giovedì 23 aprile 2026

Al di là della statua profanata: ciò che davvero merita la nostra indignazione - Munther Isaac

La distruzione di una statua di Gesù da parte di un soldato israeliano in Libano è sconvolgente, ma il genocidio perpetrato da Israele a Gaza richiede un’indignazione ben maggiore.


Molti cristiani si sono sentiti offesi dopo che un video, circolato sui social media, mostrava un soldato israeliano nel sud del Libano che abbatteva una statua di Gesù, la decapitava e la colpiva alla testa mentre giaceva a terra.

L’atto è offensivo e doloroso, soprattutto per i cristiani, per i quali un’immagine simile non è solo irrispettosa, ma anche una profanazione. Le autorità israeliane hanno minimizzato l’incidente, definendolo un episodio isolato. Ma ciò solleva una questione più profonda: quale cultura può generare un momento simile? Quale formazione religiosa, politica o ideologica plasma un soldato che compie un atto del genere e lo documenta?

Considerare questo un’anomalia significa non coglierne il significato. Va compreso in un contesto più ampio in cui si coltiva l’ostilità verso “l’altro” e si normalizza la supremazia religiosa. Le ripetute vessazioni subite dal clero cristiano a Gerusalemme nel corso degli anni, unitamente a una cultura dell’impunità in cui persino atti come sputare sui cristiani sono stati talvolta tollerati, indicano un problema più profondo.

Questo episodio mette in luce un fenomeno più ampio: la progressiva radicalizzazione del discorso e della pratica all’interno della società israeliana e delle sue istituzioni. Allo stesso tempo, è necessario precisare che ciò non rappresenta tutti gli ebrei o la fede ebraica. Molte voci ebraiche si battono da tempo per la giustizia, la dignità e un’autentica convivenza.

Tuttavia, tali episodi contrastano nettamente con l’immagine, a lungo promossa, dell’esercito israeliano come “l’esercito più morale del mondo”, un’affermazione che molti palestinesi hanno sempre percepito come profondamente offensiva, in quanto ignora e minimizza la loro realtà quotidiana. Numerosi casi documentati, dai soldati che saccheggiano le case, deridono i civili e distruggono proprietà, agli abusi e agli stupri di prigionieri palestinesi, mettono ulteriormente in luce il divario tra questa immagine e la realtà. Per anni, i soldati israeliani hanno commesso questi atti e ucciso civili palestinesi senza doverne rispondere.

Per questo motivo, concentrarsi unicamente su questa immagine rischia di costituire un grave errore morale.

La vera indignazione non dovrebbe iniziare, né finire, con la distruzione di una statua religiosa, per quanto offensivo possa essere tale atto. Concentrare la nostra reazione su questo significa restringere la portata di ciò che dovrebbe realmente turbarci.

Dov’è l’indignazione costante quando i civili vengono presi di mira? Quando i quartieri vengono ridotti in macerie? Quando le famiglie vengono sepolte sotto i detriti e lo sfollamento diventa permanente? Si è consumato un genocidio. È qui che deve risiedere la vera indignazione.

La devastazione a Gaza, insieme a schemi ricorrenti in Libano, ha già infranto qualsiasi seria pretesa di rispetto dei diritti umani o persino delle regole di guerra. L’entità della distruzione, il colpire la vita civile e la normalizzazione delle punizioni collettive dimostrano che non si tratta di un caso eccezionale, ma di una prassi consolidata. Il video è inquietante proprio perché riflette una realtà più ampia.

Soprattutto per i leader religiosi, questa distinzione è cruciale. La profanazione dei simboli religiosi è profondamente inquietante, ma non può oscurare la catastrofe morale ben più grave: l’attentato alla vita umana. La distruzione di una statua è violenza simbolica; la distruzione di vite umane è ciò che deve indignarci maggiormente.

La guerra scatena la brutalità. È proprio per questo che esiste il diritto internazionale e per questo è necessario esigere che i responsabili rispondano delle proprie azioni. Quando le violazioni diventano routine anziché eccezioni, non ci troviamo più di fronte a casi isolati, ma a un modello ricorrente che richiede un’analisi urgente.

In quanto leader religiosi, è proprio per questo che dobbiamo esigere giustizia per i crimini di guerra. Se la nostra fede deve davvero avere un significato, dobbiamo riconoscere che non viene profanata solo quando le statue vengono distrutte, ma anche quando i bambini vengono bombardati, le comunità sfollate e interi quartieri rasi al suolo, spesso senza che nessuno ne risponda e talvolta persino in nome di Dio.

L’indignazione, per essere significativa, deve essere correttamente indirizzata. Non deve essere diretta solo contro le offese simboliche, ma contro l’attacco sistematico alla vita umana.


(Il reverendo dottor Munther Isaac è un pastore e teologo palestinese. È pastore della Hope Evangelical Lutheran Church a Ramallah e direttore del Bethlehem Institute for Peace and Justice)

Traduzione a cura di Grazia Parolari

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mercoledì 22 aprile 2026

Perché i governanti d’Europa non sanzionano Israele? - Piero Bevilacqua

La situazione tragica in cui si trova oggi il mondo poggia su un paradosso clamoroso che non ha precedenti nella storia conosciuta. La più grande potenza militare del pianeta è di fatto comandata e ricattata, per lo meno per la politica estera in Medio Oriente, da un piccolo stato in mano a un gruppo di fanatici assassini millenaristici. Il caso Epstein aggiunge, a quanto era noto sul peso politico della finanza ebraica americana, solo il quadro di una diabolica rete di coinvolgimento stesa dal Mossad su un’ampia fetta di élite USA. E apprendiamo ora da varie fonti, che perfino Steve Witkoff e Jared Kushner, gli immobiliaristi inviati da Trump per trattare sul conflitto in Ucraina e ora con l’Iran, sono “uomini di Israele”. Tuttavia occorre tener conto anche di intrecci più profondi, quelli di natura industriale-militare. Come ha ricordato di recente lo storico Dario Guarascio (Imperialismo digitale. Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA, Laterza, 2026), una parte rilevante delle armi prodotte in USA è acquistata da Tel Aviv. Nel 2024 le importazioni da quel paese costituivano il 60% delle importazioni totali. Ma Israele è anche un laboratorio dove sperimentare le nuove tecnologie di guerra e di controllo sociale: «L’occupazione militare a cui sono sottoposti i territori palestinesi e le continue guerre che si succedono in quell’area del mondo sono il “contesto ideale” per valutare sul campo l’efficacia delle nuove applicazioni».

