Slec
La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
mercoledì 14 ottobre 2026
martedì 13 ottobre 2026
Il boicottaggio contro Israele funziona. Chiedete a Teva - Lavinia Marchetti
Il caso Teva, la rivolta dei
sanitari britannici e la rispettabilità che le multinazionali cercano di
acquistare attraverso chi dovrebbe tutelare la nostra salute.
Quindicimila
sterline. Era la somma concordata fra Teva UK, filiale britannica della
multinazionale farmaceutica israeliana, e il Royal College of Pharmacy, che è
l’organismo professionale che rappresenta circa 34.000 farmacisti nel Regno
Unito. In cambio, l’azienda avrebbe potuto esporre il proprio marchio in
quattro iniziative del College, compreso il congresso annuale del prossimo 6
novembre. Per chi sa come vanno le cose nel mondo farmaceutico, non è tanto il
mettere uno stand o del materiale pubblicitario, ma la rispettabilità
che deriva dall’essere lì, con il proprio marchio, in qualità di partner
commerciale di un’istituzione sanitaria. A un certo punto qualcuno ha avuto
l’ardire di leggere il nome dello sponsor nelle locandine e di chiedere conto.
Da questo è nata una lettera aperta sottoscritta da oltre mille persone, fra
farmacisti e altri professionisti della salute, che ha costretto il College a
riesaminare l’accordo. Il 9 ottobre è arrivata la cancellazione della
sponsorizzazione del congresso, con effetto immediato. (The Pharmacist, 9
ottobre 2026)
Quindicimila
sterline. Niente. Questi soldi ci parlano della facilità con cui il prestigio professionale
può finire associato agli interessi economici di chi può permettersi di
finanziarlo. Mi spiego meglio. In modo diretto. Se ha abbastanza soldi, e qui
ne servivano davvero pochi, attraverso un accordo commerciale una
multinazionale ottiene accesso a una comunità di professionisti e può associare
il proprio nome alla loro autorevolezza. Chiunque lavori in ambito sanitario sa
bene che la credibilità di un collegio o di un laboratorio deriva dal lavoro
dei suoi iscritti e dalla fiducia dei pazienti. Immaginate di lavorare una vita
per un’istituzione dove mettete il vostro nome e poi quell’istituto finisce fra
le condizioni accessorie di un contratto pubblicitario, disponibile per una
cifra che, considerando il fatturato di un gigante farmaceutico, ha anche
qualcosa di offensivo.
Ma parliamo
di Teva. L’azienda israeliana ha un passato giudiziario, sarò prudente,
quantomeno turbolento, il che avrebbe dovuto suggerire una certa prudenza da
parte di chi ha preso i soldi, anche prima della lettera dei farmacisti. Ad
esempio, il 31 ottobre 2024 (non 50 anni fa!) la Commissione europea le ha
inflitto una sanzione di 462,6 milioni di euro per abuso di posizione dominante
nel mercato dei medicinali contro la sclerosi multipla. Secondo l’autorità
europea, infatti, l’azienda aveva sfruttato le procedure brevettuali per
ostacolare la concorrenza al Copaxone e diffuso informazioni fuorvianti
su un prodotto rivale, ostacolandone l’ingresso nel mercato. Una condotta che
riguarda direttamente il rapporto fra interessi industriali e accesso alle
cure. Negli Stati Uniti, nell’agosto 2023, Teva Pharmaceuticals USA aveva
ammesso la partecipazione a intese anticoncorrenziali sui prezzi di alcuni
medicinali generici, accettando una sanzione penale di 225 milioni di dollari.
Medicinali destinati a persone seriamente malate, sia chiaro. (Commissione
europea, 31 ottobre 2024; Dipartimento di
Giustizia degli Stati Uniti, 21 agosto 2023)
Adesso
veniamo alla Palestina, che costituisce la ragione politica della protesta. Il
26 ottobre 2023, poche settimane dopo l’inizio dell’offensiva israeliana su
Gaza, Teva pubblicava sul proprio sito un comunicato intitolato Teva per
Israele. L’azienda si presentava come società farmaceutica e sanitaria
«nazionale» israeliana e raccontava di avere predisposto, nelle proprie cinque
sedi nel paese, punti di raccolta di materiali destinati alle famiglie evacuate
e alle forze di sicurezza. Circa una tonnellata e mezzo di beni, fra
abbigliamento e prodotti per l’igiene, raccolti dai dipendenti e affidati
all’organizzazione Pitchon Lev. Il quotidiano israeliano Ynet,
descrivendo l’iniziativa, precisò che i materiali raccolti comprendevano
attrezzature destinate ai soldati dell’IDF. Chiaramente l’assistenza alle
famiglie israeliane sfollate dopo il 7 ottobre corrisponde a un’esigenza
umanitaria, ma il sostegno materiale ai soldati dell’esercito israeliano è
molto diverso. Teva ha deciso di mettere le proprie sedi e capacità
organizzative a disposizione delle forze armate, proprio durante l’offensiva
che stava devastando Gaza. Il materiale destinato ai militari contribuisce al
loro sostentamento e alla loro operatività quotidiana, indipendentemente dalla sua
natura strettamente bellica. Questa è stata una scelta aziendale, assunta
pubblicamente e rivendicata con orgoglio. Un’impresa farmaceutica privata, non
di stato, ha deciso di partecipare all’assistenza materiale di un esercito le
cui operazioni sono state accompagnate dalla distruzione dell’assistenza
sanitaria palestinese. E vorrebbe che i professionisti della salute
considerassero irrilevante tale decisione quando ne valutano l’ammissibilità
come sponsor.
Del resto,
il rapporto fra Teva e le forze armate israeliane ha precedenti. L’inchiesta di
Declassified UK ha documentato la partecipazione dell’azienda, negli
anni precedenti, al programma israeliano Adopt a Battalion,
attraverso il quale le imprese sostengono economicamente il benessere dei
soldati appartenenti a unità combattenti. La stessa iniziativa è descritta
nelle pubblicazioni ufficiali dell’esercito israeliano. A ciò si aggiungono i
programmi di sostegno psicologico rivolti anche ai militari. Il rapporto fra
attività farmaceutica e sostegno all’esercito appartiene dunque alla storia
delle scelte aziendali di Teva. (Declassified UK, The Israeli firm
aiding the NHS and IDF; IDF, programma Adopt a Battalion)Nel frattempo, a Gaza,
l’Organizzazione mondiale della sanità documentava una devastazione sanitaria
di proporzioni spaventose. Al 24 settembre 2026, diciannove dei trentasei
ospedali della Striscia conservavano una capacità operativa soltanto parziale.
Dall’ottobre 2023 sono stati uccisi oltre 1.700 operatori sanitari. Farmacisti
compresi. Persone che esercitavano la stessa professione di coloro ai quali
Teva intendeva presentarsi come partner commerciale in Gran Bretagna.
Facciamo un
riepilogo. Un’organizzazione professionale impegnata a difendere la salute
pubblica accetta di associare il proprio nome a un’impresa che ha dichiarato di
sostenere materialmente anche le forze di sicurezza di uno Stato impegnato in
un genocidio durante il quale ospedali e personale sanitario palestinese hanno
subito una distruzione documentata. I professionisti britannici hanno giustamente
protestato contro questo rapporto, ma resta da spiegare quale genere di
istruttoria fosse stata compiuta prima di accettare lo sponsor e per quale
ragione siano dovuti intervenire gli iscritti.
Il Royal
College of Nursing, che rappresenta oltre mezzo milione di infermieri
britannici, aveva già interrotto la propria collaborazione commerciale con Teva
dopo le proteste di Nurses for Palestine e di altre organizzazioni. Anche in
quel caso la decisione è seguita a un esame delle attività dell’azienda e delle
vicende giudiziarie che la riguardavano. Due istituzioni sanitarie, nel giro di
poche settimane, hanno dunque rinunciato ai rapporti commerciali con la
multinazionale. Una conseguenza concreta della mobilitazione professionale,
assai istruttiva per chi considera il boicottaggio solo qualcosa di simbolico.
