Quando i
bambini sono il bersaglio - Vijay Prashad
Il 23 giugno, la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni
Unite sui territori palestinesi occupati, inclusa Gerusalemme Est, ha
pubblicato uno dei rapporti più devastanti mai redatti da un organismo
investigativo delle Nazioni Unite sul genocidio israeliano a Gaza. Il suo
titolo è quasi insopportabile da leggere: “L’essenza dell’infanzia è stata
distrutta”. Dietro il titolo si cela un’accusa di straordinaria gravità. La
Commissione conclude che le autorità e le forze di sicurezza israeliane hanno
deliberatamente preso di mira i bambini palestinesi e che tali azioni
costituiscono genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra nella
Striscia di Gaza, oltre ai crimini di guerra commessi nella Cisgiordania
occupata.
Il rapporto non è un appello emotivo. È un meticoloso documento legale
costruito su testimonianze, prove forensi, immagini satellitari, analisi
militari, cartelle cliniche e anni di documentazione. Ciò che presenta non è
semplicemente un altro elenco di vittime civili. Sostiene che l’uccisione, la
mutilazione, la fame, la detenzione e la distruzione psicologica dei bambini
palestinesi non possono essere spiegate come danni collaterali. La Commissione
conclude piuttosto che i bambini stessi sono diventati bersagli deliberati
della politica militare israeliana. Le implicazioni di tale constatazione vanno
ben oltre Gaza. Sollevano interrogativi fondamentali sul futuro stesso del
diritto internazionale.
Un rapporto di straordinaria gravità
La Commissione stima che dall’ottobre 2023 almeno 20.179 bambini
palestinesi siano stati uccisi e oltre 44.000 feriti. Circa il trenta per cento
di tutti i palestinesi uccisi sono bambini. Queste cifre da sole collocano la
guerra di Gaza tra i conflitti più letali per i bambini nella storia moderna.
Tuttavia, l’importanza del rapporto non risiede solo nei numeri, ma nelle sue
conclusioni riguardo all’intento.
Documenta ripetuti casi in cui i bambini sono stati colpiti da cecchini,
attaccati da droni, colpiti mentre cercavano cibo o acqua, o uccisi pur non
rappresentando alcuna minaccia militare – come avrebbe dovuto essere ovvio.
Esamina l’uso ripetuto di esplosivi ad alto potenziale in aree civili
densamente popolate, molto tempo dopo che le prevedibili conseguenze per i
bambini erano diventate innegabili. Il rapporto descrive dettagliatamente gli
attacchi contro ospedali di maternità, reparti neonatali, scuole, orfanotrofi e
centri di accoglienza. Esamina inoltre il blocco di cibo, acqua e medicinali,
mostrando come la fame, le malattie e il collasso dei servizi sanitari siano
diventati strumenti di guerra diretti contro un’intera popolazione civile, i
cui membri più giovani sono i più vulnerabili.
La Commissione indaga sulle pratiche di detenzione israeliane che
coinvolgono minori palestinesi. I bambini arrestati a Gaza e in Cisgiordania
descrivono torture, violenze sessuali, trattamenti degradanti e sparizioni in
centri di detenzione senza che le loro famiglie ne venissero informate. Tali
abusi, conclude il rapporto, fanno parte di un sistema più ampio di punizione
collettiva diretta contro la società palestinese colpendo le nuove generazioni.
Il rapporto della Commissione delle Nazioni Unite non è una novità su questo
tema, sebbene le conclusioni siano devastanti. Confermano precedenti rapporti
di Save the Children (Palestinian Children in Israeli Military Detention Report
Increasingly Violent Conditions, 29 febbraio 2024) e, ben prima di questa
campagna genocida iniziata nel 2023, dell’UNICEF (Children in Israeli Military
Detention, febbraio 2013). Nel suo recente libro, “Sopravvissuti all’oscurità”,
il giornalista palestinese Wesam Afifa documenta l’orribile violenza dei campi
di concentramento israeliani istituiti per i palestinesi, compresi i bambini.
Forse la conclusione più agghiacciante del rapporto delle Nazioni Unite è
che la distruzione va oltre la morte fisica. L’infanzia stessa è diventata un
campo di battaglia. I traumi psicologici, gli orfani, i ripetuti sfollamenti,
la fame, l’interruzione dell’istruzione e le disabilità permanenti si
traducono, secondo la Commissione, nella distruzione dell'”essenza stessa
dell’infanzia”.
Un modello documentato da tempo
Le conclusioni della Commissione non sono emerse all’improvviso. Per quasi
due anni, i giornalisti palestinesi hanno documentato bambini estratti dalle
macerie di edifici crollati, neonati che morivano in incubatrici senza
elettricità, famiglie sterminate dai raid aerei e bambini uccisi a colpi d’arma
da fuoco mentre cercavano di procurarsi cibo o acqua. Molti di questi
giornalisti hanno pagato con la propria vita. Gaza è diventato il “conflitto
più letale di sempre per i giornalisti”, ha affermato Irene Khan, Relatrice
speciale delle Nazioni Unite sulla promozione e la protezione del diritto alla
libertà di opinione e di espressione. Eppure, nonostante il pericolo
straordinario, i giornalisti hanno continuato a documentare eventi che gran
parte del mondo preferiva non vedere.
Le organizzazioni internazionali per i diritti umani erano giunte a
conclusioni simili ben prima di questo recente rapporto delle Nazioni Unite.
Save the Children aveva ripetutamente avvertito che Gaza era diventata uno dei
luoghi più pericolosi al mondo per i bambini. Defence for Children
International–Palestine ha documentato ripetute sparatorie contro bambini in
maniera deliberata. Human Rights Watch ha indagato sugli attacchi contro
scuole, ospedali e campi profughi. Amnesty International ha esaminato i
ripetuti attacchi che sembravano violare i principi di distinzione e
proporzionalità del diritto internazionale umanitario. L’UNICEF ha
ripetutamente avvertito che i bambini venivano uccisi e feriti con una
frequenza impressionante. Nessuna di queste organizzazioni ha descritto
incidenti isolati. Hanno identificato schemi ricorrenti che sono stati
indipendentemente indagati. Il nuovo rapporto delle Nazioni Unite consolida
efficacemente questa vasta mole di prove in un’unica valutazione giuridica.
Nel gennaio 2024, la Corte internazionale di giustizia ha ritenuto
plausibile la denuncia del Sudafrica per genocidio perpetrato da Israele e ha
ordinato misure provvisorie che imponevano a Israele di prevenire atti vietati
dalla Convenzione sul genocidio, preservare le prove e facilitare l’assistenza
umanitaria. I successivi provvedimenti hanno rafforzato tali requisiti con il
deteriorarsi della situazione a Gaza. Sebbene la Corte non si sia ancora
pronunciata sul merito del caso di genocidio, ha ripetutamente riconosciuto il
grave rischio che incombe sulla popolazione palestinese e i continui obblighi
imposti a Israele dal diritto internazionale. Il nuovo rapporto della
Commissione fornisce ulteriore materiale probatorio che inevitabilmente
influenzerà i futuri procedimenti legali.
Il silenzio dello Stato israeliano
Altrettanto sorprendente è stata forse la natura della risposta di Israele.
Invece di esaminare seriamente le prove raccolte dalla Commissione, i
funzionari israeliani hanno nuovamente respinto il rapporto senza mezzi
termini, definendolo politicamente motivato e fondamentalmente di parte. Ne
hanno respinto le conclusioni nella loro interezza, senza offrire una
confutazione sostanziale degli specifici episodi, delle testimonianze o delle
prove forensi presentate dagli inquirenti. Ogni Stato ha il diritto di
difendersi dalle accuse. Ma serie accuse richiedono serie risposte.
Se i bambini non sono stati presi di mira deliberatamente, spetta alle
autorità israeliane spiegare perché migliaia di bambini siano morti in
circostanze ripetutamente documentate da giornalisti, organizzazioni
umanitarie, personale medico e ora anche da una Commissione d’inchiesta delle
Nazioni Unite. Perché ospedali, reparti di maternità, scuole e centri di
accoglienza per rifugiati sono stati colpiti ripetutamente? Perché i convogli
umanitari sono stati ripetutamente attaccati? Perché i bambini hanno continuato
a morire anche dopo gli accordi di cessate il fuoco? Perché le indagini
militari hanno prodotto così poche responsabilità? Ripetere semplicemente le
accuse di parzialità istituzionale non può sostituire una spiegazione fattuale.
Il rifiuto di prendere in considerazione le prove è diventato di per sé un aspetto
inquietante di questa guerra.
Il diritto internazionale umanitario si fonda sul principio che gli Stati
sono responsabili della propria condotta. La responsabilità diventa impossibile
quando ogni indagine viene archiviata prima ancora che le prove vengano
esaminate.
Il giudice S. Muralidhar e il dovere del giudice
Le conclusioni della Commissione delle Nazioni Unite ci ricordano anche
l’importanza di giudici che comprendano che la legge non è un mero strumento
tecnico, ma una difesa contro il potere arbitrario. Pochi giudici indiani hanno
incarnato questo principio con maggiore coerenza del giudice S. Muralidhar,
che, in qualità di membro della Commissione delle Nazioni Unite per i diritti
umani, ha presieduto il comitato che ha redatto questo nuovo rapporto.
Nel corso dei decenni, il giudice Muralidhar si è guadagnato la reputazione
di uno dei giuristi costituzionalisti più stimati dell’India, in particolare
nei casi riguardanti le libertà civili, la violenza interetnica e la protezione
delle comunità vulnerabili. Fu una delle principali voci giudiziarie
nell’attuazione del principio di responsabilità dopo il pogrom anti-Sikh del
1984, insistendo sul fatto che l’impunità non potesse diventare la norma solo
perché i crimini erano politicamente scomodi. Il suo impegno per il dovere
costituzionale divenne noto a livello internazionale durante le violenze
interreligiose nel nord-est di Delhi nel febbraio 2020. Mentre gli ospedali
faticavano a curare le vittime intrappolate dalle violenze, il giudice Muralidhar
e il giudice Anup J. Bhambhani convocarono un’udienza straordinaria a
mezzanotte presso la residenza del giudice Muralidhar. L’Alta Corte di Delhi
ordinò alla polizia di garantire il trasporto sicuro dei feriti in ospedale e
dispose l’immediata assistenza medica d’urgenza. Più tardi, quello stesso
giorno, il giudice Muralidhar criticò aspramente la mancata registrazione di
procedimenti penali da parte della polizia di Delhi contro i leader politici i
cui discorsi incendiari erano stati ampiamente diffusi, ricordando alle
autorità che il Paese non poteva permettere “un altro 1984”.
A poche ore da queste udienze, il Governo indiano ha notificato il
trasferimento del giudice Muralidhar all’Alta Corte del Punjab e dell’Haryana,
sebbene la raccomandazione per il suo trasferimento fosse stata formalmente
formulata dal Collegio della Corte Suprema all’inizio dello stesso mese. La
tempistica ha suscitato diffusa preoccupazione tra avvocati, giudici in
pensione e organizzazioni della società civile, che hanno considerato
l’episodio come un’occasione per sollevare inquietanti interrogativi
sull’indipendenza della magistratura.
