mercoledì 2 settembre 2026

Le vittime e i carnefici nella vicenda di Autistici/Inventati - Andrea Barolini

 

La testata di cui sono direttore, come è noto, è finanziata dal gruppo Banca Etica, attraverso il suo editore Fondazione Finanza Etica. Ciascuno può sentirsi libero di pensare che quanto segue sia una difesa d’ufficio. La realtà è che in quasi sei anni di direzione, la redazione di Valori.it ha potuto lavorare in totale autonomia e indipendenza. Ed è proprio l’indipendenza, assieme alla deontologia professionale, che mi spingono a prendere posizione. 

La vicenda è ormai nota: venerdì 28 agosto 2026 è stata resa nota l’ennesima decisione arbitraria dell’amministrazione degli Stati Uniti diretta da Donald Trump. Il collettivo toscano Autistici/Inventati – che sviluppa servizi informatici indipendenti e che fornisce indirizzi email, siti web, blog e newsletter ad altri attivisti e collettivi – è stato inserito nelle cosiddette liste Ofac. Ufficialmente per «contrastare la crescente minaccia rappresentata dai gruppi terroristici violenti di estrema sinistra». 

Autistici/Inventati è correntista di Banca Etica dal 2018 e l’istituto di credito ha dovuto riferire all’associazione di essere «costretta a elevare il profilo di rischio e a sospendere temporaneamente l’operatività del conto corrente in attesa di ulteriori approfondimenti ed è purtroppo probabile che sarà a breve costretta alla sua successiva chiusura». Al contempo, ha scritto alle organizzazioni di categoria delle banche (Abi e Assopopolari) e al ministero dell’Economia per verificare se ci siano soluzioni praticabili che permettano a Banca Etica di mantenere l’operatività del conto corrente.

Banca Etica rischia sanzioni secondarie per le liste Ofac

È un film già visto con la relatrice speciale delle Nazioni Unite per i Territori Palestinesi Francesca Albanese, o ancora con i giudici della Corte penale internazionale. E anche all’estero nessuna banca, neppure quelle che si fondano sugli stessi valori di Banca Etica, ha potuto aggirare la decisione dell’amministrazione di Washington. 

Il motivo è semplice, come spiega lo stesso istituto di credito: «Una banca italiana che mantenga rapporti con un soggetto inserito nelle liste Ofac, potrebbe essere oggetto di “sanzioni secondarie” che implicano la cessazione di ogni servizio erogato da intermediari statunitensi». Tradotto, tutti i correntisti di Banca Etica potrebbero vedersi bloccate le carte di credito e di debito poiché basate su sistemi statunitensi (Visa & co.). Il che significherebbe, di fatto, far pagare a 130mila clienti, socie e soci della banca lo stesso prezzo ingiusto che Trump vuole far pagare a Autistici/Inventati, Francesca Albanese e ai giudici della Cpi. Oltreché mettere a repentaglio gli stipendi di centinaia di lavoratrici e lavoratori dell’istituto di credito.

Si può osservare che la Corte di giustizia europea, con sentenza dell’11 giugno 2026, ha ritenuto che il rifiuto di apertura di un conto corrente bancario ad un soggetto iscritto nella lista Ofac sia in contrasto con la direttiva dell’Ue 2015/849, che disciplina il contrasto finanziario al terrorismo e al riciclaggio. 

Siccome la stessa direttiva «non prevede che l’inserimento in un elenco dell’Ofac o in qualsiasi altro elenco della stessa natura redatto da un Paese terzo comporti automaticamente il divieto per un ente creditizio di avviare un rapporto d’affari con il cliente interessato», allora secondo i giudici non è necessario rispettare automaticamente quanto imposto da Washington.

 

La sentenza Ue dell’11 giugno non risolve il nodo delle liste Ofac

Ciò è vero. Ma lo è tanto quanto il fatto che gli Stati Uniti andrebbero con ogni probabilità dritti per la loro strada. Con tutto ciò che comporterebbe. La realtà è che la sentenza sancisce un principio correttissimo: la legittimità a resistere alla giustizia parallela imposta in modo unilaterale, arbitrario e barbaro da un singolo Paese. Ma a mancare è un’alternativa sicura per evitare di doversi solo e semplicemente immolare, rischiando di far perdere all’Italia, e a decine di migliaia di persone, l’unica realtà che propone una finanza umana, solidale, rispettosa dell’ambiente, del clima, della biodiversità, dei diritti dei lavoratori, dei diritti umani. Manca un sistema finanziario alternativo, che poggi le proprie gambe e radici in Europa, che sia gestito dalle nazioni europee, che ci liberi dal dominio americano. Che magari non arriverebbe subito ma del quale si potrebbero per lo meno cominciare a porre le basi. 

Nell’assordante silenzio della politica (e anche delle altre banche italiane, perché non risultano prese di posizione né manifestazioni di solidarietà), la verità è che nessuno fa la sola cosa che consentirebbe a Banca Etica di aprire (o rimettere in funzione) immediatamente ogni tipo di rapporto bancario. Le vicende di Albanese, di Autistici/Inventati e dei giudici della Cpi – nessuno dei quali ha ricevuto accuse formali, né ha perciò potuto difendersi da esse – hanno aperto uno squarcio su un mondo nel quale la giustizia, di fatto, non è uguale per tutti. Questo non basta però a far sì che governi europei e Commissione di Bruxelles agiscano concretamente per difendere le fondamenta stesse dei valori democratici. Meglio, evidentemente, non rischiare di irritare la Casa Bianca. E pazienza se questo dà un segnale dissuasivo chiarissimo anche a chiunque pensi di adottare comportamenti simili a quelli delle persone e realtà inserite ingiustamente nella lista Ofac.

La sola cosa certa, in tutto ciò, è che in questa vicenda ci sono delle evidenti vittime (chi è sottoposto ingiustamente a sanzioni, e anche chi è sottoposto alla minaccia di dover chiudere se osa tentare una forma di resistenza), un evidente carnefice e troppi che potrebbero agire ma preferiscono stare a guardare.

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Come il sistema finanziario ha creato una giustizia parallela dominata dagli Usa - Andrea Barolini

Facendo leva sul dominio statunitense dei circuiti e dei servizi finanziari, Washington negli ultimi mesi ha imposto sanzioni a numerose figure, compresi giudici della Corte penale internazionale e rappresentanti Onu. Senza processi, senza accuse formali, senza difesa e senza neppure vie di ricorso

Nicolas Guillou è un magistrato della Corte penale internazionale (Cpi). Lui, come altri giudici, è stato sottoposto a sanzioni da parte dell’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump. La ragione? Le loro inchieste e le loro decisioni, semplicemente, non sono piaciute a Washington.

Da quel giorno la vita del giurista è stata, di fatto, "congelata" da una giustizia parallela, arbitraria e inappellabile. Figlia di precise scelte politiche e permessa dal pressoché incontrastato dominio finanziario internazionale degli Stati Uniti.

La decisione degli Stati Uniti annunciata il 20 agosto 2025

La vicenda di Guillou risale al 20 agosto 2025: all’epoca, il segretario di Stato Marco Rubio aveva annunciato la decisione, il cui fondamento giuridico è rappresentato da un ordine esecutivo (il numero 14.203) firmato da Trump il 6 febbraio dello stesso anno. Che permette appunto di imporre sanzioni a chi fa parte della Cpi.

Ciò nel caso in cui vengano assunte decisioni che, secondo l’insindacabile giudizio di Washington, ledono gli interessi degli Stati Uniti o dei loro alleati. Il giudice francese, in particolare, è stato "punito" per aver spiccato un mandato d’arresto contro il primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant.

Bloccati conti correnti, beni, servizi bancari

Le conseguenze di tale decisione sono le stesse che hanno colpito numerose altre persone (compresa ad esempio la relatrice speciale delle Nazioni Unite per i Territori palestinesi occupati, Francesca Albanese). Innanzitutto il divieto di ingresso negli Stati Uniti, quindi il congelamento dei beni e delle risorse economiche a disposizione del giudice.

