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sabato 8 luglio 2023

Chi sono le vittime del naufragio in Grecia - Oiza Q. Obasuyi

 

Restituire dignità alle persone disperse per sfatare molti miti e stereotipi sulle migrazioni.

Il 14 giugno, oltre 700 persone sono naufragate al largo di Pylos, in Grecia. L’imbarcazione era partita da Tobruk, in Libia, e a bordo erano presenti principalmente persone (adulti e minori) provenienti, tra le altre nazionalità, dalla Siria, dall’Afghanistan e dal Pakistan. Ci troviamo di fronte all’ennesima strage nel Mediterraneo, ma la notizia è passata in sordina facendo spazio a quella di un sommergibile dell’azienda Ocean Gate che, poco tempo dopo, è imploso nelle profondità dell’Oceano Atlantico, mentre era in trasferta per una visita al relitto del Titanic.

Pur trattandosi di casi differenti, ciò che salta all’occhio dal punto di vista prettamente mediatico è che pochissime testate si sono occupate di ricostruire le storie delle vittime del naufragio, mentre molti riflettori sono stati puntati sulle vite dell’equipaggio del sommergibile, ripercorrendo le loro biografie e di come siano arrivati alla loro fortuna miliardaria. Se si ripercorressero le storie di chi parte, le loro ragioni e le difficoltà affrontate, oltre a restituire dignità alle persone disperse, riusciremmo a sfatare molti miti e stereotipi sulle migrazioni: ebbene, mentre la notizia del naufragio ha perso risonanza, ciò che continua ad andare avanti è il recupero di testimonianze delle persone sopravvissute che fanno emergere la responsabilità della Guardia Costiera greca nei mancati soccorsi.

Chi c’era a bordo dell’imbarcazione?

Tra le storie recuperate da diversi giornalisti freelance, emerge quella di Thaer al-Rahhal (da qui Thaer), 39enne siriano, raccontata dai giornalisti Alicia Madina e Walid Al Nofal per la testata giornalistica Syria Direct. Thaer è tra le centinaia di persone disperse e, prima di partire, viveva nel campo profughi di Zaatari, in Giordania, insieme alla moglie, Nermin Hassan al-Zamal e il figlio Khaled, di 4 anni, tutti fuggiti da Daraa, in Siria. Come spiegano i giornalisti Madina e Al Nofal che sono riusciti a mettersi in contatto con la moglie, Thaer ha intrapreso il rischioso viaggio verso l’Europa nella speranza di trovare lavoro per pagare le cure per la leucemia del figlio. Infatti: Inizialmente, Khaled ha ricevuto cure presso il King Hussein Cancer Center di Amman [capitale della Giordania]. Poi, “[il Centro oncologico] ha interrotto il trattamento di mio figlio a causa della mancanza di copertura finanziaria”, ha spiegato al-Zamal. La madre siriana ha affermato che l’UNHCR [Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite] ha detto alla famiglia che non poteva coprire le cure mediche. “Lo hanno riportato al campo, hanno interrotto le cure il 4 luglio 2022”. A causa del “finanziamento al ribasso a cui stiamo assistendo negli ultimi anni, purtroppo, un certo numero di partner è stato costretto a limitare alcuni dei loro servizi o, peggio ancora, a chiudere alcune operazioni”, afferma Meshal Elfayez, responsabile delle comunicazioni presso l’UNHCR Giordania. “Sono necessari più fondi per trovare soluzioni per i rifugiati”.

Thaer credeva quindi che l’unico modo per coprire le spese mediche fosse cercare di raggiungere l’Europa: “La sua unica ragione per salire su quella barca era pagare le cure di nostro figlio”, ha detto al-Zamal.

I due giornalisti proseguono con il racconto della storia di Sufyan, un altro giovane siriano disperso di 17 anni, anche lui fuggito da Daraa e, in particolare, dall’obbligo della leva militare. “La vita in Siria è insopportabile, non c’è lavoro né stabilità e la gente vive nella paura“, ha affermato suo zio, Muhammad al-Dnifat. E ancora: “Voleva solo andare a vivere una vita normale come qualsiasi altro essere umano, il suo obiettivo era partire per una vita migliore“.

