Professore
di Diritto ed Economia nel carcere di Rebibbia
Ci dev’essere
qualcosa che non funziona nei meccanismi dei regimi che si vantano di essere
democratici
Premessa
necessaria: tra i miei amici più cari, tra le persone migliori che conosco, con
cui è veramente stimolante instaurare un confronto su questioni anche di
massima rilevanza, molti non hanno un titolo di studio corrispondente
alle proprie conoscenze e competenze. Al contrario ho purtroppo conosciuto
molti laureati che si sono rivelati profondamente ignoranti, al
punto da farmi domandare come mai di tutti quei libri in qualche modo sfogliati
non fosse rimasto assolutamente niente in quelle teste vuote.
Posso
aggiungere, dall’alto dei miei oltre trent’anni di insegnamento, che la scuola non
ha gli strumenti per dare una misurazione esaustiva del valore reale
delle persone. Ci sono tanti casi di ottimi studenti che non hanno uguale
successo in termini di socialità e non riescono a mettere in pratica nel mondo
reale e lavorativo quanto avevano imparato. Di contro, pessimi elementi a volte
dimostrano stupefacenti capacità in ambiti diversi dalla
scuola. Meloni, che spaccia un istituto professionale per un liceo linguistico,
ha dimostrato inaspettate competenze in materia costituzionale
quando si è trattato di proporre le sue riforme. Berlusconi, che pure vantava
una laurea in Giurisprudenza, prendeva degli sfondoni spropositati.
Detto ciò,
mi sento di dover dire qualcosa a proposito del livello eccezionalmente
basso in cui è sprofondata l’attuale classe politica e dirigente (non
solo italiana, purtroppo). Sarebbe troppo facile e financo ingeneroso fare un
paragone con l’Assemblea costituente, da cui nacque la nostra repubblica. Tra
coloro che furono eletti il famoso 2 giugno per scrivere la Costituzione, i
laureati raggiungevano l’iperbolica cifra del 94,5%.
Ora il
sopraccitato Berlusconi, che già di suo non era una cima al livello accademico,
ci ha lasciato un’eredità poco invidiabile di giornali, tv e
un intero sistema mediatico in cui l’ignoranza e l’incultura dominano
impunemente e addirittura con una certa disinvoltura e allegrezza. I
figli, che hanno il controllo non solo dell’azienda di famiglia ma in qualche
modo della intera coalizione di centrodestra (non limitandosi
alla sola Forza Italia), hanno avuto un percorso di studi a dir poco travagliato e
mai concluso neanche lontanamente con la laurea.
Nicole
Minetti, inopinatamente tornata alle cronache, dichiarò candidamente di essere
stata bocciata alla maturità. Salvini neanche a dirlo, basta
guardarlo in faccia. Abbiamo toccato primati negativi con la terza media della
ministra Bellanova e del tesoriere dei 5stelle Battelli. Già D’Alema si era
fermato al diploma di maturità, ma almeno ai suoi tempi c’erano le scuole
di partito. E comunque un buon diploma di una volta valeva più di una
laurea di oggi.
Al netto del
discorso da cui siamo partiti, per cui il titolo di studio non è indicatore
necessario e sufficiente, mi pare evidente che nelle nostre società si
riscontrano problemi di selezione della classe dirigente. La
questione investe soprattutto la politica e il settore pubblico, molto meno le
aziende private. Ci dev’essere qualcosa che non funziona nei meccanismi dei
regimi che si vantano di essere democratici, se è vero che diversi regimi
autoritari sparsi per il mondo possono vantare corpi diplomatici più
qualificati e avveduti dei nostri.
La politica
estera di dittature come quella cinese, russa, iraniana, turca, persino pachistana,
sembra più efficiente di quella di Tajani o, al livello
europeo, di Kaja Kallas. Sull’amministrazione americana sarebbe molto più
complicato esprimere un giudizio, ma certo la superficie che emerge con le
sparate di Trump non è delle più rassicuranti.
Il discorso
si farebbe molto lungo ma, per chiudere, mi piace richiamare il giudizio che
diede Benedetto Croce a proposito del fascismo (da cui peraltro non era troppo
distante dal punto di vista ideologico, almeno nella fase iniziale): come
ricorda Franco Cordero, il filosofo abruzzese parlava di “un regime asinino
temperato dalla corruzione”. Fantastica definizione, che ben si
attaglia alla società di oggi. Dal sogno della fantasia al potere siamo
piombati agli asini al comando.
Così come si narra nella leggenda secondo cui scoperchiando il vaso di Pandora ne sarebbero fuoriusciti tutti i “mali del mondo”, nella realtà del nostro paese, appena si trova una traccia di “malaffare e malversazione varia”, ecco che ne fuoriescono (come nella leggenda del vaso), fatti e personaggi che definire “strani” è ben poca cosa.
Lo sdoganamento della destra exfascista e neofascista, compiuto attraverso l’elezione del primo governo Berlusconi, la loro entrata nell’agone politico-amministrativo nostrano (che ha poi comportato l’elezione o la nomina di sindaci, di ministri, di sottosegretari e di amministratori pubblici di vario grado e genere, etc…), ha fatto emergere un’area sociale che o si credeva dispersa, oppure non più in grado di nuocere perché affogati nella “melassa” perbenista o nella dimenticanza!!
Ancora non si sono chiariti tutti i retroscena che hanno accompagnato gli anni della “strategia della tensione” (stragismo, servizi deviati, indagini depistate, omicidi di esponenti “scomodi” ecc… ecc…), che adesso sta emergendo un’altra strategia!
Strategia e progetto messi in opera a partire dalla seconda metà degli anni ’70 per combattere e ridurre allo stato “di totale impotenza”, interi settori sociali e giovanili, che avevano osato ribellarsi e rifiutare lo stato di cosa allora presente nel paese. Ci riferiamo all’operazione denominata Blue Moon e all’impatto che ebbe sui movimenti degli anni ’70
Abbiamo appreso delle dichiarazioni che il testimone Roberto Cavallaro ha reso nel processo a Brescia sulla strage di Piazza della Loggia (avvenuto il 28 maggio 1974, ad opera di un gruppo neofascista). “Non ha dubbi Roberto Cavallaro, ex sindacalista della Cisnal, sentito ieri nell’ottantaquattresima udienza del processo per la strage di piazza della Loggia: Ordine Nuovo era legato a doppio filo con i servizi segreti deviati. Una convinzione che deriva dalla partecipazione diretta a un determinato ambiente e non da voci raccolte tra i militanti dell’estrema destra. Cavallaro che ha collaborato dal ’71 al ’73 con il Sid (servizi di sicurezza), tra le sue dichiarazioni ha anche rivelato che: «Con l’operazione Blue Moon si voleva promuovere la diffusione di droga per limitare la ribellione dei giovani”.
