martedì 11 agosto 2026

La frontiera ha vinto anche a sinistra - Osservatorio Repressione


Da Ceuta alla Fortezza Europa, la crisi delle migrazioni non racconta il fallimento delle politiche di controllo, ma il successo culturale delle destre. Mentre il razzismo diventa senso comune e la sicurezza sostituisce i diritti come principio ordinatore delle democrazie europee, anche gran parte della sinistra ha smesso di mettere in discussione il paradigma delle frontiere, limitandosi a proporne una gestione più efficiente e umana.

 

Ottantaquattro morti dovrebbero essere sufficienti a mettere in discussione qualunque sistema politico. Dovrebbero aprire un dibattito sulla legittimità delle politiche che hanno prodotto quella tragedia, interrogare le coscienze, costringere governi e istituzioni a chiedersi se il prezzo pagato in termini di vite umane sia compatibile con i principi che dichiarano di difendere. E invece, dopo le giornate di Ceuta, il confronto pubblico europeo ha seguito una strada completamente diversa. I corpi senza vita recuperati nel tratto di mare che separa il Marocco dall’enclave spagnola sono rapidamente scomparsi dall’orizzonte della discussione, sostituiti da un lessico ormai familiare: invasione, difesa dei confini, trafficanti, sicurezza, controllo delle frontiere, integrità territoriale. Ancora una volta le vittime sono uscite di scena, mentre il linguaggio della paura è diventato il protagonista assoluto.

È questo il dato politico più significativo di quanto accaduto a Ceuta. Non tanto l’ennesima tragedia di frontiera, pur gravissima, quanto l’incapacità dell’Europa di leggere quella tragedia fuori dalle categorie costruite negli ultimi trent’anni dalle destre. Il vero successo delle forze nazionaliste e xenofobe non consiste infatti soltanto nell’aver conquistato governi o aumentato il proprio consenso elettorale. Il loro risultato più importante è di natura culturale: essere riuscite a imporre il proprio modo di interpretare le migrazioni all’intero spazio pubblico europeo. Quando anche chi si definisce democratico o progressista finisce per parlare di “emergenza migratoria”, di “governo dei flussi”, di “difesa delle frontiere” e di “contrasto all’immigrazione illegale”, significa che la battaglia delle idee è già stata vinta ben prima di quella elettorale.

Le destre hanno costruito negli anni un’operazione politica di straordinaria efficacia. Hanno spostato il terreno del confronto dalle cause delle migrazioni alle loro conseguenze, dalle responsabilità storiche dell’Occidente alla presunta pericolosità di chi fugge, dalle diseguaglianze globali alla difesa dell’identità nazionale. Così facendo hanno trasformato un fenomeno strutturale della modernità in un problema di ordine pubblico. Non si discute più delle guerre, delle devastazioni ambientali, degli accordi commerciali ineguali, del saccheggio delle risorse, della finanziarizzazione dell’economia o delle politiche neoliberiste che hanno prodotto instabilità e povertà in vaste aree del pianeta. Tutta l’attenzione viene concentrata sul momento finale del processo: l’arrivo delle persone alle frontiere europee. È come osservare il fumo ignorando deliberatamente l’incendio.

Questa operazione culturale ha avuto un effetto ancora più profondo. Ha modificato il significato stesso della parola sicurezza. Per decenni la sicurezza è stata associata al lavoro stabile, alla casa, alla salute, alla scuola pubblica, alla previdenza sociale, alla certezza dei diritti. Oggi, invece, il termine viene quasi esclusivamente collegato al controllo della mobilità umana. La perdita del posto di lavoro, l’impoverimento del ceto medio, la precarizzazione dell’esistenza, l’aumento delle diseguaglianze e la progressiva privatizzazione del welfare sono usciti dall’immaginario collettivo della sicurezza. Al loro posto è entrata la figura del migrante, rappresentato come il principale fattore di instabilità sociale.

È un rovesciamento che non nasce spontaneamente. È il risultato di una precisa costruzione politica. Una società nella quale milioni di persone sperimentano salari stagnanti, precarietà permanente e riduzione delle tutele sociali avrebbe tutte le ragioni per interrogarsi sulla distribuzione della ricchezza, sul potere della finanza, sulla concentrazione dei patrimoni, sulla compressione del costo del lavoro e sul progressivo smantellamento dello Stato sociale. E invece il conflitto viene sistematicamente spostato altrove. La rabbia prodotta dall’insicurezza economica viene indirizzata verso chi occupa l’ultimo gradino della scala sociale. Il migrante diventa così il bersaglio ideale: sufficientemente visibile per essere individuato come responsabile, sufficientemente privo di potere da non poter reagire, sufficientemente vulnerabile da poter essere trasformato nel capro espiatorio di problemi che hanno origini completamente diverse.

È in questo quadro che le immagini di Ceuta assumono un significato che va ben oltre la cronaca. Quelle migliaia di persone che tentano di raggiungere un’enclave europea sulla costa africana non rappresentano un evento eccezionale. Sono la manifestazione visibile di contraddizioni che attraversano da decenni il rapporto tra Europa e Mediterraneo. La loro presenza mette in discussione il racconto di un continente che continua a proclamarsi culla dei diritti universali mentre investe risorse sempre maggiori nella costruzione di muri, nella militarizzazione delle frontiere e nell’esternalizzazione del controllo migratorio verso paesi ai quali delega il lavoro sporco dei respingimenti.

La risposta politica, tuttavia, non consiste mai nel mettere in discussione questo modello. Al contrario, ogni crisi viene utilizzata per rafforzarlo ulteriormente. Dopo Ceuta si è parlato di aumentare la presenza di Frontex, di rafforzare gli accordi con il Marocco, di costruire nuove barriere, di accelerare i rimpatri, di rendere ancora più rapide le procedure di frontiera previste dal nuovo Patto europeo su migrazione e asilo. Nessuno ha posto la domanda fondamentale: perché decine di migliaia di giovani arrivano al punto di rischiare la morte pur di attraversare pochi metri di mare?

La risposta a questa domanda costringerebbe infatti l’Europa a guardare dentro sé stessa. Significherebbe interrogarsi sui rapporti economici che continua a intrattenere con il Nord Africa, sull’eredità del colonialismo, sulle responsabilità occidentali nei processi di impoverimento, sul ruolo delle guerre e delle politiche commerciali, ma anche sul modello economico che utilizza la mobilità come una risorsa da controllare e non come un diritto da garantire. Sarebbe necessario riconoscere che le migrazioni non sono un’anomalia da reprimere, ma una conseguenza strutturale di un ordine mondiale costruito proprio attraverso la libera circolazione dei capitali e il controllo selettivo della circolazione delle persone.

Ed è proprio qui che emerge la responsabilità più grave della sinistra europea. Non tanto per ciò che ha fatto, quanto per ciò che ha progressivamente smesso di dire. Perché il problema non è soltanto che le destre abbiano imposto il proprio linguaggio. Il problema è che quel linguaggio sia stato accettato, spesso inconsapevolmente, anche da chi avrebbe dovuto costruire un’alternativa culturale e politica.

La crisi della sinistra europea non consiste semplicemente nell’aver perso consenso elettorale. Quella è la conseguenza. Il problema più profondo è di natura culturale e riguarda la progressiva rinuncia a produrre una lettura autonoma del fenomeno migratorio. Per decenni le culture politiche della sinistra, nelle loro diverse articolazioni, avevano interpretato le migrazioni all’interno dei grandi processi di trasformazione del capitalismo globale, della redistribuzione diseguale della ricchezza, delle responsabilità coloniali e neocoloniali dell’Occidente, delle guerre combattute per il controllo delle risorse e delle profonde asimmetrie tra Nord e Sud del mondo. La mobilità umana veniva letta come una conseguenza della struttura economica internazionale e non come una minaccia all’ordine pubblico.

Quella impostazione, pur con tutti i suoi limiti, aveva un pregio fondamentale: non separava mai le persone dalle cause che le costringevano a migrare. Il migrante non era il problema. Era il prodotto di un ordine mondiale profondamente diseguale. Per questa ragione le parole d’ordine che attraversavano i movimenti sociali europei tra gli anni Novanta e i primi Duemila non erano semplicemente rivendicazioni umanitarie, ma la traduzione politica di una critica complessiva alla globalizzazione neoliberista. «Nessuna persona è illegale», «Libertà di movimento», «Abbattere i muri», «Diritti per tutti indipendentemente dalla cittadinanza» non erano slogan generici. Mettevano direttamente in discussione il principio secondo cui il luogo di nascita potesse determinare il valore giuridico, economico e politico di una persona.

Quel patrimonio teorico e politico sembra oggi quasi completamente dissolto. Non è scomparso soltanto dal dibattito pubblico. È stato progressivamente abbandonato anche da una parte consistente delle forze progressiste europee, che hanno finito per accettare come inevitabile proprio l’impianto culturale costruito dalle destre. È sufficiente osservare il linguaggio utilizzato nelle ultime settimane per rendersene conto. Di fronte alla tragedia di Ceuta non si è aperta una discussione sulla libertà di movimento, sul diritto universale di lasciare il proprio Paese, sulle responsabilità europee nei confronti del continente africano o sulla natura profondamente diseguale del sistema delle frontiere. La discussione si è concentrata, ancora una volta, sull’efficienza dei controlli, sulla cooperazione con il Marocco, sul contrasto ai trafficanti, sulla necessità di “governare i flussi” e di garantire la sicurezza dei confini esterni dell’Unione.

È una differenza enorme. Quando si accetta che la migrazione costituisca innanzitutto un problema di sicurezza, il terreno del confronto è già stato definito dall’avversario. A quel punto la differenza tra destra e sinistra non riguarda più il paradigma, ma soltanto l’intensità con cui esso viene applicato. La destra propone muri più alti, respingimenti più rapidi e norme più severe; la sinistra promette procedure più ordinate, una distribuzione più equa dei richiedenti asilo tra gli Stati membri e una cooperazione internazionale più efficace. Ma entrambe continuano a muoversi all’interno dello stesso orizzonte culturale: quello della gestione della frontiera.

