domenica 20 settembre 2026

Fady Joudah, la poesia del popolo palestinese

LINGUAFRANCA-Sabir Blog collettivo di traduzione poetica


La sua poesia è dedicata "a coloro che sono stati uccisi nel loro cammino verso le tende. A coloro che sono stati uccisi nelle loro tende insieme ai gatti che ospitavano": anche Joudah stesso ha perso 120 membri della sua famiglia

 

Fady Joudah (Austin, 1971) è un poeta, traduttore e medico palestinese che vive a Houston, Texas. Per la sua capacità di colmare i divari culturali attraverso i suoi contributi letterari e le sue traduzioni di poeti palestinesi, per esempio Mahmoud Darwish, è stato riconosciuto dalla critica letteraria come un costruttore di ponti. L’esperienza del popolo palestinese è iscritta nella sua poesia. È il suo tema, non per scelta, ma per l’urgenza di dare voce a chi voce non ha e che in questo momento, davanti a un mondo inerte, è destinato a morire. Infatti, negli ultimi mesi, Joudah stesso ha perso 120 membri della sua famiglia.

La sua poesia è dedicata “a coloro che sono stati uccisi nel loro cammino verso le tende. A coloro che sono stati uccisi nelle loro tende insieme ai gatti che ospitavano”. Nella luce del genocidio del popolo palestinese a Gaza, i primi versi della sua poesia “Alberi dormienti”, scritta ormai alcuni anni fa, acquistano un valore profetico: tra quello che dovrebbe e non dovrebbe essere, in ogni momento tutto può esplodere. Infatti, è esploso.

S. G.

Sleeping trees
Between what should and what should not be
Everything is liable to explode. Many times
I was told who has no land has no sea. My father
Learned to fly in a dream. This is the story
Of a sycamore tree he used to climb
When he was young to watch the rain.

Sometimes it rained so hard it hurt. Like being
Beaten with sticks. Then the mud would run red.

My brother believed bad dreams could kill
A man in his sleep, he insisted
We wake my father from his muffled screams
On the night of the day he took us to see his village.
No longer his village he found his tree amputated.
Between one falling and the next

There’s a weightless state. There was a woman
Who loved me. Asked me how to say tree
In Arabic. I didn’t tell her. She was sad. I didn’t understand.
When she left. I saw a man in my sleep three times. A man
I knew could turn anyone into one-half reptile.
I was immune. I thought I was. I was terrified of being

The only one left. When we woke my father
He was running away from soldiers. Now
He doesn’t remember that night. He laughs
About another sleep, he raised his arms to strike a king
And tried not to stop. He flew
But mother woke him and held him for an hour,

Or half an hour, or as long as it takes a migration inward.
Maybe if I had just said it.
Shejerah, she would’ve remembered me longer. Maybe
I don’t know much about dreams
But my mother taught me the law of omen. The dead
Know about the dying and sometimes
Catch them in sleep like the sycamore tree
My father used to climb

When he was young to watch the rain stream,
And he would gently swing.
*
Alberi dormienti

Tra quello che dovrebbe e non dovrebbe essere
in ogni momento tutto può esplodere. Molte volte
ho sentito dire che chi non ha un paese non ha un mare. Mio padre
ha imparato a volare in un sogno. Questa è la storia
di un platano sul quale, da ragazzo, saliva
per guardare la pioggia.

A volte pioveva così forte che faceva male. Come essere
picchiato con un bastone. Allora, il fango diventava rosso.

Mio fratello credeva che i brutti sogni potessero
uccidere nel sonno, credeva
che noi avessimo svegliato mio padre dalle sue grida soffocate
quando ci aveva portato a conoscere il suo villaggio.
Non più il suo villaggio, aveva trovato il suo albero amputato.
Tra una caduta e l’altra

c’è sempre un attimo di sospensione. C’era una donna
che mi amava. Mi aveva chiesto come si diceva albero
in arabo, ma non le avevo risposto. Era rimasta male e io non avevo capito.
Quando se n’era andata, per tre volte, mi era apparso un uomo nel sonno.
Lo conoscevo, era capace di trasformare chiunque in un ibrido.
Non provavo nulla. Pensavo. Ero terrorizzato dall’essere

l’ultimo rimasto. Quando abbiamo svegliato mio padre
stava scappando dai soldati. Ora
non si ricorda più di quella notte. Ride, invece, di quando,
sempre nel sonno, aveva alzato le mani per picchiare un re
instancabile. Alla fine era scappato
e mia madre l’aveva svegliato, tenendolo in braccio per un ora

o una mezz’ora o per quanto tempo ci voglia perché un uomo torni in sé.
Se solo l’avessi detto.
Shejerab, e lei non mi avrebbe più dimenticato. Forse
non mi intendo di sogni.
Ma mia madre mi ha insegnato la legge dei presagi. I morti
sanno di quelli che stanno morendo e a volte vengono nel sonno
come il platano sul quale saliva mio padre da ragazzo
per guardare la pioggia, dondolandosi gentilmente.

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venerdì 18 settembre 2026

Una comunità perduta - Doris Lessing

nell'ultimo libro Doris Lessing si racconta una storia incredibile, narrata da un vecchio senatore dell'antica Roma, che racconta la storia dei sessi.

un tempo nel mondo c'erano solo le donne, che partorivano, senza interventi esterni, bambine e bambini.

questi ultimi venivano portati su una montagna, abbandonati e salvati da dei rapaci che li portavano via.

e siccome (come dicono) la curiosità è femmina, dopo qualche generazione qualche ragazza si spinge a cercare cosa c'era aldilà delle montagne.

e trovarono villaggi di maschi col pene eretto, alla vista delle femmine.

solo le femmine capirono che dopo nove lune dal rapporto sessuale nascevano bambini e bambine.

una storia avvincente e inattesa, un libro da non perdere, promesso. 

 

 

Una comunità perduta è l’ultimo affascinante romanzo di Doris Lessing, pubblicato nel 2007 e in Italia solo da poche settimane. Appartiene a quel filone, poco noto in Italia, in cui si collocano altri suoi romanzi riconducibili al genere della fantascienza visionaria, quella che vuole raccontare il passato piuttosto che il futuro. Dello stesso genere i più noti Memorie di una sopravissuta, Mara e Dan. I temi cari a Lessing si ritrovano anche qui: la memoria, la differenza femminile, il rapporto tra uomo e donna. Qui si ricostruisce la storia dell’umanità dai primordiali albori, in una potente commistione di mito, favola, allegoria, e stupefacente creazione visionaria. Il tema, secondo Lessing, le è stato suggerito da una precisa teoria scientifica, che dà il via alla narrazione. Riporto qui di seguito la prima pagina, che funge da introduzione al romanzo ne alla poetica di questa scrittrice che tanto amiamo.

“In un articolo scientifico di recente pubblicazione si afferma che i primi essere umani probabilmente erano di sesso femminile; i maschi sarebbero apparsi in un secondo momento, per una sorta di ripensamento cosmico. Mi rifiuto di credere che tale comparsa successiva non abbia causato dei problemi. In effetti mi ero già posta la questione, chiedendomi se gli uomini non appartenessero a una specie meno antica, a una variante posteriore. Non possiedono la concretezza che contraddistingue le donne, le quali hanno ereditato, a quanto pare, una naturale attitudine a entrare in armonia con la realtà. Sono convinta di esprimere un’opinione pressoché generalizzata, anche se risulterebbe arduo formulare una definizione. In confronto a noi , gli uomini si dimostrano poco stabili, incostanti. Che siano un esperimento della Natura?

L’intera problematica alimenta una serie di congetture, da cui scaturisce quella capacità immaginativa che dà vita ai racconti. La storia che segue descrive ciò che potrebbe essere accaduto quando la prima volta le Cleft partorirono un maschio”.

da qui


Un senatore dell'antica Roma, giunto al termine della vita, decide di intraprendere la sua ultima impresa: il racconto della storia dell'umanità. La sua narrazione si incentra sul popolo delle Cleft, una comunità ormai scomparsa di donne che vivevano in una sorta di paradiso terrestre, procreando senza essere fecondate dagli uomini e mettendo al mondo solo bambine, destinate a perpetuare la loro specie. Ma la nascita inattesa di una creatura strana e sconosciuta, un maschietto, infrange per sempre l'armonia della piccola comunità, mettendone a repentaglio l'esistenza stessa. L'ultimo, romanzo di Doris Lessing, scritto e pubblicato nel 2007 in Inghilterra, affronta i temi tipici della produzione letteraria dell'autrice: il rapporto tra uomo e donna, la necessità che due esseri così simili ma al tempo stesso tanto differenti imparino a vivere fianco a fianco nel mondo, e la constatazione di come i caratteri peculiari dei due sessi producano effetti su ogni aspetto della vita degli individui.)

da qui

 

