lunedì 14 settembre 2026

Milioni di libri stanno andando distrutti per addestrare le intelligenze artificiali - Enrica Perucchietti

IFahrenheit 451 i libri bruciavano perché le idee che custodivano facevano paura. Per salvarle dall’oblio, i dissidenti immaginati da Ray Bradbury imparavano le opere a memoria, trasformandosi essi stessi in biblioteche viventi. Oggi, le fiamme sono state sostituite dagli scanner: milioni di volumi vengono acquistati da aziende di intelligenza artificiale, smembrati, digitalizzati e, infine, distrutti affinché il loro contenuto possa alimentare le macchine. La conoscenza non scompare, ma cambia padrone: dall’oggetto fisico e cartaceo, accessibile e rivendibile a tutti, passa negli archivi privati delle grandi aziende tecnologiche. Una biblioteca sterminata viene sacrificata per costruirne un’altra, invisibile e proprietaria e, mentre gli algoritmi imparano a scrivere come gli esseri umani, una parte del patrimonio culturale che li ha nutriti finisce al macero.

Il caso più documentato riguarda Anthropic, la società che sviluppa Claude. Gli atti della causa intentata dagli scrittori Andrea Bartz, Charles Graeber e Kirk Wallace Johnson hanno rivelato che l’azienda aveva scaricato oltre sette milioni di copie digitali da archivi pirata come Books3, LibGen e Pirate Library Mirror. Quando i rischi legali sono diventati evidenti, Anthropic ha cambiato strategia. All’inizio del 2024 ha affidato a Tom Turvey, già responsabile del progetto Google Books, il compito di ottenere «tutti i libri del mondo» aggirando, per quanto possibile, gli ostacoli legali e commerciali. È nato così Project Panama, un piano che un documento interno descriveva come il tentativo di «scansionare in modo distruttivo tutti i libri del mondo», accompagnato da un ordine eloquente: «Non vogliamo che si sappia che ci stiamo lavorando». L’azienda acquistava decine di migliaia di volumi alla volta, spesso usati, da fornitori come Better World Books e World of Books. La lavorazione veniva poi affidata a società esterne: macchinari idraulici tagliavano i dorsi, separavano le pagine e le passavano negli scanner industriali. La carta residua finiva al macero, mentre i file entravano nella biblioteca digitale permanente di Anthropic e, almeno in parte, nei dati utilizzati per addestrare Claude. Nel giugno 2025, il giudice William Alsup ha stabilito che addestrare i modelli di Anthropic con libri regolarmente acquistati e digitalizzati rientra nell’uso legittimo, mentre non è lecita l’acquisizione di opere da archivi pirata. Su quest’ultimo punto, Anthropic ha chiuso la controversia senza ammettere responsabilità, accettando un accordo da 1,5 miliardi di dollari. Il messaggio per l’industria è chiaro: comprare, digitalizzare e distruggere un libro è giuridicamente molto meno rischioso che copiarlo illegalmente.

Il fenomeno sembra, però, estendersi ben oltre Anthropic. Dalla primavera scorsa, diversi antiquari europei hanno segnalato ordini anomali, eseguiti automaticamente durante la notte e diretti verso intermediari che acquistano un solo esemplare per titolo. Non soltanto classici o bestseller, ma libri di cucina, biografie, romanzi dimenticati, saggi fuori catalogo e pubblicazioni risalenti agli anni Settanta. Secondo un’inchiesta della radiotelevisione svizzera, nella sola Germania sarebbero stati rastrellati circa 700 mila titoli e fino a tre milioni nel mondo. I libri pubblicati prima dell’avvento dell’AI generativa sono particolarmente ricercati perché contengono testi scritti e revisionati interamente da esseri umani. Addestrare i modelli sui contenuti prodotti da altre AI rischia, infatti, di impoverirne progressivamente il linguaggio e amplificarne gli errori. Per imparare a scrivere come noi, le macchine devono, quindi, “divorare” ciò che abbiamo scritto prima del loro arrivo. Ad agosto, inoltre, 404 Media ha seguito con un dispositivo di localizzazione una spedizione di libri rari fino al centro Amazon VGT3 di Las Vegas. Dipendenti della struttura hanno riferito che lì i volumi vengono privati del dorso e scansionati. Amazon non ha, però, confermato che i libri fossero destinati all’addestramento dell’AI, né ha chiarito l’utilizzo finale dei testi digitalizzati.

Ora, diciotto organizzazioni statunitensi, tra cui Demand Progress Education Fund, Consumer Federation of America e Institute for Local Self-Reliance, chiedono alla Federal Trade Commission di indagare. Definiscono il sistema “hoard-and-destroy”: “accumulare e distruggere” per trasformare una risorsa comune in un vantaggio esclusivo. Il rischio riguarda soprattutto testi rari, edizioni minori, pubblicazioni straniere e libri mai digitalizzati: una volta eliminato l’originale, la sola versione superstite potrebbe restare rinchiusa negli archivi di un colosso tecnologico. La questione supera così il diritto d’autore e investe l’accesso alla conoscenza: soltanto le aziende più ricche possono rastrellare milioni di volumi e trasformarli in un vantaggio competitivo inaccessibile agli altri. Non siamo ancora ai roghi di Bradbury, ma il paradosso rimane: i libri vengono divorati dalle macchine e poi distrutti, mentre ciò che custodivano finisce negli archivi privati degli oligopoli della Silicon Valley.

https://www.lindipendente.online/2026/09/10/milioni-di-libri-stanno-andando-distrutti-per-addestrare-le-intelligenze-artificiali/

LA SINISTRA “BRAMINICA” CHE ABBAIA ALLA LUNA - Salvatore Minolfi


La sinistra “braminica” (come ironicamente la definì Piketty in un brillante saggio del 2018) continua a non capire. Una settimana fa si eccitava perché, nella grande disfida di Cernobbio, Mario Monti avrebbe “asfaltato” Roberto Vannacci. Non le passava, neanche per un istante, per l’anticamera del cervello, che erano state proprio le politiche del primo (e di chi gli era succeduto) a generare l’humus in cui oggi prospera il secondo (il cui turno è giunto, in successione, dopo quello di Salvini e di Meloni). 

Nessuna comprensione dialettica del reale: solo l’eccitazione infantile per l’eterno scontro tra le forze del bene e quelle male. Ma si sa: meglio Heinrich Brüning che Adolf Hitler (anche se il primo spianò la strada al secondo con le sue cieche politiche deflattive, sostenute fino all’ultimo anche da Rudolf Hilferding e dalla socialdemocrazia tedesca).

Poi è arrivata la batosta sassone. E anche qui, la sinistra braminica ha cercato di concentrarsi (con gli argomenti più fantasiosi e anacronistici) sul singolo “albero”, per evitare di dover parlare della “foresta”. Ed è così che la sberla sassone si trasforma nell’esito infausto di una storia assai ‘locale’ (messaggio rassicurante), i cui caratteri peculiari (idiografici, si sarebbe detto un tempo) avrebbero la precedenza su quelli di carattere sistemico, che nessun vuol vedere e con i quali nessuno vuole fare i conti. 

Il bias cognitivo ci permette così di inquadrare la “tragedia” tedesca in un contesto più remoto e più lontano da noi e di scansare ogni analisi di un presente a dir poco imbarazzante.

No, non sto dicendo che la sinistra braminica fa così perché non vuol vedere, nel voto in Sassonia, la crisi della socialdemocrazia, il suo ideale eterno, astorico, atemporale. 

Sto dicendo che il voto sassone concede un’ultima possibilità (anche ai più duri di comprendonio) per capire che la sconfitta della socialdemocrazia (la fine della sua parabola storico-politica) si è consumata più di trent’anni fa. Il voto in Sassonia è come la scia luminosa di quelle stelle cadenti, che testimoniano di un evento veramente rilevante, avvenuto però molto ma molto tempo prima. 

Il guaio è che la sinistra braminica si è persa un’intera fase storica ed anche oggi continua a comportarsi come quell’esercito francese che – si rammaricava Marc Bloch ne “L’Étrange Défaite “ – stava sempre una guerra “indietro”.

La sinistra braminica ha un problema con la comprensione del proprio tempo storico. 

Nelle sue coordinate mentali, populismo e nazionalismo hanno smesso di essere categorie analitiche utili alla comprensione di fenomeni storico-sociali, per diventare pure etichette morali che urtano i “nostri valori”, la nostra coscienza “postmoderna” e “norm oriented”.

In questo approccio, il nazionalismo – trattato come un amalgama indistinto – viene interpretato come un mero “residuo arcaico” o come il semplice risultato della pura “manipolazione retorica”.  

E già solo questo ci rende incapaci di distinguere tra il nazionalismo che riemerge nelle società declinanti (introverso, difensivo, anti-globalista, centrato sulla protezione della comunità nazionale contro élite cosmopolite, immigrati, istituzioni sovranazionali) e quello che si afferma nelle società emergenti  (espansivo, ottimista, orientato a costruire sempre nuove connessioni, rivolto verso il riconoscimento esterno e la revisione dello status). 

