I popoli sono per la pace, i politicanti per la guerra perché la mafia
bellica impone la sua volontà su quella popolare. La mafia bellica è composta
da mega produttori di armi e cioè di marchingegni per ammazzare altri esseri
umani e radere al suolo città. Uno dei business più redditizi e parassitari
perché i clienti sono le nazioni che con qualche scusa commissionano armamenti
sempre più devastanti e costosi prendendo i soldi dalle tasche dei poveri
cristi che faticano ad arrivare a fine mese. Ricchi e potenti scatenano guerre
ed i poveri cristi le pagano sia in contanti che con la vita propria o quella
dei loro cari. La mafia bellica si compone poi di sciacalli finanziari che ad
ogni escalation investono sull’indotto della morte sapendo che le azioni voleranno
alle stelle insieme ai loro profitti. E quando cesseranno i massacri,
passeranno ad investire sulla ricostruzione. Mega profitti sporchi di sangue e
sempre più globali e quindi potenti che esercitano una enorme influenza sugli
altri membri della mafia bellica, la politica e l’informazione. La politica ha
il compito di trovare qualche scusa per scatenare guerre oppure sposare quelle
che gli suggeriscono e a quel punto infinocchiare le masse. Devono cioè
convincerle che ricorre alla violenza e quindi alla guerra è inevitabile e
indispensabile. Politicanti e istituzioni che pretendono la pace tra i
cittadini e condannano e puniscono ogni forma di violenza salvo poi ricorre con
fierezza alla violenza e quindi alla guerra con le altre nazioni anche senza veri
motivi e nel caso dell’Occidente anche calpestando le proprie costituzioni e il
diritto internazionale e senza ovviamente che mai nessuno risponda dei crimini
di guerra e delle disfatte. Il compito della politica è coprire tale immonda
ipocrisia e fare in modo che la guerra permanente continui tenendo a bada le
masse mentre gli svuota le tasche. Per riuscirci i trucchi sono sempre gli
stessi, demonizzare qualche nemico immaginario, esasperare minacce inesistenti
ed alimentare odio e paura riempendosi la bocca con panzane di ogni risma e
grotteschi doppi standard. Tipo buttando benzina sul fuoco con la Russia e
girando la faccia dall’altra parte davanti ad un genocidio. Una manipolazione
della narrazione pubblica che richiede il supporto di un altro elemento della
mafia bellica, la stampa o meglio la propaganda. Il suo compito è fare da
megafono a chi comanda. Molti media sono stati direttamente comprati dalla
mafia bellica per far prima mentre altri si adeguano a delle linee politiche
decise a tavolino diventando così mera propaganda. L’unica linea del vero
giornalismo dovrebbe infatti essere la coscienza di chi lo fa e l’unica rotta
da seguire la ricerca della verità. Solo chi è totalmente libero fa
giornalismo, gli altri fanno comunicazione per conto di chi li paga. E se la
guerra non è stata ancora ripudiata e la pace non è ancora diventata normalità,
è proprio perché la corruzione della politica e della stampa impediscono una
essenziale maturazione personale e collettiva. La pace è infatti una scelta di
fondo frutto della propria evoluzione. La guerra è il modo infantile e barbaro
con cui persone e popoli affrontano le controversie. Persone e popoli maturi e
consapevoli dialogano e ragionano e in caso di contrasti insanabili ricorrono
alle leggi ed alle istituzioni preposte e la lotta rimane sempre a livello
civile. Quanto al mantra della sicurezza con cui la mafia bellica manipola le
masse da sempre, noi siamo sicuri quando viviamo in un sistema anche
socialmente giusto e funzionante e quando sviluppiamo rapporti con chi ci
circonda, non quando ci barrichiamo in casa e ci armiamo fino ai denti in
attesa di regolare i conti da soli con qualche uomo nero. Ed era questo il
solco delle Nazioni Unite emerso a seguito del secondo conflitto mondiale che è
stato progressivamente tradito dal guerrafondaio ed ipocrita Occidente.
Aggressioni illegali, grottesche crociate e la depravazione bellica arrivata al
punto da partorire la guerra preventiva e cioè aggredire il vicino al solo
sospetto ci possa nuocere. Mafia bellica nel suo momento d’oro con lo sceriffo
americano e noi sguatteri europei al seguito ad insanguinare il mondo per
portare pace e democrazia o meglio per ingrassare le pance e i conti correnti
dei mafiosi dell’indotto della morte e della distruzione e dei loro burattini
politici e mediatici. Una guerra permanente il cui tragico epilogo è
l’autodistruzione. L’unica speranza è che i politicanti sono per la guerra ma i
popoli per la pace e grazie alla democrazia prima o poi emergeranno leader che
si opporranno alla mafia bellica e combatteranno per la pace. Pace frutto di
una scelta di fondo e coronamento della nostra evoluzione personale e
collettiva che ci porta a ripudiare ogni forma di violenza tra persone come tra
nazioni.
Slec
La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
giovedì 15 ottobre 2026
La mafia bellica e la pace - Tommaso Merlo
Medici palestinesi detenuti in Israele, prendiamoci cura di chi non ha smesso di curare
di Ettore
Mazzanti, presidente di Medici Senza Frontiere
Dopo aver
visto suo figlio morire davanti ai suoi occhi, il dottor Hussam Abu Safiya
lo ha seppellito nel cortile dell’ospedale, in un cimitero improvvisato. Poi è
tornato al lavoro. Era l’ottobre del 2024: l’ospedale Kamal Adwan era
circondato dalle forze israeliane e sotto bombardamento, ed erano troppe
le persone da curare. Si rifiutò di abbandonare la struttura. Due mesi dopo, le
forze israeliane lo presero di nuovo d’assalto: il Kamal Adwan era
l’ultimo ospedale operativo nella zona settentrionale della striscia di Gaza.
Hussam Abu Safiya fu arrestato. Ormai è detenuto da oltre 18 mesi senza alcuna accusa, la sua faccia
è irriconoscibile: 40 i chili che ha perso, secondo la sua avvocata. Continua a subire un
prolungato isolamento, una grave perdita di peso e patologie
preesistenti non curate: lo permette la legge israeliana sui “combattenti
illegali”, che consente la detenzione a tempo indeterminato.
