domenica 12 luglio 2026

Perché la Cina si è arricchita e l'India no?

 

A CHI CONVIENE CHE NON SI PARLI DI “LOTTA DI CLASSE”? - Lavinia Marchetti

 

Vi sono parole che non si possono più pronunciare senza provare il tipico senso di disagio dei nostri tempi, quasi avessimo paura di essere considerati anacronistici, o sentirci dare degli “idealisti”, peraltro senza che nessuno abbia la minima “idea” di che cosa significhi idealismo. La volta scorsa abbiamo parlato della parola “comunismo”, stavolta ce n’è un’altra, se possibile ancora più controversa, talmente controversa che non la sento nominare da anni: “lotta di classe”. Non la sento nominare e mai come oggi abbiamo “classi”. L’abbiamo seppellita con solennità alla caduta del Muro, e di nuovo quando ci hanno spiegato che eravamo diventati tutti “ceto medio”, piccoli azionisti di noi stessi, imprenditori della propria biografia. Eppure la parola ritorna, ostinata, come ritornano i morti a cui non è stata data giusta sepoltura. Ritorna nei magazzini della logistica dove il tempo si conta in secondi, si affaccia dagli appartamenti tenuti sfitti in attesa del rendimento, riappare nella cifra oscena per cui dodici uomini valgono, in denaro contante, quanto la metà povera dell’umanità, torna nella costante perdita di diritti, sul lavoro, nelle piazza e inesorabilmente torna quando per salvarci la vita dobbiamo pagare 800 euro per una tac e non li abbiamo. Questa è la “differenza di classe”. Non è niente di complicato.

Il Manifesto del 1848 esordiva appunto con uno spettro, e con una tesi che il tempo non ha smentito, «la storia di ogni società esistita fino a questo momento è storia di lotte di classi». Al di là dello slogan e oltre la sua caricatura, voglio prenderla sul serio questa frase, interrogandomi e interrogandovi, con lentezza, su che cosa significhi davvero lotta di classe, quali siano le classi che si fronteggiano dietro la scenografia dell’uguaglianza formale, e a chi giovi, con esattezza, che di tutto ciò si smetta di parlare. Un lettore, commentando il mio scritto sul comunismo, mi ha obiettato che la lotta di classe andrebbe archiviata perché seminerebbe odio. Anche molti studenti, dopo il mio intervento, mi hanno parlato dei dubbi che li assillavano davanti a questi termini che associano alle rivolte degli anni ‘60/’70 del secolo scorso, o addirittura, qualcuno, allo stalinismo.

CHE COS’È UNA CLASSE?

Vale la pena sciogliere per primo l’equivoco che avvelena tutto il resto. Nel parlare quotidiano una classe è una fascia di reddito, e distinguere il ricco dal povero non è diverso dal distinguere la prima dalla terza classe di un vagone. Marx intende qualcosa di assai più ficcante e di assai meno appariscente. La classe non è una quantità di denaro, è un “rapporto”, la posizione che un essere umano occupa nel congegno che produce la ricchezza, a seconda che possieda o non possieda i mezzi con cui quella ricchezza si fa. Il proprietario di fabbriche e di capitali vive del lavoro di altri; chi nulla possiede tranne le ore della propria giornata deve cederle a chi quei mezzi li detiene. Fra le due condizioni non corre una differenza di grado, corre una linea di dipendenza, e il salario, per quanto generoso, non la valica.

Lo storico Edward Thompson lo ha formulato meglio di chiunque, la classe è un accadimento, non una cosa; nasce quando degli uomini, attraversando esperienze comuni, avvertono e sanno nominare l’identità dei propri interessi contro altri uomini i cui interessi divergono dai loro. In questo senso una classe non si trova depositata in una statistica, accade in una relazione, e la si conosce soltanto nel movimento in cui si scopre e si oppone. Chi cerca le classi nel censimento non le troverà, come non si trova il vento fotografando l’aria.

Marx sapeva che la borghesia è la più rivoluzionaria fra le classi dominanti, la sola che non possa sopravvivere senza sovvertire di continuo le condizioni della propria esistenza, e la pagina in cui lo dice resta insuperata. «Il continuo rivoluzionamento della produzione, l’ininterrotto scuotimento di tutte le situazioni sociali, l’incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca dei borghesi. Si volatilizza tutto ciò che vi era di corporativo e di stabile, è profanata ogni cosa sacra, e gli uomini sono finalmente costretti a guardare con occhio disincantato la propria posizione e i propri reciproci rapporti». Un secolo e mezzo dopo abbiamo coniato la parola “precarietà” per dire la medesima cosa, e l’abbiamo perfino ribattezzata “flessibilità”, spacciando per libertà l’impossibilità di progettare un futuro. Ma, ehi, siamo tutti imprenditori di noi stessi.

LA LOTTA COME FATTO, NON COME ESORTAZIONE

Chi teme la lotta di classe immagina picche e forconi, la povertà che sfonda i portoni dei ricchi. Sarebbe più onesto osservare dove Marx la colloca, e cioè nel luogo più prosaico di tutti, la contrattazione sulla lunghezza della giornata di lavoro. Là si consuma, ininterrotto e legalissimo, lo scontro. Il capitalista ha comprato la forza-lavoro e vuole spremerne quante più ore riesce; il lavoratore l’ha venduta e vuole trattenerne quel tanto che gli lasci una vita. L’uno e l’altro hanno il diritto dalla propria parte, e in questo consiste il paradosso su cui Marx costruisce una delle sue pagine più fredde e più folgoranti.

