venerdì 6 febbraio 2026

Detenere per governare: nei CPR d’Italia si parla già la lingua di Trump - Franz Baraggino

 

Strutture chiuse, opache, normalizzate: i Centri di Permanenza per il Rimpatrio italiani raccontati dal rapporto “CPR d’Italia: istituzioni totali”, non sono un’anomalia nazionale, ma un tassello di un paradigma globale. Lo stesso che ha legittimato le politiche di detenzione e deportazione di Donald Trump, di cui l’ICE rappresenta solo la manifestazione più recente e visibile, e che in Europa prende forma nei nuovi regolamenti del Patto su migrazione e asilo, che estende hotspot e zone di frontiera, introduce deroghe procedurali e limiti alle garanzie, trasformando i confini in spazi di sospensione dei diritti. Luoghi dove l’eccezione diventa regola e il controllo sostituisce la tutela delle persone che da soggetto di diritti sono ridotte a “corpi da contenere”. Come nei Cpr italiani, dove la privazione amministrativa della libertà non è più misura residuale, ma strumento ordinario di governo delle migrazioni e forse non solo di quelle.

Il nuovo rapporto di monitoraggio pubblicato il 21 gennaio è stato realizzato dalle organizzazioni aderenti al Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI), a partire dalle visite ispettive in dieci centri nazionali condotte da delegazioni multidisciplinari al seguito di parlamentari e consiglieri regionali. Schede di rilevazione uniformi hanno documentato i Cpr di BariBrindisiCaltanissettaGradiscaMacomerMilanoPalazzo San GervasioRomaTorino e Trapani. Senza dimenticare i casi in cui l’accesso è stato ostacolato o impedito agli accompagnatori medici, legali e agli interpreti. Gianfranco Schiavone, tra i curatori, non usa mezzi termini per definire queste strutture come una ferita aperta nello stato di diritto. Il lavoro di indagine, condotto con un approccio metodologico rigoroso e linee guida chiare che, spiega, “ha permesso di avere un quadro mai così dettagliato sulla situazione all’interno dei centri”, svela una realtà che il potere politico “non vuole che si conosca”, dal degrado dei moduli fatiscenti alle condizioni inaccettabili ormai divenute la norma. Gli elementi raccolti permettono al rapporto di affermare che i Cpr presentano tutte le caratteristiche di una “istituzione totale non riformabile“, intesa come luogo che ha la capacità di assorbire completamente la vita di persone che non sono trattenute perché hanno commesso un reato (è bene ricordarlo), isolandole dal resto della società. Da qui le “fortissime analogie con l’istituzione manicomiale”, commenta Schiavone. Come già per i manicomi, anche l’esistenza dei Cpr è presentata come “necessaria”, ma la realtà dei fatti smentisce sistematicamente questa narrazione: producono solo sofferenza e non raggiungono gli obiettivi dichiarati.

Tanto che si può parlare di paradosso: il sistema costa milioni, ma se la finalità dichiarata è il rimpatrio, nel 2024 solo il 10,4% delle persone colpite da un provvedimento di allontanamento è stato effettivamente rimpatriato tramite i Cpr. Eppure tra il 2018 e il 2024 l’Italia ha speso oltre 110 milioni di euro per questo apparato, includendo costi esorbitanti per il personale delle forze dell’ordine nei centri più remoti, come Macomer, dove questi costi superano quelli della gestione stessa della struttura. Inefficienza che, per Schiavone, non è un incidente ma un elemento strutturale, perché stando ai risultati “i Cpr non sono affatto orientati all’allontanamento delle persone”. Anzi, “l’inutilità è insita all’interno del sistema di violenza”. E allora qual è il senso? Riprendendo le parole di Fabrizio Coresi, esperto di migrazione per ActionAid che pure ha collaborato al nuovo rapporto, “la detenzione in sé: assimilare le persone a criminali così che l’opinione pubblica si senta legittimata a considerarli invasori, concorrenti nella crisi economica. E questo disciplina i cittadini perché ci distrae da altre questioni”. Insomma, più che a rimpatriare loro, questi centri servono a controllare noi”. Ma il noi non deve sapere troppo. Oltre i muri e il filo spinato, la vita è ridotta all’essenziale biologico, spesso in celle prive di arredi, con letti in cemento. Quello dei detenuti è un “tempo vuoto” sul quale non hanno alcun controllo, nemmeno se si tratta della salute.

Ci sono poi le testimonianze, letteralmente urla nel silenzio. Ayman, rimpatriato d’urgenza dopo aver denunciato le condizioni del centro con un video, racconta di teste spaccate dagli agenti perché si chiedeva assistenza medica. Hafed descrive il centro come una Guantanamo dove da animale domestico lo hanno trasformato in un lupo. E poi Hassan, lasciato con le gambe fratturate senza cure, o Wissem Ben Abdelatif, morto dopo essere stato legato per cento ore in un “reparto psichiatrico”. Prima di morire, implorava: “Ho bisogno di un avvocato datemi un avvocato”. Casi isolati? La violenza si manifesta nell’assenza di informativa legale che aliena e viola le norme Ue: a Caltanissetta, dove “al momento dell’accesso al CPR non viene fornito alcun tipo di informativa”, le affermazioni dei gestori sulla consegna di documenti sono state “smentite dai trattenuti”, mentre a Trapani la mancata consegna è stata giustificata con il “rischio che i fogli di carta possano essere bruciati”. È costante che i trattenuti “lamentino di non sapere perché si trovano lì“, e “molti hanno dichiarato di essere stati “invitati a firmare qualcosa che non hanno compreso” durante informative orali svolte troppo in fretta”. Quanto alla difesa legale, in centri come Gradisca d’Isonzo e Palazzo San Gervasio, i trattenuti hanno riferito di “ricevere un foglio già compilato per la nomina” dell’avvocato. E così per il diritto alla comunicazione, descritto come una “concessione regolata dall’organizzazione interna” anziché un diritto effettivo, mentre il telefono personale viene ritirato all’ingresso. E’ scritto nel rapporto: “Un trattenuto riportava disperato di non poter vedere sua figlia di cinque anni che non riesce a capire dove si trovi il padre”. A Gradisca d’Isonzo il rapporto segnala che, nella fase iniziale del trattenimento, l’accesso alla comunicazione può essere precluso fino alla convalida del trattenimento.

C’è infine l’uso massiccio di psicofarmaci per anestetizzare e spegnere il disagio che nasce dalle condizioni che annientano le persone. In molti centri, la somministrazione di ansiolitici e antipsicotici avviene anche senza controllo psichiatrico, come emerso dai monitoraggi tecnici. Un quadro che, denuncia il TAI, si aggrava con l’evoluzione normativa europea, dove il nuovo Patto trasforma le diverse forme di confinamento in infrastruttura ordinaria delle politiche migratorie. Una zona grigia di sospensione dei diritti in un modello di gestione privatizzato che affida la vita di migliaia di persone a pochi gestori privati in regime di oligopolio. Schiavone avverte come la stessa resistenza prefettizia all’accesso dei collaboratori tecnici nei Cpr nasca dalla “paura che si possa veramente vedere all’interno e avere appunto dati scientifici inequivocabili sui quali fondare dei ragionamenti da contrapporre a vuoti slogan”. Forse perché è ormai chiaro ai più, e guai se non lo fosse dopo venticinque anni di “sperimentazione“, che lo stato di diritto non può che fermarsi sull’uscio di questi luoghi, intrinsecamente non riformabili. “Questo rapporto spiega le ragioni per cui il miglioramento non è possibile, ma è possibile soltanto una un cambiamento profondo, così come è avvenuto con con l’Istituto Manicomiale”, conclude Schiavone. E allora “senza contraddizione alcuna con l’intenzione di migliorarli, l’unica possibilità reale è la loro chiusura”. A questo servono analisi e rapporti come questo, a evitare che si normalizzi l’orrore nell’attesa che vengano aboliti.

da qui

nessun morto a causa del ciclone Harry, dicono

 

Potrebbero essere 1000 le persone disperse in mare durante il ciclone Harry

Nuove testimonianze raccolte da Refugees in Libya e Tunisia. È chiara la mancanza di informazioni e iniziativa da parte delle Autorità di Malta e Italia.

«Si stanno delineando i contorni della più grande tragedia degli ultimi anni lungo le rotte del Mediterraneo centrale e i governi di Italia e Malta tacciono e non muovono un dito». Così denuncia Laura Marmorale, presidente di Mediterranea Saving Humans, che rilancia le nuove testimonianze e i nuovi elementi raccolti negli ultimi giorni dai Refugees in Libia e Tunisia.

Che cosa sappiamo finora dai canali ufficiali?

Secondo le informazioni trasmesse attraverso i dispacci Inmarsat dall’MRCC (il Centro per il coordinamento del soccorso marittimo) di Roma e segnalate per la prima volta dal giornalista Sergio Scandura, almeno 380 persone risultano disperse in mare al 24 gennaio. L’allerta raggruppava otto casi SAR distinti, corrispondenti a otto imbarcazioni partite da Sfax, sulla costa orientale della Tunisia, tra il 14 e il 21 gennaio 2026, con a bordo il seguente numero di persone: rispettivamente 49, 54, 50, 51, 36, 42, 53 e 45 tra donne, uomini e bambini, per un totale di circa 380 persone. Al 24 gennaio, nessuna di queste imbarcazioni era stata localizzata e non era stato segnalato alcun salvataggio confermato relativo a questi otto casi SAR. Queste partenze hanno coinciso esattamente con il periodo in cui il Mediterraneo centrale, compresa la rotta da Sfax a Lampedusa, era interessato da condizioni marittime estreme: onde superiori a sette metri e raffiche di vento che raggiungevano oltre 54 nodi, causate dal ciclone Harry. In altre parole, le imbarcazioni non sono semplicemente scomparse, ma si sono perse durante alcune delle condizioni marine più pericolose registrate da vent’anni a questa parte in mare.

Da allora questa resta la sola e unica comunicazione ufficiale dell'Autorità marittima europea. Negli ultimi giorni, Ahmed Omar Shafik, comandante della nave mercantile Star, ha condiviso le immagini ( https://www.facebook.com/share/r/1AkvKyKLjn/ ) che documentano il salvataggio di Ramadan Konte, cittadino della Sierra Leone. Secondo la sua testimonianza, era partito da Sfax a bordo di un'imbarcazione che trasportava circa 50 persone di diverse nazionalità. L'imbarcazione si è capovolta. Konte è sopravvissuto per più di 24 ore in mare prima di essere avvistato dal mercantile a est della Tunisia e a sud di Malta. Durante il suo salvataggio, si vedevano corpi galleggiare nell’acqua. Konte ha perso suo fratello, la moglie di suo fratello, suo nipote e almeno altre 47 persone. Successivamente è stato consegnato alla Guardia Costiera maltese.

La testimonianza di Konte è importante non solo per ciò che rivela su uno dei naufragi, ma anche per ciò che conferma più in generale: le imbarcazioni che partivano da Sfax in quel periodo si trovavano in condizioni disperate, con poche o nessuna possibilità di sopravvivenza e senza alcun intervento attivo di soccorso. Ma sono le testimonianze raccolte da Refugees tra le comunità presenti in Tunisia a fornire un quadro molto più ampio e allarmante. Dicono che, dal 15 gennaio in poi, di fronte a una pressione crescente da parte dei militari tunisini con rastrellamenti e devastazioni negli accampamenti informali negli uliveti intorno a Sfax e un allentamento dei controlli sulle spiagge, diversi convogli sono partiti da diversi punti costieri. Secondo le testimonianze raccolte da persone che avrebbero dovuto trovarsi su queste imbarcazioni ma che sono state costrette ad aspettare per mancanza di denaro, nonché dai parenti di coloro che sono partiti, interi convogli non sono mai tornati.

