mercoledì 22 luglio 2026

Il nuovo straordinario e difficile cammino dell’ex Gkn - Gian Andrea Franchi

Nei giorni scorsi si è svolto a Campi Bisenzio (Firenze) un incontro fondamentale per la vicenda degli operai ex Gkn. Da attivo partecipante, vorrei restituirne qualcosa.

L’incontro aveva lo scopo di presentare agli azionisti il piano proposto dai compagni dell’ex Gkn, da quelli che hanno avuto la capacità e la possibilità di resistere per cinque anni: avviare una produzione autonoma di cargo bike e pannelli fotovoltaici. La raccolta si è conclusa su un milione e duecentomila euro (circa), dei tre che erano l’obbiettivo di partenza.

Fra gli azionisti anche il nostro gruppetto della piazza del Mondo di Trieste.

Il voto degli azionisti ha dato il via: la produzione verrà avviata. Inizia un difficile, esile cammino, ma è un cammino…

Lo scopo di questo breve scritto non è informare su questo progetto, articolato nel documento leggibile qui. Vorrebbe, invece, essere un tentativo di comunicare l’esperienza di questo incontro dalla fortissima valenza emotiva e concettuale, etica e politica: un messaggio in cui politica e vita si fondono.

Partiamo da alcune frasi e parole chiave lanciate dai relatori.

La prima: “La produzione autogestita come momento della lotta di classe”. “Produzione” e “lotta” sono qui due momenti strettamente complementari. È necessario cioè pensare la lotta di classe operaia, e ogni tipo di lotta, non più soltanto come mera lotta: come contra-posizione. La storia ci mostra che lotta di per sé non produce automaticamente costruzione sociale alternativa: spesso si esaurisce, appunto, nello sforzo della mera contrapposizione o su obiettivi che non cambiano in profondità l’organizzazione sociale dominante. E quando le lotte vincevano si trovavano di fronte a problemi che, in genere, affrontavano ricorrendo ai vecchi strumenti: tutte le rivoluzioni hanno prodotto nuovi Stati, cioè oligarchie al potere. Oggi, invece, è necessario produrre, contemporaneamente a forme di lotta, anche forme di costruzione di un nuovo modo di produrre quei beni che sono pur necessari alla vita. Ma ciò implica anche forme di costruzione sociale alternativa. Si tratta di superare quello che è stato il limite delle grandi lotte degli anni Sessanta e Settanta, prodotto anche dalla violenza estrema della reazione padronal-statale che non ha esitato a ricorrere ad attentati e persino a stragi indiscriminate in luoghi pubblici, utilizzando gli indispensabili organi extralegali dello Stato, intrinsecamente connessi con l’area cultural-politica di estrazione fascista, sempre attiva dal 1946 ad oggi. In questo momento anche a livello palese di governo.

Un’altra espressione che sintetizza efficacemente un’intera visione politica è: “Insorgere per risorgere”. In poche parole tutto un pensiero. L’insurrezione ha un fine concreto: la risurrezione sociale. Ciò vuol dire cominciare a individuare cammini per uscire dallo sfruttamento quale base fondamentale della vita sociale – oggi in forme estremamente articola e capillari – dalla riduzione dell’umano a forza-lavoro per il profitto di una minoranza. È necessario far ri-sorgere gli umani come esseri sociali, abitati da una dimensione collettiva, non più individui in lotta reciproca per la sopravvivenza, ma parte intrinseca di una collettività articolata in comunità. L’azione politica deve diventare un ‘ri-sorgimento’, così come il lavoro deve diventare sorgente di vita, produzione di ciò che è necessario per vivere: produzione di vita, non produzione di merci. La mostruosità del capitalismo, oggi così visibile da diventare invisibile, consiste nell’aver trasformato la produzione di vita in produzione di merci, riducendo al limite la produzione di vita, un limite che oggi si sta, con ogni evidenza, superando. La violenza rapace e individualizzante della merce deve sciogliersi nella gioia dello scambio reciproco di beni – da notare la pregnanza filologica della lingua di questi compagni: ‘insorgere per risorgere’. Le parole hanno un significato originario che è stato rimosso: non merci ma beni, fonti di vita, ridando ai bisogni fondamentali della vita il loro senso profondo, come tradizionalmente si esprimeva, ad esempio nel pasto in comune, che, nelle nostre particolari condizioni, cerchiamo in qualche modo di evocare a sera nella Piazza del Mondo.

“GKN propone un nuovo immaginario”. Un’altra frase che mi ha colpito: un nuovo modo appunto di sviluppare la lotta di classe operaia, ma non solo questa, in lotta sociale nel senso più ampio, in lotta per cambiare la società, la convivenza. Ciò vuol dire che la lotta deve partire da un progetto – pro-gettare, gettare avanti – per produrre una nuova condizione sociale da costruirsi pezzo dopo pezzo – lotta esistenziale e vitale, ormai.

E ancora: “Speranza come assunzione collettiva di responsabilità”. Una parola come “speranza” – consunta dal quotidiano uso individuale: “come va? speriamo bene…” – viene immessa in un significato nuovo perché collettivo: “responsabilità” viene da “rispondere”. Rispondere alla chiamata della storia, della vita ormai. Rispondere a una chiamata, come è quella di questi compagni, trasfonde la speranza, divenuta collettiva, in un concreto desiderio di agire. In tal senso, i compagni di campi Bisenzio dicono di mettere la loro “vertenza a disposizione del movimento”. Non si tratta più della sopravvivenza di alcuni operai. Si tratta della sopravvivenza di tutti noi. Oggi questo è evidente ma nello stesso tempo radicalmente denegato dal potere economico e dai suoi articolati bracci politici, anche attraverso la smisurata potenza della trasformazione della vita in immagine che ha la sua manifestazione suprema nell’indifferenza per il genocidio di Gaza.

