domenica 17 maggio 2026

Una legge per lo stop al commercio con gli insediamenti illegali israeliani

L’Italia ogni anno importa oltre 1 miliardo di beni e servizi da Israele, alimentando l’occupazione illegale della Cisgiordania tra sfollamenti, espropri, demolizioni, uccisioni. Depositata alla Camera una nuova proposta di legge firmata dai leader di Alleanza Verdi e Sinistra, Movimento 5 Stelle e Partito Democratico Angelo Bonelli, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni ed Elly Schlein.

La proposta nasce dall’iniziativa di oltre 20 organizzazioni promotrici nel settembre 2025 della campagna Stop al commercio con gli insediamenti illegali.

“Si tratta di una prima importante tappa lungo un percorso che speriamo possa portare – in Italia e negli Stati dell’Unione Europea –all’adozione di misure di reale divieto degli scambi commerciali con gli insediamenti dei coloni israeliani in Cisgiordania (compresa Gerusalemme est). Scambi illegali secondo il diritto internazionale che costano miliardi di dollari all’economia palestinese ogni anno, con perdita progressiva di terreni agricoli e pascoli, fonti d’acqua, infrastrutture” spiega Paolo Pezzati, coordinatore della campagna e portavoce per le crisi umanitarie di Oxfam Italia. “Paesi come Spagna e Slovenia hanno già adottato legislazioni analoghe, mentre sono vicini a fare altrettanto Olanda, Irlanda e Belgio. Segnali decisivi per una svolta a livello comunitario.” 

“Questa proposta di legge nasce dal lavoro unitario delle associazioni della società civile, che hanno costruito un testo concreto e lo hanno affidato alla responsabilità delle forze parlamentari. Si tratta di associazioni che lavorano con la società civile palestinese e con quella israeliana che rifiuta l’occupazione e chiede di fermare il genocidio in corso. La deriva messianica e razzista che spinge il governo israeliano a superare ogni linea rossa al fine di realizzare l’espulsione dalle loro terre dei civili e ‘depalestinizzare’ la Palestina in modo da annetterla alla ‘grande Israele’, può essere fermata solo da una forte iniziativa della comunità internazionale.

Chiediamo all’Italia di smettere di essere muta e complice verso le iniziative illegali del governo israeliano nel Territorio palestinese occupato verso il massacro della popolazione civile palestinese e i progetti di deportazione in corso” evidenzia Alfio Nicotra, Coordinatore dell’Esecutivo della Rete Italiana Pace Disarmo.

“È fondamentale che il governo italiano accolga questa proposta a livello nazionale, allineandosi con quanto richiesto da tempo dalla Corte Internazionale di Giustizia”  continua Pezzati. “E contemporaneamente cambi posizione a favore della sospensione dell’Accordo di Associazione Ue-Israele, fino a quando non saranno rispettati i diritti umani. Del resto la proposta franco-svedese di un aumento delle tariffe sulle importazioni delle merci da Israele nel mercato UE– su cui il Ministro degli Esteri Tajani ha dimostrato apertura – sarebbe priva di efficacia, verrebbe immediatamente compensata da nuove sovvenzioni del governo israeliano alle aziende che operano negli insediamenti illegali”.

L’impatto distruttivo dell’occupazione israeliana in Cisgiordania

Nel 2024 il valore delle importazioni in Italia di beni e servizi da Israele è stato di circa 1 miliardo di euro, principalmente di prodotti agricoli e manifatturieri, di servizi legati alla sicurezza e alla sorveglianza digitale.

Impossibile stabilire quanta parte di questi scambi sia ascrivibile ad aziende che operano nel Territorio occupato, data la possibilità di aggirare le politiche europee di etichettatura e differenziazione territoriale, mentre più che evidenti sono le conseguenze per l’economia e per la popolazione palestinese: perdite complessive per miliardi di euro all’anno, un aumento del tasso di povertà dal 12% al 28% negli ultimi 2 anni, disoccupazione raddoppiata da ottobre 2023 e arrivata al 35%.

Stiamo inoltre assistendo a un’accelerazione degli espropri di aree sempre più vaste, demolizioni, sfollamenti forzati che compromettono l’esistenza stessa delle comunità palestinesi e finiscono per svuotare vaste aree di territorio prontamente occupate dai coloni più violenti.

Solo a marzo una brusca e organizzata escalation della violenza dei coloni israeliani, sostenuti dalle forze militari in tutta la Cisgiordania, ha causatoperdite agricole per oltre 4,2 milioni di dollari,  dovute alla distruzione di più di 8.000 ulivi, al furto e all’abbattimento di oltre 686 capi di bestiame e alla confisca di oltre 3.441 dunum di terra (pari a 344 ettari) .

Nel corso del 2025 sono state inoltre demolite oltre 1.600 strutture, causando migliaia di sfollamenti nelle comunità palestinesi e altre centinaia di abitazioni sono state distrutte da gennaio. Sempre l’anno scorso si sono registrate 240 vittime, di cui 55 minori. Nel 2026 si sono già verificati oltre 700 attacchi, che hanno provocato 44 morti, di cui 11 bambini.

Alla luce di tutto questo è evidente come l’esito del Consiglio degli Affari Esteri di lunedì scorso, pur riconoscendo la rilevanza delle organizzazioni israeliane colpite dalle sanzioni, non scalfisca il quadro di illegalità generale.  Il tema infatti non è colpire solamente i coloni violenti, ma smettere di sostenere dal punto di vista economico e finanziario l’intero progetto coloniale di Israele.

