sabato 22 agosto 2026

Critica della ragion scolastica - Salvatore Grandone

 

La scuola italiana somiglia sempre più, per usare le parole di Peter Sloterdijk, a un selfish system, con «insegnanti che ormai rammentano solo insegnanti, materie di studio che ormai rammentano solo materie di studio, scolari che ormai rammentano solo scolari» (Devi cambiare la tua vita). Il sistema educativo sta progressivamente implodendo: alla fine dell’obbligo scolastico i giovani appaiono fragili sul piano delle competenze e poveri di riferimenti. La scuola non sembra più “formare”, né sul piano delle conoscenze e delle abilità, né su quello umano. Le ragioni del fallimento sono molteplici e non tutte imputabili alla scuola. Questa gioca però un ruolo importante che non può essere ignorato.

Le principali cause del collasso educativo – parlo di quelle più visibili – sono almeno tre. La prima è la diffusione di una ideologia pedagogica che tende a condannare la trasmissione del sapere e il modello di rapporto docente‑alunno fondato sulla verticalità e sullo sforzo. Lo studente deve essere al centro, le lezioni piacevoli, laboratoriali, coinvolgenti. È esaltata una pedagogia dell’interesse, dove l’insegnante funge più da accompagnatore e da stimolo che da reale guida. Le conseguenze di tale approccio sono lo stigma nei confronti della lezione frontale e, soprattutto, l’attribuzione dell’eventuale insuccesso formativo all’incapacità dei docenti di sposare le “magnifiche sorti e progressive” delle metodologie didattiche innovative. Non è possibile entrare nel merito delle debolezze teoriche e pratiche di questa pedagogia, che ho approfondito altrove (cfr. Ripensare la scuola con la filosofia). Basterà qui sottolineare – per insinuare un primo dubbio nel lettore – che chiunque provi a contestarne la validità, anche con argomentazioni fondate e non polemiche, si ritrova immediatamente isolato e tacciato, come minimo, di essere un reazionario.

Eppure, ogni disciplina che rivendica una propria scientificità non dovrebbe essere aperta alla critica e al dubbio? Il progresso scientifico non nasce forse da una riflessione non dogmatica?

Un secondo aspetto interessante è la progressiva spettacolarizzazione della scuola. La logica della società dello spettacolo è ormai penetrata con forza nelle dinamiche educative. In ogni istituto si organizzano gli eventi più vari: dalle presentazioni di libri alle ospitate di cantanti rap, dalle celebrazioni e commemorazioni alle conferenze dei rappresentanti delle forze dell’ordine. Chi lavora nella scuola sa bene di cosa parlo. Molti istituti hanno ormai le proprie pagine social, attraverso cui promuovono iniziative e attività. Si cerca visibilità, notorietà, perché questa attira iscritti; e più una scuola ha studenti, più arrivano fondi per progetti e si evitano accorpamenti.

La logica dello spettacolo si intreccia inoltre a un altro aspetto tipico dei nostri tempi (il terzo punto) e dominante nelle scuole: il feticismo dei dati. Il filosofo coreano Byung‑Chul Han si è espresso con parole nette: «stiamo diventando tutti dei feticisti delle informazioni e dei dati» (Le non‑cose). Le informazioni e i dati si stanno sostituendo alle cose. Nella scuola la tendenza è evidente nell’ossessione per i numeri: le iscrizioni, i risultati delle prove Invalsi, le “evidenze”, i report più vari. Non importa cosa vi sia dietro le cifre, né se all’immagine numerica della scuola corrisponda qualcosa di reale. I dati vengono prima delle cose. Come ha scritto Guy Debord, «ciò che appare è buono; ciò che è buono appare» (La società dello spettacolo). Di fronte a questa trasformazione epocale della scuola, come stanno reagendo i docenti?

La risposta del corpo insegnante sembra rientrare nelle dinamiche descritte da Sloterdijk nella Critica della ragion cinica. Il filosofo tedesco distingue due forme di cinismo: il kinismo (Kynismus) e il cinismo (Zynismus). Cominciamo dal secondo, sicuramente il più diffuso.