Ma all’origine era l’operazione Chaos (dalla quale è poi stata realizzata l’operazione denominata Blue Moon), un’iniziativa “coperta”, ossia segreta, messa in atto dalla CIA nel 1959, inizialmente nata per contrastare gli avvenimenti che avevano portato al potere Fidel Castro a Cuba e che prevedeva l’infiltrazione tra gli “esuli” anticastristi (in previsione dell’operazione fatta poi con lo sbarco della Baia dei Porci nell’aprile del 1961, operazione militare appoggiata dalla Cia per rovesciare il governo di Fidel Castro). Tutto questo si può vedere nei documenti desecretati dal governo USA (CIA ed altre sezioni speciali) a questo link: (http://www.serendipity.li/cia/lyon.html).
Vista la “buona” riuscita dell’operazione, si è pensato successivamente di avviarla su larga scala, soprattutto quella europea, che allora, era attraversata da grandi movimenti giovanili di contestazione radicale contro i rispettivi governi – i movimenti del’68 in Francia, Italia, Germania e poi il movimento del ’77 italiano. E’ iniziata così una operazione “coperta” che prevedeva l’infiltrazione e, soprattutto, la diffusione di “sostanze” psicotrope, LSD, droghe leggere e pesanti (eroina, morfina, marijuana), pasticche anfetaminiche di vario tipo ed effetto (benzedrina, metedrina ecc..).
Ciò aiuta a capire come (del tutto inconsapevolmente), ampi settori sociali giovanili negli anni ’70 si siano fatti irretire o affascinare da comportamenti ritenuti alternativi, antagonisti o di grande valore estetico!!!
Da una indagine sviluppata nell’area metropolitana di Roma (http://www.altrestorie.org/news.php?extend.114), si mette in evidenza come nel 1970 nella capitale fossero schedati “solo” 560 tossicomani al di sotto dei 25 anni. Nessun eroinomane. L’eroina, a Roma, era ancora una sconosciuta.
L’ inchiesta rileva: “Che cosa è successo tra il ’70 e il ’75, a Roma e in Italia? Il ’75 è l’anno dei primi morti di eroina: l’opinione pubblica è traumatizzata. Ma l’eroina non è arrivata misteriosamente, a caso, tutto d’un tratto. Le tre notizie che abbiamo riportato sono legate a filo doppio. Nel 1970, l’equipe di ricercatori presso il Centro per le tossicosi da farmaci stupefacenti e psicotropi ha avuto modo di accostare un vasto campione di giovani tossicomani romani: 142”.
E ancora “Tutti questi ragazzi (meno di 25 anni) usavano “droga pesante”: non oppio e morfina, ma anfetamine, barbiturici e ipnotici non barbiturici; tutti erano “tossicomani”: avevano un livello notevole di dipendenza fisica ed erano pesantemente coinvolti nell’esperienza, spesso travolti da essa. Gli stati mentali in cui una persona viene portata da dosi “pesanti” di anfetamina e barbiturici (o ipnotici non-barbiturici, come il metaqualone) sono fortemente confusionali; molto raramente un individuo, anche molto “allenato” riesce a controllare l’esperienza o a mantenersi lucido”.
Una connessione evidente con gli sviluppi del progetto Chaos è data da quanto riportato nel documento summenzionato, quando si riferisce che: “All’epoca ci fu una colossale operazione della sezione narcotici che su un “barcone”, ancorato presso il fiume Tevere, fermò e arresto con l’accusa di detenzione di sostanze stupefacenti decine di giovani romani, perlopiù appartenenti alla generazione cosidetta “hippie” o “beat”. La colossale montatura, del “Tempo” coadiuvata in questo dal servizio segreto del SID, aveva scopi politici precisi: tenere le decine di migliaia di studenti medi, in un periodo particolarmente combattivo, sotto il mirino della repressione, coi poliziotti davanti alle scuole, e genitori, comitati e presidi mobilitati in funzione antidroga; e, sul versante droga, determinare il modello di sviluppo del mercato. I carabinieri costituiscono Nuclei Antidroga in tutta Italia; lavorano gomito a gomito col Narcotic Bureau; intrattengono rapporti continui con l’Ambasciata americana, diretta dal filogolpista, ambasciatore Graham Martin, amico del generale Miceli (al quale ha fatto versare 500 milioni, secondo il Rapporto Pike del Senato USA); e inviano uomini in USA ai corsi specializzati nelle tecniche di infiltrazione; il capitano del Nucleo, Servolini, è stato numerose volte presentato come fascista e non ha mai smentito: per esempio, nella controinchiesta La strage di stato e su “Notizie Radicali”; secondo “Lotta Continua,” avrebbe protetto la spedizione delle guardie forestali contro la RAI-TV nella notte del golpe di Borghese (cfr. “Lotta Continua,” 4 ottobre 1975, p. 2); la caserma di Servolini sta a pochi metri dalla RAI; il famoso proclama agli italiani di Borghese cominciava ricordando un’Italia ridotta a “popolo di drogati, devastata dagli stupefacenti e dal comunismo.” Siamo nel periodo d’oro del generale Miceli e dei suoi rapporti privilegiati con i politici e con l’ambasciata americana.La grande paura della droga scatenata dal caso “Barcone” provoca degli effetti scientificamente prevedibili: interessa alla droga, artificiosamente, centinaia di migliaia di giovani sprovveduti, attirati dalla curiosità; è il concetto, teorizzato in America di “scare”; “nella storia della droga in America – dice Victor Pawlak, Direttore della “Do It Now Foundation” – abbiamo visto che i grandi boom dell’uso di certe sostanze sono stati provocati da qualche campagna di stampa che ha fatto detonare un panico di massa nella popolazione adulta e una curiosità artificiale nella popolazione giovane.” .
Sempre su questa falsariga si evidenzia anche come: Il lavoro, capillare e massiccio, dei “giornalisti d’assalto, funziona su un doppio livello:
a) Influenzare direttamente la burocrazia statale, i carabinieri e le forze di polizia sensibilizzandoli ancora di più alla repressione dura contro i capelloni e i drogati e fornendo loro una copertura politica.
b) Influenzare l’opinione pubblica, a livello di massa, imponendo anche in Italia il mito della marijuana come droga assassina (…)
Un altro studio (www.moviesport.net/vecchienuovedroghe/vecchieenuovedroghe.pdf), sempre sui comportamenti giovanili e loro “usi e costumi” analizza il fenomeno “droghe” in veloce sviluppo, si vede la storia che ha sviluppato, in senso anti-movimento, la diffusione massiccia di sostanze che aveva come unico scopo quello di allontanare settori sempre più ampi di giovani dalla partecipazione a forme di contestazione del sistema politico vigente allora: “Si può ben dire che il problema “droghe d’abuso” ha attraversato la società occidentale in forma esplosiva; il fenomeno era sporadico e circoscritte a sparute avanguardie culturali fino alla II Guerra Mondiale, mentre ha assunto una diffusione massiva nell’intero mondo occidentale in relazione al maggior benessere, ai rivolgimenti sociali, alla globalizzazione dei consumi e dei comportamenti”.
