domenica 27 settembre 2026

Contro il ddl caccia, firma subito per il referendum

da NoDDLCaccia

Vogliono condannare a morte 47 specie di animali per fare un favore all’1% della popolazione. Fermiamo il DDL Caccia prima della strage !
Il nuovo DDL Caccia ignora la volontà del popolo italiano per accontentare la lobby delle armi e una minoranza di cacciatori:

§  47 specie a rischio: Vogliono estendere la caccia a decine di nuove specie animali.

§  Oasi violate: Sarà consentito l’accesso persino in parchi, riserve e aree demaniali finora protetti.

Non permettere che il profitto decida il destino della nostra fauna. Alza la voce: firma il referendum entra il 30 settembre.


PresaDiretta La riforma della caccia – 20/09/2026

Una riforma che riscrive trent’anni di tutela della fauna selvatica è a un passo dal traguardo, tra le proteste di ambientalisti e opposizioni. Più specie cacciabili, calendari venatori allungati, riserve trasformate in business: il governo parla di “bio-regolazione”, i critici di “caccia selvaggia”. Nel mezzo, la scienza dell’Ispra messa all’angolo e un fronte trasversale – anche dentro la maggioranza – che chiede di fermarsi.
Guarda QUI il servizio.

PresaDiretta Le lobby della caccia – 20/09/2026

Dietro la riforma della caccia c’è un mondo di interessi che vale miliardi: armerie che festeggiano il ritorno dei fucili, riserve trasformate in business per ricchi cacciatori – tra cui il figlio di Trump, indagato a Venezia per bracconaggio – e un’inedita alleanza tra Coldiretti e i colossi delle armi. Dalla Laguna di Venezia alle aziende faunistico-venatorie, PresaDiretta indaga il rapporto tra tutela della biodiversità e business della caccia. Un viaggio tra interessi contrapposti, consenso elettorale e futuro della fauna selvatica italiana.

Guarda QUI il servizio.


Gaslighting, senso di rivalsa e antiscientificità del “Ddl caccia”. Il cui vero scopo è il profitto

di Michelangelo Morganti (*)

Il Disegno di legge 1552 interviene a modificare numerosi dettagli della Legge 157 del 1992, che regola l’esercizio della caccia in Italia. Perché mai l’allora Governo Andreotti approva una legge di questo tipo? Perché lo chiede l’Europa.
Nel 1992 nasce infatti quel progetto internazionale e visionario che è la Rete Natura 2000: gli Stati sono obbligati a recepire le Direttive europee “Habitat” (92/43/Cee) e “Uccelli” (79/409/Cee), disegnando sul territorio nazionale una rete di aree protette. Allo stesso tempo diventa indispensabile una legge che tuteli la fauna selvatica e disciplini in modo organico l’esercizio della caccia, regolando spazi, tempi e specie oggetto di prelievo venatorio.

Nasce così la 157, una legge complessa ed equilibrata. La 157 prende atto che una parte degli italiani desidera praticare la caccia e prova a regolamentarla in un contesto che mette al primo posto la conservazione della fauna. Ad esempio, vieta la caccia durante la migrazione primaverile e la riproduzione degli uccelli, perché è in quei periodi che si rischia davvero di comprometterne le popolazioni. Non si può cacciare tutti i giorni: martedì e venerdì sono giorni di “silenzio venatorio assoluto”, nei quali tutti gli animali (anche quelli umani) possono frequentare i boschi in sicurezza. La 157 cerca in tutti i modi di impedire la nascita di filiere di profitto economico basate sulla caccia.
Ad esempio, l’appostamento fisso (“capanno”) non può essere venduto o ereditato, salvo che l’erede sia anch’egli cacciatore. Il numero totale degli appostamenti non può superare quello della stagione 1989-1990. Gli uccelli abbattuti a capanno o i capi uccisi nelle aziende faunistico-venatorie non sono vendibili ma destinati al solo consumo privato. Le aziende faunistico-venatorie non possono, da statuto, avere scopo di lucro. Ogni cacciatore può praticare una sola forma di caccia, quella da appostamento fisso oppure quella vagante.

Insomma, una fitta rete di norme di dettaglio che vengono quasi tutte eliminate dal Ddl, nel nome di un cambio di filosofia della legge. È esplicitamente dichiarato che “[…] si abbandona una visione meramente conservativa della natura, promuovendo una prospettiva dinamica e multifunzionale”.
L’autore del Ddl arriva perfino a presentare questo cambiamento come un progresso: non conserviamo più la natura, rendiamola “dinamica”.

È qui che comincia il gaslighting: la manipolazione deliberata del significato delle parole e una narrazione fuorviante mirata a dare a questo disegno di legge un’apparenza di innovazione che, in realtà, non esiste. Il Ddl 1552 è un certosino lavoro di svuotamento della Legge 157. C’è di più. Ad avviso di chi scrive, questo Ddl può essere letto come la rivalsa di chi per trent’anni ha vissuto la 157 come una costrizione alle proprie libertà venatorie. Rivalsa che, in alcuni passaggi, assume i toni della perfida ironia. Allo stesso tempo, va riconosciuto che la visione di questo Ddl riflette solo quella della componente più conservatrice del mondo venatorio, come sembrano confermare anche le recenti dimissioni dei vertici di Arci caccia, in aperta polemica con il provvedimento.

Se l’era Berlusconi ha introdotto la sistematica “manomissione delle parole” nel dibattito politico, l’era Trump l’ha portata a compimento, e questo Ddl è un figlio perfetto del suo tempo. Vediamone alcuni esempi.

Articolo 1, comma 2. La figura del cacciatore “concorre alla tutela della biodiversità” (nonostante il successo giornalistico del termine, la parola “bioregolatore” non compare mai esplicitamente nel Ddl). Come se l’attività venatoria fosse, di per sé, non solo positiva ma addirittura necessaria alla conservazione della natura. Se è vero che in alcuni casi è necessario ricorrere ad abbattimenti selettivi e scientificamente guidati di animali problematici (gestione faunistica) non è affatto vero che la pratica venatoria, in quanto tale, favorisca la conservazione della biodiversità. La caccia, semplicemente, gli animali li uccide.

Tra l’altro spesso gli animali sono ormai talmente pochi che, prima di poterli cacciare, vengono allevati e immessi in natura. È il caso di fagiani, lepri, starne e cinghiali.
Può sembrare una pratica innocua ma non lo è. L’immissione a scopo venatorio è una delle principali fonti di inquinamento genetico delle popolazioni selvatiche; inoltre ha favorito la diffusione di specie alloctone invasive e, nel migliore dei casi, produce densità di animali superiori alla capacità portante dell’ambiente. Continuando a immettere cinghiali si crea un problema e la caccia può vantarsi di essere indispensabile per arginarlo. Questo è già accaduto in Italia.

Rimaniamo sull’Articolo 1. L’attività venatoria viene riconosciuta come espressione di una “tradizione nazionale” e, a sostegno di questa tesi, i proponenti richiamano perfino l’Unesco, facendo leva sul riconoscimento della falconeria come patrimonio immateriale dell’umanità. È vero che la falconeria ha radici antichissime ed è stata riconosciuta dall’Unesco come patrimonio culturale (in realtà solo per venire incontro a una richiesta dei Paesi arabi ma questa è un’altra storia).
Ovviamente questo non significa che qualunque forma di caccia possa rivendicare lo stesso riconoscimento. Il punto è un altro: nel Ddl 1552 il richiamo alla falconeria serve ad ammantare di tradizione millenaria una riforma che riguarda la moderna attività venatoria con armi da fuoco, visori notturni e altre innovazioni che nulla hanno a che vedere con la falconeria medievale. Non è quindi il caso di scomodare Federico II e il suo “De arte venandi cum avibus”.

