domenica 15 febbraio 2026

schiavi in bicicletta

 

Nuovi schiavi. L’articolo 36 è fatto anche per chi va in giro in bicicletta - Alessandro Robecchi

A volte basta poco, a conferma che spesso per dire cose importanti servono poche parole, belle chiare, dritte e comprensibili a tutti, che lascino poco spazio, anzi nessuno, all’interpretazione. Facciamo un esempio. L’articolo 36 della Costituzione italiana: 57 parole, 359 caratteri inclusi gli spazi e la punteggiatura. Leggiamolo insieme:

“Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.

La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge.

Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi”.

Semplice e diretto, niente fronzoli, niente subordinate, parentesi, incisi. Così può capirlo anche uno in bicicletta (la sua bicicletta), senza assicurazione (che sarebbe a sue spese), senza alcuna garanzia di “esistenza libera e dignitosa”, che recapita cibo o altre merci a due euro e cinquanta centesimi a consegna. E in effetti lo capisce, ma capirlo non gli serve a molto. A lui e a molti altri, in molti settori economici del Paese, perché l’attuale sistema economico si giova di ampie sacche di lavoro schiavistico, dove la retribuzione copre a malapena i costi del cibo e del rifugio notturno, una famiglia è consigliabile non averla, e quanto all’esistenza “libera e dignitosa”, diciamo che è meglio se non piove. Il tutto per 10-12 ore al giorno, spesso per sei o sette giorni la settimana, con un  algoritmo che ti controlla e ti penalizza se arrivi in ritardo o sgarri (l’equivalente delle frustate per chi costruiva le piramidi). Quanto alle “ferie annuali retribuite” si tratta di una freddura (forse satira politica alla Pucci) e la chiusa “non può rinunziarvi” una battuta rafforzativa che strappa l’applauso.

Per arrivare a scrivere quell’articolo della Costituzione ci sono voluti oltre vent’anni di dittatura, una guerra di Liberazione, molte sedute della Costituente e pochissimo inchiostro. Per arrivare a considerarlo una faccenda teorica – massì, cose che si dicono, c’è scritto, ma chi lo legge? – ci sono voluti più o meno trent’anni di leggi sul lavoro, tutte concepite, architettate, elaborare e codificate a scapito di quel lavoratore che sta all’inizio dell’articolo 36, il soggetto di tutta la frase, quello che pedala. Si cominciò con il pacchetto Treu (24 giugno 1997), varato da un governo Prodi, quando la parola magica, il ritornello ossessivo, era “flessibilità”, dove ancora non si intendeva flessibilità muscolare del ciclista a cottimo, e si continuò per anni e anni e anni, abbellendo e agghindando il concetto con tonnellate di retorica liberale. Ogni tanto (come l’altro ieri) la magistratura (non la politica) cerca di metterci una pezza, una pezza molto piccola a confronto del buco. Il buco resta, enorme, vergognoso, a volte coperto in modo maldestro (“Ma io gli do la mancia!”, carità al posto di diritti), o addirittura infingardo (”Ma meglio così che niente!”, cioè meglio schiavo che morto). Questo per dire che il problema non sono solo le leggi e il trentennale attentato all’articolo 36 della Costituzione, ma anche il supporto del cittadino trasformato in consumatore. Il padrone degli schiavi è il primo responsabile dello schiavismo, certo. Uno Stato che lo tollera è il secondo. E il terzo è chi, conoscendo le condizioni degli schiavi, se ne serve lo stesso perché “funziona così”. Che, se ci pensate, è il motivo primo e principale per cui “funziona così”.

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La procura dispone il controllo giudiziario per Glovo: cosa emerge dall’inchiesta? –Lorenzo Faranda

 

La procura di Milano ha disposto un provvedimento di controllo giudiziario per Glovo, a causa delle condizioni di lavoro dei riders. Dall’inchiesta emerge uno stato di sfruttamento della manodopera, con stipendi sotto la soglia di povertà e modalità di svolgimento della prestazione molto vicine al caporalato.

L’inchiesta e il provvedimento

Lunedì 9 febbraio, il pm di Milano Paolo Storari ha disposto il controllo giudiziario per Foodinho, società di delivery che opera per conto di Glovo. Il provvedimento d’urgenza, che dovrà essere convalidato dal Gip, nomina un amministratore giudiziario per vigilare sull’operato della società, con l’obiettivo di intervenire rispetto alle condizioni di lavoro illegali che emergono dall’inchiesta.

Secondo la procura, infatti, i riders ricevono compensi in alcuni casi inferiori dell’80% rispetto a quelli previsti dalla contrattazione collettiva, arrivando a scendere ben al di sotto della soglia di povertà. L’accusa è quella di caporalato: sottoporre i dipendenti a condizioni di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori.

Salario: tra costituzione e contrattazione collettiva

Dalle numerose testimonianze raccolte durante le indagini, emerge un modello organizzativo contrario al principio di legalità e alle norme sulle condizioni lavorative. I dati sulle retribuzioni, poi, riportano paghe molto lontane dal principio di “esistenza libera e dignitosa”, garantito dall’articolo 36 della Costituzione.

Anche confrontando i compensi con quelli stabiliti dal CCNL sottoscritto da Ugl e Assodelivery, che qualifica il lavoro dei riders come autonomo, i lavoratori si trovano in media 5mila euro sotto la soglia della povertà. In materia la giurisprudenza è chiara: il giudice deve adattare il salario ai criteri stabiliti dalla Costituzione anche in presenza di un contratto collettivo.

Lavoro autonomo o subordinato?

L’analisi sul sistema operativo della piattaforma riporta una forte etero-organizzazione della prestazione lavorativa, nonostante la qualificazione del rapporto come autonomo. Già dal 2015, il Jobs Act aveva stabilito l’applicazione della

“disciplina del rapporto subordinato anche ai rapporti di collaborazione che si concretano in prestazioni di lavoro […] le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente. Le disposizioni di cui al presente comma si applicano anche qualora le modalità di esecuzione della prestazione siano organizzate mediante piattaforme digitali”. (art. 2 d.lgs. 81/2015)

L’attività lavorativa è interamente gestita da Glovo e dalla sua app, attraverso cui si valuta il contributo del lavoratore in termini di disponibilità produttività, tramite schedatura e geolocalizzazione, basando su questi parametri le retribuzioni.

Lavoro autonomo e tutele

Secondo un comunicato di Usb, il sistema di sfruttamento strutturale rilevato dall’inchiesta è reso possibile proprio da questa qualificazione artificiosa dei riders come lavoratori autonomi:

“Una finzione giuridica che serve solo a risparmiare su contributi, assicurazioni, sicurezza e salari, scaricando ogni rischio su chi lavora. Questa inchiesta conferma che i riders sono false partite IVA, costretti ad accettare condizioni imposte, senza alcun reale potere contrattuale, senza ferie, malattia, tutele contro gli infortuni e senza garanzie di reddito”.

La mancata previsione di copertura Inail e l’inosservanza delle norme sulla sicurezza accentuerebbero costi e rischi, che continuano a essere scaricati su dipendenti formalmente autonomi.

Lo stato di bisogno per i lavoratori migranti

In particolare, il sindacato di base si concentra sullo sfruttamento dello stato di bisogno denunciato dalla procura, elemento costitutivo del reato di caporalato: il mancato riconoscimento dello status di lavoratore subordinato ha effetti concreti sulla vita delle persone, non solo in termini di stabilità del reddito ma anche di accesso al credito e alle tutele sociali.

“Condizione che colpisce in modo ancora più violento i lavoratori migranti, per i quali il lavoro è spesso direttamente legato al permesso di soggiorno, trasformando la precarietà in un ricatto permanente e in uno strumento di controllo sociale”.

L’asimmetria di poteri tra datore e dipendente, dunque, espone in particolar modo i lavoratori migranti ad una condizione di vulnerabilità, alimentando il lavoro irregolare che colpisce i soggetti più deboli del circuito economico. In questo modo, perdono di efficacia le già poche tutele del lavoro subordinato.