«Si ha qui un’antinomia, diritto contro diritto, entrambi egualmente sanciti dalla legge dello scambio di merci. Ma fra eguali diritti decide la forza». La lotta di classe è annidata tutta in quel verbo: decide. Quando due pretese egualmente legittime si fronteggiano, a dirimere non è la ragione, è il rapporto di forza; e la storia della giornata lavorativa diventa perciò la storia di una guerra combattuta a colpi di scioperi e di leggi, «una lotta fra il capitalista collettivo, cioè la classe dei capitalisti, e l’operaio collettivo, cioè la classe dei lavoratori». Nessuna testa spaccata, semmai molti morti tra gli operai per mano della polizia e della “legge” (ovvero l’utile del più forte). Un braccio di ferro lungo un secolo attorno alle lancette di un orologio.

Si riporti la scena al presente, e la si troverà intatta. La giornata di otto ore, strappata in cent’anni di conflitti e sancita infine dalla legge, la stiamo restituendo al mittente quasi senza accorgercene. La reperibilità permanente ha cancellato il confine fra l’officina e la casa; la posta che arriva alle undici di sera e pretende una risposta; il lavoro a chiamata delle piattaforme ha reinventato il bracciante a giornata dell’Ottocento, con l’aggravante che oggi lo chiamiamo autonomo e gli facciamo pagare persino il mezzo con cui lavora. Che alcuni paesi abbiano dovuto legiferare un diritto alla disconnessione dice tutto sul nostro tempo, siamo tornati a combattere la battaglia che credevamo vinta nel 1919.

E come allora, la posta in gioco non si esaurisce nel denaro. Il giovane Marx aveva chiamato alienazione la condizione dell’uomo che, vendendo il proprio lavoro, si vende una parte di sé, e Marcello Musto ne ha ricomposto la teoria dispersa. Il prodotto, scriveva Marx, «esiste fuori di lui, indipendente, estraneo a lui, come una potenza indipendente di fronte a lui, e la vita, da lui data all’oggetto, lo confronta estranea e nemica». L’operaio è estraniato da ciò che fabbrica e dall’atto stesso di fabbricarlo, e quella recisione lo separa dalla propria natura di specie e dai suoi simili. Chi ha lavorato in un deposito dove un braccialetto elettronico misura la durata delle pause, o ha risposto per otto ore seguendo un copione che gli vieta perfino di essere cortese a modo suo, sa che l’alienazione non è una metafora ottocentesca, è la forzatura identitaria di una giornata qualunque.

LE CLASSI DI OGGI

Se la classe è un rapporto e non un ceto, la domanda giusta non è quanto denaro possiedi, semmai è: da quale lato del rapporto ti trovi. Sciolto il nodo, la mappa del presente si disegna da sé, per quanto camuffata. In cima siede una classe di proprietari che si è fatta insieme più esigua e più ricca, e che ha smesso da tempo di somigliare al fabbricante di ciminiere. Detiene finanza e piattaforme, marchi e soprattutto rendite, e la sua fortuna nasce dal possedere, non dal produrre, secondo la vecchia figura del rentier che Keynes sognava di veder tramontare e che invece è tornato a dettare legge. Il suo capitale lavora giorno e notte, mentre lui dorme.

In fondo alla scala si distende la moltitudine di chi, per vivere, deve vendere tempo, ed è oggi più composita di quanto Marx potesse prevedere. Vi convivono l’operaio della logistica e l’ingegnere del software licenziabile con un messaggio, distanti per reddito e per prestigio, e stretti dalla medesima nuda condizione, la mancanza di qualunque bene che frutti senza lavorare. In mezzo si dibatte un ceto medio angustiato, i quadri e i piccoli professionisti che impartiscono ordini ricevuti e ne rispondono ad altri, e che non per caso, come mostra la sociologia clinica, si ammalano d’ansia più della cima e della base, giacché portano nel corpo la contraddizione dell’intero edificio.

Più giù ancora, ai margini, sopravvive ciò che Marx chiamava l’esercito industriale di riserva, la massa dei disoccupati e dei sottoccupati la cui sola presenza, premendo alle porte, tiene a bada le pretese di chi un impiego lo possiede. Oggi quell’esercito ha il volto del migrante lasciato annegare o rinchiuso in un centro, e la crudeltà con cui lo si respinge assolve una funzione economica precisa, rammentare a tutti che un posto, un posto qualsiasi, è un privilegio da non mettere a repentaglio. La disperazione di chi sta fuori è il guinzaglio invisibile di chi sta dentro.

Due mutazioni, poi, definiscono il nostro presente e sfuggivano allo sguardo di Marx. La prima è l’estrazione senza salario, il fatto che ciascuno di noi, mentre scorre uno schermo, produce dati che poche imprese raccolgono e rivendono, un lavoro gratuito e ignaro che ha edificato in vent’anni le maggiori fortune della storia. La seconda è il ritorno del debito come rapporto di comando, la condizione di chi studia a rate e compra casa a rate, ipotecando decenni di esistenza a un creditore senza volto. E sullo sfondo si erge la questione che Marx aveva presentito nei Grundrisse, quando descrisse il sapere collettivo, il general intellect, divenuto forza produttiva. Nel momento in cui un’intelligenza artificiale, addestrata sul lavoro non pagato di milioni di persone, minaccia di rimpiazzare il lavoro di quelle stesse persone, la sua domanda diventerebbe anche la nostra, se solo osassimo porla: a chi appartengono i frutti dell’ingegno di tutti?

