martedì 13 ottobre 2026

Il boicottaggio contro Israele funziona. Chiedete a Teva - Lavinia Marchetti

 

Il caso Teva, la rivolta dei sanitari britannici e la rispettabilità che le multinazionali cercano di acquistare attraverso chi dovrebbe tutelare la nostra salute.

Quindicimila sterline. Era la somma concordata fra Teva UK, filiale britannica della multinazionale farmaceutica israeliana, e il Royal College of Pharmacy, che è l’organismo professionale che rappresenta circa 34.000 farmacisti nel Regno Unito. In cambio, l’azienda avrebbe potuto esporre il proprio marchio in quattro iniziative del College, compreso il congresso annuale del prossimo 6 novembre. Per chi sa come vanno le cose nel mondo farmaceutico, non è tanto il mettere uno stand o del materiale pubblicitario, ma la rispettabilità che deriva dall’essere lì, con il proprio marchio, in qualità di partner commerciale di un’istituzione sanitaria. A un certo punto qualcuno ha avuto l’ardire di leggere il nome dello sponsor nelle locandine e di chiedere conto. Da questo è nata una lettera aperta sottoscritta da oltre mille persone, fra farmacisti e altri professionisti della salute, che ha costretto il College a riesaminare l’accordo. Il 9 ottobre è arrivata la cancellazione della sponsorizzazione del congresso, con effetto immediato. (The Pharmacist, 9 ottobre 2026)

Quindicimila sterline. Niente. Questi soldi ci parlano della facilità con cui il prestigio professionale può finire associato agli interessi economici di chi può permettersi di finanziarlo. Mi spiego meglio. In modo diretto. Se ha abbastanza soldi, e qui ne servivano davvero pochi, attraverso un accordo commerciale una multinazionale ottiene accesso a una comunità di professionisti e può associare il proprio nome alla loro autorevolezza. Chiunque lavori in ambito sanitario sa bene che la credibilità di un collegio o di un laboratorio deriva dal lavoro dei suoi iscritti e dalla fiducia dei pazienti. Immaginate di lavorare una vita per un’istituzione dove mettete il vostro nome e poi quell’istituto finisce fra le condizioni accessorie di un contratto pubblicitario, disponibile per una cifra che, considerando il fatturato di un gigante farmaceutico, ha anche qualcosa di offensivo.

Ma parliamo di Teva. L’azienda israeliana ha un passato giudiziario, sarò prudente, quantomeno turbolento, il che avrebbe dovuto suggerire una certa prudenza da parte di chi ha preso i soldi, anche prima della lettera dei farmacisti. Ad esempio, il 31 ottobre 2024 (non 50 anni fa!) la Commissione europea le ha inflitto una sanzione di 462,6 milioni di euro per abuso di posizione dominante nel mercato dei medicinali contro la sclerosi multipla. Secondo l’autorità europea, infatti, l’azienda aveva sfruttato le procedure brevettuali per ostacolare la concorrenza al Copaxone e diffuso informazioni fuorvianti su un prodotto rivale, ostacolandone l’ingresso nel mercato. Una condotta che riguarda direttamente il rapporto fra interessi industriali e accesso alle cure. Negli Stati Uniti, nell’agosto 2023, Teva Pharmaceuticals USA aveva ammesso la partecipazione a intese anticoncorrenziali sui prezzi di alcuni medicinali generici, accettando una sanzione penale di 225 milioni di dollari. Medicinali destinati a persone seriamente malate, sia chiaro. (Commissione europea, 31 ottobre 2024; Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, 21 agosto 2023)

Adesso veniamo alla Palestina, che costituisce la ragione politica della protesta. Il 26 ottobre 2023, poche settimane dopo l’inizio dell’offensiva israeliana su Gaza, Teva pubblicava sul proprio sito un comunicato intitolato Teva per Israele. L’azienda si presentava come società farmaceutica e sanitaria «nazionale» israeliana e raccontava di avere predisposto, nelle proprie cinque sedi nel paese, punti di raccolta di materiali destinati alle famiglie evacuate e alle forze di sicurezza. Circa una tonnellata e mezzo di beni, fra abbigliamento e prodotti per l’igiene, raccolti dai dipendenti e affidati all’organizzazione Pitchon Lev. Il quotidiano israeliano Ynet, descrivendo l’iniziativa, precisò che i materiali raccolti comprendevano attrezzature destinate ai soldati dell’IDF. Chiaramente l’assistenza alle famiglie israeliane sfollate dopo il 7 ottobre corrisponde a un’esigenza umanitaria, ma il sostegno materiale ai soldati dell’esercito israeliano è molto diverso. Teva ha deciso di mettere le proprie sedi e capacità organizzative a disposizione delle forze armate, proprio durante l’offensiva che stava devastando Gaza. Il materiale destinato ai militari contribuisce al loro sostentamento e alla loro operatività quotidiana, indipendentemente dalla sua natura strettamente bellica. Questa è stata una scelta aziendale, assunta pubblicamente e rivendicata con orgoglio. Un’impresa farmaceutica privata, non di stato, ha deciso di partecipare all’assistenza materiale di un esercito le cui operazioni sono state accompagnate dalla distruzione dell’assistenza sanitaria palestinese. E vorrebbe che i professionisti della salute considerassero irrilevante tale decisione quando ne valutano l’ammissibilità come sponsor.

Del resto, il rapporto fra Teva e le forze armate israeliane ha precedenti. L’inchiesta di Declassified UK ha documentato la partecipazione dell’azienda, negli anni precedenti, al programma israeliano Adopt a Battalion, attraverso il quale le imprese sostengono economicamente il benessere dei soldati appartenenti a unità combattenti. La stessa iniziativa è descritta nelle pubblicazioni ufficiali dell’esercito israeliano. A ciò si aggiungono i programmi di sostegno psicologico rivolti anche ai militari. Il rapporto fra attività farmaceutica e sostegno all’esercito appartiene dunque alla storia delle scelte aziendali di Teva. (Declassified UK, The Israeli firm aiding the NHS and IDF; IDF, programma Adopt a Battalion)Nel frattempo, a Gaza, l’Organizzazione mondiale della sanità documentava una devastazione sanitaria di proporzioni spaventose. Al 24 settembre 2026, diciannove dei trentasei ospedali della Striscia conservavano una capacità operativa soltanto parziale. Dall’ottobre 2023 sono stati uccisi oltre 1.700 operatori sanitari. Farmacisti compresi. Persone che esercitavano la stessa professione di coloro ai quali Teva intendeva presentarsi come partner commerciale in Gran Bretagna.

Facciamo un riepilogo. Un’organizzazione professionale impegnata a difendere la salute pubblica accetta di associare il proprio nome a un’impresa che ha dichiarato di sostenere materialmente anche le forze di sicurezza di uno Stato impegnato in un genocidio durante il quale ospedali e personale sanitario palestinese hanno subito una distruzione documentata. I professionisti britannici hanno giustamente protestato contro questo rapporto, ma resta da spiegare quale genere di istruttoria fosse stata compiuta prima di accettare lo sponsor e per quale ragione siano dovuti intervenire gli iscritti.

