martedì 30 giugno 2026

Il Vaticano contro l’Europa: “Doppi standard sui conflitti” - Alessia Grossi

Un j’accuse sfuggito quasi a tutti. Dai media internazionali fino ai diretti interessati. Eppure l’occasione era quella più unica che rara del concistoro straordinario dei cardinali convocato da papa Leone XIV per esaminare quella che Prevost ha definito “la cultura del potere” globale che alimenta i conflitti moderni e aprire così una riflessione su come la Chiesa dovrebbe rispondere.

Ebbene, è successo giovedì, ancora prima dell’apertura dei lavori da parte del Pontefice, che tanto scalpore ha suscitato con le sue parole di attacco allo stesso concetto di “guerra giusta”, a detta di Leone invocata troppo spesso per giustificare azioni militari, è accaduto un altro fatto. Esordendo alla conferenza a porte chiuse, il prefetto del dicastero vaticano per la Dottrina della fede (l’ex Sant’Uffizio), Víctor Manuel Fernández, ha scagliato l’accusa più diretta all’Unione europea. Secondo il presule ‘argentino, l’Ue è rea di applicare il diritto internazionale in modo selettivo, legittimando alcune invasioni militari e derubricandone altre a sottocategorie.

Secondo Fernández, custode dell’ortodossia della Chiesa cattolica, i governi applicano sempre più spesso i principi morali e giuridici in base alla convenienza politica piuttosto che a standard universali. La notizia – rilanciata ieri da Politico, il giornale di Bruxelles – anche solo per questo acquista il potenziale di uno scontro diplomatico, dopo quello che già il Pontefice ha innescato a distanza con il vicepresidente Usa, JD Vance, utilizzatore finale proprio del concetto di “guerra giusta” contro l’Iran attaccato dal papa al Concistoro. “Se un Paese è nemico, viene condannato come antidemocratico e sanzionato in vari modi; ma se è un alleato, il fatto che manchi di libertà di espressione, diritti umani o democrazia viene ignorato”, ha denunciato ancora Fernández nel suo discorso iniziale ai cardinali rivolgendosi all’Europa “incoerente in politica estera”. “L’Unione europea, infatti, impone sanzioni economiche a un Paese e invia aiuti finanziari e armi a un altro; eppure non fa lo stesso di fronte ad altre invasioni, persino più gravi, con conseguenze ancora più brutali per intere popolazioni”, ha aggiunto il prefetto. Impossibile non vedere nel primo caso la guerra russo-ucraina e nel secondo gli attacchi di Israele a Gaza e ai Paesi circostanti e quelli di Usa&Israele all’Iran. Per Fernández in questo modo “le contraddizioni suggeriscono che, in pratica, le preoccupazioni si riducono agli interessi politici ed economici delle diverse regioni del mondo” e che “non esiste più un quadro di verità e di valori reale e stabile”. Fernández cita la Russia, gli Stati Uniti e altre potenze che si affidano a generiche rivendicazioni di autodifesa per giustificare interventi militari dall’Ucraina al Medio Oriente, in un’accusa molto puntuale al quadro attuale e lo fa di fronte ai cardinali di tutto il mondo.

L’altra notizia è che a quanto risulta, le osservazioni di Prevost hanno trovato riscontro nel collegio cardinalizio mondiale, e, secondo Politico, al termine dei colloqui il Vaticano ha fatto sapere, in una sintesi delle discussioni, che “molti” dei gruppi di lavoro cardinalizi concordavano sulla necessità di andare oltre la dottrina tradizionale della guerra giusta. Dibattito che anche secondo fonti vaticane non si è esaurito, ma continuerà. Il Papa nel discorso conclusivo infatti ha rilanciato, facendolo proprio, “l’appello unanime che è salito da questo Concistoro”, così da propagarlo ai vescovi, alle Chiese, a tutti i popoli della terra: Dio desidera la pace per ogni nazione e per ogni popolo. Per questo non dobbiamo rassegnarci alla violenza. La violenza non avrà l’ultima parola”. Non a caso, papa Leone ha anche ricevuto in udienza nella stessa settimana del Concistoro non solo Fernández, ma anche monsignor Visvaldas Kulbokas, arcivescovo titolare di Martana, Nunzio Apostolico in Ucraina. È tornato invece a invocare una “pace disarmata e disarmante” di bergogliana memoria, ieri il ministro degli Esteri del Vaticano, Paul Richard Gallagher, che ha presieduto una messa nella cattedrale di Kaunas, in Lituania.

