lunedì 21 settembre 2026

La figlia del custode - Susan Abulhawa

 

(NdT: Mi è sembrato importante riprendere e tradurre questo articolo sull’increscioso episodio capitato a Rula Jebreal (ampiamente sfruttato anche dai giornali sionisti italiani) , scritto dalla scrittrice Susan Abulhawa, perchè è un caso di scuola di come la propaganda israeliana usa qualsiasi mezzo per screditare la voce del dissenso distogliendo l’attenzione dal genocidio in corso)

 

In difesa di Rula Jebreal

Conoscevo il padre di Rula Jebreal prima di conoscere lei. Lei e io eravamo entrambe bambine e vivevano nello stesso orfanotrofio di Gerusalemme, Dar El-Tifel, fondato da Hind al-Husseini per i bambini che Israele aveva reso senzatetto, indigenti, squattrinati o orfani nelle sue infinite guerre. Non la conoscevo bene in quegli anni (lei si trovava in un altro edificio), ma tutti noi conoscevamo suo padre.

Ammou Othman Jebreal era un imam sufi e il gentile custode della Moschea di Al-Aqsa, uno dei tre luoghi più sacri della nostra patria e della storia della Palestina: gli altri due sono la Chiesa del Santo Sepolcro e la Basilica della Natività. Ammou Othman teneva le tasche piene di dolci per i bambini che spesso lo circondavano e ogni giorno metteva cibo e acqua per gli uccelli e i gatti che vivevano nei cortili del nobile santuario. Tutte le piccole creature affamate di Al-Aqsa, alate, a quattro zampe e umane, erano sotto la sua tutela e cura. Per per tutta la mia infanzia vissuta vicino a lui e per quello che sentivo su di lui , posso testimoniare che era un uomo profondamente gentile.

Penso a lui ora, perché sua figlia viene fatta a pezzi in pubblico, e nessuno di coloro che la mettono alla gogna sembra sapere la minima cosa su chi sia o da dove venga.

 

Cosa è successo veramente

Il 4 settembre Rula — giornalista, autrice e una delle voci più implacabili nel chiedere al potere americano di rendere conto per Gaza — ha denunciato che Hakeem Jeffries deve la sua vita politica al denaro. Nel podcast di Wajahat Ali, lo ha definito una “scimmia comprata e pagata dall’AIPAC” e un “fattorino”, aggiungendo: “con tutto il rispetto — e non lo intendo in modo razzista”. Ha affermato che si riferiva alla vecchia immagine delle “tre scimmie sagge: non vedere il male, non sentire il male, non parlare male”, non a un insulto razziale.

Nel giro di poche ore — spontaneamente e senza pressioni — si è scusata senza riserve: “Sono disgustata e inorridita dal fatto che Hakeem Jeffries stia accettando denaro dall’AIPAC nel bel mezzo del genocidio di Israele in Palestina. Detto questo, il termine che ho usato per descriverlo era inappropriato e offensivo e non avrebbe mai dovuto essere usato. Mi scuso incondizionatamente”. Questa non è una persona che evita di assumersi le proprie responsabilità, e la faccenda sarebbe dovuta finire lì.

 

Un’indignazione molto conveniente

Nel giro di poche ore (il tempo necessario perché l’AIPAC potesse diffondere i punti chiave da utilizzare attraverso il Congresso e i media per utilizzare l’episodio a fini propagandistici), è stato lanciato un coro di condanna.

Persino il Congressional Black Caucus (CBC) ha rilasciato una dichiarazione, seguito da una sfilata di deputati democratici, emittenti radio televisive e personaggi noti. Sorprendentemente, sembravano tutti recitare quasi le stesse battute: non esiste un “modo non razzista” di usare quella parola, questo è razzismo, “punto e basta”. È come se stessero leggendo dallo stesso promemoria di istruzioni dell’AIPAC.

E’ certo che la parola ha in sé una storia che tutti conosciamo , e Rula intendeva usarla diversamente, come ha detto, facendo riferimento alle scimmie che “non vedono il male, non sentono il male”.

Ma i membri del Congresso, che non riescono a formulare una singola frase di cordoglio per le migliaia di bambini mutilati, bruciati vivi o colpiti dai cecchini israeliani, hanno all’unisono trovato improvvisamente e miracolosamente una immediata chiarezza riguardo a una scelta lessicale in un podcast.

 

Una parola, soppesata selettivamente

L’incredibile accanimento contro Rula Jebreal non quadra con le reazioni ad altre parole fuori luogo rivolte a funzionari o persone nere. In effetti, esiste un lungo elenco di casi simili e, in tutti quelli che ho controllato, il Black Caucus non si è mai espresso. Ecco un elenco parziale:

. L’insulto “tar baby” — un’espressione dispregiativa con una documentata storia razzista molto meno ambigua di “non vedere il male” — è stato usato nei confronti di Obama da John McCain, Mitt Romney, Michele Bachmann e dal deputato Doug Lamborn. Ognuno di loro si è scusato. Nessuno ha dovuto affrontare una dichiarazione organizzata del Black Caucus e nessuno ha perso il proprio seggio.

. Nel 2010, il leader della maggioranza al Senato Harry Reid descrisse privatamente Obama come “dalla pelle chiara” e “senza dialetto negro, a meno che non volesse usarne uno”. Obama accettò le sue scuse nel giro di un giorno e finì lì: “il fatto è chiuso”. Il Black Caucus rimase in silenzio. Reid mantenne il suo incarico di leadership.

