giovedì 27 gennaio 2022

conferenza di Mauro Biglino

 

due racconti di Haruki Murakami

La strana biblioteca – Haruki Murakami

(illustrazioni di Lorenzo Cecotti)


Una storia misteriosa, sul mistero della letteratura e sui percorsi delle storie, sui pericoli e le scoperte, su connessioni e guide.


 

 

La prima cosa che deve fare il lettore è dimenticarsi, sin dalla prima pagina, che questo sia un romanzo o un racconto; è più sensato dire che questa è una vera e propria favola. Qui, più che parlare di trama o di personaggi, sarebbe più giusto parlare di un viaggio psicologico che un estraneo può fare dentro la mente di un lettore. Uno studente, un ragazzo, che si reca nella biblioteca e a cui piace moltissimo leggere: questa non è l’esatta descrizione di qualunque persona che ama la lettura? Certo che sì! Ed è da questo concetto di base che bisogna partire, per poter comprendere fino in fondo ciò che Murakami vuole dirci. 

L’autore, semplicemente, con un racconto fantastico tenta di mettere nero su bianco ciò che succede a tutti i lettori dal momento in cui aprono un libro e iniziano una nuova avventura. Cosa succede allora nella mente di un lettore mentre legge? Questa considerazione cambia da lettore a lettore. Nel caso del protagonista di questa opera, la voglia di leggere e di “isolarsi” ha un riscontro drammatico che però spetta al lettore capire.

La cosa certa è che questo meccanismo, nonché la voglia con cui il protagonista cerca e legge libri, addirittura in un momento di pericolo, rinchiuso dentro una cella, chi più e chi meno, interessa ogni appassionato di libri...

da qui

 

La recensione de La strana biblioteca di Haruki Murakami  del Washington Post è senz’altro positiva Joseph Peschel la giudica una divertente novella per ragazzi, perfetta per giovani tra i 10 e i 13 anni, ma anche accattivante per gli adulti amanti dei libri fantasiosi.

Nella recensione de La strana biblioteca Peschel definisce il nuovo libro come una storia surreale e ammaliante, che si legge rapidamente. “A volte Murakami si lascia prendere da attacchi di eccessiva giocosità”, commenta Peschel, “ma che scriva per gli adulti o per i ragazzi, rimane un fantastico e avvincente scrittore”.

 

La recensione de La strana biblioteca di Alan Cheuse per NPR è parimenti molto positiva. Per Cheuse il libro stesso si trasforma nel corso della lettura, diventando una dimostrazione “di come sia possibile sublimare se stessi fuori dal reame dell’ordinarietà permettendo alle frasi di trasportarci in un universo alternativo”. Questo “misterioso piacere” che si genera nel leggere Murakami, “forse sarà spiegato da qualche studioso, un giorno”, con schemi che permettano di comprendere le varie influenze presenti in Murakami, dalla tradizione narrativa giapponese agli “effetti speciali” importati dalla letteratura americana, ma Cheuse sottolinea come questo sia di importanza secondaria rispetto al piacere immediato che si ottene durante la lettura dell’ultimo, ipnotico lavoro dello scrittore giapponese.

da qui

 

Si tratta di un libro stranissimo.

A metà fra un racconto dell’orrore e una fiaba stile Grimm, anziché parlare del “potere della lettura” – come millanta il retro di copertina – o invogliare le persone ad andare in biblioteca – come ipotizzavo potesse fare un libro con un tale titolo – trasforma la biblioteca (anzi, tutte le biblioteche) in un luogo dell’orrore, in cui succhiano il cervello alle persone per acquisire conoscenza.

Il tono è onirico, la morale poco chiara, le illustrazioni inquietanti quanto il testo.

Vi è, nella narrazione, un sicuro intento metaforico (forse addirittura filosofico), che però mi è completamente oscuro.

Una sorta di fiaba noir, horror, in cui non è chiara quale sia l’oggetto del desiderio né le motivazioni dell’antagonista o degli aiutanti.

Sono molto confusa: il libro non mi ha aiutato a formulare un giudizio sull’autore e avanzo l’ipotesi (impietosa, lo so) che se un libro simile fosse stato proposto all’editore da un autore non altrettanto famoso non sarebbe mai stato pubblicato.

D’altro canto, ora sono quasi “costretta” a leggere qualcos’altro di questo rinomato autore, se non altro per capire le ragioni di tanta fama.

da qui





Abbandonare un gatto - Haruki Murakami

(illustrazioni di Emiliano Ponzi)


i gatti ci sono all'inizio e alla fine del racconto, ma non sono i protagonisti.

si parla dei rapporti fra lo scrittore e il padre, su quanto non si sono parlati, sul dramma della guerra, per i morti e per i vivi.

e della curiosità e paura sulla (possibile) partecipazione dwl padre al massacro di Nanchino.



 

Malinconia. Ci sono tanti non detti in questo libro. C’è la frustrazione di un figlio che non può più fare le domande a un genitore, c’è il rimpianto di non essere stato in grado di compiacere il padre e tantissime di quelle sensazioni che chi ha perso un genitore ha provato.

Pensiamo sempre di avere tempo per sistemare le cose, crediamo faremo in tempo a correggere, indagare, conoscere i genitori… ma non è così.

Il mio primo incontro con Murakami è stato piacevole e non ho trovato quella freddezza che mi sarei aspettata. Certo, lo stile è molto asciutto ma in questo caso, forse anche per la brevità del racconto, non mi ha infastidito.

Consigliato per chi vuole conoscere questo autore, per chi non rinuncia a una storia a colori, per chi ha voglia di uscire dalla propria “comfort zone”.

da qui

 

…Capita a molti di non aver fatto le domande giuste quando i genitori erano in vita. Dopo è troppo tardi. Lui avrebbe voluto chiedergli qualcosa sulla sua attività militare. Ad esempio se aveva preso parte al massacro di Nanchino nel 1937, all’inizio della guerra sino-giapponese. Fu una delle pagine più bestiali della storia dell’umanità con trecentomila cinesi massacrati quasi per divertimento. Una ricostruzione a posteriori dello stato di servizio del padre avrebbe escluso, se non altro, la partecipazione a quell’episodio, con grande sollievo di Haruki. Murakami Chiaki salvò la pelle e si congedò nel 1944 a guerra in corso. Il peggio per il Giappone doveva ancora venire. Fu un ufficiale a rispedirlo a casa, dove si iscrisse all’università imperiale di Kyōto, salvo poi essere richiamato nel 1945. Era un grande appassionato di haiku che componeva assiduamente.
I rapporti tra i due si sono interrotti quando Murakami aveva trent’anni ed era già uno scrittore di successo: Non ho intenzione di dilungarmi su questi attriti tra padre e figlio – rischierei di andare per le lunghe e di fare un discorso troppo intimo -, basterà l’avervi accennato. Solo negli ultimi giorni di vita, al capezzale del padre, si è riaperto un dialogo impacciato e i due sono arrivati a qualcosa di simile a una riconciliazione.
Raccontando la vita del padre e le ricerche postume che aveva fatto, Murakami Haruki ha compiuto un atto d’amore nei suoi confronti. Il messaggio che ci vuole lasciare è che tutto è sempre frutto del caso e che noi esseri umani consideriamo sempre un destino eventi che dipendono solo dal caso.
Comunque sia, quello che volevo dire con questo testo è una cosa sola: sono il figlio qualunque di un uomo qualunque.
Abbandonare un gatto è anche, e forse soprattutto, un libro illustrato, grazie ai colorati disegni di Emiliano Ponzi, artista visuale tra i più apprezzati al mondo. Le sue illustrazioni danno un senso a tutto il libro.

da qui

 

Ecco tre buoni motivi per leggerlo:

Perché non è un romanzo, è un breve memoir. È un Murakami inedito che parla di suo padre, della sua storia, del suo rapporto con lui, di come si sono interrotti lentamente i contatti, un modo per omaggiarlo dopo la sua scomparsa, nonostante tanti anni di silenzio. Tutti questi ricordi, sostiene lo scrittore, gli sono rimasti a lungo come una spina in gola. Fino a quando, per caso, si è rammentato un aneddoto relativo a un gatto: allora qualcosa si è sbloccato, e gli ha permesso finalmente di esprimere su carta i propri sentimenti in un racconto toccante e sincero.

