domenica 4 ottobre 2026

Lavinia Marchetti e i giovani in rivolta

 

Il “senso comune” che vorrebbe giudicare le rivolte giovanili

Il cappio del doppio vincolo messo al collo dei giovani

Il doppio vincolo funziona bene perché qualunque cosa una persona scelga di fare sbaglierà. Il sistema del giudizio è truccato e non esiste alcuna scelta giusta, la colpa arriverà in un modo o nell’altro. Applichiamolo alla stampa e al senso comune (gramsciano) che ci circonda per quanto riguarda le rivolte studentesche (e non solo, le lotte in generale, ma la cosa peggiora con i giovani). Mi sono (poco) divertita a fare un elenco delle cose che ho letto in questi due giorni. Se resti a casa sei apatico. Se scendi in strada sei un vandalo. Se chiedi un salario dignitoso pretendi troppo. Se accetti paghe miserabili ti manca l’ambizione. Il giovane ideale, a sentire il senso comune dovrebbe lavorare dodici ore al giorno per il minimo del salario, pagarsi un affitto impossibile, essere colto, informato, politicamente consapevole, possibilmente docile con l’autorità anche se l’autorità lo sfrutta e non lo rispetta e soprattutto protestare senza disturbare nessuno. Una creatura mitologica.

I giovani di oggi nel “senso comune”

·         I giovani stanno sempre sul cellulare.

·         I giovani non hanno voglia di fare nulla.

·         Alla loro età io…

·         Ai miei tempi protestavamo, ora stanno a casa dai genitori. (Prova a prendere un affitto!).

·         I giovani di oggi non hanno ideali.

·         Vogliono tutto e subito.

·         Non sanno cosa significhi fare sacrifici.

·         Cambiano lavoro appena qualcosa va storto.

·         Nessuno vuole più fare i lavori faticosi.

·         Studiano troppo e lavorano troppo poco.

·         Hanno troppe lauree inutili.

·         Pretendono stipendi alti appena entrano nel mondo del lavoro.

·         Se fanno due lavori, evidentemente devono ancora «farsi le ossa».

·         Se emigrano sono quelli della fuga dei cervelli, ma se rimangono, evidentemente manca loro il coraggio di andarsene.

·         Vivono con i genitori a trent’anni, dunque sono eterni adolescenti. Il prezzo di un monolocale è accessorio.

·         Spendono per un aperitivo e poi si lamentano di non riuscire a comprare casa. (Si sa che ormai gli appartamenti si comprano rinunciando agli spritz).

·         Non mettono su famiglia perché sono egoisti.

·         Non fanno figli perché pensano soltanto a divertirsi.

·         Hanno ansia, depressione ai nostri tempi queste cose non esistevano, (naturalmente si soffriva in silenzio!)

·         Parlano troppo di salute mentale.

·         Sono troppo sensibili.

·         Si offendono per tutto.

·         Non leggono.

·         Se leggono e studiano, sono intellettualoidi scollegati dalla realtà. Zecche.

·         Non partecipano alla politica.

·         Se partecipano, sono manipolati.

·         Non sanno nulla del mondo.

·         Se prendono posizione sul mondo, qualcuno domanda subito chi li abbia indottrinati.

·         Vogliono lavorare meno. (leggasi: vorrebbero avere una vita oltre il lavoro)

·         Accettano contratti indegni, ma poi vengono rimproverati perché «si fanno sfruttare».

Poi, quando arriva il momento meraviglioso in cui gli stessi adulti che hanno passato anni a lamentarsi dell’apatia giovanile scoprono che i giovani hanno deciso di protestare, per il futuro, per la scuola, l’università i propri diritti.

Giovani che protestano secondo il “senso comune”

·         Terroristi, vandali.

·         Figli di papà.

·         Sono tutti pro-pal musulmani.

·         Che gli facciano ripagare tutto.

·         Non sanno nemmeno perché sono in piazza.

·         Qualcuno li manovra.

·         Sono stati indottrinati dai professori.

·         Pensassero a studiare.

·         Pensassero a lavorare.

·         Se hanno tempo per manifestare significa che non hanno problemi veri.

·         Se occupano una scuola danneggiano gli altri studenti.

·         Se bloccano una strada danneggiano i lavoratori.

·         Se fanno un corteo autorizzato che procede ordinatamente, «tanto così non cambia niente».

·         Se il corteo esce dal percorso previsto, diventano immediatamente delinquenti.

·         Se urlano sono violenti.

·         Se stanno in silenzio la protesta è ridicola.

·         Se lanciano vernice hanno superato il limite.

·         Se si siedono per terra impediscono alla gente di vivere.

·         Se bloccano il traffico che protestassero nel deserto, io devo andare a lavorare.

·         Se interrompono un evento pubblico impediscono la libertà di parola.

·         Se manifestano davanti a un’università stanno politicizzando l’università.

·         Se manifestano fuori dall’università, qualcuno domanda che cosa c’entrino gli studenti.

·         Se hanno diciotto anni sono troppo giovani per capire.

·         Se ne hanno venticinque dovrebbero pensare a costruirsi una carriera.

·         Se vengono caricati dalla polizia, «qualcosa avranno fatto».

·         Se filmano le cariche, cercano soltanto materiale per i social.

·         Se denunciano un abuso, stanno facendo propaganda.

·         Se vengono arrestati, l’arresto diventa retroattivamente la prova della loro colpevolezza.

·         Se una persona rompe una vetrina, l’intero corteo viene trasformato in quella vetrina.

