L’uomo nero avanzava zoppicante su via Bevagna. Quando fu a una ventina di
metri, mio padre, che mi stava accompagnando a piedi a scuola, alzò la testa e
si fermò di botto.
Nell’autunno del 1970 frequentavo la terza elementare in via Antonio Serra,
a Roma nord, Collina Fleming, zona di ricchi stronzi, dove alcuni di noi poveri
stronzi abitavano perché una volta là era tutta campagna e gli arricchiti
dovevano ancora arrivare. Un luogo che mi ha sempre fatto talmente schifo che,
appena raggiunti i vent’anni e trovato il primo lavoro, decisi di trasferirmi a
Torre Angela, all’estremità sud della Capitale, dove finalmente mi sentivo a
mio agio.
Via Bevagna partiva dalla Flaminia vecchia e attraversava piazza Monteleone
di Spoleto, dove stava e sta l’Hotel Fleming, un tempo considerato di lusso.
Era la strada dalla quale si svoltava per raggiungere la scuola Ferrante
Aporti.
Non capivo perché mio padre si fosse fermato. Non parlava più. Non ricordo
che cosa stesse dicendo, ma troncò il discorso a metà. Guardava quell’uomo
nero.
All’inizio pensai che fosse proprio per quello. Nella Roma del 1970
incontrare un africano o un sudamericano dalla pelle scura non era ancora una
cosa abituale. Anch’io ero sorpreso: uomini neri ne avevo visti quasi soltanto
nei film americani del lunedì sera, sul primo canale.
Papà apriva la bocca senza parlare. Sembrava confuso, indeciso. Poi,
rompendo all’improvviso la sua naturale riservatezza, mi lasciò la mano e andò
incontro all’uomo.
«Scusi, ma lei è…»
Quello fece cenno di sì e sorrise.
Parlarono per cinque minuti buoni. Per me era tutto tempo sottratto alla
scuola e quindi andava benissimo. Non ricordo che cosa disse mio padre né che
cosa rispose quel signore. Alla fine, evidentemente, papà deve avergli detto
qualcosa come “questo è mio figlio”, perché l’uomo si avvicinò, mi fece una
carezza e mi diede un bacio sulla testa. Poi mi sorrise. Era un sorriso dolce e
triste nello stesso tempo, uno di quei sorrisi che da bambini non sappiamo
interpretare e che soltanto molti anni dopo impariamo a riconoscere. Il sorriso
di chi è stato felice oltre ogni misura e, proprio per questo, conosce una
tristezza che gli altri non possono capire.
Ricordo invece che mio padre lo ringraziò diverse volte. Non sapevo per
cosa. Dopo avergli stretto la mano, trattenendola nella propria qualche secondo
più del necessario, gli posò entrambe le mani sulle spalle e gli augurò buona
fortuna. Poi ce ne andammo. Papà si voltò un paio di volte a guardarlo mentre
l’uomo riprendeva la sua strada e tornava a zoppicare.
Avevo già capito che doveva essere qualcuno di speciale. Mio padre
detestava le smancerie, le effusioni, le manifestazioni pubbliche di affetto.
Non lo avevo mai visto comportarsi così con nessuno. Poi entrai a scuola e non
ci pensai più. Il mondo degli adulti non era il mio.
Molti anni dopo, in un pomeriggio di luglio del 1982, eravamo di nuovo
insieme davanti alla televisione. Stava per cominciare una di quelle partite
che dividono il tempo in un prima e in un dopo: Italia-Brasile, seconda fase
del Mondiale di Spagna.
Non avevamo speranze. O almeno così pensavamo.
Durante gli inni la telecamera scorreva impietosa sui volti e sui corpi dei
giocatori. Prima i brasiliani: belli, muscolosi, eleganti, solari come divinità
discese in campo per concedere agli uomini qualche minuto del loro spettacolo.
Sócrates sembrava un imperatore, Falcão un principe rinascimentale, Zico un dio
minuto ma perfetto. Poi arrivarono gli italiani e, nel confronto, mi sembrarono
rachitici, malnutriti, quasi reduci da una lunga malattia.
Dissi a voce alta che non c’era partita.
