domenica 2 agosto 2026

C’è una sola risposta possibile all’arroganza di Donald Trump: boicottare i prodotti Usa - Marco Aime


Di fronte all’arroganza, alla tracotanza e al disprezzo di Donald Trump, che impone dazi assurdi e, violando ogni diritto internazionale, non ammette ritorsioni; di fronte alle pavide reazioni delle autorità europee, una risposta popolare è necessaria. Abbiamo accettato tutti supinamente il sistema di mercato, allora invece di subirlo passivamente, proviamo a girarlo a nostro favore. Tale sistema ha fatto di noi dei “consumatori”, è vero, ma possiamo scegliere cosa consumare. Riprendo allora una vecchia idea di Umberto Eco (sviluppata in un contesto tutto italiano): prendiamo nota dei prodotti che importiamo dagli Usa, facciamo circolare le informazioni, condividiamole e iniziamo a non acquistare quei prodotti. Visto che l’unica lingua che il magnate statunitense sembra parlare è quella del denaro, proviamo a rispondergli nel suo idioma.

Non è facile, me ne rendo conto, ma quale alternativa abbiamo se le nostre autorità sono pronte a inchinarsi a ogni sfuriata del presidente Usa, se non quasi a ringraziarlo. Sembra di essere tornati ai film western degli anni Quaranta-Cinquanta, dove i cattivi erano gli indiani e Custer un eroe. Oggi i cattivi sono i cinesi, il buono è lui.

Il boicottaggio della Tesla, dopo le prime sparate demenziali del suo inventore hanno lasciato il segno. Perché non continuare?
Lo so, occorre informarsi, prendere coscienza, non cadere nelle trappole delle fake news, ma è l’unica strada possibile. Il Mahatma Gandhi riuscì a piegare il colonialismo britannico con il boicottaggio dei prodotti provenienti dall’Inghilterra. Per carità, nessuno di noi, credo, voglia e possa paragonarsi a Gandhi, ma nel nostro piccolo…

Narra una leggenda, che un giorno nella foresta scoppiò un grande incendio. Di fronte all’avanzare delle fiamme, tutti gli animali scapparono terrorizzati mentre il fuoco distruggeva ogni cosa senza pietà. Leoni, zebre, elefanti, rinoceronti, gazzelle e tanti altri animali cercarono rifugio nelle acque del grande fiume, ma ormai l’incendio stava per arrivare anche lì. Mentre tutti discutevano animatamente sul da farsi, un piccolissimo colibrì si tuffò nelle acque del fiume e, dopo aver preso nel becco una goccia d’acqua, la lasciò cadere sopra la foresta invasa dal fumo. Il fuoco non se ne accorse neppure e proseguì la sua corsa sospinto dal vento. Il colibrì, però, non si perse d’animo e continuò a tuffarsi per raccogliere ogni volta una piccola goccia d’acqua che lasciava cadere sulle fiamme.

Vedendolo, il leone lo chiamò e gli chiese: “Cosa stai facendo?”. L’uccellino gli rispose: “Cerco di spegnere l’incendio!“.
“Non ci riuscirai mai!”
“Forse, ma intanto faccio la mia parte.”

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sabato 1 agosto 2026

“Il neoliberismo è stato costretto a gettare la maschera. Al posto del benessere ha generato impoverimento e frustrazione, pochissimi vincitori e moltissimi sconfitti”

 

 

Il nostro collega Mauro Del Corno se n’è andato un anno fa. In questo primo anniversario pubblichiamo un estratto inedito del primo capitolo del nuovo libro a cui stava lavorando e che avrebbe voluto intitolare Il collasso dell’umanità neoliberista. Le riflessioni contenute nel preludio sono una summa del pensiero economico, ma anche e soprattutto filosofico e sociologico che era la lente attraverso cui Mauro osservava e interpretava la realtà: una base teorica solida, costruita in anni di studio e di confronto, da cui prendevano forma i suoi articoli e le sue analisi.

“Il denaro distrugge la comunità e diventa la comunità” (K. Marx)
“Il capitale se lo fai incazzare ti spara” (Solo vera è l’estate. F. Pecoraro)

Difficile dire se il neoliberismo sia in fase di remissione o se sia entrato nella sua fase più aggressiva. I segnali sono confusi ma, purtroppo, la seconda ipotesi pare la più plausibile. Semplicemente è stato costretto a gettare la maschera. Le promesse di una società migliore per tutti sono andate in frantumi. Dovevano arrivare più felicità e benessere, abbiamo invece drammatico impoverimento della classe media, lavoro precario, ansia e frustrazione generalizzata, sgretolamento dei rapporti sociali, consumismo esasperato, competizione, per lo più fine a se stessa, in ogni ambito della vita. E’ ormai evidente che ci sono pochissimi vincitori, che ricevono premi assolutamente sproporzionati, quasi sempre slegati da qualunque merito, e moltissimi sconfitti, puniti a prescindere da ciò che fanno o non fanno. A ritirarsi è più che altro il consenso, il supporto diffuso di cui queste politiche hanno goduto almeno fino al 2008. Del resto non si può certo parlare di fallimento se è vero ciò che sostiene David Harvey, ovvero che il neoliberismo non è null’altro che un consapevole e ben orchestrato progetto di dominio di classe. Una strategia per riconquistare tutto quello che era stato perso dopo la seconda guerra mondiale quando l’esistenza dell’alternativa socialista aveva costretto a fare concessioni alle richieste di sindacati e lavoratori.

Pur ponendosi come una necessità storica, cosa che invece non è, il neoliberismo è stato un mero espediente per allontanare la crisi del valore che si iniziava ad intravedere negli anni ’70, con il risultato di sublimare la crisi senza superarla. Chi trae beneficio da questa “reconquista”, pochi ma ricchi e potenti, continuerà a sostenerla e promuoverla, ad ogni costo. Ma se ora manca il consenso, l’unico modo per farlo è quello di aumentare la coercizione e la violenza della repressione del dissenso. Ce ne stiamo già accorgendo, in Italia come altrove. Ce ne accorgeremo sempre di più. Il capitalismo può certamente convivere con la democrazia ma non la presuppone affatto, né ha uno specifico interesse a difenderla. È bene togliersi dalla testa, e in fretta, che capitalismo e libertà siamo qualcosa di indissolubile che si presuppone reciprocamente. Abbiamo visto classi imprenditoriali appoggiarsi ai peggiori dittatori e ai più feroci metodi di repressione, anteponendo la difesa e l’accrescimento dei loro profitti a qualunque altra considerazione.

Come ricostruisce Michel Foucault nel corso tenuto nel 1979 al Collegé de France e raccolto in “Nascita della biopolitica”, il neoliberismo origina nel tentativo dei suoi padri (l’ordoliberismo tedesco e la scuola austriaca) di sottrarre allo Stato poteri decisionali ed amministrativi da quanti più ambiti possibili. Un’istanza che nasce in seguito alle esperienze del potere assunto dagli Stati totalitari prima e durante la seconda guerra mondiale. L’alternativa allo Stato viene quindi identificata nel mercato, ritenuto depositario della più alta saggezza di cui possa disporre il genere umano. Lo Stato, lungi dallo sparire, deve adoperarsi attivamente perché ciò avvenga e sgombrare il campo all’azione di quello che è in sostanza un capitalismo a briglia sciolta. Il governo serve per difendere gli interessi e le ricchezze private e deve conservare la forza sufficiente per poterlo fare. Lo Stato è, in un certo senso, chiamato a nutrire i suoi carnefici e a scavarsi perennemente da solo la fossa senza mai calarsi al suo interno.

