mercoledì 18 marzo 2026

La cittadinanza israeliana è sempre stata uno strumento di genocidio, quindi ho rinunciato alla mia - Avi Steinberg

La mia decisione è un riconoscimento del fatto che questo status non ha mai avuto alcuna legittimità, fin dall’inizio.

 

Di recente sono entrato in un consolato israeliano e ho presentato i documenti per rinunciare formalmente alla mia cittadinanza. Era una giornata autunnale insolitamente calda e gli impiegati in pausa si rilassavano vicino allo stagno di Boston Common. La notte prima c’era stata una serie particolarmente raccapricciante di attacchi aerei da parte di Israele sui campi profughi di Gaza. Mentre i palestinesi stavano ancora contando i cadaveri o, in molti casi, raccogliendo ciò che restava dei propri cari, la donna in coda al consolato davanti a me mi ha chiesto allegramente cosa mi avesse portato qui oggi.

Studiosi, giornalisti e giuristi in tutto il mondo stanno tenendo un inventario dettagliato di tutti i modi in cui i crimini di Israele dall’ottobre 2023 equivalgono a crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio. Tutti perseguibili legalmente. Ma la storia si estende ben oltre gli orrori dell’anno scorso. La cittadinanza, è stata un elemento materiale di un processo genocida di lunga data. Lo stato israeliano, sin dal suo inizio, ha fatto affidamento sulla normalizzazione di leggi suprematiste determinate etnicamente per rafforzare un regime militare il cui chiaro obiettivo coloniale è l’eliminazione della Palestina.

In cima al modulo che avevo portato al consolato quel giorno c’era una citazione della Legge sulla cittadinanza del 1952, la base giuridica su cui è stato conferito il mio status alla nascita. La mia ragione per rinunciare a questo status è in effetti direttamente collegata a quella legge, o meglio, alla situazione sul campo negli anni ’50, il contesto della Nakba, che ha plasmato questa legge.

Nel 1949, nei mesi successivi alla firma degli accordi di armistizio, che apparentemente posero fine alla guerra del 1948, i coloni sionisti, dopo essere riusciti a massacrare ed espellere tre quarti della popolazione palestinese indigena nei territori ora sotto il loro controllo, iniziarono a cercare modi per mettere in sicurezza il loro stato militarizzato. La loro preoccupazione più urgente: garantire che i palestinesi che erano stati cacciati dai loro villaggi e fattorie ancestrali non sarebbero mai tornati; che le loro terre sarebbero passate in possesso legale del nuovo stato, pronte per essere occupate da ondate di immigrati ebrei dall’estero. Oltre 500 villaggi e città palestinesi erano stati svuotati in quell’anno, e ora era il momento di cancellarli per sempre dalla mappa.

Sebbene ci sarebbero voluti molti altri decenni prima che lo stato colono riconoscesse formalmente di essere un’entità suprematista ebraica de jure, la pratica della pulizia etnica era insita nella strategia militare, sociale e legale dello stato. Questo era sempre stato concepito per essere uno stato ebraico, progettato per creare e mantenere una maggioranza ebraica in una terra che era stata al 90 percento non ebraica prima che i sionisti arrivassero in gran numero nei primi decenni del XX secolo.

Tuttavia, lo sforzo per completare il processo di pulizia etnica avrebbe richiesto una programmazione aggressiva e, data la dura resistenza indigena, non avrebbe mai avuto successo. I confini tracciati arbitrariamente erano ancora porosi nel 1949 e i territori rurali sotto il dominio dell’occupazione sionista erano ancora lontani dall’essere completamente sotto il loro controllo. I palestinesi, appena rifugiati, vivevano in tende a poche miglia dalle loro case. Molti sopravvivevano con un solo magro pasto al giorno ed erano determinati, dopo l’armistizio, a tornare alle loro case e ai loro raccolti.

Alcuni cercarono di operare all’interno del nuovo sistema legale coloniale imposto frettolosamente. Fecero appello alla “Dichiarazione di Indipendenza” della nuova entità che rivendicava uguali diritti per tutti. Ma questo documento non aveva alcun valore legale ed era stato concepito come un mero pezzo di propaganda destinato a ottenere l’accettazione internazionale all’interno delle nuove Nazioni Unite. Una domanda di adesione all’ONU, presentata da questa nuova entità che si autodefiniva “Stato di Israele”, era già stata respinta una volta e la leadership sionista si stava affannando per dare alla sua nuova domanda un’aria di legittimità. Un cenno simbolico ai diritti dei palestinesi, speravano, avrebbe dato una copertura politica a questo stato decisamente illiberale, per unirsi all’ordine internazionale emergente, dominato dagli Stati Uniti.

Indipendentemente da ciò che la macchina della propaganda dello Stato stava narrando all’estero, la situazione sul campo era un chiaro caso di pulizia etnica. Per quasi il decennio successivo, i coloni sionisti usarono ogni mezzo di forza per recidere il legame tra i palestinesi indigeni e le loro terre. Nell’aprile del 1949, adottarono una politica di “sparo libero”, in cui migliaia di cosiddetti infiltrati, ovvero palestinesi indigeni che tornavano a casa, potevano essere, e spesso lo erano, fucilati a vista. Lo Stato creò campi di concentramento attraverso grandi rastrellamenti di abitanti dei villaggi e  di contadini. Da questi campi, masse di palestinesi furono deportate oltre il “confine”, dove sarebbero state dirottate in accampamenti di rifugiati in Giordania e Libano e nella Striscia di Gaza governata dall’Egitto. Fu così che Gaza divenne il pezzo di terra più densamente popolato della Terra.

Ricordiamo che scene come questa si verificavano dopo l’armistizio, cioè dopo che la guerra del 1948 era presumibilmente finita. Faceva parte di una strategia deliberata del dopoguerra, che usava i cessate il fuoco come copertura per garantire un territorio etnicamente ripulito, uno schema che si sarebbe ripetuto per decenni. L’obiettivo era chiaramente articolato fin dall’inizio: rimuovere per sempre i palestinesi dalle loro terre, indebolire la posta in gioco di coloro che erano rimasti e cancellare la Palestina sia nel concetto che nella realtà materiale.

Questo era il contesto in cui vennero promulgate le leggi sulla cittadinanza dello Stato dei primi anni ’50: prima la Legge del Ritorno nel 1950, che concedeva la cittadinanza a qualsiasi ebreo nel mondo; e poi la sua elaborazione nella Legge sulla Cittadinanza del 1952, che annullava qualsiasi status di cittadinanza esistente detenuto dai palestinesi. La riconfigurazione della cittadinanza da parte dello Stato lungo le linee della supremazia ebraica sarebbe stato il suo principio costituzionale chiave. L’effetto di questa legislazione radicale, applicata da una brutale forza di occupazione armata sul campo, “rese i coloni indigeni e trasformò i nativi palestinesi in alieni”, scrive la studiosa Lana Tatour . Questo quadro giuridico non fu un fallimento della politica, nota Tatour, ma piuttosto “fece ciò per cui era stato creato: normalizzare il dominio, naturalizzare la sovranità dei coloni, classificare le popolazioni, produrre differenze ed escludere, razzializzare ed eliminare i popoli indigeni”.

Diciannove anni dopo l’emanazione di questa legge sulla cittadinanza del 1952, i miei genitori si trasferirono dagli Stati Uniti a Gerusalemme e ottennero la cittadinanza e tutti i diritti in base alla “Legge del ritorno”. Da un’ingenuità giovanile che si sarebbe trasformata in ignoranza volontaria, riuscirono a diventare entrambi liberali americani che si opponevano all’invasione statunitense del Vietnam, mentre agivano come coloni armati della terra di un altro popolo. Si trasferirono in un quartiere di Gerusalemme che era stato ripulito etnicamente solo pochi anni prima. Occuparono una casa costruita e abitata di recente da una famiglia palestinese la cui comunità era stata espulsa in Giordania e poi violentemente impedita di tornare con la canna di una pistola, e dai documenti di cittadinanza che la mia famiglia aveva in mano.

Questa sostituzione 1 a 1 non era un segreto. Persone come la mia famiglia vivevano in questi quartieri proprio perché avevano scelto una “casa araba”, orgogliosamente pubblicizzata come tale per il suo design elegante e dai soffitti alti, in contrapposizione ai monotoni e utilitaristici blocchi di appartamenti costruiti alla rinfusa dai coloni sionisti. Sono nato nel villaggio palestinese di Ayn Karim, ripulito etnicamente, molto apprezzato per possedere tutto il fascino arabo nativo, senza nessuno degli arabi nativi a turbare il bel quadro. Mio padre era nell’esercito israeliano, da cui lui e molti dei suoi amici emersero, dopo la mostruosa invasione del Libano nel 1982, sostenitori liberali della “pace”. Ma per loro, quella parola significava ancora vivere in un paese a maggioranza ebraica; era una “pace” in cui il peccato originale dello stato, il continuo processo di pulizia etnica, sarebbe rimasto saldamente al suo posto, legittimato e quindi più sicuro che mai. Cercavano la pace, in altre parole, per gli ebrei con cittadinanza israeliana, ma per i palestinesi, “pace” significava resa totale, occupazione permanente ed esilio.