Dunque, la doppia dinamica condizionamento/connivenza USA è la ragione per cui quello Stato non osserva nessuna regola del diritto internazionale, non firma trattati vincolanti (per la Corte Internazionale di Giustizia o Per la Non Proliferazione Nucleare), bombarda chi vuole (Gaza, Cisgiordania, Siria, Libano, Yemen, Iran ecc.) nella certezza della assoluta impunità. Nessuno osa fiatare e non perché Tel Aviv sia militarmente invincibile, ma perché protetto dal potente amico americano. È vero che il “ricatto” di Israele è anche coincidente con gli interessi imperiali degli USA in quella regione. Vale a dire con il prevalere negli strati profondi dell’apparato americano dei gruppi neocons. Ma spesso la convenienza americana non è così evidente, come nel caso di questa vera e propria trappola che si è rivelata l’aggressione all’Iran iniziata il 28 febbraio. Il New York Times ha svelato il ruolo diretto che ha avuto Netanyahu nel convincere il gruppo dirigente Maga. E non sono pochi gli analisti, anche americani, i quali sostengono che oggi l’alleanza con Tel Aviv crea agli USA molti più problemi che vantaggi. È questo è innegabile.

In effetti siamo di fronte a un nodo assai complesso di ambiguità del comportamento dei gruppi dirigenti nella politica estera americana. A volte sembrano essere gli USA a guidare le danze, altre volte l’iniziativa, oltre che la capacità di condizionamento, sembrano appartenere a Israele. Io credo che tale oscillazione dipenda da una ragione forse comprensibile e chiara. È indubbio che gli interessi imperiali e di espansione unipolare degli USA fanno di Israele lo strumento privilegiato non solo come avanguardia armata per favorire la penetrazione geopolitica di Washington, ma anche per colpire i grandi competitori, Cina e Russia. Lo si è visto nel 2024 con la Siria e ora lo si vede con la guerra all’Iran. È vero che Trump ha ceduto alle lusinghe di Netanyahu, ma è anche vero che quell’aggressione fa parte della strategia USA volta a colpire la Cina, attraverso la strozzatura delle fonti del suo approvvigionamento energetico. Lo sta facendo oggi, prima colpendo il Venezuela e ora l’Iran. E tuttavia questa strategia – potentemente favorita dai gruppi ebraici USA – si attiva quando nello stato profondo prevale l’anima espansionistica e guerrafondaia. Con la Cina gli americani potrebbero coesistere accettando realisticamente i nuovi rapporti di forza che la storia consegna loro. E non senza vantaggi.

Questo ragionamento, spero non troppo oscuro, ha lo scopo di mostrare le grandi potenzialità d’azione in questo scenario che l’Europa possiede, ma che non utilizza con una ignavia e pochezza a dir poco stupefacenti. Tanto più che ci troviamo in una situazione che è molto simile alla guerra in Ucraina. Quella, come sanno coloro che non credono alle favole messe in giro da Washington, che ha almeno un duplice scopo: dissanguare la Russia in un guerra logorante, farla implodere come l’URSS, spartirla in tanti stati come l’ex Repubblica Socialista di Jugoslavia, saccheggiarla e collocare nuovi basi militari Nato. Partire da quella conquista per mettere all’angolo la Cina sarebbe stato il passo definitivo. Il secondo scopo, che gli aspiranti suicidi dell’Unione Europea si rifiutano di riconoscere, è tagliare le fonti di approvvigionamento energetico delle nostre economie, spezzare la potenziale saldatura Russia-Europa in una minacciosa area economica e geopolitica di dimensioni euroasiatiche.

Ebbene, ancora oggi niente sembra spingere i governati e la stessa UE verso una qualche iniziativa politicamente utile. E questo a dispetto della pericolosità della situazione in Medio Oriente, giunta sino al punto, finora mai toccato, della minaccia dell’apocalisse atomica, lanciata da Trump all’Iran la notte del 7 aprile. Possibile che una simile evenienza non induca (a parte l’encomiabile Pedro Sanchez) i governanti d’Europa almeno ad aprire bocca? A protestare per l’enormità dell’intento, a mettere in guardia dalle conseguenze universalmente catastrofiche del gesto? E più in generale a denunciare i danni che quotidianamente ci vengono inflitti? Il blocco dello stretto di Hormuz sta provocando danni soprattutto all’Europa oltre che agli asiatici, perdite che diventeranno ingenti in diretta proporzione con la durata del conflitto. Quello europeo è francamente ancor più desolante dello spettacolo che offrono oggi gli USA, governati da uno psicopatico collerico, circondato da un piccolo circo di fanatici dilettanti.

Eppure, sia l’Unione Europea che i singoli stati hanno in mano i mezzi per condizionare e limitare efficacemente la politica di Israele. E fanno finta di non saperlo. Senza muovere mezzi navali, far decollare aerei, spostare truppe, senza, insomma, sparare un colpo, comminando serie severe sanzioni a Tel Aviv, i risultati sarebbero stati a mio avviso rilevanti, soprattutto se protratti nel tempo. Israele è un piccolo paese, tutto armi e tecnologia, ma non è una potenza economica. Per intenderci: non è la Russia, che ha potuto assorbire – ma certo non senza danni – le decine di sanzioni occidentali. Restrizioni economiche, finanziarie, commerciali, da parte dei partner europei indurrebbero i governanti israeliani a un minimo di ragionevolezza. Pensate quale ruolo avrebbe potuto giocare l’Europa, senza interventi militari, nel costringere Israele a non distruggere Gaza e a evitare il genocidio. Certo l’Europa non ha lo stesso interscambio con Israele degli USA. Ma quella delle sanzioni economiche non sarebbe solo l’unica, pacifica, ma efficace arma che abbiamo per uscire da un’impotenza che angoscia la maggioranza degli europei e diventa complicità nei genocidi in corso. Costituirebbe anche una strada per entrare con qualche carta in mano nel gioco tra USA e Tel Aviv, fornendo all’Europa un minimo di protagonismo diplomatico in questo scenario. E allora perché non si agisce? Per non turbare il padrone americano? È davvero così nera la vigliaccheria di questi uomini che ci governano? Sono precipitati a questo punto di ignavia e servitù? O è la sincera amicizia per Israele? Perché se così fosse oggi non c’è migliore aiuto che si possa dare al popolo israeliano, che limitare il potere di chi lo governa e lo trascina di guerra in guerra, di massacro in massacro, come un treno senza guida che corre verso lo schianto.

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TRA GUERRE E GOSSIP AVANZA L’ATTACCO AL LAVORO - Loris Campetti

 

Il governo italiano prepara una nuova picconata contro i diritti dei lavoratori attraverso lo sdoganamento di contratti pirata sottoscritti con sindacati di comodo

Da un lato la strage a Beirut e il fuoco degli “amici” israeliani sui soldati italiani dell’UNIFIL e sulla carovana di aiuti umanitari del Vaticano nel paese dei cedri, dall’altro lato l’infiammarsi del gossip sugli amori proibiti dei ministri della Repubblica. Non c’è tempo per occuparsi della strage dei lavoratori (quasi 300 ammazzati nei primi tre mesi dell’anno) e dei loro diritti. Persino le forze di opposizione sono troppo impegnate nell’inseguire ora i fili che legano il governo, Meloni in testa, alle mafie e ora le scappatelle sentimentali del ministro degli interni e assorbite dalla (giusta) denuncia della miserabile politica estera di Palazzo Chigi. Così non riescono a tenere d’occhio l’attacco reazionario di Giorgia Meloni, della ministra Calderone e del sottosegretario Durigon a chi vive del proprio lavoro e paga le tasse che tengono in piedi questo sbrindellato paese. Ma si sbagliava di brutto chi pensava che il governo sarebbe sceso a più miti consigli dopo la sberla ricevuta al referendum sulla magistratura, a cui si sommano le figuracce mondiali regalate dall’amata coppia Trump-Netanyahu al trio Meloni-Crosetto-Tajani. Giorgia Meloni va avanti come un treno, non solo con le sue sciagurate alleanze internazionali (come dimenticare la sua proposta di dare il Nobel per la pace a Trump?) ma anche rosicchiando fondi alla sanità per tentare di tamponare con un pannicello caldo l’esplosione dei prezzi dei carburanti e regolando i conti con i sindacati e i lavoratori.

