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domenica 10 maggio 2020

Tso: viaggio all'inferno e ritorno

Dario Musso è sparito, quelli che vengono trattati nello stesso modo (TSO e chiusi a chiave nei reparti di psichiatria) capita che dopo atroci sofferenze escano solo per partecipare al proprio funerale.

Dario, per fortuna, è tornato a casa (ascolta qui)

Qualche considerazione
Il signor Vittorio Sgarbi ha detto le stesse cose (leggi qui), ma non ha subito nessun TSO, né è stato rinchiuso in qualche reparto di psichiatria.
Eppure le sue idee hanno avuto un pubblico più ampio di quello di Dario Musso.
E meno male che il calendario non segna il 17 febbraio del 1600.
Il potere ama i sudditi, li crea, li coltiva, a parole ama i cittadini responsabili e informati, ma a volte finiscono male (la lista riempirebbe un elenco telefonico, se basta).
Diceva quell'illuso di Ernesto Che Guevara che "O siamo capaci di sconfiggere le idee contrarie con la discussione, o dobbiamo lasciarle esprimere. Non è possibile sconfiggere le idee con la forza, perché questo blocca il libero sviluppo dell'intelligenza."
Eppure sarebbe stato semplice "isolare" Dario Musso, bastava che il comune di Ravanusa avesse mandato due macchine con megafoni spiegando ai cittadini che le cose erano diverse dalle opinioni di Dario Musso, perchè la scienza è una cosa seria. I cittadini responsabili e informati di quel paese avrebbero sorriso alle stranezze del loro concittadino e avrebbero continuato a seguire le istruzioni del comune.
Purtroppo, si sa, per chi ragiona col manganello tutti i corpi che si trova davanti sono corpi da colpire

La nuova dittatura sanitaria: il caso di Dario Musso sottoposto a TSO - Cesare Sacchetti
Se si legge il caso di Dario Musso, si ha la sensazione di ripercorrere una vicenda ambientata nel Cile di Pinochet o piuttosto nell’Argentina dei desaparecidos degli anni’70.
Tutto questo invece sta accadendo in Italia, non più giardino d’Europa, ma sempre più simile all’arcipelago Gulag narrato dalla penna di Solženicyn.
Il TSO contro Dario Musso
Il caso di Dario Musso non ha ricevuto praticamente nessuna attenzione da parte dei media mainstream. Lo scorso 2 maggio, il giovane di 33 anni aveva inscenato una protesta contro la quarantena e si era dotato di megafono mentre girava in auto per le strade della sua città, Ravanusa, gridando che non c’era nessuna pandemia.
L’uomo, in un video già condiviso su Twitter, era stato fermato da una volante dei carabinieri ed è stato sottoposto ad un TSO firmato dal sindaco della stessa cittadina, Carmelo D’Angelo.
Il TSO è un acronimo che sta per trattamento sanitario obbligatorio ed è regolato da una legge specifica, secondo la quale questo può essere eseguito “solo se esistano alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici.”
Se si guarda il video pubblicato dallo stesso 33enne prima di essere fermato dai carabinieri del posto e dagli operatori sanitari, si ha la netta impressione che Musso non fosse affatto in preda “ad alterazioni
Il 40enne di Ravanusa non era affatto pazzo. Stava esercitando il suo sacrosanto diritto costituzionale di dire la sua opinione. Il sindaco di Ravanusa ha commesso un atto gravissimo autorizzando un TSO. Questo Paese sta diventando la peggiore dittatura della storia dell'umanità.
L’uomo stava inscenando una protesta politica e il modo in cui è stato fermato in mezzo alla strada fa pensare che si è voluto dare un esempio a tutti coloro che stavano assistendo alla scena.
Placcato dai carabinieri nonostante non stesse facendo nessuna resistenza e subito dopo sedato da tre operatori sanitari.
Una scena che testimonia la brutalità di un regime che inizia sempre di più ad assomigliare alle feroci dittature totalitarie del secolo scorso.