Omettendo le radici storiche (mistico-religiose) del fenomeno ‘droga’, le tappe recenti possono essere così sintetizzate:
• Primi del ‘900: la rivoluzione industriale
• L’uso bellico (eroina + cocaina)
• La diffusione delle droghe d’abuso nelle ‘società del benessere’ (StatiUniti verso Europa); il movimento hippie e la diffusione degli allucinogeni e della cannabis
• In Italia anni ’70: diffusione delle amfetamine, da prescrizione medica; inizio della diffusione dell’eroina
• Fine anni ’80: comparsa dell’“ice” (d-metil-amfetamina cloridrato) in cristalli da fumare insieme al tabacco di sigaretta.
• Anni ’90: diffusione delle ‘droghe da discoteca’ (associazione di sostanze psicoattive, stimolanti e allucinogene: le extasy)
• Allargamento del mercato della cocaina, dall’uso elitario al consumo diffuso; l’introduzione del crack
Nella guerra di bassa intensità scatenata dagli apparati statali (italiani e statunitensi) contro i movimenti alla sinistra del Pci, appare chiaro come essi agissero su più fronti utilizzando sia la diffusione di stupefacenti in funzione disgregante, sia la repressione (con almeno 5mila persone finite in carcere per reati politici) ed infine con la “carota”.
Il governo di allora, quello cosiddetto “dell’unità nazionale”, vedeva nella gestione delle politiche governative sia i democristiani che l’opposizione rappresentata allora dal PCI ma che assicurava il sostegno al governo prima con l’astensione e poi con la solidarietà nazionale.
Venne allora varata una legge, detta “dell’occupazione giovanile” – la Legge 285/77 – che recitava così:
Allo scopo di:
1) incentivare l’impiego straordinario di giovani in attività agricole, artigiane, commerciali, industriali e di servizio, svolte da imprese individuali o associate, cooperative e loro consorzi ed enti pubblici economici;
2) finanziare programmi regionali di lavoro produttivo per opere e servizi socialmente utili con particolare riferimento al settore agricolo e programmi di servizi ed opere predisposti dalle amministrazioni centrali;
3) incoraggiare l’accesso dei giovani alla coltivazione della terra;
4) realizzare piani di formazione professionale finalizzati alle prospettive generali di sviluppo, per il 1977 e per i successivi tre anni e’ stanziata la complessiva somma di lire 1.060 miliardi (…)
Decine di migliaia di giovani disoccupati (circa 80.000), moltissimi dei quali altamente scolarizzati, poterono così trovare un lavoro e relativo salario, presso le amministrazioni pubbliche, attraverso la creazione di cooperative che poi venivano assorbite dall’ente pubblico presso il quale avevano sviluppato i loro progetti e interventi lavorativi.
Questa operazione, tipicamente democristiana, ha avuto come obiettivo e come effetto politico soprattutto quello di disinnescare la bomba sociale rappresentata dalla disoccupazione giovanile e dalla mancanza di prospettive.
Il movimento che si era sviluppato nel ’77 venne così ferocemente stretto: da una parte da una repressione sempre più feroce, e dall’altra vittima (inconsapevole) delle sue contraddizioni e debolezze interne.
Da testimonianze raccolte dopo che si era completamente perso qualsiasi ricordo o interpretazione minimamente critica di quegli anni, si capisce meglio adesso quali e quanti soggetti e strutture “coperte” abbiano lavorato per sconfiggere una contestazione e opposizione che, allora, aveva messo veramente alle strette il sistema dominante. Due esponenti del movimento degli anni ’70 (Miliucci e Ambrosini) ne commentano criticamente a posteriori le sottovalutazioni (vedi: http://rebusmagazine.org/tematiche/1977-eroina-e-rivoluzione/).
A conclusione di questa riflessione, possiamo rilevare insieme a quest’elemento di “storicizzazione”, un secondo ordine di considerazioni che attengono invece all’attualità. Al ciclo dell’eroina, mai del tutto esauritosi, si è accompagnata la diffusione, costante e progressiva nell’ultimo trentennio, della cocaina
In questa fase entra in campo, ancora una volta (se mai ce ne fossimo allontanati) la destra neofascista, alla quale il sistema dominante di allora, ma anche quello odierno, ha appaltato il lavoro sporco di diffusione e di spaccio delle droghe pesanti (eroina e cocaina).
Oggi è la cocaina – diventata low cost – a farla da padrona anche nei quartieri popolari e notiamo come nelle cronache nere si scoprano sempre più frequentemente elementi e soggetti ex militanti di gruppi neofascisti coinvolti in quest’attività
Un caso su tutti, emblematico perché molto cruento e ancora oggi senza (apparentemente) colpevoli dichiarati, è quello dell’omicidio di Fausto e Iaio. Ci sono solo sospetti e forse qualcos’altro, ma come direbbe Pasolini: “Io so, ma non ho le prove!!”
“Proprio lo scenario di una saldatura tra ambienti malavitosi e formazioni di estrema destra è quanto stava venendo alla luce, a Milano, in una inchiesta, effettuata con interviste audioregistrate da due militanti del Centro Sociale Leoncavallo, Fausto Tinelli e Lorenzo “Iaio” Iannucci, tra i tossicodipendenti del Parco Lambro. I due ragazzi furono uccisi il 18 marzo del 1978 in un agguato rivendicato a Roma dal gruppo neofascista dei NAR – brigata combattente Franco Anselmi, di cui faceva parte Massimo Carminati, componente della Banda della Magliana. I nastri registrati e gli appunti dell’inchiesta, in cui Fasto e Iaio stavano venendo a capo delle implicazioni dei gruppi neofascisti milanesi nel traffico di droga, non furono mai rinvenuti”.
Nel medesimo link, l’autore conferma, ancora una volta, il punto di partenza del nostro ragionamento ossia le rivelazioni dell“l’affaire” Cavallaro.
“Arrestato ed inquisito dalla magistratura nell’ambito dell’indagine sul fallito golpe, riferì agli organi inquirenti che, nel 1972, mentre si trovava in addestramento in Francia, apprese dell’esistenza di una operazione segreta della CIA in Italia, denominata Blue Moon, con l’obiettivo della diffusione delle sostanze stupefacenti a base di oppiacei tra i giovani delle principali città italiane e per sviluppare disgregazione sociale, con l’obiettivo di diffondere il consumo di droga negli ambienti sociali vicini all’area della contestazione studentesca, fiaccandone le velleità rivoluzionarie ed esaltandone gli istinti individualisti ed anarcoidi, come già era stato sperimentato con successo negli USA. L’operazione Blue Moon “era condotta in Italia dai servizi statunitensi utilizzando uomini e strutture che facevano capo alle rappresentanze ufficiali di quel paese in Italia.”
C’è abbondante materia su cui riflettere, indagare, approfondire, connettere. Per far comprendere ai più giovani cosa sono stati veramente i movimenti di lotta degli anni Settanta – oggi pesantemente evocati ed esorcizzati appena qualcuno starnutisce un po’ più forte o indossa una t-shirt sconveniente – e come sono stati combattuti dal sistema dominante che sta mettendo oggi all’opera i provvedimenti antipopolari che all’epoca non riusciva a imporre per la forte resistenza politica e sociale che incontrava nel paese.
