Slec
La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
martedì 22 settembre 2026
lunedì 21 settembre 2026
Il turismo non vuole problemi - Antonio Cipriani
Non vi sto a raccontare la mediocrità di uno come Ed Sheeran, l’avete letta in tutte le salse. Voglio soltanto sottolineare che quelli che un tempo chiamavamo poteri forti, o lobby di potere, mentre i benpensanti si sbigottivano e avevano sempre buone ragioni per criticare l’estremismo, adesso non si vergognano più. Non agiscono, come sempre hanno fatto, nell’ombra, muovendo le fila, corrompendo e raccontando una realtà falsificata; adesso se ne vantano. Il proprietario degli stadi dei concerti di Ed Sheeran, per esempio, ha vietato l’esibizione del rapper Macklemore perché le sue canzoni ricordano il dramma palestinese, e perché canta un brano sull’uccisione criminale di Hind Rajab da parte dei militari di Idf.
Censura? È qualcosa di più. Adesso le lobby di potere desiderano che si
sappia che comandano loro. Vogliono sia chiaro che i governi non sono altro che
declinazioni e che detengono loro le chiavi economiche, culturali, mediatiche e
politiche.
Da noi in Italia va anche peggio. La destra festeggia la possibilità di carezzare il
suo elettorato reazionario con leggi repressive, con divieti di manifestazione
e altre amenità poco costituzionali; i giornali di destra festeggiando hanno
preso a cuore gli ordini dei padroni, qualunque essi siano, con atteggiamenti e
discorsi da voltagabbana acrobatici. E poi c’è la parte democratica. E qui sono
dolori, perché sulla comunicazione e sull’intrattenimento mediatico
l’autocensura vige sovrana: non conviene dire qualcosa che irrita il
manovratore. Basta guardarsi intorno. In un mondo che cavalca la guerra come
fosse un rodeo, con americani e israeliani che imperversano negli affari, nello
spionaggio, nelle questioni politiche e nel turismo, i silenzi della cultura (o
quel che è) sono imbarazzanti.
Per esempio ho notato che in tutta
l’estate, tra tanti festival che si sono succeduti nei paesi della mia
zona, finanziati anche con soldi pubblici, cioè con i soldi nostri, la parola
Gaza mi sembra non sia mai apparsa. E neanche Palestina o guerra. Strano
davvero. Gli interessi dei criminali stanno portandoci al disastro planetario,
ma nei festival letterari si parla d’altro. Una buona parte riproduce nelle
piazze, anche a spese nostre, gli stessi stucchevoli salottini della tv.
Un’altra parte dice e non dice, ma non tocca gli argomenti essenziali per
capire che cosa stiamo vivendo e che cosa accadrà in futuro. Perché?
Il barbiere, col suo rasoio filosofico,
ha sempre la risposta a portata di lama: il turismo non vuole pensieri.
Quindi nelle zone di turismo non si può nominare Gaza, non si deve far vedere
la bandiera palestinese e neanche parlare di chi cura, di chi salva le vite
come Emergency e di chi porta soccorsi come Global Sumud Flotilla. I turisti
americani, israeliani, o di altre provenienze, potrebbero offendersi e pensare
che nei nostri territori oltre ai Cipressini e al Gladiatore con i suoi campi
elisi c’è di più. Magari c’è vita oltre la plastificazione del marketing.
Amen, conclude il barbiere.
Ma noi, che sempre andiamo controcorrente, di Gaza, di Palestina, di
libertà, di Resistenza, di Global Sumud Flotilla e di diritti civili e sociali
e di poesia abbiamo continuato a parlare anche in estate e sulla pubblica
strada. E continueremo, con la stessa tenacia con la quale difendiamo il bene
comune, il diritto di tutti ad avere voce nei luoghi dell’abitare civile, e ad
avere servizi pubblici efficienti e luoghi veri dove vivere bene e con
coscienza.
La figlia del custode - Susan Abulhawa
(NdT: Mi è sembrato importante
riprendere e tradurre questo articolo sull’increscioso episodio capitato a Rula
Jebreal (ampiamente sfruttato anche dai giornali sionisti italiani) , scritto
dalla scrittrice Susan Abulhawa, perchè è un caso di scuola di come la
propaganda israeliana usa qualsiasi mezzo per screditare la voce del dissenso
distogliendo l’attenzione dal genocidio in corso)
In difesa di Rula Jebreal
Conoscevo il padre di Rula Jebreal prima di conoscere lei. Lei e io eravamo entrambe bambine e vivevano nello stesso orfanotrofio di Gerusalemme, Dar El-Tifel, fondato da Hind al-Husseini per i bambini che Israele aveva reso senzatetto, indigenti, squattrinati o orfani nelle sue infinite guerre. Non la conoscevo bene in quegli anni (lei si trovava in un altro edificio), ma tutti noi conoscevamo suo padre.
Ammou Othman Jebreal era un imam sufi e il gentile custode della Moschea di
Al-Aqsa, uno dei tre luoghi più sacri della nostra patria e della storia della
Palestina: gli altri due sono la Chiesa del Santo Sepolcro e la Basilica della
Natività. Ammou Othman teneva le tasche piene di dolci per i bambini che spesso
lo circondavano e ogni giorno metteva cibo e acqua per gli uccelli e i gatti
che vivevano nei cortili del nobile santuario. Tutte le piccole creature
affamate di Al-Aqsa, alate, a quattro zampe e umane, erano sotto la sua tutela
e cura. Per per tutta la mia infanzia vissuta vicino a lui e per quello che
sentivo su di lui , posso testimoniare che era un uomo profondamente gentile.
Penso a lui ora, perché sua figlia viene fatta a pezzi in pubblico, e
nessuno di coloro che la mettono alla gogna sembra sapere la minima cosa su chi
sia o da dove venga.
Cosa è successo veramente
Il 4 settembre Rula — giornalista, autrice e una delle voci più implacabili
nel chiedere al potere americano di rendere conto per Gaza — ha denunciato che
Hakeem Jeffries deve la sua vita politica al denaro. Nel podcast di Wajahat
Ali, lo ha definito una “scimmia comprata e pagata dall’AIPAC” e un
“fattorino”, aggiungendo: “con tutto il rispetto — e non lo intendo in modo
razzista”. Ha affermato che si riferiva alla vecchia immagine delle “tre
scimmie sagge: non vedere il male, non sentire il male, non parlare male”, non
a un insulto razziale.