Il video del giovane sottoposto a TSO in mezzo alla strada

Da quel momento, Musso si trova nell’ospedale Barone Lombardo di Canicattì, legato ad un letto e con un catetere senza la possibilità di parlare con la sua famiglia.
Il fratello, l’avvocato Lillo Massimiliano Musso, ha provato più volte ad entrare in contatto con lui dal giorno del ricovero coatto, ma i responsabili del reparto gli hanno ripetutamente negato la possibilità anche solo di parlargli al telefono.
L’avv. Musso ha registrato le conversazioni avute dal 2 maggio in poi con gli operatori sanitari.
Ogni volta che il fratello e anche legale dell’uomo ricoverato prova a chiamare gli viene ripetuta la stessa risposta.
“Suo fratello sta dormendo.”




Le telefonate dell’avv. Musso con l’ospedale e le forze dell’ordine 

L’avvocato parla al telefono con una dottoressa che lavora nel reparto e le chiede conto del motivo per il quale il suo assistito si trova lì dentro.

Il medico spiega che c’è un TSO in corso e nega a Lillo Musso la possibilità di parlare telefonicamente con suo fratello.
Ma la legge sul TSO a questo riguardo è chiara. La famiglia ha il diritto di comunicare con la persona sottoposta a questo trattamento.
A questo punto, l’avvocato esasperato dai continui rifiuti chiama i carabinieri della stazione di Canicattì sollecitando un loro intervento, ma questi dicono che non hanno una volante a disposizione per intervenire e suggeriscono piuttosto di contattare il commissariato di polizia locale.
Il legale chiama il commissariato di Canicattì che prova subito a ributtare la palla ai carabinieri, sostenendo che la competenza è loro dal momento che sono stati i carabinieri a fermare l’uomo.
L’avvocato Musso racconta che l’ospedale continua a negargli la possibilità anche solo di parlare telefonicamente con suo fratello e denuncia un reato, ovvero la violazione dell’art. 328 del codice penale che riguarda il rifiuto d’atti d’ufficio.
La polizia quindi sotto le pressioni dell’avvocato chiama l’ospedale e parla con la dottoressa che riferisce la stessa storia.
Dario Musso sta dormendo e non si può parlare con lui perchè non ci sarebbe un telefono cordless per passargli la comunicazione.
Lillo Musso non si arrende e richiama di nuovo l’ospedale.
“Suo fratello è contenuto. E’ meglio che dorme.”
L’avvocato di Ravanusa ribadisce che sono ben tre giorni che la famiglia non ha notizie del suo congiunto e chiede che cosa gli hanno somministrato.
L’impressione è che i vari responsabili del reparto si siano messi d’accordo per raccontare la stessa storia.
Ma se stanno rispettando la legge e stanno effettivamente somministrando al paziente medicinali non dannosi per la sua salute, perchè ogni volta avanzano la stessa scusa e impediscono all’uomo ogni comunicazione con l’esterno?
Per quattro giorni consecutivi, l’ospedale continuerà a negare alla famiglia la possibilità di parlare con Dario Musso.
La risposta è sempre la stessa. “Sta dormendo.”
Alla fine, Lillo Musso riesce a parlare con suo fratello solo grazie all’intervento di un operatore sanitario del reparto che glielo passa finalmente al telefono.
L’uomo appare completamente stordito probabilmente per l’effetto dei sedativi che gli sono stati somministrati.
“Sono chiuso nelle mani e nelle braccia.” Questa la prima cosa che il 33enne di Ravanusa dice al fratello, facendogli sapere che è stato legato
Domani dovrebbe essere il suo ultimo giorno di ricovero coatto, ma la famiglia ha già presentato ricorso contro questo provvedimento che verrà discusso al tribunale di Agrigento il prossimo 4 giugno.

