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giovedì 4 febbraio 2021

Il dono di David Foster Wallace – Francesco d’Isa

David Foster Wallace è un autore così di culto da essersi meritato i riconoscimenti più inusuali, dalle maratone teatrali (il Rave Foster Wallace di Milano, ad esempio) fino al conio di una sigla: DFW. Un incoronamento raro, per cui non basta essere bravi scrittori (criterio senz’altro soddisfatto) ma che necessita di un elemento ulteriore, che trasformi la stima in mitologia. In questo caso potrebbe trattarsi della somiglianza tra la vita dell’autore e quella dei suoi personaggi, che, mediante dei vasi comunicanti tra finzione e realtà, ha travasato la passione dei lettori dai romanzi a chi li ha creati. Ad accomunare l’autore alle sue creature c’è soprattutto il tratto del genio. Non quello di un enfant prodige alla Picasso, che a quattordici anni dipinge già come un consumato professionista, ma quello borghese e nevrotico – direi aristocratico – della famiglia Glass di Salinger.

«Siamo tutti identici nella segreta credenza che in fondo siamo diversi da tutti gli altri»

È la genialità del figlio di due professori universitari, del giovanissimo laureato in letteratura inglese e filosofia con un master in scrittura creativa, del ragazzo che esordisce a venticinque anni con un romanzo subito osannato dalla critica, La scopa del sistema. Nelle parole dello stesso DFW, «il racconto di un giovane e sensibile WASP con una crisi di mezza età, che lo ha portato dalla fredda e cerebrale matematica analitica a un freddo e cerebrale approccio alla teoria letteraria di Austin-Wittgenstein-Derrida». Un libro in cui si trova già un elemento comune a tutta la sua narrativa successiva, la descrizione di persone speciali, nel senso con cui si vorrebbe auto-investire qualunque adolescente. I personaggi di DFW sono la migliore definizione di speciale a disposizione; sono così speciali che si amano o si odiano in base alla propria età o fase esistenziale. Lo scrittore riesce a cogliere e a rappresentare un tratto che, nonostante la sua rarità, chiunque crede di possedere: la capacità di vivere con una profondità fuori dall’ordinario. O, per dirlo con le sue parole, «Siamo tutti identici nella segreta credenza che in fondo siamo diversi da tutti gli altri».

 

È il dono di chi vede oltre gli schemi e restituisce il segreto del mondo senza esplicitarlo, in una sorta di pura traspirazione di stile. Dalla Scopa del sistema alla Ragazza coi capelli strani, fino a quel che è considerato il suo capolavoro, Infinite Jest, nel mondo quasi privo di preoccupazioni materiali di DFW le persone possiedono la versione spirituale della grazia di una modella d’alta moda, che può buttarsi un pigiama addosso e farlo sembrare un capo di Chanel. La bravura dell’autore risiede proprio in quel che rende un po’ goffe persino le sue imitazioni migliori (come i Tenenbaum di Wes Anderson), ovvero il dar vita a persone genuinamente speciali. Il facile espediente narrativo di conferire ai personaggi un’intelligenza nevrotica e sovrumana non basta; bisogna distillarla in gesti, prospettive, espressioni, idee – insomma, quest’intelligenza bisogna possederla, per poterla estremizzare e restituire nelle pagine di un romanzo.

 

A conferma di come gli occhi di DFW coincidano spesso con quelli dei propri personaggi, basta leggere la sua eccellente produzione saggistica, come Una cosa divertente che non farò mai piùConsidera l’Aragosta. La scrittura chiara, intelligente e ironica dell’autore riesce a veicolare complesse analisi filosofiche con leggerezza, ma soprattutto ne manifesta il carattere vitale, quasi che il pensiero fosse un’urgenza fisiologica. Il metodo DFW consiste nel fissare un oggetto banale come un ebete, sprofondare nei misteri che vi si annidano (come ovunque nel mondo) e restituire l’infinita complessità dell’impresa. È quel che accade in Considera l’Aragostao in Una cosa divertente che non farò mai più:

"E allora oggi è sabato 18 marzo e sono seduto nel bar strapieno di gente dell’aeroporto di Fort Lauderdale, e dal momento in cui sono sceso dalla nave da crociera al momento in cui salirò sull’aereo per Chicago devono passare quattro ore che sto cercando di ammazzare facendo il punto su quella specie di puzzle ipnotico-sensoriale di tutte le cose che ho visto, sentito e fatto per il reportage che mi hanno commissionato. Ho visto spiagge di zucchero e un’acqua di un blu limpidissimo. Ho visto un completo casual da uomo tutto rosso col bavero svasato. Ho sentito il profumo che ha l’olio abbronzante quando è spalmato su oltre dieci tonnellate di carne umana bollente. Sono stato chiamato «Mister» in tre diverse nazioni. Ho guardato cinquecento americani benestanti muoversi a scatti ballando l’Electric Slide".

Ed anche è quello che fanno i protagonisti di Infinite Jest, attraverso estenuanti ghirlande di digressioni, elucubrazioni e giochi linguistici, fino costringere le stesse parole che li creano a tracimare dal romanzo, in note quasi altrettanto ponderose. DFW sovraccarica di intelligenza delle personalità emotivamente fragili, fino a farle esplodere in fuochi d’artificio di dolore e bellezza: l’epilogo che vorrebbe ogni adolescente. Nel frattempo, la vita di DFW prosegue come un romanzo di DFW; dopo la stesura del primo libro e dei racconti della Ragazza coi capelli stranisi iscrive al corso di filosofia dell’università di Harvard, che abbandona alla fine del 1989 in seguito al ricovero in una clinica psichiatrica. Secondo la sua biografia, Ogni storia d’amore è una storia di fantasmidi D.T.Max, l’anno seguente lo scrittore sviluppa un’ossessione per la memorialista Mary Karr. Nonostante i rifiuti di lei, al tempo sposata, DFW si tatua il suo nome e arriva perfino a ipotizzare di uccidere suo marito. I due in seguito vivranno una relazione sentimentale violenta e senza lieto fine.

 

È banale sostenere che i personaggi dei libri parlino di chi li scrive, ma non sempre il caso e la volontà di un artista dettano con una tale fedeltà stilistica anche la sua biografia. L’intelligenza ipersensibile e senza meta dei personaggi dei romanzi di DFW tormenta anche l’autore, che, il 12 settembre del 2008, si impicca nel garage della sua casa di Clearmont, in California, dopo avere sistemato alcuni dettagli de Il re pallido, manoscritto che rimarrà incompiuto. Pochi anni prima, in Infinite Jest, scriveva:

"La persona che ha una così detta “depressione psicotica” e cerca di uccidersi non lo fa aperte le virgolette “per sfiducia” o per qualche altra convinzione astratta che il dare e avere nella vita non sono in pari. E sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrarle attraente. La persona in cui l’invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme. Non vi sbagliate sulle persone che si buttano dalle finestre in fiamme. Il loro terrore di cadere da una grande altezza è lo stesso che proveremmo voi o io se ci trovassimo davanti alla finestra per dare un’occhiata al paesaggio; cioè la paura di cadere rimane una costante. Qui la variabile è l’altro terrore, le fiamme del fuoco: quando le fiamme sono vicine, morire per una caduta diventa il meno terribile dei due terrori. Non è il desiderio di buttarsi; è il terrore delle fiamme".

