La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
sabato 16 maggio 2026
martedì 28 aprile 2026
Blocchi navali
(a cura di Francesco Masala)
La globalizzazione non è nient’altro che il controllo dei mari e degli oceani, ma anche degli stretti.
In un interessante video ne parla nel 2019 Diego Fabbri:
I Romani dopo la sconfitta dei cartaginesi controllarono il Mar Mediterraneo (pax romana)
Nel XVIII e XIX secolo furono i britannici a controllare i mari del mondo (pax britannica)
Nel XX secolo fino a qualche tempo fa sono stati gli USA a controllare i mari del mondo (pax americana)
Adesso il dominio dei mari e degli stretti da parte degli Usa è minacciato dall’Iran (che controlla lo stretto di Hormuz).
Quasi silenzio sulle minacce di Trump per prendersi il canale di Panama (qui).
Negli ultimi tre secoli due paesi imperialisti (di lingua inglesa) si credono i padroni del mondo, prima la Gran Bretagna adesso gli Usa.
L’atto di insubordinazione alla pax americana da parte dell’Iran fa uscire fuori di testa il paese più potente del mondo (per ora).
Come potrebbero Russia e Cina, e tutti i paesi che non si fidano più degli Usa, per aver provato il loro tallone, essere a favore del blocco navale degli Usa contro l’Iran?
Provate a leggere queste righe:
A metà dell’Ottocento la Gran Bretagna si presentava in Cina con i cannoni, per difendere il suo… oppio
Londra ama definirsi madre della democrazia, patria del parlamentarismo, culla della civiltà giuridica moderna. Ma la storia, quando non viene letta dai vincitori, racconta un’altra genealogia: quella di un impero…
Londra ama definirsi madre della democrazia, patria del parlamentarismo, culla della civiltà giuridica moderna. Ma la storia, quando non viene letta dai vincitori, racconta un’altra genealogia: quella di un impero che ha trasformato il commercio in guerra e la droga in diplomazia. Le guerre dell’oppio non sono un incidente remoto, un dettaglio esotico relegato ai manuali di storia coloniale. Sono la matrice genetica della modernità britannica: l’atto fondativo di un ordine mondiale costruito sul diritto del più forte di drogare e invadere in nome del libero mercato.
A metà dell’Ottocento, mentre l’Europa si compiaceva dei suoi congressi liberali e della sua estetica del progresso, la Gran Bretagna si presentava in Cina con i cannoni, non per difendere un principio, ma per difendere una merce. L’oppio prodotto in India — una colonia che fruttava dividendi e carestie — veniva smerciato in Cina in quantità tali da trasformare la dipendenza in emergenza nazionale. Milioni di tossicodipendenti, un’economia interna minacciata, un impero che tenta, con una misura di governo, di proibire il commercio della droga. L’Occidente, oggi tanto devoto alla retorica della lotta agli stupefacenti, rispose allora con la più classica delle armi: la guerra.
Nel 1840 la Royal Navy lanciò la prima guerra dell’oppio. Il casus belli: la Cina aveva osato vietare un commercio che distruggeva il suo popolo. Il risultato: bombardamenti, sbarco di truppe, umiliazione dell’impero cinese e cessione di Hong Kong come risarcimento. In Europa si parlò di “diritto al commercio”, di “difesa della libertà economica”. Nessuno osò chiamarla con il nome che merita: guerra di aggressione per il mantenimento del traffico di droga. L’ipocrisia del linguaggio fu la prima vittoria britannica.
Venti anni più tardi, la storia si ripeté. La Cina, ancora devastata dal problema dell’oppio, tentò una seconda volta di vietarne l’importazione. L’Inghilterra — spalleggiata da Francia e Stati Uniti — tornò con le navi da guerra. La seconda guerra dell’oppio culminò con l’incendio del Palazzo d’Estate di Pechino, una delle meraviglie architettoniche del mondo. Il saccheggio fu sistematico, l’umiliazione metodica: l’impero del Celeste Impero costretto a firmare nuovi trattati, concessioni territoriali, privilegi commerciali. I vincitori chiamarono la catastrofe “apertura della Cina al mondo”.
Dietro la parola “apertura” c’era un programma politico: il libero commercio come dogma e il cannone come suo braccio secolare. L’idea che la civiltà si potesse esportare a colpi di obice e che il mercato fosse una missione morale. È la stessa logica che, due secoli dopo, sorregge le guerre preventive, le sanzioni unilaterali, le “operazioni di polizia internazionale”. Cambiano le merci — dal papavero al petrolio — ma resta intatto il principio: chi possiede la flotta decide la morale.
Nel 1900, quando i cinesi provarono a ribellarsi con la rivolta dei Boxer, la risposta fu la stessa: una coalizione di otto potenze — tra cui Gran Bretagna, Francia, Germania, Russia, Giappone, Stati Uniti, Italia e Austria-Ungheria — marciò su Pechino, represse la rivolta nel sangue e impose nuove condizioni. La vendetta occidentale si travestì da punizione educativa: insegnare ai cinesi a “stare al loro posto”. È difficile trovare una formula più chiara di cosa intendesse l’Europa per civiltà.
A Londra, i giornali dell’epoca celebravano l’espansione come missione. I mercanti diventavano “pionieri del progresso”, gli ammiragli “strumenti della Provvidenza”. Le vittime venivano cancellate, i carnefici canonizzati. Nessuna aula di Westminster trovò scandalo nel fatto che la madrepatria della legalità stesse bombardando un paese per garantire la vendita di droga. Nessun poeta vittoriano compose un verso sul palazzo imperiale in fiamme. Le guerre dell’oppio restarono guerre pulite, invisibili nella coscienza europea, efficaci nell’economia.
Eppure furono quelle guerre a definire per secoli la percezione cinese dell’Occidente. L’arroganza morale di chi si proclama difensore della libertà e impone il commercio con le cannoniere ha un prezzo che si misura in rancore e memoria. Ogni volta che un diplomatico occidentale parla oggi di “minaccia cinese”, di “pericolo asiatico”, ignora che nel lessico cinese la minaccia ha ancora il volto dei marinai britannici sbarcati a Canton nel 1840. La storia non si cancella con le note verbali.
Il paradosso è che quella violenza, anziché essere condannata, fu teorizzata come modello. Le guerre dell’oppio insegnarono all’Occidente che si può trasformare la conquista economica in principio universale. Si può dire “libertà” e intendere “mercato”, si può dire “progresso” e intendere “profitto”. La forza non deve più chiamarsi forza: basta ribattezzarla “apertura”, “modernizzazione”, “integrazione”. La Gran Bretagna perfezionò l’arte dell’eufemismo politico molto prima della BBC: inventò il linguaggio che ancora oggi giustifica interventi e embarghi.