Il TSO è il manganello della nuova dittatura sanitaria
La vicenda di Dario Musso è estremamente preoccupante ed allarmante perchè testimonia la pericolosa deriva autoritaria che sta travolgendo l’Italia.
Recentemente, il CODACONS ha esortato ad usare il TSO a coloro che si rifiutano di sottoporsi al tampone.
E’ la nuova dimensione della dittatura sanitaria che sta prendendo forma. La presunta tutela della salute pubblica è divenuta il pretesto per colpire i dissidenti del regime.
“Se non obbedisci, ti faccio rinchiudere in un ospedale psichiatrico.”
Chi si rifiuta di seguire questo nuovo regime orwelliano potrebbe fare la fine di Dario Musso.
Sedato in mezzo alla strada come il più pericoloso dei criminali e trasportato all’ospedale negandogli i suoi diritti fondamentali.
Le leggi vengono calpestate. Gli abusi si stanno accumulando fino a diventare intollerabili.
Se si vuole avere ancora l’imprescindibile diritto costituzionale di poter esprimere liberamente la propria opinione, è vitale parlare di quanto è accaduto a Ravanusa, perchè potrebbe essere l’inizio del trattamento che questa dittatura totalitaria riserverà a tutti coloro che oseranno opporsi.
In una democrazia, il caso di Dario Musso avrebbe già sollevato un vespaio di polemiche e sarebbe sulle prime pagine dei giornali.
In una dittatura, questo caso viene ignorato. In una dittatura come quella che si è impadronita del Paese, il TSO è diventato il manganello per mettere a tacere la voce dei dissidenti.
da qui



ricorodo di Elena Casetto e Francesco Mastrogiovanni, mai più tornati a casa: due storie di abusi sanitari assai diversi ma entrambi con lo stesso esito tragico

http://www.labottegadelbarbieri.org/ricordando-elena-casetto/


http://www.labottegadelbarbieri.org/tortura-e-morte-di-francesco-mastrogiovanni-per-tutti-la-pena-e-sospesa/

giovedì 6 aprile 2017

Come si muore legato a un letto - Piero Cipriano



Per spiegarlo, un noto psichiatra, da qualche mese collaboratore di “A”, invita a pensare alle matrioske o alle scatole cinesi. E dalle vicende ospedaliere, terminate con la morte dell'insegnante anarchico Francesco Mastrogiovanni, ripercorre la sua intera vicenda, da quello scontro con i fascisti a Salerno nel lontano 1973...

