sabato 28 novembre 2020

Come ti trasformo Riace in un reato - Giovanna Procacci

 

Il processo di Locri contro Mimmo Lucano continua, sia pure a rilento, sostanzialmente ignorato dalla stampa. Dal mio ultimo articolo di inizio luglio (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/07/08/domenico-lucano-come-procede-un-processo-politico/), ci sono state 4 udienze, due a luglio e due a settembre.

1.

Nell’udienza del 6 luglio, il colonnello Sportelli ha ripreso il tema del Riace in festival, la manifestazione culturale estiva organizzata dalla Rete dei Comuni Solidali, con riferimento, in particolare, alle edizioni del 2017 (in pieno periodo di intercettazioni da parte della Guardia di Finanza) e del 2015 (per dei riferimenti presenti in alcune intercettazioni raccolte due anni più tardi, che in realtà non si riferiscono al Festival, ma ad altri eventi culturali organizzati dal Comune in occasione della festa dei santi patroni). I reati ipotizzati sono quelli di distrazione di fondi, di falso ideologico e di favoreggiamento personale. Del Festival Sportelli aveva già parlato, affermando che sarebbe stato finanziato con quelle “economie” realizzate sui fondi dell’accoglienza che la Procura tratta tutte indistintamente come distrazione di fondi. Questa volta vi ritorna su per parlare delle case in cui venivano alloggiati quelli che Sportelli definisce come “gli ospiti del Festival”, oppure “gli invitati di Lucano”, o addirittura “gli amici di Lucano”. Uno slittamento di linguaggio indicativo del carattere approssimativo delle accuse, ma anche del tentativo di insinuare continuamente che possa esserci un interesse privato di Lucano, sebbene l’accusa non l’abbia dimostrato. Le case, dunque: emergerebbe dalle intercettazioni che nel 2017 Lucano avrebbe sistemato le persone arrivate a Riace per il Festival non solo nelle case del turismo solidale, ma anche in alcune case destinate ai progetti Sprar e Cas. Il Festival dura solo qualche giorno e le case in questione erano comunque vuote, ma l’ospitalità di persone estranee ai progetti non sarebbe comunque prevista dalle Linee Guida dello Sprar e avrebbe pesato sui fondi Sprar in termini di consumo di acqua e elettricità. E però, mentre parla delle case, Sportelli fa balenare di nuovo l’idea che il Festival stesso, gli artisti, il palco ecc., tutto fosse pagato da Lucano e/o dalle associazioni dell’accoglienza a Riace, quindi con fondi pubblici. E questo sebbene sia semplice verificare che il Festival si è sempre finanziato in modo autonomo, su fondi di ReCoSol e della Tavola valdese.

Anche nell’udienza del 22 luglio è tornato un altro grande tema: il teste Leone Vadalà, maresciallo della Polizia giudiziaria di Locri, ha deposto sul presunto carattere fraudolento della raccolta dei rifiuti svolta a Riace da due cooperative sociali. Ha a lungo argomentato su quelle cooperative (che non erano iscritte ai registri e non avevano i requisiti), sull’affidamento diretto del servizio, sulla mancanza della gara e della pubblicità, sostenendo che Lucano avrebbe avuto motivi personali per affidare loro il servizio. L’ipotesi di reato è di turbata libertà di scelta del contraente, di turbata libertà degli incanti e di abuso d’ufficio. Sembra di sognare, siamo ben oltre il déjà vu. Se ricordate, quando nell’ottobre 2018 il Gip di Locri aveva imposto a Lucano le misure cautelari (arresto domiciliare, poi tramutato in esilio), aveva giudicato inconsistenti la gran parte delle accuse, accogliendone solo due: i matrimoni irregolari e l’assegnazione del servizio di raccolta rifiuti, per l’appunto. Nel febbraio 2019, però, era intervenuta la Corte di Cassazione che aveva demolito le argomentazioni della Procura sul servizio di raccolta rifiuti, sostenendo che non c’erano «indizi di comportamenti fraudolenti». Anzi, tutto era stato regolare, le decisioni erano state prese in modo collegiale e supportate dai pareri di regolarità sotto il profilo tecnico e contabile, il carattere di pubblica notorietà dei provvedimenti era garantito dall’affissione all’albo comunale e le somme previste per il servizio erano al di sotto della soglia stabilita dall’UE. Aveva anche respinto la pretesa della Procura di fondare il reato sulla mancata iscrizione delle due cooperative al registro regionale, per il semplice fatto che tale registro regionale non era in realtà esistito fino al 2016, cosicché nel periodo in esame (2011-2015) non si poteva pretendere l’iscrizione delle cooperative a quell’albo. La Cassazione aveva fatto anche di più, affermando che i comportamenti ritenuti penalmente rilevanti dalla Procura nella vicenda dell’affidamento del servizio di raccolta rifiuti erano «solo assertivamente ipotizzati».

La ripresa del processo dopo la pausa estiva si è aperta con l’udienza del 14 settembre, dedicata al contro-esame da parte degli avvocati della difesa: contro-esame di Sportelli sul reato di peculato e di Vadalà sulla raccolta di rifiuti. Gli avvocati chiedono ai testi dell’accusa chiarimenti su punti di dettaglio in relazione alle posizioni dei loro assistiti, fanno emergere contraddizioni e carenze nell’esposizione della Procura e annunciano che tutti questi punti saranno successivamente ripresi nelle presentazioni difensive.

L’udienza del 15 settembre, invece, è stata un’udienza importante, perché Sportelli ha affrontato due capi d’accusa pesanti, due macigni che la Procura scaglia contro l’esperienza stessa di Riace. Il primo è il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina attraverso il tentato matrimonio, mai realizzato, fra una ex-rifugiata ormai cittadina italiana e un uomo etiope. Il secondo è il reato di associazione a delinquere che, nella visione dell’accusa, costituirebbe il quadro d’insieme in cui s’inseriscono i reati illustrati nel corso delle precedenti udienze. I soggetti che avrebbero partecipato al reato associativo vengono ridotti ai soli Lucano, Capone, Ierinò e Tornese, con Lucano nella posizione apicale di capo dell’associazione. Questi si sarebbero associati allo scopo di commettere un numero indeterminato di delitti. Per usare le parole di Sportelli, «per fini diversi, di lucro o elettorali, si è voluto portare avanti un progetto, che era il modello Riace, nato in maniera egregia, che però pian piano è andato alla deriva». Una deriva che non sarebbe, però, imputabile ad errori, anomalie, o incapacità di gestione di numeri cresciuti a dismisura, ma a volontà collettiva di realizzare truffe, falsi, abusi e via dicendo. È in questo quadro che l’accusa legge l’esperienza di Riace come un piano preordinato per distrarre fondi e truffare lo Stato; certo, riconosce Sportelli, i rifugiati erano trattati bene, ma all’interno di un disegno criminale. Con l’illustrazione del capo di accusa di associazione a delinquere si esaurisce la lunga deposizione del colonnello Sportelli, durata un intero anno.

Parallelamente, anche in questi mesi estivi è successo altro. Fuori dal processo, certo, eppure è difficile immaginare che non risuoni in qualche modo anche in quell’aula, perché getta un po’ di luce sulle tante ombre che vi emergono.

 

2.

Il 7 luglio il Tribunale del Riesame di Reggio Calabria ha respinto il ricorso della Procura di Locri contro l’annullamento delle misure cautelari riguardanti Lucano, che ancora oggi vorrebbe ai domiciliari; nella sentenza, il Tribunale ha sostenuto che non c’è prova del reato associativo, né del perseguimento da parte di Lucano di un vantaggio patrimoniale. A fine agosto, poi, è arrivata un’altra notizia eclatante: Salvatore del Giglio, funzionario della Prefettura di Reggio Calabria, autore di una relazione che costò a Riace l’avvio dell’indagine e la chiusura dei progetti d’accoglienza (che aveva testimoniato in Tribunale nel luglio 2019), è indagato per falso ideologico in atti pubblici. Avrebbe falsificato una relazione sul Centro di accoglienza “Villa Cristina” del Comune di Varapodio, gestito dal sindaco Fazzolari di Fratelli d’Italia, omettendo di indicare le criticità riscontrate, proprio quelle criticità che aveva invece sottolineato nell’operato di Lucano a Riace: chiamata diretta degli enti gestori, affidamento dei servizi senza gara, assunzione fiduciaria degli operatori ecc. Che credibilità può avere – se il fatto sarà accertato – un funzionario infedele che falsifica le relazioni delle ispezioni?

 

3.

