domenica 15 marzo 2026

Israele sta conducendo un olocausto a Gaza. La denazificazione è la nostra unica soluzione - Orly Noy

 

La mortale Supremazia Etnica insita nella società israeliana affonda le sue radici più in profondità di Netanyahu, Ben Gvir e Smotrich. Deve essere affrontata alla radice.

La città di Gaza è avvolta dalle fiamme, mentre l’esercito israeliano intraprende la sua offensiva terrestre a lungo minacciata dopo settimane di incessanti bombardamenti. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, già sottoposto a un mandato di arresto internazionale per sospetto di Crimini Contro l’Umanità, ha descritto quest’ultimo assalto come un'”operazione intensificata”. Vi esorto a guardare le immagini in diretta da Gaza e a capire cosa significa veramente questo eufemismo.

Guardate negli occhi le persone in preda a un terrore senza pari, persino nei momenti più bui di questo Genocidio durato due anni. Osservate le file di bambini coperti di cenere che giacciono sul pavimento intriso di sangue di quello che un tempo era un centro medico, alcuni a malapena vivi, altri che piangono di dolore e paura, mentre mani disperate cercano di confortarli o di curarli con le poche scorte mediche rimaste. Ascoltate le urla delle famiglie in fuga senza un posto dove rifugiarsi. Osservate i genitori che setacciano l’inferno alla ricerca dei loro figli; arti che sporgono da sotto le macerie; un paramedico che culla una bambina immobile, implorandola invano di aprire gli occhi.

Ciò che Israele sta facendo a Gaza non è il tragico sottoprodotto di eventi caotici sul campo, ma un atto di annientamento ben calcolato, eseguito a sangue freddo dall'”esercito del popolo”, ovvero i padri, i figli, i fratelli e i vicini di noi israeliani.

Com’è possibile che, nonostante le crescenti testimonianze dai Campi di Concentramento e Sterminio di Gaza, nessun movimento di massa per il rifiuto abbia preso piede in Israele? Che dopo due anni di questa Carneficina solo una manciata di obiettori di coscienza si trovi in ​​prigione è davvero inconcepibile. Persino i cosiddetti “rifiutatori grigi”, soldati riservisti che non si oppongono alla guerra per motivi ideologici, ma sono semplicemente esausti e ne mettono in discussione lo scopo, rimangono troppo pochi per rallentare la Macchina della Morte, figuriamoci per fermarla.

Chi sono queste anime obbedienti che mantengono in funzione questo sistema? Come può una società così profondamente divisa, tra religiosi e laici, coloni e progressisti, kibbutznik e cittadini, immigrati veterani e nuovi arrivati, unirsi solo nella volontà di Massacrare i palestinesi senza un attimo di esitazione?

Negli ultimi 23 mesi, la società israeliana ha tessuto una rete infinita di menzogne ​​per giustificare e consentire la distruzione di Gaza, non solo al mondo, ma soprattutto a se stessa. La principale tra queste è l’affermazione che gli ostaggi possano essere liberati solo attraverso la pressione militare. Eppure, coloro che eseguono gli ordini dell’esercito, scatenando la Morte di Massa su Gaza, lo fanno ben sapendo che potrebbero uccidere gli ostaggi nel farlo. Il bombardamento indiscriminato di ospedali, scuole e quartieri residenziali, unito a questo disprezzo per la vita degli israeliani tenuti prigionieri, dimostra il vero obiettivo della guerra: l’annientamento totale della popolazione civile di Gaza.

Israele sta scatenando un Olocausto a Gaza, e non può essere liquidato come la volontà dei soli attuali dirigenti fascisti del Paese. Questo orrore è più profondo di Netanyahu, Ben Gvir e Smotrich. Ciò a cui stiamo assistendo è la fase finale della Nazificazione della società israeliana.

Il compito urgente ora è porre fine a questo Olocausto. Ma fermarlo è solo il primo passo. Se la società israeliana vuole tornare a far parte dell’Umanità, deve intraprendere un profondo processo di denazificazione.

Una volta che la polvere della morte si sarà depositata, dovremo tornare sui nostri passi fino alla Nakba, alle espulsioni di massa, ai Massacri, alle confische di terre, alle leggi razziali e all’ideologia di una Supremazia intrinseca che ha normalizzato il disprezzo per i nativi di questa terra e il furto delle loro vite, proprietà, dignità e del futuro dei loro figli. Solo affrontando questo Meccanismo Mortale insito nella nostra società potremo iniziare a sradicarlo.

Questo processo di denazificazione deve iniziare ora, e inizia con il rifiuto. Rifiuto non solo di prendere parte attiva alla distruzione di Gaza, ma di indossare l’uniforme, indipendentemente dal grado o dal ruolo. Rifiuto di rimanere ignoranti. Rifiuto di essere ciechi. Rifiuto di tacere. Per i genitori, è un dovere necessario proteggere la prossima generazione dal diventare autori di Crimini di Guerra e Crimini Contro l’Umanità.

La denazificazione deve anche includere il riconoscimento che ciò che è stato non può rimanere. Non basterà semplicemente sostituire l’attuale governo. Dobbiamo abbandonare il mito del carattere “ebraico e democratico” di Israele, un paradosso la cui morsa ferrea ha contribuito ad aprire la strada alla catastrofe in cui siamo ora immersi.

Questo inganno deve finire con la chiara consapevolezza che restano solo due strade: o uno Stato Ebraico, Messianico e Genocida, o uno Stato veramente democratico per tutti i suoi cittadini.

L’Olocausto di Gaza è stato reso possibile dall’adesione alla logica Etno-Suprematista insita nel Sionismo. Pertanto, è necessario affermarlo chiaramente: il Sionismo, in tutte le sue forme, non può essere ripulito dalla macchia di questo Crimine. Bisogna porvi fine.

La denazificazione sarà lunga e totalizzante, e toccherà ogni aspetto della nostra vita collettiva. Probabilmente sacrificheremo altre generazioni, sia vittime che carnefici, prima che questo flagello sia completamente sradicato. Ma il processo deve iniziare ora, con il rifiuto di commettere gli orrori che si verificano quotidianamente a Gaza e il rifiuto di lasciarli passare per normali.

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto      

https://www.invictapalestina.org/archives/58328#more-58328

La competenza dell’idraulico e quella del cittadino - Francesco Coniglione

Affideresti a un letterato la riparazione del tubo della cucina che perde? Ovviamente no, si risponderebbe in coro: chiameremmo un idraulico. E per farla più sofisticata, ci rivolgeremmo a un semplice muratore per progettare una diga? No, ovviamente, a un ingegnere, e che sia specializzato in idraulica o in costruzioni consimili. Di tale tenore sono le argomentazioni che da sempre ogni reazionario/conservatore ha utilizzato per delegittimare la democrazia e affermare che devono essere solo i “competenti” a decidere.

Qualcosa di simile accade oggi ogni qualvolta si debba decidere per una specifica riforma o per delle misure di politica economica che – a dire degli “specialisti” – richiedono specifiche conoscenze e che quindi non possono essere abbandonate al mutevole orientarsi del popolo ignorante. Si rimproverano i non “competenti” di assumere posizioni ideologiche e di contro si riportano le opinioni “lucide” di “competentissimi” esponenti del diritto, della politica, dell’economia, della scienza, pensando così di poter portare l’incompetente dalla propria parte. Ma purtroppo di competenti ne esistono a bizzeffe, sia pro che contro una certa misura, come è accaduto innumerevoli volte e accade tuttora: è il caso del Covid19, del problema del riscaldamento terrestre, dell’economia green, del conflitto in Ucraina, del referendum e così via sia, sicché l’utilizzazione dell’argomento ex autoritate risulta in fin dei conti inefficace e serve solo a corroborare le convinzioni di coloro che sono già convinti e che si nutrono a una sola fonte della Verità, di solito quella del mainstream, che è diffusa da “autorevoli” mass-media e giornalisti; le altre voci nemmeno raggiungono la soglia della percezione collettiva: sono troppo flebili, seguite da nicchie limitate di “credenti” e per di più accusate di essere tutte ideologiche.

