domenica 31 maggio 2026

Il genocidio spiegato a Erri De Luca - Girolamo De Michele

 

Pare assurdo: uno che ha fatto il volontariato nell'ex Yugoslavia, dove è accaduto uno dei genocidi condannati dalla Corte penale internazionale, non sa riconoscere quello di Gaza. E non è un problema soltanto suo

L’intervista rilasciata da Erri De Luca al giornale israeliano Israel Hayom sta suscitando, più che un vero dibattito, un’eco mediatica nella quale si perde, via via che l’onda sonora si allarga e il suo contenuto si affievolisce, ogni reale possibilità di conseguire qualcosa che non sia un semplice ribadire un posizionamento. È ciò di cui non abbiamo bisogno.

Per questo provo a fare, per quel che posso, chiarezza, con gli strumenti storici, giuridici e filosofici che ho acquisito e messo alla prova per scrivere una biografia non solo dell’autore della parola «genocidio», ma del concetto stesso.

 

Chi ha gettato la prima palata di merda nel ventilatore

Cominciamo col puntualizzare ciò di cui si sta trattando. Erri De Luca, in procinto di recarsi in Istaele per il Writers Festival di Mishkenot Sha’ananim di Gerusalemme, ha rilasciato una lunga intervista nella quale, fra le molte cose che dice, esplicita il suo credo su genocidio e sionismo. Questa parte dell’intervista, circa un terzo, è stata estrapolata e tradotta da G.M., e pubblicata sul Foglio. Per quel che vale, non è un’intervista concessa al Foglio, né la sua traduzione. L’autore del cut&copy è persona nota da tempo per la sua peculiare tecnica di tagliare e montare parole altrui: anni or sono Max Blumenthal, mettendo in fila una serie di comprovati plagi, si chiedeva se si trattasse di un «plagiario seriale» o di un volgare «hasbarista»; e concludeva che G.M. è la prova del fatto che «basta fare un po’ di taglia e incolla dalle pubblicazioni dei difensori di Israele per avere successo nel mondo dei neoconservatori». Negli anni, passando dall’antidarwinismo al complotto cinese sul Covid, questo personaggio ha elaborato la teoria degli «ebrei antisionisti/antisemiti», da Hannah Arendt a Daniel Barenboim, da Grossman ad Amos Oz, e, in Italia, dall’«apostata» Primo Levi alle «umilianti giaculatorie» dei più illustri intellettuali ebrei italiani, da Natalia Ginzburg e Gad Lerner: tutti interessati a difendere il loro ruolo dall’interno dell’intellighentia di sinistra, a costo di schierarsi con i peggiori nemici di Israele. 

Si sappia, dunque, per un verso chi ha messo in moto questa vicenda (con le tecniche e modalità che gli sono consuete), e dall’altro quale acqua a quale mulino si porta elevando il «coraggio» di Erri De Luca a metro di giudizio della «viltà» di altri intellettuali, magari suoi ex compagni.

 

Cosa ha detto Erri De Luca sul genocidio

Veniamo alle parole di Erri De Luca, poi precisate e ribadite anche in questo post. Traduco dall’originale inglese (traduzione non so se intelligente, ma non artificiale):  

So benissimo cosa è il genocidio, e applicarlo alla guerra di Gaza è una distorsione storica e verbale. Ciò che è accaduto a Gaza è una guerra moderna e brutale, in cui il numero di vittime civili è enorme e orribile perché quando i combattimenti si svolgono all’interno di uno spazio urbano densamente popolato, tra scuole e ospedali, la popolazione pagherà sempre il prezzo più alto. Lo abbiamo visto a Mosul, a Raqqa e a Mariupol. È l’inevitabile conseguenza del combattere un nemico che si trincera tra i propri civili. È terribile, ma non è genocidio. […] Il fatto che Israele sposti ripetutamente la popolazione civile, da nord a sud e da sud a nord, per allontanarla dalle zone di combattimento attive, rende quest’accusa priva di fondamento.

Spiace dirlo, ma Erri De Luca cos’è un genocidio crede di saperlo, ma non lo sa. Il che, per chi ha fatto il volontariato nell’ex Yugoslavia al tempo delle guerre, è ancor più grave, perché uno dei genocidi condannati dalla Corte penale internazionale è accaduto proprio laggiù, a Srebreniza.

Genocidio è un termine giuridico che designa un crimine internazionale: non lo si va a cercare sul Tommaseo o nella Treccani, ma nella Convenzione per la Prevenzione e Repressione del Crimine di Genocidio. Che è testo vincolante per le nazioni che lo hanno sottoscritto, e impone precisi obblighi, fra i quali la persecuzione dei suoi autori anche al di fuori dello Stato in cui esso accade: «Per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale: uccisione di membri del gruppo; lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale; misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo; trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo a un altro».