CHI HA PAURA, E CHI CI PERDE

Rimane la questione che più mi preme, il perché di tanto spavento. Se la lotta di classe è cosa tanto ordinaria, un braccio di ferro sull’orario e sul salario, da dove nasce il terrore che la circonda? La risposta l’hanno consegnata Marx ed Engels: «le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti; cioè, la classe che è la potenza materiale dominante della società è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante». Chi possiede le officine possiede anche le scuole e i giornali, e con essi la facoltà di decretare che cosa sia ovvio e indiscutibile. La più raffinata vittoria di una classe consiste nel persuadere le altre che le classi non esistono.

Ne discende un paradosso vertiginoso, negare la lotta di classe è già un modo di condurla, il più abile, poiché convince il contendente più debole a deporre le armi mentre l’altro tiene salde le sue. All’inizio del 2026 dodici uomini detengono più ricchezza della metà povera del pianeta, e un miliardario ha quattromila volte più probabilità di un cittadino comune di sedere in un parlamento o in un governo. La classe dei proprietari non si accontenta di possedere l’economia, ha rilevato anche la politica, e chiude così il cerchio del proprio dominio.

A chi, come chi mi legge o ascolta, teme che nominare il conflitto spalanchi la porta al Terrore, offro l’immagine che lo stesso Marx amò sopra tutte. Nella primavera del 1871, per settantadue giorni, gli operai di Parigi ressero la propria città, e Marx vi lesse il germe di una democrazia più radicale di qualunque parlamento, e non l’ombra di una tirannide. La Comune sciolse l’esercito permanente e affidò le armi al popolo. Rese i funzionari eleggibili e revocabili in qualunque istante, pagati come operai, e consegnò il governo, sono parole sue, «ai produttori per i produttori». Il potere dei lavoratori, nell’unico schizzo che Marx ce ne lasciò, portava il volto del delegato che si può richiamare a casa il giorno seguente, non quello del capo inamovibile.

Quel sogno di una democrazia esigente e revocabile ci giudica ancora oggi, mentre affidiamo la nostra sovranità a un voto quinquennale e poi osserviamo impotenti i nostri rappresentanti obbedire a chi ne finanzia le campagne. La lotta di classe, spogliata della sua maschera sanguinaria, reclama una cosa sola e immensa, che la democrazia non si arresti sulla porta della fabbrica e dell’ufficio, e che il principio per cui il potere viene dal basso e al basso risponde valga anche là dove trascorriamo la maggior parte della vita, nel luogo in cui la ricchezza viene prodotta e spartita, ma non con noi.

Il Manifesto si congedava così: «i proletari non hanno da perdervi che le loro catene». Le catene del nostro secolo hanno smarrito il fragore del ferro e la visibilità del ceppo. Si chiamano affitto che divora metà dello stipendio e debito che ipoteca vent’anni di vita. Sono tanto leggere che quasi non le avvertiamo, e proprio la loro leggerezza le rende difficili da spezzare, poiché non si spezza ciò che non si vede. Ci vergogniamo a dirci poveri. Per questo nessuno vuole la “lotta di classe”. Significherebbe ammettere, prima a se stessi che agli altri, che non si arriva alla fine del mese.

Ecco perché insisto su una parola che infastidisce. Chiamare le cose con il loro nome è il primo atto di ribellione contro un ordine che prospera sul nostro silenzio. Dire classe, dire lotta, significa infrangere l’incantesimo che ci vuole soli, in gara l’uno contro l’altro, persuasi che la nostra sconfitta sia una colpa privata. La domanda da cui siamo partiti, a chi giovi che quella parola rimanga impronunciabile, ha ormai una risposta che il lettore conosce. Giova a chi sta vincendo una guerra, e ha compreso che il modo più sicuro di vincerla è convincere l’avversario che nessuna guerra è in corso.

(Per cominciare a capire al meglio questo concetto complesso vi rimando a Domenico Losurdo, “La lotta di classe”, Laterza.)

https://laviniamarchetti.substack.com/p/a-chi-conviene-che-non-si-parli-di

sabato 11 luglio 2026

Il secolo mobile - Gabriele Del Grande

(letto da Francesco Masala)

Ambalavaner Sivanandan (un ricordo qui), bibliotecario, editore di rivista, agitatore, romanziere, saggista, polemista, direttore dell'Institue of Race Relations, un grande intellettuale di origine srilankese, attivo in Gran Bretagna, disse una volta “We are here because you were there”, che è la spiegazione chiara e inequivocabile (purtroppo ignorata) del perché tanti migranti cercano di raggiungere i paesi della fortezza Europa e di tutte le fortezze occidentali.

Qualche anno fa Josep Borrell aveva detto Noi un giardino, il resto del mondo una giungla, sarebbe interessante a spese di chi noi siamo un giardino e a causa di chi, nelle parole di Borrell, il resto del mondo è una giungla.

 

A volte capitano libri che ti spiegano un po’ di cose che non sapevi e che rimettono in riga tanti fatti, noti, ma spesso dimenticati.

Chi leggerà il libro potrà farsi tante domande e troverà tante risposte.

 

La politica migratoria europea cambia a partire da una cinquantina d’anni fa, e si basa su una parola feticcio, che è sicurezza. In nome della sicurezza non si vogliono più accogliere i migranti come donne e uomini liberi, con diritti come quelli dei residenti in Europa. In nome della sicurezza si finanziano i campi di prigionia e di concentramento nei paesi del sud del Mediterraneo. In nome della sicurezza

In nome della sicurezza si lasciano morire i migranti in mare, come politica dichiarata, e poi si finge di piangere lacrime di coccodrillo.

