lunedì 24 agosto 2026

Se la Saras diventa “green” sulle spalle della Marmilla - Valter Canavese

In termini eufemistici non è un periodo facile per i temi dell’ambiente in terra sarda, che si tratti di una avanzata indiscriminata di pale eoliche, di pannelli fotovoltaici, progetti di resort di lusso in luoghi con vincoli paesaggistici oppure una lista di danni ecologici pregressi ed irrisolti, ferite varie che stanno vedendo una reazione in termini politici ma ancor di più sentita e partecipata in termini di risposta dei comuni, organizzazioni ed associazioni ecologiste e di indipendenza.

La manifestazione dell’8 luglio, organizzata da “Su Entu nostu” negli spazi antistanti la Regione Sardegna, prende spunto dal profilarsi di una minaccia concreta legata al progetto di impianto eolico di 72 megawatt e impianto di accumulo di 35 Mw, e relative opere di connessione tra i comuni di Sanluri, Sardana e Villanovaforru. Il progetto parte dall’ottobre del 2023 con la presentazione dei documenti tecnici, ambientali e di spesa che si dopo il 2024.

A questa procedura il Comitato “Su Entu nostu” ha presentato, per il tramite dei loro legali, una serie di osservazioni inviate alla Presidenza del Consiglio, che dovrà a breve decidere in proposito. Da precisare che il complesso, per paradosso, servirà ad avviare una produzione ad idrogeno, con impatto ambientale ridotto, nella raffineria di Sarroch di proprietà della multinazionale Vitol.

Nella valutazione di impatto, e di valutazione strategica ambientale, si evidenzia come in generale la produzione di energia elettrica in Sardegna ecceda il fabbisogno regionale del quasi 40%. Con gli ulteriori progetti sul suolo e nel mare sardo la produzione di energia supererebbe il doppio del fabbisogno. Inoltre, se venissero autorizzate le ulteriori richieste il rapporto tra produzione e consumo sarebbe di 8 a 100TWh/anno. Il paradosso aumenta in considerazione del fatto che la rete di trasmissione non è in grado di convogliare l’energia prodotta se non attraverso una rete interconnessa che è del tutto teorica quindi inservibile.

Il tutto comporta e rafforza un andamento opposto alle direttive comunitarie che puntano all’autoconsumo collettivo e alla riduzione di Co2 per arrivare al corto circuito di pagare comunque le società di impianti l’energia elettrica senza poterla consumare o “esportare”

Tra i danni primari ci sono da annoverare e definire sia quelli di natura ambientale e paesaggistica, che implicano l’attivazione delle prerogative della Regione Sardegna, con un consumo di “territorio attivo” e depauperamento del territorio boschivo con riflessi per il già provato equilibrio climatico, ma anche la salvaguardia ineludibile dei monumenti, della cultura e delle ancora inesplorate testimonianze archeologiche.

La puntuale memoria legale, inoltrata dal Comitato “Su Entu nostu” alla presidenza del Consiglio, è stata illustrata nell’incontro di ieri con i cittadini attraverso gli interventi di Marco Pau –portavoce del Comitato- del Sindaco di Villanovaforru, Maurizio Onnis e di Graziano Bullegas, segretario di Italia Nostra Sardegna, che hanno denunciato la grave minaccia che rappresenterebbe la realizzazione di questo progetto sulle spalle del territorio della Marmilla per favorire la produzione green ad idrogeno per l’ottimizzazione della raffinazione del petrolio dell’impianto di proprietà della Vitol. In questo gioco dell’oca la Presidenza del Consiglio, avvalendosi della Golden Share nell’acquisto della Saras, ha posto l’esplicita richiesta alla Vitol che la società continuasse a fornire i prodotti petroliferi per il funzionamento delle tre centrali idroelettriche presenti in Sardegna, stante il blocco della fornitura russa.

Per questi motivi “Su Entu Nostu” e le persone intervenute hanno annunciato una raccolta di firme da inviare alla Regione e alla Presidenza del Consiglio ed una serie di iniziative contro il progetto avanzato dalla società Marte s.r.l., che fa capo all’Enel Green Power s.r.l. che culminerà in una manifestazione fissata per il primo agosto presso la chiesa campestre di Santu Antiogu Becciu poco fuori Sanluri.

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guanti di velluto?

 

ICE, arrivano i guanti elettrificati per costringere i migranti all’obbedienza - Osservatorio Repressione

 

L’agenzia delle deportazioni vuole spendere fino a 20 milioni di dollari per migliaia di G.L.O.V.E., dispositivi capaci di infliggere scariche elettriche attraverso il contatto con la pelle. Vengono presentati come strumenti di «de-escalation», ma il manuale ammette rischi di lesioni gravi o morte. Un uomo è già morto dopo l’utilizzo ripetuto del dispositivo in un carcere del Kentucky.

Prima i passamontagna, i raid nei luoghi di lavoro e nei quartieri, gli arresti indiscriminati, le deportazioni di massa. Poi le armi da fuoco e una sequenza di operazioni finite con persone uccise. Adesso l’Immigration and Customs Enforcement (ICE) dell’amministrazione Trump si prepara ad aggiungere al proprio arsenale migliaia di guanti capaci di infliggere scariche elettriche direttamente sul corpo delle persone fermate.

Il Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS) ha pubblicato un avviso per l’acquisto dei cosiddetti Conductive Distraction and De-escalation Devices. La spesa prevista è compresa tra 10 e 20 milioni di dollari e la fornitura dovrebbe essere completata entro marzo 2027. I dispositivi saranno destinati sia agli agenti dell’Enforcement and Removal Operations, il settore dell’ICE direttamente impegnato negli arresti e nelle deportazioni, sia a quelli dell’Homeland Security Investigations.

Il prodotto individuato è il CTG-5 G.L.O.V.E., acronimo di Generated Low Output Voltage Emitter, fabbricato dalla Compliant Technologies di Lexington, Kentucky. Apparentemente è un normale guanto operativo. Premendo un interruttore, però, l’agente può attivare due elettrodi e trasmettere una scarica elettrica attraverso il contatto diretto con la pelle. Il dispositivo può raggiungere i 380 volt e produce impulsi destinati a provocare dolore e a interferire temporaneamente con la coordinazione muscolare.

L’azienda lo presenta con il linguaggio ormai abituale dell’industria delle armi cosiddette «meno letali»: uno strumento «umano», discreto e destinato alla «de-escalation», capace secondo il produttore di ottenere normalmente l’obbedienza di una persona in meno di tre secondi. È proprio questa retorica a meritare attenzione. Un dispositivo costruito per infliggere deliberatamente dolore viene trasformato linguisticamente in una tecnologia per ridurre il conflitto. La scarica elettrica diventa «distrazione conduttiva», la coercizione diventa «compliance», l’arma diventa uno strumento di «de-escalation».

Un’arma che non lascia quasi tracce

A differenza del Taser, il G.L.O.V.E. deve essere applicato direttamente sulla pelle. Ma possiede una caratteristica particolarmente problematica dal punto di vista del controllo sull’uso della forza: può essere utilizzato in maniera estremamente discreta e normalmente non lascia i segni di contatto o le bruciature associate ad altri dispositivi elettrici.

È precisamente questo aspetto ad allarmare le organizzazioni per i diritti civili. In un contesto nel quale l’ICE è già accusata di uso eccessivo della forza, abusi durante gli arresti e scarsa trasparenza, mettere nelle mani degli agenti uno strumento capace di infliggere dolore senza produrre necessariamente evidenze immediatamente visibili significa rendere ancora più difficile documentare eventuali violenze.

L’American Civil Liberties Union ha espresso forti preoccupazioni. La questione, infatti, non riguarda soltanto le caratteristiche tecniche dell’arma, ma chi la utilizzerà, contro chi e dentro quale sistema di controlli. L’ICE non è un corpo che opera eccezionalmente contro persone armate: i suoi agenti fermano quotidianamente migranti nei luoghi di lavoro, nelle abitazioni, per strada e durante trasferimenti e deportazioni.

Lo stesso manuale del produttore contiene avvertimenti che rendono ancora più evidente la delicatezza del dispositivo. Il guanto non dovrebbe essere utilizzato per punire qualcuno, in risposta alla semplice disobbedienza verbale o come strumento di tortura. Il produttore sconsiglia inoltre l’impiego contro bambini piccoli, anziani, donne incinte e altre persone vulnerabili. Avverte persino che, in determinate circostanze, l’utilizzo può contribuire a provocare lesioni gravi o morte.

