sabato 23 giugno 2018

Otto tesi sulla Turistificazione - Emilio Quadrelli, Giovanni Semi



Il concetto di touristification, reso in lingua italiana con turistificazione, è salito in maniera rapida all'onore delle cronache nostrane negli ultimi tempi, grazie all'evidente impatto che l'industria turistica sta avendo nel ridefinire le nostre città in parallelo alla diffusione sempre più forte dell'utilizzo, come ospite o come ospitante, di portali come Airbnb, piuttosto che dei voli offerti da compagnie aeree low-cost come RyanAir. Tuttavia, la turistificazione è ancora qualcosa di difficilmente afferrabile in tutte le sue sfaccettature.
Una prima definizione minima potrebbe essere quella di concetto che racchiude al suo interno la molteplicità delle conseguenze del turismo di massa sulla ristrutturazione degli spazi urbani o di alcune loro sezioni. Indubbiamente molto vago: siamo ancora sprovvisti di una definizione utile a individuare, collegandole in un quadro interpretativo unico, tutte le tematiche che potrebbero essere riferite a una parolina sempre più in voga.
Nel dibattito accademico il concetto si è affermato in maniera forte nell'ultimo decennio, sviluppando le prime analisi e teorie (critiche e non) in merito alla più grande ondata nella storia di turismo di massa, dovuta all'emersione su scala planetaria di una possibilità inaudita di potersi muovere dai propri territori. Proprio mentre paradossalmente (o no?) si blindavano sempre più le frontiere per alcune tipologie di persone, si è affermata sempre in maniera maggiore la possibilità di viaggiare verso lidi sconosciuti, fino all'esplosione dei flussi di turismo globali che che caratterizza il nostro mondo. Per autori come Marco d'Eramo, che nel suo "Il selfie del mondo" (Feltrinelli, 2017) ha studiato in profondità la questione, il turismo potrebbe essere pensato come la principale industria pesante del XXI secolo, a causa delle fortissime implicazioni sociali, politiche, ma anche spaziali, che porta intrinsecamente con sè.
Di conseguenza, ed è questo che ci interessa in maniera particolare, l'impatto del turismo in quanto fenomeno di massa è elemento da cogliere per poter innovare teoria e prassi politica dei movimenti sociali sul tema dell'urbano, della contesa dei suoi spazi, allargando e rinnovando quanto spesso espresso con l'etichetta "diritto alla città". Per evitare analisi troppo astratte, che rischiano di scadere in una generalizzazione slegata dalla dimensione reale, abbiamo provato ad affrontare il tema prendendo in esame alcuni casi specifici di processi di turistificazione. Partire da alcuni casi specifici è utile anche a costruire una definizione più ampia del concetto, tenendo in considerazione allo stesso tempo le peculiarità dei singoli contesti urbani e la riproposizione di alcune invarianti all'interno di questi.
Obiettivo di questo dossier è quello di verificare alcune ipotesi di ricerca sul tema dell'impatto del turismo di massa sulle trasformazioni dello spazio urbano, attraverso la discussione critica di saggi, articoli di giornale e di interviste raccolte con alcuni attivisti e/o docenti di diverse città europee come Atene, Barcellona, Berlino, Lisbona, Marsiglia e Parigi.
L'idea di costruirlo è nata dalla necessità di dotarci di una cassetta degli attrezzi sul tema della turistificazione nel momento in cui la città di Bologna è sconvolta da processi intensivi di ristrutturazione del suo volto e del suo spazio urbano affermatisi con l'utilizzo sempre più intenso dello scalo aeroportuale cittadino da parte di RyanAir, dalla brandizzazione della città costruita sulla valorizzazione della gastronomia locale, dall'aumento esponenziale di stanze e appartamenti messi in affitto breve su AirBnb, dalla costruzione di grandi opere infrastrutturali e commerciali come il Passante Nord, il People Mover, lo stesso FICO dell'imprenditore filo-renziano Farinetti. Negli otto punti che seguono, proviamo a far coincidere elementi di inchiesta, indicazione politica, frammenti di teoria critica sul concetto di turistificazione.

Tesi 1: La turistificazione non è un processo omogeneo
Una prima distinzione necessaria che si impone è quella tra le molteplicità eterogenea dei processi di turistificazione. Su un piano macro, possiamo dividere tra città che sono impegnate durante tutto l'anno da flussi turistici imponenti (come ad esempio Parigi e Atene), e quelle che ne sono attraversate su una temporalità stagionale, come ad esempio Lisbona e Marsiglia. Questo non per dire l'ovvio, ovvero che alcune città per dimensioni e storia politica o artistica sono mete più allettanti di altre, ma soprattutto per fare capire che esistono diverse tipologie di sviluppo turistico.
Da un lato il turismo si afferma come flusso stagionale di possibili profitti, dall'altro come flusso permanente. La distinzione non è di poco conto: la sostituzione di un'organizzazione economica di un territorio complessa in favore di una in cui domina una sola prospettiva di sviluppo rischia di innescare dinamiche in cui una economia basata pienamente o quasi sul turismo può divenire di fatto, con una metafora agricola, una monocultura, la quale elimina tutto ciò che non si adegua ad essa o che con essa non è compatibile. La problematicità di questo aspetto è che una crisi economica, oppure eventi come attentati e crisi politico-amministrative, possano avere un effetto simile come quando nel mercato agricolo viene a cadere il prezzo di una materia prima, facendo scoppiare la "bolla" e mandando nel panico un'intera città.
Il caso di Parigi ad esempio è peculiare e differente rispetto alla maggioranza delle città che vedono in recenti processi di turistificazione una rivoluzione copernicana del proprio assetto. Prendiamo la questione abitativa, uno dei temi cardine su cui si focalizza l'analisi dei processi di turistificazione. Nella capitale francese la rendita immobiliare produce da parecchio tempo un effetto di svuotamento dei quartieri, che si sono progressivamente caratterizzati con affitti a canoni altissimi, attivati per brevi periodi di tempo. Eppure, secondo i dati del sito Insideairbnb, per quanto da scorporare per zona, gli affitti medi di interi appartamenti gestiti attraverso Airbnb sono di tre mesi. L'algoritmo non gira certo dunque sul "turismo di massa" di brevissimo periodo, come ad esempio registrato a Lisbona o Marsiglia o Berlino, quanto piuttosto su una soggettività che vive il territorio urbano e i suoi quartieri in modo saltuario e per periodi medio-brevi.
Un fenomeno tipico delle grandi metropoli globali, almeno quelle egemoni sul mercato mondiale, che non si riproduce nello stesso modo in città che hanno subito una recente accelerazione di processi di turistificazione. In merito ai quali non si può negare l'importanza delle relazioni internazionali. Il turismo ha svolto un ruolo centrale nella trasformazione della città di Lisbona, non casualmente nel periodo seguente alle imposizioni al Portogallo della Troika. La strategia utilizzata per uscire dalla "crisi" e ripagare i prestiti senza rinunciare alle misure di austerità divenne trasformare il Portogallo in una destinazione turistica economica e a basso costo, ricalcando quindi quanto avvenuto per la Grecia e calcando ulteriormente la linea divisoria tra chi “subisce” la crisi e chi invece può permettersi di “governarla”. Le differenze nei processi di turistificazione tra città come Berlino e Lisbona, che affronteremo via via proseguendo, la dicono lunga.
In generale, come ricorda Clara Zanardi nel testo pubblicato sull'ebook “Città, spazi abbandonati, autogestione” (pubblicato da InfoAut nel gennaio 2018) bisogna evitare narrazioni troppo semplificate di questi processi, ricorrendo ad un modello troppo lineare di interpretazione, secondo cui il turismo avrebbe effetti su realtà locali intese in senso statico. "E' necessario evitare di ridurre ad un semplice determinismo causale quella fittissima rete di azioni e retroazioni che al contrario caratterizza i processi di turistificazione". Molto spesso il turismo non è causa unica di un dato sviluppo urbano, ma "uno dei fattori di un processo di trasformazione socio-economica assai ampio ed articolato, dove la località stessa si costituisce come esito perpetuamente dinamico e rinegoziabile di trasformazioni al tempo stesso endogene ed esogene".

