lunedì 26 ottobre 2026

Quali balle colossali sull'immigrazione? - Telmo Pievani

 


La realtà economica dell’immigrazione – Matilde Moro

Dai pensionamenti alla mancanza di lavoratori, gli stranieri colmano vuoti sempre più ampi: nel 2023 il saldo fiscale dell’immigrazione è stato positivo per 1,2 miliardi. E il loro peso sulla spesa pubblica si ferma al 3,5%. Eppure la narrazione spesso distorce i dati e racconta un'attualità manipolata.

Quando si parla di migrazioni, specie nell’Europa di oggi, la cosa più difficile, curiosamente, sembra strutturare un discorso che resti attinente alla realtà, senza cedere nel migliore dei casi a falsi miti e percezioni personali e nei peggiori, più frequenti, a visioni ideologiche e strumentalizzazioni politiche. Il dibattito pubblico sull’argomento è sempre aperto e generalmente caldo, ma sembra ignorare completamente alcuni princìpi fondamentali e semplici dati di fatto che, a guardarli bene, renderebbero da soli il quadro reale delle migrazioni verso l’Europa. D’altra parte dati, studi e numeri generano certamente meno visualizzazioni dell’ultima sterile polemica da prima pagina, magari condita di poco verosimile retorica da sostituzione etnica e generico allarmismo razzista. 

Ne sembra ben consapevole Federico Rampini, che il primo agosto si è lanciato sulle pagine del Corriere della Sera nell’ennesimo spericolato attacco anti-immigrazione, questa volta prendendo di mira in particolare le politiche di apertura del governo Sanchez – quello che definisce il “modello Spagna”. Secondo Rampini (che fa sue le tesi sempre più trasversalmente comuni a tutte le destre europee), l’impatto positivo dei lavoratori immigrati sul sistema pensionistico europeo sarebbe una “balla colossale”, sostenuta per “puro dogmatismo ideologico”, e l’aumento del PIL dovuto all’arrivo di giovani in età da lavoro (altrimenti in costante e drammatico calo) sarebbe semplicemente “drogato”.

Rampini – che, è bene tenerlo a mente, fa riferimento esclusivamente alla migrazione irregolare – suggerisce che una politica di maggiore apertura delle frontiere è destinata ad alimentare le tensioni sociali e produrre una crescita solo apparente. Non volendo dare troppo spazio a tesi che sono certamente ben note, e desiderando invece andare in controtendenza rispetto a un dibattito che sembra fatto di posizioni già prese, è utile prendere invece in esame alcuni dati, raccontati da chi per primo li raccoglie ed elabora. 

Partiamo quindi dall’impatto dell’immigrazione sul calo demografico europeo. Gianpiero Dalla Zuanna è professore ordinario di Demografia presso il dipartimento di Scienze statistiche dell’Università degli Studi di Padova. “Dal punto vista brutale dei numeri”, spiega, “due ventenni, di cui uno immigrato e l’altro no, sono esattamente la stessa cosa. Questo vale naturalmente sia in entrata che in uscita: se diecimila giovani tra i venti e i trent’anni se ne vanno, questo equivale a diecimila nascite in meno”. Bisogna ricordare, continua Dalla Zuanna, che “una popolazione mantiene un suo equilibrio quando il numero di persone che esce è uguale al numero di persone che entra”.

Nella maggior parte dei Paesi europei – soprattutto dell’Europa del sud, come Italia, Spagna e Grecia – questo non avviene. Stiamo invece assistendo a un fortissimo calo demografico, che genera, tra le altre cose, “un’uscita di persone in età lavorativa molto più alta dell’entrata”. La popolazione invecchia ma si fanno sempre meno figli. Così aumenta il numero di pensionati ma non quello di giovani e dunque viene meno il meccanismo per cui chi lavora, pagando le tasse, sostiene il welfare per chi non può farlo. È un problema che ci riguarda da vicino: in Italia, spiega Dalla Zuanna, “abbiamo un deficit di replacement sul lavoro di circa 250.000 unità annue”.

La decisione di non fare figli sembra derivare da un più complesso “senso di insicurezza macro-sistemica”, generato da fattori come la paura delle guerre o delle conseguenze del cambiamento climatico. Il motivo per cui facciamo meno figli avrebbe quindi a che fare con l’impossibilità di proiettarci in un futuro vivibile.

Qui è importante fare una precisazione: se sempre meno persone scelgono di non avere figli – prolungando nel tempo questo squilibrio – in Italia e in Europa non è per mancanza di servizi o di politiche orientate alla famiglia, o almeno non solo. La rivista americana  PNAS ha recentemente pubblicato a questo proposito uno studio dal titolo Parenthood decisions in uncertain times: experimental evidence from four countries. La ricerca ha preso in esame 8000 persone tra i 20 e i 44 anni in Italia, Germania, Stati Uniti e Argentina. I risultati sono chiari: se stabilità economica e abitativa hanno ancora un peso, le politiche familiari in senso stretto sono meno determinanti. Gli autori – tra cui figura la professoressa associata al dipartimento di Demografia e Statistica dell’Università di Padova Maria Letizia Tanturri – sottolineano invece che la decisione di non fare figli sembra derivare da un più complesso “senso di insicurezza macro-sistemica”, generato da fattori come la paura delle guerre o delle conseguenze del cambiamento climatico.

Il motivo per cui facciamo meno figli avrebbe quindi a che fare con l’impossibilità di proiettarci in un futuro vivibile. È un meccanismo che conosce bene anche Roberto Impicciatore, professore ordinario di Demografia presso il dipartimento di Scienze statistiche “P. Fortunati” dell’Università di Bologna, Secondo cui a incidere sulla scelta di non avere figli è soprattutto “la trasformazione culturale avvenuta negli ultimi anni in termini di aspettative”. I giovani, per Impicciatore, “immaginano di avere certe condizioni” prima di fare figli. Condizioni (come un lavoro sicuro, una casa, una coppia stabile, un mondo in pace) che spesso in questo momento storico cozzano con la realtà. L’inverno demografico sembra quindi almeno per il momento destinato a prolungarsi. E nei prossimi anni inizieremo ad avvertirne le conseguenze più gravose, a partire proprio al mondo del lavoro. “Nel prossimo decennio, cioè negli anni Trenta del Duemila, vivremo il momento peggiore, perché andrà in pensione la parte più numerosa della generazione del baby boom, a fronte di quella che entra sul mercato del lavoro, tra i 20 e i 24 anni, che invece è particolarmente piccola, e quindi ogni anno ci saranno perdite sempre più forti”. 

A pesare è non solo la quantità ma la qualità di chi inizia a lavorare. Da questo punto di vista, non si tratta solo di riuscire a garantire welfare e pensioni, ma proprio di mancanza fisica di lavoratori, soprattutto per quei lavori per cui è richiesta una minore specializzazione. I dati lo raccontano chiaramente. Ancora Dalla Zuanna: “Dei circa 800.000 sessantacinquenni in pensione, metà hanno al massimo licenza media o inferiore, e metà sono diplomati o laureati”. Nella fascia dei giovani la tendenza si è invertita: “su 600.000 persone che entrano sul mercato del lavoro, circa 500.000 hanno un diploma superiore, una laurea, o almeno un diploma professionale, mentre solo 100.000 hanno al massimo la scuola media”.

Questo lascia “scoperta” un’enorme fascia di persone con un’istruzione di grado più basso, che entra in pensione da posti di lavoro a bassa specializzazione: “Abbiamo più o meno un numero di diplomati e laureati che può sostituire i diplomati e laureati che vanno in pensione, mentre esiste un deficit drammatico sulla popolazione con titolo di studio basso”. In questa fascia, circa 400.000 persone smettono ogni anno di lavorare e appena 100.000 iniziano. Il problema a questo punto è che il 20% dei lavori in tutte le società del cosiddetto nord globale sono quelli che l’Istat definisce unskilled jobs, lavori che si possono fare senza una particolare preparazione, e che sono sempre meno ambiti dai giovani europei. Lavori che però, secondo Dalla Zuanna, “sono assolutamente indispensabili. Senza questi tipi di lavori si ferma tutto”. Si parla per esempio di settori come l’agricoltura, l’edilizia, la ristorazione e l’ospitalità, ma anche moltissimi lavori di cura. 

È qui che entrano in gioco i lavoratori stranieri. Come confermano i dati Inps, riportati tra gli altri dalla Fondazione Moressa, “l’occupazione straniera si distingue nettamente da quella autoctona per la maggiore concentrazione in mansioni a bassa qualificazione, con una rilevante presenza in professioni meno specializzate e spesso caratterizzate da un elevato livello di precarietà. Se, infatti, il 39,6% degli occupati italiani è impiegato in professioni qualificate o tecniche, in questa categoria solo il 9,1% degli occupati sono stranieri. Al contrario, i lavoratori stranieri sono principalmente impiegati tra operai e artigiani (31,7%) e nelle professioni meno qualificate (29,4%)”. Su 100 addetti a professioni poco qualificate 30 sono stranieri, mentre accade l’esatto posto per le professioni più qualificate, dove i lavoratori stranieri sono circa 2,6 su 100. 

c’è stato un boom migratorio nel primo decennio del secolo fatto principalmente di donne che arrivavano dall’est Europa. Queste donne hanno sopperito alla mancanza di esternalizzazione di cura per gli anziani. Così facendo hanno liberato le donne italiane da queste incombenze, contribuendo significativamente all’aumento dell’occupazione femminile italiana.

I settori in cui la presenza straniera è più alta sono proprio quelli che Dalla Zuanna definisce “indispensabili”: L’agricoltura registra la quota più elevata, con circa il 18% del valore aggiunto del settore attribuibile alla forza lavoro straniera. Seguono l’edilizia, con un’incidenza pari al 16,4%, e il comparto degli alberghi e della ristorazione, dove i lavoratori immigrati contribuiscono per circa il 12,5% del valore aggiunto totale. 