È probabilmente questa la trasformazione più significativa della politica europea degli ultimi vent’anni. Il confine non viene più percepito come un dispositivo che produce diseguaglianza, ma come uno strumento neutrale che occorre semplicemente amministrare meglio. Non si mette in discussione il principio secondo cui alcune persone possano essere rinchiuse nei centri di trattenimento amministrativo pur senza aver commesso alcun reato; si discute esclusivamente delle condizioni materiali in cui vengono trattenute. Non si contesta l’esternalizzazione delle frontiere; si chiede che gli accordi con i Paesi terzi siano accompagnati da maggiori garanzie sui diritti umani. Non si critica l’esistenza dei rimpatri; si propone che vengano realizzati nel rispetto delle procedure previste dal diritto internazionale.

Si tratta di differenze importanti sul piano giuridico e umanitario, ma che non modificano la struttura del problema. La frontiera continua a rimanere il centro dell’intero sistema.

L’esempio della Spagna è particolarmente significativo proprio perché mette in evidenza questa ambivalenza. Pedro Sánchez viene spesso indicato come il volto progressista dell’Europa e, rispetto alle destre nazionaliste, rappresenta certamente una cultura politica differente. Tuttavia, sul terreno delle politiche migratorie, anche il governo socialista finisce per condividere alcuni presupposti fondamentali con il resto dell’Unione Europea. Dopo i fatti di Ceuta, Madrid ha parlato di difesa dell’integrità territoriale, ha proceduto rapidamente ai respingimenti, ha annunciato il rafforzamento delle barriere di confine e ha ricondotto l’intera vicenda all’azione delle organizzazioni criminali che gestirebbero i flussi migratori.

Contemporaneamente, lo stesso governo rivendica la regolarizzazione di centinaia di migliaia di lavoratori stranieri avvenuta negli ultimi anni, presentandola come una dimostrazione della propria sensibilità democratica. Ma proprio questo apparente paradosso aiuta a comprendere la natura delle politiche migratorie contemporanee.

Quelle regolarizzazioni non sono nate dal riconoscimento del principio secondo cui nessun essere umano possa essere considerato illegale. Sono state motivate dalla necessità di rispondere al fabbisogno di manodopera dell’economia spagnola. Agricoltura, edilizia, turismo, assistenza familiare e numerosi altri comparti produttivi avevano bisogno di forza lavoro regolare, stabile e fiscalmente inquadrata. La regolarizzazione ha quindi risposto principalmente a una domanda del mercato del lavoro.

Questo significa che il criterio fondamentale non è diventato il diritto della persona, ma l’utilità economica della sua presenza. Si regolarizza chi serve, si respinge chi eccede le necessità del sistema produttivo. La frontiera, in questa prospettiva, non ha il compito di impedire la mobilità. Ha il compito molto più sofisticato di selezionarla.

È un meccanismo profondamente diverso dalla narrazione proposta dalle destre, secondo cui l’obiettivo sarebbe quello di bloccare completamente le migrazioni. In realtà nessuna grande economia europea potrebbe funzionare senza il contributo del lavoro migrante. Il problema non è dunque la presenza dei migranti, ma la possibilità di governarne quantità, tempi, condizioni giuridiche e grado di ricattabilità. Le frontiere non servono tanto a chiudere l’Europa quanto a disciplinare l’ingresso della forza lavoro secondo le esigenze del mercato.

Ed è proprio questo punto che la sinistra sembra aver progressivamente smesso di mettere al centro della propria analisi. Negli anni della globalizzazione neoliberista aveva compreso che il conflitto fondamentale riguardava la distribuzione della ricchezza e dei diritti. Oggi, invece, gran parte del dibattito progressista appare schiacciato sulla gestione tecnica dell’esistente. Si discute di quote, di ricollocamenti, di corridoi umanitari, di procedure amministrative, di accordi con i Paesi di origine e di redistribuzione delle competenze tra gli Stati membri. Tutti temi importanti, ma incapaci di mettere realmente in discussione l’ordine politico che produce le migrazioni e, contemporaneamente, costruisce gli strumenti destinati a controllarle.

È forse questa la sconfitta culturale più profonda della sinistra europea. Aver smesso di pensare la libertà di movimento come un diritto universale e aver iniziato a considerarla una variabile subordinata alle esigenze della sicurezza, della stabilità politica e della competitività economica. Quando questo passaggio si compie, la distanza dalle destre continua certamente a esistere sul piano dei toni, delle sensibilità e delle modalità operative, ma diventa sempre più difficile individuarla sul terreno dell’immaginario politico.

L’errore più grande che si continua a commettere nel dibattito pubblico consiste nel considerare la politica migratoria come un settore autonomo dell’azione di governo. Si discute di quote, di permessi di soggiorno, di rimpatri, di accordi con i Paesi di origine, di centri di trattenimento, di procedure accelerate e di sicurezza delle frontiere come se tutto ciò riguardasse esclusivamente l’immigrazione. In realtà le politiche migratorie costituiscono uno degli strumenti attraverso i quali il capitalismo contemporaneo organizza il mercato del lavoro, disciplina la forza lavoro e ridefinisce continuamente il rapporto di forza tra capitale e lavoro.

Per comprendere questa dinamica è necessario liberarsi di una delle narrazioni più tossiche che negli ultimi anni hanno attraversato tanto la propaganda delle destre quanto una parte di quelle letture cosiddette “rossobrune” che hanno finito per attribuire ai migranti la responsabilità dell’abbassamento dei salari e della precarizzazione del lavoro. È una tesi che può apparire intuitiva, ma che non regge a un’analisi appena più approfondita. Non sono le migrazioni a produrre bassi salari; è il modello di sviluppo capitalistico a costruire deliberatamente una condizione permanente di ricattabilità della forza lavoro, utilizzando tutti gli strumenti disponibili – legislativi, amministrativi, economici e politici – per comprimere il costo del lavoro e aumentare il margine di profitto.

È in questa prospettiva che assume un significato centrale la riflessione di Marx sull’«esercito industriale di riserva». Nel Capitale, Marx spiega che l’andamento dei salari non dipende dall’origine geografica dei lavoratori, ma dall’esistenza di una quota della popolazione costantemente disponibile, disoccupata o sottoccupata, pronta a essere assorbita o espulsa dal mercato del lavoro secondo le esigenze del ciclo economico. L’esercito industriale di riserva non è una categoria etnica. Ne fanno parte il lavoratore migrante, il precario italiano, il giovane senza occupazione stabile, la lavoratrice espulsa dal mercato del lavoro, il bracciante sfruttato, il lavoratore irregolare, chi vive di contratti intermittenti o di occupazioni saltuarie. È una categoria economica, non identitaria.

Questo significa che il razzismo contemporaneo non svolge soltanto una funzione ideologica. Ha una precisa utilità materiale. Serve a impedire che soggetti collocati nella medesima condizione sociale si riconoscano come parte dello stesso conflitto. Se il lavoratore italiano viene convinto che il proprio nemico sia il lavoratore africano, se il precario attribuisce la propria insicurezza al richiedente asilo invece che alla precarizzazione del lavoro, se il disoccupato individua nello straniero il responsabile della riduzione dei salari, allora il conflitto verticale tra capitale e lavoro viene sistematicamente trasformato in un conflitto orizzontale tra gli ultimi. È il meccanismo più antico e più efficace attraverso il quale il potere economico riesce a neutralizzare la possibilità di un fronte comune tra coloro che condividono la stessa condizione di sfruttamento.

Le frontiere svolgono esattamente questa funzione. Non servono a impedire l’ingresso dei migranti, come la propaganda continua a ripetere. Se davvero l’obiettivo fosse quello di fermare completamente la mobilità umana, l’economia europea collasserebbe nel giro di pochi anni. Agricoltura, logistica, edilizia, turismo, assistenza familiare, ristorazione e numerosi comparti industriali dipendono ormai strutturalmente dal lavoro migrante. Il problema, dunque, non è impedire che le persone arrivino. Il problema è costruire le condizioni giuridiche e materiali affinché il loro ingresso avvenga in una posizione di vulnerabilità, di dipendenza e di ricattabilità.

Le procedure di frontiera introdotte dal nuovo Patto europeo, i CPR, gli hotspot, il decreto flussi, l’esternalizzazione dei controlli, la continua produzione di irregolarità amministrativa, la precarietà dei permessi di soggiorno, l’intreccio tra contratto di lavoro e diritto a rimanere nel territorio nazionale, non rappresentano anomalie di un sistema inefficiente. Sono gli ingranaggi attraverso i quali viene selezionata, distribuita e disciplinata una quota della forza lavoro europea. La clandestinità, in questa prospettiva, non è un incidente. È una condizione prodotta politicamente.

La vicenda di Ceuta rende tutto questo ancora più evidente. Da una parte migliaia di giovani che cercano una possibilità di vita diversa, dall’altra governi che parlano esclusivamente di sicurezza. In mezzo, un mercato del lavoro che continua ad avere bisogno di centinaia di migliaia di lavoratori stranieri. È una contraddizione soltanto apparente. La mobilità non viene contrastata perché indesiderata. Viene amministrata perché economicamente indispensabile. Le frontiere non chiudono il mercato del lavoro; ne regolano l’accesso secondo le convenienze del sistema produttivo.

Ed è precisamente su questo terreno che la sinistra europea ha progressivamente smesso di esercitare una funzione critica. Anziché denunciare il carattere strutturale di questo modello, ha finito per concentrarsi prevalentemente sulle modalità della sua gestione. La discussione si è progressivamente spostata dalla critica dell’ordine esistente alla ricerca di una sua amministrazione più razionale e più umana. Ma nessuna gestione più efficiente può modificare la natura di un dispositivo costruito per produrre gerarchie tra esseri umani.

La vera questione, allora, non riguarda semplicemente le politiche migratorie. Riguarda l’idea stessa di democrazia che l’Europa intende costruire nel XXI secolo. Una democrazia che proclama l’universalità dei diritti e contemporaneamente accetta che milioni di persone possano essere rinchiuse, respinte o private della libertà esclusivamente in ragione della loro condizione amministrativa, finisce inevitabilmente per svuotare di significato la propria stessa cultura costituzionale. Ogni volta che si accetta che una categoria di persone possa essere trattata come eccezione rispetto alle garanzie ordinarie dello Stato di diritto, si apre una breccia che prima o poi finisce per estendersi anche al resto della società.