John Psaropoulos, su Al Jazeera invece, descrive la storia dei coniugi Kassem Abuzeed, residente ad Amburgo, in Germania, e Ezra Aboud: [Abuzeed] aveva tentato senza riuscirci di portarla legalmente in Germania, e aveva pagato 5.000 dollari ai facilitatori per trasportarla dal campo profughi in Giordania dove viveva, attraverso il Nord Africa e il Mediterraneo.

Voglio parlare con i sopravvissuti per scoprire qualcosa, ma non ce lo permettono“, ha affermato Abuzeed. Infatti, nel porto di Kalamata, dove è stato allestito un campo profughi di emergenza temporaneo, molti giornalisti hanno denunciato il comportamento delle autorità greche che inizialmente non permettevano loro di parlare con le persone sopravvissute (in tutto 104). Queste ultime infatti, come ha denunciato l’Aegean Boat Report, sono state fin da subito rinchiuse e sorvegliate dal personale militare:

La giornalista Helena Smith, per il Guardian, racconta la storia di due fratelli: Mohammed, di 18 anni, e Fadi, di 29 anni. Quest’ultimo, di origine siriana, era già residente nei Paesi Bassi e si era recato a Kalamata per avere notizie del fratello minore. Fortunatamente, Mohammed è sopravvissuto al naufragio, scrive Smith: Mohammed, che è cresciuto ad Aleppo [Siria] devastata dalla guerra, con suo fratello, è tra i 104 passeggeri che, dopo aver pagato più di $ 4.000 il viaggio […], ne è uscito vivo. “Voleva vivere un sogno”, ha detto Fadi, che ha viaggiato in Europa – attraverso la Grecia – […] 10 anni prima. “Lo volevano tutti. Non posso credere di averlo trovato. Sono così felice”.

All’appello mancano 400 persone, prevalentemente donne e bambini pakistani, che sono state costrette, come riportano le giornaliste Helena Smith, Shah Meer Baloch, Ruth Michaelson e Emma Graham-Harrison sempre per il Guardian, a rimanere nella stiva dell’imbarcazione. Per loro non c’è stata alcuna possibilità.

Le responsabilità della Guardia Costiera greca

Oltre alle tragiche storie personali di chi si trovava sull’imbarcazione, emergono sempre più dettagli allarmanti inerenti al ruolo delle autorità greche, alle loro dichiarazioni e ai mancati soccorsi. Innanzitutto, come è stato fin da subito decostruito dai giornalisti Giorgos Christides, Stavros Malichudis e Corina Petridi della testata giornalistica indipendente greca Solomon, la Guardia Costiera greca era a conoscenza del pericolo già da molte ore.

Infatti, scrivono i giornalisti: Nella propria cronologia degli eventi, Watch the Med – Alarm Phone riporta di aver contattato le autorità alle 17:53 ora locale in Grecia. La mail alle autorità indica le coordinate del peschereccio stracarico. Dichiara che a bordo ci sono 750 persone, comprese donne e bambini, e include un numero di telefono per contattare direttamente i passeggeri.  Nell’email si legge: “Chiedono urgentemente aiuto”.

E ancora, gli stessi giornalisti di Solomon hanno contattato la Guardia Costiera greca per avere spiegazioni:[…] Perché non è stata avviata un’operazione di salvataggio quando hanno ricevuto la chiamata di soccorso dei migranti tramite Alarm Phone? Date le circostanze, un “rifiuto di assistenza” assolve la Guardia Costiera da responsabilità? Perché la Guardia Costiera non ha effettuato almeno una semplice ispezione della nave (a fini di sicurezza e di identificazione) visto che non batteva alcuna bandiera? Perché l’operazione è stata lanciata solo dopo che la nave è affondata?

A queste domande, troviamo risposta in un altro importante reportage, scritto dai giornalisti Matina Sevis-Gridneff e Karam Shoumail per il New York Times. Nel reportage si legge infatti che mentre le autorità greche affermavano che l’imbarcazione stava navigando verso l’Italia e che le persone migranti non volevano essere soccorse, le immagini satellitari e i dati di tracciamento ottenuti dal New York Times mostrano che la stessa è rimasta bloccata alla deriva per sei ore e mezza.