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La vittoria di Prosfygika: dopo una lotta fra la vita e la morte

 

Prosfygika, Aristotelis Chantzis ricoverato dopo 138 giorni di sciopero della fame

da Osservatorio Repressione



Pesa appena 35 chili, non riesce più a stare in piedi e ha difficoltà a parlare. Mentre la sua vita è appesa a un filo, Amnesty International, l’ONU e il Parlamento europeo chiedono di fermare lo sgombero della storica comunità autogestita di Atene.

C’è un uomo che sta morendo nel cuore dell’Europa. Si chiama Aristotelis Chantzis, vive nella comunità autogestita di Prosfygika, ad Atene, e da 138 giorni rifiuta il cibo per impedire che quattrocento persone vengano cacciate dalle loro case. Il 22 giugno è stato ricoverato d’urgenza all’ospedale Georgios Gennimatas dopo aver manifestato gravi sintomi neurologici.

Le sue condizioni sono drammatiche. Pesa appena 35 chilogrammi, ha perso il 44% del proprio peso corporeo, presenta un indice di massa corporea di 13,3, soffre di edemi agli arti inferiori, non riesce più a stare in piedi e ha difficoltà a parlare. Nei giorni precedenti il suo stato di salute era precipitato: episodi di ipotensione, tachicardia, forti vertigini, disturbi del sonno, anomalie elettrocardiografiche che possono provocare aritmie fatali, problemi neurologici e metabolici, ipoglicemia, alterazioni epatiche e sintomi compatibili con la denutrizione estrema.

Il gruppo di medici solidali che lo segue non usa mezzi termini: ogni ventiquattro ore che passano aumentano i rischi cardiovascolari e metabolici e le complicazioni potenzialmente mortali. Eppure Aristotelis non intende interrompere lo sciopero della fame finché le richieste della comunità non saranno accolte. A rendere ancora più inquietante la vicenda è quanto accaduto al suo arrivo in ospedale. Secondo quanto denunciato dalla comunità di Prosfygika, i neurologi di turno avrebbero inizialmente rifiutato di visitarlo, mentre alla polizia sarebbe stato consentito di entrare nel reparto di emergenza. Una situazione definita “inaccettabile” dagli abitanti del quartiere, che si sono immediatamente radunati davanti all’ospedale in segno di solidarietà.

Dietro questo corpo consumato dalla fame c’è una battaglia che riguarda molto più di un singolo quartiere di Atene.

Prosfygika è un complesso di edilizia popolare costruito nel 1933 per ospitare i profughi dell’Asia Minore. Negli ultimi quindici anni, dopo decenni di abbandono da parte dello Stato greco, è diventato una delle più importanti esperienze di autogestione e mutualismo del Mediterraneo. Oggi ospita oltre quattrocento persone: rifugiati, migranti, famiglie a basso reddito, anziani, persone con patologie croniche, donne e più di cinquanta bambini. La comunità ha costruito ventidue strutture sociali autorganizzate dedicate alla distribuzione del cibo, all’assistenza sanitaria, all’infanzia, all’istruzione e al sostegno alle donne. Vi sono una farmacia sociale, spazi educativi, cucine solidali, una biblioteca e persino alloggi per pazienti oncologici e i loro familiari.

Tutto questo rischia di essere cancellato.

Nel giugno 2025 la Regione dell’Attica ha approvato un accordo per la “ristrutturazione” di quattro blocchi abitativi di Prosfygika, inizialmente finanziato con fondi europei e successivamente sostenuto da risorse regionali. Il progetto prevede, però, lo sgombero dell’intera comunità. I residenti denunciano che il piano descrive gli edifici come “vuoti”, cancellando deliberatamente l’esistenza delle centinaia di persone che vi abitano. Nessuna garanzia concreta di rialloggio è stata presentata. Secondo gli abitanti e i giuristi che li sostengono, il progetto viola il diritto all’abitazione, il principio di non discriminazione, il diritto alla dignità e alla tutela della casa. Vengono inoltre contestate numerose irregolarità: dubbi sulla proprietà degli edifici, modifiche al piano originario, problemi nelle procedure di finanziamento e incompatibilità con i vincoli storici e architettonici del complesso, riconosciuto come monumento protetto per il suo valore storico e per l’architettura Bauhaus.

