lunedì 19 novembre 2018

Il mostro di Riace. E noi? - Ascanio Celestini



Quanto stiamo diventando cattivi? Come quelli che prendevano il caffè alla stazione quando partivano i treni pieni di ebrei e zingari? Come quelli che erano contenti dell’impero. Quando l’Amba Aradam era sinonimo di confusione?
Ecco, noi siamo cattivi come Salvini. Un signore che ci parla dal suo telefonino. Si riprende. Dice che è un papà. Vuole un po’ di ordine nelle nostre città. Conta i “like” sulla sua pagina facebook e imposta la politica del suo partito seguendo le indicazioni dei followers. Non è un politico. No. È un contatore.
Più ci penso e più credo che non serve molto parlare di immigrati, di stranieri. Dobbiamo parlare di noi. Dell’umanità che ci stiamo perdendo per strada.
Con lo sgombero dei poveri cristi del Baobab – una ferita per la città perché era una risorsa vera per i disperati di Roma – s’è toccato un fondo che non era facile toccare.
Solo con questi personaggi disumani potevamo toccarlo. Con questi che si circondano di mostri per essere sempre più mostruosi. Quanti like mi mettono se porto un mazzo di fiori per una sedicenne stuprata? E se ce ne aveva tredici?
Viviamo in una città nella quale bisognerebbe riparare le strade piene di buche,dare un alloggio a chi non lo ha, migliorare il trasposto pubblico e le scuole, la sanità, eccetera. Ma si prendono voti con questi argomenti? No, cari elettori. Allora arrivano i blindati “l’avevamo promesso, lo stiamo facendo. E non è finita qui. Dalle parole ai fatti” dice il mostro di Riace, quello che ha trattato come un malfattore il sindaco Mimmo Lucano che ha dato una casa ai migranti e un paese ai suoi paesani. Il ministro che sta facendo a pezzi le nostre barricate di civiltà.
E noi?

Crisi di astinenza da crescita - Miguel Martinez



Seguo la straordinaria manifestazione che si è svolta a Torino a favore del Tav.
Alla testa di tutto, c’è la Confindustria:
“Confindustria ribadisce “con forza l’assoluta necessità di completare i lavori della Tav”. E annuncia “che proprio a Torino convocherà un Consiglio generale straordinario allargato alla partecipazione dei Presidenti di tutte le Associazioni Territoriali d’Italia per protestare insieme contro una scelta, il blocco degli investimenti, che mortifica l’economia e l’occupazione del Paese”.”
Leggo su Repubblica la composizione, invece, della piazza:
“Il sit-in è stato promosso dall’associazione “Sì Torino va avanti” e da “Sì lavoro”, legata a Mino Giachino, ex sottosegretario ai Trasporti del governo Berlusconi, che ha lanciato una petizione online arrivata a più di 65mila sottoscrizioni. Hanno aderito il Partito democratico, i moderati, Forza Italia e anche la Lega, nonostante il partito di Matteo Salvini governi insieme al Movimento 5 Stelle che intende bloccare i cantieri e ha annunciato l’analisi costi benefici per l’alta velocità.
In piazza anche i Radicali e Fratelli d’Italia, che raccolgono firme per due referendum”.

Casa Pound, che è ovviamente fortemente schierata dalla parte delle Opere che Fanno Grande l’Italia, all’ultimo momento ha deciso di non scendere direttamente in piazza,
«Pur condividendo le legittime proteste degli amici del No Ztl non intendiamo manifestare formalmente con il Partito Democratico e il circuito di poteri forti che la sinistra rappresenta».
Mettiamo da parte per un momento i pareri sul valore o sul pericolo dell’opera in sé, e partiamo dalla parolina che meno vi avrà colpiti: gli amici del No Ztl“.
Non è solo in Oltrarno (il quartiere nel quale vive l’autore dell’articolo, ndr) che le cose piccole permettono di cogliere la chiave di quelle grandi: no Ztl, cioè i commercianti che sotto l’egida di Casa Pound si stanno battendo perché il flusso di auto nel centro della città non si fermi nemmeno per un istante.
Auto prodotte con frammenti provenienti da tutto il mondo, che trasformano il petrolio ricavato dai deserti arabi in veleno per i nostri polmoni e in gas serra e tutto il resto. Va da sé che i No Ztl si battono soprattutto su Facebook regalando i propri profili al signor Zuckerberg, quindi tranquilli, non sono antisemiti.
Benzina e sottoprodotti portano un momentaneo sollievo alla crisiche somiglia piuttosto a una crisi di astinenza. E certamente hanno ragione i piccoli commercianti a sentirsi addosso il fiato della morte addosso.
Però tutta la sciarada di diventa più comprensibile, se partiamo da questo concetto: la crisi da astinenza da crescita. È chiaramente il motivo della scelta della Confindustria, ma anche di tutte le piccole realtà a scendere, giù giù fino ai Fratelli d’Italia.
Insomma, stiamo parlando qui di politica vera e non solo di politica spettacolo, per questo si mescolano tra di loro i giocatori delle varie squadre.
Apriamo una parentesi.
Nel 1936, Daniel Guérin scrisse Fascisme et gran capital, pubblicato in italiano come Fascismo e gran capitale dall’amico Roberto Massari. Guérin, osservando da vicino la nascita del fascismo e del nazismo, aveva osato fare ciò che oggi i furbi evitano accuratamente di fare: dare una definizione falsificabile di fascismo. Con molti esempi calzanti, Guérin diceva che gli imprenditori dell‘industria pesante, in particolare metalmeccanica, godevano di un enorme potere, strettamente legato agli appalti statali, perché dallo Stato ricavavano sia le infrastrutture che gran parte delle loro commesse. Dallo Stato l’industria pesante aveva ottenuto la più Grande Opera Inutile e Imposta di tutti i tempi, la prima guerra mondiale.
Dall’altra parte, c’era l’industria leggera (segnatamente quella tessile della Toscana, che lui evidentemente conosceva bene), che non aveva bisogno di Grandi Opere, ma di traffici internazionali; era molto meno dirigista, non era legata allo Stato; e cercava di mediare nello scontro con i lavoratori. Con la fine della pacchia (cioè della Grande Strage), l’industria pesante si trovava in una crisi paurosa: quando non c’è più da ammazzare, non ti comprano più le bombe. A lungo termine, la soluzione più semplice sarebbe stata quella geniale adottata dagli Stati Uniti nel 1945: “facciamo altri ottant’anni di guerra, ovunque sia!”. Ma nel 1919, gli operai – che avevano goduto di una piccola pacchia anche loro – pretesero di avere il controllo sul luogo dove passavano la maggior parte delle loro vite da svegli. Fu a quel punto che la Confindustria decise di finanziare lo squadrismo fascista. Ma siccome la crisi si faceva dura, si aggregarono anche l’industria leggera, e tutto il mondo agrario.
Questa analisi del fascismo, a ottant’anni di distanza, presenta diversi problemi. Intanto Guérin era un latino, e all’epoca solo anglosassoni e germanici intuivano qualcosa del vero problema del mondo, la catastrofe ecologica in preparazione. Poi, esiste oggi una “industria pesante” e una “industria leggera” in Italia? Come facciamo a distinguere capitali che girano vorticosamente per il pianeta su computer, e definirli “italiani” o “americani” o magari “nigeriani”? In un mondo di anziani, esistono reduci ventenni fuori di testa per aver passato tre anni di vita e morte in trincea? Esistono operai che rivendicano il controllo della fabbrica in cui lavorano?
se nel 2018 cerchi l’olio di ricino, vai su Amazon e trovi l’olio di ricino biologico.