Nel giro di poche ore — spontaneamente e senza pressioni — si è scusata
senza riserve: “Sono disgustata e inorridita dal fatto che Hakeem Jeffries stia
accettando denaro dall’AIPAC nel bel mezzo del genocidio di Israele in
Palestina. Detto questo, il termine che ho usato per descriverlo era
inappropriato e offensivo e non avrebbe mai dovuto essere usato. Mi scuso
incondizionatamente”. Questa non è una persona che evita di assumersi le
proprie responsabilità, e la faccenda sarebbe dovuta finire lì.
Un’indignazione molto conveniente
Nel giro di poche ore (il tempo necessario perché l’AIPAC potesse
diffondere i punti chiave da utilizzare attraverso il Congresso e i media per
utilizzare l’episodio a fini propagandistici), è stato lanciato un coro di
condanna.
Persino il Congressional Black Caucus (CBC) ha rilasciato una
dichiarazione, seguito da una sfilata di deputati democratici, emittenti radio
televisive e personaggi noti. Sorprendentemente, sembravano tutti recitare quasi
le stesse battute: non esiste un “modo non razzista” di usare quella parola,
questo è razzismo, “punto e basta”. È come se stessero leggendo dallo stesso
promemoria di istruzioni dell’AIPAC.
E’ certo che la parola ha in sé una storia che tutti conosciamo , e Rula
intendeva usarla diversamente, come ha detto, facendo riferimento alle scimmie
che “non vedono il male, non sentono il male”.
Ma i membri del Congresso, che non riescono a formulare una singola frase
di cordoglio per le migliaia di bambini mutilati, bruciati vivi o colpiti dai
cecchini israeliani, hanno all’unisono trovato improvvisamente e
miracolosamente una immediata chiarezza riguardo a una scelta lessicale in un
podcast.
Una parola, soppesata selettivamente
L’incredibile accanimento contro Rula Jebreal non quadra con le reazioni ad
altre parole fuori luogo rivolte a funzionari o persone nere. In effetti,
esiste un lungo elenco di casi simili e, in tutti quelli che ho controllato, il
Black Caucus non si è mai espresso. Ecco un elenco parziale:
. L’insulto “tar baby” — un’espressione dispregiativa con una documentata
storia razzista molto meno ambigua di “non vedere il male” — è stato usato nei
confronti di Obama da John McCain, Mitt Romney, Michele Bachmann e dal deputato
Doug Lamborn. Ognuno di loro si è scusato. Nessuno ha dovuto affrontare una
dichiarazione organizzata del Black Caucus e nessuno ha perso il proprio
seggio.
. Nel 2010, il leader della maggioranza al Senato Harry Reid descrisse
privatamente Obama come “dalla pelle chiara” e “senza dialetto negro, a meno
che non volesse usarne uno”. Obama accettò le sue scuse nel giro di un giorno e
finì lì: “il fatto è chiuso”. Il Black Caucus rimase in silenzio. Reid mantenne
il suo incarico di leadership.
. Nel 2007, Joe Biden definì Obama “il primo afroamericano mainstream ad
essere eloquente, brillante e pulito”. Al Sharpton criticò l’affermazione;
Biden si scusò. Non seguì alcuna condanna da parte del Black Caucus e, un anno
dopo, Obama lo scelse come suo compagno di corsa.
Ora guardiamo alle voci di Neri che hanno un vasto seguito che hanno detto
cose molto peggiori sulle persone Nere.
§ Kanye West ha dichiarato a TMZ che 400
anni di schiavitù «sono state una scelta». Nessuna dichiarazione della CBC.
Nessuna condanna congressuale: solo un brutto episodio che però ha continuato a
difendere davanti alle telecamere anni dopo.
§ Nei suoi primi anni, Candace Owens ha
affermato che i cinque di Central Park scagionati «NON erano innocenti» e ha
detto al Congresso che il nazionalismo bianco «non è una minaccia per i neri».
Il Congressional Black Caucus non ha mai rilasciato una dichiarazione su di
lei.
L’asimmetria attraversa anche lo schieramento politico.
§ La senatrice Kirsten Gillibrand ha
accusato falsamente Zohran Mamdani, reduce dalla sua vittoria alle primarie, di
«riferimenti al jihad globale». Nessun democratico ha organizzato un
rimprovero.
§ Laura Loomer, consigliera e alleata di
Trump, ha definito Ayanna Pressley, Ilhan Omar, Cori Bush e Angie Nixon
«puttane… dei ghetti» . Non è seguita alcuna dichiarazione democratica
unificata, nemmeno da parte delle colleghe della Pressley, le stesse colleghe
che, sorprendentemente, hanno trovato un linguaggio unificato per Rula nel giro
di poche ore.
Nessuno tra coloro che hanno trovato il tempo di condannare Rula — il
Congressional Black Caucus e i rappresentanti Shontel Brown, Ayanna Pressley,
Luz Rivas, Joe Neguse, Nikema Williams e Pete Aguilar, oltre a Ritchie Torres e
Symone Sanders — ha mai rilasciato alcunché di paragonabile su Kanye, su
Candace Owens, su Gillibrand o sull’attacco di Loomer ai loro stessi colleghi.
Non è certo la parola usata il problema. Dì qualcosa di veramente orrendo
sulle persone nere — per anni e ripetutamente al Congresso — e avrai al massimo
una brutta settimana. Usa una frase ambigua mentre difendi i palestinesi,
scusati nel giro di poche ore e verrai distrutto. Ciò che guida questa
differenza non è l’offesa della parola. È l’essere palestinese di Rula, è la
lobby che non può tollerare che lei ritenga Hakeem Jeffries responsabile del
genocidio perchè prende soldi dall’AIPAC. Così hanno radunato i loro lacchè, di
tutte le etnie, per fare a pezzi pubblicamente una donna palestinese nera.
