mercoledì 4 novembre 2026

Yuossef Siher, il primo detenuto politico della magistratura predittiva italiana - McSilvan*

Il caso Youssef Siher rivela una nuova frontiera della repressione: competenze culturali, relazioni sociali e persino ricerche con l’intelligenza artificiale diventano indizi di pericolosità. È la magistratura predittiva, che pretende di punire non ciò che una persona ha fatto, ma ciò che potrebbe fare.

L’ordinamento penale costituzionale italiano si fonda sul principio di materialità e di offensività del fatto (artt. 25, comma 2, e 27 della Costituzione): il soggetto può essere assoggettato a sanzione o a restrizione della libertà personale esclusivamente in ragione di una condotta che leda o ponga in pericolo concreto un bene giuridico tutelato. Tuttavia, quando si tratta di “terrorismo” o di “eversione dell’ordine democratico”, si assiste a una progressiva, perversa torsione del paradigma punitivo e cautelare.

Infatti, nei procedimenti per reati associativi o istigatori aggravati dalla finalità di terrorismo, il trattenimento in custodia cautelare in carcere cessa di dipendere dalla gravità oggettiva e dalla consistenza offensiva del fatto commesso, per ancorarsi in via preminente alla potenzialità lesiva ed eversiva della persona, estesa dagli organi inquirenti fino al massimo grado consentito dall’interpretazione prognostica della biografia, del capitale culturale e delle competenze tecniche dell’indagato.

Il caso giudiziario di Youssef Siher — sottoposto a fermo di indiziato di delitto dalla Procura della Repubblica di Milano il 24 ottobre 2026 in seguito alla creazione dei canali social denominati “Movimento 17 ottobre” — costituisce un caso di studio paradigmatico. L’esame congiunto degli atti d’indagine, della costruzione mediatica del caso, dell’evoluzione legislativa del decennio 2015–2026 e dell’impiego delle tecnologie di intelligenza artificiale dimostrano come l’apparato repressivo tenda oggi a neutralizzare preventivamente la capacità intellettuale e relazionale del soggetto, surrogando con essa la mancanza di offensività materiale della condotta. In poche parole, la magistratura sanziona perché si fa predittiva e, in materia di “terrorismo”, Youssif Siher segna il non invidiabile record di primo detenuto politico di questo genere di magistratura.

1. Youssif Siher, il profilo

Youssef Siher è un cittadino italiano di 30 anni, cosiddetto di seconda generazione, nato nel bresciano da famiglia di origini marocchine, anagraficamente residente a Mazzano (Brescia) e domiciliato di fatto nell’area metropolitana milanese. Sotto il profilo linguistico e culturale, è bilingue (madrelingua italiano e arabo) e parla fluentemente inglese e spagnolo.

Il suo percorso accademico si è sviluppato interamente presso l’Università degli Studi di Milano (Statale), dove ha conseguito nel luglio 2020 la laurea triennale in Comunicazione — discutendo con il professor Nicola Del Corno una tesi storiografica in Storia delle dottrine politiche sulla Sunnae sulla recezione dei precetti islamici nelle istituzioni statuali, giudicata dal relatore priva di connotazione radicale o apologetica — e successivamente la laurea magistrale in Scienze Politiche, con una tesi sui movimenti islamici in Marocco e i loro rapporti con la monarchia. Durante gli anni universitari è stato eletto rappresentante degli studenti nel Senato Accademico nelle liste di UniLab, formazione studentesca di orientamento moderato e vicina al centrodestra. Nel 2024 ha svolto un tirocinio di ricerca (research trainee) presso l’Osservatorio sul Medio Oriente e Nord Africa dell’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale).

Sul piano lavorativo, ha operato come giornalista freelance collaborando con Il Fatto Quotidiano(occupandosi tra il 2022 e il 2024 di proteste studentesche e poi di crisi internazionali in Tunisia, Egitto, Sudan, Gaza e Mar Rosso), con Il Foglio (un singolo articolo sul Pakistan nel 2022) e con il canale satellitare panarabo Al Mayadeen English, ritenuto politicamente contiguo a Hezbollah. Da gennaio 2026 lavora come esperto generalista per Mercor, una startup statunitense di intelligenza artificiale, occupandosi di valutazione, etichettatura dati (data labeling) e addestramento di modelli algoritmici. Nel 2024 era stato oggetto di una segnalazione dei servizi di intelligence italiani per aver fondato e presieduto l’associazione Organizzazione Alba Nascente (OAN), attiva nel contrasto all’islamofobia e nelle mobilitazioni pro-Palestina. Nel settembre 2026 ha si è sposato con Sagia Hammoud, trentaduenne mediatrice interculturale nata e residente a Como, di origini libanesi e palestinesi, attivista dei Giovani Palestinesi di Milano.

2. Le contestazioni della procura

La mattina di sabato 24 ottobre 2026, gli operatori della Squadra Mobile, della Digos e della Polizia Postale di Milano hanno rintracciato Siher in un appartamento di via Romilli (quartiere Corvetto, Milano), abitazione di un’attivista pro-Palestina, localizzandolo attraverso il tracciamento tecnico del telefono cellulare della moglie Sagia Hammoud, poiché il dispositivo di Siher risultava spento. Condotto in Questura, nella tarda serata del 24 ottobre è stato sottoposto a fermo di indiziato di delitto su decreto emesso dal Procuratore della Repubblica di Milano Marcello Viola e dalla pubblico ministero del pool antiterrorismo Francesca Crupo. 

Dall’esame degli atti allegati al decreto di fermo e alla richiesta di convalida emerge che a Siher non viene contestata la partecipazione materiale o l’organizzazione dei violenti scontri e dei saccheggi verificatisi nel centro di Milano (tra piazza Duomo e San Babila) nel fine settimana del 17 e 18 ottobre 2026. L’addebito riguarda esclusivamente l’attività comunicativa e digitale posta in essere dopo tali disordini. Il primo nucleo fattuale raccolto dalla Polizia Postale e dalla Digos attiene alla creazione e all’amministrazione dei canali “Movimento 17 ottobre” (siglato M1710): domenica 18 ottobre 2026, alle ore 19:58, Siher (in concorso con la moglie) ha attivato il gruppo Telegram e la pagina Instagram del movimento, contraddistinti da un logo con una “M” bianca cerchiata su sfondo nero recante le cifre “17” e “10”. In pochi giorni tali canali hanno raccolto tra i 9.000 e gli 11.000 iscritti, generando un bacino di visualizzazione potenziale stimato dalla Procura in 150.000 utenti.

Il secondo nucleo probatorio riguarda gli slogan e i post pubblicati su Instagram e Telegram, qualificati dall’accusa come atti di istigazione a delinquere e “dichiarazione di guerra continua”. Tra questi spicca il post recante la frase “Lo Stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove, Meloni dichiara guerra al futuro di questo paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame”, cui si aggiungono l’invito alla “mobilitazione permanente ogni sabato. Fino alla caduta di questo governo ladro”, con la convocazione di presidi in otto città italiane per il 24 ottobre, nonché un messaggio scritto direttamente da Siher su Telegram: “Dobbiamo fare come la Francia, lì sono ben organizzati e soprattutto attivi”. Nel provvedimento vengono inoltre richiamati messaggi dal tenore esplicitamente violento (quali “spaccare gli istituti di credito è giusto” e “banche tutte al rogo”), i quali risultano tuttavia postati nella chat generale da profili terzi e anonimi, e non dall’amministratore.

Un terzo elemento d’accusa concerne le disposizioni orarie programmate e le comunicazioni private rinvenute sul computer portatile sequestrato a Siher. Il dispositivo è stato trovato dagli agenti acceso e privo di password sulla schermata delle chat di coordinamento, a differenza dello smartphone di cui l’indagato ha rifiutato di fornire il codice di sblocco. Sul notebook la Polizia Postale ha individuato due messaggi programmati su Telegram per le ore 14:31 e 15:31 di sabato 24 ottobre, mai partiti a causa del sequestro, i quali contenevano l’indicazione dei tre punti di concentramento cittadini in cui i manifestanti avrebbero dovuto radunarsi per poi convergere nella piazza finale. Sul medesimo portatile era attivo l’account WhatsApp Web denominato “Youssef Siher”, contenente messaggi di terzi che chiedevano informazioni logistiche sul corteo del 24 ottobre.

Il quarto pilastro probatorio è rappresentato dal reperimento sui dispositivi di un documento in formato PDF intitolato “Rivoluzione, istruzioni per l’uso – Liberamente ispirato dal manuale della Rivoluzione egiziana del 2011”. Il testo, concepito come guida alla disobbedienza civile contro il governo Meloni, suggerisce l’equipaggiamento da indossare in piazza (felpe con cappuccio, occhiali protettivi, kefiah, guanti, kit di primo soccorso), illustra tecniche di difesa passiva dai gas lacrimogeni (includendo un’illustrazione sul rilancio del candelotto verso i reparti di polizia), consiglia l’uso di scudi rudimentali e vernice spray per oscurare i blindati e le telecamere di sorveglianza, invita a “sfondare” eventuali blocchi di polizia e propone la creazione di gruppi temporanei sull’applicazione Signal con amministratori scelti casualmente per monitorare gli spostamenti delle forze dell’ordine e cancellare le tracce a fine corteo. Infine, un quinto elemento emerso dall’analisi forense della cronologia web riguarda le interrogazioni rivolte da Siher a sistemi di intelligenza artificiale generativa, ai quali aveva chiesto informazioni per l’elaborazione di “strategie rivoluzionarie”, facendosi assistere dall’IA anche nella redazione del secondo comunicato del movimento, pubblicato il 23 ottobre, con cui si annunciava il cambio di tattica per le piazze del giorno seguente.