Delle righe adatte a una nota d’addio – non la sua però, che rimane inedita. Lo decreta una condivisibile decisione della vedova: non la troverete neanche nel memoir di recente pubblicazione sulla propria esperienza con lo scrittore, Il ramo spezzato. Tra le migliaia che ha scritto David Foster Wallace, le due pagine di addio a Karen L. Green lo separeranno per sempre dai suoi personaggi.

da qui

mercoledì 2 dicembre 2020

Ancorati alla deriva - Michela Pusterla

Dalle navi dei folli a quelle in cui vengono rinchiusi i migranti, passando per Foucault e Wallace: una breve storia di prigioni in alto mare

Se fino alla primavera scorsa, in questa parte del mondo, si registrava una tendenza a pensarsi in un presente iperconnesso post-ideologico e in qualche maniera extrastorico, il 2020 ci ha risbattuti, di violenza, nel nostro essere nella storia. Da mesi, ci troviamo collettivamente nella situazione perturbante di non poter progettare se non a cortissimo raggio, mentre viviamo esperienze di vita – il coprifuoco, l’isolamento, i bollettini serali – che percepiamo come così profondamente storiche, così intrinsecamente narrabili, e che eravamo certi non ci sarebbe capitato di vivere mai.

Tra questi oggetti catapultati nel Ventunesimo secolo da qualche decennio o secolo fa, c’è la quarantena, che letteralmente indica un isolamento di quaranta giorni ma si è estesa a indicare periodi di isolamento di lunghezza variabile e relativa (di quattordici giorni prima, ora di dieci, in Francia di sette). Si tratta di un termine che viene dal mare: durante la peste del Trecento, le navi provenienti da zone colpite dal morbo venivano sottoposte a trenta giorni di contumacia, che vennero estesi a quaranta dal Senato di Venezia nel 1488 – in veneto, una quarantena.

Durante l’epidemia del 2020, la quarantena è un’esperienza che – generalmente – ognuno vive sulla terraferma, a casa propria. Tuttavia, due categorie di persone si sono trovate o si stanno trovando a viverla a bordo di una nave: si tratta dei crocieristi e dei marittimi bloccati a bordo delle navi da crociera, da un lato, e delle persone in arrivo dalla costa sud del Mediterraneo, costrette a una quarantena coatta in mare dal governo italiano e da altri governi europei. 

Nel libro dedicato alla nascita della prigione, Sorvegliare e punire, Michel Foucault presenta due strategie adottate nella storia per la gestione delle grandi epidemie: quella per la lebbra e quella per la peste. Il primo modello è fondato sul rituale dell’esclusione e del rigetto dei lebbrosi, nell’esilio-clausura nei lazzaretti ai margini delle città; il secondo si basa invece sull’organizzazione dello spazio cittadino, sull’isolamento degli individui (malati e potenziali malati) in casa, sul controllo sociale all’interno dello spazio della città. Stando a uno dei regolamenti diffusi in Francia nel Seicento, quando la peste si manifestava in città:

Il giorno designato, si ordina che ciascuno si chiuda nella propria casa: proibizione di uscire sotto pena della vita. […] Ogni famiglia avrà fatto le sue provviste, ma per il vino e il pane saranno state preparate, tra la strada e l’interno delle case, delle piccole condutture di legno, che permetteranno di fornire a ciascuno la sua razione, senza che vi sia comunicazione tra fornitori e abitanti; […] Non circolano che gli intendenti, i sindaci, i soldati della guardia e, anche tra le cose infette, da un cadavere all’altro i «corvi» che è indifferente abbandonare alla morte […]. Spazio tagliato con esattezza, immobile e coagulato. Ciascuno è stivato al suo posto. E se si muove ne va della vita, contagio o punizione.

Se è vero che, come scrive Foucault, «esiliare il lebbroso e arrestare la peste non comportano lo stesso sogno politico» perché «l’uno è quello di una comunità pura, l’altro quello di una società disciplinata», le navi-quarantena per i profughi e le profughe del Mediterraneo sono oggi esattamente uno spazio di segregazione della lebbra nell’ambito della gestione generale di una pestilenza.

La nave dei folli e la nave dei batôsi

Nel corso dei secoli, varie navi della segregazione hanno solcato i mari europei. Il viaggio di Storia della follia nell’età classica di Michel Foucault, per esempio, parte dalla stultifera navis, la nave dei folli: si trattava di uno «strano battello che fila[va] lungo i fiumi della Renania e i canali fiamminghi», trasportando i matti da una città all’altra, in una specie di esilio naturale consegnato al potere esoterico delle acque. 

I folli avevano allora spesso un’esistenza vagabonda. Le città li cacciavano volentieri dalle loro cerchie; li si lasciava scorrazzare lontani, quando non li si affidava a un gruppo di mercanti o di pellegrini. […] Accadeva spesso che venissero affidati a battellieri […] affidare il folle ai marinai significa certamente evitare che si aggiri sotto le mura della città, assicurarsi che andrà lontano, renderlo prigioniero della sua stessa partenza. Ma a tutto questo l’acqua aggiunge la massa oscura dei suoi valori particolari; essa porta via, ma fa ancora di più: essa purifica; e inoltre la navigazione abbandona l’uomo all’incertezza della sorte; là ognuno è affidato al suo destino, ogni imbarco è potenzialmente l’ultimo.

Se quella era un’imbarcazione della follia, che navigava tra reale e leggenda e che si fissò in racconti e rappresentazioni artistiche, un’altra imbarcazione – molto più recente, ma comunque capace di farsi localmente mito – stette ancorata nel porto di Genova per quasi un secolo: la Garaventa, sulla quale i ragazzini della città venivano minacciati di venire mandati, se si comportavano male. Nel 1883, a Genova, un professore di matematica del liceo Doria di nome Nicolò Garaventa, si mise in testa che ai batôsi, i minori delinquenti dei caruggi e del porto, bisognasse dare un’istruzione: dopo aver fondato la Scuola officina Redenzione, la trasferì su una nave-scuola della Marina militare che battezzò Nave redenzione Garaventa. 