Ma c’è una considerazione più di fondo da fare; sta tutta nella risposta data da Protagora a chi gli obiettava che per fare politica ci vogliono i competenti (che per Platone erano i filosofi, in quanto possessori della visione delle Idee). Egli narra un mito secondo il quale Zeus mandò Ermete a portare agli uomini il rispetto e la giustizia, in modo da fondare legami e città. Alla domanda di Ermete sul modo in cui debba distribuire tali beni – se come fatto con le altre arti (medica ecc.) sicché un solo uomo è sufficiente a molti, oppure se debba darle a tutte – Zeus rispose: «A tutti quanti. Che tutti quanti ne partecipano, perché non potrebbero sorgere Città, se solamente pochi uomini ne partecipassero, così come avviene per le altre arti» (Platone, Protagora, 322a-d). Così – conclude Protagora – gli ateniesi non accettano che chiunque possa intervenire quando si tratti di deliberare nell’arte di costruire ecc., ma, invece, «quando si radunano in assemblea per questioni che riguardano la virtù politica, e si deve procedere quindi esclusivamente secondo giustizia e temperanza, è naturale che essi accettino il consiglio di chiunque, convinti che tutti, di necessità, partecipano di questa virtù, altrimenti non esisterebbero Città» (ib., 322e-323a).

Qui v’è uno punto centrale del pensiero democratico: la competenza può essere invocata solo quando si tratta di argomenti circoscritti. Si chiama un idraulico per riparare una perdita nel bagno; ma non ci sono “idraulici” o analoghi “competenti” quando invece si tratta di decidere su questioni generali concernenti il futuro della città o il suo ordinamento: in questo caso tutti sono chiamati ad esprimersi e ciascuno lo fa – e di conseguenza decide – in base alla propria visione del mondo, al modo in cui crede si debba convivere, a ciò che è a suo avviso più giusto o a cosa sia la virtù. Non v’è alcun “tecnico” o “competente” che sia in grado di decidere su queste questioni, perché esse riguardano “forma di vita” che gli uomini vogliono adottare e questa deriva, a sua volta, da convincimenti profondi di natura etica, religiosa, spirituale, come anche da concreti interessi da difendere. Il tecnico può, semmai, intervenire dopo, quando si tratta di trovare la strada migliore per realizzare i fini e le scelte che si è democraticamente e collettivamente deciso di perseguire; e anche in questo caso ci sono ampi margini di oscillazione perché non sempre i “competenti” sono d’accordo sulle medesime strategie: basta dare un’occhiata a cosa accade con gli economisti, con i climatologi, con i “politologi” (ammesso che questa sia una scienza e non qualcosa di più che opinioni colte) o gli “esperti in affari internazionali”.

Ammettiamo (ma non concediamo) che in astratto esista una “competenza” univoca sul modo di pervenire ad un certo risultato; il problema non è così affatto risolto, ma semplicemente si sposta: chi è abbastanza competente da scegliere il “vero” competente atto a far meglio conseguire il fine che ci si propone? È questa una decisione che spetta alla volontà popolare? O spetta alla politica? Una società ha di solito delle consolidate pratiche e percorsi per selezionare i propri “esperti”: in una società tribale, sarà lo stregone, che ha acquisito il proprio ruolo in modo indipendente e precedente al problema che gli si chiede di affrontare; in una società evoluta e complessa ci sono sistemi che selezionano a monte le persone più competenti nei vari settori, come le università, le accademie, gli istituti di ricerca; e tra esse ci sono coloro che per la loro eccellenza occupano un posto di rilevo e di prestigio; e – facendo la tara delle nomine taroccate e del nepotismo di vario genere – sono costoro a dare la maggiore affidabilità quando si tratta di affrontare un problema. Tra essi vanno scelti ovviamente coloro che risultano coerenti con i fini che la società ha deciso di porsi: se si opta per un sistema sanitario nazionale, pubblico ed egualitario, non si sceglie l’“esperto” convinto nella bontà del sistema privato, concorrenziale e basato sulle assicurazioni.

Cosa rimane allora in potestà del comune cittadino? Non certo quella di scegliere il competente (non ne sarebbe capace), ma piuttosto quella di eleggere come suoi rappresentati i politici e gli amministratori più coerenti con la visione del mondo a lui più rispondente; per poi aspettarsi (e sperare) che costoro e il partito politico di appartenenza scelgano tra gli “esperti” quelli in grado di realizzare il progetto politico di cui sono portatori e affidatari. Affinché ciò sia possibile è necessario che le persone siano consapevoli e formate, nel corso del loro processo di acquisizione della cittadinanza, sulle diverse opzioni politiche e ideali esistenti; e poi, soprattutto, che ci siano partiti politici che di tali opzioni di fondo si facciano interpreti, così come accadeva nella prima repubblica, con Democrazia Cristiana, Partito comunista, Partito liberale e così via. Oggi si dice che questi erano partiti “ideologici”, dando a questo termine un’accezione negativa, quasi fosse una sorta di pervertimento del lucido intelletto e non piuttosto quell’orientamento ideale, quell’orizzonte di senso all’interno del quale ciascuno si colloca e nel quale ciascun partito dovrebbe trovare la propria ragion d’essere (ho argomentato altrove sull’importanza di una visione positiva dell’ideologia). In caso contrario si avrebbero aggregazioni politiche prive di ogni cemento ideale, assembramenti di opportunisti dediti alla propria affermazione personale e pronti a cambiar casacca non appena ritengano più conveniente l’approdo ad altro lido. Appunto come accade oggi.

La scelta del comune cittadino, dunque, non può che essere “ideologica”: nell’impossibilità di stabilire, personalmente e con le proprie competenze e conoscenze, la sostanza tecnica di una questione, non gli resta che affidarsi a quelle forze che corrispondono meglio ai suoi ideali. È allora in gran parte inutile argomentare con minute considerazioni specialistiche a favore di una opzione o dell’altra (è questo il caso dell’attuale referendum sulla giustizia). Risultano invece decisive le domande che ciascuno deve porre a sé stesso (e di conseguenza lo stile con cui si argomenta pubblicamente): a che scopo una certa compagine politica sostiene una certa riforma da lei proposta? Quale concezione complessiva del mondo essa esprime ed è questa congruente con i miei ideali, col mio senso di umanità, con la visione della società da me posseduta, con l’orientamento spirituale da me condiviso, a loro volta frutto delle mie esperienze passate, della mia esperienza di vita, dell’acquisizione della mia cultura? Se la risposta è positiva, allora si voti pure per la riforma proposta; se invece la risposta è negativa, allora la decisione di votare contro è altrettanto e pienamente motivata.

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sabato 14 marzo 2026

Senza limiti - Tomaso Montanari

Senza limiti. Lo smisurato, illimitato, impunito genocidio di Gaza ha aperto la porta a una guerra senza limiti: morali, giuridici, umanitari. Senza limiti politici, senza limiti di tempo (può durare “forever”), e senza limiti di luogo (nessuno è al sicuro). È questo ciò che colpisce e travolge della situazione in cui il criminale lucido Netanyahu e il criminale appannato Trump hanno precipitato il mondo con la servile, succube complicità dei governi europei, incluso quello più grottesco – il nostro –, e con la sola, luminosa, eccezione di quello spagnolo.

La guerra senza limiti è la conseguenza diretta della definitiva rottura del già precarissimo equilibrio dei poteri interni alle democrazie occidentali. Negli ultimi tempi una inarrestabile legge di proporzionalità inversa ha visto il potere di pochissimi super-ricchi farsi senza limiti e il potere dei cittadini venire costretto entro limiti sempre più angusti: l’estrema diseguaglianza economica ci ha riportato a un sistema di caste che ordina, dall’alto verso il basso, chi può fare di tutto giù giù fino a chi non può fare nulla, nemmeno manifestare in piazza. Così, questa guerra è una Epstein War non solo nel movente occasionale (oscurare il coinvolgimento di Trump nell’abisso di fango e sangue degli Epstein Files), ma ancor di più nell’antropologia del potere.