A ciò si aggiunge poi l’impossibilità di mantenere in vita i propri rapporti bancari, la sospensione di tutti i servizi finanziari statunitensi come PayPay, Apple Pay, Google Wallet, solo per citarne alcuni. E ancora l’esclusione da ogni sistema di pagamento come Visa, Mastercard o American Express.

Il meccanismo è oliato e perfettamente funzionante. La redazione di Euronews ha provato ad effettuare un pagamento di 1 euro con causale “Sostegno a Nicolas Guillou” attraverso PayPal, e ha potuto constatare che la transazione è stata effettivamente immediatamente bloccata.

Il nome del giudice della Corte penale internazionale nella stessa lista di terroristi e narcotrafficanti

Concretamente, però, per chi è sottoposto a sanzioni come quelle imposte a carico di Guillou, risulta impossibile avvalersi di servizi bancari non statunitensi, come ad esempio quelli europei. Il motivo è semplice: il nome del giudice risulta inserito in una blacklist dell’Ofac (l’Ufficio per il controllo degli asset finanziari del Tesoro americano). Si tratta della Special designated Nationals list (nota come Sdn List). Nella quale figurano, spiega l’amministrazione americana, individui, gruppi e entità considerati ad esempio come soggetti o organizzazioni terroristiche, o ancora narcotrafficanti o criminali di vario genere.

Il giudice della Cpi Guillou è stato considerato, evidentemente, alla stessa stregua. Tecnicamente, se una qualunque banca del Vecchio Continente decidesse di aprire ad esempio un conto corrente a suo nome, violerebbe le norme che impongono a tutti gli istituti (anche non statunitensi) di escludere appunto chi è presente sulla Sdn List.

Neanche le banche europee possono fornire servizi a chi è nella blacklist del Tesoro statunitense

Agli occhi delle autorità statunitensi, infatti, si tratterebbe di un aggiramento della blacklist. Il che farebbe scattare una serie di sanzioni accessorie a carico della banca in questione: l’impossibilità di operare in dollari, così come l’esclusione dai circuiti internazionali di pagamento. Tradotto: tutti i clienti di quella banca, di colpo, verrebbero tagliati fuori dai sistemi Visa o Mastercard. Le loro carte di credito non funzionerebbero più, con un danno commerciale incalcolabile per l'istituto finanziario.

Di fatto, dunque, il meccanismo è organizzato in modo tale che un solo organismo nazionale, il Tesoro statunitense appunto, può decidere in modo totalmente arbitrario, senza alcuna accusa formale, senza un processo, senza sottoporre le proprie decisioni ad alcun vaglio e senza neppure possibilità di ricorrervi contro, di condizionare l’intero sistema finanziario globale.

Neppure una notifica da Washington, gli interessati infomati solo attraverso comunicati stampa

“Non arriva neppure una notifica da parte dell’amministrazione Usa", ha raccontato Guillou al quotidiano francese Ouest-France. "Non funziona come nel caso di un tribunale. Lo si viene a sapere semplicemente da un comunicato stampa. E poi, via via, se ne comprende la portata”.

La vita di tutti i giorni, infatti, è totalmente stravolta: impossibile affittare un’auto, comprare qualcosa su Amazon, prenotare un hotel su Booking.com, effettuare un banale bonifico o ritirare un po' di contanti a un bancomat.

È bene sottolineare come le normative antiriciclaggio e antiterrorismo siano, ovviamente, fondamentali per combattere la criminalità organizzata. Il punto è che però dovrebbero essere utilizzate a tale scopo, non contro giudici considerati scomodi o contro rappresentanti delle Nazioni Unite di cui non si condividono idee o scelte.

Il giudice Guillou parla di "sottomissione volontaria" dell'Europa agli Stati Uniti

Lo stesso Guillou ha ammonito sul fatto che in questo modo anche l’Europa si piega di fatto ai diktat che arrivano da Washington, cadendo in una forma di “sottomissione volontaria”.

Le sanzioni, poi, non toccano solo chi è presente nella lista, ma anche i parenti stretti come mogli, mariti o figli: “Ad esempio, se i propri figli studiano negli Stati Uniti, vengono espulsi immediatamente. È accaduto a dei miei colleghi. Inoltre, viene imposto il divieto a qualunque persone fisica o giuridica di fornire o ricevere servizi alle persone oggetto di queste sanzioni”, ha aggiunto il magistrato della Cpi.

Una giustizia parallela, appunto. La cui portata potenziale è enorme, se si considera che, secondo un rapporto della Banca centrale europea del febbraio 2025, sul totale dei pagamenti effettuati non in contanti nel 2023 in Europa, il cui controvalore è stato pari a 70 miliardi di euro, ben il 54 per cento è avvenuto attraverso carte di credito. Di tale quota, il 61 per cento è passato per circuiti statunitensi come Visa e Mastercard.

Un altro 15 per cento, poi, è stato effettuato con carte di debito (che spesso si appoggiano ancora una volta a società statunitensi). E la situazione non cambia poi per i Wallet digitali. Tanto che la stessa Bce parla di “posizione oligopolistica” dei due principali attori del settore, Visa e Mastercard appunto. Aggiungendo che ciò non può essere che “motivo di preoccupazione”.

Secondo un portale giuridico francese le possibili contromosse legali sono "pressoché inesistenti"

Dal punto di vista delle sanzioni, è chiaro che essere esclusi dalle reti statunitensi equivale ad essere pressoché tagliati fuori dal mondo. Secondo il portale giuridico francese Le club des juristes, l’utilizzo di tali misure di fatto coercitive da parte degli Stati Uniti rappresentano “molto chiaramente un mezzo per imporre le proprie opinioni ad altri Paesi, attraverso una tecnica di lawfare (guerra legale, ndr) strumentale molto efficace”.

Lo stesso sito specializzato ammette che “le risposte che possono essere apportate dal nostro lato dell’Atlantico sono pressoché inesistenti” e le poche che potrebbero essere applicate “risultano inappropriate”. In particolare, il Regolamento europeo 2271 del 1996 permetterebbe di opporsi a quella che, di fatto, rappresenta un’applicazione extraterritoriale di leggi statunitensi. Ma la portata è limitata dallo stesso testo della normativa.

Una risposta più aggressiva (e per questo poco probabile: non a caso nel caso di Guillou non è stata adottata) potrebbe passare attraverso il cosiddetto “strumento anti-coercizione” economica contenuto nel Regolamento europeo 2675 del 22 novembre 2023.

La mancanza di circuiti alternativi europei rende la finanza uno strumento esecutorio di decisioni politiche

Il testo si fonda sul diritto dell’Unione europea e sul diritto internazionale, ma è centrato appunto sulle questioni commerciali ed economiche: occorrerebbero un’interpretazione estensiva “e un atto di coraggio eccezionale affinché l’Ue reagisse, in un contesto di così forte pressione nel quale gli interessi di un singolo giudice francese pesano poco”, conclude Le club des juristes.

La stessa Europa, infine, non si è dotata di circuiti finanziari alternativi. Ne sono stati istituiti solo alcuni a livello nazionale. Non esiste, in altri termini, una “Mastercard europea”.

Così, la finanza globale può essere trasformata in uno strumento esecutorio e passivo di decisioni politiche. Una sorta di diritto sovranazionale privo di ogni controllo. Salvo quello della Casa Bianca.

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I veri trafficanti di esseri umani sono nel governo - Gianluca Cicinelli

 

Il governo italiano ha deciso ieri di prorogare per altri quindici giorni i controlli alle frontiere aeree e marittime con la Spagna, introdotti il primo agosto dopo l’arrivo a Ceuta di decine di migliaia di migranti dal Marocco. Dopo un mese possiamo finalmente giudicare quella decisione non sulle paure evocate per giustificarla, ma sui risultati. Quasi 500 mila passeggeri provenienti dalla Spagna sono stati controllati attraverso le liste, oltre 180 mila identificati all’ingresso in Italia, 31 respinti alla frontiera e sei arrestati. Solo otto dei respinti erano cittadini marocchini e non è emerso un flusso di migranti arrivati in Italia passando da Ceuta. Bugiardi conclamati. Ma questo lo sapevamo.