Tutto questo per dire: non considero la mia decisione di rinunciare a questa cittadinanza come un tentativo di invertire uno status legale, quanto piuttosto un riconoscimento del fatto che questo status non ha mai avuto alcuna legittimità, per cominciare. La legge israeliana sulla cittadinanza si basa sui peggiori tipi di crimini violenti che conosciamo e su una litania sempre più profonda di bugie volte a insabbiare quei crimini. L’aspetto della burocrazia, le trappole di un governo legale, con i loro sigilli del Ministero degli Interni, non testimoniano altro che lo scivoloso tentativo di questo stato di nascondere la sua fondamentale illegalità. Questi sono documenti falsi. Sono, cosa più importante, uno strumento contundente utilizzato per spostare continuamente persone realmente viventi, famiglie, intere popolazioni di abitanti indigeni della terra.

Nella sua campagna genocida per cancellare la popolazione indigena della Palestina, lo Stato ha trasformato in un’arma la mia stessa esistenza, la mia nascita e identità, e quelle di tanti altri. Il muro che impedisce ai palestinesi di tornare a casa è costituito tanto da documenti di identità quanto da lastre di cemento. Il nostro compito deve essere quello di rimuovere quelle lastre di cemento, di strappare i documenti falsi e di interrompere le narrazioni che fanno apparire queste strutture di oppressione e ingiustizia legittime o, Dio non voglia, inevitabili.

A coloro che invocheranno senza fiato il punto di discussione secondo cui gli ebrei “hanno diritto all’autodeterminazione”, dirò solo che se un tale diritto esiste, non può assolutamente comportare l’invasione, l’occupazione e la pulizia etnica di un altro popolo. Nessuno ha quel diritto. Inoltre, si può pensare ad alcuni paesi europei che devono terra e riparazioni ai loro ebrei perseguitati. Il popolo palestinese, tuttavia, non ha mai dovuto nulla agli ebrei per i crimini commessi dall’antisemitismo europeo, né lo deve oggi.

La mia convinzione personale, come quella di molti dei miei antenati del XX secolo, è che la liberazione ebraica sia inseparabile dai movimenti sociali più ampi. Ecco perché così tanti ebrei erano socialisti nell’Europa prebellica, e perché molti di noi oggi si collegano a quella tradizione.

Come ebreo osservante, credo che la Torah sia radicale nella sua affermazione che il popolo ebraico, o qualsiasi popolo, non ha alcun diritto su nessuna terra, ma piuttosto è vincolato da rigorose responsabilità etiche. In effetti, se la Torah ha un unico messaggio, è che se opprimi la vedova e l’orfano, se ti comporti in modo corrotto con avidità e violenza sanzionate dal governo e se acquisisci terra e ricchezza a spese della gente comune, sarai cacciato via dal Dio della giustizia. La Torah viene regolarmente sventolata dai nazionalisti adoratori della terra come se fosse un atto di proprietà, ma, se effettivamente letta, è un resoconto di rimprovero profetico contro l’abuso del potere statale.

L’unica entità con diritti sovrani, secondo la Torah, è il Dio della giustizia, il Dio che disprezza l’usurpatore e l’occupante. Il sionismo non ha nulla a che fare con l’ebraismo o la storia ebraica, se non che i suoi leader hanno da tempo visto in queste fonti profonde una serie di narrazioni fortemente mobilitanti con cui spingere la loro agenda coloniale, ed è solo quell’agenda coloniale che dobbiamo affrontare. I costanti sforzi per evocare la storia della vittimizzazione ebraica al fine di giustificare o semplicemente distrarre dalle azioni di una potenza economica e militare, sarebbero positivamente ridicoli se non fossero così cinicamente armati e mortali.

La colonizzazione sionista non può essere riformata o liberalizzata: la sua identità esistenziale, come espressa nelle sue leggi sulla cittadinanza e ripetuta apertamente da quei cittadini, equivale a un impegno al genocidio. Le richieste di embargo sulle armi, così come di boicottaggi, disinvestimenti e sanzioni, sono richieste di buon senso. Ma non sono una visione politica. La decolonizzazione lo è. È sia il percorso che la destinazione. Dobbiamo tutti orientare la nostra organizzazione di conseguenza.

Sta già accadendo. Una realtà diversa è già in costruzione da parte di un ampio, energico e fiducioso movimento di persone provenienti da tutto il mondo che sanno che l’unico futuro etico è una Palestina libera, liberata dal dominio coloniale. Il modo in cui ci arriviamo è attraverso un movimento di liberazione supportato a livello globale, ma in ultima analisi locale guidato dai palestinesi, un movimento la cui politica e tattica sono determinate dai palestinesi. Questa liberazione avverrà attraverso una diversità di tattiche, qualunque cosa sia richiesta in diverse situazioni, inclusa la resistenza armata, un diritto universalmente riconosciuto di qualsiasi popolo occupato.

La decolonizzazione inizia con l’ascolto e la risposta alle chiamate degli organizzatori palestinesi per sviluppare una coscienza e una pratica decolonizzante, per rimuovere le strutture materiali che sono state poste tra i palestinesi e la loro terra e per invertire la normalizzazione di queste barriere arbitrarie. La decolonizzazione della cittadinanza significa anche comprendere la connessione materiale tra il colonialismo dei coloni israeliani e altre forme di colonialismo in tutto il mondo. È ben noto che gli Stati Uniti forniscono armi e capitale politico infiniti al loro alleato coloniale; meno noto è che la concezione australiana di giurisprudenza anti-indigena è servita da modello legale per Israele. La lotta per una Palestina liberata è legata alla lotta dei movimenti Indigenous Land Back ovunque. La mia singola cittadinanza è solo un mattone in quel muro. Tuttavia, è un mattone. E deve essere fisicamente rimosso.

Coloro che occupano la mia posizione sono invitati a unirsi a una rete crescente e solidale di persone che stanno rinunciando alla loro cittadinanza come parte di una più ampia pratica di decolonizzazione. Coloro che non si trovano in quella posizione dovrebbero fare altri passi. Se vivi nella Palestina occupata, unisciti al movimento di resistenza alla leva e trasformalo in qualcosa di incisivo. Combatti per decolonizzare e rivoluzionare il movimento operaio e trasformarlo nella leva del potere anti-stato che dovrebbe essere. Unisciti alla resistenza guidata dai palestinesi. Se non puoi fare queste cose, vattene e resisti dall’estero. Fai passi concreti per smantellare questo edificio coloniale, per interrompere la narrazione che dice che questo è normale, che questo è il futuro. Questo non è il nostro futuro. La Palestina sarà liberata. Ma solo quando ci impegneremo, adesso, nelle pratiche di liberazione.


(Avi Steinberg sta attualmente lavorando a una biografia della scrittrice e organizzatrice radicale Grace Paley.

Traduzione di Grazia Parolari “Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali” -Invictapalestina.org)

da qui

martedì 17 marzo 2026

Per una ricognizione sulle basi straniere in Italia - Carlo Tombola

 

Questo articolo è stato realizzato con la collaborazione di The Weapon Watch, osservatorio sulle armi nei porti europei e del Mediterraneo che ha sede a Genova (www.weaponwatch.net, mail info@weaponwatch.net). Si serve infatti della stessa base cartografica digitale dell’Atlante dell’industria militare in Italia, che ha individuato circa 1.500 aziende e siti produttivi legati all’apparato militare industriale. Sarà così possibile mettere in relazione la presenza delle basi americane con l’indotto di fornitori e servizi che si è creato attorno e che su questa presenza prospera.

 

Quante sono le basi americane in Italia?
Prima di contarle, chiariamo qual è l’oggetto della nostra analisi. Bisognerà valutare caso per caso, ma in generale è una “base militare straniera” ogni installazione sul territorio nazionale messa stabilmente o frequentemente a disposizione dei comandi militari operativi non italiani, siano essi riferibili agli Stati Uniti o all’Alleanza atlantica.
Secondo 
David Vine, il massimo esperto di basi americane, «la creazione di una lista è complicata anche da come si definisce e si considera una “base”. Le definizioni sono in ultima analisi politiche (e politicamente sensibili). Spesso il Pentagono e il governo degli Stati Uniti, così come le nazioni ospitanti, cercano di dipingere la presenza di una base americana come not a U.S. base per evitare la percezione che gli Stati Uniti stiano violando la sovranità della nazione ospitante (cosa che, in effetti, accade spesso). Per evitare il più possibile questi dibattiti, definisco una “base” utilizzando il termine “sito di base” del Pentagono».

 

Extraterritorialità giuridica delle basi Nato?
Queste parole ci aiutano ad andare oltre il dibattito, più accademico che politico e in ogni caso poco utile, che nei decenni si è sviluppato anche in Italia attorno all’effettiva giurisdizione delle basi militari, se cioè ricadano sotto la responsabilità italiana o dell’Alleanza atlantica o degli Stati Uniti, o sotto diverse combinazioni di questi tre attori. È generalmente accolta l’opinione che le basi in uso agli Stati Uniti e/o alla Nato non godano di extra-territorialità, ma ottant’anni di storia ci hanno insegnato che un conto è lo stato di diritto e un conto sono i rapporti di forza. Quelli tra Italia e Stati Uniti sono stati determinati dalla sconfitta nella guerra voluta dal fascismo e dalla conseguente occupazione militare del paese, condizione che perdura tuttora e che ci accomuna a Germania e Giappone, gli altri paesi sconfitti nel 1945. Nonostante i molti decenni trascorsi da allora, ogni tentativo di esercitare una piena sovranità, anche su questioni limitate ma tali da poter costituire un precedente, si è infranto per le pressioni esercitate dagli alleati nei confronti di tutti i livelli della gerarchia amministrativa e politica nazionale. La questione delle basi, poi, è paradossale perché regolata da trattati segreti, a partire da quello bilaterale dell’ottobre 1954, di cui non si può conoscere il testo ma che a sua volta ha funzionato da “ombrello” giuridico per successivi documenti e memorandum bilaterali o Nato, anch’essi di conseguenza segreti. Sul tema delle basi militari, così cruciale, lo scudo costituzionale è stato ed è del tutto inefficace.