Il Royal College of Nursing, che rappresenta oltre mezzo milione di infermieri britannici, aveva già interrotto la propria collaborazione commerciale con Teva dopo le proteste di Nurses for Palestine e di altre organizzazioni. Anche in quel caso la decisione è seguita a un esame delle attività dell’azienda e delle vicende giudiziarie che la riguardavano. Due istituzioni sanitarie, nel giro di poche settimane, hanno dunque rinunciato ai rapporti commerciali con la multinazionale. Una conseguenza concreta della mobilitazione professionale, assai istruttiva per chi considera il boicottaggio solo qualcosa di simbolico. (The Guardian, 2 ottobre 2026)

La replica di Teva, tuttavia, è il particolare che preferisco. L’azienda si è dichiarata delusa e ha sostenuto che l’assistenza sanitaria funziona meglio quando rimane concentrata sui pazienti anziché essere «politicizzata». Il solito meccanismo proiettivo israeliano. Una dichiarazione alquanto sinistra, pronunciata da una multinazionale che ha accettato accordi milionari con la giustizia americana per condotte anticoncorrenziali concernenti medicinali essenziali. Per Teva, a quanto pare, la politica compare solo se un farmacista comincia a interrogarsi sugli interessi economici dello sponsor. Fino a quel momento il denaro appartiene alla sfera incontaminata della medicina.

Il precedente ucraino

Nel marzo 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, la Royal Pharmaceutical Society, dalla quale è nato l’attuale College, annunciò di avere disinvestito la maggior parte delle proprie attività direttamente collegate alla Russia e di voler completare il ritiro. La presidente Claire Anderson condannò pubblicamente l’invasione. Quindi quando si trattò di Russia, l’organizzazione aveva già riconosciuto la rilevanza politica delle proprie scelte finanziarie. Quale criterio consente di ritenere eticamente incompatibile un investimento in Russia e di accogliere, quattro anni dopo, la sponsorizzazione di una multinazionale israeliana al proprio congresso? (Pharmacy Magazine, 9 marzo 2022)

Mi piacerebbe che qualcuno rivolgesse questa domanda anche ai nostri ordini professionali, alle associazioni scientifiche e ai loro consigli direttivi. Soprattutto a quelli che tengono appassionate conferenze sull’indipendenza della ricerca, salvo poi considerare le sponsorizzazioni un innocuo capitolo del bilancio. Lo sanno, e lo sanno bene. Lo sa chiunque lavori in ambito sanitario: il finanziamento privato può incidere sulla selezione degli argomenti discussi, sulla visibilità concessa a determinate imprese e sulla reputazione pubblica di chi paga. Ovviamente nessun farmacista britannico, con questa protesta, ha chiesto ai malati di rinunciare ai farmaci necessari.

Il 9 ottobre il Royal College of Pharmacy ha cancellato la sponsorizzazione del proprio congresso. Ha espresso apprezzamento, attraverso il consueto linguaggio istituzionale, per le ulteriori verifiche che avevano consentito di individuare possibili incompatibilità con i suoi valori. Curioso, non trovate, che per ricordare quei valori al College si siano dovuti mobilitare i suoi iscritti, mentre per la Russia non ce ne fu bisogno. Ricordo ancora che per quindicimila sterline Teva avrebbe avuto il suo posto al congresso.

https://laviniamarchetti.substack.com/p/il-boicottaggio-contro-israele-funziona

Trump, Meloni e gli elettori: il patto della menzogna - Gianluca Cicinelli

 

«Potrei dirvi le cose più stupide e voi applaudireste». Donald Trump lo ha detto sabato scorso, durante un comizio in Tennessee, e i suoi sostenitori hanno applaudito. Una scena perfetta. Il presidente dell’ex principale democrazia occidentale che spiega ai suoi stessi elettori quanto siano coglioni, ricevendone un caloroso applauso a conferma.

Era una battuta? No, il soggetto è abbastanza cinico e malvagio da non temere di perdere consensi anche offendendo i suoi elettori, che comunque sapevano chi votavano: non è che Trump sia diventato soltanto oggi il personaggio meschino e arrogante che è. Ma è proprio questo il bello: il livello della comunicazione ha da tempo rotto l’argine del ridicolo, depotenziandolo da errore ad aspettativa di una gag ancora più demenziale e virale.

Della demenza trumpiana si è scritto molto, ma qui il problema è un altro. Nemmeno la stupidità degli elettori è il fattore scatenante. Il primo fattore, ormai noto, è che alla valutazione delle idee si è sostituito il riconoscimento di chi le enuncia. Una dichiarazione diventa condivisibile non perché sia fondata, ma perché proviene da «quella» persona. Trump fa Trump: se improvvisamente dicesse una cosa intelligente e sensata probabilmente perderebbe consensi. Ma anche questo ormai è il passato.

Berlusconi aveva capito che un partito poteva funzionare come un marchio commerciale, Grillo che l’indignazione sostituiva un programma, Salvini che una dichiarazione al giorno permetteva di occupare il dibattito pubblico senza risolvere il problema evocato. Meloni trasforma anche le retromarce politiche in prove di responsabilità. Renzi aveva venduto la velocità delle decisioni come garanzia della loro bontà. Esperienze diverse, ma accomunate dalla stessa intuizione: se riesci a convincere il pubblico che la tua persona è la garanzia, puoi permetterti di cambiare il prodotto senza perdere necessariamente i clienti.

E anche chi si proclama avversario di questa politica ne ha adottato il linguaggio. La comunicazione progressista denuncia la manipolazione degli elettori e contemporaneamente cerca lo slogan più efficace, la polemica più redditizia, la frase capace di ottenere il maggior numero di condivisioni. Il giornalismo completa l’opera, trasformando qualsiasi dichiarazione in uno scontro epocale, possibilmente corredato da un titolo che permetta al lettore di indignarsi senza affrontare il fastidio di conoscere i fatti. Le reazioni non sono prese di posizione sul messaggio, basato sul nulla, ma il messaggio stesso.

Ma queste analisi, trite e ritrite da anni, evitano di guardare in faccia la realtà. Gli elettori, in maggior parte, non credono davvero a tutte le sciocchezze che applaudono: sanno di essere presi in giro. Riconoscono la menzogna e la difendono, accettano consapevolmente le regole dell’inganno, purché a beneficiarne sia la propria parte. La verità non viene negata perché sconosciuta, ma perché politicamente sconveniente per le conseguenze che implica.

È il motivo per cui le campagne costruite per smascherare le bugie dei politici ottengono risultati modesti. E così anche le inchieste giornalistiche. Si continua a denunciare ciò che una parte degli elettori sa già benissimo. Si presume che dimostrare una contraddizione basti a provocare indignazione, quando quella stessa contraddizione può essere considerata un prezzo accettabile. Per vedere sconfitto l’avversario, nel migliore dei casi; per partecipare alla spartizione del bottino, in quello più probabile. Il controllo dei fatti rimane indispensabile, naturalmente, ma non può risolvere da solo un problema che non nasce necessariamente dall’ignoranza dei fatti.

Una parte dell’opposizione immagina il proprio compito come una paziente opera di smascheramento, senza interrogarsi abbastanza sulle ragioni per cui una persona dovrebbe preferire una verità politicamente scomoda a una menzogna che protegge la sua appartenenza. Perché la menzogna, in politica, non serve soltanto a nascondere qualcosa. Serve a tenere insieme un gruppo, a stabilire chi ne fa parte e chi no. Difenderla diventa allora una dimostrazione di lealtà.

La delusione effettiva dell’elettore medio, quella che lo spinge a cambiare il destinatario del suo voto, è di essere escluso dalla spartizione. Raramente la lealtà sopravvive alla delusione materiale. Gli elettori riconoscono bene i propri interessi. Bisogna piuttosto chiedersi come sia possibile che il riconoscimento simbolico finisca talvolta per compensare l’assenza di risultati concreti. Se Trump e Meloni perderanno le elezioni non sarà perché sono due populisti cinici e incuranti della povertà e della morte che producono, il primo sparando direttamente per le strade, la seconda facendo affogare i migranti in mare.