Ora è il caso di smetterla di guardare un albero alla volta. La foresta esiste. E urge fare un bilancio. 

In Italia Meloni regna indisturbata ormai da quattro anni. La classe dirigente britannica è alla frutta (e forse anche il paese intero). Quella francese è appesa a un tenue filo, che prima o poi si spezzerà. Ed ora viene allo scoperto la gravità e la profondità della crisi tedesca: la fine di un modello che ha accumulato i suoi successi contribuendo agli squilibri globali (vent’anni fa i surplus tedeschi erano superiori a quelli cinesi), imponendo la deflazione salariale all’intera area euro e alimentando quella che alcuni definirono la “mezzogiornificazione” (il termine lo inventò Paul Krugman) delle aree della ex-DDR. Più in generale, da circa quindici anni l’economia tedesca era desincronizzata dai ritmi di crescita di quella europea: d’altra parte non puoi considerare veramente come un tuo mercato un’area che devasti sistematicamente con le politiche deflattive.

Nel contesto di un crollo generale degli equilibri mondiali, la crisi europea è appena al suo esordio. 

Il peggio deve ancora venire. Il fallimento non è di questo o quel paese. Ad essere fallito è l’intero progetto continentale. 

D’altra parte, se il delirante obiettivo di costruire l’homo europaeus attraverso la moneta unica (non avrai altro Dio!) non fosse già fallito, Bruxelles non si sarebbe convertita all’idea di una guerra permanente con la Russia, come ultimo tentativo di costruire un cemento comune tra 27 paesi che passano il loro tempo a farsi una spietata concorrenza fiscale. 

Qualcuno, nella foga della polemica, questo “segreto di Pulcinella” se l’è pure lasciato scappare: prima Mario Monti, giusto due anni fa (Assolombarda, 8 settembre 2024); poi recentemente Nathalie Tocci (sulle pagine di “The Economist”).

Nella più elementare delle dinamiche sociologiche, quando tutto è fallito, la sola evocazione di un nemico esterno può ridarti identità “in negativo”: tanto più se ha i caratteri grotteschi (l’eterno “trinariciuto”) che, con inquietante uniformità e serialità, una sempre più piccola, piccola, piccola (poiché culturalmente sempre più miserabile) borghesia europea – nel suo imbarazzante ‘orientalismo’ – evoca come responsabile di ogni disavventura (nel mentre protegge con tenacia e perseveranza il grande genocida che regna a Tel Aviv). 

Il mondo crolla e la sinistra braminica abbaia alla luna.

Il risultato sociale di questo ripiegamento involutivo è il declino politico-cognitivo delle classi dirigenti e la loro incapacità di affrontare i problemi reali. 

Saltando (per carità d’Europa) sul fatto che le nullità che stanno crollando una ad una si sono autoproclamate “coalizione dei volenterosi”, minacciando di trascinare in guerra proprio quegli elettori che a stento le sopportano, rimaniamo sul terreno delle questioni “interne”:

• riflessioni sulla parabola venticinquennale dell’economia europea: zero;

• riflessioni sulla polarizzazione sistemica dei redditi e dei patrimoni: zero;

• riflessioni sulla sistematica precarizzazione dei mercati del lavoro: zero;

• riflessioni sul declino sociale e sulla spirale del declassamento: zero;

• riflessioni sul declino dei sistemi educativi: zero;

• riflessioni sul degrado dei sistemi sanitari: zero;

• riflessioni sul declino della partecipazione politica: doppio zero (perchè poi, se la gente va a votare…).

Otto anni fa, Thomas Piketty – autore del memorabile volume “Il capitale nel XXI secolo” (2014)  – si chiedeva come fosse mai possibile che l’aumento vertiginoso della disuguaglianza dagli anni Ottanta in poi non avesse prodotto una corrispondente radicalizzazione della domanda politica di redistribuzione, ma fosse coinciso, invece, con l’indebolimento del voto di classe e con l’ascesa dei conflitti identitari, migratori e “populisti”. In breve: come spiegare la fine della socialdemocrazia europea e il suo totale annichilimento all’interno del sistema neoliberista. 

Da questa domanda nacque un interessante saggio storico-politologico, cui non fece seguito alcuna discussione pubblica. 

La sinistra braminica – preoccupata unicamente dei rendimenti del proprio “capitale educativo”, ha sistematicamente imposto un’agenda politico-culturale che ci ha condotti, anno dopo anno, a giungere intellettualmente e politicamente impreparati dinanzi a quella che potrebbe diventare una delle crisi più serie della storia europea.

da qui

domenica 13 settembre 2026

Lavrov: "L'Europa è l'incarnazione del male nella storia"

Il ministro degli Esteri russo ha accusato l'Europa di trascinarsi un'oscura eredità fatta di guerre, colonialismo e sfruttamento, mettendo in guardia dal rischio di ripetere i tragici errori del passato

Molti considerano l'Europa come "l'incarnazione del male" nella storia globale. A dichiararlo è stato il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, nel corso di un'intervista rilasciata martedì al canale televisivo Pervy Kanal.

"Il cancelliere federale tedesco Friedrich Merz non perde occasione per ribadire nei suoi discorsi di essere ogni giorno più convinto che la Russia rappresenti la principale minaccia per l'Europa, e che quest'ultima debba prepararsi a una guerra", ha ricordato il capo della diplomazia russa. Lavrov ha ribadito che Mosca non ha alcuna intenzione di attaccare i paesi europei, accusandoli di essere immersi in una vera e propria "isteria anti-russa".

Lavrov ha poi citato direttamente Merz, secondo cui la Germania dovrebbe "tornare a essere la principale potenza militare del continente". "Esattamente come accadde alla vigilia della Prima e della Seconda guerra mondiale", ha commentato il ministro russo.

L'accusa su Zelensky e il revisionismo storico

"Non si tratta di un semplice lapsus freudiano", ha proseguito Lavrov. "Pensano davvero in questo modo. Continuano a rendere omaggio ai propri antenati che servirono il nazismo e si macchiarono di crimini di guerra, convinti che abbiano fatto la cosa giusta".

In questo contesto, il ministro russo ha criticato duramente il sostegno europeo a Volodymyr Zelensky, accusato di "riesumare i resti di criminali nazisti ucraini dai cimiteri europei in Austria, Romania e altrove — condannati per l'eternità dal Tribunale di Norimberga — per seppellirli di nuovo in Ucraina".

Secondo Lavrov, tali salme verrebbero traslate nel luogo più sacro di Kiev, il Monastero delle Grotte, per erigere un "pantheon degli eroi" dedicato a figure come il leader ultranazionalista Stepan Bandera. "Zelensky si inginocchia davanti alle loro ceneri e l'Europa è ben lieta di contribuire, senza spiegargli come tutto ciò si scontri con i valori europei. Non escludo che leader come il Cancelliere Merz possano tentare di emulare le gesta dei loro antenati", ha aggiunto.

"Hanno vissuto a spese degli altri"

Proseguendo nella sua analisi, Lavrov ha affermato che il ruolo svolto dall'Europa nella crisi ucraina "merita uno studio a parte", sostenendo che le nazioni europee abbiano sprecato innumerevoli occasioni per favorire una soluzione costruttiva.

"Lo stesso si può dire del loro impatto sullo sviluppo globale negli ultimi cinquecento anni, un periodo in cui gli europei hanno vissuto a spese altrui tra schiavitù, colonialismo e sfruttamento", ha incalzato il diplomatico.

"Non dobbiamo dimenticare che entrambe le guerre mondiali sono nate in Europa a causa delle politiche dei suoi stati. Possiamo citare anche le guerre napoleoniche, quando si tentò di unire l'intero continente per attaccare la Russia, esattamente come fece in seguito Adolf Hitler. È per questo che molti vedono nell'Europa la vera incarnazione del male".

Infine, Lavrov ha richiamato un parallelo storico legato al continente americano: "Quando i coloni salparono verso l'America — un dettaglio che si ricorda raramente — fu proprio Caterina II a svolgere un ruolo decisivo nel sostenere la loro lotta di liberazione dai colonizzatori britannici".

da qui

Ribellarsi allo Stato è una buona cosa - Maurizio Onnis

Qui si parte dal caso specifico per arrivare immediatamente al caso generale. Il caso specifico è la speculazione energetica in Sardegna. Centinaia di progetti eolici e fotovoltaici per la produzione di energia elettrica ricavata da fonti rinnovabili. Richieste a Terna, che gestisce la rete, e al ministero dell’Ambiente: passano sopra la testa delle comunità locali, il cui parere non viene tenuto in nessun conto.

