lunedì 22 giugno 2026

I volontari della Flotilla come i partigiani

La Flotilla ha vinto: nonostante tutto - Livio Pepino

Ora che i riflettori sulla spedizione verso Gaza della Global Sumud Flotilla si stanno spegnando, è tempo di valutazioni, anche in prospettiva. C’è un punto fermo: le imprese, per mare e per terra, della Flotilla sono state uno degli eventi più importanti e innovativi degli ultimi anni. A dispetto della repressione violenta e indiscriminata delle autorità israeliane, della macchina del fango messa in campo dalla destra, delle sottovalutazioni e dei silenzi (iniziali ma non solo) della stampa e della sufficienza di molti (anche a sinistra). Ancora una volta la politica ufficiale non ha capito nulla e anche in settori non pregiudizialmente ostili alla Flotilla si è detto e ripetuto che si trattava solo di un’impresa dimostrativa, che l’impossibilità di approdare a Gaza era scontata e rendeva l’impresa sostanzialmente inutile, che ci vuole ben altro per aiutare i Palestinesi e via seguitando con una sequela di banalità. I fatti hanno dimostrato esattamente il contrario.

L’autunno scorso la prima spedizione della Flotilla ha prodotto, come ha scritto Marco Revelli, «l’irrompere di un tempo nuovo, qualcosa di impensabile fino a poco prima, d’invisibile, che d’improvviso emerge alla superficie e rivela un cambiamento di orizzonte nel modo di guardare le cose, e di sentire ciò che accade, e di percepire il nostro posto nel mondo. La giornata del 3 di ottobre – i due milioni nelle cento piazze – ma anche del 4 – un milione tondo tondo nelle strade di Roma – e pure del 22 settembre, la prima epifania di quel sommovimento –, sono di questo tipo: con i loro mutamenti tellurici nel costume, nella morale condivisa, nel comportamento finiscono per travolgere, a volerli interpretare per quello che sono, tutti i modi consolidati di considerare i fatti politici e sociali, rendendo inutili – o se si preferisce “obsolete” – le vecchie forme del discorso e dello stesso scontro politico». Quel che è stato innescato dall’impresa della Flotilla – smentendo la vulgata di un mondo condannato all’indifferenza e all’egoismo – è una voglia di partecipazione, di presa di parola, di protagonismo che ha riempito le vie, le piazze, gli spazi pubblici di un’infinità di corpi, di voci, di canti e di suoni uniti nel dire che non se ne può più di assistere passivamente all’orrore che quotidianamente si consuma sotto i nostri occhi e che ci sono i modi per dirlo e per pretendere il cambiamento. È stato, per molto versi, un miracolo.

Nei giorni scorsi, poi, la seconda avventura della Flotilla, con il nuovo atto di pirateria di Israele contro le barche in navigazione in acque internazionali, il sequestro dei relativi equipaggi, le torture e le umiliazioni inflitte a donne e uomini armati solo delle loro idee è stata altrettanto deflagrante. È stato abbattuto il muro dell’indifferenza costruito, nel nostro Paese e nell’intero Occidente, dalla grande stampa e dalle istituzioni, costrette finalmente ad ammettere quello da tempo – inascoltati – descrivevano prigionieri ed esuli palestinesi, attivisti, giornalisti, film makers e intellettuali non omologati. Di fronte ai maltrattamenti esibiti di propri cittadini i Governi occidentali non hanno potuto continuare a chiudere gli occhi. Non ha potuto farlo neppure il nostro ineffabile e balbettante ministro degli esteri. Certo, le reazioni sono state timide, riduttive, insufficienti ma il muro della complicità si è incrinato. La Palestina e, soprattutto, i palestinesi sono, almeno per un po’, diventati protagonisti, mentre termini come “genocidio” e “Stato canaglia” abbinati a Israele hanno cessato di essere tabù anche nell’establishment. Non basta ma è un salto di qualità importante, attribuibile proprio all’impresa della Flotilla.

Tutto questo ha un rilievo che va oltre la vicenda specifica e apre prospettive nuove e significative per i movimenti e per il variegato arcipelago che persegue un mondo diverso.

Primo. Con l’impresa della Flotilla sono tornati al centro del campo politico due valori desueti che sono, invece, fondamentali e capaci di suscitare entusiasmo e mobilitazione: la mancanza di tornaconto personale e l’universalismo. Le navi dirette a Gaza non hanno avuto sponsor esterni né finalità ulteriori rispetto all’aiuto concreto – diretto e indiretto – a Gaza e ai suoi abitanti. L’impresa è stata il frutto di una mobilitazione dal basso di associazioni, organizzazioni e singoli che hanno messo in campo solo – si fa per dire… – le proprie risorse, il proprio entusiasmo e i propri corpi. La gran parte di chi ha partecipato all’impresa e calcato le prigioni di Israele è sconosciuta ai più e non ha cercato riscontri mediatici né investimenti per il futuro. Il tutto in un mix di lingue, di nazionalità e di provenienze che ha ridato voce all’internazionalismo. La prima, univoca, lezione che se ne può trarre è che il denaro e i media non sono necessariamente il motore della politica e che i confini nazionali sono solo un’invenzione di chi vuole mantenere il mondo in condizioni di disuguaglianza e sfruttamento.

Secondo. Un ulteriore dato, non scontato, ha fatto irruzione sulla scena: l’integrazione di genere e di generazioni che ha caratterizzato le “spedizioni” e anche le manifestazioni che le hanno accompagnate. Donne, uomini, ragazzi e finanche anziani si sono mobilitati insieme e in condizioni di parità come non accadeva da tempo. I vuoti dibattiti da talk show e le pensose analisi sulla incomunicabilità e sull’inevitabile conflitto tra giovani e anziani e tra donne e uomini sono stati spazzati via, a dimostrazione che gli obiettivi condivisi e mobilitanti sono capaci di superare incomprensioni, diffidenze, diversità culturali. Ovviamente – e per fortuna – le differenze restano. Ma possono cessare di essere fattori di debolezza. E la strada tracciata dalla Flotilla può essere ulteriormente percorsa.

Terzo. C’è un’altra lezione: molti degli improvvisati marinai della Flotilla non avevano la più pallida idea di come si governa una barca in alto mare ma tutti sapevano che, per la riuscita dell’impresa, era necessario coniugare radicalità e non-violenza. Non sempre ciò è accaduto (e accade) nell’esperienza dei movimenti e altrettanto spesso la non-violenza è stata scambiata per debolezza o arrendevolezza. Ebbene, la reazione composta, pacifica e senza cedimenti degli equipaggi della Flotilla all’aggressione della marina israeliana ha fatto il giro del mondo mostrando a tutti da che parte sta la violenza e rendendo tangibile che la vittoria non è solo né sempre quella che si ottiene con le armi.

Quarto. L’immagine di questa flotta di barche disarmate che attraversavano, compatte, il Mediterraneo ha bucato i media addirittura al di là delle aspettative. La fantasia, l’inaspettato, finanche l’allegria si sono dimostrati strumenti vincenti di azione politica. Ben più di lunghe spiegazioni e ben prima che l’arroganza, la brutalità e la violenza di Israele aggiungessero il loro carico. La lezione è che la politica deve essere creativa.

Quinto. Quanto sin qui descritto non sarebbe accaduto e non avrebbe avuto l’impatto riscontrato senza il coraggio dei partecipanti all’impresa della Flotilla, ben consapevoli delle violenze, delle umiliazioni, degli insulta cui andavano incontro. La destra ha ironizzando parlando di “crociere” e di “vacanza” ma questa vergognosa speculazione è svanita di fronte alle fotografie e ai video degli attivisti inginocchiati, bendati, ammanettati, percossi, torturati. Senza coraggio, anche fisico, senza disponibilità a pagare di persona questo novello Davide non avrebbe incrinato il potere e la forza di Golia. Perché – come ha scritto su queste pagine Karim Metref – «per fare una rivoluzione bisogna pur sacrificare qualcosa: soldi, benessere, sicurezza, tempo, energia. Qualche volta bisogna sacrificare tutto: la vita».

C’è molto nell’impresa della Flotilla di cui fare tesoro. Se accadrà sarà più facile contrastare lo strapotere dei signori del mondo. Nulla è acquisito ma una strada è tracciata e non è cosa da poco.

