Slec
La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
mercoledì 8 aprile 2026
‘Usa fuori dalla Nato’ minaccia Trump: sarebbe tanto male? - Ennio Remondino
Trump non sa più come uscire dalla guerra a Teheran e preme su alleati sempre più riottosi: «Riconsidererò l’Alleanza atlantica». Sempre più in crisi, il duro Trump straparla, tornando a mettere in discussione uno dei cardini scricchiolanti dell’ordine occidentale del dopoguerra, rilanciando la possibilità di un’uscita degli Stati uniti dalla Nato.
Stati Uniti fuori o senza la Nato?
«Non è più
solo una minaccia agitata in campagna elettorale: nel pieno della crisi
internazionale legata alla guerra con l’Iran, in un’intervista rilasciata al
quotidiano britannico The Telegraph il presidente Usa ha dichiarato di stare
«assolutamente» considerando il ritiro dall’Alleanza, definita una ‘tigre di
carta’, accusando gli alleati europei di non averlo sostenuto sul piano
militare», avverte Marina Catucci da New York. E alla domanda se avrebbe
riconsiderato l’adesione degli Usa al blocco, dopo la fine del conflitto con
l’Iran, Trump ha risposto senza sfumature: «Sì, direi che è possibile
riconsiderarla».
La rabbia dell’impotenza
Le
dichiarazioni arrivano al culmine di una frattura evidente e via via sempre più
profonda e irraparabile. Diversi Paesi europei hanno rifiutato di partecipare
alle operazioni statunitensi nel Golfo e, in alcuni casi, hanno negato l’uso di
basi e spazio aereo, segnando una distanza politica inusuale nella storia
dell’Alleanza. Qualche cenno persino dalla destra italiana in panne da
referendum. E in questa situazione Trump rilancia la sua visione geopolitica
transazionale mercantile: le alleanze non sono sistemi multilaterali
vincolanti, ma semplici rapporti di convenienza del momento.
Mercante in fiera
Prima
ancora, parlando da Miami, Trump aveva messo in dubbio il principio stesso
della difesa collettiva Nato, lasciando intendere che gli Stati uniti «non
devono per forza esserci per gli alleati, soprattutto se questi non ricambiano
il sostegno americano». Nessun sostegno ideologico di antica fattura. Solo
convenienza. Con l’implicito addio all’articolo 5 del trattato Nato, che dal
1949 garantisce che un attacco contro uno Stato membro verrebbe considerato un
attacco contro tutti.
Impero e
Stati vassalli
«La mancata
adesione europea alla strategia americana nello stretto di Hormuz ha
trasformato una tensione strutturale in uno scontro aperto. Le dichiarazioni di
Trump sono arrivate il giorno dopo l’esortazione del tycoon ai Paesi europei a
‘tirare fuori un po’ di coraggio’ e cominciare a ‘imparare a difendersi da
soli’, avvertendo che gli Stati uniti non li avrebbero più aiutati a proteggere
le navi in transito nello Stretto di Hormuz, dove l’Iran ha di fatto bloccato
le spedizioni di petrolio», insiste Catucci.
Il seguito della Corte
Ad
applaudire Trump, subito il segretario di Stato Marco Rubio, che da Fox News ha
fatto eco alle parole del presidente dichiarando che, una volta concluso il
conflitto con l’Iran, gli Usa dovranno «riesaminare il valore dell’alleanza».
Rubio pentito che da senatore «è stato uno dei più strenui difensori della Nato
vi riconosceva un grande valore». Ma adesso non più. Altro costo per la
presenza di basi militari in Europa, che permettevano ‘di proiettare la propria
potenza in diverse parti del mondo’. «Se ora siamo arrivati al punto in cui
l’alleanza Nato significa che non possiamo più utilizzare queste basi per
difendere gli interessi americani, allora la Nato è una strada a senso unico».
Cugini in crisi di famiglia
A difendere
l’alleanza atlantica, il primo ministro britannico Keir Starmer, definendo la
Nato «l’alleanza militare più efficace che il mondo abbia mai visto e ribadendo
il pieno impegno del Regno Unito». Esagerato anche lui, con qualche timore in
più rispetto ai trascorsi di allineamento militare con diverse avventure Usa,
anche le più bugiarde e indifendibili.
Minacce a vanvera
«Al di là
delle dichiarazioni di Trump e Rubio, sul piano istituzionale un’uscita degli
Stati uniti dalla Nato non sarebbe un processo immediato né semplice: richiederebbe
un passaggio al Congresso e probabilmente una maggioranza qualificata», sempre
da Marina Catucci. «Inoltre, per lasciare l’Alleanza gli Stati uniti dovrebbero
chiedere il permesso a se stessi, visto ciò che recita l’articolo 13 della
Nato: ‘Ogni Paese può cessare di essere membro un anno dopo che la sua notifica
di denuncia sia stata depositata presso il governo degli Stati uniti d’America,
che informerà i governi delle altre parti del deposito di tale denuncia».
Effetto politico delle sparate
Di fatto
Trump, in piano crisi militare e politica della sua presidenza, precipita
nell’isteria iraconda, incrina la credibilità dell’Alleanza e apre scenari che,
fino a pochi anni fa, sarebbero apparsi impensabili. Mentre le dichiarazioni di
Trump sono l’accelerazione di una traiettoria che traspariva da tempo: Stati
Uniti al mercato delle alleanze, regolate sempre di più dalla brutale
convenienza definita da un gruppo dirigente in balia di umori più che da
analisi e strategie.
Usa da salvare dalla attuale Casa
Bianca
«Con il ritorno di Trump alla Casa Bianca, la Nato è passata da essere il
pilastro della sicurezza euro-atlantica a un terreno di scontro politico, sia
interno sia esterno», mentre resta da capire se le solite dichiarazioni
roboanti di Trump siano una leva negoziale o l’anticamera di una svolta
storica, se mai il personaggio fosse affidabile anche nella sua stessa
aggressività. Ma il solo evocare l’uscita degli Usa dall’Alleanza sollecita
l’Europa a basta a ridefinire gli equilibri.
martedì 7 aprile 2026
Anna oltre il muro – Maria Rita Contu
Maria Rita Contu a partire da una fotografia che ha trovato in casa, quella di una ragazza, misteriosa, amica della madre, va alla ricerca di quella ragazza, Anna.
È
come un lavoro di archeologia, di ricerca di un’assenza, ricostruendo a partire
da testimonianze la vita di Anna, non solo, ma anche la vita di una comunità
negli anni nei quali si passa da una società immobile a una che si trasforma a velocità fino
ad allora impensabili.
E tutto da una fotografia.
Mi
viene in mente Eduardo Galeano:
Introduzione alla storia dell’arte
Ceno con
Nicole e Adoum.
Nicole
racconta di uno scultore che conosce, un uomo di grande talento e famoso. Lo
scultore lavora in un atelier enorme, circondato di bambini. Tutti i bambini
del quartiere sono suoi amici.
Un giorno il
comune gli commissionò la scultura di un cavallo per una piazza della città. Un
camion portò all’atelier un grandissimo blocco di granito. Lo scultore cominciò
a lavorarlo, dall’alto di una scala, a colpi di martello e scalpello. I bambini
lo guardavano lavorare. Poi i bambini partirono in vacanza, in montagna o al
mare.
Quando
tornarono, lo scultore mostrò loro il cavallo terminato. E uno dei bambini, con
gli occhi spalancati, gli chiese:
-Ma…come
sapevi che dentro quella pietra c’era un cavallo?
(Ceno con
Nicole y con Adoum.
Nicole habla
de un escultor que ella conoce, hombre de mucho talento y fama. El escultor
trabaja en un taller inmenso, rodeado de niños. Todos los niños del barrio son
sus amigos.
Un buen día
la alcaldía le encargó un gran caballo para una plaza de la ciudad. Un camión
trajo al taller el bloque gigante de granito. El escultor empezó a trabajarlo,
subido a una escalera, a golpes de martillo y cincel.
Los niños lo miraban hacer.
Entonces los niños partieron, de vacaciones, rumbo a la montaña o el mar.
Cuando regresaron, el escultor les mostró el caballo terminado. Y uno de los
niños, con los ojos muy abiertos, le preguntó:
-Pero... ¿cómo sabías que adentro de aquella piedra había un caballo?)
