Ici, Imu e indulgenze fiscali: vent’anni di regali miliardari alla Chiesa cattolica a spese dei contribuenti.
Sono passati
tredici anni da quando la Commissione europea intimò all’Italia di recuperare
dagli enti ecclesiastici le somme non versate tra il 2006 e il 2011 per il
pagamento dell’Ici sugli immobili di loro proprietà nei quali l’attività
religiosa convive, senza soluzione di continuità, con attività economiche (vale
a dire, in gran parte, scuole paritarie di ogni ordine e grado e dormitori di
conventi ormai svuotati dall’inarrestabile crisi di vocazioni trasformati in
alberghi, boutique hotel, case per ferie, case di riposo).
Sono passati tredici anni ma la questione è ancora aperta
Sono passati
tredici anni ma la questione è ancora aperta, come dimostra una recente
sentenza (la numero 20/2025) mediante la quale la Corte costituzionale ha
respinto le censure sollevate dalla Corte di giustizia tributaria di secondo
grado del Piemonte nei confronti di un articolo cardine del decreto legislativo
sul Riordino della finanza degli enti territoriali 504/92, quello che appunto
stabiliva l’esenzione dall’imposta municipale propria per gli enti religiosi.
Secondo i
giudici tributari del Piemonte tale normativa non consente di distinguere,
all’interno di un unico immobile accatastato, le aree destinate al culto da
quelle impiegate per attività economiche. E tale lacuna avrebbe come conseguenza
l’assoggettamento a imposta anche delle porzioni utilizzate per scopi
religiosi, configurando così una «violazione dell’articolo 117, primo comma,
della Costituzione, in riferimento agli obblighi derivanti dal Concordato con
la Santa sede del 1984».
La questione
di legittimità costituzionale è stata sollevata dai giudici tributari
nell’ambito di una controversia tra il Comune di Novara e il locale Seminario
vescovile, relativa all’Imposta comunale sugli immobili (Ici) su un fabbricato
di proprietà dell’ente ecclesiastico (stabile di circa 12mila metri
quadrati), che – si legge nella sentenza – originariamente destinato in
esclusiva alla formazione del clero, successivamente è stato in parte adibito a
liceo classico parificato (per circa 600 metri quadrati) e in parte dato in
locazione a due società (per complessivi 900 metri quadrati circa).
La Corte
costituzionale ha giudicato infondata l’ordinanza di rimessione. Secondo la
Consulta, il rimettente non solo ha mal interpretato il Concordato del 1984 ma
non ha nemmeno considerato le regole europee in base alle quali l’esenzione Ici
riconosciuta agli enti religiosi tra il 2006 e il 2011 si configura come un
aiuto (illegittimo) di Stato.
Vale la pena
a questo punto approfondire la posizione dell’Europa sulla questione ma per
poterlo fare bisogna ricostruire brevemente la storia “politica” dell’esenzione
Ici. Tutto inizia nel 2005, anno in cui il governo Berlusconi introduce una
norma che esonera dal pagamento dell’imposta comunale strutture come alberghi,
cliniche, case di cura, scuole paritarie e altri immobili di proprietà
ecclesiastica: era sufficiente che anche solo una minima parte dell’edificio
fosse adibita ad attività religiosa per ottenere l’esenzione totale.
Con l’arrivo
dell’Imu nel 2011, al posto dell’Ici, il premier Mario Monti introduce una
regola più articolata: l’esonero si applica anche alle onlus. La condizione
imposta è che i servizi offerti abbiano un costo “simbolico”, oppure non
superino soglie specifiche, spesso difficili da individuare con precisione. Un
caso concreto: una scuola paritaria dell’infanzia può ottenere l’esenzione se
le rette annuali restano al di sotto dei 6.000 euro. Ma quante organizzazioni
di questo tipo non religiose e non afferenti alla chiesa cattolica gestiscono
realmente strutture come hotel, scuole o ospedali? La norma, anche se per l’Ue
non si configurava più come un aiuto di Stato, restava chiaramente
un’agevolazione “ad personam”, anzi ad ecclesiam.
Arriviamo al
2012. La Commissione europea conclude un’indagine avviata in seguito alla
denuncia presentata nel 2006 dal fiscalista Pontesilli, dall’avvocato Nucara e
da Maurizio Turco (attuale segretario del Partito Radicale). Secondo i
querelanti le esenzioni Ici costituivano una violazione delle norme europee
sulla concorrenza e sugli aiuti di Stato. Bruxelles, sei anni dopo, riconobbe
la fondatezza delle “accuse” e che l’esenzione rappresenta effettivamente un
aiuto illecito, ma consentì all’Italia di non procedere al recupero degli
importi, ritenendo eccessivamente complesso quantificarli.
si stabilisce finalmente un principio chiaro
La vicenda
viene poi esaminata dalla Corte di giustizia dell’Unione europea che, in una
prima sentenza del 2016, sorprendentemente conferma che i soldi non riscossi
possono essere considerati perduti. Tuttavia, nel novembre del 2018, la
decisione viene annullata in appello, e si stabilisce finalmente un
principio chiaro: le somme dovute a titolo di Ici tra il 2006 e il 2011 devono
essere recuperate dallo Stato italiano.