Tra le altre
storie che ci sono giunte da Gaza, c’è quella del dottor Mazen Al-Rantisi,
che veniva chiamato “il medico dei poveri”. Fu arrestato nel giugno 2026
durante un’irruzione nella sua abitazione avvenuta prima dell’alba. Ai loro
volti, si aggiunge quello del collega di lunga data di Medici Senza Frontiere,
il dottor Mohammed Hassan Ali Obeid, un rispettato chirurgo ortopedico
palestinese di 43 anni, padre di tre figli, detenuto in Israele ai sensi della
legge sui combattenti illegali da oltre 600 giorni senza alcuna accusa.
Purtroppo non sono soli: più di 80 operatori sanitari rimangono in custodia
israeliana, tra cui almeno 14 medici di Gaza detenuti senza alcuna accusa,
insieme a medici della Cisgiordania arrestati di recente.
La pratica
israeliana di detenere arbitrariamente, torturare e maltrattare il personale
medico palestinese in Israele fa parte del suo tentativo deliberato e
sistematico di smantellare la capacità dei palestinesi di fornire assistenza
sanitaria. È evidente dalla distruzione da parte di Israele del sistema
sanitario di Gaza, nonché dal deliberato indebolimento dell’assistenza
sanitaria in Cisgiordania attraverso pressioni finanziarie, ostacoli, carenza
di personale e restrizioni alla circolazione. Le morti dei civili palestinesi
sono un effetto collaterale.
Lo scorso
anno l’Assemblea medica mondiale, confederazione di 117 associazioni mediche
nazionali, ha adottato una risoluzione in cui si esortava il governo
israeliano a porre fine agli attacchi contro gli ospedali, a facilitare
l’accesso agli aiuti umanitari e a rilasciare gli operatori sanitari palestinesi
detenuti arbitrariamente. Ora, Medici Senza Frontiere chiede che da parte di
ogni ordine dei medici e paramedici ci sia l’impegno a sostenerla
esplicitamente e a usare la propria influenza per esercitare pressioni sui
governi affinché agiscano.
A un anno di
distanza, quelle stesse persone detenute illegalmente rimangono in carcere
senza alcuna accusa; privati di ogni contatto con le famiglie e privi
dell’assistenza, di protezione e della dignità di cui hanno urgente bisogno,
mentre l’attenzione e la pressione internazionali sono state di fatto sospese
dietro l’illusione di un cessate il fuoco.
L’Organizzazione
Mondiale della Sanità (OMS) ha registrato dal 7 ottobre 2023 oltre 790 attacchi
contro strutture sanitarie che hanno colpito 125 strutture sanitarie, tra cui
34 ospedali. Circa il 90% delle infrastrutture sanitarie di Gaza è stato
distrutto o danneggiato; due esperte delle Nazioni Unite hanno affermato
nell’agosto 2025 che la distruzione sistematica del sistema sanitario equivale
a un “medicidio”. Per contrastare questa nuova epidemia di disumanità,
che si sta diffondendo in modo subdolo e costante, sono necessarie tutte le
risorse mediche e umane a nostra disposizione.
Abu Safiya,
quando tornò dai suoi pazienti, fece una scelta semplice e terribile:
continuare a fare il medico, anche quando tutto intorno a lui rendeva quasi
impossibile curare. Oggi è lui ad avere bisogno di cure, protezione e
giustizia. L’atto di cura è un compito universale. Curiamoci di Hussam
Abu Safiya. Curiamoci di Mazen Al-Rantisi. Curiamoci di Mohammed Hassan Ali
Obeid. Curiamoci di chi, nonostante tutto, non ha mai smesso di curare.
mercoledì 14 ottobre 2026
martedì 13 ottobre 2026
Il boicottaggio contro Israele funziona. Chiedete a Teva - Lavinia Marchetti
Il caso Teva, la rivolta dei
sanitari britannici e la rispettabilità che le multinazionali cercano di
acquistare attraverso chi dovrebbe tutelare la nostra salute.
Quindicimila
sterline. Era la somma concordata fra Teva UK, filiale britannica della
multinazionale farmaceutica israeliana, e il Royal College of Pharmacy, che è
l’organismo professionale che rappresenta circa 34.000 farmacisti nel Regno
Unito. In cambio, l’azienda avrebbe potuto esporre il proprio marchio in
quattro iniziative del College, compreso il congresso annuale del prossimo 6
novembre. Per chi sa come vanno le cose nel mondo farmaceutico, non è tanto il
mettere uno stand o del materiale pubblicitario, ma la rispettabilità
che deriva dall’essere lì, con il proprio marchio, in qualità di partner
commerciale di un’istituzione sanitaria. A un certo punto qualcuno ha avuto
l’ardire di leggere il nome dello sponsor nelle locandine e di chiedere conto.
Da questo è nata una lettera aperta sottoscritta da oltre mille persone, fra
farmacisti e altri professionisti della salute, che ha costretto il College a
riesaminare l’accordo. Il 9 ottobre è arrivata la cancellazione della
sponsorizzazione del congresso, con effetto immediato. (The Pharmacist, 9
ottobre 2026)
Quindicimila
sterline. Niente. Questi soldi ci parlano della facilità con cui il prestigio professionale
può finire associato agli interessi economici di chi può permettersi di
finanziarlo. Mi spiego meglio. In modo diretto. Se ha abbastanza soldi, e qui
ne servivano davvero pochi, attraverso un accordo commerciale una
multinazionale ottiene accesso a una comunità di professionisti e può associare
il proprio nome alla loro autorevolezza. Chiunque lavori in ambito sanitario sa
bene che la credibilità di un collegio o di un laboratorio deriva dal lavoro
dei suoi iscritti e dalla fiducia dei pazienti. Immaginate di lavorare una vita
per un’istituzione dove mettete il vostro nome e poi quell’istituto finisce fra
le condizioni accessorie di un contratto pubblicitario, disponibile per una
cifra che, considerando il fatturato di un gigante farmaceutico, ha anche
qualcosa di offensivo.
Ma parliamo
di Teva. L’azienda israeliana ha un passato giudiziario, sarò prudente,
quantomeno turbolento, il che avrebbe dovuto suggerire una certa prudenza da
parte di chi ha preso i soldi, anche prima della lettera dei farmacisti. Ad
esempio, il 31 ottobre 2024 (non 50 anni fa!) la Commissione europea le ha
inflitto una sanzione di 462,6 milioni di euro per abuso di posizione dominante
nel mercato dei medicinali contro la sclerosi multipla. Secondo l’autorità
europea, infatti, l’azienda aveva sfruttato le procedure brevettuali per
ostacolare la concorrenza al Copaxone e diffuso informazioni fuorvianti
su un prodotto rivale, ostacolandone l’ingresso nel mercato. Una condotta che
riguarda direttamente il rapporto fra interessi industriali e accesso alle
cure. Negli Stati Uniti, nell’agosto 2023, Teva Pharmaceuticals USA aveva
ammesso la partecipazione a intese anticoncorrenziali sui prezzi di alcuni
medicinali generici, accettando una sanzione penale di 225 milioni di dollari.