Fin qui le “notizie” di questi mesi. Il processo è ora in un momento di transizione. L’illustrazione delle tesi d’accusa si è conclusa (salvo qualche piccola appendice) e sta finalmente per iniziare la fase dedicata alle difese. Ne approfitto per sintetizzare le impressioni che ho tratto in questi mesi di monitoraggio delle udienze:

a.       sin dall’inizio il processo è apparso viziato da una sorta di mancanza di distinzione fra il piano amministrativo e quello penale, con un continuo scivolamento fra l’uno e l’altro. Accuse di inadempienze, rendicontazione difettosa, database non accurato, comportamenti anomali rispetto alle Linee Guida dei programmi di accoglienza e integrazione rinviano tutte al piano amministrativo. Altra questione è, all’evidenza, un processo penale per reati anche molto gravi. Questa confusione è particolarmente critica in quanto l’accoglienza è materia amministrata di concerto con gli enti locali, cui lo Stato affida rifugiati e richiedenti asilo; il che presuppone, come ricorda la sentenza del Consiglio di Stato del 28 maggio (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/07/08/domenico-lucano-come-procede-un-processo-politico/), un rapporto di lealtà e reciproca fiducia ed esclude comportamenti ostili o demolitori da parte dello Stato. Quella sentenza non ha solo dichiarato illegittima la chiusura dello Sprar di Riace e il trasferimento dei rifugiati, ma ha affermato qualcosa di ancor più rilevante: che le inosservanze delle Linee Guida dello Sprar vanno trattate all’interno della logica amministrativa. Così non è avvenuto, spezzando il principio della leale collaborazione: lo Sprar non andava chiuso e nel chiuderlo i funzionari del servizio hanno disatteso le Linee Guida. Insomma, se è probabile che, nell’intento di costruire quel modello di sviluppo che nella sua visione poteva garantire ai migranti l’integrazione e ai locali il riscatto da un destino di abbandono e sottosviluppo, Lucano abbia contravvenuto ad alcune regole dello Sprar è invece certo ‒ perché lo stabilisce il Consiglio di Stato ‒ che quelle regole non sono state rispettate dai funzionari dello Sprar, e per il fine assai meno “nobile” di chiudere un servizio, di distruggere un’esperienza, di mortificare una comunità che aveva provato a rialzare la testa;

b.      fatta giustizia di questa confusione, cosa rimane nel processo? Il dolo, l’appropriazione, il vantaggio economico personale: tutto ciò che la Procura non ha potuto provare nell’azione di Lucano. In mancanza, l’accusa ha proposto una sorta di omogeneizzazione dei reati contestati, tutti praticamente ricondotti a una “distrazione di fondi”. Ma quali fondi venivano distratti? Quelli che Lucano dichiarava apertamente di riuscire ad economizzare sui fondi pubblici che riceveva, grazie ai costi contenuti della vita in un contesto come quello di Riace, ma anche grazie all’attenzione a che neanche un centesimo venisse usato per scopi diversi da accoglienza e integrazione. Per l’accusa proprio queste “economie” sono il cuore dei vari reati. Tutte le pratiche che da sempre hanno caratterizzato l’esperienza di Riace – le borse lavoro, i bonus locali, i lungopermanenti, le occasioni di lavoro create per rifugiati e autoctoni alla ricerca di quell’equilibrio fra ospitalità dei rifugiati ed economia locale che è considerato il tratto distintivo di quel modello ‒ sarebbero inficiate dal peccato originale di esser state realizzate grazie a quelle “economie”. Di fronte alle richieste del Presidente (che a più riprese ha domandato se quelle pratiche non fossero pur sempre finalizzate all’integrazione) e ai rilievi delle difese (che nel contro-esame hanno letto le Linee Guida dello Sprar nelle quali è ammessa una gamma variegata di azioni a fini integrativi) la Procura ha dovuto riconoscere che esse potevano rientrare nelle Linee Guida, ma ha affermato che, oltre una certa cifra, avrebbe dovuto esserci una richiesta specifica che è invece mancata. Ora, la mancanza di tale richiesta non ricadrebbe di nuovo fra le inadempienze amministrative?

c.       il cuore dei reati contestati a Lucano sta dunque, secondo l’accusa, nelle “economie” utilizzate per portare avanti la sua idea di integrazione. Come dice Sportelli, si tratta di «guadagno pulito», di soldi non spesi per i migranti, ma per “altro”. C’è però, in tutto questo, un punto debole. Non si tratta, infatti, di una clamorosa scoperta dell’indagine. A Riace le “economie” sono state fatte e usate alla luce del sole, sono state rivendicate come innovazioni importanti nel lavoro di integrazione, sono state oggetto di libri e articoli, film e documentari. Erano tutti fatti ben noti anche agli uffici dello Sprar o del Cas, che li hanno tollerati per anni e che hanno continuato ad approvare i progetti e a inviare rifugiati. Che cosa ha fatto sì che quelle pratiche abbiano cambiato di segno? L’impressione è che i reati attribuiti a Lucano siano reati ex-post: pratiche portate avanti alla luce del sole, ammesse per anni, diventano improvvisamente reati per effetto di quel cambiamento di prospettiva politica su immigrazione e asilo, che dal 2017 in poi ci ha precipitati nel baratro del razzismo, dei respingimenti, dei porti chiusi, del rifiuto del soccorso in mare. Insomma, una forzatura in nome di idee che pretendono di riscriverne il senso, con un’operazione tipica di ogni processo politico;

d.      fin dall’inizio, alle richieste del Presidente di chiarire il movente di rilevanza penale delle azioni esaminate, la Procura ha dovuto riconoscere la mancanza di qualsivoglia prova che Lucano sia stato mosso dalla ricerca di un vantaggio economico ed ammettere che, anzi, agiva per motivi ideali di umanità e accoglienza. A un certo punto, poi, ha avanzato un’ipotesi diversa: non c’era vantaggio economico, ma il perseguimento di un vantaggio “politico-elettorale”. Peccato che, dall’inizio dell’indagine, Lucano non si sia candidato in nessuna elezione politica tanto che il tema stesso del movente è stato quasi del tutto espunto dal processo.

Una prima conclusione è, a questo punto, possibile. La strategia dell’accusa, in questo processo, è quella di attaccare il cuore stesso del modello Riace. Se le economie sono di per sé un reato, indipendentemente da come sono state utilizzate, allora l’esperienza di Riace non ha più nulla di esemplare e diventa equiparabile a un qualsiasi business dell’accoglienza, dove parte dei fondi pubblici sono usati per tutt’altro. Ma se si guarda la modo in cui quelle economie sono state investite a Riace, si vede che non sono state spese per “altro”; al contrario, esse hanno reso possibili le borse lavoro, i lavori di restauro e di bonifica, i servizi, i laboratori, la fattoria didattica, il frantoio di comunità, il turismo solidale, le iniziative culturali e di spettacolo. Sono state insomma il motore di quel connubio riuscito di integrazione dei migranti e di sviluppo della comunità locale che è il cuore dell’anomalia di Riace. Spogliare quell’azione pubblica delle sue realizzazioni in termini di integrazione, significa privare del loro contenuto tutte quelle attività, togliere loro l’anima, ridurle a quel «gruzzolo» – per dirla con Sportelli – che Lucano «non ha speso e rimane a sua disposizione, cioè della sua associazione». Come dire: non c’era niente di particolare a Riace, c’erano solo gruzzoli a disposizione come in tanti altri posti. Così, insieme, si delegittima Lucano e a diventare reato è Riace stessa, l’idea di comunità, di sviluppo, di integrazione fra i popoli che rappresenta. Per questo il processo in corso a Locri contro Lucano è un processo politico che ci riguarda tutti.

(Una versione più ampia dell’articolo può leggersi in www.pressenza.com)

 

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Il rinoceronte - Marco Lodoli

La rovina cominciò con un gioco.

  
Mancavano dieci minuti alla fine della lezione, gli alberi nel cortile erano fioriti e i ragazzi parevano distratti, allora la professoressa Roberta chiuse il libro di letteratura italiana e disse: - Facciamo un gioco.

Roberta sapeva bene quando allentare le briglie, vent' anni d'insegnamento le avevano formato nella mente un organo nuovo, capace di percepire il livello dell'attenzione.

Si rivolse a Caterina, la sua allieva preferita. La ragazza non era certo la prima della classe, navigava tra il cinque e il sei, ma aveva negli occhi una luce bella che le rischiarava il volto piccolo e rotondo, da gattina. E aveva le mani intelligenti, così pensava Roberta, che sapevano come muoversi, cosa    afferrare e cosa lasciare.

- Scegli un numero da uno a nove, -le disse. - Fatto.

- Bene. Adesso moltiplicalo per nove.

- Fatto.

Roberta dava le indicazioni come se le inventasse sul momento, con il tono casuale di chi avanza un passo alla volta.

- Allora adesso avrai un numero di due cifre. Sommale tra di loro e sottrai cinque.

- Sommo, sottraggo, ecco fatto.

Sorrideva, Caterina, e anche gli altri alunni sorridevano, seguendo nelle loro teste le operazioni.

- Adesso avrai un numero di una cifra sola. Dunque, se questo numero è uno corrisponderà alla lettera A, se è due alla lettera B, e così via, hai capito?

- Certo.

- Allora scegli uno stato europeo che inizi con la lettera corrispondente al numero che ti sei ritrovata.

- Scelto.

La professoressa Roberta sapeva che alla fine di quella strana operazione matematica il numero era sempre quattro quindi la lettera era la D, e lo stato non poteva essere che la Danimarca.

- Ora di questo stato europeo che hai scelto liberamente prendi la quarta lettera, anzi, facciamo la terza, e trova un colore che abbia quell'iniziale. La lettera era la enne e il colore era sicuramente il nero, non c'era scampo.

- Bene.

