1. Viviamo una stagione pericolosa, ormai
ne hanno coscienza persino quelli che ne traggono i maggiori benefici, i
satrapi della finanza globalista, terrorizzati all’idea di dovervi rinunciare
per eccesso di cupidigia. Individui orrendi, che trasudano miliardi trafugati
all’umanità sofferente con i trucchi che chiamano banche private (o pubbliche,
ormai non v’è più differenza), libera esportazione di capitali, finanza
creativa e da qualche tempo intelligenza (sì proprio così),
seppure artificiale, un aggettivo quanto mai qualificativo.
Il veleno che ogni istante assorbiamo al
contatto con tali immondi signori non merita il termine di informazione e
tantomeno conoscenza, ma solo frastuono sconnesso di senso che frantuma
emozioni, crescita personale, avventura. Intendono sottrarci la gioia
dell’apprendimento, dell’esperienza umana mai paga degli orizzonti raggiunti,
dell’impegno a socializzare, del riflesso sui bisogni dell’altro, del fascino
incommensurabile dell’interazione con altri esseri umani.
Si tratta di individui che, nella modulazione
di forme e temperamenti, conoscono solo la menzogna metodica, talora
inconsciamente incorporata, che rimbalza su di noi con dosi massicce di
propaganda. L’obiettivo è noto: distrarre l’attenzione etica e sociale, tenerla
lontana dal nocciolo della questione (democrazia partecipativa ed equità
distributiva), frantumare la coscienza di un popolo con TV e cellulari h24.
È così che quella minoranza di cittadini
ancora sana di mente rischia la caduta in depressione ogni volta che s’imbatte
nel volto o nel lessico di uno qualsiasi dei governanti -
nazionali, euroi-nominati o sovrani atlantici.
I responsabili degli orrori che ci
circondano hanno un nome e cognome: l’impero statunitense e le sue agenzie di
intelligence, che disponendo di risorse immense - attraverso lusinghe,
promesse, corruzione, minacce e se non basta violenze e conflitti palesi e
occulti, senza differenza sostanziale tra amici e nemici – stanno distruggendo
il tessuto che tiene in piedi l’impalcatura giuridica, morale, geopolitica ed
economica internazionale. Con Impero Usa non s’intende beninteso i 340 milioni
di abitanti degli Stati Uniti, anch’essi in prevalenza politicamente analfabeti
e sfruttati come molti altri. Ma intendiamo quello 0,1% che controlla i gangli
finanziari, militari e mediatici del sistema. Questi sono il nemico numero uno
di noi tutti abitanti del pianeta Terra.
Non si addentreremo sui sentieri
argomentativi di tale asserzione apodittica, nella presunzione che essi siano
ben noti a che legge, rilevando qui solo la necessità di ripeterlo, affinché le
cose note siano davvero conosciute. E se rapporti
di forza lasciano oggi poche speranze, come in tanti aspetti dell’esistenza
umana è la consapevolezza a far la differenza.
Nelle lancinanti contingenze attuali,
l’Occidente a guida Usa (non ne esiste un altro) ha bisogno come il pane di
nemici, per catalizzare al suo servizio l’ontologia di un orizzonte assiologico
fabbricato per popoli deculturati: in Europa la sua icona si materializza
nei cosacchi russi intenzionati ad abbeverare i
cavalli sotto l'Arco di Trionfo; in Asia Occidentale essa prende corpo nel
miraggio della Bomba iraniana che gli Ayatollah, una volta acquisita,
scaglierebbero contro Israele, dimenticando che verrebbero a loro volta
polverizzati in sequenza immediata (la storia è piena di re e
dittatori che considerano i nemici dementi, oltre che radicali); e in Estremo
Oriente nel socialismo con caratteristiche cinesi, quell’inedito
modello alternativo al capitalismo plutocratico anglo-atlantico ormai
frantumatore di ricchezza anche al proprio interno, oltre che di pace e umana
convivenza tra i popoli del mondo.
Ormai, anche i piccioni del duomo di
Firenze sanno che codesti signori sono usciti di testa, pronti a distruggere
ogni barlume di quella civiltà giuridica, etica e umana che la comunità delle
nazioni aveva inteso edificare all’indomani della macelleria del secondo
conflitto mondiale.
Mentre in Italia i cosiddetti
rappresentanti del popolo (Destra e Sinistra si
contendono i seggi in ogni livello e grado sulla scorta della loro abilità a
intrattenere il pubblico assonnato sul divano dopo cena) sottraggono le poche
risorse al bene pubblico per consegnarle ai produttori di armi e ai generatori
di morte, mentre i cittadini vengono derubati del frutto del loro lavoro. Nel
2025 il 22,6 % degli italiani (13.265.000 persone) era esposto a povertà,
grave deprivazione materiale/sociale o a lavori precari e sottopagati.
Nell’arena internazionale, la verbosità di
un instabile ottuagenario, incoronatosi sovrano dell’universo, fa rabbrividire
otto miliardi di individui. Il Re Solo, insensibile alle atrocità
che commette o consente contro palestinesi, venezuelani, iraniani, libanesi e
chiunque non si pieghi ai suoi ignobili capricci, non si fa scrupolo di esporre
il pianeta persino all’olocausto nucleare per difendere i privilegi della sua
cerchia malata, quel citato 0,1% che ingloba il peggio del sistema solare.
Tale individuo, sintesi metastatica di un
sistema che prima di giungere a fine corsa ce ne farà vedere di tutti i colori,
oltre a curare le sue palesi patologie senili, potrebbe moderare l’ira funesta
dei suoi occhi infuocati immergendosi nei tramonti di qualche iconica isola dei
Caraibi (magari non proprio quella!), dove trascorrere il resto dei suoi
giorni, risparmiando al pianeta ulteriori patimenti e devastazioni. Certo, è
verosimile che con il suo successore potrebbe persino andar peggio (occorre
sempre, come sappiamo de-personalizzare), eppure se
disponessimo della miracolosa lampada di Aladino tenteremmo
comunque la sorte.
2. Insieme alla follia di chi siede sul
trono, la sopravvivenza del genere umano è oggi minacciata da altri pericoli
esiziali, la concentrazione di ricchezza in poche mani e l’olocausto nucleare,
tra loro intrinsecamente intrecciati: i conflitti imperialistici,
in Ucraina e nel Golfo, sono tutt’altro che sedati e la loro possibile escalation nucleare
è affidata a decisori che si infischiano della volontà dei popoli. Al recente
Nato in Turchia (7-8 luglio scorsi), la Presidente del Consiglio italiana,
prona davanti ai vergognosi schernimenti dall’alleato padrone, porta i compiti
fatti in casa (2,8% del Pil per le armi, +18 mld entro il 2028, rispetto ai
45,3 mld del 2026), un incremento gigantesco e insieme una vergogna di cui va
fiera, mentre i nostri ospedali boccheggiano. Ma le sanguisughe imperiali
d’oltreoceano esigono il 5% e il più in fretta possibile, secondo i deliri di
un anziano satrapo incaricato di rimpinguare le tasche già piene di chi l’ha
fatto eleggere.
La rivoluzione, diceva Gramsci, comincia
sotto casa e la storia è maestra di sorprese, non solo di vita. Nostro compito
è di essere pronti, non si sa mai. La democrazia (demos – kratos: potere
del popolo) è un simulacro. Le elezioni sono solo un metodo di selezione di
esecutori fungibili, maschere di carattere, indifferenti ai bisogni del popolo,
che in cambio di denari e carriere hanno venduto l’anima al demonio. Il
deterioramento intellettuale delle classi dirigenti, ancor più di quelle
politiche, è una realtà che non chiede evidenze. Nel cosiddetto Occidente,
chiunque può fare il Ministro/Presidente, non è richiesta alcuna etica,
competenza, comprensione del mondo, solo obbedienza ai detentori del potere
reale (il grande capitale), che selezionano i più scaltri e i più servili, per
inserirli giù per li rami nei ranghi di servizio:
quello politico (che cura l’ordine sociale al servizio del privilegio), quello
mediatico (gestore della Macchina della Menzogna) e quello
accademico (incaricato d’illustrare ai semicolti il funzionamento del mondo).
Le eccezioni esistono beninteso, e sono preziose, ma ahimè non fanno la
differenza, mentre la maggioranza si lascia stordire davanti a TV e smartphone.
Una tribù di funzionari con
simili caratteristiche opera sia nel Paese che nella cosiddetta Unione Europea.
Sfugge a molti quanto la distruzione di questa gabbia sia precondizione per
qualsiasi palingenesi e recuperato benessere per il mondo del lavoro, avendo
essa usurpato prerogative essenziali della statualità dei paesi membri.
L’Unione è un’entità autogestita da burocrati ineletti, superpagati,
non-democratica, cresciuta con sotterfugi all’insaputa dei cittadini, con il
fine di sottrarre lavoro e benessere ai popoli europei, (in particolare ai più
sprovveduti, come quello italiano) a favore del Grande Capitale globale.