Chi studia quelle guerre trova l’archetipo di tutti i conflitti imperiali successivi. La prima potenza mondiale che dichiara guerra per garantire il diritto di commerciare un veleno; la seconda che incendia un palazzo e ne fa un simbolo di civiltà; la terza che organizza una coalizione per “ripristinare l’ordine”. È l’inizio di un secolo in cui l’aggressione si traveste da amministrazione, la rapina da trattato, la sottomissione da partnership. È la nascita del liberalismo armato, la dottrina non scritta che da allora regge ogni retorica occidentale: la violenza è legittima se produce profitto, il profitto è morale se si accompagna a un discorso sui diritti.
Oggi Londra continua a impartire lezioni di libertà economica e stato di diritto. Ma basta pronunciare “Hong Kong” per sentire l’eco di una storia mai rimossa in Asia. Ogni volta che il Regno Unito difende la libertà di navigazione nel Mar Cinese Meridionale, il mondo orientale ricorda le navi che nel 1840 aprirono quelle rotte a cannonate. Ogni volta che un ministro parla di “influenza cinese pericolosa”, in Cina si ricordano che fu l’Occidente a portare l’oppio e la guerra, non il contrario.
Il suprematismo europeo si nutre della rimozione delle proprie colpe. Si commemora la lotta all’oppio come missione di civiltà, si dimentica che l’Inghilterra è stata la più grande narcotrafficante della storia. Si predica il libero mercato, ma si tace che la sua fondazione è stata un blocco navale. Si celebra il diritto internazionale, ma si rimuove che i trattati che aprirono la Cina al commercio furono firmati sotto minaccia.
Il regno che oggi si presenta come modello di democrazia globale ha costruito il suo secolo d’oro sull’esportazione di una dipendenza e sull’imposizione militare di un mercato. E mentre il dibattito occidentale continua a discutere di “valori”, la Cina, che quella storia non ha dimenticato, osserva con una memoria lunga e glaciale. In quell’arco che va dal bombardamento di Canton al saccheggio di Pechino si trovano le radici dell’attuale diffidenza orientale verso la retorica morale dell’Occidente.
Non è l’orgoglio nazionalista a nutrire quella memoria: è la semplice aritmetica della storia. Un impero che ha costruito la propria fortuna bombardando un paese per difendere il diritto di vendergli droga non può più fingere di incarnare la giustizia universale. L’Inghilterra vittoriana, nelle guerre dell’oppio, non ha solo aperto un mercato: ha aperto la via maestra alla ipocrisia moderna. Da allora, ogni volta che un governo parla di “intervento umanitario”, il mondo dovrebbe ricordare Canton 1840, Pechino 1860, la mano che offriva il veleno e quella che reggeva la bandiera della civiltà.
Anche il Giappone, come la Cina, fu costretto a lasciar entrare le merci degli Usa e dei paesi europei colonialisti (leggi qui).
Chi si oppone agli imperi di lingua inglese, ma non solo, subisce guerre e blocchi navali, ma, come canta Bob Dylan, The Times They Are a-Changin’:
venerdì 24 aprile 2026
La Spagna controcorrente va ad Oriente - Marcello Bellacicco
Mentre gran
parte dei Leader europei hanno tutti i loro sensi orientati ad ovest, agognanti
di carpire un minimo cenno di benevolenza nelle sparate del posseduto di
Washington, il Premier spagnolo Sanchezha rivolto la prua del suo
aereo di stato nella direzione esattamente opposta, per volare a Pechino e
consultarsi con Xi Jinping.
Un atto che,
molto probabilmente, costerà alla Spagna ulteriori strali e minacce da parte della coppia del momento Trump-Netanyahuche,
peraltro, sembrano sortire solo l’indesiderato effetto di compattare ancor di
più il tessuto socio-politico iberico, che ha portato Madrid a consolidare la
propria posizione ben precisa nei confronti della politica estera di
Washington, di quella di Tel Aviv e di quella devastante che, congiuntamente,
l’asse israelo-americano sta implementando.
Tuttavia, è
necessario rammentare che gli attuali contrasti tra questi Leader fanno parte
di un’onda lunga che nasce già dal giugno dello scorso anno, allorché il
Premier Sanchez, a premessa del Vertice NATO dell’Aia, quello annuale al
massimo livello di Capi di Governo, aveva perentoriamente affermato che la Spagna non si sarebbe allineata all’imperio american-trumpiano,
per i Paesi Europei dell’Alleanza di raggiungere lo spropositato 5% del PIL in
spese militari. La risposta del Tycoon fu immediata e, come di consueto,
brutale, proponendo di “buttare fuori” la
Spagna dall’Alleanza Atlantica. Un intento che non ha avuto problema a ribadire
durante il Vertice stesso, tra un insulto e l’altro a tutti i Membri del
Vecchio Continente.
Peraltro,
non è la prima volta che la Spagna assume “decisioni di personalità”
non particolarmente gradite dagli USA. Un caso eclatante si verificò nel marzo
2004, allorché Madrid decise di ritirare il proprio contingente (1300 u.)
dall’Operazione in Iraq. Il motivo ufficiale fu il mancato
rispetto del termine previsto per l’assunzione, da parte dell’ONU,
di un ruolo centrale nella Missione, che era a guida USA. In realtà incise
anche molto la perdita di ben 7 agenti dei Servizi spagnoli, caduti in un
agguato qualche mese prima. Fu un ritiro rapidissimo, deciso dal neo-eletto
Zapatero, che creò anche degli scompensi operativi nell’assetto della Forza
internazionale, tanto da costringere gli Americani, rischiando un
ammutinamento, a prolungare la permanenza in Teatro Operativo di una propria
Brigata, che si stava già imbarcando per tornare in Patria, dopo un anno di
Iraq.
E anche
nell’operazione ISAF in Afghanistan (pure questa a guida USA), il Contingente
spagnolo sostanzialmente si ritirò già nel 2013, partecipando alla successiva
fase della missione NATO (Resolute Support) solo con un nucleo logistico, che
controllava l’aeroporto di Herat. Una funzione prestigiosa e di visibilità a
bassissimo costo. In Afghanistan, la Spagna subì la perdita di un
centinaio di militari, di cui però un’ottantina perirono in due
gravissimi incidenti aerei, avvenuti per cause tecniche. A titolo di confronto,
l’Italia è rimasta “fedele” alla missione in Afghanistan dal 2002 al 2021 e i
suoi Caduti sono stati 53, praticamente tutti in attività operative.