Per questo, quando si dice che la sinistra ormai è quella della ZTL, ovvero quella che risiede in quartieri che con le classi sociali originariamente sostenute dalla sinistra non hanno più nulla a che fare, si sta dicendo che la materialità della proposta politica di quella roba che ancora definiamo nominalmente sinistra non ha nulla a che fare con i ceti meno abbienti. E siccome chi sta meglio è sempre meno numeroso di chi sta peggio — che detta così è una volgarizzazione di censimenti e ricerche sociologiche che confermano in termini più autorevoli e nobili queste parole rozze — la cosiddetta sinistra perderà sempre più terreno proprio perché numericamente meno consistente nella popolazione a cui si rivolge.

Ecco perché Trump, Meloni, Salvini, Schlein, Conte e Fratoianni-Bonelli possono raccontare balle impunemente. L’elettorato non si aspetta più, da molto tempo, che dicano la verità. L’elettorato ha creduto che tagliando le pensioni ai parlamentari e riducendo il numero dei parlamentari stessi si potessero sanare i bilanci italiani. Bastava fare due conti prima per sapere che era falso.

Così come, se ci prendessimo davvero la briga di fare due conti, sapremmo con matematica certezza che la giusta richiesta di ridurre le spese militari e per gli armamenti, che viene contrapposta a ogni carenza del welfare, è una bugia propagandistica, perché, se per paradosso persino le eliminassimo del tutto, ci ritroveremmo comunque con i buchi nel welfare, in quanto il risparmio da solo non basterebbe a coprire la spesa sociale richiesta. Al netto del fatto che, quando il centrosinistra governa, e ha governato anche a lungo, non la riduce comunque, quella spesa di morte.

Ecco perché il potere, come nel caso di Trump da cui siamo partiti, può permettersi di insultare i suoi elettori senza temere ricadute nell’urna. Del «vero» non importa nulla a nessuno. Il «vero» è uscito dal dibattito da vent’anni a questa parte. La dicotomia attuale è merce cara/merce a buon prezzo.

L’elettore non sta acquistando una soluzione ai problemi collettivi, ma un vantaggio individuale, anche minimo, in un contesto nel quale non crede più possibile ottenere una trasformazione generale delle proprie condizioni. La politica delle «mancette» non prospera necessariamente perché gli elettori sono ingannati, ma perché hanno smesso di aspettarsi qualcosa di più.

Chi vende merce al prezzo più basso vince, anche se guadagna per sé cifre enormi. La politica delle «mancette» attraversa ormai destra e sinistra, mentre la comunicazione politica e giornalistica ne ha assimilato perfettamente la logica. Non si tratta più di convincere qualcuno che domani vivrà meglio, ma di persuaderlo che oggi gli conviene accontentarsi. E forse la più grande vittoria di questo sistema non è aver insegnato ai politici a mentire impunemente, ma aver convinto gli elettori che pretendere qualcosa di più sia diventato irragionevole. Applauso.

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La salvifica disfatta occidentale - Tommaso Merlo

Più la sconfitta dell’Europa con la Russia sarà devastante, più impedirà ai responsabili di riciclarsi e favorirà un sacrosanto cambiamento radicale. Devono saltare i governi complici che si sono rifiutati di fare il loro lavoro e cioè di negoziare con Mosca insistendo ad inviare soldi ed armi a Kiev anche quando era evidente la drammaticità della situazione sul campo e sono emersi immondi scandali di corruzione. Incapaci o venduti non importa, devono risponderne e levarsi dai piedi. Poi c’è la Commissione Europea finita anch’essa in balia della mafia bellica, le scene agghiaccianti di personaggi urticanti come la Von der Leyen e la Kallas che fanno a gara a chi è la più guerrafondaia, non si devono più ripetere. Non è questa l’Europa che avevano in mente i fondatori e nemmeno chi ha creduto al progetto continentale. L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è di un baraccone burocratico che ci spolpa ingiustamente, che ci sottrae ulteriore sovranità e che addirittura ci trascina in guerra senza nemmeno uno straccio di perché. O l’Europa è espressione dei popoli e garanzia di pace oppure meglio farne a meno o limitarla ad una associazione commerciale e monetaria. Poi c’è la Nato diventata la principale minaccia alla nostra sopravvivenza e che va soppressa per reiterato fallimento politico e militare. E al più presto, prima che riesca a scatenare la terza guerra mondiale. Dobbiamo investire nella pace e non nella guerra e con la Russia dobbiamo convivere pacificamente nel reciproco interesse. Ricostruire un rapporto sano è possibile perché i russi sanno dell’enorme fossato che separa i popoli europei dalle loro classi deficienti. La russofobia è una infezione che colpisce principalmente arrivisti e conformisti elitari, greggi di inglesi in crisi di astinenza coloniale e ignare vittime della propaganda di sistema camuffata da informazione. I popoli europei vogliono la pace e una politica che si occupi piuttosto della loro qualità della vita in caduta libera. Non dovrebbe mancare molto prima che la bandiera bianca sventoli su Kiev ma affinché certe tragedie non si ripetono mai più, dovrà presto sventolare anche su Bruxelles. Poi ci sono gli Stati Uniti e più la sconfitta con l’Iran sarà devastante più la loro becera egemonia finirà dove merita e cioè tra i liquami della storia. Da leader del mondo libero sono diventati uno stato canaglia per colpa di una morsa micidiale. Da una parte un capitalismo fuori controllo che si è comprato anche il cuore e il cervello delle persone e dall’altra il fascismo pseudo religioso, tutta quella melma di bigotti e fanatici che si riempiono la bocca di scempiaggini bibliche pretendendo di agire in nome di Dio salvo poi farlo in nome di satana. L’arrivo di gentaglia miliardaria come Trump e Musk alla Casa Bianca non è certo un caso ma il risultato di un processo di depravazione culturale e quindi sociale e quindi democratica che ha sostanzialmente rimpiazzato la società col mercato, i cittadini coi dollari e le classi dirigenti con una manica di malfattori oligarchici. È notizia di questi giorni che il capo del Pentagono Hegseth vuole trasmettere in diretta streaming la fucilazione di un condannato a morte oggi in sedia a rotelle. Hegseth è un alcolizzato messo lì perché sbaciucchiava alla grande il deretano di Trump quando lavorava come conduttore televisivo. Scene barbariche da fine impero e personaggi squallidi ideali per guidare la disfatta. Dopo decenni a spargere sangue e caos prendendosela coi più deboli, gli Stati Uniti stanno sbattendo il grugno contro la ferrea resistenza iraniana mentre il mondo intero sogna la fine della loro delirante egemonia e l’inizio di una sensata era multipolare. Che un paese ricco pretenda di imporre con la forza delle armi e dei ricatti finanziari la propria volontà a casa d’altri, non è giusto e non funziona. E ancora meno se quel paese egemone è talmente corrotto da poter essere scalato e sfruttato da qualsiasi mafia lobbistica. Tipo lo stato profondo con le sue guerre permanenti, tipo i potentati economici con le loro guerre petrolifere, tipo il sionismo col suo delirante progetto coloniale. Non è giusto, non funziona ed è pericolosissimo. A pensarlo per primi sono i cittadini americani che da anni chiedono pace e una politica che si occupi della loro qualità della vita in caduta libera. È quindi lecito essere ottimisti. La sconfitta contemporanea di Europa e Stati Uniti non è mai stata così possibile e prossima, la speranza è che sia talmente devastante da impedire ai responsabili politici di riciclarsi e al contrario favorire un sacrosanto cambiamento radicale in nome della pace e di una democrazia sana.

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lunedì 12 ottobre 2026

Israele, condannato Ofer Cassif: il dissenso contro il genocidio rischia di perdere la voce in Parlamento


Il deputato comunista di Hadash, da anni impegnato contro l’occupazione e per i diritti dei palestinesi, è stato condannato per uno scontro con la polizia durante una protesta a Masafer Yatta. Dopo il tentativo fallito di escluderlo dalle elezioni, ora rischia il carcere e il seggio alla Knesset.