(The Guardian, 2
ottobre 2026)
La replica
di Teva, tuttavia, è il particolare che preferisco. L’azienda si è dichiarata
delusa e ha sostenuto che l’assistenza sanitaria funziona meglio quando rimane
concentrata sui pazienti anziché essere «politicizzata». Il solito meccanismo
proiettivo israeliano. Una dichiarazione alquanto sinistra, pronunciata da una
multinazionale che ha accettato accordi milionari con la giustizia americana
per condotte anticoncorrenziali concernenti medicinali essenziali. Per Teva, a
quanto pare, la politica compare solo se un farmacista comincia a interrogarsi
sugli interessi economici dello sponsor. Fino a quel momento il denaro
appartiene alla sfera incontaminata della medicina.
Il
precedente ucraino
Nel marzo
2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, la Royal Pharmaceutical Society,
dalla quale è nato l’attuale College, annunciò di avere disinvestito la maggior
parte delle proprie attività direttamente collegate alla Russia e di voler
completare il ritiro. La presidente Claire Anderson condannò pubblicamente
l’invasione. Quindi quando si trattò di Russia, l’organizzazione aveva già
riconosciuto la rilevanza politica delle proprie scelte finanziarie. Quale
criterio consente di ritenere eticamente incompatibile un investimento in
Russia e di accogliere, quattro anni dopo, la sponsorizzazione di una
multinazionale israeliana al proprio congresso? (Pharmacy Magazine, 9 marzo 2022)
Mi
piacerebbe che qualcuno rivolgesse questa domanda anche ai nostri ordini
professionali, alle associazioni scientifiche e ai loro consigli direttivi.
Soprattutto a quelli che tengono appassionate conferenze sull’indipendenza
della ricerca, salvo poi considerare le sponsorizzazioni un innocuo capitolo
del bilancio. Lo sanno, e lo sanno bene. Lo sa chiunque lavori in ambito
sanitario: il finanziamento privato può incidere sulla selezione degli
argomenti discussi, sulla visibilità concessa a determinate imprese e sulla
reputazione pubblica di chi paga. Ovviamente nessun farmacista britannico, con
questa protesta, ha chiesto ai malati di rinunciare ai farmaci necessari.
Il 9 ottobre
il Royal College of Pharmacy ha cancellato la sponsorizzazione del proprio
congresso. Ha espresso apprezzamento, attraverso il consueto linguaggio
istituzionale, per le ulteriori verifiche che avevano consentito di individuare
possibili incompatibilità con i suoi valori. Curioso, non trovate, che per
ricordare quei valori al College si siano dovuti mobilitare i suoi iscritti,
mentre per la Russia non ce ne fu bisogno. Ricordo ancora che per quindicimila
sterline Teva avrebbe avuto il suo posto al congresso.
https://laviniamarchetti.substack.com/p/il-boicottaggio-contro-israele-funziona
Trump, Meloni e gli elettori: il patto della menzogna - Gianluca Cicinelli
«Potrei dirvi le cose più stupide e voi applaudireste». Donald Trump lo ha detto sabato scorso, durante un comizio in Tennessee, e i suoi sostenitori hanno applaudito. Una scena perfetta. Il presidente dell’ex principale democrazia occidentale che spiega ai suoi stessi elettori quanto siano coglioni, ricevendone un caloroso applauso a conferma.
Era una battuta? No, il soggetto è abbastanza cinico e
malvagio da non temere di perdere consensi anche offendendo i suoi elettori,
che comunque sapevano chi votavano: non è che Trump sia diventato soltanto oggi
il personaggio meschino e arrogante che è. Ma è proprio questo il bello: il
livello della comunicazione ha da tempo rotto l’argine del ridicolo,
depotenziandolo da errore ad aspettativa di una gag ancora più demenziale e virale.
Della demenza trumpiana si è scritto molto, ma qui il
problema è un altro. Nemmeno la stupidità degli elettori è il fattore
scatenante. Il primo fattore, ormai noto, è che alla valutazione delle idee si
è sostituito il riconoscimento di chi le enuncia. Una dichiarazione diventa
condivisibile non perché sia fondata, ma perché proviene da «quella» persona.
Trump fa Trump: se improvvisamente dicesse una cosa intelligente e sensata
probabilmente perderebbe consensi. Ma anche questo ormai è il passato.
Berlusconi aveva capito che un partito poteva
funzionare come un marchio commerciale, Grillo che l’indignazione sostituiva un
programma, Salvini che una dichiarazione al giorno permetteva di occupare il
dibattito pubblico senza risolvere il problema evocato. Meloni trasforma anche
le retromarce politiche in prove di responsabilità. Renzi aveva venduto la
velocità delle decisioni come garanzia della loro bontà. Esperienze diverse, ma
accomunate dalla stessa intuizione: se riesci a convincere il pubblico che la
tua persona è la garanzia, puoi permetterti di cambiare il prodotto senza
perdere necessariamente i clienti.
E anche chi si proclama avversario di questa politica
ne ha adottato il linguaggio. La comunicazione progressista denuncia la
manipolazione degli elettori e contemporaneamente cerca lo slogan più efficace,
la polemica più redditizia, la frase capace di ottenere il maggior numero di
condivisioni. Il giornalismo completa l’opera, trasformando qualsiasi
dichiarazione in uno scontro epocale, possibilmente corredato da un titolo che
permetta al lettore di indignarsi senza affrontare il fastidio di conoscere i
fatti. Le reazioni non sono prese di posizione sul messaggio, basato sul nulla,
ma il messaggio stesso.
Ma queste analisi, trite e ritrite da anni, evitano di
guardare in faccia la realtà. Gli elettori, in maggior parte, non credono
davvero a tutte le sciocchezze che applaudono: sanno di essere presi in giro.
Riconoscono la menzogna e la difendono, accettano consapevolmente le regole
dell’inganno, purché a beneficiarne sia la propria parte. La verità non viene
negata perché sconosciuta, ma perché politicamente sconveniente per le
conseguenze che implica.
È il motivo per cui le campagne costruite per
smascherare le bugie dei politici ottengono risultati modesti. E così anche le
inchieste giornalistiche. Si continua a denunciare ciò che una parte degli
elettori sa già benissimo. Si presume che dimostrare una contraddizione basti a
provocare indignazione, quando quella stessa contraddizione può essere considerata
un prezzo accettabile. Per vedere sconfitto l’avversario, nel migliore dei
casi; per partecipare alla spartizione del bottino, in quello più probabile. Il
controllo dei fatti rimane indispensabile, naturalmente, ma non può risolvere
da solo un problema che non nasce necessariamente dall’ignoranza dei fatti.
Una parte dell’opposizione immagina il proprio compito
come una paziente opera di smascheramento, senza interrogarsi abbastanza sulle
ragioni per cui una persona dovrebbe preferire una verità politicamente scomoda
a una menzogna che protegge la sua appartenenza. Perché la menzogna, in
politica, non serve soltanto a nascondere qualcosa. Serve a tenere insieme un
gruppo, a stabilire chi ne fa parte e chi no. Difenderla diventa allora una
dimostrazione di lealtà.
La delusione effettiva dell’elettore medio, quella che
lo spinge a cambiare il destinatario del suo voto, è di essere escluso dalla
spartizione. Raramente la lealtà sopravvive alla delusione materiale. Gli
elettori riconoscono bene i propri interessi. Bisogna piuttosto chiedersi come
sia possibile che il riconoscimento simbolico finisca talvolta per compensare
l’assenza di risultati concreti. Se Trump e Meloni perderanno le elezioni non
sarà perché sono due populisti cinici e incuranti della povertà e della morte
che producono, il primo sparando direttamente per le strade, la seconda facendo
affogare i migranti in mare.
Per questo, quando si dice che la sinistra ormai è
quella della ZTL, ovvero quella che risiede in quartieri che con le classi sociali
originariamente sostenute dalla sinistra non hanno più nulla a che fare, si sta
dicendo che la materialità della proposta politica di quella roba che ancora
definiamo nominalmente sinistra non ha nulla a che fare con i ceti meno
abbienti. E siccome chi sta meglio è sempre meno numeroso di chi sta peggio —
che detta così è una volgarizzazione di censimenti e ricerche sociologiche che
confermano in termini più autorevoli e nobili queste parole rozze — la
cosiddetta sinistra perderà sempre più terreno proprio perché numericamente
meno consistente nella popolazione a cui si rivolge.
Ecco perché Trump, Meloni, Salvini, Schlein, Conte e
Fratoianni-Bonelli possono raccontare balle impunemente. L’elettorato non si
aspetta più, da molto tempo, che dicano la verità. L’elettorato ha creduto che
tagliando le pensioni ai parlamentari e riducendo il numero dei parlamentari
stessi si potessero sanare i bilanci italiani. Bastava fare due conti prima per
sapere che era falso.
Così come, se ci prendessimo davvero la briga di fare
due conti, sapremmo con matematica certezza che la giusta richiesta di ridurre
le spese militari e per gli armamenti, che viene contrapposta a ogni carenza
del welfare, è una bugia propagandistica, perché, se per paradosso persino le
eliminassimo del tutto, ci ritroveremmo comunque con i buchi nel welfare, in
quanto il risparmio da solo non basterebbe a coprire la spesa sociale
richiesta. Al netto del fatto che, quando il centrosinistra governa, e ha
governato anche a lungo, non la riduce comunque, quella spesa di morte.
Ecco perché il potere, come nel caso di Trump da cui
siamo partiti, può permettersi di insultare i suoi elettori senza temere
ricadute nell’urna. Del «vero» non importa nulla a nessuno. Il «vero» è uscito
dal dibattito da vent’anni a questa parte. La dicotomia attuale è merce
cara/merce a buon prezzo.
L’elettore non sta acquistando una soluzione ai
problemi collettivi, ma un vantaggio individuale, anche minimo, in un contesto
nel quale non crede più possibile ottenere una trasformazione generale delle
proprie condizioni. La politica delle «mancette» non prospera necessariamente
perché gli elettori sono ingannati, ma perché hanno smesso di aspettarsi
qualcosa di più.
Chi vende merce al prezzo più basso vince, anche se
guadagna per sé cifre enormi. La politica delle «mancette» attraversa ormai
destra e sinistra, mentre la comunicazione politica e giornalistica ne ha
assimilato perfettamente la logica. Non si tratta più di convincere qualcuno
che domani vivrà meglio, ma di persuaderlo che oggi gli conviene accontentarsi.
E forse la più grande vittoria di questo sistema non è aver insegnato ai
politici a mentire impunemente, ma aver convinto gli elettori che pretendere
qualcosa di più sia diventato irragionevole. Applauso.
La salvifica disfatta occidentale - Tommaso Merlo
Più la sconfitta dell’Europa con la Russia sarà devastante, più impedirà ai responsabili di riciclarsi e favorirà un sacrosanto cambiamento radicale. Devono saltare i governi complici che si sono rifiutati di fare il loro lavoro e cioè di negoziare con Mosca insistendo ad inviare soldi ed armi a Kiev anche quando era evidente la drammaticità della situazione sul campo e sono emersi immondi scandali di corruzione. Incapaci o venduti non importa, devono risponderne e levarsi dai piedi. Poi c’è la Commissione Europea finita anch’essa in balia della mafia bellica, le scene agghiaccianti di personaggi urticanti come la Von der Leyen e la Kallas che fanno a gara a chi è la più guerrafondaia, non si devono più ripetere. Non è questa l’Europa che avevano in mente i fondatori e nemmeno chi ha creduto al progetto continentale. L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è di un baraccone burocratico che ci spolpa ingiustamente, che ci sottrae ulteriore sovranità e che addirittura ci trascina in guerra senza nemmeno uno straccio di perché. O l’Europa è espressione dei popoli e garanzia di pace oppure meglio farne a meno o limitarla ad una associazione commerciale e monetaria. Poi c’è la Nato diventata la principale minaccia alla nostra sopravvivenza e che va soppressa per reiterato fallimento politico e militare. E al più presto, prima che riesca a scatenare la terza guerra mondiale. Dobbiamo investire nella pace e non nella guerra e con la Russia dobbiamo convivere pacificamente nel reciproco interesse. Ricostruire un rapporto sano è possibile perché i russi sanno dell’enorme fossato che separa i popoli europei dalle loro classi deficienti. La russofobia è una infezione che colpisce principalmente arrivisti e conformisti elitari, greggi di inglesi in crisi di astinenza coloniale e ignare vittime della propaganda di sistema camuffata da informazione. I popoli europei vogliono la pace e una politica che si occupi piuttosto della loro qualità della vita in caduta libera. Non dovrebbe mancare molto prima che la bandiera bianca sventoli su Kiev ma affinché certe tragedie non si ripetono mai più, dovrà presto sventolare anche su Bruxelles. Poi ci sono gli Stati Uniti e più la sconfitta con l’Iran sarà devastante più la loro becera egemonia finirà dove merita e cioè tra i liquami della storia. Da leader del mondo libero sono diventati uno stato canaglia per colpa di una morsa micidiale. Da una parte un capitalismo fuori controllo che si è comprato anche il cuore e il cervello delle persone e dall’altra il fascismo pseudo religioso, tutta quella melma di bigotti e fanatici che si riempiono la bocca di scempiaggini bibliche pretendendo di agire in nome di Dio salvo poi farlo in nome di satana. L’arrivo di gentaglia miliardaria come Trump e Musk alla Casa Bianca non è certo un caso ma il risultato di un processo di depravazione culturale e quindi sociale e quindi democratica che ha sostanzialmente rimpiazzato la società col mercato, i cittadini coi dollari e le classi dirigenti con una manica di malfattori oligarchici. È notizia di questi giorni che il capo del Pentagono Hegseth vuole trasmettere in diretta streaming la fucilazione di un condannato a morte oggi in sedia a rotelle. Hegseth è un alcolizzato messo lì perché sbaciucchiava alla grande il deretano di Trump quando lavorava come conduttore televisivo. Scene barbariche da fine impero e personaggi squallidi ideali per guidare la disfatta. Dopo decenni a spargere sangue e caos prendendosela coi più deboli, gli Stati Uniti stanno sbattendo il grugno contro la ferrea resistenza iraniana mentre il mondo intero sogna la fine della loro delirante egemonia e l’inizio di una sensata era multipolare. Che un paese ricco pretenda di imporre con la forza delle armi e dei ricatti finanziari la propria volontà a casa d’altri, non è giusto e non funziona. E ancora meno se quel paese egemone è talmente corrotto da poter essere scalato e sfruttato da qualsiasi mafia lobbistica. Tipo lo stato profondo con le sue guerre permanenti, tipo i potentati economici con le loro guerre petrolifere, tipo il sionismo col suo delirante progetto coloniale. Non è giusto, non funziona ed è pericolosissimo. A pensarlo per primi sono i cittadini americani che da anni chiedono pace e una politica che si occupi della loro qualità della vita in caduta libera. È quindi lecito essere ottimisti. La sconfitta contemporanea di Europa e Stati Uniti non è mai stata così possibile e prossima, la speranza è che sia talmente devastante da impedire ai responsabili politici di riciclarsi e al contrario favorire un sacrosanto cambiamento radicale in nome della pace e di una democrazia sana.
lunedì 12 ottobre 2026
Israele, condannato Ofer Cassif: il dissenso contro il genocidio rischia di perdere la voce in Parlamento
Il deputato comunista di Hadash, da anni impegnato contro l’occupazione e
per i diritti dei palestinesi, è stato condannato per uno scontro con la
polizia durante una protesta a Masafer Yatta. Dopo il tentativo fallito di
escluderlo dalle elezioni, ora rischia il carcere e il seggio alla Knesset.
Una condanna penale a pochi giorni dalle elezioni israeliane, dopo che la Corte Suprema aveva appena respinto il tentativo di impedirgli di candidarsi. Ofer Cassif, parlamentare comunista ebreo di Hadash, una delle voci più riconoscibili dell’opposizione israeliana all’occupazione dei territori palestinesi, è stato riconosciuto colpevole l’8 ottobre dal Tribunale di Gerusalemme di aggressione aggravata nei confronti di un agente di polizia. La vicenda risale al maggio 2022, quando Cassif cercava di raggiungere una manifestazione contro l’espulsione dei palestinesi dalle loro abitazioni a Masafer Yatta, nelle colline a sud di Hebron. La pena sarà discussa il prossimo gennaio e potrebbe comprendere la reclusione. In determinate condizioni, la condanna potrebbe comportare anche la perdita del seggio parlamentare. Cassif denuncia una persecuzione politica contro chi si oppone all’occupazione e ai crimini commessi nei confronti del popolo palestinese.
A rendere particolarmente
significativo il caso è la successione degli avvenimenti. Il 23 settembre la
Commissione elettorale centrale israeliana aveva votato per escludere Cassif
dalla competizione elettorale del 27 ottobre, accogliendo una richiesta
sostenuta dal Likud. Il 2 ottobre, tuttavia, la Corte Suprema aveva respinto la
sua esclusione con una maggioranza di sette giudici contro due, ritenendo
insufficienti gli elementi presentati. Nella stessa decisione i giudici avevano
annullato anche i provvedimenti di esclusione contro le liste arabe Joint List
e Ra’am. A distanza di appena sei giorni è arrivata la condanna penale per
fatti avvenuti oltre quattro anni prima. Non esistono elementi sufficienti per
affermare che le due procedure siano state coordinate, ma la loro successione
alimenta inevitabilmente il confronto sullo spazio politico concesso
all’opposizione anticolonialista e alla rappresentanza palestinese dentro le
istituzioni israeliane.
A denunciare
la gravità della vicenda è Maurizio Acerbo, segretario nazionale di
Rifondazione Comunista, che ha ricevuto un messaggio direttamente da Cassif e
ha espresso la solidarietà del partito al parlamentare israeliano. Nel
messaggio, Cassif ricorda di essere stato condannato per un episodio avvenuto
durante una manifestazione contro la pulizia etnica a Masafer Yatta e
sottolinea che a gennaio potrebbe trovarsi davanti a conseguenze capaci di
allontanarlo dalla Knesset o di portarlo in carcere. Per il deputato si tratta
di un caso di persecuzione politica, al quale intende rispondere proseguendo la
propria attività contro l’occupazione.
La
ricostruzione giudiziaria dell’episodio è controversa. Secondo l’accusa, Cassif
avrebbe urtato con la propria automobile la gamba di un agente della polizia di
frontiera e successivamente lo avrebbe colpito alla testa durante un alterco.
Il tribunale ha ritenuto provate le condotte e non ha accolto la tesi della
legittima difesa, sostenendo che la reazione del parlamentare fosse
sproporzionata rispetto al contatto fisico precedente da parte del poliziotto.
Cassif e la sua difesa hanno contestato la ricostruzione accusatoria,
denunciando il comportamento degli agenti che gli impedivano di raggiungere la
manifestazione. La possibile impugnazione della sentenza resta aperta. È dunque
necessario distinguere l’accertamento compiuto dal tribunale dalla valutazione
politica che Cassif formula sul procedimento e sul suo contesto.
Ma per
comprendere il significato della vicenda bisogna partire da Masafer Yatta, non
dall’aula del tribunale. Si tratta di un insieme di comunità palestinesi nelle
colline a sud di Hebron, sottoposte da decenni alla minaccia di espulsione e
demolizione dopo che Israele ha classificato una vasta porzione del territorio
come zona militare destinata alle esercitazioni. Nel maggio 2022 una decisione
della Corte Suprema israeliana aveva aperto la strada all’allontanamento di
numerosi abitanti. Proprio contro quella decisione si erano mobilitati
palestinesi e attivisti israeliani. Cassif cercava di raggiungerli quando venne
fermato dalla polizia. La vicenda di quelle comunità è stata raccontata anche
da No Other Land, il documentario israelo-palestinese premiato con
l’Oscar nel 2025, che mostra la distruzione delle abitazioni, la pressione
militare e la resistenza quotidiana degli abitanti.
È questo il
contesto politico che rischia di scomparire quando l’intera vicenda viene
ridotta alla presunta aggressione di un parlamentare contro un agente. La
protesta riguardava il diritto di intere comunità palestinesi a continuare a
vivere sulla propria terra. Cassif si trovava lì per sostenere quella
mobilitazione, coerentemente con un’attività politica che da anni lo vede
impegnato contro l’occupazione militare e a favore dell’uguaglianza dei diritti
tra israeliani e palestinesi. La sua posizione è particolarmente significativa
perché è un parlamentare ebreo eletto nelle file di Hadash, formazione della
sinistra comunista e arabo-ebraica che rifiuta la contrapposizione etnica come
fondamento della rappresentanza politica. La sua stessa presenza nella Knesset
contraddice l’idea che criticare radicalmente il sionismo, l’occupazione o le
politiche del governo israeliano equivalga necessariamente a esprimere ostilità
verso gli ebrei.
La condanna
arriva inoltre dopo una lunga serie di iniziative istituzionali contro Cassif.
Nel febbraio 2024 la Knesset aveva tentato di espellerlo per il sostegno
espresso al ricorso del Sudafrica davanti alla Corte internazionale di
giustizia, che accusava Israele di violare la Convenzione sul genocidio nella Striscia
di Gaza. La proposta non aveva raggiunto la maggioranza qualificata richiesta:
85 voti favorevoli, cinque meno dei 90 necessari. Da allora il deputato ha
continuato a subire sospensioni parlamentari e contestazioni per le sue
dichiarazioni sulla guerra e sull’occupazione.
Un altro
episodio ha mostrato quanto il suo dissenso sia diventato scomodo anche
all’interno del Parlamento. Il 13 ottobre 2025, durante il discorso di Donald
Trump alla Knesset, Cassif e il deputato Ayman Odeh hanno esposto cartelli con
la richiesta di riconoscere la Palestina, venendo immediatamente allontanati
dall’aula. Il gesto ha interrotto una cerimonia segnata dall’omaggio politico
al presidente statunitense e ha portato dentro il Parlamento israeliano una
questione che quella rappresentazione istituzionale tendeva a lasciare ai
margini: i diritti nazionali e politici dei palestinesi.
La vicenda
di Cassif mostra dunque un conflitto che attraversa più livelli. C’è il piano
giudiziario, sul quale una sentenza ha riconosciuto la responsabilità penale
del parlamentare e sul quale restano possibili ulteriori passaggi. C’è il piano
istituzionale, segnato dai tentativi di esclusione elettorale e dalle
sospensioni. E c’è soprattutto il piano politico, che riguarda la possibilità
di opporsi all’occupazione e denunciare i crimini contro i palestinesi senza
essere progressivamente espulsi dagli spazi della rappresentanza. La Corte
Suprema ha finora impedito che il tentativo di esclusione elettorale producesse
il risultato voluto dai suoi promotori, ma la nuova condanna apre un problema
differente: qualora venisse riconosciuta una particolare gravità morale del
reato e la decisione diventasse definitiva, Cassif potrebbe perdere il seggio.
Un’eventuale pena detentiva comporterebbe inoltre la sospensione dall’attività
parlamentare durante la reclusione.
Nel
messaggio trasmesso ad Acerbo, Cassif interpreta la condanna come un ulteriore
passaggio di una pressione politica rivolta contro chi denuncia l’occupazione e
difende una prospettiva di pace fondata sull’uguaglianza. Il parlamentare
insiste sulla necessità di continuare la lotta contro lo spargimento di sangue
e per una convivenza tra i due popoli. Acerbo, a nome di Rifondazione
Comunista, ha espresso piena solidarietà al deputato, ricordandone l’impegno
contro la distruzione di Gaza e le violazioni dei diritti del popolo
palestinese.
La questione
supera comunque il destino personale di Ofer Cassif. Riguarda la possibilità
che dentro Israele continui a esistere un’opposizione politica capace di
mettere in discussione non soltanto le scelte di Netanyahu, ma le strutture
dell’occupazione e della disuguaglianza. La differenza è sostanziale.
Contestare un governo non significa necessariamente contestare il sistema che
rende possibile la dominazione militare sui palestinesi; Cassif appartiene
invece a quella minoranza politica che mette direttamente in discussione
l’occupazione, la discriminazione e la negazione dei diritti nazionali
palestinesi.
È proprio
per questo che il caso merita attenzione internazionale. Una democrazia non si
misura soltanto attraverso lo svolgimento delle elezioni, ma anche dalla
possibilità per le minoranze politiche di parteciparvi, esercitare il mandato
parlamentare e contestare le politiche dello Stato. Il fatto che la Corte
Suprema abbia respinto l’esclusione di Cassif e delle liste arabe rappresenta
una garanzia istituzionale concreta; il fatto che continuino a svilupparsi
procedimenti e iniziative capaci di incidere sulla loro rappresentanza mostra
quanto quel terreno rimanga conflittuale.
Il prossimo
gennaio si conosceranno le conseguenze penali della condanna. Nel frattempo
Cassif continua a rivendicare la propria opposizione all’occupazione e la
solidarietà con il popolo palestinese. La sua vicenda pone una domanda che va
oltre il singolo procedimento: quale spazio può avere una voce che denuncia le
responsabilità dello Stato dall’interno delle sue istituzioni, quando proprio
quella denuncia viene considerata da una parte del potere politico una forma di
delegittimazione nazionale? È una domanda che riguarda Israele, ma anche tutte
le democrazie nelle quali il dissenso radicale viene sempre più frequentemente
affrontato attraverso strumenti giudiziari, disciplinari e di esclusione
politica.
La terapia e il dolore incontenibile della Palestina - Samah Jabr
Giovedì 6 agosto 2026, ore 9:57 – Ora di Gerusalemme
Nelle ultime due settimane non sono riuscita a raggiungere il mio
ambulatorio di Nablus a causa degli attacchi dei coloni e della chiusura delle
strade. Pochi giorni dopo, non ho potuto raggiungere nemmeno il mio ambulatorio
di Al-Ram a causa dell’operazione militare nel campo profughi di Qalandia.
Ho dovuto cancellare gli appuntamenti e contattare i miei pazienti per spiegare
che la mia assenza non era una decisione professionale o personale, bensì la
conseguenza di una realtà politica che interferisce con ogni aspetto della
vita, compreso il trattamento psicologico.
Dopo aver terminato la telefonata con il mio ultimo paziente, mi sono
ritrovata a riflettere su una domanda inquietante: cosa succede a uno
psichiatra quando si trova ad affrontare le stesse circostanze che hanno
causato il dolore dei suoi pazienti?
Nel corso dei miei anni di pratica psichiatrica, una parte fondamentale della
mia missione è stata quella di offrire uno spazio in cui le persone possano
esprimere il proprio dolore e trasformarlo da un’esperienza travolgente in
qualcosa su cui riflettere.
La nostra missione non è mai stata quella di eliminare la sofferenza – non è
sempre possibile – ma piuttosto di accompagnare le persone nel loro tentativo
di ritrovare un senso nella vita e la capacità di andare avanti. Ma ciò che
stiamo vivendo oggi pone nuove domande alla nostra professione. Cosa succede
quando il trauma non è un evento passato, ma una realtà continua? Cosa succede
quando un paziente arriva in clinica durante una tragedia, portando con sé le
ferite sanguinanti invece dei ricordi di eventi passati?
Dal genocidio di Gaza, le nostre cliniche accolgono una comunità che vive
un dolore immenso. I pazienti arrivano portando con sé il peso della perdita
dei propri cari, la paura per le loro famiglie, le esperienze di sfollamento,
la fame, le minacce e un senso di sicurezza infranto, pur sapendo che il
pericolo è tutt’altro che finito.
Anche in Cisgiordania, raid, posti di blocco, violenze dei coloni, arresti e
blocchi stradali sono diventati parte della nostra quotidianità.
In mezzo a tutto questo, lo psichiatra si sente smarrito. Non siamo formati per
trattare questo tipo di dolore psicologico in condizioni che mancano persino
delle più elementari norme di sicurezza.
Spesso descriviamo l’impatto del lavorare con una sofferenza così intensa con
termini come “trauma secondario” o “stress compassionevole”. Questi concetti
sono importanti per comprendere cosa accade ai terapeuti che sono costantemente
esposti a narrazioni di dolore.
Ma non sono sufficienti a descrivere la nostra esperienza in Palestina.
Questo concetto implica che terapeuta e paziente condividano non solo l’empatia
per il dolore, ma anche la stessa discriminazione e la stessa struttura che
genera lo stesso dolore. Entrambi sperimentano le stesse limitazioni di
movimento, la stessa incertezza, la stessa paura per i propri cari e la stessa
esposizione a una realtà politica che si insinua nella vita quotidiana. Il
medico non si limita a curare la ferita dall’esterno; al contrario, cerca di
curarla mentre sanguina a sua volta, e si sforza di nascondere le proprie
ferite durante il lavoro. Questo cambia la natura stessa della relazione
terapeutica.
Il terapeuta, in questo contesto, non è semplicemente un testimone della
sofferenza dell’altro, né un mero portatore dei sentimenti del paziente. È
anche un essere umano che vive le conseguenze della stessa traumatica esperienza
storica.
In queste circostanze, il concetto stesso di contenimento viene messo alla
prova in modo senza precedenti. Abbiamo imparato che il ruolo del terapeuta è
quello di accogliere il dolore che il paziente non riesce a sopportare e di
aiutarlo a trasformare il terrore in parole e il caos in significato. Ma ciò
che vediamo oggi a Gaza e in Cisgiordania a volte supera la capacità di
contenimento del terapeuta.
Non è perché il terapeuta abbia perso la sua competenza, né perché l’umanità si
sia indebolita, ma perché l’entità, la persistenza, l’ampiezza e la natura
collettiva della sofferenza superano i limiti per cui sono stati progettati i
nostri strumenti psicologici tradizionali.
Ci sono momenti in cui al terapeuta viene richiesto non solo di contenere il
dolore altrui, ma anche di riconoscere i limiti della propria capacità umana di
tale contenimento. Forse riconoscere questi limiti fa parte dell’integrità
professionale, perché negarli può trasformare il terapeuta da essere umano
presente in una macchina che funziona fino al collasso.
La domanda con cui dobbiamo confrontarci è: come ci proteggiamo quando il
dolore e le minacce si nascondono dietro ogni angolo? Se ciò che stiamo
affrontando trascende i concetti di trauma secondario e burnout, e se viviamo
una realtà condivisa e opprimente con i nostri pazienti, allora la risposta non
può essere meramente individuale. Non possiamo chiedere al terapeuta di farsi
carico del peso di un’intera società e poi ridurre la soluzione a consigli sul
comfort o sull’adattamento personale.
Innanzitutto, è necessario un riconoscimento collettivo del fatto che anche il
terapeuta stesso ne risente. Questo riconoscimento non è una debolezza
professionale, bensì un prerequisito per la sopravvivenza della professione.
Devono esistere spazi in cui i professionisti della salute mentale possano
parlare delle proprie esperienze ed elaborare ciò che portano dentro, non come
pazienti, ma come esseri umani che svolgono un lavoro straordinario in
circostanze straordinarie. Dobbiamo inoltre passare dal modello del singolo
terapeuta che sopporta la sofferenza da solo a un modello di sostegno
collettivo.
In tempi di calamità, il sostegno non può essere fornito da una sola persona.
Il terapeuta ha bisogno di una rete: colleghi, supervisione, solidarietà
professionale e spazi di riflessione condivisa. Inoltre, dobbiamo sviluppare un
linguaggio e approcci psicologici radicati nella realtà delle società che
vivono una violenza continua.
Alcuni traumi non derivano da un singolo evento concluso, ma da una realtà
persistente che riproduce paura e perdita.
Ciò richiede approcci che considerino l’individuo nel suo contesto storico,
sociale e politico, non semplicemente come un elenco di sintomi. Nonostante
tutto ciò, dobbiamo preservare il significato della terapia. In un contesto che
mira a distruggere il senso di dignità e umanità, preservare il pensiero, la
connessione umana e la capacità di ascolto diventa un atto di
autoconservazione.
Questo è un invito a riconoscere una verità professionale e storica:
un’intera generazione di professionisti della salute mentale ha vissuto
un’esperienza senza precedenti, costretta a trattare gli effetti della violenza
in corso e al contempo a vivere nel suo contesto.
Quanto accaduto a Gaza, e quanto sta accadendo in Cisgiordania e a Gerusalemme,
non sta mettendo alla prova solo la resilienza degli individui, ma anche i
concetti stessi della psichiatria: il significato di trauma, contenimento,
neutralità e terapia in un contesto pervaso da minacce e dolore.
Dobbiamo documentare questa esperienza, anche se non possediamo tutte le
risposte, perché siamo testimoni di un momento storico che sta rimodellando la
nostra comprensione di cosa significhi essere un terapeuta in un’epoca di
violenza collettiva.
La psichiatria non si scrive solo nei libri e nelle teorie. Si scrive anche
nelle piccole stanze di terapia, nei corridoi chiusi, nelle telefonate in cui
ci scusiamo con i pazienti per non essere riusciti a contattarli, e nella lotta
quotidiana per preservare la nostra umanità quando viene spinta al limite.
Potremmo non essere in grado di contenere tutto il dolore che ci circonda, ma
possiamo rifiutarci di lasciarlo passare inosservato.
E insieme, possiamo costruire nuovi spazi di contenimento: collettivi,
professionali e umani, che ci aiutino a continuare a proteggere ciò che la
violenza cerca di distruggere sopra ogni altra cosa: la capacità umana di
pensare, di sentire e di vedere gli altri come esseri umani.
(Traduzione a cura di Maria Nadotti)
domenica 11 ottobre 2026
Putin vince, l’Europa è lo scemo del villaggio globale - Alberto Capece
L’Europa, grazie ai suoi milieu politici di infimo livello sia a livello
nazionale che comunitario, è stata gravemente ferita dalla rinuncia alle
risorse energetiche russe e oggi viene finita da quello che era, sì, il
padrone, ma che per vecchio e inveterato inganno, veniva chiamato amico. Trump
nella sua disperata ricerca di qualcosa che faccia diminuire il prezzo dei
carburanti e la devastazione che essi stanno portando alla sua campagna
elettorale, si è persino attaccato alla Russia per ottenere gasolio e per
questo ha mandato a remengo Zelensky e i suoi amici europei che a tutti i costi
vogliono colpire le raffinerie russe, una delle poche cose che rimangono
da fare per alimentare una guerra che sta per estinguersi. Insomma gli europei
prima sono stati indotti a partecipare alla preparazione della guerra ucraina,
poi a spendere centinaia di miliardi in armi e in cessi d’oro e ora vengono
abbandonati al loro destino. Insomma hanno fatto la figura degli scemi del
villaggio globale.
Tutto è paradossale in questa vicenda perché gli attacchi ucraini sono
stati concepiti e diretti dai servizi occidentali e in particola dalla Cia;
perché i danni sono stati enfatizzati oltre ogni limite di decenza, facendo
credere che carenze locali di gasolio avessero inferto un colpo mortale alla
Russia (e Putin glielo ha fatto credere, preparando la trappola), mentre ora si
scopre che Mosca può vendere senza problemi il proprio gasolio, come del resto
fa nei confronti di altri Paesi; perché le quantità concordate, anche ammesso
che arrivino, non costituirebbero che due settimane scarse di consumo
statunitense; perché comunque l’operazione, sempre che vada in porto, cosa
della quale c’è fortemente da dubitare, non aumentano le quantità totali di
diesel a disposizione nel mercato globale, ma solo la loro destinazione.
Questo i famosi mercati lo sanno benissimo, ma The Donald spera di poter
tamponare la situazione per le tre settimane che lo separano dalle urne di
mezzo termine: ciò che si propone di fare è dire agli americani: vedete, sto
facendo qualcosa per diminuire i prezzi. Che poi le lobby sioniste e i bastardi
dei servizi glielo consentano davvero, è un altro discorso. Tuttavia per
ottenere questo traballante scopo ha dato un calcio nel didietro ai suoi amici
d’oltre atlantico. Mentre il cocainomane di Kiev viene trattato con la
cura di un nano da giardino da Berlino, Bruxelles, Londra, Parigi e persino
dalla vaiassa romana del mercatino rionale, Trump lo sta buttando a mare: “Penso che sia giunto il momento per l’Ucraina di avere un nuovo
presidente. Zelensky avrebbe potuto risolvere questa guerra molte volte. Molte,
molte volte. E ha scelto di non farlo”. Ciò ovviamente non è vero
perché Zelensky non è altro che una marionetta in mano agli occidentali sin da
quando faceva il presidente del popolo (quello che ha poi sterminato) in
una serie televisiva, fa ciò che gli si dice, ma proprio per questo la
sconfessione del duce di Kiev equivale a una dichiarazione di sconfitta. Il
presidente americano che telefona a Putin chiedendogli di dargli una mano, è
come se fosse andato sulla Piazza Rossa con una bandiera bianca. Il capo
dell’Occidente riconosce che non può più imporre a chiunque la propria
volontà e che anzi è costretto a chiedere aiuto, dichiara di essere ormai la minoranza
del mondo. Un espediente elettorale apre uno squarcio enorme nella tela della
storia.
In più l’ultimo sberleffo all’Europa: nelle conversazioni che si sono
tenute in questi giorni è venuta fuori l’idea di ricostruire il Nord stream
grazie a una joint venture tra una società russa e una americana: se dunque il
gas dovesse un giorno tornare a fluire lo farebbe con il controllo di una
società americana che ovviamente lucrerebbe a più non posso sui prezzi. Se
fossi nei leader europei, presenti e passati penserei a un dignitoso suicidio
collettivo, a un seppuku riparatore dopo aver compromesso la vita di 400
milioni di cittadini. Disgraziatamente essi sono stati scelti proprio per la
mancanza di dignità. Resteranno finché non li caccerà via o finché non marciranno.
sabato 10 ottobre 2026
La sorellanza è forza. In memoria di Robin Morgan
«La donna che ha scritto questo Credo sa cosa ho nel cuore». SBONGA, Direttrice del Women’s Crisis Bureau di Soweto (Sudafrica), commentando il manifesto del Movimento delle donne sudafricane che riportava A Woman’s Creed (Il Credo di una donna).
La stesura di A Woman’s Creed fu richiesta personalmente dalla compianta
Bella Abzug, ex deputata del Congresso, in occasione del Women’s Global
Strategies Meeting (Incontro sulle strategie globali delle donne) del novembre
1994 — promosso dalla WEDO (Women’s Environmental and Development Organization)
e frequentato da 148 donne provenienti da 50 paesi — affinché fungesse da
dichiarazione di intenti e visione per l’organizzazione. Morgan si confrontò
con numerose donne, tra cui le compiante Perdita Huston (USA) e Sima Wali
(Afghanistan) e l’italiana Paola Melchiori, prima di ritirarsi nella sua camera
d’albergo e scrivere A Woman’s Creed nel corso di una notte.
Il testo fu immediatamente adottato e presto tradotto; debuttò alla Quarta
Conferenza mondiale sulle donne delle Nazioni Unite, tenutasi a Pechino (Cina)
nel 1995, sotto forma di opuscolo contenente il Credo in arabo, cinese, inglese
(lingua originale), francese, persiano/farsi, russo, sanscrito e spagnolo. Il
testo è stato pubblicato in Robin Morgan, “Cassandra non abita più qui”,
Ed. La Tartaruga, Milano 1996.
Il Credo di una donna
Noi, esseri umani e donne, sospese
sull’orlo del nuovo millennio.
Noi siamo la maggioranza della specie, ma abbiamo abitato nell’ombra.
Noi le invisibili, le analfabete, le sfruttate, le profughe, le povere.
E noi votiamo: mai più.
Noi siamo le donne affamate – di riso, casa, libertà, delle altre, di noi
stesse.
Noi siamo le donne assetate – di acqua limpida e risate, di letture, d’amore.
Noi siamo esistite in tutti i tempi, in ogni società.
Siamo sopravvissute al nostro sterminio.
Ci siamo ribellate – e abbiamo lasciato dei segni.
Noi siamo la continuità, intessiamo il futuro col passato, la logica con la
poesia.
Noi siamo le donne che tengono duro e gridano Sì.
Noi siamo le donne dalle ossa, voci, menti, cuori spezzati – eppure siamo le
donne che osano sussurrare No.
Noi siamo le donne la cui anima nessuna gabbia fondamentalista può contenere.
Noi siamo le donne che rifiutano di permettere che si semini morte nei nostri
giardini, nell’aria, nei fiumi, nei mari.
Noi siamo, tutte e ciascuna, preziose, uniche, necessarie.
Noi fatte più forti, benedette, sollevate perché non uguali.
Noi siamo le figlie del desiderio. Noi siamo le madri che daranno alla luce la
politica del XXI secolo.
Noi siamo le donne da cui gli uomini ci hanno messo in guardia.
Noi siamo le donne che sanno che tutte le questioni ci riguardano, che
reclamano il loro sapere, reinventeranno il loro domani, discuteranno e
ridefiniranno ogni cosa, incluso il potere.
Sono decenni ormai che lavoriamo a dar nome ai dettagli del nostro bisogno,
rabbia, speranza, visione. Abbiamo rotto il nostro silenzio, esaurito la nostra
pazienza.
Siamo stanche di enumerare le nostre sofferenze – per intrattenere o essere
semplicemente ignorate.
Ne abbiamo abbastanza di parole vaghe e attese concrete; abbiamo fame d’azione,
dignità, gioia. Intendiamo fare di meglio che resistere e sopravvivere.
Hanno tentato di negarci, definirci, piegarci, denunciarci; ci hanno messe in
prigione, ridotte in schiavitù, esiliate, stuprate, picchiate, bruciate,
asfissiate, seppellite – e ci hanno annoiate.
Ma niente, neppure l’offerta di salvare il loro agonizzante sistema, ci può
trattenere.
Per migliaia di anni le donne hanno avuto responsabilità senza potere, mentre
gli uomini avevano potere senza responsabilità.
Agli uomini che accettano il rischio di esserci fratelli offriamo un
equilibrio, un futuro, una mano. Ma con loro o senza di loro, noi andremo
avanti.
Perché noi siamo le Antiche, l’Essere Nuovo, le Native venute per prime e
rimaste, indigene come nessuno. Siamo la bambina dello Zambia, la nonna della
Birmania, le donne del Salvador e dell’Afghanistan, della Finlandia e di Fiji.
Siamo canto di balena e foresta pluviale; l’onda sommersa del mare che monta,
immensa, a spezzare in mille frammenti il vetro del potere.
Siamo le perdute e le disprezzate che, piangendo, avanzano nella luce.
Questo noi siamo.
Siamo intensità e energia.
Siamo i popoli del mondo che parlano – che non aspetteranno più e non possono
essere fermati.
Siamo sospese sull’orlo del millennio: alle spalle la rovina, davanti nessuna
mappa, il sapore della paura acuto sulle nostre lingue.
Eppure faremo il salto.
L’esercizio dell’immaginazione è un atto di creazione.
L’atto di creazione è un esercizio della volontà.
Tutto questo è politica.
E’ possibile.
Pane. Un cielo pulito. Pace vera.
La voce di una donna che canta chissà dove, melodia che spira come fumo dai
falò campestri.
Congedato l’esercito, abbondante il raccolto.
Rimarginata la ferita, voluto il bambino, liberato il prigioniero, onorata
l’integrità del corpo, ricambiato l’amante.
Magico talento di trasformare i segni in significato.
Uguale, giusto e riconosciuto il lavoro.
Piacere nella sfida che porta, concordi, a risolvere i problemi.
La mano che si alza solo nel saluto.
Interni – dei cuori, delle case, dei paesi – così solidi e sicuri da rendere
finalmente superflua la sicurezza dei confini.
E ovunque risate, sollecitudine, festa, danze, contentezza. Un paradiso umile,
terrestre, ora.
Noi lo renderemo reale, nostro, disponibile.
Noi disegneremo la politica, la storia, la pace.
Il miracolo è pronto.
Credeteci.
Siamo le donne che trasformeranno il mondo.
Pubblichiamo due poesie inedite
la cui traduzione è a cura di Maria Nadotti
Kigali, 1994
Il ritaglio è fragile e ingiallito,
ma
leggibile ancora: come le milizie Hutu massacrarono
i degenti – tutti e 750 – del reparto di psichiatria.
Lanciarono granate oltre il muro, rammenta
un’infermiera. “I pazienti – dice – non capivano
cosa stesse accadendo. Presero a vagare
cantando, a mani alzate”.
Un’altra ricorda la plebaglia
venuta
con strumenti di morte dilagare
nelle chiese dove i Tutsi sudavano nascosti,
in villaggi, sobborghi, città, uccidendo
dentro scuole, case, parrocchie, per i campi. “Parevano
burocrati”, rammenta una donna, “attaccavano
alle sette la mattina, alle cinque staccavano”.
Dopo una dura giornata di omicidi,
tornavano
cantando alle case in collina, portando il bottino
strappato alle vittime. Una ragazzina gettata in una fossa
con tanti altri bambini viveva ancora. Nel villaggio s’udivano
le grida, le mandarono giù dell’acqua. Quindi il sindaco
ordinò di colmare la fossa, gli abitanti del villaggio la colmarono.
La gente che le aveva portato l’acqua colmò la fossa.
Sono notizie vecchie ormai,
ingiallite come la viltà, fragili
come il buonsenso. Il Rwanda è in ricostruzione,
lo sterminio si è spostato altrove. C’è sempre un massacro
in corso in qualche luogo; se perdi la matinée
puoi farcela per lo spettacolo serale, averlo su richiesta.
Ci sono repliche, poi, con tanto
di cronaca, analisti, opinioni.
Da giovane giurai di porvi fine, di
vivere tentandoci. Ora son vecchia
la pelle ingiallita, fragili le ossa; solo per esser viva ancora
in qualche modo sto fra chi poté rincasare
cantando, portando il bottino strappato al dolore altrui:
tema per le mie poesie. Non capivo
cosa stesse accadendo. Così ho preso a vagare
cantando, come qui, a mani alzate.
Lo scavo
I. Annuncio della National
Geographic Society, giugno 2006.
