C’è un tipo particolare di tweet che soltanto il CEO di un laboratorio di frontiera può pubblicare a mezzanotte di sabato. Quello comparso sull’account di Dario Amodei nella notte tra il 12 e il 13 settembre 2026 apparteneva a questa categoria: un avvertimento secondo cui, entro un anno, uno «sciame incontrollato» potrebbe prendere il controllo di Internet e provocare danni per centinaia di miliardi di dollari. Domenica mattina l’allarme era già virale.
Consideriamo sia la
tempistica che il ciclo mediatico. Nella stessa settimana,
l’allora sconosciuto Jacob Coxon, ex ricercatore di OpenAI
e Anthropic, ha lanciato un
allarme sui social: entrambe le aziende stavano «puntando dritte verso una
superintelligenza capace di auto-migliorarsi, mettendo così a rischio
le nostre vite». Il thread allarmista ha superato i 120 milioni di
visualizzazioni solo nelle prime ventiquattr’ore e ha spinto più di
venti politici a rispondere con accorati appelli alla
regolamentazione dell’IA.
Più o meno
nello stesso periodo, gli economisti di Anthropic pubblicavano uno studio per scenari che
prevedeva una crescita annua del PIL intorno al 15%, una disoccupazione di
massa all’11,9%, e un calo della quota del reddito nazionale destinata al
lavoro dal 60% circa al 45,2%: come se la disoccupazione tecnologica avesse
bisogno di uno studio formale per essere presa sul serio!
Pochi giorni
dopo l’avvertimento di Amodei, la testata giornalistica digitale Semafor
riferiva che un disegno di legge
bipartisan sulla sicurezza dell’IA, rimasto fino ad allora bloccato, era
improvvisamente emerso come opzione legislativa. Nel frattempo, dopo
aver annunciato il 3 settembre un disegno di
legge per vietare la superintelligenza, Bernie Sanders si preparava a
presentarlo formalmente e a convocare briefing con esperti sui «pericoli
straordinari» dell’IA.
A cosa serve
l’allarme
Che cosa
produce, in concreto, questa improvvisa ondata di panico sull’IA? Una
cosa che certamente non produce — e quasi sicuramente non
produrrà — sono norme davvero vincolanti. Piuttosto, prepara il
terreno per qualcosa di completamente diverso: una garanzia federale sugli
enormi investimenti necessari a costruire l’infrastruttura dell’IA. Lo
Stato potrebbe finire per garantire, direttamente o indirettamente, il debito
con cui OpenAI e altre aziende del settore finanziano la loro
espansione.
Lo «sciame»
di Amodei non è che un alibi. Offre ad Altman la ragione perfetta per
rinviare l’IPO da mille miliardi di dollari — «non è un
momento giusto per quotarsi in Borsa», ha commentato — mentre consegna al Congresso
il mandato emotivo per autorizzare finanziamenti federali d’emergenza destinati
a proteggere l’IA, e a quanto pare il mondo intero, dalla catastrofe. La
minaccia esistenziale è abbastanza reale da giustificare l’erogazione di denaro
e abbastanza vaga da giustificare qualunque altra cosa.
Ecco
la macchina tecno-finanziaria nella sua forma più machiavellica. In mezzo
a tutto il rumore, il punto da tenere a mente è semplice: dietro la marcia
trionfale dell’IA si nascondono montagne di debito. Nel 2027, gli investimenti
dei giganti tecnologici in data centre e infrastrutture per l’IA supereranno i mille miliardi di dollari.
Gli impegni fuori bilancio ammontano già a 3.100 miliardi, di cui 1.300
aggiunti in un solo trimestre. E le emissioni obbligazionarie legate all’IA
hanno raggiunto quest’anno
i 266 miliardi di dollari; il prossimo potrebbero arrivare a 400 miliardi.
Diversi tra
i maggiori operatori del cloud — i cosiddetti hyperscaler — stanno
ormai spendendo molto più di quanto riescano a generare. La corsa a costruire
data centre e acquistare chip assorbe più liquidità di quanta ne producano
le loro attività operative. Per colmare la differenza, le aziende devono
cercare finanziamenti esterni e spostare una quota crescente del debito fuori
bilancio.
A questo
punto le condizioni per il prossimo giro di giostra (creazione
di credito) devono essere costruite politicamente: prima il panico,
poi la garanzia, infine l’emissione. Il discorso sulla sicurezza è il
lubrificante ideologico di una sequenza in cui il credito
privato finanzia la costruzione; la fragilità crescente rende necessaria una
garanzia pubblica — attraverso appalti, sussidi energetici, protezione dalla
responsabilità, garanzie sul debito o stanziamenti d’emergenza — e la garanzia,
a sua volta, ha bisogno di un vocabolario d’emergenza.