Salari ancora più bassi, più precarietà e meno sicurezza

Dopo aver impedito il dibattito sulla proposta delle opposizioni di introdurre finalmente per legge il salario minimo, come chiede anche l’Unione europea, dopo aver cancellato il reddito di cittadinanza, una nuova picconata contro i diritti dei lavoratori è in preparazione con il provvedimento governativo del 1° Maggio. Su proposta del sottosegretario al lavoro, il leghista Claudio Durigon, il governo intende sdoganare i contratti pirata siglati dai padroni pubblici e privati con i sindacatini di destra e corporativi che non rappresentano quasi nessuno ma verrebbero equiparati (il termine esatto è “equivalenza”) alle organizzazioni più rappresentative, CGIL CISL e UIL. Un modo per ridurre ulteriormente salari già da fame, aumentare la precarietà, ridurre la sicurezza. Poco conta per Meloni che la magistratura abbia dato ragione ai confederali bocciando molti dei contratti pirata firmati con sindacati di comodo, in particolare nelle telecomunicazioni dalla Cisal e nella vigilanza dall’Ugl. Perché è risaputo che i magistrati “remano contro il governo”. Dice Durigon che il provvedimento è finalizzato a combattere “il monopolio di Confindustria, CGIL, CISL e UIL”. Dunque va dato valore erga omnes ai contratti pirata e mano libera ai padroni a fare carne di porco dei diritti dei lavoratori e delle loro reali rappresentanze sindacali. Altro che legge sulla rappresentanza che da sempre chiede la CGIL.

Sotto attacco persino la filo-governativa CISL

Sul lavoro e sulla rappresentanza siamo all’ennesima resa dei conti e il nemico per Giorgia Meloni non è più soltanto la CGIL alla testa dei conflitti sociali e delle mobilitazioni contro la guerra. Adesso la vendetta si scatena persino contro il più governativo dei tre sindacati confederali, la CISL. Come compenso per la collaborazione attiva del sindacato cattolico nei confronti del governo, l’ex segretario generale della CISL Luigi Sbarra era stato addirittura investito della carica di sottosegretario per il Sud. Poi è successa una cosa che ha rotto l’incantesimo: la CISL, a dire delle forze di destra, non si è impegnata abbastanza a sostenere il sì al referendum e in più, nel grande feudo assegnato a Sbarra, il Mezzogiorno, i no allo stravolgimento della Costituzione hanno stravinto ovunque. La vendetta è immediata. Alle Poste, gigante dell’economia pubblica con 27 miliardi di valore in Borsa, 13 di fatturato e 120 mila dipendenti, la CISL è il sindacato dominante (66%) e cosa ti fa il ministero dell’economia, azionista di controllo? Mette in consiglio d’amministrazione come suo referente il segretario generale dell’UGL (che in Poste ha il 4,7% dei consensi), Salvatore Muscarella. L’UGL, già CISNAL che era il sindacato dell’MSI, è la lunga mano del governo ed è più fedele della CISL che non si è piegata a sufficienza. Per strafare, una seconda cadrega nel cda viene destinata a Francesco Scacchi, storico avvocato dell’UGL e collaboratore di Durigon. Si scatena l’ira funesta di Daniela Fumarola, l’attuale segretaria CISL succeduta a Sbarra, che si sente oltraggiata, tradita dopo tutto quel che aveva fatto per il governo. Uno schiaffo che non si aspettava, uno schiaffo che fa male. Uno schiaffo che dovrebbe insegnare qualcosa a chi è pronto a genuflettersi di fronte ai nuovi poteri autoritari: le nuove destre, a Roma come a Washington non hanno amici o alleati da rispettare ma soltanto servi da usare alla bisogna, da buttare a mare quando non servono più come si deve. C’è sempre un servo più servo pronto per prendere il posto di quello in uscita.

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martedì 21 aprile 2026

Colpo grosso alla Banca di Francia: 129 tonnellate d’oro via dagli Usa per la sovranità economica - Guglielmo Calvi

“Nulla è cambiato attraverso i secoli. Chi detiene l’oro detiene il potere”. Questa celebre massima coniata da Alessandro Morandotti, celebre autore di aforismi, spiega il ritrovato interesse di molti attori finanziari per il pregiato metallo. La Banca di Francia ha venduto tutto l’oro di sua proprietà custodito presso i caveau della Federal Reserve di New York e, al contempo, ne ha acquistate altrettanto di primissima qualità che sarà conservato all’ombra della Torre Eiffel. Sebbene tale comportamento abbia apparentemente un valore squisitamente finanziario, in realtà è densa di significato politico e niente esclude che altre banche nazionali possano emulare quanto fatto oltralpe. 

Vendo oro usato per lingotti nuovi di pacca 

L’operazione è avvenuta tra l’estate del 2025 e l’inizio del 2026 e ha avuto come stella polare la riorganizzazione delle riserve auree in un’ottica di massimizzazione dei risparmi. Entrando nei dettagli più specifici, l’istituto francese ha venduto 129 tonnellate di lingotti anziché trasferirli da oltreoceano e farli approdare sulle coste del Vecchio Continente. L’ente bancario ha dunque preferito sostituire il 5% del suo capitale con delle tonnellate conformi ai nuovi standard aurei vigenti, risparmiando sui costi di trasporto di oro considerato ormai obsoleto. 

Il dato saliente sono gli incassi ottenuti dalla banca nell’operazione di vendita. Il prezzo dell’oro negli ultimi tempi è cresciuto a dismisura e l’istituto transalpino, cedendo i suoi lingotti, ha guadagnato una plusvalenza (costo di vendita superiore al costo di acquisto iniziale)  dal valore di 13 miliardi di euro. I frutti di questa operazione hanno permesso alla Banca di Francia di chiudere con un utile di 8 miliardi il 2025 dopo che l’anno prima aveva chiuso con una perdita di più di 7 miliardi. Da Parigi fanno sapere che circa 134 tonnellate devono essere oggetto di standardizzazione tecnica per adeguarsi ai benchmark internazionali  entro il 2028. Al di là degli obiettivi pluriennali, oggi come oggi la Francia custodisce tutte le sue riserve auree all’interno del territorio nazionale, potendo far leva sul senso di rassicurazione psicologica instillabile negli investitori stranieri dal controllo diretto del metallo prezioso.