Días y noches de amor y de guerra - Eduardo Galeano
La storia di Anna, a metà tra biografia e
romanzo, riporta alla luce la figura di una cugina mai conosciuta dall'autrice
perché morta troppo presto e in circostanze per certi versi misteriose, che nel
piccolo centro ogliastrino, in Sardegna, danno luogo a un racconto popolare
appena sussurrato, ma puntualmente tramandato. Rimosso dai propri familiari, il
suo ricordo riaffiora nella memoria di chi la conobbe e consente all'autrice di
far pace con il proprio passato e le sue ombre, riappropriandosi di un pezzo di
vita e di amore che sanno pesare sull'anima.
L’impero nascosto di Google mostra le debolezze dell’antitrust - Marco Boscolo
Il 10 febbraio scorso la
Commissione Europea ha approvato senza condizioni l’acquisizione di Wiz da
parte di Google, conclusa poi a marzo per un valore di 32 miliardi di dollari.
Wiz è un’azienda israelo-americana fondata nel 2020: opera nel settore della
cybersecurity e ha sviluppato una piattaforma che consente alle aziende di
monitorare e proteggere le proprie “superfici di attacco” sul cloud. Tra i suoi
clienti ci sono i servizi cloud di molte grandi aziende globali.
Teresa Ribera Rodriguez,
commissaria europea per la concorrenza, ha dichiarato in una nota ufficiale che
“Google si posiziona dietro ad Amazon e Microsoft in termini di quote di
mercato nelle infrastrutture cloud e la nostra valutazione ha confermato che i
clienti continueranno ad avere alternative valide e la possibilità di cambiare
fornitore”. In termini di concorrenza e rischio di monopolio del mercato,
quindi, nulla osta all’acquisizione da parte dell’azienda di Mountain
View.
Ma è davvero così? Una recente analisi pubblicata a novembre su ArXiv.org
suggerisce che in realtà gli organi di controllo antitrust non siano riusciti a
intercettare la vera portata dell’influenza di Google nel settore digitale
globale, permettendo all’azienda americana di costituire quello che i tre
autori definiscono “l’impero nascosto di Google”.
Secondo gli autori – Aline
Blankertz, Brianna Rock e Nicholas Shaxson – oggi Google “ha accumulato un
impero di oltre seimila aziende che ha acquisito, supportato o in cui ha
investito, nell’economia digitale e non solo”. Tutto ciò sarebbe stato
possibile per una concomitanza di fattori, a cominciare dalla strategia di
Google di sfruttare investimenti di minoranza nelle società che sfuggono agli
organi di controllo e dalle prospettive troppo stringenti che le stesse
autorità antitrust adottano nel giudicare gli investimenti e le acquisizioni.
Google
controlla oltre 6000 aziende
La base di dati principale usata
nello studio proviene da PitchBook, un’azienda specializzata nel fornire dati
sui movimenti di capitale tra aziende. A questa, i tre autori hanno aggiunto
ulteriori ricerche, includendo anche altre aziende della galassia Google
(DeepMind, YouTube, Google Ventures, Google for Startups e altre) e
un’ulteriore analisi delle informazioni fatte circolare dall’agenzia di stampa
Bloomberg.
Dai dati risulta che negli ultimi
15 anni Google ha costruito la sua rete di influenza – che, come detto,
coinvolge migliaia di aziende digitali – a livello globale. Questa circostanza
mette Google in una posizione di netto vantaggio rispetto alle altre Big Tech
digitali e, come ha commentato un’autrice dello studio, l’economista tedesca
specializzata in piattaforme digitali Aline Blankertz a Guerre di Rete via
email, rappresenta “un’enorme concentrazione di potere”. La differenza rispetto
a situazioni simili che si sono verificate, per esempio, nel settore
finanziario, “sta nel fatto che Google esercita un’influenza molto diretta sui
tipi di tecnologie da sviluppare, che sono solo quelle che avvantaggiano il suo
modello di business”, continua Blankertz. “Questo le consente di permeare un
numero ancora maggiore di ambiti della vita [delle persone] senza dover rendere
conto della propria influenza, poiché tali investimenti non sono soggetti ad
alcun tipo di supervisione”.
Nel suo database, PitchBook distingue, infatti, tra “acquisizione”, cioè la presa del controllo di un’azienda da parte di un’altra attraverso l’acquisto di quote di capitale, e gli “investimenti”, in cui l’acquisto di capitale dà invece diritto a una percentuale inferiore al 15% nei diritti di voto all’interno dei consigli di amministrazione. Seguendo questa distinzione, gli autori hanno analizzato il comportamento di Google tra il 2010 e il 2024.
I dati raccontano un incremento
della strategia di investimento e una progressiva diminuzione delle
acquisizioni e delle fusioni nello stesso periodo.
Un altro fattore importante è che non tutte le aziende in cui Google investe
sono nello stesso settore, pur facendo comunque parte del mondo della
tecnologia digitale. Ciò consente a Google di esercitare un controllo che non è
verticale, ma più simile a un “controllo ecosistemico”, restando però sotto il
radar delle autorità di controllo.
Delle quasi 6000 aziende in cui ha
investito rimanendo sotto la soglia fatidica del 15% dei diritti di voto in
CdA, molte sono state sostenute da Google non solo attraverso capitale, ma
anche risorse: crediti cloud, mentoring, accesso all’ecosistema.
Il risultato è una forma di
“controllo senza proprietà”: Google non possiede le startup, ma ne orienta le
tecnologie e i modelli di business. E mentre queste si appoggiano sempre più
alla sua infrastruttura, finiscono per rafforzarne la posizione sul mercato.
Poiché l’antitrust si concentra soprattutto su fusioni e acquisizioni, questa
rete di investimenti sfugge in gran parte ai controlli. Così facendo,
l’influenza di Google sull’economia digitale mondiale si sarebbe espansa
grandemente senza incontrare ostacoli.
Il
caso di DoubleClick
All’interno della strategia di
Google, le acquisizioni continuano comunque ad avere un peso importante,
nonostante il loro numero ridotto negli anni. Non tanto per l’acquisizione
diretta di fette di mercato in settori vicini, ma soprattutto per
l’integrazione tecnologica. Per spiegare meglio come funzioni, gli autori
dell’analisi descrivono il caso di studio dell’acquisizione di DoubleClick
avvenuta nel 2007.
DoubleClick era un’azienda
americana nata nel 1995 e specializzata nei servizi di pubblicità online. I
regolatori americani ed europei che dovevano esprimere un parere
sull’acquisizione non individuarono problemi perché ritenevano che Google non
avesse abbastanza potere sul mercato e la competizione sarebbe rimasta
alta.
In particolare, la Federal Trade
Commission statunitense (FTC), respinse “la preoccupazione che Google potesse
integrare la propria offerta di pubblicità online con il software di
DoubleClick, discriminando così la concorrenza”, perché non sarebbe stata una
scelta economicamente vantaggiosa. Eppure è esattamente quello che è successo.
Google ha progressivamente integrato DoubleClick nel proprio ecosistema
pubblicitario, diventando l’attore dominante dell’intero panorama della
pubblicità digitale. Con il paradosso che negli anni successivi le autorità hanno
accusato Google di favoritismo e condotta anticoncorrenziale, con pesanti
sanzioni dell’antitrust.
Secondo Blankertz e gli altri
autori, la lezione da portare a casa da questo “peccato originale” è che gli
enti regolatori sottostimano l’integrazione verticale. Concentrandosi sul lato
economico delle acquisizioni, le autorità si preoccupano soprattutto delle
“acquisizioni orizzontali”, cioè aziende simili che operano nello stesso
settore di mercato e che, fondendosi, ne potrebbero controllare una fetta
troppo grossa, penalizzando la concorrenza.
Le “acquisizioni verticali” sono
invece quelle che prevedono di acquisire un fornitore, un cliente o un soggetto
di un altro anello della catena di approvvigionamento. Per capire meglio la
differenza, nell’articolo viene fatto un esempio relativo al settore agricolo:
“L’acquisizione di un altro produttore di pesticidi da parte di un produttore
di pesticidi potrebbe sollevare preoccupazioni di natura orizzontale, mentre
l’acquisizione di un produttore di semi di soia e mais da parte di un
produttore di pesticidi solleverebbe preoccupazioni di natura verticale”. In
questo secondo tipo ricade anche l’acquisizione di DoubleClick da parte di
Google, che, di fatto, ne ha acquisito la tecnologia integrandola nel proprio
ecosistema.
Il
caso FitBit
Acquisire una tecnologia entrando
in società con un’altra azienda è il tema anche dell’altro caso di studio
presentato, quello relativo all’acquisizione di FitBit nel 2020. FitBit era
un’azienda che operava acquisendo dati relativi alla salute dei clienti e
monitorando le loro abitudini.
