lunedì 13 aprile 2026

Balle di guerra - Antonio Cipriani


Che cosa ci dicono queste settimane di guerra in Iran?

  • Che le previsioni di vittoria facile facile, con tanto di insurrezione popolare, soffiate nell’orecchio instabile e cinico di Trump dal criminale feroce alla guida di Israele, erano sbagliate. Cioè, sbagliate per i desideri folli del presidente Usa, troppo affascinato dall’uccisione del leader religioso e militare dell’Iran e dal possibile Nobel per la Pace, per ascoltare i suoi più consapevoli consiglieri. Ma utili al perfido Netanyahu che ha come unico scopo la guerra per la guerra, lo sterminio per lo sterminio.
  • Che l’immagine degli Stati Uniti nel mondo è crollata ai minimi storici. Ora appaiono a tutti (a noi da tanto tempo…) inaffidabili, guidati da un sociopatico che per di più viene manipolato da uno psicopatico.
  • Che la Nato è impantanata nel mare di follie legate alla pax trumpiana (si fa per dire), rappresentata da un Rutte, adulatore del paparino. Probabilmente in futuro non servirà più a niente, se non riorganizzandosi per difendere gli interessi europei dalla crudele follia israelo-americana.
  • Che l’Europa è la vittima sacrificale degli esperimenti di guerra mondiale permanente.
  • Che il povero Papa Francesco ci aveva visto lungo. Inascoltato.

Che sul piano internazionale l’Italia delle mezze figure fa ridere i polli, non sapendo più che cosa dire agli italiani per giustificare il ruolo di tappetino della storia dove Israele e Usa possono pulirsi i piedi.

  • Che adesso servirà un nuovo decreto fascistoide per impedire qualunque articolazione pubblica di pensiero con un’altezza diversa dal tappetino.
  • Che la nostra informazione, a dire il vero, è adeguata al tappetino. Infatti le cose che è meglio celare finiscono sotto, come polvere della storia spinta da scope mediatiche obbedienti.
  • Che la comunicazione iraniana sta asfaltando ogni tipo di retorica bellica americana, prendendo per i fondelli con cartoni animati assai efficaci Trump borioso e sotto l’incomprensibile influsso del suo amico criminale israeliano.
  • Che l’efficace ricchissimo e perfido progetto di “hasbara” israeliana continua a plagiare politici e istituzioni, raccontando balle cotonate ad uso di boccaloni. Balle che sono servite a fare guerre, ad ammazzare centinaia di migliaia di persone, a massacrare senza ritegno i palestinesi in Cisgiordania, a devastare indegnamente Gaza, ad attaccare senza scrupoli paesi sovrani, a bombardare Beirut. Balle incredibilmente efficaci, che servono a condizionare le scelte dei governi, a mettere a tacere coscienze, a garantire impunità di fronte a crimini efferati.
  • Che probabilmente siamo oltre il concetto di balle e di “hasbara”, ma che il sistema Epstein che governa il mondo, fatto di pedofilia e disprezzo per l’umanità, cela una rete di ricatti talmente efficaci da convincere i potenti a darsi una regolata e ad accettare come perle di saggezza giudiziaria e politica le balle. Altrimenti come spiegare questa follia?
  • Che al governo di destra di Israele va bene così. Il fine è la guerra.

Che, però, le persone normali, quelle che continuano a pensare che al mondo si possa vivere senza le armi in pugno a decidere quello che è giusto o no, cominciano a scendere in piazza. A farsi sentire. E non basteranno repressione, Ice, o fascisteria manganellante a spegnere le voci che si stanno alzando.

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No agli specialisti in indignazione

Quando ancora esisteva una prospettiva comunista, Lenin definì l’estremismo (parolaio o nei fatti) “malattia infantile del comunismo”. Oggi, in tempi così mutati, quella di molti agguerriti commentatori dei fatti tragici e tremendi che stanno accadendo a Gaza o in Iran o in altre parti del mondo – a me pare una “malattia senile”. E non del comunismo, che – l’ho detto e lo ripeto – è finito “nel buio”,  ma di noi che sopravviviamo  incazzati nel decrepito Occidente mostruosamente guerrafondaio.

Questa malattia si manifesta come “indignazione specializzata”. Vengono denunciate sistematicamente e in modi enfatici le malefatte (di Meloni, di Netanyahu, ecc.), il silenzio e la “indignazione selettiva” delle “istituzioni, Presidente della Repubblica compreso”,  l’impotenza degli ““eroici” oppositori del melonismo”, ma una sorta di cecità  cala sulla impotenza di queste denunce.
E allora chiedo:  cosa serve continuare a gridare al lupo, al lupo, mentre il lupo o i lupi  impazzano indisturbati? Come si fa a continuare imperterriti ad esaltare e a  riproporre quasi fossero mosse politiche decisive le spontanee ma comunque politicamente miopi manifestazioni in piazza: per Gaza  o  “No Kings”? O riproporre l’azione simbolica della Flotilla?
E’ evidente che non fermano né i genocidi né le guerre. E’ evidente che non smuovono gli indifferenti (reali o supposti). E allora? E allora c’è bisogno di non consolarsi con l’indignazione o  improvvisando false soluzioni. Ci proponi l’inerzia, la disperazione? No, di ragionare sulla realtà per capire come cambiarla.  «Non ridere, non lugere neque detestari sed intelligere».

La dichiarazione di Meloni sul divieto di celebrare una messa a Gerusalemme è senza dubbio l’apoteosi dell’ipocrisia e del fascismo suprematista e razzista del governo italiano.

Israele è responsabile di settantamila morti ammazzati, la striscia di Gaza rasa al suolo, due milioni di persone tutt’ora tenute in prigionia senza elettricità, combustibili, cibo e acqua, ospedali sistematicamente distrutti, migliaia di medici e infermieri deliberatamente ammazzati, una strage di giornalisti che non ha alcun precedente storico. Oggi Israele è impegnato in una violentissima pulizia etnica in pieno svolgimento in Cisgiordania e in un’aggressione militare a Iran e Libano che ci ha fatto precipitare in una crisi politico-economica gravissima e totalmente fuori controllo, che potrebbe portare a esiti ancor più devastanti per il mondo intero e in particolare per le attività economiche e per la sicurezza del nostro paese.

Tutto questo è stato passato totalmente sotto silenzio dalle nostre istituzioni, Presidente della Repubblica compreso, al punto che si pensava che tutti avessero perso la lingua.. e invece, per una messa cattolica mancata, ecco che tutti ritrovano la favella e si dicono indignati e offesi dall’attacco alla “libertà religiosa”, proprio come se la distruzione di un numero sterminato di vite umane fosse una bazzecola a fronte del divieto di celebrare un rito di un’ora.

Questa indignazione selettiva non è solo un distillato di ipocrisia che legittima di fatto tutti i crimini israeliani passati e recenti, ma è la prova che al nostro governo non gliene può fregare di meno. Non solo delle decine di migliaia di vite umane già brutalmente spezzate e di decine di milioni di persone che sono quotidianamente vittime di attacchi terroristici per far tornare interi Stati all’età della pietra e consentire il completamento di un genocidio, ma anche della sorte del nostro paese che pagherà la crisi energetica indotta dai crimini israeliani con un prezzo altissimo: prezzo che come sempre inciderà in modo più violento su coloro che già sono in grande difficoltà.

Questo governo, eletto da milioni di rimbambiti che si illudevano così di restituire sovranità all’Italia, si è ormai rivelato per quello che è: il liquidatore fallimentare del nostro paese, che manda a catafascio l’economia per poi apprestarsi a svendere tutto ciò che avevamo costruito in secoli di dura fatica e lotta, incluso ogni minimo residuo di dignità, puntando a trasformare il nostro paese in parco giochi e divertimenti al servizio di ricchi annoiati e assassini.