Che ci sia o meno genocidio lo si stabilisce in base a questa definizione, non per comparazioni con altri crimini internazionali o altre guerre. La stessa comparazione, fosse pure con la Shoah, non è contemplata dalla Convenzione, e non per caso: due ore prima della sua approvazione fu respinto un emendamento presentato dai delegati polacco e cecoslovacco che chiedeva di inserire la locuzione «come nella recente guerra». Non nominando la Shoah, né uno specifico genocidio, il testo della Convenzione si allineava così al giudizio di Raphael Lemkin, inventore della parola e co-autore della prima stesura della Convenzione: «Il genocidio non è un fenomeno eccezionale, ma accade nelle relazioni fra gruppi umani con una certa regolarità, così come l’omicidio ha luogo nelle relazioni fra individui».

Nel deliberare sul genocidio di Srebreniza, la Corte Penale Internazionale respinse gli argomenti dei difensori dei criminali serbi: che non fosse possibile distinguere fra il civile e il militare; e che le milizie serbe, uccidendo solo gli uomini adulti e non l’intera popolazione, non avevano l’intenzione di cancellare la totalità dei bosniaci musulmani della città. Sono, purtroppo, gli stessi argomenti che usa De Luca a difesa dell’Idf. Per inciso: nella storia nessun genocidio ha mai davvero cancellato la totalità della popolazione che ne è stata vittima.

Infine: lo spostamento forzato di una popolazione al di fuori della propria terra è Pulizia etnica: locuzione che nasce proprio in occasione delle guerre di Yugoslavia; per il diritto internazionale indica l’ultimo passo di un processo genocidiario, o la sua premessa: è una spia rossa che segnala il genocidio in atto.

Erri De Luca sembra dire che «purtroppo è la guerra»: ma in guerra – sin dal tempo di Ugo Grozio, e poi della Convenzione dell’Aja, e infine, dopo la Convenzione Onu sul genocidio, dello Statuto di Roma del 1998, il cui testo depositato a Roma è stato impunemente sorvolato dall’aereo che portava Netanjau negli Usa – l’invasore occupante non ha potestà assoluta sul civile occupato (e neanche sul militare). Che Grozio, Rousseau, Cassese (Antonio) e Lemkin non scrivessero in ebraico non è un’attenuante per non conoscerli, quale che sia il peso del sasso o della bottiglia che hai tirato da giovane.

 

Cosa ha detto Erri De Luca sul sionismo

Per me, il sionismo è il riconoscimento più semplice e fondamentale del diritto degli ebrei a una patria nazionale, a una difesa esistenziale e necessaria. Chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere qui, chiunque veda due entità che convivono fianco a fianco, è sionista per questo stesso motivo. 

In quanto sionista, De Luca afferma di rifiutare a priori eventuali dibattiti pubblici: «Non sono in grado di sedermi nella stessa stanza o condividere un palco con persone che desiderano che Israele venga cancellato dalla mappa. E, cosa ancora più importante, non collaborerò con alcun evento o forum in cui si usi la parola «genocidio» nel contesto di Gaza.

Per De Luca «sionismo» è oggi una «parola maledetta»: ma sembra che questa maledizione abbia una pregiudizievole origine politica. Io direi – parafrasando Valentina Pisanty – che, come «antisemitismo», «sionismo» è una parola presa in ostaggio dalla militarizzazione e dalla confusione fra ciò che è e ciò che non è. E le parole di De Luca non aiutano a sciogliere questa confusione.

«Sionismo» è una parola che ha significato molte cose, anche in contraddizione fra loro: il socialismo per gli ebrei immigrati e il colonialismo per i palestinesi residenti, ad esempio. Ma ciò che conta, oggi, è cosa il sionismo è – o è diventato. Anche «tiranno» era, al tempo di Sofocle, una parola polisemica, che poteva designare una forma moderna e razionale di governo: ma di certo non si cita Sofocle a difesa dei tiranni odierni. Far coincidere «sionismo» col diritto degli ebrei ad avere un proprio Stato significa far collassare questo diritto su due altre affermazioni: che non c’era altro modo di soddisfare questo diritto se non quello che si è dato, e che oggi non c’è alternativa allo stato di cose esistente. Il che è doppiamente falso.

Israele, ricordiamolo – lo ha fatto Omer Bartov nel suo ultimo libro – fu riconosciuto dall’Onu, nel 1947, all’interno di precisi confini (peraltro contestati). L’esito della guerra del 1948 non dava alcun diritto di occupare i territori destinati allo Stato palestinese, così come l’esito della guerra del 1967 rispetto alla Cisgiordania. Esito della guerra, peraltro, determinato anche dall’assassinio dell’inviato dell’Onu Folke Bernadotte, latore di un piano di pace, a opera dei terroristi criminali e nazi-sionisti (sono parole di Einstein e di Hannah Arendt) della Banda Stern, cioè del futuro Likud. Inoltre, la risoluzione del 1947 obbligava Israele a emanare una Costituzione democratica che garantisse i diritti anche agli arabi all’interno dello Stato, cosa che, per esplicita volontà di Ben Gurion, che non voleva avere le mani legate dalla risoluzione del 1947, non è avvenuta né allora, né in seguito.

