Slec
La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
lunedì 1 giugno 2026
domenica 31 maggio 2026
Il genocidio spiegato a Erri De Luca - Girolamo De Michele
Pare assurdo: uno che ha fatto il volontariato nell'ex
Yugoslavia, dove è accaduto uno dei genocidi condannati dalla Corte penale
internazionale, non sa riconoscere quello di Gaza. E non è un problema soltanto
suo
L’intervista
rilasciata da Erri De Luca al giornale israeliano Israel Hayom sta
suscitando, più che un vero dibattito, un’eco mediatica nella quale si perde,
via via che l’onda sonora si allarga e il suo contenuto si affievolisce, ogni
reale possibilità di conseguire qualcosa che non sia un semplice ribadire un
posizionamento. È ciò di cui non abbiamo bisogno.
Per questo
provo a fare, per quel che posso, chiarezza, con gli strumenti storici,
giuridici e filosofici che ho acquisito e messo alla prova per scrivere una
biografia non solo dell’autore della parola «genocidio», ma del concetto
stesso.
Chi ha gettato la prima palata di merda nel
ventilatore
Cominciamo
col puntualizzare ciò di cui si sta trattando. Erri De Luca, in procinto di
recarsi in Istaele per il Writers Festival di Mishkenot Sha’ananim di
Gerusalemme, ha rilasciato una lunga intervista nella quale, fra le molte cose
che dice, esplicita il suo credo su genocidio e sionismo. Questa parte
dell’intervista, circa un terzo, è stata estrapolata e tradotta da G.M.,
e pubblicata sul Foglio. Per quel che vale, non è
un’intervista concessa al Foglio, né la sua traduzione. L’autore
del cut© è persona nota da tempo per la sua peculiare
tecnica di tagliare e montare parole altrui: anni or sono Max Blumenthal,
mettendo in fila una serie di comprovati plagi, si chiedeva se si trattasse di
un «plagiario seriale» o di un volgare «hasbarista»; e concludeva che G.M. è la
prova del fatto che «basta fare un po’ di taglia e incolla dalle pubblicazioni
dei difensori di Israele per avere successo nel mondo dei neoconservatori».
Negli anni, passando dall’antidarwinismo al complotto cinese sul Covid, questo
personaggio ha elaborato la teoria degli «ebrei antisionisti/antisemiti», da
Hannah Arendt a Daniel Barenboim, da Grossman ad Amos Oz, e, in Italia,
dall’«apostata» Primo Levi alle «umilianti giaculatorie» dei più illustri
intellettuali ebrei italiani, da Natalia Ginzburg e Gad Lerner: tutti
interessati a difendere il loro ruolo dall’interno dell’intellighentia di
sinistra, a costo di schierarsi con i peggiori nemici di Israele.
Si sappia,
dunque, per un verso chi ha messo in moto questa vicenda (con le tecniche e
modalità che gli sono consuete), e dall’altro quale acqua a quale mulino si
porta elevando il «coraggio» di Erri De Luca a metro di giudizio della «viltà»
di altri intellettuali, magari suoi ex compagni.
Cosa ha detto Erri De Luca sul genocidio
Veniamo alle
parole di Erri De Luca, poi precisate e ribadite anche in questo post. Traduco dall’originale inglese (traduzione non so se intelligente,
ma non artificiale):
So benissimo
cosa è il genocidio, e applicarlo alla guerra di Gaza è una distorsione storica
e verbale. Ciò che è accaduto a Gaza è una guerra moderna e brutale, in cui il
numero di vittime civili è enorme e orribile perché quando i combattimenti si
svolgono all’interno di uno spazio urbano densamente popolato, tra scuole e
ospedali, la popolazione pagherà sempre il prezzo più alto. Lo abbiamo visto a
Mosul, a Raqqa e a Mariupol. È l’inevitabile conseguenza del combattere un
nemico che si trincera tra i propri civili. È terribile, ma non è genocidio.
[…] Il fatto che Israele sposti ripetutamente la popolazione civile, da nord a
sud e da sud a nord, per allontanarla dalle zone di combattimento attive, rende
quest’accusa priva di fondamento.
Spiace
dirlo, ma Erri De Luca cos’è un genocidio crede di saperlo, ma non lo sa. Il
che, per chi ha fatto il volontariato nell’ex Yugoslavia al tempo delle guerre,
è ancor più grave, perché uno dei genocidi condannati dalla Corte penale
internazionale è accaduto proprio laggiù, a Srebreniza.
Genocidio è
un termine giuridico che designa un crimine internazionale: non lo si va a
cercare sul Tommaseo o nella Treccani, ma nella Convenzione per la Prevenzione e
Repressione del Crimine di Genocidio. Che è testo vincolante per le
nazioni che lo hanno sottoscritto, e impone precisi obblighi, fra i quali la
persecuzione dei suoi autori anche al di fuori dello Stato in cui esso accade:
«Per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con
l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico,
razziale o religioso, come tale: uccisione di membri del gruppo; lesioni gravi
all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; il fatto di sottoporre
deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua
distruzione fisica, totale o parziale; misure miranti a impedire nascite
all’interno del gruppo; trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo a un
altro».
