domenica 8 novembre 2026

Perché siamo di fronte alla Finanziaria più oscena di sempre - Mario Pomini

 

C’era da aspettarsi che la legge di bilancio di quest’anno pre-elettorale fosse pirotecnica, caotica, piena di tante piccole misure sparse in tutte le direzioni, una specie di flipper che manda la pallina fiscale da tutte le parti. La realtà ha superato ogni previsione. Non solo il fisco italiano è diventato sempre più iniquo, complesso e barocco, ma ci sono delle misure che potremmo definire chiaramente oscene, intendendo con questo che offendono il comune senso del pudore, sempre fiscale.

Questo fisco vergognoso che piace alle destre ha un suo strumento principe di scassinamento, il cacciavite della flat tax, cioè l’imposta con aliquota bassa e proporzionale, che, poveretta, non ne ha nessuna colpa. Come al solito non è lo strumento, ma il modo con cui viene usato che offende la moralità fiscale. Tra le new entry del fisco osceno, ne prendiamo due, particolarmente significative.

La prima misura, forse anche in ordine di importanza, è l’innalzamento della soglia della flat tax per i lavoratori autonomi da 85.000 a 100.000 euro. Il costo stimato per l’erario è di 500 milioni di euro. Non è chiaro quanti siano i contribuenti interessati, ma l’anno prossimo questi abbonati alla ruota della fortuna del fisco invece di pagare un’aliquota del 43% sul reddito, tutto il reddito, pagheranno solo il 15%. Quindi la riduzione secca è di un terzo, decine di migliaia di euro.

La flat tax degli autonomi così ha concluso la sua gloriosa corsa, guidata da Salvini, verso l’ingiustizia fiscale, diventando una specie di creatura mostruosa. Vale la pena di ricordare, per decenza, che venne introdotta dal governo Prodi nel 2008, e dunque dai progressisti, per agevolare i contribuenti minimi con 30.000 euro di reddito e aliquota al 20%. Poi la materia venne sistemata dal solito Renzi, ancora i progressisti, con l’aliquota abbassata al 15% e il reddito elevato, ma non di molto. Insomma la tassa piatta aveva il lodevole e condivisibile scopo di aiutare i piccoli lavoratori autonomi, magari nella fase iniziale.

Successivamente la soglia fu portata nel 2016 a 65.000 euro da Conte, con un balzo abbastanza problematico perché si regalavano circa 700 euro al mese di sconto fiscale. Nel 2023 fu alzata ancora, dopo un confronto con l’Europa, a 85.000 euro da Meloni. Negli anni la perdita di gettito per l’erario è stata stimata in diversi miliardi di privilegio fiscale, compensati dai tagli. Ora si arriva a quota centomila, non certo per agevolare il famoso ceto medio ma solo per onorare una strampalata promessa fatta in campagna elettorale nel 2022. Pensare che ci sono persone in Italia che guadagnano fino a 100.000 euro e che pagano solo il 15% di tasse è un vero colpo di stato fiscale che tutti noi dovremmo contrastare, anche con i forconi e le proteste in piazza se necessario.

La seconda misura, una delle tante peraltro, del nuovo catalogo delle oscenità fiscali delle destre, ancora targata flat tax, è la riduzione proposta sulla tassa sui canoni di locazione. Oggi ci sono due aliquote, del 10% e del 21% per i proprietari di case, che in Italia superano i tre milioni. Con la nuova legge diventeranno quattro, aggiungendosi anche l’aliquota del 5% e addirittura dell’1%, una aliquota baby che non si era mai vista. Bell’esempio di coerenza per chi doveva semplificare il fisco. I proprietari di case che viaggiavano con l’aliquota al 10% la vedranno dimezzata. Naturalmente la scontistica della premier vale solo per i nuovi contratti, pre cui immagino ci sarà una corsa alla scadenza anticipata dei vecchi.

L’ultima aliquota, questa miseria dell’1% della quale lo stato si accontenta, vale per i proprietari che affittano ai giovani sotto i 35 anni che diventeranno allora un ambito terreno di caccia. Immagino che qui, nella mia città sede di università e con molti turn-over annuali, appariranno molti avvisi con la scritta affittasi appartamento, ma solo sotto i 35 anni. Riscuotendo un misero 1%, lo stato vedrà sbucare molti appartamenti prima sfitti a favore dei giovani? La teoria economica dice che è molto improbabile e che i soldi del risparmio fiscale li intascheranno volentieri i proprietari.

Questa non è una misura per i giovani, che pagheranno affitti esorbitanti come prima e avranno le difficoltà di sempre, ma un regaletto ai proprietari che credo nemmeno si aspettassero questa manna fiscale.

Se alcune categorie, sempre le solite peraltro, vengono viziate con nuovi privilegi fiscali, i soldi da qualche parte si devono recuperare. Ecco che ritroviamo i tradizionali e sostanziosi tagli, come ampiamente previsto. Intanto vengono ridotte le pensioni per la seconda volta. Nel biennio 23-24 il taglio è stato di sette miliardi e ora si ripete per pagare le varie flat tax. Comunque non tutti i pensionati devono lamentarsi perché i più anziani (più di 5 milioni) potranno curarsi con un succoso voucher da 300 euro da spendere dai privati. Non sarebbe stato meglio lasciare le cose come sono, senza togliere e senza dare? In teoria sì, ma c’è la sanità privata che scalpita, mentre quella pubblica può attendere. Altro articolo del catalogo del fisco osceno è il taglio diretto alla scuola con la soppressione di migliaia di cattedre. Inverno demografico o semplicemente inverno dell’intelligenza?

In definitiva, siamo di fronte alla finanziaria più oscena di sempre? A prima vista pare di sì, vedremo se il Parlamento respingerà un fisco governativo così depravato. Privilegi, favoritismi, privatizzazioni, tagli, tutto sembra scorrere senza senso nella grande cloaca diventata indecorosa, ma molto lucrativa per alcuni, in cui la premier Meloni ha trasformato il fisco italiano. Speriamo che gli altri soliti noti, cioè lavoratori dipendenti e pensionati, si sveglino e che le prossime elezioni funzionino da necessario depuratore per eliminare tutta l’immondizia fiscale accumulata in appena cinque anni.

Non riesco nemmeno a immaginare quali nuove oscenità fiscali potrà proporci ogni anno un ipotetico governo Meloni II, perché ci sono dei bei nuvoloni sopra la nostra testa e le grandinate economiche sono già cominciate. La politica dovrebbe essere un utile ombrello per tutti noi cittadini, ma no di certo con il governo della signora Meloni o affini.

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Il sistema più efficace: l’Ucraina ha raggiunto il suo obiettivo

di Elena Karaeva - Ria Novosti

Il progetto globalista “Ucraina” si sta trasformando sempre più, man mano che il tempo passa, da strumento militarizzato e russofobo, affilato dall’Europa per distruggere il nostro Paese (Russia ndr.), in un’enorme camera di tortura - non per noi (russi), ma per gli stessi cittadini della “Nezalezhnaya” (“indipendenza”, termine per indicare l’Ucraina ndr.) - dove le torture, gli omicidi, gli attentati terroristici non sono semplicemente circostanze che accompagnano le decisioni politiche, ma un fine a sé stesso e norma di gestione dello Stato, affinché la guerra russofoba venga condotta con ogni mezzo fino all’ultimo ucraino.