Passano
altri cinque anni e nel marzo del 2023 di fronte all’immobilità totale
dell’Italia nell’azione di recupero dei soldi “regalati” agli enti
ecclesiastici, Bruxelles intima di non indugiare oltre, pena l’avvio di una
costosa procedura di infrazione che pagherebbero i contribuenti. La Commissione
– si legge a chiare lettere nella nota ufficiale – «riconosce l’esistenza di
difficoltà per le autorità italiane nell’identificare i beneficiari dell’aiuto
di Stato illegale. Tuttavia tali difficoltà non sono sufficienti per escludere
la possibilità di ottenere almeno un recupero parziale dell’aiuto».
L’ordinanza 20/25 della Consulta sta lì a
testimoniare che dopo altri due anni tutto è ancora in alto mare.
Ma non è
finita qui. Se il governo Meloni si è mosso, lo sta facendo in direzione
ostinata e contraria, quindi non per chiedere finalmente conto dei privilegi
fiscali goduti per anni dagli enti ecclesiastici, bensì per tentare di
proteggerli da ogni possibile conseguenza.
Lo si
capisce da quanto detto dal viceministro dell’economia Maurizio Leo, durante un
recente convegno all’Università Pontificia salesiana: il Mef è al lavoro per
evitare che la procedura d’infrazione europea si trasformi in un salasso per le
congregazioni religiose. In buona sostanza il governo sta cercando di contenere
o cancellare il dovuto, invocando deroghe “de minimis” o non meglio precisate
difficoltà documentali da parte degli enti coinvolti.
In base alla
legge anti-infrazioni del 2024 gli enti soggetti all’obbligo di restituzione
sono tutti quelli che nel 2012 o nel 2013, applicando le regole Imu/Tasi (in
sostituzione dell’Ici), hanno dichiarato o, in ogni caso, versato una
somma superiore a 50mila euro, anche in seguito a un accertamento del Comune.
Secondo il ministro,
come riporta il Sole24ore, si potrebbe cercare di
approfondire gli spazi – per gli anni contestati – collegati agli aiuti de
minimis, fuori dal perimetro dell’aiuto di Stato contestato dalla Ue: in particolare,
per quegli anni i limiti sono 200mila euro in un triennio, 500mila sempre nei
tre anni per chi esercita servizi di interesse generale. Leo ha inoltre
aggiunto che verrà dato un peso anche alla difficoltà da parte degli enti
coinvolti di trovare tutta la documentazione di prova, considerando quanti anni
sono passati.
Non esiste
una stima precisa delle somme Ici in ballo, ma se il piano del Mef andasse in
porto il Tesoro rischia di dover dire addio a somme considerevoli. Secondo un
calcolo del ministero dell’economia risalente a una decina di anni fa l’Ici
2006-2011 non incassata a livello nazionale ammonta a circa 100 milioni l’anno,
cioè 700 milioni complessivi a livello nazionale. Ma c’è chi ha stimato un
importo ben diverso compreso tra 3,5 e 5 miliardi di euro complessivi.
11 miliardi complessivi, il mancato gettito per lo Stato
Questo
calcolo fu eseguito in collaborazione con l’Anci-Associazione nazionale comuni
italiani, da Pontesilli, Turco e Nucara in occasione della presentazione
dell’esposto del 2006. Più di recente l’Ares, Agenzia di ricerca economica e
sociale, ha stimato in 2,2 miliardi l’anno per 5 anni, cioè 11 miliardi
complessivi, il mancato gettito per lo Stato.
Al momento
non è dato di sapere se la bilancia penda più verso i 700 milioni calcolati dal
Mef o gli 11 miliardi stimati dall’Ares e stando al senso delle dichiarazioni
del vice ministro Leo, come detto, il governo attuale non intende mettere in
campo misure per approfondire. E lo fa nel nome di un patrimonio – quello
ecclesiastico – «al servizio del bene comune», secondo una narrazione che evita
di affrontare il nodo centrale: può un’attività con caratteristiche
commerciali, come una scuola privata che richiede rette elevate, essere
esentata dalle imposte solo perché gestita da un ente religioso?
La questione
riguarda anche l’Imu, introdotta nel 2011. Un passaggio emblematico è quello
sulle scuole paritarie cattoliche, formalmente private ma riconosciute come
parte del sistema nazionale di istruzione grazie alla legge “Berlinguer”
62/2000. In base alle norme attuali, se svolgono attività non esclusivamente
religiosa (ad esempio, educativa ma a pagamento), dovrebbero essere soggette a
Imu.
Ma anche qui
il governo cerca una via d’uscita gradita alla chiesa cattolica. Il
viceministro Leo ha proposto infatti di agganciare l’esenzione ai “costi
standard”: se la scuola privata dimostra di mantenere i costi entro una certa
soglia, verrebbe considerata non commerciale e quindi esente. Una soluzione
apparentemente tecnica che in realtà mira a istituzionalizzare l’esenzione per
centinaia di scuole cattoliche, senza una verifica effettiva della loro natura
economica.
In
conclusione, è passato un ventennio dall’esenzione introdotta da Berlusconi e l’Italia
continua a offrire una corsia preferenziale fiscale a favore della chiesa
cattolica e delle sue ramificazioni nel mondo dell’istruzione, dell’assistenza,
dell’ospitalità e del turismo. In nome di una visione “sociale” delle attività
religiose, si legittimano agevolazioni che altri enti, privi del legame
confessionale, non ricevono.