La carriera del giudice Muralidhar illustra un principio essenziale dello
stato di diritto. I tribunali non esistono per ratificare la condotta dei
governi. La loro funzione è quella di esaminare le prove senza timori né
favoritismi, soprattutto quando le vittime sono coloro che hanno meno potere
politico. Lo stesso principio anima il lavoro della Commissione d’inchiesta
delle Nazioni Unite. Le sue conclusioni possono essere contestate, ma non
possono essere semplicemente respinte perché politicamente scomode. La risposta
appropriata a prove concrete è un impegno serio. Questo è il primo obbligo di
qualsiasi Stato che affermi di rispettare lo stato di diritto.
La prova per l’umanità
Il rapporto della Commissione delle Nazioni Unite, in definitiva, non
riguarda solo Israele o la Palestina.
Si interroga se l’ordinamento giuridico internazionale creato dopo la
sconfitta del fascismo europeo possieda ancora l’autorità morale per difendere
i bambini dalla violenza organizzata. Se più di 20.000 bambini possono essere
uccisi mentre le istituzioni della diplomazia internazionale continuano
sostanzialmente come prima, allora la promessa incarnata nella Convenzione sul
genocidio, nelle Convenzioni di Ginevra e nella Convenzione sui diritti
dell’infanzia risulta gravemente compromessa. Il rapporto non porrà fine alla
guerra. Non può restituire le vite già perdute. Ma crea una testimonianza
storica che diventerà sempre più difficile da cancellare. Molto tempo dopo il
cambio dei governi e la fine dei massacri, questa testimonianza rimarrà. La
storia ricorda coloro che hanno commesso atrocità. La storia ricorda anche coloro che hanno voltato lo
sguardo da un’altra parte.
Vijay
Prashad è il direttore del Tricontinental: Institute for Social Research. Il
suo libro più recente (scritto con Grieve Chelwa) è How the International
Monetary Fund Suffocates Africa (pubblicato da Inkani Books).
Traduzione
digitale ricorretta da g.l.
Congresso Antisionista a
Dublino. “Decolonizzare la Palestina” Si alza la voce di Ilan Pappè - Romana Rubeo
Dopo tutto, ha riflettuto, la lotta per la Palestina non dovrebbe mai
dipendere dall’identità religiosa o etnica.
“Ciò di cui abbiamo bisogno è una voce universale per la Palestina”, ha
detto Pappé durante il suo intervento. “A chi importa se sei ebreo, musulmano o
cristiano? Se sei un essere umano con un briciolo di decenza, come puoi
rimanere indifferente alla sofferenza del popolo palestinese?”
Eppure, ha riconosciuto, i recenti sviluppi politici lo hanno convinto che
una distinta voce ebraica antisionista rimanga indispensabile – non perché gli
ebrei abbiano una responsabilità morale maggiore degli altri, ma perché il
giudaismo continua a essere invocato per giustificare le politiche di Israele e
mettere a tacere le critiche nei loro confronti.
Facendo riferimento alla nomina di un importante lobbista filoisraeliano
come consigliere capo del prossimo primo ministro britannico, Pappé ha
sostenuto che se queste reti di lobbying possiedano o meno l’influenza
straordinaria che spesso viene loro attribuita è quasi secondario. Ciò che
conta politicamente, ha detto, è che i governi credano che ce l’abbiano.
Questa percezione, ha sostenuto, continua a plasmare la politica
occidentale, dove le accuse di antisemitismo vengono sistematicamente
strumentalizzate per proteggere Israele da qualsiasi responsabilità, nonostante
le prove schiaccianti che documentano occupazione, apartheid e genocidio.
“Questo è anormale”, ha detto Pappé. “È ingiusto. È immorale”.
Per questa ragione, ha sostenuto, gli ebrei antisionisti hanno una
responsabilità particolare nel demolire l’idea che il sionismo rappresenti il
giudaismo stesso.
“Se non riusciamo a sfidare l’idea che il sionismo rappresenti l’unica
espressione autentica del giudaismo”, ha avvertito, “non dovremmo sorprenderci
se altri alla fine concluderanno che questo è ciò che il giudaismo stesso
rappresenta”.
La solidarietà inizia dall’ascolto
Sebbene gran parte del suo intervento si sia concentrato sullo sfidare le
narrazioni politiche dominanti, Pappé è tornato ripetutamente a un principio
più semplice: la solidarietà inizia dall’ascolto dei palestinesi, piuttosto che
dal parlare per loro.
“Questo Congresso è dedicato all’azione”, ha detto, riferendosi al suo
tema, Dalle parole ai fatti. “La solidarietà non consiste nel dire ai
palestinesi di cosa hanno bisogno”.
Invece, ha sostenuto, sono gli stessi palestinesi a dover definire le
priorità del movimento di solidarietà internazionale.
“Il nostro ruolo è ascoltare”, ha detto Pappé, esprimendo preoccupazione
che anche all’interno dei circoli progressisti, le autentiche voci palestinesi
siano ancora troppo spesso emarginate da quelle che ha descritto come
persistenti presupposti coloniali – e talvolta islamofobi.
“Il palcoscenico appartiene ai palestinesi”, ha insistito, “non solo per
descrivere la loro sofferenza – ma per articolare la loro visione politica”.
Questa responsabilità, ha sostenuto, si estende oltre il lavoro di
solidarietà immediato.
Gli ebrei antisionisti devono anche continuare a smantellare due narrazioni
che rimangono profondamente radicate nelle società occidentali: l’affermazione
che il sionismo sia l’espressione naturale del giudaismo e l’asserzione che
l’antisionismo sia intrinsecamente antisemita.
Entrambe, ha detto, richiedono un’educazione storica sostenuta piuttosto
che slogan politici.
“Questo richiede pazienza”, ha osservato Pappé. “Richiede educazione.
Richiede lavoro storico”.
Queste conversazioni, ha sostenuto, devono andare oltre il pubblico già
favorevole alla Palestina e raggiungere le persone comuni la cui comprensione
del conflitto è stata in gran parte plasmata da decenni di mitologia politica.
Andando oltre il presente, Pappé ha dedicato gran parte del suo intervento
a quella che ha descritto come la responsabilità storica irrisolta dell’Europa
nei confronti della Palestina.
L’ordine internazionale stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, ha
sostenuto, si presentava come universale attraverso istituzioni come le Nazioni
Unite e la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Eppure le persone che
hanno progettato quell’ordine erano quasi esclusivamente rappresentanti delle
potenze coloniali, mentre il mondo colonizzato è rimasto assente dal dialogo.
Questa omissione, ha suggerito, è diventata decisiva quando l’Europa ha
affrontato quella che chiamava “la questione ebraica”.
“Quando quegli stessi leader hanno affrontato quella che chiamavano ‘la
questione ebraica’, quasi nessuno di loro ha proposto la soluzione ovvia”, ha
detto Pappé. “Quasi nessuno ha detto: ‘Invitiamo gli ebrei d’Europa a tornare
in Europa’”.
Invece, ha sostenuto, i governi europei hanno abbracciato la colonizzazione
sionista in Palestina, trasferendo le conseguenze di secoli di antisemitismo
europeo su un popolo che non aveva alcuna responsabilità per quei crimini.
La Germania, ha detto, occupa un posto centrale in questa storia.
Contrariamente alla narrazione dominante del dopoguerra, Pappé ha sostenuto
che la Germania “non è stata denazificata” in alcun senso politico
significativo. Invece, ha detto, la relazione del paese con Israele è diventata
un sostituto per affrontare le strutture più profonde che avevano prodotto il
nazismo e l’antisemitismo.
Secondo Pappé, le riparazioni del dopoguerra fecero più che compensare i
sopravvissuti all’Olocausto. Aiutarono anche a costruire l’apparato militare
israeliano, mentre il successivo sostegno politico e militare tedesco – incluso
l’assistenza che rafforzò le capacità strategiche di Israele – cementò una
relazione che continua a plasmare la politica europea odierna.
“Questa relazione storica plasma ancora la politica contemporanea”, ha
detto, sostenendo che l’Europa “non ha mai veramente fatto i conti con le
conseguenze dell’esportazione dei propri crimini storici sul popolo
palestinese”.
Per Pappé, riconoscere questa storia non significa immaginare che gli ebrei
israeliani dovrebbero in qualche modo tornare in Europa. Piuttosto, richiede
che l’Europa riconosca che i palestinesi hanno pagato il prezzo per crimini
commessi in un altro continente.
Recuperare un’altra storia dimenticata, ha continuato, è altrettanto
importante.
Molto prima del sionismo, la Palestina faceva parte di un più ampio mondo
arabo in cui musulmani, cristiani ed ebrei vivevano insieme nonostante le
inevitabili tensioni e disuguaglianze.
“C’era una presenza ebraica in Palestina”, ha ricordato Pappé. “C’erano
ebrei arabi”. Quasi nessuno, ha detto, credeva che il futuro richiedesse uno
stato esclusivamente ebraico.
Questa storia di convivenza fu frantumata dal colonialismo e dal sionismo,
ma rimane ancora oggi una delle sfide più forti ai fondamenti ideologici dello
stato israeliano.
“Recuperare la storia della vita ebraica araba”, ha sostenuto, “è uno dei
modi più potenti per smantellare la mitologia sionista”, perché dimostra che la
convivenza esisteva prima dell’intervento coloniale – e quindi può esistere di
nuovo.
Tornando al tema centrale del suo intervento, Pappé ha respinto l’idea che
il nazionalismo o la supremazia etnica possano mai costituire una risposta
significativa a secoli di antisemitismo.
“La più grande risposta all’antisemitismo oggi”, ha concluso, “è la
decolonizzazione della Palestina”.
Questo, ha sostenuto, richiede lo smantellamento del sionismo “come
progetto politico coloniale” consentendo ai palestinesi di vivere come persone
libere “sulla propria terra”.
B’Tselem: mai
tanti bambini palestinesi uccisi in Cisgiordania dal 1967
Dal 7 ottobre 2023 al 28 giugno 2026,
Israele ha ucciso 1.086 palestinesi in Cisgiordania, di cui 241 bambini e
adolescenti. Quasi un palestinese su quattro ucciso da Israele in Cisgiordania
durante questo periodo era minorenne. Si tratta del tasso più alto di bambini e
adolescenti palestinesi uccisi in Cisgiordania da quando Israele ha occupato il
territorio nel 1967. Oggi, B’Tselem in un
nuovo rapporto descrive in particolare i 54 casi in cui le
forze israeliane hanno ucciso bambini e adolescenti palestinesi in Cisgiordania
nel 2025.
Il direttore esecutivo di
B’Tselem, Yuli Novak, ha dichiarato: “L’uccisione diffusa
e senza precedenti di bambini e adolescenti palestinesi in Cisgiordania è il
risultato di una più ampia politica israeliana che consente l’uccisione di
palestinesi praticamente senza alcuna responsabilità. Quando il comandante
militare della zona si vanta che Israele sta uccidendo palestinesi ‘come non si
uccideva dal 1967’, non fa altro che confermare questo: il sistema non si
limita a sostenere chi preme il grilletto, ma di fatto concede loro una licenza
di uccidere”.
Il rapporto dimostra che l’uccisione
di bambini e adolescenti palestinesi in Cisgiordania non è il risultato di
errori isolati o violazioni di ordini militari. È la conseguenza di una
politica israeliana che amplia le circostanze in cui i soldati sono autorizzati
a sparare e uccidere, compresi i bambini; che appoggia chi usa la forza letale;
che etichetta i palestinesi uccisi come “terroristi” anche quando non
rappresentavano una minaccia per nessuno; e che quasi mai persegue i
responsabili.
