giovedì 9 luglio 2026

Israele demolisce accordi e case, Usa nel pallone - Dante Barontini

  

Non è complicato capire perché il processo di de-escalation in Medio Oriente sembra essersi bloccato nuovamente dopo la firma del “memorandum of understanding” in Svizzera.

Sul piano strettamente militare c’è stato un “colpo non identificato” che ha raggiunto una nave in transito nello Stretto di Hormuz. Gli Stati Uniti ne hanno attribuito la responsabilità all’Iran, che però non ha rivendicato, contrariamente al solito.

Tanto è bastato a Washington per lanciare una serie di attacchi aerei contro postazioni iraniane intorno a Hormuz. Tehran ha risposto come da manuale con missili e droni contro le basi Usa in Bahrein (c’è la sede della Quinta Flotta) e in Kuwait.

Seguono minacce tonitruanti di Trump e gelide avvertenze iraniane, che hanno però il merito di far capire l’oggetto del contendere.

Dopo aver ricordato che “qualsiasi interferenza da parte di soggetti diversi dall’Iran nella gestione dello stretto comporterà un ritardo nella sua riapertura e un aumento del livello di tensione nella regione“, il ministro degli esteri Araghci – in visita a Baghdad – ha invitato gli Stati Uniti “a frenare l’entità sionista, che continua la sua aggressione contro il Libano”, sottolineando che, secondo il primo punto del memorandum d’intesa tra Iran e Stati Uniti, Washington deve “convincere” Tel Aviv a ritirarsi dal Libano in tempi accettabili.

Gli Usa, però, hanno condotto una trattativa ridicola con alcuni esponenti libanesi dichiaratamente sionisti, oltre che con lo stesso Israele, raggiungendo un presunto “accordo” che lascia le cose come stanno ora e dichiara esplicitamente di voler “disarmare Hezbollah”. Che non è soltanto l’unica forza in grado di opporre una resistenza all’espansionismo di Tel Aviv, ma anche la principale componente sociale e politica che sembra interessata sul serio a garantire la sovranità del Paese. Ma che proprio per questo non è stata neanche consultata.

Il sito statunitense Axios – che affida sempre la narrazione sul conflitto mediorientale all’ex ufficiale della famigerata Unità 8200 dell’Idf, Barak Ravid – ammette che il presunto “accordo libanese” “sembra anche contraddire alcuni degli intendimenti raggiunti tra Stati Uniti e Iran in Svizzera, e potrebbe quindi complicare quella fragile tregua”.

Ma il problema sarebbe stato causato dall’altro accordo – il “MoU” tra Usa e Iran – con cui Tehran “è riuscito a inserire la situazione in Libano nelle sue trattative con gli Stati Uniti nelle ultime settimane”.

Un testo che l’ambasciatore israeliano Yechiel Leiter – incaricato di gestire i rapporti con Washington sulla questione libanese – ha definito subito “un disastro ferroviario”.

La ragione è semplice: quel “memorandum invita le parti a rispettare un cessate il fuoco in Libano e a garantire l’integrità territoriale del paese, che è invece attivamente minata dall’occupazione israeliana in corso nel Libano meridionale”.

In parole povere: Israele non ha alcuna intenzione di ritirarsi dal territorio libanese sotto il suo controllo ed anzi vorrebbe spingersi ancora più in là, come del resto sta facendo in Siria, occupando ora anche le campagne intorno alla città di Daraa.

Una volta precisato il contesto e gli interessi contrastanti non ci vuole molto ad immaginare che il “colpo non identificato” che ha messo in moto il doppio scambio di cortesie militari tra Iran e Usa intorno ad Hormuz abbia un responsabile chiaro: il governo Netanyahu, che peraltro aveva già spedito un po’ di truppe negli Emirati Arabi Uniti e largheggia in operazioni false flag.

Quel che rende la gestione statunitense della “doppia trattativa” un delirio senza capo né coda è esattamente la “condiscendenza” nei confronti di Israele, che diventa insormontabile al tavolo libanese e invece “riducibile” su quello iraniano.

Sembra evidente che a Washington non c’è alcuna chiarezza strategica e quindi si sovrappongono posizioni e iniziative decisamente contraddittorie.

Sembrano pesare anche le differenti ambizioni e posizioni del segretario di Stato “Narco” Rubio – che ha prodotto materialmente il pasticcio libanese – e del vicepresidente J.D. Vance, esponente autentico dell’immaginario “Maga” che considerava la guerra all’Iran quanto meno una stupidaggine ma, soprattutto, considera Israele un alleato come tanti altri (gli europei, per esempio) e quindi da rimettere al suo posto quando gli interessi Usa entrano in contraddizione con quelli di Tel Aviv.

Una confusione che facilita ovviamente ogni manovra diversiva che abbia come obbiettivo il prolungamento della guerra sull’intero scenario mediorientale. La tela tessuta da Pakistan e Qatar con l’Iran viene sciolta di notte nel lavorio mafioso tra la Casa Bianca e Tel Aviv, con il popolo libanese costretto a pagare il prezzo.

Fin quando gli Stati Uniti non sceglieranno con chiarezza tra una qualche pace in Medio Oriente (per garantire che l’economia mondiale non subisca altri colpi, non certo per bontà d’animo) e l’appoggio incondizionato all’espansionismo illimitato di Israele – unico Stato al mondo a non avere e non volere confini certi, riconosciuti internazionalmente -, pateticamente giustificato con “verità bibliche”, la situazione non può cambiare.

La pace implica l’imbavagliamento duraturo del sionismo genocida, il contrario significa guerra senza limiti. Già ad aprile, ricordiamo, la frustrazione israelo-statunitense nel non riuscire a raggiungere gli obbiettivi dichiarati aveva fatto balenare nella testa dei fuori di testa la possibilità di usare anche l’arma nucleare.

Come se fosse possibile farlo senza conseguenze…

da qui

mercoledì 8 luglio 2026

Riflessioni su un genocidio - Marino Badiale

1. Premessa: le condizioni di un genocidio

Questo scritto nasce dalla convinzione che il genocidio della popolazione palestinese della Striscia di Gaza, perpetrato dallo Stato di Israele nel biennio ottobre 2023-ottobre 2025, rappresenti uno snodo decisivo per la coscienza dell’umanità contemporanea, con particolare riguardo ai paesi occidentali. Questo evento cruciale può essere esaminato in riferimento a vari aspetti del mondo contemporaneo. Uno di essi è naturalmente quello della geopolitica, che esamina i rapporti di forza fra le diverse potenze in lotta nell’arena mondiale e le strategie che innervano le azioni dei vari attori, locali e globali, operanti sulla scena mediorientale. Su questi aspetti si è già scritto moltissimo, e non ho nulla da aggiungere rispetto a quanto elaborato dal composito ambiente culturale e politico che potremmo definire “anti-sistemico”. Questo significa che non parlerò delle cause economiche e geopolitiche degli eventi in questione, non perché non siano importanti ma perché do per acquisita un’interpretazione generale del conflitto israelo-palestinese nei termini dell’esigenza, per l’egemone USA, di conservare il controllo della cruciale area mediorientale e la conseguente necessità di appoggio illimitato all’alleato israeliano.

In questo intervento vorrei affrontare un tema diverso, cioè quello della temperie ideologico-culturale che ha reso possibile, almeno nei paesi occidentali, una sostanziale accettazione di ogni azione dello Stato di Israele. Le oligarchie politiche dei paesi occidentali hanno fattivamente appoggiato lo Stato di Israele, da molto tempo prima del genocidio e durante il suo svolgimento, salvo ovviamente qualche distinguo puramente verbale e ineffettuale. I popoli degli stessi paesi hanno mostrato, nei decenni, una sostanziale indifferenza verso gli avvenimenti mediorientali. Solo dopo un anno o più di massacri la mobilitazione filo-palestinese ha iniziato ad avere dimensioni ragguardevoli, e questa mobilitazione probabilmente ha rappresentato uno dei vettori di forza che hanno portato ad una tregua. Come era prevedibile, la tregua ha portato a un oscuramento della situazione palestinese, e quindi alla parziale smobilitazione del movimento filopalestinese, che ha perso il carattere di massa ed è tornato a essere l’impegno di piccole minoranze.