Una memoria corta
Vale la pena notare quanto possano essere comprensivi alcuni dei critici
più accesi di Rula, quando la persona che necessita di perdono non è
palestinese. Nel 2017, Bill Maher usò il peggior insulto razziale, non un modo
di dire, ma la parola stessa, gravata da 400 anni di schiavitù e terrore. Lo
disse in diretta, nel suo stesso programma.
L’ex presidente del Democratic National Committee (DNC), Donna Brazile,
rispose con garbo e senza nessuna irritazione: “Bill Maher si scusa per l’uso
di un insulto razziale al ‘Real Time’. Accettiamo la sua contrizione e andiamo
avanti”, scrisse.
Confrontalo con la sua reazione amara e implacabile di oggi alle scuse di
Rula Jebreal: “Il bigottismo in tutte le sue forme vili deve essere condannato:
misoginia, omofobia, antisemitismo, xenofobia, abilismo e altro ancora. Tutte
le forme di bigottismo sono radicate nell’odio e dobbiamo fermare questa
follia. Meritiamo tutti di meglio.”
Metti a confronto queste due reazioni e chiediti il perché di tale
disparità. Non è la gravità della parola, perché Bill Maher è effettivamente
vile e ciò che ha detto era infinitamente peggio. La differenza è il potere,
vale a dire da quale parte della questione di Israele si trovasse l’offensore.
Ciò che non dicono
Una delle cose cruciali che viene cancellata è il fatto che Rula Jebreal
stessa sia nera. Suo padre, Ammou Othman Jebreal, era nato in Nigeria, parte
della comunità afro-palestinese di Gerusalemme, discendente di musulmani
dell’Africa occidentale e orientale che hanno fatto la guardia alle porte di
Al-Aqsa fin dal dominio ottomano, e lo fanno ancora. È cresciuta nera in
Palestina e ha vissuto la sua identità, completa degli attacchi razzisti
anti-neri che ne derivano, quando viveva in Italia. Più in particolare, un
ministro italiano si è riferito a lei con un insulto anti-nero in diretta
televisiva. Lo stesso ministro ha poi paragonato una collega nera a un
orangotango.
E molto prima di questa controversia, è stata lei a suonare pubblicamente
l’allarme sul fatto che Israele “ha ammesso di aver sterilizzato forzatamente
donne ebree etiopi israeliane… perché lo Stato non voleva troppe persone ebree
nere.” Non è una persona che considera le persone nere al di sotto della sua
attenzione. È una donna che ha vissuto la sua identità sia come nera che come
palestinese. È rimasta ferma come donna afro-palestinese in un mondo, che ha
raramente fatto spazio a una delle due metà di quell’identità, tanto meno a
entrambe contemporaneamente.
Ho chiesto a Rula una foto di suo padre, ma le vecchie foto non le ha più
sul telefono e mi ha mandato queste, delle sue due sorelle e nipoti, e di suo
cugino Musa Qudous, scomparso due anni fa mentre sua figlia Shadin era detenuta
nelle prigioni israeliane a causa di un post sui social media.
Mi rifiuto
Non pretenderò di difendere la scelta delle parole di Rula , ma la conosco
abbastanza bene da sapere che non intendeva ciò che viene spacciato dalla folla
pro-Israele. Ha già fatto il lavoro più difficile di ammetterlo senza riserve,
senza scuse, e più velocemente di quanto questa propaganda furiosa meritasse.
Ciò che mi rifiuto di fare è lasciare che un genocidio in corso — un
genocidio che ha affamato bambini, bruciato e sepolto intere famiglie vive, un
genocidio che Hakeem Jeffries continua a finanziare con i suoi voti al
congresso— venga ripulito in una settimana dalle polemiche sulla sua scelta di
parole, mentre l’atrocità stessa scompare dalla conversazione.
Questo è il piano sionista. È sempre così, perché non hanno altra difesa se
non sfruttare ogni occasione per distrarre l’opinione pubblica dalle atrocità che
i sionisti stanno commettendo.
Penso ad Ammou Othman che si riempie le tasche di caramelle prima di uscire
a dare da mangiare agli uccelli e ai gatti ad Al-Aqsa. Penso a come un uomo
simile abbia cresciuto una figlia che si rifiuta di distogliere lo sguardo,
dalla Palestina, da ciò che le è stato fatto in Italia, dall’anti-Blackness
presente ovunque.
E penso a questa settimana. Il 6 settembre, a poche ore di distanza l’una
dall’altra durante il cosiddetto “cessate il fuoco”, le bombe israeliane hanno
colpito due volte a Gaza, mentre i genitori erano ancora fuori a raccogliere i
resti dei propri figli.
Non vi farò vedere le immagini atroci dei video che stanno girando in rete
dopo gli attacchi del 6 settembre. Dirò solamente che una bambina che si era
vestita elegante per il suo primo giorno di scuola, appare nel filmato con il
suo corpicino senza vita reso irriconoscibile dagli attacchi di missili
finanziati con i soldi votati da Hakeem Jeffries.
È lì che l’attenzione del mondo sarebbe dovuta rimanere. Invece è stata
reindirizzata, su input dell’AIPAC, a discutere le parole che usiamo per i
demoni che perpetrano questo genocidio e i mostri a Washington che continuano a
finanziarli. Una singola parola imperfetta da parte di una donna palestinese
nera genererà più indignazione politica americana rispetto a una bambina
palestinese assassinata lo stesso giorno, e da più di tre anni decine di
migliaia di bambini sono morti come lei.
Tutti coloro che dirigono questo gioco sporco lo sanno.
Ma ciò che è più deludente sono tutte le personalità nere che mettono
pubblicamente alla gogna una donna nera in modi in cui non hanno mai fatto
prima in momenti simili. L’unica spiegazione per questa disparità sta
nell’altra metà della sua identità, quella palestinese.
Rula Jebreal non ha bisogno di me per difendere la sua integrità. Il suo
passato lo fa per lei. Ma io ho conosciuto suo padre e so da dove viene, e non
starò a guardare mentre persone che non hanno mai pianto per un bambino
palestinese usano il razzismo anti-nero — reale, generazionale, mai guarito —
come arma per proteggere una lobby e un leader che non riesce a pronunciare la
parola genocidio.
Sono loro che devono vergognarsi. Non è lei.