Inoltre, ad aggravare ulteriormente la posizione della Guardia Costiera greca è il numero crescente di sopravvissuti che afferma che a causare il naufragio siano state le autorità greche stesse che, rimorchiando l’imbarcazione, l’avrebbero fatta capovolgere. Secondo un’inchiesta internazionale congiunta a cui, tra le altre, hanno partecipato le testate Lighthouse Reports, El Paìs, Der Spiegel, la Guardia costiera greca avrebbe falsificato le dichiarazioni ufficiali per nascondere il loro ruolo nel naufragio, facendo pressioni su alcuni sopravvissuti affinché identificassero alcune persone come “scafiste” o “trafficanti”.

Infatti, si legge nell’inchiesta: Nessuno dei nove sopravvissuti interrogati dalla Guardia Costiera l’ha incolpata, secondo le trascrizioni, ma in un successivo giro di interrogatori da parte di un tribunale greco agli stessi nove sopravvissuti, sei di loro avrebbero detto che la Guardia Costiera aveva rimorchiato la barca poco prima che si capovolgesse[..]. “Mi hanno chiesto cosa fosse successo alla barca e come fosse affondata. Ho detto loro che la Guardia Costiera greca è venuta e ha legato la corda alla nostra barca e ci ha rimorchiato e ha causato il capovolgimento della barca”, ha detto un sopravvissuto. “Non l’hanno scritto nella mia testimonianza. Quando l’hanno presentata, alla fine, non sono riuscito a trovare questa parte.”

Inoltre, sedici dei diciassette sopravvissuti con cui hanno parlato i giornalisti investigativi dell’inchiesta hanno affermato che la Guardia Costiera ha attaccato una fune alla nave e ha cercato di rimorchiarla poco prima che si capovolgesse. Quattro hanno anche affermato che la Guardia Costiera stava tentando di rimorchiare la barca in acque italiane, mentre altri quattro hanno riferito che avrebbe causato più morti girando intorno all’imbarcazione dopo che si è capovolta, provocando onde che ne hanno causato il naufragio.

Le frontiere uccidono e Fortezza Europa lo sa

In seguito al naufragio, centinaia di attivisti e attiviste, solidali e associazioni si sono riversati nelle strade di Atene per protestare contro la violenza di frontiera della Grecia e dell’Unione Europea.

Infatti, bisogna ricordare che la Grecia è ormai da diversi anni oggetto di scrutinio e di indagine non solo per via delle importanti inchieste giornalistiche che ne hanno documentato i respingimenti illegali effettuati nell’Egeo, ma anche della Corte Europea dei Diritti Umani (CEDU). Quest’ultima infatti – nel caso Safi e altri c. Grecia – l’anno scorso, aveva condannato la Grecia, in violazione degli Artt. 2 (diritto alla vita) e 3 (tutela dai trattamenti inumani e degradanti) della Convenzione Europea dei Diritti Umani, per via delle morti provocate dalla Guardia Costiera, che ha tentato di respingere illegalmente alcuni richiedenti asilo in acque turche. A ciò si aggiunge il coinvolgimento di Frontex, l’agenzia UE per il controllo delle frontiere, che è stata più volte segnalata per comportamenti violenti e illegittimi in quanto complice della Guardia Costiera greca nei respingimenti in mare.

Nonostante ciò, gli Stati dell’UE continuano ad adottare politiche criminalizzanti e sempre più restrittive per le persone migranti, esternalizzando le proprie frontiere tramite la stipulazione di accordi con Paesi terzi non sicuri (dalla Turchia, alla Tunisia, fino alla Libia) o lasciando morire le persone in mare (ne è la prova, ad esempio, l’attivazione delle operazioni di polizia, anziché di soccorso, a Pylos come a Cutro, in Calabria).

Mentre il mantra ripetuto a ogni naufragio è basato sull’incolpare i soli “scafisti”, quello che rimane fuori dal focus è il diritto alla libertà di movimento negato e le storie di chi, pur tentando di raggiungere l’Europa legalmente, non può farlo per via delle stesse politiche restrittive in merito. È necessario non solo uno stravolgimento del sistema attuale che tuteli i diritti di tutti e tutte, ma anche un cambio di passo nella narrazione mediatica delle migrazioni, riconsegnando quella complessità e dignità che meritano.