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I volontari della Flotilla come i partigiani: un paragone azzardato ma forse non troppo - Leonardo Botta

Fu la lotta partigiana, dopo le vergogne del fascismo, a consentire ad Alcide De Gasperi di rivendicare il pur compromesso orgoglio italiano alla Conferenza di Pace di Parigi

Quali effetti concreti, in termini di aiuti per Gaza, hanno prodotto le missioni della Global Sumud Flotilla? Oggettivamente pochi: non ho idea di quanti viveri o medicinali quelle imbarcazioni siano riuscite a recapitare nella Striscia, ma immagino si tratti di quantità risibili, se non nulle.

Dunque parliamo di missioni inutili? Tutt’altro: secondo me sono servite, e servono, a tenere in piedi l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale verso le tragedie del tormentato fronte mediorientale. Certo, il salpaggio di quelle vele ha scatenato strascichi di polemiche e anche l’evocazione di qualche opacità di cui non si sentiva l’esigenza: al netto di reiterate accuse di connivenza dei volontari con Hamas (finora mai provate e, anzi, fondate perlopiù su qualche documento falso prodotto dal governo israeliano), male non avrebbero fatto, i portavoce della missione a condannare pubblicamente e in maniera netta anche i crimini del terrorismo palestinese.

 

Ma spero comunque che di fronte alla storia recente qualcuno, come De Gasperi, dopo le posizioni cerchiobottiste di Meloni, La Russa, Tajani (quello secondo cui “il diritto internazionale vale fino a un certo punto”), quando ci sarà da spiegare come mai non si è quasi battuto ciglio nei confronti del governo di un paese che “democraticamente” bullizza buona parte del Medio Oriente da Gaza, al Libano, alla Cisgiordania, che utilizza mezzo Mediterraneo come la propria vasca da bagno, che ha risposto al vile e criminale attacco di Hamas del 7 ottobre con la mattanza di oltre 70 mila gazawi tra cui 20 mila tra bambini e adolescenti (ormai sono rimasti in pochi a contestare questi numeri), ecco, spero che quel qualcuno avrà l’onestà di affermare: “La nostra reputazione è salva anche grazie ai volontari della Flotilla”.

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La guerra occidentale in Europa che troppi cercano di nascondere - Ennio Remondino

 

 

Per malanni, anche gli eroici narratori di guerre antiche rispetto alle disgrazie moderne si arrendono, e tocca all’indegno supplente sostituire. Che va a ripescare un’antica cronaca belgradese di quadi 30 anni fa, bombe Nato che ovviamente, dato l’autore dell’azione militare, erano ‘guerra umanitaria’. Anche se ammazzavano molto lo stesso. Ma piene di buone intenzioni oltre che di esplosivo.

 

Cronachette di un testimone sul campo

Mercoledì 24 marzo 1999. Prima notta di guerra, annunciata con puntualità burocratica alle venti precise. “Sono stato informato dal comandante militare supremo in Europa, il generale Wesley Clark, che in questo momento sono iniziate le operazioni aeree della Nato contro obiettivi nella Repubblica federale jugoslava”, ha detto il segretario generale Javier Solana. La grande macchina militare alleata si è messa in moto con tutta la sua forza missilistica e aerea nelle prime ore di oscurità. I cacciabombardieri sono decollati a ondate successive dalle basi in Italia, mentre le navi Usa in Adriatico e i B-52, altissimi nel cielo, hanno lanciato le salve di “Tomahawk” con i computer programmati per raggiungere i loro obiettivi. È stata questione di attimi e dalle maggiori città serbe sono cominciate a giungere le notizie delle esplosioni. Pristina, Belgrado dove ci troviamo, Novi Sad sono colpite. E’ l’inizio di 78 giorni ininterrotti di bombardamenti.

 

Flotta aerea da fine del mondo per 78 giorni di bombardamenti

I bombardamenti della Nato sulla Jugoslavia iniziano alle 20 di mercoledi 24 marzo 1999. A New York, su richiesta di Mosca, si riunisce il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite che pur ribadendo di essere l’unico organismo internazionale legittimato a decidere eventuali azioni di forza a favore della pace, non avalla e non condanna l’intervento Nato. Il giorno successivo la Jugoslavia rompe le relazioni diplomatiche con Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania e Francia. Il 27 marzo inizia l’esodo di kosovari in Albania e Macedonia. Da allora, ognuna delle 78 giornate di bombardamenti viene indicata dal comando Nato di Bruxelles come una escalation rispetto al giorno precedente.

Il primo aprile, tra le 4.55 e le 5.30, un intenso bombardamento su Novi Sad, in Vojvodina, abbatte in Ponte Vecchio (Marshal Tito) sul Danubio, colpisce il palazzo dell’Università, danneggia la fortezza medioevale di Petrovaradin e la Chiesa del monastero di San Juraj, del 1714. L’attacco, secondo fonti dell’US Air Force, è stato condotto da B-2, con Joint Direct Attack Munitions (JDAMs), proiettili a guida satellitare.

Nel bombardamento del 2 aprile nell’area di Orahovac (nella zona dove è attualmente insediata la super base militare USA di Bonsteel), secondo le autorità serbe vengono usate cluster bonb che feriscono sei civili, tra cui due bambini. Dal 4 aprile iniziano i bombardamenti delle raffinerie nella zona di Pascevo, nord di Belgrado, che si protraggono per settimane, provocando gravi danni ambientali, emissione di fumi tossici, e sversamento di sostanze chimiche venefiche nelle acque del vicino Danubio. Scatta l’allarme chimico successivamente annullato per la mancanza di strumenti di protezione. All’ora di colazione viene consigliato di proteggersi le vie respiratoria con stracci bagnati. Secondo Human Rights Watch, sono usate ‘precision-guided munition’ (PGM).

Il 6 aprile, nel bombardamento di baracche militari vicino ad Aleksinaz, restano uccisi 10 civili e altri trenta sono feriti. Secondo l’agenzia di stampa jugoslava Tanjug vengono daneggiati o distrutti almeno 400 appartamenti. Una bomba esplosa accanto all’autostrada Belgrado-Nis colpisce altri venti civili. La Nato definisce l’episodio un “incidente di guerra”. Il Commodoro dell’aria, David Wilby, spiega che “è sempre possibile che una delle nostre bombe finisca fuori bersaglio”. Testimoniando al Congresso, il 14 aprile, il generale Henry Shelton, descrive il fatto come “Il primo incidente con civili coinvolti”.

Il generale Shelton s’era dimenticato di dire che alle 12.30 del 7 aprile, in un attacco aereo attorno a Pristina, furono uccisi nove civili e otto furono feriti gravemente. Tra le vittime, la famiglia Gashi, chiaramente kosovara albanese: il padre Mesud, la madre Dijana, e i piccoli Dea, Rea, e Demis. Il 9 aprile la Nato ammette di aver colpito obiettivi civili. “Due o trecento metri fuori bersaglio” ammette il solito Commodoro dell’aria David Wilby. Altre vittime civili per colpi fuori bersaglio l’8 aprile a Cuprica (danneggiata una scuola, negozi e una palestra), il 14, vicino ai villaggi di Merdare e Mirovac (una mamma con la la figlioletta di un anno, più un altro bimbo di 11 mesi).

 

NATO a Merdare

Secondo un reportage del New York Times, “in Merdare, NATO bombs and anti-personnel cluster bombs demolished four houses early Sunday morning, killing five…. A number of pigs and cows were killed and injured….”. “A Merdare, bombe NATO e bombe a grappolo antiuomo hanno demolito quattro case nelle prime ore di domenica mattina, uccidendo cinque persone…. Numerosi maiali e mucche sono stati uccisi e feriti da bombe a grappolo antiuomo della NATO”.

Il 12 Aprile tocca ad un treno passaggeri, lungo la linea tra Belgrado e Ristovac, sul confine con la Macedonia, in località Grdelica, su un ponte che supera la Juzna Morava. 20 morti. Il missile partito da un F-15E Strike Eagle e diretto da un “AGM-130 electro-optycal precisioni-guides munition” (PGM). L’episodio è tanto grave da spingere lo stesso comandante delle operazioni Nato, generale Wesley Clark, a sostenere che il pilota avrebbe puntato il missile contro il ponte prima che apparisse il treno. Una sorta di “Super-Euro-Star” da 300 l’ora, secondo il filmato proposto giorni dopo dal portavoce Nato a Bruxelles Jamie Shea. Peccato che il filmato sia stato proiettato a velocità doppia, per dare foga ad un asmatico treno locale che arrancava lungo una linea vecchia e precaria.