In nome della sicurezza si ostacolano gli arrivi di persone non ariane, che crede in un dio diverso, e si fanno ponti d’oro ai bianchi cristiani, soprattutto badanti

In nome della sicurezza si esclude lo ius soli, per chi è più entusiasta di essere italiano, di quanto lo siano gli italiani di nascita.

In nome della sicurezza si crea un’economia di vigilanti di vari tipi, ai confini, negli uffici, nei cpr, una grande quantità di posti di lavoro inutili, che David Graeber chiamava bullshit jobs, lavori non creativi, lavori che opprimono, lavori dimenticabili.

Il secolo mobile è un libro da non perdere e da consultare spesso.

 

 

 

Ps1: Già il sociologo Renato Curcio almeno a inizio secolo analizzava i rapporti fra migranti, lavoro mal pagato, precarietà, razzismo, insicurezza (quella vera, quella dei migranti) e spiega(va) che avere un ‘esercito di riserva’ di lavoratori migranti permetteva e avrebbe permesso di comprimere i salari di tutti i lavoratori, e così è successo, spesso in Europa, di sicuro in Italia (qui, per esempio)

 

Ps2: se posso fare una critica a Gabriele Del Grande, è che a proposito dell’11 settembre non ha nessun dubbio sulla versione ufficiale, nessun dubbio sul fatto che in Europa, a Londra e Madrid, un palazzo colpito da un aereo non cade, ma a New York sì, e sul fatto che i tre grattacieli caduti erano stati riempiti di esplosivi da prima, anche il terzo grattacielo caduto lo stesso giorno senza nessun contatto con un aereo.

 

Ps 3

scrive Lavinia Marchetti:

In Italia, nel 2026, chi ha votato le leggi che criminalizzano il dissenso di piazza sapeva cosa stava votando. Le trascrizioni parlamentari mostrano che le obiezioni erano state formulate e registrate. Poi il momento del voto aveva azzerato quelle voci, perché votare era il gesto di fedeltà richiesto.
La democrazia produce un paradosso finale in cui il meccanismo formale del consenso, che dovrebbe proteggere il pluralismo, diventa il sigillo che certifica la cancellazione del dubbio. Il gaslighting istituzionale ottiene la propria firma dai soggetti che ne sono oggetto. La ratifica è autentica, e proprio in questa autenticità risiede la trappola. L’inganno è a monte. (qui).

Lo stesso si può dire per le leggi sulla (in)sicurezza, e di protezione delle frontiere, tutti i governanti e parlamentari italiani ed europei quotidianamente praticano la banalità del male, ci vorrebbe una pena per tutti i governanti e parlamentari italiani ed europei che continuano a sostenere le politiche di sicurezza ariane e assassine.

parla Hannah Arendt

 

venerdì 10 luglio 2026

Ho già visto succedere a molti quel che sta subendo Sigfrido Ranucci - Davide Mattiello

 

Ciò che sta subendo Sigfrido Ranucci (e Report), l’ho visto capitare molte volte ed è uno spettacolo meschino figlio di due pulsioni distinte: la vendetta ed il narcisismo.

Ho incontrato il funzionario pubblico che fa letteralmente la storia nella prevenzione della infiltrazione mafiosa nelle concessioni rurali, che per questo subisce un attentato potenzialmente letale e c’è chi comincia a insinuare il dubbio che quell’attentato, di cui il funzionario è sicuramente vittima, non lo abbia voluto la mafia ma qualche amico senza pudore che intenda farci sopra una speculazione politica.

Ho incontrato il testimone di giustizia che con le sue denunce ha mandato a processo non soltanto boss di ‘ndrangheta di quattro province, ma anche altissimi e blasonati magistrati, che per questo ha perso tutto imboccando con l’intera famiglia una vita esiliata, senza scampo e c’è chi comincia a dire che lo ha fatto soltanto perché era già fallito e troppo compromesso con la medesima mafia a cui per anni aveva fatto concessioni.

Ho incontrato il giovane giornalista di periferia che si incaponisce nello scrivere male di mafiosi locali che non interessano a nessuno, che per questa sfrontatezza viene massacrato di botte e successivamente posto sotto scorta e c’è chi sussurra che in realtà le botte fossero men che simboliche e che la scorta è soltanto uno status immeritato, conseguenza di antichi lignaggi.

Ho incontrato il giornalista scomodo e sboccato, con un centinaia di querele sulle spalle perché in un buco di Mondo abbandonato dalla storia, anziché farsi i fatti propri ed usare la sua piccola emittente indipendente per arricchirsi con qualche televendita, testardamente denuncia il malaffare e c’è chi difronte ad una accusa infamante di estorsione scagliatagli addosso come un meteorite, grida allo scandalo e si affretta a marcare la lontananza siderale tra quel giornalismo-impostura ed il giornalismo-giornalismo.

Ad ognuna di queste storie potrei mettere nome e cognome naturalmente.

Ogni volta, per ciascuna di queste storie, ho visto lo stesso triste spettacolo: quelli che hanno approfittato della debolezza di un “avversario” per sparare ad alzo zero, sperando di essersi tolti definitivamente dai piedi un ingombro irriducibile (la vendetta) e quelli che per difendere una propria presunta alterità hanno immediatamente preso le distanze per evitare che gli schizzi li sporcassero (il narcisismo).