- Dunque, cara Caterina, stai attenta. Anche stavolta prendi la terza lettera di questo colore che tu, tra molti colori, hai scelto. Ora pensa a un animale grande e grosso, abbastanza feroce, brutto e solitario, che carica i nemici e che inizia per la lettera che hai in mente.

Il percorso del gioco era obbligato, si arrivava sempre sulla stessa casella. A questo punto Roberta, fingendo stupore, diceva la battuta che concludeva quel meccanismo, e la battuta era: «Ma come diavolo t'è venuto in mente un rinoceronte nero in Danimarca?» e tutti rimanevano a bocca aperta, come davanti a una magia.

E così, anche stavolta, la professoressa disse: - Ma come diavolo t'è venuto in mente...

- Una Roberta nera in Danimarca, -la interruppe Caterina, e la classe esplose in una risata.

– Questo gioco ce l'aveva già fatto due mesi fa, - disse un ragazzo dell'ultimo banco, e tutti iniziarono a mettere in fretta i libri negli zaini, perché la campanella suonava ed era tempo di tornare a casa.

- Arrivederci professoressa, - disse Caterina passandole davanti, leggera e aggraziata come una piuma.

Roberta rimase seduta dietro la cattedra, sola nella classe vuota.

Vent'anni nella scuola, mai un giorno d'assenza. Anzi, a dire il vero cinque anni prima era mancata per tre giorni, quando il medico le aveva consigliato una clinica per perdere peso. Era arrivata a cento chili, indossava solo caffettani e sandali e non riusciva a smettere di mangiare. La sera, nel suo bilocale al settimo piano di un palazzone della Prenestina dopo aver corretto i compiti e preparato coscienziosamente la lezione del giorno dopo, mangiava come un'ossessa. Pasta, scatole di fagioli, pizze ancora congelate, pane e maionese, pane e cioccolata, manciate di caramelle, tonno, alici, salsa rossa, non poteva fermarsi. Tre giorni era rimasta in clinica, e poi era scappata. Non riusciva a stare lontana dalla scuola e dal suo frigorifero. La sua vita batteva come un pendolo tra quelle due soddisfazioni. Il resto era malinconia, solitudine, amiche che non chiamavano più e uomini che non avevano mai chiamato. Ormai Roberta aveva cinquant' anni, sapeva che le cose non sarebbero cambiate. Per un lungo periodo aveva sognato quasi ogni notte un neonato biondo e con i denti aguzzi, lo stringeva al seno, lo carezzava, gli diceva figlio mio, hai fame? Non piangere, mordi, mangiami, la tua mamma è qui che ti vuole bene e ti nutre.

Poi il bambino era scomparso e Roberta s'era messa l'anima in pace. 1 miei figIi sono i miei alunni, pensava. Io li proteggo, li incoraggio, provo a spiegare loro cos'è la bellezza. ln vent'anni non aveva mai bocciato nessuno. Se li ricordava tutti, dal primo anno a oggi, classe per classe, nomi cognomi e volti. Alcuni erano anche diventati ricchi e importanti, ingegneri, sindacalisti, attori televisivi, une addirittura viceministro, e alcuni erano già morti in incidenti stradali o per malattie crudeli: ma nel cuore di Roberta, o Robertona, come la chiamavano i colleghi, i suoi alunni erano tutti uguali, erano i suoi ragazzi adorati.

Per questo c'era rimasta tante male quando Caterina aveva detto il suo nome invece di rinoceronte. Lo so di non essere bella, d'avere un corpo pesante, lo so che nella vita vado avanti da sola, a testa bassa, ma perché mi ha paragonato a un rinoceronte? E stata cattiva, Caterina, e gli altri hanno anche riso. Tutti sono stati cattivi, ma Caterina più di tutti.

Il bidello venne a informarla che la scuola chiudeva ed era ora di andare a casa, le chiese anche se c'era qualcosa che non andava. Roberta mise in silenzio i libri e il registro nella borsa di plastica trasparente e uscì. L'autobus le si fermò davanti, ma lei non salì. Fece la strada a piedi fino a casa, ruminando pensieri come erba amara.

Sono grossa e sola, sono brutta. Gli alunni ridono di me. Forse tra di loro mi chiamano il rinoceronte da tanto tempo, e io non lo s.apevo. Forse è un soprannome che mi porto dietro da anni, i ragazzi che finiscono la scuola lo consegnano a quelli che iniziano e cosÎ via, da tanto tempo. Però Caterina non doveva sbattermelo in faccia, non me lo meritavo. Io l'ho sempre aiutata, ricordo ancora quando in seconda la volevano respingere e io mi sono alzata in piedi e ho parlato di lei per dieci minuti, cercando di spiegare agli altri professori che Caterina era una creatura fragile, un fiore piccolo e tremolante, e che non dovevamo strapparla dalla scuola. I colleghi dicono che sono troppo sentimentale, una zia sempre pronta a perdonare, ma volere bene agli alunni è forse un difetto? Però adesso ho capito di colpo che gli alunni a me non vogliono bene. Approfittano della mia debolezza per essere promossi, fingono di ascoltarmi, ma poi ridono alle mie spalle, ridono dei miei cento chili, mi chiamano il rinoceronte.

Nell'anima di Roberta per la prima volta si posò il seme dell'odio, e nessun uccellino venne a beccarlo, il vento della primavera non lo portò via con sé, la pietra non lo respinse: quel seme trovò la terra giusta e attecchì in un istante.

A casa la professoressa si sdraiò subito sul letto, senza togliersi nemmeno le scarpe, e provò a dormire, a dimenticare, ma era come se una lancia le affondasse nella nuca e rispuntasse come corno aguzzo sulla fronte. Allora si alzò, si preparò un caffè e prese i compiti che doveva correggere, la matita rossa e blu. Dal mucchio estrasse il tema di Caterina e iniziò a leggerlo. Era scritto secondo le sue raccomandazioni: siate spigliati, concreti, personali, non vi consumate in ragionamenti astratti - così diceva sempre Roberta ai suoi alunni. La traccia del tema era: «Le palestre aumentano e le librerie chiudono, come mai?» Caterina raccontava una serata nella piscina che frequentava abitualmente, descriveva i muscoli dell'istruttore biondo, le cento vasche a stile libero, l'ignoranza felice degli spogliatoi dove tutte parlavano di balsami per i capelli e di glutei rassodati. Nella terza colonna descriveva il silenzio un po' triste di una libreria, gli occhiali e le spallucce di chi sbirciava negli scaffali. Roberta lesse due volte il tema per scovare un apostrofo assente e un congiuntivo sbagliato. Cerchiò gli errori con un vortice blu, poi scrisse il giudizio: componimento superficiale - e mise il voto: tre e mezzo. La mano le tremava così tanto che rovescio il caffè sul foglio.

Dal cassettone del corridoio prese un album di fotografie. Ordinate anno dopo anno c'erano le foto di tutte le classi in cui aveva insegnato. Gruppi di venti, trenta ragazzi sorridenti, e lei sempre in mezzo a loro, sempre più grossa. La moda cambiava, i ragazzi avevano jeans larghi e corti, e poi lunghi e stretti, magliette con il collo decorato da caratteri cirillici, bandane e felpe colorate, scarpe paramilitari e da ginnastica, zazzere e rasature secondo quello che dettava il tempo: solo Roberta era vestita sempre nello stesso modo, con le palandrane arabeggianti che nascondevano il corpaccione. Nelle foto dei primi anni lei sembrava la chioccia che proteggeva i pulcini. Nelle ultime sembrava un animale strano catturato dai selvaggi. Così ora le pareva, e dentro le montava una rabbia nuova, e anche la voglia di lanciare un barrito di rivolta.

A quasi tutti i temi mise l'insufficienza, anche se il voto più basso rimaneva quello di Caterina.

Roberta passo la notte guardando la televisione. Si era fatta montare la parabola per seguire i documentari d'arte: vide una biografia di Van Gogh, poi girò sui canali che trasmettevano film pornografici. Non stacco gli occhi neppure per un attimo dai corpi che si ammucchiavano nell'amore, da quei seni tondi che venivano stretti da giovani infoiati, da quelle smorfie conturbanti. Da sola bevve mezza bottiglia dell'amaro che da due anni teneva per gli ospiti e di cui nessuno aveva mai approfittato.

La mattina arrivò a scuola con mezz' ora di ritardo, senza essersi fatta la doccia e senza spazzolarsi i capelli. Il preside la guardo male, o almeno così parve a Roberta. In vent' anni, i giorni in cui non era stata puntuale si potevano contare sulle dita di una mano, e Roberta se li ricordava tutti, perché ogni volta si era sentita male ed era rimasta a scuola un po' di più, a rimettere a posto i libri in biblioteca o a sistemare i registri.

Stavolta si fermò davanti al preside e disse: - Che c'è?

- Niente. È un po' tardi.

- E allora?

- Vada in classe, professoressa.

ln classe non voIle fare la lezione prevista, volle subito interrogare.

- Vieni, Caterina, - ordinò.

- Ma abbiamo le interrogazioni programmate la prossima settimana.

- Non importa, qui decido io.