Potrebbe essere vero quello che viene narrato in questa storia? Leggiamo! Un vecchio senatore romano, sentendosi prossimo alla fine dei suoi giorni, decide di raccontare in una lunga relazione la storia dell’umanità dai suoi albori così come aveva desunto da alcuni scritti trovati e da racconti tramandati. Tutte queste informazioni sono totalmente sconosciute e costituiscono una vera novità anche per i suoi figli, un ragazzo e una figlia. Siamo nella Roma di Nerone. L’autore afferma che il genere umano nacque fatto solo di donne le quali si riproducevano sotto l’influsso della luna in modo asessuale non essendoci presenza maschile. La loro vita era pacifica, vissuta vicino al mare costituendo una società acquatica mentre quando erano al coperto si ritiravano nelle caverne chiamate Clefts (Il titolo originale del libro) come quella sulla montagna a loro sacra a forma di fessura come una vagina. Questo ordine venne infranto dalla nascita di un maschio, un bambino, qualcosa di ignoto per loro e che venne considerato un mostro e subito ucciso! Ma l’avvenimento si ripeté non una, ma più volte e nuovamente li abbandonarono sulla spiaggia sulla roccia della Morte. In quella zona però c’erano delle aquile ed alcune di esse riuscirono a prendere nel loro becco i neonati per portarli altrove dove delle cerve li allattarono insieme ai loro piccoli. Venne così a formarsi una comunità maschile che viveva nella valle bagnata dal grande fiume e che presto cercò di mettersi relazione con quella femminile. Una di loro un giorno si spostò nella parte maschile e scoprì la novità, ma proprio uno di essi la violentò. Con un salto temporale non chiaro le due società entrarono in relazione non senza contrasti tra Anziane che ostacolavano la convivenza e altre che poi si integrarono prevedendo di formare nuove realtà in nuove terre. Una storia abbastanza curiosa che mira ad analizzare le due fondamentali entità alla base dell’umanità che non possono scegliere di stare separati proprio perchè destinate dalla notte dei tempi a portare a termine il messaggio biologico della riproduzione umana. Interessante e nuovo. Lo consiglio!

da qui

Peter Semolič, un calderone poetico tra il metafisico e il paradosso

(Traduzione di Michele Obit) 

LINGUAFRANCA-Sabir  Blog collettivo di traduzione poetica

 

Il poeta debuttò sulla scena letteraria nel 1991, anno dell’indipendenza della Slovenia, ed è senza dubbio uno degli autori sloveni più importanti di quella generazione

Nella sedicesima raccolta poetica intitolata Žalostinke za okroglo Zemljo’ (Lamenti per la terra rotondaPeter Semolič – che debuttò sulla scena letteraria nel 1991, anno dell’indipendenza della Slovenia, ed è senza dubbio uno degli autori sloveni più importanti delle generazioni che iniziarono a esprimersi in quel periodo – ci mette di fronte a reti associative fittamente intrecciate, estremamente suggestive e purificate, ma spesso completamente libere, che si estendono da un punto di partenza concreto fino all’astratto, al presagio, al paradossale o al completamente inespresso. Continuando il percorso espressivo delle ultime raccolte, Semolič tesse poesie che assomigliano a un calderone in cui associazioni archetipiche, metafisiche ed effimere turbinano, serpeggiano e rimbalzano sullo stesso piano, e dove è sempre presente il taciuto, l’indefinito, il relativo.

Una poesia che, come ebbe a dire lui stesso, «è un messaggio estremamente complesso che ci parla con la sua immagine visiva e sonora, ma anche con ritmo, pause, silenzi, illogicità e forse solo in ultima analisi con il significato, mettendo in discussione quelli già consolidati».

M. O.

***

Riscaldamento

La gatta è sdraiata proprio in modo che la soglia
tra l’anticamera e lo studio le faccia
da tavolino, dove adagia le zampette
e sulle zampette la testa, sospira, la vita
è dura anche per i gatti, e si volta
verso di me – ricordo una scena di Betty Blue
il sesso non era mai stato così meravigliosamente
sporco – l’amore mai così concesso
una sensualità elevata, la ragazza è morta
il ragazzo sta seduto alla macchina da scrivere, sul tavolino
c’è la gatta che con la voce della defunta gli chiede
scrivi, lui le ricambia lo sguardo e dice, sto riflettendo

***

I resti del giorno

Tra i resti del giorno anche un uomo dall’aspetto triste
Un sentiero battuto, bordato dalla forsizia, si snoda
attraverso gli uliveti sino alla spiaggia e a un uomo
sulla soglia dei trenta, lui fissa un ciottolo
sul palmo della mano – all’orizzonte il cielo tocca
il mare con la tiepida passione dell’amante appassito
Così ognuno per sé e allo stesso tempo uniti al sentiero
se ne stanno immobili, mentre io vago
ai bordi della scogliera e chiedo a qualcuno fuori dall’inquadratura
se è tutto vero e se non c’è un’altra strada
che mi possa portare via dalla vita come una malattia
dalla vita per la morte, e la mia angoscia aumenta di una spanna
quando la voce da dietro la cinepresa, simile a quella del film Otto
e mezzo, con la erre moscia dice che quella porta è solo per me

***

Evoluzione

È la terza volta stanotte che vado al bagno
stanotte come a metà strada in mezzo
alla cucina per la terza volta sento come
nello scantinato s’accende la stufa, uno scarico
letale di fuoco che ci mantiene vivi
Esistono esseri che i creazionisti
possono spiegare solo con il tedio
È la terza volta stanotte che vado al bagno
Stanotte come a due terzi
del cammino, dopo che rabbrividisco per lo scarico
letale del fuoco, quando la stufa
s’accende nello scantinato, già per la terza volta
m’imbatto in un bellissimo orribile
essere, ricoperto da una peluria marrone
con lunghe antenne nere si fa strada
attraverso l’anticamera e già per la terza volta
si rizza come una gatta quando
mi avvicino a lui con un dito del piede nudo
Penso che i creazionisti potrebbero
giustificare la sua esistenza solo
con il tedio che si diffonde un venerdì
pomeriggio attraverso il cosmo
Stanotte per la terza volta incontrando
un bellissimo orribile essere
mi riprometto che lo cercherò
in rete, mi informerò su come
si chiama, stanotte, mentre per la terza volta
vado al bagno e per la terza volta
rabbrividisco quando con un rumoroso
scarico di fuoco la stufa s’accende nello scantinato
e ci prolunga la vita per ancora
qualche giorno e qualche notte d’inverno, per la terza
volta sorrido pensando che l’essere
ricoperto da una peluria marrone, che si rizza
quando mi avvicino a lui con un dito
del piede nudo, probabilmente
nemmeno esiste, il nome con cui
si potrebbe richiamarlo dal nulla
è stata la gente a conferirlo, e dopo tutto
con noi non è molto diverso

Peter Semolič è nato nel 1967 a Lubiana, presso la cui Facoltà di Lettere e filosofia ha studiato linguistica generale e sociologia della cultura. È autore di sedici raccolte poetiche. Ha ricevuto numerosi premi, tra cui il Premio Jenko e il Premio del Fondo Prešeren. Nel 1998 ha ottenuto il Cristallo di Vilenica e nel 2016 il Premio Velenjica per i suoi dieci anni di eccezionale opera poetica. Scrive anche testi teatrali, letteratura per bambini, critica, inoltre traduce dall’inglese, dal francese, dal serbo e dal croato. È co-fondatore della rivista di poesia online slovena «Poiesis».

da qui

giovedì 17 settembre 2026

Radici senza memoria. Come l’erosione culturale apre la strada alla deforestazione in Amazzonia - Michele Calamaio

  

Le comunità indigene dell’Amazzonia, che da sempre hanno protetto la foresta in cui vivono, sono oggi sotto crescenti pressioni economiche e culturali. Quando la comunità si sgretola, gli stessi indigeni diventano spesso attori di fenomeni criminali

Jacqueline è seduta a gambe incrociate su una piattaforma di legno, all’interno di una maloka asháninka appena illuminata. È la capanna cerimoniale indigena, carica dell’odore resinoso e dolciastro delle piante messe a macerare per il rituale.

Fuori, il Río Hirviente, ossia il “Fiume Bollente”, scorre in sottofondo. Dentro, la sua voce si alza in un’ícaro lungo e tremolante, un canto di potere, una formula viva che mette insieme preghiera, medicina e dichiarazione di identità. Per Jacqueline Flores ha una funzione precisa: ancorare sé stessa e chi la ascolta a qualcosa di più antico della memoria.

«Sono una studentessa delle piante», dice, «voglio aiutare l’umanità, tutte quelle persone che hanno bisogno di “guarire”».