Ma perché leggere un libro che, tutto sommato, parla degli affari dell’autore? Ovviamente per come viene raccontato: le riflessioni di Murakami – intrise di quella delicatezza tipica della letteratura giapponese – partono dalla sua storia privata ma finiscono per diventare universali, a ogni capitolo c’è qualche spunto per pensare alla storia (e al dovere di proseguirla), alla famiglia, alla guerra, al destino.

Si legge davvero in pochissimo tempo, qualche ora, e parla di episodi diversi: è una lettura facile e ideale per quando si va in giro, poco più di 70 pagine rese fresche anche dalle illustrazioni di Emiliano Ponzi, uno degli illustratori italiani più premiati al mondo.

da qui

 

 


mercoledì 26 gennaio 2022

Le guerre dei ricchi - Salvatore Palidda

 

In un articolo pubblicato su Le Monde del 2022/01/01 l’economista Jeffrey Sachs sostiene che gli Stati Uniti sono diventati un paese di ricchi, per ricchi e da quarant’anni in guerra contro i poveri. In realtà questo vale un po’ sia per i paesi cosiddetti ricchi in Europa, in Nord America, più il Giappone, l’Australia, gli Emirati, l’Arabia Saudita, Israele e Corea del Sud.

Le conseguenze della gestione della crisi del 2007-2008 hanno costantemente fatto aumentare la ricchezza dei più ricchi del mondo e la povertà di almeno 150 milioni le persone che, inoltre, nel 2021 vivono in condizioni di estrema indigenza (secondo le stime della Banca Mondiale).

Come scrivono alcuni media sulla base delle statistiche apposite, la pandemia ha ulteriormente accentuato questo processo. La ricchezza delle prime 500 persone più ricche della Terra è aumentata di mille miliardi, superando 8.400 miliardi di dollari, più del PIL di tutti i paesi del mondo, tranne Stati Uniti e Cina. Elon Musk (Tesla) e Jeffe Bezos (Amazon) si piazzano in testa a questa lista, seguiti dal francese Bernard Arnault, poi Bill Gates, Larry Page (Alphabet-Google) e Mark Zuckerberg (Meta-Facebook). A livello mondiale già nel 2020 la popolazione globale deglihigh-net-worth individual (individui con un patrimonio investibile di un milione di dollari) è cresciuta del 6,3 per cento, superando la soglia dei 20 milioni. In Italia se ne contavano oltre 300 mila, 9,2 per cento in più rispetto al 2019. A livello mondiale il patrimonio di questi HNWI è cresciuto del 7,6 per cento nel 2020, quasi 80mila miliardi di dollari e in Italia 593 miliardi (+2,3 per cento; il Pil italiano ammonta a 1.886 miliardi di dollari Usa). Ma la tassazione di questi ultraricchi è sempre risibile e nessuno Stato sembra avere l’intenzione o la forza di imporla. Questo non toglie che questi signori pretendono di essere dei grandi mecenati di opere caritatevoli e/o umanitarie attraverso le loro apposite fondazioni che contribuiscono non poco a far pubblicità ai loro prodotti magari con immagini e frasi apparentemente antirazziste e umanitarie (si pensi alla faccia tosta dei signori Benetton che dalla Patagonia alle autostrade e ai loro diversi luoghi delle loro delocalizzazioni hanno provocato sempre danno).

Umanità a perdere

Secondo Jeffrey Sachs da ben quattro decenni negli Stati Uniti s’è imposta la guerra contro i poveri. E come ben sappiamo questa guerra s’è di fatto generalizzata a tutti i paesi ricchi come guerra sicuritaria in nome della difesa della morale, del decoro e dei cittadini abbienti (vedi qui Polizie, sicurezza e insicurezze). In altre parole, l’aumento delle pratiche brutali delle polizie (nazionali e locali) è di fatto stata al cuore dell’economia politica per imporre supersfruttamento, aumento dei profitti e sempre più riduzione se non smantellamento delle politiche sociali e quindi anche della cosiddetta carità per i poveri oggi ridotta a ben poca cosa e subappaltata alle associazioni private (in Italia Sant’Egidio, Caritas, Pane Quotidiano ecc.).

Come scrive anche Sachs le incessanti «guerre culturali» (sicuritarie) hanno istigato razzismo, sessismo e ogni sorta di discriminazione e persecuzione della popolazione classificata come «umanità a perdere», indesiderabile. E secondo Sachs le guerre, cioè l’opzione voluta dalla lobby militare-poliziesca ha peggiorato il benessere generale anche nei paesi dominanti come gli Stati Uniti. In realtà Sachs trascura il fatto che il liberismo globalizzato non ha più le ambizioni del capitalismo industriale del XIX e XX secolo (di tipo keynesiano) che miravano all’alta produttività, alti profitti e pace sociale connessi al benessere generale. Il liberismo di oggi punta alla massimizzazione del profitto a tutti i costi e in particolare attraverso lo smantellamento dei costi sociali e del costo del lavoro, avvalendosi dell’asimmetria di forza e di potere a suo favore. I poveri di oggi sono non solo i miserabili dei secoli scorsi ma anche una parte ingente di lavoratori che hanno perso o non hanno mai avuto potere contrattuale. Si tratta dei milioni di supersfruttati che finiscono per scivolare nella totale povertà, indigenza e marginalità. E come segnala Sachs, è emblematico che uno dei primi ultra miliardari statunitensi, Warren Buffett, affermi già nel 2006 (sul The New York Times): “È la guerra di classe, ma è la mia classe, la classe dei ricchi, che fa la guerre e noi siamo i vincitori”.

E per smantellare le politiche sociali e fare la guerra ai poveri, l’altro obiettivo fondamentale del dominio liberista è la sottomissione dello Stato e quindi delle amministrazioni internazionali, nazionali e locali ai padroni privati. Per far ciò i grandi gruppi economici si sono dotati di una molteplicità sempre più aggressiva e potente di lobbisti (si veda fra altri libro di Sylvan Laurens). È ormai riconosciuto che i lobbisti dei grandi gruppi economici siano in grado di condizionare se non fortemente assoggettare governi e Stati nazionali. Basta vedere anche la scelta della Commissione europea di classificare il nucleare come energia verde e salvare anche il carbone quantomeno sino al 2050. E basta constatare che dopo la COP 2015 di Parigi nessuna promessa di effettiva ed efficace transizione ecologica è stata rispettata e anzi il degrado dell’ecosistema s’è aggravato. Questo non già a causa dell’aumento della popolazione mondiale che secondo i ricchi sarebbe incontrollabile e costituirebbe la minaccia (lo spettro) del XXI secolo sovrapponendosi al cambiamento climatico e quindi scatenando migrazioni devastanti. Da qui la giustificazione della guerra alle migrazioni come scelta di tanatopolitica/far morire o lasciar morire e il mito di Musk di scappare nello spazio o su Marte, mentre tanti ricchi si costruiscono le loro sempre più sofisticate fortificazioni sulla Terra (per una critica di queste varie derive vedi Negazionismo, scetticismo o resistenze: dove va l’ecologia politica).

La concentrazione dei media

uno degli strumenti della guerra di classe dei dominanti sono ovviamente i media concentrati nelle mani di pochissimi fra i quali il multimiliardario Rupert Murdoch e in Italia la GEDI degli Agnelli.

