La scuola
italiana somiglia sempre più, per usare le parole di Peter Sloterdijk, a
un selfish system, con «insegnanti che ormai rammentano solo
insegnanti, materie di studio che ormai rammentano solo materie di studio,
scolari che ormai rammentano solo scolari» (Devi cambiare la tua vita).
Il sistema educativo sta progressivamente implodendo: alla fine dell’obbligo
scolastico i giovani appaiono fragili sul piano delle competenze e poveri di
riferimenti. La scuola non sembra più “formare”, né sul piano delle conoscenze
e delle abilità, né su quello umano. Le ragioni del fallimento sono molteplici
e non tutte imputabili alla scuola. Questa gioca però un ruolo importante che
non può essere ignorato.
Le
principali cause del collasso educativo – parlo di quelle più visibili – sono
almeno tre. La prima è la diffusione di una ideologia pedagogica che tende a
condannare la trasmissione del sapere e il modello di rapporto docente‑alunno
fondato sulla verticalità e sullo sforzo. Lo studente deve essere al centro, le
lezioni piacevoli, laboratoriali, coinvolgenti. È esaltata una pedagogia
dell’interesse, dove l’insegnante funge più da accompagnatore e da stimolo che
da reale guida. Le conseguenze di tale approccio sono lo stigma nei confronti
della lezione frontale e, soprattutto, l’attribuzione dell’eventuale insuccesso
formativo all’incapacità dei docenti di sposare le “magnifiche sorti e
progressive” delle metodologie didattiche innovative. Non è possibile entrare
nel merito delle debolezze teoriche e pratiche di questa pedagogia, che ho
approfondito altrove (cfr. Ripensare la scuola con la filosofia).
Basterà qui sottolineare – per insinuare un primo dubbio nel lettore – che
chiunque provi a contestarne la validità, anche con argomentazioni fondate e
non polemiche, si ritrova immediatamente isolato e tacciato, come minimo, di
essere un reazionario.
Eppure, ogni
disciplina che rivendica una propria scientificità non dovrebbe essere aperta
alla critica e al dubbio? Il progresso scientifico non nasce forse da una
riflessione non dogmatica?
Un secondo
aspetto interessante è la progressiva spettacolarizzazione della scuola. La
logica della società dello spettacolo è ormai penetrata con forza nelle
dinamiche educative. In ogni istituto si organizzano gli eventi più vari: dalle
presentazioni di libri alle ospitate di cantanti rap, dalle celebrazioni e
commemorazioni alle conferenze dei rappresentanti delle forze dell’ordine. Chi
lavora nella scuola sa bene di cosa parlo. Molti istituti hanno ormai le
proprie pagine social, attraverso cui promuovono iniziative e attività. Si
cerca visibilità, notorietà, perché questa attira iscritti; e più una scuola ha
studenti, più arrivano fondi per progetti e si evitano accorpamenti.
La logica
dello spettacolo si intreccia inoltre a un altro aspetto tipico dei nostri
tempi (il terzo punto) e dominante nelle scuole: il feticismo dei dati. Il
filosofo coreano Byung‑Chul Han si è espresso con parole nette: «stiamo
diventando tutti dei feticisti delle informazioni e dei dati» (Le non‑cose).
Le informazioni e i dati si stanno sostituendo alle cose. Nella scuola la
tendenza è evidente nell’ossessione per i numeri: le iscrizioni, i risultati
delle prove Invalsi, le “evidenze”, i report più vari. Non importa cosa vi sia
dietro le cifre, né se all’immagine numerica della scuola corrisponda qualcosa
di reale. I dati vengono prima delle cose. Come ha scritto Guy Debord, «ciò che
appare è buono; ciò che è buono appare» (La società dello spettacolo).
Di fronte a questa trasformazione epocale della scuola, come stanno reagendo i
docenti?
La risposta
del corpo insegnante sembra rientrare nelle dinamiche descritte da Sloterdijk
nella Critica della ragion cinica. Il filosofo tedesco distingue
due forme di cinismo: il kinismo (Kynismus) e il cinismo (Zynismus).