Si dice che un solo trafficante, conosciuto localmente come Mohamed “Mauritania”, abbia spinto cinque convogli, ciascuno dei quali trasportava tra le 50 e le 55 persone. Dal chilometro 19 al chilometro 21, fonti della comunità parlano di dieci imbarcazioni salpate. Dal chilometro 30 sono partite sette imbarcazioni. Solo una ha raggiunto Lampedusa il 22 gennaio con un corpo senza vita a bordo e due gemelline di un anno disperse in mare, oltre alla sopravvivenza di Ramadan Konte. Le altre sembrano sparite nel nulla. Dal chilometro 33 al chilometro 38 sono partiti altri sette convogli. Solo uno è tornato agli uliveti vicino a Sfax. I sopravvissuti hanno assistito a naufragi in mare. Quando in seguito si sono spostati verso Mahdia, la polizia tunisina li ha arrestati. Nell’ultima settimana continuavano ad emergere nuovi nomi: persone che si sapeva essere partite e che ora risultano irraggiungibili, senza chiamate dalla Libia, senza contatti dai centri di detenzione, senza conferma della morte e senza tracce dal deserto algerino. Il costo umano è pesantissimo: il medico e attivista, dottor Ibrahim, che gestisce cliniche autorganizzate in Tunisia, ha cinque familiari dispersi: suo figlio, le sue due mogli e alcuni parenti. Anche un noto attivista nigeriano per i diritti umani, partito con un’altra imbarcazione, risulta disperso. Intanto le autorità maltesi hanno recuperato decine di corpi in mare.

Il 30 gennaio il corpo di una donna è stato recuperato dalla nave di soccorso civile Ocean Viking nella zona di ricerca e soccorso maltese e sbarcato sabato a Siracusa. Le informazioni restano frammentarie e talvolta contradditorie, ma un dato è certo: la portata di quanto è accaduto supera di gran lunga le uniche notizie ufficiali finora diffuse. Resta il fatto che centinaia di famiglie, parenti e amici dei dispersi sono disperati. Molti gli interrogativi, in particolare sul comportamento del regime di Kaïs Saïed: come si spiega il “lassismo” delle autorità tunisine, molto efficienti invece nei mesi scorsi nel prevenire le partenze dalle coste di Sfax?

«Di fronte a questo – conclude la presidente di Mediterranea Saving Humans - il silenzio e l’inazione dei governi di Malta e Italia sono agghiaccianti: di chi ha perso la vita in mare non si deve parlare, soprattutto quando queste morti mostrano il fallimento delle politiche migratorie e della collaborazione con Libia e Tunisia, e mentre si stanno preparando nuovi brutali provvedimenti contro le persone migranti e la solidarietà. Ma, come all’apertura venerdì scorso del processo per la strage di Cutro, insieme a Refugees in Libia e Tunisia, non smetteremo di chiedere con forza verità e giustizia anche di fronte a questa tragedia di inaudite proporzioni».

https://mediterranearescue.org/it/news/potrebbero-essere-1000-le-persone-disperse-in-mare-durante-il-ciclone-harry

 

 

Mille morti in mare per il ciclone Harry: perché la Tunisia non ha fermato le partenze? – Paolo Hutter

Quando si dice “dispersi” è rarissimo che qualcuno riappaia. E questo è particolarmente vero per le vittime delle rotte del Mediterraneo. Per quanto riguarda ciò che è successo nel Mediterraneo al largo delle coste tunisine e libiche attorno al 20 gennaio, nel pieno del ciclone Harry, c’è solo da sperare che la cifra sia sotto i mille morti. Ma lo sarebbe di poco. Ci sono stati infatti, più o meno negli stessi giorni, 380 dispersi partiti dalla Tunisia segnalati dalle Ong e confermati dalle autorità italiane. A questi si aggiungono le 51 vittime di un naufragio a Tobruk, ma soprattutto le ultime stime delle Ong hanno aggiunto circa 500 persone che risultano partite dalla costa tunisina nell’area di Sfax e non arrivate. Il totale si avvicinerebbe a 950.

Nell’ anno più tragico, il 2016, le vittime della rotta mediterranea erano state poco più di 5 mila. Ancora qualche numero: in tutto il mese di gennaio di quest’anno gli sbarcati in Italia sono stati 1.400 cioè meno della metà del gennaio 2025. Piantedosi l’ha vantata come gestione dei flussi, ma la differenza l’hanno fatta i naufragi. Il ciclone Harry, devastante conseguenza del cambiamento climatico, ha incrociato la crisi migratoria, o meglio il proibizionismo migratorio: i due grandi temi del nostro tempo. Ma intanto in Italia si parlava di coltellini e martellini.

Per quanto riguarda la responsabilità morale e materiale di questi naufragi, indubbiamente le più dirette sono quelle degli scafisti. Come si fa a far partire le barche con le previsioni metereologiche di ciclone? L’allerta meteo era stata data abbondantemente. E’ accertato che la stragrande maggioranza dei naufraghi provenga dagli accampamenti provvisori negli uliveti sul mare vicino a Sfax. In quella zona non mancano controlli polizieschi, militari e marittimi. Ma sembra che ultimamente, pur di ridurre la presenza dei migranti subsahariani, sia la stessa polizia a forzarli a partire.

Luca Casarini mi ha detto che non si esclude una corruzione della Guardia Costiera tunisina da parte di uno scafista noto col soprannome di Mauritania. Potenziata e foraggiata da Italia e Unione Europea, in questo frangente drammatico, la Guardia tunisina se n’è completamente infischiata di intercettare le partenze.

Ovviamente intercettare non è la stessa cosa di soccorrere e salvare ma in questo caso lo sarebbe stato. Logicamente è impossibile controllare perfettamente tutta la costa tunisina. Ma che tutte queste imbarcazioni siano partite perché la Guardia costiera tunisina non se n’è accorta è impossibile dopo tutti gli accordi col presidente Saied. Sembra incredibile, ma al momento in Tunisia non se ne parla.

Sono appena passati 15 anni dalla Rivoluzione dei Gelsomini e dalla immediatamente successiva ondata di partenze verso l’Italia. Fu anche un anno di tragedie del mare. Ricordo ragazzi della periferia di Tunisi entusiasti della libertà (“partiamo domani”) e poi scomparsi. Poi il tristissimo movimento delle madri degli scomparsi tunisini, convinti che i loro figli fossero in carcere in Italia impossibilitati a comunicare. Ma quelle partenze avvenivano nello sbandamento e nell’assenza della Guardia Costiera. Ora si parla di migliaia di subsahariani, emarginati e maltrattati in Tunisia senza soluzioni. Ci sono attivisti solidali anche in Tunisia ma fanno sempre più fatica a prendere la parola.

Il contrasto dei flussi da parte del governo italiano per interposta Tunisia questa volta ha preso le dimensioni di una tragedia grande.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/02/03/migranti-morti-mediterraneo-ciclone-harry-notizie/8279008/

 

scrive Luca Casarini:

Prendete mille cadaveri. Metteteli in fila, uno ad uno, la testa di quello prima che tocca i piedi di quello dopo. Dall’Altare della Patria fino a Palazzo Chigi, lungo tutta Via del corso. Ci stanno, è un kilometro circa. Perché ci sono i bambini piccoli oltre agli adulti. Misurano di meno in altezza. Ecco, un kilometro di morti, lungo il marciapedi così da non intralciare il traffico. Ma bisogna passarci accanto mentre ci si reca al lavoro, oppure a fare shopping in galleria.

Tocca scavalcarli, e allora lo sguardo forse viene rapito da quei volti tumefatti, da quei corpi gonfi d’acqua salata, coperti da vestiti sfilacciati come fossero fatti di alghe. Non sono più scuri di pelle, come quando sono nati, in Sudan, in Mali, in Niger, nella Costa d’Avorio e chissà in quali altri invisibili paesi. No, adesso sono grigi, quasi bianchi. Scoloriti dall’acqua che ha lavorato, lì in fondo al mare.

Il ministro passa pure lui, ma non si accorge di niente. E’ sulla sua auto blindata, corre veloce. Forse scorge da dietro il vetro, quelli che ai suoi occhi potrebbero essere sacchi di immondizia abbandonati ai lati della strada, segno del degrado urbano, una vera piaga per il decoro della capitale, lo ha sempre detto. E invece sono sacchi di ossa, di pelle, di occhi, di capelli, di denti, di mani e di piedi. Ma non ha tempo il ministro di fermarsi. E’ atteso nel Palazzo, per il decreto sicurezza. La violenza di Torino, di quei terroristi urbani. Bisogna colpire loro e tutta quella gente che si ostina a coprirli, partecipando alle manifestazioni. E colpire duro, con leggi speciali. Lo stato di diritto è diventato un intralcio alla “nazione”.

La violenza, la violenza!.

In mare non ci sono né lacrimogeni né fuochi d’artificio. Tutto è silenziato, avvolto dal rumore delle onde che sbalzano quelle bare galleggianti di ferro come fuscelli. Forse è per questo che la morte in mare di donne, uomini e bambini, nessuno la considera una violenza. Non fa rumore, non ci sono ne video né telecamere. E’ una morte che scivola via, sul fondo, portandosi dietro come fosse una palla al piede, le vite degli abbandonati. Dei più disperati di tutti che non possono avere nemmeno una tomba con il loro nome.

Non avranno una lapide, ma un numero però ce l’hanno: mancati sbarchi. Finiranno nei comunicati come un grande successo “delle politiche di contrasto all’immigrazione clandestina”.

da qui


A Radiotre

Potrebbero essere più di 1000 i morti nel Mediterraneo per il ciclone Harry. Le cifre ufficiali della guardia costiera parlano di 380 dispersi ma le ong temono che in quei giorni le vittime siano state molte di più. "La gravità di ciò che accade nel mediterraneo non si misura più nel numero delle vittime ma nel livello di indifferenza e assuefazione che accompagna queste stragi", queste le parole di Oliviero Forti della Caritas, parole che ci pongono qualche domanda. Come sono cambiate le nostre politiche sull'immigrazione? E come è cambiata in questi anni la nostra attenzione? Ospiti di Pietro Del Soldà Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale, Leonardo Martinelli, giornalista, collabora sul Maghreb da Tunisi per Repubblica e Stampa, Beppe Caccia, coordinatore delle operazioni di Mediterranea, padre Camillo Ripamonti, presidente del centro Astalli di Roma, Gianfranco Schiavone, vicepresidente ASGI, Associazione di Studi Giuridici sull'Immigrazione, ieri a Bruxelles ha partecipato al seminario "Ferite di confine" sulle proposte di riforma del sistema europeo dei rimpatri.

https://www.raiplaysound.it/audio/2026/02/Tutta-la-citta-ne-parla-del-04022026-50abe581-cf47-4440-b197-1bd55011c6a7.html

giovedì 5 febbraio 2026

Preti contro il genocidio

Sacerdoti cattolici provenienti da tutta Italia e da altri Paesi del mondo hanno dato vita alla rete “Preti contro il genocidio”, un’iniziativa nata per rispondere ai crimini dello stato di Israele contro la popolazione palestinese a Gaza e nei Territori Occupati.

I promotori spiegano che la nuova rete vuole essere una voce profetica e unitaria della Chiesa, capace di raccogliere le tante iniziative di denuncia e solidarietà già presenti nelle comunità. “Non siamo contro qualcuno, ma a favore di ogni vita umana”, affermano i promotori, “non possiamo tacere davanti a massacri, violenze e violazioni del diritto internazionale”.

Obiettivi chiari e azioni concrete

Il documento fondativo della rete individua alcuni punti chiave:

·         Pace e riconciliazione: annunciare il Vangelo di una pace “disarmata e disarmante”, come la definisce Papa Leone XIV.

·         Tutela delle vittime e legalità internazionale: denunciare crimini di guerra, genocidi e pulizie etniche, chiedendo il rispetto delle risoluzioni ONU e dei pronunciamenti della Corte Penale Internazionale.