La vicenda ha ormai assunto una dimensione internazionale.

Amnesty International Grecia ha chiesto la sospensione immediata del piano di sgombero. Il Relatore Speciale delle Nazioni Unite sul diritto all’abitazione adeguata ha aperto un dossier sul caso. Il Consiglio comunale di Atene ha adottato una risoluzione per fermare la procedura di riqualificazione e avviare una consultazione pubblica. Quattro interrogazioni sono state già presentate al Parlamento greco e il Centro per i Diritti Umani dell’Università di Padova ha aperto uno studio formale sulla vicenda. Una delegazione di Prosfygika si è inoltre recata a Bruxelles, ottenendo il sostegno di oltre venti eurodeputati. Nonostante ciò, le autorità regionali hanno finora ignorato tutte le richieste di dialogo e si sono rifiutate persino di discutere la questione nel Consiglio regionale dell’Attica.

Le richieste degli scioperanti sono semplici e precise: revoca immediata del contratto di riqualificazione, garanzia che tutti i residenti possano restare nelle proprie case e riconoscimento del progetto di restauro autogestito elaborato dalla comunità stessa, senza utilizzare denaro pubblico per un’operazione che porterebbe alla sua distruzione.

La lotta di Aristotelis Chantzis e di Prosfygika parla all’intera Europa. Parla di cosa accade quando la rigenerazione urbana diventa sinonimo di espulsione sociale, quando le città vengono trasformate in spazi di rendita e chi costruisce solidarietà e mutualismo viene considerato un ostacolo da rimuovere.

Ma soprattutto pone una domanda politica e morale che non può più essere ignorata: quanta sofferenza e quanta vita umana sono disposte a sacrificare le istituzioni europee e greche per cancellare un’esperienza di autogestione che da anni offre casa, cura e dignità a centinaia di persone?

Mentre Aristotelis Chantzis lotta tra la vita e la morte in un letto d’ospedale, la risposta a questa domanda non può più essere rinviata.

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La vittoria di Prosfygika: dopo una lotta fra la vita e la morte

di Mikis Mavropulos e Comunità di Prosfygika Occupati

Negli ultimi 5 mesi, si è svolta una lotta sovrumana tra la vita e la morte, per difendere Prosfygika di via Alexandra dallo sgombero, dallo spostamento forzato e dallo smantellamento del più grande progetto autogestito di edilizia sociale, solidarietà e pubblica utilità in Grecia e in Europa.

In prima linea δι questa lotta ci sono stati il ​​compagno Aristotelis Chantzis (in sciopero della fame dal 5/2/2026) e la compagna Suzon Doppagne (in sciopero della fame dal 1/5/2026).

È una lotta che si è vinta fin dall’inizio, perché l’unica lotta persa è quella che non è mai stata combattuta. È una battaglia giusta, altruistica e collettiva, non solo per i circa 400 residenti di Prosfygika, ma per l’intera società. Per tutti noi. Per il diritto alla casa, la vita, la dignità, il diritto delle persone di organizzarsi, di auto-organizzarsi, di dare un senso alla propria vita-designare la propria vita in tempi bui.

Il Comune di Atene ha emanato la sua seconda decisione, che da un lato rappresenta una lapide per il piano Hardalia, già fallito sotto ogni aspetto – tecnico, politico, economico – e dall’altro copre in gran parte le nostre giuste ed evidenti rivendicazioni, in base alle proprie possibilità:

1. Ha chiesto alla Regione dell’Attica di sospendere l’attuazione della decisione di riqualificare la Comunità di Prosfygika, ad Atene, e, al contempo, alla Comunità di Prosfygika di interrompere lo sciopero della fame.

2. Ha riconosciuto la Comunità dei Prosfygika, da un lato, come entità autonoma e soggetto sociale collettivo e, dall’altro, come interlocutore alla pari con un ruolo decisivo in qualsiasi futuro sforzo di riabilitazione di Prosfygika.

3. Ha accettato che tutti i residenti di Prosfygika rimarranno nelle loro case e che, anche in caso di lavori di restauro, si trasferiranno all’interno del quartiere, accettando quindi il restauro parziale degli edifici che proponiamo.