I resti mummificati di una
giovane donna, risalenti a milleseicento anni fa, erano coperti di pigmento
rosso e segnati da tatuaggi. L’imponenza della tomba denotava una posizione
elevata. È stata scoperta a quattrocento miglia a nordovest di Lima, Perù,
presso la sommità della piramide Huaca Cao Viejo, luogo sacro della cultura
Moche, che fiorì molto prima dell’ascesa degli Incas. Tra gli oggetti funebri –
oro, tessuti finissimi, pietre semipreziose, materiali per tessere e aghi
adatti a una donna – c’erano due clave da guerra cerimoniali e ventotto
lancia-asta, arnesi mai rinvenuti in luoghi dove era sepolta una donna, ma
esclusivamente nelle tombe degli uomini Moche. Lì accanto giace lo scheletro di
un’altra donna, più piccola e all’apparenza morta per strangolamento, una corda
di canapa ancora stretta attorno al collo. È stata la corda, tramite analisi al
radiocarbonio, a datare la sepoltura di entrambe intorno al 450 dell’era
cristiana.
II.
Sei qui, lo so. Dove?
Vieni. Te l’ordino.
Se potessi vedere attraverso questa nebbia! Vago
e aspetto, chiamandoti, piccolina
del mio cuore, abbattuta dal branco,
dove sei? Vieni! Lo esigo!
Sei stata mia dal momento che ti ho
vista,
tolta dalla lordura per accordarti il mio favore,
innalzata, portata nella Grande Casa.
Con quanta forza hai lottato – piccola come sei,
ma scalciavi, sputavi, sferravi colpi,
graffiavi, strepitavi – e io ridevo
mentre ti frizionavano e
avvolgevano nelle sete,
ridevo mentre ti rimpinzavi di piccione arrosto e mango,
ridevo mentre ti rannicchiavi lanciandomi sguardi in tralice.
Sei vicina, lo sento. Vieni da me,
te l’ordino. So che mi senti anche attraverso
questa nebbia fitta. Inutile combattermi, lo sai.
Sono sempre stata diversa, più
forte di tutti
i miei fratelli, di mio padre il vero figlio, benché
donna. Mi ci sono applicata con la testa e coi denti,
rifiutando di essere non-uomo, femmina, meno che umana.
Più che umana io ero, e lo sapevo.
Quando gli Altri vennero dal nord
fui io a guidare i Moche alla
battaglia. Io
a falciare i nemici, ridere delle loro grida,
uccidere e ancora uccidere finché non ne rimase alcuno.
Le mie braccia dolevano a forza di ammazzare. I miei nemici, la mia gente,
entrambi i popoli mi consideravano un prodigio,
una donna di potere, un mostro o un demonio.
Non ero né mostro né demonio, bensì
dio. Da quel giorno,
gli uomini mi temettero, le donne mi fuggirono,
tutti però mi veneravano. Vestivo un mantello
di piume di condor. Un prezzo c’era:
di timore e adorazione ero l’oggetto,
non d’amore. Come può il devoto immaginare
l’indicibile solitudine del proprio
dio?
Poi, un giorno, mentre cacciavo, eccola
lì, nascosta, accovacciata nel suo fetido rifugio,
una creatura cenciosa, dagli occhi immensi. Avresti dovuto
imparare a servire dio con gioia, e invece,
finisti per amare me. Me. Tu sola hai amato la me in dio.
Come potevi non farlo? Perché
adesso taci?
Sei qui, devi essere qui, ho lasciato ordini in tal senso.
Sai che non posso restare sola, non con queste armi
che tanti hanno ucciso – gli strumenti usati per provare
che ero umana. Più: che ero dio.
Quello era il prezzo. Tu fosti il dono.
III.
Sei qui, temo che sbucherai
dalla nebbia come il giorno che mi afferrasti
per i capelli nell’angolo della capanna verso il prato.
Sette estati avevo conosciuto. Mi prendesti
che avevo solo sette estati. Ridevi. Mio padre
si prostrò per la gioia che andassi schiava
a colei che era insieme uomo e dio.
Ci sarebbe stato cibo,
adesso, birra, oro, mariti vogliosi delle sorelle, una casa
di adobe, un tumulo privato alla morte dei miei genitori.
“Sarai portata in alto”, disse mia madre.
Io nulla conoscevo. Solo paura e perdita. Dovevo
scordarle entrambe se volevo vivere.
Ma volevo morire – pur se mai
abbastanza. Così ho vissuto,
favorita del dio, accucciandomi dove tu mi mettevi.
Ai tuoi piedi quando condannavi a morte i prigionieri.
Alla tua tavola, per assaggiare ogni piatto in cerca di veleno.
Accanto ai tuoi incubi la notte prima della battaglia.
Sotto le tue lenzuola di lino. Tra le tue cosce.
Odoravi di sangue e spezie. La tua
voce si addolciva
al mio nome. Nuda, sorridevo e danzavo per te,
ti toglievo l’armatura. Il bagno ti facevo.
Una volta che avevi ucciso venti uomini,
– in un giorno, si disse – tenni il bacile
mentre vomitavi. Quasi ti amavo allora.
Ma quando infine cadesti, ne gioii
l’intero giorno.
Poi la notte mi ricordai che la tua morte
voleva dire che sarei morta anch’io, per servirti
nell’aldilà, innalzata nella morte.
Stavolta fuggii, con un tale terrore nella bocca
che ancora lo assaporo come il veleno che così spesso
avevo ideato di passarti,
assaggiato il tuo cibo, prima o poi.
I tuoi sacerdoti, la gente in lutto, mi presero, certo,
e, come avevano fatto con la bambina di sette anni
che lottava e urlava, mi trascinarono sulla tomba dove giacevi
avvolta nella corazza laminata d’oro, circondata
dalle tue armi e dai miei utensili per tessere. Libertà sarebbe dimenticare
la paura, ma da tempo la mia paura
si era convertita in odio. Troverò
nuovi aldilà dove vagare sola, giacché i tuoi ordini
risuonano in uno spazio che sbadiglia, vasto, tra noi.
Mai ti ho amata – pur se avrei potuto. L’ultimo
irretimento sta nel mio desiderio di dirti queste cose,
nella speranza schiava che tu possa capire…
tranne questo: quel giorno nella tua tomba mi costrinsero
a volgere il viso verso il tuo. Ti
vidi fissare la morte
con occhi incastonati di turchese. Sentii la corda cadermi, greve,
sulle spalle, poi serrarsi intorno alla mia gola.
Centellinai l’ultimo respiro, sapendo che il tuo volto
sarebbe stato l’ultima cosa che avrei visto,
bello, severo, incapace di vedermi.
IV. Lettera alla famiglia di una
studentessa impegnata in uno stage presso gli scavi di Huaca Cao Viejo.
Gli indiani del posto sono così
superstiziosi. Scuotono la testa e ci avvertono che, quando disturbiamo una
tomba, i cosiddetti “spiriti” si risvegliano e prendono a vagare. Però non ti
dicono di chi siano. Cosa ne dite? Di una regina? Della moglie o della figlia
di un capo militare? E se fosse lo spirito di una qualche mitica amazzone! Non
lo sapremo mai. E la seconda donna? Potrebbe trattarsi di un suicidio. Penso
che fossero amanti e che fosse disperata per la morte della regina. È così
romantico! Naturalmente il professore ritiene che si tratti di un sacrificio.
Sarebbe in linea con le consuetudini delle antiche popolazioni andine. Quando moriva
una persona di alto lignaggio, durante la cerimonia funebre il suo spirito
riceveva in dono rituale una vergine. Per fortuna che all’epoca non mi trovavo
da queste parti! Il professore dice anche che è assurdo immaginare che le donne
fossero amanti, e estremamente improbabile che si siano mai incontrate, tanto
meno conosciute.
Ma la corda! Quant’è grande la corda? Che colpo di fortuna datare il
reperto!