mercoledì 4 febbraio 2026

Torino, martelli e Meloni: ma Askatasuna è libertà

 





MANIFESTAZIONI DI MASSA, VIOLENZA DI MINORANZA: IL COPIONE PERFETTO PER STRINGERE LE LIBERTÀ - Mario Sommella

Torino ci consegna l’ennesima scena doppia: una piazza larga e partecipata, e poi una “coda velenosa” di violenza che cambia il fuoco della narrazione. Nel mezzo, un rischio politico enorme: che l’ordine pubblico diventi il cavallo di Troia per ridurre gli spazi di dissenso, mentre le responsabilità individuali si dissolvono in un racconto di comodo.

C’è un punto che andrebbe scolpito prima di tutto: una manifestazione riuscita non è un dettaglio folkloristico da archiviare quando arrivano gli scontri. È un fatto politico. Migliaia, decine di migliaia di persone che attraversano una città, che dicono “ci siamo”, che mettono in strada corpi, rabbia, speranza, conflitto sociale, sono una notizia in sé. Eppure, quasi sempre, quel fatto politico viene triturato in pochi minuti da un’altra notizia, più semplice e più spendibile: le botte, il sangue, la paura.

A Torino è accaduto ancora. Un corteo partecipato e pacifico, poi la guerriglia urbana dopo il buio. Il risultato è il copione perfetto per chi, al governo, sogna una democrazia addomesticata: piazze “autorizzate” solo finché non disturbano, e repressione “preventiva” quando disturbano davvero.

IL MECCANISMO: LA PIAZZA VINCE, POI ARRIVA LA FIRMA DI POCHI
Il politologo Marco Revelli descrive da anni un rituale che si ripete: la grande maggioranza manifesta, sfila, tiene la linea; poi, quando la giornata finisce e la città si svuota, entra in scena un gruppo ridotto che “firma” la serata con la violenza. 

È qui che nasce il dubbio più corrosivo, quello che tanti avvertono ma che va maneggiato con rigore: possibile che questo finale ricorrente faccia comodo a qualcuno? Possibile che basti “lasciar fare” perché una minoranza trascini tutti nella cornice più utile al potere? Revelli stesso invita a non scivolare nella dietrologia, ma segnala un punto politico reale: quando la gestione dell’ordine pubblico è sconsiderata o passiva, il finale può diventare prevedibile. 

E non è una questione astratta, perché il “finale” produce conseguenze concrete: feriti, arresti, campagne mediatiche, norme nuove.

RESPONSABILITÀ: CHI PICCHIA VA FERMATO, IDENTIFICATO, PROCESSATO
Qui non servono ambiguità. Chi aggredisce un agente isolato, chi usa oggetti contundenti, chi trasforma una piazza in un ring commette reati e va perseguito. Punto. Non “perché lo chiede il governo”, ma perché lo chiede lo Stato di diritto: la libertà di manifestare non è la libertà di devastare, e la solidarietà politica non può diventare copertura penale.

Su questo terreno, la richiesta è una sola: indagini rapide, ricostruzione completa, responsabilità individuali accertate. La cronaca parla già di arresti effettuati anche con il meccanismo della flagranza differita. 
Bene: si vada avanti fino in fondo, senza scorciatoie e senza propaganda.

MA LA LEGGE VALE PER TUTTI: ANCHE PER CHI PORTA IL CASCO E IL MANGANELLO
L’altra metà della scena non può essere cancellata. Le testimonianze e i video circolati descrivono lacrimogeni ad altezza d’uomo, cariche, manganellate, persone colpite mentre sono a terra, e una pressione che non risparmia chi documenta. In uno dei racconti più citati, un fotografo prova a identificarsi mentre viene trascinato; in un altro, si vede un ferito con una lesione profonda alla testa e attorno la richiesta di soccorso. 

Non è “tifo contro la polizia” dire che anche questi fatti vanno verificati, e se confermati vanno sanzionati. È esattamente il contrario: è pretendere professionalità, proporzionalità, controllo, trasparenza. Perché la divisa non è un lasciapassare morale, e la sicurezza non coincide con l’impunità.

IL DECRETO SICUREZZA: QUANDO LA PAURA DIVENTA MATERIA PRIMA LEGISLATIVA
Ed eccoci al punto politico decisivo. Dopo gli scontri, il governo ha annunciato un’accelerazione sul nuovo “decreto Sicurezza”, con riunioni a Palazzo Chigi e l’ipotesi di un via libera in tempi strettissimi. 


Tra le misure che vengono riportate nel dibattito pubblico spicca lo “scudo penale” per le forze dell’ordine (e in alcune ricostruzioni anche per altre categorie), cioè un meccanismo che punta a rendere più difficile o più tardiva l’iscrizione nel registro degli indagati in presenza di cause di giustificazione come la legittima difesa o l’uso legittimo delle armi. 

Qui la domanda non è ideologica, è costituzionale: uno Stato di diritto si regge sulla controllabilità del potere, non sulla sua immunità preventiva. Se esiste un abuso, si accerta. Se non esiste, si archivia. Ma l’idea di sterilizzare a monte la possibilità di controllo giudiziario è un salto culturale pericoloso: la forza pubblica non deve “temere la legge”, deve incarnarla.

E c’è un altro rischio, ancora più sottile: che il pacchetto sicurezza venga venduto come “risposta ai facinorosi”, ma finisca per colpire soprattutto chi facinoroso non è, cioè la parte grande e pacifica delle piazze. Perché la storia insegna questo: quando restringi gli spazi, non selezioni i violenti; selezioni i poveri, i giovani, i movimenti, chi ha meno voce e meno tutela.

INFILTRATI? IL DUBBIO VA PRESO SUL SERIO, MA SENZA TRASFORMARLO IN ALIBI
In ogni ciclo di protesta torna la parola “infiltrati”. A volte è una verità storica (perché i poteri lo hanno fatto e lo fanno). A volte è un modo per non guardare in faccia le responsabilità reali dentro i movimenti. Qui la postura corretta è una sola:

I) non trasformare il dubbio in una certezza utile solo a consolarsi
II) non liquidare il dubbio come paranoia, perché i precedenti esistono
III) pretendere fatti: identificazioni, dinamiche, catene di comando, tempi di intervento, scelte operative

In altre parole: la magistratura e gli organismi di controllo facciano il loro mestiere, e lo facciano alla luce del sole. Perché se le violenze di pochi diventano l’alibi per ridurre le libertà di molti, allora quei pochi hanno già vinto due volte.

COME SI DIFENDE UNA PIAZZA SENZA REGALARLA ALLO STATO DI POLIZIA
La linea, per chi ha a cuore i diritti e non vuole regalare argomenti alla destra securitaria, è scomoda ma necessaria:

I) isolare politicamente chi cerca lo scontro, senza ambiguità e senza romanticismi
II) costruire pratiche di protezione della manifestazione (anche interne), perché una piazza è un bene comune
III) pretendere regole di ingaggio chiare e verificabili per l’ordine pubblico: proporzionalità, tracciabilità, tutela di giornalisti e soccorso immediato ai feriti
IV) respingere l’equazione “più repressione uguale più sicurezza”: la sicurezza vera è fiducia nelle istituzioni, non paura delle istituzioni

La verità è semplice e dura: le piazze che funzionano spaventano chi governa male. Per questo ogni “coda violenta” diventa un regalo politico: sposta l’attenzione dal motivo della protesta alla sua punizione. Ma se accettiamo questo ricatto, abbiamo già perso.

Si indaghino e si puniscano i responsabili delle violenze, uno per uno. E si indaghino, con la stessa determinazione, eventuali abusi nelle cariche, nelle modalità operative, nella gestione di chi documenta. Perché la democrazia non si difende scegliendo tra violenti e impuniti: si difende applicando la legge a tutti, e proteggendo il diritto di dissentire proprio quando qualcuno prova a trasformarlo in un reato.