Per spaventare la popolazione, il governo Meloni aveva prospettato il pericolo che i migranti potessero riversarsi dalla Spagna verso l’Italia. E non soltanto loro. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha parlato ufficialmente di possibili «infiltrazioni terroristiche nei flussi migratori», ricordando la presenza di aree di reclutamento jihadista in Marocco e rilanciando contemporaneamente la necessità di combattere il traffico di esseri umani. La cosa era ancora più singolare perché il 4 agosto, durante il vertice straordinario dei ministri dell’Interno europei, Spagna e Commissione avevano comunicato che la grandissima maggioranza dei migranti entrati a Ceuta era già stata riportata indietro e che non si erano verificati spostamenti verso la Spagna continentale né verso altri Stati membri.

Questo non significa che a Ceuta non sia accaduto nulla. È accaduto qualcosa di enorme, con decine di migliaia di persone che hanno attraversato il confine in pochissimo tempo, morti, feriti, campi improvvisati e una città sottoposta a una pressione eccezionale. Né significa che non esistano trafficanti di esseri umani, organizzazioni criminali o rischi di sicurezza. Significa una cosa molto più semplice: quelle minacce specifiche utilizzate dal governo italiano per costruire l’allarme su un possibile trasferimento verso l’Italia non si sono materializzate nei termini annunciati. Eppure il dispositivo resta in piedi e viene prorogato.

Ed è questo l’uso strumentale, da oggetti, da non persone, che il governo Meloni ha stabilito dal suo insediamento con i migranti. Persone che non erano in Italia, che non risultavano dirette in Italia e che non potevano neppure muoversi liberamente da Ceuta verso il resto d’Europa sono state trasformate preventivamente in una minaccia italiana. E allora chi sono i trafficanti di esseri umani? Coloro che usano persone prive di qualsiasi bene materiale sbattute in faccia all’opinione pubblica e ai confini, buttate come cose rotte nel gioco della politica più bieca dell’estrema destra europea. Ecco chi è che traffica in esseri umani e li usa senza pudore e in barba ai propri principi morali e religiosi tanto rivendicati.

Per questo va usata per il governo Meloni, deliberatamente e paradossalmente, la stessa espressione che loro ripetono da anni. Stiamo dicendo qualcosa di politico: il governo che ha fatto della lotta ai “trafficanti di esseri umani” uno dei pilastri della propria propaganda è diventato esso stesso, nel senso più letterale della metafora, un trafficante di esseri umani, perché pensa ai migranti prima di tutto come oggetti da bloccare, trasferire, rimandare indietro e collocare altrove a seconda della convenienza politica. Come soprammobili, alimenti scaduti, scarpe vecchie.

Il trafficante criminale guarda un uomo e vede qualcuno da caricare su una barca e trasportare oltre un confine in cambio di denaro. Il governo Meloni guarda quello stesso uomo e vede qualcuno da usare per far paura all’opinione pubblica e raccattare voti. La differenza giuridica è evidente, quella morale molto discutibile. Perchè c’è un elemento comune che il paradosso serve precisamente a mettere in luce: la persona scompare e resta la logistica del suo corpo.

Il modello Albania rende questa logica quasi didascalica. Si prende una persona intercettata lungo una rotta migratoria e si costruisce un sistema affinché la sua pratica possa essere trattata fuori dal territorio italiano. Il progetto ha incontrato ostacoli giudiziari, è stato modificato e ridimensionato, ma la filosofia politica rimane intatta: il problema non è soltanto decidere se quella persona abbia o meno diritto di restare; è fare in modo che mentre lo decidiamo stia altrove.

Ceuta ha portato questa concezione un passo oltre. Questa volta non bisognava spostare persone già presenti sul territorio italiano: bisognava impedire preventivamente che si spostassero verso di noi. E quindi si è sospesa una parte della libera circolazione con la Spagna. Il paradosso dei dati è quasi perfetto: mezzo milione di verifiche per 31 respingimenti, mentre l’Unione europea aveva certificato già all’inizio della crisi che non esistevano movimenti secondari da Ceuta verso altri Stati membri. Il governo e Fratelli d’Italia leggono quegli stessi 31 respingimenti come la dimostrazione che i controlli funzionano; si può leggerli esattamente al contrario, come la distanza enorme tra l’apparato politico e amministrativo messo in moto e il fenomeno che avrebbe dovuto giustificarlo.

Dietro questa politica c’è naturalmente anche la sicurezza. Ogni Stato ha non soltanto il diritto ma il dovere di sapere chi entra nel proprio territorio e di intervenire quando esistano rischi concreti. Ma proprio la parola concreti fa la differenza. Se un possibile jihadista può nascondersi tra migliaia di migranti, questo non trasforma migliaia di migranti in possibili jihadisti. Se esistono trafficanti che sfruttano i viaggi della disperazione, questo non trasforma ogni movimento migratorio in un’operazione organizzata dai trafficanti. Usare costantemente il terrorista, lo scafista e il trafficante come sagome sovrapposte alla figura del migrante serve invece a compiere un’operazione politica precisa: togliere alla persona la sua individualità e trasformarla in una categoria di rischio.

È così che il trattamento disumano può presentarsi come semplice amministrazione linguistica. Non si dice: prendiamo uomini, donne e bambini e cerchiamo il modo di tenerli il più lontano possibile da noi. Si parla di contrasto ai flussi, controllo delle frontiere, rimpatri, hub, Paesi sicuri, movimenti secondari, prevenzione delle partenze. Così il buon cattolico che vota Meloni e la domenica ascolta l’invito del prete ad aiutare gli ultimi avrà la coscienza a posto, non sentirà più parlare di esseri umani ma di “flussi” da gestire.

I veri trafficanti di esseri umani, altrettanto riprovevoli di coloro che lo fanno per soldi, sono i governi che li trafficano per voti.

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martedì 1 settembre 2026

I muri contro la vita - Francesco Fantuzzi

Il muro si pone come un simbolo vivente di apartheid, di segregazione razziale, un confine invalicabile e spietato che determina un noi e un loro. Un simbolo, come la caduta del Muro di Berlino, che ha rappresento un momento epocale della storia, l’archetipo di un possibile mondo nuovo, migliore di quello che l’umanità si lasciava alle spalle. Ma oggi Israele rischia di tracciare una via senza ritorno per quello stesso Occidente che il 9 novembre 1989 auspicava che quelle picconate fossero preludio di libertà, pace, benessere.

Le barriere erette attorno a Gaza, in Cisgiordania, a difesa della colonie illegali, non sono i muri cui siamo avvezzi, quelli che separano gli stati; essi ne neutralizzano a priori la nascita, privano della speranza chi è stato privato della propria terra, dividono, frammentano, polverizzano legami familiari e comunitari. Il concetto di confine segna con le barriere erette da Israele un salto terribile di qualità: è il muro stesso a stabilire spietatamente dove termina un territorio, non prende atto di ciò che è già oggetto di convenzioni internazionali tra stati.

Il muro non si pone come semplice strumento di divisione: diviene esso stesso generatore di distanza, separatore, confinando chi ne è circondato a una pena mai deliberata da nessun organo giurisdizionale. Ed è proprio questo l’ulteriore paradosso dei muri di Israele: la barriera non ha la finalità di proteggere chi è dentro, bensì di segregarlo, di punirlo. La salvaguardia è per chi è fuori, il cui obiettivo è creare un carcere a cielo aperto dal quale diviene impossibile uscire o, e questa è la tragedia nella tragedia, nel quale è ormai impossibile vivere.

L’esigenza di sicurezza di una parte diventa condanna, senza alcun processo, dell’altra. Zygmunt Bauman così sosteneva nel 2002: “Uno degli effetti forse più importanti di tale nuova situazione è l’endemica porosità e fragilità di tutti i confini e l’intrinseca futilità, o quantomeno la natura irreparabilmente provvisoria e l’insanabile revocabilità, di qualsiasi definizione di confine. Tutti i confini sono labili, fragili e porosi” (1).
Purtroppo, ciò pare non valere per i palestinesi.