Si può
quindi affermare che, in politica Internazionale, la Spagna è
sempre stata presente nell’ambito dei maggiori impegni dell’ONU e della NATO,
ma è anche stata molto attenta a tutelare un adeguato equilibrio tra le
finalità di tali missioni e gli interessi nazionali, assumendo anche decisioni
autonome e nazionali, senza peraltro temerne le possibili conseguenze.
Con questa
chiave di lettura, probabilmente, è possibile comprendere meglio quanto sta
succedendo in questo periodo tra la Spagna e gli USA, che non è di certo una
novità, anche se il tutto viene esasperato dalla posta in gioco,
probabilmente mai così alta e, ancor di più, dai modi prevaricatori, da bar di
periferia, da parte americana.
Inoltre, la
posizione spagnola assume ancor più risalto se contestualizzata nell’attuale
panorama continentale, con gran parte dell’Europa che appare frastornata e in
continua oscillazione tra una colpevole inerzia politica e una pericolosa
subordinazione strategica verso gli USA. I Paesi Europei si sono sinora mossi in
ordine sparso, in modo scoordinato, sulla base di evanescenti
vertici assembleari della UE o sporadici incontri a partecipazione ristretta che,
però, sono sempre in ritardo sull’evoluzione della situazione e senza forza e
volontà po litica di riprendere l’iniziativa nella gestione degli eventi.
In un quadro
del genere, il Premier Sanchez risulta quindi essere la classica “mosca bianca” che, se non altro, dimostra di aver
individuato una direzione e di volerla seguire, anche a costo di inimicarsi due
personaggi che, tra i tanti loro difetti, hanno anche il vizio del rancore, che
non esitano a sfogare concretamente, senza particolari remore morali o di
Diritto Internazionale.
Non si
tratta di chissà quale genialata politica, quanto piuttosto di un atto di
coerenza ad alcuni dei principi fondamentali che dovrebbero animare qualsiasi
Nazione democraticamente evoluta e che, pur se inserita in Alleanze e
Organizzazioni Internazionali, non rinnega la propria sovranità, sostanziale e valoriale, sulle decisioni che la riguardano,
soprattutto se riguardano la guerra.
La Spagna
non ha di certo abbracciato la causa iraniana, ma non ha neanche
condiviso la decisione unilaterale di USA e Israele di attaccare l’Iran, per
cui ha deciso di non voler avere a che fare con questo conflitto, arrivando
anche a negare l’uso delle basi sul proprio territorio. Lo ha fatto con una
decisione puramente politica, assunta in relazione alla situazione contingente,
che ha avuto il sopravvento su qualsiasi alchimistica e strumentale
considerazione sui cavilli burocratici dei trattati. Secondo
Sanchez, l’appartenenza alla NATO e l’alleanza con gli Stati Uniti non sono
state condizioni sufficienti per costringere la Spagna ad assumere un ruolo,
anche solo di supporto, nella guerra all’Iran.
Un ragionamento
politico molto semplice e pragmatico, esplicitamente orientato alla tutela
degli interessi nazionali, che tutti gli altri Paesi europei non hanno fatto,
vuoi per timore riverenziale, vuoi per inconsistenza
politica, vuoi per ignavia dei loro Governanti.
E in questo
contesto, in cui la priorità governativa viene rivolta prioritariamente al
benessere e alla sicurezza della Spagna, ecco che Sanchez dimostra fattivamente
di non aver problemi ad orientare il proprio sguardo verso est, volando a Pechino ad incontrare Xi Jinpig e chiedendo a Mosca di
incrementare del 124% (335 mln di Euro) il proprio rifornimento di
gnl, diventando così il primo importatore europeo di gas russo.
L’incontro
con il leader cinese, che è avvenuto nella Grande Sala del Popolo, l’ambiente
dedicato ai massimi eventi del Governo di Pechino, è stato cordiale e ha avuto
natura esclusivamente politica. L’affermazione di Xi Jinping “La Cina e la Spagna sono Paesi con dei principi, che agiscono con
rettitudine morale. Entrambi sono disposti a stare dal lato giusto della storia”
definisce completamente il trend concettuale dei colloqui, in cui il Premier spagnolo ha esplicitamente riconosciuto all’omologo cinese
il ruolo del suo Paese come Potenza mondiale responsabile ed orientata a
garantire la stabilità globale, attraverso la diplomazia e lo
sviluppo dei rapporti commerciali. Una linea completamente opposta a quella
israelo-americana, improntata sull’imposizione dei propri voleri, mediante la
costrizione doganale e la prepotenza delle armi.
Ovviamente,
i discorsi non sono stati solo di geopolitica, ma hanno riguardato anche le
relazioni economico-commerciali, rinforzando un rapporto già già molto solido
tra i due Paesi, visto che la Cina è il principale partner di
Madrid, al di fuori dell’Unione Europea, con un interscambio che,
nel 2025, ha superato i 55 miliardi di dollari, con un incremento annuo del 10%.
Pertanto, non si è trattato solo di un viaggio diplomatico o solo simbolico, ma
di una visita che avrà ricadute positive a breve termine, in termini sia
politici che commerciali.
Essendo il
quarto incontro in tre anni, non si può di certo parlare di improvvisazione,
quanto piuttosto di una visione strategica ben definita, che propone un modello
“made in Spain”, basato sulla convivenza costruttiva e
fiduciaria di due anime, quella euro-atlantica e quella globale, in grado di
interfacciarsi, alla pari e su diversi piani, con
un interlocutore importante come la Cina, senza rinunciare alle proprie origini
e identità.
E allora c’è
chiedersi se tutto questo non debba far riflettere tutta l’Europa, sulla
possibilità, che gli eventi stanno trasformando in esigenza, di rimodulare il
proprio approccio alle attuali sfide internazionali, abbandonando quelle
timorose prudenze e paure che, sinora, l’hanno sempre costretta ad
inseguire. La Spagna è un esempio, perfettibile ma sostanziale, che
il gigante americano lo si può sfidare, senza patire eccessive conseguenze,
anzi.
Dopo il no
spagnolo, gli USA hanno spostato i propri assetti aerei dalle basi iberiche a
quelle tedesche, proprio sfruttando un’Europa disunita.
Ma proviamo ad immaginare uno scenario in cui tutte le basi europee,
all’unisono, fossero state negate. Si sarebbe probabilmente suonata tutta
un’altra musica che, forse, non sarebbe stata un rock and roll.