(Traduzione digitale ricorretta da g.l.)
Buone notizie dal mondo - Lavinia Marchetti
Riepilogo per i fratelli bianchi (o ricchi). Dunque abbiamo:
·
USA. Trump e l’ICE, tra rastrellamenti,
deportazioni e uccisioni. Il sogno americano comprende finalmente il risveglio
con brutali agenti alla porta che ti rispediscono a “casa”, anche se quella è
casa tua.
·
Argentina. Milei, tra cani clonati e il governo
che rivendica record di espulsioni e respingimenti. I cani sono migliori delle
persone. Lo sappiamo.
·
Israele. Netanyahu, al top del top, col
genocidio a Gaza e l’apartheid in Cisgiordania. Lo «spazio vitale» torna sul
Mediterraneo. Il programma tedesco degli anni 30 dello scorso secolo in tutto
il suo splendore. Un mediterraneo tutto nostro. Gli abitanti continuano a
disturbare il progetto.
·
Germania. Weidel e l’AfD, con la «remigrazione»
e il riarmo, in nome del mai abbastanza compianto Adolfo. Ovvio che il 1933
abbia assunto un consulente di comunicazione. Sento odore di Polonia.
·
Italia. Meloni e Salvini, coi centri per
migranti in Albania. Il Ventennio scopre la delocalizzazione. Il generale
Vannacci, fulgido esempio di maschio italico tutto Dio, patria, famiglia, che
ha scritto pagine indelebili di questo paese.
·
Le Pen e Bardella, con la «preferenza
nazionale». Liberté, égalité, fraternité, ma prima il documento grazie.
·
Paesi Bassi. Wilders, islamofobia e libertà. Con
la grande proposta di un esercito alle frontiere e porte chiuse ai richiedenti
asilo.
·
Austria. Kickl e l’FPÖ, con la remigrazione
degli «ospiti indesiderati». L’Austria sente un certo profumino di anni Trenta
e si prepara.
·
Spagna. Abascal e Vox, col progetto di espellere
milioni di persone di origine straniera, compresi i figli nati in Spagna. La
Reconquista in sala parto.
·
Portogallo. Ventura e Chega, bellissimi
manifesti contro i rom. Una vecchia specialità europea in ristampata in formato
sei per tre. Sublime.
·
Belgio. Il Vlaams Belang di Tom Van Grieken,
partito di estrema destra, propone la «remigrazione»: espellere gli immigrati
irregolari e gli stranieri che commettono reati, anche quando possiedono un
regolare permesso di soggiorno. la caccia allo straniero alla ricerca di un
ufficio stabile anche a Bruxelles.
·
Inghilterra. Farage, finalmente qualcuno che lo
dice chiaro: i diritti umani sono una palla al piede. Si deve poter deportare
liberamente! Dopo la Brexit, l’uscita dall’umanità.
·
Svezia. Åkesson e i Democratici Svedesi,
sostenitori dei premi al rimpatrio volontario. Il welfare, in Svezia, ti
accompagna gentilmente all’uscita.
·
Polonia. Braun, eurodeputato polacco di estrema
destra, ha definito false le camere a gas di Auschwitz ed è stato incriminato
per negazionismo. È lo stesso che aveva interrotto una celebrazione ebraica nel
Parlamento polacco usando un estintore. Ma i veri antisemiti sono quelli che
protestano contro il genocidio!
·
Estonia e Lettonia, tra cittadini russi esclusi
dal voto locale e permessi di soggiorno che dipendono dagli esami di lingua. Ci
insegnano che “lo straniero” si può fabbricare anche dopo decenni di vicinato.
·
Lituania. Žemaitaitis. Un partito
dichiataratamente antisemita arrivato al governo. Certe eccellenze europee non
muoiono mai
·
El Salvador. Bukele, ha fatto rinchiudere nel
megacarcere CECOT centinaia di venezuelani deportati dagli Stati Uniti. Human
Rights Watch e Cristosal hanno documentato torture e detenzioni arbitrarie,
anche di persone senza condanne penali.
·
Cile. Il presidente Kast ha avviato la
costruzione di “trincee” al confine con il Perù per bloccare gli ingressi
irregolari, rafforzando la presenza militare alla frontiera.
·
Ecuador. Noboa con le autorità che hanno
represso le proteste indigene e congelato i conti di organizzazioni e
dirigenti. Le mobilitazioni contestavano anche l’espansione delle estrazioni
petrolifere nei territori indigeni. Non imparano mai questi nativi.
·
Brasile. Bolsonaro e il bolsonarismo, con gli
indigeni giudicati «sempre più esseri umani come noi». Cinquecento anni di
colonialismo e stanno ancora decidendo chi è umano e chi no. La partita è
ardua.
·
India. Modi e il BJP, con le
discriminazioni religiose e le demolizioni di case di musulmani denunciate
dalle organizzazioni per i diritti umani. India Hate Lab documenta inoltre un
aumento dei discorsi d’odio contro musulmani e cristiani.
·
Giappone. Kamiya e Sanseitō in Giappone,
«Japanese First» e gli stranieri come problema nazionale. L’internazionale dei
nazi-onalisti funziona. si copiano persino gli slogan. Fanno campagna contro
una presunta «invasione silenziosa» degli immigrati, presentati come una
minaccia per la sicurezza e il lavoro dei giapponesi.
·
Tunisia. Saied in Tunisia, con le espulsioni
collettive dei migranti subsahariani verso le frontiere. Con le forze di
“sicurezza” responsabili di espulsioni collettive di migranti verso le
frontiere con Algeria e Libia. Human Rights Watch riferisce anche torture e
violenze sessuali.
·
Myanmar, Min Aung Hlaing e la giunta militare,
con la persecuzione dei Rohingya, minoranza prevalentemente musulmana. Human
Rights Watch documenta un regime di apartheid e privazione della libertà ai
loro danni.
·
Sudafrica. Operation Dudula con intimidazioni e
caccia agli stranieri. Movimento xenofobo sudafricano che organizza azioni
contro gli immigrati e ha impedito loro l’accesso a strutture sanitarie. La
nazionalità viene usata per decidere chi può entrare a curarsi.