I muri eretti da Israele rappresentano il discrimine fra una vita dignitosa e un destino di morte; mai come nella nostra epoca “postmoderna” un apparato statale, territoriale, si impone in maniera violenta e realizza barriere infra-stato e non più tra stati; il muro, così come i check point, concepiti nel laboratorio Palestina definiscono la configurazione spaziale del mondo contemporaneo, quasi prefigurando i fenomeni di distanziamento sociale e le zone rosse cui oggi si tende per risolvere, così almeno si afferma, i problemi peraltro non da sottovalutare della sicurezza.

Quando si stabilisce l’infrastruttura di cemento e metallo come simbolo di affermazione di un suprematismo e se ne accettano le conseguenze, il modello si afferma nel nostro immaginario e lo riplasma rendendolo la sola chiave possibile per una convivenza sicura. Cosa e chi resti al di là di quel confine, non ha più importanza: il noi si afferma come paradigma e ne stabilisce le condizioni non negoziabili.

Come afferma Ernesto Sferrazza Papa ne Le pietre e il potere il muro produce «una doppia gerarchia: endogena, ossia interna alla massa che si accalca sui confini, fra chi può oltrepassare un muro, in che modo, a quali condizioni etc.; esogena, ossia fra la massa migrante – ciò che è al di là del muro – e la cittadinanza – ciò che è al di qua del muro. Intesi come filtri, i muri appaiono come un potente e complesso dispositivo biopolitico, l’elemento materiale che articolando insieme la sovranità statale e la necessità di governare i flussi, mostra la complessità dei rapporti di potere a livello globale. Il muro, da questo punto di vista, è un autentico laboratorio biopolitico, un punto di vista privilegiato dal quale analizzare i rapporti di potere e la loro traduzione spaziale» (2).

Ancora una volta, Gaza e la Cisgiordania rappresentano un laboratorio a cielo aperto cui l’Occidente anela per la risoluzione dei problemi o, meglio, accentuandone le contraddizioni, ad apparente vantaggio di chi sta dalla parte giusta.

I confini, prosegue Sferrazza Papa, «separano, uniscono, mettono in comunicazione, permettono il riconoscimento, assicurano la diversità. Sono l’oggetto per eccellenza della filosofia, dell’antropologia, della psicologia, della politica, di tutto ciò insomma che assume l’esistenza umana come oggetto d’interesse. Non deve dunque in alcun modo stupire il fatto che il controllo dei confini sia da sempre la posta in gioco del potere. Abbiamo detto che la nostra vita è un continuo attraversamento di confini: se ciò è vero, allora chi controlla i confini governa le vite degli altri, perché amministra e regola le modalità di questo attraversamento. Riconoscere non solo l’attualità del tema del confine, ma il suo ruolo performativo nella costituzione della realtà, il suo valore metafisico e politico allo stesso tempo, è forse il primo passo per impedire che i confini, da strumento indispensabile per la coesistenza umana, si trasformino in Schlachtbänke, nuovi “banchi da macello” sui quali, proseguendo la formula hegeliana, “la storia sacrifica i popoli”»(3).

Sin dall’antichità i muri sono l’oggetto di una dialettica spaziale le cui implicazioni vanno svolte per comprenderne meglio le logiche: essi tengono fuori ma, allo stesso tempo, costringono dentro, e non è affatto semplice capire in quale momento una fortezza si trasformi in prigione, come ha rilevato Massimo Cacciari: “tutti i tentativi volti a ‘fortificare’ il luogo, lungi dal rassicurarlo, colpiranno a morte ogni abitare, poiché un luogo che si definisce per esclusione dell’altro, che non vuole che l’altro lo tocchi, che pretende il suo confine immune dall’altro, si trasforma inevitabilmente in prigione per chi vi risiede”(4).

Il muro, principio immunologico di difesa dello spazio vitale attraverso la limitazione del contatto con l’esterno, immunitas antitetica alla communitas: trasuda disumanità per chi è recluso e circondato dalle barriere e non garantisce sicurezza a chi dovrebbe esserne protetto.  
Il simbolo tragico della segregazione in nome della sicurezza porta dunque in sé i prodromi del suo stesso fallimento, basandosi sul mantenimento di un clima di emergenza, incertezza e conflitto permanente interno ed esterno.

In sostanza, Israele conseguirà probabilmente il suo maligno intento di impedire la nascita di uno stato di Palestina ma non godrà mai, per la sua storia e la sua stessa natura, di un clima di distensione e di pace. E l’Occidente rischia di dirigersi nella medesima direzione, cavalcando le paure con i rigurgiti xenofobi dei Vannacci di turno, verso la sua israelizzazione.


1. Z. Bauman, La società sotto assedio (2002), trad. it. S. Minucci, Laterza, Roma-Bari 2008, p. XX

2. E. Sferrazza Papa, Le pietre e il potere. Una critica filosofica di muri. Mimesis edizioni, Milano – Udine, 2020

3. G.F.W. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia (1837), trad. it. G. Calogero e C. Fatta, La Nuova Italia, Firenze 1961, p. 57

4. M. Cacciari, Nomi di luogo: confine, in “Aut-aut”, 299-300, 2000, p. 76.

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Tirannia o rivoluzione - Chris Hedges

 

Ci sono due modi per affrontare il capitalismo globale. Ci sono i movimenti di massa, in particolare gli scioperi, che interrompono il commercio e l'attività governativa per costringere la classe dominante a creare sistemi di giustizia e uguaglianza, sebbene in cui i capitalisti mantengano un potere significativo.

Il Coordinamento Nazionale dei Lavoratori dell'Istruzione in Messico CNTE ), un sindacato nato nel 1979 da insegnanti dissidenti, sta attualmente tentando questa strada in Messico. Ha annunciato che, se le sue richieste di aumenti salariali e sicurezza del posto di lavoro non verranno soddisfatte, occuperà spazi pubblici e bloccherà le partite dei Mondiali di calcio in programma a fine mese a Città del Messico.

Quando gli insegnanti della città messicana di Oaxaca scioperarono nel 2006, in seguito all'incarcerazione e alla scomparsa dei leader sindacali, la polizia aprì il fuoco sui manifestanti. La comunità si ribellò e cacciò la polizia dalla città. Oaxaca istituì una comune anarchica autonoma che durò diversi mesi. Sebbene la comune sia stata infine repressa dal governo messicano, la rivolta diede vita ad assemblee popolari, media indipendenti e diede maggiore potere alle comunità indigene.

Il secondo modo per distruggere il capitalismo è attraverso la nazionalizzazione delle industrie e delle banche e la confisca dei beni capitalistici, sebbene ciò possa dare origine a una forma altrettanto perniciosa di capitalismo di Stato. Questa via radicale implica, come nelle rivoluzioni russa o cubana, la violenza. I capitalisti non rinunciano pacificamente ai loro monopoli di ricchezza e potere. Orchestrano una violenza di Stato e di gruppi paramilitari brutali. Insediano dittatori e fascisti che aboliscono le libertà civili, effettuano arresti di massa e criminalizzano persino le forme più blande di dissenso.

Accontentare i capitalisti e le loro istituzioni, anche con un'elevata tassazione, regolamentazione, leggi del lavoro rigorose e il divieto di monopoli, significa vivere in un ambiente ostile. È solo questione di tempo prima che questa forza ostile si organizzi per smantellare lo stato socialdemocratico, come è accaduto in Svezia , in Gran Bretagna e nel Cile di Salvador Allende.

Il liberalismo, che Rosa Luxemburg chiamava con il suo nome più appropriato – "opportunismo" – è una componente integrante del capitalismo. Il liberalismo attenua gli eccessi del capitalismo. Ma il capitalismo, sosteneva Luxemburg, è un nemico che non si può mai placare. Le riforme liberali smorzano la resistenza, ma in seguito, quando le acque si calmano, vengono revocate. L'ultimo secolo di lotte sindacali negli Stati Uniti offre un caso di studio a supporto dell'osservazione di Luxemburg.