Operazione Blue Moon/2. La guerra non ortodossa in Italia
Proseguendo una rilettura, o inchiesta, sulle vicende riguardanti gli anni ’70 ed i movimenti che si sono sviluppati in quegli anni (dal ’68 in poi fino al ’77), ci imbattiamo (come mai???) in un personaggio che molti di oggi non faranno fatica a riconoscerlo o almeno ad averne sentito parlare: Si tratta dunque del noto, e famigerato, personaggio di: Ronald Stark. Sul ruolo da lui ricoperto nelle vicende che hanno coinvolto il nostro paese in quella che è stata poi definita “una guerra di bassa intensità!”, esiste una vasta pubblicistica e documentazione. Se qualcuno ha, ingenuamente reputato come favole che la diffusione della droga era organizzata dalla Cia per fiaccare la ribellione dei giovani, negli anni Sessanta e Settanta; ebbene chi poteva mai dare retta alla storia che veniva allora raccontata e che poteva somigliare a paranoie dietrologiche raccontate dai gruppi alternativi americani, i cosiddetti “guru del Movement”; i quali vedevano complotti dappertutto? Ora, meglio tardi che mai, sorpresa!! Dal gran mazzo di carte e documenti «classificati», sui quali Bill Clinton (allora era presidente USA) tolse il segreto, spunta qualche foglio che rilancia quella tesi considerata «assurda e paranoica»; delineando scenari da X-Files (sit-com allora ancora sconosciuta, ma che oggi appare molto verosimile!!). Lo scrittore G. De Lutiis, in un suo recente libro (I servizi segreti in Italia, Editori Riuniti), dedica all’argomento diverse pagine. Questa lettura, che dovrebbe interessare sia i licei che le università, per documentare l’assurda vicenda di un Paese che pare abbia vissuto due differenti storie: una ufficiale, composta da un personale politico e imprenditoriale, da uomini di cultura e autori di canzonette, e un’altra probabilmente sotterranea, fatta di intrighi, dossier, golpe tentati e stragi riuscite. In questa pubblicazione De Lutiis, (studioso e consulente della commissione parlamentare sulle stragi), ha utilizzato i dati contenuti nei documenti Usa e ricapitolati in un rapporto del Ros, il Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri: titolato Annotazione sulle attività di guerra psicologica e non ortodossa compiute in Italia tra il 1969 e il 1974 attraverso l’Aginter Presse. Tutto ciò, in gran parte, proviene da un documento redatto dal capitano Massimo Giraudo, l’ufficiale che ha supportato il giudice istruttore Guido Salvini nelle indagini sulla strage di piazza Fontana e sull’eversione di destra in Italia. In questa documentazione (individuata da De Lutiis) viene evidenziato il ruolo avuto dal Piano Chaos, programma, attuato tra il 1968 e il 1974, della cosidetta “guerra psicologica e a bassa intensità” (“psychological and low density warfare”) dell’Occidente contro il comunismo, attuata anche attraverso l’infiltrazione di agenti provocatori all’interno dei movimenti di sinistra. (http://dust.it/articolo-diario/il-caro-agente-ronald/). In questo link ci si domanda: … Ma chi era davvero Ronald Stark? (…) «In seguito alla decisione del presidente degli Stati Uniti Bill Clinton di togliere il segreto che gravava su oltre un milione di documenti, sono divenuti pubblici alcuni studi condotti da istituti di ricerca statunitensi legati in vario modo a servizi segreti. Secondo alcuni di questi studi, risalenti agli anni Sessanta, la diffusione di Lsd, e più in generale degli allucinogeni, poteva essere presa in considerazione come arma per deprimere l’attivismo politico dei giovani americani». Da altri documenti ora «declassificati», che provengono direttamente dal governo degli Stati Uniti, emerge la verità sui «Chicago riots», gli scontri avvenuti a margine della Convenzione del Partito democratico che si tenne dal 25 al 29 agosto 1968, a cui hippy e giovani dei movimenti underground si erano presentati per contestare la candidatura alla Casa Bianca del senatore Hubert H. Humphrey, favorevole alla continuazione della guerra in Vietnam. Gli scontri con la polizia, i più duri del decennio dopo le rivolte dei ghetti neri, iniziarono la domenica sera e continuarono fino alla notte del martedì successivo. Ora emerge che, secondo i documenti del governo, un sesto degli hippy partecipanti ai disordini «apparteneva ad agenzie federali e a organismi di intelligence». Una percentuale altissima d’infiltrati e provocatori per spingere i giovani sulla strada dello scontro fisico e della violenza.
Ecco che riappare una nostra recente conoscenza: …I magistrati italiani hanno documentato che, nei primi anni Sessanta, Stark ha lavorato presso il settore Progetti speciali del Dipartimento Difesa degli Stati Uniti e che anche in seguito ha ricevuto periodici versamenti di somme di denaro provenienti da Fort Lee, conosciuta come sede della Cia. Qualche conferma a questi scenari è arrivata anche da un italiano, Roberto Cavallaro, (vedi articolo di Contropiano: operazione Blue Moon) che nel 1974 fu arrestato per il tentato golpe della Rosa dei Venti: la Cia, ha dichiarato Cavallaro a Giraudo, nei primi anni Settanta aveva lanciato in Italia l’Operazione Blue Moon, «consistente (…) nella diffusione di sostanze stupefacenti negli ambienti giovanili al fine di provocarne la destabilizzazione».