I riverberi politici

Il governatore della Banca di Francia, François Villeroy de Galhau, ha dichiarato che la vendita di vecchi lingotti e l’acquisto di nuovi non ha una valenza politica. Ricordando, però, il proverbio “a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”, si potrebbe pensare che forse qualche considerazione politica ci sia di mezzo. Con i venti di guerra che soffiano in più parti del mondo e il processo di de-dollarizzazione negli scambi commerciali, si va manifestando una crescente mancanza di fiducia nella stabilità del sistema finanziario internazionale. In un clima sempre più incerto, il mantenimento all’estero di asset preziosi come l’oro può essere rischioso e non è da escludere che altri Paesi possano seguire le orme dei francesi. La Germania detiene circa 3.350 tonnellate di metallo nobile di cui il 37% è custodito nei caveau della Federal Reserve, mentre l’Italia ne custodisce 2.451 tonnellate di cui il 41% a New York.

Il presidente dell’Associazione dei Contribuenti Europei, Michael Jaeger,  ha sollecitato entrambi i Paesi a ritirare i loro lingotti da oltreoceano in quanto la Federal Reserve non potrebbe più essere un’entità del tutto indipendente e soggetta a pressioni politiche da parte dell’amministrazione Trump. Tuttavia, alcuni osservatori come il tedesco Bert Flossbach hanno sottolineato che un ritiro improvviso e non concordato dalla banca centrale statunitense rischierebbe di acuire le tensioni tra le due sponde dell’Atlantico.

Indubbiamente, le crisi che stanno segnando il nostro tempo hanno messo a nudo le fragilità di una governance globale eccessivamente integrata a livello sovranazionale e con maglie del controllo troppo larghe per i Governi nazionali. Quanto fatto dalla Banca di Francia induce a una riflessione: quando la tempesta infuria, è bene riappropriarsi degli spazi di sovranità ceduta per non dipendere da altri.

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La lobby senza limiti di Israele in Europa - Giuseppe Gagliano

L'inchiesta di Giorgio Mottola, "Questione di lobby", ricostruisce il vasto sistema di relazioni, finanziamenti, missioni, reti parlamentari.

 

C’è una parola che in Europa viene pronunciata con prudenza, quasi con pudore, quando riguarda Israele: lobby. Eppure è proprio questa la chiave del lavoro di Giorgio Mottola, “Questione di lobby”, andato in onda con la conduzione di Sigfrido Ranucci, che ricostruisce non solo la tragedia umanitaria di Gaza ma anche il sistema di relazioni, finanziamenti, missioni, reti parlamentari e cooperazioni industriali che ha contribuito a rendere molto più debole, esitante e contraddittoria la risposta europea davanti alla devastazione palestinese.

Il racconto comincia dalla guerra vera, quella che non ha bisogno di interpretazioni. Le immagini raccolte a Deir al Balah mostrano tende sfondate dalla pioggia, famiglie che sopravvivono nel fango, bambini che dormono al gelo, madri costrette a stringere i neonati al petto per non farli morire di freddo. Un’infermiera di Medici Senza Frontiere, Cristina Contù, descrive un flusso continuo di minori che arrivano con arti da amputare, in un contesto in cui mancano perfino garze, bende, antibiotici, paracetamolo, concentratori di ossigeno e pompe per rendere potabile l’acqua, materiali bloccati alla frontiera perché considerati beni a doppio uso. Alla catastrofe dei bombardamenti si aggiunge così la catastrofe amministrata dell’assedio, cioè la trasformazione della scarsità in strumento di pressione militare e politica.

 

Ed è a questo punto che l’inchiesta di Mottola compie il salto decisivo: mette a confronto le parole usate dall’Europa contro la Russia nel 2022, quando Ursula von der Leyen definiva crimini di guerra gli attacchi contro infrastrutture civili ucraine, con la postura molto più prudente e filoisraeliana assunta dopo il 7 ottobre. La contraddizione è lampante. Le categorie morali e giuridiche non spariscono, ma vengono applicate selettivamente. E questa selettività, suggerisce il servizio, non nasce nel vuoto: è il prodotto di una sedimentazione di interessi, di reti di influenza e di pressione sistematica sui decisori europei.

La “pagella” degli europarlamentari

Il primo tassello di questo sistema è la European Coalition for Israel, il cui direttore Tomas Sandell rivendica apertamente il lavoro di contatto costante con gli europarlamentari attraverso conferenze, incontri bilaterali e dialogo permanente. Ma c’è di più: la struttura ha perfino elaborato una sorta di schedatura politica dei membri del Parlamento europeo, profilati in base ai voti e ai comportamenti su questioni considerate rilevanti per la sicurezza e la sopravvivenza di Israele. Ne è uscita una classifica che misura il grado di vicinanza di partiti e singoli eletti allo Stato ebraico. È un salto qualitativo notevole: non si tratta più solo di promuovere una narrativa, ma di monitorare sistematicamente la fedeltà politica.

L’inchiesta colloca questo sviluppo dentro una storia più ampia. Se negli Stati Uniti le lobby filoisraeliane hanno radici negli anni Sessanta, in Europa la loro crescita è soprattutto un fenomeno degli anni Duemila. Dopo l’11 settembre, molte strutture americane capiscono che non basta più presidiare Washington: bisogna entrare anche nei luoghi dove si formano le decisioni europee. Bruxelles diventa così un laboratorio di influenza stabile. David Cronin, autore di un lavoro sul rapporto tra lobby israeliana e Unione Europea, sostiene che proprio queste organizzazioni hanno avuto un ruolo essenziale nel minimizzare, relativizzare o negare agli occhi dei vertici europei la gravità delle accuse rivolte a Israele per ciò che accade a Gaza.

Tra i nodi più importanti compare il Transatlantic Institute, collegato all’American Jewish Committee. L’ufficio di Bruxelles, spiega il servizio, dispone di un vicedirettore italiano, Benedetta Buttiglione, ed è collegato al Transatlantic Friends of Israel, un comitato che riunisce parlamentari europei, parlamentari nazionali e membri del Congresso americano. Qui il confine tra rappresentanza democratica e pressione organizzata si fa sottilissimo: la lobby non si limita a influenzare i parlamentari, ma li ingloba dentro la propria rete relazionale. Nel gruppo risultano 230 parlamentari europei, di cui ben 33 italiani, appartenenti a quasi tutti i principali partiti. Tra i nomi citati compaiono Pina Picierno, Piero Fassino, Ettore Rosato, Elena Bonetti, Simonetta Matone, Deborah Bergamini e numerosi esponenti di Fratelli d’Italia, guidati dal senatore Marco Scurria, che presiede anche la sezione italiana del Transatlantic Friends of Israel.