In breve

·         Quando la cultura si indebolisce, la foresta diventa vulnerabile. Anche fattori di erosione culturale, come la perdita di lingua, di rituali e di governance comunitaria, possono aprire la strada alla deforestazione, alle coltivazioni di coca e alle occupazioni illegali

·         Allevamento, miniere d’oro e nuovi insediamenti avanzano lungo fiumi e corridoi all’interno della foresta amazzonica, con perdite di centinaia di migliaia di ettari all’anno

·         Le comunità indigene, spesso titolari di diritti per lo sfruttamento della foresta, diventano il bersaglio di trafficanti di legname che “riciclano” i loro permessi per tagliare illegalmente legname in aree protette

·         Dove le comunità indigene si incontrano col mondo esterno, come nella famosa area del Río Hirviente, una zona che attrae molto turismo, tanto i fenomeni di erosione culturale quanto di penetrazione criminale sono accelerati

·         All’interno di alcune comunità però, ci sono persone che lavorano per ricostruire i legami con la cultura ancestrale. Proprio nell’area del Río Hirviente, c’è chi cerca di rimettere in piedi pratiche tradizionali, recuperare la lingua e la responsabilità collettiva, per tutelare la foresta e riparare le fratture generazionali

Il suo percorso è iniziato molto presto, nella scuola informale di suo padre, Juan Flores Salazarcurandero della comunità di Mayantuyacu. Flores, oggi scomparso, è stato uno degli sciamani più rispettati della zona e il fondatore di un centro di medicina forestale diventato noto a livello internazionale per le sue acque termali e per gli insegnamenti sulle piante lungo il corso del Fiume Bollente.

La famiglia di Jacqueline in passato ha dovuto abbandonare il territorio asháninka della selva centrale per sfuggire alla violenza degli anni del terrorismo di Sendero Luminoso. «Molto è andato perduto», dice. Lo vede nella frammentazione delle comunità vicine, nelle divisioni interne, nella perdita di riferimenti condivisi.

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Jacqueline Flores mentre canta una preghiera, un connubio tra medicina e dichiarazione di identità

Il lavoro che porta avanti oggi con il proprio centro di ritiro curativo, Pumayacu, rafforzando il legame con il territorio e recuperando la lingua madre andata persa negli anni, è la sua risposta a quella perdita.

Nell’Amazzonia peruviana, l’erosione culturale sta trasformando la foresta con la stessa forza di qualsiasi processo di globalizzazione. Le culture tradizionali si assottigliano, le lingue si perdono e le strutture di governo comunitario si frammentano. L’indebolimento della cultura, causato da pressioni economiche, istituzionali e sociali, sta anche rendendo la terra più facile da sottrarre.

«Le popolazioni indigene, se lasciate a sé stesse, mantengono le foreste intatte. Ma quando entra il capitalismo, il loro sistema ecologico e sociale collassa» e permette l’ingresso di economie illegali come il disboscamento, l’occupazione predatoria dei terreni e le coltivazioni di coca, spiega l’antropologo Glenn Shepard.

«L’erosione culturale genera deforestazione, e la deforestazione genera ulteriore erosione culturale», sintetizza Enrique Ortiz, Senior Program Director dell’Andes Amazon Fund. E mette in guardia dal romanticizzare le comunità come naturalmente protettive: «Non bisogna cadere nella visione ideologica dell’indigeno “puro”. Sono persone come noi».

Le comunità indigene non sono monoliti, né entità “eco-perfette” nate fuori dal tempo, né vivono in una bolla impermeabile alle stesse forze che attraversano ogni società. 

Fratture interne alle comunità indigene hanno portato alcuni apus, i leader eletti, a vendere terre, a firmare concessioni forestali fraudolente o a stringere accordi con taglialegna illegali e imprese estrattive. Decisioni spesso dettate da precarietà economica, pressione esterna e cooptazione politica.

La stessa logica si manifesta anche sul piano culturale: centri di cura gestiti da stranieri spingono spesso i curanderos, ossia i guaritori indigeni, a seguire copioni occidentali in cui pratiche ancestrali vengono rimodellate per adattarsi alle aspettative di chi arriva da fuori.

L’etnobotanico Mark Plotkin, presidente dell’Amazon Conservation Team, collega questa rottura culturale alla scomparsa degli anziani che «custodivano le storie, i protocolli e le conoscenze botaniche» capaci di mantenere in equilibrio sia la comunità che la foresta.

«Ogni volta che muore un anziano, brucia una biblioteca», dice, riprendendo una frase dello scrittore maliano Amadou Hampâté Bâ. E quando queste biblioteche scompaiono, il sapere che dovrebbe passare alle nuove generazioni non arriva con la stessa forza. Il collasso ecologico della foresta diventa inseparabile dallo sgretolamento linguistico delle comunità che la abitano.

Il linguista Roberto Zariquiey ricostruisce la perdita linguistica a partire dalle pressioni sociali che molti giovani indigeni subiscono quando si trasferiscono nelle città, pressioni segnate soprattutto dal razzismo, dalla discriminazione e dalla necessità di “mimetizzarsi”.

Il risultato, spiega, sono comunità intere in cui «solo pochi anziani parlano ancora la lingua, mentre tutti gli altri non la usano più». L’impatto va ben oltre la grammatica: molte piante medicinali «non hanno un nome in spagnolo» e, senza i termini indigeni, «un bambino non dispone delle risorse lessicali per nominare quella pianta».

In questo quadro, i governi peruviani che sulla carta sostengono l’autogoverno indigeno, allo stesso tempo approvano megaprogetti realizzati senza consultazione previa e leggi pensate per limitare l’attivismo indigeno. Diversi report mostrano come comunità abbandonate o indebolite diventino punti di ingresso ideali per l’espansione della coca, per le reti di riciclaggio del legname e per schemi di frode fondiaria.

Dati e testimonianze: come le comunità indebolite percepiscono l’erosione culturale

Il pomeriggio di Jacqueline ha qualcosa di disarmante nella sua normalità. Rimprovera i figli perché hanno lasciato le infradito nel fango, sciacqua i piatti insieme a sua madre e poi torna a tagliare le verdure selvatiche per la cena. Nulla di lei richiama l’immagine da cartolina della “purezza ancestrale” che molti, da fuori, continuano ad aspettarsi.

A quell’aspettativa, Jacqueline reagisce con una risata. Per lei il cambiamento, spiega, deve cominciare da piccoli. I suoi figli partecipano già alle pratiche legate alle piante e crescono con un senso di responsabilità verso la terra e verso la comunità.

Lo stesso equilibrio lo pretende anche quando il sapere arriva dall’esterno. «Se è costruttivo, è un contributo», dice. A una condizione semplice: rispettare le regole, non snaturare le pratiche e non trasformare la cura ancestrale in uno spettacolo.

Jacqueline si immagina una comunità in cui la lingua si trasmette tra le generazioni; in cui i rituali contano davvero per la vita quotidiana e non per il turismo; in cui gli anziani insegnano con continuità; le assemblee prendono decisioni realmente determinanti; e i conflitti trovano un percorso possibile di ricomposizione.

Interviste raccolte da IrpiMedia con una dozzina di leader Shipibo-Conibo, Awajún, Asháninka e Kakataibo in contesti urbani e ancestrali rendono più chiara la realtà che Jacqueline tenta di difendere.

Tutti i partecipanti concordano su un punto: lingua e vita rituale devono essere trasmesse alle generazioni più giovani se la continuità culturale vuole sopravvivere. Sulla governance, invece, non emerge un modello unico: circa la metà descrive processi decisionali condivisi dall’intera comunità, mentre gli altri indicano un’autorità concentrata soprattutto nell’apu o in un consiglio ristretto.

Anche le definizioni di erosione culturale divergono. Alcuni la descrivono come la perdita del rispetto tra generazioni, altri come l’indebolimento del lavoro collettivo, mentre altri ancora come la scomparsa progressiva di pratiche culturali specifiche. Infine, quando si parla di attori esterni, la frattura si accentua.

Circa il quaranta per cento vede Ong, missionari o guaritori in visita come opportunità di apprendimento e di rafforzamento delle pratiche culturali, mentre il sessanta per cento li considera soltanto una fonte di rischio.

Come scompare la foresta

Per capire come l’erosione culturale si trasformi in criminalità forestale, bisogna partire dal protagonista più anonimo dell’Amazzonia: la burocrazia. Eduardo Nina Cruz, procuratore della Prima procura specializzata in materia ambientale (Fema) della regione di Ucayali, ha spiegato a IrpiMedia come il riciclaggio del legname inizi spesso da autorizzazioni forestali usate in modo fraudolento.

Infatti, ogni operazione di disboscamento autorizzata produce anche una Guida di trasporto forestale (Gtf), un documento che permette il trasporto legale di altrettanto legname.

In diversi casi però, racconta Nina Cruz, da successivi controlli si scopre che l’area autorizzata non era mai stata veramente disboscata, ma che i documenti per il trasporto di legname erano stati “rivenduti” a terze parti.

«Quella guida di trasporto vale moltissimo», spiega. «È come un assegno in bianco», che può servire da copertura per legname proveniente da aree protette, spiega il procuratore. 

Questo schema può innestarsi direttamente nei sistemi di governance delle comunità indigene.

Secondo documenti raccolti da IrpiMedia presso l’Organismo di supervisione delle risorse forestali e faunistiche (Osinfor), la Comunità nativa di Santa Rosa de Sarayacu, una comunità amazzonica legalmente riconosciuta e raggiungibile dopo circa otto ore di navigazione dal distretto di Contamana verso Loreto, era titolare di un piano di gestione forestale intermedio (Pmfi).

Sulla carta, la comunità stava gestendo la propria foresta. Nei fatti, il suo nome e il suo permesso venivano utilizzati come strumento di riciclaggio del legname.