Altra opera di mistificazione è quella per cui i promotori del Ddl sfruttano la diminuzione progressiva dei cacciatori per allargare le maglie dei regolamenti. Si legge già nell’introduzione (a pagina 4) che “la caccia è praticata da circa 300mila amatori”. Questo numero è marcatamente più basso delle 630mila licenze di caccia rilasciate nel 2025 secondo il ministero dell’Interno, e viene usato per sostenere diverse deregolamentazioni.
Ad esempio, dato il presunto basso numero di cacciatori se confrontato a un tempo, non è più necessario mantenere i giorni di silenzio venatorio, né limitare il numero di appostamenti fissi né obbligare i cacciatori alla scelta del tipo di caccia che attueranno. Peccato che la nuova legge inserisca un vantaggio economico nella caccia, e dunque miri proprio a far crescere il numero dei cacciatori, rendendo ancor più pericolosa una deregolamentazione in materia.

Anche la “braccata sulla neve” (inserita a pagina 7), cioè la pratica di sfruttare le nevicate per inseguire facilmente le tracce degli animali, diventa legittima. Più che legittima, pare quasi pietosa. Il Ddl afferma infatti che, in condizioni nevose, “sia i cani sia i cacciatori sono indotti ad una maggiore attenzione”. Non è chiaro l’uso del comparativo (maggiore rispetto a che cosa?) dato che l’alternativa sarebbe semplicemente non cacciare in queste condizioni.

Questi esempi mostrano quanto sia facile creare confusione con poche parole e quanto sia invece difficile smontare le mistificazioni che ne derivano. Ci ha lavorato sia l’Associazione teriologica italiana (Atit) sia il Centro italiano studi ornitologici (Ciso), società scientifiche che riuniscono rispettivamente i ricercatori italiani esperti di mammiferi e di uccelli, ciascuno in un dettagliato documento (qui quello dell’Atit e qui quello del Ciso), analizzando e contestando diversi punti del Ddl.

Nel complesso la lunga serie di modifiche introdotte dal Ddl non dovrebbe far perdere di vista quello che è il vero obiettivo centrale della riforma. Non sono le tradizioni, né la tutela della natura ma, semplicemente, il profitto. Con il Ddl 1552 diventa possibile ampliare gli appostamenti fissi e introdurne di mobili, commercializzare i prodotti dell’attività venatoria, trasformare a scopo di lucro le aziende faunistico-venatorie e, indirettamente, allargare un mercato fatto di armi, munizioni, visori notturni, richiami, attrezzature e servizi vari. Per la prima volta la caccia non viene semplicemente regolata: viene ripensata come un settore economico da espandere. È qui che la riforma cambia davvero filosofia. La Legge del 1992 cercava di impedire che la fauna diventasse una merce; il Ddl 1552 va nella direzione opposta.

Se verrà approvata, la nuova Legge sulla caccia trasformerà il modo in cui in Italia ci si rapporta alla fauna selvatica e allontanerà la gestione della fauna da ogni fondamento scientifico, come testimonia la cancellazione dell’obbligo di raccogliere il parere dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) sulle decisioni venatorie.

La scienza non prevede il futuro ma è in grado di fare ottime previsioni sulla base dei dati pregressi. E le previsioni in questo caso sono tutt’altro che rosee. Mala tempora currunt, sed peiora parantur.
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(*) Tratto da Altreconomia.
Michelangelo Morganti è un ricercatore del Consiglio nazionale delle ricerche. Classe 1983, è un naturalista di formazione, e ha un dottorato in Biologia. Fa ricerca in ambito ecologico e ha una sessantina di pubblicazioni all’attivo, a cui si aggiungono contributi in volumi, atti di conferenze e testi divulgativi. Le sue ricerche lo portano in giro per l’Europa ed il mondo, seguendo gli uccelli dove vanno, lavorando spesso in Africa subsahariana.
Si occupa di progettazione Europea per la conservazione della natura (Progetti Life). È docente a contratto presso l’ Università di Pavia, dove tiene un corso titolato “Fauna Regionale”.


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Meta ha bloccato la promozione di un adattamento teatrale di Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf in quanto contenente “temi femministi”

  

Per pubblicizzare l’adattamento teatrale di Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf, il Teatre Raval di Barcellona (un piccolo teatro con 193 posti a sedere, riaperto di recente), ha ovviamente pensato di promuovere l’annuncio dello spettacolo su Facebook e Instagram. Con grande sorpresa, però, ha subito ricevuto un messaggio di Meta: “il tuo annuncio è stato rifiutato”. Questa la motivazione: «qualsiasi menzione di diritti civili, femminismo o riforma sociale viene solitamente classificata dal nostro sistema automatico come “temi sociali” e quindi filtrata». Per risolvere la situazione, Meta ha consigliato al teatro di eliminare dall’annuncio le “parole chiave”, in modo che il testo non sembrasse «incoraggiare l’attivismo». Senza dirlo chiaramente, insomma, Meta suggeriva di rimuovere la parola “femminista”, usata per descrivere lo spettacolo.

Giustamente sconcertati, i lavoratori del teatro hanno pubblicato sui loro social un comunicato, con tanto di screenshot della surreale conversazione avuta con Meta, in cui si legge: «Ci sentiamo in dovere di denunciare l’ingiustizia e la violazione dei nostri diritti nel non poterci essere permesso di promuovere un’opera femminista, in particolare un’opera di Virginia Woolf, nata nel 1882. Cosa possiamo fare? Come teatro dobbiamo pubblicizzare le nostre attività … e dobbiamo servirci dei social media affinché le persone siano informate sulle attività culturali». Il caso è stato ripreso e raccontato anche dal Guardian.

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sabato 26 settembre 2026

Per colpa di un errore dell’AI, Stati Uniti e Cina sono andati a tanto così dallo scatenare la Terza guerra mondiale

 

C’erano aerei militari in volo e uomini armati pronti a salire a bordo. Il rapporto circolato questa primavera tra le forze armate statunitensi, in piena guerra con l’Iran, diceva che una nave cinese in Medio Oriente stava trasportando componenti necessari all’implementazione di un programma bellico nucleare. A partire da queste informazioni, i militari si erano subito messi a pianificare l’intercettazione, secondo quattro fonti a conoscenza dell’episodio raggiunte da Cnn. Solo poco prima dell’operazione, un benemerito analista si è fatto venire il dubbio e ha fatto quello che chiunque usi l’AI per lavoro ormai sa benissimo: sempre meglio controllare che la macchina non abbia preso un grosso, grossissimo granchio. Il rapporto era stato scritto con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e il chatbot usato dall’analista aveva identificato male il carico. Secondo una delle fonti il rapporto era completamente falso e ha quasi scatenato una guerra, perché qualunque operazione americana contro una nave cinese si sarebbe potuta trasformare in uno scontro armato tra i Paesi e, potenzialmente, in un conflitto mondiale.

L’analista che ha quasi scatenato la Terza guerra mondiale, secondo le ricostruzioni giornalistiche, avrebbe interrogato un chatbot sui rapporti di intelligence relativi al manifesto di carico della nave cinese in questione, informazioni raccolte dal Comando operazioni speciali del Pacifico, che ha sede alle Hawaii. Il chatbot, nella sua risposta, ha mescolato informazioni di pubblico dominio a intercettazioni riservate in possesso del governo degli Stati Uniti, arrivando, ancora non è chiaro secondo quale percorso logico, alla sua (gravissima) conclusione. Poi l’analista ha usato di nuovo l’intelligenza artificiale per trasformare il risultato in un rapporto d’intelligence standard, il formato a cui i militari sono abituati e di cui si fidano, e lo ha passato lungo la catena di comando. Non è chiaro se il chatbot fosse commerciale o governativo, e secondo un ex alto funzionario la differenza conta poco perché gli strumenti interni, dice «sono per lo più copie di quelli commerciali, con una patina di novità messa sopra». Una delle fonti sostiene che allucinazioni (si chiamano così gli errori grossolani che talvolta le AI commettono) di questo tipo non sono un caso isolato da quando questi strumenti si sono diffusi negli apparati militari.

