lunedì 18 maggio 2026

La lotta perenne contro l’imperialismo amerikano, più rabbioso che mai - Alberto Bradanini

 

1. Israele è uno stato governato da criminali sociopatici, che guidano un esercito di assassini che uccidono e uccidono, poi si riposano qualche giorno, invadono i media con le loro spudorate menzogne e quindi tornano a uccidere. Tralasciando le atrocità commesse in 80 anni di occupazione violenta della Palestina, solo nei tempi recenti, dopo aver massacrato 80/100.000 persone a Gaza – cui devono aggiungersi 200/300.000 feriti e mutilati nel corpo e nello spirito e chissà quante migliaia in Cisgiordania – il giorno 8 aprile 2026, inizio del cosiddetto cessate il fuoco tra Iran e Usa/Israele e tra Libano e Israele, racchiusi nelle loro fortezze volanti, un pugno di soldati israeliani, prodotti sperimentali dell’AI con spiccate caratteristiche disumanizzanti, hanno premuto un bottone e, senza rischiare nemmeno un graffio della loro preziosa epidermide, hanno massacrato centinaia di abitanti di Beirut, i più deceduti subito, altri sepolti vivi, tra cui tanti sventurati bambini. Dal 2 marzo 2026 a oggi, l’esercito più crudele della galassia ha ucciso circa 2500 persone – e ogni giorno il numero sale – senza che qualcuno sul pianeta Terra ingiunga a cotanti assassini di farla finita.

Non si tratta nemmeno, ça va sans dire, di episodi di guerra, ma di massacri premeditati, che rimbalzano qualche ora sui prezzolati mezzi di comunicazione di massa, per essere archiviati a fine giornata, mentre i responsabili riprendono a pianificare altre, quotidiane atrocità.

Allo Stato Ebraico, guidato dal criminale di guerra Benjamin Netanyahu, su cui pende un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale, e da altri suoi degni compagni di merende, sono consentiti orrori di ogni sorta: invadere, bombardare, sterminare, violentare, rubare terra e proprietà a palestinesi, mussulmani, cristiani, libanesi, siriani, iraniani, senza distinzione tra combattenti, uomini, donne e bambini.

Solo alle acciughe del mar Cantabrico sfugge tuttavia che il cagnolino da passeggio israeliano può fare tutto ciò solo in virtù delle relazioni speciali che lo legano al Cerbero da cui è addestrato e nutrito, gli Stati Uniti d’America, governati oggi da una putrebonda oligarchia predatrice, incurante di Leggi o Etica, ma solo interessata ad accumulare ricchezze su ricchezze, senza fine.

Secondo una certa ermeneutica, la decisione di aggredire l’Iran, calpestando la Carta delle Nazioni Unite, il diritto internazionale, i principi di convivenza tra nazioni, l’etica delle Genti e via dicendo, troverebbe spiegazione nella pervasività delle lobby pro-Israele che imperversano nella politica statunitense, cui si aggiungerebbe il ricatto dei documenti Epstein che incombe sulla testa dell’attuale inquilino della Casa Bianca in declino cognitivo, a sua volta interessato a distrarre l’opinione pubblica dalle inclinazioni pedofiliche a cui – dicono le malelingue – aveva l’abitudine di cedere. A tutto ciò si aggiungerebbe l’eloquenza persuasiva del citato criminale israeliano, secondo il quale questa scriteriata avventura sarebbe stata una distensiva passeggiata pomeridiana nei giardini del quartiere.

Di tutta evidenza, appare poco plausibile che un paese di 345 milioni di abitanti, prima economia mondiale e massima potenza militare del pianeta, che dispone di 800 basi sparse ovunque, accetti di sottomettere la propria agenda ai capricci messianico-espansionisti di uno staterello di sette milioni di abitanti, pur mettendo sulla bilancia la tossicità ricattatoria delle lobby menzionate e la putrescenza morale e materiale che imperversa nel principale stato canaglia del pianeta Terra.

Ora, anche quando le agende dei due paesi guerrafondenti non si sovrappongono (sulla carta, il colonialismo israeliano non dovrebbe interessare l’agenda Usa), in realtà anche qui i benefici imperiali di ritorno sono giganteschi: instabilità diffusa, caos geopolitico, destabilizzazione energetica, frantumazione delle economie ostili, direzionamento dei capitali verso Wall Street, vendita di armi e conflitti altrimenti destinati a un equilibrio, contenimento delle nazioni ostili e via dicendo.

Le brutalità di Israele nascondono dunque l’iceberg dell’imperialismo statunitense, quel mostro dalle fauci insaziabili che minaccia, aggredisce, saccheggia le nazioni che non si piegano, e che oggi, intuendo il proprio declino, agisce con ferocia ancor più disumana, senza badare ai rischi di escalation o distinguere alleati, paesi neutrali e nemici, avendo a mente null’altro che gli interessi di una cerchia privilegiata di disturbati mentali.

È bene ricordare che il nemico principale della pace, della convivenza tra nazioni, del rispetto delle civiltà, del progresso etico e culturale, e finanche della sopravvivenza del genere umano, è costituito da un gruppo di oligarchi che disponendo di immense risorse, eserciti di spie, analisti d’intelligence, giornalisti al libro paga, operatori di algoritmi e de-formazioni mediatiche, venditori di armi e via dicendo, vogliono dominare su tutto e tutti, nell’illusione de-umanizzante che ciò possa guarire le incurabili patologie di cui sono affetti. Siffatti individui sono vittime di un infantile complesso di onnipotenza, nel patetico convincimento che la loro eccezionalità (la sola nazione indispensabile della terra: M. Albright, 1996, W. Clinton, 1999) li autorizzi a ogni genere di nefandezze.

Sappiamo che questo nemico principale assume lineamenti diversi a seconda di tempi e luoghi: sul piano economico esso s’incarna nel neoliberismo antisocialeglobalista e bellicista, su quello dei valori nella mercificazione ontologica della società, su quello politico in una democrazia di formanon di contenuti, su quello filosofico in un pervasivo nichilismo solipsista, nei rapporti economici sul cinismo della plutocrazia dominante,e su quello geopolitico sull’impero più violento del pianeta.