Sulla base di quanto sopra, come Comunità, ieri, mercoledì 24 giugno, abbiamo discusso con gli scioperanti della fame Aristo e Suzon e abbiamo deciso collettivamente di sospendere lo sciopero della fame e di continuare la lotta parallela con altri mezzi, fino alla definitiva vittoria.

L’esito positivo della lotta finora e il soddisfacimento della maggior parte delle nostre richieste ci permettono di concludere lo sciopero della fame con successo e quindi di non rischiare di perdere due persone preziose per noi e per l’intera società, ma anche di non gravare con delle morti un movimento e gente che o non ha familiarità con le lotte di sacrificio o considera questa lotta già vinta.

PER PROFYGIKA – PER LA VITA – PER LA DIGNITÀ !

LA LOTTA CONTINUA !

O VINCEREMO O VINCEREMO !

Comunità di Profygika Occupati

Michele Mavropulos

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lunedì 29 giugno 2026

le verità scomode su Ilaria Alpi, Moby Prince, Uno Bianca e Garlasco - Luigi Grimaldi

 

ISRAELE E GLI ENORMI PROBLEMI CON LA VERITÀ - Lavinia Marchetti


Pochi giorni fa Tucker Carlson è stato intervistato da Udi Segal sul Canale 13, una delle principali reti televisive commerciali (di estrema destra) israeliane. Carlson non è un interlocutore facile né per la sinistra né per chi guarda con preoccupazione alla destra americana: è stato il volto di punta di Fox News, oggi conduce un proprio show molto seguito, e le sue posizioni su moltissimi temi restano lontane dalle mie e dal resto del mondo. Ma in quell’intervista ha detto cose che in Israele quasi nessuno osa più dire in prima serata. Ovvero che il paese ha ucciso migliaia di bambini a Gaza, che non si può parlare di democrazia quando milioni di persone vivono sotto il controllo di uno Stato in cui non hanno diritto di voto, che il sostegno americano rende Washington corresponsabile. La reazione è stata immediata e durissima con le ovvie accuse di antisemitismo, richieste di non dargli più spazio, indignazione trasversale.

Gideon Levy, su Haaretz, prova a spostare la discussione su un altro piano. Non si tratta di difendere Carlson o le sue idee nel loro complesso, ma di chiedersi quale singola affermazione, in quell’intervista, fosse falsa. E di prendere atto di quanto sia diventato intollerabile, dentro Israele, sentirsi restituire dall’esterno un’immagine non addomesticata di ciò che sta accadendo a Gaza, in Cisgiordania, nel sud del Libano.

Vale la pena leggerlo per intero.

OPINIONE • SU ISRAELE, GAZA E PALESTINA, IL CHIACCHIERONE TUCKER CARLSON HA DETTO SOLTANTO LA VERITÀ

GIDEON LEVY

23:20 • 20 maggio 2026, ora israeliana

Era da molto tempo che qui non andava in onda un’intervista simile: conteneva soltanto verità. Non c’è stata una sola parola detta da Tucker Carlson in una conversazione con Udi Segal di Canale 13 che non fosse vera. Era la verità distillata, uno specchio perfetto, ed è per questo che ha suscitato tanto clamore qui.

L’eloquente personalità dei media americani ha proposto un’agenda alternativa ai media israeliani: dire la verità; provateci, per una volta. La verità di Carlson è dolorosa, umiliante, opprimente, ma è la verità. È stata presentata come “un’intervista con il grande chiacchierone d’America”, con “l’antisemita che odia Israele”. Sui social media si gridava che non avrebbe dovuto essere intervistato. Avevano ragione. Sulle reti televisive israeliane non c’è posto per la verità, eppure Segal ha osato, purtroppo con una certa superflua aria di santimonia.

Che cosa c’era di falso in ciò che Carlson ha detto? È evidente che gli israeliani non hanno alcun diritto di parlare di altri regimi terroristici come l’Iran. Tucker ha detto a Segal che viveva in un paese che aveva recentemente assassinato migliaia di bambini. Che cosa c’era di sbagliato in questo? È evidente che Israele “non è una democrazia in alcun senso”, come ha detto Carlson. “Ci sono milioni di persone che vivono sotto il controllo israeliano e che non possono votare”.

