di Elena
Karaeva - Ria Novosti
Il progetto
globalista “Ucraina” si sta trasformando sempre più, man mano che il tempo
passa, da strumento militarizzato e russofobo, affilato dall’Europa per
distruggere il nostro Paese (Russia ndr.), in un’enorme camera di tortura - non
per noi (russi), ma per gli stessi cittadini della “Nezalezhnaya”
(“indipendenza”, termine per indicare l’Ucraina ndr.) - dove le torture, gli
omicidi, gli attentati terroristici non sono semplicemente circostanze che
accompagnano le decisioni politiche, ma un fine a sé stesso e norma di gestione
dello Stato, affinché la guerra russofoba venga condotta con ogni mezzo fino all’ultimo
ucraino.
Quando si
presenta pubblicamente la tortura di Borshchagovka come un “eccesso”, tutti
coloro che lo fanno mentono.
In realtà,
non esistono “eccessi”. Esiste un sistema irreprensibilmente funzionante che
oggi, all’interno del progetto “Ucraina”, ha sostituito tutte o quasi tutte le
funzioni dello Stato.
In Europa -
che finge di dire “Ma che c’è di strano?” - tutto ciò, esattamente, è già
successo ai tempi del Terzo Reich; quando gli europei - se semplicemente
capitavano a tiro - venivano torturati e fucilati, alla luce del giorno e sotto
il manto della notte. Perché il nazismo non conosce altri modi per governare
uno Stato, anche se occupato, se non attraverso la paura bestiale della
violenza.
E come si
chiamino coloro che si dedicano alla violenza e agli omicidi - che si tratti
della Gestapo, delle unità di sicurezza delle SS, del Wehrmacht o, come sulla
Nezalezhnaya (Ucraina ndr.), di un “reggimento d’assalto separato” - non ha, in
linea di principio, alcuna importanza.
Tranne gli
squadroni della morte - operanti su vasta scala, in tutto il territorio,
ovviamente con il consenso della popolazione (le urla e i lamenti sono
riecheggiati solo quando hanno iniziato a picchiare e a uccidere i loro cari,
ma prima di allora tutto è sempre stato nomale, non è così!) - oggi al progetto
“Ucraina” e a Zelensky non è rimasto assolutamente nulla.
Nemmeno la
loro economia: quelli di Kiev hanno distrutto tutto ciò che potevano, e per di
più con le loro stesse mani. Nessun finanziamento: tutte le spese (là le
entrate sono una categoria inesistente) sono pagate dagli ucraini attingendo
all’erario straniero, cioè europeo.
Il progetto
“Ucraina” non prevede un esercito nel senso moderno del termine; poiché un
esercito non si crea quando dei fanatici “busificano” (arruolano con la forza
rapendo e sbattendo nei bus ndr.) uomini ucraini in qualsiasi condizione,
circostanza, luogo e momento, ma quando con la coscrizione obbligatoria la
mobilitazione avviene nel rispetto delle leggi vigenti, senza l’uso della
violenza e con la consapevolezza, da parte delle reclute, dell’importanza di
adempiere al proprio dovere militare e civico.
La
distruzione delle istituzioni statali non è iniziata con l’Operazione Militare
Speciale, ma molto prima. Organizzando un colpo di Stato - con violenze,
omicidi, macchiando di sangue il Maidan - coloro che hanno accolto con favore
questo rovesciamento, ovvero gli ucraini (che lo abbiano fatto consapevolmente
o meno è oggi irrilevante), non solo hanno reso possibile con le loro stesse
mani il crollo dello Stato, ma hanno anche adottato nuovi modi di autogoverno.
Accettando e
accogliendo con favore il sangue e la violenza di allora, 13 anni fa, hanno
ottenuto - e in pieno, più pieno di così non si può - tutta quella
“Nezalezhnaya” tanto agognata all’epoca, ma sotto forma di tortura. Tutta la
loro indipendenza dalla Russia, tanto odiata allora come ora.
Se gli
ucraini hanno cercato di non pensarci, è giunto il momento che aprano bene gli
occhi e guardino i media odierni di quell’Europa da loro tanto agognata.
Le camere di
tortura dove loro, gli ucraini, sono stati maltrattati, picchiati, dove le loro
ossa, le loro colonne vertebrali e i loro crani sono stati frantumati, vengono
chiamate “dormitori militari per le reclute”.
All’Europa
non importa nulla degli ucraini, che considera carne da cannone per la sua
guerra contro i russi. Di come questa carne da cannone venga gestita e inviata
al fronte, non le importa “assolutamente” nulla.
Sono gli
ucraini stessi che hanno deciso di rovesciare il governo legittimo, eletto con
il proprio voto, mediante violenza, omicidi e spargimento di sangue, sotto gli
slogan del nazismo e della russofobia.
Oggi è
troppo tardi per appellarsi all’umanesimo, invocare giustizia o maledire
qualcuno. Troppo tardi.
Oggi gli
ucraini dovranno fare molta strada per comprendere che ciò che sta accadendo
nei territori che rimangono sotto il controllo della “Nezalezhnaya” è una loro
diretta e incondizionata responsabilità.
No, non si
tratta di un “è colpa loro” volto a umiliare la vittima. È ??un monito alla
responsabilità di ognuno - dal semplice cittadino al funzionario governativo -
per le proprie azioni e comportamenti in ambito politico, sul fatto che ogni
popolo merita il proprio governo e, in breve, sul vero rapporto tra società e
Stato che esisteva in Ucraina quando era con la Russia. Allora non c’era la
“busificazione”, né le camere di tortura, né gli “squadroni della morte”.
Vale la pena
riflettere attentamente sul perché tutto ciò sia emerso, nel momento in cui
sorse il progetto “Ucraina” con la decisione di muoversi verso l’Europa.
Pensateci ora, prima che lo slogan “Fino all’ultimo ucraino” diventi realtà.
(Tradotto da
Eliseo Bertolasi)
da qui
ORRORE A
PETROPAVLOVSKAJA BORŠAGOVKA: CRONACA COMPLETA DI QUEL GIORNO.
La traduzione integrale di buona parte di questo
articolo
https://fondsk.ru/news/2026/11/05/petropavlovskaya-borschagovka-realnyy-film-uzhasov-ot-studii-95-kvartal.html
ci consente di ricostruire, passo passo, quanto
accaduto quel giorno. Mancando ancora in italiano una cronaca completa, questo
lavoro si propone di colmare questa lacuna.
Petropavlovskaja Boršagovka. Dagli studi
“Quartiere 95” un vero film dell’orrore.
Nei dintorni di Kiev è avvenuto un fatto
decisamente degno di nota: la prima azione di protesta di un certo livello
partita realmente “dal basso” da molto tempo a questa parte.
È dal 2014 che qualsiasi azione di protesta in
Ucraina può tranquillamente rientrare in uno di questi due gruppi: o manovrata
da centri decisionali fuori Paese, o movimento sporadico, spontaneo,
immediatamente represso dalle forze dell’ordine. Possiamo ricondurre al primo
tipo le “piazze di cartone”, dove i partecipanti erano manovrati da ONG
occidentali di stampo “liberale”, segnale a Zelenskij perché non tirasse troppo
la corda contro Bruxelles. Al secondo, riconduciamo blocchi stradali
improvvisati contro i cali di corrente, o scaramucce isolate contro i
Te-Tse-Ka. Nulla a che vedere, comunque, con reali moti di piazza: così,
l’apparato repressivo poteva subito intervenire a spegnere tali focolai. A
Petropavlovskaja Boršagovka, tuttavia, è successo qualcosa di diverso.
Erano giorni che circolava la voce, sui social
ucraini, che in una delle abitazioni private del paese ignote “forze
dell’ordine” detenevano circa quaranta persone, fra cui feriti, esigendo dai
parenti enormi somme di denaro per la loro liberazione o, semplicemente, per
poter parlare con gli ostaggi.
Nel frattempo, una folla di cittadini indignati si
era raccolta sotto quella casa. Tra loro, una donna che denunciava come in
quello scantinato fosse rinchiuso il suo compagno, il quale era fuggito dopo
esser stato arruolato a forza, lo avevano nuovamente catturato e ora chiedevano
soldi anche solo per vederlo di nuovo. La “tassa” solo per un colloquio
ammontava a 100.000 grivne (oltre 2.000 dollari USA). Un’altra si lamentava che
avevano rastrellato il suo uomo con la forza e illegalmente, nonostante avesse
il congedo per rinvio per motivi di studio, e anche lui ora si trovava lì, in
quello scantinato di Petropavlovskaja Boršagovka.
I genitori di un altro prigoniero mostravano un
video dove un uomo visibilmente emaciato parlava di forti dolori addominali e
febbre alta. Giungevano voci, inoltre, di quattro ostaggi gravi, uno di loro
con la schiena rotta, più un morto.
A un certo punto i protestanti prendevano l’iniziativa
e iniziavano a scavalcare la recinzione, mentre i soldati, a volto coperto,
scappavano indietro. L’azione non aveva successo perché i militari, ricorrendo
a gas lacrimogeni, riuscivano in qualche modo a trattenerli in attesa di
rinforzi.
Arrivava nel frattempo un’ambulanza, e una giovane
dottoressa si metteva in ginocchio di fronte ai militari chiedendo di poter
entrare a prestare soccorso ai detenuti negli scantinati.
Arrivava anche la polizia e, insieme alla giovane
dottoressa, riceveva dai militari il permesso di accedere a quella casa.
Risale, grosso modo, a quel momento, la notizia che la casa degli orrori aveva
qualcosa a che fare con la Guardia Nazionale Ucraina. Questo, mentre i
poliziotti uscivano dicendo che nessuno era trattenuto dentro con la forza.
Usciva anche la dottoressa, annunciando invece
agli astanti che lì dentro si trovavano rinchiuse dai 25 alle 30 persone, di
cui 4 gravi che sarebbero state subito evacuate per cure mediche.
Arrivava quindi, in fretta e furia, il comandante
della Guardia Nazionale Aleksandr Pivnenko. Il quale dichiarava che i feriti
gravi erano già stati mandati all’ospedale. Sempre secondo quanto da lui
affermato, tutti gli uomini in quello stabile erano militari della Guardia
Nazionale, alcuni di loro disertori in stato di fermo. Alla domanda da dove
venissero le botte sui loro corpi, il generale ucraino si rifiutava di
rispondere.
Lo stesso stabile era definito da Pivnenko un
immobile della Guardia Nazionale, punto di dislocazione temporanea per i militari
in attesa di essere inviati nei centri di addestramento. Diciotto, secondo
quanto da egli riferito agli astanti, erano le guardie detenute, e “tutto era
in ordine”. Prometteva anche l’apertura di un’indagine per eventuali violazioni
della legge. Gli astanti, tuttavia, non gli credevano e cominciavano a lanciare
uova a lui e ai militari fuori dallo stabile gridando loro “vergogna!”,
spaccando un vetro della camionetta della polizia antistante.
Il comando della Guardia Nazionale allora
organizzava un “tour guidato” per i giornalisti di regime, nel frattempo
accorsi, a cui i detenuti assicuravano che “tutto era in ordine” e le botte se
le erano date da soli. Del resto, di fronte ai loro sadici carcerieri,
difficilmente avrebbero potuto affermare altro.
Sempre gli esponenti della Guardia Nazionale
spiegavano la presenza di macchie di sangue con la stomia intestinale di uno
dei detenuti: un’apertura artificiale della sua cavità intestinale, a seguito
di un’operazione, per metterla in comunicazione con l’esterno. Che senso avesse
rinchiudere in uno scantinato un detenuto con una stomia intestinale, non era
venuto in mente a nessuno.
Nel frattempo, visto i partecipanti alle proteste
non ne volevano sapere di andarsene, entrava in scena “l’artiglieria pesante”.
Arrivava sul posto il capo dell’Ufficio di Presidenza Kirill Budanov. Dandosi
arie da “bullo”, affermava di aver preso in mano la situazione, condendo il
tutto con improperi e oscenità. Entrava quindi e parlava a un ragazzino di
quattordici anni, che aveva anch’egli scavalcato la recinzione dello stabile,
ma era stato preso, portato dentro, e preso a botte con una pala, mentre altri
si divertivano a tagliargli il vestito col coltello. Il ragazzo usciva poco
dopo dalla casa degli orrori completamente traumatizzato.
Alla domanda di uno dei protestanti sul perché in
Ucraina esistessero posti come quello e nessuno, della loro esistenza, sapesse
nulla, Budanov rinviava tutto “a domani”, sia sul perché della loro esistenza,
sia sul perché di quelle diserzioni. Il funzionario cercava disperatamente di
mettersi “dalla parte dei protestanti”: imprecava, chiamava “valorosi” i
protestanti e “ostaggi” quelli rinchiusi in casa, chiedendo ai protestanti di
spostare la macchina che bloccava l’accesso a quella della polizia. A un
astante con la testa insanguinata per una mazzata da parte dei militari,
consigliava di rivolgersi alle forze dell’ordine. Le quali, in verità, si erano
già ritirate alla chetichella.
Budanov riportava che nello stabile c’erano 14
persone. Un altro numero che, curiosamente, nulla aveva a che vedere né coi
dati della Guardia Nazionale, né con quelli della dottoressa.
“Ora però andiamocene a casa. Abbiam fatto un bel
lavoro!” Così il burocrate concludeva, e se ne andava.
Nel frattempo fra i media si diffondeva la notizia
che l’immobile “segreto” apparteneva al reggimento assaltatori Forge, primo
corpo d’armata Azov della Guardia Nazionale. Cosa ci stessero facendo cittadini
ucraini in uno stabile appartenente a una formazione ufficialmente composta da
militari stranieri, era un altro mistero. Così come avvolto nel mistero era il
motivo ufficiale di uno scantinato del tutto inadatto a fare da caserma.
Arrivavano infine, a fare il lavoro sporco, le
squadracce: “sportivi” in borghese che prendevano a mazzate i protestanti. Uno
di questi, senza accorgersene, randellava anche un giornalista della agenzia di
stampa governativa UNIAN. Un protestante veniva gambizzato, secondo
testimonianze dirette, e la protesta scemava.
Più tardi, l’oppositore blogger ucraino Anatolij
Šarij diffondeva in rete l’informazione che nelle segrete di Petropavlovskaja
Boršagovka vi sarebbero potuti essere fino a otto omicidi. Uno dei quali
davanti a tutti gli altri “per educarli”.
A proteste ancora in corso il regime di Kiev già
operava con misure “anticrisi” di contrasto. Sul luogo spediva blogger
compiacenti e la “deputata del popolo” Anna Skorochod. Quest’ultima, indagata
ultimamente per corruzione. Nonostante tale “punto di dislocazione” ricordasse
più che altro una sala delle torture da cartello della droga latinoamericano, i
“vip” convocati mostravano ai loro spettatori immagini dove tutto era in ordine.
Quindi, sempre gli stessi, scatenavano sulla rete
una campagna persecutoria contro la giovane dottoressa, Valentina Molodaja. Non
andava bene, ai “critici”, che lavorasse in strutture private, che si occupasse
di politica, che si fosse in passato espressa per la fine delle ostilità. Per
loro era una “provocatrice”, un “siluro russo”, e il passo successivo era
iscriverla alle liste di proscrizione di Mirotvorec.
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L’articolo poi prosegue con l’elenco di ulteriori
misure repressive dal regime e conclude con un’esortazione a reagire, a non
essere indifferenti. Il punto veramente meritorio di questo lavoro resta la
minuziosa ricostruzione di quanto accaduto. Ricostruzione che consegniamo alla
memoria di queste pagine, in italiano. Perché nessuno possa dire: io non sapevo.
da
qui