In Florida, i vertici istituzionali hanno deciso di cancellare la
sociologia dall’elenco delle materie obbligatorie nei corsi di laurea
delle università statali. La disciplina potrà ancora essere inclusa
nell’offerta formativa, ma non più come insegnamento obbligatorio, nonostante
il costante successo che riscuote tra gli studenti. La
decisione governativa risale al 26 marzo scorso e riguarda i dodici atenei
statali della Florida, chiamati ad applicarla a partire dal
prossimo mese di agosto.
Si tratta dell’ultimo attacco del governatore repubblicano, Ron
DeSantis, a ciò che lui e il movimento Maga definiscono “ideologia
woke”. Quanto dichiarato al Miami Herald dal capo del sistema
universitario pubblico della Florida, Raymond Rodrigues, toglie ogni
dubbio al riguardo: “La sociologia è oggi attivismo sociale e politico travestito
da disciplina accademica”. Rodrigues è uno stretto alleato di DeSantis e un
convinto militante della campagna “anti-woke”. Non a caso, la Florida è
attualmente lo Stato americano con il maggiore numero di testi scolastici e
universitari censurati. Tra questi, molti sono volumi con
contenuti antirazzisti, antisessisti e contro le diseguaglianze sociali.
L’attuale crociata della destra americana contro la sociologia non è però
uno “sparo nel buio”, né una bizzarria episodica del movimento Maga. Negli
Stati Uniti, la disciplina è stata storicamente avversata, o
vista con grande sospetto, sia da settori della destra politica sia dalle
agenzie di sicurezza nazionale. Per molti anni, l’Fbi l’ha considerata una
disciplina potenzialmente “un-American” (antiamericana) e pericolosa,
a causa della sua natura intrinsecamente critica e del suo costante focus sul
presente (cfr. Curt Gentry, J. Edgar Hoover: The Man and the Secrets,
1991). John Edgar Hoover, direttore dell’Fbi dal 1935 al 1972, provava un odio
talmente viscerale verso i sociologi da sottolinearlo spesso in calce
ai rapporti che riceveva sulle loro attività: “The sociologists at it again”
(cfr. Mike Forrest Keen, Stalking the Sociological Imagination. J.
Edgar Hoover’s FBI Surveillance of American Sociology, 1999).
Grazie ai documenti desecretati dal Freedom of
Information Act, è emerso un quadro ampio e dettagliato dell’immensa
attività di sorveglianza e intimidazione condotta dall’Fbi nei
confronti di molti sociologi e sociologhe, con pesanti ripercussioni sulle
loro vite e sui loro studi. Tra loro vi erano nomi illustri: Jane Addams,
Herbert Blumer, W.E.B. Du Bois, Erving Goffman, Paul Lazarsfeld, Charles Wright
Mills, Robert e Helen Lynd, Talcott Parsons, Edwin Sutherland,
Thorstein Veblen, tutti i membri della Scuola di Francoforte in
esilio negli Stati Uniti, e molti altri ancora.
Ma la sociologia è stata odiata anche dai nazisti, che la
misero al bando appena saliti al potere, chiudendo tutti gli istituti di
ricerca e distruggendone gli archivi. Stalin la soppresse
dalle università, sostituendola con l’insegnamento di un
marxismo-leninismo dogmatico e banale. Soltanto negli anni
Sessanta del secolo scorso la sociologia fu reinserita nei curricula accademici
dell’Unione Sovietica. Mussolini e i fascisti, dal canto loro, ne ostacolarono
con forza l’insediamento nelle istituzioni accademiche, perché considerata una
materia progressista o marxista.
Le epurazioni curricolari di DeSantis, condotte in nome
della lotta alla cosiddetta “ideologia woke”, non sono dunque una novità nella
storia della sociologia. Un filo rosso le collega alla caccia alle streghe di
Hoover e McCarthy e a ogni esercizio autoritario del potere.
Si tratta, insomma, del solito tentativo di delegittimare una
scienza il cui scopo primario è (o almeno dovrebbe essere) quello di spiegare e
denunciare le disuguaglianze oltre che di analizzare criticamente ogni potere.
Oggi, come ieri, la sociologia paga il prezzo della sua vocazione: essere uno
strumento di emancipazione sociale.
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