Che ci sia o
meno genocidio lo si stabilisce in base a questa definizione, non per
comparazioni con altri crimini internazionali o altre guerre. La stessa
comparazione, fosse pure con la Shoah, non è contemplata dalla Convenzione,
e non per caso: due ore prima della sua approvazione fu respinto un emendamento
presentato dai delegati polacco e cecoslovacco che chiedeva di inserire la
locuzione «come nella recente guerra». Non nominando la Shoah, né uno specifico
genocidio, il testo della Convenzione si allineava così al giudizio di Raphael
Lemkin, inventore della parola e co-autore della prima stesura della
Convenzione: «Il genocidio non è un fenomeno eccezionale, ma accade nelle
relazioni fra gruppi umani con una certa regolarità, così come l’omicidio ha
luogo nelle relazioni fra individui».
Nel
deliberare sul genocidio di Srebreniza, la Corte Penale Internazionale respinse
gli argomenti dei difensori dei criminali serbi: che non fosse possibile
distinguere fra il civile e il militare; e che le milizie serbe, uccidendo solo
gli uomini adulti e non l’intera popolazione, non avevano l’intenzione di
cancellare la totalità dei bosniaci musulmani della città. Sono, purtroppo, gli
stessi argomenti che usa De Luca a difesa dell’Idf. Per inciso: nella storia
nessun genocidio ha mai davvero cancellato la totalità della popolazione che ne
è stata vittima.
Infine: lo
spostamento forzato di una popolazione al di fuori della propria terra è Pulizia
etnica: locuzione che nasce proprio in occasione delle guerre di
Yugoslavia; per il diritto internazionale indica l’ultimo passo di un processo
genocidiario, o la sua premessa: è una spia rossa che segnala il genocidio in
atto.
Erri De Luca
sembra dire che «purtroppo è la guerra»: ma in guerra – sin dal tempo di Ugo
Grozio, e poi della Convenzione dell’Aja, e infine, dopo la Convenzione Onu sul
genocidio, dello Statuto di Roma del 1998, il cui testo depositato a Roma è
stato impunemente sorvolato dall’aereo che portava Netanjau negli Usa –
l’invasore occupante non ha potestà assoluta sul civile occupato (e neanche sul
militare). Che Grozio, Rousseau, Cassese (Antonio) e Lemkin non scrivessero in
ebraico non è un’attenuante per non conoscerli, quale che sia il peso del sasso
o della bottiglia che hai tirato da giovane.
Cosa ha detto Erri De Luca sul sionismo
Per me, il
sionismo è il riconoscimento più semplice e fondamentale del diritto degli
ebrei a una patria nazionale, a una difesa esistenziale e necessaria. Chiunque
riconosca il diritto di Israele a esistere qui, chiunque veda due entità che
convivono fianco a fianco, è sionista per questo stesso motivo.
In quanto
sionista, De Luca afferma di rifiutare a priori eventuali dibattiti pubblici:
«Non sono in grado di sedermi nella stessa stanza o condividere un palco con
persone che desiderano che Israele venga cancellato dalla mappa. E, cosa ancora
più importante, non collaborerò con alcun evento o forum in cui si usi la
parola «genocidio» nel contesto di Gaza.
Per De Luca
«sionismo» è oggi una «parola maledetta»: ma sembra che questa maledizione
abbia una pregiudizievole origine politica. Io direi – parafrasando Valentina Pisanty – che, come «antisemitismo», «sionismo» è una
parola presa in ostaggio dalla militarizzazione e dalla confusione fra ciò che
è e ciò che non è. E le parole di De Luca non aiutano a sciogliere questa
confusione.
«Sionismo» è
una parola che ha significato molte cose, anche in contraddizione fra loro: il
socialismo per gli ebrei immigrati e il colonialismo per i palestinesi
residenti, ad esempio. Ma ciò che conta, oggi, è cosa il sionismo è – o è
diventato. Anche «tiranno» era, al tempo di Sofocle, una parola polisemica, che
poteva designare una forma moderna e razionale di governo: ma di certo non si
cita Sofocle a difesa dei tiranni odierni. Far coincidere «sionismo» col
diritto degli ebrei ad avere un proprio Stato significa far collassare questo
diritto su due altre affermazioni: che non c’era altro modo di soddisfare
questo diritto se non quello che si è dato, e che oggi non c’è alternativa allo
stato di cose esistente. Il che è doppiamente falso.
Israele,
ricordiamolo – lo ha fatto Omer Bartov nel suo ultimo libro –
fu riconosciuto dall’Onu, nel 1947, all’interno di precisi confini (peraltro
contestati). L’esito della guerra del 1948 non dava alcun diritto di occupare i
territori destinati allo Stato palestinese, così come l’esito della guerra del
1967 rispetto alla Cisgiordania. Esito della guerra, peraltro, determinato
anche dall’assassinio dell’inviato dell’Onu Folke Bernadotte, latore di un
piano di pace, a opera dei terroristi criminali e nazi-sionisti (sono parole di
Einstein e di Hannah Arendt) della Banda Stern, cioè del futuro Likud. Inoltre,
la risoluzione del 1947 obbligava Israele a emanare una Costituzione
democratica che garantisse i diritti anche agli arabi all’interno dello Stato,
cosa che, per esplicita volontà di Ben Gurion, che non voleva avere le mani
legate dalla risoluzione del 1947, non è avvenuta né allora, né in seguito.