Vogliamo “trovare qui il mondo che vorremmo”, è una quinta frase significativa rimbalzata a Campi Bisenzio. Lo gridano questi operai dopo cinque anni di lotta e di tentativi di costruzione collettiva: assemblee, festival, manifestazioni, incontri in giro per l’Italia, sapendo che “trovare” il mondo desiderato vuol dire crearlo perché un altro mondo non c’è. E dovremmo aver imparato – o almeno cominciato ad imparare – che si deve costruire in mezzo all’esistente, non delegando a nessuno, ma, fra di noi, in situazione, trasformando, pezzo dopo pezzo, la thatcheriana non-società di individui in una società vera, in cui il prossimo è un socius e non un concorrente. La produzione, oggi, è, soltanto produzione di merci: letteralmente predazione, predazione della vita per trasformarla in denaro, cioè in reti di potere. Oggi questo si coglie con un’allucinante esemplarità cinematografica ancora a Gaza: il progetto, per quanto vago, di “produrre” un resort per ricchi sui cadaveri e sulle macerie del genocidio, è una sorta di Manifesto di questo tempo: dal genocidio al biocidio.

Queste poche concentratissime frasi, strappate dall’incontro, dicono con forza la condizione dentro cui siamo costretti oggi. Da questa condizione bisogna partire. Altro che produrre merci. Si tratta di produrre un mondo nuovo! Ciò significa cominciare anche e soprattutto dalla vita quotidiana, dai beni essenziali: la vita ri-nasce ogni giorno. Non deve più esserci, tendenzialmente, separazione fra vita quotidiana e vita collettiva, vita della polis, “politica”. Se nel cosiddetto Occidente, lo scarto fra vita di ogni giorno e gestione pubblica è per la maggioranza evidente, nell’altro mondo per la grandissima maggioranza v’è coincidenza.

Per questi operai, si tratta solo di una disperata fuga in avanti dopo cinque anni di resistenza e lotte, che hanno tentato di soffocare con il silenzio, con il muro di gomma delle istituzioni locali e centrali? In realtà questi operai, con la loro resistenza creativa durata cinque anni, hanno avuto già la capacità di trasformare un licenziamento nell’inizio di un cammino radicale: il passaggio dalla Working alla caring class – come dice il titolo del bellissimo Festival di letteratura Working class del 13-14 aprile 2026: produrre è riprodurre la vita. Hanno inventato un processo di resistenza, lotta e cura, creando un legame fra le lotte della classe operaia storica e la situazione attuale, così diversa, ad esempio, da quella degli anni Sessanta-Settanta. Mettere insieme, ad esempio, “letteratura e classe operaia”, come proclama il Festival, vuol dire superare i limiti tradizionali delle lotte operaie.

Far politica oggi coincide con il tentativo di costruire forme di vita, mentre la cultura del Capitale ha dichiarato guerra alla vita intera, senza più nessuno schermo socialdemocratico. Questa è la situazione.

da qui

Come il nuovo fascismo ci costringe a essere stranieri - Chris Hedges

 

Stiamo diventando degli stranieri. Stranieri nei nostri stessi Paesi, stranieri nel mondo. I valori che ci stanno a cuore, le libertà che un tempo davamo per scontate e la possibilità di un futuro democratico stanno lentamente svanendo. Le comunità in cui trovavamo significato e scopo vengono smantellate, mentre la morsa del fascismo si consolida. L'assalto decennale alle istituzioni democratiche in nome del neoliberismo — o meglio, del capitalismo spietato — sta raccogliendo il suo triste raccolto.

In “Nation of Strangers: Rebuilding Home in the 21st Century”, Ece Temelkuran attinge alla sua esperienza di esilio dalla Turchia — come già fatto nel precedente “Come far cadere un paese. Dalla democrazia alla dittatura” — per prepararci a un futuro che non desideriamo, ma che saremo costretti a sopportare.

Nation of Strangers è una raccolta di quaranta lettere scritte tra giugno 2022 e aprile 2025. Ogni lettera si apre con l'incipit «Caro straniero», sottolineando gradualmente come presto anche noi, proprio come l'autrice, diventeremo stranieri: prima nella nostra terra e poi, per alcuni, in esilio.

Temelkuran si fa beffe della nostra mania di speranza, della convinzione ingenua che le nostre istituzioni, ormai svuotate e corrotte, possano respingere l'ondata fascista.

«Non credo nella speranza», scrive, «ma nella determinazione, nell'avere fede e nel fare tutto il possibile per sopravvivere quando non c'è speranza».

Temelkuran è stata una celebre scrittrice, saggista e giornalista turca: firmava una rubrica molto letta e conduceva un programma sulla televisione nazionale. Era anche la spina nel fianco del governo di Recep Tayyip Erdo?an, soprattutto dopo la pubblicazione, nel 2016, del volume "Turchia: la follia e la malinconia".

Ha lasciato la Turchia dopo essere stata incessantemente diffamata dai media di regime, dopo che i suoi colleghi hanno iniziato a finire in carcere, dopo che le minacce di morte sono diventate troppo frequenti per essere ignorate e dopo aver perso il lavoro.

Il 6 novembre 2016, Temelkuran ha telefonato a sua madre da Zagabria, in Croazia: «Mamma, non tornerò a casa».

«È stata una telefonata di un minuto», spiega. «Metà del tempo è trascorsa in silenzio. Ma è bastato questo perché, nell'autunno del 2016, mi ritrovassi senza una casa». Aveva 43 anni.

Il fallimento del liberalismo e la perdita della casa politica

«La realtà del sistema neoliberista — l'estrema disuguaglianza — annulla la promessa fondamentale della democrazia, ovvero l'uguaglianza. È per questo che l'idea di proteggere la democrazia significa sempre meno per le persone», scrive.

Siamo diventati "senza casa" non solo a causa di chi detiene il potere — che si tratti di Vladimir Putin, Narendra Modi, Benjamin Netanyahu, Donald Trump o Erdo?an — ma a causa di un liberalismo fallito, di una falsa opposizione asservita agli stessi padroni corporativi e oligarchici.