Sui lavori di cura vale la pena soffermarsi in maniera particolare: come racconta Impicciatore, “c’è stato un boom migratorio nel primo decennio del secolo fatto principalmente di donne che arrivavano dall’est Europa. Queste donne, in un sistema familiaristico come il nostro, hanno sopperito alla mancanza di esternalizzazione di cura per gli anziani. Così facendo hanno liberato le donne italiane da queste incombenze, contribuendo significativamente all’aumento dell’occupazione femminile italiana”. Cosa che ha a sua volta un impatto positivo che si estende alle dinamiche sociali e alla famiglia: “L’occupazione femminile ha ripercussioni positive su una maggior autonomia, sulla capacità decisionale, sulle dinamiche di potere all’interno della coppia, e anche sulla fecondità, perché quando le donne lavorano scelgono più facilmente di avere figli”. 

Basta leggere questi dati per comprendere che, come confermano sia Dalla Zuanna che Impicciatore, l’arrivo di immigrati in età da lavoro ha indiscutibilmente un effetto positivo, anche perché “nella maggior parte dei casi vanno a fare quei lavori che gli italiani non hanno tempo di fare o che non vogliono più fare”. Certo, contare sull’immigrazione non è l’unica via percorribile: “Si può per esempio cercare di automatizzare sempre di più, di contare su macchine o robot umanoidi, o sull’intelligenza artificiale, ma anche in questo caso è probabile che l’intelligenza artificiale andrà a sostituire gradualmente altri tipi di lavori, e più difficilmente quelli manuali”. 

Una nota sul Giappone in particolare, che Rampini cita come esempio virtuoso di chiusura dei confini, e dove si investe in effetti più che altrove in soluzioni di tipo diverso per far fronte al calo delle nascite e alla conseguente mancanza di lavoratori, come per esempio lo sviluppo tecnologico o i robot umanoidi: se in effetti sono necessarie meno persone per svolgere alcuni lavori, è altrettanto vero che Tokyo registra in maniera costante alti tassi di solitudine e infelicità. Secondo i dati del 2024 dell’Ufficio del Gabinetto giapponese per esempio il 40% della popolazione intervistata dichiara di soffrire di qualche forma di solitudine, un fenomeno che è particolarmente in aumento tra i giovani.

Secondo un’indagine del 2025, un giapponese su dieci non incontra mai di persona amici o persone non conviventi. Stando al World Happiness Report 2026, il Giappone si attesta appena al sessantunesimo posto su 140 tra le nazioni più felici al mondo, oltre ad occupare storicamente l’ultima posizione per punteggio di felicità tra i Paesi del G7. Naturalmente questo non significa che ci sia una correlazione diretta tra confini più aperti e una maggiore felicità percepita, ma solo che se il “modello Spagna” rappresenta delle limitazioni, quello Giapponese non è necessariamente da imitare. 

Da dopo gli anni ’90, la componente irregolare è sempre, per quanto riguarda l’Italia, al di sotto del 10% della presenza straniera. Se poi si considera l’insieme di persone di origini straniere, contando ad esempio anche chi ha acquisito la cittadinanza o i figli, si scende sotto al 5%

Un altro mito da sfatare è quello sull’impatto negativo sul welfare: “L’idea che gli immigrati finanzino le nostre pensioni”, scrive Rampini, “presuppone che svolgano lavori regolari, quindi paghino tasse e contributi previdenziali. Questa non è la realtà dell’immigrazione clandestina che finisce soprattutto nel sommerso”. Come prima cosa, è utile fare un iniziale e banale distinguo, ancora una volta affidandosi ai numeri. “Quando si parla di migrazioni”, spiega Impicciatore, “si punta sempre l’attenzione sull’immigrazione irregolare, che sicuramente è una questione complessa, ma che dal punto di vista dei numeri non è così rilevante e soprattutto non è assolutamente indicativa del fenomeno migratorio nel suo insieme. Da dopo gli anni ’90, la componente irregolare è sempre, per quanto riguarda l’Italia, al di sotto del 10% della presenza straniera. Se poi si considera l’insieme di persone di origini straniere, contando ad esempio anche chi ha acquisito la cittadinanza o i figli, si scende sotto al 5%”.

Studi europei mostrano dati molto simili anche negli altri paesi. Gli stranieri sono a loro volta circa il 9% della popolazione totale. Se la realtà mostrata dai numeri è questa, la percezione se ne distacca drasticamente: “Sia il numero di stranieri sia la percentuale di irregolari sono sistematicamente sovrastimati. Le persone ad esempio pensano che in media gli stranieri siano il 25% della popolazione italiana e che la componente irregolare sia tra il 40 e il 50%”. 

C’è poi da fare una precisazione su che cosa significhi esattamente “irregolare”: “Naturalmente nessuno nasce irregolare e nessun migrante sceglie di essere irregolare, lo si diventa perché nel posto in cui si arriva c’è un certo tipo di regolamentazione, e questo dipende dalla capacità e dalla volontà politica di un Paese di creare canali di accesso legali”. È anzi proprio questa condizione di irregolarità imposta a costringere le persone a sottostare a condizioni di lavoro altrimenti inaccettabili e rendere possibili, almeno in parte, fenomeni come il lavoro nero e il caporalato – oltre a generare una maggiore marginalità e vulnerabilità, limitando per esempio l’accesso alle cure o ai canali di lavoro legali: “Con il mio gruppo di ricerca,” conferma Impicciatore, “abbiamo osservato che anche a distanza di anni, anche dopo essersi eventualmente regolarizzate, le persone che hanno vissuto un periodo di irregolarità continuano a essere penalizzate, per esempio dal punto di vista lavorativo sia in termini di occupabilità che di prestigio delle posizioni a cui possono ambire, ma anche per quanto riguarda la formazione familiare: le donne che hanno vissuto un periodo di irregolarità posticipano la decisione di avere un figlio, o decidono proprio di non averne”. 

Chi invece si trova legalmente sul territorio – ricordiamolo, più del 90% degli stranieri – e ha la possibilità di lavorare legalmente, spiega Dalla Zuanna, “paga più tasse di quello che riceve indietro”. La Fondazione Moressa pubblica ogni anno il Rapporto sull’economia dell’immigrazione, in cui studia l’impatto demografico ed economico degli stranieri in Italia. Il più recente, del 2025, dal titolo “Da stranieri a nuovi italiani: come cambia l’immigrazione”, dà un esaustivo quadro della situazione attuale. Dal punto di vista fiscale, anche a causa della struttura demografica della popolazione straniera (un’età media di 36,1 anni contro i 47,1 degli Italiani), gli stranieri incidono pochissimo sulla spesa pubblica, con una media del 3,5%, scendendo sotto l’1% alla voce delle pensioni e sotto il 5% alla voce sanità, che sono complessivamente le due spese più consistenti. Non solo: confrontando le voci di entrata e uscita per l’anno d’imposta 2023, il saldo tra costi e benefici dell’immigrazione è stato positivo per un valore di +1,2 miliardi di euro. Davanti a questi dati diventa difficile sostenere che l’immigrazione sia un peso per gli europei. 

La Fondazione Moressa si spinge anzi oltre, parlando del potenziale inespresso delle migrazioni: “Va fatta una riflessione sul contributo potenziale ancora inespresso,” si legge nel rapporto. “L’Irpef versata dagli immigrati è appena il 2,3% del totale, a causa della ben nota segmentazione del mercato del lavoro. La concentrazione nelle fasce di reddito più basse incide poi anche sulla propensione al consumo e quindi sulle imposte a esso legate. Il gettito IVA ‘generato’ dagli immigrati è infatti appena il 3% del totale, e risultano limitate anche le imposte legate alla casa e alle automobili. Il potenziale dell’immigrazione in Italia è ancora largamente inespresso, limitato da una scarsa mobilità sociale e da una generalizzata difficoltà di valorizzare talenti e competenze. Una maggiore valorizzazione, invece, porterebbe un maggiore contributo al PIL, maggiori consumi e maggiori entrate per le casse dello Stato”. Le cose si stanno però lentamente modificando, ed è in crescita anche il numero di stranieri che diventano imprenditori in Italia: nel 2024 erano 787 mila le aziende a guida straniera (10,6% del totale), che negli ultimi dieci anni hanno arginato la diminuzione di imprenditori autoctoni (-5,7% gli imprenditori nati in Italia, +24,4% i nati all’estero).

I lavoratori stranieri non solo contribuiscono all’economia, ma sono necessari a tenere in piedi interi settori. Cieca davanti a questo semplice fatto, la retorica anti-immigrazione alimenta un ciclo di marginalizzazione ed esclusione delle persone dalla società e dai suoi diritti.

Se quindi l’impatto del fenomeno nel suo insieme è positivo, concordano Dalla Zuanna e Impicciatore, la sfida principale resta senza dubbio quella dell’integrazione. I lavoratori stranieri non solo contribuiscono all’economia, ma sono necessari a tenere in piedi interi settori. Cieca davanti a questo semplice fatto, la retorica anti-immigrazione alimenta un ciclo di marginalizzazione ed esclusione delle persone dalla società e dai suoi diritti. Con il solo pregio – evidente dai risultati elettorali – di identificare l’“altro” come unico responsabile di quella che è in realtà una profonda incapacità gestionale, che si accompagna a un testardo rifiuto di accettare che “nei prossimi anni le migrazioni aumenteranno, ci si muoverà sempre di più, e questo è un dato di fatto”.