Le chiese tutto su Vincenzo Monti, le fece leggere e commentare dieci versi dell'Ode al signor di Montgolfier. Caterina si arrampicò sugli specchi del cielo, provò qualche risposta e poi tacque.

Roberta non la mollò per tutta l'ora. - «Il gran prodigio immobili / i riguardanti lassa / e di terrore un palpito / in ogni cor trapassa... » Avanti bellina, spiega, commenta, inquadra.

- Non sono preparata.

- Male, malissimo. «Sorge il diletto e l'estasi / in mezzo allo spavento / e i piè malfermi agognano / ir dietro al guardo attento». Che significa, chi è che si sta spaventando?

- Non lo so. Io no, comunque.

- Devo metterti un bruttissimo voto, vai pure Caterina, mi hai deluso.

A ricreazione Roberta comprò tre pizzette, si chiuse a chiave nel bagno, si sedette sulla tazza e le divorò in un minuto. Quando tornò in classe, vide che sulla lavagna era disegnata a gessetto una mongolfiera con i riccioli, la faccia e gli occhiali: si sosteneva nel cielo a forza di puzze. Era lei, Roberta, e sollevava una cesta su cui stava Caterina.

Roberta andò nella stanza del preside e chiese un permesso per and are a casa.

- Ho un dolore qui, - disse puntandosi l'indice sulla fronte, dove sentiva crescere il corno furibondo.

- Si riposi un paio di giorni, - la consigliò il preside.

Ma Roberta non tornò subito a casa. Prima andò in centro e in una profumeria compra il profumo piu caro, e comprò anche un rossetto e delle calze velate, una blusa a fiori azzurri e rossi, una gonna nera, scarpe con il tacco alto, mutande di pizzo, un chilo di gelato.

A casa indossò i vestiti nuovi e si guardò allo specchio: era peggio di prima, un animale del circo abbigliato per far ridere la gente, un animale che mangiava il gelato con il cucchiaio. Cominciò a battere la testa contro l'armadio, fino a crepare il legno. Pensò che aveva letto tanti libri perché non aveva avuto niente di meglio da fare. Ho amato tanto i miei alunni perché mi sentivo sola. Perché loro mi odiano? Dio mio, se non ci fosse la scuola, io non saprei dove andare.

Così la mattina dopo ritornò a scuola, con venti minuti di anticipo sull'inizio delle lezioni. Fuori dall'ingresso i maschi fumavano seduti sui motorini, e accanto a loro le femmine ridevano, si toccavano i capelli, piegavano il collo dolcemente. Caterina teneva per mano il suo fidanzatino, un ragazzo magro e spettinato, con la faccia da cantante. Si davano un bacio sulla bocca, e poi parlavano piano, con le teste vicine, come se avessero segreti bellissimi.

Roberta provò ancora verso Caterina un'avversione dura. - Ciao Caterina, - le disse.

- Buongiorno professoressa.

Negli occhi di Caterina e in quelli del fidanzato Roberta vide una luce sghignazzante. Le sembrò anche che si toccassero con il gomito, e immaginò che lui avesse sentito cento volte parlare del rinoceronte. È un mostro, un pachiderma, una donna senza amore. Va avanti e non si sa perché, chiusa in una corazza di carne. Sbatte ovunque, ha le zampe grosse piene di lividi. Si estinguerà presto.

Mi devo difendere, pensò Roberta chinando il capo.

In classe di nuovo chiamò Caterina, stavolta insieme ad altri due allievi, per confondere, come nel gioco delle tre carte. Fece girare velocemente le domande, non si capiva neanche chi doveva rispondere e a che cosa, ma alla fine la carta perdente era Caterina.

Continuò così per tutto l'anno. Qualche ragazzo cominciò a lamentarsi nei corridoi: - La professoressa ce l'ha con Caterina, l'ha presa di punta, la vuole bocciare.

Caterina invece diceva: - Devo studiare di più, ma non ci riesco, - e diventava triste. Non aveva piu quella luce bella negli occhi, teneva le mani intelligenti sempre nelle tasche di una vecchia giacca da uomo. Fuori dalla scuola non c'era più il fidanzato ad aspettarla sul motorino.

Roberta venne convocata dal preside. - Corre voce che ci sia qualche problema in quarta con un'alunna.

- Non mi pare, - rispose Roberta stringendo al petto una scatola di biscotti al cioccolato. - Può controllare i registri i compiti, il programma, può fare tutti i controlli che vuole; è tutto in regola come sempre. Insegno da vent' anni, so come si fa.

Si sentiva accerchiata, Roberta, e tirava cornate nell'aria che annunciava tempesta. A casa ogni tanto tirava giù un po' di libri dagli scaffali della sua biblioteca e andava a venderli per due soldi a un rigattiere. Si sentiva enormemente infelice e aveva bisogno di molto spazio intorno a sé. Dormiva poco, vestita, inquieta, con la televisione sempre accesa e le bottiglie vuote sul pavimento. Sognava che Caterina la picchiava con un bastone sulla groppa.

Il giorno degli scrutini finali fu una battaglia.

Roberta lasciò che tutti gli alunni venissero aiutati, lei pure alzò dei cinque a sei, e anche dei quattro a cinque e poi a sei, in ascensioni miracolose. Il preside voleva sbrigarsi e passare alla classe successiva, gli insegnanti volevano chiudere in fretta, mettere le firme e andare in vacanza.

- Mi dispiace, ma Caterina non può essere promossa, vedo che ha parecchi cinque ed è gravemente insufficiente nelle mie materie, non merita di proseguire, - disse Roberta.

Cominciò una discussione estenuante. L'inferno chiedeva con decisione quell'anima e il paradiso non sapeva come salvarla. Ci furono accuse e minacce, grida e suppliche, conteggi e insulti e mille discorsi, ma Roberta tenne duro. Il preside, fulminandola con gli occhi, le disse che rischiava un'inchiesta, forse addirittura una sospensione dall'insegnamento, ma quelle parole le rimbalzarono contro come frecce su una corazza.

- I voti dicono che non pua proseguire, è così, - diceva Roberta, e batteva con forza gli zoccoli sul pavimento.

Si fece scuro, dalla finestra aperta entrava un'aria fredda, per stanchezza a uno a uno gli argomenti si affievolirono e poi si spensero.

Alle dieci di sera Caterina venne bocciata.

Sono passati gli anni. Roberta ha continuato svogliatamente a insegnare, ripetendo le lezioni come un disco impalverato. Non voleva imparare neanche più i nomi degli alunni, li chiamava coso o bellina, metteva sei a tutti senza ascoltarli. L'amarezza le era entrata dentro come un veleno che non poteva sputare. Durante i compiti in classe, in quelle ore di noia e di attesa, riempiva un foglio protocollo di bestemmie, fino a farlo tutto nero, illeggibile.

Nella vita io non ho avuto niente, pensava, neanche un attimo d'amore. Sono una bestia feroce e devo solo nascondermi per non essere uccisa. Sono un peso di cento chili scaraventato sul mondo. Mi piaceva insegnare, ma cosa può insegnare una come me?

A volte, il pomeriggio, Roberta cammina per le vie commerciali, dove la gente scorre come un fiume e nessuno bada a chi ha accanto. Guarda gli abiti eleganti nelle vetrine, immagina feste e balli, e anche laghetti con cigni, giardini con levrieri, luoghi dove nessuno la inviterà mai. I rinoceronti vivono da soli sulla Prenestina, pensa.

E un giorno Roberta entra in un negozio dove si vendono a metà prezzo bei vestiti che hanno qualche piccolo errore di fattura. Tocca con la punta delle dita giacche e gonne appese fitte fitte aile stampelle, e le sembra di toccare un sipario di stoffa oltre il quale forse c'è una felicità, ma che per lei non si pua alzare.

E poi vede Caterina. È cambiata, è vestita da donna e pare più alta, ma è sempre Caterina, muove le mani con cura e precisione sistemando dei maglioni su uno scaffale. Roberta vorrebbe uscire di corsa, e invece le gambe grosse sono fer    me, bloccate come nei sogni.

Caterina le va incontro con la faccia seria.

- Buongiorno professoressa, - e sorride.

- Ciao Caterina.

Da dietra un tavolo esce un bambino piccolo e riccio, e viene ad abbracciare le ginocchia di Caterina. Dice parole che Roberta non capisce: ma in quel momento Roberta non capisce niente, il cuore le batte forte e la paura e la vergogna la fanno sentire come un topo nell'angolo, pronto ad aggredire.

- Buono Manuel, non è ancora l'ora della merenda. Le serve qualcosa, professoressa?

- No, niente, guardavo.

- Abbiamo vestiti molto belli, e costano poco.

- Lavori qui da tanto?

- Si, quasi subito dopo che ho lasciato la scuola ho iniziato a lavorare.

- Ti trattano bene?

- Il negozio è mio. Di mio marito e mio. Se lo ricorda quel ragazzo che mi veniva a prendere, vero? Ci siamo sposati presto, stava arrivando Manuel.

Roberta sente il sudore che le cola lungo le cosce. Sente che deve parlare, giustificarsi, ma rimane zitta.