La vita e la morte di Franco Mastrogiovanni, se la vuoi provare a capire, devi immaginarla come un incastro di matrioske, o di scatole cinesi, conficcate l'una dentro l'altra, e dunque se vuoi arrivare a comprendere quella più grossa (quella di fuori, sarebbe a dire la sua morte), devi spingerti come uno speleologo fin dentro quella più piccola (quella di dentro).
La matrioska più grande è la sua morte, più grande perché è quella che tutti hanno visto, perché è stata una morte davvero grande, e purtroppo spettacolare, da società dello spettacolo, direbbe Guy Debord, nel senso che se non ci fossero state le telecamere a filmare questa morte, di Mastrogiovanni non sarebbe rimasto niente, una delle migliaia di morti anonime negli ospedali, o nei luoghi della psichiatria.
Invece se la sua morte è stata una morte spettacolare, e lo spettacolo è servito per condannare chi di questa morte è stato responsabile, può darsi non sia stata una morte vana, ma che da questa morte derivi una legge (ovviamente legge Mastrogiovanni) che impedisca a chi ha un ruolo di cura di sequestrare, torturare, e uccidere chi di cure ha bisogno. Ma torniamo da capo.
La prima scatola. La morte. Per causa di un ricovero. C'era una ragione per ricoverare quest'uomo in un reparto di psichiatria? Obbligarlo perfino? Sembra di no. Era in vacanza, da un mese alloggiava in un bungalow di uno stabilimento balneare cilentano. La sera del 30 luglio 2009 sarebbe entrato contromano nell'isola pedonale del comune di Acciaroli, anzi, avrebbe tamponato ben quattro macchine. Ma nessuno sporge denuncia. La sua macchina è illesa. Eppure un tenente dei vigili di Pollica assicura che, dallo sguardo, si capiva che “non era in sé”, perché era “perso nel vuoto”. Cioè, invece di multarlo, il vigile improvvisa una diagnosi psichiatrica.
Il giorno dopo, il 31 luglio, inizia una caccia all'uomo. Caccia all'uomo che prende la forma giuridica del Trattamento Sanitario Obbligatorio. Per cui lo vanno a cercare nel bungalow dello stabilimento balneare di San Mauro Cilento, e dove non ha mai dato segno di squilibrio, riferisce la titolare (“gli lasciavo i miei nipoti”, precisa).
Qui, alla vista di uno spiegamento di vigili e carabinieri, si allontana in mare, cantando, pare (è un noto anarchico, si dice) una canzone anarchica (Addio Lugano bella). Questa cosa in realtà non è vera. Pare venga ripetuta un po' per giustificare il ricovero (uno che canta canzoni anarchiche in mare è come minimo eccitato, euforico), un po' perché, narrativamente, è perfetta (è tutta un'altra cosa impostare un pezzo giornalistico scrivendo della persecuzione di un anarchico braccato dallo stato, piuttosto che dover spiegare che un trattamento simile può capitare a chiunque). Questo suo ripararsi in mare costituisce un ulteriore motivo, per lo psichiatra che lo valuta a settanta metri di distanza e propone il TSO, per far diagnosi di agitazione psicomotoria (che poi non è una diagnosi).
C'è anche una motovedetta in azione, che impedisce a Mastrogiovanni di inoltrarsi in mare, e che allerta i bagnanti, e li avverte di non interferire, perché è in atto una caccia all'uomo. A quel punto Mastrogiovanni, obtorto collo, si consegna alle forze dell'ordine.
Era un noto anarchico
Ma perché è così riluttante a collaborare con le forze dell'ordine, perché è un anarchico, forse, e gli anarchici, si sa, sono per natura idiosincratici con le forze di polizia? No, non per questo.
Bisogna aprire un'altra matrioska. Giusto dieci anni prima, 1999 (ne aveva quarantotto), era stato arrestato, per oltraggio a pubblico ufficiale, dopo essere stato duramente picchiato (motivo: protestava per una multa), sconta alcuni mesi agli arresti domiciliari, fino a essere assolto e perfino risarcito. Ma le botte prese lasciano il segno, disturbo post traumatico da stress potrebbero definirlo gli psichiatri, appassionati di nosografia, per cui da allora ogni volta (così viene scritto, non sono sicuro che sia vero, tuttavia non è certo inverosimile) che vede vigili o altri tutori dell'ordine si allarma, gli viene il panico, insomma: non è proprio tranquillo. Forse per questi sintomi, che assumono la forma della ciclotimia (l'alternarsi tra depressione ed euforia) tra il 2002 e il 2005 subisce tre ricoveri, sempre nello stesso SPDC di Vallo della Lucania.
