domenica 30 settembre 2018

Quando i libri diventano strumento di resistenza durante i conflitti - Elena Paparelli




 “Mi sono sempre immaginato il paradiso come una specie di biblioteca”, Jorge Luis Borges.

D’accordo con Borges: la casa dei libri è senza dubbio un rifugio ameno e insieme una galassia sempre in espansione, per chi, ovviamente, è avvezzo alla lettura e dalla lettura trae nutrimento.
In Italia, mentre le biblioteche pubbliche continuano ad essere per lo più disertate, i lettori calano ancora: dall’ultimo rapporto Istat si rileva come siano solo 23 milioni gli italiani che dichiarano di aver letto almeno un libro nei 12 mesi precedenti l’intervista; e solo il 14,1% degli italiani si ritiene un “lettore forte”, avendo letto almeno 12 libri in un anno.
Sulla base di questi dati, si fa fatica a pensare alla lettura come un vero e proprio “strumento di resistenza” in situazioni limite, dove si lotta per la propria sopravvivenza fisica, giorno dopo giorno.
Eppure, storie di resistenza che hanno per protagonisti i libri ce ne sono, e hanno molto da insegnarci.
Succede per esempio che nella Striscia di Gaza – lingua di terra lunga 45 km e larga meno di 10 km, con circa un milione e 800 mila abitanti e una disoccupazione giovanile che supera il 60% – un gruppo di ragazze abbia deciso, con l’aiuto dell’Unicef, di creare una biblioteca nella città di Deir al Balah.
Deir al Balah letteralmente significa “Monastero delle Palme”perché la zona era caratterizzata da migliaia di queste piante, di cui oggi restano poche tracce.
Il campo profughi di questa città ospita circa 25mila rifugiati.
L’iniziativa della biblioteca è partita da alcune ragazze della scuola Sokaina, intenzionate a far sì che all’interno del loro plesso scolastico ci fosse una biblioteca nel senso vero del termine, che consentisse a chi lo volesse di allargare i confini della propria immaginazione tramite la lettura.
Così, con un finanziamento iniziale di 300 dollari, le ragazze hanno iniziato la loro avventura.
I primi 30 libri comprati al mercato con il budget iniziale, un po’ di arte di arrangiarsi (scatole di legno usate per gli scaffali e pneumatici vecchi per costruire sedili) e l’aiuto di altre ONG, ecco che la biblioteca prende forma, con in dotazione più di 500 libri.
La possibilità di lettura in una zona come Gaza, tagliata fuori dal mondo, è un’occasione di speranza per chi sente di non avere alcuno sbocco.
Così ha pensato anche il giovane palestinese Mossa Toha, che ha sentito anche lui la spinta a creare una biblioteca a Gaza, dopo essersi laureato in letteratura inglese all’Università islamica di Gaza.
Per lui si sono rivelati determinanti i social: “Mandateci libri in lingua inglese, nuovi o usati, romanzi o saggi”, il suo appello su Facebook, dove ha aperto la pagina “Library & Bookshop for Gaza”.
L’idea della biblioteca è nata da una vera e propria urgenza: “Qui si trovano pochi libri in inglese – ha detto il giovane Mossa – e arrivano molto dopo la loro pubblicazione a causa del blocco.”
Insieme al suo amico Shafi Salem, Mossa Toha ha raccolto moltissimi libri, ed è ricorso anche ad una campagna di crowdfunding per riuscire a sostenere la biblioteca, e farla funzionale con personale di servizio.
La Edward Said Public Library-Gaza (così è stata battezzata) ha ricevuto volumi da tanti Paesi, tra cui Canada, Giappone, Stati Uniti, Italia, e ha ricevuto il plauso anche di un intellettuale come Noam Chomsky, che alla biblioteca ha donato diversi volumi.
“È stato sorprendente, e stimolante, vedere come le persone sopravvissute nella prigione di Gaza, soggette a continui e feroci attacchi e vivendo in condizioni di brutale privazione, continuino a mantenere la loro dignità e il loro impegno per una vita migliore – ha detto Chomsky –  L’iniziativa di Mosab di creare una biblioteca e un centro culturale a Gaza è un esempio eccezionale di questi notevoli sforzi. Quello che sta cercando di ottenere contribuirebbe in modo significativo ad arricchire la vita degli abitanti di Gaza e offrire loro opportunità per un futuro migliore. Merita un forte sostegno da parte di tutti coloro che sono interessati alla giustizia e ai diritti umani fondamentali”.
