(recensione di Francesco Masala, pubblicato da Catelvecchi, nel 2021, 18,50€)
Credo che per Maurizio Fantoni Minnella Praga sia una seconda casa, o anche più. L’autore, che ha visitato Praga tante volte, non da turista del centro storico, soffre, in misura crescente nel tempo, per la trasformazione della città in una destinazione del turismo (ignorante) di massa.
Chi ha visitato Praga più volte negli ultimi decenni non può che concordare col grido di dolore dell’autore.
Il libro non è una guida per turisti frettolosi, ma più un libro di ricordi vivi, che si divide in tre parti:
la città misteriosa
la città ritrovata
la città esibita.
L’autore ricorda i suoi amici e conoscenti di Praga, Honza, Karel, Alexej, Milada, Marie, e non solo, quasi nessuno dei visitatori di Praga potrebbe citare un conoscente praghese in carne e ossa.
Alla fine del libro si trova una preziosa e completa, o quasi, bibliografia praghese
Un libro da leggere, per gli amanti di Praga.
Nota introduttiva dell’autore:
Vi sono libri che narrano di luoghi e di viaggi come On the road di Jack Kerouac, Siddharta, di Hermann Hesse o In Patagonia, di Bruce Chatwin, che per la particolare forza espressiva, hanno generato autentiche vocazioni allo spostamento, al nomadismo. Tra questi ve n’è un altro particolarmente felice, Praga magica di Angelo Maria Ripellino, che è un coltissimo atto d’amore verso la città di Praga, scritto proprio durante il periodo in cui le autorità ceche gli avevano negato il visto d’ingresso.
Chi, come me, negli anni del socialismo reale, aveva scelto di oltrepassare la cortina di ferro recandosi a Praga, il libro del grande poeta, slavista e intellettuale palermitano, lo ha conosciuto in seguito, letto, amato e utilizzato come inesauribile fonte d’ispirazione.
Il presente volume, lungi dal volersi minimamente confrontare con quel modello inarrivabile, è un viaggio alla ricerca di una città perduta e ritrovata, attraverso i molteplici fili dipanati dalla storia, dalla cultura e dall’esperienza di un io narrante che alterna la pura narrazione di viaggio dentro la città, alle storie di alcuni suoi abitanti.
L’autore ritorna nella città vltavina, dopo venticinque anni di assenza, con il preciso intento di riannodare i fili di un discorso sospeso ma mai veramente interrotto, in cui s’intrecciano i destini dei suoi abitanti con quello dei luoghi, delle architetture. Non nella Città d’Oro, nella Praga magica del mito letterario, insomma, ma in quella reale, quotidiana, vi è la ragion stessa di questo libro, il suo porsi, dunque, al di là di quello stesso mito che aveva spinto l’autore, moltissimi anni addietro, a giungere a Praga e a stabilire con essa un’intensa relazione durata poco meno di quattro decenni.
Infine, ogni volta che sento nominare la parola Praga (e sono molte, ormai!) è sempre la medesima esclamazione: «Bellissima».
Perchè solo adesso e non ieri o in epoche a noi più vicine?
Credo esista una sola spiegazione: dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine dell’Urss e la conseguente “apertura” dei confini, la bellezza “ritrovata” di città come Praga rimaste in ombra durante il lungo periodo socialista sono diventate un brand economico al quale rispondere con una sorta di passività estasiata e altresì compiaciuta come di fronte a un assoluto sublime, ma senza una vera vita.
Ps (del recensore): Ci sono città (penso a Praga, ma anche a Salisburgo) nelle quali un turista, nelle vie di sfruttamento turistico, più facilmente può incontrare un concittadino in vacanza, che non un cittadino di quelle città. Eppure basta prendere le strade meno battute (direbbe Robert Frost) o cambiare quartiere e si diventa meno turista e un po’ viaggiatore. Non si incontrano gli inglesi alticci che vanno a Praga per le pazze giornate di addio al celibato, tutto costa meno, birra e lavoratrici del sesso incluse, e si incontrano le persone che vanno a fare la spesa, visitano i giardini coi bambini e a stento conoscono l’inglese. E forse la differenza fra turista e viaggiatore è che il primo vuole che gli indigeni parlino la sua lingua e siano al suo servizio.