Si aggiunga che De Luca sembra equiparare chiunque usi la parola «genocidio» a chi desidera la cancellazione degli ebrei dalla Palestina, operando una brutale divisione fra «noi sionisti» e «tutti gli altri» (che sarebbero dei tagliagole?). È una strategia intellettualmente penosa, ben presente nel web – non solo per effetto della hasbara israeliana: c’è anche chi è capace di farlo da sé: si designa un nemico immaginario, a uso e consumo della propria tesi (si chiama «fallacia del fantoccio», o dello spaventapasseri); se ne dimostra l’esistenza con generalizzazioni di singole figure e singoli discorsi; si riempie la bocca di questi singoli elevati a fantocci di iperboli: e il gioco è fatto.

Ma quello che De Luca sembra ignorare è la statura intellettuale e morale, e la rilevanza nel campo degli studi e della stessa comunità internazionale, di personaggi come William Shabas nel campo del diritto internazionale umanitario; di Omer Bartov, uno storico che ha segnato il prima e il poi nella storiografia dell’Olocausto; di Masha Gessen, recente Premio Pulizer (cui non si può certo applicare il giochino del «parlaci dell’Ucraina», che è peraltro anch’essa una fallacia); di Anna Foa. Per non dire di chi non usa la parola «genocidio», ma riconosce che siamo in presenza di crimini contro l’umanità e di crimini di guerra – crimini per i quali il tribunale e la pena sono gli stessi del crimine di genocidio: da Marcello Flores a Liliana Segre, a Gad Lerner.

Di cosa stiamo parlando, allora? Del mettere la testa sotto la sabbia e rifiutarsi di vedere l’orrore in atto, sino a non saperlo nominare. Che questa sabbia sia la fatalità storica, poco importa. Nel caso di un intellettuale che ha un ruolo e un’autorevolezza nel pubblico dibattito, stiamo parlando della funzione stessa dell’intellettuale: che è, per come Italo Calvino me l’ha insegnato, ciò che dice Marco Polo all’imperatore che, sconfortato, conclude che «Tutto è inutile, se l’ultimo approdo non può che essere la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente». La risposta di Polo è che «L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, dargli spazio».

 

Bruciare i libri di Erri De Luca?

Ma se Erri De Luca arriva ad accettare l’inferno fino a non vederlo più, non sarebbe allora legittimo, come alcuni urlano, buttare via i suoi libri, addirittura bruciarli?

A bruciapelo, rispondo che bruciare i libri è una stronzata – anzi, peggio: è uno dei modi in cui si accetta l’inferno fino a non vederlo. Comincia a bruciare, chessò, il Mein Kampf , e poi ti trovi a bruciare il libro accanto, e poi un altro, e così via, finché la mitridatizzazione ti porterà a bruciare l’intera biblioteca, perché se i suoi libri contengono le tue verità sono inutili, e se non le contengono sono dannose.

Anche perché a bruciare libri ci pensa già qualcuno, a cui rischiamo di non badare perché impegnati in altro. Ad esempio, su un quotidiano nazionale c’è una pagina settimanale di propaganda filo-israeliana, Hakol. La realtà di Israele, dove un tale, già fattosi notare per aver invocato «interventi finalmente incisivi, se non risolutivi, da parte di quanti ne hanno a disposizione gli strumenti» contro insegnanti e studenti, di recente ha compilato una lista di proscrizione di libri segnalati da una newsletter editoriale: L’odio anti-Israele piomba a scuola, nientemeno. I nuovi hostes publici – dei quali l’articolista, che sarebbe persona di scuola, ha letto solo la quarta di copertina – sono Anna Foa, Omer Bartov, Rashid Khalidi, Enzo Traverso, Arturo Marzano, Roberta De Monticelli, e Claudio Vercelli. «Ditegli sempre di sì», avrebbe detto Eduardo: se non ché ho visto un’interrogazione parlamentare redatta copincollando pari pari un articolo di questo tale (fossi stato il ministro interpellato, avrei insegnato la creanza a chi mi interpellava con una fotocopia altrui). Il deputato in questione è uno che  ogni volta che lo leggo o lo sento mi chiedo se la sua ghost writer non sia la Strega malvagia dell’Ovest, e a Erri De Luca non gli allaccia i calzari: però è lui che ha l’autorità per deliberare, foss’anche l’acquattarsi servile ai piedi dei potenti, non gli intellettuali. Vale a dire: cerchiamo di mantenere il giusto peso e la giusta misura, non creiamoci a nostra volta fantocci da bruciare per soddisfare un godimento che non è all’altezza del nostro desiderio.

