martedì 8 settembre 2026

Gli Stati Uniti dichiarano terrorista Autistici/Inventati: ora nel mirino c’è l’infrastruttura del dissenso

 

Prima ti chiamano terrorista, poi ti cancellano dalla rete - Osservatorio repressione

Il caso Autistici/Inventati mostra il salto di qualità della guerra di Trump contro gli Antifa: nessuna condanna e nessun reato accertato, ma sanzioni capaci di mobilitare banche, provider e intermediari privati. Nel mirino non c’è soltanto chi dissente, ma la possibilità di costruire infrastrutture digitali autonome dal controllo degli Stati e delle Big Tech.

Dal 26 agosto, quando il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti attraverso l’Office of Foreign Assets Control (OFAC) ha inserito Autistici/Inventati nel sistema delle sanzioni antiterrorismo, la vicenda ha smesso di essere soltanto l’ennesimo capitolo della crociata ideologica dell’amministrazione Trump contro gli “Antifa”. Nel giro di pochi giorni quella decisione ha cominciato a produrre conseguenze concrete. Il 28 agosto il dominio autistici.org è diventato irraggiungibile. Sono poi arrivati problemi con strumenti finanziari e di pagamento. È precisamente questa capacità della designazione americana di propagarsi ben oltre l’atto originario a rendere il caso particolarmente grave: non è necessario chiudere materialmente i server né ottenere da un tribunale europeo la messa al bando del collettivo. È sufficiente trasformarlo in un soggetto economicamente e tecnologicamente rischioso affinché una rete di intermediari cominci a prendere le distanze.

Bisogna partire da un fatto che rischia di perdersi dentro il linguaggio dell’antiterrorismo. Autistici/Inventati non è stato condannato negli Stati Uniti per gli attentati o i sabotaggi richiamati dall’amministrazione americana. Nessun giudice italiano ha stabilito che A/I sia un’organizzazione terroristica. Il collettivo sottolinea che non gli è stato contestato alcun reato né negli Stati Uniti né in Italia e che nessun tribunale ha accertato una sua responsabilità nelle azioni attribuite ad alcuni gruppi che avrebbero utilizzato le sue infrastrutture. La posizione del governo americano è diversa: Washington considera la fornitura di servizi tecnologici e di comunicazione a determinate organizzazioni una forma di sostegno materiale o tecnologico. È precisamente in questa distanza tra responsabilità per un fatto concretamente commesso e responsabilità derivata dall’infrastruttura fornita che si trova il cuore politico della vicenda.

L’inchiesta pubblicata da The Intercept il 28 agosto colloca non a caso l’attacco ad A/I dentro la più ampia offensiva dell’amministrazione Trump contro quello che definisce terrorismo di estrema sinistra. Non si tratta semplicemente di perseguire singole azioni violente, per le quali esistono già leggi, tribunali e strumenti investigativi. La novità consiste nella costruzione di un campo politico sospetto molto più vasto, nel quale la categoria “Antifa” può funzionare come contenitore sufficientemente indeterminato da comprendere gruppi differenti, campagne di protesta, reti militanti e soggetti che mettono loro a disposizione strumenti di comunicazione. A/I diventa particolarmente interessante proprio perché consente di osservare il punto nel quale la repressione passa dalle persone alle infrastrutture che rendono possibile la loro organizzazione.

La questione è tutt’altro che astratta. Autistici/Inventati offre da venticinque anni posta elettronica, hosting, blog e altri strumenti di comunicazione a movimenti, associazioni e singole persone. Non ha mai nascosto il proprio orientamento politico. «Non siamo e mai saremo una struttura neutra», ribadisce il collettivo dopo le sanzioni: A/I è antifascista e anticapitalista e considera la tecnologia uno strumento attraverso cui rendere possibile una comunicazione libera, nella quale la privacy non sia una formula pubblicitaria ma una caratteristica reale dell’infrastruttura. Proprio questa dichiarata collocazione politica viene utilizzata dall’amministrazione americana per costruire una continuità tra il provider, alcuni suoi utenti e le eventuali condotte illegali attribuite a questi ultimi.

È un passaggio estremamente pericoloso perché tende a cancellare distinzioni elementari. Fornire un indirizzo di posta elettronica non significa scrivere i messaggi inviati attraverso quell’indirizzo; ospitare un blog non significa essere l’autore di ogni testo pubblicato; offrire strumenti crittografici non significa conoscere o condividere le attività di chi li utilizza. Nel dossier Il server chiamato “Paranoia”, dedicato alla storia di A/I e alle conseguenze delle sanzioni americane, questa questione emerge con particolare chiarezza: la designazione statunitense tende a confondere fornitore e utente, affinità politica e controllo operativo, tutela della privacy e occultamento di un reato. È precisamente la costruzione di infrastrutture destinate anche ai movimenti radicali a diventare parte dell’accusa.

Qui emerge anche una contraddizione difficilmente aggirabile. Le grandi piattaforme commerciali sono state utilizzate nel corso degli anni da organizzazioni terroristiche, suprematisti bianchi, gruppi criminali, organizzatori di violenze e persino autori di stragi che hanno diffuso attraverso i social immagini delle proprie azioni. Eppure la presenza di quei soggetti su Facebook, Instagram, YouTube o X non ha trasformato automaticamente le società proprietarie delle piattaforme in organizzazioni complici delle attività dei loro utenti. Nel caso di Autistici/Inventati il criterio sembra cambiare: il carattere politicamente orientato dell’infrastruttura e la scelta di offrire servizi a realtà radicali diventano elementi attraverso i quali ricostruire una responsabilità molto più ampia.

La differenza tra A/I e le Big Tech, però, non riguarda soltanto le dimensioni. Riguarda il modello stesso di Internet. Facebook, Instagram, Google e X hanno costruito il proprio potere sulla concentrazione delle infrastrutture e sull’accumulazione dei dati. Possono tollerare anche opinioni radicalmente ostili al sistema economico e politico perché quelle opinioni continuano a circolare dentro ambienti nei quali comportamenti, relazioni, interessi e preferenze diventano informazioni economicamente valorizzabili. Il dissenso non deve necessariamente essere cancellato: può essere profilato, classificato, indirizzato dagli algoritmi e trasformato contemporaneamente in merce e conoscenza sulle persone che lo esprimono.

Autistici/Inventati nasce invece da una concezione opposta della rete. Fin dall’inizio l’obiettivo è stato sottrarre la comunicazione dei movimenti alla dipendenza esclusiva dai provider commerciali, ridurre la raccolta di informazioni identificative, utilizzare crittografia e decentralizzazione, moltiplicare i punti dell’infrastruttura anziché concentrarli. Dopo l’accesso della polizia ai server ospitati da Aruba nel 2004, A/I sviluppò il Piano R*, distribuendo dati e funzioni su macchine collocate in paesi differenti: la perdita o il sequestro di un singolo nodo non avrebbe più dovuto compromettere l’intera rete. La repressione venne incorporata nella progettazione tecnica, trasformando l’esperienza della sorveglianza in un principio di resilienza. L’offensiva statunitense sembra intervenire precisamente sul punto debole di questo modello. Se una rete è stata costruita per sopravvivere al sequestro di un server, invece di sequestrare il server si possono colpire le relazioni economiche e istituzionali che gli permettono di esistere. Il dossier su A/I descrive bene questo passaggio: banche, registrar, data center, fornitori di software e sistemi di pagamento possono diventare altrettanti punti di pressione. L’obiettivo non deve necessariamente essere ottenere le chiavi crittografiche o identificare tutti gli utenti; può essere sufficiente aumentare il costo economico, giuridico e reputazionale di qualsiasi relazione con il soggetto sanzionato.

È qui che le sanzioni mostrano una forma contemporanea di esercizio del potere. Lo Stato definisce il soggetto pericoloso, ma una parte rilevante dell’esecuzione viene trasferita agli intermediari privati. Una banca non ha bisogno di condividere l’analisi politica dell’amministrazione Trump: deve semplicemente chiedersi se mantenere un rapporto con un piccolo collettivo italiano valga il rischio di entrare in conflitto con il sistema finanziario americano. Lo stesso ragionamento può essere fatto da un provider, da un registrar o da una società tecnologica. Nasce così il fenomeno dell’overcompliance: per evitare qualsiasi rischio, le imprese applicano restrizioni persino più estese di quelle strettamente richieste, moltiplicando gli effetti della decisione originaria.

In questo senso la sparizione di autistici.org assume un significato politico che va oltre la vicenda tecnica del dominio. Non significa che Internet sia stata “spenta” da Washington né autorizza ricostruzioni semplicistiche sulla catena delle responsabilità. Mostra però quanto sia vulnerabile anche un’infrastruttura tecnicamente decentralizzata quando deve interagire con un ecosistema globale composto da registri dei domini, sistemi finanziari, società tecnologiche e fornitori sottoposti direttamente o indirettamente all’influenza statunitense. La decentralizzazione dei server può proteggere dalla retata tradizionale; è molto più difficile proteggersi da una forma di isolamento che attraversa contemporaneamente finanza, tecnologia e rapporti commerciali.

Questa dinamica produce inoltre un effetto politico che non richiede la chiusura definitiva di A/I per essere efficace. Una persona può chiedersi se utilizzare un indirizzo del collettivo possa attirare attenzioni indesiderate; un giornalista può diventare più prudente nel contattare determinate fonti; un ricercatore può evitare un archivio; una banca può sottoporre una transazione a controlli aggiuntivi; un piccolo provider può decidere di non ospitare più realtà politicamente controverse. Il dossier parla esplicitamente della possibilità che la designazione produca una propria «sfera di paura»: la repressione funziona così anche attraverso l’incertezza e l’autocensura, senza bisogno di perseguire penalmente ogni singolo appartenente alla comunità interessata.

È questo il punto nel quale la vicenda Autistici/Inventati si salda con la più generale strategia trumpiana contro gli Antifa. Se l’obiettivo fosse esclusivamente reprimere specifici atti violenti, bisognerebbe individuarne gli autori, raccogliere prove e attribuire responsabilità personali. Quando invece il bersaglio si estende a chi offre strumenti di comunicazione, la logica cambia. Non si interviene più soltanto sull’atto illegale, ma sull’ecosistema politico e sociale dentro il quale quell’atto viene collocato. La categoria del terrorismo rischia così di dilatarsi fino a comprendere non soltanto chi compie determinate azioni, ma chi condivide un orientamento politico, chi pubblica determinati materiali e chi rende tecnicamente possibile la comunicazione tra soggetti considerati radicali.

Il precedente dovrebbe quindi interessare molto più degli ambienti anarchici e antifascisti. Il dossier indica esplicitamente il problema per servizi di posta crittografata, VPN, social network federati, archivi comunitari, editori radicali e progetti indipendenti. Se l’affinità politica con alcuni utenti, la protezione della loro privacy e l’hosting di pubblicazioni controverse possono concorrere a trasformare un provider in parte dell’attività attribuita ai suoi utilizzatori, viene messo in discussione un principio fondamentale dell’Internet indipendente: la possibilità di costruire infrastrutture che abbiano un proprio orientamento politico senza essere per questo responsabili penalmente di tutto ciò che transita attraverso di esse.

La questione riguarda dunque anche il rapporto tra democrazia e infrastrutture. La libertà di espressione non consiste soltanto nell’assenza di un poliziotto che impedisca materialmente di parlare. Nel capitalismo digitale la possibilità di prendere parola dipende da server, sistemi di pagamento, domini, motori di ricerca, piattaforme, app store e società private che controllano i principali snodi della comunicazione. Una libertà formalmente riconosciuta può diventare sostanzialmente impraticabile quando chi dovrebbe esercitarla viene escluso dall’infrastruttura necessaria per farlo.

Per questo il caso A/I non può essere ridotto alla difesa corporativa di un piccolo collettivo hacker. Autistici/Inventati rivendica di non essere neutrale, e proprio questo rende la questione ancora più importante. In una società democratica essere antifascisti, anticapitalisti o antimilitaristi deve poter costituire una posizione politica radicale senza trasformarsi per questo in una categoria antiterroristica. Allo stesso modo, costruire tecnologie coerenti con quelle convinzioni — non commerciali, rispettose della privacy, sottratte alla profilazione — non può diventare di per sé la prova di una complicità criminale.

Il punto non è sostenere che qualsiasi attività compiuta attraverso un’infrastruttura indipendente debba essere sottratta alla legge. È esattamente il contrario: se esiste un reato, deve essere individuato, provato e attribuito a chi ne porta la responsabilità, con tutte le garanzie di un procedimento giudiziario. Trasformare invece l’intera infrastruttura in un soggetto terrorista perché alcuni utenti sono accusati di determinate condotte significa sostituire alla responsabilità personale una responsabilità politica per appartenenza, prossimità o affinità. Ed è proprio questo passaggio che rende il caso Autistici/Inventati un precedente da contrastare ben oltre i confini della sua comunità.

La posta in gioco, in definitiva, non è soltanto se A/I riuscirà a conservare i propri domini, i propri strumenti finanziari e la propria capacità tecnica. È se continuerà a esistere uno spazio nel quale sia possibile costruire mezzi di comunicazione indipendenti senza consegnarli alle grandi corporation e senza essere assimilati alle eventuali condotte illegali di chi li utilizza. La guerra di Trump contro gli Antifa sta mostrando che la criminalizzazione del dissenso può procedere anche senza mettere fuori legge formalmente un’idea: può colpirne le reti, renderne costose le relazioni, spaventare gli intermediari e restringere progressivamente le condizioni materiali della sua esistenza. È una forma di repressione meno spettacolare di una retata, ma proprio per questo potenzialmente più profonda.

da qui

 

 

Autistici/Inventati, il collettivo italiano sanzionato da Trump chiude: “Temiamo conseguenze penali e finanziarie per le nostre comunità” – Alessandro Mantovani

 

Dopo 25 anni di attività, A/I è finito nella lista nera antiterrorismo dell'Ofac, l'Office of Foreign Assets Control dell'amministrazione Usa, perché avrebbe fornito “supporto materiale” a persone e gruppi antifascisti, anticapitalisti e radicali già indicati unilateralmente come “terroristi” dagli stessi Stati Uniti

 

Non è una resa, ha l’aria di una ritirata strategica. Il collettivo di attivisti digitali italiani Autistici/Inventati (A/I), che per 25 anni ha offerto servizi internet gratuiti e riservati in mezzo mondo, ha sospeso le sue attività domenica 6 settembre dopo le sanzioni statunitensi che l’hanno colpito il 26 agosto. “Ogni giorno in cui siamo rimaste online a partire dal 26 agosto è stata una vittoria, ma noi dobbiamo fermarci oggi”, si legge in un comunicato. A/I è finito nella lista nera antiterrorismo dell’Ofac, l’Office of Foreign Assets Control dell’amministrazione Usa, perché avrebbe fornito “supporto materiale” a persone e gruppi antifascisti, anticapitalisti e radicali già indicati unilateralmente come “terroristi” dagli stessi Stati Uniti. In particolare il movimento “Antifa” Usa, già sanzionato nel 2025 dall’amministrazione Trump, ma anche Palestine Action e il Pkk curdo e altri, colpiti ai sensi dell’Executive Order 13224, la normativa antiterrorismo che seguì gli attentati dell’11 settembre 2001.

