giovedì 15 ottobre 2026

La mafia bellica e la pace - Tommaso Merlo


I popoli sono per la pace, i politicanti per la guerra perché la mafia bellica impone la sua volontà su quella popolare. La mafia bellica è composta da mega produttori di armi e cioè di marchingegni per ammazzare altri esseri umani e radere al suolo città. Uno dei business più redditizi e parassitari perché i clienti sono le nazioni che con qualche scusa commissionano armamenti sempre più devastanti e costosi prendendo i soldi dalle tasche dei poveri cristi che faticano ad arrivare a fine mese. Ricchi e potenti scatenano guerre ed i poveri cristi le pagano sia in contanti che con la vita propria o quella dei loro cari. La mafia bellica si compone poi di sciacalli finanziari che ad ogni escalation investono sull’indotto della morte sapendo che le azioni voleranno alle stelle insieme ai loro profitti. E quando cesseranno i massacri, passeranno ad investire sulla ricostruzione. Mega profitti sporchi di sangue e sempre più globali e quindi potenti che esercitano una enorme influenza sugli altri membri della mafia bellica, la politica e l’informazione. La politica ha il compito di trovare qualche scusa per scatenare guerre oppure sposare quelle che gli suggeriscono e a quel punto infinocchiare le masse. Devono cioè convincerle che ricorre alla violenza e quindi alla guerra è inevitabile e indispensabile. Politicanti e istituzioni che pretendono la pace tra i cittadini e condannano e puniscono ogni forma di violenza salvo poi ricorre con fierezza alla violenza e quindi alla guerra con le altre nazioni anche senza veri motivi e nel caso dell’Occidente anche calpestando le proprie costituzioni e il diritto internazionale e senza ovviamente che mai nessuno risponda dei crimini di guerra e delle disfatte. Il compito della politica è coprire tale immonda ipocrisia e fare in modo che la guerra permanente continui tenendo a bada le masse mentre gli svuota le tasche. Per riuscirci i trucchi sono sempre gli stessi, demonizzare qualche nemico immaginario, esasperare minacce inesistenti ed alimentare odio e paura riempendosi la bocca con panzane di ogni risma e grotteschi doppi standard. Tipo buttando benzina sul fuoco con la Russia e girando la faccia dall’altra parte davanti ad un genocidio. Una manipolazione della narrazione pubblica che richiede il supporto di un altro elemento della mafia bellica, la stampa o meglio la propaganda. Il suo compito è fare da megafono a chi comanda. Molti media sono stati direttamente comprati dalla mafia bellica per far prima mentre altri si adeguano a delle linee politiche decise a tavolino diventando così mera propaganda. L’unica linea del vero giornalismo dovrebbe infatti essere la coscienza di chi lo fa e l’unica rotta da seguire la ricerca della verità. Solo chi è totalmente libero fa giornalismo, gli altri fanno comunicazione per conto di chi li paga. E se la guerra non è stata ancora ripudiata e la pace non è ancora diventata normalità, è proprio perché la corruzione della politica e della stampa impediscono una essenziale maturazione personale e collettiva. La pace è infatti una scelta di fondo frutto della propria evoluzione. La guerra è il modo infantile e barbaro con cui persone e popoli affrontano le controversie. Persone e popoli maturi e consapevoli dialogano e ragionano e in caso di contrasti insanabili ricorrono alle leggi ed alle istituzioni preposte e la lotta rimane sempre a livello civile. Quanto al mantra della sicurezza con cui la mafia bellica manipola le masse da sempre, noi siamo sicuri quando viviamo in un sistema anche socialmente giusto e funzionante e quando sviluppiamo rapporti con chi ci circonda, non quando ci barrichiamo in casa e ci armiamo fino ai denti in attesa di regolare i conti da soli con qualche uomo nero. Ed era questo il solco delle Nazioni Unite emerso a seguito del secondo conflitto mondiale che è stato progressivamente tradito dal guerrafondaio ed ipocrita Occidente. Aggressioni illegali, grottesche crociate e la depravazione bellica arrivata al punto da partorire la guerra preventiva e cioè aggredire il vicino al solo sospetto ci possa nuocere. Mafia bellica nel suo momento d’oro con lo sceriffo americano e noi sguatteri europei al seguito ad insanguinare il mondo per portare pace e democrazia o meglio per ingrassare le pance e i conti correnti dei mafiosi dell’indotto della morte e della distruzione e dei loro burattini politici e mediatici. Una guerra permanente il cui tragico epilogo è l’autodistruzione. L’unica speranza è che i politicanti sono per la guerra ma i popoli per la pace e grazie alla democrazia prima o poi emergeranno leader che si opporranno alla mafia bellica e combatteranno per la pace. Pace frutto di una scelta di fondo e coronamento della nostra evoluzione personale e collettiva che ci porta a ripudiare ogni forma di violenza tra persone come tra nazioni.

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Medici palestinesi detenuti in Israele, prendiamoci cura di chi non ha smesso di curare

 

di Ettore Mazzanti, presidente di Medici Senza Frontiere

Dopo aver visto suo figlio morire davanti ai suoi occhi, il dottor Hussam Abu Safiya lo ha seppellito nel cortile dell’ospedale, in un cimitero improvvisato. Poi è tornato al lavoro. Era l’ottobre del 2024: l’ospedale Kamal Adwan era circondato dalle forze israeliane e sotto bombardamento, ed erano troppe le persone da curare. Si rifiutò di abbandonare la struttura. Due mesi dopo, le forze israeliane lo presero di nuovo d’assalto: il Kamal Adwan era l’ultimo ospedale operativo nella zona settentrionale della striscia di Gaza. Hussam Abu Safiya fu arrestato. Ormai è detenuto da oltre 18 mesi senza alcuna accusa, la sua faccia è irriconoscibile: 40 i chili che ha perso, secondo la sua avvocata. Continua a subire un prolungato isolamento, una grave perdita di peso e patologie preesistenti non curate: lo permette la legge israeliana sui “combattenti illegali”, che consente la detenzione a tempo indeterminato.