 

A Torino matrice eversiva - Gianni Gatti

Parla Piantedosi: “In azione potenziali terroristi”. C’è la stretta: super-Daspo e fermo preventivo

Il titolo della prima pagina della “bujarda” di oggi.

E questa è solo una delle voci del coro che non aspettavano altro per dare via libera a Piantedosi, Meloci e& Co a forme giuridiche di repressione aumentata.

Il tema è la manifestazione di 50.000 persone a Torino contro la chiusura avvenuta del centro sociale Askatasuna , in cui durante lo svolgimento pacifico alcune frange hanno scelto per tutti la battaglia con la polizia (vetrine rotte cassonetti, bombe carta, petardi, legnate ai poliziotti pescati isolati e via dicendo, per un totale di circa 100 poliziotti feriti), ovvio nel conto, anche quelli che si sono spelati un dito e fanno numero per dare forza a questa tesi di necessità repressiva.

Per quello che vale la mia opinione di persona per la pace, non pacifista ideologico, (personalmente non porgo l’altra guancia, se mi attaccano mi difendo come posso) mi pare ci sia da riflettere, non conosco la tesi di chi si è organizzato appositamente per arrivare a questa battaglia ed ha programmato questi episodi

Ovviamente lo faccio da un punto di vista politico, non preconfezionato e porrei alcune domande:

Cosa ha aggiunto questo comportamento alla manifestazione partecipata la violenza di parte?

Si pensava di vincere contro una forza preponderante e organizzata come i corpi antisommossa?

Quale messaggio viaggia su queste ali verso chi, timoroso si è visto suo malgrado coinvolto o verso chi non ha partecipato proprio perché temeva per la propria sicurezza ( a ragione o a torto chi può biasimare?)

E’ partito il coro delle cornacchie, anche di sinistra contro i potenziali terroristi, quelli che se era al comando Minniti o Guerrini li chiudeva su un isola e buttava la chiave (come in parte fa la Meloni)

Oppure questa violenza forzata era una prova di forza cercata per attrarre sgarrupati senza un progetto politico o aggregazione che correvano a sfogarsi ?

Secondo me non è chiaro il momento generale e globale dell’attacco della finanza mondiale alle condizioni di vita e di lavoro ovunque ed in Italia in particolare, dove i partiti istituzionali li senti solo dopo queste occasioni per buttare benzina sul fuoco e stigmatizzare i violenti, non per spiegare le cause a monte.

Così come titola la Stampa, ma non solo, si aprono “autostrade repressive giuridiche”, si stracciano i diritti dal posto di lavoro alla società e anche fra nazioni verso una destra poliziesca come concezione, che non ha neppure più un anelito sovranista di indipendenza, se mai lo ha avuto.

Piantedosi non poteva chiedere di più, ma per qualcuno quel comportamento era indispensabile.

Come le fughe in avanti per formare attraverso unioni di vertici di gruppi dell 0,…. nuovi partiti che senz’altro trascineranno alla …vittoria finale. La confusione nel movimento regna sovrana

Alla prossima manifestazione molti ci penseranno due volte a partecipare in questo incrudimento repressivo. Oggi se ti mettono dentro anche solo per 10 giorni puoi perdere il posto di lavoro e avrai una marea di problemi a campare con quel curriculum sulle spalle…

Mi pongo e rilancio queste domande banalmente pragmatiche e dubbi, perché non vedo vantaggi nell’accaduto (e non sarà l’ultima volta)

Non lo vedo dal punto di vista: erano 50.000, che è apprezzabile ovvio, ma dal punto di vista qual’era l’obiettivo generale della manifestazione, per quale risultato.

Ritornerà una possibilità dopo questo fatto che risorga un Askatasuna nuovo e diventi un centro sociale frequentato, produttivo e aggregante come lo è stato quello di Borgo Vanchiglia?

Nei Talk show non parlano del PERCHE’ SONO STATI SGOMBERATI QUEI CENTRI, MA DEGLI ASPIRANTI TERRORISTI COME LI DEFINISCE Piantedosi.

Lui fa solo il suo sporco mestiere.

Mille analisi si leggono sui social, raccontano il momento dal punto di vista economico, ambientale, produttivo, di relazioni, ecc. La vita è sempre più complicata per tanti motivi e uno degli aspetti è che NON C’E’ al momento una reale adeguata OPPOSIZIONE politica, mille reti e gruppi territoriali che si muovono senza un raccordo, una forma di aggregazione su un progetto sociale e infine una normale, sentita manifestazione diventa la prova di assalto “al palazzo d’inverno”

Secondo me è una follia. La sicurezza di chi manifesta deve essere garantita almeno da accordi fra gli organizzatori, perché fra un po’ saremo nella condizione come alle elezioni dove il 55 % se ne frega e non vota, ma soprattutto non fa nulla per cambiare la situazione giorno per giorno.

Avere coscienza dei tempi che corrono è fondamentale, come delle forze in campo, della disgregazione anche motivata, delle differenze culturali.

Come pensare che nella situazione attuale dalla Palestina o dall’Ucraina crescano forti opposizioni gestite e capaci di cambiare la storia

Siamo in un momento in cui le motivazioni per protestare e opporsi non mancano certo, ma se non c’è un lavoro di dialogo e aggregazione inclusiva, un elaborazione politica di obiettivi comuni affiancata dall’abitudine di frequentarsi e confrontarsi siamo davvero poca cosa.

 

 

Ancora sui fatti di Torino - Eric Gobetti

Fermo restando che la violenza su una persona inerme è sempre condannabile, la violenza della polizia è strutturalmente più grave di quella dei manifestanti. Per due ragioni. Primo: il compito della polizia è proteggere i cittadini e permettergli, tra le altre cose, di esprimere il proprio diritto costituzionale al dissenso. Creare condizioni di insicurezza fisica a decine di migliaia di cittadini è sintomo di grave incompetenza o di criminale attacco alla libertà di espressione. Secondo: la polizia è armata e protetta. In caso di conflitto un civile è sempre una vittima inerme. Se vale per le foibe, deve valere anche per Gaza e per Torino. Il poliziotto aggredito in corso Regina è già a casa e sta bene, perché era preparato, addestrato e vestito adeguatamente per lo scontro, in quanto militare pagato dallo Stato per affrontare rischi del genere. Il signore in foto, aggredito a Torino da poliziotti senza numeri identificativi, è una vittima inerme di un abuso di potere: avrebbe potuto anche essere ucciso e, come sappiamo da altri casi analoghi, quasi certamente il colpevole sarebbe rimasto impunito. Un rappresentante dello Stato che si preoccupa di un singolo poliziotto lievemente ferito e ignora (o peggio criminalizza) decine di cittadini inermi aggrediti da persone armate, si schiera implicitamente dalla parte dei violenti, degli incompetenti e dei criminali. E contro tutti gli italiani che giustamente chiedono sicurezza e libertà di espressione. In sostanza, contro la democrazia.