Direi che il problema del nuovo secolo, esattamente come
quello del precedente, è finalmente svelato, rullo di tamburi: ci sono esseri
umani nel posto sbagliato. Il posto giusto lo decidono quelli che hanno il
potere, gli eserciti, la polizia, per cacciarlio sterminarli.
Ma ehi, nessuno osi parlare di nazisfascismo. Quelli
appartengono a una storia ormai superata, con baffetti e Fez. Questa è
democrazia e soprattutto una sana difesa della razza e dei confini.
domenica 20 settembre 2026
Attacco intimidatorio contro Sensibili alle Foglie per il libro su sionismo e nazismo
(da Osservatorio
Repressione)
La richiesta
di rimuovere il libro di Francesco Lazzeri mostra il terreno su cui agisce il
DDL Romeo: confondere antisionismo e antisemitismo per restringere la critica a
Israele e la solidarietà con la Palestina.
Non c’è un
decreto di sequestro, non c’è una sentenza che abbia dichiarato illegale il
libro e non risulta un provvedimento giudiziario che ne abbia vietato la
diffusione. Eppure Sensibili alle Foglie denuncia di aver ricevuto,
attraverso il provider che ospita la propria libreria online, una richiesta di
rimozione della pagina dedicata a Sionismo e nazismo facce della stessa
medaglia di Francesco Lazzeri, pubblicato dalla casa editrice
nel 2025. La richiesta, secondo quanto comunicato dall’editore e riportato
pubblicamente, proviene dall’Associazione Italiana Avvocati e Giuristi Ebrei e
CoDe RTD Srl e segnala il contenuto come incitamento o approvazione della
violenza, incitamento all’odio e discriminazione su basi etniche o religiose,
con particolare riferimento a narrazioni antisemite, negazione o grave
banalizzazione della Shoah e disinformazione capace di contribuire alla
diffusione dell’odio o alla giustificazione della violenza.
Accuse
pesantissime. Proprio per questo dovrebbero essere sottoposte a un confronto
pubblico altrettanto rigoroso, distinguendo ciò che appartiene alla critica
storica e politica da ciò che costituisce effettivamente odio antiebraico o
negazionismo. Il problema posto dal caso Sensibili alle Foglie non consiste
infatti nel pretendere che qualsiasi cosa venga scritta sul sionismo sia per
definizione legittima, storicamente corretta o sottratta alla critica. È
l’esatto contrario: un libro può essere contestato, demolito attraverso le
fonti, accusato di forzature interpretative e sottoposto alla più dura
discussione storiografica. Ma chiedere all’intermediario tecnologico che ospita
la libreria dell’editore di rimuoverne la pagina introduce un’altra questione,
quella della possibilità di rendere materialmente invisibile un’opera senza che
un giudice ne abbia stabilito l’illiceità.
Sensibili
alle Foglie respinge integralmente le accuse e rivendica trentasei anni di
attività editoriale contro la discriminazione etnica e religiosa. Sostiene
inoltre che il libro di Lazzeri non neghi affatto la Shoah, ma ricostruisca
attraverso documenti, fonti e un’ampia bibliografia i rapporti intercorsi in
determinate fasi storiche tra organizzazioni sioniste e Germania nazista,
collocandoli dentro la storia dell’emigrazione ebraica verso la Palestina e del
progetto coloniale sionista. La stessa casa editrice aveva già presentato
pubblicamente il volume come un lavoro volto a mettere in relazione storica
sionismo e nazismo, arrivando a formulare giudizi estremamente radicali sulle
due ideologie.
Sono tesi
che possono e devono essere discusse anche duramente. L’equiparazione tra
sionismo e nazismo contenuta fin dal titolo è una tesi storiografica e politica
fortissima, che non può essere trattata come un’evidenza indiscutibile
semplicemente perché formulata in un libro. Ma altrettanto improprio sarebbe
stabilire automaticamente che la comparazione tra due movimenti politici
costituisca negazione della Shoah o odio contro gli ebrei. La verifica deve
riguardare ciò che il libro effettivamente sostiene, le fonti utilizzate e il
modo in cui vengono interpretate. È questo il terreno sul quale una società
democratica dovrebbe affrontare anche le opere più controverse.
Il caso
assume però un significato politico molto più ampio perché esplode mentre il
Parlamento italiano sta discutendo proprio la definizione normativa
dell’antisemitismo. Il disegno di legge 1004, presentato originariamente dal
capogruppo leghista al Senato Massimiliano Romeo, è stato approvato da Palazzo
Madama il 4 marzo scorso con 105 voti favorevoli, 24 contrari e 21 astenuti. Il
provvedimento è ora alla Camera con il numero C.2830 e dal 9 settembre è in
esame in commissione.
Il testo
approvato dal Senato adotta la definizione operativa di antisemitismo elaborata
dall’International Holocaust Remembrance Alliance, compresi i relativi
indicatori. Allo stesso tempo stabilisce esplicitamente che restano ferme «la
libertà di critica politica e di espressione del pensiero e la libertà di
riunione e di associazione». Non introduce nuove fattispecie penali e, durante
l’esame parlamentare, è stata eliminata anche la disposizione che aveva fatto
discutere sulla possibilità di vietare manifestazioni.
Questo va
detto, proprio per non attribuire alla legge ciò che nel testo attuale non c’è.
Ma non elimina il problema politico. Perché durante lo stesso iter parlamentare
è emersa apertamente la preoccupazione che l’adozione legislativa della
definizione IHRA possa contribuire a confondere antisemitismo e critica
radicale a Israele. Nel resoconto ufficiale del Senato viene ricordato che AVS
e Movimento 5 Stelle hanno denunciato il rischio di perseguire come antisemita
la critica al governo israeliano, mentre Italia Viva ha sottolineato la
necessità di distinguere antisemitismo e antisionismo. Anche esponenti del
Partito democratico hanno espresso dubbi sull’opportunità del provvedimento,
pur partecipando al confronto parlamentare.
È precisamente
questa distinzione che il caso Sensibili alle Foglie rende concreta.