Seppure con alcune riserve, sia la
Commissione Europea che l’FTC hanno approvato l’operazione, a patto che Google
si impegnasse a prevenire un uso improprio dei dati sulla salute dei clienti e
che si impegnasse a garantire una competizione equa nel mercato. Gli enti
regolatori erano preoccupati che Google potesse utilizzare i dati sensibili di
FitBit relativi alla salute e al fitness per rafforzare la propria posizione
dominante nella pubblicità online, limitare l’accesso dei concorrenti ai dati o
al software e sfruttare il proprio ecosistema Android nel mercato dei
dispositivi indossabili.
Google ha accettato senza troppi
problemi le indicazioni, perché quelle preoccupazioni erano lontane dal toccare
il suo vero interesse strategico. Google sembra infatti aver consentito il
declino di FitBit, come dimostrano il calo degli utenti, la riduzione delle
vendite e la minore rilevanza del prodotto. Nel frattempo, ha spostato
l’attenzione sui propri dispositivi e partnership, come il Pixel Watch e le
collaborazioni con Samsung nel settore dei dispositivi mobile.
Questo risultato suggerisce che
l’acquisizione potrebbe aver funzionato come una “killer acquisition”,
neutralizzando un potenziale concorrente anziché rafforzarlo. Il problema,
quindi, è che se i regolatori si concentrano solamente sui risvolti di economia
“classica” delle acquisizioni e delle fusioni, possono completamente perdere di
vista la reale strategia tecnologica che sottostà alle operazioni finanziarie.
Il
ruolo della politica e della policy
Attraverso questo “impero
nascosto”, avvertono gli autori dello studio, Google si trova in una posizione
dominante per indirizzare lo sviluppo della tecnologia del prossimo futuro.
Ovviamente, cercando di spingerla verso una direzione che sia il più
profittevole possibile per sé stessa. Ma c’è uno spostamento importante che
viene rilevato.
Fino a pochi anni fa, Google
provava ad assumere una posizione dominante nel mercato grazie al suo peso in
termini economici. Oggi, dopo lo spostamento di strategia descritto, Google
starebbe cercando di aumentare la propria rilevanza attraverso un posizionamento
strategico in settori chiave, come per esempio quelli dell’AI,
dell’infrastruttura della cybersecurity e del cloud. Tutti centrali anche
nell’acquisizione appena confermata di Wiz.
Inoltre, Google sta acquisendo
ancora più centralità attraverso una relazione sempre più stretta con gli
uffici governativi americani. L’attività di lobbying presso il governo
americano è tale per cui, scrivono gli analisti nel paper, “Google presenta le
proprie tecnologie cloud e di intelligenza artificiale come indispensabili per
affermarsi a livello geopolitico. Questo crea una situazione in cui il governo
potrebbe sentirsi in dovere di soprassedere su alcuni dubbi relativi
all’espansione di Google e, al contrario, impiegare le proprie risorse per
rafforzare l’azienda, invece che controllarla e limitarla”. In questo senso,
“l’acquisizione di Wiz può essere considerata un caso di studio per questa
dinamica emergente”. E che sembra rappresentare il nuovo paradigma in cui è
intenzionata a operare Google.
Si può intervenire in termini di
policy, magari provando a limitare questo tipo di operazioni da parte di un
attore del mercato? Aline Blankertz non nasconde il suo pessimismo: “Il
problema è che siamo troppo in ritardo. Se vogliamo creare un mercato in cui le
aziende europee possano competere nel settore digitale e in cui i governi
possano contare su un’infrastruttura digitale sicura, dobbiamo prendere in
considerazione interventi efficaci come lo smembramento delle imprese”. Come a
dire: non essendo riusciti a prevenire questa situazione, adesso si dovrebbe
rompere un sistema già consolidato. Non sarà facile.
lunedì 6 aprile 2026
L’altra America: la guerra come destino, la cultura come rifiuto - Adriano Tedde
In un editoriale del 26 marzo dal titolo significativo “Non è Trump, è l’America” (It’s Not Trump. It’s America.), la giornalista Lydia Polgreen nel New York Times si chiede se tutto il caos che il suo paese sta provocando a livello mondiale sia dovuto semplicemente alla deviazione di un Presidente fuori norma o alla manifestazione di cause più profonde legate all’identità americana.
Polgreen
confessa di aver oscillato a lungo tra due diversi sentimenti, come tanti altri
suoi connazionali. Da una parte, si è spesso chiesta se Trump fosse un’anomalia
nel corso della storia americana, un personaggio malefico che utilizza il
potere a suo piacimento come nessun presidente abbia mai fatto in passato. Da
questa interpretazione si trae il conforto che un giorno l’anomalia dovrà finire
con l’uscita dalle scene di Trump, per volontà politica o semplicemente per il
corso della legge di natura. Dall’altra parte, nei suoi momenti più bui la
giornalista si è domandata se invece Trump non fosse altro che il punto di
arrivo naturale di quello che l’America è sempre stata: una nazione compiaciuta
che si autorizza a fare tutto quello che vuole sulla base dei miti della
provvidenza e del cosiddetto “eccezionalismo.”
La guerra
all’Iran – osserva Polgreen – dissolve questa dicotomia, mostrando come
entrambe le chiavi di lettura possano coesistere. L’anomalia e la continuità si
sovrappongono: la follia di Trump è insieme causa e sintomo. Il risultato è un
conflitto che appare tanto arbitrario nelle sue origini quanto radicato nelle
premesse ideologiche che lo rendono possibile. L’articolo si chiude con
l’affermazione che l’unico modo per uscire dal tunnel in cui l’America si è
cacciata è dunque rinunciare una volta per tutte all’illusione
dell’eccezionalismo e riconoscere che il paese è uno fra tanti altri in un
mondo interconnesso.
L’eccezionalismo
è uno dei miti fondanti dell’America sin dai primi anni della Repubblica, nata
250 anni fa. Si tratta di una convinzione, assimilata da ogni studente fin dai
primi anni di scuola, secondo cui l’America è l’eccezione nella storia umana,
il popolo messo alla guida del mondo, capace di plasmare ogni evento con la sua
volontà, alla ricerca della felicità (the pursuit of happiness) intesa
come diritto inalienabile dei popoli nella dichiarazione di indipendenza del 1776.
Di questo
tratto fondante della nazione americana è imbevuto l’intero arco politico, dai
conservatori ai liberali. In tempi a noi vicini, furono Madeleine Albright e i
Clinton a dichiarare l’America come la “nazione indispensabile” del nostro pianeta. La Segretaria di Stato in
un’intervista del 1998 riassunse molto chiaramente il concetto della
superiorità americana affermando: “se usiamo la forza, è perché siamo
l’America; siamo la nazione indispensabile. Restiamo a testa alta e guardiamo
più lontano di altri paesi, verso il futuro, e vediamo il pericolo che incombe
su tutti noi.” Questa è la stessa forma mentis che ha ispirato
i presidenti del ventunesimo secolo, Bush junior, Obama e Biden e che oggi
ispira “l’anomalia” Trump.
Rinunciare a
questa illusione, come suggerisce Polgreen, significherebbe mettere in
discussione uno dei pilastri più profondi dell’identità nazionale. Un
cambiamento di tale portata non ha molti precedenti storici: le civiltà
raramente abbandonano spontaneamente i miti che le fondano, se non in seguito a
crisi radicali.
Eppure, la
storia americana contiene anche un potente antidoto al fanatismo
dell’eccezionalismo. Accanto alla narrazione dominante, esiste una lunga
tradizione critica che ne smaschera le contraddizioni. Dalla disobbedienza
civile di Henry David Thoreau, alla democrazia poetica di Walt Whitman e
l’ironia corrosiva di Mark Twain, gli anticorpi al mito americano erano già
evidenti nel diciannovesimo secolo. fino alle di autori come Jack London,
Sinclair Lewis e John Steinbeck, l’America ha continuamente prodotto voci
capaci di metterne in discussione le certezze.