Tra le altre storie che ci sono giunte da Gaza, c’è quella del dottor Mazen Al-Rantisi, che veniva chiamato “il medico dei poveri”. Fu arrestato nel giugno 2026 durante un’irruzione nella sua abitazione avvenuta prima dell’alba. Ai loro volti, si aggiunge quello del collega di lunga data di Medici Senza Frontiere, il dottor Mohammed Hassan Ali Obeid, un rispettato chirurgo ortopedico palestinese di 43 anni, padre di tre figli, detenuto in Israele ai sensi della legge sui combattenti illegali da oltre 600 giorni senza alcuna accusa. Purtroppo non sono soli: più di 80 operatori sanitari rimangono in custodia israeliana, tra cui almeno 14 medici di Gaza detenuti senza alcuna accusa, insieme a medici della Cisgiordania arrestati di recente.

La pratica israeliana di detenere arbitrariamente, torturare e maltrattare il personale medico palestinese in Israele fa parte del suo tentativo deliberato e sistematico di smantellare la capacità dei palestinesi di fornire assistenza sanitaria. È evidente dalla distruzione da parte di Israele del sistema sanitario di Gaza, nonché dal deliberato indebolimento dell’assistenza sanitaria in Cisgiordania attraverso pressioni finanziarie, ostacoli, carenza di personale e restrizioni alla circolazione. Le morti dei civili palestinesi sono un effetto collaterale.

Lo scorso anno l’Assemblea medica mondiale, confederazione di 117 associazioni mediche nazionali, ha adottato una risoluzione in cui si esortava il governo israeliano a porre fine agli attacchi contro gli ospedali, a facilitare l’accesso agli aiuti umanitari e a rilasciare gli operatori sanitari palestinesi detenuti arbitrariamente. Ora, Medici Senza Frontiere chiede che da parte di ogni ordine dei medici e paramedici ci sia l’impegno a sostenerla esplicitamente e a usare la propria influenza per esercitare pressioni sui governi affinché agiscano.

A un anno di distanza, quelle stesse persone detenute illegalmente rimangono in carcere senza alcuna accusa; privati di ogni contatto con le famiglie e privi dell’assistenza, di protezione e della dignità di cui hanno urgente bisogno, mentre l’attenzione e la pressione internazionali sono state di fatto sospese dietro l’illusione di un cessate il fuoco.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha registrato dal 7 ottobre 2023 oltre 790 attacchi contro strutture sanitarie che hanno colpito 125 strutture sanitarie, tra cui 34 ospedali. Circa il 90% delle infrastrutture sanitarie di Gaza è stato distrutto o danneggiato; due esperte delle Nazioni Unite hanno affermato nell’agosto 2025 che la distruzione sistematica del sistema sanitario equivale a un “medicidio”. Per contrastare questa nuova epidemia di disumanità, che si sta diffondendo in modo subdolo e costante, sono necessarie tutte le risorse mediche e umane a nostra disposizione.

Abu Safiya, quando tornò dai suoi pazienti, fece una scelta semplice e terribile: continuare a fare il medico, anche quando tutto intorno a lui rendeva quasi impossibile curare. Oggi è lui ad avere bisogno di cure, protezione e giustizia. L’atto di cura è un compito universale. Curiamoci di Hussam Abu Safiya. Curiamoci di Mazen Al-Rantisi. Curiamoci di Mohammed Hassan Ali Obeid. Curiamoci di chi, nonostante tutto, non ha mai smesso di curare.

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martedì 13 ottobre 2026

Il boicottaggio contro Israele funziona. Chiedete a Teva - Lavinia Marchetti

 

Il caso Teva, la rivolta dei sanitari britannici e la rispettabilità che le multinazionali cercano di acquistare attraverso chi dovrebbe tutelare la nostra salute.

Quindicimila sterline. Era la somma concordata fra Teva UK, filiale britannica della multinazionale farmaceutica israeliana, e il Royal College of Pharmacy, che è l’organismo professionale che rappresenta circa 34.000 farmacisti nel Regno Unito. In cambio, l’azienda avrebbe potuto esporre il proprio marchio in quattro iniziative del College, compreso il congresso annuale del prossimo 6 novembre. Per chi sa come vanno le cose nel mondo farmaceutico, non è tanto il mettere uno stand o del materiale pubblicitario, ma la rispettabilità che deriva dall’essere lì, con il proprio marchio, in qualità di partner commerciale di un’istituzione sanitaria. A un certo punto qualcuno ha avuto l’ardire di leggere il nome dello sponsor nelle locandine e di chiedere conto. Da questo è nata una lettera aperta sottoscritta da oltre mille persone, fra farmacisti e altri professionisti della salute, che ha costretto il College a riesaminare l’accordo. Il 9 ottobre è arrivata la cancellazione della sponsorizzazione del congresso, con effetto immediato. (The Pharmacist, 9 ottobre 2026)

Quindicimila sterline. Niente. Questi soldi ci parlano della facilità con cui il prestigio professionale può finire associato agli interessi economici di chi può permettersi di finanziarlo. Mi spiego meglio. In modo diretto. Se ha abbastanza soldi, e qui ne servivano davvero pochi, attraverso un accordo commerciale una multinazionale ottiene accesso a una comunità di professionisti e può associare il proprio nome alla loro autorevolezza. Chiunque lavori in ambito sanitario sa bene che la credibilità di un collegio o di un laboratorio deriva dal lavoro dei suoi iscritti e dalla fiducia dei pazienti. Immaginate di lavorare una vita per un’istituzione dove mettete il vostro nome e poi quell’istituto finisce fra le condizioni accessorie di un contratto pubblicitario, disponibile per una cifra che, considerando il fatturato di un gigante farmaceutico, ha anche qualcosa di offensivo.