Questi risultati sono in linea con le
recenti dichiarazioni del capo del Comando Centrale delle forze armate
israeliane, il generale Avi Bluth, il quale si è vantato che Israele sta
uccidendo palestinesi in Cisgiordania “come non facevamo dal 1967” , e ha
presentato l’elevato numero di vittime come un successo.
Nonostante la portata delle
uccisioni, B’Tselem non è a conoscenza di un singolo atto d’accusa presentato
in Israele dall’ottobre 2023 in relazione all’uccisione di palestinesi in
Cisgiordania. Ciò include casi in cui le vittime erano bambini e adolescenti.
Il rapporto ha inoltre rilevato che
in quasi un quarto dei casi documentati da B’Tselem nel 2025, le forze
israeliane hanno ritardato o impedito alle squadre mediche o ai residenti
locali di raggiungere bambini e adolescenti feriti per fornire assistenza
salvavita. L’inchiesta dedica ampio spazio anche ai soccorsi. In dodici casi,
quasi un quarto del totale, l’esercito avrebbe ritardato o impedito l’accesso
di ambulanze e soccorritori. In almeno nove episodi i soldati avrebbero esploso
colpi d’arma da fuoco per tenere lontani residenti e personale sanitario.
L’organizzazione denuncia infine il trattenimento delle salme. A metà aprile di
quest’anno Israele continuava a trattenere i corpi di 18 dei 54 minori uccisi
nel 2025, impedendo alle famiglie di celebrarne i funerali e di osservare i
tradizionali riti di lutto.
Le uccisioni in Cisgiordania, afferma
B’Tselem, non possono essere separate dall’uccisione da parte di Israele di
oltre 21.000 bambini palestinesi nella Striscia di Gaza. Permettendo a Israele
di uccidere su tale scala a Gaza senza conseguenze, la comunità internazionale
gli ha di fatto dato il via libera per perseguire la stessa politica letale in
Cisgiordania. Finché Israele continuerà a godere di un’impunità pressoché
totale nel mondo, le vite dei palestinesi, compresi i bambini, rimarranno
indifese ed esposte.
Un portavoce delle Forze di Difesa
Israeliane (IDF) ha dichiarato che l’esercito non ha “preso di mira
intenzionalmente civili non coinvolti”. “Ogni accusa di danno a persone non
coinvolte viene esaminata e indagata”, ha dichiarato il portavoce. “Le Forze di
Difesa Israeliane e le forze di sicurezza israeliane continueranno a operare
per contrastare il terrorismo e proteggere i cittadini di Israele, rimanendo
fedeli al diritto israeliano e internazionale e adottando misure per mitigare i
danni ai civili ove possibile”.
Secondo i dati di un’altra organizzazione per i diritti umani, Yesh Din, nessun israeliano è stato incriminato per l’omicidio di un palestinese dall’ottobre 2023.
I vigili
della libertà. Cecchini contro bambini a Gaza: la notizia è invisibile –
Alessandro Robecchi
Di solito, i premi giornalistici hanno grande risonanza sui media italiani. Si tratta in larghissima parte di riconoscimenti che colleghi attribuiscono ad altri colleghi, un po’ sempre quelli, a dirla tutta, e anche i titoli si somigliano: Taldeitali giornalista dell’anno! Pinco Pallino grande cronista!, e via così. Quindi dovrebbe generare qualche stupore il silenzio pressoché assoluto dei media italiani sui vincitori dell’European Press Prize 2026 assegnato a Lisbona nemmeno un mese fa: un po’ come ignorare la cerimonia degli Oscar. Bene, cercherò di rimediare. Il prestigioso premio, il Distinguished Reporting Award è stato assegnato a due giornalisti, Maud Effting e Willem Feenstra, del quotidiano olandese de Volkskrant, per una lunga, dettagliatissima, spaventosa inchiesta intitolata What the wounds are telling us (in italiano: “Quello che ci dicono le ferite”). Per mesi i due colleghi hanno parlato con decine di medici e infermieri che hanno operato a Gaza durante il genocidio, hanno raccolto prove, radiografie, testimonianze, cartelle cliniche, fotografie, diagnosi, referti. Hanno isolato 114 casi accertati, certi, incontestabili, di bambini uccisi con un singolo colpo alla testa o al torace. Non vittime collaterali, non carne da macello finita sotto le bombe, non civili innocenti uccisi per sbaglio. No. Bambini deliberatamente assassinati con colpi sparati da lontano. Mirati.
Cecchini
israeliani che sparano a bambini palestinesi. Esecuzioni.
A centinaia.
Ho poco
spazio, qui per elencare le prove, la documentazione, le testimonianze (chi può
cerchi e legga il testo integrale, se gli regge lo stomaco, se è rimasto
umano). I medici-testimoni lavoravano in sei ospedali e quattro cliniche a
Gaza, provengono da vari paesi (Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Canada,
Paesi Bassi) e in gran parte avevano già operato in scenari di guerra (Sudan,
Afghanistan, Siria, Bosnia, Ruanda, Ucraina) e mai avevano visto una cosa
simile, così massiccia, così chiara. Ripeto: cecchini che sparano in testa a
bambini.
Il silenzio
della stampa italiana su quel prestigioso premio è violento e rivelatore: sui
crimini di Israele (tra l’altro spesso confessati al quotidiano Haaretz o sui
social da soldati di Idf) cala sempre un velo di censura, di non detto, di
distrazione che è difficile, impossibile, non chiamare “complicità”. Ho
aspettato. Qualcuno ne parlerà, ho pensato. Calma, non siamo precipitosi. Ho
aspettato un mese. Niente. Zero.
Una
settimana fa, l’inchiesta di una Commissione Indipendente dell’Onu ha
certificato la deliberata mattanza di bambini a Gaza. I numeri li sappiamo:
20.179 bambini sono stati uccisi e 44.143 feriti. Dice la Commissione che gli
omicidi “facevano parte di una strategia per distruggere la continuità
biologica e l’esistenza futura del gruppo palestinese a Gaza”. Genocidio,
dunque, senza se e senza ma.Ancora una volta, silenzio, o quasi. Poche righe
(con la lodevole eccezione di pochissimi giornali tra cui questo: grazie a
Silvia Truzzi), un inciso, due parole in fondo a un articolo, mezza riga, un
accenno. Basta. Finito. C’è il caldo, c’è Vannacci, i Mondiali. Qualcuno decide
(in direzione? Nell’ufficio dell’editore? Nelle telefonate degli azionisti?
Pressioni? Lobby?) che assassinare bambini per gioco, come in un tiro al
bersaglio al Luna Park non sia degno di notizia, non interessi i lettori, non
convenga dirlo. Qualcuno non vuole, Israele si indigna, i suoi agit-prop si
agitano, noi non sappiamo. E’ la nostra libertà di stampa. Libertà vigilata.
“Bambini palestinesi presi di mira deliberatamente
da Israele. È genocidio”: le nuove accuse della Commissione d’inchiesta Onu
Due mesi dopo il cessate il fuoco a Gaza, il 10 dicembre del 2025, un ragazzo di 16 anni del campo di Jabalia viene ucciso colpi di arma da fuoco e poi subisce un ultimo indicibile insulto: un carro armato israeliano passa sopra il suo corpo mutilandolo. È uno dei tanti casi riportati nell’ultimo dossier della Commissione indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite, in cui l’organismo accusa nuovamente Israele di “genocidio, crimini contro l’umanità e di guerra nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania“. Secondo gli investigatori l’esercito di Tel Aviv ha preso di mira in maniera deliberata i bambini palestinesi. E lo fa tuttora: nel documento si sottolinea come l’uccisione e il ferimento di minori sia continuato anche nei mesi successivi alla tregua di ottobre
Già a settembre dello scorso anno la stessa
Commissione, istituita dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite
nel 2021, aveva pubblicato uno studio intitolato Analisi legale della
condotta di Israele a Gaza ai sensi della Convenzione sul genocidio” in
cui sosteneva che le strategie di guerra messe in atto dall’esercito israeliano
miravano a “uccidere il maggior numero possibile di palestinesi” anche
attraverso “la distruzione della loro capacità riproduttiva“. Concludendo
quindi che Israele aveva commesso genocidio dei confronti dei palestinesi della
Striscia. In questo nuovo report, le accuse si concentrano in particolare
sull’infanzia cancellata.
Nel nuovo
approfondimento il team investigativo ha esaminato “l’uso della tortura, dei
trattamenti inumani e degradanti, compresa la violenza sessuale e di genere,
contro i bambini palestinesi, in particolare durante gli arresti
di massa e la detenzione“. Ha analizzato inoltre “il modello di
Israele che prende di mira le infrastrutture essenziali per i
bambini, come le strutture sanitarie, e le sue conseguenze a breve e
lungo termine, nonché l’impatto della violenza riproduttiva sui neonati, che si
traduce in una cattiva salute neonatale e in esiti negativi del parto”. Sono
considerati anche gli “attacchi contro orfanotrofi e scuole,
con conseguente perdita di assistenza per i bambini non accompagnati” e
“l’interruzione delle attività scolastiche con i danni all’apprendimento”, e
l’impatto delle “condizioni di vita imposte da Israele a Gaza che causano
mortalità infantile” e gravi traumi psicologici e fisici, che costringono a una
vita di disabilità.
Uno studio a più
livelli, che porta la Commissione a concludere che le autorità e le forze di
sicurezza israeliane “hanno continuato a commettere il crimine di genocidio” a
Gaza. Uno degli elementi cruciali per dimostrare l’intento genocidiario è
proprio “il deliberato bersagliamento” dei bambini.
“Anche se le bombe e le armi dovessero tacere a Gaza e in Cisgiordania, i
bambini palestinesi non si riprenderanno semplicemente dall’oggi al domani”, ha
affermato i presidente Srinivasan Muralidhar. “La
distruzione della loro salute, istruzione e sviluppo è irreversibile”. La
Commissione chiede quindi “a Israele di cessare la commissione di violazioni e
crimini contro e che colpiscono i bambini palestinesi”.
Israele, da tempo
aspramente critico nei confronti dell’organismo, ha definito il rapporto “diffamatorio”
e una “farsa calunniosa“.”L’ultimo rapporto è un’opera di propaganda
tanto oltraggiosa quanto le precedenti” si legge in un comunicato
diffuso dalla rappresentanza diplomatica di Israele all’Onu di Ginevra. “La Coi
è un meccanismo fondamentalmente viziato il cui scopo è quello di isolare
e diffamare Israele anziché ricercare la verità. Utilizzando la
demagogia delle moderne calunnie del sangue per diffamare Israele, la Coi
nasconde attivamente prove evidenti di atrocità terroristiche. Cancella
completamente i bambini israeliani brutalmente assassinati, rapiti
e presi di mira da Hamas, ignorando al contempo il cinico utilizzo da
parte di Hamas dei bambini palestinesi come scudi umani e pedine di guerra. La
Coi è inoltre priva di qualsiasi meccanismo di verifica credibile per le sue
affermazioni. Israele respinge categoricamente quest’ultima farsa diffamatoria,
così come tutti gli altri rapporti diffamatori della Coi”.