Quando si presenta pubblicamente la tortura di Borshchagovka come un “eccesso”, tutti coloro che lo fanno mentono.

In realtà, non esistono “eccessi”. Esiste un sistema irreprensibilmente funzionante che oggi, all’interno del progetto “Ucraina”, ha sostituito tutte o quasi tutte le funzioni dello Stato.

In Europa - che finge di dire “Ma che c’è di strano?” - tutto ciò, esattamente, è già successo ai tempi del Terzo Reich; quando gli europei - se semplicemente capitavano a tiro - venivano torturati e fucilati, alla luce del giorno e sotto il manto della notte. Perché il nazismo non conosce altri modi per governare uno Stato, anche se occupato, se non attraverso la paura bestiale della violenza.

E come si chiamino coloro che si dedicano alla violenza e agli omicidi - che si tratti della Gestapo, delle unità di sicurezza delle SS, del Wehrmacht o, come sulla Nezalezhnaya (Ucraina ndr.), di un “reggimento d’assalto separato” - non ha, in linea di principio, alcuna importanza.

Tranne gli squadroni della morte - operanti su vasta scala, in tutto il territorio, ovviamente con il consenso della popolazione (le urla e i lamenti sono riecheggiati solo quando hanno iniziato a picchiare e a uccidere i loro cari, ma prima di allora tutto è sempre stato nomale, non è così!) - oggi al progetto “Ucraina” e a Zelensky non è rimasto assolutamente nulla.

Nemmeno la loro economia: quelli di Kiev hanno distrutto tutto ciò che potevano, e per di più con le loro stesse mani. Nessun finanziamento: tutte le spese (là le entrate sono una categoria inesistente) sono pagate dagli ucraini attingendo all’erario straniero, cioè europeo.

Il progetto “Ucraina” non prevede un esercito nel senso moderno del termine; poiché un esercito non si crea quando dei fanatici “busificano” (arruolano con la forza rapendo e sbattendo nei bus ndr.) uomini ucraini in qualsiasi condizione, circostanza, luogo e momento, ma quando con la coscrizione obbligatoria la mobilitazione avviene nel rispetto delle leggi vigenti, senza l’uso della violenza e con la consapevolezza, da parte delle reclute, dell’importanza di adempiere al proprio dovere militare e civico.

La distruzione delle istituzioni statali non è iniziata con l’Operazione Militare Speciale, ma molto prima. Organizzando un colpo di Stato - con violenze, omicidi, macchiando di sangue il Maidan - coloro che hanno accolto con favore questo rovesciamento, ovvero gli ucraini (che lo abbiano fatto consapevolmente o meno è oggi irrilevante), non solo hanno reso possibile con le loro stesse mani il crollo dello Stato, ma hanno anche adottato nuovi modi di autogoverno.

Accettando e accogliendo con favore il sangue e la violenza di allora, 13 anni fa, hanno ottenuto - e in pieno, più pieno di così non si può - tutta quella “Nezalezhnaya” tanto agognata all’epoca, ma sotto forma di tortura. Tutta la loro indipendenza dalla Russia, tanto odiata allora come ora.

Se gli ucraini hanno cercato di non pensarci, è giunto il momento che aprano bene gli occhi e guardino i media odierni di quell’Europa da loro tanto agognata.

Le camere di tortura dove loro, gli ucraini, sono stati maltrattati, picchiati, dove le loro ossa, le loro colonne vertebrali e i loro crani sono stati frantumati, vengono chiamate “dormitori militari per le reclute”.

All’Europa non importa nulla degli ucraini, che considera carne da cannone per la sua guerra contro i russi. Di come questa carne da cannone venga gestita e inviata al fronte, non le importa “assolutamente” nulla.

Sono gli ucraini stessi che hanno deciso di rovesciare il governo legittimo, eletto con il proprio voto, mediante violenza, omicidi e spargimento di sangue, sotto gli slogan del nazismo e della russofobia.

Oggi è troppo tardi per appellarsi all’umanesimo, invocare giustizia o maledire qualcuno. Troppo tardi.

Oggi gli ucraini dovranno fare molta strada per comprendere che ciò che sta accadendo nei territori che rimangono sotto il controllo della “Nezalezhnaya” è una loro diretta e incondizionata responsabilità.

No, non si tratta di un “è colpa loro” volto a umiliare la vittima. È ??un monito alla responsabilità di ognuno - dal semplice cittadino al funzionario governativo - per le proprie azioni e comportamenti in ambito politico, sul fatto che ogni popolo merita il proprio governo e, in breve, sul vero rapporto tra società e Stato che esisteva in Ucraina quando era con la Russia. Allora non c’era la “busificazione”, né le camere di tortura, né gli “squadroni della morte”.

Vale la pena riflettere attentamente sul perché tutto ciò sia emerso, nel momento in cui sorse il progetto “Ucraina” con la decisione di muoversi verso l’Europa. Pensateci ora, prima che lo slogan “Fino all’ultimo ucraino” diventi realtà.

(Tradotto da Eliseo Bertolasi)

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ORRORE A PETROPAVLOVSKAJA BORŠAGOVKA: CRONACA COMPLETA DI QUEL GIORNO.

La traduzione integrale di buona parte di questo articolo
https://fondsk.ru/news/2026/11/05/petropavlovskaya-borschagovka-realnyy-film-uzhasov-ot-studii-95-kvartal.html

ci consente di ricostruire, passo passo, quanto accaduto quel giorno. Mancando ancora in italiano una cronaca completa, questo lavoro si propone di colmare questa lacuna.

Petropavlovskaja Boršagovka. Dagli studi “Quartiere 95” un vero film dell’orrore.

Nei dintorni di Kiev è avvenuto un fatto decisamente degno di nota: la prima azione di protesta di un certo livello partita realmente “dal basso” da molto tempo a questa parte.

È dal 2014 che qualsiasi azione di protesta in Ucraina può tranquillamente rientrare in uno di questi due gruppi: o manovrata da centri decisionali fuori Paese, o movimento sporadico, spontaneo, immediatamente represso dalle forze dell’ordine. Possiamo ricondurre al primo tipo le “piazze di cartone”, dove i partecipanti erano manovrati da ONG occidentali di stampo “liberale”, segnale a Zelenskij perché non tirasse troppo la corda contro Bruxelles. Al secondo, riconduciamo blocchi stradali improvvisati contro i cali di corrente, o scaramucce isolate contro i Te-Tse-Ka. Nulla a che vedere, comunque, con reali moti di piazza: così, l’apparato repressivo poteva subito intervenire a spegnere tali focolai. A Petropavlovskaja Boršagovka, tuttavia, è successo qualcosa di diverso.

Erano giorni che circolava la voce, sui social ucraini, che in una delle abitazioni private del paese ignote “forze dell’ordine” detenevano circa quaranta persone, fra cui feriti, esigendo dai parenti enormi somme di denaro per la loro liberazione o, semplicemente, per poter parlare con gli ostaggi.