Il cinico è colui che non si fa più illusioni; sa come funziona il mondo, ma continua ad agire in conformità al sistema pur sapendo che è sbagliato. Egli riconosce le ipocrisie, la retorica dietro i discorsi sui grandi ideali, ma non denuncia, non smaschera le menzogne. Preferisce adattarsi: fa, come si dice, di necessità virtù. “Così stanno le cose?” si chiede il cinico. “Ebbene, vediamo come sfruttare la situazione a mio vantaggio”.

Il cinico naviga con maestria nelle acque torbide; si contraddice con spudoratezza, recita come un grande attore. Guarda negli occhi il proprio interlocutore, dicendogli sempre quello che vuole sentirsi dire, per ricavarne un vantaggio.

Quali sono i cinici della nostra scuola? Si possono individuare diverse tipologie, collocabili in un crescendo di “colpe”, un po’ come nei gironi infernali danteschi. Partiamo dagli “ignavi”. Sono il gruppo più folto, costituito da docenti che accettano passivamente, per quieto vivere, il degrado del sistema scolastico. Sono insegnanti che evitano i problemi con le famiglie e con i dirigenti – e con i colleghi dello staff – abbassando progressivamente le richieste. I contenuti sono ridotti, le verifiche semplici; i pochi alunni che non raggiungono la sufficienza vengono aiutati a oltranza, fino a che giungano al sei stiracchiato. In genere, questi docenti si lamentano di come va avanti la scuola, quasi sempre però con chi opera nello stesso registro. Non si espongono, non dicono ad alta voce quello che realmente pensano. Temono le ritorsioni dei dirigenti scolastici, i ricorsi delle famiglie e, a volte, le reazioni spropositate di alunni incapaci di gestire anche piccole frustrazioni.

Il docente “ignavo” segue il motto «chi me lo fa fare», ad esempio quando sta per dare un’insufficienza grave, un debito, proporre una bocciatura o quando ascolta l’ennesima assurdità in collegio e vorrebbe intervenire.

Il docente “ignavo” sa che il conflitto, soprattutto quello donchisciottesco, ha un prezzo alto. Pensa al proprio misero stipendio, alle energie che dovrebbe spendere invano per essere coerente. La vocina cinica ripete insistente: «chi me lo fa fare».

Se volessimo applicare, alla Dante, la regola del contrappasso a questi docenti, quale pena potremmo assegnare? Me li immagino nella loro classe, per l’eternità legati e imbavagliati alla sedia della cattedra, alla completa mercé degli alunni che li scherniscono e di colleghi e dirigenti che li colpiscono con i pacchi di compiti cui non è stata data la meritata insufficienza.

Procediamo ora con i docenti cinici “attivi”: coloro che sposano il sistema. Qui non ci si limita a tenersi a galla: si partecipa, si diventa ingranaggi performativi del selfish system. Si entra nelle Malebolge.

Vanno presi in considerazione almeno cinque gruppi (bolge). Il primo è costituito dai docenti che sgomitano per entrare nello staff, per essere vicario o secondo collaboratore, funzioni strumentali o referenti di qualcosa; per avere, insomma, una fetta di potere. Per dirla con Étienne de La Boétie (Discorso sulla servitù volontaria), subiscono il fascino dell’Uno (del dirigente scolastico), ne sono ammaliati. Prendo in prestito l’immagine di La Boétie per descrivere i mangia‑popoli – così il filosofo chiama i fedeli esecutori della volontà del tiranno – che si accalcano intorno al sovrano: questi docenti sono come la farfalla sedotta dalla luce della fiamma. Si avvicinano a ciò che li distruggerà. La metafora sembra forte; eppure, come non osservare la loro tendenza a un servilismo estremo, il desiderio di anticipare le intenzioni del dirigente, di pensare come lui, di essere come lui. D’altra parte, se nei confronti del dirigente l’atteggiamento è adorante e sottomesso, verso i colleghi questo gruppo di cinici si aggira altezzoso. Ha l’atteggiamento profetico di chi porta il Verbo. «Così vuole il Dirigente»: ipse dixit.