«Dato che la nostra indignazione politica è considerata irrilevante dai circoli della realpolitik e dai vecchi partiti, ci ritroviamo politicamente senza casa», osserva Temelkuran. «Non sappiamo più attraverso quale mezzo politico unire le nostre voci per farci ascoltare dai governanti. Come rifugiati, alloggiamo in luoghi temporanei: tende di protesta, accampamenti improvvisati o tendoni di sciopero. Al freddo o sotto il sole, immaginiamo e reimmaginiamo una nuova casa politica, come un esule che sa che non potrà mai tornare alla sua vecchia casa, ma ne sente comunque la mancanza».

La linfa vitale del fascismo è la demonizzazione dell'altro, dello straniero. Entro il 2050, oltre un miliardo di persone si troverà a rischio sfollamento a causa di cambiamenti climatici, conflitti e disordini civili. Entro il 2070, tra 1 e 3 miliardi di persone potrebbero trovarsi al di fuori delle condizioni climatiche che hanno favorito l'umanità negli ultimi 6.000 anni.

Gaza e la manipolazione del linguaggio

Temelkuran avverte che il genocidio di Gaza è un modello per ciò che accadrà in futuro: un test da parte della classe dominante globale per vedere quanta carneficina può infliggere impunemente.

Descrive Gaza come «una lunga e sanguinante cicatrice sulla mappa del mondo» che «si sta allargando fino a diventare una cancrena fatale, inghiottendo l'intera umanità». Avverte che verranno stabiliti nuovi standard di brutalità e che troppi diventeranno senzatetto alla fine di questa storia — e non solo coloro le cui case verranno bombardate. Tutto inizierà con la perdita di una parola.

«Non sarà necessario alcun accordo esplicito», prosegue, «ma gradualmente le persone eviteranno la parola considerata "problematica". Oggi in Germania è la parola genocidio; in altri Paesi saranno altre parole».

Il vuoto lasciato dalla parola perduta verrà presto riempito da termini innocui, suggeriti con garbo dal potere, come "guerra", anche se l'altra parte è composta principalmente da civili. «Non chiamiamolo genocidio, ma "atrocità"». Alla fine, diventerà impossibile partecipare al dibattito pubblico senza pronunciare esclusivamente le parole approvate. Funzioneranno come segnali luminosi per indicare che non si sta usando il termine criminalizzato. È così che funziona il fascismo: non si limita a mettere a tacere le persone, le costringe a parlare in un determinato modo.

Le illusioni dell'Occidente e il trauma dell'esilio

Temelkuran racconta le umiliazioni affrontate per superare gli ostacoli burocratici necessari a ottenere permessi di soggiorno e visti, in sale d'attesa che prosciugano l'anima. Si chiede, come gli altri stranieri, se alla scadenza del permesso questo verrà rinnovato o se sarà costretta a cercare un altro rifugio. L'esilio l'ha temprata e il suo umorismo è diventato nero. Osservando i profughi della guerra in Ucraina arrivare in Germania, nota come siano ignari di ciò che li attende:

«Gli ucraini ancora non lo sanno», sostiene. «Non dubitano che la promessa fatta loro dal mondo occidentale verrà mantenuta. Credono ancora che saranno accolti con dignità e senso civile. Una parte molto oscura e ferita dentro di me vorrebbe ridere con una risata ripugnante. Magari! Non ti accolgono mai senza prima averti schiacciato. Ti disprezzerai, odierai tutto, ti arrenderai, diventerai insensibile, e solo allora tutto inizierà ad accadere. Sarai accolto solo quando ti sarai arreso».

La sua esperienza di esule mette in discussione la concezione stessa che l'Occidente ha di sé:

«Gli occidentali continuano a pensare all'Europa come al rifugio sicuro per gli intellettuali oppressi del Sud del mondo, ma questo significa dare troppo credito all'Europa mentre migliaia di persone vengono respinte in mare a morire», insiste. «Puntare i riflettori sull'«esilio» per distogliere l'attenzione dal «rifugiato» funziona come strumento di gestione delle crisi, oltre che come strategia di branding per l'immagine che l'Europa ha di se stessa».

La persecuzione da parte del regime non è, paradossalmente, la cosa più difficile da digerire per chi è costretto all'esilio.

«Ciò che gli occidentali non hanno ancora capito è che molti di noi non scappano di casa per paura di un dittatore», scrive. «Continuano a fare una distinzione mentale tra "buoni" e "cattivi". Ma ciò che recide davvero i legami con un Paese è vedere così tante persone comuni sostenere il regime anche dopo aver assistito alla sua malvagità; vedere così tante persone scegliere deliberatamente di essere malvagie. È allora che la fede nell'umanità vacilla. È questo che ci emargina e ci rende senza casa anche quando siamo ancora a casa nostra: la sensazione di essere sotto assedio da parte dell'inumanità, della follia e della brutalità».

Il colpo finale, dice Temelkuran — quello che ti spezza davvero — non arriva dall'altra parte, ma da coloro che consideri la tua gente:

«Quando il senso di sconfitta prende il sopravvento sulla fazione a cui appartieni, la rabbia o il disgusto per essere dalla parte dei perdenti si trasformano in odio verso se stessi. Quest'odio mette le persone l'una contro l'altra e poi — come è successo a me prima di lasciare definitivamente il Paese — ti ritrovi sotto attacco, con una ferocia che la parte avversa non potrebbe mai eguagliare. Ti dicono che non sei abbastanza. Non c'è ferita più profonda di questa. Quello è il momento preciso in cui diventi un perfetto estraneo a casa tua: quando non è il dittatore, ma sono i tuoi stessi concittadini a recidere i tuoi legami con il Paese».

La casa, per l'abisso di un sé senza dimora, non è più un luogo fisico. Non è una cosa del passato né una meta futura. Si trova in «questi momenti di piena presenza in me stessa, un senso intermittente di completezza, una rara ma preziosa sensazione di normalità: solo qui e ora».