Sulla Garaventa, si aveva da mangiare, un’istruzione e s’imparava un mestiere, quello di marinaio, al quale toccava poi in genere dedicarsi per il resto della vita. Negli anni in cui il paradigma lombrosiano della criminalità congenita, per quanto mai egemone, aveva largo seguito nel mondo istituzionale e amministrativo, Nicolò Garaventa attribuiva al contrario la delinquenza a cause sociali e ambientali e proponeva una soluzione pratica per il controllo e il disciplinamento del sottoproletariato urbano: confinare i suoi figli su una nave. Con il sostegno economico della ricca borghesia industriale e mercantile genovese, la nave o, meglio, le navi che presero quel nome e quella funzione, succedendosi, stettero ormeggiate nel porto di Genova per quasi cento anni: dal 1883 al 1977 (!), imbarcando quasi dodicimila ragazzi, a ciurme di un centinaio all’anno. La nave era nei fatti un riformatorio con le regole di un’accademia militare appena travestita da scuola, ispirata a un progetto insieme caritatevole e disciplinare; non a caso piacque molto al Fascismo che la inserì nell’Opera nazionale balilla. 

Se la Garaventa, il «vascello fantasma», come la soprannominò don Andrea Gallo, cappellano su quella nave dal 1960 al 1963, è stata la nave dei ragazzini, qualche mese fa è apparsa sulle scene, a riflesso dell’andamento demografico di questo secolo in Europa, la nave dei vecchi.

La nave dei vecchi

Ad aprile 2020, verso la fine del lock-down primaverile, Massimiliano Fedriga e Riccardo Riccardi – governatore e assessore alla salute della regione Friuli-Venezia Giulia – proposero di allestire una «nave di vecchi» nel golfo di Trieste, tra il Porto vecchio e la Stazione marittima, dove deportare più di centosessanta anziani positivi al virus dalle varie case di riposo della città. Per essere riconvertito in ospizio galleggiante, il traghetto, l’Allegra della Grandi navi veloci (Gnv), necessitava di una revisione dell’impianto di areazione e della sostituzione della moquette con materiali lavabili e sarebbe stato affittato per 700mila euro al mese, più 500mila per la gestione. 

Il grande internamento degli anziani, fenomeno strutturale del vecchio continente – in Italia si calcolano 400mila le persone anziane in strutture pubbliche e private accreditate – sarebbe così saltato di livello, sia sul piano del profitto sia su quello del simbolico. Come scriveva la psichiatra Giovanna Del Giudice, il progetto della nave dei vecchi confermava «la logica della segregazione, della delega e della rimozione di fasce di cittadine e cittadini invisibili, non elettori, privi di potere contrattuale per condizione sociale o per disabilità, considerati solo oggetto di profitto».

La «nave-lazzaretto», che ormai era entrata nel novero del possibile richiamando l’immaginario di un altro morbo (la lebbra), poi, non si fece: c’era stata una certa opposizione di gruppi di cittadine e cittadini, la valutazione negativa del comitato tecnico-scientifico, levata ad alibi dalla Giunta regionale, e i dubbi della Capitaneria di porto. Nella città dove si erano spalancate ai matti le porte dei manicomi, si evitò il rischio di aprire una nuova istituzione totale, dove rinchiudere quella classe di persone – anziane, ospedalizzate o costrette nelle case di riposo – che aveva già immolato più vite sull’altare della gestione criminale dell’emergenza sanitaria. Piuttosto, di lì a poco, altre navi-lazzaretto si sarebbero potute vedere dai porti siciliani e calabresi; si tratta delle navi-quarantena per i più dannati della terra: quelle e quelli che attraversano il Mediterraneo da sud a nord.

Le navi-prigione dei migranti

L’immaginario delle migrazioni mediterranee è già costruito, evidentemente, intorno all’oggetto-barca (i barconii gommoni, le navi SarAR delle Oong, le navi della cosiddetta Marina militare libica, quelle della Marina italiana), mentre la detenzione coatta di persone senza cittadinanza italiana è già prassi in Italia nei Centri di permanenza per il rimpatrio e sulle navi search&rescue alle quali non viene concesso l’accesso ai porti dopo un salvataggio in mare. La somma di questi immaginari e queste pratiche ha portato all’istituzione, senza troppo rumore, delle navi-quarantena per i naufraghi e le naufraghe del Mediterraneo.

Ad aprile, il governo ha disposto che i porti italiani non potessero essere considerati place of safety a causa dell’epidemia che stava colpendo in particolare l’Italia (decreto interministeriale 150/2020), cioè ha nei fatti chiuso i porti; ha ammesso la possibilità dell’utilizzo delle navi in funzione contenitiva (decreto della Protezione civile 1287/2020); ha avviato la procedura per il noleggio di navi per l’assistenza e la sorveglianza sanitaria. A metà mese, veniva stipulato il primo accordo tra lo Stato italiano e una compagnia di navigazione privata: la ‘Raffaele Rubattino’ della Compagnia italiana navigazione (Cin) diventava la prima nave-quarantena. Annalisa Camilli segnalava a luglio su Internazionale che non erano chiari i protocolli seguiti a bordo delle navi-quarantena; che il confinamento non era efficace per limitare il contagio, come mostravano studi medici; e che la conformità alle leggi era dubbia, come scriveva Fulvio Vassallo Paleologo.

La ‘Raffaele Rubattino’, in funzione da metà aprile a inizio maggio, ad aprile imbarcò 222 persone, tutte negative al Ccoronavirus, trasferite dalla Alan Kurdi (della Oong Sea-eye) e da Aita Mari (della Oong Salvamento maritimo humanitario), per un costo di 420mila euro al mese, come ha ricostruito Altreconomia. La nave – coincidenza che squarcia il velo del rimosso – portava il nome di Raffaele Rubattino, il fondatore e armatore della compagnia navale che aveva acquistato «apparentemente a suo nome, ma realmente nell’interesse e nel conto del Governo, [alcuni] tratti di terreno situati nella baia di Assab», in Eritrea, dando il via all’espansione coloniale italiana in Africa orientale. La striscia di terra della baia di Assab, acquistata privatamente dalla Rubattino per farne un deposito di carbone, divenne nel 1882 la prima colonia italiana, dalla quale si estese il tentativo di colonizzazione del Corno d’Africa dell’Italia liberale, interrotto più volte dalle vittorie della resistenza etiope, come nelle battaglie di Dogali (1887) e Adua (1896).

Tra le navi-quarantena, al momento sono attive: la Costa Allegra (Costa crociere), a Palermo; il traghetto Rhapsody (Gnv), a Bari (prima era a Lampedusa); l’Azzurra (Gnv), ad Augusta; l’Aurelia (Gnv), ad Augusta; la Snav Adriatico, a Trapani. La Moby Zazà (Cin), invece, è stata operativa dal maggio a luglio, noleggiata per un milione di euro. Nelle scorse settimane, varie persone hanno tentato la fuga, come ha raccontato a Vita.it anche il deputato tunisino Majdi Karbai: in uno dei tentativi di fuga dall’Azzurra, il 4 ottobre, una persona ha perso la vita in mare. Il 20 maggio, era annegato Bilal Ben Masoud, ventiduenne tunisino che tentava di raggiungere la costa a nuoto, lanciandosi dalla Moby Zazà. Tra i morti delle navi-quarantena, c’è anche Abou, quindicenne ivoriano, costretto all’isolamento sulla Costa Allegra, morto in ospedale a Palermo il 29 settembre.