Subito dopo: autorizzazioni rilasciate dalle autorità centrali, dallo Stato, in barba a qualsiasi interesse, volere, bisogno di chi abita i territori, con conseguente imposizione di devastazione paesaggistica, sociale, economica. Sul piatto spicca solo l’interesse delle grandi compagnie multinazionali a fare soldi attraverso la vendita dell’energia sul mercato e l’incasso degli incentivi elargiti dal governo. Il che ci porta appunto alla questione generale.

Cosa deve fare chi, per sfuggire alla maledizione, tenta senza esito tutte le strade legittime e legali? Deve piegare la schiena e la testa, deve genuflettersi ai piani di chi conta davvero, adattarsi ai potenti, fingere la pace? Ma poi, perché dovrebbe? Ribellarsi allo Stato è giusto. Ribellarsi allo Stato è una buona cosa. Ribellarsi allo Stato è un nostro diritto.

Per chi non sa o cerca una conferma: il diritto

Abbiamo alle spalle, ormai, ben cinque secoli di elaborazione del diritto su questo tema: la ribellione al potere che tradisce le sue promesse, che opprime sudditi o cittadini, che non fa il suo dovere. In altre parole: il potere illegittimo.

Monarcomachi, portatori di questa meravigliosa parola che indica quelli che “combattono il re”. Il re non è il padrone assoluto del regno. Le leggi, i patti stipulati e soprattutto l’aspirazione dell’uomo a tenersi la propria libertà lo vincolano. Già nel Cinquecento rivoltarsi contro il sovrano non è peccato. Se ricorrono le condizioni, è lecito, persino un dovere.

Poi arrivano nel Seicento i giusnaturalisti e il giusnaturalismo, altro straordinario verbo che parla di diritti naturali dell’uomo. Da Ugo Grozio in poi, il governo è tenuto a osservare i diritti primigeni dei governati, inscritti nel nostro essere umani, nell’essere noi semplicemente nati. Diritti che nessuno deve conferirci, regalarci, concederci: ce li abbiamo già, sono dentro di noi e dobbiamo pretenderne il rispetto. Il diritto a resistere al tiranno si consolida.

E passa in tutte le Dichiarazioni al cui studio ci costringe la scuola e che dimentichiamo in fretta. Fortunatamente, loro non dimenticano noi. Hanno sedimentato, si sono accumulate, i loro principi sono migrati da un documento al successivo, fino a diventare non l’espressione estemporanea di una rivoluzione o dell’altra, ma diritto pieno e valido per tutti, sempre e ovunque.

Dalla Dichiarazione d’indipendenza americana alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, che risalgono alla fine del Settecento. A progredire verso la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo di metà Novecento, la quale ammette apertamente il diritto a "ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l’oppressione". Sono queste le pietre miliari che ci proteggono. Non si tratta più di resistere al re cattivo. Diventa legge il diritto di rivoltarsi contro qualsiasi potere illegittimo, dittatoriale, oppressivo. E così è oggi.

Un diritto che nessuno può levarci o negarci, perché è nostro dalla culla, da prima che ne siamo consapevoli, da prima ancora di fare ingresso nella società. Il punto non è la sua esistenza o rilevanza. Il punto è cosa siamo disposti a fare noi per difenderlo ed esercitarlo a vantaggio nostro e della comunità.

Per chi non sa o cerca una conferma: la storia

Verso la fine del Cinquecento, gli olandesi decidono che ne hanno abbastanza delle tasse e delle angherie di Filippo II. Stanno sotto la Spagna e scelgono di fare da soli. È guerra per decenni, ma alla fine ottengono la libertà: perché, sostengono, chi governa deve difendere il popolo e se al contrario lo opprime diventa "un tiranno e i sudditi [...] sono autorizzati a [...] deporlo".

A metà del Seicento anche gli inglesi passano ai fatti. Il re ha spiccati progetti assolutisti e loro, guidati dal parlamento e da Cromwell, gli si rivoltano contro, lo battono sul campo, lo catturano, processano, condannano e decapitano. Tutte le corti d’Europa inorridiscono, ma da allora è chiaro. Il monarca può anche farsi passare per re di diritto divino. Poi c’è il popolo, che chiede un altro tipo di patto ed esige che sia rispettato.

Gi americani e i francesi ribadiscono oltre un secolo dopo. Gli americani abbattono dal piedistallo le statue di Giorgio III, despota lontano che pretende di comandarli. I francesi usano la ghigliottina, dando spettacolo pubblico della testa coronata che rotola a terra.

Ottocento e Novecento. Non si contano le rivoluzioni condotte nel nome della libertà e del cittadino, contro il potere assoluto, contro i tiranni, contro il dominatore straniero. Dittatori a testa in giù. E sempre la rivolta si scatena quando chi governa supera il limite: il limite è giocare con la vita dell’uomo e della donna come se fosse tua, dando per scontato di poterne fare ciò che vuoi. Non è così. Si sopporta molto, ma quel limite non va superato. L’intollerabile diventa la leva che scatena il conflitto.

Non tutti l’hanno capito. Ancora oggi vediamo in giro per il mondo governanti e Stati che considerano la vita, dei propri cittadini, dei cittadini altrui, un gioco. Al quale divertirsi senza pagare prezzo. Finché il conto si presenta, improvviso e tutto in una volta.

Ignoranza o vigliaccheria? Vigliaccheria

Torniamo al concreto, a ciò che davvero accade dalle nostre parti. Un sindaco dice che non può rispettare lo Stato quando lo Stato non tratta il sindaco da pari. 

Se lo Stato fa e disfa senza nemmeno sentire chi vive su quel territorio, lo Stato tradisce il suo compito, che è favorire la partecipazione dei cittadini alle scelte di tutti. Lo Stato che obbliga senza dare, spiegare, condividere, lo Stato che impone con la forza è uno Stato che non merita i guanti bianchi. È uno Stato al quale bisogna controbattere colpo su colpo.

Un altro sindaco rimbrotta il primo. Hai giurato fedeltà allo Stato e alla bandiera. Quel giuramento vincola: non puoi disobbedire, puoi esprimere rammarico, parere contrario, agitarti, ma alla fine devi adeguarti. Tu sindaco sei lo Stato, anche tu sei Stato, sei tenuto a seguire le scelte del potere, anche quando non ti piacciono, anche quando è scomodo. 

È ignoranza di secoli di pensiero oppositivo? Sarebbe già colpevole. Bisogna conoscere quanti e quali sforzi sono stati fatti, e da chi, per liberarci dal Leviatano. Se non sai questo, se non l’hai masticato, fatto regola tua, ti manca un pezzo essenziale di mondo, di autonomia, ti manca la capacità di autogovernarti. Nessuna autodeterminazione può venire da chi nemmeno sa che autodeterminarsi è possibile. Ma sarebbe troppo facile e generoso.

Questa è vigliaccheria. È la scelta di abbassare la testa perché tenerla dritta sul collo è troppo faticoso. Il compromesso è più facile. Una vigliaccheria, certo, spesso inconsapevole: il patrimonio culturale, intimo, connaturato a molti, spinge in quella direzione. Nemmeno ci si accorge. Ma non perciò la codardia è giustificata. Chi ha tutti gli strumenti per capire e non li sfrutta compie peccato mortale. Non perde solo la sua libertà, rischia anche quella di chi gli sta attorno.

Ribellarsi allo Stato si può. Ribellarsi allo Stato è un dovere. Ribellarsi allo Stato è l’unico modo.

da qui

sabato 12 settembre 2026

DISEGNO DI LEGGE 15051948 (DDL NAKBA) - Lavinia Marchetti

 

«Disposizioni per il contrasto all’antislamismo e al razzismo anti-palestinese e per l’adozione delle relative definizioni operative»

Art. 1. (Finalità). La Repubblica riconosce e contrasta l’antislamismo e il razzismo anti-palestinese quali forme di discriminazione, con gli stessi mezzi e la stessa dignità previsti per il contrasto all’antisemitismo.

Art. 2. (Definizione operativa e indicatori). Ai fini della presente legge costituiscono antislamismo o razzismo anti-palestinese, tra l’altro:
a) attribuire ai musulmani, quale collettività, la responsabilità di atti compiuti da singole organizzazioni islamiste;
b) sostenere che un cittadino musulmano sia presumibilmente meno leale alla Repubblica per la sua appartenenza religiosa;
c) rappresentare il musulmano come naturalmente violento, arretrato o incompatibile con la democrazia;
d) diffondere la teoria della «grande sostituzione» o dell’«Eurabia» quale piano di conquista demografica del continente;
e) negare al popolo palestinese il diritto all’autodeterminazione, ovvero sostenere che debba restare privo di Stato, sotto occupazione o smembrato in bantustan;
f) attribuire ai palestinesi la responsabilità collettiva delle azioni di Hamas;
g) negare la Nakba del 1948, ovvero giustificare l’espulsione della popolazione palestinese;
h) pretendere dai palestinesi standard di condotta non richiesti ad altri popoli sottoposti a occupazione;
i) paragonare i palestinesi, o gli arabi, a bestie, orde o «animali umani».