Medicinali destinati a persone seriamente malate, sia chiaro. (Commissione
europea, 31 ottobre 2024; Dipartimento di
Giustizia degli Stati Uniti, 21 agosto 2023)
Adesso
veniamo alla Palestina, che costituisce la ragione politica della protesta. Il
26 ottobre 2023, poche settimane dopo l’inizio dell’offensiva israeliana su
Gaza, Teva pubblicava sul proprio sito un comunicato intitolato Teva per
Israele. L’azienda si presentava come società farmaceutica e sanitaria
«nazionale» israeliana e raccontava di avere predisposto, nelle proprie cinque
sedi nel paese, punti di raccolta di materiali destinati alle famiglie evacuate
e alle forze di sicurezza. Circa una tonnellata e mezzo di beni, fra
abbigliamento e prodotti per l’igiene, raccolti dai dipendenti e affidati
all’organizzazione Pitchon Lev. Il quotidiano israeliano Ynet,
descrivendo l’iniziativa, precisò che i materiali raccolti comprendevano
attrezzature destinate ai soldati dell’IDF. Chiaramente l’assistenza alle
famiglie israeliane sfollate dopo il 7 ottobre corrisponde a un’esigenza
umanitaria, ma il sostegno materiale ai soldati dell’esercito israeliano è
molto diverso. Teva ha deciso di mettere le proprie sedi e capacità
organizzative a disposizione delle forze armate, proprio durante l’offensiva
che stava devastando Gaza. Il materiale destinato ai militari contribuisce al
loro sostentamento e alla loro operatività quotidiana, indipendentemente dalla sua
natura strettamente bellica. Questa è stata una scelta aziendale, assunta
pubblicamente e rivendicata con orgoglio. Un’impresa farmaceutica privata, non
di stato, ha deciso di partecipare all’assistenza materiale di un esercito le
cui operazioni sono state accompagnate dalla distruzione dell’assistenza
sanitaria palestinese. E vorrebbe che i professionisti della salute
considerassero irrilevante tale decisione quando ne valutano l’ammissibilità
come sponsor.
Del resto,
il rapporto fra Teva e le forze armate israeliane ha precedenti. L’inchiesta di
Declassified UK ha documentato la partecipazione dell’azienda, negli
anni precedenti, al programma israeliano Adopt a Battalion,
attraverso il quale le imprese sostengono economicamente il benessere dei
soldati appartenenti a unità combattenti. La stessa iniziativa è descritta
nelle pubblicazioni ufficiali dell’esercito israeliano. A ciò si aggiungono i
programmi di sostegno psicologico rivolti anche ai militari. Il rapporto fra
attività farmaceutica e sostegno all’esercito appartiene dunque alla storia
delle scelte aziendali di Teva. (Declassified UK, The Israeli firm
aiding the NHS and IDF; IDF, programma Adopt a Battalion)Nel frattempo, a Gaza,
l’Organizzazione mondiale della sanità documentava una devastazione sanitaria
di proporzioni spaventose. Al 24 settembre 2026, diciannove dei trentasei
ospedali della Striscia conservavano una capacità operativa soltanto parziale.
Dall’ottobre 2023 sono stati uccisi oltre 1.700 operatori sanitari. Farmacisti
compresi. Persone che esercitavano la stessa professione di coloro ai quali
Teva intendeva presentarsi come partner commerciale in Gran Bretagna.
Facciamo un
riepilogo. Un’organizzazione professionale impegnata a difendere la salute
pubblica accetta di associare il proprio nome a un’impresa che ha dichiarato di
sostenere materialmente anche le forze di sicurezza di uno Stato impegnato in
un genocidio durante il quale ospedali e personale sanitario palestinese hanno
subito una distruzione documentata. I professionisti britannici hanno giustamente
protestato contro questo rapporto, ma resta da spiegare quale genere di
istruttoria fosse stata compiuta prima di accettare lo sponsor e per quale
ragione siano dovuti intervenire gli iscritti.
Il Royal
College of Nursing, che rappresenta oltre mezzo milione di infermieri
britannici, aveva già interrotto la propria collaborazione commerciale con Teva
dopo le proteste di Nurses for Palestine e di altre organizzazioni. Anche in
quel caso la decisione è seguita a un esame delle attività dell’azienda e delle
vicende giudiziarie che la riguardavano. Due istituzioni sanitarie, nel giro di
poche settimane, hanno dunque rinunciato ai rapporti commerciali con la
multinazionale. Una conseguenza concreta della mobilitazione professionale,
assai istruttiva per chi considera il boicottaggio solo qualcosa di simbolico.
(The Guardian, 2
ottobre 2026)
La replica
di Teva, tuttavia, è il particolare che preferisco. L’azienda si è dichiarata
delusa e ha sostenuto che l’assistenza sanitaria funziona meglio quando rimane
concentrata sui pazienti anziché essere «politicizzata». Il solito meccanismo
proiettivo israeliano. Una dichiarazione alquanto sinistra, pronunciata da una
multinazionale che ha accettato accordi milionari con la giustizia americana
per condotte anticoncorrenziali concernenti medicinali essenziali. Per Teva, a
quanto pare, la politica compare solo se un farmacista comincia a interrogarsi
sugli interessi economici dello sponsor. Fino a quel momento il denaro
appartiene alla sfera incontaminata della medicina.
Il
precedente ucraino
Nel marzo
2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, la Royal Pharmaceutical Society,
dalla quale è nato l’attuale College, annunciò di avere disinvestito la maggior
parte delle proprie attività direttamente collegate alla Russia e di voler
completare il ritiro. La presidente Claire Anderson condannò pubblicamente
l’invasione. Quindi quando si trattò di Russia, l’organizzazione aveva già
riconosciuto la rilevanza politica delle proprie scelte finanziarie. Quale
criterio consente di ritenere eticamente incompatibile un investimento in
Russia e di accogliere, quattro anni dopo, la sponsorizzazione di una
multinazionale israeliana al proprio congresso? (Pharmacy Magazine, 9 marzo 2022)
Mi
piacerebbe che qualcuno rivolgesse questa domanda anche ai nostri ordini
professionali, alle associazioni scientifiche e ai loro consigli direttivi.