Nel giro di poco tempo, su quelle navi di contenimento sanitario, si sono cominciate a svolgere procedure di identificazione e richiesta asilo: in breve, le navi-quarantena sono state trasformate così in navi-hotspot, rendendo prassi, grazie al pungolo emergenziale, un procedimento completamente illegale. In più, a ottobre si sono cominciati a trasferire sulle navi i richiedenti asilo positivi al virus, con mezzi della Croce Rossa, in presenza di personale di polizia. Il trasferimento di vari richiedenti asilo dall’hotspot di Lampedusa e da Roma alle navi-quarantena, irrazionale dal punto di vista sanitario, ha mostrato la reale intenzione dietro all’istituzione delle navi-quarantena: non già il contenimento dell’epidemia, ma piuttosto il trasferimento off-shore della selezione degli esseri umani all’ingresso in Europa, che rientra nel generale progetto europeo di esternalizzazione delle frontiere, a sud del Mediterraneo, e fuori dall’area Schengen lungo la Rotta balcanica. L’obiettivo è creazione di molte Ellis Island mediterranee, isole galleggianti lungo la rotta migratoria più mortale del mondo dove sbrigare le pratiche burocratiche dello smistamento umano, facilitando le pratiche di espulsione, svolte grossolanamente sulla base della nazionalità delle persone e non considerando le storie individuali, come prevederebbe il diritto d’asilo.

Dall’11 al 18 marzo 1995, lo scrittore statunitense David Foster Wallace si sottopose «volontariamente e dietro compenso […] alla crociera Sette Notti ai Caraibi (7nc) a bordo della m.n. Zenith, una nave da 47.255 tonnellate, di proprietà della Celebrity Crociere»: gli era stato commissionato un reportage letterario dalla rivista Harper’s, che poi uscì con il titolo di Una cosa divertente che non farò mai più. David Foster Wallace, in quella geniale tragicommedia statunitense che tratteggia uno dei non-luoghi mobili per eccellenza del tardo capitalismo (la nave da crociera), racconta che 

La nave era così bianca e pulita che sembrava sterilizzata. Il blu del mare dei Caraibi variava dal color coperta-di-neonato-maschio fino al fosforescente; lo stesso per il cielo. Le temperature erano uterine. Persino il sole sembrava programmato per le nostre esigenze.

Quelle stesse navi da crociera, incarnazione di un turismo di massa del consumo, quelle stesse navi da crociera che mostrano il volto farsesco e insieme violento del capitalismo quando entrano – enormi, mostruose – nel canale della Giudecca, devastando i fondali e inquinando la laguna, sono diventate – in questo incubo della paura, della povertà e della sorveglianza – le gabbie dove trattenere, nell’illegalità resa legale col pretesto dell’emergenza, le persone che stanno tentando di raggiungere l’Europa. Queste navi-quarantena procedono lungo le rotte tracciate nei secoli dalla nave dei folli, dalla Garaventa, la nave-riformatorio, dal progetto della nave-lazzaretto per gli anziani delle residenze e, procedendo, rendono lo Stato italiano – tutto, non solo un suo ex ministro dell’Interno – responsabile autoassolto del sequestro di centinaia di persone, che stanno ora in mezzo ai mari, intrappolate, a dire con la loro esistenza che non è uguale per tutti, il virus.