Luxemburg sapeva anche che socialismo e imperialismo erano incompatibili. L'imperialismo, che alimenta una macchina da guerra progettata per arricchire i mercanti d'armi e i capitalisti globali, è accompagnato da un'ideologia velenosa – quella che il critico sociale Dwight Macdonald nel suo saggio del 1946 "The Root Is Man" definisce la "psicosi della guerra permanente" – che rende impossibile il socialismo.

La psicosi della guerra permanente si traduce, come è accaduto negli Stati Uniti, nella limitazione delle libertà civili e in una punitiva austerità economica. Il dissenso viene equiparato al tradimento. Il potere statale serve i dettami dell'impero anziché della democrazia, che degenera in farsa o, nel nostro caso, in un volgare reality show.

L'indebolimento del New Deal, quanto di più simile a una socialdemocrazia si sia mai realizzato, iniziò a metà degli anni '40. L'anticomunismo della Guerra Fredda e l'opposizione delle grandi aziende confluirono in una vera e propria guerra contro i sindacati e la sinistra del New Deal. Questo attacco culminò nella Seconda Paura Rossa .

Nel 1947, l'Ordine Esecutivo 9835 del Presidente Harry Truman diede inizio a indagini sulla lealtà che epurarono la sinistra, compresi i dipendenti del settore pubblico e gli alleati sindacali. Nello stesso anno, il Taft-Hartley Act prese di mira direttamente i sindacati, limitando gli scioperi, i boicottaggi secondari e gli accordi di sicurezza sindacale e imponendo ai dirigenti sindacali di firmare dichiarazioni giurate anticomuniste.

La sinistra fu vittima di quella che la storica Ellen Schrecker, in "Molti sono i crimini: il maccartismo in America", definisce "l'ondata di repressione politica più diffusa e duratura della storia americana".

«Al fine di eliminare la presunta minaccia del comunismo interno, un'ampia coalizione di politici, burocrati e altri attivisti anticomunisti ha perseguitato un'intera generazione di radicali e dei loro collaboratori, distruggendo vite, carriere e tutte le istituzioni che offrivano un'alternativa di sinistra alla politica e alla cultura dominanti», scrive Schrecker.

Questa crociata, prosegue, "ha utilizzato tutto il potere dello Stato per trasformare il dissenso in slealtà e, così facendo, ha drasticamente ristretto lo spettro del dibattito politico accettabile".

La caccia alle streghe mise a tacere comunisti, socialisti, anarchici, pacifisti e tutti coloro che denunciavano gli abusi dell'impero e del capitalismo. Le azioni "anticomuniste" inflissero colpi devastanti alla salute politica del paese. I radicali parlavano il linguaggio della lotta di classe. Capivano che Wall Street e la classe dei miliardari erano il nemico. Offrivano un'ampia visione sociale che permetteva persino alla sinistra non comunista di comprendere la natura predatoria del capitalismo. Ma una volta che i radicali furono epurati, una volta che la classe liberale prestò giuramenti di fedeltà imposti dal governo e collaborò alla caccia alle streghe di fantomatici agenti comunisti, fummo privati della capacità di dare un senso alla nostra lotta. Perdemmo la nostra voce. Fummo integrati nelle strutture aziendali che avremmo dovuto smantellare.

La classe dominante giustifica il suo saccheggio con l'ideologia del neoliberismo. Il neoliberismo, come sottolinea David Harvey , "ha avuto un'efficacia limitata come motore di crescita economica", ma ha successo come "progetto per ripristinare il dominio di classe". Trasferisce la ricchezza verso l'alto. Consolida il potere nelle mani della classe dei miliardari. È una versione aggiornata del diritto divino dei re.

Sotto il neoliberismo i salari ristagnano. Se il salario minimo tenesse il passo con la produttività, sarebbe di almeno 25 dollari l'ora.

La deindustrializzazione, accelerata sotto la presidenza di Bill Clinton, ha delocalizzato le industrie all'estero, dove i lavoratori sono pagati con salari da fame e privi di benefit. Secondo un'analisi del Labor Institute , tra il 1996 e il 2023 negli Stati Uniti si sono verificati circa trenta milioni di licenziamenti di massa, che hanno gettato la classe lavoratrice nella miseria economica. Margaret Thatcher e Tony Blair hanno perpetrato gli stessi attacchi in Gran Bretagna.

In modo inquietante, a questo deterioramento si accompagna il blocco delle vie pacifiche per il cambiamento sociale, tra cui la sentenza Citizens United della Corte Suprema del 2010 , che di fatto ha consegnato le elezioni alla classe dei miliardari.

Con l'aumento della disuguaglianza sociale, è cresciuta anche la repressione statale. Ci troviamo sull'orlo di un autoritarismo e di un fascismo conclamati. Se l'amministrazione Trump riuscirà a manipolare o invalidare le elezioni di metà mandato, l'ultima via d'uscita possibile dal sistema politico verrà definitivamente chiusa.

Lo smantellamento dello stato di diritto in patria è accompagnato dallo smantellamento dello stato di diritto all'estero. L'impero statunitense è uno stato canaglia. Lancia minacce bellicose a tutti coloro che lo sfidano, ragliando come una bestia selvaggia. Conduce guerre "preventive" e impone sanzioni alle nazioni che si mostrano inflessibili. Assassina e rapisce leader stranieri. Sequestra cittadini stranieri e li trasporta in siti segreti dove vengono torturati e talvolta uccisi. Usa la sua marina per sequestrare navi mercantili e rivenderne il carico. Bombarda nazioni in aperta violazione del diritto internazionale. Finanzia e arma Israele per perpetrare un genocidio. Ignora e umilia i suoi alleati e aliena e fa infuriare gran parte della comunità globale.

Questa crescente oppressione, alimentata ma non iniziata da Trump, ci pone di fronte a due scelte drastiche: tirannia o rivoluzione.

Detesto la violenza, anche quando viene esercitata al servizio di quella che viene considerata una giusta causa. Nessuno sfugge al suo veleno. Ma è l'oppressore, non l'oppresso, a determinare i meccanismi di resistenza.

Le numerose rivoluzioni e insurrezioni che ho seguito, tra cui quelle in El Salvador, Guatemala, Algeria, Bosnia, Kosovo e Palestina, hanno visto proteste non violente represse con brutale violenza di Stato. I movimenti di resistenza non hanno avuto altra scelta che imbracciare le armi.

Le rivoluzioni non violente che ho seguito nell'Europa centro-orientale hanno avuto successo non perché fossero non violente, ma perché la classe capitalista ne ha tratto vantaggio. I capitalisti e gli oligarchi hanno acquistato industrie e beni statali, come accadde dopo il crollo dell'Unione Sovietica, a prezzi ben al di sotto del loro valore reale.

I capitalisti globali hanno permesso l'ascesa al potere dell'African National Congress (ANC) in Sudafrica a condizione che l'ANC abbandonasse la sua Carta della Libertà , che prevedeva la nazionalizzazione delle industrie statali e la redistribuzione delle terre. Il Sudafrica oggi ha la più alta disuguaglianza di reddito al mondo.

Prosperano le rivoluzioni che accrescono la ricchezza e il potere della classe capitalista. Rivoluzioni in cui non scorre sangue per le strade.

Ci troviamo inoltre di fronte a un dilemma che le generazioni precedenti non hanno dovuto affrontare: la crisi climatica.

Le élite dominanti globali sono determinate a tenerci incatenati ai combustibili fossili. Sono determinate a mercificare e sfruttare il mondo naturale, così come gli esseri umani, per espandere il profitto. Sono determinate a riconfigurare le nostre società in modo che i lavoratori siano impoveriti e privati ??di ogni potere, mentre i nostri padroni vivono in un lusso e un'opulenza senza pari.

L'inevitabile collasso climatico renderà zone sempre più vaste, soprattutto nel Sud del mondo, inabitabili. Le ondate di rifugiati climatici si trasformeranno in un'ondata. In risposta, non ci sarà limite alla violenza industriale utilizzata dalle élite globali dominanti per proteggere i propri interessi.

