mercoledì 26 agosto 2026

Sabbie – Gianni Caria

dopo La badante di Bucarest Gianni Caria racconta una storia dalla parte degli ultimi.

questa volta i protagonisti sono Pape, un venditore senegalese che lavora nelle spiagge del nord Sardegna, e Lu, una ragazza adottata dal Vietnam, anche lei lavora in spiaggia.

le loro vite sono piene di problemi, che mica si vedono con un ciao ciao in spiaggia.

Gianni Caria ci fa conoscere Pape e Lu, e non ce li fa dimenticare.

buona lettura (non solo in spiaggia)

 

 

All’apparenza non potrebbero darsi due persone più diverse tra loro, unite solo dal fatto di percorrere avanti e indietro la stessa spiaggia, per lavoro. Ma l’apparenza, si dice, inganna: e Pape e Lu, i protagonisti di questa storia, hanno tanto da condividere. Pape, nato e cresciuto in Senegal in un quartiere povero della grande città, quand’era venuta al mondo la sorellastra Binette aveva deciso di fare qualcosa per sollevarla dal misero futuro cui era destinata, come le altre donne della famiglia e del loro ceto sociale. E si era arruolato nelle Guardie presidenziali per darle un’istruzione di alto livello e farle poi frequentare la facoltà di Medicina. Binette ha seguito solo in parte il percorso tracciato per lei da Pape, il quale, ormai da anni in Italia come ambulante, non conosce o finge di non conoscere le menzogne che la ragazza gli racconta da Dakar, facendosi passare per medico mentre in realtà lavora in un fast-food. Lu è nata in Vietnam, è diventata Lucia Enrica: cittadina italiana grazie a un’adozione internazionale.
Adesso è studentessa universitaria in crisi di identità e incapace di trovare un suo posto nel mondo. Si spaccia per cinese, convinta di saper effettuare massaggi rilassanti dopo aver sbirciato qualche video in rete. I segni del tragico passato di guerra del Paese d’origine che Lu porta fin nel corpo menomato e un viaggio in Vietnam con il padre adottivo le ricordano costantemente, come una condanna, da dove viene. Ma non l’aiutano a capire chi è, né cosa vuole davvero per sé. Cosa succederà quando queste due esistenze, così lontane e insieme così vicine, si incroceranno nella spiaggia lungo cui si trascinano giorno dopo giorno?

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Attraverso l’uso dell’analessi, o flashback, le vite di entrambi, di cui non diciamo nulla per lasciare il piacere dello svelamento alla lettura, vengono messe a nudo. Scopriamo, così, che l’equilibrio e la trasparenza degli incipit, scelta dei termini che dimostra la precisione stilistica dell’autore, hanno a che fare con la verità e le bugie, con la fiducia e i tradimenti; che l’onestà e la coerenza non sono caratteristiche etniche; che l’uomo, nel senso di umanità, prova le medesime emozioni a prescindere dalla latitudine di nascita e che non sempre è in grado di controllare i sentimenti; che la comprensione della propria identità non è limitata ai tratti somatici o al luogo di origine. Scopriamo soprattutto che le relazioni all’interno della famiglia oltre a segnare per la vita possono portare a scelte radicali e decisioni irrevocabili, nel bene e nel male. Muoversi in equilibrio sulle dune sabbiose dell’esistenza e vedere oltre l’opacità dell’apparenza…

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L’Africa è sovrappopolata? Sbagliato: di abitanti ne ha troppo pochi - Paolo Mossetti

 

Capire l’economia di un continente intero non è un’impresa semplice, ma se c’è una cosa che abbiamo imparato leggendo la saggistica divulgativa degli ultimi anni è che certe narrazioni sono dure a morire. Sull’Africa, ad esempio, la storia che ci raccontiamo da decenni è quasi sempre fatta di emergenze demografiche, terre aride e una crescita della popolazione definita insostenibile. Ma se la prospettiva fosse del tutto rovesciata? Se il problema principale dell’Africa non fosse l’eccesso di persone, bensì la loro scarsità rispetto alla superficie e alle necessità di uno sviluppo industriale moderno?

A sollevare la questione con rinnovata decisione è l’ultimo lavoro di Joe Studwell, economista e giornalista britannico noto al grande pubblico per aver spiegato il miracolo economico dell’Estremo Oriente nel suo celebre saggio del duemilatredici dedicato allo sviluppo asiatico. Nel suo nuovo libro intitolato How Africa WorksStudwell affronta i luoghi comuni sullo sviluppo del continente africano e mostra come molte delle ricette economiche calate dall’alto dalle istituzioni internazionali abbiano ignorato la realtà materiale dei fatti.


La tesi centrale che emerge dalle analisi più recenti è che l’idea di un’Africa sovrappopolata sia in gran parte un mito. Considerata la vastità del territorio, la densità abitativa di molte aree africane è storicamente rimasta molto bassa. Questa frammentazione territoriale ha reso incredibilmente costoso costruire infrastrutture basilari, creare mercati interni connessi e sviluppare reti di trasporto efficienti. Senza una concentrazione adeguata di persone, far partire l’industria manifatturiera diventa un percorso in salita. Per decenni gli esperti europei e americani hanno suggerito politiche di contenimento o interventi focalizzati esclusivamente sulle materie prime, trascurando quello che gli Stati asiatici avevano capito molto tempo prima: lo sviluppo passa dal sostegno alla piccola agricoltura familiare, dalla protezione temporanea delle industrie nascenti e da un intervento statale pragmatico orientato all’esportazione.