Art. 3. (Responsabilità personale). La responsabilità penale è personale. La presenza di un’organizzazione armata in un territorio non trasferisce la propria responsabilità ai civili che vi risiedono, quale che ne sia l’età o la condizione. Un bambino, un lavoratore, una neonata non integrano un obiettivo militare.

Art. 4. (Strategia nazionale). È adottata una Strategia nazionale contro l’antislamismo e il razzismo anti-palestinese. È istituito, presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, un Coordinatore nazionale. Sono previsti una banca dati degli episodi, il monitoraggio della diffusione dell’odio in rete e campagne informative nei mezzi radiotelevisivi.

Art. 5. (Istruzione e formazione). Nei programmi scolastici e universitari, nonché nella formazione delle forze dell’ordine, sono introdotti moduli dedicati. La Nakba è oggetto di studio al pari della Shoah.

Art. 6. (Libertà di critica). È fatta salva la libertà di critica politica. Restano lecite la critica dell’Islam come religione, la critica delle organizzazioni politiche e armate palestinesi, ivi compresa Hamas, nonché la critica dei governi dei Paesi a maggioranza musulmana, alle medesime condizioni stabilite per la critica dello Stato di Israele e del sionismo.

Art. 7. (Pari rango). La presente legge ha il medesimo rango, gli stessi strumenti e la stessa dotazione della legge in materia di contrasto all’antisemitismo. Nessuna tutela in meno, nessuna in più.

Art. 8. (Invarianza finanziaria ed entrata in vigore). Dall’attuazione della presente legge non derivano nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. La presente legge entra in vigore nel medesimo giorno in cui entra in vigore quella sul contrasto all’antisemitismo.

CONSIDERAZIONI

(Un esercizio semplice, Quello che avete appena letto lo conoscete già. Ricalca il disegno di legge contro l'antisemitismo, ho lasciato intatto il suo impianto, la definizione IHRA e anche i suoi indicatori calati per legge, nonché il coordinatore a Palazzo Chigi, la banca dati, il monitoraggio dell'odio in rete, la tutela della critica politica, l'invarianza finanziaria. Ho tenuto in piedi il metodo per intero e ho spostato solo una cosetta, il nome del gruppo che riceve la tutela, ovvero il gruppo che sta, in questo momento, subendo un genocidio: palestinesi al posto degli ebrei, insomma l'Islam e la Palestina al posto di Israele e del sionismo. Niente di più semplice quando si legifera si tende all'universale. All'uguale per tutti.

Anche gli indicatori sono il ricalco dei loro, rovesciati sul nuovo bersaglio. Adesso è più semplice capire cosa succede. Gli stessi che oggi giurano che il ddl antisemitismo serva soltanto a riparare una minoranza dall'odio, sarebbero gli stessi che davanti a questa legge parlerebbero del primo atto della conquista islamica d'Europa. Riscoprirebbero Voltaire, l'articolo 21 della Costituzione, l'impossibilità per uno Stato liberale di far propria una definizione ideologica controversa e di diramarla dentro scuole, atenei, ministeri e questure. Il fastidio che molti proverebbe nel leggerlo è l'esatta misura del doppio standard. Il problema, infatti, non è mai stato il principio, per quello le leggi c'erano già)

da qui

Balle spaziali sui Nativi. Gli errori autorevoli - Raffaella Milandri

 

Da Focus a Rai Cultura, da Treccani ad Alessandro Barbero: quando nomi prestigiosi inciampano in errori e stereotipi parlando di Nativi Americani.

 

C’è una regola elementare del mestiere dell’informazione: prima di raccontare la storia di un Popolo bisogna conoscerla. Bisogna studiare, controllare le fonti, distinguere ciò che è documentato da ciò che è controverso e, quando la materia esula dalle proprie competenze, consultare chi se ne occupa seriamente. Sembra ovvio. Evidentemente non lo è.

Viviamo in un sistema dell’informazione che pretende di produrre molto, rapidamente e su qualunque argomento. La verifica richiede tempo, la competenza si costruisce lentamente e lo studio mal si adatta alla fretta. Così l’approssimazione finisce spesso per presentarsi con l’abito rassicurante della divulgazione e, quando sopra l’articolo compare un marchio autorevole, il lettore ha il diritto di presumere che qualcuno abbia già controllato ciò che sta leggendo. Non dovrebbe essere costretto a fare il fact-checking al posto di Rai Cultura, Focus o Treccani.

Quando si parla di Nativi Americani, il terreno è particolarmente fertile. Secoli di rappresentazioni occidentali hanno sedimentato un repertorio così potente di immagini, categorie e stereotipi che molte affermazioni sbagliate non suonano neppure sbagliate. Da anni studio e scrivo sui Nativi Americani e ho finito per raccogliere alcuni di questi casi sotto una definizione volutamente poco accademica: “Balle spaziali sui Nativi”.

Non mi interessano le fantasie di qualche sito marginale. Mi interessano molto di più gli errori che compaiono dove dovremmo trovare informazione verificata: Rai Cultura, Focus, Treccani, divulgazione storica di grande notorietà. Perché la storia di un Popolo non è materiale da riempimento e non può essere trattata come una barzelletta. Se una cosa non si sa, ci si informa; se non si possiedono il tempo o le competenze per verificarla, non la si pubblica come se fosse acquisita. Questa non è severità: è il requisito elementare dell’informazione professionale.

 

Le Black Hills e i 105 milioni che la Sioux Nation non accettò

Rai Cultura dedica una pagina della rubrica Accadde oggi alla controversia sulle Black Hills. La pagina, online, reca la data 13 giugno 1959 e afferma che i Sioux «ricevono dal governo degli Stati Uniti 105 milioni di dollari» come risarcimento per le Black Hills. La decisione della U.S. Court of Claims è invece del 13 giugno 1979, vent’anni dopo. Nel 1980 la Corte Suprema confermò il riconoscimento della compensazione per la sottrazione delle Black Hills. Ma persino questo errore, clamoroso per una rubrica intitolata Accadde oggi, è meno grave di ciò che viene dopo.

Il risarcimento fu riconosciuto e il denaro stanziato, ma la Sioux Nation non lo accettò come soluzione della controversia, continuando a rivendicare le Black Hills. È precisamente questo rifiuto a costituire uno degli elementi fondamentali della vicenda.

Scrivere che la Sioux Nation “ricevette” 105 milioni costruisce una sequenza apparentemente conclusa: sottrazione della terra, causa giudiziaria, risarcimento. In realtà il rifiuto del denaro affermava qualcosa di ben diverso. Le Paha Sapa non erano considerate semplicemente un bene confiscato del quale stabilire il valore economico, ma un territorio dal significato storico, politico e sacro per i Lakota.

In altre parole, gli Stati Uniti avevano attribuito un prezzo alla sottrazione. La Sioux Nation non aveva accettato che quel prezzo chiudesse la questione.

Omettere questo passaggio non significa abbreviare la storia, ma cambiarne il senso: si cancella precisamente la scelta politica compiuta dalla Sioux Nation.

Focus e quei Nativi che non conoscevano i metalli           

Nel 2020 Focus.it pubblica Gli indomabili nativi americani. L’articolo esordisce ricordando opportunamente che il Nord America indigeno era composto da centinaia di Popoli con culture e modi di vita differenti. Subito dopo, tuttavia, stabilisce ciò che le circa cinquecento Nazioni avrebbero avuto in comune: «niente ruota, niente cavalli, niente animali da lavoro e niente metalli». Quel “niente metalli” è falso.                                                                                                                   

Nell’area del Lago Superiore è documentato l’Old Copper Complex, una tradizione di lavorazione del rame nativo da parte di società indigene arcaiche. Uno studio pubblicato nel 2021 sulla rivista scientifica Radiocarbon ha esaminato 53 datazioni associate a manufatti e miniere di rame; materiali organici incorporati in quindici manufatti risultano datati fra circa 8.500 e 3.580 anni fa, e gli autori definiscono queste società tra le più antiche conosciute al mondo nella lavorazione dei metalli. Questo non significa attribuire al Nord America precolombiano una metallurgia fusoria identica a quella sviluppatasi altrove. Significa semplicemente usare le parole per ciò che significano. Se si vuole spiegare l’assenza di determinate tecnologie metallurgiche, bisogna specificare quali. Se si scrive «niente metalli», si afferma qualcosa che l’archeologia smentisce.

Non occorreva alcuna scoperta rivoluzionaria: bastava consultare la letteratura archeologica prima di pubblicare un’affermazione tanto categorica. Da una testata di divulgazione nazionale non è una pretesa eccessiva, ma il minimo professionale. Il caso è però ancora più interessante per un’altra ragione. Nello spazio di poche righe si passa dalla corretta constatazione dell’esistenza di centinaia di culture diverse alla costruzione di una sola “civiltà delle 500 nazioni”, alla quale attribuire caratteristiche tecnologiche comuni.