·         Sostegno alle comunità cristiane in Terra Santa

·         Verità e responsabilità: promuovere indagini indipendenti sugli eventi del 7 ottobre 2023; che non si dimentichi la Nakba del 1948 con la rimozione forzata di oltre 700.000 palestinesi dalla loro terra; che si riconosca l’occupazione e il regime di apartheid che lo stato di Israele ha messo in atto in Palestina; che si faccia luce sulla propaganda mediatica israeliana mirata a far tollerale, negare o addirittura accettare l’attuale genocidio in atto nei confronti dei palestinesi…

 

 

La rete “Preti contro il genocidio” scrive a Parolin: “La Santa Sede eviti di aderire al Board of Peace per Gaza di Trump” - Alex Corlazzoli

 “La Santa Sede eviti di aderire alla proposta di entrare a far parte del cosiddetto Board of Peace di Donald Trump”. A lanciare questo appello al Vaticano con una lettera aperta al cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato di Sua Santità, è la rete “Preti contro il genocidio”. La missiva nasce da un discernimento pastorale e spirituale maturato nell’ascolto del dolore delle vittime, nella prossimità alle comunità colpite e nella convinzione che la parola “pace” debba restare inseparabile da veritàgiustizia e dignità umana.

I sacerdoti firmatari richiamano l’importanza di non indebolire i luoghi riconosciuti del diritto internazionale e di custodire la libertà profetica della Chiesa, perché essa resti credibile agli occhi di chi soffre. Nessun tono polemico ma un invito fermo e deciso che chiama in causa inevitabilmente anche il Papa: “Sappiamo bene che la sua risposta, riportata dai media circa la valutazione dell’invito di Trump ad entrare nel cosiddetto Board of Peace, sia stata dettata da prudenza diplomatica, ma al tempo stesso – cita la lettera rivolta al cardinale veneto – le facciamo presente che tra la gente comune, questa ‘valutazione’ crea sgomento e rischia di lasciar intendere che la Santa Sede possa davvero aderire a tale proposta. Con franchezza evangelica chiediamo che la Sede Apostolica prenda posizione e rifiuti apertamente l’invito ad entrare nel Board of Peace. E proprio alla luce di questa misura evangelica, vediamo alcuni rischi che ci paiono gravi”.

Di seguito la Rete elenca questi pericoli. Il primo: “La pace non può essere decisa senza i diretti interessati. Ogni percorso che incida sul futuro di Gaza, senza un coinvolgimento pieno e determinante delle popolazioni palestinesi, rischia di diventare un progetto ‘su’ di loro, più che ‘con’ loro. Una pace non partecipata difficilmente genererà dignità e riconciliazione; rischierà invece di lasciare ferite più profonde”. Il secondo rischio: “La Santa Sede non dovrebbe avallare cornici che indeboliscono i luoghi riconosciuti del diritto internazionale. La tradizione diplomatica vaticana ha spesso richiamato il valore del multilateralismo e della tutela dei civili. Un organismo percepito come alternativo o sostitutivo dei meccanismi Onu potrebbe, anche involontariamente, trasmettere l’idea che la forza e gli interessi prevalgano sulle regole comuni e sulla protezione dei più fragili”.

I preti portano all’attenzione un altro aspetto: “La ricostruzione non è un affare: è riparazione umana e morale. Qualsiasi piano che lasci spazio a logiche di profitto, speculazione o controllo tecnocratico, senza priorità chiare per la vita quotidiana della gente (case, scuole, ospedali, libertà, sicurezza, lavoro), contraddice la grammatica evangelica della compassione e della giustizia”. Da qui la richiesta di “sostenere canali trasparenti e inclusivi, in collaborazione con organismi umanitari affidabili e con le Chiese locali, senza che la Chiesa venga associata a logiche di potere o di interesse”.

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Anno giudiziario, il pg Zucca a Genova: “Rischio di involuzione democratica con la riforma. Il fine è il riassetto tra poteri” - Marco Grasso

“Il fine politico di imbrigliare l’azione del pm attraverso la separazione delle carriere, attraendolo inevitabilmente nella sfera dell’esecutivo, se non direttamente, attraverso il raccordo con la maggioranza parlamentare, è questione di tempo e appare ineluttabile, di qui il dovere di denunciare il concreto rischio di una involuzione della stessa democrazia”. È l’allarme lanciato da Enrico Zucca, procuratore generale di Genova, durante la cerimonia di apertura dell’anno giudiziario 2026. Un monito duro, quello del procuratore generale ligure, contenuto all’interno di un ragionamento molto articolato, che prende le mosse da una sentenza della Grande Camera della Corte di Strasburgo (Danilet contro Romania), che ha ribadito il “diritto di intervento” dei giudici nel discorso pubblico, su temi che riguardano la politica giudiziaria, “anche laddove il contesto storico politico o legale di un dibattito ha impegnative implicazioni politiche”. Un diritto che per chi riveste “posizioni apicali” è “anche un dovere di intervento”, a “difesa del sistema della giustizia”.

Un intervento applauditissimo, quello di Zucca, accolto da una sala gremita di magistrati, incentrato in larga parte sui rischi legati alla “riforma della magistratura”, “coperta dalla foglia di fico della separazione delle carriere”: “Mai nella storia delle riforme sono state avanzate e realizzate proposte di tale vasta portata sulla scorta di così fragili e ambigue evidenze (…) La riforma ha evidentemente altri fini, che non sono quelli della inutile e indimostrata inerenza alla struttura del processo accusatorio. Il fine ormai dichiarato è il riassetto dei confini tra i poteri con la riduzione della autonomia e indipendenza della magistratura. Lungi dal ritenere fisiologico il conflitto tra poteri in cui l’uno guarda e si difende dallo sconfinamento dell’altro, lo si vuole eliminare, per riaffermare la predominanza dell’assetto governativo parlamentare, con l’ausilio di collaterali e più importanti riforme costituzionali dirette all’accentramento del potere per derivazione plebiscitaria. Terreni già percorsi in altri Paesi in cui si riconosce la deriva autoritaria, il primo passo essendo stato la accresciute ingerenza nella scelta dei giudici anche attraverso la modifica degli organismi di autogoverno”.

Enrico Zucca invita a ragionare sui grandi problemi che affliggono la giustizia in Paesi che hanno abbracciato riforme simili a quella discussione in Italia. Un esempio è l’Inghilterra, spiega il magistrato, “un sistema che ha azione discrezionale, giudici ben separati dagli inquirenti”, e che però soffre comunque di processi lumaca, figli di “pluriennali mancanze di investimenti e quindi di risorse disponibili”: “E’ pertanto illusorio pensare che soltanto con migliore organizzazione a parità di risorse possano realizzarsi obiettivi di maggiore efficienza del servizio, specie in un sistema come il nostro fra i più complicati”.

Portare fuori il pm dalla cultura della giurisdizione, avverte Zucca, rischia di “scalfire quello che rimane l’obiettivo del processo penale, secondo la nostra tradizione storica e cioè l’accertamento dei fatti alla base della dichiarazione della responsabilità” e di fomentare “un’ottica agonistica nella fase inquirente”, che nei sistemi accusatori “è la radice degli errori giudiziari”.

Come in tutti i distretti in Italia, anche da Genova viene ribadito come il principale problema della giustizia sia la mancanza di investimenti adeguati: “Questo sistema, privo di adeguate risorse, non solo materiali, dalla tecnologia alla logistica, ma soprattutto personali, il tasso di scopertura degli uffici amministrativi raggiunge punte del 40%, una situazione che è parimenti evidente nelle forze dell’ordine, si regge dunque sullo straordinario lavoro e sul sacrificio di tutto il personale senza eccezioni. Notiamo come nessuna riforma organica è mai stata adottata, né concepita, per affrontare in radice le criticità del sistema processuale, che non possono essere risolte continuando ad agitare feticci ideologici tra modelli irreali definiti come accusatori o inquisitoriTutti i sistemi penali sono ingolfati, è bene rendersene conto, senza l’alibi comodo della ricerca del colpevole, qui, vedremo, la magistratura”.

Parte dell’intervento di Zucca è stato dedicato all’emergenza del sovraffollamento carcerario: “Il ricorso alla carcerazione si concentra, moltiplicando diseguaglianze, su persone spesso sofferenti psichiatricamente, affette da dipendenza, con marginalità sociale. Una tendenza che sembra disegnare il mero contenimento della cosiddetta classe criminale, per evocare il termine in uso nell’Inghilterra vittoriana. Le discariche sociali. Sono impostazioni di sistema, cui non possono ovviare l’impegno e la dedizione che ho riscontrato nelle direzioni degli istituti”.

Prima di essere nominato come magistrato inquirente più importante della Liguria, Zucca è stato un pm, tra i più i noti in Italia, che ha legato il suo nome ad alcune grandi inchieste, come quelle sul serial killer Donato Bilancia e sulle violenze alla Diaz durante il G8 del 2001. L’ombra del summit riaffiora anche nel discorso tenuto oggi: “Quest’anno segna la ricorrenza del venticinquennale del G8 di Genova 2001. Il diritto alla libertà di manifestazione in quei giorni si è trovato sopraffatto da una repressione in reazione a degenerazioni violente, ma minoritarie, una repressione che è stata stigmatizzata come la più grave violazione di diritti umani in una società democratica occidentale dal dopoguerra (…) Sul G8 non possono esserci ambiguità: si è trattato di una infamia e una aberrazione, le cose vanno viste come sono, senza veli di sorta. Negando questa premessa, è inutile discutere”. L’anniversario è un’occasione per mettere in guardia su possibili derive legate all’“impunità” degli agenti, già sanzionata dal Consiglio d’Europa, e ai rischi connessi ai decreti approvati (o in corso di approvazione in approvazione) dal governo in tema di sicurezza: “Non possiamo illuderci che, come nelle tendenze ispiratrici di ulteriori riforme in tema di sicurezza, l’ordine pubblico debba avere come postulati l’uso della coercizione e del contrasto militare, con garanzie di immunità funzionali di varia specie”.

“Sono certo – conclude Zucca – che le nostre istituzioni, la nostra polizia siano oggi in grado, proprio a causa di quel passato, di compiere scelte diverse e di capire che non si serve lo Stato, se si tradisce la legge. E’ un cammino che le istituzioni tutte debbono compiere insieme”.

da qui

mercoledì 4 febbraio 2026

Torino, martelli e Meloni: ma Askatasuna è libertà

 





MANIFESTAZIONI DI MASSA, VIOLENZA DI MINORANZA: IL COPIONE PERFETTO PER STRINGERE LE LIBERTÀ - Mario Sommella

Torino ci consegna l’ennesima scena doppia: una piazza larga e partecipata, e poi una “coda velenosa” di violenza che cambia il fuoco della narrazione. Nel mezzo, un rischio politico enorme: che l’ordine pubblico diventi il cavallo di Troia per ridurre gli spazi di dissenso, mentre le responsabilità individuali si dissolvono in un racconto di comodo.

C’è un punto che andrebbe scolpito prima di tutto: una manifestazione riuscita non è un dettaglio folkloristico da archiviare quando arrivano gli scontri. È un fatto politico. Migliaia, decine di migliaia di persone che attraversano una città, che dicono “ci siamo”, che mettono in strada corpi, rabbia, speranza, conflitto sociale, sono una notizia in sé. Eppure, quasi sempre, quel fatto politico viene triturato in pochi minuti da un’altra notizia, più semplice e più spendibile: le botte, il sangue, la paura.

A Torino è accaduto ancora. Un corteo partecipato e pacifico, poi la guerriglia urbana dopo il buio. Il risultato è il copione perfetto per chi, al governo, sogna una democrazia addomesticata: piazze “autorizzate” solo finché non disturbano, e repressione “preventiva” quando disturbano davvero.

IL MECCANISMO: LA PIAZZA VINCE, POI ARRIVA LA FIRMA DI POCHI
Il politologo Marco Revelli descrive da anni un rituale che si ripete: la grande maggioranza manifesta, sfila, tiene la linea; poi, quando la giornata finisce e la città si svuota, entra in scena un gruppo ridotto che “firma” la serata con la violenza. 

È qui che nasce il dubbio più corrosivo, quello che tanti avvertono ma che va maneggiato con rigore: possibile che questo finale ricorrente faccia comodo a qualcuno? Possibile che basti “lasciar fare” perché una minoranza trascini tutti nella cornice più utile al potere? Revelli stesso invita a non scivolare nella dietrologia, ma segnala un punto politico reale: quando la gestione dell’ordine pubblico è sconsiderata o passiva, il finale può diventare prevedibile. 

E non è una questione astratta, perché il “finale” produce conseguenze concrete: feriti, arresti, campagne mediatiche, norme nuove.