Una condanna penale a pochi giorni dalle elezioni israeliane, dopo che la Corte Suprema aveva appena respinto il tentativo di impedirgli di candidarsi. Ofer Cassif, parlamentare comunista ebreo di Hadash, una delle voci più riconoscibili dell’opposizione israeliana all’occupazione dei territori palestinesi, è stato riconosciuto colpevole l’8 ottobre dal Tribunale di Gerusalemme di aggressione aggravata nei confronti di un agente di polizia. La vicenda risale al maggio 2022, quando Cassif cercava di raggiungere una manifestazione contro l’espulsione dei palestinesi dalle loro abitazioni a Masafer Yatta, nelle colline a sud di Hebron. La pena sarà discussa il prossimo gennaio e potrebbe comprendere la reclusione. In determinate condizioni, la condanna potrebbe comportare anche la perdita del seggio parlamentare. Cassif denuncia una persecuzione politica contro chi si oppone all’occupazione e ai crimini commessi nei confronti del popolo palestinese.

A rendere particolarmente significativo il caso è la successione degli avvenimenti. Il 23 settembre la Commissione elettorale centrale israeliana aveva votato per escludere Cassif dalla competizione elettorale del 27 ottobre, accogliendo una richiesta sostenuta dal Likud. Il 2 ottobre, tuttavia, la Corte Suprema aveva respinto la sua esclusione con una maggioranza di sette giudici contro due, ritenendo insufficienti gli elementi presentati. Nella stessa decisione i giudici avevano annullato anche i provvedimenti di esclusione contro le liste arabe Joint List e Ra’am. A distanza di appena sei giorni è arrivata la condanna penale per fatti avvenuti oltre quattro anni prima. Non esistono elementi sufficienti per affermare che le due procedure siano state coordinate, ma la loro successione alimenta inevitabilmente il confronto sullo spazio politico concesso all’opposizione anticolonialista e alla rappresentanza palestinese dentro le istituzioni israeliane.

A denunciare la gravità della vicenda è Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista, che ha ricevuto un messaggio direttamente da Cassif e ha espresso la solidarietà del partito al parlamentare israeliano. Nel messaggio, Cassif ricorda di essere stato condannato per un episodio avvenuto durante una manifestazione contro la pulizia etnica a Masafer Yatta e sottolinea che a gennaio potrebbe trovarsi davanti a conseguenze capaci di allontanarlo dalla Knesset o di portarlo in carcere. Per il deputato si tratta di un caso di persecuzione politica, al quale intende rispondere proseguendo la propria attività contro l’occupazione.

La ricostruzione giudiziaria dell’episodio è controversa. Secondo l’accusa, Cassif avrebbe urtato con la propria automobile la gamba di un agente della polizia di frontiera e successivamente lo avrebbe colpito alla testa durante un alterco. Il tribunale ha ritenuto provate le condotte e non ha accolto la tesi della legittima difesa, sostenendo che la reazione del parlamentare fosse sproporzionata rispetto al contatto fisico precedente da parte del poliziotto. Cassif e la sua difesa hanno contestato la ricostruzione accusatoria, denunciando il comportamento degli agenti che gli impedivano di raggiungere la manifestazione. La possibile impugnazione della sentenza resta aperta. È dunque necessario distinguere l’accertamento compiuto dal tribunale dalla valutazione politica che Cassif formula sul procedimento e sul suo contesto.

Ma per comprendere il significato della vicenda bisogna partire da Masafer Yatta, non dall’aula del tribunale. Si tratta di un insieme di comunità palestinesi nelle colline a sud di Hebron, sottoposte da decenni alla minaccia di espulsione e demolizione dopo che Israele ha classificato una vasta porzione del territorio come zona militare destinata alle esercitazioni. Nel maggio 2022 una decisione della Corte Suprema israeliana aveva aperto la strada all’allontanamento di numerosi abitanti. Proprio contro quella decisione si erano mobilitati palestinesi e attivisti israeliani. Cassif cercava di raggiungerli quando venne fermato dalla polizia. La vicenda di quelle comunità è stata raccontata anche da No Other Land, il documentario israelo-palestinese premiato con l’Oscar nel 2025, che mostra la distruzione delle abitazioni, la pressione militare e la resistenza quotidiana degli abitanti.

È questo il contesto politico che rischia di scomparire quando l’intera vicenda viene ridotta alla presunta aggressione di un parlamentare contro un agente. La protesta riguardava il diritto di intere comunità palestinesi a continuare a vivere sulla propria terra. Cassif si trovava lì per sostenere quella mobilitazione, coerentemente con un’attività politica che da anni lo vede impegnato contro l’occupazione militare e a favore dell’uguaglianza dei diritti tra israeliani e palestinesi. La sua posizione è particolarmente significativa perché è un parlamentare ebreo eletto nelle file di Hadash, formazione della sinistra comunista e arabo-ebraica che rifiuta la contrapposizione etnica come fondamento della rappresentanza politica. La sua stessa presenza nella Knesset contraddice l’idea che criticare radicalmente il sionismo, l’occupazione o le politiche del governo israeliano equivalga necessariamente a esprimere ostilità verso gli ebrei.

La condanna arriva inoltre dopo una lunga serie di iniziative istituzionali contro Cassif. Nel febbraio 2024 la Knesset aveva tentato di espellerlo per il sostegno espresso al ricorso del Sudafrica davanti alla Corte internazionale di giustizia, che accusava Israele di violare la Convenzione sul genocidio nella Striscia di Gaza. La proposta non aveva raggiunto la maggioranza qualificata richiesta: 85 voti favorevoli, cinque meno dei 90 necessari. Da allora il deputato ha continuato a subire sospensioni parlamentari e contestazioni per le sue dichiarazioni sulla guerra e sull’occupazione.

Un altro episodio ha mostrato quanto il suo dissenso sia diventato scomodo anche all’interno del Parlamento. Il 13 ottobre 2025, durante il discorso di Donald Trump alla Knesset, Cassif e il deputato Ayman Odeh hanno esposto cartelli con la richiesta di riconoscere la Palestina, venendo immediatamente allontanati dall’aula. Il gesto ha interrotto una cerimonia segnata dall’omaggio politico al presidente statunitense e ha portato dentro il Parlamento israeliano una questione che quella rappresentazione istituzionale tendeva a lasciare ai margini: i diritti nazionali e politici dei palestinesi.

La vicenda di Cassif mostra dunque un conflitto che attraversa più livelli. C’è il piano giudiziario, sul quale una sentenza ha riconosciuto la responsabilità penale del parlamentare e sul quale restano possibili ulteriori passaggi. C’è il piano istituzionale, segnato dai tentativi di esclusione elettorale e dalle sospensioni. E c’è soprattutto il piano politico, che riguarda la possibilità di opporsi all’occupazione e denunciare i crimini contro i palestinesi senza essere progressivamente espulsi dagli spazi della rappresentanza. La Corte Suprema ha finora impedito che il tentativo di esclusione elettorale producesse il risultato voluto dai suoi promotori, ma la nuova condanna apre un problema differente: qualora venisse riconosciuta una particolare gravità morale del reato e la decisione diventasse definitiva, Cassif potrebbe perdere il seggio. Un’eventuale pena detentiva comporterebbe inoltre la sospensione dall’attività parlamentare durante la reclusione.