Anche se la casa che ci lasciamo alle spalle non esiste più, ci sono «nuove case in costruzione che regalano momenti di pace quando meno ce lo aspettiamo».

Questa, forse, è una forma di speranza. Ma è una speranza accompagnata da un lutto e da un'alienazione eterni.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

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martedì 21 luglio 2026

Abderrahim Fakir: ucciso da razzismo e divise

 

Articoli di Lavinia Marchetti, Gianluca Cicinelli e Vito Totire con una testimonianza di Barbara Spinelli.

 


Dieci risposte sul caso di Abderrahim Fakir - Lavinia Marchetti

Da ieri, sotto le immagini della morte di Abderrahim Fakir, è cominciato un interrogatorio rivolto all’unica persona che ormai non può rispondere. Si esamina la sua biografia, si cercano vecchie denunce e si trasforma il suo stato di agitazione nella spiegazione retroattiva di qualunque cosa gli sia stata fatta. Le domande sembrano prudenti. Quasi tutte spostano l’attenzione dalla condotta di chi esercitava la forza alla presunta indegnità di chi l’ha subita.

Proviamo a rispondere con ordine.

1. I precedenti di Fakir non autorizzano nulla

Alcune testate hanno scritto che Fakir aveva «precedenti di polizia», senza precisare per quali fatti e con quali esiti. Questa formula può comprendere denunce e segnalazioni alle quali non sia seguita una condanna; definirlo «pregiudicato» sarebbe al momento scorretto. Il lungo elenco di rapine, spaccio, ricettazione e lesioni che viene copiato nei commenti non compare, per quanto ho potuto verificare, in alcuna fonte giornalistica identificabile. Le cronache disponibili si limitano alla stessa indicazione generica. (Sky TG24Corriere di Bologna)

Anche qualora tutte quelle accuse risultassero vere, il punto rimarrebbe intatto. La pena per lo spaccio o per la resistenza a pubblico ufficiale viene stabilita da un tribunale. Nessuna sentenza italiana prevede il soffocamento sull’asfalto. Fakir era a terra e chiedeva aiuto. Il suo casellario giudiziale, qualunque contenuto avesse, non poteva respirare al posto suo.

2. La chiamata dei residenti spiega l’arrivo della polizia, non la morte

Alcuni abitanti di via Svevo erano spaventati e hanno fatto ciò che ritenevano necessario. Fakir appariva fortemente agitato e, secondo la ricostruzione della Questura, avrebbe colpito un’automobile. La telefonata al 113 può dunque essere stata perfettamente legittima.

Da quel momento comincia la responsabilità dello Stato. La polizia viene chiamata affinché controlli una situazione pericolosa, riducendo il danno e consegnando la persona viva all’autorità giudiziaria o ai sanitari. Chi ha telefonato chiedeva un intervento. Nessuno ha conferito agli agenti il potere di arrivare a qualunque esito.

3. L’agitazione di Fakir aumentava il rischio medico

Si ripete che l’uomo fosse «fuori controllo», quasi che questa espressione potesse assolvere in anticipo qualsiasi tecnica di contenimento. Dal punto di vista clinico vale il ragionamento opposto. Una persona che ha lottato, respira affannosamente ed è stata esposta allo spray urticante presenta un rischio maggiore durante l’immobilizzazione prona.

Lo sforzo aumenta la produzione di anidride carbonica e può provocare acidosi. Se la posizione a faccia in giù e la pressione esercitata sul tronco impediscono una ventilazione adeguata, la funzione cardiaca può deteriorarsi rapidamente. La letteratura forense descrive questo possibile decorso come prone restraint cardiac arrest. Sarà l’autopsia a stabilire se sia avvenuto nel caso di Fakir; il pericolo della tecnica era già conosciuto prima del suo fermo. (Journal of Forensic Sciences)

4. Danneggiare un’automobile non sospende il principio di proporzione

Fakir avrebbe sferrato alcuni calci alla volante. Il condizionale resta necessario, dato che stiamo riportando la versione della polizia. Se il danneggiamento verrà confermato, si trattava di un reato da contestare nelle forme previste dalla legge.

Un’automobile può essere riparata. Una morte resta irreversibile. Ricordarlo non significa giustificare il comportamento dell’uomo, bensì mantenere una proporzione elementare fra il fatto contestato e l’esito dell’intervento. La forza pubblica possiede strumenti più estesi di quelli concessi al cittadino proprio perché il suo uso è sottoposto a limiti più severi.

5. «Chiedono tutti aiuto quando vengono arrestati» è una risposta clinicamente irresponsabile

Può accadere che una persona immobilizzata invochi aiuto pur continuando a respirare normalmente. Per questo esistono professionisti addestrati a valutare il respiro, la coscienza e i cambiamenti improvvisi del comportamento. Non si stabilisce lo stato clinico di un fermato attraverso il fastidio provato nell’ascoltarlo.

Nel video Fakir ripete «aiuto» e «basta». Poi diventa immobile. Il passaggio dalla resistenza al silenzio deve essere considerato un allarme, perché la perdita di reattività può precedere un arresto cardiaco. Le indicazioni operative sulla contenzione raccomandano di ridurre il tempo trascorso a terra, evitare pressioni sulla schiena e controllare continuamente la respirazione. Il sollievo dell’agente perché la persona ha cessato di divincolarsi non può sostituire una valutazione medica.

6. La presenza del 118 non certifica la correttezza dell’intervento

Nel filmato si vedono due operatori sanitari. La loro presenza viene adoperata come una sorta di assoluzione indiretta: se fossero esistiti pericoli, si dice, sarebbero intervenuti. È precisamente ciò che l’indagine interna dell’Ausl dovrà accertare.

Secondo la cronologia comunicata dal 118, l’ambulanza arrivò alle 12.30. Sei minuti dopo vennero richiesti il consulto medico e l’automedica, che giunse alle 12.53 e constatò il decesso. Il filmato diffuso non mostra una rianimazione immediata, anche se può non contenere l’intera sequenza. Occorre stabilire quando Fakir abbia perso coscienza, chi abbia controllato il respiro e quali manovre siano state eseguite. (DIRE)

La presenza dei sanitari amplia le domande. Non le cancella.

