domenica 20 settembre 2026

Attacco intimidatorio contro Sensibili alle Foglie per il libro su sionismo e nazismo


(da Osservatorio Repressione)

La richiesta di rimuovere il libro di Francesco Lazzeri mostra il terreno su cui agisce il DDL Romeo: confondere antisionismo e antisemitismo per restringere la critica a Israele e la solidarietà con la Palestina.

Non c’è un decreto di sequestro, non c’è una sentenza che abbia dichiarato illegale il libro e non risulta un provvedimento giudiziario che ne abbia vietato la diffusione. Eppure Sensibili alle Foglie denuncia di aver ricevuto, attraverso il provider che ospita la propria libreria online, una richiesta di rimozione della pagina dedicata a Sionismo e nazismo facce della stessa medaglia di Francesco Lazzeri, pubblicato dalla casa editrice nel 2025. La richiesta, secondo quanto comunicato dall’editore e riportato pubblicamente, proviene dall’Associazione Italiana Avvocati e Giuristi Ebrei e CoDe RTD Srl e segnala il contenuto come incitamento o approvazione della violenza, incitamento all’odio e discriminazione su basi etniche o religiose, con particolare riferimento a narrazioni antisemite, negazione o grave banalizzazione della Shoah e disinformazione capace di contribuire alla diffusione dell’odio o alla giustificazione della violenza.

Accuse pesantissime. Proprio per questo dovrebbero essere sottoposte a un confronto pubblico altrettanto rigoroso, distinguendo ciò che appartiene alla critica storica e politica da ciò che costituisce effettivamente odio antiebraico o negazionismo. Il problema posto dal caso Sensibili alle Foglie non consiste infatti nel pretendere che qualsiasi cosa venga scritta sul sionismo sia per definizione legittima, storicamente corretta o sottratta alla critica. È l’esatto contrario: un libro può essere contestato, demolito attraverso le fonti, accusato di forzature interpretative e sottoposto alla più dura discussione storiografica. Ma chiedere all’intermediario tecnologico che ospita la libreria dell’editore di rimuoverne la pagina introduce un’altra questione, quella della possibilità di rendere materialmente invisibile un’opera senza che un giudice ne abbia stabilito l’illiceità.

Sensibili alle Foglie respinge integralmente le accuse e rivendica trentasei anni di attività editoriale contro la discriminazione etnica e religiosa. Sostiene inoltre che il libro di Lazzeri non neghi affatto la Shoah, ma ricostruisca attraverso documenti, fonti e un’ampia bibliografia i rapporti intercorsi in determinate fasi storiche tra organizzazioni sioniste e Germania nazista, collocandoli dentro la storia dell’emigrazione ebraica verso la Palestina e del progetto coloniale sionista. La stessa casa editrice aveva già presentato pubblicamente il volume come un lavoro volto a mettere in relazione storica sionismo e nazismo, arrivando a formulare giudizi estremamente radicali sulle due ideologie.

Sono tesi che possono e devono essere discusse anche duramente. L’equiparazione tra sionismo e nazismo contenuta fin dal titolo è una tesi storiografica e politica fortissima, che non può essere trattata come un’evidenza indiscutibile semplicemente perché formulata in un libro. Ma altrettanto improprio sarebbe stabilire automaticamente che la comparazione tra due movimenti politici costituisca negazione della Shoah o odio contro gli ebrei. La verifica deve riguardare ciò che il libro effettivamente sostiene, le fonti utilizzate e il modo in cui vengono interpretate. È questo il terreno sul quale una società democratica dovrebbe affrontare anche le opere più controverse.

Il caso assume però un significato politico molto più ampio perché esplode mentre il Parlamento italiano sta discutendo proprio la definizione normativa dell’antisemitismo. Il disegno di legge 1004, presentato originariamente dal capogruppo leghista al Senato Massimiliano Romeo, è stato approvato da Palazzo Madama il 4 marzo scorso con 105 voti favorevoli, 24 contrari e 21 astenuti. Il provvedimento è ora alla Camera con il numero C.2830 e dal 9 settembre è in esame in commissione.

Il testo approvato dal Senato adotta la definizione operativa di antisemitismo elaborata dall’International Holocaust Remembrance Alliance, compresi i relativi indicatori. Allo stesso tempo stabilisce esplicitamente che restano ferme «la libertà di critica politica e di espressione del pensiero e la libertà di riunione e di associazione». Non introduce nuove fattispecie penali e, durante l’esame parlamentare, è stata eliminata anche la disposizione che aveva fatto discutere sulla possibilità di vietare manifestazioni.

Questo va detto, proprio per non attribuire alla legge ciò che nel testo attuale non c’è. Ma non elimina il problema politico. Perché durante lo stesso iter parlamentare è emersa apertamente la preoccupazione che l’adozione legislativa della definizione IHRA possa contribuire a confondere antisemitismo e critica radicale a Israele. Nel resoconto ufficiale del Senato viene ricordato che AVS e Movimento 5 Stelle hanno denunciato il rischio di perseguire come antisemita la critica al governo israeliano, mentre Italia Viva ha sottolineato la necessità di distinguere antisemitismo e antisionismo. Anche esponenti del Partito democratico hanno espresso dubbi sull’opportunità del provvedimento, pur partecipando al confronto parlamentare.

È precisamente questa distinzione che il caso Sensibili alle Foglie rende concreta. L’antisemitismo è odio, discriminazione e violenza contro gli ebrei in quanto ebrei. È una realtà storica e presente che deve essere combattuta senza esitazioni. Il sionismo è invece un movimento politico e storico, nato alla fine dell’Ottocento, articolato nel corso del tempo in correnti diverse e diventato uno dei riferimenti ideologici fondamentali nella costruzione dello Stato di Israele. Come qualsiasi ideologia politica, può essere studiato, sostenuto, contestato oppure radicalmente rifiutato. Un cittadino può essere antisionista senza nutrire alcun odio verso gli ebrei, così come un ebreo può essere antisionista senza cessare evidentemente di essere ebreo.

La sovrapposizione dei due concetti produce quindi un effetto politico enorme. Se l’antisionismo viene fatto coincidere con l’antisemitismo, la critica non riguarda più soltanto determinate decisioni del governo Netanyahu, l’occupazione della Cisgiordania, gli insediamenti o la distruzione di Gaza. Diventa potenzialmente sospetta anche la critica alla natura stessa del progetto politico sionista, alla costruzione dello Stato su base etnico-nazionale, alla Nakba e alle strutture di discriminazione imposte ai palestinesi. Una parte fondamentale della storia contemporanea viene così spostata dal terreno del conflitto politico a quello della devianza morale.

Il punto non è teorico. Negli ultimi anni la solidarietà con la Palestina è stata sempre più spesso trattata in Europa come un problema di sicurezza e ordine pubblico. Manifestazioni vietate o sottoposte a restrizioni, accampamenti universitari sgomberati, attivisti denunciati, iniziative culturali contestate, conferenze cancellate e organizzazioni sottoposte a provvedimenti repressivi hanno progressivamente costruito intorno alla Palestina un’area speciale del discorso pubblico. L’accusa di antisemitismo, quando viene utilizzata indiscriminatamente contro l’antisionismo o contro la denuncia delle politiche israeliane, diventa uno degli strumenti attraverso cui restringere quello spazio.

In Italia questa dinamica incontra un processo più generale di criminalizzazione del dissenso. Il caso di Sensibili alle Foglie arriva dopo l’attacco che ha colpito l’infrastruttura digitale indipendente Autistici/Inventati e dentro un clima nel quale la solidarietà alla Palestina è stata più volte investita da indagini, denunce e misure di polizia. Vicende diverse, che sarebbe sbagliato sovrapporre meccanicamente, ma che indicano un problema comune: una quota crescente della repressione contemporanea non passa necessariamente attraverso il divieto esplicito di un’opinione. Passa attraverso infrastrutture, piattaforme, provider, sistemi di pagamento, procedimenti amministrativi e dispositivi capaci di aumentare progressivamente il costo materiale del dissenso.

