Slec
La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
mercoledì 4 marzo 2026
Le 10 notizie più importanti (e verificate) contenute negli Epstein Files - Enrica Perucchietti
Gli Epstein Files
non sono una semplice raccolta di atti giudiziari su abusi sessuali e tratta di
minori, ma un archivio che attraversa una ragnatela complessa di relazioni
tra finanza, politica, e intelligence. Milioni di
documenti restituiscono il profilo di Jeffrey Epstein non come figura isolata,
ma come facilitatore e nodo di connessione di un ecosistema di
potere globale. Per oltre trent’anni, questa rete ha operato grazie a
protezioni giudiziarie, omissioni investigative e silenzi istituzionali. Le
desecretazioni del 2025 e, soprattutto, il rilascio del 30 gennaio 2026 hanno
prodotto effetti concreti, travolgendo figure ritenute intoccabili e mostrando
come il sistema sacrifichi alcune pedine per preservare la propria struttura.
Molto è stato detto, scritto e speculato sul materiale emerso: quelle che
seguono sono le dieci notizie più rilevanti e verificate,
che emergono dal corpus documentale e che si trovano ampiamente analizzate
in Epstein
Files. I documenti verificati che fanno tremare le élite
occidentali.
1. La presenza di contenuti violenti
Il 30 gennaio 2026
il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha ammesso ufficialmente di aver
escluso dai documenti pubblicati immagini e video che mostrano
morte, violenze, abusi sessuali sui bambini e pornografia. Nella
stessa occasione ha riconosciuto di detenere ancora oltre due milioni di file
“in fase di revisione”.
L’ammissione
implica l’esistenza di materiale ben più compromettente rispetto a quello reso
pubblico. Tra i documenti pubblicati figurano e-mail che attestano lo scambio
di video di torture tra Epstein e l’imprenditore
emiratino Sultan Ahmed bin Sulayem, che si è dimesso dai vertici di DP World
dopo le polemiche. Il rilascio appare dunque parziale e fortemente selettivo.
2. I documenti FBI citano l’ipotesi di legami con
l’intelligence israeliana
Un memorandum dell’FBI (FD-1023) riporta la testimonianza
di una fonte confidenziale secondo cui Epstein avrebbe operato per l’intelligence
israeliana, il Mossad. Non si tratta di una prova
giudiziaria, ma l’informazione è agli atti. I files mostrano, inoltre, rapporti
stretti e duraturi con l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak e
con Yehoshua “Yoni” Koren, alto ufficiale dell’intelligence
militare israeliana (AMAN) e suo collaboratore diretto, che ha soggiornato per
settimane nell’appartamento di Epstein a Manhattan, in almeno tre occasioni tra
il 2013 e la fine del 2015.
3. Donazioni e flussi finanziari verso nodi centrali
dell’ecosistema israeliano
La documentazione
fiscale contenuta negli Epstein Files mostra donazioni e trasferimenti
economici verso fondazioni e soggetti collegati all’ecosistema istituzionale
israeliano. Epstein avrebbe finanziato sia il gruppo Friends of
Israel Defense Forces (FIDF) sia il Jewish
National Fund (JNF), coinvolto nella gestione dei
terreni e nella costruzione di insediamenti, inclusi quelli in Cisgiordania.
4. I legami con l’alta finanza globale
Gli Epstein Files
ricostruiscono una rete di rapporti con il mondo della grande finanza
internazionale. Tra i contatti figurano esponenti di famiglie storiche e
dirigenti apicali di importanti istituzioni bancarie, in particolare il gruppo
Rotschild. In una mail del 28 febbraio 2026, Epstein scriveva a Peter
Thiel vantandosi di essere l’intermediario della famiglia
Rothschild: «Come probabilmente sai, rappresento i Rothschild».
Un documento del 5 ottobre 2015 indica che la sua società
offshore, la Southern Trust Company Inc., aveva siglato un accordo da 25
milioni di dollari con il gruppo Rothschild per servizi di
analisi del rischio e algoritmi finanziari. Significativo è anche il caso
di Kathy Ruemmler, responsabile legale di Goldman Sachs
ed ex consigliera della Casa Bianca, che si è dimessa dopo la pubblicazione
delle e-mail che evidenziavano uno stretto rapporto con Epstein, da lei
descritto come una figura di riferimento personale.
5. Le connessioni con il World Economic Forum
Sono documentati i
rapporti di Epstein con figure legate al World Economic Forum, tra cui il
CEO Børge Brende e
l’intermediario Olivier Colom, di cui sono agli
atti mail disturbanti in cui si paragonano le
donne a “gamberetti”. Le carte indicano che Brende ha partecipato ad
almeno tre cene di lavoro con Epstein tra il 2018 e il 2019 e che vi sono stati
numerosi scambi di e-mail, foto e messaggi SMS tra i due. In un’e-mail del 16 settembre 2018, Epstein avanzava delle
proposte sul futuro del World Economic Forum (WEF): «Davos può davvero
sostituire l’ONU».
6. I progetti con Steve Bannon per finanziare la
destra sovranista europea
Dai documenti
emerge il tentativo di Epstein di collaborare con Steve Bannon per
sostenere finanziariamente movimenti e partiti della destra
sovranista europea, soprattutto tra il 2018 e il 2019, nel periodo in
cui l’ex stratega di Donald Trump cercava risorse, contatti e sponde per
iniziative politiche in Europa. I files mostrano discussioni, ipotesi operative
e canali di finanziamento transnazionali, anche se molti progetti non si sono
concretizzati. Bannon chiese aiuto, nel 2018, per contatti in Europa:
«Conosci qualcuno in Europa che voglia controllare il Parlamento
europeo e con esso l’UE?», mentre il 5 marzo 2019 scrisse di essere «concentrato sulla raccolta di fondi
per Le Pen e Salvini, in modo che possano effettivamente
presentare liste complete».
7. Epstein come facilitatore di relazioni diplomatiche
multilaterali
Gli Epstein Files
delineano un quadro di relazioni e mediazioni internazionali che coinvolgono
figure come l’ambasciatrice norvegese Mona
Juul e l’ex primo ministro Thorbjørn Jagland. Epstein, modificò il
testamento due giorni prima della morte, destinando 10 milioni di dollari
ai due figli di Juul. A questo si aggiungono legami finanziari opachi,
soprattutto tramite il marito Terje Rød-Larsen (ex
alto funzionario ONU, dimessosi nel 2020 proprio per legami con Epstein), che
in passato ammise prestiti e donazioni da Epstein al suo International Peace
Institute.
