animali, per se stessa abbandonandosi a nuove gioie, sensazioni, emozioni che sente profondamente sue; nella solitudine rivisita il suo passato, i ricordi più belli ma anche il malessere e l'estraneità che già esistevano ma solo ora affiorano e la portano a una consapevole pacificazione.

…E' un libro praticamente senza trama, fatto di gesti quotidiani, grandi, piccoli e piccolissimi, anche ripetitivi, mai noioso. Un libro sulla paura della solitudine ma anche sulla forza che può scaturire proprio dal non avere più riferimenti. “Una metafora sulla solitudine – dice Lietta Tornabuoni – ormai diventato un fenomeno sociale.
La protagonista è una donna quarantenne, sposata, madre di due figlie adolescenti. All'improvviso si ritrova sola, separata dal mondo da una parete liscia e trasparente, costretta a reinventarsi la propria vita, a riscoprire la propria autonomia e indipendenza e ad affrontare - anche praticamente - un quotidiano che si fa di giorno in giorno più faticoso…
da qui

sabato 29 settembre 2012

Amras - Thomas Bernhard

di Thomas Bernhard non ho letto moltissimo, ma ogni volta mi sembra di ascoltare qualcosa di già conosciuto, qui Kristof e Kafka, ma è Bernhard, ai piani alti della letteratura, lassù si parla di cose davvero serie, e mai noiose.
non è mai tempo perso, leggerlo o rileggerlo, promesso - franz



...un romanzo corto ma che riesce a dilaniare nella sua crudele spietatezza.. il tipo di scrittura a volte rieccheggia quei micro periodi pieni di frasi in sospeso che ha reso immortale Celine.. la storia di questi 2 fratelli non puo' non far pensare ai due gemelli terribili protagonisti della Trilogia della Città di K. della Kristof.. e non a caso la Kristof ha sempre dichiarato di adorare lo scrittore austriaco…

Un incubo morboso e angosciante, maniacale e ossessivo, snervante e impietoso, nella traduzione per Einaudi di Magda Olivetti (uscita nel 1989, l’anno della morte dello scrittore austriaco). Parla di due fratelli che assomigliano ai tragici protagonisti della “Trilogia della città di K.” di Agata Kristof, ma certe pagine sembrano uscite direttamente da un delirio visionario di Kafka (l’atroce sedia per epilettici ricorda la macchina che scrive le sentenze sul corpo, in “Nella colonia penale”)…

venerdì 2 marzo 2012

Mendel dei libri - Stefan Zweig

un libro che non dimentichi più, il posto nella biblioteca è a fianco di Bartleby, secondo me se si conoscessero scambierebbero lunghi silenzi pieni di significati, che noi non potremmo capire.
cercate di conoscere Mandel, diventerà un amico - franz

e grazie a Gianfranco che me ne ha parlato.


Jakob Mendel è un rivendugliolo, ossia si occupa di rivendere al minuto cose di poco valore; o meglio, apparentemente di poco valore. In realtà questo strano personaggio è specializzato in un campo particolare: i libri, di qualsiasi genere, di qualsiasi autore, soprattutto quelli rari e introvabili. Probabilmente non ha letto ogni volume ma è a conoscenza dell’esistenza di tutti e sa dove trovarli. Siede al Caffè Gluck, a Vienna, nel periodo immediatamente precedente lo scoppio della Prima Guerra mondiale, senza occuparsi della politica, delle relazioni internazionali o di chi gli sta attorno. E’ sempre immerso nella lettura di qualche libro o catalogo e alza la testa da questi solo se qualcuno gli chiede di trovare un’opera per lui. Sarà il mondo esterno, con il conflitto bellico, a portare scompiglio nella sua vita, sottraendolo alla sua attività e dal suo unico amore…

…Mendel, quindi, non si interessa a null'altro che ai libri. Sono la sua vita, sono il suo piccolo commercio, a loro ha consacrato il proprio impegno e il proprio amore. Tutto il resto non lo sfiora. Almeno fino al momento in cui, nel 1915, in piena Guerra Mondiale, un gendarme e un agente della polizia segreta lo prelevano dal suo tavolo al Caffè Gluk. Lo interrogano: Jakov Mendel, anzi, per l'esattezza, Jainkeff Mendel, è un russo che non ha mai ottenuto la cittadinanza austriaca e che vive a Vienna ormai da più di trent'anni. Perché non lo ha mai dichiarato a nessuno? Perché non si è mai presentato alle autorità? Non ha mai letto un proclama? Non ha mai letto un giornale? No. Mendel non ha fatto nulla di tutto questo. E la legge degli uomini, le regole della Storia con i suoi burocrati inopportuni ed alacri lo puniscono severamente a causa della sua ingenua noncuranza, del suo vivere distaccato e diverso…