Un’ispezione urgente dell’Osinfor condotta nel dicembre 2023 ha accertato che, nell’ambito di quel piano, erano stati dichiarati come estratti 635 tronchi e 500.047 metri cubi di legno di capinurí.

Quando l’Osinfor ha incrociato le Guide di trasporto forestale e le relative liste di carico con gli alberi effettivamente autorizzati, nessuno dei codici risultava corrispondente. Sul terreno, gli ispettori hanno riscontrato che solo due alberi di quella specie erano stati realmente abbattuti e trasportati.

Altri 15.609 metri cubi di capinurí risultavano registrati nel libro delle operazioni come “estratti” da alberi che erano ancora in piedi. Nel complesso, 515.656 metri cubi di legname sono stati considerati privi di giustificazione e classificati come estrazione non autorizzata, un “danno grave” su 8,6 ettari, che ha portato all’avvio di sanzioni alla comunità stessa.

Nina Cruz è diretto nel descrivere come avviene questo meccanismo. Le comunità titolari di permessi in regola spesso non tagliano legname affatto. I loro apu, i capi comunitari, finiscono invece per affittare o vendere i permessi, o addirittura singole Guide di trasporto forestale, a taglialegna esterni, che le usano per riciclare legname abbattuto illegalmente altrove.

I numeri della deforestazione

«A quei leader interessa una sola cosa: i soldi. Soldi facili», afferma Nina Cruz.

Secondo un funzionario dell’Osinfor che ha parlato con IrpiMedia, «fino all’80 per cento del legname estratto lo scorso anno all’interno di aree di gestione ufficiale era illegale».

Secondo l’agenzia peruviana, le comunità vengono trascinate in queste reti non tanto per avidità quanto per vulnerabilità strutturale: mancanza di accesso al credito, assenza di macchinari, nessun potere contrattuale. «Io ti do il 20 per cento e tengo l’80», è la formula che sintetizza molti degli accordi che finiscono per accettare.

Il punto “bollente” dell’Amazzonia

Pucallpa è il punto in cui l’Amazzonia incontra le macchine del mondo esterno. È un nodo migratorio e, più di Lima, l’epicentro di una particolare forma di distorsione culturale alimentata dai mestizos, persone di origine mista indigena e non indigena che si muovono con disinvoltura tra il potere urbano e le economie della foresta.

La strada a sud della città conduce a Honoria, porta d’accesso al Fiume Bollente, o Shanay Timpishka, che in lingua locale significa “bollito dal sole”.

Si tratta di un’anomalia idrotermale a lungo considerata leggendaria. Dal punto di vista scientifico, questo tratto di foresta è unico. Le acque del fiume qui possono raggiungere i 99 gradi Celsius, rendendolo uno dei più grandi fiumi termali non vulcanici documentati al mondo. È una finestra unica sui processi geologici profondi della Terra, ha spiegato a IrpiMedia il geologo Andrés Ruzo.

Ma anche la realtà che lo circonda sta collassando rapidamente. La deforestazione ha avanzato a un ritmo tale che, avverte Ruzo, se l’area dovesse restare nelle condizioni attuali, trascurata e dimenticata, «potremmo raggiungere un punto di non ritorno nel giro di tre anni».

Per le comunità locali, il fiume è da sempre un centro antico di apprendimento sciamanico. Eppure le stesse forze che stanno trasformando la vita cerimoniale di Pucallpa, la pressione del turismo, l’emergere di sciamani “contemporanei” e la frammentazione delle comunità hanno iniziato a penetrare anche qui.

Il risultato è l’apertura di insediamenti senza regole, la speculazione fondiaria e il disboscamento illegale, che stanno erodendo sia il tessuto culturale che il sapere ancestrale che un tempo proteggevano la foresta attorno al fiume.

Sulla carta, il Fiume Bollente ricade all’interno di un mosaico di aree protette e spazi regolamentati. L’area rientra però nel Lotto 87 di PeruPetro, una concessione per idrocarburi attualmente in fase di valutazione da parte della società Upland Oil Co.

In superficie, ampie porzioni del territorio sono classificate come Foresta di produzione permanente (Bpp), una categoria che consente allo Stato di rilasciare concessioni quarantennali per l’agroforestazione su terreni che restano formalmente di proprietà pubblica e non dei concessionari.

All’interno di questo assetto frammentato si inseriscono anche porzioni di territorio titolate, appezzamenti acquistati legalmente da individui o comunità e detenuti a titolo permanente.

Ma nemmeno la terra titolata, la forma di proprietà più solida prevista dall’ordinamento peruviano, è al sicuro. Tutti i proprietari terrieri legali intervistati da IrpiMedia a Honoria hanno riferito la stessa cosa: se non si presidiano i confini, qualcun altro arriverà a occupare la tua terra e a sfruttarne le risorse.

Accanto ai terreni titolati e alle concessioni statali esiste infatti una terza categoria, quella delle “possessioni”. Si tratta di occupazioni di fatto, in cui coloni si insediano su terreni senza alcun diritto reale. Sono proprio queste occupazioni irregolari a diventare la porta d’ingresso per l’accaparramento illegale di terreni, l’espansione dell’allevamento bovino e le attività estrattive che operano fuori dai radar delle autorità.

Michel Douglas Rivera, uno dei quattro imprenditori locali che detengono legalmente una concessione ecoturistica e di conservazione nel corridoio del Fiume Bollente, ha osservato questo schema ripetersi sulle sue terre.

Secondo le prove esaminate da IrpiMedia, tra cui fascicoli della procura di Ucayali e verbali di ispezione dell’Atffs, la concessione di Rivera è stata ripetutamente presa di mira da occupanti abusivi guidati da una figura mestiza accusata di vendere terreni forestali statali a operatori di segherie senza contratti e di rilasciare falsi “certificati di residenza” all’interno della concessione di Rivera per consentire occupazioni illegali.

«Arrivano con documenti falsi, tagliano tutto ciò che possono vendere e lasciano il territorio devastato», racconta Rivera. «E poi siamo noi a dover lottare per mantenere la foresta in piedi».

Una volta aperta la breccia, le occupazioni si moltiplicano. «Quello che accade nella foresta segue spesso questa dinamica: coca, appezzamenti agricoli, disboscamento.

La causa principale della perdita di foresta è la povertà delle persone che vivono lì», osserva Franz Orlando Tang Jara, responsabile dell’ufficio forestale e faunistico regionale di Ucayali. E se queste occupazioni iniziano spesso in modo silenzioso, con il tempo si consolidano in sistemi paralleli e informali di pagamento. Sotto pressione economica, alcune comunità indigene finiscono per negoziare canoni annuali con coloni che non hanno alcun titolo legale.

«Pagano 5.000 o 10.000 soles all’anno», spiega Tang Jara, trasformando di fatto un’occupazione illegale in un mercato nero degli affitti. Indica il caso avvenuto nei pressi della comunità indigena Shipibo-Conibo di Caimito, dove gruppi mennoniti si sono insediati su terre che la comunità stava cercando di ottenere ufficialmente dallo Stato, sostenendo però di aver pagato le autorità indigene locali per poter rimanere nell’area stessa.

Questa dinamica ha raggiunto l’area del Fiume Bollente già da anni, rimodellando la foresta e, soprattutto, ridefinendo chi può rivendicare il controllo del territorio per il turismo ecologico e quello ancestrale.

È il caso di luoghi come il Santuario Huishtin, un centro di medicina delle piante gestito dal fondatore mestizo e maestro guaritore Enrique Paredes. Paredes afferma di operare in nome della conservazione e dell’ecoturismo, dopo aver lavorato come apprendista con il padre di Jacqueline e aver acquisito il terreno in modo legittimo.

Tuttavia, il procedimento che descrive ricalca da vicino le pratiche di compravendita illegale di terre all’interno delle Foreste di produzione permanente del Fiume Bollente. «Vai dal notaio, si preparano i documenti e sei a posto così», ha raccontato a IrpiMedia durante una visita al suo centro di conservazione. Si tratta però di una transazione privata che non ha alcun valore legale quando riguarda terreni forestali di proprietà dello Stato.

Infatti, dopo aver esaminato i registri pubblici delle concessioni disponibili presso l’agenzia governativa responsabile del disboscamento illegale, il Servizio nazionale forestale e faunistico del Perù (Serfor), e il registro ufficiale delle concessioni forestali dell’Osinfor, non risulta alcuna concessione intestata al Santuario Huishtin, nonostante Paredes sostenga di essere in fase di ottenimento dell’autorizzazione.

«Il Fiume Bollente sta diventando una terra di nessuno», dice Glen Larson Arriaga Silva, operatore turistico di Yanesha Tour che lavora da anni nell’area. Ha raccontato a IrpiMedia che a lui stesso è stato offerto «un appezzamento di dieci ettari nella zona del Fiume Bollente per 5.000 soles», nonostante «tutte le risorse naturali appartengano allo Stato».

Allo stesso tempo, il turismo legato all’ayahuasca si è progressivamente allontanato da qualsiasi presunta missione ecologica. «Lì non c’è più ecoturismo», dice. «Vendono un’immagine “verde”, ma non la praticano davvero».