7. «Ha avuto un malore» non è una spiegazione

Malore indica che una persona si è sentita male. Non chiarisce il processo fisiologico che ha condotto alla morte, né permette di separarlo dalle condizioni in cui il decesso è avvenuto.

L’autopsia potrebbe rilevare una patologia cardiaca o la presenza di sostanze. Dovrà comunque accertare se lo sforzo, la posizione prona e la pressione esterna abbiano contribuito all’esito. Una condizione preesistente rende la persona più fragile e accresce la cautela necessaria. Lo Stato custodisce esseri umani reali, con cuori imperfetti e corpi che possono cedere. Il diritto alla vita non è riservato agli organismi clinicamente impeccabili.

8. Aspettare l’autopsia vale anche per chi ha già assolto gli agenti

L’attribuzione delle responsabilità penali richiede l’autopsia, l’esame delle bodycam e le testimonianze. Nessuna persona seria dovrebbe inventare un nesso causale definitivo prima di questi accertamenti. Le immagini già disponibili consentono però di porre domande fondate sulla tecnica impiegata e sulla rapidità dei soccorsi.

Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, ha dichiarato che l’intervento risulterebbe condotto «con professionalità e modalità consone». La sua assoluzione è arrivata prima degli esami medico-legali. (ANSA)

La prudenza reclamata alla famiglia e a chi guarda il video sparisce quando deve essere applicata al partito di governo. L’autopsia viene invocata per sospendere le critiche, mentre la difesa della polizia può procedere senza attendere nulla.

9. Le bodycam accese non dimostrano l’innocenza

Qualcuno sostiene che gli agenti non avrebbero causato una morte sapendo di essere ripresi. Questo argomento confonde l’intenzione omicida con tutte le altre possibili responsabilità. Una condotta può produrre un esito letale attraverso imperizia, imprudenza o violazione delle procedure. Nessuna di queste ipotesi richiede che una persona cominci il proprio turno con il progetto di uccidere.

Le bodycam servono a documentare. La loro esistenza non rende automaticamente corretta l’azione registrata. Sarà necessario esaminare l’intervento nella sua interezza e comprendere quanto sia durata la contenzione, quale pressione sia stata esercitata e quando gli agenti abbiano riconosciuto la perdita di coscienza.

10. Pretendere una polizia democratica non significa odiare la polizia

Gli agenti svolgono un lavoro difficile e possono trovarsi davanti a persone violente. Proprio questa difficoltà rende indispensabili una formazione adeguata e un controllo indipendente. Consegnare a qualcuno armi e autorità, sottraendolo poi all’esame pubblico, significa abbandonare anche gli agenti alla cattiva formazione e alla protezione politica interessata.

Nel gennaio 2026 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per la morte di Riccardo Magherini, mantenuto prono per circa venti minuti anche dopo essere diventato inerte. La Corte ha rilevato carenze nella preparazione delle forze dell’ordine e nell’indagine successiva. (ANSA)

Parlare di fascistizzazione significa osservare il privilegio morale concesso alla divisa, considerata innocente prima ancora che i fatti siano conosciuti, mentre il morto viene processato attraverso voci incontrollate. Una polizia sottoposta alla legge rafforza la democrazia. Una forza pubblica difesa a prescindere protegge anzitutto il potere politico che se ne serve.

Fakir era vivo quando lo Stato ha assunto il controllo del suo corpo. Ne è uscito morto. Questo basta a pretendere che lo Stato risponda.

 

 

Abderrahim Fakir, una morte che accusa lo Stato

di Gianluca Cicinelli – da «DiogeneNotizie»

Le ultime parole di Abderrahim Fakir, per quanto ne sappiamo, sono state due. Aiuto. Basta. Le ha gridate a faccia in giù sull’asfalto dei garage di via Italo Svevo, al Pilastro di Bologna, con due agenti a cavalcioni sulla schiena e sulle gambe, uno dei quali gli teneva la testa premuta contro il suolo. A pochi passi, due operatori del 118 guardavano. Un residente riprendeva dalla finestra.

Poi Fakir ha smesso di dimenarsi. Aveva quarantatré anni non ancora compiuti, lavorava nella logistica, era andato al Pilastro a trovare dei parenti. Dalla chiamata al 118 alla constatazione del decesso sono passati trentasei minuti.

Sopra le gambe di Abderrahim Fakir, mentre moriva, non c’erano solo due poliziotti. C’era un terzo uomo. A petto nudo, la sigaretta in bocca. Non un agente: un privato cittadino, con ogni probabilità un abitante del palazzo. Gli teneva le caviglie.

Non è soltanto una deduzione dal video. È scritto nella nota della questura di Bologna: gli agenti, «per contenere il soggetto, sono stati aiutati da altri cittadini». Al plurale. Fermiamoci qui, perché non è il punto meno grave di tutta la vicenda, ed è quello di cui si sta parlando meno.

Eppure quell’uomo è rimasto lì per tutta la durata del contenimento. Nessuno gli ha detto di alzarsi. Nessuno lo ha allontanato. Chiamiamolo l’effetto Giustiziere. Quattro giorni prima, la Cassazione aveva reso definitiva la condanna di Mario Roggero per l’omicidio di due rapinatori, e nel giro di ventiquattr’ore tre ministri della Repubblica si erano schierati con il condannato.

Non so cosa avesse in testa l’uomo a petto nudo che teneva le caviglie di Abderrahim Fakir. So che da quattro giorni, in questo Paese, il cittadino che decide di farsi giustizia da sé ha mezzo governo alle spalle che lo sostiene. Il 15 luglio la Cassazione ha reso definitiva la condanna di Mario Roggero a quattordici anni e nove mesi. Il giorno dopo il ministro Nordio ha avviato l’istruttoria per la grazia. Salvini si era già rivolto pubblicamente al Quirinale, Crosetto aveva chiesto che si esperisse ogni possibilità.