Tesi 2: Non c'è turistificazione senza “grandi opere”
La dimensione quantitativa del turismo come fenomeno sociale è in ultima istanza relativa alla possibilità di spostamento, ai vincoli economici e tecnologici alla mobilità delle persone. Ne deriva il fatto che le rivoluzioni logistiche e comunicative che stanno caratterizzando l'ultimo ventennio vanno prese come punto dirimente di un percorso di analisi della questione. In tutti i casi oggetto di attenzione, la costruzione di grandi infrastrutture logistiche, la loro ristrutturazione o il loro migliore collegamento con le altre infrastrutture si sono rilevati motore di avviamento di processi di turistificazione ed intensificazione dell'impatto turistico sulla città o su suoi determinati quartieri. Il nuovo aeroporto internazionale di Atene, in funzione dal 2001, ne è un esempio, così come lo svuotamento del porto di Marsiglia da attività di tipo industriale a beneficio di quelle del tipo crocieristico, con banchine di proprietà di imprese come Costa Crociere.
Tra le infrastrutture "turistiche" possiamo però anche includere la costruzione di particolari musei, come ad esempio il MuCem a Marsiglia, costruito nell'area del Vecchio Porto e divenuto immediatamente centrale nelle brochures turistiche della città. Il concetto di "infrastruttura culturale" potrebbe essere molto utile per segnare una differenziazione tra quelli che sono investimenti generici nell'ambito culturale-artistico di una città e quelli che è invece sono segnati e orientati sin dal primo momento ad un processo di messa a valore che vede nell'arte una potenziale dinamo di flussi turistici in entrata. Spesso i processi di turistificazione ragionano su questo secondo versante, sollevando la questione dei rapporti tra pubblico e privato nel determinare questi tipi di esiti.
Il caso di Berlino è un mix di questi due processi. Grandi progetti infrastrutturali sono in corso di realizzazione, in particolare il nuovo aeroporto di Berlino-Brandeburgo. Contemporaneamente è stata avanzata la candidatura (poi non concretizzatasi) per i Giochi Olimpici, che come sappiamo sono uno dei grandi eventi sportivi che impattano sugli spazi urbani in termini di investimenti in nuove infrastrutture. Inoltre è stata proposta la trasformazione del vecchio aeroporto di Tegel in "Tech Republic TXL", ovvero in una vetrina dell'immaginario di Berlino come "smart city", dove dovrebbero essere installati decine di locali di musica techno. Anche qui, pubblico e privato agiscono insieme all'insegna della valorizzazione e della messa a profitto, giocando sull'installazione di differenti tipologie di "grandi opere".

Tesi 3: Stato e mercato sono entrambi decisivi per la turistificazione
Ripartiamo dall'ultimo tema. Come emerge dall'analisi sulle trasformazioni urbane di Parigi, la partnership pubblico-privato ha funzionato, dispiegandosi sul territorio, in modo tale da smentire oltre ogni ragionevole dubbio l'idea che esista uno scenario di contrapposizione tra una sfera istituzionale/pubblica garante "dell'interesse generale", e quella privata portatrice di "interessi di mercato". Il pubblico funziona piuttosto come supporto, stimolatore, prestatore di denaro o cassa per assorbire le perdite del privato quando questi non è in grado di realizzare il profitto. Le istituzioni pubbliche di fatto creano le basi affinché il mercato possa operare, sparendo o quasi dopo che le logiche di quest'ultimo prendono il controllo di ogni aspetto della città – mercato abitativo, lavoro, spazi pubblici.
L'obiettivo principale delle istituzioni pubbliche in relazione ai processi di turistificazione affrontati per questo dossier, in pieno stile neoliberista come quello dominante negli ultimi quarant'anni, sembra allora quello di preparare le città ad un grande apertura per il settore privato. A Marsiglia grandi gruppi di costruzione edilizia come Vinci, Bouygues, Constructa hanno ottenuto, talvolta anche in maniera spregiudicata e con pratiche corruttive, grandi favori dall'amministrazione pubblica per ristrutturare completamente interi pezzi della città, nell'ottica del rinnovamento degli spazi urbani. Sempre a Marsiglia la CMACGM, terza compagnia mondiale di trasporto marittimo ha avuto un beneficio importante dalla turistificazione della città, con la costruzione della prima e più alta torre del nuovo skyline, sede del suoi quartier generale in città.
Molto spesso le strutture municipali sono state responsabili della riorganizzazione della città e dello spazio urbano in senso ampio intorno ai turisti e alle loro esigenze. Basti pensare a questioni come quella del trasporto urbano, almeno per come è stata declinata a Lisbona: l'aumento del numero di linee metropolitane che collegano l'aeroporto al centro e la corrispondente negligenza rispetto alle esigenze e ai problemi che interessano la classe lavoratrice che viaggia su altre linee, periferiche rispetto ai luoghi più “turistici” della città, ha portato al fatto che queste ultime linee diventassero sovraccariche di trasporti, spesso fallendo a livello economico e dovendo conseguentemente procedere alla riduzione del servizio. Rispetto al caso di Marsiglia, negli ultimi venti anni la maggior parte degli investimenti pubblici sono stati indirizzati ad aumentare il potere di "attrattività" della città, ad invogliare i grandi investimenti immobiliari e a favorire l'installazione di società internazionali soprattutto in ambito bancario e finanziario. Poco o nulla invece è stato fatto per sviluppare i servizi di base (scuole, strutture sportive, biblioteche, trasporti...) o migliorare il patrimonio edilizio fatiscente.

