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lunedì 21 ottobre 2024

L’inganno della Torino-Lione - Giovanni Vighetti

Continuare a parlare di Alta Velocità tra Torino Lione vuol dire continuare a ingannare i cittadini. La realtà dei fatti, e non delle opinioni, è ben diversa perché la Francia, che è sempre stata tirata per i capelli in questo insulso progetto, ha più volte dichiarato che solo dopo il 2040 e in presenza di significativi aumenti dei volumi di traffico potrebbe decidere se progettare e finanziare una tratta ad Alta Velocità tra Saint Jean de Maurienne e Lione. Al momento la Francia non ha preso impegni per la tratta verso Lione, tecnicamente impegnativa e costosa, ma punta a migliorare alcuni tratti dell’attuale linea ferroviaria esistente che, in direzione nord, va verso Digione. Questo vuol dire che forse e solo verso la seconda metà del secolo corrente si discuterà se realizzare la linea ferroviaria verso Lione che, in questo caso potrebbe essere operativa solo verso fine secolo. Questo dato, rispetto alla velocità rivoluzionaria che ha assunto lo sviluppo del capitalismo finanziario a danno di quello industriale e che sta stravolgendo l’economia produttiva in Europa, e che di conseguenza disegnerà nuove e imprevedibili linee commerciali, dimostra quanto sia obsoleto il progetto del TAV Torino Lione. Ma in ogni caso oggi, dopo più di trent’anni di progetti, dibattiti e contrapposizioni, si può oggettivamente parlare solo di una linea ad Alta Velocità tra Susa e Saint Jean de Maurienne, praticamente solo del tunnel di base. E questa è una bestialità che non giustifica in alcun modo lo scempio ambientale della Valle di Susa e lo sperpero di risorse pubbliche in un Paese in cui Sanità e Istruzione Pubblica sono in agonia.

La Francia è sempre stata tirata per i capelli… Difatti, per convincerla, l’Italia si è generosamente accollata una notevole parte di costi non dovuti. Diciamolo con chiarezza: mentre il tunnel di base di 57 km, che con doppia canna diventa di 114 km, si trova per tre quarti in territorio francese e per un quarto in quello italiano, l’Italia si è accollata il costo dei tre quarti dell’opera lasciando solo un quarto della spesa a carico dei francesi. Chapeau! Inoltre in questa infinita diatriba il TAV, ridotto a una linea tra Susa e Saint Jean de Maurienne, è diventato un’arma di distrazione di massa a danno della linea storica, che non è obsoleta e che è stata via via sottoutilizzata molto al di sotto delle sue potenzialità per il calo del transito merci, ed è ormai bloccata dall’agosto del 2023 per la frana che, sul lato francese, ha investito la linea poco oltre Modane. Che il tratto franato non sia stato rimosso e messo in sicurezza, dopo ben 18 mesi, su quella che è un’importante linea internazionale causando ulteriori problemi, in primis ma non solo, all’industria piemontese già colpita duramente dal disimpegno di Stellantis nel settore dell’automotive, è un altro campanello d’allarme che i nostri politici, anzi i nostri politicanti, più al servizio delle lobby che non al servizio dei cittadini e del bene pubblico, stanno gravemente sottovalutando. La messa in sicurezza dell’area franata sul lato francese, che procede con una melina e lentezza d’altri tempi rispetto alle attuali tecnologie e capacità logistiche, non deve essere strumentalizzata per sostenere l’utilità del nuovo traforo ferroviario, che oltretutto è fine a se stesso, ma deve essere recepito come serio campanello d’allarme: si è in presenza di un disimpegno francese su questa storica direttrice commerciale. È una questione da non sottovalutare con le solite fumose dichiarazioni in politichese, perché la Francia ha capacità di programmazione e una ben diversa e concreta visione statale della difesa dei propri interessi industriali e relativi scambi commerciali, rispetto alla storica evanescente linea espressa nella programmazione industriale dai vari governi del nostro Paese.

