domenica 5 aprile 2026

Chi ha (avuto) paura della Global Sumud Flotilla? - Stefano Bertoldi

Alla vigilia della nuova missione, la testimonianza inedita dell’ex-capitano della barca a vela Zefiro su come il centrosinistra o cosiddetto “campo largo” abbia cercato di inserirsi nell’iniziativa, cavalcandola e condizionandola, nel tentativo di sfruttarla in termini di immagine, a fini elettorali, per rifarsi una “verginità” politica sulla questione palestinese e del genocidio messo in atto dal sionismo e da Israele.

La campagna elettorale della “sinistra riformista” in vista di un possibile ritorno al potere nel 2027, non è iniziata intorno al “NO” al referendum ma ben prima, ovvero intorno al movimento Global March to Gaza, poi ampliatosi a Global Movement to Gaza e più recentemente, dall’estate 2025, Global Sumud Flotilla. Come “reduce” dal coordinamento della delegazione di una ventina di persone dal Lazio che il 13 giugno avrebbe voluto marciare nel deserto verso il valico di Rafah, marcia interrottasi, forse non a caso, proprio in quel giorno di giugno per lo scoppio della cosiddetta “Guerra dei 12 giorni”, sono passato alla GSF (Global Sumud Flotilla) occupandomi, insieme ad altri, di barche, perizie, acquisti, ecc.. Il cosiddetto “Campo Largo” (PD-M5S-AVS) si fece avanti – ma fu anche avvicinato – fin dall’inizio di questa avventura che coinvolse tra skipper, tecnici, solidali, equipaggio, ecc. dalle due alle tremila persone: nessuno qui mette in dubbio la loro/nostra buona fede e soprattutto i risultati, non solo mediatici, di ciò che passerà alla storia come il primo grande movimento di massa che sfociò, tra fine settembre e inizi ottobre 2025, nella più grande manifestazione di piazza dagli anni ’70. Qui vogliamo solo esporre, tramite testimonianza diretta, le manovre di cooptazione, le strumentalizzazioni elettorali, dei tre principali partiti della “sinistra” di governo (PD, AVS e M5S) che avvicinarono il movimento a puro scopo propagandistico. In quest’attivismo da “parvenu” hanno primeggiato alcuni esponenti del PD, quelli estranei alla Sinistra per Israele o non inseriti in liste che recensiscono esponenti sionisti in Italia o tra gli ispiratori del DDL per la censura dell’antisionismo, o direttamente inquadrati all’interno di contasti industriali più o meno bellici, come Marco Minniti e Luciano Violante. Tutto nasce da una serie di interrogativi cui il lettore può tentare di dare una propria risposta, proporre una teoria.

1) Perché uno skipper, a fine agosto, lascia precipitosamente il porto di Augusta alla volta di Licata per salire a bordo di Karma del progetto targato ARCI “TOM” ( Tutti gli occhi sul Mediterraneo) mentre era intento a dare una mano agli altri compagni, impegnati ad allestire/riparare barche, in una folle corsa contro il tempo, per lasciare finalmente gli ormeggi e andare a Gaza? 2) Perché lo skipper che in origine era stato individuato per quel ruolo se ne stava, invece, tornando a casa? 3) Come mai, nel momento in cui la fregata Alpino della Marina Militare Italiana, presentata con grande enfasi come indispensabile presenza a protezione della flottiglia, abbandona quest’ultima al proprio destino, sempre l’imbarcazione Karma, invia a tutti gli equipaggi sulla chat interna il messaggio Instagram targato graficamente ARCI, l’audio della nave Alpino che avvertiva tutti quanti che arrivata a 190 miglia da Gaza se ne stava andando? e che si stava per lasciare la “comfort zone” cioè verso quel fatidico limite delle 120 miglia ipotizzato come il confine oltre il quale ci sarebbe stato l’assalto delle motovedette israeliane? 4) perché questo audio era inserito in una schermata di Instagram dove comparivano, uno accanto all’altro, il logo della Global Sumud Flotilla e quello dell’Arci? Insomma, al momento sembrò quasi una comunicazione ufficiale dell’organizzazione interna che però non era certamente affidata all’ARCI che con la sua unica barca, in realtà, si era semplicemente “aggiunta” alla flottiglia, sostenendola dal loro punto di vista, chiedendo ufficialmente al Governo italiano addirittura una protezione militare; 5) perché, una volta abbandonati da quell’inutile presenza militare, sempre l’equipaggio di Karma ingaggiava, sulla chat della flottiglia un botta e risposta, intorno alle varie convenzioni internazionali che regolano le acque territoriali e internazionali come la convenzione di Montego Bay per concludere poi che l’ultima parola, cioè il punto-nave in cui ci si doveva tutti fermare tutti spettava proprio a Karma che paradossalmente era l’ultima barca aggiuntasi al gruppo? 6) perché e con quale scopo 5 skipper su circa una ventina, definiti poi semplicemente “irrequieti” o “teste calde” decisero autonomamente di andarsene verso la Grecia partendo dalla baia di Porto Palo, dove aspettavamo, tra una riparazione e l’altra, la delegazione tunisina, per poi tornarsene indietro dopo qualche ora? Per fortuna la notizia non arrivò alla stampa per un senso di responsabilità dei giornalisti a bordo ma la stampa conservatrice e sionista ci sarebbero andati a nozze, rimarcando ancora una volta, le difficoltà organizzative o i dissidi interni alla flottiglia. 7) perché, dopo il feroce attacco avvenuto a sud di Creta ai danni della flottiglia da parte di Israele, qualcuno nell’organizzazione ha perseguito, senza nessuna motivazione nautica e tecnica, l’obiettivo di rimuovere dall’albero della Zefiro, lo spezzone costituito da un segmento di circa un metro di strallo in acciaio e tessuto arrotolato che non dava nessun fastidio anche considerando che dopo poche ore la barca si trovava in banchina a Ierapetra ? Perché quell’unica prova, quel corpo del reato di “tentato omicidio”, doveva essere rimossa?

Oggi quel moncherino, preso poi in carico dai ROS dei Carabinieri, è a disposizione della procura di Roma che dovrebbe indagare per risalire agli autori materiali e ai mandanti di quel reato che tutti sanno chiaramente chi siano pur non avendone le prove.

Il ruolo assunto poi dalla barca Karma dell’ARCI, coincideva, tra l’altro, con l’abbandono della missione, il giorno dopo l’aggressione violentissima ad opera dei droni israeliani del capo-flottiglia. La giornata successiva a quella nottata di guerra svoltasi al largo di Creta, vide parecchi membri della flottiglia tornarsene a casa ed altri, intenzionati a proseguire la missione ma costretti a cambiare imbarcazione a causa dei colpi inferti dai droni: tra questi, proprio il capo flottiglia che dopo aver aiutato a riorganizzare gli equipaggi alla luce dei numerosi rinunciatari pronti a prendere il primo aereo, decise di farsi dare un passaggio al porto di Ierapetra, a Creta, saltando al volo sulla banchina, dove mi ero accostato, senza quindi informare le autorità locali del proprio arrivo.

Ebbene la risposta, le risposte sono tanto semplici quanto avvilenti proprio per chi, da attivista politico, vorrebbe tenersi alla larga dalle facili strumentalizzazioni partitiche ed elettoralistiche: perché a bordo vi erano due deputati italiani entrambi del PD, uno al Parlamento italiano e l’altra al Parlamento Europeo. Mentre per tutti gli attivisti della GSF, fatti salvi i pacchi alimentari, pochi, piccoli ma ad alto valore simbolico, l’obiettivo era, ed essenzialmente rimarrà anche per le prossime missioni a Gaza, politico, (ovvero portare avanti un’azione di disobbedienza civile, forte di ben 50 piccole barche in gran parte a vela, volta a fare pressione sul governo genocidario israeliano) i due parlamentari perseguivano, invece, fin dall’inizio un piano parallelo che è stato presentato solo successivamente come un “piano B” per evitare una catastrofe ossia un possibile violento assalto israeliano, con morti e feriti tra gli attivisti pacifisti.

Secondo le testimonianze, inoltre, ma anche interpretando ex-post quel cambio repentino di skipper, questo piano era ben noto fin dall’inizio, almeno nella testa di questi pseudo-attivisti venuti, sulla carta, con il ruolo ben definito di “angeli protettori”, proprio in quanto esponenti politici con incarichi ufficiali nei rispettivi parlamenti. Alcune indiscrezioni, però, filtrarono, causando fin dall’inizio più di un malumore: quell’idea di triangolare l’invio degli aiuti, tramite l’emissario del Vaticano in Medio Oriente, il patriarca di Gerusalemme il cardinale Pierbattista Pizzaballa, voleva dire, di fatto, la “morte politica” ed umanitaria della missione.

Immaginando i possibili scenari, prima di tutto, non ci sarebbero stati né gli scioperi potentissimi di fine settembre e soprattutto non ci sarebbe stata, pochi giorni dopo, la fiumana di oltre un milione di persone, per lo più gente comune, senza bandiere di partito o di sindacati, cui tutto il mondo guardò con grande sorpresa, conoscendo il popolo italiano non tanto come insieme di cittadini riottosi, pronti a combattere per i propri diritti e di quelli altrui quanto, al contrario, piuttosto qualunquista. In realtà tutti, nella flottiglia, si erano convinti, nei due mesi precedenti la partenza, infarciti di riunioni, incontri on-line, esercitazioni e simulazioni, oltre che di riflessioni ad alta voce che difficilmente Israele si sarebbe azzardato a commettere l’errore strategico di causare anche un solo morto. I racconti del passato, escludendo una delle prime missioni di Freedom Flotilla finita tragicamente e comunque scatenata da una reazione degli attivisti a bordo, avevano sempre riportato testimonianze di maltrattamenti nei posti di polizia israeliani e poi nelle carceri ma un morto o feriti gravi apparivano alquanto improbabili. D’altro canto, lo stesso Israele, in tutti gli 80 anni di colonizzazione violenta della Palestina, ha abituato tutto il mondo ai propri numerosi voltafaccia repentini, a rotture unilaterali di patti diplomatici o di tregue belliche come l’odierna finta pace, fatta di centinaia di assassini giornalieri e di devastazioni reiterate e di violenze di ogni sorta in Cisgiordania compresi i mai cessati insediamenti illegali.