Tesi 4: Il ruolo di airbnb nella turistificazione non riguarda solo il diritto all'abitare
Uno dei temi centrali di questi processi è quello del ruolo di Airbnb. Il portale americano, in linea di tendenza, in qualunque contesto dove opera spinge i proprietari di appartamenti a prediligere affitti a breve termine rispetto a quelli di lungo periodo, economicamente meno vantaggiosi, e di conseguenza motiva chi ancora affitta sul lungo termine ad alzare fortemente i canoni. Inoltre, e questo è altro dato meno oggetto di attenzioni ma ugualmente rilevante, Airbnb influenza il tipo di commerci nei quartieri più visitati a scapito dei bisogni degli abitanti, così come il mercato del lavoro di queste zone. E' quello che si vede ad esempio in Italia, a Bologna, dove alcuni articoli di giornale hanno riportato il dato shock per il quale il rapporto tra numero di bar/ristoranti e popolazione è ormai di 1 a 37, un numero estremamente sproporzionato che ha come rovescio della medaglia la chiusura di tutta una serie di altre attività che potrebbero essere maggiormente utili ai residenti locali. Ma è quello che accade dall'altra parte in città come Lisbona, dove secondo uno studio ci sono 9 turisti per ogni abitante e dove settori lavorativi direttamente collegati al turismo, come quello della ristorazione e della ricezione alberghiera classica, sono diventati i principali settori di impiego della città, con contratti caratterizzati da iper-precarietà, sempre che il contratto esista.
Airbnb di fatto è in grado di miscelare ad un livello altissimo di profittabilità sharing economy e platform capitalism, permettendo tramite la sua sola infrastruttura digitale la messa a valore di risorse non "correttamente allocate" (usando una formula tipica dei manuali di economia di mercato) in cambio di una quota percentuale di questo valore. Operando non solo a livello socioeconomico sui contesti spaziali, ma trasformando proprio l'organizzazione spaziale di questi ultimi. L'impatto di Airbnb su una città come Venezia, caratterizzata da una peculiare dimensione territoriale (vie molto strette e conseguente assembramento di massa in alcune zone) ha spinto l'amministrazione comunale ad installare dei tornelli che modulassero l'accesso ad alcune zone, ratificando uno stato dell'arte della città più simile a quello di un parco a tema con accessi scaglionati piuttosto che ad uno di città vivibile ai suoi residenti.
Le istituzioni in pochi casi sono state in grado di intervenire su queste dinamiche, e soprattutto nelle città dall'economia e la struttura produttiva più potente e affermata. Nel caso di Parigi le diverse amministrazioni della città che si sono succedute hanno messo in campo politiche si sono attestate da lungo tempo su una linea di gestione del patrimonio immobiliare volta a mitigare gli effetti della rendita fondiaria e della proprietà. Ad esempio con una serie di misure che obbligano a garantire un minimo di “mixité sociale” su ogni lotto dedicato ad abitazioni, o qualche limitazione alle piattaforme come Airbnb. A Berlino si è registrata negli scorsi anni una sempre crescente carenza di abitazioni e di conseguenza una crisi nel settore degli affitti. Circa l'85% dei berlinesi affitta una casa o una stanza di questa, e il canone richiesto è aumentato in media del 71% dal 2009. Il governo ha reagito aumentando le tasse sulle seconde case e introducendo un permesso ufficiale obbligatorio per l'affitto di notti nel proprio appartamento ai turisti, aprendo una sorta di registro delle camere affittate su Airbnb. L'esito è stato quello di recuperare più di 8000 appartamenti per i residenti regolari dal 2014, quando sono state approvate queste nuove regole, ma l'emergenza non è affatto risolta.

Tesi 5: La turistificazione è un processo a somma zero
Ironia della sorte, molto spesso i processi di turistificazione, oltre ad essere narrati come a beneficio dell'interesse generale di una città, hanno anche l'effetto di fomentare divisioni interne alla popolazione. Nel caso di Marsiglia ad esempio, la volontà é stata quella di "riconquistare" il centro storico, "renderlo ai marsigliesi", come se gli attuali abitanti delle classi popolari non lo fossero. Finanziamenti e sgravi fiscali sono stati resi possibili a norma di legge per promuovere l'accesso alla proprietà immobiliare a classi sociali più agiate, iniziative come "Euroméditerranée" o "Opération Grand Centre Ville" hanno permesso di acquisire interi isolati e ristrutturarli (o più spesso per demolirli e poi ricostruire), con la volontà di ampliare il centro città. Ovviamente il processo non è neutro: ristrutturare spazi pubblici serve a renderli più adatti alle esigenze del turista che alle attività sociali esistenti, spesso classificate come "devianti" quando sono semplicemente alternative ad una indiscriminata messa a profitto del territorio.
A Lisbona, una nuova legge sui canoni degli affitti è stata approvata nel 2012, portando ad un brutale innalzamento degli affitti, colpendo sia le persone anziane che le famiglie che vivono con un salario minimo. La legge ha però avuto effetto anche su gran parte degli operatori nel commercio tradizionale, che da un momento all'altro ha visto aumentare tra 100% ed il 400% il costo dell'affitto dei loro locali. I luoghi di consumo si sono quindi giocoforza dovuti orientare alle esigenze del turista, imponendo prezzi proibitivi per la maggior parte delle persone che vivono a Lisbona. Il municipio ha anche sostenuto la concessione di licenze a diversi hotel nella zona storica della città, espellendo così i residenti locali e incoraggiando il modello degli affitti brevi. Fino ad arrivare ad oggi, al punto in cui ci sono già più di 10.000 case registrate come b&b o simili, con un sospetto monopolio in formazione dato che un gran numero di queste case registrate come abitazioni locali sono di proprietà di agenti privati che trovano qui la loro nuova attività di rendita.
Nel caso di Barcellona, questi processi sulla composizione dei residenti hanno agito immediatamente anche sulla linea del colore. L'aumento del turismo ha costruito le condizioni affinchè si invertisse il flusso dell'immigrazione giovanile proveniente dall'America Latina, attiva soprattutto nel settore artistico-culturale, che a pochi anni dalla crisi ha preferito ritornare nei propri paesi d'origine, piuttosto che vivere in una città dove si deve pagare almeno settecento euro d'affitto in una zona che va dal centro fino alla prima area metropolitana. Quartieri che fino a pochi anni fa erano residenziali, abitati in gran parte dalla popolazione migrante, oggi sono convertiti in aree dedicate al divertimento dei turisti e dei nuovi abitanti che possono permettersi i prezzi degli affitti, modificandone la composizione sociale. La difficoltà che viene registrata da alcuni degli intervistati, attivisti nelle loro città, è quella di fare comprendere a livello di opinione pubblica l'effetto di creazione di vincitori e vinti che deriva dalla turistificazione. Il caso di Barcellona è emblematico, con l'opinione pubblica che era schierata inizialmente a favore del turismo come generatore di occupazione e ricchezza per la città, mentre in seguito i suoi effetti sono divenuti chiari per buona parte delle persone che vivono in città, persone sempre più strette dalla morsa dell'impoverimento e dalla precarietà. A Barcellona ogni giorno o quasi si assiste a sfratti perchè molte persone non arrivano a fine mese e non riescono a pagare gli affitti, o perchè il proprietario vende gli appartamenti o addirittura edifici interi da destinare al turismo.
Diventa difficile pure individuare dei colpevoli nei piccoli affittuari. Stando sempre al caso di Barcellona, "considerati da una parte gli aumenti dei costi dell'alloggio negli hotel e dall'altra parte l'aumento della disoccupazione e della precarietà, l'affitto per i turisti è diventato una delle attività più redditizie che ci sono oggi nella città. Se infatti per i grandi privati l'affitto turistico è diventato un modo per aumentare esponenzialmente i profitti causando l'espulsione della popolazione verso la periferia, dall'altra si pone come un'alternativa al lavoro che in alcuni casi non riesce a coprire i bisogni delle persone, in altri diventa un'occasione per poter aumentare i propri profitti." I profitti derivanti dal turismo quindi sono anche visti come occasione di riscatto, in un processo di trasformazione economica che si lega ai processi di ristrutturazione capitalistica delle città e delle relazioni tra capitale e lavoro in senso ampio che esistono al loro interno. In città come Berlino, l'industria turistica è diventata tra le principali fonti di reddito per la popolazione meno agiata.