È questa la caratteristica più interessante della vicenda denunciata dall’editore. La censura del XXI secolo non ha necessariamente bisogno di poliziotti che entrano in tipografia per sequestrare migliaia di copie. Un libro può rimanere formalmente legale e diventare più difficile da acquistare; un sito può non essere sequestrato da un magistrato ma perdere il proprio hosting; una campagna può non essere proibita e ritrovarsi senza strumenti di pagamento; un contenuto può non violare alcuna legge e scomparire perché un intermediario privato considera troppo rischioso continuare a ospitarlo. Nessuno ha formalmente censurato nulla e tuttavia qualcosa diventa progressivamente invisibile.

È un potere enorme perché oggi lo spazio pubblico dipende da infrastrutture private. Hosting, social network, motori di ricerca, servizi cloud e piattaforme commerciali stabiliscono materialmente quali parole possono circolare. Le garanzie costituzionali sono state costruite principalmente per proteggere il cittadino dall’intervento censorio dello Stato; molto più difficile è affrontare un ecosistema nel quale la restrizione della parola può essere prodotta attraverso una concatenazione di decisioni apparentemente private.

Per questo la vicenda del libro di Francesco Lazzeri riguarda anche chi non condivide affatto le sue conclusioni. La libertà editoriale non consiste nel diritto di pubblicare soltanto libri sui quali esiste un consenso. È precisamente il diritto di pubblicare opere che disturbano, provocano e mettono in discussione le narrazioni dominanti, assumendosi naturalmente la responsabilità di ciò che viene scritto e accettando la critica pubblica più radicale.

Se Sionismo e nazismo facce della stessa medaglia contiene falsificazioni storiche, si dimostrino. Se utilizza impropriamente le fonti, si pubblichino quelle fonti e si contestino le conclusioni. Se banalizza la Shoah, si mostri dove e in quale modo. Se invece commette un illecito, esistono gli strumenti dello Stato di diritto e spetta a un’autorità competente accertarlo. Ciò che non può diventare normale è il principio secondo cui un’associazione possa ottenere la cancellazione di un libro dal suo spazio di vendita semplicemente rivolgendosi all’intermediario che rende tecnicamente possibile quello spazio.

La stessa storia di Sensibili alle Foglie rende particolarmente significativo questo tentativo. La casa editrice ha costruito per decenni il proprio catalogo intorno alle istituzioni totali, al carcere, alla psichiatria, alla marginalità, alle forme della repressione e alle voci espulse dalla narrazione dominante. Il fatto che oggi si trovi costretta a difendere la presenza online di un proprio libro dimostra quanto il conflitto sulla Palestina abbia ormai raggiunto direttamente il terreno della produzione culturale.

C’è poi un elemento che non dovrebbe mai essere rimosso dalla discussione. Mentre in Europa ci si interroga ossessivamente sulle parole utilizzate per descrivere Israele, in Palestina la discriminazione non è un esercizio linguistico. Esistono occupazione militare, insediamenti, demolizioni, espulsioni, segregazione territoriale e sistemi giuridici differenti applicati nello stesso territorio a seconda dell’appartenenza nazionale. Organizzazioni internazionali e israeliane per i diritti umani hanno utilizzato il concetto di apartheid per descrivere questa struttura. A Gaza la questione della qualificazione giuridica delle condotte israeliane è arrivata davanti alle più importanti istituzioni internazionali.

È quindi legittimo chiedersi perché una parte crescente del dibattito occidentale sembri concentrarsi non tanto su ciò che viene fatto ai palestinesi, quanto sui limiti entro i quali è consentito descriverlo.

Combattere l’antisemitismo è necessario proprio perché l’antisemitismo esiste. Esiste nella società europea, nella destra estrema, nelle culture complottiste e può manifestarsi anche dentro ambienti che sostengono la causa palestinese. Negarlo sarebbe irresponsabile. Ma proprio per questo trasformare qualsiasi critica del sionismo in antisemitismo produce un danno enorme anche alla lotta contro l’odio antiebraico: dilata talmente il concetto da rischiare di renderlo indistinguibile dalla controversia politica.

La battaglia dovrebbe essere esattamente opposta: isolare e combattere senza ambiguità l’antisemitismo e contemporaneamente garantire la piena libertà di discutere il sionismo, la storia dello Stato di Israele, la Nakba, l’occupazione e le responsabilità israeliane verso il popolo palestinese. Sono due esigenze perfettamente compatibili. Diventano incompatibili soltanto quando si decide che difendere Israele significhi difendere gli ebrei e che attaccare politicamente il sionismo significhi quindi attaccare gli ebrei.

Sensibili alle Foglie ha annunciato di non voler accettare questa logica e di trasformare l’attacco in un’occasione per far conoscere ancora di più il libro, presentandolo e discutendolo pubblicamente. È probabilmente la risposta più efficace. Perché un libro controverso non deve essere sottratto allo sguardo, ma esposto alla discussione.

Il caso arriva mentre il DDL Romeo ha già superato il Senato e continua il proprio percorso alla Camera. Sarebbe semplicistico sostenere che quella legge abbia già prodotto la richiesta di rimozione: non è ancora legge e il testo approvato contiene esplicite garanzie per la libertà di critica. Ma sarebbe altrettanto ingenuo ignorare il clima politico nel quale le due vicende si incontrano. Mentre il Parlamento cerca di stabilire normativamente come riconoscere l’antisemitismo, fuori dal Parlamento qualcuno sta già provando a stabilire quali forme di critica del sionismo possano essere considerate intollerabili.

È qui che il caso Sensibili alle Foglie diventa un precedente da non sottovalutare. Oggi riguarda la pagina di un libro. Domani può riguardare una conferenza, un film, una ricerca universitaria, un sito, una manifestazione o un’associazione.

Non occorre condividere il libro di Lazzeri per capire quale sia la posta in gioco. Occorre soltanto decidere se vogliamo una società nella quale le tesi storiche vengono confutate attraverso altre tesi e altri documenti oppure una società nella quale, prima ancora che intervenga un giudice, qualcuno possa bussare alla porta del provider e chiedere che quelle tesi diventino invisibili.

da qui




Per dovere civico Sensibili alle foglie segnala la richiesta, pervenutaci tramite il provider che ospita la nostra libreria online, di rimuovere la pagina dedicata al libro Sionismo e nazismo facce della stessa medaglia, di Francesco Lazzeri, da noi edito nel 2025. La richiesta è stata inviata al provider dall'Associazione Italiana Avvocati e Giuristi Ebrei e CoDe RTDSrl con la motivazione che “il contenuto è segnalato come incitamento o approvazione della violenza; incitamento all'odio e contenuti discriminatori su basi etniche o religiose, con particolare riferimento alle narrazioni antisemite; negazione o grossolana banalizzazione della Shoah; disinformazione che contribuisce alla diffusione dell'odio o alla giustificazione della violenza”.

Si tratta con tutta evidenza di una richiesta intimidatoria, intentata strumentalmente da soggetti provocatori, con lo scopo ultimo, probabilmente, di ottenere una causa civile attraverso la quale chiedere aleatori “indennizzi” in denaro.

Come editori siamo impegnati da trentasei anni a combattere l'odio e la discriminazione su basi etniche o religiose, e in questo quadro, il libro “Sionismo e nazismo facce della stessa medaglia” documenta come gli ebrei siano stati, nel corso della storia, vittime  del sionismo oltre che del nazismo (e in generale dei Paesi europei). In un tempo storico in cui la propaganda israeliana viene quotidianamente alimentata per impedire legittime critiche all'operato dello Stato di Israele, e a ridosso della discussione, nel parlamento italiano, del ddl che mira a equiparare l'antisionismo all'antisemitismo, non ci stupisce che venga presa di mira la pagina online del libro di Francesco Lazzeri, con il quale vi invitiamo a organizzare incontri in presenza per parlare della sua preziosa ricerca storica.