Che diavolo c’era di inesatto in questo? Tucker ha detto che Israele aveva assassinato migliaia di bambini, allora perché lui, che lo aveva definito genocidio, doveva essere accusato? Che cosa c’era di antisemita in questo? Segal ha provato a usare il logoro pretesto dell’“autodifesa”, e Carlson gli ha ricordato che l’assassinio dei neonati non ha nulla a che vedere con questo.

Un solo momento di falsità è riuscito comunque a insinuarsi. È stato quando Segal, senza che gli tremasse un muscolo del volto, ha definito Israele “un paese democratico che rispetta il diritto internazionale”.

L’anno è il 2026. È difficile credere che esista ancora un intervistatore israeliano con una reputazione di integrità, uno che non sia un’autocompiaciuta come Yonit Levi o un artista come Danny Kushmaro, capace di osare una dichiarazione così infondata e ridicola. Forse stava scherzando? Non ci sono articoli del diritto internazionale che Israele non abbia violato.

Hai visto la Striscia di Gaza, Segal? Hai visitato la Cisgiordania? Forse la distruzione totale dei villaggi nel Libano meridionale è il tuo diritto internazionale? Forse lo sono i mille neonati che abbiamo ucciso a Gaza? La fame deliberata? Il trasferimento di popolazione? Gli insediamenti?

Gli spettatori saranno stati probabilmente felici di vedere Segal, tutto israeliano, “darle” a Carlson. Però questa intervista era troppo importante per essere trattata alla leggera o con scherno. Carlson ha piazzato davanti ai volti degli israeliani lo specchio definitivo, privo di trucco o luci morbide, senza menzogne o propaganda, senza fare sconti. Questo è il nostro aspetto, niente di diverso. Questo siamo. Israele è il paese più violento del mondo, ha detto Carlson.

Segal ha fatto versi di disapprovazione, scioccato. Dici sul serio?, ha chiesto, ferito nei sentimenti. Ovviamente Tucker dice sul serio. Molto più del suo intervistatore. Ci sono altri paesi che assassinano, ha detto Carlson, ma non esiste un altro paese che si vanti e vada fiero degli omicidi che commette come fa Israele.

Quando Carlson ha detto che gli Stati Uniti non dovrebbero avere alcun impegno verso Israele, e che il loro aiuto li rende complici dei crimini israeliani, Segal ha tirato fuori l’arma del giudizio finale. Anche se il prezzo fosse l’annientamento di Israele? Carlson non è caduto in questa trappola vittimistica.

Gaza è in rovina, il Libano meridionale è sotto occupazione, la Cisgiordania è sotto apartheid — e Israele sarebbe a rischio di annientamento? “Non voglio che Israele venga distrutto”, ha risposto.

Carlson potrà anche avere una bocca larga, ma è una bocca veritiera. Rappresenta una corrente nuova e pericolosa, ha detto Segal. Certo, una corrente nuova, anche se non necessariamente pericolosa. Vorrei che più israeliani lo ascoltassero. Questa corrente vuole un Israele diverso.

Ciò che è pericoloso è il fatto che gli israeliani vogliano il loro Israele attuale. Quello che spossessa milioni di persone dalle loro case, quello che uccide decine di migliaia di innocenti, cancellando città e villaggi dalla faccia della terra, mentre discrimina un quinto della propria popolazione.

E quando arriva qualcuno che resta indifferente a tutti i cliché mendaci, dicendo a noi e agli americani che l’imperatore che ha trascinato gli Stati Uniti in una pessima guerra con l’Iran è nudo, viene bollato come antisemita. Forse è un nazista? Grazie, Tucker Carlson.

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domenica 28 giugno 2026

Il canto del profeta - Paul Lynch

in un tempo uguale al nostro e in un mondo uguale al nostro, in Irlanda, succede che  il governo comincia ad arrestare gli oppositori, i presunti oppositori, e chi ha idee diverse dal consentito, adulti e giovanissimi.

è una cosa normale, uno scivolamento in un incubo, come per caso.

in realtà chi decide ha pianificato tutto e le persone sono in una morsa che si stringe sempre più, senza vie d'uscita, forse una, la resistenza armata.

non è fantascienza, è tutto terribilmente concreto e verosimile, basta provare a pensare come viene trattato, in questi anni, chi ha opinioni diverse sul covid19 e sulla guerra della Nato contro la Russia.

