Slec
La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
martedì 6 ottobre 2026
I nuovi orizzonti dei movimenti - Raúl Zibechi
La recente vittoria elettorale dell’estrema destra, guidata da Abelardo de la Espriella, è stata percepita come una dura sconfitta dai movimenti sociali e dalle organizzazioni di base, quasi tutte sostenitrici di Iván Cepeda, che avrebbe continuato le politiche di Gustavo Petro, il primo presidente progressista nella storia colombiana.
La
settimana scorsa ho visitato cinque organizzazioni di base a Bogotá,
quasi tutte con sede nei quartieri popolari della periferia, e uno spazio per
l’educazione popolare e il pensiero critico, l’Università della Terra e della
Memoria Orlando Fals Borda (Unitierra). Durante le discussioni a
Unitierra, a cui hanno partecipato membri di una mezza dozzina di gruppi, il
primo e più primario problema emerso è stato il timore per la retorica
militarista e aggressiva del nuovo presidente.
In
particolare, le donne hanno espresso timore nell’uscire di notte.
Altre voci hanno manifestato frustrazione nei confronti del partito
Pacto Histórico (centrosinistra, ndr),
al potere da quattro anni. Un importante leader sociale nero e sacerdote Yoruba
ha lamentato il “tradimento” dei funzionari del partito e di coloro che
ricoprono posizioni di autorità, sottolineando al contempo gli effetti
trasformativi del potere sugli individui. “Il diavolo entra dalle tasche”, ha
detto. Un leader Misak di Cauca, che ho incontrato molti anni fa, ha aggiunto:
“Senza l’Assemblea Costituente del 1991, noi indigeni avremmo fatto più
progressi”. Nonostante il pessimismo e le incertezze, tutti i partecipanti
hanno ribadito il loro impegno a proseguire la resistenza.
Il
secondo punto discusso è stata la volontà collettiva di approfondire i
dibattiti volti a rafforzare la resistenza all’estrema destra, il cui
primo passo dovrebbe essere “limitarne il potere”.
Nel vicino
comune di Soacha, che ospita quasi un milione di persone provenienti da
quartieri a basso reddito, ho osservato un clima di resistenza tra i giovani e
le Madri delle Vittime di Esecuzioni Extragiudiziali. Da due decenni, queste donne
lottano per ritrovare i loro figli, scomparsi per mano dell’esercito, che li
reclutava per spacciarli per guerriglieri caduti, generando così un tornaconto
personale per i comandanti. Qui, abbiamo concluso che “le cose si vedono più
chiaramente dal basso e dai margini”.
Anche i
collettivi culturali e mediatici del distretto di Kennedy (1,2 milioni di
abitanti) e del vicino distretto di Bosa hanno menzionato problemi di sicurezza
e la crisi dei movimenti sociali. Hanno concluso che, dopo quattro anni
di governo progressista, i movimenti si sono indeboliti e hanno espresso
preoccupazione per l’autonomia, un tema che raramente ho sentito nelle
città colombiane. A Usme, nell’estremo sud-est, una cittadina arroccata sulle
montagne a quasi 3.000 metri di altitudine, decine di giovani uomini e donne
hanno insistito sulla necessità di “costruire il potere territoriale”, citando
la crisi di leadership e la formazione di un “nuovo soggetto popolare”. Forse
il loro ottimismo e la loro visione lungimirante derivano dal lavoro svolto con
oltre 200 giovani del quartiere in 17 laboratori, perlopiù artistici e
culturali.
Il
primo punto da sottolineare è che ho riscontrato un’atmosfera più riflessiva e
autocritica rispetto ad altre occasioni, indubbiamente a causa della
sconfitta elettorale, ma anche per la screditazione delle avanguardie, che in
Colombia sono sempre state centrali a causa della lunga guerra civile, che
continua a mietere vittime. Tra i molti problemi, le guerre congelano
il pensiero critico e paralizzano le pratiche emancipatorie e
creative.
Il
secondo punto non è una novità e consiste nello straordinario ruolo delle
giovani donne, che costituiscono la maggioranza dei partecipanti ai movimenti e
la cui cura rappresenta la spina dorsale delle organizzazioni. C’è anche
un’alta percentuale di giovani uomini che portano avanti una cultura politica
diversa, meno patriarcale e sessista, più aperta a ogni forma di diversità.
Il
terzo aspetto è l’importante ruolo della creatività artistica, dalla
comunicazione comunitaria alla musica praticata a livello di base, come l’hip
hop, la Zumba e gli strumenti andini come il sikuris; pittura, narrazione e
chitarra, ma anche calcio e teatro di base. Ho documentato un ampio lavoro con
i bambini, dal supporto scolastico alle proiezioni di film nei mercati.
Il quarto
aspetto è che, per la prima volta in oltre trent’anni, ho osservato un
crescente sostegno all’autonomia regionale e allo zapatismo. Questo è
evidente a coloro che partecipano a Unitierra-Bogotá ed è palpabile nei quartieri
operai delle periferie urbane. Fino ad ora, avevo potuto osservare entrambe
queste tendenze solo nelle comunità indigene del Cauca. Ho anche sentito
critiche nei confronti di chi, come me, difende l’autonomia regionale, ma allo
stesso tempo, c’era apertura all’ascolto e al dibattito.
Ho
avuto la sensazione che in Colombia stiano emergendo nuove possibilità.