Attualmente, nella Striscia di Gaza ci sono alcune librerie, ma sono per lo più fornite di libri in arabo, e meno di cinque biblioteche, sprovviste di libri in lingua inglese.
La storia di Mossa racconta di come dalle macerie nasca la voglia di ricominciare: dopo che gli israeliani bombardarono la sua università, e alla vista di centinaia di libri bruciati, Mossa prese il coraggio per la sua iniziativa: “Non avevano distrutto l’intero ateneo ma una parte di esso, quella con la biblioteca. Tra le macerie vedemmo dozzine di libri bruciati, anneriti. Tutta la sezione in lingua inglese era andata perduta. Amiamo leggere testi in inglese e potevamo farlo solo lì, all’università. Israele oltre a lanciarci contro le bombe ci negava il diritto a leggere e istruirci”.
Dalla Siria arriva invece la storia di un gruppo di 40 volontari siriani che a Daraya, vicino all’aeroporto militare di Mezze, assediata per quasi tre anni dall’esercito regolare, ha creato una biblioteca sotterranea che custodisce 15mila volumi sottratti alle macerie.
Un seminterrato di 200 mq in un sobborgo a sud di Damasco è diventato il “rifugio” di una cultura da preservare dalla devastazione prodotta dalla guerra: Abu Malek, insieme ad alcuni amici studenti universitari, ha l’idea di trovare un posto dove ordinare i volumi dispersi segnando accuratamente i luoghi dove sono stati rinvenuti, per restituirli ai proprietari, a guerra finita.
La cosa che fa riflettere è che tra i lettori della biblioteca ci sono anche dei combattenti che nella lettura hanno trovato un aiuto in più per fronteggiare la continua minaccia di morte.
Abu Malek, un volontario del progetto, racconta: “Dopo l’inizio dell’assedio  non potevo più né leggere né studiare. Con i ragazzi che come me hanno dovuto interrompere gli studi e quelli da poco laureati abbiamo avuto l’idea di recuperare i libri che erano sotto le macerie delle case distrutte. Per ogni libro annotavamo in quale casa era stato ritrovato, così da poter identificare il proprietario. Una volta finita la guerra, se verranno a reclamarli, potremo restituirli ai proprietari. Abbiamo recuperato anche libri che non sono stati bruciati nelle biblioteche e nelle librerie della città. È stato un modo per salvare il nostro patrimonio culturale”.
E salvare il proprio patrimonio culturale significa anche prendersi cura di se stessi. “Lavorare nella nostra biblioteca mi ha davvero aiutato a trovare un nuovo obiettivo di vita – afferma un altro volontario, Hazem – Prima trascorrevo i giorni tra l’annoiato e lo spaventato, in attesa del prossimo raid aereo. Ora consiglio i libri alle persone che vengono in biblioteca e parliamo di ciò che abbiamo letto.
Anche in Iraq, dopo la distruzione dell’Isis, studenti e ricercatori di Mosul cercano di ricostruire la loro biblioteca. La storia è apparsa su Terrasanta, dove si racconta della biblioteca dell’Università di Mosul che ospita più di 30mila studenti, e che custodiva quasi un milione di volumi, mappe storiche, periodici, pubblicazioni d’epoca ottomana e antichi manoscritti arabi.
Ora, un movimento di volontari si è preso l’impegno di “rimettere in funzione la macchina accademica, per poter riprendere il prima possibile esami e lezioni, che durante l’occupazione dell’Isis sono andati avanti a fatica fuori dalla città”.
Alcuni di questi, guidati da un blogger, ha rovistato fra le rovine di una biblioteca, riuscendo a recuperare 2mila libri, compresi alcuni rari manoscritti. A questo è seguito anche il lancio di una campagna per ricevere volumi come donazione. Da Baghdad, dall’Europa, dagli Stati Uniti e anche dall’Italia sono arrivati centinaia di volumi, nonostante la difficoltà delle spedizioni.
C’è stato persino uno studente di legge che dalla Florida ha raccolto circa 6mila volumi.
Il libro recuperato diventa così anche strumento di socializzazione attraverso lo scambio, il dono, l’incontro di idee, proprio lì dove non te lo aspetti. Uno strumento di resistenza, fuori e dentro di sé.

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