da qui

martedì 9 ottobre 2018

Questa è l'acqua, un discorso di D. F. Wallace

Un saluto a tutti e le mie congratulazioni alla classe 2005 dei laureati del Kenyon college. Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?” I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?” E' una caratteristica comune ai discorsi nelle cerimonie di consegna dei diplomi negli Stati Uniti di presentare delle storielle in forma di piccoli apologhi istruttivi. La storia è forse una delle migliori, tra le meno stupidamente convenzionali nel genere, ma se vi state preoccupando che io pensi di presentarmi qui come il vecchio pesce saggio, spiegando cosa sia l’acqua a voi giovani pesci, beh, vi prego, non fatelo. Non sono il vecchio pesce saggio. Il succo della storia dei pesci è solamente che spesso le più ovvie e importanti realtà sono quelle più difficili da vedere e di cui parlare. Espresso in linguaggio ordinario, naturalmente diventa subito un banale luogo comune, ma il fatto è che nella trincea quotidiana in cui si svolge l’esistenza degli adulti, i banali luoghi comuni possono essere questioni di vita o di morte, o meglio, è questo ciò che vorrei cercare di farvi capire in questa piacevole mattinata di sole. Chiaramente, l’esigenza principale in discorsi come questo è che si suppone vi parli del significato dell vostra educazione umanistica, e provi a spiegarvi perché il diploma che state per ricevere ha un effettivo valore sul piano umano e non soltanto su quello puramente materiale. Per questo, lasciatemi esaminare il più diffuso stereotipo nei discorsi fatti a questo tipo di cerimonie, ossia che che la vostra educazione umanistica non consista tanto “nel fornirvi delle conoscenze”, quanto “nell’insegnarvi a pensare”. Se siete come me quando ero studente, non vi sarà mai piaciuto ascoltare questo genere di cose, e avrete tendenza a sentirvi un po’ insultati dall’affermazione che dobbiate aver bisogno di qualcuno per insegnarvi a pensare, poiché il fatto stesso che siete stati ammessi a frequentare un college così prestigioso vi sembra una dimostrazione del fatto che già sapete pensare. Ma vorrei convincervi che lo stereotipo dell’educazione umanistica in realtà non è per nulla offensivo, perché la vera educazione a pensare, che si pensa si debba riuscire ad avere in un posto come questo, non riguarda affatto la capacità di pensare, ma piuttosto la scelta di cosa pensare. Se la vostra assoluta libertà di scelta su cosa pensare vi sembrasse troppo ovvia per perdere del tempo a discuterne, allora vorrei chiedervi di pensare al pesce e all’acqua, e a mettere tra parentesi anche solo per pochi minuti il vostro scetticismo circa il valore di ciò che è completamente ovvio. Ecco un’altra piccola storia istruttiva. Ci sono due tizi che siedono insieme al bar in un posto sperduto e selvaggio in Alaska. Uno dei due tizi è credente, l’altro è ateo, e stanno discutendo sull’esistenza di Dio, con quell’intensità particolare che si stabilisce più o meno dopo la quarta birra. E l’ateo dice: “Guarda, non è che non abbia ragioni per non credere. Ho avuto anche io a che fare con quella roba di Dio e della preghiera. Proprio un mese fa mi sono trovato lontano dal campo in una terribile tormenta, e mi ero completamente perso e non riuscivo a vedere nulla, e facevano 45 gradi sotto zero, e così ho provato: mi sono buttato in ginocchio nella neve e ho urlato ‘Oh Dio, se c’è un Dio, mi sono perso nella tormenta, e morirò tra poco se tu non mi aiuterai’.” E a questo punto, nel bar, il credente guarda l’ateo con aria perplessa “Bene, allora adesso dovrai credere” dice, “sei o non sei ancora vivo?” E l’ateo, alzando gli occhi al cielo “Ma no, è successo invece che una coppia di eschimesi, che passava di lì per caso, mi ha indicato la strada per tornare al campo.” È facile interpretare questa storiella con gli strumenti tipici dell’analisi umanistica: la stessa precisa esperienza può avere due significati totalmente diversi per due persone diverse, avendo queste persone due diversi sistemi di credenze e due diversi modi di ricostruire il significato dall’esperienza. Poiché siamo convinti del valore della tollerenza e della varietà delle convinzioni, in nessun modo la nostra analisi umanistica vorrà affermare che l’interpretazione di uno dei due tizi sia giusta a quella dell’altro falsa o cattiva. E questo va anche bene, tranne per il fatto che in questo modo non si riesce mai a discutere da dove abbiano origine questi schemi e credenze individuali. Voglio dire, da dove essi vengano dall’INTERNO dei due tizi. Come se l’orientamento fondamentale verso il mondo di una persona e il significato della sua esperienza fossero in qualche modo intrinseci e difficilmente modificabili, come l’altezza o il numero di scarpe, o automaticamente assorbiti dal contesto culturale, come il linguaggio. Come se il modo in cui noi costruiamo il significato non fosse in realtà un fatto personale, frutto di una scelta intenzionale. Inoltre, c’è anche il problema dell’arroganza. Il tizio non credente è totalmente certo nel suo rifiuto della possibilità che il passaggio degli eschimesi abbia qualche cosa a che fare con la sua preghiera. Certo, ci sono un sacco di credenti che appaiono arroganti e anche alcune delle loro interpretazioni. E sono probabilmente anche peggio degli atei, almeno per molti di noi. Ma il problema del credente dogmatico è esattamente uguale a quello del non credente: una certezza cieca, una mentalità chiusa che equivale a un imprigionamento così totale che il prigioniero non si accorge nemmeno di essere rinchiuso. Il punto che vorrei sottolineare qui è che credo che questo sia una parte di ciò che vuole realmente significare insegnarmi a pensare. A essere un po’ meno arrogante. Ad avere anche solo un po’ di coscienza critica su di me e le mie certezze. Perché una larga percentuale di cose sulle quali tendo a essere automaticamente certo risulta essere totalmente sbagliata e deludente. Ho imparato questo da solo e a mie spese, e così immagino sarà per voi una volta laureati. Ecco un esempio della totale falsità di qualche cosa su cui tendo ad essere automaticamente sicuro: nella mia esperienza immediata, tutto tende a confermare la mia profonda convinzione che io sia il centro assoluto dell’universo, la più reale e vivida e importante persona che esista. Raramente pensiamo a questa specie di naturale, fondamentale egocentrismo, perché è qualche cosa di socialmente odioso. Ma in effetti è lo stesso per tutti noi. È la nostra configurazione di base, codificata nei nostri circuiti fin dalla nascita. Pensateci: non c’è nessuna esperienza che abbiate fatto di cui non ne siate il centro assoluto. Il mondo, così come voi lo conoscete, è lì davanti a VOI o dietro di VOI, o alla VOSTRA sinistra o alla VOSTRA destra, sulla VOSTRA TV o sul VOSTRO schermo. E così via. I pensieri e i sentimenti delle altre persone devono esservi comunicati in qualche modo, ma i vostri sono così immediati, urgenti, reali. Adesso vi prego di non pensare che io voglia farvi una lezione sulla compassione o la sincerità o altre cosiddette “virtù”. Il problema non è la virtù. Il problema è di scegliere di fare il lavoro di adattarsi e affrancarsi dalla configurazione di base, naturale e codificata in noi, che ci fa essere profondamente e letteralmente centrati su noi stessi, e ci fa vedere e interpretare ogni cosa attraverso questa lente del sé. Le persone che riescono ad adattare la loro configurazione di base sono spesso descritti come “ben adattati”, che credo non sia un termine casuale. Considerando la trionfale cornice accademica in cui siamo, viene spontaneo porsi il problema di quanto di questo lavoro di autoregolazione della nostra configurazione di base coinvolga conoscenze effettive e il nostro stesso intelletto. Questo problema è veramente molto complicato. Probabilmente