8. I tentativi documentati, ma falliti, di incontrare
Putin
Le e-mail private
di Epstein, soprattutto tra il 2010 e il 2018, rivelano una sequenza ripetuta
di tentativi falliti di avvicinamento al Cremlino. Il finanziere appare ossessionato
dall’idea di incontrare Vladimir Putin, percepito come un
interlocutore strategico su investimenti, economia e potere globale. Un ruolo
centrale in questi tentativi è attribuito all’ex primo ministro norvegese Thorbjørn
Jagland, all’epoca figura influente nei circuiti diplomatici europei.
I tentativi non hanno avuto successo, ma la loro esistenza è indicativa
dell’ambizione geopolitica del network in cui Epstein si muoveva.
9. I contatti con Gates e JP Morgan sui progetti di
“previsione” delle pandemie
Tra il 2015 e il
2017, anni che precedono l’esplosione della crisi da Covid-19, compaiono scambi di mail che chiamano in causa Bill Gates e ambienti riconducibili a Epstein e a
JPMorgan Chase, in un perimetro di discussione che ruota attorno alla “preparazione
alle pandemie”, alle simulazioni di ceppi patogeni e alla costruzione
di infrastrutture – anche finanziarie e tecnologiche – per la gestione delle
emergenze sanitarie. I documenti mostrano come, ben prima del 2020, una parte
dell’élite economica stesse ragionando su scenari pandemici anche
in termini di “opportunità” di intervento, investimento e governance.
10. Il finanziamento di progetti di clonazione umana
ed editing genetico
Infine, gli
Epstein Files documentano il sostegno economico di Epstein a progetti di
ricerca avanzata nel campo della clonazione umana e dell’editing genetico. A
partire dai primi anni 2000, in diverse occasioni, il finanziere di Brooklyn
confidò a scienziati e uomini d’affari le sue ambizioni di utilizzare il
suo Zorro Ranch, nel Nuovo Messico, come laboratorio in
cui alcune donne selezionate sarebbero state inseminate con il suo sperma e
avrebbero dato alla luce i “suoi” bambini. Documenti pubblicati rivelano che
Epstein stava finanziando un progetto di Bryan Bishop volto a progettare «la nascita di
un bambino umano su misura, e possibilmente di un clone umano, entro 5 anni».
Epstein appare coinvolto personalmente anche nella sperimentazione di tecniche
di editing genetico, tramite il cosiddetto “Venus Project”,
del dottor Joseph Thakuria, all’epoca medico e ricercatore affiliato
al Massachusetts General Hospital (MGH) e collaboratore del Personal Genome
Project della Harvard Medical School.
martedì 3 marzo 2026
lunedì 2 marzo 2026
Votare No al referendum!
Libertà e Giustizia. Dieci ragioni per votare NO al referendum sulla riforma Nordio
Libertà e Giustizia è impegnata nello spiegare i motivi, di forma e di sostanza, per i quali la riforma Nordio è un attacco all’indipendenza della magistratura e non un miglioramento della giustizia. E anzi, di come renda più deboli i comuni cittadini di fronte alla legge. Oltre a essere un rischio democratico complessivo.
- La propaganda: la riforma approvata dalla maggioranza viene propagandata – nelle dichiarazioni dei sostenitori del Sì, nelle trasmissioni televisive e sui social, nei manifesti per il Sì che invadono le nostre strade – come “l’occasione per riformare la giustizia”. Niente di meno vero! La legge Nordio interviene sull’organizzazione dell’ordinamento giudiziario e nulla prevede per affrontare – e tantomeno risolvere – i problemi che affliggono il servizio giustizia: non devolve risorse economiche, non pone rimedio alle carenze di organico, non affronta il tema dell’eccessiva durata dei processi, non facilita né semplifica l’accesso alla giustizia. Di questi problemi la legge Nordio non si occupa proprio, eppure vuol far credere il contrario ai cittadini italiani, con una propaganda spudoratamente ingannevole.
Di fronte alle criticità del sistema della giustizia, questo governo si affida ad uno strumento tipico della retorica populista: additare un nemico contro il quale convogliare l’insoddisfazione dei cittadini. Questa volta i capri espiatori sono i giudici, mentre il governo coglie (nelle sue intenzioni) due piccioni con una fava: si disinteressa di problemi complessi e ne addebita la responsabilità ad un potere dello Stato per più versi sgradito.
- Il linguaggio: gli esponenti della maggioranza hanno negato con indignazione che la riforma Nordio intenda limitare l’autonomia della magistratura; ma i fatti e le parole degli stessi esponenti dimostrano una costante determinazione a svilire l’operato della magistratura e ad offenderne le istituzioni. La presidente del consiglio non perde occasione per attaccare le decisioni dei giudici, nelle più varie materie, definendole “incredibili”, denunciando presunte “invasioni di campo”, qualificando come “politicizzate” le decisioni a lei sgradite; peraltro senza mai entrare nel merito del perché le decisioni oggetto di critica sarebbero erronee. Sulle dichiarazioni di Nordio andrebbe steso un pietoso velo, tanto risultano insensate e irrispettose; basti pensare ai termini “paramafiosi” e “verminaio” riferiti al Consiglio Superiore della Magistratura, organo presieduto dal Presidente della Repubblica. Tanta ostilità nei confronti della magistratura si spiega solo con l’insofferenza di questo governo per il compito di controllo che alla magistratura spetta anche e necessariamente sull’operato del potere esecutivo.
- Il metodo: la legge Nordio, che modifica ben sette articoli della nostra Costituzione (artt. 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110 Cost) è stata approvata dal Parlamento con il voto favorevole della sola maggioranza di centro destra; non è stata in alcun modo oggetto di discussione e condivisione con le opposizioni, come sarebbe doveroso per una legge che modifica profondamente l’assetto istituzionale di uno dei poteri dello Stato. Nessun emendamento è stato possibile; questa modalità è tanto più sorprendente se si considera che non vi era alcuna urgenza di intervenire in maniera tanto divisiva e conflittuale in una materia così delicata! Si tratta, palesemente, una legge “contro”: contro la magistratura e contro la Costituzione.
- Nel merito – la “separazione delle carriere”: la riforma Nordio è stata presentata come necessaria per distanziare i giudici dai pubblici ministeri, sulla base dell’assunto indimostrato che i primi tendano ad appiattirsi sulle richieste dei secondi; ciò risulta fattualmente falso: i dati attestano che le richieste dei PM vengono respinte dai giudici togati nel 50% dei casi. Dunque, non esiste alcuna pregiudiziale pro-accusa.