Eilish è una madre alla quale hanno prima sequestrato il marito e poi è una madre coraggio che protegge i suoi figli, contro tutto e tutti.

un libro da non perdere.

buona (inquietante) lettura.

 

 

Lynch usa la distopia per parlare del mondo che stiamo vivendo. Tutto ciò che accade, la guerra, la paura, la famiglia disgregata, lo sentiamo ogni giorno in tv, solo che non ci facciamo più caso. Un romanzo che resterà.

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Quando si parla di distopia, il primo esempio che viene in mente è sempre 1984 di George Orwell, considerato all’unanimità un grande classico del genere. La critica, difatti, ha considerato Il canto del profeta un «1984 irlandese», e c’è chi l’ha accostato anche a José Saramago, avendo in mente probabilmente Cecità. A differenza loro, però, Paul Lynch non immagina mondi alternativi con tecnologie avanzate o equilibri geopolitici stravolti, e non immagina nemmeno epidemie fantasiose che portano la società a collassare, bensì racconta il nostro tempo filtrato dalle ansie politiche e sociali del presente

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…«Il canto dei profeti non è altro che lo stesso canto sempre cantato nel corso del tempo, il profeta non canta la fine del mondo, ma quello che è stato e sarà fatto, quello che è fatto ad alcuni ma non ad altri, che il mondo finisce continuamente in un posto ma non in un altro e che la fine del mondo è sempre un evento locale, arriva nel vostro Paese e visita la vostra città e bussa alla porta della vostra casa mentre per altri diventa solo un vago avvertimento, un breve servizio al telegiornale, l’eco di avvenimenti che ormai sono diventati folklore».

In quest’opera di denuncia politica, Lynch immagina la possibilità di un futuro nefasto dove un regime di terrore possa imporsi in una città dell’Irlanda e che una guerra si dirami gradualmente fino ad arrivare a un punto di massima deflagrazione. L’autore tenta con successo di dimostrare, attraverso questa storia, come si è spesso sordi a preoccupanti avvisaglie e intimidazioni, immersi nella vita di tutti i giorni e troppo ottimisti dei capi che ci governano. Infatti, l’affermarsi di una dittatura può sembrare inizialmente improbabile a Eilish e a tutta la cittadina. Ma così non è. Con i poteri che il governo si arrogherà, i cittadini inizieranno a vivere nel terrore, sentendosi sempre più ingabbiati in un sistema diventato fortemente soppressivo, dove anche i colori che si indossano potrebbero rappresentare una provocazione nei confronti dello Stato…

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Paul Lynch con "Il canto del profeta" è stato prima finalista e poi vincitore del "Booker Prize" nel 2023. Spero che la sua profezia di decadenza non si avveri mai del tutto, ma il suo moto di ribellione arrivi. Questo libro mi ha fatta arrabbiare, riflettere e commuovere. I personaggi vedono sgretolarsi le proprie certezze, frantumarsi il proprio quotidiano, andare in pezzi il senso del bene comune e della libertà. La scrittura di Lynch rende perfettamente il precipitare nel buio, il senso d'oppressione, di crescente impotenza davanti al l'avanzare dell'autoritarismo, della più becera violenza espressa in molteplici forme di mortificazione di tutto ciò che concerne la vita umana. Un grido d'amore e dignità può però lacerare le tenebre. Concordo con Colum Mccan quando afferma che questo romanzo è capace di "scuotere il lettore nel profondo".

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Il canto del profeta è particolarmente adatto a raccontare il lento ma inesorabile cambiamento nella condizione psichica e fisica di Eilish per via del suo punto focale, centrato saldamente (salvo qualche paragrafo nelle prime pagine) sulla protagonista del libro, e fisso o sui suoi pensieri, le sue paure, i suoi sogni e ricordi, o su ciò che la circonda nell’immediato. Il mondo di Eilish è estremamente banale, diviso tra un lavoro d’ufficio e le tante, troppe responsabilità associate al suo ruolo di madre. L’impianto stilistico del romanzo, diviso in blocchi narrativi composti da lunghissimi paragrafi, trasmette l’inesorabile presenza di una quotidianità da cui è impossibile emergere o distaccarsi. Bisogna accompagnare a scuola i bambini. Manca sempre il latte: bisogna fare la spesa. C’è da tener d’occhio Bailey, che ha cominciato a bagnare il letto, e suo fratello Mark, che dalla scomparsa del padre si è chiuso in un silenzio carico di minaccia.