La prova
generale
Come molti
ricorderanno, già nell’aprile 2026 Anthropic aveva annunciato che il
suo modello Mythos aveva «individuato migliaia di
vulnerabilità molto gravi, alcune presenti in ogni principale sistema
operativo e browser web». La Casa Bianca ne aveva limitato l’accesso a
circa quaranta organizzazioni, tra cui Amazon, Microsoft e JPMorgan. Banche,
ospedali e governi esclusi da quella cerchia avevano potuto valutarne i rischi
soltanto indirettamente: attraverso gli avvertimenti delle autorità di regolamentazione,
i briefing d’emergenza e un linguaggio del rischio sistemico in rapida
espansione.
Il FMI
ha poi definito tutto ciò un potenziale «shock
macrofinanziario», avvertendo che «fallimenti correlati» potrebbero
«interrompere l’intermediazione finanziaria, i pagamenti e la fiducia a livello
sistemico». Nel frattempo, il governatore della Bank of England,
Andrew Bailey, chiedeva ad Anthropic di
informare il Financial Stability Board, l’organismo che riunisce
funzionari dei ministeri delle Finanze e banchieri centrali del G20.
Dal canto
suo, la BCE richiedeva a 110 banche di presentare
entro il 31 ottobre «piani d’azione completi» contro le minacce informatiche
legate all’IA, innalzando al livello «grave» la propria valutazione del rischio
sistemico. E Klaus Schwab, naturalmente, lo aveva già detto con
chiarezza nel 2020: di fronte a un grande attacco informatico, «la crisi del
COVID-19 sarebbe diventata un piccolo disturbo».
È difficile
non concludere che la prova generale sia ormai terminata e
che il copione sia in gran parte già scritto. Dal 2011, gli esercizi
Quantum Dawn della SIFMA simulano incidenti informatici su larga
scala contro il sistema finanziario statunitense. Mettono così in scena
proprio il tipo di crisi sistemica che potrebbe giustificare il ricorso a
poteri d’emergenza, mentre addestrano le istituzioni a reagire secondo uno
schema già definito. Se mai dovesse verificarsi un’emergenza finanziaria legata
all’IA — reale, tollerata o fabbricata — l’architettura istituzionale per
affrontarla sarebbe già pronta. Il pubblico non perderebbe tempo a chiedersi se
la crisi fosse reale. Più probabilmente, implorerebbe Anthropic di
salvarlo.
Oracle,
ovvero l’indizio
Il 9
settembre, nella stessa finestra di ventiquattr’ore in cui il panico sulla
sicurezza dell’IA raggiungeva il culmine, Oracle ha pubblicato risultati
accolti inizialmente come un trionfo. Il titolo è balzato nelle contrattazioni
successive alla chiusura dei mercati. Ma il mercato del credito ha reagito in
modo assai meno entusiasta: i rendimenti delle obbligazioni sono saliti e il
costo delle assicurazioni contro il fallimento di Oracle — i cosiddetti credit
default swap, o CDS — si è ampliato. Nel giro di ventiquattr’ore, l’azione
aveva restituito l’intero guadagno, e anche qualcosa in più.
Oracle non è
dunque un caso isolato, ma il primo indizio di una trasformazione più ampia del
mercato del credito. Il settore sembra aver trovato il proprio equivalente
dei mortgage-backed securities, al centro della crisi
finanziaria del 2007-08: un nuovo mercato del debito costruito non sui mutui,
ma sui chip e sui data centre. Il copione è sorprendentemente simile:
allora c’erano i mattoni del settore immobiliare e i lotti di terreno;
oggi ci sono i tech stack (l’infrastruttura tecnologica
dei software) e i data centre.
Il segnale
più preoccupante è che OpenAI e Anthropic, ancora prima di quotarsi, stanno
già cercando di ottenere per il dopo-IPO un rating di credito investment grade.
Secondo il Financial Times, i loro consulenti bancari hanno
avviato discussioni con le agenzie di rating per rendere possibile l’accesso a
finanziamenti più economici e al vasto mercato delle obbligazioni
societarie. Non è ancora una garanzia pubblica, ma è la richiesta
preliminare di quella credibilità finanziaria senza la quale la loro espansione
non potrebbe essere sostenuta a debito.
La
divergenza tra il mercato azionario e quello del credito, insieme alla corsa
preventiva al rating, racconta l’intera storia in miniatura. Mentre il mercato
azionario compra e vende soprattutto narrazioni, il mercato del credito deve
valutare il rischio di non essere rimborsato. Quando i due mercati
discordano così violentemente sulla stessa azienda, qualcuno sta valutando male
il rischio. E raramente quel qualcuno è chi compra l’assicurazione.
Ecco perché
il teatro sulla sicurezza — come se i miliardari dell’IA avessero
improvvisamente sviluppato una “coscienza tecnologica” — non è soltanto
decorativo: svolge una funzione precisa. Il problema non è semplicemente che i
CEO siano insinceri, né che il pericolo sia infondato. È che il
linguaggio della sicurezza trasforma l’esposizione privata in un obbligo
pubblico.