Apro un'altra matrioska, per provare a capire perché questa attenzione, lievemente esasperante, da parte delle forze dell'ordine nei confronti di Mastrogiovanni.
Era un noto anarchico segnalato nelle questure, si dice. Da quando, nel 1972, ha ventun anni e studia all'università, si trovava sul lungomare di Salerno con un compagno d'anarchia, Giovanni Marini, vengono aggrediti da un gruppo di militanti fascisti, uno dei quali armato di coltello, e Mastrogiovanni si ferisce, uno dei fascisti, il possessore del coltello, Carlo Falvella, segretario del FUAN, viene invece ucciso da Marini. Nel processo che ne segue Mastrogiovanni viene assolto, Marini condannato a nove anni. Anche se assolto, però, il suo nome non verrà dimenticato. Apriamo un'altra matrioska?
Di cosa si occupavano, Mastrogiovanni e Marini, quando vengono aggrediti dai militanti fascisti? Stanno indagando su uno dei misteri d'Italia. L'omicidio, camuffato da incidente stradale, di cinque anarchici calabresi, avvenuto due anni prima. Questi stavano recandosi a Roma, in auto, con documenti comprovanti che l'incidente ferroviario di Gioia Tauro, dove erano morte alcune persone, era di matrice fascista. Ebbene i due, Marini e Mastrogiovanni erano in qualche modo venuti a conoscenza del fatto che l'autista del tir, responsabile dell'incidente, era un salernitano, di simpatie fasciste. Di qui, l'agguato.
Torniamo di nuovo agli anni recenti. Tra il 2002 e il 2005 Mastrogiovanni inizia a conoscere la psichiatria locale. Tre TSO subiti. In almeno uno di questi ricoveri viene legato. Possiamo comprendere, dunque, perché dirà, nel momento in cui sale per l'ultima volta in ambulanza: non mi portate in quel reparto, che lì mi ammazzano.
Adesso facciamo ritorno all'ultima matrioska, ai suoi ultimi giorni. Una serie di eventi sono necessari per ucciderlo, per fare di lui il perfetto paradigma dell'homo sacer, di colui che, avendo trasgredito (è un anarchico, ed è uno psichiatrizzato) può essere ucciso senza troppi scrupoli etici.
Colpevole è una psichiatria troppo legata a pratiche manicomiali. Sono stati necessari tre eventi, paradigmatici di una pratica psichiatrica pre-basagliana: il ricovero in TSO, il luogo in cui viene ricoverato, la contenzione meccanica.
Una politica di Forza Italia, in una trasmissione televisiva, poco dopo la sentenza, ha sostenuto che questa morte è colpa della maledetta legge 180. Che ignorante! È il contrario. Questa morte è dovuta al fatto che in molti luoghi, in Italia, non hanno saputo o voluto applicare la più democratica al mondo delle leggi in tema di salute mentale. La legge 180 prevede il TSO come extrema ratio, e non è stato questo il caso, prevede che i SPDC siano aperti, e non era il caso di quel reparto, non prevede la possibilità di legare le persone, e lui è stato legato.
Dunque andiamo a vedere perché, questo ricovero, e questa morte, sono stati determinati da un totale misconoscimento e disapplicazione della legge 180.
Un vero e proprio bunker impenetrabile
Cominciamo dal TSO. Una serie di enigmi su questo provvedimento. Non sappiamo il perché di questo accanimento. Un vigile, ho già detto, lo trova strano, occhi persi, sguardo vuoto, dice che andava contromano, urtava fioriere, nell'isola pedonale, tamponava quattro macchine, tutte intonse, peraltro nessuno sporge denuncia, la macchina di Mastrogiovanni pure è intatta, che strani tamponamenti, fatto sta che invece di dar luogo a una eventuale multa, o a sospensione della patente, si programma per il giorno dopo nientemeno che un TSO.