La guerra di classe contro i poveri non è una novità negli Stati Uniti come in Europa (si pensi fra l’altro a diversi libri di Jack London). Ma quella scatenata sin dagli anni Settanta non ha paragoni nei due secoli precedenti. Sachs ricorda che nel 1971, un avvocato specialista di diritto delle imprese, Lewis Powell, elaborò una strategia (Confidential Memorandum – Attack on American Free Enterprise System, 23 agosto 1971) per rovesciare il progresso della democrazia sociale (su questi temi Joe Soss, Richard C. Fording e Sanford F. Schram hanno scritto Disciplinare i poveri. Paternalismo neoliberale e dimensione razziale nel governo della povertà, prossimamente edito da Mimesis, a cura di S. Busso e E. Graziano nella collana Cartografie sociali). Si ricordi anche che la letteratura sul governo della povertà è assai vasta ma quella che riguarda la sua transizione liberista è relativamente recente (fra altri vedi Wacquant, 2010; Rapport 2022 sur les inégalités mondiales, a cura di L. Chancel, T. Piketty, E. Saez, G. Zucman) e ha ignorato il passaggio alla tanatopolitica come opzione che oggi sembra tendere a primeggiare (vedi Umanità a perdere. Sindemia e resistenze).

Fu Richard Nixon a nominare Powell alla Corte suprema degli Stati Uniti nel 1971. Così tale Corte aprì al privato la possibilità di invadere l’amministrazione pubblica e in particolare le libertà di ingerenza e la privatizzazione della sanità e della previdenza sociale (si pensi alla potenza finanziaria delle assicurazioni delle pensioni). Successivamente Reagan diminuì le tasse dei ricchi, attaccò i sindacati e smantellò la protezione dell’ambiente. Un processo che da allora è diventato inarrestabile.

E come ben sappiamo il trionfo del liberismo nel nord America ha finito poi per penetrare anche in Europa. Tuttavia secondo le statistiche ancora oggi gli Stati dell’Unione Europea raccolgono come tasse circa 45 per cento del loro PIL, mentre il governo degli Stati-Uniti arriva a circa il 31 per cento del loro PIL. Ma questo non ha impedito anche in Europa i continui tagli alle spese sociali e in particolare alla sanità, alla pubblica istruzione, all’università e alla ricerca, tagli alle risorse per la prevenzione dei rischi sanitari, ambientali ed economici, mentre è aumentata a dismisura la privatizzazione dei servizi pubblici (sanità, trasporti, poste e telecomunicazioni ecc.).

Guerra permanente

La differenza fra la speranza di vita nell’Unione Europea e quella negli Usa è solo di due, tre anni (negli anni Ottanta in Europa era più bassa). Nel 2019, le fortune dei più ricchi rispetto al PIL era di circa 11 per cento in Europa occidentale contro 18,8 per cento negli Usa, che emettevano 16,1 tonnellate di diossido di carbone per abitante, contro 8,3 tonnellate nell’UE.

Ben prima della pandemia da Covid-19 negli Stati Uniti s’è innescata una «epidemia» di “morti per disperazione” (sovradosi di medicinali e suicidi), un aumento dei casi di depressione, in particolare fra i giovani. E a livello politico è emerso il fenomeno Donald Trump, col suo pseudo-populismo e una potente capacità di distrazione di massa che è riuscita a istigare alla guerra contro i poveri col razzismo e il sessismo.

Biden si sta rivelando una alternativa fallimentare; l’aumento delle tasse federali non riesce a passare e i ricchi sono più che mai arroccati ai loro privilegi. Due terzi degli american citizens sono favorevoli a un aumento delle tasse sui ricchi e sulle imprese e banche. Ma è possibile che Biden perda le elezioni di metà mandato nel 2022 e ciò potrebbe far presagire il ritorno di Trump al potere nel 2024, fra disordini sociali, violenze, nuova distrazione di massa e restrizioni del diritto di voto negli Stati dominati dai Repubblicani.

E intanto gli american citizens sono sempre più aizzati contro la Cina sia da parte dei democratici che da parte dei repubblicani. La retorica anticinese come in una nuova guerra fredda si alimenta delle angosce o incertezze generate dallo stesso assetto economico e sociale statunitense. C’è proprio il rischio che siano proprio gli Stati Uniti a fomentare un’escalation verso una nuova fase di guerre permanenti e persino di guerra mondiale.

In altre parole la guerra contro i poveri fa parte di un’economia politica che di fatto è più che mai criminale perché produce effetti devastanti in tutti i campi e rischia di condurre alla guerra planetaria (si veda anche: Joseph Stiglitz, “Mes pronostics pour l’économie mondiale en 2022”).

da qui

Covid: ricoveri abbattuti drasticamente se curata entro tre giorni. Lo studio italiano che lo dimostra

  

(Valentina Bennati intervista Paolo Bellavite)

 

Ci sono medici che hanno riposto ogni fiducia solo nel “vaccino” e altri che, invece, in questi ultimi 20 mesi hanno lavorato, e molto, per curare i malati ed evitare che giungessero troppo aggravati in ospedale. Dalla loro esperienza – che ha dimostrato che, se si interviene nella fase iniziale con terapie appropriate, di COVID si può guarire tranquillamente a casa – è nato uno studio, ora a disposizione della comunità scientifica.

Pubblicato in anteprima l’8 dicembre dalla rivista peer-review ‘Medical Science Monitor’ con il titolo “Retrospective Study of Outcomes and Hospitalization Rates of Patients in Italy with a Confirmed Diagnosis of Early COVID-19 and Treated at Home Within 3 Days or After 3 Days of Symptom Onset with Prescribed and NonPrescribed Treatments Between November 2020 and August 2021 (Studio retrospettivo sugli esiti e sui tassi di ospedalizzazione di pazienti in Italia con diagnosi confermata di COVID-19 precoce e trattati a casa entro 3 giorni o dopo 3 giorni dall’insorgenza dei sintomi con farmaci di prescrizione e non di prescrizione tra novembre 2020 e agosto 2021)”, il lavoro ha, come prima firma, quella del professore Serafino Fazio, componente del Consiglio Scientifico del Comitato Cura Domiciliare COVID-19, già professore di medicina Interna all’Università di Napoli. I co-autori sono Paolo Bellavite (già professore di Patologia generale alle Università di Verona e di Ngozi-Burundi), Elisabetta Zanolin (Dipartimento di Diagnostica e Sanità Pubblica dell’Università di Verona), Peter A. McCullough (Department of Cardiology, Truth for Health Foundation, Tucson, AZ, USA) che ha sottoscritto lo schema terapeutico del Comitato Cura Domiciliare COVID-19, Sergio Pandolfi (Neurochirurgo – Ozonoterapeuta, Docente al Master di II° livello in ossigeno-ozono terapia Università di Pavia) e Flora Affuso (ricercatrice indipendente).

Lo studio ha evidenziato, in un gruppo di 85 pazienti con COVID-19, un azzeramento dei ricoveri se la terapia viene messa in atto nei primi tre giorni e conferma quello che già altri studi pubblicati a partire da maggio 2020 (ad esempio da Paesi come Stati Uniti, Corea, Iran e India) hanno messo in luce ossia i benefici positivi delle cure precoci e in particolare dell’utilizzo dell’indometacina, farmaco antinfiammatorio non steroideo e agente virale ad ampio spettro che costa poco più di un euro e che sembrerebbe in grado non solo di fornire un sollievo sintomatico più rapido ai pazienti, ma di prevenire anche le complicanze.

Dopo lo studio Remuzzi-Suter dell’Istituto Mario Negri, che ha avuto il merito in Italia di imporre il tema delle cure domiciliari anche nel campo delle pubblicazioni scientifiche, questa nuova pubblicazione dovrebbe rappresentare un vanto nazionale e richiamare l’attenzione dei principali giornali nazionali e della TV, mentre finora è stata pressoché ignorata. Ne ha parlato, invece, di recente un importante giornale indiano che ne ha sottolineato l’importanza.