Già a gennaio 2026 il segretario alla Difesa Pete Hegseth aveva presentato la Strategia di accelerazione dell’intelligenza artificiale, promettendo di dare libero sfogo alla sperimentazione, eliminare le barriere burocratiche e mettere i modelli americani nelle mani di tutti i tre milioni di dipendenti civili e militari del dipartimento. Lo sforzo però è frammentato: ogni parte del governo usa strumenti propri con regole di sicurezza proprie, e non esiste uno standard unico su come verificare quello che questi sistemi producono. Nel frattempo, l’uso per individuare i bersagli è in forte aumento, dice un’altra fonte, senza vere linee guida su come l’intervento umano possa evitare vittime civili o fuoco amico. Alcuni funzionari di lunga data, favorevoli in generale all’intelligenza artificiale in ambito militare, raccontano che la tecnologia spinge gli analisti a produrre più in fretta, e che i più giovani, cresciuti con questi strumenti, tendono a fidarsene senza controllare.

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Il bene, il male e i loro campioni - Luca Rastello

 

È indubbio che la lucidità con cui Luca Rastello, morto prematuramente lo scorso luglio, ha saputo raccontare alcune delle questioni più complesse di questi anni – la guerra jugoslava e le ambiguità degli interventi umanitari; le migrazioni forzate e la condizione dei profughi; il mercato della droga; i conflitti intorno all’alta velocità ferroviaria – nasca dal suo anomalo “posizionamento”. In proporzione a quanto la malattia via via gli concedeva, non si è limitato, come si suol dire, a osservare da vicino le vicende di cui scriveva. Ha tentato anche di intervenire per modificarle. La frizione, vissuta sulla propria pelle, tra la verità e il bene, tra la necessità di raccontare le cose come stanno e il desiderio di migliorarle, è stata uno dei motivi ispiratori del suo ultimo romanzo. Crediamo che I buoni (Chiarelettere 2014), di cui ci siamo altre volte occupati, abbia il merito di aver “scandalosamente” spiegato alcune delle ragioni profonde della corruzione cui è andato incontro in questi anni molta parte dell’associazionismo solidale. Se il romanzo lo ha fatto indirettamente, attraverso l’artificio dell’arte, nell’intervento che rimontiamo e pubblichiamo di seguito, raccolto durante la presentazione che si è tenuta nel giugno del 2014 al Circolo degli artisti di Roma, Rastello si sforzò di mettere in fila alcune delle contraddizioni più dolorose del “sociale”, le stesse con cui da tempo anche Gli asini cercano di misurarsi.

Non è solo in ricordo della sua figura che abbiamo deciso di dedicare a Luca Rastello l’edizione di quest’anno del Salone dell’editoria sociale, ma per discutere dei suoi temi, dei suoi libri, delle contraddizioni che sollevano. E di un “posizionamento” che, per quanto difficilmente imitabile, educatori e operatori sociali dovrebbero sforzarsi di sperimentare. (Gli asini)

Nel momento in cui ho iniziato a scrivere un romanzo su una questione così poco letteraria come i meccanismi che stanno dietro al mondo dell’intervento sociale e l’antropologia di cui quel mondo è intriso, sapevo che mi sarei messo su un terreno alquanto scivoloso. Non so se sono riuscito a evitare il rischio cui va incontro la maggior parte di quella che oggi viene chiamata non-fiction, ovvero di avere un atteggiamento parassitario nei confronti dell’attualità, dei problemi e dei conflitti che l’attraversano. Il rischio di rincorrere quelle storie che piacciono molto agli editori. Se oggi qualcuno scrivesse un romanzo sui droni avrebbe molte probabilità di venderlo; se scrivesse, magari in prima persona, la storia di un cecchino ceceno le probabilità aumenterebbero ulteriormente.

Un buon antidoto per affrontare questo rischio è scrivere storie che ti riguardano e che ti mettono emotivamente in difficoltà perché hanno a che vedere con la tua vita, con le tue contraddizioni. Ed è quello che ho cercato di fare con I buoni.

Il romanzo è costruito su tre livelli digressivi. Adotta tre punti di vista differenti che si allontanano lentamente dal centro, sarebbe a dire dal potere. La prima parte è raccontata attraverso la prospettiva di un operatore sociale, il personaggio in cui mi sono più identificato, un figlio di puttana – spero sia peggio di me – che porta all’estremità gli aspetti più ambigui degli educatori. Nella seconda parte il punto di vista scivola all’indietro e arriva a coincidere con quello di Aza che nel gergo del terzo settore potremmo definire l’“utente”, parola corruttrice, come sappiamo, perché toglie un po’ di cittadinanza alle persone a cui viene applicata. Nella terza la prospettiva arretra ulteriormente e abbraccia tutta la vicenda e tutte le violenze nascoste nelle altre due parti. Il punto di vista diventa quello di un individuo, Adrian, che non potrà mai diventare un “utente” perché è totalmente irraggiungibile dall’azione sociale. L’uomo della strada, anzi delle fogne. L’uomo che è arrivato al grado zero della morale – questo il significato che dà al “lavarsi” – un piccolo Cartesio che mette alla prova col dubbio tutte le posizioni morali enunciate. Non si accontenta di vendicare, vuole salvare con una vicinanza carnale le persone che dal suo punto di vista sono andate lontano dal cuore dell’etica umana. “Strapperò dal tuo petto il cuore di pietra e ti farò dono di un cuore di carne”, recita una delle preghiere di Ezechiele. È questo che vuole fare Adrian. Dal punto di vista della strada, dal grado zero dell’etica non può che proporre la carne come valore, il contatto. E lo fa per redimere non per distruggere. Ovviamente non ne è capace perché aspira colla, vive nelle fogne e non ha codici sofisticati. Ma riesce a essere terribilmente rivelatore dei codici linguistici, dei ruoli, dei valori che agiscono nelle prime due parti del romanzo. E che rappresentano alcune delle forme che possono prendere codici linguistici, ruoli e valori nel mondo del cosiddetto intervento sociale. Da questo cortocircuito di prospettive emerge una delle questioni per me centrali, quella del linguaggio.

La costruzione totalitaria del linguaggio

Se vogliamo comprendere come è iniziata la degenerazione del variegato mondo della solidarietà organizzata – volontariato, associazionismo, cooperazione sociale – la questione del linguaggio è decisiva.

La prendo larga, raccontando un paio di episodi avvenuti durante alcune presentazioni del libro che mi paiono chiarificatori. Nel romanzo c’è un episodio molto marginale di una donna che lavora part time per una onlus e che scopre di essere incinta. Quando annuncia al suo datore di lavoro la sua gravidanza le viene imposto il seguente trattamento: ti licenzi, dal giorno del parto stai a casa tre mesi, noi poi ti riprendiamo con un contratto a tempo determinato rinnovabile ogni tre mesi. E il primo trimestre ti facciamo un part-time, ma tu lavori a tempo pieno così da recuperare il tempo perso. È un episodio del romanzo che spesso, durante le presentazioni, scatena delle lunghe discussioni. Una volta si alza una ragazza dall’aspetto molto alternativo che dice: “io sono presidentessa di un circolo Arci e rivendico con orgoglio il fatto di aver applicato questo stesso trattamento di maternità a me stessa e alle mie collaboratrici”.