E dire che si poteva fare, tutta al più, un ASO, un Accertamento Sanitario Obbligatorio, e dopo inviare, se era il caso, Mastrogiovanni a curarsi presso il Centro di Salute Mentale del luogo. Invece no. I vigili, e dopo il sindaco, inviano un medico con vigili e carabinieri al camping dove Mastrogiovanni fa le vacanze, tranquillo, e lo braccano, al punto che lui prima si rifugia in acqua, poi esce, si arrende, si consegna, ma gli permettono di fare una doccia e bere un caffè (ottima terapia per uno che si suppone agitato). A quel punto, la sua arrendevolezza avrebbe potuto consigliare, a degli operatori di salute mentale coerenti con la legge 180, di trasformare il TSO in ricovero volontario, o meglio, perfino, se ci fossero stati in loco dei CSM efficienti, di proseguire le cure lì, senza per forza ospedalizzarlo.
D'altra parte, la legge 180 prevede che il ricovero sia, di norma, volontario, e solo eccezionalmente obbligatorio, in sussistenza di tre elementi: alterazioni psichiche richiedenti urgenti interventi terapeutici, urgenti interventi terapeutici non accettati dalla persona, non vi sono le condizioni extra ospedaliere per attuare gli urgenti interventi terapeutici.
Inutile dire che in questo caso mancavano sia le alterazioni psichiche tali, sia la non accettazione delle misure terapeutiche, sia la terza condizione: non ci hanno neppure provato a proporre una terapia alternativa, a domicilio. Dunque era illecito il TSO. Oltretutto si incarica, di emettere l'ordinanza, il sindaco di Pollica, mentre Mastrogiovanni viene fermato nel comune di San Mauro del Cilento. Insomma, sembra, come in epoca manicomiale, che il ricovero venga disposto dalle autorità, non dai medici, che assumono il ruolo di meri esecutori.
Illecito era anche il reparto, straordinariamente restraint, ovvero chiuso, un vero e proprio bunker impenetrabile: non uscivano in permesso i pazienti, non vi entravano i famigliari (la nipote verrà tenuta fuori). Un reparto dove i ricoverati erano tutti allettati, chi per i farmaci chi perché legato. Perfino il compagno di stanza di Mastrogiovanni lo era, eppure era un depresso entrato in ricovero volontario. Un reparto che, dalle immagini registrate, ci viene restituito come un luogo di prigionia, un luogo mortificante, il luogo in grado di modellare gli operatori in senso maligno, ovvero trasformare anche brave persone in carnefici. Ciò che lo psicologo Philip Zimbardo ha definito Effetto Lucifero.
Illecita (nonché anti terapeutica, nonché letale) è stata la contenzione meccanica, ovvero il legarlo al letto, mezz'ora dopo il suo ingresso, fino a cinque ore dopo la sua morte. Perché illecita? Innanzitutto perché la contenzione meccanica non è soggetta a nessuna norma. Si fa, ma non si sa per quale legge. Non la prevede la legge 180, non la Costituzione. Solo un articolo del Codice Penale la rende possibile, o meglio, rende non perseguibile chi l'ha decisa e attuata: l'articolo 54, stato di necessità. Ma dov'era lo stato di necessità, nella decisione di legare al letto Mastrogiovanni? Viene legato, dirà uno dei medici, per essersi rifiutato di consegnare le urine. Urine peraltro richieste dai carabinieri per verificare se avesse fatto uso di droghe. È dunque uno stato di necessità, questo? No. Non c'era nessuno stato di necessità. Mastrogiovanni viene legato mentre dorme. Ecco perché oltre ogni misura illecita.
Ma poniamo pure il caso che fosse stata lecita, giusta, necessaria, e perfino terapeutica (tutte cose che non credo). Dopo che l'hai cateterizzato, hai ottenuto le urine, hai fatto il drug test urinario, hai visto che aveva fumato cannabis, hai ottenuto la tua informazione: viene meno il presunto stato di necessità. Eppure lui non viene slegato. Perché? Ma perché un uomo che si sveglia, e si scopre legato, per forza di cose si agita. E dunque non appare sufficientemente calmo per decidere di slegarlo.
Non lo hanno trattato più da essere umano