#torinoresiste 

#libertàdidissenso 

#poliziademocratica

 

 

Di cosa ci parla la violenza? - Marco Meotto

Hey, hey, abbasso la polizia. Che vi siano spezzate le ossa”. Così recita il ritornello di un’antica canzone di lotta del Bund, il glorioso partito socialista rivoluzionario degli ebrei russi e polacchi di inizio Novecento.
Ho in testa il ritornello in yiddish di questa canzone (Hey, hey, daley polizei!) dal tardo pomeriggio di sabato 31 gennaio, quando una manifestazione ben riuscita, popolata da decine di migliaia di persone, si è conclusa con oltre due ore di durissimi scontri tra polizia e centinaia, se non un migliaio, di manifestanti, piuttosto ben attrezzati per la “guerriglia urbana”.
Vorrei partire da questa personalissima libera associazione di idee per provare un esercizio, scomodo e molto controcorrente, di analisi dei disordini di sabato in una chiave diversa da quelle che sinora sono state adottate – e che si possono semplificare in condanna netta (da destra) e dissociazione (da sinistra). Vorrei spostare il discorso sul piano più generale del rapporto, a mio modo di vedere piuttosto ipocrita, che abbiamo nei confronti della violenza di piazza e dei suoi significati simbolici.
Faccio una premessa di metodo: nel mio ragionamento non mi soffermerò sulla domanda, più che legittima, del cui prodest, non perché non la ritenga importante (anzi, è importantissima e mi inquieta), ma perché una tale domanda sottende altro. E vale a dire invita a pensare che gli scontri siano stati, se non direttamente provocati da infiltrati, in qualche modo cercati e costruiti come “trappola” per delegittimare un movimento di massa. Indipendentemente da fattori che è bene non escludere mai – gli apparati di Stato si infiltrano a prescindere nelle frange più radicali – questo tipo di lettura, tutto teso a cogliere i fini e non le cause, tende a negare o a ridimensionare al minimo la soggettività di chi concretamente gli scontri li ha condotti. E, a meno di pensare che gli infiltrati e i provocatori fossero centinaia e centinaia, questo modo di procedere non ci aiuta ad andare a fondo.
Spesso lo sguardo sulle forme violente di conflitto sociale è affetto da una singolare miopia selettiva, una forma di schizofrenia storica e geografica che depotenzia completamente la nostra capacità di comprendere il presente. Qualcuno avrà smesso di leggere già a questo punto, ritenendo che gli incidenti di sabato scorso non possano essere intesi come “conflitto sociale”, ma cosa sono centinaia di persone che si scontrano in piazza con la polizia se non una forma estrema e violenta – discutibilissima, se si vuole – di conflitto sociale?
Da storico, sulla scorta di lezioni preziosissime come quelle di E.P. Thompson, quando ho studiato le rivolte del passato – i moti per il pane nell’Inghilterra del Settecento, il luddismo che fracassava i telai, le sollevazioni delle plebi urbane ottocentesche – mi sono sempre concesso il lusso dell’analisi complessa. Ho ritenuto legittimo scavare nelle condizioni materiali, nella rottura di patti sociali non scritti, nell’economia morale violata. Diciamo: “Erano disperati”, “Vivevano sotto un’ingiustizia intollerabile”. La violenza sociale, agli occhi dello storico, diventa un linguaggio, rozzo – magari moralmente non condivisibile – ma decifrabile, l’ultimo vocabolario a disposizione di chi è stato privato di ogni altra parola.

Osservo che lo stesso sguardo, più propenso al comprendere che al giudicare, è spesso riservato anche a forme estreme di conflittualità o rivolta che ci appaiono distanti nello spazio. Di fronte alle immagini di una protesta che degenera in scontri violenti in qualche capitale lontana, o di una folla che si riversa in piazza mettendo a ferro e fuoco le strade in una grande città (possibilmente non europea), ci trasformiamo immediatamente in sociologi. Proviamo a cercare le cause profonde: “è l’eredità del colonialismo”, “è la disoccupazione endemica”, “è la repressione di un regime autoritario”. In questi casi, la violenza – almeno negli osservatori che guardano da sinistra – non è mai ridotta a semplice criminalità, a terrorismo nichilista. Piuttosto è il sintomo tragico e comprensibile di un male sociale radicato. In questo senso lo sguardo è esotico, colloca i fenomeni sociali in un contesto così distante e “altro” da noi da poterli analizzare con distacco, senza sentire minacciato il nostro ordine di cose vigente.
Il paradosso emerge quando invece rivolgiamo lo sguardo al conflitto urbano, quando avviene qui ed ora, sotto i nostri occhi. Per i fatti di sabato scorso l’attrezzatura analitica svanisce. Subentra immediatamente il registro patologico della criminalità: “teppisti”, “violenti”, “agitatori professionisti”, “black bloc”, “terroristi”. È una lettura, spesso fatta da politici o da chi si ritiene tale, che, però, depoliticizza i fenomeni. La violenza viene osservata come un atto di pura insensatezza, per qualcuno da reprimere, per altri da allontanare con verbose condanne. Questo finisce per legittimare, in un modo o nell’altro, la narrativa che propone lo stato d’eccezione, non quella che prova a comprendere le ragioni sociali profonde di un fenomeno.

L’insegnamento di Thompson diventa una bussola preziosa per evitare questa trappola. Studiando le trasformazioni sociali tra Settecento e Ottocento, Thompson ci ha insegnato a non chiederci solo cosa faceva la folla, ma soprattutto cosa intendeva fare, a quale codice morale o consuetudinario si stesse, in modo più o meno esplicito, richiamando.
Nelle società preindustriali, la violenza collettiva spesso tracimava quando veniva violato un confine preciso: il prezzo del pane che superava la soglia della fame, una recinzione che rubava una terra di uso comune. Oggi, quali sono le “enclosures”, i confini simbolici violati? Potrebbero essere l’impossibilità di accedere a una casa nonostante un lavoro, la percezione che la mobilità sociale sia un ascensore bloccato, la sensazione che la partecipazione democratica si sia ridotta a un rituale vuoto, la trasformazione dello spazio urbano in aree riservate che esclude, la consapevolezza che la la guerra è dietro l’angolo ed è pronta a mangiare le nostre vite (le “nostre” e non quelle delle élite che ce la presentano come necessaria, sia chiaro)?

C’è poi la questione del rapporto con lo Stato. Me lo hanno suggerito direttamente i commenti politici più insistenti (“Hanno attaccato lo Stato”, “vogliono sovvertire lo Stato”).

Cosa può rappresentare oggi lo Stato agli occhi di chi non ha mai conosciuto la sua versione buona, “welfaristica” da trentennio glorioso? C’è ormai una generazione e mezzo che ha conosciuto solo la versione rude dello Stato, quello neoliberale, che taglia i servizi, che rinchiude nei Cie, che ferma gli operai dell’Ilva quando chiedono che il lavoro sia tutelato, che esegue gli sfratti su mandato dei palazzinari, che non fa nulla per contrastare condizioni di lavoro così orribili che ci riportano indietro di un secolo e mezzo, ma che trova i miliardi per il piano di riarmo europeo.
Sembrerà una banalità, ma nelle nostre società, lo Stato è onnipresente nella sua forma repressiva: le forze dell’ordine sono il volto immediato dell’autorità. Lo scontro con loro non è quindi solo uno scontro fisico, ma uno scontro simbolico con chi è ritenuto il guardiano di un ordine ingiusto. Dopotutto non è questa stessa percezione che riconosciamo guardando una rivolta contro un regime estero che ci viene dipinto come una “autocrazia”?
Guardare con occhio storico i fatti di Torino di sabato scorso evita di trasformarci in moralisti che disquisiscono con razionalità e distacco di come si dovrebbe davvero fare una politica di sinistra. Significa guardare la violenza e non domandarci in primo luogo “come la condanniamo?”, ma chiederci “che cosa vuole comunicarci?”.

 

 

Dentro il corteo - Giorgio Monestarolo

Percorrendo avanti e indietro l’enorme corteo di sabato 31 gennaio, Torino partigiana, percepivo chiaramente una voglia di lottare, di partecipare, di gridare che ne avevamo abbastanza di un governo che se non è fascista è certamente nostalgico del fascismo. Con la stessa chiarezza comprendevo però che queste stesse persone non avevano nessuna voglia di scontrarsi con la polizia anzi, al contrario, speravano che Aska si mettesse davvero alla testa di un grande movimento antifascista e popolare.

Qui sta la contraddizione, i due cortei che apparentemente hanno sfilato per un lungo tratto insieme, ma che alla fine si sono rivelati diversi. Molta della delusione che ritrovo nelle chat, nei commenti del giorno dopo, nelle parole che scambio con gli amici e con i compagni nasce da questo desiderio che, essendo irrealistico, non poteva realizzarsi. Molte delle critiche che si rivolgono ad Aska per gli scontri, le violenze, l’insensatezza politica di un’azione che non potrà che portare ad altra repressione e ad altre divisioni a sinistra, nascono dal fatto che questa enorme moltitudine continua a non pensarsi come soggetto politico e cerca, disperatamente, qualcuno che possa rappresentarla.