3. La motivazione cautelare

Il passaggio cruciale della scheda clinico-giuridica risiede nel modo in cui il Procuratore Viola e la PM Crupi motivano la sussistenza del periculum libertatis (pericolo di reiterazione del reato ex art. 274, lett. c, c.p.p. e pericolo di fuga ex art. 274, lett. b, c.p.p. e art. 384 c.p.p.) a carico di un soggetto totalmente incensurato.

Nella richiesta di convalida e di applicazione della custodia in carcere, i magistrati scrivono testualmente che Siher, sebbene incensurato, “ha dimostrato una particolare capacità delinquenziale nel senso di saper sfruttare il suo elevato background culturale ed i suoi contatti”, palesando “particolare abilità e acume” e competenze informatiche idonee a “sviluppare una strategia rivoluzionaria”. Analogamente, il pericolo di fuga viene ritenuto “evidente” non già sulla base di preparativi materiali di espatrio (biglietti aerei, passaporti falsi o conti esteri), bensì in ragione del fatto che, pur essendo “italiano di seconda generazione”, egli possiede “particolari abilità e capacità di muoversi” e una “rete relazionale che gli consentirebbe di riparare all’estero” e far perdere le proprie tracce. In questa architettura argomentativa, l’istruzione superiore, il plurilinguismo e il cosmopolitismo relazionale — che nella fisiologia dell’ordinamento costituiscono indicatori di pieno inserimento sociale — subiscono una metamorfosi clinico-criminologica, trasformandosi nella prova regina della pericolosità terroristica del soggetto. Insomma Siher non è pericoloso perché stava preparando la fuga ma lo è perché intelligente e quindi si prevede che sarà pericoloso. La magistratura predittiva fa quindi il suo ingresso in scena.

4. Accanto alla magistratura predittiva: i media costruiscono il nemico interno

L’arresto di Youssef Siher è stato accompagnato da una deflagrazione mediatica che ha agito in totale autonomia rispetto al perimetro tecnico-giuridico delle contestazioni, edificando attorno alla figura dell’indagato una narrazione ipertrofica fondata sulla suggestione del “grande vecchio” o dell’infiltrato radicale. L’analisi del discorso pubblico prodotto tra il 24 e il 27 ottobre 2026 permette di isolare quattro meccanismi strutturali attraverso i quali l’hype giornalistico ha preparato e legittimato la torsione preventiva della misura cautelare.

Il primo meccanismo consiste in una sistematica distorsione cronologica. Nonostante gli atti della Procura di Milano chiariscano che i canali social del “Movimento 17 ottobre” sono stati aperti alle ore 19:58 di domenica 18 ottobre — ovvero a guerriglia urbana ormai esaurita — e che a Siher viene contestata la sola attività istigatoria successiva, la quasi totalità delle testate d’informazione ha titolato presentando il trentenne come “la mente degli scontri e dei saccheggi di sabato e domenica 17 e 18 ottobre”, “il presunto regista” delle devastazioni o “il capo e ideologo dei maranza arrestato”.

Questa sovrapposizione tra l’amplificazione digitale post factum e la regia materiale ante factumrisponde a una precisa esigenza psicologico-politica: di fronte a una rivolta giovanile estemporanea, fluida e priva di rivendicazioni strutturate, l’opinione pubblica e gli apparati di sicurezza necessitano di un soggetto singolo, razionale e identificabile a cui imputare la paternità del caos. Come rilevato da osservatori attenti, si è così alimentata l’illusione ottica che, bloccando il profilo social di Siher la mattina del 24 ottobre, lo Stato avesse “schiacciato la testa del serpente”, quando in realtà nella medesima giornata di sabato 24 ottobre si sono registrati 371 fermati (di cui 110 minorenni) nei cortei nazionali e gravi scontri di piazza a Bologna, del tutto privi di coordinamento con l’indagato milanese.

Un secondo dispositivo retorico dell’hype mediatico risiede nella criminalizzazione del successo formativo. La stampa conservatrice ha insistito ossessivamente sul contrasto tra la figura del giovane disagiato di periferia e il curriculum d’eccellenza di Siher: “Non c’era un maranza dietro il Movimento 17 ottobre. Non c’era neppure un ragazzo disagiato […] C’era, invece, Youssef Siher […] almeno sulla carta, uno che ce l’ha fatta”. Invece di leggere la laurea, il master, la conoscenza di quattro lingue e il ruolo nel Senato Accademico con la lista moderata UniLab come elementi incompatibili con un profilo di terrorismo stragista o insurrezionale, il circuito mediatico li ha letti attraverso il prisma della dissimulazione e del “fallimento del miraggio dell’integrazione”.

Questa lettura ha generato una ricaduta immediata sul mondo accademico e dei think tank. L’ISPI si è affrettato a diramare una nota ufficiale per precisare che lo stage di Siher risaliva al 2024 e che da allora non vi era stata alcuna collaborazione, mentre su testate come Linkiesta il caso è stato utilizzato per invocare misure urgenti sulla “sicurezza della ricerca”, paventando il rischio di infiltrazioni radicali nelle università italiane. Tale allarme appare del tutto scollegato dalla realtà empirica, ove si consideri che il relatore di tesi di Siher, il professor Nicola Del Corno, ha pubblicamente attestato l’assoluto rigore scientifico e l’assenza di qualsiasi vena estremista o apologetica negli studi del giovane sull’islamismo politico.

Il terzo pilastro dell’hype giornalistico ha operato per accumulazione suggestiva di significanti geopolitici eterogenei, fondendo attivismo filopalestinese, terrorismo islamista e guerra ibrida russa. Nel giro di quarantotto ore, le cronache hanno saldato in un unico blocco narrativo la segnalazione d’intelligence del 2024 relativa alla fondazione dell’Organizzazione Alba Nascente(OAN) e alla partecipazione di suoi esponenti a una conferenza stampa alla Camera dei Deputati su invito del parlamentare Aboubakar Soumahoro, vecchi commenti analitici di Siher sullo statuto di Hamas del 2017 e il suo lavoro giornalistico per l’emittente Al Mayadeen English, nonché il testo scritto a quattro mani con la moglie Sagia Hammoud sulla morte del diciannovenne Ramy Elgaml durante un inseguimento dei carabinieri a Milano nel novembre 2024. A questo mosaico biografico è stata infine sovrapposta l’ipotesi di collegamenti operativi con la galassia degli hacker filorussi (NoName) o con centrali del cosiddetto “terrorismo urbano di matrice islamica”. Sebbene gli stessi inquirenti milanesi abbiano dovuto dare atto della totale assenza di evidenze circa contatti con hacker filorussi o entità statuali, il frame mediatico ha continuato a presentare Siher come il punto di saldatura tra jihadismo internazionale e sovversione delle piazze europee.

Infine, il caso è stato immediatamente assorbito nella contesa politica nazionale, trasformandosi in un test di lealtà ideologica. Mentre esponenti della destra mediatica (come Italo Bocchino su X) arrivavano a evocare il trattamento carcerario marocchino (“saresti stato riempito di botte nel momento dell’arresto, saresti stato buttato in una cella e le chiavi sarebbero state gettate chissà dove. Ringrazia l’Italia, pentiti”), nel centrosinistra esplodeva una dura polemica attorno a Maurizio Acerbo (Rifondazione Comunista), attaccato dal senatore PD Filippo Sensi e da Angelo Bonelli (AVS) per aver messo in discussione la legittimità del fermo per reati d’opinione.

Al contempo, tuttavia, l’evidente sproporzione tra l’hype terroristico e la consistenza delle prove ha generato una convergenza critica trasversale: da Susanna Marietti (coordinatrice di Antigone) e l’avvocato penalista Mirko Mazzali, fino a direttori di orientamento opposto come Marco Travaglio (Il Fatto Quotidiano) e Giuliano Ferrara (Il Foglio, già schedatore di operai durante gli anni di piombo, ndr), i quali hanno concordemente ridimensionato la figura dello “stratega del terrore” a quella di un giovane agitatore , denunciando l’uso inflazionato della categoria di terrorismo e della custodia cautelare per un reato d’opinione.

5. Alle origini della magistratura predittiva italiana: legislazione e giurisprudenza

Per comprendere come la Procura di Milano abbia potuto qualificare l’apertura di un canale social e il possesso di un file PDF come fattispecie di matrice terroristica ed eversiva, è necessario esaminare la traiettoria compiuta dalla legislazione penale italiana nell’ultimo decennio. Tale percorso mostra una sistematica anticipazione della soglia di punibilità che ha progressivamente eroso il principio di offensività, istituzionalizzando la sanzione della pericolosità soggettiva e del “punibile perché si prevede che commetta reati”, vera legge aurea della magistratura predittiva.

La dottrina penalistica italiana si è a lungo interrogata sul rapporto tra la legislazione d’emergenza antiterrorismo e il modello teorico del diritto penale del nemico (Feindstrafrecht) elaborato dal giurista tedesco Günther Jakobs. Secondo Jakobs, mentre il “diritto penale del cittadino” attende l’esteriorizzazione di un fatto lesivo e conserva una finalità rieducativa, il “diritto penale del nemico” colpisce soggetti che, per la loro presunta infedeltà permanente all’ordinamento, vengono privati dello status di persona e sottoposti a una neutralizzazione preventiva basata sulla loro potenzialità offensiva futura, mediante un’estrema anticipazione della tutela, la vaghezza delle fattispecie, la sproporzione sanzionatoria e l’abbattimento delle garanzie processuali.