Cominciamo dal secondo, sicuramente il più diffuso.
Il cinico è
colui che non si fa più illusioni; sa come funziona il mondo, ma continua ad
agire in conformità al sistema pur sapendo che è sbagliato. Egli riconosce le
ipocrisie, la retorica dietro i discorsi sui grandi ideali, ma non denuncia,
non smaschera le menzogne. Preferisce adattarsi: fa, come si dice, di necessità
virtù. “Così stanno le cose?” si chiede il cinico. “Ebbene, vediamo come
sfruttare la situazione a mio vantaggio”.
Il cinico
naviga con maestria nelle acque torbide; si contraddice con spudoratezza,
recita come un grande attore. Guarda negli occhi il proprio interlocutore,
dicendogli sempre quello che vuole sentirsi dire, per ricavarne un vantaggio.
Quali sono i
cinici della nostra scuola? Si possono individuare diverse tipologie,
collocabili in un crescendo di “colpe”, un po’ come nei gironi infernali
danteschi. Partiamo dagli “ignavi”. Sono il gruppo più folto, costituito da
docenti che accettano passivamente, per quieto vivere, il degrado del sistema
scolastico. Sono insegnanti che evitano i problemi con le famiglie e con i
dirigenti – e con i colleghi dello staff – abbassando progressivamente le
richieste. I contenuti sono ridotti, le verifiche semplici; i pochi alunni che
non raggiungono la sufficienza vengono aiutati a oltranza, fino a che giungano
al sei stiracchiato. In genere, questi docenti si lamentano di come va avanti
la scuola, quasi sempre però con chi opera nello stesso registro. Non si
espongono, non dicono ad alta voce quello che realmente pensano. Temono le
ritorsioni dei dirigenti scolastici, i ricorsi delle famiglie e, a volte, le
reazioni spropositate di alunni incapaci di gestire anche piccole frustrazioni.
Il docente
“ignavo” segue il motto «chi me lo fa fare», ad esempio quando sta per dare
un’insufficienza grave, un debito, proporre una bocciatura o quando ascolta
l’ennesima assurdità in collegio e vorrebbe intervenire.
Il docente
“ignavo” sa che il conflitto, soprattutto quello donchisciottesco, ha un prezzo
alto. Pensa al proprio misero stipendio, alle energie che dovrebbe spendere
invano per essere coerente. La vocina cinica ripete insistente: «chi me lo fa
fare».
Se volessimo
applicare, alla Dante, la regola del contrappasso a questi docenti, quale pena
potremmo assegnare? Me li immagino nella loro classe, per l’eternità legati e
imbavagliati alla sedia della cattedra, alla completa mercé degli alunni che li
scherniscono e di colleghi e dirigenti che li colpiscono con i pacchi di
compiti cui non è stata data la meritata insufficienza.
Procediamo
ora con i docenti cinici “attivi”: coloro che sposano il sistema. Qui non ci si
limita a tenersi a galla: si partecipa, si diventa ingranaggi performativi
del selfish system. Si entra nelle Malebolge.
Vanno presi
in considerazione almeno cinque gruppi (bolge). Il primo è costituito dai
docenti che sgomitano per entrare nello staff, per essere vicario o secondo
collaboratore, funzioni strumentali o referenti di qualcosa; per avere,
insomma, una fetta di potere. Per dirla con Étienne de La Boétie (Discorso
sulla servitù volontaria), subiscono il fascino dell’Uno (del dirigente
scolastico), ne sono ammaliati. Prendo in prestito l’immagine di La Boétie per
descrivere i mangia‑popoli – così il filosofo chiama i fedeli
esecutori della volontà del tiranno – che si accalcano intorno al sovrano:
questi docenti sono come la farfalla sedotta dalla luce della fiamma. Si
avvicinano a ciò che li distruggerà. La metafora sembra forte; eppure, come non
osservare la loro tendenza a un servilismo estremo, il desiderio di anticipare
le intenzioni del dirigente, di pensare come lui, di essere come lui. D’altra
parte, se nei confronti del dirigente l’atteggiamento è adorante e sottomesso,
verso i colleghi questo gruppo di cinici si aggira altezzoso. Ha
l’atteggiamento profetico di chi porta il Verbo. «Così vuole il
Dirigente»: ipse dixit.
