giovedì 8 dicembre 2022

Michelangelo Severgnini e Daniel Wedi Korbaria e i migranti

 

"L'Urlo": strumentalizzazioni di destra e censure di sinistra - Antonio Di Siena

·   

Sono stati giorni davvero intensi e le idee non ho ancora avuto modo di rimetterle bene a posto. Dopo gli articoli di Libero e l’annuncio di oggi del presidente del Senato, Ignazio La Russa, di voler incontrare Michelangelo Severgnini, però, due parole mi sono d’obbligo come direttore editoriale della casa editrice che ha pubblicato il libro ”l’Urlo: schiavi in cambio di petrolio”.


Partiamo da un presupposto: capisco perfettamente che, riguardo alle vicende di Napoli – la vergognosa censura subita da Michelangelo dopo essere stato formalmente invitato a presentare la sua opera al “Festival dei diritti umani” - la sponda offerta dalla destra è assolutamente parziale, quando non squisitamente strumentale. E che a molti dei suoi esponenti interessa esclusivamente il ruolo delle ONG.

Chi ha letto il libro e visto il film sa che è un aspetto assolutamente parziale e fallace. Perché ne "L’Urlo" c’è decisamente molto di più. E, anzi, la questione dei salvataggi in mare è del tutto marginale rispetto alle questioni geopolitiche.


Soprattutto perché parliamo della stessa destra che nel 2011 - e con l’appoggio delle sinistre arcobaleno - si è macchiata (al governo) della guerra contro Gheddafi. Una scelta scellerata, contraria a qualunque interesse nazionale italiano, portata avanti nell’esclusivo interesse della NATO da un governo di cui Ignazio La Russa fu ministro della Difesa. Una guerra che è stata la principale causa del caos libico. Perché - e questo va ribadito con estrema chiarezza - se la Libia è tutt’oggi in questa condizione, lo si deve principalmente a un’aggressione militare che ha raso al suolo un Paese sovrano tra i più fiorenti e progrediti dell’intero continente africano. Una destabilizzazione in nome della “democrazia d’esportazione” che ha portato soltanto macerie e trasformato la Tripolitania in una terra di nessuno dove da undici anni vige la legge del più forte. Dove spadroneggiano milizie e tagliagola che, con la connivenza e l’appoggio economico di tutti i governi occidentali, proseguono indisturbate e impunite a sequestrare e torturare i migranti a scopo di estorsione, a ridurli in schiavitù e a sbarazzarsi brutalmente di loro quando diventano scomodi o improduttivi.

Un sistema schiavistico vero e proprio che sfrutta centinaia di migliaia di esseri umani, e lì li tiene imprigionati nonostante supplichino di poter tornare a casa loro, per mantenere in piedi un sistema economico basato sul saccheggio delle risorse del popolo libico. Lo stesso popolo che, almeno a parole, l’Occidente voleva difendere defenestrando violentemente Gheddafi. E a cui viene tutt’oggi impedito di farsi governare dall’unico governo che essi hanno liberamente scelto. Un governo (quello esiliato a Tobruk) legittimato dalla volontà popolare, democraticamente espressa nell’unica circostanza in cui è stato consentito a libici di votare, ma inviso agli interessi occidentali e quindi bollato come illegittimo e terrorista. Incidenti della democrazia. Forse è per questo che non vogliono farli votare più…

Però… e qui arriviamo al dunque.

In tutta la vicenda dell’assalto squadrista al festival del “diritti umani” di Napoli, infatti, ci sta un però grosso quanto un ecomostro sulla costiera amalfitana. Perché sono passate più di 72 ore dai fatti eppure da “sinistra” non è arrivato uno straccio di messaggio di solidarietà. Esatto. Il mondo da sempre schierato a favore della tolleranza, della libertà di parola, dei diritti, delle campagne contro odio e discriminazioni e dell’antifascismo non ha ancora proferito mezza parola non dico di sdegnata disapprovazione, ma pure di formale condanna e presa di distanze rispetto a quanto accaduto.

Eppure in tutta questa storia ci sono in ballo alcune cose che dovrebbero stare parecchio a cuore a tutti i paladini dei valori democratici. La libertà di parola di un regista vittima di un comportamento squadrista, un fatto gravissimo già di per sé che se si fosse verificato ai danni di qualche cantore della “narrazione fiabesca” avrebbe immediatamente innescato la mobilitazione generale delle anime belle. E poi il diritto all’informazione dei cittadini italiani e in ultimo - ma non per importanza - la salute e i diritti di centinaia di migliaia di africani. A maggior ragione se, come nel caso de L’Urlo, questi elementi si intrecciano indissolubilmente. Ciò che rende prezioso il lavoro di Michelangelo Severgnini, infatti, è in primis il contenere elementi, prove e documenti assolutamente inediti in Italia. E in secondo luogo il farsi portatore di istanze provenienti direttamente dal suolo libico. Fonti di prima mano che mai nessuno si era preso la briga di andare ad ascoltare, e dicono una cosa molto chiara. Per quanto scomoda, fastidiosa e invisa alla narrazione dominante essa sia.




Se si hanno realmente a cuore le sorti dei migranti-schiavi in Libia vogliamo starli ad ascoltare una buona volta? Vogliamo esaminare la montagna di prove documentali che un autore coraggioso ci mette a disposizione per inquadrare una vicenda intricatissima in tutta la sua complessità? Vogliamo cioè entrare in possesso di tutti gli elementi necessari per aiutarli veramente? O si preferisce seguitare a tenere gli occhi chiusi e lavarsi la coscienza concentrandosi esclusivamente su opere “umanitarie” che non spostano di un millimetro né il problema urgentissimo della stragrande maggioranza delle vittime di questa torbida e drammatica vicenda né, tantomeno, gli interessi miliardari e geopolitici che ad essa sottostano? Finendo per di più per legittimare, quantomeno omissivamente, la più turpe e brutale censura di chi non vuole che tutti i tasselli del caos libico vengano messi chiaramente sul tavolo?

LAD edizioni è orgogliosa di aver pubblicato l’opera di Michelangelo Severgnini. Proteggeremo lui e il nostro lavoro in tutte le sedi possibili. Vi chiediamo di mobilitarvi presentando “l’Urlo” nelle vostre città. È il modo più efficace per combattere strumentalizzazioni di destra e censure di “sinistra”.

da qui


Gira il film L'urlo

 

Sostenuto da Casa Pound sul suo organo "Il Primato nazionale", da Libero ecc.

 

Al link https://www.refugeesinlibya.org/post/open-letter-to-kama-production-1potete leggere la lettera dei migranti di cui ha utilizzato i video da loro messi sul web, manipolandoli e ritorcendoli contro di loro e contro le ong .

 

Un'operazione vergognosa, che dà ai fascisti un'arma in più per infierire sui migranti, già comunque capro espiatorio d'elezione della demagogia fascista.

E vuol dire morte, tortura e tutte le sofferenze che ben conosciamo

 

Chi vuole diffonda, è importante

 

Grazie

Luciana Negro







Da africano vi chiedo: perché #apriteiporti? - Daniel Wedi Korbaria
 

A voi occidentali che chiedete di aprire i porti e non gli aeroporti chiedo: perché volete questo tipo di immigrazione via mare con migliaia di persone ammassate su barconi fatiscenti? Oggi la vicinanza delle Ong alle coste africane ha trasformato i barconi in gommoni scadenti sui quali si continua a morire. E più disgraziati partiranno più saranno quelli che rischieranno di annegare. Almeno fateli arrivare in aereo con un visto regolare come sono venuto io!


D’accordo, mettiamo il caso che il vostro buonismo trionfi e che si aprano i porti (e non gli aeroporti), allora vi chiedo: quanti africani volete far arrivare nella vostra “accogliente” Europa? Avrete anche voi un limite numerico a questo esodo, o no? Quanti arrivi di immigrati il vostro buon cuore può accogliere? E a quale cifra vi fermerete? Ad 1 milione? 10 milioni o 100 milioni di immigrati? Oppure volete qui oltre un miliardo di popolazione africana? Io sono strasicuro che anche voi avete una soglia di sopportazione, sono sicuro che ad un certo punto anche voi direte: basta!


Ma poi che ci dovete fare con tutti questi africani? Avete forse già preparato case dignitose da affittargli? Domicili più umani che non siano i soliti campi di accoglienza, Cas, Hub, Cara, Sprar, eccetera? Siete pronti ad affittargli la vostra casa con un contratto regolare? Poi dovrete anche farli lavorare a differenza dei vostri giovani che non trovando lavoro in Italia scelgono di emigrare. Ancora vi chiedo, che tipo di lavoro volete fargli fare? Un lavoro onesto e in regola, roba diversa dalla solita schiavitù nei campi agricoli del meridione?


Ecco, vi sarei eternamente grato se voleste rispondere a queste mie domande. Diversamente non farete altro che confermarmi il dubbio atroce che mi assilla da anni e cioè che questa immigrazione è oramai diventata per voi una vera droga.


Troppe persone ne fanno uso, c’è chi si augura addirittura la morte di un bambino1 per poter fare un regime change al neo “governo del cambiamento” italiano per sostituirlo con uno immigrazionista. C’è chi ha perso la lucidità mentale e dall’attico di un grattacielo d’oltreoceano parla come se avesse il potere straordinario di conoscere tutto quel che accade nel Mediterraneo. Gli sballati intellettuali onnipresenzialisti dei mainstream media volutamente sfruttano la parola magica “rifugiati” per agevolare gli amici degli amici che lucrano con l’accoglienza e giustificano il lavoro sporco delle navi negriere. Costoro devono sapere che non esistono “rifugiati africani” che scappano dai loro paesi ma solo persone in fuga dall’operato dell’Occidente e dal suo neocolonialismo.


Voi stessi li state costringendo a scappare e aprire i porti non sarà certo la loro salvezza. #Parliamone.

da qui





mercoledì 7 dicembre 2022

Che cosa significa passare dai Lea ai Lep di Calderoli - ,Ivan Cavicchi


In diritto la premeditazione è considerata come circostanza aggravante. E la premeditazione nella vicenda dell’autonomia differenziata versione Calderoli è ben camuffata.
La proposta del minsitro ("Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata") è scritta per colpire strumentalmente i diritti delle persone e alla fine far passare surrettiziamente un disegno politico ai danni della Costituzione italiana. La proposta Caldroli è pensata e concepita come premeditato raggiro perché non definisce ex ante, alla luce del sole, le regole, le condizioni, i limiti, le garanzie, gli obblighi che servirebbero per concedere alle regioni una plus autonomia, ma sposta tutte le decisioni finali in un “procedimento per l’approvazione delle intese fra Stato e Regione” che il Parlamento sino ad ora non ha mai autorizzato
Questo modo di procedere di fatto si limita a prendere atto delle intese già siglate tra regioni e governi, senza alcuna autorizzazione parlamentare, ma in nessun caso si preoccupa di definire, con una legge, le regole alle quali le intese tra regioni e governo debbono obbedire.
Non è accettabile che la nostra Costituzione sia manomessa nei suoi fondamentali da una generica procedura di contrattazione tra governo e regioni. Tali intese, per quanto legittime, non possono avere il potere di cambiare la Costituzione. Avallare il contrario sarebbe gravissimo.
Nel merito, invece, si devono chiarire bene le modalità alle quali le regioni dovranno obbedire per finanziare la sanità. La domanda fondamentale alla quale la proposta Calderoli non risponde con chiarezza è semplice: con il regionalismo differenziato cosa cambia nell’attuale sistema di finanziamento della sanità? La sanità sarà finanziata in base ai diritti come prevede la 833 o in base al reddito come prevede il regionalismo fiscale? E, più in generale, quale genere di tutela dobbiamo garantire al cittadino?
Oltretutto c’è un altro piccolo particolare che ci chiarisce le pessime intenzioni del ministro. Infatti la proposta Calderoli, citando l’art. 117, non parla di Lea ma di Lep (livelli essenziali di prestazioni), perché nella contro-riforma del titolo V del 2001 è appunto previsto il passaggio dai Lea ai Lep. La legge che nel 1992 ha istituito i Lea (L.502) parla di “livelli di attività di servizi e di prestazioni”, i Lep, invece, parlano solo di “prestazioni” intendendo per prestazione un singolo e specifico atto clinico-assistenziale, di natura diagnostica e/o terapeutica. I Lea sino ad ora sono stati definiti come macro aggregati di attività servizi e prestazioni e suddivisi in tre grandi gruppi (salute pubblica assistenza distrettuale assistenza ospedaliera), i Lep secondo l’art.117 sono semplici prestazioni tecniche esattamente come si usa nei prontuari delle assicurazioni.
È evidente che con il regionalismo differenziato l’intenzione non solo è quella di dare di più a chi è più ricco e di meno a chi è più povero, ma è anche di ridurre l’assistenza sanitaria ai più poveri a pura prestazione. Cioè in pratica con il passaggio dai Lea a i Lep si vuole reinterpretare il concetto di tutela essenziale facendolo coincidere il bisogno di cura con la prestazione tout court. Cioè con il minimo del minimo.
Siccome il sud dovrà essere garantito con i Lep e assistito con quello che Calderoli chiama “perequazione infrastrutturale”, e siccome la perequazione per le regioni del nord è come il costo della carità, di conseguenza al sud basta garantire prestazioni essenziali altrimenti la carità richiesta sarebbe troppo onerosa.
I tranelli e i trucchi di Calderoli devono essere smascherati nell’interesse della trasparenza e della democrazia.

https://archiviopubblico.ilmanifesto.it/Articolo/2003282745

Lettera aperta al corpo accademico della Sapienza sul 41-bis

Dall3 student3 dell’Università “Sapienza” al corpo accademico:

vogliamo dare voce ad una questione di cui sembra non si possa né domandare né parlare e che ci preoccupa. Per farlo ci appelliamo al corpo accademico perché crediamo che specialmente nei momenti più bui, in quei chiaroscuri dove nascono mostri, l’Università non possa rimanere passiva davanti all’incedere degli eventi, ma piuttosto debba prestarsi ad essere luogo della critica, il motore dello spirito dei nostri tempi.
La “Sapienza” non è uno spazio neutro, non deve esserlo, e lo ha dimostrato la mobilitazione delle ultime settimane da parte del corpo studentesco.
Una comunità che si è riscoperta tale per la prima volta da anni.
Una comunità che ha invaso a migliaia il cortile di Scienze Politiche e che ha invocato a gran voce un’altra Università.
Una comunità che si è interrogata circa il suo ruolo all’interno della società e che con questa lettera aperta tenta di rispondere al suo quesito.

Il motivo per cui ci appelliamo a voi è il seguente: lo scorso 20 ottobre Alfredo Cospito, detenuto nel carcere di Sassari, ha incominciato uno sciopero della fame contro il regime di detenzione del 41-bis (al quale lui stesso è sottoposto) e contro l’ergastolo ostativo. Oltre ad Alfredo Cospito sono in sciopero della fame anche Anna Beniamino (detenuta in regime di alta sicurezza a Rebibbia) Juan Sorroche Fernandez (detenuto in regime di alta sicurezza nel penitenziario di Vocabolo Sabbione) e Ivan Alocco (detenuto nel carcere di Villepinte).

Il 41-bis, nato come misura emergenziale nel ’92, per poi subentrare a pieno titolo nel nostro ordinamento per mezzo della legge n.279/2002, è diventato negli anni un mezzo indiscutibile di lotta alle organizzazioni criminali.
Ed è questa dogmaticità che ci terrorizza, questa ineluttabilità che ha permesso allo Stato italiano di tenere su, negli ultimi trent’anni, un modello speciale di carcere, detto per l’appunto “duro”, mirato a “far crollare” il detenuto, puntando alla “redenzione” di questo, ovvero alla collaborazione con la giustizia, principale “criterio di accertamento della rottura dei collegamenti con la criminalità organizzata” (cfr. sent. Corte Cost., n. 273/2001).

Il 41-bis non è solo uno strumento preventivo, ma “vista la rigidità del suo contenuto è evidente che assuma anche un significato repressivo-punitivo ulteriore rispetto allo status di privazione della libertà” (cfr. XVIII report sulle condizioni di detenzione dell’Associazione Antigone).

È difficile riuscire, da fuori, ad immergersi nella dimensione carceraria;
per questo vorremmo riportare alcuni versi del poeta Sante Notarnicola, che ben riescono a veicolarci il senso di profondo isolamento e alienazione che lə detenutə vive sulla sua pelle:
«Il guardiano più giovane
ha preso posto
davanti alla mia cella.
“Dietro quel muro” – mi ha

indicato – “il mare è azzurrissimo”. Per farmi morire un poco
il guardiano più giovane
mi ha detto questo»

Il detenuto in 41bis passa la maggior parte della sua giornata all’interno di un cubicolo di cemento. Questo è lungo 1,53 metri e profondo 2 e mezzo.
L’ordinamento penitenziario concede solo 2 ore di socialità al giorno, da svolgere in gruppi di massimo 4 persone. Le ore d’aria si svolgono in un riquadro troppo alto per permettere di dare orizzontalità allo sguardo e la visuale del cielo è comunque delimitata da una rete: tutti i giorni, per anni, gli occhi non guardano null’altro che il cemento, lo sguardo non va mai in profondità, la fantasia e la memoria vengono logorate.

La legge stabilisce, poi, che l3 detenut3 al 41-bis possano effettuare un colloquio al mese dietro ad un vetro divisorio (tranne che per i minori di 12 anni) della durata di un’ora (sei – fin troppo pochi –, invece, sono i colloqui mensili concessi ai detenuti “comuni”, senza barriere divisorie) e videosorvegliati da un agente di polizia penitenziaria.

La riflessione che ci siamo post3 e che stiamo ponendo ora a voi è la seguente:
nel momento in cui nella società in cui ci muoviamo ci viene proposta la narrazione per la quale il carcere esiste in quanto sistema rieducativo e di reintegrazione sociale, a dimostrare il fatto che questo non è il vero obiettivo dell’istituzione carceraria ritroviamo la presenza (tanto difesa e considerata necessaria) di un modello di reclusione come quello del 41-bis.
Può mai essere inflitta ad un essere vivente una sorte tanto brutale, tesa a un’incivile retribuzione del dolore?
La nostra riposta è quanto mai ferma e risoluta: no!

Le istituzioni democratiche devono essere in grado di affrontare le situazioni di crisi con strumenti idonei e coerenti con quei principi, costituzionali e convenzionali, che hanno nel tempo abbracciato. Il nostro stesso ateneo si è sempre, e soprattutto recentemente, dichiarato forte sostenitore della nostra carta costituzionale che, ricordiamo, esplicita la “pari dignità sociale” di tutte le soggettività che attraversano il territorio italiano.

La risposta non può mai essere ottenuta al ribasso, adottando misure autoritarie, repressive e lesive della dignità umana, ma deve essere sempre il frutto di una – faticosa, certo! – ricerca di alternativa.

Chiediamo al corpo accademico di firmare questo comunicato affinché il Rettorato si spenda contro un’ingiustizia che si consuma all’interno dei confini del nostro Paese e l’affronti con la stessa fermezza con la quale in momenti precedenti ha affrontato altre situazioni (e ci riferiamo al caso Regeni e alla risoluzione pacifica del conflitto in Ucraina): prendendo posizione pubblicamente ed esponendo degli striscioni contro il 41-bis (prima del mese di dicembre durante il quale si esprimeranno la Corte

Costituzionale sull’ergastolo ostativo e il Tribunale di Sorveglianza sulla misura inflitta ad Alfredo Cospito).

ABOLIAMO IL 41-BIS E L’ERGASTOLO OSTATIVO!

Firme:

Massimo Cacciari

Donatella Di Cesare

Luca Alteri

Elena Gagliasso

Giorgio Mariani

Valerio Cordiner

Tessa Canella

Rita Cosma  

Roma Università La Sapienza 24.11.2022

da qui

martedì 6 dicembre 2022

CHI INSEGNA DEVE INSEGNARE, NON UMILIARE - Fabio Porru

 

Mi occupo di disturbi mentali in chi studia all’università, dei fattori che ne facilitano l’insorgenza, e delle loro conseguenze. Avendo lavorato su questo tema prima da studente in medicina e chirurgia all’Università di Cagliari, poi da ricercatore all’Erasmus MC di Rotterdam, ho letto con disappunto e fastidio le parole del Min. Valditara sull’uso dell’umiliazione con fine educativo, che vanno contro ogni evidenza scientifica ma offrono l’occasione per discutere su questo tema.

Ricordo quando ad un esame un docente vomitò con rabbia ad un collega le parole: “Tu ucciderai le persone”. Una risposta sbagliata, per quanto sbagliata, non giustifica l’umiliazione o il terrorismo psicologico. Giustifica un voto basso, una bocciatura. Ma tutto questo può e deve esser fatto con rispetto. Insegnante significa “che insegna”, e chi insegna deve insegnare, non umiliare.

Alcuni docenti confondono la mancanza di preparazione ad un esame o perfino a lezione con l’autorizzazione alla derisione. Nei corsi di laurea sanitari capita che questi comportamenti siano giustificati dalle responsabilità della futura professione. Proprio in vista delle future responsabilità, chi studia deve acquisire la migliore preparazione possibile e chi insegna deve accompagnare e guidare questo percorso. Diversi studi sulle facoltà di medicina mostrano che l’utilizzo dell’umiliazione per insegnare, suggerito dal ministro, è pratica comune. Mancanze di rispetto e terrorismo psicologico non solo non sono utili, ma generano distress psicologico che, a differenza dell’eustress (lo stress che ci aiuta a rendere di più), ha ripercussioni negative sulla performance e sulla salute. La scienza è chiarissima: essere sanə è fondamentale per la performance. Inoltre, la paura dell’umiliazione riduce la collaborazione e la condivisione di dubbi e idee, utili per l’intera classe. Chi insegna è una risorsa per chi studia ma spesso è percepito come una minaccia.

La ricerca ci dice che accendere la passione di chi studia è una strategia migliore. Se ci piace fare qualcosa, la facciamo meglio. Facendo qualcosa che ci piace in un modo che ci piace, aumenta la motivazione e migliorano qualità di vita e salute, ingredienti fondamentali per portare avanti i nostri studi e il nostro lavoro nel modo migliore. L’Università è per antonomasia il centro dell’innovazione e della scienza, ma proprio dove dovrebbe sentirsi a casa, la scienza è spesso ignorata.

I vari “è il rischio del mestiere”, “bisogna saper reggere la pressione” o “è selezione naturale” sono discorsi tipici di chi non attribuisce alla salute mentale la stessa dignità di quella fisica. Nessuno si sognerebbe di fare questi discorsi per rischi professionali per la salute fisica. Per altro, non è sempre possibile eliminare ogni “rischio del mestiere” ma è nostro compito rimuovere quelli che possiamo rimuovere e minimizzare gli altri. Le mancanze di rispetto rientrano tra questi.

Tutto il discorso vale ovviamente per ogni disciplina e livello accademico. Riguarda anche le tante persone che siedono poco sopra nella scala gerarchica, come quelle impegnate con scuole di specializzazione e contratti di ricerca. L’Università italiana ha una struttura gerarchica molto verticale. Il problema è che, oltre a ruolo e responsabilità, in base alla posizione gerarchica si gode di diversa dignità: chi sta in basso ha diritto a meno dignità di chi sta in alto. Si subisce e si deve subire da chi sta più alto e, nell’immediato o in seguito, si scarica su chi sta in basso, portando ad un mantenimento intergenerazionale di queste dinamiche. Sebbene ogni mancanza di rispetto vada condannata e perseguita, è più lecito aspettarsi maggiore professionalità da chi insegna che non da chi studia, e chi ha un ruolo istituzionale spesso fallisce nel rappresentare il modello di competenza e di professionalità che dovrebbe veicolare.

Gli Atenei devono impegnarsi a promuovere il rispetto come valore fondante del sistema accademico per ogni livello e direzione e a garantire gli strumenti per la segnalazione di comportamenti incongrui, seguite da verifiche ed eventuali provvedimenti disciplinari congrui. Centinaia di studi dipingono uno scenario d’emergenza circa la salute mentale di chi studia all’università. E se non basta un’ampia letteratura scientifica, c’è la cronaca dei tanti suicidi tentati e di quelli portati a termine. Quando un problema assume dimensioni simili, non si può attribuire la responsabilità all’individuo: il problema è del sistema.

da qui

Odio mosso da amore - China Miéville

 

Non c’è ragione di soccombere al conforto complesso della disperazione, un rifugio nel lugubre che ci consegna alla sconfitta. Ma sottolineare i ripetuti fallimenti della sinistra è un rimedio inevitabile, data la sua storia di esaltazioni e cazzate, ed evidenziare quanto siano spaventosi e terribili questi giorni, anche se vi possiamo anche scorgere una speranza. Adottare l’approccio liberale e vedere come deviazioni Boris Johnson, Jair Bolsonaro, Narendra Modi, Rodrigo Duterte, Donald Trump, Silvio Berlusconi e i loro epigoni, il violento e intricato «cospirazionismo», l’ascesa dell’alt right, la crescente volubilità del razzismo e del fascismo, significa estrapolarli dal sistema di cui sono espressione. Trump se n’è andato, ma il trumpismo è ancora forte.

Nonostante tutto ciò, vista la recente sconfitta e lo smacco dei movimenti di sinistra nel Regno Unito e negli Stati uniti, causa di profonda depressione e demoralizzazione, questa è stata anche una fase di insurrezioni senza precedenti nelle città americane (e altrove). La storia e il presente sono oggetto di contesa.

Il capitalismo non può esistere senza una punizione implacabile nei confronti di coloro che trasgrediscono i suoi divieti spesso meschini e spietati, e di coloro la cui punizione è funzionale alla sua sopravvivenza, indipendentemente dalla «trasgressione» immaginaria. Dispiega sempre più la repressione burocratica, ma anche un sadismo appositamente congegnato, sfacciato, sopra le righe. Ci sono innumerevoli orribili esempi di riabilitazione e celebrazione della crudeltà, nella sfera carceraria, nella politica e nella cultura. Spettacoli come questo non sono nuovi, ma non sempre sono stati così «sfacciati», come dice Philip Mirowski, «fatti sembrare non eccezionali» – non sono solo una distrazione ma fanno parte di «tecniche di disciplinamento ottimizzate proprio per rafforzare il neoliberismo».

Questo genere di sadismi sociali è sempre stato contrastato e combattuto, e ufficialmente sconfessato – in particolare «in casa», meno dove sono stati praticati contro soggetti del dominio coloniale – da strutture che si descrivono come razionali e giuste, persino misericordiose. Ma tutto ciò sta cambiando.

Questo sistema prospera incoraggiando forme di sadismo, disperazione e impotenza. In più, vengono insufflate forme di «felicità» fittizia e autoritaria, di «godimento» grigio e obbligatorio della vita, di spietata insistenza sull’allegria, come scrive Barbara Ehrenreich nel suo libro Smile or Die. Tale positività obbligatoria non è l’opposto di quelle miserie, ne è elemento co-costitutivo. Questo bullismo è una versione di quello che Lauren Berlant chiama «ottimismo crudele», anche a sinistra: nessuna ragionevole speranza guadagnata, ma un’insistenza intimidatoria sulla necessità del pensiero positivo, a costo non solo dell’autonomia emotiva ma dell’inevitabile crollo quando il mondo non è all’altezza di tali vincoli.

In un sistema sociale di crudeltà di massa, che celebra solo i «piaceri» miserabili, mercificati e, in ultima analisi, impoverenti, è perfettamente comprensibile che la sinistra sia ansiosa di sottolineare un diverso tipo e profondità di emozione positiva, di trovare una potenziale opposizione radicale in esplosioni di gioia socialmente destabilizzanti, come versione opposta al sadismo. Per vedere nell’amore un evento sconvolgente e riconfigurante, una motivazione rivoluzionaria chiave.

Dopo tutto, l’etica alla base del socialismo, dice Terry Eagleton nel suo meraviglioso Perché Marx aveva ragione, risolve una contraddizione del liberalismo «in cui la tua libertà può fiorire solo a spese della mia», poiché «[solo] attraverso gli altri possiamo finalmente entrare dentro noi stessi», che «significa un arricchimento della libertà individuale, non una sua diminuzione. È difficile pensare a un’etica migliore. A livello personale, è nota come amore».

In questo senso, l’amare, con uno specifico indirizzo politico, ha ispirato i radicali per un secolo. Nel seminale Largo all’Eros alato!, la grande rivoluzionaria Alexandra Kollontai ha descritto l’amore come «un’emozione profondamente sociale», ha insistito sul fatto che «per un sistema sociale da costruire sulla solidarietà e sulla cooperazione è essenziale che le persone siano capaci di amare», e ha incoraggiato l’educazione a tal fine. Come non considerare, per citare il titolo di un affascinante e provocatorio libro recente, «il comunismo dell’amore?». Attratti dal suo claim secondo cui «ciò che viene chiamato ‘amore’ dai migliori pensatori che si sono avvicinati all’argomento è il cuore pulsante del comunismo?».

Prendiamo l’amore sul serio, con ogni mezzo. Ma dobbiamo prendere sul serio anche i nostri nemici e imparare da loro. In quella che è un’epoca di grande odio. Quali elementi del Manifesto del Partito comunista mettono a fuoco questa barbarie?

Nel 1989, Donald Trump ha suggerito che «forse l’odio è ciò di cui abbiamo bisogno se vogliamo fare qualcosa». Il suo odio era allora, e rimane, un feroce dispiegamento di rancore razzista di classe: una richiesta per l’omicidio giudiziario dei Central Park Five, adolescenti neri falsamente accusati di stupro.

Il contenuto concreto di questo odio è tutto ciò contro cui dovremmo opporci. Ma qual è il modo migliore per contrastare l’odio? Un odio del genere non è forse degno di odio?

Trump è scaltro. Il suo odio ha sicuramente ottenuto qualcosa, anche se non fosse il suo obiettivo iniziale. Forse, ispirato negativamente, il nostro stesso odio dovrebbe fare qualcos’altro, e con urgenza. Qualcosa di molto diverso. L’odio nei confronti di questo odio sistemico.

L’odio nei confronti del potere è giusto

Il filosofo e sacerdote anglicano Steven Shakespeare avverte che concentrarsi sull’odio come qualcosa di diverso da una forza da respingere è «territorio irto» e «pericoloso». Come potrebbe essere altrimenti? L’odio, dopo tutto, è un’emozione che può mandare in cortocircuito il pensiero e l’analisi, può sfociare nella violenza, e non necessariamente con forme di discernimento.

Ma, debitamente attento, Shakespeare punta esattamente l’obiettivo da cui ci mette in guardia, precisamente per «discernere maggiormente l’odio, da dove viene, dove dovrebbe essere diretto e come viene catturato per gli scopi degli altri». Sottolinea in un punto chiave che quell’odio «non presuppone alcuna verità o armonia fondante, ma… sa di essere contro l’altro dominante» è «parte costitutiva della singolarità di ogni essere creato». Il concetto, quindi, di fronte alla storia umana, è che l’odio, in particolare da parte degli oppressi, è inevitabile.

Questo non vuol dire che sia inevitabile che tutte le persone, anche tutte le persone oppresse, sperimentino l’odio. È per affermare che l’odio, non essendo né contingente né estraneo all’anima umana, sarà provato da alcuni, probabilmente da molti. Che, in particolare nei contesti di società che mettono le persone l’una contro l’altra individualmente e in massa, l’odio esisterà certamente. La gente odierà. Come molti di noi hanno sperimentato di persona.

L’odio fa parte dell’umanità. Non c’è alcuna garanzia della direzione di tale inevitabile odio, ovviamente. Può essere interiorizzato, nel mortale odio per noi stessi che, sotto il capitalismo, è così diffuso. Così spesso sostenuto dal sistema stesso. Chi, schiacciato dal capitalismo, non sente, nelle parole conclusive della poesia di Rae Armantrout Hate, che «il mercato ti odia/ anche più/ di quanto tu odi te stesso»?

L’odio può essere esternalizzato, senza alcuna giustizia: spesso è stato rivolto contro chi meno lo meritava. Ma, sebbene sia diventato un cliché, la massima preferita di Marx è molto pertinente qui: Nihil humani a me alienum puto, niente di umano mi è estraneo. Non è produttivo patologizzare l’odio di per sé, non da ultimo quando è naturale che sorga, figuriamoci renderlo motivo di vergogna.

Sophie Lewis pone il punto con la consueta chiarezza tagliente. «L’odio non è quasi mai considerato appropriato, sano o necessario nella società liberal-democratica. Per conservatori, liberali e socialisti allo stesso modo, l’odio in quanto tale è la cosa da rifiutare, sradicare, sconfiggere e scacciare dall’anima. Eppure l’ideologia anti-odio non sembra implicare l’individuazione delle sue cause profonde e dei punti di produzione, né affronta l’inevitabilità o la richiesta – la necessità – dell’odio in una società di classe». Sollevare questo problema, non solo dell’esistenza dell’odio ma, almeno per alcuni, della sua potenziale stretta necessità è, per dirla con Kenneth Surin, ciò che sta alla base de «l’utilizzo di un odio deliberato come categoria razionale».

Non ci si dovrebbe mai fidare dell’odio, né trattarlo come sicuro, né celebrarlo fine a sé stesso. Ma, inevitabilmente, non va ignorato. Né è automaticamente immeritato. Né, forse, possiamo farne a meno, non se vogliamo rimanere umani, in un’epoca odiosa che patologizza l’odio radicale e incoraggia la fatica dell’indignazione. E nemmeno l’odio consapevole è necessariamente un nemico della liberazione. Potrebbe essere il suo alleato.

Nel 1837, l’appartenenza al gruppo di sinistra radicale del grande socialista pre-marxista Auguste Blanqui, noto come Stagioni, assunse come centrale tale odio socialmente informato. Contro il degrado della tradizione rivoluzionaria, per la libertà, gli accoliti giuravano: «In nome della Repubblica, giuro odio eterno a tutti i re, agli aristocratici e a tutti gli oppressori dell’umanità».

Nel 1889, il poeta radicale australiano Francis Adams scrisse di aver distrutto la sua salute nel perseguimento della lotta della classe operaia a Londra. «Sembrava un fallimento – scriveva – Ma non ho mai disperato, né ho visto motivo di disperare. C’era una splendida base di odio lì. Con l’odio, tutto è possibile».

Nel 1957 Dorothy Counts pose fine alla segregazione in una scuola nella Carolina del Nord. A proposito della fotografia che la ritrae mentre passa davanti alla feroce folla beffarda di manifestanti, James Baldwin ha scritto che «[mi] ha reso furioso. Mi ha riempito sia di odio che di pietà». Quest’ultima era riferita a Counts; la prima per quello che vedeva nei volti dei suoi aggressori. Sarebbe una devozione stupefacente e presuntuosa suggerire che un odio come questo fosse sconveniente o che non fosse funzionale all’emancipazione.

Fondamentalmente, come ha scritto Francis Adams, ogni cosa è possibile con l’odio, non solo le cose buone. Ecco dove sta il pericolo. Ma alcune cose sono sicuramente positive, in termini, ad esempio, di vigore attivista. Anche infuriarsi, certo, ma infuriarsi contro qualcosa, volendo che sia sradicato. Era in parte in questo odio che pensava potesse esserci forza. L’assenza di una massa critica di odio può ostacolare la resistenza: Walter Benjamin, nel suo straordinario, profetico, controverso saggio del 1940Tesi di filosofia della storia, ha preso in considerazione la socialdemocrazia in opposizione al socialismo militante, per il suo focus sul futuro e sulla classe operaia come «redentrice», indebolendo attivamente quella classe e distogliendo i suoi occhi dalle iniquità del passato e del presente, per «dimenticare sia il suo odio che il suo spirito di sacrificio».

Inoltre, l’odio può aiutare non solo con la forza, ma anche con il rigore intellettuale e di analisi. Le astrazioni del capitale possono generare la loro logica apparentemente implacabile, contro la quale uno sguardo opposto coinvolto emotivamente, un odioso sguardo contrario, potrebbe rivelarsi necessario non solo eticamente ma epistemologicamente.

«Ciò che non funzionerà mai è la fredda logica della ragione – scrive Mario Tronti in Operai e capitale – Quando non è mossa dall’odio di classe». Perché «la conoscenza è connessa alla lotta. Chi ha vero odio ha veramente compreso». Tronti si spinge fino a descrivere un antinomismo radicale, cioè l’opposizione a «l’intero mondo della società borghese, così come il mortale odio di classe contro di essa» come «la forma più semplice della scienza operaia di Marx». Anche nei primi scritti politici di Marx, dal 1848 al 1849, per quanto sbagliati in vari particolari, Tronti trova «una lucidità nel prevedere lo sviluppo futuro quale solo l’odio di classe potrebbe fornire».

Odio di classe. Odio da parte di una forza sociale, di una forza sociale opposta, di quell’«altro dominante» individuato da Steven Shakespeare. Quest’odio è giusto, indicato e necessario: «non un odio personale, psicologico o patologico, ma un odio strutturale radicale per ciò che il mondo è diventato».

L’odio e il Manifesto

Tale odio strutturale radicale, schierato con cura, potrebbe persino dare una forma produttiva alle modalità più proteiformi di odio che sono anche inevitabili e pericolose. «La fusione proposta qui dell’odio con una logica strategica è essenziale se l’odio non deve trasformarsi in rabbia o in un apocalisse senza cervello». L’odio sorgerà e, sebbene la vergogna non debba attaccarsi a esso, deve essere diretto con urgenza. «L’odio radicale – nella descrizione di Mike Neary – è il concetto critico su cui si basa la negatività assoluta», ciò su cui quella rottura antinomica «si basa».

Cosa c’entra tutto questo con il Manifesto? Anche un marxologo così sottile e alla ricerca dell’odio come Tronti si concentra e trova il suo materiale in altri scritti di Marx. Ma quei testi vengono proprio dopo il Manifesto, e possono essere visti in parte come risposte a esso e ai suoi fallimenti, fallimenti delle sue profezie, delle sue speranze. L’odio di classe espresso da quegli scritti successivi non emerge dal nulla.

Nella retorica del ManifestoHaig Bosmajian vede «non solo tentativi di suscitare rabbia […] ma di […] suscitare odio rivolto non solo contro un individuo, ma anche contro una classe». Citando Aristotele per il quale la rabbia provoca un desiderio di vendetta, «l’odio desidera che il suo oggetto non esista», per Bosmajian in Marx «l’obiettivo era quello di condurre i suoi ascoltatori in quella condizione in cui avrebbero desiderato che la borghesia fosse sradicata».

Questo è ambiguo: il punto per Marx ed Engels non è lo «sradicamento» degli individui, ma della borghesia come classe, vale a dire del capitalismo. Suggerire che il testo evochi «odio» per gli individui borghesi significa travisarne l’ambivalenza, così come la sua attenzione al sistema di classe del capitalismo. Andare oltre e affermare, come fa Leo Kuper, che la «completa disumanizzazione della borghesia» ha «rilevanza» per il problema del genocidio, implicando una teleologia dell’«inevitabile estinzione violenta di una classe di persone disumanizzate» è assurdo.

Da un lato, questo serve semplicemente a dispiegare la panacea liberale secondo cui Stalin è l’esito inevitabile e l’approdo del marxismo, e quindi non è particolarmente interessante o sorprendente. Si dovrebbe, ovviamente, riconoscere che ci sono coloro che hanno usato argomenti come quelli del Manifesto per commettere atti spaventosi. Tuttavia, descrivere questo terrore immaginario come inflitto sulla base della colpa attribuita alle persone «per quello che sono, piuttosto che per quello che fanno» è precisamente sbagliato. Nel Manifesto, nel marxismo in generale, la relazione tra le classi non è per definizione sulla base di identità statiche, date, ma di relazioni, che includono cose fatte. E lo «sradicamento» necessario è di quelle relazioni, non di persone specifiche.

Il Manifesto è chiaro: «Essere un capitalista significa avere non solo una posizione puramente personale, ma anche sociale nella produzione». E non per essenza di sé, come attesta la descrizione del Manifesto a proposito del rinnegamento di classe tra alcuni borghesi, ma in virtù dell’assunzione di «posizioni che riflettono tendenze, una tendenza alla concentrazione del capitale e una tendenza alla dipendenza e all’immiserimento», nelle glosse di Jodi Dean – vale a dire, perpetuando attivamente queste strutture e dinamiche. È proprio l’urgente necessità di rottura nel Manifesto che esprime quale odio radicale contenga.

Ma in ogni caso, infatti, nonostante tutto il loro magnifico sproloquio contro il sistema, Marx ed Engels furono troppo generosi nel loro elogio alla sua trasformazione e alle sue proprietà energetiche, e alla stessa borghesia, oltre che circa le probabilità del suo crollo. Il Manifesto è una chiamata alle armi, ma contiene anche tracce reali di un senso di inevitabile collasso che spingono contro quella spinta a sradicare il sistema. Il Manifesto vuole essere un «canto del cigno» del sistema, ma è anche un «inno alla gloria della modernità capitalista». «Mai, ripeto, e in particolare da nessun difensore moderno della civiltà borghese è stato scritto nulla di simile, mai è stato scritto un resoconto a nome della classe imprenditoriale da una comprensione così profonda e così ampia di ciò che è il suo raggiungimento e di ciò che significa per l’umanità». Se questa, dell’economista conservatore Joseph Schumpeter, è un’esagerazione, non lo è di molto. Il Manifesto, nonostante tutto il suo fuoco, la sua rabbia e la sua indignazione, ammira il capitalismo, la società borghese e la borghesia. Ammira troppo la classe borghese.

È significativo che Gareth Stedman Jones, biografo di Marx implacabilmente disilluso, descriva il tono del passaggio più noto del Manifesto come «sadismo giocoso». Si potrebbe contestare il sostantivo, ma non l’aggettivo. Ed essere giocoso, giocare, implica un compagno di giochi. La stessa scintillante e spavalda provocazione che rende il Manifesto così brillante implica, nonostante tutto il suo antagonismo, qualcosa di ludico, che spinge il testo contro ogni forma di odio.

Ciò non significa che il Manifesto sia privo di odio. Ammira la borghesia, gioca rudemente con lei e senza dubbio la odia. Naturalmente, l’odio per il sistema è evidente dappertutto. Ma nella sua forma più combattiva, quanto odia la borghesia in quanto classe? La sezione più antagonista è quella dei paragrafi da 2.15 a 2.67, in cui si rivolge direttamente alla borghesia. Quel passaggio alla seconda persona individua quale odio c’è, almeno inestricabile, nell’ammirazione. Il paragrafo 2.34 fa intendere che sono pigri; per il 2.38 sono egoisti; dal 2.45 al 2.51 li accusa di ipocrisia. Questo è tutto, per quanto riguarda gli attacchi diretti. La sincera furia in questi passaggi prevale sulla messa in scena, sul piacere di vincere una discussione, sulle cazzate retoriche.

Ma il disprezzo diretto è maggiore che nei feroci attacchi a vari oppositori di sinistra? Semmai, il vitupero palpabile contro, diciamo, i veri socialisti, è maggiore, proprio perché non ha quell’ambivalenza di atteggiamento che il Manifesto nutre nei confronti della borghesia.

Per prendere in prestito una frase di Neary, in un altro contesto, nel Manifesto del Partito Comunista la «negatività non è abbastanza negativa». Non odia abbastanza. Contro gli occhi roteanti del cinico saccente, dovremmo ribadire il nostro fastidio per quelle litanie di iniquità che il capitalismo lancia. Che provochino in noi una risposta adeguata, umana, il furore della solidarietà, il disgusto di una sofferenza così inutile.

Chi saremmo per non odiare questo sistema e i suoi partigiani? Se non lo facciamo, l’odio di coloro che odiano per conto suo non diminuirà. «C’è una splendida base di odio – e se non ne costruiamo qualcosa di positivo, gli edifici che inevitabilmente emergeranno saranno davvero molto brutti». Dovremmo provare odio oltre le parole e portarlo a sopportare. Questo è un sistema che, più di qualunque altra cosa, merita un odio implacabile per le sue innumerevoli e crescenti crudeltà.

La classe dirigente ha bisogno della classe operaia. Le sue fantasie di liberarsene possono essere solo fantasie, perché come classe non ha potere senza coloro che le stanno sotto. Ecco il più ampio disprezzo della classe dirigente per la classe operaia (chavs), il disgusto di classe, il sadismo sociale, il costante diritto della classe dominante, quel senso di essere speciali dunque le regole non gli si applicano, lo squilibrato elogio della crudeltà e della disuguaglianza. Per quanto tutto ciò sia vile, ciò non è odio, certamente non odio aristotelico, perché il suo oggetto non può assolutamente essere sradicato.

Per la classe operaia la situazione è diversa. L’eliminazione della borghesia come classe è l’eliminazione del dominio borghese, del capitalismo, dello sfruttamento, dello stivale sul collo dell’umanità. Ecco perché la classe operaia non ha bisogno del sadismo, e nemmeno della vendetta, e perché non solo può, ma deve, odiare. Deve odiare il suo nemico di classe e il capitalismo stesso.

L’odio per le forze che opprimono l’umanità

C’è un modello per un odio migliore in uno dei testi chiave da cui è nato il Manifesto: si tratta de La situazione della classe operaia in Inghilterra di Engels. L’odio, del tipo più rigoroso di classe, ricorre e ricorre ripetutamente, attraversa quell’opera sconvolgente e bruciante. Riconosce nella borghesia, da parte sua, «l’odio verso le associazioni» della classe operaia, naturalmente: quelle associazioni che la borghesia potrebbe certamente eliminare. Engels non solo non si sottrae all’odio della classe operaia per i suoi oppressori, lo invoca a sua volta ripetutamente.

Lo vede come necessario e centrale per la politica della classe operaia. I lavoratori, per Engels, «vivranno come esseri umani, penseranno e sentiranno come uomini [sic]» «solo sotto l’odio ardente verso i loro oppressori, e verso quell’ordine di cose che li mette in questa posizione, che li degrada a macchine». L’odio è necessario per la dignità, dunque per l’agire politico. Non celebra l’odio tout court, fin troppo consapevole dei pericoli dell’«odio portato al limite della disperazione» e che si manifesta in attacchi individuali dei lavoratori contro i capitalisti. «L’odio di classe», al contrario, è «l’unico incentivo morale mediante il quale il lavoratore può essere avvicinato alla meta». Ciò è in diretta opposizione all’odio individualizzato: «nella misura in cui il proletario assorbe elementi socialisti e comunisti, la rivoluzione diminuirà il suo spargimento di sangue, la vendetta e la ferocia. . . [Non] a nessun comunista viene in mente di volersi vendicare degli individui».

Sarebbe certamente un socialismo primitivo e pio se non riuscisse almeno a entrare in empatia con l’odio individualizzato, o semplicemente lo denunciasse all’ingrosso come un fallimento etico. Ciò è particolarmente vero nella nostra epoca moderna, dove il sadismo e «la pesca a strascico» sono diventati centrali per il metodo politico, specialmente tra la classe dirigente. Ci vorrebbe una quantità irragionevole di santità perché nessuno a sinistra provi odio per, ad esempio, il fondatore degli hedge fund, l’amministratore delegato di prodotti farmaceutici e il truffatore condannato Martin Shkreli, non solo a causa dell’ostentato profitto che trae dalla miseria umana, ma dati i suoi sforzi ripetuti, performativi e rigorosi proprio per essere odiato. E, naturalmente, c’è Trump che inneggia alla razza, deride la disabilità e celebra le aggressioni sessuali.

Il punto, tuttavia, è che arrendersi completamente e acriticamente a questo tipo di sentimento contro gli individui significa incoraggiare la propria degenerazione etica; dare implicitamente un lasciapassare a quelli della classe dirigente più inclini a velare decorosamente la miseria di cui beneficiano; e perdere la concentrazione sul sistema di cui queste figure controverse sono sintomi. Il che significa rischiare di scagionarlo.

La storia del movimento rivoluzionario è, tra le altre cose, una storia di radicali organizzati che tentano di frenare l’odio di classe individualizzato. L’odio deve essere odio di classe, con «idee comuniste», proprio per ovviare «all’amarezza del presente». Ma quell’odio di classe è incandescente e deve risplendere, e solo «amando l’odio più ardente», nella vivida formulazione di Engels, coloro che si trovano all’estremità della storia possono mantenere vivo il rispetto di sé stessi. Qui sta la «purezza» di cui si è interrogato il giornalista radicale Alexander Cockburn quando ha notoriamente chiesto ai suoi stagisti: «Il tuo odio è puro?». Si tratta della declinazione politica dell’תַּכְלִ֣ית שִׂנְאָ֣הַ, il taklit sinah, l’«odio estremo» o «perfetto» dei Salmi per coloro che insorgono contro il Signore. Vale a dire traducendo in escatologia politica, i nemici della giustizia. Salmo 139:22: «Li odio di un odio perfetto».

Dobbiamo odiare più duramente del Manifesto, per il bene dell’umanità. Tale odio di classe è costitutivo e inestricabile dalla solidarietà, l’impulso per la libertà umana, per il pieno sviluppo dell’umano, l’etica dell’emancipazione implicita in tutto il Manifesto e oltre. Dovremmo odiare questo mondo, con e attraverso e oltre e anche più del Manifesto. Dovremmo odiare questo sistema di crudeltà odioso, di odio e di odio, che ci esaurisce, appassisce e ci uccide, che ostacola le nostre cure, lo rende così combattuto, limitato e locale nella sua portata e nei suoi effetti, dove avremmo la capacità di essere più grandi.

L’odio non è e non può essere l’unica o la principale spinta al rinnovamento. Sarebbe profondamente pericoloso. Non dovremmo né celebrare né fidarci del nostro odio. Ma non dobbiamo neppure negarlo. Non è nostro nemico e non possiamo farne a meno. «A rischio di sembrare ridicolo – disse Che Guevara – lasciatemi dire che il vero rivoluzionario è guidato da un grande sentimento d’amore». È per amore che, leggendolo oggi, dobbiamo odiare di più e meglio di quanto sapesse fare il Manifesto del Partito comunista.

*China Miéville vive a New York ed è uno scrittore, attivista, fumettista, saggista e critico letterario britannico, noto per i suoi romanzi urban fantasy e fantascientifici, in Italia pubblicati da Fanucci. Questo testo, pubblicato su JacobinMag, è una versione rivista di quello comparso su A Spectre, Haunting: On the Communist Manifesto (Head of Zeus, 2022). La traduzione è a cura della redazione.

da qui

lunedì 5 dicembre 2022

ricordo di Gianni Bisiach

 





La pressione psicologica della NATO, tipo...

…bombardare. E molto altro che il giornalismo con l’elmetto in testa  non vede, non vede e proprio non vede. Oppure capisce al contrario.

articoli, video, immagini di Stefano Orsi, Giuseppe Masala, Daniele Archibugi, John Mearsheimer, Fabio Alberti, Francesco Vignarca, Marinella Mondaini, Demostenes Floros, Fabio Marcelli, Franco Cardini, Gianandrea Gaiani, Manlio Dinucci, Francesco Masala, Domenico Gallo, Davide Malacaria, Oskar Lafontaine, Alessandro Marescotti, Sergio Cararo, Pino Arlacchi, Pepe Escobar, Daniela Calzolaio, Maria Ancona, Guido Viale, Banksy e altre/i


Il catechismo geopolitico – Francesco Masala 

La dottrina Monroe dichiara la protezione unilaterale degli Stati Uniti sull’intero emisfero occidentale.

Un esempio della dottrina Monroe:

Nella prima importante applicazione della Dottrina Monroe, le forze statunitensi si ammassarono nel 1867 sul fiume Rio Grande per sostenere le richieste degli Stati Uniti che la Francia abbandonasse il suo regime fantoccio in Messico, guidato dal principe degli Asburgo, Massimiliano. La Francia alla fine obbedì, segnando una vittoria significativa per la diplomazia coercitiva degli Stati Uniti…(da qui)

Ma la dottrina Monroe non si può più adottare, la sta già usando la Russia

Provate a sostituire qualche parola e potrete leggere:

…le forze russe si ammassarono nel 2022 ai confini dell’Ucraina per sostenere le richieste della Russia che la Nato (e quindi gli Usa) abbandonasse il suo regime fantoccio in Ucraina, guidato da Zelensky. La Nato non rispose…

 

Neanche la dottrina Truman si può applicare visto che Russia non è un paese comunista, “in base alla dottrina Truman, gli Stati Uniti hanno promesso di inviare denaro, equipaggiamento o forza militare a paesi minacciati e che resistevano al comunismo.”

Neppure la dottrina Carter si può applicare, visto che la Russia non minaccia la libera circolazione del petrolio mediorientale (da qui)

La dottrina geopolitica degli Usa e dell’Occidente (i paesi della Libertà) è la seguente:

facciamo come cazzo ci pare!

 

 

 

 

La ripresa del pacifismo politico – Fabio Alberti

Nell’epoca della guerra mondiale a pezzi le politiche per il disarmo e la nonviolenza sono destinate a fallire se non si modifica la postura occidentale nelle relazioni internazionali. Prima che l’appartenenza ad alleanze militari si tratta di mettere in discussione esplicitamente la dottrina della supremazia strategica incorporata nella Nato360. Una dottrina che, oltre che immorale, alimenta necessariamente il riarmo e la guerra.

A questa va contrapposta la proposta dello sviluppo condiviso e della cooperazione globale di fronte alle sfide comuni dell’umanità. Per questo le politiche per la pace per essere efficaci devono mettere la centro la critica della politica estera italiana ed europea. A fianco del pacifismo strumentale e del pacifismo etico, va rilanciato il pacifismo politico. La parola d’ordine della neutralità attiva lanciata dalla Rete Italiana Pace e Disarmo è fondamentale e sarebbe un grave errore lasciarla cadere.

Nel suo celebre saggio del 1966 sull’era atomica[1] Norberto Bobbio identificava tre principali filoni del movimento pacifista[2]. Per usare le sue parole: “…il primo strumentale, ovvero la pace attraverso il disarmo, il secondo istituzionale, ovvero la pace attraverso il diritto, il terzo etico e finalistico, ovvero la pace attraverso l’educazione morale…”.

Nel primo filone Bobbio propone di inserire le correnti teoriche e pratiche che concentrano la propria azione sui mezzi (gli strumenti) della guerra distinguendo poi gli sforzi per distruggere le armi o almeno per ridurne al minimo la quantità e la pericolosità e quelli con lo scopo di sostituire i mezzi violenti con mezzi non-violenti. Si tratta oggi delle tante campagne e organizzazioni impegnate, anche a livello internazionale, per il disarmo e per la difesa non armata.

Nel terzo filone Bobbio inseriva le filosofie politiche e religiose che concentrano la propria attenzione sul cambiamento morale e culturale, insistendo sulle culture collettive e sulle pulsioni individuali. Vanno inserite in questo filone le politiche normalmente raccolte nella definizione di Educazione alla pace e alla non-violenza e di costruzione della cultura di pace, a cui molte risorse vengono dedicate dalle religioni e da tanti collettivi es associazioni.

Poi c’è, intermedia tra i due filoni sin qui indicati, la corrente che Bobbio definisce “Istituzionale” o “giuridica”, nella quale egli raccoglieva ritengono si debba affidare la prevenzione della guerra alla politica, con la costruzione di trattati e istituzioni internazionali atte ad impedirla (pacifismo giuridico). Si parla qui del pensiero e delle pratiche politiche che affondano le radici nel “Progetto per una pace perpetua” di Kant o che alla fine dell’800 ha posto le basi teoriche per la nascita della Società delle Nazioni prima e delle Nazioni Unite poi.[3]

Si tratta di quello che definirei il “pacifismo politico” perché affida alla politica ed in particolare alla politica estera e ai rapporti negoziali tra gli Stati, il compito di costruire le condizioni politiche affinché le armi non vengano costruite ed utilizzate, nel mentre che si sviluppi una cultura umana che renda la guerra un tabù e la metta “fuori dalla storia”. In questo ambito il ruolo del movimento per la pace è esiziale.

Il vasto e multiforme movimento per la pace italiano, riunito nella Rete Italiana Pace e Disarmo e in altre reti e coordinamenti comprende un insieme di organizzazioni, persone, forze politiche che coprono l’intero arco delle correnti pacifiste individuate a suo tempo da Bobbio.

Nella Rete e nel più generale movimento per la pace convivono bene gruppi che si concentrano sulla contestazione delle alleanze militari con coloro che lavorano sulla formazione alla nonviolenza, coordinamenti che si battono per il disarmo atomico con associazioni che dedicano il proprio tempo ad interventi di educazione nelle scuole.

Un universo che batte su tutti i tasti del pensiero pacifista, anche se non sempre con un riconoscimento reciproco dell’altrui indispensabilità e con limitata consapevolezza dell’interconnessione esistente tra le diverse dimensioni. È questa una ricchezza che andrebbe reciprocamente maggiormente riconosciuta dalle diverse anime del pacifismo Ma sappiamo che la strada dell’unità nella diversità è difficile.

Volendo fare una rapidissima disamina dei risultati conseguiti dai movimenti per la pace nel secolo e mezzo che ci divide dalla nascita del pacifismo come movimento politico, che possiamo far risalire convenzionalmente al primo congresso mondiale dei “Friends of Peace” di Londra nel 1843, possiamo misurare contemporaneamente successi e insuccessi.

Sul piano morale e del pensiero sono stati conseguiti importanti risultati. Oggi deliri come “guerra igiene del modo” non possono più essere nemmeno pronunciati, mentre gli Stati sono costretti ad aggettivare la guerra nei modi più fantasiosi per giustificarla di fronte alla opinione pubblica (guerra umanitaria, difesa preventiva, operazione militare speciale, ecc.).

La guerra è stata definita “flagello dell’umanità”, dalla Carta dell’Onu che l’ha messa, almeno giuridicamente, fuorilegge. La Chiesa cattolica ha, di fatto, ritrattato la teoria della guerra giusta che datava da Tommaso d’Aquino. Se pensiamo che il secolo scorso usciva da un periodo di 300 anni di guerre intraeuropee e coloniali e dal riconoscimento vestfaliano del “diritto alla guerra” in capo ad ogni Stato, l’avanzamento è certamente notevole.

Questo è certamente il risultato dell’incessante lavoro degli uomini e delle donne di pace, ma nasce anche dall’impressione che nelle menti e nell’esperienza di milioni di uomini e di donne hanno fatto la Prima e la Seconda guerra mondiale, con l’inclusione nel perimetro della guerra e del terrore dell’intera popolazione civile. Insomma, questi risultati sono costati cento milioni di morti.

Più ambigui sono i risultati sul terreno del disarmo…

continua qui

 

Stay behind, l’Ucraina e 5 domande – Guido Viale

L’operazione Stay behind era – forse è ancora – un’iniziativa segreta della Nato, controllata operativamente dai servizi segreti degli Usa. Serviva a preparare una resistenza, da “dietro” il fronte, in caso di un’occupazione dell’Italia da parte dell’Unione Sovietica. In realtà, in caso di una vittoria elettorale dei comunisti. Per prevenirla o, nel caso, affrontarla, veniva addestrata una folta schiera di combattenti anticomunisti, venivano predisposti depositi segreti di armi, ma soprattutto, con il consenso degli Stati maggiori delle forze armate, venivano stretti rapporti con tutte le organizzazioni fasciste presenti in Italia, indotte o incoraggiate a perpetrare tutte le stragi che hanno costellato la storia del paese tra la fine degli anni ’60 e quella degli ’80. Non “per sport”, ma per preparare, attraverso varie emanazioni – Anello, Rosa dei Venti, Mar, Decima Mas, ecc. – dei colpi di Stato come quelli in Grecia e in Turchia, per allineare l’Italia agli altri Stati fascisti dell’Europa, compresi Spagna e Portogallo, ben inseriti nella cosiddetta difesa del “mondo libero”.

Non ci sono riusciti perché la resistenza popolare era – allora – troppo forte, ma quel lavoro dietro le quinte ha segnato la storia d’Italia da allora in poi. Beh! Vi dice niente?

È quello che è stato fatto in Ucraina, Paese non Nato, ma prenotato a diventarlo, tra il 2004 e il 2014, armando e addestrando gruppi e milizie naziste che hanno avuto un ruolo decisivo nella vicenda di Euromaidan: metà manifestazione di insofferenza popolare – soprattutto di giovani – per il regime, metà colpo di Stato. Confermatosi tale non con le successive elezioni, che pure avevano mandato al governo il capo e padrone di una di quelle milizie, ma certo con l’impegno da questi profuso nel tenere alte tensione e persecuzione della componente russofona della popolazione, in particolare quella insediata nelle ricche e ancora industrializzate regioni dell’est. Queste sono state spinte a rivendicare la propria autonomia prima in termini politici, poi imbracciando le armi con proprie milizie, infine chiedendo o accettando il sostegno dei militari russi. Intanto in tutto il paese si svolgevano ormai da tempo “esercitazioni” sempre più massicce della Nato, a cui le forze sempre più armate dell’Ucraina erano state di fatto integrate.

La vittoria elettorale ottenuta da Zelensky con la promessa di porre fine a quella guerra non era bastata a invertire la rotta: evidentemente i condizionamenti per proseguirla erano troppo forti. Fino a che non si
è arrivati alla secessione – o all’occupazione – della Crimea e poi, otto anni e 14.000 morti dopo, alla tentata invasione prima e alla sistematica distruzione poi dell’intero Paese da parte delle forze armate russe.

Qui il comunismo non c’entra più, perché la Russia è da tempo uno Stato capitalista, in gran parte forgiato dall’influenza che gli Stati Uniti hanno esercitato su di esso sotto il governo di Eltsin. Il confronto è tra la Nato e la Federazione Russa: l’aggressore è quest’ultima, ma il regista dell’intera vicenda è la Nato.

Dopo otto mesi e oltre 200mila morti sul campo è difficile pensare a una vittoria di uno dei due eserciti alle condizioni che i loro governi pongono. È più probabile che l’inverno favorisca il consolidamento di una situazione di stallo affidata alle “lunghe gittate”, in cui alle incursioni sul campo degli uni corrisponda un bombardamento degli altri, mandando avanti la strage e la distruzione del Paese. L’esito sarà deciso dagli Stati Uniti (non dalla Nato), perché senza le loro armi l’esercito ucraino non può combattere un solo giorno in più, per lo meno nelle forme in cui lo fa adesso. Le scorte di armi e munizioni degli Stati Uniti stanno esaurendosi, ma iI bottino per loro è già sostanzioso: Svezia e Finlandia annesse alla Nato, Ucraina in procinto di esserlo, Georgia e altre repubbliche di nuovo in bilico. Le forniture di gas dalla Russia, quand’anche volessero riprendere, interrotte per sempre dalla distruzione del gasdotto senza che chi l’ha subita osi fiatare; l’economia tedesca e dell’Unione alle corde e l’Europa intera coinvolta in una guerra destinata a non finire e ad accrescerne la dipendenza dagli Usa, condizione ideale perché l’espansione della Nato riprenda non appena se ne presenterà una nuova occasione. La disgregazione dell’impero russo e il rovesciamento di Putin auspicati inizialmente da Biden rimandati, ma certo non sospesi.

  1. Ma se per ipotesi si raggiungesse la vittoria invocata da Zelensky – la riconquista sul campo delle regioni orientali, ormai Federazione Russa – se ne dovrebbe comunque trarre un bilancio: valeva la pena pagare con centinaia di migliaia di morti e di invalidi, con milioni di profughi, ieri in fuga, oggi invitati a lasciare l’Ucraina perché l’infrastruttura che permetteva loro di vivere è stata distrutta, con un Paese che si è indebitato per i prossimi decenni e con gli aiuti indispensabili alla ricostruzione, se mai ci saranno, certamente non così generosi come quelli per le armi?
  2. E il tutto per tornare alla situazione che c’era se si fossero rispettati – e preteso con una mediazione internazionale più efficace che venissero rispettati – gli accordi di Minsk II, riconoscendo alle regioni russofone una giusta autonomia, ma senza minacciare la Federazione Russa con la presenza della Nato alle porte di Sebastopoli? Ma non era quello, evidentemente, ciò che voleva chi stava dietro le quinte.
  3. E ancora: non ci si sarebbe forse stato bisogno dei 14mila morti della guerra al Donbass e della distruzione di quella regione se dopo Euromaidan – rivolta popolare o colpo di stato che fosse – non si fosse perseguitata la componente russofona della popolazione con il falso obiettivo nazionalistico – in realtà nazista – di “ucrainizzare” anche lingua e tradizioni di tutti?
  4. E ora?Se la situazione di stallo è destinata a protrarsi continueranno anche la distruzione delle infrastrutture dell’Ucraina ad opera dell’armata russa (quelle infrastrutture che ancora oggi sono alimentate dal gas russo…), le sofferenze e l’esodo della sua popolazione, il rancore di chi ha perso tutto, amici e parenti compresi, senza ottenere nulla in cambio.
  5. E tra un anno o due, o forse anche più, non ci si chiederà forse se non sarebbe stato meglio proporre un cessate il fuoco per cominciare a trattare sulle condizioni che avrebbero potuto rendere più accettabile il ritorno a una situazione basata sul rispetto di tutti in una reciproca autonomia?

da qui

 

 

“Pressione psicologica”. Così “Repubblica” descriveva nel 1999 i bombardamenti Nato contro le centrali elettriche della Serbia

“Bombe alla grafite e la Serbia è al buio”. Così titolava Repubblica il 3 maggio 1999 quando la Nato era impegnata a bombardare il paese balcanico. E questo il sottotitolo: “Il portavoce Nato ‘Uno strumento di pressione psicologica, possiamo spegnere l’interruttore ogni volta che lo vogliamo. Disagi a Belgrado: forni chiusi e mezzi di trasporto fermi.”

Su segnalazione di Fabio Falchi su Facebook, vi proponiamo alcuni stralci dell’articolo di Repubblica, principale megafono – allora e oggi – delle politiche belliche dell’Alleanza Atlantica, che vi fornisce l’idea di quanta ipocrisia ci sia nel racconto di oggi del quotidiano degli Elkann sugli attacchi russi alle infrastrutture energetiche ucraine.

“L’ultimo ritrovato della tecnologia bellica. Ma soprattutto un micidiale strumento di pressione psicologica sui serbi. Le bombe alla grafite lanciate per la prima volta la notte scorsa sulle centrali elettriche di Obrenovac e Nis – e che hanno tenuto per sei ore al buio buona parte della Serbia – hanno avviato una nuova strategia di guerra. Che consiste nel provocare continue interruzioni dell’energia elettrica, senza distruggere gli impianti che la producono”. PRESSIONE PSICOLOGICA, scrive Repubblica.

“La Nato insomma ha in mano la spina della corrente elettrica in Serbia. E può staccarla a suo piacimento. […] I tentativi di ripristinare le reti elettriche che i tecnici serbi hanno messo in atto durante la giornata sono stati vani. Ancora nel primo pomeriggio infatti numerose zone di Belgrado sono tornate nel totale black out”.

“La Nato ha garantito di aver avuto cura di risparmiare il bombardamento alla grafite di strutture di particolare importanza civile, come gli ospedali. Ma le fonti serbe hanno comunicato che neppure le strutture sanitarie sono state risparmiate.volta che vorrà  farlo”.

da qui



continua qui