venerdì 28 agosto 2026

Cisgiordania: la banalità del Terrore - Claudia Carpinella

Quando non ci sono morti ammazzati, dai coloni o dall’esercito israeliano, quella sì che è una giornata tranquilla in Cisgiordania. La soglia di ciò che, per i palestinesi della West Bank, può essere considerato normale è ormai arrivata a tanto.

Un palestinese ha raccontato ad Haaretz che il suo villaggio, Beit Duqqu, a nord-ovest di Gerusalemme, “aveva subito pochi danni” da un recente attacco. Così il giornale israeliano ha voluto capire cosa intendesse per “pochi danni”. Decine di chilometri quadrati di terra rubati per costruire insediamenti israeliani. Qualche saltuaria razzia dei coloni nel villaggio. Pochi palestinesi feriti. Questo, per i palestinesi, è riassumibile con “pochi danni”. 

Ed è questo, annota il giornale israeliano, “lo standard a cui la vita palestinese in Cisgiordania è stata ridotta”. Un villaggio è considerato relativamente fortunato quando Israele ha preso solo una parte della sua terra e i coloni vi hanno fatto irruzione “solo occasionalmente”. “Un giorno tranquillo è quello cui la violenza rimane al di sotto della soglia della morte, della demolizione o dell’espulsione.”

Nell’ultima settimana i media si sono accorti delle violenze in Cisgiordania per via dell’assedio di Qusra. Quindici coloni hanno assediato tre case di palestinesi, sequestrando di fatto quindici persone, tra cui due bambini, e tagliando loro acqua ed elettricità. Fatto così grave da meritare, per una volta, qualche menzione. L’ennesimo attacco, che si aggiunge agli oltre tremila registrati da gennaio 2025 a giugno 2026. Sei aggressioni di coloni al giorno: questa è la media di tale impunita violenza.

Barbarie non certo casuale, ma frutto di una politica che Human Rights Watch, nel suo ultimo rapporto, descrive così: “I coloni sparano, attaccano ed espellono i palestinesi dalla loro terra, mentre lo Stato fornisce le armi, la copertura legale e il budget per farlo”. Del resto, si legge ancora nel rapporto, “il governo israeliano e i coloni condividono lo stesso obiettivo di ‘prendere più terra possibile e ridurre al minimo la presenza palestinese’”.

L’apartheid in Cisgiordania

Sui media locali e internazionali fanno notizia solo i picchi di violenza, gli episodi eclatanti, come quanto avvenuto nei giorni scorsi a Qabatiyah, dove i palestinesi arrestati sono stati marchiati con dei numeri, riecheggiando, come hanno scritto in tanti, quanto avveniva nei campi di sterminio nazisti (i soldati si sono poi scusati, tutto perdonato, come non fosse successo nulla; ma il simbolismo rimane).

Ma maggior parte degli episodi di violenza e sopraffazione restano sottotraccia. Sono parte del quotidiano, di una brutale routine. La segregazione razziale nella Cisgiordania, ad esempio, passa anche per le stazioni di servizio. Pompe di benzina separate: una per gli israeliani e una per i palestinesi, rigorosamente con prezzi maggiorati, ovviamente, per questi ultimi. Lo racconta un tassista palestinese ad Haaretz, senza sdegno, quasi fosse una delle tante incombenze della giornata.

L’occupazione è più visibile quando i soldati invadono un villaggio o quando i coloni danno fuoco alle case dei palestinesi. Eppure, continua Haaretz, gran parte dell’apartheid viene esercitato in modalità meno vistose: “Decidere chi può comprare carburante, chi può usare una strada, quale villaggio può essere chiuso e quanto tempo di un palestinese può essere rubato senza attirare l’attenzione”.

Un altro episodio spiega bene lo stato di apartheid che regna in Cisgiordania. Le strade per i palestinesi sono poche e scorrono a singhiozzo. Sono oltre 900 i checkpoint, tra fissi e mobili, che frammentano la regione, impedendo il naturale scorrere delle giornate degli abitanti (palestinesi, si intende). Andare al lavoro o raggiungere un ospedale non è un diritto. Dipende da chi presiede i posti di blocco, dalla sua etica o, come spesso accade, dall’umore del momento.

