Vi è un
meccanismo che la storia ha riprodotto con sconcertante regolarità e che
potremmo chiamare il paradosso della tolleranza rovesciato: molte
minoranze perseguitate invocano con forza e convinzione i valori della
tolleranza, della fratellanza universale, del rispetto per la diversità; quelle
stesse minoranze, quando conquistano il potere, tendono a dimenticare quegli
appelli con una rapidità che sarebbe sorprendente se non fosse così
sistematica. Non si tratta di una constatazione cinica o disfattista, ma di
un’osservazione storico-sociologica che merita di essere esaminata con rigore e
senza la distorsione che producono le passioni del momento.
Il caso più
studiato e documentato è la trasformazione del cristianesimo tra la fase
pre-costantiniana e quella successiva alla sua progressiva integrazione
nell’apparato imperiale (specie dopo l’editto di Tessalonica emanato da Teodosio nel 380).
Le prime comunità cristiane, minoranza perseguitata nell’impero romano, avevano
elaborato – proprio a partire dalla loro condizione di debolezza – una teologia
della sofferenza, del martirio accettato, del perdono dei nemici. Il messaggio
delle Beatitudini evangeliche – «beati i miti», «beati i misericordiosi»,
«beati gli operatori di pace» – non era soltanto precetto religioso ma anche,
inevitabilmente, una forma di ideologia della minoranza priva di potere,
che non può permettersi la violenza e deve sopravvivere attraverso la coesione
interna e l’appello alla coscienza del persecutore. Ma con la
progressiva identificazione tra Impero e Chiesa, questa teologia della
debolezza si trasformò rapidamente in teologia del potere. Nel giro di
pochi decenni, quella stessa Chiesa che aveva chiesto tolleranza per sé
cominciò a perseguitare i pagani, a reprimere le eresie, a costruire l’apparato
di coercizione che avrebbe dominato l’Europa per oltre un millennio. Basta
leggere, da una parte, gli scritti di Tertulliano e Lattanzio e, dall’altra,
quelli di Agostino d’Ippona o Firmico Materno per rendersi conto del prima e
del dopo. Un processo già diagnosticato da illustri storici del passato (come
ad es. Edward Gibbon) e recentemente ben illustrato in opere autorevoli come
quella di Giovanni Filoramo in un volume il cui titolo è già esplicativo: La
croce e il potere. I cristiani da martiri a persecutori, Laterza, 2011.
Volendo riprendere
il celebre paradosso della tolleranza enunciato da Karl Popper – sul quale
bisogna tuttavia operare alcune necessarie distinzioni, come ho sostenuto in un precedente articolo – potremmo dire che esso può
funzionare anche in direzione opposta: una minoranza che ha interiorizzato i
valori della tolleranza come strategia di sopravvivenza tende ad abbandonarli
non appena li percepisce come non più necessari alla propria sicurezza. La
tolleranza come valore vissuto e la tolleranza come strumento
tattico sono cose profondamente diverse, anche se esteriormente spesso
indistinguibili.
Questo
schema storico si applica con drammatica pertinenza alla vicenda dell’ebraismo
e dello Stato d’Israele contemporaneo, nel rapporto tra memoria della persecuzione,
sicurezza e potere, pur nella sua specificità assoluta e nella necessità di
distinguere con il massimo rigore tra istituzioni statali, correnti politiche e
identità collettive. Il popolo ebraico ha attraversato duemila anni di
discriminazione, espulsione, pogrom, culminati nell’abisso della Shoah – il
crimine più sistematico e industrialmente organizzato della storia umana, nel
quale fu sterminato un terzo dell’intera popolazione ebraica mondiale. In
quelle condizioni di estrema vulnerabilità, la cultura ebraica della diaspora
produsse contributi intellettuali, scientifici, artistici e filosofici di
eccezionale valore: da Freud a Einstein, da Kafka a Proust, da Simone Weil a
Theodor W. Adorno (e si potrebbe continuare con un lungo elenco); il
pensiero ebraico europeo ha arricchito la civiltà occidentale in modo
sproporzionato rispetto alla percentuale numerica di quella popolazione e ha
fornito contributi fondamentali alla riflessione moderna sulla libertà di
coscienza, sulla critica dell’autorità e sulla tolleranza religiosa: basti
pensare a quanto scritto da Spinoza nel suo Tractatus theologico-politicus.