(L’articolo originale contiene immagini e video sulla vicenda del naufragio, le inchieste giornalistiche e le proteste ad Atene.)


da qui

mercoledì 30 novembre 2022

La libertà di movimento non è uguale per tutti - Oiza Q. Obasuyi*

  

Il diritto a migrare è sancito dalla Dichiarazione Universale dei diritti umani. Tuttavia, questo diritto è limitato da un’asimmetria che riguarda il riconoscimento del diritto alla libertà di movimento e le leggi che gli Stati impongono sull’immigrazione. L’emergenzializzazione delle migrazioni infatti, non solo è un fenomeno che, soprattutto a livello politico e mediatico, contribuisce a una visione distorta delle stesse ma non arriva ai punti cruciali della questione che vanno dalle ragioni dietro alle quali le persone decidono di andarsene dal proprio Paese al numero esiguo di vie legali che queste persone possono scegliere di prendere.

Risulta ormai evidente che l’approccio che gli Stati Membri dell’Unione Europea (UE) adottano nei confronti di coloro che attraversano le frontiere sia basato sul securitarismo: la creazione di muri sui confini; la riduzione dei canali di ingresso sicuri per lo spostamento di persone provenienti da Paesi terzi; l’adozione di metodi coercitivi – come la detenzione amministrativa o l’utilizzo della sorveglianza biometrica − il rimpatrio forzato, il respingimento sistematico di persone alla frontiera, in violazione degli obblighi internazionali in materia di diritti umani − che, a differenza della Dichiarazione sopra menzionata, sono vincolanti. L’ultimo Action Plan sul Mediterraneo 1 presentato dalla Commissione Europea, per esempio, non propone un nuovo approccio alle migrazioni. Si tratta di un piano di 20 misure destinate a colpire “l’immigrazione irregolare” e, nonostante all’interno siano previste anche misure volte all’implementazione della “solidarietà volontaria tra Stati” nella gestione delle migrazioni e dei soccorsi in mare, non mancano riferimenti al rafforzamento della cooperazione con  Paesi quali la Libia, la  Tunisia e l’Egitto per il controllo delle frontiere  – con uno stanziamento di 580milioni di euro.

Non c’è quindi alcuna intenzione di allontanarsi da quell’esternalizzazione delle frontiere che da più parti nell’ambito dei diritti umani, dal mondo accademico a quello giuridico, è stata ampiamente sviscerata per dimostrarne l’incompatibilità con il rispetto dei diritti delle persone migranti che vengono sistematicamente respinte o catturate dalle milizie o dalle guardie costiere dei Paesi terzi in questione. Sul caso della Libia, ad esempio, le violenze e gli abusi sistematici 2 che avvengono nei centri di detenzione in cui vengono rinchiuse persone adulte e minori – catturate in mare per impedirne la partenza oppure all’arrivo, come ultima  tappa  del loro percorso migratorio – sono ormai note da tempo e denunciate dalle maggiori organizzazioni internazionali di tutto il mondo. Tuttavia, il Memorandum d’Intesa stipulato dall’Italia nel 2017, e che è stato recentemente rinnovato, continua a essere annoverato tra i modelli di gestione delle migrazioni, con politiche sempre più discriminatorie ed escludenti.

Quando nasce l’ennesimo dibattito mediatico e politico sull’immigrazione, tutto viene ridotto a una polarizzazione priva di complessità e approfondimento sulla mobilità umana, gli effetti che le leggi vigenti nel Paese di arrivo hanno sulle persone migranti e una riflessione sulla quantità di vie che sono effettivamente percorribili per chi decide di affrontare il viaggio verso l’Europa. A questo proposito occorre porsi la domanda sulla motivazione per cui una persona proveniente dalla Nigeria o dal Ghana che non necessariamente fugge da una particolare situazione di instabilità o guerra, sia comunque costretta ad affrontare un lungo viaggio in cui le probabilità di rischiare la vita sono alte.


Quali e quante sono le vie legali per entrare in UE?

Uno dei problemi principali è che la richiesta di asilo è diventata, di fatto, l’unica via legale realmente percorribile per potersi spostare, considerando lo scarso numero i visti di ingresso rilasciati. Infatti l’Italia, oltre a chiudere i porti, chiude anche gli aeroporti: secondo una ricerca effettuata dal Tortuga Think Tank nel 2019, per i Paesi dell’Africa occidentale come Senegal, Costa d’Avorio, Nigeria e Ghana il numero di visti rilasciati è molto basso. Il tasso di rifiuto del visto in Italia è passato dal 10% nel 2010 al 22,5% nel 2017. A ciò si aggiunge la disuguaglianza abissale che separa i passaporti di serie A di Paesi occidentali e   ricchi (come Stati Uniti e Paesi UE) e i passaporti di serie B del Sud del mondo, come viene ampiamente dimostrato dal Global Passport Power Rank.