Telecamere, sensori termici e proiettili ‘full
metal jacket’: così i droni di Israele uccidono i bambini a Gaza. Lo studio
forense: “Mirano alla testa” – Marco Pasciuti
Utilizzando analisi cliniche e balistiche una ricerca della Brown University ricostruisce 18 casi di minori colpiti da piccoli quadricotteri armati: un solo proiettile, un foro d'ingresso minuscolo e lesioni devastanti al capo, al collo o al torace
Il primo segno che sono nei paraggi è quasi sempre un ronzio. Non il rombo di un caccia, né quello di un elicottero. Un rumore sottile, persistente, elettrico. Significa che il quadricottero è immobile sospeso su una strada, una tenda, un cortile. Poi esplode un singolo colpo. Alla testa. Al collo. Al torace. È la scena che emerge da due dossier pubblicati negli ultimi giorni. Il primo è della Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati. Il secondo è pubblicato dalla Brown University, firmato da un medico che ha operato a Gaza, da un ex responsabile della guerra di precisione del Pentagono, da un ex dirigente del Dipartimento di Stato e dalla direttrice del progetto Costs of War. Entrambi descrivono lo stesso fenomeno: l’impiego di piccoli droni armati contro i minori.
Hanno nomi
vocativi come Bird of Prey e i TerminaTHOR prodotti
dalla Elbit Systems. Non sono grandi velivoli da combattimento,
ma piccoli sistemi dotati di telecamere elettro-ottiche, sensori termici e
infrarossi che volano a bassissima quota. Pesano meno di 25 chili, possono
essere trasportati da uno o due soldati e operano a una distanza tra gli uno e
i 5 chilometri. Possono essere equipaggiati con fucili, lanciagranate, piccoli
ordigni, altoparlanti o spray urticante. Per l’Onu il loro uso è una delle
caratteristiche dell’offensiva dell’esercito israeliano a Gaza: “Si librano
vicino ai bersagli, consentendo agli operatori di vedere
chiaramente — grazie a telecamere ad alta risoluzione dotate
anche di visione notturna — chi stanno colpendo prima
di aprire il fuoco”. Per gli osservatori è un passaggio decisivo, perché se
l’operatore può osservare il volto, l’età, i movimenti della persona che ha nel
mirino, diventa difficile sostenere che un bambino venga colpito per errore
semplicemente perché non era distinguibile. Solo per l’Onu sono stati 168
i bambini colpiti da arma da fuoco tra il novembre 2023 e il
luglio 2025. Di questi, almeno 88 sono morti. Almeno 70, con un’età che va
dalle 10 settimane ai sedici anni, sarebbero stati colpiti da quadcopter armati:
73 alla testa, 22 al torace.
Uno dei casi più
sconvolgenti si svolge il 12 aprile 2024, nel campo profughi di Nuseirat.
E’ l’una del pomeriggio. Una madre sta allattando il figlio, il piccolo
ha dieci giorni di vita. Un solo proiettile
attraversa la tenda, entra nella testa del neonato, esce dalla nuca e finisce
sul cuscino. Il bimbo sopravvive, ma riporta gravissime lesioni cerebrali: avrà
crisi epilettiche per tutta la vita, dicono i dottori. Dopo avere analizzato il
proiettile e le testimonianze, la Commissione conclude che il colpo è
compatibile con un fucile di precisione montato su un quadricottero. “Poiché lo
sparo è avvenuto in pieno giorno, la Commissione conclude che l’operatore del
drone fosse in grado di vedere all’interno della
tenda e ritiene che il bersaglio fosse una madre con il suo bambino”.
Lo studio “Lethal
Precision Without Accountability” pubblicato dalla Brown University – tra
le più prestigiose università al mondo – prova invece a spiegare come sia
possibile arrivare a quelle conclusioni. Gli autori sono Mahmooda
“Mimi” Syed, medico d’urgenza che ha trascorso mesi negli ospedali
Al-Aqsa e Nasser; Wes J. Bryant, ex capo delle
valutazioni sui danni ai civili del Pentagono e architetto della campagna aerea
contro l’Isis; Charles “Cob” Blaha, già direttore
dell’Ufficio Sicurezza e Diritti Umani del Dipartimento di Stato americano
e Stephanie Savell, direttrice del progetto Costs
of War dell’ateneo di Providence.
Non è un rapporto
basato sulle testimonianze ma un’analisi medico-forense,
ovvero un’indagine costruita dentro le sale operatorie. Incrociando cartelle
cliniche, radiografie, Tac, proiettili recuperati,
analisi balistiche, fotografie e competenze militari
gli autori hanno ricostruito la dinamica degli spari. La dottoressa Syed
racconta di aver documentato personalmente le cure applicate a 18
bambini feriti da arma da fuoco. C’è un elemento che torna quasi
ossessivamente: in tutti i casi i piccoli “hanno riportato lesioni
alla testa, al collo o al torace, a causa di proiettili singoli di
piccolo calibro”. Il 90% delle famiglie che accompagnano quei bambini in
ospedale riferisce di avere visto un quadricottero armato nell’area subito
prima dello sparo.
Molti pazienti non
vengono colpiti durante combattimenti. Come Mira Al-Dariny,
quattro anni. Sta giocando davanti alla tenda della famiglia a Khan
Younis. I genitori trovano la figlia a terra, il sangue le copre il
volto. Il foro è minuscolo. Il proiettile è conficcato nel cranio e
i neurochirurghi praticano una craniotomia d’urgenza. Mira sopravvive. Nel
report compare la Tac. Secondo gli autori il punto d’ingresso, la posizione
finale del proiettile e il suo orientamento indicano una traiettoria
proveniente dall’alto. In ospedale la madre e il padre raccontano di avere
visto quadricotteri sorvolare il campo.
Il cuore dello
studio è nella balistica. Gli autori hanno analizzato i
proiettili recuperati nei corpi dei bambini e hanno concluso che sono
compatibili con i “fully metal jacketed 5.56×45 mm NATO
rounds”. Munizioni rivestite integralmente in
metallo e progettate per non deformarsi facilmente. Entrano, attraversano i
tessuti, perdono velocità, cominciano a ruotare. Possono restare conficcate
nelle ossa del cranio o nel collo. Ed è proprio la loro posizione finale,
insieme all’angolo d’ingresso, a consentire agli autori di
ricostruire la traiettoria. Secondo l’analisi medico-legale, nei casi studiati
i proiettili penetrano con angoli compresi fra circa 30 e 60 gradi.
“Questo dato – scrivono gli autori – è compatibile con la balistica attesa di
un proiettile esploso da un drone tattico collocato
ben al di sopra del bersaglio e in posizione angolata rispetto ad esso. Gli
spari provenienti da cecchini o da altre armi da fuoco terrestri presentano
invece, di norma, traiettorie ben inferiori ai 30
gradi, soprattutto in un territorio pianeggiante come Gaza”.
Israele sta perpetrando un “Genocidio
riproduttivo” contro i palestinesi - Oscar Rickett
Fonte: English version
Israele per
decenni ha perpetrato un “Genocidio riproduttivo” contro il popolo palestinese,
distruggendo istituzioni mediche, giustiziando donne e bambini e degradando
l’ambiente di vita a tal punto da causare infertilità, secondo un nuovo
rapporto.
Secondo il
rapporto del Collettivo Femminista Palestinese, questa pratica si è
intensificata dall’inizio del Genocidio israeliano a Gaza, in seguito agli
attacchi guidati da Hamas del 7 ottobre 2023, con l’intento di rendere
impossibile la sopravvivenza dei palestinesi.
La scorsa
settimana, il principale organo investigativo delle Nazioni Unite su Palestina
e Israele ha concluso che le forze israeliane hanno deliberatamente preso di
mira i bambini palestinesi, considerandoli un elemento centrale della loro
offensiva a Gaza.
Il rapporto
delle Nazioni Unite ha esaminato l’intera portata dei danni inflitti ai
bambini, dalle sparatorie di precisione da parte di cecchini e droni, alle
torture in detenzione, alla violenza riproduttiva e alla distruzione di scuole
e ospedali.
Secondo il
rapporto delle Nazioni Unite, Israele ha ucciso più di 21.000 bambini
palestinesi dall’ottobre 2023, e si stima che altri 5.160 siano sepolti sotto
le macerie. A ottobre 2024, almeno 15.000 bambini avevano perso la madre.
In un caso
documentato dalle Nazioni Unite, l’interruzione di corrente da parte delle
forze israeliane presso l’Ospedale Pediatrico di al-Nasr ha causato la morte di
quattro neonati, i cui corpi in decomposizione sono stati successivamente
ritrovati ancora attaccati a macchinari di supporto vitale fuori uso.
All’inizio
del Genocidio, le Nazioni Unite stimavano che a Gaza ci fossero 50.000 donne incinte,
che davano alla luce 5.500 bambini al mese. Molte necessitavano di cure di
emergenza, rese impossibili dall’esercito israeliano.
Gli aborti
spontanei all’epoca aumentarono di oltre il 300%, poiché la diffusa
malnutrizione, l’anemia e la mancanza di integratori prenatali intensificarono
i rischi di parto pretermine, basso peso alla nascita ed emorragie fatali
durante il travaglio.
‘Uno
Stato predatorio’
Il rapporto
di 188 pagine del Collettivo Femminista Palestinese, intitolato “Uno Stato
Predatorio: La Violenza Sistemica Israeliana a Sfondo Sessuale e di Genere
Contro i Palestinesi”, e sostenuto dall’Internazionale Progressista, rileva
che, con l’acqua potabile, i prodotti per l’igiene mestruale e i beni di prima
necessità bloccati dagli israeliani a Gaza, molte donne palestinesi “hanno
fatto ricorso ad assorbenti fatti in casa o alla pillola anticoncezionale per
interrompere il ciclo mestruale”.
Basandosi
su ricerche condotte tra dicembre 2025 e aprile 2026, il rapporto raccoglie
testimonianze di sopravvissute e testimoni, archivi israeliani declassificati,
storie raccontate palestinesi, ricerche accademiche, prove documentarie,
articoli di stampa, documentazione sui diritti umani e rapporti e dichiarazioni
delle Nazioni Unite.
A Gaza, gli
ospedali bombardati sono privi di carburante, elettricità, anestesia e
attrezzature sterili, costringendo le donne palestinesi a partorire in rifugi
sovraffollati, nelle proprie case o per le strade disseminate di macerie.
Medici
internazionali che hanno lavorato a Gaza hanno descritto l’orrore di eseguire
interventi chirurgici, compresi i parti cesarei, senza anestesia. Le neomamme
non hanno potuto accedere a beni di prima necessità che sono dati per scontati
quasi ovunque nel mondo: pannolini, cibo, acqua e latte artificiale.
L’attacco
israeliano a Gaza, sostiene il rapporto, ha operato in parte “attraverso la
distruzione sistematica di strutture sanitarie per la salute riproduttiva e
altre infrastrutture di uso quotidiano che rendono la vita dei palestinesi
precaria, se non impossibile”.
Israele ha
distrutto reparti di maternità e cliniche per la fecondazione in vitro a Gaza.
Secondo il Collettivo Femminista Palestinese, l’uso da parte dell’esercito di
armi come il fosforo bianco e altre munizioni tossiche “avrà effetti a lungo
termine e intergenerazionali sulla fertilità”.
Centinaia
di migliaia di madri palestinesi rimangono le sole responsabili della cura
delle proprie famiglie, in quanto vedove o compagne di prigionieri politici,
mentre altre migliaia sono state separate dalle loro famiglie a causa di
espulsioni e incarcerazioni sistematiche.
“Le madri
palestinesi a Gaza sono state lasciate sole ad affrontare l’impossibile compito
di dare la vita e prendersi cura dei propri figli, nonostante la fame, gli
sfollamenti e le malattie diffuse”, afferma il rapporto.