Nel libro la ragazza che subisce questo trattamento partecipa a un’assemblea in cui al leader dell’associazione scappa detto qualcosa del genere: “E ora, dopo le 50 ore di contratto nazionale, sarà necessario fare sette ore di volontariato obbligatorio.” “40 ore di contratto nazionale”, lo corregge la ragazza. Non fa in tempo a finire di parlare che viene investita dalla carica retorica violentissima del leader, che culmina con un’espressione inventata, ma che ricalca il linguaggio di molti leader carismatici del sociale: “tu sei qua per guadagnare un misero stipendio, non riesci a sentire la frusta dell’oltre”. Cos’è la frusta dell’oltre? Quel morso che ti permette di lavorare senza uno stipendio perché hai uno stimolo superiore, più “sociale” del tuo misero stipendio.

Mentre raccontavo quest’episodio durante un’altra presentazione a una società operaia di mutuo soccorso, a un certo punto si alza una donna estremamente emozionata e racconta di aver subito un trattamento simile. E dopo di lei un’altra dice lo stesso, aggiungendo una riflessione che mi ha lasciato di sasso. La cito per come la ricordo. Ci siamo trovate a maturare la nostra coscienza civica, ha detto questa operatrice, il nostro impegno sociale all’interno di un contesto dominato da un linguaggio che non siamo noi a parlare. È il linguaggio che parla noi, perché è un linguaggio costruito e manipolato retoricamente per definire i confini del mondo e la legittimità del tuo operare in quel mondo: i diritti che hai, quanto li puoi esercitare, le relazioni che costruisci e il modo di gestirle. Se tu contravvieni ai codici ne vieni espulsa perché quel mondo è costruito come narrazione per essere il mondo. E quando sei fuori da quell’universo ti viene anche strappata la lingua per dire quello che ti è successo e ti viene rovesciata addosso la responsabilità. La frusta dell’oltre, appunto.

A un’altra presentazione un ragazzo mi dice: so che dovrei pretendere con più forza quanto è dovuto, come le ferie o le malattie pagate, ma la cooperativa sociale dove lavoro è talmente indebitata, ha un tale buco di bilancio che se io esercitassi i miei diritti metterei in pericolo il mio posto di lavoro. Ecco un altro esempio di uno che è parlato dal linguaggio del suo mondo. Questa connessione naturale e causale tra il buco di bilancio della cooperativa e i diritti negati ai suoi lavoratori, non è per niente ovvia, però quanti educatori l’hanno introiettata! Questa manipolazione retorica dei linguaggi che diventa costruzione sociale della realtà è uno degli aspetti che più mi interessava affrontare nel romanzo.

Io creo la realtà dominando il linguaggio. In tutte le comunità chiuse, non importa se profit o non profit, in tutte le comunità “finalizzate”, la costruzione sociale della realtà attraverso il linguaggio diventa costruzione totalitaria. A questa realtà totalitaria abbiamo consegnato le chiavi di alcuni degli esempi civili più alti della contemporaneità, quelli di chi lavora con gli esclusi, con gli oppressi, con gli ultimi.

I feticci della legalità e della memoria

Sugli alti luoghi della mia città sono stati eletti alcuni idoli con culti molto feticistici. Questi idoli si chiamano: memoria e legalità. Comincio dalla memoria.

La memoria è oggi un ricatto permanente. Chi si ponesse con sguardo critico nei suoi confronti, automaticamente sarebbe in odore di sospetto. La narrazione dominante recita più o meno così: la memoria è sacra, perché se non lo si ricorda, il passato, è destinato a ripetersi. E siccome il passato è sempre orrore, sangue e abisso, noi che siamo gente civile teniamo lontano il mostro del passato col culto della memoria.

Primo Levi, riferendosi ai meccanismi della memoria, nella prefazione dei Sommersi allerta i lettori sul fatto che il libro che si trovano tra le mani è impastato di una sostanza ambigua e complessa, da prendere sul serio, ma al tempo stesso da guardare con sospetto. Perché come ha scritto recentemente Daniele Giglioli nella sua Critica della vittima, la memoria istituisce con il passato un rapporto proprietario. La memoria si appropria del passato. Non è mai neutra; è sempre la mia memoria, la nostra memoria, la memoria delle vittime, la memoria di qualcuno nel cui nome si parla. E serve per lo più a legittimare l’azione nel presente di qualcuno che diventa portavoce, detentore, mediatore dei possessori di memoria. Osservazioni banali, se non fosse per questo culto di massa che ci ha accecati. Tutti i nazionalismi sterminatori dell’ultimo secolo hanno avuto la memoria come propria bandiera.

Vogliamo parlare del passato barbarico e glorioso della Germania? O di quello sconfitto e nobile dei serbi? Del passato universale del califfato musulmano? O di quello imperiale e panslavista russo? Nel nome di queste “memorie”, nell’ultimo secolo si è sparso sangue a fiumi.

Anni fa mi capitò di andare nel Nagorno Karabakh, una regione del Caucaso meridionale, e di trovare una città che era stata fatta letteralmente sparire. Si chiamava Agdam, era una città di 150mila abitanti che nel corso del ‘900 gli armeni avevano letteralmente cancellato. Non c’erano più nemmeno le fondamenta. Avevano bruciato e sotterrato anche le stoppie in modo che non ne rimanesse traccia. Un’intera città azera eliminata dagli armeni. Gli armeni, popolo della memoria, quelli che giustamente sbattono in faccia all’Europa lo specchio impietoso del passato: tu non puoi costituirti come terra dei diritti e della civiltà finché neghi la tua genealogia. E la tua genealogia comprende anche lo sterminio immane degli armeni a opera dei turchi. E allora discutiamone, organizziamo convegni, facciamo memoria, ma intanto lasciamo sparire la memoria degli azeri di Nagorno Karabakh. Cerchi concentrici della memoria.

La memoria è preziosissima, fondamentale, a condizione che sia sussunta nella fatica della storia, la fatica cioè di mettere molte interpretazioni, molte “memorie”, su un tavolo – come ha fatto, ad esempio, Nelson Mandela – e di negoziare tra interpretazioni diverse, accettando anche di arrivare a un accordo artificiale, perché l’obiettivo, per certi versi impossibile, è di capire il passato. Il culto feticistico della memoria rivela i suoi piedi di argilla non appena se ne rovesci l’assunto di base. Non è vero che il passato si ripete se non lo si ricorda. È vero purtroppo che il passato si ripete se non lo si capisce.

Il culto della memoria è stato messo lì, sulle alture delle mia città, insieme a un altro feticcio che si chiama Legalità. La legalità viene presentata come un valore assoluto, da insegnare nelle scuole, da trasmettere ereditariamente. Ogni bambino deve crescere con l’idea di Legalità.

Dopodiché la storia, quel convitato di pietra che descrivevo prima, arriva sempre un po’ petulante a ricordarci che ogni evoluzione umana è avvenuta attraverso una rottura della legalità vigente, e che la legalità in realtà non è un valore ma un metodo. La società è un accordo raggiunto tra soggetti che portano interessi diversi, addirittura in conflitto. I rapporti di forza intercorrenti tra di essi determinano un accordo artificiale che è una specie di patto: la società, appunto. Questo accordo artificiale viene fatto rispettare grazie a un metodo che si chiama legalità. Metodo che quindi risente degli stessi condizionamenti, delle stesse ideologie, degli stessi rapporti di forza che intercorrono in una società, in un preciso momento storico.