Tenuto conto che

a)                  in questo momento storico chi esercita  fisicamente violenza e odio al di fuori di qualsiasi dirittointernazionale è sotto gli occhi di tutti nella cronaca di ogni giorno;

b)                 la discriminazione su base etnica o religiosa in questo momento è in atto fisicamente contro ipalestinesi e gli islamici, peraltro anch'essi provenienti da popolazioni di lingua semitica;

c)                  le radici dell'attuale regime di apartheid, di pulizia etnica e di pratiche genocidarie messe in attoda Israele risalgono all'ideologia sionista;

d)                 non si può considerare disinformato un lavoro che presenta 58 pagine di fonti documentarie e dibibliografia di testi riconosciuti in tutto il mondo come testi di qualità

chiediamo a tutti e tutte di non dimenticare la Palestina e le indicibili violenze di cui sono ogni giorno bersaglio i palestinesi di ogni età e genere, affermando con forza in ogni sede il loro diritto alla resistenza e all'autodeterminazione.

 

 

Spegniamo subito il rogo sionista dei libri  

(da Osservatorio Repressione)

 

Scrittori, docenti, editori e lettori contro l’attacco a Sensibili alle Foglie e il DDL Romeo: difendere la libertà di criticare il sionismo e sostenere la Palestina.

Come scrittori, ricercatori storici, poeti, editori, lavoratori dell’editoria, docenti, lettori esprimiamo il nostro più acceso dissenso e la più forte opposizione possibile al Disegno di legge S. 1004, noto come DDL Romeo.

Questo editto repressivo non è volto soltanto a tacitare ogni critica e mobilitazione dei movimenti sociali e politici nei confronti del colonialismo genocidario israeliano, ma a criminalizzare, rimuovere, cancellare ogni opera d’indagine storica, filosofica, antropologica, letteraria, lirica che avversi l’ideologia sionista fondata su razzismo, apartheid, e scientifico sterminio dei palestinesi e degli arabi che non accettano l’occupazione e l’esproprio della propria terra e delle proprie vite.

Esprimiamo vicinanza e solidarietà all’autore Francesco Lazzeri e a Sensibili alle foglie editore per la comunicazione minatoria di messa all’indice del libro “Sionismo e Nazismo facce della stessa medaglia – Un connubio storico pericoloso dalle nefaste e attuali conseguenze” da parte dell’Associazione Italiana Avvocati e Giuristi Ebrei.

Ci è ben chiaro che questa vicenda rappresenta un primo passo da parte dei poteri sionisti italiani dominanti di estrema destra (area di governo) e di centro (Partito Democratico) per strappare ai lettori e bruciare tutti i libri pubblicati e in pubblicazione che descrivano e raccontino la verità sull’occupazione e il genocidio, dapprima strisciante e da tre anni conclamato e rivendicato, subiti da quasi un secolo dal popolo palestinese da parte dei coloni israeliani.

Sappiamo molto bene che associazioni come quella che ha inviato la missiva intimidatoria a Sensibili alle Foglie dovrebbero definirsi “sioniste” o “amiche d’Israele”. Senza scomodare l’ebraismo che viene utilizzato strumentalmente come scudo per giustificare la risibile accusa di razzismo nei confronti di autori ed editori da sempre impegnati fino all’ultima stilla d’energia contro tutte le discriminazioni etniche, razziali e religiose.

Siamo perfettamente a conoscenza che esistono sulle scrivanie di simili realtà liberticide liste di scrittori, case editrici da denunciare e processare, e soprattutto di libri da mettere al macero per cancellare la memoria storica dei crimini israeliani contro l’umanità in ogni angolo del Vicino Oriente, la memoria storica del popolo palestinese, e di chi sostiene incrollabilmente alle nostre latitudini la sua Causa e la sua liberazione.

Non abbiamo dubbi che questo attacco a Lazzeri e Sensibili alle Foglie rappresenti un’apertura del fuoco ad alzo zero contro la cultura della verità, del dissenso, della resistenza a sostegno degli oppressi e degli ultimi. In modo da annientarla per sempre.

Questo appello per spegnere prontamente il rogo sionista dei libri vuole essere soltanto la prima azione per difendere senza tregua il diritto alla libertà di espressione e di creazione e il diritto di leggere, scrivere, pubblicare parole divergenti e di scontro contro il colonialismo genocidario israeliano e il totalitarismo che intende apertamente instaurare in Italia attraverso le sue dirette diramazioni, con la compartecipazione del governo Meloni e del Partito Democratico.

Prima che sia troppo tardi, invitiamo dunque a sottoscrivere immediatamente l’appello mandando una mail all’account controassedio@gmail.com CON OGGETTO “SPEGNIAMO SUBITO IL ROGO SIONISTA DEI LIBRI” E IL VOSTRO NOME, COGNOME, ATTIVITÀ UMANA (SCRITTORE, RICERCATORE STORICO, POETA, EDITORE, LAVORATORE DELL’EDITORIA, DOCENTE, LETTORE, ECC).

Filippo Kalomenìdis, scrittore e poeta

Silvia De Bernardinis, ricercatrice storica

Gian Andrea Franchi, scrittore, fondatore dell’Associazione Linea d’Ombra e docente

Lorena Fornasir, psicoterapeuta e fondatrice Associazione Linea d’Ombra

Nicoletta Dosio, autrice, militante politico NO-TAV, e docente

Maria Elena Delia, autrice e portavoce italiana Global Sumud Flottilla

Adriano D’Amico, scrittore

Elisabetta Cipolli, scrittrice 

Samantha Comizzoli, regista

Simone Capula, regista teatrale

Juri Di Molfetta, scrittore

Roberta Campagna, attrice e autrice teatrale

Domenico Castaldo, attore e drammaturgo

Alessandra Dell’Atti, attrice

Luana Farina Martinelli, poeta

Anna Leone, poetessa

Anna Emanuele, scrittrice

Maria Grazia Gagliardi, scrittrice

Iain Chambers, scrittore e ricercatore indipendente, già ordinario di Studio Coloniali e Postcoloniali del Mediterraneo, presso Università di Napoli, l’Orientale.

Maria Rita Mancaniello, professore associato in Pedagogia Sociale, presso Università di Siena.

Fabrizia Baldissera, professore associato in pensione

Giovanna Campani, antropologa

Luciano Blasco, antropologo

Vincenzo Morvillo, giornalista e critico

Rete Nazionale “La Scuola per la Palestina”

Ingrid Anastasia Pedrazzini, docente

Daniele Simonelli, docente

Federica Cresci, docente

Fabio Loi, docente

Viviana Faedda, docente

Leonardo Ferrandino, docente

Francesca Frascaroli, docente

Maria Gaia Merra, docente

Maria Saba, ex docente

Maria Antonietta Scanu, lavoratrice dell’editoria

Mattia Uzzau, lettore

Mauro Morello, lettore

Pacifico Saber, lettore

Cristina Fabbri, lettrice

Gabriella Martis, lettrice

Giovanna Pirino, lettrice

Rosa Sallustio, lettrice

Gianluca Venturini, lettore

Luca Servino, lettore

Gaia Marescotti, studentessa Scienze Politiche e Relazioni Internazionali e lettrice

Cinzia Delle Pezze, operatore socio-sanitario e lettrice

Gabriella Fragiotta, lettrice

Giuliana Sponza, lettrice

Maria Teresa Audisio, lettrice

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Fady Joudah, la poesia del popolo palestinese

LINGUAFRANCA-Sabir Blog collettivo di traduzione poetica


La sua poesia è dedicata "a coloro che sono stati uccisi nel loro cammino verso le tende. A coloro che sono stati uccisi nelle loro tende insieme ai gatti che ospitavano": anche Joudah stesso ha perso 120 membri della sua famiglia

 

Fady Joudah (Austin, 1971) è un poeta, traduttore e medico palestinese che vive a Houston, Texas. Per la sua capacità di colmare i divari culturali attraverso i suoi contributi letterari e le sue traduzioni di poeti palestinesi, per esempio Mahmoud Darwish, è stato riconosciuto dalla critica letteraria come un costruttore di ponti. L’esperienza del popolo palestinese è iscritta nella sua poesia. È il suo tema, non per scelta, ma per l’urgenza di dare voce a chi voce non ha e che in questo momento, davanti a un mondo inerte, è destinato a morire. Infatti, negli ultimi mesi, Joudah stesso ha perso 120 membri della sua famiglia.

La sua poesia è dedicata “a coloro che sono stati uccisi nel loro cammino verso le tende. A coloro che sono stati uccisi nelle loro tende insieme ai gatti che ospitavano”. Nella luce del genocidio del popolo palestinese a Gaza, i primi versi della sua poesia “Alberi dormienti”, scritta ormai alcuni anni fa, acquistano un valore profetico: tra quello che dovrebbe e non dovrebbe essere, in ogni momento tutto può esplodere. Infatti, è esploso.

S. G.

Sleeping trees
Between what should and what should not be
Everything is liable to explode. Many times
I was told who has no land has no sea. My father
Learned to fly in a dream. This is the story
Of a sycamore tree he used to climb
When he was young to watch the rain.

Sometimes it rained so hard it hurt. Like being
Beaten with sticks. Then the mud would run red.

My brother believed bad dreams could kill
A man in his sleep, he insisted
We wake my father from his muffled screams
On the night of the day he took us to see his village.
No longer his village he found his tree amputated.
Between one falling and the next

There’s a weightless state. There was a woman
Who loved me. Asked me how to say tree
In Arabic. I didn’t tell her. She was sad. I didn’t understand.
When she left. I saw a man in my sleep three times. A man
I knew could turn anyone into one-half reptile.
I was immune. I thought I was. I was terrified of being

The only one left. When we woke my father
He was running away from soldiers. Now
He doesn’t remember that night. He laughs
About another sleep, he raised his arms to strike a king
And tried not to stop. He flew
But mother woke him and held him for an hour,

Or half an hour, or as long as it takes a migration inward.
Maybe if I had just said it.
Shejerah, she would’ve remembered me longer. Maybe
I don’t know much about dreams
But my mother taught me the law of omen. The dead
Know about the dying and sometimes
Catch them in sleep like the sycamore tree
My father used to climb

When he was young to watch the rain stream,
And he would gently swing.
*
Alberi dormienti

Tra quello che dovrebbe e non dovrebbe essere
in ogni momento tutto può esplodere. Molte volte
ho sentito dire che chi non ha un paese non ha un mare. Mio padre
ha imparato a volare in un sogno. Questa è la storia
di un platano sul quale, da ragazzo, saliva
per guardare la pioggia.

A volte pioveva così forte che faceva male. Come essere
picchiato con un bastone. Allora, il fango diventava rosso.

Mio fratello credeva che i brutti sogni potessero
uccidere nel sonno, credeva
che noi avessimo svegliato mio padre dalle sue grida soffocate
quando ci aveva portato a conoscere il suo villaggio.
Non più il suo villaggio, aveva trovato il suo albero amputato.
Tra una caduta e l’altra

c’è sempre un attimo di sospensione. C’era una donna
che mi amava. Mi aveva chiesto come si diceva albero
in arabo, ma non le avevo risposto. Era rimasta male e io non avevo capito.
Quando se n’era andata, per tre volte, mi era apparso un uomo nel sonno.
Lo conoscevo, era capace di trasformare chiunque in un ibrido.
Non provavo nulla. Pensavo. Ero terrorizzato dall’essere

l’ultimo rimasto. Quando abbiamo svegliato mio padre
stava scappando dai soldati. Ora
non si ricorda più di quella notte. Ride, invece, di quando,
sempre nel sonno, aveva alzato le mani per picchiare un re
instancabile. Alla fine era scappato
e mia madre l’aveva svegliato, tenendolo in braccio per un ora

o una mezz’ora o per quanto tempo ci voglia perché un uomo torni in sé.
Se solo l’avessi detto.
Shejerab, e lei non mi avrebbe più dimenticato. Forse
non mi intendo di sogni.
Ma mia madre mi ha insegnato la legge dei presagi. I morti
sanno di quelli che stanno morendo e a volte vengono nel sonno
come il platano sul quale saliva mio padre da ragazzo
per guardare la pioggia, dondolandosi gentilmente.

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venerdì 18 settembre 2026

Una comunità perduta - Doris Lessing

nell'ultimo libro Doris Lessing si racconta una storia incredibile, narrata da un vecchio senatore dell'antica Roma, che racconta la storia dei sessi.

un tempo nel mondo c'erano solo le donne, che partorivano, senza interventi esterni, bambine e bambini.

questi ultimi venivano portati su una montagna, abbandonati e salvati da dei rapaci che li portavano via.

e siccome (come dicono) la curiosità è femmina, dopo qualche generazione qualche ragazza si spinge a cercare cosa c'era aldilà delle montagne.

e trovarono villaggi di maschi col pene eretto, alla vista delle femmine.

solo le femmine capirono che dopo nove lune dal rapporto sessuale nascevano bambini e bambine.

una storia avvincente e inattesa, un libro da non perdere, promesso. 

 

 

Una comunità perduta è l’ultimo affascinante romanzo di Doris Lessing, pubblicato nel 2007 e in Italia solo da poche settimane. Appartiene a quel filone, poco noto in Italia, in cui si collocano altri suoi romanzi riconducibili al genere della fantascienza visionaria, quella che vuole raccontare il passato piuttosto che il futuro. Dello stesso genere i più noti Memorie di una sopravissuta, Mara e Dan. I temi cari a Lessing si ritrovano anche qui: la memoria, la differenza femminile, il rapporto tra uomo e donna. Qui si ricostruisce la storia dell’umanità dai primordiali albori, in una potente commistione di mito, favola, allegoria, e stupefacente creazione visionaria. Il tema, secondo Lessing, le è stato suggerito da una precisa teoria scientifica, che dà il via alla narrazione. Riporto qui di seguito la prima pagina, che funge da introduzione al romanzo ne alla poetica di questa scrittrice che tanto amiamo.

“In un articolo scientifico di recente pubblicazione si afferma che i primi essere umani probabilmente erano di sesso femminile; i maschi sarebbero apparsi in un secondo momento, per una sorta di ripensamento cosmico. Mi rifiuto di credere che tale comparsa successiva non abbia causato dei problemi. In effetti mi ero già posta la questione, chiedendomi se gli uomini non appartenessero a una specie meno antica, a una variante posteriore. Non possiedono la concretezza che contraddistingue le donne, le quali hanno ereditato, a quanto pare, una naturale attitudine a entrare in armonia con la realtà. Sono convinta di esprimere un’opinione pressoché generalizzata, anche se risulterebbe arduo formulare una definizione. In confronto a noi , gli uomini si dimostrano poco stabili, incostanti. Che siano un esperimento della Natura?

L’intera problematica alimenta una serie di congetture, da cui scaturisce quella capacità immaginativa che dà vita ai racconti. La storia che segue descrive ciò che potrebbe essere accaduto quando la prima volta le Cleft partorirono un maschio”.

da qui


Un senatore dell'antica Roma, giunto al termine della vita, decide di intraprendere la sua ultima impresa: il racconto della storia dell'umanità. La sua narrazione si incentra sul popolo delle Cleft, una comunità ormai scomparsa di donne che vivevano in una sorta di paradiso terrestre, procreando senza essere fecondate dagli uomini e mettendo al mondo solo bambine, destinate a perpetuare la loro specie. Ma la nascita inattesa di una creatura strana e sconosciuta, un maschietto, infrange per sempre l'armonia della piccola comunità, mettendone a repentaglio l'esistenza stessa. L'ultimo, romanzo di Doris Lessing, scritto e pubblicato nel 2007 in Inghilterra, affronta i temi tipici della produzione letteraria dell'autrice: il rapporto tra uomo e donna, la necessità che due esseri così simili ma al tempo stesso tanto differenti imparino a vivere fianco a fianco nel mondo, e la constatazione di come i caratteri peculiari dei due sessi producano effetti su ogni aspetto della vita degli individui.)

da qui

 

Potrebbe essere vero quello che viene narrato in questa storia? Leggiamo! Un vecchio senatore romano, sentendosi prossimo alla fine dei suoi giorni, decide di raccontare in una lunga relazione la storia dell’umanità dai suoi albori così come aveva desunto da alcuni scritti trovati e da racconti tramandati. Tutte queste informazioni sono totalmente sconosciute e costituiscono una vera novità anche per i suoi figli, un ragazzo e una figlia. Siamo nella Roma di Nerone. L’autore afferma che il genere umano nacque fatto solo di donne le quali si riproducevano sotto l’influsso della luna in modo asessuale non essendoci presenza maschile. La loro vita era pacifica, vissuta vicino al mare costituendo una società acquatica mentre quando erano al coperto si ritiravano nelle caverne chiamate Clefts (Il titolo originale del libro) come quella sulla montagna a loro sacra a forma di fessura come una vagina. Questo ordine venne infranto dalla nascita di un maschio, un bambino, qualcosa di ignoto per loro e che venne considerato un mostro e subito ucciso! Ma l’avvenimento si ripeté non una, ma più volte e nuovamente li abbandonarono sulla spiaggia sulla roccia della Morte. In quella zona però c’erano delle aquile ed alcune di esse riuscirono a prendere nel loro becco i neonati per portarli altrove dove delle cerve li allattarono insieme ai loro piccoli. Venne così a formarsi una comunità maschile che viveva nella valle bagnata dal grande fiume e che presto cercò di mettersi relazione con quella femminile. Una di loro un giorno si spostò nella parte maschile e scoprì la novità, ma proprio uno di essi la violentò. Con un salto temporale non chiaro le due società entrarono in relazione non senza contrasti tra Anziane che ostacolavano la convivenza e altre che poi si integrarono prevedendo di formare nuove realtà in nuove terre. Una storia abbastanza curiosa che mira ad analizzare le due fondamentali entità alla base dell’umanità che non possono scegliere di stare separati proprio perchè destinate dalla notte dei tempi a portare a termine il messaggio biologico della riproduzione umana. Interessante e nuovo. Lo consiglio!

da qui

Peter Semolič, un calderone poetico tra il metafisico e il paradosso

(Traduzione di Michele Obit) 

LINGUAFRANCA-Sabir  Blog collettivo di traduzione poetica

 

Il poeta debuttò sulla scena letteraria nel 1991, anno dell’indipendenza della Slovenia, ed è senza dubbio uno degli autori sloveni più importanti di quella generazione

Nella sedicesima raccolta poetica intitolata Žalostinke za okroglo Zemljo’ (Lamenti per la terra rotondaPeter Semolič – che debuttò sulla scena letteraria nel 1991, anno dell’indipendenza della Slovenia, ed è senza dubbio uno degli autori sloveni più importanti delle generazioni che iniziarono a esprimersi in quel periodo – ci mette di fronte a reti associative fittamente intrecciate, estremamente suggestive e purificate, ma spesso completamente libere, che si estendono da un punto di partenza concreto fino all’astratto, al presagio, al paradossale o al completamente inespresso. Continuando il percorso espressivo delle ultime raccolte, Semolič tesse poesie che assomigliano a un calderone in cui associazioni archetipiche, metafisiche ed effimere turbinano, serpeggiano e rimbalzano sullo stesso piano, e dove è sempre presente il taciuto, l’indefinito, il relativo.

Una poesia che, come ebbe a dire lui stesso, «è un messaggio estremamente complesso che ci parla con la sua immagine visiva e sonora, ma anche con ritmo, pause, silenzi, illogicità e forse solo in ultima analisi con il significato, mettendo in discussione quelli già consolidati».

M. O.

***

Riscaldamento

La gatta è sdraiata proprio in modo che la soglia
tra l’anticamera e lo studio le faccia
da tavolino, dove adagia le zampette
e sulle zampette la testa, sospira, la vita
è dura anche per i gatti, e si volta
verso di me – ricordo una scena di Betty Blue
il sesso non era mai stato così meravigliosamente
sporco – l’amore mai così concesso
una sensualità elevata, la ragazza è morta
il ragazzo sta seduto alla macchina da scrivere, sul tavolino
c’è la gatta che con la voce della defunta gli chiede
scrivi, lui le ricambia lo sguardo e dice, sto riflettendo

***

I resti del giorno

Tra i resti del giorno anche un uomo dall’aspetto triste
Un sentiero battuto, bordato dalla forsizia, si snoda
attraverso gli uliveti sino alla spiaggia e a un uomo
sulla soglia dei trenta, lui fissa un ciottolo
sul palmo della mano – all’orizzonte il cielo tocca
il mare con la tiepida passione dell’amante appassito
Così ognuno per sé e allo stesso tempo uniti al sentiero
se ne stanno immobili, mentre io vago
ai bordi della scogliera e chiedo a qualcuno fuori dall’inquadratura
se è tutto vero e se non c’è un’altra strada
che mi possa portare via dalla vita come una malattia
dalla vita per la morte, e la mia angoscia aumenta di una spanna
quando la voce da dietro la cinepresa, simile a quella del film Otto
e mezzo, con la erre moscia dice che quella porta è solo per me

***

Evoluzione

È la terza volta stanotte che vado al bagno
stanotte come a metà strada in mezzo
alla cucina per la terza volta sento come
nello scantinato s’accende la stufa, uno scarico
letale di fuoco che ci mantiene vivi
Esistono esseri che i creazionisti
possono spiegare solo con il tedio
È la terza volta stanotte che vado al bagno
Stanotte come a due terzi
del cammino, dopo che rabbrividisco per lo scarico
letale del fuoco, quando la stufa
s’accende nello scantinato, già per la terza volta
m’imbatto in un bellissimo orribile
essere, ricoperto da una peluria marrone
con lunghe antenne nere si fa strada
attraverso l’anticamera e già per la terza volta
si rizza come una gatta quando
mi avvicino a lui con un dito del piede nudo
Penso che i creazionisti potrebbero
giustificare la sua esistenza solo
con il tedio che si diffonde un venerdì
pomeriggio attraverso il cosmo
Stanotte per la terza volta incontrando
un bellissimo orribile essere
mi riprometto che lo cercherò
in rete, mi informerò su come
si chiama, stanotte, mentre per la terza volta
vado al bagno e per la terza volta
rabbrividisco quando con un rumoroso
scarico di fuoco la stufa s’accende nello scantinato
e ci prolunga la vita per ancora
qualche giorno e qualche notte d’inverno, per la terza
volta sorrido pensando che l’essere
ricoperto da una peluria marrone, che si rizza
quando mi avvicino a lui con un dito
del piede nudo, probabilmente
nemmeno esiste, il nome con cui
si potrebbe richiamarlo dal nulla
è stata la gente a conferirlo, e dopo tutto
con noi non è molto diverso

Peter Semolič è nato nel 1967 a Lubiana, presso la cui Facoltà di Lettere e filosofia ha studiato linguistica generale e sociologia della cultura. È autore di sedici raccolte poetiche. Ha ricevuto numerosi premi, tra cui il Premio Jenko e il Premio del Fondo Prešeren. Nel 1998 ha ottenuto il Cristallo di Vilenica e nel 2016 il Premio Velenjica per i suoi dieci anni di eccezionale opera poetica. Scrive anche testi teatrali, letteratura per bambini, critica, inoltre traduce dall’inglese, dal francese, dal serbo e dal croato. È co-fondatore della rivista di poesia online slovena «Poiesis».

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giovedì 17 settembre 2026

Radici senza memoria. Come l’erosione culturale apre la strada alla deforestazione in Amazzonia - Michele Calamaio

  

Le comunità indigene dell’Amazzonia, che da sempre hanno protetto la foresta in cui vivono, sono oggi sotto crescenti pressioni economiche e culturali. Quando la comunità si sgretola, gli stessi indigeni diventano spesso attori di fenomeni criminali

Jacqueline è seduta a gambe incrociate su una piattaforma di legno, all’interno di una maloka asháninka appena illuminata. È la capanna cerimoniale indigena, carica dell’odore resinoso e dolciastro delle piante messe a macerare per il rituale.

Fuori, il Río Hirviente, ossia il “Fiume Bollente”, scorre in sottofondo. Dentro, la sua voce si alza in un’ícaro lungo e tremolante, un canto di potere, una formula viva che mette insieme preghiera, medicina e dichiarazione di identità. Per Jacqueline Flores ha una funzione precisa: ancorare sé stessa e chi la ascolta a qualcosa di più antico della memoria.

«Sono una studentessa delle piante», dice, «voglio aiutare l’umanità, tutte quelle persone che hanno bisogno di “guarire”».

In breve

·         Quando la cultura si indebolisce, la foresta diventa vulnerabile. Anche fattori di erosione culturale, come la perdita di lingua, di rituali e di governance comunitaria, possono aprire la strada alla deforestazione, alle coltivazioni di coca e alle occupazioni illegali

·         Allevamento, miniere d’oro e nuovi insediamenti avanzano lungo fiumi e corridoi all’interno della foresta amazzonica, con perdite di centinaia di migliaia di ettari all’anno

·         Le comunità indigene, spesso titolari di diritti per lo sfruttamento della foresta, diventano il bersaglio di trafficanti di legname che “riciclano” i loro permessi per tagliare illegalmente legname in aree protette

·         Dove le comunità indigene si incontrano col mondo esterno, come nella famosa area del Río Hirviente, una zona che attrae molto turismo, tanto i fenomeni di erosione culturale quanto di penetrazione criminale sono accelerati

·         All’interno di alcune comunità però, ci sono persone che lavorano per ricostruire i legami con la cultura ancestrale. Proprio nell’area del Río Hirviente, c’è chi cerca di rimettere in piedi pratiche tradizionali, recuperare la lingua e la responsabilità collettiva, per tutelare la foresta e riparare le fratture generazionali

Il suo percorso è iniziato molto presto, nella scuola informale di suo padre, Juan Flores Salazarcurandero della comunità di Mayantuyacu. Flores, oggi scomparso, è stato uno degli sciamani più rispettati della zona e il fondatore di un centro di medicina forestale diventato noto a livello internazionale per le sue acque termali e per gli insegnamenti sulle piante lungo il corso del Fiume Bollente.

La famiglia di Jacqueline in passato ha dovuto abbandonare il territorio asháninka della selva centrale per sfuggire alla violenza degli anni del terrorismo di Sendero Luminoso. «Molto è andato perduto», dice. Lo vede nella frammentazione delle comunità vicine, nelle divisioni interne, nella perdita di riferimenti condivisi.

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Jacqueline Flores mentre canta una preghiera, un connubio tra medicina e dichiarazione di identità

Il lavoro che porta avanti oggi con il proprio centro di ritiro curativo, Pumayacu, rafforzando il legame con il territorio e recuperando la lingua madre andata persa negli anni, è la sua risposta a quella perdita.

Nell’Amazzonia peruviana, l’erosione culturale sta trasformando la foresta con la stessa forza di qualsiasi processo di globalizzazione. Le culture tradizionali si assottigliano, le lingue si perdono e le strutture di governo comunitario si frammentano. L’indebolimento della cultura, causato da pressioni economiche, istituzionali e sociali, sta anche rendendo la terra più facile da sottrarre.

«Le popolazioni indigene, se lasciate a sé stesse, mantengono le foreste intatte. Ma quando entra il capitalismo, il loro sistema ecologico e sociale collassa» e permette l’ingresso di economie illegali come il disboscamento, l’occupazione predatoria dei terreni e le coltivazioni di coca, spiega l’antropologo Glenn Shepard.

«L’erosione culturale genera deforestazione, e la deforestazione genera ulteriore erosione culturale», sintetizza Enrique Ortiz, Senior Program Director dell’Andes Amazon Fund. E mette in guardia dal romanticizzare le comunità come naturalmente protettive: «Non bisogna cadere nella visione ideologica dell’indigeno “puro”. Sono persone come noi».

Le comunità indigene non sono monoliti, né entità “eco-perfette” nate fuori dal tempo, né vivono in una bolla impermeabile alle stesse forze che attraversano ogni società. 

Fratture interne alle comunità indigene hanno portato alcuni apus, i leader eletti, a vendere terre, a firmare concessioni forestali fraudolente o a stringere accordi con taglialegna illegali e imprese estrattive. Decisioni spesso dettate da precarietà economica, pressione esterna e cooptazione politica.

La stessa logica si manifesta anche sul piano culturale: centri di cura gestiti da stranieri spingono spesso i curanderos, ossia i guaritori indigeni, a seguire copioni occidentali in cui pratiche ancestrali vengono rimodellate per adattarsi alle aspettative di chi arriva da fuori.

L’etnobotanico Mark Plotkin, presidente dell’Amazon Conservation Team, collega questa rottura culturale alla scomparsa degli anziani che «custodivano le storie, i protocolli e le conoscenze botaniche» capaci di mantenere in equilibrio sia la comunità che la foresta.

«Ogni volta che muore un anziano, brucia una biblioteca», dice, riprendendo una frase dello scrittore maliano Amadou Hampâté Bâ. E quando queste biblioteche scompaiono, il sapere che dovrebbe passare alle nuove generazioni non arriva con la stessa forza. Il collasso ecologico della foresta diventa inseparabile dallo sgretolamento linguistico delle comunità che la abitano.

Il linguista Roberto Zariquiey ricostruisce la perdita linguistica a partire dalle pressioni sociali che molti giovani indigeni subiscono quando si trasferiscono nelle città, pressioni segnate soprattutto dal razzismo, dalla discriminazione e dalla necessità di “mimetizzarsi”.

Il risultato, spiega, sono comunità intere in cui «solo pochi anziani parlano ancora la lingua, mentre tutti gli altri non la usano più». L’impatto va ben oltre la grammatica: molte piante medicinali «non hanno un nome in spagnolo» e, senza i termini indigeni, «un bambino non dispone delle risorse lessicali per nominare quella pianta».

In questo quadro, i governi peruviani che sulla carta sostengono l’autogoverno indigeno, allo stesso tempo approvano megaprogetti realizzati senza consultazione previa e leggi pensate per limitare l’attivismo indigeno. Diversi report mostrano come comunità abbandonate o indebolite diventino punti di ingresso ideali per l’espansione della coca, per le reti di riciclaggio del legname e per schemi di frode fondiaria.

Dati e testimonianze: come le comunità indebolite percepiscono l’erosione culturale

Il pomeriggio di Jacqueline ha qualcosa di disarmante nella sua normalità. Rimprovera i figli perché hanno lasciato le infradito nel fango, sciacqua i piatti insieme a sua madre e poi torna a tagliare le verdure selvatiche per la cena. Nulla di lei richiama l’immagine da cartolina della “purezza ancestrale” che molti, da fuori, continuano ad aspettarsi.

A quell’aspettativa, Jacqueline reagisce con una risata. Per lei il cambiamento, spiega, deve cominciare da piccoli. I suoi figli partecipano già alle pratiche legate alle piante e crescono con un senso di responsabilità verso la terra e verso la comunità.

Lo stesso equilibrio lo pretende anche quando il sapere arriva dall’esterno. «Se è costruttivo, è un contributo», dice. A una condizione semplice: rispettare le regole, non snaturare le pratiche e non trasformare la cura ancestrale in uno spettacolo.

Jacqueline si immagina una comunità in cui la lingua si trasmette tra le generazioni; in cui i rituali contano davvero per la vita quotidiana e non per il turismo; in cui gli anziani insegnano con continuità; le assemblee prendono decisioni realmente determinanti; e i conflitti trovano un percorso possibile di ricomposizione.

Interviste raccolte da IrpiMedia con una dozzina di leader Shipibo-Conibo, Awajún, Asháninka e Kakataibo in contesti urbani e ancestrali rendono più chiara la realtà che Jacqueline tenta di difendere.

Tutti i partecipanti concordano su un punto: lingua e vita rituale devono essere trasmesse alle generazioni più giovani se la continuità culturale vuole sopravvivere. Sulla governance, invece, non emerge un modello unico: circa la metà descrive processi decisionali condivisi dall’intera comunità, mentre gli altri indicano un’autorità concentrata soprattutto nell’apu o in un consiglio ristretto.

Anche le definizioni di erosione culturale divergono. Alcuni la descrivono come la perdita del rispetto tra generazioni, altri come l’indebolimento del lavoro collettivo, mentre altri ancora come la scomparsa progressiva di pratiche culturali specifiche. Infine, quando si parla di attori esterni, la frattura si accentua.

Circa il quaranta per cento vede Ong, missionari o guaritori in visita come opportunità di apprendimento e di rafforzamento delle pratiche culturali, mentre il sessanta per cento li considera soltanto una fonte di rischio.

Come scompare la foresta

Per capire come l’erosione culturale si trasformi in criminalità forestale, bisogna partire dal protagonista più anonimo dell’Amazzonia: la burocrazia. Eduardo Nina Cruz, procuratore della Prima procura specializzata in materia ambientale (Fema) della regione di Ucayali, ha spiegato a IrpiMedia come il riciclaggio del legname inizi spesso da autorizzazioni forestali usate in modo fraudolento.

Infatti, ogni operazione di disboscamento autorizzata produce anche una Guida di trasporto forestale (Gtf), un documento che permette il trasporto legale di altrettanto legname.

In diversi casi però, racconta Nina Cruz, da successivi controlli si scopre che l’area autorizzata non era mai stata veramente disboscata, ma che i documenti per il trasporto di legname erano stati “rivenduti” a terze parti.

«Quella guida di trasporto vale moltissimo», spiega. «È come un assegno in bianco», che può servire da copertura per legname proveniente da aree protette, spiega il procuratore. 

Questo schema può innestarsi direttamente nei sistemi di governance delle comunità indigene.

Secondo documenti raccolti da IrpiMedia presso l’Organismo di supervisione delle risorse forestali e faunistiche (Osinfor), la Comunità nativa di Santa Rosa de Sarayacu, una comunità amazzonica legalmente riconosciuta e raggiungibile dopo circa otto ore di navigazione dal distretto di Contamana verso Loreto, era titolare di un piano di gestione forestale intermedio (Pmfi).

Sulla carta, la comunità stava gestendo la propria foresta. Nei fatti, il suo nome e il suo permesso venivano utilizzati come strumento di riciclaggio del legname.

Un’ispezione urgente dell’Osinfor condotta nel dicembre 2023 ha accertato che, nell’ambito di quel piano, erano stati dichiarati come estratti 635 tronchi e 500.047 metri cubi di legno di capinurí.

Quando l’Osinfor ha incrociato le Guide di trasporto forestale e le relative liste di carico con gli alberi effettivamente autorizzati, nessuno dei codici risultava corrispondente. Sul terreno, gli ispettori hanno riscontrato che solo due alberi di quella specie erano stati realmente abbattuti e trasportati.

Altri 15.609 metri cubi di capinurí risultavano registrati nel libro delle operazioni come “estratti” da alberi che erano ancora in piedi. Nel complesso, 515.656 metri cubi di legname sono stati considerati privi di giustificazione e classificati come estrazione non autorizzata, un “danno grave” su 8,6 ettari, che ha portato all’avvio di sanzioni alla comunità stessa.

Nina Cruz è diretto nel descrivere come avviene questo meccanismo. Le comunità titolari di permessi in regola spesso non tagliano legname affatto. I loro apu, i capi comunitari, finiscono invece per affittare o vendere i permessi, o addirittura singole Guide di trasporto forestale, a taglialegna esterni, che le usano per riciclare legname abbattuto illegalmente altrove.

I numeri della deforestazione

«A quei leader interessa una sola cosa: i soldi. Soldi facili», afferma Nina Cruz.

Secondo un funzionario dell’Osinfor che ha parlato con IrpiMedia, «fino all’80 per cento del legname estratto lo scorso anno all’interno di aree di gestione ufficiale era illegale».

Secondo l’agenzia peruviana, le comunità vengono trascinate in queste reti non tanto per avidità quanto per vulnerabilità strutturale: mancanza di accesso al credito, assenza di macchinari, nessun potere contrattuale. «Io ti do il 20 per cento e tengo l’80», è la formula che sintetizza molti degli accordi che finiscono per accettare.

Il punto “bollente” dell’Amazzonia

Pucallpa è il punto in cui l’Amazzonia incontra le macchine del mondo esterno. È un nodo migratorio e, più di Lima, l’epicentro di una particolare forma di distorsione culturale alimentata dai mestizos, persone di origine mista indigena e non indigena che si muovono con disinvoltura tra il potere urbano e le economie della foresta.

La strada a sud della città conduce a Honoria, porta d’accesso al Fiume Bollente, o Shanay Timpishka, che in lingua locale significa “bollito dal sole”.

Si tratta di un’anomalia idrotermale a lungo considerata leggendaria. Dal punto di vista scientifico, questo tratto di foresta è unico. Le acque del fiume qui possono raggiungere i 99 gradi Celsius, rendendolo uno dei più grandi fiumi termali non vulcanici documentati al mondo. È una finestra unica sui processi geologici profondi della Terra, ha spiegato a IrpiMedia il geologo Andrés Ruzo.

Ma anche la realtà che lo circonda sta collassando rapidamente. La deforestazione ha avanzato a un ritmo tale che, avverte Ruzo, se l’area dovesse restare nelle condizioni attuali, trascurata e dimenticata, «potremmo raggiungere un punto di non ritorno nel giro di tre anni».

Per le comunità locali, il fiume è da sempre un centro antico di apprendimento sciamanico. Eppure le stesse forze che stanno trasformando la vita cerimoniale di Pucallpa, la pressione del turismo, l’emergere di sciamani “contemporanei” e la frammentazione delle comunità hanno iniziato a penetrare anche qui.

Il risultato è l’apertura di insediamenti senza regole, la speculazione fondiaria e il disboscamento illegale, che stanno erodendo sia il tessuto culturale che il sapere ancestrale che un tempo proteggevano la foresta attorno al fiume.

Sulla carta, il Fiume Bollente ricade all’interno di un mosaico di aree protette e spazi regolamentati. L’area rientra però nel Lotto 87 di PeruPetro, una concessione per idrocarburi attualmente in fase di valutazione da parte della società Upland Oil Co.

In superficie, ampie porzioni del territorio sono classificate come Foresta di produzione permanente (Bpp), una categoria che consente allo Stato di rilasciare concessioni quarantennali per l’agroforestazione su terreni che restano formalmente di proprietà pubblica e non dei concessionari.

All’interno di questo assetto frammentato si inseriscono anche porzioni di territorio titolate, appezzamenti acquistati legalmente da individui o comunità e detenuti a titolo permanente.

Ma nemmeno la terra titolata, la forma di proprietà più solida prevista dall’ordinamento peruviano, è al sicuro. Tutti i proprietari terrieri legali intervistati da IrpiMedia a Honoria hanno riferito la stessa cosa: se non si presidiano i confini, qualcun altro arriverà a occupare la tua terra e a sfruttarne le risorse.

Accanto ai terreni titolati e alle concessioni statali esiste infatti una terza categoria, quella delle “possessioni”. Si tratta di occupazioni di fatto, in cui coloni si insediano su terreni senza alcun diritto reale. Sono proprio queste occupazioni irregolari a diventare la porta d’ingresso per l’accaparramento illegale di terreni, l’espansione dell’allevamento bovino e le attività estrattive che operano fuori dai radar delle autorità.

Michel Douglas Rivera, uno dei quattro imprenditori locali che detengono legalmente una concessione ecoturistica e di conservazione nel corridoio del Fiume Bollente, ha osservato questo schema ripetersi sulle sue terre.

Secondo le prove esaminate da IrpiMedia, tra cui fascicoli della procura di Ucayali e verbali di ispezione dell’Atffs, la concessione di Rivera è stata ripetutamente presa di mira da occupanti abusivi guidati da una figura mestiza accusata di vendere terreni forestali statali a operatori di segherie senza contratti e di rilasciare falsi “certificati di residenza” all’interno della concessione di Rivera per consentire occupazioni illegali.

«Arrivano con documenti falsi, tagliano tutto ciò che possono vendere e lasciano il territorio devastato», racconta Rivera. «E poi siamo noi a dover lottare per mantenere la foresta in piedi».

Una volta aperta la breccia, le occupazioni si moltiplicano. «Quello che accade nella foresta segue spesso questa dinamica: coca, appezzamenti agricoli, disboscamento.

La causa principale della perdita di foresta è la povertà delle persone che vivono lì», osserva Franz Orlando Tang Jara, responsabile dell’ufficio forestale e faunistico regionale di Ucayali. E se queste occupazioni iniziano spesso in modo silenzioso, con il tempo si consolidano in sistemi paralleli e informali di pagamento. Sotto pressione economica, alcune comunità indigene finiscono per negoziare canoni annuali con coloni che non hanno alcun titolo legale.

«Pagano 5.000 o 10.000 soles all’anno», spiega Tang Jara, trasformando di fatto un’occupazione illegale in un mercato nero degli affitti. Indica il caso avvenuto nei pressi della comunità indigena Shipibo-Conibo di Caimito, dove gruppi mennoniti si sono insediati su terre che la comunità stava cercando di ottenere ufficialmente dallo Stato, sostenendo però di aver pagato le autorità indigene locali per poter rimanere nell’area stessa.

Questa dinamica ha raggiunto l’area del Fiume Bollente già da anni, rimodellando la foresta e, soprattutto, ridefinendo chi può rivendicare il controllo del territorio per il turismo ecologico e quello ancestrale.

È il caso di luoghi come il Santuario Huishtin, un centro di medicina delle piante gestito dal fondatore mestizo e maestro guaritore Enrique Paredes. Paredes afferma di operare in nome della conservazione e dell’ecoturismo, dopo aver lavorato come apprendista con il padre di Jacqueline e aver acquisito il terreno in modo legittimo.

Tuttavia, il procedimento che descrive ricalca da vicino le pratiche di compravendita illegale di terre all’interno delle Foreste di produzione permanente del Fiume Bollente. «Vai dal notaio, si preparano i documenti e sei a posto così», ha raccontato a IrpiMedia durante una visita al suo centro di conservazione. Si tratta però di una transazione privata che non ha alcun valore legale quando riguarda terreni forestali di proprietà dello Stato.

Infatti, dopo aver esaminato i registri pubblici delle concessioni disponibili presso l’agenzia governativa responsabile del disboscamento illegale, il Servizio nazionale forestale e faunistico del Perù (Serfor), e il registro ufficiale delle concessioni forestali dell’Osinfor, non risulta alcuna concessione intestata al Santuario Huishtin, nonostante Paredes sostenga di essere in fase di ottenimento dell’autorizzazione.

«Il Fiume Bollente sta diventando una terra di nessuno», dice Glen Larson Arriaga Silva, operatore turistico di Yanesha Tour che lavora da anni nell’area. Ha raccontato a IrpiMedia che a lui stesso è stato offerto «un appezzamento di dieci ettari nella zona del Fiume Bollente per 5.000 soles», nonostante «tutte le risorse naturali appartengano allo Stato».

Allo stesso tempo, il turismo legato all’ayahuasca si è progressivamente allontanato da qualsiasi presunta missione ecologica. «Lì non c’è più ecoturismo», dice. «Vendono un’immagine “verde”, ma non la praticano davvero».

Fa notare che ai visitatori stranieri vengono chiesti fino a 80 dollari a notte per ritiri di dieci giorni, ma che «non esiste un vero lavoro di conservazione condivisa»: nessun reinvestimento in sentieri o ripristino degli habitat, mentre rituali e cerimonie sono sempre più mediati da organizzatori stranieri e sciamani non locali.

El Cóndor Pasa

All’inizio del 2025, il Fiume Bollente è stato inserito nell’inventario ufficiale delle risorse turistiche del ministero della Cultura. Compare inoltre sul sito turistico del governo regionale di Huánuco. Ma, al di là di questi riconoscimenti formali, il Fiume Bollente ha urgente bisogno di una reale protezione giuridica garantita dallo Stato, per impedire che la deforestazione continui ad avanzare.

Secondo Rafael Pino Solano, responsabile della Zona Riservata della Sierra del Divisor presso il Servizio nazionale delle aree naturali protette del Perù (Sernanp), una possibile strada sarebbe la designazione del Fiume Bollente come Area di conservazione regionale (Acr), una categoria di area naturale protetta che consente «l’uso e l’estrazione delle risorse naturali», purché tali attività non danneggino l’ecosistema.

E mentre le tutele istituzionali avanzano lentamente sulla carta, sul terreno sono persone come Jacqueline a portare avanti il lavoro lento e invisibile di tenere insieme e ricucire una linea culturale.

«L’obiettivo è creare un centro di guarigione ancestrale», spiega, «ma anche preservare la natura, lottare perché la deforestazione si fermi». «I miei figli devono imparare», aggiunge, «perché io non vivrò per sempre».

In questo percorso è sostenuta da Mercedes Karina García Ríos, insegnante indigena Shipibo-Konibo impegnata nella conservazione culturale presso la scuola Isa Weni.

Attraverso laboratori del fine settimana dedicati alla lingua shipibo, ai racconti, ai rituali, al ricamo e alle piante medicinali, García Ríos lavora per riportare i bambini indigeni verso la propria identità. «È per permettere ai bambini di riconnettersi con la loro cultura, per non dimenticare chi sono», spiega.

Anche alcune iniziative istituzionali nella capitale stanno contribuendo a questo sforzo.

La Mochila Forestal dell’Osinfor è uno strumento di formazione interculturale pensato per rafforzare la capacità delle comunità indigene e rurali di gestire le foreste in modo legale e sostenibile, intervenendo sui gravi vuoti informativi che alimentano l’estrazione non autorizzata.

Attraverso moduli partecipativi dedicati alla gestione forestale comunitaria, alla vigilanza contro la corruzione e alla tracciabilità del legname, il programma ha formato 9.460 persone in 11 regioni, di cui il 79 per cento appartenenti a comunità indigene, e ha creato 652 formatori comunitari.

In diversi casi, le valutazioni ufficiali mostrano un miglioramento misurabile, con comunità passate da livelli di conformità “insufficienti” a “buoni” dopo cicli ripetuti di formazione.

In un luogo in cui così tanto sta andando perduto, Jacqueline e altre persone come lei stanno ricostruendo una continuità fragile ma ostinata, quella che le nuove generazioni di giovani indigeni stanno iniziando a riconoscere di nuovo come propria. Non è una soluzione miracolosa, ma un «dovere culturale» che, come lei stessa dice, tiene aperta un’altra possibilità narrativa per questa terra.

Questo reportage è stato realizzato con il sostegno del Pulitzer Center. Michele Calamaio è il Pulitzer Center Post-Grad Reporting Fellow del 2025.

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