Non solo: “Una lunga fila di auto era ferma sulla strada che porta ad Atara”, si legge nell’articolo di Nagham Zbeedat. Ma a bloccare il traffico non erano i soldati israeliani o un checkpoint. “Era un colono che, in piedi, in mezzo alla strada, ne impediva il passaggio”. Le famiglie palestinesi hanno aspettato diverse ore nelle loro auto perché quel colono aveva deciso che non potevano passare. E nessuno poteva dire o fare nulla, coscienti che rischiavano l’intervento dell’esercito, con tutte le conseguenze del caso.

Nessun media ha riportato l’accaduto. D’altronde, “non c’erano morti né feriti, una situazione classificata come ‘pacifica’”. In Cisgiordania la vivibilità non la si misura in base ai criteri che valgono per le democrazie. La si misura in base al numero di persone uccise, arrestate, ferite, malmenate e alle demolizioni delle case. Ecco perché Beit Duqqu, il villaggio di cui parlavamo all’inizio, può dirsi abbastanza tranquillo. A parte qualche razzia dei coloni e la terra rubata, nessuno è stato ucciso.

Lo stesso non può dirsi di Tal, al-Mughayyir, Mukhmas, Nablus, Jenin, Tulkarm, Ramallah e via dicendo: la lista sarebbe fin troppo lunga. Per ora, niente morti né bulldozer a Beit Duqqu. Secondo gli standard imposti ai palestinesi, “è stato un fine settimana tranquillo”. La normalizzazione del Terrore.

Fonti

UNWRA: https://www.unrwa.org/resources/reports/unrwa-situation-report-232-humanitarian-crisis-gaza-strip-and-occupied-west-bank

OCHA: https://www.ochaopt.org/content/movement-and-access-west-bank-april-2026

HAARETZ: https://www.haaretz.com/israel-news/haaretz-today/2026-08-17/ty-article/.highlight/settlers-only-raid-us-occasionally-what-palestinian-life-has-been-reduced-to/000001a0-10a9-de4a-afe7-5aeb598e0000

HUMAN RIGHTS WATCH: https://www.hrw.org/news/2026/08/20/west-bank-israel-backed-settler-violence-drives-displacement

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l'unità dell'Occidente

 

…La presidente ha aggiunto infatti che questa è la sua linea:

“Continuo a credere che l'unità dell'Occidente sia molto importante".

Si scrive: unità dell’Occidente, ma si legge: unità della razza bianca dominatrice.

L’unità dell’Occidente è l’unità dei colonialisti, degli schiavisti, in nome dei nazionalisti come Hitler e come Churchill, come Stalin e come Putin.

Anche oggi la razza bianca dominatrice è in preda a una crisi di demenza senile, e si precipita verso la guerra.

Da quale parte (con Zelenski o con Putin?) poco importa. Purché guerra sia, purché l’occidente si copra di gloria, nel prossimo, (forse imminente) 8 Settembre.

Non è la prima volta che succede, e neppure la seconda. Ma questa volta potete starne certi: non avrete il tempo di ripensarci.

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giovedì 27 agosto 2026

ricordando Fortebraccio

Fortebraccio scrisse una volta sull’Unità: “Si aprì la portiera dell'auto. Non scese nessuno. Era Antonio Cariglia.”

Oggi potrebbe scriversi lo stesso di Piantedosi, ministro della Paura del governo Meloni.

Piantedosi sarà ricordato per quattro motivi:

 1 per i suoi sforzi per conferire la cittadinanza agli extracomunitari:

Andy Diaz  ha ottenuto la cittadinanza italiana nel 2023 su proposta del ministro Matteo Piantedosi dopo che era stata avviata la procedura dal presidente del Coni Giovanni Malagò per i risultati conseguiti nel salto triplo.

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 2 per i suoi sforzi di accrescere l’occupazione in Italia (per storie di letto, naturalmente)

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 3 per gli straordinari risultati ottenuti dalla chiusura delle frontiere con la Spagna

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 4 il Caronte del mar Mediterraneo a protezione delle milizie assassine libiche ostacola oltre la decenza le ONG che salvano i naufraghi

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come sarebbe bello un naufragio del governo italiano, con figli e nipoti, in una tempesta nel mar Mediterraneo, senza nessun soccorso, se non quello delle ONG, così, per vedere l’effetto che fa.