Ma parliamo di Teva. L’azienda israeliana ha un passato giudiziario, sarò prudente, quantomeno turbolento, il che avrebbe dovuto suggerire una certa prudenza da parte di chi ha preso i soldi, anche prima della lettera dei farmacisti. Ad esempio, il 31 ottobre 2024 (non 50 anni fa!) la Commissione europea le ha inflitto una sanzione di 462,6 milioni di euro per abuso di posizione dominante nel mercato dei medicinali contro la sclerosi multipla. Secondo l’autorità europea, infatti, l’azienda aveva sfruttato le procedure brevettuali per ostacolare la concorrenza al Copaxone e diffuso informazioni fuorvianti su un prodotto rivale, ostacolandone l’ingresso nel mercato. Una condotta che riguarda direttamente il rapporto fra interessi industriali e accesso alle cure. Negli Stati Uniti, nell’agosto 2023, Teva Pharmaceuticals USA aveva ammesso la partecipazione a intese anticoncorrenziali sui prezzi di alcuni medicinali generici, accettando una sanzione penale di 225 milioni di dollari. Medicinali destinati a persone seriamente malate, sia chiaro. (Commissione europea, 31 ottobre 2024; Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, 21 agosto 2023)

Adesso veniamo alla Palestina, che costituisce la ragione politica della protesta. Il 26 ottobre 2023, poche settimane dopo l’inizio dell’offensiva israeliana su Gaza, Teva pubblicava sul proprio sito un comunicato intitolato Teva per Israele. L’azienda si presentava come società farmaceutica e sanitaria «nazionale» israeliana e raccontava di avere predisposto, nelle proprie cinque sedi nel paese, punti di raccolta di materiali destinati alle famiglie evacuate e alle forze di sicurezza. Circa una tonnellata e mezzo di beni, fra abbigliamento e prodotti per l’igiene, raccolti dai dipendenti e affidati all’organizzazione Pitchon Lev. Il quotidiano israeliano Ynet, descrivendo l’iniziativa, precisò che i materiali raccolti comprendevano attrezzature destinate ai soldati dell’IDF. Chiaramente l’assistenza alle famiglie israeliane sfollate dopo il 7 ottobre corrisponde a un’esigenza umanitaria, ma il sostegno materiale ai soldati dell’esercito israeliano è molto diverso. Teva ha deciso di mettere le proprie sedi e capacità organizzative a disposizione delle forze armate, proprio durante l’offensiva che stava devastando Gaza. Il materiale destinato ai militari contribuisce al loro sostentamento e alla loro operatività quotidiana, indipendentemente dalla sua natura strettamente bellica. Questa è stata una scelta aziendale, assunta pubblicamente e rivendicata con orgoglio. Un’impresa farmaceutica privata, non di stato, ha deciso di partecipare all’assistenza materiale di un esercito le cui operazioni sono state accompagnate dalla distruzione dell’assistenza sanitaria palestinese. E vorrebbe che i professionisti della salute considerassero irrilevante tale decisione quando ne valutano l’ammissibilità come sponsor.

Del resto, il rapporto fra Teva e le forze armate israeliane ha precedenti. L’inchiesta di Declassified UK ha documentato la partecipazione dell’azienda, negli anni precedenti, al programma israeliano Adopt a Battalion, attraverso il quale le imprese sostengono economicamente il benessere dei soldati appartenenti a unità combattenti. La stessa iniziativa è descritta nelle pubblicazioni ufficiali dell’esercito israeliano. A ciò si aggiungono i programmi di sostegno psicologico rivolti anche ai militari. Il rapporto fra attività farmaceutica e sostegno all’esercito appartiene dunque alla storia delle scelte aziendali di Teva. (Declassified UK, The Israeli firm aiding the NHS and IDF; IDF, programma Adopt a Battalion)Nel frattempo, a Gaza, l’Organizzazione mondiale della sanità documentava una devastazione sanitaria di proporzioni spaventose. Al 24 settembre 2026, diciannove dei trentasei ospedali della Striscia conservavano una capacità operativa soltanto parziale. Dall’ottobre 2023 sono stati uccisi oltre 1.700 operatori sanitari. Farmacisti compresi. Persone che esercitavano la stessa professione di coloro ai quali Teva intendeva presentarsi come partner commerciale in Gran Bretagna.

Facciamo un riepilogo. Un’organizzazione professionale impegnata a difendere la salute pubblica accetta di associare il proprio nome a un’impresa che ha dichiarato di sostenere materialmente anche le forze di sicurezza di uno Stato impegnato in un genocidio durante il quale ospedali e personale sanitario palestinese hanno subito una distruzione documentata. I professionisti britannici hanno giustamente protestato contro questo rapporto, ma resta da spiegare quale genere di istruttoria fosse stata compiuta prima di accettare lo sponsor e per quale ragione siano dovuti intervenire gli iscritti.

Il Royal College of Nursing, che rappresenta oltre mezzo milione di infermieri britannici, aveva già interrotto la propria collaborazione commerciale con Teva dopo le proteste di Nurses for Palestine e di altre organizzazioni. Anche in quel caso la decisione è seguita a un esame delle attività dell’azienda e delle vicende giudiziarie che la riguardavano. Due istituzioni sanitarie, nel giro di poche settimane, hanno dunque rinunciato ai rapporti commerciali con la multinazionale. Una conseguenza concreta della mobilitazione professionale, assai istruttiva per chi considera il boicottaggio solo qualcosa di simbolico. (The Guardian, 2 ottobre 2026)

La replica di Teva, tuttavia, è il particolare che preferisco. L’azienda si è dichiarata delusa e ha sostenuto che l’assistenza sanitaria funziona meglio quando rimane concentrata sui pazienti anziché essere «politicizzata». Il solito meccanismo proiettivo israeliano. Una dichiarazione alquanto sinistra, pronunciata da una multinazionale che ha accettato accordi milionari con la giustizia americana per condotte anticoncorrenziali concernenti medicinali essenziali. Per Teva, a quanto pare, la politica compare solo se un farmacista comincia a interrogarsi sugli interessi economici dello sponsor. Fino a quel momento il denaro appartiene alla sfera incontaminata della medicina.

Il precedente ucraino

Nel marzo 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, la Royal Pharmaceutical Society, dalla quale è nato l’attuale College, annunciò di avere disinvestito la maggior parte delle proprie attività direttamente collegate alla Russia e di voler completare il ritiro. La presidente Claire Anderson condannò pubblicamente l’invasione. Quindi quando si trattò di Russia, l’organizzazione aveva già riconosciuto la rilevanza politica delle proprie scelte finanziarie. Quale criterio consente di ritenere eticamente incompatibile un investimento in Russia e di accogliere, quattro anni dopo, la sponsorizzazione di una multinazionale israeliana al proprio congresso? (Pharmacy Magazine, 9 marzo 2022)

Mi piacerebbe che qualcuno rivolgesse questa domanda anche ai nostri ordini professionali, alle associazioni scientifiche e ai loro consigli direttivi. Soprattutto a quelli che tengono appassionate conferenze sull’indipendenza della ricerca, salvo poi considerare le sponsorizzazioni un innocuo capitolo del bilancio. Lo sanno, e lo sanno bene. Lo sa chiunque lavori in ambito sanitario: il finanziamento privato può incidere sulla selezione degli argomenti discussi, sulla visibilità concessa a determinate imprese e sulla reputazione pubblica di chi paga. Ovviamente nessun farmacista britannico, con questa protesta, ha chiesto ai malati di rinunciare ai farmaci necessari.