Ma non è la prima volta

Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli episodi di sfruttamento della manodopera, soprattutto da parte di grandi imprese e multinazionali. Nel 2024, sempre la procura di Milano ha disposto il sequestro di 121 milioni di euro ai danni di Amazon, e solo pochi mesi fa è emerso il caso delle condizioni di lavoro nelle “Big” del settore della moda.

All’attenzione della procura nel perseguire abusi in materia di lavoro corrisponde, però, una tendenza del legislatore a legittimare minori garanzie nel rapporto. Le conseguenze sono discusse in termini di sviluppo economico, con studi recenti che smontano le teorie sulla correlazione tra flessibilità e maggiore crescita, ma sono pacifiche rispetto alla vita dei lavoratori. La stabilità di un reddito dignitoso non dovrebbe essere messa in discussione.

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Bilinguismo e pensiero - Giorgio Agamben

Noi viviamo nella nostra lingua come dei ciechi che
camminano sull’orlo di un abisso… la lingua è gravida
di catastrofi e verrà il giorno in cui essa si rivolterà
contro coloro che la parlano.
G. Scholem

Tutti i popoli della terra stanno oggi sospesi sull’abisso della loro lingua. Alcuni stanno sprofondando, altri sono già quasi sommersi e, credendo di usare la lingua, ne sono invece senza accorgersene usati. Così gli ebrei, che hanno trasformato la loro lingua sacra in una lingua strumentale d’uso, sono come larve negli inferi che devono bere il sangue per poter parlare. Finché era confinata nella sfera separata del culto, essa forniva loro un luogo sottratto alla logica delle necessità economiche, tecniche e politiche, con le quali si misuravano nelle lingue che prendevano in prestito dai popoli presso i quali vivevano. Anche ai cristiani il latino ha offerto a lungo uno spazio in cui la parola non era soltanto uno strumento di informazione e di comunicazione, in cui si poteva pregare e non scambiarsi messaggi. Il bilinguismo poteva anche essere interno alla lingua, come nella Grecia classica, in cui la lingua di Omero – la lingua della poesia – trasmetteva un patrimonio etico che poteva in qualche modo orientare i comportamenti di coloro che parlavano ogni giorno dialetti diversi e mutevoli.
Il fatto è che il nostro modo di pensare è più o meno inconsapevolmente determinato dalla struttura del linguaggio in cui crediamo di esprimerlo. In questo senso – come Pasolini non si stancava di ripetere, ma come Dante aveva già pienamente intuito, distinguendo il volgare dalla lingua grammaticale che apprendiamo studiando – una qualche forma di bilinguismo è necessaria per garantire la libertà degli individui di fronte agli automatismi e alle costrizioni che il monolinguismo, cristallizzato storicamente nella forma di una lingua nazionale, impone loro in misura crescente. In una tale lingua non si può pensare, perché manca quella distanza inesprimibile fra la cosa da esprimere e l’espressione che sola può garantire un libero spazio al soggetto pensante. Il pensiero è questo scarto e questa interna sconnessione, che interrompe il flusso inarrestabile del linguaggio e la sua pretesa autosufficienza. Esso è una cesura nel senso che questo termine ha nella metrica della poesia: un’interruzione che, sospendendo il ritmo delle rappresentazioni linguistiche, lascia apparire la lingua stessa.
Quel che oggi sta avvenendo è che gli uomini, interamente asserviti a un linguaggio che credono di dominare, sono diventati a tal punto incapaci di pensare, che preferiscono delegare il pensiero a una macchina linguistica esterna, la cosiddetta intelligenza artificiale. Se, come gli ebrei secondo Scholem, tutti i popoli camminano oggi ciecamente sull’abisso di una lingua e di una ragione che hanno per così dire abbandonate a se stesse, ciò implica che la lingua da cui essi si sono ritirati come soggetti coscienti si vendicherà prima o poi portandoli alla rovina. Affidandosi a una lingua che è insieme strumento e padrone e di cui hanno perduto ogni consapevolezza, essi non odono il lamento, l’accusa e la minaccia che essa, mentre li conduce allo sfacelo, non cessa di rivolgergli.

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sabato 14 febbraio 2026

RISIERA E FOIBE: UN ACCOSTAMENTO ABERRANTE - Giovanni Miccoli (articolo del 1976)

Il processo sui crimini della Risiera ed il dibattito e le iniziative svoltisi intorno ad esso si configurano già, ancor prima della sua conclusione, come un fatto di grande rilievo nella vita della città. Nonostante i gravissimi limiti dell’istruttoria e del rinvio a giudizio, è emersa con prepotenza dalle testimonianze e dai problemi posti via via in margine alle udienze la realtà profonda di quella mentalità e di quella pratica di “antislavismo” e di “anticomunismo” che costituiscono un presupposto fondamentale per capire il fascismo di queste terre e le motivazioni reali del collaborazionismo filonazista maturatosi durante il periodo dell’Adriatisches Küstenland” e quindi per capire anche il perché della Risiera a Trieste, campo di concentramento e di smistamento verso i Lager tedeschi ma anche e soprattutto campo di sterminio strettamente collegato alla lotta e alla repressione antipartigiana.

Sono fatti emersi con grande chiarezza e che rinviano a precise responsabilità politiche, chiamando sul banco degli imputati atteggiamenti, mentalità, azioni, modi di essere che operarono allora, e largamente continuarono ad operare nella nostra regione anche negli anni del dopoguerra. Il fatto stesso che un tale processo si sia celebrato con tre decenni di ritardo, che omertà, silenzi, colpevoli mancanze di iniziativa delle autorità e delle forze politiche maggioritarie abbiano a lungo cercato di cancellare o far dimenticare le tracce della Risiera, attesta esemplarmente quanto l’eredità del passato e il contesto generale grazie al quale la Risiera era potuta nascere abbiano continuato a pesare nelle vicende e negli atteggiamenti della società locale, e negli scontri, nelle lotte, nelle tensioni e contrapposizioni che l’hanno caratterizzata.

Esplicitare tutto questo è necessario, per superare veramente quel passato, per porre basi solide e di massa – nella cultura, nei valori, nella consapevolezza degli uomini e delle donne di queste terre – alle prospettive di un futuro diverso, diversamente costruito ed orientato. Anche per questo, mi pare, bisogna fare di più di quello che si è fatto finora per allargare il dibattito e l’informazione, per portarlo nelle scuole e nei quartieri, seriamente, come un problema che investe e riguarda ancora, da qesto punto di vista, le responsabilità di tutti, come un problema che allora ha coinvolto, per consenso, per colpevole silenzio, per supina accettazione, per distorta concezione e pratica di valori e miti più o meno autentici, le responsabilità di tutti. Non si tratta di fare del moralismo astratto e di proporre perciò un discorso del tipo “tutti peccatori”, che nella sua indifferenziata genericità annullerebbe le sempre necessarie distinzioni di responsabilità, di iniziativa, di azioni. Ma di affermare e sottolineare con la forza dei fatti e delle vicende reali che, come il fascismo in queste terre non fu episodio di pochi, ma trovò consensi, appoggi, alleanze in un terreno profondamente disposto ad accoglierlo, così il nazismo – e l’antislavismo, l’anticomunismo, lo stesso antisemitismo che alla esperienza fascista strettamente si riallacciano – poterono operare qui e tradursi negli stermini della Risiera perché larghi strati della nostra società erano già stati orientati ed individuare in certe direzioni l’alleato ed in altre il nemico da combattere.