I punti chiave della proposta

La proposta di legge chiede quindi in sintesi di:

·         vietare l’importazione e la pubblicizzazione in Italia di beni e servizi provenienti dagli insediamenti israeliani nel Territorio palestinese occupato  (sia le merci prodotte interamente o parzialmente negli insediamenti, ovvero che lì hanno subito l’ultima trasformazione o lavorazione significativa; che qualsiasi servizio, derivante da attività svolte in tutto o in parte negli insediamenti);

·         definire l’applicazione del divieto attraverso un decreto del Ministro degli Esteri che, in accordo con l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, stabilisca i criteri e le modalità di verifica dell’origine dei prodotti importati da Israele per identificare quelli provenienti dagli insediamenti; 

·         dare mandato all’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di vigilare sul rispetto del divieto e di verificare l’origine delle merci;

·         esigere che siano gli esportatori israeliani a dimostrare che i loro beni non sono prodotti nel Territorio Palestinese Occupato, contrariamente a quanto avviene ora, prevedendo la possibilità di sequestrare e confiscare  i beni in caso di false dichiarazioni.

Le associazioni italiane aderenti alla campagna:

ACLI, ACS-NGO, Amnesty International Italia, ANPI, AOI, ARCI, CISS, CNCA, COSPE, CRIC, Emmaus Italia, First Social Life, Fondazione Finanza Etica, Fondazione Gruppo Abele, Libera, Movimento Giustizia e Pace in Medio Oriente, Oxfam Italia, Pax Christi, Rete HUMUS, Rete Italiana Pace e Disarmo, Un Ponte Per, Vento di Terra.

Note:

·         Il report di lancio della campagna è consultabile QUI

·         I dati riferiti a marzo 2026 sull’impatto dell’azione dei coloni in Cisgiordania sulle comunità palestinesi sono tratti dal report della Palestinian Farmer Union, disponibile QUI

·         I dati riferiti all’import italiano sono disponibili QUi

·         I dati sulle violenze dei coloni in Cisgiordania sono dell’OCHA dal Rapporto 2026 sui diritti umani di Amnesty International QUI

·         Secondo il gruppo per i diritti civili israeliano HaMoked, alla fine del 2025 nelle carceri israeliane erano detenuti senza accusa o processo equo circa 4.622 palestinesi, di cui 3.385 sotto ordini di detenzione amministrativa e 1.237 erano in detenzione arbitraria ai sensi della legge sui combattenti illegali.

da qui

Stragi del 1992 - Marco Travaglio

 



sabato 16 maggio 2026

I portatori sani di sottosviluppo - Francesco Mariani


Esiste una figura ormai epica nei territori in difficoltà: non produce, non innova, non decide. Eppure occupa spazi, influenza processi, presidia stanze semiclandestine. È il “portatore sano di sottosviluppo”, una creatura che si nutre di controllo, intrecci e sopravvive grazie a una straordinaria abilità: sembrare indispensabile per l’inutile.

Non guida, perché privo di patente, ma presidia ed intesse la trama. Non costruisce, perché non lo sa fare, ma distribuisce ed elargisce. Non sceglie ma sistema, colloca, introduce.

Il suo habitat naturale sono le istituzioni vissute come simil proprietà privata. Qui coltiva con pazienza una filiera di fedeltà: terze linee senza arte né parte, selezionate non per competenza ma per docilità. Il criterio è semplice: meno sanno, più devono, più sono indebitati. E più devono, più obbediscono.

Questi piccoli architetti del vuoto parlano spesso di strategia. Amano le parole complesse, i retroscena, le allusioni. Sui social diffondono messaggi criptici, come oracoli di provincia: evocano visioni, promettono svolte, celebrano risultati che esistono solo nelle loro narrazioni. È il trionfo del “sottovuoto spinto”: tanto rumore, zero sostanza.

Nel frattempo, il territorio arretra. Le opportunità si riducono, le energie migliori emigrano, i progetti si arenano. Ma loro restano. Perché il loro vero talento non è governare il cambiamento, bensì rinviarlo, impedirlo. Il cambiamento, infatti, richiede merito. E il merito è incompatibile con un sistema fondato sul favore. La politica dovrebbe essere un ponte verso il bene comune, il clientelismo invece la trasforma in un mercato di favori personali. Chi entra nel circuito dei beneficiati cantori vi resta a vita e tramanda il tutto alla sua prole immortale. Da qui il moltiplicarsi di province, città metropolitane, enti, agenzie, consorzi, fondazioni, comitati, consulte, istituti ecc più numerosi degli stessi abitanti. Da qui l’inutile liturgia delle elezioni locali: si fa prima a fare il conto delle parentele, compari e compagnie senza ricorrere alle urne. 

Il paradosso: i nostri “portatori sani di sottosviluppo” si percepiscono come furbi, persino raffinati strateghi. In realtà sono custodi di un equilibrio fragile, tenuto insieme da relazioni drogate e ambizioni individualiste. Difendono posizioni e ruoli, non visioni. Amministrano consenso, non sviluppo. Basta osservarli mentre celebrano micro-nomine come conquiste epocali, o mentre trasformano ogni decisione in una trattativa di cortile. Basta ascoltare i loro discorsi: lunghi, fumosi, autoreferenziali. Parlano molto, per non dire nulla.