Può elevare a valore assoluto il metodo della legalità solo chi presuma di essere nella società ideale, nell’anarchia realizzata, nel socialismo utopistico, nella democrazia perfetta. Solo se penso di essere al culmine della storia umana, se credo in un progresso costante e perfetto rispetto al quale mi trovo nell’ultimo stadio posso attribuire alla legalità un valore assoluto. Se le cose non stanno così e la legalità rimane un valore al di là dei condizionamenti di potere, allora ha ragione Adolf Eichmann quando difendendosi a Gerusalemme afferma di essere il rappresentante di una legalità voluta e costruita dal popolo tedesco attraverso un processo di consenso democratico e di non poter essere giudicato ex post da i vincitori della guerra. Se la legalità è un valore assoluto, indipendente dal contesto in cui viene invocata, Eichmann ha ragione e Sandro Pertini e Giovanni Pesce sono terroristi. Non c’è via di mezzo

E che la legalità sia un metodo condizionato dai rapporti di forza e dalle ideologie lo dimostra quello che succede oggi. Giancarlo Caselli, ex capo della Procura di Torino, ha istituito due processi che stanno infiammando la mia città. Uno riguarda l’incendio di un compressore in un cantiere della Tav, a Chiomonte. Quattro ragazzi che sono stati incastrati con un’intercettazione vengono incriminati per aver tentato di bruciare un compressore, con l’aggravante di finalità terroristica che prevede una pena minima di 20 anni e una massima di 30. L’aggravante di finalità terroristica è una novità assoluta nel panorama giudiziario italiano, perché il terrorismo fino a ora era considerato un reato di tipo associativo. Ora questi quattro ragazzi, che non si conoscevano nè avevano niente in comune, diventano improvvisamente terroristi perché dopo il 2001 è stato aggiunto un comma alle leggi sul terrorismo secondo il quale ha finalità terroristica ogni azione volta a impedire allo stato di compiere un’attività che lo vincola sul piano internazionale.

Quindi fate attenzione: se qualcuno ha manifestato contro gli F35 potrebbe avere problemi simili in futuro. Il procuratore Caselli ha sempre dichiarato di perseguire i No Tav sulla base della singola responsabilità, del singolo reato e non in nome di una valutazione sull’opportunità o meno della “grande opera”. Ma se ci pensate bene l’aggravante di terrorismo è esattamente la conseguenza di una valutazione sul valore strategico dell’opera.

Proviamo a incrociare un altro rogo e un altro processo. Torino, inverno del 2011: una ragazzina dice di essere stata violentata dagli zingari del campo della Continassa. Dopo pochissimo ritratta: aveva semplicemente fatto sega a scuola e si era inventata la scusa della violenza per mettersi al riparo dalle conseguenza della sua marachella. Il giorno dopo la vicenda è già risolta, ma nel frattempo da una manifestazione spontanea a Torino si stacca uno spezzone che va a bruciare le baracche dei rom della Continassa.

La procura che propaganda e vende alle scuole i corsi sulla legalità ha incriminato questa gente per incendio doloso: pena massima 6 anni. Una delle società che realizza l’Alta velocità è ammessa come parte civile nel processo contro i quattro che hanno bruciato il compressore: avrebbero potuto esserci degli operai di conseguenza il reato non è solo contro oggetti, ma anche contro la persona. Le famiglie rom del campo della Continassa, al contrario, non sono ammesse come parte civile perché sono state bruciate solo delle roulotte e quindi si tratta di un danno contro beni materiali.

Questa è la legalità per come viene intesa alla luce dei rapporti di forza delle ideologie che controllano oggi il nostro immaginario, oltre che il nostro territorio. In nome di questi due feticci si arruolano giovani coscienze a migliaia e si creano masse di manovra che danno visibilità, potere, contiguità col potere.

Minoranze attive e crollo del welfare

Cosa è successo sugli alti luoghi della mia città dove sono stati eletti i feticci della legalità e della memoria? Abbiamo preso i nostri bambini – e questi bambini li chiamo tutela della maternità sul lavoro, eguaglianza uomo-donna, dignità della persona, diritto del lavoro, assistenza sanitaria – e li abbiamo sgozzati sotto quegli altari. Uno dei teatri principali in cui sta avvenendo tutto ciò è proprio il mondo del privato sociale. I poteri che stanno minando il sistema del welfare coccolano quel privato sociale che gestisce il nuovo welfare esternalizzato per ripulirsi la coscienza e sembrare in questo modo attenti ai bisogni della marginalità. Quei poteri indicano il privato sociale come il laboratorio più avanzato di cittadinanza, convivenza, democrazia, giustizia sociale. Ma in quel laboratorio vengono massacrati i diritti del lavoro, la dignità, la parità fra uomo e donna.

Alla presidentessa del circolo Arci si potrebbe obiettare: negando alle tue colleghe il diritto alla maternità in nome della memoria e della legalità sei sicura che stai mandando avanti la società o la stai facendo retrocedere di settant’anni?

Tutto quel mondo che per comodità chiamo dell’“azione solidale organizzata” è recente, recentissimo. La maggior parte delle onlus, ha scritto recentemente Giovanni Moro (Contro il non profit, Laterza 2014) sono state fondate dopo il 1978. Questo mi fa sperare che un fenomeno sociale così recente per quanto ingarbugliato e corrotto sia ancora riformabile.

Tutte le forme che hanno assunto in questi anni le azioni solidali organizzate nascono da un nucleo atomico originario che è la relazione di aiuto. Possiamo chiamarla cura, tutela, alfabetizzazione, capacity building, empowerment o tutte le definizioni che ci vengono in mente, ma il nucleo originario rimane lo stesso. E quel nucleo contiene sempre dentro di sé un difetto d’origine. Detto in termini cristiani, contiene il diavolo. Perché la relazione d’aiuto è sempre anche una relazione di potere. Appena la istituisci, istituisci una rapporto di minorità, e quindi di potere, tra chi è aiutato e chi aiuta. Finchè la relazione rimane personale, uno a uno, gli effetti collaterali di questo difetto d’origine possono essere tenuti sotto controllo. Chi è aiutato potrebbe prima o poi farsi carico dei bisogni di chi aiuta. A questo stadio la relazione d’aiuto è in potenza reversibile. Questa possibilità di reversibilità ha a che vedere con la condizione di cittadino, in assenza della quale si scivola immediatamente nella categoria di utente.

Ma quando la relazione d’aiuto cresce oltre una certa misura e diventa da uno a tanti, da pochi a molti, quando in sostanza si istituzionalizza, non è più reversibile. Se fondo un’associazione, un’organizzazione, un’istituzione che gestisce professionalmente relazioni di aiuto, contemporaneamente la relazione di potere prende il sopravvento sulla relazione di cura.

Con questo non voglio dire che non si debba fare solidarietà associata, organizzata, e anche istituzionale. È fondamentale. Una guerra che sposta milioni di profughi mi dice che quella solidarietà organizzata va messa in piedi; me lo impone. Non posso non tentarla. Ma è fondamentale tenere sempre l’occhio impietosamente puntato sul fatto che si sta istituendo una relazione di potere che trasforma alcuni cittadini in utenti.

La tendenza a rimuovere questo rapporto di potere porta a vedere solo la parte positiva dell’aiuto organizzato. E invece il sociale è cresciuto con un diavolo originario, di natura psicologica se non vogliamo definirlo metafisico, che ha incontrato altri diavoli, molto più materiali e storici.

Ne cito subito un paio. Il mondo della solidarietà organizzata si è trovato negli ultimi vent’anni ad affrontare e per certi versi a incarnare due riforme striscianti, non dichiarate, che hanno cambiato il nostro paese. La riforma del welfare, nella direzione della privatizzazione (in cui tutto “il sociale” viene esternalizzato al privato) e la riforma del lavoro, nella direzione della decostruzione dei diritti del lavoro dipendente, di cui oggi vediamo chiaramente la fase terminale.