Il genocidio di Gaza è un messaggio inequivocabile inviato dalle nazioni industrializzate del nord, che hanno speso miliardi per sostenere il massacro di massa perpetrato da Israele, a una popolazione mondiale che vive con pochi dollari al giorno:

Non ci importa del diritto umanitario. Non ci importa dei diritti umani. Le vostre vite non significano nulla per noi. Useremo qualsiasi mezzo, incluso il genocidio, per proteggere il nostro monopolio sulla ricchezza e sul potere.

Cosa possiamo fare? Come possiamo resistere? Possiamo fermare questa discesa nella follia e nella morte di massa?

Non sono ottimista.

Coloro che vivono nelle fortezze climatiche del Nord del mondo hanno un interesse materiale in questo progetto, sebbene siamo tutti destinati all'estinzione. Temo che gli abitanti del Nord del mondo accetteranno una forma di capitalismo totalitario in cambio di un certo grado di sicurezza e stabilità, per quanto temporanea.

Ma questo non sarà vero nel Sud del mondo, dove la crisi ecologica e il dominio della classe capitalista globale rappresentano una minaccia esistenziale. Il Sud del mondo darà vita a insurrezioni e rivoluzioni. Ripeterà le ribellioni del passato, alcune delle quali hanno avuto successo, altre, comprese le insurrezioni che ho seguito in Guatemala, El Salvador e Algeria, sono state represse con la forza.

La rivoluzione, e la possibilità di un mondo liberato dalla morsa ferrea del capitale globale, nasceranno da questi atti di resistenza. Speriamo che prevalgano.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

da qui

lunedì 31 agosto 2026

Benvenuto Lobina e la poetica di chi combatte senza fermarsi con la forza di essere in disaccordo – Mattia Lasio

 

Le malinconie più profonde si leggono negli sguardi sfuggenti di chi al sopraffare gli altri con toni aggressivi e beceri preferisce di gran lunga la pacatezza, così come è possibile coglierle da frasi brevi, essenziali e proprio per questo capaci di racchiudere la natura più pura di chi le pronuncia.

Malinconie, ma anche speranze e una tenacia che i giochi beffardi di un destino cieco non hanno intaccato, emergono dalla raccolta a cura di Anna Serra Lobina ‘’Passus’’ – pubblicata nel 2011 dalla casa editrice Ilisso e arricchita da un intervento del Professor Maurizio Virdis –  contenente tutte le poesie di Benvenuto Lobina tra i più autorevoli esponenti della poesia in lingua sarda, e non solo, che la Sardegna abbia mai avuto. Classe 1914 nato e cresciuto a Villanova Tulo, con cui ha sempre avuto un rapporto viscerale e di grandissima intensità, in questi trentaquattro componimenti in versi di Benvenuto Lobina, venuto a mancare nel 1993, emerge nitidamente la sua eleganza lirica, la sua vis polemica, la sua concezione risoluta del fare poesia e il suo sguardo lucido rivolto verso la propria terra, troppo spesso ingannata da lusinghe che nulla di positivo hanno mai portato e che, ancora oggi, finiscono per nascondere ciò che invece dovrebbe essere messo in risalto.

Lobina trasmette con una dolcezza sofferta il proprio amore verso i genitori e verso i parenti più cari, come la zia Peppa, mettendo l’accento sulla bellezza delle piccole cose quotidiane di cui non sempre si coglie il valore. Il dolore per la perdita delle proprie radici è racchiuso in versi come: «dove cercherò più approdo se questo mio mare non ha porto?». Lobina si rivolge a chi soffre e i sofferenti sono i  protagonisti delle sue liriche: sconfitti consapevoli di esserlo a cui però la dignità viene restituita da liriche tenaci che non si scompongono davanti alle meschinità di una vita avara. Lobina conduce in quello che definisce il fango e il buio di strade sconosciute in cui è fin troppo facile smarrirsi, eppure nonostante ciò non resta indifferente davanti alla voce del ricordo degli anni più belli, quelli dell’infanzia e della prima giovinezza, fasi ricche di istanti lieti che ricordare è doveroso per tenere viva la memoria.

L’autore del celebre romanzo ‘’Po cantu Biddanoa”, nel componimento ‘’E il treno’’ esprime la sofferenza per la lontananza dal luogo in cui si è nati e cresciuti con queste parole: «o maledetto treno del mio paese, quanta gente hai portato via, quante lacrime hai strappato correndo dietro il fiume». Un fiume che straripa, un fiume che l’argine lo distrugge in maniera sprezzantemente feroce e porta con sé tanta tristezza, una tristezza avvilente che permea ‘’Guerriero che ha perduto’’ in cui Lobina afferma: «ritorno con le ossa spezzate, ritorno con il cuore svuotato di ogni sentimento: m’è rimasta solo la rabbia». La rabbia di chi non vuole arrendersi, la rabbia di chi non ha timore di puntare il dito contro chi ha l’indole dispotica e si fa vanto delle proprie malefatte, la rabbia che traspare con impeto da ‘’Storia di una ragazza che si è stancata di fare la puttana’’ – contenuta nella sezione conclusiva della raccolta dal titolo ‘’Poesie satiriche e scherzose’’ – una delle dediche più schiette, sincere e pregnanti che un poeta abbia mai rivolto alla Sardegna. «Maledetta Roma», scrive con amarezza l’autore, «che non ti ha lasciato sollevare più la testa, ragazza poverina. Perfino la parola ti ha storpiato per poterti meglio troncare la schiena». 

La schiena di Benvenuto Lobina, però, non si piega di certo e resta fieramente dritta, così come quella di tutti coloro che preferiscono la concretezza ai discorsi da salotto pieni di luoghi comuni e inganni mascherati da promesse.

E proprio contro queste promesse Benvenuto Lobina si scaglia e senza indugi prende posizione: la posizione di chi è consapevole che nonostante le avversità è necessario continuare a combattere, la posizione di chi esprime il proprio disaccordo con parole capaci davvero di scuotere le coscienze, andando ben oltre inutili campanilismi e frasi artefatte.

La posizione di chi non si arrende e di chi sa ancora cogliere la melodia di un vento che porta con sé la speranza di giorni felici.

da qui

Guerra e indipendentismo. Per un disfattismo sardista - Cristiano Sabino

Il contesto

Il sindaco di Iscanu Antoni Flore Motzo, in un post social, ha giustamente definito un «sopralluogo» la visita a Porto Cervo dell’ambasciatore statunitense Tilman J. Fertitta. Tilman J. Fertitta ha parlato di turismo, di cibo, di pale eoliche, di dazi, dei rapporti tra elites americane e italiane ma soprattutto ha parlato di guerra e del ruolo strategico che la Sardegna rivestirebbe in un conflitto:

«La Sardegna sarà sempre un punto strategico, specialmente in caso di conflitto, data la sua posizione geografica – ha detto Fertitta –. Ecco perché abbiamo avuto una base militare qui per moltissimi anni, quando le tensioni globali sono calate, gli Stati Uniti hanno ritenuto che non fosse più necessaria. Ma resterà sempre un luogo chiave.» (La Nuova Sardegna)

Tradotto, la Sardegna è una nostra portaerei, nel caso ci serva rimpiazzeremo i sottomarini nucleari, intanto la usiamo come filiera logistica di produzione di droni e per svolgere summit strategici e mi raccomando attrezzateci hotel adatti per l’occasione che ci piace mangiare bene e goderci il mare anche d’inverno!

In un intervista reperibile su you tube registrata nel corso del “Festival del Sarà” (qui l’intervista) il Generale di Corpo d’Armata e Capo di Stato Maggiore Carmine Masiello dice sostanzialmente tre cose:

  1. la NATO conserva tutta la sua valenza e non bisogna prendere sul serio le parole di Trump che quando parla lo fa riferendosi ai suoi elettori e non agli alleati;
  2. il diritto internazionale sta declinando e si fa largo la forza bruta: ciò avviene con l’invasione russa dell’Ucraina con la quale è finita l’illusione della pace permanente e quindi gli Stati Europei devono invertire la rotta degli ipoarmamenti, anche per attirare gli investimenti e far ripartire l’economia (un’Europa sicura è un’Europa capace di attirare gli investimenti);
  3. gli ucraini sono stati preziosissimi ad aiutare i paesi del Golfo (cioè le petro-monarchie) a fronteggiare i droni iraniani durante l’aggressione statunitense e sionista all’Iran.