Chi ha un passaporto tedesco, ad esempio, ha accesso al diritto alla libertà di movimento – senza necessità di chiedere un visto – verso molti più Paesi rispetto a chi ha un passaporto tunisino o pakistano. Un esempio recente su questa disuguaglianza di viaggio è stato il rifiuto quasi sistematico di rilasciare un visto di ingresso ai familiari di Alika Ogorchukwu, ottenuto dopo due mesi dal suo assassinio a Civitanova Marche. I funerali sono stati più volte posticipati per via del muro burocratico che non permetteva ai familiari di raggiungere l’Italia.

Senza visti da ottenere e una richiesta di asilo che con ogni probabilità verrà rigettata – specie se nel proprio Paese di origine non vi è alcuna guerra o non si è perseguitati – le alternative sono sostanzialmente due: la Carta Blu UE e il ricongiungimento familiare. Ottenere la Carta Blu UE per accedere allo spazio Schengen è strettamente legato a un privilegio di tipo economico in quanto riguarda unicamente lavoratori e lavoratrici altamente qualificati che, almeno fino a maggio 2021, dovevano presentare un contratto di almeno 12 mesi. Con “altamente qualificata” si intende una persona che, ad esempio per il caso italiano, svolge il lavoro di: dirigente, legislatore, imprenditore, professionista del settore scientifico e ingegneristico. Con una recente riforma della Commissione Europea, la soglia salariale per i richiedenti è stata ridotta da un minimo del 100% fino al limite massimo del 160% del salario medio annuo lordo dello Stato membro di arrivo (rispetto al precedente 150% minimo senza limite massimo), e il contratto da presentare è ora di 6 mesi.

Nonostante l’approvazione della riforma sulla Carta Blu – con requisiti leggermente meno stringenti – un membro del gruppo europarlamentare dei Socialisti e Democratici ha affermato che è necessario un allargamento anche nei confronti di persone che non necessariamente ricadono nella categoria di “altamente qualificato”. Tuttavia, finora la Carta Blu si è confermata la via legale meno utilizzata: nel 2019 solo l’1,6% dei permessi di soggiorno rilasciati a cittadini di Paesi Terzi rientravano nell’ambito della direttiva della Carta Blu; nel 2020, secondo i dati Eurostat, solo 12 mila lavoratori extra UE altamente qualificati hanno ricevuto una Carta blu UE.

Il ricongiungimento familiare è un secondo percorso legale che consente alle persone immigrate già residenti nell’UE di portare i loro coniugi e figli. Ogni Stato membro ha le proprie norme in materia ricongiungimento e riguardano l’età dei coniugi e dei figli, il salario del partner o genitore ospitante, le condizioni di vita e assicurazione. Anche se il ricongiungimento rimane una via importante in particolare per i rifugiati che cercano di riunire le loro famiglie dopo essere state separate a causa di persecuzioni o conflitti nel loro paese di origine, non è abbastanza inclusiva perché, ovviamente, per accedere a questa misura ogni singolo migrante deve avere la fortuna di avere un parente o un partner che risiede in uno Stato membro dell’UE.

Il caso italiano: l’ingresso per lavoro

Le attuali politiche migratorie in Italia che riguardano l’ingresso per lavoro sono regolate dalla legge Bossi-Fini del 2002. Anche in questo caso è possibile parlare di politiche fallimentari che di fatto hanno peggiorato le condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici migranti, costringendole a vivere in un limbo di irregolarità e sfruttamento.

La Bossi-Fini fu creata proprio per vincolare il permesso di soggiorno a un contratto di lavoro, eliminando la figura dello “sponsor”, un metodo che, prima dell’adozione di questa legge, permetteva alla persona di origine straniera di entrare legalmente in Italia con un visto per cercare lavoro grazie alle garanzie economiche offerte da un familiare, un conoscente o un altro garante. Questo strumento però è stato abolito. Come spiega l’avvocato Livio Neri dell’Associazione per gli Studi Giuridici per l’Immigrazione (ASGI): 

Occorre superare i punti critici, uscendo dalla stretta connessione tra soggiorno e lavoro, riabilitando quell’intuizione intelligente della sponsorizzazione, sanando l’irregolarità che è stata prodotta in questi anni non con provvedimenti di emersione spot, che sono totalmente zoppi, ma con meccanismi che portino le persone integrate nel tessuto sociale alla ‘luce’.