Il 9 ottobre il Royal College of Pharmacy ha cancellato la sponsorizzazione del proprio congresso. Ha espresso apprezzamento, attraverso il consueto linguaggio istituzionale, per le ulteriori verifiche che avevano consentito di individuare possibili incompatibilità con i suoi valori. Curioso, non trovate, che per ricordare quei valori al College si siano dovuti mobilitare i suoi iscritti, mentre per la Russia non ce ne fu bisogno. Ricordo ancora che per quindicimila sterline Teva avrebbe avuto il suo posto al congresso.

https://laviniamarchetti.substack.com/p/il-boicottaggio-contro-israele-funziona

Trump, Meloni e gli elettori: il patto della menzogna - Gianluca Cicinelli

 

«Potrei dirvi le cose più stupide e voi applaudireste». Donald Trump lo ha detto sabato scorso, durante un comizio in Tennessee, e i suoi sostenitori hanno applaudito. Una scena perfetta. Il presidente dell’ex principale democrazia occidentale che spiega ai suoi stessi elettori quanto siano coglioni, ricevendone un caloroso applauso a conferma.

Era una battuta? No, il soggetto è abbastanza cinico e malvagio da non temere di perdere consensi anche offendendo i suoi elettori, che comunque sapevano chi votavano: non è che Trump sia diventato soltanto oggi il personaggio meschino e arrogante che è. Ma è proprio questo il bello: il livello della comunicazione ha da tempo rotto l’argine del ridicolo, depotenziandolo da errore ad aspettativa di una gag ancora più demenziale e virale.

Della demenza trumpiana si è scritto molto, ma qui il problema è un altro. Nemmeno la stupidità degli elettori è il fattore scatenante. Il primo fattore, ormai noto, è che alla valutazione delle idee si è sostituito il riconoscimento di chi le enuncia. Una dichiarazione diventa condivisibile non perché sia fondata, ma perché proviene da «quella» persona. Trump fa Trump: se improvvisamente dicesse una cosa intelligente e sensata probabilmente perderebbe consensi. Ma anche questo ormai è il passato.

Berlusconi aveva capito che un partito poteva funzionare come un marchio commerciale, Grillo che l’indignazione sostituiva un programma, Salvini che una dichiarazione al giorno permetteva di occupare il dibattito pubblico senza risolvere il problema evocato. Meloni trasforma anche le retromarce politiche in prove di responsabilità. Renzi aveva venduto la velocità delle decisioni come garanzia della loro bontà. Esperienze diverse, ma accomunate dalla stessa intuizione: se riesci a convincere il pubblico che la tua persona è la garanzia, puoi permetterti di cambiare il prodotto senza perdere necessariamente i clienti.

E anche chi si proclama avversario di questa politica ne ha adottato il linguaggio. La comunicazione progressista denuncia la manipolazione degli elettori e contemporaneamente cerca lo slogan più efficace, la polemica più redditizia, la frase capace di ottenere il maggior numero di condivisioni. Il giornalismo completa l’opera, trasformando qualsiasi dichiarazione in uno scontro epocale, possibilmente corredato da un titolo che permetta al lettore di indignarsi senza affrontare il fastidio di conoscere i fatti. Le reazioni non sono prese di posizione sul messaggio, basato sul nulla, ma il messaggio stesso.

Ma queste analisi, trite e ritrite da anni, evitano di guardare in faccia la realtà. Gli elettori, in maggior parte, non credono davvero a tutte le sciocchezze che applaudono: sanno di essere presi in giro. Riconoscono la menzogna e la difendono, accettano consapevolmente le regole dell’inganno, purché a beneficiarne sia la propria parte. La verità non viene negata perché sconosciuta, ma perché politicamente sconveniente per le conseguenze che implica.

È il motivo per cui le campagne costruite per smascherare le bugie dei politici ottengono risultati modesti. E così anche le inchieste giornalistiche. Si continua a denunciare ciò che una parte degli elettori sa già benissimo. Si presume che dimostrare una contraddizione basti a provocare indignazione, quando quella stessa contraddizione può essere considerata un prezzo accettabile. Per vedere sconfitto l’avversario, nel migliore dei casi; per partecipare alla spartizione del bottino, in quello più probabile. Il controllo dei fatti rimane indispensabile, naturalmente, ma non può risolvere da solo un problema che non nasce necessariamente dall’ignoranza dei fatti.

Una parte dell’opposizione immagina il proprio compito come una paziente opera di smascheramento, senza interrogarsi abbastanza sulle ragioni per cui una persona dovrebbe preferire una verità politicamente scomoda a una menzogna che protegge la sua appartenenza. Perché la menzogna, in politica, non serve soltanto a nascondere qualcosa. Serve a tenere insieme un gruppo, a stabilire chi ne fa parte e chi no. Difenderla diventa allora una dimostrazione di lealtà.

La delusione effettiva dell’elettore medio, quella che lo spinge a cambiare il destinatario del suo voto, è di essere escluso dalla spartizione. Raramente la lealtà sopravvive alla delusione materiale. Gli elettori riconoscono bene i propri interessi. Bisogna piuttosto chiedersi come sia possibile che il riconoscimento simbolico finisca talvolta per compensare l’assenza di risultati concreti. Se Trump e Meloni perderanno le elezioni non sarà perché sono due populisti cinici e incuranti della povertà e della morte che producono, il primo sparando direttamente per le strade, la seconda facendo affogare i migranti in mare.

Per questo, quando si dice che la sinistra ormai è quella della ZTL, ovvero quella che risiede in quartieri che con le classi sociali originariamente sostenute dalla sinistra non hanno più nulla a che fare, si sta dicendo che la materialità della proposta politica di quella roba che ancora definiamo nominalmente sinistra non ha nulla a che fare con i ceti meno abbienti. E siccome chi sta meglio è sempre meno numeroso di chi sta peggio — che detta così è una volgarizzazione di censimenti e ricerche sociologiche che confermano in termini più autorevoli e nobili queste parole rozze — la cosiddetta sinistra perderà sempre più terreno proprio perché numericamente meno consistente nella popolazione a cui si rivolge.

