venerdì 27 febbraio 2026

La nave Humanity 1 bloccata per 60 giorni, mentre aumentano i morti in mare

 

Mentre centinaia di persone risultano ancora disperse nel Mediterraneo centrale, il 13 febbraio le autorità italiane hanno fermato per 60 giorni la nave di soccorso Humanity 1 a Trapani e imposto una multa di 10.000 euro, secondo quanto riferito oggi dall’organizzazione tedesca di ricerca e soccorso SOS Humanity. Secondo l’equipaggio, in precedenza avevano soccorso 33 persone in pericolo in mare e avvistato due cadaveri in acqua. Le autorità accusano l’equipaggio di non aver comunicato con il Centro di coordinamento dei soccorsi libico. L’ordine di fermo è arrivato poco dopo che il governo italiano ha presentato un disegno di legge che consentirebbe un “blocco navale”, una nuova misura contro le navi di soccorso delle ONG.

“Il nostro equipaggio ha informato tutti i centri di coordinamento dei soccorsi competenti in conformità con il diritto marittimo internazionale”, ha sottolineato Viviana di Bartolo, coordinatrice delle operazioni di ricerca e soccorso di Humanity 1. “Abbiamo deliberatamente deciso di non comunicare con gli attori libici, poiché non possono essere considerati autorità di ricerca e soccorso legittime: sono responsabili di gravi violazioni dei diritti umani nei confronti delle persone in cerca di protezione”.

Secondo SOS Humanity, questa è la terza detenzione di una nave di soccorso dell’alleanza “Justice Fleet” in tre mesi. L’alleanza di ONG critica il sostegno europeo agli attori libici in mare, che accusa di violenza contro le persone in cerca di protezione e contro gli equipaggi di soccorso. Nell’agosto 2025, la cosiddetta Guardia Costiera libica ha aperto il fuoco contro una nave di soccorso non governativa.

“Questo ribalta pericolosamente la realtà. Mentre noi salviamo vite umane e veniamo puniti per questo, la cosiddetta Guardia Costiera libica viene sostenuta, le stesse forze che abusano e uccidono le persone in fuga”, ha affermato Marie Michel, esperta di politiche presso SOS Humanity. “Chiediamo il rilascio immediato della nostra nave di soccorso Humanity 1”.

Secondo SOS Humanity, si tratta del secondo fermo della sua nave in tre mesi. In precedenza era stata fermata anche la nave di soccorso Sea-Watch 5. A due delle più grandi navi di soccorso delle ONG nel Mediterraneo viene quindi impedito di effettuare ulteriori salvataggi, ha aggiunto l’organizzazione.

Nel frattempo, il governo italiano sta intensificando ulteriormente l’ostruzione delle operazioni umanitarie di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. Con una nuova bozza di legge, il governo Meloni sta pianificando un “blocco navale” per le navi delle ONG:  queste potrebbero ricevere la proibizione di entrare nelle acque territoriali italiane per un periodo fino a sei mesise le autorità italiane valutano un “rischio per la sicurezza”.

“Il nuovo fermo della nostra nave di soccorso Humanity 1 avviene nel contesto di un’ulteriore escalation dell’intralcio alle operazioni di ricerca e soccorso drammaticamente urgenti nel Mediterraneo”, afferma Marie Michel. “Con questo disegno di legge, che prevede un ‘blocco navale’, il governo italiano sta compiendo un passo drammatico nella sua politica contro le operazioni civili di ricerca e soccorso. Ciò aggrava ulteriormente la catastrofe umanitaria in mare e viola palesemente il diritto internazionale”.

Dati dell’OIM mostrano che dall’inizio dell’anno ad oggi almeno 484 persone migranti sono state dichiarate morte o disperse in seguito a diversi naufragi nel Mediterraneo centrale causati da condizioni meteorologiche estreme, mentre si ritiene che centinaia di altri decessi non siano stati registrati.

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Vogliamo vincere. Come? - John Holloway

 

I

Vogliamo vincere. Dobbiamo vincere. Noi, i perdenti di sempre, vogliamo e dobbiamo vincere.

Cosa vogliamo vincere? Vogliamo vincere molte cose, una serie di lotte specifiche. Vogliamo sbarazzarci di Trump, Milei, Starmer, Macron. Vogliamo abolire l’ICE, abolire i controlli sull’immigrazione ovunque. Fermare la violenza contro le donne. Fermare il crescente potere dei signori della guerra in tutto il mondo. Fermare l’ascesa dell’estrema destra. Fermare i combustibili fossili e il riscaldamento globale. Fermare l’eliminazione del pensiero critico nelle università. Alcune cose le vinciamo, altre le perdiamo, e questo è importante. Nulla di ciò che dico deve essere inteso come una critica all’inevitabile particolarità delle lotte. Alcune di queste cose possono essere ottenute all’interno del capitalismo. Ma sappiamo che non basta. Non basta perché le aggressioni continuano ad arrivare. È bello vincere una battaglia, ma le pressioni continueranno ad arrivare. Viviamo in una società basata sulla costante intensificazione dell’aggressione del denaro contro la vita. E ci sentiamo intrappolati. Sentiamo di essere spinti sempre più verso un abisso, verso la catastrofe, se non addirittura verso l’estinzione. C’è un senso di urgenza, di fine partita, la fine dell’umanità.

Proprio in questo momento nel quale tutto peggiora, dobbiamo alzare la posta. Dobbiamo tornare alla rivoluzione. Resistenza sì, ribellione sì, naturalmente. Gli zapatisti hanno ragione a concentrarsi su resistenza e ribellione. Ma non dimentichiamo l’altra parola: rivoluzione. Follia. Uscite in strada dopo la fine di questa sessione e provate a immaginare una rivoluzione nella vostra città.

Follia, ma forse una follia necessaria. Questo discorso è un invito a unirvi a me nella mia follia.

II

Ci sentiamo intrappolati perché siamo intrappolati. Ogni società è un sistema di coesione o confluenza sociale, in cui esistono modelli consolidati di relazione reciproca. Nella società odierna, questi modelli sono plasmati soprattutto dal fatto che le nostre attività creative sono collegate tra loro attraverso lo scambio di merci, come sostiene Marx. Da lì, egli prosegue traendo le conseguenze di questa relazione fondamentale analizzando le forme a cui dà origine lo scambio di merci. La mercificazione porta allo sviluppo e al predominio del denaro, alla trasformazione dell’attività umana in lavoro astratto o alienato, alla disgregazione delle comunità e all’identificazione dell’individuo astratto, all’ascesa e al predominio del capitale che trae la sua ricchezza e il suo potere dallo sfruttamento del lavoro, e così via.

Questa società è caratterizzata da una straordinaria opacità, le relazioni sociali sono reificate. Il modo in cui ci relazioniamo gli uni con gli altri è congelato in certe forme sociali che appaiono separate ed eterne. Il capitalismo è labirintico, una concatenazione di forme che conducono l’una all’altra e ci rinchiudono in modelli consolidati di attività e riproduzione sociale. Una totalità di forme apparentemente separate, concentrate sull’obbligo di convertire le nostre vite in lavoro, una strana attività priva di qualsiasi significato se non quello di produrre profitto accumulabile da altri.

Queste forme – lavoro, denaro, Stato, capitale ecc. – stimolano una creatività senza precedenti, ma la creatività viene pervertita attraverso la forma denaro, con la sua insaziabile spinta al profitto, e produce enormi difficoltà e una profonda distruzione delle premesse della vita. Pensate a Internet, allo smartphone o all’intelligenza artificiale, straordinari prodotti della creatività umana ma, contenuti come sono nella spinta al profitto, non sono ciò che avrebbero potuto essere e lasciano una scia di sfruttamento, distorsione e distruzione.

Nell’analisi di Marx, l’attenzione non è sul chi o sul cosa, ma sul come. Come ci relazioniamo gli uni con gli altri? Come interagiamo gli uni con gli altri? Questo è forse il punto centrale di ciò che voglio dire. Ma il come esiste nella forma di un cosa indiscutibile. Il lavoro (lavoro astratto o alienato) è semplicemente una cosa che dobbiamo fare, piuttosto che una forma peculiare della nostra attività umana. Il denaro è una cosa che possediamo o non possediamo, piuttosto che un modo strano e disumanizzante di relazionarci con gli altri. La feticizzazione o reificazione è un processo di “cosa-ificazione”. È anche un processo di “chi-ificazione”. Lo scambio di merci scompone il “noi” comunitario in una serie di “io” astrattamente identificati: proprietari delle merci scambiate, senza storia, senza memoria, senza sogni.