Inoltre, le carriere di giudici e PM sono già separate, dal momento che la normative vigente consente ai magistrati di cambiare percorso solo una volta nel corso della vita professionale, nei primi dieci anni di attività. E questi spostamenti riguardano ogni anno meno dell’1% dei magistrati. Anche questo argomento a favore della riforma Nordio si dimostra infondato.
Del resto, perché mai il cittadino dovrebbe essere contento di un assetto che veda il pubblico ministero più autoreferenziale, distante dalla cultura giurisdizionale che, oggi, gli impone di cercare la verità giudiziaria, una sorta di super poliziotto concentrato solo sull’accusa?
- Nel merito – il sorteggio: l’obiettivo fondamentale della legge Nordio è scardinare il sistema di autogoverno della magistratura, disciplinato dagli articoli 104 e 105 della Costituzione e posto a tutela della sua indipendenza. La riforma prevede di spaccare in due il Consiglio Superiore della Magistratura: uno per i giudici e uno per i PM; ma la volontà di umiliare e depotenziare la funzione dell’autogoverno emerge platealmente dalla modalità indicata per la selezione dei membri dei due CSM: essi verrebbero sorteggiati tra tutti gli appartenenti alla magistratura, anziché eletti come avviene oggi. Come avviene oggi – si badi – per tutti gli organi di autogoverno delle professioni e per le associazioni professionali: per gli avvocati, per i medici, per i commercialisti, per le associazioni degli imprenditori e delle banche. A quando il sorteggio per i Consigli dell’Ordine degli Avvocati? O per il direttivo di Confindustria o di ABI? E’ evidente che la previsione del sorteggio rappresenta uno sfregio, peraltro dalle conseguenze pericolose: gli ipotetici sorteggiati non dovrebbero rendere conto a nessuno delle loro attività e decisioni: non ai loro elettori, non ad una associazione di categoria. E non vi sarebbe alcuna garanzia circa la loro competenza e esperienza. Un’idea balzana, a dire poco.
- Nel merito – l’Alta Corte: non paga dello scempio, la riforma Nordio prevede che il potere disciplinare venga sottratto ai CSM e affidato ad una Alta Corte di nuova istituzione. La prima considerazione è che la previsione viola l’art. 102 della Costituzione, il quale vieta l’istituzione di giudici speciali, come sarebbe questo; la sola deroga prevista riguarda le sentenze dei tribunali militari in tempo di guerra, estenderla alle decisioni sui magistrati in tempo di pace sembra davvero oltraggioso! Inoltre, la riforma prevede che le decisioni dell’Alta Corte siano impugnabili solo davanti alla medesima, in violazione del principio dettato dall’art. 111 Cost in base al quale contro le sentenze è sempre ammesso ricorso in Cassazione.
Con questa riforma i magistrati sarebbero i soli per i quali il potere disciplinare verrebbe devoluto ad un organo esterno, sottraendolo alla valutazione dei pari, come invece succede per tutte le categorie professionali.
- Il contesto – le leggi di attuazione: la riforma Nordio, se approvata in sede di referendum, dovrà essere attuata o integrata mediante una serie di leggi ordinarie, che il governo sta già predisponendo ma del cui contenuto nulla sappiamo. E’ però già emersa, nelle parole di un esponente di primo piano del governo, la volontà di sottrarre ai Pubblici Ministeri il controllo della Polizia Giudiziaria, mediante legge ordinaria, una volta che la riforma Nordio fosse definitivamente approvata. Si tratta di un obiettivo che suggella la volontà del governo di incidere direttamente sull’esercizio dell’azione penale: se la Polizia Giudiziaria dipende dal governo, è questo che decide quali reati perseguire e quali no. Con le conseguenze in termini di uguaglianza di fronte alla legge che è facile immaginare.
- Il contesto – il progetto politico: è ormai ben chiaro che l’attuale maggioranza di governo si propone di stravolgere l’assetto istituzionale della nostra Repubblica: l’autonomia differenziata mira a frammentare e dividere l’unità nazionale, a dispetto della retorica nazionalista vuota di contenuti con la quale la destra si riempie la bocca; la riforma Nordio mira a intimidire la magistratura e ridurla alle dipendenze del governo; il cd “premierato” mira a rafforzare ulteriormente il potere esecutivo, in una situazione nella quale già oggi le decisioni vengono prese mediante decreti che il Parlamento è chiamato a ratificare, grazie all’uso spropositato del voto di fiducia. La destra vuole insomma “costituzionalizzarsi”, disfacendo l’equilibrio tra i poteri disegnato dalla Costituzione vigente.
- Il contesto – il ruolo della magistratura: l’attacco scomposto alla magistratura che l’attuale governo porta avanti è particolarmente odioso se solo si pone mente al ruolo decisivo che i giudici hanno ricoperto e tuttora ricoprono nella lotta al terrorismo rosso e nero e nel contrasto alla criminalità organizzata, per la quale hanno pagato un prezzo immenso in termini di vite.
- Conclusione: alla luce dell’inconsistenza degli argomenti di merito a favore della riforma Nordio, ciò che diviene sempre più evidente è che il governo, nella campagna a favore del Sì, è mosso principalmente da ostilità nei confronti della magistratura: ha infatti operato, sia quanto al metodo che quanto ai toni usati, una forzatura ingiustificata e controproducente, esasperando il conflitto e formulando nei confronti dei giudici accuse infondate.
E dunque: votiamo NO per difendere la nostra Repubblica e la nostra Costituzione!
Per un No sociale - Italo Di Sabato
Il referendum sulla giustizia (22-23 marzo) non è una questione tecnica né una disputa tra addetti ai lavori. È un passaggio politico e costituzionale decisivo, perché in quella scheda si concentra un’idea di Paese. La posta in gioco è stata chiarita con una franchezza brutale quando Giorgia Meloni ha detto che vuole giudici che remino nella stessa direzione del governo. Non è un’uscita infelice: è un programma. È l’idea che il controllo sia un ostacolo, che la separazione dei poteri sia un intralcio, che l’autonomia della giurisdizione sia un problema. È un attacco a uno degli architravi della Costituzione: il principio per cui il potere esecutivo non può pretendere obbedienza dagli altri poteri dello Stato.