La fine della guerra rivoluzionaria, nonostante le violenze ancora in corso,
contribuisce indubbiamente a un cambiamento di mentalità. Le rivolte del 2019 e
del 2021 hanno certamente alimentato questa tendenza, così come il femminismo
di base e l’anticolonialismo.
lunedì 5 ottobre 2026
L’economista Benjamin Davis: “La Fao mi ha allontanato: il mio rapporto sulla fame a Gaza è sgradito a Israele”
(intervista di Riccardo Antoniucci)
“Il tema Gaza è sempre stato sensibile, ma la
situazione è peggiorata quando sono cominciati i minuti di silenzio per i
palestinesi e quando io e il mio team abbiamo realizzato quella ricerca sulla
fame e la disponibilità di aiuti umanitari”. A 62 anni e una lunga carriera da
economista alla Fao a Roma, Benjamin Davis ha deciso di denunciare di aver
subito una censura. La sua storia sembra un esempio della massiccia attività di
lobbying che il governo israeliano porta avanti nelle sedi Onu dal 7 ottobre 2023
per sostenere le ragioni del conflitto e negare i crimini contro l’umanità
nella Striscia che gli vengono contestati. Il 30 settembre, dopo anni, il
contratto semestrale di Davis con l’Organizzazione delle Nazioni Unite per
l’alimentazione e l’agricoltura non è stato rinnovato per violazione degli
standard, perché ha denunciato la violazione dei diritti umani a Gaza e agito
“come un attivista”. “Non è successa la stessa cosa con l’Ucraina: nessuno si è
mai opposto alle raccolte fondi o ai minuti di silenzio per Kiev”.
Lei sapeva da luglio che non le
avrebbero rinnovato il contratto…
Mi hanno detto che avevano perso fiducia nella mia
capacità di essere ‘neutrale’ come si richiede a un funzionario internazionale.
Il termine corretto sarebbe ‘imparziale’, in realtà.
Tutto ciò in una comunicazione formale?
Sì, precisata negli incontri con le risorse umane. Mi
hanno contestato due cose. Di aver preso parte ai minuti di silenzio per la
fame a Gaza, che si tengono ogni giovedì alle cinque da aprile 2025: non li organizzo
io, ma un gruppo informale con tutte le autorizzazioni interne. Secondo, il
problema è stata la ricerca sulla fame a Gaza che ho pubblicato con il mio
team. Era un’analisi quantitativa dell’afflusso di cibo nel 2025, che in
sostanza concludeva che bloccare gli aiuti umanitari poteva costituire una
violazione del diritto internazionale. Era stato approvato dai superiori, poi
però è stato contestato dalla delegazione israeliana e ce lo hanno fatto
rimuovere dal sito Fao. Ci dissero che non potevano interpretare il diritto
internazionale per singoli Paesi. Nei paper successivi abbiamo dovuto parlare
solo di “fame nel contesto di guerra”, senza menzioni specifiche.
Era la prima volta che si occupava di
Gaza?
Sì, prima mi ero occupato di America Latina e Africa.
Poi una collega miha girato i dati dell’Onu e del Cogat israeliano sulle
spedizioni di cibo nella Striscia. Ho pensato sarebbe stato un lavoro tecnico
interessante tradurre i camion in termini di calorie…
Aveva mai percepito tensioni intorno
alla questione di Gaza, alla Fao?
Dopo il 7 ottobre 2023 c’era una certa ipersensibilità
su cosa dire e non dire. Gli eventi sul tema venivano approvati con difficoltò.
Nel 2025 la tensione è aumentata, soprattutto dopo la presentazione del
briefing sugli aiuti umanitari a Gaza. La missione israeliana ha presentato una
protesta formale, ci ha accusato di fare propaganda per Hamas.
Come giudica il lavoro della Fao sulla
disponibilità di cibo a Gaza?
Ha fatto analisi geospaziali, fornito dati per le
classificazioni Ipc. È un’agenzia tecnica. Per esempio, non ha detto nulla
sull’invasione russa dell’Ucraina per molto tempo, per dire, salvo poi
intervenire dopo una forte pressione da parte dei Paesi europei. Ma i
palestinesi sono stati trattati diversamente rispetto agli ucraini. Nessuno ha
mai storto il naso o provato a bloccare i momenti di silenzio per Kiev, le
raccolte fondi per le ong civili.
Che farà adesso?
Ho presentato un ricorso interno per una questione di
principio. Ma la cosa peggiore di questa storia è la volontà politica di
silenziare un lavoro su Gaza, analogamente a come è stato fatto nelle
università degli Usa. Mi preoccupo anche per il mio team: è stato proposto di
smembrarlo.
domenica 4 ottobre 2026
Lavinia Marchetti e i giovani in rivolta
Il “senso
comune” che vorrebbe giudicare le rivolte giovanili
Il cappio
del doppio vincolo messo al collo dei giovani
Il doppio vincolo funziona bene perché qualunque cosa una persona scelga di fare sbaglierà. Il sistema del giudizio è truccato e non esiste alcuna scelta giusta, la colpa arriverà in un modo o nell’altro. Applichiamolo alla stampa e al senso comune (gramsciano) che ci circonda per quanto riguarda le rivolte studentesche (e non solo, le lotte in generale, ma la cosa peggiora con i giovani). Mi sono (poco) divertita a fare un elenco delle cose che ho letto in questi due giorni. Se resti a casa sei apatico. Se scendi in strada sei un vandalo. Se chiedi un salario dignitoso pretendi troppo. Se accetti paghe miserabili ti manca l’ambizione. Il giovane ideale, a sentire il senso comune dovrebbe lavorare dodici ore al giorno per il minimo del salario, pagarsi un affitto impossibile, essere colto, informato, politicamente consapevole, possibilmente docile con l’autorità anche se l’autorità lo sfrutta e non lo rispetta e soprattutto protestare senza disturbare nessuno. Una creatura mitologica.
I giovani di
oggi nel “senso comune”
·
I giovani
stanno sempre sul cellulare.
·
I giovani
non hanno voglia di fare nulla.
·
Alla loro
età io…
·
Ai miei
tempi protestavamo, ora stanno a casa dai genitori. (Prova a prendere un
affitto!).
