venerdì 20 agosto 2021

Cambiamento climatico, l’importanza delle parole: non attività umana ma capitalistica - Ingrid Colanicchia

 

La responsabilità antropica nel riscaldamento globale, denunciata per l’ennesima volta dall’Ipcc, è da imputarsi non genericamente all’umanità ma a una manciata di industrie fossili. E al sistema capitalistico nel suo complesso. Non dimentichiamocene.

 

Da quando, il 9 agosto, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) ha diffuso il suo ultimo report sul riscaldamento globale, sui giornali e in televisione è stato un susseguirsi di articoli, interviste e commenti a riguardo. Pochi però hanno messo i puntini sulle i, ricordando come la responsabilità antropica denunciata per l’ennesima volta dall’organismo Onu sia in realtà da imputarsi non genericamente all’umanità ma a una manciata di industrie fossili.

Uno studio del 2017 del Carbon disclosure project (Cdp) denunciava come all’origine del 70% dei gas serra industriali immessi in atmosfera dal 1988 (anno in cui il cambiamento climatico antropico è stato ufficialmente riconosciuto attraverso l’istituzione dell’Ipcc) ci fossero solo 100 industrie fossili e all’origine di oltre la metà solo 25, sottolineando come fossero state rilasciate più emissioni dalle compagnie di combustibili fossili dal 1988 al 2015 che nei 237 anni precedenti. Tra i principali responsabili, ExxonMobil, Shell, BP, Chevron, Peabody, Total, Saudi Aramco, Gazprom, National Iranian Oil, Pemex, Shenhua Group, China National Coal Group e via inquinando…

È vero, alcuni di noi godono di un tenore di vita garantito da un sistema che sul capitalismo fossile si regge ma questo tenore di vita non riguarda l’umanità intera e all’interno della fetta che ne beneficia c’è chi ne trae un vantaggio economico diretto spropositato.

Per questo, ogni volta che si parla di riscaldamento globale andrebbe chiamato in causa il vero colpevole (e non genericamente l’attività umana): vale a dire il capitalismo, che imponendo l’infinita accumulazione di valore attraverso lo sfruttamento della natura rappresenta il motore del cambiamento climatico.

Da quando, nel 1972, il Club di Roma fondato da Aurelio Peccei pubblicò il famoso rapporto “The Limits to Growth”, che metteva in guardia dal fatto che i consumi materiali e l’accumulo di rifiuti non avrebbero potuto proseguire all’infinito su una Terra di dimensioni e risorse limitate, di occasioni per raddrizzare la rotta ce ne sono state tante. Gli obiettivi raggiunti (come l’Accordo di Parigi) non sono stati però all’altezza della sfida. Complice naturalmente la pressione dell’industria fossile.

Come denuncia Rebecca Henderson, docente di Harvard, nel suo Nel mondo che brucia. Ripensare il capitalismo per la sopravvivenza del pianeta, «tra il 2000 e il 2017, l’industria dei combustibili fossili ha speso almeno 3 miliardi di dollari in attività di lobby contro le leggi per combattere il cambiamento climatico, e altri milioni per sostenere gruppi e campagne che negavano tale cambiamento».

Se in questi giorni in pochi hanno ricordato che non di generica attività umana dovrebbe parlarsi bensì di attività capitalistica, c’è anche chi si è “distinto” per aver dato per l’ennesima volta spazio a teorie negazioniste della crisi climatica. Parliamo del quotidiano Il Foglio, che da anni è su queste posizioni, e che in occasione dell’uscita del rapporto dell’Ipcc ha pubblicato (oltre a un editoriale di Giuliano Ferrara: “No, non è questa la fine del mondo”) un’intervista a Franco Prodi (“Contro il catastrofismo. ‘Ecco perché sul clima l’Onu sbaglia’”) nella quale, come già in passato, il professore ha insistito nella tesi che l’allarmismo sia ingiustificato («perché la climatologia è una disciplina acerba» e le «basi della fisica su cui poggia non sono ancora tali da permettere conclusioni drammatiche come quelle indicate dall’Ipcc») e che non si possa affermare che tutti i mali siano causati dall’essere umano. Per Prodi, se molteplici studi vanno in questa direzione è perché «c’è stata una coincidenza tra l’industrializzazione del pianeta e la scoperta di strumenti di misurazione di certi fenomeni atmosferici»…

Che dire? Il tempo stringe ma la strada è ancora lunga. E tutta in salita.

da qui

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