Del resto, è noto come da noi il tema delle cure precoci e domiciliari sia stato sottovalutato sin dall’inizio. E non si può dire che il Governo non ne fosse a conoscenza: secondo quanto si può leggere nell’interrogazione parlamentare n° 3-02869, pubblicata il 19 ottobre 2021 – seduta n. 368“a partire dal mese di aprile 2020 (dunque, poco tempo dopo l’inizio della pandemia da Sars-CoV-2) il Ministero della salute era stato adeguatamente informato sull’esistenza di evidenze cliniche che dimostravano come ottenere, attraverso un uso combinato di farmaci del prontuario, una pronta guarigione dall’infezione”. Infatti, fin dalla primavera 2020, erano stati inviati a Ministero, AIFA e CTS diversi appelli e segnalazioni da parte di diversi gruppi di medici che – si legge sempre nell’interrogazione parlamentare – “iniziando a curare precocemente i malati di COVID-19, andavano scambiandosi man mano esperienze cliniche e si costituivano in associazioni. Ognuno di questi gruppi, autonomamente, era arrivato alle medesime conclusioni rispetto all’approccio terapeutico corretto in grado di contrastare l’infezione, basato sulla consapevolezza dell’assoluta necessità di un intervento farmacologico tempestivo e di un monitoraggio costante delle condizioni del paziente, sia attraverso visite a domicilio sia attraverso la telemedicina, onde contrastare un aggravamento irreversibile delle condizioni di salute”.

Eppure, nonostante l’autorevolezza delle fonti da cui provenivano tali indicazioni, non si è ritenuta neppure opportuna un’azione di verifica di quanto stava emergendo a livello clinico e “il protocollo ministeriale, emanato in data successiva a questi appelli (novembre 2020), indicava ancora ai medici di base di non somministrare alcun farmaco ai malati di COVID-19, anche se sintomatici, nell’arco delle prime 72 ore dall’insorgenza dei sintomi, tranne il paracetamolo, e anche il successivo protocollo (attualmente in vigore ed emanato ad aprile 2021) associava al paracetamolo soltanto i “fans” (antinfiammatori comuni)”.

Viene da chiedersi se non sia questa una delle ragioni per cui in Italia la ‘seconda ondata’ (autunno 2020) ha fatto registrare uno dei tassi di letalità più alti del mondo (3,5 su 100 soggetti malati di COVID-19). Questo nuovo studio e quello già citato del Mario Negri sembrano confermare questa ipotesi.

La motivazione addotta nelle stesse linee guida del Ministero, dove addirittura sono stati sconsigliati determinati farmaci, è stata ricondotta “all’assenza di studi scientifici in grado di comprovarne l’efficacia per il COVID-19”, farmaci in realtà già noti e diffusi in tutto il mondo anche per la cura domiciliare di comuni patologie e che, sotto appropriato controllo medico, non hanno mai causato effetti collaterali gravi.

Magari studi scientifici di verifica verso ciò che stava emergendo a livello clinico avrebbero potuto promuoverle quelle stesse autorità che li invocavano, le quali, però, hanno voluto puntare tutto sui vaccini, in realtà farmaci dichiaratamente sperimentali, come scritto dalle stesse case farmaceutiche.

Il dramma è che tuttora le molteplici opzioni farmacologiche da utilizzarsi già nelle prime fasi della malattia, o persino in soggetti semplicemente positivi al tampone, sono per lo più sconosciute alla popolazione e probabilmente agli stessi medici di medicina generale che, di fatto, non riescono ad applicare protocolli più complessi e avanzati rispetto alle linee guida del Ministero.

Tornando allo studio di cui si parlava in apertura di articolo, la sua recente pubblicazione potrebbe rappresentare l’occasione per riconoscere finalmente il giusto valore alle cure precoci domiciliari e diffonderne la conoscenza, soprattutto rendere i medici di famiglia capaci di metterle in pratica e, magari, istruire finalmente un tavolo tecnico finalizzato alla revisione dei protocolli ministeriali. Tanto più che i riflettori continuano ad essere puntati su varianti e aumento dei contagi.

Pare opportuno, quindi, nell’intento di diffondere ogni informazione utile allo sviluppo di una sempre maggiore conoscenza e consapevolezza, non solo dare notizia di questa importante pubblicazione, ma anche dare la parola a uno degli autori, il Professor Paolo Bellavite.

* * * *

Prof Bellavite perché è importante questo studio, che periodo ha coperto e che tipologia di pazienti ha preso in esame?

“È importante perché è il primo studio italiano che ha paragonato il risultato di una terapia secondo il tempo passato dal momento in cui è iniziata. Mi spiego meglio: si sono confrontati due gruppi e, nella scienza, quando si confrontano due gruppi è sempre un avanzamento di conoscenza. Di questi due gruppi, un gruppo di 85 persone è stato curato entro 3 giorni dall’inizio dei sintomi, mentre un altro gruppo di 73 persone, che avevano ritardato a rivolgersi al medico, sono state curate dopo 3 giorni, dunque dal quarto in poi. In generale si è trattato di soggetti di età media intorno ai 45 anni anche con comorbilità e stiamo parlando dell’ondata tra novembre 2020 fino ad agosto 2021. Fondamentalmente il lavoro ha dimostrato che se questa terapia comincia a presto, entro 3 giorni dall’inizio dei sintomi, allora il risultato è enormemente migliore di quello che si ottiene se la terapia comincia dal quarto giorno in poi, cioè tardi. Il punto nodale è proprio questo: cominciare presto. Cominciando precocemente, nel nostro caso la malattia è durata mediamente 6 giorni e di 85 persone neanche una è finita in ospedale. Nel gruppo dei 73 ‘ritardatari’ la malattia è durata mediamente 13 giorni e in 14 casi è stata necessaria la ospedalizzazione a seguito del peggioramento delle condizioni polmonari.”

 

Anche il nefrologo e chirurgo di trapianto renale di Chennai, Rajan Ravichandran, in India ha usato con efficacia l’indometacina per curare i pazienti COVID-19. La squadra italiana ha seguito il suo protocollo o ha creato un proprio schema terapeutico?

“Il professor Fazio ha studiato molto la terapia del COVID-19 perché ha curato i pazienti già dalla prima ondata ovvero già dalla primavera del 2020 ed è stato uno dei fondatori del gruppo delle terapie domiciliari. Nella sua lunga esperienza è arrivato a concepire questa multiterapia dopo studio, osservazione e riflessione sui diversi risultati ottenuti con diverse formulazioni. L’utilizzo dell’indometacina non è stato un “colpo di genio” improvviso, né è stato ispirato dal collega indiano, anzi è stata una sorpresa e una conferma per lui vedere che anche altri l’avevano usata con successo. La scelta del farmaco, in realtà, è stata fatta per i suoi effetti al contempo antinfiammatori e antivirali.

Inoltre, il prof. Fazio in passato aveva molto studiato i benefici della dieta e i flavonoidi insieme alla moglie, Flora Affuso, che è una degli altri autori dello studio e, indipendentemente da me e dalle mie ricerche in merito, sono arrivati a concepire l’utilizzo di integratori alimentari che contengono queste sostanze vegetali, in particolare quercetina e esperidina. Possiamo dire che, in maniera parallela, sia io che il Prof. Fazio siamo arrivati a capire tre importanti funzioni di queste sostanze naturali, soprattutto se utilizzate in una particolare formulazione che contempla anche l’utilizzo della vitamina C: funzione antiossidante, antivirale e antinfiammatoria. Infine, c’è una quarta e utile funzione, quella di protezione della barriera intestinale, perché i flavonoidi agiscono favorevolmente sulla flora batterica.

