mercoledì 25 febbraio 2026

A proposito di colonialismo americano: dalla Monroe alla Mondroe - Alberto Bradanini

 

Nemmeno i roditori di Manhattan hanno mai digerito la leggenda infantile che la dottrina Monroe – un’insulsa sintesi ideologica dell’allora nascente colonialismo americano, datata 1823 – debba considerarsi l’undicesimo comandamento della religione imperialista. Persino i frequentatori di quelle vie fognarie sono al corrente che si tratta di un’impudente stampella che tenta di giustificare l’ingiustificabile. Vediamo: il 2 dicembre 1823, in un messaggio al Congresso l’allora inquilino della Casa Bianca, James Monroe, consegnò alla storia quanto segue: “I continenti americani, nella condizione libera e indipendente che hanno assunto e mantengono, non devono più essere considerati soggetti, d’ora innanzi, a future colonizzazioni da parte di potenze europee”, aggiungendo che gli Stati Uniti “non avrebbero interferito negli affari europei“, ma avrebbero considerato atto ostile ogni tentativo di interferenza europea “nei paesi americani indipendenti” (vi erano allora molte colonie).

Da allora gli europei non hanno più interferito nell’Emisfero Occidentale – con l’eccezione della vicenda cubana (1962), momento critico della guerra fredda tra due Grandi Potenze – non tanto per discernimento, quanto per declino strutturale e diverse priorità. Gli Stati Uniti hanno invece disatteso quella promessa, ingombrando pervasivamente l’Europa (e il mondo intero), con minacce, sanzioni, conflitti, corruzione e uso della forza.

Da allora, l’infantile ermeneutica della dottrina Monroe contribuisce a silenziare una spudorata violazione del diritto internazionale e della sovranità/libertà di altri popoli, per nutrire la gloria e le tasche della sola nazione indispensabile al mondo (M. Albright e B. Clinton).

Del resto, il buongiorno si vede al mattino. Sin dagli albori, l’ideologia di una nazione modellatasi nello sterminio degli indigeni americani nutriva le istituzioni con l’orrore disumano della schiavitù: i padri fondatori di cotanta democrazia – George Washington, Thomas Jefferson, James Madison, William Harrison, John Tyler e via dicendo – erano tutti grandi proprietari di schiavi.

Nei secoli successivi l’egemonia Usa si imporrà attraverso la legge della giungla: colpi di stato, invasioni, guerre occulte o dichiarate, rapimenti di presidenti, torture, violenze, corruzione e via dicendo. Prendere coscienza di ciò è duro. Molti occidentali, in primis i cittadini di quella nazione, preferiscono dunque lasciarsi sedurre dal sole che tramonta sul Grand Canyon e poi farsi un bourbon, invece di opporsi al dominio delle corporazioni private, un sistema che in America Latina tutti capiscono perché inciso sulla loro pelle: nemmeno le foglie sono libere di cadere senza il placet dei predoni di Washington.

Quanto sopra premesso, giunge ora voce che, con il ritorno alla Casa Nera, quel gentleman ottuagenario dai modi fini, la chioma al vento e le idee luminose, che ha nome D. Trump – lo stesso che ha accumulato una meritata fortuna costruendo alloggi popolari per i senzatetto di New York – intenderebbe aggiornare il senso della citata dottrina Monroe ribattezzandola dottrina Mondroe. Dalla coerenza che ne deriverebbe in termini di chiarezza trarrebbero giovamento sia i destinatari di tale strategia umanitaria (il cui senso è così sintetizzabile: se non obbedisci, ti spacco il fondoschiena!) sia i media mainstream, non più costretti a un trapianto di cellule cerebrali prima di descrivere quanto accade al mondo.

Sappiamo che in ossequio alla tradizionale dottrina Monroe, il Venezuela deve farsi rapire il presidente, Cuba deve tornare a essere un bordello di Las Vegas, Panama svendere il Canale ai marines e tutti i governi sudamericani misurare parole e amicizie, obbedendo a tale Rubio Marco, segretario di stato Usa, di professione figlio di fuoruscito cubano (sebbene prima della rivoluzione castrista). Nel rispetto della più recente dottrina Mondroe, invece, l’Iran – un paese che sulla mappa il 99 % dei cittadini americani colloca sotto l’Australia – deve suicidarsi: a) rinunciare alla tecnologia dell’atomo per scopi civili, elettricità e altro (consentita dal Trattato di Non Proliferazione, a cui diversamente da Israele ha aderito); b) smantellare la sola deterrenza di cui dispone, i missili balistici e ipersonici, accettando francescanamente di farsi bombardare da ordigni americano-sionisti, notoriamente messaggeri di democrazia e diritti umani, senza nemmeno chiedere perché (di grazia) non lo faccia anche Israele, magari dopo aver distrutto, con l’occasione, le centinaia di testate nucleari in suo possesso; c) astenersi da ogni relazione con Hamas (tradizionalmente finanziata, oltre che dalla stessa Israele, soprattutto dalle monarchie del golfo alleate degli Usa) e Hezbollah (il Partito di Dio al governo in Libano, dove è accreditato anche l’Ambasciatore americano a Beirut), che difende l’indipendenza del suo paese e, come può, la sopravvivenza dei palestinesi davanti alla ferocia dell’esercito israeliano.

La dottrina Mondroe prevede altresì che la Cina torni povera e dipendente dal capitalismo occidentale, che la provincia di Taiwan diventi indipendente, che la Russia perda la guerra e si lascia depredare dalle benefiche corporazioni di Wall Street, che la Groenlandia diventi il 51.mo stato degli Stati Uniti, perché loro ne hanno bisogno), che i palestinesi spariscano dalla faccia della terra, cosicché Israele possa espandersi – come afferma un libro scritto qualche migliaio di anni fa – dall’Eufrate al Mediterraneo (altrimenti le sue lobby si arrabbiano e l’impero trema).

Nel frattempo, dopo la ferita ancora aperta in Venezuela, la libera stampa di mainstream – cumulando introspezione storica e acume geopolitico – si domanda candidamente se sarà Donald Trump a far cadere Cuba, ovvero se, dopo 67 anni di resistenza alle amorevoli scudisciate yankee, Cuba cadrà da sola, magari dopo aver inciampato uscendo di casa. La medesima stampa – che per individui normali, a parte i sonnambuli, è solo un megafono stonato della plutocrazia euroatlantica – ci rivela che la meditata decisione del Sovrano del Sistema Solare e aspirante Nobel per la Pace 2026 di bloccare tutte le petroliere dirette verso l’isola ribelle costituisce un colpo durissimo a un’economia già in ginocchio. Poiché i media non osano farlo, prendiamo noi la libertà di suggerire che la ragione di ciò potrebbe forse rinvenirsi nel criminale embargo che dal 1959 gli Usa impongono contro chiunque commerci con Cuba. Resta misterioso dove si nascondano le voci di governi democratici, parlamenti, giornali, accademici e intellettuali sensibili alla decenza, al diritto, alla vita e alla sovranità di un popolo in sofferenza, colpevole solo di non piegarsi a novanta gradi al passaggio del bullo del quartiere, il principale stato canaglia del pianeta-terra, gli Stati Uniti d’America[1].

Passerebbe alla storia del sistema solare se i governi europei – ma qui entriamo nella fantascienza – invitassero le truppe imperiali ad invadere, invece di Cuba, le Isole Vergini, Trinidad e Tobago, le Isole Cayman, Bermuda, Anguilla, Saint Lucia, Grenada, Belize e altri paesini della regione, noti forse per la loro bellezza ma soprattutto per proteggere i capitali in fuga dal fisco. Tale sussulto di moralità risuonerebbe nei secoli dei secoli. La plutocrazia Usa prende invece di mira un’isola martoriata che non nasconde ricchezze o eserciti invasori, ma vive la dolorosa consapevolezza che il paradiso dei ricchi è fatto dell’inferno dei poveri.

Nel silenzio dei maggiordomi europei, quell’anziano signore col tupè, che dispone tuttavia di immensi poteri, viola ogni giorno etica e buon senso, dopo aver elevato a imperativo categorico il suo instabile giudizio, orgoglioso però di utilizzare la Carta delle Nazioni Unite e in generale il diritto internazionale al posto della carta igienica.

Alla stampa dominante, nel menzionare il Venezuela, non punge vaghezza di ricordare, come si trattasse di un evento occorso nell’Alto Medioevo, e non un mese fa, che il suo legittimo (sì legittimo!) Presidente è stato rapito da un gruppo di banditi (i soldati Usa), agli ordini di generali altrettanto banditi – nelle nazioni evolute, infatti, questi devono disobbedire quando gli ordini contraddicono il diritto penale – e del Segretario alla Difesa (che si fa ora chiamare Segretario alla Guerra, affinché non si abbiano dubbi in proposito), sotto la sorveglianza del citato autocrate, lo stesso che Caronte dagli occhi roventi attende ansioso alla soglia dell’Ade, per accoglierlo tra piaceri della cayenna.

A proposito di degrado biologico, gli Epstein files rivelano l’abisso etico dei massimi detentori di potere e ricchezze nel pianeta. Secondo quanto emerso, al netto della ripulitura di tali fascicoli (1,5 milioni di questi sono tuttora secretati), il nome del citato Sovrano appare un milione di volte, non cento o mille volte, ma proprio un milione di volte! Per ricostruire gli scambi di piaceri, in ogni demoniaco senso, non basterebbe un esercito d’investigatori. Non è forse un caso se negli ultimi mesi lo sguardo presidenziale si è incupito. La pace in Ucraina (e altrove), promessa entro 24 ore ai suoi candidi elettori, viene sempre rinviata tra un paio di mesi, mentre ormai anche i pinguini dell’Antartide hanno compreso che la sua esistenza – tra scheletri, frequentazioni indecenti e comportamenti bizzarri – somiglia poco a quella del poverello d’Assisi.

Nel vuoto politico dei governi europei e in quello di pensiero dei burocrati di Bruxelles – destinati tutti a finire nella spazzatura della storia – è l’intera classe dominante euroatlantica che si rotola nella melma, evidenza conclusiva che l’impero è marcio. Prima di commemorarne i fasti, tuttavia, la storia potrebbe presentare il conto. Nessun pranzo è gratis. Il nostro auspicio è che la sopravvivenza del mondo abbia un costo sopportabile per il genere umano.

Non è l’infima qualità dei detentori del potere che qui rileva. Da lì, come affermava Confucio, provengono quasi sempre gli uomini peggiori. La storia è del resto stipata di individui che insieme al potere hanno accumulato demenza e depravazione. Ciò che colpisce è invero il drammatico deficit di pesi e contrappesi, Leggi, Costituzione, parlamenti/congressi, opposizioni politiche, libera stampa, intellettuali (ombre di ombre) e via dicendo, e ancor prima una popolazione vigile, che appare invece persa nelle nebbie della paura, del consumo di beni inutili, dell’emarginazione etica, dell’alienazione, démoni tutti che frantumano il valore dell’esistenza.

Non v’è molto da aspettarsi da politici, ricchi aziendalisti, direttori di prestigio, facoltosi e celebrità, case reali e miliardari, larga parte dei quali abitatori di edonismi narcisistici e insaziabile cupidigia. La classe dominante non concede nulla senza qualcosa in cambio. Chi vi si avvicina, ne diventa schiavo. Essi sono i nemici da combattere, sempre.

In un suo tweet, Elon Musk afferma: chi afferma che il denaro non fa la felicità sa di cosa parla, aggiungendo una faccina triste. Sorprende non poco che tale rapinatore di ricchezze altrui non sia nemmeno capace di utilizzarle per mitigare la sua disumana inquietudine. Di tutta evidenza, una civiltà che consente a un esiguo gruppo di dissennati di alimentare la guerra e avvelenare il pianeta, non ha davanti a sé una lunga vita. Nemesi, la dea della giustizia compensatrice, non consente loro di farla franca, condannandoli a straziarsi l’anima davanti a cumulo di ricchezze che potrebbe sfamare per secoli miliardi di persone.

La felicità – non sappiamo bene come chiamarla, ma insomma, quella cosa lì – è il premio meritato di una vita spesa bene. Per gente come lui, l’assenza di appagamento nasconde un mostro, il desiderio sadico di dominare altri uomini, ultima depravazione di un essere perduto.

Si racconta che Joseph Heller, autore del romanzo Catch-22, venne interrogato da un amico a casa di un miliardario: “Joseph, come ti fa sentire sapere che chi ci ospita guadagna in un giorno più di quanto tu abbia guadagnato in anni dedicati a scrivere il tuo libro di maggior successo?” E Joseph: “mi fa sentire tranquillo. Io possiedo qualcosa che lui non potrà mai avere.”: “e che diavolo potrebbe mai essere?” E Joseph: “La consapevolezza di possedere abbastanza.” … Caro Joeseph, riposa in pace!


[1] Lindsay O’ Rourke, Covert Regime Change: America’s Secret Cold War, Ed. Cornell Un. Press, 2018

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La "fuga dei bianchi" dagli istituti di periferia: dove nasce la segregazione scolastica - Andrea Ceredani

Gli esperti definiscono il fenomeno "white flight", fotografando così la tendenza delle famiglie italiane a iscrivere i figli nei quartieri centrali delle grandi città, lontani dalle periferie ad alto tasso di presenza straniera. «Così nascono sempre più classi ghetto e il tessuto sociale si strappa»

Nella Circoscrizione 5 di Torino, circa il 30% dei giovani in età scolastica ha cittadinanza straniera ma, entrando nelle scuole del quartiere, pare che gli studenti non italiani siano molti di più: in certe classi rappresentano la quasi totalità degli iscritti. Quel quartiere, Vallette, ha iniziato solo negli ultimi decenni a essere abitato da cittadini di moltissime nazionalità diverse. «Anche la scuola, di conseguenza, oggi è popolata da un mix di studenti stranieri – spiega ad Avvenire Marco Battaglia, educatore presso l’associazione Vides delle suore salesiane torinesi –. Molte famiglie italiane, di fronte a questo scenario, preferiscono iscrivere i propri figli in altri istituti. Perciò, ci troviamo di fronte a sezioni quasi del tutto straniere». L’esodo degli studenti italiani dalle scuole ad alto tasso di iscritti stranieri, in realtà, è una tendenza diffusa in tutte le maggiori città d’Italia da anni e, per questo, gli addetti al settore le hanno già affibbiato una definizione: “white flight”. Letteralmente, la “fuga dei bianchi”. Un fenomeno che determina, di fatto, la segregazione scolastica di molti alunni senza cittadinanza italiana. «I numeri lo spiegano bene – commenta Battaglia –. Le scuole che sono più accoglienti con gli stranieri, negli scorsi anni, hanno avuto molte meno iscrizioni. Quelle che sembrano più rigide hanno numeri più alti».

I più colpiti dal “white flight” sono i grandi centri urbani, dove si concentra la maggior parte degli studenti stranieri: Milano in testa (83.230 nell’anno scolastico 2023/24), seguita da Roma (68.079), Torino (41.461) e Brescia (33.558). Ma i numeri, secondo gli esperti, «vanno maneggiati con cura» perché «la concentrazione di alunni di seconda o terza generazione in pochi istituti non rappresenta di per sé un problema per l’apprendimento – spiega Marta Berti, responsabile del progetto SCooP, che opera contro la segregazione scolastica nel Municipio 6 di Milano –. Quella a cui assistiamo è piuttosto una fuga dalla povertà e dalle periferie verso il centro: chi ha la possibilità sceglie di spostarsi, mentre chi non ha i mezzi economici resta». Un circolo vizioso che ha conseguenze educative negative sul percorso di tutti gli studenti. In scuole dove convivono alunni di lingua, provenienza ed estrazione socioeconomica diverse – spiega Berti – «tutti i ragazzi si arricchiscono di competenze nuove». Concepire gli istituti a prevalenza straniera come scuole di “serie B”, al contrario, mina «il diritto di tutti a ottenere lo stesso livello di qualità educativa». Il rischio principale, secondo Marco Battaglia, è «lo sfilacciamento del tessuto sociale». In altre parole, che studenti italiani e stranieri non si conoscano e non si incontrino mai: «È una perdita per tutti – commenta – anche perché, nella mia esperienza, le medie migliori le hanno gli alunni stranieri».

Il meccanismo del “white flight” ha conseguenze evidenti a Milano, dove molte classi di periferia rasentano la quota del 100% di alunni con cittadinanza straniera, perché ritenute poco attrattive dalle famiglie italiane. Per disinnescare «il circolo vizioso che isola gli studenti stranieri», il progetto Mixité, guidato dalla cooperativa sociale Diapason, ha introdotto servizi pomeridiani aggiuntivi in quattro istituti milanesi a rischio di segregazione: «Ci lavoriamo da due anni – spiega Elisabetta Cargnelutti, project manager di Diapason – e i risultati sono positivi. Molte famiglie italiane hanno deciso di iscrivere i loro figli in scuole marginalizzate perché, di fatto, restano aperte tutti i pomeriggi». Laboratori di scienze, giochi e doposcuola: tutto contribuisce «ad attirare i genitori italiani verso scuole che sono attente alle loro necessità». L’obiettivo? «Al lungo termine – conclude Cargnelutti – vogliamo mutare una convinzione: quella secondo cui una scuola a maggioranza di studenti italiani svolga il programma in modo più completo e veloce. È solo una questione di pregiudizio».

Le scuole che hanno ridotto il tasso di segregazione scolastica, in effetti, sono anche quelle in cui genitori italiani e stranieri collaborano agli stessi progetti. È il caso del doposcuola dell’istituto Daniele Manin di Roma, di cui fa parte la scuola Di Donato, definita nel 2005 la più multietnica d’Italia, con iscritti da oltre 80 nazionalità diverse. Al termine delle lezioni, ogni giorno alle 16.30, nelle aule della Di Donato iniziano corsi di ogni genere: studio, basket, canto, pattinaggio. A organizzarli sono i volontari dell’Associazione genitori, ma anche docenti ed educatori. Il risultato? Secondo la mamma affidataria Francesca Valenza, che partecipa da anni, è un successo: «Le famiglie italiane qua possono trovare un’offerta formativa unica che li attrae e li spinge a intessere relazioni e legami affettivi con genitori di ogni provenienza. Insomma, superano il pregiudizio».

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martedì 24 febbraio 2026

Un radioso futuro di civilizzazione

 cioè il colonialismo, il nostro avvenire dietro le spalle, di Francesco Masala


Quando gli europei arrivarono in America, che ancora non si chiamava così, cedevano paccottiglie varie agli indigeni in cambio di oro e altre ricchezze, gli europei si credevano i più furbi del mondo.

Quando gli indigeni di tutto il continente capirono l’avidità degli europei le ricchezze furono rubate attraverso genocidi e schiavitù, quella dei neri africani.

Un meccanismo simile funziona oggi, gli Stati Uniti d’America, si credono i più furbi del mondo, hanno imparato bene dai maestri, comprano tutti i prodotti e i servizi applicando dazi ai venditori, che in cambio comprano i prodotti e servizi Usa senza nessun dazio (e senza che le imprese Usa paghino le tasse e imposte come tutti), come in India, recentemente.

Quando gli abitanti di tutto il mondo capiscono, non da oggi, l’avidità degli Usa, sempre fedeli alla loro storia criminale (1), e che i dazi vengono applicati in maniera asimmetrica, per chi ci sta, e per gli altri, per chi non ci sta, ci sono colpi di stato, rivoluzioni colorate, guerre e genocidi (Venezuela e Palestina lo testimoniano). Alcuni stati riescono a resistere, per nostra fortuna, cosa mai successa prima, agli Usa.

 

Gli statiunitensi, eredi degli europei, come dice Narco Rubio (qui in italiano), propongono all’Europa un luminoso futuro di colonialismo, rapina, stupri e genocidi.

L’Europa applaude.(2)

 

Ci fosse Dante scriverebbe "Ahi serva Europa, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello!”

Allora non esistevano molti stati europei, gli Usa e Israele, e dei genocidi futuri non si aveva notizia.

E magari, pensando ai versi della Divina Commedia/Inferno/Canto XXV

Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi
d'incenerarti sì che più non duri,
poi che 'n mal fare il seme tuo avanzi? (Ahimè, Pistoia, perché non stabilisci di incenerirti così da non durare più oltre, dal momento che superi con le tue malefatte i tuoi progenitori?)

chissà cosa Dante scriverebbe oggi, anche solo leggendo questa notizia e quest'altra, o vedendo questo video, di sicuro lo lincerebbero dandogli dell’anticolonialista, antieuropeo, antiamericano, antisemita.

 

 

 

(1) Cavallo Pazzo, di Larry McMurtry, pubblicato nel 1999, in italiano da Einaudi nel 2025 (tradotto da Gaspare Bona) pagina 69:

Per la fortuna della Nazione e la sfortuna dei Sioux, le Black Hills aspettavano il loro momento. Da tempo correva voce che ci fossero grandi depositi d’oro nelle montagne sacre dei Sioux. Tuttavia, a imbarazzare i governanti, c’erano i vincoli del tanto strombazzato accordo del 1868, che assegnava per sempre quelle montagne agli indiani e stabiliva in maniera insolitamente chiara che ai bianchi doveva essere impedito l’accesso. Il governo degli Stati Uniti aveva infranto molti trattati con gli indiani, alcuni sostengono tutti. Recentemente lo scrittore Alex Shoumanoff ne ha calcolati 378, ma pochi di qui casi provocarono tanta agitazione, tante riflessioni e tante manfrine quanto il trattato del 1868. Il generale Sheridan cominciò a brontolare in maniera poco convincente per le violazioni da parte dei Sioux; in realtà gli indiani a quell’epoca si stavano comportando bene, come lo stesso generale aveva ammesso in un altro contesto. Non c’era nessuna scusa per rompere il trattato del 1868, se non quella che, alla fine, i bianchi usavano sempre: gli Stati Uniti volevano le Black Hills e tutto l’oro che contenevano. Il primo passo importante per impossessarsi delle montagne fu la spedizione che riportò il generale Custer a ovest, testimoniata dalla famosa fotografia di una colonna senza fine di carri che attraversa una valle delle Black Hills. La spedizione raggiunse in fretta il suo scopo principale, seppure sottaciuto, trovò oro in quantità tali da placare la sete dei mercati agonizzanti.

 

(2) Cominciamo con qualche frase dal discorso del Segretario di Stato alla Conferenza di Monaco, un discorso che ha fatto fare sospiri di sollievo alla leadership europea nonostante non contenga nulla di nuovo.

“Per cinque secoli, prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, l’Occidente era stato in espansione: i suoi missionari, i suoi pellegrini, i suoi soldati, i suoi esploratori si riversavano dalle sue coste per attraversare gli oceani, colonizzare nuovi continenti, costruire vasti imperi che si estendevano in tutto il globo. Ma nel 1945, per la prima volta dall’epoca di Colombo, era in contrazione. L’Europa era in rovina. Metà di essa viveva dietro una cortina di ferro e il resto sembrava destinato a seguirla presto. I grandi imperi occidentali erano entrati in un declino irreversibile, accelerato dalle rivoluzioni comuniste atee e dalle rivolte anticolonialiste che avrebbero trasformato il mondo e drappeggiato la falce e il martello rossi su vaste aree della mappa negli anni a venire”. Poi nel 1945 l’unione sacra tra le due coste dell’Atlantico ha evitato questo disastro e l’Occidente è tornato a dominare. Oggi dunque l’obiettivo è fermare “il declino controllato dell’Occidente”, per far rivivere “l’era di dominio dell’Occidente” e per “rinnovare la più grande civiltà della storia umana”.

Rubio ha anche nominato Dante, Shakespeare, Mozart e Beethoven e qualche altro gigante della cultura occidentale, dimenticando chissà perché Galileo e Darwin e pure che alcune cose tra quelle che fanno grande l’Occidente sono il frutto di innovazioni fatte fuori da esso: la polvere da sparo viene dalla Cina probabilmente via mercanti arabi, mentre quella cosa che fa funzionare i social network si chiama algoritmo e come tutte le parole che cominciano per al viene dalla dominazione araba – Rubio ha menzionato anche Beatles e Rolling Stones, i primi dischi dei secondi sono blues, quella musica americana che senza l’importazione forzata di persone non cristiane non sarebbe mai nata. Naturalmente all’inverso anche cinesi, arabi e africani si sono giovati di cose inventate da noi…

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Torino, i dubbi dei poliziotti sugli scontri al corteo Askatasuna in una lettera al questore: “Scelte di ordine pubblico incomprensibili” - Vincenzo Bisbiglia e Giulia Marchina

 

Violenti lasciati agire senza contromisure adeguate. E poi blocchi posizionati male, comunicazioni radio ignorate e misure investigative fallimentari. È il senso di alcuni stralci di una lettera non ufficiale – che Il Fatto ha potuto visionare – circolata internamente alla polizia di Torino, da dove emerge malcontento e sconcerto da parte di una nutrita fetta di poliziotti torinesi per la gestione dell’ordine pubblico durante la manifestazione del 31 gennaio scorso. Missiva fatta arrivare al nuovo questore Massimo Gambino, che da quando l’ha ricevuta ha dovuto riprendere il dialogo per provare a riportare la calma nell’ufficio. Al termine del corteo in solidarietà al centro sociale Askatasuna, infatti, la frangia più violenta di antagonisti ha messo a ferro e fuoco la città della Mole. Il bilancio è stato di 96 poliziotti feriti, tra cui Alessandro Calista e Lorenzo Virgulti, che il giorno dopo hanno ricevuto la visita della premier Giorgia Meloni. Il pomeriggio di violenze ha portato all’accelerazione decisiva per l’approvazione in toto, il 5 febbraio, del decreto Sicurezza voluto dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, provvedimento che si era incagliato nelle pieghe dei dubbi di altri ministri e del Quirinale.

Eppure i poliziotti torinesi autori della missiva al questore lasciano intendere che gli scontri sarebbero stati favoriti dall’inerzia della linea di comando, “responsabile – si legge – dei gravi fatti verificatisi”.

Il passaggio principale riguarda i 200 antagonisti “organizzati in modo compatto e coordinato” entrati in azione “un’ora e mezza dopo l’inizio delle violenze, fornendo di fatto un supporto determinante a soggetti che avevano già duramente impegnato e stremato gli operatori”. Nonostante questo gruppo si fosse posizionato, travisato, a circa 50 metri dallo sbarramento all’imbocco di Corso Regio Parco, “non risulta – scrivono gli agenti – essere stata diramata alcuna segnalazione in merito” alla loro presenza e alla loro “pericolosità”. Soprattutto, notano i poliziotti, non “risultano adottate misure idonee a prevenirne l’azione”.

Affermazioni molto dure, come per il fatto che “non sono state prese in considerazione da nessuno” le comunicazioni radio che chiedevano “un intervento risolutivo alle spalle del corteo” lasciando “i colleghi in balia di violenti attacchi”. Non solo. Si chiedono gli agenti come mai sia stato “consentito al corteo di percorrere corso Regina Margherita per un tratto così esteso, senza predisporre uno sbarramento più arretrato”. Circostanza rilevata dal Fatto lo stesso giorno.

Alcuni agenti del Reparto mobile ci hanno riferito in forma anonima – non poteva essere altrimenti, viste le ferree policy interne – che il sentimento di malcontento è comune. “C’erano colleghi che mi chiamavano in lacrime perché non sapevano cosa fare”, ci racconta uno di loro. Il questore Gambino, insediatosi appena 19 giorni prima del corteo, ha dovuto prendere atto delle lamentele. Al Fatto risulta siano state svolte riunioni di debriefing coinvolgendo le sigle sindacali. D’altronde sono mesi che serpeggiano dubbi sulla gestione dell’ordine pubblico a Torino. Il blitz dei pro Pal alle Ogr il 1° ottobre, innanzitutto. E poi il gravissimo assalto alla redazione della Stampa, del 28 novembre. “A Torino gli obiettivi sensibili sono pochi, si sapeva che avrebbero cercato di colpire la redazione: sarebbe bastato posizionare un blindato”, dice una fonte sindacale. Fatto sta che dopo il blitz al quotidiano torinese arrivò lo spunto decisivo per lo sgombero di Askatasuna.

Disordini che vanno avanti da mesi, dicevamo. Ma che, alla fine, ieri hanno prodotto l’ennesima operazione spot per il governo: 18 misure cautelari (5 arresti domiciliari, 12 obblighi di firma e un divieto di dimora) nei confronti di altrettanti militanti di Askatasuna e di altri gruppi antagonisti per gli incidenti provocati durante tutta la stagione delle proteste pro Pal, dall’occupazione dell’A4 a quella di Porta Susa, passando per Ogr e assalto alla Stampa. Obiettivo raggiunto: centro sociale prima sgomberato e ora, forse, decapitato.

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lunedì 23 febbraio 2026

Epstein e lo spirito neopatriarcale del capitalismo - Paolo Desogus

Le recenti rivelazioni sulle complicità dei servizi segreti, e in particolare del Mossad, aggiungono al caso Epstein un ulteriore elemento di inquietudine, rivelatore di una trama di potere complessa, che alla predazione dei corpi femminili, spesso giovanissimi, unisce la pratica del dossieraggio e del ricatto. Resta tuttavia da capire cosa ha spinto le personalità ai vertici della politica e dell’economia internazionale a esporsi e a partecipare a un’attività evidentemente criminale, che facilmente si sarebbe prestata a minacce ed estorsioni. Una spiegazione sta senz’altro nel sentimento di impunità, il cui significato non può però essere spiegato esclusivamente con le categorie morali. Si tratta infatti di qualcosa che chiama in causa l’appartenenza dei complici di Epstein a un nuovo tipo di classe cosmopolita, forte di ricchezze smisurate e di relazioni potentissime: una classe estranea alla legge e proprio per questo capace di tutto, smaniosa di misurare il proprio potere sul prossimo.

Le notizie sul caso Epstein hanno proprio per questo richiamato alla memoria alcuni film in cui tali pratiche erano state mostrate. Uno di questi è Salò o le 120 giornate di Sodoma, da Pasolini pensato come metafora della ragione neocapitalista e della sua torsione autoritaria. Dall’ottica di questo film emerge in effetti come i corpi e, in relazione al caso di Epstein, i corpi femminili, siano il luogo di verifica della potenza del capitale liberato da ogni vincolo, da ogni freno, capace dunque di sottomettere, mercificare e abusare. Sotto questa ottica, la pratica di estrazione del plusvalore diviene estrazione di godimento senza limiti, senza l’ombra di scrupoli etici, che integra il sessismo nella logica dell’accumulazione primitiva.

Insieme alle immagini di Salò è forse possibile accostare anche alcune sequenze di un altro film, Eyes wide shut di Kubrick, tratto dal romanzo di Schnitzler, Doppio sognoSe l’opera di Pasolini descrive il grado di violenza del capitale, quello di Kubrick offre gli strumenti per studiare la complicità criminale interna ai membri di questa nuova classe ostile alla legge, del tutto distaccata dal mondo reale e nondimeno capace di condizionarlo. L’enorme crescita di ricchezza in mano a pochi e la neutralizzazione di qualsiasi contropotere realmente in grado di metterla in discussione hanno proiettato questa élite in uno spazio altro, in un universo parallelo dove si celebra il patto originario di un’appartenenza esclusiva, siglato al di sopra di ogni ordinamento legale.

Va proprio per questo osservato come la casa delle orge, a cui con un escamotage accede il protagonista di Eyes wide shut, sia abitata da figure in maschera. Forse ancor più nel romanzo di Schnitzler si nota però che chi la frequenta sa riconoscere i propri simili e sa facilmente individuare i corpi estranei o comunque non utili allo sfruttamento (a morire è una giovane prostituta che ha rotto il patto). La maschera non deve nascondere. E quelle orge non servono soltanto a soddisfare gli appetiti perversi di chi vi partecipa. Sono anche parte di un rito in cui si celebra l’atto fondativo di una nuova legge, di un nuovo ordine che modifica l’identità civile di chi ne fa parte separando l’umanità, stabilendo cioè la divisione fra i dominanti, detentori del godimento, e i dominati costretti a restarne esclusi o al limite a subirlo.

Se è così anche per il caso Epstein, si capisce come l’azione criminale, che secondo alcune recenti rivelazioni supera persino la pratica dello stupro fino ad arrivare all’omicidio, sia interna al consolidamento del clan. Allo stesso modo il ricatto, più che alla logica dell’intimidazione, risponde al compimento del rito. È come una sorta di pegno criminale da pagare per liberarsi dal proprio passato civile e per entrare a far parte del giro dei veri potenti, quello di coloro che stanno sopra la legge terrena. Del resto sin dalle prime indagini su Epstein del 2006 in Florida l’attività degli inquirenti ha incontrato numerosi ostacoli. La stessa condanna, estremamente tenue rispetto ai reati, non ha impedito al magnate americano e alla sua complice Ghislaine Maxwell di estendere il proprio traffico sessuale e pedofilo. E allo stesso modo la larghissima parte delle figure della politica e della finanza segnalate nei file finora raccolti non sono ancora state coinvolte nelle azioni giudiziarie.

Staremo a vedere dove arriverà la legge. Di sicuro però anche la massima pena detentiva non sarà sufficiente. Epstein e i suoi uomini sono la parte emergente di una contraddizione che non si elimina nei tribunali e che va ricercata nel cuore stesso dell’Occidente capitalistico e nella sua falsa coscienza liberale e neopatriarcale, incapace di mettere in discussione la sua razionalità predatoria di capitale e di corpi. Il dominio di questa nuova classe è l’espressione di una vera e propria visione del mondo che nell’azione politica si traduce in un potere senza limiti, senza confini, impegnato a soddisfare in ogni modo una volontà di potenza ostile alle più elementari libertà della persona.

Occorre proprio per questo fare uno sforzo. Vedere cioè lo scandalo Epstein nella grande cornice degli eventi recenti che hanno messo in discussione il diritto statale e internazionale. La stessa vocazione alla guerra, al colonialismo, così come allo stupro, allo sfruttamento massivo del lavoro e alle profonde diseguaglianze sociali è parte integrante di questo potere. Si tratta di qualcosa che andrebbe preso molto sul serio. È, per tornare al Pasolini di Salò, il “nuovo fascismo” del nostro secolo.

da qui

«Game of Life»: il gioco che non era un gioco - jolek78

 

Vi ricordate i giochi Flash? Quelli che giravano nel browser prima che Adobe decidesse di uccidere tutto nel 2020? Beh, io sì. C’erano dei siti – Miniclip, Newgrounds… – che erano una specie di parco giochi digitale non curato, pagine con sfondo nero e popup ovunque, dove si potevano passare ore senza capire davvero cosa si stesse facendo. Vi lamentate del brainrot? Forse non ricordate il web anni novanta e quella ragazzina col porro che cantava la polka… Anyway, era uno di quei pomeriggi qualsiasi, non ricordo il sito esatto – uno di quei posti con URL incomprensibili tipo “geocities.com/~qualcuno/games” e una grafica che faceva male agli occhi. Mi imbattei in qualcosa di strano. Non c’era il logo Adobe Flash ancora caricato, non c’erano istruzioni, non c’era un pulsante “Play”. Solo una griglia di celle nere e bianche che cambiavano, generazione dopo generazione, apparentemente a caso.

Aspettai. Pensavo si stesse caricando. Niente. La griglia continuava a cambiare. Cercai di cliccare sulle celle. Niente. Provai a premere tasti sulla tastiera. Niente. Guardai per qualche minuto, aspettando che succedesse qualcosa – un game over, un punteggio, un obiettivo. Niente. Non era un gioco. Non c’era niente da “giocare”. Era come guardare la pioggia cadere, ma in digitale. Centinaia e centinaia di pixel continuavano a crearsi e distruggersi. Mi annoiai, chiusi la pagina. Anni dopo – non ricordo quanti, tanti – mi capitò di leggere un articolo su Wikipedia. Il titolo era “Conway’s Game of Life“. E il click scattò.

Quello che avevo visto quel giorno non era un gioco, o almeno non nel senso tradizionale. Era una simulazione. E quella simulazione, con quattro regole che anche un bambino poteva capire, faceva qualcosa che nessuna di quelle regole prevedeva esplicitamente: produceva complessità. Ordine dal caos. Strutture che emergevano, crescevano, interagivano. Pattern che si muovevano attraverso la griglia come fossero vivi. E poi – e qui ebbi la mia epifania – quelle strutture potevano simulare un circuito elettronico. Qualsiasi circuito elettronico. Teoricamente, qualsiasi calcolo che una macchina di Turing possa fare. Quattro regole, celle binarie. In sostanza: una macchina universale di calcolo.

Benvenuti nella storia di come il matematico inglese John Horton Conway, cercando di costruire il giocattolo più semplice possibile, costruì accidentalmente una delle dimostrazioni più potenti di come la complessità possa emergere dal nulla. Cari creazionisti, sì questo è anche per voi.


Von Neumann aveva una domanda

Prima di Conway, c’era Von Neumann. John von Neumann – Bond, James… ok la smetto… – già negli anni ’40 si interrogava su una questione che suona quasi filosofica: può una macchina costruire una copia di se stessa? Non era una domanda astratta. Von Neumann aveva già dimostrato, teoricamente, che era possibile. Il suo modello – un “automa cellulare” bidimensionale – dimostrava il principio. Funzionava così: una configurazione di celle su una griglia contiene al suo interno le “istruzioni” (codificate come disposizione di celle attive e inattive) per replicarsi. La struttura legge queste istruzioni, manipola le celle circostanti, e genera una copia identica di se stessa in un’altra zona della griglia. La copia contiene le stesse istruzioni, quindi può ripetere il processo all’infinito. È il sogno (o l’incubo, dipende dai punti di vista) di ogni ingegnere: una macchina che si riproduce senza intervento esterno.

Il problema era la complessità mostruosa del sistema. Il modello di Von Neumann richiedeva 29 stati diversi per ogni cella (ventinove…) e un insieme di regole che riempiva pagine e pagine di algebra. Era funzionante, dimostrabilmente corretto, ma era un mostro. Nessuno poteva davvero capirlo a colpo d’occhio, tantomeno implementarlo e studiarlo in pratica. Era come avere la ricetta perfetta per un piatto, ma con 300 ingredienti rari e 50 passaggi che richiedono strumenti da laboratorio.

Nel 1962, il matematico inglese John Horton Conway – professore a Cambridge, specializzato in teoria dei gruppi e altre cose che suonano complicate – decise di fare una cosa apparentemente semplice. Cercò la versione più minimale possibile dell’idea di Von Neumann. Un sistema di regole che fosse abbastanza povero da essere comprensibile da chiunque, ma abbastanza ricco da permettere comportamento complesso e, eventualmente, autoriproduzione. Ci mise anni. Non settimane, non mesi. Anni. Dal 1962 al 1970. Otto anni di proposte, test, fallimenti, aggiustamenti. Ogni insieme di regole veniva analizzato: troppo ordinato? Tutto converge a configurazioni fisse e il sistema muore. Troppo caotico? Rumore totale, niente strutture. Conway cercava un punto critico preciso: abbastanza stabilità per permettere forme persistenti, abbastanza instabilità per permettere comportamento imprevedibile e interessante.

Era ossessionato da questo equilibrio. Lo testava su carta millimetrata (non c’erano ancora i computer per farlo velocemente), con gruppi di studenti, a mano, generazione dopo generazione. Un lavoro certosino. O da pazzi, a seconda di come la vedete.

Nel 1970 aveva trovato quello che cercava. Lo chiamò “Game of Life” – il Gioco della Vita. Martin Gardner, che aveva una colonna mensile sul Scientific American chiamata “Mathematical Games“, lo presentò nell’ottobre dello stesso anno. E nel giro di settimane divenne uno degli oggetti più famosi nell’intera storia della matematica ricreativa e dell’informatica.


Le quattro regole (e perché ognuna conta)

Il sistema è di una semplicità imbarazzante. Avete una griglia bidimensionale infinita (in pratica: molto grande). Ogni cella può essere in due stati: viva (nera) o morta (bianca). Ogni cella ha otto vicini – i quattro cardinali più i quattro diagonali. A ogni generazione, tutte le celle aggiornano simultaneamente il proprio stato seguendo quattro regole:

1. Una cella viva con meno di 2 vicini vivi muore – isolamento. Non c’è abbastanza interazione per sostenere la vita. È la solitudine che uccide.

2. Una cella viva con 2 o 3 vicini vivi sopravvive – stabilità. La densità locale è giusta. C’è abbastanza supporto, ma non troppa competizione. È il punto di equilibrio.

3. Una cella viva con più di 3 vicini vivi muore – sovrappopolamento. Troppa competizione per le risorse (è una metafora, ma funziona). Troppa folla soffoca.

4. Una cella morta con esattamente 3 vicini vivi nasce – riproduzione. Tre celle vive creano le condizioni per generare una nuova vita. Non 2, non 4. Esattamente 3.

Fine. Niente altro. Niente eccezioni, niente condizioni speciali, niente “se questa cella è particolare allora…”. Quattro regole, applicate uniformemente a ogni cella, ogni generazione, per sempre.

Adesso fermatevi un attimo e pensate a questa cosa: dove sta la complessità in queste regole? Dove c’è scritto che devono emergere strutture? Dove c’è scritto che possono esistere pattern che si muovono, che oscillano, che interagiscono in modi non banali? Da nessuna parte. Le regole parlano solo di celle singole e dei loro vicini immediati. Niente di più. Eppure la complessità emerge. Emerge necessariamente, come conseguenza inevitabile di quell’equilibrio sottile che Conway ha cercato per otto anni. Non è programmata nelle regole. È una proprietà emergente del sistema. Ed è questo il punto che mi ha fatto scattare il click anni dopo quella griglia: la complessità non ha bisogno di essere progettata. Può semplicemente accadere, se le condizioni sono giuste.


La tassonomia

Nel primo anno dopo la pubblicazione sul Scientific American, i lettori – programmatori, matematici, studenti, appassionati – inondarono la rivista di scoperte. Era diventato un fenomeno virale, in un’epoca in cui “virale” significava ancora fotocopie e lettere spedite per posta. E molto rapidamente emerse una classificazione naturale delle strutture.

Still lifes – pattern completamente stabili che non cambiano mai. Il più semplice è il “block“: un quadrato 2×2. Nel block, ogni cella ha esattamente 3 vicini – le altre tre celle del quadrato. Ciascuna sopravvive perché ha esattamente 3 vicini vivi. Il pattern non cambia, non si muove. È lì, immobile, per sempre. Altri esempi: il “beehive” (alveare), il “loaf” (pagnotta), forme stabili che una volta formate restano identiche.

Oscillatori – pattern che cambiano ma tornano alla configurazione iniziale dopo un numero finito di generazioni. Il più semplice è il “blinker“: tre celle in fila orizzontale. Alla generazione successiva diventano tre celle in fila verticale. Poi tornano orizzontali. Poi verticali. Periodo 2, oscillazione infinita. Altri esempi più complessi: il “toad” (periodo 2), il “beacon” (periodo 2), il “pulsar” (periodo 3, uno dei più belli visivamente).

E poi c’è lui. Il glider, il mio preferito – illustrato in dettaglio su MathWorld.

Cinque celle, disposte in una configurazione specifica che sembra quasi un triangolino storto. E questa cosa – questa piccola struttura da cinque celle – si muove. Non nel senso che le celle si spostano fisicamente sulla griglia (le celle sono fisse, ricordate). Nel senso che il pattern si propaga nello spazio, una cella alla volta, diagonalmente verso il basso a destra (o in qualsiasi direzione, dipende dall’orientamento iniziale). Dopo quattro generazioni, il glider è tornato alla configurazione originale, ma spostato di una posizione in diagonale. E poi continua. Per sempre. Attraversa la griglia all’infinito, a meno che non incontri un ostacolo. Ed è qui che inizia a cambiare qualcosa nel modo in cui la gente pensava al sistema. Perché un glider non è solo un pattern carino da guardare. È un segnale. È qualcosa che trasporta informazione da un punto A a un punto B. Ha una direzione, ha una velocità (c/4, dove c è la velocità massima possibile nel Game of Life, che è una cella per generazione), ha una persistenza.

E se hai un glider, la domanda successiva è ovvia: puoi creare qualcosa che genera più glider? La risposta arrivò nel 1970, pochi mesi dopo la pubblicazione originale. Bill Gosper – un programmatore del MIT, uno dei primi hacker della storia – trovò il “glider gun“. Una configurazione di 36 celle che, ad ogni 30 generazioni, sputa fuori un nuovo glider. Un generatore periodico di segnali. Un segnale. Una sorgente periodica. Una direzione precisa. In una griglia 2D con celle binarie e quattro regole elementari. Ecco dove sta andando questa storia.


Il cuore: quattro regole, una macchina di Turing

TL;DR: Il Game of Life è Turing-complete. Significa che, in linea di principio, potete fare qualsiasi calcolo che una macchina di Turing possa fare, dentro una griglia 2D con celle binarie e quattro regole. Niente processore. Niente circuiti integrati. Solo celle che nascono e muoiono secondo le quattro regole di Conway.

Per capire perché il Game of Life è Turing-complete serve fare un passo indietro su cosa significa “Turing-complete“. Alan Turing, nel 1936 (a 24 anni, che poi è l’età in cui io ancora giocavo a fare il wikipediano…), definì un modello astratto di calcolo: una macchina che legge un nastro infinito di celle, scrive su di esso, e si muove avanti o indietro, seguendo un insieme finito di regole deterministiche. Se un sistema può simulare qualsiasi macchina di Turing – ovvero, se potete configurarlo per eseguire qualsiasi calcolo che sia computabile – quel sistema è Turing-complete. E questo significa, in pratica, che è universale dal punto di vista computazionale. Non c’è niente che una macchina di Turing possa fare che questo sistema non possa fare (dato abbastanza spazio e tempo).

Adesso torniamo al Game of Life. Abbiamo il glider: un segnale che si muove. Abbiamo il glider gun: una sorgente periodica di segnali. Ma questo basta per costruire un computer? No. Per avere un circuito logico servono le porte logiche fondamentali – ANDORNOT. Tutte le operazioni booleane di base. Tutto il resto – addizione, moltiplicazione, confronti, salti condizionali, algoritmi arbitrari – si costruisce combinando porte logiche.

Le porte logiche nel Game of Life si implementano sfruttando le interazioni tra glider. Quando due glider si incrociano, il risultato dipende dalla loro configurazione relativa, dal timing preciso dell’incontro, dalla direzione di arrivo. Alcune combinazioni fanno sì che i due glider si annichiliscano completamente (output: nessun glider). Altre producono nuovi glider in direzioni specifiche (output: uno o più glider). Cambiando la geometria dell’incontro – la posizione esatta dei glider gun che li generano, il timing, le distanze – si possono costruire configurazioni che si comportano come porte AND, OR, NOT. I glider in ingresso rappresentano i bit di input (0 o 1, a seconda se il glider c’è o non c’è). I glider in uscita rappresentano il risultato dell’operazione logica. Se avete porte logiche, avete circuiti combinazionali. Se avete circuiti combinazionali e un meccanismo di memoria (che si implementa con loop di glider e pattern oscillatori), avete circuiti sequenziali. E se avete circuiti sequenziali arbitrari, avete una macchina di Turing.

Non è teoria. È stato fatto. Nel 2000, Paul Rendell costruì una macchina di Turing funzionante interamente nel Game of Life – con nastro, testina di lettura/scrittura, stati, transizioni. Nel 2010, un gruppo di ricercatori guidato da Paul Chapman portò il concetto ancora oltre e costruì un computer completo con tanto di display che esegue il Game of Life… dentro il Game of Life. Queste implementazioni sono, ovviamente, lentissime rispetto a un processore reale. Un singolo clock cycle richiede centinaia o migliaia di generazioni. Per fare un’addizione servono miliardi di passi. Ma funzionano. Il calcolo avviene, corretto, deterministico, verificabile.

Ma torniamo al punto principale. Cosa significa tutto questo? Significa che quella griglia che stavo fissando tanti anni fa – quella cosa che non capivo, che mi sembrava rumore organizzato – aveva più potenza computazionale teorica di qualsiasi processore che abbia mai usato. Non in termini di velocità (sarebbe ridicolo) ma in termini di cosa si può fare.


La biologia che non è biologia (ma quasi)

Conway non ha mai preteso che il Game of Life simulasse la vita biologica in senso letterale. Le regole non hanno niente a che fare con DNA, cellule, metabolismo, evoluzione. Non c’è selezione naturale, non c’è adattamento. È un sistema puramente deterministico dove le stesse condizioni iniziali producono sempre lo stesso risultato. Zero stocasticità, zero mutazioni, zero genetica.

Eppure il campo della “vita artificiale” deve moltissimo al Game of Life. Perché il GoL ha dimostrato sperimentalmente un principio che prima del 1970 era più intuizione filosofica che prova concreta: la complessità biologica non necessita di un progettista intelligente. Può emergere da regole semplici, applicate uniformemente, con niente più che interazioni locali tra elementi identici. Auto organizzazione – strutture che emergono senza coordinamento centrale. Competizione per lo spazio – pattern che sopravvivono sono quelli che soddisfano le condizioni di sopravvivenza (le quattro regole). Emergenza di strutture gerarchiche – dal glider singolo (pattern elementare) al glider gun (generatore) ai circuiti logici (sistemi di pattern che interagiscono in modo coordinato).

Non è evoluzione biologica nel senso darwiniano del termine. Ma è lo stesso principio di base: dalla semplicità emerge complessità, senza bisogno che quella complessità sia esplicitamente codificata nelle regole fondamentali.

Il rischio, qui, è sempre quello di cadere in analogie superficiali che non reggono all’analisi. Il GoL non simula ecosistemi reali. Le “celle” non sono cellule biologiche. Non c’è metabolismo, non c’è riproduzione sessuale, non c’è variabilità genetica. Il parallelo va preso per quello che è: un caso illustrativo di un principio più generale, non una replica della vita reale. Ma resta il fatto che quando si vede un glider gun sparare glider all’infinito, o quando si vedono pattern complessi che emergono da configurazioni casuali iniziali, è difficile non pensare: “questo sembra vivo“. Non lo è, ovviamente. Ma il confine tra “sembra vivo” ed “è vivo” è più sfumato di quanto ci piaccia ammettere.


Wolfram e la ricerca dell’universalità

Se Conway ha mostrato che dalla semplicità emerge complessità in un caso specifico, Stephen Wolfram ha cercato di fare qualcosa di più ambizioso: mappare sistematicamente tutto il comportamento possibile dei sistemi cellulari semplici.

Wolfram – fisico, matematico, creatore di Mathematica (sì, “quel” Mathematica…) – pubblicò negli anni ’80 una serie di paper sui “cellular automata” unidimensionali, versioni ancora più semplici del Game of Life. Immaginate non una griglia 2D, ma una singola riga di celle. Ogni cella ha solo due vicini (sinistra e destra) invece di otto. Ogni cella può essere 0 o 1. E il comportamento della cella alla generazione successiva dipende solo dallo stato suo e dei due vicini. Quante possibili regole ci sono per un sistema così? 256. Esattamente 256, perché ci sono 8 possibili configurazioni di tre celle (2³), e per ognuna devi decidere se la cella centrale sarà 0 o 1 nella generazione successiva (2⁸ = 256 combinazioni totali).

Wolfram le numerò tutte – Rule 0, Rule 1, Rule 2… Rule 255 – e le testò sistematicamente, generazione dopo generazione, partendo da configurazioni iniziali diverse. E scoprì che, nonostante la diversità apparente, tutti questi 256 automi si raggruppavano naturalmente in quattro categorie di comportamento:

Classe I – convergenza a uno stato uniforme. Tutto muore o tutto diventa uguale. Ordine totale, noiosissimo.

Classe II – comportamento periodico semplice. Oscillatori, pattern stabili che si ripetono. Ordine interessante, ma prevedibile.

Classe III – caos completo. Rumore pseudo-casuale, niente strutture persistenti. Imprevedibile ma non interessante.

Classe IV – il punto di interesse. Comportamento complesso non periodico. Strutture che emergono, interagiscono, producono pattern che non sono né ordinati né caotici. È la zona tra ordine e caos dove succedono le cose interessanti.

La Classe IV è quella che conta. È il punto critico – lo stesso equilibrio che Conway ha cercato per otto anni nel Game of Life. E nel 2002, Matthew Cook (lavorando con Wolfram) dimostrò formalmente che la Rule 110 – un singolo ruleset unidimensionale tra i 256 possibili – è Turing-complete.

Rule 110. Tre bit di input, un bit di output, otto regole totali. Più semplice del Game of Life. E universale.

Wolfram andò oltre. Nel suo controverso libro A New Kind of Science (2002, oltre 1200 pagine che lui stesso scrisse interamente, il che già dice qualcosa sulla personalità), lanciò una tesi molto più grande: che l’universo stesso potrebbe essere fondamentalmente un automa cellulare. Che la realtà fisica – il comportamento di particelle, campi, forze, gravità – potrebbe essere il risultato di regole semplici applicate uniformemente a una griglia discreta di “celle” a scala sub-planckiana. È una tesi audace. La comunità scientifica l’ha accolta con scetticismo significativo – non è facilmente falsificabile nel modo tradizionale, richiede salti concettuali enormi, e Wolfram non ha esattamente una reputazione di modestia (eufemismo). Ma non è stata smentita. E il fatto che sistemi così semplici come la Rule 110 siano sufficienti a produrre comportamento universale è una prova che il principio funziona: dalla semplicità può emergere qualsiasi livello di complessità computazionale.

Se l’universo è davvero un automa cellulare, allora Dio (o lo Spaghetto Volante) è un programmatore che ha scritto regole molto semplici e poi ha premuto “Enter” sulla tastiera. Il resto – stelle, galassie, voi che leggete questo – è emergenza. Tutto conseguenza, niente design esplicito.


Il lascito culturale

C’è qualcosa di strano nella storia culturale del Game of Life. Non c’è niente da vincere, niente da perdere, niente obiettivi. Non è uno strumento – non produce risultati praticamente utili in nessun senso. Non risolve problemi reali. È un oggetto intellettuale puro. Un puzzle che non ha soluzione perché non ha una domanda. Eppure milioni di persone lo hanno implementato. In ogni linguaggio di programmazione immaginabile. Python, Java, C, Rust, JavaScript, Haskell, Brainfuck (sì, davvero). Su ogni piattaforma. Arduino, Raspberry Pi, FPGA, GPU con CUDA. In ogni formato. Terminale con ASCII art, interfacce grafiche, LED fisici, schermi E-ink. Su calcolatrici programmabili. Su Game Boy. Su microcontrollori da due euro.

È diventato il “Hello World” della simulazione. Il primo programma che scrivi quando vuoi capire emergenza, automi cellulari, complessità. E ogni volta che qualcuno lo reimplementa – e lo fa per puro piacere – ripete un atto che Conway ha fatto nel 1970: prendere un’idea astratta e trasformarla in qualcosa di concreto, di toccabile, di visibile. Io stesso, tanti anni dopo, l’ho implementato in bash. Non c’era nessun motivo pratico – l’ho fatto perché volevo capirlo davvero, costruirlo con le mie mani, vedere come funzionava. E questo pattern si ripete ovunque nella cultura hacker e open source, ergo: no, non sono come quella particella di sodio. Se volete giocare al gioco della vita – che detto così… – potete scaricare lo script da qui.

Il Game of Life è stato portato su sistemi che Conway non avrebbe mai immaginato. C’è chi lo ha implementato in Excel con le formule. Chi lo ha fatto con circuiti elettronici reali. Chi lo ha costruito con automi cellulari quantistici. Chi lo ha usato per generare musica (ogni cella viva è una nota). Chi lo ha reso tridimensionale. Puro piacere di costruire qualcosa che funziona, che fa quello che deve fare, che è elegante nella sua semplicità. È la dimostrazione pratica che la bellezza matematica esiste.


Tornare alla griglia

Quella griglia Flash che stavo fissando tanti anni fa è ancora nella mia memoria con una chiarezza strana, come una sensazione di guardare qualcosa che non aveva senso. Oggi però so che aveva più senso di quanto io avessi immaginato. Quattro regole, senza obiettivo, senza un progettista che dicesse “ora fai questo, ora fai quello“. E il risultato era – ed è – una delle dimostrazioni più eleganti che la complessità non necessita di un autore. Che può emergere dal nulla.

Von Neumann aveva chiesto: una macchina può riprodurre se stessa? Conway aveva cercato il sistema più semplice possibile che mostrasse un comportamento interessante. E quello che aveva trovato, era qualcosa di molto più grande: una prova che il calcolo universale può emergere da celle binarie e quattro regole elementari. E tutto il resto – i glider, i gun, i circuiti logici, la Turing-completeness, la bellezza ipnotica dei pattern che emergono – è conseguenza. Pura, inevitabile conseguenza. E forse è questo il motivo per cui quella griglia Flash mi è rimasta impressa per anni, anche senza capirla. Perché a un livello inconscio percepivo che lì dentro c’era qualcosa di fondamentale. Qualcosa che parlava di come funziona l’universo – non in senso letterale, forse, ma come metafora. Come dimostrazione che le regole semplici, applicate con regolarità, producono tutto quello che vediamo attorno a noi. Che la complessità del mondo – noi compresi – potrebbe essere solo una conseguenza di regole che non sappiamo ancora leggere.

Citando un vecchio slogan pubblicitario dell’UAAR “La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno


Fonti e Approfondimenti

Paper e Libri Fondamentali:
– Gardner, M. (1970). “Mathematical Games: The Fantastic Combinations of John Conway’s New Solitaire Game ‘Life‘”. Scientific American, 223(4), 120-123.
– Von Neumann, J. (1966). Theory of Self-Reproducing Automata. University of Illinois Press.
– Wolfram, S. (1983). “Statistical Mechanics of Cellular Automata“. Reviews of Modern Physics, 55(3), 601-644.
– Berlekamp, E. R., Conway, J. H., & Guy, R. K. (1982). Winning Ways for Your Mathematical Plays, Volume 2: Games in Particular. Academic Press.

Turing-completeness e Implementazioni:
– Rendell, P. (2000). “A Turing Machine in Conway’s Game of Life“.
– Chapman, P., et al. (2006). “OTCA Metapixel – Life in Life“.
– Cook, M. (2004). “Universality in Elementary Cellular Automata“. Complex Systems, 15(1), 1-40.

Risorse Online:
– LifeWiki: https://conwaylife.com/wiki/ (la risorsa definitiva, catalogazione di migliaia di pattern)
– Wikipedia: https://en.wikipedia.org/wiki/Conway%27s_Game_of_Life
– Gosper’s Glider Gun: https://en.wikipedia.org/wiki/Gun_(cellular_automaton)
– Rule 110: https://en.wikipedia.org/wiki/Rule_110
– Turing completeness: https://en.wikipedia.org/wiki/Turing_completeness

Pattern Explorer:
– Online simulators: https://playgameoflife.com/
– Golly (software dedicato): http://golly.sourceforge.net/

Interviste e Materiale Biografico:
– Numberphile – John Conway interview series

 

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