venerdì 20 febbraio 2026

Fratelli – Carmelo Samonà

sembra un piccolo libro, nel senso di poche pagine, ma è un grande libro, pieno di vita e di complicati rapporti umani.

è la storia di due fratelli, che stanno nella vecchia casa di famiglia, la scrive il fratello "sano" che ha preso l'impegno di stare insieme al fratello non autosufficiente.

chi racconta s'immedesima nel fratello a cui va data cura, entrando nel mondo del fratello, con difficoltà, certo, i due fratelli stanno alla pari.

un libro da non perdere, da leggere e rileggere, per provare a capire l'Altro, a essere l'Altro.

ps: dice Julia Kristeva riprendendo Freud: «lo strano è dentro di me, quindi siamo tutti degli stranieri. Se io sono straniero, non ci sono stranieri ». (da qui)


 

 

 

 

Chi scrive è il savio:"Vivo in un vecchio appartamento,nel cuore della città,con un fratello malato".E' in una dimora cava,vuota,in silente decadenza che due figli dello stesso sangue s'incontrano.Carcere proprietario,sede d'afonia,regno del magico "facciamo che io ero",la casa è teatro pirandellianamente inallestito:"Le stanze sono ampie,le suppellettili rare.Arnesi dall'uso incerto interrompono la sequenza dei vuoti:penombre di velluti,pezzi d'argento,miniature in legno,bracieri,armature di latta,porcellane".Residui d'intimità in trasloco tra "poltrone coperte da teli","finestre spoglie","letti ridotti a brande".E' un assito in cianfrusaglia il luogo d'apparenza in cui due ombre si con-fondono d'appartenenza.Nome,età,fisici dettagli:d'esse tutto sfugge perchè nulla sfugga.Samonà porta in scena due corpi che son due voci che son due mondi.E li costringe a confrontarsi.Si legga il romanzo come testimonianza d'una convivenza col disagio e sarà racconto dotto di chi vive col malato.O si guardi meglio:Samonà racconta d'uomini ma allude a come gli uomini raccontano.E' un confronto in carne tra modi d'espressione "Fratelli":in esso sibili,sospiri, ammicchi son parole;braccia,gambe,occhi son discorsi;legami,fughe,strazi sono storie.In esso due fratelli son linguaggi.Così il folle delle vie traverse,dello scavo d'unghia,delle dimore d'aria s'esprime per distonie insane,metafore indiscete,digressioni improvvide generando "universi aleatori nei quali si trasferisce" e vive.Mentre il saggio dal passo retto,dalla mano ferma,dalla mente lucida,biro in mano s'organizza "un piccolo recinto d'annotazioni e commenti" da cui il fratello è escluso:"Quando il foglio è immobile e bianco sullo scrittoio posso tutto".Ecco "Fratelli":è il contrasto tenero e rabbioso,crudele e sospensivo,perverso e limaccioso tra causalità stagnante e casualità apparente,tra coscienza ferma ed infermità incosciente,tra irreale in scena e reale o-sceno.Tra quel falso vero e vero falso dalla cui mistura dipende la misera grandezza della parola letteraria.

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…Il fratello è l’ignoto, l’irrazionale e insieme la spontaneità animale, la fisicità che non ha bisogno di razionalizzazioni. In questa sua ricerca e ansia (che è intellettuale, come volontà di conoscere l’ignoto; ma è religiosa in questo rispetto per il sacro), il sano finisce per caricare anche la pazzia del fratello di dimensioni troppo colte: e questo potrebbe essere l’unico neo del testo. Rimane, comunque, un libro inquieto e misterioso, che si potrebbe definire, anche se il termine è generico, “spirituale”. In questa dimensione si può leggere infatti tutto un capitolo, il settimo, in cui il malato mantiene una sua segreta inconoscibilità, o inconsistenza, diventando agli occhi del fratello carico di tanti aspetti e risposte:

“Sono tre leggeri colpi di nocche alla porta a vetri della mia stanza, scanditi e trattenuti più con affanno, direi, che con forza; poi la sagoma di una figura giovanile ancora imprecisa si disegna nella smerigliatura dei vetri e resta per un poco così, immobile ed implorante, in attesa della mia voce... Cercami – è la sua strana risposta: la voce è tremula e sorda, le parole, sillabate staccate l’una dall’altra, ripropongono un vecchio invito. Cercami di nuovo – aggiunge – anche se mi hai trovato”.

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Impalpabile nell’apparire lo è anche nell’evocazione che abbiamo del suo dileguarsi, dilatata in un indistinto passato di cui rimane “il desiderio di cosa remotamente posseduta e goduta”. L’incanto di quell’abbraccio vittorioso nella lotta col disordine, con tutto il disordine del mondo, non può che essere e rimanere un desiderio. La ricerca dell’altro e il conflitto che ne deriva è un moto destinato a perpetuarsi, un territorio da conquistare e riconquistare continuamente ma impossibile da pacificare per sempre. E l’aspirazione di trovare la chiave per conoscere e capire il fratello è destinata a fallire così come quella di afferrare la chiave per stabilire un qualche tipo di rapporto col mondo. “Fratelli” è per questo un romanzo fatto di attese e sulla condizione dell’attesa, entrambe le quali non hanno fine e non possono averla. Da qui lo sprigionarsi di quel senso di tempo immobile, di metafisica senza mondo. “Fratelli” è uno dei più bei romanzi del nostro Novecento, così come Samonà è stato uno dei nostri più grandi scrittori, entrambi, oggi, colpevolmente dimenticati. Un romanzo di una intima e struggente bellezza, fatta da quelle sue infinite sfumature, rese da una prosa eterea e poetica, capace di produrre una inverosimile poliedricità introspettiva che è la continua presa di coscienza di un senso delle cose inesorabilmente destinato a sfuggire.

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Perché leggere Fratelli oggi? Una domanda che ha più risposte. Una tra le tante possibili è dello stesso Samonà, intervistato da Sira Testi a pochi mesi di distanza dalla pubblicazione del romanzo:

«Dal suo libro – domanda la Testi – mi pare emerga un grande insegnamento; l’amore è ancora lo strumento necessario ad appianare le difficoltà apparentemente insanabili che tormentano la vita e le relazioni dell’uomo moderno. Le sembra giusta questa chiave di lettura?»

«Sì, se per amore intende la tensione misteriosa e la volontà di conoscenza che ci spinge verso gli altri, e non dà alla parola – che è vecchia quanto il mondo ed è piena di significati diversi – un’accezione patetica o solo genericamente affettiva. Ma mi domando: è così importante il parere dell’autore in casi come questi? Io credo che siano i lettori, a cominciare da lei stessa, che danno autorità e consistenza a una chiave interpretativa. Il resto lo dirà, ovviamente, il tempo».

Quarant’anni sono sufficienti, non è ancora troppo tardi. Ora, come suggerisce lo scrittore, sta a noi la responsabilità di ricordarlo.

Quasi assente dalle librerie, ignorato da quasi tutti i manuali e dalle antologie, amato oggi da una piccola nicchia di intenditori, come potrebbe, Fratelli, ottenere il riconoscimento che gli spetterebbe? A un appassionato di Calvino o di Manganelli, di Del Giudice o di Lodoli, insomma dei narratori che nonostante il nuovo orizzonte esistenziale della letteratura seppero rinnovarsi, mantenendo allo stesso tempo una certa aderenza a una tradizione più umanistica secondo cui scrivere ha anche una valenza alta e conoscitiva, l’esordio narrativo di Samonà potrebbe senz’altro piacere. Conoscerlo significa anche porsi delle domande profonde sul presente e insieme rinunciare alla pretesa di trovarvi una risposta.

È possibile leggerlo interrogandosi sulle relazioni umane, sulla vita domestica di una malattia. rileggerlo ancora, più volte, per accorgersi che da questo esile libricino nascerà ogni volta un nuovo spunto di riflessione. Le qualità di questo romanzo naturalmente sussistono a prescindere dalla sua modernità. Siccome anche a distanza di anni sa ancora comunicare così tanto, non bisogna compiere l’errore di lasciarselo scappare.

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Successioni e rendite non possono restare intoccabili - Daniele Muritano


Il rapporto Oxfam presentato a Davos nel gennaio 2026 non è l’ennesima denuncia morale delle disuguaglianze. È un’analisi strutturale di come la concentrazione della ricchezza stia diventando un problema di tenuta democratica. In cinque anni la ricchezza dei miliardari globali è cresciuta dell’81%, mentre la metà più povera dell’umanità continua a detenere una quota marginale della ricchezza complessiva. Dodici individui possiedono oggi più ricchezza del 50% più povero del pianeta. Il punto centrale non è solo “quanto” la ricchezza sia concentrata, ma che cosa produce questa concentrazione. Produce potere politico, influenza normativa, capacità di orientare le scelte fiscali e regolatorie a proprio vantaggio. La disuguaglianza economica si trasforma in disuguaglianza politica. E la democrazia inizia a incrinarsi.