·
I giovani di
oggi non hanno ideali.
·
Vogliono
tutto e subito.
·
Non sanno
cosa significhi fare sacrifici.
·
Cambiano
lavoro appena qualcosa va storto.
·
Nessuno
vuole più fare i lavori faticosi.
·
Studiano
troppo e lavorano troppo poco.
·
Hanno troppe
lauree inutili.
·
Pretendono
stipendi alti appena entrano nel mondo del lavoro.
·
Se fanno due
lavori, evidentemente devono ancora «farsi le ossa».
·
Se emigrano
sono quelli della fuga dei cervelli, ma se rimangono, evidentemente manca loro
il coraggio di andarsene.
·
Vivono con i
genitori a trent’anni, dunque sono eterni adolescenti. Il prezzo di un
monolocale è accessorio.
·
Spendono per
un aperitivo e poi si lamentano di non riuscire a comprare casa. (Si sa che
ormai gli appartamenti si comprano rinunciando agli spritz).
·
Non mettono
su famiglia perché sono egoisti.
·
Non fanno
figli perché pensano soltanto a divertirsi.
·
Hanno ansia,
depressione ai nostri tempi queste cose non esistevano, (naturalmente si
soffriva in silenzio!)
·
Parlano
troppo di salute mentale.
·
Sono troppo
sensibili.
·
Si offendono
per tutto.
·
Non leggono.
·
Se leggono e
studiano, sono intellettualoidi scollegati dalla realtà. Zecche.
·
Non
partecipano alla politica.
·
Se
partecipano, sono manipolati.
·
Non sanno
nulla del mondo.
·
Se prendono
posizione sul mondo, qualcuno domanda subito chi li abbia indottrinati.
·
Vogliono
lavorare meno. (leggasi: vorrebbero avere una vita oltre il lavoro)
·
Accettano
contratti indegni, ma poi vengono rimproverati perché «si fanno sfruttare».
Poi, quando
arriva il momento meraviglioso in cui gli stessi adulti che hanno passato anni
a lamentarsi dell’apatia giovanile scoprono che i giovani hanno deciso di
protestare, per il futuro, per la scuola, l’università i propri diritti.
Giovani che
protestano secondo il “senso comune”
·
Terroristi,
vandali.
·
Figli di
papà.
·
Sono tutti
pro-pal musulmani.
·
Che gli
facciano ripagare tutto.
·
Non sanno
nemmeno perché sono in piazza.
·
Qualcuno li
manovra.
·
Sono stati
indottrinati dai professori.
·
Pensassero a
studiare.
·
Pensassero a
lavorare.
·
Se hanno
tempo per manifestare significa che non hanno problemi veri.
·
Se occupano
una scuola danneggiano gli altri studenti.
·
Se bloccano
una strada danneggiano i lavoratori.
·
Se fanno un
corteo autorizzato che procede ordinatamente, «tanto così non cambia niente».
·
Se il corteo
esce dal percorso previsto, diventano immediatamente delinquenti.
·
Se urlano
sono violenti.
·
Se stanno in
silenzio la protesta è ridicola.
·
Se lanciano
vernice hanno superato il limite.
·
Se si
siedono per terra impediscono alla gente di vivere.
·
Se bloccano
il traffico che protestassero nel deserto, io devo andare a lavorare.
·
Se interrompono
un evento pubblico impediscono la libertà di parola.
·
Se
manifestano davanti a un’università stanno politicizzando l’università.
·
Se
manifestano fuori dall’università, qualcuno domanda che cosa c’entrino gli
studenti.
·
Se hanno
diciotto anni sono troppo giovani per capire.
·
Se ne hanno
venticinque dovrebbero pensare a costruirsi una carriera.
·
Se vengono
caricati dalla polizia, «qualcosa avranno fatto».
·
Se filmano
le cariche, cercano soltanto materiale per i social.
·
Se
denunciano un abuso, stanno facendo propaganda.
·
Se vengono
arrestati, l’arresto diventa retroattivamente la prova della loro colpevolezza.
·
Se una
persona rompe una vetrina, l’intero corteo viene trasformato in quella vetrina.
·
Se cento
persone vengono ferite e un cassonetto prende fuoco, il protagonista del
telegiornale sarà quasi certamente il cassonetto.
·
Se chiedono
conto delle scelte del governo vengono accusati di odiare il proprio paese.
·
Se
protestano contro una guerra vengono accusati di sostenere il nemico.
·
Se prendono
posizione per Gaza diventano, a seconda delle necessità del commentatore,
estremisti, antisemiti, islamisti o utili idioti.
·
Se rifiutano
queste etichette, si dirà che «non capiscono la complessità».
·
Se studiano
quella complessità e rispondono punto per punto, diventano arroganti.
Per
concludere: abbiamo passato anni a chiedere ai giovani dove fossero, che cosa
pensassero, e perché non scendessero in strada. Adesso una parte di loro è in
strada e improvvisamente li preferivamo sul divano.
Eccolo il
doppio vincolo: il giovane accettabile deve avere ideali purché restino
privati, deve essere politico ma non deve fare nulla, né urlare, né reagire
alle cariche, né bloccare il traffico, deve fare una scampagnata, deve
indignarsi purché lo faccia con educazione, a un orario concordato e lasciando
perfettamente pulito il marciapiede e che si lavi pure il sangue, altrimenti è
un vittimista.
PERCHÉ IN
ITALIA NON PROTESTIAMO COME IN FRANCIA? È OVVIO, TENIAMO TROPPO ALLE VETRINE E
AI CASSONETTI!