I cinici dello staff sanno che nelle classi la loro autorità è minata. Hanno la stessa consapevolezza dei docenti ignavi di avere le mani legate, di non poter andare controcorrente se non pagando un prezzo alto. Tuttavia, non si accontentano di adattarsi passivamente, di seguire a malincuore il flusso. La vocina cinica non dice «chi me lo fa fare». Certo, quando insegnano seguono lo stesso adagio; nella loro mente risuona però un altro pensiero: «perché essere incudine, quando puoi essere martello?».

I docenti dello staff aspirano al potere; alcuni completano il processo di identificazione con l’Uno diventando essi stessi dirigenti. Come i veri cinici della nostra società, non si accontentano di restare ai margini: mirano a posizioni di prestigio.

La fedeltà al sistema ha comunque un costo elevato. I docenti dello staff, come i mangia‑popoli del tiranno, godono di poca libertà. Ancor meno dei docenti ignavi possono dire quello che pensano; temono inoltre che il dirigente non si fidi più di loro, che li possa sostituire con altri più devoti.

La posizione di vicinanza al vertice li rende non di rado invisi alla maggioranza dei colleghi. Rispetto ai docenti ignavi, sono più soli: perfino una briciola di potere logora.

Nel nostro inferno cinico, per la regola del contrappasso i docenti dello staff potrebbero essere condannati ad abbracciare per l’eternità la statua infuocata del proprio dirigente scolastico. Tra i docenti cinici attivi non sono comunque i più astuti. Di gran lunga più prosaici sono i docenti “esperti”: mi riferisco a quelli che provano a partecipare a tutti i progetti pomeridiani organizzati dall’istituzione scolastica.

Nella scuola del selfish system, progetti e progettini abbondano: progetti PON, progetti PNRR, progetti FIS. Gli studenti sono cooptati per le più svariate attività, riducendo ulteriormente quel poco di tempo che potrebbero dedicare allo studio. Studiare? Nella scuola dello spettacolo non è una parola smart! I docenti “esperti” sposano la causa del divertissement. La scuola vuole i nostri alunni di‑vertiti? Bene: siamo attori del di‑vertimento, purché si arrotondi il magro stipendio. I docenti “esperti” sanno che l’ora di lezione ha ben poco da offrire, che il livello di preparazione degli studenti è in caduta libera. Non si lamentano però, perché dal lagnarsi non hanno nulla da guadagnare. La loro vocina cinica dice: «progetta!».

Per contrappasso, potrebbero essere condannati a caricare per l’eternità l’elenco degli studenti sulle piattaforme ministeriali dedicate ai progetti scolastici, senza mai riuscire a completare l’operazione. Ogni volta che premono «Invia», il sistema restituisce il messaggio «sessione scaduta», accompagnato da una dolorosa scossa elettrica.

Simili agli esperti, ma di livello superiore per cinismo, sono i docenti “formatori”.

I formatori sono i docenti che formano i docenti. Online e in presenza diffondono il Vangelo della pedagogia contemporanea e delle metodologie didattiche innovative. Il loro linguaggio è ricco di acronimi, di anglicismi, di slogan. Sono un po’ come i professori universitari heideggeriani: si esprimono con maestria in un rarefatto idioletto che dice tutto non dicendo nulla.

I formatori sono i docenti che promuovono l’ideologia della scuola dello spettacolo, del nuovo che avanza. Dalla classe capovolta all’apprendimento cooperativo, dalle strategie per l’inclusione all’encomio dell’IA: i formatori sono instancabili, parlano per ore di fronte a una platea assopita, spenta (con la telecamera spenta) e, forse, russante. Nulla li ferma, perché il progresso non ha tempo da perdere.

