martedì 30 luglio 2019

Lettera a un bambino mai nato - Loris Terrafino




Durante le scorse settimane ho avuto la grande possibilità di compiere un viaggio che, malgrado la mia giovane età, mi ha permesso di approfondire la storia di un popolo oppresso da decenni: quello palestinese.
In modo particolare, penso a te, piccolo bambino, anima pura, di cui mi è stato narrato. In modo particolare penso a te, bambino mai nato, morto per l’idiozia dell’animo umano, per la sua cattiveria. Morto ad un cancello, attendendo (invano) che a tua madre fosse concesso di attraversare un grigio e stupido muro per recarsi in ospedale e darti alla luce.
Voglio dunque raccontarti, anima candida, a quale triste realtà avresti assistito se,almeno per un breve lasso di tempo, per un istante, fossi nato. Avresti conosciuto la storia di Aida, il campo profughi più esposto del mondo ai lacrimogeni che, fin dal 1950, dopo che Israele ha bandito dalle proprie case gli abitanti di 531 villaggi, vede migliaia di persone vivere in condizioni precarie: prima nelle tende, senza né acqua né energia elettrica, e poi in piccole unità abitative di 3 metri quadrati con i bagni in comune.
Sapresti poi che qui l’accesso all’acqua è limitatissimo: 6 ore di tempo per riempire le cisterne familiari ogni due settimane; e che la corrente elettrica spesso manca per guasti agli impianti creati in modo amatoriale. Avresti poi saputo che nei pressi di Betlemme c’è un altro campo fondato nel 1949, Dheisheh, e che quest’ultimo è stato fino a pochi anni fa un vero e proprio “carcere a cielo aperto” per i suoi 3.000 abitanti,con tanto di cancello chiuso tra le 21 e le 6.
Sicuramente ti sarebbe stata nota la storia della città di Nablus, una delle più antiche della Cisgiordania e del mondo intero, fondata circa 7.000 anni fa. Avresti dunque saputo che nel 2002 questa bellissima città è stata circondata da molti carri armati che, sotto le direttive del primo ministro Ariel Sharon, responsabile anche di passati conflitti in Libano, hanno spinto i cittadini nella parte vecchia della città. In 12 giorni i morti sono stati 130 e moltissimi i feriti. Molti uomini nella fascia d’età tra i 15 ed i 50 anni sono stati ammanettati, bendati e deportati in campi militari dove sono stati sottoposti ad abusi. Tutto questo con lo scopo di spezzare la loro dignità, fulcro della resistenza, unica possibilità di salvezza per un popolo abbandonato a se stesso.
Ma le storie che avresti sentito sarebbero state moltissime, e tutte molto simili: quella del villaggio di Bardalah, abitato da 1600 persone che vivono per lo più di agricoltura e che ogni giorno si trovano a convivere con il problema della carenza idrica; quella di Hebron, città più grande della Cisgiordania che è letteralmente divisa da colonie israeliane. I quattro insediamenti che vantano 1500 soldati a protezione dei 600 coloni sono in una situazione di perenne tensione; questo perché gli israeliani che occupano la parte alta della città gettano acido, urine, materassi e ogni sorta di oggetto possibile e immaginabile sui palestinesi che vivono nella città vecchia sottostante, causando frequenti e pericolosi conflitti.
Tutto ciò che ho finora narrato non è però, purtroppo, che una parte millesimale di ciò che accade ogni giorno in questa terra che da decenni è dilaniata dai conflitti, dalle bombe, dai proiettili, dal sangue, dalla morte e dalle lacrime. E tutto questo per quale motivo? Per una questione di principio, per l’ennesima “guerra giusta”, come amano definirla.
Ma una guerra non potrà mai essere giusta finché ci saranno vittime innocenti, una guerra non potrà mai essere giusta finché ci saranno madri che piangono i figli o figli che piangono le madri, una guerra non potrà mai essere giusta finché qualcuno perderà la propria casa, rifugio da una vita già abbastanza dolorosa e difficile. Una guerra non potrà mai essere giusta, mai.

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