 

Fortebraccio scriverebbe “Si aprì la portiera dell'auto. Non scese nessuno. Era Matteo Piantedosi, che a differenza di Antonio Cariglia, ha un sacco di morti nel suo curriculum e nella fogna della storia ha un posto assicurato”.


Giorgia Meloni, il fascismo e la miseria umana - Lavinia Marchetti

Nell’intervista al New York Times la presidente del Consiglio evita ancora la parola antifascista, elogia Almirante e tratta la dittatura come una faccenda difficile da giudicare.

Il New York Times le offre il tempo di una lunga intervista. Che cosa pensa del fascismo? Giorgia Meloni potrebbe rispondere ricordando un po’ di storia, tipo il regime che sciolse i partiti e tolse la libertà alla stampa. O che la repressione venne affidata anche al Tribunale speciale e a una polizia politica, le guerre sbagliate, le leggi razziali. Invece sceglie due parole, le più vili che si possano esprimere, insomma il fascismo sarebbe stato un periodo: «particolarmente complesso». Anche la meccanica quantistica è complessa. Il fascismo italiano presenta una serie di caratteristiche e scelte politiche perfettamente comprensibili. Non ci vuole molto a ricordarsi le squadracce che devastarono le Camere del lavoro e le sedi socialiste mentre una parte delle classi dirigenti finanziava la violenza. O che il pavido Re affidò il governo a Mussolini dopo la marcia su Roma. Che la legge Acerbo alterò la rappresentanza parlamentare così che le elezioni del 1924 si svolsero fra aggressioni e intimidazioni, e che un certo Giacomo Matteotti denunciò tutto questo alla Camera prima di essere rapito e assassinato. Ma anche che fra il 1925 e il 1926 le leggi fascistissime abolirono le libertà politiche e consegnarono al capo del governo poteri incompatibili con qualsiasi democrazia. A me sembra chiaro come l’olio di ricino.

Ma andiamo all’intervista. Meloni comincia infatti dal proprio “eroismo”:

«Credo che ciò che mi ha condotto fin qui», fino al suo ufficio a Palazzo Chigi, «sia stato il coraggio di stare dalla parte scomoda della storia». «Scegliere di andare controcorrente».

La «parte scomoda della storia» è una formula interessantissima e oscena allo stesso tempo, specie pronunciata da una che si professa erede politica di una comunità che ha scelto Giorgio Almirante come padre. A me scomodi sembrano gli oppositori percossi. Come lo fu la vita di Matteotti mentre seguiva i conti delle violenze elettorali comprendendo il rischio che correva. Scomodo era Antonio Gramsci a morire, malato, in un carcere fascista, o Piero Gobetti che morì a Parigi dopo le aggressioni subite. La militanza neofascista della Roma repubblicana stava ai margini del governo coi piedi dentro le staffe di una costituzione che li ripudiava e che, però, godeva del diritto di organizzarsi e di stampare giornali. Poteva anche candidarsi e parlare. Tutti diritti che il fascismo aveva cancellato ai suoi avversari. Meloni si confonde tra impopolarità e persecuzione, ma i fascisti ci sono abituati.

Nel 1996, a diciannove anni, dichiarò alla televisione francese che «Mussolini era un bravo politico» e che «tutto ciò che ha fatto, lo ha fatto per l’Italia». Cohen riprende entrambe le frasi. Interessante se si pensa a quando il 28 dicembre 1935 Mussolini autorizzò Pietro Badoglio a impiegare «anche su vasta scala» qualunque gas nella guerra d’Etiopia e il 29 marzo 1936 autorizzò Rodolfo Graziani a usare gas «di qualunque specie et su qualunque scala». In Cirenaica, già all’inizio degli anni Trenta, la deportazione della popolazione aveva riempito campi di concentramento nei quali fame e malattie accompagnavano una politica di dominio coloniale. Ah L’«Italia» quel bellissimo nome nazionalpopolare dietro cui nascondere quasi un milione di morti etiopi, colpiti dall’iprite e massacrati, nonché gli italiani mandati a morire per l’impero.