·         Se cento persone vengono ferite e un cassonetto prende fuoco, il protagonista del telegiornale sarà quasi certamente il cassonetto.

·         Se chiedono conto delle scelte del governo vengono accusati di odiare il proprio paese.

·         Se protestano contro una guerra vengono accusati di sostenere il nemico.

·         Se prendono posizione per Gaza diventano, a seconda delle necessità del commentatore, estremisti, antisemiti, islamisti o utili idioti.

·         Se rifiutano queste etichette, si dirà che «non capiscono la complessità».

·         Se studiano quella complessità e rispondono punto per punto, diventano arroganti.

Per concludere: abbiamo passato anni a chiedere ai giovani dove fossero, che cosa pensassero, e perché non scendessero in strada. Adesso una parte di loro è in strada e improvvisamente li preferivamo sul divano.

Eccolo il doppio vincolo: il giovane accettabile deve avere ideali purché restino privati, deve essere politico ma non deve fare nulla, né urlare, né reagire alle cariche, né bloccare il traffico, deve fare una scampagnata, deve indignarsi purché lo faccia con educazione, a un orario concordato e lasciando perfettamente pulito il marciapiede e che si lavi pure il sangue, altrimenti è un vittimista.

da qui

 

PERCHÉ IN ITALIA NON PROTESTIAMO COME IN FRANCIA? È OVVIO, TENIAMO TROPPO ALLE VETRINE E AI CASSONETTI!

Leggo spesso parole di ammirazione per i «rivoltosi» francesi. È successo con i Gilet gialli, con gli agricoltori, con i vigili del fuoco e succede di nuovo in questi giorni con gli studenti. La protesta che attraversa la Francia ha coinvolto centinaia di licei, mentre insegnanti e lavoratori del settore pubblico scioperano contro i tagli e il deterioramento dei servizi. Ci sono stati oltre mille arresti in due giorni e di 119 feriti tra studenti e personale scolastico. In alcune città sono bruciati cassonetti e scuole, ci sono stati scontri con la polizia. Eppure in Francia il problema politico rimane sulle prime pagine e nei TG: carenza di insegnanti, classi sovraffollate, edifici degradati, servizi pubblici che perdono pezzi. Esattamente come da noi.

Liquidare tutto con la famosa «tradizione rivoluzionaria francese» spiega poco. Charles Tilly (che consiglio sempre di leggere) dedicò buona parte della propria ricerca proprio alla storia del conflitto sociale in Francia e parlava di repertori dell’azione collettiva. Che significa? Che una società impara nel tempo quali forme di conflitto considera praticabili, comprensibili, e persino normali quando un gruppo vuole costringere il potere ad ascoltarlo. Sciopero, occupazione, blocco, manifestazione, scontri hanno una storia e vengono appresi e trasmessi. La Francia possiede da quasi due secoli una consuetudine particolarmente forte con queste forme di conflitto. La Francia possiede una lunga abitudine a considerare il conflitto sociale un fatto politico e non un mero problema di ordine pubblico.

In Italia abbiamo 5,7 milioni di persone in povertà assoluta secondo gli ultimi dati disponibili, quasi un residente su dieci. Nel 2025 oltre 13 milioni di persone risultavano a rischio di povertà o esclusione sociale. Eppure basta che una manifestazione esca dal percorso previsto, che voli una transenna, venga rotta una vetrina, o incendiato un cassonetto (spesso e volentieri da infiltrati che ormai conoscono il giochetto) e una parte enorme della discussione pubblica scivola immediatamente sulla proprietà danneggiata. Il cassonetto vale molto di più di gente che non arriva a fine mese o a cui danno una visita dopo un anno. Le ragioni che hanno portato migliaia di persone in strada si perdono. Succede sempre in questo paese. Mentre comincia l’interminabile processo pubblico al manifestante abbastanza arrabbiato da avere manifestato "male", e allora via con "facinorosi", "terroristi", "vandali", "sempre dalla parte delle forze dell'ordine", bla, bla bla.

Ricordate Francesco Cossiga? Era maestro di questa dinamica. Nel 2008, e c'ero dentro gli scontri, parlando delle proteste studentesche contro la riforma Gelmini, suggerì a Maroni di lasciare inizialmente spazio ai disordini, infiltrare provocatori e attendere che le devastazioni producessero consenso nell’opinione pubblica, solo dopo, sosteneva, sarebbe arrivato il momento della repressione poliziesca.

Quando vi chiedete: perché? Pensate a quanti Cossiga conoscete, a quanti Cossiga date il vostro plauso. Il cassonetto, la vetrina in Italia hanno una forza attrattiva invincibile e per qualche ora riescono a farci dimenticare perché tanta gente fosse scesa in strada prima. Quindi va bene così. Difendiamo i cassonetti e sprofondiamo. Tanto la povertà tocca solo agli altri, no?

da qui

Perché i colossi dell’AI distruggono i libri? - Antonio Dini

L’ultima novità è di poche settimane fa e viene dal Giappone. Nel paese del Sol Levante sta infatti succedendo una cosa curiosa: alcune librerie dell’usato hanno recentemente registrato vendite quintuplicate, con ordini da centinaia di volumi alla volta, tutti diretti allo stesso centro logistico nella prefettura di Okayama. Da lì, i pallet di libri partono verso gli Stati Uniti: oltre cinquanta tonnellate in totale, secondo le notizie raccolte dalle testate giornalistiche nipponiche. Nessuno ha ancora confermato chi sia il compratore finale, ma il percorso ricalca uno schema già noto altrove.

