martedì 21 aprile 2026

La lobby senza limiti di Israele in Europa - Giuseppe Gagliano

L'inchiesta di Giorgio Mottola, "Questione di lobby", ricostruisce il vasto sistema di relazioni, finanziamenti, missioni, reti parlamentari.

 

C’è una parola che in Europa viene pronunciata con prudenza, quasi con pudore, quando riguarda Israele: lobby. Eppure è proprio questa la chiave del lavoro di Giorgio Mottola, “Questione di lobby”, andato in onda con la conduzione di Sigfrido Ranucci, che ricostruisce non solo la tragedia umanitaria di Gaza ma anche il sistema di relazioni, finanziamenti, missioni, reti parlamentari e cooperazioni industriali che ha contribuito a rendere molto più debole, esitante e contraddittoria la risposta europea davanti alla devastazione palestinese.

Il racconto comincia dalla guerra vera, quella che non ha bisogno di interpretazioni. Le immagini raccolte a Deir al Balah mostrano tende sfondate dalla pioggia, famiglie che sopravvivono nel fango, bambini che dormono al gelo, madri costrette a stringere i neonati al petto per non farli morire di freddo. Un’infermiera di Medici Senza Frontiere, Cristina Contù, descrive un flusso continuo di minori che arrivano con arti da amputare, in un contesto in cui mancano perfino garze, bende, antibiotici, paracetamolo, concentratori di ossigeno e pompe per rendere potabile l’acqua, materiali bloccati alla frontiera perché considerati beni a doppio uso. Alla catastrofe dei bombardamenti si aggiunge così la catastrofe amministrata dell’assedio, cioè la trasformazione della scarsità in strumento di pressione militare e politica.

 

Ed è a questo punto che l’inchiesta di Mottola compie il salto decisivo: mette a confronto le parole usate dall’Europa contro la Russia nel 2022, quando Ursula von der Leyen definiva crimini di guerra gli attacchi contro infrastrutture civili ucraine, con la postura molto più prudente e filoisraeliana assunta dopo il 7 ottobre. La contraddizione è lampante. Le categorie morali e giuridiche non spariscono, ma vengono applicate selettivamente. E questa selettività, suggerisce il servizio, non nasce nel vuoto: è il prodotto di una sedimentazione di interessi, di reti di influenza e di pressione sistematica sui decisori europei.

La “pagella” degli europarlamentari

Il primo tassello di questo sistema è la European Coalition for Israel, il cui direttore Tomas Sandell rivendica apertamente il lavoro di contatto costante con gli europarlamentari attraverso conferenze, incontri bilaterali e dialogo permanente. Ma c’è di più: la struttura ha perfino elaborato una sorta di schedatura politica dei membri del Parlamento europeo, profilati in base ai voti e ai comportamenti su questioni considerate rilevanti per la sicurezza e la sopravvivenza di Israele. Ne è uscita una classifica che misura il grado di vicinanza di partiti e singoli eletti allo Stato ebraico. È un salto qualitativo notevole: non si tratta più solo di promuovere una narrativa, ma di monitorare sistematicamente la fedeltà politica.

L’inchiesta colloca questo sviluppo dentro una storia più ampia. Se negli Stati Uniti le lobby filoisraeliane hanno radici negli anni Sessanta, in Europa la loro crescita è soprattutto un fenomeno degli anni Duemila. Dopo l’11 settembre, molte strutture americane capiscono che non basta più presidiare Washington: bisogna entrare anche nei luoghi dove si formano le decisioni europee. Bruxelles diventa così un laboratorio di influenza stabile. David Cronin, autore di un lavoro sul rapporto tra lobby israeliana e Unione Europea, sostiene che proprio queste organizzazioni hanno avuto un ruolo essenziale nel minimizzare, relativizzare o negare agli occhi dei vertici europei la gravità delle accuse rivolte a Israele per ciò che accade a Gaza.

Tra i nodi più importanti compare il Transatlantic Institute, collegato all’American Jewish Committee. L’ufficio di Bruxelles, spiega il servizio, dispone di un vicedirettore italiano, Benedetta Buttiglione, ed è collegato al Transatlantic Friends of Israel, un comitato che riunisce parlamentari europei, parlamentari nazionali e membri del Congresso americano. Qui il confine tra rappresentanza democratica e pressione organizzata si fa sottilissimo: la lobby non si limita a influenzare i parlamentari, ma li ingloba dentro la propria rete relazionale. Nel gruppo risultano 230 parlamentari europei, di cui ben 33 italiani, appartenenti a quasi tutti i principali partiti. Tra i nomi citati compaiono Pina Picierno, Piero Fassino, Ettore Rosato, Elena Bonetti, Simonetta Matone, Deborah Bergamini e numerosi esponenti di Fratelli d’Italia, guidati dal senatore Marco Scurria, che presiede anche la sezione italiana del Transatlantic Friends of Israel.