PS Il Segretato di Stato Rubio ha
recentemente minacciato di chiudere le basi USA in Europa. Ci sarebbe da rispondergli
di farlo pure senza problemi, mandando poi una cartolina dai posti in cui
riposizionerà, ad esempio, la VI Flotta ora a Napoli, oppure la 173^ Brigata
parà ora a Vicenza, oppure il 31° Fighter Wing ora ad Aviano, oppure gli
assetti della US Navy ora a Sigonella, ecc ecc. Sempre che gli rimangano i
soldi per i francobolli.
domenica 19 aprile 2026
A metà dell’Ottocento la Gran Bretagna si presentava in Cina con i cannoni, per difendere il suo… oppio
Londra ama definirsi madre della democrazia, patria del parlamentarismo, culla della civiltà giuridica moderna. Ma la storia, quando non viene letta dai vincitori, racconta un’altra genealogia: quella di un impero...
Londra ama definirsi madre della democrazia, patria del parlamentarismo, culla della civiltà giuridica moderna. Ma la storia, quando non viene letta dai vincitori, racconta un’altra genealogia: quella di un impero che ha trasformato il commercio in guerra e la droga in diplomazia. Le guerre dell’oppio non sono un incidente remoto, un dettaglio esotico relegato ai manuali di storia coloniale. Sono la matrice genetica della modernità britannica: l’atto fondativo di un ordine mondiale costruito sul diritto del più forte di drogare e invadere in nome del libero mercato.
A metà dell’Ottocento, mentre l’Europa
si compiaceva dei suoi congressi liberali e della sua estetica del progresso,
la Gran Bretagna si presentava in Cina con i cannoni, non per difendere un
principio, ma per difendere una merce. L’oppio prodotto in India — una colonia
che fruttava dividendi e carestie — veniva smerciato in Cina in quantità tali
da trasformare la dipendenza in emergenza nazionale. Milioni di
tossicodipendenti, un’economia interna minacciata, un impero che tenta, con una
misura di governo, di proibire il commercio della droga. L’Occidente, oggi
tanto devoto alla retorica della lotta agli stupefacenti, rispose allora con la
più classica delle armi: la guerra.
Nel 1840 la Royal Navy lanciò la prima
guerra dell’oppio. Il casus belli: la Cina aveva osato vietare un commercio che
distruggeva il suo popolo. Il risultato: bombardamenti, sbarco di truppe, umiliazione
dell’impero cinese e cessione di Hong Kong come risarcimento. In Europa si
parlò di “diritto al commercio”, di “difesa della libertà economica”. Nessuno
osò chiamarla con il nome che merita: guerra di aggressione per il mantenimento
del traffico di droga. L’ipocrisia del linguaggio fu la prima vittoria
britannica.
Venti anni più tardi, la storia si
ripeté. La Cina, ancora devastata dal problema dell’oppio, tentò una seconda
volta di vietarne l’importazione. L’Inghilterra — spalleggiata da Francia e
Stati Uniti — tornò con le navi da guerra. La seconda guerra dell’oppio culminò
con l’incendio del Palazzo d’Estate di Pechino, una delle meraviglie
architettoniche del mondo. Il saccheggio fu sistematico, l’umiliazione
metodica: l’impero del Celeste Impero costretto a firmare nuovi trattati,
concessioni territoriali, privilegi commerciali. I vincitori chiamarono la
catastrofe “apertura della Cina al mondo”.
Dietro la parola “apertura” c’era un
programma politico: il libero commercio come dogma e il cannone come suo
braccio secolare. L’idea che la civiltà si potesse esportare a colpi di obice e
che il mercato fosse una missione morale. È la stessa logica che, due secoli
dopo, sorregge le guerre preventive, le sanzioni unilaterali, le “operazioni di
polizia internazionale”. Cambiano le merci — dal papavero al petrolio — ma
resta intatto il principio: chi possiede la flotta decide la morale.
Nel 1900, quando i cinesi provarono a
ribellarsi con la rivolta dei Boxer, la risposta fu la stessa: una coalizione di
otto potenze — tra cui Gran Bretagna, Francia, Germania, Russia, Giappone,
Stati Uniti, Italia e Austria-Ungheria — marciò su Pechino, represse la rivolta
nel sangue e impose nuove condizioni. La vendetta occidentale si travestì da
punizione educativa: insegnare ai cinesi a “stare al loro posto”. È difficile
trovare una formula più chiara di cosa intendesse l’Europa per civiltà.
A Londra, i giornali dell’epoca
celebravano l’espansione come missione. I mercanti diventavano “pionieri del
progresso”, gli ammiragli “strumenti della Provvidenza”. Le vittime venivano
cancellate, i carnefici canonizzati. Nessuna aula di Westminster trovò scandalo
nel fatto che la madrepatria della legalità stesse bombardando un paese per
garantire la vendita di droga. Nessun poeta vittoriano compose un verso sul
palazzo imperiale in fiamme. Le guerre dell’oppio restarono guerre pulite,
invisibili nella coscienza europea, efficaci nell’economia.
Eppure furono quelle guerre a definire
per secoli la percezione cinese dell’Occidente. L’arroganza morale di chi si
proclama difensore della libertà e impone il commercio con le cannoniere ha un
prezzo che si misura in rancore e memoria. Ogni volta che un diplomatico
occidentale parla oggi di “minaccia cinese”, di “pericolo asiatico”, ignora che
nel lessico cinese la minaccia ha ancora il volto dei marinai britannici
sbarcati a Canton nel 1840. La storia non si cancella con le note verbali.
Il paradosso è che quella violenza,
anziché essere condannata, fu teorizzata come modello. Le guerre dell’oppio
insegnarono all’Occidente che si può trasformare la conquista economica in
principio universale. Si può dire “libertà” e intendere “mercato”, si può dire
“progresso” e intendere “profitto”. La forza non deve più chiamarsi forza:
basta ribattezzarla “apertura”, “modernizzazione”, “integrazione”. La Gran
Bretagna perfezionò l’arte dell’eufemismo politico molto prima della BBC:
inventò il linguaggio che ancora oggi giustifica interventi e embarghi.
Chi studia quelle guerre trova
l’archetipo di tutti i conflitti imperiali successivi. La prima potenza
mondiale che dichiara guerra per garantire il diritto di commerciare un veleno;
la seconda che incendia un palazzo e ne fa un simbolo di civiltà; la terza che
organizza una coalizione per “ripristinare l’ordine”. È l’inizio di un secolo
in cui l’aggressione si traveste da amministrazione, la rapina da trattato, la
sottomissione da partnership. È la nascita del liberalismo armato, la dottrina
non scritta che da allora regge ogni retorica occidentale: la violenza è
legittima se produce profitto, il profitto è morale se si accompagna a un
discorso sui diritti.