Fa notare che ai visitatori stranieri vengono chiesti fino a 80 dollari a notte per ritiri di dieci giorni, ma che «non esiste un vero lavoro di conservazione condivisa»: nessun reinvestimento in sentieri o ripristino degli habitat, mentre rituali e cerimonie sono sempre più mediati da organizzatori stranieri e sciamani non locali.

El Cóndor Pasa

All’inizio del 2025, il Fiume Bollente è stato inserito nell’inventario ufficiale delle risorse turistiche del ministero della Cultura. Compare inoltre sul sito turistico del governo regionale di Huánuco. Ma, al di là di questi riconoscimenti formali, il Fiume Bollente ha urgente bisogno di una reale protezione giuridica garantita dallo Stato, per impedire che la deforestazione continui ad avanzare.

Secondo Rafael Pino Solano, responsabile della Zona Riservata della Sierra del Divisor presso il Servizio nazionale delle aree naturali protette del Perù (Sernanp), una possibile strada sarebbe la designazione del Fiume Bollente come Area di conservazione regionale (Acr), una categoria di area naturale protetta che consente «l’uso e l’estrazione delle risorse naturali», purché tali attività non danneggino l’ecosistema.

E mentre le tutele istituzionali avanzano lentamente sulla carta, sul terreno sono persone come Jacqueline a portare avanti il lavoro lento e invisibile di tenere insieme e ricucire una linea culturale.

«L’obiettivo è creare un centro di guarigione ancestrale», spiega, «ma anche preservare la natura, lottare perché la deforestazione si fermi». «I miei figli devono imparare», aggiunge, «perché io non vivrò per sempre».

In questo percorso è sostenuta da Mercedes Karina García Ríos, insegnante indigena Shipibo-Konibo impegnata nella conservazione culturale presso la scuola Isa Weni.

Attraverso laboratori del fine settimana dedicati alla lingua shipibo, ai racconti, ai rituali, al ricamo e alle piante medicinali, García Ríos lavora per riportare i bambini indigeni verso la propria identità. «È per permettere ai bambini di riconnettersi con la loro cultura, per non dimenticare chi sono», spiega.

Anche alcune iniziative istituzionali nella capitale stanno contribuendo a questo sforzo.

La Mochila Forestal dell’Osinfor è uno strumento di formazione interculturale pensato per rafforzare la capacità delle comunità indigene e rurali di gestire le foreste in modo legale e sostenibile, intervenendo sui gravi vuoti informativi che alimentano l’estrazione non autorizzata.

Attraverso moduli partecipativi dedicati alla gestione forestale comunitaria, alla vigilanza contro la corruzione e alla tracciabilità del legname, il programma ha formato 9.460 persone in 11 regioni, di cui il 79 per cento appartenenti a comunità indigene, e ha creato 652 formatori comunitari.

In diversi casi, le valutazioni ufficiali mostrano un miglioramento misurabile, con comunità passate da livelli di conformità “insufficienti” a “buoni” dopo cicli ripetuti di formazione.

In un luogo in cui così tanto sta andando perduto, Jacqueline e altre persone come lei stanno ricostruendo una continuità fragile ma ostinata, quella che le nuove generazioni di giovani indigeni stanno iniziando a riconoscere di nuovo come propria. Non è una soluzione miracolosa, ma un «dovere culturale» che, come lei stessa dice, tiene aperta un’altra possibilità narrativa per questa terra.

Questo reportage è stato realizzato con il sostegno del Pulitzer Center. Michele Calamaio è il Pulitzer Center Post-Grad Reporting Fellow del 2025.

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INTEL PUBBLICIZZATA ANCORA DA TRUMP; “GUADAGNATI CENTINAIA DI MILIARDI DI DOLLARI DAL TRADING SUL TITOLO” - Mauro Speranza

 

Trump e la mossa su Intel

Un’immagine generata con l’IA e pubblicata sui social che lo ritrae mentre fa trading sulle azioni Intel ottenendo guadagni per “centinaia di miliardi di dollari” in borsa. È questa l’ultima trovata di Donald Trump per pubblicizzare l’azienda, la seconda dopo quanto fatto già a settembre 2025 dopo che il governo aveva acquistato una quota del 9,9% del produttore di chip.

Nell’immagine su Truth Social, il tycoon mostra il prezzo d’acquisto del titolo Intel, pari a 20 dollari, contrapponendolo ai 95 dollari della chiusura di venerdì scorso, seguendo così lo stesso schema comunicativo del post dello scorso anno in cui venivano indicato i 30 dollari della quotazione di allora successivi all’acquisto della quota da parte del governo statunitense.

Con Wall Street oggi chiusa per il Labor Day, gli effetti della mossa di Trump si vedranno con la prossima seduta.

Gli investimenti del Presidente

Il trading di Trump su Intel non rappresenta l’unico suo investimento in Borsa: ai presidenti USA non è vietato fare trading durante il loro mandato, a differenza della maggior parte degli altri funzionari federali.

Un’indagine condotta dalla CNN ha scoperto che Trump ha acquistato azioni di 21 aziende poco prima di pubblicare su Truth Social messaggi a loro favore.

Dai documenti depositati presso l’U.S. Office of Government Ethics (OGE) emerge che account collegati a Trump hanno aperto posizioni su Intel e Dell Technologies prima che lui elogiasse pubblicamente entrambe le aziende. Il titolo Dell, da allora, è salito di oltre il 300% quest’anno.

Un post simile su SpaceX pubblicato in agosto aveva suscitato un’attenzione analoga, anche se dati successivi hanno mostrato che il rialzo del titolo era iniziato nel pre market USA , prima del post di Trump, indebolendo così il collegamento diretto.

Dubbi di conflitto di interesse

Trump inoltre non ha inserito i suoi asset in un blind trust, potendo così vedere direttamente cosa comprano o vendono i suoi gestori. Secondo gli esperti, questa configurazione lascia spazio a conflitti di interesse che altri funzionari non possono avere.

Il senatore repubblicano Josh Hawley si è unito ai democratici lo scorso anno per una proposta di legge per vietare il trading azionario sia ai membri del Congresso che ai presidenti. Trump ha risposto duramente, presentandolo come un attacco da parte di un senatore junior più che come una vera riforma etica.

Una analisi CNN ha però rilevato che il comportamento opposto è raro. La maggioranza delle migliaia di operazioni di Trump dichiarate non è mai stata seguita da un post correlato su Truth Social. Inoltre, non ci sono prove dirette che colleghino i suoi post alle decisioni di trading.

La quota del 9,9% di Intel detenuta dal governo, acquistata a 20,47 per azione nell’agosto 2025, oggi vale teoricamente molte volte la cifra iniziale. Intanto, la tendenza dei post presidenziali in prossimità dei rialzi sui titoli continua a suscitare l’attenzione delle organizzazioni che monitorano l’etica pubblica.

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mercoledì 16 settembre 2026

I fascisti della fine dei tempi stanno progettando la fuga dal nostro mondo. La nostra missione è chiara - Naomi Klein e Astra Taylor

 

Un’alleanza empia sta lavorando per un futuro apocalittico dal quale soltanto pochi eletti usciranno indenni. Sta diventando chiaro come possiamo fermarli.

(traduzione di Lavinia Marchetti di un articolo molto importante sul The Guardian domenica 13 settembre 2026)

Quando Jeff Bezos annunciò il progetto di celebrare un sontuoso matrimonio veneziano all’inizio del 2025, molti abitanti della città trovarono l’idea offensiva, persino oscena. Un numero crescente di residenti faticava a trovare un’abitazione sicura e accessibile in una città invasa dai turisti e dagli Airbnb, mentre il miliardario progettava, di fatto, di affittare il comune per tre giorni, sborsando una cifra stimata di 50 milioni di dollari per festeggiamenti destinati a congestionare i canali centrali e bloccare strade molto frequentate. Come se non bastasse, le emissioni di carbonio di Amazon stavano aumentando vertiginosamente, a causa dell’intelligenza artificiale e della costruzione di nuovi data center, e a Venezia la questione riguarda tutti molto da vicino, visto che le strade vengono già allagate decine di volte all’anno.

Marta Sottoriva, insegnante trentacinquenne delle superiori, ci ha raccontato di aver sentito parlare per la prima volta dei progetti per il matrimonio proprio mentre Blue Origin, la società aerospaziale di Bezos, conquistava i titoli dei giornali. Bezos aveva mandato un «equipaggio» composto da influencer e celebrità donne, fra cui la sua fidanzata Lauren Sánchez e la cantante pop Katy Perry, ai confini suborbitali dello spazio, in quella che sembrava una trovata pubblicitaria priva di senso. «L’idea che tu possa essere così ricco e potente da usare lo spazio per un viaggio di dieci minuti», ha ricordato Sottoriva, non faceva che intensificare «la sensazione che la nostra città ci venisse sottratta con una tale arroganza». Federica Toninello, un’altra giovane attivista, era d’accordo e ci ha detto che sembrava che tanto lo spazio quanto Venezia venissero «colonizzati».

