mercoledì 17 giugno 2026

Invecchiare meglio, non soltanto più a lungo: la risposta cinese alla sfida demografica – Giulio Chinappi

La Cina affronta l’invecchiamento della popolazione come una sfida strategica di sviluppo nazionale, puntando su salute, previdenza, assistenza, inclusione sociale e qualità della vita per garantire agli anziani non solo una vita più lunga, ma più dignitosa e attiva.

Salvaguardare il benessere dei cittadini anziani. Soluzioni proattive della Repubblica Popolare Cinese ai problemi di invecchiamento della popolazione, di Wang Jianjun, con Gao Chengyun, Li Jing e Yuan Rui, pubblicato per la prima volta in italiano da Anteo Edizioni, è un volume di grande utilità per comprendere come la Cina interpreti una delle principali trasformazioni sociali del XXI secolo: il passaggio da una società giovane, sostenuta per decenni da un’enorme forza lavoro, a una società segnata da una crescita rapida e strutturale della popolazione anziana. Il libro non affronta l’invecchiamento come una questione settoriale, confinata alla sanità o al sistema pensionistico, ma come un problema complessivo di sviluppo nazionale, di governance sociale, di sostenibilità economica e di qualità della civiltà socialista cinese.

La tesi centrale dell’opera è chiara: l’invecchiamento della popolazione non può essere considerato soltanto un peso, né può essere gestito con strumenti emergenziali. Esso rappresenta una trasformazione storica da governare in modo proattivo, integrando l’“invecchiamento salubre e attivo” nell’intero processo di sviluppo economico e sociale. Il libro ricorda che, secondo il settimo censimento nazionale, nel 2020 i cittadini cinesi di età pari o superiore a 60 anni erano 264 milioni, pari al 18,7% della popolazione, mentre quelli di età pari o superiore a 65 anni erano 190 milioni, pari al 13,5%. Si prevede inoltre che la popolazione anziana cinese superi i 400 milioni nel 2033 e tocchi un picco intorno ai 500 milioni verso la metà del secolo. Questi numeri spiegano perché la questione non sia marginale, ma riguardi direttamente la stabilità sociale, la pianificazione economica, la distribuzione delle risorse pubbliche e la capacità dello Stato di garantire benessere a centinaia di milioni di cittadini.

Uno dei principali meriti del libro è quello di mostrare come la Repubblica Popolare Cinese abbia progressivamente trasformato la risposta all’invecchiamento in una strategia nazionale. A partire dal XVIII Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese, la questione degli anziani è stata inserita in una cornice di pianificazione dall’alto: la Quinta Sessione Plenaria del XIX Comitato Centrale ha indicato la risposta proattiva all’invecchiamento come strategia nazionale; lo Schema del XIV Piano Quinquennale ha dedicato un intero capitolo a questo tema; il Comitato Centrale del PCC e il Consiglio di Stato hanno pubblicato i “Pareri sul rafforzamento del lavoro a favore degli anziani nella nuova era” e il “Piano a medio e lungo termine per una risposta nazionale proattiva all’invecchiamento della popolazione”. Questa architettura politica permette di comprendere il tratto distintivo dell’approccio cinese: non una somma di misure frammentate, ma un sistema coordinato, nel quale previdenza, sanità, assistenza, urbanistica, tecnologia, cultura e partecipazione sociale vengono pensate come parti di una stessa strategia.

Il volume insiste molto sul passaggio da una logica di semplice protezione passiva degli anziani a una concezione più ampia, fondata sulla vita attiva, sulla prevenzione sanitaria e sulla partecipazione sociale. La vecchiaia non viene rappresentata come una fase di pura dipendenza, ma come una stagione della vita nella quale è ancora possibile apprendere, contribuire, partecipare e realizzarsi. Questa impostazione è particolarmente importante perché rompe con una visione riduttiva dell’anziano come soggetto esclusivamente bisognoso di assistenza. In Cina, la costruzione di una società “amica degli anziani” non significa soltanto aumentare i posti letto nelle strutture assistenziali, ma anche garantire mobilità, accesso ai servizi, inclusione digitale, attività culturali, educazione, sport, turismo, volontariato e riconoscimento sociale.

Sul piano della durata della vita, la politica cinese punta anzitutto sulla prevenzione e sull’integrazione tra sanità pubblica e assistenza agli anziani. Il programma “Cina Sana”, in particolare, assume un ruolo decisivo, in quanto la salute non viene trattata come questione esclusivamente ospedaliera, ma come risultato di un insieme di politiche: divulgazione delle conoscenze sanitarie, prevenzione delle malattie croniche, diagnosi precoce, riabilitazione, assistenza continuativa, promozione di stili di vita sani, attenzione alla salute mentale e valorizzazione della medicina tradizionale cinese accanto alla medicina moderna. Il libro sottolinea che il sistema di supporto sanitario agli anziani deve integrare “prevenzione, trattamento e cura”, superando la separazione tra ospedale, territorio, famiglia e comunità.

Questa impostazione è rilevante perché l’allungamento della vita non coincide automaticamente con un miglioramento del benessere. Una società può vivere più a lungo ma vivere peggio, se non riesce a ridurre disabilità, solitudine, malattie croniche non curate, barriere architettoniche e povertà nella vecchiaia. Il libro mostra che la Cina è consapevole di questo rischio e cerca di spostare il baricentro dalla semplice longevità alla longevità in buona salute. La diffusione delle conoscenze sanitarie, l’assistenza preventiva e il rafforzamento dei servizi pubblici di base sono presentati come strumenti per mantenere gli anziani autonomi il più a lungo possibile. In questa prospettiva, la salute dell’anziano non è solo un problema individuale, ma un indicatore della qualità dello sviluppo nazionale.

Un altro pilastro fondamentale è il rafforzamento della sicurezza sociale. Il volume ricorda che l’assistenza sanitaria di base e l’assicurazione di base per la vecchiaia hanno quasi raggiunto una copertura completa, mentre le prestazioni dell’assicurazione di vecchiaia e le pensioni di base per i residenti urbani e rurali sono state gradualmente migliorate. A ciò si aggiungono assegni di sussistenza, misure di riduzione della povertà, assegni di vecchiaia, sussidi per i servizi agli anziani e sussidi per l’assistenza infermieristica. Qui emerge un elemento politico essenziale: la lotta all’invecchiamento non può prescindere dalla lotta contro la vulnerabilità economica degli anziani. La dignità nella vecchiaia dipende anche dalla certezza di un reddito, dalla possibilità di accedere alle cure e dall’esistenza di strumenti pubblici capaci di proteggere le fasce più fragili.

Particolarmente interessante è l’attenzione dedicata ai servizi domiciliari e comunitari. Il libro chiarisce che la maggior parte degli anziani vive nella propria casa e nella propria comunità, non in strutture residenziali. Per questo motivo, la Cina sta promuovendo un modello integrato “istituzioni di assistenza agli anziani + comunità + famiglie”, nel quale i servizi professionali si estendono verso il territorio e il domicilio. L’obiettivo è fornire assistenza alimentare, assistenza per l’igiene personale, assistenza riabilitativa, assistenza diurna e altri servizi capaci di sostenere concretamente la vita quotidiana degli anziani. Questa scelta appare particolarmente razionale in un Paese dalle dimensioni della Cina, dove una risposta esclusivamente istituzionale sarebbe insufficiente, costosa e socialmente poco aderente alle abitudini familiari e comunitarie.

Il volume non nasconde tuttavia le difficoltà. L’invecchiamento rurale è più rapido e più intenso di quello urbano, anche a causa dell’emigrazione interna dei giovani e delle persone in età lavorativa verso le città. Nel 2020, secondo i dati riportati nel libro, la quota di popolazione anziana nelle aree rurali risultava sensibilmente più alta rispetto a quella urbana. Ciò comporta una domanda crescente di servizi in luoghi dove le infrastrutture sanitarie e assistenziali sono spesso più deboli. La risposta proposta comprende il miglioramento delle istituzioni di assistenza nei comuni, la creazione di centri regionali per anziani, l’uso di case dismesse e risorse territoriali locali, lo sviluppo di case di cura di villaggio, centri diurni e forme di mutuo soccorso rurale.

La recensione del testo non sarebbe completa senza ricordare la dimensione culturale. Il libro insiste sulla pietà filiale, sul rispetto per gli anziani e sulla responsabilità familiare, ma non si limita a riproporre valori tradizionali. Cerca piuttosto di integrarli con politiche pubbliche moderne: volontariato, “banca del tempo”, campagne sociali, riconoscimento di modelli positivi, attività culturali, educazione degli anziani, partecipazione alla governance comunitaria. La campagna del “Mese del Rispetto per gli Anziani” e le iniziative per premiare unità modello nel servizio agli anziani sono esempi di una politica che non punta solo alla prestazione materiale, ma anche alla costruzione di un clima sociale favorevole.

In conclusione, Salvaguardare il benessere dei cittadini anziani è un testo importante perché documenta il tentativo della Repubblica Popolare Cinese di affrontare una sfida demografica enorme senza rassegnarsi a leggerla come declino. Il cuore della proposta cinese consiste nel trasformare l’invecchiamento in una questione di sviluppo di alta qualità: vivere più a lungo, ma soprattutto vivere meglio; rafforzare pensioni e sanità, ma anche autonomia, partecipazione, cultura, comunità e dignità; proteggere gli anziani fragili, ma valorizzare anche gli anziani attivi come risorsa sociale. In questo senso, il libro mostra che la politica cinese sull’invecchiamento non riguarda soltanto gli anziani di oggi, ma l’intero ciclo di vita della popolazione e il modello di società che la Cina intende costruire nei prossimi decenni.

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martedì 16 giugno 2026

Getsemani – Francesco Abate

in una lottizzazione chiamata Getsemani, praticamente un paesetto, tutti si conoscono e sono spesso brutte persone, la vita normale, insomma.

Fabrizio De André già cantava Qualche assassinio senza pretese lo abbiamo anche noi qui in paese, anche se non conosceva Getsemani la conosceva comunque.

Francesco Abate ci fa conoscere tutti gli abitanti, o quasi, e tutto quello che c'è sotto la superficie.

il libro è come un puzzle, dove pagina dopo pagina il disegno diventa chiaro, tragico e anche squallido, così è la vita, così è Getsemani.

se qualcuno si ispirasse al libro per un film credo che i fratelli D'Innocenzo sarebbero i candidati più titolati.

buona (tragicomica) lettura.

 

 

 

In una città del Mediterraneo, nel luogo dove un tempo sorgeva un uliveto secolare, una lottizzazione selvaggia ha creato un quartiere residenziale, chiamato Getsemani: villette, prati all’inglese, qualche piscina, macchine vistose, un centro commerciale e, ovviamente, una minuscola banca. Ed è proprio qui che inizia il romanzo: con un tentativo di rapina e una donna armata che tiene sotto tiro tre ostaggi. Ma se esiste un posto in cui l’apparenza non risponde mai alla realtà quello è Getsemani: la scena della rapina rappresenta infatti, emblematicamente, la “vocazione” del quartiere, dove il tradimento è la norma. Con un gioco di flash back, l’autore ricostruisce le vicende dei vari personaggi: chi ha fatto fortuna ma rischia di perdere tutto, chi ha cercato di riscattarsi da una gioventù ai limiti della legalità ma che alla fine ci ricasca, chi per amore accetta l’inaccettabile Vite che s’incontrano e si scontrano, offrendoci uno spaccato di un dolente realismo: il ritratto di una società senza ideali o incapace di perseguirli, votata al compromesso, destinata comunque a perdere o a perdersi. Quasi una discesa agli inferi in un quartiere che già dal nome non può promettere niente di buono: ”Sul Monte degli Ulivi, nell’orto del Getsemani, un angelo offre a Gesù l’amaro calice della Passione”.

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Dopo aver letto Getsemani ho pensato a tutte le persone che incontro ogni giorno. I loro vizi e le loro debolezze sono disegnate in questo libro con un accurato cinismo e colorate da un ironia esaltante Bellissimo!

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Se volete un consiglio, compratelo. Compratelo perché: 1) è un ritratto impietoso della nostra realtà. C'è un po' di ognuno di noi in tutti i personaggi, perfino nei più biechi, è inutile nasconderlo. 2) è scritto molto bene, incalzante, non ti lascia un attimo di respiro. Anche il più innocuo dei protagonisti, quello più sfigato, è raccontato con un ritmo serrato. 3) perché dopo il cattivo cronista abate è tornato alla suo cinismo ironico

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Sconvolgente. Si può dire così di un romanzo? per me è stato così: all'inizio confesso di aver perso la bussola e di essere tornato indietro più volte. poi l'illuminazione, tutto al posto giusto. E bravo l'autore che mi ha fregato e mi ha lasciato due notti con gli ochi aperti sul suo libro. Compratelo e poi mi direte

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L'Occidente ha perso la terza guerra mondiale - Alberto Negri

intervista di Loretta Napoleoni

lunedì 15 giugno 2026

Patrimoniale, perché parlarne? - Rino Genovese


Lo hanno messo nero su bianco, riguardo all’Italia, anche i tecnici della Commissione europea nel loro linguaggio esangue: “Esiste un margine per spostare una parte del carico fiscale relativamente elevato che grava sul lavoro verso altre basi imponibili attualmente poco sfruttate, comprese la ricchezza patrimoniale e le successioni” (la tassazione su queste ultime è così scandalosamente bassa, aggiungiamo noi, da sfiorare il ridicolo). Dunque hanno fatto benissimo Elly Schlein, Nicola Fratoiannni e altri a cominciare a parlarne. Anche perché, fermo restando che un’imposizione fiscale sui super-ricchi può essere realizzata in vari modi, esiste già una proposta da cui partire: quella proveniente dalla Cgil di Maurizio Landini che concernerebbe, con un prelievo dell’1,3%, i patrimoni superiori ai due milioni di euro (vedi qui). Si deve poi considerare che la flat tax per gli autonomi, così come le recenti riduzioni dell’Irpef a vantaggio soprattutto del ceto medio, hanno incoraggiato una tendenza che, nel tempo, ha finito col cancellare il principio della progressività, invece ancora operante negli anni Settanta del Novecento, come del resto prescritto dalla Costituzione (vedi qui).

Allora che dire della levata di scudi di personaggi politici e del mondo dell’informazione contro il fatto stesso che si ricominci a discutere di ridistribuzione della ricchezza – perché di questo si tratta quando si parla di come raddrizzare la fiscalità? Nient’altro che fanno il loro mestiere di difensori delle diseguaglianze sociali e delle sperequazioni economiche, al servizio dei più agiati. D’altronde, l’argomento messo in campo è vecchio come il cucco: i capitali fuggirebbero dal Paese e tutta l’economia ne soffrirebbe. Alla base c’è sempre l’assurda teoria dello “sgocciolamento”: i ricchi svolgerebbero una funzione sociale perché, con i loro investimenti e le loro attività in genere, farebbero “sgocciolare” un po’ della ricchezza a vantaggio di tutti. Balle che nessuno più dovrebbe avere il coraggio di ripetere. Anzitutto, la gran parte dei soldi accumulati se ne va in spese voluttuarie improduttive, diciamo così, e nella costituzione di enormi posizioni di rendita a tutto vantaggio degli eredi (in modo particolare in Italia, dove c’è ancora un “capitalismo familiare” appoggiato a un’ideologia familistica); inoltre, la tendenza a portare i propri beni all’estero, a nasconderli nei paradisi fiscali, sussiste indipendentemente dal tipo di tassazione in vigore; infine – e questo è decisivo –, insieme con l’introduzione di una patrimoniale va fatta una legge che impone, a chi intenda trasferire la propria residenza fiscale all’estero, di seguitare a pagare le tasse nel Paese di origine per cinque o dieci anni.

Tra le forze del “campo largo”, si registra la contrarietà dei 5 Stelle di Conte. Sulla patrimoniale i sedicenti “progressisti indipendenti” fanno asse con Renzi, con la parte più immobilista del Pd, e soprattutto con un certo elettorato piccolo-borghese e qualunquistico, che teme di vedere minacciati i propri privilegi, reali o presunti che siano. Nel parlamento europeo, gli ex grillini siedono nei banchi della Sinistra (gli stessi in cui troviamo anche Ilaria Salis, per dire) dopo essere stati, in passato, alleati perfino di Farage; ma evidentemente il loro “populismo di centro” – termine con cui un tempo ci capitò di definirli – non è stato ancora superato. Dovrebbero ormai arrivare a chiarirsi: vogliono rimanere quell’agglomerato informe che, prendendo voti da tutte le parti, fu alla base del loro effimero grande successo, oppure, archiviata quella vicenda, vogliono essere una forza veramente progressista? Una scelta si impone, anche perché (come ha dimostrato, una volta di più, il recente voto di Venezia: vedi qui) i loro elettori sono ondivaghi, e, per non assumere una posizione netta, rischiano di smarrirli sia a destra sia a sinistra. È facile caratterizzarsi, nella coalizione di centrosinistra, sulla questione della guerra in Ucraina: perché decidere di questa, in sostanza, non è in potere di un eventuale governo italiano di alternativa, quanto piuttosto di Putin, di Zelensky, dell’Europa (che dovrebbe prossimamente cercare di avviare un’iniziativa diplomatica), mentre restare nel vago sui progetti di riforma fiscale, seguendo un basso copione elettoralistico, significa non affrontare il nodo essenziale di una politica progressista.

La domanda è infatti sempre la stessa: da dove si prendono le risorse per finanziare la sanità pubblica, l’istruzione, la formazione e l’innovazione tecnologica, la transizione ecologica, e per sostenere i più poveri? Le risposte possono essere le più varie, ma tutte si risolvono in una sola: ristabilire la progressività della tassazione. Nel programma comune del “campo largo” una posizione su questo dovrà esserci. Anche perché – ed è probabilmente l’argomento decisivo – soltanto marcando una forte distinzione dalle destre nella politica fiscale si può sperare di richiamare alle urne quelli che non votano più, o quelli che non hanno mai votato, rassegnati come sono a non vedere alcun mutamento nella loro condizione e nello stato generale delle cose.

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Intelligence USA conferma: i biolaboratori esistono e sono pericolosi - Fabrizio Verde


I documenti desecretati dall'intelligence guidata da Tulsi Gabbard confermano: oltre 120 strutture in 30 paesi, patogeni letali e un sistema che ha cercato di nascondere tutto

 

Per anni chiunque abbia provato a sollevare il velo sui laboratori biologici statunitensi sparsi per il mondo (prevalentemente in territori eurasiatici) è stato sistematicamente deriso, etichettato come complottista filo-russo, talvolta addirittura accusato di tradimento. Ma adesso qualcosa è inevitabilmente cambiato. Perché a parlare non è stato un giornalista scomodo o un attivista paranoico. A parlare è stata la direttrice dell’Intelligence Nazionale statunitense, Tulsi Gabbard.

E quello che ha rivelato fa veramente impressione.

Gabbard ha reso pubblici documenti desecretati che dimostrano senza ombra di dubbio che il governo degli Stati Uniti ha finanziato per anni oltre 120 biolaboratori in oltre 30 paesi. Non strutture innocue per la ricerca sul raffreddore comune. Laboratori che manipolano patogeni letali come l’antrace, l’ebola, la peste, il virus di Marburgo, la tubercolosi, la tularemia (febbre dei conigli), il MERS e la SARS. Roba da far accapponare la pelle.

L’Ucraina, guarda caso, è uno dei teatri principali di questa inquietante operazione globale. Più di 40 strutture finanziate direttamente da Washington, molte delle quali ancora oggi conservano “patogeni di guerra biologica risalenti all’epoca sovietica”. Parole non nostre, ma del rapporto ufficiale appena pubblicato.

E non è tutto. I documenti rivelano che l’Istituto di Medicina Veterinaria Sperimentale e Clinica di Kharkiv, uno dei laboratori finanziati dagli USA, ospitava “centinaia di patogeni” già all’inizio degli anni 2010. E nel 2019 presentava gravi “deficienze di bioprotezione e biosicurezza”, in particolare nei locali dove si maneggiava il batterio Brucella, altamente contagioso. Tradotto: potenziali bombe biologiche a orologeria gestite con superficialità.

Gabbard è stata durissima. Ha denunciato che politici, i cosiddetti esperti della salute come il dottor Fauci esalatato dall’intero circuito mediatico mainstream, e funzionari dell’amministrazione Biden hanno mentito spudoratamente al popolo statunitense sull’esistenza di questi laboratori. E non solo: hanno minacciato chiunque provasse a dire la verità. Curioso modo di trattare – per l’autoproclamata più grande democrazia del mondo - chi solleva legittimi interrogativi sulla sicurezza globale, no?

La comunità internazionale, nel frattempo, non può dire di non essere stata avvertita. La Russia ha passato anni a lanciare allarmi su queste attività in Ucraina. Già dal 2022 Mosca ha portato queste attività pericolose all'attenzione dell’ONU, ha denunciato progetti come l’UP-4 (che studiava la trasmissione di infezioni pericolose attraverso uccelli migratori) e il P-781 (che analizzava l’uso di pipistrelli come vettori di armi biologiche). Risultato? Silenzio imbarazzato da parte di Washington e dei suoi alleati. Peggio: chi riprendeva queste rivelazioni veniva liquidato alla stregua di un portavoce al soldo del Cremlino.

Ecco il meccanismo perverso: da un lato si nega l’esistenza di questi programmi, dall’altro si delegittima chi ne parla accusandolo di essere un agente straniero. Un classico del manuale della disinformazione. Peccato che adesso sia la stessa Intelligence USA a confermare che quei laboratori esistono eccome, che sono pericolosi, e che sono stati finanziati con soldi dei contribuenti statunitensi.

Gabbard ha promesso che la sua agenzia continuerà a lavorare per identificare dove si trovano esattamente queste strutture e quali patogeni contengono, con l’obiettivo dichiarato di “porre fine a questa ricerca pericolosa” che minaccia “la salute e il benessere del popolo statunitense e delle persone di tutto il mondo”.

Bene così. Ora però sorgono domande scomode: perché per anni chi cercava di indagare su queste cose è stato sistematicamente osteggiato? Perché i cosiddetti fact-checker, quelli che oggi pontificano sui social smontando “bufale”, hanno sempre bollato come teoria del complotto le notizie sui biolaboratori? Forse perché certe verità, se diventassero troppo popolari, metterebbero in imbarazzo persone potenti?

La vicenda ricorda da vicino quella dei famigerati laboratori di Fort Detrick, negli Stati Uniti, avvolti per decenni nel mistero. Oggi sappiamo che il programma USA di laboratori biologici all’estero è vastissimo, poco trasparente, e operato con “molta poca visibilità o supervisione”, come ammette lo stesso rapporto.

Il rappresentante russo all’ONU Vasily Nebenzya aveva avvertito già nel 2022: i progetti di ricerca biologica in Ucraina violano la Convenzione sulle armi biologiche. E i documenti venuti in possesso delle forze russe erano solo “la punta dell’iceberg”. Oggi sappiamo che quelle denunce erano fondate.

La domanda finale è semplice: quanti altri laboratori esistono nel mondo? E soprattutto, cosa ci fanno gli Stati Uniti con patogeni letali sparsi in decine di paesi, spesso con standard di sicurezza discutibili? La risposta, per ora, continua a essere sepolta sotto tonnellate di propaganda e attacchi a chiunque osi chiedere conto. Ma dopo le rivelazioni di Gabbard, sarà sempre più difficile per i soliti noti gridare al complottismo. Perché la verità, alla fine, è scritta nero su bianco nei documenti desecretati degli stessi servizi segreti USA.

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domenica 14 giugno 2026

Operazione militare di Cuba sul territorio degli Stati Uniti - Alberto Bradanini

 

1. Con una decisione senza precedenti, la Repubblica di Cuba ha lanciato un’invasione navale e aereo-trasportata contro gli Stati Uniti. L’offensiva tuttora in corso, che il governo cubano ha chiamato Operazione Rinsavimento Cerebrale (ORC) ha l’obiettivo di sostituire la classe dominante anglo-americana affetta dalla malattia degenerativa nota con il nome di Morbo di Trump con una nuova classe politica che organizzi il paese su basi diverse rispetto al passato. Secondo analisti di mainstream si tratterebbe di un’operazione di regime change, un tempo pratica diffusa da parte dell’impero Usa nei paesi dove elezioni politiche, minacce o corruzione non riuscivano a garantire un governo prono agli interessi imperiali invece che a quelli della popolazione locale.

Una volta che le ultime resistenze da parte del governo Usa saranno sbaragliate, la palingenesi toccherà la sfera dei diritti economici e della democrazia (affinché diventi effettiva e partecipata), oltre che l’insieme della politica interna e estera.  Secondo Hombre Normal, il ministro cubano della Humanidad – i canoni della nuova impalcatura istituzionale saranno centrati sulla demolizione del potere plutocratico oggi incentrato sulle corporazioni private, quali strumenti di oppressione etica ed economica di un brutale imperialismo) e il recupero della centralità dello Stato nell’economia e nello sviluppo scientifico/tecnologico del paese, nel rispetto della Costituzione, della libertà di pensiero, religione, associazione, espressione e libera impresa.

Massima priorità sarà riservata allo sradicamento della povertà e dell’emarginazione sociale. Tutti dovranno avere un lavoro sufficiente per vivere e progredire. La proprietà privata sarà garantita e incentivata, affinché ogni famiglia, attraverso il lavoro, possa soddisfare le proprie necessità in funzione delle risorse pubbliche disponibili. Le grandi aggregazioni finanziarie e industriali oltre una certa soglia saranno però consentite solo se funzionali al benessere collettivo e sotto stretta sorveglianza dello Stato. I capitali potranno essere esportati solo sotto controllo dello Stato, e in ogni caso nel rispetto del Diritto Internazionale, della Carta delle Nazioni Unite, in condizioni di parità con le altre nazioni e di rispetto dei diritti e interessi altrui.

Il servizio sanitario sarà nazionalizzato e tutti i cittadini bisognosi potranno accedervi gratuitamente. Le risorse necessarie a tal fine proverranno dallo smantellamento delle grandi corporazioni farmaceutiche e delle 800 basi militari oggi attive in 80 paesi al mondo. Sarà in tal modo possibile, altresì, avviare la costruzione e ammodernamento delle infrastrutture pubbliche oggi fatiscenti o gravemente digradate.

2. Quanto alla politica estera, la nuova classe dirigente – selezionata sulla scorta di accertate competenze e della lealtà ai menzionati principi etici – dovrà rimuovere gli apparati militari e d’intelligence, smantellando Cia, Nsa e le altre agenzie palesi o segrete, sinora utilizzate per destabilizzare, provocare guerre, organizzare colpi di stato, pianificare aggressioni, omicidi mirati, sequestri di persone e via dicendo.

Un’altra priorità sarà la rivitalizzazione delle organizzazioni internazionali, in primis quelle della famiglia delle Nazioni Unite (ad es. l’OMC che Washington ha reso da anni inoperante perché disobbediente ai suoi ordini), che dovrà tornare a funzionare, come da statuto, per risolvere le controversie che sempre emergono tra sistemi economici).

Le convenzioni bilaterali o multilaterali, sia nel campo della sicurezza che in quello economico, tecnologico e culturale, che gli Stati Uniti hanno boicottato perché giudicate non convenienti ai fini di dominio, dovranno tornare a funzionare, nel rispetto degli interessi di tutti, della pace e della stabilità internazionale. Massima priorità verrà data al controllo e riduzione delle armi di distruzione di massa (nucleari, biologiche e chimiche), tramite il rafforzamento del regime internazionale di sorveglianza.

3. Nel contesto dell’Operazione Rinsavimento Cerebrale, il governo cubano ha sottolineato che occorrerà operare anche sul piano educativo, promuovendo l’alfabetizzazione politica presso il deculturato popolo Usa, stimolando la coscienza dei valori essenziali dell’essere umano socializzato. Saranno contrastati come nemici di classe i valori assolutizzanti del profitto e del disprezzo dei beni/interessi collettivi. L’acquisizione e l’uso personale di armi da fuoco saranno proibiti e pesantemente sanzionati. Lo Stato tornerà ad avere il monopolio dell’uso della forza. Sarà ampliata e tutelata la libertà di manifestazione pacifica prevista dalla Costituzione. L’attuale, truffaldino sistema elettorale statunitense, ideato per impedire ogni possibile alternativa e dialettica politica, sarà sostituito con un sistema proporzionale puro, che risponda alla volontà del popolo.

Le decisioni cruciali della vita del paese, come quelle su pace e guerra, non potranno essere adottate da un solo individuo, foss’egli anche il presidente, in quanto esposto, come nel caso attuale, a instabilità mentale, ricatti e corruzione. Esse saranno appannaggio di organi collegiali, Camera dei deputati e/o Senato.

Pensiero critico ed etica della socialità dovranno tornare centrali per consentire la rigenerazione dell’homo novus nordamericano, tenendo a mente le sofferenze a lungo patite sotto il tallone della deformazione mediatica e valoriale, dell’alienazione e dello sfruttamento.

Nelle parole del ministro cubano Hombre Normal, saranno immediatamente avviati progetti per presidiare il territorio, garantire la sicurezza delle persone e lottare contro ogni genere di violenza, delinquenza e uso di droghe, tenendo presente che tali mali sono il riflesso dell’emarginazione e della sottocultura. La lotta all’estrazione di risorse e lavoro da parte del ceto dominante globalista andrà a beneficio di 300 milioni di cittadini, ma anche degli stranieri legali (45 milioni) e illegali (10 milioni).

All’avvio dell’Operazione Rinsavimento Cerebrale, il presidente cubano, Miguel El Libertador, aveva dichiarato: “il popolo nordamericano è vissuto a lungo nell’inganno di essere governato dalla migliore democrazia del pianeta, mentre era chiaro anche alle montagne del Gran Canyon che si trattava di una plutocrazia malata, violenta e spietata”, aggiungendo: “Cuba non può restare a guardare oltre, mentre milioni di cittadini statunitensi sono oppressi, vedono diminuire le loro aspettative di vita e non hanno di che vivere “.

4. Secondo le ultime notizie, le forze cubane giunte sulle spiagge della Florida con barche da pesca riadattate, convogli di biciclette e colonne di automobili anni ’50 ingegnosamente ammodernate, sono state accolte con tripudio e genuina riconoscenza dai cittadini nordamericani. Le truppe cubane hanno portato al seguito viveri, coperte e medicinali per i primi soccorsi a beneficio dei senza tetto, tossicodipendenti, disoccupati cronici e altri bisognosi. Si hanno notizie di gruppi spontanei di sostegno agli invasori, disoccupati, sottoccupati, sfruttati e neolaureati privi di prospettive (tra cui i portatori dell’impagabile debito studentesco, ora abolito).

In uno slancio reattivo, la cui ragione profonda si cerca tuttora di comprendere, diverse filiali di Starbucks sono state occupate e rinominate “People’s Cafés” penalizzando il titolo a Wall Street, galvanizzando tuttavia milioni di lavoratori nelle piantagioni di caffè in Africa e Asia, oltre che in America Latina. Al momento, quale misura di confidence building i clienti ricevono caffè e cappuccini a gratis, in attesa della riorganizzazione dei rispettivi settori agricoli e della distribuzione, con atteso incremento dei salari delle maestranze.

Alla notizia dell’avvio dell’Operazione Rinsavimento Cerebrale, la Guardia Nazionale Usa, l’ICE (Immigration and Customs Enforcement) e i comandi di polizia in diversi stati hanno deciso di schierarsi dalla parte del popolo. A loro volta, le forze armate (Marines, Air Force e US Navy) – che in un primo momento avevano considerato l’impiego di testate termonucleari per polverizzare gli invasori sbarcati con le insidiose colonne di automobili d’epoca – si sono ribellate al Joint Chief of Staff, gen. Out of Mind, mettendosi agli ordini del col. Good Sense, autoproclamatosi difensore delle genti nordamericane.

All’annuncio pubblico che le forze cubane avevano preso possesso del Sud della Florida, il popolo nordamericano è sceso in piazza in ciascuno degli altri 49 stati dell’Unione, organizzando comitati di autogestione e di garanzia per formare il “governo provvisorio rivoluzionario dei Nuovi Stati Uniti d’America”, il cui avvio sarà garantito dalle truppe cubane fino al pieno insediamento delle nuove istituzioni. In attesa che la vita privata e pubblica possa essere riorganizzata sulla scorta dei principi diffusi da Radio Cuba Libre, il governo provvisorio ha statuito che “Il tallone di ferro” (Jack London, 1908) deve essere considerato libro costituzionale, rendendolo obbligatorio in ogni ordine e grado in seno al sistema educativo del paese.

Le prime elezioni libere ed eque saranno pertanto organizzate entro tre mesi, garanti le truppe cubane menzionate, mentre alle Nazioni Unite i leader mondiali non hanno nascosto la sorpresa che una piccola nazione come Cuba potesse esprimere un potere etico-militare di tale caratura, ottenendo risultati così strabilianti. “A questo punto, i tempi per una palingenesi mondiale – hanno osservato i pungenti diplomatici del Sud Globale in un incontro con gli intronati colleghi europei – sono dunque maturi“.

Alla conferenza stampa, convocata in emergenza al Dipartimento di Stato, Marco el-Rubio non ha potuto trattenere i singhiozzi, mentre lo schermo dietro di lui proiettava immagini satellitari di truppe cubane che fumavano sigari a Central Park e passeggiavano applaudite sulla Fifth Avenue: “erano anni – ha egli tenuto a sottolineare – che mettevo in guardia di scavare trincee di difesa sulle spiagge di Miami, invece di perdere tempo con quella maledetta guerra contro l’Iran, dando retta a quel criminale squilibrato di Netanyahu, sebbene sotto altri aspetti essa abbia avuto le sue ragioni, perché abbiamo guadagnato una montagna di soldi in borsa!”

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Sei libero di parlare ma non esisti - Donatella Di Cesare

 

sabato 13 giugno 2026

Da invasori a invasi - Raúl Zibechi

 

Nel 1971, tre accademici studiarono e analizzarono il ruolo delle “istituzioni caritatevoli” nelle baraccopoli (formatesi a seguito delle occupazioni abusive) di Lima, pubblicando un’opera profonda e rigorosa intitolata “Dagli invasori agli invasi”, diffusa su Cuadernos de DESCO*. L’opera si concentra sugli effetti che l’intervento dei “benefattori” (oggi diciamo ONG) ha sugli abitanti. Dopo aver documentato l’enorme espansione delle baraccopoli conseguenti alle occupazioni (“invasioni”, come le chiamano i media), in cui milioni di persone si concentrano nelle periferie della capitale, sottolineano come le istituzioni caritatevoli cerchino la “smobilitazione politica degli abitanti”.

Esse rappresentano l’imperialismo, la “borghesia nazionale” e gli imprenditori che, “aiutando” gli abitanti, riescono a “neutralizzare politicamente ampi settori urbani che non possono organizzarsi altrove se non all’interno delle baraccopoli”. Aggiungono che i “benefattori” mirano anche a organizzare i consumi dei residenti, e il loro successo è in gran parte dovuto alla defezione della sinistra, che non è stata in grado di unire questo ampio settore urbano. Un secondo tema che affrontano è l’atteggiamento degli “scienziati sociali”, in particolare americani, che hanno condotto studi nelle baraccopoli.

Citano il sociologo tedesco Martin Nicolaus: “Gli occhi professionali del sociologo sono fissi sulle classi inferiori, mentre i palmi delle mani sono rivolti verso le classi dominanti”.

Sottolineano come il lavoro sul campo di questi professionisti sia stato “di grande utilità per il Peace Corps, l’USAID, altri benefattori, il loro prestigio accademico, le fondazioni che finanziano i loro studi, le loro tesi di dottorato, la gioia degli americanisti, ecc., ma con poche eccezioni per gli abitanti delle baraccopoli”.

Il terzo punto affronta l’analisi del modus operandi dei “benefattori” che, avvicinandosi ai settori più attivi delle baraccopoli, “creano clientelismo tra i leader delle associazioni di residenti, i quali, per mantenere la loro leadership, devono rispondere alle richieste degli abitanti”.

Inoltre, diffondono l’idea che non esista una classe dominante e che la povertà sia colpa dei poveri, non un problema strutturale. Infine, sebbene ci sia molto altro da dire, i tre autori dicono di non essere interessati a presentare uno studio accademico, bensì a smascherare le istituzioni che “sono solo strumenti di demobilitazione popolare e di trasmissione dell’ideologia dei settori nazionali e stranieri dominanti”.

Vogliono che il loro lavoro aiuti le persone a conoscere meglio i loro “benefattori”. Basandomi su questo breve glossario di un’opera eccellente, vorrei ricordare a tutti che i programmi sociali esistono nel nostro continente da oltre mezzo secolo, lo stesso lasso di tempo di coloro che li denunciano senza che le loro indagini vengano prese in considerazione.

Certamente, ci sono stati cambiamenti nei metodi e negli stili della cooperazione internazionale per lo sviluppo e la promozione, ma gli elementi essenziali erano già presenti più di mezzo secolo fa. Questo solleva alcuni interrogativi. Perché le organizzazioni di sinistra e i movimenti di base continuano ad accettare questi programmi che, da mezzo secolo, sappiamo essere contrari agli interessi del popolo e dei settori popolari? Perché migliaia e migliaia di accademici e sociologi si lasciano strumentalizzare da chi detiene il potere, quando, con le loro qualifiche, avrebbero altre opzioni e potrebbero lavorare in altri campi?

Credo che questi atteggiamenti non possano essere compresi senza considerare che il trionfo del capitalismo, seppur temporaneo, ha convinto molte persone e partiti politici che opporsi al sistema sia pericoloso. Non sto dicendo che le loro vite siano in pericolo, perché non vivono a Gaza, né in quartieri operai o comunità indigene. Il pericolo che percepiscono riguarda le loro carriere professionali, il successo individuale e, soprattutto, la sicurezza economica e lavorativa. Se osserviamo attentamente, sia i partiti di sinistra che gran parte delle dirigenze dei movimenti, sono attualmente composti da persone con titoli accademici, in possesso di qualifiche che fungono da lasciapassare per l’ascesa sociale, e che appartengono a quella che Emmanuel Todd, non senza un pizzico di malizia ma con notevole perspicacia, definisce “oligarchia di massa”.

Ciò riflette l’enorme mutamento del sistema, che ha integrato i vertici dei settori popolari, indicando al resto la via per il successo individuale. In particolare, è riuscito a cooptare i leader (o a “clientelizzarli”, come afferma l’opera di cui sto parlando). Questi leader sono fondamentali per stabilizzare il sistema di dominio. Pertanto, l’impegno degli zapatisti a non arrendersi, a non cedere e a non svendersi rimane un punto di riferimento etico imprescindibile, soprattutto in questi tempi di sconvolgimento sistemico.

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*Gli autori sono Alfredo Rodríguez, Gustavo Riofrío e Eileen Welsh. L’opera è disponibile online.


Pubblicato anche su La Jornada

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