Ogni installazione militare è una base se è riconoscibile ed è fisicamente isolata dal contesto urbano o rurale in cui si trova, mediante muri, barriere, reticolati, torrette ecc.
Vine precisa che «in alcuni casi un’installazione generalmente indicata come una singola base, per esempio la base aerea di Aviano in Italia, è in realtà composta da più siti di base – nel caso di Aviano, almeno otto. Contare ogni sito della base ha senso perché i siti con lo stesso nome si trovano spesso in luoghi geograficamente diversi. Gli otto siti di Aviano si trovano in zone diverse della città. In genere, inoltre, ogni sito di base riflette distinti stanziamenti del denaro dei contribuenti da parte del Congresso». Per minimizzare il numero delle basi, le autorità militari italiane aggregano alla base principale le sue cosiddette “pertinenze”, sorvolando sul fatto che ciascuna pertinenza ha un proprio e distinto impatto sul territorio e sulla comunità locale più prossima, per consumo di suolo agricolo, peso delle infrastrutture urbanistiche, inquinamento acustico e dell’aria, incremento del traffico veicolare, rischio di coinvolgimento in incendi e esplosioni (molto spesso i siti secondari sono polveriere e depositi di munizioni o di carburante).

 

Le fonti statunitensi
Nell’inventario dei siti militari, pubblicato ogni anno dal Segretario alla difesa degli Stati Uniti, troviamo ciò che il Pentagono considera “di proprietà federale” sotto un profilo meramente immobiliare. L’ultimo inventario pubblicato è aggiornato al 30 settembre 2023, e riporta per l’Italia 33 U.S. sites principali più 14 minori. Nel quadro complessivo della proiezione militare americana nel mondo, l’Italia si conferma come paese strategicamente importante per gli Stati Uniti, che vi mantengono installazioni militari per più di 13,3 miliardi di dollari, ma non importante quanto il Giappone (175 miliardi di $), la Germania (50 miliardi) o la Corea del Sud (48 miliardi). Circa un quarto dell’investimento militare in Italia si deve all’Air Force, il restante 75% è diviso quasi alla pari tra US Navy ed Esercito (non ci sono basi dei Marines in Italia).

 

Le maggiori basi Nato in Italia

La base italiana più importante è quella aerea di Aviano, la più estesa con i suoi 5,5 milioni di m², in cui il Pentagono ha investito 3,3 miliardi di dollari. Dei sette annessi alla base principale citati da Vine, uno (l’Air Force Housing Annex 5) è geograficamente sparso, costituito dai 13 immobili in affitto per le residenze del personale posti in un raggio di 15 minuti dalla base. Gli uffici e il quartier generale, il deposito munizioni e il magazzino manutenzioni occupano tre annessi separati, in tutto 34 edifici di proprietà federale, un quarto è alle porte di Pordenone per gestire i piccoli commerci privati dei militari. La base operativa vera e propria consiste in 188 edifici (il 40% in proprietà), 250.000 m² coperti su un’area complessiva di 5 milioni di m², compresa un’“area Nato” con doppia recinzione di sicurezza che racchiude 12 protective aircraft shelters (ricoveri corazzati dei jet), dotati di caveau sotterranei per lo stoccaggio delle bombe nucleari. Com’è noto, anche la “condivisione nucleare” – cioè il dispiegamento di ordigni atomici americani anche in paesi che, come l’Italia, si sono impegnati a non dotarsi dell’arma atomica – fa parte delle decisioni a senso unico prese molto tempo fa a Washington, e accettate in segreto a Roma. A Roma, invece, si è deciso pubblicamente (in Parlamento) di non firmare il Trattato sulla messa al bando delle armi atomiche decisione recentemente ribadita dal governo col rifiuto di richiedere lo statuto di ‘osservatore’ del trattato entrato in vigore nel 2021.
Seconda per dimensione è “base Vicenza”, che è una base dell’esercito americano composta di sei annessi, tre di grandi dimensioni. La caserma Ederle (600.000 m²) e la caserma Del Din (580.000 m²) sono in città, distanti tra loro 7-8 km, nel complesso 284 immobili di proprietà federale per un controvalore a inventario di oltre 2,4 miliardi di dollari. A circa 10 km dalla Ederle si trova il Site Pluto di Longare, già deposito di testate nucleari (gli americani preferivano l’eufemismo special weapons) scavato sotto i Colli Berici, di recente riqualificato dall’amministrazione militare Usa per ospitare un moderno centro di intelligence militare. Si aggiungono un family housing da 800 milioni di $ (il 70% in affitto), più un’altra area in città di 1,2 milioni di m² quasi interamente in affitto, e infine un’area di stoccaggio di 2.500 m², probabilmente il deposito munizioni “(#7) Usa Setaf – Id 6666” di Tormeno sottoposto a servitù militare, recentemente prorogata dal 2021 al 2026.
Collegata a “base Vicenza” perché appartenente alla stessa “guarnigione”, Camp Darby è la più storica delle basi americane in Italia, dal momento che risale al luglio 1944 l’accampamento militare nella Tenuta di Tombolo, tra Pisa e Livorno, poi trasformato in insediamento stabile nel 1951, con un accordo bilaterale tra Italia e Stati Uniti la cui scadenza rimane segreta. Oggi, su una superficie di mille ettari, in parte utilizzata anche dalle nostre forze armate (in un sito interforze si conservano le scorie del reattore nucleare sperimentale “Galileo Galilei” spento nel 1980), si trova il più grande deposito di materiale e munizioni che gli Stati Uniti mantengono in Europa, ottimamente servito dal vicino porto di Livorno – che è il porto italiano più coinvolto nel traffico militare insieme a La Spezia – collegato alla base via ferrovia e via acqua attraverso il Canale Navicelli, e dal confinante aeroporto di Pisa San Giusto. È di fatto un gigantesco terminale logistico multimodale, costantemente rifornito dai cargo di bandiera americana che sbarcano e reimbarcano armi, missili, bombe e munizioni di ogni tipo, carri armati, mezzi corazzati, cannoni, veicoli leggeri e pesanti, cingolati, ponti mobili, ospedali da campo e ambulanze, carburanti, razioni alimentari, materiali da costruzione e da barriera, pezzi di ricambio ecc. Su una superficie formalmente italiana, l’esercito americano ha costruito 328 edifici per quasi 200.000 m² che considera propri, in cui lavorano 1.500-2.000 persone.

La presenza della Us Navy in Italia poggia su due possenti pilastri: da una parte nell’area napoletana sono collocati i comandi della VI Flotta; dall’altra, la base di Sigonella, in provincia di Catania, è l’insediamento operativo più prossimo alle aree di crisi di Nordafrica e Medioriente.

Quando si parla di comandi, per un’armata aero-navale presente in tutti i mari del pianeta, si parla di strutture di comunicazione intercontinentali, di aeroporti e di flotte aeree, di squadre navali e di porti attrezzati. A Napoli c’è tutto questo nei due siti del Nsa Naval Support Activity, Capodichino (230.000 m² in proprietà) e Gricignano di Aversa (oltre 900.000 m², gran parte in locazione), valore complessivo di circa 2,5 miliardi di dollari. In quello di Lago Patria, frazione di San Giugliano in Campania, hanno sede la Ncts Naval Computer and Telecommunications Station e l’Allied Joint Force Command. A un centinaio di chilometri da Napoli, il distaccamento Nsa di Gaeta ospita e supporta la «Uss Mount Whitney», l’ammiraglia della VI Flotta che è anche nave comando per le forze di attacco e supporto navali della Nato, con base proprio nel porto di Gaeta.

La base aeronavale di Sigonella occupa cinque distinti siti, complessivamente per quattro milioni e mezzo di m², di cui 280.000 m² coperti sono di proprietà federale. Il primo è Nas 2 Sigonella, la maggiore base aeronavale operativa del Mediterraneo, fondamentale per il supporto logistico e la rotazione del personale imbarcato, nonché centro di lancio e controllo dei grandi droni di sorveglianza Triton; il sito ospita anche la nuova Ncts Naval Computer and Telecommunications Station – Sicily che supporta le comunicazioni critiche per Usa, Nato e coalizioni militari. Vi sono poi: Nas 1 Support Area, l’ex Villaggio Nato, nucleo originario della base costruito a partire dagli anni Cinquanta ma divenuto troppo piccolo e da cui molte funzioni sono migrate a Nas 2, che dista una ventina di minuti d’auto; Nrtf Naval Radio Transmitter Facility – Niscemi, il grande “campo” delle antenne Muos inserito nella rete satellitare mondiale delle comunicazioni navali; Nas Sigonella Belpasso Housing, un grande villaggio di 530 villette, costruite nei primi anni Duemila da Impresa Pizzarotti di Parma, che ne cura affittanza e manutenzione; e infine Nato Ordnance Facility, il deposito di stoccaggio e manutenzione delle munizioni costruito negli anni Sessanta, in corso di ammodernamento (investimento di 72 milioni di dollari per quattro box in cemento armato per bombe ad alto potenziale).