Colonizzare lo spazio è esattamente ciò che Bezos spera di fare. Blue Origin, sostiene Bezos nel suo ormai rodato discorso promozionale, garantirà la sopravvivenza dell’umanità permettendo, un giorno, a mille miliardi di persone di disperdersi nel sistema solare. L’orrore insopportabile dal quale immagina di salvare la nostra specie? La minaccia di quella che definisce una «civiltà della stagnazione», vale a dire la necessità di fare i conti con reali limiti ecologici e di trovare un modo per condividere le risorse finite del pianeta. Per evitare questa resa dei conti, Bezos immagina un futuro nel quale «la Terra sarà destinata a uso residenziale e all’industria leggera» e conservata come una sorta di riserva, fuori dalla portata della maggior parte dei suoi abitanti originari. La stragrande maggioranza degli esseri umani inseguirà il nebuloso beneficio della «crescita esponenziale» nel vuoto inospitale dello spazio, intrappolata sulle navicelle di Blue Origin. Sembrerebbe che Bezos consideri la prospettiva che l’umanità viva in modo sostenibile e pacifico sulla nostra preziosa e unica casa come una possibilità da incubo, indegna persino della sua considerazione.

Com’era prevedibile, si è scoperto che la maggior parte dei veneziani preferirebbe continuare a vivere nella magnifica Venezia. A differenza di Bezos, non si preoccupano di un’ipotetica stagnazione della civiltà; si preoccupano della stagnazione economica provocata dal disinvestimento pubblico, della mancanza di lavoro e opportunità, e della possibilità di essere espulsi dalla città e dal paese che amano. I giovani italiani spesso hanno poche alternative all’emigrazione per trovare lavoro; nell’ultimo decennio più di un milione di cittadini se ne sono andati, un terzo dei quali aveva fra i 25 e i 34 anni.

Finora, la precarietà e la rabbia avvertite da molti italiani hanno giovato soprattutto alla destra neofascista. Quelle stesse forze, però, hanno anche spinto persone verso la causa anti-Bezos, contribuendo a far coagulate un movimento nascente e consapevolmente antifascista.

La vivace e dirompente campagna «No Space for Bezos» ha attinto a profonde riserve di indignazione contro i miliardari, il collasso climatico e il militarismo, e ha anche offerto agli organizzatori un megafono attraverso cui diffondere idee su modi diversi e meno letali di scegliere di vivere insieme. Gli attivisti hanno stampato manifesti e adesivi che mostravano la testa di Bezos sopra un razzo lanciato nello spazio. Hanno costruito un fantoccio di Bezos che stringeva mazzette di denaro finto aggrappandosi a un enorme pacco galleggiante di Amazon, e poi lo hanno lasciato libero di fluttuare lungo i canali. Hanno srotolato striscioni dagli edifici e dai ponti più celebri di Venezia e attraverso le piazze: «Tassate i ricchi per restituire al pianeta». E hanno scandito che i soldi spesi per il matrimonio sarebbero stati impiegati meglio nella ricostruzione di Gaza. Per giorni hanno prodotto un caos gioioso e preso instancabilmente in giro lo sposo e la sua lista di invitati piena di celebrità, che comprendeva i suoi vicini di bunker miliardari Ivanka Trump e Jared Kushner, Sam Altman di OpenAI e uno stuolo di Kardashian.

Poco prima del matrimonio, le autorità annunciarono che, a causa delle proteste, l’evento sarebbe stato spostato in una zona meno centrale. Persino ai due yacht di Bezos, Koru e Abeona, fu negato il permesso di attraccare in città. Gli organizzatori proclamarono vittoria e festeggiarono. La stampa internazionale divorò quello scontro così ricco di immagini. E la destra online non sapeva bene per chi fare il tifo: le élite di Davos che si spruzzavano schiuma a vicenda su un superyacht, oppure la marmaglia di sinistra che faceva agitprop?

Come l’enorme sala da ballo di Donald Trump, lo stravagante matrimonio di Bezos incarnava le oscenità della nostra età dorata interconnessa. Al fondatore di Amazon non bastava far parte di una delle città più belle d’Europa: doveva consumarla, inghiottirla interamente. Un anno dopo avrebbe fatto lo stesso con il Met Gala di New York, suscitando un’indignazione analoga e una simile creatività dal basso.

Le proteste di Venezia, che insistevano sui sogni spaziali di Bezos a spese della Terra, indicavano qualcosa di fondamentale dell’epoca del fascismo della fine dei tempi, concetto centrale nel nostro nuovo libro e con il quale designiamo un’alleanza empia che lavora per un futuro apocalittico dal quale soltanto pochi eletti usciranno indenni. Le linee di conflitto di oggi non separano semplicemente coloro che lottano per sopravvivere in condizioni sempre più degradate e costose da una classe oligarchica impegnata a escogitare modi sempre più ridicoli per sprecare la propria ricchezza. Sono linee molto più cosmologiche.

Da una parte ci siamo noi, che non abbiamo alcun piano di fuga, alcun bunker nel cielo o sottoterra, e che per questo siamo impegnati a restare esattamente qui, nella complessità della nostra realtà terrestre, gli uni con gli altri. Sappiamo di dover fare quanto è necessario perché «qui», questo pianeta con tutte le sue ecologie e le sue comunità, diventi più sicuro per la moltitudine di esseri che da esse dipendono, nella piena consapevolezza che questa è la nostra unica casa.

Dall’altra ci sono coloro che coltivano piani salvifici per proteggere se stessi e le proprie famiglie dagli incendi politici ed ecologici che stanno divorando il nostro pianeta, che questi piani assumano la forma dell’ascensione al cielo, di bunker terrestri e nazioni fortificate, oppure delle fantasie di colonizzare lo spazio e fondersi con le macchine. Invece di migliorare le condizioni delle persone reali sulla Terra, o almeno di smettere di gettare benzina sul fuoco, i fascisti della fine dei tempi stanno progettando la propria fuga, indifferenti e ciechi di fronte a tutto ciò che merita di essere salvato.

Un’assenza di meraviglia

L’ossessione di Bezos per lo spazio permette di cogliere un altro elemento essenziale per comprendere il fascismo della fine dei tempi e la sua fissazione per i bunker e l’abbandono del nostro mondo comune: l’apparente incapacità delle persone che guidano questo progetto di meravigliarsi, o persino di accorgersi, delle meraviglie che le circondano.

Lo si vide in maniera lampante nel 2021, quando Bezos mandò nello spazio un altro equipaggio. Questa volta a bordo c’era William Shatner, noto soprattutto per aver interpretato il capitano Kirk in Star Trek, realizzando naturalmente una delle fantasie infantili di Bezos. «Spazio. Ultima frontiera», diceva Shatner all’inizio di ciascun episodio. Eppure, mentre l’attore, ormai novantenne, guardava il nostro pianeta azzurro e verde allontanarsi dal finestrino, fu improvvisamente invaso dal terrore. «Il contrasto fra la gelida ostilità dello spazio e il calore accogliente della Terra sotto di noi mi riempì di una tristezza opprimente», ricordò in seguito, spiegando di aver maturato un apprezzamento molto più profondo per i doni sublimi e fragili del nostro pianeta.

«Ogni giorno ci troviamo davanti alla consapevolezza di nuove distruzioni della Terra per mano nostra: l’estinzione di specie animali, della flora e della fauna… cose che hanno impiegato cinque miliardi di anni per evolversi e che, improvvisamente, non vedremo mai più a causa dell’interferenza dell’umanità», scrisse Shatner. Era partito aspettandosi di rimanere sopraffatto dalla magnificenza dell’universo e invece, appena lasciata la Terra, desiderò tornare a casa: «Ho scoperto che la bellezza non è là fuori, è quaggiù, insieme a tutti noi».

Forse l’intuizione di Shatner sul nostro prezioso pianeta in pericolo trova qualche risonanza nel fondatore di Amazon, però i progetti del miliardario per colonizzare lo spazio e la massiccia espansione dei data center ad alte emissioni della sua azienda suggeriscono il contrario. E fra gli oligarchi tecnologici Bezos è fin troppo tipico. Peter Thiel, per esempio, rivelò una volta che le sue tre idee migliori per conquistare la vera libertà erano «cyberspazio», «spazio esterno» e «seasteading», cioè l’idea di costruire nuovi paesi sopra piattaforme petrolifere galleggianti. In altre parole, quest’uomo, la cui enorme ricchezza gli consente di accedere ai luoghi più spettacolari che il pianeta ha da offrire, crede davvero che questi tre luoghi freddi e morti siano superiori alla Terra che possediamo, verde e viva.

Qualcosa di simile sembra fuori posto anche in Elon Musk, un uomo che pare guardare le meraviglie del cielo notturno e vedere soltanto opportunità per riempire quell’oscurità sconosciuta con la propria spazzatura spaziale. La venerabile romanziera Joyce Carol Oates mise in evidenza questi apparenti limiti nell’autunno del 2025, quando lo demolì senza pietà sulla sua stessa piattaforma, X.