Io, probabilmente ingenuamente viste le conseguenze a cui sono andato incontro, ho sempre scelto di restare dove ero un momento prima che lo “scandalo” scoppiasse e cioè al loro fianco. E questo non per dabbenaggine e tanto meno per familismo amorale tra amici, ma perché ho imparato (a mie spese) che nessuno è riducibile all’errore che eventualmente ha commesso e che il valore di una vita si comprende guardandola dall’alto, tutta insieme, perché soltanto così si apprezza la direzione che ha scelto di percorrere, gli ostacoli che ha affrontato, le fatiche che talvolta l’hanno fatta incespicare.

La vita di Sigfrido Ranucci parla chiaro e merita rispetto, così come il lavoro di scavo che da anni porta avanti Report e che in tanti vorrebbero annientare in ossequio al progetto di una democrazia svuotata, buona soltanto ad ammantare il ritorno del “principe”. D’altronde siamo in una stagione di inaudito revisionismo storico e di depistaggi sistematici dell’opinione pubblica, non c’è da stupirsene dunque.

C’è chi dice che il sospetto è l’anticamera della verità e chi dice che il sospetto è la morte della democrazia: dipende. Se il “sospetto” è l’atteggiamento di chi non si ferma davanti a ciò che appare nella immediatezza o nella narrazione ufficiale, ma pretende di verificare apparenza e narrazione sottoponendole al fuoco rigoroso dell’accertamento scomodo, allora il “sospetto” è ciò che ti fa girare “l’armadio della vergogna” ed aprire gli occhi sul primo (riuscito) compromesso storico che ha contribuito a fondare la Repubblica italiana. Se il “sospetto” è l’ingrediente sapientemente sparso in giro da chi vuole minare la credibilità di qualche testimone scomodo, allora il “sospetto” è ciò che sussurra all’orecchio e scrive in certe relazioni di servizio che Peppino Impastato è un terrorista rosso morto mentre cercava di apparecchiare un attentato dinamitardo.

Per capire di quale natura sia il “sospetto” che ci bussa alla coscienza spesso è utile farsi una domanda: dove sta il manico del coltello?

da qui

La Casa bianca è un affare: Trump e 972 pagine di guadagni

 

Tutti i redditi del presidente. Ogni mese Donald Trump, 80 anni, incassa 6.484 dollari di pensione dalla Screen Actors Guild, il sindacato degli attori da cui ha dato le dimissioni nel 2021 dichiarando di non volervi più essere associato. Una pensione guadagnata grazie a una comparsata del 1992 in “Mamma, ho perso l’aereo 2” e ad alcuni camei televisivi. Questa pensione sindacale compare nel suo bilancio insieme a oltre due miliardi di dollari di entrate provenienti da altre fonti.

Office of Government Ethics

A rivelarlo è la divulgazione annuale obbligatoria dei redditi presidenziali, pubblicata dall’Office of Government Ethics, che copre il 2025, primo anno del secondo mandato di Trump, e si estende su 927 pagine: la più lunga mai presentata da un presidente americano. La lunghezza da sola è già una storia: la disclosure di Barack Obama era di 8 pagine, quella di Joe Biden di 11. Il dato chiave del documento è la ‘svolta crypto’ del 47° presidente, sottolinea Marina Catucci. Trump, che fino al 2024 aveva definito le criptovalute «una truffa», ha cambiato idea e nel 2025 ha incassato oltre 1,4 miliardi di dollari dal mondo digitale. Il singolo accordo più redditizio è stato un contratto di licenza con “Celebration Coins” per il suo «$TRUMP», lanciato tre giorni prima del suo insediamento che gli ha portato 635 milioni di dollari. A questi si aggiungono oltre 526 milioni dalle vendite legate a World Liberty Financial, la società crypto co-fondata dai figli Eric e Donald Jr. Le sole entrate da criptovalute del 2025 hanno più che raddoppiato l’intero patrimonio netto che, nel 2024, gli era stato attribuito da Forbes. Oggi Forbes stima il suo patrimonio netto a 6 miliardi di dollari.

6 miliardi, ma sempre ‘palazzinaro’

Il business tradizionale ha comunque continuato a girare: le proprietà immobiliari, i golf club e i resort hanno generato complessivamente oltre 500 milioni, con un aumento del 15% rispetto all’anno precedente. La sola Mar-a-Lago ha incassato 77 milioni, contro i 50 del 2024. Ai profitti immobiliari si sommano 52 milioni in diritti di licenza per l’uso del nome Trump su proprietà estere, soprattutto in Medio Oriente, un business che Trump aveva congelato durante il primo mandato ma non nel secondo. Tra le voci minori, ci sono 4,7 milioni in royalties per i “Trump Watches”, 208mila dollari per la Bibbia a marchio presidenziale e oltre 86 milioni in accordi stragiudiziali con aziende mediatiche come Abc, Cbs, Meta e YouTube.

Conflitti di interesse

Richard Painter, già consigliere etico alla Casa Bianca sotto George W. Bush, ha dichiarato che «questo è il primo presidente dai tempi precedenti alla Guerra Civile con un conflitto di interessi sostanziale rispetto ai propri doveri ufficiali», sottolineando che il presidente è esentato per legge dalle principali norme sui conflitti di interesse. Il problema strutturale è evidente: mentre decideva le politiche Usa sulla crypto, Trump deteneva partecipazioni enormi nel settore. Quando ha firmato il Genius Act, la legge sulle stablecoin, ovvero una criptovaluta a valore fisso, la sua famiglia ne controllava già una, l’Usd1, emessa da World Liberty Financial. Uno dei maggiori investitori di World Liberty Financial è Justin Sun, un miliardario cinese della crypto che all’epoca era sotto indagine federale: il caso è stato poi archiviato.