Nel frattempo, una folla di cittadini indignati si era raccolta sotto quella casa. Tra loro, una donna che denunciava come in quello scantinato fosse rinchiuso il suo compagno, il quale era fuggito dopo esser stato arruolato a forza, lo avevano nuovamente catturato e ora chiedevano soldi anche solo per vederlo di nuovo. La “tassa” solo per un colloquio ammontava a 100.000 grivne (oltre 2.000 dollari USA). Un’altra si lamentava che avevano rastrellato il suo uomo con la forza e illegalmente, nonostante avesse il congedo per rinvio per motivi di studio, e anche lui ora si trovava lì, in quello scantinato di Petropavlovskaja Boršagovka.

I genitori di un altro prigoniero mostravano un video dove un uomo visibilmente emaciato parlava di forti dolori addominali e febbre alta. Giungevano voci, inoltre, di quattro ostaggi gravi, uno di loro con la schiena rotta, più un morto.

A un certo punto i protestanti prendevano l’iniziativa e iniziavano a scavalcare la recinzione, mentre i soldati, a volto coperto, scappavano indietro. L’azione non aveva successo perché i militari, ricorrendo a gas lacrimogeni, riuscivano in qualche modo a trattenerli in attesa di rinforzi.

Arrivava nel frattempo un’ambulanza, e una giovane dottoressa si metteva in ginocchio di fronte ai militari chiedendo di poter entrare a prestare soccorso ai detenuti negli scantinati.

Arrivava anche la polizia e, insieme alla giovane dottoressa, riceveva dai militari il permesso di accedere a quella casa. Risale, grosso modo, a quel momento, la notizia che la casa degli orrori aveva qualcosa a che fare con la Guardia Nazionale Ucraina. Questo, mentre i poliziotti uscivano dicendo che nessuno era trattenuto dentro con la forza.

Usciva anche la dottoressa, annunciando invece agli astanti che lì dentro si trovavano rinchiuse dai 25 alle 30 persone, di cui 4 gravi che sarebbero state subito evacuate per cure mediche.

Arrivava quindi, in fretta e furia, il comandante della Guardia Nazionale Aleksandr Pivnenko. Il quale dichiarava che i feriti gravi erano già stati mandati all’ospedale. Sempre secondo quanto da lui affermato, tutti gli uomini in quello stabile erano militari della Guardia Nazionale, alcuni di loro disertori in stato di fermo. Alla domanda da dove venissero le botte sui loro corpi, il generale ucraino si rifiutava di rispondere.

Lo stesso stabile era definito da Pivnenko un immobile della Guardia Nazionale, punto di dislocazione temporanea per i militari in attesa di essere inviati nei centri di addestramento. Diciotto, secondo quanto da egli riferito agli astanti, erano le guardie detenute, e “tutto era in ordine”. Prometteva anche l’apertura di un’indagine per eventuali violazioni della legge. Gli astanti, tuttavia, non gli credevano e cominciavano a lanciare uova a lui e ai militari fuori dallo stabile gridando loro “vergogna!”, spaccando un vetro della camionetta della polizia antistante.

Il comando della Guardia Nazionale allora organizzava un “tour guidato” per i giornalisti di regime, nel frattempo accorsi, a cui i detenuti assicuravano che “tutto era in ordine” e le botte se le erano date da soli. Del resto, di fronte ai loro sadici carcerieri, difficilmente avrebbero potuto affermare altro.

Sempre gli esponenti della Guardia Nazionale spiegavano la presenza di macchie di sangue con la stomia intestinale di uno dei detenuti: un’apertura artificiale della sua cavità intestinale, a seguito di un’operazione, per metterla in comunicazione con l’esterno. Che senso avesse rinchiudere in uno scantinato un detenuto con una stomia intestinale, non era venuto in mente a nessuno.

Nel frattempo, visto i partecipanti alle proteste non ne volevano sapere di andarsene, entrava in scena “l’artiglieria pesante”. Arrivava sul posto il capo dell’Ufficio di Presidenza Kirill Budanov. Dandosi arie da “bullo”, affermava di aver preso in mano la situazione, condendo il tutto con improperi e oscenità. Entrava quindi e parlava a un ragazzino di quattordici anni, che aveva anch’egli scavalcato la recinzione dello stabile, ma era stato preso, portato dentro, e preso a botte con una pala, mentre altri si divertivano a tagliargli il vestito col coltello. Il ragazzo usciva poco dopo dalla casa degli orrori completamente traumatizzato.

Alla domanda di uno dei protestanti sul perché in Ucraina esistessero posti come quello e nessuno, della loro esistenza, sapesse nulla, Budanov rinviava tutto “a domani”, sia sul perché della loro esistenza, sia sul perché di quelle diserzioni. Il funzionario cercava disperatamente di mettersi “dalla parte dei protestanti”: imprecava, chiamava “valorosi” i protestanti e “ostaggi” quelli rinchiusi in casa, chiedendo ai protestanti di spostare la macchina che bloccava l’accesso a quella della polizia. A un astante con la testa insanguinata per una mazzata da parte dei militari, consigliava di rivolgersi alle forze dell’ordine. Le quali, in verità, si erano già ritirate alla chetichella.

Budanov riportava che nello stabile c’erano 14 persone. Un altro numero che, curiosamente, nulla aveva a che vedere né coi dati della Guardia Nazionale, né con quelli della dottoressa.

“Ora però andiamocene a casa. Abbiam fatto un bel lavoro!” Così il burocrate concludeva, e se ne andava.

Nel frattempo fra i media si diffondeva la notizia che l’immobile “segreto” apparteneva al reggimento assaltatori Forge, primo corpo d’armata Azov della Guardia Nazionale. Cosa ci stessero facendo cittadini ucraini in uno stabile appartenente a una formazione ufficialmente composta da militari stranieri, era un altro mistero. Così come avvolto nel mistero era il motivo ufficiale di uno scantinato del tutto inadatto a fare da caserma.

Arrivavano infine, a fare il lavoro sporco, le squadracce: “sportivi” in borghese che prendevano a mazzate i protestanti. Uno di questi, senza accorgersene, randellava anche un giornalista della agenzia di stampa governativa UNIAN. Un protestante veniva gambizzato, secondo testimonianze dirette, e la protesta scemava.

Più tardi, l’oppositore blogger ucraino Anatolij Šarij diffondeva in rete l’informazione che nelle segrete di Petropavlovskaja Boršagovka vi sarebbero potuti essere fino a otto omicidi. Uno dei quali davanti a tutti gli altri “per educarli”.

A proteste ancora in corso il regime di Kiev già operava con misure “anticrisi” di contrasto. Sul luogo spediva blogger compiacenti e la “deputata del popolo” Anna Skorochod. Quest’ultima, indagata ultimamente per corruzione. Nonostante tale “punto di dislocazione” ricordasse più che altro una sala delle torture da cartello della droga latinoamericano, i “vip” convocati mostravano ai loro spettatori immagini dove tutto era in ordine.