Quando Trump (in una intervista al New York Times del gennaio di quest’anno) ha dichiarato che il suo unico limite è la sua stessa moralità, stava applicando al governo del mondo lo stesso metro con cui si era regolato in tutta la sua vita di imprenditore malavitoso e di frequentatore del mondo di Epstein. Un mondo di isole, palazzi, aerei, privati in cui la legge non vigeva, e in cui i ricchi e i potenti potevano fare letteralmente di tutto: senza limiti. Non c’è alcuna soluzione di continuità tra la violenza privata sui corpi delle donne irretite da Epstein e le bombe sui corpi delle bambine iraniane: il filo che lega questi scempi è l’assoluto arbitrio di chi non riconosce alcun limite esterno. Non c’è soluzione di continuità tra i ‘pieni poteri’ del maschio, bianco e ricco nelle alcove di Epstein, quello del presidente degli Stati Uniti dentro il suo Paese (Minneapolis), e quello degli Stati Uniti nel mondo (Venezuela, Iran). In entrambi i casi, un potere che considera se stesso ‘assoluto’ non riconosce alcun limite: all’interno non contano la Costituzione, gli Stati federati, i sindaci, i governatori, le università…, all’esterno non contano il diritto internazionale, gli altri stati, gli organismi sovranazionali. In questo assetto non esistono freni: né sul piano simbolico (si può fra presiedere il Consiglio di Sicurezza dell’Onu a Melania Trump, sbeffeggiando contemporaneamente il genere femminile e le Nazioni Unite, proprio come Caligola umiliava il Senato facendo senatore il proprio cavallo), né su quello sostanziale (si può immaginare e creare un anti-Onu a conduzione privata, l’osceno Board of Peace). Non esistono argini al potere del capo: mentre ogni altro potere interno (parlamenti, magistrature, giornali, università…) o esterno (consessi sovranazionali, corti internazionali, ong…) viene limitato, svuotato, represso.

Agitando il feticcio di una sovranità popolare anch’essa senza limiti, di fatto si priva il popolo sovrano di ogni vero potere: un progetto funzionale a fare la guerra, perché una legge ferrea stabilisce che «il potere di aprire e far cessare le ostilità è esclusivamente nelle mani di coloro che non combattono» (Simone Weil). Dovremmo aprire gli occhi sulla relazione che c’è tra lo smontaggio degli equilibri delle democrazie (marginalizzazione dei parlamenti, sottomissione delle magistrature ai governi, repressione securitaria) e questo terribile amore per la guerra. Di recente, il filosofo del diritto Tommaso Greco ha ricordato (in Critica della ragione bellica, Laterza 2025) come per il Kant del trattato sulla Pace perpetua il mantenimento della pace dipenda in primo luogo dagli ordinamenti interni degli stati: che proprio a questo fine devono essere “repubblicani”, cioè garantire che siano i rappresentanti dei cittadini a decidere «se la guerra può o non può essere fatta». Una richiesta che certo non avviene laddove i capi di stato sono i “proprietari”, dice Kant, dello Stato stesso. Il fatto che il capo incontri il limite del Parlamento, della legge e di una magistratura libera rende meno probabile la guerra: perché rende più probabile che quello Stato sia disposto a riconoscere il limite degli altri stati, e che ci si doti, insieme, di un sistema sovra-statale di regole e istituzioni. Esattamente tutto ciò che ora stiamo distruggendo a rotta di collo: perché abbiamo dimenticato che ciò che limita il potere limita anche la guerra. La guerra, che ora divampa: senza limiti.

L’articolo è stato pubblicato anche su Il Fatto Quotidiano

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ADOLF HITLER, PIETRO SAVASTANO E LA “MACARENA” DI DONALD TRUMP - Salvatore Minolfi

Come di regola avviene in qualsiasi bolla mediatica e socio-culturale, stiamo normalizzando ciò che normale non è, o non lo è ancora. Vale a dire, stiamo provando a definire ciò che d’ora in poi sarà la nostra nuova normalità, quella socialmente e politicamente accettabile. 

Stiamo sdoganando l’assassinio politico come pratica di routine.

In questi giorni, sui media occidentali, c’è tutto un operoso fervore giornalistico nello svelare in che modo sia stato mai possibile assassinare un’autorità religiosa che è nel cuore di centinaia di milioni di credenti.

Appunto: la curiosità e lo stupore sono tutti sul “come”.

Eppure, solo poche settimane fa si era registrata una certa indignazione, per l’emergere di una nuova ipotesi intorno alla morte di Alexei Navalny (prima attribuita alla tecnica del “pugno al cuore”; oggi ricondotta all’uso di un esotico veleno): ciò che non cambiava, comprensibilmente, era lo sdegno suscitato dal sospetto che la morte del noto oppositore politico fosse stata causata dal regime politico contro cui lottava.

Con Khamenei siamo già oltre: non c’è neanche il più pallido interesse a discutere la legittimità dell’atto, ma solo la morbosa eccitazione intorno ad un evento che – replicando l’assassinio di Hassan Nasrallah (settembre, 2024) – mostra al mondo i magici poteri di una GBU-57 Bunker Buster (ovvero, un Massive Ordnance Penetrator) e il senso di onnipotenza che restituiscono al cittadino medio di un paese occidentale. 

Ricordo che ero a Istanbul, quando, ai primi di agosto del 2024, uccisero Ismāʿīl Haniyeh, poco noto al grande pubblico: assistei ad una cerimonia funebre al mattino, un evento ufficiale con megaschermi, nella grande piazza Sultanahmet, dinanzi a Santa Sofia; e nel pomeriggio ad una oceanica manifestazione di popolo, impressionante per la sua enormità, una tra le più grandi cui mi sia mai capitato di partecipare nella mia non breve vita. 

Oggi è diventato normale assassinare anche il personale politico, i funzionari con i quali stai intrattenendo negoziati. Li saluti e gli stringi la mano perché hai con loro un nuovo appuntamento all’indomani, ma nella notte li fai assassinare.

È successo l’anno scorso a Doha. È successo di nuovo in questi giorni con in negoziati in Oman. Non ti preoccupi, non dico della “liceità” del gesto, ma neanche delle conseguenze che esso inevitabilmente avrà sulla tua credibilità futura. Non te ne frega niente. Agisci con la psicologia di un sicario.

La domanda è: come si è prodotta la nuova normalizzazione, la naturalizzazione dell’assassinio politico?

Di primo impulso si sarebbe tentati di pensare ad un processo di “israelizzazione” della cultura politica occidentale: uno Stato cresciuto per ottant’anni in regime di impunità, che ha sviluppato un’expertise unica al mondo nella pratica sistematica dell’assassinio politico all’estero (e poi del genocidio nel cortile dietro la porta di casa). Tant’è che il Mossad è un mito anche per i funzionari della CIA. 

La spiegazione avrebbe di sicuro un suo senso: dopo aver allevato con tanta amorevole cura (e per decenni) un “Frankenstein” che coltiva l’apartheid, le armi nucleri, l’assassinio politico come strumento di politica estera e, infine, il genocidio, qualcosa ti resta dentro. Anzi, sarebbe più serio dire che, allevandola, tu hai proiettato sulla tua “abnorme creatura” quella parte di te più problematica; hai vissuto per interposta persona, attraverso di lei, ciò che non potevi fare più direttamente e apertamente, perché “non era più” socialmente accettabile (il richiamo della “colonia” perduta, il ricordo dello sterminio dei nativi…). Ed ora che l’ordine mondiale sta collassando, il tuo “Frankenstein” ti torna utile, anzi è quasi una guida, perché si è mosso, da sempre, come se quell’ordine non esistesse “per lui” o, comunque, non lo vincolasse al rispetto di regola alcuna. Israele, con la sua impunità strutturale, è il passato che si è da sempre anticipato rispetto alla crisi dell’ordine che ora è dinanzi a noi: ed è quindi il più preparato, sul piano “tecnico” e su quello dell’antropologia politica. Israele è sempre stato lo “Stato di eccezione” che abbiamo concesso alla parte peggiore di noi stessi, accettando però di farla vivere in una zona d’ombra. Finché è stato possibile…

Ora stiamo liberando la bestia. 

