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martedì 7 novembre 2023

Sanità pubblica sempre più alla deriva

  

Al movimento sulla sanità arrivano solo le mancette del governo - Ivan Cavicchi

Sono molto colpito da una contraddizione: sulla sanità, come opposizione. Contro il governo di destra, abbiamo costruito un fronte sociale e politico vasto che non ha precedenti, al punto di fare della sanità, forse per la prima volta, una questione davvero strategica.
Ma nonostante questo vasto schieramento, reso compatto da un comune e fin troppo facile obiettivo prioritario, quello di rifinanziare la sanità pubblica, i risultati sono oggettivamente asimmetrici scarsi e risibili. Così dobbiamo ammetterlo: la nostra battaglia sul rifinanziamento della sanità, almeno per il momento, l’abbiamo persa.
I DATI SONO IMBARAZZANTI: pochi soldi per i servizi, neanche i soldi sufficienti per coprire i costi dell’inflazione, confermato un definanziamento programmato negli anni a venire, una privatizzazione in continua crescita e in aggiunta una grande beffa a danno del lavoro e degli operatori i quali, da una parte prendono con la finanziaria la maggior parte degli spiccioli, per rinnovare i contratti, e dall’altra si vedono tagliare retroattivamente le pensioni quindi i diritti acquisiti.
Vorrei quindi che ragionassimo sul perché, noi così giusti forti e agguerriti, abbiamo perso questa importante battaglia.
Sun Tzu l’autore cinese de L’arte della guerra, direbbe che pur con un esercito agguerrito e motivato, abbiamo perso perché probabilmente, a causa dei nostri limiti strategici, non potevamo in nessun modo vincere.
IL PRIMO LIMITE è stato quello di non aver organizzato la nostra battaglia sul rifinanziamento della sanità per mezzo di una “piattaforma” cioè in pratica siamo andati all’arrembaggio del governo ma senza una strategia. Rifinanziare la sanità non è solo una questione finanziaria come sembra ma che necessita che si costruiscano tutte le condizioni e i processi necessari utili a produrre le risorse necessarie prima di tutto usando con intelligenza la carta della riforma della spesa storica. Ma non l’abbiamo fatto.
Il secondo limite è stato quello di non aver contestato al governo la sua idea sbagliata di sostenibilità sulla base della quale esso si sente autorizzato a non finanziarci. E quindi di non aver proposto un’altra idea di sostenibilità quella basata sulla produzione di salute come ricchezza economica. L’art 32 cioè il diritto alla salute se liberato dalle compatibilità neoliberiste può produrre ricchezza e ridurre il costo della cura. Ma per fare ciò bisogna ripensare parecchie cose a partire dal comparto della prevenzione In questo caso si che avremmo messo in crisi per davvero il governo Meloni. Ma la parola sostenibilità non è mai stata pronunciata.
Il terzo limite è pratico e pragmatico e si aggancia al precedente: alla fine abbiamo di fatto chiesto al governo, di dare alla sanità un mucchio di soldi e quindi di adottare una politica finanziaria incompatibile nonostante la crisi economica.
Quindi di tirare fuori, un mucchio di soldi sull’unghia fino a chiedergli , la parificazione della spesa sanitaria italiana alla media europea (40 mld), e il vincolo del 7.5% della spesa sanitaria in rapporto al pil.
Neanche Keynes nelle circostanze date avrebbe osato tanto.
IL GOVERNO HA RISPOSTO picche incassando l’approvazione dell’Europa e come risposta ci ha dato una mancetta (3 mld) perché la mancetta è la sua idea di sostenibilità e perché la mancetta negli anni è diventata un metodo che noi però anche con le piazze piene non abbiamo mai contestato come tale.
Il quarto limite è che nonostante le terribili contraddizioni che ha la sanità abbiamo chiesto al governo di rifinanziarla nella sua più totale invarianza cioè di rifinanziare tutto il carrozzone, privato compreso, quindi di rifinanziare le sue diseconomie le sue contraddizioni e le sue criticità
Con questi chiari di luna Sun Tzu direbbe che dato il contesto di crisi, non avremmo in nessun modo potuto vincere la battaglia perché con la propaganda le battaglie non si vincono .
COSÌ ABBIAMO MANCATO l’obiettivo. Questo non per la sinistra ma per milioni di persone ormai sempre più senza diritti è una cosa gravissima
Se ha ragione Sun Tzu avremmo potuto vincere ma per vincere avremmo dovuto fare un altro genere di battaglia. Ma non l’abbiamo fatto.
La Meloni mentre distrugge la sanità pubblica a parte l’approvazione delle agenzie di rating a sentire i sondaggi non perde voti. Questo vuol dire che la nostra battaglia sulla sanità non è servita a niente. Se è così questa sarebbe la nostra vera sconfitta politica
Per alcuni, compreso noi, era scontato che sulla sanità noi avremmo perso la battaglia. Ma chiediamoci onestamente, avremmo potuto vincere? Potremmo mai vincere battaglie tanto complesse e difficili come quella della sanità senza una vera strategia senza un pensiero ma soprattutto senza un onesto pensiero riformatore?