Tutto questo non verrà fermato semplicemente votando qualcun altro: anche in questo frangente gli “eroici” oppositori del melonismo hanno dimostrato la loro, di ipocrisia, continuando a rifiutarsi di impegnarsi esplicitamente per l’interruzione dei rapporti diplomatici e un embargo economico completo, preferendo parlare genericamente, come Schlein, di “sanzioni”.
Questa apoteosi bipartisan dell’ipocrisia ci ricorda una verità spaventosa: non usciremo da questa terribile crisi mondiale se non attivandoci in prima persona, con anima e corpo, come abbiamo fatto mesi fa quando milioni di persone nelle piazze italiane hanno pacificamente bloccato il paese dimostrando che il popolo unito e attivo detiene un potere superiore a quello delle armi e degli eserciti. È questa l’unica via, con buona pace di chi ama delegare per continuare a pensare esclusivamente ai fatti suoi, e la prossima ripartenza della Flotilla per Gaza sarà un banco di prova per l’umanità intera che non possiamo permetterci nè di ignorare nè di fallire.

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domenica 12 aprile 2026

Iran, cent’anni di aggressione – Alberto Capece

 

Se qualcuno pensa che davvero l’aggressione armata contro l’Iran sia una novità, bè sta sbagliando di grosso perché essa è cominciata davvero molto tempo fa e precisamente dal 1914. Fu in quell’anno che Winston Churchill decise di acquisire il 51% di una società fondata da tale William Knox D’Arcy, che si era assicurato una concessione sessantennale per i diritti esclusivi di produzione petrolifera in Persia grazie a Mozaffar al-Din Shah Qajar, che regnò come Scià dal 1896 al 1907. L’acquisizione di questa società, denominata Anglo-Persian Oil Company e successivamente Anglo-Iranian Oil, venne concepita ufficialmente per garantire l’approvvigionamento di carburante della Royal Navy. Poco dopo nel 1916 arrivarono anche gli americani con la Sinclair Oil Company legata ai Rockfeller. Chi ha un po’ di anni sulle spalle ricorderà il simbolo di questa compagnia, il dinosauro che campeggiava in molte autofficine e questo ha un senso perché furono proprio i Rockfeller, pagando a destra e a manca, a far prevalere la tesi di un’ origine esclusivamente biologica degli idrocarburi, perché in questo modo si dava l’idea di una risorsa limitata che contribuiva ad alzare i prezzi. Scusate l’inciso. Il fatto è che queste società realizzavano enormi profitti, versando all’Iran meno del 10 per cento del valore delle estrazioni, il che in un certo senso può essere visto come aggressione, non militare, ma economica. E questo ha a che vedere anche con la nostra storia: nel 1924 scoppiò infatti lo scandalo Sinclair, che riguardava tangenti che sarebbero state pagate a politici italiani per concedere ai Rockfeller un diritto cinquantennale sullo sfruttamento di idrocarburi presenti in Emilia e in Sicilia, senza pagare una lira di tasse allo stato italiano. Una nota tesi storica fa risalire il delitto Matteotti proprio alla denuncia che il parlamentare socialista intendeva fare alla Camera indicando i percettori delle tangenti, tra cui il fratello di Mussolini, Arnaldo, e la stessa casa reale.

Vabbè torniamo a noi, dopo trent’anni di sfruttamento intensivo dell’Iran, nel 1941, la Gran Bretagna, coadiuvata dall’Unione Sovietica, invase l’Iran con il comodo pretesto di aver bisogno del petrolio per finanziare la guerra contro la Germania. Ma anche dopo la fine del conflitto, l’occupazione di fatto continuò, fino a quando, nel 1951, il primo ministro iraniano democraticamente eletto, Muhammad Mossadeq, nazionalizzò la produzione petrolifera, scatenando una grave crisi fra gli azionisti imperiali da una parte all’altra dell’Atlantico. Così il MI6, ma soprattutto la Cia che disponeva di maggiori risorse, scatenarono un colpo di stato che rovesciò Mossadeq e instaurò un regime dittatoriale con a capo lo Scià: secondo Amnesty International fu un periodo caratterizzato dal “più alto numero di condanne a morte al mondo, dall’assenza di tribunali civili funzionanti e da una storia di torture inimmaginabili”. Questo dominio incontrastato durò 26 anni in cui di fatto l’Iran non fu altro che una colonia statunitense. E quando ci fu la rivoluzione di Khomeini, Washington pensò bene di fare la guerra al nuovo regime, scatenandogli contro l’Iraq, promettendo a Saddam una parte della produzione petrolifera iraniana se fosse riuscito a sconfiggere gli iraniani. A Bagdad arrivarono miliardi di dollari (di allora, 1980), tecnologia, armi e informazioni di intelligence per garantire all’Iraq il mantenimento delle proprie capacità militari e la possibilità di arrivare all’obiettivo. Furono usati anche i gas, ma l’Iran riuscì a resistere e dopo 8 anni di guerra un Iraq completamente rovinato finanziariamente, fu costretto alla ritirata. Saddam si lamentò con Bush padre della situazione e incolpò pure i Paesi limitrofi produttori di petrolio, tra cui il Kuwait, facendo capire che avrebbe voluto impadronirsi di quest’ultimo come risarcimento. Washington non si oppose esplicitamente, anzi in qualche modo incoraggiò Saddam a buttarsi nella trappola: il leader iracheno non serviva più a niente agli Usa, che invece volevano acquisire una posizione di incontrastato dominio in Medio Oriente,6 e così colsero l’occasione per disfarsi del loro complice, con due guerre consecutive. Il resto è cronaca, anzi storia.

Naturalmente Israele, nel suo ruolo di tutore degli interessi occidentali nell’Asia occidentale, ha svolto un ruolo decisivo in tali vicende ed anzi la creazione stessa di questo Stato è stata pensata in funzione di tale scopo. Già nel 1915 Alfred Milner, uno dei protagonisti della lotta contro i Boeri in Sudafrica, nonché amico dei Rothschild, era convinto che “l’intero futuro dell’Impero britannico come impero marittimo, dipendeva dalla trasformazione della Palestina in uno stato cuscinetto abitato.” E già si sapeva chi lo avrebbe abitato, visto che i palestinesi non erano ritenuti degni dell’onore di essere abitanti. Del resto l'Asia è un’ossessione per gli anglosassoni da quando un bizzarro personaggio che risponde al nome di Halford Mackinder, diffuse nell’impero britannico e in America, l’idea che la talassocrazia anglosassone non avrebbe potuto dominare il mondo se non avesse anche controllato il centro dell’Asia, l’Heartland. Si tratta di un’idea allo stesso tempo banale e assurda perché la padronanza costiera non basta, questo è evidente, ma allo stesso tempo far dipendere tutto da un’area interna ha ben poco senso. E le risorse per farlo possono ben presto esaurire le risorse necessarie per mantenere il controllo altrove. È appunto quello a cui stiamo assistendo.

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Non vedono la tempesta arrivare - Giovanni Tonlorenzi

 

Nel mezzo di un contesto geopolitico drammatico, agli albori di una crisi economica epocale e sull’orlo di un’escalation militare in cui è sempre meno escluso il ricorso alle armi nucleari, nell’opposizione italiana al governo Meloni, centro-sinistra, campo largo o come altrimenti la si voglia chiamare, non si registra alcun dibattito degno di questo nome.

Quel poco che si intravede, fatto di dichiarazioni sparse e umori momentanei dei vari leader, non è definibile altrimenti che lunare.

Sia chiaro, nell’anno di grazia 2026 il vuoto assoluto che si riscontra nel livello politico non è che il riflesso di un vuoto più profondo, di un’apatia che attraversa la società italiana e, più in generale, quella europea da quasi quarant’anni.
Comunque questo dato non è certo un’assoluzione. Perché c’è una differenza sostanziale tra l’apatia di chi subisce gli eventi e l’incapacità di chi dovrebbe interpretarli, leggerli, trasformarli in proposta politica. La prima è comprensibile, la seconda è una colpa, specie se si è stati complici di un disastro.