Questa legge ha poi in sé un paradosso: la persona  straniera che desidera ottenere il permesso di soggiorno per lavoro è tenuta a  restare  nel  proprio Paese di origine fino  alla  conclusione  della  lunga  procedura di  ingresso,  “non  essendo  ammissibile  la  richiesta  di  assunzione  presentata  nei  confronti di un soggetto che già si trovi in Italia”, spiega William Chiaromonte, ricercatore di Diritto del Lavoro, nel libro “Ius Migrandi”. Inoltre, continua Chiaromonte, questo si scontra con  il  fatto  che  “la  procedura  tipica  di  assunzione  si  fonda sul meccanismo della chiamata nominativa, la quale ovviamente presuppone  che  il  datore  di  lavoro  abbia  già  una  conoscenza  diretta  dello  straniero,  nonostante  che  –  è  bene  ribadirlo  –  questi  debba  necessariamente  ancora  trovarsi all’estero”.

Nella  pratica, infatti, è molto frequente che la persona  straniera  faccia  ingresso  tramite vie informali in Italia nella speranza di regolarizzarsi nel corso del tempo. Quando però il numero di lavoratori e lavoratrici straniere che riempiono le sacche del lavoro sommerso non è più ignorabile, si procede con le regolarizzazioni (o “sanatorie”). L’ultima, promossa dall’ex ministra dell’agricoltura Teresa Bellanova del governo Conte, continua ad essere un insuccesso visti i ritardi della burocrazia e l’esclusione di diverse categorie lavorative per cui lavoratori e lavoratrici straniere continuano a vivere nella precarietà, senza documenti e contratti validi. «Le regolarizzazioni stesse», scrive l’avvocato Gianfranco Schiavone di ASGI «pur inevitabili, hanno rafforzato un sistema malato e crudele in ragione della scelta che ha quasi sempre caratterizzato tali provvedimenti ovvero quella di basarsi sulla sola volontà del datore di lavoro di fare emergere o meno il rapporto di lavoro irregolare». Di conseguenza, anche in questo caso, il lavoratore o la lavoratrice straniera diventano soggetti passivi e senza diritti effettivamente riconosciuti.

Conclusioni

Possiamo riassumere il tutto dicendo che ci troviamo di fronte a un razzismo istituzionale che va dalla disuguaglianza sistemica nel diritto alla libertà di movimento alle leggi che poi ogni stato membro dell’UE  – che assume i connotati di una vera e propria fortezza – adotta in materia di immigrazione. 

Innanzitutto il presupposto errato più importante è la convinzione che i confini d’Europa possano e debbano essere chiusi ai cosiddetti “migranti economici”. È questa convinzione che ha reso quasi impossibile per molte persone provenienti dai Paesi del continente Africano, ad esempio, emigrare legalmente verso la maggior parte dei paesi europei. Sono necessarie politiche di apertura, offrendo un ampio allargamento delle politiche sui visti, annullando politiche migratorie restrittive e illegali (come l’esternalizzazione delle frontiere e i respingimenti sistematici). ll diritto a migrare può essere garantito solo con una seria attuazione della tutela dei diritti umani dei migranti, tenendo anche in considerazione il diritto di scegliere il proprio percorso. Come spiega Nazzarena Zorzella, avvocata di ASGI, su Altreconomia, sul caso italiano:

Negli ultimi vent’anni e oltre le persone straniere in Italia non hanno avuto il diritto di scegliere in quale percorso amministrativo e giuridico immettersi per il diritto di soggiorno e di residenza in Italia. Aver negato l’esistenza di visti per ricerca di lavoro con un tempo ragionevole […] ha costretto tante persone non solo ad affidarsi ai trafficanti ma anche a entrare nel sistema della protezione internazionale.