Il caso italiano: un laboratorio di disuguaglianze protette
L’Italia rappresenta un caso particolarmente istruttivo. Non perché sia un Paese “più ineguale” di altri in termini assoluti, ma perché combina tre elementi problematici: una forte concentrazione patrimoniale; una mobilità sociale ridotta; un sistema fiscale sorprendentemente indulgente verso le grandi ricchezze. Secondo il rapporto Oxfam il 10% più ricco delle famiglie italiane detiene circa il 60% della ricchezza nazionale, mentre la metà più povera si ferma poco sopra il 7%. Ancora più significativo è il dato sulla origine dei grandi patrimoni: quasi due terzi della ricchezza dei miliardari italiani deriva da eredità, non da redditi da lavoro o da iniziativa imprenditoriale di prima generazione. Eppure, in questo contesto, l’imposta di successione resta una delle più basse d’Europa. Non solo per le aliquote nominali, ma soprattutto per l’insieme di franchigie, esenzioni e regimi di favore che ne svuotano la funzione redistributiva.

Il confronto comparato: l’Italia come eccezione
Guardare oltre confine aiuta a ridimensionare molti luoghi comuni. In Francia, l’imposta di successione è fortemente progressiva: per i trasferimenti di grande entità tra genitori e figli le aliquote arrivano al 45%, con franchigie pensate per proteggere le successioni medio-piccole. In Germania, il passaggio generazionale delle imprese è agevolato, ma non in modo incondizionato: esistono limiti di valore, vincoli occupazionali e meccanismi di recupero dell’imposta se l’impresa viene dismessa o ridimensionata. Nei Paesi nordici, l’abolizione o la riduzione dell’imposta di successione è oggi oggetto di ripensamento, proprio per gli effetti regressivi che ha prodotto nel medio periodo. Il dato comparato è chiaro: non esiste alcuna incompatibilità strutturale tra tassazione delle grandi eredità e crescita economica. Ciò che fa la differenza è la selettività del prelievo.

Una riforma necessaria, ma non cieca
È fondamentale chiarirlo: riformare l’imposta di successione non significa colpire tutti indistintamente. Le successioni ordinarie, i patrimoni medi, l’abitazione familiare e i risparmi accumulati in una vita di lavoro non sono il problema. Il problema è la concentrazione di grandi patrimoni che si trasmettono intatti di generazione in generazione, consolidando posizioni di vantaggio indipendenti da qualsiasi merito. Una riforma seria dovrebbe colpire solo chi ha palesemente risorse sufficienti, cioè chi non subirebbe alcuna compressione reale delle proprie opportunità economiche a seguito del prelievo. In questo senso, l’imposta di successione è lo strumento meno distorsivo possibile: intercetta una capacità contributiva concentrata, non riproducibile e scollegata dall’attività economica corrente.

Il privilegio più ingiustificabile: le imprese che passano senza imposta
Un elemento di profonda criticità nel nostro sistema fiscale riguarda l’esonero quasi totale dall’imposta sulle successioni e donazioni per il trasferimento di aziende, rami d’azienda e partecipazioni societarie ai discendenti sulla base dell’art. 3, comma 4-ter del decreto legislativo. n. 346/1990. Tale regime, introdotto come misura finalizzata a tutelare la continuità delle piccole e medie imprese, prevede l’esenzione dall’imposta a condizione che il beneficiario prosegua l’attività o mantenga il controllo per almeno cinque anni dalla data del trasferimento. Questa disciplina ha resistito a un vaglio di costituzionalità: con la sentenza n. 120 del 23 giugno 2020, la Corte costituzionale ha dichiarato non fondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate in relazione agli articoli 3 e 29 Costituzione, rigettando le censure circa una presunta discriminazione tra eredi e l’assenza di tutela del coniuge rispetto ai discendenti. Tuttavia, dalla stessa pronuncia emergono importanti indicazioni sulla natura e sulla ratio dell’agevolazione, che dovrebbero indurre a ripensare il regime vigente. In particolare la Corte richiama la giustificazione originaria dell’agevolazione, che trae spunto da raccomandazioni europee volte a ridurre l’onere fiscale per facilitare il trasferimento delle piccole e medie imprese in un’ottica di continuità aziendale; la motivazione del giudice delle leggi mette in evidenza come il quadro normativo presupponga profili di congruità e proporzionalità della disciplina rispetto alle finalità dichiarate, soprattutto alla luce delle dimensioni, della natura e dell’effettiva rischiosità del trasferimento d’impresa. Nonostante la Corte non abbia censurato direttamente la disciplina, la motivazione contiene un richiamo implicito al legislatore, affinché valuti la coerenza e il perimetro di tali esenzioni. Invero, se l’obiettivo è proteggere l’impresa reale e produttiva, la regola non può essere automaticamente estesa a tutti i trasferimenti senza alcuna differenziazione dimensionale. In questo senso, la sentenza 120/2020 può essere letta come una sollecitazione alla ponderazione normativa. È realistico chiedersi se sia coerente con i principi costituzionali e con l’obiettivo di uguaglianza che imprese di enorme valore possano transitare ai discendenti senza alcun prelievo, pur in presenza di strumenti alternativi di tutela (es. vincoli occupazionali, limiti di valore, meccanismi di recupero dell’agevolazione in caso di dismissione prematura ecc.). Rispetto alla logica originaria della disciplina, la realtà economica è oggi molto diversa da quella degli anni Novanta, e una disciplina che non tenga conto delle dimensioni effettive delle imprese e dei patrimoni coinvolti finisce per generare un privilegio fiscale sproporzionato, ben oltre la mera tutela della continuità aziendale.

Il grande rimosso: le imposte dirette e le rendite finanziarie
Il tema della disuguaglianza fiscale non riguarda solo le successioni. Un altro pilastro del sistema italiano merita attenzione: la tassazione dei redditi finanziari. Oggi i guadagni di borsa, le plusvalenze e i redditi da capitale sono assoggettati a una flat tax del 26%, indipendentemente dall’ammontare complessivo del reddito del contribuente. È un regime che produce un paradosso evidente: chi vive prevalentemente di rendite finanziarie può essere tassato meno di un lavoratore dipendente con reddito medio-alto. Dal punto di vista costituzionale, la compatibilità di questo sistema con il principio di progressività (art. 53 Costituzione) è quantomeno problematica. Dal punto di vista sostanziale, il risultato è uno spostamento del carico fiscale dal capitale al lavoro. In molti ordinamenti comparati, almeno una parte dei redditi finanziari confluisce nel reddito complessivo ed è assoggettata a imposizione progressiva. Ricondurre i grandi guadagni di borsa all’IRPEF non significherebbe colpire il piccolo risparmio, ma riallineare la tassazione delle rendite elevate alla reale capacità contributiva di chi le percepisce.

Successioni e rendite: una riforma di sistema
Il messaggio che emerge dal rapporto Oxfam è netto: la disuguaglianza non è un destino naturale, ma il risultato di scelte politiche. E tra queste, le scelte fiscali sono decisive. Continuare a proteggere fiscalmente le grandi eredità e le rendite finanziarie significa accettare una società sempre più chiusa, in cui il punto di partenza conta più del merito e in cui la ricchezza si traduce automaticamente in potere politico. Riformare l’imposta di successione e superare la flat tax sui redditi finanziari più elevati non è una misura punitiva, ma una condizione minima di sostenibilità democratica. In gioco non c’è l’invidia sociale, ma la qualità della democrazia. Perché quando la ricchezza diventa intoccabile, anche il principio di uguaglianza smette di essere credibile.

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giovedì 19 febbraio 2026

A Lione i fascisti hanno organizzato un’imboscata armata


di Contre-attaque

La campagna di disinformazione mediatica sta provando a far passare la morte di Quentin Deranque come la conseguenza di attacco a un manifestante pacifico. La verità è che il ragazzo di 23 anni poi deceduto faceva parte di un commando di fascisti

Giovedì 12 febbraio si è svolta alla Facoltà di Scienze politiche di Lione una conferenza tenuta dall’europarlamentare Rima Hassan (La France Insoumise), contestata all’esterno dell’ateneo dal collettivo femo-nazionalista “Nemesis”. 

In questo contesto, diversi minuti dopo e a varie centinaia di metri di distanza dalla facoltà, un gruppo di circa 16 giovani di estrema destra armati di spranghe, fumogeni in versione “torcia infiammabile” e spray al peperoncino ha teso un agguato a dei militanti antifascisti, disarmati e in minoranza numerica. 

Questo è ciò che si vede nei video di Contre-attaque e Le Canard Enchainé che ripubblichiamo oggi e che ricostruiscono il contesto dell’aggressione a Quentin Deranque.