Il 14 aprile accade di peggio. Tra le 1 e mezza e le 3 e mezza di pomeriggio, in piena luce, una serie di convogli di profughi kosovari albanesi che spingono i loro trattori sovraccarichi lungo la strada tra Djakovica e Decani, vengono confusi con colonne militari jugoslave e bombardati ripetutamente. 73 uccisi e 36 feriti secondo le autorità di Belgrado. Secondo il Comitato per il “Compiling Data on Crimes Against Humanity and International Law”, vi sarebbero stati 82 morti e 50 feriti.

L’incidente apre una feroce polemica sui bombardamenti Nato. La difesa d’ufficio, spesso ridicola, accentua l’indignazione per il dramma. Il Pentagono ipotizza che convogli militari serbi abbiano attaccato le colonne di profughi dopo i raid dei caccia-bombardamenti Nato. Secondo il portavoce del Pentagono Ken Bacon, il generale Usa e comandante Nato Wesley Clark assicura che i suoi piloti hanno attaccato solo veicoli militari. Il giorno dopo la Nato ammette che, “Following a preliminary investigation”, uno dei suoi aerei avrebbe colpito con “una bomba un veicolo civile”.

Lo stesso giorno il corrispondente della France Pres dal Kosovo, il reporter del Los Angeles Times, Paul Watson, e due troupes televisive greche raggiungono la zona del massacro. “Corpi carbonizzati o fatti a pezzi, trattori ridotti a bare collettive e case in rovina”, batte il primo dispaccio dell’AFP. Secondo l’agenzia di stampa, i convogli colpiti e distrutti sono stati due. Il cronista del Los Angeles Time scrive di piccoli creteri e frammenti di proiettili col marchio US. Racconta inoltre di una “estensive shrapnel dispersion” dopo esplosioni avvenute in aria, descrivendo l’uso di cluster bomb.

Secondo la testimionianza di un superstite kosovaro albanese, Safet Shalaj, raccolta da Human Rights Watch, il suo convoglio era formato da sette trattori con rimorchi sovraccarichi e diverse auto. “Nel mio trattore sono morte 15 persone. Dopo le bombe, con chi è sopravissuto, ci siamo rifugiati in una casa con la polizia serba”. Testimonianza di Kole Hasanaj. “Quando in cielo spuntarono gli aerei, per la strada c’era il nostro convoglio di trattori e anche alcuni veicoli militari. Nel caos delle bombe ci siamo mischiati. Io ho contato 23 persone uccise nel mio trattore. Ce n’erano altri attorno. Forse 27, 28. La Nato ha bombardato cinque volte. Nessuno dei veicoli militari è stato danneggiato”.

 

Il povero ‘Jamie Sceim’

Il 16 aprile il portavoce Nato Jamie Shea ed il generale italiano Giuseppe Marini assicurano “in one case and one only”, è stato colpito un bersaglio civile, mentre tutti gli altri ordigni sono stati diretto contro veicoli militari. Il 19 aprile, nuova versione. La Nato ammette che nel bombardamento del primo convoglio sono stati coinvolti 12 aerei che avrebbero lanciato 9 bombe. L’attacco al secondo convoglio parte perché la colonna di trattori “pace and formation were of a typically military nature”. Forse perché si muovevano in colonna.

“This is a very complicated scenario and we will never be able to establish all the exact details”, confess ail generale USA Daniel Leaf, comandante del 31st ad Aviano, da dove gli F-16s della strage sono partiti. Sempre secondo l’ineffabile Daniel Leaf, dopo il bombardamento Nato, le forze armate serbe avrebbero attaccato i profughi con cluster bomb e granate. Il 17 aprile, a seguito di un bombardamento sull’aeroporto militare di Batajnica con altre vittime civili, l’organizzazione per la difesa dei Diritti Umani rileva come “Evidence indicated that a weapon-possibly a cluster bomb submunition-exploded”.

Dalle 2.06 alle 2.20 del 23 aprile, alcuni missili Nato lanciati da un B-2 colpiscono e distruggono l’edificio centrale della Radio Televisione Serba, in via Aberdareva, nel centro di Belgrado. Sedici tecnici e operai morti e altri sedici feriti. Da quella sede, sino a poche ore prima, avevo mandato via satellite i miei reportage televisivi verso l’Italia. Del massacro sono stato praticamente testimone diretto. Poche ore prima avevo nuovamente segnalato ai colleghi serbi della “latitanza” dei giornalisti americani ed inglesi, evidentemente preavvertiti del nuovo bersaglio. Poche ore dopo, nella notte, assistevo all’inutile ricerca dei loro corpi tra le macerie fumanti. Le polemiche internazionali su quel bersaglio avranno anche momenti di ricostruzione mostruosamente scorretta e faziosa in trasmissioni tv segnate da personali cattiverie.

Nel pomeriggio del 27 aprile, l’attacco aereo alla caserma Jovana Jovanovica Zmaja, a Surdilica, nel sud-est della Serbia, alcuni ordigni colpiscono i quartieri di Zmaja,  Mioroljuba Stanojevica, Jugoslovenska, e Stojana Stamenkovica. Per alcune fonti il risultato è di sedici morti e moltissimi feriti, tra cui dodici bambini tra i 5 e i 12 anni. Secondo altre fonti, i morti sarebbero stati 20 tra cui 12 bambini. Sono stato la sera stessa a Surdulica, ed il terreno era arato da crateri di bomba. Il 28 aprile, dal comando Nato di Bruxelles il generale Giuseppe Marani spiega che “dopo 4000 attacchi, può accadere”. “Effetti collaterali della guerra”.

Il primo maggio, pomeriggio, attacco al ponte sul fiume Lab, vicino al villaggio di Luzane, in Kosovo. Col ponte viene colpito un pullman carico di passeggeri. 39 morti e 30 feriti, secondo alcune fonti. Secondo il governo jugoslavo, le vittime sarebbero state 57. Sempre secondo Belgrado i caccia Nato avrebbero bombardato anche le ambulanze di soccorso ferendo un dottore. La Nato ammette l’errore: “era una strada militare”. Il colonnello Konrad Freytag spiega poi come, “Sfortunatamante, after the weapon’s release, a bus crossed on the bridge but was not seen by the pilot whose attention was focused on his aim point during weapon trajectory”. Due giorni dopo, praticamente il bis, nell’area di Savine Vode, sempre Kosovo. Bersaglio ancora una volta un autobus, questa volta di linea (Pec-Rozaje). 70 morti e 50 feriti. Per la Nato, questa volta s’è trattato di un errore nei piani di attacco.

Le tante volte denunciate cluster bomb compaiono questa volta ufficialmente (con la conferma di HRT e della stessa Nato), il 7 maggio a Nis, nel sud est della Serbia. 14 vittime e 28 feriti. Il bersaglio era l’aeroporto e gli ordigni finiscono a 1 chilometro e mezzo di distanza. Le piccole bombe anti uomo colpiscono l’istituto di Patologia del Medical Center, agli uffici del rettorato dell’Università, un mercato nel centro città, la stazione dei bus di Nis-Fortezza vicino al fiume. Diverse piccole bombe inesplose sono recuperate dagli artificieri in altri quartieri della città. La Nato conferma l’attacco che era diretto ai depositi carburante della Jugopetrol, ma non fa cenno agli ordigni usati. Il Segretario generale della Nato Xavier Solana ammette l’errore di bersaglio e precisa che l’uso delle cluster bomb era stato 2ritenuto appropriato al bersaglio previsto”. Dal generale Walter Jertz sappiamo che su Nis sono cadute le cluster bomb CBU-87.

 

L’ambasciata cinese

Lo stesso 7 maggio, pochi minuti prima della mezza notte, mentre alcune bombe colpiscono nuovamente le sedi del ministero degli interni in Knesa Milosa, nel cuore di Belgrado, uno, forse due proiettili colpiscono l’ambasciata cinese, in Umetnosti Boulevard. Tre morti e venti feriti tra il personale dell’ambasciata. Testimone diretto dell’evento, ero nei pressi, ricordo le fiamme dal tetto dell’ambasciata, l’evidenza di una seconda esplosione (un nuovo colpo o una esplosione interna) ed assieme l’incredulità di Roma (e non solo) alle mie telefonate in diretta che raccontavano dell’evento. L’episodio è di una gravità internazionale eccezionale ed immediatamente si scatena ogni possibile dietrologia.