Eppure il problema non è solo loro. È l’ecosistema che li tollera, talvolta li premia. È l’abitudine al ribasso, la rassegnazione travestita da realismo. È l’idea che “così va il mondo”, quando invece così non dovrebbe andare.

Il sottosviluppo non arriva all’improvviso. Si installa lentamente, attraverso pratiche quotidiane che premiano la mediocrità e scoraggiano il talento. I portatori sani non lo creano da soli, ma lo diffondono con metodo.

La buona notizia? Non sono inevitabili. Dove si alza l’asticella, dove il merito torna criterio, dove le istituzioni smettono di essere feudi e tornano ad essere strumenti, queste figure evaporano. Non perché vengano cacciate, ma perché diventano irrilevanti.

Ed è forse questa la forma più elegante di mutazione: non riderne soltanto, ma superarli. Renderli inutili. Non associarsi ai loro metodi ma scardinarli.

da qui

Trump e Xi: il fallimento più grandioso di sempre - Davide Martinotti (Dazibao)

 

venerdì 15 maggio 2026

ricordo di Bakari Sako

 

Storia di sangue all’alba. Muore Bakari Sako nel silenzio di tutti - Marianeve Santoiemma

Sì, è l’alba del 9 maggio, il giorno prima di San Cataldo, patrono della città, “amante dei forestieri” . Taranto dorme ancora …e Bakari Sako, con la sua bicicletta attraversa la città, fermandosi in piazza Fontana , nel borgo antico, forse per un caffè, pronto per affrontare l’ennesima giornata di lavoro, magari col pensiero alla famiglia in Mali, forse pensando alla prossima paternità…
Bakari ed i suoi passi verso il futuro fatto di fatica, molta, solitudine, spesso, ma anche della grande stima di cui gode da parte di chiunque lo abbia incontrato nel suo cammino in Italia, a Taranto.
Bakari ha il mare di fronte, i palazzi, le strade vuote. È l’alba, la sua ultima, ma non lo sa. Bakari va solo al lavoro, come ogni mattina, lontano dalla sua terra, col suo piccolo peso silenzioso, fatto di sacrifici, rinunce, speranze, uno straniero, un immigrato, uno in regola, uno dei tanti ragazzi onesti, uno di quelli che continua a credere nell’esistenza di un posto nel mondo anche per lui, un angolo di pace per la sua famiglia.
Aspetta con ansia di diventare padre.
Ma improvvisamente
qualcuno lo aggredisce, qualcuno lo uccide, qualcuno sta a guardare mentre chiede aiuto, qualcuno non lo soccorre… tutti coinvolti. Tutti colpevoli.
L’assassino? Gli assassini?
Ancora poco chiaro è “chi e perché” abbia agito uccidendo Bakari, resta chiara invece l’unica certezza al momento, ed è che un branco di bestie, minorenni e maggiorenni, non ha importanza, cresciuti in un contesto di miseria umana, di degrado infinito, di cui l’Italia intera deve farsi carico, ha ucciso un ragazzo buono, un lavoratore onesto, una persona che andava a guadagnarsi da vivere.
Si, l’ Italia intera ha ucciso Bakari, perché Taranto non è la citta dei mostri, pare 6 ragazzi, stando alle ultime notizie.
L’Italia è Taranto, oggi, è un paese in cui proprio alcuni esponenti di una becera politica, di una stampa asservita, in cui si permette di parlare di remigrazione, in cui si fanno passare messaggi sullo straniero da cacciare, da rimandare al suo paese.
Tutti siamo responsabili di questi 6 mostri, nessuno si senta escluso.
Le istituzioni, tutte, portano sulla coscienza questo delitto, una tragedia umana che fa vergognare L’Italia intera, ogni volta che si tace,che si sorvola, che si banalizza, che si giustifica il razzismo, piaga figlia dell ‘ odio di vergognose campagne d’odio, elettorali e non.
In un tempo in cui l’odio viene seminato ogni giorno con parole che sembrano innocue, con slogan ripetuti fino a diventare normali, con quella violenza lenta che trasforma gli esseri umani in categorie, stranieri, clandestini, diversi, indesiderati , si disumanizza ogni situazione.
I buoni diventano ” buonisti” e il razzismo una necessità per dar spazio a questi italiani.
Ma Taranto oggi è anche speranza, perché non ci si può rassegnare al male, ed è in questo coro che si distingue chiara e limpida la voce dell’On. Francesca Viggiano, deputata del PD, semplicemente Francesca per chiunque la conosca,tarantina , che conosce da anni il tessuto del borgo antico , perché amministratrice della città e vicina anche alle realtà associative di volontariato, occupate nell’accoglienza di immigrati .
Le sue parole, in un sensibilissimo intervento presso la Camera dei Deputati, rappresentano l’anima di una città che si ribella ad ogni forma di razzismo e violenza…e non ci sta.
E si organizzano manifestazioni per urlare forte il nostro No alla violenza e all’odio, alla paura dell’altro, al pericoloso vento che soffia sull’ umanità che ci mette gli uni contro gli altri.
Francesca ha portato la voce della Taranto vera, comunità che accoglie, che conosce il valore della solidarietà.
Quelli che hanno ucciso un uomo all’alba.
Senza pietà, sotto gli occhi complici di chi doveva aiutarlo.
Bakari è stato ucciso anche dal clima che da anni avvelena le strade, i social, le conversazioni, le coscienze. Da un razzismo diventato abitudine. Dalla continua narrazione di chi indica nei più deboli il nemico perfetto. Da chi alimenta paura per ottenere consenso e lascia crescere generazioni incapaci di riconoscere il valore di una vita umana.
Questa morte non riguarda solo una baby gang.
Riguarda tutti noi.
Riguarda ogni battuta lasciata passare in silenzio. Ogni insulto normalizzato. Ogni volta che un uomo viene chiamato “nero”, “clandestino”, “extracomunitario” prima ancora che per nome. Riguarda un Paese che troppo spesso si commuove dopo, ma tace prima.
E allora Bakari resta lì, in quella piazza all’alba, mentre cercava soltanto di raggiungere il posto di lavoro e tornare a casa con la serenità di chi ha fatto il suo dovere.
Resta lì , con i suoi sogni semplici, e lì resta la sua bicicletta… simbolo di quella silenziosa dignità di chi non diventerà più papà .