Ma proprio per questo anche un altro discorso va fatto, con estrema precisione e chiarezza, riguardo al sistematico accostamento tra la Risiera e le foibe, portato avanti con numerosi interventi dal “Piccolo” e dai gruppi della destra locale. Ed è un discorso di netto e radicale rifiuto di tale accostamento, perché Risiera e foibe sono due fatti sostanzialmente e qualitativamente diversi, e perciò assolutamente incomparabili fra loro. La premessa di un tale giudizio non sta nel distinguere le responsabilità di chi è morto – come pure si deve e si dovrà, in un’analisi complessiva di quelle vicende – ma nell’individuare e quindi nel distinguere gli ambienti e le ideologie e le circostanze grazie ai quali quei determinati fatti hanno potuto prodursi. La Risiera è il frutto razionale e scientificamente impostato dall’ideologia nazista, che come ha prodotto Belsec e Treblinka, e Auschwitz e Mauthausen, e Sobibor e Dachau, così ha prodotto la Risiera, e l’ha prodotta qui, ha potuto produrla qui perché, per i fini ai quali doveva rispondere, ha trovato compiacenti servizi in ambienti largamente predisposti dal fascismo. Le foibe (quando non si tratti, come spesso si è trattato, di un modo di “seppellire” dei morti altrui: vi ricorsero i partigiani, vi ricorsero tedeschi e fascisti: e anche questa è una pagina in gran parte ancora da indagare, per evitare facili e troppo frequenti generalizzazioni e amplificazioni) sono la risposta che può essere sbagliata, irrazionale e crudele, ma pure sempre risposta alla persecuzione e alla repressione violenta e sistematica cui per più di vent’anni lo Stato italiano (il fascismo, si dirà, ma il fascismo aveva il volto dello Stato italiano) aveva sottoposto le popolazioni slovene e croate di queste zone. È assurdo parlare, riferendosi ad esse, di genocidio o di programmazione sistematica di sterminio, ma sì di scoppio improvviso di odii e rancori collettivi a lungo repressi.

Le foibe istriane del settembre 1943, connesse allo sfasciarsi di ogni struttura politica e militare dello Stato italiano (varie centinaia gli infoibati secondo un rapporto abbastanza preciso proveniente dai Vigili del fuoco di Pola), corrispondono ad una vera e propria sollevazione contadina, improvvisa e violenta come tutte le sollevazioni contadine: colpisce i “padroni” – classe contro classe – perché padroni, padroni che sono anche italiani, italiani che per essere tali sono “padroni”, gli oppressori storici di sempre. Le foibe dell’aprile-maggio 1945, dove finirono quanti vennero presi e giustiziati sommariamente in quella furia di vendetta che sempre accompagna i trapassi violenti di potere, si inquadrano ancora, almeno in parte, in questo contesto: non vi furono giustiziati solo fascisti e nazisti per i crimini che avevano commesso e per l’odio che avevano suscitato (i calcoli del sindaco G. Bartoli, che sembrano peccare eventualmente per eccesso, elencano quattromila scomparsi, ma tra costoro sono compresi anche i caduti nelle azioni belliche locali tra il ‘43 e il ‘45); vi furono certamente coinvolte anche persone che con il fascismo poco o nulla avevano a che fare: è ragionevole pensare che furono coinvolte perché si trattava di italiani. Ma anche qui non si può dimenticare che un tale odio e una tale reazione trovano la loro ragione di fondo e la loro motivazione oggettiva in ciò che fu il fascismo di queste terre, nelle violenze squadristiche, nelle vessazioni, nei villaggi sloveni e croati incendiati, in quell’odio antislavo insomma che è componente anche degli stermini della Risiera e che fu truce prerogativa del fascismo e del collaborazionismo nostrano. Non si possono insomma confondere, né moralmente né storicamente, oppressori ed oppressi, nemmeno quando questi prendono il sopravvento e si vendicano talvolta anche selvaggiamente. E se un collegamento tra i due momenti si vuole stabilire esso sta semmai nella perversione dei rapporti, nell’imbestialimento dei costumi, nello stravolgimento dei valori, prodotto dal fascismo e dal nazismo, che non lasciarono indenni, non potevano lasciare indenni, nemmeno coloro che essi opprimevano (così come, ben più in generale, si può affermare che è una ben stolta illusione pensare che l’Italia fascista non sia riuscita anche a intaccare, coinvolgere, in qualche modo corrompere quell’Italia che pur fascista non era né voleva diventarlo: non si parla, sia chiaro, dei singoli, ma del costume, dei rapporti sociali, dell’insieme della collettività.

Solo avendo ben chiare queste premesse si può parlare delle foibe: e se ne parli e se ne discuta, finalmente, e si indaghi con serietà sulla realtà dei fatti e delle circostanze, anche per mettere fine alle sporche strumentalizzazioni di chi di quegli odii, da cui anche le foibe sono nate, è primo responsabile: per inquadrarle anch’esse, così come vanno inquadrate, tra gli esiti del fascismo ed il conseguente scatenarsi degli odii nazionali. Ma è aberrante e grave l’ipotesi di un processo oggi (auspicato più volte sul “Piccolo” e annunciato come certo in un recente numero del “Meridiano”) dopo tutti i processi degli anni cinquanta (comodamente dimenticati da chi si fa promotore di una tale iniziativa: è la Risiera che non aveva mai avuto un processo, non le foibe, che di processi ne hanno avuti decine, e spesso forzati e immediatamente strumentali alle lotte e alle manovre politiche di allora), che si vorrebbe affiancare al processo della Risiera: perché è un processo che nascerebbe appunto, di fatto e nelle volontà dei suoi promotori, come contraltare dell’altro, in un accostamento storicamente e moralmente infondato se non, ancora una volta, da un punto di vista nazionalista e fascista: un processo non ad un’ideologia e a un sistema, e quindi occasione di crescita e di consapevolezza civile, ma un processo ad una reazione irrazionale e violenta che trovava rispondenza in tensioni e lacerazioni di interi gruppi sociali, e perciò inevitabilmente aperto, per gli equivoci gravi da cui nascerebbe, alla strumentalizzazione fascista e nazionalista. È una prospettiva questa, vogliamo crederlo, che nessuna delle forze democratiche vorrà permettere, a rischio di produrre ancora una volta quelle spaccature, quelle lacerazioni e quelle contrapposizioni grazie alle quali in queste terre il neofascismo ha potuto riprendere a prosperare anche nel dopoguerra.

(pubblicato 7 maggio 2013)

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venerdì 13 febbraio 2026

L’ombra di Mossadeq - Franco Berardi Bifo

11 gennaio 2026, passeggiata domenicale nel sole a Bologna. Vogliamo andare a un ristorante dalle parti di porta Saragozza, ma ci fermiamo in piazza Galvani dove c’è una manifestazione: qualche centinaio di persone, per lo più iraniane, sventolano bandiere con lo stemma monarchico. Diversi cartelli gridano: “Viva lo shah”.

Da alcuni giorni l’Iran è sconvolto da una rivolta popolare di proporzioni colossali. Non si sa molto perché il regime ha chiuso l’accesso a Internet, ma si sa abbastanza per capire che è in corso un massacro (probabilmente più di 30mila morti, ndr). Alcuni ritengono che il regime sia sul punto di cadere, altri pensano che questo sia improbabile. Il regime islamista ha una base di massa, e potrebbe affrontare uno scontro prolungato e sanguinoso. Intanto Trump ha minacciato di bombardare, si attende che scoppi una guerra che potrebbe aggiungersi alle carneficine già in corso nell’area.

Il regime degli Ayatollah può arginare il genocidio sionista? Improbabile. Ma ormai siamo ridotti a sperare che il nazismo degli uni sconfigga il nazismo degli altri: Putin e Zelenskjj, Khamenei e Netanyahu…

Confesso che non avevo pensato che potesse riapparire la faccia di un rappresentante della genia assassina degli Shah di Persia: le bandiere con il leone dorato, simbolo della Persia monarchica mi danno la percezione di una regressione inimmaginabile.