. Nel 2007, Joe Biden definì Obama “il primo afroamericano mainstream ad essere eloquente, brillante e pulito”. Al Sharpton criticò l’affermazione; Biden si scusò. Non seguì alcuna condanna da parte del Black Caucus e, un anno dopo, Obama lo scelse come suo compagno di corsa.

Ora guardiamo alle voci di Neri che hanno un vasto seguito che hanno detto cose molto peggiori sulle persone Nere.

§  Kanye West ha dichiarato a TMZ che 400 anni di schiavitù «sono state una scelta». Nessuna dichiarazione della CBC. Nessuna condanna congressuale: solo un brutto episodio che però ha continuato a difendere davanti alle telecamere anni dopo.

§  Nei suoi primi anni, Candace Owens ha affermato che i cinque di Central Park scagionati «NON erano innocenti» e ha detto al Congresso che il nazionalismo bianco «non è una minaccia per i neri». Il Congressional Black Caucus non ha mai rilasciato una dichiarazione su di lei.

L’asimmetria attraversa anche lo schieramento politico.

§  La senatrice Kirsten Gillibrand ha accusato falsamente Zohran Mamdani, reduce dalla sua vittoria alle primarie, di «riferimenti al jihad globale». Nessun democratico ha organizzato un rimprovero.

§  Laura Loomer, consigliera e alleata di Trump, ha definito Ayanna Pressley, Ilhan Omar, Cori Bush e Angie Nixon «puttane… dei ghetti» . Non è seguita alcuna dichiarazione democratica unificata, nemmeno da parte delle colleghe della Pressley, le stesse colleghe che, sorprendentemente, hanno trovato un linguaggio unificato per Rula nel giro di poche ore.

Nessuno tra coloro che hanno trovato il tempo di condannare Rula — il Congressional Black Caucus e i rappresentanti Shontel Brown, Ayanna Pressley, Luz Rivas, Joe Neguse, Nikema Williams e Pete Aguilar, oltre a Ritchie Torres e Symone Sanders — ha mai rilasciato alcunché di paragonabile su Kanye, su Candace Owens, su Gillibrand o sull’attacco di Loomer ai loro stessi colleghi.

Non è certo la parola usata il problema. Dì qualcosa di veramente orrendo sulle persone nere — per anni e ripetutamente al Congresso — e avrai al massimo una brutta settimana. Usa una frase ambigua mentre difendi i palestinesi, scusati nel giro di poche ore e verrai distrutto. Ciò che guida questa differenza non è l’offesa della parola. È l’essere palestinese di Rula, è la lobby che non può tollerare che lei ritenga Hakeem Jeffries responsabile del genocidio perchè prende soldi dall’AIPAC. Così hanno radunato i loro lacchè, di tutte le etnie, per fare a pezzi pubblicamente una donna palestinese nera.

 

Una memoria corta

Vale la pena notare quanto possano essere comprensivi alcuni dei critici più accesi di Rula, quando la persona che necessita di perdono non è palestinese. Nel 2017, Bill Maher usò il peggior insulto razziale, non un modo di dire, ma la parola stessa, gravata da 400 anni di schiavitù e terrore. Lo disse in diretta, nel suo stesso programma.

L’ex presidente del Democratic National Committee (DNC), Donna Brazile, rispose con garbo e senza nessuna irritazione: “Bill Maher si scusa per l’uso di un insulto razziale al ‘Real Time’. Accettiamo la sua contrizione e andiamo avanti”, scrisse.

Confrontalo con la sua reazione amara e implacabile di oggi alle scuse di Rula Jebreal: “Il bigottismo in tutte le sue forme vili deve essere condannato: misoginia, omofobia, antisemitismo, xenofobia, abilismo e altro ancora. Tutte le forme di bigottismo sono radicate nell’odio e dobbiamo fermare questa follia. Meritiamo tutti di meglio.”

Metti a confronto queste due reazioni e chiediti il perché di tale disparità. Non è la gravità della parola, perché Bill Maher è effettivamente vile e ciò che ha detto era infinitamente peggio. La differenza è il potere, vale a dire da quale parte della questione di Israele si trovasse l’offensore.

 

Ciò che non dicono

Una delle cose cruciali che viene cancellata è il fatto che Rula Jebreal stessa sia nera. Suo padre, Ammou Othman Jebreal, era nato in Nigeria, parte della comunità afro-palestinese di Gerusalemme, discendente di musulmani dell’Africa occidentale e orientale che hanno fatto la guardia alle porte di Al-Aqsa fin dal dominio ottomano, e lo fanno ancora. È cresciuta nera in Palestina e ha vissuto la sua identità, completa degli attacchi razzisti anti-neri che ne derivano, quando viveva in Italia. Più in particolare, un ministro italiano si è riferito a lei con un insulto anti-nero in diretta televisiva. Lo stesso ministro ha poi paragonato una collega nera a un orangotango.

E molto prima di questa controversia, è stata lei a suonare pubblicamente l’allarme sul fatto che Israele “ha ammesso di aver sterilizzato forzatamente donne ebree etiopi israeliane… perché lo Stato non voleva troppe persone ebree nere.” Non è una persona che considera le persone nere al di sotto della sua attenzione. È una donna che ha vissuto la sua identità sia come nera che come palestinese. È rimasta ferma come donna afro-palestinese in un mondo, che ha raramente fatto spazio a una delle due metà di quell’identità, tanto meno a entrambe contemporaneamente.

Ho chiesto a Rula una foto di suo padre, ma le vecchie foto non le ha più sul telefono e mi ha mandato queste, delle sue due sorelle e nipoti, e di suo cugino Musa Qudous, scomparso due anni fa mentre sua figlia Shadin era detenuta nelle prigioni israeliane a causa di un post sui social media.

