Slec
La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
sabato 22 agosto 2026
Critica della ragion scolastica - Salvatore Grandone
La scuola
italiana somiglia sempre più, per usare le parole di Peter Sloterdijk, a
un selfish system, con «insegnanti che ormai rammentano solo
insegnanti, materie di studio che ormai rammentano solo materie di studio,
scolari che ormai rammentano solo scolari» (Devi cambiare la tua vita).
Il sistema educativo sta progressivamente implodendo: alla fine dell’obbligo
scolastico i giovani appaiono fragili sul piano delle competenze e poveri di
riferimenti. La scuola non sembra più “formare”, né sul piano delle conoscenze
e delle abilità, né su quello umano. Le ragioni del fallimento sono molteplici
e non tutte imputabili alla scuola. Questa gioca però un ruolo importante che
non può essere ignorato.
Le
principali cause del collasso educativo – parlo di quelle più visibili – sono
almeno tre. La prima è la diffusione di una ideologia pedagogica che tende a
condannare la trasmissione del sapere e il modello di rapporto docente‑alunno
fondato sulla verticalità e sullo sforzo. Lo studente deve essere al centro, le
lezioni piacevoli, laboratoriali, coinvolgenti. È esaltata una pedagogia
dell’interesse, dove l’insegnante funge più da accompagnatore e da stimolo che
da reale guida. Le conseguenze di tale approccio sono lo stigma nei confronti
della lezione frontale e, soprattutto, l’attribuzione dell’eventuale insuccesso
formativo all’incapacità dei docenti di sposare le “magnifiche sorti e
progressive” delle metodologie didattiche innovative. Non è possibile entrare
nel merito delle debolezze teoriche e pratiche di questa pedagogia, che ho
approfondito altrove (cfr. Ripensare la scuola con la filosofia).
Basterà qui sottolineare – per insinuare un primo dubbio nel lettore – che
chiunque provi a contestarne la validità, anche con argomentazioni fondate e
non polemiche, si ritrova immediatamente isolato e tacciato, come minimo, di
essere un reazionario.
Eppure, ogni
disciplina che rivendica una propria scientificità non dovrebbe essere aperta
alla critica e al dubbio? Il progresso scientifico non nasce forse da una
riflessione non dogmatica?
Un secondo
aspetto interessante è la progressiva spettacolarizzazione della scuola. La
logica della società dello spettacolo è ormai penetrata con forza nelle
dinamiche educative. In ogni istituto si organizzano gli eventi più vari: dalle
presentazioni di libri alle ospitate di cantanti rap, dalle celebrazioni e
commemorazioni alle conferenze dei rappresentanti delle forze dell’ordine. Chi
lavora nella scuola sa bene di cosa parlo. Molti istituti hanno ormai le
proprie pagine social, attraverso cui promuovono iniziative e attività. Si
cerca visibilità, notorietà, perché questa attira iscritti; e più una scuola ha
studenti, più arrivano fondi per progetti e si evitano accorpamenti.
La logica
dello spettacolo si intreccia inoltre a un altro aspetto tipico dei nostri
tempi (il terzo punto) e dominante nelle scuole: il feticismo dei dati. Il
filosofo coreano Byung‑Chul Han si è espresso con parole nette: «stiamo
diventando tutti dei feticisti delle informazioni e dei dati» (Le non‑cose).
Le informazioni e i dati si stanno sostituendo alle cose. Nella scuola la
tendenza è evidente nell’ossessione per i numeri: le iscrizioni, i risultati
delle prove Invalsi, le “evidenze”, i report più vari. Non importa cosa vi sia
dietro le cifre, né se all’immagine numerica della scuola corrisponda qualcosa
di reale. I dati vengono prima delle cose. Come ha scritto Guy Debord, «ciò che
appare è buono; ciò che è buono appare» (La società dello spettacolo).
Di fronte a questa trasformazione epocale della scuola, come stanno reagendo i
docenti?
La risposta
del corpo insegnante sembra rientrare nelle dinamiche descritte da Sloterdijk
nella Critica della ragion cinica. Il filosofo tedesco distingue
due forme di cinismo: il kinismo (Kynismus) e il cinismo (Zynismus).
Cominciamo dal secondo, sicuramente il più diffuso.
Il cinico è
colui che non si fa più illusioni; sa come funziona il mondo, ma continua ad
agire in conformità al sistema pur sapendo che è sbagliato. Egli riconosce le
ipocrisie, la retorica dietro i discorsi sui grandi ideali, ma non denuncia,
non smaschera le menzogne. Preferisce adattarsi: fa, come si dice, di necessità
virtù. “Così stanno le cose?” si chiede il cinico. “Ebbene, vediamo come
sfruttare la situazione a mio vantaggio”.
Il cinico
naviga con maestria nelle acque torbide; si contraddice con spudoratezza,
recita come un grande attore. Guarda negli occhi il proprio interlocutore,
dicendogli sempre quello che vuole sentirsi dire, per ricavarne un vantaggio.
Quali sono i
cinici della nostra scuola? Si possono individuare diverse tipologie,
collocabili in un crescendo di “colpe”, un po’ come nei gironi infernali
danteschi. Partiamo dagli “ignavi”. Sono il gruppo più folto, costituito da
docenti che accettano passivamente, per quieto vivere, il degrado del sistema
scolastico. Sono insegnanti che evitano i problemi con le famiglie e con i
dirigenti – e con i colleghi dello staff – abbassando progressivamente le
richieste. I contenuti sono ridotti, le verifiche semplici; i pochi alunni che
non raggiungono la sufficienza vengono aiutati a oltranza, fino a che giungano
al sei stiracchiato. In genere, questi docenti si lamentano di come va avanti
la scuola, quasi sempre però con chi opera nello stesso registro. Non si
espongono, non dicono ad alta voce quello che realmente pensano. Temono le
ritorsioni dei dirigenti scolastici, i ricorsi delle famiglie e, a volte, le
reazioni spropositate di alunni incapaci di gestire anche piccole frustrazioni.
Il docente
“ignavo” segue il motto «chi me lo fa fare», ad esempio quando sta per dare
un’insufficienza grave, un debito, proporre una bocciatura o quando ascolta
l’ennesima assurdità in collegio e vorrebbe intervenire.
Il docente
“ignavo” sa che il conflitto, soprattutto quello donchisciottesco, ha un prezzo
alto. Pensa al proprio misero stipendio, alle energie che dovrebbe spendere
invano per essere coerente. La vocina cinica ripete insistente: «chi me lo fa
fare».
Se volessimo
applicare, alla Dante, la regola del contrappasso a questi docenti, quale pena
potremmo assegnare? Me li immagino nella loro classe, per l’eternità legati e
imbavagliati alla sedia della cattedra, alla completa mercé degli alunni che li
scherniscono e di colleghi e dirigenti che li colpiscono con i pacchi di
compiti cui non è stata data la meritata insufficienza.
Procediamo
ora con i docenti cinici “attivi”: coloro che sposano il sistema. Qui non ci si
limita a tenersi a galla: si partecipa, si diventa ingranaggi performativi
del selfish system. Si entra nelle Malebolge.
Vanno presi
in considerazione almeno cinque gruppi (bolge). Il primo è costituito dai
docenti che sgomitano per entrare nello staff, per essere vicario o secondo
collaboratore, funzioni strumentali o referenti di qualcosa; per avere,
insomma, una fetta di potere. Per dirla con Étienne de La Boétie (Discorso
sulla servitù volontaria), subiscono il fascino dell’Uno (del dirigente
scolastico), ne sono ammaliati. Prendo in prestito l’immagine di La Boétie per
descrivere i mangia‑popoli – così il filosofo chiama i fedeli
esecutori della volontà del tiranno – che si accalcano intorno al sovrano:
questi docenti sono come la farfalla sedotta dalla luce della fiamma. Si
avvicinano a ciò che li distruggerà. La metafora sembra forte; eppure, come non
osservare la loro tendenza a un servilismo estremo, il desiderio di anticipare
le intenzioni del dirigente, di pensare come lui, di essere come lui. D’altra
parte, se nei confronti del dirigente l’atteggiamento è adorante e sottomesso,
verso i colleghi questo gruppo di cinici si aggira altezzoso. Ha
l’atteggiamento profetico di chi porta il Verbo. «Così vuole il
Dirigente»: ipse dixit.