All’alba del
nuovo secolo, le inquietudini moderne prendono forma nei romanzi di Jack
London Martin Eden (1909) e Il tallone di ferro (1908)
– quest’ultimo è un romanzo che anticipa di oltre un secolo la deriva
dittatoriale di oggi. Nel 1935 Sinclair Lewis scrisse Qui non è
possibile, un romanzo nel quale immaginava l’avvento di una dittatura
simile a quella tedesca con l’elezione nel 1936 di un demagogo populista. Il
romanzo tornò in vetta alle vendite dei libri con la prima elezione di Trump
nel 2016. John Steinbeck con i suoi antieroi della Depressione smontò la
narrazione del sogno americano che si faceva forte proprio negli anni Trenta
per infondere fiducia in una nazione stremata dalla crisi economica. Negli anni
Quaranta, Henry Miller, espatriato in eterno conflitto col suo paese, fece
ritorno in America per trovare riparo dall’Europa in guerra e osservò una
nazione materialista incapace di intendere il mondo. Nel suo Incubo ad
aria condizionata (1940) profetizzò che una volta eliminato il
problema di Hitler, il mondo avrebbe dovuto fare i conti con una minaccia ben
più grande. La dominazione americana. Forse questo spiega perché Miller non fu
mai uno scrittore molto popolare negli USA. La Beat generation e la
controcultura degli anni Sessanta continuarono a contribuire a questo filone di
critica all’ideologia americana. Infine, dagli anni Ottanta fino a pochi anni
fa, l’anti-eccezionalismo fu incarnato dai romanzi di Paul Auster, narratore di
una America piccola che fa i conti con l’austerità e la precarietà imposte dal
neoliberalismo.
Questa
contro-narrazione non si è limitata alla letteratura, la musica e il cinema
sono state due forme di espressione che hanno dato voce a molti contestatori.
Dal blues al country, tutto il repertorio della musica popolare americana dà
voce agli ultimi e ai marginalizzati. Un’opera fondamentale in questo senso
è l’Antologia della Musica Folk Americana una collezione delle
prime registrazioni di musica rurale nera e bianca, curata negli anni Cinquanta
da Harry Smith. L’antologia fu una rivelazione per molti giovani delle città e
della provincia americane del tempo, tra i quali emersero Bob Dylan e altri
cantautori degli anni Sessanta che hanno accompagnato i venti di rivolta contro
l’America razzista e guerrafondaia. Erede tardivo di quella scena è poi Tom
Waits, il cantante californiano che con le sue dissonanze sublimi racconta un
paese allo sfascio da oltre cinquant’anni.
L’antidoto
all’eccezionalismo si può trovare anche nell’industria conservatrice e
capitalista di Hollywood. Si pensi alla satira sociale di Charlie Chaplin o
alla malinconia e l’alienazione in Buster Keaton. All’indomani della Seconda
guerra mondiale, William Wyler filma Gli anni migliori della nostra
vita, un successo di botteghino che con toni melensi denunciava il
trattamento dei veterani di guerra da parte di una nazione vittoriosa ma
ingrata. Elia Kazan negli anni Cinquanta diventa il regista degli “underdog”
che subiscono le ingiustizie della società americana. E quando Hollywood andò
in crisi, una generazione di giovani registi la salvò facendo film a basso
costo che ebbero un grande successo proprio perché diversi da tutto quello che
gli americani erano abituati a vedere la sera nei cinema. A cavallo tra i
Sessanta e i Settanta, la “New Hollywood” di Martin Scorsese, Francis Ford
Coppola, Roman Polanski, Milos Forman, Alan Pakula, Robert Altman e diversi
altri mise in scena drammi crudi e violenti dove evapora del tutto il confine tra
bene e male, moralità e indecenza, rettitudine e ingiustizia. Questa epopea è
riassunta in un recente documentario chiamato Breakdown: 1975 di
Morgan Neville che spiega magnificamente come cinquant’anni fa l’America prese
coscienza dei suoi limiti per l’ultima volta, prima del ritorno in gran stile
della balla del sogno americano con Rocky che vinse l’oscar
come miglior film nel 1976, facendo ripiombare il pubblico nella nebbia
dell’auto-compiacimento della favola dell’eccezionalismo. Una menzione particolare
a questo punto merita il regista Jim Jarmusch, premiato a Venezia lo scorso
anno, come raro esempio di chi ha continuato a insistere sul carattere
non-eccezionale dell’identità americana anche negli anni delle grandi
ubriacature nazionalistiche reaganiane e post-sovietiche. Due film su
tutti: Dead Man (1995) per una rilettura del mito del Wild
West e Mystery Train (1989) per la scioccante
commercializzazione delle narrazioni patriottiche e mancanza di senso della
storia nella società americana.
Perdonatemi
se non ho incluso donne in questa lista, ma il loro contributo è stato
importante quanto quello dei maschi, da Frances Ellen Watkins Harper a Harriet
Beecher Stowe, Toni Morrison, Patti Smith, Dorothea Lange e Nina Simone.
Insomma, l’elenco dei dissidenti dell’eccezionalismo è lunghissimo tra gli
artisti americani, e si fa ancora più lungo quando si prendono in
considerazione anche le diverse correnti della storia intellettuale del paese.
Oggi, di
fronte a segnali di declino politico, sociale e forse anche militare – come
sembrerebbe emergere dalla guerra all’Iran – il richiamo all’eccezionalismo
sembra farsi più insistente proprio mentre perde credibilità. È in queste fasi
contraddittorie che le nazioni tendono a irrigidirsi nelle proprie certezze, talvolta
ricorrendo alla forza per difenderle. Per questa ragione ritengo che la
speranza di Lydia Polgreen che i suoi connazionali si liberino di secolari
illusioni proprio in questo momento storico mi sembra flebile.
Eppure,
un’alternativa esisterebbe, ed è già parte nella storia culturale del paese.
Non richiede rivoluzioni, ma un atto di riconoscimento: accettare che gli Stati
Uniti siano una nazione tra le altre, inserita in un mondo interdipendente.
Basterebbe riscoprire anche solo uno degli artisti illuminati che nel corso di
due secoli hanno messo a nudo la banalità e la normalità dell’America in varie
forme. In fondo, come suggerisce implicitamente la tradizione artistica
americana da Whitman in poi, la misura più duratura di un popolo non risiede
nella potenza delle sue armi, ma nella capacità della sua cultura di
interrogare e criticare sé stessa. In altre parole, anche se ci ostiniamo a
raccontare la storia dei popoli attraverso le loro guerre, l’espressione più
alta che questi lasciano di sé ai posteri è nella loro arte.
Perché l’alleanza con gli USA è un danno non più sostenibile - Piero Bevilacqua
Quale democrazia?
È noto che la maggioranza degli uomini vive il proprio tempo, il proprio
presente, con la testa girata all’indietro, anche quando crede di stare
avanzando nel futuro. Di fatto, nel futuro avanza realmente, almeno con i
piedi, ma osservandolo con la mente ingombra di idee morte, ammuffiti fantasmi
come la roba nella bottega del rigattiere. Vivono così, in Europa e in Italia
in primissimo luogo, non solo tantissimi giornalisti e uomini politici, ma
anche una parte difficilmente calcolabile di cittadini, i quali continuano a
credere che gli Stati Uniti siano quelli che erano nella loro giovinezza, e la
nostra alleanza con loro sia un fatto non solo vantaggioso, ma naturale, come
il colore invariabilmente bianco della neve. Non c’è da stupirsi: i miti durano
a lungo nella nostra mente, soprattutto quando essi ci hanno a lungo sedotto,
offerto punti di riferimento saldi, sono stati la stella polare per orientarci
nel grande mare in tempesta dell’età contemporanea. E almeno dai primi del
Novecento l’America è un mito fondativo della nostra identità, una componente
ineliminabile della modernità europea.
Oggi questo mito è sopravvissuto solo nella mente di qualche attardato
nostalgico, nella malafede di tanti nostri giornalisti padronali, manipolatori
quotidiani d’opinione pubblica, di politici disperati come i governanti
europei, dei tanti che vivono la loro vita senza porsi molti problemi e si
trascinano le vecchie credenze come un difetto di nascita. Non tutti,
comprensibilmente, sono come Don Chisciotte, che crede ancora nell’esistenza
della Cavalleria e salta in groppa a un qualche Ronzinante in cerca di guerre
immaginarie.
Sappiamo che il cuore di questo mito, potente veicolo di potere egemonico
degli USA sul resto del mondo, è la sua democrazia, accompagnata dal vanto di
essere la più antica del mondo moderno. Ora, al netto della demolizione
sistematica condotta già 20 anni fa da Luciano Canfora della effettiva realtà
storica di tale forma di governo, dalle supposte origini greche a oggi (La
democrazia. Storia di un’ideologia, Laterza, 2004 e varie edizioni),
sappiamo che essa è stata in realtà una forma di liberalismo, uno stato di
diritto fondato su una effettiva divisione dei poteri, che certo ha conosciuto
una forma avanzata di stato sociale negli anni del New Deal rooseveltiano. Ma è
stato pur sempre un ben contraddittorio liberalismo, che ha convissuto, sino a
metà degli anni ’60 del secolo scorso, con la segregazione razziale del popolo
nero, lunga eredità della propria economia schiavile. Domenico Losurdo ha
ricostruito una minuziosa cronaca nera di questa socialità liberale e delle sue
pratiche discriminatorie e persecutorie (Controstoria del liberalismo,
Laterza, 2005).