da qui

 

ALCUNE PAROLE PER RICORDARE IL NOSTRO FRATELLO BAKARY SAKO - Benito D'Ippolito

Per anni ho vegliato una persona che amavo
la mattina prendevo il primo mezzo pubblico
per tornarmene a casa qualche ora
prima che Aurora dalle dita rosate compaia nel cielo

E' l'ora dei braccianti e delle loro biciclette
che vanno al lavoro nei campi per un salario da fame
e' l'ora che vedi come funziona la societa' in cui vivi
la societa' razzista e schiavista
il regime di apartheid
lo stato e l'Europa fascista in cui vivi

Leggo che a Taranto uno di questi braccianti
e' stato assalito dal branco della gioventu' hitleriana
ha chiesto aiuto in un bar senza ottenerlo
e' morto per le ferite ricevute dai nazisti
e per l'omissione di soccorso degli altri

E' morto solo come un cane sull'asfalto
non lo hanno ucciso soltanto le coltellate
sappiamo tutte e tutti cos'altro e chi altri lo ha ucciso

Si chiamava Bakary Sako
il nostro compagno Bakary Sako
il nostro fratello Bakary Sako

*

E mi ricordo che si chiamava Soumaila Sacko
il nostro compagno assassinato a schioppettate
dalle parti di Vibo Valentia
il 2 giugno 2018 festa della repubblica
il nostro compagno Soumaila Sacko
il nostro fratello Soumaila Sacko
bracciante e sindacalista
che lottava per i diritti di tutte e tutti

Feci un comizio allora per commemorarlo
dovro' farne un altro domani
per commemorare il nostro compagno Bakary Sako
per commemorare il nostro fratello Bakary Sako

*

Per dire quello che e' necessario dire
che occorre fare adesso per sconfiggere
il razzismo la schiavitu' l'apartheid
per far cessare la tortura e il massacro
dei nostri fratelli
delle nostre sorelle
affinche' valga cio' che scrisse Lelio Basso
nella costituzione repubblicana

 


The Donald, il paranoico che è in noi - Antonio Cantaro

 

Letture e riletture. Nel generale e osceno silenzio dell’Occidente l’ostinato “candidato” al premio Nobel per la pace dei cimiteri ha, ancora in queste ore, annunciato che ridurrà l’Iran all’età della pietra. Ma quali sono le molecolari radici che alimentano la globalizzazione dell’indifferenza? Tornano di attualità la diagnosi e la profezia del premio Nobel per la letteratura (1981) Elias Canetti: siamo parte e complici della malattia di The Donald.

Il 7 aprile, alle 20:00, ora della costa orientale degli USA (le 2 di mercoledì notte in Italia), scadrà l’ennesimo criptico ultimatum di Trump sugli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane. Non sappiamo, non possiamo sapere mentre scriviamo, se e quando l’ineffabile Presidente statunitense pro-tempore ridurrà il popolo persiano all’età della pietra. In uno dei tanti post su Truth Social, Trump ha affermato che “si scatenerà l’inferno”, che farà “saltare tutto in aria” se Teheran non riaprirà il “fottuto” Stretto di Hormuz, “brutti bastardi”. Ma perché tanto odio e tanto complice silenzio? Non serve Sigmund Freud. Nei discorsi di The Donals c’è tutto. Bastano a capire il punto a cui siamo giunti alla fine del “secolo lungo” le illuminanti pagine, scritte nel corso del “secolo breve”, da Elias Canetti. Non essendo un cultore del grande scrittore europeo (famiglia ebrea sefardita di lingua spagnola, nato in Bulgaria al confine con la Romania, trascorre l’infanzia circondato da turcofoni, poi naturalizzato britannico, scrive in tedesco e considera Zurigo la sua patria) muoverò dall’essenziale “sintesi” offertane da Luigi Alfieri nei suoi studi, in particolare in quello dall’esemplare titolo Il destino del sopravvissuto (https://oajournals.fupress.net/index.php/smp/issue/view/449).