 

Tradurre l’Esodo non basta

I libri di Erri De Luca non hanno, in genere, attinenza con ciò di cui qui si parla, quindi non ne parlerò. Salvo uno: la traduzione dell’Esodo. Della cui traduzione, e del traduttore, una bravissima e instancabile attivista, Lavinia Marchetti (i suoi interventi passati sono diventati un libro, Schegge da un genocidio) ha scritto che «si può tradurre l’Esodo verso per verso, e nondimeno smarrirne il nucleo storico». L’Esodo è la storia (sempre che sia davvero accaduta) di un popolo che, convinto di avere una terra promessa, si muove verso di essa, travolgendo e sterminando un altro popolo che vi risiedeva: i Cananei, e più in specifico gli Amalekiti. È quello che ricordò Edward Said a Michael Walzer, facendo una «lettura cananita» di Esodo e rivoluzione . Leggere l’Esodo dalla parte degli Amalekiti è l’equivalente del dire la parola genocidio da parte dei colonizzati: strappare ai colonizzatori il monopolio dell’interpretazione di una parola che, in fondo, è scandalosa – o meglio: nomina uno scandalo – solo perché per la prima volta le vittime erano europei, e non africani o amerindi. Però il comando divino di ricordarsi di sterminare Amalek risuona oggi nelle parole e nelle pratiche dello Stato d’Israele. E come ha scritto Coetze nella lettera in cui rifiutava l’invito al festival letterario cui andrà De Luca, «è impossibile per qualsiasi parte della società israeliana, comprese le comunità intellettuali e artistiche, dichiararsi privi di colpa rispetto alle atrocità di Gaza» – cioè «un genocidio che ha ricevuto un sostegno entusiasta dalla maggior parte dell’opinione pubblica israeliana».

Ma oltre al contenuto storico, c’è anche un contenuto etico dell’Esodo. Che ha a che fare con quella cultura che ha affascinato un’intera generazione di studiosi, me compreso. L’esodo come attraversamento del deserto, come metafora potente della condizione umana: il prendersi per mano e marciare insieme. Sono consapevole del fatto che oggi quelle pensatrici e pensatori sarebbero su posizioni opposte: Buber e Scholem, Lévinas e Benjamin, Arendt e Wiesel. Ma anche in una contrapposizione si vede quell’altra cultura – così come ci sono concetti filosofici che vanno oltre chi li enuncia. Di tutto questo mondo, oggi, non si vede traccia: e quando si perde il rapporto con quella trascendenza che fonda la dimensione religiosa, non restano che gli dei degli eserciti, che brandiscono pretese verità fondate su un libro scritto in una lingua mancante di vocali e segni d’interpunzione; i cui verbi all’indicativo mancano del presente, dell’imperfetto, del piuccheperfetto e del futuro, nonché dei tempi del congiuntivo, per limitarsi alle lacune più evidenti. Lo aveva osservato Spinoza, ricevendo in cambio dagli idolatri della sinagoga di Amsterdam una maledizione e una coltellata.

 

Dalla parte dell’uovo: Murakami a Gerusalemme

E poi, pensando a cosa Coetze non dirà a Gerusalemme, mi è venuto in mente cosa invece disse Murakami, che nel 2009, nonostante gli inviti dei suoi amici a non farlo, andò a Gerusalemme per ricevere il Jerusalem Prize. E fece questo discorso, a partire da un precetto che lo scrittore giapponese dà a sé stesso: «Tra un muro alto e solido e un uovo che si rompe contro di esso, io sarò sempre ‘mettiti dalla parte dell’uovo’». E spiegò questa immagine.

Non importa quanto giusto possa essere il muro e quanto sbagliato l’uovo, io resterò in piedi con l’uovo. Qualcun altro dovrà decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato; forse il tempo o la storia decideranno. Se ci fosse un romanziere che, per qualunque sia il motivo, scrisse opere in piedi con il muro, di che valore sarebbe quali opere siano? 
Qual è il significato di questa metafora? In alcuni casi è fin troppo semplice e chiaro. Bombardieri, carri armati, razzi e proiettili al fosforo bianco sono quel muro alto e solido. Le uova sono i civili disarmati che vengono schiacciati e bruciati e colpiti da loro. Questo è uno dei significati della metafora. 
Ma non è tutto. Ha un significato più profondo. Pensatela in questo modo. Ognuno di noi è, più o meno, un uovo. Ognuno di noi è un’anima unica e insostituibile, racchiusa in un guscio fragile. Questo vale per me, ed è vero per ognuno di voi. E ognuno di noi, in misura maggiore o minore, si trova di fronte a un muro alto e solido. Il muro ha un nome: è Il Sistema. Il Sistema dovrebbe proteggere noi, ma a volte assume una vita propria, e poi inizia a ucciderci e ci induce a uccidere gli altri in modo freddo, efficiente e sistematico. 
Ho una sola ragione per scrivere romanzi, ed è quella di portare in superficie la dignità dell’anima di un individuo e illuminarla. Lo scopo di una storia è quello di far suonare un allarme, di tenere una luce puntata sul Sistema per impedire che le nostre anime si aggroviglino nella sua rete e ne siano sminuite. Credo fermamente che il compito del romanziere sia quello di continuare a cercare di chiarire l’unicità di ogni singola anima scrivendo storie: storie di vita e di morte, storie d’amore, storie da far piangere le persone, farle tremare di paura e scuoterle dalle risate. Ecco perché noi continuiamo, giorno dopo giorno, a inventare finzioni con assoluta serietà.
Ho solo una cosa che spero di trasmettervi oggi: siamo tutti umani. Esseri, individui che trascendono nazionalità, razza e religione, uova fragili di fronte a un muro solido chiamato Il Sistema. […] Prendetevi un momento per pensarci. Ognuno di noi possiede una tangibile, viva anima. Il Sistema non ha nulla del genere. Non dobbiamo permettere al Sistema di sfruttarci. Non dobbiamo permettere al Sistema di prendere vita propria. Non è stato il sistema a crearci: siamo stati noi a creare il sistema. Questo è tutto quello che ho da dirvi.