Il rifornimento di carburanti a navi e sottomarini americani è garantito dalla base di Augusta, a una cinquantina di chilometri da Sigonella. Molte manovre Nato antisommergibile si sono svolte nel poligono marittimo di Pachino, al largo della Sicilia sudorientale.

 

Le basi excelsior, eccellenza italiana

Un filo rosso, un elemento comune collega le basi maggiori elencate sopra: la grandiosità dell’accommodation, in uno stile smaccatamente “americano” che sicuramente è lo standard di tutte le installazioni militari Usa, in patria e all’estero. Prendiamo il caso della cittadella di Gricignano, 800.000 m² affittati dal Pentagono per trent’anni per ospitare 995 alloggi residenziali, un complesso scolastico per 1.500 studenti (21.000 m²), un centro commerciale (50.000 m²), un centro comunitario con hotel da 100 camere, chiesa, biblioteca e palestra, un edificio residenziale da 10.000 m² e undici edifici di servizio (telefono, centro tv-radiofonico, manutenzione ufficio, magazzino, bowling, cinema, vigili del fuoco, garage ecc.). Solo il nuovo ospedale (85.000 m²) inaugurato nel 2002 è stato acquisito come proprietà federale, su espressa domanda del Pentagono.

All’interno di ogni grande base, ogni militare ha diritto alla camera individuale con servizi e cucina, anche se normalmente pranza nelle “mense Italia” o in un fast food americano in franchising. Per gli acquisti personali ha a disposizione numerose shoppettes dove trova dal dentifricio agli accessori per fucile, i liquori, le sigarette ecc. I centri sportivi che offrono campi da baseball, softball, basket, tennis, soccer ecc. sono spesso appartati, mentre sono di solito posizionate al centro della base le palestre fitness e le piscine (elegante il restyling di quella di Camp Ederle, ricoperta di vetrate foto- termoisolanti). Onnipresenti i centri Exchange (anche chiamati PX, Post Exchange) dove americani e locali compra-vendono auto, moto, elettrodomestici e altri beni durevoli.

L’ampia offerta di servizi mira a mantenere i familiari del personale militare all’interno del perimetro di sicurezza della base o dei villaggi residenziali loro riservati. Ma l’amministrazione militare, attraverso un apposito ufficio del “tempo libero”, gestisce anche ampi spazi verdi esterni. A Gaeta ufficiali e marinai hanno a disposizione i due ettari e mezzo dell’Olde Mill Inn Park, molto prossimo al porto. Per rimanere nell’area napoletana, a Pozzuoli c’è il gigantesco Carney Park, un centro sportivo-ricreativo di ben 43 ettari, con campo da golf, campi da tennis e una cinquantina di edifici dedicati a sport e relax, il tutto edificato all’interno della caldera del Campiglione, nei Campi Flegrei, nella parte settentrionale del vulcano Gauro (un vulcano attivo…). Caso unico in Europa, i militari di stanza a Camp Darby e i familiari hanno avuto a loro disposizione per sessant’anni un tratto della spiaggia di Marina di Pisa, ancora oggi noto come American Beach, restituito al Comune di Pisa dal 2015.

 

L’impatto sul territorio delle basi americane

Come suggeriscono recenti ricerche, sintetizzate nell’articolo “L’impatto degli eserciti e del settore militare sulla crisi climatica” di Pietro Malesani su Altreconomia (8 aprile 2024), l’impatto sull’ambiente delle basi e dell’attività militare è estremamente negativo. In Italia non ci sembra che qualcuno se ne sia occupato, sinora. Come primo approccio, si potrebbe calcolare la carbon footprint del sistema delle basi militari straniere in Italia, o anche solo dell’impatto sul traffico locale degli spostamenti infra ed extra-urbani creati dalle grandi basi. A Vicenza si calcola che siano 16.000 persone, tra militari e civili, che vivono, lavorano e si muovono tra le diverse pertinenze della base. Prima dei recenti ampliamenti, i comandi Usaf stimavano che ogni giorno per le proprie necessità la base di Aviano creava un traffico stradale di 5.000 veicoli.

 

Siamo terreno di logistica militare USA?

Fiumi di inchiostro, invece, sono stati spesi per valutare il valore politico e di politica internazionale che le basi hanno rappresentato e rappresentano oggi. È anche per noi indubbio che sono una delle tante manifestazione del hard power riservato dagli Stati Uniti ai loro “alleati” in tutto il mondo, un’esibizione muscolare ed economica dell’abissale differenza tra l’estensione e il peso degli interessi americani, a confronto di ciò a cui può ambire anche un paese come l’Italia.

Tuttavia, fino alla svolta degli anni Novanta l’intento difensivo dell’occupazione americana poteva essere considerato plausibile ed effettivo, al di là delle ossessioni tipiche della Guerra fredda circa una possibile invasione sovietica, e senza entrare qui nella sfera delle “interferenze” più direttamente politiche nella vita e nella storia del Paese, vedi solo ad esempio i “casi” Mattei e Moro. Fino a un certo momento, la presenza stabile di militari USA/Nato ha comportato frequentemente una catena di comando double key italo-americana, anche se in definitiva dipendente dalle decisioni del Pentagono. All’interno della Nato, di nuclear sharing non si è mai ufficialmente parlato prima del 2010, ma di fatto l’Italia aveva accettato di ospitare sul suo territorio le bombe atomiche americane già dal gennaio 1962, firmando il memorandum segreto Atomic Stockpile Agreement 28. Anzi, quel passo era stato preceduto dal dispiegamento sul campo, in collaborazione con l’Aeronautica Militare, di dodici basi di lancio dei missili anti-missile Mim-14 Nike Hercules, situate quasi tutte in Veneto, di cui sette abilitate all’impiego di ordigni nucleari. Queste basi rimarranno operative tra i primi anni Sessanta e il 1998, e inquadrate nella 1a Brigata aerea Intercettori Teleguidati. La loro collocazione geografica, le attrezzature fisse e mobili (piattaforme di lancio, radar di acquisizione e inseguimento bersaglio, ovviamente missili e testate, ecc.), gli obiettivi di addestramento da raggiungere perché ciascuna base ottenesse la “qualifica Nike”: tutto ciò era deciso dal Supremo comando alleato, e messo in pratica sotto la supervisione di ispettori e tecnici militari americani, ai quali – precisava il memorandum – nelle caserme italiane si dovevano garantire gli abituali standard americani di alloggio e alimentazione.

Tuttavia il personale operativo delle basi Nike era composto da ufficiali di carriera e avieri di leva italiani, per alcuni anni regolarmente inviati negli Stati Uniti a svolgere i corsi di addestramento (a Fort Bliss, Texas, in lingua inglese) e le esercitazioni di tiro (nel poligono Mc Gregor, New Mexico). Dopo il 1962, il programma Nike divenne ufficiale, l’addestramento venne spostato in Italia, nella Scuola missili dell’Aeronautica di Montichiari e nel poligono di tiro di Salto di Quirra in Sardegna, sempre sotto l’attento controllo degli ispettori Usa.

La rete Nike rispondeva direttamente ai comandi Usa/Nato di Verona. In caso di attacco, i comandi si sarebbero spostati in “basi segrete” sotterranee a prova di attacco nucleare e chimico. Se ne conoscono due, nomi in codice “West Star” e “Back Yard”. Situata nei pressi di Affi, in provincia di Verona, West Star è stata centro telecomunicazioni e controllo per tutte le esercitazioni Nato dal 1966 al 2007; poteva ospitare fino a 500 persone nei suoi 13.000 m² di bunker antiatomici sotterranei, su tre livelli. Back Yard ne era la replica in scala minore, 6.000 m² su un solo livello, ricavati in parte dalle gallerie della vecchia miniera di Grezzana, altro comune in provincia di Verona, e sarebbe entrata in azione nel caso West Star fosse fuori uso. Anche le esercitazioni nei bunker si svolgevano sotto la supervisione statunitense ma con personale tecnico-operativo italiano.

Tutta la rete Nike e i bunker segreti sono ancora ben rintracciabili sul territorio, con diversi livelli di degrado e abbandono. In qualche caso le comunità locali progettano di farne musei della Guerra fredda o spazi sociali organizzati fruibili dagli abitanti, e un paio sono già utilizzati per eventi pubblici estivi (per chi volesse approfondire può consultare il libro reso disponibile online Bella Italia armate sponde. Guida dettagliata alla presenza militare in Italia, a cura del dipartimento Pace di Democrazia proletaria). Dopo gli anni Novanta, con il capovolgimento degli obiettivi strategici della Nato – da baluardo contro un’ipotetica invasione sovietica ad alfiere dei valori occidentali in tutti i teatri di crisi, a partire dalle guerre jugoslave – anche il ruolo delle basi americane in Italia è cambiato. Oggi il territorio italiano è una piattaforma per intraprendere operazioni militari decise a Washington e Bruxelles, a cui talvolta le forze armate italiane neppure partecipano, se non come ausilio logistico (si pensi ai voli “segreti” nei primi giorni del marzo 2022, compiuti da C-130J Hercules dell’Aeronautica militare, per armare l’Ucraina attraverso la Polonia).