La certezza assoluta, quindi, non c’era in nessuno degli attivisti non violenti e l’attacco micidiale a sud-est di Creta durato circa due ore confermava che in realtà erano, appunto, pronti a tutto. La dimostrazione della strumentalizzazione partitica di alcuni politici e giornalisti italiani che sulla carta avrebbero dovuto proteggere da probabili “sbavature” nei posti di polizia, dove poi sono stati portati i circa tremila attivisti da ogni parte del mondo, nelle carceri e durante i successivi processi-farsa, è stata la velocità del loro rientro in Italia e soprattutto nelle loro apparizioni in TV. Tanto per citare altri comportamenti, di parlamentari di altri paesi meno genuflessi alla coppia israelo-statunitense, Emma Fourreau è stata arrestata dopo l’intercettazione e dopo poco trasferita nella prigione di Ketziot e rilasciata solo il 6 ottobre 2025 rimanendo, quindi, detenuta per diversi giorni. Secondo i resoconti, ha anche partecipato ad uno sciopero della fame durante la detenzione. A bordo dell’imbarcazione a vela Zefiro, peraltro battente bandiera polacca, insieme al capitano ed altri membri dell’equipaggio c’era anche il deputato del parlamento polacco Franciszek Sterczewski. Anche lui come quasi tutti i membri della missione non è stato rilasciato immediatamente ma è rimasto in detenzione per circa 5 giorni . Durante la detenzione a Ktziot, un grande carcere/centro di detenzione nel deserto del Negev, ha denunciato condizioni dure: “non ci hanno permesso di dormire – ha affermato in un’intervista alla stampa del suo paese – ci puntavano luci negli occhi per ore, minacce con armi, sputi” poi è stato praticamente deportato inizialmente in Grecia, da lì è poi tornato in Polonia. Va inoltre aggiunto che la “regola di ingaggio” condivisa da tutti i membri della flottiglia, era, quella di non fermarsi al primo altolà dell’IDF dato via radio e nemmeno al secondo avvertimento ma sicuramente di fermarsi al momento dell’assalto delle truppe d’élite israeliane. Oltre a questa prospettiva si è chiesto (ma non si obbligava) di non firmare la paradossale auto-dichiarazione di ingresso illegale in Israele, non solo perché le 120 miglia di acque considerate territoriali unilateralmente da Isreale sono di fatto illegittime ma anche perché, le persone sequestrate, in Israele, vi avrebbero messo piede contro la loro volontà, nel quadro di un vero e proprio rapimento per di più a seguito di un atto di pirateria. Il ritorno in patria dei parlamentari italiani ha di fatto avallato questo approccio giuridico delinquenziale dello Stato ebraico, sia rispetto all’occupazione illegale di parte delle acque internazionali al largo di Gaza sia autoproclamandosi di fatto “clandestini”.

Le elezioni politiche si avvicinano, mancano pochi mesi e la metafora messa in moto nell’immaginario collettivo ed utilizzata per fini propagandistici dai partiti, (ad esempio “l’equipaggio di terra” e “l’equipaggio di mare”, il “blocchiamo tutto” dei portuali di Genova), fa la sua parte ma alle spalle della povera popolazione palestinese, oggi quasi dimenticata: l’atteggiamento assunto recentemente da quegli stessi parlamentari nei confronti delle ONG che aiutano il popolo palestinese finite nell’iter giudiziario italiano su mandato di Israele, oppure l’arresto dell’imam di Torino e in generale verso la stretta repressiva, appare molto timido rispetto alla gravità dei fatti. D’altra parte buona parte della sinistra italiana in parlamento, a due anni dall’inizio del genocidio era ancora restìa ad adottare questo termine giuridico, come si evince anche dalle parole della stessa Laura Boldrini, peraltro esperta di diritto internazionale, in questa intervista di maggio 2025, poco prima della missione di una delegazione di parlamentari, giornalisti e attivisti al valico di Rafah (intervista audio al minuto 19’20”).

Se fosse andato in porto quel progetto machiavellico focalizzato unicamente sull’invio dei pacchi alla gente di Gaza, il PD, “salvando” la vita dei circa 500 attivisti imbarcati, avrebbe avuto una carta in più da giocarsi poi in campagna elettorale, districandosi tra le ambiguità delle correnti sioniste al proprio interno, rinforzando una leadership debole all’interno di una sinistra, ormai da decenni di fatto definibile come “destra moderata” sempre più compromessa col modello neo-liberista, ambigua anche su temi cruciali come l’economia di guerra, derubricata all’interno del furbesco capitolo della “difesa comune europea”. Ormai da più parti si parla di israelizzazione della società italiana, in cui la repressione del dissenso e l’accrescere dei divari sociali non potranno che aumentare se non si abbandona un modello economico suicida, in cui il PD, come nella metafora della rana bollita, si trova tutto sommato ancora a proprio agio.

da qui

sabato 4 aprile 2026

Bombardando l'Iran hanno bombardato anche noi

intervista di Loretta Napoleoni ad Alberto Negri

RACAK E BUCHA: DUE STRAGI, UNA STESSA NARRAZIONE? - Antonio Evangelista

Quando la verità diventa un campo di battaglia. E in questo campo di battaglia oggi i ministri degli esteri dell’Unione Europea hanno nuovamente parteggiato per il loro protetto ucraino, Sono andati a Bucha per ricordare i quattro anni dalla presunta strage assieme alla responsabile per gli affari esteri dell’unione Kaja Kallas ribadendo che per loro non c’è dubbio sulla verità.

In guerra, la prima vittima è la verità. Ma esiste un momento ancora più critico: quello in cui la verità non viene semplicemente nascosta, ma costruita.

Due episodi distanti oltre vent’anni — Racak (Kosovo, 1999) e Bucha (Ucraina, 2022) — presentano analogie che meritano una riflessione rigorosa, al di là delle appartenenze.

Racak: il precedente.

Gennaio 1999. Nel villaggio kosovaro di Racak vengono rinvenuti 45 corpi. La comunità internazionale parla immediatamente di massacro di civili attribuito alle forze serbe.

Le autopsie vengono affidate a un team di patologi finlandesi guidato da Helena Ranta. Il rapporto finale conferma la tesi della strage, contribuendo a creare il presupposto politico per l’intervento NATO.

Tuttavia, alcuni elementi restano controversi:

​•​I test per rilevare tracce di polvere da sparo non furono effettuati, poiché — secondo la Ranta — avrebbero dovuto essere eseguiti entro poche ore  

​•​I patologi serbi, presenti sul posto giorni prima, dichiararono invece di aver eseguito il test del guanto di paraffina, rilevando residui compatibili con uso di armi  

Questo avrebbe potuto suggerire una dinamica diversa:
non necessariamente esecuzioni, ma morti avvenute in combattimento.

La versione alternativa, però, rimase ai margini.

Bucha: immagini e narrativa.

Aprile 2022. Le immagini provenienti da via Yablonska, a Bucha, mostrano corpi di civili distesi lungo la strada. Il mondo parla subito di crimine di guerra.

Anche in questo caso, però, emergono elementi che alimentano dubbi e richieste di verifica:

​•​I corpi appaiono disposti lungo i margini della carreggiata in fila indiana  

​•​In molte immagini non si osservano evidenti tracce di sangue né di decomposizione avanzata 

​•​Le condizioni dei cadaveri sollevano interrogativi sui tempi della morte risalente a venti giorni prima circa secondo il New York Times  

L’ex ispettore ONU Scott Ritter ha invitato a un approccio prudente, sottolineando la necessità di accertamenti forensi indipendenti prima di conclusioni definitive 

Il video e la controversia.

•Nel dibattito su Bucha ha avuto particolare rilievo un video diffuso online da una televisione locale russa (5-tv.ru), successivamente oggetto di verifica e contestazione da parte della piattaforma fact-checker Open. 

Nel filmato — ancora reperibile in rete — si vedrebbero militari ucraini muovere e trascinare corpi lungo la strada, utilizzando cavi o altri strumenti.

Secondo l’interpretazione proposta da Open, quei movimenti sarebbero riconducibili a operazioni di sicurezza:  i soldati starebbero verificando che i cadaveri non siano stati ‘trappolati’ con bombe.

Tuttavia, osservatori critici fanno notare alcune incongruenze:

​•​l’assenza di adeguate protezioni da parte dei militari  

​•​la distanza ravvicinata dai corpi, incompatibile — secondo questa lettura — con una reale minaccia esplosiva che può colpire fino a duecento metri di distanza  

​•​la modalità di spostamento, che apparirebbe più coerente con un riposizionamento che con una verifica tecnica di sicurezza  

Si tratta di elementi controversi, ma che contribuiscono ad alimentare il dibattito sulla ricostruzione degli eventi.