È uno dei vizi più resistenti della divulgazione sui Nativi Americani: riconoscere la diversità e cancellarla immediatamente dopo. Applicato all’Europa, lo stesso metodo apparirebbe grottesco. Nessuno pretenderebbe di descrivere con una singola formula un Sami, un cittadino della Roma imperiale, un mercante veneziano e una comunità basca. Attraversato l’Atlantico, invece, centinaia di società possono ancora essere compresse dentro un unico gigantesco “Indiano” senza che la contraddizione sembri disturbare troppo.

Treccani e lo stereotipo che si smentisce da solo

La voce Indiani d’America di Treccani offre una dimostrazione quasi perfetta dello stesso meccanismo. Nell’introduzione si legge che la loro economia era basata soprattutto sulla caccia al bisonte, che abitavano in tende e vestivano quasi interamente di pelli.  Poche righe più avanti, però, la stessa voce distingue correttamente diverse aree culturali e riconosce che sono proprio i Popoli delle Pianure a incarnare, per molti versi, «l’immagine stereotipica del nativo americano».

La contraddizione è difficilmente migliorabile: prima lo stereotipo viene utilizzato come descrizione generale, poi viene spiegato al lettore che si tratta di uno stereotipo.

Haudenosaunee con le loro longhouses, Popoli Pueblo con insediamenti permanenti ed economie agricole, società della Northwest Coast fondate su strutture sociali profondamente diverse da quelle delle Pianure, culture del Sud-Est, della California e del Subartico non sono eccezioni a un modello principale. Sono precisamente la realtà storica che impedisce l’esistenza di quel modello.

L’“Indiano universale” non è mai esistito. Esiste invece una costruzione occidentale che ha preso alcuni caratteri delle società delle Pianure e li ha trasformati nell’icona di un continente.

Che il cinema western abbia costruito e diffuso questa scorciatoia è storia nota; che un’enciclopedia nazionale la utilizzi ancora come introduzione generale ai Nativi Americani è assai meno giustificabile. Da Treccani non è soltanto lecito aspettarsi maggiore precisione: è doveroso.

Little Bighorn e l’unico superstite (per tacer degli altri 350)

Little Bighorn continua a essere una miniera particolarmente generosa di storia trasformata in leggenda. Nel settembre 2018 Focus Junior scrive che il 7° Cavalleggeri fu «spazzato via» e che l’italiano Giovanni Martini fu l’unico uomo del reggimento di Custer a salvarsi. Martini sopravvisse perché Custer lo aveva inviato a portare a Frederick Benteen l’ordine di raggiungerlo rapidamente con il proprio battaglione e il pack train, che trasportava anche le munizioni. Il National Park Service ricostruisce puntualmente l’episodio.

Il problema è che Martini aveva molta compagnia tra i superstiti. Il National Park Service indica circa 350 uomini del 7° Cavalleggeri sopravvissuti nella posizione Reno-Benteen. A essere annientate furono le cinque compagnie rimaste con Custer, circa 210 uomini, non l’intero reggimento. Definire Martini “l’unico superstite” lasciandone fuori circa 350 non è una sfumatura interpretativa. È un errore storico macroscopico, e il fatto che sia stato proposto a un pubblico di ragazzi lo rende semmai più grave, non meno.

Anche Rai Cultura mostra qualche difficoltà con Little Bighorn. In una pagina attribuisce la vittoria indigena a Lakota, Cheyenne e Arapaho contro truppe statunitensi «più numerose»; in un’altra parla dell’«annientamento completo» del 7° Cavalleggeri. Il National Park Service ricostruisce invece l’annientamento del comando di Custer e la sopravvivenza del resto del reggimento sotto Reno e Benteen. Anche l’affermazione sulle truppe statunitensi “più numerose” non regge: il National Park Service stima la forza indigena in circa 1.500-1.800 guerrieri, mentre le forze del 7° Cavalleggeri erano nettamente inferiori numericamente. Su questi punti non occorre mobilitare grandi controversie storiografiche. Per stabilire che il 7° Cavalleggeri non fu annientato basta constatare che centinaia dei suoi uomini erano ancora vivi il giorno successivo.

Caboto, i Beothuk e la forza della ripetizione

Un’altra vicenda mostra bene come una ricostruzione fragile possa acquistare autorevolezza semplicemente passando da una fonte all’altra. Focus Junior attribuisce a Giovanni Caboto la coniazione, nel 1497, del termine dal quale deriverebbe “pellerossa”, collegandola all’incontro con i Beothuk e al loro uso dell’ocra rossa. Treccani propone una versione analoga, affermando che i Beothuk furono incontrati da Caboto nel 1497.  

Il Dictionary of Canadian Biography, progetto accademico dell’University of Toronto e dell’Université Laval, ricostruisce invece il viaggio del 1497 precisando che Caboto non incontrò abitanti.

La storia etimologica del termine inglese redskin è complessa e non sarebbe serio sostituire una certezza poco documentata con un’altra inventata per l’occasione. Il problema, infatti, viene prima: se una fonte storica di riferimento afferma che Caboto non incontrò alcun abitante durante quel viaggio, è professionalmente inaccettabile presentare come fatto acquisito una scena nella quale egli incontra i Beothuk e, osservandoli, conia persino un termine.

Qui emerge un altro vizio dell’informazione frettolosa: la ripetizione viene scambiata per verifica. Una fonte racconta, la seconda riprende, la terza eredita l’affermazione e, dopo qualche passaggio, nessuno sembra più chiedersi quale documento la sostenga.

Una storia, tuttavia, non diventa vera perché è riuscita a invecchiare bene.

Barbero e i Nativi usati come scorciatoia storica

Il caso di Alessandro Barbero è diverso e richiede maggiore precisione, proprio perché non riguarda una svista elementare. Nel 2007, durante una conferenza dedicata all’immigrazione nell’Impero romano e ai processi di formazione dei Popoli germanici, Barbero spiega che il contatto con una grande potenza può stimolare gruppi distinti a unirsi e costruire organizzazioni politiche più ampie. A quel punto introduce un parallelo con i Nativi Americani: «Le varie tribù che hanno per prime avuto contatto con i coloni inglesi del Nord hanno formato la Lega degli Irochesi», aggiungendo che «i Sioux non hanno avuto tempo», perché stavano cominciando a unirsi e ad agire militarmente insieme. Il passaggio è contenuto negli atti della conferenza e il contesto non lascia dubbi sul significato dell’analogia.

La data esatta della formazione della Confederazione Haudenosaunee è oggetto di discussione storiografica e archeologica. Questo, però, non rende convincente il nesso proposto con i coloni inglesi. Un recente studio pubblicato nelle Transactions of the Royal Historical Society afferma esplicitamente che ben prima dell’arrivo degli europei le Cinque Nazioni Haudenosaunee avevano costituito un’alleanza politica sovralocale, mantenuta anche attraverso il Grand Council.

Anche l’Oceti Sakowin, i Seven Council Fires, non può essere ridotto all’immagine di tribù sparse che avrebbero cominciato troppo tardi a organizzarsi politicamente. Le fonti che abbiamo esaminato documentano l’esistenza di quella struttura prima del contatto tra gli esploratori bianchi e i Dakota nell’Upper Mississippi Valley. Si può certamente osservare che Barbero stesse parlando di storia romana e germanica, non impartendo una lezione sugli Haudenosaunee.

Ma questa non è una giustificazione; semmai è precisamente il problema. Se si usa la storia di un Popolo per dimostrare un meccanismo storico, quell’esempio deve essere fondato.

Le società indigene non diventano materiale comparativo a precisione ridotta soltanto perché il tema principale della conferenza si trova dall’altra parte dell’Atlantico.

Barbero è un medievalista di enorme valore, ma proprio questo rende necessario distinguere il prestigio generale dalla competenza specialistica. L’autorevolezza scientifica ha un campo, una formazione, una bibliografia e dei limiti. Se si entra nella storia degli Haudenosaunee o dell’Oceti Sakowin, la precisione richiesta non diminuisce perché l’argomento principale della conferenza è un altro. Il prestigio non corregge un esempio sbagliato.

L’approssimazione non è divulgazione

Presi separatamente, questi casi possono essere archiviati come errori, semplificazioni o analogie infelici. Presi insieme, mostrano però uno schema riconoscibile.

Quando a commetterli sono istituzioni e testate che fondano la propria credibilità sull’autorevolezza, errori di questo livello non sono scusabili. Non stiamo parlando di fonti marginali, ma di realtà alle quali il pubblico si affida proprio perché presume che ciò che pubblicano sia stato studiato e verificato. I Nativi Americani vengono ancora troppo facilmente trasformati in un unico soggetto culturale; la loro diversità politica, economica e tecnologica viene compressa; istituzioni indigene precoloniali possono essere lette come risposta all’arrivo europeo; battaglie complesse sopravvivono nella forma costruita dalla leggenda; una rivendicazione territoriale tuttora politicamente significativa può diventare, in poche righe, la storia di un assegno ricevuto.