Il sistema di protezione internazionale però, come abbiamo visto, viene applicato alle fattispecie che rientrano nella Convenzione di Ginevra delle Nazioni Unite sui rifugiati. Chi intraprende un viaggio per questioni socio-economiche – tenuto conto delle innumerevoli variabili del percorso che comportano la detenzione in Libia o cadere nel circuito della tratta di esseri umani – non rientra in quelle fattispecie.

A oggi, non vi è quindi alcun percorso legale alternativo che sia effettivamente praticabile per le persone che provengono dal Sud del mondo. Infine, sulle politiche interne dell’Italia, persone come Omar Baldeh, Soumaila Sako, Mohammed Ben Ali, Becky Moses e molte altre decedute o/e sfruttate nei ghetti per braccianti, e non solo, non sono “effetti collaterali” ma conseguenze di un sistema profondamente diseguale e strutturalmente discriminatorio basato su leggi che, di fatto, criminalizzano, escludono e penalizzano le persone migranti. 

Occorre non solo uno stravolgimento del dibattito sulle migrazioni – che non può concentrarsi solo sugli sbarchi – ma anche un modo innovativo e radicalmente diverso di concepire la mobilità umana che non deve essere un privilegio per pochi.

* Dottoressa in Relazioni Internazionali. Contributor freelance che si occupa di migrazioni, razzismo e cittadinanza.

1.      Migration routes: Commission proposes Action Plan for Central Mediterranean to address immediate challenges, European Commission (21 novembre 2022)

2.      Rapporto Amnesty International: “Nessuno verrà a cercarti: i ritorni forzati dal mare ai centri di detenzione della Libia” – Executive summary

da qui

mercoledì 20 gennaio 2021

I SUPREMATISTI BIANCHI NON SONO PROLETARI, QUESTO FALSO MITO IMPEDISCE DI ERADICARE IL RAZZISMO - Oiza Q. Obasuyi

 


In seguito all’assalto al Campidoglio di Washington del 6 gennaio, con la diffusione delle fotografie dei protagonisti coinvolti, si è acceso un dibattito sul loro profilo e  background sociale e culturale. In particolare, la discussione si è concentrata sulla presunta relazione tra classe sociale e il sostegno al presidente uscente Donald Trump, per cui gli statunitensi più poveri sarebbero la parte più forte del suo elettorato. Questa correlazione automatica banalizza le definizioni del suprematismo bianco e del razzismo sistemico, oltre che la loro influenza sulla società.

I leader del gruppo Proud Boys, Enrique Tarrio e Joe Biggs

Su Twitter ha suscitato scalpore un tweet di Giorgio Gori, sindaco di Bergamo del Partito Democratico, e il suo commento di un video che ritraeva gli assalitori di Washington: “Guardo e riguardo queste persone sfilare. Chi sono? Proletari, mi verrebbe da dire. Poveracci poco istruiti, marginali, facilmente manipolabili, junk food e fake news, marionette nelle mani di uno sciagurato. Li ha usati per il suo potere. È così che si diventa fascisti?”. Con questo tipo di retorica classista che riflette sull’evoluzione di un fascista  o di un razzista, o suprematista bianco  solo tramite riferimenti alle condizioni sociali delle persone, su cui bisogna agire e che è necessario sanare, avviene una doppia deresponsabilizzazione. Da un lato quella della sinistra stessa, almeno quella mainstream e di partito, che risulta essere ormai lontana da queste problematiche, senza analizzare e trovare soluzioni a determinate fratture sociali. Dall’altra quella dei razzisti stessi, per cui non può esserci un’assoluzione sulla base delle disuguaglianze sociali.

Come spiega Andrea Roventini, professore di economia della Scuola Superiore Sant’Anna, è vero che l’analisi su una sinistra partitica che diventa elitaria e che si distacca dalle masse e dalle problematiche sulle disuguaglianze sociali, dando quindi la possibilità alle destre di partito di “riempire” quei vuoti con propaganda xenofoba e razzista, sia sicuramente veritiera; tuttavia è necessario non cadere in generalizzazioni estreme che vedono razzisti e suprematisti semplicemente come persone “economicamente svantaggiate”. Come è stato dimostrato dalle recenti indagini sui suprematisti che hanno assaltato il Congresso di Washington, molti erano bianchi di classe medio-alta. Tra i tanti esempi  tra cui vi sono avvocati, amministratori delegati ed ex politici  si trova quello di Jenna Ryan, che dal Texas ha raggiunto la capitale degli Stati Uniti  con un jet privato; Aaron Mostofsky, figlio di un giudice della Corte Suprema di Brooklyn; Derrick Evans, esponente del partito repubblicano che il 9 gennaio è stato costretto a dimettersi dalla carica di rappresentante presso la Camera dei delegati del West Virginia dopo meno di due mesi dall’elezione.