Lo scorso 15 agosto la famosa penna Massimo Giannini ha siglato un articolo su la Repubblica intitolato “Il buio che cala sull’Europa”, dove l’autore sostiene la tesi secondo cui “la guerra in Ucraina è una grande occasione perché sul fuoco della battaglia si forgia la vera autentica difesa europea“. Non si tratta di pose personali o di deliri isolati, ma di un progetto che si integra con una direzione precisa: il rilancio di un vero e proprio imperialismo europeo nel contesto più ampio di quella che Papa Francesco ha definito “guerra mondiale a pezzi“.

In questo articolo voglio parlare del fatto che i sardi e in particolare gli intellettuali sardisti e perfino indipendentisti stanno drammaticamente sottovalutando la centralità della Sardegna in questo contesto.

Dal 2022 i cittadini Europei sono diventati il bancomat del buco nero ucraino, finanziando con 220 miliardi armi e servizi, in nome dei valori occidentali e della democrazia. A questi dobbiamo aggiungere 800 miliardi del piano europeo per il riarmo che fa il paio con il piano in tre fasi della NATO in previsione di un conflitto con la Federazione Russa (cioè con una potenza nucleare che detiene circa 8mila testate atomiche) e che, nella sua storia, non ha mai attaccato l’Europa, ma che a sua volta è stata invasa più volte, ultima delle quali l’invasione da parte di Germania, Italia, Romania durante la seconda guerra mondiale.

E sulla seconda guerra mondiale vale la pena fermarsi un attimo, perché non si tratta di questioni legate solo al passato. Russi e cinesi conoscono quegli avvenimenti come “guerra mondiale antifascista” e hanno dato un contributo di sangue elevatissimo per abbattere i regimi fascista e nazista: circa 27 milioni l’Unione Sovietica (russi e non solo russi dunque) e circa 20 milioni i cinesi. Per stabilire un paragone i caduti degli USA sul fronte occidentale furono circa 405.000.

Il fatto che gli Stati Uniti, per fronteggiare la competizione con la Cina, abbiano sdoganato il riarmo dei due sorvegliati speciali della seconda guerra mondiale, vale a dire Germania e Giappone, è fatto che a noi può anche non voler dire nulla ma per un qualunque russo o cinese si traduce immediatamente in un messaggio chiaro e quindi in una minaccia esistenziale concreta. Lo storytelling secondo cui prima del 2022 governavano la pace perpetua e il diritto internazionale e la federazione Russa ha rotto questo meraviglioso incanto, è appunto soltanto una narrazione tossica, utile per riempiere d’inchiostro le pagine di giornali che nessuno ormai acquista più (come Repubblica) ma che si rivelano utilissimi per alimentare la propaganda guerrafondaia di supporto alla corsa agli armamenti che – nella storia – sappiamo già dove conduce (trappola di Tucidide, paradosso della sicurezza).

L’immagine del continente europeo rappresentato come una fortezza democratica e rispettosa dei diritti civili sotto l’assedio di potenze autocratiche esterne fa parte integrante di questa propaganda. A smontare questa propaganda basta guardare il fatto che la UE non è stata capace di approvare nemmeno timidi sanzioni ad Israele, nemmeno a singoli esponenti del governo israeliano come Itamar Ben-Gvir o Bezalel Smotrich direttamente responsabili di fatti gravissimi. Ovviamente non sono stati nemmeno toccati i rapporti commerciali e le esportazioni militari con lo stato terrorista di Israele.

Da una parte insomma ci si dissangua per sostenere una guerra tra due stati che doveva e poteva essere evitata ricorrendo alla diplomazia, dall’altro non si muove un dito e anzi si sostiene direttamente il primo genocidio in diretta streaming della storia.

In diversi hanno definito “doppio standard” questa postura, ma credo che sia una definizione fin troppo edulcorata. Forse sarebbe meglio parlare di “apartheid morale” o di vera e proprio “colonialismo etico“, ma forse neppure queste renderebbero giustizia all’orrore in cui consiste lo sguardo occidentale sul mondo. Perché se è vero che ad un primo sguardo sembrerebbe che per i media e la classe politica occidentale, contino solo le vite degli ucraini in quanto bianchi, cristiani ed europeizzati mentre quelle dei palestinesi non contano nulla in quanto arabi e musulmani, ad una più attenta analisi non sono nemmeno le vite degli ucraini a contare, ma la loro funzione come pedine sacrificabili sull’altare di una partita più grande e cioè quella della difesa del monopolio del controllo del sistema-mondo da parte del super-imperialismo statunitense e – in subordine – delle oligarchie dei paesi vassalli (europei, petro-monarchie del Golfo, Giappone, ecc..).

Sardegna prima linea della guerra mondiale a pezzi

Questo il contesto generale.
Veniamo alle cose di Sardegna.

I sardi hanno combattuto due guerre mondiali da sudditi dell’Italia liberale e fascista. Dalla fine del secondo conflitto mondiale viviamo ai margini della storia, con un regime di Autonomia debolissimo e in larga parte inapplicato ma convinti di una cosa: i sardi non saranno mai più spediti al fronte e la Sardegna non verrà mai più coinvolta in un conflitto. Queste in effetti le regole d’ingaggio della nostra attuale sudditanza.

Ma il vento sta cambiando rapidamente.
Dopo aver servito sotto Re e Duce, vogliamo combatterne una terza mondiale da cittadini italiani repubblicani?
Scusate se non ci giro intorno ma è questa la domanda che dobbiamo farci, perché è questo ciò di cui si parla. Ed è questo il tema che i nostri sardo-atlantisti non hanno digerito!

E dobbiamo vigilare, perché la guerra guerreggiata arriva solo quando la guerra ideologica e il sistema di propaganda ha preparato il terreno favorevole a disarmare tutte le posizioni pacifiste e disfattiste.

Quelle che sembrano isterie folli, come l’allarme del segretario generale della NATO Mark Rutte su un imminente attacco russo ai paesi membri entro il 2030, servono in realtà a costruire il terreno e la giustificazione al riarmo e alla militarizzazione della società e a predisporre le menti di chi credeva di vivere ormai nella post-storia alla guerra totale (Il Sole 24 Ore).

Il popolo pacifista

Ma i guerrafondai hanno un problema: il popolo, la gente comune, i cittadini non ne vogliono sapere di farsi arruolare. Basta guardare cosa avviene in Germania. La Germania ha avviato un imponente piano di riarmo per rendere la Bundeswehr (le forze armate tedesche) l’esercito convenzionale più forte d’Europa.
Ma per il riarmo non serve solo drenare ingenti finanziamenti e riconvertire l’industria a scopi bellici. Servono anche gambe e braccia, insomma soldati.
Così la Germania ha punta espandere l’esercito portando i soldati attivi da circa 180.000 a 260.000 unità, affiancati da altri 200.000 riservisti, puntando a una forza complessiva di almeno 460.000 unità entro il 2035. Peccato che i volontari siano pochissimi e Merz ha già minacciato che se i volontari non basteranno arriverà la coscrizione obbligatoria. Lo scorso gennaio veniva imposto agli uomini tra i 17 e i 45 anni l’obbligo di ottenere l’autorizzazione della Bundeswehr per viaggi o soggiorni all’estero superiori a 90 giorni. Il fatto che questa norma sia stata momentaneamente ritirata non stempera il clima che sta vivendo la potenza uscita perdente dalla prima e dalla seconda guerra mondiale.

La guerra prossima ventura ha bisogno di soldati e tutti siamo arruolabili!

Sardegna target perfetto

In Sardegna abbiamo il mito tossico della brigata Sassari (S’Indipendente) : il sangue versato sul Carso, l’attitudine guerriera dei sardi ottimi combattenti, la balentia usata come formidabile arma di guerra. Nonostante la Sardegna e i sardi non siano più quelli di inizio Novecento, si tratta di una funzione mitologica dura a morire.