Non serve discutere di malafede: ciò che emerge è una carenza di metodo. Liquidare simili errori come inevitabili sviste significa abbassare drasticamente l’asticella della professionalità.

La velocità può spiegare questa carenza di metodo, ma non giustificarla.

L’informazione contemporanea pretende di produrre e spiegare continuamente, anche materie che richiedono competenze specialistiche; una ricerca rapida, però, non equivale alla conoscenza di un argomento. Quando una questione esula dalle proprie competenze, si consulta chi le possiede; quando le fonti sono discordanti, si dà conto della controversia. Questo non è perfezionismo accademico, ma il minimo professionale richiesto a chi informa gli altri.

Nel caso dei Nativi Americani c’è una responsabilità ulteriore. Per secoli questi Popoli sono stati descritti, classificati e interpretati soprattutto da altri, mentre la loro straordinaria diversità veniva sacrificata a categorie costruite dall’esterno. Riprodurre oggi lo stesso meccanismo sotto forma di divulgazione rapida non lo rende più moderno e non lo rende più innocuo.

Neppure la simpatia basta. Il Nativo eternamente spirituale, ecologista per natura e depositario di una sapienza primordiale non è necessariamente più reale del guerriero delle Pianure davanti al tipi. È uno stereotipo più benevolo, ma rimane uno stereotipo.

È anche per contrastare questa superficialità che ho ideato Voci Native, Alleanza culturale per la conoscenza, la memoria e i diritti dei Nativi Americani e dei Popoli Indigeni, promossa e coordinata da Omnibus Omnes OdV. Il progetto vuole contribuire ad alzare la qualità dell’informazione, l’attenzione alle fonti e l’ascolto delle voci indigene contemporanee.

L’adesione è aperta ai singoli, che possono diventare Alleata o Alleato di VOCI NATIVE, sostenendone principi e finalità e ricevendo informazioni e aggiornamenti sulle attività dell’Alleanza. Le attività di divulgazione e gli interventi pubblici sono invece affidati esclusivamente a persone qualificate, selezionate in base alle competenze specifiche.

Rai Cultura può correggere una pagina, Focus una frase, Treccani una voce e uno storico un paragone. Correggere questi errori sarebbe il minimo. Più difficile, ma necessario, è eliminare l’abitudine culturale che continua a renderli plausibili e l’idea, sempre più diffusa, che la velocità possa sostituire la competenza. Quando si racconta la storia di un Popolo, studiare prima di scrivere non è una raffinatezza. È il mestiere.

da qui

venerdì 11 settembre 2026

Siria: è la fine della rivoluzione del Rojava? - Davide Grasso

 (da Dinamo Press)

Lo scioglimento delle istituzioni confederali siriane del nord, civili e militari, rappresenta un evento storico per la Siria, per il movimento confederale in Kurdistan, per quanti credono nella necessità di una profonda trasformazione dei rapporti sociali oltre le identità nazionali e i confini. Data la mia posizionalità è soprattutto quest’ultimo elemento che ho avuto in mente quando si è trattato di contribuire in varie forme a quel progetto, incluse le analisi o valutazioni dei processi che provo di volta in volta a proporre. La dissoluzione dell’Amministrazione democratica autonoma (Daa) e delle Forze siriane democratiche (Fsd) giunge a valle di alcune concessioni governative al movimento confederale, che riguardano prevalentemente la questione curda. È stato promulgato un importante decreto che concede ai curdi diritti civili prima negati; alcune ore di insegnamento della lingua curda saranno previste nelle scuole in Rojava; diverse posizioni di rilievo, civili e militari – locali, parlamentari o nazionali – sono al momento riservate a esponenti di spicco del movimento.

Ogni tentativo di includere nei negoziati una discussione sull’assetto socio-economico e politico della transizione è tuttavia fallito. Nulla è garantito, tantomeno per iscritto, riguardo al futuro assetto dei poteri, ai diritti del segmento femminile in Rojava o altrove in Siria, alla protezione delle condizioni di vita e di lavoro delle persone. Le regioni prima soggette ad autogoverno subiscono dal giugno scorso gli effetti della liberalizzazione governativa dei prezzi di beni che la Daa distribuiva a prezzo politico o attraverso sussidi, come elettricità, pane e diesel, con un aumento delle difficoltà economiche e della povertà. Di fronte alla svolta islamista nel paese dopo il 2024, in molte e molti guardiamo attoniti alla trasformazione delle Unità di protezione delle donne (Ypj) in una forza di polizia sotto il comando di uomini che hanno fanno della violenza contro le donne e della loro discriminazione capisaldi ideologici, oltre che una pratica durante la guerra. La dissoluzione senza un accordo politico sostanziale scritto, inoltre, potrebbe aprire la strada alla futura repressione del movimento, che pure oggi viene nei fatti legittimato come componente della transizione statale.

Per le strade del Rojava manifestazioni di protesta, organizzate sia da militanti del movimento che da partiti curdi di destra, denunciano un’assimilazione forzata priva di reali contropartite politiche.

La credibilità del Pyd tra i curdi siriani, secondo alcune fonti sul terreno, è in flessione, e alcuni descrivono uno scenario in cui parte della popolazione non esprime fiducia in nessuno tra i partiti e i politici curdi. Non è mia intenzione, che curdo non sono e in Siria non vivo, discutere una scelta di pace e di rifiuto dello scontro quale quella del movimento in questo frangente, e per la stessa ragione per cui non eccepisco su scelte diverse da parte di altre organizzazioni di resistenza o rivoluzionarie in altre nazioni, o ancora del movimento confederale in altre fasi. Vorrei invece contribuire alla discussione sul perché il negoziato tra movimento e stato non abbia potuto evitare quella che una funzionaria della Daa ha descritto, in una conversazione con chi scrive, come «la perdita di tutto il lavoro che abbiamo fatto in questi anni».

Non è vero che tutto è perso, poiché la società toccata dalla rivoluzione non è più la stessa e la storia futura ne subirà l’impatto. Non si può d’altra parte negare la sproporzione tra gli sforzi compiuti e questo esito contingente. Tutto riconduce alla sconfitta militare di otto mesi fa, nel gennaio 2026, che ha avuto radici politiche ed ideologiche profonde. Cercare di analizzarle è decisivo per chiunque, individualmente o collettivamente, cerchi di comprendere come evitare nuove sconfitte di domani, e desideri ottenere nuove vittorie.

Rivoluzione e integrazione nello stato

La solidarietà con il Rojava non ha mai significato, per me e per molti internazionalisti che ho conosciuto, la scelta di un popolo buono o eletto rispetto ad altri. Siamo stati in Rojava perché lì esisteva un movimento in grado di dare risultati concreti e prospettive reali. Personalmente, quando ero in Siria, non ho mai smesso di pensare neanche per un istante ai Palestinesi, cui pure allora non pensava nessuno, ai Siriani e agli Iracheni che vivevano fuori dalle zone dove operavamo noi, o ai miei connazionali in difficoltà. Troverei demenziale pensare che i Turchi siano come popolazione peggiori dei Curdi, i Russi peggiori degli Ucraini, i musulmani peggiori dei cristiani o degli ebrei, e così via. Il problema non è fare classifiche tra popoli, lingue e fedi, – o tra oligarchie statali – bensì cercare e creare organizzazioni in grado di produrre istituzioni concretamente diverse nel mondo di oggi, ovunque esse siano o possano prodursi.

La Daa ormai in dissoluzione era sorta nel 2014 su iniziativa di un reticolo di comuni popolari e congressi delle donne che, su iniziativa del Partito di unione democratica (Pyd), autogestivano il Rojava (le regioni della Siria dove la lingua curda è tendenzialmente maggioritaria). Potevano farlo da quando, dopo la primavera del 2011 e l’insurrezione del Pyd nel 2012, il regime di Assad aveva evacuato le sue forze armate dall’estremo nord. Le comuni riunite in movimento avevano creato un sistema di regioni autonome, che negli anni sono passate da 3 (il Rojava) a 7 (includendo 4 regioni a stragrande maggioranza araba) grazie alle vittorie delle Fsd sullo Stato islamico o Daesh. Queste regioni erano governate da consigli legislativi, esecutivi e giudiziari regolati da una legge fondamentale decisamente pluralista, antimilitarista e fondata sull’autonomia delle donne, il Contratto sociale.

Mentre le comuni rappresentavano il confederalismo democratico radicale in espansione come alternativa alla logica capitalista e statale, la Daa incarnava l’“autonomia democratica”.