Ma lasciando da parte la storia, che cosa è oggi la democrazia in USA?
Intendo la democrazia formale, ovviamente, niente più che il meccanismo
liberale della rappresentanza. Osserviamo innanzi tutto che cosa è diventato
realmente il sistema politico. Chi non vede che il cosiddetto bipolarismo,
l’alternanza al governo tra Democratici e Repubblicani, è da decenni una
finzione? Non è evidente che vige il sistema del partito unico abilmente
camuffato? Il rito elettorale in quel paese è una dispendiosa fiera milionaria
dove nessun candidato ha speranza di arrivare al Congresso senza investire una
fortuna familiare, ma di norma elargita dalle varie e potenti lobbies
economiche e finanziarie. Non è il popolo, che si limita di fatto a mettere la
scheda nelle urne, a eleggere i deputati, ma sono le ristrette élites del
danaro. E come possono questi eletti rispondere agli interessi reali del vasto
“popolo delle urne” se essi debbono la loro elezione al ristretto “popolo dei
soldi”? Dunque, la politica, chiunque governi, democratici o repubblicani, si
svolge secondo un unico copione con irrilevanti variazioni, un sequel
cinematografico in cui si replicano le stesse storie.
Sarebbe sufficiente tale constatazione per non stupirsi più di tanto della
clamorosa inerzia e silenzio da parte del Partito Democratico di fronte alle
scorribande criminali del presidente Trump. Ma tale silenzio si era già
manifestato in forme più gravi, quando un presidente espresso da quel partito,
Joe Biden, ha sorretto e alimentato militarmente il governo di Israele per
compiere il genocidio a Gaza.
Lo stesso presidente e la stessa amministrazione che hanno rigettato le
risoluzioni dell’Onu su Gaza e le varie sentenze della Corte Internazionale di
Giustizia. Pratica che si perpetua da 76 anni, durante i quali gli USA hanno
posto il veto per ben 45 volte su 94 risoluzioni dell’ONU di condanna di
Israele, che è stato il modo per svuotare l’autorevolezza di quell’organismo.
(Le risoluzioni dell’Onu e i veti degli USA sono pubblicati in appendice a J.
Baud, Operazione Diluvio Al-Aqsa. La sconfitta del vincitore, Max
Milo, 2024)
Ma se il sistema formale della rappresentanza ha così poco a che fare con
la democrazia, che cosa ne è del potere esecutivo, della democraticità e
rappresentatività popolare del governo? Risparmiamo al lettore tante analisi di
cose note. Oggi su questo potere ci informa, nella forma spettacolare che è
propria della politica contemporanea, il comportamento del presidente in
carica. Nelle grottesche, ridicole contorsioni retoriche, nelle affermazioni e
smentite dello stesso giorno, delle stesse ore, dello stesso discorso, di
Donald Trump, questo istrionico, folle personaggio balzato sul proscenio del
mondo da una tragedia di Shakespeare, c’è la rappresentazione plastica,
l’incarnazione umana dell’avvenuta dissoluzione privatistica del potere
esecutivo negli USA. Quest’uomo, che forse è la persona giusta per
rappresentare l’agonia di un impero che non vuol rinunciare al proprio dominio,
mostra che lo stato americano è oggi spartito, come una preda di caccia, tra i
poteri economici che tengono in piedi la società: il complesso
militare-industriale, il variegato mondo della finanza, le lobbies ebraiche che
guidano la politica estera in Medio Oriente, le Big Tech. Le quali ultime, pur
essendo al momento forse le meno potenti nella capacità di condizionamento
politico, costituiscono tuttavia una innovazione inquietante nelle forme in cui
i poteri privati gestiscono funzioni pubbliche. Come ha da poco sottolineato
Dario Guarascio in una sistematica disamina: “Il controllo di infrastrutture,
tecnologie e dati ha gradualmente reso le Big Tech una ‘componente attiva’,
rafforzando ulteriormente la loro posizione all’interno del complesso
militare-digitale americano. In casa e all’estero, le Big Tech si trasformano
sempre più spesso negli ‘occhi’ e nelle ‘orecchie’ dei loro governi” (Imperialismo
digitale. Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA, Laterza,
2026).
Sicché oggi la supposta democrazia americana non solo è capace di esprimere
presidenti che sostengono il genocidio di un popolo, apparso in questi anni
come uno spettacolo hollywoodiano agli occhi del mondo, ma elegge un uomo come
Trump, che può sentirsi un monarca planetario, il primo della storia. Un
padrone senza limiti che minaccia e aggredisce vari popoli della terra senza
che una qualche opposizione si levi dalle istituzioni americane. E ricordare
che gli USA godono ancora della libertà di parola e di stampa poco ci consola,
se pensiamo all’asfissiante potere di manipolazione dei media, con cui i
cittadini vengono quotidianamente ingannati e disinformati. Dunque un potere
così sregolato e assoluto, penetrato da sistemi di sorveglianza e controllo
sempre più efficienti, da far temere per l’avvenire della nostra libertà, di
tutti noi, americani e non americani, “amici” o “nemici”, poco importa.
Dunque noi non abbiamo più oggi ragioni di essere alleati degli USA per la
sua democrazia, per il nostro appartenere alla stessa “sfera di valori”. Dove
sono poi i valori? Può esserlo forse il governo neofascista di Giorgia Meloni,
che con la tirannia e la violenza convive bene — ed è infatti complice degli
USA del genocidio israeliano a Gaza — ma non l’Italia rappresentata dalla
Costituzione repubblicana.
Un patto di aggressione al resto del mondo
Ma noi, si obietterà, siamo legati agli USA dal Patto Atlantico. Bene, quel
patto, nato nel 1949, doveva servire a difendere il “mondo libero” dalla
minaccia sovietica, era figlio della guerra fredda e delle sue retoriche.
Benché si debba ricordare che esso nasceva, oltre che in funzione di controllo
e repressione dei movimenti comunisti, quale strumento di espansione
dell’impero in Europa e in Oriente. Nel dopoguerra, l’Unione Sovietica, che
aveva accettato la divisione del mondo in sfere di influenza, sancita a Yalta
nel 1945, non poteva nutrire alcuna velleità aggressiva fuori dalla sua sfera.
Questa minaccia era agitata ad arte dagli USA per avviare la guerra fredda.
L’URSS usciva stremata dalla guerra, con 27 milioni di morti e un numero mai
calcolato di mutilati e invalidi inetti al lavoro, con tanta parte
dell’industria e delle infrastrutture distrutte. Com’è storicamente accertato:
“I sovietici ritenevano che, sia a livello internazionale che all’interno di
ogni paese, la politica del dopoguerra dovesse svolgersi entro i confini
dell’alleanza antifascista con tutte le forze politiche. Essi si auguravano una
coesistenza di lunga durata, o piuttosto una simbiosi di sistemi capitalista e
comunista” (Eric J. Hobsbawm, Il secolo breve. 1914-1991, Rizzoli,
1995). Ma gli americani avevano altri progetti.
Infatti, dopo il crollo dell’URSS, era evidente che la Nato non aveva più
ragioni di esistere. La contrapposizione di sistema tra comunismo e capitalismo
non esisteva più. Era chiaro che la sua permanenza e la sua espansione,
addirittura la sua proiezione verso l’Europa orientale, ubbidiva a un disegno
imperiale e per niente pacificatore. Del resto, analisti e dirigenti politici
americani dopo il 1991 hanno esplicitamente dichiarato, nel corso degli anni,
gli intenti di dominio unipolare del mondo a cui gli USA si sentivano destinati
dopo l’uscita di scena del Grande Nemico. Ed è ormai diventato un rito
obbligato ricordare il testo di Zbigniew Brzezinski, consigliere per la
sicurezza nazionale sotto la presidenza Carter, La grande scacchiera,
pubblicato nel 1997 (ripubblicato con una postfazione, The Grand
Chessboard. American Primacy and Its Geostrategic Imperatives. Updated with a
New Epilogue, Basic Books, 2016). Oggi, d’altra parte, possiamo dire con
sicura certezza che questa alleanza non doveva proteggerci da nessuna possibile
minaccia. E anche senza il cosiddetto “ombrello americano”, tanto esaltato da
una stampa europea, non si sa se più disonesta o ignorante, non si vede davvero
chi avrebbe potuto aggredire l’Europa. Per i popoli del Continente sarebbe
stato in realtà molto più naturale e vantaggioso stabilire un nuovo rapporto,
anche di alleanza militare, con un paese europeo, come la Russia, che non ci
aveva mai aggredito (al contrario di quanto aveva fatto la Germania di Hitler e
l’Italia di Mussolini), con cui avevamo peraltro fruttuose relazioni economiche
e politiche fino al 2022. L’Alleanza atlantica invece ci ha fatto complici del
progressivo accerchiamento della Russia, sino alla guerra per procura in
Ucraina. Un magistrale colpo strategico da parte degli USA inferto all’Europa,
a partire dalla Germania, a cui ha imposto la fine dell’acquisto di energia a buon
mercato e la possibilità della formazione di una vasta area euroasiatica,
economica e commerciale, che competesse con l’America. Ma non è solo questo. La
Nato ci ha trascinato, in varia misura, in guerre di aggressione contro altri
popoli che non ci avevano portato alcuna minaccia: la Serbia, l’Afghanistan,
l’Iraq, la Libia, la Siria, ciò che ha indotto i nostri governanti, a partire
dai presidenti della Repubblica, a snaturare principi solenni della
Costituzione, sino a coinvolgerci nel sostegno economico e militare a Israele,
perché consumasse il genocidio dei palestinesi a Gaza. E ancora oggi questa
fedeltà scellerata ci spinge a sostenere l’esercito criminale di quel paese,
perché possa continuare i suoi massacri in Cisgiordania, in Libano, in Siria, nello
Yemen, in Iran e dovunque lo ritenga di suo interesse.