Madri
assassinate
Il
Collettivo Femminista Palestinese mette in luce i casi di Rania Abu Anza e
Jomana Arafa, due donne di Gaza.
Abu Anza si
è sottoposta a dieci anni di fecondazione in vitro prima di dare alla luce due
gemelli, Naeim e Wissam. Entrambi i bambini sono stati uccisi in un
bombardamento aereo israeliano, insieme al padre, nel marzo 2024.
Due giorni
dopo aver dato alla luce i gemelli, Arafa è stata uccisa, insieme ai suoi
bambini e a sua madre, mentre la famiglia cercava rifugio in una “zona
umanitaria sicura” designata da Israele. Suo marito era andato a recuperare i
certificati di nascita dei due neonati e quindi non è stato ucciso.
Questi casi
sono descritti nel rapporto come “solo la punta dell’iceberg”.
La
Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta sui Territori Palestinesi
Occupati ha riferito che l’esercito israeliano ha preso di mira
sistematicamente le strutture sanitarie dedicate alla salute riproduttiva,
sterminando quasi completamente reparti di maternità, centri per trattamenti
prenatali, cliniche per la fertilità e unità di terapia intensiva neonatale.
Per la
prima volta nella storia di Gaza, la Carestia è scoppiata nell’enclave
palestinese a causa delle severe restrizioni israeliane all’accesso al cibo.
Il rapporto
evidenzia la storica paura israeliana della natalità palestinese. Nel 1995, si
legge nel rapporto, il geografo israeliano Arnon Soffer avvertì che “la
minaccia più grave che Israele deve affrontare è rappresentata dagli uteri
delle donne arabe” e sostenne che i tassi di natalità palestinesi mettevano in
pericolo la sicurezza nazionale di Israele.
Golda Meir,
Primo Ministro di Israele dal 1969 al 1974, osservò che i suoi incubi
derivavano dalla consapevolezza che “un altro bambino palestinese sarebbe
nato”.
In risposta
al rapporto del Collettivo Femminista Palestinese, Francesca Albanese,
Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati, ha
dichiarato: “È un’accusa contro un sistema che ha trasformato la vita dei
palestinesi, corpi, case, famiglie, esistenza riproduttiva e persino i morti,
in strumenti di controllo e dominio”.
“È tempo
di capire che i crimini contro i palestinesi, comprese le violenze
sessualizzate e di genere meticolosamente studiate e denunciate in questo
rapporto, non sono la somma di abusi isolati, ma un sistema di dominio,
oppressione e annientamento”, ha affermato Albanese.
-Oscar Rickett è redattore e
giornalista presso Middle East Eye. In precedenza ha collaborato con testate
come Guardian, Vice, openDemocracy, ITN, Africa Confidential e Africa Report.
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
Pulizia etnica 3.0: come Israele è diventato lo
Stato di trasferimento - Gideon Levy
Israele
non è uno stato di apartheid. È qualcosa di peggio: è uno stato di
trasferimento. L’apartheid in Sudafrica non ha mai avuto lo scopo di
espropriare il paese dei suoi abitanti indigeni. L’apartheid israeliano sì.
Fonte: English
version
Il quartiere di Silwan a Gerusalemme
viene svuotato dei suoi abitanti. Con pretesti bizzarri e oltraggiosi, le
famiglie vengono sfrattate dalle case in cui hanno vissuto per decenni. Nella
Striscia di Gaza, centinaia di migliaia di sfollati sono ammassati in campi
profughi inabitabili. Alcuni non faranno mai ritorno alle loro case, di cui non
rimane più nulla. Il capo del Consiglio di sicurezza nazionale israeliano ha
convocato una riunione d’emergenza per “incoraggiare l’emigrazione volontaria”
degli abitanti di Gaza.
Himnuta, Elad, il Fondo Nazionale
Ebraico, il Consiglio di Sicurezza Nazionale, le Forze di Difesa Israeliane, la
società funeraria sefardita hevra kadisha e l’Amministrazione Civile Israeliana
sono tutti enti governativi o organizzazioni non profit che lavorano per un
unico obiettivo: la Pulizia Etnica 3.0. Dopo le riuscite pulizie del 1948 e del
1967, è giunta la fase successiva dell’impresa sionista che costituisce il
fondamento dello Stato ebraico. Tutto procede secondo il piano a fasi.
Negli ultimi giorni si è assistito a
una serie di eventi apparentemente spontanei. Quella che a prima vista sembra
l’anarchia di coloni in rivolta – estremisti intenti a vendicare il 7 ottobre –
nasconde in realtà uno scopo più profondo. La destra ha un piano ben definito e
una strategia chiara, e si sta adoperando per metterla in atto. Mentre la
sinistra ha smarrito la strada, impantanata in vuoti cliché e praticamente in
coma dall’assassinio di Yitzhak Rabin, la destra continua a plasmare una realtà
irreversibile.
Israele è diventato uno stato di
transizione, per il quale la pulizia etnica è un pilastro fondamentale della
politica. Questa pulizia etnica assume nomi e volti diversi; a volte è palese,
a volte occulta e repressa, ma si sta trasformando in un fenomeno storico in
pieno svolgimento, lontano dagli occhi di tutti. Dopo la creazione
dell’apartheid , che non è mai stato l’obiettivo del sionismo né dello stato, è
giunto il momento della transizione, l’unico scopo per cui l’apartheid fu
creato in primo luogo.
Pertanto, Israele non è uno stato di
apartheid. È qualcosa di peggio: è uno stato di trasferimento. L’apartheid in
Sudafrica non ha mai avuto lo scopo di espropriare il paese dei suoi abitanti
indigeni. L’apartheid israeliano sì.
Negli ultimi mesi ho scritto quasi
esclusivamente sulla violenza dei coloni in Cisgiordania. Settimana dopo
settimana, villaggio dopo villaggio, famiglia dopo famiglia fanno tutto il
possibile per conservare le proprie case e le proprie terre, finché alla fine
non si arrendono. Dalle comunità di pastori, che vivono come i nostri antenati
nelle caverne senza disturbare nessuno, ai ricchi banchieri, che abbandonano le
ville nei villaggi benestanti; tutti vivono nella paura e sono costretti ad
abbandonare le proprie case.
Un villaggio dopo l’altro viene
abbandonato. Una famiglia dopo l’altra alza le armi in segno di resa. Proclamano
“sumud per sempre”, ma pochi mesi dopo il sumud finisce e delle loro case non
restano che rovine. Indifesi e impotenti, non hanno altra scelta. E la terra
viene gradualmente ripulita dai suoi abitanti.
Il “governo del cambiamento” non sarà
in grado di cambiare granché. I fatti sono già stati accertati “sul campo”.
Sebbene in termini assoluti, escludendo Gaza e il Libano meridionale , le
famiglie sfollate siano solo una manciata, e sebbene sia vero che c’è ancora
molto lavoro da fare, la tendenza è chiara e il suo carattere sistematico è
spaventoso.
Hanno iniziato dalle popolazioni più
vulnerabili, le comunità di pastori e gli abitanti di Gerusalemme Est, che non
hanno alcun ricorso in un sistema giudiziario israeliano che è fondamentalmente
di natura apartheid. La campagna sta avanzando senza ostacoli.
Le espulsioni a Gaza e quelle a Silwan
hanno un legame evidente: una visione del mondo che afferma che in questa terra
c’è posto solo per un popolo, noi o loro. Questa visione è apparentemente
condivisa dalla maggioranza degli israeliani , persino da coloro che si agitano
a disagio nelle loro poltrone assistendo a ciò che sta accadendo, che nella
migliore delle ipotesi non viene quasi mai riportato dai media israeliani.
Sappiate che mentre dormivate, un popolo
è stato espropriato della sua terra, passo dopo passo.
Traduzione a cura di Grazia Parolari
‘Libertà,
dignità e un futuro’: perché gli abitanti di Gaza stanno pianificando una
mobilitazione di massa - Muhammad Shehada
Il
“movimento del 26 giugno” potrebbe portare migliaia di persone in piazza. Ma
minacce e manipolazioni ne stanno distorcendo il messaggio, come già accaduto
in passato.
Fonte: English
version
Nelle tende logore e nei rifugi
sovraffollati della Striscia di Gaza assediata, nelle ultime settimane si è
fatto strada un appello per una mobilitazione di massa al fine di rivendicare i
diritti fondamentali dei residenti alla “vita, alla dignità e alla libertà”. Le
proteste, che gli organizzatori prevedono di svolgere in oltre una dozzina di
località di Gaza il 26 giugno, probabilmente attireranno migliaia di persone,
se non di più, data la profonda angoscia e disperazione che attanagliano
l’intera popolazione.
Il giornalista e attivista palestinese
residente in Egitto, Abdul Hamid Abdul Ati, sarebbe stato il primo a invocare
una “rivoluzione del 26 giugno”. “[Questa campagna] è per l’interesse pubblico
e per salvare ciò che si può salvare da una realtà che pesa enormemente sul
popolo di Gaza”, ha scritto Abdul Ati, noto critico di Hamas . “Siamo un solo
popolo, uniti dal dolore e da un destino condiviso… e l’unità rimane la via più
breve per proteggere tutti”.
È difficile stimare la portata sul
campo di quello che viene definito il “movimento del 26 giugno”, poiché Abdul
Ati e altri attivisti di spicco che promuovono le proteste risiedono fuori
Gaza, sfollati a causa del genocidio israeliano o perché hanno lasciato la
Striscia alcuni anni prima. Alcuni sono affiliati al partito Fatah del
presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas, mentre altri sono
politicamente indipendenti.
Ma la comunicazione pubblica è stata
attentamente studiata per attrarre un vasto pubblico. Alcuni attivisti
esprimono un chiaro risentimento nei confronti della leadership politica di
Hamas. Come afferma Amjad Abu Kush, attivista di Gaza e acceso critico di Hamas
: “La rivoluzione del 26 giugno riguarda il diritto dei gazawi di porre fine al
dominio di Hamas… Chiedere conto a chi governa Gaza non è un crimine”.
Analogamente, il giornalista di Gaza
Hamza Al-Masri ha affermato che “Hamas avrebbe dovuto sostenere questo
movimento [del 26 giugno]. A questo movimento dovrebbe aderire l’intera
popolazione per dire che non vogliamo morire. Siamo stanchi delle tende. Siamo
stanchi del dolore. Siamo stanchi. Vogliamo gridare. Vogliamo che la gente
ascolti le nostre grida”.
Allo stesso tempo, le dichiarazioni
pubbliche del movimento del 26 giugno sottolineano che “l’occupazione è il
nostro unico nemico”, respingono la pulizia etnica di Gaza e chiedono una vita
dignitosa, un governo democratico e “il ripristino di un contratto sociale [in
cui] la volontà del popolo sia la fonte intrinseca e unica di legittimità politica”.
Nonostante questo messaggio chiaro, i
media israeliani stanno già dipingendo questo movimento come esclusivamente
“anti-Hamas”. L’account ufficiale dello Stato in lingua araba su X ha
pubblicato un messaggio a sostegno della protesta, invitando gli abitanti di
Gaza a “ribellarsi contro gli oppressori”. Anche i capi delle bande per procura
di Israele nelle aree spopolate della Gaza orientale stanno cercando di
appropriarsi di questo movimento e di rivendicarne il merito, soprattutto dopo
che i media israeliani hanno criticato queste bande per “fare grandi proclami
ma ottenendo scarsi risultati contro Hamas” e per avere “un impatto
pressoché nullo”.