Leggo spesso
parole di ammirazione per i «rivoltosi» francesi. È successo con i Gilet
gialli, con gli agricoltori, con i vigili del fuoco e succede di nuovo in
questi giorni con gli studenti. La protesta che attraversa la Francia ha
coinvolto centinaia di licei, mentre insegnanti e lavoratori del settore
pubblico scioperano contro i tagli e il deterioramento dei servizi. Ci sono
stati oltre mille arresti in due giorni e di 119 feriti tra studenti e
personale scolastico. In alcune città sono bruciati cassonetti e scuole, ci
sono stati scontri con la polizia. Eppure in Francia il problema politico
rimane sulle prime pagine e nei TG: carenza di insegnanti, classi
sovraffollate, edifici degradati, servizi pubblici che perdono pezzi.
Esattamente come da noi.
Liquidare
tutto con la famosa «tradizione rivoluzionaria francese» spiega poco. Charles
Tilly (che consiglio sempre di leggere) dedicò buona parte della propria
ricerca proprio alla storia del conflitto sociale in Francia e parlava di
repertori dell’azione collettiva. Che significa? Che una società impara nel
tempo quali forme di conflitto considera praticabili, comprensibili, e persino
normali quando un gruppo vuole costringere il potere ad ascoltarlo. Sciopero,
occupazione, blocco, manifestazione, scontri hanno una storia e vengono appresi
e trasmessi. La Francia possiede da quasi due secoli una consuetudine
particolarmente forte con queste forme di conflitto. La Francia possiede una
lunga abitudine a considerare il conflitto sociale un fatto politico e non un
mero problema di ordine pubblico.
In Italia
abbiamo 5,7 milioni di persone in povertà assoluta secondo gli ultimi dati
disponibili, quasi un residente su dieci. Nel 2025 oltre 13 milioni di persone
risultavano a rischio di povertà o esclusione sociale. Eppure basta che una
manifestazione esca dal percorso previsto, che voli una transenna, venga rotta
una vetrina, o incendiato un cassonetto (spesso e volentieri da infiltrati che
ormai conoscono il giochetto) e una parte enorme della discussione pubblica
scivola immediatamente sulla proprietà danneggiata. Il cassonetto vale molto di
più di gente che non arriva a fine mese o a cui danno una visita dopo un anno.
Le ragioni che hanno portato migliaia di persone in strada si perdono. Succede
sempre in questo paese. Mentre comincia l’interminabile processo pubblico al
manifestante abbastanza arrabbiato da avere manifestato "male", e
allora via con "facinorosi", "terroristi",
"vandali", "sempre dalla parte delle forze dell'ordine",
bla, bla bla.
Ricordate
Francesco Cossiga? Era maestro di questa dinamica. Nel 2008, e c'ero dentro gli
scontri, parlando delle proteste studentesche contro la riforma Gelmini,
suggerì a Maroni di lasciare inizialmente spazio ai disordini, infiltrare
provocatori e attendere che le devastazioni producessero consenso nell’opinione
pubblica, solo dopo, sosteneva, sarebbe arrivato il momento della repressione
poliziesca.
Quando vi
chiedete: perché? Pensate a quanti Cossiga conoscete, a quanti Cossiga date il
vostro plauso. Il cassonetto, la vetrina in Italia hanno una forza attrattiva
invincibile e per qualche ora riescono a farci dimenticare perché tanta gente
fosse scesa in strada prima. Quindi va bene così. Difendiamo i cassonetti e
sprofondiamo. Tanto la povertà tocca solo agli altri, no?
Perché i colossi dell’AI distruggono i libri? - Antonio Dini
L’ultima novità è di poche settimane fa e viene dal Giappone. Nel paese del Sol Levante sta infatti succedendo una cosa curiosa: alcune librerie dell’usato hanno recentemente registrato vendite quintuplicate, con ordini da centinaia di volumi alla volta, tutti diretti allo stesso centro logistico nella prefettura di Okayama. Da lì, i pallet di libri partono verso gli Stati Uniti: oltre cinquanta tonnellate in totale, secondo le notizie raccolte dalle testate giornalistiche nipponiche. Nessuno ha ancora confermato chi sia il compratore finale, ma il percorso ricalca uno schema già noto altrove.
È lo stesso schema emerso in una causa giudiziaria che
sta facendo la storia: Bartz v. Anthropic. Gli atti del processo sono
stati resi noti dalla stampa americana e raccontano la storia di un’azienda che
ha comprato milioni di libri di seconda mano, li ha fatti smontare tagliando la
rilegatura, li ha fatti scansionare pagina per pagina sostanzialmente
distruggendoli, e infine li ha buttati al macero.
Quello di Anthropic non è l’unico caso. Un’inchiesta
della testata 404 Media ha seguito, grazie a un tracciatore nascosto in un lotto di
volumi rari, un processo analogo che ha portato un lotto di alcune centinaia di
libri comprato all’ingrosso fino a un magazzino Amazon vicino a Las Vegas,
dove, anche in questo caso, alcuni lavoratori avrebbero raccontato di aver
tagliato le rilegature, scansionato le pagine e gettato i resti.
La società non ha però confermato pubblicamente che i
file siano destinati all’addestramento dei suoi modelli, né ha chiarito quanti
libri siano coinvolti o quale criterio usi per selezionare i volumi. Amazon ha risposto che “acquista libri tramite i canali commerciali per
contribuire allo sviluppo e al miglioramento dei prodotti e dei servizi
utilizzati dai nostri clienti”.
Questo è uno dei punti comuni. Le aziende spesso non
negano l’acquisto dei libri, ma evitano di confermare pubblicamente il processo
completo: acquisto, scansione, uso nei dataset, distruzione e conservazione
delle versioni digitali ricavate. Segnalazioni di pratiche simili arrivano anche
da Regno Unito, Irlanda e altri Paesi europei.