In seguito alla colluttazione il gruppo di estrema destra è fuggito, lasciando indietro alcune persone. Tra questi c’era Quentin Deranque, che a seguito dei colpi ricevuti durante il confronto ha riscontrato traumi cranici di importante gravità. Solo questi fatti sono riportati nel video che è inizialmente circolato, che molti giornali francesi hanno pubblicato senza spiegazione, così come stanno facendo molti giornali italiani 

Purtroppo Quentin Deranque, non si è recato subito in ospedale, ma solo in seguito, e il 16 febbraio è poi morto per i colpi subiti.   

Quentin faceva parte di un gruppo identitario, estremista cristiano, fascista e razzista che rivendica apertamente la violenza come arma politica. In ogni caso, nessuno dovrebbe morire in colluttazioni violente, tantomeno a 23 anni. 

Ripubblichiamo oggi la contro-inchiesta di Contrenattaque, che spiega e inquadra i fatti accaduti a Lione, che oggi vengono utilizzati anche in Italia per delegittimare tutta la sinistra, dai partiti ai movimenti, ma anche i valori antifascisti a cui si ispira la nostra Costituzione. 

TF1, AFP, Obs, France Info, Libération (organi di informazione n.d.t.) Juan Branco, François Ruffin, Raphaël Glusckmann, Emmanuel Macron e tutti gli altri da 5 giorni riprendono la versione inventata dai neonazisti per criminalizzare l’antifascismo e trasformare gli aggressori in vittime. È uno scandalo nazionale.

Ieri, Contre Attaque ha diffuso immagini inedite scattate a Lione il 12 febbraio, che mostrano come un commando armato abbia teso un’imboscata a un gruppo di attivisti di sinistra, scatenando una rissa generale che ha portato alla morte di Quentin Deranque.

Martedì, mentre tutti i parlamentari francesi rendevano omaggio all’attivista di estrema destra, Le Canard Enchaîné ha confermato la nostra inchiesta: i neonazisti di Lione si erano effettivamente posizionati prima dell’incontro di Rima Hassan e avevano organizzato un attacco contro eventuali antifascisti di passaggio. Le Canard ha pubblicato un filmato degli eventi accaduti prima dell’inizio dell’incontro, a diverse centinaia di metri da Sciences Po.

Il filmato mostra un gruppo di estrema destra con una torcia infiammabile – lanciata contro gli antifascisti con l’intenzione di ustionarli gravemente, come ci ha spiegato il nostro testimone – oltre a spranghe di ferro ed elmetti. Le Canard scrive: «Alcuni erano dotati di guanti tirapugni. Uno di loro colpisce i suoi avversari con un casco da motociclista, un altro usa una stampella e lo spray al peperoncino. Un terzo usa un ombrello».

Un’analisi attenta di questo breve video rivela 13 antifascisti caricati da 16 militanti di estrema destra. Il gruppo di Quentin è quindi in maggioranza. È fondamentale notare che, in questa breve clip, il gruppo neonazista è vestito interamente di nero, con la maggior parte dei volti mascherati, e usano fumogeni in versione “torcia infiammabile” e manganelli, mentre il gruppo che risponde solo con i pugni indossa abiti chiari.

Questo dettaglio è significativo: dimostra che il gruppo di Quentin Deranque era effettivamente preparato al combattimento, mentre gli antifascisti sembrano essere stati colti di sorpresa. Non avevano equipaggiamento difensivo o offensivo e il loro abbigliamento era facilmente identificabile. Un gruppo giunto con l’intenzione di combattere non si sarebbe presentato in questo modo.

Un attivista vicino a Quentin Deranque ha giurato al quotidiano di estrema destra Frontières di aver visto l’assistente parlamentare di Raphaël Arnault tirare pugni: «Siamo in 15 ad averlo visto, ne siamo certi al 100%». Involontariamente, ha così confermato che il suo gruppo era composto da almeno 15 persone e che quindi avevano abbandonato il loro amico. Questa rissa, scatenata dall’estrema destra, come accade regolarmente a Lione, è finita male per chi l’ha organizzata.

La carica del gruppo fascista di cui faceva parte Quentin Deranque

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Fonte: Contre-attaque.net

A questo link l’aggressione fascista ripresa da un’altra angolatura. Fonte: Le Canard Enchainé

La “protezione” di Nemesis non era l’obiettivo

Su Mediapart, un altro resoconto conferma questa sequenza di eventi: “uno studente di sinistra” che stava partecipando alla conferenza di Rima Hassan conferma che il suo gruppo ha preso il sottopassaggio ferroviario e poi ha incontrato gli attivisti di estrema destra che, a quanto pare, “gli sono saltati addosso”. «C’è stato un gran caos. Ci hanno lanciato una torcia o una granata fumogena, che ha colpito uno di noi direttamente in faccia». Tutto torna. Molto più delle 15 versioni contraddittorie fornite dall’estrema destra negli ultimi giorni.

Un altro errore va segnalato: il gruppo Nemesis (collettivo femo-nazionalista francese, n.d.t.) continua a ripetere che Quentin e i suoi amici sono stati invitati a “proteggere” le attiviste. Questa versione non regge a un esame approfondito: perché questo gruppo di teppisti sarebbe rimasto nascosto dietro un tunnel, a diverse centinaia di metri dalla conferenza e quindi dalle azioni di Nemesis?

In realtà, il gruppo di Quentin non era la “squadra di sicurezza” di Nemesis, ma una banda armata che si aggirava nei pressi di un raduno di sinistra, alla ricerca di potenziali bersagli. Forse si stavano coordinando con Nemesis, ma non erano lì per loro. Il settimanale satirico Le Canard Enchaîné lo conferma, descrivendo in queste immagini «un gruppo di estremisti di estrema destra che sembrano aspettare altri alla fine di un sottopassaggio ferroviario».

È una tattica comune tra i gruppi fascisti, a Lione come altrove, lanciare attacchi a sorpresa contro singoli individui o gruppi isolati ai margini di eventi antifascisti. Per chiunque abbia familiarità con l’estrema destra e la situazione a Lione, questo è ovvio. Se la giustizia non fosse sotto il loro controllo, starebbe perseguendo i soci di Quentin per aggressione aggravata con armi da fuoco, o addirittura tentato omicidio.

Quentin si è alzato e ha rifiutato di andare all’ospedale

L’estrema destra ha quindi perso la battaglia, abbandonando tre dei suoi membri nella fuga, e Quentin ha rifiutato le cure mediche. Su France Info, un vicino del ragazzo deceduto ha dichiarato di averlo visto alzarsi dopo essere stato picchiato: «Sembrava un po’ stordito, era in piedi ma si è rifiutato di andare in ospedale, nonostante glielo avessero offerto. Ho visto solo le persone che gli parlavano, dicendogli di andare in ospedale».

In ogni caso, quello che è certo è che ha rifiutato. Solo più di un’ora e mezza dopo, in un altro quartiere, è stato portato in ospedale in gravi condizioni. Perché ha rifiutato le cure al pronto soccorso? Aveva materiale compromettente? Stava cercando di fare il duro con i suoi amici fascisti? O era semplicemente troppo stordito per prendere la decisione giusta? In tal caso, la mancanza di reazione da parte dei suoi compagni è la vera tragedia.

Un insabbiamento da parte di TF1

Sabato 14 febbraio, TF1 ha trasmesso, durante il suo notiziario in prima serata, le immagini scioccanti e decontestualizzate che sono state successivamente riprese ovunque. Presentate come video di un residente locale, mostravano «quindici individui con giacche nere o di colore chiaro, diversi dei quali incappucciati, che picchiavano tre individui a terra», secondo l’emittente.

Il giorno dopo, Libération ha intervistato lo stesso testimone, Maxime, il quale ha spiegato di aver girato non uno, ma due video. Il primo mostrava l’inizio della colluttazione, e il secondo la fine, la parte in cui si scambiano colpi a terra. Questo testimone ha specificato che TF1 aveva scelto di trasmettere solo il secondo video, e non quello “in cui si vedono due gruppi uno di fronte all’altro”.

Questa scelta editoriale è estremamente grave: costituisce un deliberato inganno dell’opinione pubblica. La redazione di TF1 aveva le prove che si trattava di uno scontro tra due gruppi, ma ha presentato al pubblico un segmento troncato della scena, creando l’impressione di un attacco gratuito a un individuo isolato.

Ci sono volute la nostra indagine, altre testimonianze e il video di Le Canard Enchaîné per smentire questa disinformazione, ma il danno è fatto. I nostri media hanno poca importanza rispetto al telegiornale condotto da Martin Bouygues, un miliardario amico di Sarkozy. E come sappiamo, la mente umana tende a conservare la prima versione che le viene presentata, soprattutto se è scioccante. Diventa poi più difficile metterla in discussione in seguito, anche con argomentazioni solide.

La polizia ha dato carta bianca all’estrema destra

Mediapart riferisce che «i servizi segreti territoriali erano stati avvisati da diversi giorni della manifestazione programmata dal gruppo nazionalista femminista Némésis davanti a Sciences Po. Tuttavia, nessuna presenza visibile della polizia era stata schierata intorno all’edificio, nemmeno a scopo dissuasivo». Contemporaneamente, la polizia è stata mobilitata presso l’Università Lyon 3 per disperdere una protesta antimilitarista durante una conferenza sulla guerra. Ciò significa che le autorità hanno deciso di lasciare che l’estrema destra agisse impunemente, portando armi, mentre gli agenti reprimevano una manifestazione non violenta presso un’università.

Questa scelta è indicativa della situazione a Lione, dove da 15 anni si verificano attentati fascisti nella più totale impunità, ma anche della situazione del nostro Paese, dove abbiamo visto la polizia proteggere la marcia neonazista parigina del 10 maggio e vietare il raduno antifascista.

Proprio la scorsa settimana, il 7 febbraio, un nutrito contingente di gendarmi è stato schierato in mezzo ai campi della Mosa per proteggere un nascondiglio neonazista, la Taverne de Thor, e ha colpito il corteo contro l’estrema destra, che era composto da pacifiche famiglie con bambini.

I media dei proprietari miliardari, lo spostamento a destra del potere politico e la proliferazione di milizie fasciste nelle strade non possono che portare a tragedie di questo tipo, che a «oro volta alimenteranno ulteriori disastri. È un circolo vizioso verso il peggio, a meno che non si scateni un’ondata di resistenza contro questa cupa spirale.

La versione originale dell’articolo è stata pubblicata da Contre-attaque.net martedì 17 febbraio

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Ai movimenti: non lasciamo il dissenso alla repressione - Haidi Gaggio Giuliani

Lettera aperta di Haidi Giuliani: dissenso, repressione, democrazia


La storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa”, scriveva Marx nel Diciotto Brumaio.

 

Ci pensavo guardando le immagini di sabato scorso, a Torino. Sembrava di rivedere, in scala ridotta, quelle del luglio 2001 qui a Genova. La grande presenza unitaria di uomini e donne di tutte le età e di varia provenienza che hanno manifestato lungo il percorso fino alla fine. L’arrivo di chi viene subito nominato come “guastatore. Le forze dell’ordine massicciamente presenti, addobbate per la guerra. I petardi da una parte, i candelotti lacrimogeni dall’altra, le botte date nel mucchio. 
A Torino per fortuna nessun morto, nemmeno in coma, solo un poliziotto preso a calci. Delle altre persone ferite molti solerti giornalisti non hanno neppure parlato: sembra che sia diventato normale tornare a casa dopo una giornata di legittima protesta con la testa sanguinante e qualche osso rotto, si tratti di cittadinǝ che difendono il proprio territorio, operaǝ che difendono il posto di lavoro, studentǝ davanti a scuole e università.
Eppure la protesta resta un diritto costituzionale, non un favore concesso, ma un elemento essenziale della democrazia. Manifestare significa rendere visibile un conflitto, portarlo nello spazio pubblico, chiedere che venga riconosciuto e discusso. Oggi, invece, il dissenso viene punito a prescindere, svuotato di legittimità politica e riscritto come devianza. Decreto dopo decreto, il perimetro di ciò che è considerato accettabile si restringe. Esporre un dubbio, avanzare una critica, rischia di diventare un atto pericoloso, un reato penale da perseguire.

In questo contesto, vale la pena interrogarsi sul concetto stesso di violenza. Si parla molto di violenza contro le cose e contro le persone durante le manifestazioni. Si parla poco, invece, di altre forme di violenza, più pervasive e difficili da nominare. La violenza economica che frustra sistematicamente le aspettative di una generazione. La violenza semantica che delegittima chi dissente, trasformandolo in nemico interno. La violenza comunicativa e propagandistica che produce paura, semplifica il reale, cancella le cause dei conflitti.
Molti giovani scendono in piazza non per vocazione allo scontro, ma perché vedono traditi i valori che la democrazia dovrebbe difendere. Vivono un presente di ansia e paura, un futuro incerto, un lavoro instabile, un diritto allo studio sempre più fragile. Quando ogni canale di partecipazione appare chiuso, la protesta diventa l’unico linguaggio disponibile. È una richiesta di ascolto.

Nel clima attuale si sta affermando da tempo una cultura reazionaria: chi pone domande viene marginalizzato, chi critica viene deriso e isolato, chi prova a partecipare viene spinto ai margini del dibattito pubblico. Da qui nasce un conflitto che si radicalizza, perché non trova luoghi di mediazione.
A questo punto la domanda non può che essere politica. Che cosa può fare la politica, se non riappropriarsi degli spazi che le competono? Spazi di confronto, anche aspro, anche scomodo. Spazi in cui incontrare i giovani, tutti, anche quelli considerati “cattivi”. Non per giustificare ogni gesto, ma per sottrarre il conflitto alla sola gestione repressiva.
Genova ha mostrato cosa accade quando la politica abdica a questo ruolo e lascia alle forze dell’ordine il compito di gestire il rapporto con chi protesta. Un rapporto che viene inevitabilmente trattato come questione di ordine pubblico. Ancora 25 anni dopo, Torino lo ricorda. Quando la protesta viene lasciata sola, viene anche delegittimata politicamente.

Che fare, allora? Tocca a noi ampliare il consenso, costruire alleanze, radicarsi nei territori. Rendere la partecipazione contagiosa, non un gesto isolato. Uscire dalla logica delle avanguardie e ricostruire spazi collettivi di parola, conflitto e partecipazione. Tocca a noi, ancora e sempre, inventare metodi nuovi o mutuati dalle lotte – ricchissime di esempi – di chi ci ha preceduto. Senza questa assunzione collettiva di responsabilità, la storia continuerà a ripetersi

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mercoledì 18 febbraio 2026

Papyrus - Irene Vallejo

ho trovato il libro in biblioteca, non ne avevo mai sentito parlare, l'ho preso per curiosità.

ed è stata una bellissima scoperta, la storia delle parole scritte (dai papiri ai libri), e di tutto quello che ci sta dietro, nell'antichità.

Irene Vallejo ci regala una storia enciclopedica viva, piena di fascino, di riferimenti, di citazioni, dovrebbe essere un libro di testo per chi lavora nelle biblioteche.

un libro da non perdere, credo sarebbe piaciuto a Umberto Eco.

buona (sorprendente) lettura.

 

 

 

Lo stile dell’autrice è così affabulatorio e sorridente che accettiamo di lasciarci portare, anche di fronte al possibile disorientamento. Appare poco importante che il saggio non sia in ordine temporale, e anche che le divagazioni o i collegamenti a film, opere teatrali e romanzi del futuro possano sembrare non sempre pertinenti…

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…Uno stile avvincente, davvero affabulatorio, e una sorprendente capacità divulgativa spiccano nel libro della Vallejo, mai noioso, denso di aneddoti colti e dettagli curiosi che danno ragione del suo straordinario successo editoriale.

L’Autrice non poteva accomiatarsi dai suoi lettori che con un atto d’amore proprio verso la lettura: «Leggere è ascoltare musica fatta parola. È vicinanza e stordimento. È, a volte, parlare con i morti per sentirci più vivi. È viaggio immobile. È una meraviglia quotidiana. In questo tempo di reclusione abbiamo sperimentato che i libri ammansiscono l’ansia e ci regalano luoghi lontani. Apprezziamo – adesso forse più che mai – il ruolo che svolgono nelle nostre vite sbatacchiate dalla tempesta e dallo sconcerto. Nel corso dei secoli, questi scrigni di parole sono scampati a guerre, dittature, periodi di siccità, crisi e catastrofi…

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...ai tempi degli egizi, dei greci e dei romani, poteva capitare di vedere un libro. Era un lusso tenerlo tra le mani e ancora più difficile leggerlo! I monarchi illuminati costruivano biblioteche dove poter far confluire i libri e permettere a tutti di poter godere del piacere della lettura. Oggi per acquistare un libro bastano pochi euro, un salto nella libreria più vicina o una visita ad un qualche sito web, et voilà: la lettura può avere inizio. Ma una volta, non era così: i libri erano esemplari unici, la capacità di leggerli era ristretta a pochissime persone (non bastava saper leggere: le frasi erano scritte tutte attaccate, senza punteggiatura, senza separazione tra l'una e l'altra parola) e si leggeva solo a voce alta. Anche la musicalità (Titire tu patulè, recubans sub tegmine fagi) aveva la sua importanza. "I libri non erano una canzone che si cantava con la mente, ma una melodia che balzava alle labbra e risuonava ad alta voce", scrive l'autrice. Scritto come un romanzo, questo libro ci racconta la storia della scrittura dalla sua prima apparizione fino ai nostri giorni. Scopriamo che "all'epoca di Socrate i testi scritti non erano ancora uno strumento abituale e venivano guardati con sospetto." Prima tutto si basava sulla memoria: con l'avvento della scrittura, si inizierà a "trascurare la memoria". Se Marziale venisse a casa mia oggi (ci racconta l'autrice) rimarrebbe impressionato da una miriade di oggetti a lui sconosciuti. E ne segue l'elenco: decine e decine di oggetti incredibili (incredibili, per lui!): l'ascensore, il router, la sveglia, la lavatrice, la radio, i cerotti, l'asciugacapelli ... vabbè, vi risparmia l'elenco che, vi garantisco, è lunghissimo. Sapete quale oggetto riconoscerebbe perché simile a come era al suo tempo? Il libro: saprebbe prenderlo in mano, aprirlo, scorrere le parole, riconoscere l'indice. Non si dovrebbe mai far passare un giorno senza leggere qualche pagina di un libro, di qualsiasi libro: leggete, non ve ne pentirete!

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La storia del libro si perde nella notte dei tempi e risiede nella necessità dell’uomo di comunicare, lasciando traccia di ciò che ha detto. Papyrus è il risultato di un percorso irto e travagliato, fatto di illusioni e delusioni, di un sogno che si è concretizzato nelle sue varie forme, partendo dalle narrazioni a voce di Omero per approdare alle tavolette di argilla, alle incisioni su pietra e poi, rivoluzionando il sistema, all’utilizzo di una pianta che cresceva lungo le sponde del Nilo, il papiro. Quando poi la scrittura è approdata al cuoio, alle pelli di vitello e di pecora ha comportato, quanto maggiore era la dimensione dell’opera, delle vere e proprie stragi di animali. Con la possibilità di scrivere più agevolmente e ovviamente di leggere altrettanto facilmente sono sorte le prime biblioteche, disponibili a un certo pubblico, ma è nata anche la prima censura, sono sorti i primi nemici degli scritti, che hanno fomentato la distruzione degli “alberghi” dei libri, come accaduto con la biblioteca di Alessandria.Insomma la storia del libro è anche la storia dell’uomo, dato il rapporto inscindibile fra i due, una storia che è ben lungi dal finire (per fortuna, direi).Non mancano aneddoti, esperienze personali di questa filologa spagnola che parte da Oxford per approdare a Firenze, un lungo viaggio che è anche un’avventura che invita alla riflessione emozionando, fra nuove invenzioni, come quelle della stampa, e aberrazioni umane, come i falò di libri del nazismo. Che fine farà il libro così come lo vediamo oggi, in fogli di carta rilegati? Nonostante la presenza di supporti elettronici l’autore è convinto che il volume non morirà mai e in ciò concordo, perché leggere, sfogliando le pagine e assaporando quel profumo caratteristico dato dell’unione degli aromi dell’inchiostro e della carta, è un’esperienza olfattiva di per sé appagante. Da leggere, non solo per curiosità, ma per un sicuro accrescimento culturale.

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Sono i tempi di Tolomeo, uno dei più importanti condottieri di quell’Alessandro III detto il Grande, che ebbe come precettore nientemeno che Aristotele. Tolomeo fu undei condottieri che si divisero, dopo la sua morte precoce, il più vasto impero mai esistito prima delle conquiste compiute dal re macedone non solo con i suoi armati ma anche, presumibilmente, con le idee trasmessegli da AristoteleIn Egitto, un paese che non è il suo (di cui sappiamo che Tolomeo non conosce neppure la lingua), questo condottiero fonderà una dinastia di faraoni che arriverà fino a Cleopatra, e coltiverà l’aspirazione di riunire in Alessandriala città sul delta del Nilo inventata di sana piantauna biblioteca contenente tutto ciò che al tempo si poteva trovare di scrittoQuei cavalieri avrebbero preferito fare altro – conquistare, possedere, entrare nelle città da trionfatori – ci racconta la scrittrice e la studiosa: “Ho il sentore, però, che seguendo la piste di tutti i libri come se fossero parti di un tesoro sparpagliato, abbiano posto, senza saperlole fondamenta del nostro mondo”…

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Deamericanizzare l’immaginario europeo - Piero Bevilacqua

 

Quando si spezza qualcosa di profondo nel flusso ordinario del presente e confusamente avanza un paesaggio nuovo, la nostra mente si volge all’indietro, scorge la conclusione di un’epoca e diventa incline a tentare bilanci, a fare storia. Solo così si comprende di che stoffa può essere tessuto il futuro che ci attende. Oggi siamo spinti a fare storia di un grande capitolo della recente modernità: il dominio mondiale della cultura americana per tutto il XX secolo e oltre.

Quel che si è spezzato, nel cuore della nostra epoca, è il legame tra Europa e USA, il cosiddetto Occidente, quel blocco di alleanze politiche, rapporti commerciali, collaborazioni istituzionali, vincoli culturali e ideologici, che le due più grandi potenze colonizzatrici del mondo avevano costituito nel corso del ’900. È vero che più di una rottura sotterranea era già avvenuta, non sempre avvertita dalle élites europee. Il colpo di Stato a Kiev nel 2014, sostenuto dagli USA, che ha poi portato all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022 e alla guerra per procura degli americani, non mirava soltanto, quale obiettivo ultimo, al disfacimento della Russia per tracollo economico. Quell’iniziativa, lungamente perseguita, aveva di mira anche l’Europa. Il sabotaggio del gasdotto North Stream ne è soltanto il simbolo più evidente. L’Impero americano voleva in realtà impedire una potente saldatura di vincoli economici euroasiatici tra Federazione russa, ricca di materie prime e potenza nucleare, e il Vecchio Continente, gigante industriale e tecnologico e vasto mercato. Con la presidenza Trump, l’uomo spregiudicato che muove guerra commerciale ai paesi europei, che mostra al mondo, senza infingimenti, la volontà di conservazione del dominio dell’Impero condannato al declino, la rottura è ormai dispiegata. Com’è noto, tuttavia, i gruppi dirigenti e ampi settori dell’opinione europea credono che si tratti di una frattura inedita, e sicuramente transitoria, dovuta alle intemperanze di un presidente schizoide.

Ebbene, tra le tante ragioni che spiegano l’incapacità europea di comprendere quanto avviene, oltre all’ormai leggendaria pochezza del ceto politico, alla vocazione apologetica e propagandistica dei media, ce n’è una profonda e poco considerata, che va collocata nell’ambito dell’egemonia USA: è l’ampiezza e profondità con cui la cultura americana si è insediata in tutti gli angoli della vita del Vecchio Continente.

Qui avanzo solo brevi note per una discussione più ampia. L’americanizzazione dell’Europa ha il suo avvio all’indomani della seconda guerra mondiale e s’irradia con un ampio spettro di innovazioni culturali che entreranno a far parte connaturante delle società investite. Il primo, rilevante ambito, è quello della cultura materiale. La Rivoluzione Verde nell’ambito del Piano Marshall cambia per sempre diversi millenni di agricoltura contadina, attraverso l’introduzione nelle campagne di quella che è stata definita una “technological box”, consistente in una combinazione di fattori: sementi ibride di cereali altamente produttive, concimi chimici, pompe idrauliche per l’irrigazione. È l’agricoltura industriale di oggi. Anche il modello degli allevamenti intensivi comincia dagli USA. Ma c’è una cultura materiale destinata a imperituro successo, quella degli elettrodomestici. L’arrivo in Europa dei frigoriferi, delle lavastoviglie, delle lavatrici elettriche – che liberano milioni di donne da una delle più penose fatiche della loro storia – costituisce delle vere leve di umana emancipazione, fonda una dimensione nuova del vivere quotidiano: il benessere.

Un altro ambito di irradiazione, non meno dotato di forza insediativa, di profonda plasmazione delle psicologie, è l’industria dell’intrattenimento: la musica, soprattutto il jazz, la televisione, il cinema. Non è necessario soffermarsi più di tanto. Il potere di Hollywood di produrre immaginario capace di far sognare anche i popoli più remoti, di imporre un’immagine del mondo che è la glorificazione dell’America, è ben noto. Una potenza creativa capace perfino di sovvertimento della realtà storica, se si ricorda che il cinema americano ha trasformato il genocidio dei popoli nativi, i cosiddetti Pellirosa, nella gloriosa epopea del genere western. Forse potremmo affermare che, in sostanza, una delle componenti fondative dell’egemonia americana è stata la raffinata capacità di mascherare, soprattutto tramite l’anticomunismo, la propria storia, di affermare di sé un’immagine edificante interamente costruita a fini di dominio.

La diffusione dell’americanismo nella sua dimensione di cultura materiale e di cultura popolare era per la verità cominciata agli inizi del ’900. Il taylorismo e l’organizzazione scientifica del lavoro, la fondazione dell’obsolescenza programmata delle merci, per far fronte alla produzione industriale di massa, cominciano ad arrivare in Europa negli anni ’30. Gramsci, solitaria testa pensante, dedicò, com’è noto, un capitolo dei suoi Quaderni a questa inedita frontiera del capitalismo. E anche ambiti della cultura alta cominciarono ad affascinare gli intellettuali europei, quello della narrativa, ad esempio: i romanzi di Hemingway, di Steinbeck, ecc.

La cultura alta, tuttavia, cominciò a penetrare in Europa con capacità egemonica soprattutto nella seconda metà del ’900, tramite la disciplina che doveva diventare, come la fisica, la Big Science del nostro tempo: l’economia. Gli USA sono il paese che detiene il maggior numero di premi Nobel per questa disciplina. Una scienza che, da un certo momento in poi, diventa una corrente ideologica destinata a dominare non solo la cultura economica, ma a trasformarsi in politica degli Stati, a guidare un nuovo corso egemonico del capitalismo attuale: il neoliberismo. Domenico De Masi ha magistralmente ricostruito la strategia con cui il gruppo degli economisti che ha fondato tale corrente di studi e di pensiero, da Ludwig von Mises a Milton Friedman, ha conquistato, con penetrazione capillare, gabinetti ministeriali, centri studi di grandi banche, riviste, università, centri di ricerca, ecc. (D. De Masi, La felicità negata, Einaudi 2022). Almeno dagli anni ’80 andare a specializzarsi negli USA per alcuni mesi ha fatto parte del cursus honorum dei giovani laureati europei in economia. Le nostre Facoltà di economia sono state messe sotto assedio, interamente plasmate dalle dottrine neoliberiste, e nei decenni recenti anche il modello americano di organizzazione didattica, fondato su Dipartimenti specialistici, ha sostituito le antiche Facoltà largamente interdisciplinari.

Tale grandiosa opera di colonizzazione intellettuale della vecchia Europa, che è continuata per decenni, ha avuto una forza ancora più dirompente, perché avvolta dentro una narrazione storica di singolare fascino, soprattutto in Italia. Dopo la guerra gli USA si presentavano come i liberatori, coloro che avevano sconfitto il nazifascismo (cancellando così il decisivo contributo dell’Unione Sovietica e anche della Cina sul fronte orientale) e che col Piano Marshall – vale a dire l’apertura all’industria USA, uscita intatta dalla guerra, del vasto mercato europeo – avevano portato libertà e aiuto economico alle provate economie del Continente. Per un paese come il nostro, che aveva spedito in quel paese milioni di contadini, responsabile della fondazione del fascismo, che usciva sconfitto dalla guerra, gravemente danneggiato dai bombardamenti, non era una prova di generosità facilmente dimenticabile. Anche se le nostre classi dirigenti hanno fatto di tutto per far dimenticare quale grande contropartita gli USA hanno ottenuto per le loro mire imperiali. Collocando le proprie basi militari sul nostro territorio hanno guadagnato il controllo strategico sulla nostra Penisola, una sterminata portaerei in mezzo al Mediterraneo, proiettata verso l’Africa e il Medio Oriente.

Occorre tuttavia ricordare che, a livello di innovazione della vita materiale, il dispositivo destinato a mutare nel profondo non solo la cultura, ma la spiritualità, le strutture antropologiche dell’individuo europeo, è stata la TV. Attraverso questo strumento le classi dirigenti americane e quelle vassalle europee hanno conseguito scopi di portata epocale. Sono riusciti a fornire a un pubblico immenso informazioni quotidiane sulle condizioni, gli eventi, i problemi dei vari paesi del globo, dando agli europei (e agli americani) l’illusione di conoscere effettivamente lo stato delle cose e non di subire una gigantesca e capillare manipolazione della realtà. Una plasmazione ideologica delle psicologie collettive senza precedenti per ampiezza e profondità nella storia delle civiltà umane. Un’opera di colonizzazione che, attraverso il medium della lingua inglese, utilizzando il mimetismo servile di giornalisti, pubblicitari, leader politici, ha penetrato l’anima più profonda della cultura e dell’identità dei paesi europei.

Ma la TV ha anche inaugurato una dimensione nuova della vita familiare. I circenses che l’Impero romano elargiva alla plebe per guadagnarne il consenso sono diventati fruizione quotidiana. Lo spettacolo, per secoli intrattenimento periodico pubblico nei circhi e nei teatri, soprattutto dei ceti abbienti, è diventato evento domestico quotidiano di massa. Negli ultimi anni, come aveva profetizzato Guy Debord, anche la vita politica si è fatta spettacolo: tutta la realtà è stata risucchiata dalla sua rappresentazione virtuale. Ma a causa delle TV le famiglie hanno ristretto al loro interno lo spazio del dialogo domestico, sono diventate monadi incomunicanti, la società ha perduto i vecchi collanti della frequentazione pubblica, si è progressivamente dissolta.

Si può dire che è stata l’America a creare l’Uomo Nuovo a cui aspiravano i dirigenti sovietici. Con il crollo dell’Unione Sovietica e del fronte comunista internazionale, la penetrazione dell’ideologia capitalistica, l’accettazione come naturale delle sue culture, dei suoi stili di vita, dominati da individualismo, competizione, merito, successo, denaro, primato dell’impresa e del profitto, ecc., ha determinato, nella mente di moltitudini di contemporanei, l’impensabilità di una società diversa, l’inimmaginabilità di un futuro che non fosse la replica del presente. Tale conformismo ideologico, che dura da decenni, è stato così totalitario da indurre un serio studioso come Francis Fukuyama a teorizzare, com’è noto, “la fine della storia”. Vale a dire l’impossibilità, da parte delle società umane, di creare sul pianeta nuove forme di organizzazione sociale che non fossero la ripetizione dell’esistente ordine neoliberale. Il “there is no alternative” di Margaret Thatcher veniva solennemente confermato. In realtà si trattava di un azzardo profetico che doveva segnalare alle menti capaci di pensiero la morte culturale del modo di produzione capitalistico: la sua incapacità di progettare nuovi assetti sociali come aveva fatto, con innovazioni continue, nei tre secoli precedenti. E invece, in coro, tutti i chierici del capitale hanno cantato alleluia. Ma quanta barbarie covava in seno a questa società talmente perfetta da aver sbarrato le porte dell’avvenire lo hanno mostrato i massacri che hanno insanguinato il pianeta nei decenni del nuovo millennio.

Oggi, anno Domini 2026, le fonti dell’egemonia americana appaiono disseccate. La scienza economica neoliberista si mostra in tutta la vastità dei suoi fallimenti sociali, ambientali e umani. Un trentennio di sfrenamento capitalistico neoliberista ha dato vita a giganti monopolistici transnazionali, a concentrazioni abnormi di ricchezza finanziaria, disuguaglianze e sacche di povertà senza precedenti. La concentrazione del capitale ha raggiunto vertici mai toccati prima e inferto al pianeta danni senza precedenti e forse irreversibili. Ma soprattutto ha inferto uno scacco storico a tutti i poteri statuali dell’Occidente e alle loro élites: la sovranità della politica e dello Stato è stata soppiantata. Il potere laico e autonomo di governo degli Stati-nazione, che per secoli era stato distinto e superiore a quello religioso, economico e militare, è stato privatizzato dalle potenze elette del denaro. All’autorità dello Stato si è sostituita quella di oligarchie onnipotenti. Non si comprende la dissoluzione del diritto internazionale se non si mette in conto l’assoggettamento subito dagli esecutivi nazionali ad opera dei grandi aggregati di ricchezza, che aggirano parlamenti, divisione dei poteri, costituzioni. Sono tali potenze transnazionali che dettano le regole al ceto politico eletto nelle democrazie rappresentative. I dirigenti dei grandi partiti di massa sono infatti diventati ceto politico, svolgono un mestiere, occupano un limitato segmento nella divisione del lavoro del sistema capitalistico. Avendo scelto, per debolezza e convenienza, di spezzare il loro antico legame con la classe operaia e i ceti popolari, perdendo la capacità contrattuale che dava loro il consenso organizzato di massa, sono privi di forza e di visione, vivono alla giornata, in balia degli interessi privati contraddittori a cui si appoggiano.

D’altra parte, la cultura materiale americana ha esaurito il suo fascino con le ultime mirabilia dei prodotti digitali, ormai insidiate da quelle della Cina, della Corea, ecc. Ma la rottura più grave è avvenuta su un altro piano. Il carisma degli USA, Stato modello di democrazia e libertà, superba costruzione culturale delle élites, è svanito da un pezzo, nonostante la totalitaria manipolazione mediatica: crollato sotto i colpi della ricerca storica e della evidente trasformazione oligarchica del potere americano.