È lo stesso schema emerso in una causa giudiziaria che sta facendo la storia: Bartz v. Anthropic. Gli atti del processo sono stati resi noti dalla stampa americana e raccontano la storia di un’azienda che ha comprato milioni di libri di seconda mano, li ha fatti smontare tagliando la rilegatura, li ha fatti scansionare pagina per pagina sostanzialmente distruggendoli, e infine li ha buttati al macero. 

Quello di Anthropic non è l’unico caso. Un’inchiesta della testata 404 Media ha seguito, grazie a un tracciatore nascosto in un lotto di volumi rari, un processo analogo che ha portato un lotto di alcune centinaia di libri comprato all’ingrosso fino a un magazzino Amazon vicino a Las Vegas, dove, anche in questo caso, alcuni lavoratori avrebbero raccontato di aver tagliato le rilegature, scansionato le pagine e gettato i resti. 

La società non ha però confermato pubblicamente che i file siano destinati all’addestramento dei suoi modelli, né ha chiarito quanti libri siano coinvolti o quale criterio usi per selezionare i volumi. Amazon ha risposto che “acquista libri tramite i canali commerciali per contribuire allo sviluppo e al miglioramento dei prodotti e dei servizi utilizzati dai nostri clienti”.

Questo è uno dei punti comuni. Le aziende spesso non negano l’acquisto dei libri, ma evitano di confermare pubblicamente il processo completo: acquisto, scansione, uso nei dataset, distruzione e conservazione delle versioni digitali ricavate. Segnalazioni di pratiche simili arrivano anche da Regno Unito, Irlanda e altri Paesi europei.

Il filo che lega questi episodi è più interessante della singola notizia e conduce in una direzione molto chiara: la guerra senza quartiere in corso tra i colossi dell’intelligenza artificiale per ottenere la supremazia sviluppando nuovi modelli di frontiera sempre più potenti. 

Per anni la battaglia sui dati con cui si addestrano i modelli linguistici ha riguardato soprattutto le persone: foto, conversazioni e tutte le altre tracce digitali lasciate in rete. Oggi quel fronte si è spostato sulla pagina stampata, perché i grandi archivi del web cominciano a scarseggiare e i libri restano un giacimento ancora relativamente poco sfruttato.

Anthropic, per esempio, ha sostenuto che Claude viene addestrato su una combinazione di dati disponibili pubblicamente sul web, dataset acquistati commercialmente e dati prodotti dall’azienda. Ha anche dichiarato che acquistare libri è una pratica ampiamente utilizzata nel settore dell’AI, e che nessuno dei suoi programmi di acquisizione dati compra e distrugge “libri rari o antiquari”. 

Questa dichiarazione è importante, ma va letta con precisione. Non equivale a dire che Anthropic non abbia mai usato la cosiddetta “scansione distruttiva”. Gli atti giudiziari del caso Bartz v. Anthropic descrivono invece un programma chiamato Project Panama, nel quale copie cartacee venivano acquistate, private della rilegatura, scansionate e poi scartate. La dichiarazione aziendale insiste sulla categoria “rari o antiquari”, lasciando aperta la questione di libri fuori catalogo, specialistici o difficili da reperire, ma non formalmente classificati come antiquari.

Gli atti e le cause americane indicano che il problema riguarda più aziende, non soltanto Anthropic. Meta avrebbe definito l’accesso a grandi quantità di dati librari “essenziale per restare competitiva”. OpenAI è stata accusata di aver usato libri protetti da diritto d’autore, e avrebbe riconosciuto di aver scaricato materiale da piattaforme pirata come Library Genesis (LibGen) e Z-Library (spesso menzionate insieme ad altre “shadow libraries” come Sci-Hub e Bibliotik), sostenendo di averlo cancellato prima del lancio di ChatGPT. Questi elementi non provano però che tutte le aziende citate abbiano adottato lo stesso sistema di acquisto, taglio e distruzione fisica dei libri. 

La distinzione è fondamentale: ci sono prove di una corsa generale ai libri, ma non esiste ancora una prova pubblica uniforme che ogni grande azienda abbia un “Project Panama” identico.

Materia prima pregiata

C’è un motivo se l’industria editoriale è entrata nel mirino dei colossi dell’AI, e riguarda la qualità del lavoro umano specializzato. In generale, un romanzo curato da un editor, un saggio storico, un manuale specialistico offrono una scrittura di qualità superiore a gran parte di quanto circola online, caratterizzata da testi e strutture coerenti e corretti, frutto di anni di lavoro redazionale. A finire nella lista dei desideri delle aziende sono soprattutto testi scritti prima che l’intelligenza artificiale generativa cominciasse a riempire il web di contenuti sintetici, quindi genuinamente umani. 

Per un modello linguistico questa è la materia prima più pregiata che esista perché evita del tutto il rischio del “collasso del modello” (model collapse), che si verifica invece quando l’addestramento avviene con contenuti generati da un’altra AI (o da versioni precedenti di se stessa). Questa forma di endogamia digitale (non a caso chiamata anche, con una certa ironia, Habsburg AI, l'”AI degli Asburgo”, dinastia nota per la sua endogamia) è un processo di addestramento paragonabile a una fotocopia di una fotocopia: a ogni passaggio il modello addestrato perde sfumature, dettagli rari e aderenza alla realtà, accumulando errori e appiattendo le risposte.

La soluzione al “problema Asburgo” dell’AI è trovare “materiale umano” fresco, meglio se verificato, com’è il caso dell’industria editoriale pre-ChatGPT. E di questo materiale ne serve tanto. 