Credo che la maggioranza dei ragazzi che oggi seguono con apprensione le vicende degli iraniani, e soprattutto delle iraniane, non conoscano tanto bene le vicende che quel paese ha attraversato nell’ultimo secolo. E senza risalire a quelle vicende non si capisce bene quel che sta accadendo, né chi fosse lo Shah di Persia, il boia Reza Pahlevi, cacciato dalla rivoluzione khomeinista nel 1979 e morto in esilio.

Suo figlio, oggi businessman nel paese degli yankee, si presenta come possibile successore del regime dei boia col turbante.

Mossadeq, nel 1953

Ho seguito le vicende iraniane fin da quando ero ragazzo. Alla fine degli anni Sessanta avevo conosciuto alcuni studenti comunisti iraniani che abitavano a Bologna, a pochi metri da via Marsili, la casa dove vivevo a quel tempo. Nel 1973 mi invitarono a partecipare a un convegno della CISNU, l’organizzazione degli studenti iraniani esiliati in Europa. Andai a Francoforte dove si teneva il convegno e ricordo uno stanzone pieno di letti a castello dove dormivano i nemici del regime. Ma non si dormì molto, perché alcuni dei partecipanti erano maoisti, altri erano filo-sovietici, passarono la notte a discutere animatamente, e rischiarono di venire alle mani. Quando il mattino seguente tornammo tutti insieme (maoisti, filo-sovietici e io che non appartenevo a nessuna delle chiese comuniste dominanti) nella grande sala dove si svolgeva il convegno, mi chiesero di tenere un discorso a nome degli studenti del movimento italiano anti-imperialista e parlai delle lotte alla FIAT Mirafiori.

Negli anni successivi la situazione iraniana divenne turbolenta, fino a quando, nel 1977 cominciarono rivolte guidate a distanza dai discorsi di Khomeini registrati su nastri magnetici che a Teheran si ascoltavano di nascosto.

Per capire quel che accadde negli anni Settanta, e anche quel che accade oggi, occorre risalire ancora più indietro, al 1953quando un primo ministro democraticamente eletto dal popolo iraniano, di nome Mohammed Mossadeq, decise di nazionalizzare i pozzi petroliferi, espropriando le compagnie petrolifere inglesi e statunitensi. Nei mesi seguenti a questa decisione venne arrestato e processato da emissari della Cia.

L’ombra di Mossadeq aleggia sulle vicende iraniane da allora ad oggi. Ma quando dico l’ombra di Mossadeq voglio dire: il processo di liberazione dal colonialismo che a metà del secolo scorso crebbe dovunque, ma quasi dovunque fu stroncato dalla reazione neo-colonialista oppure fu deviato in direzione integralista e ultra-reazionaria.

Nel 1953 io avevo tre anni, non avevo tempo per seguire le vicende iraniane, ma c’era Ryszard Kapuscinski che faceva il reporter per l’agenzia di stampa polacca, PAP, e che ha scritto un libro nel quale dedica alcune pagine alla persona di Mossadeq.

“Mossadeq… il dottore, da tempo sotto costante minaccia d’attentato (contro di lui cospirano democratici e liberali come pure uomini dello Shah ed estremisti islamici)… ha cacciato gli inglesi dai campi petroliferi sostenendo che ogni paese ha diritto di disporre delle proprie ricchezze, ma dimenticando che la forza ha sempre la meglio sul diritto. L’Occidente ha decretato il blocco dell’Iran e il boicottaggio del petrolio iraniano facendone un frutto proibito per tutti i mercati” (Kapucinski: Shah-in-Shah, Feltrinelli, 2001, pag. 40).

Mossadeq, come l’indiano Nehru, l’egiziano Nasser, l’indonesiano Sukarno e lo jugoslavo Tito tentarono di realizzare forme di socialismo indipendente dal dominio sovietico e dal dominio occidentale: avevano questa idea che i loro popoli avessero diritto a utilizzare le risorse dei loro paesi e che il colonialismo andasse cancellato definitivamente. Perciò avviarono riforme e nazionalizzazioni che spesso furono stroncate con la forza. Mossadeq venne arrestarono e rimase agli arresti per dieci anni, fin quando morì. Un leccaculo delle grandi aziende petroliere inglesi e nordamericane, di nome Reza Pahlevi si impadronì di tutto il potere e iniziò un processo di modernizzazione che consisteva nel proporre al popolo iraniano modelli che venivano dai paesi dei suoi padroni.

“Il petrolio produce grossi profitti ma dà lavoro a poca gente, non genera problemi sociali non crea né un proletariato numeroso né una borghesia numerosa, per cui il governo, non essendo obbligato a dividere i profitti, può disporne a suo piacimento” (Ryszard Kapuscinski: Shah-in-Shah, Feltrinelli, 2001, pag 52).

Lo Shah non avrebbe potuto opporsi alle decisioni del primo ministro eletto Mossadeq, che era popolarissimo e godeva dell’appoggio dei partiti socialisti, del partito comunista Tudeh, e anche dei nazionalisti. Furono dunque gli occidentali che si incaricarono di far fuori il legittimo rappresentante della volontà popolare.

“Non esiste alcun dubbio che sia stata la CIA a organizzare e dirigere il colpo di stato che nel 1953 portò alla destituzione del primo ministro Mohammed Mossadeq e al mantenimento sul trono dello Shah Rehza Pahlavi, però pochi americani sanno che l’agente della CIA incaricato di organizzare il colpo di stato era un nipote del presidente Theodore Roosevelt. Questo uomo, Kermit Roosevelt, condusse a Teheran un’operazione talmente spettacolare che per molti anni nella CIA continuarono a chiamarlo Mister Iran…” (45-6).

Non si capisce quel che è accaduto nei decenni successivi, non si capisce l’odio profondo che gli iraniani hanno sempre manifestato contro gli americani (il grande Satana). se non si ricorda la brutale eliminazione di Mossadeq. Può sorprendere che un popolo colto come quello persiano abbia accettato di piegarsi all’oscurantismo integralista e rinunciare alla democrazia, ma lo spettacolo che i propugnatori occidentali della democrazia avevano dato nel 1953 fu sufficiente per convincere i persiani che la democrazia è una burla, e che qualsiasi boia è meglio dei boia nord-americani, anche dei fanatici come i seguaci dell’orrendo Khomeini.

Durante gli anni dello Shah, la democrazia imposta dagli americani usava come strumento la più brutale polizia segreta, nota come SAVAK. Quando conobbi gli studenti della CISNU sentii molto parlare della polizia segreta che li perseguitava: la SAVAK era nota per la sua efferatezza, per i sequestri di persona e le torture.

“L’Iran apparteneva alla SAVAK, ma la Savak agiva come organizzazione clandestina, appariva e spariva, cancellava le sue tracce, non aveva indirizzo… annoverava sessantamila agenti senza contare i tre milioni di informatori… La SAVAK era libera di comprare la gente o di torturarla, di distribuire impieghi o di reclutare nei sotterranei. Stabiliva chi fossero i nemici da annientare… L’unica persona a cui l’istituzione doveva rendere conto era lo Shah. Gli altri non contavano” (Kapuscinski: 66-67).

Arriva Khomeini

Nel 1977, quando le proteste popolari cominciarono a diffondersi e la voce di Khomeini veniva ascoltata nei bazaar e nelle case private, lo Shah fece pubblicare da un giornale un articolo che fece precipitare la situazione.

“Lo Shah disse che Khomeini è uno straniero…” (Kapuscinski, 155)

Khomeini non era straniero, tutti sapevano che era costretto all’esilio. E nei giorni successivi le strade si riempirono di manifestanti inviperiti.

“Le folle cantano e scandiscono: morte allo Shah. Pochi miliziani, poche inquadrature di volti. Gli operatori sembrano affascinati dalla valanga incalzante… durante gli ultimi mesi della rivoluzione milioni di manifestanti hanno calpestato le strade di tutte le città iraniane: folle inermi, la cui forza stava tutta nel numero e nella determinazione irremovibile. Gli uomini scendono in strada tutti, fino all’ultimo, ed è in questo sciamare contemporaneo di intere città che consiste il fenomeno della rivoluzione iraniana” (155).