Quindi, sempre gli stessi, scatenavano sulla rete una campagna persecutoria contro la giovane dottoressa, Valentina Molodaja. Non andava bene, ai “critici”, che lavorasse in strutture private, che si occupasse di politica, che si fosse in passato espressa per la fine delle ostilità. Per loro era una “provocatrice”, un “siluro russo”, e il passo successivo era iscriverla alle liste di proscrizione di Mirotvorec.

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L’articolo poi prosegue con l’elenco di ulteriori misure repressive dal regime e conclude con un’esortazione a reagire, a non essere indifferenti. Il punto veramente meritorio di questo lavoro resta la minuziosa ricostruzione di quanto accaduto. Ricostruzione che consegniamo alla memoria di queste pagine, in italiano. Perché nessuno possa dire: io non sapevo.

 

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sabato 7 novembre 2026

Costituzione. Addio anche all’art. 53: per la progressività fiscale, una prece – Alessandro Robecchi


Nella nostra ormai ricca collezione di articoli della Costituzione strabiliantemente inapplicati, aggirati, quando non direttamente irrisi e rubricati a satira politica, siamo pronti ad aggiungere la figurina dell’articolo 53, che è lungo una riga e mezza e parla molto chiaro. Eccolo: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. In soldoni (è il caso di dire), chi ha più possibilità deve pagare più tasse. Non in percentuale (che non sarebbe progressivo) ma proprio con aliquote maggiori all’aumentare dell’imponibile. 

Da tempo si lamenta che questa progressività non è così progressiva, ma la manovra Meloni di questi giorni e i suoi rocamboleschi barbatrucchi fiscali contribuiscono ad ammazzarla del tutto. L’Irpef, diciamolo, è ormai un vecchio hobby per lavoratori dipendenti e pensionati, e tutti gli altri, cioè i lavoratori autonomi, godono ormai di un regime fiscale agevolato. L’innalzamento della flat tax per le partite Iva certifica questa rivoluzione: se tre anni fa pagavi il 15 per cento fino a 65.000 euro, l’anno scorso pagavi sempre il 15 per cento, ma su 85.000 euro, e da gennaio, grazie alla nuova manovra, pagherai il 15 per cento su 100.000 euro. Un bel colpo, senza rischiare che arrivi la polizia a sirene spiegate e che nessuno dica “mani in alto!”. Per capirci, con un conto semplice ma comprensibile a tutti, il lavoratore autonomo con un reddito lordo di 100.000 euro, che è un discreto malloppetto, pagherà circa 8.700 euro di Irpef. Un dipendente con un reddito lordo di 51.000 euro pagherà Irpef per circa 14.000 euro. Come dire che un italiano che guadagna il doppio finisce per pagare quasi la metà, o se preferite (i numeri sono materia insaponata) che un italiano che guadagna la metà pagherà il doppio. E questo senza contare le addizionali comunali e regionali, che per il primo sono zero, e a quell’altro sfigato costano più o meno (è una media) 1.400 euro. 
Probabilmente la riforma è incompleta: mancano le martellate sulle dita, lo sfregamento con le ortiche e qualche colpo ben assestato alle parti basse, ma non disperiamo.

Questa cosetta che divide gli italiani in contribuenti di serie A e di serie B l’ha tanto voluta Salvini, che la sbandiera come una vittoria, convinto com’è che i lavoratori autonomi siano suoi elettori, e invece gli altri, dipendenti e pensionati, tutti comunisti e fans dell’immigrazione. Quell’altro, invece, l’eternamente spaesato Tajani, sventola come una bandiera di vittoria il ridisegno della seconda aliquota Irpef, per cui la riduzione fiscale per chi guadagna, poniamo 40.000 euro è zero, e per chi ne guadagna 55.000 è di 500 euro, che sarebbe l’esattissimo contrario della progressività delle imposte, con tanti saluti all’articolo 53 della Costituzione. Inutile dire che per chi guadagna meno (il primo scaglione, quelli sotto i 28.000 euro, una specie di soglia di sussistenza) non c’è niente, spiace. E non c’è niente  nemmeno per quelli indigenti (i dieci milioni di italiani che arrancano sulla linea di galleggiamento), e se per caso di fosse qualcosa (non è per adesso, tranquilli) sono pronti insulti e contumelie a reti unificate, che li chiamerebbero “fannulloni sul divano”. Mettiamo dunque l’articolo 53 accanto all’articolo 32 (diritto alla salute) e all’articolo 34 (diritto allo studio), piangendoli come vecchi parenti, cari estinti a cui abbiamo voluto tanto bene, ma che, ahimé, sono venuti a mancare.

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Nel nome di Ishmael - Giuseppe Genna

il romanzo è del 2001, ma non sente l'usura del tempo.

Ishmael è un mostro che nelle sue grinfie staabbracciando e strozzando l'Europa.

provate a pensare a Gladio, alla coalizione Epstein, a Thiel e i suoi scagnozzi, il Potere, Ishmael sono loro.

David Montorsi e Guido Lopez sono due poliziotti, protagonisti di due storie che avanzano parallele e poi s'incontrano.

e poi c'è l'omicidio di Enrico Mattei, e il rito di sacrifici umani, e orge e violenze sulle donne, Ishmael ha fatto tappa nell'isola di Epstein.

il libro è avvincente e lascia senza fiato.

un gran libro da non perdere, promesso.


 

 

È la storia di due poliziotti, David Montorsi e Guido Lopez, uno giovane e incorrotto, l'altro logorato dal mestiere. Ma è anche la storia di due uomini di Stato: Enrico Mattei che col suo jet solca le speranze del popolo italiano, e Henry Kissinger, signore della pace e della guerra. Attraverso i decenni, oscuri presagi e inquietanti omicidi metropolitani sembrano rivivere in un continuo gioco di specchi, mentre passato e presente si riallacciano attraverso una serie di inspiegabili morti infantili, in un incubo che sembra non avere fine. Un incubo di nome Ishmael che agisce al ritmo insospettabile dei grandi del Male.

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Romanzo del 2001, che ho riletto dopo più di 20 anni, ma attualissimo alla luce del caso Epstein. Una Milano livida e cupa fa da sfondo a un doppio piano narrativo sotto il profilo temporale. L'omicidio Mattei e l'attentato a Kissinger (secretato) descrivono la parabola di poteri innominabili che vogliono dirigere il mondo, anche servendosi di omicidi rituali. Sembra distopico, ma non lo è. Da leggere assolutamente.

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…Restando al mero piano narrativo, va detto che la penna dell’autore milanese è affilata, veloce, incisiva. Traccia frasi brevi, efficaci ed evocative, dalle quali prorompe un imbarazzante fascino del male. Il ritmo della narrazione è sempre serrato, la curiosità e la suspense attanagliano il lettore fin dalle prime pagine, come in ogni thriller moderno che si rispetti. Le strutture narrative sono molto ben congegnate, lasciando affiorare la matassa poco alla volta.  Le atmosfere sono cupe e acide, a tratti ipnotiche a tratti agghiaccianti, ma sempre ben accompagnate da una prosa adeguata. Nel complesso ci è parso un romanzo implacabile e disilluso, capace di assestare zampate feroci più che carezze salvifiche.