Però ha dichiarato «la nostra opposizione a tutti i regimi totalitari e autoritari». Mh. C’è di che perplimersi. A meno che i totalitarismi non nascano solo in periodi complessi e quindi, in fondo in fondo, prevalgano le sfumature.

Arriva poi la frase più assurda e anche commentata dell’intervista:

«Chiaramente, se guardiamo questa storia oggi è una cosa. Se l’avessimo osservata mentre ci trovavamo nel mezzo, probabilmente l’avremmo vista in modo diverso, no?». Non saprei, non c’ero, però moltissime persone la videro con lucidità mentre accadeva e pagarono molto per averla vista. Matteotti, ma anche Benedetto Croce chepubblicò il Manifesto degli intellettuali antifascisti nel 1925. I fratelli Rosselli organizzarono Giustizia e Libertà durante l’esilio, finché furono assassinati in Francia da uomini della Cagoule assoldati dai servizi fascisti. La persecuzione entrò poi nel lavoro delle famiglie, trasformando cittadini italiani in presenze indesiderabili. Il carattere criminale del regime era già visibile ai contemporanei.

La domanda finale, «no?», è più rivelatrice della frase dissennata. Cerca l’assenso dell’interlocutore per rendere relativo ciò su cui la storia non ha dubbi. In mezzo al fascismo vivevano anche i fascisti, certo. Erano «nel mezzo» anche gli etiopi bombardati e gli operai privati del sindacato. Vedevano cose diverse perché occupavano posti diversi nei rapporti di forza. Se eri fascista indubbiamente stavi meglio. La filosofia della storia questa differenza la coglie

Cohen ricorda che Meloni ha rifiutato di definirsi antifascista e riporta una frase tratta dai suoi scritti:

«Conosco il nome e la storia di tutti i ragazzi sacrificati sull’altare dell’antifascismo».

Ecco che l’antifascismo diventa una religione sanguinaria e la giovane povera destra appare come vittima sacrificale. La strage di Piazza Fontana e quella alla stazione di Bologna causarono insieme centodue morti, ricorda Cohen. L’«altare» di Meloni ha una memoria molto selettiva.

Poi compare Giorgio Almirante. Il 22 maggio Meloni ha scritto che egli visse la politica «con passione, dignità e rispetto» e ha promesso che sarebbe stato ricordato da una destra pronta ad agire «con coraggio». Durante l’intervista aggiunge:

«Ci ha insegnato qualcosa di molto importante sul piano dei valori». «Che si può combattere la propria battaglia con dignità anche partendo da una posizione molto marginale».

Quei meravigliosi valori, e soprattutto il rispetto. Ricordiamo, en passent, che Almirante fu segretario di redazione della Difesa della razza. Nel 1942 scriveva che «il nostro razzismo deve essere quello del sangue che scorre nelle nostre vene» e paventava un’Italia in mano «ai meticci e agli ebrei». Durante la Repubblica sociale italiana fu capo di gabinetto al ministero della Cultura popolare. Un bando del maggio 1944, firmato da lui, minacciava la fucilazione alla schiena dei militari sbandati che non si fossero presentati entro il termine fissato. La documentazione è stata esaminata anche in sede giudiziaria e la sua attribuzione ad Almirante ha retto.

Quale parte di questa biografia esprime «rispetto»? Bah. Verso chi si esercita la «dignità»? La marginalità del Movimento sociale italiano derivava dalla nascita di una Repubblica che aveva appena conosciuto l’occupazione tedesca e il collaborazionismo di Salò. Fu una scelta democratica di difesa dopo vent’anni di dittatura e guerre in alleanza con quel brav’uomo di Hitler. Chiaramente, almeno di non aver perso completamente il senno, l’elogio di Almirante toglie credibilità perfino alla condanna delle leggi razziali. Le due affermazioni possono convivere perché la memoria meloniana funziona compartimentalizzando. Le leggi razziali vengono condannate tenendo al riparo Mussolini e Almirante viene onorato separandolo dai suoi articoli e dal servizio prestato a Salò.