Da anni, per merito soprattutto di grandi giornalisti e storici americani, come William Blum, Vincent Bevins e di tanti altri, è emerso alla conoscenza pubblica il ruolo segreto che gli USA hanno avuto nel muovere guerra e rovesciare governi sovrani, spesso attraverso massacri di popolazione civile, dall’Iran (1953) al Guatemala (1955), dalla Repubblica Democratica del Congo (1960) a Cuba (1961), dal Brasile (1965) all’Indonesia (1958, 1965), dal Vietnam (1965-75) al Laos e alla Cambogia (1965-73), dal Cile (1973) a Grenada (1983) a Panama (1989). Tutte operazioni degli anni della guerra fredda.

E per brevità trascuriamo ogni cenno alle innumerevoli ingerenze nella vita politica degli Stati, ai colpi di Stato falliti, alle pratiche di strozzinaggio, ricatto, vessazioni con cui, tramite il potere del dollaro, imprese private e Stato USA hanno segretamente tiranneggiato un po’ tutti i governi e le economie di gran parte del mondo.

Oggi queste scoperte si sono estese in forme senza precedenti per effetto di una molteplicità di eventi a partire dal nuovo millennio. Fondamentali le guerre dispiegate e sanguinose contro l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia, l’appoggio incondizionato a Israele in tutte le azioni militari in violazione dell’ONU. Ma è stato il conflitto in Ucraina, che la rombante propaganda atlantica voleva far nascere il 24 febbraio 2022 con l’invasione da parte della Russia, a segnare un punto di svolta. Esso ha spinto centinaia di analisti a rintracciarne le cause storiche e ad aprire una corrente di studi sulle guerre segrete degli USA e della NATO, scoprendo una continuità storica che fa sistema: dalla distruzione della Repubblica Socialista di Jugoslavia, alla fine del secolo scorso, alla Siria nel 2011 fino alla dissoluzione di questo antichissimo paese come entità statale nel 2024. E ora, inizio 2026, con un atto di gangsterismo internazionale, l’attacco al Venezuela.

La desecretazione per scadenza dei termini di molte carte d’archivio a Washington, relativi ad attività del Pentagono e della CIA, le documentazioni recenti, ad es. di Lindsey A. O’Rourke (Covert Regime Change. America’s Secret Cold War, Cornell University Press 2018) o quelle di Julian Assange, stanno offrendo nuovo materiale di scoperta della politica estera segreta di questo paese. E per brevità non mi diffondo qui in ostentazioni bibliografiche, limitandomi a menzionare i nomi di analisti come Jacques Baud, quello di Jeffrey Sachs, di Daniele Ganser. Per non citare che pochi dei nostri autorevoli analisti, da Alberto Bradanini a Elena Basile, da Alessandro Orsini a Fabio Mini, a Giacomo Gabellini.

Ma certo, l’evento epocale che cancella per tutti i tempi a venire il mito della democrazia americana è la partecipazione delle sue amministrazioni al più atroce, pubblicamente, quotidianamente visibile genocidio del millennio: il massacro dei palestinesi a Gaza. Com’è noto, sia il democratico Biden che il repubblicano Trump hanno fornito migliaia di tonnellate di bombe perché l’esercito di Israele potesse bombardare, per due anni, da terra, dal cielo e dal mare, gli edifici, le scuole, le università, gli ospedali, le case, le tende di decine di migliaia di palestinesi indifesi. Una mattanza quotidiana che resterà per sempre nella memoria collettiva di tutti i popoli della Terra, quale monumento imperituro a testimonianza dell’opera del maggiore Stato criminale dell’ultima età contemporanea e del suo aguzzino mediorientale.

Ebbene, quali conseguenze trarre da questo tracollo dell’egemonia americana, che Donald Trump sta completando comportandosi come un bandito internazionale, rapendo capi di Stato liberamente eletti, come ha fatto con Maduro, minacciando la Groenlandia e l’Iran che non gli hanno recato né danno né offesa, praticando il racket e le estorsioni dei dazi anche ai paesi amici non obbedienti? Senza qui considerare quel che la sua amministrazione sta compiendo all’interno della società americana con le attività di squadrismo federale contro la popolazione immigrata.

È evidente che i vecchi vassalli europei, giornalisti e politici, che ancora tentano di difendere e cercheranno in futuro di riabilitare l’immagine di questo Impero, potranno ricevere solo incredulità e disprezzo universali, soprattutto da parte delle nuove generazioni. Solo una vasta opera di pulizia all’interno del deep state americano, la cacciata definitiva dei neocon dai gangli del potere, l’emergere di un nuovo ceto dirigente, l’abbandono delle pratiche criminali dell’Impero, la fine della NATO, possono restituire a questo grande paese un nuovo ruolo di equilibrio e di pace e al suo popolo una più diffusa prosperità sociale. Prospettiva di cui a oggi non si intravede alcun indizio.

Io credo che si potranno spingere gli USA in questa direzione (consapevoli di muoverci sul ciglio abissale dell’ultima guerra che sconvolgerà il pianeta) solo mostrando alle sue classi dirigenti che non hanno altra scelta se non di rinunciare alla propria dimensione di Impero, di dover limitarsi a essere un grande Stato alla pari con tutti gli altri Stati. È ormai intollerabile che un paese ricco, con solide tradizioni e istituzioni liberali, protetto dai confini di due oceani, debba mantenere basi militari in tutto il pianeta, porsi come il gendarme del mondo, spadroneggiare con guerre e massacri di popolazioni lontane e innocenti. Lo è ancora di più ora che il suo massimo rappresentante si comporta come un bandito internazionale, che scrive le regole della politica mondiale, imitazione grottesca del Dittatore di Chaplin, con un tratto della sua penna. Ed oggi è ancora più intollerabile che i governanti europei, per viltà e pochezza, acconsentano e legittimino le gesta di aggressione armata con cui questo presidente criminale colpisce e minaccia tanti paesi vicini e lontani. Deve essere ormai evidente: i governanti e i nostri giornalisti padronali devono farsene una ragione; il loro atlantismo si configura ormai come una corrente di propaganda criminale.

Come non vedere, a questo punto, che gli USA sono oggi, se non il nemico, certo l’avversario più agguerrito e temibile del Vecchio Continente? L’insieme di convenienze, ipocrisie, patti segreti con cui le classi dirigenti d’America e d’Europa hanno operato insieme con rinnovati intenti coloniali è andato in frantumi. (Si veda ora il numero de «La fionda», 2025, n. 1 dedicato a Noi e l’America. Atlantisti e Eurofanatici.) Che cosa dunque ci impone di mantenere rapporti privilegiati con un Impero morente, che continuerà a tiranneggiarci per necessità di sopravvivenza, grazie alla debolezza e divisione dei singoli Stati europei? Gli anni che ci attendono, con i progetti economicamente inflazionistici del riarmo (le armi hanno un solo valore d’uso: morte e distruzione), infliggeranno danni di vasta portata alle popolazioni. E allora, perché non pensare a un mutamento radicale delle relazioni internazionali, che solo la passiva fedeltà a una fase storica ormai tramontata, l’atlantismo, e un pregiudizio infondato e insensato, la russofobia, ci impediscono di pensare?

La ripresa delle relazioni con la Russia, oltre che con la Cina e con tutti i paesi dei BRICS, ridarebbe nuovo slancio alle economie europee, che il meschino interesse di potere personale e la stoltezza dei nostri gruppi dirigenti stanno condannando, senza alcuna necessità, allo stesso declino dell’Impero. È evidente che queste élites, infilatesi in un vicolo cieco, responsabili di errori seriali, spogliate di ogni dignità persino personale di fronte al padrone americano e agli occhi dell’opinione pubblica mondiale, non sono in grado di intraprendere la strada che sarebbe necessaria.

Solo un nuovo ceto politico può incamminarsi con coraggio sulla via che può salvare l’Europa e che è quella a lei storicamente più propria: l’alleanza organica con la Russia, con uno Stato che sta nel nostro continente, non oltreoceano. Un paese da cui non abbiamo ricevuto offese e che gli europei hanno più volte attaccato e invaso, massacrandone le popolazioni. La Federazione russa possiede il territorio più vasto del pianeta, è spopolato, è un immenso deposito di materie prime e di fonti di energia. Se c’è qualcosa di cui non ha alcuna necessità è occupare territori altrui. L’idea che il suo esercito voglia invadere l’Europa è una stolida, consapevole menzogna delle nostre classi dirigenti per coprire i loro drammatici errori. La Russia ha un grande interesse ad avere rapporti pacifici con noi, ed è notissimo anche alle pietre delle strade che è sulla base di queste convenienze reali che si muove la storia degli Stati. Le guerre costano e si intraprendono per interessi e necessità. Sarebbe dunque sufficiente abbandonare un pregiudizio alimentato ad arte per decenni dalle potenze atlantiche, il prodotto più tossico dell’americanismo, per afferrare l’enorme vantaggio che gli europei acquisirebbero da un rovesciamento delle alleanze attuali.

Occorrerebbe che le popolazioni d’Europa, come nella fiaba di Andersen, finalmente gridassero: “Il re è nudo”, i nostri governanti stanno mentendo. Un saldo rapporto con la Federazione russa consentirebbe all’Europa di godere di una grande deterrenza militare, che farebbe venir meno, attraverso la diplomazia, la necessità di svenarci in spese belliche, schiudendoci prospettive economiche a dir poco grandiose con tutta l’Eurasia.

Ma la fine del rapporto privilegiato (e dei segreti ricatti) con le amministrazioni americane può significare l’emancipazione culturale definitiva dalla colonizzazione subita negli ultimi 80 anni. E questo può consentire a una nuova generazione di intellettuali europei l’apertura di un nuovo orizzonte di progettualità teorica e culturale. Senza dire che l’Italia si potrebbe finalmente liberare del padre padrone che ha condizionato, spesso con oscure trame, la storia della Repubblica.

Lo scenario che si schiude è l’affascinante ignoto aperto dalla fine di cinque secoli di dominio coloniale dell’Europa e poi degli USA sul resto del mondo. La sconfitta militare della NATO in Ucraina, l’emergere della potenza della Cina, l’avanzamento del fronte multiforme dei BRICS, un mosaico di antiche civiltà che il nostro eurocentrismo suprematista ha allontanato dal nostro sguardo e spesso criminalizzato, può dare vita a un cosmopolitismo davvero mondiale. Esso è destinato a decretare la fine dell’unipolarismo USA e potrà imporre nuove regole di diritto internazionale, in grado di inglobare non solo gli interessi dei popoli, ma anche quelli della natura, del mondo animale, capace di incorporare i nuovi saperi del nostro tempo, fondando una nuova civiltà del diritto. Certo non ci sfugge che questa è, al momento, una potente linea di tendenza della storia e che gli USA non cederanno, come stanno del resto già facendo, rinunciando a contromosse sanguinarie. Avanzeremo negli anni prossimi muovendoci sul crinale di due sole possibili alternative: un assetto multilaterale del mondo o la guerra termonucleare e la fine.

Ma essere consapevoli di chi è realmente il Nemico è la premessa imprescindibile. Questo ci illumina nell’apparente confusione del presente su come dobbiamo muoverci come studiosi, come forze intellettuali, come produttori d’informazione.

Oggi, dunque, è grazie alla grande frattura creata dagli USA che noi europei possiamo ripensare con radicalità l’organizzazione politica e istituzionale del Continente. E solo pensatori radicali possono fondare un nuovo progetto europeo sulla base di una verità inoppugnabile: l’Unione Europea è fallita, è stata un errore. È fallita nel suo piano economico neoliberista, come confessa di fatto il Rapporto Draghi sulla competitività europea del 2024. Per l’Italia, uno dei paesi fondatori dell’Unione, spogliata dei suoi patrimoni pubblici, tale fallimento è stato clamoroso, visto che nel 1991 era considerata la quarta potenza economica del pianeta ed ora è sparita dalle classifiche. È fallita sul piano politico perché ha gravemente deprivato gli Stati nazionali della loro sovranità monetaria e istituzionale, surrogando le loro democrazie con burocrazie non elette, senza conseguire una superiore unità sovranazionale, come dimostra la drammatica inesistenza di una politica estera. (Si veda ora l’analisi senza scampo di Gabriele Guzzi, Eurosuicidio. Come l’Unione europea ha soffocato l’Italia e come possiamo salvarci, Fazi 2025.) D’altra parte non c’è certificazione più desolante di tale disfatta dell’inazione e addirittura della partecipazione attiva di alcuni importanti Stati europei al genocidio del popolo di Gaza, come hanno fatto la Germania, l’Italia e il Regno Unito. Un’infamia inoccultabile che si completa oggi con le posizioni di politica di riarmo in ubbidienza alla NATO. Le élites dei paesi che nel ’900 hanno insanguinato il pianeta con ben due guerre mondiali, dopo 35 anni di Unione promettono ai propri cittadini un luminoso avvenire di guerra.

Non vogliamo qui inoltrarci in proposte programmatiche per il futuro su cui ci siamo impegnati in altre sedi. Ma almeno qualche suggestione ci sentiamo di esprimerla. Vastissimo è infatti il campo di innovazione/conservazione che ci si schiude sul piano culturale. Smontare i paradigmi dell’americanismo può offrire un’occasione a nuovi ceti intellettuali per riproporre, rovesciandoli, quelli del nostro umanesimo, delle nostre tradizioni cristiane, mutualistiche, socialistiche all’interno di una visione olistica della vita umana. I nuovi saperi delle scienze ambientali, quelli per intenderci di pensatori come Edgar Morin, Gregory Bateson e altri, che attraverso il dialogo con le discipline umanistiche possono aprire frontiere inesplorate di umana conoscenza e nuovi approdi etici. E a questo fine bisognerà mettere mano alle strutture della formazione della scuola e dell’Università. Uno dei capitoli delle politiche fallimentari dell’Unione è infatti il nuovo corso impresso agli studi scolastici e universitari a partire dal cosiddetto “Processo di Bologna” del 1999. È da quel momento che l’UE ha cominciato a indirizzare gli assi della formazione delle nuove generazioni europee verso apprendimenti strumentali, competenze utili a fini produttivi, destinati a sostenere la competizione globale dell’Europa. I nuovi programmi, che hanno inserito nelle didattiche una miserabile logica aziendale, hanno emarginato i saperi umanistici, creando figure di laureati espertissimi su ambiti specialistici sempre più ristretti e ignoranti di tutto il resto. Con lungimirante senso strategico i pianificatori hanno mirato a istituzioni formative destinate a rimpicciolire gli uomini, a trasformare gli individui in utensili della grande Macchina della produzione e del consumo, a privarli dello sguardo olistico che le frontiere culturali e ambientali del nostro tempo rendono necessario.

Ma la cultura umanistica è impensabile senza la lingua. E le lingue europee, le lingue degli Stati nazionali, sono l’espressione secolare della loro storia e del loro processo di civilizzazione. È proprio tale gigantesco patrimonio che negli ultimi decenni è stato messo all’angolo a favore di una anglofilia d’accatto, della lingua del neoliberismo angloamericano, dal provincialismo e dalla ignoranza senza confini di politici, giornalisti, intellettuali, pubblicitari europei (italiani in prima fila), convinti di toglierci di dosso la muffa del passato, di portarci nella modernità di cartapesta della finzione pubblicitaria.

In tale ambito la cultura radicale può inaugurare – ma lo sta già facendo da tempo, in forme sparse – un capitolo entusiasmante di innovazione/restaurazione del linguaggio, di critica politica e culturale soprattutto nei confronti dei funzionari della cultura, sedicenti democratici, difensori dei “valori dell’Occidente”. Mentre USA ed Unione Europea sono allo sbando, mentre il maniero di cui sono a guardia sta crollando alle loro spalle, la posizione dell’intellettualità radicale ha oggi un vantaggio storico che non può lasciarsi sfuggire. Giornalisti e scrittori televisivi oggi appaiono, a chi ha occhi per vedere, riproduzioni in piccola scala di Don Chisciotte, armati di lancia e scudo a difesa di una nobile, ma tramontata cavalleria. Difendono “la più antica democrazia del mondo” e gli imperituri “valori occidentali” senza voler vedere di che sangue grondano da gran pezzo e a che punto di barbarie sono pervenuti. Bisogna mostrarli nella loro grottesca nudità alle popolazioni ingannate da decenni di menzogne. E occorre sapere che non c’è dileggio più umiliante che si possa muovere a codesti intellettuali a guardia dello status quo, che farli sentire obsoleti, non più al passo con le novità che avanzano. Per costoro infatti, colonizzati fin nei cromosomi dal falso progressismo neoliberistico, solo il domani è meglio di oggi, poiché la loro concezione del tempo, perfino di quello cosmico, deve esaltare la velocità del circuito del denaro, della sua valorizzazione incessante, del processo di accumulazione della ricchezza, che oggi è, prevalentemente, fatta di carta moneta.

Si riapre dunque il tempo della satira, oggi depresso dallo spettacolo di morte che opprime il nostro campo visivo. Sebbene i governanti europei facciano a gara per sopravanzarsi nel campo senza confini del ridicolo. Ma chi possiede cultura, radicalità e coraggio riesce a muovere il riso, anche se non è attore, come fa da tempo in Italia Marco Travaglio, con i suoi editoriali sul «Fatto Quotidiano» e i suoi spettacoli. Si tratta ad ogni modo di un passaggio importante, per colpire dalle fondamenta l’americanismo e le basi dell’egemonia capitalistica. E naturalmente, senza dimenticare i grandi media, soprattutto la televisione che, come abbiamo visto, grazie alla servitù e alla malafede di schiere innumerevoli di giornalisti (oltre che dei servizi segreti americani), rappresenta il nemico che abbiamo in casa.

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