In questo contesto, parlare di numeri è istruttivo, perfino illuminante sul vero stato delle cose, ma non certamente sufficiente. Perché, come spiega Dalla Zuanna citando ironicamente un adagio con cui Max Frisch descriveva negli anni Settanta l’arrivo di lavoratori italiani in Svizzera, “cercavamo braccia, e sono arrivati uomini”. È allora necessario, attivamente, fare azioni positive di integrazione: “Dove sono state fatte, hanno portato alla costruzione di società integrate”. A partire per esempio dalla scuola, “non solo la scuola dei ragazzi, ma anche quelle per adulti”, specifica Dalla Zuanna. “Ogni anno centinaia di migliaia di adulti, in particolare stranieri, frequentano i corsi per prendere la licenza media oppure le scuole serali, sono numeri imponenti, ma che dovrebbero essere ancora più imponenti”. Urgentissime sono anche politiche serie per diminuire il gap linguistico, perché “anche i bambini nati qui hanno spesso un livello di italiano elementare, che non permette loro di scegliere licei prestigiosi o di iscriversi al corso di laurea che desidererebbero frequentare”. Bloccando di fatto la mobilità sociale.

È proprio sui desideri che vale la pena soffermarsi. Se i numeri mostrano chiaramente che gli studenti stranieri tendono a scegliere in maggioranza i corsi professionali e ad avere qualifiche più basse, raccontano anche un’altra realtà: che si tratta di un limite e non di una scelta. “Se si osservano i dati sulle seconde generazioni, si vede che in realtà i sogni, le idee, i desideri dei ragazzi, figli di seconda generazione, somigliano moltissimo a quelli degli italiani”. Peccato che poi si scontrino con un contesto che ancora li discrimina e penalizza in maniera sistematica: “Cosa succede se vuoi fare il medico e ti accorgi che non ce la fai perché la tua preparazione scolastica o il tuo livello linguistico non sono sufficienti? Ti rifugi, ti costruisci un’identità diversa, alternativa. È in questa contradizione che nascono fenomeni come quello delle baby gang. È un fatto studiato da decenni, soprattutto a partire dagli Stati Uniti, che si chiama downward assimilation, assimilazione verso il basso, che avviene quando ai giovani non viene data la possibilità di realizzare almeno in parte le proprie aspirazioni e i propri sogni”. 

Quello dei numeri e di chi li studia e conosce da vicino è un punto di vista privilegiato, soprattutto quando si parla di migrazioni: è una lente oggettiva che permette di osservare, mettendosi il più possibile al riparo da ogni pregiudizio, un fenomeno troppo spesso strumentalizzato. La distanza tra il reale e il percepito è forse la lezione più preziosa, il dato più rivelatore e preoccupante, ma può anche diventare la chiave per spingerci a osservare l’immigrazione nel nostro paese per quello che è: una realtà complessa e stratificata, fatta di persone che chiedono e desiderano dignità, e si ritrovano invece schiacciate dalle nostre semplificazioni consolatorie.

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domenica 25 ottobre 2026

Isolare i violenti

(da Osservatorio Repressione)

 

Da isolare sono le politiche securitarie del governo, le brutalità e il razzismo delle forze dell’ordine, la narrazione tossica dei media che criminalizza poveri, migranti e movimenti sociali.

«Isolare i violenti». È la formula che ritorna puntualmente dopo ogni manifestazione attraversata dal conflitto. La pronunciano ministri, dirigenti di partito, editorialisti e commentatori televisivi. Prima bisogna condannare, prendere le distanze, distinguere i manifestanti buoni da quelli cattivi. Soltanto dopo, eventualmente, si potrà parlare di salari, affitti, scuola, sanità, guerra e disuguaglianze. Ma quel dopo non arriva quasi mai. Le ragioni della mobilitazione scompaiono, sostituite dalle immagini degli scontri, dalle dichiarazioni dei ministri e dalle richieste di nuove misure repressive. È un meccanismo politico e mediatico collaudato, che permette di spostare l’attenzione dalle responsabilità di chi governa alle condotte di chi contesta.

E allora prendiamola sul serio, questa richiesta di isolare i violenti. Cominciamo dalle politiche securitarie di un governo che ha trasformato la criminalizzazione del dissenso in un programma politico, moltiplicando reati, sanzioni, divieti e strumenti di controllo. Cominciamo dalle brutalità delle forze dell’ordine, dalle cariche contro studenti e lavoratori, dai pestaggi, dagli abusi e dal razzismo che attraversa pratiche di controllo e repressione. Cominciamo da quella parte dell’informazione che da anni rappresenta i poveri come irresponsabili, i migranti come minacce, i giovani delle periferie come delinquenti e i movimenti sociali come organizzazioni pericolose. Una narrazione tossica che prepara il terreno alla repressione e trasforma chi rivendica diritti in un nemico dell’ordine pubblico.

La violenza, del resto, non comincia quando un corteo incontra uno sbarramento della polizia, quando viene innalzata una barricata o quando qualcuno infrange una vetrina. Esiste una violenza quotidiana, strutturale, esercitata attraverso le condizioni materiali di esistenza, l’organizzazione del lavoro, le disuguaglianze economiche e le decisioni politiche. Una violenza che non ha bisogno di un manganello per produrre sofferenza e che proprio per questo viene frequentemente sottratta alla condanna pubblica. Viene chiamata necessità economica, competitività, disciplina di bilancio, merito, sacrificio. E quando chi la subisce smette di accettarla, la risposta diventa troppo spesso l’intervento delle forze dell’ordine.

È violenza costringere una persona ad aspettare un anno per una visita specialistica, mentre chi dispone del denaro necessario può ottenere la stessa prestazione in pochi giorni. È violenza lavorare otto ore al giorno e dover scegliere se pagare l’affitto o fare la spesa, vivere sotto il ricatto di contratti precari rinnovati per anni, morire in fabbrica o in un cantiere perché la sicurezza continua a essere subordinata ai costi della produzione. È violenza lasciare persone anziane con pensioni insufficienti, ridurre l’assistenza a malati e persone con disabilità, scaricare sulle famiglie il lavoro di cura. È violenza permettere che bambini e adolescenti crescano nella povertà, imparando che persino l’accesso alla salute, all’istruzione e alla cultura dipende dalle possibilità economiche della famiglia. È violenza alzarsi la mattina presto e scoprire di essere stato licenziato con messaggio su whatsapp.

È violenza lasciare migliaia di abitazioni vuote mentre aumentano gli sfratti e le persone costrette a dormire per strada. È violenza consentire alla speculazione immobiliare di trasformare il diritto alla casa in un privilegio, sfruttare i braccianti nei campi e ricattare i lavoratori immigrati attraverso la precarietà del permesso di soggiorno. È violenza costruire un sistema di frontiere che espone le persone alla morte nel Mediterraneo, mantenere carceri sovraffollate e condizioni di detenzione incompatibili con la dignità umana. È violenza distruggere territori, compromettere l’acqua e l’aria, imporre opere senza ascoltare le comunità e criminalizzare chi si organizza per difendere l’ambiente e i beni comuni.

Questa violenza non è una fatalità. Discende da rapporti di forza, da decisioni politiche e da una distribuzione profondamente diseguale delle risorse e del potere. Quando i sacrifici richiesti ai poveri vengono definiti inevitabili e le ricchezze accumulate da pochi considerate intoccabili, non siamo davanti a una legge naturale, ma a un preciso ordine sociale.

Il governo della repressione

Il governo Meloni ha fatto dell’inasprimento penale e dell’estensione degli strumenti di controllo uno dei tratti caratterizzanti della propria azione. Pacchetti sicurezza, nuove fattispecie di reato, aggravamenti delle pene, misure preventive e restrizioni del diritto di manifestare vengono proposti come risposte a fenomeni che hanno radici economiche e sociali: povertà urbana, disagio giovanile, occupazioni abitative, conflitti sul lavoro, mobilitazioni studentesche e difesa dei territori.

Non è un’invenzione esclusiva della destra. La trasformazione delle questioni sociali in problemi penali attraversa da decenni la politica italiana. Governi di orientamento differente hanno contribuito a rafforzare la legislazione emergenziale, ampliare le misure preventive e presentare la legalità come valore autosufficiente, indipendentemente dal contenuto delle leggi e dalle disuguaglianze che esse possono consolidare. Il governo Meloni ha radicalizzato questa impostazione, rendendo ancora più esplicito il rapporto tra propaganda securitaria, costruzione del nemico interno e repressione del dissenso.

La logica è quella di uno Stato che arretra nella garanzia dei diritti sociali e rafforza contemporaneamente gli strumenti destinati a controllare le conseguenze di quell’arretramento. Si impoveriscono i servizi pubblici e si moltiplicano le misure contro chi protesta; si lascia crescere la precarietà e si criminalizzano i picchetti; si rende sempre più difficile accedere alla casa e si interviene contro le occupazioni.

La logica è quella di uno Stato che arretra nella garanzia dei diritti sociali e rafforza contemporaneamente gli strumenti destinati a controllare le conseguenze di quell’arretramento. Si impoveriscono i servizi pubblici e si moltiplicano le misure contro chi protesta; si lascia crescere la precarietà e si criminalizzano i picchetti; si rende sempre più difficile accedere alla casa e si interviene contro le occupazioni. All’indebolimento delle protezioni collettive corrisponde il rafforzamento degli apparati repressivi, chiamati a disciplinare le popolazioni considerate problematiche e a contenere i conflitti prodotti dalle disuguaglianze. Il diritto penale finisce così per sostituirsi alla politica sociale, trasformandosi in uno strumento ordinario di governo delle contraddizioni economiche e sociali.

In questo processo, una parte rilevante del sistema mediatico svolge una funzione tutt’altro che neutrale. Per anni i migranti sono stati rappresentati come pericolosi, gli occupanti di case come abusivi da espellere, gli ambientalisti come fanatici, i No Tav come sabotatori, gli studenti che bloccano scuole e università come privilegiati incapaci di rispettare le regole. Il termine «maranza» è diventato una categoria stigmatizzante nella quale far confluire adolescenti delle periferie, giovani di seconda generazione e ragazzi razzializzati. Il risultato è una rappresentazione capovolta della realtà sociale: chi subisce sfruttamento e marginalità viene descritto come una minaccia, mentre chi difende l’ordine economico e politico che contribuisce a produrre quelle condizioni viene presentato come garante della convivenza civile.