Ecco perché Trump, Meloni, Salvini, Schlein, Conte e Fratoianni-Bonelli possono raccontare balle impunemente. L’elettorato non si aspetta più, da molto tempo, che dicano la verità. L’elettorato ha creduto che tagliando le pensioni ai parlamentari e riducendo il numero dei parlamentari stessi si potessero sanare i bilanci italiani. Bastava fare due conti prima per sapere che era falso.

Così come, se ci prendessimo davvero la briga di fare due conti, sapremmo con matematica certezza che la giusta richiesta di ridurre le spese militari e per gli armamenti, che viene contrapposta a ogni carenza del welfare, è una bugia propagandistica, perché, se per paradosso persino le eliminassimo del tutto, ci ritroveremmo comunque con i buchi nel welfare, in quanto il risparmio da solo non basterebbe a coprire la spesa sociale richiesta. Al netto del fatto che, quando il centrosinistra governa, e ha governato anche a lungo, non la riduce comunque, quella spesa di morte.

Ecco perché il potere, come nel caso di Trump da cui siamo partiti, può permettersi di insultare i suoi elettori senza temere ricadute nell’urna. Del «vero» non importa nulla a nessuno. Il «vero» è uscito dal dibattito da vent’anni a questa parte. La dicotomia attuale è merce cara/merce a buon prezzo.

L’elettore non sta acquistando una soluzione ai problemi collettivi, ma un vantaggio individuale, anche minimo, in un contesto nel quale non crede più possibile ottenere una trasformazione generale delle proprie condizioni. La politica delle «mancette» non prospera necessariamente perché gli elettori sono ingannati, ma perché hanno smesso di aspettarsi qualcosa di più.

Chi vende merce al prezzo più basso vince, anche se guadagna per sé cifre enormi. La politica delle «mancette» attraversa ormai destra e sinistra, mentre la comunicazione politica e giornalistica ne ha assimilato perfettamente la logica. Non si tratta più di convincere qualcuno che domani vivrà meglio, ma di persuaderlo che oggi gli conviene accontentarsi. E forse la più grande vittoria di questo sistema non è aver insegnato ai politici a mentire impunemente, ma aver convinto gli elettori che pretendere qualcosa di più sia diventato irragionevole. Applauso.

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La salvifica disfatta occidentale - Tommaso Merlo

Più la sconfitta dell’Europa con la Russia sarà devastante, più impedirà ai responsabili di riciclarsi e favorirà un sacrosanto cambiamento radicale. Devono saltare i governi complici che si sono rifiutati di fare il loro lavoro e cioè di negoziare con Mosca insistendo ad inviare soldi ed armi a Kiev anche quando era evidente la drammaticità della situazione sul campo e sono emersi immondi scandali di corruzione. Incapaci o venduti non importa, devono risponderne e levarsi dai piedi. Poi c’è la Commissione Europea finita anch’essa in balia della mafia bellica, le scene agghiaccianti di personaggi urticanti come la Von der Leyen e la Kallas che fanno a gara a chi è la più guerrafondaia, non si devono più ripetere. Non è questa l’Europa che avevano in mente i fondatori e nemmeno chi ha creduto al progetto continentale. L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è di un baraccone burocratico che ci spolpa ingiustamente, che ci sottrae ulteriore sovranità e che addirittura ci trascina in guerra senza nemmeno uno straccio di perché. O l’Europa è espressione dei popoli e garanzia di pace oppure meglio farne a meno o limitarla ad una associazione commerciale e monetaria. Poi c’è la Nato diventata la principale minaccia alla nostra sopravvivenza e che va soppressa per reiterato fallimento politico e militare. E al più presto, prima che riesca a scatenare la terza guerra mondiale. Dobbiamo investire nella pace e non nella guerra e con la Russia dobbiamo convivere pacificamente nel reciproco interesse. Ricostruire un rapporto sano è possibile perché i russi sanno dell’enorme fossato che separa i popoli europei dalle loro classi deficienti. La russofobia è una infezione che colpisce principalmente arrivisti e conformisti elitari, greggi di inglesi in crisi di astinenza coloniale e ignare vittime della propaganda di sistema camuffata da informazione. I popoli europei vogliono la pace e una politica che si occupi piuttosto della loro qualità della vita in caduta libera. Non dovrebbe mancare molto prima che la bandiera bianca sventoli su Kiev ma affinché certe tragedie non si ripetono mai più, dovrà presto sventolare anche su Bruxelles. Poi ci sono gli Stati Uniti e più la sconfitta con l’Iran sarà devastante più la loro becera egemonia finirà dove merita e cioè tra i liquami della storia. Da leader del mondo libero sono diventati uno stato canaglia per colpa di una morsa micidiale. Da una parte un capitalismo fuori controllo che si è comprato anche il cuore e il cervello delle persone e dall’altra il fascismo pseudo religioso, tutta quella melma di bigotti e fanatici che si riempiono la bocca di scempiaggini bibliche pretendendo di agire in nome di Dio salvo poi farlo in nome di satana. L’arrivo di gentaglia miliardaria come Trump e Musk alla Casa Bianca non è certo un caso ma il risultato di un processo di depravazione culturale e quindi sociale e quindi democratica che ha sostanzialmente rimpiazzato la società col mercato, i cittadini coi dollari e le classi dirigenti con una manica di malfattori oligarchici. È notizia di questi giorni che il capo del Pentagono Hegseth vuole trasmettere in diretta streaming la fucilazione di un condannato a morte oggi in sedia a rotelle. Hegseth è un alcolizzato messo lì perché sbaciucchiava alla grande il deretano di Trump quando lavorava come conduttore televisivo. Scene barbariche da fine impero e personaggi squallidi ideali per guidare la disfatta. Dopo decenni a spargere sangue e caos prendendosela coi più deboli, gli Stati Uniti stanno sbattendo il grugno contro la ferrea resistenza iraniana mentre il mondo intero sogna la fine della loro delirante egemonia e l’inizio di una sensata era multipolare. Che un paese ricco pretenda di imporre con la forza delle armi e dei ricatti finanziari la propria volontà a casa d’altri, non è giusto e non funziona. E ancora meno se quel paese egemone è talmente corrotto da poter essere scalato e sfruttato da qualsiasi mafia lobbistica. Tipo lo stato profondo con le sue guerre permanenti, tipo i potentati economici con le loro guerre petrolifere, tipo il sionismo col suo delirante progetto coloniale. Non è giusto, non funziona ed è pericolosissimo. A pensarlo per primi sono i cittadini americani che da anni chiedono pace e una politica che si occupi della loro qualità della vita in caduta libera. È quindi lecito essere ottimisti. La sconfitta contemporanea di Europa e Stati Uniti non è mai stata così possibile e prossima, la speranza è che sia talmente devastante da impedire ai responsabili politici di riciclarsi e al contrario favorire un sacrosanto cambiamento radicale in nome della pace e di una democrazia sana.