Oggi Londra continua a impartire lezioni
di libertà economica e stato di diritto. Ma basta pronunciare “Hong Kong” per
sentire l’eco di una storia mai rimossa in Asia. Ogni volta che il Regno Unito
difende la libertà di navigazione nel Mar Cinese Meridionale, il mondo
orientale ricorda le navi che nel 1840 aprirono quelle rotte a cannonate. Ogni
volta che un ministro parla di “influenza cinese pericolosa”, in Cina si
ricordano che fu l’Occidente a portare l’oppio e la guerra, non il contrario.
Il suprematismo europeo si nutre della
rimozione delle proprie colpe. Si commemora la lotta all’oppio come missione di
civiltà, si dimentica che l’Inghilterra è stata la più grande narcotrafficante
della storia. Si predica il libero mercato, ma si tace che la sua fondazione è
stata un blocco navale. Si celebra il diritto internazionale, ma si rimuove che
i trattati che aprirono la Cina al commercio furono firmati sotto minaccia.
Il regno che oggi si presenta come
modello di democrazia globale ha costruito il suo secolo d’oro
sull’esportazione di una dipendenza e sull’imposizione militare di un mercato.
E mentre il dibattito occidentale continua a discutere di “valori”, la Cina,
che quella storia non ha dimenticato, osserva con una memoria lunga e glaciale.
In quell’arco che va dal bombardamento di Canton al saccheggio di Pechino si
trovano le radici dell’attuale diffidenza orientale verso la retorica morale
dell’Occidente.
Non è l’orgoglio nazionalista a nutrire
quella memoria: è la semplice aritmetica della storia. Un impero che ha
costruito la propria fortuna bombardando un paese per difendere il diritto di
vendergli droga non può più fingere di incarnare la giustizia universale.
L’Inghilterra vittoriana, nelle guerre dell’oppio, non ha solo aperto un
mercato: ha aperto la via maestra alla ipocrisia moderna. Da allora, ogni volta
che un governo parla di “intervento umanitario”, il mondo dovrebbe ricordare
Canton 1840, Pechino 1860, la mano che offriva il veleno e quella che reggeva
la bandiera della civiltà.
domenica 12 aprile 2026
Non vedono la tempesta arrivare - Giovanni Tonlorenzi
Nel mezzo di un contesto geopolitico drammatico, agli albori di una crisi economica epocale e sull’orlo di un’escalation militare in cui è sempre meno escluso il ricorso alle armi nucleari, nell’opposizione italiana al governo Meloni, centro-sinistra, campo largo o come altrimenti la si voglia chiamare, non si registra alcun dibattito degno di questo nome.
Quel poco che si intravede, fatto di dichiarazioni sparse e umori momentanei
dei vari leader, non è definibile altrimenti che lunare.
Sia chiaro,
nell’anno di grazia 2026 il vuoto assoluto che si riscontra nel livello
politico non è che il riflesso di un vuoto più profondo, di un’apatia che
attraversa la società italiana e, più in generale, quella europea da quasi
quarant’anni.
Comunque questo dato non è certo un’assoluzione. Perché c’è una differenza
sostanziale tra l’apatia di chi subisce gli eventi e l’incapacità di chi
dovrebbe interpretarli, leggerli, trasformarli in proposta politica. La prima è
comprensibile, la seconda è una colpa, specie se si è stati complici di un
disastro.
Il
referendum del 22 e 23 marzo scorso ha sollevato nell’opposizione un entusiasmo
del tutto ingiustificato, alimentato dal desiderio di leggere nel consistente voto
contro la riforma costituzionale voluta dalla destra una prova di consenso a
suo favore, dimenticando che gran parte di quello stesso schieramento non è
meno responsabile dello sfascio che stiamo vivendo.
Così, mentre
nel campo largo ci si divide su premiership, primarie e federatori, e circolano
i nomi di Conte e Schlein, ma anche di Bersani, Rosy Bindi, la sindaca di
Genova Salis, il cattolico Andrea Riccardi, l’ex capo della polizia Franco
Gabrielli, e di Giovanni Bachelet che ha guidato il fronte del No, nel mondo
alcune questioni di una qualche importanza si accavallano con una velocità che
non ammetterebbe distrazioni. Questioni che non riguardano un altrove lontano e
astratto, ma bussano direttamente alle porte di questo paese.
Sigonella,
ovvero i confini della sovranità consentita
Si
accavallano in maniera tale che persino il ministro della Difesa Crosetto,
membro autorevole di un governo iper-atlantista e in piena sintonia con
l’amministrazione Trump, si è trovato costretto a rendere pubblica una nota
misurata ma in sostanza inequivocabile: rispetto dei trattati, incrollabile
alleanza con gli USA, ma indisponibilità all’utilizzo delle basi militari come
quella di Sigonella, per gli aerei militari statunitensi impegnati in
operazioni di guerra contro l’Iran¹.
Il governo
ha presentato il gesto come puramente procedurale. L’opposizione ha risposto
con un “serve di più”, prontamente sopito, anche perché sapendo da che pulpito
arrivava l’invito, la cosa diventava addirittura grottesca.
Ciò che è
rimasto di questo episodio è la solita, sostanziale convergenza tra governo e
cosiddetta opposizione sulle grandi questioni della geopolitica, che ha
chiarito una volta di più il perimetro del pensiero politico e della sovranità
consentita.
Una convergenza che non è tattica né contingente, ma strutturale. Ed è
precisamente lì, in quella convergenza di fatto e che molte volte si è
esplicitata, che si misura la distanza minima tra chi governa e chi si dichiara
opposizione.
Il
riferimento a Sigonella ha evocato naturalmente l’altro caso, quello del 1985,
quando Bettino Craxi riaffermò con nettezza la sovranità italiana di fronte
all’amministrazione di Ronald Reagan. Un accostamento che, al di là del nome
della base, non ha in comune con la situazione attuale assolutamente nulla,
anzi dimostra la plastica evidenza dell’abisso che separa l’attuale classe
politica italiana da quella di quegli anni, qualunque cosa se ne voglia
pensare. Allora, con mille difetti, c’era una classe dirigente capace di porre
un limite al potente alleato, oggi ci si affretta a chiarire che quel limite è
solo procedurale, mancava la consultazione preventiva.
Ma il caso
Sigonella è importante perché, come un filo d’Arianna, ci guida nella
comprensione di quanto la guerra e la crisi energetica stiano già entrando in
casa nostra e quanto, invece, il dibattito nell’opposizione sia, appunto,
lunare.