Il meccanismo è evidente nella cronaca delle manifestazioni. Una vetrina infranta o un cassonetto incendiato diventano il centro dell’informazione. Scompaiono le ragioni del corteo, le condizioni sociali dei partecipanti, le scelte che hanno determinato l’intervento delle forze dell’ordine e le cariche precedenti agli scontri. La cronaca si riduce a un inventario di danneggiamenti, denunce e arresti. Quando emergono immagini di manifestanti manganellati o di interventi sproporzionati, si moltiplicano invece le giustificazioni e i richiami alla difficoltà del lavoro di polizia. Non si tratta di sostenere che una violenza giustifichi automaticamente l’altra, ma di rifiutare una gerarchia morale nella quale soltanto alcune forme di violenza meritano indignazione, mentre altre vengono considerate normali conseguenze del funzionamento dell’economia e delle istituzioni.

La scuola del merito e la violenza delle disuguaglianze

Basta guardare alla scuola per comprendere quanto sia distante la retorica governativa del merito dalle condizioni materiali nelle quali studenti e insegnanti sono costretti a vivere. Secondo i dati dell’Anagrafe nazionale dell’edilizia scolastica richiamati nelle ricognizioni disponibili, circa il 59% degli edifici risulta privo della certificazione di agibilità e il 58,36% di quella antincendio. L’assenza della documentazione non equivale automaticamente a una condizione di pericolo, ma segnala ritardi e criticità che richiedono interventi. Un’elaborazione di Tuttoscuola sui dati ministeriali 2024-2025 documenta inoltre 1.663 classi delle superiori con oltre 27 alunni, frequentate da quasi cinquantamila studenti.

L’Italia continua a investire nell’istruzione meno della media dei paesi OCSE, mentre le retribuzioni degli insegnanti restano significativamente inferiori a quelle di altri lavoratori laureati. La legge di bilancio 2025 ha previsto una riduzione degli organici di 5.660 docenti dal 2025-2026 e di 2.174 posti ATA dal 2026-2027, per un totale di 7.834 posti con decorrenze differenti. Sono scelte che incidono su un sistema già attraversato da precarietà, carenze organizzative e profonde disuguaglianze territoriali.

Si chiede alla scuola di contrastare il disagio e la marginalità, mentre si riducono gli organici. Si invoca il merito, ma si trascurano le condizioni diseguali nelle quali gli studenti affrontano il percorso scolastico. E quando questi ragazzi scendono in piazza contro le politiche scolastiche, il caro affitti, il razzismo, il riarmo e la precarietà del loro futuro, la discussione si concentra sulle modalità della protesta. Le occupazioni diventano un problema di legalità, i blocchi un attentato alla circolazione, gli scontri una dimostrazione della loro pericolosità. Una scuola impoverita non diventa più giusta perché aumentano le sanzioni, così come un adolescente senza prospettive non acquista fiducia nelle istituzioni perché viene identificato durante una manifestazione.

Le brutalità poliziesche e il razzismo istituzionale

C’è poi una violenza che il discorso pubblico tende sistematicamente a sottrarre alla condanna: quella esercitata dagli apparati dello Stato. Le cariche contro studenti e lavoratori, i manganelli sui manifestanti, l’impiego di lacrimogeni e idranti, i controlli selettivi nei quartieri popolari e gli interventi repressivi contro chi occupa case, scuole o spazi sociali vengono frequentemente raccontati come semplici operazioni di ripristino della legalità. La violenza cambia nome a seconda di chi la esercita. Se proviene dal basso diventa un problema di sicurezza, se proviene dall’alto viene presentata come una necessità dell’ordine pubblico.

Le denunce di controlli discriminatori, i pestaggi documentati e gli abusi emersi in diverse vicende giudiziarie impongono di interrogarsi sull’organizzazione degli apparati, sulle pratiche operative e sulle condizioni che possono favorire l’impunità. Non basta liquidare ogni episodio come una deviazione individuale, ricorrendo alla rassicurante retorica delle poche «mele marce». Il problema riguarda anche una cultura istituzionale che può alimentare comportamenti violenti e razzisti, soprattutto quando l’autorità viene difesa preventivamente e le denunce delle vittime accolte con sospetto.

È questa saldatura tra politiche sicuritarie, pratiche repressive e costruzione mediatica del nemico che deve essere spezzata. Servono codici identificativi individuali, strumenti effettivi di documentazione degli interventi, indagini indipendenti e responsabilità politiche chiaramente individuabili. Ma serve soprattutto rifiutare l’idea che l’ordine pubblico possa essere utilizzato per neutralizzare il conflitto sociale.

La stessa selettività attraversa il modo in cui vengono rappresentati i conflitti internazionali. La devastazione di Gaza, il genocidio dei palestinesi, gli sfollamenti forzati e la distruzione delle infrastrutture civili hanno mostrato quanto il linguaggio della sicurezza possa essere utilizzato per giustificare o minimizzare violazioni gravissime dei diritti umani. Nel frattempo, il riarmo europeo viene presentato come una necessità inevitabile, mentre alle nuove generazioni si chiede di accettare un futuro segnato dalla militarizzazione e dalla possibilità di essere coinvolte in nuovi conflitti. Si pretende di isolare i violenti nelle piazze, ma si considera normale destinare risorse crescenti agli apparati militari, mentre scuola, sanità, casa e assistenza sociale continuano a essere attraversate da carenze profonde.

Prima la colpa, poi la punizione

Per anni ai poveri non è stato semplicemente chiesto di accettare la propria condizione: è stato spiegato loro che della propria povertà erano responsabili. Che se non riescono a vivere dignitosamente del proprio lavoro è perché non sono abbastanza produttivi, competitivi, flessibili, intraprendenti. Che se non trovano un’occupazione stabile non hanno saputo valorizzare le proprie competenze; se non possono permettersi una casa hanno fatto scelte sbagliate; se rimangono esclusi dalle opportunità è perché non possiedono sufficiente merito.

L’ideologia della competizione ha trasformato le disuguaglianze prodotte dai rapporti economici e sociali in colpe individuali, cancellando le responsabilità di chi quelle disuguaglianze le alimenta e ne trae vantaggio. Il povero non è più considerato una persona privata delle condizioni materiali per esercitare i propri diritti, ma un individuo che ha fallito nella competizione. La precarietà diventa incapacità di adattamento, la disoccupazione insufficiente intraprendenza, l’esclusione sociale assenza di merito. La società viene rappresentata come un mercato nel quale tutti avrebbero le stesse possibilità di riuscire, mentre le differenze di partenza, la distribuzione della ricchezza e il patrimonio familiare vengono rimossi.

Se la povertà è una responsabilità individuale, non esiste più una questione sociale da affrontare collettivamente. Non occorre modificare i rapporti di lavoro, redistribuire la ricchezza o garantire servizi universali. Occorre piuttosto correggere i comportamenti degli individui, renderli più competitivi, più disciplinati, più disponibili ad accettare le condizioni imposte dal mercato. E quando chi subisce queste condizioni smette di attribuire a sé stesso la responsabilità della propria esclusione e comincia a contestare l’ordine che la produce, diventa un problema di sicurezza. È qui che l’ideologia del merito incontra quella della punizione: prima si colpevolizza chi è escluso, poi lo si criminalizza quando si ribella.

Una democrazia che non tollera il dissenso

C’è una contraddizione ancora più profonda, che riguarda la natura stessa della democrazia. È osceno che governi pronti a invocarla per giustificare sacrifici economici, politiche di austerità, riarmo e perfino interventi militari mostrino tanta insofferenza verso una delle sue espressioni fondamentali: il conflitto sociale. La democrazia viene continuamente celebrata come valore universale, ma diventa un problema quando le classi popolari pretendono di esercitarla al di fuori delle scadenze elettorali, attraverso scioperi, occupazioni, blocchi e mobilitazioni territoriali capaci di mettere realmente in discussione le decisioni del potere.

Per quale ragione una popolazione dovrebbe riconoscere come pienamente democratico un ordine politico che le concede periodicamente di esprimere una preferenza elettorale e pretende poi che accetti come inevitabili decisioni assunte a vantaggio dei grandi patrimoni, della rendita e dei poteri economici? La questione riguarda il rapporto di classe che attraversa le istituzioni e il progressivo svuotamento della sovranità popolare di fronte al potere dell’accumulazione privata. Se le decisioni fondamentali sulla distribuzione della ricchezza, sull’organizzazione del lavoro, sull’abitare e sulle priorità della spesa vengono sottratte al conflitto democratico e presentate come necessità tecniche, ciò che rimane è una democrazia nella quale si può scegliere chi governa, ma diventa sempre più difficile decidere che cosa debba cambiare.

Uno sciopero che interrompe la produzione, un’occupazione che contesta la proprietà lasciata inutilizzata, una mobilitazione che blocca un’opera imposta a un territorio non sono semplicemente anomalie da ricondurre all’ordine. Sono forme attraverso le quali soggetti privi di un potere economico paragonabile a quello delle classi dominanti cercano di incidere sulle decisioni collettive. Il conflitto non rappresenta il fallimento della democrazia, ma una delle condizioni che possono impedirne la riduzione a un rituale elettorale. La sua criminalizzazione rivela quanto il potere politico sia disposto a tollerare la partecipazione soltanto finché questa non mette in discussione i rapporti sociali esistenti.

Finché la ricchezza privata potrà esercitare un’influenza sproporzionata sulle decisioni pubbliche, condizionando le priorità dei governi e restringendo le possibilità effettive di scelta delle maggioranze sociali, la democrazia resterà incompiuta nella sua dimensione sostanziale. Non basta riconoscere formalmente l’uguaglianza politica se a questa corrisponde una disuguaglianza economica tanto profonda da determinare chi possiede realmente gli strumenti per orientare le decisioni collettive. La sovranità popolare non può arrestarsi davanti ai cancelli delle fabbriche, ai consigli di amministrazione, ai mercati finanziari o agli interessi della rendita immobiliare.