E’ un salto di qualità inquietante, di questo passo chiunque potrà essere colpito perché ha rapporti con chi non piace all’amministrazione Usa, che di fatto o di diritto controlla il sistema bancario di tutto il mondo occidentale. In Italia Banca Etica, con una scelta molto contestata, ha chiuso unilateralmente il conto corrente di A/I. Impossibile accedere a qualche decina di migliaia di euro depositati e quindi anche pagare i fornitori. Nessuna reazione dal governo italiano e dall’Unione europea in difesa di liberi cittadini che non sono accusati di alcun reato nel nostro Paese. Non ci sono concrete possibilità di ricorso giudiziario neppure negli Usa: almeno in parte le accuse sono destinate a rimanere segrete.

Autistici/Inventati nacque nel 2001 accanto al nodo italiano di Indymedia, l’Indipendent media center che in quegli anni al di là e al di qua dell’Atlantico accompagnava le mobilitazioni altermondialiste che subirono la sanguinosa repressione del G8 di Genova. Secondo le informazioni circolate in questi giorni A/I ospitava o gestiva oltre 16 mila caselle e-mail cifrate e protette, circa 10 mila blog molti dei quali sulla piattaforma Noblogs.org, oltre 7 mila siti web e spazi di hosting autogestiti, migliaia di mailing list e newsletter per lo più di collettivi, associazioni e movimenti civili, ma era utilizzato anche da migliaia di privati cittadini che semplicemente non intendono consegnare la propria privacy online ai colossi della rete.

La scelta di chiudere mira innanzitutto a tutelarli: ”Per noi restare umani non è un semplice slogan”, scrive il Collettivo A/I. “Significa che, prima di tutto, sono le utenti, le persone che costruiscono le reti umane a cui ci appoggiamo e le comunità che ci hanno inondato di messaggi e di amore e solidarietà, che devono essere tutelate. Non possiamo accettare – si legge nel comunicato – uno scontro o prestarci a strumentalizzazioni che mettano in pericolo le loro vite, le vite dei loro cari, lasciandole alla mercé di autocrati, fascisti e agenzie che agiscono per vie extra-legali. La concreta possibilità di poter essere la causa di conseguenze penali o finanziarie per qualcuno che ci è vicino, o che anche solo interagisce con noi non ci permette altre scelte. Nessuna di noi ha simpatia per i gesti eroici e men che meno per i martiri, quindi non ne faremo e non ne chiederemo. In questo clima continuare a offrire i nostri servizi è solo un pericolo in più per le nostre utenti, e per tutte le persone che fanno parte delle nostre comunità. In un mondo di accuse slegate dai fatti non possiamo che aspettarci un’ulteriore repressione sproporzionata. Questo ci mette di fronte all’impossibilità di mantenere il nostro progetto originario: offrire strumenti sicuri e non mercificati”.

E ancora, scrive A/I: “Sono stati 25 anni bellissimi. Sono stati una ‘bella storia’. Ora mollate il pc, uscite, lottate, abbracciatevi e non perdete il sorriso. Perché noi ci fermiamo. Ma la resistenza e le idee no. Restiamo umani. A brevissimo spiegheremo come salvare il contenuto dei blog, mail, siti e altri suggerimenti di tipo tecnico. Tenete comunque sempre presente che, così come è stato chiuso senza alcun preavviso il dominio autistici.org, nel frattempo potrebbero esserci altri problemi del genere che non siamo in grado di prevedere”.

da qui

 

Gli Stati Uniti dichiarano terrorista Autistici/Inventati: ora nel mirino c’è l’infrastruttura del dissenso

Washington inserisce il collettivo italiano nella lista dei terroristi globali insieme a Palestine Action e Masar Badil. Non viene criminalizzato soltanto chi protesta: diventano bersaglio anche gli strumenti digitali che permettono ai movimenti di comunicare fuori dal controllo delle grandi piattaforme.

 Il governo degli Stati Uniti ha deciso che Autistici/Inventati è un’organizzazione terroristica globale. Non è una provocazione, né l’iperbole di qualche giornale: il 26 agosto il Dipartimento di Stato e il Dipartimento del Tesoro hanno inserito il collettivo italiano nella lista degli Specially Designated Global Terrorists, applicando l’Executive Order 13224, lo strumento costruito all’indomani dell’11 settembre per colpire economicamente organizzazioni e soggetti accusati di terrorismo.

Con Autistici/Inventati vengono colpiti Palestine Action, già proscritta come organizzazione terroristica nel Regno Unito, e Masar Badil, movimento palestinese transnazionale che Washington considera collegato al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Per Autistici/Inventati le conseguenze sono pesantissime: beni e interessi patrimoniali sottoposti alla giurisdizione statunitense vengono bloccati e alle persone statunitensi è generalmente vietato intrattenere transazioni con il collettivo. L’OFAC ha contemporaneamente previsto una licenza temporanea per consentire la cessazione ordinata delle transazioni esistenti.

Ma è soprattutto la motivazione politica del provvedimento a meritare attenzione.

Per Washington, Autistici/Inventati sarebbe parte dell’infrastruttura internazionale del cosiddetto “terrorismo di estrema sinistra”. Il Tesoro americano sostiene che i suoi servizi digitali – posta elettronica cifrata, hosting, chat, videoconferenze, blog e altri strumenti per la comunicazione protetta – siano stati messi a disposizione di organizzazioni e gruppi considerati estremisti o terroristici. Il Dipartimento di Stato arriva a descrivere A/I come un nodo tecnologico utilizzato da reti antifasciste, anarchiche e marxiste per comunicare, organizzarsi e diffondere materiali.

Il salto di qualità è evidente. Non si colpisce soltanto chi viene accusato di avere commesso un determinato atto. Si colpisce chi mette a disposizione l’infrastruttura attraverso cui soggetti politici comunicano.

È una differenza enorme. Autistici/Inventati nasce nel 2001 e da venticinque anni fornisce strumenti di comunicazione indipendente, privacy e autodifesa digitale a movimenti, collettivi, associazioni e singole persone. Il progetto gestisce migliaia di caselle di posta, siti, mailing list e blog e rappresenta una delle esperienze più longeve dell’autogestione digitale italiana. La sua funzione è sempre stata esattamente quella che oggi viene trasformata in elemento d’accusa: consentire a realtà politiche e sociali di sottrarre almeno una parte della propria comunicazione alla sorveglianza commerciale e statale.

Il governo statunitense sostiene che alcuni di questi strumenti siano stati utilizzati anche da gruppi responsabili di sabotaggi e azioni violente. Ma è proprio qui che si apre una questione enorme. Fornire un’infrastruttura di comunicazione significa essere responsabili delle attività di chi la utilizza? E soprattutto: fino a che punto la disponibilità di strumenti cifrati, hosting indipendente e anonimato digitale può essere trasformata in “supporto materiale” al terrorismo?

La risposta fornita dall’amministrazione statunitense è inquietante perché tende a cancellare la distinzione tra infrastruttura e utilizzatore, tra strumento e comportamento, tra possibilità tecnica e responsabilità penale.

È la stessa logica che, applicata coerentemente, potrebbe trasformare qualsiasi servizio di comunicazione in corresponsabile delle attività compiute dai propri utenti. La differenza, evidentemente, sta nella selezione politica del bersaglio. Autistici/Inventati non è una multinazionale tecnologica: è un’infrastruttura autogestita, antifascista, anticapitalista e antimilitarista che rivendica apertamente la propria collocazione politica.

Ed è precisamente questa collocazione a essere messa sotto accusa.

Il linguaggio utilizzato dall’amministrazione americana non lascia molti dubbi. Il segretario al Tesoro Scott Bessent parla esplicitamente di “estremisti di estrema sinistra, loro coperture e loro facilitatori”, mentre la strategia antiterrorismo statunitense del 2026 ha inserito il terrorismo violento di estrema sinistra tra le principali minacce per gli Stati Uniti. Il provvedimento contro A/I si colloca quindi dentro una strategia più vasta: costruire una categoria transnazionale del nemico interno nella quale antifascismo radicale, anticapitalismo, solidarietà palestinese e alcune forme di conflitto sociale possono essere progressivamente ricondotte alla grammatica dell’antiterrorismo.

Non è casuale che nello stesso provvedimento finiscano Autistici/Inventati, Palestine Action e Masar Badil. Realtà profondamente differenti vengono riunite sotto la stessa categoria politica e sicuritaria. Il denominatore comune non è una struttura organizzativa condivisa, ma l’essere collocate dall’amministrazione statunitense dentro un’area internazionale di opposizione radicale all’ordine politico occidentale e, in particolare per due delle organizzazioni colpite, di sostegno alla causa palestinese.

È un processo che conosciamo bene anche in Europa. Prima si allarga semanticamente la categoria di terrorismo; successivamente si anticipa sempre più la soglia della punibilità; infine si criminalizzano non soltanto gli atti ma le parole, le relazioni, gli strumenti, le infrastrutture che rendono possibile il conflitto politico.

È lo stesso paradigma che abbiamo visto avanzare in Italia con il decreto sicurezza del 2025 e con l’introduzione di fattispecie che spostano l’intervento penale molto prima della commissione di un fatto concreto. È il terreno del “terrorismo della parola”: non serve più necessariamente un’azione, perché diventano penalmente significativi il possesso di un materiale, la diffusione di un contenuto, l’espressione di solidarietà, l’appartenenza a una determinata rete politica.

Con Autistici/Inventati assistiamo a un passaggio ulteriore: il terrorismo dell’infrastruttura.

Non soltanto chi parla, ma chi permette di parlare. Non soltanto chi organizza una protesta, ma chi mette a disposizione gli strumenti attraverso cui quella protesta può organizzarsi. Non soltanto chi pubblica un comunicato, ma l’infrastruttura digitale che lo ospita.

È difficile non cogliere la portata di questo precedente in un’epoca nella quale una parte enorme della comunicazione politica passa attraverso piattaforme controllate da poche multinazionali. La possibilità di disporre di server indipendenti, comunicazioni cifrate e piattaforme non commerciali non è un vezzo tecnologico: costituisce una delle condizioni materiali dell’autonomia dei movimenti sociali.

Colpire quelle infrastrutture significa quindi intervenire direttamente sulle condizioni che rendono possibile l’organizzazione politica indipendente.

Autistici/Inventati ha respinto integralmente le accuse, riaffermando il proprio impegno nel fornire strumenti di autodifesa digitale che consentano ad attivisti, persone, gruppi e associazioni di comunicare liberamente. Nella dichiarazione diffusa dopo la notizia, il collettivo sintetizza la questione in poche parole: «L’antifascismo e l’anticapitalismo non sono terrorismo. Protestare non è terrorismo».

Ed è precisamente questo il punto.

La questione non consiste nel sostenere che qualsiasi comportamento compiuto da chi utilizza piattaforme militanti sia automaticamente legittimo. La questione è impedire che la responsabilità per singoli comportamenti venga estesa a interi ambienti politici e alle infrastrutture che ne consentono l’esistenza.

Perché il paradigma che sta prendendo forma è perfettamente riconoscibile: dal reato alla persona, dalla persona alla rete, dalla rete all’infrastruttura. È l’antiterrorismo che progressivamente smette di essere uno strumento eccezionale contro fatti eccezionali e diventa una tecnica ordinaria di governo del conflitto.

Per questo quanto accaduto ad Autistici/Inventati non riguarda soltanto un piccolo collettivo italiano di hacker e attivisti digitali. Riguarda la possibilità stessa di costruire spazi autonomi di comunicazione, organizzazione e dissenso. E proprio per questo sarebbe un grave errore considerarlo soltanto un problema loro.


Il comunicato del Collettivo:

Oggi abbiamo appreso che il governo degli Stati Uniti ha deciso di inserire un piccolo collettivo di volontari e attivisti digitali italiani nell’elenco delle organizzazioni terroristiche mondiali meritevoli di sanzioni, come si può leggere nelle dichiarazioni del Dipartimento del Tesoro, in quelle del Dipartimento di Stato e nel relativo Ordine Esecutivo emesso.

Noi respingiamo al mittente tutte le accuse presentate in tali dichiarazioni e allo stesso tempo riaffermiamo con forza il nostro impegno nel fornire una piattaforma di strumenti di auto-difesa digitale per permettere ad attivist*, singole persone, gruppi e associazioni di comunicare liberamente. 

Non ci fermeremo e continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto, opponendoci in ogni modo alle accuse false costruite da un’amministrazione politicamente disperata che ha il solo scopo di distrarre le persone e i media dalla propria violenza e dal proprio desiderio di guerra. 

L’antifascismo e l’anticapitalismo non sono terrorismo. Protestare non è terrorismo. E tutti hanno il diritto di prendere parola e di lottare per tutta l’umanità. 

Collettivo Autistici / Inventati — “Socializzare saperi senza fondare poteri”

da qui

lunedì 7 settembre 2026

Sembra una pessima serie Netflix - Chay Bowes

 

La guerra all'Iran con l'emorragia del Dollaro che si aggrava - Giuseppe Masala

  

Mentre il segretario al tesoro USA Bessent promette sfracelli contro l'economia iraniana l'amministrazione USA, sempre più disperata, attinge al conto di tesoreria per riacquistare bond così da abbassare i tassi. Nel frattempo Deutsche Bank su autorizzazione cinese apre la prima camera di compensazione europea per lo Yuan.

 

Come avevo ipotizzato, nell'attuale situazione di stallo del conflitto con l'Iran, l'amministrazione di Washington ha puntato sulla guerra economica contro Teheran al fine di riuscire a piegare la volontà del regime degli Ayatollah. Va immediatamente chiarito che gli Stati Uniti non hanno – almeno per il momento – imposto sanzioni secondarie contro i paesi che intendono continuare ad intrattenere rapporti commerciali con l'Iran e dunque, di fatto, violando il sostanziale boicottaggio imposto da Washington.

Prima di spiegare i possibili effetti di questa “stretta” statunitense, però, spieghiamo 'operazione congegnata dal Dipartimento del Tesoro statunitense e illustrata dal suo Segretario Scott Bessent ai mass media di tutto il mondo, proprio ieri. Innanzitutto il nome che è stato scelto è “Operazione Economic Outcast” (Operazione Economia Emarginata) a significare che con questa operazione si vuole emarginare l'economia iraniana da quella del resto del mondo inaridendo la linfa vitale che la tiene in vita.

In particolare i settori dell'economia iraniana colpiti dagli USA sono le risorse digitali, le tecnologia, l'oro, l'aviazione e i trasporti marittimi inoltre, Scott Bessent ha ben sottolineato che Washington sta sanzionando più di 60 entità, individui e navi in tutto il mondo che permettono all'Iran di ottenere tecnologia nucleare e missilistiche oltre che di condurre operazioni informatiche di cyberwar e di generare entrate derivanti dal settore petrolifero.

Come si intuisce, si tratta di sanzioni molto profonde che potrebbero effettivamente danneggiare l'economia iraniana, ma, allo stesso tempo, sono misure di difficile applicazione che presuppongono la collaborazione leale di tutti i paesi del mondo. Circostanza questa, più facile a dirsi che a farsi, soprattutto in un mondo affamato di energia che ha bisogno di tutto il petrolio e il gas messo a disposizione sul mercato, compreso quello iraniano.

Magari, certamente, queste sanzioni sarebbero state di facile applicazione per gli Stati Uniti degli anni d'oro a cavallo tra gli anni 90 e la prima decade del nuovo millennio; all'epoca bastava una alzata di sopracciglio da parte di un componente dell'amministrazione di Washington per vedere gli esponenti di qualunque governo del resto del mondo scattare sull'attenti. Ma ora le cose sono ampiamente cambiate, innanzitutto perché il mondo ha estremo bisogno di qualunque fornitore di energia, e tagliare fuori l'Iran significa automaticamente aumentare i prezzi del petrolio e del gas già esorbitanti. Inoltre in questi ultimi anni sono emerse altre potenze economiche e militari che non sembrano avere alcun timore reverenziale nei confronti degli USA. 

Una situazione questa che si è verificata perché gli Stati Uniti sono fiaccati da decenni di guerre scriteriate che sono servite solo allo scopo di riempire le tasche del cartello dell'industria degli armamenti devastando il bilancio pubblico. Inoltre decenni di delocalizzazioni favorite dalla folle posizione ideologica sulla globalizzazione hanno ottenuto il solo risultato di demolire i conti con l'estero statunitensi trasformando il paese in una landa desolata sul piano produttivo dove gli ingegneri sono costretti a riciclarsi come esperti di borsa avendo ormai il paese delocalizzato buona parte dei suoi siti produttivi alla ricerca di vantaggi competitivi sul piano del costo del lavoro.

E proprio ieri, nel giorno in cui Scott Bessent presentava al mondo il suo piano “spacca Iran”, gli USA prendevano una decisione che dimostra plasticamente al resto del mondo di essere un paese in grave declino economico.

Premesso che  i tassi di interesse sui bond statunitensi a 10 anni stanno sempre più avvicinandosi alla soglia psicologica del 5% (peraltro già abbondantemente superata dai bond trentennali); si tratta di un livello di tasso di interesse che rende pesantissimo il servizio sul debito pubblico alle finanze di Washington; amaramente possiamo sottolineare che si tratta di un fenomeno economico che in Italia ben si conosce e che ci ha vessato per almeno due decenni.

Va detto che un così pesante aumento dei tassi di interesse di ciò che un tempo era considerato come il safe heven della finanza mondiale (ovvero l'asset che garantiva sicurezza agli investitori più di qualunque altro al mondo) dimostra che ormai gli assets in dollari non sono più considerati sicuri dagli investitori internazionali e, conseguentemente, il Tesoro USA deve garantire un interesse più alto per pagare il rischio...quasi fino a svenarsi.

E proprio in relazione a questa situazione ormai insostenibile, l'Amministrazione USA ha fatto un annuncio che, a mia memoria, non ha precedenti. Il Tesoro USA può (ri)acquistare US bond prendendo i dollari dal fondo TGA aperto dal Tesoro presso la Federal Reserve. Si tratta in sostanza del conto di tesoreria del governo americano. Prendere i soldi dal conto di tesoreria per il riacquisto di Bond con la finalità di calmierare l'aumento dei tassi di intesse suona come una misura tampone ai limiti della disperazione ed attesta inesorabilmente l'enorme difficoltà del governo americano a gestire le finanze pubbliche. Una misura tampone, che ha il solo fine di dare un calcio al barattolo del prossimo futuro (e direi inevitabile) Quantitative Easing della Federal Reserve.

E' chiaro che in un panorama così allarmante il presunto piano che vorrebbe demolire l'economia iraniana appare più come l'urlo impotente di un pugile suonato che un qualcosa che ha la possibilità di raggiungere il proprio obbiettivo.

A rincarare la dose anche un'altra notizia che attesta la difficoltà dell'ex Iperpotenza e che anzi, quasi suona come una umiliazione.

La Germania, paese vassallo degli USA sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, stringe sempre di più i rapporti con la Cina, non solo sul piano industriale come è ampiamente dimostrato dalle innumerevoli notizie che attestano come i cinesi si stiano comprando grosse fette dell'industria tedesca a partire dall'automotive, ma ora anche dal punto di vista finanziario e monetario: Deutsche Bank è stata autorizzata dalla banca centrale cinese ad aprire la prima camera di compensazione per gli Yuan sul territorio europeo. Una camera di compensazione – lo ricordo – è una sorta di “ conto corrente multilaterale” nel quale le posizioni in attivo e in passivo in una determinata divisa vengono compensate da tutti coloro che accedono a questo strumento, evitando quindi costose transazioni in contanti. Ovviamente questo genere di attività ha un senso qualora si ritenga che l'uso di una determinata divisa sarà implementato in maniera massiccia. Altrimenti sarebbe un inutile spreco di denaro.

Facile dunque intuire che il sistema finanziario tedesco abbia intenzione di utilizzare in maniera massiccia lo Yuan nelle transazioni con la Cina, evidentemente abbandonando il Dollaro statunitense.  Una notizia di enorme portata sulla quale sarà necessario trattare più diffusamente in futuro ma che nell'economia del discorso che stiamo facendo la posizione del dollaro e degli USA è sempre più precaria e conseguentemente la sfiducia nell'economia e nel governo del paese nordamericano è sempre più bassa agli occhi degli altri paesi, anche di quelli, da sempre ridotti al rango di vassallo.

E' chiaro come in un contesto del genere gli Ayatollah avranno gioco facile ad aggirare quanto organizzato da Bessent.  Il problema è che gli USA non sono nella condizione di poter perdere.

da qui

domenica 6 settembre 2026

Le crociere sono tassate la metà degli hotel, ma inquinano molto di più

 

In breve

  • Una notte in crociera è tassata circa la metà di una in hotel: 12% contro 23%, perché le navi sono classificate come trasporto marittimo e non come alloggi.
  • Nel 2025 le emissioni delle crociere sono costate tra 790 milioni e 1,3 miliardi di euro a Italia, Spagna e Francia; in Italia 500 milioni.
  • T&E propone una tassa di 15 euro a passeggero per scalo: genererebbe 335 milioni l’anno da destinare a ecosistemi costieri e banchine elettrificate.

Una notte su una nave da crociera è tassata quasi la metà rispetto a una notte in hotel. Accade nonostante gli elevati costi ambientali e climatici di queste imbarcazioni e la pressione che esercitano sulle infrastrutture delle città portuali. È quanto emerge dall’ultima analisi di T&E (Transport & Environment), principale gruppo indipendente europeo per la decarbonizzazione dei trasporti, che chiede un adeguamento delle norme fiscali per aiutare le città a far fronte alle esternalità del settore.

Il turismo crocieristico paga meno tasse di quello alberghiero

L’analisi ha messo a confronto il trattamento fiscale di un pernottamento da 100 euro a notte su una nave da crociera con uno in un hotel sulla terraferma nei tre principali Paesi crocieristici del Mediterraneo – Francia, Italia e Spagna – che insieme costituiscono il secondo hotspot mondiale del settore dopo i Caraibi. In media, chi soggiorna in hotel paga il 23% del prezzo in tasse; i passeggeri delle crociere ne pagano solo il 12%, circa il 40% in meno.

Il motivo è giuridico. Le crociere sono classificate come una forma di trasporto marittimo, quando nella pratica sono alloggi turistici. Questa classificazione permette loro di godere delle esenzioni fiscali garantite al settore marittimo: tra le altre, l’esenzione dalle accise sui carburanti e dall’Iva.

T&E: «Non sono trasporti marittimi essenziali»

Il punto sollevato da T&E è che a beneficiare del regime agevolato non sia un servizio strategico. «I governi trattano questi hotel galleggianti come se fossero trasporti marittimi essenziali, nonostante non siano un mezzo di trasporto verso una destinazione, ma spesso la destinazione stessa, ricca di attrazioni e svaghi a bordo», ha dichiarato Carlo Tritto, Sustainable Fuels Manager di T&E Italia. «Eppure concediamo gli stessi benefici fiscali del trasporto merci, che svolge una funzione molto più strategica per il commercio globale. Tassare adeguatamente le navi da crociera aiuterebbe le città a contrastare l’inquinamento e ad affrontare i problemi legati al sovraffollamento turistico».

Il tema non è secondario sul piano ambientale. Complice anche l’aumento costante delle dimensioni, le navi da crociera hanno l’impronta di CO2 più elevata tra tutte le imbarcazioni. Spesso attraccano in prossimità delle città portuali senza spegnere i motori, con emissioni sia di gas serra sia di inquinanti atmosferici – ossidi di zolfo e di azoto, particolato – tossici per la salute pubblica. Secondo l’Icct, un passeggero di una crociera genera da due a quattro volte più CO2 rispetto a un turista che raggiunge la stessa meta in aereo o in auto e soggiorna in un albergo sulla terraferma.

In Italia l’inquinamento delle crociere costa 500 milioni l’anno

Lo studio ha quantificato l’impatto economico di queste emissioni, oggi non contrastato da politiche pubbliche specifiche. In Italia, nel 2025, i costi sociali e ambientali sono stimabili in 500 milioni di euro: 389 milioni legati alla CO2 e 114 milioni agli inquinanti atmosferici locali. Le regioni costiere di Francia e Spagna hanno registrato costi esterni rispettivamente di circa 190 e 610 milioni. Il costo climatico-ambientale aggregato per i tre Paesi oscilla così tra i 790 milioni e 1,3 miliardi di euro.

Si tratta, in media, di una cifra da due a tre volte superiore a quanto le navi da crociera pagano oggi per le proprie emissioni di carbonio nell’ambito del sistema Ets. A livello europeo, inoltre, non esiste alcuna imposta che copra i costi legati all’inquinamento atmosferico.

Una tassa sui biglietti per colmare il divario

Per T&E la strada più efficace è l’introduzione di imposte nazionali sui biglietti delle crociere. Nell’Unione europea solo la Grecia ne applica una a livello nazionale, con importi da 5 a 20 euro a seconda della stagione. Altre città – Amsterdam, Barcellona, Dubrovnik – stanno sperimentando misure analoghe, mentre altrove, come a Venezia, l’accesso a queste navi è stato vietato.

Secondo i modelli elaborati dall’organizzazione, una tassa di 15 euro per passeggero a ogni scalo consentirebbe di raccogliere 335 milioni di euro l’anno tra Italia, Francia e Spagna. Il gettito, nelle intenzioni di T&E, andrebbe destinato alla protezione degli ecosistemi costieri o al finanziamento di infrastrutture verdi, come l’elettrificazione delle banchine, che permetterebbe alle imbarcazioni di spegnere i motori in porto.

Perché la tassa da sola non basta

Un prelievo sui biglietti, però, non compenserebbe da solo l’impatto complessivo del settore. In parallelo, T&E chiede di allineare l’Iva delle crociere a quella del turismo terrestre, di rendere più ambiziose le regole europee sui combustibili sostenibili (FuelEU Maritime) e sull’efficienza energetica, e infine di limitare il traffico delle navi, per esempio fissando un tetto al numero di scali giornalieri o annuali.

da qui

Il PD guida un’«alleanza» anti Sardegna - Cristiano Sabino

 

C'è una notizia che è passata completamente in sordina e che invece risulta fondamentale per capire cosa accadrà in autunno sul fronte della speculazione energetica. Stiamo parlando dell’incontro tenutosi lo scorso 28 agosto al Nazareno, la sede nazionale del PD, tra pezzi grossi della segreteria del partito (tra cui la segretaria Elly Schlein) e una delegazione dei 120 firmatari della “Lettera aperta ai Leader del Campo Largo” e promossa da “Energia per l’Italia”.

In questa lettera la Sardegna è sorvegliato speciale, perché la Regione – si legge nel testo https://www.energiaperlitalia.it/lettera-aperta-ai-leader-del-campo-largo/ - «è protagonista di una vera e propria “crociata” contro le rinnovabili e contro il governo Meloni, reo, secondo le incredibili posizioni del Governo regionale, di proporne addirittura troppe. La Giunta Todde, nonostante i richiami e le bocciature della Corte Costituzionale e del Consiglio di Stato, continua a riproporre una visione ideologica che demonizza gli operatori dell’energia pulita, etichettandoli come “speculatori”, e continuando a ribadire di voler raggiungere gli obiettivi climatici senza grandi impianti industriali: un teorema del tutto irrealistico che suona come un’autentica presa in giro».

Questi “scienziati” affermano candidamente lo scopo della riunione: «avviare un profondo lavoro di informazione e formazione verso i Vostri dirigenti, quadri, amministratori locali, consiglieri regionali, gruppi parlamentari».

Si scrive «informazione» ma si legge «manipolazione»,  «indottrinamento», come se i terminali dei partiti del “Campo Largo” in Sardegna non avessero fatto abbastanza per aprire le porte alla colonizzazione energetica dell’isola (più di 800 impianti depositati al Mase di cui una buona parte in corso di realizzazione).

Di «alleanza» ha parlato la stessa segretaria Dem, dichiarando trionfalmente ai giornali che  «l'incontro di oggi  conferma la volontà del Partito democratico di fondare le scelte sulla transizione ecologica ed energetica sul dialogo costante con la comunità scientifica. Siamo convinti che serva una vera programmazione democratica, capace di coniugare la massima partecipazione dei territori con l'urgenza indifferibile di accelerare sulla realizzazione degli impianti di energia pulita. Con l'incontro di oggi stabiliamo un'alleanza che speriamo possa essere utile tanto ai nostri amministratori quanto al lavoro per la costruzione di un programma elettorale con impegni trasparenti, vincolanti e coraggiosi per lo sviluppo delle rinnovabili» (https://www.greenreport.it/news/interviste/63523-rinnovabili-i-120-esperti-incontrano-schlein-per-sbloccare-gli-impianti-corrado-determinati-a-trovare-soluzioni-condivise ).

Come si possa garantire la «massima partecipazione dei territori» in presenza di una legislazione “di guerra” che dal Governo Draghi al Governo Meloni affida a decreti governativi d’urgenza la «sostituzione di tale paesaggio, ricco di testimonianze archeologiche ed architettoniche, con un nuovo paesaggio tipicamente industriale» (https://www.unionesarda.it/news-sardegna/paesaggio-industriale-al-posto-di-quello-sardo-jxagr1dv )resta un mistero che la segretaria PD ovviamente non spiega.

Ma andiamo oltre!

Al di là del fatto che, spulciando nella lista di questi “scienziati”, figurano anche soggetti che scienziati non sono ma che risultano invece profili in pieno conflitto di interesse (essendo sviluppatori di impianti industriali e sistemi di accumulo) e personaggi in cerca d’autore che nel loro curriculum annoverano addirittura la fondazione di gruppi come “ecolobby”, ritengo utile fare almeno quattro considerazioni su questo vero e proprio incontro coloniale avvenuto al Nazareno. E intendo non soltanto per ciò che è stato detto. Ma soprattutto per ciò che quell'incontro rappresenta.

Perché, dietro il linguaggio apparentemente neutro e “scientifico” della transizione energetica, della “scienza”, della necessità di "sbloccare" le rinnovabili, emerge con sempre maggiore chiarezza una questione eminentemente politica: chi deve decidere del futuro energetico della Sardegna?

La risposta che arriva da Roma sembra essere sempre la stessa: Roma!

  1. La Sardegna come problema da "sbloccare"

La lettera degli “scienziati” è stata veicolata da Energia per l'Italia. Il nome è tutto un programma ed è in effetti assai rivelatore.

Il progetto infatti è quello di trasformare appunto la Sardegna in una piattaforma energetica “per l’Italia”, in particolare per il nord ricco ed energivoro.

Il punto fondamentale è che i sardi sono soltanto l’oggetto, non il soggetto protagonista del processo di “transizione energetica”.

Alla luce di questo disegno ormai chiaro, ogni opposizione è letta come un alto tradimento, una Vandea da piegare con il pugno di ferro.

Ed è esattamente questo l’obiettivo dell’incontro tra gli “scienziati” e i vertici DEM nella sede centrale del PD dello scorso 28 agosto.

Tra le Regioni governate dal centrosinistra che vengono accusate di essere in ritardo sulla traiettoria del PNIEC viene indicata "soprattutto" la Sardegna, descritta addirittura come protagonista di una "crociata" contro le rinnovabili. La Giunta Todde viene accusata di essere troppo accondiscendente verso le mobilitazioni popolari contro la speculazione, di demonizzare gli operatori dell'energia e di voler raggiungere gli obiettivi climatici senza grandi impianti industriali.

Dunque il bersaglio politico dell'operazione è perfettamente riconoscibile: la Sardegna e in particolare la mobilitazione popolare rappresentata dai comitati.

Ed è proprio questo il primo elemento scandaloso dell'incontro del Nazareno: si discute soprattutto della Sardegna a Roma, senza che la Sardegna sia realmente protagonista della discussione, nemmeno le sue istituzioni autonomistiche.

Mi chiedo, ma non hanno nulla da dire i vertici della Giunta Regionale su questa riunione? Non hanno nulla da dire i vertici del Partito Democratico di Sardegna sul modo che la loro segreteria nazionale li ha trattati pubblicamente come riottosi ribelli da rieducare e discoli a cui tirare le orecchie alla luce del lumen portato da questi signori “scienziati”?

Non è una questione folkloristica. Non è una rivendicazione identitaria accessoria. È una questione democratica e istituzionale. E perfino costituzionale, visto che l’Autonomia speciale è legge a rango costituzionale!

Se una parte significativa del problema affrontato al tavolo riguarda una Regione autonoma, il suo territorio, il suo paesaggio, la sua agricoltura, il suo sistema produttivo, le sue infrastrutture e le sue prerogative istituzionali, allora è quantomeno singolare che la discussione avvenga nella sede nazionale di un partito e che la rappresentanza dei sardi sia ridotta praticamente a zero.

Tutto questo ricorda posture coloniali di matrice ottocentesca, quando a Berlino o Parigi si decideva la sorte delle colonie con squadra e compasso, ovviamente sulla pelle degli indigeni!

È la vecchia logica coloniale che ritorna sotto nuove sembianze: il territorio periferico e secolarmente sfruttato diventa oggetto di una pianificazione che si svolge nel centro, mentre gli abitanti e perfino le élites locali vengono silenziati e resi oggetto di violenza epistemica, cioè silenziati nel momento in cui dovrebbero invece essere protagonisti del processo decisionale..

Cosa sarebbe accaduto se il PD avesse ospitato una riunione dove l’oggetto del contendere fosse stata la ribellione del Südtirol?

Potete immaginarlo?

Non è un caso che il lessico utilizzato sia quello dello "sblocco".

Sbloccare cosa?

Sbloccare chi?

E soprattutto: chi ha deciso che la Sardegna sia bloccata?

  1. Cosa ha “bloccato” la Giunta Todde?

In questa narrazione c'è poi una gigantesca mistificazione.

Si racconta che la Giunta Todde avrebbe costruito un muro contro le rinnovabili e in particolare avrebbe bloccato i grossi impianti.

Ma la cosa più importante che la politica sarda ha effettivamente contribuito a bloccare non sono le rinnovabili, né tanto meno gli impianti industriali o i progetti che infatti continuano ad essere depositati a decine e decine al Mase in una inquietante pioggia ininterrotta contro cui le associazioni e le istituzioni locali (non corrotte) faticano persino a produrre osservazioni .

Il vero blocco, semmai, è quello realizzato contro la democrazia! Infatti la Giunta Todde (PD, M5S, AVS) ha fieramente osteggiato e infine silenziato la più grande mobilitazione popolare della storia sarda recente , bloccando la legge di iniziativa popolare Pratobello 24, sostenuta da oltre 210mila firme di sardi.

Raccogliere 210 mila firme autenticate, senza avere partiti o sindacati alle spalle, in una terra con appena un milione e mezzo di abitanti, sono un’enormità senza paragoni in nessuna parte d’Europa. Il vero blocco è scattato contro questa inedita capacità mobilitativa con cui i comitati sardi hanno trasformato un intero popolo in legislatore.

La Giunte Todde non ha in effetti bloccato le rinnovabili, ha bloccato la democrazia, spedendo in soffitta una legge di iniziativa popolare forte di uno straordinario consenso popolare.

La classificazione della “Todde che ha bloccato tutto” è funzionale al disegno di spostare sempre più in alto l’asticella della disponibilità della Sardegna di funzionare da piattaforma energetica del centro nord e di esacerbare lo scontro con le comunità, con i comitati, con le centinaia di migliaia di sardi che in questi anni si sono mobilitati pacificamente ma risolutamente contro la «quarta colonizzazione» della Sardegna (cit. Sabino) e contro il più grande furto di suolo dalla legge delle Chiudende ad oggi (cit. Ivan Monni).

A quasi due anni dalla consegna (2 ottobre 2024) quelle firme ci pongono una questione politica fondamentale: la transizione energetica non può diventare il grimaldello attraverso cui si espropria una comunità della capacità di governare il proprio territorio.

Inoltre bisogna smontare l’escamotage retorico impiegato: la discussione non può essere ridotta alla caricatura secondo cui da una parte ci sarebbero gli scienziati illuminati e dall'altra i sardi ignoranti, retrogradi e "nemici del clima".

  1. Un Think Tank anti Sardegna

Ed è qui che assume un significato particolare la frase pronunciata da Elly Schlein dopo l'incontro: «con l'incontro di oggi stabiliamo un'alleanza» ( https://www.greenreport.it/news/interviste/63523-rinnovabili-i-120-esperti-incontrano-schlein-per-sbloccare-gli-impianti-corrado-determinati-a-trovare-soluzioni-condivise )

Secondo quanto riportato da Greenreport, l'obiettivo è anche quello di costruire «un gruppo di lavoro permanente, con una rappresentanza degli esperti e i membri della segreteria con le deleghe coinvolte, per dare corpo a un confronto costante finalizzato a contribuire all'elaborazione politica e alla strutturazione di percorsi dedicati all'informazione, formazione, diffusione di buone pratiche, a beneficio di amministratori locali e comunità territoriali, in particolare per consentire l'emersione delle migliori progettualità e uno sviluppo ordinato e determinato.»

Avete capito?

Ci sarà un vero e proprio think tank (costituito anche da personaggi che di scientifico non hanno nulla!) che istruiranno i vertici del PD per piegare i sardi ribelli.

Siamo alle comiche!

Se si darà seguito a questo delirio, questo incontro verrà ricordato come la nascita di una santa alleanza contro la Sardegna: “apriteci le porte o ve le sfondiamo”.

Così, mentre il Governo impone alla Sardegna un decreto autoritario e vuole schiacciare le prerogative autonomistiche della Regione, dall’opposizione arriva un think tank di sostegno all’azione coloniale del Governo Meloni che, in piena continuità con quello Draghi, ha imposto alla Sardegna una legislazione di guerra, facendo scempio delle competenze concorrenti ed esclusive in materia energetica e urbanistica.

Mai come ora è stato certificato il fatto che in Sardegna non esiste alcuno scontro tra “destra” e sinistra” ma la vera dialettica è tra forze coloniali e anti coloniali!

L’alleanza tra questi “scienziati” o sedicenti tali e il Gota del PD chiarisce un fatto: se addirittura vengono tirate le orecchie ad una Giunta regionale compiacete verso le grandi multinazionali e gli speculatori e nemica giurata dei movimenti popolari, a queste condizioni i sardi non hanno alcuna possibilità di esercitare, attraverso le proprie istituzioni e attraverso la partecipazione popolare, alcuna leva di sovranità democratica né di stabilire le condizioni di accesso alla modernità.

Perché la domanda non è se la Sardegna debba partecipare alla transizione energetica.

La domanda è: chi controllerà questa pseudo-transizione?

Chi stabilirà dove sorgeranno gli impianti industriali?

Chi stabilirà il tetto massimo di Gigawatt?

Chi deciderà quanto e quale territorio potrà essere trasformato in paesaggio industriale?

Chi incasserà i profitti?

Chi sopporterà i costi paesaggistici, ambientali e sociali?

E soprattutto: chi avrà il potere di dire di no?

Se la risposta a tutte queste domande è contenuta nei grandi centri decisionali italiani ed europei, allora non siamo davanti a una semplice politica energetica da discutere tecnicamente con postura neutrale e “scientifica”, come se si trattasse di una misurazione oggettiva.

Siamo davanti a un nuovo epocale processo di espropriazione coloniale, appunto il quarto (https://www.sindipendente.com/2022/04/20/tra-guerra-armata-e-guerra-energetica-fermare-la-quarta-colonizzazione-della-sardegna-e-necessario/  ) che ha subito la Sardegna in tempi moderni.

  1. Lobbismo?

L'aspetto forse più inquietante è quello che riguarda il metodo.

Riepiloghiamo: un gruppo di singoli che si definiscono scienziati (alcuni lo sono, altri come abbiamo visto no), incontrano i vertici nazionali di un partito politico che governa la Sardegna, e stabiliscono di costituire una cabina di regia per correggere i figliol prodighi o presunti tali.

Il sottotesto di questo story telling è che la verità sta dalla parte degli “scienziati” e che sono loro a dover decidere indirizzi politici e istruire i ribelli.

Per cui uno scienziato non si deve limitare a certificare per esempio il riscaldamento climatico, ma deve anche sminuire un movimento popolare («proteste di minoranze rumorose»), ergersi a paladino delle multinazionali del settore stigmatizzando «linguaggi offensivi verso gli operatori economici» e riducendo tutto l’impressionante lavoro di studio e di informazione svolto dai comitati e dai loro tecnici (anche loro scienziati, ma evidentemente non considerati tali) ad una protesta “nimby” basata sul «“no” a priori».

È chiaro che queste sono posizioni politiche che si basano su una gherminella di bassa lega: usare la scienza come rompighiaccio retorico.

Ma la scienza non è un soggetto politico sovrano.

Uno scienziato può spiegare quale sia il potenziale energetico di un territorio. Può studiare gli impatti di un impianto. Può elaborare scenari.

Ma uno scienziato non può decidere al posto di una comunità.

E quando un gruppo di “esperti” si organizza per "formare" la classe dirigente affinché superi le «resistenze territoriali» e le «discussioni ideologiche», il problema non è più scientifico, diventa politico, diventa una forma di pressione organizzata sulle istituzioni.

Riporto dal vocabolario Treccanio il significato del termine lobby: «termine usato negli Stati Uniti d’America, e poi diffuso anche altrove, per definire quei gruppi di persone che, senza appartenere a un corpo legislativo e senza incarichi di governo, si propongono di esercitare la loro influenza su chi ha facoltà di decisioni politiche, per ottenere l’emanazione di provvedimenti normativi, in proprio favore o dei loro clienti, riguardo a determinati problemi o interessi: le lobby degli ordini professionalidel petrolio» ( https://www.treccani.it/vocabolario/lobby/ )

Dopo essere stata sacrificata alla lobby del legname, alla lobby mineraria, alla lobby della chimica pesante, alla lobby militare, il destino dei sardi è essere svenduta alla lobby delle rinnovabili? 

 

  1. Speculazione o democrazia energetica?

La questione energetica sta diventando così il terreno sul quale si misura il futuro stesso della sovranità dei sardi e della modalità di accesso alla modernizzazione.

Per decenni alla Sardegna è stato detto che doveva sacrificarsi per l'interesse nazionale.

Ha sacrificato territorio per le basi militari.

Ha sacrificato territorio per l'industria pesante.

Ha sacrificato ambiente e paesaggio in nome dello sviluppo turistico.

Adesso arriva una nuova richiesta: “fateci spazio, ci serve la vostra terra, il vostro vento, il vostro sole perché abbiamo da salvare il pianeta e non potete opporvi, perché bruciate carbone, avete le auto e siete occidentali in quanto a consumi  ed emissioni”.

Ma davvero?

Se il risultato finale è sempre lo stesso — un territorio che produce e un centro esterno che decide e incassa — allora il problema coloniale rimane e come tale la questione va trattata!

Non facciamoci illusioni, non c’è da sperare in un moto di orgoglio delle consorterie che governano l’isola per procura. C’è vasta letteratura che dimostra che i notabili sardi quando sono messi a scegliere tra l’organicità al loro popolo e la carriera nell’apparato coloniale hanno sempre scelto quest’ultima, anche a costo di vedere sacrificata la propria dignità personale.

Al netto di tutte queste considerazioni c’è una coincidenza interessante. La riunione al Nazareno è avvenuta negli stessi giorni in cui è stato reso noto uno studio di due (veri) scienziati del CRS4 sul potenziale di produzione energetica sulle superfici già impermeabilizzate dell’isola, quindi senza consumo di suolo e senza impianti industriali ( https://www.unionesarda.it/news-sardegna/pannelli-sui-tetti-e-nessun-consumo-di-territorio-la-via-sarda-dellenergia-caycn7ri).. È ciò che i comitati dicono da annipartire dai tetti, partire dalle comunità energetiche, partire da una transizione democratica e a portata di territori senza dare ossigeno a nuovi processo di penetrazione coloniale.

Come la mettiamo?

I signori e le signore del PD quali scienziati ascolteranno?

Quelli che vogliono «sbloccare» tutto trasformando la Sardegna in un immenso campo industriale per conto terzi, o quelli che hanno dimostrato con una pubblicazione scientifica che i tetti sono più che sufficienti per raggiungere gli obiettivi indicati dalla UE?

Come si vede la palla passa ancora una volta alla politica e in questo frangente ci sono due politiche: una al servizio del popolo, della democrazia e della Sardegna e una al servizio di quegli «spogliatori di cadaveri» di cui parlava Gramsci e che assumono sempre nuove forme a seconda dei tempi.

da qui