Ma con la guerra di aggressione all’Iran — nella quale, con leggendaria
disonestà, i governanti italiani, come tanti altri leader europei, non vedono
la violazione criminale del diritto internazionale — siamo in una fase nuova.
La situazione odierna ci mostra nitidamente a cosa ci espone “l’amicizia con
l’alleato americano”. Non sono solo i dazi commerciali, non è solo
l’imposizione ai paesi Nato della spesa del 5% del Pil in armi, comprate dalle
industrie USA, non è solo l’acquisto del petrolio a caro prezzo dal severo
padrone, non è solo la richiesta di investire i nostri risparmi nel vertiginoso
debito americano. Non è solo questo, soprattutto per l’Italia. Noi stiamo
mettendo le basi militari del nostro paese a servizio di una guerra contro
l’Iran, per un’aggressione sanguinaria in violazione di qualunque diritto. E
questo ci trascina direttamente in guerra. Così, nel Mediterraneo, il Mare
Nostrum, una potenza atlantica, che vive lontano, al riparo tra due oceani, ci
espone alla legittima rappresaglia armata di un paese ripetutamente ingannato e
aggredito. Senza mai, in nessuna circostanza, esprimere la benché minima
protesta contro un’aggressione che procurerà, con la chiusura dello Stretto di Hormuz
e i danni bellici connessi, un danno ingente all’economia mondiale, alla vita
di miliardi di cittadini.
Una conferenza internazionale per la pace
A quale punto dobbiamo dunque arrivare, in quale abisso dobbiamo
precipitare per incominciare a predisporre una rottura di questo vincolo
servile con gli USA, che da tempo non ha altra ragione di continuare se non la
corruzione, gli interessi inconfessabili, la viltà, l’inerzia imbelle, la
miseria politica e intellettuale dei nostri gruppi dirigenti? Tutto questo in
danno crescente e non più sopportabile del popolo italiano?
Rintuzzo subito la ritorsione retorica che ogni volta si attiva, anche da
parte di analisti non corrivi, di fronte a tante luminose evidenze. Essa suona:
«ma non possiamo essere nemici degli americani». Ma è il contrario. Siamo noi
gli autentici, sinceri amici del popolo americano, perché siamo gli avversari
dei loro gruppi dirigenti guerrafondai e criminali. Sciogliere la Nato,
chiudere le basi militari in Italia e dovunque possibile significa sconfiggere
i gruppi dirigenti che non vogliono rinunciare all’impero unipolare, ormai
conservabile solo a prezzo di guerre sempre più rovinose e sempre più
pericolose. Rinunciare al delirio di onnipotenza equivale per lo stato USA a
sottrarre alle spese in armi risorse ingenti, che possono essere destinate al
welfare, al benessere generale della popolazione di un grande e ricco paese,
così apertamente danneggiato, da decenni, insieme a tanti altri popoli del
pianeta, dai suoi governanti dementi.
Dunque, è il ritorno dell’Europa alla sua piena sovranità, anche
territoriale, a cominciare dall’Italia, il passo importante per incominciare a
riportare ordine e pace nello scenario internazionale. Ma non certo per
sostituirci agli USA in vista di una nuova stagione di guerre, come immaginano
con stoltezza e velleità superiore a quella americana, i governanti europei,
che oggi vorrebbero continuare la guerra contro la Russia senza gli USA. È il
lucido, delirante programma elaborato dall’UE nel Libro bianco sulla prontezza
alla difesa europea per il 2030 (si veda l’acuta disamina di Alessandro Somma, Noi,
l’America e l’atlantismo. Sull’inerzia e i guasti di una ideologia costitutiva
della costruzione europea, in «La fionda», 2025, n. 1).
Il fatto che, dopo tanta retorica sulle magnifiche sorti e progressive a
cui ci avrebbe condotto l’Europa Unita, si offra al futuro della nostra
gioventù un avvenire di riarmo e di prontezza alla guerra, è solo la
dichiarazione del fallimento di una intera generazione di ceto politico
continentale. Non siamo più nel ‘900. Nessuna egemonia e dunque nessun potere
durevole si può fondare su un progetto simile — che per molti versi è
pericolosamente ridicolo di fronte alla grandezza e potenza dei nemici
dichiarati, Russia, Cina, Iran, ecc. — perché le guerre i governi le possono
dichiarare e provocare, ma a combatterle sono i popoli, che debbono possedere
la forza e la volontà di farle.
È invece l’inerzia servile nei confronti degli USA che non ci ha fatto
intravedere la strada maestra che poteva evitare la tragedia della guerra in
Ucraina e forse un diverso corso della storia degli ultimi 26 anni. Noi avremmo
dovuto raccogliere l’invocazione solennemente espressa da Vladimir Putin alla
Conferenza di Monaco del 2007, vanamente ripetuta negli anni successivi:
rinunciare all’ordine unipolare americano e stabilire un assetto di “sicurezza
indivisibile”, nel quale tutti i paesi partecipassero con pari diritti di
tutela e certezza giuridica. Esattamente il tema che oggi le forze progressiste
italiane ed europee dovrebbero riprendere, senza rimanere nella scia della
retorica della “difesa all’Ucraina”. Quella difesa è contro gli interessi del
popolo ucraino (come di quello russo), perché la Russia non può smettere di
combattere senza essersi assicurata una sicurezza duratura del proprio
territorio, minacciato dalla Nato attraverso il grande paese confinante un
tempo russo. Una certezza di confini che la deve mettere al riparo non solo
dall’Ucraina, ma di tutta la Nato, che quella guerra ha favorito e ora continua
ad armare e alimentare. Si tratta di una iniziativa che romperebbe l’inerzia
infruttuosa di questa fase, mentre assistiamo impotenti ai danni economici
crescenti e imprevedibili che due stati selvaggi, USA e Israele, stanno
provocando con la guerra contro l’Iran. Ci vorrebbe un po’ di coraggio,
rischiando l’impopolarità, ma creando contatti con le forze progressiste della
Francia e della Germania, perfino del governo spagnolo di Sánchez, e rendendo
popolare l’idea di una conferenza da realizzarsi in Europa, in cui si discutano
con serietà i temi della sicurezza, ma alla presenza dei rappresentanti della
Russia, della Cina, dell’Iran e di tutti coloro che vorrebbero partecipare.
Sappiamo che al primo annuncio di questa proposta la stampa padronale si
scatenerebbe per sabotarla. Ebbene, io credo che questa sarebbe un’occasione
per incominciare ad affrontare con serietà e coraggio il gravissimo problema
dei media italiani. Gli analisti liberi devono cominciare ad accusare
apertamente i giornalisti — non solo il canagliume della stampa di destra, che
si sporca con le sue stesse parole — ma soprattutto dei fogli più influenti,
il Corriere della Sera, Repubblica, La Stampa,
ecc., non solo come vassalli degli USA. Questa loro è antica routine. Ma anche
come corresponsabili della continuazione delle morti in Ucraina, complici
morali del genocidio a Gaza (giornalisti come Mieli e della Loggia l’hanno
apertamente giustificato come responsabilità di Hamas), sostenitori
dell’aggressione all’Iran e quindi dell’uccisione di migliaia di cittadini
innocenti, del bombardamento di scuole, ospedali e perfino università, che oggi
si vanno sempre più ripetendo a Teheran e altrove. Oggi non possiamo più
tollerare l’impunità morale e politica di un giornalismo che mente con
strategia sistematica ai cittadini, falsifica quotidianamente la realtà dei
fatti, tace le cose che non bisogna fare sapere, modifica le interpretazioni
secondo precise volontà manipolatorie. Questo lo dobbiamo alla verità, alla
volontà di pace del nostro popolo, ma anche a una ragione quasi mai ricordata.