Per tornare coi piedi per terra bisogna invece guardare ad Aska per quello che è in questo momento. Aska rappresenta due cose: da una parte, un mondo giovanile delle periferie o del centro, poco importa, che non ha spazi, che non ha luoghi, che non ha punti di riferimento e che nel mito di Aska ribelle cerca un principio di identificazione. Questi giovani hanno dentro rabbia e disillusione, un po’ come tutte le generazioni giovanili che si affacciano alla vita in una società, complessa, alienante come è la società postindustriale. Dall’altra parte, Aska ha una generazione più vecchia, con una lunga esperienza militante e politica, che è ben consapevole dei limiti dell’identità ribellistica e giovanilistica. Sono quelli che in questi anni hanno costruito un’ampia e vasta rete di alleanze sociali e politiche. Lo sgombero violento e forzato della polizia a dicembre 2025 ha fatto saltare l’equilibrio. I giovani non ci stavano ad accettare che la loro identità fosse cancellata. La mediazione, è stata il grande corteo del 31, un corteo che ha permesso ai manifestanti pacifici di sfilare in sicurezza e ha lasciato nell’ultimo tratto la possibilità alla componente giovanile di scontrarsi con la polizia ed esprimere, nel gergo antagonista, “la sua soggettività”.

In questo modo, non ci sono stati scontri lungo il corteo, non ci sono state vetrine rotte, macchine bruciate, manifestanti pacifici manganellati dalla polizia, cariche capaci di colpire nel mucchio. Il prezzo politico è stato di sacrificare le alleanze e soprattutto di frustrare quel desiderio così chiaro di schierarsi dietro Aska, come ultimo baluardo di una politica che non c’è. Tutte le critiche politiche ad Aska possono essere legittime. Ma dobbiamo anche domandarci: senza di loro, chi terrebbe un filo diretto, un contatto con una gioventù insoddisfatta, spesso marginalizzata sul piano sociale, ma ancora più spesso su quella culturale?

Torniamo ancora sulle violenze. Cosa sono state alla fine? Tafferugli, petardi e bombe carta. Certo, giovani con i caschi, gli scudi preparati agli scontri ma alla fine nulla a che fare con la guerriglia urbana o con scene di violenza indiscriminate. Anche il poliziotto accerchiato, una brutta scena, risulta un tassello di un mosaico e non il tutto. Sappiamo che prima lo stesso poliziotto manganellava a terra un manifestante. Sappiamo che, per fortuna, il famoso martello era in realtà un martelletto, e che potendo fare danni irreparabili in realtà è stato sbattutto sul giubbotto antiproiettile. Si giusifica questo comportamento? No, ma allo stesso tempo non lo si può trasformare in qualcosa di mostruoso, in qualcosa di più grave di quello che già è.

Quale lezione trarre? Intanto, sappiamo che il governo oltre a reprimere, rubare, mal governare non sa fare. Cerca disperatamente un nemico per coprire il nulla che ha realizzato in tre anni, lasciando il paese letteralmente in mutande. Il malcontento e la rabbia non potranno che crescere ma sappiamo, anche, che questo malcontento deve trovare una strada di espressione che sia a tutto tondo politica. Quello che urge è la costruzione di un nuovo soggetto politico che federi e unisca attraverso una fase costituente, anche lunga, tutti coloro che dal basso si sono mobilitati contro la guerra, il genocidio, il disastro sociale e ambientale prodotto dai governi precedenti e portato all’estremo da quello dei profascisti. In questo cammino, che non so se mai giungerà a termine, Aska avrà un ruolo. Non quello immaginario dei desideri impossibili ma quello che nasce dal riconoscersi differenti, anche se dalla stessa parte.

 

 

SERGIO SEGIO su FB

Come mostrano le cronache e il dibattito dopo gli scontri a Torino nella manifestazione contro lo sgombero di Askatasuna, il doppio standard e gli strabismi nel giudizio politico e morale sulla violenza si sono fatti senso comune, la torsione della verità è divenuta tanto più spudorata quanto più incontrastata

Nel mio libro Miccia corta c’è anche un apparato iconografico. Una delle fotografie lì contenute, e qui sotto riportata, mostra un corteo sindacale della fine del 1969, successivo alla morte in piazza dell’agente della celere Antonio Annarumma, rimasto accidentalmente ucciso (in uno scontro tra due jeep della polizia, secondo filmati e testimoni) durante scontri tra polizia e manifestanti. Nell’immagine, un operaio tiene alto un cartello che ricorda all’allora presidente della Repubblica: «Saragat! Operai 171, poliziotti 1».

Dopo la morte di Annarumma si scatenò una virulenta campagna politico-mediatica contro operai in lotta, sindacati e partiti di sinistra, che allora facevano il proprio dovere, cioè sostenevano le classi sociali più deboli e denunciavano, nelle aule parlamentari e fuori, le malefatte dei governi democristiani, talvolta sorretti dai voti del partito neofascista. Quel partito si chiamava Movimento Sociale Italiano, aveva come fondatore e segretario Giorgio Almirante, già capo di gabinetto del ministero della Cultura durante il regime fascista, nonché capo redazione de “La difesa della razza”, rivista antisemita e razzista dell’epoca. In quel partito militarono anche alcuni di coloro che sono attualmente al governo in Italia. E che, naturalmente, sono quelli che più forte strillano in questi giorni, dopo gli scontri di Torino alla manifestazione di protesta per la chiusura di Askatasuna.

A quel partito neofascista si rivolgevano anche le simpatie e si convogliavano i voti di una cospicua parte dei poliziotti e carabinieri dell’epoca. Così come di capi eversivi e di generali golpisti (tra di loro Ciccio Franco e Vito Miceli) poi regolarmente eletti e portati in Parlamento proprio dall’MSI per salvarli dalle rare e sempre inconcludenti indagini giudiziarie, invece molto solerti ed efficienti nella repressione contro operai, studenti e militanti della sinistra extraparlamentare. Pure una parte non marginale della magistratura, infatti, era esplicitamente conservatrice quando non di estrema destra. Del resto, molti dei vertici delle polizie, dei servizi segreti e della magistratura ancora provenivano dai ranghi del regime mussoliniano, essendo stati provvidenzialmente salvati e prontamente reintegrati dalle ripetute amnistie e mancate epurazioni dopo la Liberazione. Epurazioni che, invece, colpirono ed emarginarono i partigiani.

Quelle 171 vittime non hanno mai ottenuto alcuna giustizia. E neppure le vittime della legge Reale: varata nel maggio del 1975 (con l’opposizione del PCI, che però successivamente si schierò contro il referendum abrogativo) limitava il diritto di manifestare e rendeva non perseguibile qualsiasi eccesso o uso improprio delle armi da fuoco da parte delle forze dell’ordine; in sostanza una repressione del dissenso e uno scudo penale simile a quello che vuole ora imporre il governo Meloni strumentalizzando gli scontri avvenuti a Torino.

Dall’entrata in vigore di quella legge al 1989 le forze dell’ordine provocarono 254 morti e 371 feriti, un terzo dei quali in assenza di qualsivoglia reato. Uccisioni e ferimenti rimasti regolarmente impuniti. Così come i tanti altri, prima e dopo, avvenuti a opera di uomini e apparati dello Stato.

Erano anni di piombo, ma non nel senso fraudolento divenuto comune, bensì in quello originario del film di Margarethe von Trotta. Successivamente, le polizie, ormai non più controllate e “calmierate” dai partiti della sinistra e da una stampa non asservita, hanno consolidato la propria facoltà di violenza sproporzionata e gratuita in piazza contro manifestanti e dissenzienti, la pretesa di impunità e i propri riferimenti ideologici e politici.