In Paesi come l’Etiopia, il Ruanda, il Botswana o Mauritius si sono visti risultati straordinari proprio quando i governi locali hanno seguito strategie autonome, talvolta in aperto contrasto con i precetti del libero mercato ortodosso promossi dall’Occidente. La crescita demografica africana, spesso descritta come una minaccia sociale, rappresenta in realtà la più grande opportunità per creare un dividendo demografico, a patto che ci siano le condizioni politiche per valorizzare il lavoro locale.

Guardare all’Africa con le lenti del catastrofismo demografico rischia di farci prendere lucciole per lanterne. Le dinamiche in corso sul continente raccontano una storia molto diversa, fatta di trasformazioni strutturalisfide enormi e opportunità che richiedono prima di tutto di liberarsi dei vecchi pregiudizi.

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martedì 25 agosto 2026

Chiude Rai scuola e nasce ITALIANA! - Matteo Saudino

 


Chiude Rai Scuola: da ottobre verrà sostituito da “Italiana”. La protesta: “Parlare di identità territoriale nel 2026 sembra una barzelletta” - Alex Corlazzoli

Dopo 27 anni di trasmissioniRai Scuola, il canale educational della TV di Stato chiude tra le polemiche delle opposizioni, del mondo dell’istruzione e di molti autori che hanno lavorato al progetto. Dal primo ottobre al suo posto, sul Canale 57, andrà in onda “Italiana”, un format “interamente dedicato al racconto dell’identità del Paese sui territori“. I contenuti dedicati agli studenti finiranno solo su Rai Play e su una piattaforma digitale.

La decisione – presa dal Consiglio d’amministrazione sulla base degli ascolti – ha stupito soprattutto gli insegnanti che hanno promosso una petizione online che in poche ore ha raccolto oltre 36mila firme. Tra i più sorpresi c’è il professore Enrico Galiano che durante la pandemia, su Rai Scuola, aveva partecipato alla trasmissione la “Banda dei fuori classe”, una sorta di grande aula virtuale: “Sembra una barzelletta parlare di identità territoriale nel 2026 sacrificando una risorsa come Rai Scuola che con i suoi contenuti, documentari, interviste ha contribuito ad accrescere la cultura degli italiani”, spiega il noto scrittore a IlFattoQuotidiano.it.

A scendere in campo contro la Rai è anche la senatrice Barbara Floridia del Movimento 5 Stelle che sul suo profilo Facebook ha scritto: “Il problema nasce quando il servizio pubblico smonta un presidio educativo e culturale per sostituirlo con una narrazione identitaria decisa da un governo che da anni ci ha abituato al revisionismo storico. Il servizio pubblico dovrebbe fare esattamente ciò che il mercato non ha interesse a fare: dettare l’agenda anziché inseguirla, aprire spazi, educare, formare, elevare”. L’ex presidente della Commissione parlamentare di Vigilanza Rai (dal 2 luglio l’opposizione in blocco ha rassegnato le dimissioni ndr) aggiunge: “Assistiamo al tentativo di una certa parte politica di costruire una società nella quale pochi decidono cosa deve essere raccontato, quali idee devono avere spazio, quali parole devono essere considerate legittime e quali invece devono essere marginalizzate”.

Dura anche la responsabile Scuola del Partito DemocraticoIrene Manzi che al nostro giornale spiega: “Rai Scuola è stata uno strumento di arricchimento non limitato alla comunità scolastica. Ora andrà in onda la TV del Made in Italy. La dirigenza Rai con questo modello sta impoverendo il servizio pubblico. Lo share non può essere l’unico strumento di giudizio”.
Sul caso il Pd ha presentato anche un’interrogazione ai ministri delle Imprese e del Made in Italy e dell’Istruzione e del Merito senza avere per ora risposte. Anzi. Giuseppe Valditara, sentito da IlFattoQuotidiano.it, ha preferito non commentare.

Intanto, il Cda della Rai è intervenuto per dare la sua versione: “Non è prevista alcuna cancellazione dell’offerta editoriale di Rai Scuola. La sua funzione educativa e divulgativa viene preservata e valorizzata attraverso un’evoluzione delle modalità di distribuzione e fruizione e una presenza più forte su RaiPlay. La scelta, che s’inserisce nel più complesso progetto di rivisitazione dei canali specializzati atteso da anni e finalmente in via di attuazione, nasce dalla necessità di adeguare il servizio pubblico alla fruizione delle nuove generazioni“.

A viale Mazzini si fanno forti dello share: “I dati di ascolto confermano che il canale lineare di Rai Scuola raccoglie un ascolto molto contenuto: 0,14% di share medio nel 2024, 0,13% nel 2025 e circa 0,09-0,10% nei primi mesi del 2026. Si tratta di dati che evidenziano i limiti della televisione lineare come strumento per raggiungere in modo ampio e sistematico il pubblico scolastico”. Una lettura contestata da Silvia Bencivelli, una delle autrici che ha collaborato con la TV di Stato. La giornalista che per prima ha sollevato il caso attraverso i social spiega su Facebook: “Rai scuola negli ultimi due anni è vissuta quasi solo di repliche. Ed è così che muore un canale tv, anche prima che il suo posto venga preso da altre programmazioni”.

Addio, quindi, a una parte della storia della televisione italiana: nata nel 1999 con il nome di Rai Educational Sat, dal 2002, dopo lo sdoppiamento del canale, aveva cambiato nome in Rai Edu 1 e nel 2009 in Rai Scuola. Da ottobre anziché parlare di scienza, storia, libri e innovazione i telespettatori vedranno “un racconto emotivo dell’Italia. Il concept – spiega il comunicato ufficiale della Rai – valorizza un “mosaico” di persone, paesaggi, tradizioni e trasformazioni, con focus su luoghi/borghi, artigianato e impresa, made in Italy, natura/ambiente, enogastronomia, turismo del patrimonio, eventi/folklore, innovazione e sostenibilità, musica/cultura popolare”.

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Michael Hudson: il sistema finanziario occidentale sull'orlo del collasso

 

lunedì 24 agosto 2026

Se la Saras diventa “green” sulle spalle della Marmilla - Valter Canavese

In termini eufemistici non è un periodo facile per i temi dell’ambiente in terra sarda, che si tratti di una avanzata indiscriminata di pale eoliche, di pannelli fotovoltaici, progetti di resort di lusso in luoghi con vincoli paesaggistici oppure una lista di danni ecologici pregressi ed irrisolti, ferite varie che stanno vedendo una reazione in termini politici ma ancor di più sentita e partecipata in termini di risposta dei comuni, organizzazioni ed associazioni ecologiste e di indipendenza.

La manifestazione dell’8 luglio, organizzata da “Su Entu nostu” negli spazi antistanti la Regione Sardegna, prende spunto dal profilarsi di una minaccia concreta legata al progetto di impianto eolico di 72 megawatt e impianto di accumulo di 35 Mw, e relative opere di connessione tra i comuni di Sanluri, Sardana e Villanovaforru. Il progetto parte dall’ottobre del 2023 con la presentazione dei documenti tecnici, ambientali e di spesa che si dopo il 2024.

A questa procedura il Comitato “Su Entu nostu” ha presentato, per il tramite dei loro legali, una serie di osservazioni inviate alla Presidenza del Consiglio, che dovrà a breve decidere in proposito. Da precisare che il complesso, per paradosso, servirà ad avviare una produzione ad idrogeno, con impatto ambientale ridotto, nella raffineria di Sarroch di proprietà della multinazionale Vitol.

Nella valutazione di impatto, e di valutazione strategica ambientale, si evidenzia come in generale la produzione di energia elettrica in Sardegna ecceda il fabbisogno regionale del quasi 40%. Con gli ulteriori progetti sul suolo e nel mare sardo la produzione di energia supererebbe il doppio del fabbisogno. Inoltre, se venissero autorizzate le ulteriori richieste il rapporto tra produzione e consumo sarebbe di 8 a 100TWh/anno. Il paradosso aumenta in considerazione del fatto che la rete di trasmissione non è in grado di convogliare l’energia prodotta se non attraverso una rete interconnessa che è del tutto teorica quindi inservibile.

Il tutto comporta e rafforza un andamento opposto alle direttive comunitarie che puntano all’autoconsumo collettivo e alla riduzione di Co2 per arrivare al corto circuito di pagare comunque le società di impianti l’energia elettrica senza poterla consumare o “esportare”

Tra i danni primari ci sono da annoverare e definire sia quelli di natura ambientale e paesaggistica, che implicano l’attivazione delle prerogative della Regione Sardegna, con un consumo di “territorio attivo” e depauperamento del territorio boschivo con riflessi per il già provato equilibrio climatico, ma anche la salvaguardia ineludibile dei monumenti, della cultura e delle ancora inesplorate testimonianze archeologiche.

La puntuale memoria legale, inoltrata dal Comitato “Su Entu nostu” alla presidenza del Consiglio, è stata illustrata nell’incontro di ieri con i cittadini attraverso gli interventi di Marco Pau –portavoce del Comitato- del Sindaco di Villanovaforru, Maurizio Onnis e di Graziano Bullegas, segretario di Italia Nostra Sardegna, che hanno denunciato la grave minaccia che rappresenterebbe la realizzazione di questo progetto sulle spalle del territorio della Marmilla per favorire la produzione green ad idrogeno per l’ottimizzazione della raffinazione del petrolio dell’impianto di proprietà della Vitol. In questo gioco dell’oca la Presidenza del Consiglio, avvalendosi della Golden Share nell’acquisto della Saras, ha posto l’esplicita richiesta alla Vitol che la società continuasse a fornire i prodotti petroliferi per il funzionamento delle tre centrali idroelettriche presenti in Sardegna, stante il blocco della fornitura russa.

Per questi motivi “Su Entu Nostu” e le persone intervenute hanno annunciato una raccolta di firme da inviare alla Regione e alla Presidenza del Consiglio ed una serie di iniziative contro il progetto avanzato dalla società Marte s.r.l., che fa capo all’Enel Green Power s.r.l. che culminerà in una manifestazione fissata per il primo agosto presso la chiesa campestre di Santu Antiogu Becciu poco fuori Sanluri.

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guanti di velluto?

 

ICE, arrivano i guanti elettrificati per costringere i migranti all’obbedienza - Osservatorio Repressione

 

L’agenzia delle deportazioni vuole spendere fino a 20 milioni di dollari per migliaia di G.L.O.V.E., dispositivi capaci di infliggere scariche elettriche attraverso il contatto con la pelle. Vengono presentati come strumenti di «de-escalation», ma il manuale ammette rischi di lesioni gravi o morte. Un uomo è già morto dopo l’utilizzo ripetuto del dispositivo in un carcere del Kentucky.

Prima i passamontagna, i raid nei luoghi di lavoro e nei quartieri, gli arresti indiscriminati, le deportazioni di massa. Poi le armi da fuoco e una sequenza di operazioni finite con persone uccise. Adesso l’Immigration and Customs Enforcement (ICE) dell’amministrazione Trump si prepara ad aggiungere al proprio arsenale migliaia di guanti capaci di infliggere scariche elettriche direttamente sul corpo delle persone fermate.

Il Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS) ha pubblicato un avviso per l’acquisto dei cosiddetti Conductive Distraction and De-escalation Devices. La spesa prevista è compresa tra 10 e 20 milioni di dollari e la fornitura dovrebbe essere completata entro marzo 2027. I dispositivi saranno destinati sia agli agenti dell’Enforcement and Removal Operations, il settore dell’ICE direttamente impegnato negli arresti e nelle deportazioni, sia a quelli dell’Homeland Security Investigations.

Il prodotto individuato è il CTG-5 G.L.O.V.E., acronimo di Generated Low Output Voltage Emitter, fabbricato dalla Compliant Technologies di Lexington, Kentucky. Apparentemente è un normale guanto operativo. Premendo un interruttore, però, l’agente può attivare due elettrodi e trasmettere una scarica elettrica attraverso il contatto diretto con la pelle. Il dispositivo può raggiungere i 380 volt e produce impulsi destinati a provocare dolore e a interferire temporaneamente con la coordinazione muscolare.

L’azienda lo presenta con il linguaggio ormai abituale dell’industria delle armi cosiddette «meno letali»: uno strumento «umano», discreto e destinato alla «de-escalation», capace secondo il produttore di ottenere normalmente l’obbedienza di una persona in meno di tre secondi. È proprio questa retorica a meritare attenzione. Un dispositivo costruito per infliggere deliberatamente dolore viene trasformato linguisticamente in una tecnologia per ridurre il conflitto. La scarica elettrica diventa «distrazione conduttiva», la coercizione diventa «compliance», l’arma diventa uno strumento di «de-escalation».

Un’arma che non lascia quasi tracce

A differenza del Taser, il G.L.O.V.E. deve essere applicato direttamente sulla pelle. Ma possiede una caratteristica particolarmente problematica dal punto di vista del controllo sull’uso della forza: può essere utilizzato in maniera estremamente discreta e normalmente non lascia i segni di contatto o le bruciature associate ad altri dispositivi elettrici.

È precisamente questo aspetto ad allarmare le organizzazioni per i diritti civili. In un contesto nel quale l’ICE è già accusata di uso eccessivo della forza, abusi durante gli arresti e scarsa trasparenza, mettere nelle mani degli agenti uno strumento capace di infliggere dolore senza produrre necessariamente evidenze immediatamente visibili significa rendere ancora più difficile documentare eventuali violenze.

L’American Civil Liberties Union ha espresso forti preoccupazioni. La questione, infatti, non riguarda soltanto le caratteristiche tecniche dell’arma, ma chi la utilizzerà, contro chi e dentro quale sistema di controlli. L’ICE non è un corpo che opera eccezionalmente contro persone armate: i suoi agenti fermano quotidianamente migranti nei luoghi di lavoro, nelle abitazioni, per strada e durante trasferimenti e deportazioni.

Lo stesso manuale del produttore contiene avvertimenti che rendono ancora più evidente la delicatezza del dispositivo. Il guanto non dovrebbe essere utilizzato per punire qualcuno, in risposta alla semplice disobbedienza verbale o come strumento di tortura. Il produttore sconsiglia inoltre l’impiego contro bambini piccoli, anziani, donne incinte e altre persone vulnerabili. Avverte persino che, in determinate circostanze, l’utilizzo può contribuire a provocare lesioni gravi o morte.

Un uomo morto dopo quaranta scariche

Il G.L.O.V.E. viene già utilizzato in alcune carceri e da alcuni dipartimenti di polizia statunitensi. E sul dispositivo pesa una vicenda gravissima.

Una causa giudiziaria ancora pendente riguarda la morte, nel 2024, di un uomo di 43 anni in un carcere di Richmond, Kentucky. Secondo gli atti citati dalla stampa americana, l’uomo sarebbe stato sottoposto 27 volte alle scariche dei guanti elettrificati e altre 13 volte a quelle di un Taser. Un’indagine interna avrebbe inoltre accertato che due applicazioni del G.L.O.V.E. durarono rispettivamente 45 e 99 secondi, molto oltre il limite di 15 secondi raccomandato dal produttore. La stessa struttura carceraria riconobbe che quelle condotte avevano inflitto dolore non necessario aumentando il rischio di gravi conseguenze per la salute.

È difficile separare questo precedente dalla decisione di distribuire potenzialmente migliaia di questi dispositivi all’ICE.

L’ex direttore ad interim dell’agenzia John Sandweg ha avvertito che uno strumento del genere è troppo facile da utilizzare impropriamente contro persone che non rappresentano alcuna minaccia. Il giurista Michael Mannheimer, esperto di uso della forza da parte della polizia, ha sollevato un’altra questione: avere un dispositivo immediatamente disponibile può indurre gli agenti a saltare forme meno invasive di intervento e ricorrere direttamente alla scarica elettrica.

Il responsabile della politica delle frontiere della Casa Bianca, Tom Homan, difende invece il progetto sostenendo che offrirebbe agli agenti un’alternativa alle armi da fuoco, ai Taser e agli spray urticanti. Prima dell’impiego, ha assicurato, saranno predisposti protocolli e formazione specifica.

Ventimilioni di dollari dentro la macchina delle deportazioni

Il problema è che i guanti elettrificati non arrivano nel vuoto. Arrivano mentre l’amministrazione Trump sta enormemente ampliando uomini, mezzi e poteri dell’apparato federale dell’immigrazione e mentre aumentano arresti, detenzioni e operazioni nei luoghi di lavoro. Arrivano soprattutto dopo mesi nei quali l’uso della forza da parte dell’ICE e degli altri corpi federali impegnati nella campagna contro i migranti è diventato una questione politica nazionale.

Negli ultimi mesi abbiamo raccontato gli omicidi di Renée Good e Alex Pretti a Minneapolis, quello di Lorenzo Salgado Araujo a Houston e le altre sparatorie che hanno accompagnato la campagna di deportazioni. Proprio mentre emergono interrogativi sulla responsabilità degli agenti e sull’assenza delle bodycam in alcuni degli episodi più gravi, Washington sceglie di mettere a disposizione dell’ICE un’altra tecnologia coercitiva.

La procuratrice generale dello Stato di New York, Letitia James, ha già avvertito che eventuali abusi compiuti con questi dispositivi potranno comportare responsabilità civili e penali. La deputata democratica Pramila Jayapal li ha definiti un ulteriore strumento pericoloso destinato a colpire immigrati e cittadini.

Ma la questione va oltre l’ennesima arma consegnata agli agenti. C’è qualcosa di profondamente rivelatore nel linguaggio scelto per descriverla. Un guanto che trasmette una scarica elettrica al corpo di una persona affinché obbedisca viene ufficialmente definito uno strumento di “de-escalation”. È la stessa inversione semantica attraverso cui la violenza istituzionale viene continuamente neutralizzata: la deportazione diventa enforcement, il rastrellamento diventa operazione mirata, la detenzione diventa custodia e il dolore inflitto diventa uno strumento per ottenere compliance.

Il G.L.O.V.E. rende quasi materiale questa trasformazione. Il potere coercitivo non è più soltanto nella pistola, nel manganello o nelle manette: viene incorporato nella mano dell’agente. Basta afferrare un corpo e premere un pulsante.

Ed è forse questo l’aspetto più inquietante. Nel pieno della campagna di deportazioni di massa, l’amministrazione Trump non sta semplicemente aumentando il numero degli agenti dell’ICE. Sta costruendo un apparato nel quale sorveglianza, detenzione, deportazione e coercizione fisica diventano parti sempre più integrate della stessa macchina.

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domenica 23 agosto 2026

L’industria cinese avanza: cosa fare? - Vincenzo Comito

Il resto del mondo sta assistendo insieme con ansia e meraviglia alle crescenti prestazioni dell’industria cinese in patria e all’estero, dalla produzione dei robot umanoidi e delle auto volanti in patria sino ai 1.200 miliardi di dollari di avanzo commerciale con il resto del mondo nel 2025, con una elevata dinamica di crescita che sembra proseguire nel 2026. In effetti nei primi cinque mesi dell’anno in corso le esportazioni cinesi sono cresciute ancora del 15,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e sembrano ancora accelerare; nel mese di maggio la crescita è stata del 19,4%. Intanto alcune previsioni stimano che entro il 2030 il peso dell’industria del paese asiatico sul totale mondiale si avvicinerà al 50%. Nel 2001 la Cina otteneva l’ingresso nell’Organizzazione Mondiale per il Commercio. Ne era seguito quello che sarà poi un vero e proprio shock in Occidente, con le merci del paese asiatico, peraltro di frequente prodotte da imprese del Nord del mondo insediate nel paese, che cominciarono a invadere i mercati occidentali a prezzi molto bassi; negli Stati Uniti in particolare ci si trovò di fronte a un China price imbattibile. Ma nell’ultimo periodo si sta assistendo a un secondo shock, ancora più temibile del primo; questa volta non si tratta di prodotti, o solo di prodotti, a basso valore aggiunto, ma di merci di alto livello tecnologico, di nuovo a prezzi che sfidano ogni concorrenza. Il panico sembra diffondersi nel resto del mondo. Nelle note che seguono cerchiamo di dare alcune informazioni soltanto su alcuni aspetti di tale fenomeno in atto.

Preliminarmente appare utile ricordare che ci sono alcune presunte regole che si davano per scontate sui manuali di economia e che sembravano apparentemente confermate sino ad oggi nella pratica. La prima prevedeva che nei processi di industrializzazione i vari paesi si specializzassero all’inizio nelle produzioni a basso costo della manodopera e a basso valore aggiunto; man mano che poi il processo di sviluppo andava avanti essi si sarebbero diretti verso produzioni a più alto valore aggiunto e a più alto costo del lavoro, abbandonando progressivamente i settori più arretrati. La seconda, messa a punto a suo tempo da David Ricardo, detta anche dei vantaggi (o dei costi) comparati, teoria alla base degli scambi internazionali, affermava che era opportuno che ogni paese si specializzasse sulle produzioni che sapeva fare relativamente meglio, su cui cioè aveva un vantaggio comparato e che provvedesse poi su queste basi a scambiare i suoi beni sui mercati internazionali; così conveniva al Portogallo produrre vino che poi poteva scambiare con i tessili inglesi; i due paesi avrebbero tratto vantaggio reciproco da tale specializzazione. La terza e forse più importante prevedeva infine che il mercato fosse più forte e più capace di orientare le scelte economiche delle imprese rispetto alla mano pubblica e alla pianificazione, che dovevano quindi lasciare al mercato stesso la massima possibilità di libera esplicazione. Per due secoli in Occidente si è affermato che il mercato era l’unico meccanismo in grado di coordinare un’economia complessa e che ogni tentativo di sostituirlo con un piano era condannato al fallimento (Arlacchi, 2026). Come si è affermato da qualche parte il mercato era un cavallo selvaggio impossibile da domare. La più evidente conferma a tale ultima legge è sembrata a suo tempo essere stata la pessima performance dell’economia dell’Unione Sovietica, rigidamente pianificata.

Lo sviluppo cinese, soprattutto negli ultimi anni, tende invece a mostrare che ci si può fare sostanzialmente beffe di tutte e tre tali presunte regole e contemporaneamente prosperare. Se guardiamo ai processi di sviluppo della Cina, essi sono andati avanti in maniera apparentemente classica, avviandosi prima nei settori tradizionali come il tessile-abbigliamento per passare poi a produzioni sempre più sofisticate, mentre il costo del lavoro aumentava piuttosto velocemente. Ma questo con alcune varianti. Intanto, mentre oggi il paese è ormai in testa o sostanzialmente alla pari con gli Stati Uniti nella gran parte dei settori avanzati (nel 2024 la spesa in ricerca e sviluppo del paese asiatico ha raggiunto quella degli Stati Uniti ed ormai la ha sorpassata) non ha però abbandonato quelli più tradizionali. Qualcuno ha fatto l’ipotesi che di questo passo la Cina paradossalmente non avrà più bisogno di importare alcunché e si specializzerà in tutto. Si tratterebbe in qualche modo di una smentita clamorosa della teoria dei costi comparati di Ricardo. Visto da un altro punto di vista, il paese tende all’autosufficienza produttiva in tutti i settori, sia per evitare le minacce sempre presenti degli Stati Uniti sia per un richiamo alla Storia del paese che ha sempre teso a tenersi distaccato dal resto del mondo. Naturalmente si tratta di un paradosso. La Cina avrà presumibilmente bisogno di importare ancora per lo meno delle materie prime e presumibilmente dei semilavorati, ma anche qualcosa nel campo dei prodotti finiti.

Come abbiamo indicato, nonostante la forte crescita dei salari nel tempo nel paese la Cina controlla ancora una storicamente inusuale quota di produzioni tradizionali a livello mondiale, superando come capacità competitive anche paesi con dei livelli di salari di diverse volte più bassi. Più in generale si può dire che le produzioni industriali possono essere in generale suddivise in quattro categorie, a bassa, media, alta tecnologia, più quelle basate sulle risorse naturali, quali le raffinerie di petrolio. Ora, tra il 2010 e il 2024 la quota di mercato cinese sulle esportazioni mondiali è cresciuta in tutte e quattro le categorie (The Economist, 2026, a). Tra le ragioni in particolare che spiegano la persistente forza dei settori tradizionali del paese asiatico stanno in primo piano l’utilizzo spinto dell’automazione, della robotica e altre innovazioni tecnologiche, poi le economie di scala, infine il fatto che nel paese ci sono rilevanti scarti di salari tra le sue varie aree geografiche (The Economist, 2026, a) e che quindi per le produzioni tradizionali si possono localizzare le fabbriche in quelle più povere. Per quanto riguarda la terza legge la Cina sembra aver trovato il giusto equilibrio tra piano e mercato, non rinunciando alla direzione cosciente dell’economia, ma ponendola su nuove e ingegnose basi, riuscendo alla fine a domare il cavallo selvaggio. Le teorie economiche tradizionali affermavano che nessuna autorità centrale sarebbe stata in grado di raccogliere ed elaborare i milioni di dati dispersi tra milioni di individui che il mercato aggrega invece automaticamente, rendendo quindi il socialismo impossibile; ma i mezzi di calcolo odierni sono ormai in grado di svolgere le due funzioni del mercato, quella di rivelare ciò che la gente desidera e decidere dove occorre investire. Tali compiti sono ora potenziati in Cina dal crescente uso dell’intelligenza artificiale. Del resto è quello che avviene in realtà già da tempo nelle grandi società americane (Arlacchi, 2026). Ma al di là della teoria, è sotto gli occhi di tutti il fatto che la Cina è riuscita nel compito di conciliare Stato e mercato, sia pure forse al prezzo di qualche più o meno moderato spreco di risorse, che presumibilmente i progressi nell’uso dell’IA dovrebbero contribuire a ridurre.

La situazione nuova portata dallo sviluppo recente dell’economia cinese può essere guardata con riferimento ai paesi avanzati dell’Asia e a quelli dell’Unione Europea. I tre paesi asiatici in argomento (Giappone, Corea del Sud, Taiwan) stanno registrando un boom economico rilevante grazie in particolare alla spinta derivante dall’IA statunitense, che richiede per andare avanti i prodotti di tali paesi. Ma il resto dell’economia del ricco Nord-Est dell’Asia si va invece deindustrializzando. La ragione di tutto questo sta nella sempre più forte concorrenza cinese (The Economist, 2026, b). Quest’ultimo paese una volta importava dell’Asia del Nord-Est componenti ad alto valore aggiunto e capitali mentre vi esportava poi i relativi prodotti finiti con un’attività di assemblaggio a basso valore aggiunto. Ma ora essa compete su tutta la catena del valore con gli altri paesi e anzi li spinge verso il deficit della loro bilancia commerciale. Auto, macchinari, batterie, prodotti chimici sono alcune delle produzioni nelle quali la Cina aumenta la pressione. I tre paesi non sembrano avere delle idee chiare su cosa fare in presenza anche di una domanda interna molto debole e in relazione anche al fatto che per decenni le loro politiche sono state orientate prioritariamente a produrre per l’export (The Economist, 2026, b).

Nel 2025 i paesi dell’UE hanno registrato un deficit commerciale complessivo con la Cina di 360 miliardi di euro, praticamente un miliardo di euro al giorno, contro i 295,8 del 2024. E i primi cinque mesi del 2026 segnano un’ulteriore, rilevante crescita del fenomeno, con un aumento delle esportazioni cinesi verso i paesi dell’area di più del 16%. Da tempo l’UE ha avviato una specie di guerra a piccoli passi verso i produttori del paese asiatico. Intanto Bruxelles ha imposto una sovratassa sulle vetture elettriche del paese asiatico; vanno poi registrate delle clausole di salvaguardia nei settori dell’acciaio e delle ferroleghe; inoltre una tassa sui piccoli pacchi, 12 milioni al giorno, che arrivano dalla Cina. Con il suo Industrial Accelerator Act, con cui la UE si è posto il ridicolo obiettivo di passare da una percentuale del 14% ad una del 20% nel 2030 per l’incidenza del settore industriale sul pil, essa condiziona tra l’altro l’accesso agli aiuti e ai mercati pubblici al rispetto di una percentuale di fabbricazione locale per certi settori ritenuti strategici. Ora con un progetto di revisione del Cybersecurity Act del 2019 si propone di sostanzialmente bloccare i fornitori provenienti dai paesi ad alto rischio in 18 settori. Intanto il Commissariato francese per il Piano propone di tassare tutte le merci cinesi al 30%, mentre singoli paesi dell’UE, dall’Italia all’Olanda, hanno adottato ulteriori provvedimenti discriminatori contro i produttori cinesi. Da rilevare che comunque l’area euro rimane complessivamente con un surplus commerciale. Bisogna poi ricordare la recente folle proposta della signora Kallas, titolare degli Affari esteri della Ue, che vorrebbe imporre sanzioni a tutti i paesi che continuano ad avere rapporti economici significativi con la Russia e quindi in particolare Cina, India, Turchia. Proposta chiaramente autodistruttiva.

In ogni caso sembrano aumentare le probabilità di una guerra commerciale tra la Cina e l’UE, anche se alcuni paesi, a cominciare dalla Germania, pensano invece che si tratti di una risposta sbagliata ad un problema reale. La UE non dovrebbe e non può permettersi di combattere una guerra commerciale con la Cina, afferma il Global Times, organo del partito comunista cinese (Global Times, 2026). In effetti il paese asiatico reagirebbe con contromisure molto pesanti, scatenando una guerra commerciale che la UE non può permettersi, vista la difficile situazione attuale della sua industria con, tra l’altro, l’ostilità totale verso la Russia e la crisi con gli Stati Uniti; combattere contemporaneamente su tutti i fronti appare difficile. Da un altro punto di vista la UE vorrebbe la transizione energetica a costi contenuti e un basso livello di inflazione, ma cerca di bloccare l’unico produttore che appare in grado di offrire tali risultati. La Cina è l’unica a possedere le tecnologie senza le quali la transizione energetica richiederà molto più tempo e costi più elevati; inoltre essa possiede i prodotti di adeguata qualità e a prezzi moderati in grado di sostenere il tenore di vita delle classi medie e popolari europee, fornendo un contributo essenziale alla lotta contro l’inflazione (Khalid, 2026). Per altro verso, la supposta minaccia cinese all’industria europea è, almeno per alcuni versi, esagerata (Sandbu, 2026). Prendiamo il caso dell’auto. Certo le esportazioni cinesi verso i paesi dell’UE sono aumentate dalle 750 mila unità nel 2023 a poco più di un milione nel 2025, ma tali vendite hanno semplicemente sostituito le importazioni da altri paesi, mentre il numero totale di auto importate nell’UE è rimasto stabile. Poi il mercato tedesco assorbe molte meno auto di prima e la frugalità di tale paese è un colpo maggiore alla sua industria dell’auto delle esportazioni cinesi. Semmai la maggiore concorrenza del paese asiatico è uno stimolo per spingere la produttività in casa. Ma il protezionismo invece permette all’industria domestica di innovare meno.

L’unica risposta ragionevole alla pretesa minaccia cinese sarebbe quella di tentare un grande accordo, come da tempo si sta verificando nello stesso settore dell’auto, dove le intese tra i produttori francesi e tedeschi con le controparti del paese asiatico sono ormai moltissime; si tratterebbe di spingere parallelamente gli investimenti in innovazione, attività nella quale i paesi dell’UE sono rimasti molto carenti nell’ultimo periodo, facendosi sopravanzare di molte lunghezze dagli Stati Uniti e dalla stessa Cina. In ogni caso, il mondo vuole i prodotti tecnologici del paese asiatico (The Economist, 2026, c).

Testi citati nell’articolo:
– Arlacchi P., Cina, Socialismo e IA contro Occidente, Il fatto quotidiano, 27 maggio 2026
– Global Times, China firmly opposes EU’s discriminatory practices, vows necessary measures to protect Chinese firms, www.globaltimes.cn, 22 gennaio 2026
– Khalid I., Why the world needs a China shock 2.0, 
www.asiatimes.com, 7 maggio 2026
– Sandbu M., Europe is running from a phantom China threat, 
www.ft.com, 1 giugno 2026
– The Economist, The pterodactyl’s downdraft, 23 maggio 2026, a
– The Economist, Boom and bust, 30 maggio 2026, b
– The Economist, The world wants Chinese tech, 25 aprile 2026, c

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L’assedio che arricchisce Israele: i miliardi nascosti dietro i beni destinati a Gaza - Eliana Riva

 

La catena israeliana Victory ha ottenuto quasi due terzi della crescita trimestrale dalle forniture alla Striscia. Cercando però di nascondere l’origine dei ricavi

Per mesi hanno preferito il silenzio. Alcuni hanno nascosto i nomi delle proprie aziende, altri hanno evitato di comparire sui documenti pubblici e qualcuno ha persino cercato di minimizzare il peso economico degli affari conclusi con Gaza. Non perché mancassero i profitti, ma perché in Israele una parte consistente dell’opinione pubblica considera qualsiasi ingresso di beni nella Striscia una concessione inaccettabile al nemico. Così, mentre l’assedio e la fame continuano a devastare la popolazione palestinese, attorno ai pochi prodotti autorizzati all’ingresso si è sviluppato un mercato miliardario di cui molti preferiscono non parlare.

A far emergere una parte di questo sistema è stato il quotidiano israeliano Ynet, che ha raccontato il caso della catena di supermercati Victory. L’azienda aveva annunciato risultati eccezionali nel primo trimestre del 2026, senza però specificare chiaramente da dove provenisse gran parte della crescita. Solo dopo l’intervento dell’Autorità israeliana per i titoli finanziari, che ha imposto la pubblicazione di un rapporto integrativo, è emerso che su 152 milioni di shekel (39 milioni di euro) di aumento delle vendite, 99 milioni di shekel (25 milioni di euro) provenivano dalle forniture destinate alla popolazione di Gaza.

Secondo Ynet, Victory operava come fornitore riconosciuto dal ministero della difesa israeliano nell’ambito delle operazioni di commercio alla Striscia. Le vendite legate a Gaza rappresentavano quasi due terzi dell’intero incremento del fatturato, che ammontava a 152 milioni di shekel (circa 39 milioni di euro). Senza quel mercato, la crescita organica dell’azienda sarebbe stata molto più contenuta: il 6%, dovuto più che altro all’aumento generalizzato dei prezzi dei prodotti.

Il caso Victory, però, sembra essere soltanto la punta dell’iceberg. Il quotidiano economico Globes descrive infatti un settore vastissimo, del valore di miliardi di shekel all’anno, composto da importatori, distributori, intermediari e aziende israeliane che guadagnano dalla vendita dei prodotti destinati a Gaza. Sia quelli destinati al settore umanitario che quelli venduti ai commercianti della Striscia. Un’attività che si sviluppa quasi sempre lontano dai riflettori.

Secondo Globes, molte imprese chiedono esplicitamente di non essere nominate e la stessa Autorità doganale israeliana mantiene riservata la lista completa dei fornitori coinvolti. Non si tratta soltanto di discrezione commerciale. Dietro il riserbo ci sarebbe anche il timore delle reazioni di una parte della società israeliana che considera l’assedio uno strumento legittimo di pressione e guarda con ostilità chi trae profitto dalla vendita di beni destinati ai palestinesi.

Gli stessi imprenditori che guadagnano dalle merci dirette a Gaza rischiano di essere accusati da vasti settori dell’opinione pubblica di aiutare Hamas e di “sfamare il nemico”, – composto per lo più da donne e bambini.

In ambienti politici e mediatici favorevoli a un assedio totale, l’ingresso di qualsiasi bene viene percepito come un tradimento degli obiettivi della guerra. Per questi gruppi, gli imprenditori che partecipano al commercio verso Gaza vengono percepiti come persone che fanno affari con chi dovrebbe invece essere piegato dalla fame e dall’assedio. Motivo per cui le aziende rischiano di essere sottoposte a campagne denigratorie o di boicottaggio, con conseguente perdita di clienti e guadagni.

Da qui la scelta di molti operatori economici di mantenere un profilo basso e di evitare che i propri nomi vengano associati pubblicamente alla Striscia.

Questi profitti nascono all’interno di un sistema nel quale Israele mantiene il controllo quasi assoluto su ciò che entra e ciò che resta bloccato ai valichi. Le aziende autorizzate operano infatti all’interno di un mercato estremamente ristretto, dove la scarsità dei beni e la rigidità dei permessi trasformano le autorizzazioni in un’opportunità economica.

Mentre le organizzazioni umanitarie continuano a denunciare la fame e la carenza di beni essenziali, attorno all’assedio si è sviluppata un’economia parallela che produce vincitori e profitti. Un sistema che, secondo gli stessi giornali economici israeliani, molti dei suoi protagonisti preferiscono mantenere nell’ombra.

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