Il terzo prodotto che fa parte dello schema terapeutico utilizzato sui pazienti dello studio, dopo indometacina e i flavonoidi, è l’aspirina da 100 gr, piccolo dosaggio, quella che viene usata normalmente per prevenire la trombosi e l’infarto: la prevenzione della trombosi è importante perché la malattia COVID-19, quando si complica, provoca anche disturbi della coagulazione e dell’aggregazione piastrinica quindi, anche se in molti pazienti questo non si verifica, dare una copertura con questo popolare farmaco antinfiammatorio è utile.

Dunque lo schema terapeutico che abbiamo utilizzato si fonda su tre prodotti: l’indometacina, un integratore alimentare a base di flavonoidi e l’aspirinetta. Sono tutti farmaci sicuri e già in commercio che i medici già conoscono, di facile reperibilità e dal costo relativamente basso. Poi, siccome gli antinfiammatori qualche volta, in alcune persone, possono dare problemi a livello gastrico, si può aggiungere omeprazolo, un inibitore della pompa protonica per coprire il rischio dell’effetto gastro lesivo dell’antinfiammatorio. Si tratta di un elementare concetto di prudenza clinico-terapeutica, anche se recenti studi sembrerebbero suggerire che l’omeprazolo potrebbe forse ridurre i recettori del virus sulle cellule.

È sempre importante sottolineare che è un medico che deve fare la diagnosi di COVID-19, la prescrizione e poi seguire il malato. L’autocura è sempre sconsigliata, anche perché possono esserci interazioni con altri farmaci che un individuo, eventualmente, sta assumendo o controindicazioni in certe situazioni.”

 

Lo studio italiano raccomanda di iniziare il trattamento entro tre giorni dall’insorgenza dei sintomi invece del protocollo standard di vigile attesa e paracetamolo. Quali sono i sintomi che devono allertare e far capire che è il momento di ricorrere alle cure?

“I sintomi iniziali della COVID-19 si conoscono ormai bene e sono: mal di testa, mal di gola, rinite, spossatezza, male alle articolazioni, dolori muscolari, tosse, talvolta diarrea. La febbre di solito c’è ma non è detto che sia molto alta, almeno all’inizio. Ci può essere anche la perdita del gusto e dell’olfatto. Circa il 20% dei nostri pazienti presentavano anche dolori al petto. Si tratta di sintomi che però non si presentano sempre tutti o possono variare, nello studio c’è tutto un elenco dei sintomi che sono stati misurati precisamente.

Una persona attenta che sa ascoltare il suo corpo lo capisce che non si tratta di un semplice raffreddore e si rende conto quando il malessere peggiora. Siamo nel periodo epidemico e può capitare di frequentare persone positive anche asintomatiche, la probabilità si alza allora. In caso di dubbio il paziente deve chiedere che il medico di medicina generale si occupi di lui: il medico deve curare, non può non farsi trovare disponibile o imporre trattamenti contro la volontà del paziente. Altrimenti è bene rivolgersi ai medici delle cure domiciliari e, in questi quasi due anni, sono nate varie iniziative: il gruppo delle terapie domiciliari COVID-19 fondato dall’avvocato Grimaldi che è anche citato nel nostro studio e ha dato un grosso contributo, poi c’è il gruppo di Ippocrateorg.org ugualmente molto attivo e, di recente, è nata l’iniziativa del Dottor Stramezzi che adesso sta diffondendo una app con cui si potrà gestire il rapporto con i medici. In caso estremo, se proprio il paziente non trovasse nessuno, potrebbe rivolgersi direttamente al farmacista che può dare sempre un consiglio.

Una possibilità da valutare, in periodo epidemico, potrebbe essere di andare dal medico facendo conoscere il nostro articolo (in cui sono citate altre esperienze analoghe) e chiedere preventivamente la prescrizione della cura da usare eventualmente in caso di bisogno per averla subito disponibile a casa. Poi il medico, comunque, dovrà seguire il paziente effettuando un attento monitoraggio, perché ci possono essere dei casi in cui il paziente magari necessita di altri farmaci. Infatti è giusto precisare che i farmaci che ho citato non sono gli unici medicinali possibili, ci possono essere anche varie altre opzioni, ma in questo momento stiamo parlando di quella che è stata la nostra esperienza e del risultato del nostro studio.”

 

L’Italia continua ad avere un approccio ‘aspetta e osserva’ e a consigliare l’isolamento domiciliare e il paracetamolo per alleviare i sintomi durante l’insorgenza dell’infezione da Sars-CoV-2. Che Lei sappia è l’unico Paese al mondo? Tra l’altro l’uso del paracetamolo è stato messo in discussione in quanto aumenterebbe proprio la suscettibilità alla polmonite da COVID-19. Vuol precisare perché?

“Peter A. Mc McCullough, che tra l’altro è anche co-autore dello studio, ha detto che in America è la stessa cosa. Anche negli Stati Uniti, per iniziativa di Fauci, è tutto concentrato sempre sulla campagna vaccinale, anche lì ritardano le cure e non hanno sviluppato dei protocolli o politerapie né ancora hanno focalizzato l’importanza di cominciare presto la presa in carico del paziente. Egli ha scritto due tre lavori importanti, prima di noi, in cui sottolinea l’importanza di cominciare presto le cure, ma la situazione purtroppo, a quanto pare, è simile alla nostra anche in altri Paesi.

Per quanto riguarda il paracetamolo, è uno dei farmaci più usati al mondo ma bisogna stare molto attenti a non superare i dosaggi consigliati. Inoltre, nel caso della COVID-19, ci sono due motivi fondamentali per cui è stato criticato: innanzitutto viene metabolizzato attraverso la via del glutatione, che è la stessa via che serve per difendersi dal virus. Dando il paracetamolo si rischia di aumentare lo stress ossidativo, consumare glutatione e quindi di complicare la vita alla cellula che già sta combattendo contro il virus. Il secondo motivo per cui l’uso del paracetamolo potrebbe essere sconsigliabile è perché molti malati di COVID-19 hanno anche problemi al fegato e il paracetamolo viene metabolizzato proprio nel fegato, dove produce una sostanza che è tossica proprio per il fegato stesso. Quindi il danno del farmaco con il suo metabolita, se preso più o meno avvertitamente in eccesso, andrebbe a sommarsi con il danno del virus. Comunque il nostro articolo non confuta direttamente il paracetamolo, è una critica ben documentata nei confronti del ritardo delle terapie”.

 

Il vostro studio ha dato risultati molto incoraggianti e ha richiamato l’attenzione della stampa estera, ma non ha ricevuto la giusta considerazione in Italia. Eppure, secondo le previsioni emanate il 17 dicembre dalla Presidenza della Comunità Europea e rilanciate continuamente dai media, la variante Omicron è destinata a divenire dominante in Europa nel gennaio 2022. Se non si provvede a potenziare urgentemente l’assistenza di base a livello domiciliare, non si rischia che la popolazione si trovi senza cure efficaci e che ci sia una conseguente ondata di ricoveri ospedalieri che potrebbe mettere nuovamente a repentaglio il funzionamento del sistema sanitario?

“Ovvio! Quelli che si curano presto, con gran probabilità non andranno incontro all’ospedalizzazione, ma se si aspettano più giorni, il rischio di ospedalizzazione aumenta enormemente, addirittura nel nostro studio abbiamo fatto un calcolo che ogni giorno di ritardo aumenta di 4-5 volte il rischio di finire in ospedale. Va detto però che il nostro studio non ha considerato la variante Omicron, che parrebbe mono patogena anche se più contagiosa.