Scurria, nell’intervista, cerca di ridimensionare definendo la struttura un’associazione come tutte le altre. Ma il punto sollevato da Mottola è diverso: il Transatlantic Institute è registrato ufficialmente come gruppo di pressione a Bruxelles, incontra regolarmente i rappresentanti delle istituzioni europee e nel 2023 ha dichiarato un bilancio di circa 700 mila euro. Il nodo diventa allora la provenienza dei fondi. Perché se il ramo europeo dichiara una certa dimensione, i bilanci americani mostrano che l’American Jewish Committee ha inviato in Europa circa 3 milioni e mezzo di dollari per attività di pressione in un solo anno, e circa 47 milioni di dollari dal 2005 a oggi. Il tutto all’interno di una macchina molto più grande, con beni superiori a 250 milioni di dollari e introiti annui intorno agli 80 milioni, provenienti in larga misura da fondi di beneficenza riconducibili a miliardari americani ebrei.

La questione della trasparenza

È qui che la questione della trasparenza diventa centrale. Nulla di illegale, si badi. Ma un conto è la legalità formale, un altro la leggibilità democratica dei rapporti di influenza. Se milioni di dollari vengono spesi per orientare il contesto politico europeo, il cittadino dovrebbe poter sapere in che modo, verso chi, con quali strumenti e con quali risultati. Invece l’opacità resta ampia, soprattutto quando si passa dal livello europeo a quello nazionale.

Un capitolo decisivo riguarda infatti i viaggi dei parlamentari. Secondo la ricerca citata dal programma, Israele è stata nell’ultima legislatura una delle mete più frequentate dagli eurodeputati per visite istituzionali all’estero, al pari dell’India, pur essendo un Paese infinitamente più piccolo. Cronin sostiene che questi viaggi sono interamente organizzati e pagati dai gruppi di pressione filoisraeliani, che coprono trasporti, alberghi di lusso, cene e incontri. Nell’ultima legislatura europea vengono citati 30 viaggi in Israele e 115 notti in hotel a quattro e cinque stelle offerte agli europarlamentari. In Italia, però, la situazione è ancora più opaca, perché deputati e senatori non hanno l’obbligo di dichiarare i viaggi pagati da soggetti terzi. E infatti lo stesso Scurria ammette che la missione di febbraio in Israele con una folta delegazione parlamentare è stata pagata dall’associazione organizzatrice, senza che il Senato avesse nulla da eccepire o da registrare.

Il viaggio, in questa architettura di influenza, non è un accessorio. È uno strumento politico. Non compra necessariamente un voto, ma aiuta a formare un ambiente mentale, una consuetudine, un accesso privilegiato, una solidarietà di rete. Si crea così una classe di interlocutori che guarda a Israele non soltanto come a un alleato, ma come a un riferimento strategico naturale.

Le radici americane delle lobby

Un altro attore fondamentale è ELNET, European Leadership Network, che si presenta come la più importante lobby filoisraeliana in Europa. Anche questa struttura, con radici americane, organizza e finanzia viaggi, facilita incontri con vertici istituzionali e militari israeliani e ha recentemente aperto una sede stabile anche a Roma. L’obiettivo dichiarato è rafforzare i rapporti parlamentari, economici e strategici tra Italia e Israele. Non è un dettaglio che alle sue conferenze partecipino politici di differenti schieramenti ed ex uomini dei servizi italiani come Marco Mancini: è il segno che l’influenza non si muove solo in Parlamento, ma penetra anche i mondi della sicurezza, dell’intelligence e delle relazioni industriali.

Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, aggiunge un elemento ancora più inquietante: la pressione non si eserciterebbe solo attraverso convegni e missioni, ma anche tramite interventi diretti delle ambasciate israeliane presso politici e istituzioni, per contestare la presenza di voci critiche negli eventi pubblici. Il risultato, dice, è che parlare onestamente di ciò che fa Israele è diventato sempre più difficile. In altre parole, non siamo soltanto di fronte a una battaglia diplomatica: siamo davanti a una lotta per delimitare l’area del dicibile.