«Brigata Ebraica» e
corteo 25 aprile: i fatti e le manipolazioni
Alessandro Lanzani (fotoreporter) –
testimonianza ripresa dai social.
Io, al corteo del 25 aprile a Milano, c’ero:
dall’inizio fino all’uscita della Brigata Ebraica.
Ci sono 4 video qui puntuali; vedi sotto Credo che di fronte alle distorsioni
propagandistiche e manipolazioni che stanno emergendo in queste ore valga la
pena di riferire alcuni fatti
A questo punto in pochi minuti prima centinaia poi
qualche migliaio di persone che arrivavano da San Babila per andare al corteo
hanno visto la scena e si sono fermati costruendo spontaneamente un muro di
persone.
Il 99% di queste persone si è fermato spontaneamente quando ha capito cosa
stava succedendo e ha visto
– Bandiere di Israele
– Bandiere statunitensi
– Bandiere iraniane dello Scià
– Bandiere georgiane
– Cartelli favorevoli a Trump che ringraziavano per il bombardamento dell’Iran.
I militanti organizzati di movimenti associazioni o
partiti erano avanti come nel caso dell’Anpi o erano indietro come nel caso
della Cgil, di altri sindacati e movimenti.
La marea umana è cresciuta spontaneamente in pochi
minuti: una marea popolare e non gestita da nessuno .
Nonostante tre accordi di strada con le forze
dell’ordine per l’uscita della Brigata Ebraica (e aggregati) i soggetti in
questione non uscivano. Che si fosse raggiunto un accordo lo si desume dai
video e dal fatto che la Digos ordinava alla Mobile di aprire un varco verso
via Senato
Questi tentennamenti della B.E. hanno messo in
difficoltà le forze dell’ordine e ha rischiato di far salire
ulteriormente la tensione .
Nessun coro ha mai cantato oscenità
sulle “saponette mancate ” o simili; se a Fiano uno glielo ha detto era
uno e vale per uno; le altre migliaia possono dire no .
Le forze dell’ordine, nonostante le critiche degli
strateghi da tastiera, sono riusciti a gestire una situazione estremamente
complicata: non è volato un manganello, nonostante ci fossero continui tentennamenti
e false partenze da parte della B.E.
La volontà popolare non eterodiretta da
partiti o movimenti è riuscita in modo sostanzialmente pacifico ad
evitare la solita sceneggiatura che abbiamo visto in questi anni e a segnare
una pagina storica nella storia di Milano.
Uno spunto di riflessione per tutti
dirigenti militanti e semplici cittadini
Antisemitismo
(con polemica) al 25 aprile di Milano? La versione diversa del Laboratorio
Ebraico Antirazzista: “Noi accolti con applausi e affetto”
Da Delrio a
Crosetto. Fioccano da ore sulle agenzie di stampa accuse di antisemitismo
per la pesante contestazione alla Brigata Ebraica avvenuta al
corteo del 25 aprile a Milano. Un fuoco incrociato proveniente da diversi
schieramenti. Si parla di razzismo, estremismo e odio verso la stella di David.
La versione però traballa di fronte a un altro racconto, quello degli esponenti
del Laboratorio Ebraico Antirazzista e della rete Mai
indifferenti-Voci ebraiche per la pace. Il loro cordone, che non ha fatto
certo mistero dell’identità ebraica, non solo non ha ricevuto critiche ma è
stato accolto con entusiasmo e serenità da chi era in piazza.
I due gruppi
erano presenti alla manifestazione con due striscioni. “Ebree ed ebrei contro
il fascismo in ogni tempo e in ogni luogo”, e “Cessate il fuoco, voci ebraiche
per la pace”. Nessuna bandiera nazionale. I partecipanti assicurano di non
essersi mai sentiti minacciati o a rischio. Ieri come gli anni
precedenti. “Questa è stata la nostra terza partecipazione al corteo del 25
aprile” racconta al Fattoquotidiano.it Eva Schwarzwald della
rete Mai indifferenti-Voci ebraiche per la pace. “Abbiamo sfilato con i nostri
striscioni con assoluta tranquillità, ricevendo un sacco di applausi dai
cittadini che stavano sui marciapiedi, anche più degli anni scorsi. Dissentiamo
fortemente da quanto continua a dire il presidente della Comunità ebraica Walker
Meghnagi che sappiamo essere di destra e vicino al presidente La
Russa. Se tu non provochi, come ha fatto la Brigata ebraica con le bandiere
israeliane, la gente capisce. Io sono ebrea al 100% ma non voglio
che lui parli a mio nome” aggiunge, spiegando di aver abbandonato la Comunità
ebraica di Milano. “Mio nonno era un socialista picchiato dai fascisti, mia
madre non ha potuto insegnare per colpa delle leggi razziali e mio padre è
scappato da Dachau. La mia storia è questa, non è che ci siano
tanti dubbi. Eppure non sento il bisogno di appellarmi a Mattarella per
l’antisemitismo. Semmai sento il bisogno di chiedere un mondo diverso, più
umano. L’antisemitismo esiste, è sempre esistito e continuerà a esistere. Ma
non si blocca così, si blocca seguendo la linea del dialogo come abbiamo fatto
con i palestinesi. Il problema è che oggi viene considerato antisemita qualsiasi
attacco al governo israeliano e a Netanyahu”.
La
rete Mai indifferenti-Voci ebraiche per la pace, nata nel
2024, lavora spesso accanto al Laboratorio Ebraico Antirazzista,
una realtà che riunisce giovani ebrei italiani fortemente
critici verso le politiche del governo israeliano nei confronti della
popolazione palestinese in Cisgiordania e a Gaza. Non negano la presenza nella
società dell’antisemitismo ma rifiutano la strumentalizzazione
politica fatta per silenziare e squalificare le proteste contro Netanyahu e dei
suoi alleati. Negli ultimi due anni, come altri gruppi di ebrei per la pace
sorti soprattutto negli Stati Uniti, hanno promosso eventi e
manifestazioni per chiedere il cessate il fuoco nella Striscia e
denunciare i crimini di guerra dell’esercito di Tel Aviv. Una delle ultime
campagne vuole denunciare la “complicità e l’indifferenza del governo italiano
e dell’Unione Europea nei confronti del genocidio del popolo palestinese di
Gaza”.
Con il DM 29/2026, reso pubblico il 9 marzo, la riforma dei tecnici è diventata legge, nel sostanziale disinteresse generale che ha accompagnato, dal 2021 a oggi, questa, purtroppo, annunciata, e molto sottovalutata, trasformazione.
Se c’è una cosa che si può, e si deve, dire subito della riforma è infatti che la abbiamo vista arrivare: tutta quanta. Semplicemente, il bombardamento di “novità” e “riforme” è stato, dal tempo del Covid, talmente elevato, che la classe docente non ce l’ha fatta, ad accorgersi di tutto, a reggere l’urto di tutto, a seguire tecnicismi spesso complicati e bizantini su tutto. Se scrivo questo, dolorosamente, non è per alzare il dito contro una categoria sempre più soggetta a una pressione di stato costante, ma perché certe storie dalle ombre lunghe è bene saperle ricostruire pezzo per pezzo, per comprendere dove si è perduta la via e riguadagnare una lucidità perduta per interrogarsi sul che fare.
Prima di passare all’analisi di come si trasforma la scuola tecnica (già malamente martoriata, intorno agli anni Dieci, dalla riforma Gelmini), penso che sia utile ripercorrere le tappe normative che hanno portato al 9 marzo 2026, data che segna la fine dell’istruzione tecnica italiana come l’abbiamo conosciuta.
1.1. Estate 2021. Il primo atto della riforma si rintraccia nel PNRR (estate 2021). Alla presidenza del consiglio c’è Mario Draghi, al ministero dell’istruzione Patrizio Bianchi (cioè: il presidente della commissione dei saggi voluti dalla precedente ministra Azzolina per la ripartenza post Covid; Azzolina, che a sua volta era sottosegretaria del ministro Fioramonti, governo giallo-rosso, a sua volta sottosegretario del ministro Bussetti, governo giallo-verde – a proposito di supposte discontinuità). Alle pagine 184-185 si legge:
“Riforma 1.1: Riforma degli istituti tecnici e professionali. La riforma […] mira ad allineare i curricula degli istituti tecnici e professionali alla domanda di competenze che proviene dal tessuto produttivo del Paese. In particolar modo, orienta il modello di istruzione tecnica e professionale verso l’innovazione introdotta da Industria 4.0, incardinandolo altresì nel rinnovato contesto dell’innovazione digitale. La riforma coinvolge 4.324 Istituti Tecnici e professionali, il sistema di istruzione formazione professionale e sarà implementata attraverso l’adozione di apposite norme”.
In quell’estate, quando la bozza del PNRR gira a luglio per le vie virtuali e per alcuni luoghi di discussione reali, pochissimi ci fanno caso: agli incontri con deputati e senatori locali tendenzialmente siamo in 20. La discussione pubblica e le proteste sono, tutte, prese dal Green Pass.
Invece, purtroppo, è già tutto lì. Parlare infatti di “riforma dei tecnici e dei professionali” in uno stesso giro di frase, quando in un caso si parla dell’a.s. 2010/2011 (le prime del tecnico Gelmini) e nel secondo di un indirizzo professionale, già nuovamente riformato sotto Renzi, il cui ultimo decreto (sulla II prova dell’esame di maturità) è del 2022, può significare solo una cosa: che l’intenzione è quella di uniformare l’uno all’altro, reintroducendo, nella sostanza, in contrapposizione a quello liceale, un sistema di scuole differenziali.
1.2. Settembre 2022. Il 23 settembre 2022 viene pubblicato il DL 144, ultimo atto del governo Draghi; due giorni dopo si terranno le elezioni politiche. Io, e come me molti altri, sono in piazza per gli eventi conclusivi della campagna elettorale: purtroppo, e come me molti altri, non faccio caso all’art. 26. Che al comma 1 recita: “Al fine di poter adeguare costantemente i curricoli degli istituti tecnici alle esigenze in termini di competenze del settore produttivo nazionale, secondo gli obiettivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza, orientandoli anche verso le innovazioni introdotte dal Piano nazionale «Industria 4.0» in un’ottica di piena sostenibilità ambientale, […] si provvede alla revisione dell’assetto ordinamentale dei percorsi dei suddetti istituti, in modo da sostenere il rilancio del Paese consolidando il legame tra crescita economica e giustizia sociale”.
Tralasciando la “lingua disonesta”[1] di cui si ammanta l’ultimo gerundio, è però il comma 2, in particolare alla lettera a), punto 2), a codificare l’informazione-bersaglio, quando sottolinea che il riordinamento mira a “valorizzare la metodologia didattica per competenze, caratterizzata dalla progettazione interdisciplinare e dalle unità di apprendimento”. Viene dichiarato lo stesso annullamento della specificità disciplinare che, pochi anni prima, è stato messo nero su bianco per i professionali. In questo contesto, poco importa che quella stessa lettera a), al punto 1), sottolinei che, insieme alla “connessione al tessuto socioeconomico del territorio di riferimento”, sia necessario “rafforzare le competenze linguistiche, storiche, matematiche e scientifiche”, ma è un’affermazione che vale comunque la pena di mettere da parte, per andare a vedere, all’atto pratico, se, e quanto, sia stata attuata.
1.3. Novembre 2022 – giugno 2025: A novembre 2022, il DL 144 viene, come da iter, convertito nella Legge 175 dal neo-insediato governo Meloni (ministro dell’Istruzione e del merito: Giuseppe Valditara, già relatore al Senato della riforma Gelmini per l’Università e capo dipartimento Formazione superiore e ricerca del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca sotto il ministero Bussetti). Contemporaneamente, vengono proposti il nuovo sistema di orientamento (origine: il PNRR); si introduce la “sperimentazione” del 4+2 (origine, ebbene sì: il DM 567/2017, uno dei decreti connessi alla 107/2015: essersi ascritti la cosiddetta “riforma dei quadriennali”, già disciplinata da un decreto vecchio, figlio della riforma Renzi, è uno dei più grandi successi di Valditara poi e prima ancora del PNRR di Bianchi in termini di marketing). Poi seguono, in ordine sparso: la guerra, le misure repressive della libertà di espressione, i decreti sicurezza, le elezioni americane, e molto altro, ma intanto la riforma cammina, e fa il suo corso. Ad aprile 2025 viene approvato – sempre con decretazione d’urgenza – il DL 45: “Ulteriori disposizioni urgenti in materia di attuazione delle misure del Piano nazionale di ripresa e resilienza e per l’avvio dell’anno scolastico 2025/2026”, che aggiunge al DL 144/2022 l’articolo 26 bis e un nuovo allegato (l’All. 2 bis). Questi ultimi dispongono, rispettivamente, l’avvio delle nuove prime dei tecnici per l’a.s. 2026/27 e il Profilo culturale definito e circoscritto, comprensivo di quadri orari, che risultano complessivamente ridotti di 3 ore in 5 anni. Nel mezzo, di nuovo, Gaza, la normativa sulla conferma dei supplenti di sostegno, l’esame di maturità, il blocco della carta del docente: quando si arriva a settembre, a meno di un anno dall’avvio di una riforma che è scritta, l’attenzione di tutti – presidi, docenti, studenti, opinione pubblica – è stata variamente dirottata dall’abile uso di un amplissimo ventaglio di distrattori politici e sociali.
1.4. Settembre 2025 – marzo 2026. Nel novembre 2025 (D.D. 3368) viene costituito un Gruppo di lavoro con il compito di formulare le proposte concrete di revisione di indirizzi, articolazioni e quadri orari. La notizia circola poco, viene pubblicata sostanzialmente solo sul sito dell’Associazione Nazionale Presidi (che la guarda con favore, ovviamente). Segue il gran carnevale dell’esame di maturità. E così, il 9 marzo, mentre l’attenzione dell’opinione docente è concentrata sull’attivazione della carta del docente (e invia soavi insulti al sito che non funziona), su quell’altra pagina del ministero, che invece funziona benissimo, arriva il DM 29/2026: la riforma dei tecnici è approvata.
2. Dove siamo.
È tempo di analizzare i quadri orari allegati al DM 29/2026, per comprendere quale sia la scuola tecnica che gli studenti di prima si troveranno davanti, l’anno prossimo.
2.1. Orientamento? Il clima di silenzio generale, ma soprattutto il ritardo organizzativo che ha accompagnato la riforma, ha determinato una evidente opacità nei confronti della futura popolazione studentesca dei tecnici e delle loro famiglie. È paradossale che un ministero che ha sbandierato l’orientamento come una priorità assoluta di “inclusione” presunta, abbia nei fatti reso gli studenti oggetto di una tale negligenza istituzionale. Perché famiglie e potenziali alunni che sono andati in autunno a visitare la futura possibile scuola, nel caso dei tecnici, si sono visti presentare un indirizzo che sarà invece, a settembre 2026, molto diverso da quello illustrato. E che, a novembre e dicembre, non era semplicemente possibile presentare nelle sue novità concrete, perché nessuna informazione sulle variazioni disciplinari e orarie specifiche era ancora uscita.
Un ritardo che è proseguito oltre la chiusura delle iscrizioni (procrastinata al 24/2 con la Nota 33781/2026 che però dei futuri quadri dei tecnici non dice nulla), tanto è vero che il 25/02 il Ministero emana una seconda Nota (253/2026) nella quale “si consiglia […] ai dirigenti scolastici [delle scuole tecniche] e agli Uffici di attendere qualche giorno, fino alla pubblicazione delle nuove indicazioni sopra riportate per dare inizio alle operazioni specifiche concernenti la definizione degli organici degli indirizzi della nuova istruzione tecnica”.
In altre parole, a fine febbraio, a iscrizioni concluse, il Ministero dichiara, serenamente, che informare i suoi studenti rispetto agli studi concreti che andranno a fare di lì a 7 mesi non ha alcun valore.
2.2. Quali materie per quali docenti? Lo stesso vale, peraltro, per i docenti: a fronte di annunciati cambiamenti strutturali, a poco dall’apertura delle operazioni di mobilità annuale, decine di insegnanti non hanno alcuna idea se, nella scuola di titolarità, troveranno ancora un numero sufficiente di ore da insegnare.
Da questo punto di vista, la pubblicazione del DM 29/2026 risponde ai dubbi solo parzialmente. All’interno di un quadro di riduzione di ore, quello che balza agli occhi, come ha ben detto il preside del Marco Polo di Firenze, Ludovico Arte, è un primo paradosso: “È una riforma contraddittoria, che rafforza l’orientamento al lavoro dei tecnici, riducendone fortemente la base culturale, ma che, nello stesso tempo, paradossalmente, indebolisce in modo anche grave le materie di indirizzo”.
Come abbiamo visto, le ore complessive innanzi tutto diminuiscono (1 ora in meno al biennio e 2 ore in meno in quinta). A farne le spese sono, nell’area generale, Italiano (1 ora in meno in quinta), Scienze della terra e biologia (sbalzata integralmente nel monte dell’area di indirizzo insieme alle altre Scienze integrate) e Matematica ai tecnologici (che perde i “complementi” al secondo biennio). Ma anche le materie specifiche, anticipate già dalla prima in maniera consistente, ma complessivamente diminuite al triennio, non stanno messe meglio, basta andare a osservare gli “Elementi di base” e gli “Elementi caratterizzanti” dell’indirizzo sia per il tecnologico, sia per l’economico, dei diversi quadri orari.
Credo sia molto importante evitare di ragionare per “categoria” e viceversa dire che il taglio riguarda tutto e tutti, indistintamente, sia da un punto di vista meramente quantitativo, sia dal punto di vista qualitativo. A questo proposito, vorrei fare due esempi. Le scienze integrate, da discipline con una epistemologia definita, ciascuna divisa nelle sue caratteristiche specifiche (fisica, chimica, scienze naturali) vengono conglobate sotto la generica etichetta di “Scienze sperimentali” che “comprende più insegnamenti (Scienze della Terra, Biologia, Chimica, Fisica) ed è da considerarsi disciplina unica”. Intere classi di concorso saranno notevolmente ridotte o sostanzialmente spazzate via in pochi anni, in omaggio a una presunta “interdisciplinarità” generica che spaccia per “innovazione” una semplice riduzione di cultura scientifica fine. “Lingua e letteratura italiana”, oltre a perdere un’ora in quinta (ricalibrando il monte ore complessivo alle 29 del quinquennio del tecnico pre-riforma Gelmini), cambia la propria definizione in “Lingua italiana”, allineandosi così alla dicitura introdotta per il triennio degli indirizzi professionali dal DM 33/2020. In questo modo, “Italiano” come disciplina unica, lingua e letteratura, scompare integralmente dall’orizzonte culturale dei tecnici (ai professionali, se non altro, al biennio l’etichetta riporta un più globale “Italiano”). Evidentemente, si ritiene che sia questo il modo migliore per rafforzare, come evocato dal DL 144/2022, le “competenze linguistiche, storiche, matematiche e scientifiche”…
Ma non è finita. Il DM 29 esce anche senza rendere pubbliche le classi di concorso che potranno insegnare, nei vari tecnici, le “scienze sperimentali”, così come molte altre materie generali e di indirizzo, bloccando per tutti, a livello nazionale, la costituzione degli organici e dunque l’eventuale individuazione dei docenti perdenti posto, mentre le scuole iniziano a predisporre le graduatorie interne.
2.3. L’area di indirizzo flessibile. La riforma stabilisce, in parziale analogia con quanto previsto anche dal DM 33/2020 per gli istituti professionali, un quota di flessibilità che ogni istituto potrà declinare in autonomia, elemento per me già discutibile in una scuola che si dice “pubblica”. Solo che, mentre nel caso dei professionali la quota era indicata per le singole aree di indirizzo specifico e individuava dei massimi e minimi (ad esempio, “Cucina” al primo biennio dell’Alberghiero può avere complessivamente 4 o 5 ore in due anni), nella riforma dei tecnici la parte flessibile individua delle generiche ore da “aggregare” a questa o quella materia, a scelta, in generale. La “Quota del curricolo a disposizione della scuola” prevede così rispettivamente: 2 ore jolly per ciascun anno del primo biennio, 3 per ciascun anno del secondo biennio e ben 7 in quinta, senza alcuna indicazione di area, di massimi o di minimi.
Mi pare abbastanza evidente che la totale mancanza di indicazioni, con la ‘scusa’ di “potenziare gli insegnamenti obbligatori di entrambe le aree e per attivare ulteriori insegnamenti”, risponda in realtà a una esigenza ben più basilare e urgente: fare fronte alla ingente perdita di posti che il taglio complessivo del quadro orario causerà a pettine. Come ha ricordato sempre Ludovico Arte, le tensioni in collegio tra dipartimenti, ma anche tra colleghi, potrebbero essere all’ordine del giorno, ed è facile, ma inevitabile, evocare i quattro capponi di Renzo: perché distogliere l’attenzione da una visione sistemica, con un obiettivo comune, attraverso l’offerta continua di distrattori, più o meno affabulatori o vessatori, è esattamente ciò che ci ha portato a questo punto.
3. Dove andiamo.
Mentre ancora siamo in attesa di conoscere le classi di concorso abbinate alle materie da insegnare, in assenza di Linee Guida, con tempi del tutto incongrui per un inizio a settembre 2026, è indispensabile chiedersi che cosa fare per recuperare il tempo perso.
Mi sono laureata su un badogliano (Beppe Fenoglio), forse il più grande esempio di partigiano e scrittore, che ancora ha votato monarchia al 2 giugno del 1946: proprio per questo credo che per provare a opporsi, salvando il salvabile, sia necessario riconquistare uno sguardo che privilegi ciò che unisce, tenendo in considerazione quanto “cambiare le cose” sia un obiettivo molto più desiderabile di “avere ragione”[2]. Propongo per questo un pentalogo di azioni comuni, su varia scala:
1. Fare massa: informare famiglie e studenti del tecnico di quanto la presentazione della futura prima durante l’orientamento sia stata ingannevole, prendendosi anche, nel caso, le proprie responsabilità, e cercando di organizzare una protesta trasversale e condivisa.
2. Fare rete: unirsi, tra scuole diverse, pensando all’obiettivo comune e senza concorrenze.
3. Fare rete: unirsi, tra sindacati, confederali, di base, piccoli e grandi; non è il momento del “mi si nota di più”, ma quello di pretendere compattamente almeno lo slittamento di un anno dell’entrata in vigore, attraverso ogni forma possibile di protesta e di azione.
4. Fare rete: tra docenti delle scuole, cercando di comprendere le legittime paure del collega che sta a fianco (è del tutto ovvio che un docente che insegna “Produzioni animali” all’Agrario, materia che con la riforma ha bisogno di cinque sezioni per avere una cattedra, in un indirizzo non diffusissimo, abbia paura di perdere posto; e io che insegno italiano, una materia generalista, lo devo capire; ma è del tutto ovvio che nonostante questo non si possa costruire un eventuale curricolo scolastico solo sulla base del perdente posto).
5. Analizzare in maniera puntuale e precisa la riforma, per individuare i possibili vulnera su cui agire per procedere con richieste di annullamento formali. La mancanza di trasparenza nei confronti di studenti e famiglie (violazione del DPR 249/1998) in sede di orientamento, la mancanza attuale di Linee Guida, per le quali non ci sono tempi tecnici di discussione pubblica pari a quelli che hanno accompagnato, sia pure malamente, le Nuove Linee Guida del I ciclo, il già citato mancato rispetto del DL 144/2022 per quanto riguarda il rafforzamento delle competenze linguistiche e scientifiche (visto che le ore vengono tagliate) potrebbero essere un primo punto di partenza su cui ragionare.
“Ma il rinnovamento della storia procede da uomini che con la propria natura ed educazione non hanno conti in sospeso, che sanno far parte d’un tutto, sanno che anche i limiti e i difetti, se accettati come tali, si possono far tornare all’attivo, in un’economia di valori più complessa e movimentata”. (I. Calvino, Il midollo del leone, 1955).
[1] Cfr. E. Lombardi Vallauri, La lingua disonesta, Bologna, Il Mulino, 2019.
[2] Devo questa serissima battuta a Mariangela Priarolo, attualmente docente comandata presso la Biblioteca Franco Serantini – Istituto di storia sociale, della Resistenza e dell’età contemporanea della provincia di Pisa.