Soprattutto a quelli che tengono appassionate conferenze sull’indipendenza
della ricerca, salvo poi considerare le sponsorizzazioni un innocuo capitolo
del bilancio. Lo sanno, e lo sanno bene. Lo sa chiunque lavori in ambito
sanitario: il finanziamento privato può incidere sulla selezione degli
argomenti discussi, sulla visibilità concessa a determinate imprese e sulla
reputazione pubblica di chi paga. Ovviamente nessun farmacista britannico, con
questa protesta, ha chiesto ai malati di rinunciare ai farmaci necessari.
Il 9 ottobre
il Royal College of Pharmacy ha cancellato la sponsorizzazione del proprio
congresso. Ha espresso apprezzamento, attraverso il consueto linguaggio
istituzionale, per le ulteriori verifiche che avevano consentito di individuare
possibili incompatibilità con i suoi valori. Curioso, non trovate, che per
ricordare quei valori al College si siano dovuti mobilitare i suoi iscritti,
mentre per la Russia non ce ne fu bisogno. Ricordo ancora che per quindicimila
sterline Teva avrebbe avuto il suo posto al congresso.
https://laviniamarchetti.substack.com/p/il-boicottaggio-contro-israele-funziona
Trump, Meloni e gli elettori: il patto della menzogna - Gianluca Cicinelli
«Potrei dirvi le cose più stupide e voi applaudireste». Donald Trump lo ha detto sabato scorso, durante un comizio in Tennessee, e i suoi sostenitori hanno applaudito. Una scena perfetta. Il presidente dell’ex principale democrazia occidentale che spiega ai suoi stessi elettori quanto siano coglioni, ricevendone un caloroso applauso a conferma.
Era una battuta? No, il soggetto è abbastanza cinico e
malvagio da non temere di perdere consensi anche offendendo i suoi elettori,
che comunque sapevano chi votavano: non è che Trump sia diventato soltanto oggi
il personaggio meschino e arrogante che è. Ma è proprio questo il bello: il
livello della comunicazione ha da tempo rotto l’argine del ridicolo,
depotenziandolo da errore ad aspettativa di una gag ancora più demenziale e virale.
Della demenza trumpiana si è scritto molto, ma qui il
problema è un altro. Nemmeno la stupidità degli elettori è il fattore
scatenante. Il primo fattore, ormai noto, è che alla valutazione delle idee si
è sostituito il riconoscimento di chi le enuncia. Una dichiarazione diventa
condivisibile non perché sia fondata, ma perché proviene da «quella» persona.
Trump fa Trump: se improvvisamente dicesse una cosa intelligente e sensata
probabilmente perderebbe consensi. Ma anche questo ormai è il passato.
Berlusconi aveva capito che un partito poteva
funzionare come un marchio commerciale, Grillo che l’indignazione sostituiva un
programma, Salvini che una dichiarazione al giorno permetteva di occupare il
dibattito pubblico senza risolvere il problema evocato. Meloni trasforma anche
le retromarce politiche in prove di responsabilità. Renzi aveva venduto la
velocità delle decisioni come garanzia della loro bontà. Esperienze diverse, ma
accomunate dalla stessa intuizione: se riesci a convincere il pubblico che la
tua persona è la garanzia, puoi permetterti di cambiare il prodotto senza
perdere necessariamente i clienti.
E anche chi si proclama avversario di questa politica
ne ha adottato il linguaggio. La comunicazione progressista denuncia la
manipolazione degli elettori e contemporaneamente cerca lo slogan più efficace,
la polemica più redditizia, la frase capace di ottenere il maggior numero di
condivisioni. Il giornalismo completa l’opera, trasformando qualsiasi
dichiarazione in uno scontro epocale, possibilmente corredato da un titolo che
permetta al lettore di indignarsi senza affrontare il fastidio di conoscere i
fatti. Le reazioni non sono prese di posizione sul messaggio, basato sul nulla,
ma il messaggio stesso.
Ma queste analisi, trite e ritrite da anni, evitano di
guardare in faccia la realtà. Gli elettori, in maggior parte, non credono
davvero a tutte le sciocchezze che applaudono: sanno di essere presi in giro.
Riconoscono la menzogna e la difendono, accettano consapevolmente le regole
dell’inganno, purché a beneficiarne sia la propria parte. La verità non viene
negata perché sconosciuta, ma perché politicamente sconveniente per le
conseguenze che implica.
È il motivo per cui le campagne costruite per
smascherare le bugie dei politici ottengono risultati modesti. E così anche le
inchieste giornalistiche. Si continua a denunciare ciò che una parte degli
elettori sa già benissimo. Si presume che dimostrare una contraddizione basti a
provocare indignazione, quando quella stessa contraddizione può essere considerata
un prezzo accettabile. Per vedere sconfitto l’avversario, nel migliore dei
casi; per partecipare alla spartizione del bottino, in quello più probabile. Il
controllo dei fatti rimane indispensabile, naturalmente, ma non può risolvere
da solo un problema che non nasce necessariamente dall’ignoranza dei fatti.
Una parte dell’opposizione immagina il proprio compito
come una paziente opera di smascheramento, senza interrogarsi abbastanza sulle
ragioni per cui una persona dovrebbe preferire una verità politicamente scomoda
a una menzogna che protegge la sua appartenenza. Perché la menzogna, in
politica, non serve soltanto a nascondere qualcosa. Serve a tenere insieme un
gruppo, a stabilire chi ne fa parte e chi no. Difenderla diventa allora una
dimostrazione di lealtà.
La delusione effettiva dell’elettore medio, quella che
lo spinge a cambiare il destinatario del suo voto, è di essere escluso dalla
spartizione. Raramente la lealtà sopravvive alla delusione materiale. Gli
elettori riconoscono bene i propri interessi. Bisogna piuttosto chiedersi come
sia possibile che il riconoscimento simbolico finisca talvolta per compensare
l’assenza di risultati concreti. Se Trump e Meloni perderanno le elezioni non
sarà perché sono due populisti cinici e incuranti della povertà e della morte
che producono, il primo sparando direttamente per le strade, la seconda facendo
affogare i migranti in mare.
Per questo, quando si dice che la sinistra ormai è
quella della ZTL, ovvero quella che risiede in quartieri che con le classi sociali
originariamente sostenute dalla sinistra non hanno più nulla a che fare, si sta
dicendo che la materialità della proposta politica di quella roba che ancora
definiamo nominalmente sinistra non ha nulla a che fare con i ceti meno
abbienti. E siccome chi sta meglio è sempre meno numeroso di chi sta peggio —
che detta così è una volgarizzazione di censimenti e ricerche sociologiche che
confermano in termini più autorevoli e nobili queste parole rozze — la
cosiddetta sinistra perderà sempre più terreno proprio perché numericamente
meno consistente nella popolazione a cui si rivolge.