Un uomo morto dopo quaranta scariche

Il G.L.O.V.E. viene già utilizzato in alcune carceri e da alcuni dipartimenti di polizia statunitensi. E sul dispositivo pesa una vicenda gravissima.

Una causa giudiziaria ancora pendente riguarda la morte, nel 2024, di un uomo di 43 anni in un carcere di Richmond, Kentucky. Secondo gli atti citati dalla stampa americana, l’uomo sarebbe stato sottoposto 27 volte alle scariche dei guanti elettrificati e altre 13 volte a quelle di un Taser. Un’indagine interna avrebbe inoltre accertato che due applicazioni del G.L.O.V.E. durarono rispettivamente 45 e 99 secondi, molto oltre il limite di 15 secondi raccomandato dal produttore. La stessa struttura carceraria riconobbe che quelle condotte avevano inflitto dolore non necessario aumentando il rischio di gravi conseguenze per la salute.

È difficile separare questo precedente dalla decisione di distribuire potenzialmente migliaia di questi dispositivi all’ICE.

L’ex direttore ad interim dell’agenzia John Sandweg ha avvertito che uno strumento del genere è troppo facile da utilizzare impropriamente contro persone che non rappresentano alcuna minaccia. Il giurista Michael Mannheimer, esperto di uso della forza da parte della polizia, ha sollevato un’altra questione: avere un dispositivo immediatamente disponibile può indurre gli agenti a saltare forme meno invasive di intervento e ricorrere direttamente alla scarica elettrica.

Il responsabile della politica delle frontiere della Casa Bianca, Tom Homan, difende invece il progetto sostenendo che offrirebbe agli agenti un’alternativa alle armi da fuoco, ai Taser e agli spray urticanti. Prima dell’impiego, ha assicurato, saranno predisposti protocolli e formazione specifica.

Ventimilioni di dollari dentro la macchina delle deportazioni

Il problema è che i guanti elettrificati non arrivano nel vuoto. Arrivano mentre l’amministrazione Trump sta enormemente ampliando uomini, mezzi e poteri dell’apparato federale dell’immigrazione e mentre aumentano arresti, detenzioni e operazioni nei luoghi di lavoro. Arrivano soprattutto dopo mesi nei quali l’uso della forza da parte dell’ICE e degli altri corpi federali impegnati nella campagna contro i migranti è diventato una questione politica nazionale.

Negli ultimi mesi abbiamo raccontato gli omicidi di Renée Good e Alex Pretti a Minneapolis, quello di Lorenzo Salgado Araujo a Houston e le altre sparatorie che hanno accompagnato la campagna di deportazioni. Proprio mentre emergono interrogativi sulla responsabilità degli agenti e sull’assenza delle bodycam in alcuni degli episodi più gravi, Washington sceglie di mettere a disposizione dell’ICE un’altra tecnologia coercitiva.

La procuratrice generale dello Stato di New York, Letitia James, ha già avvertito che eventuali abusi compiuti con questi dispositivi potranno comportare responsabilità civili e penali. La deputata democratica Pramila Jayapal li ha definiti un ulteriore strumento pericoloso destinato a colpire immigrati e cittadini.

Ma la questione va oltre l’ennesima arma consegnata agli agenti. C’è qualcosa di profondamente rivelatore nel linguaggio scelto per descriverla. Un guanto che trasmette una scarica elettrica al corpo di una persona affinché obbedisca viene ufficialmente definito uno strumento di “de-escalation”. È la stessa inversione semantica attraverso cui la violenza istituzionale viene continuamente neutralizzata: la deportazione diventa enforcement, il rastrellamento diventa operazione mirata, la detenzione diventa custodia e il dolore inflitto diventa uno strumento per ottenere compliance.

Il G.L.O.V.E. rende quasi materiale questa trasformazione. Il potere coercitivo non è più soltanto nella pistola, nel manganello o nelle manette: viene incorporato nella mano dell’agente. Basta afferrare un corpo e premere un pulsante.

Ed è forse questo l’aspetto più inquietante. Nel pieno della campagna di deportazioni di massa, l’amministrazione Trump non sta semplicemente aumentando il numero degli agenti dell’ICE. Sta costruendo un apparato nel quale sorveglianza, detenzione, deportazione e coercizione fisica diventano parti sempre più integrate della stessa macchina.

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domenica 23 agosto 2026

L’industria cinese avanza: cosa fare? - Vincenzo Comito

Il resto del mondo sta assistendo insieme con ansia e meraviglia alle crescenti prestazioni dell’industria cinese in patria e all’estero, dalla produzione dei robot umanoidi e delle auto volanti in patria sino ai 1.200 miliardi di dollari di avanzo commerciale con il resto del mondo nel 2025, con una elevata dinamica di crescita che sembra proseguire nel 2026. In effetti nei primi cinque mesi dell’anno in corso le esportazioni cinesi sono cresciute ancora del 15,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e sembrano ancora accelerare; nel mese di maggio la crescita è stata del 19,4%. Intanto alcune previsioni stimano che entro il 2030 il peso dell’industria del paese asiatico sul totale mondiale si avvicinerà al 50%. Nel 2001 la Cina otteneva l’ingresso nell’Organizzazione Mondiale per il Commercio. Ne era seguito quello che sarà poi un vero e proprio shock in Occidente, con le merci del paese asiatico, peraltro di frequente prodotte da imprese del Nord del mondo insediate nel paese, che cominciarono a invadere i mercati occidentali a prezzi molto bassi; negli Stati Uniti in particolare ci si trovò di fronte a un China price imbattibile. Ma nell’ultimo periodo si sta assistendo a un secondo shock, ancora più temibile del primo; questa volta non si tratta di prodotti, o solo di prodotti, a basso valore aggiunto, ma di merci di alto livello tecnologico, di nuovo a prezzi che sfidano ogni concorrenza. Il panico sembra diffondersi nel resto del mondo. Nelle note che seguono cerchiamo di dare alcune informazioni soltanto su alcuni aspetti di tale fenomeno in atto.

Preliminarmente appare utile ricordare che ci sono alcune presunte regole che si davano per scontate sui manuali di economia e che sembravano apparentemente confermate sino ad oggi nella pratica. La prima prevedeva che nei processi di industrializzazione i vari paesi si specializzassero all’inizio nelle produzioni a basso costo della manodopera e a basso valore aggiunto; man mano che poi il processo di sviluppo andava avanti essi si sarebbero diretti verso produzioni a più alto valore aggiunto e a più alto costo del lavoro, abbandonando progressivamente i settori più arretrati. La seconda, messa a punto a suo tempo da David Ricardo, detta anche dei vantaggi (o dei costi) comparati, teoria alla base degli scambi internazionali, affermava che era opportuno che ogni paese si specializzasse sulle produzioni che sapeva fare relativamente meglio, su cui cioè aveva un vantaggio comparato e che provvedesse poi su queste basi a scambiare i suoi beni sui mercati internazionali; così conveniva al Portogallo produrre vino che poi poteva scambiare con i tessili inglesi; i due paesi avrebbero tratto vantaggio reciproco da tale specializzazione. La terza e forse più importante prevedeva infine che il mercato fosse più forte e più capace di orientare le scelte economiche delle imprese rispetto alla mano pubblica e alla pianificazione, che dovevano quindi lasciare al mercato stesso la massima possibilità di libera esplicazione. Per due secoli in Occidente si è affermato che il mercato era l’unico meccanismo in grado di coordinare un’economia complessa e che ogni tentativo di sostituirlo con un piano era condannato al fallimento (Arlacchi, 2026). Come si è affermato da qualche parte il mercato era un cavallo selvaggio impossibile da domare. La più evidente conferma a tale ultima legge è sembrata a suo tempo essere stata la pessima performance dell’economia dell’Unione Sovietica, rigidamente pianificata.