I cinici
dello staff sanno che nelle classi la loro autorità è minata. Hanno la stessa
consapevolezza dei docenti ignavi di avere le mani legate, di non poter andare
controcorrente se non pagando un prezzo alto. Tuttavia, non si accontentano di
adattarsi passivamente, di seguire a malincuore il flusso. La vocina cinica non
dice «chi me lo fa fare». Certo, quando insegnano seguono lo stesso adagio;
nella loro mente risuona però un altro pensiero: «perché essere incudine,
quando puoi essere martello?».
I docenti
dello staff aspirano al potere; alcuni completano il processo di
identificazione con l’Uno diventando essi stessi dirigenti. Come i veri cinici
della nostra società, non si accontentano di restare ai margini: mirano a
posizioni di prestigio.
La fedeltà
al sistema ha comunque un costo elevato. I docenti dello staff, come i mangia‑popoli
del tiranno, godono di poca libertà. Ancor meno dei docenti ignavi possono dire
quello che pensano; temono inoltre che il dirigente non si fidi più di loro,
che li possa sostituire con altri più devoti.
La posizione
di vicinanza al vertice li rende non di rado invisi alla maggioranza dei
colleghi. Rispetto ai docenti ignavi, sono più soli: perfino una briciola di
potere logora.
Nel nostro
inferno cinico, per la regola del contrappasso i docenti dello staff potrebbero
essere condannati ad abbracciare per l’eternità la statua infuocata del proprio
dirigente scolastico. Tra i docenti cinici attivi non sono comunque i più
astuti. Di gran lunga più prosaici sono i docenti “esperti”: mi riferisco a
quelli che provano a partecipare a tutti i progetti pomeridiani organizzati
dall’istituzione scolastica.
Nella scuola
del selfish system, progetti e progettini abbondano: progetti PON,
progetti PNRR, progetti FIS. Gli studenti sono cooptati per le più svariate
attività, riducendo ulteriormente quel poco di tempo che potrebbero dedicare
allo studio. Studiare? Nella scuola dello spettacolo non è una parola smart!
I docenti “esperti” sposano la causa del divertissement. La scuola
vuole i nostri alunni di‑vertiti? Bene: siamo attori del di‑vertimento, purché
si arrotondi il magro stipendio. I docenti “esperti” sanno che l’ora di lezione
ha ben poco da offrire, che il livello di preparazione degli studenti è in
caduta libera. Non si lamentano però, perché dal lagnarsi non hanno nulla da
guadagnare. La loro vocina cinica dice: «progetta!».
Per
contrappasso, potrebbero essere condannati a caricare per l’eternità l’elenco
degli studenti sulle piattaforme ministeriali dedicate ai progetti scolastici,
senza mai riuscire a completare l’operazione. Ogni volta che premono «Invia»,
il sistema restituisce il messaggio «sessione scaduta», accompagnato da una
dolorosa scossa elettrica.
Simili agli
esperti, ma di livello superiore per cinismo, sono i docenti “formatori”.
I formatori
sono i docenti che formano i docenti. Online e in presenza diffondono il
Vangelo della pedagogia contemporanea e delle metodologie didattiche
innovative. Il loro linguaggio è ricco di acronimi, di anglicismi, di slogan.
Sono un po’ come i professori universitari heideggeriani: si esprimono con
maestria in un rarefatto idioletto che dice tutto non dicendo nulla.
I formatori
sono i docenti che promuovono l’ideologia della scuola dello spettacolo, del
nuovo che avanza. Dalla classe capovolta all’apprendimento cooperativo, dalle
strategie per l’inclusione all’encomio dell’IA: i formatori sono instancabili,
parlano per ore di fronte a una platea assopita, spenta (con la telecamera
spenta) e, forse, russante. Nulla li ferma, perché il progresso non ha tempo da
perdere.
Sebbene tra
i docenti cinici menzionati finora sembrino quelli più convinti, i formatori
sanno in cuor loro che le fantasiose metodologie didattiche dei pedagogisti non
sortiscono gli effetti sperati.
In pubblico,
attribuiscono la colpa ai colleghi pigri che resistono alla didattica
innovativa. Ma il cinismo della loro convinzione si percepisce già dalla
modalità delle loro lezioni da formatori: frontali e trasmissive, considerano
l’utenza come il tanto aborrito vaso da riempire.
Credono in
quello che dicono? Quante lezioni laboratoriali e capovolte, a testa in giù e a
testa in su, svolgono nelle loro aule? Le loro classi sono davvero queste
grandi officine del progresso?
Sarebbe
bello poterli seguire nella quotidianità scolastica; e poi, con tutto il tempo
che trascorrono tra un corso di formazione e l’altro, viene da chiedersi quante
energie possano dedicare alla preparazione di una così mirabolante didattica.
Il docente formatore sa, ma la vocina cinica dice: «fingi l’impossibile!». Per
contrappasso, i docenti formatori sono costretti per l’eternità a tenere corsi.
A ogni acronimo, anglicismo, termine inglese pronunciato subiscono, come gli
«esperti», un’intensa scossa elettrica.
Adesso
superiamo le Malebolge, per dirigerci nel Cocito. Qui troviamo le due categorie
di docenti cinici più attivi: i professori influencer e i teachtokers.
Con i
docenti social si celebra la scuola dello spettacolo, della fuffa e della
retorica. I professori influencer costruiscono attenti storytelling per
promuovere la propria immagine; dispensano pillole di conoscenze delle loro
discipline, dando l’impressione che apprendere sia facile: basta un buon
insegnante (uno come loro). Seguono i trend inserendosi con arte nei flussi
degli algoritmi.
Una prof ha
assegnato troppi compiti delle vacanze? Il docente influencer fa un bel video
di critica: i ragazzi devono socializzare! Uno studente scrive una lettera di
protesta perché si sente a scuola troppo stressato? Il docente influencer
produce un contenuto su come gli insegnanti dovrebbero apprendere a essere
empatici.
Va detto che
la narrazione non è a senso unico. Segue la corrente: l’importante è essere
graditi alla propria community e ottenere sempre più visibilità.
I
teachtokers sono molto simili, ma amano riprendersi in classe e produrre
contenuti che l’algoritmo premia con la viralità: ad esempio brevi video muti
dove fanno espressioni buffe, preoccupate o indignate. E poi il tipico
contenuto che incorona il teachtoker: riprendersi all’ingresso dell’aula mentre
accoglie gli studenti con un balletto, un abbraccio o un saluto. Si usa la
classe come spazio scenico per costruire un brand che monetizzi.
I professori
influencer e i teachtokers di successo raggiungono risultati importanti:
pubblicano libri di dubbia qualità con grandi marchi editoriali, appaiono in
televisione, riempiono i teatri con i loro sermoni. Diventano delle star, dei
modelli, degli ideali da imitare. «Ah, se vi fossero più insegnanti così!».
Questo è il tipico commento di un loro seguace.
I professori
influencer e i teachtokers sanno che la scuola è al collasso, conoscono le sue
contraddizioni. Sono consapevoli di quanto poco siano oggi considerati gli
insegnanti. Non resta allora che piegare a proprio vantaggio il selfish
system. A scuola regna il feticismo dei dati, l’apparire conta più
dell’essere? Diventiamo noi stessi big data; proiettiamoci sullo
schermo! La vocina cinica dei docenti social ripete senza sosta la sentenza di
Debord: «ciò che appare è buono; ciò che è buono appare». Questi insegnanti
incarnano senza dubbio la punta estrema del cinismo. Siamo nell’imbuto, lì dove
si trova il lago ghiacciato del Cocito. Per contrappasso, sono condannati a
restare immobili e congelati per l’eternità mentre fissano la propria immagine
riflessa nello smartphone.
Una menzione
a parte meriterebbero i pedagogisti e i dirigenti, ma il focus dell’articolo è
su quelli che giocano il ruolo più importante sul piano educativo: i docenti.
Se questi
sono i docenti cinici, quali sarebbero i docenti “kinici”? Vediamo cosa intende
Sloterdijk per kinismo. Per il filosofo, il kinismo rappresenta la forma
originaria e antica della filosofia di Diogene di Sinope, caratterizzata da
sfrontatezza vitale, dalla capacità di incarnare la verità nella coerenza tra
dire, pensare e agire, dal coraggio di denunciare l’autentico volto dei
potenti. Chi non ricorda il celebre aneddoto dell’incontro tra Diogene e
Alessandro Magno.
Il kinico
morde, risveglia le coscienze con i suoi motti di spirito, smaschera le
ipocrisie del proprio tempo. Nella scuola italiana, il kinico è il docente che
dà priorità alla lezione. Spende tutte le sue energie in classe: non ama i
progetti, odia gli eventi che sottraggono tempo alle ore curricolari. Non è
affascinato dal potere, non blandisce i dirigenti scolastici. Ama stare con i
suoi alunni, lavorare duramente: sente la funzione civile e morale
dell’insegnamento.
Il docente
kinico esercita la parresia: non regala voti, non è compiacente né verso gli
alunni né verso le famiglie. Si sforza di valutare con scienza e coscienza; si
aggiorna continuamente: non alla scuola dei cinici formatori, ma in autonomia,
studiando e approfondendo la propria disciplina. Non è un passatista, sebbene
il suo dinamismo didattico metta sempre al centro i contenuti disciplinari e il
contesto classe, non metodologie astratte calate dall’alto.
Il docente
kinico non si affanna dietro i social: non ha tempo per i reel, per lo storytelling,
per la visibilità. Considera la classe uno spazio inviolabile dove non entra la
telecamera dello smartphone – e del resto la legge non lo permette(-rebbe).
Con il suo
modo di abitare la scuola, il docente kinico è l’emarginato, l’escluso. La sua
voce kinica ripete: «Senza città, senza casa, privato della patria, mendico,
vagabondo, vivendo alla giornata» (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi,
VI, 38). E in effetti, egli è nella maggioranza dei casi inviso ai dirigenti e
allo staff; quando i docenti ignavi lo incontrano, scuotono la testa («chi te
lo fa fare»). È spesso bersaglio dei teachtokers e dei professori influencer:
la sua invisibilità lo rende il capro espiatorio ideale. Ciò che non appare non
è buono; non è buono ciò che non appare. Il docente kinico non è sempre
apprezzato né dagli studenti né dalle famiglie, ancor più se illusi dal mito
della facilità e accecati dal cinismo della scuola dello spettacolo.
Nell’attuale
crisi del sistema scolastico, gli insegnanti kinici rappresentano forse la
principale risorsa per scuotere le coscienze. Occorre però che assumano
positivamente la loro condizione di marginalità e di esclusione come un punto
di vista privilegiato per condurre una critica serrata. È necessario che si
uniscano esercitando insieme la parresia. Solo un dire tutto e un dir vero
insistente e dal basso può dare la speranza di un futuro per la nostra scuola.
Non è semplice, perché nell’età dell’infosfera le voci fuori dal coro sono
censurate o distorte in logiche polarizzanti. Eppure, non vi è molta
alternativa. Continuare a svolgere bene il proprio lavoro non è più
sufficiente. È giunta l’ora che i docenti consapevoli, ma non cinici, scendano
in campo
Nota finale
Come nella
società, così nella scuola cinismo e kinismo si danno difficilmente allo stato
puro. Molti docenti oscillano tra un atteggiamento e l’altro: in alcune
circostanze si piegano al sistema, in altre trovano il coraggio di opporsi. Per
“mordere” i lettori – in particolare i lettori insegnanti – ho adottato uno
schema meno sfumato, seguendo in questo anche l’approccio di Sloterdijk.
D’altra parte, la stessa oscillazione tra cinismo e kinismo può essere
reinterpretata in chiave cinica: se si è kinici solo quando conviene, o quando
si è certi di non subire conseguenze, allora si è cinici…
venerdì 21 agosto 2026
Mentre discutevamo della fine della storia, la Cina costruiva il futuro - Pasquale Liguori
Appunti di un mese in Cina, con Arlacchi come compagno di viaggio
Una sensazione precisa mi ha accompagnato lungo quasi un mese di viaggio in
Cina, da Pechino a Xi’an, da Chengdu alla vertigine di Chongqing, poi verso
Guilin e Yangshuo, fino alla modernità di Shenzhen e alla stratificazione anomala
di Hong Kong, prima del ritorno alla capitale. Lo stupore per le dimensioni del
Paese, per la velocità dei treni, per la densità delle metropoli, per la
tecnologia ormai fusa con i gesti più ordinari della vita quotidiana si consuma
in fretta, come ogni meraviglia turistica. Quello che resta, e che continua a
lavorare sottopelle giorno dopo giorno, è più profondo: è l’impressione di
attraversare una società che tratta il presente come materia ancora plasmabile
e considera il futuro una costruzione politica e organizzativa, un orizzonte da
conquistare.
Questa percezione nasce da fatti molto concreti, dalla puntualità dei
trasporti alla pulizia degli spazi pubblici, dalla qualità di infrastrutture
capaci di servire una popolazione immensa alla continuità dei servizi,
dall’ordine di stazioni attraversate ogni giorno da masse umane di dimensioni
per noi inconcepibili alla capacità di rendere semplice ciò che, dalle nostre
parti, sembra complicarsi anno dopo anno. E, tuttavia, il punto decisivo cade
oltre l’efficienza. Soprattutto, oltre la formula caricaturale dell’efficienza
autoritaria con cui buona parte del discorso occidentale crede di aver già
liquidato tutto. Colpisce piuttosto la persistenza di una volontà
organizzatrice, il fatto che dietro la materialità delle cose sopravviva l’idea
di una direzione collettiva dello sviluppo.
Ancora più sorprendente risulta il verde. Oltre a quello sovrabbondante di
Guilin e Yangshuo, dove il paesaggio carsico e i fiumi sembrano appartenere a
un’immagine della Cina anteriore di secoli alla modernità, colpisce il verde
incorporato nelle grandi città, lungo le arterie e sulle pendici, dentro
l’incredibile sovrapposizione verticale di Chongqing e perfino nella Shenzhen
cibertecnologica che l’immaginario europeo ridurrebbe volentieri a cemento ed
elettronica. Smette di funzionare come ornamento e diventa il segno materiale
di quella “civiltà ecologica” entrata da anni nel lessico istituzionale e
costituzionale cinese, capace di trasformare la gigantesca questione ambientale
prodotta dall’industrializzazione in un nuovo terreno dello sviluppo.
Questo non significa fabbricare una Cina immaginaria, priva di tensioni e
conflitti. Il punto sta altrove. Una società può essere attraversata da
contraddizioni enormi e conservare insieme la capacità politica di intervenire
su di esse. È forse questa la prima cosa che il viaggio rende difficile
dimenticare, soprattutto per chi proviene da una parte del mondo educata a
trattare i problemi strutturali come fenomeni meteorologici, eventi da subire,
gestiti negli effetti con la correzione di qualche coefficiente, invocando la
crescita e la benevolenza dei mercati.
Durante il viaggio avevo con me La Cina spiegata all’Occidente di
Pino Arlacchi, scelto senza intenzione di farne una guida e senza cercare nel
Paese reale la conferma meccanica di una tesi. È accaduto qualcosa di più
serio, perché quelle pagine hanno allargato le domande che il viaggio poneva da
sé, dando profondità storica a impressioni altrimenti destinate a restare in
superficie e rendendo sempre più difficile liquidare come episodico ciò che
continuava a ripresentarsi davanti agli occhi.
Arlacchi ha funzionato da vero compagno di viaggio, capace di amplificare
l’esperienza senza diventarne il centro. Mentre attraversavo una Cina
violentemente contemporanea, il libro riportava lo sguardo indietro di secoli e
mostrava quanto poco si comprenda questo Paese facendolo cominciare nel 1949,
oppure nel 1978 con Deng Xiaoping. A Xi’an la profondità storica diventa quasi
fisica, perché l’Esercito di Terracotta si sottrae allo statuto di reperto
monumentale di una civiltà scomparsa, così come la Città Proibita rifiuta di
ridursi al residuo museale di un ordine cancellato. In entrambi i casi si
avverte una continuità inquieta, dove le rotture gigantesche della storia,
rivoluzione compresa, rielaborano gli strati precedenti invece di azzerarli.
L’appassionata insistenza di Arlacchi sul lungo filo della costituzione
materiale cinese, sul ruolo dello Stato e sulla tradizione amministrativa, sulla
selezione delle classi dirigenti e sul valore attribuito alla competenza,
rischierebbe di irrigidirsi in un’essenza immobile dell’“essere Cina” qualora
venisse presa come chiave unica. Resta però difficile negare che la Cina
contemporanea nasca da una combinazione singolare tra questa lunga durata, la
cesura rivoluzionaria del Novecento e la straordinaria sperimentazione
istituzionale ed economica degli ultimi decenni.
Forse è proprio la capacità di tenere insieme ciò che il nostro pensiero
separa con ostinazione a rendere la Cina tanto difficile da interpretare in
Occidente. Confucio e Mao convivono con uno Stato fortissimo e un’economia di
mercato, la continuità millenaria procede insieme alla trasformazione
tecnologica più rapida del pianeta, la centralizzazione politica si accompagna
a una sperimentazione locale di frontiera. Il lessico occidentale pretende ogni
volta di costringere il fenomeno dentro un’alternativa: socialismo o
capitalismo, mercato o pianificazione, democrazia liberale o dittatura. La
Cina, invece, elude il bivio. Sicché, quando un oggetto storico resiste alle
nostre categorie, preferiamo sospettare dell’oggetto piuttosto che interrogarci
sui pregiudizi e sulla natura delle categorie.
Così la formula “socialismo con caratteristiche cinesi” viene trattata come
un espediente propagandistico. Mercato, impresa privata e grandi ricchezze
sembrano autorizzare un verdetto già scritto, capitalismo, e il potere
saldamente in mano al Partito Comunista aggiorna la sentenza in capitalismo
autoritario. Si tratta di una definizione comoda soprattutto perché permette di
risparmiare l’analisi.
La domanda seria riguarda invece il posto che il mercato occupa dentro la
formazione sociale cinese, il rapporto tra capitale privato e potere politico,
il controllo del credito e delle grandi infrastrutture, della terra,
dell’energia, delle reti strategiche e della direzione complessiva
dell’investimento. A questo punto il problema si fa tagliente, perché smette di
ruotare attorno alla semplice presenza del mercato e tocca il nodo essenziale:
chi comanda chi.
Shenzhen offre l’illustrazione più istruttiva dell’intero viaggio. A uno
sguardo distratto sembra la prova definitiva del successo capitalistico cinese,
metropoli vertiginosa cresciuta nel segno della tecnologia, dell’impresa e del
consumo. Basta spostare di poco la domanda perché l’immagine cambi natura. Da
quale decisione politica è nata Shenzhen? Quale intreccio tra Stato,
territorio, credito, ricerca, manifattura e capitale ha consentito di costruire
una città di quella scala in pochi decenni? All’improvviso quella che sembrava
una vittoria spontanea del mercato si rivela come una delle più gigantesche
operazioni di pianificazione e di politica industriale della storia
contemporanea.
L’interesse del caso cinese sta esattamente nella capacità di impiegare
strumenti diversi subordinandoli a una strategia più ampia. Il mercato viene
usato e orientato, privato di quella sovranità politica che il neoliberismo
occidentale ha elevato a dogma. Da noi lo Stato si presenta ogni mattina
davanti al tribunale dei mercati, mentre in Cina è il mercato a operare dentro
una cornice che lo Stato rivendica ancora il potere di modificare.
Dopo decenni in cui ci è stato somministrato che privatizzare significava
modernizzare, che la pianificazione apparteneva al museo delle ideologie e che
la proprietà pubblica era per natura inefficiente, trovarsi davanti a una
società capace di usare massicciamente il mercato senza consegnargli il comando
produce un cortocircuito inevitabile. Il cortocircuito si aggrava osservando
che proprio questa società ha costruito in poco più di quarant’anni
infrastrutture, filiere tecnologiche e progetti urbani che alle nostre
latitudini richiederebbero ere geologiche.
Viaggiando, questa densità politica dello spazio torna di continuo, mentre
nelle città europee si percepisce sempre più raramente. La trasformazione
conserva lo statuto di azione possibile e le città vengono ampliate,
riforestate, connesse, ripensate in rapporto ai prossimi decenni da chi evidentemente
immagina di abitarli.
E così la questione cinese smette di riguardare soltanto la Cina. Riguarda
noi, il trasferimento di una parte enorme del potere reale dalla decisione
politica al complesso privato tecnico-militare-finanziario-industriale, il
paradosso di sistemi che si dicono democrazie mentre riducono la libertà alla
scelta periodica di chi amministrerà un quadro di compatibilità dichiarato
intoccabile.
Da qui la povertà della rappresentazione occidentale della Cina.
L’informazione dominante raramente sembra interessata a comprendere la
specificità di quella formazione sociale e lavora piuttosto a ricondurre ogni
fenomeno alla conferma di un verdetto pronunciato in anticipo, funzionando da
megafono ideologico dell’ordine che l’ha prodotta, fatto di deregolamentazione,
finanziarizzazione e mercato elevato a principio superiore di razionalità
sociale. Una Cina compresa nella sua complessità risulterebbe assai più
disturbante di una Cina demonizzata, perché costringerebbe a domandarsi se
l’evoluzione occidentale degli ultimi decenni sia davvero l’unica forma
possibile della modernità. Molto più economico spiegare ogni risultato cinese
con la parola “autoritarismo”, come se una parola bastasse a produrre una
ferrovia, una politica industriale, una rivoluzione energetica o una metropoli.
A dare forma teorica a queste domande ha contribuito la teoria della
“tripla rivoluzione” proposta dai marxisti cinesi Cheng Enfu e Yang Jun,
secondo i quali la storia della Repubblica Popolare rifiuta di lasciarsi leggere
come una rivoluzione originaria seguita da una lunga normalizzazione e infine
da una restaurazione capitalistica. Propongono una continuità più inquieta e
più fertile, dalla rivoluzione per la conquista del potere alla rivoluzione
della riforma, fino alla rivoluzione della nuova fase storica, dove la
trasformazione delle forme economiche e istituzionali coincide con la
ridefinizione storica dell’orizzonte socialista piuttosto che con il suo
abbandono.
La tesi obbliga a una verifica costante dei rapporti di proprietà, delle
condizioni del lavoro, dell’autonomia o subordinazione del capitale, del potere
reale delle istituzioni pubbliche, e resta comunque immensamente più feconda
della formula pigra del “capitalismo di Stato”, perché rimette in movimento ciò
che il pensiero occidentale ha già archiviato. La domanda decisiva riguarda la
possibilità che una rivoluzione continui dopo la presa del potere, cambiando
gli strumenti della propria politica economica senza dissolversi, usando il
mercato senza riconoscergli sovranità, attraversando compromessi, ritirate e
accelerazioni pur continuando a concepirsi come trasformazione di lunga durata.
Sono esattamente le domande che la sinistra occidentale ha smesso di porsi nel
momento in cui ha smesso di immaginare concretamente la trasformazione.
Il caso italiano, osservato dalla scala cinese, assume tratti quasi
caricaturali. Arlacchi ha notato con una certa perfidia che buona parte della
nostra classe politica, sottoposta ai criteri di selezione vigenti in Cina, faticherebbe
ad amministrare qualche centro urbano minore. La valutazione mi pare persino
indulgente, perché il problema italiano precede ormai la competenza: la
capacità di governare trasformazioni complesse è stata sostituita dal teatrino
social, dal posizionamento quotidiano, dal talk show e dal sondaggetto. Il
risultato sta sotto gli occhi di tutti, con un Paese che invecchia, servizi
pubblici impoveriti, ricerca e università trattate come costi superflui, salari
stagnanti da trent’anni, giovani spinti all’estero e un dibattito pubblico
infinitamente più occupato da ridicole polemiche che dalla domanda su cosa
possa diventare l’Italia fra venti o trent’anni. Osservata dalla scala cinese,
questa irrilevanza diventa quasi fisica.
Ancora più impressionante è il contrasto con la direzione dello spazio
euroamericano. Di fronte all’ascesa di una potenza economica, tecnologica e
politica che marginalizza la centralità occidentale, la risposta prevalente
evita accuratamente di aprire una nuova stagione di investimenti sociali,
scientifici e industriali e preferisce barriere, dazi, sanzioni,
militarizzazione, riarmo. Per decenni ci hanno spiegato che le risorse per
sanità, welfare e istruzione andavano razionalizzate fino alla scarsità e,
davanti alla succulenta possibilità di business per i signori della guerra, i
limiti di bilancio diventano improvvisamente elastici.
Siamo alla furia regressiva. Un Occidente che ha edificato nel sangue la
propria grandezza, presentandola poi come forma definitiva della modernità politica,
reagisce alla perdita di centralità irrigidendo le proprie strutture, alza
barriere dopo avere predicato il libero mercato, impone arbitrariamente dazi
mentre accusa gli altri di violare la concorrenza, investe nel riarmo dopo
avere smantellato per decenni la capacità sociale dello Stato, proclama diritti
universali mentre convive con la distruzione di intere popolazioni.
Niente di tutto questo santifica la Cina. Serve piuttosto a vedere quale
mondo continua a progettare il futuro e quale si limita a difendere, per giunta
in pessimo modo, il proprio privilegio passato. Una società che, dentro
contraddizioni e conflitti aperti, continua a progettare infrastrutture,
transizione energetica, città e sviluppo produttivo su orizzonti generazionali
si confronta con società che hanno sostituito il progetto del futuro con la
difesa sempre più aggressiva di un primato ereditato.
Resta la sensazione di avere incontrato dal vivo un Paese che tratta la
storia come un campo ancora aperto e riconosce alla politica una facoltà che
noi abbiamo dimenticato, quella di decidere una direzione e di organizzare il
tempo lungo. Arlacchi non mi ha consegnato la spiegazione della Cina: ha fatto
qualcosa di più utile, impedendo che ciò che vedevo restasse semplice stupore,
costringendo ogni impressione a misurarsi con la lunga durata e demolendo la
pretesa che l’Occidente possieda già tutte le categorie necessarie per
giudicare quanto accade altrove.
Guardare davvero la Cina significherebbe sospendere almeno per un momento
l’abitudine di giudicare il mondo dal centro di un Occidente che chiama
universali le proprie categorie mentre perde la capacità di trasformarsi.
Vorrebbe dire ammettere che il mercato non costituisce una legge naturale, che
la pianificazione può appartenere al futuro, che lo Stato può essere qualcosa
di diverso dall’amministratore della redditività privata e che la modernizzazione
rifiuta di coincidere con l’occidentalizzazione. Soprattutto imporrebbe di
accettare la possibilità che il nostro sistema culturale e mediatico lavora a
rimuovere: mentre discutevamo se la storia fosse finita, uno dei suoi centri
più antichi tornava a orientarne il movimento.
giovedì 20 agosto 2026
Cronache da una libreria su Gaza e ignoranza - Antonio Cipriani
Un tipo, nei giorni scorsi, non è voluto entrare nella
nostra libreria-avamposto culturale Vald’O perché in vetrina abbiamo il libro
di Maria Elena Delia, “Global Sumud Flotilla”.
Ha fatto bene: entrare in uno spazio del
dialogo, dichiaratamente dalla parte di chi cura e dei coraggiosi che vanno in
soccorso di chi soffre, può incutere spavento. Se poi quel posto è pieno di
libri pericolosamente indipendenti, peggio ancora. Meglio tenersi alla larga.
La conoscenza mette ansia, meglio quel sano conformismo rigido che si riempie
la bocca di grandi ideali vuoti e slogan tagliati con l’accetta di chi
preferisce ignorare.
Ha fatto
bene l’ignorante (dal
verbo latino ignoro, non conosco) a restare fuori dalla libreria. D’altra parte
dentro abbiamo anche testimonianze della nostra vicinanza con Emergency, libri
sulla Resistenza civile e armata nel nostro territorio, analisi sul
necro-capitalismo che ci sta trascinando alla catastrofe finale; ci sono i libri
di Simone Weil, di Hannah Arendt, di Bell Hooks, di Ilan Pappé. E poi Beppe
Fenoglio, i classici russi, la letteratura latina, Marc Bloch, gli scritti
corsari di Pasolini, e un sacco di opere che fanno bene al cuore, che aiutano a
mettersi in discussione, a cercare di pensare a un mondo migliore. Chi lo
preferisce peggiore che entra a fare?
D’altra
parte la cultura, a
differenza dall’intrattenimento culturale che rappresenta un vuoto a perdere,
serve a questo, ad attivare il pensiero critico, a capire quello che è davanti
ai nostri occhi e per conformismo o mancanza di informazioni non vediamo. O
fingiamo di non vedere per convenienza ottusa o per cattiveria. In ogni caso
entrare in una libreria indipendente, realmente indipendente, è sempre un bagno
di libertà.
Però,
rovesciando il discorso, è interessante che la copertina di libro che racconta l’ardito viaggio
dei coraggiosi della Global Sumud Flotilla, armati di amore per il prossimo
(che i cristiani ne tengano conto), di cibo e aiuti sanitari per chi soffre, di
corpi nudi a testimoniare che la solidarietà è possibile, a fronte di governi
pavidi e inermi, faccia questo effetto. Vuol dire che i palestinesi, i poveri,
gli sfruttati, i senza voce non hanno ancora perso le speranze. E che
l’attivismo vero (non lo sciocchezzaio social) serve eccome!
Nella
libreria abbiamo
anche una consigliatissima pubblicazione di John Berger, “Modi di vedere”. Tra
le pagine c’è il drammatico racconto di una settimana di incontri a Ramallah,
nel 2003, con intellettuali, artisti, poeti palestinesi. “Uno sguardo… dove
l’oppressione è più esplosiva e l’ingiustizia è più evidente”, ha scritto Maria
Nadotti.
Anno 2003. Cioè ventitré anni fa.
Leggerlo oggi è avere un pugno sulla coscienza: come è possibile che
l’Occidente nelle sue declinazioni politiche di destra o sinistra sia stato
muto. E oggi lo sia ancora di più?
Che fare? Non farsi prendere dalle reti
infingarde dell’epoca, direbbe il barbiere anarchico rurale. Continueremo a
remare contro, ostinati e coerenti. Soprattutto ora che il mondo cade a pezzi e
i colpevoli sono lì in cattedra a spiegarci che cosa fare per renderlo sicuro
con le loro regole feroci. Con i loro adepti che preferiscono non vedere, non
sapere, non porsi domande.
Val Susa, violenza strutturale e violenza contro le cose - Francesco Zevio
Ci sono dettagli che non andrebbero
mai dimenticati quando si parla della Val Susa. Ad esempio che la violenza non
ha origine dalla contestazione, ma dal sistema socioeconomico dominante che
considera le montagne risorse sfruttabili nel gioco della competizione
economica. Che la lotta No tav, come quella di altri movimenti, dimostra quanto
oggi siano necessarie sia le forme di lotta legali che quelle non legali, anche
se non per ciò illegittime, data la crescente violenza strutturale. E ancora:
che l’eventuale ricorso alla violenza verso le cose deve essere sempre
accompagnato da un incremento di responsabilità e di pensiero, “perché ogni
violenza che non sia trasparente nell’argomentare e nel fondare le ragioni
della propria legittimità – scrive Francesco Zevio – è per ciò stesso
illegittima, prima che illegale”
I recenti
fatti di Val Susa offrono l’occasione per ricordare due ordini di cose. Il
primo è innanzitutto rivolto all’esterno, ovvero a quella parte di popolazione
che “subisce” le notizie riguardanti questi fatti senza averne una conoscenza
personale e di prima mano, senza aver disposto della possibilità di considerare
autonomamente e criticamente la storia (oltre trentennale) della contestazione
al cantiere per la nuova linea ferroviaria Torino-Lione. Il secondo ordine di
cose si rivolge innanzitutto a quanti, per un motivo o per l’altro, hanno una
maggiore cognizione del progetto di cui sopra e, più in generale, una qualche
forma di partecipazione a questo o ad altri movimenti contestatari. Nulla di
originale: ma penso valga la pena ricordare, anche solo fare il punto, circa
ovvietà che restano essenziali.
Primo ordine
di cose. Lo Stato, e più in generale i gruppi d’interesse che pesano
maggiormente nel definire il tenore della propaganda (in termini
etimologici: “cose che vanno fatte circolare”, notizie che per la loro
pervasività definiscono il tono e la cornice in cui sarà tenuto a muoversi il
discorso pubblico) mediatica, tendono a presentare la violenza
contestataria come origine prima della violenza stessa. Nel nostro
caso, parliamo della violenza che ha portato a due camionette in fiamme, al
ferimento di agenti di polizia e a danni a qualche tratto di cantiere. Questa
violenza contestataria viene posta sotto i riflettori per legittimare la violenza
repressiva, nonché le politiche di rafforzamento degli aspetti repressivi
(decreti sicurezza e simili) dello Stato. La narrazione può riassumersi così:
la violenza ha origine nella contestazione e deriva da essa, a questa violenza
lo Stato è tenuto a rispondere con la violenza repressiva, nonché a premunirsi
per via legislativa accrescendo le proprie capacità repressive.
Questa
narrazione ignora, volutamente, un’altra realtà: ovvero che la violenza
non ha la sua origine nella contestazione, bensì nello stato di cose dovuto
all’ordine del sistema socioeconomico in vigore. Questa realtà è ben chiara
a quanti conoscano meglio la storia di questo cantiere [https://www.controsservatoriovalsusa.org/tracce-no-tav/home] in particolare e, in generale, la
storia del connubio fra entità statali ed entità economiche le quali,
attraverso la pianificazione territoriale e il monopolio istituzionale della
definizione delle opere d’interesse generale, portano a quella che Ivan Illich
definì “guerra alla sussistenza”. Una guerra – una violenza – perpetrata nei
confronti di quei gruppi, di quelle culture decise a vivere una relazione col
territorio che non sia quella canonica del sistema imperante, la quale
considera una montagna, ogni centimetro di suolo e ogni goccia d’acqua, ogni
cellula animale o vegetale in quanto risorsa sfruttabile nel gioco della
competizione/guerra economica mondiale. La pax œconomica liberale
– ricordava appunto Illich, lettore di Karl Polanyi – è maschera di questa
guerra alla sussistenza: cioè violenza sistemica verso qualsiasi tentativo di
fare comunità a partire da forme di vita e da rapporti col territorio che
tendano a sottrarsi all’ortodossia consumistico-produttivista la quale, pur
presentandosi come neutra e sottratta a qualsiasi cornice metafisica, risponde
a un imperativo che può ben considerarsi tale: ogni cosa è
potenzialmente sfruttabile, ogni cosa divenuta sfruttabile deve essere
sfruttata. Contrariamente a quanto viene propagandato, la violenza
contestataria si manifesta come reazione alla violenza sistemica di un ordine
socioeconomico – il nostro – fondato su questo imperativo.
Secondo
ordine di cose, piuttosto un memento ad uso “interno”. Il problema non sono i
Black Bloc, proprio come non lo sono quanti decidono di manifestare
pacificamente. Il problema non sono quanti disarmano un bulldozer o rovesciano
recinzioni e jersey o tranciano concertina per ostacolare materialmente
l’avanzamento di un cantiere e dimostrarne la meravigliosa vulnerabilità a
un’azione risoluta e organizzata, proprio come non lo sono quanti prendono le
vie dei ricorsi legali, delle petizioni, delle vie istituzionali. Il problema
da porsi – qui e altrove, a monte e a valle di qualsiasi evento o azione – mi
sembra traducibile in questi termini: ciò che facciamo, come e nei modi
in cui intendiamo farlo, giova o nuoce alla nostra causa? Se non
credo possa darsi una risposta univoca e recisa a questa domanda, tuttavia
penso si possano desumere alcuni elementi di risposta suddividendola
in tre ordini di domande più precise e circoscritte.
Primo: come
è stato percepito (a valle) l’evento da quanti vi hanno partecipato? ha
rafforzato la risoluzione dei partecipanti a ritrovarsi e andare avanti, o ha
contribuito a creare frustrazione e a diminuirne la motivazione? (da cui l’importanza di
riunioni e riscontri a caldo fra tutte le componenti che hanno partecipato alla
concretizzazione dell’evento). Secondo: come possiamo immaginare (a
monte) che questo evento sarà percepito dai nostri simpatizzanti non
direttamente coinvolti nell’evento o nella contestazione? il tipo
d’azione e il modo d’azione contribuiranno ad aumentare questa simpatia, magari
ad approfondirla, o non rischiano piuttosto di alienarcela? Terzo: come
possiamo aspettarci che ciò che faremo sia narrato, strumentalizzato e
rigiratoci contro dai nostri antagonisti? come possiamo immaginare che
risponderà l’opinione pubblica ignara della nostra lotta, quali saranno i
vantaggi che i nostri antagonisti possono sperare raccogliere dalla nostra
azione? quale sarà l’entità della repressione e quali sono le nostre
forze? Il problema mi sembra consistere in questo groviglio di
considerazioni (non esaustive). Ed è un problema che non può essere sciolto da
una soluzione, ma solo dalla risoluzione a un costante lavoro
pratico e di pensiero che ci permetta di organizzare le forze per agire nel
senso del futuro che desideriamo e di prepararci in seguito a reagire a quanto
resta d’imprevedibile nelle conseguenze della nostra azione.
In ogni
caso, non credo ci sia possibile compiere passi in avanti se non ricorrendo a
una pluralità di strategie. Sono necessarie tanto le vie legali messe
(ancora) a nostra disposizione dallo stato di diritto, quanto quelle non legali
– anche se non per ciò illegittime, data la violenza strutturale evocata sopra
– del disarmo. Ma quando forme di ricorso alla violenza – come quella verso le
cose e la proprietà – vengono integrate in chiave contestataria, essa deve
essere assunta. E ciò che di essa deve essere assunto sono prima di
tutto le sue implicazioni: la visione politica che sottende, l’ordine e i
rapporti socioeconomici che intende indebolire o smantellare, la società e il
mondo che delinea. Ad ogni incremento di violenza, insomma, deve
corrispondere un incremento di responsabilità e di pensiero – perché
ogni violenza che non sia sincera e trasparente nell’argomentare e nel fondare
le ragioni della propria legittimità è per ciò stesso illegittima, prima (e
peggio) ancora che illegale.
mercoledì 19 agosto 2026
Dilagante, silenziosa e invisibile – I numeri della corruzione in Italia: in 5 mesi 38 inchieste e 386 indagati. La campagna di Libera - Alex Corlazzoli
La
corruzione in Italia non si arresta. Anzi, è sempre più dilagante, silenziosa e invisibile,
con enormi costi sociali, politici, economici e ambientali che ricadono sui
cittadini. A denunciarlo è “Libera, associazioni, nomi e numeri contro le
mafie”, che ha censito le inchieste sul reato prese in esame dal primo gennaio
al primo giugno 2026: 38 indagini su corruzione e concussione, con il
coinvolgimento di 23 procure in dieci regioni diverse e 386 persone indagate.
Ci sono “mazzette” in cambio di
una falsa attestazione di residenza per ottenere la cittadinanza italiana iure
sanguinis o di falsi certificati di morte, e altre “mazzette” per
facilitare l’aggiudicazione di appalti nella sanità, per la gestione dei
rifiuti o per la realizzazione di opere pubbliche, la concessione di licenze edilizie
e l’affidamento dei servizi di refezione scolastica.
E poi scambi
di favori per concorsi truccati in ambito universitario. E ancora, le inchieste
per scambio politico-elettorale e quelle relative alle grandi opere con la
presenza di clan mafiosi. La regione con il maggior numero di indagati è
la Sicilia, con 107 persone
coinvolte in nove inchieste e tre procure attivate, seguita dal Lazio (85 persone indagate e nove
inchieste) e dalla Campania. Infine
la Puglia, con 48
persone indagate e il record di politici finiti nell’occhio dei magistrati:
sette.
Una
“pandemia”, quella della corruzione, che ora don Luigi Ciotti e la sua squadra
di “Libera” intendono denunciare con una mobilitazione in tutta Italia da
lunedì al 13 giugno. Il titolo della campagna è “Occhi aperti sulla
corruzione”: per una settimana si terranno flash mob, sit-in e incontri con la cittadinanza per
chiedere, da Nord a Sud, di rafforzare trasparenza, controllo e responsabilità.
Lo sguardo si allarga ulteriormente se si considerano gli ultimi diciotto mesi:
complessivamente in Italia sono 1.507 le persone indagate, di cui ben 71
politici (sindaci, assessori, consiglieri regionali o comunali), con 143
inchieste su corruzione e concussione.
“Mettiamo in
campo un’azione collettiva – spiega Francesca Rispoli, copresidente nazionale di Libera – per ribadire
che la corruzione in Italia non è affatto un’anomalia, bensì un sistema che si
manifesta in mille forme diverse, adattandosi ai contesti e riflettendo
l’impiego di tecniche sempre più sofisticate. Da quelle più “classiche” (la
mazzetta, l’appalto truccato, il concorso pilotato) fino a quelle ormai
pressoché legalizzate, frutto di una vera e propria cattura dello Stato da
parte di un’élite impunita: leggi e regole scritte su misura per i potenti di
turno, conflitti di interesse tollerati, relazioni opache tra decisori pubblici
e portatori di soverchianti
interessi privati“.
Nella
settimana di mobilitazione di “Occhi aperti sulla corruzione”, in occasione del
decennale della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale (8 giugno 2016) della legge
che ha introdotto in Italia la possibilità di chiedere dati anche in assenza di
un obbligo formale di pubblicazione (il cosiddetto Foia, acronimo di Freedom of Information Act), “Libera”
promuoverà alcune iniziative.
In
concomitanza con l’invio ufficiale delle istanze, nell’arco della settimana i
presìdi dell’associazione daranno vita ad azioni e mobilitazioni di piazza a
Milano, ad Ascoli Piceno, con tre istanze mirate a sbloccare i cronoprogrammi e
i Sal sull’edilizia scolastica ancora ferma nel cratere del sisma del 2016, e
in Campania, con la richiesta di open data al Consorzio di Bonifica del Bacino
del Volturno per tracciare la rigenerazione ambientale.
«Che cosa vuole davvero il comunismo?» - Lavinia Marchetti
Una parola che fa paura per spiegarla brevemente ai ragazzi
Poche parole
spaventano come “comunismo”. Basta pronunciarla perché la conversazione si
irrigidisca, e chi la usa venga sospettato di nostalgie per il filo spinato.
Alcuni ragazzi di un college (canadese) mi hanno chiesto un documento dove
rendessi intellegibile e molto brevemente la domanda: “ma cosa vuole davvero il
comunismo?”. La sfida mi è piaciuta, anche a rischio di banalizzare un po’ e
sintetizzare troppo con pochi distinguo. In Italia il comunismo ha una “sua”
storia, complessa e articolata, ma raramente quando si parla di comunismo si va
al “sodo”, ci disperdiamo tutti (me compresa) nella produzione dei più grandi
intellettuali degli ultimi duecento anni, ognuno con la sua versione. Vorrei
restituirle il suo senso andando al concreto, attraverso i pensatori che
l’hanno costruita e corretta lungo quasi due secoli. Distinguo subito ciò che
il senso comune tiene mescolato. Una cosa è la teoria con i suoi fini, un’altra
cosa sono i regimi che ne hanno usurpato il nome.
Giudicare il
comunismo dai gulag equivale a giudicare il cristianesimo dall’Inquisizione,
con la differenza che del secondo nessuno pretende di liquidare l’idea a causa
dei suoi tribunali.
1. LO
SFRUTTAMENTO È LA REGOLA, NON L’ABUSO
Il punto di
partenza di Marx è una scoperta che oggi appare banale, ma non lo era affatto
quando l’ha formulato. Il profitto discende dalla struttura stessa del salario,
e la disonestà del singolo padrone non c’entra, poiché la regola vale anche con
il padrone “buono”. L’operaio produce in una giornata un valore superiore a
quello che riceve, e quel di più, il plusvalore, resta a chi possiede i mezzi
di produzione. Lo scambio appare libero e giusto, e proprio in questo sta la
sua astuzia, perché l’estrazione avviene alla luce del sole, dentro un
contratto firmato. Oggi la stessa logica governa il magazziniere cronometrato
dall’algoritmo e il fattorino pagato a consegna. Il comunismo comincia dal
rifiuto di considerare naturale questo prelievo quotidiano sulla vita altrui.
2. NON
VOGLIONO IL TUO SPAZZOLINO
La confusione
più diffusa riguarda la proprietà. Il comunismo prende di mira la proprietà
privata dei mezzi di produzione, cioè le fabbriche e la terra, il capitale con
cui si mette al lavoro il resto dell’umanità. La casa in cui vivi e i tuoi
oggetti quotidiani appartengono a un’altra sfera, quella dei beni personali,
che nessun testo seriamente marxista ha mai voluto requisire. Engels lo
precisava già discutendo i programmi di partito. Il bersaglio è il potere che
deriva dal possedere ciò da cui gli altri dipendono per vivere. Una cooperativa
come Mondragón, nei Paesi Baschi, dove sono i lavoratori a possedere l’impresa
e a eleggerne i vertici, dimostra che la questione resta concreta.
3. LO SCOPO
VERO: RIAVERE SE STESSI
Sotto
l’economia si nasconde una posta più profonda, che il giovane Marx formulò nei
manoscritti del 1844. Il lavoro salariato estrania l’uomo dal prodotto che gli
sfugge e dall’atto stesso del produrre, ridotto a puro mezzo, mentre trasforma
i suoi simili in concorrenti. La parola che Marx adopera è alienazione, la
perdita di sé dentro un’attività che non si governa. Il fine ultimo del
comunismo è la fine di questa espropriazione interiore, una società in cui,
secondo la formula del Manifesto, il libero sviluppo di ciascuno diventi la
condizione del libero sviluppo di tutti. L’antropologo David Graeber,
descrivendo i lavori privi di senso che milioni di persone svolgono senza
crederci, ha dato a quella vecchia intuizione un volto attualissimo.