Tesi 6: La turistificazione è (anche) una questione di narrazione
La specifica questione della rigenerazione urbana, processo affatto neutro in termini di impatto sulla distribuzione della ricchezza, diventa di conseguenza un campo di battaglia, e come tale impone la costruzione di due schieramenti che si combattono. Emerge una concezione di decoro che è puramente cosmetica: a Lisbona da quando sono iniziate le grandi ondate di turismo, è possibile vedere secondo l'amministrazione "una città più pulita", nel senso che la polizia raccoglie i senzatetto delle aree centrali e li sposta in altri punti della città affinchè i turisti non abbiano la possibilità di vederli. Emerge quindi una differenziazione tra parti di popolazione, che ricalca quella che esiste tra vincitori e vinti della turistificazione.
Un fattore decisivo è quello del cosiddetto city branding, ovvero di come la città si propone all'esterno dal punto di vista comunicativo, sfruttando la sua storia politica e sociale piuttosto che la sua collocazione geografica o un suo tratto distintivo in ambito gastronomico, o artistico. Basti pensare ad esempio Berlino, e allo slogan "#FreiheitBerlin (freiheit sta per libertà). Lo sfruttamento della città “sopravvissuta a due dittature” si lega in maniera perfetta con l'apparente dominio di spazi liberi o di club gratuiti attraenti soprattutto per giovani in cerca di divertimento, in un superamento di quello che era il precedente slogan degli anni '90, ovvero “povera ma sexy” utile a simboleggiare il basso costo della vita in relazione alla rampante industria culturale in formazione.
Allo stesso modo il fado, tradizionale musica portoghese, è stato utilizzato come elemento su cui costruire una narrazione attraente di Lisbona, mentre a Bologna recentemente il cibo, declinato nel può utile turisticamente food, sia utilizzato alla stessa maniera. A Barcellona le istituzioni locali fin dalle Olimpiadi del 1992 hanno lavorato nella direzione della costruzione di un brand della città. Un modello che ha implicazioni anche sul rapporto capitale/lavoro, e non è dunque solo questione di marketing. Basti pensare a quanto successo intorno al Mobile World Congress 2016, evento di punta della programmazione fieristica della città e grande momento di afflusso in città, dove anche la sindaca municipalista Colau si è trovata direttamente in obbligo di difendere la necessaria stabilità nella gestione del flusso turistico, arrivando a dire nella discussione con i lavoratori dei trasporti metropolitani in sciopero che "lo sciopero non è compatibile con la negoziazione", poiché avrebbe messo in ginocchio la città.
Su questa necessaria stabilità da mantenere rispetto ai flussi turistici giocano i media, che delle narrazioni sono i principali attori. A Marsiglia, in un contesto complessivo dove non sono mancate – per onor di cronaca – voci critiche sulle conseguenze del turismo, alcuni pezzi di stampa hanno promosso l'évoluzione turistica della città, sia giocando sul campanilismo e quindi puntando sulla scalata delle classifiche internazionali, sia con campagne basate sulle ricadute economiche come quella in merito ai "150 euro a testa" che sarebbero spesi in città dai croceristi di passaggio, affermazioni prive di fondamento ma che come sappiamo ormai bene di questi tempi se vengono ripetute mille volte possono divenire anche vere e in seguito elementi di campagna di propaganda.
Molto spesso la caratteristicità di alcuni spazi di resistenza all'omologazione e alla turistificazione è stata anch'essa valorizzata dal punto di vista turistico, come ad esempio ci dice l'esperienza di Exarchia ad Atene, attraversata da ondate di quello che viene definito "anarcoturismo", ovvero di attenzione turistica rispetto a forme di organizzazione dello spazio differenti da quelle classicamente normate. Ondate che però hanno contribuito di fatto nel lungo periodo a snaturare quello spazio, che prendeva le mosse anche da livelli di solidarietà dovuti alla necessità di far fronte alla crisi economica.
Talvolta l'enfasi sull'attenzione alle periferie, e la volontà di ascoltarne la voce e di procedere alla loro "rigenerazione", può essere anche utilizzata per metterle a valore. Basti pensare all'amministrazione di Barcellona che ha approvato a gennaio 2017 il Plan Especial Urbanístico de Alojamiento Turístico: con questo piano vengono bloccate le costruzioni degli hotel nella zona centrale, ma viene dato il via libera per la costruzione nelle periferie. Cercando di arginare un problema, bloccando quindi la costruzione di nuovi hotel nelle aree più turistiche, non solo vengono aumentati i prezzi degli alloggi negli hotel ma si centrifugano gli effetti del turismo nelle periferie.

Tesi 7: la turistificazione intensifica il controllo poliziale degli spazi
In molti casi le trasformazioni tourist-oriented delle città comportano l'intensificazione di processi di militarizzazione degli spazi, fondati sulla protezione del turista (ovvero degli introiti economici che esso assicura con la sua presenza). Gli effetti però poi riverberano sulle vite di tutti i residenti, e sono da considerare un costo aggiuntivo per la popolazione ospitante. Spesso diventare “città turistica” significa infatti divenire obiettivo sensibile: esiste una correlazione molto chiara tra le città colpite ad esempio da attentati terroristici e l'esposizione del loro PIL al turismo. Basti pensare agli attentati sulla Rambla a Barcellona o a quello al Museo del Bardo in Tunisia.
Nassim Nicholas Taleb, in “Antifragile. Prosperare nel disordine" (Il Saggiatore 2013) ha ragionato sui processi di turistificazione leggendoli come focalizzati all'eliminazione del rischio di incertezze per il viaggiatore, alla rimozione delle casualità che si possono incontrare nel percorso di un viaggio. Strumenti come le guide di viaggio o applicazioni come TripAdvisor sarebbero in ultima istanza legati a questo aspetto, producendo una serie di itinerari codificati che propongono al turista un'idea predeterminata di città. Aldilà dalla messa a critica di un certo modo di viaggiare ed essere turisti, una forzatura di questo sguardo può aiutare a comprendere l'impatto militare maggiore sul territorio "turisticizzato": nulla deve accadere al turista, e compito di assicurare che ciò avvenga è dell'apparato poliziesco.
Gli attentati però non si possono prevedere: in quel caso, il comportamento delle istituzioni sembra orientato alla rimozione, al cercare di distogliere immediatamente l'attenzione da quanto avvenuto. Dopo l'attentato del 17 agosto 2017 a Barcellona si è assistito ad una forte spinta istituzionale al ritorno della normalità, legata ad una intensificazione del controllo militare dei territori. L'effetto è stato evidente soprattutto per i residenti impegnati in percorsi di attivismo sociale, che hanno subito un controllo rafforzato sulle attività dei loro percorsi politici soprattutto quando questi si ponevano l'obiettivo di portare “verso il centro” le loro rivendicazioni. L'Industria del turismo di massa, consapevole dell'inesistenza del “rischio zero” da un certo punto di vista sfrutta, più che subisce, la paura o lo shock per attaccare la legittimità e ridurre il terreno favorevole a qualsiasi appropriazione dello spazio urbano al di fuori di ciò che è considerato favorevole alla crescita dei profitti e al rafforzamento del branding cittadino.
Altro esempio del rapporto tra turistificazione e controllo poliziesco dei territori. A Berlino l’area del RAW di Revaler Straße, nota in tutta Europa per il numero maestoso di club e locali, interna al quartiere di Friedrichshain è stata di recente inserita all'interno dei cosiddetti "kriminalitätsbelastete Orte", ovvero “luoghi ad alta densità di criminalità” dove esistono regole speciali per la polizia, la quale ad esempio ha libertà indiscriminata di operare controlli senza alcuna reale e/o manifesta motivazione. Ciò è successo in parallelo al forte afflusso turistico nell'area, con le reti sociali che avevano sostenuto la vita del quartiere per decenni dilaniate dagli effetti delle crescenti rendite dell'affitto breve tramite Airbnb. L'afflusso massiccio soprattutto di giovani clubbers, in parallelo all'intensificarsi della crisi economica e dell'attacco repressivo sui migranti avvenuto anche in Germania, ha modificato la stessa composizione dei venditori di droga, disposti a tutto attirati dagli alti guadagni e molto più “duri” a causa dell'innalzamento dei “rischi del mestiere”.