Se fino alla metà degli anni Duemiladieci illustri studiosi (tra cui Francesco Palazzo) preferivano qualificare il sistema italiano come un “diritto penale al limite” — ossia un sistema che, pur flessibilizzando le garanzie e arretrando la soglia punitiva, tentava di rimanere entro gli argini costituzionali di proporzionalità e offensività — gli interventi normativi dell’ultimo decennio hanno progressivamente varcato tale confine attraverso quattro tappe fondamentali. La prima fase si è aperta con il D.L. 18 febbraio 2015, n. 7 (convertito nella L. 17 aprile 2015, n. 43), emanato in risposta al fenomeno dei foreign fighters e agli attentati in Francia, che ha spostato il focus dalla struttura associativa (art. 270-bis c.p.) al cosiddetto “lupo solitario”. Tale intervento ha punito il soggetto passivo dell’arruolamento (art. 270-quater c.p.), l’organizzazione di trasferimenti per finalità di terrorismo (art. 270-quater.1 c.p.) e l’auto-addestramento (self-training, art. 270-quinquies c.p.), introducendo altresì l’aggravante speciale dell’uso di strumenti informatici o telematici per i delitti di istigazione e apologia (art. 414, comma 4, c.p.). Nel 2015, tuttavia, il legislatore aveva ancora ancorato l’auto-addestramento al requisito che il soggetto, acquisite le istruzioni, ponesse in essere “comportamenti univocamente finalizzati” alla commissione delle condotte terroristiche (art. 270-sexies c.p.), cercando così di evitare la punizione della mera cogitatio o dello studio teorico.

La seconda tappa è stata segnata dalla L. 28 luglio 2016, n. 153 e dal D.Lgs. 1 marzo 2018, n. 21, che hanno introdotto i reati di finanziamento di condotte con finalità di terrorismo (art. 270-quinquies.1 c.p.), sottrazione di beni o denaro sottoposti a sequestro (art. 270-quinquies.2 c.p.) e atti di terrorismo nucleare (art. 280-ter c.p.). Il dato dogmaticamente più allarmante di questa fase risiede nella rottura del principio di proporzionalità: il mero finanziatore (art. 270-quinquies.1) viene punito con la reclusione da 7 a 15 anni, la medesima pena prevista dall’art. 270-bis c.p. per i promotori, capi e dirigenti di un’associazione terroristica armata. Nel 2018, per effetto della riserva di codice, la circostanza aggravante trasversale della finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico è stata stabilmente codificata nell’art. 270-bis.1 c.p..

Con la terza tappa, coincidente con il D.L. 11 aprile 2025, n. 48 (cosiddetto “Decreto Sicurezza 2025”), l’argine garantistico dei “comportamenti univoci” è stato definitivamente abbattuto. Il nuovo art. 270-quinquies.3 c.p. (Detenzione di materiale con finalità di terrorismo) incrimina infatti con la reclusione da 2 a 6 anni chiunque consapevolmente si procuri o detenga materiale contenente istruzioni sulla preparazione o sull’uso di congegni bellici, armi, sostanze chimiche o su ogni altra tecnica per il compimento di atti con finalità di terrorismo (art. 270-sexies), senza richiedere alcun comportamento esecutivo ulteriore. Come evidenziato dalla più recente dottrina penalistica (Rubeo, Manes), si tratta di un reato a forma libera, sussidiario e di pericolo presunto, in cui l’ipertrofia della componente soggettivistica trasforma la pena in mero strumento di “messa in sicurezza” preventiva della società.

Infine, la quarta tappa si è consumata con il D.L. 22 ottobre 2026, n. 190, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 246 del 22 ottobre 2026 sull’onda emotiva degli scontri milanesi del weekend precedente, il quale compie la saldatura definitiva tra la logica dell’antiterrorismo e la gestione dell’ordine pubblico di piazza. Esso introduce l’art. 420-bis c.p. (Violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche) e l’art. 635.1 c.p. (Danneggiamento commesso da un gruppo organizzato), punendo da 4 a 12 anni chi promuove, organizza o anche solo istiga telematicamente gruppi di almeno cinque persone che operino con violenza “anche occasionalmente”, ed estendendo a tutte queste ipotesi l’arresto in flagranza differita (art. 382-bis c.p.p.).

6. La deriva predittiva della magistratura italiana

Questa deriva legislativa entra in rotta di collisione frontale con oltre mezzo secolo di giurisprudenza costituzionale e di legittimità in materia di reati d’opinione e di pericolo. La Corte Costituzionale, con la storica sentenza n. 65 del 1970, ha salvato l’art. 414 c.p. (istigazione e apologia di delitto) dalla declaratoria di illegittimità per contrasto con l’art. 21 Cost. a una condizione tassativa: che la condotta non si esaurisca nella pura manifestazione di un pensiero radicale o dissidente, ma presenti, per le sue modalità concrete, un’effettiva e immediata idoneità a provocare la commissione di delitti. Analogamente, con la sentenza n. 108 del 1974  la Consulta ha dichiarato parzialmente illegittimo l’art. 415 c.p. (istigazione a disobbedire alle leggi e all’odio fra le classi sociali) laddove non richiedeva che il fatto fosse commesso “in modo pericoloso per la pubblica tranquillità”.

Recependo tali coordinate, la Corte di Cassazione ha costantemente ribadito che il delitto di cui all’art. 414 c.p. configura un reato di pericolo concreto e non presunto, il quale esige dal giudice una rigorosa valutazione ex ante sulla reale attitudine del discorso, nel contesto specifico e nel momento storico dato, a innescare il passaggio all’azione delittuosa da parte dei destinatari (Cass. Pen., Sez. I, sent. n. 48247 del 2019). Allo stesso modo, la Suprema Corte ha statuito che anche nelle fattispecie antiterrorismo a tutela fortemente anticipata, come l’auto-addestramento ex art. 270-quinquies c.p., il principio costituzionale di offensività impone l’accertamento di riscontri fattuali esterni alla mera acquisizione o consultazione di materiale ideologico o teorico (Cass. Pen., Sez. V, sent. n. 13087 del 19 gennaio 2017).

La ragione per cui nel caso Siher — come in numerosi procedimenti analoghi — questo consolidato statuto garantistico viene disapplicato nella fase genetica del procedimento risiede nel meccanismo processuale del doppio binario cautelare (art. 275, comma 3, c.p.p. e art. 51, comma 3-quater, c.p.p.). Quando il pubblico ministero innesta su un reato comune (come l’istigazione ex art. 414 c.p., punita nella forma base da 1 a 5 anni, misura che di per sé renderebbe ardua o preclusa la custodia in carcere per un incensurato) la finalità di terrorismo o di eversione ex artt. 270-bis.1 e 270-sexies c.p., si attiva un regime processuale speciale. In tale regime vige una presunzione legale relativa di sussistenza delle esigenze cautelari e di adeguatezza esclusiva della custodia in carcere. Di conseguenza, nella fase del fermo e della convalida, il baricentro cognitivo del giudice viene spostato dall’accertamento del pericolo concreto dell’atto (che richiederebbe la prova quasi impossibile che uno slogan su Instagram determini causalmente un saccheggio) alla valutazione del pericolo potenziale dell’autore. La contestazione dell’aggravante terroristica funge così da “chiave d’accesso” processuale per neutralizzare in carcere (nella sezione speciale AS2) la potenzialità soggettiva dell’indagato, eludendo nella fase cautelare il vaglio stringente imposto dalla Cassazione per il giudizio di merito. Con questa elusione, la magistratura italiana ha strumenti per poter girare il proprio, personale Minority Report.

7. Intelligenza artificiale, polizia predittiva, costruzione del terrorista

Il caso Youssef Siher segna uno spartiacque inedito nella storia giudiziaria italiana anche sotto il profilo tecnologico: è il primo procedimento per terrorismo ed eversione in cui l’Intelligenza Artificiale (IA) compare simultaneamente nel profilo professionale dell’indagato, nel compendio probatorio d’accusa e nell’infrastruttura di sorveglianza e misurazione del pericolo utilizzata dagli inquirenti. L’analisi dimostra come i sistemi algoritmici agiscano da catalizzatori strutturali per sanzionare la potenzialità della persona anziché il fatto commesso, operando lungo diverse direttrici convergenti.

Dalle carte dell’inchiesta milanese emerge un elemento inedito: per fondare l’accusa di progettazione eversiva e la richiesta di carcere, i pubblici ministeri valorizzano il fatto che Siher avesse effettuato ricerche interrogando sistemi di IA generativa per ottenere informazioni sulla “realizzazione di strategie rivoluzionarie” e per farsi assistere nella stesura del secondo comunicato del movimento, pubblicato il 23 ottobre. A ciò si aggiunge la circostanza biografica che Siher lavorasse da gennaio 2026 proprio per la startup statunitense Mercor nell’addestramento e nella valutazione di modelli di IA.

Sotto il profilo tecnico-giuridico, questo passaggio segna la nascita della criminalizzazione del prompt (prompt incrimination). L’interazione tra un utente e un modello linguistico di grandi dimensioni (Large Language Model – LLM) è, per sua natura ontologica, un processo di esternalizzazione cognitiva e di esplorazione linguistico-probabilistica. Come chiarito anche nei recenti documenti della Scuola di Perfezionamento per le Forze di Polizia del Ministero dell’Interno (Quaderno n. 1/2025) in riferimento all’art. 3 dell’AI Act europeo, un sistema di IA generativa produce output testuali assemblando e rielaborando statisticamente dati preesistenti secondo logiche algoritmiche.

Quando la Procura utilizza i prompt rivolti da Siher all’IA come prova di un “progetto finalizzato a porre in essere atti delittuosi, con finalità eversive” e della sua capacità di “sviluppare una strategia rivoluzionaria”, essa compie un salto logico radicale. Da un lato, equipara il dialogo con un software — che appartiene alla sfera del foro interno o, al più, della ricerca intellettuale preparatoria non punibile — a una vera e propria concertazione cospirativa. Dall’altro lato, trasforma la competenza professionale dell’indagato nell’uso dell’IA, acquisita lavorando per Mercor, in un moltiplicatore della sua pericolosità soggettiva, ritenendo che un soggetto capace di padroneggiare strumenti generativi possieda per ciò stesso una “capacità delinquenziale” superiore. In combinato disposto con il nuovo art. 270-quinquies.3 c.p., che punisce la mera detenzione di istruzioni a prescindere da condotte univoche esterne, la generazione algoritmica di un testo sulle tattiche di protesta diventa istantaneamente corpo del reato e indice cautelare.

Il secondo livello in cui l’IA favorisce il sanzionamento della potenzialità eversiva riguarda gli strumenti investigativi di polizia predittiva (predictive policing) e di monitoraggio digitale della radicalizzazione. Come documentato negli studi della Scuola Superiore della Magistratura e del Ministero dell’Interno, le autorità di pubblica sicurezza e di intelligence impiegano oggi algoritmi avanzati di Machine Learning (ML) e di Natural Language Processing (NLP — capaci di analizzare, rappresentare e comprendere il linguaggio umano su vasta scala) per setacciare enormi volumi di dati digitali strutturati e non strutturati (social network, chat aperte, transazioni finanziarie AML/CFT) alla ricerca di “indicatori di anomalia” e pattern di radicalizzazione.

Questo paradigma tecnologico altera alle fondamenta la struttura dell’accertamento penale, determinando anzitutto il passaggio dalla causalità deterministica alla correlazione probabilistica. Mentre i modelli tradizionali di indagine muovono da un fatto di reato già commesso (ex post) per risalire all’autore secondo leggi causali e regole deterministiche, gli algoritmi predittivi di ML operano ex ante identificando anomalie statistiche e cluster di rischio non censiti dai modelli tradizionali. Essi non accertano ciò che un individuo ha fatto, ma calcolano la probabilità matematica di ciò che un individuo potrebbe fare in base alla somiglianza del suo profilo semantico, anagrafico e relazionale con dataset storici di soggetti radicalizzati.

A ciò si salda l’effetto “Black Box” e la conseguente crisi della legalità algoritmica. Come avverte la dottrina giurisprudenziale della Scuola Superiore della Magistratura, gli algoritmi più complessi “generano risposte non sempre riproducibili, grazie ad un’analisi della realtà superiore alle capacità umane”, ponendosi in acuta frizione con le garanzie di trasparenza e di controllo difensivo. Quando un soggetto come Siher — già inserito nei database d’intelligence nel 2024 per l’associazione Alba Nascente e monitorato per i suoi scritti sull’Islam politico e sulle proteste della Generazione Z in Marocco — attiva un canale Telegram con parole chiave ad alta densità semantica (“guerra”, “rivoluzione”, “caduta del governo”), i sistemi di monitoraggio algoritmico classificano istantaneamente il nodo come “minaccia eversiva ad alto rischio”. La predizione della macchina si cristallizza così in una presunzione investigativa che orienta il pubblico ministero a leggere ogni elemento neutro della vita dell’indagato (gli studi universitari, il bilinguismo, i contatti WhatsApp) come conferma del “progetto eversivo”.

Vi è infine un terzo meccanismo, più sottile ma decisivo negli atti della Procura di Milano: l’uso delle metriche algoritmiche dei social network per soddisfare fittiziamente il requisito giuridico dell’idoneità offensiva (art. 414 c.p.) e dell’intimidazione della popolazione (art. 270-sexies c.p.).

Nel decreto di fermo, la PM Crupi scrive che i messaggi di Siher su Instagram e Telegram avevano creato uno “stato di intimidazione della popolazione” perché “potenzialmente potevano raggiungere 150mila persone” (a fronte di una base effettiva di circa 9.000–11.000 iscritti al canale). In questo modo, il funzionamento dell’algoritmo di raccomandazione proprietario di Meta (Instagram) e di Telegram — progettato dalle piattaforme per massimizzare il tempo di permanenza (engagement) spingendo i contenuti polarizzanti nei feed di utenti non iscritti — viene imputato giuridicamente all’indagato. La reach potenziale stimata dall’algoritmo della piattaforma diventa la misura legale del pericolo concreto del reato: l’indagato non viene tenuto in carcere per il danno che ha effettivamente provocato, ma per la potenzialità virale che l’architettura algoritmica dei social media attribuisce alle sue parole.

8. La mutazione genetica

Quando la rubrica giudiziaria viene inquadrata nelle coordinate del terrorismo o dell’eversione dell’ordine democratico, il giudizio cautelare sul trattenimento in carcere subisce una mutazione genetica: il fatto materiale commesso degrada a mero sintomo occasionale, mentre l’oggettoreale della misura restrittiva diviene la potenzialità soggettiva della persona, dilatata dagli inquirenti attraverso una lettura orientata della sua biografia, della sua cultura e dei suoi strumenti tecnologici.

Nel caso in esame, l’assenza di una partecipazione materiale agli scontri del 17-18 ottobre, l’inesistenza di una rete associativa armata o di collegamenti con attori ostili esteri, e la natura eminentemente espressiva e velleitaria dei post pubblicati non hanno impedito il fermo d’urgenza e la reclusione nella sezione di Alta Sicurezza 2 di San Vittore. Ciò è stato reso possibile dalla convergenza di quattro fattori strutturali che operano in stretta sinergia. Anzitutto, si assiste all’inversione clinico-criminologica del capitale umano, per cui l’assenza di precedenti penali, la laurea magistrale, il plurilinguismo, le competenze nel settore dell’IA e lo status di cittadino italiano di seconda generazione vengono capovolti da fattori di radicamento sociale in indicatori di “particolare capacità delinquenziale” e di “pericolo di fuga”. In secondo luogo, interviene l’hype mediatico pre-giudiziario, che retrodata la responsabilità del soggetto costruendo l’archetipo rassicurante del “regista occulto” e dell’”infiltrato accademico”, generando un allarme sociale che la Procura utilizza poi circolarmente come prova dell’effetto intimidatorio e terroristico della condotta.

A questi fattori si salda la deriva legislativa del decennio 2015–2026, culminata nei Decreti Sicurezza n. 48/2025 (art. 270-quinquies.3 c.p.) e n. 190/2026 (art. 420-bis c.p.), che ha progressivamente sostituito il diritto penale del fatto e del pericolo concreto con fattispecie di pericolo presunto, ossimori dogmatici (“organizzazione anche occasionale”) e cornici edittali sproporzionate pensate per attivare il doppio binario cautelare. Infine, agisce la mediazione algoritmica dell’IA, che da un lato trasforma l’esplorazione cognitiva privata (il prompt rivolto a un LLM) in prova di pianificazione eversiva, e dall’altro converte le metriche commerciali di viralità potenziale dei social network nel requisito oggettivo dell’offensività penale. In definitiva, il caso Siher dimostra che nel diritto penale contemporaneo della sicurezza nazionale il confine tra dissenso radicale, esplorazione intellettuale e terrorismo non è più tracciato dalla materialità dell’offesa arrecata ai beni giuridici, bensì dalla profilazione preventiva del tipo d’autore, con un vulnus profondo ai principi scolpiti negli articoli 13, 21, 25 e 27 della Costituzione repubblicana. Youssef Siher è, in questo modo, il primo detenuto politico della magistratura predittiva italiana. Quanti altri ne seguiranno? E con quale conseguenze nella politica e nella società? La questione è particolarmente seria.

da qui

martedì 3 novembre 2026

Sanità pubblica, il campo largo rischia di rifinanziare la catastrofe - Ivan Cavicchi


Più soldi alla sanità senza riforme vere? Un imbroglio pericoloso per milioni di italiani senza cure

 

Per il campo largo oggi non basta dire che alla sanità bisogna dare più soldi. Anzi se pensassero di poter risolvere tutti i problemi solo dando più soldi, sarebbe un imbroglio pericoloso.

Faccia attenzione il campo largo e si rammenti che dietro l’astensionismo vi sono anche i grandi tradimenti fatti dalla sinistra sia contro la salute sia contro il più elementare diritto alla cura. Sei milioni di persone che non riescono a curarsi e oltre 44 milioni di persone, più di 2 italiani su 3, che nonostante l’articolo 32 della Costituzione nonostante il SSN, per accedere all’assistenza sanitaria devono pagare di tasca propria. Dopo ormai 30 anni di privatizzazione i cittadini sanno più degli esperti che, sia il diritto alla salute che la sanità pubblica, sono deragliati come un treno al quale hanno tolto i binari.

Il pericolo che vedo non è tanto la contrapposizione tra i vari neoliberisti che sono nel campo largo, i progressisti e la sinistra (per me la contrapposizione è scontata) ma è la mancanza di idee, di proposte, di impegno per governarla dialetticamente in avanti. Cioè sulla sanità temo i compromessi di facciata, quelli che per fare il campo largo accettano di lasciare la sanità pubblica al suo declino. In sanità non servono compromessi: ci serve una idea di cambiamento che, pure nelle differenze politiche che sono nel centrosinistra, spinga in avanti – non indietro – il grado di civiltà della nostro servizio sanitario.

Considererei un grave errore politico che per creare la coalizione si imbrogli la gente sulla sanità. Secondo me la prima cosa che il campo largo dovrebbe fare è ammettere la catastrofe cioè ammettere che per milioni di persone i diritti costituzionali sono negati. La seconda cosa è dire che si vuole voltare pagina e che si è disposti a fare riforme vere quindi a prendere impegni politici per cambiare la situazione. La terza cosa è dire con chiarezza che si parte dando alla sanità più soldi per tamponare le falle più grandi, ma che lo scopo degli scopi della coalizione è offrire al paese prima di tutto una salute nuova per abbattere le malattie e contestualmente una nuova sanità gratuita equa e universale, sia per il nord che per il sud.