Lo sviluppo cinese, soprattutto negli ultimi anni, tende invece a mostrare che ci si può fare sostanzialmente beffe di tutte e tre tali presunte regole e contemporaneamente prosperare. Se guardiamo ai processi di sviluppo della Cina, essi sono andati avanti in maniera apparentemente classica, avviandosi prima nei settori tradizionali come il tessile-abbigliamento per passare poi a produzioni sempre più sofisticate, mentre il costo del lavoro aumentava piuttosto velocemente. Ma questo con alcune varianti. Intanto, mentre oggi il paese è ormai in testa o sostanzialmente alla pari con gli Stati Uniti nella gran parte dei settori avanzati (nel 2024 la spesa in ricerca e sviluppo del paese asiatico ha raggiunto quella degli Stati Uniti ed ormai la ha sorpassata) non ha però abbandonato quelli più tradizionali. Qualcuno ha fatto l’ipotesi che di questo passo la Cina paradossalmente non avrà più bisogno di importare alcunché e si specializzerà in tutto. Si tratterebbe in qualche modo di una smentita clamorosa della teoria dei costi comparati di Ricardo. Visto da un altro punto di vista, il paese tende all’autosufficienza produttiva in tutti i settori, sia per evitare le minacce sempre presenti degli Stati Uniti sia per un richiamo alla Storia del paese che ha sempre teso a tenersi distaccato dal resto del mondo. Naturalmente si tratta di un paradosso. La Cina avrà presumibilmente bisogno di importare ancora per lo meno delle materie prime e presumibilmente dei semilavorati, ma anche qualcosa nel campo dei prodotti finiti.

Come abbiamo indicato, nonostante la forte crescita dei salari nel tempo nel paese la Cina controlla ancora una storicamente inusuale quota di produzioni tradizionali a livello mondiale, superando come capacità competitive anche paesi con dei livelli di salari di diverse volte più bassi. Più in generale si può dire che le produzioni industriali possono essere in generale suddivise in quattro categorie, a bassa, media, alta tecnologia, più quelle basate sulle risorse naturali, quali le raffinerie di petrolio. Ora, tra il 2010 e il 2024 la quota di mercato cinese sulle esportazioni mondiali è cresciuta in tutte e quattro le categorie (The Economist, 2026, a). Tra le ragioni in particolare che spiegano la persistente forza dei settori tradizionali del paese asiatico stanno in primo piano l’utilizzo spinto dell’automazione, della robotica e altre innovazioni tecnologiche, poi le economie di scala, infine il fatto che nel paese ci sono rilevanti scarti di salari tra le sue varie aree geografiche (The Economist, 2026, a) e che quindi per le produzioni tradizionali si possono localizzare le fabbriche in quelle più povere. Per quanto riguarda la terza legge la Cina sembra aver trovato il giusto equilibrio tra piano e mercato, non rinunciando alla direzione cosciente dell’economia, ma ponendola su nuove e ingegnose basi, riuscendo alla fine a domare il cavallo selvaggio. Le teorie economiche tradizionali affermavano che nessuna autorità centrale sarebbe stata in grado di raccogliere ed elaborare i milioni di dati dispersi tra milioni di individui che il mercato aggrega invece automaticamente, rendendo quindi il socialismo impossibile; ma i mezzi di calcolo odierni sono ormai in grado di svolgere le due funzioni del mercato, quella di rivelare ciò che la gente desidera e decidere dove occorre investire. Tali compiti sono ora potenziati in Cina dal crescente uso dell’intelligenza artificiale. Del resto è quello che avviene in realtà già da tempo nelle grandi società americane (Arlacchi, 2026). Ma al di là della teoria, è sotto gli occhi di tutti il fatto che la Cina è riuscita nel compito di conciliare Stato e mercato, sia pure forse al prezzo di qualche più o meno moderato spreco di risorse, che presumibilmente i progressi nell’uso dell’IA dovrebbero contribuire a ridurre.

La situazione nuova portata dallo sviluppo recente dell’economia cinese può essere guardata con riferimento ai paesi avanzati dell’Asia e a quelli dell’Unione Europea. I tre paesi asiatici in argomento (Giappone, Corea del Sud, Taiwan) stanno registrando un boom economico rilevante grazie in particolare alla spinta derivante dall’IA statunitense, che richiede per andare avanti i prodotti di tali paesi. Ma il resto dell’economia del ricco Nord-Est dell’Asia si va invece deindustrializzando. La ragione di tutto questo sta nella sempre più forte concorrenza cinese (The Economist, 2026, b). Quest’ultimo paese una volta importava dell’Asia del Nord-Est componenti ad alto valore aggiunto e capitali mentre vi esportava poi i relativi prodotti finiti con un’attività di assemblaggio a basso valore aggiunto. Ma ora essa compete su tutta la catena del valore con gli altri paesi e anzi li spinge verso il deficit della loro bilancia commerciale. Auto, macchinari, batterie, prodotti chimici sono alcune delle produzioni nelle quali la Cina aumenta la pressione. I tre paesi non sembrano avere delle idee chiare su cosa fare in presenza anche di una domanda interna molto debole e in relazione anche al fatto che per decenni le loro politiche sono state orientate prioritariamente a produrre per l’export (The Economist, 2026, b).

Nel 2025 i paesi dell’UE hanno registrato un deficit commerciale complessivo con la Cina di 360 miliardi di euro, praticamente un miliardo di euro al giorno, contro i 295,8 del 2024. E i primi cinque mesi del 2026 segnano un’ulteriore, rilevante crescita del fenomeno, con un aumento delle esportazioni cinesi verso i paesi dell’area di più del 16%. Da tempo l’UE ha avviato una specie di guerra a piccoli passi verso i produttori del paese asiatico. Intanto Bruxelles ha imposto una sovratassa sulle vetture elettriche del paese asiatico; vanno poi registrate delle clausole di salvaguardia nei settori dell’acciaio e delle ferroleghe; inoltre una tassa sui piccoli pacchi, 12 milioni al giorno, che arrivano dalla Cina. Con il suo Industrial Accelerator Act, con cui la UE si è posto il ridicolo obiettivo di passare da una percentuale del 14% ad una del 20% nel 2030 per l’incidenza del settore industriale sul pil, essa condiziona tra l’altro l’accesso agli aiuti e ai mercati pubblici al rispetto di una percentuale di fabbricazione locale per certi settori ritenuti strategici. Ora con un progetto di revisione del Cybersecurity Act del 2019 si propone di sostanzialmente bloccare i fornitori provenienti dai paesi ad alto rischio in 18 settori. Intanto il Commissariato francese per il Piano propone di tassare tutte le merci cinesi al 30%, mentre singoli paesi dell’UE, dall’Italia all’Olanda, hanno adottato ulteriori provvedimenti discriminatori contro i produttori cinesi. Da rilevare che comunque l’area euro rimane complessivamente con un surplus commerciale. Bisogna poi ricordare la recente folle proposta della signora Kallas, titolare degli Affari esteri della Ue, che vorrebbe imporre sanzioni a tutti i paesi che continuano ad avere rapporti economici significativi con la Russia e quindi in particolare Cina, India, Turchia. Proposta chiaramente autodistruttiva.

In ogni caso sembrano aumentare le probabilità di una guerra commerciale tra la Cina e l’UE, anche se alcuni paesi, a cominciare dalla Germania, pensano invece che si tratti di una risposta sbagliata ad un problema reale. La UE non dovrebbe e non può permettersi di combattere una guerra commerciale con la Cina, afferma il Global Times, organo del partito comunista cinese (Global Times, 2026). In effetti il paese asiatico reagirebbe con contromisure molto pesanti, scatenando una guerra commerciale che la UE non può permettersi, vista la difficile situazione attuale della sua industria con, tra l’altro, l’ostilità totale verso la Russia e la crisi con gli Stati Uniti; combattere contemporaneamente su tutti i fronti appare difficile. Da un altro punto di vista la UE vorrebbe la transizione energetica a costi contenuti e un basso livello di inflazione, ma cerca di bloccare l’unico produttore che appare in grado di offrire tali risultati. La Cina è l’unica a possedere le tecnologie senza le quali la transizione energetica richiederà molto più tempo e costi più elevati; inoltre essa possiede i prodotti di adeguata qualità e a prezzi moderati in grado di sostenere il tenore di vita delle classi medie e popolari europee, fornendo un contributo essenziale alla lotta contro l’inflazione (Khalid, 2026). Per altro verso, la supposta minaccia cinese all’industria europea è, almeno per alcuni versi, esagerata (Sandbu, 2026). Prendiamo il caso dell’auto. Certo le esportazioni cinesi verso i paesi dell’UE sono aumentate dalle 750 mila unità nel 2023 a poco più di un milione nel 2025, ma tali vendite hanno semplicemente sostituito le importazioni da altri paesi, mentre il numero totale di auto importate nell’UE è rimasto stabile. Poi il mercato tedesco assorbe molte meno auto di prima e la frugalità di tale paese è un colpo maggiore alla sua industria dell’auto delle esportazioni cinesi. Semmai la maggiore concorrenza del paese asiatico è uno stimolo per spingere la produttività in casa. Ma il protezionismo invece permette all’industria domestica di innovare meno.