I cinici
dello staff sanno che nelle classi la loro autorità è minata. Hanno la stessa
consapevolezza dei docenti ignavi di avere le mani legate, di non poter andare
controcorrente se non pagando un prezzo alto. Tuttavia, non si accontentano di
adattarsi passivamente, di seguire a malincuore il flusso. La vocina cinica non
dice «chi me lo fa fare». Certo, quando insegnano seguono lo stesso adagio;
nella loro mente risuona però un altro pensiero: «perché essere incudine,
quando puoi essere martello?».
I docenti
dello staff aspirano al potere; alcuni completano il processo di
identificazione con l’Uno diventando essi stessi dirigenti. Come i veri cinici
della nostra società, non si accontentano di restare ai margini: mirano a
posizioni di prestigio.
La fedeltà
al sistema ha comunque un costo elevato. I docenti dello staff, come i mangia‑popoli
del tiranno, godono di poca libertà. Ancor meno dei docenti ignavi possono dire
quello che pensano; temono inoltre che il dirigente non si fidi più di loro,
che li possa sostituire con altri più devoti.
La posizione
di vicinanza al vertice li rende non di rado invisi alla maggioranza dei
colleghi. Rispetto ai docenti ignavi, sono più soli: perfino una briciola di
potere logora.
Nel nostro
inferno cinico, per la regola del contrappasso i docenti dello staff potrebbero
essere condannati ad abbracciare per l’eternità la statua infuocata del proprio
dirigente scolastico. Tra i docenti cinici attivi non sono comunque i più
astuti. Di gran lunga più prosaici sono i docenti “esperti”: mi riferisco a
quelli che provano a partecipare a tutti i progetti pomeridiani organizzati
dall’istituzione scolastica.
Nella scuola
del selfish system, progetti e progettini abbondano: progetti PON,
progetti PNRR, progetti FIS. Gli studenti sono cooptati per le più svariate
attività, riducendo ulteriormente quel poco di tempo che potrebbero dedicare
allo studio. Studiare? Nella scuola dello spettacolo non è una parola smart!
I docenti “esperti” sposano la causa del divertissement. La scuola
vuole i nostri alunni di‑vertiti? Bene: siamo attori del di‑vertimento, purché
si arrotondi il magro stipendio. I docenti “esperti” sanno che l’ora di lezione
ha ben poco da offrire, che il livello di preparazione degli studenti è in
caduta libera. Non si lamentano però, perché dal lagnarsi non hanno nulla da
guadagnare. La loro vocina cinica dice: «progetta!».
Per
contrappasso, potrebbero essere condannati a caricare per l’eternità l’elenco
degli studenti sulle piattaforme ministeriali dedicate ai progetti scolastici,
senza mai riuscire a completare l’operazione. Ogni volta che premono «Invia»,
il sistema restituisce il messaggio «sessione scaduta», accompagnato da una
dolorosa scossa elettrica.
Simili agli
esperti, ma di livello superiore per cinismo, sono i docenti “formatori”.
I formatori
sono i docenti che formano i docenti. Online e in presenza diffondono il
Vangelo della pedagogia contemporanea e delle metodologie didattiche
innovative. Il loro linguaggio è ricco di acronimi, di anglicismi, di slogan.
Sono un po’ come i professori universitari heideggeriani: si esprimono con
maestria in un rarefatto idioletto che dice tutto non dicendo nulla.
I formatori
sono i docenti che promuovono l’ideologia della scuola dello spettacolo, del
nuovo che avanza. Dalla classe capovolta all’apprendimento cooperativo, dalle
strategie per l’inclusione all’encomio dell’IA: i formatori sono instancabili,
parlano per ore di fronte a una platea assopita, spenta (con la telecamera
spenta) e, forse, russante. Nulla li ferma, perché il progresso non ha tempo da
perdere.