Il ritorno del rimosso. Tutto questo è plausibile ed è amplificato dalle mefitiche suggestioni che promanano dall’universo degli Epstein Files. Sono in molti a pensare (con argomenti ragionevoli) che Donald Trump sia sotto ricatto… 

Tuttavia c’è un problema di scala. Per quanto importante, Israele non è nulla senza gli Stati Uniti. 

E lì, se possibile, lo spettacolo è ancora più inquietante. La guerra è iniziata con il bombardamento di Teheran e la “decapitation strategy” che ha portato alla morte di Khamenei e di un gruppo di esponenti della classe dirigente iraniana. L’Amministrazione americana ha pubblicizzato l’inizio della guerra con uno spot pubblicitario che evidenziava le meraviglie delle GBU-57 Bunker Buster, sulla colonna sonora di Macarena.

Ma chi è veramente Trump? Non è di sicuro un nuovo Adolf Hitler, un leader portatore di un’ideologia apocalittica e dotato di un forte senso del tragico. Né tantomeno possiamo paragonarlo a Pietro Savastano, cui pure lo accomunerebbero il temperamento mafioso, la totale assenza di freni inibitori e la propensione all’accumulazione e all’amministrazione metodica e spietata del puro potere, privo di qualsiasi inflessione ideologica. Il problema è che anche Pietro Savastano (come altri personaggi di Gomorra) è caratterizzato da un forte senso del tragico, che invece manca del tutto al nostro Donald Trump, il quale sembra privo di qualsiasi funzione cerebrale in grado di innescare, nel bene e nel male, anche le più effimere avvisaglie empatiche. Possiamo ragionevomente dubitare anche del fatto che Trump sia in grado di odiare veramente. 

Niente di tutto ciò: lui fa uccidere il “papa” degli sciiti e balla sulle note della Macarena.

Il problema non è quanto questa condizione “favorisca” la banalizzazione del male. Noi siamo già nel pieno di una banalizzazione del male e, per ciò che ci interessa in queste righe, della banalizzazione dell’assassinio politico.

E allora la domanda è: come si giunge a questa condizione? Possiamo fare, ancora una volta, a noi stessi, il torto della spiegazione magica? Quello di schiacciare ogni comprensione sul piano della individualità idiografica, della particolarità contingente e irriducibile ai processi sistemici? Vale a dire, fare appello all’eterna invasione degli Hyksos (di crociana memoria) che di tanto in tanto sconvolgerebbe e perturberebbe le nostre società e i nostri sistemi altrimenti sani?

Se volessimo essere seri, dovremmo abbandonare queste spiegazioni stupide ed autoconsolatorie (Trump, come ognuno di noi, ad un certo punto uscirà di scena e, magicamente, tutto tornerà “normale”). 

Oggi ci convine essere seri e imporre a noi stessi il dovere del rigore. È l’unico modo in cui possiamo prepararci all’inferno che sta per crollarci addosso. Poiché ormai non è più questione di “se”, ma solo di “quando”. 

L’assuefazione al male e la sua banalizzazione sono un processo, non un evento.

Se ci sforzassimo di vedere cosa c’è “dietro” e “prima” della Macarena di Donald Trump, forse incontreremmo, ad esempio, tra le tante cose, il sorrisetto impertinente di Hillary Clinton, in quell’intervista con la CBS News (20 ottobre 2011) nella quale, commentando la notizia dell’uccisione di un capo di Stato, Muʿammar Gheddafi, stuprato con una baionetta, scimmiottò il cesariano “Veni, vidi, vici” con un autocompiaciuto “We came, we saw, he died”, con il quale compendiava la distruzione della Libia ad opera della NATO.

E se continuassimo ad avventurarci lungo questa strada, ci imbatteremmo in quella “secret killing list” che ogni giovedì, un alto funzionario della CIA sottoponeva, nello Studio Ovale, alla deliberazione saggia ed avveduta del nostro amato premio Nobel, Barack Obama, affinché decidesse di chi fosse il turno, quella settimana, e desse prova, come scrisse il “New York Times” (29 maggio 2012) della tenuta dei suoi “principles and will”. 

In breve, se ci decidessimo a capire veramente quando e in che modo ci siamo messi sulla strada per l’inferno, dovremmo accettare di aprire e di sfogliare, senza riserve, le numerose pagine di quello che – in altri tempi bui ed altri contesti – fu definito “album di famiglia”. Il “nostro” album di famiglia.

La strada per l’inferno ha significato per noi un lungo e laborioso tirocinio.

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venerdì 13 marzo 2026

Abbiamo bisogno di un esodo dal sionismo - Naomi Klein

Ho pensato a Mosè, alla rabbia che deve aver provato quando, sceso dal monte, trovò gli israeliti intenti a adorare un vitello d’oro.

L’ecofemminista che c’è in me si è sempre sentita a disagio con questa storia: che razza di Dio è un Dio geloso degli animali? Che razza di Dio è un Dio che vuole accaparrarsi e tenere per sé tutto il sacro della Terra?

Ma esiste un’interpretazione meno letterale di questa storia. Parla di falsi idoli. Della tendenza umana ad adorare ciò che è profano e luccicante, a guardare verso ciò che è piccolo e materiale invece che verso ciò che è grande e trascendente.

Quello che voglio dirvi stasera, in occasione di questo rivoluzionario e storico «Seder in the Streets»,[1] è che troppe persone, tra quelle che compongono il nostro popolo, hanno ricominciato ad adorare un falso idolo. Ne sono affascinate. Inebriate. Profanate.

Quel falso idolo si chiama sionismo.

È un falso idolo che prende le nostre più profonde storie bibliche di giustizia ed emancipazione dalla schiavitù – la storia stessa della Pèsach – e le trasforma in armi brutali di furto coloniale di terre, le trasforma in programmi di pulizia etnica e genocidio.

È un falso idolo che ha preso l’idea trascendente della terra promessa – una metafora di liberazione umana che attraversa credi e religioni di tutto il pianeta – e si è arrogato il diritto di tramutarla in un atto di compravendita per un etnostato militarista.

La forma di liberazione difesa dal sionismo politico è a sua volta profana. Sin dall’inizio ha richiesto l’espulsione di massa delle persone palestinesi dalle loro case e dalle loro terre ancestrali, la Nakba.

Sin dall’inizio, ha dichiarato guerra ai sogni di liberazione. In un Seder, è bene ricordare il trattamento che ha riservato ai sogni di liberazione e di autodeterminazione del popolo egiziano. Il falso idolo del sionismo individua la sicurezza di Israele nella dittatura egiziana e nei suoi
stati-clienti.

Sin dall’inizio ha generato una forma di libertà ributtante che vedeva i bambini e le bambine palestinesi non come esseri umani ma come minacce demografiche, proprio come nel libro dell’Esodo faceva il faraone che, preoccupato per la crescita della popolazione israelita, ordinava di sterminarne gli infanti.

Il sionismo ha portato tutti e tutte a questo presente catastrofico, ed è tempo di dirlo chiaramente: è dove ci porta da sempre, alla catastrofe.

È un falso idolo che ha spinto davvero troppi membri del nostro popolo su un cammino profondamente immorale, che li incita ormai a giustificare il calpestamento dei comandamenti fondamentali: non uccidere. Non rubare.
Non desiderare la roba d’altri.

È un falso idolo che identifica la libertà ebraica con le bombe a grappolo che uccidono e mutilano i bambini e le bambine palestinesi.