La
coalizione Epstein e la guerra che non va come previsto
Alla data
del 24 febbraio 2022, l’inizio dell’operazione militare russa in Ucraina, se ne
è aggiunta un’altra che è destinata anch’essa a lasciare il segno, ed è il 28
febbraio 2026, quando gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran.
L’obiettivo
dichiarato della ormai nota coalizione Epstein era la neutralizzazione
dell’inesistente programma nucleare militare iraniano, la decapitazione della
sua leadership e il conseguente cambio di regime.
Ma le cose
non sono andate come previsto².
Nonostante
settimane di bombardamenti intensivi, la capacità militare iraniana non risulta
neutralizzata, e le infrastrutture strategiche, in particolare le basi
missilistiche, per lo più sotterranee e disperse sul vasto territorio della
Repubblica islamica, continuano a garantire operatività e resilienza al paese.
Teheran
mantiene una pressione costante attraverso attacchi missilistici e con droni
sulle strutture energetiche dei paesi del Golfo Persico e su Israele,
aumentando progressivamente il livello tecnologico delle proprie offensive.
La
leadership politica e militare iraniana, di cui fu predisposta una cospicua
decentralizzazione, ha continuato a funzionare nonostante i raid sui centri di
governo, e la governance della Repubblica islamica prosegue secondo il proprio
quadro costituzionale².
La
situazione in cui si è impantanata la coalizione Epstein si sta incancrenendo
al punto che tra molti analisti comincia a circolare l’ipotesi che Israele, in
caso di sconfitta, potrebbe mettere in atto la cosiddetta “Opzione Sansone” e
cioè il ricorso alle armi nucleari³.
Una
prospettiva che non appartiene alla fantascienza geopolitica, ma al calcolo
strategico di chi si potrebbe trovare presto con le spalle al muro.
Sul fronte
della superiorità aerea, poi, la realtà operativa è ben più complicata di
quanto la narrazione ufficiale voglia dare ad intendere.
Diversi episodi, velivoli abbattuti, emergenze in volo, difficoltà nelle
missioni di recupero dei piloti, indicano un contesto sempre più ostile per gli
Stati Uniti e per il piccolo ma potente e aggressivo alleato⁴.
Come osserva
con consueta lucidità Simplicius the Thinker – nome de plume di uno dei più
seguiti analisti geopolitici e militari a livello globale – la riduzione delle
capacità di attacco a distanza obbliga statunitensi e israeliani a missioni
sempre più rischiose, con un’esposizione crescente e un tasso di perdite in
aumento.
In questa
prospettiva, le ripetute minacce di intervento terrestre, non solo a parole, ma
accompagnate dall’invio nell’area di consistenti reparti militari – rischiano
di trascinare l’intero quadrante, ed oltre, verso esiti ancora più gravi e
distruttivi.
Nel
frattempo, tre generali sono stati rimossi dai vertici del Pentagono nel pieno
della conduzione del conflitto, segnale questo inequivocabile di forti
divergenze tra le alte sfere militari e la Casa Bianca sulla gestione
dell’operazione Epic Fury⁵.
Che la
situazione presenti chiari elementi di caos, e dunque di enorme pericolosità,
lo dimostra anche la linea comunicativa di Trump, sempre più aggressiva e
sempre più contraddittoria, con elementi di imbarazzante grossolanità. Il
presidente ha dichiarato pubblicamente che Mohammed bin Salman deve “baciargli
il culo”, una frase che, al di là del registro, misura plasticamente il livello
raggiunto da questa amministrazione⁶.
Di fronte a
tutto questo, l’opposizione italiana tace, o commenta a margine, con vuote
frasi di circostanza, spesso con la stessa superficialità con cui commenterebbe
un risultato elettorale locale. Non una proposta, tantomeno una visione, non un
pensiero che sia all’altezza della posta in gioco.
Kallas e gli
altri: il pensiero unico europeo di fronte alla guerra
Quattro anni
fa, con l’inizio l’operazione speciale militare della Federazione Russa in
Ucraina, finalizzata a porre uno stop all’espansione della NATO verso est, si è
messo in moto un processo destinato a cambiare, probabilmente in maniera
definitiva, le linee storiche che sembravano fatali dalla fine della Guerra
Fredda. Eppure l’attuale leadership europea, totalmente agita da volontà
d’oltreoceano, non ha nemmeno tentato di difendere gli interessi dei popoli
europei.
Si è chiusa
in una ostinata propaganda spesso imbarazzante, incapace di elaborare un punto
di vista autonomo ancorato alla realtà dei fatti, e rifugiandosi nella
ripetizione di un unico mantra: lotta senza quartiere contro il pericolo russo
in procinto di espansionismo su grande scala.
A
sottolineare e rendere ancora più evidente questo asservimento, un asservimento
che è addirittura metapolitico, che precede e condiziona qualsiasi scelta
politica concreta – sono intervenute la macelleria genocida perpetrata ai danni
del popolo palestinese dallo Stato di Israele con il sostegno
dell’amministrazione del democratico Joe Biden, la guerra dei dodici giorni
contro l’Iran del giugno 2025, e la vicenda venezuelana di inizio 2026.
Con la
guerra scatenata contro la Repubblica islamica, la nullità dell’establishment
europeo si è confermata definitivamente lampante. Al di là del non riuscire a
svolgere alcun ruolo di mediazione reale, la leadership europea è addirittura
arrivata a invitare, sostanzialmente, l’Iran a non difendersi⁷. Il culmine lo
ha raggiunto Kaja Kallas, che nel suo quotidiano delirio anti russo non ha
trovato di meglio da dichiarare che “la Russia sta aiutando l’Iran con
informazioni di intelligence per uccidere americani, e ora fornisce anche droni
perché possa attaccare i paesi vicini e le basi militari statunitensi”⁸.
Una
dichiarazione che dice tutto sulla qualità del pensiero strategico europeo,
ossessionato dalla Russia al punto da perdere di vista qualsiasi lettura
autonoma della realtà.
E la classe
dirigente italiana che fa? Assente, silente, e l’opposizione discute di
federatori mentre il continente brucia.
Lo Stretto
di Hormuz e il crollo dell’ordine unipolare
La
situazione attuale racconta in modo incontrovertibile che l’unipolarismo
occidentale a guida statunitense è sempre meno tollerato. La posizione
iraniana, rigida nel non aprire ad alcun compromesso finché non saranno
raggiunti gli obiettivi strategici di lungo periodo, a cominciare dalla propria
sicurezza nell’area mediorientale, fa evidentemente il paio con le posizioni
portate avanti dalla Federazione Russa fin dal 2007. Posizioni queste che non
sono più liquidabili con la propaganda, come l’establishment occidentale ha
tentato di fare per quasi vent’anni.