Quindi certamente più soldi, ma a condizione di non barare.

Dietro lo slogan del Pd che tutti hanno fatto proprio – ossia “più soldi alla sanità” – se non si sta attenti si corre il rischio di rifinanziare in blocco la sanità attuale cioè di rifinanziare le controriforme fatte negli anni 90. Cioè di rifinanziare la catastrofe. Aumentare la percentuale di spesa sanitaria al 7.5% del Pil come propone il campo largo, su proposta del Pd, senza nessuna riforma, è un modo per rifinanziare in blocco la sanità che c’è lasciandola alla deriva.

Per tutti gli anni 90 il Pd ci ha spiegato che – per ragioni di sostenibilità – bisognava privatizzare la sanità poi nel 2018 è arrivata la batosta elettorale ma il Pd non ha cambiato linea. Sulla sanità resta a vocazione neoliberista, continua a ribadire le sue controriforme ma a differenza degli anni 90 – a partire da Letta – comincia a dire che il problema della sostenibilità non c’è più per cui comincia a chiedere di alzare al 7.5% la spesa sanitaria in rapporto al Pil ma al solo fine di rifinanziare in blocco la destrutturazione della sanità pubblica.

Oggi il Pd dovrebbe comprendere che non può pretendere che il campo largo accetti una strategia simile; nello stesso tempo, gli altri partiti dovrebbero capire le difficoltà enormi del Pd e offrirgli una via di uscita, un compromesso vero ma dicendo ai loro elettori chiaramente che sulla sanità si volta pagina. Personalmente sono convinto che il compromesso non sia facile ma anche che sia possibile. Si tratta di definire – tramite una relazione – un modo non contraddittorio per mettere insieme il pubblico con il privato, i diritti e gli interessi. La salute e la cura.

In questo post non ho lo spazio per spiegare come salvare la sanità dai suoi guai ma per chi fosse interessato a comprendere la questione segnalo un piccolo libro pubblicato solo due anni fa che sembra fatto a bella posta per il campo largo (Salviamo la sanità. Una riforma necessaria per garantire il diritto di tutti. Castelvecchi 2024)

Qui mi limiterei a dire al Pd che capisco le ragioni per le quali esso da un po’ di anni chiede di aprire i rubinetti sulla sanità ma negare la sostenibilità comporta molti rischi. Aumentare la spesa per la sanità continuando a incentivare la privatizzazione per via fiscale prima già ora pone seri problemi di sostenibilità. Per incentivare il privato si sottofinanzia il pubblico. Mi chiedo però se non sia il caso, per il campo largo, di ridefinire una idea più moderna di sostenibilità a partire dagli articoli 9 e 41 della Costituzione E mi chiedo perché nessuno nel campo lago – a partire dai Verdi, Sinistra italiana e M5S – questa possibilità neanche è da loro considerata.

Oggi lo scopo del campo largo dovrebbe essere quello di salvare la sanità pubblica e l’articolo 32 ma oggi farlo non è uno scherzo è un impegno che in nessun modo tollera né arretratezza culturale né paraocchi e men che mai imbrogli.

da qui

Hamas. Resistenza o terrorismo? - Lavinia Marchetti

  

Provo qualche simpatia per Hamas? Ci sono pochi movimenti di resistenza sparsi per il mondo che siano più lontani dalla mia weltanschauung. Ma Hamas è un problema di Lavinia Marchetti, o dei commentatori, studiosi, detrattori, simpatizzanti, o è un problema dei palestinesi? Hamas è un movimento che nasce in un territorio sottoposto a decenni di colonialismo d’insediamento, in una striscia di terra piccolissima con la densità abitativa più alta al mondo. Non può avere, per la sua natura spazio-temporale e ideologica, le stesse caratteristiche dell’EZLN e non può nemmeno tentare la via pacifica, quando in Palestina qualcuno si è arreso è stato spesso mitragliato, potrei citare tantissimi episodi, restiamo agli episodi più recenti, precedenti al 7 ottobre: Jenin e Nablus nel 2002 (Scudo Difensivo) e Gaza nel 2009 (Piombo Fuso, “incidente delle bandiere bianche”) e così via, sono troppi ed esulano da questo articolo. Vale il principio: se ti arrendi o finisci in prigione e non sai se torni, o muori o finisci mutilato. In questa dimensione di terrore continuo, di Apartheid, controllo perpetuo, limitazione di spostamenti, carcerazioni senza accuse, arrendersi, semplicemente, non è possibile e chi ha tentato la via pacifica non ha fatto una bella fine, e metto nell’elenco anche Marwan Barghuthi, il quale sarebbe molto vicino alle idee di resistenza che piacciono a noi occidentali, ma che, come è tristemente noto, è in carcere da 24 anni. Ora davanti a tutto questo il fatto che Hamas ci piaccia o meno diventa un falso problema. La domanda semmai è: Hamas può produrre risultati politici?

Provo a rispondere a molte obiezioni che mi sono state fatte. Quando si parla di Hamas si crea una specie di dissonanza: perché ne parli? Ti metti nei casini. Parla di Palestina e genocidio, ma non di Hamas ecc ecc. Ma parlare di Palestina e genocidio senza parlare di Hamas sarebbe come parlare di resistenza italiana senza dire che imbracciarono un fucile per uccidere gli oppressori.

Perché ti rifiuti di condannare Hamas?

Il problema non è rifiutarsi di condannare Hamas. Anche questo è un falso problema. Il punto è che la condanna di Hamas è diventata un prerequisito assoluto per poter discettare di Palestina. E non è solo un problema di salotti televisivi, ma anche all’interno stesso dei movimenti c’è pudore anche solo nel nominare Hamas. Se qualcuno/a mi chiedesse di condannare l’assassinio deliberato di civili, lo farei immediatamente, senza alcuna difficoltà. Ma laddove mi si chieda di condannare un’organizzazione nella sua interezza, e me lo si chieda indipendentemente dalla storia che l’ha prodotta e dalle funzioni politiche che ha assunto nella società palestinese, beh sì, qualche problema nel condannare ce l’ho. Vorrei sapere, ad esempio, quali aspetti del movimento dovrei condannare. L’ideologia islamista alla sua base? Le pratiche repressive, certificate, nei confronti degli oppositori? La scelta di combattere militarmente l’occupazione israeliana? Sono tutte questioni diverse sulle quali ho giudizi opposti.

Ciò che fa problema non è tanto condannare Hamas in quanto tale, ma il meccanismo psicologico attraverso cui quella condanna è la condizione assoluta di accesso alla discussione. Solo dopo questa professione di ortodossia morale si ottiene il diritto di parlare delle responsabilità israeliane. È una forma di disciplinamento dell’interlocutore. Attraverso questo filtro si decide preventivamente chi possa partecipare al confronto. Queste sono le condizioni, se non ti vanno bene sei una terrorista. Peraltro la cosa diventa ancora più dissonante quando a chiederlo sono quelli che, bontà loro, riconoscono l’illegalità dell’occupazione. Se la riconoscono, dovrebbero sapere le condizioni in cui nascono movimenti o partiti in un territorio occupato e che per condannarli dovremmo almeno conoscerli e separare i giudizi.

Hamas è un’organizzazione terroristica oppure una forma di resistenza?

Queste due qualifiche possono tranquillamente stare all’interno della medesima organizzazione. Dipende da cosa si guarda e da chi lo guarda. Hamas nasce nel 1987, durante la Prima Intifada, da un ambiente islamista palestinese che possedeva già una storia di associazioni radicate da tempo nella Striscia. Nel mio articolo Hamas: iniziamo a farci qualche domanda seria ho ricostruito questa genealogia, dal rapporto con i Fratelli Musulmani e la successiva trasformazione del movimento in un soggetto politico dotato anche di un’ala militare e non solo amministrativa e territoriale. Hamas ha un percorso politico ben preciso nella Striscia, ridurlo a movimento terroristico significa forzare una classificazione che serve solo a produrre conseguenze giuridiche. La comprensione storica del movimento richiede uno studio più ampio. Il diritto internazionale contempla espressamente le guerre di liberazione contro il dominio coloniale e l’occupazione straniera. Voglio ricordare solo l’articolo 1, paragrafo 4, del Primo Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra del 1977. Le norme sulla conduzione delle ostilità rimangono pienamente operanti, comprese quelle che vietano gli attacchi intenzionali ai civili. Che il 7 ottobre non sia un attacco legittimo mi sembra ovvio, come mi sembra ovvio che a sua volta Israele abbia infranto la medesima legge centinaia di volte.

Il problema con il terrorismo è vecchissimo, e sappiamo, specie dall’11 settembre 2001, come sia facile essere accusati di terrorismo per sottrarre alla storia dei movimenti il fatto che siano nati in realtà come movimenti di resistenza a un altro terrorismo, quello di Stati coloniali. In Palestina l’occupazione israeliana risale al 1967, vent’anni prima della fondazione di Hamas. La Nakba appartiene addirittura al 1948 e potremmo arrivare fino all’800. Sarebbe difficile per chiunque, tranne per i salotti televisivi o bot compiacenti, sostenere che la causa palestinese abbia avuto origine dall’organizzazione islamista o che la sua eventuale scomparsa risolverebbe automaticamente il problema dell’occupazione.        Perché paragoni Hamas ai partigiani italiani, a Mandela e alle altre resistenze?

Perché la comparazione storica serve a capire come vengono giudicate forme di lotta che hanno per obiettivo la liberazione da un potere dominante. Per i motivi che ho spiegato all’inizio, nessuna delle esperienze che ho richiamato possiede caratteristiche identiche a quelle palestinesi. Non possono esserci per mille motivi. Il problema che io ho posto è diverso e riguarda il rapporto che gli osservatori intrattengono con la violenza politica, soprattutto se ad esercitarla è un movimento che si oppone con la lotta armata contro uno Stato riconosciuto dalla comunità internazionale e con cui la medesima comunità fa affari di ogni genere.

Nel 1961 Mandela contribuì alla fondazione dell’Umkhonto we Sizwe, l’organizzazione armata dell’African National Congress. La scelta venne dopo anni di repressione (violenta) del movimento antiapartheid, ovvero quando la possibilità di ottenere risultati solo con la lotta politica appariva ormai remota. Durante la lunga esperienza dell’organizzazione furono commessi anche attentati nei quali morirono civili. Lo ricordo perché alcuni interlocutori hanno affermato che Mandela e i movimenti di liberazione da me citati avessero combattuto esclusivamente contro obiettivi militari. Non è così, perché non può mai essere così, perché gli obiettivi militari sono quelli più difficili da abbattere. La storia del Fronte di liberazione nazionale algerino va ben oltre, con documentatissime barbarie. Gli attentati contro i civili durante la guerra d’Algeria creano ancora oggi dibattito tra gli studiosi dell’anticolonialismo.

Quindi? Quindi credo che la violenza impiegata dai movimenti di liberazione richieda almeno un doppio giudizio storico e quindi occorra distinguere la causa politica dalle condotte dei combattenti. Oggi è molto facile riconoscere l’importanza della liberazione sudafricana dall’apartheid e studiare criticamente gli attentati dell’ANC. Ma sembra impossibile dare la medesima possibilità di giudizio se discutiamo di un movimento apertamente islamico. Forse dovremmo farci qualche domanda. Se avessero detto di essere comunisti e laici adesso staremmo facendo gli stessi discorsi? Io ho l’impressione di no.

Hamas perseguita i propri oppositori e governa Gaza senza elezioni. Perché dovresti difenderlo?

La repressione esercitata dalle autorità di Hamas contro gli oppositori palestinesi è ampiamente documentata, e considero grave il ricorso alle esecuzioni extragiudiziali. La persecuzione degli avversari politici è un problema costante per ogni società che aspiri a liberarsi da una dominazione straniera, quasi sempre i movimenti di liberazione usano il potere conquistato in nome dell’emancipazione per diventare essi stessi una forma di oppressione. Non devo parlare del comunismo russo o di altre derive dei movimenti rivoluzionari. Lo sappiamo: è un rischio insito in ogni liberazione o rivoluzione. Per come la vedo io è un rischio che chi aspira a liberarsi deve correre.

Quanto alla legittimità elettorale, voglio ricordare che Hamas vinse le elezioni legislative palestinesi del gennaio 2006, ottenendo la maggioranza dei seggi anche attraverso un sistema elettorale che ne amplificò il risultato. Poi ci fu la divisione con Fatah, che sfociò nello scontro armato del 2007. Questa separazione, di fatto, contribuì, a tutto vantaggio di Israele (che finanziava Hamas a tale scopo) alla paralisi delle istituzioni rappresentative palestinesi. Hamas ha gravissime responsabilità in questa vicenda, ed è ovvio che la sua permanenza al potere senza nuove consultazioni sia un problema politico in particolare per i cittadini di Gaza. La guerra conviene sempre a chi governa. Conviene a Israele e conviene ad Hamas.

Tuttavia, da questi fatti qualcuno ricava una conclusione che trovo errata. Non penso che la natura autoritaria del governo di Hamas comprometta la legittimità della resistenza all’occupazione. Il diritto all’autodeterminazione appartiene al popolo palestinese, e questo è del tutto indipendente dall’identità dei suoi governanti. Trovo ridicolo subordinare la liberazione di una popolazione al fatto che ci piaccia o meno l’autorità che esercita il potere al suo interno, specialmente dopo aver contribuito per decenni a limitarne la possibilità di scegliere liberamente. Quali opzioni hanno avuto i palestinesi? Le pratiche repressive di Hamas sono esecrabili, come quelle di tutti gli Stati, ce ne sono a decine che le usano e non vedo lo stesso sdegno. O si criticano tutte oppure la questione è secondaria. Resta da spiegare attraverso quale principio giuridico ciò dovrebbe modificare gli obblighi della potenza occupante.

Se Netanyahu ha contribuito a finanziare Hamas, come puoi considerarlo un autentico movimento di resistenza?

Il rapporto fra Israele e l’islamismo palestinese precede la formazione di Hamas, e nel corso degli anni ha conosciuto trasformazioni significative. Le autorità israeliane considerarono inizialmente il rafforzamento delle organizzazioni islamiste anche come un possibile contrappeso all’influenza del nazionalismo palestinese laico. Successivamente, la divisione politica fra Gaza e Cisgiordania è diventata un elemento favorevole alla strategia dei governi Netanyahu, interessati a impedire la formazione di un interlocutore nazionale palestinese unitario.

I trasferimenti finanziari del Qatar verso Gaza costituiscono un capitolo importante di questa storia. L’ultima inchiesta, ma ce ne sono moltissime, è stata pubblicata il 18 ottobre 2026: il TIME ha pubblicato un’inchiesta fondata su documenti e comunicazioni diplomatiche che mostrano il ruolo attivo delle autorità israeliane nell’incoraggiare il programma dei finanziamenti (cercatela: è una lettura edificante). Il governo Netanyahu, come ormai noto, ha contribuito a mantenere un assetto politico nel quale Hamas continuava a esercitare il potere nella Striscia, così poteva presentarlo come il vero ostacolo fondamentale, il nemico giurato, Amalèk, per la soluzione della questione palestinese che non voleva affatto risolvere.

La contraddizione a mio avviso dovrebbe interessare di più a chi attribuisce a Hamas la responsabilità esclusiva della mancata nascita di uno Stato palestinese. Io non lo penso affatto. La separazione fra le autorità palestinesi è servita per anni come un vantaggio strategico per Netanyahu. Forse la domanda più interessante riguarda le ragioni politiche che hanno portato Israele a conservare e finanziare quella divisione. Il fatto che Hamas ne abbia tratto vantaggio come nemico, significa che questo rapporto fra i due deve essere studiato con un altro filtro: ovvero le scelte di chi ha esercitato il controllo militare sulla Striscia per decenni. Hamas ne ha tratto vantaggio? Senza dubbio.

Come puoi considerare resistenza il 7 ottobre, dopo l’uccisione di civili e le violenze sessuali documentate dalle Nazioni Unite?

Che il 7 ottobre Hamas e altri gruppi abbiano attaccato sia obiettivi militari israeliani sia numerose località civili, uccidendo persone inermi e sequestrando ostaggi non è in questione e ovviamente è un episodio, uno tra i tanti di questa carneficina tra israeliani e palestinesi. Per quanto riguarda le violenze sessuali, le indagini internazionali hanno raccolto elementi che sembrano sostenere l’accertamento di gravi abusi, compresi episodi di stupro. C’è una commissione indipendente che possa valutare autonomamente cosa sia successo? No. Perché? Perché Israele non lo permette. Perché non lo permette? Perché deve nascondere il fatto che via direttiva Annibale ha ucciso molti dei suoi stessi civili assieme ad Hamas. Cosa sappiamo? Molte delle accuse diffuse inizialmente sono risultate prive di riscontri; gli organismi investigativi hanno opportunamente distinto i diversi gradi di certezza. La documentazione va letta tutta però, senza metterci a utilizzare le inchieste che fanno comodo omettendo le altre.

Sono abituata a considerare le azioni contro i civili per ciò che sono: crimini di guerra. E dovremmo individuarne anche le responsabilità individuali. Questo non ci esime dal comprenderne le ragioni e interrogarci sulle condizioni nelle quali è maturata questa rivolta armata, comprese le forme di violenza esercitate quotidianamente dalla potenza occupante. Se cominciamo a leggere la storia palestinese dal 7 ottobre non c’è modo di comprendere nulla. Su questo aspetto continuo a considerare essenziale il pensiero di Frantz Fanon quando analizza gli effetti della coercizione coloniale sulla soggettività di chi la subisce e sulle possibilità di opposizione. L’occupazione militare incide sulla vita attraverso la privazione concreta della libertà di movimento e il controllo delle condizioni materiali di esistenza. La rivolta e gli abusi che quasi sempre si porta dietro nascono all’interno di questo rapporto malato, e per comprenderlo storicamente dobbiamo esaminare anche la violenza esercitata dall’autorità occupante; altrimenti non ha senso neanche parlarne. Il mio giudizio sui crimini commessi durante l’insurrezione lascia intatta la questione della legittimità della liberazione dal dominio coloniale e si inscrive in una lotta di resistenza e all’interno di un percorso di eccidi che dura da decenni. Il 7 ottobre è uno tra i tanti episodi di violenza che andrebbero citati quando si parla del conflitto israelo-palestinese.

Israele si è ritirato da Gaza nel 2005. Perché Hamas ha scelto la guerra invece dello sviluppo pacifico?

L’idea che il ritiro israeliano del 2005 abbia consegnato ai palestinesi la possibilità di costruire liberamente il proprio futuro non lo direbbe neanche Netanyahu. La stessa Corte internazionale di giustizia ha rilevato che Israele aveva conservato importanti poteri sul territorio anche dopo il ritiro delle proprie forze terrestri permanenti e degli insediamenti. La quasi totalità dell’economia palestinese dipendeva in larga parte dalle decisioni israeliane che, allora come oggi, decidevano della circolazione delle merci e dell’accesso ai confini. Dal 2007 il blocco imposto da Israele ha ulteriormente compromesso le possibilità di ogni tipo di sviluppo della Striscia.