I numeri danno l’idea della scala. Secondo Epoch AI, l’insieme del testo umano di qualità disponibile online è un numero attorno ai trecentomila miliardi di token, con un esaurimento previsto tra il 2026 e il 2032. Nello stesso periodo si è formato un mercato delle licenze per dataset che vale già alcuni miliardi di dollari l’anno. Anthropic, per esempio, nel 2026 ha pagato un miliardo e mezzo di dollari per chiudere una causa legata a circa cinquecentomila libri scaricati da archivi pirata.

Qui entra in gioco il diritto d’autore. Chi compra una copia di un libro può rivenderla, prestarla o anche distruggerla senza chiedere permesso a nessuno. È il principio che rende possibili le biblioteche e le bancarelle dell’usato. Possedere il volume, però, non significa avere anche il diritto di riprodurne liberamente il contenuto, per esempio digitalizzandolo integralmente. 

Sul versante opposto, va anche segnalato che la distruzione dei libri è tutt’altro che un’anomalia: gli editori mandano da sempre al macero le copie non vendute, restituite dai librai come parte del “reso”, cioè dell’invenduto. Che è però un modo per chiudere una perdita logistica, non per estrarne valore.

Lo scandalo del macero industriale

Quindi, la distruzione delle copie in sovrappiù c’è sempre stata. Allora perché la vicenda dei libri usati comprati dai produttori e poi distrutti diventa scandalosa? Il macero tradizionale elimina copie che nessuno vuole più leggere. Le aziende di AI, invece, comprano deliberatamente libri che sono sul mercato, che hanno ancora un valore informativo, ne assorbono il contenuto e poi ne distruggono il supporto fisico, spesso senza che autori ed editori vedano un euro. Se il volume era un’edizione rara, quel testo esce per sempre dal mondo condiviso della lettura, ogni libro sparisce davvero solo quando smettiamo di parlarne e di sfogliarlo. 

Tuttavia, alcuni commentatori tecnologici e di orientamento libertario sostengono che la scansione distruttiva venga presentata in modo troppo apocalittico. Per esempio, Jack Nicastro, in un commento ripreso dall’Information Technology and Innovation Foundation, argomenta che il procedimento può convertire rapidamente libri fisici in testo ricercabile, aiutare a rispettare il copyright e ampliare l’accesso alla conoscenza. Secondo questa lettura, il problema principale sarebbe la trasparenza e non la distruzione materiale in sé.

La posizione della Commissione Europea è invece opposta: lo scorso 16 settembre la Commissione ha dichiarato che la digitalizzazione di un libro fisico protetto è un atto di riproduzione e che le eccezioni non coprono, nella sua interpretazione, la digitalizzazione di opere originariamente fisiche.

Inoltre, l’European Writers Council ha condannato la scansione distruttiva di milioni di libri, sostenendo che non si tratta soltanto di copyright, ma di rispetto per il lavoro creativo e per il patrimonio culturale. Questa posizione considera il libro non un semplice contenitore di token: un volume può avere valore come oggetto, come esemplare raro, come testimonianza di una biblioteca, come testo annotato o come unica copia ancora reperibile. Il PDF può salvare le parole, ma non conserva integralmente la storia materiale del libro.

È difficile capire quale possa essere il punto di vista corretto, soprattutto se l’obiettivo è di preservare la cultura di cui i libri sono simbolo oltre che contenitori. Un’altra analisi pubblicata da Stanford difende la scansione distruttiva in linea di principio: anche biblioteche e archivi possono smontare copie duplicate per preservare il contenuto e renderlo studiabile. La condizione, però, è che la procedura sia usata correttamente, su copie adeguate e dentro una politica di conservazione responsabile.

Da un lato, digitalizzare una copia duplicata e depositare il file in un archivio controllato può avere un valore conservativo. Dall’altro, è facilmente dimostrabile che comprare indiscriminatamente migliaia di libri fuori catalogo, tagliarli in modo irreversibile, non rendere pubblico l’elenco dei titoli e usare il risultato per addestrare prodotti commerciali è invece molto più problematico.

Europa e Stati Uniti: stessi libri, leggi diverse

Quello che Anthropic e le altre aziende stanno facendo nasce, come detto, dal bisogno di dati freschi e dagli spazi lasciati dal diritto vigente, soprattutto negli Stati Uniti: la legge per ora permette più di quanto il senso comune sia disposto a concedere. Negli Stati Uniti il giudice che ha istruito il caso Anthropic ha separato con cura i libri scaricati da biblioteche pirata dai libri comprati legalmente e poi scansionati. Ha ritenuto legittimo l’uso dei testi per addestrare i modelli e la digitalizzazione delle copie acquistate, mentre ha escluso che il fair use potesse giustificare l’acquisizione e la conservazione di libri ottenuti da archivi pirata. Si tratta di una sentenza di merito legata a quella singola fattispecie, ma è stata interpretata come un lasciapassare generale. 

Chi si oppone a questa interpretazione, autori ed editori inclusi, nota però che il proprietario di una copia comprata legalmente può altrettanto legalmente rivenderla o distruggerla, ma questo non gli concede automaticamente il diritto di riprodurne il contenuto su scala industriale.