Fakir è morto il 19 luglio 2026. Il 19 luglio 2001 cominciavano le giornate del G8 di Genova. Il giorno dopo veniva ucciso Carlo Giuliani. La notte fra il 21 e il 22 c’era la Diaz. Oggi, mentre scrivo, è il venticinquesimo anniversario esatto di piazza Alimonda.

È un metro di misura. Da Genova arrivano le condanne di Strasburgo per tortura, il reato di tortura introdotto solo nel 2017, e il Codice etico europeo di polizia approvato dal Consiglio d’Europa il 19 settembre 2001, che raccomandava agli Stati membri di rendere ogni agente in servizio di ordine pubblico riconoscibile e identificabile.

La raccomandazione è stata ribadita dal Parlamento europeo nel 2012, dall’ONU nel 2016, di nuovo dal Consiglio d’Europa nel dicembre 2023. Una ventina di Paesi europei hanno il codice identificativo. L’Italia ha una decina di proposte di legge morte in Parlamento, oltre centocinquantamila firme raccolte da Amnesty e consegnate al capo della Polizia, e le bodycam.

La differenza fra le due cose non è tecnica, è di potere. La bodycam è un dispositivo che l’amministrazione accende, custodisce, seleziona e consegna quando e come decide. Il numero sulla divisa lo legge il cittadino, in tempo reale, senza chiedere permesso a nessuno. Il primo è il controllo che l’istituzione esercita su di sé. Il secondo è il controllo che il cittadino esercita sull’istituzione. La scelta fra i due non è mai stata casuale.

E non veniteci a dire che identificare un agente è impossibile. Il 24 maggio scorso, fuori dallo stadio di Torino, un tifoso è stato colpito alla testa da un lacrimogeno sparato ad altezza uomo. In sei settimane la procura ha chiesto i domiciliari per il poliziotto che aveva sparato, identificato dalla polizia stessa attraverso i video e il lavoro della squadra mobile.

Aldrovandi. Cucchi. Magherini. Non serve raccontarli di nuovo, li conosciamo tutti. Hanno avuto un processo perché avevano famiglie che non si sono arrese per anni, e perché in un caso qualcuno ha parlato dall’interno dodici anni dopo. Dietro di loro c’è una fila di morti che alla cronaca non arriva mai.

Quello che non è l’eccezione è l’impunità come sistema. Il modo in cui si arriva a un uomo che grida «aiuto, basta» con la faccia contro l’asfalto, due sanitari fermi e un passante sulle gambe è un modo che questo Paese ha costruito pezzo per pezzo in venticinque anni, e che avrebbe potuto smontare in qualunque momento con una legge di tre articoli.

Ma qui parliamo dello stesso governo che a marzo ha chiesto agli italiani di riscrivere l’assetto costituzionale della magistratura e si è sentito rispondere No dal 53,6 per cento, con la più alta affluenza da anni e con Bologna seconda provincia d’Italia per partecipazione. Se ci fossero stati dubbi, il vero intento di quella riforma è diventato chiaro.

Nel frattempo è in vigore la Legge 54/2026 sulla sicurezza pubblica, di cui Amnesty International ha chiesto l’abrogazione parziale il 30 giugno, dopo i rilievi di ONU, OSCE, Consiglio d’Europa, CSM e Cassazione. E oltre Atlantico, dove nel 2025 sono morte trentuno persone in custodia dell’ICE e dove due cittadini americani sono stati uccisi in gennaio da agenti federali senza che finora nessuno abbia risposto di nulla, si sta costruendo il modello. Quando la ex più grande democrazia occidentale normalizza l’idea che un corpo di polizia possa uccidere senza conseguenze, chi qui la pensa così si sente meno solo.

La sorella di Fakir ha detto che non si darà pace. Al Pilastro, la sera stessa, duecento persone col ginocchio a terra e uno striscione che diceva omicidio di Stato. È il linguaggio della rabbia, ed è comprensibile. Ma il nostro mestiere è più noioso: chiedere le cose una per una, e continuare a chiederle quando la piazza si sarà svuotata.

Che l’autopsia stabilisca se l’immobilizzazione prona prolungata abbia concorso alla morte, e che il quesito peritale sia scritto per accertarlo, non per eluderlo. Che le bodycam finiscano integralmente agli atti, senza selezioni. Che qualcuno spieghi perché due soccorritori sono rimasti fermi. Che qualcuno spieghi, soprattutto, chi era il terzo uomo, cosa ci faceva lì, e perché nessuno gli abbia detto di togliersi.

E che il Parlamento, venticinque anni dopo Genova, metta finalmente un numero sulle divise. Una polizia che non si può identificare non è al servizio del cittadino. È al servizio di chi la comanda. Non serve chiamarla in altro modo per capire cosa diventa.

 

 

Abderrahim : una morte che si doveva evitare

di Vito Totire (**)

Ennesimo e grave lutto per la comunità

Questo non è “ordine pubblico” è “sparare con gli occhi (e la coscienza) bendati/a”

Per un movimento contro l’uso/abuso della forza

Ancora una volta una morte che si doveva evitare; le cronache riferiscono di un uomo di 42 anni in “stato di agitazione”; definizione un po’ generica visto che secondo studi scientifici attendibili superati i 26 gradi di temperatura ambientale le capacità cognitive di ognuno di noi vanno in crisi; comunque uno “stato di agitazione” evoca la necessità di un intervento sanitario e non di un intervento di “ordine pubblico”; già altri nei primi commenti a questo grave lutto hanno riferito che un intervento sanitario è gestito con tecniche a basso impatto sulla salute della persona o, meglio, se correttamente gestito si risolve a favore della salute della persona stessa ; esistono infatti linee guida regionali che indicano come intervenire senza danni per la persona in crisi e per gli stessi operatori; se l’approccio non è questo ma è quello della “forza” a prescindere dal livello esercitato e a prescindere dallo stato di salute psicofisica del soggetto (prima e durante l’intervento) la morte diventa un evento tutt’altro che imprevedibile.