III

Siamo contenuti nelle forme sociali dell’attuale sistema di coesione sociale. Queste sono forme che identificano e definiscono, che contengono la nostra attività all’interno di determinati modelli di comportamento. Possiamo tutti pensare a come le nostre attività oggi, in questo giorno, siano limitate dal lavoro, dal denaro, dal capitale e dallo Stato. Se queste sono forme di costrizione e contenimento, allora la rottura dell’attuale coesione sociale deve essere uno straripamento. Ma come? Come possiamo confrontare il “come” del contenimento con il “come” o i “come” dello straripamento per creare una coesione sociale diversa? Come possiamo confrontare le forme identificative del rapporto di capitale con il flusso anti-identitario della nuova creazione.

La rivoluzione è la sostituzione del modello consolidato di coesione sociale con un altro o altri, un mondo di molti mondi, come dicono gli zapatisti. Questo come-contro-come si esprimerà sicuramente a un certo punto come un chi contro chi: chiaramente coloro che beneficiano dell’attuale come della coesione sociale vorranno difenderlo, mentre coloro che ne soffrono di più sono quelli che probabilmente lotteranno per un cambiamento. Ma la cosa importante è che il come-contro-come non venga ridotto o oscurato da un chi-contro-chi. È il come-contro-come che plasma la nostra lotta e la nostra creazione di un mondo diverso.

La tradizione marxista, guidata da Lenin ed Engels, ha di fatto ridotto il come-contro-come a un chi-contro-chi, riassunto nella brillante e concisa frase di Lenin secondo cui il potere è una questione di chi-chi. Una frase favolosa dalle conseguenze disastrose. Il chi-chi è la lotta della classe operaia contro la classe capitalista, sia identificabile che identificata. Il come di una forma radicalmente nuova di coesione sociale viene messo in secondo piano. C’è una totale cecità sulla questione della forma nella rivoluzione russa, al punto che sia Evgeny Pashukanis che Izaak Rubin furono giustiziati per aver insistito sulla centralità della forma nell’opera di Marx. Il denaro, lo Stato e soprattutto il lavoro furono trattati nella pratica come caratteristiche astoriche di qualsiasi società.

IV

Torniamo al punto di partenza. Siamo intrappolati in queste forme. Possiamo essere militanti quanto vogliamo, ma finché restiamo all’interno delle forme capitaliste, non facciamo nulla per fermare la riproduzione della dinamica di distruzione. Ci deve essere una via d’uscita! Ma come?

Non basta gridare o sognare. Facciamolo. Engels aveva ragione su questo. Nel suo L’evoluzione del socialismo, dall’utopia alla scienza, sosteneva che non bastava fantasticare, che dovevamo pensare scientificamente a come trasformare la società. Sognate pure, diceva, ma qual è la base materiale della vostra speranza?

La versione del socialismo scientifico di Engels e Lenin non ha funzionato, non ha prodotto le società che coloro che vissero e morirono nella lotta avevano sperato, ma esattamente il contrario. Ha prodotto società orribili che non avevano e non hanno nulla a che fare con l’autodeterminazione della nostra attività vitale. Ma il loro fallimento ci ha lasciato una domanda: come, come diavolo possiamo realizzare una trasformazione radicale del modello di coesione sociale?

V

La risposta è ovvia: non lo sappiamo.

È importante dirlo, non solo perché è vero. Cinquanta o sessant’anni fa avevamo la risposta: prendere il potere statale e cambiare la società da lì. Ma questa non si è rivelata affatto una risposta. Le forme sociali capitaliste non possono essere spezzate agendo attraverso le forme sociali capitaliste. Come abbiamo visto, i tentativi di infrangere il dominio del denaro e del capitale attraverso lo Stato sono falliti completamente.

Ma è anche molto importante dire che non conosciamo la risposta, perché il non sapere è parte della risposta. Se lo sappiamo, allora lo diciamo ad altri e riproduciamo un discorso monologico di autorità che riproduce lo stile della società che vogliamo trascendere. Se diciamo di non sapere, entriamo immediatamente in una politica di dialogo. Il nostro “non lo so” è un “Questo è quello che penso, ma non ne sono sicuro, cosa ne pensi tu?”, che rompe già con la grammatica gerarchica della società esistente ed entra nell’incerta anti-grammatica della società che vogliamo creare e che stiamo creando.

Spero che questo discorso possa essere inteso in questo modo, come un “Non lo so, questo è tutto quello che so, puoi portarci oltre?”.

VI

La risposta ortodossa della classe operaia forte e organizzata non ha funzionato. Questo, almeno in parte, perché è stata intesa sulla base di un concetto definitorio e identitario della classe operaia. Lo stesso si può dire dell’idea che lo sviluppo delle forze produttive porterebbe al collasso dei rapporti di produzione: ciò ignora che lo sviluppo delle forze produttive si sviluppa conflittualmente dentro e contro i rapporti di produzione in ogni momento del loro sviluppo. In entrambi i casi, si presuppone un’esternalità che non può esistere nella pratica: non può esserci un’esternalità completa tra due momenti di un’unica coesione sociale.

Vorrei suggerire – e questo è in realtà il mio secondo punto fondamentale – che possiamo fare un passo avanti rivolgendoci al concetto di “Non Ancora” di Ernst Bloch. La sua tesi è che il mondo che non esiste ancora ma potrebbe esistere, esiste già. Esiste come “Non Ancora”, come anticipazione presente, come spinta contro e oltre, come inadeguatezza, come sogno, come ribellione.

Nel suo grande libro, Il Principio Speranza, egli traccia la presenza e la forza di questo Non Ancora, questa spinta verso un mondo diverso, nelle fiabe, nella danza, nell’architettura, nella musica, nella teoria politica, nella religione, tra gli altri campi. La conclusione è che, con la scoperta da parte di Marx del potenziale della classe operaia, la spinta costante del Non Ancora diventa una forza pratica per trasformare il mondo. Marx non mette in discussione il significato della classe operaia, ma il suo canto al potere del Non Ancora in così tanti aspetti diversi della vita, come una forza che spinge costantemente contro ciò che è, apre un modo diverso di pensare alle basi materiali della nostra speranza rivoluzionaria. La possibilità di trasformare radicalmente il mondo dipende dalla forza del Non Ancora, del malcontento, del non-conformismo e della creatività che spingono contro e oltre le forme sociali esistenti.

L’idea del Non Ancora non si oppone all’idea di lotta di classe, ma suggerisce un’interpretazione diversa. Mentre il concetto tradizionale di classe operaia è identitario, l’idea del Non Ancora è profondamente anti-identitaria, una continua spinta contro i confini. “Pensare è andare oltre”, come dice Bloch. Comprendere la classe operaia o lavoratrice come Non Ancora significa aprire il concetto e vedere cosa nasconde. Il concetto di lavoro nasconde la sua stessa dualità, come ha sottolineato Marx, insistendo sul fatto che questo era “il perno su cui ruota una chiara comprensione dell’economia politica”. Alla base del lavoro astratto e alienato, così facilmente visibile nella società capitalista, c’è quello che Marx chiama lavoro concreto o utile, il tipo di lavoro o attività creativa che esiste in qualsiasi società. Il Non Ancora qui è la spinta dell’attività creativa o del fare contro e oltre il suo contenimento entro i limiti del lavoro astratto, quel lavoro il cui unico significato è quello di contribuire alla redditività del capitale. Il Non Ancora è un traboccare. Allo stesso modo, i lavoratori che ora sono classificati o definiti dal fatto di essere vincolati alla prestazione lavorativa, spingono contro e oltre la loro classificazione. Visto in questo modo, il Non Ancora è la lotta della classe operaia, la lotta di coloro che sono attualmente intrappolati nel lavoro capitalista, contro e oltre il lavoro, e dentro e contro la trappola che è la loro classificazione.

Il Non Ancora è strettamente correlato alla nozione di un comunismo di base, così presente nell’opera di David Graeber, come anche in quella di Kropotkin e Abdullah Öcalan, e in effetti nell’intero movimento curdo. L’idea di base è che qualsiasi società, inclusa quella capitalista, dipenda per il suo funzionamento dall’esistenza di un comunismo di base, una pratica fondamentale di sostegno reciproco nella vita quotidiana. Questo può essere visto come una sorta di “sì, ma” in risposta alla consueta lettura di Marx. Come abbiamo visto, la tesi di Marx è che la società esistente è plasmata dal fatto che le persone si uniscono attraverso lo scambio di merci e che questo porta allo sviluppo e al predominio del denaro, alla trasformazione dell’attività umana in lavoro astratto o alienato, alla disgregazione delle comunità, all’ascesa e al predominio del capitale che trae la sua ricchezza e il suo potere dallo sfruttamento del lavoro, e così via.