Qualcuno potrebbe trovare un difetto nell’eccesso di ampiezza e complessità dell’intreccio narrativo, nella grande quantità di carne messa al fuoco e nel coacervo di ipotesi di complotti e intrighi internazionali (dall’esoterismo e dal sadomaso ai potentati e ai servizi deviati), sciorinati dall’autore in quasi 500 pagine a forti tinte gialle e nere. Non si può negare che queste misure ingombranti (e forse una certa inevitabile pretenziosità) rappresentino un rischio tangibile e un’arma a doppio taglio. Se mal gestite, infatti, avrebbero potuto distruggere la sospensione d’incredulità del lettore, e far crollare tutta l’architettura in modo rovinoso. Se invece gestite con competenza, come è questo il caso (val la pena ricordare che il racconto di Ishmael rimane sempre credibile, pur essendo di fantasia) si tramutano nel vantaggio di conferire al testo un respiro e una dimensione da grande thriller/noir internazionale (alla James Ellroy, tanto per fare un nome). Non è allora un caso che quest’opera sia stata pubblicata anche in America, in Russia, in Olanda, in Germania; e che abbia raccolto consensi all’estero e riconoscimenti critici da testate internazionali come The Guardian, Der Spiegel e il NY Times Books.

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venerdì 6 novembre 2026

Spesa militare previsionale 2027: per la prima volta superati i 40 miliardi annuali

  

Nel 2027 per la prima volta la spesa militare italiana previsionale supererà i 40 miliardi di euro (+18% sul 2026), con il bilancio della Difesa a quasi 39 miliardi e i costi per nuove armi a 17,2 miliardi, il 43% del totale. Dei circa 4,5 miliardi in più rispetto alla legislazione vigente, la gran parte va ad armamenti e amministrazione, mentre il DPP, atteso per aprile, ancora non è stato presentato al Parlamento.

Per la prima volta la spesa militare italiana previsionale supera i 40 miliardi di euro l’anno. E’ quanto emerge dall’analisi delle delle tabelle della Legge di Bilancio 2027 appena presentata al Parlamento secondo la metodologia Milex. È un nuovo record storico, con una crescita di oltre 6 miliardi (+18%) rispetto ai quasi 34 miliardi del 2026 e in deciso incremento anche rispetto al quadro tendenziale, cioè a legislazione vigente, che il Bilancio per il 2026 prevedeva per l’annata successiva.

Il dato principale è la crescita del bilancio proprio del Ministero della Difesa, che da solo sfiora i 39 miliardi, con un incremento di circa 6,5 miliardi rispetto ai 32,4 miliardi del 2026 (quasi +20%). A trainarla sono soprattutto le spese per armamenti: nel solo bilancio Difesa salgono a da 9,9 a 13,5 miliardi (+37%) e, sommando i fondi del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, i costi per nuove armi fanno un salto di 4 miliardi, da 13,2 a 17,2 miliardi, arrivando a rappresentare il 43% di tutta la spesa militare. Crescono in modo marcato, oltre agli investimenti in armi, anche le spese correnti per le voci di amministrazione e funzionamento: un segnale in linea con quanto abbiamo descritto nei mesi scorsi: la Difesa fatica a gestire l’enorme quantità di risorse che continua a fluire verso nuove acquisizioni di sistemi d’arma.

Tutti i dati che seguono sono previsionali, calcolati sulle tabelle di bilancio (competenza) e quindi soggetti alle modifiche che il Parlamento potrà introdurre durante la discussione. Nel confronto con il 2026 usiamo gli stessi criteri di stima.

Il bilancio del Ministero della Difesa: oltre 38 miliardi

Come sempre la stima parte dal bilancio proprio del Ministero della Difesa. Per il 2027 le tabelle assegnano a via XX Settembre 38.823 milioni di euro, 6.425 in più (+19,8%) rispetto ai 32.398 milioni del 2026. Si supera complessivamente la soglia dei 38 miliardi, un anno dopo aver superato quella dei 32: in poco più di dieci anni il bilancio del Ministero è quasi raddoppiato, visto che per il 2017 era di 19.776 milioni.

 

Il totale comprende anche circa 8,1 miliardi di spesa dei Carabinieri per ordine pubblico e funzioni forestali, che Milex (come anche la NATO) non conteggiamo come spesa militare. La quota dei Carabinieri nelle missioni all’estero, stimata in 650 milioni, è invece inclusa nella voce del personale.
Il personale della Funzione Difesa cresce complessivamente di circa 540 milioni (+4,4%), arrivando a 12.879 milioni: 6.619 per l’Esercito, 2.560 per la Marina, 3.049 per l’Aeronautica e 650 per i Carabinieri impiegati nelle missioni militari all’estero.

Armamenti in esplosione, e un’amministrazione che non regge

Ben più consistente è l’aumento riferito all’acquisto di armamenti e alla gestione di questa enorme massa finanziaria a disposizione del procurement militare. Nel bilancio proprio della Difesa questo ambito passa da 9.891 a 13.521 milioni (+3.629 milioni, +36,7%), grazie soprattutto ai fondi assegnati alla “Pianificazione dei programmi di ammodernamento e rinnovamento degli armamenti, ricerca, innovazione tecnologica, sperimentazione e procurement militare” (gestita nella nuova configurazione ministeriale dalla Direzione Nazionale degli Armamenti) che sale da 8.760 a 12.051 milioni (+37,6%), mentre la “Pianificazione generale delle Forze Armate e degli approvvigionamenti militari infrastrutturali” coordinati dal Segretariato Generale della Difesa arrivano a 1.470 milioni (+29,9%).
A questi fondi si sommano quelli collocati presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, dove gli interventi in materia di difesa nazionale salgono da 3.060 a 3.278 milioni (+7,1%) e gli altri fondi per il sostegno alla produzione militare si attestano su 412 milioni, quasi il doppio dei 216 milioni del 2026. Complessivamente i costi per acquisizioni di nuove armi arriveranno ad essere nel 2027 l’enorme e storica cifra di 17.211 milioni, 4.044 milioni in più del 2026 (+30,7%): il 43% di tutta la spesa militare stimata, contro il 38,8% dell’anno scorso.

Il secondo dato da sottolineare riguarda l’amministrazione e la gestione di tutto questo flusso finanziario. Le spese per uffici e voci non operative passano da 2.760 a 4.305 milioni (+1.545, +56%). Le risorse a disposizione degli Stati maggiori della Difesa e dei comandi centrali crescono di 437 milioni (a 1.803), e soprattutto la quota per i Servizi generali di direzione amministrativa (Bilandife) passa da 802 a 1.824 milioni, più del doppio, con un incremento di oltre un miliardo.
Questo quadro è coerente con quanto abbiamo documentato nei consuntivi analizzati di recente: nell’Annuario Milex 2026 abbiamo mostrato che nel 2025 il settore investimento ha accumulato un disavanzo di cassa di quasi 2 miliardi di euro, coperto da un’integrazione straordinaria di 800 milioni dal Ministero dell’Economia e dal rinvio di circa 1,1 miliardi di residui, con una capacità di spesa di cassa scesa all’80% (era il 90% nel 2021). La Difesa fatica cioè a gestire le risorse che ha già, e le tabelle 2027 prevedono di aggiungerne molte di più sia per le armi sia per la macchina che dovrebbe spenderle. Si stanziano cifre per le armi che l’amministrazione non riesce a smaltire nello stesso esercizio: più che l’efficacia della spesa, a contare sembra essere la cifra da mettere a disposizione delle fatture di acquisto armi.