RESPONSABILITÀ: CHI PICCHIA VA FERMATO, IDENTIFICATO, PROCESSATO
Qui non servono ambiguità. Chi aggredisce un agente isolato, chi usa oggetti contundenti, chi trasforma una piazza in un ring commette reati e va perseguito. Punto. Non “perché lo chiede il governo”, ma perché lo chiede lo Stato di diritto: la libertà di manifestare non è la libertà di devastare, e la solidarietà politica non può diventare copertura penale.

Su questo terreno, la richiesta è una sola: indagini rapide, ricostruzione completa, responsabilità individuali accertate. La cronaca parla già di arresti effettuati anche con il meccanismo della flagranza differita. 
Bene: si vada avanti fino in fondo, senza scorciatoie e senza propaganda.

MA LA LEGGE VALE PER TUTTI: ANCHE PER CHI PORTA IL CASCO E IL MANGANELLO
L’altra metà della scena non può essere cancellata. Le testimonianze e i video circolati descrivono lacrimogeni ad altezza d’uomo, cariche, manganellate, persone colpite mentre sono a terra, e una pressione che non risparmia chi documenta. In uno dei racconti più citati, un fotografo prova a identificarsi mentre viene trascinato; in un altro, si vede un ferito con una lesione profonda alla testa e attorno la richiesta di soccorso. 

Non è “tifo contro la polizia” dire che anche questi fatti vanno verificati, e se confermati vanno sanzionati. È esattamente il contrario: è pretendere professionalità, proporzionalità, controllo, trasparenza. Perché la divisa non è un lasciapassare morale, e la sicurezza non coincide con l’impunità.

IL DECRETO SICUREZZA: QUANDO LA PAURA DIVENTA MATERIA PRIMA LEGISLATIVA
Ed eccoci al punto politico decisivo. Dopo gli scontri, il governo ha annunciato un’accelerazione sul nuovo “decreto Sicurezza”, con riunioni a Palazzo Chigi e l’ipotesi di un via libera in tempi strettissimi. 


Tra le misure che vengono riportate nel dibattito pubblico spicca lo “scudo penale” per le forze dell’ordine (e in alcune ricostruzioni anche per altre categorie), cioè un meccanismo che punta a rendere più difficile o più tardiva l’iscrizione nel registro degli indagati in presenza di cause di giustificazione come la legittima difesa o l’uso legittimo delle armi. 

Qui la domanda non è ideologica, è costituzionale: uno Stato di diritto si regge sulla controllabilità del potere, non sulla sua immunità preventiva. Se esiste un abuso, si accerta. Se non esiste, si archivia. Ma l’idea di sterilizzare a monte la possibilità di controllo giudiziario è un salto culturale pericoloso: la forza pubblica non deve “temere la legge”, deve incarnarla.

E c’è un altro rischio, ancora più sottile: che il pacchetto sicurezza venga venduto come “risposta ai facinorosi”, ma finisca per colpire soprattutto chi facinoroso non è, cioè la parte grande e pacifica delle piazze. Perché la storia insegna questo: quando restringi gli spazi, non selezioni i violenti; selezioni i poveri, i giovani, i movimenti, chi ha meno voce e meno tutela.

INFILTRATI? IL DUBBIO VA PRESO SUL SERIO, MA SENZA TRASFORMARLO IN ALIBI
In ogni ciclo di protesta torna la parola “infiltrati”. A volte è una verità storica (perché i poteri lo hanno fatto e lo fanno). A volte è un modo per non guardare in faccia le responsabilità reali dentro i movimenti. Qui la postura corretta è una sola:

I) non trasformare il dubbio in una certezza utile solo a consolarsi
II) non liquidare il dubbio come paranoia, perché i precedenti esistono
III) pretendere fatti: identificazioni, dinamiche, catene di comando, tempi di intervento, scelte operative

In altre parole: la magistratura e gli organismi di controllo facciano il loro mestiere, e lo facciano alla luce del sole. Perché se le violenze di pochi diventano l’alibi per ridurre le libertà di molti, allora quei pochi hanno già vinto due volte.

COME SI DIFENDE UNA PIAZZA SENZA REGALARLA ALLO STATO DI POLIZIA
La linea, per chi ha a cuore i diritti e non vuole regalare argomenti alla destra securitaria, è scomoda ma necessaria:

I) isolare politicamente chi cerca lo scontro, senza ambiguità e senza romanticismi
II) costruire pratiche di protezione della manifestazione (anche interne), perché una piazza è un bene comune
III) pretendere regole di ingaggio chiare e verificabili per l’ordine pubblico: proporzionalità, tracciabilità, tutela di giornalisti e soccorso immediato ai feriti
IV) respingere l’equazione “più repressione uguale più sicurezza”: la sicurezza vera è fiducia nelle istituzioni, non paura delle istituzioni

La verità è semplice e dura: le piazze che funzionano spaventano chi governa male. Per questo ogni “coda violenta” diventa un regalo politico: sposta l’attenzione dal motivo della protesta alla sua punizione. Ma se accettiamo questo ricatto, abbiamo già perso.

Si indaghino e si puniscano i responsabili delle violenze, uno per uno. E si indaghino, con la stessa determinazione, eventuali abusi nelle cariche, nelle modalità operative, nella gestione di chi documenta. Perché la democrazia non si difende scegliendo tra violenti e impuniti: si difende applicando la legge a tutti, e proteggendo il diritto di dissentire proprio quando qualcuno prova a trasformarlo in un reato.

 

A Torino matrice eversiva - Gianni Gatti

Parla Piantedosi: “In azione potenziali terroristi”. C’è la stretta: super-Daspo e fermo preventivo

Il titolo della prima pagina della “bujarda” di oggi.

E questa è solo una delle voci del coro che non aspettavano altro per dare via libera a Piantedosi, Meloci e& Co a forme giuridiche di repressione aumentata.

Il tema è la manifestazione di 50.000 persone a Torino contro la chiusura avvenuta del centro sociale Askatasuna , in cui durante lo svolgimento pacifico alcune frange hanno scelto per tutti la battaglia con la polizia (vetrine rotte cassonetti, bombe carta, petardi, legnate ai poliziotti pescati isolati e via dicendo, per un totale di circa 100 poliziotti feriti), ovvio nel conto, anche quelli che si sono spelati un dito e fanno numero per dare forza a questa tesi di necessità repressiva.

Per quello che vale la mia opinione di persona per la pace, non pacifista ideologico, (personalmente non porgo l’altra guancia, se mi attaccano mi difendo come posso) mi pare ci sia da riflettere, non conosco la tesi di chi si è organizzato appositamente per arrivare a questa battaglia ed ha programmato questi episodi

Ovviamente lo faccio da un punto di vista politico, non preconfezionato e porrei alcune domande:

Cosa ha aggiunto questo comportamento alla manifestazione partecipata la violenza di parte?

Si pensava di vincere contro una forza preponderante e organizzata come i corpi antisommossa?

Quale messaggio viaggia su queste ali verso chi, timoroso si è visto suo malgrado coinvolto o verso chi non ha partecipato proprio perché temeva per la propria sicurezza ( a ragione o a torto chi può biasimare?)

E’ partito il coro delle cornacchie, anche di sinistra contro i potenziali terroristi, quelli che se era al comando Minniti o Guerrini li chiudeva su un isola e buttava la chiave (come in parte fa la Meloni)

Oppure questa violenza forzata era una prova di forza cercata per attrarre sgarrupati senza un progetto politico o aggregazione che correvano a sfogarsi ?

Secondo me non è chiaro il momento generale e globale dell’attacco della finanza mondiale alle condizioni di vita e di lavoro ovunque ed in Italia in particolare, dove i partiti istituzionali li senti solo dopo queste occasioni per buttare benzina sul fuoco e stigmatizzare i violenti, non per spiegare le cause a monte.

Così come titola la Stampa, ma non solo, si aprono “autostrade repressive giuridiche”, si stracciano i diritti dal posto di lavoro alla società e anche fra nazioni verso una destra poliziesca come concezione, che non ha neppure più un anelito sovranista di indipendenza, se mai lo ha avuto.

Piantedosi non poteva chiedere di più, ma per qualcuno quel comportamento era indispensabile.

Come le fughe in avanti per formare attraverso unioni di vertici di gruppi dell 0,…. nuovi partiti che senz’altro trascineranno alla …vittoria finale. La confusione nel movimento regna sovrana

Alla prossima manifestazione molti ci penseranno due volte a partecipare in questo incrudimento repressivo. Oggi se ti mettono dentro anche solo per 10 giorni puoi perdere il posto di lavoro e avrai una marea di problemi a campare con quel curriculum sulle spalle…

Mi pongo e rilancio queste domande banalmente pragmatiche e dubbi, perché non vedo vantaggi nell’accaduto (e non sarà l’ultima volta)

Non lo vedo dal punto di vista: erano 50.000, che è apprezzabile ovvio, ma dal punto di vista qual’era l’obiettivo generale della manifestazione, per quale risultato.

Ritornerà una possibilità dopo questo fatto che risorga un Askatasuna nuovo e diventi un centro sociale frequentato, produttivo e aggregante come lo è stato quello di Borgo Vanchiglia?

Nei Talk show non parlano del PERCHE’ SONO STATI SGOMBERATI QUEI CENTRI, MA DEGLI ASPIRANTI TERRORISTI COME LI DEFINISCE Piantedosi.

Lui fa solo il suo sporco mestiere.

Mille analisi si leggono sui social, raccontano il momento dal punto di vista economico, ambientale, produttivo, di relazioni, ecc. La vita è sempre più complicata per tanti motivi e uno degli aspetti è che NON C’E’ al momento una reale adeguata OPPOSIZIONE politica, mille reti e gruppi territoriali che si muovono senza un raccordo, una forma di aggregazione su un progetto sociale e infine una normale, sentita manifestazione diventa la prova di assalto “al palazzo d’inverno”

Secondo me è una follia. La sicurezza di chi manifesta deve essere garantita almeno da accordi fra gli organizzatori, perché fra un po’ saremo nella condizione come alle elezioni dove il 55 % se ne frega e non vota, ma soprattutto non fa nulla per cambiare la situazione giorno per giorno.

Avere coscienza dei tempi che corrono è fondamentale, come delle forze in campo, della disgregazione anche motivata, delle differenze culturali.

Come pensare che nella situazione attuale dalla Palestina o dall’Ucraina crescano forti opposizioni gestite e capaci di cambiare la storia

Siamo in un momento in cui le motivazioni per protestare e opporsi non mancano certo, ma se non c’è un lavoro di dialogo e aggregazione inclusiva, un elaborazione politica di obiettivi comuni affiancata dall’abitudine di frequentarsi e confrontarsi siamo davvero poca cosa.

 

 

Ancora sui fatti di Torino - Eric Gobetti

Fermo restando che la violenza su una persona inerme è sempre condannabile, la violenza della polizia è strutturalmente più grave di quella dei manifestanti. Per due ragioni. Primo: il compito della polizia è proteggere i cittadini e permettergli, tra le altre cose, di esprimere il proprio diritto costituzionale al dissenso. Creare condizioni di insicurezza fisica a decine di migliaia di cittadini è sintomo di grave incompetenza o di criminale attacco alla libertà di espressione. Secondo: la polizia è armata e protetta. In caso di conflitto un civile è sempre una vittima inerme. Se vale per le foibe, deve valere anche per Gaza e per Torino. Il poliziotto aggredito in corso Regina è già a casa e sta bene, perché era preparato, addestrato e vestito adeguatamente per lo scontro, in quanto militare pagato dallo Stato per affrontare rischi del genere. Il signore in foto, aggredito a Torino da poliziotti senza numeri identificativi, è una vittima inerme di un abuso di potere: avrebbe potuto anche essere ucciso e, come sappiamo da altri casi analoghi, quasi certamente il colpevole sarebbe rimasto impunito. Un rappresentante dello Stato che si preoccupa di un singolo poliziotto lievemente ferito e ignora (o peggio criminalizza) decine di cittadini inermi aggrediti da persone armate, si schiera implicitamente dalla parte dei violenti, degli incompetenti e dei criminali. E contro tutti gli italiani che giustamente chiedono sicurezza e libertà di espressione. In sostanza, contro la democrazia.