Tesi 8: La colpa della turistificazione non è del turista
Come dare una lettura critica a questi processi? La risposta non è semplice. Inanzitutto vanno definiti i punti focali. Il primo che viene in mente è chiaramente il diritto all'abitare, messo sotto pressione in maniera evidente dai processi che abbiamo descritto. A Marsiglia sul tema del diritto all'abitare pensato in senso allargato come diritto alla non-espulsione dai propri quartieri oltre che dalle proprie case, si puo citare le attività dell'associazione "Un centre ville pour tous", che ha agito al fianco e in difesa degli abitanti espulsi dai loro alloggi negli ultimi dieci-dodici anni e che ora ha aperto una sorta di osservatorio permanente sul nuovo "Plan local d'urbanisme intercomunale" che è il progetto con il quale le istituzioni cittadine stanno immaginando ulteriori progetti di ristrutturazione della città.
A Barcellona in termini di pratiche la maggior parte degli sforzi sono dedicati al blocco degli sfratti, ormai quasi una dinamica quotidiana. Altre assemblee come l'ABTS (Assemblea dei Quartieri per un Turismo Sostenibile) cercano di muovere l'opinione pubblica a favore di una decrescita del turismo, altre come quelle per il diritto all'abitare invece si dedicano all'occupazione degli edifici disabitati di proprietà di grandi fondi finanziari per sottrarli alla rendita. Alcune sono forme di mobilitazione di grosso impatto: fa da esempio l'occupazione nel quartiere di Gracìa, a Barcellona, nel 2015, di un immobile destinato a divenire un nuovo hotel all'interno di un quartiere dove vi erano già decine e decine di strutture ricettive. Sullo striscione che campeggiava sul palazzo occupato, dove era stato aperto uno sportello di ascolto e di lotta per famiglie e singoli sotto sfratto, campeggiava la scritta "Un turista in più è un vicino in meno!". Il problema è che individuare nel singolo turista il problema o peggio ancora la controparte è quantomeno discutibile, se si prova ad affrontare la questione in maniera più approfondita, cercando le cause e non gli effetti dei processi che stiamo analizzando. E' necessaria una distinzione chiara tra lo sfruttamento del turismo nel segno della rendita e la legittima volontà di conoscenza di altri luoghi da parte di tutti e tutte noi.
In linea generale, i processi di turistificazione non possono essere slegati dal contesto in cui prendono forma, ovvero l'organizzazione dello spazio urbano dovuta allo sviluppo capitalistico tramite l'espropriazione e la messa a valore di porzioni di territorio. Non è niente di sconvolgente in termini di analisi. Il turismo è in sè inconcepibile al di fuori del rapporto che esso ha con il concetto di spazio, e questo stesso rapporto non può essere slegato dalla complessiva organizzazione della spazialità in senso capitalistico. Già David Harvey ha descritto i processi di sviluppo capitalistico attraverso le dinamiche di cristallizzazione spaziale – soprattutto in termini di infrastrutture - del capitale accumulato all'interno del ciclo di valorizzazione. Lo sviluppo intensivo dell'industria turistica potrebbe di conseguenza essere considerata un'ulteriore approfondimento dello sfruttamento e della ridefinizione dello spazio, e dei rapporti sociali che vi si sviluppano all'interno, in senso capitalistico.
Il tema dei trasporti, sollevato dal caso di Lisbona, è uno dei possibili temi di innesco di conflitti che mirino a combattere gli effetti negativi della turistificazione. Il finanziamento di alcune linee del trasporto pubblico rispetto ad altre, con la possibilità che quelle che servono i quartieri meno turistici possano affrontare chiusure o riduzioni della frequenza può essere immediatamente legata al cambiamento di intenzioni da parte delle amministrazioni dovuta al turismo. Altro campo è quello dei conflitti con le amministrazioni comunali rispetto ai privilegi concessi alle aziende digitali come Airbnb: nel nostro paese ad esempio diverse città hanno siglato accordi con la piattaforma al fine della riscossione della tassa di soggiorno, con Airbnb che a differenza del periodo precedente è costretta a versare direttamente ai comuni una quota su ogni pernottamento. Porre la questione di come quei fondi vengano utilizzati, esigere che vengano destinati a riduzioni dei canoni di affitto o dei costi delle utenze piuttosto che per sostenere le famiglie o i singoli affetti da morosità incolpevole potrebbe essere una vertenza utile per attenuare l'impatto della turistification.
Bisogna affrontare allora il problema con uno sguardo complessivo e strutturale, mirato alla contesa sullo spazio pubblico e alla lotta per scardinare dai territori la logica del valore di scambio che caratterizza i processi di mercificazione capitalistica. Evitando di bypassare una realtà dei fatti per lo meno complessa, nella quale i turisti sono nei fatti una fonte di reddito vitale non solo per le grandi strutture ricettive e i palazzinari, ma anche per tanti disoccupati o sottoccupati che hanno nella loro stanza o nella loro casa, magari neanche di proprietà, un mezzo fondamentale di sostentamento. Combattere le diseguaglianze e il peggioramento della qualità della vita nei luoghi turistificati va immaginato allora sempre assumendo come nemico e controparte non tanto il turista, ma i responsabili della gestione in senso capitalistico dell'industria del turismo, che sta affermando con la sua espansione un salto di paradigma che da un certo punto di vista dobbiamo ancora imparare a comprendere sia dal punto di vista della teoria che da quello della prassi.

venerdì 22 giugno 2018

La corruzione della scuola e dell'animo - Tommaso Bertollo



  

La scuola ha perso la bellezza e la potenza che erano state delle caratteristiche proprie sin dalla sua nascita. I filosofi e i dotti, consci dei pericoli che l’ignoranza e, ancor di più, la presunzione di sapere costituiscono, dedicavano gran parte delle giornate all’insegnare ai giovani ciò che avevano imparato e, nel farlo, ampliavano la propria conoscenza a loro volta. Questo, che sembra essere uno dei cardini su cui si dovrebbe basare ogni sistema educativo, si è andato a perdere col passare dei secoli.

L’istituzione, che dovrebbe essere il fiore all’occhiello di qualsiasi civiltà, è diventata la zavorra che ne frena invece il progresso: ogni bambino convinto di poter trovare nella scuola un luogo di confronto di insegnamento e apprendimento reciproco tra insegnanti e compagni è posto invece dinnanzi alla triste verità che dialogo e confronto, invece di aumentare di anno in anno, diminuiscono in modo esponenziale. E il danno maggiore ricade proprio su colui che è conscio dell’importanza che una cultura ampia e varia costituisce; questi, a seguito di anni di violenza perpetrata da un sistema educativo malato, risulta ormai privo della scintilla che animava in lui la voglia di imparare, e si ridurrà ad essere più simile ad un animale ben ammaestrato piuttosto che ad una persona in grado di agire e di pensare autonomamente.

Chi subisce questa sorta di violenza, così incarnata nella sua forma peggiore, tende a reagire in tre differenti modi: quello sopra descritto, in cui alcuni alunni promettenti per mancanza di sicurezza si rassegnano a far parte del sistema, che diventa così socialmente accettato; quello per cui molti non riescono a sviluppare autonomamente il piacere per la conoscenza, e quindi accettano il sistema educativo per quello che è, ciechi della bellezza che potrebbe costituire se fosse sviluppato nel modo corretto; infine, l’ultima reazione, che sembra essere quella più rara, consiste nello sviluppare una generale diffidenza e intolleranza nei confronti della scuola nella sua totalità. Questi ultimi alunni, scontrandosi con la triste realtà, non sono in grado di tollerare tanta corruzione condensata in una stessa istituzione e finiscono per divenire indifferenti ad essa; ma fortunatamente non lo diventano mai verso la conoscenza, tanto che, per migliorare la situazione, inevitabilmente si scontrano con la scuola e ancor di più con l'intera società di cui è parte.

Ciò che è più frustrante è che proprio la scuola — che dovrebbe dare le armi per cambiare ciò che nella vita di tutti i giorni non funziona — costituisce il problema.