Mi rifiuto

Non pretenderò di difendere la scelta delle parole di Rula , ma la conosco abbastanza bene da sapere che non intendeva ciò che viene spacciato dalla folla pro-Israele. Ha già fatto il lavoro più difficile di ammetterlo senza riserve, senza scuse, e più velocemente di quanto questa propaganda furiosa meritasse.

Ciò che mi rifiuto di fare è lasciare che un genocidio in corso — un genocidio che ha affamato bambini, bruciato e sepolto intere famiglie vive, un genocidio che Hakeem Jeffries continua a finanziare con i suoi voti al congresso— venga ripulito in una settimana dalle polemiche sulla sua scelta di parole, mentre l’atrocità stessa scompare dalla conversazione.

Questo è il piano sionista. È sempre così, perché non hanno altra difesa se non sfruttare ogni occasione per distrarre l’opinione pubblica dalle atrocità che i sionisti stanno commettendo.

Penso ad Ammou Othman che si riempie le tasche di caramelle prima di uscire a dare da mangiare agli uccelli e ai gatti ad Al-Aqsa. Penso a come un uomo simile abbia cresciuto una figlia che si rifiuta di distogliere lo sguardo, dalla Palestina, da ciò che le è stato fatto in Italia, dall’anti-Blackness presente ovunque.

E penso a questa settimana. Il 6 settembre, a poche ore di distanza l’una dall’altra durante il cosiddetto “cessate il fuoco”, le bombe israeliane hanno colpito due volte a Gaza, mentre i genitori erano ancora fuori a raccogliere i resti dei propri figli.

Non vi farò vedere le immagini atroci dei video che stanno girando in rete dopo gli attacchi del 6 settembre. Dirò solamente che una bambina che si era vestita elegante per il suo primo giorno di scuola, appare nel filmato con il suo corpicino senza vita reso irriconoscibile dagli attacchi di missili finanziati con i soldi votati da Hakeem Jeffries.

È lì che l’attenzione del mondo sarebbe dovuta rimanere. Invece è stata reindirizzata, su input dell’AIPAC, a discutere le parole che usiamo per i demoni che perpetrano questo genocidio e i mostri a Washington che continuano a finanziarli. Una singola parola imperfetta da parte di una donna palestinese nera genererà più indignazione politica americana rispetto a una bambina palestinese assassinata lo stesso giorno, e da più di tre anni decine di migliaia di bambini sono morti come lei.

Tutti coloro che dirigono questo gioco sporco lo sanno.

Ma ciò che è più deludente sono tutte le personalità nere che mettono pubblicamente alla gogna una donna nera in modi in cui non hanno mai fatto prima in momenti simili. L’unica spiegazione per questa disparità sta nell’altra metà della sua identità, quella palestinese.

Rula Jebreal non ha bisogno di me per difendere la sua integrità. Il suo passato lo fa per lei. Ma io ho conosciuto suo padre e so da dove viene, e non starò a guardare mentre persone che non hanno mai pianto per un bambino palestinese usano il razzismo anti-nero — reale, generazionale, mai guarito — come arma per proteggere una lobby e un leader che non riesce a pronunciare la parola genocidio.

Sono loro che devono vergognarsi. Non è lei.

(Traduzione digitale ricorretta da g.l.)

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Buone notizie dal mondo - Lavinia Marchetti

Riepilogo per i fratelli bianchi (o ricchi). Dunque abbiamo:

·         USA. Trump e l’ICE, tra rastrellamenti, deportazioni e uccisioni. Il sogno americano comprende finalmente il risveglio con brutali agenti alla porta che ti rispediscono a “casa”, anche se quella è casa tua.

·         Argentina. Milei, tra cani clonati e il governo che rivendica record di espulsioni e respingimenti. I cani sono migliori delle persone. Lo sappiamo.

·         Israele. Netanyahu, al top del top, col genocidio a Gaza e l’apartheid in Cisgiordania. Lo «spazio vitale» torna sul Mediterraneo. Il programma tedesco degli anni 30 dello scorso secolo in tutto il suo splendore. Un mediterraneo tutto nostro. Gli abitanti continuano a disturbare il progetto.

·         Germania. Weidel e l’AfD, con la «remigrazione» e il riarmo, in nome del mai abbastanza compianto Adolfo. Ovvio che il 1933 abbia assunto un consulente di comunicazione. Sento odore di Polonia.

·         Italia. Meloni e Salvini, coi centri per migranti in Albania. Il Ventennio scopre la delocalizzazione. Il generale Vannacci, fulgido esempio di maschio italico tutto Dio, patria, famiglia, che ha scritto pagine indelebili di questo paese.

·         Le Pen e Bardella, con la «preferenza nazionale». Liberté, égalité, fraternité, ma prima il documento grazie.

·         Paesi Bassi. Wilders, islamofobia e libertà. Con la grande proposta di un esercito alle frontiere e porte chiuse ai richiedenti asilo.

·         Austria. Kickl e l’FPÖ, con la remigrazione degli «ospiti indesiderati». L’Austria sente un certo profumino di anni Trenta e si prepara.

·         Spagna. Abascal e Vox, col progetto di espellere milioni di persone di origine straniera, compresi i figli nati in Spagna. La Reconquista in sala parto.

·         Portogallo. Ventura e Chega, bellissimi manifesti contro i rom. Una vecchia specialità europea in ristampata in formato sei per tre. Sublime.

·         Belgio. Il Vlaams Belang di Tom Van Grieken, partito di estrema destra, propone la «remigrazione»: espellere gli immigrati irregolari e gli stranieri che commettono reati, anche quando possiedono un regolare permesso di soggiorno. la caccia allo straniero alla ricerca di un ufficio stabile anche a Bruxelles.

·         Inghilterra. Farage, finalmente qualcuno che lo dice chiaro: i diritti umani sono una palla al piede. Si deve poter deportare liberamente! Dopo la Brexit, l’uscita dall’umanità.

·         Svezia. Åkesson e i Democratici Svedesi, sostenitori dei premi al rimpatrio volontario. Il welfare, in Svezia, ti accompagna gentilmente all’uscita.

·         Polonia. Braun, eurodeputato polacco di estrema destra, ha definito false le camere a gas di Auschwitz ed è stato incriminato per negazionismo. È lo stesso che aveva interrotto una celebrazione ebraica nel Parlamento polacco usando un estintore. Ma i veri antisemiti sono quelli che protestano contro il genocidio!

·         Estonia e Lettonia, tra cittadini russi esclusi dal voto locale e permessi di soggiorno che dipendono dagli esami di lingua. Ci insegnano che “lo straniero” si può fabbricare anche dopo decenni di vicinato.

·         Lituania. Žemaitaitis. Un partito dichiataratamente antisemita arrivato al governo. Certe eccellenze europee non muoiono mai

·         El Salvador. Bukele, ha fatto rinchiudere nel megacarcere CECOT centinaia di venezuelani deportati dagli Stati Uniti. Human Rights Watch e Cristosal hanno documentato torture e detenzioni arbitrarie, anche di persone senza condanne penali.

·         Cile. Il presidente Kast ha avviato la costruzione di “trincee” al confine con il Perù per bloccare gli ingressi irregolari, rafforzando la presenza militare alla frontiera.

·         Ecuador. Noboa con le autorità che hanno represso le proteste indigene e congelato i conti di organizzazioni e dirigenti. Le mobilitazioni contestavano anche l’espansione delle estrazioni petrolifere nei territori indigeni. Non imparano mai questi nativi.

·         Brasile. Bolsonaro e il bolsonarismo, con gli indigeni giudicati «sempre più esseri umani come noi». Cinquecento anni di colonialismo e stanno ancora decidendo chi è umano e chi no. La partita è ardua.

·         India. Modi e il BJP, con le discriminazioni religiose e le demolizioni di case di musulmani denunciate dalle organizzazioni per i diritti umani. India Hate Lab documenta inoltre un aumento dei discorsi d’odio contro musulmani e cristiani.

·         Giappone. Kamiya e Sanseitō in Giappone, «Japanese First» e gli stranieri come problema nazionale. L’internazionale dei nazi-onalisti funziona. si copiano persino gli slogan. Fanno campagna contro una presunta «invasione silenziosa» degli immigrati, presentati come una minaccia per la sicurezza e il lavoro dei giapponesi.

·         Tunisia. Saied in Tunisia, con le espulsioni collettive dei migranti subsahariani verso le frontiere. Con le forze di “sicurezza” responsabili di espulsioni collettive di migranti verso le frontiere con Algeria e Libia. Human Rights Watch riferisce anche torture e violenze sessuali.

·         Myanmar, Min Aung Hlaing e la giunta militare, con la persecuzione dei Rohingya, minoranza prevalentemente musulmana. Human Rights Watch documenta un regime di apartheid e privazione della libertà ai loro danni.

·         Sudafrica. Operation Dudula con intimidazioni e caccia agli stranieri. Movimento xenofobo sudafricano che organizza azioni contro gli immigrati e ha impedito loro l’accesso a strutture sanitarie. La nazionalità viene usata per decidere chi può entrare a curarsi.

Direi che il problema del nuovo secolo, esattamente come quello del precedente, è finalmente svelato, rullo di tamburi: ci sono esseri umani nel posto sbagliato. Il posto giusto lo decidono quelli che hanno il potere, gli eserciti, la polizia, per cacciarlio sterminarli.

Ma ehi, nessuno osi parlare di nazisfascismo. Quelli appartengono a una storia ormai superata, con baffetti e Fez. Questa è democrazia e soprattutto una sana difesa della razza e dei confini.

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domenica 20 settembre 2026

Attacco intimidatorio contro Sensibili alle Foglie per il libro su sionismo e nazismo


(da Osservatorio Repressione)

La richiesta di rimuovere il libro di Francesco Lazzeri mostra il terreno su cui agisce il DDL Romeo: confondere antisionismo e antisemitismo per restringere la critica a Israele e la solidarietà con la Palestina.

Non c’è un decreto di sequestro, non c’è una sentenza che abbia dichiarato illegale il libro e non risulta un provvedimento giudiziario che ne abbia vietato la diffusione. Eppure Sensibili alle Foglie denuncia di aver ricevuto, attraverso il provider che ospita la propria libreria online, una richiesta di rimozione della pagina dedicata a Sionismo e nazismo facce della stessa medaglia di Francesco Lazzeri, pubblicato dalla casa editrice nel 2025. La richiesta, secondo quanto comunicato dall’editore e riportato pubblicamente, proviene dall’Associazione Italiana Avvocati e Giuristi Ebrei e CoDe RTD Srl e segnala il contenuto come incitamento o approvazione della violenza, incitamento all’odio e discriminazione su basi etniche o religiose, con particolare riferimento a narrazioni antisemite, negazione o grave banalizzazione della Shoah e disinformazione capace di contribuire alla diffusione dell’odio o alla giustificazione della violenza.

Accuse pesantissime. Proprio per questo dovrebbero essere sottoposte a un confronto pubblico altrettanto rigoroso, distinguendo ciò che appartiene alla critica storica e politica da ciò che costituisce effettivamente odio antiebraico o negazionismo. Il problema posto dal caso Sensibili alle Foglie non consiste infatti nel pretendere che qualsiasi cosa venga scritta sul sionismo sia per definizione legittima, storicamente corretta o sottratta alla critica. È l’esatto contrario: un libro può essere contestato, demolito attraverso le fonti, accusato di forzature interpretative e sottoposto alla più dura discussione storiografica. Ma chiedere all’intermediario tecnologico che ospita la libreria dell’editore di rimuoverne la pagina introduce un’altra questione, quella della possibilità di rendere materialmente invisibile un’opera senza che un giudice ne abbia stabilito l’illiceità.

Sensibili alle Foglie respinge integralmente le accuse e rivendica trentasei anni di attività editoriale contro la discriminazione etnica e religiosa. Sostiene inoltre che il libro di Lazzeri non neghi affatto la Shoah, ma ricostruisca attraverso documenti, fonti e un’ampia bibliografia i rapporti intercorsi in determinate fasi storiche tra organizzazioni sioniste e Germania nazista, collocandoli dentro la storia dell’emigrazione ebraica verso la Palestina e del progetto coloniale sionista. La stessa casa editrice aveva già presentato pubblicamente il volume come un lavoro volto a mettere in relazione storica sionismo e nazismo, arrivando a formulare giudizi estremamente radicali sulle due ideologie.

Sono tesi che possono e devono essere discusse anche duramente. L’equiparazione tra sionismo e nazismo contenuta fin dal titolo è una tesi storiografica e politica fortissima, che non può essere trattata come un’evidenza indiscutibile semplicemente perché formulata in un libro. Ma altrettanto improprio sarebbe stabilire automaticamente che la comparazione tra due movimenti politici costituisca negazione della Shoah o odio contro gli ebrei. La verifica deve riguardare ciò che il libro effettivamente sostiene, le fonti utilizzate e il modo in cui vengono interpretate. È questo il terreno sul quale una società democratica dovrebbe affrontare anche le opere più controverse.

Il caso assume però un significato politico molto più ampio perché esplode mentre il Parlamento italiano sta discutendo proprio la definizione normativa dell’antisemitismo. Il disegno di legge 1004, presentato originariamente dal capogruppo leghista al Senato Massimiliano Romeo, è stato approvato da Palazzo Madama il 4 marzo scorso con 105 voti favorevoli, 24 contrari e 21 astenuti. Il provvedimento è ora alla Camera con il numero C.2830 e dal 9 settembre è in esame in commissione.

Il testo approvato dal Senato adotta la definizione operativa di antisemitismo elaborata dall’International Holocaust Remembrance Alliance, compresi i relativi indicatori. Allo stesso tempo stabilisce esplicitamente che restano ferme «la libertà di critica politica e di espressione del pensiero e la libertà di riunione e di associazione». Non introduce nuove fattispecie penali e, durante l’esame parlamentare, è stata eliminata anche la disposizione che aveva fatto discutere sulla possibilità di vietare manifestazioni.

Questo va detto, proprio per non attribuire alla legge ciò che nel testo attuale non c’è. Ma non elimina il problema politico. Perché durante lo stesso iter parlamentare è emersa apertamente la preoccupazione che l’adozione legislativa della definizione IHRA possa contribuire a confondere antisemitismo e critica radicale a Israele. Nel resoconto ufficiale del Senato viene ricordato che AVS e Movimento 5 Stelle hanno denunciato il rischio di perseguire come antisemita la critica al governo israeliano, mentre Italia Viva ha sottolineato la necessità di distinguere antisemitismo e antisionismo. Anche esponenti del Partito democratico hanno espresso dubbi sull’opportunità del provvedimento, pur partecipando al confronto parlamentare.

È precisamente questa distinzione che il caso Sensibili alle Foglie rende concreta. L’antisemitismo è odio, discriminazione e violenza contro gli ebrei in quanto ebrei. È una realtà storica e presente che deve essere combattuta senza esitazioni. Il sionismo è invece un movimento politico e storico, nato alla fine dell’Ottocento, articolato nel corso del tempo in correnti diverse e diventato uno dei riferimenti ideologici fondamentali nella costruzione dello Stato di Israele. Come qualsiasi ideologia politica, può essere studiato, sostenuto, contestato oppure radicalmente rifiutato. Un cittadino può essere antisionista senza nutrire alcun odio verso gli ebrei, così come un ebreo può essere antisionista senza cessare evidentemente di essere ebreo.

La sovrapposizione dei due concetti produce quindi un effetto politico enorme. Se l’antisionismo viene fatto coincidere con l’antisemitismo, la critica non riguarda più soltanto determinate decisioni del governo Netanyahu, l’occupazione della Cisgiordania, gli insediamenti o la distruzione di Gaza. Diventa potenzialmente sospetta anche la critica alla natura stessa del progetto politico sionista, alla costruzione dello Stato su base etnico-nazionale, alla Nakba e alle strutture di discriminazione imposte ai palestinesi. Una parte fondamentale della storia contemporanea viene così spostata dal terreno del conflitto politico a quello della devianza morale.

Il punto non è teorico. Negli ultimi anni la solidarietà con la Palestina è stata sempre più spesso trattata in Europa come un problema di sicurezza e ordine pubblico. Manifestazioni vietate o sottoposte a restrizioni, accampamenti universitari sgomberati, attivisti denunciati, iniziative culturali contestate, conferenze cancellate e organizzazioni sottoposte a provvedimenti repressivi hanno progressivamente costruito intorno alla Palestina un’area speciale del discorso pubblico. L’accusa di antisemitismo, quando viene utilizzata indiscriminatamente contro l’antisionismo o contro la denuncia delle politiche israeliane, diventa uno degli strumenti attraverso cui restringere quello spazio.

In Italia questa dinamica incontra un processo più generale di criminalizzazione del dissenso. Il caso di Sensibili alle Foglie arriva dopo l’attacco che ha colpito l’infrastruttura digitale indipendente Autistici/Inventati e dentro un clima nel quale la solidarietà alla Palestina è stata più volte investita da indagini, denunce e misure di polizia. Vicende diverse, che sarebbe sbagliato sovrapporre meccanicamente, ma che indicano un problema comune: una quota crescente della repressione contemporanea non passa necessariamente attraverso il divieto esplicito di un’opinione. Passa attraverso infrastrutture, piattaforme, provider, sistemi di pagamento, procedimenti amministrativi e dispositivi capaci di aumentare progressivamente il costo materiale del dissenso.

È questa la caratteristica più interessante della vicenda denunciata dall’editore. La censura del XXI secolo non ha necessariamente bisogno di poliziotti che entrano in tipografia per sequestrare migliaia di copie. Un libro può rimanere formalmente legale e diventare più difficile da acquistare; un sito può non essere sequestrato da un magistrato ma perdere il proprio hosting; una campagna può non essere proibita e ritrovarsi senza strumenti di pagamento; un contenuto può non violare alcuna legge e scomparire perché un intermediario privato considera troppo rischioso continuare a ospitarlo. Nessuno ha formalmente censurato nulla e tuttavia qualcosa diventa progressivamente invisibile.

È un potere enorme perché oggi lo spazio pubblico dipende da infrastrutture private. Hosting, social network, motori di ricerca, servizi cloud e piattaforme commerciali stabiliscono materialmente quali parole possono circolare. Le garanzie costituzionali sono state costruite principalmente per proteggere il cittadino dall’intervento censorio dello Stato; molto più difficile è affrontare un ecosistema nel quale la restrizione della parola può essere prodotta attraverso una concatenazione di decisioni apparentemente private.

Per questo la vicenda del libro di Francesco Lazzeri riguarda anche chi non condivide affatto le sue conclusioni. La libertà editoriale non consiste nel diritto di pubblicare soltanto libri sui quali esiste un consenso. È precisamente il diritto di pubblicare opere che disturbano, provocano e mettono in discussione le narrazioni dominanti, assumendosi naturalmente la responsabilità di ciò che viene scritto e accettando la critica pubblica più radicale.

Se Sionismo e nazismo facce della stessa medaglia contiene falsificazioni storiche, si dimostrino. Se utilizza impropriamente le fonti, si pubblichino quelle fonti e si contestino le conclusioni. Se banalizza la Shoah, si mostri dove e in quale modo. Se invece commette un illecito, esistono gli strumenti dello Stato di diritto e spetta a un’autorità competente accertarlo. Ciò che non può diventare normale è il principio secondo cui un’associazione possa ottenere la cancellazione di un libro dal suo spazio di vendita semplicemente rivolgendosi all’intermediario che rende tecnicamente possibile quello spazio.

La stessa storia di Sensibili alle Foglie rende particolarmente significativo questo tentativo. La casa editrice ha costruito per decenni il proprio catalogo intorno alle istituzioni totali, al carcere, alla psichiatria, alla marginalità, alle forme della repressione e alle voci espulse dalla narrazione dominante. Il fatto che oggi si trovi costretta a difendere la presenza online di un proprio libro dimostra quanto il conflitto sulla Palestina abbia ormai raggiunto direttamente il terreno della produzione culturale.

C’è poi un elemento che non dovrebbe mai essere rimosso dalla discussione. Mentre in Europa ci si interroga ossessivamente sulle parole utilizzate per descrivere Israele, in Palestina la discriminazione non è un esercizio linguistico. Esistono occupazione militare, insediamenti, demolizioni, espulsioni, segregazione territoriale e sistemi giuridici differenti applicati nello stesso territorio a seconda dell’appartenenza nazionale. Organizzazioni internazionali e israeliane per i diritti umani hanno utilizzato il concetto di apartheid per descrivere questa struttura. A Gaza la questione della qualificazione giuridica delle condotte israeliane è arrivata davanti alle più importanti istituzioni internazionali.

È quindi legittimo chiedersi perché una parte crescente del dibattito occidentale sembri concentrarsi non tanto su ciò che viene fatto ai palestinesi, quanto sui limiti entro i quali è consentito descriverlo.

Combattere l’antisemitismo è necessario proprio perché l’antisemitismo esiste. Esiste nella società europea, nella destra estrema, nelle culture complottiste e può manifestarsi anche dentro ambienti che sostengono la causa palestinese. Negarlo sarebbe irresponsabile. Ma proprio per questo trasformare qualsiasi critica del sionismo in antisemitismo produce un danno enorme anche alla lotta contro l’odio antiebraico: dilata talmente il concetto da rischiare di renderlo indistinguibile dalla controversia politica.

La battaglia dovrebbe essere esattamente opposta: isolare e combattere senza ambiguità l’antisemitismo e contemporaneamente garantire la piena libertà di discutere il sionismo, la storia dello Stato di Israele, la Nakba, l’occupazione e le responsabilità israeliane verso il popolo palestinese. Sono due esigenze perfettamente compatibili. Diventano incompatibili soltanto quando si decide che difendere Israele significhi difendere gli ebrei e che attaccare politicamente il sionismo significhi quindi attaccare gli ebrei.

Sensibili alle Foglie ha annunciato di non voler accettare questa logica e di trasformare l’attacco in un’occasione per far conoscere ancora di più il libro, presentandolo e discutendolo pubblicamente. È probabilmente la risposta più efficace. Perché un libro controverso non deve essere sottratto allo sguardo, ma esposto alla discussione.

Il caso arriva mentre il DDL Romeo ha già superato il Senato e continua il proprio percorso alla Camera. Sarebbe semplicistico sostenere che quella legge abbia già prodotto la richiesta di rimozione: non è ancora legge e il testo approvato contiene esplicite garanzie per la libertà di critica. Ma sarebbe altrettanto ingenuo ignorare il clima politico nel quale le due vicende si incontrano. Mentre il Parlamento cerca di stabilire normativamente come riconoscere l’antisemitismo, fuori dal Parlamento qualcuno sta già provando a stabilire quali forme di critica del sionismo possano essere considerate intollerabili.

È qui che il caso Sensibili alle Foglie diventa un precedente da non sottovalutare. Oggi riguarda la pagina di un libro. Domani può riguardare una conferenza, un film, una ricerca universitaria, un sito, una manifestazione o un’associazione.

Non occorre condividere il libro di Lazzeri per capire quale sia la posta in gioco. Occorre soltanto decidere se vogliamo una società nella quale le tesi storiche vengono confutate attraverso altre tesi e altri documenti oppure una società nella quale, prima ancora che intervenga un giudice, qualcuno possa bussare alla porta del provider e chiedere che quelle tesi diventino invisibili.

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Per dovere civico Sensibili alle foglie segnala la richiesta, pervenutaci tramite il provider che ospita la nostra libreria online, di rimuovere la pagina dedicata al libro Sionismo e nazismo facce della stessa medaglia, di Francesco Lazzeri, da noi edito nel 2025. La richiesta è stata inviata al provider dall'Associazione Italiana Avvocati e Giuristi Ebrei e CoDe RTDSrl con la motivazione che “il contenuto è segnalato come incitamento o approvazione della violenza; incitamento all'odio e contenuti discriminatori su basi etniche o religiose, con particolare riferimento alle narrazioni antisemite; negazione o grossolana banalizzazione della Shoah; disinformazione che contribuisce alla diffusione dell'odio o alla giustificazione della violenza”.

Si tratta con tutta evidenza di una richiesta intimidatoria, intentata strumentalmente da soggetti provocatori, con lo scopo ultimo, probabilmente, di ottenere una causa civile attraverso la quale chiedere aleatori “indennizzi” in denaro.

Come editori siamo impegnati da trentasei anni a combattere l'odio e la discriminazione su basi etniche o religiose, e in questo quadro, il libro “Sionismo e nazismo facce della stessa medaglia” documenta come gli ebrei siano stati, nel corso della storia, vittime  del sionismo oltre che del nazismo (e in generale dei Paesi europei). In un tempo storico in cui la propaganda israeliana viene quotidianamente alimentata per impedire legittime critiche all'operato dello Stato di Israele, e a ridosso della discussione, nel parlamento italiano, del ddl che mira a equiparare l'antisionismo all'antisemitismo, non ci stupisce che venga presa di mira la pagina online del libro di Francesco Lazzeri, con il quale vi invitiamo a organizzare incontri in presenza per parlare della sua preziosa ricerca storica.

Tenuto conto che

a)                  in questo momento storico chi esercita  fisicamente violenza e odio al di fuori di qualsiasi dirittointernazionale è sotto gli occhi di tutti nella cronaca di ogni giorno;

b)                 la discriminazione su base etnica o religiosa in questo momento è in atto fisicamente contro ipalestinesi e gli islamici, peraltro anch'essi provenienti da popolazioni di lingua semitica;

c)                  le radici dell'attuale regime di apartheid, di pulizia etnica e di pratiche genocidarie messe in attoda Israele risalgono all'ideologia sionista;

d)                 non si può considerare disinformato un lavoro che presenta 58 pagine di fonti documentarie e dibibliografia di testi riconosciuti in tutto il mondo come testi di qualità

chiediamo a tutti e tutte di non dimenticare la Palestina e le indicibili violenze di cui sono ogni giorno bersaglio i palestinesi di ogni età e genere, affermando con forza in ogni sede il loro diritto alla resistenza e all'autodeterminazione.

 

 

Spegniamo subito il rogo sionista dei libri  

(da Osservatorio Repressione)

 

Scrittori, docenti, editori e lettori contro l’attacco a Sensibili alle Foglie e il DDL Romeo: difendere la libertà di criticare il sionismo e sostenere la Palestina.

Come scrittori, ricercatori storici, poeti, editori, lavoratori dell’editoria, docenti, lettori esprimiamo il nostro più acceso dissenso e la più forte opposizione possibile al Disegno di legge S. 1004, noto come DDL Romeo.

Questo editto repressivo non è volto soltanto a tacitare ogni critica e mobilitazione dei movimenti sociali e politici nei confronti del colonialismo genocidario israeliano, ma a criminalizzare, rimuovere, cancellare ogni opera d’indagine storica, filosofica, antropologica, letteraria, lirica che avversi l’ideologia sionista fondata su razzismo, apartheid, e scientifico sterminio dei palestinesi e degli arabi che non accettano l’occupazione e l’esproprio della propria terra e delle proprie vite.

Esprimiamo vicinanza e solidarietà all’autore Francesco Lazzeri e a Sensibili alle foglie editore per la comunicazione minatoria di messa all’indice del libro “Sionismo e Nazismo facce della stessa medaglia – Un connubio storico pericoloso dalle nefaste e attuali conseguenze” da parte dell’Associazione Italiana Avvocati e Giuristi Ebrei.

Ci è ben chiaro che questa vicenda rappresenta un primo passo da parte dei poteri sionisti italiani dominanti di estrema destra (area di governo) e di centro (Partito Democratico) per strappare ai lettori e bruciare tutti i libri pubblicati e in pubblicazione che descrivano e raccontino la verità sull’occupazione e il genocidio, dapprima strisciante e da tre anni conclamato e rivendicato, subiti da quasi un secolo dal popolo palestinese da parte dei coloni israeliani.

Sappiamo molto bene che associazioni come quella che ha inviato la missiva intimidatoria a Sensibili alle Foglie dovrebbero definirsi “sioniste” o “amiche d’Israele”. Senza scomodare l’ebraismo che viene utilizzato strumentalmente come scudo per giustificare la risibile accusa di razzismo nei confronti di autori ed editori da sempre impegnati fino all’ultima stilla d’energia contro tutte le discriminazioni etniche, razziali e religiose.

Siamo perfettamente a conoscenza che esistono sulle scrivanie di simili realtà liberticide liste di scrittori, case editrici da denunciare e processare, e soprattutto di libri da mettere al macero per cancellare la memoria storica dei crimini israeliani contro l’umanità in ogni angolo del Vicino Oriente, la memoria storica del popolo palestinese, e di chi sostiene incrollabilmente alle nostre latitudini la sua Causa e la sua liberazione.

Non abbiamo dubbi che questo attacco a Lazzeri e Sensibili alle Foglie rappresenti un’apertura del fuoco ad alzo zero contro la cultura della verità, del dissenso, della resistenza a sostegno degli oppressi e degli ultimi. In modo da annientarla per sempre.

Questo appello per spegnere prontamente il rogo sionista dei libri vuole essere soltanto la prima azione per difendere senza tregua il diritto alla libertà di espressione e di creazione e il diritto di leggere, scrivere, pubblicare parole divergenti e di scontro contro il colonialismo genocidario israeliano e il totalitarismo che intende apertamente instaurare in Italia attraverso le sue dirette diramazioni, con la compartecipazione del governo Meloni e del Partito Democratico.

Prima che sia troppo tardi, invitiamo dunque a sottoscrivere immediatamente l’appello mandando una mail all’account controassedio@gmail.com CON OGGETTO “SPEGNIAMO SUBITO IL ROGO SIONISTA DEI LIBRI” E IL VOSTRO NOME, COGNOME, ATTIVITÀ UMANA (SCRITTORE, RICERCATORE STORICO, POETA, EDITORE, LAVORATORE DELL’EDITORIA, DOCENTE, LETTORE, ECC).

Filippo Kalomenìdis, scrittore e poeta

Silvia De Bernardinis, ricercatrice storica

Gian Andrea Franchi, scrittore, fondatore dell’Associazione Linea d’Ombra e docente

Lorena Fornasir, psicoterapeuta e fondatrice Associazione Linea d’Ombra

Nicoletta Dosio, autrice, militante politico NO-TAV, e docente

Maria Elena Delia, autrice e portavoce italiana Global Sumud Flottilla

Adriano D’Amico, scrittore

Elisabetta Cipolli, scrittrice 

Samantha Comizzoli, regista

Simone Capula, regista teatrale

Juri Di Molfetta, scrittore

Roberta Campagna, attrice e autrice teatrale

Domenico Castaldo, attore e drammaturgo

Alessandra Dell’Atti, attrice

Luana Farina Martinelli, poeta

Anna Leone, poetessa

Anna Emanuele, scrittrice

Maria Grazia Gagliardi, scrittrice

Iain Chambers, scrittore e ricercatore indipendente, già ordinario di Studio Coloniali e Postcoloniali del Mediterraneo, presso Università di Napoli, l’Orientale.

Maria Rita Mancaniello, professore associato in Pedagogia Sociale, presso Università di Siena.

Fabrizia Baldissera, professore associato in pensione

Giovanna Campani, antropologa

Luciano Blasco, antropologo

Vincenzo Morvillo, giornalista e critico

Rete Nazionale “La Scuola per la Palestina”

Ingrid Anastasia Pedrazzini, docente

Daniele Simonelli, docente

Federica Cresci, docente

Fabio Loi, docente

Viviana Faedda, docente

Leonardo Ferrandino, docente

Francesca Frascaroli, docente

Maria Gaia Merra, docente

Maria Saba, ex docente

Maria Antonietta Scanu, lavoratrice dell’editoria

Mattia Uzzau, lettore

Mauro Morello, lettore

Pacifico Saber, lettore

Cristina Fabbri, lettrice

Gabriella Martis, lettrice

Giovanna Pirino, lettrice

Rosa Sallustio, lettrice

Gianluca Venturini, lettore

Luca Servino, lettore

Gaia Marescotti, studentessa Scienze Politiche e Relazioni Internazionali e lettrice

Cinzia Delle Pezze, operatore socio-sanitario e lettrice

Gabriella Fragiotta, lettrice

Giuliana Sponza, lettrice

Maria Teresa Audisio, lettrice

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