martedì 21 aprile 2026

Colpo grosso alla Banca di Francia: 129 tonnellate d’oro via dagli Usa per la sovranità economica - Guglielmo Calvi

“Nulla è cambiato attraverso i secoli. Chi detiene l’oro detiene il potere”. Questa celebre massima coniata da Alessandro Morandotti, celebre autore di aforismi, spiega il ritrovato interesse di molti attori finanziari per il pregiato metallo. La Banca di Francia ha venduto tutto l’oro di sua proprietà custodito presso i caveau della Federal Reserve di New York e, al contempo, ne ha acquistate altrettanto di primissima qualità che sarà conservato all’ombra della Torre Eiffel. Sebbene tale comportamento abbia apparentemente un valore squisitamente finanziario, in realtà è densa di significato politico e niente esclude che altre banche nazionali possano emulare quanto fatto oltralpe. 

Vendo oro usato per lingotti nuovi di pacca 

L’operazione è avvenuta tra l’estate del 2025 e l’inizio del 2026 e ha avuto come stella polare la riorganizzazione delle riserve auree in un’ottica di massimizzazione dei risparmi. Entrando nei dettagli più specifici, l’istituto francese ha venduto 129 tonnellate di lingotti anziché trasferirli da oltreoceano e farli approdare sulle coste del Vecchio Continente. L’ente bancario ha dunque preferito sostituire il 5% del suo capitale con delle tonnellate conformi ai nuovi standard aurei vigenti, risparmiando sui costi di trasporto di oro considerato ormai obsoleto. 

Il dato saliente sono gli incassi ottenuti dalla banca nell’operazione di vendita. Il prezzo dell’oro negli ultimi tempi è cresciuto a dismisura e l’istituto transalpino, cedendo i suoi lingotti, ha guadagnato una plusvalenza (costo di vendita superiore al costo di acquisto iniziale)  dal valore di 13 miliardi di euro. I frutti di questa operazione hanno permesso alla Banca di Francia di chiudere con un utile di 8 miliardi il 2025 dopo che l’anno prima aveva chiuso con una perdita di più di 7 miliardi. Da Parigi fanno sapere che circa 134 tonnellate devono essere oggetto di standardizzazione tecnica per adeguarsi ai benchmark internazionali  entro il 2028. Al di là degli obiettivi pluriennali, oggi come oggi la Francia custodisce tutte le sue riserve auree all’interno del territorio nazionale, potendo far leva sul senso di rassicurazione psicologica instillabile negli investitori stranieri dal controllo diretto del metallo prezioso.

I riverberi politici

Il governatore della Banca di Francia, François Villeroy de Galhau, ha dichiarato che la vendita di vecchi lingotti e l’acquisto di nuovi non ha una valenza politica. Ricordando, però, il proverbio “a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”, si potrebbe pensare che forse qualche considerazione politica ci sia di mezzo. Con i venti di guerra che soffiano in più parti del mondo e il processo di de-dollarizzazione negli scambi commerciali, si va manifestando una crescente mancanza di fiducia nella stabilità del sistema finanziario internazionale. In un clima sempre più incerto, il mantenimento all’estero di asset preziosi come l’oro può essere rischioso e non è da escludere che altri Paesi possano seguire le orme dei francesi. La Germania detiene circa 3.350 tonnellate di metallo nobile di cui il 37% è custodito nei caveau della Federal Reserve, mentre l’Italia ne custodisce 2.451 tonnellate di cui il 41% a New York.

Il presidente dell’Associazione dei Contribuenti Europei, Michael Jaeger,  ha sollecitato entrambi i Paesi a ritirare i loro lingotti da oltreoceano in quanto la Federal Reserve non potrebbe più essere un’entità del tutto indipendente e soggetta a pressioni politiche da parte dell’amministrazione Trump. Tuttavia, alcuni osservatori come il tedesco Bert Flossbach hanno sottolineato che un ritiro improvviso e non concordato dalla banca centrale statunitense rischierebbe di acuire le tensioni tra le due sponde dell’Atlantico.

Indubbiamente, le crisi che stanno segnando il nostro tempo hanno messo a nudo le fragilità di una governance globale eccessivamente integrata a livello sovranazionale e con maglie del controllo troppo larghe per i Governi nazionali. Quanto fatto dalla Banca di Francia induce a una riflessione: quando la tempesta infuria, è bene riappropriarsi degli spazi di sovranità ceduta per non dipendere da altri.

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