L’antisemitismo è odio, discriminazione e violenza contro gli ebrei in quanto
ebrei. È una realtà storica e presente che deve essere combattuta senza
esitazioni. Il sionismo è invece un movimento politico e storico, nato alla
fine dell’Ottocento, articolato nel corso del tempo in correnti diverse e
diventato uno dei riferimenti ideologici fondamentali nella costruzione dello
Stato di Israele. Come qualsiasi ideologia politica, può essere studiato,
sostenuto, contestato oppure radicalmente rifiutato. Un cittadino può essere
antisionista senza nutrire alcun odio verso gli ebrei, così come un ebreo può
essere antisionista senza cessare evidentemente di essere ebreo.
La
sovrapposizione dei due concetti produce quindi un effetto politico enorme. Se
l’antisionismo viene fatto coincidere con l’antisemitismo, la critica non
riguarda più soltanto determinate decisioni del governo Netanyahu,
l’occupazione della Cisgiordania, gli insediamenti o la distruzione di Gaza.
Diventa potenzialmente sospetta anche la critica alla natura stessa del
progetto politico sionista, alla costruzione dello Stato su base
etnico-nazionale, alla Nakba e alle strutture di discriminazione imposte ai
palestinesi. Una parte fondamentale della storia contemporanea viene così
spostata dal terreno del conflitto politico a quello della devianza morale.
Il punto non
è teorico. Negli ultimi anni la solidarietà con la Palestina è stata sempre più
spesso trattata in Europa come un problema di sicurezza e ordine pubblico.
Manifestazioni vietate o sottoposte a restrizioni, accampamenti universitari
sgomberati, attivisti denunciati, iniziative culturali contestate, conferenze
cancellate e organizzazioni sottoposte a provvedimenti repressivi hanno
progressivamente costruito intorno alla Palestina un’area speciale del discorso
pubblico. L’accusa di antisemitismo, quando viene utilizzata
indiscriminatamente contro l’antisionismo o contro la denuncia delle politiche
israeliane, diventa uno degli strumenti attraverso cui restringere quello
spazio.
In Italia
questa dinamica incontra un processo più generale di criminalizzazione del
dissenso. Il caso di Sensibili alle Foglie arriva dopo l’attacco che ha colpito
l’infrastruttura digitale indipendente Autistici/Inventati e dentro un clima
nel quale la solidarietà alla Palestina è stata più volte investita da
indagini, denunce e misure di polizia. Vicende diverse, che sarebbe sbagliato
sovrapporre meccanicamente, ma che indicano un problema comune: una quota
crescente della repressione contemporanea non passa necessariamente attraverso
il divieto esplicito di un’opinione. Passa attraverso infrastrutture,
piattaforme, provider, sistemi di pagamento, procedimenti amministrativi e
dispositivi capaci di aumentare progressivamente il costo materiale del
dissenso.
È questa la
caratteristica più interessante della vicenda denunciata dall’editore. La
censura del XXI secolo non ha necessariamente bisogno di poliziotti che entrano
in tipografia per sequestrare migliaia di copie. Un libro può rimanere
formalmente legale e diventare più difficile da acquistare; un sito può non
essere sequestrato da un magistrato ma perdere il proprio hosting; una campagna
può non essere proibita e ritrovarsi senza strumenti di pagamento; un contenuto
può non violare alcuna legge e scomparire perché un intermediario privato
considera troppo rischioso continuare a ospitarlo. Nessuno ha formalmente
censurato nulla e tuttavia qualcosa diventa progressivamente invisibile.
È un potere
enorme perché oggi lo spazio pubblico dipende da infrastrutture private.
Hosting, social network, motori di ricerca, servizi cloud e piattaforme
commerciali stabiliscono materialmente quali parole possono circolare. Le
garanzie costituzionali sono state costruite principalmente per proteggere il
cittadino dall’intervento censorio dello Stato; molto più difficile è
affrontare un ecosistema nel quale la restrizione della parola può essere
prodotta attraverso una concatenazione di decisioni apparentemente private.
Per questo
la vicenda del libro di Francesco Lazzeri riguarda anche chi non condivide
affatto le sue conclusioni. La libertà editoriale non consiste nel diritto di
pubblicare soltanto libri sui quali esiste un consenso. È precisamente il
diritto di pubblicare opere che disturbano, provocano e mettono in discussione
le narrazioni dominanti, assumendosi naturalmente la responsabilità di ciò che
viene scritto e accettando la critica pubblica più radicale.
Se Sionismo
e nazismo facce della stessa medaglia contiene falsificazioni storiche, si
dimostrino. Se utilizza impropriamente le fonti, si pubblichino quelle fonti e
si contestino le conclusioni. Se banalizza la Shoah, si mostri dove e in quale
modo. Se invece commette un illecito, esistono gli strumenti dello Stato di
diritto e spetta a un’autorità competente accertarlo. Ciò che non può diventare
normale è il principio secondo cui un’associazione possa ottenere la
cancellazione di un libro dal suo spazio di vendita semplicemente rivolgendosi
all’intermediario che rende tecnicamente possibile quello spazio.
La stessa
storia di Sensibili alle Foglie rende particolarmente significativo questo
tentativo. La casa editrice ha costruito per decenni il proprio catalogo
intorno alle istituzioni totali, al carcere, alla psichiatria, alla
marginalità, alle forme della repressione e alle voci espulse dalla narrazione
dominante. Il fatto che oggi si trovi costretta a difendere la presenza online
di un proprio libro dimostra quanto il conflitto sulla Palestina abbia ormai
raggiunto direttamente il terreno della produzione culturale.
C’è poi un
elemento che non dovrebbe mai essere rimosso dalla discussione. Mentre in
Europa ci si interroga ossessivamente sulle parole utilizzate per descrivere
Israele, in Palestina la discriminazione non è un esercizio linguistico.
Esistono occupazione militare, insediamenti, demolizioni, espulsioni,
segregazione territoriale e sistemi giuridici differenti applicati nello stesso
territorio a seconda dell’appartenenza nazionale. Organizzazioni internazionali
e israeliane per i diritti umani hanno utilizzato il concetto di apartheid per
descrivere questa struttura. A Gaza la questione della qualificazione giuridica
delle condotte israeliane è arrivata davanti alle più importanti istituzioni
internazionali.
