La percezione della minaccia che incombe sul mondo sta diffondendosi oltre prevenzioni ideologiche o di schieramento. Trump-Netanyahu: uno dei due un criminale ricercato per crimini di guerra, e l’altro un caricaturale mancato Nobel per la pace che s’è fatto trascinare in una guerra catastrofica da cui la sua personalità disturbata non sa come uscirne. Ma siamo sicuri di aver misurato sino in fondo i tempi e la portata della minaccia sul futuro nostro e del mondo?
Tutti
sull’orlo del baratro
Sabato il
nostro Piero Orteca ci ha dato i numeri della catastrofe economica della
presidenza Trump che batterà tutti i record di scasso delle finanze pubbliche e
gli Stati Uniti sprofonderanno sotto 40 trilioni di dollari di debito federale.
90 miliardi al mese di interessi». Provate a compitare questa cifre in numeri.
Scrivete 4 e aggiungete 13 zero! In dollari. Per un assaggio più moderato, solo
per gli ‘interessi annui’, 90.000.000.000, gli zeri si riducono a dieci. Da
fatto, la superpotenza planetaria è a rischio fallimento. Ma la politica (e la
Casa Bianca) giocano sporco. All’inizio degli anni 2000, il debito pubblico
statunitense era del 34% del Pil e il governo federale aveva un surplus in
cassa. Quando scoppiò la crisi finanziaria del 2008, il debito pubblico era al
35% del Pil. Quando arrivò il Covid-19, al 79% del Pil. Il 2026, dalle guerre
Israeliane in Medio Oriente, dall’Ucraina e ora in Iran, si viaggia verso il
120%. Grave il fatto che il rapporto con questi numeri allarmanti era noto ma
fu nascosto prima che Stati Uniti e Israele colpissero l’Iran bloccando il
traffico attraverso lo Stretto di Hormuz facendo schizzare i prezzi del
petrolio oltre i 100 dollari al barile.
Rischio
reale di crack dell’economia della superpotenza Stati Uniti. Qualcuno di noi
gente comune, riesce ad immaginare cosa significherebbe una crisi di questa
portata sull’economia di tutto il pianeta, la nostra piccola e povera Italia
per prima? Una storia dell’orrore che lasciamo a dei fanta economisti
dell’orrore.
Una guerra
da 10.300 dollari al secondo
Il
Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti aveva riferito al Congresso che i
primi sei giorni di guerra sarebbero costati 11,3 miliardi di dollari. Secondo
il Congressional Budget Office, per le prime 100 ore di campagna, sono stati
spesi circa 3,7 miliardi di dollari. Dettagli: munizioni per circa 1,5 miliardi
di dollari; operazioni aeree 125 milioni; operazioni navali 64 milioni e
operazioni terrestri 7 milioni; difesa aerea attorno a 1,7 miliardi. Secondo
Marine Insight, gli Stati Uniti starebbero spendendo circa 10.300 dollari al
secondo per questa guerra, con una quota principale al consumo di munizioni per
320 milioni di dollari al giorno. Seguono le missioni aeree, 245 milioni di
dollari al giorno, e le operazioni navali, che aggiungono ulteriori 155 milioni
di dollari ogni 24 ore. Più recentemente l’American Enterprise Institute
organizzazione di ricerca e analisi politica di Washington, con una stima molto
più ampia e aggiornata, il costo finora sostenuto sarebbe tra i 25 e i 35
miliardi di dollari.
Citazioni di
passaggio
Ieri, il
calendario delle disgrazie del mondo di Antonio Cipriani su Polemos. «Prima del
Covid, prima di Putin in Ucraina, prima del 7 ottobre 2023, prima della ferocia
genocida israeliana, della pavida indifferenza europea; prima del ritorno di
Trump alla Casa Bianca, del suo Nobel per la Pace a colpi di guerra, del suo
essere ostaggio del governo Netanyahu, prima delle bombe israeliane su tutti i
paesi sovrani del vicino Oriente. Prima della Meloni e dei suoi sciagurati».