Il fascismo fu un progetto di potere, uno dei più cruenti della Storia. Usò la violenza squadrista per distruggere le organizzazioni popolari, una volta entrato nello Stato ne cancellò le libertà. Cercò prestigio imperiale attraverso una guerra coloniale condotta anche con armi chimiche. Nel 1938 trasformò il razzismo in legge. Due anni dopo portò l’Italia nella guerra mondiale accanto alla Germania nazista. Dopo il 1943 la Repubblica sociale collaborò alla persecuzione degli ebrei e combatté contro la Resistenza sotto tutela tedesca. Non c’è nessuna complessità. Solo infamia e disonore…

Gaia Pianigiani ha contribuito alla redazione dell’articolo da Roma e Piombino.

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mercoledì 26 agosto 2026

Sabbie – Gianni Caria

dopo La badante di Bucarest Gianni Caria racconta una storia dalla parte degli ultimi.

questa volta i protagonisti sono Pape, un venditore senegalese che lavora nelle spiagge del nord Sardegna, e Lu, una ragazza adottata dal Vietnam, anche lei lavora in spiaggia.

le loro vite sono piene di problemi, che mica si vedono con un ciao ciao in spiaggia.

Gianni Caria ci fa conoscere Pape e Lu, e non ce li fa dimenticare.

buona lettura (non solo in spiaggia)

 

 

All’apparenza non potrebbero darsi due persone più diverse tra loro, unite solo dal fatto di percorrere avanti e indietro la stessa spiaggia, per lavoro. Ma l’apparenza, si dice, inganna: e Pape e Lu, i protagonisti di questa storia, hanno tanto da condividere. Pape, nato e cresciuto in Senegal in un quartiere povero della grande città, quand’era venuta al mondo la sorellastra Binette aveva deciso di fare qualcosa per sollevarla dal misero futuro cui era destinata, come le altre donne della famiglia e del loro ceto sociale. E si era arruolato nelle Guardie presidenziali per darle un’istruzione di alto livello e farle poi frequentare la facoltà di Medicina. Binette ha seguito solo in parte il percorso tracciato per lei da Pape, il quale, ormai da anni in Italia come ambulante, non conosce o finge di non conoscere le menzogne che la ragazza gli racconta da Dakar, facendosi passare per medico mentre in realtà lavora in un fast-food. Lu è nata in Vietnam, è diventata Lucia Enrica: cittadina italiana grazie a un’adozione internazionale.
Adesso è studentessa universitaria in crisi di identità e incapace di trovare un suo posto nel mondo. Si spaccia per cinese, convinta di saper effettuare massaggi rilassanti dopo aver sbirciato qualche video in rete. I segni del tragico passato di guerra del Paese d’origine che Lu porta fin nel corpo menomato e un viaggio in Vietnam con il padre adottivo le ricordano costantemente, come una condanna, da dove viene. Ma non l’aiutano a capire chi è, né cosa vuole davvero per sé. Cosa succederà quando queste due esistenze, così lontane e insieme così vicine, si incroceranno nella spiaggia lungo cui si trascinano giorno dopo giorno?

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Attraverso l’uso dell’analessi, o flashback, le vite di entrambi, di cui non diciamo nulla per lasciare il piacere dello svelamento alla lettura, vengono messe a nudo. Scopriamo, così, che l’equilibrio e la trasparenza degli incipit, scelta dei termini che dimostra la precisione stilistica dell’autore, hanno a che fare con la verità e le bugie, con la fiducia e i tradimenti; che l’onestà e la coerenza non sono caratteristiche etniche; che l’uomo, nel senso di umanità, prova le medesime emozioni a prescindere dalla latitudine di nascita e che non sempre è in grado di controllare i sentimenti; che la comprensione della propria identità non è limitata ai tratti somatici o al luogo di origine. Scopriamo soprattutto che le relazioni all’interno della famiglia oltre a segnare per la vita possono portare a scelte radicali e decisioni irrevocabili, nel bene e nel male. Muoversi in equilibrio sulle dune sabbiose dell’esistenza e vedere oltre l’opacità dell’apparenza…