Dal bilancio della Difesa alla spesa militare reale

Per passare dal bilancio del Ministero della Difesa alla stima della spesa militare annuale (quella considerata ai fini dei parametri NATO) occorre, come sempre, togliere e aggiungere alcune voci. La sottrazione principale riguarda la parte non militare dell’impiego dei Carabinieri: 8.256 milioni per l’ordine pubblico e 513 milioni per le funzioni forestali, di cui conserviamo solo la quota relativa alle missioni militari all’estero. Poiché il DPP non esplicita più questa cifra, la stimiamo con una parametrizzazione basata sulla quota percentuale del bilancio dei Carabinieri negli anni in cui il documento la indicava: 650 milioni nel 2027 (erano 600 nel 2026).
Si aggiungono poi le voci di spesa militare che non stanno nel bilancio della Difesa: i fondi per armamenti e produzione militare del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (3.690 milioni), il Fondo del Ministero dell’Economia per le missioni internazionali, che consideriamo al 90% (1.450 milioni, +22,6% sul 2026) e la spesa pensionistica militare a carico dell’INPS, stimata in 4.200 milioni sulla base degli ultimi Rendiconti INPS e Conti annuali del MEF, al netto dei contributi previdenziali (era 4.500 nel 2026)…

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Milano sta bruciando nel falò del moralismo - Bruno Montesano

 

Dopo i saccheggi del weekend, tra decreti sicurezza e lamenti sull’Occidente assediato, il dibattito pubblico si è ridotto a moralismo. Ma il nodo del rapporto tra conflitto e politica resta, ed è tornato a essere nominabile.

Una delle cose più tristi del “dibattito”, si fa per dire, di questi giorni è il moralismo. Leggendo la sezione commenti del Corriere della Sera sembrerebbe che la gravità dei saccheggi e degli scontri del weekend sia di poco inferiore a Hiroshima e Nagasaki e di poco superiore all’11 settembre. Non a caso, il governo Meloni ha pensato bene di lavorare all’ennesimo decreto sicurezza: in effetti mancano le fattispecie di reato, e i giovani, i giovani “maranza”, i “centri sociali” potrebbero farla franca e, in futuro, cavarsela con pochi anni di carcere invece di prendersi un bell’ergastolo per non aver ricambiato il saluto cordiale di un poliziotto.

I barbari alle porte (della Feltrinelli)

Questo weekend a Milano è stato assaltato l’Occidente, dicono. Da dei barbari, che, come noto, con il loro arrivo portano al collasso dell’impero. Reprimere per fermare il declino è quindi la soluzione a cui mirano la destra e i conservatori mascherati da liberali. Uno spettro si aggira per l’Europa: l’islamogauchisme, l’alleanza tra estrema sinistra e fanatismo islamico con addentellati nelle università woke. Lo dice Trump, lo dicono alcuni giornali, lo favorisce Putin per destabilizzare le altrimenti idilliache democrazie, inoculando un po’ di sovreccitazione da casseur che non può che esprimersi nella forma, come detto, barbarica dell’assalto ai negozi.

E ci sono ulteriori aggravanti: questi giovani non si mettono a rubare il pane e lo stretto necessario. No, questi scarafaggi in tute acetate vogliono le scarpe Prada o Nike. Il consumismo e i social gli hanno fritto il cervello, non come un tempo, quando si assaltavano prima la Bastiglia, poi i forni per il pane, quindi il Palazzo d’Inverno e infine le sedi del MSI. La massima forma di estraneità alla tradizione politica occidentale e, nel nostro caso, italiana è l’assalto alla libreria Feltrinelli. Aldo Cazzullo, Francesco Merlo e, ipotizziamo, tanti altri, a partire da questo scandaloso gesto si sono dilungati in varie accorate riflessioni. Questi non sanno chi fosse il grande Giangiacomo, saltato in aria sotto un traliccio: non sono di sinistra, non leggono i tascabili, non si inchinano davanti al peso del grande Canone occidentale di Harold Bloom (in realtà pubblicato da Bompiani, ma vabbè). E dov’erano i genitori? E come mai vogliono consumare? E maledetto sia TikTok! Queste e altre domande, che un’intelligenza artificiale articolerebbe forse con più originalità, infestano la discussione pubblica e politica di questi giorni.

Il saccheggio

Dall’altro lato, sembrerebbe che ci sia, in alcune aree, maggiore tolleranza per i disordini, una predisposizione per la vecchia e sempre abbastanza valida spiegazione sociologica: si incendia perché si è marginalizzati e discriminati, e il consumismo non è il vizio delle underclass indebitate ma una forma più sofisticata di immaginario culturale ed etico. All’eccesso di moralismo a buon mercato di molti media, insomma, pare contrapporsi un’insofferenza diffusa che tende a comprendere con carità interpretativa, e talvolta a giustificare, i disordini. I saccheggi sono stati paragonati a forme di potlatch, il consumo festoso e improduttivo dei beni accumulati da una comunità, alla dépense, lo spreco, direbbe qualcuno, ma non divaghiamo. Per alcuni sono momenti che aprono nuovi spazi politici, di eversione del nesso tra la vendita della forza lavoro, il salario e il consumo. Per altri sono eventi che prefigurano nuove comunità, rompono la temporalità politica classica e permettono l’appropriazione delle strade in un qui e ora dagli echi talvolta messianici. Furio Jesi scriveva, ad esempio: «Ci si appropria di una città fuggendo o avanzando nell’alternarsi delle cariche, molto più che giocando da bambini per le sue strade o passeggiandovi più tardi con una ragazza. Nell’ora della rivolta non si è più soli in città».

Purtroppo, come prevedibile, non finirà bene. Non ci sarà nessuna destituzione dell’ordine costituito, né l’emersione di nuove forme istituzionali nate o stimolate dai tumulti, secondo la visione machiavelliana per cui le buone leggi seguono le insorgenze sociali, e ne hanno bisogno. Al contrario, molto probabilmente questi eventi favoriranno un’ulteriore saldatura tra Vannacci e Meloni, con il centro che, come al solito, fornisce argomenti e copertura mediatico-morale all’illiberalismo di questa destra. Con una positiva eccezione: Giuliano Ferrara, che, se da un lato sottovaluta la pericolosità di Piantedosi, dall’altro, di fronte al panpenalismo seguito al weekend, ha invitato alla calma.