Insieme alla TV e ai grandi media, sui temi della politica estera, il
giornalismo italiano costituisce oggi al tempo stesso espressione e causa della
degenerazione morale e culturale del Paese. L’istituzione di un paese liberale
che dovrebbe fornire informazione, procura di fatto danni anche economici
indiretti al nostro paese, alimentando la politica rovinosa dell’atlantismo. A
mia memoria mai sui temi della guerra e dei rapporti con gli altri paesi erano
state riversate così tante menzogne sull’immaginario degli italiani. Non
possiamo consentire, per quel pochissimo che possiamo — la nostra libera voce —
che le nuove generazioni vivano nell’ipocrisia dei doppi e tripli standard con
cui i media italiani si mettono a servizio degli “amici”, sempre più
apertamente agenti del disordine internazionale. La libera e coraggiosa critica
di tanta disonestà è peraltro oggi uno dei pochi modi per riscattare il buon
nome dell’Italia agli occhi del mondo.
domenica 5 aprile 2026
EPSTEIN FILES: LE BANCHE TREMANO E PAGANO IL CONTO
intervista di Enrica Perucchietti ad Alberto Contri
Chi ha (avuto) paura della Global Sumud Flotilla? - Stefano Bertoldi
Alla vigilia della nuova missione, la testimonianza inedita dell’ex-capitano della barca a vela Zefiro su come il centrosinistra o cosiddetto “campo largo” abbia cercato di inserirsi nell’iniziativa, cavalcandola e condizionandola, nel tentativo di sfruttarla in termini di immagine, a fini elettorali, per rifarsi una “verginità” politica sulla questione palestinese e del genocidio messo in atto dal sionismo e da Israele.
La campagna
elettorale della “sinistra riformista” in vista di un possibile ritorno al
potere nel 2027, non è iniziata intorno al “NO” al referendum ma ben prima,
ovvero intorno al movimento Global March to Gaza, poi ampliatosi a Global
Movement to Gaza e più recentemente, dall’estate
2025, Global Sumud
Flotilla. Come “reduce” dal coordinamento della delegazione
di una ventina di persone dal Lazio che il 13 giugno avrebbe voluto marciare
nel deserto verso il valico di Rafah, marcia interrottasi, forse non a caso,
proprio in quel giorno di giugno per lo scoppio della cosiddetta “Guerra dei 12 giorni”, sono passato
alla GSF (Global Sumud Flotilla) occupandomi, insieme ad altri, di barche,
perizie, acquisti, ecc.. Il cosiddetto “Campo Largo” (PD-M5S-AVS) si fece
avanti – ma fu anche avvicinato – fin dall’inizio di questa avventura che
coinvolse tra skipper, tecnici, solidali, equipaggio, ecc. dalle due alle
tremila persone: nessuno qui mette in dubbio la loro/nostra buona fede e
soprattutto i risultati, non solo mediatici, di ciò che passerà alla storia
come il primo grande movimento di massa che sfociò, tra fine settembre e inizi
ottobre 2025, nella più grande manifestazione di piazza dagli anni ’70. Qui
vogliamo solo esporre, tramite testimonianza diretta, le manovre di
cooptazione, le strumentalizzazioni elettorali, dei tre principali partiti
della “sinistra” di governo (PD, AVS e M5S) che avvicinarono il movimento a
puro scopo propagandistico. In quest’attivismo da “parvenu” hanno primeggiato
alcuni esponenti del PD, quelli estranei alla Sinistra per Israele o non
inseriti in liste che recensiscono esponenti sionisti in Italia o
tra gli ispiratori del DDL per la censura dell’antisionismo, o
direttamente inquadrati all’interno di contasti industriali più o meno bellici,
come Marco Minniti e Luciano Violante. Tutto nasce da una
serie di interrogativi cui il lettore può tentare di dare una propria risposta,
proporre una teoria.
1) Perché uno
skipper, a fine agosto, lascia precipitosamente il porto di Augusta alla volta
di Licata per salire a bordo di Karma del progetto targato ARCI “TOM” ( Tutti gli occhi sul Mediterraneo)
mentre era intento a dare una mano agli altri compagni, impegnati ad
allestire/riparare barche, in una folle corsa contro il tempo, per lasciare
finalmente gli ormeggi e andare a Gaza? 2) Perché lo skipper
che in origine era stato individuato per quel ruolo se ne stava, invece,
tornando a casa? 3) Come mai, nel momento in cui la fregata Alpino della
Marina Militare Italiana, presentata con grande enfasi come indispensabile presenza a protezione della flottiglia, abbandona
quest’ultima al proprio destino, sempre l’imbarcazione Karma, invia a tutti gli
equipaggi sulla chat interna il messaggio Instagram targato
graficamente ARCI, l’audio della nave Alpino che avvertiva tutti quanti che
arrivata a 190 miglia da Gaza se ne stava andando? e che si stava per lasciare
la “comfort zone” cioè verso quel fatidico limite delle 120 miglia ipotizzato
come il confine oltre il quale ci sarebbe stato l’assalto delle motovedette
israeliane? 4) perché questo audio era inserito in una schermata di Instagram dove
comparivano, uno accanto all’altro, il logo della Global Sumud Flotilla e
quello dell’Arci? Insomma, al momento sembrò quasi una comunicazione ufficiale
dell’organizzazione interna che però non era certamente affidata all’ARCI che
con la sua unica barca, in realtà, si era semplicemente “aggiunta” alla
flottiglia, sostenendola dal loro punto di vista, chiedendo ufficialmente al Governo italiano addirittura
una protezione militare; 5) perché, una volta abbandonati da
quell’inutile presenza militare, sempre l’equipaggio di Karma ingaggiava, sulla
chat della flottiglia un botta e risposta, intorno alle varie convenzioni
internazionali che regolano le acque territoriali e internazionali come la
convenzione di Montego Bay per concludere poi che
l’ultima parola, cioè il punto-nave in cui ci si doveva tutti fermare tutti
spettava proprio a Karma che paradossalmente era l’ultima barca aggiuntasi al
gruppo? 6) perché e con quale scopo 5 skipper su circa una
ventina, definiti poi semplicemente “irrequieti” o “teste calde” decisero
autonomamente di andarsene verso la Grecia partendo dalla baia di Porto Palo,
dove aspettavamo, tra una riparazione e l’altra, la delegazione tunisina, per
poi tornarsene indietro dopo qualche ora? Per fortuna la notizia non arrivò
alla stampa per un senso di responsabilità dei giornalisti a bordo ma la stampa
conservatrice e sionista ci sarebbero andati a nozze, rimarcando ancora una
volta, le difficoltà organizzative o i dissidi interni alla flottiglia.
7) perché, dopo il feroce attacco avvenuto a sud di Creta ai danni
della flottiglia da parte di Israele, qualcuno nell’organizzazione ha
perseguito, senza nessuna motivazione nautica e tecnica, l’obiettivo di
rimuovere dall’albero della Zefiro, lo spezzone costituito da un segmento di
circa un metro di strallo in acciaio e tessuto arrotolato che non dava nessun
fastidio anche considerando che dopo poche ore la barca si trovava in banchina
a Ierapetra ? Perché quell’unica prova, quel corpo del reato di “tentato
omicidio”, doveva essere rimossa?
Oggi quel
moncherino, preso poi in carico dai ROS dei Carabinieri, è a disposizione della
procura di Roma che dovrebbe indagare per risalire agli autori materiali e ai
mandanti di quel reato che tutti sanno chiaramente chi siano pur non avendone
le prove.
Il ruolo
assunto poi dalla barca Karma dell’ARCI, coincideva, tra l’altro, con
l’abbandono della missione, il giorno dopo l’aggressione violentissima ad opera
dei droni israeliani del capo-flottiglia. La giornata successiva a quella nottata
di guerra svoltasi al largo di Creta, vide parecchi membri della flottiglia
tornarsene a casa ed altri, intenzionati a proseguire la missione ma costretti
a cambiare imbarcazione a causa dei colpi inferti dai droni: tra questi,
proprio il capo flottiglia che dopo aver aiutato a riorganizzare gli equipaggi
alla luce dei numerosi rinunciatari pronti a prendere il primo aereo, decise di
farsi dare un passaggio al porto di Ierapetra, a Creta, saltando al volo sulla
banchina, dove mi ero accostato, senza quindi informare le autorità locali del
proprio arrivo.