In Europa il quadro è più prudente e non ricalca quello americano. Le eccezioni per l’estrazione di testi e dati previste dalla normativa comunitaria permettono in alcuni casi di analizzare opere a cui si abbia accesso lecito, ma gli autori possono riservarsi esplicitamente i diritti per gli usi commerciali. Per questo le segnalazioni arrivate da librerie del Regno Unito, dell’Irlanda e di almeno sette Paesi del continente (non risulta ad oggi che l’Italia sia tra questi) mostrano che il fenomeno non è confinato agli Stati Uniti. La conclusione di un tribunale californiano non si trasferisce da sola nel diritto europeo: davanti a un giudice del Vecchio continente il risultato con tutta probabilità sarebbe molto diverso.

Anthropic, peraltro, non è sola in questa corsa. Ci sono Meta e OpenAI, probabilmente anche Amazon. Le aziende hanno fornito dichiarazioni parziali: confermano acquisti commerciali o descrivono in modo generale le fonti dei dati, ma raramente pubblicano liste complete dei libri, procedure di conservazione, criteri per escludere opere rare e informazioni verificabili sul percorso dei file. Nessuno di questi elementi dimostra infatti che tutte le aziende seguano lo stesso protocollo di acquisto, taglio e distruzione fisica, ma conferma che la caccia ai libri è un fenomeno parte di un mercato ormai strutturato, non un’anomalia isolata.

Resta, sullo sfondo, un deficit di trasparenza che accomuna quasi tutti i protagonisti della vicenda. In Giappone l’associazione degli editori ha chiesto chiarimenti al grande distributore Nippan, il cui nome compare negli atti del contenzioso americano, senza ottenere finora risposte sulle singole transazioni. 

Librai e artisti contro l’AI

Questa storia si inserisce in una vicenda più ampia che da alcuni decenni vede contrapposta l’industria culturale alle multinazionali tecnologiche. Dalle guerre a Napster alla fine degli anni Novanta fino agli scontri di oggi fra artisti e colossi dello streaming, tutto ruota intorno alla ridistribuzione dei profitti: artisti pagati pochi centesimi per ascolti che generano fatturati miliardari. 

È la stessa guerra che ha mandato in sciopero per 148 giorni gli sceneggiatori di Hollywood, preoccupati che l’AI potesse scrivere al posto loro togliendo lavoro futuro (alla fine hanno ottenuto la garanzia che nessun testo generato da un modello potesse valere come materiale letterario), ma finora nessuno si era posto il problema, enorme, della sostituzione anche fisica del libro in quanto strumento più antico e potente per la trasmissione della cultura delle nostre società.

Adesso, il libro, oggetto apparentemente innocuo su uno scaffale, è diventato il terreno di uno “scontro finale” tra chi crea e chi addestra. Tuttavia, le storie che circolano online secondo le quali i grandi dell’intelligenza artificiale “stanno distruggendo tutti i libri del mondo”, “ogni volume giapponese finisce in Anthropic”, “tutte le aziende bruciano opere uniche” vanno ridimensionate. 

Il fenomeno non è una leggenda nata sui social. La vera novità però è che la trasformazione del libro in materia prima industriale per l’AI sta diventando abbastanza vasta da produrre effetti visibili nei mercati dell’usato, nei rapporti fra editori e distributori e nel dibattito sulla conservazione culturale.

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sabato 3 ottobre 2026

Di fronte al picco di inflazione l’Europa ripete gli errori del 2022. L’attivismo è tutto per il riarmo, che toglie spazio al welfare

Chiara Brusini intervista Mario Pianta

 

Il docente della Scuola Normale Superiore a Firenze: "L'aumento dei prezzi è un fonte meccanismo di impoverimento e allargamento delle disuguaglianze. Lo Stato fissi un prezzo massimo per benzina, diesel, energia e gas invece di dare bonus e aiuti a pioggia". Il 6 ottobre esce, a sua cura, Se l’Europa va alla guerra. Politica, economia e tecnologia della corsa al riarmo (Fondazione Feltrinelli)

 

“La cosa disperante è che gli errori di politica economica di fronte all’inflazione, al debito e alla recessione continuano a ripetersi perché non c’è la capacità di un cambiamento radicale nelle impostazioni delle politiche europee e nazionali. Paradossalmente, a questo immobilismo fa da contraltare il grande attivismo sul fronte della spesa militare“. Mario Pianta, ordinario di politica economica alla Scuola Normale Superiore a Firenze, ha curato nel 2023 L’inflazione in Italia (Carocci), analisi del balzo dei prezzi seguito all’invasione russa dell’Ucraina, delle sue conseguenze su salari, redditi e disuguaglianze e delle (in gran parte fallimentari) politiche adottate per affrontarlo. Il suo punto di vista è particolarmente prezioso ora che il conflitto in Medio Oriente ha innescato una nuova spirale di rincari. Il 6 ottobre esce, sempre a sua cura, Se l’Europa va alla guerra. Politica, economia e tecnologia della corsa al riarmo (Fondazione Feltrinelli), che aggiunge un altro tassello indagando come e quanto la corsa agli armamenti rischi di sottrarre risorse indispensabili per il contrasto alla crisi climatica, alle disuguaglianze e al declino industriale: “In breve”, riassume, “è un cattivo affare e un cattivo modello di sviluppo economico. Ma la scelta tra più armi e più spesa sociale è una scelta politica che finirà al centro del prossimo scontro elettorale“.