Tornando alla realtà valsusina, dove siamo ancora alla ricerca di un’identità che possa supplire a quella industriale, smarrita con la chiusura delle fabbriche più importanti, quanto avvenuto a Susa in questi giorni (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2024/10/10/cera-una-volta-il-west-anzi-in-val-di-susa-ce-ancora/) è grave ma non è che un aperitivo rispetto a quello che accadrà nei prossimi anni. Non c’era alcun bisogno di militarizzare l’area di San Giuliano come una frontiera di guerra, di bloccare la statale, di sgomberare e occupare con la forza un terreno alla vigilia del suo esproprio. L’esproprio avrebbe seguito il suo corso amministrativo come è avvenuto a suo tempo a Chiomonte senza particolari problemi e alcuno scontro. È stata una gratuita prova di forza, una pesante intimidazione per quanto dovrà ancora avvenire nei prossimi anni, per dimostrare che il territorio non appartiene a chi ci vive ma è merce a disposizione del Potere. Il Movimento No Tav, al di là delle mille bugie e della continua criminalizzazione per il “reato di continuare a resistere”, nella sua anima è composto da valsusini e vede una forte partecipazione popolare: non è perfetto e commette anche degli errori, ma ha il merito di aver mantenuto la schiena dritta in difesa del territorio e del bene pubblico, di aver saputo costruire un filo di collegamento tra gli anziani che iniziarono l’opposizione nei primi anni 90 e le nuove generazioni. Si può simpatizzare per lui o averlo in antipatia, ma parlare di violenza No Tav è insopportabile quando è la polizia che sgombera i presidi, tira centinaia di lacrimogeni e molti ad altezza d’uomo, costruisce tre fortini militari sul territorio, e questo dopo decine di anni in cui le amministrazioni locali hanno detto no a questa nuova linea ferroviaria, dopo centinaia di iniziative e marce popolari spesso semplicemente derise. Difendersi tirando piume di galline sarebbe anche divertente ma in questa Valle dominata dal vento è oggettivamente impossibile.

Tornando “all’aperitivo” di questi giorni: si prospettano tempi durissimi per la comunità valsusina ed è tempo di rinsaldare e potenziare la massa critica contro l’opera, perché non si può sottovalutare il disagio di sei anni di chiusura della linea ferroviaria Bussoleno-Susa con studenti e pendolari costretti ad accalcarsi sui bus, non rendersi conto di cosa vorrà dire il traffico e l’inquinamento di migliaia di viaggi dei camion, avanti e indietro tra Susa e Salbertrand per il trasporto del materiale dello scavo o sottovalutare i costi ambientali dell’insulso trasferimento dell’autoporto da Susa a San Didero,

Gli anni a venire non saranno una passeggiata, e il tutto per una inutile linea ferroviaria ad alta velocità tra Susa e Saint Jean de Maurienne, e il miraggio di una improbabile stazione internazionale a fronte di una realtà in cui troppe stazioni ferroviarie dei nostri paesi sono abbandonate al degrado e all’insicurezza.

da qui

mercoledì 6 novembre 2019

Perché Saluzzo è diventata la “Rosarno del Nord? - Antonello Mangano




Inchiesta / In provincia di Cuneo è terminata anche quest’anno la raccolta: 450mila tonnellate di frutta raccolte da 40mila braccianti, la maggioranza dei quali africani. Una realtà ricca produce accampamenti, caporalato, proteste e repressione. Perché?
      
I frutteti della provincia di Cuneo producono oltre 450mila tonnellate l’anno. Sul bancone del fresco di un supermercato, tuttavia, trovo pesche dalla Spagna, kiwi dal Cile, pere da Sudafrica e Argentina.
Siamo nel cuore del Piemonte agricolo, l’antico marchesato di Saluzzo: secondo alcuni la “Rosarno del Nord”, per altri un distretto in crisi per colpa della concorrenza spagnola e dei supermercati tedeschi. Con export verso tutta Europa  settentrionale e aziende che fatturano fino a 124 milioni l’anno, l’agricoltura del cuneese non è certo povera.

Proprio per questo ha fatto scalpore l’inchiesta “Momo”, un’indagine che risale allo scorso luglio e che ha certificato l’esistenza del caporalato in Piemonte. Aziende importanti sono finite sotto processo. Subito dopo, una lunga serie di controlli nei campi ha fatto emergere irregolarità in serie. Le ultime ispezioni risalgono a qualche giorno fa, con la raccolta ormai alle ultime battute.

La solita indifferenza
«La signoria vostra è multata per la solita indifferenza mostrata rispetto ai migranti che raccolgono la frutta». Il 2 settembre, giorno dell’evento più atteso dell’anno, la fiera agricola, i cittadini che parcheggiavano nello spiazzo del Foro Boario, trovavano sul parabrezza un’insolita multa. Nei dintorni, un volantino altrettanto anonimo denunciava: «Frutta della Granda: manodopera sottopagata, solo 3,50 l’ora». Coldiretti Cuneo reagiva con una denuncia per diffamazione contro ignoti. «Non si scherza con il futuro di migliaia di imprese e di lavoratori», hanno sintetizzato.
I produttori sono piuttosto nervosi. Lamentano una crisi che ha due volti: pagamenti sottocosto e concorrenza globale. I colpevoli sarebbero tedeschi e spagnoli. I supermercati in Germania pagherebbero la frutta meno del valore reale. Fanno valere la loro posizione forte: i banconi tedeschi sono contesi tra ditte italiane, greche, turche, sudafricane. Per cui inseriscono spesso prodotti sottopagati tra le offerte civetta, quelle dei volantini pensati per attirare i consumatori attenti al risparmio.
Le aziende spagnole, dal canto loro, invadono il mercato con prodotti di qualità discutibile ma dai prezzi concorrenziali. Sono diventate una superpotenza dell’ortofrutta, grazie al lavoro migrante, all’organizzazione commerciale e al supporto del governo.
I contadini piemontesi, invece, parlano di controlli eccessivi, disciplinari troppo rigidi e norme sulla sicurezza alimentare. Limitazioni giuste, dicono, ma che dovrebbero essere estese anche ai loro concorrenti. E poi c’è il costo del lavoro. Un sito specializzato spiega che in Spagna il lavoro a norma costa 8,2 euro l’ora, in Italia 12. Ma al bracciante rimangono più soldi in tasca nel caso spagnolo: sette euro contro i sei che intasca lavorando nei nostri confini. Quando è tutto in regola, si intende.

I supermercati tedeschi fanno valere la loro posizione dominante. Le imprese spagnole sono diventate una potenza dell’ortofrutta. I produttori piemontesi si trovano in mezzo.

In realtà in questo gioco non ci sono buoni e cattivi. È un gigantesco “risiko” dove è facile vincere o perdere. «La GDO non dovrebbe pagare il prezzo più basso, altrimenti facciamo il giro del mondo a chi sfrutta di più», dice Debora Borghino, una coltivatrice che ha sottratto l’azienda di famiglia al gioco al massacro della concorrenza globale. Adesso si mantiene con i piccoli mercati locali, come quello della rete “Genuino Clandestino”.
Non è così per i suoi colleghi. Se prima i contadini temevano soltanto il meteo, oggi sono preoccupati anche dalla geopolitica. Dazi appena introdotti o nuove aree di libero scambio possono cambiare le carte in tavola, così come un embargo, per esempio quello imposto da anni alla Russia. Sono temi di cui si discute più in campagna che nelle città e che rivelano cosa è diventata l’agricoltura: un pezzo dell’economia globale, ma che risente della politica globale.
Così i produttori vivono di paure. I timori sono infiniti: una gelata, prezzi di vendita troppo bassi, attese troppo lunghe prima di incassare, dopo aver speso e investito per mesi. Ma non è difficile immaginare chi pagherà i loro timori. I braccianti sono l’ultimo anello, ma anche un esercito flessibile “reattivo” rispetto ai picchi della raccolta. Ma che non deve rivendicare diritti.