A questo punto c'è, nelle valutazioni dei dottori, un diverso motivo per lo stato di necessità: la sua agitazione. E questo deve aver innescato un circolo perverso: hanno iniziato a somministrargli sempre più farmaci per calmarlo. Ma i farmaci non solo non lo calmavano, ma lo confondevano, lo stordivano, al punto che a un certo punto non era più l'uomo tranquillo, gentile, lucido che le immagini ci mostrano appena entrato in reparto, ma un uomo sempre più confuso, che gli operatori stessi (medici e infermieri) stentavano a riconoscere come essere umano, eppure erano loro stessi che l'avevano disumanizzato, nel giro di poche ore, e però non sono riusciti a porre riparo.
Dunque non lo hanno trattato più da essere umano. Infatti, con un uomo legato al letto, dopo un po' ci parli, ci provi a scioglierlo (mi riferisco ai medici, soprattutto). Invece, e le immagini ce ne danno la prova, non l'hanno più fatto. Non ci arrivo proprio a capirli, gli psichiatri di quel reparto, cosa avessero in testa, quali fossero loro i pensieri, quanto tempo volessero tenerlo legato. Una settimana, forse? Qual era il tempo giusto? All'inizio ho pensato che potesse essere perfino una contenzione punitiva. Che qualcosa avesse detto o fatto, magari nei precedenti ricoveri, per meritarla. Invece adesso penso che semplicemente siano stati degli inetti, sia sul piano professionale che umano. Non hanno saputo prendersi la responsabilità di relazionarsi a questa persona, hanno voluto trattarlo da non persona, da oggetto, probabilmente per delle loro limitate capacità relazionali. Io non li conosco. Posso fare delle ipotesi, inferenze.
Ma l'atteggiamento sfuggente, schizoide oserei dire, per usare il gergo degli psichiatri, che ha avuto uno degli psichiatri mentre il giornalista de Le iene lo incalzava e gli chiedeva: ma lei non si sente responsabile?, mi fa pensare che costoro non si siano davvero resi conto di averlo ucciso. Non abbiano imparato proprio niente da questa vicenda, e dalla condanna che hanno avuto. Ma spostiamoci sugli infermieri. Se non viene decisa la decontenzione, da parte dei medici, siccome è agosto e fa caldo, tu che sei infermiere, fallo bere, dagli da mangiare, lavalo, monitorizza costantemente i suoi parametri vitali. Questo farebbe, un essere umano decente. Invece no.
Questi infermieri non solo si credevano burattini obbedienti al volere dei medici, esseri incapaci di pensare con la propria testa, ma non hanno avuto neppure un briciolo di buon senso per provvedere a nutrirlo. Talmente passivi che uno dice al giudice che non c'era bisogno di andare di persona a controllarlo, perché lo si vedeva bene dalla telecamera, un altro sostiene che se era per lui lo avrebbe slegato ma... non dipendeva da lui. Che è la stessa giustificazione adoperata da Adolf Eichmann: eravamo in guerra, e io obbedivo al Führer. Questo è il male banale. Talmente sciatti e distratti che si accorgeranno solo cinque ore dopo che l'uomo legato, che loro avrebbero dovuto curare, è morto.
Diciassette operatori: 6 medici e 11 infermieri
La condanna, anche degli infermieri, è importante perché dimostra che gli infermieri bravi non sono quelli obbedienti, ottusamente obbedienti, ma quelli che sanno dissentire, che obiettano (è previsto pure nel loro codice deontologico, se l'avessero letto): ho conosciuto infermieri che prima sciolgono il paziente e poi vanno a chiedere il permesso al medico. Gli infermieri, se vogliono, sono in grado anche di determinarla, la contenzione, ma se non vogliono, sono capaci di non far legare un paziente, e ne ho visti di infermieri così, per fortuna.
Ora questi diciassette operatori (sei medici più undici infermieri) hanno avuto una condanna, misera, quasi simbolica per questa morte che hanno sulla coscienza. Partiamo da questa per ribadire che ciò che è successo a Mastrogiovanni non deve succedere ancora. E perché non accada i TSO devono essere regolamentati meglio. Magari istituendo la figura di un garante. E i SPDC non devono essere chiusi come bunker. E la contenzione meccanica deve essere abolita.
Auspico che il martirio di Mastrogiovanni determini una legge, che porta il suo nome, in virtù della quale le fasce vengono eliminate dai luoghi di cura e i TSO diventano provvedimenti rari, davvero a tutela delle persone.

