Esiste una figura ormai epica nei territori in difficoltà: non produce, non
innova, non decide. Eppure occupa spazi, influenza processi, presidia stanze
semiclandestine. È il “portatore sano di sottosviluppo”, una creatura che si
nutre di controllo, intrecci e sopravvive grazie a una straordinaria abilità:
sembrare indispensabile per l’inutile.
Non guida, perché privo di patente, ma presidia ed intesse la trama. Non
costruisce, perché non lo sa fare, ma distribuisce ed elargisce. Non sceglie ma
sistema, colloca, introduce.
Il suo habitat naturale sono le istituzioni vissute come simil proprietà
privata. Qui coltiva con pazienza una filiera di fedeltà: terze linee senza
arte né parte, selezionate non per competenza ma per docilità. Il criterio è
semplice: meno sanno, più devono, più sono indebitati. E più devono, più
obbediscono.
Questi piccoli architetti del vuoto parlano spesso di strategia. Amano le
parole complesse, i retroscena, le allusioni. Sui social diffondono messaggi
criptici, come oracoli di provincia: evocano visioni, promettono svolte,
celebrano risultati che esistono solo nelle loro narrazioni. È il trionfo del
“sottovuoto spinto”: tanto rumore, zero sostanza.
Nel frattempo, il territorio arretra. Le opportunità si riducono, le
energie migliori emigrano, i progetti si arenano. Ma loro restano. Perché il
loro vero talento non è governare il cambiamento, bensì rinviarlo, impedirlo.
Il cambiamento, infatti, richiede merito. E il merito è incompatibile con un
sistema fondato sul favore. La politica dovrebbe essere un ponte verso il bene
comune, il clientelismo invece la trasforma in un mercato di favori personali.
Chi entra nel circuito dei beneficiati cantori vi resta a vita e tramanda il tutto
alla sua prole immortale. Da qui il moltiplicarsi di province, città
metropolitane, enti, agenzie, consorzi, fondazioni, comitati, consulte,
istituti ecc più numerosi degli stessi abitanti. Da qui l’inutile liturgia
delle elezioni locali: si fa prima a fare il conto delle parentele, compari e
compagnie senza ricorrere alle urne.
Il paradosso: i nostri “portatori sani di sottosviluppo” si percepiscono
come furbi, persino raffinati strateghi. In realtà sono custodi di un
equilibrio fragile, tenuto insieme da relazioni drogate e ambizioni
individualiste. Difendono posizioni e ruoli, non visioni. Amministrano
consenso, non sviluppo. Basta osservarli mentre celebrano micro-nomine come
conquiste epocali, o mentre trasformano ogni decisione in una trattativa di
cortile. Basta ascoltare i loro discorsi: lunghi, fumosi, autoreferenziali.
Parlano molto, per non dire nulla.
Eppure il problema non è solo loro. È l’ecosistema che li tollera, talvolta
li premia. È l’abitudine al ribasso, la rassegnazione travestita da realismo. È
l’idea che “così va il mondo”, quando invece così non dovrebbe andare.
Il sottosviluppo non arriva all’improvviso. Si installa lentamente,
attraverso pratiche quotidiane che premiano la mediocrità e scoraggiano il
talento. I portatori sani non lo creano da soli, ma lo diffondono con metodo.
La buona notizia? Non sono inevitabili. Dove si alza l’asticella, dove il
merito torna criterio, dove le istituzioni smettono di essere feudi e tornano
ad essere strumenti, queste figure evaporano. Non perché vengano cacciate, ma
perché diventano irrilevanti.
Ed è forse questa la forma più elegante di mutazione: non riderne soltanto,
ma superarli. Renderli inutili. Non associarsi ai loro metodi ma scardinarli.
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