Nel messaggio trasmesso ad Acerbo, Cassif interpreta la condanna come un ulteriore passaggio di una pressione politica rivolta contro chi denuncia l’occupazione e difende una prospettiva di pace fondata sull’uguaglianza. Il parlamentare insiste sulla necessità di continuare la lotta contro lo spargimento di sangue e per una convivenza tra i due popoli. Acerbo, a nome di Rifondazione Comunista, ha espresso piena solidarietà al deputato, ricordandone l’impegno contro la distruzione di Gaza e le violazioni dei diritti del popolo palestinese.

La questione supera comunque il destino personale di Ofer Cassif. Riguarda la possibilità che dentro Israele continui a esistere un’opposizione politica capace di mettere in discussione non soltanto le scelte di Netanyahu, ma le strutture dell’occupazione e della disuguaglianza. La differenza è sostanziale. Contestare un governo non significa necessariamente contestare il sistema che rende possibile la dominazione militare sui palestinesi; Cassif appartiene invece a quella minoranza politica che mette direttamente in discussione l’occupazione, la discriminazione e la negazione dei diritti nazionali palestinesi.

È proprio per questo che il caso merita attenzione internazionale. Una democrazia non si misura soltanto attraverso lo svolgimento delle elezioni, ma anche dalla possibilità per le minoranze politiche di parteciparvi, esercitare il mandato parlamentare e contestare le politiche dello Stato. Il fatto che la Corte Suprema abbia respinto l’esclusione di Cassif e delle liste arabe rappresenta una garanzia istituzionale concreta; il fatto che continuino a svilupparsi procedimenti e iniziative capaci di incidere sulla loro rappresentanza mostra quanto quel terreno rimanga conflittuale.

Il prossimo gennaio si conosceranno le conseguenze penali della condanna. Nel frattempo Cassif continua a rivendicare la propria opposizione all’occupazione e la solidarietà con il popolo palestinese. La sua vicenda pone una domanda che va oltre il singolo procedimento: quale spazio può avere una voce che denuncia le responsabilità dello Stato dall’interno delle sue istituzioni, quando proprio quella denuncia viene considerata da una parte del potere politico una forma di delegittimazione nazionale? È una domanda che riguarda Israele, ma anche tutte le democrazie nelle quali il dissenso radicale viene sempre più frequentemente affrontato attraverso strumenti giudiziari, disciplinari e di esclusione politica.

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La terapia e il dolore incontenibile della Palestina - Samah Jabr


Giovedì 6 agosto 2026, ore 9:57 – Ora di Gerusalemme

Nelle ultime due settimane non sono riuscita a raggiungere il mio ambulatorio di Nablus a causa degli attacchi dei coloni e della chiusura delle strade. Pochi giorni dopo, non ho potuto raggiungere nemmeno il mio ambulatorio di Al-Ram a causa dell’operazione militare nel campo profughi di Qalandia.
Ho dovuto cancellare gli appuntamenti e contattare i miei pazienti per spiegare che la mia assenza non era una decisione professionale o personale, bensì la conseguenza di una realtà politica che interferisce con ogni aspetto della vita, compreso il trattamento psicologico.

Dopo aver terminato la telefonata con il mio ultimo paziente, mi sono ritrovata a riflettere su una domanda inquietante: cosa succede a uno psichiatra quando si trova ad affrontare le stesse circostanze che hanno causato il dolore dei suoi pazienti?
Nel corso dei miei anni di pratica psichiatrica, una parte fondamentale della mia missione è stata quella di offrire uno spazio in cui le persone possano esprimere il proprio dolore e trasformarlo da un’esperienza travolgente in qualcosa su cui riflettere.
La nostra missione non è mai stata quella di eliminare la sofferenza – non è sempre possibile – ma piuttosto di accompagnare le persone nel loro tentativo di ritrovare un senso nella vita e la capacità di andare avanti. Ma ciò che stiamo vivendo oggi pone nuove domande alla nostra professione. Cosa succede quando il trauma non è un evento passato, ma una realtà continua? Cosa succede quando un paziente arriva in clinica durante una tragedia, portando con sé le ferite sanguinanti invece dei ricordi di eventi passati?

Dal genocidio di Gaza, le nostre cliniche accolgono una comunità che vive un dolore immenso. I pazienti arrivano portando con sé il peso della perdita dei propri cari, la paura per le loro famiglie, le esperienze di sfollamento, la fame, le minacce e un senso di sicurezza infranto, pur sapendo che il pericolo è tutt’altro che finito.
Anche in Cisgiordania, raid, posti di blocco, violenze dei coloni, arresti e blocchi stradali sono diventati parte della nostra quotidianità.
In mezzo a tutto questo, lo psichiatra si sente smarrito. Non siamo formati per trattare questo tipo di dolore psicologico in condizioni che mancano persino delle più elementari norme di sicurezza.
Spesso descriviamo l’impatto del lavorare con una sofferenza così intensa con termini come “trauma secondario” o “stress compassionevole”. Questi concetti sono importanti per comprendere cosa accade ai terapeuti che sono costantemente esposti a narrazioni di dolore.
Ma non sono sufficienti a descrivere la nostra esperienza in Palestina.
Questo concetto implica che terapeuta e paziente condividano non solo l’empatia per il dolore, ma anche la stessa discriminazione e la stessa struttura che genera lo stesso dolore. Entrambi sperimentano le stesse limitazioni di movimento, la stessa incertezza, la stessa paura per i propri cari e la stessa esposizione a una realtà politica che si insinua nella vita quotidiana. Il medico non si limita a curare la ferita dall’esterno; al contrario, cerca di curarla mentre sanguina a sua volta, e si sforza di nascondere le proprie ferite durante il lavoro. Questo cambia la natura stessa della relazione terapeutica.

Il terapeuta, in questo contesto, non è semplicemente un testimone della sofferenza dell’altro, né un mero portatore dei sentimenti del paziente. È anche un essere umano che vive le conseguenze della stessa traumatica esperienza storica.
In queste circostanze, il concetto stesso di contenimento viene messo alla prova in modo senza precedenti. Abbiamo imparato che il ruolo del terapeuta è quello di accogliere il dolore che il paziente non riesce a sopportare e di aiutarlo a trasformare il terrore in parole e il caos in significato. Ma ciò che vediamo oggi a Gaza e in Cisgiordania a volte supera la capacità di contenimento del terapeuta.
Non è perché il terapeuta abbia perso la sua competenza, né perché l’umanità si sia indebolita, ma perché l’entità, la persistenza, l’ampiezza e la natura collettiva della sofferenza superano i limiti per cui sono stati progettati i nostri strumenti psicologici tradizionali.
Ci sono momenti in cui al terapeuta viene richiesto non solo di contenere il dolore altrui, ma anche di riconoscere i limiti della propria capacità umana di tale contenimento. Forse riconoscere questi limiti fa parte dell’integrità professionale, perché negarli può trasformare il terapeuta da essere umano presente in una macchina che funziona fino al collasso.