Chi si ricorda dei coretti a Genova quando, dopo aver ucciso Carlo Giuliani in piazza Alimonda, dopo la “macelleria messicana” alla Scuola Diaz, dopo aver rastrellato manifestanti feriti negli ospedali e averli portati alla caserma di Bolzaneto, mentre li torturavano, carabinieri e celerini cantavano: «uno, due, tre viva Pinochet, quattro, cinque, sei morte agli ebrei, sette, otto, nove il negretto non commuove»? 

Come del resto, nessuno in precedenza aveva chiesto la cacciata o almeno il prepensionamento di quel “professor De Tormentis”, al secolo questore Nicola Ciocia, messo a capo di una squadra di poliziotti torturatori voluta dal ministero dell’Interno contro i militanti della lotta armata, un signore che si faceva intervistare con un busto di Mussolini sulla scrivania e si dichiarava orgogliosamente «fascista mussoliniano».

Non erano né gli anni Cinquanta né più i Settanta: era il 2001. Al governo, con Silvio Berlusconi, vi erano quelli stessi eredi del neofascismo italiano che si erano fatti le ossa nelle sezioni del MSI e che in quei momenti di “democrazia sospesa” (e mai più ripresasi, viene da dire). Mentre i massacri e le torture erano in corso, in veste di ministri e di vicepresidenti del Consiglio arringavano e sostenevano le polizie direttamente nella sala operativa della questura e del comando dei carabinieri di Genova e nella stessa caserma di Bolzaneto.

Eppure, allora, pur se non si arrivò a istituire una Commissione parlamentare d’inchiesta, le opposizioni di sinistra e i media, magari in parte, con prudenze, autocensure e timidezze, contribuirono a fare conoscere la verità dei fatti, a denunciare l’accaduto. Il finale non è stato granché diverso, poiché diversi responsabili in divisa della mattanza genovese furono persino promossi.

Adesso, invece, come mostrano le cronache e il dibattito dopo Torino, il doppio standard e gli strabismi nel giudizio politico e morale sulla violenza si sono fatti senso comune, la torsione della verità è divenuta tanto più spudorata quanto più incontrastata.

Con la memoria, ci è stata infine tolta anche la voce e la volontà di stare dalla parte del torto, quella degli oppressi, delle vittime del potere e della repressione.

Non c’è più nessuno, se non minoranze marginali senza più ascolto, che abbia il coraggio di gridare ad alta voce: «Mattarella! Manifestanti 171, poliziotti 1».

Anche perciò quando, dopo Askatasuna, verranno a prendere pure voi – e state pur certi che verranno, perché il fascismo è come lo scorpione dell’apologo – non ci sarà più nessuno a difendervi.

 

 

comunicato Askatasuna
«Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito», spesso attribuita a Confucio, anche se più correttamente riconducibile alla tradizione zen/buddista.
Il senso è semplice e potente: ci si può perdere nel mezzo e mancare il significato, fermarsi alla superficie senza cogliere ciò che davvero è in gioco. È un proverbio utile oggi più che mai, per non perdere la bussola e andare a ruota della macchina narrativa costruita e alimentata dal governo e dai media mainstream a esso supini, a partire da ciò che è accaduto nella manifestazione del 31 gennaio.
Il corteo nazionale contro lo sgombero di Askatasuna è stato un successo al di là di tutte le aspettative. Lo sappiamo noi e lo sa, soprattuto, il governo. Un passaggio fondamentale di un percorso nato dallo sgombero di un centro sociale simbolo di resistenza, capace di far convergere centinaia di realtà e oltre 50.000 persone in una manifestazione a difesa degli spazi sociali, delle pratiche di libertà e contro il governo Meloni. Una vera boccata d’ossigeno in un contesto politico, nazionale e internazionale, segnato da guerre, colonialismo, repressione e da un clima generale che farebbe accapponare la pelle anche ai più ottimisti. In un tempo dominato da politiche guerrafondaie, dall’oscuramento delle questioni ecologiche, da misure sessiste, omofobe e discriminanti, lo sgombero di uno spazio sociale storico è diventato occasione per ricostruire legami, riconoscersi, ritrovarsi. Questo è un fatto politico enorme. La manifestazione ha dato spazio ai tanti soggetti e alle molte storie che compongono la piazza, permettendoci di sentirci più forti e meno soli, mentre la controparte affila gli artigli e accompagna il Paese verso una deriva autoritaria sempre più esplicita, che guarda con ammirazione a modelli violenti e reazionari, dagli USA alle peggiori esperienze europee. E proprio dagli Stati Uniti – Minneapolis insegna – arrivano segnali di resistenza e solidarietà diffusa che parlano anche a noi.
Al termine della manifestazione, una parte del corteo ha deciso di proseguire in corso Regio Parco e un’altra parte, numericamente significativa, ha deviato in Corso Regina per avvicinarsi allo stabile di Askatasuna, oggi murato e devastato al suo interno dai vari distruttori in divisa. In corso Regina, l’apparato repressivo messo in campo dal governo Meloni e dal ministro Piantedosi ha risposto subito alla deviazione con una forza sproporzionata, scaricando centinaia di lacrimogeni sullo spezzone. Questa gestione muscolare, coerente con quanto visto nei giorni precedenti (quasi 800 fermi e identificazioni, intimidazioni, minacce), è stata però colta di sorpresa. Non si aspettavano che lo spezzone colpito reggesse l’urto, resistesse, avanzasse metro dopo metro, senza panico né tentennamenti con l’obiettivo di avvicinarsi a uno stabile che è stato strappato come uno scalpo dal governo per cancellare un pezzo di quella storia partigiana che ha caratterizzato da sempre Torino e che mai gli andata giù. Quella disponibilità alla resistenza è la stessa che vediamo da mesi nelle piazze contro il genocidio in Palestina: indica che esiste una parte della popolazione, soprattutto giovane, che non si rassegna a stare calma, che è sempre meno disposta ai posizionamenti mediani ed è pronta a tracciare un confine netto. Corteo del 20 dicembre, corteo del 31 gennaio: se tanta gente, così varia e così determinata, si è vista in piazza due volte in due mesi bisognerà farci i conti no?
Sicuramente al governo lo hanno capito. Parte quindi, scientifica, la grancassa per decontestualizzare e ricondurre una questione sociale nel campo dell’ordine pubblico. C’è da stupirsi? Non vedere il continuum dell’apparato repressivo messo in campo in questi giorni è pura miopia. Prima è arrivato l’allarmismo securitario per scoraggiare la partecipazione, poi la violenza poliziesca in piazza, infine, oggi, l’uso sistematico di una narrazione mediatica criminalizzante. Tutto converge verso un unico obiettivo: impedire che si strutturi un’opposizione sociale reale e dal basso a questo governo. Prese di posizione strumentali del solito circolino di giornalisti, di politici e opinionisti di regime, impegnati a imporre una verità narrativa che tenta di cancellare la forza di ciò che sta nascendo. Si azzardano paragoni storici ridicoli (gli anni di piombo) per provare a nascondere una verità quasi banale: se la politica chiude spazi, tanti giovani gli spazi decidono di prenderseli, se il potere fa una prepotenza, a volte qualcuno si incazza. Vanno loro dietro PD e Movimento 5 Stelle, intenti ad affannarsi a inseguire la destra sul terreno dell’ordine e del manganello, tra dichiarazioni roboanti su legalità e condanne rituali. Ancora incapaci di capire, dopo anni di sconfitte, che la destra sarà sempre più abile di loro nel parlare alla pancia di chi è stato convinto che i nemici stiano in basso, e non in alto e che così non si fa altro che alimentare l’agenda Meloni, Piantedosi, Salvini, Crosetto: un governo complice del genocidio in Palestina, delle politiche di guerra, che pensa che un infermiere e una scrittrice ammazzati mentre protestavano contro ICE se la sono cercata, che parla di “remigrazione” e vuole una società divisa, spaventata, impotente, incapace di organizzarsi.
La manifestazione del 31 gennaio, però, ci dice che non è più tempo di equilibrismi. Con la posta in palio oggi, bisogna scegliere. I 50.000 scesi in piazza il 31 gennaio hanno fatto una proposta politica al Paese. Hanno indicato una strada per rafforzare e allargare l’opposizione sociale all’attuale governo. Costruiamoci in comunità. Moltiplichiamo assemblee e momenti di confronto. Costruiamo piazze in tutto il Paese. Guardiamo al futuro con ottimismo e consapevolezza.
E soprattutto: non fermiamoci a guardare il dito, se osserviamo bene la luna appare più luminosa che mai. Ne avremo bisogno in questa lunga notte.
Solidarietà agli arrestati!
Angelo, Matteo e Pietro liberi
Askatasuna

 

 

Intervista di Giorgio Monestarolo a Martina del centro sociale Askatasuna sui fatti del 31 gennaio

Dopo la manifestazione di sabato 31, Crosetto sostiene che i militanti di Aska sono come le Brigate Rosse, Meloni promette leggi speciali e nuovi decreti sicurezza. Martina, tu che manifestazione hai visto?