la più pericolosa conseguenza di un’educazione accademica, almeno nel mio caso, è che ha permesso di svilupparmi verso della roba super-intellettualizzata, di perdermi in argomenti astratti dentro la mia testa e, invece di fare semplicemente attenzione a ciò che mi capita sotto al naso, fare solo attenzione a ciò che capita dentro di me. Come saprete già da un pezzo, è molto difficile rimanere consapevoli e attenti, invece di lasciarsi ipnotizzare dal monologo costante all’interno della vostra testa (potrebbe anche stare succedendo in questo momento). Vent’anni dopo essermi laureato, sono riuscito lentamente a capire che lo stereotipo dell’educazione umanistica che vi “insegna a pensare” è in realtà solo un modo sintentico per esprimere un’idea molto piu significativa e profonda: “imparare a pensare” vuol dire in effetti imparare a esercitare un qualche controllo su come e cosa pensi. Significa anche essere abbastanza consapevoli e coscienti per scegliere a cosa prestare attenzione e come dare un senso all’esperienza. Perché, se non potrete esercitare questo tipo di scelta nella vostra vita adulta, allora sarete veramente nei guai. Pensate al vecchio luogo comune della “mente come ottimo servitore, ma pessimo padrone”. Questo, come molti luoghi comuni, così inadeguati e poco entusiasmanti in superficie, in realtà esprime una grande e terribile verità. Non a caso gli adulti che si suicidano con armi da fuoco quasi sempre si sparano alla testa. Sparano al loro pessimo padrone. E la verità è che molte di queste persone sono in effetti già morte molto prima di aver premuto il grilletto. E vi dico anche quale dovrebbe essere l’obiettivo reale su cui si dovrebbe fondare la vostra educazione umanistica: come evitare di passare la vostra confortevole, prosperosa, rispettabile vita adulta, come dei morti, incoscienti, schiavi delle vostre teste e della vostra solita configurazione di base per cui “in ogni momento” siete unicamente, completamente, imperiosamente soli. Questo potrebbe suonarvi come un’iperbole o un’astrazione senza senso. Cerchiamo di essere concreti. Il fatto puro e semplice è che voi laureati non avete ancora nessun’idea di cosa “in ogni momento” significhi veramente. Questo perché nessuno parla mai, in queste cerimonie delle lauree, di una grossa parte della vita adulta americana. Questa parte include la noia, la routine e la meschina frustrazione. I genitori e i più anziani tra di voi sapranno anche troppo bene di cosa sto parlando. Tanto per fare un esempio, prendiamo una tipica giornata da adulto, e voi che vi svegliate la mattina, andate al vostro impegnativo lavoro da colletto-bianco-laureato-all’università, e lavorate duro per otto o dieci ore, fino a che, alla fine della giornata, siete stanchi e anche un po’ stressati e tutto ciò che vorreste sarebbe di tornarvene casa, godervi una bella cenetta e forse rilassarvi un po’ per un’oretta, per poi ficcarvi presto nel vostro letto perché, evidentemente, dovrete svegliarvi presto il giorno dopo per ricominciare tutto da capo. Ma, a questo punto, vi ricordate che non avete nulla da mangiare a casa. Non avete avuto tempo di fare la spesa questa settimana a causa del vostro lavoro così impegnativo, per cui, uscendo dal lavoro, dovete mettervi in macchina e guidare fino al supermercato. È l’ora di punta e il traffico è parecchio intenso. Per cui per arrivare al supermercato ci mettete moltissimo tempo, e quando finalmente arrivate, lo trovate pieno di gente, perché naturalmente è proprio il momento del giorno in cui tutti quelli che lavorano come voi cercano di sgusciare in qualche negozio di alimentari. E il supermercato è disgustosamente illuminato e riempito con della musica di sottofondo abbrutente o del pop commerciale, ed è proprio l’ultimo posto in cui vorreste essere, ma non potete entrare e uscire rapidamente, vi tocca vagare su e giù tra le corsie caotiche di questo enorme negozio super-illuminato per trovare la roba che volete e dovete manovrare con il vostro carrello scassato nel mezzo delle altre persone, anche loro stanche e di fretta come voi, con i loro carrelli (eccetera, eccetera, ci dò un taglio poiché è una cerimonia piuttosto lunga) e alla fine riuscite a raccogliere tutti gli ingredienti della vostra cena, e scoprite che non ci sono abbastanza casse aperte per pagare, anche se è l’ora-di-punta-di-fine-giornata. Cosi la fila per pagare è incredibilmente lunga, che è una cosa stupida e che vi fa arrabbiare. Ma voi non potete sfogare la vostra frustrazione sulla povera signorina tutta agitata alla cassa, che è superstressata da un lavoro la cui noia quotidiana e insensatezza supera l’immaginazione di ognuno di noi qui in questa prestigiosa Università. Ma in ogni modo, finalmente arrivate in fondo a questa fila, pagate per il vostro cibo, e vi viene detto “buona giornata” con una voce che è proprio la voce dell’oltretomba. Quindi dovete portare quelle orrende, sottili buste di plastica del supermercato nel vostro carrello con una ruota impazzita che spinge in modo esasperante verso sinistra, di nuovo attraverso il parcheggio affollato, pieno di buche e di rifiuti, e guidare verso casa di nuovo attraverso il traffico dell’ora di punta, lento, intenso, pieno di SUV, ecc. A tutti noi questo è capitato, certamente. Ma non è ancora diventato parte della routine della vostra vita effettiva di laureati, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, anno dopo anno. Ma lo sarà. E inoltre ci saranno tante altre routine apparentemente insignificanti, noiose e fastidiose. Ma non è questo il punto. Il punto è che è proprio con stronzate meschine e frustranti come questa che interviene la possibilità di scelta. Perché il traffico e le corsie affollate del supermercato e la lunga coda alla cassa mi danno il tempo di pensare, e se io non decido in modo meditato su come pensare e a cosa prestare attenzione, sarò incazzato e infelice ogni volta che andrò a fare la spesa. Perché la mia naturale configurazione di base è la certezza che situazioni come questa riguardino solo me. La MIA fame e la MIA stanchezza e il MIO desiderio di andarmene a casa, e mi sembrerà che ogni altra persona al mondo stia lì ad ostacolarmi. E chi sono poi queste persone che mi ostacolano? E guardate come molti di loro sono repellenti, e come sembrano stupidi e bovini e con gli occhi spenti e non-umani nella coda alla cassa, o anche come è fastidioso e volgare che le persone stiano tutto il tempo a urlare nei loro cellulari mentre sono nel mezzo della fila. E guardate quanto tutto ciò sia profondamente e personalmente ingiusto. Oppure, se la mia configurazione di base è più vicina alla coscienza sociale e umanistica, posso passare un bel po’ di tempo nel traffico di fine giornata a essere disgustato da tutti quei grossi, stupidi SUV e Hummers e furgoni con motori a 12 valvole, che bloccano la strada e consumano il loro costoso, egoistico serbatoio da 40 galloni di benzina, e posso anche soffermarmi sul fatto che gli adesivi patriottici e religiosi sembrano essere sempre sui veicoli più grandi e più disgustosamente egoisti, guidati dai più brutti, più incoscienti e aggressivi dei guidatori. (Attenzione, questo è un esempio di come NON bisogna pensare…) E posso pensare che i figli dei nostri figli ci disprezzeranno per aver sprecato tutto il carburante del futuro e avere probabilmente fottuto il clima, e che noi tutti siamo viziati e stupidi ed egoisti e ripugnanti, e che la moderna civiltà dei consumi faccia proprio schifo, e così via. Avete capito l’idea. Se scelgo di pensare in questo modo in un supermercato o sulla superstrada, va bene. Un sacco di noi lo fanno. Tranne che il fatto di pensare in questo modo diventa nel tempo così facile e automatico che non è più nemmeno una vera scelta. Diventa la mia configurazione di base. È questa la modalità automatica in