#torinoresiste 

#libertàdidissenso 

#poliziademocratica

 

 

Di cosa ci parla la violenza? - Marco Meotto

Hey, hey, abbasso la polizia. Che vi siano spezzate le ossa”. Così recita il ritornello di un’antica canzone di lotta del Bund, il glorioso partito socialista rivoluzionario degli ebrei russi e polacchi di inizio Novecento.
Ho in testa il ritornello in yiddish di questa canzone (Hey, hey, daley polizei!) dal tardo pomeriggio di sabato 31 gennaio, quando una manifestazione ben riuscita, popolata da decine di migliaia di persone, si è conclusa con oltre due ore di durissimi scontri tra polizia e centinaia, se non un migliaio, di manifestanti, piuttosto ben attrezzati per la “guerriglia urbana”.
Vorrei partire da questa personalissima libera associazione di idee per provare un esercizio, scomodo e molto controcorrente, di analisi dei disordini di sabato in una chiave diversa da quelle che sinora sono state adottate – e che si possono semplificare in condanna netta (da destra) e dissociazione (da sinistra). Vorrei spostare il discorso sul piano più generale del rapporto, a mio modo di vedere piuttosto ipocrita, che abbiamo nei confronti della violenza di piazza e dei suoi significati simbolici.
Faccio una premessa di metodo: nel mio ragionamento non mi soffermerò sulla domanda, più che legittima, del cui prodest, non perché non la ritenga importante (anzi, è importantissima e mi inquieta), ma perché una tale domanda sottende altro. E vale a dire invita a pensare che gli scontri siano stati, se non direttamente provocati da infiltrati, in qualche modo cercati e costruiti come “trappola” per delegittimare un movimento di massa. Indipendentemente da fattori che è bene non escludere mai – gli apparati di Stato si infiltrano a prescindere nelle frange più radicali – questo tipo di lettura, tutto teso a cogliere i fini e non le cause, tende a negare o a ridimensionare al minimo la soggettività di chi concretamente gli scontri li ha condotti. E, a meno di pensare che gli infiltrati e i provocatori fossero centinaia e centinaia, questo modo di procedere non ci aiuta ad andare a fondo.
Spesso lo sguardo sulle forme violente di conflitto sociale è affetto da una singolare miopia selettiva, una forma di schizofrenia storica e geografica che depotenzia completamente la nostra capacità di comprendere il presente. Qualcuno avrà smesso di leggere già a questo punto, ritenendo che gli incidenti di sabato scorso non possano essere intesi come “conflitto sociale”, ma cosa sono centinaia di persone che si scontrano in piazza con la polizia se non una forma estrema e violenta – discutibilissima, se si vuole – di conflitto sociale?
Da storico, sulla scorta di lezioni preziosissime come quelle di E.P. Thompson, quando ho studiato le rivolte del passato – i moti per il pane nell’Inghilterra del Settecento, il luddismo che fracassava i telai, le sollevazioni delle plebi urbane ottocentesche – mi sono sempre concesso il lusso dell’analisi complessa. Ho ritenuto legittimo scavare nelle condizioni materiali, nella rottura di patti sociali non scritti, nell’economia morale violata. Diciamo: “Erano disperati”, “Vivevano sotto un’ingiustizia intollerabile”. La violenza sociale, agli occhi dello storico, diventa un linguaggio, rozzo – magari moralmente non condivisibile – ma decifrabile, l’ultimo vocabolario a disposizione di chi è stato privato di ogni altra parola.

Osservo che lo stesso sguardo, più propenso al comprendere che al giudicare, è spesso riservato anche a forme estreme di conflittualità o rivolta che ci appaiono distanti nello spazio. Di fronte alle immagini di una protesta che degenera in scontri violenti in qualche capitale lontana, o di una folla che si riversa in piazza mettendo a ferro e fuoco le strade in una grande città (possibilmente non europea), ci trasformiamo immediatamente in sociologi. Proviamo a cercare le cause profonde: “è l’eredità del colonialismo”, “è la disoccupazione endemica”, “è la repressione di un regime autoritario”. In questi casi, la violenza – almeno negli osservatori che guardano da sinistra – non è mai ridotta a semplice criminalità, a terrorismo nichilista. Piuttosto è il sintomo tragico e comprensibile di un male sociale radicato. In questo senso lo sguardo è esotico, colloca i fenomeni sociali in un contesto così distante e “altro” da noi da poterli analizzare con distacco, senza sentire minacciato il nostro ordine di cose vigente.
Il paradosso emerge quando invece rivolgiamo lo sguardo al conflitto urbano, quando avviene qui ed ora, sotto i nostri occhi. Per i fatti di sabato scorso l’attrezzatura analitica svanisce. Subentra immediatamente il registro patologico della criminalità: “teppisti”, “violenti”, “agitatori professionisti”, “black bloc”, “terroristi”. È una lettura, spesso fatta da politici o da chi si ritiene tale, che, però, depoliticizza i fenomeni. La violenza viene osservata come un atto di pura insensatezza, per qualcuno da reprimere, per altri da allontanare con verbose condanne. Questo finisce per legittimare, in un modo o nell’altro, la narrativa che propone lo stato d’eccezione, non quella che prova a comprendere le ragioni sociali profonde di un fenomeno.

L’insegnamento di Thompson diventa una bussola preziosa per evitare questa trappola. Studiando le trasformazioni sociali tra Settecento e Ottocento, Thompson ci ha insegnato a non chiederci solo cosa faceva la folla, ma soprattutto cosa intendeva fare, a quale codice morale o consuetudinario si stesse, in modo più o meno esplicito, richiamando.
Nelle società preindustriali, la violenza collettiva spesso tracimava quando veniva violato un confine preciso: il prezzo del pane che superava la soglia della fame, una recinzione che rubava una terra di uso comune. Oggi, quali sono le “enclosures”, i confini simbolici violati? Potrebbero essere l’impossibilità di accedere a una casa nonostante un lavoro, la percezione che la mobilità sociale sia un ascensore bloccato, la sensazione che la partecipazione democratica si sia ridotta a un rituale vuoto, la trasformazione dello spazio urbano in aree riservate che esclude, la consapevolezza che la la guerra è dietro l’angolo ed è pronta a mangiare le nostre vite (le “nostre” e non quelle delle élite che ce la presentano come necessaria, sia chiaro)?

C’è poi la questione del rapporto con lo Stato. Me lo hanno suggerito direttamente i commenti politici più insistenti (“Hanno attaccato lo Stato”, “vogliono sovvertire lo Stato”).

Cosa può rappresentare oggi lo Stato agli occhi di chi non ha mai conosciuto la sua versione buona, “welfaristica” da trentennio glorioso? C’è ormai una generazione e mezzo che ha conosciuto solo la versione rude dello Stato, quello neoliberale, che taglia i servizi, che rinchiude nei Cie, che ferma gli operai dell’Ilva quando chiedono che il lavoro sia tutelato, che esegue gli sfratti su mandato dei palazzinari, che non fa nulla per contrastare condizioni di lavoro così orribili che ci riportano indietro di un secolo e mezzo, ma che trova i miliardi per il piano di riarmo europeo.
Sembrerà una banalità, ma nelle nostre società, lo Stato è onnipresente nella sua forma repressiva: le forze dell’ordine sono il volto immediato dell’autorità. Lo scontro con loro non è quindi solo uno scontro fisico, ma uno scontro simbolico con chi è ritenuto il guardiano di un ordine ingiusto. Dopotutto non è questa stessa percezione che riconosciamo guardando una rivolta contro un regime estero che ci viene dipinto come una “autocrazia”?
Guardare con occhio storico i fatti di Torino di sabato scorso evita di trasformarci in moralisti che disquisiscono con razionalità e distacco di come si dovrebbe davvero fare una politica di sinistra. Significa guardare la violenza e non domandarci in primo luogo “come la condanniamo?”, ma chiederci “che cosa vuole comunicarci?”.

 

 

Dentro il corteo - Giorgio Monestarolo

Percorrendo avanti e indietro l’enorme corteo di sabato 31 gennaio, Torino partigiana, percepivo chiaramente una voglia di lottare, di partecipare, di gridare che ne avevamo abbastanza di un governo che se non è fascista è certamente nostalgico del fascismo. Con la stessa chiarezza comprendevo però che queste stesse persone non avevano nessuna voglia di scontrarsi con la polizia anzi, al contrario, speravano che Aska si mettesse davvero alla testa di un grande movimento antifascista e popolare.

Qui sta la contraddizione, i due cortei che apparentemente hanno sfilato per un lungo tratto insieme, ma che alla fine si sono rivelati diversi. Molta della delusione che ritrovo nelle chat, nei commenti del giorno dopo, nelle parole che scambio con gli amici e con i compagni nasce da questo desiderio che, essendo irrealistico, non poteva realizzarsi. Molte delle critiche che si rivolgono ad Aska per gli scontri, le violenze, l’insensatezza politica di un’azione che non potrà che portare ad altra repressione e ad altre divisioni a sinistra, nascono dal fatto che questa enorme moltitudine continua a non pensarsi come soggetto politico e cerca, disperatamente, qualcuno che possa rappresentarla.

Per tornare coi piedi per terra bisogna invece guardare ad Aska per quello che è in questo momento. Aska rappresenta due cose: da una parte, un mondo giovanile delle periferie o del centro, poco importa, che non ha spazi, che non ha luoghi, che non ha punti di riferimento e che nel mito di Aska ribelle cerca un principio di identificazione. Questi giovani hanno dentro rabbia e disillusione, un po’ come tutte le generazioni giovanili che si affacciano alla vita in una società, complessa, alienante come è la società postindustriale. Dall’altra parte, Aska ha una generazione più vecchia, con una lunga esperienza militante e politica, che è ben consapevole dei limiti dell’identità ribellistica e giovanilistica. Sono quelli che in questi anni hanno costruito un’ampia e vasta rete di alleanze sociali e politiche. Lo sgombero violento e forzato della polizia a dicembre 2025 ha fatto saltare l’equilibrio. I giovani non ci stavano ad accettare che la loro identità fosse cancellata. La mediazione, è stata il grande corteo del 31, un corteo che ha permesso ai manifestanti pacifici di sfilare in sicurezza e ha lasciato nell’ultimo tratto la possibilità alla componente giovanile di scontrarsi con la polizia ed esprimere, nel gergo antagonista, “la sua soggettività”.

In questo modo, non ci sono stati scontri lungo il corteo, non ci sono state vetrine rotte, macchine bruciate, manifestanti pacifici manganellati dalla polizia, cariche capaci di colpire nel mucchio. Il prezzo politico è stato di sacrificare le alleanze e soprattutto di frustrare quel desiderio così chiaro di schierarsi dietro Aska, come ultimo baluardo di una politica che non c’è. Tutte le critiche politiche ad Aska possono essere legittime. Ma dobbiamo anche domandarci: senza di loro, chi terrebbe un filo diretto, un contatto con una gioventù insoddisfatta, spesso marginalizzata sul piano sociale, ma ancora più spesso su quella culturale?

Torniamo ancora sulle violenze. Cosa sono state alla fine? Tafferugli, petardi e bombe carta. Certo, giovani con i caschi, gli scudi preparati agli scontri ma alla fine nulla a che fare con la guerriglia urbana o con scene di violenza indiscriminate. Anche il poliziotto accerchiato, una brutta scena, risulta un tassello di un mosaico e non il tutto. Sappiamo che prima lo stesso poliziotto manganellava a terra un manifestante. Sappiamo che, per fortuna, il famoso martello era in realtà un martelletto, e che potendo fare danni irreparabili in realtà è stato sbattutto sul giubbotto antiproiettile. Si giusifica questo comportamento? No, ma allo stesso tempo non lo si può trasformare in qualcosa di mostruoso, in qualcosa di più grave di quello che già è.

Quale lezione trarre? Intanto, sappiamo che il governo oltre a reprimere, rubare, mal governare non sa fare. Cerca disperatamente un nemico per coprire il nulla che ha realizzato in tre anni, lasciando il paese letteralmente in mutande. Il malcontento e la rabbia non potranno che crescere ma sappiamo, anche, che questo malcontento deve trovare una strada di espressione che sia a tutto tondo politica. Quello che urge è la costruzione di un nuovo soggetto politico che federi e unisca attraverso una fase costituente, anche lunga, tutti coloro che dal basso si sono mobilitati contro la guerra, il genocidio, il disastro sociale e ambientale prodotto dai governi precedenti e portato all’estremo da quello dei profascisti. In questo cammino, che non so se mai giungerà a termine, Aska avrà un ruolo. Non quello immaginario dei desideri impossibili ma quello che nasce dal riconoscersi differenti, anche se dalla stessa parte.

 

 

SERGIO SEGIO su FB

Come mostrano le cronache e il dibattito dopo gli scontri a Torino nella manifestazione contro lo sgombero di Askatasuna, il doppio standard e gli strabismi nel giudizio politico e morale sulla violenza si sono fatti senso comune, la torsione della verità è divenuta tanto più spudorata quanto più incontrastata

Nel mio libro Miccia corta c’è anche un apparato iconografico. Una delle fotografie lì contenute, e qui sotto riportata, mostra un corteo sindacale della fine del 1969, successivo alla morte in piazza dell’agente della celere Antonio Annarumma, rimasto accidentalmente ucciso (in uno scontro tra due jeep della polizia, secondo filmati e testimoni) durante scontri tra polizia e manifestanti. Nell’immagine, un operaio tiene alto un cartello che ricorda all’allora presidente della Repubblica: «Saragat! Operai 171, poliziotti 1».

Dopo la morte di Annarumma si scatenò una virulenta campagna politico-mediatica contro operai in lotta, sindacati e partiti di sinistra, che allora facevano il proprio dovere, cioè sostenevano le classi sociali più deboli e denunciavano, nelle aule parlamentari e fuori, le malefatte dei governi democristiani, talvolta sorretti dai voti del partito neofascista. Quel partito si chiamava Movimento Sociale Italiano, aveva come fondatore e segretario Giorgio Almirante, già capo di gabinetto del ministero della Cultura durante il regime fascista, nonché capo redazione de “La difesa della razza”, rivista antisemita e razzista dell’epoca. In quel partito militarono anche alcuni di coloro che sono attualmente al governo in Italia. E che, naturalmente, sono quelli che più forte strillano in questi giorni, dopo gli scontri di Torino alla manifestazione di protesta per la chiusura di Askatasuna.

A quel partito neofascista si rivolgevano anche le simpatie e si convogliavano i voti di una cospicua parte dei poliziotti e carabinieri dell’epoca. Così come di capi eversivi e di generali golpisti (tra di loro Ciccio Franco e Vito Miceli) poi regolarmente eletti e portati in Parlamento proprio dall’MSI per salvarli dalle rare e sempre inconcludenti indagini giudiziarie, invece molto solerti ed efficienti nella repressione contro operai, studenti e militanti della sinistra extraparlamentare. Pure una parte non marginale della magistratura, infatti, era esplicitamente conservatrice quando non di estrema destra. Del resto, molti dei vertici delle polizie, dei servizi segreti e della magistratura ancora provenivano dai ranghi del regime mussoliniano, essendo stati provvidenzialmente salvati e prontamente reintegrati dalle ripetute amnistie e mancate epurazioni dopo la Liberazione. Epurazioni che, invece, colpirono ed emarginarono i partigiani.

Quelle 171 vittime non hanno mai ottenuto alcuna giustizia. E neppure le vittime della legge Reale: varata nel maggio del 1975 (con l’opposizione del PCI, che però successivamente si schierò contro il referendum abrogativo) limitava il diritto di manifestare e rendeva non perseguibile qualsiasi eccesso o uso improprio delle armi da fuoco da parte delle forze dell’ordine; in sostanza una repressione del dissenso e uno scudo penale simile a quello che vuole ora imporre il governo Meloni strumentalizzando gli scontri avvenuti a Torino.

Dall’entrata in vigore di quella legge al 1989 le forze dell’ordine provocarono 254 morti e 371 feriti, un terzo dei quali in assenza di qualsivoglia reato. Uccisioni e ferimenti rimasti regolarmente impuniti. Così come i tanti altri, prima e dopo, avvenuti a opera di uomini e apparati dello Stato.

Erano anni di piombo, ma non nel senso fraudolento divenuto comune, bensì in quello originario del film di Margarethe von Trotta. Successivamente, le polizie, ormai non più controllate e “calmierate” dai partiti della sinistra e da una stampa non asservita, hanno consolidato la propria facoltà di violenza sproporzionata e gratuita in piazza contro manifestanti e dissenzienti, la pretesa di impunità e i propri riferimenti ideologici e politici.

Chi si ricorda dei coretti a Genova quando, dopo aver ucciso Carlo Giuliani in piazza Alimonda, dopo la “macelleria messicana” alla Scuola Diaz, dopo aver rastrellato manifestanti feriti negli ospedali e averli portati alla caserma di Bolzaneto, mentre li torturavano, carabinieri e celerini cantavano: «uno, due, tre viva Pinochet, quattro, cinque, sei morte agli ebrei, sette, otto, nove il negretto non commuove»? 

Come del resto, nessuno in precedenza aveva chiesto la cacciata o almeno il prepensionamento di quel “professor De Tormentis”, al secolo questore Nicola Ciocia, messo a capo di una squadra di poliziotti torturatori voluta dal ministero dell’Interno contro i militanti della lotta armata, un signore che si faceva intervistare con un busto di Mussolini sulla scrivania e si dichiarava orgogliosamente «fascista mussoliniano».

Non erano né gli anni Cinquanta né più i Settanta: era il 2001. Al governo, con Silvio Berlusconi, vi erano quelli stessi eredi del neofascismo italiano che si erano fatti le ossa nelle sezioni del MSI e che in quei momenti di “democrazia sospesa” (e mai più ripresasi, viene da dire). Mentre i massacri e le torture erano in corso, in veste di ministri e di vicepresidenti del Consiglio arringavano e sostenevano le polizie direttamente nella sala operativa della questura e del comando dei carabinieri di Genova e nella stessa caserma di Bolzaneto.

Eppure, allora, pur se non si arrivò a istituire una Commissione parlamentare d’inchiesta, le opposizioni di sinistra e i media, magari in parte, con prudenze, autocensure e timidezze, contribuirono a fare conoscere la verità dei fatti, a denunciare l’accaduto. Il finale non è stato granché diverso, poiché diversi responsabili in divisa della mattanza genovese furono persino promossi.

Adesso, invece, come mostrano le cronache e il dibattito dopo Torino, il doppio standard e gli strabismi nel giudizio politico e morale sulla violenza si sono fatti senso comune, la torsione della verità è divenuta tanto più spudorata quanto più incontrastata.

Con la memoria, ci è stata infine tolta anche la voce e la volontà di stare dalla parte del torto, quella degli oppressi, delle vittime del potere e della repressione.

Non c’è più nessuno, se non minoranze marginali senza più ascolto, che abbia il coraggio di gridare ad alta voce: «Mattarella! Manifestanti 171, poliziotti 1».

Anche perciò quando, dopo Askatasuna, verranno a prendere pure voi – e state pur certi che verranno, perché il fascismo è come lo scorpione dell’apologo – non ci sarà più nessuno a difendervi.

 

 

comunicato Askatasuna
«Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito», spesso attribuita a Confucio, anche se più correttamente riconducibile alla tradizione zen/buddista.
Il senso è semplice e potente: ci si può perdere nel mezzo e mancare il significato, fermarsi alla superficie senza cogliere ciò che davvero è in gioco. È un proverbio utile oggi più che mai, per non perdere la bussola e andare a ruota della macchina narrativa costruita e alimentata dal governo e dai media mainstream a esso supini, a partire da ciò che è accaduto nella manifestazione del 31 gennaio.
Il corteo nazionale contro lo sgombero di Askatasuna è stato un successo al di là di tutte le aspettative. Lo sappiamo noi e lo sa, soprattuto, il governo. Un passaggio fondamentale di un percorso nato dallo sgombero di un centro sociale simbolo di resistenza, capace di far convergere centinaia di realtà e oltre 50.000 persone in una manifestazione a difesa degli spazi sociali, delle pratiche di libertà e contro il governo Meloni. Una vera boccata d’ossigeno in un contesto politico, nazionale e internazionale, segnato da guerre, colonialismo, repressione e da un clima generale che farebbe accapponare la pelle anche ai più ottimisti. In un tempo dominato da politiche guerrafondaie, dall’oscuramento delle questioni ecologiche, da misure sessiste, omofobe e discriminanti, lo sgombero di uno spazio sociale storico è diventato occasione per ricostruire legami, riconoscersi, ritrovarsi. Questo è un fatto politico enorme. La manifestazione ha dato spazio ai tanti soggetti e alle molte storie che compongono la piazza, permettendoci di sentirci più forti e meno soli, mentre la controparte affila gli artigli e accompagna il Paese verso una deriva autoritaria sempre più esplicita, che guarda con ammirazione a modelli violenti e reazionari, dagli USA alle peggiori esperienze europee. E proprio dagli Stati Uniti – Minneapolis insegna – arrivano segnali di resistenza e solidarietà diffusa che parlano anche a noi.
Al termine della manifestazione, una parte del corteo ha deciso di proseguire in corso Regio Parco e un’altra parte, numericamente significativa, ha deviato in Corso Regina per avvicinarsi allo stabile di Askatasuna, oggi murato e devastato al suo interno dai vari distruttori in divisa. In corso Regina, l’apparato repressivo messo in campo dal governo Meloni e dal ministro Piantedosi ha risposto subito alla deviazione con una forza sproporzionata, scaricando centinaia di lacrimogeni sullo spezzone. Questa gestione muscolare, coerente con quanto visto nei giorni precedenti (quasi 800 fermi e identificazioni, intimidazioni, minacce), è stata però colta di sorpresa. Non si aspettavano che lo spezzone colpito reggesse l’urto, resistesse, avanzasse metro dopo metro, senza panico né tentennamenti con l’obiettivo di avvicinarsi a uno stabile che è stato strappato come uno scalpo dal governo per cancellare un pezzo di quella storia partigiana che ha caratterizzato da sempre Torino e che mai gli andata giù. Quella disponibilità alla resistenza è la stessa che vediamo da mesi nelle piazze contro il genocidio in Palestina: indica che esiste una parte della popolazione, soprattutto giovane, che non si rassegna a stare calma, che è sempre meno disposta ai posizionamenti mediani ed è pronta a tracciare un confine netto. Corteo del 20 dicembre, corteo del 31 gennaio: se tanta gente, così varia e così determinata, si è vista in piazza due volte in due mesi bisognerà farci i conti no?
Sicuramente al governo lo hanno capito. Parte quindi, scientifica, la grancassa per decontestualizzare e ricondurre una questione sociale nel campo dell’ordine pubblico. C’è da stupirsi? Non vedere il continuum dell’apparato repressivo messo in campo in questi giorni è pura miopia. Prima è arrivato l’allarmismo securitario per scoraggiare la partecipazione, poi la violenza poliziesca in piazza, infine, oggi, l’uso sistematico di una narrazione mediatica criminalizzante. Tutto converge verso un unico obiettivo: impedire che si strutturi un’opposizione sociale reale e dal basso a questo governo. Prese di posizione strumentali del solito circolino di giornalisti, di politici e opinionisti di regime, impegnati a imporre una verità narrativa che tenta di cancellare la forza di ciò che sta nascendo. Si azzardano paragoni storici ridicoli (gli anni di piombo) per provare a nascondere una verità quasi banale: se la politica chiude spazi, tanti giovani gli spazi decidono di prenderseli, se il potere fa una prepotenza, a volte qualcuno si incazza. Vanno loro dietro PD e Movimento 5 Stelle, intenti ad affannarsi a inseguire la destra sul terreno dell’ordine e del manganello, tra dichiarazioni roboanti su legalità e condanne rituali. Ancora incapaci di capire, dopo anni di sconfitte, che la destra sarà sempre più abile di loro nel parlare alla pancia di chi è stato convinto che i nemici stiano in basso, e non in alto e che così non si fa altro che alimentare l’agenda Meloni, Piantedosi, Salvini, Crosetto: un governo complice del genocidio in Palestina, delle politiche di guerra, che pensa che un infermiere e una scrittrice ammazzati mentre protestavano contro ICE se la sono cercata, che parla di “remigrazione” e vuole una società divisa, spaventata, impotente, incapace di organizzarsi.
La manifestazione del 31 gennaio, però, ci dice che non è più tempo di equilibrismi. Con la posta in palio oggi, bisogna scegliere. I 50.000 scesi in piazza il 31 gennaio hanno fatto una proposta politica al Paese. Hanno indicato una strada per rafforzare e allargare l’opposizione sociale all’attuale governo. Costruiamoci in comunità. Moltiplichiamo assemblee e momenti di confronto. Costruiamo piazze in tutto il Paese. Guardiamo al futuro con ottimismo e consapevolezza.
E soprattutto: non fermiamoci a guardare il dito, se osserviamo bene la luna appare più luminosa che mai. Ne avremo bisogno in questa lunga notte.
Solidarietà agli arrestati!
Angelo, Matteo e Pietro liberi
Askatasuna

 

 

Intervista di Giorgio Monestarolo a Martina del centro sociale Askatasuna sui fatti del 31 gennaio

Dopo la manifestazione di sabato 31, Crosetto sostiene che i militanti di Aska sono come le Brigate Rosse, Meloni promette leggi speciali e nuovi decreti sicurezza. Martina, tu che manifestazione hai visto?