Il paradosso
«A fronte di una richiesta di circa 10000 stagionali, il sistema dei flussi ha fornito quest’anno solo 1200 lavoratori», annota su Facebook il sindaco Mauro Calderoni. «Oltre il 40% dei lavoratori impiegati nella frutticultura del saluzzese è ormai di origine africana. Ma 18mila ettari di frutta hanno bisogno di un sistema organizzato e gestibile di reperimento della manodopera».
Il sindaco denuncia un paradosso. I “flussi di lavoratori” non sono coordinati su scala nazionale, ma neppure al livello regionale. Così in Emilia o Veneto c’è carenza di manodopera, mentre a Saluzzo si accampano centinaia di africani nella speranza di un ingaggio. Il reclutamento avviene spesso porta a porta o con metodi fai da te. I costi sociali sono scaricati dal livello aziendale a quello pubblico.
Basta arrivare nello spiazzo del Foro Boario per averne una prova. Decine di braccianti africani accampati si contendono un posto letto al Pas, il centro di accoglienza messo su anche quest’anno per dare una risposta a un’emergenza paradossale, quella di lavoratori che non riescono ad avere un letto.
Sono africani già presenti in Italia e che hanno lavorato nel Sud. Gente che non è sicura di trovare un ingaggio ma sa che, nei picchi della raccolta, le aziende potrebbero avere bisogno immediato di loro. E così ogni anno – a partire da maggio – centinaia di braccianti stranieri arrivano nella zona, attirati dal passaparola tra connazionali. Si dividono in tre categorie: persone appena arrivate in possesso di permesso umanitario; lavoratori ricacciati nelle campagne dalla crisi, magari ieri operai in fabbrica e oggi braccianti per necessità. Infine i professionisti delle raccolte agricole, impegnati in un circuito stagionale da un angolo all’altro della Penisola. Questa categoria sta diventando sempre più “europea”, perché in tanti cercano lavoro in Francia e soprattutto in Spagna. Ma poi sono costretti a tornare in Italia per il rinnovo dei documenti.
Due maliani, per esempio, mi dicono di essere stati nei Paesi Baschi, parlano già spagnolo e sono soddisfatti delle condizioni di lavoro che hanno trovato. Ma sono bloccati in Italia, costretti a tornare per seguire le pratiche dei ricorsi ai Tribunali o dei rinnovi dei permessi nelle questure più improbabili, dall’Abruzzo alla Calabria. In pratica, quando sono sbarcati li hanno trasferiti negli hotspot, grandi centri di smistamento e poi nei centri di accoglienza di tutta Italia. Qui hanno fatto richiesta d’asilo e sono rimasti incastrati alla Questura di competenza.
A luglio, stanchi di aspettare un posto letto sotto i frequenti temporali, un gruppo di africani ha manifestato per chiedere l’apertura di un capannone che rimaneva chiuso di fronte al Pas. Dopo qualche settimana, la Questura individuava i promotori della manifestazione. Cinque africani hanno ricevuto un foglio di via obbligatorio. Uno di loro si è visto notificare un provvedimento di espulsione.
Chi oserà protestare, la prossima volta, se a una richiesta legittima si risponde con provvedimenti di polizia?

Momo
«Me ne servono subito altri quattro. Fai in fretta. Tra dieci minuti passo con il furgone a prenderli». Lo scorso maggio la Procura di Cuneo avviava l’operazione Momo, un vero spartiacque in un territorio in cui si negava l’esistenza del caporalato (“Non siamo a Rosarno”, dicevano in tanti).
«L’inchiesta dimostra che il fenomeno nella zona è consolidato», dichiarava in conferenza stampa il procuratore Onelio Dodero. Un giro di braccianti contattati via telefono o chat di Whatsapp, con l’ordine di presentarsi al lavoro dopo pochi minuti. Anche di notte.
Il bilancio finale racconta di diciannove lavoratori schiavizzati, tre fermati, due imprenditori italiani coinvolti. Cinque euro di paga oraria, da cui sottrarre i costi per il caporale e quelli per vitto e alloggio. Sette giorni su sette e fino a dieci ore al giorno, senza protezioni nonostante il lavoro con i muletti nei magazzini e i pesticidi nei campi.
A chiusura di ogni finto contratto regolare ai lavoratori venivano versati 50 euro, da restituire con l’ingaggio successivo. In caso di controlli, venivano consegnati “pizzini” per mentire su ore lavorate e giorni di assunzione.
Da allora i controlli si sono intensificati, fino all’ultimo datato 27 settembre. Da Saluzzo a Revello, durante i controlli in 40 aziende, i carabinieri hanno trovato quattro braccianti africani che lavoravano senza un regolare contratto. Uno di questi, irregolare, ha mostrato un permesso di soggiorno e un contratto di lavoro intestato a un suo connazionale, in quel momento assente. Sotterfugi dei padroni cose che di solito si vedono al Sud. Ma quando la filiera ha la stessa struttura, quando il potere dell’economia sugli esseri umani prevale, uguali sono anche le conseguenze.