Ho visto una manifestazione di oltre 50 mila persone, tutte protagoniste e capaci di determinare gli obiettivi e i temi da portare in quella piazza. Ho visto giovani, anziani, famiglie, bambini, giovanissimi, tutti e tutte coloro che hanno sentito la necessità di prendere una posizione che fosse quella di una chiara e netta opposizione al Governo e contro l’orizzonte di guerra verso il quale ci sta portando. Crosetto parla di BR con la leggerezza con cui si beve un bicchier d’acqua: oggi per la politica istituzionale, per i media, per la narrazione dominante le parole non hanno più un peso, né un significato. E’ ovvio che sono paragoni che stanno nell’alveo di una strategia politica atta a alzare il livello della tensione, costruire il nemico pubblico, creare allarmismo e soprattutto paura nei confronti di chi vuole dissentire. E’ chiaro a chiunque che la fase storica attuale non abbia niente a che vedere con gli anni ’70, non c’è bisogno di essere degli storici. Crosetto gioca con le parole ma oggi il rischio è che anche il virtuale assuma sostanza. Rispetto all’accelerazione sul ddl sicurezza e le leggi speciali non è una novità, erano in cantiere anche prima del 31 gennaio: in questo senso però si apre una bella occasione per la cosiddetta sinistra di smarcarsi dal campo reazionario e mostrare di avere un po’ di coraggio, invece che fare gli utili idioti del governo, sarebbe ora di contrapporsi alla deriva autoritaria e repressiva. Se ne hanno l’intenzione, altrimenti semplicemente asseconderanno la tendenza degli ultimi 50 anni e si siederanno al tavolo dei perdenti.

Attorno ad Aska era scesa in piazza una rete, un’embrione molto interessante di un percorso politico comune. Inutile nascondere che serpeggia rabbia e frustrazione. Ti sembra di esservi presi cura di quei cinquantamila che hanno risposto con entusiasmo al vostro appello?

Innanzitutto i 50 mila scesi in piazza sono persone che hanno attraversato la manifestazione da protagoniste e dunque non hanno bisogno di una “balia”. Un conto è la cura collettiva della manifestazione (ci sono stati i passaggi collettivi che hanno determinato un percorso, ci sono stati medici e infermieri che si sono messi a disposizione, ci sono stati legali che hanno dato disponibilità per dare sostegno) che è quello che è successo; un altro conto è pensare che lo svolgimento di un corteo sia appannaggio e delega di un gruppo ristretto (quali sarebbero i suoi confini?). Penso che chi scende in piazza oggi sia in grado di autodeterminarsi, di dare il contributo che reputa e di sentirsi in possibilità di scegliere, se non partiamo da questo presupposto non capiamo cosa significa costruire percorsi di attivazione e autonomia. L’entusiasmo c’era, chi ha scelto di contribuire in maniera più forte ha fatto uso di determinate pratiche, chi ha voluto partecipare e sostenere lo ha fatto, rimanendo presente, con determinata tranquillità. La frustrazione del giorno dopo è normale quando in un Paese come il nostro non si è abituati al conflitto sociale. Penso che sia importante distinguere la necessità di confronto su un piano profondo nei termini di strategia politica collettiva e di quali sono le esigenze in una prospettiva futura con un obiettivo comune (che mi sembra più che chiaro e condiviso: opporsi al governo Meloni e alle sue politiche) pur mantenendo le proprie specificità e differenze, che è un punto assolutamente legittimo e fondamentale per costruire avanzamenti collettivi. Un altro discorso è invece non rendersi conto che fare a gara tra chi prende le distanze per primo dalle “violenze” fa soltanto il gioco del governo. Sarebbe un’occasione d’oro per i progressisti e i democratici , tutti coloro che si sentono di sinistra insomma, trovare il coraggio di non esprimersi banalizzando una piazza così eterogenea, composita, ricca, che ha dato prova di essere anche forte e solida, e guardare ciò che quella piazza ha indicato: quali sono le esigenze? quali sono gli obiettivi? come si struttura un percorso che possa essere vincente? Questa è l’opposizione al Governo Meloni, che piaccia o no. Bisognerebbe essere in grado di superare i limiti storici della sinistra che sono quelli che ci hanno portati dove siamo ora.

Quando si fa politica contano i risultati. Oggi Aska non c’è più come centro sociale, i suoi militanti e i suoi simpitazzanti sono al centro di una tempesta mediatica e giudiziaria, è in arrivo un ulteriore giro di vite repressivo. Era questo l’obiettivo del corteo Torino partigiana?

Il primo risultato è un’assemblea di mille persone, un corteo di 50 mila e una chiara risposta che ha spostato il terreno su un piano di rilancio e non di difesa sterile dei centri sociali aggrappandosi alla nostalgia dei tempi che furono. Ora l’obiettivo di Torino partigiana continua a stare in piedi ed è ciò che si metterà in campo continuando a lottare contro la militarizzazione di Vanchiglia, verso i prossimi appuntamenti di mobilitazione che dovranno essere ampi e capaci di articolare questa opposizione a partire dai territori, il pensiero va sicuramente al 25 aprile e al primo maggio ma non solo. Il centro sociale non c’è più sul piano del simbolico, ma sul piano fisico c’è eccome. Sarà anche distrutto all’interno e circondato da jersey e camionette ma “vanchiglia chiama Torino” l’ha detto chiaro e tondo: l’edificio di corso regina 47 deve tornare al quartiere e deve essere restituito mantenendo le sue caratteristiche principali; deve essere un luogo aperto, inclusivo, attraversabile da tutti e tutte, in maniera gratuita e fuori dalle logiche del profitto di fondazioni o altro. Questa scommessa continua a rimanere valida. Sul piano repressivo occorre rendersi conto che non è dando in pasto qualcuno alla fame di capri espiatori che allora si continuerà a vivere tranquilli. Se il dissenso e il conflitto vengono affrontati dal governo come una questione di ordine pubblico, di sicurezza e di repressione, prima toccherà a chi è più in vista ma poi toccherà a tutti gli altri. Si levino dalla testa i sinceri democratici che stando buoni al proprio posto a fare il proprio dovere si possa scampare alla stretta autoritaria e repressiva. Minneapolis, l’Ungheria di Orban, il consenso per Le Pen: sono dietro l’angolo. Se il modello Vanchiglia-Torino laboratorio di pratiche repressive e securitarie verrà fatto passare perché si attende la protesta con i giusti modi, gentile e pura, quello sarà il modello per tutte le città e territori. E non sarà colpa dei “violenti” sarà colpa di chi non ha capito da che parte bisogna stare. Quindi è fondamentale sin da ora ricominciare a parlare il linguaggio della solidarietà, della comunità che resiste e che è associazione a resistere a fronte delle imposizioni e dei tentativi di isolamento, criminalizzazione e di procedimenti giudiziari pesanti come l’appello per la sentenza di primo grado per il processo di associazione per delinquere ripreso in mano dalla Procura. Basta dare uno sguardo alla storia che ci precede.