cui vivo le parti noiose, frustranti, affollate della mia vita da adulto, quando sto operando all’interno della convinzione automatica e inconscia di essere il centro del mondo, e che i miei bisogni e i miei sentimenti prossimi sono ciò che determina le priorità del mondo intero. In realtà, naturalmente, ci sono molti modi diversi di pensare in questo tipo di situazioni. Nel traffico, con tutte queste macchine ferme e immobili davanti a me, non è impossibile che una delle persone nei SUVabbia avuto un orribile incidente d’auto nel passato, e adesso sia cosi terrorizzata dal guidare che il suo terapista le ha ordinato di prendere un grosso e pesante SUV, così che possa sentirsi abbastanza sicura quando guida. O che quell’Hummer che mi ha appena tagliato la strada sia forse guidato da un padre il cui figlio piccolo è ferito o malato nel sedile accanto a lui, e stia cercando di portarlo in ospedale, ed abbia quindi leggitimamente molto più fretta di me: in effetti sono io che blocco la SUA strada. Oppure posso sforzarmi di considerare la possibilità che tutti gli altri nella fila alla cassa del supermercato siano stanchi e frustrati come lo sono io, e che alcune di queste persone probabilmente abbiano una vita molto più dura, noiosa e dolorosa della mia. Di nuovo, vi prego di non pensare che vi stia dando dei consigli morali, o vi stia dicendo che dovreste pensare in questo modo, o che qualcuno si aspetta da voi che lo facciate. Perché è difficile. Richiede volontà e fatica, e se voi siete come me, in certi giorni non sarete capaci di farlo, o più semplicemente non ne avrete voglia. Ma molte altre volte, se sarete abbastanza coscienti da darvi la possibilità di scegliere, voi potrete scegliere di guardare in un altro modo a questa grassa signora super-truccata e con gli occhi spenti che ha appena sgridato il suo bambino nella coda alla cassa. Forse non è sempre così. Forse è stata sveglia per tre notti di seguito tenendo la mano del marito che sta morendo di un cancro alle ossa. O forse questa signora è l’impiegata meno pagata della motorizzazione, che proprio ieri ha aiutato vostra moglie a risolvere un orribile e snervante problema burocratico con alcuni piccoli atti di gentilezza amministrativa. Va bene, nessuno di questi casi è molto probabile, ma non è nemmeno completamente impossibile. Dipende da cosa volete considerare. Se siete automaticamente sicuri di sapere cos’è la realtà, e state operando sulla base della vostra configurazione di base, allora voi, come me, probabilmente non avrete voglia di considerare possibilità che non siano fastidiose e deprimenti. Ma se imparate realmente a concentrarvi, allora saprete che ci sono altre opzioni possibili. Avrete il potere di vivere una lenta, calda, affollata esperienza da inferno del consumatore, e renderla non soltanto significativa, ma anche sacra, ispirata dalle stesse forze che formano le stelle: amore, amicizia, la mistica unità di tutte le cose fuse insieme. Non che la roba mistica sia necessariamente vera. La sola cosa che è Vera con la V maiuscola è che sta a voi decidere di vederlo o meno. Questa, credo, sia la libertà data da una vera educazione, di poter imparare ad essere “ben adattati”. Voi potrete decidere con coscienza che cosa ha significato e che cosa non lo ha. Potrete scegliere in cosa volete credere. Ed ecco un’altra cosa che può sembrare strana, ma che è vera: nella trincea quotidiana in cui si svolge l’esistenza degli adulti non c’è posto per una cosa come l’ateismo. Non è possibile non adorare qualche cosa. Tutti credono. La sola scelta che abbiamo è su che cosa adorare. E forse la più convincente ragione per scegliere qualche sorta di dio o una cosa di tipo spirituale da adorare – sia essa Gesù Cristo o Allah, sia che abbiate fede in Geova o nella Santa Madre Wicca, o nelle Quattro Nobili Verità, o in qualche inviolabile insieme di principi etici – è che praticamente qualsiasi altra cosa in cui crederete finirà per mangiarvi vivo. Se adorerete il denaro o le cose, se a queste cose affiderete il vero significato della vita, allora vi sembrerà di non averne mai abbastanza. È questa la verità. Adorate il vostro corpo e la bellezza e l’attrazione sessuale e vi sentirete sempre brutti. E quando i segni del tempo e dell’età si cominceranno a mostrare, voi morirete un milione di volte prima che abbiano ragione di voi. Ad un certo livello tutti sanno queste cose. Sono state codificate in miti, proverbi, luoghi comuni, epigrammi, parabole, sono la struttura di ogni grande racconto. Il trucco sta tutto nel tenere ben presente questa verità nella coscienza quotidiana. Adorate il potere, e finirete per sentirvi deboli e impauriti, e avrete bisogno di avere sempre più potere sugli altri per rendervi insensibili alle vostre proprie paure. Adorate il vostro intelletto, cercate di essere considerati intelligenti, e finirete per sentirvi stupidi, degli impostori, sempre sul punto di essere scoperti. Ma la cosa insidiosa di queste forme di adorazione non è che siano cattive o peccaminose, è che sono inconsce. Sono la configurazione di base. Sono forme di adorazione in cui scivolate lentamente, giorno dopo giorno, diventando sempre più selettivi su quello che volete vedere e su come lo valutate, senza essere mai pienamente consci di quello che state facendo. E il cosiddetto “mondo reale” non vi scoraggerà dall’operare con la configurazione di base, poiché il cosiddetto “mondo reale” degli uomini e del denaro e del potere canticchia allegramente sul bordo di una pozza di paura e rabbia e frustrazione e desiderio e adorazione di sé. La cultura contemporanea ha imbrigliato queste forze in modo da produrre una ricchezza straordinaria e comodità e libertà personale. La libertà di essere tutti dei signori di minuscoli regni grandi come il nostro cranio, soli al centro del creato. Questo tipo di libertà ha molti lati positivi. Ma naturalmente vi sono molti altri tipi di libertà, e del tipo che è il più prezioso di tutti, voi non sentirete proprio parlare nel grande mondo esterno del volere, dell’ottenere e del mostrarsi. La libertà del tipo più importante richiede attenzione e consapevolezza e disciplina, e di essere veramente capaci di interessarsi ad altre persone e a sacrificarsi per loro più e più volte ogni giorno in una miriade di modi insignificani e poco attraenti. Questa è la vera libertà. Questo è essere istruiti e capire come si pensa. L’alternativa è l’incoscienza, la configurazione di base, la corsa al successo, il senso costante e lancinante di aver avuto, e perso, qualcosa di infinito. Lo so che questa roba probabilmente non vi sembrerà molto divertente o ispirata, come un discorso per questo di genere di cerimonie dovrebbe sembrare. In questo consiste però, per come la vedo io, la Verità con la V maiuscola, scrostata da un sacco di stronzate retoriche. Certamente, siete liberi di pensare quello che volete di tutto questo. Ma per favore non scartatelo come se fosse una sermone ammonitorio alla Dr. Laura. Niente di questa roba è sulla morale o la religione o il dogma o sul grande problema della vita dopo la morte. La Verità con la V maiuscola è sulla vita PRIMA della morte. È sul valore reale di una vera istruzione, che non ha quasi nulla a che spartire con la conoscenza e molto a che fare con la semplice consapevolezza, consapevolezza di cosa è reale ed essenziale, ben nascosto, ma in piena vista davanti a noi, in ogni momento, per cui non dobbiamo smettere di ricordarci più e più volte: “Questa è acqua, questa è acqua.” È straordinariamente difficile da fare, rimanere coscienti e consapevoli nel mondo adulto, in ogni momento. Questo vuol dire che anche un altro dei grandi luoghi comuni finisce per rivelarsi vero: la vostra educazione è realmente un lavoro che dura tutta la vita. E comincia ora. Auguro a tutti una grossa dose di fortuna. 
da qui