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L’Africa è sovrappopolata? Sbagliato: di abitanti ne ha troppo pochi - Paolo Mossetti

 

Capire l’economia di un continente intero non è un’impresa semplice, ma se c’è una cosa che abbiamo imparato leggendo la saggistica divulgativa degli ultimi anni è che certe narrazioni sono dure a morire. Sull’Africa, ad esempio, la storia che ci raccontiamo da decenni è quasi sempre fatta di emergenze demografiche, terre aride e una crescita della popolazione definita insostenibile. Ma se la prospettiva fosse del tutto rovesciata? Se il problema principale dell’Africa non fosse l’eccesso di persone, bensì la loro scarsità rispetto alla superficie e alle necessità di uno sviluppo industriale moderno?

A sollevare la questione con rinnovata decisione è l’ultimo lavoro di Joe Studwell, economista e giornalista britannico noto al grande pubblico per aver spiegato il miracolo economico dell’Estremo Oriente nel suo celebre saggio del duemilatredici dedicato allo sviluppo asiatico. Nel suo nuovo libro intitolato How Africa WorksStudwell affronta i luoghi comuni sullo sviluppo del continente africano e mostra come molte delle ricette economiche calate dall’alto dalle istituzioni internazionali abbiano ignorato la realtà materiale dei fatti.


La tesi centrale che emerge dalle analisi più recenti è che l’idea di un’Africa sovrappopolata sia in gran parte un mito. Considerata la vastità del territorio, la densità abitativa di molte aree africane è storicamente rimasta molto bassa. Questa frammentazione territoriale ha reso incredibilmente costoso costruire infrastrutture basilari, creare mercati interni connessi e sviluppare reti di trasporto efficienti. Senza una concentrazione adeguata di persone, far partire l’industria manifatturiera diventa un percorso in salita. Per decenni gli esperti europei e americani hanno suggerito politiche di contenimento o interventi focalizzati esclusivamente sulle materie prime, trascurando quello che gli Stati asiatici avevano capito molto tempo prima: lo sviluppo passa dal sostegno alla piccola agricoltura familiare, dalla protezione temporanea delle industrie nascenti e da un intervento statale pragmatico orientato all’esportazione.

In Paesi come l’Etiopia, il Ruanda, il Botswana o Mauritius si sono visti risultati straordinari proprio quando i governi locali hanno seguito strategie autonome, talvolta in aperto contrasto con i precetti del libero mercato ortodosso promossi dall’Occidente. La crescita demografica africana, spesso descritta come una minaccia sociale, rappresenta in realtà la più grande opportunità per creare un dividendo demografico, a patto che ci siano le condizioni politiche per valorizzare il lavoro locale.

Guardare all’Africa con le lenti del catastrofismo demografico rischia di farci prendere lucciole per lanterne. Le dinamiche in corso sul continente raccontano una storia molto diversa, fatta di trasformazioni strutturalisfide enormi e opportunità che richiedono prima di tutto di liberarsi dei vecchi pregiudizi.

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martedì 25 agosto 2026

Chiude Rai scuola e nasce ITALIANA! - Matteo Saudino

 


Chiude Rai Scuola: da ottobre verrà sostituito da “Italiana”. La protesta: “Parlare di identità territoriale nel 2026 sembra una barzelletta” - Alex Corlazzoli

Dopo 27 anni di trasmissioniRai Scuola, il canale educational della TV di Stato chiude tra le polemiche delle opposizioni, del mondo dell’istruzione e di molti autori che hanno lavorato al progetto. Dal primo ottobre al suo posto, sul Canale 57, andrà in onda “Italiana”, un format “interamente dedicato al racconto dell’identità del Paese sui territori“. I contenuti dedicati agli studenti finiranno solo su Rai Play e su una piattaforma digitale.