Difficile parlare ancora una volta di bomba fuori bersaglio. Questa volta a muoversi è direttamente il governo statunitense che spiega al mondo e a Pechino, scusandosi, di aver semplicemente sbagliato strada. Cercavano il civico 2 di Umetnosti Boulevard dove, per le loro carte, aveva sede il Direttorato Federale per l’acquisto di armamenti (FDSP), e hanno consegnato le loro bomba a trecento metri dal bersaglio previsto. Spedizione importante affidata ad un B-2 armato con cinque “Joint Direct Attack Munitions” da 2000 libbre. Alcune delle cinque bombe dello stesso B-2 finiscono sull’hotel Jugoslavia, lungo le rive della Sava, sospettato di essere un covo delle famigerate “Tigri di Arkan”, la formazione paramilitare e criminale di Zeljko Raznatovic, assassinato a Belgrado nei primi giorni del 2000

 

«Errore della Cia» che non doveva comparire

Le bombe sull’ambasciata sono figlie di un errore della Cia, si giustificano Washinton e Bruxelles, scaricando sul povero direttore George Tenet, una errata o superficiale lettura delle mappe. Avessero chiesto ad un qualsiasi tassista di Belgrado, sarebbero andati sul sicuro. Oppure, potevano chiedere aiuto ai due loro colleghi dell’Intelligence italiana (Sismi) tranquillamente presenti a Belgrado nella nostra ambasciata rimasta aperta.

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Leggendo le parole che pesano di Widad Tamimi

Le parole pesano - Widad Tamimi

 

Le parole pesano. Possono farsi carico delle contraddizioni del mondo, restituendoci tutta la loro articolata complessità, oppure agire al contrario: semplificare la realtà fino a svuotarla.

C’è un momento in cui le parole, staccandosi dalla storia che le ha generate, diventano gusci vuoti, o peggio, armi retoriche destinate non a spiegare il presente, ma a renderlo illeggibile. È partendo da questa consapevolezza che, dalle colonne del quotidiano israeliano Haaretz, il giornalista Bradley Burston ha lanciato una provocazione necessaria: «It’s Time to Stop Talking About Zionism» (È tempo di smettere di parlare di sionismo). La tesi di Burston è tanto semplice quanto radicale: l’uso ipertrofico e polarizzato del termine «sionismo» nel discorso pubblico contemporaneo è diventato non solo inutile, ma attivamente dannoso. Si inserisce in una guerra di termini che, usati in senso ideologico, impedisce di affrontare l’unica vera urgenza: la realtà materiale dell'occupazione, dei diritti umani e della democrazia. Per Burston, il peccato originale del dibattito odierno risiede nel fatto che il sionismo – storicamente un movimento politico ottocentesco, frastagliato e multifila, volto a stabilire una patria per il popolo ebraico – ha esaurito la sua spinta propulsiva nel momento stesso in cui quell'obiettivo è stato raggiunto, nel 1948.

L'analisi che segue nasce proprio dalla volontà di aprire un dibattito sereno e costruttivo, lontano da logiche di polemica o di divisione ideologica. Emerge oggi, infatti, l'urgenza di fare chiarezza sui termini che si utilizzano nel discorso pubblico, analizzando la loro evoluzione e i loro mutamenti nel tempo. La proposta essenziale è quella di ritrovare un terreno di confronto basato sulla tolleranza reciproca e sullo spirito democratico attorno a concetti che rischiano di trasformarsi in armi retoriche piuttosto che in strumenti di dialogo. Le parole dovrebbero invece conservare la capacità di aiutare gli esseri umani a dirsi qualcosa di comprensibile; quando questa funzione originaria viene meno, la riflessione diventa un dovere collettivo.

Questa necessità di fare chiarezza appare ancora più evidente e attuale alla luce degli eventi recenti: dal 13 al 15 giugno si è tenuto a Vienna il primo congresso degli ebrei antisionisti. È un evento dal forte impatto simbolico, che richiama inevitabilmente alla memoria, per contrasto, quel primo congresso sionista che Theodor Herzl convocò alla fine dell'Ottocento proprio in terra austriaca. Oggi più che mai, la stessa diaspora ebraica si trova interpellata a ragionare in modo pacato e profondo sulle sfumature e sulle stratificazioni che questo termine ha assunto, restituendo complessità a un dibattito troppo spesso banalizzato. Sviluppare una simile lucidità, d’altra parte, non è solo un percorso necessario all'interno della diaspora, ma rappresenta un passaggio fondamentale per il resto del mondo, affinché l'opinione pubblica possa orientarsi senza accecamenti ideologici dentro le tragedie del presente.

Cosa intende dire Bradley Burston, quando afferma sia arrivato tempo di smettere di parlare di sionismo?

Innanzitutto che oggi, questa parola, come molte altre, sia diventata ostaggio. Ci sono due opposte e speculari tifoserie che ne alimentano la tossicità. Da un lato, la destra etno-nazionalista e messianica al potere in Israele, spalleggiata dal fondamentalismo evangelico statunitense, ha monopolizzato il termine, sovrapponendolo integralmente all'espansione degli insediamenti in Cisgiordania e alla dottrina della supremazia ebraica. Chiunque critichi il governo o difenda lo Stato di diritto viene marchiato come «anti-sionista», ovvero traditore. Dall'altro lato, nel campo della solidarietà internazionale pro-palestinese e in frange della sinistra radicale, il «sionismo» è stato ridotto a un sinonimo totalizzante di colonialismo, apartheid e razzismo tout court. Il risultato è un dibattito astratto e metafisico sui massimi sistemi, che cancella la complessità e, soprattutto, disinnesca qualsiasi pragmatismo politico. Parlare di sionismo oggi, suggerisce Haaretz, significa perdersi in una discussione accademica mentre sul campo si consuma la tragedia. Bisogna smettere di parlare di "ismi" e iniziare a parlare di azioni, di leggi, di terra e di corpi.

L'articolo ha scatenato una riflessione profonda, intercettando i settori più illuminati della sinistra israeliana e, soprattutto, della diaspora ebraica globale, in particolare quella statunitense, rappresentata da voci come Jewish Currents, il network di Plus61J o intellettuali vicini a Breaking the Silence. Questa galassia critica ha raccolto la sfida di Burston, articolandola in alcune direttrici fondamentali. Intellettuali e attivisti come Peter Beinart hanno spesso evidenziato come le nuove generazioni di ebrei della diaspora non si riconoscano più nella dicotomia binaria Sionismo/Anti-sionismo. Per i ventenni di oggi, cresciuti vedendo le immagini di Hebron o di Gaza, l'insistenza sul «sionismo delle origini» suona come un'ipocrisia nostalgica. Chiedere a un giovane progressista di giurare fedeltà a un «ismo» astratto mentre assiste alla deriva etnocratica reale significa spingerlo all’allontanamento.

Allo stesso tempo, la parte più avanzata del dibattito ha sottolineato come la trappola terminologica serva ai governi israeliani per proteggersi dalle critiche di diritto internazionale. Se ogni obiezione alla colonizzazione della Cisgiordania viene derubricata ad «attacco al sionismo» e quindi all'esistenza stessa di Israele, la discussione si sposta dal piano legale-umanitario a quello esistenziale. Una parte della sinistra israeliana illuminata concorda sul fatto che bisogna de-ideologizzare il conflitto: non si tratta di essere pro o contro il sionismo, ma di essere pro o contro la Quarta Convenzione di Ginevra. Inoltre, storici e sociologi hanno ricordato che lo stesso pensiero ebraico pre-1948, da Hannah Arendt a Martin Buber, includeva visioni culturali e binazionali non stataliste. Liberarsi dal dogma del sionismo d'ordinanza permetterebbe di rimettere al centro l'unica soluzione praticabile, ovvero il principio di «un uomo, un voto» e della parità assoluta di diritti civili e politici tra il Giordano e il Mediterraneo.

Continuare a processare la storia del XX secolo non salverà una sola vita a Gaza, né smantellerà un singolo avamposto illegale sulle colline di Nablus. Abbandonare l'uso di una parola abusata non significa dimenticare la storia, ma decidere di abitarla. Significa costringere la destra israeliana a rispondere delle proprie leggi discriminatorie senza lo scudo dell'epica pionieristica, e costringere la comunità internazionale a misurare Israele per ciò che fa, non per ciò che desiderava essere ed è già diventato: uno Stato. Sia la liberazione dei palestinesi, che la salvaguardia del futuro degli israeliani non passano dalle vecchie formule del secolo scorso. Hanno invece bisogno del coraggio di nominare l'ingiustizia con il suo nome presente: occupazione, disuguaglianza, assenza di democrazia. Tutto il resto è fumo ideologico negli occhi di chi soffre.

 

 

 

 

Quella deriva autoritaria che sta svuotando Israele - Widad Tamimi

 

(da Il Manifesto del 18-6-26)

 

C’era un tempo in cui l’idea stessa che lo Stato ebraico potesse sbarrare le porte o espellere un cittadino di fede ebraica era semplicemente inconcepibile. La Legge del Ritorno, pilastro fondativo del 1950, era nata proprio per garantire un rifugio automatico e universale alla Diaspora ebraica, in netta contrapposizione alla politica del Non Ritorno che invece nega categoricamente lo stesso diritto ai profughi palestinesi, per tutelare la maggioranza demografica ebraica.

Oggi, d’altra parte, anche dogmi come la Legge del Ritorno possono crollare pur di sostenere l’ideologia nazionalista e messianica che guida Israele. Nell’ultimo anno, persino attivisti internazionali ebrei, giunti nei territori palestinesi per progetti di «presenza protettiva» – scudi umani pacifici a difesa dei villaggi palestinesi sotto attacco – sono stati arrestati e deportati con procedure d’urgenza.

Da Leila Stillman-Utterback, diciottenne figlia di un rabbino del Vermont processata nel cuore della notte, fino a membri del Center for jewish nonviolence, il copione si ripete: l’accusa formale è la violazione di «zone militari chiuse», ma la condanna reale è politica. Chi non si allinea all’agenda della destra diventa, di fatto, un «nemico dello Stato».

Non si tratta di incidenti isolati, ma di una precisa strategia della destra ultranazionalista, che da tempo spinge per riforme legislative che escludano i convertiti non ortodossi dall’accesso alla cittadinanza. Una mossa che mira a recidere il legame con l’ebraismo riformato e progressista internazionale, che rappresenta la stragrande maggioranza della Diaspora negli Stati uniti e che si dimostra sempre più critico verso le violenze dei coloni e l’occupazione.

Il messaggio che giunge è chiaro: l’unico ebreo gradito è quello compiacente. Chi manifesta solidarietà con la popolazione palestinese perde il proprio «privilegio» identitario e viene trattato alla stregua di un elemento sovversivo.

Ma la stretta autoritaria non si limita a respingere chi viene da fuori; sta spingendo chi è dentro ad andarsene. Israele sta attraversando una crisi demografica e sociale senza precedenti, un vero e proprio «esodo dei laici». Tra il 2024 e il 2025, oltre 150mila israeliani hanno lasciato stabilmente il Paese (circa 82.700 solo nel 2024, a fronte di pochissimi rientri). Sebbene il carovita insostenibile e la perenne precarietà securitaria siano i motori materiali di questa fuga, la componente ideologica è il fattore scatenante per la classe media e progressista.

Secondo i dati dell’Israel democracy institute, la spinta a emigrare è fortemente polarizzata: oltre il 40% dei cittadini ebrei di sinistra dichiara di voler abbandonare il Paese, contro meno del 20% di chi si identifica con le posizioni della destra. A partire sono soprattutto i giovani tra i 20 e i 30 anni – i medici, gli accademici e i professionisti del settore tecnologico provenienti dall’area liberale di Tel Aviv.

Se da un lato la paura della deportazione minaccia di svuotare i territori occupati della presenza di osservatori internazionali, dall’altro la fuga dei cervelli e del dissenso rischia di lasciare Israele (e i palestinesi) in mano a una coalizione teocratica e militarista. Un vicolo cieco in cui lo Stato ebraico, per difendere l’occupazione, sceglie di rinunciare alla sua stessa complessa e plurale identità.

A fare da contraltare a questo esilio forzato del dissenso interno è l’accoglienza che i governi europei riservano, invece, alla macchina bellica di Tel Aviv. Nessuna discrezione: lo sbarco dei riservisti israeliani negli scali europei ha invaso i nostri Paesi con la forza d’urto di una vera e propria occupazione logistica.

Chi si trovava negli aeroporti di Cagliari-Elmas o in Sicilia ha assistito a scene surreali, con voli charter dedicati che scaricavano centinaia di passeggeri accolti non da navette turistiche, ma da dispositivi di sicurezza mai visti in tempo di pace. Flotte di van dai vetri oscurati, scorte armate e un dispiegamento continuo di reparti mobili hanno squarciato la normalità, rendendo immediatamente palese alla popolazione locale che quelle in arrivo nelle nostre regioni non erano affatto comitive di pacifici vacanzieri, ma truppe d’élite di uno Stato in guerra.

Il corto circuito si fa ancora più intollerabile una volta che la colonna militarizzata varca i cancelli dei grandi resort, svelando i paradisi blindati e l’alto prezzo della sicurezza. Oasi di relax storicamente aperte al pubblico si sono trasformate, dall’oggi al domani, in cittadelle fortificate e inaccessibili. Cordoni sanitari di forze dell’ordine italiane, cecchini appostati, bonifiche continue degli artificieri e la presenza pervasiva di agenti del Mossad e della sicurezza interna israeliana hanno ridisegnato i confini della sovranità nazionale. Si tratta di un’imponente macchina da guerra finanziata e garantita dallo Stato per assicurare l’assoluta inviolabilità del cosiddetto «riposo del guerriero», blindando chilometri di costa.

Questo sfarzo militarizzato, anziché rassicurare, ha agito da detonatore per il rifiuto sociale di una complicità imposta, scatenando la rabbia e la mobilitazione dal basso. Vedere le spiagge occupate per garantire una bolla di lusso e di «decompressione» a chi è appena reduce dalle devastazioni di Gaza ha spinto sindacati, associazioni e comitati studenteschi a rompere il muro del silenzio con picchetti e contestazioni durissime ai cancelli dei complessi alberghieri.

L’ostentazione di una protezione così asimmetrica svela l’ipocrisia profonda delle istituzioni europee: mentre i decreti internazionali e la diplomazia di facciata invocano tregue e condannano i massacri, i nostri governi stendono i tappeti rossi e mobilitano i nostri eserciti per proteggere, coccolare e nascondere chi quelle violazioni le commette materialmente sul campo. Chiudendo il cerchio di una democrazia svuotata di senso tanto a Tel Aviv quanto in Europa.

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Israele, la deriva morale è un macabro spettacolo - Widad Tamimi 

Non c’è limite al ribaltamento della realtà nell’era della narrazione social della destra messianica israeliana. L’ultimo capitolo di questa strategia della provocazione permanente vede il ministro della sicurezza nazionale, figura di punta dell’oltranzismo colono, protagonista di un video in cui schernisce i prigionieri della Flotilla.

Trasformando la detenzione illegale e la privazione dei diritti in uno spot elettorale. «Siamo noi i padroni di casa qui», urla Ben Gvir alla telecamera, mentre passeggia tra i corpi degli attivisti costretti a terra, legati e impossibilitati a muoversi. «Erano venuti pieni di arroganza, guardateli ora. Non sono eroi, ma complici del terrorismo».

Nessuna traccia, in lui, della solennità che ci si aspetterebbe da un uomo dello Stato. Nessuna eleganza politica, nessun rispetto per la gravità del ruolo istituzionale che ricopre. Avanza con una postura sformata, quasi animalesca, le mani piantate sui fianchi o agitate nell’aria come quelle di un imbonitore da fiera. Ben Gvir non porta l’autorità della legge, ma la volgarità del bullo di periferia che ha finalmente ottenuto le chiavi della stanza dei bottoni. Si pianta davanti alle telecamere a gambe divaricate, lo sguardo ridotto a due fessure cariche di un disprezzo viscerale, un ghigno asimmetrico stampato sul volto che trasuda una spietata compiacenza.

«Chi sono i padroni di casa qui?» non è una domanda, piuttosto uno sputo in faccia al mondo che lo guarda. In quella frase c’è l’essenza della sua ascesa: la rozzezza di un linguaggio ridotto a slogan da stadio, l’assoluta incapacità di concepire la legittimità umanitaria o politica minima. Per lui, quegli uomini non sono prigionieri da gestire secondo il diritto, ma carne da calpestare per riaffermare un dominio.
Non è una novità; è lo stesso identico stile appreso nei suoi anni da agitatore di strada, quando cercava la rissa e il flash dei fotografi sui marciapiedi di Gerusalemme. Solo che adesso quel fare provocatorio e quella stessa violenza verbale sono stati elevati a politica ufficiale, istituzionalizzati dietro la targa tirata a lucido di ministro della sicurezza nazionale.