L’insegnante troppo spesso non è in grado di avvalorare le proprie parole poiché anch’egli in realtà non ne conosce il significato. I concetti vengono mostrati come estranei a qualsiasi tipo di contesto pratico, e, per questo, la maggior parte delle volte essi non vengono compresi appieno dagli studenti (sono infatti costretti ad imparare a memoria formule di cui non colgono il senso). Inoltre, molti di coloro che hanno scelto di insegnare hanno avuto come unica motivazione quella di trovare un lavoro stabile, che potesse banalmente garantire loro una vita dignitosa, economicamente parlando, senza possedere una sincera vocazione per l’insegnamento o una passione vera per la propria materia di competenza.

Prova eclatante della decadenza del sistema scolastico è la riluttanza del professore ad ammettere un errore e a rendersi disponibile ad ascoltare lo studente. Questo fenomeno si manifesta come diretta conseguenza della fede che il professore nutre nei confronti del proprio ruolo: assumendo per vero tutto ciò che gli è stato insegnato, egli non accetta che lo si metta in dubbio, perché costituisce l’unico elemento che lo legittima ad insegnare. Così, si manifesta la volontà di ignorare la verità e di soffermarsi su ciò che più convince i presenti.

È paradossale il fatto che non solo chi ha realmente cambiato il mondo si sia sempre dovuto scontrare con la grande massa di chi condivideva idee a lui avverse, ma che, pur elogiando chi possiede una certa autonomia di pensiero, tutti cerchino di stroncare ogni accenno di idea che si discosti dalla quelle possedute malamente dalla massa. I ribelli come Galileo, Dante, Mandela, ecc. ottengono seguito e fama solo dopo avere attuato la propria rivoluzione, prendendo le distanze proprio da coloro che li hanno 'intralciati'.

La peggiore conseguenza del sistema educativo dei nostri giorni è probabilmente la perdita del coraggio di vivere la propria vita.



« Non fate mai nulla contro la vostra coscienza, anche se è lo Stato a chiederlo. » (A. Einstein)


Una spia nel mercato del lavoro - Michele Ragno




Essere presente al Salone del lavoro e della creatività a X (città non menzionata per evitare denunce, querele, minacce; anche se vi basterebbe una veloce ricerca internet per capire dove io sia) è una esperienza fondamentalmente rivelatoria.

Preso dalla curiosità di verificare se l’evento potesse essere una svolta decisiva all’interno della situazione socio-economica locale, mi sono presentato semplicemente, senza fare alcun colloquio, per osservare. Ovviamente sono rimasto sin da subito deluso nelle mie aspettative. 
I saloni del lavoro inquietano, perché stand che di solito offrono prodotti specifici (fiera dell'informatica, fiera dell'agricoltura con prodotti come PC, trattori e così via) si trasformano nel luogo del mercato umano, nel quale l'oggetto in vendita è l'uomo stesso e la sua forza-lavoro, spesso accettando di essere sottopagato. Mi sono infatti imbattuto in fiumi di gente in fila per fare un colloquio in un minuscolo stand, su minuscole scrivanie (che difficilmente hanno spazio per ospitare il logo aziendale) ad altezza gnomica. Una scena imbarazzante.

Giovani e meno giovani con i curriculum in mano ad aspettare anche ore di fila, tesi, pronti a dare la migliore impressione possibile: giacca, camicia e persino cravatta, gonne, tailleur. Tutto questo per nulla. Senza andare sulle lunghe, ciò che disturba è vedere tanta speranza, ambizione di miei giovani connazionali, presi in giro da questa grande buffonata. Adesso vi spiego perché. Questo evento rappresenta il mercato del lavoro italiano: inesistente e rivolto solo agli interessi delle grandi aziende sfruttatrici e mai dei lavoratori. Il sostegno (mai disinteressato) dell’università locale e di varie aziende, che hanno offerto la presenza di alcuni loro dipendenti per fingere di star facendo un vero colloquio è tutto rivolto alla pubblicità che esse ricevono da quest’evento. Volete sapere cosa offrono in cambio? Lavoro? Assolutamente no. L’illusione di lavoro. L’unica possibilità abbordabile è il solito “porta-a-porta” (che sfrutta te e ti induce a manipolare i tuoi clienti per qualche spicciolo), che il ragazzo super-professionale delle risorse umane ti offre con una veemente supercazzola come se fosse il lavoro della tua vita («noi siamo in partnership con aziende come Juventus, Lavazza, Nike». Strano per un’agenzia che si occupa di montaggio di impianti idraulici…).

Le uniche persone che hanno veramente ricavato una occasione lavorativa da questo evento sono i soliti parcheggiatori abusivi pronti a rigarti la macchina se non stai alle implicite regole della mafia.

Addio Salone, spero di non incrociarti mai più!


giovedì 21 giugno 2018

La pistola per l’elettroshock da strada - Piero Cipriano



Genova. Jefferson Garcia, ventunenne ecuadoriano, non era, come scrive Il fatto quotidiano, “in cura per problemi psichici”. Lo confermano gli psichiatri del territorio genovese. Non era conosciuto ai servizi di salute mentale. La madre chiama il 112 per una lite domestica. Jefferson, ebbro o forse sotto l’effetto di droghe, con un coltello minacciava di uccidersi, perché la moglie era andata via di casa. Di qui a parlare di TSO ce ne vuole. Ma, certo, soprattutto chi si occupa di informare, dovrebbe provare a non essere un portatore giornalistico di stigma, e sapere che il Trattamento Sanitario Obbligatorio è stabilito da due medici, il primo lo propone dopo aver visitato il paziente, il secondo lo convalida, poi il sindaco del luogo emette l’ordinanza (solo allora è TSO), infine un giudice tutelare stabilisce che il TSO è stato fatto a norma di legge, dunque convalida o rigetta. Quattro attori che, nel caso del TSO millantato del ragazzo ucciso non sono mai intervenuti. Allora non si può gridare superficialmente sconsideratamente allarmisticamente all’ennesima morte da TSO. Questa è una morte da polizia. Ricapitolando: viene chiamato il 112 per un ragazzo che minaccia il suicidio se sua moglie non torna a casa. Un medico che stabilisce la natura (psichica o tossica) della crisi, non ha fatto in tempo a vederlo, perché il ragazzo viene ucciso prima. Scrivere morto per TSO è una inferenza in malafede. I poliziotti intervenuti spruzzano sul suo viso del ragazzo uno spray urticante. Questo gesto invece di ridurlo a più miti consigli determina una escalation. Con il coltello da cucina che prima indirizzava a se stesso colpisce un poliziotto. Il collega più giovane, impaurito, spara cinque colpi. Deve essere talmente preso dal panico, per sparare cinque colpi, al corpo del ragazzo, colpendo perfino il suo collega. Il ragazzo muore. E questa morte viene narrata non come ennesimo caso di brutalità discrezionale della polizia. Non come conseguenza del cicalare razzista e xenofobo di questi giorni. Niente di tutto questo. E’ la morte di uno straniero matto, forse drogato. Morte di un reietto dal triplice stigma. Rispetto al quale cos’altro potevano fare i due fedeli servitori dello stato intervenuti con eroismo e coraggio? Il neo-ministro che gioca a fare il duce si dice vicino “come un papà” al poliziotto ferito che ha fatto il suo dovere. Questa madre che invoca giustizia non merita la sua vicinanza. Il ministro è papà solo per i poliziotti feriti. Lo straniero ucciso non merita parola.
Quale sarà la conseguenza di questo evento? Il neo-ministro Salvini e il capo della Polizia Gabrielli sono già d’accordo nel dotare le forze dell’ordine di pistola elettrica. La cosiddetta Taser. Sostengono che se i poliziotti ne fossero stato provvisti, Jefferson non sarebbe morto e uno dei due poliziotti non si sarebbe ferito.
Ma cos’è questa pistola elettrica? Jack Cover, scienziato aerospaziale, inventa il Taser negli anni 70. Avrebbe dovuto essere usata dalle forze di sicurezza in situazioni di emergenza, come i dirottamenti aerei, essendo un’alternativa non mortale alle pistole. Taser è acronimo di Thomas A. Swift’s Electronic Rifle (in italiano sarebbe: fucile elettronico di Tomas A. Swift). E’ una saga d’avventura, dove un personaggio, Tom Swift, inventa un’arma, che chiama fucile elettrico, per uccidere cannibali pigmei e animali selvatici africani. Potremmo dire che sembra l’arma ideale per gli inferiori, per gli anormali. Le Taser all’inizio vengono classificate come armi da fuoco, perché nella versione originale utilizzano polvere da sparo per sganciare dardi elettrificati. Nel 1993 la polvere da sparo viene sostituita con azoto compresso, e ciò rende la pistola conforme alle normative sulle armi da fuoco. Le Taser hanno due modalità: “dardo” e “drive stun”. Il primo spara due dardi elettrificati, con forza tale da penetrare i vestiti e rilasciare una scarica elettrica di 50.000 volt. La corrente scorre nel corpo della vittima finché l’agente tiene premuto il grilletto, con effetto neurolettico (ovvero di paralisi del sistema nervoso) potremmo dire, giacché impedisce qualsiasi movimento e causa spasmi muscolari. In modalità “drive stun”, invece, la pistola viene premuta direttamente contro il corpo. Nel 2007, il Comitato delle Nazioni Unite contro la Tortura manifesta preoccupazione per l’utilizzo di queste armi, in grado di causare dolore estremo fino al decesso. Gli esperti però sostengono che a causare il decesso non siano gli effetti del Taser ma la “sindrome da delirio eccitato” (ricordo che quando morì Andrea Soldi nel 2015 si disse che era morto per questa sindrome, diagnosi di copertura con cui risolvere incidenti in cui sono coinvolte le forze dell’ordine; è stata tirata in ballo anche per la morte di Riccardo Magherini e molti altri), fantomatica sindrome non riconosciuta né dall’Associazione Medica Americana, né dall’Associazione Americana di Psichiatria, né dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Tuttavia citata come causa del decesso in 75 dei 330 casi collegati al Taser tra il 2001 e il 2008. Douglas Zipes, esperto di elettrofisiologia e dell’influenza degli impulsi elettrici sul cuore, ha analizzato il rapporto tra Taser e morti improvvise. I Taser, afferma, possano provocare l’arresto cardiaco, e tirare in ballo la sindrome da delirio eccitato in caso di decesso riconducibile a questa pistola è solo un modo per scagionare Taser International da azioni legali.