Questa insistenza sul quotidiano ottiene il devastante effetto di mostrare come l’intrusione del distopico nella nostra realtà non sia un processo distruttivo ed epocale, bensí qualcosa di silenzioso, sinistro, al quale è facile abituarsi. In un romanzo con passaggi di feroce brutalità, un aspetto che risulta particolarmente spaventoso e convincente è la determinazione di catturare proprio la banalità della vita della famiglia Stack, fatta di film al computer e lamentele per la mancanza di cioccolato in casa: l’orrore del collasso civile e sociale si sovrappone a visioni della vita spaventosamente familiari, risultando quindi particolarmente persuasivo. Nel passaggio forse più emblematico del romanzo, la narrazione riesce a unire quasi nello stesso fiato una riflessione sugli orrori ineluttabili della storia e una lamentela diretta a un ragazzo che ascolta la tecno dal telefonino a volume troppo alto.

È in questa determinazione a rammentarci la banalità del male che Il canto del profeta trova il proprio valore letterario, fuggendo alle trappole in cui spesso scade il genere distopico – un genere molto efficace nel dipingere la discesa di regimi liberali verso l’autoritarismo, glissando però spesso su come l’autoritarismo stesso si nutra delle ingiustizie ed ineguaglianze generate dai sistemi liberali. Le profezie di cui parla il titolo non riguardano un dato sistema politico, ma una più generale condizione umana. Queste profezie apocalittiche di sangue e violenza non si riferiscono infatti a più o meno immediate fini del mondo, ma a violenze tanto insensate quanto quotidiane che sono giù successe, continueranno a succedere, e che succedono tutt’ora in vari angoli del mondo. Le nazioni da stabili discendono nel caos; una guerra che sembrava improbabile o indicibile diventa in breve tempo mero intrattenimento per il resto del mondo. Quello che il romanzo di Lynch ci ricorda è che it can happen here,può accadere anche qui, non tanto per ricordarci (come se ce ne fosse bisogno) quanto permeabili al male siano le nostre civiltà, ma per trasmettere la semplice e luminosissima verità racchiusa nel cuore dell’arte narrativa: le vite più straordinarie, così come quelle devastate dai più indicibili orrori, sono in primis vite umane, e in quanto tali banali, tipiche e semplici. Esattamente come la nostra.

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…Tra le tante riflessioni che arrivano spontanee alla mente mentre si legge Il canto del profeta, quella su Eilish è forse la più costante. Lynch è riuscito a creare una protagonista unica, una moglie che deve affrontare la perdita del marito e, nel giro di poche settimane, anche una società improvvisamente ostile a lei e ai suoi figli. Si ritrova sola, allontana da tutti con un marchio di infamia appicciatole addosso proprio da quello Stato che dovrebbe proteggerla e che invece le punta contro un dito fatto di milizie armate.

Eilish sembra inerme di fronte ai cambiamenti che la travolgono e invece ci rendiamo presto conto che, al contrario, è salda come uno scoglio in mezzo al mare in burrasca. Pensa ai suoi figli che sono troppo piccoli per comprendere fino in fondo le sue decisioni e le si rivoltano contro, come se lei potesse qualcosa contro il buio che sta divorando l’Irlanda e la sua stessa famiglia. Eppure, Eilish non abbassa mai la testa…

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Roberto Bolaño e i suoi sorprendenti cani romantici

Cosa di Roberto Bolaño (1953-2003), che non sia già stato detto, scritto e stradetto? Niente, se non forse che oltre a un incredibile narratore è stato anche poeta, un grande poeta? Che si è sempre considerato poeta? Che in fondo I cani romantici, eccezionale libro di poesia, è forse la sua opera più sorprendente?

Proponiamo qui alcune poesie tratte da questo libro e tradotte da Francesco Marotta (1954-2025), poeta, intellettuale e traduttore che ha dedicato l’intera vita alla parola in “rivoluzione permanente” della poesia, la sola che scardina una lingua ormai anestetizzata da giornalisti, burocrazia, business-men, “social” e le restituisce la possibilità di essere un vero mezzo di scoperta e conoscenza. Sulla “Dimora del tempo sospeso”, uno dei blog di poesia più interessanti della rete italiana, potete trovare l’intera sua traduzione del libro. Buona rivoluzione.