 

sabato 3 marzo 2018

altri pensieri elettorali

Il popolo non elegge chi lo cura, ma chi lo droga.(Nicolás Gómez Dávila)

Vota oggi, te ne pentirai domani.(Poster elettorale affisso in Gran Bretagna)

La democrazia ti permette di votare per il candidato che ti dispiace di meno.(Robert Byrne)

La cosa migliore di questo gruppo di candidati è che solo uno di loro può vincere.
(Will Rogers)

Elettore. Colui che gode del sacro privilegio di votare per l’uomo scelto da un altro uomo. (Ambrose Bierce)

Se Dio avesse voluto che noi votassimo, ci avrebbe dato dei candidati.(Jay Leno)

Se i partiti non rappresentano più gli elettori, cambiamoli questi benedetti elettori. (Corrado Guzzanti)

Avete tutto il diritto di stare a casa, se volete, ma non prendetevi in giro pensando di non votare. In realtà, non votare è impossibile: si può votare votando, oppure votare rimanendo a casa e raddoppiando tacitamente il valore del voto di un irriducibile.(David Foster Wallace)

Fra imbecilli che vogliono cambiare tutto e mascalzoni che non vogliono cambiare niente, com’è difficile scegliere! (Gesualdo Bufalino)

 “Vai a votare quest’anno?”.“No, ringraziando Dio non mi serve niente!”.(Ficarra e Picone)

Il miglior argomento contro la democrazia è una conversazione di cinque minuti con l’elettore medio.(Winston Churchill)

L’unica consolazione, di fronte a certi duelli elettorali fra due candidati, è che almeno uno dei due perderà.(Gesualdo Bufalino)

Il fatto di poter eleggere liberamente dei padroni non sopprime né i padroni né gli schiavi. (Herbert Marcuse)

Niente c’è di definitivo nel mondo, ma le cose meno definitive di questo mondo sono le vittorie elettorali.(Benito Mussolini)

Se volessimo capire in cosa consiste davvero la razza umana, dovremmo solo osservarla in tempo di elezioni.(Mark Twain)

Andate a votare, che per i corridoi i lavoretti dei bambini sono stupendi!(TheMadman)

da qui

giovedì 25 settembre 2014

L’umorismo in Kafka - David Foster Wallace

Una delle maggiori difficoltà che incontro a leggere Kafka ai miei studenti è che sembra quasi impossibile convincerli che Kafka è divertente – ma neppure fargli apprezzare il modo in cui il divertimento è intimamente legato al potere straordinario che esercitano le sue storie. Perché, ovviamente, i grandi racconti e le migliori barzellette hanno parecchio in comune. Entrambe queste forme linguistiche sono in dipendenza da ciò che i teorici della comunicazione hanno occasionalmente battezzato “exformazione”: cioè una determinata quantità di informazione vitale rimossa-da-ma-evocata-da una comunicazione, in modo tale che si crei una sorta di esplosione di connessioni associative all’interno del recipiente linguistico. E’ questo probabilmente il motivo per cui sia i racconti sia le storielle divertenti spesso ottengono l’effetto di sembrare improvvise veloci e percussive come il pompaggio di una valvola meccanica.
Non per nulla Kafka stesso parlò della letteratura come “una scure con cui squarciamo gli oceani congelati nel nostro intimo”. E non è nemmeno un caso che, da un punto di vista tecnico, il successo delle massime narrazioni brevi sia spesso stato individuato in ciò che si definisce “compressione” – poiché la pressione e gli effetti di questa stanno già nell’interiorità del lettore. Quel che Kafka sembra più bravo di compiere rispetto a chiunque altro è orchestrare l’incremento di pressione in un modo che appare intollerabile nel preciso momento in cui si realizza.
La psicologia della barzelletta offre una mano a risolvere il problema della lettura di Kafka. Sappiamo tutti che non c’è un modo più veloce per svuotare una barzelletta della sua peculiare magia che quello di tentarne una spiegazione. Conosciamo tutti il gusto dell’antipatia che simili spiegazioni sollevano in noi, una sensazione più di offesa che di noia, come se una bestemmia fosse stata pronunciata nei confronti della storiella. Il che assomiglia moltissimo alla sensazione che un docente prova quando propone un’analisi tecnica in un corso di letteratura – il plot da tracciare, i simboli da decodificare, eccetera. Naturalmente Kafka sarebbe in una posizione unica per apprezzare l’ironia che esprime l’operazione di sottomettere i suoi racconti al regime di una macchina critica di simile efficienza – l’equivalente letterario di strappare i petali di un fiore e analizzarli con uno spettrometro per arrivare a una spiegazione del perché una rosa emani un profumo tanto gradevole. Franz Kafka, dopotutto, è lo scrittore il cui racconto Poseidone immagina un dio marino talmente oppresso dal lavoro burocratico che non riesce mai a navigare o nuotare, e il cui Nella colonia penale arriva a concepire la descrizione come punizione e la tortura come edificazione e la critica ultimativa come punta dell’erpice, il cui colpo di grazia attraversa la fronte.
Ciò che intendo dire non è tanto che Kafka è troppo sottile per gli studenti americani. Di fatto, l’unica strategia di compromesso con cui sono riuscito a esplorare il “divertente” in Kafka coi miei studenti è stato suggerire che gran parte del suo humour non fosse per nulla sottile, o meglio: anti-sottile. Il concetto è che lo humour di Kafka dipende da una sorta di letteralizzazione radicale di verità che noi tendiamo a interpretare come se si trattasse di metafore. Ai miei studenti ribatto che alcune delle più profonde intuizioni collettive sembrano esprimibili soltanto in quanto figure del discorso, ed è il motivo per cui definiamo “espressioni” queste figure del discorso. Con tutto il rispetto per La Metamorfosi, invito gli studenti a considerare che cosa venga realmente espresso nel momento in cui ci riferiamo a qualcuno con espressioni come “fa accapponare la pelle” oppure “è rozzissimo”, o dicendo che qualcuno, lavorando, viene costretto a mangiare “la sua stessa merda”. Oppure a rileggere Nella colonia penale alla luce di espressioni come “mi ha squarciato un nuovo buco del culo” o lo gnomico “A una certa età, ognuno si ritrova la faccia che si merita”. Oppure approcciare Un artista alla fame in termini di tropi come “affamato d’attenzione” o “affamato d’amore” o la doppia significazione nel termine “autonegazione”.
Ciò di cui sono intrisi, insomma, i racconti di Kafka è una complessità onnivora e grottesca e totalmente moderna. Lo humour kafkiano – non solamente nevrotico, ma anche antinevrotico e quasi eroicamente sano – è, alla fin fine, uno humour religioso, ma religioso alla maniera di Kierkegaard e di Rilke e dei Salmi, una spiritualità affilata e assaltante contro cui perfino la grazia insanguinata di Flannery O’Connor sembra spuntata, un gioco di anime che si sa benissimo come finirà.
da qui