Isolare i violenti. Quelli veri.

Le mobilitazioni di questi giorni, dalle manifestazioni studentesche alle piazze spontanee contro il carovita, hanno riportato al centro una questione che la politica istituzionale preferirebbe ignorare. Una parte della società non riconosce più come accettabili le condizioni che le vengono imposte. Quando migliaia di giovani attraversano le strade di Milano, Bologna, Torino e altre città, portando nello spazio pubblico la propria rabbia, contestano un ordine sociale nel quale il lavoro non garantisce una vita dignitosa, l’istruzione non assicura mobilità sociale, la casa diventa sempre meno accessibile e il futuro viene raccontato prevalentemente attraverso il linguaggio del sacrificio.

Le immagini degli scontri, delle barricate e dei fuochi nelle città non possono essere separate da queste condizioni. Sono il segnale di una rottura nella disponibilità ad accettare passivamente ciò che viene presentato come inevitabile. Per questo la contrapposizione tra manifestanti pacifici e violenti è politicamente insufficiente: viene troppo spesso utilizzata per stabilire chi abbia diritto di parola e chi debba essere escluso dal confronto, cancellando le ragioni della mobilitazione e le responsabilità delle istituzioni.

Anche una manifestazione di milioni di persone può essere ignorata quando il potere politico non intende modificarne le cause. La partecipazione pacifica è un diritto fondamentale, ma non costituisce automaticamente una garanzia di ascolto. Il problema non è contrapporre astrattamente protesta pacifica e conflitto radicale, bensì interrogarsi sui rapporti di forza che permettono alle mobilitazioni di incidere sulle decisioni pubbliche. La possibilità di un cambiamento dipenderà dalla capacità di collegare le lotte sul lavoro a quelle per la casa, la scuola, la sanità, l’ambiente e la pace, costruendo forme di organizzazione capaci di durare oltre le singole giornate.

E allora sì, isoliamo i violenti. Isoliamo politicamente chi governa attraverso la paura, chi risponde alla povertà con la repressione, chi alimenta il razzismo istituzionale, chi giustifica le brutalità poliziesche e chi utilizza l’informazione per trasformare le vittime delle disuguaglianze nei colpevoli della crisi sociale. Contrastiamo le politiche securitarie che restringono le libertà, pretendiamo responsabilità per gli abusi delle forze dell’ordine e rifiutiamo una narrazione mediatica che misura la gravità della violenza sulla base di chi la esercita e di chi la subisce.

Non sono i poveri, i migranti, gli studenti, i lavoratori in sciopero o i movimenti che difendono i territori a dover essere isolati. Non sono le lotte per la casa, per la salute, per il salario, contro il genocidio e contro la guerra a rappresentare una minaccia alla democrazia. La minaccia è un potere che produce disuguaglianze, le attribuisce alla colpa individuale di chi le subisce e pretende poi di reprimere chi si organizza per cambiarle.

Non è il dissenso organizzato a svuotare la democrazia. È la pretesa di neutralizzarlo per rendere intoccabili lo sfruttamento, la violenza istituzionale e i privilegi economici.

da qui

sabato 24 ottobre 2026

Usa: da Musk a Soros, chi sono i miliardari che decidono le elezioni di metà mandato - Roberto Vivaldelli

 

Che democrazia è quella in cui poche decine di miliardari si «comprano» – letteralmente – le elezioni a suon di donazioni? Negli Stati Uniti la situazione è ormai fuori controllo (chissà cosa scriverebbe oggi al riguardo Alexis de Tocqueville). Il quadro è drammatico e lo dicono i numeri. Nel 2010 i miliardari americani spesero 32 milioni di dollari per influenzare le elezioni di metà mandato. Oggi, scrive il senatore del Vermont Bernie Sanders in un messaggio diffuso sui social, «170 famiglie di miliardari hanno speso un record di 1,7 miliardi di dollari» per le midterm del 3 novembre. «Folle», lo definisce. E aggiunge: «La democrazia deve essere una persona, un voto, non miliardari che comprano le elezioni. Dobbiamo porre fine a Citizens United, adesso».

Il riferimento è alla sentenza con la quale, nel 2010, la Corte Suprema aprì ai finanziamenti attraverso i cosiddetti super PAC, comitati politici capaci di raccogliere e spendere somme illimitate di denaro per sostenere (o anche opporsi) a candidati federali. Il dato diffuso da Sanders proviene da un’analisi dell’Americans for Tax Fairness (ATF) Action Fund, ripresa da Common Dreams. Si tratta di una cifra senza precedenti per un ciclo di metà mandato.

Il peso dei super PAC

Secondo l’analisi di Common Dreams, la «gran parte» del denaro è confluita proprio nei super PAC, che, come già accennato, possono raccogliere e spendere somme illimitate a sostegno dei candidati prediletti. In questo ciclo meno del 20% delle donazioni dei miliardari è andato a comitati soggetti a limiti di contribuzione. Dalla sentenza del 2010 la spesa dei miliardari è cresciuta di 53 volte.

«A ogni elezione successiva a Citizens United, i miliardari hanno sistematicamente comprato la nostra democrazia», ha dichiarato Jodie Rubenstein, direttrice esecutiva di ATF Action Fund, che ha invitato i lavoratori e la classe media a reagire a novembre e a dimostrare che «la democrazia non è in vendita».

Al primo posto della classifica stilata da ATF ci sono le famiglie dei finanzieri tech Marc Andreessen e Ben Horowitz, cofondatori del fondo di venture capital Andreessen Horowitz, con 149 milioni di dollari complessivi, destinati sia a repubblicani sia a democratici. I due hanno finanziato in modo consistente Leading the Future, un super PAC contrario a una regolamentazione stringente dell’intelligenza artificiale. Seguono i fondi di magnati come George Soros, Jeff Yass e naturalmente Elon Musk. I primi quindici in lista hanno investito insieme 962 milioni di dollari.

Il grosso dei fondi va ai repubblicani: 113 famiglie hanno donato in prevalenza al Grand Old Party, 45 ai democratici. Il super PAC MAGA Inc., legato a Donald Trump, ha raccolto dai miliardari della lista più di 222 milioni di dollari da gennaio 2025: secondo ATF, un dollaro su due che arriva al comitato proviene direttamente da uno di loro.

Il caso Musk

Il quadro è però già superato dalle notizie più recenti. Come riporta Forbes, Elon Musk ha speso da solo oltre 276 milioni di dollari dallo scorso luglio e almeno 366 milioni di dollari sulle midterm fino a fine settembre, secondo i numeri forniti dai suoi rappresentanti al New York Times. Questo lo rende il maggiore donatore del ciclo, davanti ai sopra citati Andreessen e Horowitz, che il quotidiano newyorkese aveva indicato in testa ad agosto.

Tra le donazioni più recenti figurano 76 milioni all’America PAC, comitato che sostiene i candidati repubblicani in tutto il Paese, e 158 milioni al Senate Leadership Fund, schierato a favore dei repubblicani al Senato. Altri fondi sono andati al Congressional Leadership Fund (20 milioni), al Lone Star Liberty PAC (10 milioni), che sostiene il candidato texano al Senato Ken Paxton, alla Republican Governors Association (10 milioni) e alla Republican Attorneys General Association (2 milioni).

L’America PAC ha concentrato gran parte della spesa sulla corsa al Senato in Texas, dove Musk si è fatto sempre più esplicito: negli ultimi giorni ha attaccato ripetutamente su X lo sfidante democratico James Talarico.

Resta difficile stabilire l’entità reale della spesa. Forbes ricorda che non è chiaro quanto Musk possa ancora versare nelle settimane che mancano al voto e che le dichiarazioni federali complete saranno disponibili solo settimane, se non mesi, dopo le elezioni di midterm. Inoltre, secondo il New York Times, il magnate avrebbe elargito somme a sette cifre anche a organizzazioni non tenute a rendere noti i propri donatori: contributi che rischiano di restare ignoti.

Il nodo è politico: a quindici anni dalla (controversa) sentenza della Corte Suprema, il sistema dei super PAC consente a pochissime persone ultra-miliardarie di pesare sull’esito del voto, spesso in modo decisivo. È questa la democrazia che vogliono gli americani?

Fonti:

Jake Johnson, “172 Billionaire Families Have Spent Record $1.7 Billion on 2026 Midterms So Far: Analysis,” Common Dreams, 7 ottobre 2026, https://www.commondreams.org/news/billionaire-family-spending-2026.

Alison Durkee, “Musk Bankrolls Republicans in Midterms as Biggest Donor While Attacking Talarico,” Forbes, 12 ottobre 2026, https://www.forbes.com/sites/alisondurkee/2026/10/12/musk-bankrolls-republicans-in-midterms-as-biggest-donor-while-attacking-talarico/.

 

https://it.insideover.com/media-e-potere/usa-da-musk-a-soros-chi-sono-i-miliardari-che-decidono-le-elezioni-di-meta-mandato.html

BLOCUS!

Traduzione e cura di Nicholas Bertoli

Pubblichiamo la traduzione di un volantino fatto circolare dagli studenti durante le ultime manifestazioni partite dalle scuole superiori delle banlieue di tutta la Francia e un testo di appoggio di una associazione di studenti, ricercatori e attivisti: Ici et Ailleurs – Pour une philosophie nomade.

 

BLOCCO

Ovunque in Francia questa settimana abbiamo dato il via ai blocchi nei nostri licei.
Soprattutto a sostegno dei licei meno privilegiati.
Non guardate Cnews, non ascoltate Europe 1: leggete e ascoltate i vostri figli e nipoti.
I giovani in Francia sono stufi. Sono un terzo i liceali interessati: non è un dato trascurabile.
Così come nel 1968, nel ‘73, nell’‘86, nel ‘90, nel ‘98, nel 2006 e nel 2018 il governo non sa che farsene di noi. 