La distorsione e lo sfruttamento da
parte di Israele delle manifestazioni palestinesi a Gaza stanno nuovamente
facilitando ai sostenitori di Hamas la denuncia della protesta del 26 giugno
come “sospetta” e “incitante all’odio”, sebbene Hamas stesso non abbia
rilasciato commenti ufficiali sulle manifestazioni in programma.
Ma gli appelli alla mobilitazione e le
reazioni a tali appelli evocano una forte sensazione di déjà vu. Gli abitanti
di Gaza si sono già trovati in questa situazione diverse volte negli ultimi
anni, e ogni manifestazione non è riuscita a raggiungere i propri obiettivi. E,
tragicamente, c’è ben poco che lasci intendere che questa volta sarà diverso.
La sofferenza trasformata in
arma
Essere un palestinese a Gaza è una
situazione impossibile. Significa essere costretti non solo a vivere in quello
che Israele ha trasformato in una terra apocalittica, ma anche a conformarsi a
specifici stereotipi per ottenere compassione o, in caso contrario, cadere in
disgrazia, come in una performance di un reality show.
In molti ambienti, gli abitanti di
Gaza vengono eroicizzati e idealizzati per la loro eccezionale resilienza e la
loro tenacia sul territorio. Se un palestinese di Gaza crolla e decide di
lasciare l’enclave, viene criticato da alcuni come “debole” o come “traditore
della patria”. Il noto fotografo di Gaza Motaz Azaiza ha recentemente
raccontato che, durante un viaggio negli Stati Uniti, un’anziana donna
palestinese-americana lo ha rimproverato per non essere rimasto a Gaza e per
non essere morto lì da “martire”.
In altri ambienti, gli abitanti di
Gaza vengono sminuiti e considerati “povere vittime infelici”. Se osano cercare
di ottenere beni di prima necessità, potrebbero scatenare polemiche
internazionali, come nel recente articolo del New York Post che ha cercato di
dipingere il movimento pro-Palestina come ipocrita per l’esistenza di un caffè
“di lusso” improvvisato in una tenda fatiscente.
I palestinesi di Gaza che sostengono
il diritto alla resistenza armata o protestano contro Fatah e l’Autorità
Palestinese vengono immediatamente etichettati come “Hamas”. Coloro che
protestano contro la leadership politica di Hamas o il suo governo vengono
invece definiti “collaboratori”, “traditori” o “agenti di Ramallah”.
L’esempio più lampante di questa
situazione si è verificato nel 2018-19, durante la Grande Marcia del Ritorno .
Giovani palestinesi che protestavano pacificamente vicino alla recinzione
israeliana che assedia Gaza sono stati sistematicamente uccisi e mutilati dai
cecchini israeliani. Come prevedibile, il governo israeliano si è affrettato a
etichettare i manifestanti come membri di Hamas o semplicemente come
“terroristi”.
Nelle stesse settimane, alcuni di quei
giovani manifestanti erano scesi in piazza per protestare contro gli aumenti
delle tasse sui beni di prima necessità imposti da Hamas, le sanzioni punitive
dell’Autorità Palestinese contro Gaza, il blocco israeliano e la divisione
interna palestinese, uniti sotto lo slogan “Vogliamo vivere”. Israele aveva
immediatamente elogiato quelle manifestazioni definendole “anti-Hamas”. Gli
attivisti di Hamas diffusero il messaggio che i manifestanti erano stati
“spinti dall’esterno” e le forze di sicurezza dispersero violentemente le
proteste.
La stessa cosa accadde poche settimane
prima del 7 ottobre . Giovani palestinesi a Gaza riempirono le strade, gridando
“Vogliamo vivere”. Le forze di sicurezza dispersero le proteste, mentre Israele
le sfruttò per la propria propaganda . Pochi giorni dopo, quando i giovani di
Gaza si recarono al confine israeliano, simbolo dell’apartheid, per protestare,
l’esercito israeliano sparò loro senza pensarci due volte e bombardò Gaza per
punire collettivamente la popolazione per le proteste.
Dinamiche simili si sono ripetute
anche durante il genocidio. Nel marzo 2025, una settimana dopo che Israele
aveva infranto il cessate il fuoco in vigore da gennaio, i palestinesi nella
città di Beit Lahiya, nel nord della Striscia di Gaza, scesero spontaneamente
in piazza .
Al grido di “Vogliamo vivere”, “Ci
rifiutiamo di morire”, “Basta con la guerra” e “Il sangue dei nostri figli non
è a buon mercato”, le proteste si concentrarono sui nuovi ordini di
espulsione forzata emessi da Israele nel nord di Gaza, chiedendo al contempo la
fine del genocidio e il ritiro completo di Israele dalla Striscia. I
partecipanti chiesero anche ad Hamas di dimettersi dal governo per porre
fine al principale pretesto di Israele per il genocidio e per consentire libere
elezioni palestinesi.
Le proteste attirarono
progressivamente un numero sempre maggiore di persone e crebbero gli appelli a
manifestazioni simili in altre parti di Gaza. In breve tempo, il movimento
divenne la più grande dimostrazione di dissenso popolare a Gaza contro Israele
e Hamas degli ultimi anni, finché Israele non represse le proteste sfruttandole
per la propria propaganda.
Non appena le manifestazioni ebbero
luogo , il Ministero degli Esteri israeliano le etichettò immediatamente
come anti-Hamas e pubblicò filmati dei manifestanti con la didascalia: “Il
mondo deve sostenere la nostra lotta per liberarci dalla tirannia di Hamas”.
Allo stesso tempo, i giornalisti israeliani si premurarono di
sottolineare al proprio pubblico che le proteste non rendevano innocenti i
civili di Gaza; i partecipanti, insistette un giornalista israeliano ,
“non erano contro Hamas, ma contro il suo dominio”.
Il Canale 12 israeliano intervistò un
anziano manifestante di Gaza che parlava fluentemente l’ebraico, lingua che
aveva imparato durante il suo precedente lavoro in Israele. Non appena l’uomo
si lamentò di non aver mangiato cibo decentemente per un mese, il giornalista
israeliano lo interruppe, attribuendo la colpa della fame nella Striscia a
Hamas e rimproverandolo per non “protestare con più veemenza”.
Diversi giornalisti di importanti
testate statunitensi mi riferirono che gruppi di pressione
filo-israeliani pretesero preteso di “tenere d’occhio la rivolta
anti-Hamas”, inondandoli di argomentazioni. Il ministro della Difesa israeliano
Israel Katz ordinò con tono condiscendente a un considerevole numero di gazawi
di partecipare alle proteste per fare pressione su Hamas, altrimenti sarebbero
stati “costretti a evacuare e a perdere sempre più territorio”.
Ma Israele non era interessato al
successo delle manifestazioni. Anzi, bombardò proprio alcuni dei luoghi in cui
avrebbero dovuto svolgersi le proteste e continuò a lanciare raid aerei
su Gaza, rendendo pericoloso per qualsiasi palestinese avventurarsi fuori per
partecipare a una manifestazione.
Piuttosto, Israele cercò di
usare lo spettacolo delle proteste per soffocare qualsiasi copertura del
genocidio con titoli critici nei confronti di Hamas. E funzionò : anche per
settimane dopo che le proteste si erano affievolite, diversi giornalisti di
testate statunitensi mi riferirono che i loro redattori continuavano a
dare priorità alla copertura delle “manifestazioni anti-Hamas” rispetto alle
atrocità israeliane.
Tutto ciò aveva facilitato ai
sostenitori di Hamas l’etichettatura dei manifestanti come “collaboratori” o
“burattini” al servizio di una nefasta agenda israeliana. E secondo Amnesty
International , le forze di sicurezza di Hamas minacciarono, molestarono
e persino aggredirono i palestinesi che avevano partecipato alle
manifestazioni. In definitiva, sia i sostenitori di Hamas che Israele
ignorarono completamente il fatto che i manifestanti protestavano anche contro
il genocidio, la pulizia etnica e la campagna di fame perpetrata da Israele.
Il tragico paradosso degli
abitanti di Gaza
Con l’avvicinarsi della “rivoluzione
del 26 giugno”, assistiamo al ripetersi delle stesse dinamiche: lo sfruttamento
delle proteste da parte di media e organizzazioni filo-israeliane, una campagna
diffamatoria orchestrata da alcuni sostenitori di Hamas contro i manifestanti e
condizioni sul campo che rendono estremamente difficile la mobilitazione a
causa dei continui bombardamenti israeliani .
Eppure, tutte le rivendicazioni
ufficiali del movimento del 26 giugno sono condivise dalla stragrande
maggioranza della popolazione. Tra queste, la richiesta che la leadership
palestinese e la comunità internazionale ascoltino direttamente gli abitanti di
Gaza; il rifiuto del nuovo status quo invivibile che Israele sta imponendo a
Gaza; la protezione dalle malattie dilaganti che si stanno diffondendo nei
campi profughi; e la garanzia della libertà di movimento da e per Gaza,
soprattutto per coloro che necessitano urgentemente di cure mediche.
Gli abitanti di Gaza sono stanchi di
essere costretti a vivere per strada e di dover affrontare code interminabili
per ottenere avanzi di cibo o acqua contaminata. Sono stanchi di vedere i
propri figli privati dell’istruzione formale per il terzo anno consecutivo e
costretti a vivere senza elettricità, acqua corrente o servizi igienici
funzionanti. E sono stanchi di vedere le proprie vite spegnersi davanti ai loro
occhi, intrappolati in una prigione a cielo aperto che si restringe sempre di
più, mentre Israele decide ogni aspetto del loro futuro.
Come ha affermato il noto giornalista
e attivista di Gaza Ahmad Said : “[La gente] scenderà in piazza dicendo:
‘Voglio la mia dignità. Non voglio vivere il resto della mia vita in una tenda.
Voglio un futuro per i miei figli'”.
La richiesta che Hamas si ritiri dal
governo di Gaza è ampiamente condivisa dalla popolazione, poiché il dominio del
gruppo è stato la principale giustificazione di Israele per assediare e
bombardare la Striscia. Da parte sua, Hamas aveva accettato di cedere il
governo a un nuovo governo tecnocratico dell’Autorità Palestinese o a un
comitato palestinese indipendente appena due mesi dopo gli attentati del 7
ottobre, secondo fonti interne al gruppo. La decisione è stata presa nel
contesto del cessate il fuoco del novembre 2023, come compromesso per
convincere Israele a prorogare l’accordo.
Uno di questi organismi è emerso lo
scorso gennaio, con la creazione del Comitato Nazionale per l’Amministrazione
di Gaza (NCAG) sotto l’egida del Board of Peace del Presidente statunitense
Donald Trump. Tuttavia, Israele si rifiuta ancora di consentire all’NCAG di
entrare a Gaza, figuriamoci di assumerne il governo. Il Primo Ministro Benjamin
Netanyahu subordina questa decisione al completo disarmo di Hamas e di tutte le
altre fazioni a Gaza, senza il ritiro di Israele dall’enclave né la fine del
blocco.
Allo stesso tempo, le strade di Gaza
sembrano divise riguardo alle proteste del 26 giugno. Diversi capi tribali e
numerose famiglie hanno denunciato il movimento e si sono rifiutati di
parteciparvi. Alcuni palestinesi temono che Israele e i suoi gruppi alleati
sfrutteranno le manifestazioni per creare caos e dividere ulteriormente i
palestinesi. Israele potrebbe quindi utilizzare lo spettacolo dei disordini per
dipingere Gaza come dilaniata da una “guerra civile” e chiedere a Trump il
permesso di riprendere la guerra su vasta scala per “annientare Hamas”.
Mohammed Othman, giornalista
investigativo palestinese arrestato e torturato da Hamas nel 2016, ha affermato
di aver sostenuto un movimento simile nel 2019, ma di nutrire serie
preoccupazioni per le proteste del 26 giugno. “Per me, [la protesta del
2019] è stata un movimento guidato da rivendicazioni e preoccupazioni per la
sopravvivenza, un grido di persone comuni, in difficoltà, che volevano semplicemente
vivere con dignità”, ha scritto . “Era un modo per fare pressione su chi è al
potere affinché prestasse attenzione alla gente e migliori le sue condizioni di
vita”.
La differenza, secondo Othman , è che
questa volta Israele è l’unico a ostacolare le richieste dei manifestanti, che
si tratti di facilitare l’ingresso delle tende, consentire la ricostruzione e
la rimozione delle macerie, o dare potere a un nuovo governo affinché entri a
Gaza e prenda il controllo. Ha aggiunto che Israele potrebbe uccidere
poliziotti a Gaza durante le proteste “per confondere le acque”, o spingere le
sue bande per procura a “uccidere e mutilare alcuni manifestanti per esacerbare
la situazione”, alimentando così la violenza intercomunitaria che Israele
potrebbe usare per “presentare la situazione come ‘caos interno'”.
C’è un’altra difficoltà che i
manifestanti incontrano quando esprimono dissenso contro Hamas. Le
manifestazioni popolari di solito hanno successo perché sconvolgono la vita
quotidiana, paralizzano l’economia e impediscono al governo di funzionare. Ma
Israele ha già fatto tutto questo e anche di più; i manifestanti possono fare
ben poco per esercitare pressione su Hamas nel mezzo di un genocidio in corso.
Questo grido disperato di un popolo
assediato è il più tragico dei paradossi: un movimento nato da una sofferenza
insopportabile, eppure ogni sua espressione viene immediatamente
strumentalizzata dai suoi aguzzini per consolidare e nascondere ulteriormente
l’angoscia che infliggono ai palestinesi di Gaza, imprigionati nella loro
gabbia. Il mondo osserva, ma attraverso una lente distorta: pronto a vedere
eroi, vittime o carnefici, ma mai i volti esausti, terrorizzati e profondamente
umani di coloro che desiderano semplicemente esistere.
Muhammad Shehada è uno scrittore
e analista politico di Gaza, nonché visiting fellow presso l’European Council
on Foreign Relations.
Traduzione a cura di Grazia Parolari
Annessione
digitale della Cisgiordania: Israele sposta online il furto di terre
palestinesi - Qassam Muaddi
Un nuovo registro digitale israeliano impone di fatto la sovranità sul 60%
della Cisgiordania. I palestinesi devono registrarsi presso le autorità
israeliane o rischiano di perdere le loro terre, ma le scappatoie legali
israeliane sono concepite per invalidare le loro rivendicazioni in entrambi i
casi.
L’annessione della Cisgiordania da
parte di Israele procede a pieno ritmo sul terreno, ma si sta spostando anche
sul web. Mercoledì scorso, il governo israeliano ha lanciato una nuova
piattaforma digitale per la registrazione dei terreni in Cisgiordania, aperta
all’uso da parte di israeliani e aziende israeliane.
La nuova piattaforma consente la
registrazione delle proprietà e si applica ai terreni nell’Area C della
Cisgiordania, che comprende oltre il 60% del territorio stabilito dagli Accordi
di Oslo del 1993. Il resto della Cisgiordania è diviso in Aree A e B, dove
l’Autorità Palestinese esercita diversi livelli di controllo civile e di
sicurezza.
Il lancio della piattaforma fa
seguito a precedenti iniziative israeliane volte a modificare il sistema di
proprietà fondiaria in Cisgiordania, a partire dalla decisione del governo
israeliano del giugno 2025 di rendere i terreni palestinesi nell’Area C
accessibili alla registrazione da parte di chiunque, compresi i coloni
israeliani. Da allora, il governo israeliano ha intrapreso ulteriori passi per
portare avanti l’annessione della Cisgiordania, non solo con leggi che pongono
le basi per l’annessione, ma anche esercitando di fatto l’autorità israeliana
sui terreni palestinesi.
Ora, queste misure si sono spostate
nel mondo digitale, rendendo ancora più facile per gli israeliani assumere il
controllo dei terreni palestinesi in Cisgiordania. L’Autorità Palestinese ha
già condannato il registro fondiario digitale israeliano definendolo “un passo
verso l’annessione vera e propria”, invitando i palestinesi ad astenersi
dall’utilizzare la piattaforma.
Il Ministro delle Finanze israeliano
Bezalel Smotrich e la Deputata israeliana Orit Strock, entrambi sostenitori
intransigenti del Movimento dei Coloni israeliani, hanno definito il progetto
“un pilastro fondamentale per l’attuazione della sovranità israeliana” sulla
Cisgiordania.
Accaparramento di terre e scappatoie
legali
In teoria, la nuova piattaforma di
registrazione fondiaria è aperta sia agli israeliani che ai palestinesi, ma con
diverse clausole che rendono estremamente bassa la probabilità che Israele
accetti le rivendicazioni di proprietà palestinese, nonostante la presenza di
documentazione e atti di proprietà. Secondo Khalil Tafakji, geografo
palestinese ed esperto di insediamenti israeliani, Israele potrebbe respingere
tali rivendicazioni sulla base di un cavillo legale insito in una vecchia legge
israeliana relativa alla proprietà degli “assenti”. Nel 1950, Israele approvò
la Legge sulla proprietà degli assenti, che legalizzò la confisca da parte
dello Stato delle terre di oltre 700.000 palestinesi che erano stati espulsi
dalle loro case con la Pulizia Etnica nel 1948, definendo i rifugiati sfollati
con la forza come “assenti” residenti al di fuori di quello che sarebbe poi
diventato Israele.
Oggi in Cisgiordania, la stessa
legge potrebbe essere utilizzata per privare i palestinesi della loro terra
semplicemente perché vivono all’estero. Molti di questi palestinesi che vivono
nella Diaspora non possono risiedere in Palestina nemmeno volendo, perché i
diritti di residenza in Cisgiordania richiedono l’approvazione israeliana,
procedure complicate e lunghissimi tempi di attesa.
“Se un palestinese tenta di
registrare il proprio diritto di proprietà su un terreno presso le autorità
israeliane tramite questa piattaforma digitale, gli verrà richiesto di fornire
informazioni su tutti gli eredi”, ha dichiarato Tafakji. “Molti membri di
famiglie palestinesi che detengono diritti di successione sono nati e vivono
fuori dal Paese, quindi le loro quote sarebbero inevitabilmente soggette alla
Legge sulla Proprietà degli Assenti”. In sostanza, se i palestinesi utilizzano
la piattaforma, Israele potrebbe usarla contro di loro.
Un altro aspetto di questa nuova
piattaforma digitale, secondo Tafakji, è che è aperta ai cittadini israeliani,
mentre fino a poco tempo fa la registrazione delle proprietà era riservata
esclusivamente alle società israeliane. Ciò si aggiunge a una precedente
decisione del governo israeliano, approvata dal gabinetto nel febbraio di
quest’anno, che abroga una precedente legge giordana che vietava la vendita di
terreni a palestinesi non residenti in Cisgiordania.
L’abrogazione di tale legge ha
aperto la strada all’acquisto di terreni da parte di cittadini israeliani da
palestinesi bisognosi o da società locali e non. Questo, insieme all’apertura
della registrazione delle proprietà ai cittadini israeliani, “trasformerebbe
l’Occupazione israeliana della Cisgiordania da un’espropriazione di terre
guidata dallo Stato a un processo aperto all’intera popolazione israeliana”, ha
sottolineato Tafakji, evidenziando come ciò renderebbe molto più difficile la
tutela dei diritti di proprietà dei palestinesi.
Il dilemma per i palestinesi
La dimensione politica della nuova
piattaforma va oltre l’accaparramento di terre e costringe i proprietari
terrieri palestinesi a una scelta impossibile: utilizzare la piattaforma
digitale e accettare di fatto l’autorità israeliana sulla registrazione dei
terreni in Cisgiordania (e sull’intero territorio), oppure rifiutarsi di
utilizzarla e rischiare di perdere i diritti di proprietà ereditati dai propri
antenati per generazioni.
L’utilizzo della piattaforma da
parte dei palestinesi creerebbe un canale diretto con le autorità israeliane,
costringendole non solo a sottomettersi a un’annessione di fatto, ma anche
eliminando di fatto il sistema burocratico dell’Autorità Palestinese. Ciò si
integra inoltre con la decisione del governo di febbraio, che ha revocato il
riconoscimento del sistema di registrazione delle proprietà dell’Autorità
Palestinese nell’Area C, dove quest’ultima non ha alcuna presenza civile o di
sicurezza.
Questo pone l’intero processo di
registrazione fondiaria nell’Area C pienamente sotto il controllo della legge
israeliana, il che, secondo Tafakji, è “totalmente illegale, perché secondo il
Diritto Internazionale, Israele, in quanto Potenza Occupante, non ha il diritto
di modificare le leggi e i sistemi di proprietà fondiaria nei Territori
Occupati”. Tafakji ha però anche avvertito che il Diritto Internazionale “non
prevede strumenti per tutelare i diritti della parte più debole”.
Sebbene il Diritto Internazionale
non disponga di meccanismi di attuazione, gli Stati che vi aderiscono hanno
l’obbligo di promuoverne l’applicazione. Il mese scorso, nove Paesi occidentali
hanno firmato congiuntamente una dichiarazione che denuncia l’espansione degli
insediamenti israeliani in Cisgiordania e le politiche israeliane di annessione
e sfollamento dei palestinesi. Una condanna espressa più volte negli ultimi
anni, ma a cui sono seguiti ben pochi fatti concreti.
Qassam Muaddi è il redattore
palestinese di Mondoweiss. Si occupa di sviluppi sociali, politici e culturali
in Palestina e ha scritto per diverse testate in inglese e francese, tra cui la
rivista cattolica Terre Sainte Magazine e altre.
Traduzione a cura di: Beniamino
Rocchetto
Cliniche chiuse e farmaci in esaurimento. Dopo
Gaza, Israele sta ora causando il collasso del sistema sanitario della Cisgiordania
- Amira Hass
La
maggior parte dei farmaci è scomparsa dalle farmacie pubbliche e molti pazienti
non possono permettersi di acquistarli sul mercato privato. Il sequestro da
parte di Israele delle entrate doganali ha aggravato significativamente il
debito del Ministero della Sanità palestinese, che avverte: presto non saremo
più in grado di fornire servizi sanitari essenziali.
Il sistema sanitario palestinese teme
un peggioramento delle condizioni dei pazienti affetti da malattie croniche in
Cisgiordania e un aumento dei tassi di mortalità a causa dell’estrema
difficoltà di bilancio dell’Autorità Palestinese e dell’impoverimento della sua
popolazione. Il debito accumulato dal Ministero della Sanità palestinese nei
confronti dei fornitori esterni, pari a 2,6 miliardi di shekel (773.000 euro),
è quasi pari al suo bilancio attuale per il 2025, 2,89 miliardi di shekel
(859.000 euro).