I magistrati italiani hanno documentato che nei primi anni Sessanta Stark ha lavorato presso il settore Progetti speciali del Dipartimento Difesa degli Stati Uniti e che anche in seguito ha ricevuto periodici versamenti di somme di denaro provenienti da Fort Lee, conosciuta come sede della Cia. Qualche conferma a questi scenari è arrivata anche da un italiano, Roberto Cavallaro, che nel 1974 fu arrestato per il tentato golpe della Rosa dei Venti: la Cia, ha dichiarato Cavallaro a Giraudo, nei primi anni Settanta aveva lanciato in Italia l’Operazione Blue Moon, «consistente», scrive De Lutiis, «nella diffusione di sostanze stupefacenti negli ambienti giovanili al fine di provocarne la destabilizzazione». Nella sua inchiesta, il giudice Salvini cita i Mind control programs (programmi di controllo della mente) che prevedevano sperimentazione e uso di allucinogeni, mescalina, Lsd. Nella sua inchiesta, il giudice Salvini cita i Mind control programs (programmi di controllo della mente) che prevedevano sperimentazione e uso di allucinogeni, mescalina, Lsd. Tra questi programmi, Mk-Ultra, Bluebird, Artichoke (della Cia), Derby Hat (dell’Esercito), Chatter (della Marina). Sembra X-Files, ma è la realtà. Si aggiungono ulteriori tracce di una inchiesta ancora tutta da completare su questi argomenti. L’addestramento di “agenti” avveniva in Virginia, nella base di Quantico, dagli allievi veniva “familiarmente chiamata Hoover University”, dove funzionava a tempo pieno una «scuola d’infiltrazione» organizzata per preparare gli agenti federali e istruirli anche al consumo di droghe per renderli più credibili negli ambienti hippy! Scuola costruita da Edgar Hoover, per quarant’anni capo dell’Fbi e fermo assertore dell’uso «politico» degli stupefacenti per tenere sotto controllo gli ambienti underground e bloccare lo sviluppo della New Left, la «Nuova Sinistra» americana. Ronald Stark in Italia non si presentava certo come produttore di Lsd, né tanto meno come agente della Cia. «Si presentava come un rivoluzionario a tempo pieno», ma con un aria vagamente hippy per renderlo più fluido nelle sue frequentazioni. In realtà Stark aveva una parte importante in questa "strategia della droga". Aveva aperto in Belgio, a Le Clocheton, un centro di ricerche biomedicale che invece risultava essere un laboratorio per la produzione di acido lisergico (Lsd –ndr). In soli due anni, secondo il rapporto del Ros, produsse 50 milioni di dosi di Lsd. Stark ha sempre sostenuto di non avere nessun rapporto con l’amministrazione statunitense ma numerose prove e documenti stanno a testimoniare il contrario, tant’è che: (…) quando fu arrestato a Bologna, Ronald Stark fu identificato come cittadino americano nato a New York il 9 aprile 1938, possessore di due fattorie in California, di una società finanziaria in Liechtenstein, di un «centro di ricerche» in Belgio. In un interrogatorio che Stark rese ai giudici, negò di essere in rapporto con i servizi americani o di qualsiasi altro Paese, ma non tralasciò di ricordare al giudice una legge americana che punisce con pene severe l'agente segreto che sveli la sua qualifica. Le autorità statunitensi hanno sempre fermamente smentito che Stark fosse un agente americano ed hanno anche affermato che lo stesso era anzi ricercato dalla giustizia americana. Gli Stati Uniti, che formalmente lo ricercavano da anni, non avevano però voluto richiedere la sua estradizione. Nonostante ciò però da parte dell’amministrazione statunitense, o dai loro diretti esponenti politici, non fu però mai avanzata nessuna richiesta di estradizione, mentre risultano documentati i cordiali rapporti intrattenuti da Stark con alti funzionari americani sia durante la sua carcerazione, sia in epoca precedente al suo arresto. Nella sua stanza all’Hotel Baglioni, il migliore di Bologna, e nella sua cassetta di sicurezza in un’agenzia romana della Banca Commerciale furono trovati documenti che provano i suoi rapporti con una serie di siciliani molto potenti: il misterioso ex presidente dell’Ente Minerario Siciliano Graziano Verzotto, il proconsole di Andreotti Salvo Lima, il principe golpista Giovanni Alliata di Montereale, l’ex capo del Sid Vito Miceli. Altri contatti Stark li aveva con personaggi americani, da cui riceveva lettere su carta intestata di ambasciate. In carcere riceveva le visite del vice console degli Usa a Firenze, Wendy M. Hansen. La vicenda pare chiudersi con questa notizia: 25 gennaio 1985 – Ronald Stark, uno dei più enigmatici personaggi rimasti implicati nelle storie di terrorismo italiano e internazionale, sarebbe morto nelle Antille nel luglio scorso. (Luglio 1984 ndt). È invece rimasta aperta, troppo aperta, la partita della cosiddetta «guerra psicologica e non ortodossa», combattuta negli anni Settanta e Ottanta senza esclusione di colpi, con molti tipi di armi. Comprese le droghe. Una guerra che ha lasciato un'onda lunga che arriva… fino ad oggi. Dobbiamo saperne di più!L'inchiesta continua.
Anni Settanta, l’eroina invade l’Italia. Più che un crimine, quasi un colpo di Stato - Gianluca Zanella
Se ne parla da diversi anni come di una sorta di leggenda. Una di quelle operazioni di spionaggio uscite dalla penna di Ian Fleming. Eppure, scavando tra le carte giudiziarie di alcune delle stragi che hanno insanguinato la nostra storia repubblicana, stando alle rivelazioni di ex appartenenti ai servizi segreti, è tutto vero: la diffusione massiccia dell’eroina in Italia, tra il 1974 e il 1975, rientrerebbe in una strategia di controllo delle masse e di gestione della contestazione giovanile post ’68, figlia di una Guerra Fredda che ha giustificato alcuni tra i più tragici esperimenti d’intelligence mai partoriti da mente umana. Parliamo dell’Operazione Blue Moon.
Di questa operazione, ideata da uomini della CIA e di cui erano a conoscenza uomini degli apparati italiani, si torna a parlare grazie a un libro di recentissima pubblicazione: “Il figlio peggiore“, del giornalista Peter D’Angelo e dello scrittore e documentarista Fabio Valle. Edito da Fandango Libri, Il figlio peggiore è un romanzo che, traendo spunto da una realtà ricostruita attraverso i documenti dell’epoca, racconta il dramma dell’esplosione dell’eroina tra i giovani italiani e il tentativo vano di alcune persone di capirci qualcosa.
Perché il sospetto che dietro questa improvvisa epidemia ci fosse qualcosa di organizzato alcuni lo ebbero sin da subito. Ma queste persone – giornalisti, attivisti, investigatori non compromessi – nei migliori casi non giunsero a nessuna conclusione, nei peggiori furono vittime di strani incidenti di percorso atti a farli desistere dal loro intento.
D’Angelo e Valle costruiscono una spy story corale, ricca di colpi di scena e costruita come un’inchiesta, ma senza la pretesa di esserlo. “Laddove la documentazione lasciava dei buchi – ci ha spiegato Peter D’Angelo – abbiamo fatto ricorso alla finzione narrativa, cercando di restare coerenti con il contesto”.
Per comprendere cosa sia stata l’Operazione Blue Moon bisogna calarsi nella realtà del tempo. Il ’68, con la sua forza motrice che aveva trascinato giovani di tutto il mondo in strada a protestare, a esigere un cambiamento epocale che in effetti ci fu, aveva lasciato un trauma profondo negli apparati di sicurezza che dell’ordine e della disciplina fanno un vero mantra. E se a questo trauma leghiamo il contesto storico, dove la Guerra fredda è in realtà molto più calda di quanto ancora oggi non si pensi, ne esce fuori un mix letale come l’eroina.
A tutto questo bisogna aggiungere il particolare ruolo dell’Italia: estrema propaggine dell’impero americano, frontiera con il blocco comunista (quello jugoslavo e quello sovietico), culla del più grande partito comunista d’Europa. Insomma, nel nostro Paese la contestazione giovanile andava fermata a tutti i costi, spenta, sedata. E allora ecco che nel 1974 un mare di eroina invade le strade delle grandi città, dalle periferie al centro, fino a sconfinare nelle province.
Nasce il mito nero dei “capelloni”, che sono tutti drogati. La paura del tossicodipendente si radica tanto a fondo nella coscienza collettiva grazie a un impressionante tam tam mediatico. I maggiori giornali dell’epoca creano un clima di allarmismo che oggi appare senza ombra di dubbio sovradimensionato. Più che cercare una soluzione al problema, lo si demonizza. In poche parole: l’Operazione Blue Moon riesce alla perfezione.