L’unica risposta ragionevole alla pretesa minaccia cinese sarebbe quella di tentare un grande accordo, come da tempo si sta verificando nello stesso settore dell’auto, dove le intese tra i produttori francesi e tedeschi con le controparti del paese asiatico sono ormai moltissime; si tratterebbe di spingere parallelamente gli investimenti in innovazione, attività nella quale i paesi dell’UE sono rimasti molto carenti nell’ultimo periodo, facendosi sopravanzare di molte lunghezze dagli Stati Uniti e dalla stessa Cina. In ogni caso, il mondo vuole i prodotti tecnologici del paese asiatico (The Economist, 2026, c).

Testi citati nell’articolo:
– Arlacchi P., Cina, Socialismo e IA contro Occidente, Il fatto quotidiano, 27 maggio 2026
– Global Times, China firmly opposes EU’s discriminatory practices, vows necessary measures to protect Chinese firms, www.globaltimes.cn, 22 gennaio 2026
– Khalid I., Why the world needs a China shock 2.0, 
www.asiatimes.com, 7 maggio 2026
– Sandbu M., Europe is running from a phantom China threat, 
www.ft.com, 1 giugno 2026
– The Economist, The pterodactyl’s downdraft, 23 maggio 2026, a
– The Economist, Boom and bust, 30 maggio 2026, b
– The Economist, The world wants Chinese tech, 25 aprile 2026, c

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L’assedio che arricchisce Israele: i miliardi nascosti dietro i beni destinati a Gaza - Eliana Riva

 

La catena israeliana Victory ha ottenuto quasi due terzi della crescita trimestrale dalle forniture alla Striscia. Cercando però di nascondere l’origine dei ricavi

Per mesi hanno preferito il silenzio. Alcuni hanno nascosto i nomi delle proprie aziende, altri hanno evitato di comparire sui documenti pubblici e qualcuno ha persino cercato di minimizzare il peso economico degli affari conclusi con Gaza. Non perché mancassero i profitti, ma perché in Israele una parte consistente dell’opinione pubblica considera qualsiasi ingresso di beni nella Striscia una concessione inaccettabile al nemico. Così, mentre l’assedio e la fame continuano a devastare la popolazione palestinese, attorno ai pochi prodotti autorizzati all’ingresso si è sviluppato un mercato miliardario di cui molti preferiscono non parlare.

A far emergere una parte di questo sistema è stato il quotidiano israeliano Ynet, che ha raccontato il caso della catena di supermercati Victory. L’azienda aveva annunciato risultati eccezionali nel primo trimestre del 2026, senza però specificare chiaramente da dove provenisse gran parte della crescita. Solo dopo l’intervento dell’Autorità israeliana per i titoli finanziari, che ha imposto la pubblicazione di un rapporto integrativo, è emerso che su 152 milioni di shekel (39 milioni di euro) di aumento delle vendite, 99 milioni di shekel (25 milioni di euro) provenivano dalle forniture destinate alla popolazione di Gaza.

Secondo Ynet, Victory operava come fornitore riconosciuto dal ministero della difesa israeliano nell’ambito delle operazioni di commercio alla Striscia. Le vendite legate a Gaza rappresentavano quasi due terzi dell’intero incremento del fatturato, che ammontava a 152 milioni di shekel (circa 39 milioni di euro). Senza quel mercato, la crescita organica dell’azienda sarebbe stata molto più contenuta: il 6%, dovuto più che altro all’aumento generalizzato dei prezzi dei prodotti.

Il caso Victory, però, sembra essere soltanto la punta dell’iceberg. Il quotidiano economico Globes descrive infatti un settore vastissimo, del valore di miliardi di shekel all’anno, composto da importatori, distributori, intermediari e aziende israeliane che guadagnano dalla vendita dei prodotti destinati a Gaza. Sia quelli destinati al settore umanitario che quelli venduti ai commercianti della Striscia. Un’attività che si sviluppa quasi sempre lontano dai riflettori.

Secondo Globes, molte imprese chiedono esplicitamente di non essere nominate e la stessa Autorità doganale israeliana mantiene riservata la lista completa dei fornitori coinvolti. Non si tratta soltanto di discrezione commerciale. Dietro il riserbo ci sarebbe anche il timore delle reazioni di una parte della società israeliana che considera l’assedio uno strumento legittimo di pressione e guarda con ostilità chi trae profitto dalla vendita di beni destinati ai palestinesi.

Gli stessi imprenditori che guadagnano dalle merci dirette a Gaza rischiano di essere accusati da vasti settori dell’opinione pubblica di aiutare Hamas e di “sfamare il nemico”, – composto per lo più da donne e bambini.

In ambienti politici e mediatici favorevoli a un assedio totale, l’ingresso di qualsiasi bene viene percepito come un tradimento degli obiettivi della guerra. Per questi gruppi, gli imprenditori che partecipano al commercio verso Gaza vengono percepiti come persone che fanno affari con chi dovrebbe invece essere piegato dalla fame e dall’assedio. Motivo per cui le aziende rischiano di essere sottoposte a campagne denigratorie o di boicottaggio, con conseguente perdita di clienti e guadagni.

Da qui la scelta di molti operatori economici di mantenere un profilo basso e di evitare che i propri nomi vengano associati pubblicamente alla Striscia.

Questi profitti nascono all’interno di un sistema nel quale Israele mantiene il controllo quasi assoluto su ciò che entra e ciò che resta bloccato ai valichi. Le aziende autorizzate operano infatti all’interno di un mercato estremamente ristretto, dove la scarsità dei beni e la rigidità dei permessi trasformano le autorizzazioni in un’opportunità economica.

Mentre le organizzazioni umanitarie continuano a denunciare la fame e la carenza di beni essenziali, attorno all’assedio si è sviluppata un’economia parallela che produce vincitori e profitti. Un sistema che, secondo gli stessi giornali economici israeliani, molti dei suoi protagonisti preferiscono mantenere nell’ombra.

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sabato 22 agosto 2026

La profezia di Dostoevskij si sta avverando - Roberto Buffagni

 

Critica della ragion scolastica - Salvatore Grandone

 

La scuola italiana somiglia sempre più, per usare le parole di Peter Sloterdijk, a un selfish system, con «insegnanti che ormai rammentano solo insegnanti, materie di studio che ormai rammentano solo materie di studio, scolari che ormai rammentano solo scolari» (Devi cambiare la tua vita). Il sistema educativo sta progressivamente implodendo: alla fine dell’obbligo scolastico i giovani appaiono fragili sul piano delle competenze e poveri di riferimenti. La scuola non sembra più “formare”, né sul piano delle conoscenze e delle abilità, né su quello umano. Le ragioni del fallimento sono molteplici e non tutte imputabili alla scuola. Questa gioca però un ruolo importante che non può essere ignorato.

Le principali cause del collasso educativo – parlo di quelle più visibili – sono almeno tre. La prima è la diffusione di una ideologia pedagogica che tende a condannare la trasmissione del sapere e il modello di rapporto docente‑alunno fondato sulla verticalità e sullo sforzo. Lo studente deve essere al centro, le lezioni piacevoli, laboratoriali, coinvolgenti. È esaltata una pedagogia dell’interesse, dove l’insegnante funge più da accompagnatore e da stimolo che da reale guida. Le conseguenze di tale approccio sono lo stigma nei confronti della lezione frontale e, soprattutto, l’attribuzione dell’eventuale insuccesso formativo all’incapacità dei docenti di sposare le “magnifiche sorti e progressive” delle metodologie didattiche innovative. Non è possibile entrare nel merito delle debolezze teoriche e pratiche di questa pedagogia, che ho approfondito altrove (cfr. Ripensare la scuola con la filosofia). Basterà qui sottolineare – per insinuare un primo dubbio nel lettore – che chiunque provi a contestarne la validità, anche con argomentazioni fondate e non polemiche, si ritrova immediatamente isolato e tacciato, come minimo, di essere un reazionario.