Mio padre mi rispose che la forza e i muscoli non erano tutto nello sport,
soprattutto nel calcio. E che proprio il Brasile era la dimostrazione della sua
teoria.
Mi misi a discutere. Come poteva essere il Brasile, con quei cristoni
magnifici, la prova che il fisico non contava?
«Garrincha era nato poliomielitico», disse. «Ed era il più forte di
tutti.»
«Non lo conosco.»
Mio padre mi guardò.
«No, no. Tu lo conosci. Ti ha anche dato un bacio.»
Soltanto allora l’uomo nero di via Bevagna tornò indietro dal 1970.
Rividi la camminata storta, il sorriso dolce e triste, la mano di mio padre
che non voleva lasciar andare la sua. E scoprii che quell’uomo era stato uno
dei più grandi calciatori mai esistiti.
Si chiamava Manoel Francisco dos Santos, ma il mondo lo conosceva come
Garrincha.
Era nato nel 1933 a Pau Grande, un villaggio operaio immerso nella campagna
a una sessantina di chilometri da Rio de Janeiro. La sua famiglia era
poverissima. Il padre lavorava come guardiano in una fabbrica tessile, la madre
allevava animali. Manoel crebbe camminando scalzo, nuotando nei fiumi, pescando
e cacciando piccoli uccelli. Uno di quegli uccelli, uno scricciolo marrone che
nella zona veniva chiamato garrincha, gli somigliava secondo la sorella Rosa:
piccolo, irrequieto, impossibile da tenere fermo. Il soprannome gli rimase
addosso per tutta la vita. Anche lui non si sarebbe mai adattato alla
cattività. Il suo corpo sembrava costruito apposta per impedirgli di diventare
un atleta. Aveva la spina dorsale deformata, il bacino sbilanciato, una gamba
più corta dell’altra. Il ginocchio destro piegava verso l’interno, quello
sinistro verso l’esterno. Soffriva di un leggero strabismo.
Le fonti non concordano sulle cause. Alcune parlano di poliomielite, come
ricordava mio padre. Altre di malformazioni congenite aggravate dalla
malnutrizione. I medici lo considerarono invalido e gli sconsigliarono di
giocare a calcio. Un consiglio ragionevole. Ma completamente sbagliato.
Le gambe di Garrincha erano storte, ma proprio per questo nessun difensore
riusciva a capire dove sarebbe andato. Il suo corpo annunciava una direzione e
un istante dopo ne prendeva un’altra. Il ginocchio sembrava cedere, il busto si
inclinava, il piede accarezzava il pallone e l’avversario si muoveva dalla
parte sbagliata. Ciò che nella vita quotidiana appariva una menomazione, sul
campo diventava una "mossa" segreta.
Garrincha non superò i propri difetti cancellandoli. Li portò con sé. Li
trasformò in stile, ritmo, invenzione. Non giocava nonostante le gambe storte:
giocava in quel modo proprio perché aveva le gambe storte. Faceva del proprio
squilibrio un equilibrio che apparteneva soltanto a lui.
Era cresciuto tirando calci a palloni costruiti con fogli di giornale
infilati dentro le calze di una zia. Giocava a piedi nudi sui campi irregolari
di Pau Grande, dove un controllo sbagliato poteva mandare la palla giù da un
terrapieno. Abbandonò presto la scuola, lavorò nella fabbrica tessile, venne
licenziato perché non aveva alcuna voglia di lavorare e fu riassunto perché la
squadra aziendale aveva bisogno di lui.
Non possedeva la disciplina del campione. Non aveva l’ambizione di
diventare famoso. Non sembrava neppure comprendere fino in fondo il significato
del professionismo. Amava giocare, e questo gli bastava.
Quando arrivò al Botafogo, nel 1953, aveva quasi vent’anni, un’età nella
quale oggi un talento è già valutato, misurato, allenato, venduto, raccontato e
forse consumato. Garrincha invece veniva dalla fabbrica e dalla campagna.
Al provino si trovò davanti Nílton Santos, uno dei migliori terzini del
mondo. Lo dribblò. Poi lo dribblò ancora. Secondo la leggenda gli fece passare
il pallone tra le gambe. Nílton Santos chiese immediatamente ai dirigenti di
ingaggiarlo: meglio averlo come compagno che doverlo affrontare da avversario.