Scurria, nell’intervista, cerca di ridimensionare definendo la struttura un’associazione come tutte le altre. Ma il punto sollevato da Mottola è diverso: il Transatlantic Institute è registrato ufficialmente come gruppo di pressione a Bruxelles, incontra regolarmente i rappresentanti delle istituzioni europee e nel 2023 ha dichiarato un bilancio di circa 700 mila euro. Il nodo diventa allora la provenienza dei fondi. Perché se il ramo europeo dichiara una certa dimensione, i bilanci americani mostrano che l’American Jewish Committee ha inviato in Europa circa 3 milioni e mezzo di dollari per attività di pressione in un solo anno, e circa 47 milioni di dollari dal 2005 a oggi. Il tutto all’interno di una macchina molto più grande, con beni superiori a 250 milioni di dollari e introiti annui intorno agli 80 milioni, provenienti in larga misura da fondi di beneficenza riconducibili a miliardari americani ebrei.

La questione della trasparenza

È qui che la questione della trasparenza diventa centrale. Nulla di illegale, si badi. Ma un conto è la legalità formale, un altro la leggibilità democratica dei rapporti di influenza. Se milioni di dollari vengono spesi per orientare il contesto politico europeo, il cittadino dovrebbe poter sapere in che modo, verso chi, con quali strumenti e con quali risultati. Invece l’opacità resta ampia, soprattutto quando si passa dal livello europeo a quello nazionale.

Un capitolo decisivo riguarda infatti i viaggi dei parlamentari. Secondo la ricerca citata dal programma, Israele è stata nell’ultima legislatura una delle mete più frequentate dagli eurodeputati per visite istituzionali all’estero, al pari dell’India, pur essendo un Paese infinitamente più piccolo. Cronin sostiene che questi viaggi sono interamente organizzati e pagati dai gruppi di pressione filoisraeliani, che coprono trasporti, alberghi di lusso, cene e incontri. Nell’ultima legislatura europea vengono citati 30 viaggi in Israele e 115 notti in hotel a quattro e cinque stelle offerte agli europarlamentari. In Italia, però, la situazione è ancora più opaca, perché deputati e senatori non hanno l’obbligo di dichiarare i viaggi pagati da soggetti terzi. E infatti lo stesso Scurria ammette che la missione di febbraio in Israele con una folta delegazione parlamentare è stata pagata dall’associazione organizzatrice, senza che il Senato avesse nulla da eccepire o da registrare.

Il viaggio, in questa architettura di influenza, non è un accessorio. È uno strumento politico. Non compra necessariamente un voto, ma aiuta a formare un ambiente mentale, una consuetudine, un accesso privilegiato, una solidarietà di rete. Si crea così una classe di interlocutori che guarda a Israele non soltanto come a un alleato, ma come a un riferimento strategico naturale.

Le radici americane delle lobby

Un altro attore fondamentale è ELNET, European Leadership Network, che si presenta come la più importante lobby filoisraeliana in Europa. Anche questa struttura, con radici americane, organizza e finanzia viaggi, facilita incontri con vertici istituzionali e militari israeliani e ha recentemente aperto una sede stabile anche a Roma. L’obiettivo dichiarato è rafforzare i rapporti parlamentari, economici e strategici tra Italia e Israele. Non è un dettaglio che alle sue conferenze partecipino politici di differenti schieramenti ed ex uomini dei servizi italiani come Marco Mancini: è il segno che l’influenza non si muove solo in Parlamento, ma penetra anche i mondi della sicurezza, dell’intelligence e delle relazioni industriali.

Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, aggiunge un elemento ancora più inquietante: la pressione non si eserciterebbe solo attraverso convegni e missioni, ma anche tramite interventi diretti delle ambasciate israeliane presso politici e istituzioni, per contestare la presenza di voci critiche negli eventi pubblici. Il risultato, dice, è che parlare onestamente di ciò che fa Israele è diventato sempre più difficile. In altre parole, non siamo soltanto di fronte a una battaglia diplomatica: siamo davanti a una lotta per delimitare l’area del dicibile.

La seconda parte dell’inchiesta si concentra poi sui casi italiani e europei più emblematici. Fulvio Martusciello rivendica apertamente di essere un lobbista a favore di Israele. Il servizio ricorda che, appena nominato a capo dei rapporti tra il Parlamento europeo e Israele, assunse come collaboratore Nuno Wahnon Martins, allora lobbista stipendiato dall’European Jewish Congress. Il Parlamento europeo vieta ai lobbisti di lavorare al proprio interno, e quindi il contratto dovette essere sciolto. Ma l’episodio rivela quanto sia porosa, a Bruxelles, la frontiera tra attività di pressione e funzioni istituzionali.

Il caso Italia

Lo stesso discorso vale per Antonio Tajani. Il servizio ricorda che fece parte del board dell’European Friends of Israel, una potente struttura di pressione, e che in seguito, come commissario europeo all’Industria e all’Imprenditorialità, sostenne l’integrazione economica e industriale di Israele nei programmi europei. Durante il suo mandato le importazioni europee da Israele aumentarono in modo assai rilevante, passando da meno di 8 miliardi nel 2000 a 17,6 miliardi nel 2011. Tajani difende apertamente la scelta politica di essere amico di Israele e collega senza esitazioni questo rapporto anche al valore economico e occupazionale dell’industria della difesa italiana. È il punto in cui l’amicizia politica si salda con la convenienza industriale.

Ed è qui che il discorso si sposta dalla lobby alla geoeconomia della guerra. Tra il 2014 e il 2020, il programma europeo Horizon 2020 ha finanziato università e aziende israeliane per 1 miliardo e 280 milioni di euro. Formalmente si tratta di ricerca scientifica e innovazione civile. Ma l’inchiesta sottolinea il carattere duale di molte tecnologie. La Technion University, ad esempio, descritta come fortemente integrata con l’industria militare israeliana, avrebbe ricevuto 17 milioni di euro per progetti come veicoli senza pilota impiegati anche nella demolizione delle case palestinesi. Inoltre, oltre 5 milioni di euro sarebbero arrivati a grandi aziende belliche israeliane come Elbit Systems, Israel Aerospace Industries e Rafael. La Commissione europea, imbarazzata, ha in seguito irrigidito le regole per escludere i progetti apertamente militari. Ma, come spiega Shir Hever, le imprese hanno imparato a presentare come civili strumenti che possono poi essere adattati all’uso bellico: sistemi ottici per droni capaci di volare nella cenere vulcanica o software logistici per porti e aeroporti che possono facilmente servire anche a finalità militari.

Infine arriva il capitolo che tocca direttamente l’Europa mediterranea: Frontex. L’agenzia europea incaricata del controllo delle frontiere ha collaborato con Israel Aerospace Industries ed Elbit Systems, destinando circa 100 milioni di euro alla fornitura di droni. In particolare vengono citati gli Hermes 900, impiegati nei territori palestinesi per ricognizione tattica ma anche per missioni offensive. Frontex sostiene di aver utilizzato versioni civili, ma il problema è un altro: la progressiva sostituzione delle navi con i droni ha cambiato la natura del controllo del Mediterraneo. Una nave può soccorrere, un drone no. Può vedere, fotografare, segnalare, ma non salvare. Secondo la lettura proposta dal servizio, questo passaggio ha contribuito alla crescita dei morti in mare. La guerra di Gaza e la frontiera europea si toccano qui: nella trasformazione della tecnologia israeliana di sorveglianza in modello operativo per il controllo migratorio continentale.