«È così curioso», scrisse, «che un uomo tanto ricco non pubblichi mai nulla che lasci intendere che apprezzi o sia anche solo consapevole di ciò che praticamente tutti apprezzano: scene della natura, un cane o un gatto domestico, un elogio di un film, della musica, di un libro, benché dubiti che legga; l’orgoglio per il successo di un amico o di un parente; le condoglianze per qualcuno che è morto; il piacere dello sport, l’apprezzamento per una squadra preferita; riferimenti alla storia. In realtà sembra del tutto privo di istruzione, privo di cultura. Le persone più povere su Twitter [X] possono avere accesso a più bellezza e significato nella vita della “persona più ricca del mondo”.»

L’osservazione evidentemente toccò un nervo scoperto del barone tecnologico, notoriamente permaloso: la definì «una bugiarda pigra» e cominciò a pubblicare commenti favorevoli su diversi film per dimostrare che Oates si sbagliava. Eppure, nell’euforia del giorno in cui la sua società aerospaziale SpaceX venne quotata in borsa, Musk non fece alcun tentativo di nascondere la propria noia verso il nostro pianeta azzurro e i suoi problemi: «Vogliamo risolvere [i problemi] qui sulla Terra e dovremmo risolverli. Però devono anche esserci cose che ti rendano entusiasta del futuro, che ti facciano essere contento di svegliarti al mattino perché non vedi l’ora di scoprire che cosa succederà dopo». Sembrerebbe che soltanto abbandonare la Terra sia in grado di procurargli quell’emozione.

La maggior parte delle persone possiede la capacità di provare meraviglia, di trattenere il fiato davanti alla bellezza preziosa di un uccello canoro, al carattere quasi ultraterreno dello sbuffo di una balena o all’intricato intreccio di un antico luogo sacro. I bambini possiedono la capacità della meraviglia pura; ce l’hanno anche gli attori novantenni nello spazio suborbitale. Provare meraviglia significa dissolversi nel vortice dell’universo, sentirsi piccoli nel senso migliore del termine. Questo senso di interconnessione spiega anche perché soffriamo quando vediamo degli sconosciuti soffrire e perché proviamo il grande dolore dell’estinzione. Il fatto che questa capacità sembri mancare agli uomini che tengono nelle proprie mani il nostro destino collettivo rappresenta una perdita personale per loro e una crisi esistenziale per tutti noi.

Una parte pericolosa del progetto degli oligarchi tecnologici di abbandonare il mondo consiste nel fatto che gli strumenti che stanno costruendo sono progettati per rifarci a loro immagine, un’immagine spezzata. Le piattaforme e le app più diffuse ci addestrano a condividere il sogno della Silicon Valley di una libertà disincarnata, spingendoci continuamente a rinunciare ai luoghi reali e alle relazioni in presenza in favore delle simulazioni, e a considerare la Terra, i nostri corpi e le nostre relazioni come prigioni da violare e dalle quali fuggire. Altman, per esempio, ha dichiarato chiaramente di vedere «certi vantaggi nell’essere una macchina» e ha più volte insistito sul fatto che i suoi figli non saranno mai più intelligenti dell’IA, come se l’intelligenza potesse essere ridotta al semplice calcolo. Come servizi simili, ChatGPT è addestrato a dirottare i nostri sistemi di risposta empatica, così che anche noi finiamo per elevare le macchine e attribuire loro un significato maggiore di quanto meritino.

L’incapacità di apprezzare questo pianeta e il suo meraviglioso insieme di personaggi aiuta a spiegare perché siano tanto pronti a sacrificarlo. In effetti, la disponibilità della destra tecnologica a eliminare il lavoro che sostiene la nostra vita e a sostituire le relazioni umane con relazioni sintetiche non può essere separata dalla sua indifferenza verso quel poco che rimane della fauna selvatica e della diversità vegetale del pianeta, entrambe in rapida scomparsa. Queste persone sembrano incapaci di amare questo luogo, di assaporare il piacere della compagnia altrui o di meravigliarsi dei misteri offerti dalle altre specie.

In breve, ci troviamo di fronte a un’ideologia che ha rinunciato non soltanto alla premessa e alla promessa della democrazia liberale, bensì alla vivibilità stessa del nostro mondo comune: alla sua bellezza, alle sue persone, ai nostri figli, alle altre specie. C’è qualcosa di traditore in tutto questo. Un tradimento rivolto a qualcosa di diverso da un’astrazione come una bandiera o una nazione, perché noi non siamo nazionalisti. È un tradimento del patto tacito stretto con la rete della vita che ci sostiene.

Sono traditori della creazione, delle meraviglie di questo luogo.

L’antitesi del fascismo

Non esiste una formula da copiare e incollare per combattere il fascismo della fine dei tempi. Che si tratti dei veneziani che affrontano Jeff Bezos, degli albanesi che dicono a Jared e Ivanka Trump che il loro paese non è in vendita, oppure di una piccola città del Kentucky che si organizza contro un enorme data center, ogni fronte di questa lotta assume il carattere e la consistenza del luogo in cui nasce. Stanno tuttavia emergendo alcuni principi guida comuni, e la campagna di Zohran Mamdani per diventare sindaco di New York, insieme al suo modo di governare dopo l’elezione, ne incarna molti. Partire dall’amore per il luogo, evocare poi un futuro radicalmente inclusivo nel quale tutti possano permettersi vite dignitose, abbracciare obiettivi comuni attraverso le differenze, uscire di casa e riunirsi offline e di persona, affrontare gioiosamente i potenti, attingere alla storia e avere il coraggio di toccare l’anima.

Mamdani ha insistito senza sosta sulle sue politiche fondamentali per rendere la città più accessibile e ha mantenuto molte di quelle promesse, perseguendo, per esempio, la riduzione degli affitti e l’espansione dell’assistenza universale all’infanzia. Ha fatto però anche qualcosa di più sublime, soffermandosi sugli angoli rumorosi e affascinanti della città che rappresentano il motivo per cui così tante persone scelgono di sopportare le pressioni che le spingono ad andarsene.

Mentre la stella di Mamdani saliva, fascisti e neofascisti in tutto il paese e nel resto del mondo fecero ciò che fanno abitualmente. Classificarono e separarono, stabilirono gerarchie ed espulsero. Seminarono confusione e divisione sostenendo che Mamdani non fosse un vero americano e attribuirono alla sinistra qualsiasi problema e risentimento sociale. Presentarono la New York multiculturale come un esempio apparentemente terrificante di ciò che accade quando la «grande sostituzione» ha successo. JD Vance intervenne in difesa del diritto delle persone a non voler vivere accanto a individui provenienti da «una cultura completamente diversa» e Stephen Miller tuonò su X: «NYC è l’avvertimento più chiaro finora di ciò che accade a una società quando fallisce nel controllo dell’immigrazione».

Mentre i fascisti tracciavano le loro linee rigide, dentro contro fuori, protetti contro sacrificabili, «eredità» contro invasore, la campagna per eleggere Mamdani trasformò un intero anno in una festa dedicata a uno dei luoghi più etnicamente e razzialmente diversi mai esistiti, cinque distretti plasmati da ondate successive di nuovi immigrati che hanno costruito le proprie case sulle terre Lenape. Attraverso ciascuna delle sue iniziative, la campagna affermava che un’identità condivisa può essere costruita attraverso qualcosa di diverso dalla semplice discendenza: l’impegno verso una casa comune e verso un insieme condiviso di valori su come vivere insieme al suo interno.

New York è una città di persone che portano con sé innumerevoli identità composte e mantengono vive una miriade di pratiche culturali. Come disse Mamdani: «Qualunque cosa mangiate, qualunque lingua parliate, qualunque sia il modo in cui pregate o il luogo da cui provenite, le parole che ci definiscono più di tutte sono le due che condividiamo: newyorkesi».

Mamdani spiegò così le complessità del voto a scelta classificata nelle primarie democratiche usando come oggetti di scena una fila di mango lassi. Fece campagna nei club queer, celebrò la storia rivoluzionaria haitiana durante l’enorme concerto di Bayo, condivise il suo ordine preferito di bagel e interruppe il digiuno del Ramadan mangiando biryani nel Bronx. Una volta entrato in carica, trasformò inoltre l’ormai leggendaria corsa dei Knicks nei playoff e i Mondiali del 2026 in una festa estiva durata mesi che pochi dimenticheranno. In questi e altri modi, Mamdani ha reincantato una città sottoposta da Washington a un’incessante denigrazione, dipinta come pericolosa, sporca e disfunzionale.

Era l’incarnazione perfetta della «hereness», l’«essere qui», idea sviluppata dal Jewish Labour Bund, gruppo socialista yiddish fondato nel XIX secolo e radicato in un tenace attaccamento al luogo e alla comunità fondato su qualcosa di diverso dai legami di sangue. Molly Crabapple, orgogliosa newyorkese e artista che ha pubblicato di recente una storia del Bund diventata bestseller, ha messo in evidenza il collegamento in un articolo apparso sul Guardian. «Come New York stessa, la campagna di Mamdani era multiculturale, multirazziale, poliglotta», ha scritto. «Quando Andrew Cuomo cercò di provocarlo dipingendolo come antiamericano, lui pubblicò annunci in spagnolo e bengalese, hindi e arabo. Condusse una campagna consacrata a una politica centrata prima di tutto sulla classe, che cercava di parlare a tutti nel proprio idioma, senza chiedere mai scusa per ciò che era».