Per questo Ceuta non rappresenta soltanto una tragedia umanitaria o una crisi diplomatica. È il luogo nel quale diventa visibile la trasformazione politica dell’Europa. Quel muro che dalla terra si inoltra nel Mediterraneo non separa soltanto due territori. Materializza una precisa idea del mondo. Da una parte la libera circolazione delle merci, dei capitali e delle imprese; dall’altra la progressiva criminalizzazione della mobilità umana. Da una parte il diritto universale alla circolazione riconosciuto ai fattori economici della globalizzazione; dall’altra la selezione delle persone in base alla loro utilità economica, alla nazionalità e al passaporto che possiedono.

È in questo senso che la crisi di Ceuta racconta molto più delle migrazioni. Racconta il punto al quale è arrivata l’Europa e, soprattutto, racconta la crisi di una sinistra che ha progressivamente smesso di contendere alle destre il terreno dell’immaginario. Perché una forza politica può perdere delle elezioni e continuare a rappresentare un’alternativa culturale. Diventa invece davvero sconfitta quando finisce per utilizzare le categorie dell’avversario anche per descrivere il mondo che vorrebbe cambiare.

Oggi la vera emergenza non è soltanto la crescita delle destre radicali. È il fatto che il loro modo di interpretare la realtà sia diventato il linguaggio ordinario della politica europea. Ricostruire una sinistra all’altezza delle sfide del nostro tempo significa allora ripartire da qui: restituire centralità all’universalità dei diritti, rimettere in discussione il rapporto tra capitalismo e frontiere, ricostruire un’idea di cittadinanza che non sia subordinata alla nazionalità e tornare ad affermare, senza timidezze e senza complessi di inferiorità culturale, che nessun essere umano può essere illegale.

 

Note:

Karl Marx, Il Capitale, Libro I (esercito industriale di riserva).

Frantz Fanon, I dannati della terra (ordine coloniale e violenza strutturale).

Michel Foucault, Sicurezza, territorio, popolazione (la sicurezza come tecnologia di governo).

Abdelmalek Sayad, La doppia assenza (la condizione sociale e politica del migrante).

 

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lunedì 10 agosto 2026

La Fortezza Europa accelera: deportazioni, hub nei Paesi terzi e frontiere militarizzate - Osservatorio Repressione

 

Dalla crisi di Ceuta nasce una nuova offensiva europea contro il diritto d’asilo. Mentre Meloni e Piantedosi rilanciano il modello Albania e chiedono centri di detenzione fuori dall’Unione, Bruxelles apre alla loro estensione. Le persone migranti diventano ancora una volta materia di propaganda e strumenti di ricatto geopolitico, mentre i diritti fondamentali arretrano.

La tragedia di Ceuta non ha aperto alcuna riflessione sulle responsabilità politiche dell’Europa. Al contrario, è stata immediatamente trasformata nell’occasione per imprimere una nuova accelerazione alla costruzione della Fortezza Europa. Non si è discusso delle decine di morti, dei minori rimasti soli, delle migliaia di persone intrappolate tra il Marocco e l’enclave spagnola, né delle ragioni economiche e sociali che hanno spinto decine di migliaia di giovani a tentare l’attraversamento. Il confronto tra i governi europei si è invece concentrato quasi esclusivamente su come rafforzare il controllo delle frontiere, aumentare i rimpatri e moltiplicare gli strumenti di detenzione amministrativa fuori dai confini dell’Unione. La riunione straordinaria dei ministri dell’Interno dell’Unione Europea ha fotografato con chiarezza il nuovo equilibrio politico del continente.

La solidarietà nei confronti della Spagna è rimasta confinata alle formule diplomatiche del comunicato finale, mentre nella sostanza Madrid è stata lasciata sola ed è diventata il bersaglio delle critiche di numerosi governi europei. La scelta del governo Sánchez di regolarizzare una parte dei lavoratori migranti è stata indicata come il presunto fattore di attrazione della crisi di Ceuta, rilanciando ancora una volta la teoria del cosiddetto pull factor, secondo cui il riconoscimento di diritti produrrebbe automaticamente nuovi arrivi. Una tesi che continua a essere ripetuta nonostante numerosi studi abbiano mostrato come le migrazioni dipendano soprattutto da fattori economici, politici e sociali presenti nei Paesi di origine e non dalle singole misure adottate dagli Stati europei.

A guidare questa svolta è oggi la Commissione europea stessa. Il commissario agli Affari interni Magnus Brunner ha liquidato la sanatoria spagnola come «un cattivo segnale per il resto d’Europa» e, soprattutto, ha aperto esplicitamente alla possibilità di finanziare con risorse europee i cosiddetti return hub, i centri destinati a trattenere le persone migranti nei Paesi terzi in attesa dell’espulsione. Un passaggio che segna un salto di qualità nella politica europea delle frontiere: non si tratta più soltanto di esternalizzare il controllo migratorio delegandolo a governi come quello libico, tunisino o marocchino, ma di spostare fuori dal territorio dell’Unione anche la detenzione amministrativa e, in prospettiva, le procedure per l’esame delle domande d’asilo. È precisamente su questo terreno che il governo italiano continua a svolgere un ruolo di apripista. Matteo Piantedosi ha rivendicato davanti ai colleghi europei la necessità di «superare vecchi tabù ideologici» e di realizzare rapidamente nuovi hub nei Paesi terzi sia per la gestione delle richieste d’asilo sia per i rimpatri.

Dietro l’espressione apparentemente neutra di “soluzioni innovative” si nasconde un progetto molto preciso: sottrarre progressivamente il diritto d’asilo al controllo delle garanzie costituzionali e della giurisdizione europea, trasferendo le persone in strutture costruite fuori dall’Unione, dove la tutela dei diritti fondamentali risulta inevitabilmente più debole. La distinzione tra return hub e centri destinati all’esame delle domande d’asilo non è soltanto tecnica. I primi riguardano persone già destinatarie di un provvedimento di espulsione e che non possono essere rimpatriate immediatamente; i secondi rappresentano invece una trasformazione ancora più radicale del diritto d’asilo europeo. Se questo modello dovesse affermarsi, un richiedente protezione internazionale potrebbe essere trasferito in un Paese terzo ritenuto “sicuro” e attendere lì l’esame della propria domanda, senza mai entrare effettivamente nel territorio dell’Unione Europea. È un’ipotesi che pone interrogativi enormi sul rispetto dell’articolo 10 della Costituzione italiana e della Convenzione di Ginevra, oltre ad aprire un inevitabile contenzioso davanti alla Corte di giustizia dell’Unione Europea e alla Corte costituzionale.

L’impressione è che il governo Meloni stia tentando di anticipare proprio quelle pronunce giudiziarie che potrebbero compromettere definitivamente il progetto Albania. Da qui la continua pressione politica per normalizzare un modello che, fino a pochi mesi fa, veniva presentato come eccezionale e sperimentale e che oggi Bruxelles sembra invece intenzionata a trasformare in un paradigma europeo.

Parallelamente cresce anche il ruolo di Frontex. La Commissione punta a rafforzare ulteriormente l’agenzia europea, affidandole nuovi compiti di monitoraggio, sorveglianza e coordinamento delle operazioni di rimpatrio, oltre allo sviluppo di sistemi di allerta precoce e di controllo dei social network per individuare presunte campagne di disinformazione che potrebbero favorire i movimenti migratori. È una trasformazione significativa: le frontiere non vengono più considerate soltanto uno spazio fisico da presidiare, ma un ambiente digitale da sorvegliare preventivamente.

Ancora una volta emerge la logica che da anni caratterizza la politica migratoria europea: affrontare gli effetti anziché le cause. Nessuno dei governi riuniti a Bruxelles ha ritenuto necessario discutere delle condizioni economiche che spingono migliaia di giovani marocchini a lasciare il proprio Paese, della crisi occupazionale che attraversa il Nord Africa, delle conseguenze delle politiche commerciali europee o della crescente instabilità geopolitica del Mediterraneo. Tutto viene ricondotto alla necessità di reprimere i trafficanti, rafforzare i controlli e impedire le partenze.

È una rappresentazione che svolge una funzione politica precisa. Concentrando l’attenzione sulle reti criminali, si evita accuratamente di interrogarsi sul ruolo svolto dagli accordi stipulati dall’Unione Europea con governi autoritari ai quali vengono affidati miliardi di euro per bloccare le persone in fuga. Lo stesso Marocco, oggi indicato come partner strategico nel controllo delle frontiere, continua a utilizzare la leva migratoria come strumento di pressione diplomatica nei confronti di Madrid e di Bruxelles, dimostrando quanto l’esternalizzazione abbia reso l’Europa dipendente dai Paesi cui ha delegato il controllo delle proprie frontiere.

In questo scenario la crisi di Ceuta diventa il laboratorio di una trasformazione molto più ampia. Il diritto d’asilo viene progressivamente svuotato, la detenzione amministrativa si espande oltre i confini dell’Unione, la distinzione tra protezione internazionale e politiche di sicurezza si assottiglia fino quasi a scomparire e la gestione delle migrazioni viene sempre più affidata a un complesso sistema di centri, hub, procedure accelerate e accordi bilaterali che spostano il problema lontano dagli occhi dell’opinione pubblica europea.

La vera posta in gioco, tuttavia, non riguarda soltanto le politiche migratorie. Riguarda la natura stessa dello Stato di diritto europeo. Quando il diritto d’asilo diventa una pratica da esternalizzare, quando la privazione della libertà personale viene normalizzata in strutture collocate fuori dal controllo giurisdizionale degli Stati membri e quando i diritti fondamentali vengono presentati come “tabù ideologici” da superare, non siamo più di fronte a semplici modifiche legislative. Siamo davanti a una ridefinizione profonda dell’idea di Europa.

La Fortezza Europa non si limita più a difendere le proprie frontiere. Sta progressivamente esportando oltre i propri confini anche i luoghi della detenzione, trasformando la gestione delle migrazioni in un gigantesco sistema di contenimento esternalizzato. Ed è difficile non vedere, dietro questa evoluzione, il rischio che i principi sui quali l’Unione dichiara di essere fondata vengano sacrificati sull’altare della sicurezza e del consenso politico.

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Raniero La Valle: “L’industria bellica americana ha ‘comprato’ la guerra in Ucraina spingendo per decenni la Nato verso Est” - Pino Nicotri

“Il 16 maggio 2023 l’Eisenhower Media Network ha comprato un’intera pagina del New York Times per pubblicare un documento firmato da molte personalità di rilievo che accusano l’industria delle armi Usa di avere stanziato oltre 90 milioni di dollari per convincere il Congresso a tradire l’impegno della non espansione a Est dell'Alleanza

 

“Ormai ognuno si diverte a inventarsi la data entro la quale la Russia invaderà l’Europa, alimentando così paure totalmente immotivate, ma utili per foraggiare le industrie di armamenti. Le stesse industrie che, come ha scritto il New York Times il 16 maggio 2023 e io ripeto da anni, negli Usa hanno letteralmente comprato la linea politica che ha portato direttamente alla attuale guerra in Ucraina. Hanno cioè comprato questa guerra. Guerra che rischia di diventare la Terza Guerra Mondiale, trascinandovi in primis l’Europa. Ho 95 anni e spero di non vederla”. A parlare è l’intellettuale cattolico di sinistra Raniero La Valle, già direttore dei quotidiani Il Popolo e L’Avvenire d’Italia, senatore e assessore del Comune di Roma, fondatore del sito Chiesa di Tutti Chiesa dei Poveri.

Di recente, La Valle ha ripetuto la sua accusa sulla linea politica e sulla guerra, entrambe comprate. Di che si tratta esattamente? “Il 16 maggio 2023 l’Eisenhower Media Network ha comprato un’intera pagina del New York Times per pubblicare un documento firmato da molte personalità di rilievo ed esperti soprattutto della sicurezza nazionale che accusano l’industria delle armi Usa di avere stanziato a suo tempo una cinquantina di milioni di dollari, pari a oltre 90 milioni di dollari di oggi, per convincere i parlamentari del Congresso a tradire l’impegno preso non solo dalla presidenza Usa di non espandere la Nato ‘neppure di un pollice‘ a Est, cioè verso la Russia, in cambio della riunificazione della Germania. Per ottenere il tradimento in questione è stata fondata una apposita associazione, il cui nome indica esplicitamente e alla luce del sole l’obiettivo che voleva ottenere e che ha ottenuto: Comitato degli Stati Uniti per l’espansione della Nato. Sono riusciti a farla espandere con l’ingresso di ben 14 Paesi ex sovietici i cui governi e ministri non sono certo incorruttibili”.

La pagina del New York Times col lungo, dettagliato e molto interessante documento in questione, La Valle l’ha pubblicata in italiano sul suo sito, compresi i prestigiosi nomi dei 15 firmatari. Il passo che spiega e riassume quanto denunciato più volte è il seguente: “Perché gli Stati Uniti hanno persistito nell’espandere la Nato nonostante tali avvertimenti? Il profitto derivante dalla vendita di armi è stato un fattore importante. Di fronte all’opposizione all’estensione della Nato, un gruppo di neoconservatori e dei massimi dirigenti americani delle industrie degli armamenti costituirono il Comitato degli Stati Uniti per l’espansione della Nato. Tra il 1996 e il 1998, i maggiori produttori di armi hanno speso 51 milioni di dollari (94 milioni di dollari di oggi) in attività di lobbying e altri milioni in contributi elettorali. Con questa prodigalità, l’espansione della Nato divenne rapidamente un affare fatto, dopo il quale i produttori americani di armi hanno venduto miliardi di dollari di armi ai nuovi membri della Nato. Finora, gli Stati Uniti hanno inviato attrezzature militari e armi in Ucraina per un valore di 30 miliardi di dollari, con aiuti totali all’Ucraina superiori a 100 miliardi di dollari. La guerra, è stato detto, è un racket altamente redditizio per pochi eletti”.

Tra i firmatari c’è l’economista e docente Jeffrey Sachs, l’uomo che dopo il crollo dell’Unione Sovietica e del Patto di Varsavia è stato incaricato dalla Casa Bianca di traghettare la Polonia dal regime comunista al capitalismo. Quando però lo stesso Sachs ha proposto alla Casa Bianca di traghettare anche la Russia dal sistema comunista a quello capitalista, s’è visto opporre un rifiuto. Prova provata che di fatto il governo Usa perseguiva sempre e comunque non l’ammodernamento – anche capitalista – della Russia, ma il puro e semplice peggioramento del suo crollo economico. Crollo già provocato dall’essersi dovuta svenare per rincorrere la politica Usa di continuo aumento delle spese per la propria potenza militare. Sachs le accuse del documento pubblicato dal New York Times e da Raniero La Valle le ha ripetute con grande chiarezza anche nel Parlamento europeo quando il 19 febbraio 2025 vi è stata trattata la “geopolitica della pace”.

“È francamente scandaloso e stupefacente che nessuno parli di questa faccenda, nascondendo così deliberatamente i veri motivi della guerra russo ucraina”, fa notare La Valle. E aggiunge: “Hanno anche negato in perfetta malafede che a Michail Gorbaciov prima e a Boris Yeltsin dopo, gli ultimi due presidenti della Russia, sia stato promesso che la Nato non si sarebbe espansa verso est. Per fortuna però il giornale tedesco Der Spiegel ha pubblicato i documenti che sbugiardano i mentitori. Purtroppo Gorbaciov e Yeltsin, convinti di avere a che fare con politici seri e onesti, si sono accontentati degli impegni orali senza pretendere che fossero messi per iscritto”.

Un altro dato sorprendente, se non agghiacciante, è che questa brutta vicenda che sta trascinando l’Europa verso un’altra guerra contro la Russia (la quinta, dopo l’invasione polacco lituana del 1600, l’invasione svedese del 1700, quella francese di Napoleone nel 1800 e quella nazifascista di Germania e Italia nel 1900), pare proprio ricalcare la vicenda appurata negli Usa dalla commissione parlamentare Nye, istituita il 12 aprile 1934 e che prese il nome dal suo presidente senatore Gerald Nye. Il nome esatto era commissione speciale di Inchiesta sull’Industria delle Munizioni ed era nata per indagare sugli interessi industriali, finanziari e bancari che portarono gli Usa a intervenire nella Prima Guerra Mondiale pur senza averne nessun motivo, né territoriale né patriottico o simili. Le cose scoperte dalla Commissione Nye sono state il motivo che ha spinto il mondo politico e l’opinione pubblica statunitense alla neutralità nei primi tempi della Seconda Guerra Mondiale.

La Commissione venne istituita perché nel decennio 1920-1930 una marea di libri e articoli di giornale avevano accusato i produttori di armi e munizioni di avere ingannato il Paese sui veri motivi dell’entrata in guerra. Tra i più decisi accusatori c’era il generale dei Marines Smedley Butler che nel ’35 arrivò a scrivere un libro pesantemente accusatorio fin dal titolo: La guerra è una mafia. Nel corso delle 93 udienze con oltre 200 testimoni venne appurato che le industrie delle armi e delle munizioni avevano realizzato profitti spropositati vendendo al governo le loro merci a caro prezzo. Venne anche appurato che le grandi banche per proteggere i loro prestiti ai Paesi belligeranti avevano esercitato forti pressioni sul presidente Thomas Woodrow Wilson perché entrasse in guerra. Tali banche avevano infatti concesso enormi prestiti ai Paesi che la guerra la stavano perdendo.

La Commissione Nye venne infine bloccata e sciolta dallo stesso Senato per impedirle di rendere noti i nomi delle industrie dei “mercanti di morte” e delle banche, vere cause della guerra. E per nascondere il fatto che il presidente Wilson aveva a lungo mentito al suo popolo sia sul perché dell’entrata in guerra, presentata con l’eterna retorica della lotta tra il bene (la democrazia) e il male (l’autocrazia), sia sul fatto che non sapeva nulla della diplomazia segreta dei Paesi della Triplice Intesa (Russia, Francia e Inghilterra), mentre invece ne era a perfetta conoscenza.

Il copione delle azioni, degli interessi e delle tresche del Comitato degli Stati Uniti per l’espansione della Nato, e annessi effetti tragici, ricordato sul Nyt sembra identico a quello appurato dalla Commissione Nye. Con una differenza: per impedire alla Commissione di rivelare la verità hanno dovuto scioglierla, nel caso recente basta l’impressionante omertà generale.

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domenica 9 agosto 2026

La repressione raccontata a mio figlio – Emanuele Braga

In un momento storico in cui un gruppo di fanatici bianchi e religiosi sta compiendo da quasi tre anni, in diretta streaming e protetto da uno degli eserciti più forti e tecnologicamente avanzati del mondo, il genocidio di un popolo oppresso. In un momento in cui, negli Stati Uniti, reparti speciali uccidono civili per strada attraverso vere e proprie esecuzioni sommarie e hanno il compito di deportare le persone non bianche presenti sul territorio nazionale. Gli stessi Stati Uniti che, pochi anni prima, hanno represso nel sangue — sotto governi di destra e di sinistra — le manifestazioni moltitudinarie esplose dopo il soffocamento, da parte della polizia, dell’ennesimo cittadino nero.

In Italia, nel luglio del 2026, Fakir è stato ucciso per soffocamento da due poliziotti durante un fermo. Era disarmato e chiedeva aiuto. Quella notte, a Bologna, migliaia di persone sono scese in piazza. Erano arrabbiate con la polizia. Strano.

In un’estate in cui Francia e Spagna bruciano, travolte da incendi alimentati dal caldo estremo, ventimila ecoattivistə si radunano sulle Alpi per il Festival Alta Felicità e assaltano ancora una volta il cantiere della TAV, dopo oltre vent’anni di lotte in difesa dell’ecologia e del territorio.

Come reagiscono i media davanti a tutto questo? Quasi tutti, compresi quelli più progressisti, sono impegnati a discutere del problema dei “violenti”, dai quali anche la sinistra parlamentare dovrebbe immediatamente prendere le distanze, pena la vittoria della destra.

Questa è la fotografia di quanto il dibattito pubblico, e gli esperti che hanno accesso al nostro sistema mediatico, siano oggi incapaci di rappresentare la realtà.

C’è molta gente arrabbiata perché i sistemi democratici e le istituzioni non riescono più a proteggerla, e quindi protesta. In fondo, la storia della politica si organizza intorno a questa tensione. Non intorno al modo in cui il campo largo dovrebbe posizionarsi a favore del tema della sicurezza per impedire l’ascesa di Vannacci.

La Storia, con la S maiuscola, si organizza intorno a due attori principali: i movimenti sociali e le forme attraverso cui si organizza il potere. E migliaia di anni di storia, più o meno, ci hanno mostrato questo: quando il modo in cui il potere viene amministrato esprime e tutela la collettività, il potere resta stabile; quando invece la opprime, la collettività reagisce, in forme più o meno conflittuali e violente.

La sinistra parlamentare ha quindi due possibilità: sgridare chi protesta, come fa Vannacci, oppure stare dalla parte di chi protesta, anche per impedire che Vannacci arrivi davvero al potere.

Il nostro giornalista di sinistra Michele Serra si sente invece in ostaggio di due fazioni: i manifestanti da una parte e i fascisti dall’altra. Vorrebbe poter vivere in un Paese di persone normali e ragionevoli come lui. Finisce così per equiparare ancora una volta gli oppressi ai loro seviziatori, evitando di vedere il punto politico essenziale: il mondo è già in fiamme.

Quando le suffragette incendiavano edifici e compivano azioni radicali per ottenere il diritto di voto, probabilmente la stampa laburista inglese di inizio Novecento fu impegnata a distinguere le donne “terroriste” da quelle che prendevano il tè discutendo educatamente di uguaglianza. Ma, anche se fosse stato così, oggi ci farebbe sorridere.

Perché la storia che abbiamo letto sui nostri sussidiari ci racconta altri attori: la vittoria finale della conquista del voto per le donne (sia quelle violente che quelle non) e un sistema industriale, capitalistico e patriarcale che aveva tutto l’interesse a mantenerle in una condizione di subordinazione e sfruttamento.

La verità è che abbiamo bisogno di intellettuali e giornalisti capaci di parlarci di questa Storia con la S maiuscola mentre leggono i fatti politici che accadono intorno a noi. Perché il dibattito pubblico che ci circonda è imbarazzante, moralista e del tutto inadeguato alla realtà che pretende di raccontare.

Cari giornalisti e classe dirigente nei media — Serra, Rampini, Mieli e tutti gli altri — che ora vi impegnate, da sinistra, a prendere le distanze dai cattivi maestri: fate un bel respiro e restate per un attimo in silenzio.

Cerco di spiegarvi il doppio standard che volete censurare come si spiegano le cose a chi finge di non capirle.
C’è un mondo molto cattivo che, soffiando sul tema della sicurezza, cerca di imporre regimi sempre più repressivi. È composto da soggetti violenti, fanatici e, in alcuni casi, apertamente fascisti, alleati con i grandi blocchi industriali dei settori energetico, militare e tecnologico.

Come vediamo negli Stati Uniti, in Israele, in Turchia, in Russia, in India, in Ungheria, in Argentina, in Cile e altrove, queste forze sono razziste, ostili ai diritti umani e civili e in guerra contro le classi subalterne. Se ne fottono di distruggere il pianeta perché, in cuor loro, dopo essersela spassata, credono di potersi salvare in qualche bunker di lusso. Oppure sono semplicemente troppo vecchi per preoccuparsene davvero.

Ecco: in questo mondo di cattivi non ci sono i black bloc e gli attivisti. Loro sono i buoni.

Se si scontrano con la polizia è perché la percepiscono come il braccio armato dei cattivi, oppure perché la vedono schierata a difesa delle loro macchine, delle loro infrastrutture e del loro potere.

Di solito, la differenza tra i buoni e i cattivi sta anche in questo: se i buoni vengono ascoltati e le ragioni della loro rabbia trovano una risposta, smettono di essere arrabbiati; se invece vincono i cattivi, continuano a esercitare il proprio potere e diventano ancora più cattivi.

Se il progetto della TAV venisse sospeso, o almeno rimesso in discussione attraverso un serio dibattito parlamentare, sono sicuro che gli attivisti non assalterebbero i cantieri il giorno dopo per paura di non servire più a nulla o di perdere la propria funzione di devastatori. Perché a loro non interessa essere devastatori, ma interessa che il cantiere si fermi.

Vannacci, invece, ha bisogno che ogni mese un immigrato commetta un crimine. Ha bisogno di quel crimine per continuare a esistere politicamente. E se il crimine non c’è, lo inventa.

Quindi, oggi, il compito di un buon giornalista dovrebbe essere un altro.

Dovrebbe chiedersi: come si ferma il genocidio in corso? Come si impedisce che la polizia continui a uccidere civili per strada? Come si blocca un’opera che distrugge porzioni troppo vaste e preziose delle nostre Alpi? Come si sopravvive in Paesi che, estate dopo estate, stanno andando quasi interamente in fiamme?

Queste sono le domande politiche all’altezza del presente.

Non: quanto bisogna prendere le distanze da chi protesta? Non: quale parola usare per condannare un cassonetto incendiato? Non: come rassicurare ancora una volta l’opinione pubblica moderata che tutto può continuare come prima, purché le manifestazioni restino ordinate, silenziose e possibilmente invisibili.

Il punto dovrebbe essere capire perché migliaia di persone arrivano a considerare necessario bloccare una strada, occupare un’università, interrompere una produzione, sabotare un cantiere o scontrarsi con la polizia. Capire quale violenza viene prima. Quale violenza viene considerata normale, amministrativa, legittima. E quale, invece, diventa improvvisamente intollerabile soltanto quando chi subisce decide di reagire.

Un buon giornalista dovrebbe raccontare i rapporti di forza, seguire il denaro, nominare i responsabili, ricostruire le catene di comando, mostrare gli interessi economici e politici che rendono possibili la guerra, la repressione e la devastazione ambientale.

Dovrebbe chiedere conto ai governi, alle imprese, agli eserciti e alle forze di polizia. Non limitarsi a chiedere ai movimenti sociali di essere più educati mentre cercano, spesso con strumenti fragili e contraddittori, di fermare qualcosa di infinitamente più violento di loro.

Perché il problema non è che le persone sono troppo arrabbiate. Il problema è che, davanti a ciò che sta accadendo, non lo sono ancora abbastanza.

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sabato 8 agosto 2026

I miliardari all’attacco dei diritti umani - George Monbiot


Niente più resistenza negli Stati Uniti. Fine dell’era dei diritti umani e dissenso vietato. Questo è ciò che vogliono alcuni miliardari e i loro tirapiedi, e questo è ciò che stanno cercando di ottenere in tutto il mondo. Se non resisteremo, se il nuovo primo ministro britannico sarà debole e manipolabile come il precedente, è ciò che avremo. Siamo sulla buona strada.

I governi che si sono susseguiti negli ultimi anni nel Regno Unito hanno ceduto a una campagna globale per sopprimere le nostre libertà fondamentali, condotta da oligarchi e multinazionali con l’aiuto dei mezzi d’informazione che controllano e dei centri studi spazzatura che finanziano. Questa campagna globale è diventata il marchio di fabbrica del secondo mandato di Donald Trump.

Nel corso di un vertice internazionale organizzato dal governo degli Stati Uniti all’inizio di luglio, alcuni esponenti dell’amministrazione Trump – Marco Rubio, Stephen Miller e Scott Bessent – hanno spiegato di aver reindirizzato il lavoro dell’antiterrorismo dal jihadismo alla “sinistra radicale”. La maggior parte degli esempi che hanno citato per giustificare la svolta risalivano a più di trent’anni fa. Sono dovuti tornare agli anni settanta del novecento per trovare esempi sufficientemente minacciosi. Quando si dice raschiare il fondo del barile.

Analogie inquietanti

Senza produrre uno straccio di prova, Rubio, il segretario di stato, ha affermato che il governo cubano è “indissolubilmente legato a gruppi e movimenti di estrema sinistra in tutto l’occidente e anche oltre”. La settimana successiva il dipartimento di stato ha cercato di giustificare questa dichiarazione pubblicando un rapporto in cui, con stratagemmi tra l’inconsistente e il ridicolo, tentava di collegare al governo cubano parlamentari, giornalisti e attivisti di sinistra.

Si tratta di una strategia consolidata, usata abbondantemente dai nazisti, tra gli altri: secondo questi ultimi tutti i dissidenti facevano parte, per definizione, di un complotto comunista internazionale. Anche la Germania nazista, come Rubio, sosteneva inoltre che “è arrivato il momento di distruggere per sempre le forze del male”.

Ma le analogie con il nazismo non finiscono qui. Miller, vicecapo di gabinetto di Trump, ha fatto la seguente affermazione: “Nessuno di quelli che manifestano sembra una persona normale. Nessuno. Sono tutti in qualche modo deformi, nell’aspetto, nel vestiario o nel comportamento. Le loro caratteristiche esteriori riflettono il rancore che covano dentro”. Sono sorpreso che non abbia usato la parola tedesca “untermenschen” (esseri inferiori, ndr). Il governo statunitense, secondo Miller, promuove invece “una vita normale, sana e ordinata”.

Ma la cosa che mi ha colpito di più è stato l’attacco di Miller al principio della jury nullification (assoluzione per volontà della giuria, ndr), in base al quale, secondo lui, le giurie popolari assolvono persone “chiaramente colpevoli”. Da anni governi illiberali e giudici conservatori di tutto il mondo si battono per cancellare questa prerogativa delle giurie popolari (che possono assolvere imputati ritenuti colpevoli quando considerano una determinata legge ingiusta o troppo severa, ndr). L’abbiamo visto nel Regno Unito con il processo a Trudi Warner e altri, accusati di aver esposto cartelli che enunciavano un antico principio del diritto inglese: “I giurati hanno il diritto assoluto di assolvere un imputato secondo coscienza”.

Lo stiamo vedendo ancora con l’incredibile incriminazione dell’avvocato Rajiv Menon KC, che aveva ricordato questo diritto ai giurati durante il processo agli attivisti di Palestine action. Menon è diventato il primo avvocato nella storia inglese a essere incriminato per oltraggio alla corte per i contenuti della sua arringa finale. In caso di condanna rischia fino a due anni di prigione e la radiazione dall’ordine. Penso sia ragionevole dire che incriminare un avvocato per aver difeso i suoi clienti corrisponda alla definizione di stato autoritario.

L’abbiamo visto anche nell’attacco di Keir Starmer (ex primo ministro laburista, ndr) ai processi con giuria popolare, che ha avuto come risultato la limitazione, senza alcuna giustificazione, della nostra più solida garanzia contro le ingiustizie.

Starmer è stato un capo di governo debole, senza una chiara visione, facilmente condizionabile da qualsiasi lobby statale o aziendale. Non ha saputo opporre alcuna resistenza a una campagna internazionale ben finanziata e molto efficace. Una rete finanziata da multinazionali e miliardari, che comprende tra gli altri l’American legislative exchange council, sta mettendo a punto “modelli normativi” da testare in paesi amici. Se funzionano, la rete si attiva affinché siano adottati altrove. Il risultato è un attacco costante al nostro diritto di manifestare, all’uguaglianza politica e a un pianeta abitabile.

Una lunga serie di leggi anti-protesta

L’offensiva globale contro i nostri diritti fondamentali è un obiettivo centrale delle destre. Il principio base è che il capitale, essendo transnazionale, deve poter stroncare le nostre obiezioni ovunque. La lunga serie di orribili leggi anti-protesta adottate nel Regno Unito è il risultato di una campagna coordinata portata avanti da centri studi spazzatura, mezzi d’informazione e altri governi. Oggi nel Regno Unito ci sono centinaia di prigionieri politici ed è possibile essere condannati a sei mesi di prigione per aver marciato con passo lento per strada.

Queste leggi repressive hanno raggiunto il culmine, almeno finora, con una normativa approvata dal parlamento ad aprile che permette alla polizia d’interrompere qualsiasi protesta che a suo parere abbia un “impatto cumulativo” sulla comunità. Nel corso della storia le uniche proteste che hanno raggiunto i loro obiettivi sono quelle che hanno avuto un “impatto cumulativo”. In sostanza, le proteste sono considerate accettabili solo quando sono inutili. I cittadini sono liberi di dire quello che vogliono, purché la loro voce non arrivi alle nostre orecchie.

Le nuove leggi sono state accompagnate dalla vecchia strategia, tradizionalmente associata ai regimi fascisti, che consiste nel calunniare i dissidenti etichettandoli come terroristi. Come ha sottolineato l’ong per i diritti umani Liberty, la definizione di terrorismo è stata ampliata fino a includere forme di protesta in precedenza pienamente accettate. È questo che ha permesso al governo Starmer di mettere al bando Palestine action.

Il giudice Jeremy Johnson, che ha incriminato Menon per oltraggio alla corte, è stato anche il primo a fare ricorso, nello stesso processo, ai poteri straordinari inseriti senza clamore dai conservatori nel testo del Sentencing act del 2020. Questi poteri permettono a un giudice di condannare un imputato per reati diversi rispetto a quelli per cui è stato incriminato. I quattro attivisti di Palestine action erano accusati di reati comuni. Tuttavia, senza informare la giuria, Johnson ha evocato una “connotazione terroristica” e li ha condannati per reati di terrorismo, che ovviamente comportano pene molto più severe.

Il suo esempio è stato subito seguito da un collega: altri manifestanti per la Palestina che avevano spruzzato vernice rossa e rotto i vetri di una filiale della Barclays Bank rischiano di essere condannati per terrorismo, anche se né loro né i giurati erano stati informati di questa possibilità durante il processo. Questo implica, naturalmente, che non hanno avuto la possibilità di difendersi da quest’accusa più pesante.

Niente è più al sicuro di fronte a quest’offensiva coordinata contro l’umanità. Nessuno dei nostri diritti, per quanto antico e consolidato, è inespugnabile. Dobbiamo opporci adesso o rischiamo di perderli, forse per sempre.

(Traduzione di Francesco De Lellis)

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Contro Meloni una strategia già vista: non basta aspettare i barbari per sembrare civili - Marco Aime

Nella celebre poesia di Kostantin Kavafis Aspettando i barbari, tutto il popolo è riunito in piazza: le donne indossano i loro abiti migliori, i gioielli più ricchi, gli uomini hanno preparato grandi discorsi: “Che aspettiamo, raccolti nella piazza? / Oggi arrivano i barbari… / S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti. / Taluni sono giunti dai confini, / han detto che di barbari non ce ne sono più. / E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi? / Era una soluzione, quella gente”.

Versi che sembrano scritti apposta per descrivere la situazione della sinistra italiana, e non solo, che continua a svenarsi nell’attaccare le tante, tantissime nefandezze della destra di governo, senza però mai proporre una narrazione alternativa. È inutile criticare Meloni & C per le politiche sull’immigrazione, senza però mettere sul piatto qualche idea concreta su come affrontare questo fenomeno. Lo stesso vale per le accuse di sudditanza verso gli Stati Uniti, sacrosante, ma occorre avere una qualche idea di politica estera diversa. Non parliamo poi della posizione nei confronti dei conflitti internazionali, a proposito dei quali l’ambiguità della sinistra tra un pacifismo timidamente evocato e un appoggio condizionato alle forniture di armi, rende ancora più opaca la posizione del Pd.

Assistiamo alla riproposizione della strategia – perdente – contro Berlusconi, alla costruzione di una retorica che si limita ad attaccare l’avversario, finendo per scivolare sul suo terreno di gioco, nel farsi dettare l’agenda da lui, mossa che risulta inevitabilmente perdente. Se la sinistra si dimentica di essere sinistra e gioca con gli schemi della destra, la gente finirà per scegliere l’originale. Questo è uno scenario che abbiamo già visto. Non basta puntare il dito per indicare il cattivo.

La demonizzazione del nemico sta alla base di tutte le forme di accuse di stregoneria: immaginare che esista qualcuno di cattivo, diverso da noi, fuori dai nostri ambiti, per poterci pensare buoni. Così come i barbari servono a pensarci civili, i neri e pensarci bianchi e così via. Una strategia, peraltro, adottata molte volte in politica estera: quante volte abbiamo visto governi imbarcarsi in guerre o scontri dialettici con un ipotetico nemico, per fare passare in secondo piano i problemi interni? Dalle Falkland a Gaza l’elenco è lungo.

È questa la sindrome che colpisce la sinistra italiana e in particolare il Pd, ma è una sindrome monca, a metà. La costruzione dell’altro come icona del male dovrebbe servire a una costruzione speculare e opposta del “noi”, definito per sottrazione e pertanto migliore. Non è così e non lo sarà fino a quando non si riuscirà a proporre una visione diversa della società. Sembra che la parola “ideologia” sia diventata tabù, ma in fondo cos’è un’ideologia se non il sogno di un’umanità a cui aspirare? La politica, oggi, ha il fiato corto, è vero, ma è falso che sia finita l’epoca delle ideologie, delle grandi narrazioni.

La realtà è che c’è solo un’ideologia dominante ed è quella del capitalismo liberista, che nella sua versione più attuale, definita anarco-capitalismo, risulta quanto mai pericolosa per ogni forma di democrazia. Se la sinistra non è capace, dimenticando Blair e la terza via, di immaginare un futuro diverso, una società fondata su valori che non siano solo l’utilitarismo, se si limita ad attaccare le manifestazioni più teatrali della destra, senza colpirne i contenuti, la battaglia è persa.

Diritti, uguaglianza, solidarietà: sono questi i terreni su cui bisogna costruire una visione del domani condivisa, che parta dai giovani, che restituisca dignità al lavoro e soprattutto che si batta per dei diritti collettivi di tutti, non solo delle minoranze. La frammentazione della domanda di diritti indebolisce ogni sforzo, ma soprattutto occorre ripartire dal principio che tali diritti non sono dovuti solo perché ci si considera discriminati, oppressi, minoranza: sono dovuti perché è giusto, perché stanno nella nozione fondamentale di umanità. Ed è questa nozione che deve fare da timone a una sinistra che si voglia proporre come alternativa al modello dominante.

Non basta aspettare i barbari per sembrare civili, come non basta attaccare la destra, per essere di sinistra.

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venerdì 7 agosto 2026

Restare umani: la forma più alta di ribellione al mondo distopico di oggi - Alberto Bradanini

 

1. Viviamo una stagione pericolosa, ormai ne hanno coscienza persino quelli che ne traggono i maggiori benefici, i satrapi della finanza globalista, terrorizzati all’idea di dovervi rinunciare per eccesso di cupidigia. Individui orrendi, che trasudano miliardi trafugati all’umanità sofferente con i trucchi che chiamano banche private (o pubbliche, ormai non v’è più differenza), libera esportazione di capitali, finanza creativa e da qualche tempo intelligenza (sì proprio così), seppure artificiale, un aggettivo quanto mai qualificativo.

Il veleno che ogni istante assorbiamo al contatto con tali immondi signori non merita il termine di informazione e tantomeno conoscenza, ma solo frastuono sconnesso di senso che frantuma emozioni, crescita personale, avventura. Intendono sottrarci la gioia dell’apprendimento, dell’esperienza umana mai paga degli orizzonti raggiunti, dell’impegno a socializzare, del riflesso sui bisogni dell’altro, del fascino incommensurabile dell’interazione con altri esseri umani.

Si tratta di individui che, nella modulazione di forme e temperamenti, conoscono solo la menzogna metodica, talora inconsciamente incorporata, che rimbalza su di noi con dosi massicce di propaganda. L’obiettivo è noto: distrarre l’attenzione etica e sociale, tenerla lontana dal nocciolo della questione (democrazia partecipativa ed equità distributiva), frantumare la coscienza di un popolo con TV e cellulari h24.

È così che quella minoranza di cittadini ancora sana di mente rischia la caduta in depressione ogni volta che s’imbatte nel volto o nel lessico di uno qualsiasi dei governanti - nazionali, euroi-nominati o sovrani atlantici.

I responsabili degli orrori che ci circondano hanno un nome e cognome: l’impero statunitense e le sue agenzie di intelligence, che disponendo di risorse immense - attraverso lusinghe, promesse, corruzione, minacce e se non basta violenze e conflitti palesi e occulti, senza differenza sostanziale tra amici e nemici – stanno distruggendo il tessuto che tiene in piedi l’impalcatura giuridica, morale, geopolitica ed economica internazionale. Con Impero Usa non s’intende beninteso i 340 milioni di abitanti degli Stati Uniti, anch’essi in prevalenza politicamente analfabeti e sfruttati come molti altri. Ma intendiamo quello 0,1% che controlla i gangli finanziari, militari e mediatici del sistema. Questi sono il nemico numero uno di noi tutti abitanti del pianeta Terra.

Non si addentreremo sui sentieri argomentativi di tale asserzione apodittica, nella presunzione che essi siano ben noti a che legge, rilevando qui solo la necessità di ripeterlo, affinché le cose note siano davvero conosciute. E se rapporti di forza lasciano oggi poche speranze, come in tanti aspetti dell’esistenza umana è la consapevolezza a far la differenza.

Nelle lancinanti contingenze attuali, l’Occidente a guida Usa (non ne esiste un altro) ha bisogno come il pane di nemici, per catalizzare al suo servizio l’ontologia di un orizzonte assiologico fabbricato per popoli deculturati: in Europa la sua icona si materializza nei cosacchi russi intenzionati ad abbeverare i cavalli sotto l'Arco di Trionfo; in Asia Occidentale essa prende corpo nel miraggio della Bomba iraniana che gli Ayatollah, una volta acquisita, scaglierebbero contro Israele, dimenticando che verrebbero a loro volta polverizzati in sequenza immediata (la storia è piena di re e dittatori che considerano i nemici dementi, oltre che radicali); e in Estremo Oriente nel socialismo con caratteristiche cinesi, quell’inedito modello alternativo al capitalismo plutocratico anglo-atlantico ormai frantumatore di ricchezza anche al proprio interno, oltre che di pace e umana convivenza tra i popoli del mondo.

Ormai, anche i piccioni del duomo di Firenze sanno che codesti signori sono usciti di testa, pronti a distruggere ogni barlume di quella civiltà giuridica, etica e umana che la comunità delle nazioni aveva inteso edificare all’indomani della macelleria del secondo conflitto mondiale.

Mentre in Italia i cosiddetti rappresentanti del popolo (Destra e Sinistra si contendono i seggi in ogni livello e grado sulla scorta della loro abilità a intrattenere il pubblico assonnato sul divano dopo cena) sottraggono le poche risorse al bene pubblico per consegnarle ai produttori di armi e ai generatori di morte, mentre i cittadini vengono derubati del frutto del loro lavoro. Nel 2025 il 22,6 % degli italiani (13.265.000 persone) era esposto a povertà, grave deprivazione materiale/sociale o a lavori precari e sottopagati.

Nell’arena internazionale, la verbosità di un instabile ottuagenario, incoronatosi sovrano dell’universo, fa rabbrividire otto miliardi di individui. Il Re Solo, insensibile alle atrocità che commette o consente contro palestinesi, venezuelani, iraniani, libanesi e chiunque non si pieghi ai suoi ignobili capricci, non si fa scrupolo di esporre il pianeta persino all’olocausto nucleare per difendere i privilegi della sua cerchia malata, quel citato 0,1% che ingloba il peggio del sistema solare.

Tale individuo, sintesi metastatica di un sistema che prima di giungere a fine corsa ce ne farà vedere di tutti i colori, oltre a curare le sue palesi patologie senili, potrebbe moderare l’ira funesta dei suoi occhi infuocati immergendosi nei tramonti di qualche iconica isola dei Caraibi (magari non proprio quella!), dove trascorrere il resto dei suoi giorni, risparmiando al pianeta ulteriori patimenti e devastazioni. Certo, è verosimile che con il suo successore potrebbe persino andar peggio (occorre sempre, come sappiamo de-personalizzare), eppure se disponessimo della miracolosa lampada di Aladino tenteremmo comunque la sorte.

 

2. Insieme alla follia di chi siede sul trono, la sopravvivenza del genere umano è oggi minacciata da altri pericoli esiziali, la concentrazione di ricchezza in poche mani e l’olocausto nucleare, tra loro intrinsecamente intrecciati: i conflitti imperialistici, in Ucraina e nel Golfo, sono tutt’altro che sedati e la loro possibile escalation nucleare è affidata a decisori che si infischiano della volontà dei popoli. Al recente Nato in Turchia (7-8 luglio scorsi), la Presidente del Consiglio italiana, prona davanti ai vergognosi schernimenti dall’alleato padrone, porta i compiti fatti in casa (2,8% del Pil per le armi, +18 mld entro il 2028, rispetto ai 45,3 mld del 2026), un incremento gigantesco e insieme una vergogna di cui va fiera, mentre i nostri ospedali boccheggiano. Ma le sanguisughe imperiali d’oltreoceano esigono il 5% e il più in fretta possibile, secondo i deliri di un anziano satrapo incaricato di rimpinguare le tasche già piene di chi l’ha fatto eleggere.

La rivoluzione, diceva Gramsci, comincia sotto casa e la storia è maestra di sorprese, non solo di vita. Nostro compito è di essere pronti, non si sa mai. La democrazia (demos – kratos: potere del popolo) è un simulacro. Le elezioni sono solo un metodo di selezione di esecutori fungibili, maschere di carattere, indifferenti ai bisogni del popolo, che in cambio di denari e carriere hanno venduto l’anima al demonio. Il deterioramento intellettuale delle classi dirigenti, ancor più di quelle politiche, è una realtà che non chiede evidenze. Nel cosiddetto Occidente, chiunque può fare il Ministro/Presidente, non è richiesta alcuna etica, competenza, comprensione del mondo, solo obbedienza ai detentori del potere reale (il grande capitale), che selezionano i più scaltri e i più servili, per inserirli giù per li rami nei ranghi di servizio: quello politico (che cura l’ordine sociale al servizio del privilegio), quello mediatico (gestore della Macchina della Menzogna) e quello accademico (incaricato d’illustrare ai semicolti il funzionamento del mondo). Le eccezioni esistono beninteso, e sono preziose, ma ahimè non fanno la differenza, mentre la maggioranza si lascia stordire davanti a TV e smartphone.

Una tribù di funzionari con simili caratteristiche opera sia nel Paese che nella cosiddetta Unione Europea. Sfugge a molti quanto la distruzione di questa gabbia sia precondizione per qualsiasi palingenesi e recuperato benessere per il mondo del lavoro, avendo essa usurpato prerogative essenziali della statualità dei paesi membri. L’Unione è un’entità autogestita da burocrati ineletti, superpagati, non-democratica, cresciuta con sotterfugi all’insaputa dei cittadini, con il fine di sottrarre lavoro e benessere ai popoli europei, (in particolare ai più sprovveduti, come quello italiano) a favore del Grande Capitale globale.

Quando sono stati consultati – solo francesi e olandesi, nel 2005 – i popoli hanno votato contro, portando i satrapi di Bruxelles, con il gioco delle tre carte, a trasformare la cosiddetta Costituzione Europea nel famigerato Trattato di Lisbona (che non richiedeva referendum), ancor più scellerato di quello di Maastricht, col quale si pensava di aver raggiunto l’ultimo cerchio dell’inferno euroinomane.

In ogni classifica UE: industria, commercio, infrastrutture, istruzione, energia etc., l’Italia occupa la parte bassa, spesso l’ultima posizione. Nel 2025 (a 32 anni dall’entrata in vigore di Maastricht) nel nostro Paese i salari avevano un potere d’acquisto inferiore del 12% rispetto al 1991. Lontani i tempi quando, regnando la gloriosa Lira, l’Italia era la quarta potenza economica mondiale (prima pagina del Corriere della Sera, 16 maggio 1991). Nel 1991, Italia e Germania avevano salari simili. Nel ‘25 Germania +28%, Paesi Bassi +35%, Francia +22%, Spagna e Portogallo +18% e via dicendo, persino la Grecia + 2%. Non è un caso che il gap inizi a cavallo del secolo, con l’introduzione dell’euro, moneta nazionale gestita da entità extranazionali per interessi altrui (BundesbankBanque Nationale de France e più su Wall Street e City di Londra, gli altri come si dice fanno volume).

In compenso, sul piano istituzionale va peggio, la Commissione di non-eletti prepara le leggi (in complicità con le corporazioni transnazionali che hanno gli uffici di fronte) e dopo un passaggio formale da un finto parlamento che non dispone di iniziativa legislativa, il Consiglio (cioè i governi) le approva, nei fatti solo e sempre se Francia e Germania sono d’accordo. La Banca Centrale, infine, si occupa per statuto solo di contenere l’inflazione, ma non di far crescere l’economia e lottare contro la disoccupazione (non sia mai!), come ogni altra banca centrale, inclusa la Federal Reserve; insomma, una montagna d’insulti.

Sul fronte politico, infine, si tocca il fondo: un’aggregazione di cervelli che pare aliena alla natura umana. La presidente della Commissione proviene dal paese che ha scatenato due guerre devastanti (17 milioni di morti la prima, 60 la seconda), e che investe 1000 mld di euro sul riarmo (nascostamente, anche nucleare): non c’è due senza tre! L’estone Kaya Kallas (pomposamente denominata Alta Rappresentante per affari esteri e sicurezza) sembra uscita da un libro di storia della demenza attraverso i secoli. La sua capacità di analisi è equiparabile a quella delle aringhe del mar Baltico con le quali deve aver condiviso i primi vagiti. La questione sarebbe di minima rilevanza, se costei non parlasse anche a nostro nome, contribuendo a depredarci e trascinarci in guerra al servizio dei citati interessi, oltre che dei suoi. Ma a Bruxelles, i paesi baltici vantano anche il lettone Dombrovskis, Commissario per l'Economia e Produttività e il lituano Kubilius, Commissario per Difesa e Spazio. Morale: un cittadino europeo normodotato si chiede: com’è possibile che a tali modesti individui di tre paesi insignificanti (insieme hanno gli abitanti del Lazio) siano affidati incarichi di tale rilevanza? La ragione in realtà è banale: si tratta di marionette selezionate esclusivamente sulla scorta della propensione a servire le corporazioni globaliste e il direttorio franco/tedesco, che in Europa decide sulle questioni che contano.

Ora, se alla luce di ciò qualcuno dovesse ritenere che l’Unione Europea sia un fallimento o che sia destinata, prima o poi, a spiccare il volo verso i chimerici Stati Uniti d’Europa, farebbe bene a farsi una doccia. L’Ue è un grande successo così com’è, certo non per i popoli desovranizzati e depauperati, ma per coloro che l’hanno concepita e modellata nell’attuale configurazione, quale icona indemolibile della religione euroinomane.

La chimera di una futuribile Federazione Europea, secondo un altro lessico distrattivo - che sarebbe per noi la disgrazia massima - non vedrà mai la luce: nessuna personalità europea che conta del resto ha mai avanzato tale ingenua proposta, cui credono solo i piùeuropei presenti in massa in ogni partito della Penisola, oltre alle anguille del Delta del Po. La ragione è semplice: assenza del sottostante, vale a dire un popolo europeo, che porterebbe con sé il principio di solidarietà. L’ipotesi che le regioni ricche (Germania e satelliti, scandinavi, etc.) trasferiscano parte della loro ricchezza a quelle in ritardo (come in Italia, tra Nord e Sud) provocherebbe una catena di rivolte: i popoli non si costruiscono a tavolino, essendo frutto della storia, comuni battaglie, vinte o perse, sensibilità, lingua, religione e via dicendo.

 

3. Per immaginare un’alternativa occorre entrare nel regno dei sogni. Poiché politica estera e domestica sono intrecciate, la prima condizione è quella di tornare padroni a casa propria. Senza sovranità, prima o poi si perde anche benessere e sicurezza. Già nel ‘500 Niccolò Machiavelli affermava che la sovranità richiede due condizioni, non avere soldati di un altro paese sul territorio ed essere padroni della propria moneta.

L’Italia è avviluppata in un duplice livello di asservimento: a) quello economico-finanziario nei riguardi delle oligarchie del Nord Europa, a loro volta asservite al capitale anglo-atlantico: b) quello politico-militare nei riguardi degli Stati Uniti, che si servono della nostra Penisola come di una portaerei US Navy, violando accordi palesi, segreti, scritti o non scritti, come fanno del resto ovunque, a loro comodo.

Tecnicamente, il nostro Paese non è una colonia, ma un protettorato. Le colonie sono guidate da un governatore nominato, solitamente inviso alla popolazione locale. I protettorati sono invece guidati da finte dirigenze nazionali, più digeribili, ma astutamente selezionate per fare gli interessi della potenza colonizzatrice, non quelli della propria gente.

Per assicurare un avvenire a figli e nipoti una dirigenza degna del nome dovrebbe cogliere l’occasione dell’effervescenza in atto sulla scena internazionale per voltare pagina. Dopo aver dismesso la livrea da maggiordomi con la quale per decenni abbiamo servito il bellicismo imperiale e il capitale globalista, partecipando a guerre altrui (Iraq, Afghanistan, Libia, Serbia, ora Iran e chissà cos’altro), il governo dovrebbe annunciare che l’Italia intende uscire da Ue e Nato, e vuole Nato e Usa fuori dall’Italia. Un sogno certo, e poi si tratta di rischiare la vita, l’esistenza resta comunque breve.  

Con gli Stati Uniti – non abbiamo dimenticato il monito di H. Kissinger (pericoloso essere nemici degli Usa, fatale esserci amici) – andrà negoziata la chiusura delle loro basi, a partire da quelle nucleari, che lungi dal difenderci da presunti nemici ci rendono ancor più un bersaglio in caso di conflitto.

Il nostro Paese deve puntare alla neutralità, dialogare con l’Europa su basi paritarie e quindi volgere lo sguardo al Sud, i Brics in particolare, che insieme ad altre aggregazioni, sono già il motore pacifico e produttivo del pianeta, oltre che di riscatto per i paesi poveri e indifesi. Nessuno minaccia l’Italia, circondata com’è da paesi amici, mentre quelli lontani, Russia, Cina, Medioriente, non hanno certo interesse o intenzione di aggredirci. Tornata libera dalle catene euro-atlantiche, al centro del Mediterraneo, l’Italia diverrebbe una calamita di aggregazione tra tre continenti, Asia, Europa e Africa, tra culture, civiltà, commerci, interazioni di ogni genere, contribuendo finanche alla stabilità dei territori turbolenti che si affacciano su quello che un tempo chiamavamo Mare Nostrum.



4. La guerra. Che la Russia non intenda arrivare né Lisbona né a Berlino è noto anche ai coccodrilli dell’Amazzonia. Ma che una potenza militare che dispone di 6000 testate nucleari prima di essere sconfitta farebbe saltare i connotati ai suoi nemici, continua a sfuggire alle residue cellule grigie dei nostri pretesi governanti.Schiere di analisti imperiali riconoscono che la pianificazione della guerra in Ucraina, con l’obiettivo dissanguare e saccheggiare la Russia, è opera della velleitaria onnipotenza statunitense. L’impero, con i camerieri europei incaricati di dissanguarsi per comprare armi made in Usa, sta finendo i soldi e punta a reindustrializzarsi con l’industria delle armi, distruggendo cinicamente altre vite umane e infrastrutture nella disastrata Ucraina. La Russia, poi, grande e ricca com’è, rimarrà in ogni caso una preda potenziale, oltre che un ostacolo oggettivo, insieme alla Cina, al dominio imperiale. E tutto ciò non è certo interesse degli europei e di noi italiani.

L’aggressione alla Russia, infine, somiglia a quella contro l’Iran, altro paese irriducibile, dove i rischi dell’olocausto nucleare sono altrettanto elevati: qui, capitali e ricatti dello stato sionista sulla politica imperiale puntano a imbrigliare gli Usa in un conflitto permanente, con il fine di frantumare e devastare la Repubblica Islamica, uno dei pochi paesi ancora stabili, sovrani e – crimine dei crimini! - sostenitore della causa palestinese.

 

5. Secondo l’ideologia dominante, la struttura della società è un dato di natura, che impone un’ontologia dell’immodificabilità, quell’inconscio convincimento che possa essere corretta - nulla è perfetto a questo mondo! - ma non certo modificata alla radice o capovolta. Si tratta di una variante di ideologismo di genesi nichilista che va combattuta con forza, perché impedisce persino di immaginare una possibile palingenesi.

Occorre invece che torni a risplendere la fiaccola della battaglia verso un mondo migliore, quel socialismo dal volto umano e comunitario, balenato sull’orizzonte della storia con la speculazione anticapitalistica del grande filosofo di Treviri. Riflettendo sulla relazione dinamica tra teoria e prassi, facendo rimbalzare a Occidente quel che funzione in Oriente o altrove, con uno sguardo perennemente innovativo all’evoluzione degli eventi, contenendo distorsioni e strumentalità, la luce di quella fiaccola potrà consentire di riprendere il cammino.

Nei limiti ontologici di approssimazione, rifuggendo da ogni rigidità e sulla scorta di una reciproca tolleranza, emergerebbero allora i contorni di una via italiana al socialismo, ovvero - parafrasando la terminologia sino-popolare – di un socialismo con caratteristiche italiane, basato su peculiarità storiche, sociali ed economiche.

Alcuni pilastri sono già acquisibili: nel mondo che sogniamo a ciascuno saranno garantiti i diritti economici essenziali (in primis, equa distribuzione della ricchezza e lavoro stabile per tutti) e l’accesso a una democrazia partecipata, con un ruolo centrale dello Stato in economia, cultura, educazione, tecnologia, e poi libertà di pensiero, associazione e altro. Le grandi imprese private saranno consentite solo se giudicate necessarie, ma non nei settori strategici e sempre sorvegliate dall’alto, affinché – loro eterna tentazione! - non travalichino nella sfera politica. L’esportazione di capitali sarà autorizzata dallo Stato solo per ragioni di pubblico interesse, altrimenti sarà vietata (com’era era in Italia fino agli anni ’90).

Tornati padroni a casa nostra, con lo Stato protagonista, insieme alla neutralità politica e militare, sarà quindi possibile ricostruire i beni collettivi oggi devastati, sanità, scuola, università e altre infrastrutture sociali e materiali, rovesciando quel crepuscolo economico, politico, demografico e di benessere, altrimenti ineludibile. Al termine della corsa, tra qualche anno o secolo, avrà preso corpo il secondo rinascimento italiano, che sarà preso a misura – insieme ad altre esperienze nazionali, v’è posto per tutti! – come una delle stelle polari del progresso etico e sociale dell’umanità.

Su tale proiezione, invito il lettore a trattenere il sorriso, o lo scherno. Se tuttavia oggi la scena del mondo non induce all’ottimismo e le chances di un cambiamento radicale sfiorano drammaticamente lo zero, il sogno di una società diversa resta insopprimibile nelle vene pulsanti di chi difende l’essenza costitutiva dell’essere umano.

Se il potere rende il mondo ogni giorno più distopico, allora noi diverremo ancor più umani, quale atto di ontologica ribellione, è la nostra unica speranza. E in qualità di esseri umani non permetteremo che la stagnazione intellettuale cancelli la coscienza dell’oppressione, dello sfruttamento e dell’alienazione – eterne insidie di ogni organizzazione collettiva. Nel nostro mondo a venire, tali offese saranno solo un mesto ricordo, cosicché la vita, con le sue letizie e le sue ferite, possa essere vissuta con reciproca, umana pietà, essendo essa null’altro che un bagliore fugace davanti all’eternità del tempo e all’infinito dell’universo.

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