Ogni sua visita ispettiva nei penitenziari in cui vengono detenuti i palestinesi si trasforma in un macabro pezzo di teatro a favore di telecamera. Entra nei bracci di massima sicurezza non per controllare, ma per infierire, pretendendo con petulante ferocia l’irrigidimento di ogni restrizione, il taglio di ogni diritto elementare. Ogni suo gesto, ogni parola sprezzante lanciata oltre le sbarre, non cerca la giustizia, ma il boato del suo elettorato, nutrito quotidianamente con lo spettacolo della degradazione altrui.

L’effetto reale è la messa in scena di una deumanizzazione sistematica, dove i corpi di civili – medici e cooperanti internazionali, invece che i palestinesi contro cui si accanisce di solito – diventano trofei da esibire. Un’esibizione pornografica che certifica il collasso del diritto: nelle carceri di Ben Gvir la violazione delle convenzioni internazionali non è più una colpa da nascondere, ma un vanto. Non si tratta di un caso isolato, ma di un modus operandi volto a cannibalizzare il consenso a destra del Likud, blindando il proprio potere attraverso la spettacolarizzazione della crudeltà.

Le immagini arrivano nel momento più teso dell’operazione di pirateria condotta dalle forze israeliane: il sequestro della Lina al-Nabulsi – l’ultima imbarcazione della Global Sumud Flotilla partita dalla Turchia – e l’assalto alla motonave Girolama, che batte bandiera italiana. L’operazione, condotta in acque internazionali con l’uso di proiettili di gomma contro volontari disarmati, si è conclusa con la deportazione ad Ashdod di oltre 400 attivisti umanitari di 44 diverse nazionalità. Per tutta risposta, almeno 87 dei fermati hanno annunciato uno sciopero della fame a oltranza contro l’isolamento e l’arbitrarietà del loro rapimento.
Tra questi, i ventinove italiani detenuti formano un gruppo eterogeneo che unisce l’impegno civile alla solidarietà. È una vicenda che sposta l’asse dell’emergenza: la richiesta di liberazione immediata dei sequestrati è un dovere politico inderogabile per la Farnesina e i governi europei.

Al di là della retorica securitaria, emerge lo smantellamento progressivo dello Stato di diritto all’interno delle stesse istituzioni israeliane. La pubblicazione di immagini di detenuti in stato di costrizione viola apertamente la Convenzione di Ginevra, ma nella Knesset di oggi, e ancor di più nel gabinetto di Benjamin Netanyahu, le norme internazionali sono vissute come lacci burocratici da recidere.
Una deriva che ha riacceso il durissimo scontro interno alla società israeliana. Se i media mainstream tendono a normalizzare la linea del governo, la stampa progressista ha denunciato il video come l’ennesima macchia indelebile sulla coscienza morale del Paese. Sulle colonne di Haaretz, gli editorialisti più accorti sottolineano come questa violenza esibita distrugga quel poco che resta della legittimità internazionale di Israele.

Il video di Ben Gvir funge tuttalpiù da conferma esplicita delle accuse di violazione sistematica mosse dagli organi Onu. Questo manifesto visivo è l’ennesimo segnale di un Paese che, nel silenzio complice di gran parte dell’Occidente, sta smarrendo i confini della propria umanità, spingendo l’esibizione della forza fino alla definitiva legittimazione dell’inciviltà giuridica.

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domenica 21 giugno 2026

Tibi e Tàscia - Saverio Strati

un libro che racconta la storia dell'amicizia di Tibi e Tàscia, ma anche di tutti gli altri bambini e bambine del loro villaggio.

e però raccontando quella storia Saverio Strati racconta anche una storia di povertà estrema, ai limiti della sopravvivenza, di ricconi che sono i padroni delle terre, e di tutto, che sfruttano e insieme fanno i buoni, una storia politica, insomma, in una Calabria che non sembra uscire dal feudalesimo.

a Tibi e Tàscia (diminutivi di Tiberio e Teresa) non potrai non affezionarti, se ancora ti scorre il sangue nelle vene.

Tibi e Tàscia è un libro imperdibile, per grandi e non solo, dovrebbe essere un libro di testo per i bambini delle medie, come I promessi sposi e La Divina Commedia lo sono alle scuole superiori, finchè non saranno sostituiti da Il signore degli anelli.



 

Prefazione di Goffredo Fofi:

"C'è forse un altro romanzo italiano così fitto di dialoghi, così impastato di un presente diretto, di concreta quotidianità, di infantile (e dunque assoluta) verità? Ritorna Tibi e Tàscia di Saverio Strati, fitto di cose piccole e necessarie, uno dei più significativi romanzi del nostro Novecento e della letteratura che ha raccontato il mondo com'era, in particolare il mondo contadino. Quel che Tibi e Tàscia apprendono dell'esistenza - la natura e il lavoro, la terra e il paese, i simili e i diversi, i servi e i padroni, la fame e la festa, la prepotenza e l'amore, il femminile e il maschile - non è qualcosa che appartiene solo a loro, riguarda anche i loro coetanei e riguarda l'interezza dell'uomo, nello specifico dell'età del gioco e della scoperta. Ben pochi romanzi italiani sono paragonabili a questo, nella sua capacità di aprirci a un paesaggio completo e complesso, e però affrontato con la balda capacità dei bambini di farlo proprio, di acquisirlo ed esperirlo giorno per giorno, nel variare delle stagioni e nella costanza dei confronti. Questo «romanzo dell'infanzia» scritto da un giovane calabrese che ha potuto accedere agli studi (e all'emigrazione come scoperta e come possibilità) difficilmente chi oggi lo scopre potrà dimenticarlo. Questa scoperta sarà per lui qualcosa di più che la scoperta di un buon romanzo, bensì quella di uno dei più bei romanzi sull'infanzia che si conoscano, degno dei più grandi, ma con una sua diversità tutta nostra, tutta italiana".

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Nell’interstizio tra l’infanzia e l’adolescenza, i bambini che non vanno a scuola restano soli tutto il giorno e s’incontrano a giocare nella piazzola. Tascia, ovvero Teresa Ventura, è vivace e linguacciuta, in perenne polemica con la madre e il fratello maggiore e sempre protetta dal padre, che ha un debole per lei. Le pesa accudire il più piccolo dei suoi fratelli, Ciccio, di due anni, e dover fare piccoli servizi, come prendere l’acqua alla fontana e accendere il fuoco per cuocere i legumi per la sera, ma i suoi doveri non le impediscono di passare buona parte del suo tempo a giocare a nocciole. Quando accumula castelli («un castello è composto di quattro nocciole»; e lei arriva anche a cento) si sente «la più ricca di tutte le ragazze del mondo». Tibi, ovvero Tiberio Fideli, orfano di padre, è andato a scuola «sino alla terza, sino a due anni fa. Poi mia madre non mi ha più mandato a scuola, perché non aveva i soldi per i libri e per la tessera. I libri costano molto, lo sai tu? E per la tessera il maestro pretendeva cinque lire e mia madre mai aveva da darmele.» L’incontro tra Tascia e Tibi apre la solitudine dei due ragazzini ad una condivisione non solo di giochi e di piccoli lavori ma di pensieri ed emozioni: «Andavano alla fontana assieme e parlavano di tante cose: di Dio, del cielo, delle stelle, degli uccelli e del mare, dei loro amici, parlavano.».