Come in ogni guerra non ortodossa, la paura si insinua tra ampie fasce di popolazione. Il sospetto e il pregiudizio prendono il sopravvento. La gente avverte forte un clima di insicurezza e invoca stabilità. Una stabilità che solamente il blocco democratico e atlantista, ovvero la DC, è in grado di garantire.
Libri come “Il figlio peggiore” ci ricordano che i giochi di potere sono spesso incomprensibili se non a grande distanza di tempo. Giochi crudeli, che – come in questo caso – hanno lasciato una lunga scia di morti. Una generazione falcidiata per garantire stabilità. Una stabilità con troppi scheletri nell’armadio.
Benjamin Netanyahu viene dal sangue. E con tutto il sangue che si porta addosso, spalla a spalla con il suo alleato e socio Donald Trump, vive dentro la guerra infinita che ha scelto di guidare e che di battaglia in battaglia, di massacro in massacro, distrugge i nemici e insieme distrugge Israele. Consente ai coloni, armati dalla religione dell’odio e protetti dai fucili mitragliatori, di strappare nuove terre ai palestinesi in Cisgiordania, di bruciare case, ulivi, bestiame. Consente al suo burattino Ben-Gvir di danzare tra i corpi inginocchiati e picchiati degli equipaggi della Flotilla rapiti in alto mare e deportati come trofei. Consente ai suoi militari di imprigionare e torturare 11mila detenuti palestinesi senza diritti, senza identità, senza processo. E all’esercito di uccidere ogni giorno, terrorizzare, affamare, soffocare, i due milioni di palestinesi che ancora resistono dentro al filo spinato di Gaza, il campo di concentramento estratto direttamente dall’incubo della propria storia, il genocidio, ma questa volta nei panni dei carnefici.
Ogni conflitto, Netanyahu l’ha trasformato in un incendio permanente. Gaza. Iran. Libano. Cisgiordania. Siria. Yemen. Geografia di sempre nuovi bombardamenti. Di omicidi mirati. Di raid lunghi mesi e anni. Di nemici da inseguire e annientare senza mai badare ai danni collaterali, donne, vecchi, bambini ridotti in cenere, villaggi in polvere, profughi a migliaia in fuga. Sempre una guerra “necessaria”, prima della prossima.
Da trent’anni Netanyahu ripete la stessa ossessione: Israele è circondato, il nemico sta arrivando, la tregua è un’illusione. Cambiano i nomi dei nemici – Arafat, Hamas, Hezbollah, Houthi, Iran – ma il meccanismo che ha adottato è identico: il panico come propaganda permanente, l’esercito come soluzione, la terra da conquistare come unica salvezza in nome di quel Dio che sgozza gli uomini e gli agnelli.
La missione del popolo eletto, assediato dal mondo, la eredita dal padre, Benzion Netanyahu, storico del sionismo, cresciuto con l’idea che gli ebrei siano destinati a vivere sotto attacco e che la forza sia l’unico linguaggio comprensibile ai nemici.
È la lezione che Bibi, nato nel 1949, ha respirato fino a farla diventare la sua armatura, addestrata nei reparti speciali dell’esercito, schierata al fronte della sua prima guerra, quella del Kippur, anno 1973. Poi nei campi di battaglia della politica. Membro del partito di destra del Likud, fondato da Menachem Begin, il futuro primo ministro, che nasce terrorista a capo dell’Irgun, l’organizzazione che nel 1946 fa saltare il King David Hotel, 90 vittime, e due anni dopo guida il massacro del paese di Deyr Yassin, 250 tra uomini, donne e bambini, presi casa per casa, radunati nelle strade, seviziati, macellati, che segnò l’inizio della Nakba, l’esodo di 700mila palestinesi dalle loro terre.
Dopo il servizio militare, l’America diventa la sua seconda patria, prima la laurea al Mit di Boston, poi Harvard, per il dottorato in Scienze politiche. Quindi l’incarico all’Onu, dal 1984 al 1988, anni in cui costruisce la sua vera base internazionale: amicizie repubblicane, rapporti con lobby finanziarie, falchi evangelici, suprematisti bianchi. Vive dentro il mondo della destra americana. Dorme ospite nella casa dei Kushner, dove diventa di famiglia e dove frequenta e si lega per sempre a Donald Trump.
Dagli anni 90 è in Israele. Scala il Likud. Si oppone agli accordi di Oslo e alla nascita dello Stato palestinese. Mentre Rabin tratta, lui demolisce. Mentre Rabin parla di pace, lui parla di sicurezza. E quando Rabin viene assassinato, anno 1995, Netanyahu è pronto a salire al potere. Da primo ministro blocca gli accordi con l’Olp di Arafat, raddoppia l’assedio di Gaza, non ferma i coloni che avanzano nei territori palestinesi.
Governa nella tempesta, sempre inseguito da scandali finanziari, accuse di corruzione, assalti alla Corte costituzionale per indebolirne i poteri di controllo. Sempre assediato da imponenti manifestazione di massa che chiedono le sue dimissioni. Sempre salvato dalle provvidenziali emergenze militari.
La sua parola d’ordine è “la Grande Israele, dal Giordano al mare”. E quando nel 2009 vince di nuovo le elezioni, questa volta per sempre fino a oggi, vara la legge identitaria dello “Stato-Nazione” che dice: “Israele è del popolo ebraico e di nessun altro”, arabi per sempre retrocessi, insieme con quel che restava della democrazia avvelenata dall’apartheid.
Il suo nemico ideale è Hamas, impermeabile quanto lui a ogni trattativa o convivenza. Per anni ne consente la crescita, a scapito dell’Autorità palestinese, finge di non vedere il flusso dei finanziamenti che arrivano dal Qatar e i tunnel che attraversano Gaza. Dichiara in Parlamento: “Chiunque voglia contrastare la creazione di uno Stato palestinese, deve sostenere il rafforzamento di Hamas, questo fa parte della nostra strategia”. Era il marzo 2019.
Quando arriva il 7 ottobre 2023, 1.200 ebrei massacrati da Hamas, l’esercito israeliano sparito per ore, Netanyahu schiva ogni responsabilità, anche se era il garante della sicurezza. Ma è prontissimo alla vendetta. Che diventa l’apocalisse di Gaza, 75mila morti, migliaia ancora sotto le macerie, fame e malattie usate come armi, ospedali distrutti, aiuti umanitari proibiti, un popolo spazzato via.
Quando la Corte penale internazionale lo accusa di crimini di guerra, lui risponde che l’Idf è “l’esercito più morale del mondo”, che la devastazione è autodifesa, la punizione collettiva una necessità storica. La crudeltà un’esigenza vitale. Il suo governo copre, usa, legittima i due ministri più estremisti, Ben-Gvir e Smotrich che agitano il cappio, parlano dei palestinesi come animali, infestazioni biologiche, intralci da cancellare e uccidere. Li asseconda al punto da approvare la nuova legge sulla pena di morte per terrorismo destinata ai palestinesi della Cisgiordania, con l’impiccagione entro 90 giorni dalla sentenza.