Con il XXI secolo, si è avviata la rapida dismissione delle basi double key, che la fine della Guerra fredda aveva reso obsolete, in una fase in cui inoltre le forze armate italiane stavano passando dalla coscrizione obbligatoria al reclutamento volontario, dall’esercito di popolo all’esercito professionale.

Da parte loro, le ultime sei amministrazioni americane hanno investito fortemente nelle basi maggiori – quelle che abbiamo analizzato sopra e poche altre (Ghedi, San Vito dei Normanni) – e oggi si sta pensando anche di riutilizzare alcune basi dismesse (come La Maddalena, restituita nel 2007).
Oggi la presenza militare in Italia è molto più utile al mantenimento dell’egemonia degli Stati Uniti che alla difesa dello spazio europeo da pericoli esterni; ancor meno è utile a garantire un’autodifesa dell’Europa unita, che Oltreatlantico hanno sempre visto come insidioso competitor economico che approfitta dell’ombrello militare pagato dai contribuenti americani.

 

I primi risultati dell’inchiesta

In internet sono reperibili numerosissimi elenchi di basi americane in Italia, identici e semplicemente copiati senza alcun controllo delle fonti. Secondo le nostre ricerche si tratta essenzialmente di una sola fonte, definita “riservata” e riferibile all’ambiente militare. La nostra verifica è partita in ogni caso da quegli elenchi, pubblicati in rete, da cui si possono ricavare i primi dati.

Le basi americane in Italia sono almeno una cinquantina, come ci confermano i documenti ufficiali statunitensi. Anche ammettendo che siano tutte su territorio giuridicamente italiano, sarà ben difficile – nel caso di un processo di dismissione unilaterale, che al momento non ci sembra neppure ipotizzabile – non riconoscerne il valore immobiliare messo a inventario dal Dipartimento della difesa.

Abbiamo constatato che una decina di basi segnalate dagli elenchi in rete non sono reperibili o sono doppioni di basi esistenti o esistite. Gli elenchi in rete indicano la presenza di un altro centinaio di siti, di cui circa quaranta sono basi dismesse, come abbiamo già potuto constatare.

Rimane da compiere la verifica delle rimanenti sessanta basi, e da mettere in campo un accurato esame del materiale già raccolto, e che metteremo a disposizione di ricercatori e gruppi di lavoro locale, di cui auspichiamo l’organizzazione. Una seria ricerca dovrebbe prendere in considerazione anche altre infrastrutture concesse in uso agli Stati Uniti e/o alla Nato, ad esempio i depositi e le stazioni di pompaggio dell’oleodotto Pol-Nato per jet fuel, che collega il terminale marino della Spezia con le basi aeree del Nordest. Da approfondire anche la non casuale contiguità tra alcune basi militari (ad esempio Cameri, Salto di Quirra) e alcuni impianti industriali di Leonardo.

Pensiamo che avere un quadro chiaro, nel metodo e nella raccolta delle informazioni, sia una precondizione necessaria per valutare l’impatto economico e ambientale delle basi straniere in Italia, che deve dunque precedere – al contrario di quanto fatto sinora – la discussione sul loro mantenimento o ridimensionamento o chiusura e di cosa possa eventualmente sostituirle, in un quadro di difesa europea tutto da costruire.

Il lavoro più impegnativo comincia ora.

da qui

Una mobilitazione “oceanica” contro la guerra - Marco Revelli

Quanto è accaduto  la mattina del 28 febbraio, con l’attacco di Israele e degli Stati Uniti all’Iran, da una parte conferma la nostra peggiore diagnosi, da tempo maturata, sul carattere criminale dell’apparato di potere che governa l’Occidente: un grumo di umanità perversa, preda della propria patologica volontà di potenza e dominato dal mito della forza come unico strumento per regolare i rapporti politici interni e internazionali. Gente disponibile a qualsiasi atrocità, fino al genocidio, per perseguire i propri obiettivi di dominio. Su questo avevamo le idee chiare, da quando siamo entrati appunto nell’epoca della guerra infinita al confine dell’Europa e dello sterminio sistematico a Gaza.

Ma il 28 febbraio ha segnato per molti versi un’ulteriore svolta, un salto di qualità e di quantità, introducendoci in un universo dichiaratamente distopico: assolutizzando la dimensione nichilista – nel senso dell’annichilimento, della predisposizione alla nullificazione di tutto ciò che resta di umano – presente finora in sospensione, come orizzonte possibile, ma da ora precipitato in realtà in atto. In immagini, che scorrono sugli schermi televisivi, e non sono fiction, a testimonianza dell’inedita mancanza di limiti degli psicopatici al potere, non più contenuti da nulla di tutto ciò che finora aveva tentato di costruire un qualche schermo protettivo a garanzia della sopravvivenza del genere umano: quella cosa che si chiama Civiltà.

Questa aggressione è spudorata, perché non può giustificarsi in nessun modo né con un’aggressione subita, né con una minaccia reale in atto (l’argomento dell’atomica iraniana è una balla a cui nessuno può credere, l’argomento della ferocia della dittatura di Teheran non è ammissibile da parte di chi si è appena macchiato del crimine di genocidio, e continua a perpetrarlo): è una pura esibizione, da parte di chi ha (o crede di averne) la FORZA, di poter fare tutto ciò che vuole per il solo e semplice fatto di avere i mezzi di distruzione che glielo permettono. Si presenta nella sua assoluta nudità, senza nemmeno uno straccio di giustificazione, senza neppure avvertire il bisogno di coprire la propria impudenza con un velo di ipocrisia, con l’ostentazione compiaciuta del capobranco primordiale, che fa tutto quello che i suoi muscoli gli permettono di fare, secondo la logica primigenia dell’ordalia. Ma anche, dobbiamo aggiungere, senza nemmeno una traccia di preoccupazione che ciò che fanno possa mettere a rischio la loro stressa sopravvivenza: l’aver scelto di destabilizzare alle radici un’area cruciale del pianeta con esiti imprevedibili  ma sicuramente tali da portare delle minacce gravissime all’intera umanità – l’ aver appiccato il fuoco a una polveriera di dimensioni globali con totale indifferenza verso i possibili esiti catastrofici, come ha perfettamente denunciato il  leader spagnolo Pedro Sanchez – la dice lunga sul grado estremo della loro irresponsabilità. E anche, possiamo aggiungere, della loro disperazione, nella consapevolezza che le contraddizioni mortali in cui il sistema da loro costruito nell’ultimo trentennio all’insegna del paradigma ultra-liberista non sono più controllabili con mezzi convenzionali: mostrano per l’intero Occidente e in primo luogo per la potenza imperiale che lo guida, un irreversibile declino da cui – così s’illudono – solo la guerra può salvarli o definitivamente seppellirli all’insegna del barbarico grido “muoia Sansone con tutti i filistei”.

Tutto ciò significa che ognuno di noi, oggi, è chiamato in causa. E minacciato direttamente fin nella più intima individualità. Perché nella loro marcia dissennata verso l’abisso, entreranno brutalmente nelle nostre vite, le renderanno più difficili dal punto di vista materiale (inflazione crescente, energia carente, servizi tagliati, diseguaglianze alle stelle), e più asservite da quello come dire? “morale, rendendo sempre più difficile il dissenso, l’informazione libera, l’opinione non allineata, il pensiero ribelle. Non facciamoci illusioni, non si fermeranno di fronte a nulla, Costituzioni, diritti individuali, libertà tradizionalmente conclamate. Spacceranno per verità le menzogne, e per menzogna le verità (già lo vediamo all’opera questo meccanismo leggendo i giornali mainstream e guardando i telegiornali). Renderanno condizione normale lo stato d’eccezione, come accade appunto quando lo spirito della guerra occupa in modo totalitario una società. Non è una prospettiva futura, è già in parte pratica quotidiana a cui, con una sistematica “ginnastica d’obbedienza”, per dirla con De André, ci stanno già assuefacendo.

Purtroppo non ci sono rimedi credibili a questa malattia mortale che ci minaccia, nel repertorio degli strumenti consueti della politica: non nelle Cancellerie degli Stati, negli estenuati Parlamenti, nei discorsi e nelle prese di posizione di partiti sempre più disertati e spesso disertori rispetto alle proprie storie, ma nemmeno nelle Agenzie internazionali, le Nazioni Unite derise dai belligeranti, l’Unione Europea irriconoscibile a se stessa nella sua metamorfosi regressiva, le stesse potenze ostili o presunte ostili agli aggressori (Cina, Russia), che se per sciagura entrassero in campo per contrastarli, non farebbero che aggiungere distruzione a distruzione, pericolo a pericolo per l’incapacità degli Stati a emanciparsi dall’idea della forza militare come ultima istanza. Se un’”entità” ci può salvare, non può che essere qualcosa di straordinario. Qualcosa mai visto prima. Un movimento di insubordinazione dal basso, un’insorgenza universale e trasversale dei popoli, che sappia mettersi in mezzo tra questi poteri criminali e i corpi dell’umanità, i nostri corpi, le nostre possibilità di sopravvivenza. Un gigantesco movimento di opposizione e di rivolta senz’armi (perché disperatamente “contro le armi”).