La domanda con cui dobbiamo confrontarci è: come ci proteggiamo quando il dolore e le minacce si nascondono dietro ogni angolo? Se ciò che stiamo affrontando trascende i concetti di trauma secondario e burnout, e se viviamo una realtà condivisa e opprimente con i nostri pazienti, allora la risposta non può essere meramente individuale. Non possiamo chiedere al terapeuta di farsi carico del peso di un’intera società e poi ridurre la soluzione a consigli sul comfort o sull’adattamento personale.
Innanzitutto, è necessario un riconoscimento collettivo del fatto che anche il terapeuta stesso ne risente. Questo riconoscimento non è una debolezza professionale, bensì un prerequisito per la sopravvivenza della professione.
Devono esistere spazi in cui i professionisti della salute mentale possano parlare delle proprie esperienze ed elaborare ciò che portano dentro, non come pazienti, ma come esseri umani che svolgono un lavoro straordinario in circostanze straordinarie. Dobbiamo inoltre passare dal modello del singolo terapeuta che sopporta la sofferenza da solo a un modello di sostegno collettivo.
In tempi di calamità, il sostegno non può essere fornito da una sola persona. Il terapeuta ha bisogno di una rete: colleghi, supervisione, solidarietà professionale e spazi di riflessione condivisa. Inoltre, dobbiamo sviluppare un linguaggio e approcci psicologici radicati nella realtà delle società che vivono una violenza continua.
Alcuni traumi non derivano da un singolo evento concluso, ma da una realtà persistente che riproduce paura e perdita.
Ciò richiede approcci che considerino l’individuo nel suo contesto storico, sociale e politico, non semplicemente come un elenco di sintomi. Nonostante tutto ciò, dobbiamo preservare il significato della terapia. In un contesto che mira a distruggere il senso di dignità e umanità, preservare il pensiero, la connessione umana e la capacità di ascolto diventa un atto di autoconservazione.

Questo è un invito a riconoscere una verità professionale e storica: un’intera generazione di professionisti della salute mentale ha vissuto un’esperienza senza precedenti, costretta a trattare gli effetti della violenza in corso e al contempo a vivere nel suo contesto.
Quanto accaduto a Gaza, e quanto sta accadendo in Cisgiordania e a Gerusalemme, non sta mettendo alla prova solo la resilienza degli individui, ma anche i concetti stessi della psichiatria: il significato di trauma, contenimento, neutralità e terapia in un contesto pervaso da minacce e dolore.
Dobbiamo documentare questa esperienza, anche se non possediamo tutte le risposte, perché siamo testimoni di un momento storico che sta rimodellando la nostra comprensione di cosa significhi essere un terapeuta in un’epoca di violenza collettiva.

La psichiatria non si scrive solo nei libri e nelle teorie. Si scrive anche nelle piccole stanze di terapia, nei corridoi chiusi, nelle telefonate in cui ci scusiamo con i pazienti per non essere riusciti a contattarli, e nella lotta quotidiana per preservare la nostra umanità quando viene spinta al limite. Potremmo non essere in grado di contenere tutto il dolore che ci circonda, ma possiamo rifiutarci di lasciarlo passare inosservato.
E insieme, possiamo costruire nuovi spazi di contenimento: collettivi, professionali e umani, che ci aiutino a continuare a proteggere ciò che la violenza cerca di distruggere sopra ogni altra cosa: la capacità umana di pensare, di sentire e di vedere gli altri come esseri umani.

(Traduzione a cura di Maria Nadotti)

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domenica 11 ottobre 2026

Putin vince, l’Europa è lo scemo del villaggio globale - Alberto Capece

L’Europa, grazie ai suoi milieu politici di infimo livello sia a livello nazionale che comunitario, è stata gravemente ferita dalla rinuncia alle risorse energetiche russe e oggi viene finita da quello che era, sì, il padrone, ma che per vecchio e inveterato inganno, veniva chiamato amico. Trump nella sua disperata ricerca di qualcosa che faccia diminuire il prezzo dei carburanti e la devastazione che essi stanno portando alla sua campagna elettorale, si è persino attaccato alla Russia per ottenere gasolio e per questo ha mandato a remengo Zelensky e i suoi amici europei che a tutti i costi vogliono  colpire le raffinerie russe, una delle poche cose che rimangono da fare per alimentare una guerra che sta per estinguersi. Insomma gli europei prima sono stati indotti a partecipare alla preparazione della guerra ucraina, poi a spendere centinaia di miliardi in armi e in cessi d’oro e ora vengono abbandonati al loro destino. Insomma hanno fatto la figura degli scemi del villaggio globale.

Tutto è paradossale in questa vicenda perché gli attacchi ucraini sono stati concepiti e diretti dai servizi occidentali e in particola dalla Cia; perché i danni sono stati enfatizzati oltre ogni limite di decenza, facendo credere che carenze locali di gasolio avessero inferto un colpo mortale alla Russia (e Putin glielo ha fatto credere, preparando la trappola), mentre ora si scopre che Mosca può vendere senza problemi il proprio gasolio, come del resto fa nei confronti di altri Paesi; perché le quantità concordate, anche ammesso che arrivino, non costituirebbero che due settimane scarse di consumo statunitense; perché comunque l’operazione, sempre che vada in porto, cosa della quale c’è fortemente da dubitare, non aumentano le quantità totali di diesel a disposizione nel mercato globale, ma solo la loro destinazione.

Questo i famosi mercati lo sanno benissimo, ma The Donald spera di poter tamponare la situazione per le tre settimane che lo separano dalle urne di mezzo termine: ciò che si propone di fare è dire agli americani: vedete, sto facendo qualcosa per diminuire i prezzi. Che poi le lobby sioniste e i bastardi dei servizi glielo consentano davvero, è un altro discorso.  Tuttavia per ottenere questo traballante scopo ha dato un calcio nel didietro ai suoi amici d’oltre atlantico. Mentre il cocainomane di Kiev  viene trattato con la cura di un nano da giardino da Berlino, Bruxelles, Londra, Parigi e persino dalla vaiassa romana del mercatino rionale, Trump lo sta buttando a mare: “Penso che sia giunto il momento per l’Ucraina di avere un nuovo presidente. Zelensky avrebbe potuto risolvere questa guerra molte volte. Molte, molte volte. E ha scelto di non farlo”. Ciò ovviamente non è vero perché Zelensky non è altro che una marionetta in mano agli occidentali sin da quando faceva il presidente del popolo (quello che ha poi sterminato)  in una serie televisiva, fa ciò che gli si dice, ma proprio per questo la sconfessione del duce di Kiev equivale a una dichiarazione di sconfitta. Il presidente americano che telefona a Putin chiedendogli di dargli una mano, è come se fosse andato sulla Piazza Rossa con una bandiera bianca. Il capo dell’Occidente riconosce che non può più imporre a chiunque  la propria volontà e che anzi è costretto a chiedere aiuto, dichiara di essere ormai la minoranza del mondo. Un espediente elettorale apre uno squarcio enorme nella tela della storia. 

In più l’ultimo sberleffo all’Europa: nelle conversazioni che si sono tenute in questi giorni è venuta fuori l’idea di ricostruire il Nord stream grazie a una joint venture tra una società russa e una americana: se dunque il gas dovesse un giorno tornare a fluire lo farebbe con il controllo di una società americana che ovviamente lucrerebbe a più non posso sui prezzi. Se fossi nei leader europei, presenti e passati penserei a un dignitoso suicidio collettivo, a un seppuku riparatore dopo aver compromesso la vita di 400 milioni di cittadini. Disgraziatamente essi sono stati scelti proprio per la mancanza di dignità. Resteranno finché non li caccerà via o finché non marciranno.

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sabato 10 ottobre 2026

La sorellanza è forza. In memoria di Robin Morgan

 

«La donna che ha scritto questo Credo sa cosa ho nel cuore». SBONGA, Direttrice del Women’s Crisis Bureau di Soweto (Sudafrica), commentando il manifesto del Movimento delle donne sudafricane che riportava A Woman’s Creed (Il Credo di una donna).

La stesura di A Woman’s Creed fu richiesta personalmente dalla compianta Bella Abzug, ex deputata del Congresso, in occasione del Women’s Global Strategies Meeting (Incontro sulle strategie globali delle donne) del novembre 1994 — promosso dalla WEDO (Women’s Environmental and Development Organization) e frequentato da 148 donne provenienti da 50 paesi — affinché fungesse da dichiarazione di intenti e visione per l’organizzazione. Morgan si confrontò con numerose donne, tra cui le compiante Perdita Huston (USA) e Sima Wali (Afghanistan) e l’italiana Paola Melchiori, prima di ritirarsi nella sua camera d’albergo e scrivere A Woman’s Creed nel corso di una notte.
Il testo fu immediatamente adottato e presto tradotto; debuttò alla Quarta Conferenza mondiale sulle donne delle Nazioni Unite, tenutasi a Pechino (Cina) nel 1995, sotto forma di opuscolo contenente il Credo in arabo, cinese, inglese (lingua originale), francese, persiano/farsi, russo, sanscrito e spagnolo. Il testo è stato pubblicato in Robin Morgan, “Cassandra non abita più qui”, Ed. La Tartaruga, Milano 1996. 

Il Credo di una donna

Noi, esseri umani e donne, sospese sull’orlo del nuovo millennio.
Noi siamo la maggioranza della specie, ma abbiamo abitato nell’ombra.
Noi le invisibili, le analfabete, le sfruttate, le profughe, le povere.
E noi votiamo: mai più.
Noi siamo le donne affamate – di riso, casa, libertà, delle altre, di noi stesse.
Noi siamo le donne assetate – di acqua limpida e risate, di letture, d’amore.
Noi siamo esistite in tutti i tempi, in ogni società.
Siamo sopravvissute al nostro sterminio.
Ci siamo ribellate – e abbiamo lasciato dei segni.
Noi siamo la continuità, intessiamo il futuro col passato, la logica con la poesia.
Noi siamo le donne che tengono duro e gridano Sì.
Noi siamo le donne dalle ossa, voci, menti, cuori spezzati – eppure siamo le donne che osano sussurrare No.
Noi siamo le donne la cui anima nessuna gabbia fondamentalista può contenere.
Noi siamo le donne che rifiutano di permettere che si semini morte nei nostri giardini, nell’aria, nei fiumi, nei mari.
Noi siamo, tutte e ciascuna, preziose, uniche, necessarie.
Noi fatte più forti, benedette, sollevate perché non uguali.
Noi siamo le figlie del desiderio. Noi siamo le madri che daranno alla luce la politica del XXI secolo.
Noi siamo le donne da cui gli uomini ci hanno messo in guardia.
Noi siamo le donne che sanno che tutte le questioni ci riguardano, che reclamano il loro sapere, reinventeranno il loro domani, discuteranno e ridefiniranno ogni cosa, incluso il potere.
Sono decenni ormai che lavoriamo a dar nome ai dettagli del nostro bisogno, rabbia, speranza, visione. Abbiamo rotto il nostro silenzio, esaurito la nostra pazienza.
Siamo stanche di enumerare le nostre sofferenze – per intrattenere o essere semplicemente ignorate.
Ne abbiamo abbastanza di parole vaghe e attese concrete; abbiamo fame d’azione, dignità, gioia. Intendiamo fare di meglio che resistere e sopravvivere.
Hanno tentato di negarci, definirci, piegarci, denunciarci; ci hanno messe in prigione, ridotte in schiavitù, esiliate, stuprate, picchiate, bruciate, asfissiate, seppellite – e ci hanno annoiate.
Ma niente, neppure l’offerta di salvare il loro agonizzante sistema, ci può trattenere.
Per migliaia di anni le donne hanno avuto responsabilità senza potere, mentre gli uomini avevano potere senza responsabilità.
Agli uomini che accettano il rischio di esserci fratelli offriamo un equilibrio, un futuro, una mano. Ma con loro o senza di loro, noi andremo avanti.
Perché noi siamo le Antiche, l’Essere Nuovo, le Native venute per prime e rimaste, indigene come nessuno. Siamo la bambina dello Zambia, la nonna della Birmania, le donne del Salvador e dell’Afghanistan, della Finlandia e di Fiji.
Siamo canto di balena e foresta pluviale; l’onda sommersa del mare che monta, immensa, a spezzare in mille frammenti il vetro del potere.
Siamo le perdute e le disprezzate che, piangendo, avanzano nella luce.
Questo noi siamo.
Siamo intensità e energia.
Siamo i popoli del mondo che parlano – che non aspetteranno più e non possono essere fermati.
Siamo sospese sull’orlo del millennio: alle spalle la rovina, davanti nessuna mappa, il sapore della paura acuto sulle nostre lingue.
Eppure faremo il salto.
L’esercizio dell’immaginazione è un atto di creazione.
L’atto di creazione è un esercizio della volontà.
Tutto questo è politica.
E’ possibile.
Pane. Un cielo pulito. Pace vera.
La voce di una donna che canta chissà dove, melodia che spira come fumo dai falò campestri.
Congedato l’esercito, abbondante il raccolto.
Rimarginata la ferita, voluto il bambino, liberato il prigioniero, onorata l’integrità del corpo, ricambiato l’amante.
Magico talento di trasformare i segni in significato.
Uguale, giusto e riconosciuto il lavoro.
Piacere nella sfida che porta, concordi, a risolvere i problemi.
La mano che si alza solo nel saluto.
Interni – dei cuori, delle case, dei paesi – così solidi e sicuri da rendere finalmente superflua la sicurezza dei confini.
E ovunque risate, sollecitudine, festa, danze, contentezza. Un paradiso umile, terrestre, ora.
Noi lo renderemo reale, nostro, disponibile.
Noi disegneremo la politica, la storia, la pace.
Il miracolo è pronto.
Credeteci.
Siamo le donne che trasformeranno il mondo.

 

Pubblichiamo due poesie inedite la cui traduzione è a cura di Maria Nadotti

Kigali, 1994

Il ritaglio è fragile e ingiallito, ma
leggibile ancora: come le milizie Hutu massacrarono
i degenti – tutti e 750 – del reparto di psichiatria.
Lanciarono granate oltre il muro, rammenta
un’infermiera. “I pazienti – dice – non capivano
cosa stesse accadendo. Presero a vagare
cantando, a mani alzate”.

Un’altra ricorda la plebaglia venuta
con strumenti di morte dilagare
nelle chiese dove i Tutsi sudavano nascosti,
in villaggi, sobborghi, città, uccidendo
dentro scuole, case, parrocchie, per i campi. “Parevano
burocrati”, rammenta una donna, “attaccavano
alle sette la mattina, alle cinque staccavano”.

Dopo una dura giornata di omicidi, tornavano
cantando alle case in collina, portando il bottino
strappato alle vittime. Una ragazzina gettata in una fossa
con tanti altri bambini viveva ancora. Nel villaggio s’udivano
le grida, le mandarono giù dell’acqua. Quindi il sindaco
ordinò di colmare la fossa, gli abitanti del villaggio la colmarono.
La gente che le aveva portato l’acqua colmò la fossa.

Sono notizie vecchie ormai, ingiallite come la viltà, fragili
come il buonsenso. Il Rwanda è in ricostruzione,
lo sterminio si è spostato altrove. C’è sempre un massacro
in corso in qualche luogo; se perdi la matinée
puoi farcela per lo spettacolo serale, averlo su richiesta.
Ci sono repliche, poi, con tanto
di cronaca, analisti, opinioni.

Da giovane giurai di porvi fine, di vivere tentandoci. Ora son vecchia
la pelle ingiallita, fragili le ossa; solo per esser viva ancora
in qualche modo sto fra chi poté rincasare
cantando, portando il bottino strappato al dolore altrui:
tema per le mie poesie. Non capivo
cosa stesse accadendo. Così ho preso a vagare
cantando, come qui, a mani alzate.