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lunedì 12 ottobre 2026

Israele, condannato Ofer Cassif: il dissenso contro il genocidio rischia di perdere la voce in Parlamento


Il deputato comunista di Hadash, da anni impegnato contro l’occupazione e per i diritti dei palestinesi, è stato condannato per uno scontro con la polizia durante una protesta a Masafer Yatta. Dopo il tentativo fallito di escluderlo dalle elezioni, ora rischia il carcere e il seggio alla Knesset.

Una condanna penale a pochi giorni dalle elezioni israeliane, dopo che la Corte Suprema aveva appena respinto il tentativo di impedirgli di candidarsi. Ofer Cassif, parlamentare comunista ebreo di Hadash, una delle voci più riconoscibili dell’opposizione israeliana all’occupazione dei territori palestinesi, è stato riconosciuto colpevole l’8 ottobre dal Tribunale di Gerusalemme di aggressione aggravata nei confronti di un agente di polizia. La vicenda risale al maggio 2022, quando Cassif cercava di raggiungere una manifestazione contro l’espulsione dei palestinesi dalle loro abitazioni a Masafer Yatta, nelle colline a sud di Hebron. La pena sarà discussa il prossimo gennaio e potrebbe comprendere la reclusione. In determinate condizioni, la condanna potrebbe comportare anche la perdita del seggio parlamentare. Cassif denuncia una persecuzione politica contro chi si oppone all’occupazione e ai crimini commessi nei confronti del popolo palestinese.

A rendere particolarmente significativo il caso è la successione degli avvenimenti. Il 23 settembre la Commissione elettorale centrale israeliana aveva votato per escludere Cassif dalla competizione elettorale del 27 ottobre, accogliendo una richiesta sostenuta dal Likud. Il 2 ottobre, tuttavia, la Corte Suprema aveva respinto la sua esclusione con una maggioranza di sette giudici contro due, ritenendo insufficienti gli elementi presentati. Nella stessa decisione i giudici avevano annullato anche i provvedimenti di esclusione contro le liste arabe Joint List e Ra’am. A distanza di appena sei giorni è arrivata la condanna penale per fatti avvenuti oltre quattro anni prima. Non esistono elementi sufficienti per affermare che le due procedure siano state coordinate, ma la loro successione alimenta inevitabilmente il confronto sullo spazio politico concesso all’opposizione anticolonialista e alla rappresentanza palestinese dentro le istituzioni israeliane.

A denunciare la gravità della vicenda è Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista, che ha ricevuto un messaggio direttamente da Cassif e ha espresso la solidarietà del partito al parlamentare israeliano. Nel messaggio, Cassif ricorda di essere stato condannato per un episodio avvenuto durante una manifestazione contro la pulizia etnica a Masafer Yatta e sottolinea che a gennaio potrebbe trovarsi davanti a conseguenze capaci di allontanarlo dalla Knesset o di portarlo in carcere. Per il deputato si tratta di un caso di persecuzione politica, al quale intende rispondere proseguendo la propria attività contro l’occupazione.

La ricostruzione giudiziaria dell’episodio è controversa. Secondo l’accusa, Cassif avrebbe urtato con la propria automobile la gamba di un agente della polizia di frontiera e successivamente lo avrebbe colpito alla testa durante un alterco. Il tribunale ha ritenuto provate le condotte e non ha accolto la tesi della legittima difesa, sostenendo che la reazione del parlamentare fosse sproporzionata rispetto al contatto fisico precedente da parte del poliziotto. Cassif e la sua difesa hanno contestato la ricostruzione accusatoria, denunciando il comportamento degli agenti che gli impedivano di raggiungere la manifestazione. La possibile impugnazione della sentenza resta aperta. È dunque necessario distinguere l’accertamento compiuto dal tribunale dalla valutazione politica che Cassif formula sul procedimento e sul suo contesto.

Ma per comprendere il significato della vicenda bisogna partire da Masafer Yatta, non dall’aula del tribunale. Si tratta di un insieme di comunità palestinesi nelle colline a sud di Hebron, sottoposte da decenni alla minaccia di espulsione e demolizione dopo che Israele ha classificato una vasta porzione del territorio come zona militare destinata alle esercitazioni. Nel maggio 2022 una decisione della Corte Suprema israeliana aveva aperto la strada all’allontanamento di numerosi abitanti. Proprio contro quella decisione si erano mobilitati palestinesi e attivisti israeliani. Cassif cercava di raggiungerli quando venne fermato dalla polizia. La vicenda di quelle comunità è stata raccontata anche da No Other Land, il documentario israelo-palestinese premiato con l’Oscar nel 2025, che mostra la distruzione delle abitazioni, la pressione militare e la resistenza quotidiana degli abitanti.

È questo il contesto politico che rischia di scomparire quando l’intera vicenda viene ridotta alla presunta aggressione di un parlamentare contro un agente. La protesta riguardava il diritto di intere comunità palestinesi a continuare a vivere sulla propria terra. Cassif si trovava lì per sostenere quella mobilitazione, coerentemente con un’attività politica che da anni lo vede impegnato contro l’occupazione militare e a favore dell’uguaglianza dei diritti tra israeliani e palestinesi. La sua posizione è particolarmente significativa perché è un parlamentare ebreo eletto nelle file di Hadash, formazione della sinistra comunista e arabo-ebraica che rifiuta la contrapposizione etnica come fondamento della rappresentanza politica. La sua stessa presenza nella Knesset contraddice l’idea che criticare radicalmente il sionismo, l’occupazione o le politiche del governo israeliano equivalga necessariamente a esprimere ostilità verso gli ebrei.