Il referendum del 22 e 23 marzo scorso ha sollevato nell’opposizione un entusiasmo del tutto ingiustificato, alimentato dal desiderio di leggere nel consistente voto contro la riforma costituzionale voluta dalla destra una prova di consenso a suo favore, dimenticando che gran parte di quello stesso schieramento non è meno responsabile dello sfascio che stiamo vivendo.

Così, mentre nel campo largo ci si divide su premiership, primarie e federatori, e circolano i nomi di Conte e Schlein, ma anche di Bersani, Rosy Bindi, la sindaca di Genova Salis, il cattolico Andrea Riccardi, l’ex capo della polizia Franco Gabrielli, e di Giovanni Bachelet che ha guidato il fronte del No, nel mondo alcune questioni di una qualche importanza si accavallano con una velocità che non ammetterebbe distrazioni. Questioni che non riguardano un altrove lontano e astratto, ma bussano direttamente alle porte di questo paese.

Sigonella, ovvero i confini della sovranità consentita

Si accavallano in maniera tale che persino il ministro della Difesa Crosetto, membro autorevole di un governo iper-atlantista e in piena sintonia con l’amministrazione Trump, si è trovato costretto a rendere pubblica una nota misurata ma in sostanza inequivocabile: rispetto dei trattati, incrollabile alleanza con gli USA, ma indisponibilità all’utilizzo delle basi militari come quella di Sigonella, per gli aerei militari statunitensi impegnati in operazioni di guerra contro l’Iran¹.

Il governo ha presentato il gesto come puramente procedurale. L’opposizione ha risposto con un “serve di più”, prontamente sopito, anche perché sapendo da che pulpito arrivava l’invito, la cosa diventava addirittura grottesca.

Ciò che è rimasto di questo episodio è la solita, sostanziale convergenza tra governo e cosiddetta opposizione sulle grandi questioni della geopolitica, che ha chiarito una volta di più il perimetro del pensiero politico e della sovranità consentita.
Una convergenza che non è tattica né contingente, ma strutturale. Ed è precisamente lì, in quella convergenza di fatto e che molte volte si è esplicitata, che si misura la distanza minima tra chi governa e chi si dichiara opposizione.

Il riferimento a Sigonella ha evocato naturalmente l’altro caso, quello del 1985, quando Bettino Craxi riaffermò con nettezza la sovranità italiana di fronte all’amministrazione di Ronald Reagan. Un accostamento che, al di là del nome della base, non ha in comune con la situazione attuale assolutamente nulla, anzi dimostra la plastica evidenza dell’abisso che separa l’attuale classe politica italiana da quella di quegli anni, qualunque cosa se ne voglia pensare. Allora, con mille difetti, c’era una classe dirigente capace di porre un limite al potente alleato, oggi ci si affretta a chiarire che quel limite è solo procedurale, mancava la consultazione preventiva.

Ma il caso Sigonella è importante perché, come un filo d’Arianna, ci guida nella comprensione di quanto la guerra e la crisi energetica stiano già entrando in casa nostra e quanto, invece, il dibattito nell’opposizione sia, appunto, lunare.

La coalizione Epstein e la guerra che non va come previsto

Alla data del 24 febbraio 2022, l’inizio dell’operazione militare russa in Ucraina, se ne è aggiunta un’altra che è destinata anch’essa a lasciare il segno, ed è il 28 febbraio 2026, quando gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran.

L’obiettivo dichiarato della ormai nota coalizione Epstein era la neutralizzazione dell’inesistente programma nucleare militare iraniano, la decapitazione della sua leadership e il conseguente cambio di regime.

Ma le cose non sono andate come previsto².

Nonostante settimane di bombardamenti intensivi, la capacità militare iraniana non risulta neutralizzata, e le infrastrutture strategiche, in particolare le basi missilistiche, per lo più sotterranee e disperse sul vasto territorio della Repubblica islamica, continuano a garantire operatività e resilienza al paese.

Teheran mantiene una pressione costante attraverso attacchi missilistici e con droni sulle strutture energetiche dei paesi del Golfo Persico e su Israele, aumentando progressivamente il livello tecnologico delle proprie offensive.

La leadership politica e militare iraniana, di cui fu predisposta una cospicua decentralizzazione, ha continuato a funzionare nonostante i raid sui centri di governo, e la governance della Repubblica islamica prosegue secondo il proprio quadro costituzionale².

La situazione in cui si è impantanata la coalizione Epstein si sta incancrenendo al punto che tra molti analisti comincia a circolare l’ipotesi che Israele, in caso di sconfitta, potrebbe mettere in atto la cosiddetta “Opzione Sansone” e cioè il ricorso alle armi nucleari³.

Una prospettiva che non appartiene alla fantascienza geopolitica, ma al calcolo strategico di chi si potrebbe trovare presto con le spalle al muro.

Sul fronte della superiorità aerea, poi, la realtà operativa è ben più complicata di quanto la narrazione ufficiale voglia dare ad intendere.
Diversi episodi, velivoli abbattuti, emergenze in volo, difficoltà nelle missioni di recupero dei piloti, indicano un contesto sempre più ostile per gli Stati Uniti e per il piccolo ma potente e aggressivo alleato⁴.

Come osserva con consueta lucidità Simplicius the Thinker – nome de plume di uno dei più seguiti analisti geopolitici e militari a livello globale – la riduzione delle capacità di attacco a distanza obbliga statunitensi e israeliani a missioni sempre più rischiose, con un’esposizione crescente e un tasso di perdite in aumento.

In questa prospettiva, le ripetute minacce di intervento terrestre, non solo a parole, ma accompagnate dall’invio nell’area di consistenti reparti militari – rischiano di trascinare l’intero quadrante, ed oltre, verso esiti ancora più gravi e distruttivi.

Nel frattempo, tre generali sono stati rimossi dai vertici del Pentagono nel pieno della conduzione del conflitto, segnale questo inequivocabile di forti divergenze tra le alte sfere militari e la Casa Bianca sulla gestione dell’operazione Epic Fury⁵.

Che la situazione presenti chiari elementi di caos, e dunque di enorme pericolosità, lo dimostra anche la linea comunicativa di Trump, sempre più aggressiva e sempre più contraddittoria, con elementi di imbarazzante grossolanità. Il presidente ha dichiarato pubblicamente che Mohammed bin Salman deve “baciargli il culo”, una frase che, al di là del registro, misura plasticamente il livello raggiunto da questa amministrazione⁶.

Di fronte a tutto questo, l’opposizione italiana tace, o commenta a margine, con vuote frasi di circostanza, spesso con la stessa superficialità con cui commenterebbe un risultato elettorale locale. Non una proposta, tantomeno una visione, non un pensiero che sia all’altezza della posta in gioco.

Kallas e gli altri: il pensiero unico europeo di fronte alla guerra

Quattro anni fa, con l’inizio l’operazione speciale militare della Federazione Russa in Ucraina, finalizzata a porre uno stop all’espansione della NATO verso est, si è messo in moto un processo destinato a cambiare, probabilmente in maniera definitiva, le linee storiche che sembravano fatali dalla fine della Guerra Fredda. Eppure l’attuale leadership europea, totalmente agita da volontà d’oltreoceano, non ha nemmeno tentato di difendere gli interessi dei popoli europei.

Si è chiusa in una ostinata propaganda spesso imbarazzante, incapace di elaborare un punto di vista autonomo ancorato alla realtà dei fatti, e rifugiandosi nella ripetizione di un unico mantra: lotta senza quartiere contro il pericolo russo in procinto di espansionismo su grande scala.

A sottolineare e rendere ancora più evidente questo asservimento, un asservimento che è addirittura metapolitico, che precede e condiziona qualsiasi scelta politica concreta – sono intervenute la macelleria genocida perpetrata ai danni del popolo palestinese dallo Stato di Israele con il sostegno dell’amministrazione del democratico Joe Biden, la guerra dei dodici giorni contro l’Iran del giugno 2025, e la vicenda venezuelana di inizio 2026.

Con la guerra scatenata contro la Repubblica islamica, la nullità dell’establishment europeo si è confermata definitivamente lampante. Al di là del non riuscire a svolgere alcun ruolo di mediazione reale, la leadership europea è addirittura arrivata a invitare, sostanzialmente, l’Iran a non difendersi⁷. Il culmine lo ha raggiunto Kaja Kallas, che nel suo quotidiano delirio anti russo non ha trovato di meglio da dichiarare che “la Russia sta aiutando l’Iran con informazioni di intelligence per uccidere americani, e ora fornisce anche droni perché possa attaccare i paesi vicini e le basi militari statunitensi”⁸.

Una dichiarazione che dice tutto sulla qualità del pensiero strategico europeo, ossessionato dalla Russia al punto da perdere di vista qualsiasi lettura autonoma della realtà.

E la classe dirigente italiana che fa? Assente, silente, e l’opposizione discute di federatori mentre il continente brucia.

Lo Stretto di Hormuz e il crollo dell’ordine unipolare

La situazione attuale racconta in modo incontrovertibile che l’unipolarismo occidentale a guida statunitense è sempre meno tollerato. La posizione iraniana, rigida nel non aprire ad alcun compromesso finché non saranno raggiunti gli obiettivi strategici di lungo periodo, a cominciare dalla propria sicurezza nell’area mediorientale, fa evidentemente il paio con le posizioni portate avanti dalla Federazione Russa fin dal 2007. Posizioni queste che non sono più liquidabili con la propaganda, come l’establishment occidentale ha tentato di fare per quasi vent’anni.

Oggi emerge che la vera forza iraniana non è solo militare, ma soprattutto geografica, economica e monetaria.

Lo Stretto di Hormuz — principale nodo marittimo per il commercio energetico globale — è diventato il teatro dello smottamento del vecchio ordine geopolitico ed economico. Da quello stretto transita circa il 20% del petrolio mondiale, il 22% del gas naturale liquefatto globale, e una quota rilevante di fertilizzanti, prodotti chimici ed elio⁹. La sua inagibilità produrrebbe una crisi di approvvigionamento energetico su scala planetaria di proporzioni del tutto inedite, con prezzi del petrolio che potrebbero raggiungere i duecento dollari al barile in brevissimo tempo. Questo significa pesanti rincari per riscaldamento, trasporti, produzione industriale, filiere alimentari, significa la vita quotidiana di decine di milioni di italiani ed europei.

Come segnala efficacemente Pepe Escobar, c’è una dimensione ulteriore evidente ma le cui conseguenze non sono ancora del tutto analizzate: la strategia iraniana, imponendo pagamenti in yuan per il transito delle merci attraverso Hormuz, incide sulla centralità del dollaro come valuta di riferimento globale, il che determina che al conflitto militare si aggiunge sempre più sensibilmente un conflitto sistemico¹⁰.

Con il sostegno di Russia e Cina, il conflitto regionale si colloca irrimediabilmente in uno scontro di dimensione globale, con tutte le conseguenze del caso.

Anche l’attuale formato dei BRICS ne risentirà in modo sostanziale, visto che alla prova dei fatti si rivela ben poco strategicamente coeso e quindi inadeguato come attore in una situazione così complicata. Ma al suo posto si va delineando un asse più ristretto ma decisamente più coerente, fondato sull’integrazione tra Russia, Iran e Cina.

Questo triangolo strategico unisce risorse energetiche, capacità industriali e controllo dei principali corridoi logistici eurasiatici, configurandosi come il nucleo operativo di un possibile ordine multipolare. E l’Iran non è un attore periferico, in quanto controlla uno dei principali snodi energetici del pianeta e rappresenta il crocevia geografico tra Asia e Medio Oriente, collegamento essenziale tra i sistemi economici e infrastrutturali russo e cinese¹⁰.

Qualcuno nell’opposizione italiana ha ritenuto opportuno aprire un dibattito su tutto questo? Ha proposto una posizione, una lettura, una prospettiva che non fosse quella dell’atlantismo come riflesso condizionato? La risposta, come sappiamo, è no. E questo elemento non è solo una lacuna, suona quasi come condanna politica.

Anche Kagan lo ammette. L’opposizione italiana no. Trent’anni di Washington Consensus non si cancellano con le primarie

Il livello di consapevolezza della situazione internazionale da parte della classe dirigente italiana sembra essere impermeabile a tutto.

In nessuno dei poli della geografia politica italiana si riesce a scorgere uno straccio di volontà di uscire da quel perimetro che è storicamente consentito dai signori ai vassalli.

Impermeabile anche alle domande di cambiamento provenienti dalle persone in carne e ossa, sempre più strette in una crisi che diventerà ingestibile. Il voto No al referendum contiene molto probabilmente anche, e soprattutto, questo elemento. Là fuori qualcosa forse si sta muovendo, qualcosa di profondo, ancora embrionale e difficilmente descrivibile, ma la politica ufficiale non se ne accorge o, peggio, finge di non accorgersene.

Il vecchio mondo sta crollando rapidamente e lo riconosce persino Robert Kagan, un neoconservatore, intellettuale organico dell’interventismo americano, sostenitore storico della NATO e di Israele, tutt’altro che un pensatore critico dell’ordine liberale.
Su The Atlantic ha scritto che la guerra con l’Iran ha esposto e aggravato le divisioni tra gli Stati Uniti e i propri alleati, ha rafforzato le potenze che lui chiama – e qui si intende la sua natura – revisioniste cioè Russia e Cina, ed ha accelerato il caos politico ed economico globale, lasciando gli USA in una posizione di isolamento che non si vedeva dagli anni Trenta del XX secolo¹¹.

Il fatto che sia Kagan a scriverlo non è un dettaglio, ma la misura di quanto la realtà abbia superato anche i suoi più convinti e aggressivi architetti.

Negli States persino falchi neoconservatori si interrogano se Israele possa ancora considerarsi un alleato affidabile, cercando forse di mettersi al riparo da quella che potrebbe svilupparsi come una sconfitta epocale.

Ma qui, coloro che dovrebbero convocare, chissà, una sorta di Stati Generali non sanno nemmeno suonare nell’orchestra del Titanic che sta colando a picco, e perché si rendono conto che affrontare certi temi, seriamente, significherebbe la dissoluzione istantanea di troppe carriere politiche fini a sé stesse.

Il Partito Democratico, come quasi tutto ciò che popola la geografia politica italiana, ha formato la propria identità, il proprio ceto dirigente, la propria rete di relazioni dentro il Washington Consensus, il Fiscal Compact, la privatizzazione forsennata dei servizi pubblici, la conseguente continua cessione di sovranità alla burocrazia irresponsabile dell’Unione Europea e al postulato atlantista. Tuttavia, per onestà bisogna ammettere che non è solo il PD il problema, ma è la stragrande maggioranza del mondo politico, culturale, intellettuale e dell’informazione nella sua quasi totalità, per un motivo o per l’altro, che ha portato il cervello all’ammasso.

Eppure il PD rimane l’equivoco che fa da tappo a quella grande mobilitazione che sarebbe necessaria e che prima o poi avverrà autonomamente.

E per dirlo con chiarezza, non siamo davanti soltanto a scelte sbagliate, fautrici di politiche sempre più impopolari, ma ad un problema strutturale. Come quando si sente dire, ad esempio, che Renzi fu un incidente di percorso per il Partito Democratico, senza capire che Renzi era il figlio legittimo del PD e sua discendenza naturale. Non è nemmeno questione di mancanza o di cattiva volontà, è questione di quello che si è diventati, e di cosa si è scelto di essere nel corso di trent’anni.

Chi non avrà il coraggio di uscire da quel perimetro sarà spazzato via, con tutta probabilità, dall’impetuosità degli eventi.

No Kings: il marchio americano che i progressisti hanno comprato, senza leggere l’etichetta

La cartina di tornasole più recente di questa cecità strutturale è stata la manifestazione “No Kings” del 29 marzo. In Italia come in Europa se ne è fatto un uso entusiastico e del tutto acritico, esattamente l’uso che ci si aspetterebbe da chi non sa leggere i movimenti sociali che non ha prodotto e non capisce quelli prodotti altrove.

Perché No Kings è, nella sostanza, uno strumento dei Democratici americani, il cui obiettivo non è altro che lo status quo ante, quello dei Biden, di Kamala Harris, delle famiglie Clinton e Obama, delle politiche neocon già viste all’opera.

Un movimento che pone come ideale il repubblicanesimo americano del XVIII secolo,senza fare menzione del fatto che da quel momento quei padri fondatori costruirono una nazione sul genocidio dei nativi, sullo schiavismo, su un calvinismo che ha fatto dell’arricchimento individuale uno dei perni dello sviluppo, dando progressivamente vita al mito del destino manifesto.

No Kings è contro le politiche di Trump che mettono a repentaglio quell’America che c’era prima, appunto quella di Biden, primo sostenitore concreto del genocidio palestinese.

Quell’America non è poi così diversa da quella di Trump. E chi in Europa ha sfilato sotto quel marchio senza porsi una sola di queste domande ha dimostrato esattamente il livello di analisi politica di cui è capace.

Il meccanismo è stato quello di un franchising acritico, si è preso un marchio, lo si è un po’ adattato, senza chiedersi nulla sul contesto locale, sugli obiettivi reali, sulle forze che lo animano, sugli interessi, grandi, che lo finanziano.

Contro chi si stava manifestando, la piazza esattamente? Per quale alternativa? Con quale orizzonte? Scrive tale Tom Joad in un articolo su Substack: “così la piazza protesta dentro le coordinate del mondo che contesta, con gli strumenti di quel mondo, nel linguaggio di quel mondo, e il risultato più ottimistico è una versione leggermente più umana del medesimo ordine, ciò che la retorica progressista chiama ‘un mondo più giusto’, intendendo esattamente lo stesso mondo governato dalle medesime strutture con un personale politico più gradevole e una distribuzione della ricchezza lievemente meno oscena”¹².

È, in fondo, la stessa logica che governa tutta l’opposizione italiana, rimanere dentro le coordinate del sistema che certo non si vuole cambiare ma sperare che sia meno violento ed aggressivo, sperando che cambino gli attori senza che cambi la commedia.

Quando arriverà lo shock, non ci salveremo con le primarie

Come annota con amara lucidità Ugo Boghetta su La Fionda¹³, analizzando i dati del referendum, risulta chiaro che il campo largo non può affermare di essere in ripresa; i voti referendari non sono sommabili a posizioni unioniste, riarmiste e liberiste. Forse cambieranno gli attori senza che cambi la commedia ma rimangono milioni di cittadini orfani di proposte convincenti, milioni di persone che hanno votato No senza che nessuno sia capace di dare un orientamento a quella domanda di cambiamento in qualcosa di politicamente credibile, sia per politiche che per interpreti.

Esisterebbe, teoricamente, la possibilità di costruire qualcosa di diverso, una posizione antiliberista che combini l’attuazione piena della Costituzione con lo sgancio progressivo dell’Italia dagli organismi internazionali che ne comprimono la sovranità, cogliendo le opportunità che la contingenza storica offre per avvicinarsi a obiettivi concreti di neutralità e indipendenza reale.

Potrebbe non essere solo utopia, ma la è la condizione necessaria per perseguire un interesse nazionale popolare e rilanciare qualcosa che assomigli alla democrazia.

Ma richiede coraggio intellettuale e politico che oggi, nell’opposizione italiana, non si vede all’orizzonte.

Purtroppo, la storia insegna che le grandi inversioni di rotta nelle opinioni pubbliche non avvengono per sola persuasione, ma assai spesso per uno shock. Non ce lo auguriamo, ovviamente anche perché non si sa mai che piega possono prendere quelle inversioni di rotta. Ma sarebbe disonesto ignorarlo e sarebbe sbagliato non tenere conto che, quando quello shock arriverà, chi avrà scelto di trastullarsi con federatori, primarie e altre cosette, non avrà nessuna credibilità per essere ascoltato.

Note

  1. https://www.lastampa.it/politica/2026/03/31/news/italia_nega_base_sigonella_usa_crosetto-15566208/
  2. Crooke, A., Iran’s Audacious Strategic Moves, Unz Review, 27 marzo 2026, https://www.unz.com/acrooke/irans-audacious-strategic-moves-declared-missile-dominance-over-the-occupied-territories-a-warning-of-nuclear-deterrence/
  3. https://www.aljazeera.com/opinions/2026/3/22/why-the-world-should-worry-about-israels-nuclear-doctrinehttps://jacobin.com/2026/03/israel-iran-war-nuclear-weapons
  4. Simplicius, https://simplicius76.substack.com/p/disaster-operation-stone-age-begins
  5. https://edition.cnn.com/2026/04/02/politics/hegseth-removes-randy-george-army-chief-of-staff
  6. https://thewire.in/world/trump-claims-saudi-crown-prince-kissing-my-ass
  7. https://www.theguardian.com/world/2026/mar/24/ursula-von-der-leyen-iran-us-hormuz-crisis-australiahttps://www.timesofisrael.com/liveblog_entry/eus-costa-urges-iranian-president-to-ensure-freedom-of-navigation-in-strait-of-hormuz/
  8. https://ejpress.org/kallas-russia-is-providing-intelligence-support-to-iran-in-the-middle-east-war-to-kill-americans/
  9. https://www.iea.org/about/oil-security-and-emergency-response/strait-of-hormuz
  10. Escobar, P., https://www.unz.com/pescobar/the-china-pakistan-gcc-riddle/
  11. Kagan, R., https://www.theatlantic.com/international/2026/03/trump-us-power-iran/686567/
  12. Joad, T., https://revolvepl.substack.com/p/la-piazza-incorporata
  13. Boghetta, U., https://www.lafionda.org/2026/04/04/post-referendum-quo-vadis/

https://www.lafionda.org/2026/04/07/non-vedono-la-tempesta-arrivare/

sabato 11 aprile 2026

In merito al merito - Davide Miccione

 

Come “resilienza”, “valori”, “sostenibilità” e altre superparole utilizzate dal discorso del potere, anche “merito” è una parola-botola, una parola che serve per transitare inosservati da un punto all’altro del discorso o, se si vuole, una parola-cilindro, come quelli truccati dei vecchi maghi, adatti a far uscir fuori conigli e stupire lo spettatore distratto. Queste parole hanno la comune caratteristica di dare un apparente senso alle frasi, di prestarsi alla retorica tenendo lontano il parlante medio (e persino medio-alto) da ogni analisi sul significato e sul reale spazio di applicazione della parola stessa.

“Merito” circola da anni. Circola nei discorsi della destra finanziaria-radicaloide (Renzi, Calenda, magna pars del Pd ecc.), della destra finanziaria-imprenditoriale (Confindustria, i corrieristi ecc.) e ora ritorna nelle titolazioni ministeriali della destra tardo-valoriale. La sua riproposizione, come spesso capita alle parole-botola, causa un dibattito in cui mezze verità entrano in disputa con mezze bugie fino a causare la perdita dell’orientamento in chi assista al dibattito.

In questo caso le questioni discusse ruotano intorno al merito come realizzatore di una maggiore equità morale nella società e come garanzia di una mobilità sociale per le classi più povere. Due mezze verità appunto. È ovvio che una scuola capace di fornire cultura e preparazione di alto livello può essere un’occasione, per chi proviene dalle classi meno abbienti, di spostarsi dalla propria classe sociale ma è altrettanto ovvio che senza una forte politica d’incentivazione per le classi povere (provvidenze, borse di studio, classi numericamente più ridotte, doposcuola di potenziamento gratuiti offerti dalle scuole) la questione del merito si risolve in una pantomima che serve a confermare ciò che già si è preparato debba accadere: la scuola di livello legittima le classi più forti che in essa si muovono meglio al modico prezzo dei pochissimi intrusi poveri che riusciranno, a costo di enormi sacrifici, ad intrufolarsi tra loro.