La loro voglia di giocare e ancora giocare è attraversata dalla consapevolezza, venata di malinconia, che, questo, sarà il loro ultimo Natale spensierato: si appresta per entrambi il tempo del lavoro: che è sì, diventare grandi, ma, anche e forse soprattutto, essere sotto il giogo di una fatica senza respiro…

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COME INTERNET CI HA CAMBIATO IL CERVELLO - Giulietto Chiesa

 

sabato 20 giugno 2026

Contro l’“educazione smartphone” - Federico Repetto

 

1. L’abuso degli schermi nel periodo formativo. L’allarme di due psicopedagogisti americani

Il libro dello psicopedagogista americano J. Haidt, Generazione ansiosa (Rizzoli 2025), comincia con una terribile metafora: se vostra figlia di dieci anni vi chiedesse di partecipare a una spedizione per andare su Marte, dato che tutte le sue amiche ci vanno, di certo le rispondereste di no anche a costo di contrariarla gravemente, mentre le mettete tra le mani un cellulare sui cui contenuti non sapete niente e non avete controllo. Già nel 2018 Iperconnessi di J. M. Twenge aveva cominciato a scuotere l’opinione pubblica globale su questo tema. La preoccupazione di educatori e genitori ha indotto molti governi occidentali e asiatici a vietare l’uso dei social al di sotto dei 16 anni, e pare che l’Italia si appresti a farlo. In realtà, come vedremo, il problema non riguarda solo adolescenti e preadolescenti, e non solo i social. Tuttavia partiamo da qui perché Twenge e Haidt documentano un aumento molto rilevante dell’ansia e della depressione dichiarata dagli adolescenti, nonché dei casi di suicidio, di autolesionismo e di ricorso ai servizi psicologici, e non solo negli Usa, ma in tutto il mondo anglofono e in vari paesi europei. E fanno partire la svolta dalla diffusione maggioritaria dell’iphone nel loro paese tra i ragazzi verso il 2012.

Haidt sostiene poi che tale diffusione ha non solo una correlazione statistica con l’aumento della depressione e di altre patologie psichiche degli adolescenti, ma è una vera e propria causa di esso. Egli sostiene che tra il 2010 e il 2015 si arriva negli USA a una trasformazione strutturale dell’infanzia, il cui sviluppo psicologico è legata allo smartphone e da esso dipendente. Ad esso i ragazzi sono connessi 24h su 24 e 7gg su 7, facendo uso di piattaforme che massimizzano engagement (cioè le interazioni on line), confronto sociale e dipendenza. L’infanzia delle generazioni precedenti, ancora intorno agli anni sessanta-ottanta, si era formata attraverso il gioco fisico, sociale, libero, con possibilità di fare un’esperienza relativamente autonoma in contatto con l’ambiente. L’infanzia “amministrata” dagli adulti già da tempo era una realtà diffusa, ma solo l’uso dell’iphone e l’accesso ai media e ai videogiochi on line hanno portato a una drastica trasformazione nella formazione. Anche per lui, come per Twenge, questa trasformazione coincide con la diffusione dell’iphone tra adolescenti e in particolare con l’introduzione di Instagram (2010), che è specializzato nella diffusione di immagini, e in genere col passaggio dai social “testuali” (com’era Facebook all’inizio) a social “visivi” (più pericolosi per l’autostima, soprattutto femminile), con l’introduzione del feed infinito o scroll infinito (2011-2012) e delle notifiche continue.

L’aumento rilevante dell’ansia e della depressione dichiarata dagli adolescenti e dei casi di suicidio, di autolesionismo e di ricorso ai servizi psicologici è ben documentato non solo negli Usa, ma in tutto il mondo anglofono e in vari paesi europei. Haidt però non attribuisce ai nuovi cellulari, ai social e ai videogiochi presi da soli questo aumento, ma ritiene che essi abbiano spinto all’isolamento digitale una generazione iperprotetta dai genitori, che non aveva fatto l’esperienza basilare del gioco tra coetanei senza la supervisione degli adulti, privata di autonomia e riempita di paure riguardo al mondo reale.

Haidt mostra tre curve parallele di fenomeni la cui coincidenza temporale non può essere considerata semplicemente una correlazione statistica, ma piuttosto una correlazione causale. I fenomeni da lui considerati riguardano non solo gli Usa, ma anche UK, Canada, Australia e Nord Europa, che hanno condizioni di vita, di educazione e di uso dello smartphone analoghe. Le diverse statistiche nazionali, a partire dall’adozione dello smartphone da parte degli adolescenti, mostrano in parallelo: a) aumento della depressione (soprattutto ragazze), b) aumento dell’ansia, c) aumento dei casi di autolesionismo e dei tentativi di suicidio. Il punto cruciale è che tutte le curve cambiano pendenza nello stesso periodo: 2012–2013.

Naturalmente non è semplicemente possedere e usare questo nuovo dispositivo elettronico che produce immediatamente depressione, ansia e autolesionismo. Haidt mostra quali siano le conseguenze dell’uso e abuso dello smartphone che a loro volta causano direttamente questi fenomeni patologici: (1) privazione di sonno: gli adolescenti dormono 1–2 ore in meno rispetto al 2010, e lo smartphone ne è la causa principale (uso notturno, notifiche, luce blu sempre accesa); (2) confronto sociale permanente: Instagram e TikTok amplificano il confronto sociale visivo, con effetti più forti sulle ragazze riguardo allo loro immagine corporea, con possibile diminuzione dell’autostima (i dati di Haidt mostrano un aumento diffuso di insoddisfazione per il proprio corpo); (3) il nuovo cellulare rende possibile il cyberbullismo e l’umiliazione pubblica delle persone prese di mira: il bullismo diventa continuo, non più limitato alla scuola, la persecuzione può colpire in qualunque luogo o momento; le ragazze subiscono più bullismo relazionale e reputazionale, e infatti sono più soggette a depressione dei maschi; (4) la dipendenza da smartphone riduce fortemente il tempo per il gioco libero e l’interazione sociale reale: si passa meno tempo all’aperto, si sviluppa meno autonomia nel mondo reale, si hanno meno esperienze formative, aumenta l’ansia sociale e la fragilità emotiva. Per Haidt dunque la diffusione dello smartphone non è la causa unica del fenomeno, ma la causa scatenante, che ha reso gli adolescenti sensibili a tutte le altre cause.

2. Non ci sono solo gli smartphone, ma anche diversi altri schermi

Allarghiamo il discorso dai cellulari agli altri schermi seguendo il fondamentale libro di Simone Lanza, L’attenzione contesa. Come il tempo-schermo modifica l’infanzia (Armando editore, 2025).

Così comincia questo testo: «Sempre più spesso, subito dopo il parto, avviene qualcosa di inedito fino a qualche tempo fa. Le madri, mi ha raccontato un’ostetrica parigina, anziché prendere il bambino e portarlo a sé, cercano il cellulare e, mentre con una mano reggono il neonato, con l’altra si scattano subito un selfie. Da una dozzina d’anni questa abitudine è sempre più diffusa, e alcune ostetriche italiane me lo hanno prontamente confermato». Poi l’autore mette in luce come lo schermo, sia esso tv, tablet, smartphone o videogioco, non solo attira l’attenzione con le sue immagini, ma fa da schermo agli sguardi tra le persone. Non solo il bambino già alla nascita è visto e fotografato attraverso lo schermo, cosa che permetterà di esibirne orgogliosamente l’immagine, ma l’attenzione dei genitori verso il bambino è spesso contesa da vari schermi, simultaneamente in funzione, così come quella del bambino verso i genitori. L’esperienza virtuale sugli schermi è senza dubbio stimolante, multiforme e ampia, ma prende sempre più ore, mentre nei primi anni di vita abbiamo bisogno dell’incontro diretto con le persone e con le cose e del gioco con i compagni all’aria aperta, e non della sedentarietà e di rapporti mediati dallo smartphone, in cui manca la gestualità e il contatto fisico. L’attenzione che fa crescere cognitivamente e affettivamente il bambino piccolo è l’attenzione congiunta: lo scambio intenzionale di sguardi con l’adulto che porta il bambino piccolo a guardare un determinato oggetto o fenomeno.

Lanza passa in rassegna gli studi pediatrici, psicopedagogici e sociologici che mettono in luce tutti i diversi rischi (riguardanti lo sviluppo fisiologico e sensoriale, il peso, il sonno, il comportamento, l’isolamento, la sensibilità affettiva o sessuale, la depressione, l’ansia, la dipendenza ecc.), correlati con l’abuso di tempo-schermo in generale e in relazione a specifici mezzi tecnici e a specifici contenuti (cartoni, social, videogiochi, pornografia ecc.). Molti di questi studi riferiscono dati allarmanti sul livello raggiunto da tutti questi diversi rischi: in particolare è unanime l’apprensione per lo sviluppo dei bambini piccoli da parte dei pediatri americani, francesi e italiani. I ricercatori che insistono sui rischi dell’abuso degli schermi secondo Lanza non sono allarmisti, ma semplicemente, di fronte ad alte probabilità, fanno appello al principio di precauzione. Lanza ritiene poi che ad ogni modo gli schermi concorrano ad amplificare e a rafforzare le patologie già esistenti: per qualunque motivo una pre-adolescente tenda alla depressione, questa aumenterà con la frequentazione di social in cui c’è una forte competizione per l’immagine (e in cui le “concorrenti” on line trucchino le loro immagini con i sistemi in dotazione degli stessi social, rendendole inimitabili agli occhi di alcune compagne di chat).