Potere come sopravvivenza

Sopravvivere come ‘vivere sopra’. Non ‘continuare a vivere, durare in vita’. Sopravvivere è un termine relazionale, che indica un rapporto fra un ‘sopra’ e un ‘sotto’. Sopra c’è un vivo, colui che vive sopra; sotto, necessariamente, c’è un morto. La figura originaria del potere, l’atomo del potere è, per Canetti, quest’immagine: un vivo in piedi accanto a un morto che giace. La sopravvivenza non è un soffermarsi in vita nell’attesa di morire un giorno: è qualcosa di estremamente, di terribilmente attivo, è lo scaricare su altri la propria morte, allontanandola da sé. Si dà sopravvivenza in quanto ci siano dei morti e in relazione con loro. La sopravvivenza è il comportamento di chi vive ancora perché qualcun altro non vive più: non ci sarebbe il sopravvivere se non ci fosse il morire e il morire non ci sarebbe in quella forma se non ci fosse il sopravvivere. Il sopravvissuto è, insomma, l’archetipo del potere, di colui che deve costantemente accumulare prove del proprio vivere sopra. 

La paranoia antropologica del sopravvissuto

Trump, quasi certamente, non ha letto Canetti; ma Canetti ha perfettamente descritto e spiegato la sensazione di potenza che prova The Donald nell’immaginar sé stesso come rimasto in vita mentre altri cadono. Non c’è atto di Trump che non evochi la necessita della “morte” – politica, simbolica, reale – degli avversari e concorrenti (siano essi groenlandesi, europei, venezuelani, iraniani, cubani).  È la conferma della sua grandezza. L’attuale Presidente Usa è, con suo sommo soddisfacimento, l’ultima e compiuta incarnazione del potere. Trump ha bisogno che tutto sia, ai suoi occhi, chiaro e ordinato, che ogni cosa e ciascuno stia al posto suo. Tutto dev’essere prevedibile e controllato e bisogna che in ogni momento si sappia dove ognuno è, e se occorre chiamarlo o andarlo a prendere. Chi cambia si nasconde, chi sfugge al controllo evidentemente complotta. Paranoia, non paranoia del potere. La paranoia è potere, il potere è paranoia. Non si tratta di un accidente, di una caratteristica secondaria del potere: si tratta proprio del potere stesso, si tratta della sua essenza.  Dire “potere” e dire “paranoia” significa, per Canetti, dire esattamente la stessa cosa: sono due termini sovrapponibili senza nessun residuo.

Il sopravvissuto che è in noi

Una “patologia” che, dopo il secondo dopoguerra, abbiamo creduto riguardasse solo i grandi assassini della storia. Hitler, Stalin, Napoleone. Tiranni, dittatori, condottieri. Il che – dice Luigi Alfieri – in parte è vero, tant’è che anche Canetti esclude dalla categoria di potere il «sistema parlamentare», uno dei pochi casi di riuscita espulsione del potere – e perciò della morte – dalla vicenda umana. Ma al mondo non c’è soltanto la sopravvivenza di colui che comanda in grande stile, ma c’è altresì l’impossibilità di noi tutti, una impossibilità primariamente “biologica”, di vivere senza che qualcun altro essere muoia per la nostra sopravvivenza. Ogni vivente è distruttore di vite, mangiare è per eccellenza l’atto del sopravvivere. Tanto nel cacciatore quanto nell’allevatore. Ma mentre nel cacciatore la violenza ha ancora qualcosa di elementare, di inevitabile, di naturale, di accettabile, la violenza dell’allevatore è pura potenza. L’allevatore ha certamente anche lui le sue prede. Il suo gregge, la sua mandria, sono prede. Se n’è già impadronito, le ha già catturate, le ha fatte persino nascere. Però non le uccide subito: le tiene lì, in attesa del coltello. Verranno uccise, nessuna scamperà, servono a quello. Vengono tenute in vita per essere uccise, però intanto vengono tenute in vita, custodite, protette, curate, nutrite. Siamo tutti dei sopravvissuti: viviamo ‘sopra” qualcuno che è ‘sotto”, qualcuno che è destinato per la nostra sopravvivenza a morire. Diamo vita attuale in cambio della morte futura e questo fa entrare le nostre prede nella dimensione del nostro potere.

Corruzione delle vittime

La domesticazione del comando, da cui nasce il potere vero e proprio, implica la «corruzione», dice Canetti. La corruzione della vittima: la vittima perde la sua innocenza, la vittima diventa complice, accetta la propria morte futura in cambio della sua vita attuale. In cambio dell’essere lasciata in vita, in cambio della cura per la sua vita, in cambio del cibo e della protezione. Lo stesso accade quando si passa dal bestiame vero e proprio al bestiame umano: anche il bestiame umano accetta di lasciarsi uccidere dal potente in quanto nel frattempo il potente autorizza a uccidere. Il potente si riserva pieno diritto di vita o di morte sulla sua vittima, e ottiene la complicità della sua vittima perché una piccola parte di questo potere di vita o di morte spetta alla vittima stessa. La guerra è il caso più evidente di complicità col potere. È come se il sovrano, titolare di un diritto di vita o di morte, dicesse a tutti i suoi: «Voi siete come me, potete uccidere come io posso uccidere, potete uccidere perché io posso uccidere: uccidendo diventate me». Da qui «la deresponsabilizzazione, che è la base più solida dell’obbedienza» (Elias Canetti, Masse e potere, Adelphi, Milano, 1981). L’origine prima di quella che oggi chiamiamo globalizzazione dell’indifferenza.