Si aggiunga
che De Luca sembra equiparare chiunque usi la parola «genocidio» a chi desidera
la cancellazione degli ebrei dalla Palestina, operando una brutale divisione
fra «noi sionisti» e «tutti gli altri» (che sarebbero dei tagliagole?). È una
strategia intellettualmente penosa, ben presente nel web – non solo per effetto
della hasbara israeliana: c’è anche chi è capace di farlo da sé: si designa un
nemico immaginario, a uso e consumo della propria tesi (si chiama «fallacia del
fantoccio», o dello spaventapasseri); se ne dimostra l’esistenza con
generalizzazioni di singole figure e singoli discorsi; si riempie la bocca di
questi singoli elevati a fantocci di iperboli: e il gioco è fatto.
Ma quello
che De Luca sembra ignorare è la statura intellettuale e morale, e la rilevanza
nel campo degli studi e della stessa comunità internazionale, di personaggi
come William Shabas nel campo del diritto internazionale umanitario; di Omer
Bartov, uno storico che ha segnato il prima e il poi nella storiografia
dell’Olocausto; di Masha Gessen, recente Premio Pulizer (cui non si può certo
applicare il giochino del «parlaci dell’Ucraina», che è peraltro anch’essa una
fallacia); di Anna Foa. Per non dire di chi non usa la parola «genocidio», ma
riconosce che siamo in presenza di crimini contro l’umanità e di crimini di
guerra – crimini per i quali il tribunale e la pena sono gli stessi del crimine
di genocidio: da Marcello Flores a Liliana Segre, a Gad Lerner.
Di cosa
stiamo parlando, allora? Del mettere la testa sotto la sabbia e rifiutarsi di
vedere l’orrore in atto, sino a non saperlo nominare. Che questa sabbia sia la
fatalità storica, poco importa. Nel caso di un intellettuale che ha un ruolo e
un’autorevolezza nel pubblico dibattito, stiamo parlando della funzione stessa
dell’intellettuale: che è, per come Italo Calvino me l’ha insegnato, ciò che
dice Marco Polo all’imperatore che, sconfortato, conclude che «Tutto è inutile,
se l’ultimo approdo non può che essere la città infernale, ed è là in fondo
che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente». La risposta
di Polo è che «L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è
quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo
stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a
molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più.
Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e
saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo
durare, dargli spazio».
Bruciare i libri di Erri De Luca?
Ma se Erri
De Luca arriva ad accettare l’inferno fino a non vederlo più, non sarebbe
allora legittimo, come alcuni urlano, buttare via i suoi libri, addirittura
bruciarli?
A
bruciapelo, rispondo che bruciare i libri è una stronzata – anzi, peggio: è uno
dei modi in cui si accetta l’inferno fino a non vederlo. Comincia a bruciare,
chessò, il Mein Kampf , e poi ti trovi a bruciare il libro
accanto, e poi un altro, e così via, finché la mitridatizzazione ti porterà a
bruciare l’intera biblioteca, perché se i suoi libri contengono le tue verità
sono inutili, e se non le contengono sono dannose.
Anche perché
a bruciare libri ci pensa già qualcuno, a cui rischiamo di non badare perché
impegnati in altro. Ad esempio, su un quotidiano nazionale c’è una pagina settimanale di propaganda
filo-israeliana, Hakol. La realtà di Israele, dove un tale, già
fattosi notare per aver invocato «interventi finalmente incisivi, se non
risolutivi, da parte di quanti ne hanno a disposizione gli strumenti» contro
insegnanti e studenti, di recente ha compilato una lista di proscrizione di libri segnalati da una newsletter
editoriale: L’odio anti-Israele piomba a scuola, nientemeno. I
nuovi hostes publici – dei quali l’articolista, che sarebbe
persona di scuola, ha letto solo la quarta di copertina – sono Anna Foa, Omer
Bartov, Rashid Khalidi, Enzo Traverso, Arturo Marzano, Roberta De Monticelli, e
Claudio Vercelli. «Ditegli sempre di sì», avrebbe detto Eduardo: se non ché ho
visto un’interrogazione parlamentare redatta copincollando pari pari un
articolo di questo tale (fossi stato il ministro interpellato, avrei insegnato
la creanza a chi mi interpellava con una fotocopia altrui). Il deputato in
questione è uno che ogni volta che lo leggo o lo sento mi chiedo se la sua ghost
writer non sia la Strega malvagia dell’Ovest, e a Erri De Luca non gli
allaccia i calzari: però è lui che ha l’autorità per deliberare, foss’anche
l’acquattarsi servile ai piedi dei potenti, non gli intellettuali. Vale a dire:
cerchiamo di mantenere il giusto peso e la giusta misura, non creiamoci a
nostra volta fantocci da bruciare per soddisfare un godimento che non è
all’altezza del nostro desiderio.