Il sionismo è un falso idolo che ha tradito tutti i valori ebraici, incluso quello che attribuiamo alla messa in discussione, una pratica insita nel Seder, con le sue quattro domande poste dal più giovane o dalla più giovane dei bambini.

Incluso l’amore che proviamo, come popolo, per i testi e per l’istruzione.

Oggi questo falso idolo difende il bombardamento di ogni università di Gaza; la distruzione di innumerevoli scuole, archivi, tipografie; l’uccisione di centinaia di accademici e accademiche, giornalisti e giornaliste, poetesse e poeti – ciò che in Palestina chiamano «scolasticidio»,
cioè la distruzione dei mezzi di istruzione.

Nel frattempo qui, a New York, le università chiedono l’intervento della polizia e levano barricate contro la grave minaccia costituita dai loro stessi studenti e studentesse, giovani che osano porre domande semplici del tipo: come potete sostenere di credere in qualcosa, e men che meno in noi, se nel frattempo permettete che si compia questo genocidio, se vi investite e collaborate?

Abbiamo lasciato crescere indisturbato il falso idolo del sionismo per troppo tempo.

E allora stasera diciamo: basta così.

Il nostro ebraismo non può essere rinchiuso in un etnostato, perché il nostro ebraismo è internazionalista per natura.

Il nostro ebraismo non può essere protetto dall’esercito devastatore di quello stato, perché tutto ciò che fa quell’esercito è seminare dolore e raccogliere odio, anche contro noi ebrei ed ebree.

Il nostro ebraismo non è minacciato dalle persone che alzano la voce per esprimere solidarietà alla Palestina al di là delle differenze di razza, di etnia, abilità fisica, identità di genere ed età.

Il nostro ebraismo è una di quelle voci, e sa che in quel coro risiedono sia la nostra sicurezza, sia la nostra liberazione collettiva.

Il nostro ebraismo è l’ebraismo del Seder di Pèsach: riunirsi in una cerimonia per condividere il cibo e il vino con le persone amate e con quelle sconosciute, un rito che per sua stessa natura è portatile, abbastanza leggero da poterselo caricare sulle spalle, e che non ha bisogno di nient’altro che delle altre persone: niente muri, niente templi, niente rabbini, un ruolo per tutti e tutte, soprattutto il bambino più piccolo o la bambina più piccola. Il Seder è la tecnologia della diaspora per eccellenza, concepita per il lutto collettivo, la contemplazione, la messa
in discussione, la commemorazione e la rivitalizzazione dello spirito rivoluzionario.

Allora guardatevi attorno. Questo, qui, è il nostro ebraismo. Mentre il livello dei mari sale, le foreste bruciano e nulla è certo, preghiamo davanti all’altare della solidarietà e del mutuo soccorso, a qualunque costo.

Non abbiamo bisogno del falso idolo del sionismo. Non lo vogliamo. Vogliamo liberarci dal progetto che commette un genocidio in nostro nome. Liberarci da un’ideologia i cui unici piani di pace sono gli accordi con i petrolstati teocratici che uccidono l’intera regione, mentre vende
al resto del mondo le sue tecnologie di omicidio meccanicizzato.

Cerchiamo di liberare l’ebraismo da un etnostato che vuole che ebree ed ebrei vivano per sempre nella paura, che vuole che i nostri bambini e le nostre bambine abbiano paura, che vuole convincerci che il mondo ce l’abbia con noi affinché corriamo nella sua fortezza e sotto la sua cupola di ferro, o quantomeno affinché armi e donazioni continuino ad affluire.

Eccolo, il falso idolo.

Non è il solo Netanyahu, è il mondo che lui ha creato e che lo ha creato: è il sionismo.

Che cosa siamo noi? Noi che da mesi e mesi scendiamo in strada, noi siamo l’esodo. L’esodo dal sionismo.

E ai Chuck Schumer di questo mondo non diciamo: «Lasciate andare il nostro popolo».

Diciamo: « Ce ne siamo già andati. E i vostri figli, le vostre figlie? Adesso sono con noi»


[1] Questo testo è il discorso pronunciato da Klein il 23 aprile 2024 in occasione dell’«Emergency Seder in the Streets» a New York. Celebrato durante la festa ebraica della Pèsach, il Seder è un rito che fa rivivere simbolicamente ai suoi partecipanti, attraverso la condivisione di cibi e bevande e la lettura del libro dell’Esodo, il passaggio dalla schiavitù in Egitto alla libertà. Questo «Seder nelle strade», organizzato da Jewish Voice for Peace, si è svolto a Grand Army Plaza, Brooklyn, nelle vicinanze dell’abitazione di Chuck Schumer – leader della maggioranza democratica al Senato e sostenitore incondizionato di Israele – per chiedere l’interruzione della fornitura di armi a Israele.

https://comune-info.net/abbiamo-bisogno-di-un-esodo-dal-sionismo/

Cosa c’entra Leonardo con il genocidio a Gaza? - Gianni Alioti

Cosa c’entra Leonardo con il genocidio a Gaza? 

Come ha scritto in un bellissimo articolo il regista e drammaturgo Carlo Orlando, nativo di Novi e genovese di adozione, « Viviamo il tempo del genocidio. Da oltre 700 giorni. I palestinesi di Gaza e della Cisgiordania, i milioni di profughi che vivono in diaspora da generazioni, vivono la realtà della pulizia etnica da oltre mezzo secolo e ora quella del genocidio. […] l’orrore di questo genocidio ci peserà addosso per anni (per sempre) e presto tardi ne pagheremo le conseguenze. […] Spesso si dice che l’Occidente è indifferente mettendo sullo stesso piano, implicitamente, governi e persone. É una narrazione tossica, che non rende giustizia alla realtà e contribuisce a generare paralisi e sconforto. Contribuisce, secondo me, all’accettazione di questo massacro quasi fosse un destino inevitabile, a cui l’Occidente non può sottrarsi. […] È una narrazione tossica che vede solo l’ombra e non la luce, umilia e offende. Il nostro governo non è indifferente. È complice. I giornalisti che fanno propaganda attiva al genocidio, non sono indifferenti. Sono complici”.

E complici di ciò che Francesca Albanese, nel suo rapporto all’Onu sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, definisce “economia del genocidio” ci sono anche diverse multinazionali, specie operanti nell’industria bellica, come la statunitense Lockheed Martin (la numero uno al mondo per fatturato militare) e l’italiana Leonardo.

Controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze che detiene il 30,2% delle azioni la Leonardo ha una significativa presenza internazionale. Degli oltre 60 mila dipendenti alla fine del 2024, il 15% operano nel Regno Unito, il 13% negli Usa, il 5% in Polonia, il 60% in Italia e il 7% nel resto del mondo tra cui 250 persone in Israele. Fino al 2023, nella pubblicazione “Leonardo at a Glance” contenuta nel sito web del Gruppo, Israele figurava come il quinto “mercato domestico” dopo quello italiano, inglese, americano e polacco. Dal 2024, per una questione di opportunità (o di opacità), è stato ricompreso nel “resto del mondo”. Ma la realtà non si cancella.

Nel momento che il portafoglio ordini e il titolo in Borsa di Leonardo hanno iniziato a gonfiarsi, spinti dalle politiche di riarmo dei paesi europei della Nato e dalle guerre in Ucraina e in Medio-Oriente, le politiche di comunicazione aziendale si sono preoccupate di non dare di sé un’immagine militarista e ‘muscolare’, preferendo collocarsi in un generico mercato dual use per l’aero-spazio, la difesa e la sicurezza. Insistendo sul proprio profilo ‘sostenibile’. 