Noi nei nostri dibattiti continuiamo a dire che occorre mettere in campo un movimento di massa. E facciamo anche molte cose in questa direzione: organizziamo cortei e presidi, flash mob e sit-in, iniziative d’ogni tipo in un’infinità di luoghi, e non è mica sbagliato. Anzi è giusto e sacrosanto. Ma, dobbiamo dircelo, non è sufficiente. Un “movimento di massa”, nel senso in cui l’abbiamo inteso finora, non basta più. Non è all’altezza della sfida – estrema – che ci incalza. Occorrerebbe un “movimento oceanico” (non trovo un termine diverso per esprimere il concetto). Cosa intendo col termine oceanico?  Intendo qualcosa di molto simile a quello che è accaduto in alcuni momenti anche recenti, pensiamo al 22 settembre, pensiamo ai primi giorni di ottobre quando le piazze e le strade si sono riempite non solo di una folla in cammino, cortei e presidi, ma di una marea di persone, molte delle quali nuove alle manifestazioni di piazza, che hanno reso quelle folle strabordanti. Non c’erano strade, non c’erano piazze che potessero contenere quella marea che straripava da ogni parte e cancellava tutte le distinzioni tra i partecipanti e anche tra i luoghi in cui si manifestava. Ecco: c’è bisogno di un movimento di questo tipo, che circondi e sommerga le casematte del potere, che faccia sentire accerchiati i luoghi da cui si illudono di comandare e le figure che quei poteri incarnano; circondati da una umanità che dal basso pretende di essere ascoltata e dice no, che dice fermatevi! La nuda vita che in quanto tale, in difesa della propria sopravvivenza, prende la parola e si fa soggetto costituente. Questo è ciò che intendo per “movimento oceanico”: un’onda di piena che sommerga ogni espressione di quel potere gravido di morte facendone sentire ogni interprete, in qualunque comparto del “sistema” si trovi (politico istituzionale, mediatico, economico, militare scolastico), assediato ed estraneo ai propri stessi popoli.

Fenomeni di questo tipo non si costruiscono nelle sedi d’organizzazione, e nemmeno nei nostri dibattiti (per interessanti che siano), nei nostri discorsi (sia pur ispirati), nei nostri convegni (anche quelli meglio frequentati). Continuiamo a ripetere che dobbiamo “costruire” un movimento di massa e un movimento di massa può effettivamente “essere costruito”, certo. Lo facciamo costantemente convocando cortei, assemblee, manifestazioni, scioperi più o meno di nicchia, insomma contribuendo alla mobilitazione di massa in determinate occasioni meglio se attraverso la tessitura di reti ampie di realtà organizzate. Ma un “movimento oceanico” è un’altra cosa. Non “viene costruito”, ma si dà, quando si forma per accumulazioni successive e spesso sotterranee un’ondata anomala, e questo accade per una serie di variabili, di linee e anche di momenti che nessuno è in grado, da solo o anche in rete con altri, di costruire. Avviene perché a un certo punto il sentimento collettivo comune trasversale è tale che fa sì che le persone non possano più stare chiuse in casa. Questo è successo per Gaza, anche se ci sono voluti due anni perché maturasse questa consapevolezza: che ciò che accade è talmente atroce che per mantenere il rispetto di me, non posso stare inerte, non posso stare alla finestra. Deve crearsi una situazione di questo tipo: una condizione di contesto in cui una miriade di molecole individuali maturano contemporaneamente un sentimento comune che impone loro la necessità di fondersi in un noi capace di interpretare quella necessità impellente, e tradurla in dimensione pubblica. Poi, naturalmente, è necessario un detonatore, un innesco, che faccia precipitare quell’entità gassosa in forma solida (in corpi che manifestano insieme in uno spazio riappropriato). Per le manifestazioni di settembre e di ottobre l’innesco è stata la Flotilla. Un fenomeno, credo, da cui dobbiamo imparare tanto.

Cosa è stata la Flotilla? Decine e decine di barche di tutti i paesi, con a bordo delle persone che mettevano in gioco la propria pelle, la propria esistenza, i propri corpi. Donne e uomini disarmati, radicalmente e programmaticamente disarmati, che  andavano ad affrontare l’esercito più feroce del mondo (perché l’esercito di Israele questo è, una macchina assassina), portando alimenti e medicine, le componenti elementari della vita nuda. Che veleggiassero così, con questo spirito e con queste modalità, verso la linea di impatto, ha generato quella miscela, quel miracolo, che poi è si è materializzato nelle piazze. Pensiamo alle parole del portuale di Genova, che rappresentava l’idealtipo del mondo del lavoro e delle sue virtù, e che dalla banchina del porto (un altro simbolo forte dell’internazionalismo storico) dice: “Se toccate qualcuno della Flotilla blocchiamo tutto!”. Quelle parole semplici, che però toccano ognuno e sono comprensibili, anch’esse hanno contribuito a innescare quel fenomeno dirompente che si è manifestato nelle piazze.

Un movimento oceanico si va costruendo esattamente così: in modo lenticolare, crescendo prima sotto traccia, su sé stesso, e richiede a un certo punto qualcosa (e qualcuno) che grazie a una qualche forma di intelligenza istintiva, di creatività o di intuizione, faccia la cosa giusta che funzioni da scintilla. Gli uomini del potere lo sanno benissimo (sono orrendamente cinici ma non necessariamente stupidi, hanno studiato le proteste assai di più dei loro stessi protagonisti). E infatti si sono mossi, per sigillare tutti gli spazi di possibile aggregazione, per neutralizzare tutte le figure di possibile riferimento, per diffamare tutte le ragioni delle proteste, e stendere intorno a loro un cordone sanitario. Torino da questo punto di vista è esemplare: la persecuzione dell’Imam di San Salvario, la brutale chiusura dell’Aska (si veda la nostra “Talpa”  su “Askatasuna come metafora“), l’occupazione militare di interi rioni, nella cornice di un’ossessiva enfatizzazione mediatica del tema della sicurezza, sono i tasselli di un  progetto organico di normalizzazione forzata che ha nel Ministero dell’interno la propria cabina di regia e nel ministro Piantedosi il proprio regista.

In questo contesto, quello che noi possiamo fare – noi forze di opposizione, forze antagonistiche, noi che non vogliamo arrenderci a una deriva in sé letale – è preparare le precondizioni, affinché quella scintilla scoppi. Disseminare informazione, legami, aggregazioni, presidi, conferenze, lavoro nelle scuole e così via, perché questa folla oceanica possa avere dentro di sé gli elementi di conoscenza necessari, in condizioni di oscuramento e asservimento dell’informazione. E poi quello che dobbiamo fare è evitare gli errori. Evitare le cose che danneggiano, anzi sabotano invece l’aggregazione di questa miscela e la sua trasformazione in movimento di piazza. Tutto ciò che l’ostacola con i settarismi, con le pretese di egemonismo, con l’arroganza d’avanguardia. E con la pratica della violenza. La carta vincente della Flotilla – l’ho detto – è stata la sua pratica, anche in situazioni estreme, di una rigorosa non-violenza. Questo ha scatenato dal punto di vista anche emotivo l’identificazione. Mentre basta poco, un gesto fuori luogo, un gruppo d’incappucciati, un po’ di vetrine in frantumi, un’aggressione o anche solo un comportamento inutilmente aggressivo per spezzare la magia dello “stato di folla” e ricacciare i più nel proprio solitario privato.

Da questo punto di vista la giornata torinese del 31 gennaio è stata esemplare. Per tutte le prime ore, tante, di quel pomeriggio di primavera precoce la folla sterminata, 50.000 persone si è detto, che si è presa pacificamente le vie e le piazze della città in opposizione allo sgombero di Askatasuna, si è avvicinata molto al concetto di “movimento oceanico”, per il senso di tranquilla forza che comunicava, per la sua trasversalità sia generazionale (c’erano tutte le classi d’età, dagli adolescenti ai ritornanti degli anni Sessanta e Settanta) che sociale e politica, dai centro sociali ai sindacati di base, alle organizzazioni della sinistra storica e meno storica, tutti uniti dall’unica volontà di difendere il diritto al dissenso e all’opposizione antagonistica. Non tutti identificati con tutta la storia di Aska e con le sue posizioni politiche, ma tutti determinati a difendere quella scintilla di ribellione che avevano interpretato. Una straordinaria vittoria di tutti, che seppelliva sotto la propria onda, ridicolizzandoli, i tentativi di instaurare in città un clima da caserma. Vittoria che è stata sciaguratamente ribaltata in quelle due ore di violenza che hanno caratterizzato l’ultima parte della giornata, e che hanno tradito sentimenti e intenzioni della grande maggioranza dei manifestanti, lasciandoli disperdere con un senso di sconfitta che non sarà facile ricuperare in futuro. Il passaggio dall’oceano al pantano dietro casa il passo è stato istantaneo. Sarebbe bene che tutti ci riflettessero.

da qui

lunedì 16 marzo 2026

Dove non mi hai portata. Mia madre, un caso di cronaca - Maria Grazia Calandrone

una bambina di otto mesi viene lasciata in un parco di Roma, appena viene trovata i genitori si allontanano e vanno incontro al loro destino.

quello che sorprende del libro è la ricerca, come in un noir, che la bambina lasciata nel parco, autrice del libro, come Pollicino,  racconta la vita della madre, Lucia Galante, seguendo le tracce del suo passaggio sulla terra, e ricostruendo quello che manca, in maniera verosimile e convincente.