da qui

 


Sanità, l’ultimo business dei privati. In appalto anche le sale operatorie - Paolo Russo 

«Ho l’assicurazione ma se dovessi operarmi andrei nel pubblico, mi dà più sicurezza». È un ragionamento che fanno in molti, soprattutto quando si tratta di un intervento serio, magari al cuore o per la rimozione di un tumore. Ma pochi, o forse nessuno, sanno della nuova tendenza dilagante nella sanità, quella di affidare la gestione delle sale operatorie dei nostri ospedali ai privati. Per carenza di personale, è il ritornello di Regioni e amministratori quando si tratta di giustificare il passaggio di consegne. Salvo poi scoprire che l’appalto dei blocchi operatori costa molto più di quanto si spenderebbe decidendosi finalmente ad assumere il personale che manca. O anche a riorganizzare una rete di sale operatorie, che una recente ricognizione condotta dal ministero della Salute ha scoperto nella metà dei casi lavorare in media al ritmo blando di appena un intervento al giorno. Tanto che sono tantissimi gli ospedali che operano sotto i livelli standard di sicurezza, proprio perché fanno troppi pochi interventi per acquisire sufficiente esperienza e dimestichezza.

Ma oramai è così, la privatizzazione strisciante non risparmia più nemmeno il tempio sacro dei nostri ospedali: le sale operatorie.

L’ultimo ad averle appaltate ai privati è il Policlinico di Tor Vergata, quello dell’omonima università romana di cui era rettore il nostro ministro della Salute, Orazio Schillaci, prima di conquistare il suo scranno nel governo Meloni. Nonostante il buco da 100 milioni che rende rosso fuoco il bilancio del Policlinico, il suo direttore generale, Giuseppe Quintavalle, ha appena informato la Regione Lazio di aver dato il via libera alla proposta di Althea Italia, azienda leader nella gestione integrata delle tecnologie biomediche, per la ristrutturazione, l’allestimento e la gestione integrata dei blocchi A e B, oltre che della terapia intensiva e del day surgey. Che comprende anche la gestione delle sale, il servizio di telemedicina, l’assistenza domiciliare e la manutenzione delle apparecchiature. Un pacchetto completo, insomma. La scelta è stata giustificata specificando che il contratto di partenariato pubblico-privato costituisce «uno strumento determinante per la pubblica amministrazione», mediante il quale realizzare obiettivi strategici grazie a una serie di incentivi. In altre parole un affare. Per chi lo sia veramente è facile intuirlo dopo aver ascoltato le parole di Marco Scatizzi, presidente dell’Acoi, l’Associazione dei chirurghi ospedalieri italiani: «Sicuramente il costo degli appalti è nettamente superiore a quello del personale che bisognerebbe assumere per far gestire al pubblico, in massima sicurezza, le sale operatorie dei suoi ospedali. Invece stanno dilagando da Nord a Sud contratti di servizio con società private, che a volte riguardano solo la strumentazione, a volte anche gli anestesisti, gli infermieri di sala e persino i chirurghi». In pratica, sottolinea il loro rappresentante, «un sistema simile a quello dell’appalto ai gettonisti ma più in grande». Solo che così i costi finiscono nel capitolo «beni e servizi» dei bilanci di Asl e ospedali, da anni in crescita esponenziale proprio a causa degli appalti ai privati di vario genere. Un escamotage costoso, che viene utilizzato dai direttori generali delle aziende sanitarie per non sforare l’anacronistico tetto di spesa per il personale, ancorato per legge ai livelli del lontano 2004, in più diminuiti dell’1,4%. Un ostacolo che né questo né i precedenti governi si sono mai decisi a rimuovere. Fatto è che la privatizzazione delle sale operatorie prosegue sotto traccia.