Insomma, si fa presto a dire che stanno tornando i fascisti.
Ma fatta la tara a tutto ciò, la Confindustria esiste ancora; la crisi c’è; la crescita bisogna farla lo stesso; i lavoratori vanno flessibilizzati, globalizzati, delocalizzati, automatizzati; e almeno in Toscana, i padroni delle terre che producono il vino e i palazzi che ospitano i turisti sono i pronipoti degli stessi conti e marchesi che qui inventarono il fascismo.
Abbiamo finito di scherzare, quando si deve decidere sul serio, arrivano i produttori e decidono loro come bisogna fare.
E il momento tremendo arriva, quando compare anche il No Ztl, quando tutti i piccoli disperati spaventati dalla crisi si aggregano, e i profitti di pochi diventano la furia di tanti.
Con la differenza che gli squadristi del 1920 si limitavano a bastonare contadini e operai. Questa nuova furia crescista che non picchia nessuno e usa l’olio di ricino solo per abbellirsi le ciglia, è diretta contro la sopravvivenza della vita sull’unico pianeta che abbiamo.
Immaginatevi questa gente che si agita per un’ipotetica linea ferroviaria, il giorno che qualcuno minaccia di privarla della plastica usa e getta. E mi dicono che Marte è proprio bruttino.



domenica 18 novembre 2018

Il bivio ad alta velocità - Paolo Mottana




Ad alta velocità verso la catastrofe
Le discussioni capziose sulla necessità o meno della Tav e soprattutto sulla definizione dei costi e dei benefici è così raso terra che non si vorrebbe neppure ascoltarla. Come se davvero il problema fosse quello. Come se il problema oggi delle politiche delle Grandi (ma sarebbe meglio definirle Gigantesche) Opere o comunque in genere degli investimenti sulle Alte Velocità, su un modello di sviluppo forsennato di cui ben conosciamo gli esiti, sia ambientali che umani e psicologici, fosse davvero quello.
La scelta di fare la Tav, che non  a caso ha visto in piazza i 40.000 (chissà perché questo numero mi ricorda qualcosa, specie a Torino) colletti bianchi dell’infinita crescita e dell’avanzata del capitalismo a qualunque prezzo, non è una scelta economica. È una scelta simbolica, politica e morale.

Dove vogliamo andare ancora? Da un pezzo ci siamo lasciati alle spalle prendendo la strada sbagliata il bivio che indicava da una parte la moderazione, il ritiro da questo assetto aggressivo verso la natura, le persone, le cose che è quello che ci trasciniamo appresso da alcuni secoli senza considerare che ci sta portando alla catastrofe (anzi che nella catastrofe ci ha già sprofondati fino al collo e non solo per motivi ambientali, molto evidenti ma soprattutto per motivi umani!) e dall’altra i cavalieri dell’apocalisse, quelli del muoia Sansone con tutti i Filistei.
Non ci rendiamo ancora conto che ogni scelta in funzione di una crescita che vuole solo dire mortificazione dell’ambiente, accelerazione delirante del lavoro di tutti, frenesia, dipendenza da forme di comfort sempre più ridicole e dannose e da farmaci e droghe che ci consentano di sostenere un ritmo di vita del tutto incongruo alla nostra e altrui natura, sperequazioni economiche tra ricchi e poveri sempre più pronunciate e saccheggio e massacro delle poche risorse rimaste su questo misero pianeta, è una scelta folle?
Davvero vogliamo questo? Siamo a tal punto anestetizzati da non renderci conto che ogni piccolo passo, o grande passo (come la Tav) ci porta un gradino o un abisso più avanti nella nostra corsa al suicidio?