La repressione della polizia e della Savak fu feroce.

“Uno dei documentari più trasmessi è quello sulla manifestazione di Esfahan: un oceano di teste attraversa la piazza principale, poi i soldati aprono all’improvviso il fuoco da ogni lato. La folla cerca disperatamente una via di scampo: grida, tumulto, fuga disordinata. Infine la piazza si svuota… Al centro su una sedia a rotelle è rimasto un invalido senza gambe. Anche lui vorrebbe scappare, ma la ruota della carrozzina si è bloccata, il film non mostra il perché. Spinge disperatamente la poltrona con le mani incassando istintivamente la testa tra le spalle per proteggersi dalle pallottole che gli fischiano intorno, ma invano… Spettacolo tanto sconvolgente che per un attimo i soldati smettono di sparare… Cala il silenzio…” (156-7)

In quei giorni gli intellettuali europei si misurarono per la prima volta con un fenomeno nuovo: il fondamentalismo religioso islamico, che si alimentava di decenni di umiliazioni, frustrazioni, violenze che l’occidente aveva imposto per garantirsi il dominio sulla produzione di petrolio. Negli anni successivi il fenomeno si diffuse, imprevisto dai politologi occidentali e anche dagli intellettuali di sinistra per i quali il fondamentalismo rappresentava una sfida. Come si potevano tenere insieme rivoluzione sociale e oscurantismo religioso?

Tariq Ali è un intellettuale di origine pakistana che si era fatto conoscere a Londra nelle lotte studentesche del ’68, e aveva preso posizione a favore delle sinistre arabe e soprattutto palestinesi. In un libro dal titolo Lo scontro dei fondamentalisti, esprime lo sconcerto della sinistra laica e libertaria:

“Per la sinistra iraniana era impossibile immaginare che la gente che aveva partecipato alle gigantesche manifestazioni potesse fare sul serio quando cantava Allah u akhbar o Lunga vita a Khomeini, o quando inneggiava ai religiosi col turbante intenzionati a creare la repubblica islamica. Gli idioti della sinistra dell’Europa occidentale che erano arrivati in Iran per partecipare agli eventi straordinari, si lasciarono trascinare dal fervore e dall’eccitazione e cominciarono a cantare gli stessi slogan per dimostrare la propria solidarietà… Questa era una rivolta contro l’illuminismo, contro il progresso. Era una rivoluzione postmoderna che accadeva prima che si affermasse il postmoderno. Foucault, tra i primi a riconoscere questa affinità, fu tra i più accesi difensori della Repubblica Islamica. Come si era potuti arrivare a questo?” (Tariq Ali: Lo scontro dei fondamentalismi, Rizzoli, 2002, pagina 176-7).

In una serie di articoli pubblicati dal Corriere della sera, Michel Foucault aveva proposto un’interpretazione innovativa e controversa della rivoluzione fondamentalista. La reazione tradizionalista e religiosa esprimeva secondo lui un bisogno profondo di liberarsi non solo dello Shah, ma anche dell’imperialismo culturale occidentale.

Naturalmente c’era del vero in quel che diceva Foucault, ma non c’è dubbio che sottovalutò le mostruose conseguenze di repressione e oscurantismo che la rivoluzione fondamentalista era destinata a produrre.

La vendetta imperialista

La vendetta americana fu terribile, e provocò milioni di morti in Iran e in Iraq. Gli Stati Uniti spinsero il dittatore dell’Iraq, Saddam Hussein, a scatenare una guerra contro la Repubblica Islamica, che stava influenzando le masse di tutto il mondo islamico. Armato dai sovietici e dagli americani, Saddam poté scatenare un’offensiva contro l’Iran che si stava appena riprendendo dagli effetti della rivoluzione, e che non aveva gli strumenti per difendersi. La risposta del regime islamico fu la mobilitazione generale. Khomeini parlò alla televisione e chiese a chiunque possedesse un fucile di presentarsi immediatamente alla moschea più vicina, dichiarando la jihad.

“Solo la morte potrà salvarci. L’America controlla tutto dall’alto, a noi resta un’unica possibilità: gettare prima un ponte di morti per poi essere in grado di combattere contro l’Iraq. Disse Khomeini in un discorso televisivo. Un esercito di credenti, vestiti di sudari, imbracciò le armi e partì per farsi strada fino all’esercito iracheno. Finalmente le truppe iraniane raggiunsero gli iracheni e iniziarono una guerra destinata a durare otto anni. Milioni di soldati sarebbero caduti su entrambi i fronti…” (Kader Abdolah: La casa nella moschea, Iperborea, 2005, pagina 353).

Anno dopo anno Khomeini continuò a mandare truppe mal equipaggiate ma decise a tutto, l’offensiva saddamista venne fermata, gli aerei iraniani bombardarono le città irachene come gli aerei iracheni avevano bombardato le città iraniane. Quando gli uomini cominciarono a scarseggiare Khomeini chiamò alla guerra anche i bambini. Migliaia di ragazzini di dodici anni furono mandati a morire nel deserto: un’onda umana destinata a bonificare i campi minati. Si racconta che a ciascuno di loro veniva consegnata una chiave che dovevano portare al collo.

La guerra si concluse con un nulla di fatto: le truppe irachene che avevano invaso parte dell’Iran si ritirarono, e una decina di anni dopo gli Stati Uniti scatenarono la prima guerra contro Saddam Hussein, che non serviva più. Fu la prima guerra del Golfo. La seconda guerra contro Saddam venne lanciata nel nuovo millennio dal presidente George Bush jr. Quella seconda volta Saddam venne impiccato. E l’Iraq fu devastato da una guerra criminale e insensata.

L’illusione “campista”

Non appena esplose la guerra Iran-Iraq, Khomeini decise di liberarsi delle sinistre che lo avevano appoggiato nei primi mesi della sua rivoluzione.

Nel romanzo La casa della moschea Abdolah racconta l’eliminazione della sinistra da parte del regime integralista.

“Per rendere sicuro il fronte interno il regime decise di fare piazza pulita di tutti i movimenti di sinistra.… A Senjan l’ayatollah Araki ricevette l’ordine di sgombrare il Villaggio Rosso. A quell’epoca il villaggio viveva i suoi giorni migliori, era diventato una zona autonoma con regole proprie, un paese dei sogni dove i giovani avevano creato, in piccolo, il loro stato comunista ideale. I raccolti venivano messi in comune e divisi equamente tra tutti gli abitanti. La sera si ritrovavano in piazza e si leggevano a vicenda i versi del poeta Majakovski….. Mentre i carri armati entravano nel villaggio, spuntarono centinaia di islamici armati che si appostarono nell’oscurità. Nel frattempo due elicotteri volavano sopra le case, illuminando i tetti con un potente fascio di luce. Iniziarono a sparare contro tutto ciò che si muoveva” (354-5).

Chi si era illuso che la rivoluzione khomeinista potesse aprire la strada a una democrazia, o che comunque le sinistre potessero convivere con un regime religioso integralista dovette rapidamente arrendersi alla prova dei fatti: il khomeinismo era oscurantismo reazionario.

Foucault aveva certamente preso male le misure.

Non solo la rivoluzione iraniana, ma in generale tutto il movimento anti-colonialista portava dentro di sé un’ambiguità di fondo: pur di liberarsi dall’imperialismo occidentale spesso i popoli credettero di potersi affidare a leader nazionalisti o integralisti.

In India, ad esempio una componente decisiva del movimento indipendentista, guidato da Subas Chandra Bose, era ideologicamente vicino al fascismo italiano e durante la guerra ebbe il sostegno dei nazisti. Nel lungo periodo il nazionalismo induista ha finito per prevalere rispetto alle componenti liberal-democratiche, e l’attuale predominio di Norendra Modi si fonda proprio sulla prevalenza di un nazionalismo razzista e aggressivo.