Negli ospedali pubblici di Urbino e Pergola tempo fa è partita una procedura d’appalto triennale per la gestione di una serie di servizi, tra cui il pronto soccorso, i punti nascita e l’assistenza medica di anestesia presso il blocco operatorio. «Si tratta di una commistione pubblico-privato nella quale non risulta chiara la catena di comando», denuncia la Cgil Marche. E parlando di interventi chirurgici non è cosa da poco. Anche se l’assessore regionale marchigiano alla Sanità, Filippo Saltamartini, smentisce che si tratti di «privatizzazione dei reparti», definendola invece «acquisto di prestazioni mediche». Cavilli lessicali che non cambiano troppo la sostanza delle cose.

Agli Ospedali Riuniti di Reggio Calabria la ristrutturazione delle sale operatorie e è stata affidata alla Ngc, alla quale viene assegnata anche la loro gestione logistica e di approvvigionamento. La stessa società in Sicilia, al Policlinico Paolo Giaccone di Palermo, anni fa si è accaparrata un appalto di 27 milioni di euro nei cosiddetti «global service», poi rescisso per alcune inadempienze sulle quali ha indagato la Procura del capoluogo. Ma per capire quanto il fenomeno sia dilagante basta dire che la stessa Ngc vanta circa 90 nosocomi sotto contratto.

«L’ospedale di Voghera è al 70% in gestione ai privati», rivela il professor Scatizzi, secondo il quale questo processo di affidamento in appalto «è in forte accelerazione e si sta diffondendo a macchia di leopardo un po’ in tutta Italia».

Colpa dei vuoti in pianta organica. Ma anche della cattiva gestione di quel che abbiamo nel pubblico. Recentemente l’Agenas, l’agenzia pubblica per i servizi sanitari regionali, ha presentato il nuovo Piano esiti dei nostri ospedali, dove a causa dello spezzatino che si fa delle sale operatorie, in molti casi non si raggiunge la soglia di sicurezza in termini di interventi eseguiti in corso d’anno. Per il by-pass coronarico ad esempio solo il 24% delle strutture supera la soglia di sicurezza dei 200 interventi l’anno. E il dato è anche in netto peggioramento. Per la frattura al femore un ospedale su quattro fa così pochi interventi da mettere a rischio la gamba dei propri pazienti, mentre il 23% delle strutture è sotto gli standard per il tumore alla mammella e 163 ospedali non arrivano a fare 10 interventi l’anno di rimozione del tumore al fegato, considerati una soglia minima.

Storture di una organizzazione pensata per far fregare le mani ai privati. Anche a discapito della sicurezza degli assistiti.

da qui

 

mercoledì 14 ottobre 2020

Sun Tzu sotto il cuscino - Raúl Zibechi

In periodi di tempesta sistemica è necessario contare su una strategia chiara e definita. Diversamente, il naufragio è quasi inevitabile. Forse per questo in molti siamo ritornati a saperi come quelli che incarna Sun Tzu, militare, stratega e filosofo dell’antica Cina, che raccoglie i suoi insegnamenti nel libro L’arte della guerra, che ha ispirato varie generazioni di rivoluzionari.

Riprendere Sun Tzu in questi tempi è doppiamente importante per noi che vogliamo distruggere il capitalismo senza essere coinvolti negli orrori delle guerre che caratterizzano l’ascesa degli imperi e dell’attuale sistema-mondo. E che possono esserne il segno distintivo della caduta.

Uno dei suoi concetti più significativi dice che un esercito vittorioso prima vince e poi dà battaglia; un esercito sconfitto prima lotta e poi cerca di vincere.