Oggi protestiamo principalmente contro: 

LA MANCANZA DI MEZZI NELLE SCUOLE 

– 10% (= 6000) tra scuole, istituti e licei in condizioni di degrado
– Classi con più di 35 alunni (assenza di limite legale)
– Professori assenti, spesso mai sostituiti
– Bonus cultura dimezzato in tre anni

DISUMANIZZAZIONE DEL SISTEMA SCOLASTICO

–  Orari non adatti al bio-ritmo degli adolescenti
– 21% dei liceali a rischio abbandono nel 2025
– 19% dei liceali a rischio depressione
– 400 i suicidi annuali tra gli alunni

ORIENTAMENTO E PARCOURSOUP*

– Rinforzo di strutture classiste
– Autocensura degli alunni
– Sistema di espressione delle preferenze
– 126.500 (=15%) gli studenti senza proposte d’ammissione entro fine anno

+ BILANCIO DELLE VIOLENZE DELLA POLIZIA:
più di 200 i feriti tra alunni e personale scolastico e solo 3 inchieste IGPN (organo di controllo interno della polizia in Francia) aperte:
proiettili di gomma, lacrimogeni, manganellate, strangolamenti, immobilizzazioni a terra…

Alcuni bruciano, sfasciano, provocano: lo riconosciamo. Sebbene i media manipolino i fatti per dipingerci solo come dei violenti.
Facciamo appello alle parole dell’arcivescovo brasiliano Dom Helder:

“Ci sono tre tipi di violenza. La prima, madre di tutte le altre, è la violenza istituzionale, quella che legalizza e perpetra il dominio, l’oppressione e lo sfruttamento, quella che schiaccia e lamina milioni di uomini nei suoi ingranaggi silenziosi e ben oliati.
La seconda è la violenza rivoluzionaria, che nasce dalla volontà di abolire la prima.
La terza è la violenza repressiva, che ha lo scopo di soffocare la seconda, facendosi complice e ausiliaria della prima violenza, quella che genera tutte le altre.
Non c’è peggiore ipocrisia che chiamare violenza solo la seconda, fingendo di dimenticare la prima, che la fa nascere, e la terza, che la uccide.”

NELLA SPERANZA CHE COMPRENDIATE MEGLIO LE NOSTRE RAGIONI, se interessati: sosteneteci, parlatene, unitevi anche voi ai blocchi, proteggete i nostri compagni dalle violenze della polizia e soprattutto andate a manifestare il 6 & 7 ottobre.

 

*Parcoursup è la piattaforma nazionale francese di pre-iscrizione all’istruzione superiore, introdotta nel 2018 per sostituire APB (Admission Post-Bac). Gli studenti dell’ultimo anno delle scuole superiori vi presentano le proprie preferenze detti “desideri” (vœux); le singole università e scuole esaminano i dossier e formulano le proposte di ammissione.
Le criticità principali sono:
– mancanza di trasparenza dell’algoritmo nei processi di selezione;
– un sistema classista che rinforza le diseguaglianze sociali invece di appianarle;
– procedimenti interni alle scuole non anonimi che spingono gli studenti ad autocensurarsi nella scelta della propria formazione futura ( ad esempio, essendo l’espressione delle preferenze esaminate e validate o meno dai professori, quando uno studente ha un cattivo rapporto col prof di una determinata materia finisce per non prendere in considerazione un percorso di studi in quel campo, perché ha la quasi certezza di rimanerne escluso e “sprecare” quindi una preferenza sulle dieci disponibili);
– bias di genere dell’algoritmo, per cui ad esempio le ragazze tendono a non intraprendere percorsi di formazione scientifica.

 

LICEALI IN BLOCCO: ASCOLTARE PRIMA DI GIUDICARE
di Citoyens Engagés

Il risveglio della gioventù 

Questa settimana i liceali di tutta la Francia hanno bloccato i propri istituti. Stando alla loro lettera aperta, sono un terzo i licei interessati. Se questa cifra è esatta, non si può proprio parlarne in termini di rabbia cieca. Sono loro stessi a ribadirlo: non si tratta di casi isolati.
Questo movimento non si riduce a una somma di rabbie individuali. I liceali ci tengono a porre l’accento sul fatto di aver dato il via ai blocchi “per sostenere i licei meno privilegiati”.
Una solidarietà tra istituti che, al di là delle diseguaglianze che li separano, è cosa rara tanto alla loro età quanto ad altre. I giovani dei licei più abbienti non chiedono nulla per sé, ma si mobilitano per chi ha di meno.
Altro dettaglio che merita attenzione: la loro lettera non si rivolge alla politica, ma agli adulti.
L’invito è a non informarsi più attraverso CNEWS e Europe 1 e a leggere piuttosto il loro manifesto. Genitori e nonni sono gli interlocutori: “ascoltate i vostri figli e i vostri nipoti”.
Un modo per eludere la macchina mediatica e riappropriarsi della parola.
La rivolta dei liceali si iscrive in una lunga lista (1968, 1973, 1986, 1990, 1998, 2006, 2018) da cui traggono un’amara conclusione: come sempre, “il governo non sa che farsene di noi”.

Primo pilastro: la mancanza di risorse

I liceali denunciano le condizioni materiali in cui versa la scuola.
Affermano che il 10% degli istituti tra scuole medie e licei, ossia 6000 strutture scolastiche, sono fatiscenti. Cifre simili indicano che una fetta importante di alunni studia in condizioni di degrado.
Le infrastrutture sono il primo messaggio che una società manda ai propri figli sul valore che attribuisce alla loro istruzione.
Il volantino prosegue segnalando classi di oltre 35 alunni e l’assenza di un limite legale.
In condizioni tali, seguire gli alunni diventa una performance acrobatica: più l’effettivo è numeroso, più le sue componenti più fragili diventano invisibili. Sì parla inoltre di professori assenti e spesso non sostituiti. Ore perse che non si recuperano e che pesano soprattutto sulle spalle degli studenti le cui famiglie non possono sostenere la spesa di ripetizioni private.
Ultimo elemento del volantino: bonus cultura dimezzato in tre anni. Per molti, esso rappresenta una porta d’accesso a libri, concerti, spettacoli teatrali.
Una stretta che limita l’accesso alla cultura, in particolare in famiglie dove essa non è una realtà da dare per scontata. Quattro punti che formano un quadro chiaro: una scuola a cui si chiede sempre di più, ma con meno mezzi a disposizione. 

Secondo pilastro: una scuola che disumanizza

Il secondo punto è forse il più perturbante, poiché entra nella sfera dell’intimità.
I liceali denunciano orari non adatti al ritmo naturale degli adolescenti.
La questione del sonno e della fatica è spesso trattata con paternalismo, quando invece condiziona l’attenzione, l’apprendimento e l’equilibrio.
Seguono numeri che dovrebbero preoccupare: il 21% dei liceali è a rischio abbandono scolastico nel 2025,  il 19% ad alto rischio di depressione e 400 sono i suicidi all’anno tra gli alunni. Dati, quelli riportati sul volantino, di una gravità estrema. Sebbene si discuta circa la loro accuratezza,  tale stima racconta un malessere profondo.  Un sistema che lascia un quinto dei suoi liceali sull’orlo dell’abbandono scolastico e quasi un quinto esposto a un reale rischio di depressione non puo’ cavarsela raccontandola come una lamentela studentesca.
Quando gli studenti si dicono esausti della scuola la questione non è capire se esagerano, ma comprendere cosa ci dicono. 

Terzo pilastro: sistema d’orientamento e Parcoursup

La terza contestazione riguarda il futuro. I liceali denunciano la riproduzione delle strutture sociali: il liceo di provenienza e la fiche Avenir [documento che contiene valutazioni e pareri di professori e consiglio di classe sullo studente, ndt] hanno un peso sull’ammissione alla formazione post liceale. Il presunto merito si scontra quindi con criteri che ci ricordano da dove veniamo. Ci parlano inoltre di autocensura: ci si pone dei limiti in funzione della durata o prossimità dei percorsi formativi e la rinuncia a progetti per realismo economico e geografico. A ciò si aggiunge l’ottimizzazione delle dieci preferenze, detti “desideri” [in francese voeux, ndt], diventato ormai un gioco di strategia, in cui si fanno calcoli invece di scegliere. Un giovane di 17 anni dovrebbe poter scegliere del proprio futuro senza avere l’impressione di giocare una partita di scacchi.
Infine, un numero spietato: 126.500 alunni (ovvero il 15%) senza proposte di ammissione entro fine anno. Per ognuno di loro si tratta di un anno di sforzi che si conclude con il silenzio di una piattaforma. Quando un allievo su sette rimane senza una risposta, non si può più parlare di casi individuali, ma di un problema sistemico.

La questione della violenza

Non si può parlare di questo movimento senza parlare della violenza. E il liceali non evitano il discorso. Riconoscono che “alcuni bruciano, sfasciano, provocano”. Un’ammissione che gli fa onore: è la differenza tra un’analisi onesta e la propaganda. Ma aggiungono che i mezzi di informazione manipolano i fatti per dipingerli solamente come violenti.
Fanno poi un bilancio delle violenze da parte delle forze dell’ordine: più di 200 i feriti tra studenti e personale scolastico, con solo 3 inchieste aperte da parte dell’IGPN [organo di controllo interno della polizia in Francia, ndt]. Parlano di proiettili di gomma, lacrimogeni, manganellate, strangolamenti e immobilizzazioni a terra. Qualora queste cifre fossero confermate, lo scarto tra il numero di feriti e il numero di inchieste solleverebbe una questione di natura democratica: quando sono dei minori ad essere feriti, cosa facciamo per stabilire le responsabilità?
Riflettendo sulla violenza, i liceali citano Dom Helder, che ne distingueva tre:  “La prima, madre di tutte le altre, è la violenza istituzionale, quella che legalizza e perpetra il dominio, l’oppressione e lo sfruttamento, quella che schiaccia e lamina milioni di uomini nei suoi ingranaggi silenziosi e ben oliati. La seconda è la violenza rivoluzionaria, che nasce dalla volontà di abolire la prima. La terza è la violenza repressiva, che ha lo scopo di soffocare la seconda, facendosi complice e ausiliaria della prima violenza.”
La potenza di questa griglia interpretativa sta nel cambio di prospettiva. Una classe di 35 alunni, un liceo fatiscente, un supplente che non arriva mai: situazioni che fanno poco rumore, nessun titolo in prima pagina. Eppure sempre di violenza si tratta, nella misura in cui delle vite le rovina, senza che nessuno si assuma le responsabilità del caso. Caustico è il finale della citazione: “Non c’è peggiore ipocrisia che chiamare violenza solo la seconda, fingendo di dimenticare la prima, che la fa nascere, e la terza, che la uccide”.
Che si sia d’accordo o meno con questa linea di ragionamento, si tratta di un invito alla coerenza: se condanniamo le vetrine in frantumi, dobbiamo anche volgere lo sguardo verso ciò che, più silenziosamente, si frantuma lungo il percorso scolastico. 

Comprendere, sostenere, proteggere 

Cosa ci raccontano dunque questi liceali, al di là delle immagini di barricate di spazzatura? Ci raccontano la mancanza di risorse, d’ascolto, di prospettive. Non chiedono la fine della scuola, ma una scuola all’altezza della sua promessa. La loro lettera si conclude con una semplice speranza: che si riesca a capire meglio le loro ragioni. Ci chiedono tre cose: di sostenerli, parlarne e unirci a loro nei blocchi. L’appello è inoltre quello di proteggere i loro compagni dalle violenze delle forze dell’ordine e scendere in piazza il 6 e 7 ottobre. Possiamo pure discutere dei modi, ma non della legittimità dell’ascolto. Una società che dice di amare i propri giovani dovrebbe iniziare con l’ascoltarli, anche quando sono scomodi.

da qui


Il poliziotto che aveva provato a infiltrarsi nelle chat degli studenti francesi usando il messaggio «Bismillah, c’est les ténèbres» è stato scoperto perché prima di inviarlo si è geolocalizzato nella stazione di polizia

L’utente che su Snapchat cercava di farsi accettare nelle chat in cui i liceali francesi organizzavano i blocchi delle scuole si faceva chiamare “Moussa-tenebreu“, aveva messo nel profilo la bandiera dell’Algeria e l’emoji delle fiamme, e si presentava con una frase sola: «Bismillah, c’est les ténèbres» (nel nome di Dio, sono le tenebre). Si era però dimenticato della geolocalizzazione, che lo collocava nel commissariato di Aix-en-Provence. A raccontarlo è Quotidien, il programma di Yann Barthès sull’emittente francese TMC. La frase, di per sé, non significa niente. Mescola la formula islamica «nel nome di Dio» a un’espressione francese e vorrebbe imitare il modo di parlare dei ragazzi di periferia: il problema è che nessun ragazzo la usa. Lo stesso messaggio è arrivato più volte da profili diversi, con nomi come Mamadou e Abdellah e altre bandiere algerine, a volte seguito da uno «spaccheremo tutto». Gli utenti che l’hanno ricevuto l’hanno trovato ridicolo, hanno fatto gli screenshot e li hanno messi in rete, e l’infiltrazione è finita lì.

Da allora «Bismillah, c’est les ténèbres» è comparso su moltissimi cartelli, e lo scorso fine settimana, quando centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza in tutta la Francia a sostegno degli studenti, era ovunque. Per i manifestanti è un modo di prendere in giro i tentativi delle autorità di soffocare il movimento, e di indicare la distanza tra la loro generazione e un governo che ha respinto quasi tutte le loro richieste. In molti sottolineano anche i cliché razzisti del messaggio, che immagina una gioventù che parla arabo, usa espressioni di quartiere e fa riferimenti all’islam. «È visto come un esempio di razzismo, perché lascia intendere che chi spacca le cose sia arabo», ha detto Phèdre Quémener, liceale di Parigi, al New York Times. Il ministero dell’Interno non ha detto se i suoi agenti abbiano davvero usato quella frase, ma ha ammesso che durante le proteste gli investigatori possono creare profili con pseudonimi per comunicare con chi è sospettato di organizzare azioni illegali e raccogliere prove.

Lo slogan è uscito dalla Francia ed è arrivato anche nelle manifestazioni in Belgio e in Germania, e Greta Thunberg l’ha ripetuto in un video pubblicato da un account Instagram solidale con gli studenti, accompagnandolo con altri gesti della Gen Z, tra cui quello del «6-7», un meme diventato popolare proprio perché assurdo. Ricorda l’umorismo nero del movimento degli scarafaggi in India, anche quello guidato da studenti che chiedono scuole migliori: il nome viene da un insulto del più alto magistrato del Paese, che aveva definito i giovani disoccupati «parassiti» e «scarafaggi». In Francia le proteste sono cominciate il mese scorso in centinaia di scuole, per chiedere edifici che non cadano a pezzi, più insegnanti, classi meno affollate e orari meno pesanti. Molte manifestazioni sono rimaste pacifiche, altre no: secondo il governo almeno ventiquattro scuole sono state incendiate o devastate e ci sono stati circa ottomila arresti. Poi il movimento si è unito a quello dei sindacati e di altre organizzazioni, fino alle proteste dello scorso fine settimana (17 ottobre), segnate da disordini in tutto il Paese. A tenere insieme i manifestanti ha contribuito anche la durezza della polizia. L’ispettorato che vigila sulle forze dell’ordine sta indagando su almeno trentaquattro denunce, tra cui quella di un ragazzo di quattordici anni mutilato da una granata lacrimogena sparata da un agente a distanza ravvicinata.

da qui

L’Europa protesta, i leader scelgono la guerra - Jeffrey Sachs

 

venerdì 23 ottobre 2026

Il pane e le vetrine - Alberto Maldarella

Fisico teorico e ricercatore mi occupo di dati e IA. Provo a mettere ordine nelle cose che mi stanno a cuore e a condividerle.

Perché, in una società attraversata da disuguaglianze crescenti, una protesta contro il costo della vita può tradursi nell’assalto a una vetrina?

 

Il 17 ottobre, a Milano, una manifestazione contro il carovita è stata seguita da scontri, devastazioni e saccheggi. Il giorno successivo, gruppi di giovani sono tornati a colpire negozi e vetrine nel centro cittadino. Tra gli obiettivi anche un supermercato Carrefour e punti vendita di scarpe sportive. Le cronache riferiscono di numerosi fermati, molti dei quali minorenni.

Nello stesso fine settimana, in Francia, manifestazioni contro il costo della vita e i tagli ai servizi pubblici sono state accompagnate da episodi di violenza e saccheggio in diverse città. Contesti differenti, che sarebbe sbagliato sovrapporre automaticamente, ma che riportano al centro una questione comune: il rapporto tra disagio sociale, consumo e protesta.

La condanna dei saccheggi è semplice. Devastare un negozio non abbassa gli affitti, non aumenta i salari e non restituisce potere d’acquisto a chi fatica ad arrivare alla fine del mese. Ma fermarsi a questa constatazione significa rispondere alla domanda più immediata senza affrontare quella più interessante.

Perché, in una società attraversata da disuguaglianze crescenti, una protesta contro il costo della vita può tradursi nell’assalto a una vetrina? E perché, tra le merci sottratte, compaiono proprio oggetti come scarpe sportive e telefoni, che hanno un valore non soltanto materiale, ma anche simbolico? La domanda non serve ad assolvere chi saccheggia, ma a capire quale contraddizione stiamo guardando.

Le rivolte in nome di una concezione morale dell’economia

Nel 1971 lo storico britannico E. P. Thompson pubblicò “L’economia morale della folla inglese nel XVIII secolo”, un saggio destinato a diventare un riferimento per lo studio delle rivolte popolari.

La sua tesi si opponeva a una lettura delle rivolte del pane come esplosioni puramente istintive e dettate dalla fame. Le folle non reagivano soltanto alla scarsità: agivano anche in nome di una concezione condivisa di ciò che fosse giusto nel commercio dei beni essenziali.

Il prezzo del pane non era percepito come una questione lasciata interamente alla libertà del mercato. Esisteva un’aspettativa morale secondo cui le autorità e i commercianti avrebbero dovuto garantire approvvigionamenti regolari e prezzi compatibili con la sopravvivenza della popolazione. Quando quell’aspettativa veniva tradita, la folla poteva intervenire direttamente. In alcuni casi sequestrava il grano, lo vendeva al prezzo ritenuto equo e cercava di imporre un ordine alternativo a quello del mercato. Non era una società priva di conflitti, né ogni rivolta era necessariamente giusta o razionale. Il punto di Thompson era un altro: per comprendere un’azione collettiva bisogna ricostruire le norme, le aspettative e le relazioni sociali che le danno significato.

Il riferimento milanese è quasi inevitabile. Nel 1628, durante la carestia raccontata da Manzoni ne "I promessi sposi”, la folla assalì i forni e prese di mira il sistema di approvvigionamento del pane. La rivolta non fu soltanto una reazione alla fame: si intrecciò con la percezione di un’ingiustizia, con le aspettative sull’intervento delle autorità e con l’individuazione di responsabilità concrete.

Il paragone con oggi, naturalmente, ha dei limiti. Non possiamo attribuire ai ragazzi che hanno saccheggiato i negozi una motivazione politica unitaria, né supporre che ogni gesto risponda a una concezione condivisa della giustizia. Eppure, il confronto mette in luce una differenza importante.

Nelle rivolte del pane, il bisogno materiale incontrava un’idea di ciò che la comunità riteneva dovuto e un sistema di potere sul quale esercitare pressione. Oggi, invece, una parte della rabbia sociale sembra esprimersi attraverso l’appropriazione di merci che non soddisfano bisogni primari, ma desideri costruiti e alimentati dalla stessa società che produce l’esclusione. Il problema non è soltanto che cosa manca, ma anche che cosa si desidera, perché lo si desidera e attraverso quali strumenti si immagina di poterlo ottenere.