Ne aggiungo un terzo. A partire da processi avviati fin dagli anni ’80, molte organizzazioni del sociale iniziano a trasformarsi in aziende perché devono mantenersi e competere spietatamente in un mercato che dispone di poche risorse. Non potendo investire né accantonare (perderebbe in questo modo lo statuto di “non profit”), il mercato delle associazioni è circoscritto alle donazioni private e ai finanziamenti pubblici. Questo costringe le associazioni a entrare in una competizione sempre più spietata le une con le altre, che trova compimento nello status giuridico, legiferato tra il 2005 e il 2006, della “impresa sociale”. Tutto questo si traduce in marketing, pubblicità, controllo del mercato. E professionalizzazione. Non più però nel senso delle competenze relative alla relazione di aiuto, ma sul modello d’impresa: servono consulenti commerciali, esperti di comunicazione, di grafica pubblicitaria, eccetera. Servono insomma altri stipendi, oltre a quelli degli educatori.

Cambiano anche i modelli organizzativi. Moltissime associazioni ad esempio, anche tra le più ossequiate, praticano l’interlocking, l’abitudine cioè ad appoggiare l’ingresso dei propri dirigenti in diversi consigli di amministrazione o in strutture dirigenziali di altre associazioni. Si crea quella rete di cointeressenze che a un certo punto Monti ha pensato di mettere fuori legge per il profit ma che nel no profit è diventata prassi corrente.

Il cerchio si chiude nel momento in cui, per trovare sostenibilità in questo nuovo regime di concorrenza ultra liberista che chiamiamo “crisi finanziaria”, le organizzazioni del privato sociale intervengono sui diritti del lavoro: è lì che puoi tagliare, è lì che la degenerazione trova compimento.

Intervento sociale e critica della società

Il mondo dell’intervento sociale nasce in una fase precisa, verso la metà degli anni ‘70, da due matrici culturali precise, il cattolicesimo dissidente e la sinistra libertaria post-stalinista, entrambi molto critici nei confronti del modello sociale dominante. Li accomuna anche una critica “agita” alla società, non narrata, non ideologica. Come dire: c’è un modo di costruire società che non ci piace; noi, invece che protestare, “facciamo società” in un altro modo. E così mettiamo il sistema, come si diceva allora, davanti alle sue contraddizioni.

Tutta la dimensione critica che ha determinato la nascita della solidarietà organizzata, per le ragioni che ho sommariamente descritto, ha finito per evaporare fino al punto in cui “il sociale” si è trovato a incarnare il laboratorio sperimentale più avanzato e più innovativo di quel modello dominante contro cui ha combattuto, con esiti alterni, per oltre trent’anni.

Il brand rimane ancora la critica al potere e l’escamotage per legittimare questa contraddizione bruciante non può che essere linguistico. È il linguaggio che consente di scendere a patti con il potere e contemporaneamente di mantenere una parvenza di critica al potere.

Tutto è cominciato con una sorta di “credito morale”: ho tirato fuori dalla strada gente che si bucava negli ’70 e sono stato il primo a farlo. Belle azioni che rivendicano un credito: questo monte azioni vi obbliga ad aiutarmi perché ne possa realizzare delle altre. Passaggio già un po’ più imbarazzante: dal credito morale, alla credenziale morale. Non è più legata alle azioni importanti, ma al ruolo, al carisma.

Io combatto il male, che è assoluto, e quindi rappresento il bene assoluto. Non sono criticabile perché incarno un modello avanzato di società; i miei comportamenti sono legittimati in base a una credenziale morale. Ma nel mercato ultra-liberista nel quale le onlus si trovano a rischiare di diventare le più liberiste tra le realtà commerciali, non basta la credenziale morale. Bisogna trasformare la credenziale in ideologia autolegittimante; bisogna rimuovere completamente le due relazioni di potere che si sono nel frattempo istituite e che ostacolano la concorrenza.

Una interna che è quella insita nella relazione d’aiuto di cui parlavo poco fa, e l’altra esterna perché hai bisogno che non venga l’ispettorato del lavoro a vedere come tratti i dipendenti; hai bisogno che il sindacato non si intrometta troppo, ma hai anche bisogno di farti vedere di fianco a Renzi, a Napolitano, al Papa perché in questo modo aumenta la tua legittimità. Così come loro hanno bisogno di farsi vedere con te perché così mostrano quanto sono sensibili agli ultimi.

E così che si instaura un rapporto pesantissimo, di doppio vincolo, con il potere. È così che il mondo della solidarietà organizzata si è costruito una falsa coscienza organizzativa, sociale ed economica molto legata a questioni materiali, diventando al contempo un modello additato dai media e dalla politica per il futuro della democrazia.

Il fenomeno è così intricato e implica sfere così profonde – non solo dell’economia, ma anche della psicologia e dell’antropologia – che ci sembra che le cose siano sempre andate così e che non possano andare diversamente. In realtà il pervertimento delle azioni solidali organizzate ha uno sviluppo relativamente recente e per questo, mi sforzo di credere, non completamente irreversibile.

da qui

venerdì 25 settembre 2026

Boia di Stato: gli Usa, gli Usa e gli Usa - Giuseppe Lodoli

 

Tre articoli ripresi dal nuovo numero del Foglio di collegamento del «comitato Paul Rogeau contro la pena di morte»:  due storie  di “errori” con un elenco di film e video video. A seguire la presentazione e l’indice del nuovo numero.

“SONO USCITO DALLA PRIGIONE MA NON SONO ANCORA LIBERO”

LOUISIANA: imparare a vivere in libertà, 30 anni dopo la condanna a morte.

Condannato ingiustamente a morte a 17 anni, Shareef Cousin è sopravvissuto a un decennio dietro le sbarre prima di essere scagionato e rilasciato. Trent’anni dopo, è determinato a trovare il suo personale senso di libertà, compiendo un viaggio attraverso gli Stati Uniti con i suoi figli.


A sedici anni, fui arrestato e secondo i funzionari dello Stato della Louisiana, ero irrecuperabile e decisero che, qualunque danno credessero avessi commesso, l’unica soluzione era la mia esecuzione.

A diciassette anni entrai nel braccio della morte prima ancora di avere l’età per votare, prima che il mio cervello si fosse completamente formato, prima ancora di avere le parole per descrivere gli effetti che una paura prolungata può avere su una persona nel tempo.

Stavo giocando a basket in un campionato cittadino di New Orleans quando è avvenuto l’omicidio.

La principale testimone oculare non poteva vedere senza occhiali, che quella sera non indossava. Il detective incaricato delle indagini ha ricevuto una falsa soffiata da un informatore che cercava di patteggiare, ha segnalato il mio nome a Crimestoppers per ottenere un mandato di arresto nei miei confronti e poi ha intascato migliaia di dollari per la sua soffiata. Niente di tutto ciò ha avuto importanza. Sono stato condannato e spedito ad Angola (NdR:penitenziario di Stato della Louisiana), per i successivi 10 anni.

Sono sopravvissuto al braccio della morte. Ho poi trascorso anni nel braccio comune. Solo molto tempo dopo sono tornato a casa.

Quest’ordine è importante. Perché la libertà, quando finalmente è arrivata, non è arrivata in modo pulito. Non ha cancellato ciò che c’era prima. E non è arrivata con delle istruzioni.

Quando finalmente fui scagionato, molti diedero per scontato che la parte più difficile fosse finita.

Innocenza ritrovata. Porte aperte. Vita ripresa. Le supposizioni del pubblico tendono a fermarsi lì,come se sopravvivere a qualcosa di estremo ti preparasse automaticamente a vivere dopo.

No.