La sinistra e il nodo della violenza

Alla cosiddetta sinistra non spetta né il compito di interpretare queste piazze né quello di provare a guidarle per incanalarne la forza. La sinistra radicale, più avvezza a maneggiare la palla infuocata del discorso sui mezzi e sui fini e sulle forme legittime del conflitto, prova a distinguere tra dialettica delle armi e armi della dialettica. Il centrosinistra, non a torto, attribuisce a Meloni la responsabilità sociale e l’inefficacia della repressione come ragione del mondo. Chiaramente, gli scontri del weekend non sono stati orchestrati da nessuna piovra globale, ma sono emersi, come già in altri contesti e in altri tempi, all’incrocio di vari fattori che non si possono ridurre a piccole formule da consumare in fretta. Il fatto che non rientrino immediatamente nella grammatica politica a cui siamo abituati, però, non significa che le siano estranei. La politica non è solo il plebiscito elettorale, e non è solo la sfilata non violenta, come direbbero alcuni. Günther Anders, ad esempio, sosteneva che quest’ultima avesse esaurito la sua carica: contro la minaccia atomica, che rischiava di distruggere l’umanità, era tempo di fare paura a chi ne era responsabile. Più recentemente, dopo gli scontri seguiti alla morte di George Floyd, lo storico afroamericano Robin D. G. Kelley scrisse sul New York Times, a proposito della violenza del potere: «Il vero istigatore delle rivolte, sosteneva Martin Luther King Jr., era la supremazia bianca. Il razzismo è responsabile delle condizioni di degrado dei ghetti, che costituivano il terreno fertile per la ribellione. Aggiunse: “Se si confrontassero le violazioni della legge commesse dall’uomo bianco nei ghetti nel corso degli anni con quelle commesse durante i pochi giorni di rivolta, il vero criminale incallito sarebbe l’uomo bianco”».

Come noto, il rapporto tra violenza e politica ha una tradizione millenaria, e così il dibattito che lo riguarda: dalla guerra giusta, discussa all’interno del pensiero teologico, alle insurrezioni anticoloniali e urbane moderne e contemporanee, fino a queste vicende più limitate. Per quanto sgradevole, il nodo è ineludibile. Più di dieci anni fa, in tempi renziani ma anche di vigorosa opposizione alla TAV, su Repubblica ci fu un dibattito sul conflitto politico a cui parteciparono, tra gli altri, Marco Revelli, i Wu Ming e Mario Tronti.

Se allora si trattava di prendere le distanze dalla violenza, in modo comprensibile e un po’ rituale, per affermare però la necessità di una dialettica politica anche aspra, mi sembra che oggi la questione del conflitto, con la sua sporcizia, il suo caos, la sua imprevedibilità, sia tornata nominabile. Un effetto, ad esempio, è l’universalismo concreto della partecipazione ai saccheggi: checché ne dicano i servizi e Crosetto, agli scontri hanno partecipato anche italiani bianchi da generazioni, e non solo quelli che vengono chiamati, con un termine razzista e tuttavia infamemente sdoganato, “maranza”. Non è moltissimo, ma non è neanche nulla.

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giovedì 5 novembre 2026

Il suicidio dell’Europa è in “vetrina” - Lavinia Marchetti

 

Il risveglio dal coma social-consumistico dei figli che l’Europa voleva usare come carne da macello

 

Il mysterium tremendum Occidentale davanti a una vetrina infranta

Che la libreria Feltrinelli, antico emblema della cultura antagonista italiana, venga devastata, durante una rivolta giovanile, possiede una sua ironia dialettica. Sono vent’anni che evito quelle librerie. Avete visto cosa espongono in vetrina? La conoscenza definitivamente sussunta nell’industria culturale, l’antagonismo convertito in valore di scambio. Adorno e Horkheimer hanno perso, e noi con loro. Del resto, è piuttosto facile mercificare Che Guevara sulle magliette e poi indignarsi quando una generazione, sottoposta a decenni di umiliazione sociale, finisce per incazzarsi. Foot Locker, saccheggiata a Milano, offre un’altra esemplificazione di questa oscenità. Un’impresa coinvolta in Germania in controversie sulla rappresentanza sindacale, alla quale KnowTheChain assegnava nel 2023 appena 2 punti su 100 per le misure documentate contro il rischio di lavoro forzato nella filiera. Intanto la scarpa, feticcio dell’identificazione giovanile, occulta nella propria desiderabilità pubblicitaria i rapporti sociali della produzione. Marx avrebbe parecchio da scrivere su questa forma contemporanea di alienazione. E poi Rolex, il lusso parigino, l’ostentazione di una ricchezza la cui inaccessibilità costituisce precisamente il fondamento del prestigio. L’universalismo borghese è approdato al diritto universale di contemplare ciò che soltanto pochi possono possedere. Le periferie, educate al desiderio illimitato e condannate all’indigenza, penetrano nei luoghi della propria esclusione. Il saccheggio realizza per un istante l’appropriazione della merce attraverso la soppressione della mediazione monetaria. Una negazione ancora prigioniera del feticismo che pretende di infrangere, certo, e proprio per questo filosoficamente interessante. La merce continua a governare il desiderio persino quando viene sottratta al mercato.

Il nichilismo del capitale ha prodotto i suoi figli che adesso chiama barbari.

Meglio una vetrina infranta o i sogni infranti? L’Europa ce lo disse 25 anni fa piantando a uno di noi una pallottola in testa.

La vetrina infranta rappresenta allora, sul piano simbolico, la sospensione violenta di questa interdizione. L’oggetto esposto diventa raggiungibile per un istante, mentre il suo valore di scambio perde la funzione di mediazione obbligatoria. Una consumazione paradossale del feticismo mercantile, naturalmente, perché il desiderio del saccheggiatore rimane prigioniero della medesima organizzazione libidica che lo ha escluso. Il capitale sopravvive persino nella pulsione che sembra negarlo. Ci vorranno dieci generazioni per ripulirci e così la distruzione della merce può così riprodurre la sovranità della merce sulla coscienza.

L’individuo contemporaneo è chiamato a sopravvivere nel presente mediante la subordinazione del proprio avvenire. Lavora per pagare una stanza dalla quale rischia continuamente di essere espulso, mentre l’incremento della produttività contribuisce all’accumulazione di patrimoni sempre più sottratti alla reciprocità sociale. Avete mai davvero pensato alla formazione psichica di un adolescente costretto a elaborare la propria identità entro questa economia dell’umiliazione? Frequenta una scuola impoverita, ascolta insegnanti che faticano ad arrivare alla fine del mese, e osserva i genitori consumarsi nella ricerca di una stabilità economica ormai improbabile. Poco dopo, sul telefono, arriva Musk con il progetto di un’automobile volante. La distanza fra le possibilità tecniche dell’umanità e l’impotenza materiale dell’individuo ha raggiunto proporzioni grottesche, impensabili. Il progresso sopravvive come incremento della potenza privata, ma l’esistenza comune sperimenta una regressione delle proprie possibilità.