 

*Girolamo De Michele lavora nella scuola come insegnante e coordina lo spazio politico-letterario Il Povero Yorick su www.euronomade.info. Ha curato i tre volumi dell’autobiografia di Toni Negri. Il suo ultimo libro è Il profeta insistente. Raphael Lemkin, l’uomo che inventò la parola genocidio (Neri Pozza, 2025).

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De Gregori, ma che c... dici!

 

sabato 30 maggio 2026

Tre ragioni per cui il centro-sinistra perderà le elezioni politiche - Enrico Grazzini

Ci sono tre ragioni per cui le forze di centro-sinistra perderanno le prossime elezioni politiche:

1) il centrosinistra si presenta senza ideali ma solo con distopie: infatti il Partito Democratico appoggia la Nato e l’Unione Europea di Ursula von der Leyen, ma Nato e UE vogliono portarci in guerra con la Russia, aumentare le spese militari e ridurre quelle sociali. Mark Rutte, il capo della Nato, ha addirittura proposto che gli europei intervenissero a fianco di Trump nella fallimentare guerra in Iran.
2) PD, sindacati, e anche Movimento 5 Stelle, non difendono con forza gli interessi materiali e vitali dei lavoratori. Non promuovono obiettivi sacrosanti che sono necessari per tutti, a partire dall’indicizzazione dei salari al costo della vita. Il centrosinistra e la CGIL denunciano a gran voce che il governo Meloni non fa nulla contro l’inflazione che mangia gli stipendi ma, per paura della lotta di classe, non lanciano nessuna proposta per aumentare gli stipendi agganciandoli al costo della vita. Così non sono credibili.
3) Infine, soprattutto il PD, ma anche i 5 Stelle (pensiamo a Di Maio), hanno una cattiva reputazione. Nel passato hanno troppo deluso i lavoratori, e godono di cattiva fama presso molti settori di opinione pubblica. Pochi si fidano ancora. Hanno appoggiato il governo Draghi e, in precedenza, altri governi che hanno portato avanti solo politiche di austerità e sacrifici. Ormai la maggioranza del popolo di sinistra pensa che, destra o sinistra, poco o nulla cambia. Non a caso il popolo degli astensionisti ha la maggioranza in questo paese. “Sinistra” sembra essere diventata una brutta parola, semplicemente perché la sinistra ha fatto troppe politiche di destra, sull’immigrazione, sui salari, sulla guerra in Ucraina, e così via.

Una volta essere di sinistra significava lottare con coraggio e sacrificio per la libertà e la democrazia, contro lo sfruttamento e la speculazione finanziaria, e per l’eguaglianza. Oggi non si capisce più per che cosa si batte la sinistra. Oggi uno che si dichiara di sinistra è visto dalla maggioranza delle persone, purtroppo, come uno dell’establishment, uno che vuole fare carriera in un sistema politico corrotto e clientelare. Tipi come Tony Blair o Matteo Renzi hanno dato cattiva fama alla sinistra. La sinistra non è più affidabile come difensore dei lavoratori. I lavoratori in maggioranza o non votano o votano a destra, non certo per l’europeismo del PD.

Mentre l’elettorato, a causa della crisi economica, si polarizza, la sinistra rincorre il centro e, con il suo moderatismo, perde i voti della maggioranza delle persone e non riesce a cambiare nulla.

Se i salari in valore reale sono scesi in venti anni è perché la presunta sinistra, magari in nome dell’europeismo, hanno promosso l’austerità di Bruxelles facendola pesare sui ceti medi e sui lavoratori, mentre le banche e la finanza hanno i profitti più alti di sempre.