Sebbene tra
i docenti cinici menzionati finora sembrino quelli più convinti, i formatori
sanno in cuor loro che le fantasiose metodologie didattiche dei pedagogisti non
sortiscono gli effetti sperati.
In pubblico,
attribuiscono la colpa ai colleghi pigri che resistono alla didattica
innovativa. Ma il cinismo della loro convinzione si percepisce già dalla
modalità delle loro lezioni da formatori: frontali e trasmissive, considerano
l’utenza come il tanto aborrito vaso da riempire.
Credono in
quello che dicono? Quante lezioni laboratoriali e capovolte, a testa in giù e a
testa in su, svolgono nelle loro aule? Le loro classi sono davvero queste
grandi officine del progresso?
Sarebbe
bello poterli seguire nella quotidianità scolastica; e poi, con tutto il tempo
che trascorrono tra un corso di formazione e l’altro, viene da chiedersi quante
energie possano dedicare alla preparazione di una così mirabolante didattica.
Il docente formatore sa, ma la vocina cinica dice: «fingi l’impossibile!». Per
contrappasso, i docenti formatori sono costretti per l’eternità a tenere corsi.
A ogni acronimo, anglicismo, termine inglese pronunciato subiscono, come gli
«esperti», un’intensa scossa elettrica.
Adesso
superiamo le Malebolge, per dirigerci nel Cocito. Qui troviamo le due categorie
di docenti cinici più attivi: i professori influencer e i teachtokers.
Con i
docenti social si celebra la scuola dello spettacolo, della fuffa e della
retorica. I professori influencer costruiscono attenti storytelling per
promuovere la propria immagine; dispensano pillole di conoscenze delle loro
discipline, dando l’impressione che apprendere sia facile: basta un buon
insegnante (uno come loro). Seguono i trend inserendosi con arte nei flussi
degli algoritmi.
Una prof ha
assegnato troppi compiti delle vacanze? Il docente influencer fa un bel video
di critica: i ragazzi devono socializzare! Uno studente scrive una lettera di
protesta perché si sente a scuola troppo stressato? Il docente influencer
produce un contenuto su come gli insegnanti dovrebbero apprendere a essere
empatici.
Va detto che
la narrazione non è a senso unico. Segue la corrente: l’importante è essere
graditi alla propria community e ottenere sempre più visibilità.
I
teachtokers sono molto simili, ma amano riprendersi in classe e produrre
contenuti che l’algoritmo premia con la viralità: ad esempio brevi video muti
dove fanno espressioni buffe, preoccupate o indignate. E poi il tipico
contenuto che incorona il teachtoker: riprendersi all’ingresso dell’aula mentre
accoglie gli studenti con un balletto, un abbraccio o un saluto. Si usa la
classe come spazio scenico per costruire un brand che monetizzi.
I professori
influencer e i teachtokers di successo raggiungono risultati importanti:
pubblicano libri di dubbia qualità con grandi marchi editoriali, appaiono in
televisione, riempiono i teatri con i loro sermoni. Diventano delle star, dei
modelli, degli ideali da imitare. «Ah, se vi fossero più insegnanti così!».
Questo è il tipico commento di un loro seguace.
I professori
influencer e i teachtokers sanno che la scuola è al collasso, conoscono le sue
contraddizioni. Sono consapevoli di quanto poco siano oggi considerati gli
insegnanti. Non resta allora che piegare a proprio vantaggio il selfish
system. A scuola regna il feticismo dei dati, l’apparire conta più
dell’essere? Diventiamo noi stessi big data; proiettiamoci sullo
schermo! La vocina cinica dei docenti social ripete senza sosta la sentenza di
Debord: «ciò che appare è buono; ciò che è buono appare». Questi insegnanti
incarnano senza dubbio la punta estrema del cinismo. Siamo nell’imbuto, lì dove
si trova il lago ghiacciato del Cocito. Per contrappasso, sono condannati a
restare immobili e congelati per l’eternità mentre fissano la propria immagine
riflessa nello smartphone.
Una menzione
a parte meriterebbero i pedagogisti e i dirigenti, ma il focus dell’articolo è
su quelli che giocano il ruolo più importante sul piano educativo: i docenti.
