sabato 1 settembre 2018

Atenei britannici con Il Cairo, i docenti con Giulio e gli egiziani - Chiara Cruciati


Ci sono firme dall’Università di Cambridge, quella con cui Giulio Regeni stava conducendo la sua ricerca sui sindacati indipendenti egiziani; dall’Università di Liverpool, che appena due mesi fa al Cairo siglava un memorandum d’intesa con il ministero egiziano dell’Educazione. E poi da Leeds, dalla London School of Economics, da Glasgow, Leicester.
In tutto sono oltre 200 le firme di accademici britannici in calce a una lettera pubblicata sul Guardian: criticano con durezza le partnership che il governo di Londra mantiene e amplia con le autorità egiziane. Rapporti consolidati nel tempo e che hanno condotto numerosi atenei a progettare l’apertura di campus in Egitto.
«Sembra che i funzionari del governo e i manager delle università – si legge nella lettera – abbiano dimenticato che solo due anni fa Giulio Regeni, dottorando di Cambridge, veniva rapito, torturato e ucciso mentre conduceva una ricerca al Cairo. Giulio era uno dei tanti studenti e accademici arrestati, torturati, imprigionati e uccisi negli ultimi anni in Egitto, nell’ambito di una più vasta campagna di repressione contro opposizione politica, sindacati, società civile, media indipendenti».
Qui sta il cuore della denuncia: basta stringere mani e accordi con un regime repressivo come quello inaugurato nel luglio 2013 dal generale golpista al-Sisi. Il sospetto, concludono i firmatari, «è che si tratti di un mero e cinico atto commerciale: vendere diplomi con l’imprimatur di un’università del Regno unito, mentre si resta in silenzio di fronte alla scomparsa di accademici critici e agli attacchi al diritto degli studenti egiziani di studiare senza paura».
Il barbaro omicidio di Giulio non è un’eccezione. Soprattutto dal 2013, quando i campus sono diventati tra i principali luoghi di opposizione ad al-Sisi. Il regime ha risposto con compagnie di sicurezza private a pattugliare gli atenei, l’esplusione di centinaia di studenti dissidenti (di diverse estrazioni politiche, dai Fratelli musulmani ai Socialisti rivoluzionari), i processi di fronte a corti militari, la repressione delle manifestazioni.Mezzi che hanno fatto crollare il numero di proteste (dalle 1.677 dell’anno accademico 2013/2014 alle poche decine di oggi) e impennare quello di giovani universitari tuttora prigionieri politici.
La lettera giunge a seguito della visita di undici atenei britannici, a fine giugno, al Cairo con la supervisione del governo di Londra. L’obiettivo era la firma di accordi di collaborazione, programmi di scambio e apertura di campus in Egitto. Il paese nordafricano è il quinto al mondo per presenza accademica britannica, con 19.800 egiziani registrati in programmi britannici. Durante la visita, l’Università di Liverpool ha siglato un’intesa con il primo ministro Madbouly e il ministro dell’Educazione Ghaffar per «sviluppare una partnership strategica attraverso ricerca congiunta e attività di innovazione, scambio e formazione di accademici e studenti».
Ma il discorso è più ampio: come riporta il British Council, le università britanniche puntano a inserirsi nel progetto Vision 2030, piano di sviluppo economico e ricerca innovativa di cui ancora si sa poco (il sito ufficiale è pressoché vuoto). Già a gennaio Ghaffar aveva firmato con il ministro britannico all’Università Gyimah un accordo bilaterale per l’espansione transnazionale degli atenei del Regno Unito attraverso filiali in Egitto.
A scorrere l’elenco degli atenei presenti al Cairo, si capisce qualcosa in più: come spiega al manifesto una professoressa della londinese Soas, la maggior parte (la Queen Margaret di Edinburgo, Portsmouth, la Edinburgh Napier University, Cardiff, la Canterbury Christ Church University) sono atenei piccoli, preoccupati dalla fuga di studenti europei a causa della Brexit: per i cittadini Ue le tasse universitarie raddoppieranno dalla già elevata quota attuale di 9mila sterline. Sono alla caccia di matricole extra-europee, come già accade con il «mercato» asiatico, e di finanziamenti da fondazioni e governi.
Il tutto rientra in un processo di privatizzazione dei campus, paragonabili oggi a imprese il cui obiettivo è il profitto a scapito dell’aspetto educativo e del reinvestimento del surplus. A reggerle corporazioni, manager e consigli di amministrazione e, come spiega Stefan Collini in un articolo del 2013 sul London Review of Books, dalle tasse studentesche (e i conseguenti prestiti bancari) che hanno largamente sostituito i fondi pubblici.
Lo studente non è che un mero consumatore. E quando le politiche migratorie impediscono l’arrivo di extra-europei, è il campus a spostarsi: negli ultimi anni, aggiunge Collini, filiali delle università britanniche sono spuntate come funghi in tutto il mondo. E ora mirano all’Egitto.
da qui

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