Le analogie,

Il confronto tra Racak e Bucha non riguarda l’equiparazione degli eventi, ma l’individuazione di schemi ricorrenti:

– Narrazione immediata: ln entrambi i casi, la responsabilità viene attribuita rapidamente, prima della conclusione di accertamenti completi.

– Centralità mediatica: le immagini diventano strumenti decisivi nella formazione dell’opinione pubblica globale e nella demonizzazione del nemico, ieri serbo oggi russo.

– Verifiche controverse: elementi tecnici e forensi restano parziali, discussi o non condivisi.

– Impatto geopolitico: le due vicende si inseriscono in momenti cruciali.

1. Racak – legittimazione dell’intervento NATO nella ex Jugoslavia del 1999.  

2. Bucha –  rafforzamento della pressione internazionale sulla Russia che fa saltare il tavolo delle trattative ad Istambul in corso per la pace, proprio nei giorni in cui il premier britannico si precipita in Ucraina 

Una domanda inevitabile.

Di fronte a questi elementi, la domanda resta: chi controlla la narrazione della guerra? E soprattutto: a chi giova?

In contesti di conflitto, l’informazione non è neutrale. Può diventare uno strumento strategico, al pari delle armi.

Conclusione: “a Bucha c’era la neve”. Non è possibile, allo stato delle informazioni pubbliche, stabilire ogni dettaglio con certezza assoluta. Ma è evidente che la gestione della verità, in guerra, segue logiche che vanno oltre i fatti.

Per questo, la formula è più di una provocazione: a Bucha c’era la neve, non quella meteorologica, ma quella che copre. Copre i dubbi, copre le incongruenze, copre ciò che non deve essere visto. E sotto quella neve, ancora una volta, la verità rischia di restare sepolta.

da qui

venerdì 3 aprile 2026

SI, TUTTI GLI EBREI! - Amanda Gelender

 

Tutti gli ebrei devono annientare il Sionismo all’interno del Giudaismo.

Gli ebrei devono distruggere lo Stato israeliano e l’ideologia sionista nella sua interezza, in ogni suo nodo e tentacolo, inclusa la colonia che ospita Israele: l’America. Mi sta più a cuore la Palestina che l’Ebraismo. Se l’Ebraismo deve morire perché la Palestina possa vivere, che muoia.

 

Ho maturato un immenso disprezzo per il mio popolo, per il male che abbiamo commesso e per i demoni che siamo diventati. La nostra vile ipocrisia, il nostro struggimento per l’Olocausto, la nostra egoistica dissociazione, la nostra insaziabile ambiguità, la nostra catatonica inazione, il nostro debole sventolare cartelli, le nostre condanne condiscendenti, il nostro vittimismo auto commiserativo, i nostri tradimenti autoindulgenti, il nostro sfacciato egocentrismo, il nostro carrierismo sfruttatore, il nostro razzismo basato
sul sangue e sulla terra, la nostra codardia liberale, le nostre montagne di vuote banalità in mezzo a montagne di cadaveri palestinesi che abbiamo annientato a sangue freddo. Israele ha probabilmente ucciso centinaia di migliaia di persone in due anni e mezzo di bombardamenti incessanti, esecuzioni e carestie provocate a Gaza. La profondità del nostro sadismo sembra non conoscere limiti.
Una delle ultime volte in cui il respiro e il cuore pulsante dell’ebraismo – quello annunciato dal profeta Mosè – sono esistiti e si sono manifestati, è stata ad Auschwitz, quando i sionisti ebrei erano già impegnati a costruire quella che sarebbe diventata la colonia di sterminio ebraica, “Israele”.

Se un’eco dell’ebraismo di Mosè possa ancora esistere o essere recuperabile è ancora da stabilire, ma posso affermare con certezza: non mi interessa, non è per questo che sono qui, non ho la volontà né il desiderio di prendere in considerazione la possibilità di una continuità dell’ebraismo finché l’entità sionista non sarà ridotta in cenere e la Palestina non sarà libera. Questa non è una lotta autoreferenziale per l’«anima dell’ebraismo», la Palestina non è la nostra «resa dei conti morale ebraica». Non c’è traccia di moralità ebraica. La Palestina è una lotta di liberazione anticoloniale e decoloniale in cui noi ebrei siamo i padroni fascisti, i propagandisti e i finanziatori spietati, i soldati-coloni militarizzati che demoliscono e
rubano case, scatenano pogrom in Cisgiordania e giustiziano bambini in massa.
I sionisti ebrei diranno che questo evoca “stereotipi antisemiti” – non ci interessa, le vostre parole cadono nel vuoto mentre gli ebrei in “Israele” celebrano Purim esultando per attentati come l’omicidio di 165 studentesse e membri del personale scolastico uccisi dai raid aerei israelo-americani sull’Iran. La verità del terrorismo ebraico è già impressa a fuoco nella terra palestinese, marchiata e incisa sulla pelle dei palestinesi con svastiche di David. Gli ebrei ora vivono e animano l’era del giudaismo totalitario; non voglio più sentire parlare di “antisemitismo” o di “vittimismo ebraico”.
I sionisti insistono sul fatto che odiare “Israele” equivalga a odiare gli ebrei, e subito dopo chiedono che non si confonda Israele con gli ebrei. Quando faccio notare agli ebrei che siamo tutti responsabili della fine del sionismo e del genocidio palestinese in corso, di solito mi sento rispondere: “Non tutti gli ebrei / Di “i sionisti” , non gli ebrei / In realtà ci sono più sionisti cristiani che ebrei”. Beh, in questo momento sto parlando agli ebrei, un popolo che sostiene il sionismo fascista in blocco in ogni istituzione della nostra comunità.
Basta con l’incessante scarica barile. Gli ebrei si considerano un popolo fiero e unito, una stirpe ininterrotta di generazione in generazione (L’dor, vador) – fino a quando lo specchio incrinato dell’ebraismo moderno non riflette altro che terrorismo, massacri, sangue, sadismo, stupri e traffico di organi. Praticamente ogni gruppo ebraico sostiene l’esistenza di Israele in un modo o nell’altro e noi osiamo puntare il dito contro gli
altri invece di ripulire la nostra casa sporca?

Le formazioni ebraiche organizzate in tutta la nostra comunità mantengono viva la colonia grazie a un impegno incrollabile e costante, alla propaganda, al denaro e alle risorse, considerando il rafforzamento e la difesa di “Israele” non solo come una mitzvah, ma come parte del loro dovere verso il popolo ebraico e un’estensione della loro identità ebraica. Eppure, gli ebrei gestiscono attualmente una serie di segrete per torture e stupri in Palestina e bombardano il Libano e l’Iran con raid aerei. Recentemente, torturatori
israeliani hanno rapito e bruciato sigarette sulle cosce di un bambino palestinese di un anno. Questo è lo “Stato ebraico”, ecco a che punto siamo arrivati.

Il sionismo non è una corrente marginale all’interno dell’ebraismo: è onnipresente. È dovere degli ebrei di coscienza rendere concreta la distinzione tra sionismo ed ebraismo, distruggendo il sionismo nelle nostre stesse comunità, non negando la nostra diffusa complicità e controllare chi si limita ad osservare la realtà fascista dell’ebraismo moderno.
A caro prezzo per sé stessi e per i propri popoli, palestinesi, arabi e musulmani hanno affermato queste verità con chiarezza per generazioni; la scrittrice Nada Chehade descrive vividamente la realtà del colonialismo di insediamento ebraico nella vita di tutti i giorni. Nulla di ciò che affermo è nuovo, è solo raro che un ebreo lo senta da un altro ebreo. Gli ebrei liquidano con condiscendenza e razzismo i palestinesi come semplici testimoni della loro lotta decoloniale e insistono invece sulla loro perpetua innocenza ebraica: come popolo, siamo tristemente scollegati sia dall’umanità che dalla realtà.
Il fatto che praticamente tutti gli ebrei e gli spazi ebraici siano sionisti e sostengano l’esistenza di Israele è un’accusa nei nostri confronti, in quanto popolo moralmente corrotto. Nessun ebreo potrebbe sostenere la Palestina e ciò non farebbe altro che condannarci ulteriormente, certamente non coloro che sono sotto il giogo del nostro regime fascista, che sviluppano costantemente nuovi modi per resistere e sopravvivere al
nostro sadico massacro. I pensieri e i sentimenti degli ebrei sulla Palestina non contano, o meglio, non dovrebbero contare: ai sentimenti degli ebrei viene attualmente dato fin troppo peso, mentre il mondo si ferma per i sentimenti degli ebrei bianchi in particolare. Il personale e gli studenti delle università ebraiche stanno attualmente ricevendo ingenti risarcimenti per le cosiddette accuse di “antisemitismo” dopo la gloriosa operazione dell’alluvione di Al Aqsa (21 milioni di dollari di risarcimento collettivo alla Columbia).
Confrontate questo con il modo in cui il martello si abbatte sugli arabi e sui musulmani che subiscono attacchi, vessazioni e abusi sistemici. La Palestina è una lotta per la libertà che dura da generazioni, non un triste cerchio di dolore ebraico.
La Palestina non ha bisogno dell’appoggio degli ebrei per essere libera; sono gli ebrei che devono fare sul serio, andarsene dalla Palestina e liberare l’ebraismo dal sionismo fascista.

Di nostra spontanea volontà, il popolo ebraico ha incoronato il sionismo come pilastro centrale dell’ebraismo moderno e ha plasmato Israele nel nostro nuovo Dio. Un vitello d’oro iper-militarizzato per un popolo sempre più privo di fede, in cerca di un posto nel Mondo dei Cieli (supremazia bianca,colonizzazione, costruzione della nazione, potere all’interno dell’impero euro-americano). Abbiamo integrato senza soluzione di continuità Israele e il sionismo in ogni aspetto della vita ebraica a livello globale: il sionismo non ha confini. Israele non è diventato fascista con Netanyahu e il partito Likud, bensì Israele è intrinsecamente fascista a causa della sua struttura coloniale di insediamento – lo stesso vale per

Trump e la crociata coloniale americana, il modello di Israele, come spiega esaustivamente il Dr. Mohamed Abdou in “Islam e Anarchismo”. America e Israele sono entrambi incorreggibili ed irrecuperabili, costruiti sul mondo fondato nel 1492, entità erette da coloni genocidi sopra fosse comuni di indigeni.
Quasi metà della popolazione ebraica mondiale (~46%) è composta da coloni israeliani che occupano abusivamente terreni: essi sostengono in modo schiacciante la pulizia etnica di Gaza (82%) e l’attuale guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran (93%). La maggior parte di noi vive come coloni bianchi privilegiati in colonie come la cosiddetta America (41% degli ebrei). Coloro che vivono in colonie di insediamento al di fuori di Israele trascurano anche le proprie responsabilità di coloni nei confronti dei movimenti per la restituzione delle terre indigene e per l’autodeterminazione dei neri nei luoghi in cui ci troviamo; a Turtle Islan, i genocidi di neri e indigeni persistono da 533 anni e sono in continuo aumento.
Quando affermo che praticamente tutti gli ebrei e le organizzazioni ebraiche sono sionisti, includo la maggior parte del ristretto numero di ebrei e organizzazioni ebraiche che si autodefiniscono “antisionisti” o “pro-Palestina”. Grattando la superficie, si scopre rapidamente che la maggior parte sono sionisti liberali, come spesso sottolineano Lara Kilani e il team del Good Shepherd Collective. Tutti gli ebrei che si dichiarano “non sionisti” sono sionisti nella loro visione politica, perché denigrano sempre la resistenza e
confondono colonizzatore e colonizzato (ad esempio, “Condanniamo sia la violenza di Hamas che quella di Israele” o “Un futuro di coesistenza sulla terra per palestinesi e israeliani/ebrei”).
I veri antisionisti ebrei sostengono incondizionatamente la totale eliminazione di Israele (e del suo nemico più grande: l’America); la completa restituzione della terra, senza alcuna traccia di controllo imperiale/coloniale sionista o euro-americano. Ciò include l’allontanamento degli ebrei dalla Palestina (assicurandosi che non arrechino danni dove vanno o che non sfollino ulteriormente le popolazioni indigene altrove) e un aperto e riverente sostegno alla resistenza armata palestinese. I mujahidin di Gaza sono al centro della lotta, attualmente guidata dalle Brigate Al Qassam di Hamas, responsabili della
miracolosa inondazione di Al Aqsa il 7 ottobre 2023; un’operazione che i veri antisionisti ebrei riconoscono inequivocabilmente come una delle operazioni anticolonialiste più prolifiche della storia.
È estremamente raro trovare questi impegni politici tra gli ebrei, e anche quando si trovano, sono deboli, dato che non abbiamo praticamente realizzato nulla di concreto o significativo per impedire al nostro popolo di commettere gli atti più atroci e disgustosi immaginabili nell’ultimo secolo nella Palestina occupata. Gli ebrei stanno attualmente violentando a morte i palestinesi con barre di metallo roventi nelle prigioni dei campi di concentramento, e i cosiddetti “alleati” ebrei, che vivono vite agiate nel cuore dell’impero, hanno ancora l’audacia di lamentarsi dell'”antisemitismo” e di “non incolpare tutti gli ebrei per
le azioni di Israele”. Questo incubo sionista è una nostra responsabilità morale, come ebrei, da affrontare e combattere all’interno delle nostre stesse fila:

Sì, tutti gli ebrei.

Sebbene l’autoidentificazione con il termine “sionista” sia caduta in disuso ultimamente, il sostegno all’esistenza di Israele tra gli ebrei rimane incrollabile. Mentre le persone di tutto il mondo si rivoltano sempre più contro Israele, avendo riconosciuto il sionismo per quello che è: il male, noi ebrei non abbiamo vacillato nei nostri impegni fascisti. Vedete forse scontri accesi sul genocidio ebraico scoppiare nelle sinagoghe di tutto il mondo? Vedete forse rivolte e conflitti interni nelle comunità ebraiche e negli spazi religiosi che vendono terre palestinesi rubate e ospitano terroristi dell’IOF per discorsi e raccolte fondi? No,
ovviamente no. Gli ebrei sanno che ci si aspetta che sostengano Israele in tutte le sinagoghe. Questo è considerato normale nella vita ebraica: il nostro “diritto di nascita” in un mondo che “ci odia perennemente senza altro motivo che il fatto che siamo ebrei”. Le nostre illusioni di innocenza ebraica, la nostra grandiosa
auto importanza, la nostra presa ferrea e ingiustificata sulla colonia rimangono praticamente incontrastate all’interno della comunità ebraica.
I sionisti ebrei vedono la Palestina e si schierano con gli ebrei perché sono ebrei; gli antisionisti ebrei vedono la Palestina e si schierano con i palestinesi perché appartengono al sacro popolo sottomesso, schiacciato dal popolo soprastante, il sale della terra che lotta per la dignità e la liberazione nella propria terra, alle proprie condizioni. La terra, in effetti, combatte al loro fianco. Non vacilliamo né tentenniamo nelle nostre posizioni perché sono i fratelli ebrei fascisti che investono vivi i bambini con i carri armati: l’impegno antisionista è etico, non identitario.
Gli ebrei possono avere opinioni diverse sulle politiche del governo Netanyahu, su chi dovrebbe guidare l’entità sionista, sugli insediamenti in Cisgiordania e simili, ma nel momento in cui si dichiara sostegno alle Brigate Al Qassam di Hamas e al 7 ottobre, si sostiene l’allontanamento degli ebrei dalla Palestina e si promuove lo scioglimento di Israele nella sua interezza, si viene considerati dagli ebrei dei traditori della comunità ebraica. Agli ebrei con una chiara visione morale mancano il coraggio, la spina dorsale,
l’organizzazione, la fede, i principi incarnati e la volontà di estirpare il sionismo dall’ebraismo. Agli ebrei che odiano Israele e ciò che ha causato: siate orgogliosi quando vi chiameranno traditori del loro progetto di morte. Siamo “traditori” senza esitazioni!

Tutto Israele è un insediamento illegittimo e tutti gli israeliani sono coloni e soldati su una terra rubata, non “civili”. I sionisti ebrei, sia liberali che conservatori, si aggrappano all’idea di un futuro per i coloni ebrei in una Palestina libera, auto-proclamandosi arrogantemente parte del futuro decolonizzato della Palestina, convinti che i coloni ebrei debbano poter rimanere sulla terra e conservare almeno una parte del bottino rubato. Gli antisionisti ebrei non dovrebbero tollerare nemmeno un accenno di questo senso di diritto tra il
nostro popolo; non ci si può aspettare che i palestinesi vivano accanto ai loro assassini.

A due anni e mezzo dall’inizio, le bombe di fabbricazione americana continuano a piovere dal cielo mentrepiloti ebrei, orgogliosi di essere vivi, combattono a Gaza, in Libano e in Iran, mentre fedeli ebrei in tutto il mondo issano e sventolano la bandiera israeliana, si organizzano per far licenziare, sospendere, deportare e criminalizzare gli antisionisti, facilitano l’insediamento e i viaggi verso l’entità, distribuiscono risorse all’esercito sionista e pregano per la protezione di Dio sulla nostra preziosa colonia ebraica che ha generato
la più grande generazione di bambini amputati nella storia moderna. Ciò ha causato lo sfollamento di oltre un milione di persone in Libano, mentre la violenta campagna di pulizia etnica per la “Grande Israele” si espande spietatamente. Le sinagoghe non sono più sacre, non c’è Dio dove dimora il sionismo. Cerchiamo almeno di essere onesti su ciò che noi, come popolo ebraico, siamo diventati.
Gli ebrei in Europa e America mandano i loro figli in sinagoghe, campi estivi e scuole ebraiche – tutte sioniste – insegnando loro, in definitiva, menzogne ​​spudorate su Israele (“una terra senza popolo per un popolo senza terra”, “abbiamo fatto fiorire il deserto”), celebrando il “compleanno di Israele” (la Nakba) e preparando i nostri figli ebrei a diventare un giorno coloni e soldati sionisti o a difendere lo Stato ebraico ovunque si trovino, come parte della loro identità e del loro dovere ebraico.

È colpa dei loro genitori, insegnanti e adulti ebrei della comunità che hanno inserito i bambini ebrei in questi percorsi istituzionali sionisti ebraici che indottrinano e plasmano i giovani ebrei trasformandoli in fanatici propagandisti, anti-arabi, islamofobi, nazionalisti e arroganti.

Saranno, come voi ora, tristemente scollegati dal polso morale dell’umanità, che comprende sempre più quanto profondamente malvagio sia il sionismo e Israele. Gli ebrei saranno gli ultimi a vedere, gli ultimi a capire, ed è già troppo tardi.

Un motivo in più, per chi ancora ne avesse bisogno, per cui non si dovrebbe chiedere a noi ebrei un’analisi sulla Palestina. In ogni caso, non diciamo nulla di originale, è tutto annacquato, disincarnato e disinnescato attraverso il filtro dei propagandisti ebrei che ci hanno plasmato. Concedetevi prospettive che non siano vincolate e forzate attraverso l’esofago del potere.

È evidente che noi ebrei affermiamo la nostra identità collettiva solo quando ci consideriamo eroi o vittime, o con la comoda distanza della storia; non quando dobbiamo assumerci la responsabilità e fare i conti con il nostro ruolo di fascisti nell’attuale momento catastrofico. Attraverso il sionismo, assistiamo a ciò che accade quando quei concetti romantici e utopici di collettività ebraica vengono distorti in modo abusivo verso un eccezionalismo e un tribalismo suprematista ebraico per fini imperialisti euro-americani.
Respingo anche l’affermazione “Israele rende gli ebrei insicuri/aumenta l’antisemitismo” perché: (1) siamo noi gli oppressori nel contesto di Israele, non le vittime; (2) questa affermazione abdica alla responsabilità ebraica perché “Israele” non è un’entità amorfa, che si auto alimenta e si limita a sovrastarci, è una colonia che noi ebrei costruiamo e sosteniamo attivamente ogni giorno attraverso uno sforzo concertato di
generazione in generazione; (3) questo non è “antisemitismo”, è una reazione al genocidio guidato dagli ebrei che tutte le nostre istituzioni sostengono; (4) state cedendo alla propaganda secondo cui c’è un “aumento dell’antisemitismo” quando attualmente gli ebrei non subiscono un’oppressione sistemica per il fatto di essere ebrei e i dati sugli “episodi antisemiti” sono tracciati in modo tale che ogni cartello di protesta antisionista venga registrato come un “incidente antisemita” separato dall’ADL; (5) Basta con i discorsi sul vittimismo ebraico, sulla “sicurezza ebraica” e sull’“antisemitismo”, sono solo una distrazione dal genocidio perpetrato dagli ebrei contro palestinesi, arabi e musulmani.
Molti diranno che la mia argomentazione mette ingiustamente la taglia sulla testa del popolo ebraico, ma non avete ancora capito il punto. Noi sosteniamo il sionismo genocida in ogni aspetto della nostra fede, ci siamo messi il “bersaglio” addosso e possiamo liberarcene abbandonando il sionismo genocida e abbracciando un antisionismo di principio. Ma, ancor più fondamentalmente, non siamo le vittime del sionismo, bensì i suoi artefici: i veri bersagli sono quelli materialmente inflitti ai palestinesi dagli israeliani con i loro “attacchi double tap” e i bombardamenti “Dov’è papà?” per infliggere il massimo massacro alle
famiglie palestinesi per mano dei soldati ebrei.

Se gli ebrei avessero a cuore la giustizia e incarnassero lo spirito dei nostri antenati che hanno combattuto il fascismo, vedremmo ebrei abbattere e bruciare le bandiere israeliane delle loro congregazioni, cacciare rabbini razzisti e genocidi dalla Bima e dalle sinagoghe, chiedere che i templi recidano ogni legame con la colonia della morte, fomentare una rivoluzione all’interno della fede per estirpare il cancro sionista.
Saremmo stati altruisti e avremmo dato la nostra vita ai palestinesi e alla resistenza nell’entità, ci saremmo macchiati di tradimento contro l’ebraismo moderno e avremmo commesso aperta sedizione contro qualsiasi nozione, ormai abbandonata, di “popolo collettivo”, che ha cessato di esistere negli ultimi 100 anni, per non parlare della benedetta operazione “alluvione di Al-Aqsa” del 7 ottobre 2023. Se gli ebrei avessero un briciolo di moralità, assisteremmo a una scissione e a una battaglia furiosa all’interno dell’ebraismo. Nulla di tutto ciò esiste. E il genocidio continua.

Basta con le nostre piattaforme e i post sponsorizzati, le nostre interviste ipocrite in cui ci rendiamo conto di essere stati smascherati o licenziati per aver difeso la Palestina, mentre palestinesi, arabi e musulmani subiscono un destino ben peggiore per aver detto la verità. Basta con la nostra vuota classe di influencer liberali, il nostro carrierismo, il nostro inutile e sprecone elettorismo e i nostri autocelebrativi contratti editoriali che avvengono a spese della carne, della pelle e degli organi di palestinesi, arabi e musulmani, che vengono prelevati e vaporizzati senza lasciare traccia né identificazione sotto le macerie di cemento. Noi ebrei non siamo speciali e, francamente, il “sostegno ebraico” è spesso dannoso nella sua disarmante visione liberale e orientalista della lotta palestinese, a prescindere dalle intenzioni.
Maledetto Israele, una colonia ebraica che massacra centinaia di migliaia di persone sotto l’esplicita bandiera della protezione della “sicurezza ebraica” universale.

Maledetto questo malato stato pedofilo e violento rispetto al quale noi ebrei abbiamo tutti un “diritto di nascita” coloniale in virtù della “legge del ritorno”, uno stato che tutte le nostre istituzioni ebraich sostengono unanimemente. Ignorare o minimizzare questa cruda realtà tra il nostro stesso popolo, osando diffamare chi la denuncia definendolo “antisemita”, è una disonesta e vile abdicazione alle nostre responsabilità. Ogni parvenza di moralità ebraica è morta da tempo, l’abbiamo uccisa a Gaza.
Come spesso osserva il giornalista Laith Marouf, “la voce ebraica più forte oggi è quella del genocidio”. Egli giustamente auspica che gli ebrei combattano il sionismo all’interno delle proprie comunità e che si sacrifichino, al di là delle polemiche, in modo concreto, come hanno fatto palestinesi, arabi e musulmani fin dalla nascita del sionismo. Hanno perso generazioni e intere stirpi familiari gettando sabbia negli ingranaggi dell’incessante macchina di morte del sionismo. Laith Marouf nota come non vi sia una resistenza
significativa da parte degli ebrei antisionisti che combattono il sionismo ebraico, come invece accadde, ad esempio, tra i tedeschi antifascisti che combatterono il nazismo. Ci chiede una riflessione: “Dov’è il John Brown ebreo?” “Dov’è l’Oskar Schindler ebreo?” e ​​sottolinea come, in oltre un secolo di progetto sionista, nessun ebreo sia morto per la causa della liberazione palestinese. Allora perché ci si dovrebbe aspettare che Laith o qualsiasi altro palestinese non confonda ebraismo e sionismo, quando noi ebrei non ci
preoccupiamo abbastanza da combattere e sacrificarci per la separazione? Non dovrebbero. I palestinesi non ci devono nulla, siamo noi ad avere un debito infinito e inestinguibile con la Palestina, un debito che continua ad accumularsi in ogni singolo istante di ogni singolo giorno.

Essere eticamente ebrei in questo momento storico significa assumersi la responsabilità di combattere attivamente e in modo militante il sionismo. Sì, tutti gli ebrei. L’orologio segna il genocidio in ogni istante di ogni giorno. Questa entità suprematista ebraica si basa sul consenso e sulla partecipazione degli ebrei per poter funzionare. Se gli ebrei si ritirassero dalla partecipazione, per non parlare di una guerra attiva contro di essa, crollerebbe.

Gestiamo questo avamposto militare imperiale euro-americano, lo rivestiamo di ebraismo per imbiancarlo e proteggerlo da ogni controllo, lo manteniamo in funzione per il nostro egoistico tornaconto da coloni. In una popolazione ebraica più giusta, ci sarebbero ebrei che protestano e si battono per i loro spazi ebraici a ogni funzione religiosa, festività e riunione, ci sarebbero ebrei nella Palestina occupata che userebbero le loro capacità militari per sostenere la resistenza, tribunali contro gli ebrei che hanno partecipato a questo
genocidio generazionale, sforzi su larga scala per denazificare e de-sionizzare il nostro popolo affinché non commetta ulteriori danni. Nessuna di queste energie è attualmente presente all’interno dell’ebraismo.
Negli ultimi due anni e mezzo, intrisi di sangue, nemmeno una sinagoga è passata dal sionismo all’antisionismo. Anzi, è successo il contrario: molti ebrei hanno rafforzato ulteriormente il loro ebraismo (sionista) e il sostegno a Israele dopo la sconvolgente operazione anticolonialista di Al Aqsa.

Non conosco ancora un solo rabbino o sinagoga (almeno in Europa e America) che sia veramente antisionista e che sostenga la resistenza armata palestinese e si adoperi per la completa dissoluzione di Stati Uniti e Israele e per la decolonizzazione del territorio. Questa è un’accusa incredibile nei nostri confronti.
Nemmeno il genocidio di neonati bruciati vivi ogni giorno dalle bombe e dai proiettili ebraici, trasmesso in diretta streaming, è riuscito a smuovere le istituzioni e i leader ebraici di un solo centimetro, allontanandoli seriamente o in modo sostanziale dal sionismo.
Mentre l’ebraismo moderno rimane senza dio – basta guardare alla Striscia di Gaza rasa al suolo – l’Islam si rivela come una profonda fonte di spiritualità a cui la Palestina e i suoi alleati nella regione e in tutta la Umma attingono per trovare la forza spirituale necessaria a resistere alla colonizzazione sionista e all’impero euro-americano.
Arriverà il momento della resa dei conti per i responsabili – inclusi molti ebrei – non per la nostra ebraicità, ma per il nostro incrollabile e totale sostegno a Israele e al nazismo sionistico, un sostegno al quale, come comunità, ci rifiutiamo ancora di rinunciare. Che dire? È un olocausto causato da noi stessi. Quando le conseguenze inevitabilmente ricadranno sulle istituzioni e sui singoli ebrei, perché abbiamo alimentato questa violenza e ci rifiutiamo di abbandonare il nostro impegno a sostegno del genocidio, non si tratterà di
“antisemitismo”, ma del momento in cui i nodi verranno al pettine. Le persone, giustamente, daranno la caccia per il resto della loro vita a coloro che hanno facilitato questi crimini, così come i nazisti vengono ancora ricercati fino alla vecchiaia, a prescindere da quanto apparentemente insignificante sia stato il loro ruolo nel massacro.

Questo genocidio non è solo generazionale, ma tuttora in corso; è di natura coloniale e
pertanto non paragonabile all’olocausto nazista.

La soluzione è che ogni persona, sinagoga e organizzazione ebraica abbandoni immediatamente, completamente e pubblicamente la colonia, chieda conto al nostro popolo e destini le risorse alla liberazione palestinese alle condizioni della Palestina stessa. Sì, tutti gli ebrei.

E se non ci assumiamo le nostre responsabilità e non lo facciamo noi stessi, inevitabilmente altri prenderanno in mano la situazione, perché questo affronto all’umanità non potrà essere tollerato.
Non si può rimuovere il bulldozer dal suo corpo. Non si possono togliere le frustate con il cavo dalla sua schiena. Non si possono riportare in vita i preziosi martiri in Palestina; quella nave è già salpata, i crimini dell’ebraismo risuoneranno per l’eternità. Il massacro continua ogni giorno, nonostante voi distogliate lo sguardo, nonostante cerchiate di giustificarlo dicendo che “non è colpa nostra”. È colpa nostra, e lo spargimento di sangue non si fermerà finché non lo vorremo noi.
Lunga vita alle Brigate Al Qassam di Hamas, uomini d’onore e d’acciaio, che emergono dalle profondità della terra con armi artigianali e una fede incrollabile per seminare terrore e infliggere colpi mortali al cuore del nemico sionista. Dove gli ebrei hanno spento la vita, Al Qassam ha ridato ossigeno al corpo. Questa è la generazione di ebrei più vergognosa che sia mai esistita. Nessuno di noi può dire di non saperlo. Siamo spiritualmente vuoti, moralmente svuotati. Non limitatevi a dire egoisticamente “Israele non rappresenta
tutti gli ebrei”, ma lottate affinché questa distinzione diventi una realtà concreta, sradicando il sionismo dall’interno dell’ebraismo. Questa è l’unica scelta possibile.

Quando si tratta dei mali del sionismo, gli ebrei preferiscono mentire a se stessi e autoingannarsi piuttosto che assumersi un minimo di responsabilità, al di là di deboli slogan dettati dall’interesse personale. Per quanto tempo la Palestina e la regione dovranno pagare per la nostra illusoria negazione, la nostra incessante e sfrenata violenza, il nostro rifiuto di assumerci la responsabilità di aver distrutto così tanta vita su questo prezioso e precario pianeta?

Gli ebrei devono distruggere lo Stato israeliano e l’ideologia sionista nella sua interezza, in ogni suo nodo e tentacolo, inclusa la colonia che ospita Israele: l’America. Mi sta più a cuore la Palestina che l’ebraismo. Se l’ebraismo deve morire perché la Palestina possa vivere, che muoia.

Disclaimer: non sempre Invictapalestina condivide le opinioni espresse negli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire e approfondire gli argomenti da noi proposti. I contenuti offerti dal BLOG sono redatti/tradotti gratuitamente con la massima cura/diligenza, Invictapalestina tuttavia, declina ogni responsabilità, diretta e indiretta, nei confronti degli utenti e in generale di qualsiasi terzo, per eventuali imprecisioni, errori, omissioni.

Traduzione a cura di: Nicole Santini

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Gli amici di merende: l’irresistibile gioco della corruzione

 

Ogni gruppo di amichetti che si rispetti è in genere legato da una passione in comune e pare che il requisito fondamentale per prendere parte alla costruzione della Torino Lione sia essere invischiati in affari illeciti. Basta infatti pescare a caso dal cappello una delle ditte connesse alla costruzione del TAV che trovi subito del marcio tra quelli che sembrano essere più degli amici di merende che altro.

Giunge infatti alle orecchie della nostra redazione, che la procura di Roma stia indagando sull’ipotesi che alcuni imprenditori abbiano manipolato le gare di appalto di alcuni importanti enti e aziende pubbliche, corrompendo funzionari e dirigenti al loro interno, per un totale di 26 persone indagate per corruzione, induzione indebita, traffico di influenze, turbativa d’asta e riciclaggio. Insomma, una bella zuppa di illegalità.

Ma di chi stiamo parlando?

Tra gli implicati in questa indagine c’è anche la nostra “cara” RFI, che come sappiamo si occupa della pianificazione e dei lavori infrastrutturali sul territorio nazionale della Torino – Lione. Oltre ad RFI, sotto ai riflettori c’è anche Terna, che è una delle principali società italiane operanti nel settore dell’energia, con un ruolo cruciale nella gestione della rete di trasmissione elettrica nazionale. Le altre aziende coinvolte sono la Red Hat, che sviluppa software, e la Nsr, che si occupa della loro distribuzione sul mercato, ad enti pubblici e aziende.

In particolare si indaga su una gara d’appalto da 400 milioni bandita da RFI nel 2024, dove il dirigente di Nsr Francesco Dattola, attraverso anche alcuni dirigenti di RFI avrebbe ottenuto il capitolato in anticipo (il documento che descrive, tra le altre cose, le caratteristiche del bene o del servizio da fornire) e avrebbe suggerito delle modifiche e integrazioni, per assicurarsi di rispondere meglio ai requisiti tecnici del bando. In particolare, il manager di RFI, Riccardo Barrile, avrebbe passato il capitolato al responsabile di Tim per la rete ferroviaria, Carlo Antonello Bisi, che a sua volta lo avrebbe condiviso con Dattola. L’appalto sarebbe relativo alle tecnologie informatiche nelle ferrovie italiane, nel particolare alla gestione del traffico e della sicurezza del trasporto su ferro. 

Il signor Francesco Dattola, nel corso del 2023, stando alle indagini in corso, si sarebbe mosso per reperire notevoli quantità di denaro contante, attraverso un complesso sistema di fatture fittizie e compravendita di Rolex, ricavando circa 600 mila euro (in effetti rispetto ai 35 milioni spesi per la nuova talpa stiamo parlando di spiccioli) che sarebbero stati utilizzati anche per tangenti a dirigenti di RFI e Terna.

Diciamo che di irregolarità che abbiamo segnalato negli anni nella costruzione della tratta, ce ne sono a bizzeffe. La trasparenza che dovrebbe essere un requisito fondamentale, specialmente in progetti che vedono il movimento di così tanto denaro, agli amici di merende che plasmano e raccontano la Torino Lione non è mai piaciuta troppo. Così come la creazione di gare d’appalto ad personam, che proliferano quando si parla della Grande Opera. Basti pensare, all’appalto gestito da TELT del 2018 per il lotto transfrontaliero, contestato per l’assegnazione a un raggruppamento guidato da Eiffage e CMC, che è stato anche in questo caso un bel “patto tra amici”. Nonostante le irregolarità procedurali siano state riscontrate anche dalla Corte dei Conti europea, la gara non è stata (ovviamente) annullata, altrimenti non saremmo qui a contarcela.

Nel 2021 oltretutto, l’ANAC (l’Autorità Nazionale Anticorruzione) ha inserito la Torino-Lione tra i progetti considerati ad alto rischio corruzione, segnalando carenze nei controlli sulle assegnazioni dei subappaltati.

Ad aggiungersi a quanto detto, vorremmo commentare le recenti parole di Matteo Salvini alla Fondazione Feltrinelli. Il Giornale riporta: “[…] In questo lunedì mattina di sole di fine marzo abbiamo operai, mega talpe, ingegneri, che stanno lavorando per la Torino – Lione sotto le Alpi, conclusione lavori ipotizzata dai tecnici fra il 2032 e il 2033 per unire col treno velocità di Francia. Le infrastrutture sono il più grande piano antimafia. È complicato perché ci sono i comitati del “no” per ogni cosa, ci sono disagi, di cui mi scuso, ma se non facessimo questo lavoro tra pochi anni saremo a piedi” (?????????), ha aggiunto. “Un ponte unisce, solo in Italia un ponte divide perché lo fa Salvini”, ha aggiunto il ministro, che ha rinominato il ponte sullo Stretto come “Ponte della Pace”. Tralasciando che le cose di cui dovrebbe scusarsi sono altre lasciandoci ben stare, dire che le infrastrutture sono il più grande piano antimafia sarebbe in parte veritiero se ci fossero controlli e trasparenza nella loro realizzazione, caratteristiche che in Italia sono a dir poco manchevoli in progetti come la Torino Lione. Tanto è evidente che non serve aggiungere altro. Non ci stupirebbe poi vedendo i precedenti, se il signor Salvini fosse uno degli amici di merende degli altri signori sopra. Che sappiamo che poi il giro è quello. Della sua conclusione alla Downtown Abby, possiamo solo dire che non è che un ponte divide perché lo fa Salvini, divide perché evidentemente per le persone ci sono problemi più grandi e più vicini e necessari di un’altra opera da milioni di euro, con ritardi epocali e infiltrazioni mafiose da ogni lato.

Ripetere che un progetto di questa portata dovrebbe essere dibattuto pubblicamente e non deciso in stanze chiuse, è probabilmente inutile. Tuttavia, ci sembra più che normale che anche alla luce delle ultime “questioni personali” dei dirigenti di RFI, chiederci quanto ci si possa fidare del loro operato. Non che noi ci siamo mai fidati di loro, anche considerando tutti gli illeciti portati avanti negli anni. A partire dai criteri nella realizzazione delle gare poco chiari, commissioni con conflitti d’interessi (nel 2018 alcuni membri delle commissioni di valutazione avevano precedenti collaborazioni con le stesse aziende partecipanti, cosa che, pensate un po’, non dovrebbe accadere), documentazione completa inaccessibile. E ancora le stime dei costi che nel 2007, TELT parlava di 8 miliardi circa per la Torino Lione, saliti a più di 26 miliardi nel 2024 (sticazzi), con continue sotto stime e parte dei fondi UE e nazionali gestiti con scarsa tracciabilità, sollevando dubbi su sprechi o “distrazioni”. 

Ci sembra lecito e doveroso far presente per la millesima volta che non è ammissibile che vengano chiusi gli occhi su argomenti di questa portata. Chiaro è che i media preferiscano abbuffarsi su scandali più appetibili, come se le nostre denunce non fossero legittime. Lo sappiamo bene: davanti ai soldi, alla politica e alle lobby, la giustizia spesso arranca (specialmente quando deve scegliere tra gli illeciti dei potenti e la persecuzione di coloro che impiegano il loro tempo nella lotta per un futuro diverso). Anche se, puntualmente, i pochi riflettori che arrivano in Val di Susa sembrano concentrarsi solo sui nostri presunti metodi ‘non leciti’, c’è una differenza fondamentale: mentre noi a merenda ci gustiamo un pezzo di toma e salame, loro condiscono il piatto con denaro riciclato e appalti truccati. E i fatti, ormai, lo dimostrano. Il problema sono loro, non facciamoci ingannare.

Noi ovviamente non ci arrendiamo e continueremo a denunciare i loro illeciti. Perché a forza di urlare, qualcosa accadrà e sta accadendo.Crediamo che la vera forza sia quella delle persone che decidono di schierarsi dalla parte della trasparenza, dell’etica e del bene comune (che no, non è la realizzazione della Torino Lione). E confidiamo che, alla fine, saranno le persone che prendono posizione a fare la differenza. 

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giovedì 2 aprile 2026

Hormuz come Suez, paghi il pedaggio e passi? - Ennio Remondino

Hormuz prossimo Suez? Da sabato l’Iran ha imposto il pagamento di un pedaggio per il transito delle navi ‘non nemiche’ attraverso lo Stretto di Hormuz. Nello stesso giorno i ribelli Houti dello Yemen intervengono contro Israele e suoi alleati sul Mar Rosso, bloccando per alcuni lo stretto di Bab el-Mandeb. Con i mercati chiamati stamane a dare la loro risposta all’avventura statunitense in Iran per il futuro energetico del pianeta.

Casello marittimo di pedaggio

A un mese dall’attacco israelo-statunitense e una grandine di bombardamenti distruttivi, l’Iran reagisce a livello economico e impone pedaggi per il transito nello stretto di Hormuz, bloccato da un mese, pronti a trasformarlo in una via navigabile a pagamento per le navi non ostili. Questa mossa, contestata dal punto di vista del diritto internazionale ma giustificata di fatto con la prima violazione da parte di chi ha iniziato la sciagurata avventura militare. Tariffe e valute specifiche per il pagamento: intorno ai 2 milioni di dollari per ogni petroliera o nave in transito e pagamento in yuan, con la valuta cinese che sostituisce il dollaro. Passaggio limitato e monitorato dai Pasdaran, con minacce di ‘reazioni drastiche’ contro i tentativi di passaggio non concordati.

Bab el-Mandeb

Dopo lo stretto di Hormuz, ci sarà anche il blocco del Mar Rosso sullo stretto di Bab el-Mandeb? «Ansar Allah», il nome ufficiale del gruppo houthi che controlla il Nord dello Yemen e la capitale Sana’a, aveva più volte lanciato attacchi al traffico navale nel Mar Rosso disarticolando i commerci mondiali da e verso Suez. La prospettiva di una saldatura tra forze islamiste sciite di ‘impronta zayidita’ (una versione rivoluzionaria e minoritaria della galassia musulmana), e la Repubblica Islamica rafforza la posizione di Teheran nell’area. E contribuire alla guerra economica globale in risposta ai raid americani. Tutti i guai del pianeta colpa di Netanyahu e Trump il messaggio al mondo.

In molti li avevano avvertiti

Strapotenti per la prima volta platealmente perdenti. Parliamo di Netanyahu e Trump, che anche dopo aver sterminato gran parte della vecchia classe dirigente iraniana e spianato il Paese con una grandinata di bombe, non riusciranno a far cadere il regime degli ayatollah. Far cadere il regime e garantire la navigazione di gas e petrolio dal Golfo Persico era l’obiettivo dichiarato: due fallimenti. E la britannica Reuters ripete e sottolinea: «Le Marine occidentali non riuscirebbero mai a garantire la libera navigazione a Hormuz». E quel genio strategico di Trump ‘suicida’ la parte del mondo priva di fonti energetiche adeguate allo sviluppo e stravolge la geopolitica prossima del pianeta. Con una ‘America first’ nell’isolamento diplomatico e nel pozzo nero del debito interno.

Trump prossima ‘Anatra zoppa’

C’è un metro empirico di misura della credibilità diplomatica internazionale di una personalità di potere. ‘Cosa ha detto chi’, pur che conti qualcosa nel mondo o su un fatto. ‘Trump bis’ in meno di due anni di pirotecnica presidenza è riuscito a battere in attenzione persino Putin con i suoi quattro anni di guerra ucraina. Molta faciloneria giornalistica e troppi servilismi di schieramento, certo. Ma qualcosa, anche su questo fronte sta maturando e ‘silenziosamente ci dice’. Le alzate d’ingegno dell’uomo più potente del pianeta scendono nella categoria ‘sembra – si dice’ dei pastoni politici che inventano la notizia su eventi comunque di prima pagina. Bravi appunti di agenzia sull’ultima trovata della Casa Bianca in attesa del prossimo aggiustamento e della quasi certa prossima autosmentita.

Iran e Ucraina due guerre in una

Trump minaccia e poi rinvia. Il ‘penultimatum’ di sempre, a credibilità zero. Con bugie plateali al seguito, mentre è chiaro che la sicurezza energetica e il prezzo del petrolio entrano sempre di più negli sforzi americani di individuare una ‘exit strategy’. E le posizioni reali tra Washington e Teheran si stanno divaricando il conflitto continua a produrre effetti ben oltre il Medio Oriente. Col presidente ucraino Zelensky che in piana crisi d’abbandono anche europeo, cerca di coinvolgere Mosca con l’Iran, accusandola di «informazioni di intelligence all’Iran per prolungare il conflitto in Medio Oriente e alimentare l’instabilità globale». Sua sola ragione certa, è che l’azzardo Iran oltre a sconvolgere le economie di tutto il mondo, si riflette sempre più sul fronte ucraino, ridisegnando priorità militari e flussi di armamenti.

E torniamo a Hormuz nuova Suez

Ad un mese dall’attacco all’Iran, il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz è crollato del 95%.  Solo 4 transiti al giorno rispetto ai 125 in media prima del conflitto e un totale di 10 petroliere alle circa 250  in condizioni normali (con 300 milioni di barili). Secondo gli analisti, sono circa 1.100 navi – tra cui 300 petroliere – che si trovano attualmente all’interno del Golfo Persico, escluse le navi mercantili locali. Il blocco quasi totale dei transiti nello stretto ha avuto ripercussioni anche sui costi di trasporto: quelli dagli Stati Uniti all’Asia sono raddoppiati, attestandosi intorno ai 10 dollari per barile, rispetto ai circa 5 dollari per barile all’inizio dell’anno. Ognuno faccia i suoi conti economici ed esprima la sua valutazione politica sulla coppia Netanyahu-Trump e le rispettive politiche nazionali. Per poi farne trarre le conseguenze dai loro governi, anche se alleati e complici.

da qui

Il No non basta - Italo Di Sabato

C’è una lettura tanto diffusa quanto rassicurante della storia recente italiana: quella secondo cui il giustizialismo sarebbe nato come reazione al berlusconismo, come anticorpo morale a una stagione segnata da conflitti di interesse e concentrazione del potere. È una lettura che assolve chi la propone, perché consente di immaginarsi dalla parte giusta della storia. Ed è, proprio per questo, una lettura profondamente sbagliata.

Il giustizialismo non è stato l’antidoto al berlusconismo. Ne è stato, per molti versi, il complemento. Entrambi hanno contribuito a costruire ciò che si può definire un vero e proprio paradigma giudiziario: la progressiva trasformazione della politica in materia penale, del conflitto sociale in questione giudiziaria, della legittimazione democratica in giudizio morale. Non è un processo improvviso, ma una lenta sedimentazione che affonda le radici negli anni Novanta, quando il crollo del sistema dei partiti e l’irruzione di Mani Pulite aprono uno spazio che la politica non riesce più a occupare.

In quel vuoto si afferma una nuova grammatica pubblica. Non si discute più di programmi, ma di imputazioni. Non si costruiscono alternative, ma si attendono sentenze. La politica smette di essere il luogo del conflitto e diventa il teatro del giudizio. Da un lato, il berlusconismo costruisce il proprio racconto sulla delegittimazione della magistratura, trasformando il processo in persecuzione. Dall’altro, si consolida una cultura politica e mediatica che fa del procedimento penale il criterio principale per valutare l’agire pubblico. Sono due movimenti apparentemente opposti, ma in realtà perfettamente simmetrici: entrambi contribuiscono a rendere il giudizio penale il linguaggio dominante della politica.

È in questo passaggio che il giustizialismo rivela la sua natura più profonda: non una semplice posizione giuridica, ma una forma culturale diffusa, quasi un riflesso automatico di una società in crisi. Quando la politica perde credibilità, quando la rappresentanza si svuota e il futuro appare opaco, la domanda di giustizia tende a trasformarsi in domanda di punizione. Non si tratta più di stabilire responsabilità, ma di individuare colpevoli. Non si tratta di comprendere, ma di compensare.

In questo slittamento si inserisce quello che la teoria critica ha definito populismo penale: l’uso del diritto penale come risposta simbolica a problemi che sono in realtà sociali, economici, strutturali. Quando il conflitto scompare dalla scena pubblica, ciò che resta è il capro espiatorio. E la giustizia diventa il luogo in cui una società tenta di elaborare, in forma semplificata, il proprio disagio.

Dentro questo quadro, il ruolo dei media non è secondario. Non si limitano a raccontare i processi: li anticipano, li interpretano, li costruiscono come narrazione. L’indagine diventa verità preliminare, il sospetto si consolida come evidenza, il processo si svolge prima ancora che inizi. È in questo spazio che si comprende la funzione di Marco Travaglio, non come anomalia, ma come interprete coerente di una grammatica già data. Il suo stile – fatto di allusioni, di ricostruzioni insinuanti, di centralità dell’accusa – risponde perfettamente a una domanda sociale precisa: quella di una giustizia immediata, leggibile, emotivamente appagante. Travaglio non inventa il giustizialismo. Lo organizza, lo rende quotidiano, gli dà una forma riconoscibile.

Il punto, tuttavia, non è personale e non riguarda una singola figura, ma un’intera configurazione culturale e politica. L’espansione del paradigma penale si accompagna infatti, quasi sempre, al ritiro dello Stato sociale: quando arretrano le politiche redistributive, avanzano quelle punitive, e il conflitto, invece di essere affrontato nelle sue cause, viene progressivamente spostato su un altro terreno. Non si interviene più sulle radici delle disuguaglianze, ma sui comportamenti che ne derivano, fino a trasformare la questione sociale in una questione criminale.

In questo senso, il giustizialismo non è mai davvero sovversivo. È un dispositivo di stabilizzazione. Offre una compensazione simbolica al posto di un cambiamento reale. Consente di spostare l’attenzione dalla struttura alla colpa individuale, dal sistema al singolo. E così facendo finisce per proteggere proprio ciò che dovrebbe mettere in discussione.

Il berlusconismo ha avuto un ruolo decisivo in questo processo, ma non nel modo in cui spesso lo si racconta. Non è stato solo un fenomeno politico, ma un passaggio di fase. Ha contribuito a consolidare una serie di tendenze che gli sono sopravvissute: la personalizzazione della politica, la spettacolarizzazione del conflitto, la centralità del giudizio morale. La sua fine non ha chiuso quel ciclo. Lo ha semplicemente reso meno visibile, più diffuso, più strutturale.

È dentro questa lunga durata che va letta anche la recente vittoria del No al referendum sulla giustizia. Una vittoria importante, perché respinge una torsione plebiscitaria e difende un equilibrio fragile tra i poteri. Ma sarebbe un errore considerarla risolutiva. Se quel No si limita a conservare l’esistente, senza mettere in discussione il paradigma giudiziario che si è sedimentato in questi decenni, rischia di essere poco più di una pausa. Una pausa dentro lo stesso schema che ha svuotato la politica e riempito il diritto penale di funzioni che non gli appartengono. Una pausa che congela, ma non trasforma. Perché ciò che è in discussione non è soltanto l’assetto delle istituzioni, ma il modo in cui una società ha imparato a pensare sé stessa: attraverso la colpa invece che attraverso il conflitto, attraverso la punizione invece che attraverso il cambiamento. Se il No non diventa l’occasione per rompere questa grammatica, per restituire alla politica il suo terreno e alla giustizia i suoi limiti, allora sarà soltanto un intervallo. Non un’inversione. Non un superamento. E continueremo, ancora una volta, a illuderci di aver fermato una deriva mentre restiamo, in realtà, perfettamente dentro di essa

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mercoledì 1 aprile 2026

Il salto del fosso - Romano Ruju

  

Pubblicato per la prima volta nel 1967, il libro, ormai pieno di polvere in qualche biblioteca, è stato ripubblicato recentemente, e meritoriamente, da Il Maestrale,

Romano Ruju, nato nel 1939, e morto prematuramente a 39 anni, nel libro racconta la vita a Nuoro dopo la seconda guerra mondiale.

Da bambino Romano si traferisce in un altro quartiere, quando Nuoro era solo un grande paese, una piccola cittadina, capoluogo di provincia, che piano piano si espandeva.

Erano pochi gli abitanti, nel dopoguerra, a Nuoro, per i bambini come Romano c’erano le bande dei bambini e le lotte fra le bande, come nella via Pál, di Budapest, tutto il mondo è (forse era) paese.

Intanto conosce la scuola, gli amici, i battiti del cuore, l’amore.

E poi parte verso il continente (salta il fosso), in traghetto, naturalmente, quando gli aerei erano rari, e dopo un po’ di tempo torna a Nuoro.

Scriveva Lev Tolstoj: Se vuoi essere universale, racconta il tuo villaggio, Romano Ruju dimostra quanto ha ragione Tolstoj.

Leggete il libro, sembra un mondo di due secoli fa, è molto più vicino. 

ps: Chi è nato 20 anni dopo Romano Ruju, come chi scrive, a Nuoro, sembra di rivivere un po’ le stesse esperienze, quando dentro la cittadina continuava a esistere dei pezzi di campagna, e la campagna, quella vera, era a pochi passi da casa, vent’anni dopo qualche palazzo in più, l’asfalto sulle strade, non tutte, c’erano ancora bambini scalzi, le prime automobili, le televisioni, poche, che favorivano gli incontri dei vicini.

Da bambini (fino a 15-16 anni) facevamo lunghissime partite a pallone, solo all’ora del pranzo e della cena si finiva, e poi scorribande in campagna e anche al Monte (a Nuoro c’è il Monte e poi anche altri monti), sui muri delle case c’erano (ancora negli anni sessanta e settanta) frasi indelebili e irrevocabili di Mussolini (come canta De Gregori).

Alle medie, la nostra scuola era intitolata a un partigiano sardo, ucciso dai nazisti tedeschi nel 1944 in Liguria, abbiamo imparato l’antifascismo, un po’ di storia sarda, su fotocopie di un professore poco italiota, abbiamo scoperto il cinema, grazie a un professore che aveva fondato un cineforum, facendoci conoscere film che oggi sarebbe impossibile vedere. E poi è impossibile dimenticare un professore che alle superiori ci ha fatto amare i libri per sempre. Allora si pensava, per nostra fortuna, che si cambiava la scuola, aumentando conoscenze e senso critico, per cambiare la società, che sarebbe migliorata (anche oggi, negli ultimi 30 anni, in direzione contraria, cambiano la scuola per cambiare la società, mortificando le conoscenze e penalizzando il senso critico, per costruire una società di merda).

E anche noi saltavamo il fosso, in traghetto naturalmente, costava poco rispetto all’aereo, verso Roma, o anche verso Genova, e poi in treno, destinazione Parigi o Londra, per vedere il mondo, e poi tornare nell’isola (oggi non si torna più, si parte in aereo, con biglietto di sola andata).

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Anche i giovani hanno capito che restare e lottare in Sardegna può diventare una ragione di vita. Mi ha detto Romano Ruju: «Il mio libro si propone proprio di far capire che non bisogna andarsene, che per un giovane sardo vale la pena di restare e battersi» (Corrado StajanoCorriere della Sera, 27 giugno 1968)

 

Romano Ruju è di Nuoro; il suo libro autobiografico allude apertamente alla crisi. Il giovane protagonista la vive dall’infanzia fino al momento delle scelte decisive, quando riesce a disciplinare il suo istinto di evasione trasformandolo in un sentimento di partecipazione ai problemi della sua isola. «I bambini sardi sono soli», dice Ruju. (Giuliano ZinconeCorriere d’Informazione, 24-25 giugno 1968)

 

Con Il salto del fosso Romano Ruju esordì nella narrativa nel 1967. Da allora mai ristampato, si ripropone il romanzo in questa nuova edizione arricchita di materiali rari e di notizie inedite. Un romanzo autobiografico, quello di Ruju, ambientato nella Nuoro degli anni ’50, quasi un Cosima al maschile traslato di mezzo secolo. Il protagonista ha 20 anni quando inizia a raccontare la propria esistenza, in un punto in cui la vita conosce una cesura coincidente con la fine delle illusioni giovanili. Cesura preceduta da altra pure dolorosa: la fine dell’infanzia, con il bambino strappato all’antico rione di Santu Predu per andare ad abitare nella prima periferia di Nuoro, dove l’edilizia popolare stona con la campagna circostante. Poi, l’ingresso nella giovinezza sarà il teatro del dissidio fra l’indole contemplativa del ragazzo e la realtà immediata, in un giovane che coltiva sogni di gloria artistica (il canto lirico), destinati a svanire sul ripiego di una condizione impiegatizia. La compensazione arriva dall’ethnos: il contrasto fra interno ed esterno, fra l’isola-prigione e il vagheggiato Continente che chiama al “salto del fosso”, si risolve in un “salto” rovesciato, e la rappacificazione con la realtà, superato il travaglio individuale, si realizza nell’appassionarsi a una tormentata vicenda collettiva, quella del popolo sardo.

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