Il sopravvissuto, ieri e oggi

Il problema – osserva Alfieri – non è, insomma, tanto il potente, quanto il consenso al potente, quanto la capacità, enorme, immensa del potente di attrarre complicità per imitazione. Hitler è grande perché riesce a suscitare tanti piccoli HitleriniHitler in fondo non costringe nessuno: non è facendo paura che acquista l’obbedienza dei suoi seguaci. Sarà semmai proprio la forza di quest’obbedienza a suscitare una paura irresistibile nei pochi che potrebbero nutrire qualche germe di dissenso. È una promessa la sua: «sarete come me, io vi rendo come me, perché io sono tutti voi. Sono come voi, ma come ‘tutti’ voi, tutti messi insieme». La celebre immagine del Leviatano nel frontespizio della prima edizione dell’opera di Hobbes, il sovrano raffigurato come un gigante fatto di tanti ometti messi uno sull’altro, rende bene l’idea del potente canettiano. Un ometto come gli altri, che però riesce a far credere a tutti gli altri che per essere qualcosa debbono diventare come lui, debbono diventare parte di lui, debbono agire per delega della sua volontà e debbono sostanzialmente uccidere per sua volontà: uccidere ed essere uccisi, perché, non fa differenza per il potente chi muore per lui, non fa differenza per il potente se muoiono i suoi nemici o se muoiono i suoi seguaci, perché anche i seguaci sono nemici potenziali. I suoi seguaci potrebbero in qualunque momento essere traditori: dimostrano di non essere traditori soltanto in quanto si facciano uccidere. Farsi uccidere, dunque, è il loro più stretto dovere di fedeltà: potranno dovranno sempre essere disponibili a dimostrare la loro fedeltà fino alla morte, con la morte, perché morire è il solo modo di essere fedeli.

Un Canetti redivivo troverebbe perfettamente incarnata in Trump la capacità di servirsi dell’antropologia del sopravvissuto che è in noi. Sino a quando non diremo a chiare lettere che il “re è nudo”, che l’odierno delirio di morte ha trasformato la potenza americana in impotenza. Noi, gli appartenenti ad una Nato che non c’’è più e che è meglio non ci sia più. Noi europei liberi dalla retorica unionista. Noi, proprio Noi. Non gli ex guardiani della rivoluzione.

da qui

giovedì 14 maggio 2026

Se Cappuccetto Rosso sceglie il lupo come nonna? - Ennio Remondino

 

L’Unione europea aveva il gas russo in abbondanza e a basso prezzo. Poi, a causa dell’invasione dell’Ucraina proclama la ‘ferrea determinazione a rinunciare all’energia russa’, scavando di fatto la fossa all’industria europea, denuncia qualcuno. Mentre l l’Unione che moltiplica le sanzioni a Mosca aumenta di nascosto l’importazionie di gas naturale liquefatto russo. Ed ecco che la nota fiaba citata da Analisi Difesa ci propone un Cappuccetto Rosso che il Lupo se lo cerca.

Ursula anti Merkel sul fronte baltico anti russo

«La seconda Commissione von der Leyen, promette e decreta da anni il pieno affrancamento dalla dipendenza dal gas russo, che dovrebbe essere totale entro la fine del 2027». Bugia politica, con 91 spedizioni e via nave in Europa dal terminale russo di Yamal, mare di Kara, Artico russo, tra gennaio e aprile. +17,2% rispetto allo stesso periodo del 2025, passando da 5,71 milioni di tonnellate a 6,69 milioni di tonnellate. Bruxelles, in evidente imbarazzo, ammette un ‘leggero aumento’. E a conti fatti scopri che la Ue ha imposto lo stop al gas russo via gasdotto, in quantità enormi e a prezzo concordato, per incrementare l’importazione di GNL, trasportato via nave, scaricato nei porti, rigassificato e più costoso del gas via tubo e il cui approvvigionamento è molto più problematico e soggetto a oscillazioni di mercato dei prezzi e condizioni geopolitiche, tipo blocco dello stretto di Hormuz. Astuzia doppia, con Donald Trump l’accordo in conto Ue a comprare 750 miliardi di dollari di costosissima energia made in USA in tre anni.

Fobia anti russa

Questione democrazia sul fronte ucraino, tra il dire e il fare. Oggi la Russia è il secondo fornitore di GNL ai paesi dell’Unione con una quota del 17 per cento. Costosa scelta di principio? ©l gas che andiamo ad acquistare a prezzi di mercato in nazioni sinceramente democratiche e rispettose dei diritti umani, politici, gender (mica come la Russia di Putin) quali Azerbaigian, Algeria, Congo…». Risultato di fatto: l’incremento dei costi per luce, gas, carburanti e beni alimentari verso una maggiore spesa per una famiglia media intorno ai mille euro nel 2026, con punte fino a 1.200-1.300 euro per nuclei con figli e maggiore intensità di consumi energetici. «Quasi 29 miliardi di euro il conto che famiglie e imprese italiane dovranno sostenere quest’anno per far fronte ai rincari di luce, gas e carburanti, dopo lo choc energetico legato alla crisi mediorientale».

Flop Europa sul fronte energetico

Fronte energetico da incubo, unito al fallimento della politica industriale e ambientale, della politica estera e dei programmi di riarmo ormai palesemente insostenibili, per qualsiasi analista onesto. Con l’attuale Commissione già alle prese con le conseguenze dell’attacco all’Iran di Stati Uniti e Israele. L’emergenza imporrebbe massimo pragmatismo e non ideologie da guerra fredda. Ci credete? Ed ecco la favola di Cappuccetto e il Lupo in versione aggiornata, con gli Stati Uniti ormai incontestabilmente contro gli interessi dell’Europa i cui vertici attuali alla vigilia di elezioni nazionali a perdere si ostinano ad affidarsi all’alleanza con Washington che non esiste più. E nonostante Trump ostenti disprezzo e minacce nei confronti degli europei che non obbediscono immediatamente alle sue disposizioni o osino criticare le sue discutibili e spesso confuse iniziative politiche, diplomatiche e militari.

America Lupo e Ue Cappuccetto Rosso

Ma non è da oggi cge Stati Uniti colpiscono duro gli interessi dell’Europa: «dal sostegno alle primavere arabe alla guerra alla Libia, all’insurrezione in Siria fino al golpe del Maidan del 2014 a Kiev in cui gli USA investirono 5 miliardi di dollari (lo disse al Congresso il sottosegretario Victoria Nuland)». Le diplomazie lo sanno, ma i governi fanno finta di non sapere perché non sapendo come poter reagire. «Eppure, nonostante questi esempi e i numerosi altri che si potrebbero elencare, in quasi tutta Europa ci si preoccupa paradossalmente di difendere la storica intesa strategica con gli Stati Uniti. La pavida Europa novella Cappuccetto Rosso, si ostina a voler vedere la nonna (o il “paparino” per dirla con il segretario generale della Nato Mark Rutte) anche quando il lupo ha smesso di nascondersi dentro i suoi abiti e si palesa apertamente per quello che è», denuncia il severo Giandomenico Gaiani.

Mosca Europa rispetto alla Russia asiatica

La riapertura delle relazioni con il Cremlino è vista da molti un orizzonte necessario non solo per chiudere il conflitto ma soprattutto per ristabilire una cornice di sicurezza con Mosca che consenta di riprendere le forniture di energia russa, unica speranza per salvare l’economia europea. Putin, nella conferenza stampa dopo la parata sulla Piazza Rossa, ha affermato che la guerra in Ucraina «si avvia alla conclusione». Un’Europa debole ed economicamente in ginocchio non può aiutare l’Ucraina sull’orlo del tracollo. Non a caso dall’inizio del conflitto nel Golfo le offensive russe sono proseguite in modo blando. Accenni di dialogo. «Quali frutti daranno queste aperture al dialogo lo vedremo presto ma appare evidente che l’improvvisa esigenza degli europei di negoziare con Mosca è una conseguenza diretta della crescente consapevolezza che gli Stati Uniti non sono più nostri alleati».

La riapertura delle relazioni con il Cremlino è vista da molti, in modo esplicito o meno,  un orizzonte necessario non solo per chiudere il conflitto ma soprattutto per ristabilire una cornice di sicurezza con Mosca che consenta di riprendere le forniture di energia russa, unica speranza per salvare l’economia europea.


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Valditara cancella Spinoza, Gramsci e Marx dai licei

finalmente il ministro del demerito con la tara cancella Spinoza, Gramsci e Marx, poco moderni (non hanno mai usato facebook, instagram e tiktok), e poi sono troppo conflittuali, di origine ebraica, e comunisti, perdipiù.

era ora che a scuola si studiassero i grandi pensatori della destra, dal prossimo anno si studieranno i grandi Lammerda e Laffogna.

speriamo che gli insegnanti facciano obiezione di coscienza e che Spinoza, Gramsci e Marx siano studiati più di prima - Francesco Masala



Oltre la polemica sul Manzoni, l'appello dei docenti accusa il Ministero di aver escluso autori cruciali dal nuovo canone scolastico per i licei. Sotto accusa il metodo verticistico e la svolta "tematica" che impoverisce il pensiero critico dei giovani

Una critica aperta al ministro dell’Istruzione Valditara sulle “Indicazioni nazionali per i Licei” che, oltre a posticipare lo studio dei Promessi Sposidal secondo al quarto anno, alleggeriscono o escludono lo studio di autori imprescindibili dai programmi di filosofia, come Spinoza e Marx. Una critica che si è materializzata in una petizione pubblicata su Change.org e che finora ha raccolto oltre 3mila adesioni. E, soprattutto, le firme di 60 professori da tutta Italia, incluso Massimo Cacciari, già sindaco di Venezia, professore di Cà Foscari e preside della facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Nell’appello degli accademici, si contesta la drastica riscrittura del canone degli autori, la riduzione dello studio di Kant e la scomparsa di Fichte e Schelling, mentre la complessità del pensiero politico moderno di Hobbes, Locke e Rousseau viene liquidata con un approccio superficiale. Dall’altra parte, viene però inserita una generica “filosofia italiana dell’Ottocento” e il recupero del neo-idealismo di Croce e Gentile, isolato però dalle sue radici storiche. Il tutto senza avere consultato il mondo della scuola. Al centro della critica dei docenti anche l’ulteriore compressione dello studio del Novecento. Ecco il testo della petizione:

Il problema
In questi giorni è esploso il caso dell’insegnamento dei Promessi sposi a scuola. Molti hanno gridato allo scandalo perché seguendo le nuove “Indicazioni Nazionali per i Licei”, emanate il 23 aprile scorso dal Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, il grande romanzo manzoniano smetterebbe di essere studiato al secondo anno di Liceo. Ma le Indicazioni Nazionali contengono scelte molto gravi anche per quanto riguarda l’insegnamento della filosofia nelle scuole superiori, finora passate per lo più inosservate. Si tratta di questo: dovendo indicare, anche se a titolo esemplificativo e non vincolante, quali sono i filosofi e le filosofe che appartengono al canone degli autori meritevoli di essere studiati, le “Indicazioni nazionali” procedono alla temeraria esclusione di alcuni grandi classici della tradizione moderna e contemporanea, veri e propri giganti della filosofia razionalista e materialista e, più in generale, del pensiero critico.