Si tratta di un rapporto particolarmente complesso. Per usare l’efficace sintesi del filosofo Istvan Meszaros “il sistema del capitale non potrebbe resistere una settimana senza l’appoggio massiccio che riceve continuamente dallo Stato”. Ma, lungi dal limitarsi a ridefinire le prerogative statali dirottandole a favore dei propri interessi, la dottrina neoliberista fa si che le logiche di mercato e profitto si intrufolino ovunque, dai servizi essenziali, ai sentimenti. E’ quello che Mark Fisher definiva, con una formula molto efficace e pungente, “stalinismo di mercato”. Il capitale opera inesorabilmente per isolare e frammentare. Si sgretola dunque qualsiasi declinazione della socialità e si provoca una progressiva atomizzazione degli individui, alla base di dei tanti crescenti malesseri che affliggono in modo sempre più esteso e profondo le nostre società, o quel che ne rimane.

Ora, il neoliberismo è, fondamentalmente, nulla più che un capitalismo a briglia sciolta. Quindi chiede di privatizzare qualunque cosa (quindi distribuire proprietà pubbliche a soggetti che già dispongono di risorse finanziare per acquisirle), contrastare (almeno in teoria) l’inesorabile spinta capitalistica verso i monopoli, esasperare l’individualismo, marginalizzare i sindacati, garantire la libera circolazione transnazionale dei capitali, ma non delle persone, anteporre a qualsiasi altra cosa il perseguimento del profitto subordinando la politica all’economia. Lo Stato è chiamato ad agire attivamente per perseguire questi risultati. Si farà dunque carico di produrre legislazioni che erodano i diritti dei lavoratori, agirà attivamente per vendere società e aziende di cui ha il controllo. E ancora, non meno importante, reprimerà il dissenso verso queste politiche che favoriscono pochi e vanno s svantaggio di molti, gestirà l’umanità in eccesso e superflua che questi interventi producono. Ricorrendo ad un rafforzamento degli apparati di polizia e carcerari o con provvedimenti economici che consentano un livello minimi di sussistenza.

Ecco perché, in un certo senso, pure la Cina può essere considerata, a tutti gli effetti, un laboratorio di neoliberismo. Arretra, invece, lo Stato sociale i cui servizi sono offerti come terreno di caccia per profitto privato. A seconda del prevalere delle diverse istanze può risultare, a fasi alterne, più funzionale un governo di estrema destra (repressione del dissenso), destra (privatizzazioni, smantellamento welfare) o di finta sinistra (subdola erosione ai diritti dei lavoratori e dei servizi dello stato sociale). A volte non fa poi tutta questa differenza, si veda il caso italiano dove l’attacco ai diritti dei lavoratori è avvenuto indifferentemente da destra e da “sinistra”. Ma accanto all’arretramento dello Stato, si è ottenuto un terribile ritirarsi della società e del sociale. I rapporti basati sul capitale si impossessano dell’intera sfera sociale. Ne conseguono atomizzazione, individualismo, incapacità di articolare una qualche forma efficace di dissenso. Qui il genio sfugge dalla lampada. Se il neoliberismo è stato capace di generare una spinta alla crescita economica, è anche e soprattutto alla base delle più devastanti e pericolose dinamiche che affliggono il nostro vivere. Nel corso del libro andremo a vederle una per una.

Con la ritirata della dimensione sociale dello Stato, ente collettivo per antonomasia, si è ottenuto anche l’effetto di privare le società di un soggetto che si reputava, almeno in una qualche misura, super partes e quindi in grado di rivestire funzioni di regolatore e custode degli interessi di un’intera comunità e non di una sola parte di essa. L’incessante opera di discredito del soggetto pubblico spiega anche il dilagare di teorie del complotto. Se perdo fiducia nella capacità di un ente imparziale di imporre comportamenti corretti tutto vacilla. Si pensi ai vaccini. Se non sono convinto che esista un soggetto imparziale che si può imporre sulle case farmaceutiche e vigilare, perché dovrei fidarmi di queste ultime che in passato hanno in più occasioni diffuso informazioni ingannevoli sui loro farmaci. Certo, potrei laurearmi in biotecnologie e analizzare tutte le documentazioni, almeno quelle pubblicamente disponibili, inerenti ai vaccini. Ma… siamo seri.

Se viaggiate in metropolitana vi sarà certamente capitato di trovarvi seduti vicino a qualcuno che guarda video sullo smartphone a volume alto, come se fosse da solo. Il più delle volte non è maleducazione, spesso, se glielo si fa notare le persone si scusano e abbassano immediatamente. Il rapporto con il proprio oggettino magico è talmente stretto e malsano che disintegra è la percezione dell’altro, non ci si rende più conto di trovarsi insieme ad altre persone. Siamo ridotti così. Ci torneremo. Possiamo, forse, produrre di più e meglio e con meno costi ma questo, a parte i profitti che garantisce ai capitalisti, che cosa porta a noi, alle nostre esistenze? Non salari più alti, non migliori condizioni di vita. La possibilità di scegliere tra 20 invece che 10 articoli al supermercato. Quante energie e risorse impiegate allo spasimo per arrivare a questo misero risultato.

Nel frattempo, incidentalmente, abbiamo devastato, forse irrimediabilmente, l‘ecosistema in cui viviamo. Allora ha forse ragione Alex Williams e Nick Srnicek quando dicono che dovremmo iniziare a pensare al capitalismo (“uni sistema ingiusto e perverso”) in un altro modo, non come una spinta ma come un freno al progresso dell’Uomo. Come qualcosa che drena incredibili quantità di risorse ed energie per dedicarle unicamente alla produzione di oggetti e servizi da vendere per guadagnare quanto più denaro possibile. Lasciando poi individui svuotati ed esangui incapaci di altre attività e afflitti da un drammatico deficit di immaginazione. Così come dovremmo chiederci se davvero il capitalismo sia un sistema che genera ricchezza e prosperità oppure semplicemente sottragga risorse alla maggior parte delle persone per concentrarla nelle mani di pochi.

In fondo, oggi che il capitalismo neoliberista imperversa nel mondo, le 26 persone più ricche del mondo hanno la stessa quantità di denaro dei 3,8 miliardi di individui più poveri, molti dei quali vivono in condizioni di grave indigenza. In fondo, per funzionare, il capitalismo ha bisogno di scarsità e, quando non c’è, la crea. Ciò che non è scarso non può essere venduto con profitto. Ciò che non è scarso, come l’acqua, o la sanità in un sistema di welfare efficiente, lo può diventare grazie a privatizzazioni e programmi di tagli ai bilanci. I programmi di austerità a cui vengono costretti gran parte dei governi, sono molto funzionali a questo scopo. La politica neoliberista applicata su larga scala a partire dagli anni ’80 ha dato inizio ad un’epoca in cui la maggior parte dei lavoratori ha ricevuto pochi o nessun beneficio dai cambiamenti tecnologici. I vantaggi sono andati solo all’1% più ricco della popolazione mondiale. I profitti del capitale sono aumentati a dismisura, mentre la quota di Pil riservata ai lavoratori è scesa molto in quasi tutti i paesi avanzati. In sostanza la favola del trickle down (lo “sgocciolamento” verso il basso della ricchezza accumulata in alto) si è rivelata essere nient’altro un “trickle up”, com’era facilmente prevedibile. L’unica ragione per cui la ricchezza media delle famiglie è, in alcuni paesi, cresciuta, sono l’incremento della percentuale di donne che lavorano e orari di lavoro più lungi. Davvero non siamo in grado di concepire e fare niente di meglio di questo?