Perché sono ateo - Ricky Gervais

Fondi avvoltoio, «aiutiamoli a casa loro» - Marco Bersani



Mentre col cuore siamo a bordo dell’Acquarius e con la mente sognamo una manifestazione nazionale che abbia come striscione di apertura: “Stranieri, non lasciateci soli con questi italiani”, ecco un modo immediato e concreto di “aiutarli a casa loro”: fare come in Belgio e dire un chiaro stop ai Fondi avvoltoio.
E’ di questi giorni la notizia della sentenza della Corte Costituzionale belga che, respingendo il ricorso di Nml Capital, fondo avvoltoio con base alle isole Cayman e di proprietà del colosso statunitense Elliott (recentemente entrato nel capitale sociale di Tim), conferma la legge approvata all’unanimità dal Parlamento belga nel 2015.
La legge applica una raccomandazione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite che “impegna gli Stati a implementare quadri giuridici che restringano le attività predatrici dei fondi avvoltoio nelle loro giurisdizioni”; in particolare, impedisce ai fondi di ottenere rimborsi superiori al prezzo di acquisto dei titoli bloccando di fatto ogni possibilità di speculazione.
Ma cosa sono i fondi avvoltoio e come operano?
Tecnicamente si tratta di fondi di investimento specializzati in “investimenti in difficoltà” ma gli addetti ai lavori li chiamano vulture funds, ovvero fondi avvoltoio, perché se iniziano a volteggiare su una società è perchè sentono l’odore delle carogne, siano esse i crediti in sofferenza delle banche o le compagnie industriali sull’orlo della bancarotta.
Una delle attivtà su cui si sono specializzati, sempre con le medesime modalità, è l’acquisto a prezzo scontato del debito pubblico di Stati in default, per poter poi citarli in giudizio ed ottenere il rimborso integrale del valore nozionale del debito e degli interessi conseguenti.
L’esempio più famoso riguarda il defalut argentino, quando alla fine del 2001, il governo Kirchner dichiarò bancarotta e avviò una drastica riduzione del debito di circa il 70% (l’operazione si chiama tecnicamente concambio, ovvero la sostituzione delle obbligazioni in default con nuovi titoli a rendimento inferiore e a scadenza differita). Solo il 7% dei creditori non accettò la nuova offerta. Fu a quel punto che arrivarono i fondi avvoltoio – Nml Capital in primis – che acquistarono i bond argentini a prezzi stracciati, fecero causa al governo argentino, presso la corte distrettuale di New York, e la vinsero. L’operazione fruttò ai fondi avvoltoio profitti del 1600%. D’altronde il motto di Paul Singer, miliardario e proprietario del fondo Elliott, è “mettere pressione sulla preda”.
Ma innumerevoli sono le situazioni in cui questa formula si è ripetuta, mettendo in ginocchio interi Stati e popolazioni: basti pensare alla Repubblica del Congo che, nel 2002, dovette pagare ai fondi Kensington e FG Hemisphere l’equivalente di 7 punti percentuali di Pil e circa un quarto della propria spesa pubblica.
La sentenza della Corte Costizionale belga è dunque fondamentale per la lotta contro i creditori illegittimi, che a livello internazionale è da anni attiva e che ha già ottenuto importanti risoluzioni: dalla cosiddetta Addis Abeba Action Agenda adottata dall’Onu nel 2015 alla recente risoluzione del Parlamento Europeo (17 aprile 2018) che chiede espressamente agli Stati membri dell’Unione Europea di legiferare contro le speculazioni dei fondi avvoltoio, ispirandosi direttamente alla legge belga.
Ecco un modo immediato per “aiutarli a casa loro”: approvare un provvedimento normativo il cui testo è disponibile con un semplice copia-incolla e il cui costo sarebbe oltretutto pari a zero.
Missione forse impossibile per chi ha fatto della forza coi deboli e della debolezza coi forti la propria cifra di governo.
Con Valencia nel cuore.

mercoledì 20 giugno 2018

Bozza di parole per dirlo - Alessandro Gilioli


Capire quello che è successo e sta succedendo in Italia è complesso ma non è complicato. Intendo dire: la situazione in cui ci troviamo è frutto di molte concause, ma non è poi difficile provare a vedere quali sono e come si sono intrecciate. Tra l'altro alcune di esse sono comuni ad altri Paesi dell'Occidente.
Proviamo quindi a dipanare la matassa attraverso alcune parole (sì, lo so che ne mancano molte altre: questa è solo una bozza, un'ossatura assai parziale a cui aggiungere se volete le vostre, di parole).

Paura.
La prima parola è questa e mi scuso della scarsa originalità. I mutamenti veloci degli ultimi anni - tecnologici e quindi economici, strutturali e quindi sociali - hanno generato paura. Paura per il proprio presente e per il proprio futuro. Paura di perdere quel relativo benessere, quella relativa sicurezza e quel relativo welfare che avevano costituito le fondamenta del nostro vivere insieme per più di mezzo secolo. Paura che da un po' le cose stiano andando sempre verso il peggio e ancora peggio andranno. Paura di perdere quello che si era conquistato, spesso con fatica. Paura per la propria vecchiaia e per i propri figli. Paura per l'incertezza, cioè il sentirsi dispersi e abbandonati in mezzo alle onde, alle correnti che arrivano da chissà dove e che non si riescono più a governare. Non sapere nemmeno più chi si è, trascinati qua e là da questi marosi. Quindi perdita di identità e disperato tentativo di ritrovarla da qualche parte. Infine, la sensazione altrettanto paurosa che non ci sia più un rapporto tra il proprio impegno (i propri sforzi, i propri studi, il proprio lavoro) e gli effetti, i risultati per noi. La paura crea rabbia reciproca e un gigantesco "si salvi chi può": tra individui, tra categorie, tra Stati. E in condizione di paura, il penultimo attacca l'ultimo, sempre.

Cecità.
Cioè la cecità di chi, in politica, questo processo non lo ha visto, nonostante non mancassero le menti lucide che li mettessero in guardia, da Bauman giù giù fino ai Social forum d'inizio millennio. Invece no: i decisori politici, in Europa come negli Stati Uniti, hanno continuato a pensare alla globalizzazione come a un processo a somma positiva più o meno per tutti, anche sul breve: i lavori perduti sarebbero stati sostituti rapidamente da quelli nuovi (più divertenti e creativi, magari anche in grado di produrre più fatturati e quindi meglio pagati), il modello fisso del '900 - "blue collar " o "white collar" - avrebbe lasciato spazio a una cangiante e vivace società dell'accesso e della felice trasmigrazione da un impiego all'altro. Mai errore fu più grossolano: i grandi cambiamenti sono per antonomasia crisi e le crisi fanno le loro vittime. Se queste diventano troppe, crolla tutto.

Potere.
Tra gli effetti collaterali della globalizzazione c'è stata anche la separazione tra democrazia e potere. Siamo stati convinti per tutto il '900 che le democrazie esercitassero il potere. A un certo punto non ha più funzionato così, o ha funzionato così sempre meno. Ogni democrazia ha iniziato a dipendere sempre di più da motori esterni: i mercati, i creditori, gli speculatori, le fonti energetiche, le materie prime, le cessioni di sovranità "dal più piccolo al più grande", inevitabili in un mondo fattosi quartiere. Quando si vede che le democrazie sono troppo deboli per contrastare queste forze, viene automatica la tentazione di affidarsi a un leader muscolare, a un capo carismatico: si pensa che questo avrà la voce abbastanza grossa per riuscire laddove la democrazia non riesce più, cioè a proteggere i miei interessi dai flutti e dai marosi.

Ricchi.
C'è una fetta minoritaria di persone, in Occidente, che da tutto quanto sopra non ha avuto svantaggi ma cospicui vantaggi. Sono quelli che erano già nel 2-3 per cento di popolazione più ricca ma anche quelli che, provenienti dal ceto medio, non sono stati ingoiati verso il basso come la gran parte dei loro pari ma sono invece entrati a far parte dei "new luckies". Spesso con ottimi rapporti (anche lobbistici) con le sedi del potere economico e politico, questi signori non hanno mosso un dito per governare diversamente i processi di cui sopra, anzi. Quindi hanno contribuito, come complici, all'esplosione in corso. Loro, come i loro referenti politici.

Semplificazione.
Quanto più la realtà diventa complessa, quanto maggiore è la pulsione verso la semplificazione. Questa è una reazione normale. "Non stiamo lì a fare tanti discorsi", "la verità e che..." e così via. La semplificazione trova il suo scivolo naturale nei media vecchi e nuovi: i talk show (dove lo slogan secco ridicolizza il ragionamento) e nei social network, specie Twitter che sembra inventato apposta per banalizzare. La semplificazione estrema mortifica ulteriormente la democrazia, riducendo gli elettori a tifosi in curva, i quali proprio come allo stadio rifiutano il ragionamento, per affidamento fideistico.

Identità 
Oltre che con l'affidamento settario, si cerca di recuperare l'identità perduta in tempo di naufragio anche in altri modi. La Lega, in Italia, fu la prima a farlo: quando si inventò l'identità padana. Oggi quella costruzione farlocca è stata abbandonata a favore di un'altra che invece almeno ha il merito di esistere, più o meno, cioè l'identità nazionale e nazionalista. In realtà l'Italia è un paese di unificazione politica e linguistica recente quindi di identità fragile. Gli storici insegnano che più l'identità è fragile, più questa diventa livorosa se non aggressiva: e non a caso il fascismo e il nazismo sono nati nei due Stati d'Europa che si erano unificati più tardi. In più l'Italia è paese di campanili, di rivalità territoriali, di grandi forbici economiche tra nord e sud, insomma la nostra identità è piena di cerotti. Più sono i cerotti, più si cerca di sopperire a queste fragilità urlando il proprio nazionalismo (e passando rapidamente dall'automortficazione all'autoesaltazione e viceversa). Poi, qui da noi c'è un combinato disposto tra questa questione e quella del punto 1, cioè i mutamenti globali recenti: sicché non è un caso che ad avere successo, in Italia, siano stati i due capi nazionalisti emersi dopo la prima globalizzazione (1840-Prima Guerra mondiale) e ora, durante la Seconda. Sto parlando, ovviamente, di Mussolini e Salvini.

Partiti.
In tutto questo, poi, c'è la "politique politicienne", quella dei partiti. E anche qui ci sono eventi mondiali che si mescolano a particolarità tutte italiane. Ad esempio: abbiamo avuto il più grande partito comunista d'occidente - che al tempo fagocitava ogni altra sinistra o quasi - il quale dopo la Caduta del Muro non ha più trovato una sua ragion d'essere se non nella emulazione appena più smussata del suo avversario storico, la destra economica. In assenza di un progetto sociale, ha perso l'anima e il senso, la ragione d'essere. (Non con Renzi dunque, ma già prima. Renzi ha portato a compimento il suicidio -rimandato di due decenni solo grazie al compattamento contro Berlusconi - promettendo un futuro radioso proprio dentro quei cardini ideologici di "globalizzazione-competizione-lavoro liquido" che stavano per essere travolti. In più, Renzi ha creato enormi aspettative, incarnate nel 40 per cento di quattro anni fa, e nulla come le aspettative deluse provocano una reazione di rigetto). Comunque: mentre la sinistra storica andava suicidandosi perdendo la sua ragion d'essere, è nata una forza di protesta e di rifiuto, liquida e postideologica (il M5s) rivelatasi tanto capace di incamerare il disagio sociale quanto poi incapace di incardinarlo in un sistema di pensiero, in una visione di società. E qui si spiega facilmente il suo essere ingoiato ogni giorno di più da un partito e da un leader che invece sono fortemente ideologici e strutturati, che hanno una precisa (per quanto personalmente io la trovi vomitevole) visione di Paese, che ha radici solidissime. E quando un partito solido incontra un partito il gassoso, il partito gassoso è già morto.
Tutto ciò porta al fascismo?
Mah.
Credo che stiamo usando questa parola per somiglianza, per approssimazione, per la naturale tendenza a ricorrere a vocaboli già noti quando arriva qualcosa che ancora non sappiamo definire bene.
Certo è però che c'è qualcosa in comune fra Trump, Erdogan, Putin, Salvini, Orbán (ma ci metterei anche l'indiano Modi). Qualcosa in cui si mescolano nazionalismo, autoritarismo, muscolarità, sprezzo verso le deboli istituzioni della democrazia, settarismo, manicheismo, identitarismo come corazza e semplificazionismo come valore (quindi anti intellettualismo).
Auguri a chiunque, in tutto questo, continua comunque a provare a pensare.