Non bisogna dimenticare che il problema, piuttosto che i mezzi tecnici in sé, sono i contenuti e i modelli di rapporti sociali on line proposti dagli algoritmi delle multinazionali digitali, il cui scopo è catturare l’attenzione e prolungare la fruizione, a beneficio degli inserzionisti pubblicitari. Inoltre questa capacità di catturare l’attenzione dei bambini-ragazzi è posta al servizio di genitori stressati dal lavoro e dalla velocità della vita quotidiana contemporanea: essi sono naturalmente tentati di rilassarsi sui loro propri schermi lasciando i figli a quelli che preferiscono. La raccomandazione di Lanza (e di https://pattidigitali.it/, di cui parleremo) è quella di istituire una giornata familiare “libera da schermi”.

La velocità riguarda anche la fruizione dei video da parte dei bambini. Per esempio, per catturare l’attenzione, molti cartoni animati aumentano a tal punto la velocità delle loro scene esilaranti, che poi ai bambini non è possibile riferirle in nessun modo: non sono più storie narrabili, ma azioni frenetiche. Per questo è importante il più possibile evitare questo tipo di cartoni e sapere che tipo di contenuti vedono i figli, e quando è possibile vederli con loro e commentarli.

L’ultimo libro di Lanza è Un attimo e arrivo! Gestire gli schermi per crescere una generazione attenta, (Sonda, 2026), un testo chiarissimo e pieno di esempi e casi empirici, rivolto a genitori e insegnanti. Tra le altre cose, vi è spiegato l’effetto del ciclo della dopamina, che è stato tenuto presente dagli psicologi che hanno concorso all’elaborazione dei social per tenere i consumatori attaccati al pc o allo smartphone grazie a un uso calcolato dei premi e delle gratificazioni (un metodo impiegato dalle slot machine fin dalle loro origini). Sul tema dei neonati e dei bambini piccoli e dei rischi fisici, psichici e di apprendimento da essi corsi, i libri di Lanza contengono interessanti materiali. Rimando al secondo suo libro citato per gli esempi – tratti dall’esperienza dell’autore e di suoi collaboratori – del collegamento tra disturbi della capacità di relazione, del linguaggio, della lettura e dell’apprendimento e l’abuso degli schermi, spesso attribuiti ad altre cause, o classificati semplicemente come Dsa (disturbi specifici dell’apprendimento) o Dsl (Disturbi specifici del linguaggio). Conviene anche informarsi sui rischi documentati dell’uso di smartphone secondo la Società Pediatrica Italiana. La SPI raccomanda di non dare gli smartphone a bambini al disotto dei tredici anni.

Un punto di riferimento di Lanza è il pedagogista americano Neil Postman (Divertirsi da morire. Il discorso pubblico nell’era dello spettacolo, Marsilio 2002, ediz. originale 1985). Egli negli anni ottanta ha ipotizzato che i media privati centrati sull’intrattenimento, e in particolare la tv, avessero il duplice effetto di far scomparire l’infanzia – precocemente informata sulla realtà della vita adulta – e di infantilizzare gli adulti stessi, abituati ad un intrattenimento senza fine e privati dell’abitudine all’informazione critica, tipica della stampa e dell’apprendimento scolastico. È da allora infatti che è cominciato quel lento declino della lettura, in cui egli vedeva profeticamente un rischio per l’opinione pubblica critica e per la democrazia americana.

Oggi è abbastanza chiaro che la convergenza tra il degrado della scuola pubblica e la prevalenza dell’intrattenimento nei media privati pagati dalla pubblicità ha portato a un abbassamento della qualità degli strumenti critici e dell’informazione in mano ai cittadini. C’è stata una riduzione generalizzata degli spazi democratici e delle opportunità di incontro e di discussione, con un indebolimento delle capacità di organizzazione e di resistenza dei lavoratori, spesso isolati nella figura di partite IVA. Gli adolescenti fragili in formazione rischiano di trovarsi soli esposti alle voci autodistruttive che portano le ragazze alla competizione illimitata per l’aspetto fisico (L. Dalla Ragione e R. Vanzetta, Social Fame. Adolescenza, social media e disturbi alimentari, Pensiero Scientifico Editore, 2023) e i ragazzi alla misoginia e al patriarcalismo (L. Bianchi, https://complotti.substack.com/ , 14-01 e 7-06 2026).

Anche per Lanza siamo di fronte a un grave problema sociale e politico. E la prevenzione contro l’abuso degli schermi necessita di un’organizzazione comunitaria, in cui famiglie, scuola e istituzioni collaborino su base territoriale. Le iniziative restrittive e regolative di singoli genitori possono purtroppo infrangersi contro il lassismo dell’ambiente. Le statistiche dicono, certo, che i genitori individualmente preoccupati sono la maggioranza. Ma non hanno molte probabilità di successo senza accordi con altri genitori, senza una conferma istituzionale e senza organizzazione. Per la limitazione dell’uso i genitori più coscienti e attivi possono però proporre a istituzioni e autorità territoriali di aderire ai “patti digitali”, che sono ormai stati stipulati in diverse città italiane .

Rivolto direttamente ai preadolescenti è invece un altro libro, La generazione fantastica. La guida più incredibile per divertirsi e vivere felici senza smartphone (Rizzoli, 2026), dello stesso J. Haidt e di C. Price. Esso incita i ragazzi a ribellarsi al conformismo dello smartphone e uscire dall’isolamento e dalla vita “amministrata” per vivere avventure comunitarie nel mondo reale, sociale e naturale. È riccamente illustrato e contiene racconti a fumetti.

3. Che fare?

Le buone pratiche raccomandate da Lanza sono molto impegnative, ma proporzionate alla gravità dei rischi: niente schermi prima dei 3 anni, tempo di tv limitato, durante i pasti familiari niente schermi (per nessuno), accesso ai social non prima dei 14 anni («si tratta di seguire le norme vigenti senza creare falsi account che modificano l’età»), niente cellulare a letto ecc. (cfr. L’attenzione contesa, pp. 215-217). In positivo, si tratta di organizzare delle domeniche senza schermi di famiglia o di gruppo (per suggerimenti pratici e riferimenti organizzativi si consulti il cap. 12 di Un attimo e arrivo!). Ecco la sitografia contenuta in quest’opera per l’organizzazione dei “patti digitali”: in generale: https://pattidigitali.it/; più specificamente: https://www.unimib.it/news/patti-digitali-milano-bicocca-offre-supporto-alle-famiglie-gestire-lingresso-nel-mondo-online-dei https://pattidigitali.it/famiglie-torino/ ; per il contatto genitori-figli: www.custodidigitali.it. Alla fine del libro, è ricordata la petizione promossa nel 2024 dal pedagogista Daniele Novara e dallo psicoterapeuta Alberto Pellai, rivolta al Parlamento italiano, perché non sia consentito il possesso dello smartphone prima dei 14 anni e l’accesso ai social prima dei 16. La petizione ha raccolto ben presto 100.000 firme, e già nel corso di quell’anno Marianna Madia e Lavinia Mennuni hanno presentato un disegno di legge per regolamentare l’uso del cellulare da parte dei minori.

Sull’attuabilità tecnica e sul senso educativo di queste limitazioni naturalmente il discorso è aperto e non è il caso di lasciare l’iniziativa ai conservatori. Ma il punto fondamentale è che bisogna rompere l’inerzia e l’isolamento sociale dei genitori, costruendo una nuova solidarietà educativa degli adulti e un nuovo patto tra adulti e minori. Talora i sentimenti negativi hanno un effetto salutare di mobilitazione: come l’orrore del genocidio in Palestina ha mosso le giovani generazioni e le ha fatte uscire in massa dall’apatia, così è augurabile che la preoccupazione per le generazioni future muova gli adulti verso un nuovo patto educativo. Tuttavia il singolo genitore, per quanto preoccupato, è impotente di fronte al costume ormai generale e all’influenza della cultura del consumismo e dell’ottimismo tecnologico. Per dare un’educazione sana e razionale alla già esigua schiera dei cittadini futuri è necessaria una forte reazione collettiva organizzata sul territorio.

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