Oggi emerge
che la vera forza iraniana non è solo militare, ma soprattutto geografica,
economica e monetaria.
Lo Stretto
di Hormuz — principale nodo marittimo per il commercio energetico globale — è
diventato il teatro dello smottamento del vecchio ordine geopolitico ed
economico. Da quello stretto transita circa il 20% del petrolio mondiale, il
22% del gas naturale liquefatto globale, e una quota rilevante di
fertilizzanti, prodotti chimici ed elio⁹. La sua inagibilità produrrebbe una
crisi di approvvigionamento energetico su scala planetaria di proporzioni del
tutto inedite, con prezzi del petrolio che potrebbero raggiungere i duecento
dollari al barile in brevissimo tempo. Questo significa pesanti rincari per
riscaldamento, trasporti, produzione industriale, filiere alimentari, significa
la vita quotidiana di decine di milioni di italiani ed europei.
Come segnala
efficacemente Pepe Escobar, c’è una dimensione ulteriore evidente ma le cui
conseguenze non sono ancora del tutto analizzate: la strategia iraniana,
imponendo pagamenti in yuan per il transito delle merci attraverso Hormuz,
incide sulla centralità del dollaro come valuta di riferimento globale, il che
determina che al conflitto militare si aggiunge sempre più sensibilmente un
conflitto sistemico¹⁰.
Con il
sostegno di Russia e Cina, il conflitto regionale si colloca irrimediabilmente
in uno scontro di dimensione globale, con tutte le conseguenze del caso.
Anche
l’attuale formato dei BRICS ne risentirà in modo sostanziale, visto che alla
prova dei fatti si rivela ben poco strategicamente coeso e quindi inadeguato
come attore in una situazione così complicata. Ma al suo posto si va delineando
un asse più ristretto ma decisamente più coerente, fondato sull’integrazione
tra Russia, Iran e Cina.
Questo
triangolo strategico unisce risorse energetiche, capacità industriali e
controllo dei principali corridoi logistici eurasiatici, configurandosi come il
nucleo operativo di un possibile ordine multipolare. E l’Iran non è un attore periferico,
in quanto controlla uno dei principali snodi energetici del pianeta e
rappresenta il crocevia geografico tra Asia e Medio Oriente, collegamento
essenziale tra i sistemi economici e infrastrutturali russo e cinese¹⁰.
Qualcuno
nell’opposizione italiana ha ritenuto opportuno aprire un dibattito su tutto
questo? Ha proposto una posizione, una lettura, una prospettiva che non fosse
quella dell’atlantismo come riflesso condizionato? La risposta, come sappiamo,
è no. E questo elemento non è solo una lacuna, suona quasi come condanna
politica.
Anche Kagan
lo ammette. L’opposizione italiana no. Trent’anni di Washington Consensus non
si cancellano con le primarie
Il livello
di consapevolezza della situazione internazionale da parte della classe
dirigente italiana sembra essere impermeabile a tutto.
In nessuno
dei poli della geografia politica italiana si riesce a scorgere uno straccio di
volontà di uscire da quel perimetro che è storicamente consentito dai signori
ai vassalli.
Impermeabile
anche alle domande di cambiamento provenienti dalle persone in carne e ossa,
sempre più strette in una crisi che diventerà ingestibile. Il voto No al
referendum contiene molto probabilmente anche, e soprattutto, questo elemento.
Là fuori qualcosa forse si sta muovendo, qualcosa di profondo, ancora
embrionale e difficilmente descrivibile, ma la politica ufficiale non se ne
accorge o, peggio, finge di non accorgersene.
Il vecchio
mondo sta crollando rapidamente e lo riconosce persino Robert Kagan, un
neoconservatore, intellettuale organico dell’interventismo americano,
sostenitore storico della NATO e di Israele, tutt’altro che un pensatore
critico dell’ordine liberale.
Su The Atlantic ha scritto che la guerra con l’Iran ha esposto e aggravato le
divisioni tra gli Stati Uniti e i propri alleati, ha rafforzato le potenze che
lui chiama – e qui si intende la sua natura – revisioniste cioè Russia e Cina,
ed ha accelerato il caos politico ed economico globale, lasciando gli USA in
una posizione di isolamento che non si vedeva dagli anni Trenta del XX
secolo¹¹.
Il fatto che
sia Kagan a scriverlo non è un dettaglio, ma la misura di quanto la realtà
abbia superato anche i suoi più convinti e aggressivi architetti.
Negli States
persino falchi neoconservatori si interrogano se Israele possa ancora
considerarsi un alleato affidabile, cercando forse di mettersi al riparo da
quella che potrebbe svilupparsi come una sconfitta epocale.
Ma qui,
coloro che dovrebbero convocare, chissà, una sorta di Stati Generali non sanno
nemmeno suonare nell’orchestra del Titanic che sta colando a picco, e perché si
rendono conto che affrontare certi temi, seriamente, significherebbe la
dissoluzione istantanea di troppe carriere politiche fini a sé stesse.
Il Partito
Democratico, come quasi tutto ciò che popola la geografia politica italiana, ha
formato la propria identità, il proprio ceto dirigente, la propria rete di
relazioni dentro il Washington Consensus, il Fiscal Compact, la privatizzazione
forsennata dei servizi pubblici, la conseguente continua cessione di sovranità
alla burocrazia irresponsabile dell’Unione Europea e al postulato atlantista.
Tuttavia, per onestà bisogna ammettere che non è solo il PD il problema, ma è
la stragrande maggioranza del mondo politico, culturale, intellettuale e
dell’informazione nella sua quasi totalità, per un motivo o per l’altro, che ha
portato il cervello all’ammasso.
Eppure il PD
rimane l’equivoco che fa da tappo a quella grande mobilitazione che sarebbe
necessaria e che prima o poi avverrà autonomamente.
E per dirlo
con chiarezza, non siamo davanti soltanto a scelte sbagliate, fautrici di
politiche sempre più impopolari, ma ad un problema strutturale. Come quando si
sente dire, ad esempio, che Renzi fu un incidente di percorso per il Partito
Democratico, senza capire che Renzi era il figlio legittimo del PD e sua
discendenza naturale. Non è nemmeno questione di mancanza o di cattiva volontà,
è questione di quello che si è diventati, e di cosa si è scelto di essere nel
corso di trent’anni.