La decisione – presa dal Consiglio d’amministrazione sulla base degli ascolti – ha stupito soprattutto gli insegnanti che hanno promosso una petizione online che in poche ore ha raccolto oltre 36mila firme. Tra i più sorpresi c’è il professore Enrico Galiano che durante la pandemia, su Rai Scuola, aveva partecipato alla trasmissione la “Banda dei fuori classe”, una sorta di grande aula virtuale: “Sembra una barzelletta parlare di identità territoriale nel 2026 sacrificando una risorsa come Rai Scuola che con i suoi contenuti, documentari, interviste ha contribuito ad accrescere la cultura degli italiani”, spiega il noto scrittore a IlFattoQuotidiano.it.

A scendere in campo contro la Rai è anche la senatrice Barbara Floridia del Movimento 5 Stelle che sul suo profilo Facebook ha scritto: “Il problema nasce quando il servizio pubblico smonta un presidio educativo e culturale per sostituirlo con una narrazione identitaria decisa da un governo che da anni ci ha abituato al revisionismo storico. Il servizio pubblico dovrebbe fare esattamente ciò che il mercato non ha interesse a fare: dettare l’agenda anziché inseguirla, aprire spazi, educare, formare, elevare”. L’ex presidente della Commissione parlamentare di Vigilanza Rai (dal 2 luglio l’opposizione in blocco ha rassegnato le dimissioni ndr) aggiunge: “Assistiamo al tentativo di una certa parte politica di costruire una società nella quale pochi decidono cosa deve essere raccontato, quali idee devono avere spazio, quali parole devono essere considerate legittime e quali invece devono essere marginalizzate”.

Dura anche la responsabile Scuola del Partito DemocraticoIrene Manzi che al nostro giornale spiega: “Rai Scuola è stata uno strumento di arricchimento non limitato alla comunità scolastica. Ora andrà in onda la TV del Made in Italy. La dirigenza Rai con questo modello sta impoverendo il servizio pubblico. Lo share non può essere l’unico strumento di giudizio”.
Sul caso il Pd ha presentato anche un’interrogazione ai ministri delle Imprese e del Made in Italy e dell’Istruzione e del Merito senza avere per ora risposte. Anzi. Giuseppe Valditara, sentito da IlFattoQuotidiano.it, ha preferito non commentare.

Intanto, il Cda della Rai è intervenuto per dare la sua versione: “Non è prevista alcuna cancellazione dell’offerta editoriale di Rai Scuola. La sua funzione educativa e divulgativa viene preservata e valorizzata attraverso un’evoluzione delle modalità di distribuzione e fruizione e una presenza più forte su RaiPlay. La scelta, che s’inserisce nel più complesso progetto di rivisitazione dei canali specializzati atteso da anni e finalmente in via di attuazione, nasce dalla necessità di adeguare il servizio pubblico alla fruizione delle nuove generazioni“.

A viale Mazzini si fanno forti dello share: “I dati di ascolto confermano che il canale lineare di Rai Scuola raccoglie un ascolto molto contenuto: 0,14% di share medio nel 2024, 0,13% nel 2025 e circa 0,09-0,10% nei primi mesi del 2026. Si tratta di dati che evidenziano i limiti della televisione lineare come strumento per raggiungere in modo ampio e sistematico il pubblico scolastico”. Una lettura contestata da Silvia Bencivelli, una delle autrici che ha collaborato con la TV di Stato. La giornalista che per prima ha sollevato il caso attraverso i social spiega su Facebook: “Rai scuola negli ultimi due anni è vissuta quasi solo di repliche. Ed è così che muore un canale tv, anche prima che il suo posto venga preso da altre programmazioni”.

Addio, quindi, a una parte della storia della televisione italiana: nata nel 1999 con il nome di Rai Educational Sat, dal 2002, dopo lo sdoppiamento del canale, aveva cambiato nome in Rai Edu 1 e nel 2009 in Rai Scuola. Da ottobre anziché parlare di scienza, storia, libri e innovazione i telespettatori vedranno “un racconto emotivo dell’Italia. Il concept – spiega il comunicato ufficiale della Rai – valorizza un “mosaico” di persone, paesaggi, tradizioni e trasformazioni, con focus su luoghi/borghi, artigianato e impresa, made in Italy, natura/ambiente, enogastronomia, turismo del patrimonio, eventi/folklore, innovazione e sostenibilità, musica/cultura popolare”.

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Michael Hudson: il sistema finanziario occidentale sull'orlo del collasso