Mi sembra che queste vicende recenti confermino la sostanziale impunità di cui gode Israele ormai da decenni, e che il complesso degli eventi del conflitto in Palestina renda pressante gli interrogativi che questo intervento vuole affrontare: da dove arriva questa sostanziale impunità di Israele? Quali sono le sue “condizioni di possibilità”? E soprattutto, come si può superare questa situazione?

Se è chiara, come dicevo sopra, la generale esigenza strategica statunitense di controllo dell’area mediorientale tramite l’alleato israeliano, i problemi che mi pongo in questo scritto sono due: quello di comprendere le mediazioni attraverso le quali tale esigenza si traduce in costruzioni ideologiche diffuse che rendono accettabile, fra la popolazione dei paesi occidentali, la sostanziale impunità di Israele, e quello di iniziare una critica radicale di tali costruzioni ideologiche.

2. La religione dell’olocausto

La mia tesi è che una tale basilare costruzione ideologica, che permea da decenni lo “spirito del tempo” nei paesi occidentali, sia quella che potremmo chiamare “religione della vittima”, un atteggiamento spirituale che, rispetto al tema di cui stiamo parlando, diventa “religione dell’olocausto”. Uso il termine “religione” perché mi sembra che tali costruzioni ideologiche presentino tutte le caratteristiche di una fede religiosa secolarizzata. I principi cardine della “religione dell’olocausto” sono ben noti: in primo luogo, il genocidio ebraico è il Male Assoluto della storia umana, un evento di violenza assoluta, unica, imparagonabile a qualsiasi altra vicenda storica; in secondo luogo, di riflesso, il popolo ebraico che ha subito tale violenza è la Vittima Assoluta, e in quanto tale ha un “credito morale eterno” nei confronti del resto dell’umanità e in particolare del popolo tedesco, responsabile del nazismo che ha portato al genocidio. Questi principi delimitano i confini di ciò che in Occidente è “rispettabile” nel dibattito politico-culturale. Non rispettare tali confini espone all’accusa di “antisemitismo”, che è l’equivalente di una scomunica. I dogmi della religione dell’olocausto sono diventati, in vari paesi e in vari modi, obblighi di legge, per cui la scomunica di cui si diceva può comportare conseguenze legali. La religione dell’olocausto, oltre ai dogmi sopra enunciati, ha ovviamente una sua liturgia, usualmente denominata “politica della memoria”: film, romanzi, spettacoli televisivi, interventi nelle scuole, viaggi scolastici ad Auschwitz, sono tutte pratiche liturgiche il cui scopo è estendere e rafforzare la presa del dogma religioso sulla popolazione.

Questa nuova religione contemporanea copre i crimini di Israele in vari modi: in primo luogo, traccia una linea divisoria fra l’area sacra del Male Assoluto e l’area profana dei tanti mali della storia umana, ai quali appartengono anche le violenze di Israele, che quindi appaiono meno rilevanti e significative rispetto al Male Assoluto. In secondo luogo, qualsiasi opposizione alle violenze di Israele, in quanto violenze operate dalle Vittime del Male Assoluto, appare come un attacco a tali Vittime, ed è quindi imputabile di contiguità col Male Assoluto stesso. Vale a dire che qualsiasi critica allo Stato di Israele o all’ideologia sionista può essere accusata di contiguità con l’antisemitismo, e quindi può essere classificata come infetta dal Male Assoluto: in questo modo essa viene espulsa dall’area del discorso pubblico accettabile, ed eventualmente può essere legalmente repressa. In terzo luogo, è solo Israele, e la Diaspora che lo supporta, a decidere cosa è antisemitismo e cosa no. La religione dell’olocausto, cioè, ha come conseguenza che chi opera violenze e crimini decide se le critiche a tali violenze e crimini hanno diritto di esistenza nel discorso pubblico accettabile oppure no.

Si può osservare, infine, che è soprattutto la pretesa a un credito morale eterno, ad una assoluzione preventiva eterna, a costituire la premessa spirituale del genocidio. È importante sottolineare che non c’è nulla di specificamente ebraico in questo. Qualsiasi individuo e qualsiasi gruppo umano che godesse di una assoluzione preventiva eterna rispetto ai propri atti, finirebbe per compiere atti orribili.

3. Per una critica della religione dell’olocausto

Per combattere l’orrore del genocidio occorre allora combattere la religione dell’olocausto e la sua politica della memoria. Occorre respingere punto per punto la visione della storia che è sottesa alla religione dell’olocausto. Si tratta ovviamente di un compito immane, visto che la religione dell’olocausto è da decenni una componente essenziale dello “spirito del tempo”, almeno nei paesi occidentali. In questo scritto devo limitarmi ad indicare alcuni punti che mi sembrano essenziali.

1. Il nazismo è il colonialismo applicato all’Europa.

In primo luogo, per criticare la religione dell’olocausto occorre criticare la visione del nazismo in essa implicita, e sostituirla con un’altra, che si porterà dietro una “politica della memoria” completamente diversa. Nella visione ufficiale l’antisemitismo e il genocidio ebraico sono gli aspetti fondamentali del nazismo, che ne fanno qualcosa di unico e non paragonabile ad altri eventi storici. Occorre allora compiere l’azione “blasfema”, nei confronti della religione dell’olocausto, di negare questa visione diffusa. Non si tratta di inventarsi nuove teorie, ma di riprendere il filo (interrotto nella coscienza di massa) delle classiche interpretazioni marxiste del nazismo. Intendo cioè sostenere che per combattere la sacralizzazione di Israele occorre ricominciare a parlare di nazismo nei modi in cui ne hanno sempre parlato i marxisti: ovvero, in primo luogo, come un’impresa imperialistica e colonialistica, in quanto tale necessariamente razzista, omicida, sterminista. Il punto fondamentale, nel nazismo, non è l’antisemitismo, ma è l’unione di imperialismo e colonialismo. La differenza specifica del nazismo rispetto alle forme precedenti di imperialismo e colonialismo è stata chiarita da intellettuali non occidentali come Aimé Césaire: si tratta del fatto che col nazismo, per la prima volta, le pratiche imperialistiche e coloniali sono applicate ai popoli europei. Il nazismo è “colonialismo applicato all’Europa”, ed è questo il punto decisivo per comprenderne le dinamiche, non l’antisemitismo. La Seconda Guerra Mondiale non si combatte per decidere il destino degli ebrei, la Germania non invade la Polonia per uccidere gli ebrei, ma per crearsi un impero coloniale nell’Est europeo (polacco e russo), sterminando, cacciando o schiavizzando le popolazioni native (gli slavi, e certo anche gli ebrei). È all’interno di questo progetto imperialistico e coloniale che si attua il genocidio ebraico, conseguenza dell’antisemitismo nazista. Antisemitismo nazista e genocidio del popolo ebraico sono fatti storici, ma non sono i fatti decisivi per la comprensione del nazismo.

2.Tutte le vittime sono uguali.

Un altro aspetto da rifiutare, nella religione dell’olocausto, è la sua politica selettiva della memoria. Occorre mettere in primo piano il fatto che la violenza imperialistica della Germania nazista (e dei suoi alleati come Giappone e Italia) ha provocato decine di milioni di vittime: più di 20 milioni solo fra i cittadini dell’URSS. Altri milioni nel corso della lunga occupazione giapponese della Cina, morti sui quali in Occidente non ci si è mai soffermati molto. E anche parlando solo dei campi di concentramento, in essi sono morte tante altre persone, oltre agli ebrei: per esempio milioni di prigionieri di guerra sovietici. Fra tutte queste vittime, fra tutti questi milioni di morti, si è scelto per decenni di porre tutta la luce, tutta l’attenzione sui sei milioni di morti ebrei. La cosa poteva avere un senso esclusivamente se il genocidio ebraico fosse stato assunto a simbolo di tutta l’altra violenza, se dire “mai più” avesse significato “nessun popolo deve mai più subire nulla di simile” e non “gli ebrei non devono mai più subire nulla di simile”. È chiaro che le cose non sono andate così: invece di un rifiuto universalistico della violenza imperialistica e colonialistica che ha portato a violenze ed orrori culminati nel genocidio ebraico, si è avuta una gerarchizzazione selettiva della condizione di vittima, che è stata essenzialmente ristretta al popolo ebraico ed è stata assunta come condizione ereditaria, per poter essere usata a perpetua scusante di ogni crimine dello Stato di Israele, creando così le “condizioni di possibilità” del genocidio di Gaza. Rifiutare la “religione dell’olocausto” implica rifiutare tale politica selettiva della memoria e sostenere la costruzione di una politica universalistica della memoria.

4. Il sionismo: un’impresa coloniale

È ben noto che religione dell’olocausto è divenuta uno dei pilastri dell’ideologia sionista (nonostante quest’ultima nasca ben prima), perché la creazione dello Stato ebraico in Palestina appare come una forma di risarcimento per le Vittime Assolute, e quindi come una conseguenza inevitabile della sconfitta dell’antisemitismo nazista. Per criticare questo nesso, occorre utilizzare rigorosamente la caratterizzazione del nazismo come estrema e più radicale impresa imperialista e colonialista. È facile capire che ogni impresa coloniale comporta una qualche forma di razzismo nei confronti della popolazione nativa, perché dire che i nativi sono “non-completamente-umani” è il modo migliore per giustificare il fatto che gli si porta via la terra e li si rende servi, in un modo o nell’altro. Ma questo implica logicamente la possibilità della violenza, perché, una volta creata una categoria di esseri “non-completamente-umani”, nei loro confronti cadono i limiti che in ogni cultura tengono a bada la violenza contro gli umani.

Il nazismo rappresenta il culmine della vicenda coloniale europea, il momento in cui il colonialismo europeo diventa “autofagico”, si rivolge contro la stessa Europa. E la sconfitta del nazismo rappresenta la fine della legittimità degli imperi coloniali. Se questa caratterizzazione è corretta, l’eredità della lottta antinazista sta nelle lotte anticoloniali che si sono susseguite nel secondo dopoguerra, e che hanno portato alla fine degli imperi coloniali europei.

Ma la creazione di uno Stato ebraico in Palestina, fatta contro la volontà della popolazione nativa, e realizzata con il trasferimento di ebrei di vari paesi, è una impresa coloniale voluta dalle grandi potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale. Si tratta quindi non della rottura col passato imperialista e colonialista dell’Occidente, culminato nel nazismo, ma al contrario di una sua estrema filiazione. Lungi dall’essere espressione dei valori della lotta antinazista, la creazione dello stato di Israele è cioè in piena continuità con quel passato di violenza coloniale che trovò la sua più atroce espressione nel nazismo.

In quanto progetto coloniale il sionismo riproduce tutti gli aspetti disumanizzanti, nei confronti dei nativi, tipici di ogni forma di colonialismo. I crimini del sionismo sono conseguenze inevitabili del progetto sionista, che è quello di fondare uno Stato ebraico in una terra abitata da una popolazione che non è ebrea e non desidera far parte di uno Stato ebraico. In questa situazione, la realizzazione del progetto sionista implica necessariamente una delle seguenti azioni, o una loro combinazione:

1. La dittatura del popolo eletto, cioè l’accoglimento di una parte della popolazione nativa in posizione subordinata.

2. La pulizia etnica.

3. Il genocidio.

La concreta politica dello Stato di Israele è passata nei decenni dall’una all’altra di queste possibili azioni, iniziando con la pulizia etnica al tempo della creazione dello Stato, passando attraverso la dittatura militare imposta alle popolazioni dei territori occupati dopo la Guerra dei Sei Giorni e arrivando al genocidio con la recente guerra contro i civili di Gaza. A questo proposito occorre forse spendere qualche parola sul concetto di “dittatura militare”. È noto che uno dei punti fondamentali della propaganda filoisraeliana è la nozione di Israele come “unica democrazia del Medio Oriente”. Il punto è che si tratta di una “democrazia del popolo dei signori”, cioè di una democrazia non universalistica, che quindi non è una vera democrazia. Democrazia vorrebbe infatti dire “potere del popolo”, e nei tempi moderni questo significa che il popolo soggetto a un potere statale ha diritto di controllo sul potere stesso, innanzitutto tramite il voto. Ora, da poco meno di sessant’anni, i palestinesi dei territori occupati sono sottoposti a un potere che incide pesantemente sulle loro vite (per esempio, creando sempre nuove colonie israeliane) ma rispetto al quale essi non hanno nessun potere di controllo. I cittadini israeliani votano e, in linea di principio, potrebbero votare partiti decisi a fermare la creazione di colonie in Cisgiordania. I palestinesi della Cisgiordania non possono farlo. Perciò il potere israeliano nei loro confronti è un potere sul quale essi non hanno nessun controllo o contrappeso, è cioè un potere tirannico, dittatoriale. E non si tratta di una situazione contingente: l’occupazione israeliana dura da quasi sessant’anni, più della metà della vita dello Stato di Israele. Abbiano cioè a che fare con uno Stato che esiste da circa ottant’anni e che negli ultimi suoi sessant’anni di esistenza ha esercitato un potere dittatoriale su una popolazione che non ha nessun mezzo di difesa da esso, e in particolare nessun diritto di voto su di esso. Di fronte a queste considerazioni, la definizione di Israele come Stato democratico sembra non reggere. D’altra parte, questa situazione non è un fatto casuale, un imprevedibile effetto collaterale: esso è conseguenza logica del progetto sionista, che è quello, ripetiamolo, di fondare uno Stato ebraico in una terra abitata da una popolazione che non desidera far parte di tale Stato. L’occupazione militare di terre abitate dai palestinesi è allora necessaria, all’interno del progetto sionista, e quindi è necessaria la dittatura militare nei confronti delle popolazioni occupate. La caratterizzazione dello Stato di Israele come dittatura militare sui palestinesi è cioè intrinseca alla natura stessa del progetto sionista, almeno finché esisteranno palestinesi in Palestina.

5. Sionismo e antisemitismo

Come tutte le fedi fanatiche, anche la religione dell’olocausto copre le proprie contraddizioni accusando di malvagità coloro che la criticano. L’accusa ovvia è quella di antisemitismo. È allora interessante notare che il sionismo condivide alcuni assunti fondamentali con l’antisemitismo. Sostenendo che gli ebrei sono un popolo che deve costituire un proprio Stato etnico in Palestina, il sionismo implica che i cittadini ebrei di Francia, Germania, Inghilterra, Polonia ecc. non sono cittadini come tutti gli altri. La cosa appare del tutto evidente se si pensa che viene presentato come un fatto ovvio e naturale che, alla fine della Seconda Guerra Mondiale gli ebrei sopravvissuti si trasferiscano in Palestina. Questo è certo umanamente comprensibile: persone perseguitate, vittime di atroci violenze che sfuggono a un panorama di distruzione e cercano di rifarsi una vita. Cos’altro potevano fare? La risposta però è banale. Gli ebrei sfuggiti al genocidio potevano fare quello che alla fine della guerra hanno fatto tutti gli altri profughi e prigionieri (compresi molti ebrei come Primo Levi): tornarsene ai loro paesi, alle loro case. Il sionista può replicare che le case erano distrutte, e i paesi di cui gli ebrei erano cittadini, in molti casi li avevano perseguitati. E a questo si potrebbe rispondere che le case si ricostruiscono, e che milioni di uomini e donne in tutto il mondo avevano sofferto sacrifici fino alla morte per sconfiggere il nazismo e quindi anche il suo antisemitismo. Ma non si tratta qui di discutere su cosa fosse possibile fare in quel momento. Si tratta di capire il significato delle scelte allora compiute. Scegliendo di abbandonare i loro paesi di origine per la Palestina, i fondatori dello Stato di Israele in sostanza hanno espresso il messaggio che i cittadini ebrei italiani, polacchi, francesi eccetera sono diversi dagli altri cittadini italiani polacchi francesi eccetera.. Perché un italiano polacco francese eccetera, alla fine della guerra, ha l’unico pensiero di tornarsene al proprio paese, alla propria casa, e non gli passerebbe mai per la testa di andare a fondare un altro Stato da qualche altra parte. L’idea che una minoranza, in qualsiasi modo determinata, di cittadini, per esempio italiani, se ne vada dall’Italia per fondare un altro Stato sarebbe assurda, (e significherebbe solo che quegli italiani non si sentono più tali). A nessuno verrebbe in mente che sarebbe una buona idea se i marchigiani andassero a fondare uno Stato marchigiano in Patagonia o in Scozia. O che gli italiani omosessuali andassero a fondare uno Stato per omosessuali in Paraguay. E si noti che nel caso degli omosessuali vi sono evidenti analogie con gli ebrei: anche gli omosessuali hanno subito una persecuzione secolare che è culminata con l’internamento nei lager nazisti. Il punto fondamentale del mio argomento è che la tesi sionista sulla fondazione di uno Stato ebraico nel quale radunare gli ebrei del mondo equivale all’affermazione che gli ebrei italiani polacchi francesi eccetera sono cittadini diversi dagli altri (dagli altri italiani polacchi francesi che non si sognerebbero di fondare altri Stati altrove). Ma questa è esattamente la tesi dell’antisemitismo, che infatti non vuole necessariamente lo sterminio degli ebrei, ma vuole in ogni caso separare, in un modo o nell’altro, i cittadini ebrei dagli altri cittadini (italiani polacchi francesi eccetera), appunto per la diversità dei primi. Il sionismo e l’antisemitismo concordano nel ritenere che gli ebrei non siano “veramente” italiani polacchi francesi eccetera. Il sionismo riprende le fondamentali tesi antisemite.

6. Autorità della vittima?

Abbiamo accennato, all’inizio, al fatto che la “religione dell’Olocausto” è un caso particolare di quella che potremmo chiamare “religione della vittima”, una complessa costruzione culturale che oggi costituisce una struttura di fondo dello “spirito del tempo”, almeno nei paesi occidentali. Questo articolo vorrebbe essere, fra l’altro, un invito alla critica di tale complesso culturale per favorirne il superamento. Naturalmente, qui possiamo discuterne solo alcuni elementi. Uno di essi è l’assunzione a guide morali sacre, quindi non criticabili, di persone che hanno subito violenza in un modo o nell’altro. Anche su questo occorre, io credo, assumere una posizione radicalmente “atea”, che rifiuti tale sacralità e sviluppi un discorso che apparirà necessariamente blasfemo alle orecchie della maggioranza della popolazione, che ha assorbito la “religione delle vittime”. Il punto di partenza potrebbe essere la seguente frase, attribuita a Sartre (non ho un riferimento preciso): “non importa ciò che ti hanno fatto, ma ciò che tu fai con quello che ti hanno fatto” . L’essere vittima è un fatto assolutamente casuale, che non ha nessun legame con ciò che è o ciò che fa o ha fatto la vittima. È proprio questa assoluta casualità ciò che colpisce nelle vicende delle vittime del genocidio nazista o di altri eventi simili. Ciò significa che l’essere vittima non dice nulla su ciò che è la persona, sulle sue qualità o sui suoi difetti. Ma l’autorità, morale o intellettuale, di una persona dovrebbe dipendere da ciò che tale persona è sul piano morale o intellettuale, e da come essa manifesta questo suo essere, non dal fatto che le siano capitate delle disgrazie o che abbia subito violenze. E se ha subito violenze, è solo il modo in cui elabora quello che ha subito a determinare il suo valore morale o intellettuale. Di conseguenza, aver subito la violenza nazista di per sé non dà nessuna autorità intellettuale per parlare del nazismo, se non come testimone. Naturalmente, le testimonianze sono importati, e gli storici le usano, ma poi le elaborano all’interno di un percorso intellettuale di comprensione teorica. L’esperienza, da sola, non dice nulla. I soldati sopravvissuti a una guerra hanno esperienza della guerra stessa, ma quanti hanno realmente compreso le dinamiche profonde di quello che hanno vissuto? Solo quei pochi che hanno studiato e approfondito e riflettuto a lungo. Questo per quanto riguarda il piano dell’autorità intellettuale, dell’autorità cioè nella comprensione storica e filosofica degli eventi. Per quanto riguarda il piano dell’autorità morale, il principio è analogo: il giudizio morale su una persona lo si dà in base a ciò che quella persona fa o dice, cioè a quanto dipende da lei, non al fatto di aver subito violenza, che è qualcosa che non dipende dalla persona stessa. Se una vittima del nazismo esprime posizioni che in ultima analisi fungono da supporto al genocidio perpetrato a Gaza, tale persona, ai miei occhi, non ha nessuna autorità morale, esattamente come chi esprime le stesse posizioni senza aver subito violenza. Ognuno è quello fa, non quello che ha subito.

7. Non siamo migliori dei tedeschi

Esaminiamo adesso, per concludere, un altro dei dogmi della religione dell’Olocausto: quello della colpa inestinguibile dei popoli europei, e in particolare dei tedeschi. L’evento del genocidio ebraico, questa incursione del Male Assoluto entro la storia umana, lascia per sempre infetti i popoli che ne sono stati portatori, condannandoli ad un’eternità di espiazione, che si traduce nell’appoggio acritico a qualsiasi politica dello Stato di Israele. In questo modo la religione dell’Olocausto costruisce una netta separazione fra i popoli europei di allora, affetti dal Male Assoluto (i “volonterosi carnefici di Hitler”) e i devoti popoli europei di oggi, genuflessi di fronte alle Sacre Vittime dell’Olocausto (i “volonterosi carnefici del sionismo”, si potrebbe dire).

Ma la critica alla religione dell’olocausto va portata anche su questo punto. La prima considerazione da fare riprende la tesi esposta all’inizio, che vede il nazismo come estrema manifestazione di imperialismo e colonialismo. Di conseguenza, ammesso che abbia senso parlare di una responsabilità collettiva (e di questo bisognerebbe discutere, ma farlo adesso comporterebbe una diversione), essa non è tanto dei tedeschi, ma dell’intero Occidente, per le sue pratiche imperialiste e colonialiste che attraversano l’intera epoca moderna, accentuandosi nel corso dell’Ottocento. Ma anche restringendo il campo visuale al genocidio ebraico attuato dal nazismo, mi sembra necessario dire qui una sgradevole verità: noi occidentali contemporanei, devoti fedeli di ogni forma di religione delle vittime, non siamo migliori dei tedeschi contemporanei del genocidio ebraico. Abbiamo assistito a un genocidio facendo poco o nulla, cosa che è stata sempre rimproverata al popolo tedesco. Ma loro, i tedeschi degli anni dal ‘42 al ‘45, nel momento di concreta attuazione del genocidio, avevano, rispetto a noi, molti più ostacoli nel “fare qualcosa”. I punti essenziali a questo proposito sono due: in primo luogo, essi sapevano poco o nulla sulla realtà dei lager e del genocidio. Certo, sapevano per il regime era antisemita e chi era a contatto con cittadini ebrei sapeva che gli ebrei tedeschi sparivano (ovviamente il tedesco medio non sapeva nulla di quanto accadeva agli ebrei polacchi o sovietici). Ma rispetto a quello che accadeva agli ebrei deportati, il regime non faceva certo pubblicità. In Germania le notizie erano controllate da un regime dittatoriale che rendeva rischiosa la semplice ricerca dei fatti. Paragoniamo questa situazione con quella di noi occidentali rispetto alla quantità strabordante di informazioni che abbiamo ricevuto sulle stragi e le distruzioni a Gaza. È evidente che non c’è paragone possibile. Noi tutti in Occidente sappiamo, o abbiamo possibilità di sapere con estrema facilità, enormemente di più sul genocidio a Gaza di quanto potesse sapere il tedesco medio sul genocidio ebraico negli anni in cui questo si svolgeva.

Il secondo punto essenziale riguarda il fatto che, oltre a sapere, abbiamo possibilità di intervenire, di manifestare, di protestare, molto maggiori rispetto ai tedeschi sotto il nazismo. E infatti, quando, dopo due anni di genocidio, abbiamo cominciato a farlo, qualche effetto c’è stato. Nessun paese occidentale è una dittatura paragonabile a quella nazista, almeno finora. Certo ci sono da decenni spinte a ridurre gli spazi di libera espressione del pensiero, ed esse si sono fatte più forti proprio in risposta alle proteste per Gaza, come si è visto soprattutto in Germania e nel Regno Unito. Ma rimane comunque uno spazio per protestare, che assolutamente non esisteva nella Germania nazista.

Tutto questo ci dice che gli abitanti dei paesi occidentali, paesi i cui dirigenti politici hanno attivamente sostenuto il genocidio, sono enormemente più responsabili, verso questo genocidio, di quanto fossero i tedeschi all’epoca del genocidio ebraico.

Ma tutto questo è normale: l’essere umano medio non è un eroe, e in condizioni di crisi pensa prima di tutto a mettere al sicuro sé stesso e le persone care. Questo hanno fatto i tedeschi sotto il nazismo. Certo non sono stati eroi: nello loro larga maggioranza, non hanno messo a rischio sé stessi per proteggere gli ebrei. Ma questo è esattamente quanto si può dire dei popoli dei paesi occidentali rispetto al genocidio di Gaza: non siamo stati eroi, non siamo migliori dei tedeschi di quegli anni.

Queste considerazioni hanno una importante conseguenza: i tedeschi devono porre termine alla loro penitenza infinita. In primo luogo, i tedeschi di quegli anni hanno fatto quello che abbiamo fatto tutti, per quasi due anni, rispetto al genocidio di Gaza. In secondo luogo, se c’è una colpa, questa è dei contemporanei alla violenza verso le vittime della violenza. Non dei discendenti dei contemporanei verso i discendenti delle vittime. Nessun essere umano nato dopo il 1945 ha nessun debito nei confronti delle vittime ebraiche del genocidio, tanto meno nei confronti dei loro discendenti. I tedeschi hanno un solo obbligo morale, ed è lo stesso che abbiamo tutti noi esseri umani: essere testimoni di verità e giustizia. E la verità è che oggi c’è un popolo martirizzato, ed è il popolo palestinese, e c’è un carnefice, ed è lo Stato di Israele. E giustizia chiede che la vittima sia protetta e il carnefice contrastato. La vittima di oggi, il carnefice di oggi. Non quelli di ottant’anni fa.

da qui

Diritti del lavoro sotto attacco: l’avanzata globale della repressione antisindacale - Giorgio Trucchi

 

Il nuovo Indice Globale dei Diritti della CSI fotografa un peggioramento diffuso: scioperi vietati, sindacalisti arrestati, proteste represse e riforme neoliberiste che smantellano tutele e contrattazione. Dalle Americhe all’Europa, il lavoro torna nel mirino di governi autoritari e ultraconservatori.

 

L’aumento di cinque punti percentuali delle violazioni alla libertà d’espressione e di riunione, di sei punti dei casi di aggressione violenta e di tre punti degli attacchi alle libertà civili, in particolare fermi ed arresti, contro lavoratori, lavoratrici e sindacalisti è quanto denuncia la Confederazione Sindacale Internazionale (CSI – ITUC) nel suo Indice Globale dei Diritti 2026.

Pubblicato per la prima volta nel 2014, il rapporto annuale della CSI analizza la situazione dei diritti sindacali e del lavoro in 151 nazioni. Tre sono le tendenze emerse nell’analisi dello scorso anno: la persecuzione di dirigenti sindacali, l’uso di sistemi di vigilanza per controllare il personale e tracciare le attività sindacali e la mancata consultazione dei rappresentanti dei lavoratori nei processi di riforma delle legislazioni sul lavoro.

Europa ed Americhe hanno registrato la loro peggiore media di punteggio per nazione dalla prima pubblicazione dell’Indice Globale dei Diritti. Nel caso delle Americhe è passata da 3,68 a 3,72 rispetto allo scorso anno, dove la categoria 5+ indica che i diritti non sono garantiti a causa della “distruzione dello stato di diritto”, 5 che i diritti non sono garantiti, 4 che ci sono violazioni sistematiche dei diritti, 3 che tali violazioni sono abituali, 2 che le violazioni sono ripetute e 1 che sono sporadiche.

Asia Occidentale e Africa Settentrionale si confermano in cima alla lista nera assoluta delle regioni con la peggiore media di punteggio per nazione (4,68), seguiti da Asia Orientale (4,08) e Africa (3,91). In netto deterioramento e prossima alla categoria di “violazione abituale dei diritti” l’Europa, con un punteggio di 2,80.

I dieci Paesi in cui lavoratori, lavoratrici e sindacalisti soffrono maggiormente la violazione dei propri diritti sono Argentina, Bielorussia, Ecuador, Egitto, eSwatini (Swaziland), Myanmar, Nigeria, Panama, Tunisia e Turchia. Il turbocapitalismo di Javier Milei e José Raúl Mulino fanno entrare per la prima volta l’Argentina e Panama nella lista nera. Osservati speciali per l’aumento delle violazioni rispetto all’anno precedente Filippine, Guinea-Bissau, Israele, Liberia, Moldavia, USA e Zimbabwe.

Le principali violazioni colpiscono il diritto di sciopero, che non viene garantito nell’87% delle nazioni osservate, il diritto alla negoziazione collettiva (80%), alla libertà di associazione e organizzazione (75%), all’accesso alla giustizia (72%). Per quanto riguarda la libertà d’espressione e di assemblea, il rapporto evidenzia chiare violazioni nella metà delle nazioni, un dato che è raddoppiato nell’ultimo anno, mentre nel 32% di esse sono state segnalate aggressioni e atti di violenza contro lavoratori organizzati, includendo l’omicidio in almeno quattro Paesi, tra cui Colombia e Messico. Fermi e arresti di lavoratori, lavoratrici e sindacalisti vengono denunciati nelle metà (75) delle nazioni osservate. 

In generale, la condotta antisindacale e repressiva e le inadempienze e violazioni delle leggi che regolano il lavoro sono cresciute globalmente rispetto all’anno precedente, con particolare intensità nei Paesi in cui governano forze politiche ultraconservatrici e autoritarie, che promuovono modelli basati sulla radicalizzazione delle dottrine di libero mercato, con relativa riduzione dello Stato, deregolamentazione e precarizzazione del mercato del lavoro, aumento dell’esternalizzazione (outsourcing), smantellamento delle tutele e il progressivo calo di rappresentanza e potere contrattuale delle organizzazioni dei lavoratori. Tutti fenomeni che favoriscono la precarietà, l’informalità e lo sfruttamento della manodopera, specialmente quella migrante, ridotta in condizioni di semischiavitù. Segnalata anche la complicità con la criminalità organizzata e la politica corrotta.  

“C’è un’avanzata preoccupante delle destre sia in America Latina che nel mondo e ciò implica un inasprimento del modello neoliberista, con una maggiore privatizzazione dei servizi pubblici ed esternalizzazione del lavoro, licenziamenti di massa, precarizzazione e flessibilizzazione dei posti di lavoro, che conducono inevitabilmente a una limitazione crescente dell’agire sindacale”, spiega a Pagine Esteri, Fernando Espinales, presidente dello storico sindacato honduregno Stibys.

Nel mirino in questi giorni in Honduras c’è il servizio elettrico nazionale, che il governo ultraconservatore del pupillo di Trump, Nasry Asfura, sta cercando di privatizzare dividendo in tre parti l’azienda pubblica ENEE. Una manovra che segue l’approvazione di una legge che introduce e regola il “lavoro a tempo parziale”, una riedizione peggiorata della famigerata legge sull’impiego a ore, abrogata nel 2022 sotto l’impulso del governo di Xiomara Castro.

“Soprattutto nel settore pubblico hanno già licenziato migliaia di persone e decapitato i vertici dei principali sindacati, mentre la promozione di terziarizzazione, appalti e subappalti nel settore privato ha l’obiettivo di distruggere o indebolire il più possibile qualsiasi forma di rappresentanza dei lavoratori”, avverte Espinales.  

Nelle Americhe, oltre ai già citati casi di Argentina, Ecuador e Panama, troviamo anche Colombia, Guatemala e Honduras tra le nazioni in cui i diritti non sono garantiti, mentre Costa Rica, El Salvador, Perù e Stati Uniti d’America si posizionano solo un gradino più in basso, tra quelle in cui la violazione dei diritti è sistematica.

In Argentina, che nell’Indice Globale dei Diritti della CSI crolla dalla categoria 3 alla 5 in soli due anni, la riforma del lavoro promossa contro venti e maree da Javier Milei ha vulnerato pesantemente i diritti individuali e collettivi di lavoratori e lavoratrici, ma anche di pensionati e studenti. Estensione della giornata lavorativa e dei periodi di prova, facilitazione dei licenziamenti, limitazioni nel pagamento degli straordinari, dei diritti di fine rapporto e del diritto di sciopero, con la conseguente diminuzione del potere contrattuale dei sindacati. La protesta nelle piazze contro le riforme e la crisi economica e sociale è stata più volte repressa con decine di feriti e centinaia di arresti. “Dal su arrivo alla presidenza nel 2023, il presidente Milei, di estrema destra, si è messo alla testa di un programma radicalmente antisindacale, minando i diritti fondamentali dei lavoratori, le libertà civili e l’attività sindacale”, segnala il documento.

A Panama le proteste contro la legge 462, imposta dal presidente Mulino e che eleva l’età pensionabile, privatizza servizi essenziali e trasferisce fondi statali alle banche private, sono state sistematicamente represse ed è stato dichiarato lo stato d’emergenza in alcune regioni. Parallelamente sono iniziate una serie di rappresaglie contro il movimento sindacale e i lavoratori pubblici, specialmente il settore educativo, che protestavano anche contro il rilancio dell’attività estrattiva e il protocollo firmato tra Panama e Stati Uniti per favorire una maggiore presenza militare nordamericana nel Paese. Un’ondata di licenziamenti ha investito il personale docente. 

Più di 5 mila lavoratori delle piantagioni di banane della brasiliana Chiquita Brands (Cutrale-Safra), in maggioranza appartenenti all’etnia Ngäbe-Buglé, sono stati licenziati in tronco per avere partecipato a uno sciopero nella zona di Bocas del Toro. I principali dirigenti del sindacato bananero Sitraibana sono stati arrestati. Anche lo storico e combattivo sindacato della costruzione Suntracs ha subito una persecuzione feroce. I suoi dirigenti sono stati prima accusati di riciclaggio di denaro e poi colpiti da mandato di cattura, obbligandoli all’esilio. Al sindacato sono stati bloccati i conti correnti bancari e limitato l’accesso ai depositi delle quote sindacali e sono fioccate minacce di scioglimento forzato. Più di 700 tesserati sono stati arrestati o multati e più di 80 sono ancora in carcere. 

“Fin dall’inizio, Mulino ha detto chiaramente che avrebbe governato per favorire l’impresa privata ed è quello che sta facendo. I sindacati e le organizzazioni sociali sono invece ostacoli e nemici da combattere e annientare. Infatti ha represso le proteste e perseguitato organizzazioni e dirigenti con carcere e licenziamenti”, spiega a Pagine Esteri, Ismael Marín, dirigente sindacale del settore bevande (Sticp-Fuclat).

È così tanto il potere concesso agli imprenditori, assicura Marín, che si sentono in diritto di decidere se rispettare o meno i contratti collettivi e individuali, la legislazione sul lavoro, le convenzioni che Panama ha firmato a livello internazionale.

“L’unico modo per sopravvivere a questo miserabile governo, diretto dall’oligarchia con il consenso di Washington, e alla sua condotta antisindacale, è non abbassando la testa”.

Non diversa la situazione in Ecuador dove l’ultraliberista Daniel Noboa, membro di una delle famiglie più ricche e potenti del Paese, ha promosso una riforma del Codice del lavoro che flessibilizza le condizioni e i contratti, precarizza il mercato, prolunga l’orario di lavoro, impone nuovi requisiti per la registrazione dei dirigenti e l’iscrizione delle organizzazioni sindacali, modifica i requisiti per la firma e i rinnovi contrattuali e attiva meccanismi per una loro “revisione d’ufficio”.

Il rapporto della CSI segnala inoltre la promulgazione di una legge che consente la sorveglianza senza mandato, nonché l’intercettazione delle comunicazioni e la raccolta di dati privati, tipificando “le minacce” in modo sufficientemente ampio da criminalizzare le proteste sociali e l’attività sindacale. La nuova legge impone inoltre alle più di 13 mila organizzazioni sociali, tra cui i sindacati, di divulgare informazioni personali sui propri membri, pena lo scioglimento.

“Stiamo assistendo a un’erosione globale dei principi democratici, finanziata dai ricchi e portata avanti da leader politici autoritari e di estrema destra. Praticamente un colpo di stato dei multimilionari contro la democrazia. Le rivendicazioni dei lavoratori e delle lavoratrici, che dovrebbero costituire la base della democrazia, sono zittite e si constata una maggiore concentrazione di ricchezza e di potere in mano a un pugno di persone”, sintetizza il rapporto della CSI.  

Per l’organizzazione sindacale internazionale “le libertà e i diritti di cui le persone dipendono per mantenere standard di vita dignitose e condizioni di lavoro eque, sono sotto attacco da parte di una piccola minoranza focalizzata sull’accumulo di ricchezza e potere. Numerosi miliardari in tutto il mondo stanno colludendo con leader politici, spesso di destra o di estrema destra, per consolidare il potere e eliminare diritti”. 

Nel mirino ci sono i sindacati in quanto i lavoratori e le lavoratrici che rappresentano sono la base dei sistemi democratici e ciò che stanno difendendo sono i pilastri fondamentali della democrazia, della prosperità e della libertà. “Le tattiche variano, ma lo scopo di chi tira le fila è lo stesso: consolidare il potere e mettere a tacere la voce dei lavoratori. “In questo senso – conclude la CSI – la solidarietà diventa l’unico modo che può guidare i lavoratori a superare questo colpo di stato contro la democrazia per garantire un futuro benefico a tutti e non solo per pochi potenti”.

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martedì 7 luglio 2026

Il pestaggio più grave mai documentato nella storia in carcere - Ilaria Cucchi


“Quando vedemmo i video delle violenze restammo sconvolti: non ci saremmo mai aspettati una cosa del genere da parte di servitori dello Stato”. Lo ha detto il pubblico ministero, aprendo la requisitoria nell’aula bunker di Caserta. E quando un magistrato che di mestiere vede omicidi e pestaggi tutti i giorni dice di non essersi mai aspettato una cosa simile dallo Stato, vuol dire che siamo davanti a qualcosa di davvero osceno.

Il 6 aprile 2020, all’alba della pandemia, nel carcere di Santa Maria Capua Vetere i detenuti del reparto Nilo vennero massacrati per più di quattro ore. La colpa quella di aver chiesto delle mascherine, il giorno prima, dopo il primo caso di Covid in un reparto vicino.

Ci sono 103 persone imputate: agenti penitenziari, medici dell’Asl, vertici del Dap (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria).

Dopo le botte, naturalmente, il depistaggio. Perché non basta spaccare le ossa a un uomo indifeso, bisogna anche riscrivere la realtà per farlo sembrare colpevole. Referti medici falsificati per nascondere le lesioni, una rivolta inventata di sana pianta per coprire quella che fu una spedizione punitiva organizzata. Nelle carte del processo si legge, testualmente, “un falso galattico”.

Io questo schema lo conosco a memoria, e ogni volta lo rivedo identico, fotocopiato. L’ho vissuto sulla mia pelle per sedici anni, e ancora oggi mi chiedo come sia possibile continuare ad agire sempre allo stesso modo, con la sicurezza di chi ha coperture ben precise dall’alto.

E infatti c’è un dettaglio di questa vicenda che non sfugge a chi vuole vedereAntonio Fullone, all’epoca provveditore regionale del Dap in Campania, è per l’accusa l’uomo che organizzò quella perquisizione diventata massacro. È innocente fino a condanna definitiva, deve essere chiaro, perché le garanzie valgono per tutti. Ma nell’agosto del 2025, mentre il processo è ancora in corso, Fullone è stato nominato dirigente generale della Direzione Generale della Formazione del Dap, il vertice della formazione di tutto il personale penitenziario italiano. Una nomina firmata sotto il governo di cui fa parte Andrea Delmastro Delle Vedove, sottosegretario alla Giustizia con delega all’amministrazione penitenziaria, lo stesso che nel giugno 2020 si era precipitato davanti a quel carcere per applaudire pubblicamente agenti già indagati per tortura. Non serve aspettare una sentenza per leggere il segnale politico di una promozione del genere. Il messaggio è arrivato, forte e chiaro, a tutto l’apparato dello Stato: chi protegge il corpo fa carriera, chi parla resta solo a pagarne il prezzo.

È lo stesso identico messaggio che ho visto recapitare agli uomini coinvolti nella morte di mio fratello e nei successivi falsi e depistaggi, anno dopo anno, processo dopo processo. Ed è lo stesso messaggio che oggi, in questo governo, continua a essere recapitato a chi indossa una divisa: copri e farai carriera.

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La caccia invisibile - Mario Sommella

Come Trump ha trasformato la deportazione in un’industria silenziosa

Mentre il mondo guarda i Mondiali, l’amministrazione Trump ha ordinato in segreto la più grande accelerazione di arresti nella storia dell’ICE. Senza telecamere, senza annunci, senza testimoni. Perché il potere ha imparato che la repressione funziona meglio quando nessuno la vede.

1. Cinque giorni, diecimila persone

C’è stato un tempo, appena un anno fa, in cui le retate dell’ICE si annunciavano come operazioni militari: conferenze stampa, agenti in tenuta da combattimento davanti alle telecamere, il segretario alla Sicurezza Interna in giubbotto tattico per i fotografi. Quel tempo è finito. Non perché la macchina si sia fermata, ma perché ha imparato a lavorare al buio.

Secondo documenti interni ottenuti dal New York Times, le autorità federali per l’immigrazione hanno arrestato più di diecimila persone in cinque giorni, alla fine di giugno. Il ritmo, oltre duemila arresti al giorno, è circa il doppio di quello registrato all’inizio del 2026, quando la media quotidiana si aggirava intorno alle mille persone. Il picco è stato toccato sabato 27 giugno, con più di 2.400 arresti in un solo giorno, e la popolazione detenuta nelle strutture ICE è cresciuta di quasi quattromila unità in pochi giorni, superando quota 63.000. Tre funzionari a conoscenza delle conversazioni interne hanno confermato che la spinta ad alzare i numeri è arrivata direttamente dalla Casa Bianca.

Gli ordini operativi sono di una brutalità burocratica che meriterebbe un posto negli archivi della storia amministrativa della repressione: ai vertici territoriali dell’ICE è stato imposto di tenere quanti più agenti possibile al lavoro sette giorni su sette e di destinare l’ottanta per cento del personale alle operazioni di arresto, sottraendolo a ogni altra funzione. Non indagini, non verifiche, non garanzie: arresti. Il capo della divisione espulsioni dell’ICE, Marcos Charles, ha ringraziato per iscritto i suoi uomini per gli sforzi straordinari del fine settimana, con il linguaggio soddisfatto di un dirigente commerciale che ha superato il budget trimestrale. Perché di questo, come vedremo, si tratta: di un budget. Di un fatturato.

2. La strategia del silenzio

Ciò che distingue questa offensiva dalle precedenti non è la scala. È l’assenza di spettacolo. Per tutto il 2025 l’amministrazione aveva annunciato in anticipo le proprie intenzioni prima di riversare ondate di agenti su Chicago, Los Angeles e Minneapolis. Era una repressione-propaganda, costruita per la base elettorale, con la crudeltà come messaggio politico. Quel modello si è rotto. E si è rotto perché la gente è scesa in strada.

Il nuovo segretario alla Sicurezza Interna, Markwayne Mullin, ha promesso una campagna di applicazione più silenziosa dopo il caos dell’operazione di un mese in Minnesota, dove agenti federali hanno ucciso due cittadini statunitensi. La parola chiave è «silenziosa». Non più umana, non più legale, non più rispettosa dei diritti: silenziosa. Gli arresti sono stati spalmati sui momenti ordinari della vita quotidiana invece che concentrati in retate spettacolari: i controlli periodici presso gli uffici dell’immigrazione, i posti di blocco stradali, gli incontri per strada. La persecuzione si è fatta capillare, diffusa, ambientale. Non irrompe più nella cronaca: si insinua nella normalità.

E il tempismo non è casuale. Tutto questo avviene mentre gli Stati Uniti ospitano i Mondiali di calcio, con gli occhi del pianeta puntati sugli stadi e le città americane trasformate in vetrine globali. Dietro la vetrina, l’arcipelago dei centri di detenzione si riempie a ritmi mai visti nella storia dell’agenzia. È la versione aggiornata di una vecchia lezione autoritaria: il grande evento sportivo come cortina, la festa come anestesia.

3. Il sangue che ha imposto il silenzio

Per capire perché il potere ha scelto l’invisibilità bisogna ricordare cosa è successo quando era visibile. Tra settembre 2025 e febbraio 2026 gli agenti federali dell’immigrazione hanno sparato a quattordici persone, nel corso di operazioni condotte in case, luoghi di lavoro, tribunali e strade. A Minneapolis, durante l’operazione Metro Surge, definita dal Dipartimento della Sicurezza Interna la più grande operazione di applicazione delle leggi sull’immigrazione mai condotta, sono morti due cittadini americani.

Il 7 gennaio un agente dell’ICE ha ucciso Renee Nicole Good, trentasettenne, sparandole mentre era nella sua auto. I funzionari dell’amministrazione sostennero che avesse tentato di investire un agente, ma i video dei passanti smentirono presto la versione ufficiale, mostrando la donna che cercava semplicemente di allontanarsi. Renee Good era una madre di tre figli che si era da poco trasferita a Minneapolis. Il 24 gennaio due agenti hanno ucciso Alex Pretti, trentasette anni, infermiere di terapia intensiva presso l’ospedale dei veterani di Minneapolis. Stava filmando con il telefono gli agenti mascherati e si era frapposto tra un agente e una donna spinta a terra. È stato colpito con spray al peperoncino, atterrato da più agenti e ucciso mentre circa sei uomini lo circondavano. Anche in questo caso la narrazione governativa, che lo dipinse come terrorista domestico, è stata demolita dai video verificati dalle principali agenzie internazionali.

La reazione popolare fu imponente: il 23 gennaio 2026 il Minnesota conobbe uno sciopero generale contro l’operazione e contro l’impunità degli agenti, seguito da centinaia di manifestazioni in tutto il Paese. Il costo politico costrinse l’amministrazione a sacrificare qualche pedina: Gregory Bovino, il comandante delle operazioni, fu privato del suo titolo e avviato al pensionamento, mentre Kristi Noem venne rimossa dalla guida del Dipartimento e sostituita da Mullin. Ma la macchina non si è fermata: ha solo cambiato marcia. E oggi il governo federale trattiene le prove delle uccisioni, ha bloccato fisicamente gli investigatori statali sulla scena del delitto Pretti e custodisce l’auto di Renee Good, mai esaminata, avvolta nel cellophane in un magazzino dell’FBI, tanto che lo Stato del Minnesota ha dovuto fare causa all’amministrazione per ottenere l’accesso alle prove. Quando lo Stato federale nasconde le prove dell’uccisione dei propri cittadini, non siamo più davanti a eccessi: siamo davanti a un metodo.

4. I volti dietro i numeri

Diecimila arresti in cinque giorni sono un’astrazione statistica finché non si guardano i volti. Suor Letty Ugboaja, religiosa nigeriana e infermiera, è stata arrestata il 28 giugno a McAllen, in Texas, mentre andava in chiesa la domenica mattina; è stata rilasciata solo dopo l’intervento di funzionari del Congresso. Arturo, operaio messicano di quarantotto anni che costruiva mobili sei giorni alla settimana, è stato preso a Salt Lake City mentre andava a una partita di calcio. Un padre nicaraguense di due figli è stato arrestato a Miami quando si è presentato al controllo che il governo stesso gli aveva fissato: la sua udienza in tribunale era prevista per il 2027. Si presenta all’appuntamento con lo Stato, e lo Stato lo incatena.

Vale la pena fermarsi su un dato che smonta l’intera narrazione securitaria: secondo i gruppi che monitorano i dati, circa due arresti su tre effettuati sul territorio quest’anno riguardano persone senza alcun precedente penale, nonostante l’amministrazione continui a dichiarare che l’obiettivo sono i criminali pericolosi. Non si stanno arrestando criminali: si stanno arrestando lavoratori, infermiere, madri, padri che pagano le tasse. L’avvocata Ysabel Lonazco, nello Utah, racconta di clienti che hanno ormai paura persino di guidare fino al supermercato. Questa paura non è un effetto collaterale: è l’obiettivo. Una popolazione terrorizzata non si sindacalizza, non denuncia il furto salariale, non alza la testa. Il terrore amministrato è disciplina del lavoro con altri mezzi.

5. Il business della carne umana

E qui arriviamo al cuore economico del sistema, quello che la stampa liberale nomina sottovoce e che invece va detto ad alta voce: la detenzione di massa è un’industria privata quotata in borsa, e questa impennata di arresti è, prima di ogni altra cosa, una consegna di merce.

I numeri sono pubblici, dichiarati dagli stessi protagonisti nelle chiamate con gli investitori. GEO Group, il più grande gestore privato di strutture ICE, ha annunciato il 12 febbraio 2026 un profitto record di 254 milioni di dollari per il 2025, un aumento di circa il 700 per cento rispetto al 2024, trainato dai contratti con l’amministrazione Trump per costruire nuovi centri di detenzione, e ha rivendicato circa 520 milioni di dollari in contratti nuovi o ampliati, il maggior volume di nuovi affari nella storia dell’azienda. CoreCivic, l’altra grande corporation del settore, ha dichiarato 116,5 milioni di profitti, quasi il 70 per cento in più dell’anno precedente.

Ma il dettaglio più rivelatore è un altro. Nelle stesse chiamate sugli utili, alcuni investitori hanno espresso frustrazione perché l’ICE non stava incarcerando abbastanza persone da generare i ricavi attesi: uno di loro ha lamentato che il mercato si aspettava di arrivare a quota centomila detenuti, mentre si era fermi poco sopra i settantamila. Rileggiamola, questa frase. Il capitale finanziario che chiede allo Stato più corpi in gabbia per far quadrare le proiezioni trimestrali. Quattro mesi e mezzo dopo quella chiamata, lo Stato ha consegnato: quota raddoppiata negli arresti giornalieri, ottanta per cento degli agenti sulla caccia all’uomo, popolazione detenuta in crescita verticale. Il tutto sostenuto da uno stanziamento senza precedenti di 45 miliardi di dollari approvato dal Congresso, con cui l’ICE intende espandere la detenzione in aree del Paese dove oggi non esistono strutture.

Questo è il punto in cui la retorica della sicurezza si dissolve e resta visibile la struttura: denaro pubblico che alimenta un commercio privato di esseri umani. Non è una metafora. È il modello di business, descritto negli atti societari, benedetto dai mercati. E dentro quelle strutture, come il centro di Dilley in Texas, che i detenuti descrivono come un inferno infestato dal morbillo, con cibo ammuffito e acqua putrida, la merce umana viene stoccata al costo più basso possibile, perché ogni dollaro risparmiato sulla dignità è un dollaro di margine di guadagno.

6. Ciò che il silenzio ci chiede

La lezione politica di questa vicenda va oltre i confini americani, e riguarda direttamente anche noi europei, che sui centri di detenzione per migranti, sulle esternalizzazioni e sui rimpatri abbiamo costruito un’industria gemella. Il potere ha imparato che la violenza spettacolare produce resistenza: le immagini di Minneapolis hanno generato scioperi generali, dimissioni, cause giudiziarie, un movimento. La risposta non è stata fermare la violenza, ma renderla invisibile. Sostituire la retata teatrale con l’arresto capillare, il blitz con il controllo di routine, il comunicato trionfale con il silenzio amministrativo.

È la forma più matura e più pericolosa dell’autoritarismo contemporaneo: quella che non ha bisogno di mostrarsi, perché ha trasformato la repressione in flusso ordinario, in procedura, in fatturato. Contro questa forma di potere, l’informazione indipendente e la mobilitazione collettiva non sono un’opzione tra le altre: sono l’unico antidoto. Perché se la strategia del sistema è il silenzio, il primo atto di resistenza è denunciare i fatti. Dire che quei sessantatremila detenuti non sono numeri ma persone. Dire che quei profitti record sono costruiti sulla loro carne. Dire che Renee Good e Alex Pretti non sono morti per un incidente, ma per una politica repressiva. E che quella politica ha nomi, responsabili, azionisti.

Il mondo guarda i Mondiali. Noi abbiamo il dovere di guardare altrove.

Fonti

New York Times, «Immigrant Arrests Surge to 10,000 in 5 Days as ICE Clamps Down», 1 luglio 2026

Associated Press / UC Berkeley Deportation Data Project, dati sugli arresti ICE, luglio 2026

NBC News, «Trump’s DHS immigration enforcement officers shot 14 people from September 2025 to February 2026»

PBS NewsHour, «Shooting deaths climb in Trump’s mass deportation effort», gennaio 2026

ProPublica, «Minnesota’s Fight to Hold Agents Who Shot Alex Pretti, Renee Good Accountable», marzo 2026

NPR, «Months after the ICE shootings in Minnesota, a federal probe remains elusive», aprile 2026

Common Dreams / Prison Legal News, «Private Prison Firm GEO Group Reports Record $254 Million Profit After New ICE Contracts», febbraio 2026

The Appeal, «Unsatisfied With Record Profits, Private Prison Investors Want ICE to Escalate», febbraio 2026

TIME, «ICE’s Largest Prison Contractors Post Record Revenue», marzo 2026

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

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domenica 5 luglio 2026

le leggi italiane implacabili contro i terroristi e gli assassini

le leggi italiane perseguono il genocidio, ma non quello eseguito dagli amici, il governo italiano cristiano e materno sostiene il genocidio dei palestinesi, le leggi italiane perseguono con severità amministrativa, ma anche penale chi protesta contro il genocidio nazisionista.

le leggi italiane sono una merda?


Aeroporto di Elmas, sanzioni amministrative per chi protesta contro l’arrivo dei sionisti - Ivan Monni

Sono arrivate le prime verbalizzazioni di sanzioni per i cittadini che hanno protestato contro lo sbarco dei sionisti in terra sarda. Non parliamo della manifestazione di domenica 28 giugno, ma dei fatti accaduti alcuni giorni prima.

Lo sbarco ormai procede da qualche anno. Titolava Open “I soldati israeliani in vacanza in Sardegna e nelle Marche: «Una “decompressione” da Gaza»“.

Nel sottobosco delle chat degli attivisti serpeggia anche il timore di visite finalizzate ad altri scopi e non solo quelli vacanzieri.

In Puglia sta facendo scalpore l’acquisto massivo di terre. (Il resort extralusso a Ostuni e il caso Israele, infuria la protesta: “No alle colonizzazioni”) Ancora e sempre la terra, promessa ad alcuni, tolta ad altri.
E poi c’è sempre il fatto che la Sardegna è zona di produzione di armi, di esercitazioni e di sperimentazione. I commenti delle chat sono come i cattivi pensieri peccaminosi di Andreotti, per cui molto spesso ci si azzecca.

Il 18 giugno, alcuni cittadini si ritrovano all’aeroporto e allo sbarco degli israeliani, esprimono dissenso, tuttavia senza trascendere.
Le violazioni contestate sono di “presidio non autorizzato”, finalizzato a contestare l’arrivo dei passeggeri provenienti da Tel Aviv”, “indirizzavano loro slogan offensivi in riferimento alla nazionalità”.

Il rischio è una multa da 1.000 a 10.000 euro.
In realtà, o dalla questura non conoscono la differenza tra “nazionalità” (israeliana) e ideologia (sionista), oppure hanno volutamente calcato la mano. I cittadini avevano esclusivamente striscioni anti-sionisti.



Libertà di pensiero e di parola, si dice.
I cittadini che protestano sono meno delle dita di una mano, troppo pochi per considerarla una manifestazione organizzata. Su quali basi opera la repressione?
Potrebbero sanzionare tranquillamente dei tifosi del calcio che insultano un’altra squadra. Dire a una persona di non essere gradita è un insulto?



Viviamo nel paese che ha inventato il fascismo e non fa nulla per prenderne le distanze. La legislazione liberticida è il sintomo di una regressione dei diritti. Per contro, le piazze sono piene di persone che rivendicano orgogliosamente e impunemente di essere fascista, pur essendo reato di apologia.



Ad esempio: a Cagliari è stata dedicata a Sergio Ramelli una piazza da parte dell’amministrazione Truzzu. Un ragazzo del fronte della gioventù.
Il fascismo si è istituzionalizzato ancora una volta, celandosi attentamente sotto altre forme falsamente democratiche.

Il problema è politico e il nocciolo della questione è che i sionisti non devono essere disturbati e contestati.



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