Due volte trascina Trump sui cieli di Teheran in una guerra così rischiosa, così confusa, così forzata da rendere plausibile che dietro tanta disponibilità ci sia l’ombra lunga degli Epstein Files, maneggiati dal Mossad come arma di ricatto, oltre al reciproco interesse di controllare i rubinetti del petrolio e garantire la stabilità delle dinastie del Golfo.
Guerra e tensioni gli servono a congelare il tempo. Quello dei suoi processi. Quello delle indagini sul 7 ottobre. Quello che ancora manca all’abisso finale, quando le bombe, la guerra, lo sterminio di tutti i nemici allagherà di così tanto sangue il Medio Oriente che l’intero Israele diventerà il danno collaterale di se stesso.
Esistono
momenti nella storia in cui la carta diventa più pericolosa delle armi. Non
perché i documenti possano distruggere eserciti, ma perché possono
sopravvivergli. La straordinaria operazione condotta dall’Agenzia ONU per i
rifugiati palestinesi (UNRWA) per salvare milioni di documenti palestinesi da
Gaza e Gerusalemme Est, non è stata un semplice esercizio amministrativo in
condizioni di guerra. È stata una lotta per l’esistenza storica stessa.
Recenti
inchieste del Guardian, insieme alle conferme del New Arab e a lavori
accademici pubblicati sulla piattaforma Oxford Academic, attestano che il
personale UNRWA ha condotto una missione clandestina durata dieci mesi per
preservare materiale d’archivio che documenta lo sfollamento palestinese dal
1948 fino ai giorni nostri.
I documenti
comprendevano schede originali di registrazione dei rifugiati, certificati di
nascita e matrimonio, fascicoli familiari, riferimenti catastali e atti
amministrativi che tracciano la distruzione sociale e geografica prodotta dalla
Nakba.
I documenti
sono stati spostati sotto i bombardamenti attraverso Gaza, trasferiti in buste
camuffate attraverso i checkpoint, assemblati nei depositi di Rafah, trasferiti
segretamente in Egitto e infine trasportati in Giordania a bordo di voli
militari e umanitari prima della chiusura del corridoio di Rafah nel maggio
2024.
Contemporaneamente,
gli archivi di Gerusalemme Est venivano discretamente rimossi nel mezzo degli
attacchi crescenti contro le strutture UNRWA e delle pressioni israeliane per
smantellare l’agenzia nel suo insieme.
Per la
maggior parte degli Stati nazionali, gli archivi sono custoditi da ministeri,
musei e istituzioni sovrane. I palestinesi non dispongono di alcun archivio
statale consolidato capace di garantire la continuità documentale
dell’esistenza nazionale. L’archivio svolge quindi una funzione del tutto
diversa. Diventa una struttura dispersa di sopravvivenza. Una scheda di
registrazione di un rifugiato non è un semplice modulo burocratico.
È la prova
che un villaggio è esistito, che una famiglia vi esisteva al suo interno, e che
lo sfollamento non è mito o astrazione ma un atto storicamente tracciabile.
Come ha osservato la storica Anne Irfan, i palestinesi sono “un popolo apolide”
il cui patrimonio archivistico riveste un’eccezionale rilevanza politica e
storica.
Questo
spiega perché l’archivio stesso sia diventato un obiettivo.
La guerra
moderna distrugge la continuità insieme alle infrastrutture. Biblioteche,
università, musei, cimiteri e registri amministrativi vengono eliminati perché
collegano i popoli alla loro legittimità storica. La cancellazione oggi non è
solo fisica. È indiziaria. Un popolo reciso dalla propria memoria documentale
diventa più facile da rendere temporaneo, contestato, irreale. Ciò che non può
essere provato non è accaduto, nella logica del potere.
Il caso
palestinese è particolarmente acuto perché la lotta per la storia è sempre
stata inseparabile dalla lotta per il territorio. Dal 1948, Israele ha
considerato l’UNRWA non semplicemente come un’agenzia umanitaria, ma come un
ostacolo istituzionale alla scomparsa della questione dei rifugiati. I registri
dell’agenzia preservano la continuità giuridica e demografica dello sfollamento
palestinese attraverso le generazioni, mantenendo vivi nomi, villaggi, confini
catastali e genealogie familiari che i progetti di cancellazione richiedono
vengano dimenticati.
Il
precedente storico non è lontano. Durante l’invasione del Libano nel 1982, le
forze israeliane si impadronirono degli archivi dell’OLP a Beirut, sottraendo
documentazione che organizzazioni e individui avevano accumulato nel corso di
decenni. I funzionari UNRWA coinvolti nella recente operazione di salvataggio
temevano un esito identico. La loro preoccupazione non era che i materiali
potessero essere distrutti, ma che potessero essere sequestrati, catalogati e
controllati. Impossessarsi dell’archivio del nemico non è preservazione. È una
forma di cancellazione più sottile.
Non si
tratta di un timore isolato. L’Europa conosce bene questa logica: gli archivi
delle popolazioni colonizzate sistematicamente sottratti, i registri delle
comunità perseguitate dispersi o confiscati, la memoria amministrativa di
interi popoli trasformata in strumento di dominio da chi li aveva già privati
della terra.
La
distruzione documentale non è un’invenzione del presente. È una tecnica antica
di governo dell’oblio.
L’operazione
rivela inoltre qualcosa di profondamente incriminante nell’ordine
internazionale attuale. In un momento in cui i governi invocavano principi
umanitari mentre permettevano la distruzione di Gaza su scala senza precedenti,
il compito di preservare la memoria materiale di un intero popolo è ricaduto su
archivisti di medio livello, amministratori, autisti e operatori umanitari. Il
salvataggio è riuscito non grazie al funzionamento del diritto internazionale,
ma perché individui all’interno di istituzioni in via di collasso hanno
conservato il coraggio di agire prima che il patrimonio documentale scomparisse
per sempre.
Le
istituzioni hanno tradito. Le persone no.
Oggi, quasi
trenta milioni di documenti vengono digitalizzati ad Amman con il sostegno
finanziario internazionale, in particolare del Lussemburgo. Più di cinquanta
dipendenti UNRWA proseguono il paziente lavoro di scansione e catalogazione
manuale: ricostruendo alberi genealogici, tracciando i percorsi dello
sfollamento dal 1948, preservando prove documentali che potranno un giorno
sostenere azioni legali, storiche e di restituzione.
Ciò che è
emerso da Gaza non era semplicemente carta salvata dalle macerie. Era la
preservazione della continuità contro l’oblio programmato.
L’archivio è
sopravvissuto perché i palestinesi comprendono qualcosa che il mondo moderno
spesso dimentica: la memoria non è sentimentale.
Mappa dei domini coloniali europei in Africa alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. Credit Touring Club Italiano
I due stati paria terroristi e genocidi (Usa e Israele) sono stati fondati da europei, belle parole all’inizio e poi sono diventati quello che solo i complici non vedono.