Il bilancio politico dell’inchiesta è netto. Il problema non è l’esistenza di gruppi di pressione, che in sé appartiene alla fisiologia delle democrazie. Il problema è la sproporzione della loro influenza, la scarsa trasparenza dei finanziamenti, la permeabilità delle istituzioni, l’intreccio tra amicizia politica, cooperazione industriale, agenda della sicurezza e silenzi morali. “Questione di lobby” di Giorgio Mottola mostra che il rapporto tra Europa e Israele non può più essere letto solo in termini diplomatici o storici. È diventato un nodo strutturale di potere che investe il linguaggio dei diritti, il mercato delle armi, i programmi di ricerca, la sorveglianza dei confini e la libertà stessa del dibattito pubblico.

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lunedì 20 aprile 2026

Riforma degli Istituti Tecnici: deriva e paradossi del sistema scuola - Diciamo NO!

                                                     Castel Maggiore (BO) - 18/04/2026 

Docenticontrolariforma@proton.me


Art. 1 DM 29/26

Con il presente decreto si provvede alla revisione dell’assetto ordinamentale dei percorsi degli istituti tecnici, in attuazione degli artt. 26 e 26-bis del decreto legge 144/2022, al fine di poter adeguare i curricoli alle esigenze in termini di competenze del settore produttivo nazionale secondo gli obiettivi della Riforma 1.1 della Missione 4, Componente 1, del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che mira ad allineare i curricoli degli istituti tecnici alla domanda di competenze che proviene dal tessuto produttivo del Paese […].

È sufficiente l’incipit del primo articolo del testo della riforma degli Istituti Tecnici a comprendere come essa svilisca il ruolo costituzionale della Scuola Pubblica, appiattendo la funzione del sapere alle necessità del mercato e limitando così nei fatti, come è successo con la Riforma degli Istituti professionali, l’accesso all’Università di chi, a 13 anni, sceglie un percorso che non dovrebbe determinare il corso dell’intera esistenza, bensì indirizzare verso gli svariati possibili che a quell’età dovrebbero ancora potersi aprire. Prima di entrare nel merito di questa pessima Riforma il cui avvio si deve al governo Draghi nell’estate del 2021, ci preme infatti sottolineare – come docenti e come persone – che ciò che ci preoccupa di più al di là del taglio di alcune materie, al di là del taglio dei posti di lavoro, al di là della limitazione alla libertà d’insegnamento, è proprio la volontà di cristallizzare le condizioni di partenza degli studenti limitandone la crescita culturale e personale, quindi, all’atto pratico, di venire meno agli art. 3 e 34 della nostra Costituzione. D’altronde lo scarso rispetto di questo governo per le giovani generazioni si concretizza nell’avere avviato questa Riforma a iscrizioni già avvenute, impedendo così una scelta consapevole visto che chi ha optato per l’Istruzione tecnica a febbraio non è stato informato di ciò che sarà posto in essere da settembre, ovvero un scuola che prepara solo alle esigenze del mercato del proprio territorio in barba alla tanto decantata internazionalizzazione inserita nell’art. 8 del medesimo decreto. Come si fa a non vedere che, diminuendo drasticamente le ore di geografia e delle lingue, si limita la capacità di comprensione del mondo? Come si fa a non comprendere che il passaggio da Lingua e letteratura italiana a Lingua italiana - con un approccio didattico per competenze e con la diminuzione di un’ora nelle quinte- impedisce lo sviluppo dell’immaginario e dell’astrazione in favore di un sapere utile solo al diventare flessibili? Come si fa ad avere la faccia tosta di decantare a destra e a manca le discipline STEM per poi compattare le diverse conoscenze di Scienze della terra, Biologia, Chimica e Fisica in un’unica materia (Scienze sperimentali) passando da 528 ore complessive a 297? Come si fa a sostenere che si voglia incentivare, con questo provvedimento, l’istruzione tecnica quando, ad esempio nell’indirizzo AFM, si decurtano, al quinto anno, le ore di Economia aziendale? Come si fa a non pensare che le tante ore di autonomia lasciate ai singoli Istituti non pregiudichino il valore legale di un titolo di studio che dovrebbe corrispondere a un sapere unitario e nazionale - come dimostra l’Esame di Stato ancora uguale per tutte le tipologie di scuole - ma che, in questo modo, diventa parcellizzato e territoriale? E, last but not least, come si fa a pretendere che il Collegio Docenti si prenda la responsabilità di decidere a quali colleghi tagliare i posti di lavoro in favore dello sviluppo «di competenze coerenti con le esigenze e i fabbisogni formativi espressi dal territorio» (art. 2)?

Noi docenti dell’IISS J.M. Keynes di Castel Maggiore, riuniti in assemblea sindacale il 9 aprile 2026, riteniamo che sia ora di dire basta e purtroppo l’esperienza ci suggerisce che, da sola, la strategia di approvare mozioni contrarie nei C.D., pubblicare documenti critici in merito o scioperare per un giorno possa non essere efficace. Servono anche azioni unitarie, trasversali e durature nel tempo che, partendo dal basso, abbiano come obiettivo mettere in crisi l’organizzazione di un sistema che da anni non ci rispetta più né come lavoratori, né come persone. Abbiamo dunque deciso di costituire un gruppo di lavoro che, facendo rete con tutte le scuole al cui interno ci sia un’opposizione alla Riforma, inceppi quella macchina che, dall’alto, ci ha designato come i pratici esecutori della distruzione della Scuola pubblica. Tra noi non ci sono soltanto insegnanti del Tecnico, ma anche del Liceo perché sappiamo benissimo che l’ultimo tassello di modifica della Riforma della Scuola a pezzi riguarderà quest’ultimi e le discipline considerate, ancora una volta, meno utili al mercato. I nostri obiettivi sono:

- Riuscire a rimandare di un anno l’attuazione della Riforma nel rispetto di studenti e famiglie che devono avere la libertà di scegliere a carte scoperte.

- Opporci nel merito alla Riforma proponendo forme di lotta quotidiane, come ad esempio le dimissioni da quegli incarichi che non facciano parte della funzione docente (da decidere collettivamente secondo quali modalità): cosa succederebbe ai gangli del sistema se nella maggior parte delle scuole, da maggio a giugno per poi continuare a settembre, non collaborassimo più al suo funzionamento burocratico?

- Pensare insieme (nodi diversi di una rete unitaria e trasversale a tutti i sindacati) possibili azioni volte a riaffermare il ruolo della nostra Costituzione, perché la scuola non è solo di chi la fa tutti i giorni bensì di ogni cittadino e cittadina che creda ancora che le persone non si esauriscano nel ruolo produttivo che svolgono ma in un’esistenza complessa e composita, non dettata soltanto dall’utile.