Inoltre prima ancora che le proprie braccia e il proprio sangue, i sardi possono e devono offrire il proprio territorio all’apparato militare-industriale. La Sardegna occupa una situazione perfetta: è un isola al centro del Mediterraneo; sta nelle retrovie rispetto allo Stivale; ha enormi spazi poco abitati o disabitati da poter occupare con installazioni, infrastrutture, fabbriche belliche, radar.

Inoltre ha un popolo che da sessant’anni è abituato a subire tutto questo e che, finora, non si è mai realmente sollevato in aperta ribellione.

Ma finora i sardi non avevano mai pensato che la guerra potesse arrivare in Sardegna come ai tempi dei bombardamenti di Cagliari e Sassari durante la seconda guerra mondiale.

I diversi attacchi ad hub e centri militari in Europa, con lo spostarsi in profondità della guerra tra Ucraina e Russia, cambia tutto. Innanzitutto abbiamo visto che la capacità dei missili iraniani è molto maggiore rispetto alle previsioni. In secondo luogo l’esplosione del deposito di munizioni a Colleferro, azienda laziale che a quanto pare riforniva anche l’Ucraina, è un segnale da non sottovalutare.

La Sardegna da retrovia di sperimentazione e addestramento bellico per le guerre da esportare nelle guerre coloniali in Medio Oriente, sta rapidamente diventando sempre di più un tassello fondamentale dell’apparato-militare industriale coinvolto direttamente nella terza guerra mondiale a pezzi del Super-imperialismo USA contro le potenze emergenti e quello che da più parti viene definito il “nuovo ordine multipolare”.

Al di là del fatto che questa analisi geopolitica convinca esiste un fatto pratico e materiale che dobbiamo considerare seriamente: La Sardegna vuole essere coinvolta in questa nuova escalation bellica?

E l’indipendentismo?

Fino a poco tempo fa era chiaro l’orientamento pacifista e disfattista del sardismo radicale sulla questione della guerra, anche perché uno degli scopi acclarati di tutto il panorama favorevole all’autodeterminazione consisteva nel liberare la Sardegna dai pesanti vincoli dell’occupazione militare imposti dallo Stato italiano, anche in conseguenza degli accordi internazionali.

Su questo terreno sinistra di classe e sardismo radicale, anche se per ragioni diverse, hanno solitamente trovato convergenza nella pratica.

Recentemente le cose stanno cambiando. Intanto, contrariamente a quanto ci si sarebbe aspettati, non si è aperto un dibattito pubblico franco sul rapporto tra «terza guerra mondiale a pezzi» e Sardegna. Molte posizioni sono rimaste inespresse o sotto traccia, e perfino la classica posizione “a fora sa NATO” è stata messa in discussione da diversi maître à penser che nel tempo si sono accreditati come punti di riferimento intellettuali del pensiero dell’autodeterminazione.

Come si spiega tutto ciò?

È un dato di fatto che la guerra in Ucraina abbia spaccato il fronte intellettuale sardista e indipendentista. Parlo del fronte intellettuale perché quello politico – o per meglio dire ciò che ne resta – semplicemente o non ha affrontato il tema o se lo ha fatto è rimasto prudentemente in superficie.

Eppure, come abbiamo visto, la Sardegna rischia di diventare prima linea di quella guerra mondiale a pezzi di cui ha parlato Papa Francesco e che sempre di più tende a incrudelirsi e ad allargare le sue maglie.

Che mi risulti l’unico tentativo di confronto su questi temi è stato quello tra Omar Onnis (La discriminante democratica su SardegnaMondo) e me (La discriminante della pace su L’Antidiplomatico).

Sebbene io e Omar divergiamo su molti punti e sicuramente abbiamo due letture della guerra in Ucraina molto diverse (per Omar si tratta di un’aggressione imperialista unilaterale e senza altre ragioni se non quelle della politica di potenza della Federazione russa, mentre per me di una guerra per procura provocata dagli USA per allargare ad est la NATO e poi scaricata sulle spalle e sui portafogli dei vassalli europei), concordiamo su un punto fondamentale e cioè sulla necessità di una Sardegna neutrale, il che significa una Sardegna fuori dalla guerra.

Ma c’è una questione che vale la pena riprende e cioè lo storytellig secondo cui la NATO sarebbe in procinto di essere smobilitata.

Lo scorso 6 giugno il segretario generale della NATO Mark Rutte lo ha spiegato molto bene: «Gli Usa non stanno “spaccando” la Nato» (Ansa).

Gli USA non hanno alcuna intenzione di mandare in soffitta il loro giocattolo, hanno solo fatto un salto di qualità nella gestione degli affari internazionali: la NATO da paravento di strumento difensivo gestito e finanziato dalla loro cabina di regia, deve diventare uno strumento operativo i cui costi sono largamente scaricati sui vassalli (europei, mediorientali e asiatici) e in cui gli “alleati” devono essere pronti ad entrare in scena contro la Cina.

C’è di più. Sempre Rutte, durante un’intervista a Fox News, intervenendo sulle polemiche tra governo italiano e Casa Bianca, ha stimato che 500 velivoli USA siano decollati da basi italiane nel quadro di migliaia di missioni europee a supporto dell’operazione “Epic Fury”, cioè la guerra di aggressione illegale e terrorista di USA e Israele contro l’IRAN.

«Basi italiane» vuole ovviamente dire anche basi italiane in Sardegna. È la NATO 3.0 bellezza! altro che dimagrimento o dismissione dell’alleanza atlantica! E non si argomenti che in Sardegna «non sono presenti basi della NATO». Ogni base militare, ogni servitù, ogni poligono, ogni pezzo della filiera del riarmo è NATO, anche perché il riarmo al 5% del PIL è indirizzato ai membri della NATO, non al fantasma formaggino.

Siamo in pesante ritardo. Va presa una posizione chiara su tutto questo.

Fuori la Sardegna dalla terza guerra mondiale

Perché, inutile nasconderselo, le cose stanno precipitando.

Credo che tutte le forze sarde consapevoli di ciò che sta accadendo nel “sistema-mondo” e che non vivono nel mondo fatato della propaganda, dovrebbero confrontarsi seriamente su come impedire che la Sardegna venga nuovamente coinvolta in una guerra che non ci riguarda.

Credo che la prima cosa da fare sia stabilire una rete di soggetti politici, mediatici e personalità che si incontrino e studiano il da farsi.

Credo anche che i punti dirimenti (andando in crescendo) siamo i seguenti:

  1. Denuncia del riarmo europeo e della militarizzazione del dibattito politico d parte della commissione europea e dell’ ipocrisia di tutto l’arco parlamentare;
  2. Denuncia del ruolo attribuito alla Sardegna nella filiera bellica (poligoni, produzione droni e bombe, produzione energetica a fini bellici come spiegato nel rapporto Draghi sulla competitività europea e resort di lusso per criminali di guerra)
  3. Amicizia del popolo sardo con tutti i popoli aggrediti, sanzionati o minacciati dall’ occidente collettivo e dallo stato italiano;
  4. Riconoscimento del diritto del popolo sardo all’indipendenza statuale in caso in cui lo stato italiano e l’alleanza in cui è inserito decida di trascinare la nostra terra e il nostro popolo in una sciagurata terza guerra mondiale.

Sebbene i punti possano essere implementati, nessun punto è depennabile, a meno che non si voglia condannare i sardi ad essere nuovamente pedine di una guerra che non li riguarda. Solo affermando il diritto dei sardi all’autodeterminazione fino alla separazione è possibile stabilire un principio di diritto sovrano strategico: chi deve decidere di mandare i sardi in guerra? In passato sono stati monarchia e fascismo. Adesso permetteremo che migliaia di sardi vengano spediti al fronte per decisione di Roma, Bruxelles o Washington?

Il formarsi di una rete sociale, intellettuale e politica capace di chiarire ai sardi e al mondo la propria posizione può fare la differenza tra essere passive pedine della terza guerra mondiale a pezzi ed essere finalmente un soggetto politico e storico che sceglie da che parte stare e di disertare l’incipiente orrore che il nuovo fascismo sta apparecchiando per dominare sull’umanità.

da qui