La precocità delle cure è una cosa fondamentale ed è quello che noi abbiamo evidenziato e, tra l’altro, è una conferma di un’altra serie di ricerche che, come già accennato, sono state fatte dal gruppo del Mario Negri capitanato dal Professor Remuzzi. Anche loro avevano già pubblicato un’osservazione – con un metodo diverso dal nostro in realtà – che, cominciando presto, già dal primo giorno si riducevano ospedalizzazioni dal 10% al 1%: parliamo di 10 volte di meno! Dieci volte di meno vuol dire che se noi abbiamo un milione di persone malate, di cui 100.000 andrebbero a finire in ospedale, con le cure precoci ce ne finirebbero solo 10.000! La cosa cambia notevolmente per le terapie intensive, è una differenza enorme. Ovviamente questi dati sono da considerarsi come preliminari perché le metodologie non consentono conclusioni definitive. I nostri studi andrebbero ripresi e fatti da altri gruppi magari confrontando diversi protocolli, ma è innegabile l’esperienza più che positiva che in questi due anni diversi medici hanno fatto curando le persone a casa: hanno avuto dei grossi risultati. Sarebbe stato molto più valido se ci fosse stato un coordinamento nazionale, ma lo avrebbe potuto fare solo il Ministero della Sanità che avrebbe dovuto permettere ai medici di prescrivere ciò che ritenevano più utile in scienza e coscienza e raccogliere i dati e le casistiche in modo tale che a livello centrale, una volta raggiunti grossi numeri trattati da centinaia di medici, si potesse poi facilmente capire dove indirizzarsi per avere i risultati migliori. Purtroppo, non è stato fatto nulla di questo.”

 

Ci sono sempre più persone vaccinate eppure sempre maggiori contagi per i quali si dà la colpa ai non vaccinati, ovviamente. Il vostro schema potrebbe essere di aiuto anche ai vaccinati che si contagiano?

“Il professore Fazio recentemente ha cominciato a curare anche molti vaccinati che si ammalano e sta ottenendo buoni risultati anche con loro, per il momento non c’è questa grossa differenza nelle risposte alle terapie. Un’osservazione che mi riferisce il collega è che i vaccinati si presentano con sintomi di COVID-19 iniziali leggermente inferiori a quanto era abituato a vedere con i non vaccinati.”

 

L’esperienza sta dimostrando che i vaccini anti-COVID non possono garantire un’immunizzazione sterilizzante dall’infezione, dunque, nemmeno l’immunità di gregge. Perché le cure domiciliari continuano a non interessare?

“L’immunizzazione con il vaccino non funziona anche perché non si formano le immunoglobuline della classe A che sono quelle durano, stanno sulle mucose e dovrebbero bloccare il virus prima dell’ingresso nelle cellule. Questi farmaci fanno produrre gli anticorpi che per un periodo di qualche mese proteggono la persona “dall’interno”, cioè dalle conseguenze organiche più gravi, ma non sono comunque protette le mucose e infatti il vaccinato è contagioso come può esserlo il non vaccinato. Può darsi che abbia meno sintomi, ma il fatto che abbia meno sintomi, se è un bene per lui, non è un necessariamente un bene per la collettività, perché ovviamente la persona va in giro mostrando il “super green pass” ma può diffondere il virus.

La cosa importante che posso dire a tal proposito è che i flavonoidi che abbiamo sperimentato nello studio, presi lontano dai pasti con la forma “orosolubile”, si liberano in notevoli concentrazioni nella bocca, nella faringe e nell’esofago e ci rimangono in una concentrazione notevole quindi c’è una probabile inibizione dell’attacco eventuale del virus. Quello che non riescono a fare gli anticorpi se non ci sono le immunoglobuline di classe A, lo possono fare questi flavonoidi: almeno questo evidenziano gli studi di laboratorio, ovviamente non abbiamo ancora una prova clinica che questo succeda anche in vivo però è molto plausibile che questo succeda anche perché la concentrazione che si raggiunge nella bocca è molto elevata quindi è altamente probabile che si formi una barriera all’ingresso del virus nelle cellule o un blocco della sua replicazione.

Infine mi chiede perché le cure domiciliari continuino a non interessare. Bella domanda!

Avrei due risposte. C’è la versione, che sarebbe da prediligere, della ‘sbornia del vaccino’ che rimanda a una forma di ignoranza delle altre possibilità, come se il vaccino avesse obnubilato le menti. Poi c’è un’altra versione più drammatica o ‘complottista’ e cioè che, se ci fossero state le cure, non si sarebbero più potuti propagandare i vaccini. Vaccini che, come ha detto il filosofo Agamben ai senatori, non sarebbero in realtà lo scopo finale delle autorità governative, poiché lo scopo finale sarebbe il green pass sempre più rafforzato, vale a dire una forma di controllo totale sui cittadini. In questo caso non ci sarebbe più da parlare di ignoranza o trascuratezza, ma di una volontà politica che ‘usa’ la pandemia per un disegno diverso e quindi non accettabile.

da qui

Ilse Weber

 




 

ELSA WEBER - Anna Foa

Elsa Weber, di religione ebraica, nata a Witkowitz nel 1903, scrisse poesie e fiabe per bambini fin da giovanissima, entrando a far parte del grande mondo intellettuale ceco. Come tutti gli ebrei cechi, era di lingua tedesca. Sposatasi con Willi Weber, Ilse si dedicò poi alla famiglia, pur senza interrompere la sua attività di scrittrice. Nel 1930 aveva già pubblicato tre fortunati libri di fiabe ed era divenuta una valente musicista. Patriota della sua Cecoslovacchia, diede al suo secondo bambino il nome di Tomáš in onore del presidente Masaryk.

La Cecoslovacchia degli anni Trenta era un’isola di democrazia e una crogiolo di attività intellettuali, che spiccava nel panorama degli altri Stati dell’Europa orientale, sottoposti a regimi dittatoriali e caratterizzati dal prevalere dell’antisemitismo.

Nel 1939, dopo l’occupazione nazista, i Weber decisero di mandare il primo figlio Hanuš in Inghilterra, affidandolo all’amica di Ilse, che lo avrebbe lasciato in Svezia presso sua madre e che sarebbe poi morta nel 1941. Il piccolo Weber partì così insieme ad oltre seicento bambini ebrei, sottratti ai nazisti grazie all’attività di salvataggio di un agente di borsa inglese, Nicolas George Winton, e spediti in treno nell’unico paese europeo che accettò di accoglierli, l’Inghilterra. Ilse non lo avrebbe più rivisto.

LA DEPORTAZIONE

Nel 1942, Ilse con il marito e il piccolo Tomáš furono deportati a Theresienstadt, "il ghetto modello" da cui partivano i trasporti per Auschwitz. Qui Ilse fece l’infermiera nell’ospedale dei bambini, creando per loro e per gli altri prigionieri poesie e canzoni, suonando per loro il liuto e la chitarra. Una sua poesia, Le pecore di Lidice, suscitò violente reazioni da parte delle SS, senza fortunatamente che Ilse ne fosse individuata come l’autrice. Un’altra, Lettera al mio bambino, indirizzata al figlio Hanuš, fu tradotta e pubblicata nel 1945 in Svezia e Hanuš poté così leggerla. Nel 1944, Willi fu per primo deportato ad Auschwitz. Poco dopo anche Ilse e Tomáš furono inseriti in un "trasporto all’Est". Sembra che Ilse abbia scelto volontariamente la deportazione per non abbandonare i bambini a lei affidati. E qui, insieme con loro, Ilse e Tomáš furono subito mandati alle camere a gas. Tornato a Praga dopo la guerra, Willi riprese con sé il figlio, che era vissuto in Svezia affidato alla madre di Lilian, Gertrud. Un ricongiungimento difficile, perché il ragazzo, dopo quei sei anni lontano, rifiutava di parlare con il padre su quanto era avvenuto durante la Shoah. Nel 1968, dopo l’invasione da parte dei russi, divenuto giornalista e legato alla primavera praghese, Hanuš fuggì in Svezia dove si stabilì. Lentamente, alla rimozione dei suoi primi anni si sostituì il desiderio di ricostruire la sua storia. Nel 1974, Willi si preparava a raggiungere in Svezia il figlio per collaborare ad un film sui campi di concentramento che questi stava preparando, quando morì improvvisamente d’infarto. Ora questo libro, con la presentazione di Hanuš e un’ampia prefazione di Ulrike Migdal, viene a riproporci la storia di Ilse e della sua famiglia.Se la storia dei Weber è in sé una storia straordinaria, le poesie composte nel campo da Ilse sono di una struggente bellezza, mentre le sue lettere a Lilian, che vanno dal 1933 al 1944, cioè fino alla deportazione a Auschwitz, sono un eccezionale e vivissimo ritratto, oltre che della sua vita, dei suoi affetti e della sua arte, anche del suo paese, la Cecoslovacchia, man mano che l’ombra dell’antisemitismo e di Hitler si faceva più vicina. Dopo la partenza del figlio, nel 1939, la maggior parte delle lettere sono indirizzate al bambino, che Ilse cerca di seguire a distanza, della cui educazione si preoccupa, di cui lamenta la pigrizia nello scrivere, di cui sollecita il mantenimento dell’appartenenza ebraica. Le ultime lettere sono da Theresienstadt, dove Ilse fa ancora in tempo, prima della deportazione, a piangere in una lettera alla madre di Lilian la morte dell’amica. Subito dopo, Auschwitz.