Prima lo stolto e poi il rutto (gli ultimi segretari della Nato) hanno convinto troppi che Russia e Cina vogliono invadere l’Europa, quando si sa che l’Unione Sovietica è stata invasa da Germania e Italia, nell’ultimo secolo, ma anche in Cina alcuni paesi europei, tra cui l’Italia (qui), avevano messo le loro zampe.
Gli europei blaterano da decenni di un esercito comune europeo, cosa potrebbe fare di diverso dagli eserciti nazionali che a partire dalla Conferenza di Berlino del 1884-1885 hanno derubato e distrutto l’Africa?
L’unica opzione per l’Europa dovrebbe essere la neutralità, ma non è nella sua natura – Francesco Masala
Storia della Conferenza di Berlino del 1884-1885, l’evento in cui gli europei si spartirono l’Africa – Andrea Gaspardo
Tra il 15 novembre del 1884 ed il 26 febbraio del 1885, si svolse a Berlino una Conferenza che sancì formalmente la spartizione dell’Africa tra le potenze europee, decretando al contempo il destino di milioni di persone.
La Conferenza di Berlino fu un insieme di incontri indetti dal cancelliere dell’Impero Tedesco, Otto von Bismarck, a seguito della richiesta da parte di Leopoldo II, re del Belgio, di formalizzare il possesso dell’area del “bacino del Congo”, difendendolo dalle mire delle altre potenze europee, tra le quali la Francia (anch’essa forte promotrice del summit) e il Regno Unito. I lavori durarono dal 15 novembre 1884 al 26 febbraio 1885 e al termine delle trattative i diplomatici delle varie potenze partecipanti sancirono non soltanto il possesso del Congo da parte del Regno del Belgio, ma anche la spartizione dell’intero continente africano, decretando la nascita di un nuovo ordine politico ed economico che sarebbe durato fino alla Guerra Fredda e alla decolonizzazione.
Lo sfruttamento storico dell’Africa da parte di arabi ed europei
I rapporti tra il continente africano e le potenze europee sono di vecchia data e già all’epoca delle grandi scoperte geografiche (XV-XVI secolo) i navigatori al soldo dei reami d’Europa avevano iniziato una metodica opera di mappatura delle coste del continente. Era seguito poi un primo tentativo di espansione, soprattutto a opera dei portoghesi, ma che non era mai andato oltre le coste delle aree percepite come maggiormente strategiche.
L’esplorazione delle sconfinate lande interne divenne successivamente appannaggio di avventurieri, missionari cristiani e purtroppo dei mercanti di schiavi, soprattutto arabi, fino a che, nel corso del XIX secolo, l’interesse delle potenze europee per l’Africa, in particolare per l’area del “bacino del Congo” ricchissima di risorse naturali, crebbe nuovamente.
Sorprendentemente però, a sferrare il primo “colpo di mano” non fu uno dei pesi massimi del continente europeo, bensì Leopoldo II, monarca del Belgio tra il 1865 ed il 1909, il quale utilizzando come pretesto le attività dell’Associazione Internazionale per l’Esplorazione e la Civilizzazione dell’Africa Centrale (Association Internationale pour l’Exploration et la Civilisation de l’Afrique Centrale in lingua francese), istituita nel 1876, iniziò a prendere possesso e a sfruttare in modo intensivo i territori che sarebbero diventati lo “Stato Libero del Congo” (oggi Repubblica Democratica del Congo).
La Conferenza di Berlino: cause ed esiti
Il colpo di mano di Leopoldo II mandò immediatamente in fibrillazione le grandi cancellerie europee, le quali si precipitarono ad accaparrarsi le concessioni di territori prima nelle zone vicine al “bacino del Congo” e, successivamente, in altre aree del continente facendo crescere le tensioni internazionali e, conseguentemente, le possibilità di uno scontro aperto dagli esiti imprevedibili.
Fu così che Otto von Bismarck, cancelliere dell’Impero Tedesco e principale arbitro degli equilibri politici all’interno del continente europeo, fu infine costretto, nel 1884, a indire una conferenza a Berlino per giungere a una composizione pacifica delle vertenze che negli anni si erano venute a creare. A questo evento, di capitale importanze nella storia della diplomazia, parteciparono tutte le potenze europee, ma anche l’Impero Ottomano, la Russia e gli Stati Uniti d’America, all’epoca astri nascenti del panorama politico mondiale.
Al termine della Conferenza, non tutti i partecipanti ottennero il diritto a ritagliarsi possedimenti coloniali in Africa (la Russia e l’Austria-Ungheria, solo per menzionarne un paio), e gli Stati Uniti d’America (unici nel panorama diplomatico) si riservarono il diritto di accettare o rifiutare le conclusioni del round diplomatico. Al di là dell’eccezionalismo statunitense, però, gli altri partecipanti si accordarono comunque su una serie di principi e di prassi d’azione che da quel momento in poi divennero parte integrante del pensiero e dell’agire geopolitico. Il più importante di tali traguardi fu quello di riconoscere formalmente il principio della “sfera d’influenza” sulla quale una determinata potenza si arrogava il diritto di esercitare i suoi interessi in maniera privilegiata a dispetto dei desideri degli altri.
La conclusione dei lavori della Conferenza inaugurò un periodo di incessanti guerre, protrattosi sino alla vigilia della Prima Guerra Mondiale (1914) che portò le potenze europee a prendere fisicamente il possesso, mediante l’istituzione di colonie o protettorati, di tutti i territori dell’Africa, con l’unica eccezione dell’Etiopia, la quale riuscì a tutelare la propria indipendenza. Questo complicato periodo di guerre è passato alla storia con il nome in lingua inglese di Scramble for Africa (vagamente traducibile con “La corsa all’Africa”, “La lotta per l’Africa” oppure “La zuffa per l’Africa”).
Il destino dei popoli africani dopo la Conferenza di Berlino
Senza dubbio i grandi sconfitti della Conferenza di Berlino furono i popoli africani. Come era naturale che fosse per il periodo storico, nessuno dei partecipanti alla Conferenza si prese il benché minimo disturbo di chiedere alle popolazioni del continente come volessero governarsi o anche solo condurre le proprie esistenze.
Nello “Stato Libero del Congo” (in seguito riformato come semplice colonia belga) il domino inaugurato da Leopoldo II ebbe il proprio sbocco finale in un genocidio che causò la morte di oltre 10 milioni di congolesi, su 33 milioni di abitanti totali, ma non si deve credere che altrove in Africa le cose andassero molto meglio. L’ironia di tutta questa vicenda è che una delle motivazioni sbandierate dai leader europei del tempo per giustificare agli occhi delle proprie opinioni pubbliche la necessità di imbarcarsi in costose ed estenuanti campagne militari coloniali fu proprio la necessità di liberare gli africani dalla schiavitù.
La conquista del continente africano fu largamente completata alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, tracciando con riga e squadra i confini dei vari Paesi, e il nuovo ordine geopolitico venutosi a creare si sarebbe mantenuto (pur con diversi aggiustamenti) fino alla Guerra Fredda e al processo di decolonizzazione.