Al Pilastro, pur non essendo usata la pistola taser lo scenario è analogo a quello degli effetti degli impulsi elettrici ; livello di forza e metodi utilizzati non possono prescindere dalla condizione di vulnerabilità della persona sottoposta a “fermo”; certo esiste un livello di “forza” che può uccidere chiunque , anche il soggetto di cosiddetta “sana e robusta costituzione” il che non era, da quello che riferiscono i familiari, la condizione di Abderrahim; dunque la cosiddetta “asfissia posizionale” può essere letale per tutti ma per alcuni è più probabile che si verifichi pur nel momento del lutto e della disperazione dei familiari e di quanti conoscevano Abderrahim che peraltro è stato impegnato anche nel sindacato Si.Cobas uno dei sindacati di base più tenacemente impegnati contro il  “lavoro schiavistico” OCCORRE RAGIONARE SU FATTI CONCRETAMENTE ACCADUTI.

Purtroppo la morte di Abderrahim NON E’ UN FULMINE A CIEL SERENO , E’ LA CONSEGUENZA DELLA VOLONTA’ POLITICA DI NON CONSIDERARE IN NESSUN MODO LA QUESTIONE DELL’USO DELLA FORZA UN USO DELLA FORZA CHE REIFICA IL FATTORE UMANO A FAVORE DELLA “PACE SOCIALE” – APPARENTE – A TUTTI I COSTI E’ COME PER GLI OMICIDI SUL LAVORO: IL PROFITTO COSTI QUEL CHE COSTI

Bisogna che in memoria di Abderrahim Fakir costruiamo un movimento che sia una barricata contro l’uso della forza, tema su cui le “istituzioni totali” repressive dello Stato non hanno alcuna intenzione di ragionare e gli esempi sono stati troppo evidenti e frequenti anche se considerassimo solo Bologna; lo Stato non ha accennato mai a nessuna considerazione autocritica, nessun “eccesso”, secondo le istituzioni, anche di fronte a situazioni eclatanti:

• Nell’aprile 2024 le “forze dell’ordine” usano taser e peperoncino contro un attivista ecologista che si sta allontanando da un cantiere aperto per cementificare una area verde; in verità in giorni precedenti qualche rappresentante delle “forze dell’ordine” era intervenuto con arma da fuoco incastrata dietro la cintura…un messaggio molto chiaro…; dunque una “overdose” di uso della forza contro una lotta che si è dimostrata poi vincente e soprattutto giusta in quanto ha risparmiato alla città la devastazione di un parco !

• Nel 2024, il 31 dicembre, a Villa Verucchio (Rimini) un giovane è morto dopo essere stato colpito da numerosi colpi di pistola ; la Procura di Rimini non ha ritenuto di rilevare una sproporzione nell’uso della “forza”; un esponente di destra in maniera molto esplicita ha avallato le onorificenze concesse al carabiniere da Meloni e Crosetto, perché (ha detto l’esponente politico, con un lapsus molto significativo) “il carabiniere ha difeso degli italiani”; in quella circostanza abbiamo detto con chiarezza che il problema principale non era tanto o solo la condotta individuale del singolo carabiniere ma la assenza totale di attenzione da parte dell’Arma (come della Polizia di Stato) o per la esattezza la omissione della effettuazione di una preventiva valutazione del rischio e della proporzione tra mezzi e tecniche usate ed effetti materiali/psicologici accusati dalle vittime

• Nel 2025 una persona forse in “stato di agitazione” in via Marconi viene investita da spray al peperoncino e accusa rilevanti effetti collaterali; un passante, buon samaritano, fornisce alle “forze dell’ordine” acqua da spargere sugli occhi e sul viso della persona colpita; le forze dell’ordine non avevano pensato neanche alla opportunità di mitigare l’impatto della capsaicina ?

• Nel 2025 sia in occasione di una manifestazione contro il genocidio del popolo palestinese che in occasione della contestazione, al Pilastro, del progetto “museo dei bambini” le forze dell’ordine hanno lanciato candelotti cosiddetti lacrimogeni (ci sarebbe da discutere anche degli effetti non acuti e a breve, medio e lungo termine); nel caso della Palestina una giovane manifestante ha perso un occhio; evento analogo a Torino dove un candelotto ha colpito un tifoso causandone il ricovero in rianimazione

• Anche in questo caso CI SIAMO CHIESTI, MA LA DOMANDA E’ RETORICA: LE “FORZE DELL’ORDINE” SONO IN GRADO , O MEGLIO, HANNO INTENZIONE DI FARE UNA “VALUTAZIONE DEL RISCHIO”? magari REDIGERE UN DVR COME QUALUNQUE AZIENDA ITALIANA è OBBLIGATA A FARE ?

Vogliamo indulgere sulla retorica/luogo comune dell’errore umano del singolo poliziotto o una gestione seria della valutazione dell’impatto sanitario deve impedire a chiunque lanci di candelotti ad altezza d’uomo? Basterebbe prendere spunto anche dalle normative sulla prevenzione degli incidenti sul lavoro…

Non rimuoviamo le difficoltà che abbiamo di fronte; la recente decisione del sindaco e del consiglio comunale di Milano (senza tacere del significativo e coraggioso dissenso di numerosi consiglieri) di “sdoganare” la pistola taser e darla in dotazione ai vigili urbani chiarisce che a favore della descalation nell’uso e abuso della “forza”, che noi peroriamo, non abbiamo ostacoli solo da parte del ceto politico di centro destra.