Vivere in mezzo alla miseria e alla complicità genocida e chiedere “moderazione”. Il doppio vincolo della nostra classe dirigente

Sempre lo stesso adolescente assiste quotidianamente alla devastazione di Gaza e alle immagini dei bambini estratti dalle macerie. La guerra russo-ucraina gli restituisce la prospettiva della mobilitazione militare, gli uomini fermati per essere arruolati in modo brutale, come carne al macello e vive con angoscia l’eventualità di una nuova coscrizione europea. Dall’America arrivano le operazioni dell’ICE contro i migranti. L’accumulazione incessante di immagini della sopraffazione modifica la relazione fra percezione e giudizio morale. L’assuefazione alla catastrofe convive con una crescente saturazione affettiva, mentre le istituzioni che amministrano la violenza legittima chiedono ai giovani un’impeccabile disciplina pacifica.

Occorrerebbe interrogarsi sulla schizofrenia etica di una civiltà che esibisce quotidianamente la potenza distruttiva dei propri apparati militari e considera scandalosa la comparsa della distruttività nella condotta dei suoi esclusi. La condanna della violenza diventa intellettualmente inconsistente quando prescinde dall’economia generale della violenza nella quale siamo immersi. L’Europa tollera apertamente cosucce come l’espropriazione del tempo di vita, la totale precarizzazione dell’esistenza e la subordinazione della politica e del Welfare agli automatismi finanziari. Poi arriva una vetrina rotta e la questione morale improvvisamente diventa centrale. Beh, delle due l’una.

Sarebbe altrettanto puerile, da parte nostra, attribuire alla rivolta una coscienza rivoluzionaria che fatica a manifestarsi. Il socialismo presupponeva la possibilità di ricomporre politicamente le forze sociali antagoniste e di trasformare l’esperienza comune dello sfruttamento in una volontà storica. La decomposizione delle appartenenze collettive ha sottratto alla collera contemporanea una parte considerevole degli strumenti attraverso i quali avrebbe potuto elaborarsi. La distruttività delle piazze può essere interpretata come un’abreazione collettiva, una scarica dell’affetto socialmente represso che investe gli oggetti disponibili e talvolta aggredisce persino il patrimonio comune, come nel caso del municipio incendiato a Limoges. L’espropriazione del futuro che altre forme ha per esprimersi? Ha solo un’aggressività priva di un progetto riconoscibile. Almeno per adesso.

Eppure sarebbe un errore ignorare ciò che questa negatività contiene. Qui vediamo in gioco una soggettività lungamente educata alla propria irrilevanza e ammaestrata con sussidi e social, interrompere l’obbedienza e sperimentare nuovamente una capacità di intervento materiale. Stanno imparando a disimparare la cieca obbedienza. Vi pare poco? L’atto distruttivo, lo sappiamo, può esaurirsi in un godimento effimero, compromettendo perfino le possibilità di una successiva emancipazione, è come un’ubriacatura molesta con i rimpianti del giorno dopo. La sua comparsa, però, testimonia comunque il fallimento della pacificazione attraverso l’impotenza. Il nichilismo europeo, protratto fino all’esaurimento della speranza, ha cominciato a produrre una ribellione che gli restituisce la propria violenza originaria. Questi ragazzi sono lo specchio dell’Europa, del suicidio dell’Europa in un potlatch universale.

Lo stupore degli editorialisti davanti all’uscita dall’ipnosi. Platone e le ombre

L’Europa avrebbe voluto generazioni disposte ad accettare l’impossibilità del futuro, disciplinate dalla paura dell’esclusione e abbastanza sedate da trovare consolazione nel consumo virtuale di ciò che rimane loro materialmente precluso. Adesso scopre, con sommo stupore di tutti gli editorialisti dei giornali europei, che la rassegnazione può interrompersi e che il malessere psichico nascosto da milioni di pillole di antidepressivi, può acquisire una manifestazione collettiva, e reagisce invocando quella civiltà di cui ha progressivamente liquidato il contenuto sociale.

Nelle vetrine di Parigi erano esposti oggetti destinati a durare generazioni a tramandarsi. Ai ragazzi che le hanno attraversate era stata sottratta persino la possibilità di programmare il dopodomani. Riflettiamo un secondo prima di sparare giudizi a casaccio?

da qui

Abitare in tempi di guerra - Francesca Mannocchi

 

Abitare

è la prima forma di fede.
Prima ancora di credere in un dio,
l’uomo ha creduto in un luogo.
Ha creduto
che un muro
potesse trattenere il vento,
che un fuoco
potesse addomesticare la notte,
che una porta
potesse difendere la promessa del mattino.

Ha creduto nella casa,
come si crede nel mondo.

La casa è stata la prima continuità:
non un riparo,
ma una forma del vivere.
Un modo di dire:

«Io sono qui nel tempo,
non soltanto nel passaggio».

La guerra non distrugge le case.

Disfa l’idea di casa.

Spezza il verbo che ci fonda:

Resto, quindi sono.

La guerra toglie la possibilità della durata.

L’uomo che è costretto a fuggire
non lascia una stanza:

perde la grammatica del quotidiano,
il libro degli atti minimi
che tengono insieme il pensiero:

apri,
chiudi,
lava,
posa,
attendi…

resta.

In tempo di guerra, abitare non significa ripararsi:

significa non essere cancellati.

Abitare diventa insurrezione silenziosa:

continuare a disporre il pane
anche quando il pane non c’è.

Continuare a dire «qui»
a chi ci vuole altrove.

Anche in una tenda

(che è già esilio).

Anche in un campo profughi

(che di quell’esilio è l’atlante).

Ho camminato fra tende tutte uguali.

Le abitazioni temporanee
della burocrazia quando nomina il dolore.

Io le ho viste farsi città:

centomila vite piantate nel vento,
un’urbanistica di sopravvivenza.

Nei campi la casa non è un luogo,

è una costellazione di oggetti sopravvissuti:

una tanica d’acqua,
un lembo di coperta,
un chiodo piantato nel nylon.

Oggetti con una liturgia:

si lava ciò che si può,
si mangia ciò che non marcisce,
si dorme in diagonale
perché il corpo impari
a essere meno del necessario.

Nel campo, ogni mancanza diventa invocazione:

sapone,
calore,
luce,
pudore.

Il corpo, quando non può pulirsi,
si ricopre di memoria.

Ogni assenza si fa preghiera:

«Dio, dacci oggi il nostro sapone quotidiano».

E se il sapone non c’è,
ci si lava con la memoria.

La notte il freddo passa sotto le tende
e sembra un animale che cerca qualcosa da divorare.

I bambini si stringono ai corpi delle madri,
e i corpi delle madri si fanno muro,
una muraglia di carne che dice: resisti!

Ho visto donne contare i minuti tra un pasto e l’altro.

Non il tempo del giorno,
ma il tempo della fame.

Perché nei campi il tempo non scorre,
si misura in distanza dalle cose necessarie.

Abitare in guerra

è dire:

«Questo luogo è mio
anche se voi lo negate».

È l’atto politico più nudo,

resistere con i gesti:

con le mani che lavano,
con il pane che manca,
con il corpo che insiste sulla terra.

Abitare è dire alla violenza:

«Non potrai svuotare lo spazio
di chi lo riempie di significato».

Abitare
è la prima forma di fede.

Restare
è la seconda.

(da «Crescere, la guerra»)

da qui