Tradurre l’Esodo non basta
I libri di
Erri De Luca non hanno, in genere, attinenza con ciò di cui qui si parla,
quindi non ne parlerò. Salvo uno: la traduzione dell’Esodo. Della cui
traduzione, e del traduttore, una bravissima e instancabile attivista, Lavinia Marchetti (i suoi interventi passati sono
diventati un libro, Schegge da un genocidio) ha scritto che «si può
tradurre l’Esodo verso per verso, e nondimeno smarrirne il nucleo storico». L’Esodo è
la storia (sempre che sia davvero accaduta) di un popolo che, convinto di avere
una terra promessa, si muove verso di essa, travolgendo e sterminando un altro
popolo che vi risiedeva: i Cananei, e più in specifico gli Amalekiti. È quello che
ricordò Edward Said a Michael Walzer, facendo una «lettura cananita»
di Esodo e rivoluzione . Leggere l’Esodo dalla
parte degli Amalekiti è l’equivalente del dire la parola genocidio da parte dei
colonizzati: strappare ai colonizzatori il monopolio dell’interpretazione di
una parola che, in fondo, è scandalosa – o meglio: nomina uno scandalo – solo
perché per la prima volta le vittime erano europei, e non africani o amerindi.
Però il comando divino di ricordarsi di sterminare Amalek risuona oggi nelle
parole e nelle pratiche dello Stato d’Israele. E come ha scritto Coetze nella
lettera in cui rifiutava l’invito al festival letterario cui andrà De Luca, «è
impossibile per qualsiasi parte della società israeliana, comprese le comunità
intellettuali e artistiche, dichiararsi privi di colpa rispetto alle atrocità
di Gaza» – cioè «un genocidio che ha ricevuto un sostegno entusiasta dalla
maggior parte dell’opinione pubblica israeliana».
Ma oltre al
contenuto storico, c’è anche un contenuto etico dell’Esodo. Che ha a che
fare con quella cultura che ha affascinato un’intera generazione di studiosi,
me compreso. L’esodo come attraversamento del deserto, come metafora potente
della condizione umana: il prendersi per mano e marciare insieme. Sono
consapevole del fatto che oggi quelle pensatrici e pensatori sarebbero su
posizioni opposte: Buber e Scholem, Lévinas e Benjamin, Arendt e Wiesel. Ma
anche in una contrapposizione si vede quell’altra cultura – così come ci sono
concetti filosofici che vanno oltre chi li enuncia. Di tutto questo mondo,
oggi, non si vede traccia: e quando si perde il rapporto con quella
trascendenza che fonda la dimensione religiosa, non restano che gli dei degli
eserciti, che brandiscono pretese verità fondate su un libro scritto in una
lingua mancante di vocali e segni d’interpunzione; i cui verbi all’indicativo
mancano del presente, dell’imperfetto, del piuccheperfetto e del futuro, nonché
dei tempi del congiuntivo, per limitarsi alle lacune più evidenti. Lo aveva
osservato Spinoza, ricevendo in cambio dagli idolatri della sinagoga di
Amsterdam una maledizione e una coltellata.
Dalla parte dell’uovo: Murakami a Gerusalemme
E poi,
pensando a cosa Coetze non dirà a Gerusalemme, mi è venuto in mente cosa invece
disse Murakami, che nel 2009, nonostante gli inviti dei suoi amici a non farlo,
andò a Gerusalemme per ricevere il Jerusalem Prize. E fece questo discorso, a partire da un precetto che lo scrittore giapponese
dà a sé stesso: «Tra un muro alto e solido e un uovo che si rompe contro di
esso, io sarò sempre ‘mettiti dalla parte dell’uovo’». E spiegò questa
immagine.
Non importa
quanto giusto possa essere il muro e quanto sbagliato l’uovo, io resterò in
piedi con l’uovo. Qualcun altro dovrà decidere cosa è giusto e cosa è
sbagliato; forse il tempo o la storia decideranno. Se ci fosse un romanziere
che, per qualunque sia il motivo, scrisse opere in piedi con il muro, di che
valore sarebbe quali opere siano?
Qual è il significato di questa metafora? In alcuni casi è fin troppo semplice
e chiaro. Bombardieri, carri armati, razzi e proiettili al fosforo bianco sono
quel muro alto e solido. Le uova sono i civili disarmati che vengono
schiacciati e bruciati e colpiti da loro. Questo è uno dei significati della
metafora.
Ma non è tutto. Ha un significato più profondo. Pensatela in questo modo.
Ognuno di noi è, più o meno, un uovo. Ognuno di noi è un’anima unica e
insostituibile, racchiusa in un guscio fragile. Questo vale per me, ed è vero
per ognuno di voi. E ognuno di noi, in misura maggiore o minore, si trova di
fronte a un muro alto e solido. Il muro ha un nome: è Il Sistema. Il Sistema
dovrebbe proteggere noi, ma a volte assume una vita propria, e poi inizia a ucciderci
e ci induce a uccidere gli altri in modo freddo, efficiente e
sistematico.