La condanna arriva inoltre dopo una lunga serie di iniziative istituzionali contro Cassif. Nel febbraio 2024 la Knesset aveva tentato di espellerlo per il sostegno espresso al ricorso del Sudafrica davanti alla Corte internazionale di giustizia, che accusava Israele di violare la Convenzione sul genocidio nella Striscia di Gaza. La proposta non aveva raggiunto la maggioranza qualificata richiesta: 85 voti favorevoli, cinque meno dei 90 necessari. Da allora il deputato ha continuato a subire sospensioni parlamentari e contestazioni per le sue dichiarazioni sulla guerra e sull’occupazione.

Un altro episodio ha mostrato quanto il suo dissenso sia diventato scomodo anche all’interno del Parlamento. Il 13 ottobre 2025, durante il discorso di Donald Trump alla Knesset, Cassif e il deputato Ayman Odeh hanno esposto cartelli con la richiesta di riconoscere la Palestina, venendo immediatamente allontanati dall’aula. Il gesto ha interrotto una cerimonia segnata dall’omaggio politico al presidente statunitense e ha portato dentro il Parlamento israeliano una questione che quella rappresentazione istituzionale tendeva a lasciare ai margini: i diritti nazionali e politici dei palestinesi.

La vicenda di Cassif mostra dunque un conflitto che attraversa più livelli. C’è il piano giudiziario, sul quale una sentenza ha riconosciuto la responsabilità penale del parlamentare e sul quale restano possibili ulteriori passaggi. C’è il piano istituzionale, segnato dai tentativi di esclusione elettorale e dalle sospensioni. E c’è soprattutto il piano politico, che riguarda la possibilità di opporsi all’occupazione e denunciare i crimini contro i palestinesi senza essere progressivamente espulsi dagli spazi della rappresentanza. La Corte Suprema ha finora impedito che il tentativo di esclusione elettorale producesse il risultato voluto dai suoi promotori, ma la nuova condanna apre un problema differente: qualora venisse riconosciuta una particolare gravità morale del reato e la decisione diventasse definitiva, Cassif potrebbe perdere il seggio. Un’eventuale pena detentiva comporterebbe inoltre la sospensione dall’attività parlamentare durante la reclusione.

Nel messaggio trasmesso ad Acerbo, Cassif interpreta la condanna come un ulteriore passaggio di una pressione politica rivolta contro chi denuncia l’occupazione e difende una prospettiva di pace fondata sull’uguaglianza. Il parlamentare insiste sulla necessità di continuare la lotta contro lo spargimento di sangue e per una convivenza tra i due popoli. Acerbo, a nome di Rifondazione Comunista, ha espresso piena solidarietà al deputato, ricordandone l’impegno contro la distruzione di Gaza e le violazioni dei diritti del popolo palestinese.

La questione supera comunque il destino personale di Ofer Cassif. Riguarda la possibilità che dentro Israele continui a esistere un’opposizione politica capace di mettere in discussione non soltanto le scelte di Netanyahu, ma le strutture dell’occupazione e della disuguaglianza. La differenza è sostanziale. Contestare un governo non significa necessariamente contestare il sistema che rende possibile la dominazione militare sui palestinesi; Cassif appartiene invece a quella minoranza politica che mette direttamente in discussione l’occupazione, la discriminazione e la negazione dei diritti nazionali palestinesi.

È proprio per questo che il caso merita attenzione internazionale. Una democrazia non si misura soltanto attraverso lo svolgimento delle elezioni, ma anche dalla possibilità per le minoranze politiche di parteciparvi, esercitare il mandato parlamentare e contestare le politiche dello Stato. Il fatto che la Corte Suprema abbia respinto l’esclusione di Cassif e delle liste arabe rappresenta una garanzia istituzionale concreta; il fatto che continuino a svilupparsi procedimenti e iniziative capaci di incidere sulla loro rappresentanza mostra quanto quel terreno rimanga conflittuale.

Il prossimo gennaio si conosceranno le conseguenze penali della condanna. Nel frattempo Cassif continua a rivendicare la propria opposizione all’occupazione e la solidarietà con il popolo palestinese. La sua vicenda pone una domanda che va oltre il singolo procedimento: quale spazio può avere una voce che denuncia le responsabilità dello Stato dall’interno delle sue istituzioni, quando proprio quella denuncia viene considerata da una parte del potere politico una forma di delegittimazione nazionale? È una domanda che riguarda Israele, ma anche tutte le democrazie nelle quali il dissenso radicale viene sempre più frequentemente affrontato attraverso strumenti giudiziari, disciplinari e di esclusione politica.

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La terapia e il dolore incontenibile della Palestina - Samah Jabr


Giovedì 6 agosto 2026, ore 9:57 – Ora di Gerusalemme

Nelle ultime due settimane non sono riuscita a raggiungere il mio ambulatorio di Nablus a causa degli attacchi dei coloni e della chiusura delle strade. Pochi giorni dopo, non ho potuto raggiungere nemmeno il mio ambulatorio di Al-Ram a causa dell’operazione militare nel campo profughi di Qalandia.
Ho dovuto cancellare gli appuntamenti e contattare i miei pazienti per spiegare che la mia assenza non era una decisione professionale o personale, bensì la conseguenza di una realtà politica che interferisce con ogni aspetto della vita, compreso il trattamento psicologico.

Dopo aver terminato la telefonata con il mio ultimo paziente, mi sono ritrovata a riflettere su una domanda inquietante: cosa succede a uno psichiatra quando si trova ad affrontare le stesse circostanze che hanno causato il dolore dei suoi pazienti?
Nel corso dei miei anni di pratica psichiatrica, una parte fondamentale della mia missione è stata quella di offrire uno spazio in cui le persone possano esprimere il proprio dolore e trasformarlo da un’esperienza travolgente in qualcosa su cui riflettere.
La nostra missione non è mai stata quella di eliminare la sofferenza – non è sempre possibile – ma piuttosto di accompagnare le persone nel loro tentativo di ritrovare un senso nella vita e la capacità di andare avanti. Ma ciò che stiamo vivendo oggi pone nuove domande alla nostra professione. Cosa succede quando il trauma non è un evento passato, ma una realtà continua? Cosa succede quando un paziente arriva in clinica durante una tragedia, portando con sé le ferite sanguinanti invece dei ricordi di eventi passati?