 

Bisogna tener presente che chi ha partecipato all’assalto del 6 gennaio aveva tutta l’intenzione di mantenere uno status quo basato su razzismo e disuguaglianze sociali. Un’idea opposta a quella delle Black Panthers che nel 1967 raggiunsero armate il Campidoglio della California per contestare il Mulford Act, una legge per impedire ai californiani di circolare con armi cariche. Una normativa vista da una parte degli afroamericani come un limite grave alla possibilità di difendersi dalla violenza della polizia.

Quello che manca in molte analisi su razzismo, supremazia bianca e disuguaglianze è proprio il punto di vista di chi da secoli vive in una società diseguale e profondamente razzista: suprematismo bianco e razzismo sistemico non sono semplicemente il proud boy che si radicalizza su 4Chan o Luca Traini che spara contro persone nere. Suprematismo bianco e razzismo sistemico, uniti al classismo, sono il modo predominante di concepire la società occidentale, in cui se fai parte di una minoranza etnica, ti devi interfacciare con una realtà legittimata, per esempio, in Italia, da leggi che non permettono di condurre una vita serena per le difficoltà insormontabili di ottenere documenti per gli immigrati e i loro figli  diventando facilmente vittima di sfruttamento e precarietà o di abusi nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio. Il razzismo sistemico è una questione culturale e storica di un passato coloniale rimosso con cui nessuno, o quasi, vuole davvero fare i conti.

Quando si parla di “privilegio bianco” si cerca di dire che, in un contesto a maggioranza bianca, il colore della pelle non è uno dei motivi per cui la vita di una persona può essere in pericolo o condizionata da discriminazioni giornaliere, più o meno velate. Affermare che il razzismo sia solo l’evoluzione dell’esasperazione di una classe sociale precaria o povera non porta alla decostruzione del razzismo sistemico, ma al rafforzamento di chi opprime.  

In primo luogo è sicuramente necessario smantellare il razzismo culturale, e più o meno inconsapevole, che caratterizza la maggioranza bianca. In secondo luogo deresponsabilizzare chi è attivamente razzista come i suprematisti che hanno assaltato il Campidoglio di Washington, parlandone solo come “esasperazione per la povertà”, non porta a un’analisi consapevole – né tantomeno alla condanna –  delle idee su cui si basano secoli di colonialismo, imperialismo e supremazia bianca. C’è chi sceglie consapevolmente di abbracciare queste ideologie, ma questo non è sempre dovuto all’appartenenza a una classe sociale medio-bassa, ed è fuorviante pensare che chi, per esempio, si può permettere di frequentare l’Università sia immune dal condividere simili ideologie. 

L’analisi del razzismo sistemico non può quindi basarsi su un semplice rapporto di causa effetto rispetto a povertà e scarsa istruzione. Inoltre, senza una decostruzione del razzismo sistemico e culturale, è impensabile parlare di contrasto e cancellazione delle disuguaglianze sociali proprio perché l’intersezione tra “classe” e “razza” non può essere messa in secondo piano per una persona di diversa etnia in condizioni precarie che subisce discriminazione proprio per questi due elementi.

In conclusione, è necessario staccarsi da questa visione monolitica del razzismo, che salta all’occhio solo quando si ha di fronte il neonazista che compie azioni eclatanti, ma che allo stesso tempo dà modo alla maggioranza bianca, specie quella istituzionale e dei governi, di smarcarsi da questi eventi e appellarsi ai valori della democrazia. Una democrazia che però è ancora troppo spesso indebolita da retaggi della discriminazione razziale, dalla ghettizzazione degli individui, da una limitata mobilità internazionale e dalla repressione della polizia su base pregiudiziale. Quando parliamo di razzismo sistemico dobbiamo quindi iniziare a pensare che gli estremisti di destra e i suprematisti bianchi sono solo l’evoluzione estrema di una mentalità ancora radicata nella nostra società, indegna del nostro stesso ideale di democrazia.

da qui