Oggi riemerge l’illusione di un fronte anti-occidentale eterogeneo che mette insieme regimi nazionalisti in alcuni casi apertamente autoritari. La grande dimostrazione di forza che si è svolta a Pechino il primo settembre 2025 ha mostrato che questo fronte può effettivamente sfidare l’egemonia occidentale e bianca. Questo fronte può portare a uno scontro finale con l’imperialismo statunitense, ma l’idea che possa avviare un’emancipazione dal modello capitalista estrattivista e militarista è un’illusione. Chi crede che il regime fondamentalista e misogino iraniano debba essere appoggiato perché sarebbe anti-imperialista è vittima di un’illusione. Solo l’internazionalismo operaio poteva emancipare il pianeta dallo sfruttamento e dalla guerra. La sconfitta del movimento comunista è la sconfitta dell’umanità e della pace.

Mentre scrivo queste righe, alla fine del gennaio del 2026, gli iraniani trattengono il respiro perché il Fuhrer biondo che governa gli Stati Uniti d’America ha detto che un’Armada si sta preparando ad attaccare. Il pretesto con cui statunitensi e sionisti si preparano ad aggredire la Repubblica Islamica è la spaventosa repressione che gli ayatollah hanno scatenato contro la popolazione che nelle prime settimane dell’anno ha occupato le strade delle città iraniane.

Anche se Internet è bloccata nello spazio iraniano, qualche notizia arriva: si parla di migliaia di morti, si parla di cadaveri scaricati da camion militari, si parla di decine di migliaia di arresti.

Non posso sapere se il ministero della Guerra Usa lancerà davvero una nuova guerra in nome della democrazia, mentre a Minneapolis le milizie trumpiane uccidono sequestrano e deportano la gente che si nasconde per evitare di incappare negli aggressori dell’ICE. Non posso immaginare quali rappresaglie sarà in grado di lanciare la Repubblica Islamica nel caso che le minacce si concretizzino. Gli Ayatollah hanno dichiarato che in caso di attacco per loro sarà guerra totale. Guerra totale significa, fra le altre cose, il blocco dello Stretto di Hormuz, dal quale transita una quota considerevole del petrolio mondiale. Inoltre occorre ricordare che la Cina e l’Iran hanno un patto di mutuo sostegno militare, e pare che da qualche settimana armi cinesi stiano arrivando in Iran.

Forse ci avviciniamo allo scontro finale che gli sciiti duodecimani attendono come si attende il sacrificio salvifico che permetterà il ritorno dell’Imam nascosto, Muhammad al Mahdi, il dodicesimo Imam che si nascose una quindicina di secoli fa.

Non saprei davvero per chi parteggiare, nel caso la guerra si scatenasse davvero. Da disertore quale sono non parteggerei per nessuno, ma non dimentico che ai suoi tempi Khomeini avvertì gli occidentali a fare attenzione.

“C’è un solo essere che veglia sul nostro paese, un solo essere che ci protegge, un solo essere che tiene tutto sotto controllo mentre dormiamo, Allah. L’America ha i computer, noi abbiamo Allah. L’America ha grandi aerei di ricognizione, noi abbiamo Allah. America, se vuoi sapere chi ha abbattuto i tuoi aerei leggi la sura dell’Elefante:
Alam para kayfe raz bin azabel fiel
Non hai visto cosa abbiamo fatto di coloro che cavalcavano gli elefanti?
La loro astuzia li aveva ingannati.
Noi inviammo stormi di uccelli
Che lanciarono pietre contro di loro
Riducendoli come pula di grano svuotata” (Kader Abdolah, op. cit. 350-1)
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“Blocco navale? No, fumo negli occhi”. Il giurista sul ddl del governo: “Inutile e contrario alla Convenzione ONU”

 

Il disegno di legge che ha ricevuto l’ok del governo in Consiglio dei ministri contiene anche norme per impedire l’ingresso di navi nelle acque territoriali italiane. “E’ inutile e per lo più illegittimo secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare”, spiega senza incertezze Giuseppe Cataldi, ordinario di Diritto internazionale all’Università L’Orientale di Napoli e presidente dell’Associazione internazionale del diritto del mare. Ma andiamo con ordine. Ecco cosa dice il testo sul tavolo del Cdm: “Nei casi di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale, l’attraversamento del limite delle acque territoriali può essere temporaneamente interdetto con delibera del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell’Interno”. Dove sta la novità? Fin qui non ce ne sono. Anzi, “l’articolo 19 della Convenzione Onu sul diritto del mare, che è legge dello Stato perché l’Italia l’ha ratificata, elenca già tassativamente i casi in cui il passaggio di una nave può essere considerato “non inoffensivo” e dunque lo Stato può ostacolarlo”, spiega il giurista. “Ma lo Stato non può aggiungere arbitrariamente nuove eccezioni, specialmente se violano l’obbligo di soccorso e la tutela dei diritti fondamentali”.

In base alla Convenzione (art. 17) a nessuna nave può essere impedito il passaggio nelle acque territoriali finché è “inoffensivo“, compresa la sosta quando comporta, ad esempio, l’assistenza a persone in pericolo. L’articolo 19 dice che “il passaggio è inoffensivo fintanto che non arreca pregiudizio alla pace, al buon ordine e alla sicurezza dello Stato costiero”. Il passaggio è invece pregiudizievole quando, nel mare territoriale, la nave è impegnata in attività come l’uso della forza, spionaggio, propaganda, esercitazioni militari, traffici illegali di persone o merci, pesca o ricerca non autorizzate, inquinamento grave o interferenze con comunicazioni e impianti. Ma torniamo al ddl del governo, che di minacce gravi ne prevede quattro: “il rischio concreto di atti di terrorismo o di infiltrazione di terroristi sul territorio nazionale”; “la pressione migratoria eccezionale tale da compromettere la gestione sicura dei confini”; “le emergenze sanitarie di rilevanza internazionale”; “gli eventi internazionali di alto livello che richiedano l’adozione di misure straordinarie di sicurezza”. Casi in cui il governo può disporre l’interdizione per un massimo di “trenta giorni, prorogabile di ulteriori trenta giorni, fino a un massimo di sei mesi“.

Secondo Cataldi, a parte il rischio terrorismo già perfettamente contemplato dalla Convenzione, il resto sarebbe illegittimo secondo la norma ONU. Che, tra l’altro, va applicata secondo proporzionalità e necessità: “Senza stabilire una discriminazione di diritto o di fatto tra le navi straniere”. Quanto alle minacce ipotizzate dal governo, per le “emergenze sanitarie” Cataldi osserva che bisognerebbe adottare identici provvedimenti per aeroporti e confini terrestri, “altrimenti è discriminazione”. Per gli “eventi internazionali di alto livello” parla di “ipotesi ridicola, assolutamente incompatibile con la Convenzione”. Infine, nel caso della “pressione migratoria eccezionale”, Cataldi ritiene “impossibile negare il passaggio inoffensivo” soprattutto se si tratta di navi che hanno soccorso naufraghi in un’operazione SAR (search and rescue) e chiedono il noto porto sicuro (place of safety). “Queste hanno sempre il diritto di entrare in acque internazionali“, spiega, chiarendo che tale ingresso non equivale a decidere autonomamente dello sbarco. Di più: “Non si può determinare a priori che per un mese tutte le navi delle Ong siano pericolose: la minaccia deve essere specifica e provata per la singola imbarcazione, e la presenza di persone salvate in mare non costituisce di per sé una minaccia”.

A proposito di Ong, il ddl del governo aggiunge che “i migranti eventualmente a bordo di imbarcazioni sottoposte all’interdizione possono essere condotti anche in Paesi terzi diversi da quello di appartenenza o provenienza con i quali l’Italia ha stipulato appositi accordi o intese”. Ipotesi che però non avrebbe nulla a che fare col passaggio in acque internazionali regolato dalla Convenzione Onu. Nel coordinare un’operazione di soccorso, l’Italia potrebbe decidere di assegnare – illegittimamente secondo Cataldi, che cita le convenzioni internazionali in materia – un porto lontano, anche in un altro Paese. Nondimeno, “l’imbarcazione ha sempre il diritto di entrare nelle acque territoriali in base al diritto internazionale. E in caso di emergenza anche di entrare in porto, come ribadito in diverse sentenze, come quella del caso di Carola Rakete”. Ancora: “L’obbligo di soccorso prevale sulle norme interne relative all’immigrazione: i naufraghi non possono essere considerati migranti illegali nel momento in cui la nave comunica l’emergenza e richiede un “place of safety””, ricorda Cataldi. Peraltro, aggiunge, “sono tutte cose già viste e superate ai tempi in cui a tentare soluzioni identiche fu Matteo Salvini col decreto Sicurezza bis (decreto-legge n. 53/2019), sempre in virtù della pressione migratoria”. Il decreto fu poi modificato dal governo Conte II che ricondusse la norma ai soli casi conformi alla norme internazionali. Che, è bene ricordarlo, secondo l’articolo 117 della Costituzione rappresentano un limite invalicabile per la legislazione nazionale.

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Gratteri ai magistrati: ‘Dovete parlare! Il silenzio è complicità’

 

giovedì 12 febbraio 2026

Works - Vitaliano Trevisan

leggo con un enorme ritardo Works.

è una sorpresa leggere un libro working class dei più stupefacenti, Vitaliano racconta la sua vita lavorativa, i suoi lavori e lo schifo che gli hanno fatto, tranne il lavoro più pericoloso, quello di lattoniere.

la penna, il ritmo, le osservazioni, i conflitti, le sfumature sono proprio quelle dello scrittore, scomparso prematuramente e tragicamente (qui un ricordo).

e quando arrivi all'ultima pagina ti dispiace che il libro sia già finito, merito di Vitaliano Trevisan.

un libro da non perdere, promesso.


 

 

 

«Perché trovo sempre un lavoro?, mi dicevo, Perché non mi lasciano andare alla deriva in pace? Diventare un barbone. Una delle possibilità che contemplavo. Che contemplo tuttora. Poi non ho coraggio. Mi viene in mente mio padre, il poliziotto Arturo, e la sua divisa, sempre impeccabile; e mio nonno, la dignità con cui indossava il suo vestito da festa. Assurdità che sempre mi ritornano. L’origine è un vestito che uno non smette mai».

Il lavoro come condanna e perdizione, il lavoro come cellula primordiale dell’organismo umano, il lavoro che marchia anima e corpo di un’intera vita.

Con una scrittura originale come un classico pezzo di jazz, che ne ha fatto uno degli autori italiani piú importanti della sua generazione, in questo romanzo autobiografico Vitaliano Trevisan racconta il lavoro nel luogo in cui è una religione, il Nordest, dagli anni Settanta fino agli anni Zero. E attraverso questa lente scandaglia non solo le mutazioni del nostro Paese, ma la sua stessa vita: il fallimento dell’amore, i meccanismi di potere nascosti in qualunque relazione, la storia della propria e di ogni famiglia, che è sempre «una storia di soldi»…

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...Procedendo in questo libro si ha l’impressione di trovarsi dinanzi a un’entità mentale vastissima, capace di rinomimare la realtà e darle forma attraverso le proprie strutture, a loro volta filtrate grazie a un bagaglio culturale del quale non si intravede la fine: dalla citazione lettraria, alla proposizione secca, teatrale, in inglese, allo slang dialettale, alla coloratissima bestemmia in vicentino, tutto si fa elemento narrabile, tutto concorre a mantenere coesa la mole estenuante delle “cose da dire”, riprese e troncate a metà senza apparente criterio nel corso del libro, con continui salti temporali e un periodare di respiro amplissimo.

Ci sono delle evidenti manie, addirittura confessate, in questa iper-dilatazione del fatto personale, in questa attenzione quasi ossessiva a sè, a tutte le cose pensate dal sè, esperite dal sè, ricondotte al sè: ma una voce così sicura, così riconoscibile, così ironica e conversatrice fa rientrare a pieno titolo Works nel novero delle opere letterarie, e ricorda la veracità sanguigna di certe “vite” di artisti, come quella di Benvenuto Cellini.

Del resto, e lo dice Trevisan in persona, «scrivere un libro è un po’ come cantarsi una canzone, a quale tonalità e tempo non importa; l’essenziale è essere intonati e a ritmo con se stessi».

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VITALIANO TREVISAN: IL CALVARIO DI UN DISSIDENTE - Gianni Sartori

All’età di 61 anni è morto lo scrittore vicentino Vitaliano Trevisan. Attore, drammaturgo e uomo dai mille mestieri.

Perennemente afflitto dal pericoloso sogno dell’autenticità.

Di Vitaliano Trevisan, pur conoscendolo di fama (inevitabile a Vicenza), in passato non mi ero voluto interessare più di tanto. A parlarmene erano state persone – buone, brave, colte, di sinistra e beneducate – ma, dal mio punto di vista, comunque “borghesi”.

Anche se negli ultimo tempi si era trasferito in una contrada di Alta Collina (eccessivo definirla “Montagna”, stando ai miei parametri e conoscendo bene le Prealpi venete), scherzando ma non troppo, lo definivo un “Mauro Corona di pianura”. Quella pianura del Nord-est, inflazionata di capannoni, impestata lavoro nero e inquinamento che lui aveva raccontato, descritto e smascherato nei suoi imperdibili libri.

Ossia – credevo allora, sbagliando – un “personaggio” folcloristico, pittoresco e deviante quanto basta. Falsamente “autentico” e “genuino” come in genere piace appunto a certa borghesia progressista.

Solo pochi mesi fa, intervistando un vecchio compagno, impegnato da una vita non solamente nel “sociale”, ma nella lotta di classe (Luciano Orio), mi era stato citato in relazione agli incidenti (omicidi) sul lavoro. Nel suo “Works” (Einaudi editore) Trevisan denunciava apertamente quello che magari conoscono in molti, ma su cui in genere si preferisce stendere un velo pietoso. Ossia sul fatto che dai macchinari di lavorazione (laminatoi, presse, macchine utensili…) – per aumentarne la produzione ovviamente – spesso viene disinnescato il sistema di sicurezza. Con le ovvie conseguenze: arti amputati quando va bene, corpi maciullati nell’altro caso. In quantità – e qui ci sta – industriale.

Lessi il libro e verificai quanto mi aveva segnalato Luciano.
Ma scoprii anche altro.
Intanto il fatto che – come il sottoscritto anche se in anni diversi – Vitaliano Trevisan aveva lavorato come facchino alla Domenichelli di viale Torino nei turni di notte.
Anzi, avevo anche colto una variante. Da parte sua non considerava quel lavoro, (notturno e in nero, tanto per la cronaca) particolarmente gravoso e parlava di turni di otto ore.
Personalmente, confrontandolo con altre mie esperienze simili (nelle celle frigorifere della Ederle, alla Veneta- Piombo, i traslochi…), lo ricordavo comunque abbastanza pesante. Anche perché all’epoca di giorno cercavo di frequentare l’università, al punto che ricordo di essermi appisolato più di qualche volta in piedi, appoggiato al carrello nella ripetitiva spola tra i camion e il deposito.

Non solo. Mi sembra proprio di ricordare, nella prima metà degli anni settanta i turni erano di dieci ore, non di otto. Con una “pausa- pranzo” (un panino portato da casa) di venti minuti, mezz’ora.
E’ possibile naturalmente che in seguito (seconda metà degli anni settanta, quando toccò a Trevisan scaricare e stivare) le cose fossero cambiate. Come avvenne – questo lo avevo verificato di persona – nel settore traslochi (grazie anche all’impiego di elevatori che permettevano, per esempio, di non dover portare sulle spalle, da soli, pesanti frigoriferi per diversi piani di scale).