da qui

 


Chi era Ilse Weber che morì nella camera a gas di Auschwitz cantando con i bambini - Natascia Alibani

 

Deportata ad Auschwitz, la poetessa Ilse Weber morì subito nelle camere a gas con i "suoi" bambini, quelli che aveva curato e accudito nel campo di concentramento di Terezin.

 

Ilse Weber ha sempre avuto i bambini nel suo cuore, e a loro ha dedicato tutta la sua vita, fino all’ultimo. Fino a quando, spinta nelle camere a gas di Auschwitz assieme a molti di loro, per non averli voluti abbandonare al loro atroce destino, cantò per loro canzoni e recitò poesie per tenerli sereni.

Come Etty Hillesum, anche Ilse Weber scelse coscientemente la propria sorte, pur potendo salvarsi; lo fece per amore di ciò in cui credeva, per quell’istinto di protezione naturale che la spinse a sacrificare se stessa per i “suoi” bambini; perché così, “suoi” erano diventati i bambini di Terezin con cui condivise la prigionia.

Ilse Herlinger Weber nasce a Witkowitz, in Repubblica Ceca, nel 1903; poetessa e scrittrice di testi teatrali per bambini, nel 1930 sposa Willy Weber e si trasferisce a Praga, continuando a scrivere per periodici per bambini e lavorando per la radio ceca.

Con l’occupazione nazista del ’39 Ilse Weber riesce a mettere in salvo il figlio maggiore, Hanus, mandandolo in Svezia con un Kindertransport, un’enorme operazione di salvataggio dei bambini dalle zone occupate dai tedeschi che ebbe luogo nei nove mesi precedenti allo scoppio della guerra; nel suo caso, per merito dell’azione organizzata da un agente di borsa inglese, Nicolas George Winton, grazie al quale il piccolo raggiunge il Paese scandinavo passando prima dall’Inghilterra. Weber non riesce però a fare lo stesso con il secondogenito Tommy, che finisce nel ghetto di Praga assieme a lei e al padre.

È il 1942 quando l’intera famiglia viene trasferita nel campo di concentramento di Terezin (Theresienstadt in tedesco), e proprio lì Ilse Weber si prende cura dei bambini del campo, occupandosi anche della loro salute nonostante l’assenza di medicinali, proibiti agli ebrei. Nei mesi della prigionia compone oltre 60 poesie, di cui una intitolata proprio Theresienstadt, e non smette di intrattenere i piccoli con una chitarra e delle simpatiche canzoncine, con cui cerca di allontanare da loro tutto l’orrore che li circonda.

Passano due anni quando Willy Weber viene trasferito ad Auschwitz, e la moglie sceglie di seguirlo, assieme al piccolo Tommy; una volta arrivati al campo di sterminio, Ilse Weber e i bambini vengono immediatamente mandati alle camere a gas. Muoiono tutti il 6 ottobre 1944.

Willy Weber, prima di essere spedito ad Auschwitz, aveva seppellito in tutta fretta, nel capanno degli attrezzi, i componimenti della moglie nei due anni di prigionia, perché non andassero perduti. Fu proprio lui a recuperarli, alla fine della guerra, e a ricongiungersi con il figlio Hanus, affidato alla madre di Lilian, un’amica carissima di Ilse Weber. Proprio con quell’amica Weber ebbe un fitto carteggio tra il 1933 e il 1944, fino a quando, cioè, non fu deportata.

Potrò ancora continuare a credere in Dio? Carissima Lilian – le scrive ad esempio nel 1938 – Fino a oggi ho creduto in Dio, ma se non darà in breve tempo la dimostrazione della sua esistenza, non potrò più crederci. Questa persecuzione degli ebrei è disumana. Che cosa dobbiamo fare, dove dobbiamo andare? […] non sono peggiore di quelli che dipingono noi ebrei come inferiori, cattivi e degenerati, no, al contrario, io sono migliore, lo dico senza falsa modestia, so chi e cosa sono!

Willy e Hanus Weber furono gli unici superstiti della loro famiglia.

Al suo primogenito Ilse Weber aveva dedicata una poesia, Lettera al mio bambino, tradotta e pubblicata nel 1945 in Svezia, in modo che il figlio potesse leggerla.

Ma la sua composizione più famosa è senza dubbio Wiegala, una ninna nanna che Ilse Weber cantò a tutti i “suoi” bambini di Terezin, fino all’ultimo.

Fai ninna, fai nanna, mio bimbo, lo sento
risuona la lira al soffiare del vento,
nel verde canneto risponde l’assolo
del canto dolce dell’usignolo.
Fai ninna, fai nanna, mio bimbo, lo sento
risuona la lira al soffio del vento.
Fai ninna, fai nanna, gioia materna,
la luna è come una grande lanterna,
sospesa in alto nel cielo profondo
volge il suo sguardo dovunque nel mondo.
Fai ninna, fai nanna gioia materna,
la luna è come una grande lanterna.
Fai ninna, fai nanna, sereno riposa
dovunque la notte si fa silenziosa!
Tutto è quieto, non c’è più rumore,
mio dolce bambino, per farti dormire.
Fai ninna, fai nanna, sereno riposa
dovunque la notte si fa silenziosa.

da qui

 

QUI un'antologia di versi poetici di Ilse Weber da Theresienstadt (di Rita Baldoni)

Yemen, un conflitto sempre più cruento, irregolare, irrazionale e un solo obiettivo: l’eliminazione fisica totale dell’altro - Laura Silvia Battaglia

 

Bombardare una prigione e fare 70 morti. Sapere che, tra questi prigionieri, la maggioranza ha combattuto al tuo fianco, ed era detenuta proprio per questo dal nemico. Nonostante questo, decidere di bombardare lo stesso, costi quel che costi. Il risultato delle ultime 48 ore di guerra in Yemen – una guerra che è ormai entrata nel suo settimo anno di vita – rende bene l’idea dell’extrema ratio in cui il conflitto è entrato: un tutti contro tutti, un Armageddon finale senza logica, senza buon senso (ammesso che in guerra ce ne possa essere), senza una strategia che non sia l’eliminazione fisica totale dell’altro. 