La pratica di occultamento di tali evidenze – deve rilevarsi – non è dovuta a disattenzione o scarsa memoria, ma a un sistematico lavaggio ideologico e mediatico del cervello. Va detto, per evitare fraintendimenti, che con Stati Uniti non s’intende il popolo americano – quei 345 milioni di abitanti anch’essi sfruttati e sottomessi, oltre che in gran parte politicamente analfabeti – ma quell’0,1% che, come una piovra, proietta ovunque la sua ombra vorace. Il citato lavaggio di cervelli aiuta anche a capire l’oscura ragione che impedisce ai cittadini europei di prendere coscienza della penosa qualità delle loro classi deprimenti, reclutate – come ben sanno persino i barracuda dell’Amazzonia – sulla scorta di un solo criterio: saper indossare con dignità la livrea del maggiordomo.

2. Alla luce di quanto esposto, si proverà dunque a decifrare le tragiche vicissitudini in corso in Asia occidentale. Nelle mire malate dei padroni del mondo, dopo aver aggredito, destabilizzato, sbriciolato quasi tutti i paesi della regione (Iraq, Egitto, Siria, Libia, Sudan, Afghanistan, Yemen, seppure con risultati alterni) e dopo aver colonizzato le monarchie del Golfo con il famigerato petrodollaro, è ora il turno dell’Iran, che si ostina a non lasciarsi depredare, mentre dietro le quinte fa capolino persino un paese Nato, la Turchia, che Israele ha già sfrontatamente minacciato per bocca dell’ex PM N. Bennett[1].

I paesi presi di mira dal duo mortifero americano-sionista appartengono a due categorie: a) possiedono gas e petrolio in quantità rilevante (e questo interessa gli Usa); b) oppure sono paesi islamici, e come tali si oppongono all’espansionismo biblico-coloniale di Israele, ovvero (come si permettono!) difendono la causa palestinese.

Rebus sic stantibus, la guerra di Trump/Netanyahu è persa. La rabbia spinge il primo a minacciare la distruzione della civiltà persiana, fors’anche con la Bomba, un’ipotesi questa che il monarca del sistema solare avrebbe accarezzato quando, più fuori di testa del solito, è stato informato che la presunta operazione di recupero del pilota disperso – in realtà dissennatamente volta a trafugare dal sito di Isfahan i famigerati 430 kg di uranio arricchito al 60% – si era risolta in un’amara perdita di uomini, aerei ed elicotteri[2]! Quanto ai presunti negoziati in corso, in verità le notizie diffuse sono, come sempre, null’altro che inganni. Gli Usa fingono di trattare, mentre intendono solo dettare le condizioni della resa (quella iraniana, beninteso), ipotesi che ha un senso quando si vince una guerra, e non è questo il caso. Per Teheran infatti le condizioni poste sono inaccettabili: niente arricchimento dell’uranio (consentito invece dal Trattato di Non Proliferazione, sotto vigilanza dell’Aiea[3], come avveniva fino all’aggressione israeliana del giugno 2025), niente missili in grado di raggiungere Israele e interruzione dei legami con Hezbollah/Houthi (alleati politici e religiosi) e Hamas (finanziato soprattutto dagli arabi sunniti e in passato dalla stessa Israele, in funzione divisiva). In definitiva, una lista di aberrazioni che solo ai due negoziatori sionisti (Kushner e Witkoff) ha punta vaghezza di proporre.

L’economia statunitense è come noto in declino, il dollaro si svaluta, domina la finanza, la produzione di beni materiali è stata delocalizzata, la società è sempre più violenta, l’ingiustizia sociale è immensa, i ricchi diminuiscono ma le loro ricchezze aumentano. La re-industrializzazione dovrebbe avvenire ampliando la produzione di armi (e dunque promuovendo altre guerre) e controllando le energie fossili. Fortuna vuole che, secondo la legge dei contrappesi, ciò spinge ancor più la Cina, per sottrarsi ai ricatti, verso le rinnovabili.

Quanto a Israele, ancora peggio. Il perverso capo del governo israeliano – lo stesso che ha resuscitato quei sentimenti antisemitici che sembravano sepolti per sempre con il sacrificio di milioni di ebrei ad opera dei nazisti tedeschi – intende radere al suolo l’Iran, colpevole di sostenere la causa palestinese, di essere rimasto una nazione sovrana, trasformarlo (se fosse possibile) in una gigantesca Gaza, incurante persino delle immense conseguenze (inflazione, recessione) per il pianeta intero e dunque per gli stessi Stati Uniti.

Ma la civiltà persiana mai accetterà di essere distrutta. Anzi, la sua reazione potrebbe infliggere qualche serio dispiacere allo Stato Ebraico (nessuno è in grado di anticipare, ad esempio, cosa avverrebbe se il sito nucleare di Dimona fosse colpito da un missile balistico iraniano), e in tal caso Israele potrebbe decidere di ricorrere alla Bomba, rimanendo dubbio che l’attuale instabile e ricattato inquilino della Casa Bianca sarebbe in grado di opporsi. Solo Russia e Cina, a quel punto, avrebbero qualche chance di far rinsavire tale cerchia di svalvolati.

Alla luce di tutto ciò, occorre trovar modo di contenere i deliri di un individuo e invero di un paese intero (il 93% degli ebrei israeliani, a marzo 2026, approvava l’aggressione all’Iran[4]), consentendo all’umanità di proteggere la convivenza pacifica tra i popoli, che seppur diversi hanno diritto di respirare e prosperare a modo loro, secondo il buon senso, la Carta delle Nazioni Unite e quel minimo di Diritto Internazionale che l’umanità era riuscita a edificare dopo la carneficina della Seconda guerra mondiale.

 Per far questo, poiché nelle cosiddette democrazie occidentali (i cui governi sono tutti dalla parte di Israele) il punto di vista delle popolazioni è considerato solo un fastidioso mormorio di fondo – così come le ricorrenti manifestazioni dei 25 aprile del mondo intero, eventi fondamentalmente distrattivi, sui quali si concentrano infinitesimali spaccature di capelli, mentre lassù il potere dorme sonni beati – coloro che possono sono chiamati a dar segni di vita.