Domanda. Professore, a settembre l’inflazione è balzata al 4,2% causa guerra in Medio Oriente mentre i salari reali italiani sono ancora ben lontani dal ritorno ai livelli pre Covid. Cosa ha insegnato la fiammata dei prezzi del 2022-2023? Chi pagherà il prezzo più alto?
Questo picco si collega a un processo di lungo periodo che ha mantenuto elevata l’inflazione. Ci sono tre fronti principali: l’aumento dei prezzi dell’energia ora legato alla guerra tra Iran e Stati Uniti, la crescita dei prezzi delle case, saliti del 4% sull’anno precedente, e quello dei prodotti alimentari, aumentati del 5%. A perderci sono soprattutto le famiglie più povere, che spendono una maggior quota di reddito per quelle tre voci. Nel 2022-23, a fronte di un indice di inflazione medio dell’8,5%, per loro il conto è stato ben più alto: 12%. Oggi il 4% medio si traduce per quelle fasce in un 7-8% di perdita di potere d’acquisto: è un meccanismo molto forte di impoverimento e di allargamento delle disuguaglianze, che segue un trentennio in cui le trasformazioni dell’economia e il potere della finanza hanno ridotto di 15 punti percentuali la quota dei salari sul reddito nazionale mentre la fetta che va a profitti e rendite si è allargata.

Chi invece ci guadagna?
Le imprese con potere monopolistico e capacità di influenzare l’andamento complessivo dei prezzi a fronte di una domanda rigida. È il caso dell’energia: elettricità, benzina, gasolio e gas sono prodotti di cui i consumatori non possono fare a meno. Per questo storicamente questi prezzi sono stati controllati direttamente dai governi o decisi da imprese pubbliche. In Italia Eni ed Enel sono nate come imprese pubbliche e sono ancora prevalentemente di proprietà dello Stato, ma dopo le privatizzazioni si comportano come imprese private, puntando alla massimizzazione dei profitti. Il governo, che pure è il principale azionista, non richiede più comportamenti mirati alla difesa dell’equilibrio economico del Paese e degli interessi dei consumatori. E ne beneficia perché parte dei dividendi finisce nelle casse dello Stato.

Cosa avrebbe dovuto fare il governo, al posto degli inefficaci tagli delle accise e della “moral suasion” per ottenere mini sconti sui carburanti?
La lezione dell’inflazione del 2022-23 era proprio l’importanza di una politica di controllo dei prezzi dell’energia, per evitare che aumenti in questo campo portassero a una crescita generalizzata. Lo Stato dovrebbe stabilire un prezzo massimo per benzina, diesel, energia e gas, come è stato fatto per decenni. Invece di dare bonus e aiuti a pioggia, che sono un cerotto e un pessimo esempio di come utilizzare le risorse pubbliche pubbliche, occorrerebbe interviene alla radice dei problemi. Poi, se necessario, a fronte di forti rincari dei prezzi di acquisto, il governo potrebbe concedere compensazioni alle aziende. È quello che hanno fatto Francia e Spagna nel 2022-23.

Oltre al controllo dei prezzi, quali altri misure aiuterebbero a tamponare gli effetti dei rincari e sostenere i salari, il cui potere d’acquisto nell’ultimo decennio è crollato?
Tra le politiche promettenti ci sono, accanto all’intervento attraverso le imprese pubbliche, il salario minimo e un reddito di base. In più ogni sussidio alle imprese dovrebbe essere condizionato al rinnovo dei contratti di lavoro. I salari dovrebbero poter recuperare in modo stabile le perdite di potere d’acquisto dovute all’inflazione.

Nel 2022-23 la Bce ha alzato i tassi per frenare l’inflazione e ora ripropone la stessa ricetta, che però non aumenta la disponibilità di petrolio e gas…
L’aumento dei tassi ha senso in caso di eccesso di domanda, che in questa fase non si vede, come non lo avevamo nel 2022. L’effetto è soprattutto recessivo: riduce la già piccola crescita del Pil. Nel caso dell’Italia, dove il beneficio del Pnrr che aveva rilanciato gli investimenti si sta esaurendo, vuol dire tornare fanalino di coda. A livello europeo, con i consumi e gli investimenti che non crescono e l’export che risente dell’incapacità della Germania di mantenere i propri mercati internazionali, significa condannarsi a un ristagno di lungo periodo.

E allora perché si persevera in quella direzione?
Dipende dal debito: dagli Usa arriva una spinta verso tassi di interesse elevati per mantenere la capacità del dollaro e del governo americano di attirare capitali da tutto il mondo che vadano a comprare i Treasury. L’Europa ne viene influenzata e non è in grado di mettere in campo una politica comune per gestire il debito pubblico. L’ossessione del neoliberismo di vedere il debito pubblico come un grande fattore di instabilità e le regole sbagliate alla base dell’Unione monetaria e del ruolo della Bce inducono l’Europa a politiche autolesionistiche. Lo abbiamo visto con la crisi del debito della Grecia e dell’Italia nel 2010-2011 e adesso rischiamo di scivolare di nuovo in una dinamica di questo tipo.
La cosa disperante è che gli errori di politica economica di fronte all’inflazione, al debito, alla recessione continuano a ripetersi perché non c’è la capacità di un cambiamento radicale nelle impostazioni delle politiche.

Una novità però c’è: ora, secondo l’Ue, bisogna riarmarsi fino ai denti.
È paradossale che l’immobilismo europeo su tutti gli altri fronti si ribalti completamente quando parliamo di spesa militare. Quella dei Paesi europei della Nato è quasi raddoppiata in termini reali negli ultimi dodici anni. L’aumento è iniziato prima dell’invasione russa dell’Ucraina. La Commissione, alfiere dell’austerità in tutti gli ambiti, sulla spesa militare ha invece utilizzato gli eurobond per finanziare il programma Safe, ha introdotto una clausola che consente di sottrarre gli aumenti della spesa militare dal calcolo del rapporto deficit/Pil e nel nuovo bilancio pluriennale 2028-2034 propone di moltiplicare per sei le spese militari, arrivando a 130 miliardi. Il piano Rearm Europe è arrivato a prevedere 800 miliardi in più di spesa in armi in quattro anni.