I fatti più recenti ci dicono che nelle ultime 48 ore la Coalizione a guida saudita che combatte a fianco del governo centrale del presidente Mansour Hadi  contro le milizie del Nord Yemen, gli Houthi, sostenute economicamente e logisticamente dall’Iran, ha scatenato il bombardamento più intenso su città, zone abitate e obiettivi civili del nuovo anno: sono state colpite la capitale Sana’a, la città portuale e strategica Hodeida e la città di Sa’ada, a Nord, roccaforte degli Houthi. Secondo lo Yemen Data Project, una eccellente raccolta di dati sui bombardamenti della Coalizione dal 2015, curata dalla giornalista Iona Craig, i dati sugli ultimi tre mesi del 2021, con 648 raid, avevano già mostrato una crescita numerica del 43%, se comparati con tutti i dati disponibili dal 2018 a oggi. Quel che è successo, è stato, da un lato, l’inizio dell’ultima fase – probabilmente la più sanguinosa della guerra – che vede gli Houthi avanzare alla conquista dei governatorati centrali di al-Jawf e Marib, ricchi di idrocarburi (petrolio soprattutto e gas) ancora non pienamente utilizzati, e, contemporaneamente, il fallimento della risoluzione delle Nazioni Unite sui risultati delle investigazioni del gruppo di eminenti esperti (GEE), che per anni ha lavorato sulle violazioni del diritto umanitario nel Paese, su tutte le parti in conflitto. È la prima volta nella storia del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite che una risoluzione venga cassata; di sicuro cade l’unica speranza degli yemeniti di trovare ascolto internazionale sull’identificazione delle responsabilità degli attori in guerra.

Da questo momento, il conflitto si è fatto più cruento, irregolare, irrazionale. Nei bombardamenti degli ultimi due giorni i target non sono stati solo militari o infrastrutturali (porti, aeroporti): nel conteggio ci sono centri abitati, strutture ospedaliere e la prigione di Sa’ada. Non è la prima volta che la Coalizione colpisce una prigione, ma in passato, come nei bombardamenti del settembre del 2019 nel governatorato del Dhamar, la giustificazione era data dal fatto che la prigione era attaccata a un quartier generale militare degli Houthi, nei capannoni abbandonati della ex tv di Stato. Stavolta, si parla del cuore di una città e di una prigione che conteneva sia mercenari stranieri, soprattutto sudanesi, che rappresentanti delle tribù locali al confine tra Yemen e Arabia Saudita – area della cosiddetta battaglia della valle Jabara – catturate dagli Houthi in più di un raid su quelle colline, nell’agosto del 2019, perché alleatisi con i sauditi.  In questo tutto per tutto, dunque, anche i propri prigionieri di guerra vengono sacrificati come agnelli pur di infliggere una perdita strutturale al nemico.

Del resto, anche da parte opposta, non prevale la saggezza. Gli Houthi non hanno una visione politica sul lungo periodo, se non limitata da una parte al saldo possesso del Nord del Paese, in funzione di rivendicazione tribale e identitaria (sono originari del luogo, si sentono protettori e possessori di esso, vennero messi all’angolo negli anni della dittatura di Ali Abdullah Saleh, osteggiati, combattuti con ogni mezzo) e in funzione strategica ed anti-saudita. Nella loro comunicazione propagandistica, per spingere i giovani yemeniti a combattere al loro fianco contro l’invasore esterno, prevale sempre questa narrativa apocalittica dove – usando animazioni in 3D – si immagina l’ingresso delle truppe Houthi a La Mecca e la presa di possesso della piazza della kaaba, la pietra nera sacra a tutti i musulmani del mondo e meta di pellegrinaggio. Il loro canale di informazione ufficiale, al Masirah, ne contiene parecchi. In questa visione, anche l’appoggio dell’Iran non guida scientemente tutte le loro scelte strategiche, esterne al Paese, la cui principale funzione è quella di dimostrare la debolezza dell’Arabia Saudita e degli Emirati e trovare falle e brecce nel loro sistema di sicurezza. Così, l’evoluzione ingegneristica di tutto il sistema dei droni armati che gli Houthi in parte organizzano home made con l’assemblaggio di prodotti disponibili – come fanno molte altre milizie, si pensi a Isis – in parte grazie a componentistica e tecnologia iraniana, la cui applicazione è stata appresa in anni di scambi e viaggi culturali e diplomatici, ha un chiaro obiettivo: dare noia a UAE e KSA, farli sentire deboli ed accerchiati. Peccato che questa scelta strategica equivalga a delle fastidiose punture di calabroni sul corpo di una coppia di grossi felini. 

Le due monarchie del Golfo, non potendo permettere un’offesa simile, anche se essa possa avere causato, come l’ultimo attacco con drone armato all’aeroporto di Abu Dhabi negli Emirati, la morte di tre operai pakistani (dunque esistenze che contano davvero poco nell’economia del Paese), reagiscono come leoni feriti: pretendono dagli Stati Uniti la difesa del loro territorio, rinsaldano questa alleanza più che decennale, chiedono sostegno e approvazione alla loro reazione militare, organizzano una campagna di bombardamenti sul Nord dello Yemen in grande stile. Hanno piena mano libera e non hanno nessuna responsabilità, perché trattasi tecnicamente di legittima difesa. A questo punto, con centinaia di attacchi bomba sferrati contemporaneamente su tre città, gli Houthi possono rigiocare – sul piano internazionale – il ruolo delle vittime e, su quello locale, continuare a rinsaldare il loro legame con i cittadini del Nord, dimostrando che il nemico esterno è sempre più assetato del sangue yemenita. 

Ma nella fase finale di questa guerra, del tutto per tutto, questo gioco sta funzionando meno: l’ultima settimana le chat dei cittadini yemeniti del Nord e del Sud, e degli espatriati, sono state assai più ricche di ragionamenti che di accuse faziose tra il Nord e il Sud, tra i sostenitori degli Houthi e gli yemeniti vicini a un governo debole che si fa spalleggiare dalle due monarchie del Golfo: sempre più persone ritengono questo gioco di provocazioni tra le parti sia un suicidio su tutta la linea e che l’invio di un drone armato sull’aeroporto di Abu Dhabi sia stata la peggiore idea strategica possibile.

Questa guerra, combattuta con armi sempre più sofisticate e con una tecnologia raffinata nella precisione, sia che si tratti di bombe che di droni armati, si combatte anche con le armi della comunicazione online. Per evitare la diffusione sui social e sui siti delle emittenti degli Houthi immagini di bombardamenti, distruzioni, vittime, la Coalizione si è affrettata a bombardare le infrastrutture di comunicazione nella città di Hodeida per azzerare i collegamenti online, e impedire ai giornalisti locali presenti di inviare testimonianze dirette dell’accaduto. La maggior parte della popolazione dello Yemen, infatti, accede a Internet tramite un cavo sottomarino che parte dal Mar Rosso e collega il Paese tramite la struttura di telecomunicazioni di Hodeida, gestita dal monopolio delle telecomunicazioni TeleYemen. Sia la città di Hodeida che TeleYemen sono sotto il controllo degli Houthi. Oltre che da 48 di tentativi degli yemeniti all’estero che tentano disperatamente di raggiungere i loro parenti, per verificarne lo stato, la certezza che ciò sia accaduto è confermato da Netblocks, il gruppo di monitoraggio dell’internet globale, di proprietà del tecnologo e attivista Alp Tocker.

Netblocks ha dimostrato una caduta verticale di tutti i servizi di collegamento del Paese, da più di 48 ore, ormai, ed è stato anche in grado di catturare, servendosi di fonti aperte Osint, confermate dal profilo Twitter Aleph, che il palazzo di TeleYemen a Hodeida è stato completamente distrutto.

La Coalizione ha negato di avere colpito questi obiettivi, come anche l’intensità di questi bombardamenti. In questa guerra che diventa sempre più tecnologica si continua a non tenere conto della potenza della Rete e soprattutto di chi sa utilizzarla ai fini della ricostruzione di ogni responsabilità.

da qui