Ho visto una manifestazione di oltre 50 mila persone, tutte protagoniste e capaci di determinare gli obiettivi e i temi da portare in quella piazza. Ho visto giovani, anziani, famiglie, bambini, giovanissimi, tutti e tutte coloro che hanno sentito la necessità di prendere una posizione che fosse quella di una chiara e netta opposizione al Governo e contro l’orizzonte di guerra verso il quale ci sta portando. Crosetto parla di BR con la leggerezza con cui si beve un bicchier d’acqua: oggi per la politica istituzionale, per i media, per la narrazione dominante le parole non hanno più un peso, né un significato. E’ ovvio che sono paragoni che stanno nell’alveo di una strategia politica atta a alzare il livello della tensione, costruire il nemico pubblico, creare allarmismo e soprattutto paura nei confronti di chi vuole dissentire. E’ chiaro a chiunque che la fase storica attuale non abbia niente a che vedere con gli anni ’70, non c’è bisogno di essere degli storici. Crosetto gioca con le parole ma oggi il rischio è che anche il virtuale assuma sostanza. Rispetto all’accelerazione sul ddl sicurezza e le leggi speciali non è una novità, erano in cantiere anche prima del 31 gennaio: in questo senso però si apre una bella occasione per la cosiddetta sinistra di smarcarsi dal campo reazionario e mostrare di avere un po’ di coraggio, invece che fare gli utili idioti del governo, sarebbe ora di contrapporsi alla deriva autoritaria e repressiva. Se ne hanno l’intenzione, altrimenti semplicemente asseconderanno la tendenza degli ultimi 50 anni e si siederanno al tavolo dei perdenti.

Attorno ad Aska era scesa in piazza una rete, un’embrione molto interessante di un percorso politico comune. Inutile nascondere che serpeggia rabbia e frustrazione. Ti sembra di esservi presi cura di quei cinquantamila che hanno risposto con entusiasmo al vostro appello?

Innanzitutto i 50 mila scesi in piazza sono persone che hanno attraversato la manifestazione da protagoniste e dunque non hanno bisogno di una “balia”. Un conto è la cura collettiva della manifestazione (ci sono stati i passaggi collettivi che hanno determinato un percorso, ci sono stati medici e infermieri che si sono messi a disposizione, ci sono stati legali che hanno dato disponibilità per dare sostegno) che è quello che è successo; un altro conto è pensare che lo svolgimento di un corteo sia appannaggio e delega di un gruppo ristretto (quali sarebbero i suoi confini?). Penso che chi scende in piazza oggi sia in grado di autodeterminarsi, di dare il contributo che reputa e di sentirsi in possibilità di scegliere, se non partiamo da questo presupposto non capiamo cosa significa costruire percorsi di attivazione e autonomia. L’entusiasmo c’era, chi ha scelto di contribuire in maniera più forte ha fatto uso di determinate pratiche, chi ha voluto partecipare e sostenere lo ha fatto, rimanendo presente, con determinata tranquillità. La frustrazione del giorno dopo è normale quando in un Paese come il nostro non si è abituati al conflitto sociale. Penso che sia importante distinguere la necessità di confronto su un piano profondo nei termini di strategia politica collettiva e di quali sono le esigenze in una prospettiva futura con un obiettivo comune (che mi sembra più che chiaro e condiviso: opporsi al governo Meloni e alle sue politiche) pur mantenendo le proprie specificità e differenze, che è un punto assolutamente legittimo e fondamentale per costruire avanzamenti collettivi. Un altro discorso è invece non rendersi conto che fare a gara tra chi prende le distanze per primo dalle “violenze” fa soltanto il gioco del governo. Sarebbe un’occasione d’oro per i progressisti e i democratici , tutti coloro che si sentono di sinistra insomma, trovare il coraggio di non esprimersi banalizzando una piazza così eterogenea, composita, ricca, che ha dato prova di essere anche forte e solida, e guardare ciò che quella piazza ha indicato: quali sono le esigenze? quali sono gli obiettivi? come si struttura un percorso che possa essere vincente? Questa è l’opposizione al Governo Meloni, che piaccia o no. Bisognerebbe essere in grado di superare i limiti storici della sinistra che sono quelli che ci hanno portati dove siamo ora.

Quando si fa politica contano i risultati. Oggi Aska non c’è più come centro sociale, i suoi militanti e i suoi simpitazzanti sono al centro di una tempesta mediatica e giudiziaria, è in arrivo un ulteriore giro di vite repressivo. Era questo l’obiettivo del corteo Torino partigiana?

Il primo risultato è un’assemblea di mille persone, un corteo di 50 mila e una chiara risposta che ha spostato il terreno su un piano di rilancio e non di difesa sterile dei centri sociali aggrappandosi alla nostalgia dei tempi che furono. Ora l’obiettivo di Torino partigiana continua a stare in piedi ed è ciò che si metterà in campo continuando a lottare contro la militarizzazione di Vanchiglia, verso i prossimi appuntamenti di mobilitazione che dovranno essere ampi e capaci di articolare questa opposizione a partire dai territori, il pensiero va sicuramente al 25 aprile e al primo maggio ma non solo. Il centro sociale non c’è più sul piano del simbolico, ma sul piano fisico c’è eccome. Sarà anche distrutto all’interno e circondato da jersey e camionette ma “vanchiglia chiama Torino” l’ha detto chiaro e tondo: l’edificio di corso regina 47 deve tornare al quartiere e deve essere restituito mantenendo le sue caratteristiche principali; deve essere un luogo aperto, inclusivo, attraversabile da tutti e tutte, in maniera gratuita e fuori dalle logiche del profitto di fondazioni o altro. Questa scommessa continua a rimanere valida. Sul piano repressivo occorre rendersi conto che non è dando in pasto qualcuno alla fame di capri espiatori che allora si continuerà a vivere tranquilli. Se il dissenso e il conflitto vengono affrontati dal governo come una questione di ordine pubblico, di sicurezza e di repressione, prima toccherà a chi è più in vista ma poi toccherà a tutti gli altri. Si levino dalla testa i sinceri democratici che stando buoni al proprio posto a fare il proprio dovere si possa scampare alla stretta autoritaria e repressiva. Minneapolis, l’Ungheria di Orban, il consenso per Le Pen: sono dietro l’angolo. Se il modello Vanchiglia-Torino laboratorio di pratiche repressive e securitarie verrà fatto passare perché si attende la protesta con i giusti modi, gentile e pura, quello sarà il modello per tutte le città e territori. E non sarà colpa dei “violenti” sarà colpa di chi non ha capito da che parte bisogna stare. Quindi è fondamentale sin da ora ricominciare a parlare il linguaggio della solidarietà, della comunità che resiste e che è associazione a resistere a fronte delle imposizioni e dei tentativi di isolamento, criminalizzazione e di procedimenti giudiziari pesanti come l’appello per la sentenza di primo grado per il processo di associazione per delinquere ripreso in mano dalla Procura. Basta dare uno sguardo alla storia che ci precede.

Sono in molti a sperare che il 31 gennaio chiuda il breve autunno dei movimenti. Nel frattempo a Bologna, lo scorso 25 gennaio, l’assemblea No Kings ha lanciato un percorso di convergenza della sinistra sociale e una scadenza a Roma per il 28 marzo. Dove vuole andare Aska?

Chi sono questi molti? Io vedo tantissime persone che vogliono continuare a lottare per i propri diritti. Lo abbiamo visto a settembre ottobre e penso che quello che è stato il movimento Blocchiamo Tutto se anche si è sopito sta sobbollendo sotto la crosta. L’assemblea No Kings ha lanciato questo percorso che si darà i suoi spazi di discussione per fare in modo che la data del 28 marzo sia larga e partecipata, ben vengano tutti gli spazi e gli appuntamenti che abbiano come parole d’ordine: contro il governo, contro la guerra, per la difesa degli spazi di aggregazione, e non intendo solo gli spazi sociali ma in generale la possibilità di incontrarsi e confrontarsi, perché è questo che si vuole colpire. Aska continuerà ad andare avanti insieme, cercando di moltiplicare le dimensioni di attivazione, di ragionamento e approfondimento. A tal proposito l’appuntamento “Per realizzare un sogno comune” di Livorno che si terrà il 21, 22 febbraio è un momento aperto e pubblico per ragionare su Blocchiamo tutto, sui limiti e sui punti di forza dei movimenti a fronte della fase che cambia, accelera e ci pone davanti tante sfide stimolanti. Speriamo di poterci confrontare in molte occasioni perché pensiamo che l’approccio vincente sia quello di individuare l’obiettivo comune e lavorare collettivamente per raggiungerlo.

da qui

 

 

“Il martello” di Torino “aggiustato” da Crosetto - Rita Rapisardi

E’ chiaramente materiale per gli avvocati difensori degli arrestati, attuali e futuri, per i fatti di Torino. Oltre che per i magistrati chiamati ad occuparsene.

Però, anche come attivisti in qualche misura resi “esperti” da una vita di militanza, ci sembra che questa testimonianza di una giornalista de il manifesto getti una luce completamente diversa sull’episodio-chiave che sta orientando la “comunicazione” governativa, della destra post fascista, del cosiddetto “campo largo” e anche di qualche fesso sempre pronto a cadere nella distinzione tra “buoni” e “cattivi”, alimentando la retorica sugli “infiltrati” anche quando non ci sono (altre volte sì, e l’abbiamo anche denunciato spesso).

Partiamo dagli elementi certi: c’è un video, girato da un reporter – professionista o free lance non sappiamo, ma non importa – che mostra la sequenza completa del “pestaggio col martello”.

Quel video, che non vediamo l’ora di vedere per intero, secondo la giornalista mostra un poliziotto che si avventura in solitaria contro un gruppetto di manifestanti che si stanno ritirando per cominciare a manganellare due di loro che erano rimasti indietro, infierendo su uno caduto a terra.

A quel punto un gruppetto torna indietro per sottrarre i due compagni alla furia del manganellatore solitario, lo spinge via e solo a quel punto si comincia a veder quel che gira dappertutto – ma opportunamente tagliato – da ieri sera.

La paternità del video “aggiustato” viene rivendicata quasi contemporaneamente dall’ex senatore del Pd, Stefano Esposito (un anti-tav storico anche come autore di fake news, ora disperso in formazioni ignote) e dal ministro della difesa Guido Crosetto, che ne prende spunto per straparlare di “combatterli come le BR”. E dire che Crosetto passava per “quello serio” in una compagine un po’ risibile…

Ce n’è abbastanza, ci sembra, per vedere la scena in modo un po’ diverso e più simile a quel che vediamo in questa settimane a Minneapolis. Un “agente” che si crede Rambo, ma che nel picchiare i manifestanti sbaglia pesantemente approccio (rimane solo, sconsigliato da tutti i manuali) e viene respinto – in modi altrettanto bruschi, inevitabilmente – da diversi “Alex Pretti” nostrani. Per fortuna di tutti, qui, l’uso delle armi in piazza non è una pratica comunemente ammessa.

Chissà se è a questo che Matteo Salvini pensava quando, straparlando a sua volta, ha detto che “per questa gentaglia il carcere non basta“. Oppure preferisce la tortura?

P.s. Nel frattempo, il poliziotto “ridotto quasi in fin di vita“, è stato dimesso a meno di 24 ore dalla “terribile aggressione”. Giusto il tempo di fare da sfondo per un servizio fotografico con la presidente del consiglio, evidentemente dotata di poteri terapeutici miracolosi (dev’essere per questo che ad un certo angioletto in una chiesa è stato imposta la sua effigie…).

*****

Ieri sera verso la chiusura del giornale, tarda, tanto lavoro, vedo esplodere la storia del “poliziotto martellato”, soprattutto da dopo che Crosetto twitta il video (rubato a un collega di Torino oggi, non citato, non pagato, il logo tagliato) che poi rimbalza ovunque.

La notizia in poco tempo diventa quella principale, oggi ci aprono i giornali, la premier in ospedale a stringere mani, dopo che a Niscemi si è fatta vedere dieci giorni dopo, ma non dalla popolazione per paura di contestazione.

Fortuna vuole che quella scena l’abbia vista con i miei occhi, ero a cinque metri, ancora più vicina del videomaker che si trovava alle mie spalle, in mezzo al corso, diviso dalle barriere del tram. A quel punto della serata gli scontri stavano andando verso la conclusione, i manifestanti si erano dileguati da corso Regina, quello di Askatasuna, dove si sono svolti per la maggior parte, per scappare verso il lungo Dora attraverso i giardinetti che portano al Campus Einaudi.

Migliaia di persone si sono riversate in quel poco spazio e pian piano sono riuscite ad arrivare dall’altra parte, sulla Dora appunto, anche perché le forze di polizia arrivavano da entrambi i lati e la paura era quella di essere chiusi contro i cancelli, motivo per cui alcuni hanno aperto un varco tra le grate. Il tutto per fortuna si è svolto abbastanza tranquillamente, in molti urlavano di fare piano, con calma e non agitarsi. Nel frattempo continuava incessante il lancio dei lacrimogeni.

In corso Regina ormai erano in pochi. Sono tornata indietro per controllare, si parla di 20-30 persone al massimo. Mi affaccio e arrivano lacrimogeni ad altezza uomo (cosa vietata), una ragazza di fianco a me viene colpita, un altro batte sull’angolo del muro e mi sfiora. Indietreggiamo, capisco che da lì sono un bersaglio, quindi torno sul corso e mi nascondo tra le auto.

A questo punto vedo arrivare da sinistra una squadra di venti agenti in antisommossa che corrono per manganellare quei dieci più vicini, ormai deboli di numero. Sono pronta ad urlare “stampa”, convinta le avrei prese anche io, abituata a vestirmi sempre di nero poi.

Uno di questi, esce dallo schieramento, parte da solo e si allontana di 15 metri, per inseguire un paio di persone, mi pare una avesse un’asta in mano. Le inizia a manganellare, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso prendono il poliziotto e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi immortalati dal video ormai virale. Perde casco non allacciato e poi i due colpi di martelletto (non martello).

Mi giro e guardo la squadra, nessuno arriva a salvarlo, eppure l’hanno visto. Intanto da dietro arrivano delle urla, “basta, basta, lasciamolo stare“. I militanti si allontanano e finalmente arriva un collega. In due poi lo trascinano via. Doppia ritirata, a quel punto mi allontano anche io, non era rimasto più nessuno.

Cosa capiamo quando vediamo un video? Dov’è la nostra capacità di analisi? Quali domande ci facciamo? Cosa è successo prima, come interpreto quei pochi secondi, saranno tagliati ad arte? Ieri sera leggo “il poliziotto assaltato, circondato, preso e isolato“.

Ci sono numerosi video di persone a terra circondate e manganellate quando sono a terra (non finiranno in home page), ho visto teste aperte, labbra spaccate, persone intossicate dal lacrimogeni che hanno vomitato in strada. Almeno in trenta sono andati negli ospedali torinesi, allertati la sera prima, l’ultima volta l’emergenza era stata data nel periodo Covid, per capirci. Molti altri curati sul posto, non si avvicinano ai pronto soccorsi per paura di denunce.

Ora al di là di tutto, questo volevo raccontare, solo perché ero lì, di analisi sulle violenze e il loro significato ne trovate altrove, non aggiungerò altro, possiamo parlarne di persona. La giornata di ieri invece la trovate sul giornale, scritta insieme a Giansandro Merli.

* da Facebook

da qui

 

Askatasuna: la testimonianza di un giornalista fra libertà di stampa e repressione

In un comunicato appena pubblicato, un inviato di Chronocol Media racconta la sua esperienza alla manifestazione – mai raggiunta in realtà – per Askatasuna.

 

Sabato 31 gennaio si è svolta a Torino una manifestazione in sostegno dello storico spazio occupato Askatasuna, sgomberato lo scorso dicembre. Per le vie del capoluogo piemontese hanno sfilato migliaia di persone, l’attenzione dei media è stata catturata dagli episodi di violenza che hanno fornito a loro volta un assist perfetto al Governo per sostenere l’importanza e l’urgenza di approvare e applicare le misure previste dal pacchetto sicurezza. Vi invitiamo ad ascoltare la puntata di Io non mi rassegno interamente dedicata all’analisi dell’avvenimento.

Ma è successo anche altro quel sabato. Fra le varie testimonianze, riportiamo quella di un collega che fa parte del collettivo giornalistico Chronocol Media e che ha provato a partecipare alla manifestazione per raccontare – il suo lavoro è proprio questo – gli avvenimenti. “La mattina del 31 gennaio 2026 un nostro inviato si è recato in auto a Torino, insieme ad altre quattro persone, per documentare la manifestazione in solidarietà con il Centro Sociale Askatasuna”. Si apre così il comunicato rilasciato stamattina dallo staff di Chronocol Media.

“L’inviato era munito di macchina fotografica, action cam, casco da bicicletta, maschera antigas, occhialini protettivi e nove bustine di Maalox, un kit abitualmente utilizzato in scenari in cui si prevede l’uso di gas CS da parte delle forze dell’ordine. Le altre persone avevano occhialini da piscina e mascherine FFP3, esclusivamente per protezione dai gas irritanti.

Dopo il superamento del casello autostradale di Rondissone, intorno alle 10:00, l’automobile è stata fermata in una piazzola di sosta dalla polizia stradale per quello che è stato definito un “normale controllo di polizia”, per il quale non ci è stato chiesto di scendere dall’auto. Successivamente, sono giunti sul posto due agenti della DIGOS in borghese, che hanno scattato delle fotografie al volto delle persone in auto, trasferendo verosimilmente le immagini al posto di blocco successivo.

Intorno alle 11:00 il veicolo è stato fermato una seconda volta in zona Torino Stura, nei pressi della cosiddetta “Sfinge”. In questa occasione è stato ordinato di scendere dall’auto e di aprire gli zaini. Sono stati separati casco da bicicletta, maschera antigas, occhialini protettivi e Maalox. Il tentativo di spiegare le finalità giornalistiche e di mostrare l’attrezzatura per la documentazione fotografica e video è risultato vano.

Durante queste operazioni abbiamo ripetutamente chiesto quale fosse la ragione del fermo e delle perquisizioni, ricevendo come unica risposta che “lo avremmo visto poi sulle carte”. È intervenuta nuovamente la DIGOS, che ha scattato nuove fotografie ai volti con telefoni cellulari, sostenendo che quelle presenti sui documenti non fossero aggiornate. Alle 11:30 ci è stato comunicato che saremmo stati “accompagnati” in questura per qualche decina di minuti. Quattro delle cinque persone sono state caricate su una camionetta, mentre la quinta è rimasta sull’auto con agenti a bordo.

Dopo circa mezz’ora di viaggio, alle 12:00, siamo arrivati presso il distaccamento della Questura di Torino in via Tirreno 337. Prima di essere condotti in cella abbiamo potuto contattare il numero dell’Hub di protezione diffuso dal movimento, che ci ha messo in contatto con un avvocato suggerendoci di procedere per velocizzare le pratiche. Solo arrivati in questura ci è stato risposto che il fermo era motivato dalla violazione di un’ordinanza della prefettura mai specificata, che tuttora non troviamo ufficialmente pubblicata sul sito della prefettura se non tramite un generico articolo modificato il 2 febbraio.

Dopo una perquisizione individuale siamo stati rinchiusi insieme in una cella da otto persone, già occupata da altre tre, in condizioni di forte degrado e di gravi condizioni igienico sanitarie. Poco dopo sono state rinchiuse altre due persone, arrivando ad un totale di dieci. Nel corso delle ore siamo stati prelevati uno alla volta dalla cella per periodi variabili tra i quindici e i trenta minuti per diverse procedure: prima per le generalità, poi per il trasferimento presso la polizia scientifica, dove ci sono state scattate fotografie segnaletiche, fotografie dei tatuaggi e prese le impronte digitali.

Tutto questo, per aver portato degli oggetti di protezione individuale come occhialini da piscina, mascherine, e nel caso del nostro inviato quello che è stato provato essere un kit abituale per documentare queste dinamiche altamente conflittuali. Per tutta la durata del fermo non ci è stata fornita alcuna spiegazione formale sulle ragioni del provvedimento, né ci è stato permesso di contattare l’avvocato, ignorando numerose richieste nel corso delle 9 ore di fermo.

Nel frattempo, grazie all’attivazione dell’Hub di protezione, amici e familiari sono stati informati della nostra permanenza in questura, sebbene siano stati comunicati orari di rilascio tra loro contraddittori, prima le 18:00, poi le 20:00. Il rilascio è avvenuto soltanto alle 21:30, dopo 9 ore e mezza di reclusione.

Al momento del rilascio, oltre alla conferma del sequestro dell’attrezzatura di protezione, al nostro inviato è stata contestata la violazione dell’articolo 650 del codice penale. Secondo il prefetto, “sulla base di elementi di fatto”, egli sarebbe “dedito alla commissione di reati che mettono in pericolo la sicurezza e la tranquillità pubblica”, nonostante fosse incensurato. Come misura preventiva è stato disposto un foglio di via da Torino della durata di due anni. Ribadiamo che tale provvedimento è stato adottato per nessuna condotta avvenuta in manifestazione, alla quale ci è stato impedito di partecipare“.

Va specificato che Chronocol Media è un progetto indipendente, che nasce dal basso, che si può considerare un esempio di mediattivismo. Le persone che ne fanno parte – come viene sottolineato nel comunicato – non hanno lo status di giornalisti pubblicisti o professionisti e questo è dovuto a una scelta, spesso obbligata, che dipende dalle condizioni economiche e lavorative che caratterizzano il percorso di conseguimento del tesserino. Dunque “non abbiamo dunque beneficiato di alcuna tutela connessa allo status di giornalista. In questa vicenda non ci è stata riconosciuta né una protezione simbolica né una garanzia giuridica propria della professione. Siamo state dunque trattate come persone comuni, tutte incensurate”.

È questo uno spunto interessante per riflettere non solo sul livello di tensione sempre più elevato che caratterizza la gestione dell’ordine pubblico in Italia, ma anche sul tema della libertà di stampa. Secondo la classifica stilata da Reporter Senza Frontiere, il nostro paese è al 49° posto al mondo per libertà di stampa. Un risultato estremamente preoccupante, in peggioramento rispetto allo scorso anno, e anche il tema dell’inaccessibilità allo status di giornalista sollevato da Chronocol Media si inserisce in questo dibattito.

da qui


a proposito di Torino, illuminanti gli ultimi 5 minuti del video di Alessandro Orsini: