sabato 30 maggio 2026

Il mantra della crescita ha ucciso (anche) la finanza sostenibile - Andrea Di Turi

 

Da anni mi sono promesso di non mettere piede al Salone del Risparmio. Quest’anno però mi sono avvicinato – solo avvicinato, sottolineo – per incontrare all’uscita un caro amico. Per chi non lo conoscesse il Salone del Risparmio è l’appuntamento annuale del settore del risparmio gestito. Premetto che non faccio una colpa al mio amico di seguirlo, né a tutti quelli che lo seguono perché sono in cerca di informazioni, spunti, di networking, insomma delle solite cose che si cercano agli eventi per cercare di fare meglio il proprio lavoro. Il punto è che io non riesco più a seguirlo.

Per anni l’ho fatto cercando con la lente gli appuntamenti in cui si parlava di finanza sostenibile. Quando la finanza sostenibile era affare per pochi ma quei pochi ci credevano, eccome se ci credevano. Poi nel giro di pochi anni c’è stata la svolta e la finanza sostenibile era un po’ ovunque. In particolare l’Esg era ovunque, l’acronimo che sta per Environmental, Social and Governance. Ha una ventina d’anni, l’acronimo, è nato in un gruppo di lavoro delle Nazioni Unite, e ormai è diventato quello dominante per indicare un approccio, una strategia, una filosofia, un insieme di metodologie e strumenti per chi in finanza non guarda solo alla bottom line ma integra – o almeno dichiara di farlo – considerazioni appunto Esg nel suo modo di fare business e di investire.

Non riesco più a seguirlo perché la finanza sostenibile ha perso l’anima: è nata come voce scomoda, è diventata garante dello status quo. Della serie dare l’impressione che tutto cambi perché nulla cambi. L’Esg sta bene su tutto, pure sulle armi nucleari. Sì, chi sta leggendo ha letto bene, oggi anche i produttori di armi nucleari rientrano nei criteri Esg. Guardare l’indice Mib Esg della Borsa di Milano per vedere che ci sono dentro tutte le società che hanno costruito e continuano ad alimentare il bel modello di sviluppo in-sostenibile che abbiamo. E chi è che fa girare ‘sto modello? Le fonti fossili. Ed è per questo che ne parlo in questo blog che denuncia l’economia e la finanza fossili.

La finanza sostenibile è finita. Non nel senso però che non serve più. Nel senso che è diventata nemica del cambiamento radicale e urgente di cui c’è bisogno per affrontare la policrisi e in particolare il collasso climatico. L’Esg oggi è portatore di un messaggio accomodante, friendly, quasi cool. La finanza sostenibile invece serviva in quanto portava un messaggio scomodo, battagliero, disturbava, scocciava, diciamo pure rompeva le scatole perché quello era il suo mestiere. Oggi a farlo è rimasta la finanza etica, per fortuna, che però è un’altra cosa. E un’altra storia.

Il Salone del Risparmio ha confermato tutto ciò. Non ho guardato il programma, ma immagino ci fosse chi parlava di finanza sostenibile. Lo avrà fatto anche bene, non dico di no. Il problema è il contenitore ed è un problema insolubile. Perché il contenitore di quest’anno aveva un claim che dice tutto: “Risparmio in movimento. Attivare la liquidità, accelerare la crescita”. Risparmio in movimento? Boh, va bene. Attivare la liquidità? Massì. Accelerare la crescita? No, questo no, fortissimamente no.

Si sa da almeno cinquant’anni, da quando uscì nel 1972 il celeberrimo “The Limits to Growth” (chissà perché tradotto in italiano con “I limiti dello sviluppo”, a mio avviso la madre di tutti i greenwashing perché voleva far passare l’equazione crescita uguale sviluppo): la crescita è il problema. Il mantra ma anche dogma della crescita è quello che sta al cuore del neoliberismo, del turbocapitalismo, della finanziarizzazione dell’economia e delle nostre vite, in sintesi della poli-devastazione che vediamo oggi. E il Salone del Risparmio ancora è lì che mena la tolla con la crescita. Per giunta da accelerare. Come uno che vede chiaramente che sta andando contro un muro e non solo non fa nulla per frenare o cambiare direzione ma addirittura accelera, così si schianta prima e meglio.

Parlare di finanza sostenibile dentro un contenitore marchiato da un claim come questo non è possibile. Non solo fa ridere ma è pericoloso. Perché vuol dire accettarlo, conformarsi, smettere di rompere le scatole, non alzare più la voce scomoda che dice, anzi, urla che bisogna cambiare. Per cui è un discorso che va combattuto. Perché in un modello di sviluppo che idolatra la crescita non c’è sostenibilità ma insostenibilità. Mi sono anche stufato di dare dei riferimenti, ma chi ha voglia di cercarseli sappia che ci sono tonnellate e tonnellate e tonnellate e tonnellate ecc. di studi che lo affermano. In modo cristallino. Adamantino. Inconfutabile. Definitivo. Comunque il punto di partenza, sempre per chi c’ha voglia, resta sempre “The limits to growth”, scaricabile dal sito del Club di Roma. Quello – per dire che tutto si tiene – che diceva che gas e nucleare non sono investimenti sostenibili ed era sbagliato inserirli nella tassonomia europea che oggi governa la finanza Esg e che poi, ça va sans dire, li ha inseriti. E ancora non si parlava di armi nucleari sostenibili ma sono arrivate anche quelle.

Quando ci stavamo incamminando a pranzo col mio amico, gli ho fatto notare il claim. Gli ho spiegato il nonsense e perché gli avevo chiesto di vedersi fuori, non dentro quelle sale. Ha sorriso amaro, alzando un po’ le spalle. So che era d’accordo, eccome se era d’accordo.

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venerdì 29 maggio 2026

Mia madre e altre catastrofi - Francesco Abate

dopo la yiddish mame nelle storielle ebraiche di Ferruccio Folkel e Moni Ovadia, e nei film di Woody Allen, arriva sa mama sarda, nelle pagine di Francesco Abate.

è un libro strepitoso, non privatevene.

buona (materna e filiale) lettura. 


 

Primo libro che leggo di Francesco Abate e, tagliando la testa al toro, vi dico subito che l'ho adorato. Mia madre e altre catastrofi è un libro frizzante, spiritoso, divertente, ma soprattutto è scritto con il cuore e al cuore parla.
Nelle pagine di questo volume Abate ci racconta di sua madre e del rapporto speciale che li lega attraverso capitoli tematici disposti secondo un ordine temporale che dall'infanzia arriva al presente.
Particolare è lo stile che caratterizza quest'opera che non è un racconto in senso classico, ma si sviluppa attraverso piccole scenette, brevi dialoghi, mostrando, più che raccontando. Non a caso il libro nasce da una serie di stati postati su Facebook dall'autore e in qualche modo ne mantiene la natura.
Ciò però che mi è davvero piaciuto di Mia madre e altre catastrofi è che nonostante si presenti come una lettura leggera, disimpegnata, in realtà racconta una storia autobiografica che non è priva di difficoltà: dalle ristrettezze economiche, alla malattia del padre a quella dello stesso autore. Eppure nonostante  i dolori, le perdite, i problemi lo stile di Abate non cambia, mantiene la leggerezza e l'autoironia che fanno di questo libricino qualcosa di davvero speciale…

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Il libro è strutturato con una serie di scenette familiari una più esilarante dell’altra, in cui i problemi della quotidianità, che si avvertono sullo sfondo, sono tanto grossi e imponenti, quanto sminuiti e quasi ridicolizzati per mettere in evidenza gli aspetti belli della vita. E mamma Mariella non rinuncia mai alle sue passioni, alle sue amicizie, alle sue passeggiate al mare. Non è il quadretto della mamma perfetta, non è la mamma dolce che prepara squisite colazioni ai suoi figli, non è la mamma che dedica tutto il suo tempo alla famiglia, ma è una persona che ama la vita e la fa amare anche agli altri…

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Dalla fantasia al potere agli asini al comando: i problemi nella selezione della classe dirigente - Giovanni Iacomini

Professore di Diritto ed Economia nel carcere di Rebibbia

Ci dev’essere qualcosa che non funziona nei meccanismi dei regimi che si vantano di essere democratici

Premessa necessaria: tra i miei amici più cari, tra le persone migliori che conosco, con cui è veramente stimolante instaurare un confronto su questioni anche di massima rilevanza, molti non hanno un titolo di studio corrispondente alle proprie conoscenze e competenze. Al contrario ho purtroppo conosciuto molti laureati che si sono rivelati profondamente ignoranti, al punto da farmi domandare come mai di tutti quei libri in qualche modo sfogliati non fosse rimasto assolutamente niente in quelle teste vuote.

Posso aggiungere, dall’alto dei miei oltre trent’anni di insegnamento, che la scuola non ha gli strumenti per dare una misurazione esaustiva del valore reale delle persone. Ci sono tanti casi di ottimi studenti che non hanno uguale successo in termini di socialità e non riescono a mettere in pratica nel mondo reale e lavorativo quanto avevano imparato. Di contro, pessimi elementi a volte dimostrano stupefacenti capacità in ambiti diversi dalla scuola. Meloni, che spaccia un istituto professionale per un liceo linguistico, ha dimostrato inaspettate competenze in materia costituzionale quando si è trattato di proporre le sue riforme. Berlusconi, che pure vantava una laurea in Giurisprudenza, prendeva degli sfondoni spropositati.

Detto ciò, mi sento di dover dire qualcosa a proposito del livello eccezionalmente basso in cui è sprofondata l’attuale classe politica e dirigente (non solo italiana, purtroppo). Sarebbe troppo facile e financo ingeneroso fare un paragone con l’Assemblea costituente, da cui nacque la nostra repubblica. Tra coloro che furono eletti il famoso 2 giugno per scrivere la Costituzione, i laureati raggiungevano l’iperbolica cifra del 94,5%.

Ora il sopraccitato Berlusconi, che già di suo non era una cima al livello accademico, ci ha lasciato un’eredità poco invidiabile di giornali, tv e un intero sistema mediatico in cui l’ignoranza e l’incultura dominano impunemente e addirittura con una certa disinvoltura e allegrezza. I figli, che hanno il controllo non solo dell’azienda di famiglia ma in qualche modo della intera coalizione di centrodestra (non limitandosi alla sola Forza Italia), hanno avuto un percorso di studi a dir poco travagliato e mai concluso neanche lontanamente con la laurea.

 

Nicole Minetti, inopinatamente tornata alle cronache, dichiarò candidamente di essere stata bocciata alla maturità. Salvini neanche a dirlo, basta guardarlo in faccia. Abbiamo toccato primati negativi con la terza media della ministra Bellanova e del tesoriere dei 5stelle Battelli. Già D’Alema si era fermato al diploma di maturità, ma almeno ai suoi tempi c’erano le scuole di partito. E comunque un buon diploma di una volta valeva più di una laurea di oggi.

Al netto del discorso da cui siamo partiti, per cui il titolo di studio non è indicatore necessario e sufficiente, mi pare evidente che nelle nostre società si riscontrano problemi di selezione della classe dirigente. La questione investe soprattutto la politica e il settore pubblico, molto meno le aziende private. Ci dev’essere qualcosa che non funziona nei meccanismi dei regimi che si vantano di essere democratici, se è vero che diversi regimi autoritari sparsi per il mondo possono vantare corpi diplomatici più qualificati e avveduti dei nostri.

La politica estera di dittature come quella cinese, russa, iraniana, turca, persino pachistana, sembra più efficiente di quella di Tajani o, al livello europeo, di Kaja Kallas. Sull’amministrazione americana sarebbe molto più complicato esprimere un giudizio, ma certo la superficie che emerge con le sparate di Trump non è delle più rassicuranti.

Il discorso si farebbe molto lungo ma, per chiudere, mi piace richiamare il giudizio che diede Benedetto Croce a proposito del fascismo (da cui peraltro non era troppo distante dal punto di vista ideologico, almeno nella fase iniziale): come ricorda Franco Cordero, il filosofo abruzzese parlava di “un regime asinino temperato dalla corruzione”. Fantastica definizione, che ben si attaglia alla società di oggi. Dal sogno della fantasia al potere siamo piombati agli asini al comando.

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giovedì 28 maggio 2026

Come Putin sta distruggendo l’Ucraina - Alessandro Orsini

 

L’Operazione “Blue Moon”

  

L’Operazione “Blue Moon”

Così come si narra nella leggenda secondo cui scoperchiando il vaso di Pandora ne sarebbero fuoriusciti tutti i “mali del mondo”, nella realtà del nostro paese, appena si trova una traccia di “malaffare e malversazione varia”, ecco che ne fuoriescono (come nella leggenda del vaso), fatti e personaggi che definire “strani” è ben poca cosa.

Lo sdoganamento della destra exfascista e neofascista, compiuto attraverso l’elezione del primo governo Berlusconi, la loro entrata nell’agone politico-amministrativo nostrano (che ha poi comportato l’elezione o la nomina di sindaci, di ministri, di sottosegretari e di amministratori pubblici di vario grado e genere, etc…), ha fatto emergere un’area sociale che o si credeva dispersa, oppure non più in grado di nuocere perché affogati nella “melassa” perbenista o nella dimenticanza!!

Ancora non si sono chiariti tutti i retroscena che hanno accompagnato gli anni della “strategia della tensione” (stragismo, servizi deviati, indagini depistate, omicidi di esponenti “scomodi” ecc… ecc…), che adesso sta emergendo un’altra strategia!

Strategia e progetto messi in opera a partire dalla seconda metà degli anni ’70 per combattere e ridurre allo stato “di totale impotenza”, interi settori sociali e giovanili, che avevano osato ribellarsi e rifiutare lo stato di cosa allora presente nel paese. Ci riferiamo all’operazione denominata Blue Moon e all’impatto che ebbe sui movimenti degli anni ’70

Abbiamo appreso delle dichiarazioni che il testimone Roberto Cavallaro ha reso nel processo a Brescia sulla strage di Piazza della Loggia (avvenuto il 28 maggio 1974, ad opera di un gruppo neofascista). “Non ha dubbi Roberto Cavallaro, ex sindacalista della Cisnal, sentito ieri nell’ottantaquattresima udienza del processo per la strage di piazza della Loggia: Ordine Nuovo era legato a doppio filo con i servizi segreti deviati. Una convinzione che deriva dalla partecipazione diretta a un determinato ambiente e non da voci raccolte tra i militanti dell’estrema destra. Cavallaro che ha collaborato dal ’71 al ’73 con il Sid (servizi di sicurezza), tra le sue dichiarazioni ha anche rivelato che: «Con l’operazione Blue Moon si voleva promuovere la diffusione di droga per limitare la ribellione dei giovani”.

http://www.bresciaoggi.it/stories/Cronaca/117894__ordine_nuovo_protesi_dei_servizi_deviati/


Ma all’origine era l’operazione Chaos (dalla quale è poi stata realizzata l’operazione denominata Blue Moon), un’iniziativa “coperta”, ossia segreta, messa in atto dalla CIA nel 1959, inizialmente nata per contrastare gli avvenimenti che avevano portato al potere Fidel Castro a Cuba e che prevedeva l’infiltrazione tra gli “esuli” anticastristi (in previsione dell’operazione fatta poi con lo sbarco della Baia dei Porci nell’aprile del 1961, operazione militare appoggiata dalla Cia per rovesciare il governo di Fidel Castro). Tutto questo si può vedere nei documenti desecretati dal governo USA (CIA ed altre sezioni speciali) a questo link: (http://www.serendipity.li/cia/lyon.html).

Vista la “buona” riuscita dell’operazione, si è pensato successivamente di avviarla su larga scala, soprattutto quella europea, che allora, era attraversata da grandi movimenti giovanili di contestazione radicale contro i rispettivi governi – i movimenti del’68 in Francia, Italia, Germania e poi il movimento del ’77 italiano. E’ iniziata così una operazione “coperta” che prevedeva l’infiltrazione e, soprattutto, la diffusione di “sostanze” psicotrope, LSD, droghe leggere e pesanti (eroina, morfina, marijuana), pasticche anfetaminiche di vario tipo ed effetto (benzedrina, metedrina ecc..).

Ciò aiuta a capire come (del tutto inconsapevolmente), ampi settori sociali giovanili negli anni ’70 si siano fatti irretire o affascinare da comportamenti ritenuti alternativi, antagonisti o di grande valore estetico!!!

Da una indagine sviluppata nell’area metropolitana di Roma (http://www.altrestorie.org/news.php?extend.114), si mette in evidenza come nel 1970 nella capitale fossero schedati “solo” 560 tossicomani al di sotto dei 25 anni. Nessun eroinomane. L’eroina, a Roma, era ancora una sconosciuta.

L’ inchiesta rileva: “Che cosa è successo tra il ’70 e il ’75, a Roma e in Italia? Il ’75 è l’anno dei primi morti di eroina: l’opinione pubblica è traumatizzata. Ma l’eroina non è arrivata misteriosamente, a caso, tutto d’un tratto. Le tre notizie che abbiamo riportato sono legate a filo doppio. Nel 1970, l’equipe di ricercatori presso il Centro per le tossicosi da farmaci stupefacenti e psicotropi ha avuto modo di accostare un vasto campione di giovani tossicomani romani: 142”.

E ancora “Tutti questi ragazzi (meno di 25 anni) usavano “droga pesante”: non oppio e morfina, ma anfetamine, barbiturici e ipnotici non barbiturici; tutti erano “tossicomani”: avevano un livello notevole di dipendenza fisica ed erano pesantemente coinvolti nell’esperienza, spesso travolti da essa. Gli stati mentali in cui una persona viene portata da dosi “pesanti” di anfetamina e barbiturici (o ipnotici non-barbiturici, come il metaqualone) sono fortemente confusionali; molto raramente un individuo, anche molto “allenato” riesce a controllare l’esperienza o a mantenersi lucido”.

Una connessione evidente con gli sviluppi del progetto Chaos è data da quanto riportato nel documento summenzionato, quando si riferisce che: “All’epoca ci fu una colossale operazione della sezione narcotici che su un “barcone”, ancorato presso il fiume Tevere, fermò e arresto con l’accusa di detenzione di sostanze stupefacenti decine di giovani romani, perlopiù appartenenti alla generazione cosidetta “hippie” o “beat”. La colossale montatura, del “Tempo” coadiuvata in questo dal servizio segreto del SID, aveva scopi politici precisi: tenere le decine di migliaia di studenti medi, in un periodo particolarmente combattivo, sotto il mirino della repressione, coi poliziotti davanti alle scuole, e genitori, comitati e presidi mobilitati in funzione antidroga; e, sul versante droga, determinare il modello di sviluppo del mercato. I carabinieri costituiscono Nuclei Antidroga in tutta Italia; lavorano gomito a gomito col Narcotic Bureau; intrattengono rapporti continui con l’Ambasciata americana, diretta dal filogolpista, ambasciatore Graham Martin, amico del generale Miceli (al quale ha fatto versare 500 milioni, secondo il Rapporto Pike del Senato USA); e inviano uomini in USA ai corsi specializzati nelle tecniche di infiltrazione; il capitano del Nucleo, Servolini, è stato numerose volte presentato come fascista e non ha mai smentito: per esempio, nella controinchiesta La strage di stato e su “Notizie Radicali”; secondo “Lotta Continua,” avrebbe protetto la spedizione delle guardie forestali contro la RAI-TV nella notte del golpe di Borghese (cfr. “Lotta Continua,” 4 ottobre 1975, p. 2); la caserma di Servolini sta a pochi metri dalla RAI; il famoso proclama agli italiani di Borghese cominciava ricordando un’Italia ridotta a “popolo di drogati, devastata dagli stupefacenti e dal comunismo.” Siamo nel periodo d’oro del generale Miceli e dei suoi rapporti privilegiati con i politici e con l’ambasciata americana.La grande paura della droga scatenata dal caso “Barcone” provoca degli effetti scientificamente prevedibili: interessa alla droga, artificiosamente, centinaia di migliaia di giovani sprovveduti, attirati dalla curiosità; è il concetto, teorizzato in America di “scare”; “nella storia della droga in America – dice Victor Pawlak, Direttore della “Do It Now Foundation” – abbiamo visto che i grandi boom dell’uso di certe sostanze sono stati provocati da qualche campagna di stampa che ha fatto detonare un panico di massa nella popolazione adulta e una curiosità artificiale nella popolazione giovane.” .

Sempre su questa falsariga si evidenzia anche come: Il lavoro, capillare e massiccio, dei “giornalisti d’assalto, funziona su un doppio livello:

a) Influenzare direttamente la burocrazia statale, i carabinieri e le forze di polizia sensibilizzandoli ancora di più alla repressione dura con­tro i capelloni e i drogati e fornendo loro una copertura politica.

b) Influenzare l’opinione pubblica, a livello di massa, imponendo anche in Italia il mito della marijuana come droga assassina (…)

Un altro studio (www.moviesport.net/vecchienuovedroghe/vecchieenuovedroghe.pdf), sempre sui comportamenti giovanili e loro “usi e costumi” analizza il fenomeno “droghe” in veloce sviluppo, si vede la storia che ha sviluppato, in senso anti-movimento, la diffusione massiccia di sostanze che aveva come unico scopo quello di allontanare settori sempre più ampi di giovani dalla partecipazione a forme di contestazione del sistema politico vigente allora: “Si può ben dire che il problema “droghe d’abuso” ha attraversato la società occidentale in forma esplosiva; il fenomeno era sporadico e circoscritte a sparute avanguardie culturali fino alla II Guerra Mondiale, mentre ha assunto una diffusione massiva nell’intero mondo occidentale in relazione al maggior benessere, ai rivolgimenti sociali, alla globalizzazione dei consumi e dei comportamenti”.

Omettendo le radici storiche (mistico-religiose) del fenomeno ‘droga’, le tappe recenti possono essere così sintetizzate:

• Primi del ‘900: la rivoluzione industriale

• L’uso bellico (eroina + cocaina)

• La diffusione delle droghe d’abuso nelle ‘società del benessere’ (StatiUniti verso Europa); il movimento hippie e la diffusione degli allucinogeni e della cannabis

• In Italia anni ’70: diffusione delle amfetamine, da prescrizione medica; inizio della diffusione dell’eroina

• Fine anni ’80: comparsa dell’“ice” (d-metil-amfetamina cloridrato) in cristalli da fumare insieme al tabacco di sigaretta.

• Anni ’90: diffusione delle ‘droghe da discoteca’ (associazione di sostanze psicoattive, stimolanti e allucinogene: le extasy)

• Allargamento del mercato della cocaina, dall’uso elitario al consumo diffuso; l’introduzione del crack

http://www.altrestorie.org/news.php?extend.114

Nella guerra di bassa intensità scatenata dagli apparati statali (italiani e statunitensi) contro i movimenti alla sinistra del Pci, appare chiaro come essi agissero su più fronti utilizzando sia la diffusione di stupefacenti in funzione disgregante, sia la repressione (con almeno 5mila persone finite in carcere per reati politici) ed infine con la “carota”.

Il governo di allora, quello cosiddetto “dell’unità nazionale”, vedeva nella gestione delle politiche governative sia i democristiani che l’opposizione rappresentata allora dal PCI ma che assicurava il sostegno al governo prima con l’astensione e poi con la solidarietà nazionale.

Venne allora varata una legge, detta “dell’occupazione giovanile” – la Legge 285/77 – che recitava così:

Allo scopo di:

1) incentivare l’impiego straordinario di giovani in attività agricole, artigiane, commerciali, industriali e di servizio, svolte da imprese individuali o associate, cooperative e loro consorzi ed enti pubblici economici;

2) finanziare programmi regionali di lavoro produttivo per opere e servizi socialmente utili con particolare riferimento al settore agricolo e programmi di servizi ed opere predisposti dalle amministrazioni centrali;

3) incoraggiare l’accesso dei giovani alla coltivazione della terra;

4) realizzare piani di formazione professionale finalizzati alle prospettive generali di sviluppo, per il 1977 e per i successivi tre anni e’ stanziata la complessiva somma di lire 1.060 miliardi (…)

da qui

 

Decine di migliaia di giovani disoccupati (circa 80.000), moltissimi dei quali altamente scolarizzati, poterono così trovare un lavoro e relativo salario, presso le amministrazioni pubbliche, attraverso la creazione di cooperative che poi venivano assorbite dall’ente pubblico presso il quale avevano sviluppato i loro progetti e interventi lavorativi.

Questa operazione, tipicamente democristiana, ha avuto come obiettivo e come effetto politico soprattutto quello di disinnescare la bomba sociale rappresentata dalla disoccupazione giovanile e dalla mancanza di prospettive.

Il movimento che si era sviluppato nel ’77 venne così ferocemente stretto: da una parte da una repressione sempre più feroce, e dall’altra vittima (inconsapevole) delle sue contraddizioni e debolezze interne.

Da testimonianze raccolte dopo che si era completamente perso qualsiasi ricordo o interpretazione minimamente critica di quegli anni, si capisce meglio adesso quali e quanti soggetti e strutture “coperte” abbiano lavorato per sconfiggere una contestazione e opposizione che, allora, aveva messo veramente alle strette il sistema dominante. Due esponenti del movimento degli anni ’70 (Miliucci e Ambrosini) ne commentano criticamente a posteriori le sottovalutazioni (vedi: http://rebusmagazine.org/tematiche/1977-eroina-e-rivoluzione/).

A conclusione di questa riflessione, possiamo rilevare insieme a quest’elemento di “storicizzazione”, un secondo ordine di considerazioni che attengono invece all’attualità. Al ciclo dell’eroina, mai del tutto esauritosi, si è accompagnata la diffusione, costante e progressiva nell’ultimo trentennio, della cocaina

In questa fase entra in campo, ancora una volta (se mai ce ne fossimo allontanati) la destra neofascista, alla quale il sistema dominante di allora, ma anche quello odierno, ha appaltato il lavoro sporco di diffusione e di spaccio delle droghe pesanti (eroina e cocaina).

Oggi è la cocaina – diventata low cost – a farla da padrona anche nei quartieri popolari e notiamo come nelle cronache nere si scoprano sempre più frequentemente elementi e soggetti ex militanti di gruppi neofascisti coinvolti in quest’attività

Un caso su tutti, emblematico perché molto cruento e ancora oggi senza (apparentemente) colpevoli dichiarati, è quello dell’omicidio di Fausto e Iaio. Ci sono solo sospetti e forse qualcos’altro, ma come direbbe Pasolini: “Io so, ma non ho le prove!!”

Seguendo questo link http://strozzatecitutti.info/2011/05/26/quando-i-fascisti-spacciavano-eroina-di-emiliano-di-marco/ viene alla luce il contesto nel quale matura l’omicidio di Fausto e Iaio a Milano.

“Proprio lo scenario di una saldatura tra ambienti malavitosi e formazioni di estrema destra è quanto stava venendo alla luce, a Milano, in una inchiesta, effettuata con interviste audioregistrate da due militanti del Centro Sociale Leoncavallo, Fausto Tinelli e Lorenzo “Iaio” Iannucci, tra i tossicodipendenti del Parco Lambro. I due ragazzi furono uccisi il 18 marzo del 1978 in un agguato rivendicato a Roma dal gruppo neofascista dei NAR – brigata combattente Franco Anselmi, di cui faceva parte Massimo Carminati, componente della Banda della Magliana. I nastri registrati e gli appunti dell’inchiesta, in cui Fasto e Iaio stavano venendo a capo delle implicazioni dei gruppi neofascisti milanesi nel traffico di droga, non furono mai rinvenuti”.

Nel medesimo link, l’autore conferma, ancora una volta, il punto di partenza del nostro ragionamento ossia le rivelazioni dell“l’affaire” Cavallaro.

“Arrestato ed inquisito dalla magistratura nell’ambito dell’indagine sul fallito golpe, riferì agli organi inquirenti che, nel 1972, mentre si trovava in addestramento in Francia, apprese dell’esistenza di una operazione segreta della CIA in Italia, denominata Blue Moon, con l’obiettivo della diffusione delle sostanze stupefacenti a base di oppiacei tra i giovani delle principali città italiane e per sviluppare disgregazione sociale, con l’obiettivo di diffondere il consumo di droga negli ambienti sociali vicini all’area della contestazione studentesca, fiaccandone le velleità rivoluzionarie ed esaltandone gli istinti individualisti ed anarcoidi, come già era stato sperimentato con successo negli USA. L’operazione Blue Moon “era condotta in Italia dai servizi statunitensi utilizzando uomini e strutture che facevano capo alle rappresentanze ufficiali di quel paese in Italia.”

C’è abbondante materia su cui riflettere, indagare, approfondire, connettere. Per far comprendere ai più giovani cosa sono stati veramente i movimenti di lotta degli anni Settanta – oggi pesantemente evocati ed esorcizzati appena qualcuno starnutisce un po’ più forte o indossa una t-shirt sconveniente – e come sono stati combattuti dal sistema dominante che sta mettendo oggi all’opera i provvedimenti antipopolari che all’epoca non riusciva a imporre per la forte resistenza politica e sociale che incontrava nel paese.

da qui

 

Operazione Blue Moon/2. La guerra non ortodossa in Italia

Proseguendo una rilettura, o inchiesta, sulle vicende riguardanti gli anni ’70 ed i movimenti che si sono sviluppati in quegli anni (dal ’68 in poi fino al ’77), ci imbattiamo (come mai???) in un personaggio che molti di oggi non faranno fatica a riconoscerlo o almeno ad averne sentito parlare: Si tratta dunque del noto, e famigerato, personaggio di: Ronald Stark.
Sul ruolo da lui ricoperto nelle vicende che hanno coinvolto il nostro paese in quella che è stata poi definita “una guerra di bassa intensità!”, esiste una vasta pubblicistica e documentazione.
Se qualcuno ha, ingenuamente reputato come favole che la diffusione della droga era organizzata dalla Cia per fiaccare la ribellione dei giovani, negli anni Sessanta e Settanta; ebbene chi poteva mai dare retta alla storia che veniva allora raccontata e che poteva somigliare a paranoie dietrologiche raccontate dai gruppi alternativi americani, i cosiddetti “guru del Movement”;  i quali vedevano complotti dappertutto?
Ora, meglio tardi che mai, sorpresa!! Dal gran mazzo di carte e documenti «classificati», sui quali Bill Clinton (allora era presidente USA) tolse il segreto, spunta qualche foglio che rilancia quella tesi considerata «assurda e paranoica»; delineando scenari da X-Files (sit-com allora ancora sconosciuta, ma che oggi appare molto verosimile!!).
Lo scrittore G. De Lutiis, in un suo recente libro (I servizi segreti in Italia, Editori Riuniti), dedica all’argomento diverse pagine. Questa lettura, che dovrebbe interessare sia i licei che le università, per documentare l’assurda vicenda di un Paese che pare abbia vissuto due differenti storie: una ufficiale, composta da un personale politico e imprenditoriale, da uomini di cultura e autori di canzonette, e un’altra probabilmente sotterranea, fatta di intrighi, dossier, golpe tentati e stragi riuscite.
In questa pubblicazione De Lutiis, (studioso e consulente della commissione parlamentare sulle stragi), ha utilizzato i dati contenuti nei documenti Usa e ricapitolati in un rapporto del Ros, il Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri: titolato Annotazione sulle attività di guerra psicologica e non ortodossa compiute in Italia tra il 1969 e il 1974 attraverso l’Aginter Presse.
Tutto ciò, in gran parte, proviene da un documento redatto dal capitano Massimo Giraudo, l’ufficiale che ha supportato il giudice istruttore Guido Salvini nelle indagini sulla strage di piazza Fontana e sull’eversione di destra in Italia. In questa documentazione (individuata da De Lutiis) viene evidenziato il ruolo avuto dal Piano Chaos, programma, attuato tra il 1968 e il 1974, della cosidetta “guerra psicologica e a bassa intensità” (“psychological and low density warfare”) dell’Occidente contro il comunismo, attuata anche attraverso l’infiltrazione di agenti provocatori all’interno dei movimenti di sinistra. (http://dust.it/articolo-diario/il-caro-agente-ronald/).
In questo link  ci si domanda: … Ma chi era davvero Ronald Stark? (…) «In seguito alla decisione del presidente degli Stati Uniti Bill Clinton di togliere il segreto che gravava su oltre un milione di documenti, sono divenuti pubblici alcuni studi condotti da istituti di ricerca statunitensi legati in vario modo a servizi segreti. Secondo alcuni di questi studi, risalenti agli anni Sessanta, la diffusione di Lsd, e più in generale degli allucinogeni, poteva essere presa in considerazione come arma per deprimere l’attivismo politico dei giovani americani». Da altri documenti ora «declassificati», che provengono direttamente dal governo degli Stati Uniti, emerge la verità sui «Chicago riots», gli scontri avvenuti a margine della Convenzione del Partito democratico che si tenne dal 25 al 29 agosto 1968, a cui hippy e giovani dei movimenti underground si erano presentati per contestare la candidatura alla Casa Bianca del senatore Hubert H. Humphrey, favorevole alla continuazione della guerra in Vietnam. Gli scontri con la polizia, i più duri del decennio dopo le rivolte dei ghetti neri, iniziarono la domenica sera e continuarono fino alla notte del martedì successivo.
Ora emerge che, secondo i documenti del governo, un sesto degli hippy partecipanti ai disordini «apparteneva ad agenzie federali e a organismi di intelligence». Una percentuale altissima d’infiltrati e provocatori per spingere i giovani sulla strada dello scontro fisico e della violenza.

Ecco che riappare una nostra recente conoscenza: …I magistrati italiani hanno documentato che, nei primi anni Sessanta, Stark ha lavorato presso il settore Progetti speciali del Dipartimento Difesa degli Stati Uniti e che anche in seguito ha ricevuto periodici versamenti di somme di denaro provenienti da Fort Lee, conosciuta come sede della Cia. Qualche conferma a questi scenari è arrivata anche da un italiano, Roberto Cavallaro, (vedi articolo di Contropiano: operazione Blue Moon) che nel 1974 fu arrestato per il tentato golpe della Rosa dei Venti: la Cia, ha dichiarato Cavallaro a Giraudo, nei primi anni Settanta aveva lanciato in Italia l’Operazione Blue Moon, «consistente (…) nella diffusione di sostanze stupefacenti negli ambienti giovanili al fine di provocarne la destabilizzazione».

I magistrati italiani hanno documentato che nei primi anni Sessanta Stark ha lavorato presso il settore Progetti speciali del Dipartimento Difesa degli Stati Uniti e che anche in seguito ha ricevuto periodici versamenti di somme di denaro provenienti da Fort Lee, conosciuta come sede della Cia. Qualche conferma a questi scenari è arrivata anche da un italiano, Roberto Cavallaro, che nel 1974 fu arrestato per il tentato golpe della Rosa dei Venti: la Cia, ha dichiarato Cavallaro a Giraudo, nei primi anni Settanta aveva lanciato in Italia l’Operazione Blue Moon, «consistente», scrive De Lutiis, «nella diffusione di sostanze stupefacenti negli ambienti giovanili al fine di provocarne la destabilizzazione». Nella sua inchiesta, il giudice Salvini cita i Mind control programs (programmi di controllo della mente) che prevedevano sperimentazione e uso di allucinogeni, mescalina, Lsd.
Nella sua inchiesta, il giudice Salvini cita i Mind control programs (programmi di controllo della mente) che prevedevano sperimentazione e uso di allucinogeni, mescalina, Lsd.
Tra questi programmi, Mk-Ultra, Bluebird, Artichoke (della Cia), Derby Hat (dell’Esercito), Chatter (della Marina). Sembra X-Files, ma è la realtà.
Si aggiungono ulteriori tracce di una inchiesta ancora tutta da completare su questi argomenti.
L’addestramento di “agenti” avveniva in Virginia, nella base di Quantico, dagli allievi veniva “familiarmente chiamata Hoover University”, dove funzionava a tempo pieno una «scuola d’infiltrazione» organizzata per preparare gli agenti federali e istruirli anche al consumo di droghe per renderli più credibili negli ambienti hippy! Scuola costruita da Edgar Hoover, per quarant’anni capo dell’Fbi e fermo assertore dell’uso «politico» degli stupefacenti per tenere sotto controllo gli ambienti underground e bloccare lo sviluppo della New Left, la «Nuova Sinistra» americana.
Ronald Stark in Italia non si presentava certo come produttore di Lsd, né tanto meno come agente della Cia. «Si presentava come un rivoluzionario a tempo pieno», ma con un aria vagamente hippy per renderlo più fluido nelle sue frequentazioni.
In realtà Stark aveva una parte importante in questa "strategia della droga". Aveva aperto in Belgio, a Le Clocheton, un centro di ricerche biomedicale che invece risultava essere  un laboratorio per la produzione di acido lisergico (Lsd –ndr).  In soli due anni, secondo il rapporto del Ros, produsse 50 milioni di dosi di Lsd.
Stark ha sempre sostenuto di non avere nessun rapporto con l’amministrazione statunitense ma numerose prove e documenti stanno a testimoniare il contrario, tant’è che: (…) quando fu arrestato a Bologna, Ronald Stark fu identificato come cittadino americano nato a New York il 9 aprile 1938, possessore di due fattorie in California, di una società finanziaria in Liechtenstein, di un «centro di ricerche» in Belgio.
In un interrogatorio che Stark rese ai giudici, negò di essere in rapporto con i servizi americani o di qualsiasi altro Paese, ma non tralasciò di ricordare al giudice una legge americana che punisce con pene severe l'agente segreto che sveli la sua qualifica.
Le autorità statunitensi hanno sempre fermamente smentito che Stark fosse un agente americano ed hanno anche affermato che lo stesso era anzi ricercato dalla giustizia americana. Gli Stati Uniti, che formalmente lo ricercavano da anni, non avevano però voluto richiedere la sua estradizione.
Nonostante ciò però da parte dell’amministrazione statunitense, o dai loro diretti esponenti politici, non fu però mai avanzata nessuna richiesta di estradizione, mentre risultano documentati i cordiali rapporti intrattenuti da Stark con alti funzionari americani sia durante la sua carcerazione, sia in epoca precedente al suo arresto.
Nella sua stanza all’Hotel Baglioni, il migliore di Bologna, e nella sua cassetta di sicurezza in un’agenzia romana della Banca Commerciale furono trovati documenti che provano i suoi rapporti con una serie di siciliani molto potenti: il misterioso ex presidente dell’Ente Minerario Siciliano Graziano Verzotto, il proconsole di Andreotti Salvo Lima, il principe golpista Giovanni Alliata di Montereale, l’ex capo del Sid Vito Miceli. Altri contatti Stark li aveva con personaggi americani, da cui riceveva lettere su carta intestata di ambasciate. In carcere riceveva le visite del vice console degli Usa a Firenze, Wendy M. Hansen.
La vicenda pare chiudersi con questa notizia: 25 gennaio 1985 – Ronald Stark, uno dei più enigmatici personaggi rimasti implicati nelle storie di terrorismo italiano e internazionale, sarebbe morto nelle Antille nel luglio scorso. (Luglio 1984 ndt).
È invece rimasta aperta, troppo aperta, la partita della cosiddetta «guerra psicologica e non ortodossa», combattuta negli anni Settanta e Ottanta senza esclusione di colpi, con molti tipi di armi. Comprese le droghe. Una guerra che ha lasciato un'onda lunga che arriva… fino ad oggi. Dobbiamo saperne di più!L'inchiesta continua.

Per maggiori info sull'operazione Blue Moon e Ronald Stark:
http://dust.it/articolo-diario/il-caro-agente-ronald/
http://www.skilluminati.com/Research/entry/ronald hadley_stark_the_man_behind_the_lsd_curtain
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1985/01/25/misteriosa-morte-di-stark-uomo-della.html
http://archivio900.globalist.it/it/documenti/doc.aspx?id=154

Vedi i precedenti articoli dell'inchiesta di Contropiano
https://www.contropiano.org/it/cultura/item/7842-loperazione-%E2%80%9Cblue-moon%E2%80%9D  
https://www.contropiano.org/it/news-politica/item/7737-il-lavoro-sporco-dei-fascisti-del-terzo-millennio
https://www.contropiano.org/it/news-politica/item/7919-fumi-e-nebbie-sulla-strage-di-piazza-fontana
https://www.contropiano.org/it/cultura/item/5739-italia-una-strage-lunga-quaranta-anni

 

da qui

 

 

 

Anni Settanta, l’eroina invade l’Italia. Più che un crimine, quasi un colpo di Stato - Gianluca Zanella

Se ne parla da diversi anni come di una sorta di leggenda. Una di quelle operazioni di spionaggio uscite dalla penna di Ian Fleming. Eppure, scavando tra le carte giudiziarie di alcune delle stragi che hanno insanguinato la nostra storia repubblicana, stando alle rivelazioni di ex appartenenti ai servizi segreti, è tutto vero: la diffusione massiccia dell’eroina in Italia, tra il 1974 e il 1975, rientrerebbe in una strategia di controllo delle masse e di gestione della contestazione giovanile post ’68, figlia di una Guerra Fredda che ha giustificato alcuni tra i più tragici esperimenti d’intelligence mai partoriti da mente umana. Parliamo dell’Operazione Blue Moon.

Di questa operazione, ideata da uomini della CIA e di cui erano a conoscenza uomini degli apparati italiani, si torna a parlare grazie a un libro di recentissima pubblicazione: “Il figlio peggiore“, del giornalista Peter D’Angelo e dello scrittore e documentarista Fabio Valle. Edito da Fandango Libri, Il figlio peggiore è un romanzo che, traendo spunto da una realtà ricostruita attraverso i documenti dell’epoca, racconta il dramma dell’esplosione dell’eroina tra i giovani italiani e il tentativo vano di alcune persone di capirci qualcosa.

Perché il sospetto che dietro questa improvvisa epidemia ci fosse qualcosa di organizzato alcuni lo ebbero sin da subito. Ma queste persone – giornalisti, attivisti, investigatori non compromessi – nei migliori casi non giunsero a nessuna conclusione, nei peggiori furono vittime di strani incidenti di percorso atti a farli desistere dal loro intento.

D’Angelo e Valle costruiscono una spy story corale, ricca di colpi di scena e costruita come un’inchiesta, ma senza la pretesa di esserlo. “Laddove la documentazione lasciava dei buchi – ci ha spiegato Peter D’Angelo – abbiamo fatto ricorso alla finzione narrativa, cercando di restare coerenti con il contesto”.

Per comprendere cosa sia stata l’Operazione Blue Moon bisogna calarsi nella realtà del tempo. Il ’68, con la sua forza motrice che aveva trascinato giovani di tutto il mondo in strada a protestare, a esigere un cambiamento epocale che in effetti ci fu, aveva lasciato un trauma profondo negli apparati di sicurezza che dell’ordine e della disciplina fanno un vero mantra. E se a questo trauma leghiamo il contesto storico, dove la Guerra fredda è in realtà molto più calda di quanto ancora oggi non si pensi, ne esce fuori un mix letale come l’eroina.