Ecco perché Trump, Meloni, Salvini, Schlein, Conte e
Fratoianni-Bonelli possono raccontare balle impunemente. L’elettorato non si
aspetta più, da molto tempo, che dicano la verità. L’elettorato ha creduto che
tagliando le pensioni ai parlamentari e riducendo il numero dei parlamentari
stessi si potessero sanare i bilanci italiani. Bastava fare due conti prima per
sapere che era falso.
Così come, se ci prendessimo davvero la briga di fare
due conti, sapremmo con matematica certezza che la giusta richiesta di ridurre
le spese militari e per gli armamenti, che viene contrapposta a ogni carenza
del welfare, è una bugia propagandistica, perché, se per paradosso persino le
eliminassimo del tutto, ci ritroveremmo comunque con i buchi nel welfare, in
quanto il risparmio da solo non basterebbe a coprire la spesa sociale
richiesta. Al netto del fatto che, quando il centrosinistra governa, e ha
governato anche a lungo, non la riduce comunque, quella spesa di morte.
Ecco perché il potere, come nel caso di Trump da cui
siamo partiti, può permettersi di insultare i suoi elettori senza temere
ricadute nell’urna. Del «vero» non importa nulla a nessuno. Il «vero» è uscito
dal dibattito da vent’anni a questa parte. La dicotomia attuale è merce
cara/merce a buon prezzo.
L’elettore non sta acquistando una soluzione ai
problemi collettivi, ma un vantaggio individuale, anche minimo, in un contesto
nel quale non crede più possibile ottenere una trasformazione generale delle
proprie condizioni. La politica delle «mancette» non prospera necessariamente
perché gli elettori sono ingannati, ma perché hanno smesso di aspettarsi
qualcosa di più.
Chi vende merce al prezzo più basso vince, anche se
guadagna per sé cifre enormi. La politica delle «mancette» attraversa ormai
destra e sinistra, mentre la comunicazione politica e giornalistica ne ha
assimilato perfettamente la logica. Non si tratta più di convincere qualcuno
che domani vivrà meglio, ma di persuaderlo che oggi gli conviene accontentarsi.
E forse la più grande vittoria di questo sistema non è aver insegnato ai
politici a mentire impunemente, ma aver convinto gli elettori che pretendere
qualcosa di più sia diventato irragionevole. Applauso.
La salvifica disfatta occidentale - Tommaso Merlo
Più la sconfitta dell’Europa con la Russia sarà devastante, più impedirà ai responsabili di riciclarsi e favorirà un sacrosanto cambiamento radicale. Devono saltare i governi complici che si sono rifiutati di fare il loro lavoro e cioè di negoziare con Mosca insistendo ad inviare soldi ed armi a Kiev anche quando era evidente la drammaticità della situazione sul campo e sono emersi immondi scandali di corruzione. Incapaci o venduti non importa, devono risponderne e levarsi dai piedi. Poi c’è la Commissione Europea finita anch’essa in balia della mafia bellica, le scene agghiaccianti di personaggi urticanti come la Von der Leyen e la Kallas che fanno a gara a chi è la più guerrafondaia, non si devono più ripetere. Non è questa l’Europa che avevano in mente i fondatori e nemmeno chi ha creduto al progetto continentale. L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è di un baraccone burocratico che ci spolpa ingiustamente, che ci sottrae ulteriore sovranità e che addirittura ci trascina in guerra senza nemmeno uno straccio di perché. O l’Europa è espressione dei popoli e garanzia di pace oppure meglio farne a meno o limitarla ad una associazione commerciale e monetaria. Poi c’è la Nato diventata la principale minaccia alla nostra sopravvivenza e che va soppressa per reiterato fallimento politico e militare. E al più presto, prima che riesca a scatenare la terza guerra mondiale. Dobbiamo investire nella pace e non nella guerra e con la Russia dobbiamo convivere pacificamente nel reciproco interesse. Ricostruire un rapporto sano è possibile perché i russi sanno dell’enorme fossato che separa i popoli europei dalle loro classi deficienti. La russofobia è una infezione che colpisce principalmente arrivisti e conformisti elitari, greggi di inglesi in crisi di astinenza coloniale e ignare vittime della propaganda di sistema camuffata da informazione. I popoli europei vogliono la pace e una politica che si occupi piuttosto della loro qualità della vita in caduta libera. Non dovrebbe mancare molto prima che la bandiera bianca sventoli su Kiev ma affinché certe tragedie non si ripetono mai più, dovrà presto sventolare anche su Bruxelles. Poi ci sono gli Stati Uniti e più la sconfitta con l’Iran sarà devastante più la loro becera egemonia finirà dove merita e cioè tra i liquami della storia. Da leader del mondo libero sono diventati uno stato canaglia per colpa di una morsa micidiale. Da una parte un capitalismo fuori controllo che si è comprato anche il cuore e il cervello delle persone e dall’altra il fascismo pseudo religioso, tutta quella melma di bigotti e fanatici che si riempiono la bocca di scempiaggini bibliche pretendendo di agire in nome di Dio salvo poi farlo in nome di satana. L’arrivo di gentaglia miliardaria come Trump e Musk alla Casa Bianca non è certo un caso ma il risultato di un processo di depravazione culturale e quindi sociale e quindi democratica che ha sostanzialmente rimpiazzato la società col mercato, i cittadini coi dollari e le classi dirigenti con una manica di malfattori oligarchici. È notizia di questi giorni che il capo del Pentagono Hegseth vuole trasmettere in diretta streaming la fucilazione di un condannato a morte oggi in sedia a rotelle. Hegseth è un alcolizzato messo lì perché sbaciucchiava alla grande il deretano di Trump quando lavorava come conduttore televisivo. Scene barbariche da fine impero e personaggi squallidi ideali per guidare la disfatta. Dopo decenni a spargere sangue e caos prendendosela coi più deboli, gli Stati Uniti stanno sbattendo il grugno contro la ferrea resistenza iraniana mentre il mondo intero sogna la fine della loro delirante egemonia e l’inizio di una sensata era multipolare. Che un paese ricco pretenda di imporre con la forza delle armi e dei ricatti finanziari la propria volontà a casa d’altri, non è giusto e non funziona. E ancora meno se quel paese egemone è talmente corrotto da poter essere scalato e sfruttato da qualsiasi mafia lobbistica. Tipo lo stato profondo con le sue guerre permanenti, tipo i potentati economici con le loro guerre petrolifere, tipo il sionismo col suo delirante progetto coloniale. Non è giusto, non funziona ed è pericolosissimo. A pensarlo per primi sono i cittadini americani che da anni chiedono pace e una politica che si occupi della loro qualità della vita in caduta libera. È quindi lecito essere ottimisti. La sconfitta contemporanea di Europa e Stati Uniti non è mai stata così possibile e prossima, la speranza è che sia talmente devastante da impedire ai responsabili politici di riciclarsi e al contrario favorire un sacrosanto cambiamento radicale in nome della pace e di una democrazia sana.