Proprio per questo auspichiamo che chi di noi ha un incarico possa dimettersi nell’immediato e che, nel Collegio Docenti di maggio, si voti in modo contrario all’approvazione dei libri di testo. Invitiamo dunque chiunque condivida le nostre parole e sia preoccupato per quanto sta avvenendo alla nostra Scuola Pubblica (Riforma dei Licei, revisione degli organi collegiali e del Testo Unico) a manifestare il proprio dissenso, a mobilitarsi e a partecipare alle prossime iniziative.

Diciamo NO insieme!

“Il mondo può avere la pace o può avere israele, ma non può avere entrambi” - Gianni Lixi

 

In questa agghiacciante e però tristemente vera frase di Caitlin Jonston è condensata tutta la realtà di israele dalla sua nascita ad oggi. Per volere la pace deve smettere di occupare e questo per israele è impossibile. Sono gli stessi politici israeliani ad esternare candidamente il progetto della Grande Israele; non si riesce a capire però quanto grande: Palestina, Siria, Libano, Giordania…… E’ per questo che non ha confini. E’ il paese delle eccezioni: tutti i paesi hanno un confine: eccetto israele, tutti i paesi possono essere criticati: eccetto israele; tutti i paesi devono rispettare le risoluzioni dell’ONU: eccetto israele che ha disatteso un numero di risoluzioni ONU di gran lunga più numeroso rispetto agli altri paesi. Recentemente il ministro della difesa Kaz ha detto che il sud del Libano, almeno sino al fiume Litani verrà occupato “per ragioni di sicurezza” ed i 600000 libanesi che ci vivono non potranno rientrare. Le chiamano così le occupazioni: ”Buffer zone”, “zone militarizzate per ragioni di sicurezza…” E’ un’area pari al 20% dell’intero paese!! Ma vi immaginate cosa sarebbe per l’Italia perdere il 20% del suo territorio? Sarebbe perdere Piemonte, Liguria e Lombardia!

Eppure nonostante le sconfitte (si perché le guerre non le vince chi ammazza più civili) che stanno collezionando non si fermano. Anzi sembra che la loro brutalità sia ormai senza obiettivo, pura bestialità. Hanno ammazzato 100000 palestinesi a Gaza e molti ancora moriranno a causa del brutale disegno di radere al suolo le strutture sanitarie, hanno ammazzato 30000 tra donne e bambini. Non hanno ottenuto nessuno degli obiettivi che si erano prefissati: con il genocidio dovevano ottenere la pulizia etnica di Gaza, deportare i rimanenti palestinesi in Egitto, Giordania, Somalia….smilitarizzare la striscia. Gaza non diverrà la riviera del mediterraneo come l’immobiliarista Kushner voleva. Ed i palestinesi pur vivendo in condizioni disperate sono ancora la.

Alla fine degli anni trenta hanno iniziato le bande terroristiche sioniste di Irgun, Agana e della Banda Stem che hanno attuato la pulizia etnica dei villaggi palestinesi. Poi una volta fatto fuori un illuminato diplomatico delle nazioni unite (Folke Bernadotte), che si batteva per una divisione equa delle terre (comunque rubate ai palestinesi) si sono fatti approvare da funzionari ONU compiacenti (sionisti) mai stati in Palestina, un piano che prevedeva per la minoranza ebraica la maggioranza della terra. Da li non si sono più fermati. Si servono dell’occupazione violenta dei territori unita ad un processo di cinismo politico che ha come obiettivo quello di cercare di dividere la popolazione residente. Gli accordi di Oslo in Palestina sono serviti a creare una entità l’ANP (Autorità Nazionale Palestinese) che è stata la longa mano israeliana nella West Bank. Dico è stata perché attualmente israele controlla ed occupa “legalmente” la West Bank e non ha più bisogno dei venduti e corrotti politici dell’ANP. E quando occupa lo fa con spietato cinismo. Occupa terre strategicamente utili. Terre ricche di acqua o di fiumi da deviare per poi assetare i villaggi palestinesi. Alture, la più famosa è la terra Siriana del Golan. Occupano aree che si trovano tra villaggi palestinesi per distruggere l’economia locale.

All’indomani del cessate il fuoco in seguito all’aggressione congiunta Usa- israele all’Iran, hanno eseguito in 10 minuti 100 attacchi aerei contro la popolazione libanese facendo più di 2200 morti. Subito dopo, la cinica diplomazia israeliana ha cercato di promuovere trattative negli USA con rappresentanti politici libanesi nell’intento di isolare il Libano del sud storicamente difeso dagli attacchi israeliani da Hezbollah. In occidente la propaganda israeliana è riuscita a far percepire i resistenti di Hezbollha come se fossero terroristi (come ha fatto con i resistenti palestinesi), e non come gli unici resistenti che si oppongono alla continua minaccia di occupazione del sud del Libano. L’isolamento politico del sud del Libano al quale mira israele sarebbe un Karakiri del governo Libanese ed un lasciapassare alle continue ed insaziabili mire espansionistiche dei sionisti. La pace con l’Iran poi è come fumo negli occhi per israele perché la pace è foriera di stabilità della regione che è l’esatto opposto di quello che serve ad israele. Solo l’istabilità può garantire ad israele di perseguire i suoi nefasti obiettivi.

E l’America non può volere la pace se israele non la vuole. L’America è sempre stata sotto ricatto sionista ma ora è diverso, non esiste solo il ricatto dei soldi per le elezioni, per le università e così via discorrendo. C’è un pedofilo del Mossad morto (ammazzato) che ha creato una banca dati di cui conosciamo solo la parte meno compromettente. L’altra parte è quella che tiene in ostaggio il governo americano e non solo.

E’ difficile che israele da sola possa riuscire a cambiare atteggiamento a meno che non sia “aiutata” da una Europa che dovrebbe riuscire a battere un colpo, e che invece al momento è complice.

Tutti gli uomini di buona volontà vorrebbero che la frase di Caitlin Jonston non fosse vera, ma tutti quegli uomini purtroppo sanno che lo è.

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domenica 19 aprile 2026

A metà dell’Ottocento la Gran Bretagna si presentava in Cina con i cannoni, per difendere il suo… oppio

Londra ama definirsi madre della democrazia, patria del parlamentarismo, culla della civiltà giuridica moderna. Ma la storia, quando non viene letta dai vincitori, racconta un’altra genealogia: quella di un impero...

Londra ama definirsi madre della democrazia, patria del parlamentarismo, culla della civiltà giuridica moderna. Ma la storia, quando non viene letta dai vincitori, racconta un’altra genealogia: quella di un impero che ha trasformato il commercio in guerra e la droga in diplomazia. Le guerre dell’oppio non sono un incidente remoto, un dettaglio esotico relegato ai manuali di storia coloniale. Sono la matrice genetica della modernità britannica: l’atto fondativo di un ordine mondiale costruito sul diritto del più forte di drogare e invadere in nome del libero mercato.

