1. Premessa:
le condizioni di un genocidio
Questo
scritto nasce dalla convinzione che il genocidio della popolazione palestinese
della Striscia di Gaza, perpetrato dallo Stato di Israele nel biennio ottobre
2023-ottobre 2025, rappresenti uno snodo decisivo per la coscienza dell’umanità
contemporanea, con particolare riguardo ai paesi occidentali. Questo evento
cruciale può essere esaminato in riferimento a vari aspetti del mondo
contemporaneo. Uno di essi è naturalmente quello della geopolitica, che esamina
i rapporti di forza fra le diverse potenze in lotta nell’arena mondiale e le
strategie che innervano le azioni dei vari attori, locali e globali, operanti
sulla scena mediorientale. Su questi aspetti si è già scritto moltissimo, e non
ho nulla da aggiungere rispetto a quanto elaborato dal composito ambiente
culturale e politico che potremmo definire “anti-sistemico”. Questo significa
che non parlerò delle cause economiche e geopolitiche degli eventi in
questione, non perché non siano importanti ma perché do per acquisita
un’interpretazione generale del conflitto israelo-palestinese nei termini
dell’esigenza, per l’egemone USA, di conservare il controllo della cruciale
area mediorientale e la conseguente necessità di appoggio illimitato
all’alleato israeliano.
In questo
intervento vorrei affrontare un tema diverso, cioè quello della temperie
ideologico-culturale che ha reso possibile, almeno nei paesi occidentali, una
sostanziale accettazione di ogni azione dello Stato di Israele. Le oligarchie
politiche dei paesi occidentali hanno fattivamente appoggiato lo Stato di
Israele, da molto tempo prima del genocidio e durante il suo svolgimento, salvo
ovviamente qualche distinguo puramente verbale e ineffettuale. I popoli degli
stessi paesi hanno mostrato, nei decenni, una sostanziale indifferenza verso
gli avvenimenti mediorientali. Solo dopo un anno o più di massacri la
mobilitazione filo-palestinese ha iniziato ad avere dimensioni ragguardevoli, e
questa mobilitazione probabilmente ha rappresentato uno dei vettori di forza
che hanno portato ad una tregua. Come era prevedibile, la tregua ha portato a
un oscuramento della situazione palestinese, e quindi alla parziale
smobilitazione del movimento filopalestinese, che ha perso il carattere di
massa ed è tornato a essere l’impegno di piccole minoranze.
Mi sembra
che queste vicende recenti confermino la sostanziale impunità di cui gode
Israele ormai da decenni, e che il complesso degli eventi del conflitto in
Palestina renda pressante gli interrogativi che questo intervento vuole
affrontare: da dove arriva questa sostanziale impunità di Israele? Quali sono
le sue “condizioni di possibilità”? E soprattutto, come si può superare questa
situazione?
Se è chiara,
come dicevo sopra, la generale esigenza strategica statunitense di controllo
dell’area mediorientale tramite l’alleato israeliano, i problemi che mi pongo
in questo scritto sono due: quello di comprendere le mediazioni attraverso le
quali tale esigenza si traduce in costruzioni ideologiche diffuse che rendono
accettabile, fra la popolazione dei paesi occidentali, la sostanziale impunità
di Israele, e quello di iniziare una critica radicale di tali costruzioni
ideologiche.
2. La
religione dell’olocausto
La mia tesi
è che una tale basilare costruzione ideologica, che permea da decenni lo
“spirito del tempo” nei paesi occidentali, sia quella che potremmo chiamare
“religione della vittima”, un atteggiamento spirituale che, rispetto al tema di
cui stiamo parlando, diventa “religione dell’olocausto”. Uso il termine
“religione” perché mi sembra che tali costruzioni ideologiche presentino tutte
le caratteristiche di una fede religiosa secolarizzata. I principi cardine
della “religione dell’olocausto” sono ben noti: in primo luogo, il genocidio
ebraico è il Male Assoluto della storia umana, un evento di violenza assoluta,
unica, imparagonabile a qualsiasi altra vicenda storica; in secondo luogo, di
riflesso, il popolo ebraico che ha subito tale violenza è la Vittima Assoluta,
e in quanto tale ha un “credito morale eterno” nei confronti del resto
dell’umanità e in particolare del popolo tedesco, responsabile del nazismo che
ha portato al genocidio. Questi principi delimitano i confini di ciò che in
Occidente è “rispettabile” nel dibattito politico-culturale. Non rispettare
tali confini espone all’accusa di “antisemitismo”, che è l’equivalente di una
scomunica. I dogmi della religione dell’olocausto sono diventati, in vari paesi
e in vari modi, obblighi di legge, per cui la scomunica di cui si diceva può
comportare conseguenze legali. La religione dell’olocausto, oltre ai dogmi
sopra enunciati, ha ovviamente una sua liturgia, usualmente denominata
“politica della memoria”: film, romanzi, spettacoli televisivi, interventi
nelle scuole, viaggi scolastici ad Auschwitz, sono tutte pratiche liturgiche il
cui scopo è estendere e rafforzare la presa del dogma religioso sulla
popolazione.
Questa nuova
religione contemporanea copre i crimini di Israele in vari modi: in primo
luogo, traccia una linea divisoria fra l’area sacra del Male Assoluto e l’area
profana dei tanti mali della storia umana, ai quali appartengono anche le
violenze di Israele, che quindi appaiono meno rilevanti e significative
rispetto al Male Assoluto. In secondo luogo, qualsiasi opposizione alle
violenze di Israele, in quanto violenze operate dalle Vittime del Male
Assoluto, appare come un attacco a tali Vittime, ed è quindi imputabile di
contiguità col Male Assoluto stesso. Vale a dire che qualsiasi critica allo
Stato di Israele o all’ideologia sionista può essere accusata di contiguità con
l’antisemitismo, e quindi può essere classificata come infetta dal Male
Assoluto: in questo modo essa viene espulsa dall’area del discorso pubblico
accettabile, ed eventualmente può essere legalmente repressa. In terzo luogo, è
solo Israele, e la Diaspora che lo supporta, a decidere cosa è antisemitismo e
cosa no. La religione dell’olocausto, cioè, ha come conseguenza che chi opera
violenze e crimini decide se le critiche a tali violenze e crimini hanno
diritto di esistenza nel discorso pubblico accettabile oppure no.
Si può
osservare, infine, che è soprattutto la pretesa a un credito morale eterno, ad
una assoluzione preventiva eterna, a costituire la premessa spirituale del
genocidio. È importante sottolineare che non c’è nulla di specificamente
ebraico in questo. Qualsiasi individuo e qualsiasi gruppo umano che godesse di
una assoluzione preventiva eterna rispetto ai propri atti, finirebbe per
compiere atti orribili.
3. Per una
critica della religione dell’olocausto
Per
combattere l’orrore del genocidio occorre allora combattere la religione
dell’olocausto e la sua politica della memoria. Occorre respingere punto per
punto la visione della storia che è sottesa alla religione dell’olocausto. Si
tratta ovviamente di un compito immane, visto che la religione dell’olocausto è
da decenni una componente essenziale dello “spirito del tempo”, almeno nei
paesi occidentali. In questo scritto devo limitarmi ad indicare alcuni punti
che mi sembrano essenziali.
1. Il
nazismo è il colonialismo applicato all’Europa.
In primo
luogo, per criticare la religione dell’olocausto occorre criticare la visione
del nazismo in essa implicita, e sostituirla con un’altra, che si porterà
dietro una “politica della memoria” completamente diversa. Nella visione
ufficiale l’antisemitismo e il genocidio ebraico sono gli aspetti fondamentali
del nazismo, che ne fanno qualcosa di unico e non paragonabile ad altri eventi
storici. Occorre allora compiere l’azione “blasfema”, nei confronti della
religione dell’olocausto, di negare questa visione diffusa. Non si tratta di
inventarsi nuove teorie, ma di riprendere il filo (interrotto nella coscienza
di massa) delle classiche interpretazioni marxiste del nazismo. Intendo cioè
sostenere che per combattere la sacralizzazione di Israele occorre ricominciare
a parlare di nazismo nei modi in cui ne hanno sempre parlato i marxisti: ovvero,
in primo luogo, come un’impresa imperialistica e colonialistica, in quanto tale
necessariamente razzista, omicida, sterminista. Il punto fondamentale, nel
nazismo, non è l’antisemitismo, ma è l’unione di imperialismo e colonialismo.
La differenza specifica del nazismo rispetto alle forme precedenti di
imperialismo e colonialismo è stata chiarita da intellettuali non occidentali
come Aimé Césaire: si tratta del fatto che col nazismo, per la prima volta, le
pratiche imperialistiche e coloniali sono applicate ai popoli europei. Il
nazismo è “colonialismo applicato all’Europa”, ed è questo il punto decisivo
per comprenderne le dinamiche, non l’antisemitismo. La Seconda Guerra Mondiale
non si combatte per decidere il destino degli ebrei, la Germania non invade la
Polonia per uccidere gli ebrei, ma per crearsi un impero coloniale nell’Est
europeo (polacco e russo), sterminando, cacciando o schiavizzando le
popolazioni native (gli slavi, e certo anche gli ebrei). È all’interno di
questo progetto imperialistico e coloniale che si attua il genocidio ebraico,
conseguenza dell’antisemitismo nazista. Antisemitismo nazista e genocidio del
popolo ebraico sono fatti storici, ma non sono i fatti decisivi per la
comprensione del nazismo.
2.Tutte le
vittime sono uguali.
Un altro
aspetto da rifiutare, nella religione dell’olocausto, è la sua politica
selettiva della memoria. Occorre mettere in primo piano il fatto che la
violenza imperialistica della Germania nazista (e dei suoi alleati come
Giappone e Italia) ha provocato decine di milioni di vittime: più di 20 milioni
solo fra i cittadini dell’URSS. Altri milioni nel corso della lunga occupazione
giapponese della Cina, morti sui quali in Occidente non ci si è mai soffermati
molto. E anche parlando solo dei campi di concentramento, in essi sono morte
tante altre persone, oltre agli ebrei: per esempio milioni di prigionieri di
guerra sovietici. Fra tutte queste vittime, fra tutti questi milioni di morti,
si è scelto per decenni di porre tutta la luce, tutta l’attenzione sui sei milioni
di morti ebrei. La cosa poteva avere un senso esclusivamente se il genocidio
ebraico fosse stato assunto a simbolo di tutta l’altra violenza, se dire “mai
più” avesse significato “nessun popolo deve mai più subire nulla di simile” e
non “gli ebrei non devono mai più subire nulla di simile”. È chiaro che le cose
non sono andate così: invece di un rifiuto universalistico della violenza
imperialistica e colonialistica che ha portato a violenze ed orrori culminati
nel genocidio ebraico, si è avuta una gerarchizzazione selettiva della
condizione di vittima, che è stata essenzialmente ristretta al popolo ebraico
ed è stata assunta come condizione ereditaria, per poter essere usata a
perpetua scusante di ogni crimine dello Stato di Israele, creando così le “condizioni
di possibilità” del genocidio di Gaza. Rifiutare la “religione dell’olocausto”
implica rifiutare tale politica selettiva della memoria e sostenere la
costruzione di una politica universalistica della memoria.
4. Il
sionismo: un’impresa coloniale
È ben noto
che religione dell’olocausto è divenuta uno dei pilastri dell’ideologia
sionista (nonostante quest’ultima nasca ben prima), perché la creazione dello
Stato ebraico in Palestina appare come una forma di risarcimento per le Vittime
Assolute, e quindi come una conseguenza inevitabile della sconfitta
dell’antisemitismo nazista. Per criticare questo nesso, occorre utilizzare
rigorosamente la caratterizzazione del nazismo come estrema e più radicale
impresa imperialista e colonialista. È facile capire che ogni impresa coloniale
comporta una qualche forma di razzismo nei confronti della popolazione nativa,
perché dire che i nativi sono “non-completamente-umani” è il modo migliore per
giustificare il fatto che gli si porta via la terra e li si rende servi, in un
modo o nell’altro. Ma questo implica logicamente la possibilità della violenza,
perché, una volta creata una categoria di esseri “non-completamente-umani”, nei
loro confronti cadono i limiti che in ogni cultura tengono a bada la violenza
contro gli umani.
Il nazismo
rappresenta il culmine della vicenda coloniale europea, il momento in cui il
colonialismo europeo diventa “autofagico”, si rivolge contro la stessa Europa.
E la sconfitta del nazismo rappresenta la fine della legittimità degli imperi
coloniali. Se questa caratterizzazione è corretta, l’eredità della lottta
antinazista sta nelle lotte anticoloniali che si sono susseguite nel secondo
dopoguerra, e che hanno portato alla fine degli imperi coloniali europei.
Ma la
creazione di uno Stato ebraico in Palestina, fatta contro la volontà della
popolazione nativa, e realizzata con il trasferimento di ebrei di vari paesi, è
una impresa coloniale voluta dalle grandi potenze vincitrici della Seconda
Guerra Mondiale. Si tratta quindi non della rottura col passato imperialista e
colonialista dell’Occidente, culminato nel nazismo, ma al contrario di una sua
estrema filiazione. Lungi dall’essere espressione dei valori della lotta
antinazista, la creazione dello stato di Israele è cioè in piena continuità con
quel passato di violenza coloniale che trovò la sua più atroce espressione nel
nazismo.
In quanto
progetto coloniale il sionismo riproduce tutti gli aspetti disumanizzanti, nei
confronti dei nativi, tipici di ogni forma di colonialismo. I crimini del sionismo
sono conseguenze inevitabili del progetto sionista, che è quello di fondare uno
Stato ebraico in una terra abitata da una popolazione che non è ebrea e non
desidera far parte di uno Stato ebraico. In questa situazione, la realizzazione
del progetto sionista implica necessariamente una delle seguenti azioni, o una
loro combinazione:
1. La
dittatura del popolo eletto, cioè l’accoglimento di una parte della popolazione
nativa in posizione subordinata.
2. La
pulizia etnica.
3. Il
genocidio.
La concreta politica
dello Stato di Israele è passata nei decenni dall’una all’altra di queste
possibili azioni, iniziando con la pulizia etnica al tempo della creazione
dello Stato, passando attraverso la dittatura militare imposta alle popolazioni
dei territori occupati dopo la Guerra dei Sei Giorni e arrivando al genocidio
con la recente guerra contro i civili di Gaza. A questo proposito occorre forse
spendere qualche parola sul concetto di “dittatura militare”. È noto che uno
dei punti fondamentali della propaganda filoisraeliana è la nozione di Israele
come “unica democrazia del Medio Oriente”. Il punto è che si tratta di una
“democrazia del popolo dei signori”, cioè di una democrazia non
universalistica, che quindi non è una vera democrazia. Democrazia vorrebbe infatti
dire “potere del popolo”, e nei tempi moderni questo significa che il popolo
soggetto a un potere statale ha diritto di controllo sul potere stesso,
innanzitutto tramite il voto. Ora, da poco meno di sessant’anni, i palestinesi
dei territori occupati sono sottoposti a un potere che incide pesantemente
sulle loro vite (per esempio, creando sempre nuove colonie israeliane) ma
rispetto al quale essi non hanno nessun potere di controllo. I cittadini
israeliani votano e, in linea di principio, potrebbero votare partiti decisi a
fermare la creazione di colonie in Cisgiordania. I palestinesi della
Cisgiordania non possono farlo. Perciò il potere israeliano nei loro confronti
è un potere sul quale essi non hanno nessun controllo o contrappeso, è cioè un
potere tirannico, dittatoriale. E non si tratta di una situazione contingente:
l’occupazione israeliana dura da quasi sessant’anni, più della metà della vita
dello Stato di Israele. Abbiano cioè a che fare con uno Stato che esiste da
circa ottant’anni e che negli ultimi suoi sessant’anni di esistenza ha
esercitato un potere dittatoriale su una popolazione che non ha nessun mezzo di
difesa da esso, e in particolare nessun diritto di voto su di esso. Di fronte a
queste considerazioni, la definizione di Israele come Stato democratico sembra
non reggere. D’altra parte, questa situazione non è un fatto casuale, un
imprevedibile effetto collaterale: esso è conseguenza logica del progetto
sionista, che è quello, ripetiamolo, di fondare uno Stato ebraico in una terra
abitata da una popolazione che non desidera far parte di tale Stato.
L’occupazione militare di terre abitate dai palestinesi è allora necessaria,
all’interno del progetto sionista, e quindi è necessaria la dittatura militare
nei confronti delle popolazioni occupate. La caratterizzazione dello Stato di
Israele come dittatura militare sui palestinesi è cioè intrinseca alla natura
stessa del progetto sionista, almeno finché esisteranno palestinesi in
Palestina.
5. Sionismo
e antisemitismo
Come tutte
le fedi fanatiche, anche la religione dell’olocausto copre le proprie
contraddizioni accusando di malvagità coloro che la criticano. L’accusa ovvia è
quella di antisemitismo. È allora interessante notare che il sionismo condivide
alcuni assunti fondamentali con l’antisemitismo. Sostenendo che gli ebrei sono
un popolo che deve costituire un proprio Stato etnico in Palestina, il sionismo
implica che i cittadini ebrei di Francia, Germania, Inghilterra, Polonia ecc. non
sono cittadini come tutti gli altri. La cosa appare del tutto evidente se
si pensa che viene presentato come un fatto ovvio e naturale che, alla fine
della Seconda Guerra Mondiale gli ebrei sopravvissuti si trasferiscano in
Palestina. Questo è certo umanamente comprensibile: persone perseguitate,
vittime di atroci violenze che sfuggono a un panorama di distruzione e cercano
di rifarsi una vita. Cos’altro potevano fare? La risposta però è banale. Gli
ebrei sfuggiti al genocidio potevano fare quello che alla fine della guerra
hanno fatto tutti gli altri profughi e prigionieri (compresi molti ebrei come
Primo Levi): tornarsene ai loro paesi, alle loro case. Il sionista può
replicare che le case erano distrutte, e i paesi di cui gli ebrei erano
cittadini, in molti casi li avevano perseguitati. E a questo si potrebbe
rispondere che le case si ricostruiscono, e che milioni di uomini e donne in
tutto il mondo avevano sofferto sacrifici fino alla morte per sconfiggere il
nazismo e quindi anche il suo antisemitismo. Ma non si tratta qui di discutere
su cosa fosse possibile fare in quel momento. Si tratta di capire il
significato delle scelte allora compiute. Scegliendo di abbandonare i loro
paesi di origine per la Palestina, i fondatori dello Stato di Israele in
sostanza hanno espresso il messaggio che i cittadini ebrei italiani, polacchi,
francesi eccetera sono diversi dagli altri cittadini italiani polacchi francesi
eccetera.. Perché un italiano polacco francese eccetera, alla fine della
guerra, ha l’unico pensiero di tornarsene al proprio paese, alla propria casa,
e non gli passerebbe mai per la testa di andare a fondare un altro Stato da
qualche altra parte. L’idea che una minoranza, in qualsiasi modo determinata,
di cittadini, per esempio italiani, se ne vada dall’Italia per fondare un altro
Stato sarebbe assurda, (e significherebbe solo che quegli italiani non si
sentono più tali). A nessuno verrebbe in mente che sarebbe una buona idea se i
marchigiani andassero a fondare uno Stato marchigiano in Patagonia o in Scozia.
O che gli italiani omosessuali andassero a fondare uno Stato per omosessuali in
Paraguay. E si noti che nel caso degli omosessuali vi sono evidenti analogie
con gli ebrei: anche gli omosessuali hanno subito una persecuzione secolare che
è culminata con l’internamento nei lager nazisti. Il punto fondamentale del mio
argomento è che la tesi sionista sulla fondazione di uno Stato ebraico nel
quale radunare gli ebrei del mondo equivale all’affermazione che gli ebrei
italiani polacchi francesi eccetera sono cittadini diversi dagli altri (dagli
altri italiani polacchi francesi che non si sognerebbero di fondare altri Stati
altrove). Ma questa è esattamente la tesi dell’antisemitismo, che infatti non
vuole necessariamente lo sterminio degli ebrei, ma vuole in ogni caso separare,
in un modo o nell’altro, i cittadini ebrei dagli altri cittadini (italiani
polacchi francesi eccetera), appunto per la diversità dei primi. Il sionismo e
l’antisemitismo concordano nel ritenere che gli ebrei non siano “veramente”
italiani polacchi francesi eccetera. Il sionismo riprende le fondamentali tesi
antisemite.
6. Autorità
della vittima?
Abbiamo
accennato, all’inizio, al fatto che la “religione dell’Olocausto” è un caso
particolare di quella che potremmo chiamare “religione della vittima”, una
complessa costruzione culturale che oggi costituisce una struttura di fondo
dello “spirito del tempo”, almeno nei paesi occidentali. Questo articolo
vorrebbe essere, fra l’altro, un invito alla critica di tale complesso
culturale per favorirne il superamento. Naturalmente, qui possiamo discuterne
solo alcuni elementi. Uno di essi è l’assunzione a guide morali sacre, quindi
non criticabili, di persone che hanno subito violenza in un modo o nell’altro.
Anche su questo occorre, io credo, assumere una posizione radicalmente “atea”,
che rifiuti tale sacralità e sviluppi un discorso che apparirà necessariamente
blasfemo alle orecchie della maggioranza della popolazione, che ha assorbito la
“religione delle vittime”. Il punto di partenza potrebbe essere la seguente
frase, attribuita a Sartre (non ho un riferimento preciso): “non importa ciò
che ti hanno fatto, ma ciò che tu fai con quello che ti hanno fatto” . L’essere
vittima è un fatto assolutamente casuale, che non ha nessun legame con ciò che
è o ciò che fa o ha fatto la vittima. È proprio questa assoluta casualità ciò
che colpisce nelle vicende delle vittime del genocidio nazista o di altri
eventi simili. Ciò significa che l’essere vittima non dice nulla su ciò che è
la persona, sulle sue qualità o sui suoi difetti. Ma l’autorità, morale o
intellettuale, di una persona dovrebbe dipendere da ciò che tale persona è sul
piano morale o intellettuale, e da come essa manifesta questo suo essere, non
dal fatto che le siano capitate delle disgrazie o che abbia subito violenze. E
se ha subito violenze, è solo il modo in cui elabora quello che ha subito a
determinare il suo valore morale o intellettuale. Di conseguenza, aver subito
la violenza nazista di per sé non dà nessuna autorità intellettuale per parlare
del nazismo, se non come testimone. Naturalmente, le testimonianze sono
importati, e gli storici le usano, ma poi le elaborano all’interno di un
percorso intellettuale di comprensione teorica. L’esperienza, da sola, non dice
nulla. I soldati sopravvissuti a una guerra hanno esperienza della guerra
stessa, ma quanti hanno realmente compreso le dinamiche profonde di quello che
hanno vissuto? Solo quei pochi che hanno studiato e approfondito e riflettuto a
lungo. Questo per quanto riguarda il piano dell’autorità intellettuale,
dell’autorità cioè nella comprensione storica e filosofica degli eventi. Per
quanto riguarda il piano dell’autorità morale, il principio è analogo: il
giudizio morale su una persona lo si dà in base a ciò che quella persona fa o
dice, cioè a quanto dipende da lei, non al fatto di aver subito violenza, che è
qualcosa che non dipende dalla persona stessa. Se una vittima del nazismo
esprime posizioni che in ultima analisi fungono da supporto al genocidio
perpetrato a Gaza, tale persona, ai miei occhi, non ha nessuna autorità morale,
esattamente come chi esprime le stesse posizioni senza aver subito violenza.
Ognuno è quello fa, non quello che ha subito.
7. Non siamo
migliori dei tedeschi
Esaminiamo
adesso, per concludere, un altro dei dogmi della religione dell’Olocausto:
quello della colpa inestinguibile dei popoli europei, e in particolare dei
tedeschi. L’evento del genocidio ebraico, questa incursione del Male Assoluto
entro la storia umana, lascia per sempre infetti i popoli che ne sono stati
portatori, condannandoli ad un’eternità di espiazione, che si traduce
nell’appoggio acritico a qualsiasi politica dello Stato di Israele. In questo
modo la religione dell’Olocausto costruisce una netta separazione fra i popoli
europei di allora, affetti dal Male Assoluto (i “volonterosi carnefici di Hitler”)
e i devoti popoli europei di oggi, genuflessi di fronte alle Sacre Vittime
dell’Olocausto (i “volonterosi carnefici del sionismo”, si potrebbe dire).
Ma la
critica alla religione dell’olocausto va portata anche su questo punto. La
prima considerazione da fare riprende la tesi esposta all’inizio, che vede il
nazismo come estrema manifestazione di imperialismo e colonialismo. Di
conseguenza, ammesso che abbia senso parlare di una responsabilità collettiva
(e di questo bisognerebbe discutere, ma farlo adesso comporterebbe una
diversione), essa non è tanto dei tedeschi, ma dell’intero Occidente, per le
sue pratiche imperialiste e colonialiste che attraversano l’intera epoca
moderna, accentuandosi nel corso dell’Ottocento. Ma anche restringendo il campo
visuale al genocidio ebraico attuato dal nazismo, mi sembra necessario dire qui
una sgradevole verità: noi occidentali contemporanei, devoti fedeli di ogni
forma di religione delle vittime, non siamo migliori dei tedeschi contemporanei
del genocidio ebraico. Abbiamo assistito a un genocidio facendo poco o nulla,
cosa che è stata sempre rimproverata al popolo tedesco. Ma loro, i tedeschi
degli anni dal ‘42 al ‘45, nel momento di concreta attuazione del genocidio,
avevano, rispetto a noi, molti più ostacoli nel “fare qualcosa”. I punti
essenziali a questo proposito sono due: in primo luogo, essi sapevano poco o
nulla sulla realtà dei lager e del genocidio. Certo, sapevano per il regime era
antisemita e chi era a contatto con cittadini ebrei sapeva che gli ebrei tedeschi
sparivano (ovviamente il tedesco medio non sapeva nulla di quanto accadeva agli
ebrei polacchi o sovietici). Ma rispetto a quello che accadeva agli ebrei
deportati, il regime non faceva certo pubblicità. In Germania le notizie erano
controllate da un regime dittatoriale che rendeva rischiosa la semplice ricerca
dei fatti. Paragoniamo questa situazione con quella di noi occidentali rispetto
alla quantità strabordante di informazioni che abbiamo ricevuto sulle stragi e
le distruzioni a Gaza. È evidente che non c’è paragone possibile. Noi tutti in
Occidente sappiamo, o abbiamo possibilità di sapere con estrema facilità,
enormemente di più sul genocidio a Gaza di quanto potesse sapere il tedesco
medio sul genocidio ebraico negli anni in cui questo si svolgeva.
Il secondo
punto essenziale riguarda il fatto che, oltre a sapere, abbiamo possibilità di
intervenire, di manifestare, di protestare, molto maggiori rispetto ai tedeschi
sotto il nazismo. E infatti, quando, dopo due anni di genocidio, abbiamo
cominciato a farlo, qualche effetto c’è stato. Nessun paese occidentale è una
dittatura paragonabile a quella nazista, almeno finora. Certo ci sono da
decenni spinte a ridurre gli spazi di libera espressione del pensiero, ed esse
si sono fatte più forti proprio in risposta alle proteste per Gaza, come si è
visto soprattutto in Germania e nel Regno Unito. Ma rimane comunque uno spazio
per protestare, che assolutamente non esisteva nella Germania nazista.
Tutto questo
ci dice che gli abitanti dei paesi occidentali, paesi i cui dirigenti politici
hanno attivamente sostenuto il genocidio, sono enormemente più responsabili,
verso questo genocidio, di quanto fossero i tedeschi all’epoca del genocidio
ebraico.
Ma tutto
questo è normale: l’essere umano medio non è un eroe, e in condizioni di crisi
pensa prima di tutto a mettere al sicuro sé stesso e le persone care. Questo
hanno fatto i tedeschi sotto il nazismo. Certo non sono stati eroi: nello loro
larga maggioranza, non hanno messo a rischio sé stessi per proteggere gli ebrei.
Ma questo è esattamente quanto si può dire dei popoli dei paesi occidentali
rispetto al genocidio di Gaza: non siamo stati eroi, non siamo migliori dei
tedeschi di quegli anni.
Queste
considerazioni hanno una importante conseguenza: i tedeschi devono porre
termine alla loro penitenza infinita. In primo luogo, i tedeschi di quegli anni
hanno fatto quello che abbiamo fatto tutti, per quasi due anni, rispetto al
genocidio di Gaza. In secondo luogo, se c’è una colpa, questa è dei
contemporanei alla violenza verso le vittime della violenza. Non dei
discendenti dei contemporanei verso i discendenti delle vittime. Nessun essere
umano nato dopo il 1945 ha nessun debito nei confronti delle vittime ebraiche
del genocidio, tanto meno nei confronti dei loro discendenti. I tedeschi hanno
un solo obbligo morale, ed è lo stesso che abbiamo tutti noi esseri umani:
essere testimoni di verità e giustizia. E la verità è che oggi c’è un popolo
martirizzato, ed è il popolo palestinese, e c’è un carnefice, ed è lo Stato di Israele.
E giustizia chiede che la vittima sia protetta e il carnefice contrastato. La
vittima di oggi, il carnefice di oggi. Non quelli di ottant’anni fa.
da qui