Il merito inoltre, come certe erbe, è un parola infestante. C’è una questione merito per gli studi universitari (che mal si lega ad affitti, rette e costo dei libri in salita). C’è una questione merito per la selezione della classe docente a scuola e all’università. C’è infine una questione merito per la selezione della classe politica e soprattutto di governo; apparsa, quest’ultima questione, nella geremiade del governo dei migliori, quelli con il curriculum più lungo, splendente e internazionale.

In tutto ciò nessuna riflessione appare su cosa diavolo possa significare questa parola, quale sia la sua essenza (se ve ne è una), di cosa con esattezza si stia parlando. Al massimo qualcuno ricorderà, non a torto, come la tanto abusata parola meritocrazia sia in realtà un conio linguistico creato da Michael Young, nel saggio-romanzo distopico L’avvento della meritocrazia, per descrivere una realtà negativa e poi usato ben oltre i confini semantici e le intenzioni del suo creatore. A ben analizzarla il merito mostra una natura convenzionale e vuota. Si mostra forse più che una “parola botola” una “parola soufflé”, gonfiata fino all’inverosimile. Ad analizzarlo freddamente il merito si mostra per quello che è, una semplice procedura di legittimazione attraverso cui un sistema coopta le persone che possono assicurarne la riproduzione e/o le persone che appartengono già alle classi dominanti o le persone che, pur non appartenendovi, attraverso il superamento di un training “conformante”, non ne minaccino i valori né la leadership. Il sistema di cooptazione viene travestito da competizione basata su dati oggettivi in modo da fornire i titoli morali al cooptato di fronte al non cooptato, prevenirne le proteste e smorzarne il risentimento.

In questi casi però, per cogliere pienamente la natura illusoria del discorso è necessario osservare il procedimento più da presso. Bisogna infatti coglierne la circolarità perfetta che nei vari gangli della selezione (rectius cooptazione) si mette in opera. Ne apparirà allora la natura tautologica: meritevole è colui che viene giudicato avente merito da chi ha in mano la macchina selettiva e merito ciò che fa sì che qualcuno sia meritevole per la macchina selettiva. Per nascondere tutto ciò vanno implementati dei procedimenti che travestano di oggettività la vicenda. L’esempio migliore è quello accademico. Un tempo un docente universitario sceglieva qualcuno per “affiliarlo” a una cattedra e “crearlo” professore aiutandolo a farsi conoscere, suggerendogli linee di ricerca che potessero valorizzarlo, pubblicizzandone con amici e colleghi la persona e le opere e poi brigando affinché la facoltà gli bandisse un concorso. Il processo era apertamente cooptativo e le possibilità di riuscita dipendevano dall’abilità e potenza accademica del professore più che dalle qualità del candidato. La differenza la faceva qualcosa di difficilmente appurabile, cioè le motivazioni che portavano il docente a cooptare qualcuno. Motivazioni abiette, mediocri oppure utilitaristiche o perfino nobili e sublimi. Il candidato alla cooptazione poteva essere scelto per parentela con il docente, parentela con amici, parentela con persone importanti per la carriera del docente, comune appartenenza a gruppi religiosi, politici, massonici, sindacali, attrazione erotica o sentimentale, simpatia umana, compatibilità caratteriale, utilità al lavoro e all’opera del docente, utilità alla vita privata del docente, utilità al dipartimento o alla facoltà, valutazione delle sua capacità, scommessa sullo sviluppo scientifico del suo lavoro, riconoscimento del suo valore teoretico. Ovviamente alcune di queste motivazioni sono accettabili e altre no ma è l’atto della cooptazione in sé che viene oggi visto come immorale e inaccettabile. Il nostro tempo, si sarà capito, gradisce che l’ingiustizia strutturale sia rivestita con grande cura dalla correttezza formale (si veda la questione del politicamente corretto) e che le preferenze siano sostituite dall’ostensione (numerico-quantitativa perlopiù) delle differenze oggettive quando ci sono o dalla loro invenzione quando non ci sono.

Eppure il sistema, che camminava perlopiù sulle gambe e le teste dei singoli uomini, permetteva anche la perpetuazione di grandi scuole scientifiche e la scoperta di grandi geni. In filosofia, ad esempio, molti dei pensatori otto-novecenteschi che riteniamo costitutivi per la disciplina stessa sono stati scelti con metodi che oggi riterremmo degni di una certa attenzione da parte della magistratura. Candidati “imposti” da docenti che ritenevano di poterne con certezza assicurare la grandezza filosofica a volte (si pensi a Heidegger o a Wittgenstein e ai loro grandi sponsor) ancor prima che essi mostrassero le proprie capacità. Una scommessa sulla fiducia, per così dire. Nulla di dimostrabile, nulla di ostensibile, nulla di quantificabile. Oggi questo sistema è stato sostituito da un altro in cui è necessario procedere ad una “raccolta punti” che passa, più che dalla capacità individuale, dal grado di inserimento nel sistema stesso qui rappresentato da alcuni professori capaci di controllare la tonnara delle riviste di classe A, quelle che valgono di più nella raccolta accademica. Si noti come ciò che conta non è più l’articolo in sé ma la sua collocazione nella giusta rivista, dunque non ciò che riesce a fare il candidato ma in che misura la sua presenza è gradita da coloro che in quel momento il sistema lo incarnano. Non più dunque cooptazione da parte dei singoli ma meta-cooptazione in cui alcuni distribuiscono i punti che poi permetteranno di acquisire i titoli per entrare. La strozzatura sale più in alto, diventa più complessa e più difficile da vedersi per chi non se ne intende. Si evita così l’entrata sì di qualche amante ma soprattutto di qualche testa più libera. Come scriveva Sgalambro della scuola: “si impara a stare tutti appiccicati assieme”.

Sintetizzando: Un controllo su base politica (politica accademica, politica degli ordini, politica della cultura eccetera) decide quali sono i titoli che costituiscono il merito e che devono passare per oggettivi approfittando del fatto che nessuno si metterà ad analizzarli. Si attende poi che il sistema messo in atto selezioni progressivamente il tipo umano adatto: docile, capace di restare in cordata, sensibile ai mutamenti del potere, timoroso di perdere il proprio status, dotato di un tipo di intelligenza in grado di ottemperare alle richieste del sistema ma non di porlo in questione, intento ad una continua operazione di autosfruttamento (si veda sul tema il volume di Byung-Chul Han dedicato alla stanchezza). I curricula dei “migliori” sono fatti al 95% di cooptazione che si traveste da competizione, sarebbe ora di vederlo. Ciò non significa che non abbiano qualità me non significa neppure che l’abbiano. Significa che sono affidabili e adeguati al sistema. Nulla su cui sia il caso di costruire una grande macchina retorica come quella del merito.

Lo studio dei titoli e dei curricula mostrerà subito, a chi voglia applicarcisi un po’, questo lavoro di levigatura e sagomatura dei soggetti prescelti e illuminerà sulle vere attese del sistema nei confronti delle varie categorie. Il sistema quantitativo di citazioni in vigore in alcune discipline per i docenti universitari (più citazioni ricevi più sei bravo) ci mostrerà ad esempio come li si invogli a coltivare relazioni e a non prendere posizioni troppo originali o controverse (“allora vuoi proprio che non ti citi nessuno?” ammonirà, ognuno di loro, la voce della coscienza). Forse la cosa risulterà ancora più chiara concentrandosi sui docenti di scuola superiore. Che essi non debbano essere né preparati né colti (a volte lo sono ma sempre, in un certo senso, “contro” il sistema) lo mostra con chiarezza il fatto che né le loro pubblicazioni né gli eventuali incarichi universitari vengono mai presi in considerazione tra i titoli valutabili. La partecipazione a incresciosi master e corsetti a pagamento, spesso on-line e di imbarazzante livello viene invece considerata la via regia per l’ascesa all’interno delle varie graduatorie. Qualora non bastasse a capire, si pensi che il docente di fisica, di storia, di letteratura italiana si troverà sempre davanti a proposte d’aggiornamento che riguardano la didattica in generale o la digitalizzazione o la onnipresente inclusione e mai ai contenuti disciplinari della propria materia. Si ponga mente inoltre a come ogni ipotesi politica di bonus, scatti di carriera o quote premiali mai si riferisca alla preparazione dei docenti ma perlopiù alla loro disponibilità a partecipare a progetti di parasocializzazione o a svolgere uno dei numerosi ruoli paraburocratici che il ministero fa nascere come funghi negli istituti (mansioni solitamente da segretario didattico, da tutor o da animatore socioculturale: questa la appetitosa scelta).

Oppure si pensi alla costruzione dell’intellettuale pubblico italiano costretto a passare, per giungere alla ribalta nazionale, da poche agenzie (case editrici, giornali, emittenti televisive) in diminuzione e blindate alle incursioni dei liberi battitori. Molte grandi case editrici segnalano nei loro siti, apertis verbis, che non accettano che gli si inviino testi: sono autogene. Non ci sono così tanti conformisti per caso: sono il risultato di attente politiche di selezione. Tra essi vi sono anche intelletti di valore perché non è l’intelligenza che disturba il sistema ma l’uso che si intende farne. Non è la presenza del cervello il problema ma di altri vari altri organi più in basso collocati.

Per il resto la cooptazione è sempre stato il sistema principe della riproduzione delle classi dirigenti; inutile dir loro di sceglierli meglio ma ci si risparmi perlomeno la retorica.

da qui

Sognare i sogni altrui - Antonio Tabucchi

 

SOGNO DI GIACOMO LEOPARDI, POETA E LUNATICO

Una notte dei primi di dicembre del 1827, nella bella città di Pisa, in via della Faggiola, dormendo fra due materassi per proteggersi dal terribile freddo che stringeva la città, Giacomo Leopardi, poeta e lunatico, fece un sogno. Sognò che si trovava in un deserto, e che era un pastore. Ma, invece di avere un gregge che lo seguiva, stava comodamente seduto su un calesse trainato da quattro pecore candide, e quelle quattro pecore erano il suo gregge.

Il deserto, e le colline che lo orlavano, erano di una finissima sabbia d’argento che riluceva come la luce delle lucciole. Era di notte ma non faceva freddo, anzi, pareva una bella nottata di tarda primavera, così che Leopardi si tolse il pastrano con cui era coperto e lo appoggiò sul bracciale del calesse. 

     Dove mi portate, mie care pecorelle?, chiese. 

     Ti portiamo a spasso, risposero le quattro pecore, noi siamo delle pecorelle vagabonde. 

     Ma cos’è questo luogo?, chiese Leopardi, dove ci troviamo? 

     Poi lo scoprirai, risposero le pecorelle, quando avrai incontrato la persona che ti aspetta. 

     Chi è questa persona?, chiese Leopardi, lo vorrei proprio sapere. 

     Eh eh, risero le pecorelle guardandosi fra di loro, noi non possiamo dirtelo, deve essere una sorpresa. Leopardi aveva fame, e avrebbe avuto voglia di mangiare un dolce; una bella torta con i pinoli era proprio quello di cui aveva voglia. 

     Vorrei un dolce, disse, non c’è un luogo in cui si possa comprare un dolce in questo deserto? 

     Subito dietro quella collina, risposero le pecorelle, abbi un po’ di pazienza. 

     Arrivarono in fondo al deserto e aggirarono la collina, ai piedi della quale c’era una bottega. Era una bella pasticceria tutta di cristallo e sfavillava di una luce di argento. Leopardi si mise a guardare la vetrina, indeciso su cosa scegliere. In prima fila c’erano le torte, di tutti i colori e di tutte le dimensioni: torte verdi di pistacchio, torte vermiglie di lamponi, torte gialle di limone, torte rosa di fragola. Poi c’erano i marzapane, in forme buffe o appetitose: fatti a mela e ad arancia, fatti a ciliegia, o in forma di animali. E infine venivano gli zabaioni, cremosi e densi, con una mandorla sopra. Leopardi chiamò il pasticcere e comprò tre dolci: un tortino di fragole, un marzapane e uno zabaione. Il pasticcere era un omino tutto d’argento, con i capelli candidi e gli occhi azzurri, che gli dette i dolci e per omaggio una scatola di cioccolatini. Leopardi risalì sul calesse e mentre le pecorelle si rimettevano in cammino si mise a degustare le squisitezze che aveva comprato. La strada aveva preso a salire, e ora si inerpicava sulla collina. E, che strano, anche quel terreno riluceva, era traslucido e mandava un bagliore d’argento. Le pecorelle si fermarono davanti a una casetta che sfavillava nella notte. Leopardi scese perché capì di essere arrivato, prese la scatola di cioccolatini e entrò nella casa. Dentro c’era una ragazza seduta su una sedia che ricamava su un tamburello. 

     Vieni avanti, ti aspettavo, disse la ragazza. Si girò e gli sorrise, e Leopardi la riconobbe. Era Silvia. Solo che ora era tutta d’argento, aveva le stesse sembianze di un tempo, ma era d’argento. 

     Silvia, cara Silvia, disse Leopardi prendendole le mani, come è dolce rivederti, ma perché sei tutta d’argento? 

     Perché sono una selenita, rispose. Silvia, quando si muore si viene sulla luna e si diventa così. 

     Ma perché anch’io sono qui, chiese Leopardi, sono forse morto? 

     Questo non sei tu, disse Silvia, è solo la tua idea, tu sei ancora sulla terra. 

     E da qui si può vedere la terra?, chiese Leopardi. Silvia lo condusse a una finestra dove c’era un cannocchiale. Leopardi avvicinò l’occhio alla lente e subito vide un palazzo. Lo riconobbe: era il suo palazzo. Una finestra era ancora accesa, Leopardi ci guardò dentro e vide suo padre, con la camicia da notte e il pitale in mano, che stava andando a letto. Sentì una fitta al cuore e spostò il cannocchiale. Vide una torre pendente su un grande prato e, vicino, una strada tortuosa con un palazzo dove c’era un debole lume. Si sforzò di guardare dentro la finestra e vide una stanza modesta, con un cassettone e un tavolo sul quale c’era un quaderno accanto a cui si stava consumando un mozzicone di candela. Dentro al letto vide se stesso, che dormiva fra due materassi. 

     Sono morto?, chiese a Silvia. 

     No, disse Silvia, stai solo dormendo e sogni la luna..

 

GIACOMO LEOPARDI Recanati, 1798 Napoli, 1837. Nacque da nobile famiglia, studiò voracemente nella biblioteca paterna le scienze, la filosofia e le lingue classiche, crebbe infelice nel corpo e nello spirito. Ebbe in uggia la prigione provinciale nella quale era cresciuto, odiò la grettezza e la meschinità, amò l’arte, la scienza, il pensiero illuminato, la passione civile. Fu insigne filologo, amaro filosofo e altissimo poeta. Cantò l’amore, il tempo che fugge, l’infelicità degli uomini, l’infinito e la luna. 

 

SOGNO DI ANTON ČECHOV, SCRITTORE E MEDICO

Una notte del 1890, mentre si trovava nell’isola di Sachalin dove era andato a visitare i detenuti, Anton Čechov, scrittore e medico, fece un sogno. Sognò che stava in una corsia d’ospedale e che gli avevano messo una camicia di forza. Accanto a sé aveva due vecchi decrepiti che recitavano la loro follia. Lui era sveglio, lucido, sicuro, e avrebbe voluto scrivere la storia di un cavallo. Arrivò un dottore vestito di bianco e Anton Čechov gli chiese carta e penna.

     Lei non può scrivere perché ha troppa teoretica, disse il dottore, lei è solo un povero moralista, e i pazzi non possono permetterselo. 

     Come si chiama lei?, gli chiese Anton Čechov. 

     Non posso dirle il mio nome, rispose il dottore, ma sappia che io odio quelli che scrivono, specie se hanno troppa teoretica. La teoretica rovina il mondo. 

     Anton Čechov provò il desiderio di schiaffeggiarlo, ma intanto il dottore aveva tirato fuori il rossetto e si stava rifacendo il trucco delle labbra. Poi si mise una parrucca e disse: sono la sua infermiera, ma lei non può scrivere, perché ha troppa teoretica, lei è solo un moralista, e a Sachalin c’è andato in vestaglia. E così dicendo gli liberò le braccia.

     Lei è un povero diavolo, disse Anton Čechov, ma non sa neppure cosa sono i cavalli. 

     Perché dovrei conoscere i cavalli?, chiese il dottore, io conosco solo il direttore del mio ospedale. 

     Il suo direttore è un asino, disse Anton Čechov, non è un cavallo, è una bestia da soma, ne ha sopportate tante nella sua vita. E poi aggiunse: mi faccia scrivere. 

     Lei non può scrivere, disse il dottore, perché lei è pazzo. 

     I vecchi che stavano accanto a lui si rigirarono nel letto e uno di loro si alzò per orinare nel pitale. 

     Non importa, disse Anton Čechov, le regalerò un pugnale, affinché se lo possa mettere fra i denti; e con quel pugnale in bocca bacerà il direttore della sua clinica e vi scambierete un bacio d’acciaio. 

     E poi si girò su un fianco e cominciò a pensare a un cavallo. E ad un vetturino. E il vetturino era infelice, perché voleva raccontare a qualcuno la morte del proprio figlio maschio. Ma nessuno lo ascoltava, perché la gente non aveva tempo e lo considerava un rompiscatole. E allora il vetturino lo raccontava al suo cavallo, che era una bestia paziente. Era un vecchio cavallo che aveva occhi umani. 

     E in quel momento arrivarono al galoppo due cavalli alati montati da due donne che Anton Čechov conosceva. Erano due attrici, e tenevano in mano un ramo di ciliegio in fiore. Il vetturino attaccò i due cavalli al suo landò, Anton Čechov si sistemò sul sedile e la carrozza decollò nella corsia d’ospedale, infilò uno dei finestroni e si librò nel cielo. E mentre volavano fra le nuvole vedevano il dottore con la parrucca che faceva gesti di stizza e inveiva contro di loro. Le due attrici lasciarono cadere due petali di fiore di ciliegio e il vetturino sorrise dicendo: avrei una storia da raccontare, è una storia triste, ma credo che voi possiate capirmi, caro Anton Čechov. 

     Anton Čechov si appoggiò allo schienale, si avvolse una sciarpa intorno al collo e disse: ho tutto il tempo, io sono molto paziente e amo le storie della gente.

ANTON PAVLOVIČ ČECHOV 1860-1904. Scrittore e drammaturgo russo. Fu medico, ma esercitò la professione solo durante carestie ed epidemie. Era malato di tisi. Nel 1890 attraversò la Siberia per raggiungere la remota isola di Sachalin, sede di una colonia penale, e scrisse un libro sulle terribili condizioni dei forzati. Amò un’attrice di teatro. Scrisse novelle, drammi e commedie. Parlò della quotidianità, della gente comune, dei poveri, dei bambini, delle piccole grandi cose della vita. 

 

SOGNO DI SIGMUND FREUD, INTERPRETE DEI SOGNI ALTRUI

La notte del ventidue di settembre del 1939, il giorno prima di morire, il dottor Sigmund Freud, interprete dei sogni altrui, fece un sogno.

     Sognò che era diventato Dora e che stava attraversando Vienna bombardata. La città era distrutta, e dalle rovine dei palazzi si alzavano polvere e fumo. 

     Come è possibile che questa città sia stata distrutta?, si chiedeva il dottor Freud, e cercava di tenere fermo il seno che era posticcio. Ma in quel momento lo incrociò, sulla Rathausstrasse, Frau Marta, che veniva avanti con la « Neue Frei Presse » stesa davanti a sé. 

     Oh, cara Dora, disse Frau Marta, ho letto proprio ora che il dottor Freud è tornato a Vienna da Parigi e abita proprio qui, al numero sette della Rathausstrasse, forse le farebbe bene farsi visitare da lui. E così dicendo scostò col piede il cadavere di un soldato. Il dottor Freud sentì una grande vergogna, e si abbassò la veletta. Non capisco perché, disse timidamente. 

     Perché lei ha tanti problemi, cara Dora, disse Frau Marta, lei ha tanti problemi come tutti noi, ha bisogno di confidarsi, e, mi creda, niente di meglio del dottor Freud per le confidenze, lui capisce tutto delle donne, a volte sembra addirittura una donna, da quanto si immedesima nel loro ruolo. 

     Il dottor Freud si accomiatò con gentilezza ma con rapidità e riprese la sua strada. Poco più avanti incrociò il garzone del macellaio, che lo guardò con insistenza e gli fece un apprezzamento pesante. Il dottor Freud si fermò, perché avrebbe voluto fare a pugni con lui, ma il garzone del macellaio gli guardò le gambe e gli disse: Dora, tu avresti bisogno di un uomo autentico, invece di essere innamorata delle tue fantasie. 

     Il dottor Freud si fermò irritato. E tu come lo sai?, gli chiese. 

     Lo sa tutta Vienna, disse il garzone del macellaio, tu hai troppe fantasie sessuali, lo ha scoperto il dottor Freud. 

     Il dottor Freud alzò i pugni. Questo era davvero troppo. Lui, il dottor Freud, che aveva fantasie sessuali. Erano gli altri che avevano quelle fantasie, coloro che andavano a fargli le loro confidenze. Lui era un uomo integerrimo, e quel tipo di fantasie era un problema di bambini o di disturbati. 

     Non fare la stupida, rise il garzone del macellaio, e gli dette un buffetto. 

     Il dottor Freud si ringalluzzì. Dopo tutto era bello essere trattato con familiarità da un virile garzone di macellaio, e dopo tutto lui era Dora, che aveva problemi turpi. 

     Andò avanti per la Rathausstrasse e arrivò davanti a casa sua. La sua casa, la sua bella casa, non esisteva più, era stata distrutta da un obice. Ma nel giardinetto, che sopravviveva intatto, c’era il suo divano. E sul divano c’era steso uno zotico con gli zoccoli e la camicia di fuori, che russava. 

     Il dottor Freud gli si avvicinò e lo svegliò. Cosa ci fai qui?, gli chiese. 

     Lo zotico lo fissò con occhi sgranati. Cerco il dottor Freud, disse. 

     Il dottor Freud sono io, disse il dottor Freud. Non mi faccia ridere, signora, rispose lo zotico. Ebbene, disse il dottor Freud, le confesserò una cosa, oggi ho deciso di assumere le sembianze di una mia paziente, è per questo che sono vestito così, sono Dora. 

     Dora, disse lo zotico, ma io ti amo. E così dicendo lo abbracciò. Il dottor Freud sentì un grande smarrimento e si lasciò cadere sul divano. E in quel momento si svegliò. Era la sua ultima notte, ma lui non lo sapeva.  

SIGMUND FREUD Freiberg, 1856 – Londra, 1939. Era un neurologo. Studiò dapprima l’isteria e l’ipnotismo di Charcot, poi interpretò i sogni degli uomini (L’interpretazione dei sogni, 1900), intendendo risalire da quelli all’infelicità che ci perseguita. Sostenne che l’uomo, dentro di sé, ha un grumo oscuro che egli chiamò Inconscio. I suoi Casi clinici possono essere letti come ingegnosi romanzi. Es, Io e Super-Io sono la sua Trinità. E, forse, ancora la nostra. 

 

Tratto da:

Antonio Tabucchi , Sogni di sogni · Collezione : La memoria, 267 ; Palermo: Sellerio, 2005 · pp. 43-46 ; 55-57 ; 74-76.

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