sabato 8 agosto 2026

I miliardari all’attacco dei diritti umani - George Monbiot


Niente più resistenza negli Stati Uniti. Fine dell’era dei diritti umani e dissenso vietato. Questo è ciò che vogliono alcuni miliardari e i loro tirapiedi, e questo è ciò che stanno cercando di ottenere in tutto il mondo. Se non resisteremo, se il nuovo primo ministro britannico sarà debole e manipolabile come il precedente, è ciò che avremo. Siamo sulla buona strada.

I governi che si sono susseguiti negli ultimi anni nel Regno Unito hanno ceduto a una campagna globale per sopprimere le nostre libertà fondamentali, condotta da oligarchi e multinazionali con l’aiuto dei mezzi d’informazione che controllano e dei centri studi spazzatura che finanziano. Questa campagna globale è diventata il marchio di fabbrica del secondo mandato di Donald Trump.

Nel corso di un vertice internazionale organizzato dal governo degli Stati Uniti all’inizio di luglio, alcuni esponenti dell’amministrazione Trump – Marco Rubio, Stephen Miller e Scott Bessent – hanno spiegato di aver reindirizzato il lavoro dell’antiterrorismo dal jihadismo alla “sinistra radicale”. La maggior parte degli esempi che hanno citato per giustificare la svolta risalivano a più di trent’anni fa. Sono dovuti tornare agli anni settanta del novecento per trovare esempi sufficientemente minacciosi. Quando si dice raschiare il fondo del barile.

Analogie inquietanti

Senza produrre uno straccio di prova, Rubio, il segretario di stato, ha affermato che il governo cubano è “indissolubilmente legato a gruppi e movimenti di estrema sinistra in tutto l’occidente e anche oltre”. La settimana successiva il dipartimento di stato ha cercato di giustificare questa dichiarazione pubblicando un rapporto in cui, con stratagemmi tra l’inconsistente e il ridicolo, tentava di collegare al governo cubano parlamentari, giornalisti e attivisti di sinistra.

Si tratta di una strategia consolidata, usata abbondantemente dai nazisti, tra gli altri: secondo questi ultimi tutti i dissidenti facevano parte, per definizione, di un complotto comunista internazionale. Anche la Germania nazista, come Rubio, sosteneva inoltre che “è arrivato il momento di distruggere per sempre le forze del male”.

Ma le analogie con il nazismo non finiscono qui. Miller, vicecapo di gabinetto di Trump, ha fatto la seguente affermazione: “Nessuno di quelli che manifestano sembra una persona normale. Nessuno. Sono tutti in qualche modo deformi, nell’aspetto, nel vestiario o nel comportamento. Le loro caratteristiche esteriori riflettono il rancore che covano dentro”. Sono sorpreso che non abbia usato la parola tedesca “untermenschen” (esseri inferiori, ndr). Il governo statunitense, secondo Miller, promuove invece “una vita normale, sana e ordinata”.

Ma la cosa che mi ha colpito di più è stato l’attacco di Miller al principio della jury nullification (assoluzione per volontà della giuria, ndr), in base al quale, secondo lui, le giurie popolari assolvono persone “chiaramente colpevoli”. Da anni governi illiberali e giudici conservatori di tutto il mondo si battono per cancellare questa prerogativa delle giurie popolari (che possono assolvere imputati ritenuti colpevoli quando considerano una determinata legge ingiusta o troppo severa, ndr). L’abbiamo visto nel Regno Unito con il processo a Trudi Warner e altri, accusati di aver esposto cartelli che enunciavano un antico principio del diritto inglese: “I giurati hanno il diritto assoluto di assolvere un imputato secondo coscienza”.

Lo stiamo vedendo ancora con l’incredibile incriminazione dell’avvocato Rajiv Menon KC, che aveva ricordato questo diritto ai giurati durante il processo agli attivisti di Palestine action. Menon è diventato il primo avvocato nella storia inglese a essere incriminato per oltraggio alla corte per i contenuti della sua arringa finale. In caso di condanna rischia fino a due anni di prigione e la radiazione dall’ordine. Penso sia ragionevole dire che incriminare un avvocato per aver difeso i suoi clienti corrisponda alla definizione di stato autoritario.

L’abbiamo visto anche nell’attacco di Keir Starmer (ex primo ministro laburista, ndr) ai processi con giuria popolare, che ha avuto come risultato la limitazione, senza alcuna giustificazione, della nostra più solida garanzia contro le ingiustizie.

Starmer è stato un capo di governo debole, senza una chiara visione, facilmente condizionabile da qualsiasi lobby statale o aziendale. Non ha saputo opporre alcuna resistenza a una campagna internazionale ben finanziata e molto efficace. Una rete finanziata da multinazionali e miliardari, che comprende tra gli altri l’American legislative exchange council, sta mettendo a punto “modelli normativi” da testare in paesi amici. Se funzionano, la rete si attiva affinché siano adottati altrove. Il risultato è un attacco costante al nostro diritto di manifestare, all’uguaglianza politica e a un pianeta abitabile.

Una lunga serie di leggi anti-protesta

L’offensiva globale contro i nostri diritti fondamentali è un obiettivo centrale delle destre. Il principio base è che il capitale, essendo transnazionale, deve poter stroncare le nostre obiezioni ovunque. La lunga serie di orribili leggi anti-protesta adottate nel Regno Unito è il risultato di una campagna coordinata portata avanti da centri studi spazzatura, mezzi d’informazione e altri governi. Oggi nel Regno Unito ci sono centinaia di prigionieri politici ed è possibile essere condannati a sei mesi di prigione per aver marciato con passo lento per strada.

Queste leggi repressive hanno raggiunto il culmine, almeno finora, con una normativa approvata dal parlamento ad aprile che permette alla polizia d’interrompere qualsiasi protesta che a suo parere abbia un “impatto cumulativo” sulla comunità. Nel corso della storia le uniche proteste che hanno raggiunto i loro obiettivi sono quelle che hanno avuto un “impatto cumulativo”. In sostanza, le proteste sono considerate accettabili solo quando sono inutili. I cittadini sono liberi di dire quello che vogliono, purché la loro voce non arrivi alle nostre orecchie.

Le nuove leggi sono state accompagnate dalla vecchia strategia, tradizionalmente associata ai regimi fascisti, che consiste nel calunniare i dissidenti etichettandoli come terroristi. Come ha sottolineato l’ong per i diritti umani Liberty, la definizione di terrorismo è stata ampliata fino a includere forme di protesta in precedenza pienamente accettate. È questo che ha permesso al governo Starmer di mettere al bando Palestine action.

Il giudice Jeremy Johnson, che ha incriminato Menon per oltraggio alla corte, è stato anche il primo a fare ricorso, nello stesso processo, ai poteri straordinari inseriti senza clamore dai conservatori nel testo del Sentencing act del 2020. Questi poteri permettono a un giudice di condannare un imputato per reati diversi rispetto a quelli per cui è stato incriminato. I quattro attivisti di Palestine action erano accusati di reati comuni. Tuttavia, senza informare la giuria, Johnson ha evocato una “connotazione terroristica” e li ha condannati per reati di terrorismo, che ovviamente comportano pene molto più severe.

Il suo esempio è stato subito seguito da un collega: altri manifestanti per la Palestina che avevano spruzzato vernice rossa e rotto i vetri di una filiale della Barclays Bank rischiano di essere condannati per terrorismo, anche se né loro né i giurati erano stati informati di questa possibilità durante il processo. Questo implica, naturalmente, che non hanno avuto la possibilità di difendersi da quest’accusa più pesante.

Niente è più al sicuro di fronte a quest’offensiva coordinata contro l’umanità. Nessuno dei nostri diritti, per quanto antico e consolidato, è inespugnabile. Dobbiamo opporci adesso o rischiamo di perderli, forse per sempre.

(Traduzione di Francesco De Lellis)

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Contro Meloni una strategia già vista: non basta aspettare i barbari per sembrare civili - Marco Aime

Nella celebre poesia di Kostantin Kavafis Aspettando i barbari, tutto il popolo è riunito in piazza: le donne indossano i loro abiti migliori, i gioielli più ricchi, gli uomini hanno preparato grandi discorsi: “Che aspettiamo, raccolti nella piazza? / Oggi arrivano i barbari… / S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti. / Taluni sono giunti dai confini, / han detto che di barbari non ce ne sono più. / E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi? / Era una soluzione, quella gente”.

Versi che sembrano scritti apposta per descrivere la situazione della sinistra italiana, e non solo, che continua a svenarsi nell’attaccare le tante, tantissime nefandezze della destra di governo, senza però mai proporre una narrazione alternativa. È inutile criticare Meloni & C per le politiche sull’immigrazione, senza però mettere sul piatto qualche idea concreta su come affrontare questo fenomeno. Lo stesso vale per le accuse di sudditanza verso gli Stati Uniti, sacrosante, ma occorre avere una qualche idea di politica estera diversa. Non parliamo poi della posizione nei confronti dei conflitti internazionali, a proposito dei quali l’ambiguità della sinistra tra un pacifismo timidamente evocato e un appoggio condizionato alle forniture di armi, rende ancora più opaca la posizione del Pd.

Assistiamo alla riproposizione della strategia – perdente – contro Berlusconi, alla costruzione di una retorica che si limita ad attaccare l’avversario, finendo per scivolare sul suo terreno di gioco, nel farsi dettare l’agenda da lui, mossa che risulta inevitabilmente perdente. Se la sinistra si dimentica di essere sinistra e gioca con gli schemi della destra, la gente finirà per scegliere l’originale. Questo è uno scenario che abbiamo già visto. Non basta puntare il dito per indicare il cattivo.

La demonizzazione del nemico sta alla base di tutte le forme di accuse di stregoneria: immaginare che esista qualcuno di cattivo, diverso da noi, fuori dai nostri ambiti, per poterci pensare buoni. Così come i barbari servono a pensarci civili, i neri e pensarci bianchi e così via. Una strategia, peraltro, adottata molte volte in politica estera: quante volte abbiamo visto governi imbarcarsi in guerre o scontri dialettici con un ipotetico nemico, per fare passare in secondo piano i problemi interni? Dalle Falkland a Gaza l’elenco è lungo.

È questa la sindrome che colpisce la sinistra italiana e in particolare il Pd, ma è una sindrome monca, a metà. La costruzione dell’altro come icona del male dovrebbe servire a una costruzione speculare e opposta del “noi”, definito per sottrazione e pertanto migliore. Non è così e non lo sarà fino a quando non si riuscirà a proporre una visione diversa della società. Sembra che la parola “ideologia” sia diventata tabù, ma in fondo cos’è un’ideologia se non il sogno di un’umanità a cui aspirare? La politica, oggi, ha il fiato corto, è vero, ma è falso che sia finita l’epoca delle ideologie, delle grandi narrazioni.

La realtà è che c’è solo un’ideologia dominante ed è quella del capitalismo liberista, che nella sua versione più attuale, definita anarco-capitalismo, risulta quanto mai pericolosa per ogni forma di democrazia. Se la sinistra non è capace, dimenticando Blair e la terza via, di immaginare un futuro diverso, una società fondata su valori che non siano solo l’utilitarismo, se si limita ad attaccare le manifestazioni più teatrali della destra, senza colpirne i contenuti, la battaglia è persa.

Diritti, uguaglianza, solidarietà: sono questi i terreni su cui bisogna costruire una visione del domani condivisa, che parta dai giovani, che restituisca dignità al lavoro e soprattutto che si batta per dei diritti collettivi di tutti, non solo delle minoranze. La frammentazione della domanda di diritti indebolisce ogni sforzo, ma soprattutto occorre ripartire dal principio che tali diritti non sono dovuti solo perché ci si considera discriminati, oppressi, minoranza: sono dovuti perché è giusto, perché stanno nella nozione fondamentale di umanità. Ed è questa nozione che deve fare da timone a una sinistra che si voglia proporre come alternativa al modello dominante.

Non basta aspettare i barbari per sembrare civili, come non basta attaccare la destra, per essere di sinistra.

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venerdì 7 agosto 2026

Restare umani: la forma più alta di ribellione al mondo distopico di oggi - Alberto Bradanini

 

1. Viviamo una stagione pericolosa, ormai ne hanno coscienza persino quelli che ne traggono i maggiori benefici, i satrapi della finanza globalista, terrorizzati all’idea di dovervi rinunciare per eccesso di cupidigia. Individui orrendi, che trasudano miliardi trafugati all’umanità sofferente con i trucchi che chiamano banche private (o pubbliche, ormai non v’è più differenza), libera esportazione di capitali, finanza creativa e da qualche tempo intelligenza (sì proprio così), seppure artificiale, un aggettivo quanto mai qualificativo.

Il veleno che ogni istante assorbiamo al contatto con tali immondi signori non merita il termine di informazione e tantomeno conoscenza, ma solo frastuono sconnesso di senso che frantuma emozioni, crescita personale, avventura. Intendono sottrarci la gioia dell’apprendimento, dell’esperienza umana mai paga degli orizzonti raggiunti, dell’impegno a socializzare, del riflesso sui bisogni dell’altro, del fascino incommensurabile dell’interazione con altri esseri umani.

Si tratta di individui che, nella modulazione di forme e temperamenti, conoscono solo la menzogna metodica, talora inconsciamente incorporata, che rimbalza su di noi con dosi massicce di propaganda. L’obiettivo è noto: distrarre l’attenzione etica e sociale, tenerla lontana dal nocciolo della questione (democrazia partecipativa ed equità distributiva), frantumare la coscienza di un popolo con TV e cellulari h24.

È così che quella minoranza di cittadini ancora sana di mente rischia la caduta in depressione ogni volta che s’imbatte nel volto o nel lessico di uno qualsiasi dei governanti - nazionali, euroi-nominati o sovrani atlantici.

I responsabili degli orrori che ci circondano hanno un nome e cognome: l’impero statunitense e le sue agenzie di intelligence, che disponendo di risorse immense - attraverso lusinghe, promesse, corruzione, minacce e se non basta violenze e conflitti palesi e occulti, senza differenza sostanziale tra amici e nemici – stanno distruggendo il tessuto che tiene in piedi l’impalcatura giuridica, morale, geopolitica ed economica internazionale. Con Impero Usa non s’intende beninteso i 340 milioni di abitanti degli Stati Uniti, anch’essi in prevalenza politicamente analfabeti e sfruttati come molti altri. Ma intendiamo quello 0,1% che controlla i gangli finanziari, militari e mediatici del sistema. Questi sono il nemico numero uno di noi tutti abitanti del pianeta Terra.

Non si addentreremo sui sentieri argomentativi di tale asserzione apodittica, nella presunzione che essi siano ben noti a che legge, rilevando qui solo la necessità di ripeterlo, affinché le cose note siano davvero conosciute. E se rapporti di forza lasciano oggi poche speranze, come in tanti aspetti dell’esistenza umana è la consapevolezza a far la differenza.

Nelle lancinanti contingenze attuali, l’Occidente a guida Usa (non ne esiste un altro) ha bisogno come il pane di nemici, per catalizzare al suo servizio l’ontologia di un orizzonte assiologico fabbricato per popoli deculturati: in Europa la sua icona si materializza nei cosacchi russi intenzionati ad abbeverare i cavalli sotto l'Arco di Trionfo; in Asia Occidentale essa prende corpo nel miraggio della Bomba iraniana che gli Ayatollah, una volta acquisita, scaglierebbero contro Israele, dimenticando che verrebbero a loro volta polverizzati in sequenza immediata (la storia è piena di re e dittatori che considerano i nemici dementi, oltre che radicali); e in Estremo Oriente nel socialismo con caratteristiche cinesi, quell’inedito modello alternativo al capitalismo plutocratico anglo-atlantico ormai frantumatore di ricchezza anche al proprio interno, oltre che di pace e umana convivenza tra i popoli del mondo.

Ormai, anche i piccioni del duomo di Firenze sanno che codesti signori sono usciti di testa, pronti a distruggere ogni barlume di quella civiltà giuridica, etica e umana che la comunità delle nazioni aveva inteso edificare all’indomani della macelleria del secondo conflitto mondiale.

Mentre in Italia i cosiddetti rappresentanti del popolo (Destra e Sinistra si contendono i seggi in ogni livello e grado sulla scorta della loro abilità a intrattenere il pubblico assonnato sul divano dopo cena) sottraggono le poche risorse al bene pubblico per consegnarle ai produttori di armi e ai generatori di morte, mentre i cittadini vengono derubati del frutto del loro lavoro. Nel 2025 il 22,6 % degli italiani (13.265.000 persone) era esposto a povertà, grave deprivazione materiale/sociale o a lavori precari e sottopagati.

Nell’arena internazionale, la verbosità di un instabile ottuagenario, incoronatosi sovrano dell’universo, fa rabbrividire otto miliardi di individui. Il Re Solo, insensibile alle atrocità che commette o consente contro palestinesi, venezuelani, iraniani, libanesi e chiunque non si pieghi ai suoi ignobili capricci, non si fa scrupolo di esporre il pianeta persino all’olocausto nucleare per difendere i privilegi della sua cerchia malata, quel citato 0,1% che ingloba il peggio del sistema solare.

Tale individuo, sintesi metastatica di un sistema che prima di giungere a fine corsa ce ne farà vedere di tutti i colori, oltre a curare le sue palesi patologie senili, potrebbe moderare l’ira funesta dei suoi occhi infuocati immergendosi nei tramonti di qualche iconica isola dei Caraibi (magari non proprio quella!), dove trascorrere il resto dei suoi giorni, risparmiando al pianeta ulteriori patimenti e devastazioni. Certo, è verosimile che con il suo successore potrebbe persino andar peggio (occorre sempre, come sappiamo de-personalizzare), eppure se disponessimo della miracolosa lampada di Aladino tenteremmo comunque la sorte.

 

2. Insieme alla follia di chi siede sul trono, la sopravvivenza del genere umano è oggi minacciata da altri pericoli esiziali, la concentrazione di ricchezza in poche mani e l’olocausto nucleare, tra loro intrinsecamente intrecciati: i conflitti imperialistici, in Ucraina e nel Golfo, sono tutt’altro che sedati e la loro possibile escalation nucleare è affidata a decisori che si infischiano della volontà dei popoli. Al recente Nato in Turchia (7-8 luglio scorsi), la Presidente del Consiglio italiana, prona davanti ai vergognosi schernimenti dall’alleato padrone, porta i compiti fatti in casa (2,8% del Pil per le armi, +18 mld entro il 2028, rispetto ai 45,3 mld del 2026), un incremento gigantesco e insieme una vergogna di cui va fiera, mentre i nostri ospedali boccheggiano. Ma le sanguisughe imperiali d’oltreoceano esigono il 5% e il più in fretta possibile, secondo i deliri di un anziano satrapo incaricato di rimpinguare le tasche già piene di chi l’ha fatto eleggere.

La rivoluzione, diceva Gramsci, comincia sotto casa e la storia è maestra di sorprese, non solo di vita. Nostro compito è di essere pronti, non si sa mai. La democrazia (demos – kratos: potere del popolo) è un simulacro. Le elezioni sono solo un metodo di selezione di esecutori fungibili, maschere di carattere, indifferenti ai bisogni del popolo, che in cambio di denari e carriere hanno venduto l’anima al demonio. Il deterioramento intellettuale delle classi dirigenti, ancor più di quelle politiche, è una realtà che non chiede evidenze. Nel cosiddetto Occidente, chiunque può fare il Ministro/Presidente, non è richiesta alcuna etica, competenza, comprensione del mondo, solo obbedienza ai detentori del potere reale (il grande capitale), che selezionano i più scaltri e i più servili, per inserirli giù per li rami nei ranghi di servizio: quello politico (che cura l’ordine sociale al servizio del privilegio), quello mediatico (gestore della Macchina della Menzogna) e quello accademico (incaricato d’illustrare ai semicolti il funzionamento del mondo). Le eccezioni esistono beninteso, e sono preziose, ma ahimè non fanno la differenza, mentre la maggioranza si lascia stordire davanti a TV e smartphone.

Una tribù di funzionari con simili caratteristiche opera sia nel Paese che nella cosiddetta Unione Europea. Sfugge a molti quanto la distruzione di questa gabbia sia precondizione per qualsiasi palingenesi e recuperato benessere per il mondo del lavoro, avendo essa usurpato prerogative essenziali della statualità dei paesi membri. L’Unione è un’entità autogestita da burocrati ineletti, superpagati, non-democratica, cresciuta con sotterfugi all’insaputa dei cittadini, con il fine di sottrarre lavoro e benessere ai popoli europei, (in particolare ai più sprovveduti, come quello italiano) a favore del Grande Capitale globale.

Quando sono stati consultati – solo francesi e olandesi, nel 2005 – i popoli hanno votato contro, portando i satrapi di Bruxelles, con il gioco delle tre carte, a trasformare la cosiddetta Costituzione Europea nel famigerato Trattato di Lisbona (che non richiedeva referendum), ancor più scellerato di quello di Maastricht, col quale si pensava di aver raggiunto l’ultimo cerchio dell’inferno euroinomane.

In ogni classifica UE: industria, commercio, infrastrutture, istruzione, energia etc., l’Italia occupa la parte bassa, spesso l’ultima posizione. Nel 2025 (a 32 anni dall’entrata in vigore di Maastricht) nel nostro Paese i salari avevano un potere d’acquisto inferiore del 12% rispetto al 1991. Lontani i tempi quando, regnando la gloriosa Lira, l’Italia era la quarta potenza economica mondiale (prima pagina del Corriere della Sera, 16 maggio 1991). Nel 1991, Italia e Germania avevano salari simili. Nel ‘25 Germania +28%, Paesi Bassi +35%, Francia +22%, Spagna e Portogallo +18% e via dicendo, persino la Grecia + 2%. Non è un caso che il gap inizi a cavallo del secolo, con l’introduzione dell’euro, moneta nazionale gestita da entità extranazionali per interessi altrui (BundesbankBanque Nationale de France e più su Wall Street e City di Londra, gli altri come si dice fanno volume).

In compenso, sul piano istituzionale va peggio, la Commissione di non-eletti prepara le leggi (in complicità con le corporazioni transnazionali che hanno gli uffici di fronte) e dopo un passaggio formale da un finto parlamento che non dispone di iniziativa legislativa, il Consiglio (cioè i governi) le approva, nei fatti solo e sempre se Francia e Germania sono d’accordo. La Banca Centrale, infine, si occupa per statuto solo di contenere l’inflazione, ma non di far crescere l’economia e lottare contro la disoccupazione (non sia mai!), come ogni altra banca centrale, inclusa la Federal Reserve; insomma, una montagna d’insulti.

Sul fronte politico, infine, si tocca il fondo: un’aggregazione di cervelli che pare aliena alla natura umana. La presidente della Commissione proviene dal paese che ha scatenato due guerre devastanti (17 milioni di morti la prima, 60 la seconda), e che investe 1000 mld di euro sul riarmo (nascostamente, anche nucleare): non c’è due senza tre! L’estone Kaya Kallas (pomposamente denominata Alta Rappresentante per affari esteri e sicurezza) sembra uscita da un libro di storia della demenza attraverso i secoli. La sua capacità di analisi è equiparabile a quella delle aringhe del mar Baltico con le quali deve aver condiviso i primi vagiti. La questione sarebbe di minima rilevanza, se costei non parlasse anche a nostro nome, contribuendo a depredarci e trascinarci in guerra al servizio dei citati interessi, oltre che dei suoi. Ma a Bruxelles, i paesi baltici vantano anche il lettone Dombrovskis, Commissario per l'Economia e Produttività e il lituano Kubilius, Commissario per Difesa e Spazio. Morale: un cittadino europeo normodotato si chiede: com’è possibile che a tali modesti individui di tre paesi insignificanti (insieme hanno gli abitanti del Lazio) siano affidati incarichi di tale rilevanza? La ragione in realtà è banale: si tratta di marionette selezionate esclusivamente sulla scorta della propensione a servire le corporazioni globaliste e il direttorio franco/tedesco, che in Europa decide sulle questioni che contano.

Ora, se alla luce di ciò qualcuno dovesse ritenere che l’Unione Europea sia un fallimento o che sia destinata, prima o poi, a spiccare il volo verso i chimerici Stati Uniti d’Europa, farebbe bene a farsi una doccia. L’Ue è un grande successo così com’è, certo non per i popoli desovranizzati e depauperati, ma per coloro che l’hanno concepita e modellata nell’attuale configurazione, quale icona indemolibile della religione euroinomane.

La chimera di una futuribile Federazione Europea, secondo un altro lessico distrattivo - che sarebbe per noi la disgrazia massima - non vedrà mai la luce: nessuna personalità europea che conta del resto ha mai avanzato tale ingenua proposta, cui credono solo i piùeuropei presenti in massa in ogni partito della Penisola, oltre alle anguille del Delta del Po. La ragione è semplice: assenza del sottostante, vale a dire un popolo europeo, che porterebbe con sé il principio di solidarietà. L’ipotesi che le regioni ricche (Germania e satelliti, scandinavi, etc.) trasferiscano parte della loro ricchezza a quelle in ritardo (come in Italia, tra Nord e Sud) provocherebbe una catena di rivolte: i popoli non si costruiscono a tavolino, essendo frutto della storia, comuni battaglie, vinte o perse, sensibilità, lingua, religione e via dicendo.

 

3. Per immaginare un’alternativa occorre entrare nel regno dei sogni. Poiché politica estera e domestica sono intrecciate, la prima condizione è quella di tornare padroni a casa propria. Senza sovranità, prima o poi si perde anche benessere e sicurezza. Già nel ‘500 Niccolò Machiavelli affermava che la sovranità richiede due condizioni, non avere soldati di un altro paese sul territorio ed essere padroni della propria moneta.

L’Italia è avviluppata in un duplice livello di asservimento: a) quello economico-finanziario nei riguardi delle oligarchie del Nord Europa, a loro volta asservite al capitale anglo-atlantico: b) quello politico-militare nei riguardi degli Stati Uniti, che si servono della nostra Penisola come di una portaerei US Navy, violando accordi palesi, segreti, scritti o non scritti, come fanno del resto ovunque, a loro comodo.

Tecnicamente, il nostro Paese non è una colonia, ma un protettorato. Le colonie sono guidate da un governatore nominato, solitamente inviso alla popolazione locale. I protettorati sono invece guidati da finte dirigenze nazionali, più digeribili, ma astutamente selezionate per fare gli interessi della potenza colonizzatrice, non quelli della propria gente.

Per assicurare un avvenire a figli e nipoti una dirigenza degna del nome dovrebbe cogliere l’occasione dell’effervescenza in atto sulla scena internazionale per voltare pagina. Dopo aver dismesso la livrea da maggiordomi con la quale per decenni abbiamo servito il bellicismo imperiale e il capitale globalista, partecipando a guerre altrui (Iraq, Afghanistan, Libia, Serbia, ora Iran e chissà cos’altro), il governo dovrebbe annunciare che l’Italia intende uscire da Ue e Nato, e vuole Nato e Usa fuori dall’Italia. Un sogno certo, e poi si tratta di rischiare la vita, l’esistenza resta comunque breve.  

Con gli Stati Uniti – non abbiamo dimenticato il monito di H. Kissinger (pericoloso essere nemici degli Usa, fatale esserci amici) – andrà negoziata la chiusura delle loro basi, a partire da quelle nucleari, che lungi dal difenderci da presunti nemici ci rendono ancor più un bersaglio in caso di conflitto.

Il nostro Paese deve puntare alla neutralità, dialogare con l’Europa su basi paritarie e quindi volgere lo sguardo al Sud, i Brics in particolare, che insieme ad altre aggregazioni, sono già il motore pacifico e produttivo del pianeta, oltre che di riscatto per i paesi poveri e indifesi. Nessuno minaccia l’Italia, circondata com’è da paesi amici, mentre quelli lontani, Russia, Cina, Medioriente, non hanno certo interesse o intenzione di aggredirci. Tornata libera dalle catene euro-atlantiche, al centro del Mediterraneo, l’Italia diverrebbe una calamita di aggregazione tra tre continenti, Asia, Europa e Africa, tra culture, civiltà, commerci, interazioni di ogni genere, contribuendo finanche alla stabilità dei territori turbolenti che si affacciano su quello che un tempo chiamavamo Mare Nostrum.



4. La guerra. Che la Russia non intenda arrivare né Lisbona né a Berlino è noto anche ai coccodrilli dell’Amazzonia. Ma che una potenza militare che dispone di 6000 testate nucleari prima di essere sconfitta farebbe saltare i connotati ai suoi nemici, continua a sfuggire alle residue cellule grigie dei nostri pretesi governanti.Schiere di analisti imperiali riconoscono che la pianificazione della guerra in Ucraina, con l’obiettivo dissanguare e saccheggiare la Russia, è opera della velleitaria onnipotenza statunitense. L’impero, con i camerieri europei incaricati di dissanguarsi per comprare armi made in Usa, sta finendo i soldi e punta a reindustrializzarsi con l’industria delle armi, distruggendo cinicamente altre vite umane e infrastrutture nella disastrata Ucraina. La Russia, poi, grande e ricca com’è, rimarrà in ogni caso una preda potenziale, oltre che un ostacolo oggettivo, insieme alla Cina, al dominio imperiale. E tutto ciò non è certo interesse degli europei e di noi italiani.

L’aggressione alla Russia, infine, somiglia a quella contro l’Iran, altro paese irriducibile, dove i rischi dell’olocausto nucleare sono altrettanto elevati: qui, capitali e ricatti dello stato sionista sulla politica imperiale puntano a imbrigliare gli Usa in un conflitto permanente, con il fine di frantumare e devastare la Repubblica Islamica, uno dei pochi paesi ancora stabili, sovrani e – crimine dei crimini! - sostenitore della causa palestinese.

 

5. Secondo l’ideologia dominante, la struttura della società è un dato di natura, che impone un’ontologia dell’immodificabilità, quell’inconscio convincimento che possa essere corretta - nulla è perfetto a questo mondo! - ma non certo modificata alla radice o capovolta. Si tratta di una variante di ideologismo di genesi nichilista che va combattuta con forza, perché impedisce persino di immaginare una possibile palingenesi.

Occorre invece che torni a risplendere la fiaccola della battaglia verso un mondo migliore, quel socialismo dal volto umano e comunitario, balenato sull’orizzonte della storia con la speculazione anticapitalistica del grande filosofo di Treviri. Riflettendo sulla relazione dinamica tra teoria e prassi, facendo rimbalzare a Occidente quel che funzione in Oriente o altrove, con uno sguardo perennemente innovativo all’evoluzione degli eventi, contenendo distorsioni e strumentalità, la luce di quella fiaccola potrà consentire di riprendere il cammino.

Nei limiti ontologici di approssimazione, rifuggendo da ogni rigidità e sulla scorta di una reciproca tolleranza, emergerebbero allora i contorni di una via italiana al socialismo, ovvero - parafrasando la terminologia sino-popolare – di un socialismo con caratteristiche italiane, basato su peculiarità storiche, sociali ed economiche.

Alcuni pilastri sono già acquisibili: nel mondo che sogniamo a ciascuno saranno garantiti i diritti economici essenziali (in primis, equa distribuzione della ricchezza e lavoro stabile per tutti) e l’accesso a una democrazia partecipata, con un ruolo centrale dello Stato in economia, cultura, educazione, tecnologia, e poi libertà di pensiero, associazione e altro. Le grandi imprese private saranno consentite solo se giudicate necessarie, ma non nei settori strategici e sempre sorvegliate dall’alto, affinché – loro eterna tentazione! - non travalichino nella sfera politica. L’esportazione di capitali sarà autorizzata dallo Stato solo per ragioni di pubblico interesse, altrimenti sarà vietata (com’era era in Italia fino agli anni ’90).

Tornati padroni a casa nostra, con lo Stato protagonista, insieme alla neutralità politica e militare, sarà quindi possibile ricostruire i beni collettivi oggi devastati, sanità, scuola, università e altre infrastrutture sociali e materiali, rovesciando quel crepuscolo economico, politico, demografico e di benessere, altrimenti ineludibile. Al termine della corsa, tra qualche anno o secolo, avrà preso corpo il secondo rinascimento italiano, che sarà preso a misura – insieme ad altre esperienze nazionali, v’è posto per tutti! – come una delle stelle polari del progresso etico e sociale dell’umanità.

Su tale proiezione, invito il lettore a trattenere il sorriso, o lo scherno. Se tuttavia oggi la scena del mondo non induce all’ottimismo e le chances di un cambiamento radicale sfiorano drammaticamente lo zero, il sogno di una società diversa resta insopprimibile nelle vene pulsanti di chi difende l’essenza costitutiva dell’essere umano.

Se il potere rende il mondo ogni giorno più distopico, allora noi diverremo ancor più umani, quale atto di ontologica ribellione, è la nostra unica speranza. E in qualità di esseri umani non permetteremo che la stagnazione intellettuale cancelli la coscienza dell’oppressione, dello sfruttamento e dell’alienazione – eterne insidie di ogni organizzazione collettiva. Nel nostro mondo a venire, tali offese saranno solo un mesto ricordo, cosicché la vita, con le sue letizie e le sue ferite, possa essere vissuta con reciproca, umana pietà, essendo essa null’altro che un bagliore fugace davanti all’eternità del tempo e all’infinito dell’universo.

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La diplomazia del bluff - Elena Basile

 

La guerra di attrito tra gli Americani e l’Iran procede a intermittenza, dimostrando come la superiorità militare e tecnologica della coalizione Epstein si scontri con la capacità iraniana di controllare i flussi energetici.

Attraverso Hormuz nel 2025 transitavano 20 milioni di barili, scesi nel 2026 a 14. Come testimoniato da diverse organizzazioni internazionali, il 20% della produzione mondiale di idrocarburi e prodotti petroliferi transita per lo stretto. Gli Houthi — che non sono solo dei proxy dell’Iran come vengono definiti nella narrativa occidentale, ma hanno una propria agenda mirata in particolare all’Arabia Saudita — hanno chiuso lo stretto di Bab al-Mandab, che collega il golfo di Aden al mar Rosso e, attraverso Suez, al Mediterraneo. L’importanza strategica è evidente e spiega come quelli che un tempo gli analisti occidentali definivano una “banda di guerriglieri” siano riusciti a difendersi dai bombardamenti di Riad e dal feroce blocco a cui erano sottoposti. Sono stati inoltre, prima della guerra contro l’Iran, la sola forza che, insieme ad Hezbollah, ha reagito militarmente al genocidio del popolo palestinese.

“Ambasciatrice, ma lei difende persino gli Houthi?!” Mi sembra di riascoltare Gasparri che, in un osceno dialogo con la sottoscritta nel programma Rai di Giletti, mi aveva posto scandalizzato la domanda con riferimento all’Iraq. Come si possono difendere i “subumani”, i musulmani, sunniti o sciiti che siano? Le razze e le religioni sono in auge soprattutto tra le forze politiche di destra. Uno scontro è in corso come nel Medioevo e bisogna schierarsi. Non è questa la diplomazia che ho studiato e ai cui principi mi attengo. La cooperazione e la mediazione con gli altri, per quanto diversi o nemici possano essere percepiti, sono nel nostro interesse nazionale e proteggono i beni comuni dell’umanità: stabilità e pace.

Gli americani hanno ripreso ad attaccare l’Iran senza avere chiari scopi strategici, se non quello, con una guerra prolungata e alternata a tregue, di indebolire l’Iran, alleato importante di Russia e Cina. Teheran resiste perché culturalmente la popolazione ha una familiarità con il dolore e la sopportazione della pena che non ha uguali in Occidente. Dopo 46 anni di sanzioni occidentali e la guerra con l’Iraq (1980/88), gli iraniani sono abituati al sacrificio. Sono inoltre una società avanzata: la classe dirigente, accademica, scientifica e politica non ha paragoni per competenza e preparazione con la nostra. Hanno una difesa missilistica potente e riescono a fabbricare nuovi missili durante il conflitto. Il controllo dei flussi energetici, che implica conseguenze catastrofiche per l’economia mondiale, fornisce all’Iran e agli Houthi una deterrenza significativa.

Il presidente Trump gioca con l’economia riuscendo, nell’altalena di attacchi e tregue, a realizzare profitti per il suo clan. In vista delle elezioni di novembre insegue i suoi fidati alleati della lobby di Israele, che gli hanno permesso di occupare il ruolo che detiene. Nel lungo periodo si augura di sfiancare l’avversario e di accontentare il potere bancario, pronto a prestiti eccezionali alle compagnie petrolifere in grado di impossessarsi delle materie prime del Paese sciita e di realizzare progetti energetici forieri di interessi vitali al sistema finanziario occidentale. Deve tuttavia restare cauto, in quanto gli alleati arabi stanno subendo le rappresaglie iraniane. L’intero sistema, basato sulla protezione militare di Washington e sull’investimento dei proventi petroliferi in dollari, ha mostrato la sua fragilità.

Si tratta di un gioco rischioso che, se andasse male, potrebbe mettere in crisi il sistema bancario internazionale. Il mercato occidentale, come nota l’analista Alex Krainer, ha perso le sue regole e la sua integrità. La crisi petrolifera, che è evidente persino nelle code alle pompe di benzina in Nord America, ha prodotto un paradossale abbassamento dei prezzi petroliferi. Secondo Krainer, il mercato è manipolato da interferenze esterne che alimentano la bolla speculativa e rendono probabile una crisi finanziaria.

Questo MOU (Memorandum of Understanding — un protocollo d’intesa d’indirizzo politico, formalmente non vincolante ma usato per tracciare linee d’accordo diplomatiche) purtroppo ha costituito uno dei tanti bluff a cui l’incompetente quanto malefica classe dirigente statunitense ci ha abituato. Si trattava di una capitolazione, di un riconoscimento sostanziale della vittoria iraniana. L’impero non accetta le sconfitte e trucca la realtà, riversando i danni e i rischi sui propri alleati. L’Europa, di fronte al Medio Oriente in fiamme, resta inerme: nessuna iniziativa diplomatica all’orizzonte. Fa mostra di una certa riluttanza a partecipare al conflitto. L’Italia è più esposta ed è costretta, malgrado i dinieghi di facciata, a fornire basi aeree e a permettere voli essenziali dal punto di vista logistico. Il Governo Meloni si arrampica sugli specchi per non ammettere di fronte ai propri cittadini una complicità di fatto nella guerra. Può ingannare l’opinione pubblica, forse, ma non certo l’Iran.

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giovedì 6 agosto 2026

ricordo di Francesco Guccini

 












12 canzoni di Francesco Guccini, secondo Luca Sofri



Pechino mette nel mirino i trust offshore dei super ricchi cinesi per recuperare gettito e ridurre le disparità -

 

Rubare ai ricchi per donare ai poveri. Non era esattamente questo che intendeva il presidente cinese Xi Jinping quando nel 2021 lanciò l’obiettivo della “prosperità comune” per ridurre le diseguaglianze sociali. Né è esattamente questo lo scopo della crescente stretta di Pechino sui capitali esteri. Sommate, tuttavia, le due politiche – se non basteranno ad alleviare la polarizzazione sociale – quantomeno serviranno a mettere in riga i “paperoni” cinesi.

A finire nel mirino dei “Robin Hood” di Pechino sono i trust offshore, strumenti giuridici e finanziari istituiti in una giurisdizione estera (spesso a fiscalità agevolata) in cui il disponente (settlor) trasferisce beni a un fiduciario (trustee) affinché li gestisca a beneficio di terzi. Finora sono stati spesso utilizzati dalle famiglie benestanti cinesi per eludere la sorveglianza normativa, evitare la tassazione, o semplicemente proteggere il proprio patrimonio dalla campagna anticorruzione di Xi.

Dal 24 luglio, muoversi nel torbido mondo delle strutture fiduciarie è diventato più difficile: secondo direttive del Ministero delle Finanze, i residenti cinesi che trasferiscono asset in trust esteri devono pagare un‘imposta sul reddito delle persone fisiche del 20% sui guadagni generati, indipendentemente dal fatto che i dividendi siano stati effettivamente distribuiti o meno. Il quadro normativo concede ai contribuenti 90 giorni per regolarizzare la propria posizione senza incorrere in ulteriori sanzioni. Ma non lascia scappatoie ai furbetti: le misure valgono anche per chi acquisisce la cittadinanza straniera o la residenza permanente all’estero, continuando a mantenere i principali interessi economici nella Repubblica popolare.

Per quanto in linea con le prassi internazionali, nel contesto cinese, le nuove regole segnano una svolta piuttosto importante. Come spiega al Fattoquotidiano.it l’avvocato Giovanni Lovisetti, esperto di operazioni di investimento tra Cina e Italia, mentre “la legislazione cinese da sempre impone la tassazione sul reddito mondiale dei residenti fiscali cinesi, l’applicazione pratica di queste norme ai trust offshore è sempre rimasta alquanto incerta. Il nuovo regime elimina molte ambiguità offrendo un quadro normativo piuttosto completo”.

Chiarezza innanzitutto, ma non va sottovalutata nemmeno l’ampiezza della manovra. Come spiega Lovisetti, infatti, le nuove misure disciplinano “tutte le strutture che pur non appartenendo tecnicamente alla categoria dei trust mirano comunque a raggiungere lo stesso risultato economico”. Questo – aggiunge l’esperto – lascia presagire un “impatto profondo” non solo sugli individui e sulle famiglie con patrimoni importanti. A risentirne saranno anche “tutte le società attive nel settore della gestione patrimoniale”, con contraccolpi ben oltre i confini della Cina continentale. Soprattutto a Hong Kong, dove i trust offshore rappresentano da tempo uno strumento privilegiato per gli imprenditori cinesi e i super-ricchi. In gioco ci sono centinaia di miliardi di dollari provenienti dalla mainland, che per decenni hanno sostenuto ogni settore – dal lusso all’immobiliare fino al mercato dei capitali – trasformando l’ex colonia britannica nel primo centro al mondo per i patrimoni offshore, titolo strappato alla Svizzera, secondo il 2026 Global Wealth ⁠Report del Boston Consulting Group.

La stretta sui trust offshore si inserisce nell’ambito di una drastica intensificazione del controllo sulla fuga di capitali, da due decadi già soggetti a restrizioni (il limite per il cambio o il trasferimento all’estero è di 50.000 dollari statunitensi per persona ogni anno). A giugno, l’Ufficio nazionale di controllo dei conti cinese ha scoperchiato diversi casi di evasione fiscale e carenze nei controlli presso autorevoli istituzioni finanziarie statali, compresi 348,36 milioni di dollari in tasse eluse da Bank of China. Funzionari stranieri, banchieri cinesi, gestori di family office e istituti finanziari hanno dichiarato al Financial Times di aver ricevuto istruzione di esaminare gli investimenti esteri dei cittadini più facoltosi per verificare se i redditi siano stati regolarmente dichiarati. Talvolta gli accertamenti scavano fino a venticinque anni fa.

Non sono disponibili stime ufficiali sull’ammontare dei fondi parcheggiati oltre frontiera da soggetti cinesi. Secondo l‘Institute of International Finance, solo nel 2025 a superare il confine è stata la cifra record di oltre 800 miliardi di dollari. In alcune circostanze ai numeri sono associati nomi importanti. Il South China Morning Post cita nello specifico le operazioni poco trasparenti condotte dal magnate dell’immobiliare Pan Shiyi e dalla moglie Zhang Xin. Due anni prima della quotazione in Borsa, nel 2005, la coppia aveva trasferito le quote del gigante del mattone Soho China in un trust alle isole Cayman. Più di recente ad attirare l’attenzione dei regolatori è stata la disputa ereditaria all’interno della famiglia di Zong Qinghou, il miliardario fondatore del colosso delle bevande Wahaha Group scomparso nel 2024, durante la quale i tre figli nati fuori dal matrimonio hanno chiesto il congelamento di un trust offshore del valore di quasi 2 miliardi di dollari controllato dal loro fratellastro.

L’azione di Pechino contro gli istituti fiduciari si inserisce in un più ampio rafforzamento della supervisione sugli investimenti esteri. A maggio, la Commissione cinese di regolamentazione dei titoli (CSRC) ha multato tre società di intermediazione, tra cui Tiger Brokers e Futu Securities International, per aver offerto illegalmente agli investitori nazionali l’accesso al trading di azioni estere. All’origine dell’inasprimento normativo ci sono motivazioni politiche ed economiche. Se nei primi anni Duemila la Cina ha consentito le strutture offshore per attrarre investitori stranieri verso le nascenti aziende tecnologiche del paese, oggi le condizioni sono cambiate. C’entra l’ascesa dei mercati finanziari di Shanghai, Shenzhen e Pechino ma non solo.

Con il rallentamento della crescita cinese, l’aumento della disoccupazione giovanile e la stagnazione dei salari, la dirigenza comunista deve cercare nuove fonti di legittimazione politica. Colpire le fasce più benestanti sembra una soluzione “populista” per imbrigliare le disparità sociali in rapido aumento. Lo conferma il coefficiente di Gini, lievitato da 0,45 nel 1995 a oltre 0,7 nel 2023, stando a una ricerca divulgata a marzo da Li Shi, preside dell’Istituto per la prosperità e lo sviluppo comune presso l’Università di Zhejiang. L’analisi dell’indicatore – che identifica con il valore 1 la massima diseguaglianza – evidenzia tra le cause un rallentamento della crescita del reddito familiare. Così, se per realizzare la “prosperità comune”, inizialmente Xi aveva chiesto il supporto delle big tech, ora il monito è stato esteso dalla cerchia ristretta di Jack Ma & Co. a tutti i ricchi del paese.

C’è poi una questione più squisitamente economica. La riforma dei trust arriva in un momento in cui tanto Pechino quanto le amministrazioni locali sono a corto di risorse. Il rallentamento della crescita ha portato a una diminuzione del gettito dell’imposta sul reddito delle società, mentre la persistente crisi del mercato immobiliare ha reso più difficile per i governi locali rabboccare le casse con la vendita dei terreni agli sviluppatori. Una pratica che fino a pochi anni fa rappresentava ben il 38% delle entrate fiscali totali.

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mercoledì 5 agosto 2026

Un nuovo attacco contro la Corte Penale Internazionale - David Hearst (*)


Non è una novità. Tutte le volte che la Corte Penale Internazionale comincia a chiedere conto ad Israele dei suoi crimini, scattano le rappresaglie. 

Era già successo in passato, con le minacce personali alla Procuratrice Capo, Fatou Bensouda, "rea" di aver istruito nel 2021 un'indagine sui crimini di Tel Aviv nei territori palestinesi occupati. Ora, con la destituzione di Karim Khan, la Corte riceve un'ulteriore bordata.

Karim Khan ha osato chiedere conto a Israele delle sue azioni, ed è per questo che è stato destituito

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Tra le numerose reazioni seguite alla fin troppo prevedibile destituzione del Procuratore Capo Karim Khan da parte della Corte Penale Internazionale, è emerso un post rivelatore.
È stato pubblicato da Danny Danon, ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, che ha messo in guardia il sindaco di New York Zohran Mamdani.

Mamdani aveva appena definito il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu un Criminale di Guerra che avrebbe dovuto essere arrestato al suo prossimo arrivo sul suolo statunitense, pur ammettendo di non avere i poteri per farlo.
Danon ha minacciato Mamdani di avere la stessa sorte di Khan. "Zohran Mamdani, prenda nota: usare Israele come arma politica non la proteggerà dalle sue responsabilità".

 

Danon ha ripetuto l'affermazione, che ora sembra essere stata confermata, secondo cui Khan avrebbe usato i mandati di arresto contro Netanyahu e il suo ex Ministro della Difesa per insabbiare le sue presunte molestie sessuali. Come appurato, Khan ha emesso i mandati, meticolosamente preparati, sei settimane prima ancora di essere a conoscenza delle accuse. Ma la verità e il giusto processo sono stati irrilevanti nella campagna durata 18 mesi per rimuovere Khan.

Questa campagna ha incluso un'inchiesta mediatica sul Wall Street Journal, Associated Press, The Guardian e, più recentemente, CNN.
Avvertimenti privati ​​da parte di David Cameron, allora Ministro degli Esteri, che gli disse che la Gran Bretagna avrebbe tagliato i fondi alla Corte Penale Internazionale e si sarebbe ritirata dallo Statuto di Roma se i mandati fossero stati emessi.
Senatori repubblicani che gli dissero: "Prendi di mira Israele e noi prenderemo di mira te", e l'essere stato pubblicamente nominato come sospettato, prima ancora di aver avuto la possibilità di difendersi, dal presidente dell'Assemblea degli Stati Parte, la finlandese Paivi Kaukoranta.


Un nuovo precedente

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In passato, Israele ha preferito operare dietro le quinte. Quando ha tentato di fare pressione sulla predecessora di Khan, la Procuratore Capo Fatou Bensouda, lo ha fatto con discrezione. L'ex Procuratrice ha descritto in un'intervista ad Al Jazeera un incontro con l'allora capo del Mossad, Yossi Cohen, in un hotel di New York durante una riunione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite.

"Era chiaro che non volevano che le indagini sulla situazione in Palestina continuassero", ha affermato. "Questo è il punto fondamentale".
Alla domanda se Cohen le avesse detto che Israele si sarebbe potuto "occupare" di lei e l'avesse avvertita che procedere avrebbe potuto compromettere la sicurezza della sua famiglia, Bensouda ha risposto: "Sì, l'ha fatto".

Ma questa campagna per rimuovere Khan ha creato un nuovo precedente. Israele si è assunto la responsabilità fin dall'inizio e non ha fatto alcun tentativo di nascondere a Khan stesso o al mondo esterno di essere dietro a queste accuse.

Ha inviato una squadra del Mossad all'Aja, dove Khan vive, per intimidirlo. Ha fatto pervenire messaggi a Khan tramite un avvocato britannico, sebbene quest'ultimo abbia dichiarato di parlare solo a titolo personale.

Infine, Netanyahu stesso ha "rivelato" che altre quattro donne si stavano preparando a testimoniare contro Khan. Questo è avvenuto poche ore prima che il Guardian affermasse che una seconda donna stava per farsi avanti.

 

La richiesta di Netanyahu non si è mai avverata.

Khan è rimasto fermo sulle sue posizioni e sulla sua convinzione che la Corte Penale Internazionale, tra tutti i tribunali, avrebbe rispettato il giusto processo. Quest'ultima fiducia potrebbe essere stata mal riposta.

Le accuse contro Khan sono state oggetto di indagine per oltre un anno da parte del l'Ufficio per gli Affari Interni delle Nazioni Unite, che ha formulato 137 conclusioni, nessuna delle quali configurava una condotta scorretta, tanto meno una condotta sessuale scorretta.

Le prove raccolte dal l'Ufficio per gli Affari Interni delle Nazioni Unite sono state poi meticolosamente esaminate da un collegio di tre giudici internazionali di alto livello nominati dalla Corte Suprema del Massachusetts.

Questo collegio giudiziario ha stabilito che le conclusioni dell'Ufficio dei Servizi di Controllo Interno "non dimostrano alcuna condotta scorretta o violazione del dovere" da parte di Khan. Hanno utilizzato gli stessi criteri probatori impiegati dalla stessa Corte Penale Internazionale.

A quel punto è iniziata una campagna da parte della stessa Assemblea degli Stati Parte per sabotare il rapporto redatto dai giudici che essa stessa aveva nominato.

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Un processo farsa

Per soffermarci sull'ultimo punto. Stiamo parlando di un tribunale.
In esso, i giudici vengono nominati per la loro abilità nel vagliare e valutare le prove.
Eppure, l'Ufficio politico, composto da ex diplomatici nominati dagli Stati membri, ha deciso di ignorare il parere legale dei propri giudici più anziani e di riaprire il caso in un tribunale farsa, tutto per conto proprio.
Immaginate quale sarebbe stata la reazione dei governi occidentali se il Presidente russo Vladimir Putin, contro il quale Khan ha emesso un mandato di arresto, avesse fatto la stessa cosa di Netanyahu per fare pressione sugli Stati membri della Corte Penale Internazionale. Ma la situazione è stata persino peggiore.

Per destituire Khan, l'Ufficio dell'Assemblea degli Stati Parte, l'organo di governo della Corte, ha dovuto negare a lui e ai suoi avvocati il ​​giusto processo, o addirittura qualsiasi processo.
Ciò includeva membri dell'Ufficio che dicevano privatamente alla denunciante e tra di loro che Khan era finito; che cambiava l'accusa per cui doveva essere licenziato senza sottoporgliela; e che modificava le regole di voto.
Margaretja Kassangana, diplomatica polacca e vicepresidente dell'Assemblea degli Stati Parte, incontrò privatamente l'accusatrice di Khan per discutere del caso prima che l'Ufficio deferisse la questione all'Ufficio per gli Affari Interni delle Nazioni Unite alla fine del 2024.
Un altro membro dell'Ufficio, l'ambasciatrice dell'Uganda Mirjam Blaak, fu sentita dire a un collega di credere che Khan "potrebbe non tornare", descrivendo la denunciante in termini personali.

Quando l'intervistai, Khan mi disse che l'Ufficio si stavano inventando tutto sul momento. "È un processo creato apposta per me".

Nella loro votazione per la sospensione di Khan, l'Ufficio ritenne che avesse commesso "gravi irregolarità". La decisione accusava Khan di aver avuto una relazione sessuale con la denunciante, ritenuta inappropriata a causa dello squilibrio di potere tra loro.

Questa accusa non era mai stata sottoposta a Khan.
È stato accusato prima di aver toccato la denunciante, poi di stupro, ma mai di aver avuto un rapporto sessuale consensuale.

La testimonianza della denunciante si concentrava su una condotta non consensuale. L'Ufficio lo ha licenziato sulla base di un'accusa che non gli era mai stata formalizzata.
Per assicurarsi che la pubblica condanna a morte del loro Procuratore Capo si svolgesse come previsto, l'ufficio ha modificato la procedura di voto, passando da una votazione a due fasi a una votazione unica, in modo da impedire al Procuratore Speciale di presentare una propria versione dei fatti relativi alla presunta cattiva condotta.

Tre fazioni

La campagna per la rimozione di Khan ha diviso gli osservatori in tre fazioni: coloro che credevano nella sua innocenza e che l'intero processo fosse stato orchestrato da Israele; coloro che credevano nella sua colpevolezza e che usasse i mandati di arresto come copertura; e un gruppo intermedio che riteneva Khan un "procuratore non credibile", nonostante la sua condotta principale come procuratore lo fosse.
La sua rimozione avrebbe permesso l'esecuzione dei mandati di arresto da lui emessi. Questa era l'opinione di Kenneth Roth, ex direttore di Human Rights Watch.
Roth ha dichiarato alla CNN che, poiché i mandati erano opera di un gruppo di procuratori e approvati da tre giudici nella camera preliminare, avrebbero dovuto essere eseguiti.

Dopo la rimozione di Khan, l'Ufficio del Procuratore della Corte Penale Internazionale ha affermato che il suo lavoro sarebbe continuato senza interruzioni.
La Corte Penale Internazionale ha più di una dozzina di indagini attive in Ucraina, Darfur, Libia e Afghanistan.

Ma l'Ufficio aveva chiesto ad aprile l'emissione di un mandato d'arresto per il Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, e un altro era in preparazione per il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir.
Tali richieste erano pronte prima che Khan andasse in congedo nel maggio 2025 e da allora non è successo nulla.
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I mandati originali contro Netanyahu e l'ex Ministro della Difesa Yoav Gallant rimangono in vigore e solo i giudici possono revocarli. Israele ha presentato una serie di ricorsi legali, due dei quali sono ancora pendenti.

Il più importante riguarda la presunta incompetenza della Corte sui propri cittadini, poiché Israele non è uno Stato parte dello Statuto di Roma.

La questione è ora al vaglio della Camera d'Appello e di una camera inferiore, e una risposta definitiva potrebbe non arrivare prima del 2027.

Tra le numerose proposte per convincere Khan a tornare sui suoi passi, è stata avanzata la proposta di consentire al Procuratore Capo di "fare marcia indietro".
È stato suggerito che Khan riclassificasse i mandati come riservati. Ciò permetterebbe a Israele di contestarli in privato.

Per quanto ne sappiamo, tutte le attività della Corte Penale Internazionale relative a Israele sono paralizzate.

Due viceprocuratori, Nazhat Shameem Khan delle Fiji e Mame Mandiaye Niang del Senegal, continuano a dirigere l'Ufficio. Entrambi i viceprocuratori sono stati sanzionati dagli Stati Uniti per aver mantenuto i mandati di arresto nei confronti di Netanyahu e Gallant dopo aver assunto la direzione dell'Ufficio.
Coloro che sono in prima linea nella campagna per sbarazzarsi di Khan ora si vantano di volere altre vittime.

Chi sarà il prossimo ?

Tra questi, spicca il Dipartimento di Stato americano. Il suo portavoce, Tommy Pigott, ha dichiarato: "Karim Khan è l'esempio per eccellenza della corruzione della Corte Penale Internazionale e dell'abuso della sua presunta autorità. È un bene che se ne sia andato, ma è solo un piccolo ingranaggio di questa istituzione irrimediabilmente corrotta. L'esito odierno non avrà alcun impatto sui piani degli Stati Uniti di smantellare la Corte Penale Internazionale".

Il suo superiore, Marco Rubio, è impegnato in una campagna per smantellare la Corte Penale Internazionale "mattone dopo mattone", come ha affermato lui stesso.

Ha dichiarato: "La Corte Penale Internazionale cerca di diventare l'arbitro incontrollato di una nuova legge globale, con il potere di perseguire e arrestare i nostri cittadini a piacimento e di minacciare esistenzialmente la sovranità americana. Insegneremo alla Corte Penale Internazionale il vero significato della determinazione americana".

Sulla scia della rimozione di Khan, importanti avvocati filo-israeliani stanno ora minacciando apertamente altri obiettivi, come Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati.

Hillel Neuer, direttore dell'Osservatorio delle Nazioni Unite, ha scritto: "Basta immunità per i funzionari internazionali che abusano del loro incarico. Il Procuratore della Corte Penale Internazionale Karim Khan ha abusato sessualmente dei suoi dipendenti. La nostra* campagna per rimuoverlo ha avuto successo: è stato appena licenziato"."La prossima sei tu, Francesca Albanese. Il tuo sostegno al terrorismo di Hamas avrà delle conseguenze".

Si noti la parola "nostra" campagna.

 

Ma ovviamente su questo punto Neuer aveva ragione. Il Ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa'ar ha svolto un "ruolo attivo" nella decisione degli Stati membri della Corte Penale Internazionale di destituire Khan.

Sa'ar ha supervisionato "una squadra speciale dedicata e ha impiegato intensi sforzi diplomatici volti a garantire la rimozione di Khan dall'incarico", secondo Guy Azriel, corrispondente diplomatico di i24 News.

Accogliendo con favore la decisione, Netanyahu ha scritto di aver parlato con Rubio riguardo alla possibilità di dare il colpo di grazia alla Corte Penale Internazionale.

"Ha ribadito ancora una volta la determinazione dell'America ad agire con forza contro questa istituzione, un'istituzione che mina la giustizia, attacca nazioni democratiche e sovrane e cerca di subordinare la loro sicurezza alle decisioni di funzionari corrotti e irresponsabili dell'Aja", ha scritto Netanyahu.

Unendosi alla campagna per la rimozione di Khan, Roth non ha protetto la Corte Penale Internazionale né gli altri avvocati per i diritti umani da questo tipo di abusi e attacchi.
Ha ulteriormente messo in pericolo la Corte e loro.

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Una battaglia persa

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Significativamente, lo stesso giorno della rimozione di Khan, le Nazioni Unite hanno votato per rinnovare il mandato quadriennale dell'avvocato austriaco Volker Turk come responsabile per i diritti umani. Israele ha ignorato questa battuta d'arresto e non ha compiuto alcuno sforzo tangibile per contrastarla.

Questo perché sa che ciò che fa l'ONU è irrilevante. Ha emesso risoluzione dopo risoluzione, dichiarazione dopo dichiarazione, rapporto dopo rapporto e nulla è cambiato riguardo all'Occupazione, se non in peggio.
Ma ciò che Karim Khan ha fatto ha avuto un impatto notevole. Rappresentava la più grave minaccia internazionale per Israele da quando ha iniziato il Genocidio a Gaza. Ecco perché Khan doveva essere rimosso.
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Israele sta combattendo una battaglia persa in partenza.

Il video di Mamdani che condanna Netanyahu come Criminale di Guerra ha totalizzato oltre 200 milioni di visualizzazioni.

Dopo la rimozione di Khan, YouGov ha chiesto agli adulti americani se le autorità statunitensi avrebbero dovuto arrestare Netanyahu alla sua prossima visita. Il 46% ha risposto di sì, il 28% di no e il 25% non era sicuro.

Il giorno successivo, il sindaco di Londra Sadiq Khan ha dichiarato che Netanyahu era un Criminale di Guerra e non era il benvenuto a Londra.

Questa è l'eredità di un tenace procuratore britannico che si è rifiutato di farsi intimidire.
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Gli Stati membri della Corte Penale Internazionale hanno fallito la prova di difendere la giustizia internazionale.

Cameron, quando era Ministro degli Esteri conservatore britannico, si adoperò per minare l'inchiesta di Khan su Israele. Ma il governo Laburista di Keir Starmer, pur sostenendo pubblicamente la Corte Penale Internazionale, si oppose alle richieste dei propri parlamentari di indagare sul tentativo di Cameron di minacciare Khan.

Il governo Starmer comunicò poi a Khan, prima del voto per la sua rimozione, che non lo avrebbe sostenuto come procuratore, sebbene i funzionari non avessero ancora esaminato le prove concrete a suo carico.
Nelle ultime settimane del mandato di Starmer, il governo ha respinto la richiesta di incontro di Khan. A meno che il successore di Starmer, Andy Burnham, non abbia drasticamente cambiato la politica nella settimana precedente al voto, la Gran Bretagna è stata pienamente complice della destituzione di Khan.
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Il defunto senatore Lindsey Graham aveva ragione quando affermava che la Corte Penale Internazionale era solo per "gli africani e i delinquenti come Putin. Non è per le democrazie come Israele e gli Stati Uniti d'America".
Perché è proprio così che si è comportata la maggioranza dei suoi Stati membri.
Quando sono stati sottoposti a pressioni, hanno ceduto e, purtroppo, ciò include anche il Sud del mondo. Quando avranno bisogno della giustizia internazionale e scopriranno che non c’è, non potranno che guardarsi allo specchio.

Qualunque cosa accada ora a Khan, il suo nome sarà per sempre legato ai mandati di arresto della Corte Penale Internazionale contro Netanyahu e Gallant, che rimangono la risposta più efficace, seria e significativa che la comunità internazionale abbia dato al Genocidio di Gaza.

Tutte le altre risposte sono retoriche. Ecco perché Israele si è impegnato così tanto per sbarazzarsi di Khan.

Quei mandati di arresto rivelano Crimini di Guerra israeliani come mai prima d'ora e, per la prima volta in questo conflitto, rendono responsabili i più alti funzionari del Paese.

Khan ha osato opporsi ai potenti per perseguire la giustizia per le vittime, e questa sarà la sua vera eredità.

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(*) Tratto da Euromed Monitor. Traduzione: La Zona Grigia.
David Hearst è co-fondatore e caporedattore di Middle East Eye. È commentatore e relatore sulla Regione e analista sull'Arabia Saudita. È stato editorialista della rubrica esteri del Guardian e corrispondente in Russia, Europa e Belfast. È entrato a far parte del Guardian dopo aver lavorato per The Scotsman, dove era corrispondente per l'istruzione.

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