Ho pensato a Mosè, alla rabbia che deve aver provato quando, sceso dal monte, trovò gli israeliti intenti a adorare un vitello d’oro.
L’ecofemminista
che c’è in me si è sempre sentita a disagio con questa storia: che razza di Dio
è un Dio geloso degli animali? Che razza di Dio è un Dio che vuole accaparrarsi
e tenere per sé tutto il sacro della Terra?
Ma esiste
un’interpretazione meno letterale di questa storia. Parla di falsi idoli. Della
tendenza umana ad adorare ciò che è profano e luccicante, a guardare verso ciò
che è piccolo e materiale invece che verso ciò che è grande e trascendente.
Quello che
voglio dirvi stasera, in occasione di questo rivoluzionario e storico «Seder in
the Streets»,[1] è che troppe persone, tra quelle che
compongono il nostro popolo, hanno ricominciato ad adorare un falso
idolo. Ne sono affascinate. Inebriate. Profanate.
Quel falso
idolo si chiama sionismo.
È un falso
idolo che prende le nostre più profonde storie bibliche di giustizia ed
emancipazione dalla schiavitù – la storia stessa della Pèsach – e le trasforma
in armi brutali di furto coloniale di terre, le trasforma in programmi di
pulizia etnica e genocidio.
È un falso
idolo che ha preso l’idea trascendente della terra promessa – una metafora di
liberazione umana che attraversa credi e religioni di tutto il pianeta – e si è
arrogato il diritto di tramutarla in un atto di compravendita per un etnostato
militarista.
La forma di
liberazione difesa dal sionismo politico è a sua volta profana. Sin dall’inizio
ha richiesto l’espulsione di massa delle persone palestinesi dalle loro case e
dalle loro terre ancestrali, la Nakba.
Sin
dall’inizio, ha dichiarato guerra ai sogni di liberazione. In un Seder, è bene
ricordare il trattamento che ha riservato ai sogni di liberazione e di
autodeterminazione del popolo egiziano. Il falso idolo del sionismo individua
la sicurezza di Israele nella dittatura egiziana e nei suoi
stati-clienti.
Sin
dall’inizio ha generato una forma di libertà ributtante che vedeva i bambini e
le bambine palestinesi non come esseri umani ma come minacce demografiche, proprio come nel libro dell’Esodo
faceva il faraone che, preoccupato per la crescita della popolazione israelita,
ordinava di sterminarne gli infanti.
Il sionismo
ha portato tutti e tutte a questo presente catastrofico, ed è tempo di dirlo
chiaramente: è dove ci porta da sempre, alla catastrofe.
È un falso
idolo che ha spinto davvero troppi membri del nostro popolo su un cammino
profondamente immorale, che li incita ormai a giustificare il calpestamento dei
comandamenti fondamentali: non uccidere. Non rubare.
Non desiderare la roba d’altri.
È un falso
idolo che identifica la libertà ebraica con le bombe a grappolo che uccidono e
mutilano i bambini e le bambine palestinesi.
Il sionismo
è un falso idolo che ha tradito tutti i valori ebraici, incluso quello che
attribuiamo alla messa in discussione, una pratica insita nel Seder, con le sue
quattro domande poste dal più giovane o dalla più giovane dei bambini.
Incluso
l’amore che proviamo, come popolo, per i testi e per l’istruzione.
Oggi questo
falso idolo difende il bombardamento di ogni università di Gaza; la distruzione
di innumerevoli scuole, archivi, tipografie; l’uccisione di centinaia di
accademici e accademiche, giornalisti e giornaliste, poetesse e poeti – ciò che
in Palestina chiamano «scolasticidio»,
cioè la distruzione dei mezzi di istruzione.
Nel
frattempo qui, a New York, le università chiedono l’intervento della polizia e
levano barricate contro la grave minaccia costituita dai loro stessi studenti e
studentesse, giovani che osano porre domande semplici del tipo: come potete
sostenere di credere in qualcosa, e men che meno in noi, se nel frattempo
permettete che si compia questo genocidio, se vi investite e collaborate?
Abbiamo
lasciato crescere indisturbato il falso idolo del sionismo per troppo tempo.
E allora
stasera diciamo: basta così.
Il nostro
ebraismo non può essere rinchiuso in un etnostato, perché il nostro ebraismo è
internazionalista per natura.
Il nostro
ebraismo non può essere protetto dall’esercito devastatore di quello stato,
perché tutto ciò che fa quell’esercito è seminare dolore e raccogliere odio,
anche contro noi ebrei ed ebree.
Il nostro
ebraismo non è minacciato dalle persone che alzano la voce per esprimere
solidarietà alla Palestina al di là delle differenze di razza, di etnia,
abilità fisica, identità di genere ed età.
Il nostro
ebraismo è una di quelle voci, e sa che in quel coro risiedono sia la nostra
sicurezza, sia la nostra liberazione collettiva.
Il nostro
ebraismo è l’ebraismo del Seder di Pèsach: riunirsi in una cerimonia per
condividere il cibo e il vino con le persone amate e con quelle sconosciute, un
rito che per sua stessa natura è portatile, abbastanza leggero da poterselo
caricare sulle spalle, e che non ha bisogno di nient’altro che delle altre
persone: niente muri, niente templi, niente rabbini, un ruolo per tutti e
tutte, soprattutto il bambino più piccolo o la bambina più piccola. Il Seder è
la tecnologia della diaspora per eccellenza, concepita per il lutto collettivo,
la contemplazione, la messa
in discussione, la commemorazione e la rivitalizzazione dello spirito
rivoluzionario.
Allora
guardatevi attorno. Questo, qui, è il nostro ebraismo. Mentre il
livello dei mari sale, le foreste bruciano e nulla è certo, preghiamo davanti
all’altare della solidarietà e del mutuo soccorso, a qualunque costo.
Non abbiamo
bisogno del falso idolo del sionismo. Non lo vogliamo. Vogliamo liberarci dal
progetto che commette un genocidio in nostro nome. Liberarci da un’ideologia i
cui unici piani di pace sono gli accordi con i petrolstati teocratici che
uccidono l’intera regione, mentre vende
al resto del mondo le sue tecnologie di omicidio meccanicizzato.
Cerchiamo di
liberare l’ebraismo da un etnostato che vuole che ebree ed ebrei vivano per
sempre nella paura, che vuole
che i nostri bambini e le nostre bambine abbiano paura, che vuole convincerci
che il mondo ce l’abbia con noi affinché corriamo nella sua fortezza e sotto la
sua cupola di ferro, o quantomeno affinché armi e donazioni continuino ad
affluire.
Eccolo, il
falso idolo.
Non è il
solo Netanyahu, è il mondo che lui ha creato e che lo ha creato: è il sionismo.
Che cosa
siamo noi? Noi che da mesi e mesi scendiamo in strada, noi siamo l’esodo.
L’esodo dal sionismo.
E ai Chuck
Schumer di questo mondo non diciamo: «Lasciate andare il nostro popolo».
Diciamo: «
Ce ne siamo già andati. E i vostri figli, le vostre figlie? Adesso sono con
noi»
[1] Questo testo è il discorso
pronunciato da Klein il 23 aprile 2024 in occasione dell’«Emergency Seder in
the Streets» a New York. Celebrato durante la festa ebraica della Pèsach, il
Seder è un rito che fa rivivere simbolicamente ai suoi partecipanti, attraverso
la condivisione di cibi e bevande e la lettura del libro dell’Esodo, il
passaggio dalla schiavitù in Egitto alla libertà. Questo «Seder nelle strade»,
organizzato da Jewish Voice for Peace, si è svolto a Grand Army Plaza,
Brooklyn, nelle vicinanze dell’abitazione di Chuck Schumer – leader della
maggioranza democratica al Senato e sostenitore incondizionato di Israele – per
chiedere l’interruzione della fornitura di armi a Israele.
https://comune-info.net/abbiamo-bisogno-di-un-esodo-dal-sionismo/