Per questo il referendum non riguarda solo la magistratura e non riguarda solo la politica. Riguarda la democrazia. Riguarda la libertà. Riguarda la possibilità stessa che esistano limiti al potere di chi governa. E riguarda, soprattutto, la possibilità che chi sta in basso possa difendersi, parlare, dissentire, organizzarsi, lottare. In questo passaggio, sconfiggere il governo non è una formula propagandistica: è un obiettivo democratico concreto, da praticare e far crescere in ogni ambito sociale, politico e culturale. Perché ciò che è in corso non è un normale ciclo politico, ma una torsione profonda: un tentativo di riscrivere i rapporti tra cittadini e istituzioni, tra diritti e forza.
Questo governo è espressione limpida di interessi neocorporativi e di classe. Il suo progetto economico e sociale produce disuguaglianze, concentra ricchezze, restringe il welfare, sposta risorse verso la spesa militare e la logica di guerra, riduce gli strumenti democratici di partecipazione e controllo. Ma un simile progetto non può reggersi solo sulla persuasione. Per far inghiottire a milioni di persone precarietà, lavoro povero, tagli ai servizi, aumento delle disuguaglianze e insopportabile concentrazione della ricchezza serve una leva più antica e più brutale: la repressione.
È qui che la svolta sicuritaria mostra la sua vera natura. Non è una deviazione, non è un eccesso, non è un incidente. È un metodo di governo. L’attacco alla Costituzione e ai diritti si regge su due logiche complementari: la deregolarizzazione dei poteri forti e l’iper-regolamentazione dell’opposizione sociale e dei soggetti deboli. Se ai potenti tutto è permesso, la libertà dei subalterni si riduce. E infatti, mentre si garantiscono spazi sempre più ampi di impunità di fatto a chi sta in alto, si costruisce una rete di norme, reati, aggravanti, decreti e dispositivi emergenziali che colpiscono chi sta in basso e chi prova a contestare. Il decreto sicurezza, come altre misure di questi anni, non è la risposta a un’emergenza reale: è un tassello di un disegno repressivo. L’obiettivo è instaurare, sulle ceneri dello Stato di diritto o di quel poco che ne resta, uno Stato di polizia fondato sulla legislazione d’emergenza permanente.
La criminalizzazione del dissenso non è un effetto collaterale: è il cuore del progetto. Nuovi reati, pene più alte, resistenza non violenta trasformata in reato, carcere usato come strumento di disciplina sociale, decreti contro le Ong, persecuzione della povertà, caccia ai senzatetto, limitazione sistematica della libertà di manifestare e di confliggere. Il messaggio è semplice e spaventoso: se non hai potere economico e mediatico per contare, e provi a contare nelle strade, verrai punito. Il diritto penale viene trasformato in un dispositivo di disincentivo al conflitto sociale. La paura diventa linguaggio di governo. La rassegnazione diventa obiettivo politico. Gli spazi della democrazia collettiva vengono ristretti con la forza.
Dentro questo quadro, la riforma della giustizia non è una misura isolata. È uno snodo centrale, perché mira a stabilire la supremazia dell’esecutivo sull’esercizio della giurisdizione. Vuole orientare e controllare il lavoro dei magistrati e assoggettare i pubblici ministeri al potere politico. La storia dimostra che un simile rapporto tra politica e magistratura si risolve sempre a favore dei poteri forti e a scapito dei soggetti socialmente ed economicamente più deboli. È un meccanismo che non produce “ordine”: produce obbedienza. E produce selezione sociale della repressione. Perché in un Paese in cui lo Stato penale cresce e lo Stato sociale arretra, la giustizia non colpisce mai allo stesso modo. Colpisce chi non ha protezioni, chi non ha risorse, chi non ha accesso ai grandi strumenti della comunicazione e del potere.
Garantismo e antipenalismo
Per questo affrontare il rapporto tra politica e giustizia è imprescindibile. Ma va fatto nel modo giusto, riportando al centro garantismo e antipenalismo, non come bandiere di parte e non come alibi, ma come principi costituzionali. Il garantismo non è un favore ai potenti. È la condizione minima perché la giustizia sia uguale per tutti. È ciò che limita gli errori giudiziari. È ciò che impedisce che il processo diventi una forma di punizione anticipata. È ciò che rende la giustizia un servizio ai cittadini e non uno strumento nelle mani dei poteri forti, come troppo spesso è accaduto. Solo assicurando a tutti il diritto di difesa, l’effettiva parità processuale, la terzietà del giudice e una durata ragionevole dei processi si può superare davvero l’attuale conflitto tra politica e magistratura. E solo così si può difendere la democrazia da una deriva autoritaria.
Dire No, però, non significa difendere lo status quo. Non significa idolatrare la magistratura. Non significa aderire alla narrazione secondo cui il processo penale sarebbe lo strumento naturale del cambiamento politico e morale del Paese. Quella idea, che ha attraversato decenni di storia italiana, è stata una delle cause profonde della trasformazione dello Stato sociale in Stato penale. Ha alimentato l’antipolitica e ha legittimato la scorciatoia per cui, di fronte a problemi sociali e politici, si invoca la repressione e si delega alla giustizia ciò che dovrebbe essere affrontato con diritti, politiche pubbliche, redistribuzione e partecipazione. In quelle stagioni, chi sosteneva che il processo penale dovesse restare un accertamento di reato e non uno strumento di lotta politica è stato emarginato. Eppure aveva ragione. Da quella rimozione è nato un senso comune tossico: che la giustizia debba essere dura, esemplare, vendicativa; che la garanzia sia un intralcio; che i diritti siano un lusso; che la libertà sia sospetta. Oggi paghiamo quella storia. E se non la guardiamo in faccia, la nostra critica sarà formale, sterile, incapace di cogliere la posta in gioco. Non basta dire che questa riforma è sbagliata. Bisogna dire che è sbagliata dentro un disegno più ampio di politiche sicuritarie, di criminalizzazione del conflitto sociale, di uso del diritto penale come governo della paura. O si critica nella sua interezza la finalità repressiva degli interventi legislativi del governo, o la critica resterà un esercizio retorico. E si finirà, ancora una volta, intrappolati nella falsa alternativa tra due blocchi speculari: da una parte chi vuole piegare la magistratura al governo, dall’altra chi usa la magistratura come surrogato della politica e come clava morale, oscillando tra “legge e ordine” e “giustizia esemplare” a seconda del bersaglio. Bisogna rifiutare entrambe le strade.
Questo No deve essere un No sociale, perché ciò che viene colpito non è solo un principio astratto ma la carne viva del conflitto democratico. È un No che parla a chi sciopera, a chi occupa, a chi blocca una strada perché non ha altri strumenti, a chi difende la casa, il lavoro, il territorio, l’ambiente, la scuola pubblica, la sanità. È un No che parla a chi vive precarietà e povertà, a chi subisce fogli di via, denunce, misure preventive, processi costruiti per logorare, isolare, intimidire. È un No che sa che lo Stato di polizia non nasce all’improvviso: nasce quando la repressione diventa normale, quando l’emergenza diventa permanente, quando la libertà viene trasformata in sospetto.