E poi in “Works” raccontava a sua esperienza in un territorio che conosco bene, il Basso Vicentino.
Quel pezzetto di Riviera Berica sdraiato ai piedi dei Colli Berici che operatori turistici e amministrazioni comunali si ostinano a descrivere come bucolico, con paesaggi (ormai è un classico, non si nega a nessuno) “mozzafiato”. Nonostante la pianura sia quasi completamente cementificata (oltre che inquinata, vedi la A31) e sui Colli proliferi di giorno in giorno la metastasi delle ville e villette di borghesi grandi, medi e piccoli che “amano la Natura” (senza peraltro esserne corrisposti). Costruzioni talvolta semiabusive (tipo sedicenti ”depositi attrezzi” provvisti di colonnato esterno – “pompeiane” – e piscina), case di 2-3 cento metri quadri dove prima c’era soltanto “el staloto del mas-cio”. A spese del paesaggio e degli ecosistemi.
Ma comunque qualcosa c’era – e c’è – a mozzare letteralmente il fiato: gli innumerevoli capannoni dove languiscono segregati a migliaia i polli da allevamento. E la puzza – come scriveva chiaramente Vitaliano – si sente, eccome. Anche da lontano.
Pur senza volersi soffermare sulla sacrosanta compassione per quelle povere creature imprigionate (rileggersi in proposito quanto scriveva Eugenio Turri sugli analoghi allevamenti nei Lessini), pensiamo soltanto a cosa sta accadendo proprio ora in Veneto con l’epidemia di aviaria e lo sterminio di milioni di volatili.

Ma quello che più mi rode è il modo in cui sembra se ne sia andato. Dopo un ricovero psichiatrico formalmente “volontario”, ma in realtà sotto il ricatto di un TSO.
Ora, mi chiedo, è mai possibile che una persona con il suo livello culturale, con un così alto grado di consapevolezza (esistenziale, sociale, politica…) derivata dall’esperienza vissuta, non certo dagli studi accademici (anche se la sua preparazione letteraria era ottimale) sia stato trattato in tal modo?

Non so se – come aveva azzardato qualche vicentino – Trevisan fosse veramente da considerarsi il maggiore tra gli scrittori attuali della Penisola. Ma sicuramente è lecito interrogarsi in proposito. E uno così, su cui ora tutti spandono lacrime e tessono lodi, è stato rinchiuso come un pericoloso demente?
Nei giorni immediatamente successivi alla sua morte disperata, in molti lo hanno ricordato con commozione.
Alimentando tuttavia l’idea che comunque il Trevisan era (a scelta): depresso, fuori di testa, predisposto al suicidio….

Invece di esprimere rispetto non solo per lo scrittore, ma anche per un uomo che ha saputo esplorare il lato oscuro (o forse meglio: non del tutto colonizzato) dell’animo umano. Con estrema lucidità, andando ben oltre la propria sofferenza personale e le proprie (indiscutibili) contraddizioni. Arrivando a un alto grado di consapevolezza dei rapporti umani e – più ancora direi – dei rapporti sociali in una società capitalista (lui che tra l’altro, se non forse negli ultimi tempi, non si considerava di sinistra, “non di questa sinistra almeno”).

Un esempio, un modello per come si possa affrontare la tragicità della vita senza soccombere, rielaborandola.
A meno che – ovviamente – non intervenga qualche fattore esterno (in stile santa inquisizione) a disciplinare, omologare, addomesticare, “guarire”…

Chissà come è andata veramente. Ma rimane il dubbio che senza l’umiliazione di quel ricovero formalmente volontario, ma in realtà coatto, forse – dico forse – ne sarebbe uscito ancora per conto suo, magari con un altro libro o andando in giro per i boschi…
In questo momento mi vengono in mente altre persone (Majakóvskij Pavese, Debord, André Gorz, Paolo Finzi…), con storie e motivazioni diverse, ma cheavevano compiuto la medesima scelta estrema del Trevisan. Travolte forse dal disgusto per la mediocrità, la miseria spirituale di un mondo che incatena i dissidenti e imbavaglia i poeti (talvolta non solo metaforicamente) imbalsamandoli poi da morti.
Così come mi vengono in mente “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, Walter Benjamin (letteralmente braccato) e la tragedia (l’assassinio si può dire?) di Mastrogiovanni.

In fondo anche Vitaliano Trevisan era un soggetto scomodo, indigesto, non compatibile. Magari letto, apprezzato, recensito e premiato…ma comunque alla fine segregato e umiliato.

Niente di strano se uno come lui (un intellettuale, ma anche “uomo d’azione”) avesse deciso di mandare il mondo, questo mondo, a fare in culo.

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…Pochissimi sono i romanzi italiani che hanno la forza dirompente di “Works”. Il coraggio di squadernare davanti agli occhi del lettore le ipocrisie, le falsità, i fasulli mascheramenti a cui la società non sa sottrarsi. E Vitaliano Trevisan non arretra mai, non si fa cogliere da tentennamenti nel raccontare il coinvolgimento attivo del suo alter ego nel consumo e nello spaccio di droga. Non tentenna quando deve esternare la sua convinzione che prostituirsi è un lavoro come gli altri, se viene svolto per libera scelta e non sotto minaccia, dietro coercizione (e non è forse la scrittura, si chiede, “far commercio di sé in altra forma”?). Non si dimentica di dire forte e chiaro che gli incidenti sul lavoro, le frequenti morti nei cantieri, non sono episodi isolati, dettati dalla sfortuna. Ma conseguenza diretta e inevitabile del modo stesso in cui le persone sono costrette a stare sospese nel vuoto, sulle impalcature, oppure a sollevare pesi immani.

Il lavoro, raccontato da “Works”, assume i connotati della condanna riservata all’uomo nel suo percorso terreno. Una sorta di pena da scontare subito, qui e ora, visto che della vita ultraterrena non c’è certezza. Ma trovarsi un’occupazione, incassare una paga e non perdere tempo, diventa anche un obbligo fisico e metafisico. Per non trovarsi ai margini della comunità umana, per non cedere alla tentazione di trasformarsi in un’entità invisibile agli occhi dei “normali”.

Attraversando il tempo e la spazio di una vita scandita dal lavoro e dai sogni, dagli amori finiti male e dalle amicizie sfociate in tradimenti, dai progetti di scrittura, dai successi interlocutori e dalle cocenti delusioni, Vitaliano Trevisan non si lascia mai tentare dall’imboccare la scorciatoia dell’opportunismo. Non sceglie nemmeno in una sola riga di imboccare la strada del quieto vivere. In “Works” impallina intellettuali e scrittori con nomi e cognomi. E non nasconde, quando parla di sé, che la sua scrittura è sempre stata dettata da quel senso di melanconia, straniamento, solitudine, che si è portato dentro per tutta la vita. “Disperazione, è per questo che scrivo, vale ora e valeva allora, mentre tornando verso casa ero caduto di nuovo nel buco nero di questi tristi pensieri, che sempre accompagnano il fallimento del momento, buco nero che ovviamente, col passare del tempo diventava sempre più profondo e sempre più nero”.

Il Veneto di “Works” non è di certo quelle delle commedie goldoniane. Nelle parole di Vitaliano Trevisan assume la fisionomia di uno scosceso baratro umano. Dove le ragioni dell’industrializzazione, della produzione, del profitto e del guadagno, hanno devastato la politica, desertificato i rapporti sociali, modificato il territorio fino a umiliarlo e stravolgerlo, isolato le persone spingendole verso la depressione.

È forse questo l’aspetto più inquietante e bello del libro. Non c’è una sola riga di “Works” in cui Vitaliano Trevisan si lasci andare alla tentazione di consolare i suoi lettori. Per quasi 700 pagine, mai lo scrittore concede sconti a quel mondo che ha guardato da vicino. Fino a non poterne più.

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