Vorrei poi ricordare una vicenda che sembra essere stata completamente dimenticata e scomparsa da molte discussioni sulla necessità della resistenza pacifica. Nel marzo 2018 cominciò la Grande Marcia del Ritorno, durante la quale migliaia di palestinesi manifestarono lungo la barriera per rivendicare il diritto al ritorno e la fine del blocco. Cosa hanno ottenuto i palestinesi dal pacifismo? La Commissione indipendente delle Nazioni Unite ha documentato 189 palestinesi uccisi durante le manifestazioni esaminate fino al dicembre di quell’anno, attribuendo alle forze israeliane 183 morti provocate da munizioni vere. Fra le vittime figuravano trentacinque bambini.

Mi domando quale conclusione avrebbero dovuto trarne i palestinesi che avevano partecipato alle manifestazioni. Da anni viene loro chiesto di abbandonare la lotta armata e perseguire strumenti pacifici. Appena hanno organizzato mobilitazioni pacifiche, le forze israeliane hanno sparato ai manifestanti. La via diplomatica? Israele non ha mai rispettato nessun accordo e nessuna risoluzione ONU. Basta vedere la sorte del processo di Oslo. Chi propone la rinuncia alle armi dovrebbe dunque spiegarmi quali strumenti metteremmo a disposizione di una popolazione che continua a essere privata della sovranità e in mezzo a un genocidio

Hamas ha provocato la distruzione di Gaza. Puoi davvero negare che ne porti la responsabilità?

Questa è l’obiezione che più mi inquieta: implicherebbe un controsenso. Un ribaltamento delle responsabilità che considero storicamente e giuridicamente inaccettabile. Hamas ha deciso di condurre l’operazione del 7 ottobre e dovrà rispondere delle scelte compiute, comprese quelle che hanno esposto la popolazione palestinese a conseguenze abbastanza prevedibili, anche se non su questa scala. La devastazione di Gaza è stata comunque prodotta dalle operazioni militari israeliane, deliberate e condotte dalle autorità dello Stato di Israele con orgoglio e una metodologia che ricorda il nazismo. Sono queste autorità a dover rispondere della legalità degli attacchi e delle misure imposte alla popolazione civile, non Hamas. La privazione di cibo, acqua ed elettricità, il raso al suolo dell’intera Striscia e l’uccisione deliberata di 22.000 bambini, considerandoli terroristi: no, non sono responsabilità di Hamas.

Voglio ricordare che se una forza armata decide di bombardare un’area popolata, la legalità di quell’attacco deve essere valutata alla luce delle norme che proteggono i civili in guerra, a prescindere dai crimini commessi dal nemico.

Breve considerazione finale

L’occupazione israeliana dei territori palestinesi precede Hamas di vent’anni. E il problema della privazione della terra palestinese nasce alla fine dell’Ottocento. Nel mezzo ci sono la Nakba e la successione di occupazioni e soprusi con decine di migliaia di morti. In Cisgiordania, dove governa l’Autorità nazionale palestinese, l’espansione degli insediamenti israeliani è continuata attraverso governi e periodi politici differenti. Quale dovrebbe essere secondo i “condannatori” da mantra il comportamento palestinese capace di sottrarre a Israele l’argomento con cui giustifica il mantenimento del proprio controllo territoriale? Lasciarsi ammazzare e sorridere?

Qualcuno sostiene che i palestinesi meriterebbero di meglio di Hamas. Io dico che i palestinesi dovrebbero poter scegliere, ma non possono. Cosa meritano saranno loro a deciderlo una volta liberi. Tra l’altro, vorrei capire perché, dopo decenni di occupazione e morte, si continui a chiedere agli occupati di risultare “umani” ai nostri occhi; anzi, si chiede loro di essere come noi vorremmo che fossero: le vittime perfette. Una richiesta che dice molto non solo di noi occidentali, ma anche del nostro modo di concepire la libertà degli altri: secondo i nostri criteri illuminati, ovvero quelli che li stanno sterminando.

da qui

lunedì 2 novembre 2026

scrive Raoul Vaneigem

 

2. Avete provato almeno una volta il desiderio di non lavorare (senza far lavorare gli altri al vostro posto)?

In questo caso, avete compreso che:
a) Anche se il lavoro forzato dovesse produrre solo beni utili, come abiti, cibo, tecnica, comfort…, non risulterebbe meno oppressivo e inumano, perché:
– il lavoratore sarebbe ancora spossessato del proprio prodotto e sottomesso alle stesse leggi del profitto e del potere.
– il lavoratore continuerebbe col trascorrere al lavoro dieci volte il tempo necessario ad una organizzazione piacevole della creatività per mettere a disposizione di tutti beni cento volte maggiori.
b) Nel sistema mercantile, che domina ovunque, il lavoro forzato non ha per scopo, come si vuol far credere, quello di produrre beni utili e gradevoli a tutti, bensì quello di produrre merci. Indipendentemente dal valore d’uso utile, inutile o nocivo che possano contenere, le merci non hanno altra funzione che garantire il profitto e il potere della classe dominante. In un tale sistema, tutti lavorano per nulla e ne hanno sempre più coscienza.
c) Accumulando e rinnovando le merci, il lavoro forzato aumenta il potere dei padroni, dei burocrati, dei capi, degli ideologi. Diventa così oggetto di disgusto per i lavoratori. Ogni sospensione del lavoro è un modo per ridiventare noi stessi, nonché una sfida verso coloro che ce lo impediscono.
d) Il lavoro forzato produce soltanto merci. Ogni merce è inseparabile dalla menzogna che la rappresenta. Il lavoro forzato produce dunque menzogne, produce un mondo di rappresentazioni menzognere, un mondo capovolto in cui l’immagine prende il posto della realtà. In questo sistema spettacolare e mercantile, il lavoro forzato produce su se stesso due importanti menzogne:
– la prima, è che il lavoro sia utile e necessario e che lavorare sia interesse di tutti;
– la seconda, è far credere che i lavoratori siano incapaci di emanciparsi dal lavoro e dal salariato, che non possano edificare una società radicalmente nuova, fondata sulla creazione collettiva e attraente, sull’autogestione generalizzata.

In sostanza, voi lottate già, coscientemente o no, per una società in cui la fine del lavoro forzato lasci il posto alla creatività collettiva regolata dai desideri di ciascuno e alla distribuzione gratuita dei beni necessari alla costruzione della vita quotidiana. La fine del lavoro forzato significa la fine del sistema in cui regnano il profitto, il potere gerarchizzato, la menzogna generale. Significa la fine del sistema spettacolar-mercantile e avvia il cambiamento globale di tutte le preoccupazioni. La ricerca di un’armonia delle passioni, finalmente liberate e riconosciute, prenderà il posto della corsa al denaro e alle briciole di potere (…).

8. Tranne che in rari momenti, vi accade di provare il sentimento sgradevole di non appartenervi, di essere diventati stranieri a voi stessi?

In questo caso, avete compreso che:
a) Attraverso ognuno dei nostri gesti – meccanizzati, ripetuti, separati gli uni dagli altri – il tempo si sbriciola e, pezzo dopo pezzo, ci strappa a noi stessi. Questi tempi morti si riproducono e si accumulano lavorando e facendoci lavorare per la riproduzione e l’accumulazione delle merci.
b) L’invecchiare, oggi, non è altro che l’aumento dei tempi morti, del tempo in cui la vita si perde. È per questo motivo che non ci sono né giovani né vecchi, ma individui più o meno vivi. I nostri nemici sono coloro che credono e fanno credere che il cambiamento globale sia impossibile; sono i morti che ci governano e i morti che si lasciano governare.
c) Noi lavoriamo, mangiamo, leggiamo, dormiamo, consumiamo, ci divertiamo, assorbiamo cultura, ci facciamo curare, e in tal modo sopravviviamo come piante d’appartamento. Sopravviviamo contro tutto ciò che ci incita a vivere. Sopravviviamo per un sistema totalitario e inumano – una religione di cose ed immagini – che ci recupera quasi ovunque e quasi sempre per aumentare i profitti e i poteri della classe burocratico-borghese.
d) Noi saremmo semplicemente ciò che fa sopravvivere il sistema mercantile, se talvolta non ridiventassimo di colpo noi stessi, se non venissimo còlti dal desiderio di vivere appassionatamente. Anziché venir vissuti per procura, per immagini interposte, i momenti autenticamente vissuti e il piacere senza riserve (unito al rifiuto di ciò che l’ostacola o lo falsifica), sono altrettanti colpi portati al sistema spettacolar-mercantile. Basta dar loro una maggiore coerenza per estenderli, moltiplicarli e rafforzarli.
e) Creando appassionatamente le condizioni favorevoli allo sviluppo delle passioni, noi vogliamo distruggere ciò che ci distrugge. La rivoluzione è la passione che permette tutte le altre. Una passione senza rivoluzione è la rovina del piacere.

In sostanza, voi ne avete abbastanza del trascinarvi tra tempi morti e obblighi. E lottate già, coscientemente o no, per una società la cui base non sarà più la corsa al profitto e al potere ma la ricerca e l’armonizzazione delle passioni da vivere (…).

15. Vi è mai capitato di sputare sul prete che passa? D’aver voglia di bruciare una chiesa, un tempio, una moschea, una sinagoga?

In caso affermativo, avete compreso che:
a) La religione è l’oppio della creatura oppressa.
b) Ogni religione chiama al sacrificio; ciò che chiama al sacrificio è sempre religioso (i militanti, ad esempio).
c) La religione è il modello universale della menzogna, il capovolgimento del reale a profitto di un mondo mitico, che diverrà, una volta desacralizzato, lo spettacolo della vita quotidiana.
d) Il sistema mercantile dissacra, distrugge lo spirito religioso e ridicolizza i suoi articoli di merce (papa, corano, bibbia, crocifisso…), ma, allo stesso tempo, li conserva come incitamento continuo a preferire l’apparenza al reale, la sofferenza al piacere, lo spettacolo al vissuto, la sottomissione alla libertà, il sistema dominante alle passioni. Lo spettacolo è la nuova religione e la cultura è il suo spirito critico.
e) I simboli religiosi attestano la permanenza del disprezzo che i regimi gerarchici di tutti i tempi hanno riservato agli uomini. Tanto per fare un esempio: il Cristo…
Al primo posto tra le succursali delle produzioni divine, le Chiese cristiane hanno adottato, su pressione del processo mercantile, un’esibizione da contorsionisti che vedrà la fine solo con la definitiva scomparsa del suo simbolo pubblicitario: il camaleonte Gesù. Figlio di dio, figlio di puttana, figlio di vergine, facitore di miracoli e di panini, pederasta e puritano, militante e membro del servizio d’ordine, accusatore e accusato, uomo di fatica e astronauta, non c’è un solo ruolo che non sia alla portata di questo straordinario fantoccio. Lo si è visto come mercante di sofferenze, piazzista di miracoli, sanculotto, socialista, fascista, antifascista, stalinista, guerrigliero, reichiano, anarchico. È stato sotto tutte le insegne, su ogni bandiera, dalle due parti del manganello, nella maggior parte delle esecuzioni capitali, ove compare sia tra le mani del carnefice sia tra quelle del condannato. Trova posto nei commissariati, nelle prigioni, nelle scuole, nei bordelli, nelle caserme, nei grandi magazzini, nelle zone di guerriglia. Ha servito da ciondolo, da cartello stradale, da spaventapasseri per tenere in pace i morti e in ginocchio i vivi, da tortura e da dieta dimagrante; servirà da cazzo artificiale quando i mercanti di prepuzi sacri avranno riabilitato commercialmente il peccato. Povero Maometto, povero Budda, povero Confucio, tristi rappresentanti di ditte concorrenti senza immaginazione né dinamismo: Gesù vince su tutti i fronti. Gesù Cristo superdroga e superstar: immagine di ogni venduto a dio in una vendita promozionale da dio.
La pellicina scrotale del dio-padre-fantasma tirata con tre spilli e trasformata in amuleto è il simbolo più completo dell’uomo come merce universale.

In sostanza, voi lottate già, coscientemente o no, per una società in cui sarà scomparsa l’organizzazione della sofferenza e delle sue compensazioni; in cui l’idea di dio non avrà più alcun senso perché ognuno sarà padrone di se stesso; in cui, sopra ogni cosa, i problemi del vissuto autentico e delle passioni da soddisfare prevarranno definitivamente sui problemi della vita invertita e delle passioni represse (…).

[Traduz. di Carmine Mangone]

da qui

 

(…)

38. Il vero senso di uno sciopero è il rifiuto del lavoro alienato e della merce che produce e che lo produce.

39. Lo sciopero assume il suo vero significato solo diventando sciopero selvaggio, cioè sbarazzandosi di ciò che ostacola l’autonomia degli operai rivoluzionari: partiti, sindacati, padroni, capi, burocrati, candidati burocrati, crumiri, lavoratori con la mentalità da sbirro e da schiavo.

40. Tutti i pretesti sono buoni per scatenare uno sciopero selvaggio, perché non c’è nulla che giustifichi l’abbrutimento del lavoro forzato e la disumanità del sistema mercantile.

41. Gli operai rivoluzionari non hanno bisogno di agitatori. È solo da loro stessi che parte il movimento di agitazione generale.

42. Durante lo sciopero selvaggio, gli scioperanti devono esercitare il potere assoluto, ad esclusione di ogni potere esterno ad essi.

43. Il solo modo per tenere in scacco le organizzazioni esterne – tutte recuperatrici – sta nell’accordare ogni potere all’assemblea degli scioperanti e nell’eleggere delegati incaricati di coordinare le decisioni e farle applicare.

44. Per quanto limitato possa essere, uno sciopero selvaggio deve mettere in pratica tutto il possibile per ottenere il sostegno del maggior numero di persone. Ad esempio, abituando alla gratuità: sciopero delle cassiere di supermercato che consenta la distribuzione gratuita dei beni esposti e immagazzinati; distribuzione da parte degli operai dei prodotti da loro costruiti oppure prelevati dagli stock di fabbrica. (…)

50. Bisogna saper coordinare i mezzi di pressione e dissuasione con la natura delle rivendicazioni. Per esempio, è assurdo minacciare di far saltare la fabbrica, come hanno fatto gli operai degli stabilimenti Salée a Liegi (nel settembre 1973), per ottenere un colloquio con dei parlamentari. Il ricorso a mezzi estremi deve condurre a misure radicali (per esempio, alla liquidazione del nemico statale, al disarmo delle forze repressive, all’evacuamento di polizia ed esercito da una città o da una regione).

51. Rischiare solo quando ne valga la pena. Se si resta isolati, meglio abbandonare le posizioni e prevedere nuovi tentativi, evitando così la repressione e volgendo a vantaggio dei rivoluzionari ogni momentaneo ripiegamento.

52, In caso di minaccia repressiva, considerare la distruzione dei luoghi e degli ostaggi. Ciò che non può essere espropriato a favore di tutti può essere distrutto; in caso di vittoria, ricostruiremo; in caso di sconfitta, affretteremo la rovina della merce.

53. Bisogna rinunciare una volta per tutte alle manifestazioni di massa e agli scontri di tipo studentesco (sampietrini, bastoni, barricate). Per proteggere la merce, i poliziotti non esiteranno a sparare. I gruppi d’intervento devono giungere rapidamente al disarmo e alla neutralizzazione degli statalisti.

54. Mai fidarsi degli statalisti, non accettare alcuna tregua, estendere il movimento il più rapidamente possibile, e non dimenticare la ferocia della repressione borghese e democratica.

55. Ogni operaio ha il diritto di espropriare a proprio vantaggio i prodotti e le tecniche impiegate finora contro di lui.

56. Ogni operaio ha il diritto di sabotare tutto ciò che serve a distruggerlo.

57. Il sabotaggio e l’esproprio sono i gesti spontanei più diffusi nell’ambiente operaio. Per moltiplicarli, perfezionarli e dar loro maggiore coerenza, basta diffonderne ovunque la coscienza e ribadirne l’utilità.

58. Nel 1972, un rapporto presentato da funzionari del Commissariato per la protezione dello Stato e per il rispetto della costituzione, e dai responsabili della sicurezza industriale nella Repubblica Federale Tedesca, ha rilevato i seguenti atti di sabotaggio economico:
– In una fabbrica di pneumatici, le miscele occorrenti alla loro fabbricazione erano state a più riprese sporcate con diverse sostanze.
– Nei dintorni di un’acciaieria, due uomini hanno danneggiato le valvole di ritegno di una conduttura del gas, provocando il raffreddamento di un altoforno e, di conseguenza, perdite di produzione per svariati milioni di marchi.
– Una ditta fabbricante tubi catodici ha dovuto far fronte a numerosi reclami prima di rendersi conto che il vetro era stato sporcato con l’aggiunta di prodotti chimici.
– Una cava contenente macchinari di grande valore è stata inondata previo il taglio di una condotta d’acqua.
– Sconosciuti hanno rubato le schede perforate dei calcolatori in un grosso deposito, impedendo così il lavoro per quattro giorni.
Questi esempi, pubblicati da una rivista tedesca, danno un’idea della creatività individuale applicata al sabotaggio.

59. Il sabotaggio è più appassionante del bricolage, del giardinaggio o delle scommesse sui cavalli. (…) Tutti sanno che:
– Un martello o una sbarra di ferro bastano per distruggere un calcolatore, un prototipo, il materiale di precisione, i marcatempo, i robot che controllano ed impongono i ritmi di produzione.
– Una sorgente di calore avvicinata ad un interruttore automatico, libera l’acqua delle pompe antincendio fissate al soffitto dei grandi magazzini o nelle zone di immagazzinamento.
– Un po’ di limatura di ferro nel carburatore, zucchero nel serbatoio, solforicinato di ammonio nel carter motore, mette fuori uso l’auto di un poliziotto, del padrone, di un crumiro, di un capo sindacale.
– La diffusione dei numeri di telefono dei capi e del numero di targa della loro automobile, possono servire come arma di dissuasione e di demoralizzazione.
Intanto, si comincia seriamente ad uscire dall’epoca dell’improvvisazione.

60. Più il sistema mercantile si complica, più bastano a distruggerlo dei mezzi semplici.

61. Il terrorismo è il recupero del sabotaggio, la sua ideologia, la sua immagine separata. Benché sia utile, all’inizio degli scioperi selvaggi, distruggere i registratori di cassa dei supermercati, dare i soldi delle casse al personale in sciopero, organizzare una distribuzione selvaggia dei prodotti e spiegare ciò che sarà l’autogestione generalizzata, è invece assurdo scatenare la stessa operazione senza un legame con il movimento di esproprio delle fabbriche.

62. La positività del sabotaggio è che abitua gli operai a conoscere, meglio dei padroni, gli errori commessi nella produzione legata al profitto, e rende possibile sia aggravarli, sia correggerli quando si espropria la fabbrica. (…)

64. Il sabotaggio è, per antonomasia, l’anti-lavoro, l’anti-militantismo, l’anti-sacrificio. Ognuno lo prepara ricercando nello stesso tempo il proprio piacere, l’interesse di tutti, un rischio calcolato, la facilità d’esecuzione, l’occasione favorevole. Abitua all’autonomia e alla creatività, e fa da base concreta alle relazioni che i rivoluzionari intendono stabilire tra loro. (…)

(Traduzione di Carmine Mangone)

da qui