Sebbene tra i docenti cinici menzionati finora sembrino quelli più convinti, i formatori sanno in cuor loro che le fantasiose metodologie didattiche dei pedagogisti non sortiscono gli effetti sperati.

In pubblico, attribuiscono la colpa ai colleghi pigri che resistono alla didattica innovativa. Ma il cinismo della loro convinzione si percepisce già dalla modalità delle loro lezioni da formatori: frontali e trasmissive, considerano l’utenza come il tanto aborrito vaso da riempire.

Credono in quello che dicono? Quante lezioni laboratoriali e capovolte, a testa in giù e a testa in su, svolgono nelle loro aule? Le loro classi sono davvero queste grandi officine del progresso?

Sarebbe bello poterli seguire nella quotidianità scolastica; e poi, con tutto il tempo che trascorrono tra un corso di formazione e l’altro, viene da chiedersi quante energie possano dedicare alla preparazione di una così mirabolante didattica. Il docente formatore sa, ma la vocina cinica dice: «fingi l’impossibile!». Per contrappasso, i docenti formatori sono costretti per l’eternità a tenere corsi. A ogni acronimo, anglicismo, termine inglese pronunciato subiscono, come gli «esperti», un’intensa scossa elettrica.

Adesso superiamo le Malebolge, per dirigerci nel Cocito. Qui troviamo le due categorie di docenti cinici più attivi: i professori influencer e i teachtokers.

Con i docenti social si celebra la scuola dello spettacolo, della fuffa e della retorica. I professori influencer costruiscono attenti storytelling per promuovere la propria immagine; dispensano pillole di conoscenze delle loro discipline, dando l’impressione che apprendere sia facile: basta un buon insegnante (uno come loro). Seguono i trend inserendosi con arte nei flussi degli algoritmi.

Una prof ha assegnato troppi compiti delle vacanze? Il docente influencer fa un bel video di critica: i ragazzi devono socializzare! Uno studente scrive una lettera di protesta perché si sente a scuola troppo stressato? Il docente influencer produce un contenuto su come gli insegnanti dovrebbero apprendere a essere empatici.

Va detto che la narrazione non è a senso unico. Segue la corrente: l’importante è essere graditi alla propria community e ottenere sempre più visibilità.

I teachtokers sono molto simili, ma amano riprendersi in classe e produrre contenuti che l’algoritmo premia con la viralità: ad esempio brevi video muti dove fanno espressioni buffe, preoccupate o indignate. E poi il tipico contenuto che incorona il teachtoker: riprendersi all’ingresso dell’aula mentre accoglie gli studenti con un balletto, un abbraccio o un saluto. Si usa la classe come spazio scenico per costruire un brand che monetizzi.

I professori influencer e i teachtokers di successo raggiungono risultati importanti: pubblicano libri di dubbia qualità con grandi marchi editoriali, appaiono in televisione, riempiono i teatri con i loro sermoni. Diventano delle star, dei modelli, degli ideali da imitare. «Ah, se vi fossero più insegnanti così!». Questo è il tipico commento di un loro seguace.

I professori influencer e i teachtokers sanno che la scuola è al collasso, conoscono le sue contraddizioni. Sono consapevoli di quanto poco siano oggi considerati gli insegnanti. Non resta allora che piegare a proprio vantaggio il selfish system. A scuola regna il feticismo dei dati, l’apparire conta più dell’essere? Diventiamo noi stessi big data; proiettiamoci sullo schermo! La vocina cinica dei docenti social ripete senza sosta la sentenza di Debord: «ciò che appare è buono; ciò che è buono appare». Questi insegnanti incarnano senza dubbio la punta estrema del cinismo. Siamo nell’imbuto, lì dove si trova il lago ghiacciato del Cocito. Per contrappasso, sono condannati a restare immobili e congelati per l’eternità mentre fissano la propria immagine riflessa nello smartphone.

Una menzione a parte meriterebbero i pedagogisti e i dirigenti, ma il focus dell’articolo è su quelli che giocano il ruolo più importante sul piano educativo: i docenti.