Una mutazione antropologica
Ogni giorno che passa e che noi non prendiamo decisioni risolute per fermare tutto questo è un giorno che va moltiplicato per gli infiniti danni che la nostra indolenza su questo fronte produce. E ripeto, non è solo questione di natura(per quanto la natura sia non solo quella cosa che riteniamo bizzarramente separata da noi e chiamiamo ambiente ma anche la nostra natura, ciò di cui siamo fatti e che ogni giorno di più si contamina, si esaurisce e impazzisce).
È questione di una mutazione antropologica che va assolutamente frenata e se possibile fermata. La mutazione che ci sta portando a divenire sempre più impermeabili al dolore del mondo, al nostro stesso dolore, alla necessità del silenzio e dell’armonia tra uomini e cose, la mutazione vero una sorta di homo idiota che ha a cuore solo la propria presunta realizzazione lavorativa, il proprio successo, la propria affermazione a discapito di tutto il resto, anche semplicemente del tempo del riposo o dell’amore, del tempo della convivialità e dell’assaporamento lento della materia stessa dell’essere qui in questo mondo per un’unica volta.
Mai l’uomo è stato così ridicolmente centrato sul proprio ombelico come oggi. Ognuno è lanciato ad alta velocità verso il proprio deserto umano, verso la propria solitudine, verso la propria immolazione sull’altare di non si sa bene cosa, se non il vuoto. Basta guardarli i campioni del nostro successo e del nostro mondo per rendersene conto, nel loro livore, nella loro angoscia (di perdere quello straccio di potere che hanno ottenuto facendo a pezzi tutto nella propria vita, di perdere audience, di perdere l’appuntamento con le infinite occasioni in cui si devono rendere presenti passando come un treno ( ad Alta Velocità) su qualsiasi altra necessità di chi gli sta intorno (sempre che sia rimasto qualcuno), nella loro rabbia, nei loro volti maniacali, nelle loro risate rumorose e sgangherate.
È questa umanità che deve farci paura, ancor prima della catastrofe della natura, esterna e interna, nella quale volenti o nolenti dobbiamo ancora vivere, fin tanto che non saremo totalmente macchinizzati.
E allora è chiaro che la Tav ma altre infinite scelte, anche scelte quotidiane, diventano scelte morali, scelte politiche, scelte simboliche, scelte di vita o di morte.

Non ci sono alternative alla decrescita
Ogni volta che acquistiamo un aggeggio assurdo e inutile, ogni volta che accettiamo di aggiornare i nostri smartphone al delirio che avanza imponendoci forme di dipendenza sempre più astute e raffinate per non far smettere mai la ruota del supplizio del lavoro e del consumo di viaggiare ad Alta Velocità pur di stritolare il nostro tempo, la nostra soggettività e le nostre residue possibilità di prendere consapevolezza del circolo vizioso nel quale siamo intrappolati, ogni volta, ogni giorno, noi ci allontaniamo da quel bivio e da una vita che abbia senso vivere.
Oggi più che mai il tema della decrescita è cruciale, Anzi è vitale, sempre che sia ancora possibile salvare un’umanità che è già in camera di rianimazione da un bel po’.
Una decrescita non illudiamoci, che non sarà felice. No. Perché se è probabile che il giorno in cui ci saremo liberati dal fardello di merda in cui siamo affondati cominceremo a intravedere uno stile di vita che, in assenza di quella, possa essere ben vissuto, intanto avremo dovuto liberarci da tutte le dipendenze che abbiamo acquisito. Anzi, che il mercato ci ha imposto di acquisire. Decrescere, fondamentalmente, questo vuol dire. Rinunciare ad una ad una a quasi tutte quelle dipendenze. Quella dei mille canali televisivi e della qualità di un’immagine sempre più perfetta quanto mostruosa. Rinunciare all’infinita gamma di prodotti per la nutrizione, la cosmesi, la salute della nostra casa come del nostro corpo, che mentre ci guarisce però anche ci mette al lavoro di nuovo per ammalarci. Rinunciare agli aerei low cost, rinunciare a tecnologie sempre più inutili quanto dannose, concentrare le spese solo su ciò che davvero è vitale, la salute, quella vera, che deve essere riappropriata, non delegata a specialisti sempre più persi anch’essi nella ricerca devota solo alle leggi dei brevetti e di una farmaceutica ultramiliardaria, l’educazione, quella vera, diffusa, partecipata e non riposta in agenzie criminose che mettono ai ceppi il diritto di vivere dei nostri cuccioli (l’autore di questo articolo è tra i promotori del Manifesto dell’educazione diffusa).

Dovremo rinunciare al dannato ottovolante dell’industria dello spettacolo, dell’entertainment senza capo né coda, del turismo obbligatorio, dell’industria della cultura e del sesso per ritrovare il piacere di intrattenerci con la cultura condivisa, con nuove forme di convivialità, già sperimentate da molti ma comunque minoritarie, con il piacere ritrovato, sessuale e affettivo, a un raggio più corto e più ridotto di opportunità ma certamente anche più intenso.

Reddito universale
Come si fa a non capire che il reddito minimo garantito, universale, è l’unica misura che possa andare incontro al delirio del lavoro ad ogni costo anche quando con tutta evidenza avremmo i mezzi per ridurlo anch’esso al minimo necessario? E che occorre pagare tutti per questo? Crediamo di poter dare a tutti la possibilità di vivere più decentemente senza rinunciare un po’ alle nostre prebende? Incredibile sentire teste che dovrebbero essere provviste di grossi cervelli sostenere che i costi del reddito di cittadinanza non devono ricadere sulle tasche della popolazione. E di chi se no? Chiaro che un  mondo umano non impazzito lo capirebbe. Ma noi no, noi vogliamo la salute garantita, l’educazione, tutti gli infiniti gadget dell’idiozia imperante senza dover intaccare i nostri risparmiucci. Personalmente, se potessi, se un dio mi desse una bacchetta magica, non si può immaginare che razza di patrimoniale infliggerei a questo mondo di vigliacchi, me compreso. I nostri risparmiucci potrebbero compensare enormemente il famoso debito e forse emanciparci dal cappio delle corporazioni, dei manager del nulla, dei governanti beceri e dei giornalisti al servizio del rimbecillimento ad Alta Velocità.

Forse è venuto il momento di rompere i nostri porcellini di ceramica, di aprire gli occhi su un mondo che è totalmente deragliato e di fermarsi, di fare sciopero dalle fesserie con cui arrediamo le nostre giornate per guardarci in faccia, guardare in faccia tutti gli esseri che popolano questo nostro pianeta straziato e saccheggiato e fare causa comune per rallentare, desaturare, abbassare il volume del nulla vociante e tornare a quel maledetto bivio.
E questa volta girare dall’altra parte, pronti a sacrificare quella parte del nostro tempo e delle nostre presunte ricchezze, quella che viaggia ad Alta Velocità, che sta finendo di distruggere quel poco di buono che forse un’altra umanità avrebbe anche potuto offrire al mondo, se non fosse totalmente impazzita.


giovedì 15 novembre 2018

Libia, il fallimento della Conferenza - Fulvio Vassallo Paleologo


Le convulse fasi preparatorie della Conferenza di Palermo sulla Libia, con un viaggio “fantasma”del presidente del consiglio Giuseppe Conte dal generale Haftar a Bengasi, rischiano di nascondere le ragioni profonde di un fallimento annunciato da tempo, non solo per le defezioni dei principali leader mondiali che erano stati invitati con una operazione propagandistica in grande stile, ma soprattutto per le posizioni assunte dal governo Salvini-Di Maio. Un governo che si avvale della figura del presidente del consiglio per le “foto di famiglia”, ma che in politica estera, malgrado gli sforzi della Farnesina, e di Enzo Moavero, risulta sempre più caratterizzato dall’estremismo isolazionaista della Lega e del suo vicepresidente del consiglio. Che si avvale del ruolo di ministro dell’interno per perseguire evidenti fini elettorali, in vista delle prossime elezioni europee e forse di nuove elezioni politiche nazionali.
Tre sono le ragioni principali dell’esito inconcludente che si verificherà dopo la chiusura della Conferenza di Palermo, di fatto limitata a un incontro di mezza giornata, con solo due ore di discussione plenaria, e una agenda di lavori che rimane ancora oscura, come i nomi e i ruoli dei partecipanti. Poco importa a questo punto se Haftar,il principale attore dello scenario militare libico, arriverà a Palermo, o rifiuterà l’incontro lungamente sollecitato dal governo italiano. Già in passato altri tentativi di “avvicinamento” erano falliti. L’Italia era troppo sbilanciata nel sostegno a Serraj e alla Guardia costiera di Tripoli, che di fatto coordinava, mentre imponeva alle Ong un codice di condotta che le subordinava alle motovedette tripoline. Sulle presunte violazioni di questo codice si sono imbastiti procedimenti penali contro operatori umanitari. Non sono mai stati chiariti però i destinatari finali dei finanziamenti elargiti dall’Unione europea tramite il governo italiano alle milizie libiche incaricate di arrestare le partenze dei migranti. La politica estera italiana in Libia veniva affidata all’ENI ed all’ambasciata italiana a Tripolicon un ruolo sempre più controverso dell’ambasciatore Perrone. E oggi in Libia, nella capitale, nell’ambasciata italiana manca ancora l’ambasciatore, proprio mentre l’Italia organizza una Conferenza internazionale per la risoluzione della crisi libica.
L’assenza dell’uomo forte di Bengasi alla Conferenza di Palermo potrebbe solo rendere più evidente le ragioni di un fallimento che la propaganda governativa è già pronta a spacciare come un successo italiano. Come dimostra l’iniziativa fissata da Macron a Parigi in materia di difesa comune europea, proprio lunedì 12 novembre, non sono certo Francia e Germania a essere isolati, ma è proprio il governo giallo-verde che è stato abbandonato dall’asse franco-tedesco e anche dagli alleati sovranistiai quali si era rivolto con maggiore insistenza. Quei partiti populisti che governano in Europa e che Salvini vorrebbe come alleati alle prossime elezioni  europee. Sul populismo che dilaga in Europa, alimentato dalla paura delle migrazioni, si misura il fallimento delle politiche dell’Unione Europea in rapporto ai paesi terzi come la Libia.
La Conferenza fallisce innanzitutto, quale che sia la partecipazione più volte annunciata e poi smentita dell’uomo forte della Cirenaica, il generale Haftar, perché le politiche del governo “del cambiamento” a trazione leghista hanno determinato una frattura insanabile con la maggior parte dei paesi europei. A partire dalla decisione di chiudere i porti alle navi che avevano effettuato soccorsi sulla rotta del Mediterraneo centrale, come arma di ricatto verso l’Unione Europea per ottenere l’immediato trasferimento dei naufraghi verso altri paesi europei. Gli attuali governanti italiani non hanno neppure contribuito agli sforzi del Parlamento europeo per modificare il Regolamento Dublino III, ed hanno dichiarato alleanze con quei paesi che, come l’Austria di Kurz e l’Ungheria di Orban, sono i più strenui avversari di qualsiasi ipotesi di condivisione degli oneri e di redistribuzione dei migranti che arrivano dall’Africa in Grecia, in Italia, in Spagna ed a Malta.

In secondo luogo, l’Italia ha dimostrato ampiamente, a partire dalla lotta senza quartiere alle Organizzazioni non governative e al diritto internazionale, di non rispettare gli obblighi di soccorso imposti in acque internazionalinon solo ai singoli stati titolari delle rispettive zone SAR (di ricerca e salvataggio), ma a tutti gli stati titolari di aree limitrofe, quando il paese responsabile non è nelle condizioni di intervenire o non vuole rispondere alle chiamate di soccorso. Una politica della deterrenza dei soccorsi fomentata da quella stessa destra che si dichiara, come Gasparri, sempre più critica nei confronti della politica estera del governo, dopo averne anticipato e sollecitato le misure più estreme, anche sul piano giudiziario, nelle attività di contrasto dell’immigrazione cosiddetta ”illegale”, unico canale di fuga dalla Libia. Una politica che ha visto anche la maggioranza del partito democratico complice con la guardia costiera libica nella negazione del diritto al salvataggio ed all’accoglienza in un porto sicuro. In totale spregio del diritto alla vita e del divieto di trattamenti inumani o degradanti che continuano ad essere inflitti ai migranti intrappolati in Libia.
Per effetto di una lunga serie di violazioni del diritto internazionale del mare, sulle quali la magistratura nazionale non è stata capace di intervenire, adducendo una lettura errata dell’interesse nazionale e del principio di difesa dei confini, a scapito del diritto alla vita, si è riacceso un contenzioso con Malta, e uno scontro latente con il governo francese, che hanno reso impensabile un qualunque accordo europeo sulla gestione della Conferenza di Palermo sulla Libia. Accordo che presupporrebbe il rispetto assoluto del dettato delle Convenzioni internazionali che impongono lo sbarco dei naufraghi in un luogo sicuro, e dunque non in Libia, come l’UNHCR ha di recente ricordato. Salvini è giunto invece a minacciare le istituzioni europee di sbarcare in Libia persino i migranti soccorsi dalla nave della guardia costiera Diciotti. Un ricatto che, se non è stato sanzionato dalla magistratura italiana, ha prodotto un guasto irreversibile nelle relazioni tra l’Italia e gli altri paesi dell’Unione Europea. Adesso il ricatto addirittura arriva fino alla minaccia di bloccare il contributo economico italiano all’Unione Europea, una scommessa sulle future elezioni europee, un risiko che, comunque vadano le elezioni, vedrà perdente proprio la popolazione italiana che si vorrebbe difendere, e che nel 2019 non sarà certo aiutata a superare la crisi finanziaria dai paesi del patto di Visegrad o dall’Austria nazionalista del cancelliere Kurz.

La terza ragione del fallimento della Conferenza di Palermo sulla Libiaè la confermata volontà di utilizzare la Libia come “piattaforma di sbarco” dei migranti soccorsi in acque internazionali, una prospettiva che la Libia, come tutti  gli altri stati africani che si affacciano sul Mediterraneo hanno respinto. Una proposta che è stata formalizzata in modo maldestro a livello internazionale, e che a livello interno corrisponde alla peggiore formulazione del maxiemendamento al Decreto legge n.113 in materia di immigrazione e sicurezza, secondo cui sarebbero possibili i rimpatri anche in “paesi terzi non sicuri”, secondo gli standard del diritto internazionale, ma in “aree interne sicure”.Aree che non potrebbero essere garantite se non con interventi militari, sul modello Afghanistan, per intenderci.
Anche l’idea di fortificare le frontiere a sud della Libia risponde soltanto ad esclusive finalità dei paesi europei e non tiene conto dei reali rapporti dei paesi del lago Chad e del Sahel. Il processo di Khartoum voluto dal governo Renzi appare ormai fallito, ed il Sudan è ancora uno snodo dei traffici, piuttosto che un attore capace di risolvere la crisi migratoria della regione. La ricerca di un appoggio dell’Egitto di Al Sisi, al fine di ottenere un atteggiamento più condiscendente del generale Haftar, rischia di legittimare un governo dispotico al Cairo e di cancellare le responsabilità per l’uccisione sotto tortura di Giulio Regeni.
Oltre a queste ragioni, che hanno determinato l’isolamento internazionale dell’Italia, non ha giovato alla riuscita della Conferenza di Palermo la pretesa di spacciare come un successo italiano, che dovrebbe valere per tutta l’Unione Europea, la riduzione degli sbarchi, che in termini percentuali (meno 80 per cento) appare consistente, almeno nella propaganda governativa, ma che in termini assoluti – 100.000 persone in meno, molte delle quali internate in Libia in veri e propri lager – non rappresenta alcuna reale diminuzione della presenza di richiedenti asilo o rifugiati in Europa. Si sono infatti aperte altre rotte per entrare comunque nell’area Schengen, e anche il cosiddetto blocco degli sbarchi appare più una visione propagandistica diffusa dal ministero dell’interno, che la realtà corrispondente allo stillicidio continuo di arrivi a Lampedusa e sulle coste siciliane, sarde  e calabresi. Anzi, per effetto del combinato disposto dei provvedimenti adottati con il Decreto legge n.113, in particolare per effetto dello smantellamento del sistema di accoglienza degli Sprar e per l’abolizione della protezione umanitaria, sono migliaia e migliaia i migranti, già residenti in Italia, richiedenti asilo, o già denegati (sulla richiesta di protezione) che stanno passando in altri paesi europei, circostanza che certamente viene vissuta in modo conflittuale dalle autorità di questi paesi, come confermano i fatti di Claviere e lo scontro durissimo con la Francia di Macron. E sono decine di migliaia i migranti che vengono riportati in Italia per effetto del Regolamento Dublino ancora vigente.

Un governo che viola il diritto internazionale, che fa accordi con paesi terzi che non rispettano i diritti fondamentali della persona, che poggia sul ricatto la sua politica estera, non può pretendere che gli venga riconosciuto un ruolo risolutore nei conflitti internazionali e regionali. Le politiche di rimpatri di massa sono inevitabilmente destinate a fallire, come è confermato dal flop della missione di Salvini in Ghana e la persistente lentezza dei rimpatri in Tunisia. Sotto questo punto di vista non è neppure una novità, perché già le politiche dei governi precedenti, a guida Pd, con uomini come Minniti, avevano legittimato prassi detentive e misure di allontanamento forzato in violazione delle normative internazionali, ma non erano riusciti a dare effettività alle espulsioni ed ai respingimenti, come richiedeva l’Unione Europea. Per questo motivo era fallita anche la Conferenza di Malta del 3 febbraio 2017 che poneva con forza l’accento sui rimpatri forzati e sugli accordi con i paesi terzi, piuttosto che sul rispetto dei diritti umani e sulla pacificazione dei territori.
Con il governo Salvini-Di Maio-Conte si è andati ancora oltre, senza neppure tentare di nascondere l’aperta violazione delle Convenzioni internazionali e delle garanzie costituzionali. D’altra parte è ormai scontata l’assenza di una politica estera comune europea. Come si avrà modo di vedere, al di là delle dichiarazioni di principio del vicepremier Di Maio, anche nella prossima Conferenza di Palermo sulla Libia. dove la Commissaria Ue Mogherini porterà le posizioni che anche sulla missione EUNAVFOR MED, oltre che sulle operazioni Triton e poi Thenis dell’agenzia europea Frontex, hanno determinato uno scollamento tra i paesi membri, e un abbandono degli obblighi di soccorso e sbarco pure sanciti dai Regolamenti europei n.656 del 2014 e n.1624 del 2016. Sono tanti che portano la responsabilità delle intercettazioni in acque internazionalioperate dalla sedicente Guardia costiera libica, che riporta indietro persone fuggite da mesi di abusi e torture nei lager controllati dalle diverse milizie. L’esigenza di contrastare quella che si definisce come “immigrazione illegale” ha nascosto traffici di ogni genere, anche da parte di rappresentanti istituzionali, o con il loro avallo.

Anche le Nazioni Unite hanno le loro colpe, basti pensare al ruolo giocato da Bernardino Leon, già rappresentante Onu in Libia fino al  2015, sul fallimento di una prospettiva di pacificazione della Libia che appare troppo legata agli interessi delle grandi potenze e sembra ricadere sulla pelle della popolazione civile libica e dei migranti, intrappolati nei centri di detenzione o nelle grandi aree agricole nelle quali sono sottoposti ai lavori forzati. Negli ultimi mesi ci sono stati sforzi diretti a attribuire un maggiore protagonismo alle diverse componenti libiche , e persino a riconoscere la situazione terribile nella quale si trovano tutti i migranti, e non solo i cosiddetti “vulnerabili”, ostaggio delle diverse milizie che si contendono la Libia. Da allora è cominciato il tiro a bersaglio dei governi europei più apertamente populisti, ed anche di alcune parti libiche, sulle posizioni dell’UNSMIL che confermava gli abusi subiti dai migranti in Libia, anche nei cd. centri “governativi” ed apriva all’esigenza di una loro evacuazione da un territorio nel quale i migranti erano torturati e la sicurezza non era garantita neppure alla popolazione autoctona.
Adesso anche l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati indica come una priorità lo sbarco dei migranti soccorsi in mare in paesi sicuri diversi dalla Libia. Se non vi fossero stati gli attacchi del governo italiano ai partner europei che potevano condividere una politica estera comune rispetto alla mobilità dei migranti sulla rotta del Mediterraneo centrale, e se il governo italiano avesse rispettato gli obblighi derivanti dalle Convenzioni internazionali, la Conferenza di Palermo avrebbe potuto costituire una tappa importante per la contestuale soluzione della crisi migratoria e per il processo di riconciliazione delle diverse autorità che si contendono il controllo della Libia. Ma così, evidentemente, non è stato. La partita andava giocata anche sul fronte dei visti di ingresso, ai cittadini libici ed ai migranti per ragioni umanitarie, ma soltanto la Turchia sembra intenzionata ad intraprendere questa via, anche se solo in favore dei cittadini libici. I conflitti si risolvono incentivando la mobilità volontaria e i canali di ingresso legali, non erigendo muri che arricchiscono le mafie e le milizie. La società civile libica esiste e va ascoltata. Le ipotesi di pacificazione e di unificazione dell’esercito devono essere discusse innanzitutto in Libia, senza soluzioni imposte dagli interessi, economici, o in materia di immigrazione, di altri paesi.

Appare evidente che governi che stanno massacrando l’idea stessa di una Unione Europea forte e coesa, in nome del populismo e del nazionalismo dominanti, al motto “prima gli italiani”, come “prima gli ungheresi”, non hanno alcuna possibilità di risultare determinanti sulla scena internazionale, riuscendo forse a proteggere un residuo di rapporti commerciali in campo energetico, ma abbandonando al loro destino centinaia di migliaia di persone e determinando un prolungamento endemico dei conflitti internazionali. Ed è ormai sotto gli occhi di tutti come la quotidiana disumanità, praticata impunemente ai danni di persone abbandonate nelle mani di sequestratori e torturatori, con la complicità della sedicente guardia costiera libica, e di chi vi ha fornito mezzi e coordinamento, non possa produrre alcun avanzamento in un processo di pace nell’area del Mediterraneo. Il coinvolgimento dell’Egitto e della Turchia nella crisi libica è sempre più evidente. Come la presenza militare delle grandi potenze mondiali, che però non parteciperanno alla Conferenza di Palermo sulla Libia. Una smentita degli annunci sui quali si e’ basata in queste ultime settimane la politica estera italiana.
Questo richiamo all’interesse nazionale prevalente, e la incapacità di una risposta europea al conflitto libico, come già verificato nel caso della Siria, rimetterà a queste grandi potenze (Stati Uniti, Russia, ma anche Cina, ormai presente in modo capillare in tutta l’Africa) la soluzione di una crisi che, se non verrà risolta in tempo, potrebbe aprire spazi preoccupanti alle iniziative di gruppi terroristicigià presenti in tutto il Nordafrica. Un problema che non si potrà certo affrontare con il blocco dei porti, con i ricatti ed i veti incrociati, o con le esasperazioni delle pulsioni nazionalistiche, se non sull’onda del razzismo istituzionale e della violazione sistematica delle Convenzioni internazionali.
Pace subito in Libia, nel rispetto della autodeterminazione delle popolazioni libiche, e del diritto internazionale violato dagli stati, e anche per garantire la sicurezza, per tutti, per i migranti, come per i cittadini europei. Giustizia e sicurezza non sono entità divisibili, né sul piano internazionale, né sul piano interno. O valgono per tutti, nessuno escluso, o  non possono valere soltanto per una parte di privilegiati. Se non lo ricorderanno i politici presenti alla Conferenza di Palermo sulla Libia, saranno le Organizzazioni non governative e i cittadini solidali a fare diventare inscindibile questo binomio, con una azione quotidiana, di difesa e di controinformazione, ma anche di ricostruzione di legami di solidarietà, a partire dai territori e dalle comunità locali.

mercoledì 14 novembre 2018

Da Genova 2001 al caso Cucchi, la fiera del falso - Lorenzo Guadagnucci



Gli ultimi sviluppi del caso Cucchi dovrebbero spingerci a mettere a fuoco due fenomeni emersi dal 2001 in poi: da una parte l’attitudine delle nostre forze dell’ordine, in determinate circostanze, a mentire e falsificare gli atti.
Dall’altra la sistematica tendenza a fare muro contro le richieste di trasparenza. Il G8 di Genova in questo senso è all’origine di tutte le più recenti degenerazioni. Spiace doverlo ricordare, ma le giornate del 20, 21 e 22 luglio 2001 sono state una fiera del falso in atto pubblico e della calunnia, una caporetto dell’etica pubblica. Innumerevoli persone furono arrestate per strada ricorrendo a verbali fotocopia, con false accuse di violenza e resistenza a pubblico ufficiale. Nell’immediato la maggior parte di quegli strani arresti non fu convalidata dai Gip genovesi e negli anni seguenti la magistratura civile ha inflitto numerose condanne al ministero degli Interni per gli abusi compiuti: non abbiamo mai saputo se qualcuno avesse dato un’imbeccata dall’alto o se la pratica dei verbali fasulli sia sgorgata spontaneamente in seno alla truppa…
Il caso Diaz andrebbe poi fatto studiare nelle scuole di polizia, se davvero si volesse introdurre un antidoto al veleno immesso a piene mani nel 2001 nel cuore degli apparati. Basti dire che il comunicato con il quale si tentò di giustificare agli occhi del mondo la singolare operazione, mentre decine di persone erano in ospedale e le altre nella caserma delle torture a Bolzaneto, è risultato falso dalla prima all’ultima parola: dalle molotov piazzate ad arte e attribuite agli arrestati, alla tesi delle ferite pregresse, fino al finto accoltellamento d’un agente. Potremmo continuare, ma basti dire che nei processi Diaz e Bolzaneto i principali reati che hanno portato alle condanne di decine di agenti (in gran parte coperte dalla prescrizione) sono stati falso e calunnia.
Nel caso Cucchi, secondo le cronache, abbiamo avuto ben 7 interventi di manipolazione di carte ufficiali. Il secondo punto – il rifiuto di agire per accertare subito e senza sconti le responsabilità – non è meno grave del primo. Anche questa è una storia che viene da lontano. I pm nel processo Diaz, Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini, parlarono con molte ragioni di omertà, condotta che ritorna nel processo Cucchi. Di fronte a ogni vicenda estrema – dal G8 di Genova alla morte di persone sottoposte a custodia di polizia, come Aldrovandi, Magherini e altri – abbiamo assistito all’applicazione del medesimo schema, ossia la chiusura degli apparati a qualsiasi sguardo esterno, come se si trattasse di panni sporchi da lavare in casa e non di fatti gravi, potenzialmente criminosi, sui quali è necessario fare subito e bene chiarezza, nell’interesse dei cittadini e degli stessi corpi di sicurezza. Proviamo a pensare alle storie appena citate e a quel che sarebbero state se polizia e carabinieri avessero agito con trasparenza e collaborando con chi cercava solo verità, ossia le famiglie e i magistrati. Quante sofferenze risparmiate, quanta credibilità recuperata.
Nel caso Diaz c’è un dettaglio che dice tutto: il verbale d’arresto, poi risultato falso e calunnioso, fu sottoscritto da 14 funzionari e dirigenti, tutti indagati e condannati tranne uno, mai identificato perché la grafia era illeggibile e perché gli altri tredici non hanno mai fatto il suo nome. Ecco in che modo è stata concepita la collaborazione con la magistratura inquirente ed ecco spiegate le durissime critiche allo Stato italiano scritte nelle sentenze di condanna subite dal nostro paese alla Corte per i diritti umani di Strasburgo – già dimenticate e pochissimo lette. Nel caso Cucchi la denuncia-confessione di uno dei carabinieri imputati ha spezzato la consegna (o forse imposizione) del silenzio che ha caratterizzato tutti i procedimenti simili avviati in questi anni, a cominciare da Genova G8. Se vogliamo dare un senso a quanto sta accadendo sotto i nostri occhi e nell’intento di frenare la rovinosa caduta di credibilità degli apparati, è lecito chiedere qualcosa al legislatore e a chi riveste ruoli di responsabilità: si collabori lealmente con la magistratura in tutti i procedimenti penali in corso e si sospendano gli indagati lungo l’intera catena di comando, fino ai massimi livelli; si trasferiscano ad altri ministeri i funzionari di polizia condannati nei processi per reati attinenti l’abuso di potere e la tortura; si introduca l’obbligo di indossare codici di riconoscimento sulle divise; si istituisca un organismo indipendente di controllo sull’operato delle forze dell’ordine, avviando contestualmente un’indagine conoscitiva a vasto raggio: l’Italia non può più farne a meno.
Infine, non meno importante, si chieda scusa, ma davvero, accompagnando le scuse con atti concreti, per quanto hanno dovuto sopportare in questi anni le vittime degli abusi, i loro familiari, i cittadini tutti.
Lorenzo Guadagnucci – Comitato Verità e Giustizia per Genova

Il governo della paura e l’abitudine al razzismo - Alessandro Dal Lago




L’astuzia di Salvini consiste precisamente nel dare concretezza drammatica al governo mediante la paura, che pure, da sempre, è attivo nella gestione della questione migratoria. Da questo punto di vista Minniti e, prima di lui, gli altri leader di centrosinistra e di destra, si sono rivelati dei dilettanti
Gli effetti letali del Decreto sicurezza, voluto da Salvini e votato dall’attuale maggioranza con poche e trascurabili eccezioni, sono stati ampiamente discussi e criticati da giuristi, associazioni laiche e cattoliche, per non parlare dei movimenti anti-razzisti.
In poche parole, l’abolizione della protezione umanitaria per richiedenti asilo, la restrizione della cittadinanza e l’eventuale revoca in caso di reati di terrorismo ed «eversione», per non parlare dell’aumento della detenzione sino a 6 mesi nei Cpr, avranno l’effetto di moltiplicare l’irregolarità dei migranti e richiedenti asilo. Insomma, di aumentare in modo parossistico l’incertezza e la disperazione della loro condizione.

SI PUÒ PENSARE quello che si vuole di Matteo Salvini, ma non che sia privo di un tipo elementare ed efficace di astuzia politica (diversamente da gran parte dei suoi alleati di governo). Salvini sa benissimo di non poter mantenere la promessa di espellere i «clandestini», sia perché l’iter è lungo e complesso anche dopo questa legge, sia perché non esistono accordi con gran parte dei paesi d’origine degli stranieri (a parte Nigeria, Egitto, Marocco e Tunisia), sia soprattutto per mancanza di quattrini.
Proprio come la grottesca promessa elettorale di Berlusconi (l’espulsione di 600 mila «clandestini»), gli obiettivi di Salvini e Di Maio sono pura propaganda, naturalmente sulla pelle di migranti e richiedenti asilo. Sta qui la doppia infamia del decreto, che da una parte rende ancora più drammatiche le condizioni di vita degli stranieri e, dall’altra, avvelena ulteriormente l’atmosfera politica e sociale del nostro paese.
L’astuzia di Salvini consiste precisamente nel dare concretezza drammatica al governo mediante la paura, che pure, da sempre, è attivo nella gestione della questione migratoria. Da questo punto di vista Minniti e, prima di lui, gli altri leader di centrosinistra e di destra, si sono rivelati dei dilettanti. Non c’è provvedimento salviniano e governativo che non miri a tener viva le paure del corpo sociale: dalla giustizia sommaria fai da te sino al rigetto della timida riforma delle carceri. Vivendo nella paura e nell’illusione di neutralizzarla con l’odio per stranieri, marginali e devianti, l’elettorato moderato, privo di informazioni e incapace di valutazioni equilibrate, sarà al seguito, finché durerà l’imbonimento nazional-populista, di questi leader spregiudicati.

È LA STESSA LOGICA di Bolsonaro e della sua crociata in Brasile contro la corruzione e di Donald Trump quando mobilita l’esercito contro poche migliaia di potenziali migranti che arrancano nelle strade del Messico. Ed è in fondo, con tutte le distinzioni del caso, la stessa logica paranoica, alimentata contro nemici interni ed esterni, dei movimenti fascisti tra e due guerre.
Ridotti allo stato di fuori legge sociali, gli stranieri sono oggetto inesauribile della propaganda fascistoide di Salvini e soci. Ecco l’ineffabile ministro, ormai padrone incontrastato del governo, accorrere con il suo armamentario di slogan razzisti là dove, come a Macerata o San Lorenzo, qualche straniero sia coinvolto in un fatto di cronaca nera. Senza che mai siano ricordate le donne italiane uccise in famiglia, o quelle straniere uccise nelle strade o le vittime di caporali, estremisti di destra o semplici idioti.
Ogni giorno, le cronache riportano episodi di xenofobia e razzismo, privi di eco nello strepito dominante della paura alimentata dall’alto.

PIÙ DI ALTRI PAESI occidentali, l’Italia si sta abituando a questo strabismo politico e morale. Non si tratta di un fenomeno estemporaneo. Solo ora si rivelano i frutti avvelenati della campagna di criminalizzazione delle Ong e l’accoglienza degli stranieri, una campagna a cui anche l’ultimo governo di centro-sinistra ha stoltamente partecipato. Quello che Minniti ha seminato, Salvini raccoglie.
Un fenomeno che non si annuncia temporaneo. Ideale per stornare la rabbia sociale dalle promesse non mantenute, dalla crisi finanziaria alle porte e dall’isolamento politico del paese, il governo attraverso la paura, che ha ispirato il decreto Salvini, è destinato a durare, fin quando la miseria politica e strategica di questa maggioranza non si rivelerà agli occhi dell’opinione pubblica. Si tratta di capire se una qualche sinistra sarà in grado o no di intervenire contro il disastro sociale che ne deriverà.