Il “senso
comune” che vorrebbe giudicare le rivolte giovanili
Il cappio
del doppio vincolo messo al collo dei giovani
Il doppio vincolo funziona bene perché qualunque cosa una persona scelga di fare sbaglierà. Il sistema del giudizio è truccato e non esiste alcuna scelta giusta, la colpa arriverà in un modo o nell’altro. Applichiamolo alla stampa e al senso comune (gramsciano) che ci circonda per quanto riguarda le rivolte studentesche (e non solo, le lotte in generale, ma la cosa peggiora con i giovani). Mi sono (poco) divertita a fare un elenco delle cose che ho letto in questi due giorni. Se resti a casa sei apatico. Se scendi in strada sei un vandalo. Se chiedi un salario dignitoso pretendi troppo. Se accetti paghe miserabili ti manca l’ambizione. Il giovane ideale, a sentire il senso comune dovrebbe lavorare dodici ore al giorno per il minimo del salario, pagarsi un affitto impossibile, essere colto, informato, politicamente consapevole, possibilmente docile con l’autorità anche se l’autorità lo sfrutta e non lo rispetta e soprattutto protestare senza disturbare nessuno. Una creatura mitologica.
I giovani di
oggi nel “senso comune”
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I giovani
stanno sempre sul cellulare.
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I giovani
non hanno voglia di fare nulla.
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Alla loro
età io…
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Ai miei
tempi protestavamo, ora stanno a casa dai genitori. (Prova a prendere un
affitto!).
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I giovani di
oggi non hanno ideali.
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Vogliono
tutto e subito.
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Non sanno
cosa significhi fare sacrifici.
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Cambiano
lavoro appena qualcosa va storto.
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Nessuno
vuole più fare i lavori faticosi.
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Studiano
troppo e lavorano troppo poco.
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Hanno troppe
lauree inutili.
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Pretendono
stipendi alti appena entrano nel mondo del lavoro.
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Se fanno due
lavori, evidentemente devono ancora «farsi le ossa».
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Se emigrano
sono quelli della fuga dei cervelli, ma se rimangono, evidentemente manca loro
il coraggio di andarsene.
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Vivono con i
genitori a trent’anni, dunque sono eterni adolescenti. Il prezzo di un
monolocale è accessorio.
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Spendono per
un aperitivo e poi si lamentano di non riuscire a comprare casa. (Si sa che
ormai gli appartamenti si comprano rinunciando agli spritz).
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Non mettono
su famiglia perché sono egoisti.
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Non fanno
figli perché pensano soltanto a divertirsi.
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Hanno ansia,
depressione ai nostri tempi queste cose non esistevano, (naturalmente si
soffriva in silenzio!)
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Parlano
troppo di salute mentale.
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Sono troppo
sensibili.
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Si offendono
per tutto.
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Non leggono.
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Se leggono e
studiano, sono intellettualoidi scollegati dalla realtà. Zecche.
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Non
partecipano alla politica.
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Se
partecipano, sono manipolati.
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Non sanno
nulla del mondo.
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Se prendono
posizione sul mondo, qualcuno domanda subito chi li abbia indottrinati.
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Vogliono
lavorare meno. (leggasi: vorrebbero avere una vita oltre il lavoro)
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Accettano
contratti indegni, ma poi vengono rimproverati perché «si fanno sfruttare».
Poi, quando
arriva il momento meraviglioso in cui gli stessi adulti che hanno passato anni
a lamentarsi dell’apatia giovanile scoprono che i giovani hanno deciso di
protestare, per il futuro, per la scuola, l’università i propri diritti.
Giovani che
protestano secondo il “senso comune”
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Terroristi,
vandali.
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Figli di
papà.
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Sono tutti
pro-pal musulmani.
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Che gli
facciano ripagare tutto.
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Non sanno
nemmeno perché sono in piazza.
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Qualcuno li
manovra.
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Sono stati
indottrinati dai professori.
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Pensassero a
studiare.
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Pensassero a
lavorare.
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Se hanno
tempo per manifestare significa che non hanno problemi veri.
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Se occupano
una scuola danneggiano gli altri studenti.
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Se bloccano
una strada danneggiano i lavoratori.
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Se fanno un
corteo autorizzato che procede ordinatamente, «tanto così non cambia niente».
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Se il corteo
esce dal percorso previsto, diventano immediatamente delinquenti.
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Se urlano
sono violenti.
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Se stanno in
silenzio la protesta è ridicola.
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Se lanciano
vernice hanno superato il limite.
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Se si
siedono per terra impediscono alla gente di vivere.
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Se bloccano
il traffico che protestassero nel deserto, io devo andare a lavorare.
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Se interrompono
un evento pubblico impediscono la libertà di parola.
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Se
manifestano davanti a un’università stanno politicizzando l’università.
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Se
manifestano fuori dall’università, qualcuno domanda che cosa c’entrino gli
studenti.
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Se hanno
diciotto anni sono troppo giovani per capire.
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Se ne hanno
venticinque dovrebbero pensare a costruirsi una carriera.
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Se vengono
caricati dalla polizia, «qualcosa avranno fatto».
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Se filmano
le cariche, cercano soltanto materiale per i social.
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Se
denunciano un abuso, stanno facendo propaganda.
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Se vengono
arrestati, l’arresto diventa retroattivamente la prova della loro colpevolezza.
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Se una
persona rompe una vetrina, l’intero corteo viene trasformato in quella vetrina.
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Se cento
persone vengono ferite e un cassonetto prende fuoco, il protagonista del
telegiornale sarà quasi certamente il cassonetto.
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Se chiedono
conto delle scelte del governo vengono accusati di odiare il proprio paese.
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Se
protestano contro una guerra vengono accusati di sostenere il nemico.
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Se prendono
posizione per Gaza diventano, a seconda delle necessità del commentatore,
estremisti, antisemiti, islamisti o utili idioti.
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Se rifiutano
queste etichette, si dirà che «non capiscono la complessità».
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Se studiano
quella complessità e rispondono punto per punto, diventano arroganti.
Per
concludere: abbiamo passato anni a chiedere ai giovani dove fossero, che cosa
pensassero, e perché non scendessero in strada. Adesso una parte di loro è in
strada e improvvisamente li preferivamo sul divano.
Eccolo il
doppio vincolo: il giovane accettabile deve avere ideali purché restino
privati, deve essere politico ma non deve fare nulla, né urlare, né reagire
alle cariche, né bloccare il traffico, deve fare una scampagnata, deve
indignarsi purché lo faccia con educazione, a un orario concordato e lasciando
perfettamente pulito il marciapiede e che si lavi pure il sangue, altrimenti è
un vittimista.
PERCHÉ IN
ITALIA NON PROTESTIAMO COME IN FRANCIA? È OVVIO, TENIAMO TROPPO ALLE VETRINE E
AI CASSONETTI!
Leggo spesso
parole di ammirazione per i «rivoltosi» francesi. È successo con i Gilet
gialli, con gli agricoltori, con i vigili del fuoco e succede di nuovo in
questi giorni con gli studenti. La protesta che attraversa la Francia ha
coinvolto centinaia di licei, mentre insegnanti e lavoratori del settore
pubblico scioperano contro i tagli e il deterioramento dei servizi. Ci sono
stati oltre mille arresti in due giorni e di 119 feriti tra studenti e
personale scolastico. In alcune città sono bruciati cassonetti e scuole, ci
sono stati scontri con la polizia. Eppure in Francia il problema politico
rimane sulle prime pagine e nei TG: carenza di insegnanti, classi
sovraffollate, edifici degradati, servizi pubblici che perdono pezzi.
Esattamente come da noi.
Liquidare
tutto con la famosa «tradizione rivoluzionaria francese» spiega poco. Charles
Tilly (che consiglio sempre di leggere) dedicò buona parte della propria
ricerca proprio alla storia del conflitto sociale in Francia e parlava di
repertori dell’azione collettiva. Che significa? Che una società impara nel
tempo quali forme di conflitto considera praticabili, comprensibili, e persino
normali quando un gruppo vuole costringere il potere ad ascoltarlo. Sciopero,
occupazione, blocco, manifestazione, scontri hanno una storia e vengono appresi
e trasmessi. La Francia possiede da quasi due secoli una consuetudine
particolarmente forte con queste forme di conflitto. La Francia possiede una
lunga abitudine a considerare il conflitto sociale un fatto politico e non un
mero problema di ordine pubblico.
In Italia
abbiamo 5,7 milioni di persone in povertà assoluta secondo gli ultimi dati
disponibili, quasi un residente su dieci. Nel 2025 oltre 13 milioni di persone
risultavano a rischio di povertà o esclusione sociale. Eppure basta che una
manifestazione esca dal percorso previsto, che voli una transenna, venga rotta
una vetrina, o incendiato un cassonetto (spesso e volentieri da infiltrati che
ormai conoscono il giochetto) e una parte enorme della discussione pubblica
scivola immediatamente sulla proprietà danneggiata. Il cassonetto vale molto di
più di gente che non arriva a fine mese o a cui danno una visita dopo un anno.
Le ragioni che hanno portato migliaia di persone in strada si perdono. Succede
sempre in questo paese. Mentre comincia l’interminabile processo pubblico al
manifestante abbastanza arrabbiato da avere manifestato "male", e
allora via con "facinorosi", "terroristi",
"vandali", "sempre dalla parte delle forze dell'ordine",
bla, bla bla.
Ricordate
Francesco Cossiga? Era maestro di questa dinamica. Nel 2008, e c'ero dentro gli
scontri, parlando delle proteste studentesche contro la riforma Gelmini,
suggerì a Maroni di lasciare inizialmente spazio ai disordini, infiltrare
provocatori e attendere che le devastazioni producessero consenso nell’opinione
pubblica, solo dopo, sosteneva, sarebbe arrivato il momento della repressione
poliziesca.
Quando vi
chiedete: perché? Pensate a quanti Cossiga conoscete, a quanti Cossiga date il
vostro plauso. Il cassonetto, la vetrina in Italia hanno una forza attrattiva
invincibile e per qualche ora riescono a farci dimenticare perché tanta gente
fosse scesa in strada prima. Quindi va bene così. Difendiamo i cassonetti e
sprofondiamo. Tanto la povertà tocca solo agli altri, no?