A metà dell’Ottocento, mentre l’Europa si compiaceva dei suoi congressi liberali e della sua estetica del progresso, la Gran Bretagna si presentava in Cina con i cannoni, non per difendere un principio, ma per difendere una merce. L’oppio prodotto in India — una colonia che fruttava dividendi e carestie — veniva smerciato in Cina in quantità tali da trasformare la dipendenza in emergenza nazionale. Milioni di tossicodipendenti, un’economia interna minacciata, un impero che tenta, con una misura di governo, di proibire il commercio della droga. L’Occidente, oggi tanto devoto alla retorica della lotta agli stupefacenti, rispose allora con la più classica delle armi: la guerra.

Nel 1840 la Royal Navy lanciò la prima guerra dell’oppio. Il casus belli: la Cina aveva osato vietare un commercio che distruggeva il suo popolo. Il risultato: bombardamenti, sbarco di truppe, umiliazione dell’impero cinese e cessione di Hong Kong come risarcimento. In Europa si parlò di “diritto al commercio”, di “difesa della libertà economica”. Nessuno osò chiamarla con il nome che merita: guerra di aggressione per il mantenimento del traffico di droga. L’ipocrisia del linguaggio fu la prima vittoria britannica.

Venti anni più tardi, la storia si ripeté. La Cina, ancora devastata dal problema dell’oppio, tentò una seconda volta di vietarne l’importazione. L’Inghilterra — spalleggiata da Francia e Stati Uniti — tornò con le navi da guerra. La seconda guerra dell’oppio culminò con l’incendio del Palazzo d’Estate di Pechino, una delle meraviglie architettoniche del mondo. Il saccheggio fu sistematico, l’umiliazione metodica: l’impero del Celeste Impero costretto a firmare nuovi trattati, concessioni territoriali, privilegi commerciali. I vincitori chiamarono la catastrofe “apertura della Cina al mondo”.

Dietro la parola “apertura” c’era un programma politico: il libero commercio come dogma e il cannone come suo braccio secolare. L’idea che la civiltà si potesse esportare a colpi di obice e che il mercato fosse una missione morale. È la stessa logica che, due secoli dopo, sorregge le guerre preventive, le sanzioni unilaterali, le “operazioni di polizia internazionale”. Cambiano le merci — dal papavero al petrolio — ma resta intatto il principio: chi possiede la flotta decide la morale.

Nel 1900, quando i cinesi provarono a ribellarsi con la rivolta dei Boxer, la risposta fu la stessa: una coalizione di otto potenze — tra cui Gran Bretagna, Francia, Germania, Russia, Giappone, Stati Uniti, Italia e Austria-Ungheria — marciò su Pechino, represse la rivolta nel sangue e impose nuove condizioni. La vendetta occidentale si travestì da punizione educativa: insegnare ai cinesi a “stare al loro posto”. È difficile trovare una formula più chiara di cosa intendesse l’Europa per civiltà.

A Londra, i giornali dell’epoca celebravano l’espansione come missione. I mercanti diventavano “pionieri del progresso”, gli ammiragli “strumenti della Provvidenza”. Le vittime venivano cancellate, i carnefici canonizzati. Nessuna aula di Westminster trovò scandalo nel fatto che la madrepatria della legalità stesse bombardando un paese per garantire la vendita di droga. Nessun poeta vittoriano compose un verso sul palazzo imperiale in fiamme. Le guerre dell’oppio restarono guerre pulite, invisibili nella coscienza europea, efficaci nell’economia.

Eppure furono quelle guerre a definire per secoli la percezione cinese dell’Occidente. L’arroganza morale di chi si proclama difensore della libertà e impone il commercio con le cannoniere ha un prezzo che si misura in rancore e memoria. Ogni volta che un diplomatico occidentale parla oggi di “minaccia cinese”, di “pericolo asiatico”, ignora che nel lessico cinese la minaccia ha ancora il volto dei marinai britannici sbarcati a Canton nel 1840. La storia non si cancella con le note verbali.

Il paradosso è che quella violenza, anziché essere condannata, fu teorizzata come modello. Le guerre dell’oppio insegnarono all’Occidente che si può trasformare la conquista economica in principio universale. Si può dire “libertà” e intendere “mercato”, si può dire “progresso” e intendere “profitto”. La forza non deve più chiamarsi forza: basta ribattezzarla “apertura”, “modernizzazione”, “integrazione”. La Gran Bretagna perfezionò l’arte dell’eufemismo politico molto prima della BBC: inventò il linguaggio che ancora oggi giustifica interventi e embarghi.

Chi studia quelle guerre trova l’archetipo di tutti i conflitti imperiali successivi. La prima potenza mondiale che dichiara guerra per garantire il diritto di commerciare un veleno; la seconda che incendia un palazzo e ne fa un simbolo di civiltà; la terza che organizza una coalizione per “ripristinare l’ordine”. È l’inizio di un secolo in cui l’aggressione si traveste da amministrazione, la rapina da trattato, la sottomissione da partnership. È la nascita del liberalismo armato, la dottrina non scritta che da allora regge ogni retorica occidentale: la violenza è legittima se produce profitto, il profitto è morale se si accompagna a un discorso sui diritti.

Oggi Londra continua a impartire lezioni di libertà economica e stato di diritto. Ma basta pronunciare “Hong Kong” per sentire l’eco di una storia mai rimossa in Asia. Ogni volta che il Regno Unito difende la libertà di navigazione nel Mar Cinese Meridionale, il mondo orientale ricorda le navi che nel 1840 aprirono quelle rotte a cannonate. Ogni volta che un ministro parla di “influenza cinese pericolosa”, in Cina si ricordano che fu l’Occidente a portare l’oppio e la guerra, non il contrario.

Il suprematismo europeo si nutre della rimozione delle proprie colpe. Si commemora la lotta all’oppio come missione di civiltà, si dimentica che l’Inghilterra è stata la più grande narcotrafficante della storia. Si predica il libero mercato, ma si tace che la sua fondazione è stata un blocco navale. Si celebra il diritto internazionale, ma si rimuove che i trattati che aprirono la Cina al commercio furono firmati sotto minaccia.

Il regno che oggi si presenta come modello di democrazia globale ha costruito il suo secolo d’oro sull’esportazione di una dipendenza e sull’imposizione militare di un mercato. E mentre il dibattito occidentale continua a discutere di “valori”, la Cina, che quella storia non ha dimenticato, osserva con una memoria lunga e glaciale. In quell’arco che va dal bombardamento di Canton al saccheggio di Pechino si trovano le radici dell’attuale diffidenza orientale verso la retorica morale dell’Occidente.

Non è l’orgoglio nazionalista a nutrire quella memoria: è la semplice aritmetica della storia. Un impero che ha costruito la propria fortuna bombardando un paese per difendere il diritto di vendergli droga non può più fingere di incarnare la giustizia universale. L’Inghilterra vittoriana, nelle guerre dell’oppio, non ha solo aperto un mercato: ha aperto la via maestra alla ipocrisia moderna. Da allora, ogni volta che un governo parla di “intervento umanitario”, il mondo dovrebbe ricordare Canton 1840, Pechino 1860, la mano che offriva il veleno e quella che reggeva la bandiera della civiltà.

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