I consumatori esclusi

In “Lavoro, consumismo e nuove povertà”, pubblicato nel 1998, Zygmunt Bauman descrive una trasformazione fondamentale: nella società dei consumatori, l’esclusione non riguarda soltanto chi non riesce a trovare un posto nel mondo della produzione, ma anche chi non dispone delle risorse necessarie per partecipare pienamente al consumo. Il consumo non serve più soltanto a soddisfare bisogni, ma contribuisce anche a definire identità, appartenenze, status e riconoscimento sociale.

Le merci diventano segni attraverso cui ci presentiamo agli altri e misuriamo, spesso inconsapevolmente, il nostro valore. Un paio di scarpe non è più soltanto un paio di scarpe: può diventare il simbolo di un certo stile di vita, di un gruppo sociale, di una promessa di successo. Il sistema, del resto, non si limita a vendere oggetti. Produce continuamente desideri, suggerisce modelli di vita e presenta il possesso come una delle principali vie di accesso alla felicità e al riconoscimento.

Questa promessa, tuttavia, è distribuita in modo diseguale. Tutti sono esposti agli stessi modelli, non tutti dispongono delle risorse per avvicinarsi a essi. Perché rubare proprio quel paio di scarpe? Forse perché è un oggetto desiderato e non ci si può permettere di acquistarlo. Forse perché possederlo significa sentirsi parte di un mondo dal quale ci si percepisce esclusi. Forse perché il suo valore sociale supera quello materiale. Oppure, più semplicemente, perché si presenta un’occasione per rubare, senza che dietro vi sia una riflessione particolare sul consumismo. Queste spiegazioni non si escludono necessariamente e non disponiamo di elementi sufficienti per attribuire una motivazione unica a chi ha partecipato ai saccheggi.

La lettura di Bauman, dunque, non dimostra che ogni furto sia una protesta inconsapevole contro l’esclusione. Offre però uno strumento per comprendere una contraddizione: il sistema che promette riconoscimento attraverso il consumo produce anche persone che non possono permettersi ciò che viene loro presentato come desiderabile. Il consumismo può così sopravvivere persino alla contestazione delle disuguaglianze che contribuisce a generare. Si può essere arrabbiati con il sistema e, contemporaneamente, desiderare di accedere ai suoi simboli di successo.

Rubare un paio di scarpe non abolisce il privilegio, non redistribuisce la ricchezza e non mette in discussione il potere di chi controlla le risorse. Può persino riprodurre la stessa gerarchia simbolica che si vorrebbe contestare, ma proprio questa contraddizione dovrebbe interessarci, perché è troppo facile denunciare l’incoerenza di chi desidera un oggetto senza interrogarsi sul mondo che gli ha insegnato ad attribuirgli quel valore.

La frustrazione non basta: la deprivazione relativa

La distanza tra ciò che si desidera e ciò che si può ottenere è stata studiata in sociologia anche attraverso il concetto di deprivazione relativa. Il punto fondamentale è che la percezione della propria condizione non dipende soltanto dalle risorse possedute in termini assoluti, ma anche dal confronto con gli altri e dalle aspettative che si ritiene legittimo nutrire.

Non ci si sente necessariamente privati perché si possiede poco. Ci si può sentire privati perché si ritiene di meritare qualcosa che altri hanno, perché le proprie possibilità sembrano inferiori a quelle promesse dalla società o perché le prospettive di miglioramento si allontanano. Il caro affitti, la precarietà, i salari insufficienti e l’aumento del costo della vita alimentano una frustrazione materiale concreta. A questa può sommarsi una frustrazione simbolica: vedere continuamente esibiti modelli di consumo e di successo che restano fuori dalla propria portata.

Le due dimensioni possono rafforzarsi a vicenda. Non sono, però, equivalenti: la povertà non produce automaticamente invidia, né la frustrazione conduce necessariamente alla violenza. La maggioranza delle persone che vive difficoltà economiche non saccheggia negozi e la presenza di disagio sociale non basta a spiegare perché alcuni individui partecipino a un assalto e altri no.

Per capire il passaggio dalla frustrazione all’azione servono altri elementi: le occasioni, le dinamiche del gruppo, l’anonimato, l’emulazione, la percezione di impunità e la presenza, o l’assenza, di organizzazioni capaci di orientare il conflitto. La deprivazione relativa aiuta a comprendere una parte del terreno sul quale può crescere la rabbia, pur non identificando da sola la causa di ogni gesto ed è proprio qui che la questione diventa politica.

Chi educa al desiderio? E chi costruisce l’alternativa?

C’è un passaggio che rischiamo di trascurare quando discutiamo dei saccheggi: quello che riguarda l’educazione politica e culturale. Se un ragazzo impara fin da piccolo che il valore di una persona si misura attraverso ciò che possiede, non possiamo aspettarci che sviluppi spontaneamente una concezione alternativa dell’emancipazione. Se la pubblicità, gli algoritmi, gli influencer e il mercato alimentano continuamente il desiderio di acquistare, apparire e distinguersi attraverso le merci, la critica del consumismo non può limitarsi a rimproverare chi interiorizza quei modelli. E se le disuguaglianze impediscono a molti di accedere a ciò che la società presenta come normale, è legittimo domandarsi quali strumenti esistano per trasformare quella frustrazione in consapevolezza e azione collettiva.

Per decenni, partiti di massa, sindacati, associazioni e organizzazioni popolari hanno svolto, con tutti i loro limiti e le loro contraddizioni, anche una funzione educativa. Non si limitavano a raccogliere rivendicazioni: cercavano di collegare problemi individuali a cause strutturali, costruire solidarietà, organizzare il conflitto e immaginare forme di emancipazione che non dipendessero dalla capacità di ciascuno di conquistarsi individualmente una posizione migliore.

Non siamo qui certo ad idealizzare quel passato: quelle organizzazioni erano attraversate da conflitti, esclusioni e rigidità, e la loro crisi non spiega da sola ciò che accade nelle piazze, ma vale la pena chiedersi che cosa sia rimasto di quella funzione. Dove si costruisce oggi una coscienza collettiva capace di spiegare che un affitto insostenibile non è soltanto un problema individuale, che la precarietà non è un fallimento personale e che il riconoscimento sociale non dovrebbe dipendere dal marchio delle scarpe che indossiamo? Quali luoghi permettono ai giovani di trasformare la rabbia in organizzazione, la frustrazione in rivendicazione, il malessere in un progetto politico? Quando questi luoghi mancano o si indeboliscono, non scompare né il bisogno di appartenenza, né il desiderio di contare qualcosa e nemmeno la rabbia, ma può diventare più difficile dare a tutto questo un linguaggio condiviso, individuare responsabilità precise e costruire obiettivi comuni. Chiaramente non si tratta di una spiegazione automatica dei saccheggi, e non assolve chi li compie, ma è una domanda sulle condizioni che rendono possibile l’emancipazione.

Il pane e le vetrine

Tornando al confronto iniziale, nel 1628 il pane era una necessità materiale immediata. Il suo prezzo riguardava direttamente la possibilità di sopravvivere e la rivolta aveva l’obiettivo di ottenere un approvvigionamento regolare, contestare un prezzo ritenuto ingiusto, esercitare pressione sulle autorità responsabili.

Oggi il caro vita riguarda ancora bisogni essenziali: affitti, alimentazione, energia, trasporti, salari. Tuttavia l’assalto a una vetrina di scarpe non interviene su nessuno di questi problemi, non stabilisce un prezzo equo, non individua un responsabile politico e non costruisce una soluzione collettiva. Il punto non è che le persone di oggi siano peggiori di quelle di ieri. La differenza principale sta nelle forme attraverso cui il malessere viene interpretato, organizzato ed espresso.

Nelle rivolte del pane, almeno in alcuni casi, la folla cercava di imporre una propria idea di giustizia economica. Nel saccheggio di una boutique, invece, il desiderio può ridursi all’appropriazione individuale della merce. Una protesta contro le disuguaglianze rischia così di riprodurre, anziché contestare, la logica del possesso che le attraversa.

Naturalmente, non tutti i saccheggiatori hanno le stesse motivazioni e non ogni gesto deve essere caricato di un significato politico. A volte un furto è semplicemente un furto. Ma proprio per questo è necessario distinguere: comprendere il contesto non significa attribuire a ogni comportamento una coscienza che potrebbe non avere. E qui sta il paradosso più amaro: il mercato ci insegna che il valore sociale si conquista possedendo determinate merci; poi, quando qualcuno cerca di appropriarsene al di fuori delle regole, scopriamo improvvisamente che quel desiderio sarebbe incompatibile con la critica del sistema.

Il problema non è solamente il desiderio delle merci, ma anche una società che fatica a offrire altre forme di riconoscimento, altre possibilità di partecipazione, altri percorsi di emancipazione.

La risposta non può essere romanticizzare il saccheggio, né trasformare i ragazzi che vi partecipano in simboli inconsapevoli di una rivolta anticapitalista. Sarebbe un altro modo per non prenderli sul serio, attribuendo loro intenzioni che non conosciamo, ma non possiamo nemmeno accontentarci di una condanna che chiude ogni interrogativo.

Se vogliamo che la rabbia contro il carovita produca qualcosa di diverso dalla distruzione di una vetrina, dobbiamo ricostruire luoghi di partecipazione, organizzazione e formazione politica. Dobbiamo rendere credibile l’idea che si possa migliorare la propria condizione non soltanto comprando ciò che oggi non ci si può permettere, ma conquistando diritti, servizi pubblici, salari dignitosi, case accessibili e potere collettivo. Il punto è capire perché una parte della rabbia sociale fatichi a riconoscere nel pane, nella casa e nei diritti gli obiettivi di una conquista comune.

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