lunedì 12 ottobre 2026
Israele, condannato Ofer Cassif: il dissenso contro il genocidio rischia di perdere la voce in Parlamento
Il deputato comunista di Hadash, da anni impegnato contro l’occupazione e
per i diritti dei palestinesi, è stato condannato per uno scontro con la
polizia durante una protesta a Masafer Yatta. Dopo il tentativo fallito di
escluderlo dalle elezioni, ora rischia il carcere e il seggio alla Knesset.
Una condanna penale a pochi giorni dalle elezioni israeliane, dopo che la Corte Suprema aveva appena respinto il tentativo di impedirgli di candidarsi. Ofer Cassif, parlamentare comunista ebreo di Hadash, una delle voci più riconoscibili dell’opposizione israeliana all’occupazione dei territori palestinesi, è stato riconosciuto colpevole l’8 ottobre dal Tribunale di Gerusalemme di aggressione aggravata nei confronti di un agente di polizia. La vicenda risale al maggio 2022, quando Cassif cercava di raggiungere una manifestazione contro l’espulsione dei palestinesi dalle loro abitazioni a Masafer Yatta, nelle colline a sud di Hebron. La pena sarà discussa il prossimo gennaio e potrebbe comprendere la reclusione. In determinate condizioni, la condanna potrebbe comportare anche la perdita del seggio parlamentare. Cassif denuncia una persecuzione politica contro chi si oppone all’occupazione e ai crimini commessi nei confronti del popolo palestinese.
A rendere particolarmente
significativo il caso è la successione degli avvenimenti. Il 23 settembre la
Commissione elettorale centrale israeliana aveva votato per escludere Cassif
dalla competizione elettorale del 27 ottobre, accogliendo una richiesta
sostenuta dal Likud. Il 2 ottobre, tuttavia, la Corte Suprema aveva respinto la
sua esclusione con una maggioranza di sette giudici contro due, ritenendo
insufficienti gli elementi presentati. Nella stessa decisione i giudici avevano
annullato anche i provvedimenti di esclusione contro le liste arabe Joint List
e Ra’am. A distanza di appena sei giorni è arrivata la condanna penale per
fatti avvenuti oltre quattro anni prima. Non esistono elementi sufficienti per
affermare che le due procedure siano state coordinate, ma la loro successione
alimenta inevitabilmente il confronto sullo spazio politico concesso
all’opposizione anticolonialista e alla rappresentanza palestinese dentro le
istituzioni israeliane.
A denunciare
la gravità della vicenda è Maurizio Acerbo, segretario nazionale di
Rifondazione Comunista, che ha ricevuto un messaggio direttamente da Cassif e
ha espresso la solidarietà del partito al parlamentare israeliano. Nel
messaggio, Cassif ricorda di essere stato condannato per un episodio avvenuto
durante una manifestazione contro la pulizia etnica a Masafer Yatta e
sottolinea che a gennaio potrebbe trovarsi davanti a conseguenze capaci di
allontanarlo dalla Knesset o di portarlo in carcere. Per il deputato si tratta
di un caso di persecuzione politica, al quale intende rispondere proseguendo la
propria attività contro l’occupazione.
La
ricostruzione giudiziaria dell’episodio è controversa. Secondo l’accusa, Cassif
avrebbe urtato con la propria automobile la gamba di un agente della polizia di
frontiera e successivamente lo avrebbe colpito alla testa durante un alterco.
Il tribunale ha ritenuto provate le condotte e non ha accolto la tesi della
legittima difesa, sostenendo che la reazione del parlamentare fosse
sproporzionata rispetto al contatto fisico precedente da parte del poliziotto.
Cassif e la sua difesa hanno contestato la ricostruzione accusatoria,
denunciando il comportamento degli agenti che gli impedivano di raggiungere la
manifestazione. La possibile impugnazione della sentenza resta aperta. È dunque
necessario distinguere l’accertamento compiuto dal tribunale dalla valutazione
politica che Cassif formula sul procedimento e sul suo contesto.
Ma per
comprendere il significato della vicenda bisogna partire da Masafer Yatta, non
dall’aula del tribunale. Si tratta di un insieme di comunità palestinesi nelle
colline a sud di Hebron, sottoposte da decenni alla minaccia di espulsione e
demolizione dopo che Israele ha classificato una vasta porzione del territorio
come zona militare destinata alle esercitazioni. Nel maggio 2022 una decisione
della Corte Suprema israeliana aveva aperto la strada all’allontanamento di
numerosi abitanti. Proprio contro quella decisione si erano mobilitati
palestinesi e attivisti israeliani. Cassif cercava di raggiungerli quando venne
fermato dalla polizia. La vicenda di quelle comunità è stata raccontata anche
da No Other Land, il documentario israelo-palestinese premiato con
l’Oscar nel 2025, che mostra la distruzione delle abitazioni, la pressione
militare e la resistenza quotidiana degli abitanti.
È questo il
contesto politico che rischia di scomparire quando l’intera vicenda viene
ridotta alla presunta aggressione di un parlamentare contro un agente. La
protesta riguardava il diritto di intere comunità palestinesi a continuare a
vivere sulla propria terra. Cassif si trovava lì per sostenere quella
mobilitazione, coerentemente con un’attività politica che da anni lo vede
impegnato contro l’occupazione militare e a favore dell’uguaglianza dei diritti
tra israeliani e palestinesi. La sua posizione è particolarmente significativa
perché è un parlamentare ebreo eletto nelle file di Hadash, formazione della
sinistra comunista e arabo-ebraica che rifiuta la contrapposizione etnica come
fondamento della rappresentanza politica. La sua stessa presenza nella Knesset
contraddice l’idea che criticare radicalmente il sionismo, l’occupazione o le
politiche del governo israeliano equivalga necessariamente a esprimere ostilità
verso gli ebrei.
La condanna
arriva inoltre dopo una lunga serie di iniziative istituzionali contro Cassif.
Nel febbraio 2024 la Knesset aveva tentato di espellerlo per il sostegno
espresso al ricorso del Sudafrica davanti alla Corte internazionale di
giustizia, che accusava Israele di violare la Convenzione sul genocidio nella Striscia
di Gaza. La proposta non aveva raggiunto la maggioranza qualificata richiesta:
85 voti favorevoli, cinque meno dei 90 necessari. Da allora il deputato ha
continuato a subire sospensioni parlamentari e contestazioni per le sue
dichiarazioni sulla guerra e sull’occupazione.
Un altro
episodio ha mostrato quanto il suo dissenso sia diventato scomodo anche
all’interno del Parlamento. Il 13 ottobre 2025, durante il discorso di Donald
Trump alla Knesset, Cassif e il deputato Ayman Odeh hanno esposto cartelli con
la richiesta di riconoscere la Palestina, venendo immediatamente allontanati
dall’aula. Il gesto ha interrotto una cerimonia segnata dall’omaggio politico
al presidente statunitense e ha portato dentro il Parlamento israeliano una
questione che quella rappresentazione istituzionale tendeva a lasciare ai
margini: i diritti nazionali e politici dei palestinesi.
La vicenda
di Cassif mostra dunque un conflitto che attraversa più livelli. C’è il piano
giudiziario, sul quale una sentenza ha riconosciuto la responsabilità penale
del parlamentare e sul quale restano possibili ulteriori passaggi. C’è il piano
istituzionale, segnato dai tentativi di esclusione elettorale e dalle
sospensioni. E c’è soprattutto il piano politico, che riguarda la possibilità
di opporsi all’occupazione e denunciare i crimini contro i palestinesi senza
essere progressivamente espulsi dagli spazi della rappresentanza. La Corte
Suprema ha finora impedito che il tentativo di esclusione elettorale producesse
il risultato voluto dai suoi promotori, ma la nuova condanna apre un problema
differente: qualora venisse riconosciuta una particolare gravità morale del
reato e la decisione diventasse definitiva, Cassif potrebbe perdere il seggio.
Un’eventuale pena detentiva comporterebbe inoltre la sospensione dall’attività
parlamentare durante la reclusione.
Nel
messaggio trasmesso ad Acerbo, Cassif interpreta la condanna come un ulteriore
passaggio di una pressione politica rivolta contro chi denuncia l’occupazione e
difende una prospettiva di pace fondata sull’uguaglianza. Il parlamentare
insiste sulla necessità di continuare la lotta contro lo spargimento di sangue
e per una convivenza tra i due popoli. Acerbo, a nome di Rifondazione
Comunista, ha espresso piena solidarietà al deputato, ricordandone l’impegno
contro la distruzione di Gaza e le violazioni dei diritti del popolo
palestinese.
La questione
supera comunque il destino personale di Ofer Cassif. Riguarda la possibilità
che dentro Israele continui a esistere un’opposizione politica capace di
mettere in discussione non soltanto le scelte di Netanyahu, ma le strutture
dell’occupazione e della disuguaglianza. La differenza è sostanziale.
Contestare un governo non significa necessariamente contestare il sistema che
rende possibile la dominazione militare sui palestinesi; Cassif appartiene
invece a quella minoranza politica che mette direttamente in discussione
l’occupazione, la discriminazione e la negazione dei diritti nazionali
palestinesi.
È proprio
per questo che il caso merita attenzione internazionale. Una democrazia non si
misura soltanto attraverso lo svolgimento delle elezioni, ma anche dalla
possibilità per le minoranze politiche di parteciparvi, esercitare il mandato
parlamentare e contestare le politiche dello Stato. Il fatto che la Corte
Suprema abbia respinto l’esclusione di Cassif e delle liste arabe rappresenta
una garanzia istituzionale concreta; il fatto che continuino a svilupparsi
procedimenti e iniziative capaci di incidere sulla loro rappresentanza mostra
quanto quel terreno rimanga conflittuale.
Il prossimo
gennaio si conosceranno le conseguenze penali della condanna. Nel frattempo
Cassif continua a rivendicare la propria opposizione all’occupazione e la
solidarietà con il popolo palestinese. La sua vicenda pone una domanda che va
oltre il singolo procedimento: quale spazio può avere una voce che denuncia le
responsabilità dello Stato dall’interno delle sue istituzioni, quando proprio
quella denuncia viene considerata da una parte del potere politico una forma di
delegittimazione nazionale? È una domanda che riguarda Israele, ma anche tutte
le democrazie nelle quali il dissenso radicale viene sempre più frequentemente
affrontato attraverso strumenti giudiziari, disciplinari e di esclusione
politica.
La terapia e il dolore incontenibile della Palestina - Samah Jabr
Giovedì 6 agosto 2026, ore 9:57 – Ora di Gerusalemme
Nelle ultime due settimane non sono riuscita a raggiungere il mio
ambulatorio di Nablus a causa degli attacchi dei coloni e della chiusura delle
strade. Pochi giorni dopo, non ho potuto raggiungere nemmeno il mio ambulatorio
di Al-Ram a causa dell’operazione militare nel campo profughi di Qalandia.
Ho dovuto cancellare gli appuntamenti e contattare i miei pazienti per spiegare
che la mia assenza non era una decisione professionale o personale, bensì la
conseguenza di una realtà politica che interferisce con ogni aspetto della
vita, compreso il trattamento psicologico.
Dopo aver terminato la telefonata con il mio ultimo paziente, mi sono
ritrovata a riflettere su una domanda inquietante: cosa succede a uno
psichiatra quando si trova ad affrontare le stesse circostanze che hanno
causato il dolore dei suoi pazienti?
Nel corso dei miei anni di pratica psichiatrica, una parte fondamentale della
mia missione è stata quella di offrire uno spazio in cui le persone possano
esprimere il proprio dolore e trasformarlo da un’esperienza travolgente in
qualcosa su cui riflettere.
La nostra missione non è mai stata quella di eliminare la sofferenza – non è
sempre possibile – ma piuttosto di accompagnare le persone nel loro tentativo
di ritrovare un senso nella vita e la capacità di andare avanti. Ma ciò che
stiamo vivendo oggi pone nuove domande alla nostra professione. Cosa succede
quando il trauma non è un evento passato, ma una realtà continua? Cosa succede
quando un paziente arriva in clinica durante una tragedia, portando con sé le
ferite sanguinanti invece dei ricordi di eventi passati?