La libertà è conflitto
Non si può ignorare che tutto questo si inserisce in un disegno unitario: la modifica costituzionale sul premierato, che stravolge la forma di governo; la rottura dell’unità del Paese con l’autonomia differenziata, che minaccia i diritti fondamentali; e, in parallelo, l’espansione dello Stato penale, con un governo tra i più giustizialisti degli ultimi anni, capace di istituire decine di nuovi reati e di inasprire continuamente il quadro repressivo. È un progetto complessivo: restringere la democrazia, ridurre i diritti, rafforzare l’esecutivo, punire il dissenso.
Siamo in un passaggio storico in cui la forza si scaglia contro il diritto con la determinazione di contendergli ogni spazio. Non sarà un passaggio breve. E proprio per questo non possiamo essere ingenui. Pensare che questa riforma serva solo a dividere le carriere è un errore. La separazione è stata di fatto già avviata da riforme precedenti, a Costituzione invariata: ormai non c’è più nulla da separare. Qui il punto è un altro: il tentativo di trasformare la giustizia in una funzione subordinata al governo e, insieme, di consolidare un clima politico e culturale in cui il diritto penale diventa la lingua con cui lo Stato parla ai cittadini.
Per questo il No non può essere solo difensivo. Deve essere anche propositivo. Bisogna lavorare a una riforma vera della giustizia che faccia uscire il Paese dall’emergenza infinita e dal panpenalismo dilagante. Una riforma che riduca drasticamente l’area del penale, dimezzi reati e pene, restituisca centralità al diritto di difesa, garantisca davvero la durata ragionevole dei processi, riaffermi la terzietà del giudice, sottragga la giustizia alla propaganda e all’uso politico. Questa è la direzione democratica. Non l’ennesima torsione autoritaria. Non la trasformazione del pubblico ministero in un funzionario al servizio dello Stato di polizia. Non la normalizzazione dell’eccezione.
Dire No significa non accettare un Paese in cui la protesta sociale diventa reato, in cui la povertà viene perseguita e la ricchezza viene protetta. Dire No significa rifiutare lo Stato penale e rivendicare lo Stato sociale. Significa difendere una democrazia in cui la libertà non sia scambiata per sicurezza e in cui la sicurezza non sia usata come pretesto per reprimere. La libertà è conflitto, diritti, garanzie. E oggi difenderle significa costruire un fronte antipenalista largo, determinato, popolare.
Un No sociale, un No costituzionale, un No contro le politiche sicuritarie. Un No per la democrazia, per la giustizia uguale per tutti, per il diritto di dissentire.
Repressioni fantastiche e dove trovarle: perché votare “NO” - Mario Di Vito
Giorgia Meloni vuole un esecutivo che non risponda a nessuno, né al parlamento, né ai giudici, né all’opposizione. Se vincesse il Sì, sarebbe un passo in più verso l’oppressione totale. Votare No rappresenta una difesa possibile dei diritti fondamentali
Il punto non è la separazione delle carriere. Non è nemmeno il Consiglio superiore della magistratura. Anzi, possiamo arrivare a dire che il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo non riguarda nemmeno la giustizia. Non più di tanto.
La riforma – passata per le vie parlamentari a una velocità che non ha precedenti nella storia repubblicana – si presenta al dibattito pubblico italiano come un regolamento di conti, lo scontro finale di una guerra che durerebbe da un trentennio. Più o meno da Mani pulite, a torto a ragione ritenuto evento fondativo dell’era delle ingerenze dei giudici nella politica. Questo elemento c’è, e probabilmente è quello considerato più importante dai sostenitori del “Sì”, insieme alla banale evidenza del fatto che le riforma costituzionali si fanno sempre perché non costano niente.
Mettere mano alla sanità o alle pensioni ha infatti una ricaduta sul bilancio, con tutti i problemi che ne conseguono. Cambiare la Carta no, vale pochi spiccioli appena.
E però non possiamo non leggere questa riforma nel contesto più generale dell’ingrossamento del codice penale che il governo Meloni porta avanti da quando si è insediato: più reati, più aggravanti, più galera, più facce feroci. Non più polizia però, bizzarramente. Assumere agenti, come sopra, ha un costo, quindi ogni tre che vanno in pensione se ne riprende forse uno. Ma il tema della sicurezza, si sa, è un fatto per lo più di percezione – i reati sono in calo da decenni – quindi la tesi è che basti urlare al cielo che si è pronti a procedere con la massima durezza contro la devianza e la marginalità (i tratti infantili di un sistema che si pretende perfetto) per veder crescere i sondaggi, anche se poi il peso della forza pubblica dispiegabile diminuisce di giorno in giorno.
Qualche tempo fa il ministro Nordio ha rivendicato che il famoso decreto rave, a tre anni dalla sua entrata in vigore, non ha prodotto manco una condanna. Sarebbe effetto della deterrenza, secondo lui, ma pensare che dal 2022 in Italia non si facciano più feste “illegali” è un’evidente assurdità, quindi si può concludere che quel reato alla fine si è rivelato inutile.
Un altro esempio: lo scudo penale per gli agenti di polizia – cioè la loro iscrizione in un registro diverso da quello dei comuni mortali – non avrebbe cambiato nulla della storia dell’omicidio di Abderrahim Mansouri a Rogoredo. L’assistente capo Carmelo Cinturrino sarebbe stato arrestato lo stesso.
Tutto questo per dire che il problema non è “il come”, ma “il perché”. Giorgia Meloni ha evidentemente in testa una repubblica diversa da quella (pur molto imperfetta) che abbiamo adesso e che dovrebbe basarsi sullo strapotere di un esecutivo che non risponde a nessuno – non al parlamento, non ai giudici, non agli oppositori, nemmeno alla realtà – se non al popolo che l’ha messo lì.
Questo referendum ha un ché di plebiscitario: la maggioranza si è votata da sola un testo da sottoporre [alle e, ndr] agli abitanti della nazione per farselo confermare. Gli ultimi sondaggi, per quel che valgono, ci dicono che il piano potrebbe non funzionare (il Paese pare quantomeno diviso), ma tutto per mesi ha remato in quella direzione: anche la volontà di votare il prima possibile, onde evitare una campagna che avrebbe visto – come in effetti sta vedendo – la pressoché inevitabile rimonta dei contrari.
Meno si discute e più si passeggia sereni sulla strada di un consenso costruito a colpi di propaganda. All’inizio, nel quesito referendario, nemmeno erano indicati gli articoli della Carta che cambierebbero (sono sette, non pochi) e lo scopo era sempre lo stesso: sorvolare sul dibattito, evitare le discussioni più complesse, giocare a dire che in fondo non sta succedendo niente. Soltanto una decisione della Cassazione in seguito a un ricorso ha fatto sì che chi andrà a votare potrà anche sapere su cosa lo starà facendo, per la cronaca.
Ma cosa significa separare le carriere dei magistrati requirenti da quelli giudicanti? Significa sottomettere la giurisdizione al governo. Così è in tutti i Paesi in cui vige la separazione (con correttivi e accorgimenti di solito in linea con la storia politica locale), così sarà anche in Italia.
Pure se, come dicono i legulei del Sì, questo non sta scritto da nessuna parte nel testo della riforma. Ma anche in Venezuela, per dirne uno qualunque, la magistratura è “autonoma e indipendente”, solo che poi Alberto Trentini lo libera la presidente Delcy Rodriguez, mica il giudice di Caracas.
Questa sottoposizione si può fare in maniera semplice, con un tratto di penna. Basta togliere al pubblico ministero il ruolo di coordinamento della polizia giudiziaria. Il vicepremier Tajani ha di recente avuto modo di dire che bisognerebbe proprio farlo. Meloni, all’indomani degli arresti per gli scontri di Torino al corteo per Askatasuna, si era spinta un po’ più in là e aveva fatto lei il capo d’accusa: tentato omicidio. Alla faccia della terzietà del giudice: con quanta serenità d’animo la Gip avrà assunto le decisioni che ha assunto sui fermati, mentre aveva sul collo il fiato pesante di una premier che già aveva deciso qual era la cosa più giusta da fare?
La parte della riforma sul Consiglio superiore della magistratura – l’organo di rilievo costituzionale di governo autonomo delle toghe – serve a puntellare questo desiderio di limitare il contropotere della giurisdizione. Sdoppiare il Csm – uno per i giudici e uno per i pm – vuol dire dimezzarne la forza: è aritmetica. Togliergli la competenza disciplinare (una sezione serve proprio a decidere le eventuali sanzioni per i magistrati che, per dolo o negligenza, si comportano in maniera sbagliata) e affidarla a un tribunale speciale – un’Alta corte la cui composizione risulta ancora misteriosa – è rompere l’autonomia di un potere dello Stato. Sorteggiare i consiglieri, infine, è un’umiliazione e basta: persino un tiro di dado vale di più delle idee di chi indossa la toga.
Ma il vero rischio, quello che dovrebbe spaventare sul serio, è che in questo modo il pubblico ministero assurgerebbe al livello di accusatore senza altro compito che perseguire i cattivi soggetti. Una falange di 2.000 super poliziotti che solo quello devono fare: prima punire e poi sorvegliare. Per paradosso, in una situazione così, un controllo politico finirebbe con l’essere addirittura auspicabile.
E così, pur nella consapevolezza che il sistema giudiziario abbia già da adesso dei tratti inquietanti, che di inchieste sbagliate, di teoremi, di persecuzioni, di processi politici ne esistono a bizzeffe, il futuro che si presenterebbe con una vittoria del Sì appare ancora più fosco. Votare No non è una scelta di conservazione dell’esistente, ma una difesa possibile dei diritti fondamentali. Un passo necessario, non una scelta di vita. Perché lo vediamo tutti i giorni quello che il governo fa e non ci sono motivi per ritenere che, in mezzo a una serie di provvedimenti da Stato di polizia, ce ne sia uno – la riforma costituzionale – che invece è un capolavoro di democrazia e liberalismo.
Al contrario, è un passo in più verso l’oppressione totale.
89 anni fa la strage degli etiopi, l’Italia non ha mai chiesto scusa. Neppure Meloni - Mario Pizzola
Il 19 febbraio è un giorno di lutto per l’Etiopia. E’ il giorno che ricorda
gli eccidi compiuti dagli italiani durante la dominazione fascista. Ma l’Italia
non ha mai chiesto scusa per quelle stragi né ha mai fatto i conti con il suo
passato colonialista in Africa. Una storia di sopraffazione e di violenza che è
stata sempre rimossa dai nostri governanti.
A questa tradizione si è attenuta anche la premier Giorgia Meloni che nei
giorni scorsi è stata ad Addis Abeba per il secondo vertice Italia-Africa e
dove ha avuto colloqui con il primo ministro etiope Abiy Ahmed Ali. Nessun
accenno, neppure questa volta, al nostro passato razzista e ai nostri crimini
coloniali.
La rimozione è iniziata subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale.
A differenza dei crimini nazisti che, con il Processo di Norimberga, hanno
visto non solo la punizione dei colpevoli ma anche l’occasione per una
riflessione collettiva su quel tragico periodo storico, nulla di simile è
avvenuto nel nostro Paese.
Nella Conferenza di Pace di Parigi del 1946 la delegazione italiana,
guidata dal presidente del consiglio Alcide De Gasperi, cercò inutilmente di
ottenere la restituzione all’Italia delle sue colonie del periodo prefascista –
Eritrea, Somalia e Libia – come riconoscimento e compenso del contributo del
nostro Paese alla sconfitta del nazifascismo.
Secondo il governo italiano andava fatta una distinzione tra l’avventura
fascista e il dominio coloniale precedente perché quest’ultimo, attraverso gli
investimenti economici, avrebbe favorito il progresso delle colonie,
accreditando l’Italia come il Paese più capace a condurre il Corno d’Africa
verso l’autogoverno.
La delegazione etiopica non si limitò ad opporsi alle rivendicazioni
territoriali dell’Italia ma chiese che venissero processati per crimini di
guerra molti esponenti militari e politici della dittatura fascista che si
erano resi responsabili di stragi orrende durante la dominazione coloniale.
Ma la richiesta degli etiopi venne respinta dalle potenze vincitrici,
soprattutto dagli angloamericani che vedevano in alcuni personaggi, come il
generale Badoglio, un possibile baluardo per la lotta al comunismo.
Gli etiopi ridussero allora le loro richieste, limitandosi a presentare
alla Commissione delle Nazioni Unite per i crimini di guerra solo dieci casi,
tra i quali emergevano i nomi di Pietro Badoglio, Rodolfo Graziani, Guido
Cortese ed Enrico Cerulli, ovvero le personalità più direttamente coinvolte
negli eccidi.
Ma la Commissione delle Nazioni Unite, pur riconoscendo l’accuratezza della
documentazione presentata dagli etiopi, accettò la richiesta di estradizione
solo per Badoglio e Graziani. Il primo era accusato di aver impiegato armi
chimiche vietate dagli accordi internazionali. Il secondo di aver scatenato una
brutale repressione attraverso la quale furono massacrati migliaia di civili
inermi.
Si era intanto arrivati al 1949. Tutto lasciava sperare che almeno i
principali responsabili fossero sottoposti a processo. Ma il governo italiano
respinse la richiesta di estradizione e così nessuno ha mai pagato per quei
crimini.
Pietro Badoglio morì per un attacco di asma nella sua casa a Grazzano il 1°
novembre 1956 e gli vennero riservati anche i funerali di Stato. Rodolfo
Graziani, invece, venne processato ma non per gli eccidi in Etiopia bensì per
aver collaborato con l’esercito occupante tedesco dall’8 settembre 1943 fino al
termine del conflitto nella sua qualità di Ministro della Guerra della
Repubblica di Salò.
Condannato a 19 anni di carcere, Graziani se ne vide condonare subito 13,
ma scontò solo quattro mesi in quanto venne conteggiato il periodo della carcerazione
preventiva. Tornato alla vita civile Graziani continuò a professare le sue idee
fasciste e nel marzo del 1953 ebbe come riconoscimento la presidenza onoraria
del MSI.
Ma quali furono i crimini commessi dagli italiani in Etiopia? Le Forze
Armate italiane, agli ordini di Badoglio e su espressa autorizzazione di
Mussolini, utilizzarono ampiamente il gas iprite vietato dal Protocollo di
Ginevra del 1925. A Badoglio è attribuita la responsabilità di aver ordinato
almeno 65 bombardamenti all’iprite per un totale di oltre mille bombe C-500-T.
Inoltre, Badoglio era accusato di aver bombardato ospedali della Croce Rossa.
Quella che è passata alla storia come “la strage di Addis Abeba” avvenne il
19 febbraio 1937. Quel giorno ci fu un attentato della resistenza etiope che
aveva come obiettivo il viceré d’Etiopia Rodofo Graziani. L’attentato provocò
sette morti e circa cinquanta feriti. Graziani si salvò ma rimase seriamente
ferito.
La reazione fu spietata. Il segretario federale del partito fascista Guido
Cortese, che aveva sostituito Graziani in quanto in ospedale, fece distribuire
armi a tutti gli italiani incitandoli alla mattanza. Gli etiopi vennero
trucidati con tutti i mezzi a disposizione: a fucilate, con impiccagioni e a
colpi di bastone, ma anche legati ai camion e trascinati lungo le strade.
Molti, tra cui anziani, donne e bambini morirono bruciati vivi nelle loro
capanne date a fuoco. Si calcola che le vittime furono tra le 20 e le 30.000.
A questa strage seguì quella compiuta nella città santa di Debrà Libanos.
Qui, su ordine di Graziani, vennero massacrati i monaci cristiani di osservanza
copta, solo perché sospettati di aver protetto gli attentatori del 19 febbraio.
Le esecuzioni sommarie vennero attuate dal generale Pietro Maletti al quale furono
intitolate delle strade in diversi Comuni italiani, rimosse solo da pochi anni.
Il numero dei monaci uccisi non è certo ma si calcola che furono tra 1400 e
2000.
Alcuni ministri italiani della Difesa, come Roberta Pinotti e Lorenzo
Guerini, avevano assunto l’impegno di rendere omaggio alle vittime dei crimini
italiani in Etiopia ma non se n’è fatto nulla. Niente scuse, dunque, né
risarcimenti, né restituzione dei beni artistici che furono rubati agli etiopi
dall’esercito italiano. La memoria di quell’epoca sanguinosa continua ad essere
velata, se non apertamente oscurata, anche nella Repubblica democratica ed
antifascista di oggi.
Ma c’è chi invece, stando al governo, mantiene viva la memoria dell’Italia
fascista e coloniale che fu. Come l’attuale ministro dell’agricoltura Francesco
Lollobrigida, ex cognato di Giorgia Meloni, che nell’agosto del 2012 prese
parte ad Affile, in provincia di Roma, all’inaugurazione del mausoleo dedicato
a Graziani e sul quale campeggia la scritta “Patria – Onore”. Nell’occasione
Lollobrigida non seppe nascondere la sua ammirazione per il “Maresciallo
d’Italia” affermando che per lui, e non solo per lui, Graziani (detto anche “il
macellaio del Fezzan”) sarà sempre “un punto di riferimento”.
domenica 1 marzo 2026
La coscienza non è in vendita - Antonio Cipriani
Neanche il tempo di accendere la Tv e sul Tg2 c’è un esperto della Fondazione Med Or, quella inventata dai venditori di strumenti da guerra di Leonardo, presieduta da Marco Minniti. Con fare sussiegoso spiega i vantaggi dei bombardamenti israeliani e americani sull’Iran. Ovvio, dice il barbiere. Chi vende armi ha bisogno di chi, scientificamente, le propaganda e promuove come fossero fiori di campo della democrazia sparati col cannone dell’imperialismo. E le guerre, da che mondo è mondo, sono giuste, se a deciderlo sono quelli che ammazzano, depredano, devastano. Lo sono meno se viste dal punto di vista di chi resta sotto le macerie di una scuola bombardata dai missili israeliani e a stelle a striscia. O dal punto di vista dei morti innocenti che non potranno neanche cantare le lodi dei criminali, nonostante questo sia il gioco.
Perché il sussiegoso esperto della fondazione di Leonardo, armi ed
affini, non mette in dubbio il diritto di chi ha un arsenale straordinariamente
potente e mortale di potersi esercitare sulla povera gente e contro uno stato
sovrano. No, l’ovvio per certi fenomeni mediatici è ovvio. La domanda che sorge
spontanea nell’esperto è: sapranno gli iraniani schiavi sollevarsi grazie a
questa occasione bombardata loro dagli esportatori belluini di semi di libertà?
L’imperialismo funziona così. I media sono complici, sono strumenti
paramilitari in tempi di guerra e anche in tempi di pace. I nostri grandi
quotidiani riportano da settimane, senza porsi un dubbio, le veline di Trump,
di Rubio e dell’Idf che, evidentemente, per il nostro governo e per i media che
ne supportano le posizioni pavide, rappresentano legge scritta sulla pietra.
Così funziona il potere. Germoglia sul terreno fertile delle menzogne.
Ma noi perché ci soffriamo di fronte al mentire plastico e classico del
sistema di potere capitalista, suprematista e fondamentalista religioso? La
colpa è dei nostri padri. Avevano tempo da perdere, meno salottini televisivi,
zero social, quindi ci raccontavano della guerra, della fame, della crudeltà
naziste, del collaborazionismo dei fascisti, delle battaglie sindacali, della
libertà. Ci parlavano di quanto fosse deprecabile la schiavitù, di come
l’ingiustizia sociale fosse un male e di come ogni discriminazione fosse
inaccettabile. Ci hanno fatto crescere con senso critico e senso di giustizia,
credendo che la legalità internazionale fosse una conquista della storia.
Poi niente. Il tracollo. Tutti sanno tutto, tutti scrollano da mattina a sera sul telefonino
dopo aver passato decenni a guardare la tv. E nessuno capisce più quello che
accade. Un’accettazione passiva ha sostituito la coscienza che frigge di fronte
all’ingiustizia.
Pazienza. Continueremo a batterci per la bellezza, la giustizia sociale e
la libertà. Ed anche a detestare i criminali, gli sfruttatori, i mentecatti
obbedienti dei media, gli esperti pacifisti a libro paga dei venditori di armi,
quelli che non pensano più perché è fatica: chi ha rinunciato a difendere i
diritti di tutti per quieto vivere, o chi non lo fa per piccole ottuse
convenienze.
La coscienza non si vende al mercato mediatico degli sciacalli.
NON SIATE COMPLICI del Board of Peace!
Lettera aperta al
Governo Meloni
Come Maiindifferenti – Voci ebraiche per la pace
e LƏA –
Laboratorio ebraico antirazzista
rivolgiamo un fermo invito alla Presidente del Consiglio e ai Ministri di
questo Paese
NON SIATE COMPLICI del Board of Peace!
L’Italia partecipa a un consesso in cui Trump si pone come Presidente a vita, indipendentemente dal suo ruolo alla Casa Bianca.
Nei 13 articoli del
regolamento la parola Gaza non risulta nemmeno una volta, non ci sono
rappresentanze dirette dei palestinesi nel Board e di pace non si parla ma solo
di affari.
Con pochi paesi europei (Cipro, Grecia, Romania,
Slovacchia, Austria, Ungheria), monarchie assolute (Arabia Saudita, Emirati
Arabi Uniti, Bahrein, Qatar), regimi militari (Azerbaijan, Uzbekistan, Cambogia),
dittature come la Bielorussia, e Israele, questo gruppo si incontra per fare
business in Medio Oriente, sulle rovine di quel poco che resta a Gaza e in
Cisgiordania.
E mentre Kushner
con altri tra cui Aryeh Lightstone, consigliere di Trump e ideatore della Ghf
(Gaza Humanitarian Foundation), coordina lo sviluppo delle “comunità sicure”,
veri e propri centri di contenimento militarizzati dove Washington e Tel Aviv
vogliono confinare la popolazione palestinese[1],
l’Italia rappresentata dal Ministro Tajani va a “osservare” per non rimanere
esclusa.
Lo sanno le
cittadine e i cittadini italiani che la ricostruzione di Gaza avverrà con la
rimozione delle macerie contenenti cadaveri e materiali bellici inquinati ed
inquinanti che serviranno da “materiale da costruzione”?
Lo sanno le
cittadine e i cittadini italiani che gli investitori immobiliari lavorano alla
ricostruzione senza porsi alcun problema etico e morale?
Nei giorni scorsi
avevamo lanciato un appello perché non venisse raggiunto un tale livello di degrado
morale buttando a mare cocci e cadaveri, bombe inesplose, insieme allo spirito
dell’umanità.
Lei, Presidente
Meloni, che si dichiara madre e cristiana, è consapevole dell’orrore che
sottende il regolamento del Board? Davvero preferisce, con i suoi Ministri,
aderire alle azioni disumane presenti e future che si stanno promuovendo in
Medio Oriente?
RingraziandoLa per
l’attenzione, La invitiamo a leggere il nostro appello qui di seguito.
Mai
Indifferenti – Voci ebraiche per la pace
LƏA –
Laboratorio ebraico antirazzista è su Facebook e Ig
laboratorioebraicoantirazzista@gmail.com
APPELLO ALL’UMANITÀ
Cadaveri e macerie in mare per
cancellare l’orrore:
BENVENUTI NELLA NUOVA GAZA
Così titolava il 23 gennaio 2026
l’articolo di Nello Scavo su “Avvenire”. E bisogna specificare: nella Nuova
Gaza del “Board of peace”.
Ovvero: cancellare un orrore
perpetrando un orrore anche più orrendo:
UNO
SCEMPIO AMBIENTALE PERMANENTE, UNA SCELTA DEVASTANTE PER LA NOSTRA UMANITÀ
Durante il convegno del 19 gennaio
al teatro Elfo Puccini a Milano, intitolato “Verso il Giorno della Memoria.
Israele Palestina: a che punto è la notte?”, è stato denunciato il crollo di
civiltà che ci sta travolgendo, simile a quello che si verificò negli anni
’20-’30 con l’ascesa del fascismo prima, e poi del nazismo, in cui ci fu un
rovesciamento totale dei valori accettati universalmente: ecco, adesso siamo
arrivati a un punto di svolta tragicamente simile.
Il culto, il rispetto dei morti
sono una delle prime regole che si è dato il genere umano fin dalla più lontana
antichità: anche il nemico aveva diritto a una degna sepoltura.
È come se si fosse superato un
estremo limite, l’ennesimo punto di non ritorno verso una barbarie simile alle
efferatezze praticate dai nazisti verso le loro vittime: quelle, ridotte in
cenere, queste in polvere, materiale di supporto per la “ricostruzione”.
Se si supera tale confine, niente,
e nessuno, potrà più salvarci.
Per questo ci rivolgiamo, oltre che
alle associazioni e persone nostre affini, agli esponenti di tutte le Chiese,
di tutte le religioni, perché si ergano a difesa della soglia che non
dev’essere varcata e trovino in quest’unione di intenti la forza per imprimere
una svolta alla storia della nostra umanità arrivata ormai sull’orlo
dell’abisso.
Non dobbiamo permetterlo.
Maiindifferenti – Voci ebraiche per
la pace, Khader Tamimi, presidente della Comunità palestinese di Lombardia, LƏA
- Laboratorio ebraico antirazzista, Widad Tamimi, scrittrice e
attivista