Il riarmo viene presentato anche come una nuova politica industriale. Ma davvero può produrre crescita e lavoro in Europa?
Nel libro mostriamo che la spesa militare ha effetti sull’occupazione che sono circa la metà rispetto a quelli che arrivano da investimenti pubblici in ambiti civili come scuola, sanità e ambiente. Inoltre l’80% delle armi che l’Europa compra dall’esterno viene dagli Stati Uniti. Una parte importante della spesa si indirizza quindi verso la produzione Usa, mentre da noi i benefici vanno a pochi grandi produttori. In Italia, ovviamente, Leonardo. L’obiettivo dichiarato è l’autonomia strategica e tecnologica europea, ma nel digitale e nell’intelligenza artificiale il monopolio delle Big Tech rende illusorio pensare che gli enormi investimenti militari creino da soli una capacità produttiva europea. È un cattivo affare, un cattivo modello di sviluppo economico e una politica illusoria.

Giorgia Meloni assicura che non verranno tolti fondi al welfare…
Lo spiazzamento c’è già. Abbiamo una riduzione della spesa per ricerca e università dopo la fine del Pnrr, il congelamento della spesa sanitaria mentre cresce quella privata perché il Servizio sanitario nazionale è sottofinanziato, una scuola in condizioni difficili e una riduzione della spesa sociale. Sul fronte dell’ambiente si concentrano risorse in ambiti diversi dalle energie rinnovabili e dalla lotta al cambiamento climatico. I problemi sociali stanno diventando più acuti. La scelta tra più armi e più spesa sociale, tra riarmo e difesa del welfare, è una scelta politica che finirà al centro del prossimo scontro elettorale.

da qui

Hamas, fin da subito, voleva liberare gli ostaggi, ma ad Israele non interessava - Lavinia Marchetti

 

Non mi stupisce la notizia, ma che ci si stupisca della “notizia”

 

Il Qatar dice che Israele rifiutò perfino di discutere la liberazione degli ostaggi civili. Haaretz lo aveva già raccontato. E ormai il 7 ottobre possiede una storia molto diversa da quella raccontata per tre anni.

Già nel 2025 Al Thani affermò che: «Hanno agito per sabotare qualsiasi tentativo di trovare possibilità di pace. Il mondo ha bisogno di un messaggio più chiaro di questo? Chi sta chiudendo la porta alla pace?» «Netanyahu stava facendo perdere tempo durante le ultime settimane dei negoziati e non era serio riguardo a nulla» e concluse: “Netanyahu has ‘destroyed any hope’ for Israeli hostages”

Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, primo ministro del Qatar, ha rilasciato una lunga intervista a Piers Morgan un anno dopo queste parole sopracitate, il 29 settembre. Quindi è giusto darla questa notizia. La parte che continuo a capire poco è lo stupore.

«Non c’è alcun dubbio che il 7 ottobre sia stato un massacro e debba essere condannato, e chiunque ne sia responsabile deve essere chiamato a risponderne»

E immediatamente dopo arriva il passaggio sulla risposta israeliana:

«Quando però guardiamo alla risposta al 7 ottobre, vediamo 70.000 persone uccise, un’intera città, una città minuscola, cancellata, ospedali presi di mira, scuole prese di mira. Qualunque siano le giustificazioni e gli argomenti, nulla giustifica tutto questo»

Poi viene la dichiarazione interessante

«Ci rivolgevamo direttamente ai funzionari israeliani dicendo loro che avevamo ottenuto un accordo per il rilascio di tutti gli ostaggi civili. Dateci soltanto una finestra di cessate il fuoco per far uscire tutti, e loro hanno rifiutato persino di prendere in considerazione l’idea»

E la frase immediatamente successiva:

«Questo mostra quale sia il loro vero interesse: salvare la propria gente oppure semplicemente andare lì?»

Le riporta anche in inglese per mantenere meglio il senso originale.

“We were coming very directly to the Israeli officials and telling them that we got an agreement on releasing all the civilian hostages. Just give a window of a ceasefire to get everyone out, and they even rejected to entertain the idea.”

“That’s showing what their interest is, is it saving their people or just going there?”

Quel “even rejected to entertain the idea” è più forte di un semplice «rifiutarono la proposta», si avvicina di più a un: «rifiutarono persino di prenderla in considerazione», «rifiutarono persino di discuterne».

«Avevamo ottenuto un accordo per il rilascio di tutti gli ostaggi civili. Chiedevamo soltanto una finestra di cessate il fuoco per far uscire tutti, e loro rifiutarono persino di discuterne».

Ho riportato questa notizia soprattutto per lo stupore che ha generato. Eppure tre settimane fa Haaretz aveva già raccontato quasi la stessa storia, sulla base dell’inchiesta di Shlomi Eldar e Ruth Yuval, autori di Hostages: 843 Days of Abandonment. La sera del 7 ottobre Al Thani avrebbe telefonato al direttore del Mossad David Barnea comunicandogli che Hamas era disposto a rilasciare i civili e che il Qatar era pronto a mediare. La risposta attribuita a Barnea suona più o meno così: «Se vogliono liberare i civili, li liberino. Noi siamo indisponibili a parlare con Hamas». I collaboratori di Barnea sostengono che Hamas avesse posto condizioni considerate inaccettabili. Doha contesta questa versione. Resta comunque il fatto politico di un canale aperto già quella sera e di una proposta di rilascio trasmessa ai vertici israeliani.

E allora torno all’8 ottobre 2023. Proprio all’8 ottobre. Ventiquattr’ore dopo il massacro, sul Times of Israel, Tal Schneider pubblicava un articolo dal titolo difficilmente equivocabile: For years, Netanyahu propped up Hamas. Now it’s blown up in our faces. Schneider spiegava che i governi Netanyahu avevano perseguito per anni la separazione politica fra Gaza e Cisgiordania, indebolendo l’Autorità Palestinese e consentendo ad Hamas di ricevere denaro dall’estero. Dal 2018 milioni di dollari qatarioti entrarono nella Striscia attraverso i valichi israeliani con il permesso di Israele. Lo scopo dichiarato era comprare calma. L’effetto politico era mantenere Hamas abbastanza forte da impedire una rappresentanza palestinese unitaria e rendere più remota la nascita di uno Stato palestinese.

Il governo Netanyahu autorizzava il passaggio del denaro. Funzionari israeliani accompagnavano tutto il meccanismo. La stampa israeliana ne discuteva apertamente. Netanyahu ha contestato la celebre frase attribuitagli nel 2019 sul rafforzamento di Hamas come mezzo per impedire lo Stato palestinese; la politica concreta descritta dal Times of Israel resta documentata. The Irish Times

Tra l’altro queste cose, io stessa, le avevo già messe nero su bianco nel mio libro, Schegge da un genocidio, pubblicato nel dicembre 2025. Il primo capitolo porta un titolo che oggi pare quasi una didascalia delle notizie di settembre 2026: «7 ottobre 2023: Il giorno del massacro e le ombre di una complicità interna». Partivo dalle ore in cui la catena di comando israeliana sembrò dissolversi, dalle osservatrici che avevano segnalato movimenti sospetti e da una domanda elementare: come aveva potuto la barriera più sorvegliata del Medio Oriente smettere di funzionare proprio quella mattina? Più avanti ricostruivo quella che chiamavo «Hamas come nemico utile». La separazione fra Gaza e Cisgiordania aveva un rendimento politico preciso per Netanyahu. I trasferimenti qatarioti, autorizzati da Israele, si inserivano in quella scelta e consentivano di mantenere Hamas al governo della Striscia lasciando l’Autorità Palestinese sempre più irrilevante.

Adesso arrivano gli avvertimenti precedenti al massacro. Il 26 settembre 2023 Abbas Kamel, allora capo dell’intelligence egiziana, volò personalmente in Israele per una visita durata appena 67 minuti. The Atlantic, dopo avere parlato con fonti di diversi Paesi, ha ricostruito che Kamel segnalò una mobilitazione di Hamas per un attacco di grandi proporzioni. Mancavano solo data e modalità operative. Il messaggio era abbastanza serio da far salire il capo dei servizi egiziani su un aereo undici giorni prima del 7 ottobre. Il governo Netanyahu sostiene che il premier non ricevette quell’avvertimento. The Atlantic

L’inchiesta di Eldar e Yuval aggiunge l’avvertimento degli Emirati Arabi Uniti. Secondo il loro lavoro, Mohammed bin Zayed avrebbe telefonato personalmente a Netanyahu circa dieci giorni prima del massacro per avvisarlo che Yahya Sinwar preparava un’operazione importante. Netanyahu respinge l’intera ricostruzione. La smentita va tenuta agli atti. Il Washington Post ha però riferito che quelle rivelazioni, insieme a quelle egiziane, sono ormai al centro del dibattito israeliano sulle responsabilità politiche del 7 ottobre. Washington Post

In pratica tutti sapevano del 7 ottobre e nessuno fece nulla.

Nel mio libro avevo già riportato l’allarme proveniente dall’Egitto e la sua sottovalutazione. Era il 2025. Scrivevo di fonti egiziane che sostenevano di avere avvertito Israele dell’avvicinarsi di una grande esplosione della situazione. Due anni dopo, The Atlantic ha aggiunto il volo di Kamel, l’orario e la durata della visita.

Poi arriviamo agli ostaggi e alla direttiva Hannibal. Anche su questo avevo già scritto. L’inchiesta di Haaretz del luglio 2024 ha documentato che alle 11:22 del 7 ottobre venne trasmesso alla Divisione Gaza l’ordine «Not a single vehicle can return to Gaza». A quell’ora l’esercito sapeva che alcuni mezzi diretti verso la Striscia potevano trasportare israeliani rapiti. La logica era quella della vecchia direttiva Hannibal, impedire il trasferimento dei sequestrati anche esponendoli al fuoco israeliano.

In quelle ore l’esercito israeliano impartiva ordini capaci di mettere a rischio i propri cittadini rapiti pur di impedire che raggiungessero Gaza. Poche ore dopo, secondo il Qatar e l’inchiesta di Haaretz, esisteva un canale per discutere il rilascio dei civili e la dirigenza israeliana scelse di respingerlo. Una fonte militare israeliana citata dall’inchiesta ha detto che la liberazione degli ostaggi restò fuori dall’elenco degli obiettivi di guerra formulati dal governo nella notte del 7 ottobre. In effetti gli ostaggi sono serviti per la retorica del genocidio all’incirca per un anno e mezzo. Ovvio che a Israele facessero più comodo come ostaggi.

Io mi chiedo se c’era davvero qualcuno che credesse, già l’8 ottobre, che la priorità fosse riportare a casa gli ostaggi?

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