Come tutti i dipendenti del settore
pubblico, anche medici e infermieri ricevono metà del loro stipendio, o
addirittura meno. La maggior parte dei farmaci non è disponibile nelle farmacie
pubbliche e le scorte di medicinali salvavita, come quelli per il cancro e le
malattie renali, si stanno esaurendo. Molti pazienti coperti dall’assicurazione
sanitaria pubblica non possono permettersi di acquistare farmaci sul mercato
privato.
I professionisti sanitari, sia
all’interno che all’esterno del sistema pubblico, descrivono la situazione come
“sull’orlo del collasso”. La scorsa settimana, prima dell’Eid al-Adha, il
Ministero della Sanità palestinese ha avvertito che la capacità di continuare a
fornire servizi sanitari essenziali è a rischio, sottolineando che la crisi nel
settore pubblico ha creato una reazione a catena, danneggiando anche le
strutture sanitarie delle organizzazioni non governative e il settore privato.
Le due cause dirette e principali di
questa situazione sono il sequestro da parte del Ministero delle Finanze
israeliano delle entrate doganali dell’Autorità Palestinese sulle importazioni
(dopo che il ministero ha automaticamente detratto i pagamenti dell’Autorità
Palestinese per la fornitura di prodotti come acqua ed elettricità) e il
divieto imposto a circa 170.000 palestinesi di tornare al proprio lavoro in
Israele.
Dall’inizio di maggio, medici e
infermieri del settore pubblico palestinese in Cisgiordania sono in sciopero a
causa del mancato pagamento integrale degli stipendi per diversi anni. Anche
prima dello sciopero, il personale lavorava solo a tempo parziale, come gli
altri dipendenti del settore pubblico.
Gli ospedali governativi forniscono
solo cure salvavita, ma la qualità di tali cure è compromessa dalla riduzione
del personale, dalla carenza di farmaci e dispositivi medici monouso e dalle
difficoltà nel reperire fondi per la manutenzione ordinaria e la riparazione
delle attrezzature esistenti. Lo sciopero coinvolge anche 447 cliniche del
Ministero della Sanità, su un totale di 590 operative in Cisgiordania. Di
conseguenza, anche i servizi di assistenza e controllo per donne in gravidanza,
madri e neonati, bambini disabili e studenti sono compromessi.
Il debito accumulato dal Ministero
della Sanità, pari a circa 2,6 miliardi di shekel (773.000 euro), è suddiviso
quasi equamente tra gli ospedali non governativi, a cui i pazienti vengono
indirizzati per le cure, e circa 30 aziende farmaceutiche di produzione e
importazione.
Lo ha dichiarato il Ministro della
Sanità palestinese, Majed Abu Ramadan, durante un incontro con i rappresentanti
delle aziende farmaceutiche la scorsa settimana. I rappresentanti hanno appreso
che, dei 1.260 tipi di farmaci che il Ministero della Sanità acquista
regolarmente, 260 sono attualmente presenti nei suoi magazzini e sugli
scaffali.
Tra i partecipanti all’incontro c’era
anche l’ex Ministro della Sanità, Fathi Abu Moghli, oggi membro
dell’Associazione dei Produttori Farmaceutici. “Majed Abu Ramadan ha esortato
le aziende farmaceutiche a resistere e a continuare a fornire farmaci al
Ministero, nonostante il debito accumulato, che ha raggiunto 1,3 miliardi di
shekel” (386,5 milioni di euro), ha dichiarato Abu Moghli, aggiungendo che
molte aziende non saranno in grado di soddisfare questa richiesta perché non
dispongono più del capitale necessario per acquistare farmaci all’estero.
Il direttore dell’Associazione dei
fornitori farmaceutici, Muhannad Habash, ha dichiarato che nel 2025 le aziende
hanno fatto tutto il possibile per continuare a fornire farmaci a credito, ma
quest’anno stanno incontrando nuovamente difficoltà. In un’intervista a Radio
Al-Raya, Habash ha affermato che, dall’inizio dell’anno, il Ministero della
Sanità ha versato ai fornitori farmaceutici solo 16 milioni di shekel
(4.756.536 euro).
Uno dei sei stabilimenti farmaceutici
in Cisgiordania è Dar al-Shifa (PHARMACARE), il cui direttore, Bassem Khoury,
afferma che il Ministero della Sanità gli deve circa 20 milioni di shekel
(5.945.670 euro). “Ma continueremo a fornire al Ministero della Sanità i
farmaci che produciamo, come antibiotici per bambini e medicinali per il
trattamento del diabete e dell’ipertensione, perché è nostro dovere verso la
comunità”, ha dichiarato Khoury, aggiungendo che il debito del Ministero della
Sanità verso altre aziende è molto più elevato.
L’altra metà dell’enorme debito è
dovuta a ospedali privati. “Gli ospedali pubblici hanno bravi medici, ma le
liste d’attesa per gli interventi chirurgici sono lunghissime”, ha detto S., un
chirurgo palestinese che lavora in ospedali non profit a Gerusalemme e in
Cisgiordania. Abu Moghli afferma che, a causa di croniche difficoltà di
bilancio, il Ministero della Sanità non è stato in grado di aumentare il numero
di personale medico impiegato nel corso degli anni, nonostante molti laureati
in medicina e infermieristica siano disoccupati.
La riduzione del numero di medici nel
sistema sanitario pubblico è uno dei motivi per cui il Ministero della Sanità
indirizza i pazienti verso ospedali privati come l’An-Najah di Nablus (un
ospedale universitario), l’Ospedale Arabo Istishari di Ramallah e due ospedali
a Gerusalemme Est, l’Ospedale Makassed e l’Ospedale Augusta Victoria, il cui
accesso richiede un permesso di circolazione israeliano. I pazienti vengono
anche indirizzati a cure in Giordania e, con minore frequenza rispetto al
passato, in Israele.
Nel 2024, si sono registrati 96.000
trasferimenti per cure esterne, con un costo per il Ministero della Sanità
palestinese di circa 960 milioni di shekel (285.392.160 euro). Fino a ottobre
2023, il Ministero della Sanità si faceva carico anche dei trasferimenti di
pazienti dalla Striscia di Gaza alla Cisgiordania e a Gerusalemme.
A causa dei debiti dell’Autorità
Palestinese nei confronti degli ospedali privati, ha dichiarato il chirurgo S.,
questi ospedali sono costretti a tagliare gli stipendi dei propri dipendenti e
alcuni dei loro conti bancari sono in rosso. Ai pazienti viene persino
richiesto di contribuire al pagamento di parte dei materiali monouso essenziali
per gli interventi chirurgici, ha aggiunto. Alcuni pazienti ricorrono a
prestiti o si affidano all’aiuto di amici per acquistare i farmaci di cui hanno
bisogno.
Medici e pazienti testimoniano che, a
causa della chiusura delle cliniche, la pressione sui pronto soccorso degli
ospedali pubblici e sulle strutture mediche non governative è aumentata. Lo
stress e le lunghe attese per le visite mediche creano tensioni tra i pazienti
e le loro famiglie, tra gli altri pazienti e tra il personale medico. Sono
stati segnalati anche diversi casi di violenza contro i medici.
La crisi del sistema sanitario ha due
ulteriori fattori, osserva il dottor Mustafa Barghouti, direttore della Società
di Soccorso Medico Palestinese, che fornisce servizi medici senza scopo di
lucro. Secondo lui, è aumentato anche il numero di persone che cercano
assistenza presso le cliniche dell’organizzazione. Un fattore è il tentativo
diretto e dichiarato da Israele di allontanare dalla zona l’UNRWA, l’Agenzia
delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Impiego dei Rifugiati Palestinesi nel
Vicino Oriente, e organizzazioni umanitarie internazionali come Medici Senza
Frontiere, nonché l’ordine di chiusura di diverse organizzazioni della società
civile palestinese. Tutte queste organizzazioni sono state costrette a ridurre
l’assistenza medica che fornivano o che contribuivano a facilitare.
Un altro fattore, ha spiegato, sono gli
oltre 1.000 punti di controllo e posti di blocco permanenti sulle strade della
Cisgiordania, che impediscono un rapido accesso alle cure e costringono le
squadre mediche e le ambulanze a percorrere strade tortuose e dissestate,
oppure a trasferire i pazienti e i feriti dai colpi di arma da fuoco israeliani
con il metodo “a spalla”: un paziente viene trasportato in auto o in barella
fino a un cancello o a un posto di blocco chiuso all’uscita di una località,
per poi essere trasferito in ambulanza dall’altra parte. Questo rappresenta un
onere per il bilancio e compromette anche la disponibilità del personale. I
tempi di percorrenza prolungati, che includono lunghe attese ai posti di blocco
presidiati dai soldati, aumentano anche i costi di viaggio, e talvolta il
personale medico è costretto a sostenerli di tasca propria, con difficoltà a
far fronte alle spese.
S. racconta di un medico specialista
che non è riuscito a raggiungere un ospedale di Hebron per un intervento
chirurgico urgente a causa di un’incursione dell’esercito sul suo villaggio e
del blocco della sua uscita. B., madre di un bambino affetto da paralisi
cerebrale, non lo manda più alla scuola speciale di Ramallah perché la strada
che porta fuori dal loro villaggio è bloccata da un cancello di ferro chiuso a
chiave dal 7 ottobre. “Il viaggio in taxi speciale è diventato più costoso e
mio marito ha smesso di lavorare in Israele. Per un po’ sono riuscita a pagare
le medicine di mio figlio, ma non le compro da due settimane”, ha detto.
Secondo il dottor Barghouti, “Mettendo insieme tutti i fattori che
contribuiscono alla crisi del sistema sanitario, la conclusione è che si tratta
del risultato di una pianificazione attenta e calcolata”.
Il Ministero della Sanità ha istituito
una squadra di emergenza, guidata dal direttore generale del Ministero, Wael
al-Sheikh (fratello di Hussein al-Sheikh, vicepresidente dell’Autorità
Palestinese). Di tanto in tanto, una donazione risolve qualche emergenza.
L’Unione Europea assiste l’Ospedale Augusta Victoria e, secondo Abu Moghli, ha
anche promesso di trasferire 23 milioni di euro agli ospedali della
Cisgiordania e una somma simile ai fornitori di prodotti farmaceutici. Ma
queste cifre sono irrisorie rispetto al debito totale del Ministero.
L’economia palestinese era in
difficoltà già prima che il sequestro delle entrate doganali diventasse una
prassi consolidata. Già nel 2013, un rapporto della Banca Mondiale affermava
che il controllo israeliano sulla maggior parte della Cisgiordania impediva la
realizzazione del potenziale economico della società palestinese e le causava
perdite per diversi miliardi di dollari all’anno (3,4 miliardi di dollari – 2,9
miliardi di euro in termini del 2011). Questa costante perdita ha creato una
dipendenza dalle donazioni estere, che sono diminuite nel corso degli anni, e ha
avuto un impatto diretto sui limitati bilanci per lo sviluppo e sui bassi
stanziamenti dei ministeri sociali, come quelli dell’Istruzione e della Sanità.
Amira Hass è corrispondente di
Haaretz per i Territori Occupati. Nata a Gerusalemme nel 1956, Amira Hass è
entrata a far parte di Haaretz nel 1989, e ricopre la sua posizione attuale dal
1993. In qualità corrispondente dai territori, ha vissuto tre anni a Gaza,
esperienza che ha ispirato il suo acclamato libro “Bere il Mare di Gaza”. Dal
1997 vive nella città di Ramallah in Cisgiordania. Amira Hass è anche autrice
di altri due libri, entrambi i quali sono raccolti dei suoi articoli.
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
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