Il sospettabilissimo insospettabile

Il 18 agosto 2025 il documento registra tre operazioni consecutive su Apple, Microsoft e Nvidia, ciascuna tra 5 e 25 milioni di dollari. L’acquisto di azioni Nvidia è arrivato esattamente una settimana dopo che Trump aveva annunciato l’accordo che ha permesso all’azienda di vendere chip H20 alla Cina, riaprendo un flusso di ricavi fondamentale per il titolo. La Casa bianca ha risposto con una dichiarazione della portavoce Anna Kelly: «Né il presidente né la sua famiglia si sono mai impegnati, né mai si impegneranno, in conflitti di interesse». Trump, interrogato dai giornalisti, ha risposto scrollando le spalle: «Ho dei fondi che gestiscono i miei soldi. Non mi occupo dei miei affari personali». E ha aggiunto: «Sto guadagnando perché il mercato azionario sale. Tutti stanno guadagnando. Grazie, presidente Trump». Amen.

La minaccia comunista

«Siamo il Paese più forte e potente della terra e, per grazia di Dio, gli Stati Uniti sono la nazione di maggior successo, dai risultati più straordinari e più apprezzati che siano mai esistiti nella storia dell’umanità. Ed è un onore essere vostro presidente». Donald Trump, al Mount Rushmore, in South Dakota, per i 250 anni della Dichiarazione d’Indipendenza. E il richiamo al patriottismo: «L’identità americana è sotto un nuovo attacco di radicali ed estremisti interni e, per questo, possiamo perdere le elezioni di metà mandato solo se ci comportiamo da stupidi».

«Il Partito Comunista è composto da immigrati clandestini, criminali e da chiunque non debba lavorare. Il comunismo è un fallimento. Lo è sempre stato e lo è tuttora». Per fortuna c’è la redenzione Usa tra qualche contraddizione: «Tutti gli uomini sono creati uguali e possiedono il diritto sovrano alla Vita, alla Libertà e al perseguimento della Felicità». Tutti ma con abbondanti eccezioni che Trump non si stanca mai di sottolineare.

da qui

giovedì 9 luglio 2026

La Torino-Lione continua a dividere

Negli ultimi anni ci hanno raccontato la Torino-Lione come un’opera ormai irreversibile, destinata semplicemente ad andare avanti, tra comunicati stampa, passerelle istituzionali e cronoprogrammi continuamente posticipati. Eppure, è bastata una visita a favore di telecamere al cantiere della Maddalena perché quel racconto mostrasse, ancora una volta, tutte le sue crepe.

Il sopralluogo al cantiere, avvenuto nei giorni scorsi, ha visto entrare nel fortino alcuni parlamentari ed esponenti del Movimento 5 Stelle insieme ai deputati francesi Gabriel Amard e Jean-François Coulomme de “La France Insoumise” (partito legato a Jean-Luc Mélenchon). Una visita che, nelle intenzioni di Telt, avrebbe probabilmente dovuto confermare l’immagine di un’opera in pieno sviluppo e non contestabile, in piena collaborazione con le istituzioni di entrambi i paesi.

Ma, ahimè, è accaduto l’esatto contrario: all’uscita dal cantiere, la delegazione italo-francese ha rilanciato pubblicamente la richiesta di recesso dagli accordi internazionali sulla Torino-Lione, denunciando la crescita incontrollata dei costi, l’assenza di una reale sostenibilità economica dell’opera e la necessità di destinare quelle risorse al trasporto pubblico locale e alla manutenzione delle infrastrutture esistenti. Questa posizione inevitabilmente ha riportato il Tav al centro del dibattito politico nazionale e piemontese, dimostrando come perfino il luogo simbolo dell’avanzamento dell’opera possa trasformarsi, ancora una volta, in un terreno di contestazione politica, oltre a livello popolare, anche a livello parlamentare e istituzionale.

La visita, organizzata con autorizzazione di Telt e dentro il perimetro controllato del cantiere, si inserisce senza ombra di dubbio dentro una precisa strategia comunicativa – decisamente früsta, come si dice da queste parti – dell’ente gestore: mostrare dall’interno la normalità e l’avanzamento dell’opera. Eppure proprio questo dispositivo gli si è ritorto contro. L’apertura dei cancelli, pensata come momento di legittimazione e consolidamento della narrazione ufficiale, ha fatto emergere in conferenza stampa una serie di dichiarazioni che hanno rimesso in discussione l’intero impianto propagandistico e politico della Torino-Lione, spostando il dibattito fuori dal solito perimetro pseudo-tecnico e narrativo, fin dentro quello dello scontro politico.

Il dibattito si è spostato dal cantiere di chiomonte agli equilibri politici dei palazzi. Quotidiani e commentatori hanno iniziato a interrogarsi principalmente sulle conseguenze della presa di posizione di Chiara Appendino e del Movimento 5 Stelle per il cosiddetto “campo largo”, descrivendola come un elemento capace di scavare un nuovo solco di contraddizioni con il Partito Democratico. C’è chi vi ha letto una mossa tattica, chi un ritorno alle origini, chi un tentativo di rilanciare una leadership interna e chi, ancora, un ostacolo alla costruzione delle alleanze future.

Ma per chi ormai è un po’ disilluso rispetto a quelle che poi potrebbero essere gli effetti reali di questi dibattiti, la domanda più interessante è un’altra.

Com’è possibile che un’opera definita da anni inevitabile, strategica e necessaria, continui a essere capace di far saltare gli equilibri politici da trent’anni a questa parte? Se davvero la Torino-Lione fosse ormai una partita chiusa, difficilmente basterebbero una visita al cantiere e alcune dichiarazioni tonanti per riaprire una discussione tanto aspra.

La questione non è solo tra Movimento 5 Stelle e Partito Democratico. Riguarda soprattutto il fatto che il Tav, e la sua sostanziale inutilità e inconsistenza, continua a rappresentare una delle principali linee di faglia della politica italiana. Da una parte c’è chi considera l’opera un simbolo del modello di sviluppo fondato sulle grandi opere, sul consumo di risorse pubbliche e sulla subordinazione dei territori agli interessi economici e finanziari; dall’altra emerge, anche dentro le istituzioni, la difficoltà di sostenere senza contraddizioni un progetto che negli anni ha visto lievitare i costi, accumulare ritardi e perdere progressivamente quella narrazione di inevitabilità costruita dai suoi promotori e avere pure effetti disastrosi sui territori (vedi l’acqua in Val Maurienne).

Che il tema sia tornato a dividere proprio nel momento in cui si tenta di costruire un’alternativa di governo alla destra non è un dettaglio. Significa che il Tav continua a essere una questione politica irrisolta, un nodo che nessuna formula elettorale riesce semplicemente a rimuovere.
Per anni si è provato a confinare la Torino-Lione in una dimensione esclusivamente tecnica o di ordine pubblico, affidandola agli esperti, ai commissari straordinari e ai cronoprogrammi dei cantieri, oppure alle procure e la polizia. Ogni volta, però, il conflitto tra interessi contrapposti riemerge. E quando riemerge costringe tutti a prendere posizione.

È qui che affiora un elemento che nessuna lettura interna ai partiti riesce a cogliere fino in fondo. Se la Torino-Lione continua a pesare nel dibattito politico è perché il Movimento No Tav non ha mai permesso che quest’opera venisse normalizzata. Trent’anni di mobilitazione, di studio, di presenza sul territorio, di iniziative popolari e di resistenza alla militarizzazione della Val di Susa hanno impedito che il Tav si trasformasse in un semplice dossier tecnico, amministrativo o giudiziario.

Non è un caso che la discussione torni ad accendersi proprio mentre continuano ad emergere criticità economiche e tecniche dell’opera, dai costi lievitati esponenzialmente rispetto alle previsioni iniziali, alle difficoltà che interessano il versante francese. Questioni che il Movimento denuncia da anni (decenni!!) e che oggi trovano spazio perfino nel confronto politico istituzionale.

Naturalmente questo non significa consegnare patenti di coerenza a chi oggi riscopre argomenti che in altri momenti ha accantonato o subordinato alle compatibilità di governo. La memoria del Movimento è lunga e non dimentica le responsabilità di chi, una volta nelle istituzioni, ha finito per accettare la prosecuzione dell’opera. Né tantomeno il futuro della lotta può dipendere dalle oscillazioni di questo o quel partito.

Ma sarebbe altrettanto miope ignorare ciò che questa vicenda mette in evidenza.

Quando la Torino-Lione torna a essere un tema capace di incrinare gli equilibri del cosiddetto campo largo, non è il successo di una forza politica. È il segnale che la resistenza popolare continua a produrre effetti ben oltre i confini della Valsusa. È la dimostrazione che anni di mobilitazione hanno impedito la costruzione, non solo dell’opera in sé, ma anche di un consenso pieno attorno alla sua necessarietà. Ogni volta che qualcuno prova a dichiarare chiusa la partita, la realtà dimostra il contrario: il Tav resta un terreno di scontro, di contraddizioni e di scelte che non possono essere rimandate alla prossima campagna elettorale.

Per questo le crepe che oggi attraversano il “campo largo” non devono essere lette con lo sguardo di chi tifa per una coalizione o per l’altra. Sono esattamente il riflesso di un conflitto sociale che continua a proiettare i suoi effetti dentro le istituzioni e ne fa emergere le contraddizioni. Se una possibile alleanza di governo si trova costretta a misurarsi ancora con la Torino-Lione, significa che il Movimento ha saputo mantenere viva e aperta una questione che in molti avevano interesse a considerare definitivamente archiviata.

Questo è il dato politico più significativo di questi giorni.

Mentre dentro il cantiere si continua a mettere in scena la rappresentazione di un’opera ormai destinata a compiersi, fuori da quelle recinzioni la Torino-Lione continua a dividere, a interrogare, a mettere in crisi narrazioni e alleanze. Segno che la partita è tutt’altro che conclusa. Per il Movimento No Tav non si tratta di schierarsi nelle dinamiche del nuovo campo largo né di affidare ad altri il proprio futuro. Si tratta di cogliere ogni contraddizione che contribuisca a rompere il consenso costruito attorno a un’opera tanto devastante quanto inutile. Perché ogni crepa nella narrazione dell’ineluttabilità restituisce spazio alla possibilità di fermarla. Ed è in quello spazio, conquistato in decenni di lotta, che continua a giocarsi la partita più importante.

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Israele demolisce accordi e case, Usa nel pallone - Dante Barontini

  

Non è complicato capire perché il processo di de-escalation in Medio Oriente sembra essersi bloccato nuovamente dopo la firma del “memorandum of understanding” in Svizzera.

Sul piano strettamente militare c’è stato un “colpo non identificato” che ha raggiunto una nave in transito nello Stretto di Hormuz. Gli Stati Uniti ne hanno attribuito la responsabilità all’Iran, che però non ha rivendicato, contrariamente al solito.

Tanto è bastato a Washington per lanciare una serie di attacchi aerei contro postazioni iraniane intorno a Hormuz. Tehran ha risposto come da manuale con missili e droni contro le basi Usa in Bahrein (c’è la sede della Quinta Flotta) e in Kuwait.

Seguono minacce tonitruanti di Trump e gelide avvertenze iraniane, che hanno però il merito di far capire l’oggetto del contendere.

Dopo aver ricordato che “qualsiasi interferenza da parte di soggetti diversi dall’Iran nella gestione dello stretto comporterà un ritardo nella sua riapertura e un aumento del livello di tensione nella regione“, il ministro degli esteri Araghci – in visita a Baghdad – ha invitato gli Stati Uniti “a frenare l’entità sionista, che continua la sua aggressione contro il Libano”, sottolineando che, secondo il primo punto del memorandum d’intesa tra Iran e Stati Uniti, Washington deve “convincere” Tel Aviv a ritirarsi dal Libano in tempi accettabili.

Gli Usa, però, hanno condotto una trattativa ridicola con alcuni esponenti libanesi dichiaratamente sionisti, oltre che con lo stesso Israele, raggiungendo un presunto “accordo” che lascia le cose come stanno ora e dichiara esplicitamente di voler “disarmare Hezbollah”. Che non è soltanto l’unica forza in grado di opporre una resistenza all’espansionismo di Tel Aviv, ma anche la principale componente sociale e politica che sembra interessata sul serio a garantire la sovranità del Paese. Ma che proprio per questo non è stata neanche consultata.

Il sito statunitense Axios – che affida sempre la narrazione sul conflitto mediorientale all’ex ufficiale della famigerata Unità 8200 dell’Idf, Barak Ravid – ammette che il presunto “accordo libanese” “sembra anche contraddire alcuni degli intendimenti raggiunti tra Stati Uniti e Iran in Svizzera, e potrebbe quindi complicare quella fragile tregua”.

Ma il problema sarebbe stato causato dall’altro accordo – il “MoU” tra Usa e Iran – con cui Tehran “è riuscito a inserire la situazione in Libano nelle sue trattative con gli Stati Uniti nelle ultime settimane”.

Un testo che l’ambasciatore israeliano Yechiel Leiter – incaricato di gestire i rapporti con Washington sulla questione libanese – ha definito subito “un disastro ferroviario”.

La ragione è semplice: quel “memorandum invita le parti a rispettare un cessate il fuoco in Libano e a garantire l’integrità territoriale del paese, che è invece attivamente minata dall’occupazione israeliana in corso nel Libano meridionale”.

In parole povere: Israele non ha alcuna intenzione di ritirarsi dal territorio libanese sotto il suo controllo ed anzi vorrebbe spingersi ancora più in là, come del resto sta facendo in Siria, occupando ora anche le campagne intorno alla città di Daraa.

Una volta precisato il contesto e gli interessi contrastanti non ci vuole molto ad immaginare che il “colpo non identificato” che ha messo in moto il doppio scambio di cortesie militari tra Iran e Usa intorno ad Hormuz abbia un responsabile chiaro: il governo Netanyahu, che peraltro aveva già spedito un po’ di truppe negli Emirati Arabi Uniti e largheggia in operazioni false flag.

Quel che rende la gestione statunitense della “doppia trattativa” un delirio senza capo né coda è esattamente la “condiscendenza” nei confronti di Israele, che diventa insormontabile al tavolo libanese e invece “riducibile” su quello iraniano.

Sembra evidente che a Washington non c’è alcuna chiarezza strategica e quindi si sovrappongono posizioni e iniziative decisamente contraddittorie.

Sembrano pesare anche le differenti ambizioni e posizioni del segretario di Stato “Narco” Rubio – che ha prodotto materialmente il pasticcio libanese – e del vicepresidente J.D. Vance, esponente autentico dell’immaginario “Maga” che considerava la guerra all’Iran quanto meno una stupidaggine ma, soprattutto, considera Israele un alleato come tanti altri (gli europei, per esempio) e quindi da rimettere al suo posto quando gli interessi Usa entrano in contraddizione con quelli di Tel Aviv.

Una confusione che facilita ovviamente ogni manovra diversiva che abbia come obbiettivo il prolungamento della guerra sull’intero scenario mediorientale. La tela tessuta da Pakistan e Qatar con l’Iran viene sciolta di notte nel lavorio mafioso tra la Casa Bianca e Tel Aviv, con il popolo libanese costretto a pagare il prezzo.

Fin quando gli Stati Uniti non sceglieranno con chiarezza tra una qualche pace in Medio Oriente (per garantire che l’economia mondiale non subisca altri colpi, non certo per bontà d’animo) e l’appoggio incondizionato all’espansionismo illimitato di Israele – unico Stato al mondo a non avere e non volere confini certi, riconosciuti internazionalmente -, pateticamente giustificato con “verità bibliche”, la situazione non può cambiare.

La pace implica l’imbavagliamento duraturo del sionismo genocida, il contrario significa guerra senza limiti. Già ad aprile, ricordiamo, la frustrazione israelo-statunitense nel non riuscire a raggiungere gli obbiettivi dichiarati aveva fatto balenare nella testa dei fuori di testa la possibilità di usare anche l’arma nucleare.

Come se fosse possibile farlo senza conseguenze…

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