È quindi
legittimo chiedersi perché una parte crescente del dibattito occidentale sembri
concentrarsi non tanto su ciò che viene fatto ai palestinesi, quanto sui limiti
entro i quali è consentito descriverlo.
Combattere
l’antisemitismo è necessario proprio perché l’antisemitismo esiste. Esiste
nella società europea, nella destra estrema, nelle culture complottiste e può
manifestarsi anche dentro ambienti che sostengono la causa palestinese. Negarlo
sarebbe irresponsabile. Ma proprio per questo trasformare qualsiasi critica del
sionismo in antisemitismo produce un danno enorme anche alla lotta contro
l’odio antiebraico: dilata talmente il concetto da rischiare di renderlo
indistinguibile dalla controversia politica.
La battaglia
dovrebbe essere esattamente opposta: isolare e combattere senza ambiguità
l’antisemitismo e contemporaneamente garantire la piena libertà di discutere il
sionismo, la storia dello Stato di Israele, la Nakba, l’occupazione e le
responsabilità israeliane verso il popolo palestinese. Sono due esigenze
perfettamente compatibili. Diventano incompatibili soltanto quando si decide
che difendere Israele significhi difendere gli ebrei e che attaccare
politicamente il sionismo significhi quindi attaccare gli ebrei.
Sensibili
alle Foglie ha annunciato di non voler accettare questa logica e di trasformare
l’attacco in un’occasione per far conoscere ancora di più il libro,
presentandolo e discutendolo pubblicamente. È probabilmente la risposta più
efficace. Perché un libro controverso non deve essere sottratto allo sguardo,
ma esposto alla discussione.
Il caso
arriva mentre il DDL Romeo ha già superato il Senato e continua il proprio
percorso alla Camera. Sarebbe semplicistico sostenere che quella legge abbia
già prodotto la richiesta di rimozione: non è ancora legge e il testo approvato
contiene esplicite garanzie per la libertà di critica. Ma sarebbe altrettanto
ingenuo ignorare il clima politico nel quale le due vicende si incontrano.
Mentre il Parlamento cerca di stabilire normativamente come riconoscere
l’antisemitismo, fuori dal Parlamento qualcuno sta già provando a stabilire
quali forme di critica del sionismo possano essere considerate intollerabili.
È qui che il
caso Sensibili alle Foglie diventa un precedente da non sottovalutare. Oggi
riguarda la pagina di un libro. Domani può riguardare una conferenza, un film,
una ricerca universitaria, un sito, una manifestazione o un’associazione.
Non occorre
condividere il libro di Lazzeri per capire quale sia la posta in gioco. Occorre
soltanto decidere se vogliamo una società nella quale le tesi storiche vengono
confutate attraverso altre tesi e altri documenti oppure una società nella
quale, prima ancora che intervenga un giudice, qualcuno possa bussare alla
porta del provider e chiedere che quelle tesi diventino invisibili.
Per dovere
civico Sensibili alle foglie segnala la richiesta, pervenutaci tramite il
provider che ospita la nostra libreria online, di rimuovere la pagina dedicata
al libro Sionismo e
nazismo facce della stessa medaglia, di Francesco Lazzeri, da noi edito nel 2025. La
richiesta è stata inviata al provider dall'Associazione Italiana Avvocati e
Giuristi Ebrei e CoDe RTDSrl con la motivazione che “il contenuto è segnalato
come incitamento o approvazione della violenza; incitamento all'odio e
contenuti discriminatori su basi etniche o religiose, con particolare
riferimento alle narrazioni antisemite; negazione o grossolana banalizzazione
della Shoah; disinformazione che contribuisce alla diffusione dell'odio o alla
giustificazione della violenza”.
Si tratta con
tutta evidenza di una richiesta intimidatoria, intentata strumentalmente da
soggetti provocatori, con lo scopo ultimo, probabilmente, di ottenere una causa
civile attraverso la quale chiedere aleatori “indennizzi” in denaro.
Come editori
siamo impegnati da trentasei anni a combattere l'odio e la discriminazione su
basi etniche o religiose, e in questo quadro, il libro “Sionismo e nazismo facce
della stessa medaglia” documenta come gli ebrei siano stati, nel corso della
storia, vittime del sionismo oltre che
del nazismo (e in generale dei Paesi europei). In un tempo storico in cui la
propaganda israeliana viene quotidianamente alimentata per impedire legittime
critiche all'operato dello Stato di Israele, e a ridosso della discussione, nel
parlamento italiano, del ddl che mira a equiparare l'antisionismo
all'antisemitismo, non ci stupisce che venga presa di mira la pagina online del
libro di Francesco Lazzeri, con il quale vi invitiamo a
organizzare incontri in presenza per parlare della sua preziosa ricerca
storica.
Tenuto conto che
a)
in
questo momento storico chi esercita
fisicamente violenza e odio al di fuori di qualsiasi dirittointernazionale
è sotto gli occhi di tutti nella cronaca di ogni giorno;
b)
la
discriminazione su base etnica o religiosa in questo momento è in atto
fisicamente contro ipalestinesi e gli islamici, peraltro anch'essi provenienti
da popolazioni di lingua semitica;
c)
le
radici dell'attuale regime di apartheid, di pulizia etnica e di pratiche
genocidarie messe in attoda Israele risalgono all'ideologia sionista;
d)
non
si può considerare disinformato un lavoro che presenta 58 pagine di fonti
documentarie e dibibliografia di testi riconosciuti in tutto il mondo come
testi di qualità
chiediamo
a tutti e tutte di non dimenticare la Palestina e le indicibili violenze di cui
sono ogni giorno bersaglio i palestinesi di ogni età e genere, affermando con
forza in ogni sede il loro diritto alla resistenza e all'autodeterminazione.
Spegniamo subito il rogo sionista dei libri
(da Osservatorio Repressione)
Scrittori,
docenti, editori e lettori contro l’attacco a Sensibili alle Foglie e il DDL
Romeo: difendere la libertà di criticare il sionismo e sostenere la Palestina.
Come
scrittori, ricercatori storici, poeti, editori, lavoratori dell’editoria,
docenti, lettori esprimiamo il nostro più acceso dissenso e la più forte
opposizione possibile al Disegno di legge S. 1004, noto come DDL Romeo.