Per tornare a Abderrahim Fakir:

• Se una persona è in un cosiddetto “stato di agitazione” deve intervenire personale sanitario dotato di empatia e capacità di comunicazione che certamente, ad essere eufemisti, non sono peculiari delle “forze dell’ordine”

• Il personale sanitario è più in grado della polizia, per formazione, cultura e prassi quotidiana, di percepire sintomi e soggettività della persona; la sorella di Abderrahim ha riferito di rilevanti problemi sanitari che lo rendevano vulnerabile sia rispetto alla capsaicina (peperoncino) che rispetto al rischio di “asfissia posizionale” che, bene inteso, rappresenta un rischio per chiunque ma ancora maggiore nel caso delle condizioni cliniche di Abderrahim Fakir.

• La sorella di Abderrahim ha dichiarato quindi due problematiche cliniche che controindicano assolutamente sia l’uso dello spray al peperoncino che l’utilizzo di metodi fisici ad elevata costrittività; nonostante questo “qualcuno” proverà ad insinuare la ipotesi di un evento morte “imprevedibile” ?

• È possibile continuare manovre altamente costrittive nei confronti di una persona che urla “aiuto” e “basta” ? vogliamo davvero pensare che la percezione della soggettività debba o possa essere annullata in ossequio ad un astratto, e disumano, principio di “ordine pubblico”?

Dobbiamo dunque oggi, in memoria di Fakir cercare di costruire un movimento politico e culturale contro l’uso della forza che eviti però adesioni opportunistiche e di circostanza (ci riferiamo a quanto accaduto a Milano per la pistola taser)

Un abbraccio sentito ai familiari, amici e compagni di Abdderrahim e al sindacato Si.Cobas di cui ha fatto parte e a tutti quelli che combattono contro schiavismo, razzismo e discriminazioni di ogni sorta.

Purtroppo una nuova lapide insanguinata si aggiunge nella storia del Pilastro; ma con la sua storia di emarginazione di discriminazioni subite rimane un quartiere di uomini e donne che continueranno a lottare per la giustizia e per un modo migliore.

Abderrahim sarà impossibile dimenticarti.

(**) Vito Totire è portavoce del centro Francesco Lorusso di Bologna


IL SALUTO DI BARBARA SPINELLI (***)

Ciao Fakir Abderrahim,

questo non me lo dovevi proprio fare. Ora vivrò di rimorsi o di rimpianti. Ci eravamo visti in studio pochi giorni fa, eri felice che tra pochi mesi finalmente si sarebbe concluso il procedimento, avresti avuto il permesso ed avresti potuto viaggiare e cercare nuove commesse per tenere in piedi la tua azienda e far lavorare i tuoi dipendenti. Avrò il rimorso di non esserci riuscita in tempo. Avevi paura dell’entrata in vigore del nuovo Patto Europeo per l’immigrazione, mi dicevi avvocata qui diventiamo come l’America, mandano via tutti, anche quelli come me che il paese di cui sono cittadini l’hanno visto solo qualche volta in vacanza e sono nati e cresciuti qui. Io ci scherzavo su, ti rassicuravo che avevi il permesso del giudice per restare in Italia e il permesso provvisorio in tasca, e qui la polizia rispetta le leggi, siamo un paese democratico, nessuno ti porta via se hai diritto a restare. Tu non eri troppo convinto. Ora questo ricordo non mi lascia dormire. Sono rientrata dal presidio e ti sentivo lì a dirmi “hai visto avvocata?”, con la gentilezza che ti contraddistingueva.

Avevi una paura ingiustificata di essere deportato dalla polizia, e invece nello loro mani ci sei morto. Mannaggia a te Fakir. Ora quali parole potranno più uscire dalla mia bocca quando qualcuno mi dirà “ho paura”? Ogni volta penserò a te prima di rispondere, non riuscirò più a rincuorare, a spiegare, dovrò ricacciare in gola “e forse hai ragione ad avere paura, non si sa mai come può andare a finire”. La tua voce mi risuona nelle orecchie, mi sento morire.

Basta processare Fakir, chi era, cosa faceva.

Era un lavoratore, era gentile. Era rammaricato di aver dovuto licenziare alcuni dipendenti per il calo di lavoro.

Si chiede a una donna stuprata come era vestita quando è stata aggredita, o cosa ha fatto per provocare lo stupratore? NO.

Non chiedetevi chi era Fakir. Chiedetevi perchè è morto mentre era nelle mani di chi aveva il dovere istituzionale di tutelare la sua vita, perchè era nella loro custodia.

Chiedetevi se è obbligatoria la formazione per eseguire le manovre di contenzione, se oltre alla polizia anche i sanitari e parasanitari la studiano e sanno come intervenire mentre viene eseguita per verificare i segni di vitalità, chiedetevi se sia l’unico strumento possibile per contenere persone in fase in di fermo di polizia. Chiedetevi quante persone sono morte a causa di questa manovra, o della sua scorretta esecuzione, e di che colore e nazionalità erano. Chiedetevi perchè ancora una volta un arabo e al Pilastro al centro del mirino. Chiedetevi se vogliamo aprire un dibattito serio sulla formazione ed identificazione dei poliziotti e lavorare per avere una polizia democratica e rispettosa dei diritti umani, per evitare nuovi Cucchi e Aldrovandi ecc.ecc.

Chiedetevi se è giusto morire nelle mani dello Stato, che sia in un carcere sovraffollato, durante una manifestazione o nel corso di un fermo di polizia.

Lasciate fare i processi nelle aule dei tribunali e lottate per una giustizia giusta per tutt@, dalla fase cautelare a quella esecutiva.

Ci sono richieste ormai improrogabili da vedere realizzate, per le quali lottare e scioperare: la revisione delle tecniche di contenimento in uso, con esclusione di quelle che espongono al rischio di asfissia posizionale, una formazione sistematica su uso proporzionato della forza, de-escalation, primo soccorso e non discriminazione; l’istituzione di un meccanismo indipendente di indagine sulle condotte delle forze di polizia; la raccolta e pubblicazione sistematica di dati sulle morti avvenute in custodia o in occasione di operazioni di polizia.

Fakir ne sarebbe orgoglioso

(***) Barbara Spinelli è avvocata. Questo suo messaggio circola in rete.

 

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