Sono in molti a sperare che il 31 gennaio chiuda il breve autunno dei movimenti. Nel frattempo a Bologna, lo scorso 25 gennaio, l’assemblea No Kings ha lanciato un percorso di convergenza della sinistra sociale e una scadenza a Roma per il 28 marzo. Dove vuole andare Aska?

Chi sono questi molti? Io vedo tantissime persone che vogliono continuare a lottare per i propri diritti. Lo abbiamo visto a settembre ottobre e penso che quello che è stato il movimento Blocchiamo Tutto se anche si è sopito sta sobbollendo sotto la crosta. L’assemblea No Kings ha lanciato questo percorso che si darà i suoi spazi di discussione per fare in modo che la data del 28 marzo sia larga e partecipata, ben vengano tutti gli spazi e gli appuntamenti che abbiano come parole d’ordine: contro il governo, contro la guerra, per la difesa degli spazi di aggregazione, e non intendo solo gli spazi sociali ma in generale la possibilità di incontrarsi e confrontarsi, perché è questo che si vuole colpire. Aska continuerà ad andare avanti insieme, cercando di moltiplicare le dimensioni di attivazione, di ragionamento e approfondimento. A tal proposito l’appuntamento “Per realizzare un sogno comune” di Livorno che si terrà il 21, 22 febbraio è un momento aperto e pubblico per ragionare su Blocchiamo tutto, sui limiti e sui punti di forza dei movimenti a fronte della fase che cambia, accelera e ci pone davanti tante sfide stimolanti. Speriamo di poterci confrontare in molte occasioni perché pensiamo che l’approccio vincente sia quello di individuare l’obiettivo comune e lavorare collettivamente per raggiungerlo.

da qui

 

 

“Il martello” di Torino “aggiustato” da Crosetto - Rita Rapisardi

E’ chiaramente materiale per gli avvocati difensori degli arrestati, attuali e futuri, per i fatti di Torino. Oltre che per i magistrati chiamati ad occuparsene.

Però, anche come attivisti in qualche misura resi “esperti” da una vita di militanza, ci sembra che questa testimonianza di una giornalista de il manifesto getti una luce completamente diversa sull’episodio-chiave che sta orientando la “comunicazione” governativa, della destra post fascista, del cosiddetto “campo largo” e anche di qualche fesso sempre pronto a cadere nella distinzione tra “buoni” e “cattivi”, alimentando la retorica sugli “infiltrati” anche quando non ci sono (altre volte sì, e l’abbiamo anche denunciato spesso).

Partiamo dagli elementi certi: c’è un video, girato da un reporter – professionista o free lance non sappiamo, ma non importa – che mostra la sequenza completa del “pestaggio col martello”.

Quel video, che non vediamo l’ora di vedere per intero, secondo la giornalista mostra un poliziotto che si avventura in solitaria contro un gruppetto di manifestanti che si stanno ritirando per cominciare a manganellare due di loro che erano rimasti indietro, infierendo su uno caduto a terra.

A quel punto un gruppetto torna indietro per sottrarre i due compagni alla furia del manganellatore solitario, lo spinge via e solo a quel punto si comincia a veder quel che gira dappertutto – ma opportunamente tagliato – da ieri sera.

La paternità del video “aggiustato” viene rivendicata quasi contemporaneamente dall’ex senatore del Pd, Stefano Esposito (un anti-tav storico anche come autore di fake news, ora disperso in formazioni ignote) e dal ministro della difesa Guido Crosetto, che ne prende spunto per straparlare di “combatterli come le BR”. E dire che Crosetto passava per “quello serio” in una compagine un po’ risibile…

Ce n’è abbastanza, ci sembra, per vedere la scena in modo un po’ diverso e più simile a quel che vediamo in questa settimane a Minneapolis. Un “agente” che si crede Rambo, ma che nel picchiare i manifestanti sbaglia pesantemente approccio (rimane solo, sconsigliato da tutti i manuali) e viene respinto – in modi altrettanto bruschi, inevitabilmente – da diversi “Alex Pretti” nostrani. Per fortuna di tutti, qui, l’uso delle armi in piazza non è una pratica comunemente ammessa.

Chissà se è a questo che Matteo Salvini pensava quando, straparlando a sua volta, ha detto che “per questa gentaglia il carcere non basta“. Oppure preferisce la tortura?

P.s. Nel frattempo, il poliziotto “ridotto quasi in fin di vita“, è stato dimesso a meno di 24 ore dalla “terribile aggressione”. Giusto il tempo di fare da sfondo per un servizio fotografico con la presidente del consiglio, evidentemente dotata di poteri terapeutici miracolosi (dev’essere per questo che ad un certo angioletto in una chiesa è stato imposta la sua effigie…).

*****

Ieri sera verso la chiusura del giornale, tarda, tanto lavoro, vedo esplodere la storia del “poliziotto martellato”, soprattutto da dopo che Crosetto twitta il video (rubato a un collega di Torino oggi, non citato, non pagato, il logo tagliato) che poi rimbalza ovunque.

La notizia in poco tempo diventa quella principale, oggi ci aprono i giornali, la premier in ospedale a stringere mani, dopo che a Niscemi si è fatta vedere dieci giorni dopo, ma non dalla popolazione per paura di contestazione.

Fortuna vuole che quella scena l’abbia vista con i miei occhi, ero a cinque metri, ancora più vicina del videomaker che si trovava alle mie spalle, in mezzo al corso, diviso dalle barriere del tram. A quel punto della serata gli scontri stavano andando verso la conclusione, i manifestanti si erano dileguati da corso Regina, quello di Askatasuna, dove si sono svolti per la maggior parte, per scappare verso il lungo Dora attraverso i giardinetti che portano al Campus Einaudi.

Migliaia di persone si sono riversate in quel poco spazio e pian piano sono riuscite ad arrivare dall’altra parte, sulla Dora appunto, anche perché le forze di polizia arrivavano da entrambi i lati e la paura era quella di essere chiusi contro i cancelli, motivo per cui alcuni hanno aperto un varco tra le grate. Il tutto per fortuna si è svolto abbastanza tranquillamente, in molti urlavano di fare piano, con calma e non agitarsi. Nel frattempo continuava incessante il lancio dei lacrimogeni.

In corso Regina ormai erano in pochi. Sono tornata indietro per controllare, si parla di 20-30 persone al massimo. Mi affaccio e arrivano lacrimogeni ad altezza uomo (cosa vietata), una ragazza di fianco a me viene colpita, un altro batte sull’angolo del muro e mi sfiora. Indietreggiamo, capisco che da lì sono un bersaglio, quindi torno sul corso e mi nascondo tra le auto.

A questo punto vedo arrivare da sinistra una squadra di venti agenti in antisommossa che corrono per manganellare quei dieci più vicini, ormai deboli di numero. Sono pronta ad urlare “stampa”, convinta le avrei prese anche io, abituata a vestirmi sempre di nero poi.

Uno di questi, esce dallo schieramento, parte da solo e si allontana di 15 metri, per inseguire un paio di persone, mi pare una avesse un’asta in mano. Le inizia a manganellare, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso prendono il poliziotto e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi immortalati dal video ormai virale. Perde casco non allacciato e poi i due colpi di martelletto (non martello).

Mi giro e guardo la squadra, nessuno arriva a salvarlo, eppure l’hanno visto. Intanto da dietro arrivano delle urla, “basta, basta, lasciamolo stare“. I militanti si allontanano e finalmente arriva un collega. In due poi lo trascinano via. Doppia ritirata, a quel punto mi allontano anche io, non era rimasto più nessuno.

Cosa capiamo quando vediamo un video? Dov’è la nostra capacità di analisi? Quali domande ci facciamo? Cosa è successo prima, come interpreto quei pochi secondi, saranno tagliati ad arte? Ieri sera leggo “il poliziotto assaltato, circondato, preso e isolato“.