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NESSUN OBBLIGO DI FORMAZIONE SULLA COSIDDETTA I.A.

Con motivazioni di diverso genere, in molte scuole i/le ds stanno emanando circolari per convocare Collegi docenti straordinari o per programmare attività di formazione estive spacciate per obbligatorie, senza che neanche gli Organi collegiali abbiano ancora deliberato sull’uso stesso della cosiddetta I.A. nella didattica, come previsto dal Par. 1.1. delle Linee Guida MIM sull’I.A.. Ne abbiamo parlato ai microfoni di Radio Onda Rossa durante il programma L’ora di buco.

Molte di queste circolari si basano sulla presunta applicazione dell’art. 4 del Regolamento UE 2024/1689 sulla cosiddetta “intelligenza artificiale” entro il prossimo 2 agosto, data di entrata in vigore di alcune parti del Regolamento UE a seguito dell’approvazione del Parlamento europeo del Digital Omnibus on AI, lo scorso 16 giugno. L’art. 4 dell’AI-Act prevede che «I fornitori e i deployer dei sistemi di IA adottano misure per garantire nella misura del possibile un livello sufficiente di alfabetizzazione in materia di IA del loro personale nonché di qualsiasi altra persona che si occupa del funzionamento e dell’utilizzo dei sistemi di IA per loro conto, prendendo in considerazione le loro conoscenze tecniche, la loro esperienza, istruzione e formazione, nonché il contesto in cui i sistemi di IA devono essere utilizzati, e tenendo conto delle persone o dei gruppi di persone su cui i sistemi di IA devono essere utilizzati».

Ma, come recentemente ha evidenziato perfino l’USR Lombardia [Nota prot. n. 35264/2026, QUI], «gli obblighi previsti dall’AI act all’art. 4 si applicano solo ai docenti che, adottando o programmando di adottare strumenti di IA nelle proprie attività didattiche, si configurano come “utilizzatori” (“deployers”)».
Appare evidente anche all’USR che non è possibile obbligare chi non intenda utilizzare questi strumenti e metodologie digitali a una formazione estranea alla propria attività.
Così come, anche la presunta scadenza del prossimo 2 agosto «non risulta coincidere con l’insorgenza dell’obbligo previsto dall’art. 4 in materia di formazione per i docenti» e che «l’affermazione secondo cui “entro il 2 agosto 2026 tutto il personale della scuola deve completare obbligatoriamente la formazione in base all’AI Act” non appare pienamente rispondente al contenuto dell’articolo 4» per diversi motivi elencati nella stessa Nota.

Infine, c’è ancora un altro aspetto interessante da rilevare su quanto sta accadendo nelle nostre scuole. Neanche l’USR ha potuto evitare di notare che queste stringenti e condizionanti indicazioni sono «diffuse anche in contesti commerciali». Sembra proprio concretizzarsi il rischio che paventavamo da tempo di fronte alle ingenti risorse speculative investite in quella che Draghi chiamava «rivoluzione digitale»: i vincoli temporali e di destinazione dei finanziamenti PNRR impediscono che dentro le scuole si valutino con la dovuta consapevolezza le conseguenze derivanti dall’introduzione di tecnologie che ancora non hanno dimostrato una qualche utilità [vedi QUINature ritira articolo sulla “bontà” di ChatGPT]. Sembra piuttosto che a dettare i tempi di questa presunta «rivoluzione» siano le agende commerciali delle grandi aziende Big Tech. Sembra che molti, troppi ds si siano fatti “dirigere” dai piazzisti di queste tecnologie che hanno urgenza di vendere le loro mercanzie e che non appaiono assolutamente attenti ai bisogni che emergono dal lavoro quotidiano nelle nostre scuole, con danno per docenti, ATA, studentesse e studenti.

Insieme ad altri Sindacati di base abbiamo inviato alle scuole una nostra Nota di chiarimento che potete scaricare QUI e condividere con colleghi/e interessati/e.

 

QUI il link alla trasmissione radiofonica.

 

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STATI GENOCIDI - Craig Mokhiber (ex funzionario delle Nazioni Unite)

La notizia che, proprio nel bel mezzo del genocidio in corso in Palestina, il Parlamento tedesco stia approvando questa settimana una legge che criminalizzerebbe le dichiarazioni che negano il "diritto all'esistenza" di Israele, punibili con una pena fino a cinque anni di reclusione, non ha sorpreso praticamente nessuno. Dopotutto, questo è il Paese che ha perpetrato il genocidio prima in Namibia e poi in Europa, e che ora partecipa attivamente ed entusiasticamente al genocidio in corso in Palestina, reprimendo brutalmente in Germania chiunque osi alzare la voce contro quest'ultimo genocidio. Di fatto, insieme a Israele e agli Stati Uniti, lo Stato tedesco gode ora del dubbio onore di essere tra gli Stati più asserviti agli interessi sionisti e tra i più corrotti dall'ideologia sionista.

Lo Stato tedesco ha persino una politica ufficiale (Staatsräson) che sancisce il suo impegno a perpetuare il regime israeliano, richiedendo una dichiarazione formale del "diritto di esistere" di Israele per acquisire la cittadinanza tedesca. (Non è richiesta alcuna dichiarazione simile riguardo al diritto di esistere della Germania). Ma l'affermazione che il regime israeliano non abbia diritto di esistere non è semplicemente un'opinione legalmente protetta. È anche una verità dimostrabile, sia dal punto di vista fattuale che legale. Naturalmente, l'affermazione che Israele "abbia diritto di esistere" è sempre stata una totale assurdità, poiché priva di qualsiasi fondamento giuridico o fattuale. Ma questa affermazione sionista suona familiare a innumerevoli persone in Occidente, perché è stata ripetuta con una frequenza senza precedenti come pilastro della propaganda sionista, perché è stata pronunciata incessantemente da politici occidentali che ricevono tangenti dalla lobby israeliana e perché è stata ampiamente diffusa da società mediatiche allineate con Israele e incaricate di proteggere obbedientemente l'impunità del regime.

 

Chiediamoci se abbiamo mai sentito un ritornello simile, che rivendicasse il diritto all'esistenza dell'Italia, del Canada o, nel caso in questione, della Germania. Eppure, si afferma costantemente che il regime israeliano (e solo il regime israeliano) in qualche modo possieda tale diritto. La conclusione più ovvia è che il regime e i suoi rappresentanti in Occidente si sentano così profondamente insicuri circa la legittimità dello Stato israeliano, data la sanguinosa storia della sua fondazione ed espansione, entrambe condotte al di fuori dei limiti della legge, da aver ritenuto necessario imporre un'ortodossia forzata (e fittizia), radicata nell'idea di eccezionalismo israeliano e nella nozione di impunità garantita dallo Stato. Ma tale diritto non esiste nel diritto internazionale. Assolutamente no.