Ma non sempre le politiche d’immagine riescono a nascondere l’evidenza dei fatti, come quando, nel gennaio 2024, Papa Francesco rifiutò una donazione di 1,5 milioni di euro da parte della Leonardo per l’ospedale romano del Bambin Gesù. L’azienda, risentita per quel gesto del pontefice, rispose con un comunicato dove affermava che in tutti i teatri di guerra in corso, a partire dall’Ucraina e dal Medio Oriente, non c’era nessun sistema offensivo di loro produzione. Peccato che, come The Weapon Watch, abbiamo subito dimostrato, utilizzando fonti ufficiali della Israel Defense Forces – Idf, che i cannoni navali super rapidi Oto Melara 76/62 costruiti dalla Leonardo negli stabilimenti di Spezia e montati sulle corvette israeliane fossero usati nei bombardamenti dal mare su Gaza, colpendo aree urbane densamente abitate da popolazione civile. Un quotidiano, nel pubblicare il nostro articolo, aggiunse un bellissimo titolo «Non si dicono bugie al Papa».

Bugie e omissioni (con qualche “ammissione”) che abbiamo riascoltato a fine settembre di quest’anno. Roberto Cingolani, amministratore delegato della Leonardo, dopo la scelta del Festival della Scienza di Genova di escludere l’azienda dagli sponsor dell’evento e, preoccupato per le sempre più frequenti manifestazioni davanti alle sedi di Leonardo contro la complicità con il genocidio a Gaza, ha affermato in un’intervista al Corriere della Sera che le accuse a Leonardo sono false: «non vendiamo armamenti ai paesi in guerra come Israele». È vera questa affermazione categorica dell’amministratore delegato di Leonardo? 

Cominciamo ad analizzare le prime ammissioni 

Roberto Cingolani nel tentativo di allontanare le accuse di ‘complicità nel genocidio’ di Israele ha ammesso (smentendo due anni di falsità raccontate dai ministri Tajani e Crosetto) che Leonardo ha continuato a esportare materiale dʼarmamento verso Tel Aviv dopo il 7 ottobre 2023, in forza di autorizzazioni – rilasciate prima di quella data – dallʼUnità per le autorizzazioni dei materiali dʼarmamento (Uama), istituita presso il Ministero Affari Esteri. Autorizzazioni che non sono mai state sospese o revocate dal Governo, che pure avrebbe potuto e dovuto farlo in forza della legge 185/1990, che prevede esplicitamente la circostanza della sospensione o revoca di licenze già autorizzate “quando vengano a cessare le condizioni prescritte per il rilascio” (articolo15). Come nel caso specifico di Israele entrato in guerra, non solo contro Hamas, ma verso altri paesi della regione. Oltre alle palesi e gravi violazioni a Gaza, sia della Legge 185/90, sia delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani fondamentali, denunciate prima e poi accertate da numerosi organismi internazionali, anche in seno alle Nazioni Unite.

Si tratta del contratto in essere relativo alla fornitura di attività di supporto logistico, assistenza tecnica da remoto, riparazioni e ricambi per i trenta M-346 Aermacchi (aerei da addestramento militare sviluppato e prodotto a Varese). 

Il contratto per i velivoli M-346 e relativi simulatori di volo fu firmato nel 2012. È superfluo ricordare che con gli M-346 e i relativi simulatori di volo si sono addestrati e continuano a farlo i piloti dell’aviazione israeliana degli F-16 e F-35 che hanno bombardato e ancora bombardano Gaza.

Analizziamo ora le omissioni

Roberto Cingolani non è il direttore della “filiale italiana” di Leonardo, ma lo Chief Executive Officer (cioè il massimo dirigente) del gruppo. E, come tale, la sua gestione non è a responsabilità limitata, sia da un punto di vista geografico, sia societario (rispetto alle aziende controllate e partecipate). Per questo, in quanto Ceo del gruppo, non può sorvolare sui due contratti di fornitura a Israele (il primo nel 2019 e il secondo nel 2022) per un totale di dodici elicotteri da addestramento militare AW119Kx sviluppati e prodotti dalla AgustaWestland di Philadelphia, società statunitense controllata al 100% da Leonardo. Il valore complessivo dei due contratti di 67,4 milioni di dollari comprende anche i simulatori di volo e altri equipaggiamenti dedicati, nuove infrastrutture e il supporto tecnico per 20 anni. In questo caso, a onore del vero, che non c’è alcuna violazione della Legge 185/90 sull’export, essendo un trasferimento diretto dagli Usa. C’è solo un problema di policy aziendale coerente o no con il proprio Codice Etico.

Diversa, e più grave, è l’omissione reiterata sul trasferimento a Israele dei cannoni navali super rapidi Oto Melara 76/62, installati sulle corvette già in dotazione della marina militare israeliana di quelli che saranno installati nelle nuove corvette in costruzione. 

Eppure la Leonardo avevo reso nota nel 2022 la consegna dei primi quattro cannoni navali super rapidi e il loro allestimento a bordo delle corvette classe Magen (tipo Sa’ar 6) costruite per Israele dalla tedesca ThyssenKrupp Marine Systems. L’“accettazione” veniva celebrata il 13 settembre del 2022 con una cerimonia ufficiale presso la base navale di Haifa. 

Di questa commessa per la fornitura di tredici cannoni navali super rapidi Oto Melara 76/62 alla forze di difesa israeliane, nonostante sia uno dei maggiori affari mai realizzati da Leonardo nello scacchiere di guerra mediorientale, per un valore di 440 milioni di dollari compresi i servizi di supporto, test e manutenzione, non c’è alcuna traccia tra le esportazioni di materiale d’armamento dall’Italia a Israele.

L’arcano è presto svelato. I cannoni navali di Leonardo sono stati esportati negli Usa e, questi, attraverso una classica triangolazione tipica nel mercato opaco delle armi, li hanno girati a Israele. Il tutto violando la Legge 185/90, la quale prevede che l’uso finale sia conforme all’autorizzazione della licenza di esportazione rilasciata dall’Uama. E visto che i cannoni navali di Leonardo saranno installati anche nelle corvette di nuova generazione classe Reshef, la cui costruzione delle prime 5 unità è iniziata a febbraio di quest’anno nei cantieri della Israel Shipyards, bisognerebbe mettere fine a questa pratica illecita di triangolazione.

La stessa pratica illecita (in questo caso non alla luce del sole come Italia-Usa-Israele) che, probabilmente, è alla base dei cannoni navali di Leonardo finiti sulle corvette della marina militare del Myanmar, in violazione non solo della Legge 185/90 ma anche dell’embargo internazionale. Con i manager di Leonardo che, invece di assumersi la responsabilità di ricostruire come sia potuto accadere, hanno minacciato querele a chi ha denunciato il fatto, come l’Associazione di solidarietà Italia-Birmania.

L’ultima omissione di Roberto Cingolani riguarda la corresponsabilità di Leonardo sulle bombe GBU-39 co-prodotte da MBDA e fornite a Israele. MBDA è la principale azienda missilistica europea, di cui Leonardo possiede il 25% del controllo azionario, con la restante quota ripartita equamente (il 37,5%) da Airbus Group e BAE Systems.

Secondo un’esclusiva del “Guardian” a luglio del 2025, MBDA vende componenti chiave per le bombe che sono state spedite a migliaia in Israele e utilizzate in numerosi attacchi aerei, in cui secondo le ricerche effettuate, sono stati uccisi anche bambini palestinesi e altri civili. MBDA possiede uno stabilimento negli Stati Uniti, che produce le “ali” che vengono montate sulle GBU-39, prodotte da Boeing. Esse si dispiegano dopo il lancio, consentendo alla bomba di essere guidata verso il suo obiettivo. I ricavi della società statunitense MBDA Incorporated passano attraverso MBDA Uk, con sede in Inghilterra, che poi trasferisce i profitti al gruppo MBDA, con sede in Francia. L’anno scorso l’azienda ha distribuito dividendi per quasi 350 milioni di sterline (400 milioni di euro) ai suoi tre azionisti, tra cui Leonardo.