non c'era il divorzio allora e le donne potevano parlare solo perchè avevano la voce.

qualche anno dopo le cose sono migliorate, ma ormai troppo tardi per Lucia e Giuseppe, braccati dalla legge (allora una legge di merda).

memoria viva, e dolorosa, Maria Grazia Calandrone scrive un libro imperdibile.

ps: se qualcuno ha letto L'arminuta, di Donatella Di Pietrantonio, troverà che la protagonista, Adriana, e Lucia sono due bambine gemelle, e capirà quanto sia vera la frase di Fabrizio De André "dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior",



 

Un libro che trascende i generi letterari. Non è prosa, non è poesia, non è un giallo, non è una biografia. È vita. Pura vita. Un libro da leggere e rileggere.

da qui

 

Come una detective, Maria Grazia Calandrone ricostruisce la sequenza dei movimenti di Lucia e Giuseppe, enumera gli oggetti abbandonati dietro di loro, s’informa sul tempo che impiega un corpo per morire in acqua e sul funzionamento delle poste nel 1965, per capire quando e dove i suoi genitori abbiano spedito la lettera a l’Unità in cui spiegavano con poche parole il loro gesto. Dopo Splendi come vita, in cui l’autrice affrontava il difficile rapporto con la madre adottiva, Dove non mi hai portata esplora un nodo se possibile ancora più intimo e complesso. Indagando la storia dei genitori grazie agli articoli di cronaca dell’epoca, Calandrone fa emergere il ritratto di un’Italia stanca di guerra ma non di regole coercitive. Un Paese che ha spinto una donna forte e vitale a sentirsi smarrita e senza vie di fuga. Fino a pagare con la vita la sua scelta d’amore.

https://www.newitalianbooks.it/it/dove-non-mi-hai-portata-mia-madre-un-caso-di-cronaca/

 

Ma all’orizzonte c’è Giuseppe, l’amore vero e l’amore passionale. Travolto dalla passione per Lucia, Giuseppe si dimentica di moglie e figli, perché Lucia per lui è il primo, vero amore. Una moglie vergine di un altro che non la merita perché non riesce nemmeno a toccarla. Questa convinzione lo lega sempre più a Lucia Galante che presto darà alla luce la loro bambina, Maria Grazia.

Giuseppe, per non mettere la giovane Lucia in una posizione di scandalo per lei insostenibile, la porta con sé a Milano. È la fuga di due innamorati, ma anche un gesto disperato.
La grande città non fornisce più occasioni di lavoro come una volta. Lontani dal paese, i due muoiono letteralmente di fame con i pochi lavori a giornata che Giuseppe riesce a rimediare. Il viaggio dei due amanti si trasforma infine in un’odissea, da Milano a Roma in una peregrinazione senza requie. La scrittrice dà conto delle inique leggi dell’epoca in materia di divorzio e intreccia parecchi scenari per dare contezza di un finale estremo: l’abbandono della bambina, che è poi lei, Maria Grazia. Nulla tuttavia sarà lasciato al caso, perché l’intento di Giuseppe e Lucia è quello di promettere alla piccola una nuova vita, una vita migliore della loro.

I genitori capiscono che la bambina non può vivere in quella casa dove manca tutto, quindi decidono di lasciarla in un posto dove non passa troppa gente, ma non è nemmeno isolato: accanto alle imponenti colonne di Villa Borghese. La decisione estrema di Giuseppe e Lucia è frutto della mancanza di cibo e di conforto, ma soprattutto della scarsità di leggi e tutele. A ucciderli è la stanchezza di non trovare un proprio posto nel mondo.
Ma il finale è in fondo una promessa di futuro e la parte più intensa di un libro che è bellezza pura, perché dentro c’è tutto: la vita e la morte. Ci siamo anche noi lettori in questa poesia in prosa.

https://www.sololibri.net/Dove-non-mi-hai-portata-Maria-Grazia-Calandrone.html

 

 

 

 

Mia madre, un caso di cronaca   podcast

https://www.raiplaysound.it/programmi/miamadreuncasodicronaca

L’Iran punta a scacciare gli Stati Uniti dal Medio Oriente

 

domenica 15 marzo 2026

Israele sta conducendo un olocausto a Gaza. La denazificazione è la nostra unica soluzione - Orly Noy

 

La mortale Supremazia Etnica insita nella società israeliana affonda le sue radici più in profondità di Netanyahu, Ben Gvir e Smotrich. Deve essere affrontata alla radice.

La città di Gaza è avvolta dalle fiamme, mentre l’esercito israeliano intraprende la sua offensiva terrestre a lungo minacciata dopo settimane di incessanti bombardamenti. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, già sottoposto a un mandato di arresto internazionale per sospetto di Crimini Contro l’Umanità, ha descritto quest’ultimo assalto come un'”operazione intensificata”. Vi esorto a guardare le immagini in diretta da Gaza e a capire cosa significa veramente questo eufemismo.

Guardate negli occhi le persone in preda a un terrore senza pari, persino nei momenti più bui di questo Genocidio durato due anni. Osservate le file di bambini coperti di cenere che giacciono sul pavimento intriso di sangue di quello che un tempo era un centro medico, alcuni a malapena vivi, altri che piangono di dolore e paura, mentre mani disperate cercano di confortarli o di curarli con le poche scorte mediche rimaste. Ascoltate le urla delle famiglie in fuga senza un posto dove rifugiarsi. Osservate i genitori che setacciano l’inferno alla ricerca dei loro figli; arti che sporgono da sotto le macerie; un paramedico che culla una bambina immobile, implorandola invano di aprire gli occhi.

Ciò che Israele sta facendo a Gaza non è il tragico sottoprodotto di eventi caotici sul campo, ma un atto di annientamento ben calcolato, eseguito a sangue freddo dall'”esercito del popolo”, ovvero i padri, i figli, i fratelli e i vicini di noi israeliani.

Com’è possibile che, nonostante le crescenti testimonianze dai Campi di Concentramento e Sterminio di Gaza, nessun movimento di massa per il rifiuto abbia preso piede in Israele? Che dopo due anni di questa Carneficina solo una manciata di obiettori di coscienza si trovi in ​​prigione è davvero inconcepibile. Persino i cosiddetti “rifiutatori grigi”, soldati riservisti che non si oppongono alla guerra per motivi ideologici, ma sono semplicemente esausti e ne mettono in discussione lo scopo, rimangono troppo pochi per rallentare la Macchina della Morte, figuriamoci per fermarla.

Chi sono queste anime obbedienti che mantengono in funzione questo sistema? Come può una società così profondamente divisa, tra religiosi e laici, coloni e progressisti, kibbutznik e cittadini, immigrati veterani e nuovi arrivati, unirsi solo nella volontà di Massacrare i palestinesi senza un attimo di esitazione?

Negli ultimi 23 mesi, la società israeliana ha tessuto una rete infinita di menzogne ​​per giustificare e consentire la distruzione di Gaza, non solo al mondo, ma soprattutto a se stessa. La principale tra queste è l’affermazione che gli ostaggi possano essere liberati solo attraverso la pressione militare. Eppure, coloro che eseguono gli ordini dell’esercito, scatenando la Morte di Massa su Gaza, lo fanno ben sapendo che potrebbero uccidere gli ostaggi nel farlo. Il bombardamento indiscriminato di ospedali, scuole e quartieri residenziali, unito a questo disprezzo per la vita degli israeliani tenuti prigionieri, dimostra il vero obiettivo della guerra: l’annientamento totale della popolazione civile di Gaza.

Israele sta scatenando un Olocausto a Gaza, e non può essere liquidato come la volontà dei soli attuali dirigenti fascisti del Paese. Questo orrore è più profondo di Netanyahu, Ben Gvir e Smotrich. Ciò a cui stiamo assistendo è la fase finale della Nazificazione della società israeliana.

Il compito urgente ora è porre fine a questo Olocausto. Ma fermarlo è solo il primo passo. Se la società israeliana vuole tornare a far parte dell’Umanità, deve intraprendere un profondo processo di denazificazione.

Una volta che la polvere della morte si sarà depositata, dovremo tornare sui nostri passi fino alla Nakba, alle espulsioni di massa, ai Massacri, alle confische di terre, alle leggi razziali e all’ideologia di una Supremazia intrinseca che ha normalizzato il disprezzo per i nativi di questa terra e il furto delle loro vite, proprietà, dignità e del futuro dei loro figli. Solo affrontando questo Meccanismo Mortale insito nella nostra società potremo iniziare a sradicarlo.

Questo processo di denazificazione deve iniziare ora, e inizia con il rifiuto. Rifiuto non solo di prendere parte attiva alla distruzione di Gaza, ma di indossare l’uniforme, indipendentemente dal grado o dal ruolo. Rifiuto di rimanere ignoranti. Rifiuto di essere ciechi. Rifiuto di tacere. Per i genitori, è un dovere necessario proteggere la prossima generazione dal diventare autori di Crimini di Guerra e Crimini Contro l’Umanità.

La denazificazione deve anche includere il riconoscimento che ciò che è stato non può rimanere. Non basterà semplicemente sostituire l’attuale governo. Dobbiamo abbandonare il mito del carattere “ebraico e democratico” di Israele, un paradosso la cui morsa ferrea ha contribuito ad aprire la strada alla catastrofe in cui siamo ora immersi.