Essa avrebbe dovuto svolgere (e in effetti ha svolto fin dall’inizio) un ruolo di mediazione con le strutture statali, siriane e non, al fine di proteggere l’affermazione del confederalismo, ora con l’autodifesa, ora con la diplomazia. La forza sociale delle comuni, da costruire nel tempo, e delle nuove cooperative confederali avrebbe dovuto produrre rapporti di forza socio-politica, prima ancora che militare, che permettessero, in futuro, un’integrazione dell’autonomia democratica (non delle comuni) nell’ordinamento giuridico. Questa integrazione sarebbe stata in grado di indebolire la cultura centralista e autoreferenziale propria dei monopoli ideologici e finanziari del dominio, che nello stato, per il movimento confederale, trovano il loro centro di irradiazione (anche i capitali privati, infatti, esistono grazie alla protezione armata degli stati).

Secondo la teoria del cambiamento abbozzata da Abdullah Öcalan nel suo Manifesto della civiltà democratica, l’integrazione tra autonomia democratica e stato sarebbe stata prima o poi necessaria. Non è possibile combattere guerre rivoluzionarie infinite. Avrebbe previsto compromessi, ma anche democratizzato in parte lo spazio statale, imponendo una “repubblica democratica”. L’attuale dissoluzione viene non a caso chiamata “integrazione” dal movimento. Non è, coerentemente con la teoria confederale, la fine della lotta o un’integrazione definitiva. In una repubblica democratica il confederalismo sociale dovrebbe continuare ad affermarsi sul territorio, sfruttando maggiori spazi di libertà di fatto e costituzionale.

Se questa espansione provocherà repressioni future ne nasceranno nuove fasi di scontro e autodifesa, magari nuove istituzioni democratiche autonome, da integrare in negoziati futuri, e così via.

Così via, all’infinito, senza un regno della libertà che ci aspetti, ma soltanto con una vita bella per chi la sa vivere dalla parte giusta: questa visione del mutamento, che non prevede una transizione rivoluzionaria decisiva e rigetta tanto la prospettiva della conquista quanto quella della distruzione dello stato, delinea un processo che non perde di vista la necessità della pace, né quella di una decostruzione di lungo periodo delle pratiche di dominio nella società. È alternativa alle teorie della transizione comuniste o anarchiche che, in forma diversa e in parte speculare, avrebbero sottovalutato i caratteri culturali profondi su cui si basa la potenza, intrinsecamente egemonica e orientata al dominio, dello stato-nazione; una potenza che non è possibile distruggere, ignorare o trasformare fino in fondo.

Quel che è possibile e doveroso, per il movimento è proteggere la società, che è tutt’altro dallo stato. In questo senso la Comune internazionalista del Rojava scrive in questi giorni che la rivoluzione non è finita. Nella prospettiva confederale ha senso: la rivoluzione coincide essenzialmente con il movimento stesso. C’è da chiedersi, tuttavia, se questo lessico non tolga al concetto di rivoluzione gran parte della sua utilità tanto per il richiamo all’azione quanto per l’analisi. Ogni anno in Rojava si festeggia l’anniversario della rivoluzione – il luglio 2012 in cui Afrin e Kobane insorsero contro Assad – a riprova che esistono discontinuità. Definire rivoluzionarie tanto le fasi di costruzione istituzionale autonoma quanto quelle di integrazione statale, magari in una posizione di debolezza e in seguito a pesanti sconfitte politiche, rischia di inflazionare il termine e aprire la strada a tentazioni dogmatiche, oltre a non permettere una lucida valutazione del tipo di integrazione che sta avvenendo: non ogni integrazione o dissoluzione si equivalgono. È questa integrazione prodotto di rapporti di forza favorevoli, maturati secondo gli itinerari auspicati, o è invece l’esito di un divario tra i tempi della rivoluzione socio-culturale – lenti, perché cambiano mentalità e comportamenti sociali – e quelli delle relazioni internazionali tra stati – rapidi, perché cambiano tutto per non cambiare nulla?

La rivoluzione e le armi

Ammettere una fase di sconfitta nulla toglie al valore della lotta e dei risultati ottenuti. Non esistono movimenti o rivoluzioni che non abbiano patito sconfitte. Per semplificare, ricondurrei le ragioni della crisi attuale a una causa esterna e una interna al movimento. La prima riconduce al rapporto tra comune e questione militare, ossia tra mutamento e violenza. La sperimentazione socio-economica confederale si è prodotta fuori dal perimetro della legge e grazie all’assenza dello stato. Quei territori erano però ambiti anche da altri attori siriani, con un’idea del tutto diversa di cambiamento: quelli che oggi, giunti a Damasco, prendono possesso del Rojava con la benedizione internazionale. La forma confederale della rivoluzione ha resistito a queste forze, subito dopo il 2011, in modo autonomo, con centinaia di caduti e mutilati che imbracciavano armi vecchie e leggere: Ak47, mitragliatrici Pkm, razzi anticarro Rpg.

Con il mutamento del quadro regionale, di cui l’ascesa di Daesh è stata un’espressione, questa resistenza autonoma è divenuta insostenibile. Le combattenti e i combattenti delle YPJ-YPG hanno continuato a utilizzare le stesse armi vecchie e leggere, ma nell’ambito di una collaborazione militare con attori statali coinvolti del conflitto: gli USA (fatto pressoché inedito per un movimento socialista) e la Russia (partner non meno imbarazzante, se così si dovesse ragionare). Il rapporto con queste potenze è stato decisivo tanto per l’aumento del rilievo della rivoluzione confederale quanto per il suo crollo. USA e Russia hanno aperto le strade alla repressione turca della Daa nella stessa fase in cui la sostenevano contro gruppi islamisti diversi.

L’esercito russo, che cooperava da due anni con le forze confederali ad Aleppo, ha aperto le porte all’invasione turca di Afrin nel 2018, e ha fatto lo stesso nel 2024 a Sheeba e Manbij. Gli USA hanno agito in modo identico nel 2019 a Serekaniye e nel 2026 a Raqqa. La Daa è stata per dieci anni sotto continuo attacco aereo turco, con centinaia di assassinii mirati di quadri del movimento sul modello delle esecuzioni di Israele contro le resistenze libanese e palestinese. Lo spazio aereo in cui avvenivano questi attacchi era controllato da Russia e Stati Uniti, che di volta in volta hanno concesso alla Turchia l’autorizzazione a colpire. Perché queste potenze globali hanno coadiuvato le forze confederali in alcuni casi e hanno collaborato alla loro distruzione in altri?

Nessun mistero: la ratio perseguita dagli stati-nazione non è promuovere rivoluzioni socio-ecologiche, processi decoloniali o ideali e principi che pur sbandierano in diverse salse. È affermare logiche coloniali ed estrattive. Il movimento confederale ha avuto sempre ben presente tutto questo.

Perché, allora, stipulare alleanze con degli stati? Perché non continuare con i propri Ak47, con i propri Pkm e Rpg? Perché questo avrebbe decretato la sconfitta molto peggio e molto prima. Le stesse armi leggere che le YPJ-YPG usavano quando stavano da sole e nessuno se le filava, d’altra parte, erano state prodotte da stati e ottenute in fasi precedenti grazie ai rapporti con stati (ad esempio la Siria stessa negli anni Ottanta e Novanta). Non credo di rivelare nulla di sorprendente se dico che anche gli altri movimenti armati regionali e mondiali hanno rapporti con stati oppressivi e capitalisti da cui ottengono armi in alcuni casi. Rinunciare a costruire una forza militare efficace significa rinunciare tanto alla resistenza quanto – per chi ci crede, ed è il caso del movimento confederale – alla rivoluzione (che è una cosa diversa). Soprattutto significa mettere a repentaglio le vite di combattenti e civili.

Occorre andare oltre Pellizza da Volpedo e dare un senso alle parole che usiamo: la rivoluzione all’epoca dell’ingegneria aerospaziale non è quella della presa della Bastiglia. A quel tempo impadronirsi di qualche centinaio di fucili poteva permettere di imporre alle forze statali sconfitte anche importanti. Oggi lanciarazzi e mortai non permettono a un movimento armato di difendere la sua agibilità. Sono necessarie tecnologie di osservazione, archiviazione dati, riconoscimento e precisione che sono sviluppate e custodite dagli apparati militari degli stati-nazione, o dalle corporation che agiscono nel perimetro delle loro leggi.

L’alternativa è quindi oggi la seguente: o si agisce per vie legali – il che vuol dire, ad esempio nella Siria di Assad, per vie talmente ambigue e strette da risultare ininfluenti o pericolose – oppure si negozia l’accesso a forme moderne di autodifesa. Questo è possibile farlo con forze statali momentaneamente avverse a quelle che attuano la repressione nell’immediato. Nel caso del movimento confederale questo accesso è sempre stato concesso in via indiretta: tanto la Russia quanto gli Stati Uniti hanno, in diverse fasi e contesti, operato con le proprie tecnologie in favore di operazioni del movimento, intorno alle quali c’era una convergenza di interessi. Non hanno mai condiviso con esso le tecnologie stesse, né le armi se non con contributi puramente simbolici, mai in grado di permettere un’autonomia militare a un movimento che doveva restare povero e debole.