In queste ore, le scommesse oscillano. L’ammasso di marines nelle vicinanze di Hormuz suggerisce che il confuso presidente biondochiomato e il crociato Pete Hegseth stiano pianificando la ripresa delle ostilità. I mercati, invece, sembrano propendere per un possibile compromesso, che equivarrebbe a una sconfitta cocente per l’impero che rappresentano.

Saremmo sulla strada giusta se Israele fosse espulso da ogni consesso internazionale, commerci, investimenti e legami di ogni genere, boicottando i suoi prodotti e via dicendo, affinché quel popolo sia indotto a riflettere, e dopo aver recuperato resipiscenza torni a dialogare con umana moderazione sulla strada della convivenza, tenendo a mente che alle sue frontiere vivono e crescono 500 milioni di mussulmani, arabi, turchi, persiani e altre etnie e religioni, con cui dovrà fare i conti, sempreché in futuro ci sia ancora un mondo.

Quanto agli Stati Uniti, in attesa che possa avverarsi la profezia di Jack London, la rivoluzione socialista nella tana del lupo, diamoci da fare per accelerare il sorgere di un mondo plurale, in grado di contenere i capricci e la cupidigia dell’impero. Sappiamo di contare poco, ma non cesseremo per questo di elevare la voce al dio della pace e del senno recuperato. Breve è l’umana esistenza, non v’è necessità di accelerarne il passo. Uniamo le forze ed entriamo nelle praterie del sogno, spazi eterei, i soli che vale la pena frequentare, perché non saremo certo in grado di costruire una società migliore se prima non l’avremo immaginata nella nostra mente.


[1] https://www.maurizioblondet.it/il-genocida-minaccia-la-turchia/

[2] Tre aerei caccia F-15E, un C-130 o MC-130J, un A-10 Thunderbolt, 4 elicotteri: due Black Hawk (HH-60), un MH-6 Little Bird e un AH-6 o un HC-130J 

[3] Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica

[4] https://search.brave.com/search?q=il+93%25+degli+israeliani+sostiene+la+guerra+contro+l%27Iran%2C+vero%3F&source=desktop&summary

da qui

Bernie Sanders al Salone del Libro di Torino

La deriva degli Stati Uniti con la presidenza di Donald Trump, i rapporti tra gli Usa e l’Unione europea, la minaccia rappresentata dall’Intelligenza ArtificialeBernie Sanders arriva al Salone del Libro di Torino e prima di sottoporsi a un’intervista apre con uno discorso che Ilfattoquotidiano.it pubblica nella sua versione integrale:

È un onore per mia moglie Jane e per me essere qui al Salone del Libro di Torino. E voglio ringraziare tutti voi per essere venuti questa sera.

Prima di andare oltre, voglio che sappiate tutti che le opinioni e le azioni di Donald Trump nei confronti dell’Europa non rappresentano — sottolineo non rappresentano — in alcun modo, forma o misura la posizione della stragrande maggioranza del popolo americano.

Molte persone nel mio Stato del Vermont e in tutti gli Stati Uniti hanno genitori, nonni e bisnonni che sono emigrati negli Stati Uniti dall’Italia, dall’Irlanda, dalla Francia, dalla Germania, dai Paesi nordici e da altri luoghi. Nel mio caso, mio padre arrivò negli Stati Uniti dalla Polonia.

Posso dirvi, senza esitazione, che il popolo del mio Paese desidera un rapporto forte e positivo con l’Europa e faremo tutto il possibile per ristabilire quel rapporto il prima possibile.

Ora, riguardo al libro che ho scritto, intitolato “Fight Oligarchy”, voglio arrivare al punto centrale. E cioè che un piccolo numero di persone incredibilmente ricche, che io definisco oligarchi, possiede oggi più ricchezza e più potere di qualsiasi altro gruppo simile nella storia della civiltà moderna. Nonostante ciò, queste persone non sono soddisfatte di ciò che hanno. Vogliono di più, sempre di più, indipendentemente dalla sofferenza che causano.

Negli Stati Uniti di oggi, l’1% più ricco possiede più ricchezza del 93% più povero della popolazione.

Incredibilmente, Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo con un patrimonio di 791 miliardi di dollari, possiede da solo più ricchezza del 53% delle famiglie americane messe insieme. Gli amministratori delegati delle grandi corporation guadagnano oggi 350 volte più del lavoratore medio. E il divario tra i super ricchi e tutti gli altri continua ad allargarsi. Solo lo scorso anno, dopo aver ricevuto il più grande taglio fiscale della storia, i 938 miliardari americani sono diventati più ricchi di 1.500 miliardi di dollari. Negli ultimi sei anni, i miliardari americani hanno più che raddoppiato la loro ricchezza.

Mentre la classe dei miliardari e l’1% stanno meglio che in qualsiasi altro momento della storia americana, oltre il 60% degli americani vive stipendio dopo stipendio, quasi 800.000 persone sono senza casa e decine di milioni di persone fanno fatica a mettere il cibo in tavola e a pagare i costi esorbitanti di case, sanità, farmaci da prescrizione e beni essenziali.

Nonostante l’esplosione della tecnologia e i massicci aumenti della produttività del lavoro, il lavoratore americano medio guadagna oggi quasi 30 dollari a settimana in meno rispetto a 53 anni fa, tenendo conto dell’inflazione.

Ma non si tratta solo di disuguaglianza di reddito e ricchezza. Abbiamo una concentrazione della proprietà economica più elevata che mai. Oggi, una manciata di gigantesche corporation domina settore dopo settore — agricoltura, trasporti, energia, servizi finanziari e così via — imponendoci prezzi scandalosamente alti per i prodotti che acquistiamo. Incredibilmente, quattro società di Wall Street — BlackRock, Vanguard, Fidelity e State Street — sono complessivamente i principali azionisti in oltre il 95% delle nostre corporation.

E quando parliamo dell’enorme concentrazione della proprietà negli Stati Uniti, non dobbiamo dimenticare i media. Negli Stati Uniti, sei grandi conglomerati mediatici controllano circa il 90% di ciò che il popolo americano vede, ascolta e legge. E questi conglomerati sono posseduti dai super ricchi.

Elon Musk possiede Twitter. Jeff Bezos possiede il Washington Post e Twitch. Mark Zuckerberg possiede Meta — che comprende Facebook, Instagram, WhatsApp, Messenger e Threads. Rupert Murdoch possiede Fox News, il Wall Street Journal e il New York Post. Larry Ellison possiede CBS, TikTok, Paramount Pictures, Skydance, MTV ed è sulla strada per acquisire CNN e Warner Brothers.

Ma non sono solo l’economia e i media a essere controllati da questi oligarchi. Nell’America di oggi, i miliardari stanno facendo tutto il possibile per controllare anche il nostro sistema politico. A causa della disastrosa sentenza Citizens United della Corte Suprema, i miliardari possono legalmente spendere quanto vogliono nelle campagne elettorali attraverso i cosiddetti super PAC.

E sia chiaro: questa tendenza, per cui i super ricchi diventano sempre più ricchi e potenti mentre la gente comune fatica a sopravvivere, non sta avvenendo soltanto negli Stati Uniti. Sta avvenendo anche in Italia. Negli ultimi 16 anni, il 91% di tutta la nuova ricchezza creata in Italia è andato al 5% più ricco. Mentre i salari reali del lavoratore medio italiano oggi sono inferiori rispetto a prima della pandemia, i 79 miliardari italiani sono diventati più ricchi di quasi 64 miliardi di dollari solo nell’ultimo anno.

E non riguarda soltanto l’Italia e gli Stati Uniti. È un fenomeno globale. Mentre una persona su quattro nel mondo soffre la fame, l’1% più ricco del pianeta possiede più ricchezza del 95% più povero dell’umanità. Le 12 persone più ricche del mondo possiedono più ricchezza della metà dell’umanità. Questo è il punto in cui siamo arrivati nel 2026. Possiamo fare di meglio. Dobbiamo fare di meglio. E insieme faremo di meglio.

da qui

domenica 17 maggio 2026

Una legge per lo stop al commercio con gli insediamenti illegali israeliani

L’Italia ogni anno importa oltre 1 miliardo di beni e servizi da Israele, alimentando l’occupazione illegale della Cisgiordania tra sfollamenti, espropri, demolizioni, uccisioni. Depositata alla Camera una nuova proposta di legge firmata dai leader di Alleanza Verdi e Sinistra, Movimento 5 Stelle e Partito Democratico Angelo Bonelli, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni ed Elly Schlein.

La proposta nasce dall’iniziativa di oltre 20 organizzazioni promotrici nel settembre 2025 della campagna Stop al commercio con gli insediamenti illegali.

“Si tratta di una prima importante tappa lungo un percorso che speriamo possa portare – in Italia e negli Stati dell’Unione Europea –all’adozione di misure di reale divieto degli scambi commerciali con gli insediamenti dei coloni israeliani in Cisgiordania (compresa Gerusalemme est). Scambi illegali secondo il diritto internazionale che costano miliardi di dollari all’economia palestinese ogni anno, con perdita progressiva di terreni agricoli e pascoli, fonti d’acqua, infrastrutture” spiega Paolo Pezzati, coordinatore della campagna e portavoce per le crisi umanitarie di Oxfam Italia. “Paesi come Spagna e Slovenia hanno già adottato legislazioni analoghe, mentre sono vicini a fare altrettanto Olanda, Irlanda e Belgio. Segnali decisivi per una svolta a livello comunitario.” 

“Questa proposta di legge nasce dal lavoro unitario delle associazioni della società civile, che hanno costruito un testo concreto e lo hanno affidato alla responsabilità delle forze parlamentari. Si tratta di associazioni che lavorano con la società civile palestinese e con quella israeliana che rifiuta l’occupazione e chiede di fermare il genocidio in corso. La deriva messianica e razzista che spinge il governo israeliano a superare ogni linea rossa al fine di realizzare l’espulsione dalle loro terre dei civili e ‘depalestinizzare’ la Palestina in modo da annetterla alla ‘grande Israele’, può essere fermata solo da una forte iniziativa della comunità internazionale.

Chiediamo all’Italia di smettere di essere muta e complice verso le iniziative illegali del governo israeliano nel Territorio palestinese occupato verso il massacro della popolazione civile palestinese e i progetti di deportazione in corso” evidenzia Alfio Nicotra, Coordinatore dell’Esecutivo della Rete Italiana Pace Disarmo.

“È fondamentale che il governo italiano accolga questa proposta a livello nazionale, allineandosi con quanto richiesto da tempo dalla Corte Internazionale di Giustizia”  continua Pezzati. “E contemporaneamente cambi posizione a favore della sospensione dell’Accordo di Associazione Ue-Israele, fino a quando non saranno rispettati i diritti umani. Del resto la proposta franco-svedese di un aumento delle tariffe sulle importazioni delle merci da Israele nel mercato UE– su cui il Ministro degli Esteri Tajani ha dimostrato apertura – sarebbe priva di efficacia, verrebbe immediatamente compensata da nuove sovvenzioni del governo israeliano alle aziende che operano negli insediamenti illegali”.

L’impatto distruttivo dell’occupazione israeliana in Cisgiordania

Nel 2024 il valore delle importazioni in Italia di beni e servizi da Israele è stato di circa 1 miliardo di euro, principalmente di prodotti agricoli e manifatturieri, di servizi legati alla sicurezza e alla sorveglianza digitale.

Impossibile stabilire quanta parte di questi scambi sia ascrivibile ad aziende che operano nel Territorio occupato, data la possibilità di aggirare le politiche europee di etichettatura e differenziazione territoriale, mentre più che evidenti sono le conseguenze per l’economia e per la popolazione palestinese: perdite complessive per miliardi di euro all’anno, un aumento del tasso di povertà dal 12% al 28% negli ultimi 2 anni, disoccupazione raddoppiata da ottobre 2023 e arrivata al 35%.

Stiamo inoltre assistendo a un’accelerazione degli espropri di aree sempre più vaste, demolizioni, sfollamenti forzati che compromettono l’esistenza stessa delle comunità palestinesi e finiscono per svuotare vaste aree di territorio prontamente occupate dai coloni più violenti.

Solo a marzo una brusca e organizzata escalation della violenza dei coloni israeliani, sostenuti dalle forze militari in tutta la Cisgiordania, ha causatoperdite agricole per oltre 4,2 milioni di dollari,  dovute alla distruzione di più di 8.000 ulivi, al furto e all’abbattimento di oltre 686 capi di bestiame e alla confisca di oltre 3.441 dunum di terra (pari a 344 ettari) .

Nel corso del 2025 sono state inoltre demolite oltre 1.600 strutture, causando migliaia di sfollamenti nelle comunità palestinesi e altre centinaia di abitazioni sono state distrutte da gennaio. Sempre l’anno scorso si sono registrate 240 vittime, di cui 55 minori. Nel 2026 si sono già verificati oltre 700 attacchi, che hanno provocato 44 morti, di cui 11 bambini.

Alla luce di tutto questo è evidente come l’esito del Consiglio degli Affari Esteri di lunedì scorso, pur riconoscendo la rilevanza delle organizzazioni israeliane colpite dalle sanzioni, non scalfisca il quadro di illegalità generale.  Il tema infatti non è colpire solamente i coloni violenti, ma smettere di sostenere dal punto di vista economico e finanziario l’intero progetto coloniale di Israele.

I punti chiave della proposta

La proposta di legge chiede quindi in sintesi di:

·         vietare l’importazione e la pubblicizzazione in Italia di beni e servizi provenienti dagli insediamenti israeliani nel Territorio palestinese occupato  (sia le merci prodotte interamente o parzialmente negli insediamenti, ovvero che lì hanno subito l’ultima trasformazione o lavorazione significativa; che qualsiasi servizio, derivante da attività svolte in tutto o in parte negli insediamenti);

·         definire l’applicazione del divieto attraverso un decreto del Ministro degli Esteri che, in accordo con l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, stabilisca i criteri e le modalità di verifica dell’origine dei prodotti importati da Israele per identificare quelli provenienti dagli insediamenti; 

·         dare mandato all’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di vigilare sul rispetto del divieto e di verificare l’origine delle merci;

·         esigere che siano gli esportatori israeliani a dimostrare che i loro beni non sono prodotti nel Territorio Palestinese Occupato, contrariamente a quanto avviene ora, prevedendo la possibilità di sequestrare e confiscare  i beni in caso di false dichiarazioni.

Le associazioni italiane aderenti alla campagna:

ACLI, ACS-NGO, Amnesty International Italia, ANPI, AOI, ARCI, CISS, CNCA, COSPE, CRIC, Emmaus Italia, First Social Life, Fondazione Finanza Etica, Fondazione Gruppo Abele, Libera, Movimento Giustizia e Pace in Medio Oriente, Oxfam Italia, Pax Christi, Rete HUMUS, Rete Italiana Pace e Disarmo, Un Ponte Per, Vento di Terra.

Note:

·         Il report di lancio della campagna è consultabile QUI

·         I dati riferiti a marzo 2026 sull’impatto dell’azione dei coloni in Cisgiordania sulle comunità palestinesi sono tratti dal report della Palestinian Farmer Union, disponibile QUI

·         I dati riferiti all’import italiano sono disponibili QUi

·         I dati sulle violenze dei coloni in Cisgiordania sono dell’OCHA dal Rapporto 2026 sui diritti umani di Amnesty International QUI

·         Secondo il gruppo per i diritti civili israeliano HaMoked, alla fine del 2025 nelle carceri israeliane erano detenuti senza accusa o processo equo circa 4.622 palestinesi, di cui 3.385 sotto ordini di detenzione amministrativa e 1.237 erano in detenzione arbitraria ai sensi della legge sui combattenti illegali.

da qui

Stragi del 1992 - Marco Travaglio

 



sabato 16 maggio 2026

I portatori sani di sottosviluppo - Francesco Mariani


Esiste una figura ormai epica nei territori in difficoltà: non produce, non innova, non decide. Eppure occupa spazi, influenza processi, presidia stanze semiclandestine. È il “portatore sano di sottosviluppo”, una creatura che si nutre di controllo, intrecci e sopravvive grazie a una straordinaria abilità: sembrare indispensabile per l’inutile.

Non guida, perché privo di patente, ma presidia ed intesse la trama. Non costruisce, perché non lo sa fare, ma distribuisce ed elargisce. Non sceglie ma sistema, colloca, introduce.

Il suo habitat naturale sono le istituzioni vissute come simil proprietà privata. Qui coltiva con pazienza una filiera di fedeltà: terze linee senza arte né parte, selezionate non per competenza ma per docilità. Il criterio è semplice: meno sanno, più devono, più sono indebitati. E più devono, più obbediscono.

Questi piccoli architetti del vuoto parlano spesso di strategia. Amano le parole complesse, i retroscena, le allusioni. Sui social diffondono messaggi criptici, come oracoli di provincia: evocano visioni, promettono svolte, celebrano risultati che esistono solo nelle loro narrazioni. È il trionfo del “sottovuoto spinto”: tanto rumore, zero sostanza.

Nel frattempo, il territorio arretra. Le opportunità si riducono, le energie migliori emigrano, i progetti si arenano. Ma loro restano. Perché il loro vero talento non è governare il cambiamento, bensì rinviarlo, impedirlo. Il cambiamento, infatti, richiede merito. E il merito è incompatibile con un sistema fondato sul favore. La politica dovrebbe essere un ponte verso il bene comune, il clientelismo invece la trasforma in un mercato di favori personali. Chi entra nel circuito dei beneficiati cantori vi resta a vita e tramanda il tutto alla sua prole immortale. Da qui il moltiplicarsi di province, città metropolitane, enti, agenzie, consorzi, fondazioni, comitati, consulte, istituti ecc più numerosi degli stessi abitanti. Da qui l’inutile liturgia delle elezioni locali: si fa prima a fare il conto delle parentele, compari e compagnie senza ricorrere alle urne. 