E finiamo con l’esaminare altre gravi responsabilità e una giustificazione imbarazzante  

Il fatto che Leonardo sia direttamente coinvolta come partner di 2° livello al programma internazionale degli F-35, gestito dalla multinazionale statunitense Lockheed Martin, attraverso la produzione nello stabilimento di Cameri (Novara) dei cassoni alari per la versione F-35A e la fornitura di componenti elettronici, è innegabile. Israele è stato il primo paese a dotarsi dei caccia-bombardieri F-35 fuori dagli Usa, acquistandone 50 unità (gli ultimi lotti per un totale di 14 aerei sono stati consegnati nel 2024). Nel giugno 2024 Israele ha ordinato agli Usa altri 25 F-35A. La Leonardo ha partecipato (e partecipa) alla fabbricazione degli F-35A destinati a Israele e impiegati nei bombardamenti su Gaza. Non è confutabile. Non è, quindi, una forzatura o peggio una strumentalizzazione aver incluso la Leonardo,  in quanto co-produttore degli F-35 venduti a Israele, tra le aziende multinazionali implicate nell’economia del genocidio, come ha fatto Francesca Albanese nel suo rapporto Onu sui territori palestinesi occupati.

Infine la Leonardo, attraverso la società controllata Leonardo DRS con sede negli Usa ha incorporato per fusione l’azienda israeliana Rada Electronic Industries, specializzata in radar per la difesa a corto raggio e anti-droni, la quale opera esclusivamente in campo militare. La società nata da questa fusione, la DRS Rada Technologies ha 3 siti produttivi in Israele che occupano 250 persone. Nel 2023 ha partecipato alla realizzazione di “Iron Fist”, un sistema di protezione attivo montato sui nuovi mezzi corazzati da combattimento delle Israel Defence Forces, gli “Eitan” a otto ruote destinati a sostituire i vecchi M113. Subito testati negli attacchi a Gaza. Anche i giganteschi bulldozer blindati Caterpillar D9 dell’Esercito israeliano si sono dotati dei sistemi di protezione attiva e dei radar tattici di DRS Rada.

Rispetto alle responsabilità di Leonardo sulla gestione di queste aziende controllate, le cose scritte da Roberto Cingolani alla direzione e alla presidenza del Festival della Scienza di Genova sono realmente imbarazzanti sia per lui amministratore delegato di Leonardo, sia per il Governo italiano che ne detiene il controllo azionario. “[…] L’azienda [Leonardo DRS] è una ‘proxy’, dove tutti i membri del Cda devono essere americani e le questioni di sicurezza e difesa nazionale Usa non sono accessibili nemmeno a noi soci. Si tratta di attività esclusivamente americane in cui Leonardo e l’Italia non hanno alcuna voce in capitolo”.

Se le cose stanno così, l’amministratore delegato del Gruppo Leonardo e l’azionista di controllo (cioè il Governo italiano) dovrebbero avere la dignità e il coraggio di mettere subito in vendita l’azienda americana Leonardo DRS, come a suo tempo nel 2015 avrebbe voluto fare l’ex-AD di Finmeccanica, Mauro Moretti. La DRS nel 2008 non è costata un euro, come propongono i fondi americani per comprare oggi la ex-Ilva, ma ben 5,2 miliardi di dollari (più 3 miliardi di dollari di perdite fino al 2015). Ingenti risorse trasferite allora dal nostro paese agli Usa. Risorse rastrellate da Finmeccanica svendendo importanti asset civili del gruppo, in buona parte baricentrati su Genova. 

La vendita di materiale d’armamento di Leonardo a Israele finisce in tribunale

Il 29 settembre 2025 le associazioni AssoPacePalestina, A Buon Diritto, ATTAC Italia, ARCI, ACLI, Pax Christi, Un Ponte Per e la Dott.ssa Hala Abulebdeh o Abu Lebdeh, cittadina palestinese, hanno depositato un atto di citazione notificato a Leonardo ed allo Stato italiano presso il Tribunale civile di Roma per chiedere che vengano dichiarati nulli i contratti stipulati da Leonardo Spa e sue controllate con lo Stato di Israele, relativamente alla vendita e alla fornitura di armi all’IDF, le forze armate dello Stato d’Israele. Israele, da decenni, è responsabile di gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani, non solo a Gaza, ma in tutta la Cisgiordania e a Gerusalemme. 

Secondo quanto denunciato dalle associazioni ricorrenti, la vendita e la fornitura di armi a Israele da parte di Leonardo è in contrasto:

● con l’articolo 11 della Costituzione, perché Israele sistematicamente usa la guerra come strumento di oppressione nei confronti di un popolo – quello palestinese – e come strumento di risoluzione delle controversie internazionali; 

● con la legge n. 185 del 1990, nella parte in cui vieta la vendita “b) a paesi le cui politiche sono in contrasto con i principi dell’articolo 11 della Costituzione” e “d) a paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali sui diritti umani, accertate dagli organi competenti delle Nazioni Unite”; va osservato che la recente sentenza della Corte internazionale di giustizia costituisce un precedente in grado di accertare, insieme ad altri documenti provenienti dalle Nazioni Unite, che lo Stato di Israele commette gravi violazioni delle norme in materia di diritti umani; 

● con il Trattato sul Commercio delle Armi dell’ONU (ATT); 

● con quanto previsto nei Codici Etici e negli strumenti di due diligence della stessa Leonardo. 

da qui

giovedì 12 marzo 2026

Israele assassina padre Pierre Al-Rahi in Libano: mi è sembrata troppo generica la frase di cordoglio del Papa - Dalia Ismail


 

Ieri, nel sud del Libano, nel villaggio di Qlayaa, il prete maronita-cattolico Pierre Al-Rahi è stato barbaramente assassinato da Israele subito dopo i suoi ultimi due discorsi pubblici. Parole di sfida pura, pronunciate da un uomo legato visceralmente alla sua terra come tutto il popolo del Libano meridionale: “Io sono disposto a morire in casa mia perché questa è casa mia. Noi siamo costretti a stare sotto al pericolo perché queste sono le nostre case. Non le lasceremo come un teatro per chi vuole cacciarci per usarle a suo piacimento e occuparle, come abbiamo fatto nel 2024, che siamo stati assediati da Israele ed eravamo solo quattro persone”.

“Non importa quante minacce riceveremo, noi non lasceremo il nostro villaggio Qlayaa. Resteremo, resteremo, resteremo fino alla morte”.
Al Rahi non era solo un prete: rappresentava l’unione dei libanesi al di là della religione e l’attaccamento indissolubile dei libanesi di Qlayaa alla loro patria, quella terra continuamente devastata da Israele e ogni giorno sorvolata dai suoi droni che controllano, minacciano e disturbano con i loro suoni. Nato e cresciuto lì, aveva rifiutato ogni ordine israeliano di evacuazione, incarnando la resistenza quotidiana di una comunità che non abbandona le proprie radici sotto le minacce. In un Libano devastato dalla connivenza della comunità internazionale, i morti per mano israeliana sono già 486, di cui almeno 83 bambini, secondo il ministero della salute libanese; 1313 sono i feriti e quasi 700mila gli sfollati.

Il suo villaggio è stato teatro di un ennesimo massacro che colpisce cristiani, musulmani e persone di ogni credo senza distinzioni. La sua uccisione è il simbolo di una pulizia etnica in corso, imposta da Israele con ordini di evacuazione forzati. Un ordine che i libanesi sanno, per esperienza diretta e assistendo a ciò che è accaduto ai palestinesi, che prevede l’impedimento del ritorno nella propria terra una volta ottenuto un cessate il fuoco. Sanno bene che non è un allontanamento momentaneo.

Per me, la banale frase di circostanza pronunciata da Papa Leone XIV riguardo all’assassinio di Al-Rahi è un endorsement politico a Israele. Si è limitato a una frase generica, senza condannare Israele. Ma in realtà la posizione l’ha già presa, stringendo la mano al presidente israeliano Isaac Herzog in Vaticano a settembre 2025. In quel frangente, con i libanesi e palestinesi – tra cui numerosi cristiani – sotto sterminio in diretta, quel gesto ha significato un via libera quasi esplicito ai responsabili di queste atrocità. Proprio come ha ignorato le sofferenze dei cristiani palestinesi, oggi abdica al suo ruolo, preferendo una frase di circostanza davanti all’assassinio di un prete.