Eppure, ogni disciplina che rivendica una propria scientificità non dovrebbe essere aperta alla critica e al dubbio? Il progresso scientifico non nasce forse da una riflessione non dogmatica?

Un secondo aspetto interessante è la progressiva spettacolarizzazione della scuola. La logica della società dello spettacolo è ormai penetrata con forza nelle dinamiche educative. In ogni istituto si organizzano gli eventi più vari: dalle presentazioni di libri alle ospitate di cantanti rap, dalle celebrazioni e commemorazioni alle conferenze dei rappresentanti delle forze dell’ordine. Chi lavora nella scuola sa bene di cosa parlo. Molti istituti hanno ormai le proprie pagine social, attraverso cui promuovono iniziative e attività. Si cerca visibilità, notorietà, perché questa attira iscritti; e più una scuola ha studenti, più arrivano fondi per progetti e si evitano accorpamenti.

La logica dello spettacolo si intreccia inoltre a un altro aspetto tipico dei nostri tempi (il terzo punto) e dominante nelle scuole: il feticismo dei dati. Il filosofo coreano Byung‑Chul Han si è espresso con parole nette: «stiamo diventando tutti dei feticisti delle informazioni e dei dati» (Le non‑cose). Le informazioni e i dati si stanno sostituendo alle cose. Nella scuola la tendenza è evidente nell’ossessione per i numeri: le iscrizioni, i risultati delle prove Invalsi, le “evidenze”, i report più vari. Non importa cosa vi sia dietro le cifre, né se all’immagine numerica della scuola corrisponda qualcosa di reale. I dati vengono prima delle cose. Come ha scritto Guy Debord, «ciò che appare è buono; ciò che è buono appare» (La società dello spettacolo). Di fronte a questa trasformazione epocale della scuola, come stanno reagendo i docenti?

La risposta del corpo insegnante sembra rientrare nelle dinamiche descritte da Sloterdijk nella Critica della ragion cinica. Il filosofo tedesco distingue due forme di cinismo: il kinismo (Kynismus) e il cinismo (Zynismus). Cominciamo dal secondo, sicuramente il più diffuso.

Il cinico è colui che non si fa più illusioni; sa come funziona il mondo, ma continua ad agire in conformità al sistema pur sapendo che è sbagliato. Egli riconosce le ipocrisie, la retorica dietro i discorsi sui grandi ideali, ma non denuncia, non smaschera le menzogne. Preferisce adattarsi: fa, come si dice, di necessità virtù. “Così stanno le cose?” si chiede il cinico. “Ebbene, vediamo come sfruttare la situazione a mio vantaggio”.

Il cinico naviga con maestria nelle acque torbide; si contraddice con spudoratezza, recita come un grande attore. Guarda negli occhi il proprio interlocutore, dicendogli sempre quello che vuole sentirsi dire, per ricavarne un vantaggio.

Quali sono i cinici della nostra scuola? Si possono individuare diverse tipologie, collocabili in un crescendo di “colpe”, un po’ come nei gironi infernali danteschi. Partiamo dagli “ignavi”. Sono il gruppo più folto, costituito da docenti che accettano passivamente, per quieto vivere, il degrado del sistema scolastico. Sono insegnanti che evitano i problemi con le famiglie e con i dirigenti – e con i colleghi dello staff – abbassando progressivamente le richieste. I contenuti sono ridotti, le verifiche semplici; i pochi alunni che non raggiungono la sufficienza vengono aiutati a oltranza, fino a che giungano al sei stiracchiato. In genere, questi docenti si lamentano di come va avanti la scuola, quasi sempre però con chi opera nello stesso registro. Non si espongono, non dicono ad alta voce quello che realmente pensano. Temono le ritorsioni dei dirigenti scolastici, i ricorsi delle famiglie e, a volte, le reazioni spropositate di alunni incapaci di gestire anche piccole frustrazioni.

Il docente “ignavo” segue il motto «chi me lo fa fare», ad esempio quando sta per dare un’insufficienza grave, un debito, proporre una bocciatura o quando ascolta l’ennesima assurdità in collegio e vorrebbe intervenire.

Il docente “ignavo” sa che il conflitto, soprattutto quello donchisciottesco, ha un prezzo alto. Pensa al proprio misero stipendio, alle energie che dovrebbe spendere invano per essere coerente. La vocina cinica ripete insistente: «chi me lo fa fare».

Se volessimo applicare, alla Dante, la regola del contrappasso a questi docenti, quale pena potremmo assegnare? Me li immagino nella loro classe, per l’eternità legati e imbavagliati alla sedia della cattedra, alla completa mercé degli alunni che li scherniscono e di colleghi e dirigenti che li colpiscono con i pacchi di compiti cui non è stata data la meritata insufficienza.

Procediamo ora con i docenti cinici “attivi”: coloro che sposano il sistema. Qui non ci si limita a tenersi a galla: si partecipa, si diventa ingranaggi performativi del selfish system. Si entra nelle Malebolge.

Vanno presi in considerazione almeno cinque gruppi (bolge). Il primo è costituito dai docenti che sgomitano per entrare nello staff, per essere vicario o secondo collaboratore, funzioni strumentali o referenti di qualcosa; per avere, insomma, una fetta di potere. Per dirla con Étienne de La Boétie (Discorso sulla servitù volontaria), subiscono il fascino dell’Uno (del dirigente scolastico), ne sono ammaliati. Prendo in prestito l’immagine di La Boétie per descrivere i mangia‑popoli – così il filosofo chiama i fedeli esecutori della volontà del tiranno – che si accalcano intorno al sovrano: questi docenti sono come la farfalla sedotta dalla luce della fiamma. Si avvicinano a ciò che li distruggerà. La metafora sembra forte; eppure, come non osservare la loro tendenza a un servilismo estremo, il desiderio di anticipare le intenzioni del dirigente, di pensare come lui, di essere come lui. D’altra parte, se nei confronti del dirigente l’atteggiamento è adorante e sottomesso, verso i colleghi questo gruppo di cinici si aggira altezzoso. Ha l’atteggiamento profetico di chi porta il Verbo. «Così vuole il Dirigente»: ipse dixit.

I cinici dello staff sanno che nelle classi la loro autorità è minata. Hanno la stessa consapevolezza dei docenti ignavi di avere le mani legate, di non poter andare controcorrente se non pagando un prezzo alto. Tuttavia, non si accontentano di adattarsi passivamente, di seguire a malincuore il flusso. La vocina cinica non dice «chi me lo fa fare». Certo, quando insegnano seguono lo stesso adagio; nella loro mente risuona però un altro pensiero: «perché essere incudine, quando puoi essere martello?».

I docenti dello staff aspirano al potere; alcuni completano il processo di identificazione con l’Uno diventando essi stessi dirigenti. Come i veri cinici della nostra società, non si accontentano di restare ai margini: mirano a posizioni di prestigio.

La fedeltà al sistema ha comunque un costo elevato. I docenti dello staff, come i mangia‑popoli del tiranno, godono di poca libertà. Ancor meno dei docenti ignavi possono dire quello che pensano; temono inoltre che il dirigente non si fidi più di loro, che li possa sostituire con altri più devoti.

La posizione di vicinanza al vertice li rende non di rado invisi alla maggioranza dei colleghi. Rispetto ai docenti ignavi, sono più soli: perfino una briciola di potere logora.

Nel nostro inferno cinico, per la regola del contrappasso i docenti dello staff potrebbero essere condannati ad abbracciare per l’eternità la statua infuocata del proprio dirigente scolastico. Tra i docenti cinici attivi non sono comunque i più astuti. Di gran lunga più prosaici sono i docenti “esperti”: mi riferisco a quelli che provano a partecipare a tutti i progetti pomeridiani organizzati dall’istituzione scolastica.