L’idea del comunismo di base si presenta come un “sì, ma” nel senso di dire “Sì, è vero, ma c’è qualcos’altro: un comunismo in cui le persone si relazionano tra loro sulla base del bisogno, del riconoscimento e del sostegno reciproci, dell’attività liberamente condivisa. In effetti, la società individualizzante e distruttiva può esistere solo sulla base della continua esistenza del suo opposto. Distruggendo questo comunismo di base, il capitalismo distrugge le sue stesse fondamenta”.

Credo che questo “sì, ma” sia già presente ne Il Capitale di Marx, ma non è stato ampiamente commentato. È presente nelle categorie del valore d’uso, del lavoro concreto o utile e, in effetti, nel concetto di forze produttive, che non esistono in completa sussunzione nelle loro forme capitalistiche, ma sono in costante tensione con esse.

La speranza risiede quindi nella forza di questo comunismo di base. Questo ci invita a riscrivere la storia non solo in termini di dominio, e non solo in termini di ribellioni come l’insurrezione anabattista guidata da Thomas Münzer, su cui Bloch scrisse un libro, ma in termini della forza del comunismo quotidiano. Sì, è vero che siamo intrappolati nel mondo del denaro, ma questo mondo del denaro può esistere solo se esiste anche un mondo critico di sostegno reciproco, di condivisione e amore, di amicizia e solidarietà. Questo è un tema centrale nel meraviglioso libro di David Graeber scritto con David Wengrow, The Dawn of Everything: A New History of Humanity (L’alba di tutto. Una nuova storia dell’umanità, Rizzoli, ndr). È anche un tema centrale in Sociology of Freedom (Sociologia della Libertà, Punto rosso, ndr) di Abdullah Öcalan, sviluppato nell’idea di “modernità democratica contro modernità capitalista”.

Questo comunismo di base è la società che non esiste ancora, ma che esiste già materialmente come necessaria controparte del dominio del denaro. Osservarlo attraverso il prisma del non ancora significa vedere che esiste in-contro-e-oltre la propria negazione. Il sostegno reciproco che caratterizza il comunismo quotidiano non può esistere al di fuori della socialità capitalista dominante: inevitabilmente le si oppone e ne è permeato. Spesso assumerà la forma capitalista di dare denaro a qualcuno o di aiutare a trovare un lavoro. Non c’è purezza qui. La coesione sociale in cui viviamo è antagonistica, in cui le due parti si compenetrano costantemente. È importante non idealizzare o romanticizzare il comunismo di base: può esistere solo come lotta, e ogni lotta è contraddittoria.

Vogliamo la rivoluzione, ma ha senso solo se riconosciamo che non esiste purezza rivoluzionaria. Vivendo nella società capitalista, siamo inevitabilmente soggetti danneggiati, come dice Adorno. Allo stesso tempo, il fatto che il capitale sia un’aggressione costante significa che viviamo non solo in questa società, ma anche contro di essa, e che ci proiettiamo oltre. Come soggetti danneggiati, viviamo in-contro-e-oltre la nostra condizione danneggiata.

Questo è importante quando pensiamo alla rivoluzione e al suo significato. La rivoluzione, abbiamo visto, è una questione di come. Dobbiamo sostituire il come dell’attuale coesione sociale con un altro, dobbiamo sostituire l’attuale modello di unione attraverso lo scambio di merci e denaro con uno o più modelli diversi. L’attuale unione, coesione o confluenza è antagonista, caratterizzata da un antagonismo tra il dominio del denaro e il comunismo di base che esiste nel Non-Ancora. Pensare la rivoluzione significa pensare a come possiamo rafforzare quel Non-Ancora, quel comunismo-contro.

Questa è soprattutto una questione di come. Come rafforziamo il Come comunista contro il Come capitalista? Contro le forme sociali del lavoro, come affermiamo le anti-forme di attività libera e autodeterminata? Ho già suggerito che il modo migliore per pensarci è in termini di creazione di crepe nella trama del dominio capitalista, spazi o momenti in cui diciamo No e creiamo altri modi di fare. La rivoluzione può essere vista come il riconoscimento, la creazione, l’espansione, la moltiplicazione e la confluenza di tali crepe. Il riconoscimento può essere inteso come il riconoscimento delle molteplici manifestazioni del comunismo di base di cui abbiamo parlato. È la confluenza di tali crepe che ho sempre trovato più difficile da comprendere. È chiaro che tale confluenza non dovrebbe essere pensata in termini istituzionali, che probabilmente la cosa più importante è una risonanza creata da canzoni, storie, immagini, forse anche discorsi e libri. Ma c’è un tema molto importante che emerge dalle discussioni attuali: l’idea della comune come base sia della società che vogliamo creare sia nell’organizzazione della lotta attuale per arrivarci. La confluenza di crepe, di rifiuti e di malcontento sociale può essere pensata in termini di comunizzazione.

Marx disse della Comune di Parigi del 1871 che fu la forma politica “finalmente scoperta” dell’emancipazione della classe operaia. Questo è certamente vero se pensiamo alla classe operaia non come a un raggruppamento sociologico, ma come agli oppressi che spingono verso la propria autodeterminazione collettiva. Se ci concentriamo sulla rivoluzione come uno scontro di come, di diversi modi di unirsi, allora è chiaro che la rivoluzione è un movimento di comunizzazione, ovvero sia una spinta dell’attività autodeterminata contro il lavoro, sia il movimento di una qualche forma di organizzazione comunitaria contro lo Stato.

Lo Stato, qualsiasi Stato, esclude le persone attraverso la sua forma, la separazione dei funzionari retribuiti dalla società. La comune include, cerca di articolare idee dal basso e di reintegrare l’organizzazione della società nella società stessa. Lo Stato è necessariamente subordinato all’accumulazione di capitale in virtù della sua dipendenza dal capitale per il suo reddito e la sua sopravvivenza. La comune cerca di liberarsi dalla subordinazione all’accumulazione di capitale promuovendo altre forme di produzione. Lo Stato è intrinsecamente razzista in virtù della sua definizione tramite confini territoriali, mentre la tradizione della comune, da Parigi al Rojava, è stata fortemente antirazzista e antinazionalista. Il partito orientato allo Stato è uno strumento per raggiungere il potere e accetta il presente della coesione sociale per trasformarlo in un domani indefinitamente posticipato. La comune non è uno strumento per raggiungere il potere, è già l’espressione di una forma diversa di coesione sociale in avanzamento, qui e ora.

VII

Lottare per un modo diverso di stare insieme significa comunizzare, rafforzare la coesione sociale emergente. Öcalan ha scritto di recente che “sebbene la lotta di classe ne faccia effettivamente parte, è più corretto leggere la storia come un lungo processo di relazione e conflitto tra sviluppo comunitario e sviluppo anti-comunitario che risale a circa 30.000 anni fa”. Questo è molto utile, ma non sono d’accordo con la sua separazione tra lotta di classe e comune: se pensiamo alla lotta di classe come a un come-contro-come, allora è chiaro che è il movimento di comunizzazione contro lo sviluppo anti-comunitario che è il capitalismo.

La comune è più una domanda che una risposta. È meglio pensarla come un’assemblea di soggetti danneggiati. L’insistenza degli zapatisti sul fatto che loro siano solo persone comuni è di fondamentale importanza, ma ovviamente noi persone comuni siamo persone danneggiate, spesso sessiste, razziste, patriarcali, irascibili e così via, e le comunità tradizionali sono molto spesso patriarcali. La comune rivoluzionaria è necessariamente un comunismo, un movimento contro se stessa, per superare la propria condizione di danno, un verbo e non un sostantivo. Una sorta di auto-avvio attraverso un dibattito di reciproco riconoscimento.

VIII

Torniamo all’inizio. Ora, più che mai, è tempo di parlare di rivoluzione. Questo è un momento di grande sconvolgimento nel capitalismo mondiale e di grande fragilità. Il centro non può reggere, non ha resistito. Lo spazio per miglioramenti riformisti si è ridotto notevolmente ed è probabile che rimanga tale. Ora è il momento di traboccare, di dire “No, non si può continuare così”. Ora è il momento di lottare per l’emancipazione del fare dal lavoro, per l’autodeterminazione comunitaria dallo Stato.