Se questi sono i docenti cinici, quali sarebbero i docenti “kinici”? Vediamo cosa intende Sloterdijk per kinismo. Per il filosofo, il kinismo rappresenta la forma originaria e antica della filosofia di Diogene di Sinope, caratterizzata da sfrontatezza vitale, dalla capacità di incarnare la verità nella coerenza tra dire, pensare e agire, dal coraggio di denunciare l’autentico volto dei potenti. Chi non ricorda il celebre aneddoto dell’incontro tra Diogene e Alessandro Magno.

Il kinico morde, risveglia le coscienze con i suoi motti di spirito, smaschera le ipocrisie del proprio tempo. Nella scuola italiana, il kinico è il docente che dà priorità alla lezione. Spende tutte le sue energie in classe: non ama i progetti, odia gli eventi che sottraggono tempo alle ore curricolari. Non è affascinato dal potere, non blandisce i dirigenti scolastici. Ama stare con i suoi alunni, lavorare duramente: sente la funzione civile e morale dell’insegnamento.

Il docente kinico esercita la parresia: non regala voti, non è compiacente né verso gli alunni né verso le famiglie. Si sforza di valutare con scienza e coscienza; si aggiorna continuamente: non alla scuola dei cinici formatori, ma in autonomia, studiando e approfondendo la propria disciplina. Non è un passatista, sebbene il suo dinamismo didattico metta sempre al centro i contenuti disciplinari e il contesto classe, non metodologie astratte calate dall’alto.

Il docente kinico non si affanna dietro i social: non ha tempo per i reel, per lo storytelling, per la visibilità. Considera la classe uno spazio inviolabile dove non entra la telecamera dello smartphone – e del resto la legge non lo permette(-rebbe).

Con il suo modo di abitare la scuola, il docente kinico è l’emarginato, l’escluso. La sua voce kinica ripete: «Senza città, senza casa, privato della patria, mendico, vagabondo, vivendo alla giornata» (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, VI, 38). E in effetti, egli è nella maggioranza dei casi inviso ai dirigenti e allo staff; quando i docenti ignavi lo incontrano, scuotono la testa («chi te lo fa fare»). È spesso bersaglio dei teachtokers e dei professori influencer: la sua invisibilità lo rende il capro espiatorio ideale. Ciò che non appare non è buono; non è buono ciò che non appare. Il docente kinico non è sempre apprezzato né dagli studenti né dalle famiglie, ancor più se illusi dal mito della facilità e accecati dal cinismo della scuola dello spettacolo.

Nell’attuale crisi del sistema scolastico, gli insegnanti kinici rappresentano forse la principale risorsa per scuotere le coscienze. Occorre però che assumano positivamente la loro condizione di marginalità e di esclusione come un punto di vista privilegiato per condurre una critica serrata. È necessario che si uniscano esercitando insieme la parresia. Solo un dire tutto e un dir vero insistente e dal basso può dare la speranza di un futuro per la nostra scuola. Non è semplice, perché nell’età dell’infosfera le voci fuori dal coro sono censurate o distorte in logiche polarizzanti. Eppure, non vi è molta alternativa. Continuare a svolgere bene il proprio lavoro non è più sufficiente. È giunta l’ora che i docenti consapevoli, ma non cinici, scendano in campo

Nota finale

Come nella società, così nella scuola cinismo e kinismo si danno difficilmente allo stato puro. Molti docenti oscillano tra un atteggiamento e l’altro: in alcune circostanze si piegano al sistema, in altre trovano il coraggio di opporsi. Per “mordere” i lettori – in particolare i lettori insegnanti – ho adottato uno schema meno sfumato, seguendo in questo anche l’approccio di Sloterdijk. D’altra parte, la stessa oscillazione tra cinismo e kinismo può essere reinterpretata in chiave cinica: se si è kinici solo quando conviene, o quando si è certi di non subire conseguenze, allora si è cinici…

da qui

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