Nella scuola del selfish system, progetti e progettini abbondano: progetti PON, progetti PNRR, progetti FIS. Gli studenti sono cooptati per le più svariate attività, riducendo ulteriormente quel poco di tempo che potrebbero dedicare allo studio. Studiare? Nella scuola dello spettacolo non è una parola smart! I docenti “esperti” sposano la causa del divertissement. La scuola vuole i nostri alunni di‑vertiti? Bene: siamo attori del di‑vertimento, purché si arrotondi il magro stipendio. I docenti “esperti” sanno che l’ora di lezione ha ben poco da offrire, che il livello di preparazione degli studenti è in caduta libera. Non si lamentano però, perché dal lagnarsi non hanno nulla da guadagnare. La loro vocina cinica dice: «progetta!».

Per contrappasso, potrebbero essere condannati a caricare per l’eternità l’elenco degli studenti sulle piattaforme ministeriali dedicate ai progetti scolastici, senza mai riuscire a completare l’operazione. Ogni volta che premono «Invia», il sistema restituisce il messaggio «sessione scaduta», accompagnato da una dolorosa scossa elettrica.

Simili agli esperti, ma di livello superiore per cinismo, sono i docenti “formatori”.

I formatori sono i docenti che formano i docenti. Online e in presenza diffondono il Vangelo della pedagogia contemporanea e delle metodologie didattiche innovative. Il loro linguaggio è ricco di acronimi, di anglicismi, di slogan. Sono un po’ come i professori universitari heideggeriani: si esprimono con maestria in un rarefatto idioletto che dice tutto non dicendo nulla.

I formatori sono i docenti che promuovono l’ideologia della scuola dello spettacolo, del nuovo che avanza. Dalla classe capovolta all’apprendimento cooperativo, dalle strategie per l’inclusione all’encomio dell’IA: i formatori sono instancabili, parlano per ore di fronte a una platea assopita, spenta (con la telecamera spenta) e, forse, russante. Nulla li ferma, perché il progresso non ha tempo da perdere.

Sebbene tra i docenti cinici menzionati finora sembrino quelli più convinti, i formatori sanno in cuor loro che le fantasiose metodologie didattiche dei pedagogisti non sortiscono gli effetti sperati.

In pubblico, attribuiscono la colpa ai colleghi pigri che resistono alla didattica innovativa. Ma il cinismo della loro convinzione si percepisce già dalla modalità delle loro lezioni da formatori: frontali e trasmissive, considerano l’utenza come il tanto aborrito vaso da riempire.

Credono in quello che dicono? Quante lezioni laboratoriali e capovolte, a testa in giù e a testa in su, svolgono nelle loro aule? Le loro classi sono davvero queste grandi officine del progresso?

Sarebbe bello poterli seguire nella quotidianità scolastica; e poi, con tutto il tempo che trascorrono tra un corso di formazione e l’altro, viene da chiedersi quante energie possano dedicare alla preparazione di una così mirabolante didattica. Il docente formatore sa, ma la vocina cinica dice: «fingi l’impossibile!». Per contrappasso, i docenti formatori sono costretti per l’eternità a tenere corsi. A ogni acronimo, anglicismo, termine inglese pronunciato subiscono, come gli «esperti», un’intensa scossa elettrica.

Adesso superiamo le Malebolge, per dirigerci nel Cocito. Qui troviamo le due categorie di docenti cinici più attivi: i professori influencer e i teachtokers.

Con i docenti social si celebra la scuola dello spettacolo, della fuffa e della retorica. I professori influencer costruiscono attenti storytelling per promuovere la propria immagine; dispensano pillole di conoscenze delle loro discipline, dando l’impressione che apprendere sia facile: basta un buon insegnante (uno come loro). Seguono i trend inserendosi con arte nei flussi degli algoritmi.

Una prof ha assegnato troppi compiti delle vacanze? Il docente influencer fa un bel video di critica: i ragazzi devono socializzare! Uno studente scrive una lettera di protesta perché si sente a scuola troppo stressato? Il docente influencer produce un contenuto su come gli insegnanti dovrebbero apprendere a essere empatici.

Va detto che la narrazione non è a senso unico. Segue la corrente: l’importante è essere graditi alla propria community e ottenere sempre più visibilità.

I teachtokers sono molto simili, ma amano riprendersi in classe e produrre contenuti che l’algoritmo premia con la viralità: ad esempio brevi video muti dove fanno espressioni buffe, preoccupate o indignate. E poi il tipico contenuto che incorona il teachtoker: riprendersi all’ingresso dell’aula mentre accoglie gli studenti con un balletto, un abbraccio o un saluto. Si usa la classe come spazio scenico per costruire un brand che monetizzi.

I professori influencer e i teachtokers di successo raggiungono risultati importanti: pubblicano libri di dubbia qualità con grandi marchi editoriali, appaiono in televisione, riempiono i teatri con i loro sermoni. Diventano delle star, dei modelli, degli ideali da imitare. «Ah, se vi fossero più insegnanti così!». Questo è il tipico commento di un loro seguace.

I professori influencer e i teachtokers sanno che la scuola è al collasso, conoscono le sue contraddizioni. Sono consapevoli di quanto poco siano oggi considerati gli insegnanti. Non resta allora che piegare a proprio vantaggio il selfish system. A scuola regna il feticismo dei dati, l’apparire conta più dell’essere? Diventiamo noi stessi big data; proiettiamoci sullo schermo! La vocina cinica dei docenti social ripete senza sosta la sentenza di Debord: «ciò che appare è buono; ciò che è buono appare». Questi insegnanti incarnano senza dubbio la punta estrema del cinismo. Siamo nell’imbuto, lì dove si trova il lago ghiacciato del Cocito. Per contrappasso, sono condannati a restare immobili e congelati per l’eternità mentre fissano la propria immagine riflessa nello smartphone.

Una menzione a parte meriterebbero i pedagogisti e i dirigenti, ma il focus dell’articolo è su quelli che giocano il ruolo più importante sul piano educativo: i docenti.

Se questi sono i docenti cinici, quali sarebbero i docenti “kinici”? Vediamo cosa intende Sloterdijk per kinismo. Per il filosofo, il kinismo rappresenta la forma originaria e antica della filosofia di Diogene di Sinope, caratterizzata da sfrontatezza vitale, dalla capacità di incarnare la verità nella coerenza tra dire, pensare e agire, dal coraggio di denunciare l’autentico volto dei potenti. Chi non ricorda il celebre aneddoto dell’incontro tra Diogene e Alessandro Magno.

Il kinico morde, risveglia le coscienze con i suoi motti di spirito, smaschera le ipocrisie del proprio tempo. Nella scuola italiana, il kinico è il docente che dà priorità alla lezione. Spende tutte le sue energie in classe: non ama i progetti, odia gli eventi che sottraggono tempo alle ore curricolari. Non è affascinato dal potere, non blandisce i dirigenti scolastici. Ama stare con i suoi alunni, lavorare duramente: sente la funzione civile e morale dell’insegnamento.

Il docente kinico esercita la parresia: non regala voti, non è compiacente né verso gli alunni né verso le famiglie. Si sforza di valutare con scienza e coscienza; si aggiorna continuamente: non alla scuola dei cinici formatori, ma in autonomia, studiando e approfondendo la propria disciplina. Non è un passatista, sebbene il suo dinamismo didattico metta sempre al centro i contenuti disciplinari e il contesto classe, non metodologie astratte calate dall’alto.

Il docente kinico non si affanna dietro i social: non ha tempo per i reel, per lo storytelling, per la visibilità. Considera la classe uno spazio inviolabile dove non entra la telecamera dello smartphone – e del resto la legge non lo permette(-rebbe).

Con il suo modo di abitare la scuola, il docente kinico è l’emarginato, l’escluso. La sua voce kinica ripete: «Senza città, senza casa, privato della patria, mendico, vagabondo, vivendo alla giornata» (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, VI, 38). E in effetti, egli è nella maggioranza dei casi inviso ai dirigenti e allo staff; quando i docenti ignavi lo incontrano, scuotono la testa («chi te lo fa fare»). È spesso bersaglio dei teachtokers e dei professori influencer: la sua invisibilità lo rende il capro espiatorio ideale. Ciò che non appare non è buono; non è buono ciò che non appare. Il docente kinico non è sempre apprezzato né dagli studenti né dalle famiglie, ancor più se illusi dal mito della facilità e accecati dal cinismo della scuola dello spettacolo.

Nell’attuale crisi del sistema scolastico, gli insegnanti kinici rappresentano forse la principale risorsa per scuotere le coscienze. Occorre però che assumano positivamente la loro condizione di marginalità e di esclusione come un punto di vista privilegiato per condurre una critica serrata. È necessario che si uniscano esercitando insieme la parresia. Solo un dire tutto e un dir vero insistente e dal basso può dare la speranza di un futuro per la nostra scuola. Non è semplice, perché nell’età dell’infosfera le voci fuori dal coro sono censurate o distorte in logiche polarizzanti. Eppure, non vi è molta alternativa. Continuare a svolgere bene il proprio lavoro non è più sufficiente. È giunta l’ora che i docenti consapevoli, ma non cinici, scendano in campo

Nota finale

Come nella società, così nella scuola cinismo e kinismo si danno difficilmente allo stato puro. Molti docenti oscillano tra un atteggiamento e l’altro: in alcune circostanze si piegano al sistema, in altre trovano il coraggio di opporsi. Per “mordere” i lettori – in particolare i lettori insegnanti – ho adottato uno schema meno sfumato, seguendo in questo anche l’approccio di Sloterdijk. D’altra parte, la stessa oscillazione tra cinismo e kinismo può essere reinterpretata in chiave cinica: se si è kinici solo quando conviene, o quando si è certi di non subire conseguenze, allora si è cinici…

da qui

venerdì 21 agosto 2026

L’ex ambasciatore a Pechino svela chi comanda davvero in Italia

 

Mentre discutevamo della fine della storia, la Cina costruiva il futuro - Pasquale Liguori


Appunti di un mese in Cina, con Arlacchi come compagno di viaggio

Una sensazione precisa mi ha accompagnato lungo quasi un mese di viaggio in Cina, da Pechino a Xi’an, da Chengdu alla vertigine di Chongqing, poi verso Guilin e Yangshuo, fino alla modernità di Shenzhen e alla stratificazione anomala di Hong Kong, prima del ritorno alla capitale. Lo stupore per le dimensioni del Paese, per la velocità dei treni, per la densità delle metropoli, per la tecnologia ormai fusa con i gesti più ordinari della vita quotidiana si consuma in fretta, come ogni meraviglia turistica. Quello che resta, e che continua a lavorare sottopelle giorno dopo giorno, è più profondo: è l’impressione di attraversare una società che tratta il presente come materia ancora plasmabile e considera il futuro una costruzione politica e organizzativa, un orizzonte da conquistare.

Questa percezione nasce da fatti molto concreti, dalla puntualità dei trasporti alla pulizia degli spazi pubblici, dalla qualità di infrastrutture capaci di servire una popolazione immensa alla continuità dei servizi, dall’ordine di stazioni attraversate ogni giorno da masse umane di dimensioni per noi inconcepibili alla capacità di rendere semplice ciò che, dalle nostre parti, sembra complicarsi anno dopo anno. E, tuttavia, il punto decisivo cade oltre l’efficienza. Soprattutto, oltre la formula caricaturale dell’efficienza autoritaria con cui buona parte del discorso occidentale crede di aver già liquidato tutto. Colpisce piuttosto la persistenza di una volontà organizzatrice, il fatto che dietro la materialità delle cose sopravviva l’idea di una direzione collettiva dello sviluppo.

Ancora più sorprendente risulta il verde. Oltre a quello sovrabbondante di Guilin e Yangshuo, dove il paesaggio carsico e i fiumi sembrano appartenere a un’immagine della Cina anteriore di secoli alla modernità, colpisce il verde incorporato nelle grandi città, lungo le arterie e sulle pendici, dentro l’incredibile sovrapposizione verticale di Chongqing e perfino nella Shenzhen cibertecnologica che l’immaginario europeo ridurrebbe volentieri a cemento ed elettronica. Smette di funzionare come ornamento e diventa il segno materiale di quella “civiltà ecologica” entrata da anni nel lessico istituzionale e costituzionale cinese, capace di trasformare la gigantesca questione ambientale prodotta dall’industrializzazione in un nuovo terreno dello sviluppo.

Questo non significa fabbricare una Cina immaginaria, priva di tensioni e conflitti. Il punto sta altrove. Una società può essere attraversata da contraddizioni enormi e conservare insieme la capacità politica di intervenire su di esse. È forse questa la prima cosa che il viaggio rende difficile dimenticare, soprattutto per chi proviene da una parte del mondo educata a trattare i problemi strutturali come fenomeni meteorologici, eventi da subire, gestiti negli effetti con la correzione di qualche coefficiente, invocando la crescita e la benevolenza dei mercati.

Durante il viaggio avevo con me La Cina spiegata all’Occidente di Pino Arlacchi, scelto senza intenzione di farne una guida e senza cercare nel Paese reale la conferma meccanica di una tesi. È accaduto qualcosa di più serio, perché quelle pagine hanno allargato le domande che il viaggio poneva da sé, dando profondità storica a impressioni altrimenti destinate a restare in superficie e rendendo sempre più difficile liquidare come episodico ciò che continuava a ripresentarsi davanti agli occhi.

Arlacchi ha funzionato da vero compagno di viaggio, capace di amplificare l’esperienza senza diventarne il centro. Mentre attraversavo una Cina violentemente contemporanea, il libro riportava lo sguardo indietro di secoli e mostrava quanto poco si comprenda questo Paese facendolo cominciare nel 1949, oppure nel 1978 con Deng Xiaoping. A Xi’an la profondità storica diventa quasi fisica, perché l’Esercito di Terracotta si sottrae allo statuto di reperto monumentale di una civiltà scomparsa, così come la Città Proibita rifiuta di ridursi al residuo museale di un ordine cancellato. In entrambi i casi si avverte una continuità inquieta, dove le rotture gigantesche della storia, rivoluzione compresa, rielaborano gli strati precedenti invece di azzerarli.

L’appassionata insistenza di Arlacchi sul lungo filo della costituzione materiale cinese, sul ruolo dello Stato e sulla tradizione amministrativa, sulla selezione delle classi dirigenti e sul valore attribuito alla competenza, rischierebbe di irrigidirsi in un’essenza immobile dell’“essere Cina” qualora venisse presa come chiave unica. Resta però difficile negare che la Cina contemporanea nasca da una combinazione singolare tra questa lunga durata, la cesura rivoluzionaria del Novecento e la straordinaria sperimentazione istituzionale ed economica degli ultimi decenni.

Forse è proprio la capacità di tenere insieme ciò che il nostro pensiero separa con ostinazione a rendere la Cina tanto difficile da interpretare in Occidente. Confucio e Mao convivono con uno Stato fortissimo e un’economia di mercato, la continuità millenaria procede insieme alla trasformazione tecnologica più rapida del pianeta, la centralizzazione politica si accompagna a una sperimentazione locale di frontiera. Il lessico occidentale pretende ogni volta di costringere il fenomeno dentro un’alternativa: socialismo o capitalismo, mercato o pianificazione, democrazia liberale o dittatura. La Cina, invece, elude il bivio. Sicché, quando un oggetto storico resiste alle nostre categorie, preferiamo sospettare dell’oggetto piuttosto che interrogarci sui pregiudizi e sulla natura delle categorie.

Così la formula “socialismo con caratteristiche cinesi” viene trattata come un espediente propagandistico. Mercato, impresa privata e grandi ricchezze sembrano autorizzare un verdetto già scritto, capitalismo, e il potere saldamente in mano al Partito Comunista aggiorna la sentenza in capitalismo autoritario. Si tratta di una definizione comoda soprattutto perché permette di risparmiare l’analisi.

La domanda seria riguarda invece il posto che il mercato occupa dentro la formazione sociale cinese, il rapporto tra capitale privato e potere politico, il controllo del credito e delle grandi infrastrutture, della terra, dell’energia, delle reti strategiche e della direzione complessiva dell’investimento. A questo punto il problema si fa tagliente, perché smette di ruotare attorno alla semplice presenza del mercato e tocca il nodo essenziale: chi comanda chi.