Quando sono stati consultati – solo
francesi e olandesi, nel 2005 – i popoli hanno votato contro, portando i
satrapi di Bruxelles, con il gioco delle tre carte, a trasformare la cosiddetta
Costituzione Europea nel famigerato Trattato di Lisbona (che non richiedeva referendum),
ancor più scellerato di quello di Maastricht, col quale si pensava di aver
raggiunto l’ultimo cerchio dell’inferno euroinomane.
In ogni classifica UE: industria,
commercio, infrastrutture, istruzione, energia etc., l’Italia occupa la parte
bassa, spesso l’ultima posizione. Nel 2025 (a 32 anni dall’entrata in vigore di
Maastricht) nel nostro Paese i salari avevano un potere d’acquisto inferiore
del 12% rispetto al 1991. Lontani i tempi quando, regnando la gloriosa
Lira, l’Italia era la quarta potenza economica mondiale (prima pagina del
Corriere della Sera, 16 maggio 1991). Nel 1991, Italia e Germania avevano
salari simili. Nel ‘25 Germania +28%, Paesi Bassi +35%, Francia +22%, Spagna e
Portogallo +18% e via dicendo, persino la Grecia + 2%. Non è un caso che
il gap inizi a cavallo del secolo, con l’introduzione
dell’euro, moneta nazionale gestita da entità extranazionali per interessi
altrui (Bundesbank, Banque Nationale de France e più su
Wall Street e City di Londra, gli altri come si dice fanno volume).
In compenso, sul piano istituzionale va
peggio, la Commissione di non-eletti prepara le leggi (in complicità con le
corporazioni transnazionali che hanno gli uffici di fronte) e dopo un passaggio
formale da un finto parlamento che non dispone di iniziativa legislativa, il
Consiglio (cioè i governi) le approva, nei fatti solo e sempre se Francia e
Germania sono d’accordo. La Banca Centrale, infine, si occupa per
statuto solo di contenere l’inflazione, ma non di far crescere
l’economia e lottare contro la disoccupazione (non sia mai!), come ogni altra
banca centrale, inclusa la Federal Reserve; insomma, una montagna d’insulti.
Sul fronte politico, infine, si tocca il
fondo: un’aggregazione di cervelli che pare aliena alla natura umana. La presidente
della Commissione proviene dal paese che ha scatenato due guerre devastanti (17
milioni di morti la prima, 60 la seconda), e che investe 1000 mld di euro sul
riarmo (nascostamente, anche nucleare): non c’è due senza tre! L’estone Kaya
Kallas (pomposamente denominata Alta Rappresentante per affari esteri e
sicurezza) sembra uscita da un libro di storia della demenza
attraverso i secoli. La sua capacità di analisi è equiparabile a quella
delle aringhe del mar Baltico con le quali deve aver condiviso i primi vagiti.
La questione sarebbe di minima rilevanza, se costei non parlasse anche a nostro
nome, contribuendo a depredarci e trascinarci in guerra al servizio dei citati
interessi, oltre che dei suoi. Ma a Bruxelles, i paesi baltici vantano anche il
lettone Dombrovskis, Commissario per l'Economia e Produttività e il lituano
Kubilius, Commissario per Difesa e Spazio. Morale: un cittadino
europeo normodotato si chiede: com’è possibile che a
tali modesti individui di tre paesi insignificanti (insieme
hanno gli abitanti del Lazio) siano affidati incarichi di tale rilevanza? La
ragione in realtà è banale: si tratta di marionette selezionate esclusivamente
sulla scorta della propensione a servire le corporazioni globaliste e il
direttorio franco/tedesco, che in Europa decide sulle questioni che contano.
Ora, se alla luce di ciò qualcuno dovesse
ritenere che l’Unione Europea sia un fallimento o che sia destinata, prima o
poi, a spiccare il volo verso i chimerici Stati Uniti d’Europa, farebbe bene a
farsi una doccia. L’Ue è un grande successo così com’è, certo non per i popoli
desovranizzati e depauperati, ma per coloro che l’hanno concepita e modellata
nell’attuale configurazione, quale icona indemolibile della religione euroinomane.