La seconda parte dell’inchiesta si concentra poi sui casi italiani e europei più emblematici. Fulvio Martusciello rivendica apertamente di essere un lobbista a favore di Israele. Il servizio ricorda che, appena nominato a capo dei rapporti tra il Parlamento europeo e Israele, assunse come collaboratore Nuno Wahnon Martins, allora lobbista stipendiato dall’European Jewish Congress. Il Parlamento europeo vieta ai lobbisti di lavorare al proprio interno, e quindi il contratto dovette essere sciolto. Ma l’episodio rivela quanto sia porosa, a Bruxelles, la frontiera tra attività di pressione e funzioni istituzionali.

Il caso Italia

Lo stesso discorso vale per Antonio Tajani. Il servizio ricorda che fece parte del board dell’European Friends of Israel, una potente struttura di pressione, e che in seguito, come commissario europeo all’Industria e all’Imprenditorialità, sostenne l’integrazione economica e industriale di Israele nei programmi europei. Durante il suo mandato le importazioni europee da Israele aumentarono in modo assai rilevante, passando da meno di 8 miliardi nel 2000 a 17,6 miliardi nel 2011. Tajani difende apertamente la scelta politica di essere amico di Israele e collega senza esitazioni questo rapporto anche al valore economico e occupazionale dell’industria della difesa italiana. È il punto in cui l’amicizia politica si salda con la convenienza industriale.

Ed è qui che il discorso si sposta dalla lobby alla geoeconomia della guerra. Tra il 2014 e il 2020, il programma europeo Horizon 2020 ha finanziato università e aziende israeliane per 1 miliardo e 280 milioni di euro. Formalmente si tratta di ricerca scientifica e innovazione civile. Ma l’inchiesta sottolinea il carattere duale di molte tecnologie. La Technion University, ad esempio, descritta come fortemente integrata con l’industria militare israeliana, avrebbe ricevuto 17 milioni di euro per progetti come veicoli senza pilota impiegati anche nella demolizione delle case palestinesi. Inoltre, oltre 5 milioni di euro sarebbero arrivati a grandi aziende belliche israeliane come Elbit Systems, Israel Aerospace Industries e Rafael. La Commissione europea, imbarazzata, ha in seguito irrigidito le regole per escludere i progetti apertamente militari. Ma, come spiega Shir Hever, le imprese hanno imparato a presentare come civili strumenti che possono poi essere adattati all’uso bellico: sistemi ottici per droni capaci di volare nella cenere vulcanica o software logistici per porti e aeroporti che possono facilmente servire anche a finalità militari.

Infine arriva il capitolo che tocca direttamente l’Europa mediterranea: Frontex. L’agenzia europea incaricata del controllo delle frontiere ha collaborato con Israel Aerospace Industries ed Elbit Systems, destinando circa 100 milioni di euro alla fornitura di droni. In particolare vengono citati gli Hermes 900, impiegati nei territori palestinesi per ricognizione tattica ma anche per missioni offensive. Frontex sostiene di aver utilizzato versioni civili, ma il problema è un altro: la progressiva sostituzione delle navi con i droni ha cambiato la natura del controllo del Mediterraneo. Una nave può soccorrere, un drone no. Può vedere, fotografare, segnalare, ma non salvare. Secondo la lettura proposta dal servizio, questo passaggio ha contribuito alla crescita dei morti in mare. La guerra di Gaza e la frontiera europea si toccano qui: nella trasformazione della tecnologia israeliana di sorveglianza in modello operativo per il controllo migratorio continentale.

Il bilancio politico dell’inchiesta è netto. Il problema non è l’esistenza di gruppi di pressione, che in sé appartiene alla fisiologia delle democrazie. Il problema è la sproporzione della loro influenza, la scarsa trasparenza dei finanziamenti, la permeabilità delle istituzioni, l’intreccio tra amicizia politica, cooperazione industriale, agenda della sicurezza e silenzi morali. “Questione di lobby” di Giorgio Mottola mostra che il rapporto tra Europa e Israele non può più essere letto solo in termini diplomatici o storici. È diventato un nodo strutturale di potere che investe il linguaggio dei diritti, il mercato delle armi, i programmi di ricerca, la sorveglianza dei confini e la libertà stessa del dibattito pubblico.

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