Il preparatore atletico annotò che il ragazzo possedeva qualità straordinarie,
ma aveva un difetto: dribblava troppo.
Con il Botafogo diventò un idolo. Quando riceveva la palla sulla fascia
destra, lo stadio si preparava a osservare una magia, sempre uguale, sempre
quella, sempre riuscita.
Lo chiamarono Alegria do povo, la gioia del popolo. E' una bellissima
definizione. Non il re, non l’imperatore, non il fenomeno. La gioia.
Nel 1958 il Brasile arrivò al Mondiale in Svezia portandosi dietro il
trauma della sconfitta del 1950 contro l’Uruguay. La nazionale cercava
disciplina, metodo, serietà. Garrincha rappresentava tutto ciò di cui i
dirigenti diffidavano: fantasia, indisciplina, improvvisazione, istinto.
Uno psicologo lo sottopose a un test e concluse che non era adatto a
sostenere la pressione di un Mondiale. Per la cronaca: anche Pelé venne
giudicato psicologicamente immaturo.
Per sua fortuna il Brasile non si fidò degli psicologi. Garrincha rimase in
panchina nelle prime due partite. Entrò nella terza, contro l’Unione Sovietica,
insieme al diciassettenne Pelé. Nei primi minuti dribblò tre sovietici, colpì
un palo e creò l’azione che portò al gol di Vavá. Un giornalista francese
definì quell’inizio “i tre minuti più belli della storia del calcio”. Nella
finale contro la Svezia servì due assist quasi identici a Vavá. Il Brasile
vinse 5-2 e conquistò il suo primo titolo mondiale.
Quattro anni dopo, in Cile, Pelé si infortunò nella seconda partita. Il
Brasile rimase senza il suo re e si affidò alla sua gioia. Garrincha fece
tutto. Dribblò, segnò, fece segnare. Realizzò gol di testa, di destro, di
sinistro, su punizione. Trascinò la squadra fino alla finale e la giocò con la
febbre. Il Brasile vinse ancora. Il Mondiale del 1962 fu il suo Mondiale. Fu
capocannoniere a pari merito e miglior giocatore del torneo. Un giornale cileno
gli rivolse una domanda che sembrava l’unica possibile:
Garrincha veniva dalla fame. Quella vera, con lo stomaco che si contrae a
vuoto. Veniva da Pau Grande, dalla fabbrica tessile, dai piedi nudi, dai
giornali arrotolati dentro le calze. Veniva da un corpo che secondo i medici
non avrebbe dovuto correre. Veniva da una famiglia nella quale l’alcol era
entrato prima ancora che lui potesse capire che cosa fosse. Sul campo,
quando furono schierati insieme lui e Pelè, il Brasile non perse mai.
Eppure i due rappresentavano due idee diverse della grandezza. Pelé era la
vittoria, la perfezione, il dominio. Garrincha rimase il ragazzo di Pau
Grande.
Guadagnò molto e perse quasi tutto. Non conosceva il valore del denaro.
Pagava somme enormi per cose da poco, regalava soldi, saldava i debiti degli
avventori del bar, firmava contratti senza comprenderli, si lasciava derubare.
Gli amici cercarono di amministrare i suoi guadagni, ma lui continuava ad
attingere ai conti come se non potessero svuotarsi mai.
Ebbe almeno quattordici figli da donne diverse. Otto figlie nacquero dal
matrimonio con Nair Marques. Altri bambini vennero da relazioni parallele,
incontri occasionali, amori duraturi o appena cominciati. Uno nacque in Svezia
da una relazione con una ragazza del posto. Garrincha sembrava capace di
generare affetto ma incapace di custodirlo. Abbandonò la moglie e le figlie.
Tradì, mentì, non pagò gli alimenti. Negli anni dell’alcolismo diventò
violento. Elza Soares, la grande cantante brasiliana per la quale aveva
lasciato la prima famiglia, lo abbandonò dopo essere stata picchiata.
Forse è questa la parte più dolorosa della sua storia. L’alcol lo
accompagnava dall’infanzia. Da bambino gli avevano somministrato preparati a
base di cachaça come rimedio per i suoi problemi fisici. Suo padre beveva e
sarebbe morto di cirrosi. Anche Garrincha cominciò presto. Per anni il talento,
la giovinezza e l’adorazione del pubblico nascosero il disastro. Poi il
ginocchio destro cedette, le accelerazioni scomparvero e l’uomo rimase solo
davanti alla bottiglia. Dopo il 1962 cominciò un declino lento e spietato.
Continuò a giocare perché aveva bisogno di denaro, anche quando il corpo non
glielo permetteva più. Passò dal Botafogo al Corinthians, poi cercò spazio in
altre squadre. Ogni apparizione attirava ancora pubblico, ma la gente andava a
vedere il ricordo di Garrincha, non Garrincha.
Elza Soares pensò che lasciare il Brasile potesse salvarlo. Fu così che
Garrincha arrivò a Roma.
Per qualche tempo lavorò nella promozione del caffè brasiliano, mentre Elza
cantava. Si allenò con la Lazio, giocò partite amatoriali, finì persino sui
campi della provincia romana, con il Sacrofano e con squadre improvvisate di
operai, studenti, macellai e meccanici. In una delle sue ultime partite
amatoriali, a Torvaianica, giocò con una squadra di macellai contro una
formazione di meccanici. Persero 5-4. Garrincha, si legge nelle cronache, fornì
gli assist per tutti e quattro i gol.
Ed è in quel periodo, nell’autunno del 1970, che attraversò via Bevagna e
incontrò mio padre. Forse alloggiava all’Hotel Fleming. Forse aveva un
appuntamento nei dintorni. Forse andava a trovare qualcuno. Forse cercava un
bar. Forse camminava senza una meta precisa. Non lo so. So soltanto che mio
padre lo riconobbe. Forse aveva visto Garrincha ai Mondiali del 1958 e del 1962
attraverso le immagini in bianco e nero e i racconti dei giornali. Forse,
quando gli disse grazie, non lo ringraziava per un gol preciso o per una vittoria.
Lo ringraziava per la felicità.
Garrincha tornò in Brasile nel 1972. Provò ancora a giocare, poi smise.
Senza il calcio, la caduta accelerò. L’alcolismo divenne incontrollabile. Venne
ricoverato più volte, aiutato da amici, istituzioni ed ex compagni. Tentò di
smettere, ma non ci riuscì.
Morì il 20 gennaio 1983, a quarantanove anni, povero e devastato dalla
cirrosi e dall’alcol.
Alla veglia funebre, nello stadio Maracanã, passarono migliaia di persone.
La bara venne poi trasportata su un camion dei pompieri verso il cimitero
vicino a Pau Grande. Lungo la strada la gente si fermava sui marciapiedi, sui
ponti, davanti alle case. Sulla lapide scrissero: “Qui riposa in pace colui che
fu la gioia del popolo, Mané Garrincha.”
Paolo Rossi segnò una prima volta. Il Brasile pareggiò con Sócrates. Rossi
segnò ancora. Falcão riportò il Brasile sul 2-2. Poi Paolo Rossi, il più
"rachitco" della carrellata iniziale in mondovisione, segnò il terzo
gol.
Mio padre, stimato professore e latinista, uomo "tutto d'un
pezzo" come si diceva allora, cadde in ginocchio, adorante davanti alla
televisione che mostrava Rossi a mani alzate. Io urlavo come un pazzo. Aveva
ragione mio padre: i muscoli contano, il talento conta, la bellezza conta, ma
nessuna di queste cose è sufficiente quando dall’altra parte esiste una volontà
capace di resistere.
Passata l'esaltazione tornai a pensare all’uomo che mi aveva baciato sulla
testa dodici anni prima. Nel gennaio successivo Garrincha sarebbe morto. Avevo
scoperto chi fosse appena in tempo. Continuo a domandarmi come abbia fatto mio
padre a riconoscerlo da lontano, dietro quella zoppia che il tempo aveva ormai
privato della sua magia.
Poi penso al calcio di adesso e mi viene da bestemmiare. Come forse avrebbe
fatto Garrincha all'uscita di un bar dopo una notte alcolica, in cui vuoi farti
male perchè la felicità si è trasformata in un dolore che nessuno può capire.