***


I cani romantici

A quel tempo avevo venti anni
ed ero pazzo.
Avevo perduto un paese
ma mi ero costruito un sogno.
E possedendo quel sogno
tutto il resto non aveva importanza.
Né lavorare né pregare
né studiare fino a notte fonda
insieme ai cani romantici.
Quel sogno dimorava il vuoto del mio spirito.
Una casa in legno,
nella penombra,
in uno dei polmoni del tropico.
Di tanto in tanto ritornavo dentro me
e facevo visita al sogno: una statua eternata
in liquidi pensieri,
un verme bianco che si contorceva
come in amore.
Un amore senza freni.
Un sogno dentro un altro sogno.
L’incubo mi diceva: crescerai.
Lascerai dietro di te le immagini del dolore e del labirinto
e dimenticherai.
Ma a quel tempo crescere sarebbe stato un delitto.
Sono qui, dissi, insieme ai cani romantici
e qui intendo restare.

***

I detective

Ho sognato detective perduti nella città oscura.
Ho udito i loro gemiti, le loro nausee, la riservatezza
Delle loro fughe.
Ho sognato due pittori che non avevano ancora
quaranta anni quando Colombo
scoprì l’America:
uno classico, senza tempo, l’altro
sempre moderno,
come la merda.
Ho sognato una scia luminosa,
il sentiero dei serpenti
percorso in lungo e in largo
da detective
completamente disperati.
Ho sognato un caso difficile,
ho visto i corridoi pieni di sbirri,
i questionari a cui nessuno sa rispondere,
gli archivi infamanti,
e anche un detective
ritornare sul luogo del delitto
solo e tranquillo
come nei peggiori incubi:
l’ho visto sedersi per terra e fumare
in una camera da letto con sangue rappreso
mentre le lancette dell’orologio
viaggiavano fitte attraverso la notte
interminabile.

***

Resurrezione

La poesia entra nel sogno
come un palombaro in un lago.
La poesia, coraggiosa come nessun altro,
entra e cade
a piombo
in un lago immenso come Loch Ness
o torbido e nefasto come il lago Balaton.
Contemplatela dal fondo:
un palombaro
innocente
avvolto nelle piume
del volere.
La poesia entra nel sogno
come un palombaro morto
nell’occhio di dio.

***

Ernesto Cardenal e io

Stavo camminando, sudato e con i capelli appiccicati
sul viso
quando vidi Ernesto Cardenal che proveniva
dalla direzione opposta.
In segno di saluto gli dissi:
Padre, nel regno dei cieli
che è il comunismo,
c’è posto per gli omosessuali?
Sì, rispose.
E per i masturbatori impenitenti?
Per gli schiavi del sesso?
Per i giocherelloni del sesso?
Per i sadomasochisti, le puttane, i fanatici
dei clisteri,
per quelli che ormai non possono più, quelli che veramente
ormai non ce la fanno più?
E Cardenal rispose sì.
Allora alzai lo sguardo
e le nuvole mi parvero
lievi sorrisi rosei di gatti
mentre gli alberi che punteggiavano la collina
(la collina che dobbiamo scalare)
agitavano i rami.
Alberi selvatici, che sembravano dire
un giorno, prima o poi, dovrai pur venire
tra queste braccia morbide, tra queste braccia ruvide,
tra queste braccia fredde. Una freddezza vegetale
che ti farà rizzare i peli.

***

Roberto Bolaño (1953–2003) è stato uno scrittore e poeta cileno. Ha vissuto tra Cile, Messico e Spagna, dove ha scritto le sue opere principali. È noto per romanzi come I detective selvaggi e 2666. Il suo stile mescola realismo, poesia e sperimentazione narrativa.

Francesco Marotta (1954-2025) è stato poeta, traduttore e insegnante di filosofia. Ha tradotto autori come Bolaño, Celan e Bonnefoy. Tra le sue raccolte poetiche: Il verbo dei silenziEsilio di voceHairesis. Ha creato il blog letterario “La dimora del tempo sospeso”.

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