 

Fatti scomodi
In realtà, quando misi piede per la prima volta nelle sale delle Nazioni Unite negli anni '80, esistevano molti Stati che non esistevano più quando me ne andai nel 2023. L'URSS, la Cecoslovacchia, la Jugoslavia, la Germania dell'Est, il Tanganica, Zanzibar e la Repubblica Araba Unita avevano forse un "diritto di esistere"? No. E nemmeno Israele. Gli Stati nascono e muoiono, ma nessuno di loro ha un "diritto di esistere". Di fatto, questo è innegabile. Eppure, alcuni continuano a ripetere a pappagallo l'invenzione sionista priva di fondamento secondo cui il regime israeliano possiederebbe in qualche modo tale diritto; altri lo accettano senza porsi domande; alcuni (come la Germania) cercano persino di costringere gli altri a dichiararlo; e altri ancora proibiscono qualsiasi tentativo di contestare questa menzogna. Non esiste un "diritto di esistere" per gli Stati secondo il diritto internazionale. Israele non può, quindi, rivendicare tale diritto. Certo, gli Stati hanno alcuni diritti. Ad esempio, gli Stati hanno generalmente il diritto all'uguaglianza sovrana, all'integrità territoriale e all'autodifesa ai sensi dell'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, ma anche questi diritti, normalmente concessi agli Stati, sono soggetti a condizioni e limitazioni, molte delle quali precluderebbero la rivendicazione di Israele. Ad esempio, la Corte Internazionale di Giustizia ha ripetutamente stabilito che Israele non ha il diritto di invocare l'autodifesa nei suoi attacchi contro i territori palestinesi occupati. (In sostanza, non si può entrare con la forza in casa di qualcuno e poi rivendicare il diritto all'autodifesa quando il proprietario oppone resistenza). In secondo luogo, a parte quelli concordati nei trattati firmati con l'Egitto (1979) e la Giordania (1994), Israele non ha nemmeno confini definiti. Gran parte del territorio rivendicato e occupato dal regime israeliano è territorio su cui lo Stato di Israele non ha alcuna pretesa legale, mentre altri territori rivendicati come parte dello Stato sono a loro volta oggetto di controversia.


Il regime non può avanzare alcuna pretesa legale di integrità territoriale sui territori illegalmente occupati nel 1967 e successivamente, tra cui Gerusalemme Est, Gaza, la Cisgiordania e le alture del Golan. La sua "Linea Verde" del 1949 con Libano, Siria, Cisgiordania e Gaza non è un confine internazionale, bensì una linea di armistizio intesa unicamente a separare le forze in combattimento. Il regime non può rivendicarla come confine legittimo. Inoltre, poiché il divieto di acquisizione di territorio con la forza è una norma imperativa (jus cogens) del diritto internazionale e un obbligo vincolante ai sensi della Carta delle Nazioni Unite, lo Stato di Israele non può rivendicare nessuno di questi territori come parte del proprio territorio legittimo.

 

Di fatto, la Commissione di diritto internazionale ha stabilito che gli Stati non dovrebbero riconoscere rivendicazioni basate su violazioni delle norme di jus cogens ed erga omnes (vincolanti per tutti gli Stati), come quelle perpetrate dalle forze sioniste durante la Nakba del 1947-1948 e dal regime israeliano da allora in poi. Inoltre, le acquisizioni territoriali derivanti dalla minaccia o dall'uso della forza impongono obblighi di non riconoscimento a tutti gli Stati. 

Anche i territori rivendicati dalle forze sioniste nel 1947 nell'ambito del piano di spartizione delle Nazioni Unite sono soggetti a contestazione legale. Dato questo fatto, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite non aveva alcuna autorità, né in base alla sua Carta né, più in generale, in base al diritto internazionale, per ignorare la volontà dei popoli indigeni o per creare uno stato colonialista di insediamento. Allo stesso modo, le forze sioniste non avevano alcun diritto, anche in base al diritto internazionale, di negare al popolo palestinese il diritto all'autodeterminazione o di acquisire territori con la forza. Infatti, la Commissione di Diritto Internazionale ha affermato che gli Stati non dovrebbero riconoscere rivendicazioni basate su violazioni delle norme di jus cogens ed erga omnes (vincolanti per tutti gli Stati), come quelle perpetrate dalle forze sioniste durante la Nakba del 1947-1948 e dal regime israeliano da allora. Inoltre, le acquisizioni territoriali derivanti dalla minaccia o dall'uso della forza impongono obblighi di non riconoscimento a tutti gli Stati.

 

La Corte Internazionale di Giustizia ha ribadito questo principio in relazione alla presenza del regime israeliano nei territori palestinesi occupati anche nel 2024, quando ha concluso che l'occupazione di Gerusalemme Est, della Cisgiordania e della Striscia di Gaza è del tutto illegale e che lo Stato di Israele deve porvi fine rapidamente e completamente. Ha inoltre affermato che tutti gli Stati hanno l'obbligo di non riconoscere la presenza di Israele in questi territori e di adoperarsi per porvi fine. Pertanto, poiché Israele non ha un territorio definito, le sue pretese legali di integrità territoriale sono significativamente limitate. E senza confini riconosciuti (e qui non si parla di una controversia di confine di minore entità, ma piuttosto della mancanza di definizione della maggior parte del territorio statale), gli manca persino un criterio fondamentale per il riconoscimento come Stato. Attualmente, quasi trenta Stati membri delle Nazioni Unite in Africa, Asia e America Latina (compresi alcuni dei suoi vicini geografici più prossimi) non riconoscono lo Stato di Israele, mentre altri hanno interrotto le relazioni diplomatiche con il regime durante il genocidio in corso.

 

Non c'è sovranità senza uguaglianza.
Infine, senza una sovranità legittima, non può esserci alcuna pretesa di uguaglianza sovrana. Nel diritto internazionale, la sovranità non appartiene agli Stati, ma ai popoli. Il regime israeliano si proclama "Stato ebraico" e afferma di rappresentare il suo popolo. Ma non rappresenta gli interessi delle popolazioni non ebraiche (palestinesi musulmani e cristiani) che vivono in quel territorio o che hanno il diritto di viverci e di far parte della legittima comunità politica di quel territorio. Lo Stato etnonazionalista di Israele può anche affermare di rappresentare 7,2 milioni di cittadini (ebrei). Non può, in modo credibile, affermare di rappresentare i quasi 16 milioni di palestinesi che hanno il diritto di far parte della comunità politica di quella terra. Di fatto, anche se il regime dovesse insediare con la forza tutti gli ebrei del pianeta in quella terra, rappresenterebbe comunque solo una minoranza della popolazione, rispetto alla maggioranza palestinese. La stragrande maggioranza delle persone che hanno il diritto di far parte della comunità politica ne è esclusa in vari modi: esclusa dalla rappresentanza paritaria (i palestinesi del 1948), esclusa da qualsiasi tipo di rappresentanza (i palestinesi di Gaza, della Cisgiordania e di Gerusalemme Est) o addirittura esclusa dalla possibilità di esercitare il proprio diritto legale al ritorno e alla partecipazione (i palestinesi della diaspora).

 

Nemmeno Israele può rivendicare una legittima autorità di governo. Questo perché il diritto internazionale stabilisce che "la volontà del popolo è alla base dell'autorità del governo", che deve essere "espressa mediante elezioni periodiche e genuine, a suffragio universale e paritario". Escludere milioni di abitanti autoctoni del territorio sulla base di criteri etnonazionalisti costituisce una violazione paradigmatica di questo requisito. Pertanto, il regime israeliano non può rivendicare una legittima autorità di governo. La Corte Internazionale di Giustizia ha recentemente affermato che il regime non ha tale autorità a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Ma le condizioni ineguali imposte alla popolazione palestinese all'interno della Linea Verde, e la totale esclusione di coloro che vivono nella diaspora, rendono questa argomentazione ugualmente applicabile al resto della comunità palestinese. E senza tale autorità, il regime non può rivendicare una legittima sovranità. Allo stesso modo, la condotta illegale del regime è in contrasto con le sue rivendicazioni di sovranità, poiché le moderne concezioni di sovranità includono un elemento di responsabilità (soprattutto per quanto riguarda il rispetto del principio di non aggressione, dei diritti umani e del diritto internazionale), che un regime genocida e di apartheid, caratterizzato da una storia continua di aggressioni, omicidi, crimini contro l'umanità e una cronica incapacità di conformarsi alle sentenze del diritto internazionale e alle risoluzioni delle Nazioni Unite, non può affermare di aver rispettato.

 

Dai diritti illusori ai doveri reali
Pertanto, sia dal punto di vista giuridico che fattuale, il regime israeliano non ha alcun "diritto di esistere". Ma l'analisi non dovrebbe fermarsi qui. Anche un esame superficiale del diritto internazionale rivela che, al contrario, il regime israeliano non dovrebbe esistere. La comunità internazionale degli Stati ha l'obbligo di cessare di riconoscere il regime, isolarlo e lavorare per il suo smantellamento e la liberazione del popolo palestinese. Chiaramente, nessuno oggi sosterrebbe che la Germania nazista, il Sudafrica dell'apartheid , la Francia di Vichy o i Khmer Rossi della Kampuchea avessero un "diritto di esistere". Né accetteremmo argomentazioni a favore di regimi coloniali perpetui in Algeria, India, Namibia o Kenya. Per le stesse ragioni, nessuna argomentazione giuridica (o morale) potrebbe giustificare un diritto di esistere per Israele sionista. Al contrario, il diritto internazionale richiede che, quando le violazioni di norme imperative del diritto internazionale sono parte integrante della creazione, espansione e mantenimento di uno Stato (come è accaduto nella Namibia e nella Rhodesia dell'apartheid), tali entità non debbano essere riconosciute o accettate come Stati legittimi e non debbano ricevere alcun aiuto.


Il passato di Israele è inequivocabile. È stato fondato sulla violazione di due norme imperative ( jus cogens ): il diritto dei popoli del territorio all'autodeterminazione e il divieto di acquisire territori con la forza, nonché sui due crimini più gravi previsti dal diritto internazionale: genocidio e aggressione. Da allora, si è rifiutato di consentire il ritorno dei rifugiati e di concedere loro un adeguato risarcimento, intensificando progressivamente la sua politica di sfratti illegali, furto di terre e colonizzazione. Le Nazioni Unite e tutte le principali organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno concluso che il regime israeliano è colpevole di apartheid e segregazione razziale, occupazione illegale, crimini di guerra, crimini contro l'umanità e genocidio. Il regime è attualmente sotto processo per genocidio dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia, accuse che la Corte ha ritenuto sufficientemente plausibili da emettere una serie di provvedimenti cautelari (tutti ignorati dal regime). La stessa Corte ha dichiarato il regime colpevole di occupazione illegale, negazione forzata del diritto all'autodeterminazione, acquisizione illegale di territorio con la forza, crimini di guerra, apartheid e segregazione razziale. Inoltre, la Corte penale internazionale ha incriminato i leader del regime per crimini contro l'umanità. Nel corso dei suoi ottant'anni di esistenza, il regime israeliano ha detenuto il dubbio primato di essere il Paese al mondo che ha violato il maggior numero di risoluzioni delle Nazioni Unite e sentenze della Corte internazionale di giustizia.

 

Alla luce degli imperativi del diritto internazionale, Israele è, nel senso più stretto del termine, un regime canaglia, illegittimo fin dalla sua nascita e privo di qualsiasi legittimità nella sua condotta da allora in poi. Affermare che un tale regime abbia il "diritto di esistere" è un affronto alle generazioni delle sue vittime, al diritto internazionale e alla stessa decenza umana.


Oggi, il regime occupa illegalmente la Palestina, il Libano e la Siria, attacca il Libano, la Siria, l'Iran, lo Yemen e altri paesi, e perpetra un genocidio in Palestina. Ha compiuto assassinii in tutta la regione e ha ammesso (anzi, si è vantato) di aver perpetrato attacchi terroristici transnazionali utilizzando cercapersone carichi di esplosivo in Libano. Alla luce degli imperativi del diritto internazionale, Israele è, nel senso più stretto del termine, un regime canaglia, illegittimo fin dalla sua nascita e privo di qualsiasi legittimità nella sua condotta da allora. Dichiarare che un tale regime abbia il "diritto di esistere" è un affronto alle generazioni delle sue vittime, al diritto internazionale e alla stessa decenza umana. E la minaccia che rappresenta si estende ben oltre la Palestina. Il regime israeliano è governato da un'ideologia profondamente razzista e fondamentalmente violenta. È armato di tecnologie di sorveglianza e di uccisione avanzate, possiede un potente arsenale convenzionale e ha scorte di armi nucleari, chimiche e biologiche. Ha varato politiche che impongono l'omicidio di massa di civili (la Dottrina Dahiya), l'assassinio dei propri cittadini (la Direttiva Annibale) e la potenziale distruzione nucleare del mondo (l'Opzione Sansone). Le sue spie operano in paesi di tutto il mondo e i suoi rappresentanti sono attivamente coinvolti nella corruzione di governi e istituzioni in tutto l'Occidente. Un regime del genere ha forse il "diritto di esistere"? No. Anzi, smantellare questo regime e sostituirlo con una Palestina libera con pari diritti per tutti non è solo un obbligo legale, ma anche un imperativo esistenziale per tutta l'umanità.

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venerdì 31 luglio 2026

Immigrazione, l’Italia reale oltre l’emergenza


In Italia vivono stabilmente 5 milioni e 371mila cittadini stranieri, il 9,1% della popolazione residente. Aggiungendo i regolari non ancora iscritti all’anagrafe e gli irregolari, la presenza complessiva sfiora i 5,9 milioni.

È il quadro tracciato dal 31° Rapporto sulle migrazioni 2025 della Fondazione ISMU, che descrive un fenomeno ormai strutturale, assai più stabile di quanto suggeriscano il linguaggio politico e la rappresentazione quotidiana degli sbarchi.

Il primo dato è demografico. Tra il 2012 e il 2024 i residenti con cittadinanza italiana sono diminuiti di 2 milioni e 274mila unità, mentre gli stranieri sono aumentati di un milione e 103mila, dimezzando la contrazione complessiva della popolazione.

Entro il 2055 l’Italia perderebbe quasi sei milioni di residenti anche mantenendo un saldo migratorio positivo; senza migrazioni, la perdita sarebbe più che doppia. Nella popolazione in età lavorativa il calo previsto è di quasi otto milioni, oltre dodici milioni a saldo migratorio nullo.

Non si tratta dunque di stabilire se l’Italia abbia bisogno dell’immigrazione. Ne ha già bisogno per sostenere il lavoro, il sistema previdenziale e una società che invecchia. Il problema è la qualità dell’inclusione.

Gli occupati stranieri sono circa 2 milioni e 450mila, il 10,6% del totale, ma restano concentrati nei settori meno qualificati e più faticosi: servizi alla persona, agricoltura, turismo ed edilizia. L’86% lavora alle dipendenze. Alla loro presenza, ormai essenziale, continuano ad associarsi bassi salari, scarsa mobilità professionale e spreco delle competenze.

La penalizzazione è ancora più evidente per le donne provenienti da Paesi esterni all’Unione europea. Al peso dell’origine si sommano le disuguaglianze di genere e, nel Mezzogiorno, quelle territoriali. Una parte consistente delle occupate resta confinata nel lavoro domestico e di assistenza.

Le «catene della cura» spiegano la prevalenza femminile nelle comunità ucraine, polacche, moldave, filippine e peruviane: l’Italia affida una quota rilevante della cura di anziani e famiglie a donne arrivate dall’estero, senza trasformare questo contributo in vera emancipazione sociale.

Il radicamento emerge dalle famiglie e dalle cittadinanze. Nel Paese vivono 2 milioni e 743mila famiglie con almeno un componente straniero, più del 10% del totale. Nel 2024 sono state concesse 217.448 cittadinanze italiane; nell’ultimo decennio le acquisizioni hanno superato un milione e 660mila e oltre 620mila hanno riguardato persone con meno di vent’anni.

Sono ragazzi nati o cresciuti in Italia che diventano formalmente italiani dopo averlo già fatto nella scuola, nella lingua e nelle relazioni quotidiane.

La scuola è il principale laboratorio di questa trasformazione. Quasi mezzo milione di giovani tra gli 11 e i 19 anni ha cittadinanza straniera e circa sei su dieci sono nati in Italia. La Lombardia accoglie il 26% degli alunni con cittadinanza non italiana; in Emilia-Romagna rappresentano il 18,7% della popolazione scolastica.

Eppure persistono divari nei risultati, nei ritardi, nelle scelte dopo la scuola media e nell’accesso agli studi superiori. La scuola include, ma non riesce ancora a interrompere la trasmissione delle disuguaglianze.

Il dato più duro riguarda la povertà. Nel 2024 era povero in termini assoluti il 30,4% delle famiglie con almeno uno straniero, contro il 6,2% di quelle composte soltanto da italiani. La quota saliva al 35,2% nelle famiglie interamente straniere e al 40,5% quando erano presenti minori.

L’immigrazione è una risorsa per l’economia italiana, ma chi emigra resta esposto a un rischio di esclusione enormemente superiore. Spesso neppure lavorare basta per uscire dalla povertà.

Sul fronte degli arrivi il Rapporto ridimensiona la narrazione dell’invasione. Gli sbarchi del 2025 sono sostanzialmente in linea con il 2024 e lontani dai picchi del 2023. Nei primi otto mesi l’88% delle partenze è avvenuto dalla Libia, dopo gli accordi che hanno frenato la rotta tunisina.

Le domande d’asilo erano state circa 151mila nel 2024 e sono scese a 81mila nei primi otto mesi del 2025, ma le pratiche in attesa hanno raggiunto quota 216mila. Nei primi sei mesi dell’anno il 69,5% delle richieste è stato respinto in prima istanza, mentre molti ricorsi hanno successivamente ottenuto una forma di protezione.

È questa la contraddizione centrale: la società italiana incorpora lentamente l’immigrazione, mentre la politica continua a trattarla quasi soltanto come una questione di confini, rimpatri e sicurezza.

L’opinione pubblica appare meno rigida della sua rappresentazione: nel 2024 il 57% considerava gli immigrati una risorsa, contro il 41% del 1998; la quota di chi riteneva che «rubino il lavoro» agli italiani è scesa dal 54 al 32%.

L’Italia immigrata non è un’ipotesi futura né un’emergenza passeggera. È una componente decisiva del presente. La vera emergenza è l’assenza di una politica capace di governarla: programmare ingressi legali, contrastare lo sfruttamento, riconoscere le competenze, ridurre la povertà e garantire scuola, salute e cittadinanza.

Continuare a discutere soltanto di barche significa ignorare milioni di persone che sono già parte del Paese e dalle quali dipende una quota crescente del suo futuro.

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Non trasformiamo il dissenso in un problema di ordine pubblico

di Donatella Giunti ed il Gruppo Cattolici per la Vita della Valle - Centro Sereno Regis

 

Rispetto ai fatti avvenuti in Valle di Susa sabato 25 luglio, che meritano una riflessione profonda e non dettata dall’urgenza giornalistica né dalla necessità di un superficiale schieramento, proponiamo alcune considerazioni. Ogni atto di violenza va perseguito secondo la legge. Ma una democrazia commette un errore quando, a partire da singoli episodi, sceglie di leggere un conflitto politico e sociale esclusivamente attraverso la lente della sicurezza, per screditare oltre trent’anni di mobilitazione e per delegittimare chi continua a contestare quell’opera. E questo accade sempre nel dibattito sulla TAV.

Da anni, ogni episodio di tensione diventa l’occasione per riportare al centro il tema dell’ordine pubblico, mentre finiscono sullo sfondo le domande che il movimento No TAV continua a porre: quale modello di sviluppo vogliamo? Quali infrastrutture sono davvero utili alla transizione ecologica? Come si valutano i costi ambientali e sociali di una Grande Opera? Quale spazio viene riconosciuto alle comunità locali nelle decisioni che incidono sul loro futuro, sul loro territorio, sulla salute, sull’economia?

È un meccanismo ormai consolidato. Il conflitto ambientale viene progressivamente svuotato del suo contenuto politico e ricondotto a un problema di sicurezza. Il dissenso viene osservato più attraverso i dispositivi di controllo che attraverso le ragioni che lo alimentano. Così il dibattito pubblico si restringe: non si discute più dell’opera, ma della gestione dell’ordine pubblico; non delle alternative, ma delle misure di sicurezza; non della qualità delle decisioni democratiche, ma dell’intensità della repressione. Questa impostazione non riguarda solo la Valle di Susa.

Negli ultimi anni molti conflitti ambientali hanno conosciuto una dinamica analoga. Chi contesta opere considerate impattanti o scelte ritenute incompatibili con la tutela degli ecosistemi viene raccontato come un problema da gestire delegittimando chi continua a contestare, non riconoscendolo come interlocutore con cui confrontarsi. È una deriva che impoverisce la democrazia, riduce gli spazi della partecipazione e alimenta l’idea che il dissenso sia una patologia anziché una componente fisiologica della vita democratica.

La democrazia vive del conflitto, in forme di partecipazione, di confronto, di mobilitazione sociale. È in questo spazio che si collocano le manifestazioni, i presìdi, le iniziative dei comitati e di migliaia di cittadini che hanno scelto di opporsi a un’infrastruttura ritenuta inutile, devastante, economicamente insostenibile, fuori tempo e sproporzionata rispetto ai benefici attesi. Confondere questo patrimonio di partecipazione con gli episodi di sabotaggio significa fare un favore a chi vorrebbe liquidare ogni dissenso come un problema di sicurezza.

Naturalmente esiste un confine che non può essere superato: le azioni violente non possono diventare uno strumento di lotta politica. Da sempre tra i NO TAV convivono molte anime, come giusto e inevitabile in un movimento che è espressione di un intero territorio e che è composto da migliaia di persone di età, posizioni religiose e politiche, storie e sensibilità diverse. Ma per noi cristiani questo confine è chiaro, e il fatto che ci sia stato assalto dei cantieri non può essere utilizzato per cancellare trent’anni di mobilitazione civile, di studi indipendenti, di amministratori locali, associazioni, tecnici e cittadini che hanno costruito un’opposizione fondata su argomentazioni, partecipazione e presenza nei territori.

La strategia dell’invasione dei cantieri, su cui peraltro non tutti i NO TAV concordano, è il frutto di decenni di sopraffazione ed è una risposta (chi dice giusta, chi dice sbagliata) prevedibile in un conflitto gestito male fin dai suoi inizi. La questione di fondo resta aperta. In un tempo segnato dalla crisi climatica e dalla necessità di trasformare il modello di sviluppo, è legittimo chiedersi quali infrastrutture siano davvero prioritarie, quale sia il loro impatto ambientale e sociale, come vengano impiegate le risorse pubbliche e quale ruolo abbiano le comunità interessate nelle decisioni che le riguardano. Sono domande che non possono essere archiviate perché si sono verificati episodi violenti.

Alla politica – intesa come gestione della polis e partecipazione democratica dei cittadini alle decisioni comuni – chiediamo una ben diversa risposta. Non per ridurre gli spazi del conflitto, ma per ampliarli; non per temere il confronto con le comunità, ma perché contribuisce alla qualità delle decisioni pubbliche. La tutela dell’ambiente non è un ostacolo allo sviluppo: è il criterio con cui misurare la qualità dello sviluppo stesso. E il bene comune non coincide con la realizzazione di qualsiasi infrastruttura, ma con la capacità di valutare se essa risponda davvero all’interesse collettivo, nel lungo periodo.

La difesa dell’ambiente e del bene comune non appartiene a una parte politica. È un interesse generale, riconosciuto dalla Costituzione, che richiede valutazioni trasparenti, partecipazione democratica e la capacità di misurare le opere pubbliche non soltanto sulla loro fattibilità tecnica, ma anche sulla loro sostenibilità ecologica, economica e sociale. Quando il dissenso viene tradotto in una questione di ordine pubblico, la politica rinuncia al proprio compito. Smette di discutere, di convincere, di costruire consenso e delega la gestione dei conflitti agli apparati della sicurezza. È una scorciatoia che può apparire efficace nell’immediato, ma che alla lunga accresce la distanza tra istituzioni e cittadini.

Come cristiani avvertiamo la responsabilità di difendere la terra come bene comune, di dare voce e gambe al Magistero della Chiesa, a partire dalla Dottrina sociale fino ad arrivare ai continui appelli di Papa Francesco e di Papa Leone di non considerare il creato “una proprietà di cui possiamo disporre a nostro piacere; e ancor meno una proprietà solo di alcuni, di pochi. Il creato è un dono, è un regalo, è un dono meraviglioso che Dio ci ha dato perché ce ne prendiamo cura e lo utilizziamo per il bene di tutti, sempre con rispetto e gratitudine”. Da trent’anni abbiamo cercato – e non solo noi – il confronto con i proponenti l’opera ma la risposta è sempre stata la mancanza di dialogo con la popolazione, l’imposizione con la forza dei cantieri, la militarizzazione della valle, la repressione del dissenso.

Questi ultimi anni, caratterizzati da guerre devastanti, dal genocidio, dalla corsa al riarmo, da eventi climatici estremi, da migrazioni forzate, hanno contribuito a rafforzare le ragioni della contrarietà alla ‘Grande Opera Inutile’, ma anche a tutte le altre Grandi Opere Inutili che hanno devastato e potranno ancora devastare il nostro Paese, solo per inseguire una cieca logica di progresso, di crescita, di profitti, senza alcun ripensamento sul rischio concreto e sempre più attuale della rovina al quale l’intero nostro pianeta va incontro.

Diventa indispensabile ripensare il concetto di Grandi Opere, di consumo di suolo, in questo tempo che sta correndo verso il disastro ambientale, e rivedere l’ideologia dello sviluppo a tutti i costi.  Come credenti che vedono il nostro territorio e le persone che lo abitano sempre più distrutte e calpestate avvertiamo che qui il bene comune è stato invocato come paravento, mentre gli interessi economici e geopolitici hanno avuto il sopravvento sulla giustizia sociale.

Da oltre trent’anni le ragioni di critica e di opposizione sono sempre le stesse: la Torino-Lione è inutile, è costosissima, è devastante per l’ambiente, è un’opera vecchia, superata dai tempi e dalla storia, la cantierizzazione produrrà polveri sottili e movimenterà sostanze inquinanti e insalubri. Ed è certificata la sottrazione di enormi quantità di acqua dalla montagna e all’ambiente naturale, spreco dimostrato fin dal 2008 dalle decine di litri al secondo drenate ogni giorno dalle gallerie di servizio già realizzate.

Cos’altro dobbiamo inventarci per far comprendere queste ingiustizie trasportistiche, economiche, climatiche, ambientali e sociali e far sì che l’enorme inutile investimento economico sia dirottato verso settori più necessari, a partire dalla messa in sicurezza dei territori? Difendere la legalità significa perseguire chi commette reati. Difendere la democrazia significa non usare quei reati per delegittimare un’intera comunità che protesta e ascoltare chi denuncia queste ingiustizie trasportistiche, economiche, climatiche, ambientali e sociali e far sì che l’enorme inutile investimento economico sia dirottato verso settori più necessari, a partire dalla messa in sicurezza dei territori, da investimenti sulla sanità e sulla scuola.

E difendere l’ambiente significa continuare a discutere, anche quando il confronto è duro, del modello di sviluppo che vogliamo consegnare alle prossime generazioni.

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giovedì 30 luglio 2026

Stipendi PA, la riforma Meloni taglia gli accessori: ecco chi rischia di perdere soldi - Federico Giusti

Il Governo Meloni procede spedito con le modifiche al sistema di valutazione delle performance nella Pubblica Amministrazione. Il salario accessorio diventa una variabile dipendente dai cosiddetti "risultati certificati" da dirigenti e funzionari. È un argomento su cui ci siamo già soffermati, ma proprio perché rischia di cadere nell'oblio, torniamo ad esprimere alcune considerazioni. Analizzeremo il rapporto tra la performance e la costruzione di un'ideologia valutativa, fino ad arrivare ai contratti nazionali con aumenti inferiori al costo della vita e istituti contrattuali divisivi.

La Costruzione del "Demerito"

La riforma del Merito, alla fine, persegue due obiettivi rilevanti: ottenere valutazioni più basse e aumentare le differenziazioni tra dipendenti. Questo scenario porterà a penalizzazioni non solo economiche, ma anche sulle progressioni di carriera. Si sta costruendo un sistema in cui ottenere valutazioni elevate sarà assai più difficile rispetto al passato. In questo modo, si potranno spingere verso il basso le retribuzioni reali del personale, dopo aver esaltato la sottoscrizione, in tempi record (visti i ritardi cronici del passato), dell'ultimo contratto per scuola, statali e funzioni locali. Ma su questo torneremo più avanti.

La Retorica del Merito e la Gerarchia

La ratio di questo provvedimento si deduce dall'assenza di credibilità dei meccanismi premiali, delegittimati nel corso del tempo. Spesso la "performance" è una reale perdita di tempo, gli obiettivi conferiti al personale un mero rito, e la formazione una manna per quell'industria privata che banchetta attorno al Pubblico.

Differenziare le valutazioni a tutti i costi sembra essere la soluzione per restituire senso all'intero sistema, stabilendo il principio, di per sé illogico, che una valutazione non funziona se non presenta forti disparità. Si dimentica che, con le regole attuali, è sufficiente mezzo punto in meno per essere esclusi dalle progressioni di carriera; progressioni che, per intervento della Ragioneria Generale dello Stato, non possono comunque essere erogate a più del 50% degli aventi diritto.

Queste considerazioni ignorano che stiamo parlando di soldi dei lavoratori: quella "produttività" che di fatto sostituisce la quattordicesima e che non dovrebbe essere soggetta a una lotteria. Lotteria attraverso la quale si stabilisce anche il sistema di potere dirigenziale e dell'area quadri sul restante personale. Le valutazioni servono anche a rendere palese la gerarchizzazione dei ruoli e la catena di comando. Al resto pensano i codici etici e comportamentali, l'obbligo di "fedeltà aziendale" con regolamenti che possono penalizzare il dipendente anche per comportamenti pubblici tenuti fuori dal luogo di lavoro. Tutto questo non incide positivamente sulla macchina organizzativa e gestionale della PA; chi sostiene il contrario mente sapendo di mentire.

La Nuova Disciplina e la Carenza di Risorse

La nuova disciplina modifica l’articolo 3 del d.lgs. n. 150/2009, cambiando anche i meccanismi di calcolo per proporzionare la retribuzione al punteggio ricevuto. La cultura della performance e la retorica del merito sanciscono il trionfo delle disparità di trattamento economico, spesso al solo fine di dare un senso burocratico all'intero ciclo valutativo.

L’organo di indirizzo politico-amministrativo (negli Enti locali, il Sindaco) definisce gli obiettivi insieme ai dirigenti. Spesso e volentieri si costruiscono obiettivi a immagine e somiglianza del Programma di mandato della Giunta, a discapito dell'autonomia tra politica e amministrazione. Questa autonomia è già fortemente minacciata dalla possibilità di nominare dirigenti di seconda fascia senza concorso pubblico.

In diverse occasioni, i Governi sono stati richiamati dalla Corte dei Conti a individuare obiettivi da perseguire improntati a una maggiore selezione. Tempo inutilmente perso in una PA che perde, specie in alcuni comparti, migliaia di dipendenti, con dinamiche salariali al ribasso e con strumenti di lavoro risibili se confrontati con altri paesi europei.

Facciamo un esempio concreto: in un ospedale con organici inferiori del 20%, doppi turni e ferie soppresse, il ruolo dei dirigenti dovrebbe essere quello di costruire un sistema che differenzia il punteggio di due infermieri che operano nello stesso reparto, fianco a fianco? Vi sembra possibile con un servizio sanitario al collasso?

La Demagogia del "Cittadino Valutatore"

La riforma introduce un modello di valutazione coinvolgendo nella performance la cittadinanza. Tuttavia, l'utente spesso non ha le conoscenze necessarie per distinguere eventuali errori o negligenze di un singolo lavoratore dalle inadempienze strutturali dei dirigenti e dei vertici amministrativi.

Se un cittadino protesta (legittimamente) per un disservizio, è certo di conoscerne la vera causa? È prodotto da una riduzione di spesa, da organici inadeguati o da scelte politiche che spingono verso la privatizzazione dei servizi? Invocare la valutazione dei cittadini serve per far credere all'opinione pubblica che il loro parere conti, quando invece le istanze sociali reali vengono calpestate. Se interessasse davvero l'opinione dei cittadini, oggi non avremmo i tetti di spesa che limitano fortemente le assunzioni nella PA, avremmo abbattuto le liste di attesa in sanità e avremmo maggiori interventi sociali.

L'Ideologia delle "Eccellenze" a Numero Chiuso

La riforma prevede che, in ciascun ufficio dirigenziale generale, i punteggi massimi non potranno essere attribuiti a più del 30% dei dipendenti appartenenti alla stessa categoria o qualifica. Si stabilisce per legge che solo pochi avranno il punteggio massimo e, di conseguenza, valutazioni più alte. La differenziazione e le disuguaglianze economiche diventano il faro guida dell'agire nella PA. Inoltre, tra quanti avranno ottenuto le valutazioni più elevate, solo il 20% potrà essere considerato "eccellente", con concrete opportunità di carriera e miglioramento economico.

Salari da Fame e Fuga verso il Privato

Il meccanismo che guida questa riforma dovrebbe essere chiaro: bloccare la dinamica salariale. Gli stipendi nella PA italiana continuano ad essere tra i più bassi d'Europa. I rinnovi contrattuali presentano forti sperequazioni tra i comparti del Pubblico e perfino tra Enti dello stesso comparto.

Avere sottoscritto un contratto in tempi accettabili non costituisce un'inversione di tendenza rispetto alle politiche restrittive intraprese da tempo, specie se poi gli istituti contrattuali risultano sempre gli stessi (divisivi e discutibili), e se la tendenza è quella di rafforzare la contrattazione di secondo livello a discapito di quella nazionale. Gli ultimi contratti non recuperano il potere di acquisto perduto. Trovare novità positive nei testi contrattuali è un'impresa ardua.

L'adeguamento dei salari al costo della vita è impossibile fino a quando vigeranno le attuali regole in materia di contratti. Regole che il Governo non cambierà perché, spingendo al ribasso i salari, punta a frenare ogni azione conflittuale. In questo scenario, si piegano i sindacati alla logica perdente del "contenimento del danno", mentre dipendenti formati e preparati scappano dal pubblico verso il privato dove, ironia della sorte, troveranno spesso condizioni retributive e lavorative migliori.

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“Finiamola di usare la parola ‘maranza’, è un insulto etnico. È come ‘terrone’ negli anni Settanta” - Franco Gabrielli

 

“Intanto mi piacerebbe che si togliesse dal dibattito la parola ‘maranza’ che è un insulto dal timbro etnico, perché nello slang milanese significa ‘marocchino zanza’. È come se negli anni ’60-’70 avessero fatto una norma sui terroni“. Così a In Onda (La7) interviene Franco Gabrielli, ex capo della Polizia e già autorità delegata per la sicurezza della Repubblica, a proposito del disegno di legge del governo Meloni sulla microcriminalità minorile.
Gabrielli condivide le critiche espresse dal procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri, che ha definito il provvedimento “inutile”. E aggiunge: “Stiamo parlando quasi del nulla, da un punto di vista degli esiti, anche perché questa norma non modificherà nulla da un punto di vista della certezza della pena, della lunghezza dei processi e del diritto alla difesa. Questi sono provvedimenti che, da un punto di vista della loro effettiva capacità di incidere, non produrranno effetto“.

L’ex prefetto riconosce però che il problema esiste: “Naturalmente c’è un tema della condizione giovanile che riguarda anche ragazzi di seconda generazione e che, per chi vive la realtà milanese, non può non tenere nella debita considerazione. Allora, come al solito, perché ci dobbiamo dividere da curve da stadio, per cui dobbiamo criminalizzare un’intera generazione oppure immaginare che certi episodi non abbiano nessuna rilevanza? – sottolinea – Io credo che una giusta via di mezzo ci sia, cioè la necessità di intervenire significativamente su queste questioni, possibilmente in modo preventivo. Ci sono delle bellissime esperienze in Europa, come in Islanda e in Scozia“.

Gabrielli amplia poi la sua stroncatura all’intera produzione normativa del governo in materia di sicurezza: “Ci sono norme a bizzeffe, ho perso pure il conto dei decreti sicurezza del governo Meloni.Tutte quelle norme hanno prodotto, chi dice 400, chi dice 500 anni di nuova carcerazione, ma da un punto di vista degli effetti pratici credo che in prospettiva abbiano semplicemente creato le condizioni per limitare le libertà, non per garantire una condizione di maggiore sicurezza”.
L’ex capo della Polizia torna infine sul punto centrale: “Anche questo discorso sui “maranza” è una forma di criminalizzazione di queste fasce giovanili in maniera più o meno indiscriminata. Poi, ripeto, la questione esiste, gli episodi non sono di percezione ma sono reali. Tuttavia, queste modalità così generalizzate di criminalizzazione delle persone soltanto perché li si immagina appartenere a una categoria sono forme di limitazione e di marginalizzazione di fasce ben precise”.

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