Ebbene la
risposta, le risposte sono tanto semplici quanto avvilenti proprio per chi, da
attivista politico, vorrebbe tenersi alla larga dalle facili
strumentalizzazioni partitiche ed elettoralistiche: perché a bordo vi erano due
deputati italiani entrambi del PD, uno al Parlamento italiano e l’altra al
Parlamento Europeo. Mentre per tutti gli attivisti della GSF, fatti salvi i
pacchi alimentari, pochi, piccoli ma ad alto valore simbolico, l’obiettivo era,
ed essenzialmente rimarrà anche per le prossime missioni a Gaza, politico,
(ovvero portare avanti un’azione di disobbedienza civile, forte di ben 50
piccole barche in gran parte a vela, volta a fare pressione sul governo
genocidario israeliano) i due parlamentari perseguivano, invece, fin
dall’inizio un piano parallelo che è stato presentato solo successivamente come
un “piano B” per evitare una catastrofe ossia un possibile violento assalto
israeliano, con morti e feriti tra gli attivisti pacifisti.
Secondo le testimonianze, inoltre, ma anche interpretando
ex-post quel cambio repentino di skipper, questo piano era ben noto fin
dall’inizio, almeno nella testa di questi pseudo-attivisti venuti, sulla carta,
con il ruolo ben definito di “angeli protettori”, proprio in quanto esponenti
politici con incarichi ufficiali nei rispettivi parlamenti. Alcune
indiscrezioni, però, filtrarono, causando fin dall’inizio più di un malumore:
quell’idea di triangolare l’invio degli aiuti, tramite l’emissario del Vaticano
in Medio Oriente, il patriarca di Gerusalemme il cardinale Pierbattista
Pizzaballa, voleva dire, di fatto, la “morte politica” ed umanitaria della
missione.
Immaginando
i possibili scenari, prima di tutto, non ci sarebbero stati né gli scioperi
potentissimi di fine settembre e soprattutto non ci sarebbe stata, pochi giorni
dopo, la fiumana di oltre un milione di persone, per lo più gente comune, senza
bandiere di partito o di sindacati, cui tutto il mondo guardò con grande
sorpresa, conoscendo il popolo italiano non tanto come insieme di cittadini
riottosi, pronti a combattere per i propri diritti e di quelli altrui quanto,
al contrario, piuttosto qualunquista. In realtà tutti, nella flottiglia, si
erano convinti, nei due mesi precedenti la partenza, infarciti di riunioni,
incontri on-line, esercitazioni e simulazioni, oltre che di riflessioni ad alta
voce che difficilmente Israele si sarebbe azzardato a commettere l’errore
strategico di causare anche un solo morto. I racconti del passato, escludendo
una delle prime missioni di Freedom Flotilla finita tragicamente e comunque
scatenata da una reazione degli attivisti a bordo, avevano sempre riportato
testimonianze di maltrattamenti nei posti di polizia israeliani e poi nelle
carceri ma un morto o feriti gravi apparivano alquanto improbabili. D’altro
canto, lo stesso Israele, in tutti gli 80 anni di colonizzazione violenta della
Palestina, ha abituato tutto il mondo ai propri numerosi voltafaccia repentini,
a rotture unilaterali di patti diplomatici o di tregue belliche come l’odierna
finta pace, fatta di centinaia di assassini giornalieri e di devastazioni
reiterate e di violenze di ogni sorta in Cisgiordania compresi i mai cessati
insediamenti illegali.
La certezza
assoluta, quindi, non c’era in nessuno degli attivisti non violenti e l’attacco
micidiale a sud-est di Creta durato circa due ore confermava che in realtà
erano, appunto, pronti a tutto. La dimostrazione della strumentalizzazione
partitica di alcuni politici e giornalisti italiani che sulla carta avrebbero
dovuto proteggere da probabili “sbavature” nei posti di polizia, dove poi sono
stati portati i circa tremila attivisti da ogni parte del mondo, nelle carceri
e durante i successivi processi-farsa, è stata la velocità del loro rientro in
Italia e soprattutto nelle loro apparizioni in TV. Tanto per citare altri
comportamenti, di parlamentari di altri paesi meno genuflessi alla coppia
israelo-statunitense, Emma Fourreau è stata arrestata dopo l’intercettazione e
dopo poco trasferita nella prigione di Ketziot e rilasciata solo il 6 ottobre
2025 rimanendo, quindi, detenuta per diversi giorni. Secondo i resoconti, ha anche
partecipato ad uno sciopero della fame durante la detenzione. A bordo
dell’imbarcazione a vela Zefiro, peraltro battente bandiera polacca, insieme al
capitano ed altri membri dell’equipaggio c’era anche il deputato del parlamento
polacco Franciszek Sterczewski. Anche lui come quasi tutti i membri della
missione non è stato rilasciato immediatamente ma è rimasto in detenzione per
circa 5 giorni . Durante la detenzione a Ktziot, un grande carcere/centro di
detenzione nel deserto del Negev, ha denunciato condizioni dure: “non ci hanno
permesso di dormire – ha affermato in un’intervista alla stampa del suo paese –
ci puntavano luci negli occhi per ore, minacce con armi, sputi” poi è stato
praticamente deportato inizialmente in Grecia, da lì è poi tornato in Polonia.
Va inoltre aggiunto che la “regola di ingaggio” condivisa da tutti i membri
della flottiglia, era, quella di non fermarsi al primo altolà dell’IDF dato via
radio e nemmeno al secondo avvertimento ma sicuramente di fermarsi al momento
dell’assalto delle truppe d’élite israeliane. Oltre a questa prospettiva si è
chiesto (ma non si obbligava) di non firmare la paradossale auto-dichiarazione
di ingresso illegale in Israele, non solo perché le 120 miglia di acque
considerate territoriali unilateralmente da Isreale sono di fatto illegittime
ma anche perché, le persone sequestrate, in Israele, vi avrebbero messo piede
contro la loro volontà, nel quadro di un vero e proprio rapimento per di più a
seguito di un atto di pirateria. Il ritorno in patria dei parlamentari italiani
ha di fatto avallato questo approccio giuridico delinquenziale dello Stato
ebraico, sia rispetto all’occupazione illegale di parte delle acque
internazionali al largo di Gaza sia autoproclamandosi di fatto “clandestini”.
Le elezioni
politiche si avvicinano, mancano pochi mesi e la metafora messa in moto
nell’immaginario collettivo ed utilizzata per fini propagandistici dai partiti,
(ad esempio “l’equipaggio di terra” e “l’equipaggio di mare”, il “blocchiamo
tutto” dei portuali di Genova), fa la sua parte ma alle spalle della povera
popolazione palestinese, oggi quasi dimenticata: l’atteggiamento assunto
recentemente da quegli stessi parlamentari nei confronti delle ONG che aiutano
il popolo palestinese finite nell’iter giudiziario italiano su mandato di
Israele, oppure l’arresto dell’imam di Torino e in generale verso la stretta
repressiva, appare molto timido rispetto alla gravità dei fatti. D’altra parte
buona parte della sinistra italiana in parlamento, a due anni dall’inizio del
genocidio era ancora restìa ad adottare questo termine giuridico, come si
evince anche dalle parole della stessa Laura Boldrini, peraltro esperta di
diritto internazionale, in questa intervista di maggio 2025, poco prima della
missione di una delegazione di parlamentari, giornalisti e attivisti al valico
di Rafah (intervista audio al minuto 19’20”).
Se fosse
andato in porto quel progetto machiavellico focalizzato unicamente sull’invio
dei pacchi alla gente di Gaza, il PD, “salvando” la vita dei circa 500
attivisti imbarcati, avrebbe avuto una carta in più da giocarsi poi in campagna
elettorale, districandosi tra le ambiguità delle correnti sioniste al proprio
interno, rinforzando una leadership debole all’interno di una sinistra, ormai
da decenni di fatto definibile come “destra moderata” sempre più compromessa
col modello neo-liberista, ambigua anche su temi cruciali come l’economia di
guerra, derubricata all’interno del furbesco capitolo della “difesa comune
europea”. Ormai da più parti si parla di israelizzazione della società
italiana, in cui la repressione del dissenso e l’accrescere dei divari sociali
non potranno che aumentare se non si abbandona un modello economico suicida, in
cui il PD, come nella metafora della rana bollita, si trova tutto sommato
ancora a proprio agio.