Ho una sola ragione per scrivere romanzi, ed è quella di portare in superficie
la dignità dell’anima di un individuo e illuminarla. Lo scopo di una storia è
quello di far suonare un allarme, di tenere una luce puntata sul Sistema per
impedire che le nostre anime si aggroviglino nella sua rete e ne siano
sminuite. Credo fermamente che il compito del romanziere sia quello di
continuare a cercare di chiarire l’unicità di ogni singola anima scrivendo
storie: storie di vita e di morte, storie d’amore, storie da far piangere
le persone, farle tremare di paura e scuoterle dalle risate. Ecco perché noi
continuiamo, giorno dopo giorno, a inventare finzioni con assoluta serietà.
Ho solo una cosa che spero di trasmettervi oggi: siamo tutti umani. Esseri,
individui che trascendono nazionalità, razza e religione, uova fragili di
fronte a un muro solido chiamato Il Sistema. […] Prendetevi un momento per
pensarci. Ognuno di noi possiede una tangibile, viva anima. Il Sistema non ha
nulla del genere. Non dobbiamo permettere al Sistema di sfruttarci. Non
dobbiamo permettere al Sistema di prendere vita propria. Non è stato il sistema
a crearci: siamo stati noi a creare il sistema. Questo è tutto quello che ho da
dirvi.
*Girolamo De
Michele lavora nella scuola come insegnante e coordina lo spazio
politico-letterario Il
Povero Yorick su www.euronomade.info. Ha curato i tre volumi
dell’autobiografia di Toni Negri. Il suo ultimo libro è Il profeta
insistente. Raphael Lemkin, l’uomo che inventò la parola genocidio (Neri
Pozza, 2025).
sabato 30 maggio 2026
Tre ragioni per cui il centro-sinistra perderà le elezioni politiche - Enrico Grazzini
Ci sono tre ragioni per cui le forze di centro-sinistra perderanno le prossime elezioni politiche:
1) il centrosinistra si presenta senza ideali ma solo con distopie:
infatti il Partito Democratico appoggia la Nato e l’Unione
Europea di Ursula von der Leyen, ma Nato e UE vogliono portarci in guerra con la Russia,
aumentare le spese militari e ridurre quelle sociali. Mark Rutte, il capo della
Nato, ha addirittura proposto che gli europei intervenissero a fianco di Trump
nella fallimentare guerra in Iran.
2) PD, sindacati, e anche Movimento 5 Stelle, non difendono con
forza gli interessi materiali e vitali dei lavoratori. Non promuovono obiettivi
sacrosanti che sono necessari per tutti, a partire dall’indicizzazione dei
salari al costo della vita. Il centrosinistra e la CGIL denunciano a gran voce
che il governo Meloni non fa nulla contro l’inflazione che
mangia gli stipendi ma, per paura della lotta di classe, non lanciano nessuna
proposta per aumentare gli stipendi agganciandoli al costo della vita. Così non
sono credibili.
3) Infine, soprattutto il PD, ma anche i 5 Stelle (pensiamo a Di
Maio), hanno una cattiva reputazione. Nel passato hanno troppo
deluso i lavoratori, e godono di cattiva fama presso molti settori di opinione
pubblica. Pochi si fidano ancora. Hanno appoggiato il governo Draghi e,
in precedenza, altri governi che hanno portato avanti solo politiche di
austerità e sacrifici. Ormai la maggioranza del popolo di sinistra pensa che,
destra o sinistra, poco o nulla cambia. Non a caso il popolo degli
astensionisti ha la maggioranza in questo paese. “Sinistra” sembra essere
diventata una brutta parola, semplicemente perché la sinistra ha fatto troppe
politiche di destra, sull’immigrazione, sui salari, sulla guerra in Ucraina, e
così via.
Una volta essere di sinistra significava lottare con coraggio e sacrificio
per la libertà e la democrazia, contro lo sfruttamento e la speculazione
finanziaria, e per l’eguaglianza. Oggi non si capisce più per che cosa si
batte la sinistra. Oggi uno che si dichiara di sinistra è visto dalla
maggioranza delle persone, purtroppo, come uno dell’establishment, uno che
vuole fare carriera in un sistema politico corrotto e clientelare. Tipi come
Tony Blair o Matteo Renzi hanno dato cattiva fama alla sinistra. La sinistra
non è più affidabile come difensore dei lavoratori. I lavoratori in maggioranza
o non votano o votano a destra, non certo per l’europeismo del PD.
Mentre l’elettorato, a causa della crisi economica, si polarizza, la
sinistra rincorre il centro e, con il suo moderatismo, perde i
voti della maggioranza delle persone e non riesce a cambiare nulla.
Se i salari in valore reale sono scesi in venti anni è perché la presunta
sinistra, magari in nome dell’europeismo, hanno promosso l’austerità di
Bruxelles facendola pesare sui ceti medi e sui lavoratori, mentre le banche e
la finanza hanno i profitti più alti di sempre.
Solo AVS di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli hanno
sussurrato, a bassa voce e con levità, come si conviene alle persone educate,
una legge per il recupero salariale sull’inflazione, con scadenza annuale. Una
proposta come questa farebbe vincere milioni di voti al centro-sinistra perché
orma il 70% delle famiglie italiane fatica ad arrivare alla fine del mese.
Anche Maurizio Landini tentenna sul salario agganciato
all’inflazione: secondo lui una legge non va bene (chissà perché?!) e invece
bisognerebbe adeguare i contratti collettivi all’inflazione ogni anno (?), il
ché mi sembra una posizione assurda, del tutto impraticabile, e corporativista,
a protezione del potere sindacale, ma non dei lavoratori. Se Landini e la
sinistra proponessero un referendum per indicizzare i salari al costo della
vita, vincerebbero con milioni di voti.
Elly Schlein, dopo la proposta dei 5 Stelle, ha finalmente aderito al salario
minimo garantito, che riguarda 4-5 milioni di lavoratori: ma non dice nulla
su una possibile e necessaria scala mobile che impatterebbe 24 milioni di
lavoratori. Il centrosinistra ha evidentemente paura di alienarsi le simpatie di Confindustria, di Emanuele Orsini, che,
però ha già dichiarato che è contrario al salario minimo per legge. La
Confindustria non sarà mai dalla parte del centro-sinistra.
Il PD, con i socialisti europei, continua ad appoggiare la
Nato e questa UE che corre verso la guerra. Meloni, Macron, Merz, PD e
socialisti europei continuano cinicamente a volere armare l’Ucraina in una
guerra che Kiev non può vincere, e rifiutano ogni possibile negoziato e
compromesso con la Russia: così ci portano dritti verso la guerra atomica. La
maggioranza dei vertici del PD difende a spada tratta la Nato, ma Mark
Rutte, il capo della Nato, e Ursula ingannano i popoli europei:
vogliono che l’Europa si armi fino ai denti per combattere la Russia che
vorrebbe, secondo loro, invadere l’Europa. Ma la Russia non ne ha nessuna
intenzione. Putin ha invaso illegalmente l’Ucraina solo perché
la Nato voleva metterci le sue basi militari. E’ un despota, ma certamente non
è così pazzo da volere conquistare l’Europa e scontrarsi con la Nato (a meno
che Rutte non continui a armare Kiev per lanciare droni in Russia). Ecco perché
il centro-sinistra perderà le elezioni.
Il mantra della crescita ha ucciso (anche) la finanza sostenibile - Andrea Di Turi
Da anni mi sono promesso di non mettere piede al Salone del Risparmio. Quest’anno però mi sono avvicinato – solo avvicinato, sottolineo – per incontrare all’uscita un caro amico. Per chi non lo conoscesse il Salone del Risparmio è l’appuntamento annuale del settore del risparmio gestito. Premetto che non faccio una colpa al mio amico di seguirlo, né a tutti quelli che lo seguono perché sono in cerca di informazioni, spunti, di networking, insomma delle solite cose che si cercano agli eventi per cercare di fare meglio il proprio lavoro. Il punto è che io non riesco più a seguirlo.
Per anni
l’ho fatto cercando con la lente gli appuntamenti in cui si parlava di finanza
sostenibile. Quando la finanza sostenibile era affare per pochi ma
quei pochi ci credevano, eccome se ci credevano. Poi nel giro di pochi anni c’è
stata la svolta e la finanza sostenibile era un po’ ovunque. In particolare
l’Esg era ovunque, l’acronimo che sta per Environmental, Social and
Governance. Ha una ventina d’anni, l’acronimo, è nato in un gruppo di
lavoro delle Nazioni Unite, e ormai è diventato quello dominante per indicare
un approccio, una strategia, una filosofia, un insieme di metodologie e
strumenti per chi in finanza non guarda solo alla bottom line ma integra – o
almeno dichiara di farlo – considerazioni appunto Esg nel
suo modo di fare business e di investire.
Non riesco
più a seguirlo perché la finanza sostenibile ha perso l’anima: è
nata come voce scomoda, è diventata garante dello status quo. Della serie dare
l’impressione che tutto cambi perché nulla cambi. L’Esg sta bene su tutto, pure
sulle armi nucleari. Sì, chi sta leggendo ha letto bene, oggi anche i
produttori di armi nucleari rientrano nei criteri Esg. Guardare l’indice Mib
Esg della Borsa di Milano per vedere che ci sono dentro tutte le società che
hanno costruito e continuano ad alimentare il bel modello di sviluppo
in-sostenibile che abbiamo. E chi è che fa girare ‘sto modello? Le fonti
fossili. Ed è per questo che ne parlo in questo blog che denuncia
l’economia e la finanza fossili.
La finanza
sostenibile è finita. Non nel senso però che non serve più. Nel senso che è
diventata nemica del cambiamento radicale e urgente di cui c’è bisogno per
affrontare la policrisi e in particolare il collasso climatico. L’Esg oggi è
portatore di un messaggio accomodante, friendly, quasi cool. La finanza
sostenibile invece serviva in quanto portava un messaggio scomodo, battagliero,
disturbava, scocciava, diciamo pure rompeva le scatole perché quello era il suo
mestiere. Oggi a farlo è rimasta la finanza etica, per fortuna, che
però è un’altra cosa. E un’altra storia.
Il Salone
del Risparmio ha confermato tutto ciò. Non ho guardato il programma, ma
immagino ci fosse chi parlava di finanza sostenibile. Lo avrà fatto anche bene,
non dico di no. Il problema è il contenitore ed è un problema insolubile.
Perché il contenitore di quest’anno aveva un claim che dice tutto:
“Risparmio in movimento. Attivare la liquidità, accelerare la crescita”.
Risparmio in movimento? Boh, va bene. Attivare la liquidità? Massì. Accelerare
la crescita? No, questo no, fortissimamente no.
Si sa da
almeno cinquant’anni, da quando uscì nel 1972 il celeberrimo “The Limits to Growth” (chissà perché tradotto in italiano con “I limiti
dello sviluppo”, a mio avviso la madre di tutti i greenwashing perché voleva
far passare l’equazione crescita uguale sviluppo): la crescita è il problema.
Il mantra ma anche dogma della crescita è quello che sta al cuore del
neoliberismo, del turbocapitalismo, della finanziarizzazione dell’economia e
delle nostre vite, in sintesi della poli-devastazione che vediamo oggi. E il
Salone del Risparmio ancora è lì che mena la tolla con la crescita. Per
giunta da accelerare. Come uno che vede chiaramente che sta andando contro un
muro e non solo non fa nulla per frenare o cambiare direzione ma addirittura
accelera, così si schianta prima e meglio.
Parlare di
finanza sostenibile dentro un contenitore marchiato da un claim come questo non
è possibile. Non solo fa ridere ma è pericoloso. Perché vuol dire accettarlo,
conformarsi, smettere di rompere le scatole, non alzare più la voce scomoda che
dice, anzi, urla che bisogna cambiare. Per cui è un discorso che va
combattuto. Perché in un modello di sviluppo che idolatra la crescita non
c’è sostenibilità ma insostenibilità. Mi sono anche stufato di dare dei
riferimenti, ma chi ha voglia di cercarseli sappia che ci sono tonnellate e
tonnellate e tonnellate e tonnellate ecc. di studi che lo affermano. In modo
cristallino. Adamantino. Inconfutabile. Definitivo. Comunque il punto di
partenza, sempre per chi c’ha voglia, resta sempre “The limits to
growth”, scaricabile dal sito del Club di Roma. Quello – per dire che tutto si tiene – che diceva che gas e nucleare
non sono investimenti sostenibili ed era sbagliato inserirli nella tassonomia
europea che oggi governa la finanza Esg e che poi, ça va sans dire,
li ha inseriti. E ancora non si parlava di armi nucleari sostenibili
ma sono arrivate anche quelle.
Quando ci
stavamo incamminando a pranzo col mio amico, gli ho fatto notare il claim. Gli
ho spiegato il nonsense e perché gli avevo chiesto di vedersi fuori, non
dentro quelle sale. Ha sorriso amaro, alzando un po’ le spalle. So che era
d’accordo, eccome se era d’accordo.
venerdì 29 maggio 2026
Mia madre e altre catastrofi - Francesco Abate
dopo la yiddish mame nelle storielle ebraiche di Ferruccio Folkel e Moni Ovadia, e nei film di Woody Allen, arriva sa mama sarda, nelle pagine di Francesco Abate.
è un libro strepitoso, non privatevene.
buona (materna e filiale) lettura.
Primo libro che leggo di Francesco Abate e, tagliando la
testa al toro, vi dico subito che l'ho adorato. Mia madre e altre
catastrofi è un libro frizzante, spiritoso, divertente, ma soprattutto
è scritto con il cuore e al cuore parla.
Nelle pagine di questo volume Abate ci racconta
di sua madre e del rapporto speciale che li lega attraverso capitoli tematici
disposti secondo un ordine temporale che dall'infanzia arriva al presente.
Particolare è lo stile che caratterizza
quest'opera che non è un racconto in senso classico, ma si sviluppa attraverso
piccole scenette, brevi dialoghi, mostrando, più che raccontando. Non a caso il
libro nasce da una serie di stati postati su Facebook dall'autore e in qualche modo
ne mantiene la natura.
Ciò però che mi è davvero piaciuto di Mia
madre e altre catastrofi è che nonostante si presenti come una lettura
leggera, disimpegnata, in realtà racconta una storia autobiografica che non è
priva di difficoltà: dalle ristrettezze economiche, alla malattia del padre a
quella dello stesso autore. Eppure nonostante i dolori, le perdite, i
problemi lo stile di Abate non cambia, mantiene la leggerezza e l'autoironia
che fanno di questo libricino qualcosa di davvero speciale…
…Il libro è strutturato con una serie di scenette
familiari una più esilarante dell’altra, in cui i problemi della quotidianità,
che si avvertono sullo sfondo, sono tanto grossi e imponenti, quanto sminuiti e
quasi ridicolizzati per mettere in evidenza gli aspetti belli della vita. E
mamma Mariella non rinuncia mai alle sue passioni, alle sue amicizie, alle sue
passeggiate al mare. Non è il quadretto della mamma perfetta, non è la mamma
dolce che prepara squisite colazioni ai suoi figli, non è la mamma che dedica
tutto il suo tempo alla famiglia, ma è una persona che ama la vita e la fa
amare anche agli altri…
Dalla fantasia al potere agli asini al comando: i problemi nella selezione della classe dirigente - Giovanni Iacomini
Professore di Diritto ed Economia nel carcere di Rebibbia
Ci dev’essere
qualcosa che non funziona nei meccanismi dei regimi che si vantano di essere
democratici
Premessa
necessaria: tra i miei amici più cari, tra le persone migliori che conosco, con
cui è veramente stimolante instaurare un confronto su questioni anche di
massima rilevanza, molti non hanno un titolo di studio corrispondente
alle proprie conoscenze e competenze. Al contrario ho purtroppo conosciuto
molti laureati che si sono rivelati profondamente ignoranti, al
punto da farmi domandare come mai di tutti quei libri in qualche modo sfogliati
non fosse rimasto assolutamente niente in quelle teste vuote.
Posso
aggiungere, dall’alto dei miei oltre trent’anni di insegnamento, che la scuola non
ha gli strumenti per dare una misurazione esaustiva del valore reale
delle persone. Ci sono tanti casi di ottimi studenti che non hanno uguale
successo in termini di socialità e non riescono a mettere in pratica nel mondo
reale e lavorativo quanto avevano imparato. Di contro, pessimi elementi a volte
dimostrano stupefacenti capacità in ambiti diversi dalla
scuola. Meloni, che spaccia un istituto professionale per un liceo linguistico,
ha dimostrato inaspettate competenze in materia costituzionale
quando si è trattato di proporre le sue riforme. Berlusconi, che pure vantava
una laurea in Giurisprudenza, prendeva degli sfondoni spropositati.
Detto ciò,
mi sento di dover dire qualcosa a proposito del livello eccezionalmente
basso in cui è sprofondata l’attuale classe politica e dirigente (non
solo italiana, purtroppo). Sarebbe troppo facile e financo ingeneroso fare un
paragone con l’Assemblea costituente, da cui nacque la nostra repubblica. Tra
coloro che furono eletti il famoso 2 giugno per scrivere la Costituzione, i
laureati raggiungevano l’iperbolica cifra del 94,5%.
Ora il
sopraccitato Berlusconi, che già di suo non era una cima al livello accademico,
ci ha lasciato un’eredità poco invidiabile di giornali, tv e
un intero sistema mediatico in cui l’ignoranza e l’incultura dominano
impunemente e addirittura con una certa disinvoltura e allegrezza. I
figli, che hanno il controllo non solo dell’azienda di famiglia ma in qualche
modo della intera coalizione di centrodestra (non limitandosi
alla sola Forza Italia), hanno avuto un percorso di studi a dir poco travagliato e
mai concluso neanche lontanamente con la laurea.
Nicole
Minetti, inopinatamente tornata alle cronache, dichiarò candidamente di essere
stata bocciata alla maturità. Salvini neanche a dirlo, basta
guardarlo in faccia. Abbiamo toccato primati negativi con la terza media della
ministra Bellanova e del tesoriere dei 5stelle Battelli. Già D’Alema si era
fermato al diploma di maturità, ma almeno ai suoi tempi c’erano le scuole
di partito. E comunque un buon diploma di una volta valeva più di una
laurea di oggi.
Al netto del
discorso da cui siamo partiti, per cui il titolo di studio non è indicatore
necessario e sufficiente, mi pare evidente che nelle nostre società si
riscontrano problemi di selezione della classe dirigente. La
questione investe soprattutto la politica e il settore pubblico, molto meno le
aziende private. Ci dev’essere qualcosa che non funziona nei meccanismi dei
regimi che si vantano di essere democratici, se è vero che diversi regimi
autoritari sparsi per il mondo possono vantare corpi diplomatici più
qualificati e avveduti dei nostri.
La politica
estera di dittature come quella cinese, russa, iraniana, turca, persino pachistana,
sembra più efficiente di quella di Tajani o, al livello
europeo, di Kaja Kallas. Sull’amministrazione americana sarebbe molto più
complicato esprimere un giudizio, ma certo la superficie che emerge con le
sparate di Trump non è delle più rassicuranti.
Il discorso
si farebbe molto lungo ma, per chiudere, mi piace richiamare il giudizio che
diede Benedetto Croce a proposito del fascismo (da cui peraltro non era troppo
distante dal punto di vista ideologico, almeno nella fase iniziale): come
ricorda Franco Cordero, il filosofo abruzzese parlava di “un regime asinino
temperato dalla corruzione”. Fantastica definizione, che ben si
attaglia alla società di oggi. Dal sogno della fantasia al potere siamo
piombati agli asini al comando.