Il filo che lega questi episodi è più interessante
della singola notizia e conduce in una direzione molto chiara: la guerra senza
quartiere in corso tra i colossi dell’intelligenza artificiale per ottenere la
supremazia sviluppando nuovi modelli di frontiera sempre più potenti.
Per anni la battaglia sui dati con cui si addestrano i
modelli linguistici ha riguardato soprattutto le persone: foto, conversazioni e
tutte le altre tracce digitali lasciate in rete. Oggi quel fronte si è spostato
sulla pagina stampata, perché i grandi archivi del web cominciano a scarseggiare e i libri restano un giacimento ancora relativamente
poco sfruttato.
Anthropic, per esempio, ha sostenuto che Claude viene addestrato su una combinazione di dati
disponibili pubblicamente sul web, dataset acquistati commercialmente e dati
prodotti dall’azienda. Ha anche dichiarato che acquistare libri è una pratica
ampiamente utilizzata nel settore dell’AI, e che nessuno dei suoi programmi di
acquisizione dati compra e distrugge “libri rari o antiquari”.
Questa dichiarazione è importante, ma va letta con
precisione. Non equivale a dire che Anthropic non abbia mai usato la cosiddetta
“scansione distruttiva”. Gli atti giudiziari del caso Bartz v. Anthropic
descrivono invece un programma chiamato Project Panama, nel quale copie cartacee venivano acquistate,
private della rilegatura, scansionate e poi scartate. La dichiarazione
aziendale insiste sulla categoria “rari o antiquari”, lasciando aperta la
questione di libri fuori catalogo, specialistici o difficili da reperire, ma
non formalmente classificati come antiquari.
Gli atti e le cause americane indicano che il problema
riguarda più aziende, non soltanto Anthropic. Meta avrebbe definito l’accesso a grandi quantità di dati librari “essenziale per
restare competitiva”. OpenAI è stata accusata di aver usato libri protetti da
diritto d’autore, e avrebbe riconosciuto di aver scaricato materiale da
piattaforme pirata come Library Genesis (LibGen) e Z-Library (spesso menzionate
insieme ad altre “shadow libraries” come Sci-Hub e Bibliotik), sostenendo di
averlo cancellato prima del lancio di ChatGPT. Questi elementi non provano però
che tutte le aziende citate abbiano adottato lo stesso sistema di acquisto,
taglio e distruzione fisica dei libri.
La distinzione è fondamentale: ci sono prove di una
corsa generale ai libri, ma non esiste ancora una prova pubblica uniforme che
ogni grande azienda abbia un “Project Panama” identico.
Materia prima pregiata
C’è un motivo se l’industria editoriale è entrata nel
mirino dei colossi dell’AI, e riguarda la qualità del lavoro umano
specializzato. In generale, un romanzo curato da un editor, un saggio storico,
un manuale specialistico offrono una scrittura di qualità superiore a gran
parte di quanto circola online, caratterizzata da testi e strutture coerenti e
corretti, frutto di anni di lavoro redazionale. A finire nella lista dei
desideri delle aziende sono soprattutto testi scritti prima che l’intelligenza
artificiale generativa cominciasse a riempire il web di contenuti sintetici,
quindi genuinamente umani.
Per un modello linguistico questa è la materia prima
più pregiata che esista perché evita del tutto il rischio del “collasso del modello” (model collapse), che si verifica invece
quando l’addestramento avviene con contenuti generati da un’altra AI (o da
versioni precedenti di se stessa). Questa forma di endogamia digitale (non a
caso chiamata anche, con una certa ironia, Habsburg AI,
l'”AI degli Asburgo”, dinastia nota per la sua endogamia) è un processo di
addestramento paragonabile a una fotocopia di una fotocopia: a ogni passaggio
il modello addestrato perde sfumature, dettagli rari e aderenza alla realtà,
accumulando errori e appiattendo le risposte.
La soluzione al “problema Asburgo” dell’AI è trovare
“materiale umano” fresco, meglio se verificato, com’è il caso dell’industria
editoriale pre-ChatGPT. E di questo materiale ne serve tanto.
I numeri danno l’idea della scala. Secondo Epoch AI, l’insieme del testo umano di qualità disponibile
online è un numero attorno ai trecentomila miliardi di token, con un
esaurimento previsto tra il 2026 e il 2032. Nello stesso periodo si è formato
un mercato delle licenze per dataset che vale già alcuni miliardi di dollari
l’anno. Anthropic, per esempio, nel 2026 ha pagato un miliardo e mezzo di
dollari per chiudere una causa legata a circa cinquecentomila libri scaricati
da archivi pirata.
Qui entra in gioco il diritto d’autore. Chi compra una
copia di un libro può rivenderla, prestarla o anche distruggerla senza chiedere
permesso a nessuno. È il principio che rende possibili le biblioteche e le
bancarelle dell’usato. Possedere il volume, però, non significa avere anche il
diritto di riprodurne liberamente il contenuto, per esempio digitalizzandolo
integralmente.
Sul versante opposto, va anche segnalato che la
distruzione dei libri è tutt’altro che un’anomalia: gli editori mandano da
sempre al macero le copie non vendute, restituite dai librai come parte del
“reso”, cioè dell’invenduto. Che è però un modo per chiudere una perdita
logistica, non per estrarne valore.
Lo scandalo del macero industriale
Quindi, la distruzione delle copie in sovrappiù c’è
sempre stata. Allora perché la vicenda dei libri usati comprati dai produttori
e poi distrutti diventa scandalosa? Il macero tradizionale elimina copie che
nessuno vuole più leggere. Le aziende di AI, invece, comprano deliberatamente
libri che sono sul mercato, che hanno ancora un valore informativo, ne assorbono
il contenuto e poi ne distruggono il supporto fisico, spesso senza che autori
ed editori vedano un euro. Se il volume era un’edizione rara, quel testo esce
per sempre dal mondo condiviso della lettura, ogni libro sparisce davvero solo
quando smettiamo di parlarne e di sfogliarlo.