Il principio su cui potenze statali, anche antagoniste tra loro, sembrano infatti trovarsi d’accordo è che la forza degli attori non statali può essere pragmaticamente incrementata là dove considerato utile, ma mai resa capace di assumere un ruolo militare autonomo. Appare anzi un principio inscalfibile della comunità degli stati-nazione (che con un eufemismo chiamiamo “comunità internazionale”). Tecnologie in grado di potenziare un’azione militare autonoma vengono cedute esclusivamente ad attori statali, (eventualmente guidati da compagini nuove, che prima erano non statali e bollate come terroristiche, ma a patto che accettino determinati parametri.

Repressione internazionale di un’anomalia

Rispetto a queste dinamiche il movimento confederale ha rappresentato un’anomalia poco compresa. Pur non trattandosi di un movimento anarchico e prevedendo la futura integrazione di alcune sue istituzioni, il suo obiettivo non è stato costituire un nuovo stato. Contrariamente ad HTS o ai Fratelli musulmani, che hanno dichiarato nuovi governi siriani sul territorio o in esilio, rispettivamente nel 2017 e nel 2013 (il “Governo di salvezza” nel primo caso, che si è trasferito a Damasco nel 2024, e il “Governo ad interim” nel secondo, che si è integrato nel primo nel 2025), il movimento confederale non ha creato un governo, ma un’amministrazione autonoma. Quest’ultima non ha mai cercato né considerato la secessione, né di diventare governo di una nuova repubblica siriana. Questo perché lo stato come costruzione storica è visto come un problema e non come un mezzo verso la soluzione, sebbene non sia visto come un problema da mitigare esclusivamente dall’esterno rispetto al suo spazio giuridico.

Chi in Siria ha ragionato in termini statali ha prevalso. Sul terreno contano (anche) le armi, e l’appoggio militare internazionale va agli attori che intendono muoversi in modo tradizionale. Tanto le vittorie quanto le sconfitte della rivoluzione confederale indicano un paradosso: qualsiasi ipotesi di trasformazione e rivoluzione, al livello attuale dello sviluppo tecnologico, dovrà risolvere il problema di come rapportarsi al sistema degli stati-nazione, e non eluderlo, pena la propria irrilevanza storica ab origine.

Come agire un processo di trasformazione reale quando le istituzioni che possono assicurarne in ultima istanza la difesa (anche qualora esistano forme di autodifesa autonome) sono le stesse che ne saboteranno sempre, e con mezzi tendenzialmente soverchianti, il progresso politico sostanziale?

Conta poco se la bandiera dell’alleato sia quella statunitense, russa, cinese o di qualsiasi altra potenza capitalista. I limiti del dibattito odierno si situano anzi nella mancata individuazione dell’equivalenza di questi attori alla luce dei diversi sviluppi. Nè chi scrive né il movimento si sono mai fatti illusioni sulla tenuta indefinita dei rapporti militari con gli USA o con altri stati, né ha mai ignorato i rischi che, se ce ne fosse stato bisogno, erano comunque diventati tangibili dall’invasione turca di Jarablus del 2016. Sono semmai coloro che in questi anni hanno deriso o insultato la rivoluzione a coltivare illusioni su altre potenze capitalistiche le quali, per interessi capitalistici, si contrappongono agli Stati Uniti.

Ogni attore statale può sostenere una resistenza o una rivoluzione entro certi limiti, e aprire con questo concreti spazi di cambiamento, ma (a) ognuno di essi ne impedirà lo sviluppo oltre quei limiti e (b) non esiste un’opzione di trasformazione e conflitto senza le necessarie tecnologie, militari e non solo, il cui controllo è oggi capitalistico e statale. L’atteggiamento di sufficienza di centinaia di piccoli gruppi movimentisti occidentali verso il movimento confederale, ora o in passato, deriva da questo rimosso: la rivoluzione del Rojava ha dimostrato loro che cosa accade una volta che si superi il terreno dell’immaginazione, della ricreazione e della protesta, attivando strategie per produrre consenso, costruire istituzioni alternative ed esercitare un impatto sul contesto politico domestico e regionale.

I limiti soggettivi del movimento confederale

La questione tecnologico-militare spiega soltanto il 50% del problema. L’attacco governativo di gennaio ha decretato una sconfitta politica per il movimento, non militare soltanto. Il posizionamento di Washington ha favorito l’avanzata di Damasco, dando un chiaro segnale alle strutture imprenditoriali-tribali di Raqqa. L’apparente facilità di questa operazione politica ha tuttavia mostrato quanto fragile fosse il radicamento delle istituzioni confederali nelle aree della Daa dove minore o nulla è la presenza curda, e come si basasse eccessivamente – non è mai stato un mistero – sul rapporto necessariamente fragile con le borghesie locali. Ci sono state importanti eccezioni, ma quasi nessuno tra i residenti arabi di Raqqa, Tabqa o Hasakah, borghesi o salariati che fossero, si è organizzato per difendere un progetto politico nel cui ambito viveva da quasi dieci anni. È stato deprimente leggere account di individui curdi accusare per questo “gli arabi” sui social, sconfinando nel razzismo. Occorre semmai chiedersi il perché di questi tratti marcatamente “etnici” della sedizione, nonostante la vocazione pluralista della rivoluzione confederale.

Il movimento ha pagato un suo deficit strutturale: socio-istituzionale ma, alla radice, ideologico. Soltanto una componente della lotta confederale, curda e non, ha concepito la rivoluzione come un processo che, pur iniziato indubbiamente come curdo, ambiva davvero a essere siriano (personalmente ho sposato questa prospettiva, che ho spiegato e raccontato nei libri Hevalen e Il fiore del deserto). Gran parte del movimento e dei suoi sostenitori, però, ha continuato a pensare in un orizzonte esclusivamente curdo, a mio modesto parere in contraddizione con la prospettiva di un radicale rinnovo di paradigma. Questa contraddizione non è sfuggita alle comunità arabe della Daa né ai loro strati popolari. L’approccio nazionalistico curdo ha certo galvanizzato e mobilitato una parte della popolazione del nord, ma ha depoliticizzato il movimento confederale, rallentandone la spinta per l’alternativa sul territorio, dove la rivoluzione economica, politica e dei rapporti di genere ha proceduto a velocità diverse a seconda delle città o regioni della Daa, creando le premesse per la sedizione.

Questo ha dilapidato anche parte delle energie di un attivismo internazionale rimasto in gran parte “curdista”, che non si è chiesto abbastanza quanto insistere in modo ossessivo sui Curdi e sul Kurdistan (quasi il resto dei siriani o del Medio oriente non contassero) avrebbe giovato concretamente a una rivoluzione che si reggeva su forze armate, funzionari e popolazione in gran parte non curdi, e al sostegno internazionale non curdo e non bianco alla rivoluzione. Al centro del linguaggio e del pensiero, in molti casi, non c’è stato il modello politico effettivamente in costruzione nella Daa tra comuni, case delle donne e cooperative (che pochissimi si sono davvero impegnati a conoscere) ma un Kurdistan dai tratti magici e mitici, concepito in termini pericolosamente romantici o, peggio, utilizzato per trovare un target di sfogo moralistico, come ad altri capita in rapporto alla Palestina.

Chi era sul terreno, certo, avrebbe potuto difficilmente agire in modo diverso. Gli attori statali coinvolti nella guerra – USA, Turchia, Assad e Russia – hanno agito sempre perché un processo curdo-arabo effettivo non si producesse, fomentando divisioni che puntavano allo strangolamento sociale, economico e diplomatico del lavoro politico delle avanguardie, sulla competizione regressiva tra clan e strutture tribali.

Resta il fatto che questa è la causa essenziale del crollo e che sarebbe intempestivo accusare di tradimento gli stati dal momento che gli stati non avevano mai affermato di aver sposato il progetto socio-politico delle regioni autonome.

Nel novembre del 2025 una personalità politica di alto livello della Daa mi aveva detto: «Abbiamo speso tante energie per instaurare relazioni con le forze internazionali e non abbiamo curato le relazioni con i nostri vicini». Su questo dovrà articolarsi l’autocritica: non nel negare che le relazioni internazionali siano necessarie, ma nel comprendere che per resistere alle loro conseguenze non abbiamo che la forza che si costruisce nella società attraverso relazioni di amicizia politica. In assenza di una consapevolezza che questa amicizia riguarda in senso pieno tutte le comunità e non fa preferenze identitarie, le pulsioni suprematiste si riprodurranno nel senso comune, viaggiando sempre in senso biunivoco. Lasceranno prevalere la divisione tra subalterni e consegneranno il potere a uomini bravi a cavalcarle, che infine isseranno sempre la banconota come loro vera bandiera. Non si tratta di negare le differenze, ma di non trasformarle in gerarchie. È questa una delle ragioni per cui si può oggi riaffermare il valore delle scelte internazionaliste compiute negli scorsi anni.

da qui