mercoledì 13 aprile 2016

Regeni come Cucchi, l'Italia è come l'Egitto – Emiliano Fittipaldi


Il presidente della giunta militare che governa l'Egitto, il generale Al-Sisi, è un dittatore dal pugno di ferro. Al Cairo sono considerati un insopportabile lacciuolo al potere, e gli oppositori del regime vengono sistematicamente oppressi, a volte torturati, spesso uccisi: di molti di loro non si sa più nulla. Desaparecidos. Il caso del ricercatore Giulio Regeni rientra probabilmente in questa tragica casistica: sono tanti gli indizi che portano a considerare il suo barbaro omicidio come un'azione della polizia egiziana, o di qualche squadrone della morte ad essa collegata.
Doveroso che l'Italia chieda la verità, doveroso che i partiti politici facciano pressioni sul governo egiziano, manifestando indignazione per le bugie e per i depistaggi che le istituzioni stanno allestendo per bloccare l'inchiesta. Ma, sfortunatamente, sul tema l'Italia non può dare lezioni a nessuno. Nemmeno all'Egitto di Al-Sisi.
Di casi Regeni, di ragazzi morti ammazzati mentre erano sotto tutela dello Stato, ne sono infatti piene le cronache degli ultimi anni. Si tende a dimenticarlo, ma Federico Aldrovandi, ammazzato undici anni fa durante un controllo di polizia, non ha ancora avuto giustizia: i quattro poliziotti imputati sono stati condannati dai tre a sei mesi di carcere per "eccesso colposo in nell'uso legittimo delle armi". Uno di loro è uscito dopo appena un mese di galera, per via dello svuota carceri. Due di loro sono da poco rientrati in servizio. La vicenda è stata definita da Amnesty International «un lungo e tormentato percorso di ricerca della verità e della giustizia. Solidarietà e vicinanza ai familiari di Federico Aldrovandi, che in questi anni hanno dovuto fronteggiare assenza di collaborazione da parte delle istituzioni italiane e depistaggi dell'inchiesta».
Se 11 anni di indagini su Aldrovandi hanno prodotto poco o nulla, anche la morte di Stefano Cucchi resta ancora avvolta nel mistero. Dopo sette anni di inchieste e depistaggi, omertà e menzogne delle forze dell'ordine e dello Stato, dopo assoluzioni e pene lievi, nel 2015 la Cassazione ha ordinato una nuova inchiesta su cinque medici rei di non aver dato maggior attenzione agli stati patologici di Cucchi, «preesistenti e concomitanti con il politraumatismo per il quale fu ricoverato». Solo grazie all'insistenza della sorella di Cucchi, Ilaria, alla fine dell'anno passato la procura di Roma ha aperto un nuovo fasciolo sul pestaggio, che punta dritto alle responsabilità eventuali dei carabinieri che arrestarono Cucchi nel 2009.
Ad oggi, nulla si sa su eventuali nuovi sviluppi. Ma è un fatto che, a sette anni dall'uccisione di Cucchi, molte istituzioni e importanti politici di centro-destra affermano ancora che Stefano si è spento perché drogato, perché malato, o «perché caduto dalle scale».
Se l'Italia chiede verità per Giulio Regeni, le nostre istituzioni hanno chiuso per anni gli occhi davanti al decesso di Giuseppe Uva, operaio fermato dai carabinieri nella notte tra il 13 e il 14 giugno del 2008 e morto dopo poche ore all'ospedale di Varese. Il processo sui presunti responsabili è ancora in corso, ma lo scorso gennaio il procuratore capo Daniela Borgonovo ha chiesto l’assoluzione di tutti gli imputati, sei agenti e due militari dell’Arma accusati di omicidio preterintenzionale e abuso di autorità contro arrestati. «Non ci sono prove di comportamenti illegali», ha detto. «Era un clochard sporco e puzzolente», ha commentato a marzo l'avvocato della difesa.
Anche Riccardo Magherini e Francesco Mastrogiovanni sono morti mentre erano affidati allo Stato italiano. Per il primo sono indagati in nove, per omicidio "colposo", il secondo è deceduto durante un ricovero in un reparto psichiatrico: il processo è in corte d'appello. Regeni è stato ammazzato in circostanze violente e misteriose, mentre al G8 di Genova poliziotti e dirigenti hanno manganellato e torturato alla luce del sole, senza vergogna e senza paura: i pochi agenti processati hanno avuto pene ridicole, altri torturatori hanno fatto persino carriera. Il capo della polizia nel 2001 era Giovanni De Gennaro: Renzi l'ha confermato presidente di Finmeccanica.
«Chi, trovandosi in questo momento in questo Paese, abbia commesso atti di tortura può, nella grande maggioranza dei casi, dormire sonni tranquilli», ha detto Antonio Marchesi di Amnesty International venti giorni dopo il ritrovamento del corpo di Regeni. «Fino a che non ci sarà un reato di tortura, punito severamente e con un termine di prescrizione lungo, le cose sono destinate a rimanere così". Non parlava dell'Egitto, ma dell'Italia.

sabato 8 novembre 2014

ricordando Francesco Mastrogiovanni

In questi giorni presso la Corte d’Appello di Salerno si tiene il processo di secondo grado ai sei medici e ai dodici infermieri responsabili dell’agghiacciante morte di Francesco Mastrogiovanni, il «maestro più alto del mondo» — come lo avevano affettuosa­mente definito i suoi alunni — torturato senza motivo e senza ragione in un ospedale pubblico che lo avrebbe dovuto curare (da qui)

Mi piace ricordare Francesco Mastrogiovanni con due canzoni.
La prima è di Alessio Lega:

qui il testo e la storia

la seconda è “Ottantadue ore”, una canzona bella e terribile (contenuta nel cd “Obtorto collo”) di Pierpaolo Capovilla.
ecco il testo:
“OTTANTADUE ORE
in memoria di Francesco Mastrogiovanni
non sarà mai più
la stessa cosa
Francesco
non sarà
non sarà mai più
la stessa cosa
Francesco
non sarà
l’hanno preso nel mare
ma è morto in ospedale
Francesco
non aveva
niente di male
non aveva
alcun male
ma è morto lo stesso
Francesco
ma in che paese viviamo?
dimmelo tu
in che paese viviamo?
in che paese viviamo?
ti ho visto in TV
Francesco
legato ad un letto
per ottantadue ore
ottantadue ore
non sarà mai più
la stessa cosa
Francesco
non sarà
non sarà mai più
la stessa cosa
Francesco
non sarà”

Ecco ancora il video dell’agonia di Francesco Mastrogiovanni, per non dimenticare: