Alla vigilia della nuova missione, la testimonianza inedita dell’ex-capitano della barca a vela Zefiro su come il centrosinistra o cosiddetto “campo largo” abbia cercato di inserirsi nell’iniziativa, cavalcandola e condizionandola, nel tentativo di sfruttarla in termini di immagine, a fini elettorali, per rifarsi una “verginità” politica sulla questione palestinese e del genocidio messo in atto dal sionismo e da Israele.
La campagna
elettorale della “sinistra riformista” in vista di un possibile ritorno al
potere nel 2027, non è iniziata intorno al “NO” al referendum ma ben prima,
ovvero intorno al movimento Global March to Gaza, poi ampliatosi a Global
Movement to Gaza e più recentemente, dall’estate
2025, Global Sumud
Flotilla. Come “reduce” dal coordinamento della delegazione
di una ventina di persone dal Lazio che il 13 giugno avrebbe voluto marciare
nel deserto verso il valico di Rafah, marcia interrottasi, forse non a caso,
proprio in quel giorno di giugno per lo scoppio della cosiddetta “Guerra dei 12 giorni”, sono passato
alla GSF (Global Sumud Flotilla) occupandomi, insieme ad altri, di barche,
perizie, acquisti, ecc.. Il cosiddetto “Campo Largo” (PD-M5S-AVS) si fece
avanti – ma fu anche avvicinato – fin dall’inizio di questa avventura che
coinvolse tra skipper, tecnici, solidali, equipaggio, ecc. dalle due alle
tremila persone: nessuno qui mette in dubbio la loro/nostra buona fede e
soprattutto i risultati, non solo mediatici, di ciò che passerà alla storia
come il primo grande movimento di massa che sfociò, tra fine settembre e inizi
ottobre 2025, nella più grande manifestazione di piazza dagli anni ’70. Qui
vogliamo solo esporre, tramite testimonianza diretta, le manovre di
cooptazione, le strumentalizzazioni elettorali, dei tre principali partiti
della “sinistra” di governo (PD, AVS e M5S) che avvicinarono il movimento a
puro scopo propagandistico. In quest’attivismo da “parvenu” hanno primeggiato
alcuni esponenti del PD, quelli estranei alla Sinistra per Israele o non
inseriti in liste che recensiscono esponenti sionisti in Italia o
tra gli ispiratori del DDL per la censura dell’antisionismo, o
direttamente inquadrati all’interno di contasti industriali più o meno bellici,
come Marco Minniti e Luciano Violante. Tutto nasce da una
serie di interrogativi cui il lettore può tentare di dare una propria risposta,
proporre una teoria.
1) Perché uno
skipper, a fine agosto, lascia precipitosamente il porto di Augusta alla volta
di Licata per salire a bordo di Karma del progetto targato ARCI “TOM” ( Tutti gli occhi sul Mediterraneo)
mentre era intento a dare una mano agli altri compagni, impegnati ad
allestire/riparare barche, in una folle corsa contro il tempo, per lasciare
finalmente gli ormeggi e andare a Gaza? 2) Perché lo skipper
che in origine era stato individuato per quel ruolo se ne stava, invece,
tornando a casa? 3) Come mai, nel momento in cui la fregata Alpino della
Marina Militare Italiana, presentata con grande enfasi come indispensabile presenza a protezione della flottiglia, abbandona
quest’ultima al proprio destino, sempre l’imbarcazione Karma, invia a tutti gli
equipaggi sulla chat interna il messaggio Instagram targato
graficamente ARCI, l’audio della nave Alpino che avvertiva tutti quanti che
arrivata a 190 miglia da Gaza se ne stava andando? e che si stava per lasciare
la “comfort zone” cioè verso quel fatidico limite delle 120 miglia ipotizzato
come il confine oltre il quale ci sarebbe stato l’assalto delle motovedette
israeliane? 4) perché questo audio era inserito in una schermata di Instagram dove
comparivano, uno accanto all’altro, il logo della Global Sumud Flotilla e
quello dell’Arci? Insomma, al momento sembrò quasi una comunicazione ufficiale
dell’organizzazione interna che però non era certamente affidata all’ARCI che
con la sua unica barca, in realtà, si era semplicemente “aggiunta” alla
flottiglia, sostenendola dal loro punto di vista, chiedendo ufficialmente al Governo italiano addirittura
una protezione militare; 5) perché, una volta abbandonati da
quell’inutile presenza militare, sempre l’equipaggio di Karma ingaggiava, sulla
chat della flottiglia un botta e risposta, intorno alle varie convenzioni
internazionali che regolano le acque territoriali e internazionali come la
convenzione di Montego Bay per concludere poi che
l’ultima parola, cioè il punto-nave in cui ci si doveva tutti fermare tutti
spettava proprio a Karma che paradossalmente era l’ultima barca aggiuntasi al
gruppo? 6) perché e con quale scopo 5 skipper su circa una
ventina, definiti poi semplicemente “irrequieti” o “teste calde” decisero
autonomamente di andarsene verso la Grecia partendo dalla baia di Porto Palo,
dove aspettavamo, tra una riparazione e l’altra, la delegazione tunisina, per
poi tornarsene indietro dopo qualche ora? Per fortuna la notizia non arrivò
alla stampa per un senso di responsabilità dei giornalisti a bordo ma la stampa
conservatrice e sionista ci sarebbero andati a nozze, rimarcando ancora una
volta, le difficoltà organizzative o i dissidi interni alla flottiglia.
7) perché, dopo il feroce attacco avvenuto a sud di Creta ai danni
della flottiglia da parte di Israele, qualcuno nell’organizzazione ha
perseguito, senza nessuna motivazione nautica e tecnica, l’obiettivo di
rimuovere dall’albero della Zefiro, lo spezzone costituito da un segmento di
circa un metro di strallo in acciaio e tessuto arrotolato che non dava nessun
fastidio anche considerando che dopo poche ore la barca si trovava in banchina
a Ierapetra ? Perché quell’unica prova, quel corpo del reato di “tentato
omicidio”, doveva essere rimossa?
Oggi quel
moncherino, preso poi in carico dai ROS dei Carabinieri, è a disposizione della
procura di Roma che dovrebbe indagare per risalire agli autori materiali e ai
mandanti di quel reato che tutti sanno chiaramente chi siano pur non avendone
le prove.
Il ruolo
assunto poi dalla barca Karma dell’ARCI, coincideva, tra l’altro, con
l’abbandono della missione, il giorno dopo l’aggressione violentissima ad opera
dei droni israeliani del capo-flottiglia. La giornata successiva a quella nottata
di guerra svoltasi al largo di Creta, vide parecchi membri della flottiglia
tornarsene a casa ed altri, intenzionati a proseguire la missione ma costretti
a cambiare imbarcazione a causa dei colpi inferti dai droni: tra questi,
proprio il capo flottiglia che dopo aver aiutato a riorganizzare gli equipaggi
alla luce dei numerosi rinunciatari pronti a prendere il primo aereo, decise di
farsi dare un passaggio al porto di Ierapetra, a Creta, saltando al volo sulla
banchina, dove mi ero accostato, senza quindi informare le autorità locali del
proprio arrivo.
Ebbene la
risposta, le risposte sono tanto semplici quanto avvilenti proprio per chi, da
attivista politico, vorrebbe tenersi alla larga dalle facili
strumentalizzazioni partitiche ed elettoralistiche: perché a bordo vi erano due
deputati italiani entrambi del PD, uno al Parlamento italiano e l’altra al
Parlamento Europeo. Mentre per tutti gli attivisti della GSF, fatti salvi i
pacchi alimentari, pochi, piccoli ma ad alto valore simbolico, l’obiettivo era,
ed essenzialmente rimarrà anche per le prossime missioni a Gaza, politico,
(ovvero portare avanti un’azione di disobbedienza civile, forte di ben 50
piccole barche in gran parte a vela, volta a fare pressione sul governo
genocidario israeliano) i due parlamentari perseguivano, invece, fin
dall’inizio un piano parallelo che è stato presentato solo successivamente come
un “piano B” per evitare una catastrofe ossia un possibile violento assalto
israeliano, con morti e feriti tra gli attivisti pacifisti.
Secondo le testimonianze, inoltre, ma anche interpretando
ex-post quel cambio repentino di skipper, questo piano era ben noto fin
dall’inizio, almeno nella testa di questi pseudo-attivisti venuti, sulla carta,
con il ruolo ben definito di “angeli protettori”, proprio in quanto esponenti
politici con incarichi ufficiali nei rispettivi parlamenti. Alcune
indiscrezioni, però, filtrarono, causando fin dall’inizio più di un malumore:
quell’idea di triangolare l’invio degli aiuti, tramite l’emissario del Vaticano
in Medio Oriente, il patriarca di Gerusalemme il cardinale Pierbattista
Pizzaballa, voleva dire, di fatto, la “morte politica” ed umanitaria della
missione.
Immaginando
i possibili scenari, prima di tutto, non ci sarebbero stati né gli scioperi
potentissimi di fine settembre e soprattutto non ci sarebbe stata, pochi giorni
dopo, la fiumana di oltre un milione di persone, per lo più gente comune, senza
bandiere di partito o di sindacati, cui tutto il mondo guardò con grande
sorpresa, conoscendo il popolo italiano non tanto come insieme di cittadini
riottosi, pronti a combattere per i propri diritti e di quelli altrui quanto,
al contrario, piuttosto qualunquista. In realtà tutti, nella flottiglia, si
erano convinti, nei due mesi precedenti la partenza, infarciti di riunioni,
incontri on-line, esercitazioni e simulazioni, oltre che di riflessioni ad alta
voce che difficilmente Israele si sarebbe azzardato a commettere l’errore
strategico di causare anche un solo morto. I racconti del passato, escludendo
una delle prime missioni di Freedom Flotilla finita tragicamente e comunque
scatenata da una reazione degli attivisti a bordo, avevano sempre riportato
testimonianze di maltrattamenti nei posti di polizia israeliani e poi nelle
carceri ma un morto o feriti gravi apparivano alquanto improbabili. D’altro
canto, lo stesso Israele, in tutti gli 80 anni di colonizzazione violenta della
Palestina, ha abituato tutto il mondo ai propri numerosi voltafaccia repentini,
a rotture unilaterali di patti diplomatici o di tregue belliche come l’odierna
finta pace, fatta di centinaia di assassini giornalieri e di devastazioni
reiterate e di violenze di ogni sorta in Cisgiordania compresi i mai cessati
insediamenti illegali.
La certezza
assoluta, quindi, non c’era in nessuno degli attivisti non violenti e l’attacco
micidiale a sud-est di Creta durato circa due ore confermava che in realtà
erano, appunto, pronti a tutto. La dimostrazione della strumentalizzazione
partitica di alcuni politici e giornalisti italiani che sulla carta avrebbero
dovuto proteggere da probabili “sbavature” nei posti di polizia, dove poi sono
stati portati i circa tremila attivisti da ogni parte del mondo, nelle carceri
e durante i successivi processi-farsa, è stata la velocità del loro rientro in
Italia e soprattutto nelle loro apparizioni in TV. Tanto per citare altri
comportamenti, di parlamentari di altri paesi meno genuflessi alla coppia
israelo-statunitense, Emma Fourreau è stata arrestata dopo l’intercettazione e
dopo poco trasferita nella prigione di Ketziot e rilasciata solo il 6 ottobre
2025 rimanendo, quindi, detenuta per diversi giorni. Secondo i resoconti, ha anche
partecipato ad uno sciopero della fame durante la detenzione. A bordo
dell’imbarcazione a vela Zefiro, peraltro battente bandiera polacca, insieme al
capitano ed altri membri dell’equipaggio c’era anche il deputato del parlamento
polacco Franciszek Sterczewski. Anche lui come quasi tutti i membri della
missione non è stato rilasciato immediatamente ma è rimasto in detenzione per
circa 5 giorni . Durante la detenzione a Ktziot, un grande carcere/centro di
detenzione nel deserto del Negev, ha denunciato condizioni dure: “non ci hanno
permesso di dormire – ha affermato in un’intervista alla stampa del suo paese –
ci puntavano luci negli occhi per ore, minacce con armi, sputi” poi è stato
praticamente deportato inizialmente in Grecia, da lì è poi tornato in Polonia.
Va inoltre aggiunto che la “regola di ingaggio” condivisa da tutti i membri
della flottiglia, era, quella di non fermarsi al primo altolà dell’IDF dato via
radio e nemmeno al secondo avvertimento ma sicuramente di fermarsi al momento
dell’assalto delle truppe d’élite israeliane. Oltre a questa prospettiva si è
chiesto (ma non si obbligava) di non firmare la paradossale auto-dichiarazione
di ingresso illegale in Israele, non solo perché le 120 miglia di acque
considerate territoriali unilateralmente da Isreale sono di fatto illegittime
ma anche perché, le persone sequestrate, in Israele, vi avrebbero messo piede
contro la loro volontà, nel quadro di un vero e proprio rapimento per di più a
seguito di un atto di pirateria. Il ritorno in patria dei parlamentari italiani
ha di fatto avallato questo approccio giuridico delinquenziale dello Stato
ebraico, sia rispetto all’occupazione illegale di parte delle acque
internazionali al largo di Gaza sia autoproclamandosi di fatto “clandestini”.
Le elezioni
politiche si avvicinano, mancano pochi mesi e la metafora messa in moto
nell’immaginario collettivo ed utilizzata per fini propagandistici dai partiti,
(ad esempio “l’equipaggio di terra” e “l’equipaggio di mare”, il “blocchiamo
tutto” dei portuali di Genova), fa la sua parte ma alle spalle della povera
popolazione palestinese, oggi quasi dimenticata: l’atteggiamento assunto
recentemente da quegli stessi parlamentari nei confronti delle ONG che aiutano
il popolo palestinese finite nell’iter giudiziario italiano su mandato di
Israele, oppure l’arresto dell’imam di Torino e in generale verso la stretta
repressiva, appare molto timido rispetto alla gravità dei fatti. D’altra parte
buona parte della sinistra italiana in parlamento, a due anni dall’inizio del
genocidio era ancora restìa ad adottare questo termine giuridico, come si
evince anche dalle parole della stessa Laura Boldrini, peraltro esperta di
diritto internazionale, in questa intervista di maggio 2025, poco prima della
missione di una delegazione di parlamentari, giornalisti e attivisti al valico
di Rafah (intervista audio al minuto 19’20”).
Se fosse
andato in porto quel progetto machiavellico focalizzato unicamente sull’invio
dei pacchi alla gente di Gaza, il PD, “salvando” la vita dei circa 500
attivisti imbarcati, avrebbe avuto una carta in più da giocarsi poi in campagna
elettorale, districandosi tra le ambiguità delle correnti sioniste al proprio
interno, rinforzando una leadership debole all’interno di una sinistra, ormai
da decenni di fatto definibile come “destra moderata” sempre più compromessa
col modello neo-liberista, ambigua anche su temi cruciali come l’economia di
guerra, derubricata all’interno del furbesco capitolo della “difesa comune
europea”. Ormai da più parti si parla di israelizzazione della società
italiana, in cui la repressione del dissenso e l’accrescere dei divari sociali
non potranno che aumentare se non si abbandona un modello economico suicida, in
cui il PD, come nella metafora della rana bollita, si trova tutto sommato
ancora a proprio agio.