Il paradosso: i nostri “portatori sani di sottosviluppo” si percepiscono come furbi, persino raffinati strateghi. In realtà sono custodi di un equilibrio fragile, tenuto insieme da relazioni drogate e ambizioni individualiste. Difendono posizioni e ruoli, non visioni. Amministrano consenso, non sviluppo. Basta osservarli mentre celebrano micro-nomine come conquiste epocali, o mentre trasformano ogni decisione in una trattativa di cortile. Basta ascoltare i loro discorsi: lunghi, fumosi, autoreferenziali. Parlano molto, per non dire nulla.

Eppure il problema non è solo loro. È l’ecosistema che li tollera, talvolta li premia. È l’abitudine al ribasso, la rassegnazione travestita da realismo. È l’idea che “così va il mondo”, quando invece così non dovrebbe andare.

Il sottosviluppo non arriva all’improvviso. Si installa lentamente, attraverso pratiche quotidiane che premiano la mediocrità e scoraggiano il talento. I portatori sani non lo creano da soli, ma lo diffondono con metodo.

La buona notizia? Non sono inevitabili. Dove si alza l’asticella, dove il merito torna criterio, dove le istituzioni smettono di essere feudi e tornano ad essere strumenti, queste figure evaporano. Non perché vengano cacciate, ma perché diventano irrilevanti.

Ed è forse questa la forma più elegante di mutazione: non riderne soltanto, ma superarli. Renderli inutili. Non associarsi ai loro metodi ma scardinarli.

da qui

Trump e Xi: il fallimento più grandioso di sempre - Davide Martinotti (Dazibao)

 

venerdì 15 maggio 2026

ricordo di Bakari Sako

 

Storia di sangue all’alba. Muore Bakari Sako nel silenzio di tutti - Marianeve Santoiemma

Sì, è l’alba del 9 maggio, il giorno prima di San Cataldo, patrono della città, “amante dei forestieri” . Taranto dorme ancora …e Bakari Sako, con la sua bicicletta attraversa la città, fermandosi in piazza Fontana , nel borgo antico, forse per un caffè, pronto per affrontare l’ennesima giornata di lavoro, magari col pensiero alla famiglia in Mali, forse pensando alla prossima paternità…
Bakari ed i suoi passi verso il futuro fatto di fatica, molta, solitudine, spesso, ma anche della grande stima di cui gode da parte di chiunque lo abbia incontrato nel suo cammino in Italia, a Taranto.
Bakari ha il mare di fronte, i palazzi, le strade vuote. È l’alba, la sua ultima, ma non lo sa. Bakari va solo al lavoro, come ogni mattina, lontano dalla sua terra, col suo piccolo peso silenzioso, fatto di sacrifici, rinunce, speranze, uno straniero, un immigrato, uno in regola, uno dei tanti ragazzi onesti, uno di quelli che continua a credere nell’esistenza di un posto nel mondo anche per lui, un angolo di pace per la sua famiglia.
Aspetta con ansia di diventare padre.
Ma improvvisamente
qualcuno lo aggredisce, qualcuno lo uccide, qualcuno sta a guardare mentre chiede aiuto, qualcuno non lo soccorre… tutti coinvolti. Tutti colpevoli.
L’assassino? Gli assassini?
Ancora poco chiaro è “chi e perché” abbia agito uccidendo Bakari, resta chiara invece l’unica certezza al momento, ed è che un branco di bestie, minorenni e maggiorenni, non ha importanza, cresciuti in un contesto di miseria umana, di degrado infinito, di cui l’Italia intera deve farsi carico, ha ucciso un ragazzo buono, un lavoratore onesto, una persona che andava a guadagnarsi da vivere.
Si, l’ Italia intera ha ucciso Bakari, perché Taranto non è la citta dei mostri, pare 6 ragazzi, stando alle ultime notizie.
L’Italia è Taranto, oggi, è un paese in cui proprio alcuni esponenti di una becera politica, di una stampa asservita, in cui si permette di parlare di remigrazione, in cui si fanno passare messaggi sullo straniero da cacciare, da rimandare al suo paese.
Tutti siamo responsabili di questi 6 mostri, nessuno si senta escluso.
Le istituzioni, tutte, portano sulla coscienza questo delitto, una tragedia umana che fa vergognare L’Italia intera, ogni volta che si tace,che si sorvola, che si banalizza, che si giustifica il razzismo, piaga figlia dell ‘ odio di vergognose campagne d’odio, elettorali e non.
In un tempo in cui l’odio viene seminato ogni giorno con parole che sembrano innocue, con slogan ripetuti fino a diventare normali, con quella violenza lenta che trasforma gli esseri umani in categorie, stranieri, clandestini, diversi, indesiderati , si disumanizza ogni situazione.
I buoni diventano ” buonisti” e il razzismo una necessità per dar spazio a questi italiani.
Ma Taranto oggi è anche speranza, perché non ci si può rassegnare al male, ed è in questo coro che si distingue chiara e limpida la voce dell’On. Francesca Viggiano, deputata del PD, semplicemente Francesca per chiunque la conosca,tarantina , che conosce da anni il tessuto del borgo antico , perché amministratrice della città e vicina anche alle realtà associative di volontariato, occupate nell’accoglienza di immigrati .
Le sue parole, in un sensibilissimo intervento presso la Camera dei Deputati, rappresentano l’anima di una città che si ribella ad ogni forma di razzismo e violenza…e non ci sta.
E si organizzano manifestazioni per urlare forte il nostro No alla violenza e all’odio, alla paura dell’altro, al pericoloso vento che soffia sull’ umanità che ci mette gli uni contro gli altri.
Francesca ha portato la voce della Taranto vera, comunità che accoglie, che conosce il valore della solidarietà.
Quelli che hanno ucciso un uomo all’alba.
Senza pietà, sotto gli occhi complici di chi doveva aiutarlo.
Bakari è stato ucciso anche dal clima che da anni avvelena le strade, i social, le conversazioni, le coscienze. Da un razzismo diventato abitudine. Dalla continua narrazione di chi indica nei più deboli il nemico perfetto. Da chi alimenta paura per ottenere consenso e lascia crescere generazioni incapaci di riconoscere il valore di una vita umana.
Questa morte non riguarda solo una baby gang.
Riguarda tutti noi.
Riguarda ogni battuta lasciata passare in silenzio. Ogni insulto normalizzato. Ogni volta che un uomo viene chiamato “nero”, “clandestino”, “extracomunitario” prima ancora che per nome. Riguarda un Paese che troppo spesso si commuove dopo, ma tace prima.
E allora Bakari resta lì, in quella piazza all’alba, mentre cercava soltanto di raggiungere il posto di lavoro e tornare a casa con la serenità di chi ha fatto il suo dovere.
Resta lì , con i suoi sogni semplici, e lì resta la sua bicicletta… simbolo di quella silenziosa dignità di chi non diventerà più papà .