I due David, nella conclusione del loro libro, parlano della “nozione greca di kairos come di uno di quei momenti occasionali nella storia di una società in cui i suoi quadri di riferimento subiscono un cambiamento – una metamorfosi dei principi e dei simboli fondamentali, quando i confini tra mito e storia, scienza e magia – diventano confusi – e, quindi, un vero cambiamento è possibile”. Sono d’accordo con loro che questo è un momento davvero speciale.

Quindi, alla fine: questo è quello che penso, questo è tutto quello che ho detto, ma non ne sono sicuro, cosa ne pensi? Preguntando caminamos, camminiamo domandando.


Testo del discorso tenuto il 12 gennaio per la David Graeber Memorial Lecture, iniziativa promossa insieme da Clifornia Institute of Integral Studies, Rojava University, Universidad Autónoma de Puebla, The Élisabeth-Bruyère School of Social Innovation

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giovedì 26 febbraio 2026

Rogoredo non è un caso isolato

(di Osservatorio Repressione)


Uso della forza, repressione del dissenso e scudo penale: quando la sicurezza diventa ideologia di potere

Mettiamo in fila i fatti. Un ragazzo di ventotto anni, Abdherrahim Mansouri, ucciso a Rogoredo con un colpo alla testa. Una versione immediata: legittima difesa. Un’arma giocattolo. Una minaccia. Uno sparo inevitabile.

Poi le crepe. L’arma senza impronte. La distanza di venti metri. Il colpo laterale. I soccorsi chiamati in ritardo. L’agente che ha sparato indagato per omicidio e altri quattro poliziotti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso. Testimonianze dal quartiere che parlano di taglieggiamenti, pressioni, di un agente che “voleva fargliela pagare”. Lo stesso assistente capo è coinvolto in altre inchieste, compresa una per falso ideologico legata a un arresto controverso tra piccolo spaccio e denaro. E non è irrilevante che, secondo ricostruzioni investigative, alcuni colleghi lo avrebbero descritto come un fanatico, abituato a muoversi sul filo dell’opacità nelle operazioni.

Non sono dettagli. È un quadro.

Nel frattempo, ore di talk show a costruire l’assoluzione preventiva. Sindacalisti di polizia a mimare lo sparo in studio. Il “pusher” contro lo “Stato”. La periferia trasformata in zona grigia dove tutto diventa lecito. La narrazione tossica che precede la perizia. Prima la propaganda, poi – forse – l’indagine.

Ma non si è fermata lì.

La stessa sera, col cadavere ancora caldo, Matteo Salvini aveva tuonato che lui stava col poliziotto, “senza se e senza ma”. Aveva parlato di scandalo per l’iscrizione nel registro degli indagati per omicidio volontario, mentre – secondo lui – i manifestanti che avevano picchiato un agente a Torino non sarebbero stati incriminati per tentato omicidio. Il solito copione: magistrati troppo severi con le divise, troppo indulgenti con chi protesta.

La Lega ha addirittura lanciato una raccolta firme al grido di “io sto col poliziotto”. E Riccardo De Corato, di Fratelli d’Italia, già vicesindaco di Milano, ha parlato di «accanimento nei confronti degli uomini in divisa davvero ingiustificato e inaccettabile».

Non un invito alla prudenza. Non un richiamo al rispetto dell’indagine. Non una parola sulla necessità di chiarire i fatti. Solo una linea politica: l’assoluzione preventiva.

Oggi quel racconto non regge più. E proprio per questo diventa evidente la posta in gioco.

Con lo scudo penale già introdotto dalla legge Sicurezza 2026 — che elimina l’iscrizione automatica nel registro degli indagati in presenza di cause di giustificazione come la legittima difesa — Rogoredo veniva raccontata come la prova vivente della “necessità” di blindare preventivamente chi usa la forza. La morte di un giovane migrante diventava argomento politico. Un fatto di cronaca trasformato in leva normativa.

Il meccanismo è chiaro: ridurre il controllo giudiziario immediato sull’uso delle armi, rafforzare la presunzione di liceità per chi spara, spostare il baricentro dell’accertamento verso una discrezionalità che rischia di trasformarsi in filtro.

Se oggi emergono contraddizioni, è perché un’indagine è partita. Ma il segnale politico resta: la forza va protetta prima di essere verificata.

Nel frattempo, nelle stesse settimane, si moltiplicano le denunce contro chi manifesta per Gaza. A Genova, a Bologna, in altre città. Il nuovo reato di blocco stradale applicato contro chi si siede per terra. La resistenza non violenta trasformata in reato penale. Centinaia di attivisti trascinati dentro procedimenti giudiziari per aver espresso solidarietà internazionale.

Non sono episodi scollegati. Sono tasselli dello stesso progetto.

Da una parte si amplia l’ombrello di protezione attorno al potere armato. Dall’altra si restringe lo spazio del dissenso. È un doppio movimento coerente: più impunità per chi esercita la forza, più repressione per chi la contesta.

Rogoredo, in questo senso, è una cartina di tornasole. Se la versione iniziale fosse stata accettata senza fratture, oggi staremmo discutendo di altro. Le crepe emerse dimostrano che il controllo democratico non è un fastidio burocratico: è l’argine che separa l’errore dall’abuso, la legittima difesa dall’arbitrio.

E mentre si parla di sicurezza, altrove emergono chat in cui si rivendica di aver “brutalizzato un testimone”, si scrive «Datemi pure del fascista, non mi interessa», si evocano slogan come «Zecche appese a piazzale Loreto». Non folklore. Non eccessi verbali. Indicatori di un clima in cui il dissenso è nemico e la forza è identità.

C’è poi un’altra verità che fatichiamo ad ammettere. Morti come quella di Mansouri provocano disagio. La reazione più comune è distogliere lo sguardo. È troppo imbarazzante riconoscere che persone pagate per difenderci possano talvolta finire per massacrare i nostri figli, i nostri amici, i nostri vicini di casa. È più comodo rifugiarsi nella formula rassicurante delle “poche mele marce”.

Ma questa retorica non regge più. Primo: il sospetto è che quelle mele non siano poi così poche. Secondo: bisogna chiedersi in quale cultura, in quale aspettativa di impunità, in quale clima politico quelle mele marciscano. Le mele non marciscono nel vuoto. Marciscono in un cesto.

La degenerazione democratica non è un concetto astratto. Nasce nelle stanze del potere ma prende forma concreta nelle strade. Ricade a cascata sui rapporti tra persone. È impossibile pensare che le tensioni di un paese attraversato da disuguaglianze sociali, economiche e razziali non si riflettano anche nelle sue forze dell’ordine. I corpi di polizia assorbono il clima politico, lo metabolizzano, talvolta lo radicalizzano.

Quando un poliziotto picchia un ragazzo fermato per pochi grammi di fumo, quando alza il manganello su un manifestante inerme, quando considera “nemico” chi contesta o chi appartiene a una classe marginale, si crea uno strappo. Ogni volta. La società dei diritti è uno schermo che dovrebbe proteggerci. Ma quello schermo oggi appare lacerato. Dietro non c’è un eccesso isolato: c’è una cultura che normalizza l’idea che alcuni siano più controllabili, più colpibili, più sacrificabili.

Il ricorso continuo alla retorica della sicurezza ha messo in secondo piano ogni discorso serio sulla responsabilizzazione e sulla smilitarizzazione dei corpi di polizia. Si è preferito parlare di “guerra allo spaccio”, “guerra al degrado”, “guerra ai blocchi stradali”, fino a trasformare la gestione dell’ordine pubblico in una logica di conflitto permanente. E in questa logica si sedimenta la distinzione tra classi “pericolose” e classi “protette”.

Le disuguaglianze non vengono contrastate: vengono sorvegliate. I poveri non vengono sostenuti: vengono controllati. I migranti non vengono integrati: vengono schedati. Il dissenso non viene ascoltato: viene criminalizzato. Si colpevolizzano i deboli in nome di una presunta sicurezza richiesta dai cittadini, si smantellano strumenti di tutela sociale, si attaccano misure redistributive come fossero il vero nemico. E intanto si chiede più forza, più armi, più protezione e impunità per chi le impugna.

In questo scenario, Rogoredo non è un incidente. È un sintomo.

Quel clima non nasce per caso. Viene alimentato. Viene legittimato. Talvolta viene persino premiato.