Questo
editto repressivo non è volto soltanto a tacitare ogni critica e mobilitazione
dei movimenti sociali e politici nei confronti del colonialismo genocidario
israeliano, ma a criminalizzare, rimuovere, cancellare ogni opera d’indagine
storica, filosofica, antropologica, letteraria, lirica che avversi l’ideologia
sionista fondata su razzismo, apartheid, e scientifico sterminio dei
palestinesi e degli arabi che non accettano l’occupazione e l’esproprio della
propria terra e delle proprie vite.
Esprimiamo
vicinanza e solidarietà all’autore Francesco Lazzeri e a Sensibili alle foglie
editore per la
comunicazione minatoria di messa all’indice del libro “Sionismo e Nazismo facce
della stessa medaglia – Un connubio storico pericoloso dalle nefaste
e attuali conseguenze” da parte dell’Associazione Italiana Avvocati e Giuristi
Ebrei.
Ci è ben
chiaro che questa vicenda rappresenta un primo passo da parte dei poteri
sionisti italiani dominanti di estrema destra (area di governo) e di centro
(Partito Democratico) per strappare ai lettori e bruciare tutti i libri
pubblicati e in pubblicazione che descrivano e raccontino la verità
sull’occupazione e il genocidio, dapprima strisciante e da tre anni conclamato
e rivendicato, subiti da quasi un secolo dal popolo palestinese da parte dei
coloni israeliani.
Sappiamo
molto bene che associazioni come quella che ha inviato la missiva intimidatoria
a Sensibili alle Foglie dovrebbero definirsi “sioniste” o “amiche d’Israele”.
Senza scomodare l’ebraismo che viene utilizzato strumentalmente come scudo per
giustificare la risibile accusa di razzismo nei confronti di autori ed editori
da sempre impegnati fino all’ultima stilla d’energia contro tutte le
discriminazioni etniche, razziali e religiose.
Siamo
perfettamente a conoscenza che esistono sulle scrivanie di simili realtà
liberticide liste di scrittori, case editrici da denunciare e processare, e
soprattutto di libri da mettere al macero per cancellare la memoria storica dei
crimini israeliani contro l’umanità in ogni angolo del Vicino Oriente, la
memoria storica del popolo palestinese, e di chi sostiene incrollabilmente alle
nostre latitudini la sua Causa e la sua liberazione.
Non abbiamo
dubbi che questo attacco a Lazzeri e Sensibili alle Foglie rappresenti
un’apertura del fuoco ad alzo zero contro la cultura della verità, del
dissenso, della resistenza a sostegno degli oppressi e degli ultimi. In modo da
annientarla per sempre.
Questo
appello per spegnere prontamente il rogo sionista dei libri vuole essere
soltanto la prima azione per difendere senza tregua il diritto alla libertà di
espressione e di creazione e il diritto di leggere, scrivere, pubblicare parole
divergenti e di scontro contro il colonialismo genocidario israeliano e il
totalitarismo che intende apertamente instaurare in Italia attraverso le sue
dirette diramazioni, con la compartecipazione del governo Meloni e del Partito
Democratico.
Prima che
sia troppo tardi, invitiamo dunque a sottoscrivere immediatamente l’appello mandando
una mail all’account controassedio@gmail.com
CON OGGETTO “SPEGNIAMO SUBITO IL ROGO SIONISTA DEI LIBRI” E IL VOSTRO NOME,
COGNOME, ATTIVITÀ UMANA (SCRITTORE, RICERCATORE STORICO, POETA, EDITORE,
LAVORATORE DELL’EDITORIA, DOCENTE, LETTORE, ECC).
Filippo
Kalomenìdis, scrittore e poeta
Silvia De
Bernardinis, ricercatrice storica
Gian Andrea
Franchi, scrittore, fondatore dell’Associazione Linea d’Ombra e docente
Lorena
Fornasir, psicoterapeuta e fondatrice Associazione Linea d’Ombra
Nicoletta
Dosio, autrice, militante politico NO-TAV, e docente
Maria Elena
Delia, autrice e portavoce italiana Global Sumud Flottilla
Adriano
D’Amico, scrittore
Elisabetta
Cipolli, scrittrice
Samantha
Comizzoli, regista
Simone
Capula, regista teatrale
Juri Di
Molfetta, scrittore
Roberta
Campagna, attrice e autrice teatrale
Domenico
Castaldo, attore e drammaturgo
Alessandra
Dell’Atti, attrice
Luana Farina
Martinelli, poeta
Anna Leone,
poetessa
Anna
Emanuele, scrittrice
Maria Grazia
Gagliardi, scrittrice
Iain
Chambers, scrittore e ricercatore indipendente, già ordinario di Studio
Coloniali e Postcoloniali del Mediterraneo, presso Università di Napoli,
l’Orientale.
Maria Rita
Mancaniello, professore associato in Pedagogia Sociale, presso Università di
Siena.
Fabrizia
Baldissera, professore associato in pensione
Giovanna
Campani, antropologa
Luciano
Blasco, antropologo
Vincenzo
Morvillo, giornalista e critico
Rete
Nazionale “La Scuola per la Palestina”
Ingrid
Anastasia Pedrazzini, docente
Daniele
Simonelli, docente
Federica
Cresci, docente
Fabio Loi,
docente
Viviana
Faedda, docente
Leonardo
Ferrandino, docente
Francesca
Frascaroli, docente
Maria Gaia
Merra, docente
Maria Saba,
ex docente
Maria
Antonietta Scanu, lavoratrice dell’editoria
Mattia
Uzzau, lettore
Mauro
Morello, lettore
Pacifico
Saber, lettore
Cristina
Fabbri, lettrice
Gabriella
Martis, lettrice
Giovanna
Pirino, lettrice
Rosa
Sallustio, lettrice
Gianluca
Venturini, lettore
Luca
Servino, lettore
Gaia
Marescotti, studentessa Scienze Politiche e Relazioni Internazionali e lettrice
Cinzia Delle
Pezze, operatore socio-sanitario e lettrice
Gabriella
Fragiotta, lettrice
Giuliana
Sponza, lettrice
Maria Teresa
Audisio, lettrice