I bilanci
privati si stanno avvicinando al limite di ciò che possono assorbire. Quando
quel limite sarà raggiunto, lo Stato verrà arruolato: non tanto per salvare un
intero settore in fallimento, cosa oggi politicamente impossibile, ma per
metterlo in sicurezza in quanto infrastruttura strategica. A quel punto, il
sistema avrà bisogno di una narrazione altamente retorica: una storia capace di
trasformare l’insolvenza privata in un pericolo pubblico, e il salvataggio in
un atto di patriottismo.
Il manuale
operativo
Un sistema
costruito sul credito non può sopravvivere a un deleveraging prolungato
(una lunga fase di riduzione del debito): ha bisogno di una creazione continua
di credito per mantenere la macchina in funzione. Quando la domanda privata di
credito si indebolisce — quando il flusso di
cassa libero diventa negativo, i CDS s’impennano e il rialzo
azionario dura meno di un giorno — le condizioni per il giro successivo devono
essere fabbricate altrove. A volte attraverso la politica monetaria; sempre più
spesso attraverso una narrazione esterna che giustifichi la politica fiscale:
una minaccia esistenziale che soltanto il denaro pubblico può garantire in modo
credibile.
Il panico
sull’IA di settembre non è altro che l’odierno sistema operativo della
macchina del credito. La garanzia è la prima mossa: socializzare il
rischio mentre i bilanci privati sono ancora in grado di assorbirlo. La prova
generale è la seconda: predisporre l’architettura d’emergenza per il momento in
cui non potranno più farlo. Entrambe sono forme dello stesso sortilegio,
orientate allo stesso obiettivo: più credito, garantito politicamente.
Ecco perché
la tempistica del tweet di Amodei conta, e perché il post virale di Coxon,
l’improvviso disgelo intorno a un disegno di legge bipartisan, la retorica da
11 settembre della minaccia esistenziale e il comodo rinvio dell’IPO di OpenAI
appartengono tutti allo stesso quadro. Un quadro in cui gli incentivi
convergono: i laboratori di IA hanno bisogno di protezione dalle
conseguenze della propria esposizione; i politici, di un’emergenza attraverso
cui espandere sia il controllo che la spesa; i media, di una catastrofe
facilmente traducibile in una storia; e il sistema del credito, della prossima
tranche.
La risposta
di Trump
Lunedì 14
settembre, fedele al suo stile, Trump ha scritto su Truth Social che Amodei «si
atteggia ad “angelo perfettino”», sostenendo che la sua amministrazione aveva
già «impedito alle “persone” dell’IA» — Amodei compreso — «di fare
cose cattive o potenzialmente cattive». Secondo Trump, «l’unico controllo, o
“guardrail”, di cui l’IA ha bisogno è un PRESIDENTE FORTE E INTELLIGENTE (CON
UN QI ELEVATO!)». Ha poi definito il dibattito sulla sicurezza un «complotto
MALATO» utile soltanto alla Cina, per concludere: «CHI VINCE NELL’IA, VINCE!»
Se Trump ha
ragione nel sostenere che l’intervento di Amodei non sia che una mossa per
mettere i concorrenti in difficoltà e consolidare la posizione
di Anthropic, sbaglia però la conclusione. L’inferenza corretta non
è l’inutilità della regolamentazione, ma il fatto che
l’insincerità degli attori è strutturale: opera su entrambi i lati
dello schieramento e del panico.
Il post di
Trump non offre un’alternativa alla garanzia, ma una sua forma
alternativa: la sostituzione della legislazione con la discrezionalità
esecutiva. Nessuna nuova regola, nessun disegno di legge sulla sicurezza,
nessuna supervisione congressuale. Soltanto la garanzia che, quale che sia il
governo in carica, la macchina del credito continuerà a funzionare.
Resta la
domanda con cui vorrei chiudere, prendendo in prestito le parole di Greg Jensen di Bridgewater:
oggi l’IA si troverebbe nella stessa situazione in cui si trovava «il COVID nel
febbraio 2020»: «Purtroppo, la storia suggerisce che non faremo nulla finché
l’IA non comincerà a uccidere delle persone. Ma prima o poi dovremo
affrontarla. Succederà comunque, e sarebbe molto meglio cominciare a occuparsene
fin d’ora».
Il
detonatore non deve essere finanziario per svolgere la stessa funzione. Ciò che
conta è che l’architettura della risposta sia già pronta a trasformare
qualunque emergenza in credito garantito politicamente. Quello a cui stiamo assistendo
non è semplicemente una bolla che si gonfia, ma una bolla preparata al
salvataggio. Le basi politiche vengono gettate in anticipo, così che, quando il
credito si bloccherà, la garanzia sarà già stata
giustificata. Lo «sciame incontrollato» è una richiesta di assicurazione
federale, presentata in anticipo nel linguaggio universale della salvezza.