La chimera di una futuribile Federazione
Europea, secondo un altro lessico distrattivo - che sarebbe per noi
la disgrazia massima - non vedrà mai la luce: nessuna
personalità europea che conta del resto ha mai avanzato tale ingenua proposta,
cui credono solo i piùeuropei presenti in massa in ogni
partito della Penisola, oltre alle anguille del Delta del Po. La ragione è
semplice: assenza del sottostante, vale a dire un popolo europeo,
che porterebbe con sé il principio di solidarietà. L’ipotesi che le regioni
ricche (Germania e satelliti, scandinavi, etc.) trasferiscano parte della loro
ricchezza a quelle in ritardo (come in Italia, tra Nord e Sud) provocherebbe
una catena di rivolte: i popoli non si costruiscono a tavolino, essendo frutto
della storia, comuni battaglie, vinte o perse, sensibilità, lingua, religione e
via dicendo.
3. Per immaginare un’alternativa occorre
entrare nel regno dei sogni. Poiché politica estera e domestica sono
intrecciate, la prima condizione è quella di tornare padroni a casa propria.
Senza sovranità, prima o poi si perde anche benessere e sicurezza. Già nel ‘500
Niccolò Machiavelli affermava che la sovranità richiede due condizioni, non
avere soldati di un altro paese sul territorio ed essere padroni della propria
moneta.
L’Italia è avviluppata in un duplice
livello di asservimento: a) quello economico-finanziario nei riguardi delle
oligarchie del Nord Europa, a loro volta asservite al capitale anglo-atlantico:
b) quello politico-militare nei riguardi degli Stati Uniti, che si servono
della nostra Penisola come di una portaerei US Navy, violando accordi palesi,
segreti, scritti o non scritti, come fanno del resto ovunque, a loro comodo.
Tecnicamente, il nostro Paese non è una
colonia, ma un protettorato. Le colonie sono guidate da un governatore
nominato, solitamente inviso alla popolazione locale. I protettorati sono
invece guidati da finte dirigenze nazionali, più digeribili,
ma astutamente selezionate per fare gli interessi della potenza colonizzatrice,
non quelli della propria gente.
Per assicurare un avvenire a figli e
nipoti una dirigenza degna del nome dovrebbe cogliere l’occasione
dell’effervescenza in atto sulla scena internazionale per voltare pagina. Dopo
aver dismesso la livrea da maggiordomi con la quale per decenni abbiamo servito
il bellicismo imperiale e il capitale globalista, partecipando a guerre altrui
(Iraq, Afghanistan, Libia, Serbia, ora Iran e chissà cos’altro), il governo
dovrebbe annunciare che l’Italia intende uscire da Ue e Nato, e vuole Nato e
Usa fuori dall’Italia. Un sogno certo, e poi si tratta di rischiare la vita,
l’esistenza resta comunque breve.
Con gli Stati Uniti – non abbiamo
dimenticato il monito di H. Kissinger (pericoloso essere nemici degli Usa,
fatale esserci amici) – andrà negoziata la chiusura delle loro basi, a partire
da quelle nucleari, che lungi dal difenderci da presunti nemici ci rendono
ancor più un bersaglio in caso di conflitto.
Il nostro Paese deve puntare alla
neutralità, dialogare con l’Europa su basi paritarie e quindi volgere lo
sguardo al Sud, i Brics in particolare, che insieme ad altre aggregazioni, sono
già il motore pacifico e produttivo del pianeta, oltre che di riscatto per i
paesi poveri e indifesi. Nessuno minaccia l’Italia, circondata com’è da paesi
amici, mentre quelli lontani, Russia, Cina, Medioriente, non hanno certo
interesse o intenzione di aggredirci. Tornata libera dalle catene
euro-atlantiche, al centro del Mediterraneo, l’Italia diverrebbe una calamita
di aggregazione tra tre continenti, Asia, Europa e Africa, tra culture,
civiltà, commerci, interazioni di ogni genere, contribuendo finanche alla
stabilità dei territori turbolenti che si affacciano su quello che un tempo
chiamavamo Mare Nostrum.
4. La guerra. Che la Russia non intenda
arrivare né Lisbona né a Berlino è noto anche ai coccodrilli dell’Amazzonia. Ma
che una potenza militare che dispone di 6000 testate nucleari prima di essere
sconfitta farebbe saltare i connotati ai suoi nemici, continua a sfuggire alle
residue cellule grigie dei nostri pretesi governanti.Schiere di analisti
imperiali riconoscono che la pianificazione della guerra in Ucraina, con
l’obiettivo dissanguare e saccheggiare la Russia, è opera della velleitaria
onnipotenza statunitense. L’impero, con i camerieri europei incaricati di
dissanguarsi per comprare armi made in Usa, sta finendo i soldi e
punta a reindustrializzarsi con l’industria delle armi, distruggendo
cinicamente altre vite umane e infrastrutture nella disastrata Ucraina. La
Russia, poi, grande e ricca com’è, rimarrà in ogni caso una preda potenziale,
oltre che un ostacolo oggettivo, insieme alla Cina, al dominio imperiale. E
tutto ciò non è certo interesse degli europei e di noi italiani.