Il punto allora non è solo cosa è accaduto a Mansouri. Il punto è la traiettoria politica che attraversa questi mesi. La sicurezza viene trasformata in ideologia. Il conflitto sociale in ordine pubblico. La solidarietà internazionale in minaccia. L’uso della forza in valore identitario.

E tutto questo mentre le cause reali dell’insicurezza – precarietà, esclusione, marginalità, disuguaglianza – restano intatte o peggiorano.

Più armi non significano più sicurezza. Più repressione non significa più ordine. Significa uno Stato che si irrigidisce, che si protegge, che riduce lo spazio del controllo democratico.

La scelta è davanti a noi: o si rompe questa deriva, o la si subisce.
Perché quando la forza diventa linguaggio quotidiano del potere, la democrazia non arretra lentamente: viene svuotata, pezzo dopo pezzo, fino a restare solo una parola buona per i comunicati stampa. E a quel punto non si discute più di sicurezza, ma di obbedienza.

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Palestina | Il delirio di Israele contro Msf, un dossier per delegittimare l’assistenza umanitaria

  

da Medioriente.net (sito)

 

Se oggi su google scrivete “medioriente” o “palestina” il primo link è una sponsorizzazione del governo dello stato ebraico contro Medici senza frontiere. Ad essere sponsorizzato un dossier di 25 pagine per giustificare l’espulsione di Médecins Sans Frontières (MSF) dai territori palestinesi occupati. Il documento, pubblicato a dicembre 2025, rappresenta un attacco senza precedenti contro una delle più rispettate organizzazioni umanitarie internazionali, vincitrice del Premio Nobel per la Pace nel 1999.

 

il dossier

L’accusa: “operare sotto falsa bandiera umanitaria”
Il team interministeriale israeliano conclude che le quattro sezioni di MSF – Francia, Belgio, Paesi Bassi e Spagna – “operano sotto la facciata di attività umanitaria, mentre in pratica promuovono una narrativa estremamente anti-israeliana, mantengono affiliazioni con entità terroristiche, promuovono boicottaggi e ignorano deliberatamente gli obblighi di registrazione”. Il livello di rischio è definito “estremamente alto” per la sicurezza dello Stato di Israele.​

La colpa di testimoniare i crimini
Il report israeliano si rivela un catalogo involontario dei crimini perpetrati a Gaza, riportando sistematicamente le dichiarazioni pubbliche di MSF che documentano la realtà sul campo. Le accuse di “delegittimazione” si basano su citazioni dirette delle testimonianze mediche dell’organizzazione.

Testimonianze censurate
MSF Francia ha dichiarato: “I medici non possono fermare un genocidio, ma i nostri leader sì”, documentando “uccisioni di massa, distruzione sistematica delle infrastrutture civili, assedio deliberato e carestia, oltre allo sfollamento forzato della popolazione, descritto come pulizia etnica”. MSF Spagna ha riferito che “la campagna genocida di Israele a Gaza ha distrutto la maggior parte dei mezzi di sussistenza per i palestinesi nella Striscia” e che le forze israeliane “hanno sistematicamente attaccato il sistema sanitario di Gaza, bombardando ospedali, facendo raid nelle strutture mediche e mettendo in pericolo le vite del personale e dei pazienti”.​

MSF Belgio ha documentato che “gli ordini di evacuazione israeliani sono uno strumento in una campagna di pulizia etnica che trasforma Gaza in un inferno vivente per i palestinesi”. MSF Paesi Bassi ha testimoniato: “Ciò che sta accadendo a Gaza non è solo un disastro umanitario. È lo sterminio sistematico di un popolo”.

Accusa di terrorismo: due nomi per criminalizzare migliaia
Il dossier identifica due dipendenti palestinesi di MSF come presunti membri di organizzazioni considerate terroristiche da Israele. Fadi Al-Wadiya è accusato di essere un operativo della Jihad Islamica sulla base di un post Twitter dell’IDF. Mahmoud Abunejeila, medico ucciso in un attacco israeliano all’ospedale Al-Awda nell’ottobre 2023, è accusato di aver espresso sostegno al FPLP su Facebook, FPLP è un. partito politico oltre ad essere una organizzazione di resistenza.​

Su questa base, il governo israeliano criminalizza l’intera organizzazione, sostenendo che questi casi isolati dimostrino “un rischio intrinseco di infiltrazione o manipolazione delle operazioni umanitarie da parte di attori terroristi”.

Documentare l’apartheid
Il report accusa MSF Belgio di “negare lo status di Israele come stato democratico/ebraico” per aver pubblicato il rapporto “Inflicting Harm and Denying Care” (febbraio 2025), che documenta come “le autorità israeliane hanno imposto un sistema che discrimina i palestinesi, limita i loro movimenti e nega loro diritti fondamentali, incluso l’accesso all’assistenza sanitaria”.

Il dossier considera “delegittimante” la citazione della sentenza della Corte Internazionale di Giustizia del 19 luglio 2024, che ha ritenuto l’occupazione israeliana illegale e in “chiara violazione delle proibizioni internazionali contro la segregazione razziale e l’apartheid”. MSF ha semplicemente riferito una sentenza giuridica internazionale, ma per Israele questo costituisce un attacco alla sua legittimità.

 

Il ricatto: consegnare i nomi dei palestinesi
Tutte e quattro le sezioni di MSF hanno rifiutato di fornire “elenchi completi del personale, inclusi i dettagli dei dipendenti palestinesi” come richiesto dalle linee guida di registrazione israeliane. MSF Francia ha risposto ufficialmente: “Siamo vincolati da obblighi per salvaguardare i diritti e la protezione del nostro personale, e per sostenere i principi di neutralità, imparzialità e indipendenza che sono alla base dell’azione umanitaria”.

MSF Belgio ha espresso preoccupazioni riguardo “l’identità delle entità che avranno accesso alle informazioni, la modalità di conservazione e protezione, la durata della conservazione e la possibilità che le informazioni vengano trasferite ad altre entità”. L’organizzazione ha sottolineato di non essere mai stata tenuta a fornire tali informazioni in più di 70 paesi in cui opera.

L’indipendenza come crimine
Il dossier ammette che MSF è finanziata quasi interamente da donazioni private: Francia 98-99%, Spagna 99%, Paesi Bassi 99,6%, Belgio prevalentemente da fonti interne e private. Nessuna delle sezioni riceve finanziamenti da governi mediorientali o da Israele. Tuttavia, secondo il team israeliano, “questa indipendenza finanziaria non compensa la pronunciata politicizzazione nel discorso ufficiale”.

Le richieste di embargo, diritto internazionale come boicottaggio
MSF Francia ha chiesto alla Francia di “garantire che nessuna arma o munizione francese venga utilizzata dall’esercito israeliano nella sua guerra genocida a Gaza”. MSF Paesi Bassi ha esortato il governo olandese a “interrompere le forniture di armi a Israele” e “considerare sanzioni economiche”. MSF Spagna ha denunciato che “l’UE e molti dei suoi leader hanno recentemente scelto di rimproverare Israele, tuttavia queste parole suonano vuote, poiché non prendono le misure sostanziali necessarie per fermare le uccisioni e continuano ipocritamente a fornire armi a Israele”.​

Il dossier interpreta queste richieste come “sostegno alle campagne BDS di embargo sulle armi”, equiparando la richiesta di rispettare il diritto internazionale umanitario con il boicottaggio politico.​

La “militarizzazione degli aiuti”
MSF Spagna ha denunciato che “il Governo di Israele ha monopolizzato gli aiuti con un modello che, lungi dall’alleviare la sofferenza, la perpetua. Frammenta, condiziona e politicizza l’assistenza, violando i principi fondamentali di neutralità, imparzialità e indipendenza. Questo non è un sistema di aiuti umanitari, è la militarizzazione degli aiuti contro una popolazione affamata”.​

Per il governo israeliano, questa denuncia costituisce un’accusa di “delegittimazione” e dimostra la “politicizzazione” di MSF.

Un’organizzazione premiata con il Nobel, loro sì Trump no
Il dossier riconosce che MSF è stata fondata nel 1971 in Francia, opera in più di 70 paesi e ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace nel 1999. L’organizzazione è gestita da consigli di amministrazione eletti democraticamente, è sottoposta a audit esterni da parte di Ernst & Young, e mantiene una rigorosa separazione dei poteri e controlli interni. I dirigenti ricevono compensi modesti: il CEO di MSF Paesi Bassi guadagna 8.000-9.000 euro lordi al mese.