Dentro questa celebrazione delle differenze, la campagna di Mamdani sottolineava anche quelle esperienze e quelle ansie quotidiane che sono comuni e capaci di unire quasi tutti i newyorkesi, soffermandosi sui luoghi ordinari troppo spesso ignorati o disprezzati. Mamdani si mescolava ai pendolari nelle affollate carrozze della metropolitana, rendeva omaggio alle glorie dello Staten Island Ferry e visitava innumerevoli bodegas, avvicinandosi agli sconosciuti che incontrava con curiosità priva di giudizio e con un sorriso così largo da diventare oggetto di battute al Saturday Night Live.

La campagna, tuttavia, era qualcosa di diverso dal semplice antifascismo: nei molti modi in cui celebrava l’indisciplina che rende New York amabile, rappresentava anche l’antitesi del fascismo. Andava oltre il rifiuto dell’odio e costituiva un invito alla gentilezza, a un mondo nel quale distogliamo lo sguardo da nessuno. Ciò significava valorizzare e onorare proprio le persone che i fascisti desiderano maggiormente espellere e gettare via: la forza lavoro immigrata e della classe lavoratrice che mantiene in funzione la città. La campagna accese i riflettori sui fattorini derubati da piattaforme come DoorDash, sugli operai dei magazzini Amazon che lottano perché i loro sindacati vengano riconosciuti e sui tassisti in fila a LaGuardia, parte di quella forza lavoro notturna che permette a New York di vantarsi di essere la città che non dorme mai.

Di fronte alla prospettiva di una città più giusta finanziata da aumenti fiscali marginali, alcuni profetizzarono un esodo dei miliardari. Il gestore di hedge fund Bill Ackman minacciò di andarsene insieme ad altri percettori di redditi elevati e Fox predisse una «Mamdani Migration». Gli agenti immobiliari del lusso riferirono di essere sommersi da telefonate di clienti intenzionati a vendere i propri attici e trasferirsi a Palm Beach.

Le minacce di diserzione sottolineavano soltanto la natura reciprocamente rafforzante dei due temi centrali della campagna di Mamdani: l’amore gioioso per il luogo in cui si vive, anche quando quel luogo è parecchio malandato, e i progetti concreti per ripararlo e migliorarlo. Più si è devoti a un luogo, più facilmente si investono le risorse e l’energia necessarie a migliorarlo. È una politica fondata sul desiderio di restare, di proteggere tutto ciò che è insostituibile, umano e vivo, anziché sul desiderio di fuggire da questo regno terrestre, siano essi le nostre città o i nostri corpi animati.

È lo stesso spirito che abbiamo visto motivare le persone che proteggono l’aria e l’acqua dall’espansione dei data center e difendono i vicini immigrati dall’ICE. Raccontando la rivolta durata settimane a Minneapolis, il giornalista Adam Serwer descrisse in maniera memorabile l’ideologia guida della resistenza come «neighborism», una sorta di «vicinismo», vale a dire «l’impegno a proteggere le persone attorno a te, chiunque esse siano e ovunque siano nate». Era un’etica aperta e accogliente che unì moltissime persone comuni nel fare qualcosa di ingannevolmente semplice: proteggere i membri più esposti della propria comunità da ciò che somigliava molto a un esercito invasore. Questo significava affrontare i proiettili, cucinare la cena e aprire stanze libere alle famiglie che nelle proprie case non erano più al sicuro.

In questi e innumerevoli altri modi, gli abitanti del Minnesota si sollevarono per affermare che i loro vicini si trovavano già dove appartenevano, che fossero nati, come scrisse Serwer, a Minneapolis oppure a Mogadiscio.

Le reti umane che i vicini stanno costruendo, isolato dopo isolato, chat di gruppo dopo chat di gruppo, vanno oltre il rifiuto. Nella nostra epoca di shock seriali e crisi che si intersecano, rappresentano anche la base di una forma differente di survivalismo. Mentre le diverse correnti del fascismo costruiscono bunker destinati a pochi, le nostre sono reti di sopravvivenza fondate sul principio che ciascuno di noi, senza eccezione, meriti di vivere e prosperare. Sono inoltre unite dalla convinzione che mantenersi reciprocamente al sicuro quando arriveranno gli inevitabili shock sia un dovere sacro. Una parte di questo lavoro consiste nel raccontare nuove storie, storie abbastanza vere e capaci di ispirare da aiutare i nostri esausti simili a innamorarsi nuovamente della nostra unica casa e a rinnovare con fierezza l’impegno a difenderla con tutto ciò che possiedono.

Alcuni mondi devono finire

Quelle storie non possono riguardare un ritorno a qualcosa chiamato «normalità», a ciò che passava per quiete prima della Brexit, di Trump e della svolta autoritaria della Silicon Valley. Furono proprio quelli gli anni in cui troppi problemi vennero lasciati accumulare e incancrenire: il fascismo rappresenta sempre una risposta deformata a crisi reali. E il fascismo della fine dei tempi è una risposta a crisi reali di scala planetaria, fra cui concentrazioni sempre maggiori di carbonio nell’atmosfera e di ricchezza nelle mani dei super-ricchi. Le risposte che propone, sacrifici di massa di esseri umani e non umani, sono mostruose e devono essere estirpate dal nostro mondo.

Per riuscirci dovremo capire come affrontare le crisi sottostanti di cui si nutre il fascismo contemporaneo. Perché i confini vengono oltrepassati. I limiti vengono superati. Stiamo sbattendo contro dei muri. I fascisti vogliono farci credere che a schiantarsi contro il muro sia la storia umana: è finita, dunque assicuratevi di trovarvi fra gli eletti che trascenderanno verso il prossimo mondo. Pregate il vostro Dio perché vi salvi. Impiantate il chip, fondetevi con le macchine. Militarizzate e purificate la vostra nazione trasformata in bunker. Armatevi fino ai denti e nascondetevi dietro la vostra fortuna. Non preoccupatevi degli esseri umani, degli animali, degli alberi, dei fiumi e delle barriere coralline che non ce la faranno.

Si sbagliano. A sbattere contro il muro non è la storia dell’umanità. È piuttosto la storia nella quale siamo rimasti intrappolati. Quella secondo cui l’avidità deve essere il motore della civiltà. Quella secondo cui la crescita può continuare per sempre. Quella secondo cui esistono sempre nuove efficienze da trovare, altri lavoratori da razionalizzare, altre risorse da sacrificare, altre persone, altri luoghi e altri pianeti da colonizzare. Sono questi miti a scontrarsi con il muro della realtà, e di conseguenza molte cose dovranno cambiare.

Le logiche che devono essere abbandonate dovrebbero ormai essere chiare. Violenza illimitata. Sfruttamento senza vincoli. Ricchezza insaziabile. Dominio incontrollato. Sono queste le pulsioni che rendono impossibile la convivenza. Guardando avanti, si aprono due strade. Possiamo abbandonare e tradire questo mondo, oppure rompere con il capitalismo e costruire nuovi sistemi economici e politici che onorino la vita e diano priorità alla cura e alla riparazione.

Per fortuna non partiamo da zero. Chi ha lottato prima di noi nei nostri movimenti ci ha lasciato mappe verso Sion terrene nelle quali tutti sono accolti, verso futuri inclusivi nei quali pace e sicurezza costituiscono principi fondamentali. Un futuro diverso da quello post-umano desiderato dai fascisti della fine dei tempi: un futuro post-capitalista e favorevole a tutta la vita. Profondamente democratico, socialista, femminista, multirazziale, multispecie, internazionalista, generoso, coraggioso e vivo. Incarnato e sensoriale, fieramente legato alla Terra.

Ed è proprio questa, in fondo, la prospettiva che terrorizza i fascisti della fine dei tempi più di qualsiasi altra cosa. È per questo che Thiel denuncia come anticristo chiunque tenti di regolamentare i combustibili fossili e l’IA; ed è per questo che Trump e Vance diffamano i cittadini non violenti del Minnesota che difendono i propri vicini definendoli «terroristi interni». Ciò che tiene svegli questi uomini la notte siamo… noi. La possibilità che sorga un movimento popolare e vigoroso capace di difendere questo pianeta e le molte forme di vita che lo chiamano casa.

Non abbiamo scelto di nascere dentro una lotta tanto decisiva, però siamo arrivati a un punto di scelta. Possiamo seguire i fascisti della fine dei tempi verso l’oblio, oppure impegnarci a costruire quel movimento indisciplinato e capace di attraversare i confini che essi temono così profondamente. Un movimento che sottragga loro le armi, li chiami a rispondere dei loro crimini e difenda il paradiso di questo luogo.

Questo saggio è adattato dal libro End Times Fascism: And the Fight for the Living Worldin uscita il 15 settembre per Farrar, Straus and Giroux.

Naomi Klein è editorialista di Guardian US e contributing writer. È professoressa di giustizia climatica e co-direttrice del Centre for Climate Justice dell’Università della British Columbia.

Astra Taylor è scrittrice, organizzatrice e documentarista, nonché cofondatrice del Debt Collective.

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