Ma la liberazione senza riparazione non è liberazione. È uno spostamento. Avevo imparato asopravvivere alla detenzione. Ho continuato in quel modo anche dopo essere uscito di prigione.

Nessuno mi ha insegnato a vivere in libertà.

Nel 2005, la Corte Suprema degli Stati Uniti, nel caso Roper contro Simmons, stabilì che condannare a morte i minorenni era incostituzionale. Il giudice Anthony Kennedy, scrivendo per la maggioranza, osservò che «le differenze tra i delinquenti minorenni e quelli adulti sono troppo marcate e ben note per rischiare di condannare a morte un giovane». La Corte riconobbe finalmente ciò che la scienza e il buon senso suggerivano da tempo: i bambini sono più impulsivi, più suscettibili alle pressioni e più capaci di cambiare.

È stata una decisione storica. Ma era troppo tardi per me e per molti altri travolti da quella che oggi viene definita incarcerazione di massa. Sono solo uno dei milioni di persone che lottano in questa situazione.

«I miei figli mi hanno mostrato degli schemi che non sapevo di ripetere: rigidità scambiata per disciplina, distanza emotiva confusa con forza, controllo che sostituisce la curiosità.Non si è trattato di scelte deliberate.Si trattava di comportamenti appresi, plasmati da anni trascorsi in detenzione dove l’autonomia era pericolosa e la conformità veniva premiata».

Ciò che la sentenza Roper non poteva cancellare erano gli anni già vissuti sotto la minaccia dell’esecuzione, né l’architettura psicologica costruita durante quel periodo. Il carcere, soprattutto il braccio della morte, non è semplicemente un luogo in cui si sopporta. È un sistema che insegna a sopravvivere restringendo i propri orizzonti. Il controllo viene percepito come sicurezza.

L’immobilità può sembrare pericolosa.

Nemmeno l’innocenza ti protegge.

Dopo due anni nel braccio della morte e altri otto nel braccio comune, ero governato da regole rigide, plasmate dal tempo che scorreva in istituto, e avevo imparato a non dare nell’occhio. Quando sono tornato nel mondo libero, quelle lezioni erano profondamente radicate, anche se non sapevo ancora come definirle.

I cambiamenti dentro di me si sono manifestati in piccoli modi. Nel modo in cui strutturavo rigidamente le mie giornate. Nel disagio che provavo nel riposo. Nel senso di maggiore affidabilità che il controllo mi dava rispetto alla fiducia. Queste abitudini in carcere, un tempo mi tenevano in vita, invece all’esterno, rendevano più difficile l’intimità.

Poi sono diventato marito. Due volte.

Entrambi i matrimoni sono finiti. Non perché mancasse l’amore, ma perché la detenzione aveva plasmato il modo in cui davo amore e ricevevo amore. Il carcere insegna l’efficienza emotiva, il controllo. La vulnerabilità può essere pericolosa. La dipendenza può essere rischiosa. Quegli istinti non scompaiono solo perché si è legalmente liberi. Invece l’intimità richiede una delicatezza che la sopravvivenza non premia.

Questa non è una confessione. Sono le conseguenze di decenni di detenzione. Le conseguenze della detenzione si sono propagate a macchia d’olio, influenzando matrimoni, famiglie e futuri che non erano direttamente coinvolti nella sentenza, ma che ne sono comunque stati plasmati.

Ho perso anche degli amici.

Gli uomini con cui ho convissuto – uomini sopravvissuti al braccio della morte – non tutti hanno saputo vivere nella libertà. Alcuni sono tornati a casa portando con sé traumi senza parole, una struttura senza sostegno, un dolore senza cure. La droga ha riempito lo spazio che un tempo era occupato dalla reclusione. Lo stesso sistema che ci aveva rinchiusi ci ha liberati, ma senza prepararci a ciò che ci aspettava. Le capacità di sopravvivenza non si traducono facilmente nella vita civile. Non tutti riescono a compiere questa transizione.

Sono padre di 7 figli, di cui 4 maschi. Negli ultimi 9 anni, sono stato un padre single per 2 di loro, due ragazzi che ora hanno 10 e 12 anni. Sono cresciuti osservandomi mentre scoprivo il concetto di libertà non come un’idea astratta, ma come una pratica quotidiana plasmata da tutto ciò che è accaduto durante la detenzione.

I miei figli sono nati durante la mia libertà, ma senza la facilità che la libertà stessa offre.

Da padre single, ho iniziato a capire come la detenzione avesse ripercussioni anche sulla mia vita da genitore. Ciò che il carcere mi imponeva da adolescente non aveva posto nella vita che volevo offrire ai miei figli. Ero uscito di prigione, ma non mi ero ancora liberato dalla prigione.

Come società, parliamo di de-carcerazione principalmente come obiettivo politico: pene più brevi, meno carceri, riforme più intelligenti. Questi sforzi sono importanti. Ma sono incompleti se non si affronta l’impatto interiore della reclusione su una persona.

All’inizio di quest’anno, in occasione del trentesimo anniversario della mia condanna a morte, io e i miei figli abbiamo lasciato New Orleans per iniziare un viaggio di due anni. Vivere in un camper con i miei figli non significa fuggire. Ho imparato che la mobilità sconvolge le rigide strutture mentali che la detenzione impone. Interrompe il tempo imposto dalle istituzioni – i conteggi, gliorari, la monotonia – e lo sostituisce con qualcosa di meno familiare e più impegnativo: la possibilità di scegliere.

Ho pianificato attentamente il nostro viaggio, integrando libertà e possibilità di scelta. L’idea è che queste nuove abitudini si radichino in me, proprio come lo era la prigione un tempo.

Finora, sembra funzionare. In viaggio, si impongono meno regole. Se ne negoziano di più.

L’istruzione a casa diventa un atto di disimparare le regole della detenzione. Sostituire campanelli e file con conversazione e ricerca. La curiosità torna ad essere centrale, non l’obbedienza.

Può sembrare romantico. La mia speranza è di guarire. Perché la libertà può essere destabilizzante.

Ho iniziato a chiamare questo processo “de-carcerazione del sé”.

In quest’opera discontinua e non lineare, il dolore convive con la possibilità: dolore per gli anni perduti, per gli amici che non ce l’hanno fatta, per le versioni di me stesso che non hanno mai avuto la possibilità di esistere.

Ora, inaspettatamente, mi trovo ad affrontare un’ulteriore difficoltà: ho perso un contratto su cui contavo per il mio sostentamento durante il viaggio. Ho avviato una raccolta fondi su GoFundMe (vi prego di contribuire se potete), ma cerco di non perdere la speranza.

Ho anche appreso che gli effetti dell’istituzionalizzazione non si limitano alle carceri. Molti statunitensi vivono con una mente istituzionalizzata, plasmata da scuole, luoghi di lavoro e sistemi che premiano l’obbedienza a scapito dell’immaginazione.

Non porto i miei figli in viaggio per insegnare loro a essere liberi. La libertà, ho capito, non è l’assenza di sbarre. È la presenza di autonomia e il coraggio di vivere al di là della mera sopravvivenza.

Il camper si muove. Il paesaggio cambia. I miei figli mi fanno domande a cui non sempre so rispondere. Sto imparando a vivere nella libertà senza temerla.

Questo è liberare se stessi dalla prigione.

(fonte: Shareef Cousin, thelensnola.org)


QUATTRO RAGAZZI INNOCENTI: 35 ANNI contro 35 MILIONI

Una delle più gravi ingiustizie giudiziarie americane: quattro giovani condannati senza prove e scagionati solo grazie ai progressi dell’analisi del DNA

TEXAS: Nel maggio del 2026, il Consiglio comunale di Austin ha approvato un risarcimento di 35 milioni di dollari a favore di tutti e quattro gli uomini, a seguito delle false accuse mosse contro di loro nel caso noto come «gli omicidi del negozio di yogurt».

La sera del 6 dicembre 1991, scoppiò un incendio nel negozio di yogurt “I Can’t Believe It’s Yogurt!” ad Austin, in Texas. Dopo che i vigili del fuoco spensero le fiamme, trovarono i corpi di quattro ragazze adolescenti, nude, tutte uccise con colpi di arma da fuoco alla testa: Eliza Thomas, 17 anni, Amy Ayers, 13 anni, e le sorelle Jennifer Harbison, 17 anni, e Sarah Harbison, 15 anni.

La polizia ha affermato che alcune delle ragazze avevano subiìto violenza sessuale e ha ritenuto che il responsabile avesse appiccato l’incendio per distruggere le prove.

La polizia concentrò le proprie energie su quattro adolescenti: Maurice Pierce, Michael Scott, Robert Springsteen e Forrest Welborn.

Pierce fu arrestato per la prima volta entro una settimana dall’inizio delle indagini, in un centro commerciale locale, poiché la pistola in suo possesso era simile a una delle armi usate negli omicidi. Dopo ore di interrogatorio, Pierce confessò i crimini.

Tuttavia, la sua confessione presentava delle incongruenze con i fatti del crimine, e venne confermato che la pistola non era quella usata negli omicidi.

Nel 1999 (otto anni dopo i fatti), la polizia riportò i quattro uomini, che all’epoca degli omicidi erano adolescenti, in centrale per ulteriori interrogatori e li incriminò per omicidio premeditato.

Tuttavia, una giuria popolare si rifiutò di incriminare Welborn e le accuse contro Pierce furono infine ritirate per mancanza di prove.

Scott e Springsteen finirono per subire le conseguenze più gravi quando entrambi confessarono gli omicidi del negozio di yogurt durante gli interrogatori della polizia. Tra il 2001 e il 2002, entrambi furono processati separatamente e condannati nonostante la mancanza di prove fisiche che li collegassero al crimine. Springsteen ricevette la pena di morte, successivamente commutata in ergastolo dopo che la Corte Suprema degli Stati Uniti stabilì che i minorenni non potevano essere condannati a morte, dato che all’epoca degli omicidi aveva 17 anni. Scott fu condannato

all’ergastolo senza possibilità di libertà condizionale.

Nel 2009, nuove analisi del DNA scagionarono tutti e quattro gli uomini. Il procuratore distrettuale della contea di Travis, Rosemary Lehmberg, annunciò l’archiviazione delle accuse contro Scott e Springsteen, che furono quindi rilasciati. Il processo di riabilitazione per tutti e quattro gli uomini iniziò nel dicembre 2025 e, nel febbraio 2026, un giudice dichiarò Pierce, Scott, Springsteen e Welborn innocenti.

Dall’accordo di risarcimento di 35 milioni di dollari, Springsteen e Scott riceveranno 9,85 milioni di dollari; Welborn ne riceverà 4,85 milioni, e la famiglia di Pierce, scomparso nel 2010, ne riceverà 10 milioni.

Nel 2025 (oltre 15 anni dopo l’archiviazione delle accuse contro i quattro uomini), una tecnologia avanzata del DNA ha permesso di scoprire chi avesse realmente ucciso le quattro ragazze: Robert Eugene Brashers. Gli scienziati forensi hanno utilizzato un campione di DNA prelevato da sotto l’unghia di Amy, che corrispondeva a un profilo genetico di Brashers, coinvolto in un caso di omicidio e violenza sessuale avvenuto nel 1990 in Carolina del Sud. Tuttavia, Brashers non era stato incriminato perché si era suicidato nel 1999.

«Fin dall’inizio abbiamo detto loro di controllare le unghie di Amy» ha raccontato la madre di Amy, Pam Ayers: «Sapevamo che avrebbe reagito con tutte le sue forze».

(fonte: aetv.com)


VOCI E IMMAGINI CONTRO LA PENA DI MORTE

Una selezione di video e film che raccontano il dibattito sulla pena di morte attraverso testimonianze, storie vere e riflessioni sui temi della giustizia, della dignità umana e della possibilità di redenzione, da diverse prospettive. Attraverso testimonianze dirette, analisi giornalistiche, campagne per i diritti umani e racconti ispirati a vicende reali, questi contenuti offrono strumenti utili per approfondire.

VIDEO CONTRO LA PENA DI MORTE

1. Amnesty International – “Death to the Death Penalty“

Breve spot che denuncia la crudeltà della pena di morte con immagini simboliche e

molto efficaci.

https://www.youtube.com/watch?v=kQRc3C8Ov4U

2. TG2000 – “Pena di morte, appello di Amnesty International“

Servizio giornalistico sulla Giornata mondiale contro la pena di morte 2018, con dati

e testimonianze.

https://www.tv2000.it/tg2000/video/pena-di-morte-appello-di-amnesty-international-

abolire-anche-condizioni-disumane-dellattesa/

3. AJ+ – “What if the Death Penalty Disappeared in America?“

Video divulgativo che spiega perché molti esperti ritengono la pena di morte

inefficace come deterrente, costosa e soggetta a errori giudiziari.

https://youtu.be/m4OmTdeFUok

4. “Behnoud’s Story” – Amnesty International

Cortometraggio animato che racconta la storia vera di un giovane condannato a

morte in Iran e del tentativo del suo avvocato di salvarlo.

https://vimeo.com/49304204?fl=pl&fe=sh

5. “One Last Chance” – Amnesty International

Animazione che riflette sul tema dell’ultimo pasto dei condannati a morte,

evidenziando gli aspetti più disumani della pena capitale.

https://vimeo.com/160651518?fl=pl&fe=cm

FILM

Uno dei più celebri è Dead Man Walking – Condannato a morte (1995), diretto da Tim Robbins e interpretato da Susan Sarandon e Sean Penn. Il film affronta temi come giustizia, perdono e dignità umana ed è spesso utilizzato in contesti educativi per discutere la pena di morte.

Un altro film molto valido è Last Dance (1996) – nella versione italiana “Difesa a oltranza” – basato sulla vera storia di Karla Faye Tucker Brown, prima donna giustiziata negli Stati Uniti dal 1984 e prima in Texas dal 1863, il film uscì due anni prima della vera esecuzione per tentare di sensibilizzare l’opinione pubblica al riguardo. Anche questo film denuncia le ingiustizie radicali insite nella pena di more americana.


LA PRESENTAZIONE (e l’indice completo) DEL NUOVO NUMERO

Il numero si apre con un’importante articolo di Federica Massoli, che ci racconta le storie che si celano dietro i numeri delle esecuzioni, sempre più numerose, in Florida. Prosegue con la testimonianza di Shareef Cousin, che racconta cosa significa vivere dopo aver trascorso dieci anni nel braccio della morte. Presentiamo poi due articoli dedicati a due abolizionisti statunitensi “di eccellenza” e altri due articoli su altrettanti casi emblematici, sempre riguardanti gli Stati Uniti. Segue un breve ricordo di Emma Bonino e del suo impegno per i diritti umani e contro la pena di morte. Il numero si conclude con una selezione di contenuti video e film per sensibilizzare risepetto al tema della pena di morte.

I numeri precedenti del Foglio di Collegamento sono disponibili sul nostro sito:  www.comitatopaulrougeau.org . 

Come di consueto, vi invitiamo inoltre a seguire la pagina Facebook Amici e sostenitori del Comitato Paul Rougeau contro la pena di morte:  https://www.facebook.com/share/1CAo3hLqYc/.

Giuseppe Lodoli per il Comitato Paul Rougeau

da qui