A tutto questo bisogna aggiungere il particolare ruolo dell’Italia: estrema propaggine dell’impero americano, frontiera con il blocco comunista (quello jugoslavo e quello sovietico), culla del più grande partito comunista d’Europa. Insomma, nel nostro Paese la contestazione giovanile andava fermata a tutti i costi, spenta, sedata. E allora ecco che nel 1974 un mare di eroina invade le strade delle grandi città, dalle periferie al centro, fino a sconfinare nelle province.

Nasce il mito nero dei “capelloni”, che sono tutti drogati. La paura del tossicodipendente si radica tanto a fondo nella coscienza collettiva grazie a un impressionante tam tam mediatico. I maggiori giornali dell’epoca creano un clima di allarmismo che oggi appare senza ombra di dubbio sovradimensionato. Più che cercare una soluzione al problema, lo si demonizza. In poche parole: l’Operazione Blue Moon riesce alla perfezione.

Come in ogni guerra non ortodossa, la paura si insinua tra ampie fasce di popolazione. Il sospetto e il pregiudizio prendono il sopravvento. La gente avverte forte un clima di insicurezza e invoca stabilità. Una stabilità che solamente il blocco democratico e atlantista, ovvero la DC, è in grado di garantire.

Libri come “Il figlio peggiore” ci ricordano che i giochi di potere sono spesso incomprensibili se non a grande distanza di tempo. Giochi crudeli, che – come in questo caso – hanno lasciato una lunga scia di morti. Una generazione falcidiata per garantire stabilità. Una stabilità con troppi scheletri nell’armadio.

da qui

 

mercoledì 27 maggio 2026

Nel nome del padre: Bibi e la “tempesta perenne” per Israele - Pino Corrias

 Benjamin Netanyahu viene dal sangue. E con tutto il sangue che si porta addosso, spalla a spalla con il suo alleato e socio Donald Trump, vive dentro la guerra infinita che ha scelto di guidare e che di battaglia in battaglia, di massacro in massacro, distrugge i nemici e insieme distrugge Israele. Consente ai coloni, armati dalla religione dell’odio e protetti dai fucili mitragliatori, di strappare nuove terre ai palestinesi in Cisgiordania, di bruciare case, ulivi, bestiame. Consente al suo burattino Ben-Gvir di danzare tra i corpi inginocchiati e picchiati degli equipaggi della Flotilla rapiti in alto mare e deportati come trofei. Consente ai suoi militari di imprigionare e torturare 11mila detenuti palestinesi senza diritti, senza identità, senza processo. E all’esercito di uccidere ogni giorno, terrorizzare, affamare, soffocare, i due milioni di palestinesi che ancora resistono dentro al filo spinato di Gaza, il campo di concentramento estratto direttamente dall’incubo della propria storia, il genocidio, ma questa volta nei panni dei carnefici.

Ogni conflitto, Netanyahu l’ha trasformato in un incendio permanente. Gaza. Iran. Libano. Cisgiordania. Siria. Yemen. Geografia di sempre nuovi bombardamenti. Di omicidi mirati. Di raid lunghi mesi e anni. Di nemici da inseguire e annientare senza mai badare ai danni collaterali, donne, vecchi, bambini ridotti in cenere, villaggi in polvere, profughi a migliaia in fuga. Sempre una guerra “necessaria”, prima della prossima.

Da trent’anni Netanyahu ripete la stessa ossessione: Israele è circondato, il nemico sta arrivando, la tregua è un’illusione. Cambiano i nomi dei nemici – Arafat, Hamas, Hezbollah, Houthi, Iran – ma il meccanismo che ha adottato è identico: il panico come propaganda permanente, l’esercito come soluzione, la terra da conquistare come unica salvezza in nome di quel Dio che sgozza gli uomini e gli agnelli.

La missione del popolo eletto, assediato dal mondo, la eredita dal padre, Benzion Netanyahu, storico del sionismo, cresciuto con l’idea che gli ebrei siano destinati a vivere sotto attacco e che la forza sia l’unico linguaggio comprensibile ai nemici.

È la lezione che Bibi, nato nel 1949, ha respirato fino a farla diventare la sua armatura, addestrata nei reparti speciali dell’esercito, schierata al fronte della sua prima guerra, quella del Kippur, anno 1973. Poi nei campi di battaglia della politica. Membro del partito di destra del Likud, fondato da Menachem Begin, il futuro primo ministro, che nasce terrorista a capo dell’Irgun, l’organizzazione che nel 1946 fa saltare il King David Hotel, 90 vittime, e due anni dopo guida il massacro del paese di Deyr Yassin, 250 tra uomini, donne e bambini, presi casa per casa, radunati nelle strade, seviziati, macellati, che segnò l’inizio della Nakba, l’esodo di 700mila palestinesi dalle loro terre.

Dopo il servizio militare, l’America diventa la sua seconda patria, prima la laurea al Mit di Boston, poi Harvard, per il dottorato in Scienze politiche. Quindi l’incarico all’Onu, dal 1984 al 1988, anni in cui costruisce la sua vera base internazionale: amicizie repubblicane, rapporti con lobby finanziarie, falchi evangelici, suprematisti bianchi. Vive dentro il mondo della destra americana. Dorme ospite nella casa dei Kushner, dove diventa di famiglia e dove frequenta e si lega per sempre a Donald Trump.

Dagli anni 90 è in Israele. Scala il Likud. Si oppone agli accordi di Oslo e alla nascita dello Stato palestinese. Mentre Rabin tratta, lui demolisce. Mentre Rabin parla di pace, lui parla di sicurezza. E quando Rabin viene assassinato, anno 1995, Netanyahu è pronto a salire al potere. Da primo ministro blocca gli accordi con l’Olp di Arafat, raddoppia l’assedio di Gaza, non ferma i coloni che avanzano nei territori palestinesi.

Governa nella tempesta, sempre inseguito da scandali finanziari, accuse di corruzione, assalti alla Corte costituzionale per indebolirne i poteri di controllo. Sempre assediato da imponenti manifestazione di massa che chiedono le sue dimissioni. Sempre salvato dalle provvidenziali emergenze militari.

La sua parola d’ordine è “la Grande Israele, dal Giordano al mare”. E quando nel 2009 vince di nuovo le elezioni, questa volta per sempre fino a oggi, vara la legge identitaria dello “Stato-Nazione” che dice: “Israele è del popolo ebraico e di nessun altro”, arabi per sempre retrocessi, insieme con quel che restava della democrazia avvelenata dall’apartheid.

Il suo nemico ideale è Hamas, impermeabile quanto lui a ogni trattativa o convivenza. Per anni ne consente la crescita, a scapito dell’Autorità palestinese, finge di non vedere il flusso dei finanziamenti che arrivano dal Qatar e i tunnel che attraversano Gaza. Dichiara in Parlamento: “Chiunque voglia contrastare la creazione di uno Stato palestinese, deve sostenere il rafforzamento di Hamas, questo fa parte della nostra strategia”. Era il marzo 2019.

Quando arriva il 7 ottobre 2023, 1.200 ebrei massacrati da Hamas, l’esercito israeliano sparito per ore, Netanyahu schiva ogni responsabilità, anche se era il garante della sicurezza. Ma è prontissimo alla vendetta. Che diventa l’apocalisse di Gaza, 75mila morti, migliaia ancora sotto le macerie, fame e malattie usate come armi, ospedali distrutti, aiuti umanitari proibiti, un popolo spazzato via.

Quando la Corte penale internazionale lo accusa di crimini di guerra, lui risponde che l’Idf è “l’esercito più morale del mondo”, che la devastazione è autodifesa, la punizione collettiva una necessità storica. La crudeltà un’esigenza vitale. Il suo governo copre, usa, legittima i due ministri più estremisti, Ben-Gvir e Smotrich che agitano il cappio, parlano dei palestinesi come animali, infestazioni biologiche, intralci da cancellare e uccidere. Li asseconda al punto da approvare la nuova legge sulla pena di morte per terrorismo destinata ai palestinesi della Cisgiordania, con l’impiccagione entro 90 giorni dalla sentenza.

Due volte trascina Trump sui cieli di Teheran in una guerra così rischiosa, così confusa, così forzata da rendere plausibile che dietro tanta disponibilità ci sia l’ombra lunga degli Epstein Files, maneggiati dal Mossad come arma di ricatto, oltre al reciproco interesse di controllare i rubinetti del petrolio e garantire la stabilità delle dinastie del Golfo.

Guerra e tensioni gli servono a congelare il tempo. Quello dei suoi processi. Quello delle indagini sul 7 ottobre. Quello che ancora manca all’abisso finale, quando le bombe, la guerra, lo sterminio di tutti i nemici allagherà di così tanto sangue il Medio Oriente che l’intero Israele diventerà il danno collaterale di se stesso.

da qui

L’archivio che hanno tentato di uccidere - Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad

 

Esistono momenti nella storia in cui la carta diventa più pericolosa delle armi. Non perché i documenti possano distruggere eserciti, ma perché possono sopravvivergli. La straordinaria operazione condotta dall’Agenzia ONU per i rifugiati palestinesi (UNRWA) per salvare milioni di documenti palestinesi da Gaza e Gerusalemme Est, non è stata un semplice esercizio amministrativo in condizioni di guerra. È stata una lotta per l’esistenza storica stessa.

Recenti inchieste del Guardian, insieme alle conferme del New Arab e a lavori accademici pubblicati sulla piattaforma Oxford Academic, attestano che il personale UNRWA ha condotto una missione clandestina durata dieci mesi per preservare materiale d’archivio che documenta lo sfollamento palestinese dal 1948 fino ai giorni nostri.

I documenti comprendevano schede originali di registrazione dei rifugiati, certificati di nascita e matrimonio, fascicoli familiari, riferimenti catastali e atti amministrativi che tracciano la distruzione sociale e geografica prodotta dalla Nakba.

I documenti sono stati spostati sotto i bombardamenti attraverso Gaza, trasferiti in buste camuffate attraverso i checkpoint, assemblati nei depositi di Rafah, trasferiti segretamente in Egitto e infine trasportati in Giordania a bordo di voli militari e umanitari prima della chiusura del corridoio di Rafah nel maggio 2024.

Contemporaneamente, gli archivi di Gerusalemme Est venivano discretamente rimossi nel mezzo degli attacchi crescenti contro le strutture UNRWA e delle pressioni israeliane per smantellare l’agenzia nel suo insieme.

Per la maggior parte degli Stati nazionali, gli archivi sono custoditi da ministeri, musei e istituzioni sovrane. I palestinesi non dispongono di alcun archivio statale consolidato capace di garantire la continuità documentale dell’esistenza nazionale. L’archivio svolge quindi una funzione del tutto diversa. Diventa una struttura dispersa di sopravvivenza. Una scheda di registrazione di un rifugiato non è un semplice modulo burocratico.

È la prova che un villaggio è esistito, che una famiglia vi esisteva al suo interno, e che lo sfollamento non è mito o astrazione ma un atto storicamente tracciabile. Come ha osservato la storica Anne Irfan, i palestinesi sono “un popolo apolide” il cui patrimonio archivistico riveste un’eccezionale rilevanza politica e storica.

Questo spiega perché l’archivio stesso sia diventato un obiettivo.

La guerra moderna distrugge la continuità insieme alle infrastrutture. Biblioteche, università, musei, cimiteri e registri amministrativi vengono eliminati perché collegano i popoli alla loro legittimità storica. La cancellazione oggi non è solo fisica. È indiziaria. Un popolo reciso dalla propria memoria documentale diventa più facile da rendere temporaneo, contestato, irreale. Ciò che non può essere provato non è accaduto, nella logica del potere.

Il caso palestinese è particolarmente acuto perché la lotta per la storia è sempre stata inseparabile dalla lotta per il territorio. Dal 1948, Israele ha considerato l’UNRWA non semplicemente come un’agenzia umanitaria, ma come un ostacolo istituzionale alla scomparsa della questione dei rifugiati. I registri dell’agenzia preservano la continuità giuridica e demografica dello sfollamento palestinese attraverso le generazioni, mantenendo vivi nomi, villaggi, confini catastali e genealogie familiari che i progetti di cancellazione richiedono vengano dimenticati.

Il precedente storico non è lontano. Durante l’invasione del Libano nel 1982, le forze israeliane si impadronirono degli archivi dell’OLP a Beirut, sottraendo documentazione che organizzazioni e individui avevano accumulato nel corso di decenni. I funzionari UNRWA coinvolti nella recente operazione di salvataggio temevano un esito identico. La loro preoccupazione non era che i materiali potessero essere distrutti, ma che potessero essere sequestrati, catalogati e controllati. Impossessarsi dell’archivio del nemico non è preservazione. È una forma di cancellazione più sottile.

Non si tratta di un timore isolato. L’Europa conosce bene questa logica: gli archivi delle popolazioni colonizzate sistematicamente sottratti, i registri delle comunità perseguitate dispersi o confiscati, la memoria amministrativa di interi popoli trasformata in strumento di dominio da chi li aveva già privati della terra.

La distruzione documentale non è un’invenzione del presente. È una tecnica antica di governo dell’oblio.

L’operazione rivela inoltre qualcosa di profondamente incriminante nell’ordine internazionale attuale. In un momento in cui i governi invocavano principi umanitari mentre permettevano la distruzione di Gaza su scala senza precedenti, il compito di preservare la memoria materiale di un intero popolo è ricaduto su archivisti di medio livello, amministratori, autisti e operatori umanitari. Il salvataggio è riuscito non grazie al funzionamento del diritto internazionale, ma perché individui all’interno di istituzioni in via di collasso hanno conservato il coraggio di agire prima che il patrimonio documentale scomparisse per sempre.

 Le istituzioni hanno tradito. Le persone no.

Oggi, quasi trenta milioni di documenti vengono digitalizzati ad Amman con il sostegno finanziario internazionale, in particolare del Lussemburgo. Più di cinquanta dipendenti UNRWA proseguono il paziente lavoro di scansione e catalogazione manuale: ricostruendo alberi genealogici, tracciando i percorsi dello sfollamento dal 1948, preservando prove documentali che potranno un giorno sostenere azioni legali, storiche e di restituzione.

Ciò che è emerso da Gaza non era semplicemente carta salvata dalle macerie. Era la preservazione della continuità contro l’oblio programmato.

L’archivio è sopravvissuto perché i palestinesi comprendono qualcosa che il mondo moderno spesso dimentica: la memoria non è sentimentale.

È politica, e sopravvivenza.

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