Tuttavia, alcuni commentatori tecnologici e di
orientamento libertario sostengono che la scansione distruttiva venga
presentata in modo troppo apocalittico. Per esempio, Jack Nicastro, in un
commento ripreso dall’Information Technology and Innovation Foundation, argomenta che il procedimento può convertire rapidamente libri
fisici in testo ricercabile, aiutare a rispettare il copyright e ampliare
l’accesso alla conoscenza. Secondo questa lettura, il problema principale
sarebbe la trasparenza e non la distruzione materiale in sé.
La posizione della Commissione Europea è invece
opposta: lo scorso 16 settembre la Commissione ha dichiarato che la digitalizzazione di un libro fisico protetto è
un atto di riproduzione e che le eccezioni non coprono, nella sua
interpretazione, la digitalizzazione di opere originariamente fisiche.
Inoltre, l’European Writers Council ha condannato la scansione distruttiva di milioni di libri,
sostenendo che non si tratta soltanto di copyright, ma di rispetto per il
lavoro creativo e per il patrimonio culturale. Questa posizione considera il
libro non un semplice contenitore di token: un volume può avere valore come
oggetto, come esemplare raro, come testimonianza di una biblioteca, come testo
annotato o come unica copia ancora reperibile. Il PDF può salvare le parole, ma
non conserva integralmente la storia materiale del libro.
È difficile capire quale possa essere il punto di
vista corretto, soprattutto se l’obiettivo è di preservare la cultura di cui i
libri sono simbolo oltre che contenitori. Un’altra analisi pubblicata da Stanford difende la scansione distruttiva in linea di
principio: anche biblioteche e archivi possono smontare copie duplicate per
preservare il contenuto e renderlo studiabile. La condizione, però, è che la
procedura sia usata correttamente, su copie adeguate e dentro una politica di
conservazione responsabile.
Da un lato, digitalizzare una copia duplicata e
depositare il file in un archivio controllato può avere un valore conservativo.
Dall’altro, è facilmente dimostrabile che comprare indiscriminatamente migliaia
di libri fuori catalogo, tagliarli in modo irreversibile, non rendere pubblico
l’elenco dei titoli e usare il risultato per addestrare prodotti commerciali è
invece molto più problematico.
Europa e Stati Uniti: stessi libri, leggi diverse
Quello che Anthropic e le altre aziende stanno facendo
nasce, come detto, dal bisogno di dati freschi e dagli spazi lasciati dal
diritto vigente, soprattutto negli Stati Uniti: la legge per ora permette più
di quanto il senso comune sia disposto a concedere. Negli Stati Uniti il
giudice che ha istruito il caso Anthropic ha separato con cura i libri
scaricati da biblioteche pirata dai libri comprati legalmente e poi
scansionati. Ha ritenuto legittimo l’uso dei testi per addestrare i modelli e
la digitalizzazione delle copie acquistate, mentre ha escluso che il fair
use potesse giustificare l’acquisizione e la conservazione di libri
ottenuti da archivi pirata. Si tratta di una sentenza di merito legata a quella
singola fattispecie, ma è stata interpretata come un lasciapassare
generale.
Chi si oppone a questa interpretazione, autori ed
editori inclusi, nota però che il proprietario di una copia comprata legalmente
può altrettanto legalmente rivenderla o distruggerla, ma questo non gli concede
automaticamente il diritto di riprodurne il contenuto su scala industriale.
In Europa il quadro è più prudente e non ricalca
quello americano. Le eccezioni per l’estrazione di testi e dati previste dalla
normativa comunitaria permettono in alcuni casi di analizzare opere a cui si
abbia accesso lecito, ma gli autori possono riservarsi esplicitamente i diritti
per gli usi commerciali. Per questo le segnalazioni arrivate da librerie del
Regno Unito, dell’Irlanda e di almeno sette Paesi del continente (non risulta
ad oggi che l’Italia sia tra questi) mostrano che il fenomeno non è confinato
agli Stati Uniti. La conclusione di un tribunale californiano non si
trasferisce da sola nel diritto europeo: davanti a un giudice del Vecchio
continente il risultato con tutta probabilità sarebbe molto diverso.
Anthropic, peraltro, non è sola in questa corsa. Ci
sono Meta e OpenAI, probabilmente anche Amazon. Le aziende hanno fornito
dichiarazioni parziali: confermano acquisti commerciali o descrivono in modo
generale le fonti dei dati, ma raramente pubblicano liste complete dei libri,
procedure di conservazione, criteri per escludere opere rare e informazioni
verificabili sul percorso dei file. Nessuno di questi elementi dimostra infatti
che tutte le aziende seguano lo stesso protocollo di acquisto, taglio e
distruzione fisica, ma conferma che la caccia ai libri è un fenomeno parte di
un mercato ormai strutturato, non un’anomalia isolata.
Resta, sullo sfondo, un deficit di trasparenza che
accomuna quasi tutti i protagonisti della vicenda. In Giappone l’associazione
degli editori ha chiesto chiarimenti al grande distributore Nippan, il cui nome
compare negli atti del contenzioso americano, senza ottenere finora risposte
sulle singole transazioni.
Librai e artisti contro l’AI
Questa storia si inserisce in una vicenda più ampia
che da alcuni decenni vede contrapposta l’industria culturale alle
multinazionali tecnologiche. Dalle guerre a Napster alla fine degli anni Novanta fino agli scontri di
oggi fra artisti e colossi dello streaming, tutto ruota intorno alla
ridistribuzione dei profitti: artisti pagati pochi centesimi per ascolti che
generano fatturati miliardari.
È la stessa guerra che ha mandato in sciopero per 148 giorni gli sceneggiatori di Hollywood, preoccupati che l’AI
potesse scrivere al posto loro togliendo lavoro futuro (alla fine hanno
ottenuto la garanzia che nessun testo generato da un modello potesse valere
come materiale letterario), ma finora nessuno si era posto il problema, enorme,
della sostituzione anche fisica del libro in quanto strumento più antico e
potente per la trasmissione della cultura delle nostre società.
Adesso, il libro, oggetto apparentemente innocuo su
uno scaffale, è diventato il terreno di uno “scontro finale” tra chi crea e chi
addestra. Tuttavia, le storie che circolano online secondo le quali i grandi
dell’intelligenza artificiale “stanno distruggendo tutti i libri del mondo”,
“ogni volume giapponese finisce in Anthropic”, “tutte le aziende bruciano opere
uniche” vanno ridimensionate.
Il fenomeno non è una leggenda nata sui social. La
vera novità però è che la trasformazione del libro in materia prima industriale
per l’AI sta diventando abbastanza vasta da produrre effetti visibili nei
mercati dell’usato, nei rapporti fra editori e distributori e nel dibattito
sulla conservazione culturale.
sabato 3 ottobre 2026
Di fronte al picco di inflazione l’Europa ripete gli errori del 2022. L’attivismo è tutto per il riarmo, che toglie spazio al welfare
Chiara Brusini intervista Mario Pianta
Il docente della Scuola Normale Superiore a Firenze:
"L'aumento dei prezzi è un fonte meccanismo di impoverimento e
allargamento delle disuguaglianze. Lo Stato fissi un prezzo massimo per
benzina, diesel, energia e gas invece di dare bonus e aiuti a pioggia". Il
6 ottobre esce, a sua cura, Se l’Europa va alla guerra. Politica, economia e
tecnologia della corsa al riarmo (Fondazione Feltrinelli)
“La cosa
disperante è che gli errori di politica economica di fronte all’inflazione,
al debito e alla recessione continuano a ripetersi perché non c’è la capacità
di un cambiamento radicale nelle impostazioni delle politiche europee e
nazionali. Paradossalmente, a questo immobilismo fa da contraltare il
grande attivismo sul fronte della spesa militare“. Mario Pianta,
ordinario di politica economica alla Scuola Normale Superiore a Firenze,
ha curato nel 2023 L’inflazione in Italia (Carocci), analisi del balzo
dei prezzi seguito all’invasione russa dell’Ucraina, delle sue
conseguenze su salari, redditi e disuguaglianze e delle (in gran
parte fallimentari) politiche adottate per affrontarlo. Il suo punto di vista è
particolarmente prezioso ora che il conflitto in Medio Oriente ha
innescato una nuova spirale di rincari. Il 6 ottobre esce, sempre a sua cura, Se
l’Europa va alla guerra. Politica, economia e tecnologia della corsa al riarmo
(Fondazione Feltrinelli), che aggiunge un altro tassello indagando come e
quanto la corsa agli armamenti rischi di sottrarre risorse indispensabili per
il contrasto alla crisi climatica, alle disuguaglianze e al declino
industriale: “In breve”, riassume, “è un cattivo affare e un cattivo
modello di sviluppo economico. Ma la scelta tra più armi e più spesa sociale è
una scelta politica che finirà al centro del prossimo scontro elettorale“.
Domanda.
Professore, a settembre l’inflazione è balzata al 4,2% causa guerra in Medio
Oriente mentre i salari reali italiani sono ancora ben lontani dal ritorno ai
livelli pre Covid. Cosa ha insegnato la fiammata dei prezzi del 2022-2023? Chi
pagherà il prezzo più alto?
Questo picco
si collega a un processo di lungo periodo che ha mantenuto elevata
l’inflazione. Ci sono tre fronti principali: l’aumento dei prezzi dell’energia
ora legato alla guerra tra Iran e Stati Uniti, la crescita dei prezzi delle
case, saliti del 4% sull’anno precedente, e quello dei prodotti
alimentari, aumentati del 5%. A perderci sono soprattutto le famiglie più
povere, che spendono una maggior quota di reddito per quelle tre voci. Nel
2022-23, a fronte di un indice di inflazione medio dell’8,5%, per loro il conto
è stato ben più alto: 12%. Oggi il 4% medio si traduce per quelle fasce in un
7-8% di perdita di potere d’acquisto: è un meccanismo molto forte di
impoverimento e di allargamento delle disuguaglianze, che segue un trentennio
in cui le trasformazioni dell’economia e il potere della finanza hanno ridotto
di 15 punti percentuali la quota dei salari sul reddito nazionale mentre la
fetta che va a profitti e rendite si è allargata.
Chi invece
ci guadagna?
Le imprese
con potere monopolistico e capacità di influenzare l’andamento
complessivo dei prezzi a fronte di una domanda rigida. È il caso dell’energia:
elettricità, benzina, gasolio e gas sono prodotti di cui i consumatori non
possono fare a meno. Per questo storicamente questi prezzi sono stati
controllati direttamente dai governi o decisi da imprese pubbliche. In Italia Eni
ed Enel sono nate come imprese pubbliche e sono ancora
prevalentemente di proprietà dello Stato, ma dopo le privatizzazioni si
comportano come imprese private, puntando alla massimizzazione dei profitti.
Il governo, che pure è il principale azionista, non richiede più comportamenti
mirati alla difesa dell’equilibrio economico del Paese e degli interessi dei
consumatori. E ne beneficia perché parte dei dividendi finisce nelle
casse dello Stato.
Cosa avrebbe
dovuto fare il governo, al posto degli inefficaci tagli delle accise e della
“moral suasion” per ottenere mini sconti sui carburanti?