Se questi
sono i docenti cinici, quali sarebbero i docenti “kinici”? Vediamo cosa intende
Sloterdijk per kinismo. Per il filosofo, il kinismo rappresenta la forma
originaria e antica della filosofia di Diogene di Sinope, caratterizzata da
sfrontatezza vitale, dalla capacità di incarnare la verità nella coerenza tra
dire, pensare e agire, dal coraggio di denunciare l’autentico volto dei
potenti. Chi non ricorda il celebre aneddoto dell’incontro tra Diogene e
Alessandro Magno.
Il kinico
morde, risveglia le coscienze con i suoi motti di spirito, smaschera le
ipocrisie del proprio tempo. Nella scuola italiana, il kinico è il docente che
dà priorità alla lezione. Spende tutte le sue energie in classe: non ama i
progetti, odia gli eventi che sottraggono tempo alle ore curricolari. Non è
affascinato dal potere, non blandisce i dirigenti scolastici. Ama stare con i
suoi alunni, lavorare duramente: sente la funzione civile e morale
dell’insegnamento.
Il docente
kinico esercita la parresia: non regala voti, non è compiacente né verso gli
alunni né verso le famiglie. Si sforza di valutare con scienza e coscienza; si
aggiorna continuamente: non alla scuola dei cinici formatori, ma in autonomia,
studiando e approfondendo la propria disciplina. Non è un passatista, sebbene
il suo dinamismo didattico metta sempre al centro i contenuti disciplinari e il
contesto classe, non metodologie astratte calate dall’alto.
Il docente
kinico non si affanna dietro i social: non ha tempo per i reel, per lo storytelling,
per la visibilità. Considera la classe uno spazio inviolabile dove non entra la
telecamera dello smartphone – e del resto la legge non lo permette(-rebbe).
Con il suo
modo di abitare la scuola, il docente kinico è l’emarginato, l’escluso. La sua
voce kinica ripete: «Senza città, senza casa, privato della patria, mendico,
vagabondo, vivendo alla giornata» (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi,
VI, 38). E in effetti, egli è nella maggioranza dei casi inviso ai dirigenti e
allo staff; quando i docenti ignavi lo incontrano, scuotono la testa («chi te
lo fa fare»). È spesso bersaglio dei teachtokers e dei professori influencer:
la sua invisibilità lo rende il capro espiatorio ideale. Ciò che non appare non
è buono; non è buono ciò che non appare. Il docente kinico non è sempre
apprezzato né dagli studenti né dalle famiglie, ancor più se illusi dal mito
della facilità e accecati dal cinismo della scuola dello spettacolo.
Nell’attuale
crisi del sistema scolastico, gli insegnanti kinici rappresentano forse la
principale risorsa per scuotere le coscienze. Occorre però che assumano
positivamente la loro condizione di marginalità e di esclusione come un punto
di vista privilegiato per condurre una critica serrata. È necessario che si
uniscano esercitando insieme la parresia. Solo un dire tutto e un dir vero
insistente e dal basso può dare la speranza di un futuro per la nostra scuola.
Non è semplice, perché nell’età dell’infosfera le voci fuori dal coro sono
censurate o distorte in logiche polarizzanti. Eppure, non vi è molta
alternativa. Continuare a svolgere bene il proprio lavoro non è più
sufficiente. È giunta l’ora che i docenti consapevoli, ma non cinici, scendano
in campo
Nota finale
Come nella
società, così nella scuola cinismo e kinismo si danno difficilmente allo stato
puro. Molti docenti oscillano tra un atteggiamento e l’altro: in alcune
circostanze si piegano al sistema, in altre trovano il coraggio di opporsi. Per
“mordere” i lettori – in particolare i lettori insegnanti – ho adottato uno
schema meno sfumato, seguendo in questo anche l’approccio di Sloterdijk.
D’altra parte, la stessa oscillazione tra cinismo e kinismo può essere
reinterpretata in chiave cinica: se si è kinici solo quando conviene, o quando
si è certi di non subire conseguenze, allora si è cinici…
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