Dal genocidio di Gaza, le nostre cliniche accolgono una comunità che vive
un dolore immenso. I pazienti arrivano portando con sé il peso della perdita
dei propri cari, la paura per le loro famiglie, le esperienze di sfollamento,
la fame, le minacce e un senso di sicurezza infranto, pur sapendo che il
pericolo è tutt’altro che finito.
Anche in Cisgiordania, raid, posti di blocco, violenze dei coloni, arresti e
blocchi stradali sono diventati parte della nostra quotidianità.
In mezzo a tutto questo, lo psichiatra si sente smarrito. Non siamo formati per
trattare questo tipo di dolore psicologico in condizioni che mancano persino
delle più elementari norme di sicurezza.
Spesso descriviamo l’impatto del lavorare con una sofferenza così intensa con
termini come “trauma secondario” o “stress compassionevole”. Questi concetti
sono importanti per comprendere cosa accade ai terapeuti che sono costantemente
esposti a narrazioni di dolore.
Ma non sono sufficienti a descrivere la nostra esperienza in Palestina.
Questo concetto implica che terapeuta e paziente condividano non solo l’empatia
per il dolore, ma anche la stessa discriminazione e la stessa struttura che
genera lo stesso dolore. Entrambi sperimentano le stesse limitazioni di
movimento, la stessa incertezza, la stessa paura per i propri cari e la stessa
esposizione a una realtà politica che si insinua nella vita quotidiana. Il
medico non si limita a curare la ferita dall’esterno; al contrario, cerca di
curarla mentre sanguina a sua volta, e si sforza di nascondere le proprie
ferite durante il lavoro. Questo cambia la natura stessa della relazione
terapeutica.
Il terapeuta, in questo contesto, non è semplicemente un testimone della
sofferenza dell’altro, né un mero portatore dei sentimenti del paziente. È
anche un essere umano che vive le conseguenze della stessa traumatica esperienza
storica.
In queste circostanze, il concetto stesso di contenimento viene messo alla
prova in modo senza precedenti. Abbiamo imparato che il ruolo del terapeuta è
quello di accogliere il dolore che il paziente non riesce a sopportare e di
aiutarlo a trasformare il terrore in parole e il caos in significato. Ma ciò
che vediamo oggi a Gaza e in Cisgiordania a volte supera la capacità di
contenimento del terapeuta.
Non è perché il terapeuta abbia perso la sua competenza, né perché l’umanità si
sia indebolita, ma perché l’entità, la persistenza, l’ampiezza e la natura
collettiva della sofferenza superano i limiti per cui sono stati progettati i
nostri strumenti psicologici tradizionali.
Ci sono momenti in cui al terapeuta viene richiesto non solo di contenere il
dolore altrui, ma anche di riconoscere i limiti della propria capacità umana di
tale contenimento. Forse riconoscere questi limiti fa parte dell’integrità
professionale, perché negarli può trasformare il terapeuta da essere umano
presente in una macchina che funziona fino al collasso.
La domanda con cui dobbiamo confrontarci è: come ci proteggiamo quando il
dolore e le minacce si nascondono dietro ogni angolo? Se ciò che stiamo
affrontando trascende i concetti di trauma secondario e burnout, e se viviamo
una realtà condivisa e opprimente con i nostri pazienti, allora la risposta non
può essere meramente individuale. Non possiamo chiedere al terapeuta di farsi
carico del peso di un’intera società e poi ridurre la soluzione a consigli sul
comfort o sull’adattamento personale.
Innanzitutto, è necessario un riconoscimento collettivo del fatto che anche il
terapeuta stesso ne risente. Questo riconoscimento non è una debolezza
professionale, bensì un prerequisito per la sopravvivenza della professione.
Devono esistere spazi in cui i professionisti della salute mentale possano
parlare delle proprie esperienze ed elaborare ciò che portano dentro, non come
pazienti, ma come esseri umani che svolgono un lavoro straordinario in
circostanze straordinarie. Dobbiamo inoltre passare dal modello del singolo
terapeuta che sopporta la sofferenza da solo a un modello di sostegno
collettivo.
In tempi di calamità, il sostegno non può essere fornito da una sola persona.
Il terapeuta ha bisogno di una rete: colleghi, supervisione, solidarietà
professionale e spazi di riflessione condivisa. Inoltre, dobbiamo sviluppare un
linguaggio e approcci psicologici radicati nella realtà delle società che
vivono una violenza continua.
Alcuni traumi non derivano da un singolo evento concluso, ma da una realtà
persistente che riproduce paura e perdita.
Ciò richiede approcci che considerino l’individuo nel suo contesto storico,
sociale e politico, non semplicemente come un elenco di sintomi. Nonostante
tutto ciò, dobbiamo preservare il significato della terapia. In un contesto che
mira a distruggere il senso di dignità e umanità, preservare il pensiero, la
connessione umana e la capacità di ascolto diventa un atto di
autoconservazione.
Questo è un invito a riconoscere una verità professionale e storica:
un’intera generazione di professionisti della salute mentale ha vissuto
un’esperienza senza precedenti, costretta a trattare gli effetti della violenza
in corso e al contempo a vivere nel suo contesto.
Quanto accaduto a Gaza, e quanto sta accadendo in Cisgiordania e a Gerusalemme,
non sta mettendo alla prova solo la resilienza degli individui, ma anche i
concetti stessi della psichiatria: il significato di trauma, contenimento,
neutralità e terapia in un contesto pervaso da minacce e dolore.
Dobbiamo documentare questa esperienza, anche se non possediamo tutte le
risposte, perché siamo testimoni di un momento storico che sta rimodellando la
nostra comprensione di cosa significhi essere un terapeuta in un’epoca di
violenza collettiva.
La psichiatria non si scrive solo nei libri e nelle teorie. Si scrive anche
nelle piccole stanze di terapia, nei corridoi chiusi, nelle telefonate in cui
ci scusiamo con i pazienti per non essere riusciti a contattarli, e nella lotta
quotidiana per preservare la nostra umanità quando viene spinta al limite.
Potremmo non essere in grado di contenere tutto il dolore che ci circonda, ma
possiamo rifiutarci di lasciarlo passare inosservato.
E insieme, possiamo costruire nuovi spazi di contenimento: collettivi,
professionali e umani, che ci aiutino a continuare a proteggere ciò che la
violenza cerca di distruggere sopra ogni altra cosa: la capacità umana di
pensare, di sentire e di vedere gli altri come esseri umani.
(Traduzione a cura di Maria Nadotti)