La lezione
dell’inflazione del 2022-23 era proprio l’importanza di una politica di
controllo dei prezzi dell’energia, per evitare che aumenti in questo campo
portassero a una crescita generalizzata. Lo Stato dovrebbe stabilire un prezzo
massimo per benzina, diesel, energia e gas, come è stato fatto per decenni.
Invece di dare bonus e aiuti a pioggia, che sono un cerotto e un pessimo
esempio di come utilizzare le risorse pubbliche pubbliche, occorrerebbe
interviene alla radice dei problemi. Poi, se necessario, a fronte di forti
rincari dei prezzi di acquisto, il governo potrebbe concedere compensazioni
alle aziende. È quello che hanno fatto Francia e Spagna nel 2022-23.
Oltre al
controllo dei prezzi, quali altri misure aiuterebbero a tamponare gli effetti
dei rincari e sostenere i salari, il cui potere d’acquisto nell’ultimo decennio
è crollato?
Tra le
politiche promettenti ci sono, accanto all’intervento attraverso le imprese
pubbliche, il salario minimo e un reddito di base. In più ogni sussidio alle
imprese dovrebbe essere condizionato al rinnovo dei contratti di lavoro.
I salari dovrebbero poter recuperare in modo stabile le perdite di potere
d’acquisto dovute all’inflazione.
Nel 2022-23
la Bce ha alzato i tassi per frenare l’inflazione e ora ripropone la stessa
ricetta, che però non aumenta la disponibilità di petrolio e gas…
L’aumento
dei tassi ha senso in caso di eccesso di domanda, che in questa fase non si
vede, come non lo avevamo nel 2022. L’effetto è soprattutto recessivo: riduce
la già piccola crescita del Pil. Nel caso dell’Italia, dove il beneficio del
Pnrr che aveva rilanciato gli investimenti si sta esaurendo, vuol dire tornare
fanalino di coda. A livello europeo, con i consumi e gli investimenti che non
crescono e l’export che risente dell’incapacità della Germania di mantenere i
propri mercati internazionali, significa condannarsi a un ristagno di lungo
periodo.
E allora
perché si persevera in quella direzione?
Dipende dal
debito: dagli Usa arriva una spinta verso tassi di interesse elevati per mantenere
la capacità del dollaro e del governo americano di attirare capitali da tutto
il mondo che vadano a comprare i Treasury. L’Europa ne viene influenzata e non
è in grado di mettere in campo una politica comune per gestire il debito
pubblico. L’ossessione del neoliberismo di vedere il debito pubblico come un
grande fattore di instabilità e le regole sbagliate alla base dell’Unione
monetaria e del ruolo della Bce inducono l’Europa a politiche
autolesionistiche. Lo abbiamo visto con la crisi del debito della Grecia e
dell’Italia nel 2010-2011 e adesso rischiamo di scivolare di nuovo in una
dinamica di questo tipo.
La cosa disperante è che gli errori di politica economica di fronte
all’inflazione, al debito, alla recessione continuano a ripetersi perché non
c’è la capacità di un cambiamento radicale nelle impostazioni delle politiche.
Una novità
però c’è: ora, secondo l’Ue, bisogna riarmarsi fino ai denti.
È
paradossale che l’immobilismo europeo su tutti gli altri fronti si ribalti
completamente quando parliamo di spesa militare. Quella dei Paesi europei della
Nato è quasi raddoppiata in termini reali negli ultimi dodici
anni. L’aumento è iniziato prima dell’invasione russa dell’Ucraina. La
Commissione, alfiere dell’austerità in tutti gli ambiti, sulla spesa militare
ha invece utilizzato gli eurobond per finanziare il
programma Safe, ha introdotto una clausola
che consente di sottrarre gli aumenti della spesa militare dal calcolo del rapporto
deficit/Pil e nel nuovo bilancio pluriennale 2028-2034 propone di
moltiplicare per sei le spese militari, arrivando a 130 miliardi. Il piano Rearm
Europe è arrivato a prevedere 800 miliardi in più di spesa in armi in quattro anni.
Il riarmo
viene presentato anche come una nuova politica industriale. Ma davvero può
produrre crescita e lavoro in Europa?
Nel libro
mostriamo che la spesa militare ha effetti sull’occupazione che sono circa la
metà rispetto a quelli che arrivano da investimenti pubblici in ambiti civili
come scuola, sanità e ambiente. Inoltre l’80% delle armi che
l’Europa compra dall’esterno viene
dagli Stati Uniti. Una parte
importante della spesa si indirizza quindi verso la produzione Usa, mentre da
noi i benefici vanno a pochi grandi produttori. In Italia, ovviamente, Leonardo.
L’obiettivo dichiarato è l’autonomia strategica e tecnologica europea, ma nel
digitale e nell’intelligenza artificiale il monopolio delle Big Tech
rende illusorio pensare che gli enormi investimenti militari creino da soli una
capacità produttiva europea. È un cattivo affare, un cattivo modello di
sviluppo economico e una politica illusoria.
Giorgia
Meloni assicura che non verranno tolti fondi al welfare…
Lo
spiazzamento c’è già. Abbiamo una riduzione della spesa per ricerca e
università dopo la fine del Pnrr, il congelamento della spesa sanitaria
mentre cresce quella privata perché il Servizio sanitario nazionale è
sottofinanziato, una scuola in condizioni difficili e una riduzione
della spesa sociale. Sul fronte dell’ambiente si concentrano risorse in
ambiti diversi dalle energie rinnovabili e dalla lotta al cambiamento
climatico. I problemi sociali stanno diventando più acuti. La scelta tra più
armi e più spesa sociale, tra riarmo e difesa del welfare, è una scelta
politica che finirà al centro del prossimo scontro elettorale.