Questo inganno deve finire con la chiara consapevolezza che restano solo due strade: o uno Stato Ebraico, Messianico e Genocida, o uno Stato veramente democratico per tutti i suoi cittadini.

L’Olocausto di Gaza è stato reso possibile dall’adesione alla logica Etno-Suprematista insita nel Sionismo. Pertanto, è necessario affermarlo chiaramente: il Sionismo, in tutte le sue forme, non può essere ripulito dalla macchia di questo Crimine. Bisogna porvi fine.

La denazificazione sarà lunga e totalizzante, e toccherà ogni aspetto della nostra vita collettiva. Probabilmente sacrificheremo altre generazioni, sia vittime che carnefici, prima che questo flagello sia completamente sradicato. Ma il processo deve iniziare ora, con il rifiuto di commettere gli orrori che si verificano quotidianamente a Gaza e il rifiuto di lasciarli passare per normali.

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto      

https://www.invictapalestina.org/archives/58328#more-58328

La competenza dell’idraulico e quella del cittadino - Francesco Coniglione

Affideresti a un letterato la riparazione del tubo della cucina che perde? Ovviamente no, si risponderebbe in coro: chiameremmo un idraulico. E per farla più sofisticata, ci rivolgeremmo a un semplice muratore per progettare una diga? No, ovviamente, a un ingegnere, e che sia specializzato in idraulica o in costruzioni consimili. Di tale tenore sono le argomentazioni che da sempre ogni reazionario/conservatore ha utilizzato per delegittimare la democrazia e affermare che devono essere solo i “competenti” a decidere.

Qualcosa di simile accade oggi ogni qualvolta si debba decidere per una specifica riforma o per delle misure di politica economica che – a dire degli “specialisti” – richiedono specifiche conoscenze e che quindi non possono essere abbandonate al mutevole orientarsi del popolo ignorante. Si rimproverano i non “competenti” di assumere posizioni ideologiche e di contro si riportano le opinioni “lucide” di “competentissimi” esponenti del diritto, della politica, dell’economia, della scienza, pensando così di poter portare l’incompetente dalla propria parte. Ma purtroppo di competenti ne esistono a bizzeffe, sia pro che contro una certa misura, come è accaduto innumerevoli volte e accade tuttora: è il caso del Covid19, del problema del riscaldamento terrestre, dell’economia green, del conflitto in Ucraina, del referendum e così via sia, sicché l’utilizzazione dell’argomento ex autoritate risulta in fin dei conti inefficace e serve solo a corroborare le convinzioni di coloro che sono già convinti e che si nutrono a una sola fonte della Verità, di solito quella del mainstream, che è diffusa da “autorevoli” mass-media e giornalisti; le altre voci nemmeno raggiungono la soglia della percezione collettiva: sono troppo flebili, seguite da nicchie limitate di “credenti” e per di più accusate di essere tutte ideologiche.

Ma c’è una considerazione più di fondo da fare; sta tutta nella risposta data da Protagora a chi gli obiettava che per fare politica ci vogliono i competenti (che per Platone erano i filosofi, in quanto possessori della visione delle Idee). Egli narra un mito secondo il quale Zeus mandò Ermete a portare agli uomini il rispetto e la giustizia, in modo da fondare legami e città. Alla domanda di Ermete sul modo in cui debba distribuire tali beni – se come fatto con le altre arti (medica ecc.) sicché un solo uomo è sufficiente a molti, oppure se debba darle a tutte – Zeus rispose: «A tutti quanti. Che tutti quanti ne partecipano, perché non potrebbero sorgere Città, se solamente pochi uomini ne partecipassero, così come avviene per le altre arti» (Platone, Protagora, 322a-d). Così – conclude Protagora – gli ateniesi non accettano che chiunque possa intervenire quando si tratti di deliberare nell’arte di costruire ecc., ma, invece, «quando si radunano in assemblea per questioni che riguardano la virtù politica, e si deve procedere quindi esclusivamente secondo giustizia e temperanza, è naturale che essi accettino il consiglio di chiunque, convinti che tutti, di necessità, partecipano di questa virtù, altrimenti non esisterebbero Città» (ib., 322e-323a).

Qui v’è uno punto centrale del pensiero democratico: la competenza può essere invocata solo quando si tratta di argomenti circoscritti. Si chiama un idraulico per riparare una perdita nel bagno; ma non ci sono “idraulici” o analoghi “competenti” quando invece si tratta di decidere su questioni generali concernenti il futuro della città o il suo ordinamento: in questo caso tutti sono chiamati ad esprimersi e ciascuno lo fa – e di conseguenza decide – in base alla propria visione del mondo, al modo in cui crede si debba convivere, a ciò che è a suo avviso più giusto o a cosa sia la virtù. Non v’è alcun “tecnico” o “competente” che sia in grado di decidere su queste questioni, perché esse riguardano “forma di vita” che gli uomini vogliono adottare e questa deriva, a sua volta, da convincimenti profondi di natura etica, religiosa, spirituale, come anche da concreti interessi da difendere. Il tecnico può, semmai, intervenire dopo, quando si tratta di trovare la strada migliore per realizzare i fini e le scelte che si è democraticamente e collettivamente deciso di perseguire; e anche in questo caso ci sono ampi margini di oscillazione perché non sempre i “competenti” sono d’accordo sulle medesime strategie: basta dare un’occhiata a cosa accade con gli economisti, con i climatologi, con i “politologi” (ammesso che questa sia una scienza e non qualcosa di più che opinioni colte) o gli “esperti in affari internazionali”.

Ammettiamo (ma non concediamo) che in astratto esista una “competenza” univoca sul modo di pervenire ad un certo risultato; il problema non è così affatto risolto, ma semplicemente si sposta: chi è abbastanza competente da scegliere il “vero” competente atto a far meglio conseguire il fine che ci si propone? È questa una decisione che spetta alla volontà popolare? O spetta alla politica? Una società ha di solito delle consolidate pratiche e percorsi per selezionare i propri “esperti”: in una società tribale, sarà lo stregone, che ha acquisito il proprio ruolo in modo indipendente e precedente al problema che gli si chiede di affrontare; in una società evoluta e complessa ci sono sistemi che selezionano a monte le persone più competenti nei vari settori, come le università, le accademie, gli istituti di ricerca; e tra esse ci sono coloro che per la loro eccellenza occupano un posto di rilevo e di prestigio; e – facendo la tara delle nomine taroccate e del nepotismo di vario genere – sono costoro a dare la maggiore affidabilità quando si tratta di affrontare un problema. Tra essi vanno scelti ovviamente coloro che risultano coerenti con i fini che la società ha deciso di porsi: se si opta per un sistema sanitario nazionale, pubblico ed egualitario, non si sceglie l’“esperto” convinto nella bontà del sistema privato, concorrenziale e basato sulle assicurazioni.

Cosa rimane allora in potestà del comune cittadino? Non certo quella di scegliere il competente (non ne sarebbe capace), ma piuttosto quella di eleggere come suoi rappresentati i politici e gli amministratori più coerenti con la visione del mondo a lui più rispondente; per poi aspettarsi (e sperare) che costoro e il partito politico di appartenenza scelgano tra gli “esperti” quelli in grado di realizzare il progetto politico di cui sono portatori e affidatari. Affinché ciò sia possibile è necessario che le persone siano consapevoli e formate, nel corso del loro processo di acquisizione della cittadinanza, sulle diverse opzioni politiche e ideali esistenti; e poi, soprattutto, che ci siano partiti politici che di tali opzioni di fondo si facciano interpreti, così come accadeva nella prima repubblica, con Democrazia Cristiana, Partito comunista, Partito liberale e così via. Oggi si dice che questi erano partiti “ideologici”, dando a questo termine un’accezione negativa, quasi fosse una sorta di pervertimento del lucido intelletto e non piuttosto quell’orientamento ideale, quell’orizzonte di senso all’interno del quale ciascuno si colloca e nel quale ciascun partito dovrebbe trovare la propria ragion d’essere (ho argomentato altrove sull’importanza di una visione positiva dell’ideologia). In caso contrario si avrebbero aggregazioni politiche prive di ogni cemento ideale, assembramenti di opportunisti dediti alla propria affermazione personale e pronti a cambiar casacca non appena ritengano più conveniente l’approdo ad altro lido. Appunto come accade oggi.

La scelta del comune cittadino, dunque, non può che essere “ideologica”: nell’impossibilità di stabilire, personalmente e con le proprie competenze e conoscenze, la sostanza tecnica di una questione, non gli resta che affidarsi a quelle forze che corrispondono meglio ai suoi ideali. È allora in gran parte inutile argomentare con minute considerazioni specialistiche a favore di una opzione o dell’altra (è questo il caso dell’attuale referendum sulla giustizia). Risultano invece decisive le domande che ciascuno deve porre a sé stesso (e di conseguenza lo stile con cui si argomenta pubblicamente): a che scopo una certa compagine politica sostiene una certa riforma da lei proposta? Quale concezione complessiva del mondo essa esprime ed è questa congruente con i miei ideali, col mio senso di umanità, con la visione della società da me posseduta, con l’orientamento spirituale da me condiviso, a loro volta frutto delle mie esperienze passate, della mia esperienza di vita, dell’acquisizione della mia cultura? Se la risposta è positiva, allora si voti pure per la riforma proposta; se invece la risposta è negativa, allora la decisione di votare contro è altrettanto e pienamente motivata.

da qui