Chi non avrà
il coraggio di uscire da quel perimetro sarà spazzato via, con tutta
probabilità, dall’impetuosità degli eventi.
No Kings: il
marchio americano che i progressisti hanno comprato, senza leggere l’etichetta
La cartina
di tornasole più recente di questa cecità strutturale è stata la manifestazione
“No Kings” del 29 marzo. In Italia come in Europa se ne è fatto un uso
entusiastico e del tutto acritico, esattamente l’uso che ci si aspetterebbe da
chi non sa leggere i movimenti sociali che non ha prodotto e non capisce quelli
prodotti altrove.
Perché No
Kings è, nella sostanza, uno strumento dei Democratici americani, il cui
obiettivo non è altro che lo status quo ante, quello dei Biden, di Kamala
Harris, delle famiglie Clinton e Obama, delle politiche neocon già viste
all’opera.
Un movimento
che pone come ideale il repubblicanesimo americano del XVIII secolo,senza fare
menzione del fatto che da quel momento quei padri fondatori costruirono una
nazione sul genocidio dei nativi, sullo schiavismo, su un calvinismo che ha
fatto dell’arricchimento individuale uno dei perni dello sviluppo, dando
progressivamente vita al mito del destino manifesto.
No Kings è
contro le politiche di Trump che mettono a repentaglio quell’America che c’era
prima, appunto quella di Biden, primo sostenitore concreto del genocidio
palestinese.
Quell’America
non è poi così diversa da quella di Trump. E chi in Europa ha sfilato sotto
quel marchio senza porsi una sola di queste domande ha dimostrato esattamente
il livello di analisi politica di cui è capace.
Il
meccanismo è stato quello di un franchising acritico, si è preso un marchio, lo
si è un po’ adattato, senza chiedersi nulla sul contesto locale, sugli
obiettivi reali, sulle forze che lo animano, sugli interessi, grandi, che lo
finanziano.
Contro chi
si stava manifestando, la piazza esattamente? Per quale alternativa? Con quale
orizzonte? Scrive tale Tom Joad in un articolo su Substack: “così la piazza
protesta dentro le coordinate del mondo che contesta, con gli strumenti di quel
mondo, nel linguaggio di quel mondo, e il risultato più ottimistico è una
versione leggermente più umana del medesimo ordine, ciò che la retorica
progressista chiama ‘un mondo più giusto’, intendendo esattamente lo stesso
mondo governato dalle medesime strutture con un personale politico più
gradevole e una distribuzione della ricchezza lievemente meno oscena”¹².
È, in fondo,
la stessa logica che governa tutta l’opposizione italiana, rimanere dentro le
coordinate del sistema che certo non si vuole cambiare ma sperare che sia meno
violento ed aggressivo, sperando che cambino gli attori senza che cambi la
commedia.
Quando
arriverà lo shock, non ci salveremo con le primarie
Come annota
con amara lucidità Ugo Boghetta su La Fionda¹³, analizzando i dati del
referendum, risulta chiaro che il campo largo non può affermare di essere in
ripresa; i voti referendari non sono sommabili a posizioni unioniste, riarmiste
e liberiste. Forse cambieranno gli attori senza che cambi la commedia ma
rimangono milioni di cittadini orfani di proposte convincenti, milioni di
persone che hanno votato No senza che nessuno sia capace di dare un
orientamento a quella domanda di cambiamento in qualcosa di politicamente
credibile, sia per politiche che per interpreti.
Esisterebbe,
teoricamente, la possibilità di costruire qualcosa di diverso, una posizione
antiliberista che combini l’attuazione piena della Costituzione con lo sgancio
progressivo dell’Italia dagli organismi internazionali che ne comprimono la
sovranità, cogliendo le opportunità che la contingenza storica offre per
avvicinarsi a obiettivi concreti di neutralità e indipendenza reale.
Potrebbe non
essere solo utopia, ma la è la condizione necessaria per perseguire un
interesse nazionale popolare e rilanciare qualcosa che assomigli alla
democrazia.
Ma richiede
coraggio intellettuale e politico che oggi, nell’opposizione italiana, non si
vede all’orizzonte.
Purtroppo,
la storia insegna che le grandi inversioni di rotta nelle opinioni pubbliche
non avvengono per sola persuasione, ma assai spesso per uno shock. Non ce lo
auguriamo, ovviamente anche perché non si sa mai che piega possono prendere
quelle inversioni di rotta. Ma sarebbe disonesto ignorarlo e sarebbe sbagliato
non tenere conto che, quando quello shock arriverà, chi avrà scelto di
trastullarsi con federatori, primarie e altre cosette, non avrà nessuna
credibilità per essere ascoltato.
Note
- https://www.lastampa.it/politica/2026/03/31/news/italia_nega_base_sigonella_usa_crosetto-15566208/
- Crooke,
A., Iran’s Audacious Strategic Moves, Unz Review, 27 marzo 2026, https://www.unz.com/acrooke/irans-audacious-strategic-moves-declared-missile-dominance-over-the-occupied-territories-a-warning-of-nuclear-deterrence/
- https://www.aljazeera.com/opinions/2026/3/22/why-the-world-should-worry-about-israels-nuclear-doctrine; https://jacobin.com/2026/03/israel-iran-war-nuclear-weapons
- Simplicius, https://simplicius76.substack.com/p/disaster-operation-stone-age-begins
- https://edition.cnn.com/2026/04/02/politics/hegseth-removes-randy-george-army-chief-of-staff
- https://thewire.in/world/trump-claims-saudi-crown-prince-kissing-my-ass
- https://www.theguardian.com/world/2026/mar/24/ursula-von-der-leyen-iran-us-hormuz-crisis-australia; https://www.timesofisrael.com/liveblog_entry/eus-costa-urges-iranian-president-to-ensure-freedom-of-navigation-in-strait-of-hormuz/
- https://ejpress.org/kallas-russia-is-providing-intelligence-support-to-iran-in-the-middle-east-war-to-kill-americans/
- https://www.iea.org/about/oil-security-and-emergency-response/strait-of-hormuz
- Escobar,
P., https://www.unz.com/pescobar/the-china-pakistan-gcc-riddle/
- Kagan,
R., https://www.theatlantic.com/international/2026/03/trump-us-power-iran/686567/
- Joad,
T., https://revolvepl.substack.com/p/la-piazza-incorporata
- Boghetta,
U., https://www.lafionda.org/2026/04/04/post-referendum-quo-vadis/
https://www.lafionda.org/2026/04/07/non-vedono-la-tempesta-arrivare/