Dal genocidio di Gaza, le nostre cliniche accolgono una comunità che vive un dolore immenso. I pazienti arrivano portando con sé il peso della perdita dei propri cari, la paura per le loro famiglie, le esperienze di sfollamento, la fame, le minacce e un senso di sicurezza infranto, pur sapendo che il pericolo è tutt’altro che finito.
Anche in Cisgiordania, raid, posti di blocco, violenze dei coloni, arresti e blocchi stradali sono diventati parte della nostra quotidianità.
In mezzo a tutto questo, lo psichiatra si sente smarrito. Non siamo formati per trattare questo tipo di dolore psicologico in condizioni che mancano persino delle più elementari norme di sicurezza.
Spesso descriviamo l’impatto del lavorare con una sofferenza così intensa con termini come “trauma secondario” o “stress compassionevole”. Questi concetti sono importanti per comprendere cosa accade ai terapeuti che sono costantemente esposti a narrazioni di dolore.
Ma non sono sufficienti a descrivere la nostra esperienza in Palestina.
Questo concetto implica che terapeuta e paziente condividano non solo l’empatia per il dolore, ma anche la stessa discriminazione e la stessa struttura che genera lo stesso dolore. Entrambi sperimentano le stesse limitazioni di movimento, la stessa incertezza, la stessa paura per i propri cari e la stessa esposizione a una realtà politica che si insinua nella vita quotidiana. Il medico non si limita a curare la ferita dall’esterno; al contrario, cerca di curarla mentre sanguina a sua volta, e si sforza di nascondere le proprie ferite durante il lavoro. Questo cambia la natura stessa della relazione terapeutica.

Il terapeuta, in questo contesto, non è semplicemente un testimone della sofferenza dell’altro, né un mero portatore dei sentimenti del paziente. È anche un essere umano che vive le conseguenze della stessa traumatica esperienza storica.
In queste circostanze, il concetto stesso di contenimento viene messo alla prova in modo senza precedenti. Abbiamo imparato che il ruolo del terapeuta è quello di accogliere il dolore che il paziente non riesce a sopportare e di aiutarlo a trasformare il terrore in parole e il caos in significato. Ma ciò che vediamo oggi a Gaza e in Cisgiordania a volte supera la capacità di contenimento del terapeuta.
Non è perché il terapeuta abbia perso la sua competenza, né perché l’umanità si sia indebolita, ma perché l’entità, la persistenza, l’ampiezza e la natura collettiva della sofferenza superano i limiti per cui sono stati progettati i nostri strumenti psicologici tradizionali.
Ci sono momenti in cui al terapeuta viene richiesto non solo di contenere il dolore altrui, ma anche di riconoscere i limiti della propria capacità umana di tale contenimento. Forse riconoscere questi limiti fa parte dell’integrità professionale, perché negarli può trasformare il terapeuta da essere umano presente in una macchina che funziona fino al collasso.

La domanda con cui dobbiamo confrontarci è: come ci proteggiamo quando il dolore e le minacce si nascondono dietro ogni angolo? Se ciò che stiamo affrontando trascende i concetti di trauma secondario e burnout, e se viviamo una realtà condivisa e opprimente con i nostri pazienti, allora la risposta non può essere meramente individuale. Non possiamo chiedere al terapeuta di farsi carico del peso di un’intera società e poi ridurre la soluzione a consigli sul comfort o sull’adattamento personale.
Innanzitutto, è necessario un riconoscimento collettivo del fatto che anche il terapeuta stesso ne risente. Questo riconoscimento non è una debolezza professionale, bensì un prerequisito per la sopravvivenza della professione.
Devono esistere spazi in cui i professionisti della salute mentale possano parlare delle proprie esperienze ed elaborare ciò che portano dentro, non come pazienti, ma come esseri umani che svolgono un lavoro straordinario in circostanze straordinarie. Dobbiamo inoltre passare dal modello del singolo terapeuta che sopporta la sofferenza da solo a un modello di sostegno collettivo.
In tempi di calamità, il sostegno non può essere fornito da una sola persona. Il terapeuta ha bisogno di una rete: colleghi, supervisione, solidarietà professionale e spazi di riflessione condivisa. Inoltre, dobbiamo sviluppare un linguaggio e approcci psicologici radicati nella realtà delle società che vivono una violenza continua.
Alcuni traumi non derivano da un singolo evento concluso, ma da una realtà persistente che riproduce paura e perdita.
Ciò richiede approcci che considerino l’individuo nel suo contesto storico, sociale e politico, non semplicemente come un elenco di sintomi. Nonostante tutto ciò, dobbiamo preservare il significato della terapia. In un contesto che mira a distruggere il senso di dignità e umanità, preservare il pensiero, la connessione umana e la capacità di ascolto diventa un atto di autoconservazione.

Questo è un invito a riconoscere una verità professionale e storica: un’intera generazione di professionisti della salute mentale ha vissuto un’esperienza senza precedenti, costretta a trattare gli effetti della violenza in corso e al contempo a vivere nel suo contesto.
Quanto accaduto a Gaza, e quanto sta accadendo in Cisgiordania e a Gerusalemme, non sta mettendo alla prova solo la resilienza degli individui, ma anche i concetti stessi della psichiatria: il significato di trauma, contenimento, neutralità e terapia in un contesto pervaso da minacce e dolore.
Dobbiamo documentare questa esperienza, anche se non possediamo tutte le risposte, perché siamo testimoni di un momento storico che sta rimodellando la nostra comprensione di cosa significhi essere un terapeuta in un’epoca di violenza collettiva.

La psichiatria non si scrive solo nei libri e nelle teorie. Si scrive anche nelle piccole stanze di terapia, nei corridoi chiusi, nelle telefonate in cui ci scusiamo con i pazienti per non essere riusciti a contattarli, e nella lotta quotidiana per preservare la nostra umanità quando viene spinta al limite. Potremmo non essere in grado di contenere tutto il dolore che ci circonda, ma possiamo rifiutarci di lasciarlo passare inosservato.
E insieme, possiamo costruire nuovi spazi di contenimento: collettivi, professionali e umani, che ci aiutino a continuare a proteggere ciò che la violenza cerca di distruggere sopra ogni altra cosa: la capacità umana di pensare, di sentire e di vedere gli altri come esseri umani.

(Traduzione a cura di Maria Nadotti)

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