da qui

 

ALCUNE PAROLE PER RICORDARE IL NOSTRO FRATELLO BAKARY SAKO - Benito D'Ippolito

Per anni ho vegliato una persona che amavo
la mattina prendevo il primo mezzo pubblico
per tornarmene a casa qualche ora
prima che Aurora dalle dita rosate compaia nel cielo

E' l'ora dei braccianti e delle loro biciclette
che vanno al lavoro nei campi per un salario da fame
e' l'ora che vedi come funziona la societa' in cui vivi
la societa' razzista e schiavista
il regime di apartheid
lo stato e l'Europa fascista in cui vivi

Leggo che a Taranto uno di questi braccianti
e' stato assalito dal branco della gioventu' hitleriana
ha chiesto aiuto in un bar senza ottenerlo
e' morto per le ferite ricevute dai nazisti
e per l'omissione di soccorso degli altri

E' morto solo come un cane sull'asfalto
non lo hanno ucciso soltanto le coltellate
sappiamo tutte e tutti cos'altro e chi altri lo ha ucciso

Si chiamava Bakary Sako
il nostro compagno Bakary Sako
il nostro fratello Bakary Sako

*

E mi ricordo che si chiamava Soumaila Sacko
il nostro compagno assassinato a schioppettate
dalle parti di Vibo Valentia
il 2 giugno 2018 festa della repubblica
il nostro compagno Soumaila Sacko
il nostro fratello Soumaila Sacko
bracciante e sindacalista
che lottava per i diritti di tutte e tutti

Feci un comizio allora per commemorarlo
dovro' farne un altro domani
per commemorare il nostro compagno Bakary Sako
per commemorare il nostro fratello Bakary Sako

*

Per dire quello che e' necessario dire
che occorre fare adesso per sconfiggere
il razzismo la schiavitu' l'apartheid
per far cessare la tortura e il massacro
dei nostri fratelli
delle nostre sorelle
affinche' valga cio' che scrisse Lelio Basso
nella costituzione repubblicana

 


The Donald, il paranoico che è in noi - Antonio Cantaro

 

Letture e riletture. Nel generale e osceno silenzio dell’Occidente l’ostinato “candidato” al premio Nobel per la pace dei cimiteri ha, ancora in queste ore, annunciato che ridurrà l’Iran all’età della pietra. Ma quali sono le molecolari radici che alimentano la globalizzazione dell’indifferenza? Tornano di attualità la diagnosi e la profezia del premio Nobel per la letteratura (1981) Elias Canetti: siamo parte e complici della malattia di The Donald.

Il 7 aprile, alle 20:00, ora della costa orientale degli USA (le 2 di mercoledì notte in Italia), scadrà l’ennesimo criptico ultimatum di Trump sugli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane. Non sappiamo, non possiamo sapere mentre scriviamo, se e quando l’ineffabile Presidente statunitense pro-tempore ridurrà il popolo persiano all’età della pietra. In uno dei tanti post su Truth Social, Trump ha affermato che “si scatenerà l’inferno”, che farà “saltare tutto in aria” se Teheran non riaprirà il “fottuto” Stretto di Hormuz, “brutti bastardi”. Ma perché tanto odio e tanto complice silenzio? Non serve Sigmund Freud. Nei discorsi di The Donals c’è tutto. Bastano a capire il punto a cui siamo giunti alla fine del “secolo lungo” le illuminanti pagine, scritte nel corso del “secolo breve”, da Elias Canetti. Non essendo un cultore del grande scrittore europeo (famiglia ebrea sefardita di lingua spagnola, nato in Bulgaria al confine con la Romania, trascorre l’infanzia circondato da turcofoni, poi naturalizzato britannico, scrive in tedesco e considera Zurigo la sua patria) muoverò dall’essenziale “sintesi” offertane da Luigi Alfieri nei suoi studi, in particolare in quello dall’esemplare titolo Il destino del sopravvissuto (https://oajournals.fupress.net/index.php/smp/issue/view/449).

Potere come sopravvivenza

Sopravvivere come ‘vivere sopra’. Non ‘continuare a vivere, durare in vita’. Sopravvivere è un termine relazionale, che indica un rapporto fra un ‘sopra’ e un ‘sotto’. Sopra c’è un vivo, colui che vive sopra; sotto, necessariamente, c’è un morto. La figura originaria del potere, l’atomo del potere è, per Canetti, quest’immagine: un vivo in piedi accanto a un morto che giace. La sopravvivenza non è un soffermarsi in vita nell’attesa di morire un giorno: è qualcosa di estremamente, di terribilmente attivo, è lo scaricare su altri la propria morte, allontanandola da sé. Si dà sopravvivenza in quanto ci siano dei morti e in relazione con loro. La sopravvivenza è il comportamento di chi vive ancora perché qualcun altro non vive più: non ci sarebbe il sopravvivere se non ci fosse il morire e il morire non ci sarebbe in quella forma se non ci fosse il sopravvivere. Il sopravvissuto è, insomma, l’archetipo del potere, di colui che deve costantemente accumulare prove del proprio vivere sopra. 

La paranoia antropologica del sopravvissuto

Trump, quasi certamente, non ha letto Canetti; ma Canetti ha perfettamente descritto e spiegato la sensazione di potenza che prova The Donald nell’immaginar sé stesso come rimasto in vita mentre altri cadono. Non c’è atto di Trump che non evochi la necessita della “morte” – politica, simbolica, reale – degli avversari e concorrenti (siano essi groenlandesi, europei, venezuelani, iraniani, cubani).  È la conferma della sua grandezza. L’attuale Presidente Usa è, con suo sommo soddisfacimento, l’ultima e compiuta incarnazione del potere. Trump ha bisogno che tutto sia, ai suoi occhi, chiaro e ordinato, che ogni cosa e ciascuno stia al posto suo. Tutto dev’essere prevedibile e controllato e bisogna che in ogni momento si sappia dove ognuno è, e se occorre chiamarlo o andarlo a prendere. Chi cambia si nasconde, chi sfugge al controllo evidentemente complotta. Paranoia, non paranoia del potere. La paranoia è potere, il potere è paranoia. Non si tratta di un accidente, di una caratteristica secondaria del potere: si tratta proprio del potere stesso, si tratta della sua essenza.  Dire “potere” e dire “paranoia” significa, per Canetti, dire esattamente la stessa cosa: sono due termini sovrapponibili senza nessun residuo.

Il sopravvissuto che è in noi

Una “patologia” che, dopo il secondo dopoguerra, abbiamo creduto riguardasse solo i grandi assassini della storia. Hitler, Stalin, Napoleone. Tiranni, dittatori, condottieri. Il che – dice Luigi Alfieri – in parte è vero, tant’è che anche Canetti esclude dalla categoria di potere il «sistema parlamentare», uno dei pochi casi di riuscita espulsione del potere – e perciò della morte – dalla vicenda umana. Ma al mondo non c’è soltanto la sopravvivenza di colui che comanda in grande stile, ma c’è altresì l’impossibilità di noi tutti, una impossibilità primariamente “biologica”, di vivere senza che qualcun altro essere muoia per la nostra sopravvivenza. Ogni vivente è distruttore di vite, mangiare è per eccellenza l’atto del sopravvivere. Tanto nel cacciatore quanto nell’allevatore. Ma mentre nel cacciatore la violenza ha ancora qualcosa di elementare, di inevitabile, di naturale, di accettabile, la violenza dell’allevatore è pura potenza. L’allevatore ha certamente anche lui le sue prede. Il suo gregge, la sua mandria, sono prede. Se n’è già impadronito, le ha già catturate, le ha fatte persino nascere. Però non le uccide subito: le tiene lì, in attesa del coltello. Verranno uccise, nessuna scamperà, servono a quello. Vengono tenute in vita per essere uccise, però intanto vengono tenute in vita, custodite, protette, curate, nutrite. Siamo tutti dei sopravvissuti: viviamo ‘sopra” qualcuno che è ‘sotto”, qualcuno che è destinato per la nostra sopravvivenza a morire. Diamo vita attuale in cambio della morte futura e questo fa entrare le nostre prede nella dimensione del nostro potere.

Corruzione delle vittime

La domesticazione del comando, da cui nasce il potere vero e proprio, implica la «corruzione», dice Canetti. La corruzione della vittima: la vittima perde la sua innocenza, la vittima diventa complice, accetta la propria morte futura in cambio della sua vita attuale. In cambio dell’essere lasciata in vita, in cambio della cura per la sua vita, in cambio del cibo e della protezione. Lo stesso accade quando si passa dal bestiame vero e proprio al bestiame umano: anche il bestiame umano accetta di lasciarsi uccidere dal potente in quanto nel frattempo il potente autorizza a uccidere. Il potente si riserva pieno diritto di vita o di morte sulla sua vittima, e ottiene la complicità della sua vittima perché una piccola parte di questo potere di vita o di morte spetta alla vittima stessa. La guerra è il caso più evidente di complicità col potere. È come se il sovrano, titolare di un diritto di vita o di morte, dicesse a tutti i suoi: «Voi siete come me, potete uccidere come io posso uccidere, potete uccidere perché io posso uccidere: uccidendo diventate me». Da qui «la deresponsabilizzazione, che è la base più solida dell’obbedienza» (Elias Canetti, Masse e potere, Adelphi, Milano, 1981). L’origine prima di quella che oggi chiamiamo globalizzazione dell’indifferenza.

Il sopravvissuto, ieri e oggi

Il problema – osserva Alfieri – non è, insomma, tanto il potente, quanto il consenso al potente, quanto la capacità, enorme, immensa del potente di attrarre complicità per imitazione. Hitler è grande perché riesce a suscitare tanti piccoli HitleriniHitler in fondo non costringe nessuno: non è facendo paura che acquista l’obbedienza dei suoi seguaci. Sarà semmai proprio la forza di quest’obbedienza a suscitare una paura irresistibile nei pochi che potrebbero nutrire qualche germe di dissenso. È una promessa la sua: «sarete come me, io vi rendo come me, perché io sono tutti voi. Sono come voi, ma come ‘tutti’ voi, tutti messi insieme». La celebre immagine del Leviatano nel frontespizio della prima edizione dell’opera di Hobbes, il sovrano raffigurato come un gigante fatto di tanti ometti messi uno sull’altro, rende bene l’idea del potente canettiano. Un ometto come gli altri, che però riesce a far credere a tutti gli altri che per essere qualcosa debbono diventare come lui, debbono diventare parte di lui, debbono agire per delega della sua volontà e debbono sostanzialmente uccidere per sua volontà: uccidere ed essere uccisi, perché, non fa differenza per il potente chi muore per lui, non fa differenza per il potente se muoiono i suoi nemici o se muoiono i suoi seguaci, perché anche i seguaci sono nemici potenziali. I suoi seguaci potrebbero in qualunque momento essere traditori: dimostrano di non essere traditori soltanto in quanto si facciano uccidere. Farsi uccidere, dunque, è il loro più stretto dovere di fedeltà: potranno dovranno sempre essere disponibili a dimostrare la loro fedeltà fino alla morte, con la morte, perché morire è il solo modo di essere fedeli.

Un Canetti redivivo troverebbe perfettamente incarnata in Trump la capacità di servirsi dell’antropologia del sopravvissuto che è in noi. Sino a quando non diremo a chiare lettere che il “re è nudo”, che l’odierno delirio di morte ha trasformato la potenza americana in impotenza. Noi, gli appartenenti ad una Nato che non c’’è più e che è meglio non ci sia più. Noi europei liberi dalla retorica unionista. Noi, proprio Noi. Non gli ex guardiani della rivoluzione.

da qui