Ci sono numerosi video di persone a terra circondate e manganellate quando sono a terra (non finiranno in home page), ho visto teste aperte, labbra spaccate, persone intossicate dal lacrimogeni che hanno vomitato in strada. Almeno in trenta sono andati negli ospedali torinesi, allertati la sera prima, l’ultima volta l’emergenza era stata data nel periodo Covid, per capirci. Molti altri curati sul posto, non si avvicinano ai pronto soccorsi per paura di denunce.

Ora al di là di tutto, questo volevo raccontare, solo perché ero lì, di analisi sulle violenze e il loro significato ne trovate altrove, non aggiungerò altro, possiamo parlarne di persona. La giornata di ieri invece la trovate sul giornale, scritta insieme a Giansandro Merli.

* da Facebook

da qui

 

Askatasuna: la testimonianza di un giornalista fra libertà di stampa e repressione

In un comunicato appena pubblicato, un inviato di Chronocol Media racconta la sua esperienza alla manifestazione – mai raggiunta in realtà – per Askatasuna.

 

Sabato 31 gennaio si è svolta a Torino una manifestazione in sostegno dello storico spazio occupato Askatasuna, sgomberato lo scorso dicembre. Per le vie del capoluogo piemontese hanno sfilato migliaia di persone, l’attenzione dei media è stata catturata dagli episodi di violenza che hanno fornito a loro volta un assist perfetto al Governo per sostenere l’importanza e l’urgenza di approvare e applicare le misure previste dal pacchetto sicurezza. Vi invitiamo ad ascoltare la puntata di Io non mi rassegno interamente dedicata all’analisi dell’avvenimento.

Ma è successo anche altro quel sabato. Fra le varie testimonianze, riportiamo quella di un collega che fa parte del collettivo giornalistico Chronocol Media e che ha provato a partecipare alla manifestazione per raccontare – il suo lavoro è proprio questo – gli avvenimenti. “La mattina del 31 gennaio 2026 un nostro inviato si è recato in auto a Torino, insieme ad altre quattro persone, per documentare la manifestazione in solidarietà con il Centro Sociale Askatasuna”. Si apre così il comunicato rilasciato stamattina dallo staff di Chronocol Media.

“L’inviato era munito di macchina fotografica, action cam, casco da bicicletta, maschera antigas, occhialini protettivi e nove bustine di Maalox, un kit abitualmente utilizzato in scenari in cui si prevede l’uso di gas CS da parte delle forze dell’ordine. Le altre persone avevano occhialini da piscina e mascherine FFP3, esclusivamente per protezione dai gas irritanti.

Dopo il superamento del casello autostradale di Rondissone, intorno alle 10:00, l’automobile è stata fermata in una piazzola di sosta dalla polizia stradale per quello che è stato definito un “normale controllo di polizia”, per il quale non ci è stato chiesto di scendere dall’auto. Successivamente, sono giunti sul posto due agenti della DIGOS in borghese, che hanno scattato delle fotografie al volto delle persone in auto, trasferendo verosimilmente le immagini al posto di blocco successivo.

Intorno alle 11:00 il veicolo è stato fermato una seconda volta in zona Torino Stura, nei pressi della cosiddetta “Sfinge”. In questa occasione è stato ordinato di scendere dall’auto e di aprire gli zaini. Sono stati separati casco da bicicletta, maschera antigas, occhialini protettivi e Maalox. Il tentativo di spiegare le finalità giornalistiche e di mostrare l’attrezzatura per la documentazione fotografica e video è risultato vano.

Durante queste operazioni abbiamo ripetutamente chiesto quale fosse la ragione del fermo e delle perquisizioni, ricevendo come unica risposta che “lo avremmo visto poi sulle carte”. È intervenuta nuovamente la DIGOS, che ha scattato nuove fotografie ai volti con telefoni cellulari, sostenendo che quelle presenti sui documenti non fossero aggiornate. Alle 11:30 ci è stato comunicato che saremmo stati “accompagnati” in questura per qualche decina di minuti. Quattro delle cinque persone sono state caricate su una camionetta, mentre la quinta è rimasta sull’auto con agenti a bordo.

Dopo circa mezz’ora di viaggio, alle 12:00, siamo arrivati presso il distaccamento della Questura di Torino in via Tirreno 337. Prima di essere condotti in cella abbiamo potuto contattare il numero dell’Hub di protezione diffuso dal movimento, che ci ha messo in contatto con un avvocato suggerendoci di procedere per velocizzare le pratiche. Solo arrivati in questura ci è stato risposto che il fermo era motivato dalla violazione di un’ordinanza della prefettura mai specificata, che tuttora non troviamo ufficialmente pubblicata sul sito della prefettura se non tramite un generico articolo modificato il 2 febbraio.

Dopo una perquisizione individuale siamo stati rinchiusi insieme in una cella da otto persone, già occupata da altre tre, in condizioni di forte degrado e di gravi condizioni igienico sanitarie. Poco dopo sono state rinchiuse altre due persone, arrivando ad un totale di dieci. Nel corso delle ore siamo stati prelevati uno alla volta dalla cella per periodi variabili tra i quindici e i trenta minuti per diverse procedure: prima per le generalità, poi per il trasferimento presso la polizia scientifica, dove ci sono state scattate fotografie segnaletiche, fotografie dei tatuaggi e prese le impronte digitali.

Tutto questo, per aver portato degli oggetti di protezione individuale come occhialini da piscina, mascherine, e nel caso del nostro inviato quello che è stato provato essere un kit abituale per documentare queste dinamiche altamente conflittuali. Per tutta la durata del fermo non ci è stata fornita alcuna spiegazione formale sulle ragioni del provvedimento, né ci è stato permesso di contattare l’avvocato, ignorando numerose richieste nel corso delle 9 ore di fermo.

Nel frattempo, grazie all’attivazione dell’Hub di protezione, amici e familiari sono stati informati della nostra permanenza in questura, sebbene siano stati comunicati orari di rilascio tra loro contraddittori, prima le 18:00, poi le 20:00. Il rilascio è avvenuto soltanto alle 21:30, dopo 9 ore e mezza di reclusione.

Al momento del rilascio, oltre alla conferma del sequestro dell’attrezzatura di protezione, al nostro inviato è stata contestata la violazione dell’articolo 650 del codice penale. Secondo il prefetto, “sulla base di elementi di fatto”, egli sarebbe “dedito alla commissione di reati che mettono in pericolo la sicurezza e la tranquillità pubblica”, nonostante fosse incensurato. Come misura preventiva è stato disposto un foglio di via da Torino della durata di due anni. Ribadiamo che tale provvedimento è stato adottato per nessuna condotta avvenuta in manifestazione, alla quale ci è stato impedito di partecipare“.

Va specificato che Chronocol Media è un progetto indipendente, che nasce dal basso, che si può considerare un esempio di mediattivismo. Le persone che ne fanno parte – come viene sottolineato nel comunicato – non hanno lo status di giornalisti pubblicisti o professionisti e questo è dovuto a una scelta, spesso obbligata, che dipende dalle condizioni economiche e lavorative che caratterizzano il percorso di conseguimento del tesserino. Dunque “non abbiamo dunque beneficiato di alcuna tutela connessa allo status di giornalista. In questa vicenda non ci è stata riconosciuta né una protezione simbolica né una garanzia giuridica propria della professione. Siamo state dunque trattate come persone comuni, tutte incensurate”.

È questo uno spunto interessante per riflettere non solo sul livello di tensione sempre più elevato che caratterizza la gestione dell’ordine pubblico in Italia, ma anche sul tema della libertà di stampa. Secondo la classifica stilata da Reporter Senza Frontiere, il nostro paese è al 49° posto al mondo per libertà di stampa. Un risultato estremamente preoccupante, in peggioramento rispetto allo scorso anno, e anche il tema dell’inaccessibilità allo status di giornalista sollevato da Chronocol Media si inserisce in questo dibattito.

da qui


a proposito di Torino, illuminanti gli ultimi 5 minuti del video di Alessandro Orsini: