venerdì 1 maggio 2026

Il duo Trump-Netanyahu in che catastrofe precipitano il pianeta? - Ennio Remondino


La percezione della minaccia che incombe sul mondo sta diffondendosi oltre prevenzioni ideologiche o di schieramento. Trump-Netanyahu: uno dei due un criminale ricercato per crimini di guerra, e l’altro un caricaturale mancato Nobel per la pace che s’è fatto trascinare in una guerra catastrofica da cui la sua personalità disturbata non sa come uscirne. Ma siamo sicuri di aver misurato sino in fondo i tempi e la portata della minaccia sul futuro nostro e del mondo?

Tutti sull’orlo del baratro

Sabato il nostro Piero Orteca ci ha dato i numeri della catastrofe economica della presidenza Trump che batterà tutti i record di scasso delle finanze pubbliche e gli Stati Uniti sprofonderanno sotto 40 trilioni di dollari di debito federale. 90 miliardi al mese di interessi». Provate a compitare questa cifre in numeri. Scrivete 4 e aggiungete 13 zero! In dollari. Per un assaggio più moderato, solo per gli ‘interessi annui’, 90.000.000.000, gli zeri si riducono a dieci. Da fatto, la superpotenza planetaria è a rischio fallimento. Ma la politica (e la Casa Bianca) giocano sporco. All’inizio degli anni 2000, il debito pubblico statunitense era del 34% del Pil e il governo federale aveva un surplus in cassa. Quando scoppiò la crisi finanziaria del 2008, il debito pubblico era al 35% del Pil. Quando arrivò il Covid-19, al 79% del Pil. Il 2026, dalle guerre Israeliane in Medio Oriente, dall’Ucraina e ora in Iran, si viaggia verso il 120%. Grave il fatto che il rapporto con questi numeri allarmanti era noto ma fu nascosto prima che Stati Uniti e Israele colpissero l’Iran bloccando il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz facendo schizzare i prezzi del petrolio oltre i 100 dollari al barile.

Rischio reale di crack dell’economia della superpotenza Stati Uniti. Qualcuno di noi gente comune, riesce ad immaginare cosa significherebbe una crisi di questa portata sull’economia di tutto il pianeta, la nostra piccola e povera Italia per prima? Una storia dell’orrore che lasciamo a dei fanta economisti dell’orrore.

Una guerra da 10.300 dollari al secondo

Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti aveva riferito al Congresso che i primi sei giorni di guerra sarebbero costati 11,3 miliardi di dollari. Secondo il Congressional Budget Office, per le prime 100 ore di campagna, sono stati spesi circa 3,7 miliardi di dollari. Dettagli: munizioni per circa 1,5 miliardi di dollari; operazioni aeree 125 milioni; operazioni navali 64 milioni e operazioni terrestri 7 milioni; difesa aerea attorno a 1,7 miliardi. Secondo Marine Insight, gli Stati Uniti starebbero spendendo circa 10.300 dollari al secondo per questa guerra, con una quota principale al consumo di munizioni per 320 milioni di dollari al giorno. Seguono le missioni aeree, 245 milioni di dollari al giorno, e le operazioni navali, che aggiungono ulteriori 155 milioni di dollari ogni 24 ore. Più recentemente l’American Enterprise Institute organizzazione di ricerca e analisi politica di Washington, con una stima molto più ampia e aggiornata, il costo finora sostenuto sarebbe tra i 25 e i 35 miliardi di dollari.

Citazioni di passaggio

Ieri, il calendario delle disgrazie del mondo di Antonio Cipriani su Polemos. «Prima del Covid, prima di Putin in Ucraina, prima del 7 ottobre 2023, prima della ferocia genocida israeliana, della pavida indifferenza europea; prima del ritorno di Trump alla Casa Bianca, del suo Nobel per la Pace a colpi di guerra, del suo essere ostaggio del governo Netanyahu, prima delle bombe israeliane su tutti i paesi sovrani del vicino Oriente. Prima della Meloni e dei suoi sciagurati». Oppure, a scelta: «Quando il settore della difesa diventa centrale per favorire l’accumulazione di capitale, l’economia diventa dipendente dalla guerra», denuncia Romaric Godin. O Michele Serra sulla stretta attualità. «Nel frattempo Israele azzanna il Libano, spara ai caschi blu, identifica la soluzione dei suoi problemi con la distruzione di insediamenti umani classificati ‘Hezbollah’, e per essere sicuro di colpire il mio nemico, distrugge tutto ciò che gli sta attorno. È già accaduto a Gaza. Intanto il governo israeliano ha stabilito che, a parità di delitto, la pena di morte vale solo per i nemici di Israele (in pratica: per i palestinesi). Ci sono uomini di serie A, uomini di serie B. Che a pensarlo siano alcuni discendenti di chi subì la Shoah, è una delle notizie più terribili e tristi di questo nuovo secolo».

L’Entità militare israeliana

Lo Stato ebraico è una delle principali potenze militari al mondo per spesa in rapporto al PIL, con un bilancio della difesa che ha raggiunto i 34,63 miliardi di dollari per il prossimo anno. L’apparato militare è sostenuto da una forte industria interna e da alleanze strategiche. Industria Militare Interna: Israele possiede un complesso militare-industriale avanzato, con entità statali come Israel Aerospace Industries (IAI) e Israel Military Industries (IMI), affiancate da attori privati come Elbit Systems Ltd. Il settore è all’avanguardia in guerra elettronica, tecnologie di intelligence e produzione di sistemi come il carro armato Merkava. Le recenti operazioni militari hanno avuto un impatto pesante sull’economia, sollevando preoccupazioni sulla sostenibilità a lungo termine. L’economia israeliana si basa su un terziario forte (quasi l’80% del PIL), trainato da settori ad alta tecnologia. Fattori Esterni: Israele è dipendente dalle catene di approvvigionamento globali per semiconduttori e sistemi avanzati, e beneficia di investimenti da parte di grandi istituzioni finanziarie internazionali.

Israele potenza regionale

L’economia israeliana è una delle più militarizzate al mondo. Secondo i dati della Banca mondiale, Israele destinava l’equivalente del 4,5% del suo PIL del 2022 alle spese militari. Una cifra più che doppia rispetto a quella della Francia, ma eccezionalmente bassa per Israele: tra il 2010 e il 2021, la percentuale oscillava infatti tra il 5 e il 6% del PIL. Nel 2022, l’Iran ha speso il 2,1% del suo PIL per l’esercito e gli Stati Uniti il 3,4%. Lo Stato ebraico era allora il dodicesimo paese al mondo in termini di spesa militare rapportata al suo reddito nazionale. Il problema principale delle spese militari in senso stretto è la loro natura profondamente improduttiva. L’esercito costa molto e rende poco, La priorità della difesa dello Stato è quindi fondamentale. Naturalmente, tale specializzazione non avrebbe potuto svilupparsi senza lo stretto legame che Israele intrattiene con gli Stati Uniti. Gli aiuti diretti degli Stati Uniti a Israele, che non sono subordinati all’acquisto di materiale statunitense, hanno permesso di mantenere un alto livello di ordini da parte dell’esercito, in particolare nel campo delle tecnologie avanzate.

«Neoliberismo falco»

L’esercito fornisce tecnologia e manodopera a un settore che finanzia la difesa e i suoi veterani. Con questo modello, l’economia israeliana è diventata, in apparenza, una delle più dinamiche del mondo occidentale. Ma oltre un settore tecnologico molto produttivo e legato all’esercito, il resto dell’economia è segnato da una produttività molto bassa, inferiore del 6,7% alla media dei Paesi dell’OCSE. Troppi militari sotto le armi. E la priorità della difesa dello Stato diventa quindi fondamentale. Naturalmente, gli aiuti diretti degli Stati Uniti a Israele, non solo subordinati all’acquisto di materiale statunitense, hanno permesso di mantenere un alto livello di ordini da parte dell’esercito.

Ed ecco l’accelerazione della colonizzazione della Cisgiordania ad alimentare il nazionalismo e mantenere l’esercito in stato di allerta. Una soluzione di pace comporterebbe infatti gravi problemi per l’economia politica israeliana così come si è sviluppata dalla metà degli anni ’90. Senza un esercito in attività, la dinamica tecnologica faticherebbe a mantenersi, mentre il resto dell’economia israeliana è troppo poco produttivo e quindi troppo poco competitivo. Oltre a consentire un pericoloso processo per corruzione e rischio carcere per Netanyahu.

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giovedì 30 aprile 2026

“Mi vergogno di essere ebreo”: Tamir Pardo, ex capo del Mossad, sconvolto dalle violenze dei coloni in Cisgiordania - Eleonora Bianchini

Un viaggio nella West Bank, dove i coloni minacciano i residenti, palestinesi. Un servizio dell’emittente israeliana Channel 13 in cui l’ex capo del MossadTamir Pardo, accompagnato da altri uomini che sono stati ai vertici della sicurezza di Tel Aviv, vede di persona cosa significhi vivere in Cisgiordania. Le violenze, le ingiustizie, le minacce quotidiane, pesantissime. E la traduzione di Pardo è impietosa: “Quello che vediamo oggi in Samaria e Giudea sarà il prossimo 7 ottobre (giorno in cui Hamas ha compiuto la strage nel sud di Israele da cui è scaturita la guerra a Gaza, ndr). Avrà una forma diversa, molto più dolorosa, perché la regione è molto più complessa. Lo Stato ha deciso di gettare le basi per il prossimo 7 ottobre. Questa è la scelta del governo israeliano. Mia madre – ha detto nel servizio – è sopravvissuta all’Olocausto e ciò che ho visto mi ha ricordato gli eventi avvenuti contro gli ebrei nel secolo scorso, in un Paese molto sviluppato. Queste erano esattamente le cose che succedevano”. Profondamente colpito dallo stato dei luoghi, ha aggiunto: “Quello che ho visto oggi mi ha fatto vergognare di essere ebreo”.

Nel viaggio in Cisgiordania, che tocca i villaggi di Burin e Hamra, a parlare sono i palestinesi. Raccontano di come sono stati picchiati dentro le loro case o per strada. Delle pecore che gli hanno rubato, dei bastoni che hanno flagellato i loro corpi. Un residente racconta che l’avevano lasciato completamente nudo e gli avevano anche stretto il pene con una fascetta di plastica. Continue umiliazioni. Recinti spaccati, aperti i rubinetti delle cisterne che contengono la loro acqua. Li perseguitano. Gli hanno lanciato addosso sassi gridando “siamo noi gli ebrei, siamo noi”, a volere sottintendere che quella terra appartiene solo a loro. I filmati mostrano le aggressioni che subiscono: col cellulare vengono ripresi, da lontano. Interpellato dall’emittente, l’uomo che in più episodi viene visto commettere le violenze, non rilascia commenti. Eppure, in un video in cui viene intervistato in studio, spiega chiaramente lo stato dello “sgombero” in atto nella West Bank. Tutte operazioni apertamente sostenute dai ministri estremisti del governo Netanyahu, in particolare dal responsabile della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, che sovrintende alla polizia, e da quello delle Finanze Bezalel Smotrich.

“Quando veniamo qui, vi parliamo e vi ascoltiamo, ci vergogniamo profondamente”, aggiunge Amram Mizna, ex capo del Comando centrale, mentre si rivolge ai palestinesi che incontrano nei villaggi. “Queste gang, e non c’è modo di chiamarle diversamente (dice riferendosi ai coloni violenti, ndr), arriveranno a farle ritorcere contro di noi perché dal momento che un governo segue la legge che prevede di arrestarli (i palestinesi, ndr), espellerli, distruggere le loro fattorie, prenderanno in mano le armi. Qui c’è una grande confusione qui, ed è intenzionale”. Mizna spiega che sul territorio l’esercito è stato depauperato dei poteri e che tutto è lasciato nelle mani della polizia. Che, però, non agisce. “Le regole dell’esercito sono cambiate in modo drastico e la bugia ormai è diventata la norma. Tutto viene molto chiaramente dall’alto. Il primo ministro è in cima alla piramide“, commenta Matan Vilnai, ex vice capo di stato maggiore dell’Idf. Quello che si presenta sotto gli occhi degli ex capi della sicurezza è una situazione tragica, che li lascia attoniti. “Ho bisogno di credere nelle autorità e nello Stato di diritto in Israele – conclude Pardo -. Penso che sappiano cosa stia succedendo e che scelgano di ignorarlo (…) Quello che ho visto oggi è la minaccia esistenziale allo Stato di Israele”. Perché, sottintende, se le autorità dovessero reprimere i coloni violenti, ci sarebbe una reazione violenta da parte loro. E pensa che questa situazione potrebbe portare Israele a diventare come il Libano, dove gli islamisti di Hezbollah usano le armi per imporsi e dove domina il conflitto, politico e civile. La polizia israeliana, interpellata da Channel 13, ha fatto sapere “di essere attiva in Cisgiordania “in conformità con le responsabilità assegnate”, aggiungendo che da gennaio sono stati arrestati 48 sospetti con l’accusa di coinvolgimento in violenze da parte dei coloni e sono stati emessi 33 capi d’accusa”, ha scritto il Times of Israel.

Provvedimenti che, in ogni caso, non rispondono all’emergenza in atto da anni, e che peraltro ha subito un’evidente accelerazione. La violenza e l’occupazione dei coloni in Cisgiordania perpetrata ai danni dei palestinesi, trova il consenso esplicito del governo di Tel Aviv. Solo nel 2025 l’esecutivo di Netanyahu ha deciso di riconoscerne ben 22 insediamenti, illegali per il diritto internazionale. Era da decenni, esattamente da circa 30 anni, che il governo non ne legalizzava una quantità così cospicua. E i passi compiuti per l’annessione della West Bank si sono moltiplicati nel tempo. A febbraio, ad esempio, riavviando un processo fermo dal 1967il governo israeliano ha approvato la registrazione di vaste zone della Cisgiordania come “proprietà statali”, accogliendo una controversa proposta per espandere gli insediamenti nei territori palestinesi. Il gabinetto di sicurezza di Israele ha inoltre approvato la rimozione del divieto di vendere terreni della Cisgiordania a ebrei, in vigore da oltre 60 anni, ossia dal periodo dell’amministrazione giordana, e la pubblicazione dei registri catastali che finora erano sempre rimasti privati. Terreni dell’area C dove si trova la maggioranza degli insediamenti dei coloni e dove vivono 300mila palestinesi, sempre sotto minaccia di violenze ed espropri. A oggi, quindi, le colonie israeliane in Cisgiordania e Gerusalemme Est stanno vivendo la più ampia espansione mai vista. Oltre 700mila coloni risiedono in oltre 270 insediamenti e avamposti, intensificando la frammentazione del territorio, le confische di terre e le violenze, spesso con il supporto militare. Il diritto internazionale considera tali insediamenti illegali. E in Cisgiordania, è Israele che detiene il controllo dell’85% delle risorse idriche.

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La lotta perenne contro l’imperialismo amerikano, più rabbioso che mai - Alberto Bradanini

 

1. Israele è uno stato governato da criminali sociopatici, che guidano un esercito di assassini che uccidono e uccidono, poi si riposano qualche giorno, invadono i media con le loro spudorate menzogne e quindi tornano a uccidere. Tralasciando le atrocità commesse in 80 anni di occupazione violenta della Palestina, solo nei tempi recenti, dopo aver massacrato 80/100.000 persone a Gaza – cui devono aggiungersi 200/300.000 feriti e mutilati nel corpo e nello spirito e chissà quante migliaia in Cisgiordania – il giorno 8 aprile 2026, inizio del cosiddetto cessate il fuoco tra Iran e Usa/Israele e tra Libano e Israele, racchiusi nelle loro fortezze volanti, un pugno di soldati israeliani, prodotti sperimentali dell’AI con spiccate caratteristiche disumanizzanti, hanno premuto un bottone e, senza rischiare nemmeno un graffio della loro preziosa epidermide, hanno massacrato centinaia di abitanti di Beirut, i più deceduti subito, altri sepolti vivi, tra cui tanti sventurati bambini. Dal 2 marzo 2026 a oggi, l’esercito più crudele della galassia ha ucciso circa 2500 persone – e ogni giorno il numero sale – senza che qualcuno sul pianeta Terra ingiunga a cotanti assassini di farla finita.

Non si tratta nemmeno, ça va sans dire, di episodi di guerra, ma di massacri premeditati, che rimbalzano qualche ora sui prezzolati mezzi di comunicazione di massa, per essere archiviati a fine giornata, mentre i responsabili riprendono a pianificare altre, quotidiane atrocità.

Allo Stato Ebraico, guidato dal criminale di guerra Benjamin Netanyahu, su cui pende un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale, e da altri suoi degni compagni di merende, sono consentiti orrori di ogni sorta: invadere, bombardare, sterminare, violentare, rubare terra e proprietà a palestinesi, mussulmani, cristiani, libanesi, siriani, iraniani, senza distinzione tra combattenti, uomini, donne e bambini.

Solo alle acciughe del mar Cantabrico sfugge tuttavia che il cagnolino da passeggio israeliano può fare tutto ciò solo in virtù delle relazioni speciali che lo legano al Cerbero da cui è addestrato e nutrito, gli Stati Uniti d’America, governati oggi da una putrebonda oligarchia predatrice, incurante di Leggi o Etica, ma solo interessata ad accumulare ricchezze su ricchezze, senza fine.

Secondo una certa ermeneutica, la decisione di aggredire l’Iran, calpestando la Carta delle Nazioni Unite, il diritto internazionale, i principi di convivenza tra nazioni, l’etica delle Genti e via dicendo, troverebbe spiegazione nella pervasività delle lobby pro-Israele che imperversano nella politica statunitense, cui si aggiungerebbe il ricatto dei documenti Epstein che incombe sulla testa dell’attuale inquilino della Casa Bianca in declino cognitivo, a sua volta interessato a distrarre l’opinione pubblica dalle inclinazioni pedofiliche a cui – dicono le malelingue – aveva l’abitudine di cedere. A tutto ciò si aggiungerebbe l’eloquenza persuasiva del citato criminale israeliano, secondo il quale questa scriteriata avventura sarebbe stata una distensiva passeggiata pomeridiana nei giardini del quartiere.

Di tutta evidenza, appare poco plausibile che un paese di 345 milioni di abitanti, prima economia mondiale e massima potenza militare del pianeta, che dispone di 800 basi sparse ovunque, accetti di sottomettere la propria agenda ai capricci messianico-espansionisti di uno staterello di sette milioni di abitanti, pur mettendo sulla bilancia la tossicità ricattatoria delle lobby menzionate e la putrescenza morale e materiale che imperversa nel principale stato canaglia del pianeta Terra.

Ora, anche quando le agende dei due paesi guerrafondenti non si sovrappongono (sulla carta, il colonialismo israeliano non dovrebbe interessare l’agenda Usa), in realtà anche qui i benefici imperiali di ritorno sono giganteschi: instabilità diffusa, caos geopolitico, destabilizzazione energetica, frantumazione delle economie ostili, direzionamento dei capitali verso Wall Street, vendita di armi e conflitti altrimenti destinati a un equilibrio, contenimento delle nazioni ostili e via dicendo.

Le brutalità di Israele nascondono dunque l’iceberg dell’imperialismo statunitense, quel mostro dalle fauci insaziabili che minaccia, aggredisce, saccheggia le nazioni che non si piegano, e che oggi, intuendo il proprio declino, agisce con ferocia ancor più disumana, senza badare ai rischi di escalation o distinguere alleati, paesi neutrali e nemici, avendo a mente null’altro che gli interessi di una cerchia privilegiata di disturbati mentali.

È bene ricordare che il nemico principale della pace, della convivenza tra nazioni, del rispetto delle civiltà, del progresso etico e culturale, e finanche della sopravvivenza del genere umano, è costituito da un gruppo di oligarchi che disponendo di immense risorse, eserciti di spie, analisti d’intelligence, giornalisti al libro paga, operatori di algoritmi e de-formazioni mediatiche, venditori di armi e via dicendo, vogliono dominare su tutto e tutti, nell’illusione de-umanizzante che ciò possa guarire le incurabili patologie di cui sono affetti. Siffatti individui sono vittime di un infantile complesso di onnipotenza, nel patetico convincimento che la loro eccezionalità (la sola nazione indispensabile della terra: M. Albright, 1996, W. Clinton, 1999) li autorizzi a ogni genere di nefandezze.

Sappiamo che questo nemico principale assume lineamenti diversi a seconda di tempi e luoghi: sul piano economico esso s’incarna nel neoliberismo antisocialeglobalista e bellicista, su quello dei valori nella mercificazione ontologica della società, su quello politico in una democrazia di formanon di contenuti, su quello filosofico in un pervasivo nichilismo solipsista, nei rapporti economici sul cinismo della plutocrazia dominante,e su quello geopolitico sull’impero più violento del pianeta.

La pratica di occultamento di tali evidenze – deve rilevarsi – non è dovuta a disattenzione o scarsa memoria, ma a un sistematico lavaggio ideologico e mediatico del cervello. Va detto, per evitare fraintendimenti, che con Stati Uniti non s’intende il popolo americano – quei 345 milioni di abitanti anch’essi sfruttati e sottomessi, oltre che in gran parte politicamente analfabeti – ma quell’0,1% che, come una piovra, proietta ovunque la sua ombra vorace. Il citato lavaggio di cervelli aiuta anche a capire l’oscura ragione che impedisce ai cittadini europei di prendere coscienza della penosa qualità delle loro classi deprimenti, reclutate – come ben sanno persino i barracuda dell’Amazzonia – sulla scorta di un solo criterio: saper indossare con dignità la livrea del maggiordomo.

2. Alla luce di quanto esposto, si proverà dunque a decifrare le tragiche vicissitudini in corso in Asia occidentale. Nelle mire malate dei padroni del mondo, dopo aver aggredito, destabilizzato, sbriciolato quasi tutti i paesi della regione (Iraq, Egitto, Siria, Libia, Sudan, Afghanistan, Yemen, seppure con risultati alterni) e dopo aver colonizzato le monarchie del Golfo con il famigerato petrodollaro, è ora il turno dell’Iran, che si ostina a non lasciarsi depredare, mentre dietro le quinte fa capolino persino un paese Nato, la Turchia, che Israele ha già sfrontatamente minacciato per bocca dell’ex PM N. Bennett[1].

I paesi presi di mira dal duo mortifero americano-sionista appartengono a due categorie: a) possiedono gas e petrolio in quantità rilevante (e questo interessa gli Usa); b) oppure sono paesi islamici, e come tali si oppongono all’espansionismo biblico-coloniale di Israele, ovvero (come si permettono!) difendono la causa palestinese.

Rebus sic stantibus, la guerra di Trump/Netanyahu è persa. La rabbia spinge il primo a minacciare la distruzione della civiltà persiana, fors’anche con la Bomba, un’ipotesi questa che il monarca del sistema solare avrebbe accarezzato quando, più fuori di testa del solito, è stato informato che la presunta operazione di recupero del pilota disperso – in realtà dissennatamente volta a trafugare dal sito di Isfahan i famigerati 430 kg di uranio arricchito al 60% – si era risolta in un’amara perdita di uomini, aerei ed elicotteri[2]! Quanto ai presunti negoziati in corso, in verità le notizie diffuse sono, come sempre, null’altro che inganni. Gli Usa fingono di trattare, mentre intendono solo dettare le condizioni della resa (quella iraniana, beninteso), ipotesi che ha un senso quando si vince una guerra, e non è questo il caso. Per Teheran infatti le condizioni poste sono inaccettabili: niente arricchimento dell’uranio (consentito invece dal Trattato di Non Proliferazione, sotto vigilanza dell’Aiea[3], come avveniva fino all’aggressione israeliana del giugno 2025), niente missili in grado di raggiungere Israele e interruzione dei legami con Hezbollah/Houthi (alleati politici e religiosi) e Hamas (finanziato soprattutto dagli arabi sunniti e in passato dalla stessa Israele, in funzione divisiva). In definitiva, una lista di aberrazioni che solo ai due negoziatori sionisti (Kushner e Witkoff) ha punta vaghezza di proporre.

L’economia statunitense è come noto in declino, il dollaro si svaluta, domina la finanza, la produzione di beni materiali è stata delocalizzata, la società è sempre più violenta, l’ingiustizia sociale è immensa, i ricchi diminuiscono ma le loro ricchezze aumentano. La re-industrializzazione dovrebbe avvenire ampliando la produzione di armi (e dunque promuovendo altre guerre) e controllando le energie fossili. Fortuna vuole che, secondo la legge dei contrappesi, ciò spinge ancor più la Cina, per sottrarsi ai ricatti, verso le rinnovabili.

Quanto a Israele, ancora peggio. Il perverso capo del governo israeliano – lo stesso che ha resuscitato quei sentimenti antisemitici che sembravano sepolti per sempre con il sacrificio di milioni di ebrei ad opera dei nazisti tedeschi – intende radere al suolo l’Iran, colpevole di sostenere la causa palestinese, di essere rimasto una nazione sovrana, trasformarlo (se fosse possibile) in una gigantesca Gaza, incurante persino delle immense conseguenze (inflazione, recessione) per il pianeta intero e dunque per gli stessi Stati Uniti.

Ma la civiltà persiana mai accetterà di essere distrutta. Anzi, la sua reazione potrebbe infliggere qualche serio dispiacere allo Stato Ebraico (nessuno è in grado di anticipare, ad esempio, cosa avverrebbe se il sito nucleare di Dimona fosse colpito da un missile balistico iraniano), e in tal caso Israele potrebbe decidere di ricorrere alla Bomba, rimanendo dubbio che l’attuale instabile e ricattato inquilino della Casa Bianca sarebbe in grado di opporsi. Solo Russia e Cina, a quel punto, avrebbero qualche chance di far rinsavire tale cerchia di svalvolati.

Alla luce di tutto ciò, occorre trovar modo di contenere i deliri di un individuo e invero di un paese intero (il 93% degli ebrei israeliani, a marzo 2026, approvava l’aggressione all’Iran[4]), consentendo all’umanità di proteggere la convivenza pacifica tra i popoli, che seppur diversi hanno diritto di respirare e prosperare a modo loro, secondo il buon senso, la Carta delle Nazioni Unite e quel minimo di Diritto Internazionale che l’umanità era riuscita a edificare dopo la carneficina della Seconda guerra mondiale.

 Per far questo, poiché nelle cosiddette democrazie occidentali (i cui governi sono tutti dalla parte di Israele) il punto di vista delle popolazioni è considerato solo un fastidioso mormorio di fondo – così come le ricorrenti manifestazioni dei 25 aprile del mondo intero, eventi fondamentalmente distrattivi, sui quali si concentrano infinitesimali spaccature di capelli, mentre lassù il potere dorme sonni beati – coloro che possono sono chiamati a dar segni di vita.

In queste ore, le scommesse oscillano. L’ammasso di marines nelle vicinanze di Hormuz suggerisce che il confuso presidente biondochiomato e il crociato Pete Hegseth stiano pianificando la ripresa delle ostilità. I mercati, invece, sembrano propendere per un possibile compromesso, che equivarrebbe a una sconfitta cocente per l’impero che rappresentano.

Saremmo sulla strada giusta se Israele fosse espulso da ogni consesso internazionale, commerci, investimenti e legami di ogni genere, boicottando i suoi prodotti e via dicendo, affinché quel popolo sia indotto a riflettere, e dopo aver recuperato resipiscenza torni a dialogare con umana moderazione sulla strada della convivenza, tenendo a mente che alle sue frontiere vivono e crescono 500 milioni di mussulmani, arabi, turchi, persiani e altre etnie e religioni, con cui dovrà fare i conti, sempreché in futuro ci sia ancora un mondo.

Quanto agli Stati Uniti, in attesa che possa avverarsi la profezia di Jack London, la rivoluzione socialista nella tana del lupo, diamoci da fare per accelerare il sorgere di un mondo plurale, in grado di contenere i capricci e la cupidigia dell’impero. Sappiamo di contare poco, ma non cesseremo per questo di elevare la voce al dio della pace e del senno recuperato. Breve è l’umana esistenza, non v’è necessità di accelerarne il passo. Uniamo le forze ed entriamo nelle praterie del sogno, spazi eterei, i soli che vale la pena frequentare, perché non saremo certo in grado di costruire una società migliore se prima non l’avremo immaginata nella nostra mente.


[1] https://www.maurizioblondet.it/il-genocida-minaccia-la-turchia/

[2] Tre aerei caccia F-15E, un C-130 o MC-130J, un A-10 Thunderbolt, 4 elicotteri: due Black Hawk (HH-60), un MH-6 Little Bird e un AH-6 o un HC-130J 

[3] Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica

[4] https://search.brave.com/search?q=il+93%25+degli+israeliani+sostiene+la+guerra+contro+l%27Iran%2C+vero%3F&source=desktop&summary=1&conversation=090491415b9b1e7bc3e7be9cab8a5ed84395

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mercoledì 29 aprile 2026

padre David Maria Turoldo

 

Quando Padre Turoldo rimproverò agli studenti di Brescia di non avere memoria - Leonardo Coen

Il vecchio resistente si trovò dinanzi ad un’assemblea di giovani che faticavano a concentrarsi. Ma era in gran forma e trovò quella mattina un’orazione tanto avvincente quanto polemica

Ricordo che il 31 maggio del 1985, in una lunga ed accalorata conversazione con gli studenti dell’Istituto tecnico industriale “Benedetto Castelli” di Brescia, il vecchio resistente si trovò all’inizio dinanzi ad un’assemblea di giovani che faticavano a concentrarsi. Ma padre Turoldo era in gran forma, incontenibile come sempre – magnifico affabulatore – aveva una virtuale tastiera sterminata da cui traeva parole, frasi, concetti, quasi che la liturgia della Resistenza avesse finalmente trovato quella mattina un’orazione tanto avvincente quanto polemica. Turoldo incalza la generazione che lo sta ascoltando, rimproverandola di essere “priva di memoria” e che “rischia di essere una generazione astorica”, pur custodendo Brescia quella Piazza della Loggia insanguinata dalla strage neofascista che allora come oggi non cessa di pesare sulla città. Così, evoca uno degli aspetti “del rischio proteiforme”, quello di “vivere giorni molto sbagliati” per una smemoratezza che ai giovani, comunque, non può essere del resto imputata. L’importante, anzi fondamentale, non è ricordare e basta. Ma come ricordare. Perché ricordare. Che cosa ricordare.

Ai giovani che cominciano ad ascoltarlo con più attenzione e coinvolgimento, Turoldo confida memorie drammatiche: il lezzo dei cadaveri nelle narici per avere svuotato con la commissioni pontificie di liberazione 29 campi di concentramento, “e mentre si camminava, con le scarpe si faceva uno scricchiolio…”, cinquantasette milioni di morti, “sapete che dopo, per anni, io non riuscivo a salire su una Volkswagen, perché era una macchina tedesca”, lo stesso mi disse mio padre che rifiutava di salire sulla mia Bmw, e pure Goffredo Fofi che addirittura per decenni non tollerava l’ascolto di chi parlava tedesco… (lo confidò a Piero Nissim per il magnifico volume L’infanzia rubata, edito da Gianluca Ferrara, in cui sono raccolte 47 testimonianze dei bambini durante la seconda guerra mondiale).

E sapete perché vado spesso a scuola, a raccontare quel che successe e cosa fu la Resistenza? Perché le scuole sono “i semenzai della coscienza”, sosteneva Turoldo che amava citare l’Esodo (la Bibbia in fondo nasce intorno all’Esodo) e l’Esodo è la storia della liberazione degli schiavi dall’Egitto dei faraoni, “lo schema di ogni storia di liberazione che si ripete sulla terra”, cioè la testimonianza che Dio non è dalla parte del faraone, che Dio non era con Hitler, “anche se i tedeschi portavano sulla pancia e sui vessilli Gott mit uns”, Dio è con noi. La storia si ripete, i tiranni di oggi rivendicano le loro azioni spacciandole per ispirate da Dio, o da Gesù, o per difendere la tradizione cristiana… agli studenti, Turoldo diceva che sul suo tavolo di lavoro teneva la Bibbia ma anche le Lettere dei condannati a morte della Resistenza, con la prefazione di Thomas Mann.

Come spiega Giovanni Bianchi nella prefazione del saggio di Turoldo. I giorni del rischio/maledetto colui che non spera (Servitium editrice, nuova edizione 2024, Gruppo editoriale Viator), per David la Resistenza è chiamata a vegliare “su questi nostri giorni sbagliati senza mitologia, poiché, afferma Turoldo, la Resistenza è “programma di vita”, soprattutto se ci si tiene lontani da “sciali di retoriche e falsi apologetici”. Per questo le lettere dei condannati a morte debbo o essere tramandate di generazione in generazione, documenti che devono segnare una nuova cultura, una nuova scuola. Purtroppo, non è avvenuto: “Abbiamo perso i valori per la strada”, ed il conseguente pericolo di “costruire nuove ragioni per nuovi disastri”. Profetico, ahinoi.

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Grazia o non grazia - Thomas Mackinson

Nicole Minetti graziata da Nordio e Mattarella. Condannata a 3 anni e 11 mesi: non sconterà nemmeno un giorno - Thomas Mackinson

Doveva scontare 3 anni e 11 mesi di reclusione ma non sconterà neppure un giorno. Nicole Minetti, condannata in via definitiva per Ruby-bis e per peculato nella “rimborsopoli” lombarda, a febbraio è stata graziata dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha dato parere favorevole dopo quello della Procura generale presso la Corte d’Appello di Milano. Mattarella ha firmato. La pena viene così cancellata prima ancora di essere eseguita. Le due condanne – 2 anni e 10 mesi per favoreggiamento della prostituzione per il caso Ruby-bis e 1 anno e 1 mese per peculato sui rimborsi regionali – erano state unificate in un cumulo per un totale di 3 anni e 11 mesi. Nel 2022 si era aperta la fase esecutiva, con fascicolo attivo presso la Procura generale. Ma l’esecuzione era stata sospesa: Minetti aveva chiesto l’affidamento ai servizi sociali e l’udienza davanti al Tribunale di Sorveglianza era fissata nel dicembre 2025. Prima ancora di arrivarci, però, è giunta la richiesta di grazia. Il perno fondamentale è la necessità di provvedere a esigenze familiari che devono restare riservate per motivi di privacy. Esigenze ritenute valide dalle autorità e dalle istituzioni competenti che hanno deciso di concederle questo raro atto di clemenza senza dare alcuna pubblicità al provvedimento.

A scoprirlo è stato il programma d’inchiesta Mi Manda Rai3 condotto da Federico Ruffo che domenica dedica un’ampia ricostruzione sulle “rimborsopoli” regionali a cura di Floriana Bulfon. La notizia della grazia concessa a Minetti salta fuori dalla curiosità di capire che fine abbiano fatto quei consiglieri terremotati dalle inchieste.

Contattata ieri dal Fatto Nicole Minetti ha preferito non commentare né rilasciare dichiarazioni in proposito. L’argomentazione è lineare: l’esecuzione della pena – anche in forma alternativa – avrebbe inciso in modo rilevante proprio sulle esigenze familiari che Minetti ha posto alla base della sua richiesta di grazia. Tali per cui la pena non poteva essere eseguita. La riservatezza è dovuta anche all’alto rischio di esposizione mediatica della richiedente dal passato a dir poco “controverso”.

Igienista dentale di Silvio Berlusconi (“Love of my life”), poi consigliera regionale in Lombardia, per un decennio Nicole Minetti è stata una delle figure più riconoscibili – e discusse – di una intera stagione politica e ha segnato a suo modo un’epoca. Dalle “cene eleganti” di Arcore all’esposizione continua, è diventata nel tempo un simbolo di quel sistema: visibilità, fedeltà personale, potere e leggerezza nell’uso dei fondi pubblici. Negli anni in Regione il suo nome finisce infatti anche nell’inchiesta sulla “rimborsopoli” lombarda. La condanna per peculato riguarda l’utilizzo di circa 19 mila euro di fondi pubblici per spese ritenute estranee all’attività istituzionale: pasti, taxi, acquisti personali e altre spese di carattere privato, lontane dall’esercizio del mandato consiliare. Somme che successivamente sono state risarcite.

A distanza di 15 anni il racconto è completamente diverso: la Minetti col gloss che impartiva istruzioni alle Olgettine ha cambiato vita. Nell’istanza di grazia preparata dall’avvocata milanese Antonella Calcaterra, emerge il profilo di una vita ricostruita lontano dalla politica, inserita in un contesto economico internazionale. Accanto a lei, il compagno imprenditore Giuseppe Cipriani, attivo da decenni tra Europa e Uruguay, dove nel 2018 ha avviato quello che nell’istanza viene descritto come il più grande investimento nella storia del Paese, il progetto dell’Hotel San Rafael.

È in questo contesto che si collocano e maturano le esigenze familiari che hanno consentito a Nicole Minetti di modificare anche la sua posizione giuridica fino all’istanza di grazia accolta lo scorso febbraio.

Nel 2024 la famiglia si è trasferita a Milano, dove lei svolge attività di volontariato certificate. “La signora Cipriani ha svolto volontariato nel periodo aprile 2024 – giugno 2025, in ambito ambulatoriale”, conferma al Fatto la Lega Italiana per la lotta contro i tumori. Ha poi fatto domanda alla Casa della Carità, collabora con la Caritas per il doposcuola nella parrocchia di San Marco, in centro. La prova di un percorso rieducativo – che la stessa istanza assume come già compiuto – non è mai passata attraverso l’esecuzione della pena. La grazia interviene prima di tutto questo. Il decreto è legittimo. La Costituzione lo prevede. Ma resta una scelta discrezionale che farà discutere. Sulla bilancia della giustizia hanno pesato le esigenze familiari della nuova Minetti che chiudono una parabola tutta italiana: da via Olgettina al Palazzo di Giustizia, al decreto di grazia. In mezzo, un Paese che s’indigna ma poi perdona.

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Minetti ha fatto causa per avere il bambino che le è valso la grazia – Thomas Mackinson

Il bambino grazie al quale Nicole Minetti ha ottenuto la grazia ha una madre biologica in Uruguay. Ma ora è scomparsa: il 14 aprile, quattro giorni dopo il primo articolo del Fatto, le autorità hanno diramato un ordine di rintraccio a suo nome. Anche l’avvocata che difendeva quella madre non c’è più: è morta carbonizzata insieme al marito, anche lui avvocato, in circostanze sospette. Nulla, ufficialmente, collega questi fatti alla grazia che a febbraio ha cancellato le condanne a 3 anni e 11 mesi per favoreggiamento della prostituzione e peculato che Minetti avrebbe dovuto scontare ai servizi sociali. Ma più si scava, più le ragioni della grazia traballano. A partire da un presupposto: quel bambino che nell’istanza viene presentato come “abbandonato alla nascita” senza legami familiari non lo era. Gli atti del Tribunale di Maldonado consultati dal Fatto raccontano invece che ancora oggi ha entrambi i genitori viventi e identificati, tanto che Minetti e il compagno Giuseppe Cipriani hanno intentato una vera e propria causa contro di loro per ottenere la “Separación Definitiva y Pérdida de Patria Potestad”. Il procedimento si chiuderà in loro favore soltanto il 15 febbraio 2023.

Il bambino è nato a fine 2017. Nel gennaio 2018 il Tribunale lo affida all’Instituto del Niño y Adolescente del Uruguay (INAU) per un massimo di 45 giorni come “estrema ratio”, vista la situazione della famiglia: madre indigente, padre detenuto. Il giudice González Camejo dispone di “creare un legame tra madre e figlio e verificarne il ricongiungimento”. Non un abbandono, dunque, ma una famiglia povera che lo Stato avrebbe dovuto aiutare. Maldonado è un contesto spaccato: turismo e denaro da una parte, povertà estrema dall’altra. Il 17% della popolazione vive nell’indigenza. I minori dell’INAU finiscono in hogares anonimi: maltrattamenti, adozioni forzate e corruzione — una vera “fabbrica di orfani”. Negli ultimi mesi è esploso uno scandalo nazionale alla notizia di 114 bambini morti in cinque anni.

È in questo contesto che entrano in scena Minetti e il suo compagno, l’imprenditore milionario Giuseppe Cipriani, in rapporti di affari e di piaceri con Jeffrey Epstein, come ha rivelato il Fatto tre giorni fa. La coppia trasferitasi in Uruguay costruisce un rapporto stretto con l’ente pubblico: dona soldi e beni, nei weekend apre il ranch ai bambini. Fra questi c’è anche il piccolo, con genitori così poveri da non potersi permettere neppure un avvocato, tanto da ottenere l’ausiliatoria de pobreza. Ma in che modo entra nell’orbita della ricca coppia italiana? L’Inau, secondo una testimonianza raccolta dal Fatto, portava i minori a pranzo nella tenuta di Cipriani. “Giuseppe li faceva arrivare al chakra, li serviva lui, ma era solo per coprire altri traffici”. Il piccolo dopo l’operazione negli Stati Uniti “stava benissimo, correva felice”. Eppure, “Minetti non ci stava mai, stava sempre e solo con la tata Fatima”. Su come sia arrivato lì, la risposta è piesos, poder e miedo. Soldi, potere e paura.

Ed è qui che emergono altre crepe. Nell’istanza di grazia si sostiene che già nel 2021 Minetti e Cipriani abbiano portato il bambino negli Usa per un delicato intervento chirurgico. Ma all’epoca non avevano ancora alcun diritto a farlo. Come ha potuto espatriare? Forse con lo stesso jet privato con cui– secondo la testimonianza resa al Fatto – arrivavano e partivano anche le “ragazze” dal ranch di Punta del Este, aggirando i controlli dell’immigrazione?

L’avvocata dei genitori biologici non può più rispondere: Mercedes Nieto, 49 anni, è morta il 15 giugno 2024 insieme al marito, anche lui avvocato, carbonizzati nella loro casa di vacanza a Garzón. Si indaga per duplice omicidio. “Non posso fornire informazioni — dice al Fatto il procuratore Sebastián Robles — tutte le piste sono aperte, compresa quella delle cause che patrocinavano”.

Un’altra crepa incrina il pilastro “clinico” della grazia, dopo quello sulla presunta “nuova vita” di Minetti. I legali sostengono che nell’ottobre 2021, grazie a Cipriani e Minetti, il bambino sia stato operato al Boston Children’s Hospital dopo due pareri contrari all’operazione del San Raffaele di Milano e dell’Ospedale di Padova. Per tale ragione, scrive l’avvocato, il bambino sarebbe stato operato negli Stati Uniti. Quei pareri contrari, citati nella copia visionata dal Fatto, tuttavia, non sono stati numerati e allegati all’istanza. Il professor Pietro Mortini del San Raffaele, i professori Luca Denaro e Maurizio Iacoangeli a Padova non lo hanno mai visto. Il minore non risulta tra i pazienti dell’ospedale.

L’istanza firmata dall’avvocato Antonia Calcaterra evidenzia che l’intervento a Boston non è stato risolutivo, tanto che all’ultimo controllo del 16 aprile 2025 sono emersi rischi di recidiva e complicazioni. Allega una dichiarazione dell’équipe che indica come “necessaria la costante presenza della madre, anche per consentire una discussione esaustiva e un processo decisionale condiviso sul suo piano di trattamento”. Calcaterra, contattata dal Fatto, spiega di aver depositato l’istanza “prima dell’estate”. Il 3 dicembre era fissata l’udienza per l’esecuzione dell’affidamento in prova ma salta proprio perché interviene quella richiesta al Capo dello Stato.

Ma sono stati svolti accertamenti o ci si è limitati a recepire quanto dichiarato nell’istanza? Cinque minuti d’auto separano la Procura da via Fatebenefratelli dove, 15 anni fa, Minetti disse ai poliziotti che Ruby era nipote di Mubarak. Insieme alla pena, il “perdono di Stato” cancella pure la memoria?

La procuratrice Francesca Nanni ha detto al Fatto di non aver mai letto quella pratica: “Se non presenta aspetti specifici di particolare delicatezza, viene gestita in automatico e io non ne vengo informata”. Dunque per Milano non era un caso delicato. Per il Quirinale sì, al punto da tenere segreta la grazia fino al nostro articolo 10 aprile scorso.

Nel 2024 Minetti, Cipriani e il bambino si trasferiscono in Italia. Il 18 settembre, tre mesi dopo la morte degli avvocati di Garzón, il settimanale “Chi” dedica quattro pagine alla nuova vita di Nicole Minetti. Lei elegante, il bambino che corre e gioca ai giardini Montanelli, davanti all’hotel-boutique Casa Cipriani. Lei e lui in tenuta sportiva che fanno la spesa. “Chi” è Mondadori, che è Fininvest, che è la famiglia Berlusconi, per il cui fondatore Minetti “favoreggiava” la prostituzione. Il cerchio, almeno editorialmente, si chiude. La storia invece no. Quattro giorni dopo la nostra inchiesta, il Ministero dell’Interno uruguaiano diffonde un avviso nazionale con la foto: María de los Ángeles González Colinet, di anni 29, è scomparsa. E’ la madre biologica del bimbo al centro della grazia a Nicole Minetti. L’ultima traccia di lei risale a metà febbraio. Negli stessi giorni, Nordio e Mattarella – nel silenzio dei palazzi romani – firmano. A settembre 2024 quel bimbo molto malato corre e gioca ai giardini Montanelli, a due passi da Casa Cipriani.

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Grazia a Nicole Minetti, Mattarella chiede chiarimenti a Nordio dopo gli scoop del Fatto: “Acquisire con urgenza informazioni” - Thomas Mackinson


 “In riferimento al decreto di concessione della grazia alla signora Minetti adottato dal Presidente della Repubblica, su proposta favorevole del Ministro della Giustizia, lo scorso 18 febbraio 2026, e alle conseguenti notizie di stampa in ordine alla supposta falsità degli elementi rappresentati nella domanda di clemenza, su indicazione del Signor Presidente prego di voler provvedere ad acquisire con cortese urgenza le necessarie informazioni idonee a riscontrare la fondatezza di quanto rappresentato da un organo di stampa”.

Con questa nota il Quirinale prende una posizione netta sulla vicenda rivelata dal Fatto Quotidiano della grazia concessa a febbraio a Nicole Minetti. Il Colle, di fatto, ripassa la palla al dicastero di via Arenula. La legge prevede che il giudizio del Capo dello Stato si debba basare sull’istruttoria trasmessa dal Guardasigilli Carlo Nordio, a cui spetta lo specifico onere di verificare la veridicità delle pratiche e chiedere ulteriore documentazione. Controlli che, evidentemente, si sono rivelati quantomeno carenti, compresi quelli della Procura Generale di Milano che aveva dato il primo via libera (non vincolante) alla richiesta.

Il presidente della Repubblica non dispone di autonomi strumenti di indagine per accertare i fatti che vengono prospettati e fonda la propria decisione sui documenti che gli vengono sottoposti nonché sulle valutazioni formulate a tal proposito dall’autorità giudiziaria e dal ministro della Giustizia, ricordano fonti del Quirinale. Nel caso in questione – si rileva – il Procuratore generale di Milano e il ministro Nordio hanno motivato il loro parere favorevole alla grazia in quanto l’affidamento in prova della Minetti le avrebbe reso estremamente difficile la cura e l’assistenza di un minore, sottoposto, per una grave patologia, a periodiche visite e a terapie specialistiche all’estero. Fonti del Quirinale, a questo proposito, fanno notare che la richiesta è stata rivolta al ministero della Giustizia, competente in via esclusiva a svolgere l’attività istruttoria in merito alle domande di grazia, come affermato dalla Corte Costituzionale con una sentenza del 2006.

L’istanza depositata prima dell’estate 2025 dai legali di Nicole Minetti, stando all’inchiesta del Fatto, era carente sotto vari profili. Indicavano il minore adottato in Uruguay come “abbandonato alla nascita” e privo di legami, quando gli atti del Tribunale di Maldonado acquisiti dal Fatto dimostrano che il bambino aveva in realtà due genitori biologici. Minetti e il compagno milionario Giuseppe Cipriani non hanno accolto un orfano, ma hanno intentato una causa civile per togliere la patria potestà ai genitori naturali, approfittando della loro estrema miseria.

Per giustificare la necessità per la Minetti di viaggiare all’estero (aggirando l’affidamento ai servizi sociali in Italia), l’istanza sostiene che due centri d’eccellenza, il San Raffaele di Milano e l’Ospedale di Padova, avessero sconsigliato di operare il minore, rendendo “imprescindibili” le cure al Boston Children’s Hospital. Contattati dal Fatto, i primari di quelle strutture hanno smentito categoricamente: non hanno mai visitato il bambino, il suo nome non è a terminale, e hanno confermato che quegli interventi si fanno comunemente e con successo anche in Italia.

Il contesto dell’adozione gronda misteri. Negli stessi giorni di metà febbraio 2026 in cui a Roma si firmava la grazia, in Uruguay la vera madre biologica del bambino (la 29enne María de los Ángeles González Colinet) scompariva nel nulla, costringendo la polizia locale a diramare un avviso di rintraccio. Un mistero che si incrocia con la morte dell’avvocata d’ufficio che aveva difeso la famiglia biologica, Mercedes Nieto, trovata carbonizzata in casa col marito nel 2024: un caso oggi indagato per duplice omicidio.

Per dimostrare il totale ravvedimento dell’ex consigliera, i legali hanno garantito sulla rettitudine del suo compagno Giuseppe Cipriani, definito un mecenate “lontano da contesti di devianza”. I documenti americani (Epstein Files) consultati dal Fatto svelano invece che l’imprenditore era finanziato “a strozzo” dal pedofilo Jeffrey Epstein. Testimonianze dirette dall’Uruguay confermano inoltre che, proprio nella tenuta in cui la coppia ospitava a favore di telecamera i bambini dell’orfanotrofio, si consumava in realtà un incessante giro di squillo d’alto bordo e minorenni gestito dalla stessa Nicole Minetti, che dunque non avrebbe “cambiato vita”.

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martedì 28 aprile 2026

Blocchi navali

 


(a cura di Francesco Masala)

La globalizzazione non è nient’altro che il controllo dei mari e degli oceani, ma anche degli stretti.

In un interessante video ne parla nel 2019 Diego Fabbri:

I Romani dopo la sconfitta dei cartaginesi controllarono il Mar Mediterraneo (pax romana)

Nel XVIII e XIX secolo furono i britannici a controllare i mari del mondo (pax britannica)

Nel XX secolo fino a qualche tempo fa sono stati gli USA a controllare i mari del mondo (pax americana)

Adesso il dominio dei mari e degli stretti da parte degli Usa è minacciato dall’Iran (che controlla lo stretto di Hormuz).

Quasi silenzio sulle minacce di Trump per prendersi il canale di Panama (qui).

Negli ultimi tre secoli due paesi imperialisti (di lingua inglesa) si credono i padroni del mondo, prima la Gran Bretagna adesso gli Usa.

L’atto di insubordinazione alla pax americana da parte dell’Iran fa uscire fuori di testa il paese più potente del mondo (per ora).

 

Come potrebbero Russia e Cina, e tutti i paesi che non si fidano più degli Usa, per aver provato il loro tallone, essere a favore del blocco navale degli Usa contro l’Iran?

 

Provate a leggere queste righe:

A metà dell’Ottocento la Gran Bretagna si presentava in Cina con i cannoni, per difendere il suo… oppio

Londra ama definirsi madre della democrazia, patria del parlamentarismo, culla della civiltà giuridica moderna. Ma la storia, quando non viene letta dai vincitori, racconta un’altra genealogia: quella di un impero…

Londra ama definirsi madre della democrazia, patria del parlamentarismo, culla della civiltà giuridica moderna. Ma la storia, quando non viene letta dai vincitori, racconta un’altra genealogia: quella di un impero che ha trasformato il commercio in guerra e la droga in diplomazia. Le guerre dell’oppio non sono un incidente remoto, un dettaglio esotico relegato ai manuali di storia coloniale. Sono la matrice genetica della modernità britannica: l’atto fondativo di un ordine mondiale costruito sul diritto del più forte di drogare e invadere in nome del libero mercato.

A metà dell’Ottocento, mentre l’Europa si compiaceva dei suoi congressi liberali e della sua estetica del progresso, la Gran Bretagna si presentava in Cina con i cannoni, non per difendere un principio, ma per difendere una merce. L’oppio prodotto in India — una colonia che fruttava dividendi e carestie — veniva smerciato in Cina in quantità tali da trasformare la dipendenza in emergenza nazionale. Milioni di tossicodipendenti, un’economia interna minacciata, un impero che tenta, con una misura di governo, di proibire il commercio della droga. L’Occidente, oggi tanto devoto alla retorica della lotta agli stupefacenti, rispose allora con la più classica delle armi: la guerra.

Nel 1840 la Royal Navy lanciò la prima guerra dell’oppio. Il casus belli: la Cina aveva osato vietare un commercio che distruggeva il suo popolo. Il risultato: bombardamenti, sbarco di truppe, umiliazione dell’impero cinese e cessione di Hong Kong come risarcimento. In Europa si parlò di “diritto al commercio”, di “difesa della libertà economica”. Nessuno osò chiamarla con il nome che merita: guerra di aggressione per il mantenimento del traffico di droga. L’ipocrisia del linguaggio fu la prima vittoria britannica.

Venti anni più tardi, la storia si ripeté. La Cina, ancora devastata dal problema dell’oppio, tentò una seconda volta di vietarne l’importazione. L’Inghilterra — spalleggiata da Francia e Stati Uniti — tornò con le navi da guerra. La seconda guerra dell’oppio culminò con l’incendio del Palazzo d’Estate di Pechino, una delle meraviglie architettoniche del mondo. Il saccheggio fu sistematico, l’umiliazione metodica: l’impero del Celeste Impero costretto a firmare nuovi trattati, concessioni territoriali, privilegi commerciali. I vincitori chiamarono la catastrofe “apertura della Cina al mondo”.

Dietro la parola “apertura” c’era un programma politico: il libero commercio come dogma e il cannone come suo braccio secolare. L’idea che la civiltà si potesse esportare a colpi di obice e che il mercato fosse una missione morale. È la stessa logica che, due secoli dopo, sorregge le guerre preventive, le sanzioni unilaterali, le “operazioni di polizia internazionale”. Cambiano le merci — dal papavero al petrolio — ma resta intatto il principio: chi possiede la flotta decide la morale.

Nel 1900, quando i cinesi provarono a ribellarsi con la rivolta dei Boxer, la risposta fu la stessa: una coalizione di otto potenze — tra cui Gran Bretagna, Francia, Germania, Russia, Giappone, Stati Uniti, Italia e Austria-Ungheria — marciò su Pechino, represse la rivolta nel sangue e impose nuove condizioni. La vendetta occidentale si travestì da punizione educativa: insegnare ai cinesi a “stare al loro posto”. È difficile trovare una formula più chiara di cosa intendesse l’Europa per civiltà.

A Londra, i giornali dell’epoca celebravano l’espansione come missione. I mercanti diventavano “pionieri del progresso”, gli ammiragli “strumenti della Provvidenza”. Le vittime venivano cancellate, i carnefici canonizzati. Nessuna aula di Westminster trovò scandalo nel fatto che la madrepatria della legalità stesse bombardando un paese per garantire la vendita di droga. Nessun poeta vittoriano compose un verso sul palazzo imperiale in fiamme. Le guerre dell’oppio restarono guerre pulite, invisibili nella coscienza europea, efficaci nell’economia.

Eppure furono quelle guerre a definire per secoli la percezione cinese dell’Occidente. L’arroganza morale di chi si proclama difensore della libertà e impone il commercio con le cannoniere ha un prezzo che si misura in rancore e memoria. Ogni volta che un diplomatico occidentale parla oggi di “minaccia cinese”, di “pericolo asiatico”, ignora che nel lessico cinese la minaccia ha ancora il volto dei marinai britannici sbarcati a Canton nel 1840. La storia non si cancella con le note verbali.

Il paradosso è che quella violenza, anziché essere condannata, fu teorizzata come modello. Le guerre dell’oppio insegnarono all’Occidente che si può trasformare la conquista economica in principio universale. Si può dire “libertà” e intendere “mercato”, si può dire “progresso” e intendere “profitto”. La forza non deve più chiamarsi forza: basta ribattezzarla “apertura”, “modernizzazione”, “integrazione”. La Gran Bretagna perfezionò l’arte dell’eufemismo politico molto prima della BBC: inventò il linguaggio che ancora oggi giustifica interventi e embarghi.

Chi studia quelle guerre trova l’archetipo di tutti i conflitti imperiali successivi. La prima potenza mondiale che dichiara guerra per garantire il diritto di commerciare un veleno; la seconda che incendia un palazzo e ne fa un simbolo di civiltà; la terza che organizza una coalizione per “ripristinare l’ordine”. È l’inizio di un secolo in cui l’aggressione si traveste da amministrazione, la rapina da trattato, la sottomissione da partnership. È la nascita del liberalismo armato, la dottrina non scritta che da allora regge ogni retorica occidentale: la violenza è legittima se produce profitto, il profitto è morale se si accompagna a un discorso sui diritti.

Oggi Londra continua a impartire lezioni di libertà economica e stato di diritto. Ma basta pronunciare “Hong Kong” per sentire l’eco di una storia mai rimossa in Asia. Ogni volta che il Regno Unito difende la libertà di navigazione nel Mar Cinese Meridionale, il mondo orientale ricorda le navi che nel 1840 aprirono quelle rotte a cannonate. Ogni volta che un ministro parla di “influenza cinese pericolosa”, in Cina si ricordano che fu l’Occidente a portare l’oppio e la guerra, non il contrario.

Il suprematismo europeo si nutre della rimozione delle proprie colpe. Si commemora la lotta all’oppio come missione di civiltà, si dimentica che l’Inghilterra è stata la più grande narcotrafficante della storia. Si predica il libero mercato, ma si tace che la sua fondazione è stata un blocco navale. Si celebra il diritto internazionale, ma si rimuove che i trattati che aprirono la Cina al commercio furono firmati sotto minaccia.

Il regno che oggi si presenta come modello di democrazia globale ha costruito il suo secolo d’oro sull’esportazione di una dipendenza e sull’imposizione militare di un mercato. E mentre il dibattito occidentale continua a discutere di “valori”, la Cina, che quella storia non ha dimenticato, osserva con una memoria lunga e glaciale. In quell’arco che va dal bombardamento di Canton al saccheggio di Pechino si trovano le radici dell’attuale diffidenza orientale verso la retorica morale dell’Occidente.

Non è l’orgoglio nazionalista a nutrire quella memoria: è la semplice aritmetica della storia. Un impero che ha costruito la propria fortuna bombardando un paese per difendere il diritto di vendergli droga non può più fingere di incarnare la giustizia universale. L’Inghilterra vittoriana, nelle guerre dell’oppio, non ha solo aperto un mercato: ha aperto la via maestra alla ipocrisia moderna. Da allora, ogni volta che un governo parla di “intervento umanitario”, il mondo dovrebbe ricordare Canton 1840, Pechino 1860, la mano che offriva il veleno e quella che reggeva la bandiera della civiltà.

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Anche il Giappone, come la Cina, fu costretto a lasciar entrare le merci degli Usa e dei paesi europei colonialisti (leggi qui).

 

Chi si oppone agli imperi di lingua inglese, ma non solo, subisce guerre e blocchi navali, ma, come canta Bob Dylan, The Times They Are a-Changin’:


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