L’aggressione alla Russia, infine,
somiglia a quella contro l’Iran, altro paese irriducibile, dove i rischi dell’olocausto
nucleare sono altrettanto elevati: qui, capitali e ricatti dello stato sionista
sulla politica imperiale puntano a imbrigliare gli Usa in un conflitto
permanente, con il fine di frantumare e devastare la Repubblica Islamica, uno
dei pochi paesi ancora stabili, sovrani e – crimine dei crimini! - sostenitore
della causa palestinese.
5. Secondo l’ideologia dominante, la
struttura della società è un dato di natura, che impone un’ontologia
dell’immodificabilità, quell’inconscio convincimento che possa essere
corretta - nulla è perfetto a questo mondo! - ma non certo modificata alla
radice o capovolta. Si tratta di una variante di ideologismo di genesi
nichilista che va combattuta con forza, perché impedisce persino di immaginare
una possibile palingenesi.
Occorre invece che torni a risplendere la
fiaccola della battaglia verso un mondo migliore, quel socialismo dal
volto umano e comunitario, balenato sull’orizzonte della storia con la
speculazione anticapitalistica del grande filosofo di Treviri. Riflettendo
sulla relazione dinamica tra teoria e prassi, facendo rimbalzare a Occidente
quel che funzione in Oriente o altrove, con uno sguardo perennemente innovativo
all’evoluzione degli eventi, contenendo distorsioni e strumentalità, la luce di
quella fiaccola potrà consentire di riprendere il cammino.
Nei limiti ontologici di approssimazione,
rifuggendo da ogni rigidità e sulla scorta di una reciproca tolleranza,
emergerebbero allora i contorni di una via italiana al
socialismo, ovvero - parafrasando la terminologia sino-popolare –
di un socialismo con caratteristiche italiane, basato su
peculiarità storiche, sociali ed economiche.
Alcuni pilastri sono già acquisibili: nel
mondo che sogniamo a ciascuno saranno garantiti i diritti economici essenziali
(in primis, equa distribuzione della ricchezza e lavoro stabile per
tutti) e l’accesso a una democrazia partecipata, con un ruolo centrale
dello Stato in economia, cultura, educazione, tecnologia, e poi libertà di
pensiero, associazione e altro. Le grandi imprese private saranno consentite
solo se giudicate necessarie, ma non nei settori strategici e sempre
sorvegliate dall’alto, affinché – loro eterna tentazione! - non travalichino
nella sfera politica. L’esportazione di capitali sarà autorizzata dallo Stato
solo per ragioni di pubblico interesse, altrimenti sarà vietata (com’era era in
Italia fino agli anni ’90).
Tornati padroni a casa nostra, con lo Stato
protagonista, insieme alla neutralità politica e militare, sarà quindi
possibile ricostruire i beni collettivi oggi devastati, sanità, scuola,
università e altre infrastrutture sociali e materiali, rovesciando quel
crepuscolo economico, politico, demografico e di benessere, altrimenti
ineludibile. Al termine della corsa, tra qualche anno o secolo,
avrà preso corpo il secondo rinascimento italiano, che sarà preso a
misura – insieme ad altre esperienze nazionali, v’è posto per tutti! – come una
delle stelle polari del progresso etico e sociale dell’umanità.
Su tale proiezione, invito il lettore a
trattenere il sorriso, o lo scherno. Se tuttavia oggi la scena del mondo non
induce all’ottimismo e le chances di un cambiamento radicale sfiorano
drammaticamente lo zero, il sogno di una società diversa resta insopprimibile
nelle vene pulsanti di chi difende l’essenza costitutiva dell’essere umano.
Se il potere rende il mondo ogni giorno
più distopico, allora noi diverremo ancor più umani, quale atto di ontologica
ribellione, è la nostra unica speranza. E in qualità di esseri umani non
permetteremo che la stagnazione intellettuale cancelli la coscienza
dell’oppressione, dello sfruttamento e dell’alienazione – eterne insidie di
ogni organizzazione collettiva. Nel nostro mondo a venire, tali offese saranno
solo un mesto ricordo, cosicché la vita, con le sue letizie e le sue ferite,
possa essere vissuta con reciproca, umana pietà, essendo essa null’altro che un
bagliore fugace davanti all’eternità del tempo e all’infinito dell’universo.