Non è un caso: la condizione minoritaria, quando non è annientante, produce
spesso una tensione intellettuale e critica straordinaria, perché costringe a
pensare contro le certezze dominanti, a mettere in discussione ciò che la
maggioranza dà per scontato.
E per
secoli, nel mondo cristiano, era stato dato per scontato il pregiudizio
antiebraico: l’idea della colpa collettiva, della perfidia, della marginalità
necessaria del popolo ebraico. Un pregiudizio teorizzato, tramandato e
praticato in molte forme, dal cristianesimo storico, fino all’età contemporanea
e, in modo dottrinalmente decisivo, fino alla revisione compiuta dal Concilio
Vaticano II. Ma la Chiesa cattolica – sebbene con lentezza e dopo lunghe
tribolazioni – ha saputo apprendere dalla sua storia e oggi il suo
magistero ufficiale rappresenta una delle voci più significative in
favore della libertà religiosa, del dialogo interreligioso e del rifiuto
dell’antisemitismo, nonché di una politica di pace e convivenza tra popoli
diversi.
Certo, la
fondazione dello Stato di Israele nel 1948 ha rappresentato – almeno nella
prospettiva dell’ebraismo del tempo, non certo per i popoli che l’hanno subita
– una risposta comprensibile e umanamente giustificabile al trauma della Shoah:
la convinzione che solo uno Stato proprio potesse garantire la sicurezza di un popolo
che non ne aveva mai avuto uno. Ma questa stessa fondazione fu vissuta dai
palestinesi come catastrofe storica: perdita della terra, espulsione,
sradicamento, dissoluzione di comunità e memorie locali. La tragedia
nasce anche da qui: ciò che per una comunità apparve come salvezza, per
un’altra fu rovina. E se non si riesce a comprendere le ragioni dell’altro,
per contemperarle con le proprie – attraverso il dialogo e la pratica della
comprensione – la strada per ogni violenza e intolleranza è aperta. La
storia successiva di Israele ha purtroppo mostrato le contraddizioni interne a
questo progetto, che si annidano nella prospettiva sionista che lo ha
alimentato. Lo Stato di Israele, nato come democrazia liberale, con una
Dichiarazione di indipendenza che prometteva uguaglianza di diritti a tutti i
cittadini indipendentemente da razza, religione e sesso, ha nel corso dei
decenni, e in modo sempre più accelerato nell’ultimo periodo, subito una deriva
che molti osservatori – tra cui numerosi intellettuali e storici israeliani –
descrivono come incompatibile con quei valori fondativi; una deriva che
non sembra essere più solo del suo ceto governativo, ma che pare abbia
infettato la maggioranza della sua popolazione. È una vicenda ormai ben
documentata sia da storici ebrei, come Ilan Pappé e Benny Morris, sia da
organizzazioni internazionali (B’Tselem, Human Rights Watch e Amnesty
International) che hanno qualificato l’attuale sistema di dominio come un forma
di apartheid. L’attuale Governo israeliano ha portato questa
deriva al suo stadio più estremo, con l’approvazione di leggi fondamentali che
sanciscono la preminenza costituzionale del carattere ebraico dello Stato (sino
alla recente legge che prevede la pena di morte solo per i palestinesi),
attribuendo il diritto di autodeterminazione nazionale esclusivamente al popolo
ebraico, e con operazioni militari che le principali organizzazioni umanitarie
internazionali definiscono crimini di guerra, crimini contro l’umanità, atti di
genocidio o, secondo alcune di esse, genocidio vero e proprio.
È importante
sottolineare con la massima chiarezza che questa critica non ha nulla a
che fare con l’antisemitismo: nessun popolo, nessuna etnia, nessuna “razza”
è di per se malefica o benefica, come fosse caratterizzata da una sorta di
essenza metafisica, da un codice genetico; piuttosto sono le circostanza
storiche, le esperienze vissute che le plasmano e le fanno diventare di volta
in volta criminali o altruiste, tolleranti o persecutorie. E allo stesso modo,
non v’è alcuna religione e nessun testo sacro che non contenga in sé elementi
di indicibile intolleranza e violenza come anche esempi sublimi di altruismo e
amore verso il prossimo: sono gli uomini che – nelle diverse circostanze – li
interpretano a proprio modo, valorizzando le parti che loro interessano e
sottacendo quelle che non sono coerenti al proprio attuale orientamento. Onde
nella storia di ogni religione e della medesima fede vi sono esempi di
personalità di sublime grandezza – come un san Francesco – e altri di abietta
crudeltà, come un Torquemada. Confondere le due cose con l’accusare di
antisemitismo chiunque critichi le politiche israeliane, è una
strumentalizzazione che fa torto alla memoria delle vittime dell’antisemitismo
reale.
Ciò non può
che portare l’attenzione al ruolo che certi testi sacri svolgono in
questo contesto, evitando le semplificazioni in entrambe le direzioni. La
Bibbia ebraica contiene, accanto a passaggi di altissima ispirazione etica (i
profeti Amos, Isaia, Michea, con il loro appassionato appello alla giustizia),
testi che descrivono lo sterminio di popolazioni come comandamento divino – le
guerre di conquista di Giosuè, il libro di Samuele, certi Salmi. Questi testi
non hanno determinato necessariamente il comportamento dei credenti nel corso
della storia: per secoli l’ebraismo rabbinico li ha interpretati
allegoricamente o li ha neutralizzati attraverso la tradizione del commento. Ma
quando una minoranza acquisisce potere militare assoluto e il fondamentalismo
religioso cresce come fattore politico dominante, strumentalmente utilizzato –
come sta accadendo in Israele con i partiti ultra-ortodossi e messianici che
sostengono l’attuale Governo – quei testi possono diventare strumenti di
legittimazione di comportamenti che altrimenti sarebbero difficilmente
giustificabili davanti all’opinione pubblica mondiale; diventano cibo tossico
che avvelena le menti, le rende incapaci di considerare l’altro come proprio
pari, facendolo collocare nella sotto-umanità. E pare proprio che oggi
Israele, pervenuto a un potere praticamente assoluto sui palestinesi, voglia
rifarsi tutto d’un colpo e in breve tempo del male subito in passato, dando la
stura al fondamentalismo e al fanatismo più cieco e spietato; senza
rendersi conto del rischio che così sta correndo: che il medesimo meccanismo si
possa ritorcere contro coloro che oggi lo stanno praticando, non appena i
palestinesi ne avranno la possibilità.
È un tragico
paradosso che Israele, Stato nato anche come risposta storica alla
persecuzione e alla vulnerabilità della diaspora, abbia oggi deciso di
costruire la propria sicurezza su basi che la renderanno sempre meno sicura. Come ha osservato con grande
lucidità Hannah Arendt già nel 1944 – in un articolo profetico intitolato
“Zionism Reconsidered” – la costruzione di uno Stato basato sull’esclusività
etnico-religiosa in una regione densamente popolata da altre popolazioni non
poteva che produrre conflitto permanente. La sicurezza non si
costruisce attraverso la dominazione dell’altro, ma attraverso la costruzione
di relazioni di reciproco riconoscimento. È una lezione che l’esperienza
storica ha confermato ripetutamente.
La stima e
il rispetto che il popolo ebraico ha guadagnato nei secoli costituiscono un
patrimonio morale di inestimabile valore. Sperperarlo nelle sabbie di una
politica di potenza miope e autodistruttiva è una perdita non solo per il
popolo ebraico, ma per l’intera umanità. E sarebbe anche, in senso stretto,
un’ulteriore ingiustizia sia verso le milioni di vittime della Shoah, il cui
sacrificio merita un esito migliore di quello che stiamo vedendo, sia verso una
comunità ebraica internazionale che dissente fortemente e non si identifica con
le scelte attualmente compiute dallo stato israeliano.
La lezione
generale è amara ma necessaria: nessuna identità, nemmeno quella nata dalla
persecuzione più atroce, è moralmente immunizzata contro la tentazione del
potere. Tuttavia,
proprio chi ha conosciuto l’ingiustizia dovrebbe sapere che il dolore subito,
per quanto profondo ed eccezionale, non conferisce il diritto di infliggerlo ad
altri. La memoria autentica non è quella che autorizza l’eccezione per
sé, ma quella che impedisce di diventare ciò che si è combattuto. La prova
morale di una minoranza perseguitata non sta soltanto nel rivendicare diritti
quando è debole, ma soprattutto nel riconoscere quegli stessi diritti agli
altri quando diventa forte.