4. IL
MATERIALISMO STORICO: SEGUIRE IL DENARO
La cassetta
degli attrezzi di questo pensiero porta un nome, materialismo storico. L’idea è
che le forme del diritto e della politica affondino nelle condizioni materiali
con cui una società produce e riproduce la propria vita. Non si tratta di un
rozzo determinismo economico, e già Engels, in una celebre lettera del 1890,
avvertiva che la sovrastruttura reagisce sulla base e possiede una sua
efficacia. Louis Althusser affinò l’idea con il concetto di
sovradeterminazione. Applicato al presente, il metodo invita a chiedersi,
davanti a una legge o a una guerra, a chi giovi materialmente, quali interessi
la muovano sotto la superficie delle buone ragioni.
5. LO STATO
NON È UN ARBITRO NEUTRALE
Contro
l’immagine dello Stato come arbitro imparziale collocato al di sopra delle
parti, la tradizione marxista sostiene che esso nasce per garantire un certo
ordine di proprietà, e difende in ultima istanza chi quell’ordine avvantaggia.
Lenin, in Stato e rivoluzione, riprende Marx ed Engels e annuncia perfino
l’estinzione dello Stato una volta scomparse le classi. La storia successiva ha
rovesciato quella promessa in uno Stato più ingombrante di prima, ed è una
delle contraddizioni su cui torneremo. Nicos Poulantzas, negli anni Settanta,
ha mostrato con finezza come lo Stato contemporaneo condensi i rapporti di
forza tra le classi, restando permeabile alle pressioni popolari. La domanda
che rimane riguarda chi governi davvero quando crediamo di essere governati
soltanto dalle leggi.
6. PERCHÉ
OBBEDIAMO? EGEMONIA E IDEOLOGIA
La domanda
che tormenta i comunisti del Novecento è la più difficile: perché i dominati
accettano il proprio dominio senza bisogno di catene. Antonio Gramsci, dal
carcere fascista, rispose con il concetto di egemonia, il consenso che la
classe dominante ottiene facendo passare i propri interessi per il senso comune
di tutti. Louis Althusser vi aggiunse gli apparati ideologici di Stato, la
scuola e i mezzi d’informazione che ci plasmano come sudditi docili, e chiamò
interpellazione il gesto con cui l’ideologia ci assegna un posto e ci convince
che sia il nostro. Chi legge queste righe riconoscerà il tema del mio lavoro,
il modo in cui un potere persuade, chi subisce, di essere libero. La
meritocrazia, con la sua promessa che ciascuno ottiene ciò che merita, è la
forma odierna di quel consenso fabbricato.
7.
UGUAGLIANZA E LIBERTÀ INSIEME: BALIBAR
Étienne
Balibar ha coniato una parola che riassume l’ambizione più alta di questa
tradizione, égaliberté, ugualibertà. La tesi è che libertà e uguaglianza non
stanno semplicemente accanto, si implicano a vicenda, poiché è vuota la libertà
di chi manca del necessario, ed è falsa l’uguaglianza tra servi. La libertà di
dormire sotto un ponte, osservava con sarcasmo Anatole France, viene concessa
in egual misura al ricco e al povero. Jacques Rancière ha radicalizzato il
punto, ponendo l’uguaglianza come presupposto da praticare subito, e chiamando
politica il momento in cui la parte esclusa, quelli che non contano, reclama la
propria voce. Il comunismo vuole rendere materiale ciò che le costituzioni
promettono soltanto sulla carta.
8. UNA
FAMIGLIA LITIGIOSA
Chi immagina
il comunismo come un blocco compatto ignora la sua storia reale, fatta di
scissioni furibonde. Rosa Luxemburg, comunista fino al martirio, rimproverò a
Lenin il soffocamento della libertà, e scrisse che la libertà è sempre la
libertà di chi pensa diversamente. La Scuola di Francoforte, con Adorno e
Horkheimer, rivolse gli strumenti di Marx contro le illusioni del progresso.
Claude Lefort e Cornelius Castoriadis, usciti dal marxismo rivoluzionario,
dedicarono la vita a smascherare la burocrazia sovietica come nuova classe
dominante. Questa tradizione ha prodotto da sé le requisitorie più implacabili
contro i regimi che ne avevano rubato il nome, segno di un pensiero vivo,
capace di giudicare se stesso.
9. PERCHÉ È
DIVENTATA UNA BRUTTA PAROLA?
Restano da
spiegare due processi diversi che hanno reso la parola impronunciabile. Il
primo è reale e terribile. Nel nome del comunismo sono stati commessi crimini
enormi, le carestie e il grande terrore staliniano, poi il balzo in avanti di
Mao con i suoi milioni di morti per fame, infine lo sterminio cambogiano.
Nessuna difesa seria può aggirare quei cumuli di cadaveri, e la parte più
lucida di questa tradizione, da Luxemburg a Lefort, li ha denunciati prima e
meglio dei suoi nemici. Lo storico François Furet ne fece il centro della
propria requisitoria, mentre Eric Hobsbawm ed Enzo Traverso hanno insistito sul
dovere di comprendere senza assolvere. Il secondo processo è propagandistico.
La guerra fredda e il maccartismo hanno saldato la parola comunismo alla sola
immagine del gulag, e hanno addestrato i cittadini a bollare come sovversiva
qualunque misura di giustizia sociale, come la sanità pubblica o il salario
minimo. Ancora oggi chi propone di curare i poveri viene sospettato di
preparare i lager.
10. CHE COSA
VUOLE, OGGI, IN CONCRETO
Spogliata
delle caricature, la domanda comunista suona quasi ragionevole. Vuole estendere
la democrazia dal recinto del voto al luogo dove passiamo la vita, l’economia,
poiché appare strano eleggere i sindaci e subire i padroni come sovrani
assoluti. Vuole sottrarre al mercato i beni da cui dipende la sopravvivenza, la
salute e la casa, e restituire alla comunità il sapere. Nancy Fraser, nel suo
capitalismo cannibale, mostra che questo sistema divora le stesse basi naturali
e sociali che lo tengono in piedi, e da tale consapevolezza nasce
l’ecosocialismo, l’idea che una crescita infinita su un pianeta finito sia una
follia contabile. Vuole infine ridurre il tempo di lavoro, poiché Marx già nei
Grundrisse vedeva nella liberazione del tempo la ricchezza autentica. Nell’anno
in cui i dodici uomini più ricchi possiedono più della metà povera dell’umanità,
oltre quattro miliardi di persone, e il patrimonio dei miliardari cresce
dell’ottantuno per cento rispetto al 2020, domandare a chi debbano andare i
frutti delle macchine intelligenti diventa la questione politica del secolo.
LE OBIEZIONI
CHE RESTANO IN PIEDI
Sarebbe
disonesto chiudere senza le obiezioni fondamentali, quelle che un comunismo
adulto deve affrontare invece di schivare. Ludwig von Mises e Friedrich Hayek
sostennero che, privata dei prezzi di mercato, un’economia pianificata resta
cieca, incapace di sapere che cosa e in quale quantità produrre, e la penuria
cronica del blocco sovietico diede loro ragione su molti punti. Resta poi il
problema che assilla chiunque abbia letto la storia del Novecento, la
concentrazione del potere economico e di quello politico nelle stesse mani
invita alla tirannide, e nessuna buona intenzione ha finora impedito quella
deriva.
Un pensiero
all’altezza del proprio fine deve rispondere con istituzioni, il pluralismo dei
partiti e la libertà di critica che Rosa Luxemburg esigeva contro Lenin. Il
comunismo che mi interessa cerca di rendere la terra un poco meno ingiusta,
senza promettere alcun paradiso, e accetta di essere giudicato sui risultati.
Chi lo trasforma in una bestemmia impronunciabile, e insieme in un pretesto per
non toccare nulla, difende un ordine che ha appena regalato a dodici uomini più
ricchezza di quanta ne posseggano quattro miliardi di persone. La brutta
parola, a ben guardare, serve a proteggere proprio questo.