Oppure, a scelta: «Quando il settore della difesa diventa centrale
per favorire l’accumulazione di capitale, l’economia diventa dipendente dalla
guerra», denuncia Romaric Godin. O Michele Serra sulla stretta attualità. «Nel
frattempo Israele azzanna il Libano, spara ai caschi blu, identifica la
soluzione dei suoi problemi con la distruzione di insediamenti umani
classificati ‘Hezbollah’, e per essere sicuro di colpire il mio nemico,
distrugge tutto ciò che gli sta attorno. È già accaduto a Gaza. Intanto il
governo israeliano ha stabilito che, a parità di delitto, la pena di morte vale
solo per i nemici di Israele (in pratica: per i palestinesi). Ci sono uomini di
serie A, uomini di serie B. Che a pensarlo siano alcuni discendenti di chi subì
la Shoah, è una delle notizie più terribili e tristi di questo nuovo secolo».
L’Entità
militare israeliana
Lo Stato
ebraico è una delle principali potenze militari al mondo per spesa in rapporto
al PIL, con un bilancio della difesa che ha raggiunto i 34,63 miliardi di
dollari per il prossimo anno. L’apparato militare è sostenuto da una forte
industria interna e da alleanze strategiche. Industria Militare Interna:
Israele possiede un complesso militare-industriale avanzato, con entità statali
come Israel Aerospace Industries (IAI) e Israel Military Industries (IMI),
affiancate da attori privati come Elbit Systems Ltd. Il settore è
all’avanguardia in guerra elettronica, tecnologie di intelligence e produzione
di sistemi come il carro armato Merkava. Le recenti operazioni militari hanno
avuto un impatto pesante sull’economia, sollevando preoccupazioni sulla
sostenibilità a lungo termine. L’economia israeliana si basa su un terziario
forte (quasi l’80% del PIL), trainato da settori ad alta tecnologia. Fattori
Esterni: Israele è dipendente dalle catene di approvvigionamento globali per
semiconduttori e sistemi avanzati, e beneficia di investimenti da parte di
grandi istituzioni finanziarie internazionali.
Israele
potenza regionale
L’economia
israeliana è una delle più militarizzate al mondo. Secondo i dati della Banca
mondiale, Israele destinava l’equivalente del 4,5% del suo PIL del 2022 alle
spese militari. Una cifra più che doppia rispetto a quella della Francia, ma
eccezionalmente bassa per Israele: tra il 2010 e il 2021, la percentuale
oscillava infatti tra il 5 e il 6% del PIL. Nel 2022, l’Iran ha speso il 2,1%
del suo PIL per l’esercito e gli Stati Uniti il 3,4%. Lo Stato ebraico era
allora il dodicesimo paese al mondo in termini di spesa militare rapportata al
suo reddito nazionale. Il problema principale delle spese militari in senso
stretto è la loro natura profondamente improduttiva. L’esercito costa molto e
rende poco, La priorità della difesa dello Stato è quindi fondamentale.
Naturalmente, tale specializzazione non avrebbe potuto svilupparsi senza lo
stretto legame che Israele intrattiene con gli Stati Uniti. Gli aiuti diretti
degli Stati Uniti a Israele, che non sono subordinati all’acquisto di materiale
statunitense, hanno permesso di mantenere un alto livello di ordini da parte
dell’esercito, in particolare nel campo delle tecnologie avanzate.
«Neoliberismo
falco»
L’esercito
fornisce tecnologia e manodopera a un settore che finanzia la difesa e i suoi
veterani. Con questo modello, l’economia israeliana è diventata, in apparenza,
una delle più dinamiche del mondo occidentale. Ma oltre un settore tecnologico
molto produttivo e legato all’esercito, il resto dell’economia è segnato da una
produttività molto bassa, inferiore del 6,7% alla media dei Paesi dell’OCSE.
Troppi militari sotto le armi. E la priorità della difesa dello Stato diventa
quindi fondamentale. Naturalmente, gli aiuti diretti degli Stati Uniti a
Israele, non solo subordinati all’acquisto di materiale statunitense, hanno
permesso di mantenere un alto livello di ordini da parte dell’esercito.
Ed ecco
l’accelerazione della colonizzazione della Cisgiordania ad alimentare il
nazionalismo e mantenere l’esercito in stato di allerta. Una soluzione di pace
comporterebbe infatti gravi problemi per l’economia politica israeliana così
come si è sviluppata dalla metà degli anni ’90. Senza un esercito in attività,
la dinamica tecnologica faticherebbe a mantenersi, mentre il resto
dell’economia israeliana è troppo poco produttivo e quindi troppo poco
competitivo. Oltre a consentire un pericoloso processo per corruzione e rischio
carcere per Netanyahu.
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