Il team interministeriale conclude che esiste “preoccupazione che l’organizzazione: neghi l’esistenza dello Stato di Israele come stato ebraico e democratico; mantenga collegamenti con un’organizzazione terroristica designata; serva da copertura per attività illegali; promuova attività di delegittimazione; e chieda il boicottaggio dello Stato di Israele”.

Come “soluzione alternativa”, il report raccomanda di “espandere l’ingresso di professionisti e team da altre organizzazioni sanitarie e mediche che soddisfino i requisiti normativi e sostengano i principi di neutralità e trasparenza”. In altre parole: sostituire testimoni scomodi con organizzazioni più compiacenti.

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mercoledì 25 febbraio 2026

A proposito di colonialismo americano: dalla Monroe alla Mondroe - Alberto Bradanini

 

Nemmeno i roditori di Manhattan hanno mai digerito la leggenda infantile che la dottrina Monroe – un’insulsa sintesi ideologica dell’allora nascente colonialismo americano, datata 1823 – debba considerarsi l’undicesimo comandamento della religione imperialista. Persino i frequentatori di quelle vie fognarie sono al corrente che si tratta di un’impudente stampella che tenta di giustificare l’ingiustificabile. Vediamo: il 2 dicembre 1823, in un messaggio al Congresso l’allora inquilino della Casa Bianca, James Monroe, consegnò alla storia quanto segue: “I continenti americani, nella condizione libera e indipendente che hanno assunto e mantengono, non devono più essere considerati soggetti, d’ora innanzi, a future colonizzazioni da parte di potenze europee”, aggiungendo che gli Stati Uniti “non avrebbero interferito negli affari europei“, ma avrebbero considerato atto ostile ogni tentativo di interferenza europea “nei paesi americani indipendenti” (vi erano allora molte colonie).

Da allora gli europei non hanno più interferito nell’Emisfero Occidentale – con l’eccezione della vicenda cubana (1962), momento critico della guerra fredda tra due Grandi Potenze – non tanto per discernimento, quanto per declino strutturale e diverse priorità. Gli Stati Uniti hanno invece disatteso quella promessa, ingombrando pervasivamente l’Europa (e il mondo intero), con minacce, sanzioni, conflitti, corruzione e uso della forza.

Da allora, l’infantile ermeneutica della dottrina Monroe contribuisce a silenziare una spudorata violazione del diritto internazionale e della sovranità/libertà di altri popoli, per nutrire la gloria e le tasche della sola nazione indispensabile al mondo (M. Albright e B. Clinton).

Del resto, il buongiorno si vede al mattino. Sin dagli albori, l’ideologia di una nazione modellatasi nello sterminio degli indigeni americani nutriva le istituzioni con l’orrore disumano della schiavitù: i padri fondatori di cotanta democrazia – George Washington, Thomas Jefferson, James Madison, William Harrison, John Tyler e via dicendo – erano tutti grandi proprietari di schiavi.

Nei secoli successivi l’egemonia Usa si imporrà attraverso la legge della giungla: colpi di stato, invasioni, guerre occulte o dichiarate, rapimenti di presidenti, torture, violenze, corruzione e via dicendo. Prendere coscienza di ciò è duro. Molti occidentali, in primis i cittadini di quella nazione, preferiscono dunque lasciarsi sedurre dal sole che tramonta sul Grand Canyon e poi farsi un bourbon, invece di opporsi al dominio delle corporazioni private, un sistema che in America Latina tutti capiscono perché inciso sulla loro pelle: nemmeno le foglie sono libere di cadere senza il placet dei predoni di Washington.

Quanto sopra premesso, giunge ora voce che, con il ritorno alla Casa Nera, quel gentleman ottuagenario dai modi fini, la chioma al vento e le idee luminose, che ha nome D. Trump – lo stesso che ha accumulato una meritata fortuna costruendo alloggi popolari per i senzatetto di New York – intenderebbe aggiornare il senso della citata dottrina Monroe ribattezzandola dottrina Mondroe. Dalla coerenza che ne deriverebbe in termini di chiarezza trarrebbero giovamento sia i destinatari di tale strategia umanitaria (il cui senso è così sintetizzabile: se non obbedisci, ti spacco il fondoschiena!) sia i media mainstream, non più costretti a un trapianto di cellule cerebrali prima di descrivere quanto accade al mondo.

Sappiamo che in ossequio alla tradizionale dottrina Monroe, il Venezuela deve farsi rapire il presidente, Cuba deve tornare a essere un bordello di Las Vegas, Panama svendere il Canale ai marines e tutti i governi sudamericani misurare parole e amicizie, obbedendo a tale Rubio Marco, segretario di stato Usa, di professione figlio di fuoruscito cubano (sebbene prima della rivoluzione castrista). Nel rispetto della più recente dottrina Mondroe, invece, l’Iran – un paese che sulla mappa il 99 % dei cittadini americani colloca sotto l’Australia – deve suicidarsi: a) rinunciare alla tecnologia dell’atomo per scopi civili, elettricità e altro (consentita dal Trattato di Non Proliferazione, a cui diversamente da Israele ha aderito); b) smantellare la sola deterrenza di cui dispone, i missili balistici e ipersonici, accettando francescanamente di farsi bombardare da ordigni americano-sionisti, notoriamente messaggeri di democrazia e diritti umani, senza nemmeno chiedere perché (di grazia) non lo faccia anche Israele, magari dopo aver distrutto, con l’occasione, le centinaia di testate nucleari in suo possesso; c) astenersi da ogni relazione con Hamas (tradizionalmente finanziata, oltre che dalla stessa Israele, soprattutto dalle monarchie del golfo alleate degli Usa) e Hezbollah (il Partito di Dio al governo in Libano, dove è accreditato anche l’Ambasciatore americano a Beirut), che difende l’indipendenza del suo paese e, come può, la sopravvivenza dei palestinesi davanti alla ferocia dell’esercito israeliano.

La dottrina Mondroe prevede altresì che la Cina torni povera e dipendente dal capitalismo occidentale, che la provincia di Taiwan diventi indipendente, che la Russia perda la guerra e si lascia depredare dalle benefiche corporazioni di Wall Street, che la Groenlandia diventi il 51.mo stato degli Stati Uniti, perché loro ne hanno bisogno), che i palestinesi spariscano dalla faccia della terra, cosicché Israele possa espandersi – come afferma un libro scritto qualche migliaio di anni fa – dall’Eufrate al Mediterraneo (altrimenti le sue lobby si arrabbiano e l’impero trema).

Nel frattempo, dopo la ferita ancora aperta in Venezuela, la libera stampa di mainstream – cumulando introspezione storica e acume geopolitico – si domanda candidamente se sarà Donald Trump a far cadere Cuba, ovvero se, dopo 67 anni di resistenza alle amorevoli scudisciate yankee, Cuba cadrà da sola, magari dopo aver inciampato uscendo di casa. La medesima stampa – che per individui normali, a parte i sonnambuli, è solo un megafono stonato della plutocrazia euroatlantica – ci rivela che la meditata decisione del Sovrano del Sistema Solare e aspirante Nobel per la Pace 2026 di bloccare tutte le petroliere dirette verso l’isola ribelle costituisce un colpo durissimo a un’economia già in ginocchio. Poiché i media non osano farlo, prendiamo noi la libertà di suggerire che la ragione di ciò potrebbe forse rinvenirsi nel criminale embargo che dal 1959 gli Usa impongono contro chiunque commerci con Cuba. Resta misterioso dove si nascondano le voci di governi democratici, parlamenti, giornali, accademici e intellettuali sensibili alla decenza, al diritto, alla vita e alla sovranità di un popolo in sofferenza, colpevole solo di non piegarsi a novanta gradi al passaggio del bullo del quartiere, il principale stato canaglia del pianeta-terra, gli Stati Uniti d’America[1].

Passerebbe alla storia del sistema solare se i governi europei – ma qui entriamo nella fantascienza – invitassero le truppe imperiali ad invadere, invece di Cuba, le Isole Vergini, Trinidad e Tobago, le Isole Cayman, Bermuda, Anguilla, Saint Lucia, Grenada, Belize e altri paesini della regione, noti forse per la loro bellezza ma soprattutto per proteggere i capitali in fuga dal fisco. Tale sussulto di moralità risuonerebbe nei secoli dei secoli. La plutocrazia Usa prende invece di mira un’isola martoriata che non nasconde ricchezze o eserciti invasori, ma vive la dolorosa consapevolezza che il paradiso dei ricchi è fatto dell’inferno dei poveri.