Per limitarsi ai casi più sconcertanti, con riferimento a quest’ultimo aspetto: le linee guida escludono dalla lista degli autori addirittura Spinoza, Leibniz (a parte un riferimento al solo Leibniz “logico” – circostanza che parla da sé! – nelle Linee guida per il Liceo Classico) e Marx; non risolvono il vulnus (già presente nelle indicazioni precedenti) che indica di studiare “almeno uno” tra Hobbes, Locke e Rousseau, suggerendo implicitamente di non approfondire le diverse opzioni che hanno determinato niente di meno che la costituzione della razionalità politica moderna; limitano lo studio di un autore decisivo come Kant alla sola “idea (sic!) di critica”, rimaneggiando profondamente lo studio del criticismo in tutti i suoi aspetti (non ultimi quelli morali e storico-politici); ignorano Fichte e Schelling, dunque la stessa filosofia classica tedesca, sradicandola dal panorama del pensiero moderno. Si potrebbe continuare a lungo, se non che ciò che rileva evidenziare è che tali inopinate esclusioni non sono innocenti, giacché si trova il modo di sostituire gli autori appena menzionati con una non meglio specificata “filosofia italiana dell’Ottocento” (davvero così rilevante al cospetto dei classici fatti rimuovere?) e con il riferimento al “neo-idealismo crociano e gentiliano” (astratto dalle sue radici nella tradizione del marxismo italiano e dalla critica che ne ha fatto Gramsci).

Pare evidente che la composizione – quantomeno bizzarra – di questa lista sconti più di un debito nei confronti di quel fantasioso progetto di “egemonia culturale” che un governo in ritirata tenta di lasciare, a legislatura quasi conclusa, come polpetta avvelenata al mondo della scuola, ai docenti e, soprattutto, alle nuove generazioni. Ma c’è di più. La montagna ha partorito il topolino anche perché la proposta Valditara è l’esito di consultazioni che hanno coinvolto un numero limitatissimo di esperti, nominati – secondo logiche non del tutto perspicue, peraltro – dal Ministero. Nessuna vera discussione – che avrebbe dovuto essere ampia e diffusa – ne ha accompagnato la genesi. Un metodo verticistico per un risultato regressivo.

Preoccupa, inoltre, che questa operazione “culturale” si sposi – non casualmente – con il tentativo di aggredire il sapere storico e la ricchezza delle sue articolazioni, proponendo il suo ridimensionamento metodologico in favore di una nuova “modalità” di insegnamento della filosofia, definita “tematica”, ma dietro la quale si nasconde la precisa volontà – perseguita da qualche solerte membro della Commissione di esperti nominata dal Ministero – di diluire l’inquadramento storico-critico delle problematiche filosofiche con una pseudo-metodologia di importazione del tutto estranea alla nostra tradizione nazionale e funzionale unicamente a obliterare la storia e neutralizzare la profondità critica della filosofia.

Desta sconcerto, peraltro, il dilettantismo con il quale si tenta di dare soluzione al problema, pure da più parti sentito e riconosciuto, di uno studio meno impressionistico del “secolo breve”, spesso sacrificato da programmi scolastici incapaci di ricomprenderlo (quantomeno nei suoi tratti caratterizzanti e decisivi): le nuove linee guida riescono nella non facile impresa di peggiorare anche questa situazione, poiché la malcelata fretta di spingere l’insegnamento della filosofia sino al ventunesimo secolo – che ben si accorda con la provinciale attitudine a nominare di sfuggita temi “alla moda” che però non vengono adeguatamente svolti – è raggiunta a discapito dell’approfondimento del diciannovesimo e soprattutto del ventesimo secolo. Quest’ultimo, fino ad oggi praticamente dimenticato, verrebbe ora incomprensibilmente compresso in favore di uno sguardo approssimativo sulla più stringente attualità.

Un vero disastro, dunque, le cui articolazioni non vanno viste come la casuale coincidenza di sfortunati interventi, ma piuttosto come le parti organiche di un progetto unitario e coerente: consegnare a una nuova generazione di studenti, già pesantemente svantaggiata dalla condizione di inesorabile declino a cui il nostro Paese sembra consegnato, una formazione debole, priva di respiro, incapace di fornire gli strumenti necessari per comprendere la complessità del mondo contemporaneo, i suoi fenomeni più recenti, il quadro delle trasformazioni che ne governano il vorticoso divenire.

In qualità di docenti universitari delle diverse aree filosofiche invitiamo i colleghi, gli studenti, le società di settore a favorire l’apertura di una discussione autenticamente democratica su questo delicato tema. È necessario impegnarsi, ciascuno nel suo ruolo e in base alle sue possibilità, per chiedere il ritiro delle linee guida e giungere a una proposta alternativa realmente condivisa da tutti gli attori del mondo della scuola e dell’università.

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