Solo AVS di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli hanno sussurrato, a bassa voce e con levità, come si conviene alle persone educate, una legge per il recupero salariale sull’inflazione, con scadenza annuale. Una proposta come questa farebbe vincere milioni di voti al centro-sinistra perché orma il 70% delle famiglie italiane fatica ad arrivare alla fine del mese. Anche Maurizio Landini tentenna sul salario agganciato all’inflazione: secondo lui una legge non va bene (chissà perché?!) e invece bisognerebbe adeguare i contratti collettivi all’inflazione ogni anno (?), il ché mi sembra una posizione assurda, del tutto impraticabile, e corporativista, a protezione del potere sindacale, ma non dei lavoratori. Se Landini e la sinistra proponessero un referendum per indicizzare i salari al costo della vita, vincerebbero con milioni di voti.

Elly Schlein, dopo la proposta dei 5 Stelle, ha finalmente aderito al salario minimo garantito, che riguarda 4-5 milioni di lavoratori: ma non dice nulla su una possibile e necessaria scala mobile che impatterebbe 24 milioni di lavoratori. Il centrosinistra ha evidentemente paura di alienarsi le simpatie di Confindustria, di Emanuele Orsini, che, però ha già dichiarato che è contrario al salario minimo per legge. La Confindustria non sarà mai dalla parte del centro-sinistra.

Il PD, con i socialisti europei, continua ad appoggiare la Nato e questa UE che corre verso la guerra. Meloni, Macron, Merz, PD e socialisti europei continuano cinicamente a volere armare l’Ucraina in una guerra che Kiev non può vincere, e rifiutano ogni possibile negoziato e compromesso con la Russia: così ci portano dritti verso la guerra atomica. La maggioranza dei vertici del PD difende a spada tratta la Nato, ma Mark Rutte, il capo della Nato, e Ursula ingannano i popoli europei: vogliono che l’Europa si armi fino ai denti per combattere la Russia che vorrebbe, secondo loro, invadere l’Europa. Ma la Russia non ne ha nessuna intenzione. Putin ha invaso illegalmente l’Ucraina solo perché la Nato voleva metterci le sue basi militari. E’ un despota, ma certamente non è così pazzo da volere conquistare l’Europa e scontrarsi con la Nato (a meno che Rutte non continui a armare Kiev per lanciare droni in Russia). Ecco perché il centro-sinistra perderà le elezioni.

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Il mantra della crescita ha ucciso (anche) la finanza sostenibile - Andrea Di Turi

 

Da anni mi sono promesso di non mettere piede al Salone del Risparmio. Quest’anno però mi sono avvicinato – solo avvicinato, sottolineo – per incontrare all’uscita un caro amico. Per chi non lo conoscesse il Salone del Risparmio è l’appuntamento annuale del settore del risparmio gestito. Premetto che non faccio una colpa al mio amico di seguirlo, né a tutti quelli che lo seguono perché sono in cerca di informazioni, spunti, di networking, insomma delle solite cose che si cercano agli eventi per cercare di fare meglio il proprio lavoro. Il punto è che io non riesco più a seguirlo.

Per anni l’ho fatto cercando con la lente gli appuntamenti in cui si parlava di finanza sostenibile. Quando la finanza sostenibile era affare per pochi ma quei pochi ci credevano, eccome se ci credevano. Poi nel giro di pochi anni c’è stata la svolta e la finanza sostenibile era un po’ ovunque. In particolare l’Esg era ovunque, l’acronimo che sta per Environmental, Social and Governance. Ha una ventina d’anni, l’acronimo, è nato in un gruppo di lavoro delle Nazioni Unite, e ormai è diventato quello dominante per indicare un approccio, una strategia, una filosofia, un insieme di metodologie e strumenti per chi in finanza non guarda solo alla bottom line ma integra – o almeno dichiara di farlo – considerazioni appunto Esg nel suo modo di fare business e di investire.

Non riesco più a seguirlo perché la finanza sostenibile ha perso l’anima: è nata come voce scomoda, è diventata garante dello status quo. Della serie dare l’impressione che tutto cambi perché nulla cambi. L’Esg sta bene su tutto, pure sulle armi nucleari. Sì, chi sta leggendo ha letto bene, oggi anche i produttori di armi nucleari rientrano nei criteri Esg. Guardare l’indice Mib Esg della Borsa di Milano per vedere che ci sono dentro tutte le società che hanno costruito e continuano ad alimentare il bel modello di sviluppo in-sostenibile che abbiamo. E chi è che fa girare ‘sto modello? Le fonti fossili. Ed è per questo che ne parlo in questo blog che denuncia l’economia e la finanza fossili.

La finanza sostenibile è finita. Non nel senso però che non serve più. Nel senso che è diventata nemica del cambiamento radicale e urgente di cui c’è bisogno per affrontare la policrisi e in particolare il collasso climatico. L’Esg oggi è portatore di un messaggio accomodante, friendly, quasi cool. La finanza sostenibile invece serviva in quanto portava un messaggio scomodo, battagliero, disturbava, scocciava, diciamo pure rompeva le scatole perché quello era il suo mestiere. Oggi a farlo è rimasta la finanza etica, per fortuna, che però è un’altra cosa. E un’altra storia.

Il Salone del Risparmio ha confermato tutto ciò. Non ho guardato il programma, ma immagino ci fosse chi parlava di finanza sostenibile. Lo avrà fatto anche bene, non dico di no. Il problema è il contenitore ed è un problema insolubile. Perché il contenitore di quest’anno aveva un claim che dice tutto: “Risparmio in movimento. Attivare la liquidità, accelerare la crescita”. Risparmio in movimento? Boh, va bene. Attivare la liquidità? Massì. Accelerare la crescita? No, questo no, fortissimamente no.

Si sa da almeno cinquant’anni, da quando uscì nel 1972 il celeberrimo “The Limits to Growth” (chissà perché tradotto in italiano con “I limiti dello sviluppo”, a mio avviso la madre di tutti i greenwashing perché voleva far passare l’equazione crescita uguale sviluppo): la crescita è il problema. Il mantra ma anche dogma della crescita è quello che sta al cuore del neoliberismo, del turbocapitalismo, della finanziarizzazione dell’economia e delle nostre vite, in sintesi della poli-devastazione che vediamo oggi. E il Salone del Risparmio ancora è lì che mena la tolla con la crescita. Per giunta da accelerare. Come uno che vede chiaramente che sta andando contro un muro e non solo non fa nulla per frenare o cambiare direzione ma addirittura accelera, così si schianta prima e meglio.

Parlare di finanza sostenibile dentro un contenitore marchiato da un claim come questo non è possibile. Non solo fa ridere ma è pericoloso. Perché vuol dire accettarlo, conformarsi, smettere di rompere le scatole, non alzare più la voce scomoda che dice, anzi, urla che bisogna cambiare. Per cui è un discorso che va combattuto. Perché in un modello di sviluppo che idolatra la crescita non c’è sostenibilità ma insostenibilità. Mi sono anche stufato di dare dei riferimenti, ma chi ha voglia di cercarseli sappia che ci sono tonnellate e tonnellate e tonnellate e tonnellate ecc. di studi che lo affermano. In modo cristallino. Adamantino. Inconfutabile. Definitivo. Comunque il punto di partenza, sempre per chi c’ha voglia, resta sempre “The limits to growth”, scaricabile dal sito del Club di Roma. Quello – per dire che tutto si tiene – che diceva che gas e nucleare non sono investimenti sostenibili ed era sbagliato inserirli nella tassonomia europea che oggi governa la finanza Esg e che poi, ça va sans dire, li ha inseriti. E ancora non si parlava di armi nucleari sostenibili ma sono arrivate anche quelle.

Quando ci stavamo incamminando a pranzo col mio amico, gli ho fatto notare il claim. Gli ho spiegato il nonsense e perché gli avevo chiesto di vedersi fuori, non dentro quelle sale. Ha sorriso amaro, alzando un po’ le spalle. So che era d’accordo, eccome se era d’accordo.

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venerdì 29 maggio 2026

Mia madre e altre catastrofi - Francesco Abate

dopo la yiddish mame nelle storielle ebraiche di Ferruccio Folkel e Moni Ovadia, e nei film di Woody Allen, arriva sa mama sarda, nelle pagine di Francesco Abate.

è un libro strepitoso, non privatevene.

buona (materna e filiale) lettura. 


 

Primo libro che leggo di Francesco Abate e, tagliando la testa al toro, vi dico subito che l'ho adorato. Mia madre e altre catastrofi è un libro frizzante, spiritoso, divertente, ma soprattutto è scritto con il cuore e al cuore parla.
Nelle pagine di questo volume Abate ci racconta di sua madre e del rapporto speciale che li lega attraverso capitoli tematici disposti secondo un ordine temporale che dall'infanzia arriva al presente.
Particolare è lo stile che caratterizza quest'opera che non è un racconto in senso classico, ma si sviluppa attraverso piccole scenette, brevi dialoghi, mostrando, più che raccontando. Non a caso il libro nasce da una serie di stati postati su Facebook dall'autore e in qualche modo ne mantiene la natura.
Ciò però che mi è davvero piaciuto di Mia madre e altre catastrofi è che nonostante si presenti come una lettura leggera, disimpegnata, in realtà racconta una storia autobiografica che non è priva di difficoltà: dalle ristrettezze economiche, alla malattia del padre a quella dello stesso autore. Eppure nonostante  i dolori, le perdite, i problemi lo stile di Abate non cambia, mantiene la leggerezza e l'autoironia che fanno di questo libricino qualcosa di davvero speciale…

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Il libro è strutturato con una serie di scenette familiari una più esilarante dell’altra, in cui i problemi della quotidianità, che si avvertono sullo sfondo, sono tanto grossi e imponenti, quanto sminuiti e quasi ridicolizzati per mettere in evidenza gli aspetti belli della vita. E mamma Mariella non rinuncia mai alle sue passioni, alle sue amicizie, alle sue passeggiate al mare. Non è il quadretto della mamma perfetta, non è la mamma dolce che prepara squisite colazioni ai suoi figli, non è la mamma che dedica tutto il suo tempo alla famiglia, ma è una persona che ama la vita e la fa amare anche agli altri…

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Dalla fantasia al potere agli asini al comando: i problemi nella selezione della classe dirigente - Giovanni Iacomini

Professore di Diritto ed Economia nel carcere di Rebibbia

Ci dev’essere qualcosa che non funziona nei meccanismi dei regimi che si vantano di essere democratici

Premessa necessaria: tra i miei amici più cari, tra le persone migliori che conosco, con cui è veramente stimolante instaurare un confronto su questioni anche di massima rilevanza, molti non hanno un titolo di studio corrispondente alle proprie conoscenze e competenze. Al contrario ho purtroppo conosciuto molti laureati che si sono rivelati profondamente ignoranti, al punto da farmi domandare come mai di tutti quei libri in qualche modo sfogliati non fosse rimasto assolutamente niente in quelle teste vuote.

Posso aggiungere, dall’alto dei miei oltre trent’anni di insegnamento, che la scuola non ha gli strumenti per dare una misurazione esaustiva del valore reale delle persone. Ci sono tanti casi di ottimi studenti che non hanno uguale successo in termini di socialità e non riescono a mettere in pratica nel mondo reale e lavorativo quanto avevano imparato. Di contro, pessimi elementi a volte dimostrano stupefacenti capacità in ambiti diversi dalla scuola. Meloni, che spaccia un istituto professionale per un liceo linguistico, ha dimostrato inaspettate competenze in materia costituzionale quando si è trattato di proporre le sue riforme. Berlusconi, che pure vantava una laurea in Giurisprudenza, prendeva degli sfondoni spropositati.

Detto ciò, mi sento di dover dire qualcosa a proposito del livello eccezionalmente basso in cui è sprofondata l’attuale classe politica e dirigente (non solo italiana, purtroppo). Sarebbe troppo facile e financo ingeneroso fare un paragone con l’Assemblea costituente, da cui nacque la nostra repubblica. Tra coloro che furono eletti il famoso 2 giugno per scrivere la Costituzione, i laureati raggiungevano l’iperbolica cifra del 94,5%.

Ora il sopraccitato Berlusconi, che già di suo non era una cima al livello accademico, ci ha lasciato un’eredità poco invidiabile di giornali, tv e un intero sistema mediatico in cui l’ignoranza e l’incultura dominano impunemente e addirittura con una certa disinvoltura e allegrezza. I figli, che hanno il controllo non solo dell’azienda di famiglia ma in qualche modo della intera coalizione di centrodestra (non limitandosi alla sola Forza Italia), hanno avuto un percorso di studi a dir poco travagliato e mai concluso neanche lontanamente con la laurea.

 

Nicole Minetti, inopinatamente tornata alle cronache, dichiarò candidamente di essere stata bocciata alla maturità. Salvini neanche a dirlo, basta guardarlo in faccia. Abbiamo toccato primati negativi con la terza media della ministra Bellanova e del tesoriere dei 5stelle Battelli. Già D’Alema si era fermato al diploma di maturità, ma almeno ai suoi tempi c’erano le scuole di partito. E comunque un buon diploma di una volta valeva più di una laurea di oggi.

Al netto del discorso da cui siamo partiti, per cui il titolo di studio non è indicatore necessario e sufficiente, mi pare evidente che nelle nostre società si riscontrano problemi di selezione della classe dirigente. La questione investe soprattutto la politica e il settore pubblico, molto meno le aziende private. Ci dev’essere qualcosa che non funziona nei meccanismi dei regimi che si vantano di essere democratici, se è vero che diversi regimi autoritari sparsi per il mondo possono vantare corpi diplomatici più qualificati e avveduti dei nostri.

La politica estera di dittature come quella cinese, russa, iraniana, turca, persino pachistana, sembra più efficiente di quella di Tajani o, al livello europeo, di Kaja Kallas. Sull’amministrazione americana sarebbe molto più complicato esprimere un giudizio, ma certo la superficie che emerge con le sparate di Trump non è delle più rassicuranti.

Il discorso si farebbe molto lungo ma, per chiudere, mi piace richiamare il giudizio che diede Benedetto Croce a proposito del fascismo (da cui peraltro non era troppo distante dal punto di vista ideologico, almeno nella fase iniziale): come ricorda Franco Cordero, il filosofo abruzzese parlava di “un regime asinino temperato dalla corruzione”. Fantastica definizione, che ben si attaglia alla società di oggi. Dal sogno della fantasia al potere siamo piombati agli asini al comando.

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