Nel silenzio dei maggiordomi europei, quell’anziano signore col tupè, che dispone tuttavia di immensi poteri, viola ogni giorno etica e buon senso, dopo aver elevato a imperativo categorico il suo instabile giudizio, orgoglioso però di utilizzare la Carta delle Nazioni Unite e in generale il diritto internazionale al posto della carta igienica.

Alla stampa dominante, nel menzionare il Venezuela, non punge vaghezza di ricordare, come si trattasse di un evento occorso nell’Alto Medioevo, e non un mese fa, che il suo legittimo (sì legittimo!) Presidente è stato rapito da un gruppo di banditi (i soldati Usa), agli ordini di generali altrettanto banditi – nelle nazioni evolute, infatti, questi devono disobbedire quando gli ordini contraddicono il diritto penale – e del Segretario alla Difesa (che si fa ora chiamare Segretario alla Guerra, affinché non si abbiano dubbi in proposito), sotto la sorveglianza del citato autocrate, lo stesso che Caronte dagli occhi roventi attende ansioso alla soglia dell’Ade, per accoglierlo tra piaceri della cayenna.

A proposito di degrado biologico, gli Epstein files rivelano l’abisso etico dei massimi detentori di potere e ricchezze nel pianeta. Secondo quanto emerso, al netto della ripulitura di tali fascicoli (1,5 milioni di questi sono tuttora secretati), il nome del citato Sovrano appare un milione di volte, non cento o mille volte, ma proprio un milione di volte! Per ricostruire gli scambi di piaceri, in ogni demoniaco senso, non basterebbe un esercito d’investigatori. Non è forse un caso se negli ultimi mesi lo sguardo presidenziale si è incupito. La pace in Ucraina (e altrove), promessa entro 24 ore ai suoi candidi elettori, viene sempre rinviata tra un paio di mesi, mentre ormai anche i pinguini dell’Antartide hanno compreso che la sua esistenza – tra scheletri, frequentazioni indecenti e comportamenti bizzarri – somiglia poco a quella del poverello d’Assisi.

Nel vuoto politico dei governi europei e in quello di pensiero dei burocrati di Bruxelles – destinati tutti a finire nella spazzatura della storia – è l’intera classe dominante euroatlantica che si rotola nella melma, evidenza conclusiva che l’impero è marcio. Prima di commemorarne i fasti, tuttavia, la storia potrebbe presentare il conto. Nessun pranzo è gratis. Il nostro auspicio è che la sopravvivenza del mondo abbia un costo sopportabile per il genere umano.

Non è l’infima qualità dei detentori del potere che qui rileva. Da lì, come affermava Confucio, provengono quasi sempre gli uomini peggiori. La storia è del resto stipata di individui che insieme al potere hanno accumulato demenza e depravazione. Ciò che colpisce è invero il drammatico deficit di pesi e contrappesi, Leggi, Costituzione, parlamenti/congressi, opposizioni politiche, libera stampa, intellettuali (ombre di ombre) e via dicendo, e ancor prima una popolazione vigile, che appare invece persa nelle nebbie della paura, del consumo di beni inutili, dell’emarginazione etica, dell’alienazione, démoni tutti che frantumano il valore dell’esistenza.

Non v’è molto da aspettarsi da politici, ricchi aziendalisti, direttori di prestigio, facoltosi e celebrità, case reali e miliardari, larga parte dei quali abitatori di edonismi narcisistici e insaziabile cupidigia. La classe dominante non concede nulla senza qualcosa in cambio. Chi vi si avvicina, ne diventa schiavo. Essi sono i nemici da combattere, sempre.

In un suo tweet, Elon Musk afferma: chi afferma che il denaro non fa la felicità sa di cosa parla, aggiungendo una faccina triste. Sorprende non poco che tale rapinatore di ricchezze altrui non sia nemmeno capace di utilizzarle per mitigare la sua disumana inquietudine. Di tutta evidenza, una civiltà che consente a un esiguo gruppo di dissennati di alimentare la guerra e avvelenare il pianeta, non ha davanti a sé una lunga vita. Nemesi, la dea della giustizia compensatrice, non consente loro di farla franca, condannandoli a straziarsi l’anima davanti a cumulo di ricchezze che potrebbe sfamare per secoli miliardi di persone.

La felicità – non sappiamo bene come chiamarla, ma insomma, quella cosa lì – è il premio meritato di una vita spesa bene. Per gente come lui, l’assenza di appagamento nasconde un mostro, il desiderio sadico di dominare altri uomini, ultima depravazione di un essere perduto.

Si racconta che Joseph Heller, autore del romanzo Catch-22, venne interrogato da un amico a casa di un miliardario: “Joseph, come ti fa sentire sapere che chi ci ospita guadagna in un giorno più di quanto tu abbia guadagnato in anni dedicati a scrivere il tuo libro di maggior successo?” E Joseph: “mi fa sentire tranquillo. Io possiedo qualcosa che lui non potrà mai avere.”: “e che diavolo potrebbe mai essere?” E Joseph: “La consapevolezza di possedere abbastanza.” … Caro Joeseph, riposa in pace!


[1] Lindsay O’ Rourke, Covert Regime Change: America’s Secret Cold War, Ed. Cornell Un. Press, 2018

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La "fuga dei bianchi" dagli istituti di periferia: dove nasce la segregazione scolastica - Andrea Ceredani

Gli esperti definiscono il fenomeno "white flight", fotografando così la tendenza delle famiglie italiane a iscrivere i figli nei quartieri centrali delle grandi città, lontani dalle periferie ad alto tasso di presenza straniera. «Così nascono sempre più classi ghetto e il tessuto sociale si strappa»

Nella Circoscrizione 5 di Torino, circa il 30% dei giovani in età scolastica ha cittadinanza straniera ma, entrando nelle scuole del quartiere, pare che gli studenti non italiani siano molti di più: in certe classi rappresentano la quasi totalità degli iscritti. Quel quartiere, Vallette, ha iniziato solo negli ultimi decenni a essere abitato da cittadini di moltissime nazionalità diverse. «Anche la scuola, di conseguenza, oggi è popolata da un mix di studenti stranieri – spiega ad Avvenire Marco Battaglia, educatore presso l’associazione Vides delle suore salesiane torinesi –. Molte famiglie italiane, di fronte a questo scenario, preferiscono iscrivere i propri figli in altri istituti. Perciò, ci troviamo di fronte a sezioni quasi del tutto straniere». L’esodo degli studenti italiani dalle scuole ad alto tasso di iscritti stranieri, in realtà, è una tendenza diffusa in tutte le maggiori città d’Italia da anni e, per questo, gli addetti al settore le hanno già affibbiato una definizione: “white flight”. Letteralmente, la “fuga dei bianchi”. Un fenomeno che determina, di fatto, la segregazione scolastica di molti alunni senza cittadinanza italiana. «I numeri lo spiegano bene – commenta Battaglia –. Le scuole che sono più accoglienti con gli stranieri, negli scorsi anni, hanno avuto molte meno iscrizioni. Quelle che sembrano più rigide hanno numeri più alti».

I più colpiti dal “white flight” sono i grandi centri urbani, dove si concentra la maggior parte degli studenti stranieri: Milano in testa (83.230 nell’anno scolastico 2023/24), seguita da Roma (68.079), Torino (41.461) e Brescia (33.558). Ma i numeri, secondo gli esperti, «vanno maneggiati con cura» perché «la concentrazione di alunni di seconda o terza generazione in pochi istituti non rappresenta di per sé un problema per l’apprendimento – spiega Marta Berti, responsabile del progetto SCooP, che opera contro la segregazione scolastica nel Municipio 6 di Milano –. Quella a cui assistiamo è piuttosto una fuga dalla povertà e dalle periferie verso il centro: chi ha la possibilità sceglie di spostarsi, mentre chi non ha i mezzi economici resta». Un circolo vizioso che ha conseguenze educative negative sul percorso di tutti gli studenti. In scuole dove convivono alunni di lingua, provenienza ed estrazione socioeconomica diverse – spiega Berti – «tutti i ragazzi si arricchiscono di competenze nuove». Concepire gli istituti a prevalenza straniera come scuole di “serie B”, al contrario, mina «il diritto di tutti a ottenere lo stesso livello di qualità educativa». Il rischio principale, secondo Marco Battaglia, è «lo sfilacciamento del tessuto sociale». In altre parole, che studenti italiani e stranieri non si conoscano e non si incontrino mai: «È una perdita per tutti – commenta – anche perché, nella mia esperienza, le medie migliori le hanno gli alunni stranieri».