Dal punto di vista delle comunità in movimento, e dei popoli di origini maya e nasa in particolare, questo secondo me vuol dire: siamo vittoriosi perché siamo qui, sopravvissuti ai tentativi di annientarci come popolazioni. Non è sempre stato questo l’obiettivo delle classi dominanti dalla Conquista in poi? Non è questo l’obiettivo della guerra contro la droga e di iniziative come il Tren Maya?

Per i popoli oppressi il concetto di vittoria non è di carattere militare, non ha a che fare con la morte ma con la vita. Continuare ad essere popoli, continuare a costruire nuovi mondi perché, come sottolinea il comunicato Una montagna in alto mare dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), non si tratta di tornare a un passato idealmente meraviglioso come l’impero azteco, costruito al prezzo del sangue dei suoi pari.

Continuare ad esistere è continuare a resistere, non per tornare indietro ma per costruire qualcosa di nuovo. È questa la vittoria degli zapatisti, dei nasa/misak, dei mapuche, dei wampis e di tanti altri popoli.

Va detto: credevo che ciò che non erano riusciti ad ottenere con le cattive i Peña Nieto e i Pinochet di turno avrebbero potuto ottenerlo i vari Mujica e Correa con sviluppo e politiche sociali (ciascuno metta i nomi più adatti alla sua geografia). Errore. Le persone sono capaci di superare i diversi modi di gestire il modello estrattivo neoliberista in atto, o quarta guerra mondiale come lo chiama l’EZLN.

La notevole frase di Sun Tzu acquista ancora più rilevanza quando vediamo che alcuni popoli sono stati capaci di sopravvivere, nonostante il dolore e il sangue, tanto alle ammistrazioni conservatrici quanto a quelle progressiste. E ciò ci mostra che le lotte che iniziano ora sono i frutti della loro vittoria strategica.

A proposito della relazione tra strategia e tattica, a Sun Tzu è attribuita una frase che secondo gli studiosi non si trova nel suo libro, che recita: la strategia senza tattica è il cammino più lento verso la vittoria. La tattica senza strategia è il clamore prima della sconfitta.

Secondo la mia visione, le grandi opere infrastrutturali come la brutale diga Belo Monte in Brasile, che distrugge le fonti di vita di intere popolazioni; la mega miniera in tutto il continente; lo stesso Tren Maya o il Corredor Transístmico, solo per fare un paio di esempi, sono soltanto fuochi d’artificio per coprire il vuoto strategico di un modello che non ha da offrire ai popoli nient’altro che morte e distruzione.

I popoli in movimento che non si sono lasciati cooptare né dagli uni né dagli altri, che mantengono la loro autonomia (il che non significa non sbagliare mai), che non si piegano di fronte al potere cattivo né davanti a quello buono, né davanti a nessun governo, sono in grado di continuare il loro cammino di ampio respiro.

Sono coloro che possono imbarcarsi in nuovi progetti, audaci e perfino pericolosi, perché hanno già vinto continuando ad esistere. Ciò non vuol dire che non possano essere attaccati o vittime di genocidi. Ce ne arriva notizia ogni giorno dal Cauca colombiano, dal Wallmapu, dal Chiapas e da tutti i territori resistenti.

In mezzo a questa terribile tempesta, le strategie delle sinistre e dei vecchi movimenti ne hanno mostrato limiti e ristrettezze. Concentrarsi nella presa o nell’occupazione dello Stato, come ha osservato decenni fa Immanuel Wallerstein, è la strada verso la sconfitta perché rilegittima l’ordine che si pretende di combattere.

Ci servono strategie che non siano copie al rovescio di programmi e metodi dall’alto, che siano di destra o di sinistra. Resistere senza riprodurre la stessa cultura politica. Quando il Consiglio Regionale Indigeno del Cauca rivendica qualcosa conta su di noi per la pace, mai per la guerra, mira ad una politica di tipo nuovo. Resistiamo costruendo un mondo diverso.

Quando l’EZLN costruisce salute, educazione, giustizia e potere autonomi, sta mostrando il sentiero di vita che percorrono i popoli di radice maya e le basi d’appoggio che poco a poco iniziano a percorrere molti altri, in tutti i continenti, in America Latina in particolare.

 

Testo originale tratto da la Jornada

Traduzione per Comune-info: Leonora Marzullo

 

da qui