E allora Caterina dice: - Ha fatto bene a bocciarmi, professoressa, studiare non mi piaeeva, non era la mia strada. Ha fatto bene, davvero. Ora sono feliee, per quanto si può essere felici in questo mondo.

- Studiare è importante, però.

- Leggo qualche libro, ho ancora un elenco di romanzi che lei ci consigliò. Li ho comprati tutti e poco alla volta li leggo. Va bene così.

Roberta tiene gli occhi bassi: accanto alle gambe lunghe di Caterina, alla testa riccia del figlio, ora ci sono dei pantaloni scuri.
- Buongiorno professoressa, - dice una voce calma. Roberta stringe la mano a quel ragazzo che non è piu solo un ragazzo, ma anche un uomo.

- Caterina mi parla ancora di lei.

- Ho fatto tanti errori, - mormora Roberta, quasi tra sé e sé.

- Venga a trovarci quando vuole, le faremo buoni sconti. - Arrivederci professoressa, noi siamo sempre qui, la aspettiamo.

- Arrivederci Caterina.

La strada è un fiume in piena. Roberta cammina piano, e la gente la urta. Non sa più qual è la direzione per tornare a casa, dove deve andare, cosa deve pensare. Sente che tutto nel mondo accade senza un motivo, eppure precisamente, seguendo un ordine che muove le cose e le persone e le ignora. Vogliamo solo essere felici, non ci importa di capire, pensa Roberta, e avanza a casa lungo il marciapiede, tra le luci dei negozi.

E poi sente una mano leggera sulla spalla.

È Caterina, le è corsa dietro.

- Ha dimenticato la borsa, professoressa.

- Grazie, non me n'ero accorta.

Finalmente si guardano negli occhi, tenendosi le mani.

- Sa che è dimagrita, professoressa. Ma proprio tanto. - Davvero?

- Davvero.

E poi Caterina è andata via, è scomparsa tra la folla. Roberta è rimasta ferma in mezzo alla strada. Le viene da ridere, da ballare. Ha una gran voglia che sia subito mattino, per tornare a scuola, se la scuola esiste ancora.

(Da: I professori e altri professori (Einaudi, Torino, 2003))

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venerdì 27 novembre 2020

Cosa insegna il voto negli Stati Uniti - Gian Giacomo Migone


Non è ancora finita! La tempesta non si placa. Donald Trump si attribuisce il merito dell’annuncio di nuovi vaccini e si predispone a ritirare il grosso delle truppe dall’Iraq e dall’Afghanistan, come promesso nel 2016. E, come noto, il segretario di Stato, Mike Pompeo, ha dichiarato: «Vi sarà una fluida transizione verso una seconda amministrazione Trump».

Per comprendere cosa è in atto negli Stati Uniti (e, di riflesso, da noi), a due settimane dalle elezioni presidenziali, concentriamoci sull’essenziale, occultato dai grandi media, per manipolazione o  per semplice ignavia.

Nelle principali democrazie occidentali, e altrove, poche centinaia di persone posseggono una quota che varia dal 40 al 50% della ricchezza; i poverissimi restano tali con ulteriori danni derivanti dalla pandemia; tutti gli altri ‒ la grande maggioranza dei cittadini elettori ‒ continuano a perdere potere economico e anche politico, in proporzione ai propri introiti e averi. Quell’1%, che non è nemmeno tale, deve garantirsi uno status quo che non sia turbato dalla politica attraverso istituzioni, altrimenti dette democrazia, che continuano a esistere, se non proprio a funzionare, e che potrebbero costituire strumento di emancipazione di maggioranze avverse. Perchè ciò non avvenga, esse devono restare divise ed essere occupate da partiti e persone che, in vario modo, non abbiano volontà o velleità di maggiore eguaglianza popolare, raggiungibile attraverso misure fiscali progressive, ricerca di modelli di sviluppo ecocompatibili, rafforzamento dello Stato sociale, riduzione delle spese militari (tanto per fare alcuni esempi che possono essere tratti dalle encicliche di Papa Francesco, oltre che dal pensiero di economisti quali Thomas Piketty, Joseph Stiglitz, Mariana Mazzucato e persino da politici quali Bernie Sanders e Jeremy Corbyn: purtroppo, almeno per ora, mancano nomi italiani di riferimento).

Tale obiettivo ‒ chiamiamolo conservatore ‒ viene perseguito in due modi.

Il modello prevalente negli ultimi decenni è stato quello di governi neoliberisti, diversamente sfumati, di centro-destra o di centro-sinistra, con il comune rispetto per l’economia nella sua attuale configurazione, addomesticabili con la forza del denaro, attraverso finanziamenti illeciti o anche legali, meglio se ingenti per coloro che ne usufruiscono (si calcola che la campagna elettorale appena conclusa negli Stati Uniti sia costata oltre $14 miliardi), irrisori per coloro che tengono i cordoni della borsa. La proprietà dei principali media può fare il resto, elargendo o negando carote in forma di visibilità ai contendenti, mentre apposite lobbies somministrano pressioni settoriali. La candidatura di Joe Biden appartiene a questo primo modello, anche se deve fare i conti, all’interno del suo partito, con una sinistra agguerrita che ha avuto il merito di convincere il proprio elettorato prevalentemente giovanile a partecipare al voto, in nome del male minore. Effettivamente tale, perché la ricandidatura di Trump ha costituito e costituisce una minaccia alle istituzioni e alle garanzie democratiche, in una gara all’ultimo voto, a scapito di sondaggi d’opinione che, ancora una volta, si sono rivelati previsioni incapaci di autoadempiersi. Non è un caso che la borsa, non soltanto statunitense, abbia subito festeggiato la vittoria di Sleepy Joe che, come ciliegia sulla torta, dovrà fare i conti con i contropoteri di una Corte Suprema iperconservatrice e, salvo sorprese nelle due elezioni suppletive in Georgia, con un Senato a maggioranza repubblicana, a scanso di concessioni eccessive nei confronti di una sinistra che non merita di definirsi socialdemocratica.

Nello stesso tempo, Donald Trump ha adempiuto e tuttora adempie al suo ruolo di secondo modello politico a disposizione dei poteri vigenti. Come i suoi omologhi europei (Le Pen e Meloni, tanto per citare due nomi), egli ha svolto il compito essenziale di dividere la maggioranza dei cittadini che avrebbero interesse a modificare, se non a sovvertire, quei poteri. Lo ha fatto fomentando ogni possibile guerra tra poveri e meno abbienti, facendo tesoro della ferocia di coloro che, come nella Germania di Weimar, si vedono privati di una condizione piccolo borghese faticosamente acquisita e che, prigionieri della loro (in)cultura, non si accorgono che il loro Gauleiter globale nulla ha fatto per salvaguardare i loro interessi materiali, invece garantiti ai loro (ex)padroni con un ulteriore taglio alle aliquote più alte di tassazione.

Non vorrei avere buttato troppa acqua sui fuochi, non tutti fatui, suscitati dalla vittoria elettorale di Joe Biden e di Kamala Harris. Il nostro presidente del Consiglio, debitamente redarguito da La Repubblica (cfr. Stefano Folli, 4 novembre), ha fatto precedere le sue felicitazioni al presidente eletto con quelle rivolte «al popolo americano e alle sue istituzioni per l’eccezionale affluenza, di democratica vitalità». La vera buona notizia consiste, infatti, nella capacità dimostrata da società e istituzioni statunitensi di sostituire un presidente oggettivamente sovversivo, contenendo tensioni senza precedenti, attraverso uno scontro elettorale autenticamente democratico. Malgrado le manchevolezze del meccanismo elettorale vigente, le accuse di brogli continuano a rivelarsi inconsistenti. Si profila la possibilità di salvare vite umane da una pandemia in crescita globale. La volontà di tornare nell’Organizzazione Mondiale della Sanità, nell’alveo del sistema multilaterale, è un segnale importante da parte del presidente eletto.

Tuttavia, anche se sconfitti, i Trump e i Le Pen servono a costringere forze alternative progressiste ad accettare il vecchio modello liberista, a votare i candidati che lo servono, come mali minori. Con la capacità residua, nel medio periodo, di continuare a costituire un pericolo per la democrazia, contribuendo alla diffusione di un modello autoritario che in anni recenti ha conquistato grandi paesi quali l’India e il Brasile, mentre si profila l’egemonia mondiale della Cina, ove oligarchia finanziaria e politica coincidono, senza le discrepanze che tuttora offrono spazi di innovazione democratica in tutto l’Occidente e rendono essenziale l’impegno per un’Europa più integrata.

In questo contesto non sfugge il senso profondo della dichiarazione di Pompeo, in rappresentanza di oltre 70 milioni di elettori che non hanno dato alcun segno di deporre le armi. Gli ha risposto Bernie Sanders su Twitter: «No, segretario Pompeo. Non ci sarà una transizione verso un secondo mandato Trump. La gara si è conclusa. Joe Biden sarà il nostro prossimo presidente. Come può predicare rispetto della democrazia e della volontà popolare ad altri governi se lei stesso non ha la decenza di farlo?».

(Una versione ridotta dell’articolo è stata pubblicata su “Il Fatto Quotidiano” del 20 novembre)

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ricordando ancora Maradona

 


a 12500 chilometri di distanza, fra le rovine di Binnish, in Siria, il pittore Aziz Asmar rende omaggio a Diego sulla parete di una casa distrutta


A DIEGO - Gianni Minà

Con Maradona il mio rapporto è stato sempre molto franco.

Io rispettavo il campione, il genio del pallone, ma anche l’uomo, sul quale sapevo di non avere alcun diritto, solo perché lui era un personaggio pubblico e io un giornalista.

Per questo credo lui abbia sempre rispettato anche i miei diritti e la mia esigenza, a volte, di proporgli domande scabrose.

So che la comunicazione moderna spesso crede di poter disporre di un campione, di un artista soltanto perché la sua fama lo obbligherebbe a dire sempre di sì alle presunte esigenze giornalistiche e commerciali dell’industria dei media.

Maradona, che ha spesso rifiutato questa logica ambigua, è stato tante volte criminalizzato.

Una sorte che non è toccata invece, per esempio, a Platini, che come Diego ha detto sempre no a questa arroganza del giornalismo moderno, ma ha avuto l’accortezza di non farlo brutalmente, muro contro muro, bensì annunciando, magari con un sorriso sarcastico, al cronista prepotente o pettegolo “dopo quello che hai scritto oggi, sei squalificato per sei mesi. Torna da me al compimento di questo tempo.”

Era sicuro, l’ironico francese, che non solo il suo interlocutore assalito dall’imbarazzo non avrebbe replicato, ma che la Juventus lo avrebbe protetto da qualunque successiva polemica.

A Maradona questa tutela a Napoli non è stata concessa, anzi, per tentare di non pagargli gli ultimi due anni di contratto, malgrado le tante vittorie che aveva regalato in pochi anni agli azzurri, nel

1991 gli fu preparata una bella trappola nelle operazioni antidoping successive a una partita con il Bari, in modo che fosse costretto ad andarsene dall’ Italia rapidamente.

Eppure nessuno, né il presidente Ferlaino, né i suoi compagni (che per questo ancora adesso lo adorano) né i giornalisti, né il pubblico di Napoli, hanno mai avuto motivo di dubitare della lealtà di Diego.

Io, in questo breve ricordo, a conferma di questa affermazione, voglio segnalare un semplice episodio riguardante il nostro rapporto di reciproco rispetto.

Per i Mondiali del ’90, con l’aiuto del direttore di Rai Uno Carlo Fuscagni, mi ero ritagliato uno spazio la notte, dopo l’ultimo telegiornale, dove proponevo ritratti o testimonianze dell’evento in corso, al di fuori delle solite banalità tecniche o tattiche. Questa piccola trasmissione intitolata “Zona Cesarini”, aveva suscitato però il fastidio dei giovani cronisti d’assalto (diciamo così...) che occupavano, in quella stagione, senza smalto, tutto lo spazio possibile ad ogni ora del giorno e della notte. La circostanza non era sfuggita a Maradona ed era stata sufficiente per avere tutta la sua simpatia e collaborazione.

Così, nel pomeriggio prima della semifinale Argentina-Italia, allo stadio di Fuorigrotta di Napoli, davanti a un pubblico diviso fra l’amore per la nostra nazionale e la passione per lui, Diego, mi promise per telefono: “Comunque vada verrò al tuo microfono a darti il mio commento. E tengo a precisare, solo al tuo microfono.”

La partita andò come tutti sanno. Gol di Schillaci e pareggio di Caniggia per un’uscita un po’ avventata di Zenga.

Poi supplementari e calci di rigore con l’ultimo, quello fondamentale, messo a segno proprio da quello che i napoletani chiamavano ormai “Isso”, cioè Lui, il Dio del pallone.

L’atmosfera rifletteva un grande disagio. Maradona, per la seconda volta in quattro anni, aveva riportato un’Argentina peggiore di quella del Messico, alla finale di un Mondiale che la Germania, qualche giorno dopo, gli avrebbe sottratto per un rigore regalato dall’arbitro messicano Codesal, genero del vicepresidente della Fifa Guillermo Cañedo, sodale di Havelange, il presidente brasiliano del massimo ente calcistico, che non avrebbe sopportato due vittorie di seguito dell’Argentina, durante l’ultima parte della sua gestione.

C’erano tutte le possibilità, quindi, che Maradona disertasse l’appuntamento. E invece non avevo fatto a tempo a scendere negli spogliatoi, che dall’enorme porta che divideva gli stanzoni delle docce dalle salette delle tv, comparve, in tenuta da gioco, sporco di fango e erba, Diego, che chiedeva di me, dribblando perfino i colleghi argentini. C’era, è vero, nel suo sguardo, un’espressione un po’ ironica di sfida e di rivalsa verso un ambiente che in quel Mondiale, non gli aveva perdonato nulla, ma c’era anche il suo culto per la lealtà che, per esempio, lo aveva fatto espellere dal campo solo un paio di volte in quasi vent’anni di calcio.

Cominciammo l’intervista, la più ambita al mondo in quel momento, da qualunque network.

Era un programma registrato che doveva andare in onda mezz’ora dopo, perché più di trent’anni di Rai non mi avevano fatto “meritare” l’onore della diretta, concessa invece al cicaleggio più inutile.

Ma a metà del lavoro eravamo stati interrotti brutalmente non tanto da Galeazzi (al quale per l’incombente tg Diego concesse un paio di battute) ma da alcuni di quei cronisti d’assalto che già

giudicavano la Rai cosa propria e che pur avendo una postazione vicina ai pullman delle squadre, volevano accaparrarsi anche quella dove io stavo intervistando Maradona. El Pibe de Oro fu

tranciante: “Sono qui per parlare con Minà. Sono d’accordo con lui da ieri. Se avete bisogno di me prendete contatto con l’ufficio stampa della Nazionale argentina. Se ci sarà tempo vi accorderemo qualche minuto.” Aspettò in piedi, vicino a me, che terminasse l’intervista con un impavido dirigente del calcio italiano, disposto a parlare in quella serata di desolazione, poi si risedette, battemmo un nuovo ciak e terminammo il nostro dialogo interrotto. Quella testimonianza speciale, di circa venti minuti, fu richiesta anche dai colleghi argentini, e andò in onda (riannodate le due parti) dopo il telegiornale della notte.

Fu un’intervista unica e giornalisticamente irripetibile, solo per l’abitudine di Diego Maradona a mantenere le parole date.

Lo stesso aveva fatto per i Mondiali americani del ’94 quando aveva accettato per due volte di ritornare all’attività agonistica in nazionale prima per assicurare la partecipazione alla querida Argentina nel match di spareggio contro l’Australia e poi giocando tre partite all’inizio dei Mondiali stessi, prima che lo fermassero. Eppure, val la pena ricordarlo, nel momento in cui, con un'accusa ridicola era stato sospeso per doping dopo le prime due partite.

La Federazione del suo amato paese non aveva mandato nemmeno un avvocato a respingere legalmente l’imputazione che non stava in piedi: “Hanno preferito trafiggere con un coltello il cuore di un bambino” aveva commentato Fernando Signorini, il suo allenatore e consigliere, quando la mattina dopo ci eravamo incontrati.

L’intervista da un motel dove aveva soggiornato con i parenti l’avevo ottenuta io. I giapponesi l’avevano mandata in diretta e i francesi in differita, un po’ di ore dopo, non credendola possibile.

Così, insomma, questo modo di comportarsi da grande e da piccino lo ha portato a superare ogni avversità e pericoli - anche quelli che sembravano impossibili - della sua esistenza.

Dalla polvere di Villa Fiorito, nella provincia di Buenos Aires, dove è cominciata la sua avventura di più grande calciatore mai nato alla militanza politica nei partiti progressisti latinoamericani per i quali ha dato molte volte la propria faccia.

Nessun calciatore è mai arrivato a tanto.

Diego, per una ironia del destino, se n’è andato da questo mondo lo stesso giorno di un altro gigante, Fidel Castro.

Alla fine li rimpiangeremo, come succede a chi ha lasciato una traccia indelebile nel gioco del calcio e della vita.

E ora silenzio.

Il suo prezzo al mondo del pallone lo ha pagato da tempo.

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A Diego mio fratello, a Diego Maradona, rivoluzionario latinoamericano e napoletano - Gennaro Carotenuto

 

Piango l’uomo prima del calciatore. Sei morto un 25 novembre, lo stesso giorno di Fidel Castro, tuo amico e compagno vero, non di un giorno. Rivoluzionario latinoamericano tu e lui, la Storia vi ha già assolto. Diego villero, Diego fattosi uomo in una Villa Miseria, Diego che poteva essere quello che è solo a Napoli. Diego nostro. Diego che non si è fatto napoletano, lo era. Diego Sud, Diego tutti i Sud del mondo. Diego il Ribelle contro il potere, fosse Blatter o Bush o tutti i Nord del mondo. Diego il grande uomo, gran-de uo-mo, che viene dal basso che più in basso non si può, per farsi D10S, il più grande di tutti.

Quanti insegnamenti ho ricevuto da te, Diego Maradona. L’uomo che cade e si rialza, nella sua grandezza e nelle sue fragilità. L’uomo che sa di essere grande e fragile. L’uomo che quando sbaglia, sbaglia contro se stesso e paga in prima persona. L’uomo che non abbassa la testa, l’uomo con la schiena dritta, che in quello Stadio Olimpico che ribolliva d’odio (irrisolvibile, irredimibile, imperdonabile) fischiando l’inno argentino, elevò in mondovisione il suo limpido, legittimo, a testa alta: “hijos de puta”. Sette anni sei stato il più odiato dagli italiani, in quanto napoletano. Se perdi in quanto Sud, ti malsopportano. Ma se vinci, morti d’invidia, non te lo perdonano. Ti sarebbe bastato tradire la città, ma tu non hai tradito. Perciò ti odiavano. Perciò ti amiamo.

Odiavano quel tuo corpo massacrato perché non potevano averlo. Odiavano quel corpo biopolitico, come quello del Che Guevara tatuato sul tuo braccio, massacrato di calci maligni e di infiltrazioni velenose, quel tuo corpo castigato dalle droghe, dall’alcool e dal cibo. Da qualche parte dovevi pur sfogare tanta grandezza. Quel corpo è quello dell’umanità come siamo, non quella borghesuccia, perbenista e ipocrita che ti disprezzava. In troppi oggi s’intesteranno la tua memoria, ma solo due nazioni possono rivendicarti come figlio: la nazione argentina e quella napoletana.

Solo chi è un analfabeta della cultura popolare di tutto questo pianeta può pensare che tu sia stato solo un calciatore. Sei stato la coscienza popolare dell’umanità ferita di tutti i Sud del mondo, che balbetta, zoppica, desidera, cade, ma non abbassa la testa. Sei stato l’unico nella Storia a vincere una guerra con due gol, in Messico, con la mano di D10S e il gol del siglo, entrambi necessari a ricacciare in gola tutta la boria e tutto il disprezzo dell’impero britannico, il Nord contro il Sud. Come cantano i Calle 13, Latinoamerica è “Maradona contra Inglaterra anotándote dos goles”. A Sud, con il tuo sinistro. Solo Sud, di sinistra. Eri Sud, solo Sud, Diego, fratello mio.

A Juan Da Silva, mi hermano, a Salvatore Pisano, mio fratello,
estén donde estén, hoy brinden con el Diego de la gente

 

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MARADONA TRA NAPOLI E IL SUDAMERICA - Rino Genovese

 

È la morte di un mito, quella che ci colpisce oggi. Una morte, per quanto prematura, perfino prevedibile considerando la nota tossicodipendenza dell’uomo. Ma, riflettendo un po’ a mente fredda sul significato di questo mito, non si potrebbe non vederne – come accade del resto per tutti i miti – l’intrinseca ambivalenza: Maradona ha incarnato un’aspirazione al riscatto degli ultimi, anche attraverso le sue prese di posizione, o ha contribuito in modo decisivo a quella narcosi di massa prodotta, in particolare a partire dagli anni ottanta, dalla miscela di sport, affari, politica e grande spettacolo?

 

Napoli, la più sudamericana delle città italiane, aveva dei precedenti in questo senso risalenti ai tempi di Vinicio e Pesaola e poi di Sivori e Altafini: una voglia di miti, tra l’Argentina e il Brasile, che trovava alimento in quella mitopoiesi sempre in azione nei paesi dell’America latina. Lo storico “comandante” Achille Lauro, l’armatore fascista e poi monarchico, era stato in stretto contatto con l’Argentina del “momento Perón”, traendone tutto il succo politico-sociale che se ne poteva trarre, e organizzando, mediante la sua presidenza della società di calcio, l’ascesa che lo condurrà a diventare sindaco di una città che nel referendum del 1946 aveva dato la maggioranza dei voti alla monarchia. Maradona viene a innestarsi dunque, pochi anni dopo il terremoto del 1980, nel fertile humus di un populismo napoletano di lunga data. A questo proposito, tuttavia, non bisogna riferirsi a Masaniello, ai lazzaroni, alla plebe, di cui aveva parlato finanche Hegel, quanto piuttosto all’uso che del “popolaccio”, come lo chiamava Vincenzo Cuoco, avevano fatto i sanfedisti, i borboni, le famiglie del potere meridionale tradizionale per sconfiggere la fragile rivoluzione del 1799.

 

Questo è stato Maradona a Napoli, al di là del genio calcistico: un elemento di grande presa simbolica, di rinnovamento e coesione, del blocco storico che da un certo momento in poi, nel post-terremoto, ha stabilmente incluso gli affari della nuova camorra nel proprio cerchio. Non c’era nessuno, durante il suo regno incontrastato, che potesse obiettare qualcosa: tutto gli era consentito, naturalmente anche l’evasione fiscale, che in Italia d’altronde non ha mai scandalizzato nessuno. Ricordo che una volta Gianni Minà, in un salotto napoletano, ce ne parlò come di una vittima della terribile macchina del calcio: l’associazione Calcio Napoli, già al momento del suo acquisto dal Barcellona, sarebbe stata a conoscenza della pervicace tossicodipendenza del divo. A mio parere, però, Maradona fu sempre ben contento di farsi triturare da quella macchina che gli aveva dato fama, ricchezza, onori – e a Napoli anche grossi quantitativi di cocaina a prezzo scontato.

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DIEGO ARMANDO MARADONA - La Ragione di Stato

 

Come in tutte le agiografie che si rispettino, c’è sempre un momento in cui qualcuno riesce a entrare in contatto fisico diretto con la santità. E la testimonianza è tanto più forte, se viene da un fedele aderente a un’altra confessione. “Maradona lo sono andato a vedere a Torino mentre si allenava prima del match contro di noi. Era basso, ma l’ho toccato sul petto, ed era come toccare la pietra”, così disse mio cugino più grande che viveva a Torino, juventino come me, ma ovviamente capace di vedere la santità aldilà delle diverse declinazioni della fede nel trascendente.

 

Gli anni ’80 e ’90 sono l’era assiale del calcio, vale a dire l’era in cui profeti e figure divine di diversa origine geografica a pochi anni di distanza e l’uno indipendente dall’altro invadono il mondo con messaggi, gesta e dottrine di portata universale. Per motivi anagrafici, estetici e morali, il mio profeta è Roberto Baggio da Caldogno, Vicenza. Conservo le sue magliette bianconere di inizio anni 90’, probabilmente false, con due sponsor diversi – Upim e Danone – come se fossero appunto due reliquie. Non accetto che nessuno ne metta in dubbio la santità, anche se sono ben disposto a riconoscere come profeti legittimi Van Basten, Zidane, Ronaldo, Totti, e ovviamente, un gradino sopra tutti, Maradona.




Agli infedeli, agli scettici che per ignoranza, malvagità, confusione spirituale non sono disposti a riconoscere immediatamente la santità di Baggio, presento sempre un argomento inconfutabile: quale semplice essere umano è capace di portare la sua nazionale a un passo dalla vittoria di un Mondiale pressoché per sua singola iniziativa, come accadde a USA 94? La risposta è: nessuno. Con una piccola aggiunta: qualcuno otto anni prima aveva portato una squadra composta da ruvidi tagliagole e un fine scrittore come Jorge Valdano non solo in finale, ma addirittura sul tetto del mondo. E inoltre, proprio in quegli anni, a seguito di dinamiche che solo un miscredente può considerare casuali, lo stesso profeta si era spostato da Barcellona a Napoli, trasformando una piazza sino ad allora non esattamente di élite calcistica in una potenza nazionale ed europea. Oggi il calcio ama presentarsi come una scienza esatta, con statistiche, expected goals, occasioni, assist, passaggi riusciti, e così via. Niente di male in tutto ciò. Ma non è in questi pur utili numeri che si trova la cifra del divino. Le sue tracce sono altrove, in qualche raro episodio che la nostra mente seleziona faziosamente e soggettivamente, come del resto è personale e particolare ogni esperienza religiosa individuale e collettiva. A livello di pura oltreumanità calcistica, vorrei menzionare un momento che apparentemente confligge con il mio orientamento religioso.

3 Novembre 1985. Un anno prima, Maradona diventava un giocatore del Napoli. Dopo un anno interlocutorio, la mano del pibe de oro comincia a dare i suoi frutti. Quella stagione il Napoli la chiuderà al terzo posto, togliendosi numerose soddisfazioni. Tra cui questa vittoria con la Juventus, campione d’Europa in carica dopo l’orrore del massacro dell’Heysel. I bianconeri vinceranno poi lo scudetto anche grazie ai gol di Aldo Serena, che la sera della cessione era tra il pubblico del concerto di Bruce Springsteen. Quel 3 Novembre tuttavia la musica è diversa. La “Domenica sportiva” lo capisce: nel momento clou del montaggio del riassunto della partita, fa partire l’”Inno alla gioia” di Beethoven e lo dedica con un pizzico di paternalismo al pubblico di Napoli, “non abituato a vincere, diversamente da quello della Juventus”. Ma il gesto di Diego non è solo per i suoi tifosi. È piuttosto, appunto come l’opera di Beethoven, un capolavoro fruibile dall’intera umanità.



Non mi dilungo sul rapporto tra Maradona e la sua Napoli. Sarebbe come entrare in un rapporto d’amore che non ci vede coinvolti. Come in tutti i legami più forti e viscerali, non mancano ambiguità e contraddizioni. Mettendo da parte le questioni economiche con il presidente Ferlaino – sottolineate più volte dallo stesso Maradona e ripresa dal denso post di commiato di Gianni Minà –, ci limitiamo a un solo esempio: stagione 1989-1990. Nell’estate del 1989, Maradona è a un passo dal diventare un giocatore dell’Olympique Marseille. La città reagisce con sdegno. L’intellighenzia artistica e letteraria napoletana non resta a guardare. Ecco alcuni interventi raccolti dall’ottimo articolo di Marco Gaetani per “L’ultimo uomo”: “De Crescenzo: «Ferlaino ha sbagliato a non venderlo, a Maradona non importa assolutamente niente del Napoli, pensa solo ai Mondiali». Bennato: «Sono convinto che ci sia qualcuno che lo manovra. Forse il Marsiglia, oppure chissà, gli americani». Carosone: «Maradona non è serio, un cantante che si è fatto pagare una tournée anticipata e non rispetta le date fissate»”. Poi, qualche mese dopo, rientrerà tutto, e Maradona trascinerà i suoi al secondo scudetto. Ma il meglio deve ancora arrivare. Estate 1990: l’Italia organizza un mondiale che avrebbe potuto e dovuto vincere per manifesta superiorità. Finché non accade l’impensabile: contro ogni legge statistica e contro ogni previsione della accurata regia dell’organizzazione, la semifinale è Italia-Argentina, e si gioca a casa di Diego, a Napoli. Nei giorni precedenti il match, Maradona con furbizia cerca di mettere il suo pubblico contro una nazione che non ha mai cacato Napoli, che l’ha sempre trattata come l’ultima ruota del carro, e adesso vuole che tifi per lei perché le fa comodo. L’Italia, come tipico di quegli anni lì di fine lira, perderà ai rigori. Il giorno della finale Argentina-Germania, allo Stadio Olimpico parte del pubblico fischierà volgarmente l’inno argentino. Maradona risponderà con il labiale di sotto.




Tutto ciò, insieme ad altri mille capolavori tecnici e sportivi di Diego, l’ho solo vissuto indirettamente, o forse solo vagamente. Il mio primo anno di piena coscienza calcistica è infatti il 1992. Maradona era già in decadenza. Il 17 marzo 1991, dopo l’incontro Napoli-Bari, Diego risulta positivo alla cocaina a seguito di un controllo antidoping, e viene condannato a 15 mesi di squalifica. È il classico inizio della fine: viene ceduto al Siviglia, torna in Argentina per giocare 5 partite con i Newell’s Old Boys, e il 2 febbraio 1994, pochi mesi prima del Mondiale, un gruppo di giornalisti circonda la casa di Maradona: in tutta risposta El Pibe de Oro gli spara con un fucile e si prende 2 anni di galera con la condizionale. Con l’inizio dei mondiali, la coltre ormai fitta di degrado tragicomico sembra di nuovo, miracolosamente diradarsi per lasciare spazio al sacro. L’Argentina schianta la modesta Grecia 4 a 0, e Maradona segna un goal stellare, con annessa esultanza energetica e un pizzico inquietante. Ma la parabola orami è inesorabilmente discendente: dopo la partita con la Nigeria, Diego risulta positivo all’efedrina. Prima nega, giurando persino sulle sue figlie. Poi ammette: “ho commesso una leggerezza”.

Da quel momento in poi, per chi come me non aveva avuto la fortuna di assistere in diretta al prime di Diego, è cominciato un lungo tira e molla. Da un lato, notizie sempre più grottesche, drammatiche, amare. Dall’altro, un calcio che sembrava sempre trovare il modo di rimandare a quel passato di Maradona, come se le imprese degli anni ’80 fossero una sorta di quadro trascendentale, una griglia a partire dalla quale poter valutare quello che accadeva nel presente. Ogni goal può ambire al massimo a diventare il secondo più bello di sempre, perché c’era quello di Maradona contro l’Inghilterra con cui fare i conti. Ogni impresa romantica poteva diventare soltanto la seconda impresa romantica della storia, dopo la sua epopea napoletana. E infine, ogni giocatore in attività che pure avesse cifre e continuità mai viste prima, poteva ambire al massimo al titolo di secondo miglior giocatore di sempre, perché prima c’era Diego – ci dispiace, Leo Messi. Nel frattempo, la vita di Diego viveva di un’alternanza tra sussulti e amarezze. I sussulti, proveniente dai riconoscimenti di “classico vivente” provenienti non solo dal mondo dello sport, ma anche dallo spettacolo, dalla letteratura, dalla politica e dal cinema. Le amarezze, provenienti dalla vita reale. Visto che, come recita un proverbio delle mie parti, non c’è matrimonio in cui non si pianga e non c’è funerale in cui non si rida, ammetto senza problemi che alcune di queste amarezze mi hanno fatto ridere.

La rosa è piuttosto ampia: le sceneggiate all’ultimo mondiale russo meritano un posto di rilievo in questo senso. Di tutto rispetto grottesco anche le comparsate televisive di Diego Maradona Jr. al reality show calcistico cult “Campioni”, con i colori del Cervia e sotto la guida tecnica ed esistenziale di Ciccio Graziani. Ma al primo posto, senza alcuna esitazione, metto la comparsata di Maradona a “Carramba che fortuna” (tardi anni 90’) insieme ai suoi ex compagni di squadra del Napoli, e sotto il comando di un’altra divinità italo-ispanica: Raffaella Carrà. Palleggi da foca, abbracci, torelli, carrambate, tifosi napoletani in diretta da Piazza del Plebiscito, bambini in braccio del Pibe, il nipote del Pibe che si chiama come il figlio di Careca: questo video racconta più di tante parole quella simbiosi perversa tra Diego e i bassifondi dell’intrattenimento italiano. Che il suo agio in questo disagio ci sia di sostegno e aiuto nei momenti di maggiore imbarazzo.

Poi ci sono state le macchiette drammatiche, quelle in cui si intravedeva un declino ormai inarrestabile e una fragilità spaventosa, soprattutto se confrontata alle immagini di onnipotenza che qualunque raccolta video di Youtube può offrire. Mi riferisco in particolare a “Maradona in Messico”, docu-serie di Netflix del 2019. La trama è semplice: dopo l’esperienza negli Emirati Arabi, Maradona va ad allenare i Dorados di Culiacàn, nazione Messico, stato Sinaloa, al top mondiale per il traffico di cocaina. In un misto di scetticismo, sacralità, drammi emotivi, balli propiziatori e bassa attività cognitiva, Diego riesce a portare i Dorados ai playoff e a un passo dall’agognata promozione, mancando l’obiettivo per un pelo. Sebbene non manchino i momenti goliardici, chiunque affermi di non aver provato pena per il protagonista, o mente, o non sa cosa e chi sia stato Maradona. Non è tanto la sua fragilità a creare disagio, quanto piuttosto il misto totalmente caotica di riverenza e compassione che suscita la sua figura. È chiaro che, al netto delle musichette mariachi, la serie mette in scena un uomo che non ha mai smesso di farsi male, e che non sa come smettere.

Questo continuo tira e molla di epicità e amarezza oggi è finito. Chiunque avesse seguito gli sviluppi più recenti, ivi compreso il sopramenzionato documentario, non può dirsi del tutto sorpreso da questo esito. Ma anche in questo, anche nella compresenza a volte goliardica, a volte devastante di superiore e inferiore, alto e basso, sacralità e auto-dissacrazione, Maradona sembrava essere una condizione di possibilità incondizionata ed eterna.

Pensare di fare una rassegna dell’impatto della sua vita e della sua figura così, a caldo, nei giorni appena successivi alla sua scomparsa, sarebbe pura follia. Eppure, qualcosa si può dire. Si può dire che il ruolo politico di Maradona secondo me non va visto solo nelle sue amicizie con i socialismi sudamericani, quanto piuttosto nella sfacciataggine con cui non ha mai smesso di essere un povero pieno di soldi e amato da milioni di persone. La puzza di povertà non l’ha mai lasciato, e questo qualcuno non glielo ha mai perdonato. In ogni sua caduta, in ogni sua uscita fuori luogo, è sempre comparso un commentino compiaciuto sul fatto che un poveraccio argentino non sa gestire la ricchezza e la popolarità, perché non se le merita. A un livello invece più viscerale e forse ingenuo, Maradona ha rappresentato un ultimo barlume di apertura all’impossibile nella gabbia d’acciaio della prevedibilità, della costanza, della routine di asimmetrie sociale ed economiche sempre più implacabili e inaggirabili. Rivedere oggi i video di Diego, come tanti/e di noi avranno fatto, è uno schiaffo in faccia. La potenza di un uomo che da un lato non era fatto per stare lì – lì dove stanno i soldi, il potere, l’influenza, il prestigio –, e dall’altro lato non poteva che stare lì – vista la sua tecnica, il suo carattere, il suo carisma – è una scintilla irripetibile di sacro che merita rispetto e ammirazione, e che le amarezze degli ultimi anni non riusciranno mai a spegnere.