La foto di Al-Rahi, con il volto deciso, ci ricorda che la vera resistenza è quella di chi difende la propria casa contro l’invasore. Israele prosegue la sua opera di distruzione, mentre Roma stringe mani sporche di sangue. Ma a Qlayaa resteranno fino alla morte, una sfida al papa e all’intero occidente.

da qui

La banalità del male - Ahmad Tibi

Anche la negazione è una forma di Complicità, così come lo è reprimere la verità, ignorarla o rimanere in silenzio.

Il pubblico israeliano assiste all’espulsione di donne, bambini e anziani e tace. Assiste alla Pulizia Etnica e non dice nulla. Assiste alla Distruzione Totale della Striscia di Gaza e non parla. Sa che 18.000 bambini sono stati Uccisi a Gaza e rimane in silenzio. Sa che giornalisti, medici, soccorritori, educatori e migliaia di civili sono sepolti sotto le macerie e non dice nulla. E quando case e grattacieli vengono bombardati, è muto, spesso pretendendo di più, a volte persino sorridendo sadicamente. 

Le atrocità nelle comunità israeliane al confine con Gaza, in cui sono stati assassinati 30 bambini e centinaia di civili, hanno scioccato l’opinione pubblica israeliana, e giustamente. Ma ciò che il governo sta perpetrando a Gaza, con il sostegno della maggior parte dell’opinione pubblica, non è “autodifesa”. Non è una reazione temporanea, ma l’attuazione di un vecchio Piano che aspettava in qualche cassetto: un Piano di trasferimento e annientamento che emerge dalle profondità del programma politico-difensivo di Israele. Il governo israeliano è diventato un governo apertamente Kahanista.

Non è lontano il giorno in cui i ministri del Likud deporranno una corona di fiori sulla tomba di Meir Kahane. Quello che un tempo era considerato estremismo abominevole e fuorilegge è diventato il fulcro del consenso al potere. 

Tutti coloro che hanno ripetuto l’affermazione che “non ci sono persone innocenti a Gaza” hanno giustificato l’uccisione di bambini e civili. Queste parole non sono state un lapsus, ma un’affermazione Nazista. Non appena si elimina la distinzione tra combattente e civile, nel momento in cui si afferma che tutti i palestinesi sono obiettivi legittimi, si approva l’Uccisione di milioni di persone.

Il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, il membro più influente del governo, un ministro senza alcun sostegno pubblico, con tutti i sondaggi che mostrano che rimane al di sotto della soglia elettorale, non nasconde la sua Dottrina di Annientamento. Smotrich ha detto, scritto e spiegato ripetutamente che un intero popolo deve scomparire.

Benjamin Netanyahu, figlio di uno storico, non lo sta fermando. Al contrario, gli sta dando carta bianca. È difficile decidere cosa sia peggio: Netanyahu ha dimenticato la storia ebraica o ha deciso che questa volta si sarebbe schierato dalla parte degli Sterminatori?

Chiunque assista alle atrocità che l’esercito israeliano commette giorno e notte nella Striscia di Gaza, con bambini che muoiono di Fame, donne con arti mancanti, interi quartieri polverizzati, e continui a ripetere il trito e ridicolo mantra sull'”esercito più morale del mondo”, è Complice a tutti gli effetti di questi Crimini di Guerra.

Qui non c’è moralità, solo oppressione istituzionalizzata. La poetessa Denise Levertov scrive delle ripetute uccisioni di bambini, i cui nomi vengono dimenticati e il cui sesso non è individuabile tra le ceneri, che riaffiorano tra le fiamme senza scomparire.

Anche la negazione è una forma di Complicità, così come lo è reprimere la verità, ignorarla o rimanere in silenzio. Chi ha visto la foto di un bambino palestinese affamato e si è affrettato a negarla, sostenendo che fosse stato malato da prima, o che ciò facesse parte di qualche campagna manipolatrice, è anch’egli pienamente Complice del Crimine.

La risposta istintiva e umana di negare e di fuggire dall’assunzione di responsabilità o di colpa per questo atto terribile testimonia una società che ha perso tutti i suoi confini morali. Chiunque non riesca a vederlo, chiunque non sia pronto ad affrontare la realtà non è partecipe negli sforzi per fermare questo orrore.

Non meno grave è il doppio criterio utilizzato. Chiunque abbia definito “Olocausto” l’Uccisione di centinaia di civili in Israele, considerando quindi tutti i palestinesi come Nazisti, deve spiegare perché è sconvolto dall’uso di questi termini per descrivere ciò che sta accadendo a Gaza negli ultimi due anni: Uccisioni e Omicidi su larga scala, Fame ed espulsioni, Pulizia Etnica, Sradicamento e Sterminio.

Se l’uso di questi termini è consentito quando si parla dell’altro, ma proibito quando si descrivono le azioni di Israele, ciò equivale a ipocrisia morale e manipolazione emotiva volta a legittimare l’orrore.

Il Diritto Internazionale è chiaro: non si possono danneggiare i civili o punire un’intera popolazione; non si possono distruggere deliberatamente infrastrutture civili o espellere persone con la forza. La Fame non può essere usata come Mezzo di Guerra. Tutto questo viene fatto quotidianamente sotto gli occhi del mondo, su istruzione del governo israeliano e con il sostegno dell’opinione pubblica ebraico-israeliana, sia con il silenzio che con eccessivo entusiasmo.

Inoltre, l’ex Capo di Stato Maggiore delle IDF, Herzl Halevi, ha ammesso che l’esercito ha Ucciso circa 200.000 palestinesi a Gaza, la maggior parte dei quali civili. Una simile dichiarazione non è una testimonianza di “moralità”. È la prova lampante di una politica volta a danneggiare deliberatamente e gravemente la popolazione civile.

In Israele esiste una coraggiosa minoranza, composta da attivisti, cittadini, giornalisti, artisti, esponenti del mondo sanitario e accademico, che si oppone a tutto questo, rifiutandosi di lasciarsi travolgere dalla corrente. Firmano petizioni e manifestano per le strade, a volte pagando un prezzo personale elevato. Ma sono solo pochi e vengono imbavagliati. La stragrande maggioranza collabora e sostiene ciò che sta accadendo a Gaza. La storia ricorderà questa minoranza e il silenzio della maggioranza.

La storia non perdonerà. Ricorderà che la società ebraica israeliana, nonostante i suoi traumi storici, forse proprio a causa di essi, si è mobilitata in massa e ha chiuso un occhio quando un intero popolo veniva Sterminato. La storia ricorderà la distruzione, la rovina, la Pulizia Etnica e l’Uccisione di bambini. Un giorno porrà uno specchio davanti a coloro che gridavano “l’esercito più morale del mondo” mentre distruggevano Gaza.

Come scrisse Hannah Arendt, “la triste verità è che la maggior parte del male viene commesso da persone che non si decidono mai a essere buone o cattive; il male deriva dall’incapacità di pensare alla banalità del male”. Questo è il nocciolo della questione. È il silenzio della maggioranza, il momento in cui le persone si abituano al male e smettono di pensarci, di opporsi o di rifiutarsi di farne parte.


Ahmad Tibi è un politico palestinese-israeliano. A capo del partito Ta’al, è membro della Knesset (Parlamento israeliano) dal 1999. Tibi è stato riconosciuto come una figura di spicco nell’arena israelo-palestinese dopo aver ricoperto il ruolo di consigliere politico del defunto Presidente palestinese Yasser Arafat (1993-1999). Tibi è anche un medico specializzato e si è laureato in ginecologia presso l’Università Ebraica di Gerusalemme.

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto

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