 

Lo scavo

I. Annuncio della National Geographic Society, giugno 2006.

I resti mummificati di una giovane donna, risalenti a milleseicento anni fa, erano coperti di pigmento rosso e segnati da tatuaggi. L’imponenza della tomba denotava una posizione elevata. È stata scoperta a quattrocento miglia a nordovest di Lima, Perù, presso la sommità della piramide Huaca Cao Viejo, luogo sacro della cultura Moche, che fiorì molto prima dell’ascesa degli Incas. Tra gli oggetti funebri – oro, tessuti finissimi, pietre semipreziose, materiali per tessere e aghi adatti a una donna – c’erano due clave da guerra cerimoniali e ventotto lancia-asta, arnesi mai rinvenuti in luoghi dove era sepolta una donna, ma esclusivamente nelle tombe degli uomini Moche. Lì accanto giace lo scheletro di un’altra donna, più piccola e all’apparenza morta per strangolamento, una corda di canapa ancora stretta attorno al collo. È stata la corda, tramite analisi al radiocarbonio, a datare la sepoltura di entrambe intorno al 450 dell’era cristiana.

II.

Sei qui, lo so. Dove?
Vieni. Te l’ordino.
Se potessi vedere attraverso questa nebbia! Vago
e aspetto, chiamandoti, piccolina
del mio cuore, abbattuta dal branco,
dove sei? Vieni! Lo esigo!

Sei stata mia dal momento che ti ho vista,
tolta dalla lordura per accordarti il mio favore,
innalzata, portata nella Grande Casa.
Con quanta forza hai lottato – piccola come sei,
ma scalciavi, sputavi, sferravi colpi,
graffiavi, strepitavi – e io ridevo

mentre ti frizionavano e avvolgevano nelle sete,
ridevo mentre ti rimpinzavi di piccione arrosto e mango,
ridevo mentre ti rannicchiavi lanciandomi sguardi in tralice.
Sei vicina, lo sento. Vieni da me,
te l’ordino. So che mi senti anche attraverso
questa nebbia fitta. Inutile combattermi, lo sai.

Sono sempre stata diversa, più forte di tutti
i miei fratelli, di mio padre il vero figlio, benché
donna. Mi ci sono applicata con la testa e coi denti,
rifiutando di essere non-uomo, femmina, meno che umana.
Più che umana io ero, e lo sapevo.
Quando gli Altri vennero dal nord

fui io a guidare i Moche alla battaglia. Io
a falciare i nemici, ridere delle loro grida,
uccidere e ancora uccidere finché non ne rimase alcuno.
Le mie braccia dolevano a forza di ammazzare. I miei nemici, la mia gente,
entrambi i popoli mi consideravano un prodigio,
una donna di potere, un mostro o un demonio.

Non ero né mostro né demonio, bensì dio. Da quel giorno,
gli uomini mi temettero, le donne mi fuggirono,
tutti però mi veneravano. Vestivo un mantello
di piume di condor. Un prezzo c’era:
di timore e adorazione ero l’oggetto,
non d’amore. Come può il devoto immaginare

l’indicibile solitudine del proprio dio?
Poi, un giorno, mentre cacciavo, eccola
lì, nascosta, accovacciata nel suo fetido rifugio,
una creatura cenciosa, dagli occhi immensi. Avresti dovuto
imparare a servire dio con gioia, e invece,
finisti per amare me. Me. Tu sola hai amato la me in dio.

Come potevi non farlo? Perché adesso taci?
Sei qui, devi essere qui, ho lasciato ordini in tal senso.
Sai che non posso restare sola, non con queste armi
che tanti hanno ucciso – gli strumenti usati per provare
che ero umana. Più: che ero dio.
Quello era il prezzo. Tu fosti il dono.

III.

Sei qui, temo che sbucherai
dalla nebbia come il giorno che mi afferrasti
per i capelli nell’angolo della capanna verso il prato.
Sette estati avevo conosciuto. Mi prendesti
che avevo solo sette estati. Ridevi. Mio padre
si prostrò per la gioia che andassi schiava

a colei che era insieme uomo e dio. Ci sarebbe stato cibo,
adesso, birra, oro, mariti vogliosi delle sorelle, una casa
di adobe, un tumulo privato alla morte dei miei genitori.
“Sarai portata in alto”, disse mia madre.
Io nulla conoscevo. Solo paura e perdita. Dovevo
scordarle entrambe se volevo vivere.

Ma volevo morire – pur se mai abbastanza. Così ho vissuto,
favorita del dio, accucciandomi dove tu mi mettevi.
Ai tuoi piedi quando condannavi a morte i prigionieri.
Alla tua tavola, per assaggiare ogni piatto in cerca di veleno.
Accanto ai tuoi incubi la notte prima della battaglia.
Sotto le tue lenzuola di lino. Tra le tue cosce.

Odoravi di sangue e spezie. La tua voce si addolciva
al mio nome. Nuda, sorridevo e danzavo per te,
ti toglievo l’armatura. Il bagno ti facevo.
Una volta che avevi ucciso venti uomini,
– in un giorno, si disse – tenni il bacile
mentre vomitavi. Quasi ti amavo allora.

Ma quando infine cadesti, ne gioii l’intero giorno.
Poi la notte mi ricordai che la tua morte
voleva dire che sarei morta anch’io, per servirti
nell’aldilà, innalzata nella morte.
Stavolta fuggii, con un tale terrore nella bocca
che ancora lo assaporo come il veleno che così spesso

avevo ideato di passarti, assaggiato il tuo cibo, prima o poi.
I tuoi sacerdoti, la gente in lutto, mi presero, certo,
e, come avevano fatto con la bambina di sette anni
che lottava e urlava, mi trascinarono sulla tomba dove giacevi
avvolta nella corazza laminata d’oro, circondata
dalle tue armi e dai miei utensili per tessere. Libertà sarebbe dimenticare

la paura, ma da tempo la mia paura si era convertita in odio. Troverò
nuovi aldilà dove vagare sola, giacché i tuoi ordini
risuonano in uno spazio che sbadiglia, vasto, tra noi.
Mai ti ho amata – pur se avrei potuto. L’ultimo
irretimento sta nel mio desiderio di dirti queste cose,
nella speranza schiava che tu possa capire…
tranne questo: quel giorno nella tua tomba mi costrinsero

a volgere il viso verso il tuo. Ti vidi fissare la morte
con occhi incastonati di turchese. Sentii la corda cadermi, greve,
sulle spalle, poi serrarsi intorno alla mia gola.
Centellinai l’ultimo respiro, sapendo che il tuo volto
sarebbe stato l’ultima cosa che avrei visto,
bello, severo, incapace di vedermi.

IV. Lettera alla famiglia di una studentessa impegnata in uno stage presso gli scavi di Huaca Cao Viejo.

Gli indiani del posto sono così superstiziosi. Scuotono la testa e ci avvertono che, quando disturbiamo una tomba, i cosiddetti “spiriti” si risvegliano e prendono a vagare. Però non ti dicono di chi siano. Cosa ne dite? Di una regina? Della moglie o della figlia di un capo militare? E se fosse lo spirito di una qualche mitica amazzone! Non lo sapremo mai. E la seconda donna? Potrebbe trattarsi di un suicidio. Penso che fossero amanti e che fosse disperata per la morte della regina. È così romantico! Naturalmente il professore ritiene che si tratti di un sacrificio. Sarebbe in linea con le consuetudini delle antiche popolazioni andine. Quando moriva una persona di alto lignaggio, durante la cerimonia funebre il suo spirito riceveva in dono rituale una vergine. Per fortuna che all’epoca non mi trovavo da queste parti! Il professore dice anche che è assurdo immaginare che le donne fossero amanti, e estremamente improbabile che si siano mai incontrate, tanto meno conosciute.
Ma la corda! Quant’è grande la corda? Che colpo di fortuna datare il reperto!

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