Shenzhen offre l’illustrazione più istruttiva dell’intero viaggio. A uno sguardo distratto sembra la prova definitiva del successo capitalistico cinese, metropoli vertiginosa cresciuta nel segno della tecnologia, dell’impresa e del consumo. Basta spostare di poco la domanda perché l’immagine cambi natura. Da quale decisione politica è nata Shenzhen? Quale intreccio tra Stato, territorio, credito, ricerca, manifattura e capitale ha consentito di costruire una città di quella scala in pochi decenni? All’improvviso quella che sembrava una vittoria spontanea del mercato si rivela come una delle più gigantesche operazioni di pianificazione e di politica industriale della storia contemporanea.

L’interesse del caso cinese sta esattamente nella capacità di impiegare strumenti diversi subordinandoli a una strategia più ampia. Il mercato viene usato e orientato, privato di quella sovranità politica che il neoliberismo occidentale ha elevato a dogma. Da noi lo Stato si presenta ogni mattina davanti al tribunale dei mercati, mentre in Cina è il mercato a operare dentro una cornice che lo Stato rivendica ancora il potere di modificare.

Dopo decenni in cui ci è stato somministrato che privatizzare significava modernizzare, che la pianificazione apparteneva al museo delle ideologie e che la proprietà pubblica era per natura inefficiente, trovarsi davanti a una società capace di usare massicciamente il mercato senza consegnargli il comando produce un cortocircuito inevitabile. Il cortocircuito si aggrava osservando che proprio questa società ha costruito in poco più di quarant’anni infrastrutture, filiere tecnologiche e progetti urbani che alle nostre latitudini richiederebbero ere geologiche.

Viaggiando, questa densità politica dello spazio torna di continuo, mentre nelle città europee si percepisce sempre più raramente. La trasformazione conserva lo statuto di azione possibile e le città vengono ampliate, riforestate, connesse, ripensate in rapporto ai prossimi decenni da chi evidentemente immagina di abitarli.

E così la questione cinese smette di riguardare soltanto la Cina. Riguarda noi, il trasferimento di una parte enorme del potere reale dalla decisione politica al complesso privato tecnico-militare-finanziario-industriale, il paradosso di sistemi che si dicono democrazie mentre riducono la libertà alla scelta periodica di chi amministrerà un quadro di compatibilità dichiarato intoccabile.

Da qui la povertà della rappresentazione occidentale della Cina. L’informazione dominante raramente sembra interessata a comprendere la specificità di quella formazione sociale e lavora piuttosto a ricondurre ogni fenomeno alla conferma di un verdetto pronunciato in anticipo, funzionando da megafono ideologico dell’ordine che l’ha prodotta, fatto di deregolamentazione, finanziarizzazione e mercato elevato a principio superiore di razionalità sociale. Una Cina compresa nella sua complessità risulterebbe assai più disturbante di una Cina demonizzata, perché costringerebbe a domandarsi se l’evoluzione occidentale degli ultimi decenni sia davvero l’unica forma possibile della modernità. Molto più economico spiegare ogni risultato cinese con la parola “autoritarismo”, come se una parola bastasse a produrre una ferrovia, una politica industriale, una rivoluzione energetica o una metropoli.

A dare forma teorica a queste domande ha contribuito la teoria della “tripla rivoluzione” proposta dai marxisti cinesi Cheng Enfu e Yang Jun, secondo i quali la storia della Repubblica Popolare rifiuta di lasciarsi leggere come una rivoluzione originaria seguita da una lunga normalizzazione e infine da una restaurazione capitalistica. Propongono una continuità più inquieta e più fertile, dalla rivoluzione per la conquista del potere alla rivoluzione della riforma, fino alla rivoluzione della nuova fase storica, dove la trasformazione delle forme economiche e istituzionali coincide con la ridefinizione storica dell’orizzonte socialista piuttosto che con il suo abbandono.

La tesi obbliga a una verifica costante dei rapporti di proprietà, delle condizioni del lavoro, dell’autonomia o subordinazione del capitale, del potere reale delle istituzioni pubbliche, e resta comunque immensamente più feconda della formula pigra del “capitalismo di Stato”, perché rimette in movimento ciò che il pensiero occidentale ha già archiviato. La domanda decisiva riguarda la possibilità che una rivoluzione continui dopo la presa del potere, cambiando gli strumenti della propria politica economica senza dissolversi, usando il mercato senza riconoscergli sovranità, attraversando compromessi, ritirate e accelerazioni pur continuando a concepirsi come trasformazione di lunga durata. Sono esattamente le domande che la sinistra occidentale ha smesso di porsi nel momento in cui ha smesso di immaginare concretamente la trasformazione.

Il caso italiano, osservato dalla scala cinese, assume tratti quasi caricaturali. Arlacchi ha notato con una certa perfidia che buona parte della nostra classe politica, sottoposta ai criteri di selezione vigenti in Cina, faticherebbe ad amministrare qualche centro urbano minore. La valutazione mi pare persino indulgente, perché il problema italiano precede ormai la competenza: la capacità di governare trasformazioni complesse è stata sostituita dal teatrino social, dal posizionamento quotidiano, dal talk show e dal sondaggetto. Il risultato sta sotto gli occhi di tutti, con un Paese che invecchia, servizi pubblici impoveriti, ricerca e università trattate come costi superflui, salari stagnanti da trent’anni, giovani spinti all’estero e un dibattito pubblico infinitamente più occupato da ridicole polemiche che dalla domanda su cosa possa diventare l’Italia fra venti o trent’anni. Osservata dalla scala cinese, questa irrilevanza diventa quasi fisica.

Ancora più impressionante è il contrasto con la direzione dello spazio euroamericano. Di fronte all’ascesa di una potenza economica, tecnologica e politica che marginalizza la centralità occidentale, la risposta prevalente evita accuratamente di aprire una nuova stagione di investimenti sociali, scientifici e industriali e preferisce barriere, dazi, sanzioni, militarizzazione, riarmo. Per decenni ci hanno spiegato che le risorse per sanità, welfare e istruzione andavano razionalizzate fino alla scarsità e, davanti alla succulenta possibilità di business per i signori della guerra, i limiti di bilancio diventano improvvisamente elastici.

Siamo alla furia regressiva. Un Occidente che ha edificato nel sangue la propria grandezza, presentandola poi come forma definitiva della modernità politica, reagisce alla perdita di centralità irrigidendo le proprie strutture, alza barriere dopo avere predicato il libero mercato, impone arbitrariamente dazi mentre accusa gli altri di violare la concorrenza, investe nel riarmo dopo avere smantellato per decenni la capacità sociale dello Stato, proclama diritti universali mentre convive con la distruzione di intere popolazioni.

Niente di tutto questo santifica la Cina. Serve piuttosto a vedere quale mondo continua a progettare il futuro e quale si limita a difendere, per giunta in pessimo modo, il proprio privilegio passato. Una società che, dentro contraddizioni e conflitti aperti, continua a progettare infrastrutture, transizione energetica, città e sviluppo produttivo su orizzonti generazionali si confronta con società che hanno sostituito il progetto del futuro con la difesa sempre più aggressiva di un primato ereditato.

Resta la sensazione di avere incontrato dal vivo un Paese che tratta la storia come un campo ancora aperto e riconosce alla politica una facoltà che noi abbiamo dimenticato, quella di decidere una direzione e di organizzare il tempo lungo. Arlacchi non mi ha consegnato la spiegazione della Cina: ha fatto qualcosa di più utile, impedendo che ciò che vedevo restasse semplice stupore, costringendo ogni impressione a misurarsi con la lunga durata e demolendo la pretesa che l’Occidente possieda già tutte le categorie necessarie per giudicare quanto accade altrove.

Guardare davvero la Cina significherebbe sospendere almeno per un momento l’abitudine di giudicare il mondo dal centro di un Occidente che chiama universali le proprie categorie mentre perde la capacità di trasformarsi. Vorrebbe dire ammettere che il mercato non costituisce una legge naturale, che la pianificazione può appartenere al futuro, che lo Stato può essere qualcosa di diverso dall’amministratore della redditività privata e che la modernizzazione rifiuta di coincidere con l’occidentalizzazione. Soprattutto imporrebbe di accettare la possibilità che il nostro sistema culturale e mediatico lavora a rimuovere: mentre discutevamo se la storia fosse finita, uno dei suoi centri più antichi tornava a orientarne il movimento.

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