Il meccanismo del “white flight” ha conseguenze evidenti a Milano, dove molte classi di periferia rasentano la quota del 100% di alunni con cittadinanza straniera, perché ritenute poco attrattive dalle famiglie italiane. Per disinnescare «il circolo vizioso che isola gli studenti stranieri», il progetto Mixité, guidato dalla cooperativa sociale Diapason, ha introdotto servizi pomeridiani aggiuntivi in quattro istituti milanesi a rischio di segregazione: «Ci lavoriamo da due anni – spiega Elisabetta Cargnelutti, project manager di Diapason – e i risultati sono positivi. Molte famiglie italiane hanno deciso di iscrivere i loro figli in scuole marginalizzate perché, di fatto, restano aperte tutti i pomeriggi». Laboratori di scienze, giochi e doposcuola: tutto contribuisce «ad attirare i genitori italiani verso scuole che sono attente alle loro necessità». L’obiettivo? «Al lungo termine – conclude Cargnelutti – vogliamo mutare una convinzione: quella secondo cui una scuola a maggioranza di studenti italiani svolga il programma in modo più completo e veloce. È solo una questione di pregiudizio».

Le scuole che hanno ridotto il tasso di segregazione scolastica, in effetti, sono anche quelle in cui genitori italiani e stranieri collaborano agli stessi progetti. È il caso del doposcuola dell’istituto Daniele Manin di Roma, di cui fa parte la scuola Di Donato, definita nel 2005 la più multietnica d’Italia, con iscritti da oltre 80 nazionalità diverse. Al termine delle lezioni, ogni giorno alle 16.30, nelle aule della Di Donato iniziano corsi di ogni genere: studio, basket, canto, pattinaggio. A organizzarli sono i volontari dell’Associazione genitori, ma anche docenti ed educatori. Il risultato? Secondo la mamma affidataria Francesca Valenza, che partecipa da anni, è un successo: «Le famiglie italiane qua possono trovare un’offerta formativa unica che li attrae e li spinge a intessere relazioni e legami affettivi con genitori di ogni provenienza. Insomma, superano il pregiudizio».

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martedì 24 febbraio 2026

Un radioso futuro di civilizzazione

 cioè il colonialismo, il nostro avvenire dietro le spalle, di Francesco Masala


Quando gli europei arrivarono in America, che ancora non si chiamava così, cedevano paccottiglie varie agli indigeni in cambio di oro e altre ricchezze, gli europei si credevano i più furbi del mondo.

Quando gli indigeni di tutto il continente capirono l’avidità degli europei le ricchezze furono rubate attraverso genocidi e schiavitù, quella dei neri africani.

Un meccanismo simile funziona oggi, gli Stati Uniti d’America, si credono i più furbi del mondo, hanno imparato bene dai maestri, comprano tutti i prodotti e i servizi applicando dazi ai venditori, che in cambio comprano i prodotti e servizi Usa senza nessun dazio (e senza che le imprese Usa paghino le tasse e imposte come tutti), come in India, recentemente.

Quando gli abitanti di tutto il mondo capiscono, non da oggi, l’avidità degli Usa, sempre fedeli alla loro storia criminale (1), e che i dazi vengono applicati in maniera asimmetrica, per chi ci sta, e per gli altri, per chi non ci sta, ci sono colpi di stato, rivoluzioni colorate, guerre e genocidi (Venezuela e Palestina lo testimoniano). Alcuni stati riescono a resistere, per nostra fortuna, cosa mai successa prima, agli Usa.

 

Gli statiunitensi, eredi degli europei, come dice Narco Rubio (qui in italiano), propongono all’Europa un luminoso futuro di colonialismo, rapina, stupri e genocidi.

L’Europa applaude.(2)

 

Ci fosse Dante scriverebbe "Ahi serva Europa, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello!”

Allora non esistevano molti stati europei, gli Usa e Israele, e dei genocidi futuri non si aveva notizia.

E magari, pensando ai versi della Divina Commedia/Inferno/Canto XXV

Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi
d'incenerarti sì che più non duri,
poi che 'n mal fare il seme tuo avanzi? (Ahimè, Pistoia, perché non stabilisci di incenerirti così da non durare più oltre, dal momento che superi con le tue malefatte i tuoi progenitori?)

chissà cosa Dante scriverebbe oggi, anche solo leggendo questa notizia e quest'altra, o vedendo questo video, di sicuro lo lincerebbero dandogli dell’anticolonialista, antieuropeo, antiamericano, antisemita.

 

 

 

(1) Cavallo Pazzo, di Larry McMurtry, pubblicato nel 1999, in italiano da Einaudi nel 2025 (tradotto da Gaspare Bona) pagina 69:

Per la fortuna della Nazione e la sfortuna dei Sioux, le Black Hills aspettavano il loro momento. Da tempo correva voce che ci fossero grandi depositi d’oro nelle montagne sacre dei Sioux. Tuttavia, a imbarazzare i governanti, c’erano i vincoli del tanto strombazzato accordo del 1868, che assegnava per sempre quelle montagne agli indiani e stabiliva in maniera insolitamente chiara che ai bianchi doveva essere impedito l’accesso. Il governo degli Stati Uniti aveva infranto molti trattati con gli indiani, alcuni sostengono tutti. Recentemente lo scrittore Alex Shoumanoff ne ha calcolati 378, ma pochi di qui casi provocarono tanta agitazione, tante riflessioni e tante manfrine quanto il trattato del 1868. Il generale Sheridan cominciò a brontolare in maniera poco convincente per le violazioni da parte dei Sioux; in realtà gli indiani a quell’epoca si stavano comportando bene, come lo stesso generale aveva ammesso in un altro contesto. Non c’era nessuna scusa per rompere il trattato del 1868, se non quella che, alla fine, i bianchi usavano sempre: gli Stati Uniti volevano le Black Hills e tutto l’oro che contenevano. Il primo passo importante per impossessarsi delle montagne fu la spedizione che riportò il generale Custer a ovest, testimoniata dalla famosa fotografia di una colonna senza fine di carri che attraversa una valle delle Black Hills. La spedizione raggiunse in fretta il suo scopo principale, seppure sottaciuto, trovò oro in quantità tali da placare la sete dei mercati agonizzanti.

 

(2) Cominciamo con qualche frase dal discorso del Segretario di Stato alla Conferenza di Monaco, un discorso che ha fatto fare sospiri di sollievo alla leadership europea nonostante non contenga nulla di nuovo.

“Per cinque secoli, prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, l’Occidente era stato in espansione: i suoi missionari, i suoi pellegrini, i suoi soldati, i suoi esploratori si riversavano dalle sue coste per attraversare gli oceani, colonizzare nuovi continenti, costruire vasti imperi che si estendevano in tutto il globo. Ma nel 1945, per la prima volta dall’epoca di Colombo, era in contrazione. L’Europa era in rovina. Metà di essa viveva dietro una cortina di ferro e il resto sembrava destinato a seguirla presto. I grandi imperi occidentali erano entrati in un declino irreversibile, accelerato dalle rivoluzioni comuniste atee e dalle rivolte anticolonialiste che avrebbero trasformato il mondo e drappeggiato la falce e il martello rossi su vaste aree della mappa negli anni a venire”. Poi nel 1945 l’unione sacra tra le due coste dell’Atlantico ha evitato questo disastro e l’Occidente è tornato a dominare. Oggi dunque l’obiettivo è fermare “il declino controllato dell’Occidente”, per far rivivere “l’era di dominio dell’Occidente” e per “rinnovare la più grande civiltà della storia umana”.

Rubio ha anche nominato Dante, Shakespeare, Mozart e Beethoven e qualche altro gigante della cultura occidentale, dimenticando chissà perché Galileo e Darwin e pure che alcune cose tra quelle che fanno grande l’Occidente sono il frutto di innovazioni fatte fuori da esso: la polvere da sparo viene dalla Cina probabilmente via mercanti arabi, mentre quella cosa che fa funzionare i social network si chiama algoritmo e come tutte le parole che cominciano per al viene dalla dominazione araba – Rubio ha menzionato anche Beatles e Rolling Stones, i primi dischi dei secondi sono blues, quella musica americana che senza l’importazione forzata di persone non cristiane non sarebbe mai nata. Naturalmente all’inverso anche cinesi, arabi e africani si sono giovati di cose inventate da noi…

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