sabato 17 aprile 2021

Alberto Perino risponde al vergognoso articolo de “La Stampa” e a tutti gli altri giornali


Caro Lodovico Poletto e altri signori della carta stampata, se vi documentaste meglio (e ne avete tutte le possibilità visti i mezzi che avete a disposizione) scoprireste che:

La SS 25 è stata bloccata da un’ordinanza dell’ANAS per il giorno 13/4 e poi per i giorni a venire a tempo indeterminato da Borgone di Susa a Costigliole d’Asti… (???)

I No TAV non hanno bloccato la ferrovia, si sono limitati ad avvicinarsi ai binari per attraversarli e raggiungere i prati circostanti mentre sono state le Forze del Disordine a posizionarsi sui binari in assetto da guerra e a bloccare il traffico anche a causa del fumo delle centinaia di lacrimogeni sparati anche ad altezza d’uomo. Per eventuali lamentele o rimostranze rivolgersi alla questura, non ai NO TAV.

Evidentemente, poi, i NO TAV tra le loro file annoverano anche del lanciatori del peso olimpici, visti che essendo stati tenuti a distanza dai lacrimogeni e dai cannoni ad acqua sono riusciti a scagliare un masso a decine di metri di distanza con una forza tale da rompere le costole al vice questore… (non è che ha patito il rinculo di un fucile lancia lacrimogeni?).

 

In merito ai numeri della partecipazione va ricordato ai signori della carta stampata che 15 anni di repressione da parte della magistratura torinese che riesce a condannare a 2 anni di carcere una persona per aver espresso le proprie opinioni con un megafono, le migliaia di NO TAV indagati e sotto processo, le  centinaia di persone colpite da restrizioni e fogli di via (anche solo per aver documentato fotograficamente  quanto accadeva a Chiomonte) hanno sicuramente lasciato il segno. Ricordo che la repressione politica non c’è solo in Egitto o in Turchia ma anche a casa nostra.

Per quanto riguarda la mia persona, purtroppo non sono riuscito ad essere presente a San Didero causa gravi problemi di salute che mi impediscono di muovermi. Ai resistenti, ogni giorno, vanno i miei incitamenti, il mio grazie, e il mio plauso.

Capisco che siete tutti arruolati nell’esercito SITAV ma visto che i vostri editori percepiscono tutti il contributo finanziato anche dalle nostre tasse dovreste fare un’informazione un po’ più aderente ai fatti e meno “di fantasia”.

Con saluti.

Alberto Perino

da qui

Ahmet Altan e Dana Lauriola tornano a casa

 

Ahmet Altan, dal carcere di Silivri (19/06/2017), scriveva al suo giudice:

In un suo romanzo, John Fowles dice che tutti i giudici del mondo vengono giudicati in base alle loro decisioni. Ed è vero. Tutti i giudici vengono giudicati in base alle loro decisioni. Anche lei verrà giudicato in base alle sue. Pensi a come vorrà essere giudicato, a quale tipo di verdetto si augurerebbe di ricevere, a come vorrà essere ricordato, e poi giudichi di conseguenza. Perché è lei che verrà giudicato. Grazie per il suo tempo e la sua pazienza. (da qui)

 

Possono essere successe tante cose che hanno portato all’apertura delle porte delle celle (vale anche per Dana): qualche giudice si è vergognato delle condanne inflitte dai suoi colleghi, oppure hanno detto loro che strade e scuole vengono intitolate, a volte, a giudici ammazzati, più spesso a chi viene incarcerato, e chi condanna poi può entrare nel campo dell'infamia, per l’eternità, oppure tra i giudici qualcuno non è a libro paga del potere, chissà.

 

Di sicuro passare sette mesi in galera per aver parlato con un megafono o un microfono a qualcuno deve essere sembrato troppo, e passare anni in galera per aver inviato messaggi subliminali pro-golpe durante un programma tv andato in onda mesi prima (leggi qui), se non fosse tragico sarebbe ridicolo.

Di sicuro per Dana e Ahmet sono stati importanti gli appelli e la solidarietà di chi era sentito offeso, in preda ad astratti e concreti furori, per le ingiustizie del mondo e quelle inflitte a loro due e nel caso di Altan, probabilmente, un peso importante ha avuto anche la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo.

 

È curioso che da una parte la Corte Costituzionale condanni l’ergastolo ostativo e contemporaneamente si possa stare in galera per reati come quelli per cui vengono condannati molti noTav (e quando escono si continua con gli arresti domiciliari).

 

E come trascurare il fatto che le forze dell’ordine sembrano una polizia privata di Telt (Tunnel Euralpin Lyon Turin), ma anche di FedEx-TNT a Piacenza, e non solo, come se fossimo negli Usa degli anni bui, praticamente tutti, o nell’Italia fascista? Sembra che il capo della polizia sia Edgar Hoover, e che i conti con Bolzaneto non siano stati fatti troppo bene.

 

 

Lettera di Dana: sempre a testa alta, siate saldi!

Carcere delle Vallette, 19 marzo 2021

Car* tutt*,

rieccoci qua dopo un po’ di tempo dall’ultima lettera. Non è mai facile iniziare a scrivervi, molte sono le cose che vorrei condividere e, giorno dopo giorno, si accumulano a tal punto che non so bene come smaltire il grosso. Comunque, ci provo.

Intanto vi rassicuro sulla mia situazione: sto bene, nonostante il passare del tempo e vari accadimenti. Ho passato dei giorni bui a causa della positività da Covid-19 di mia mamma e di mio papà. Mi è stata comunicata tempestivamente e, inevitabilmente, la notizia mi ha provocato angoscia e paura. Per fortuna ad oggi la loro condizione sanitaria appare buona e, nonostante qualche inevitabile strascico, sembrano avviarsi verso la guarigione. Ad altre famiglie, ad altri figli, non è andata così e a tutti loro mi stringo in un sincero è commosso abbraccio…

In questo luogo, dove molte cose non sono concesse, anche il dolore è qualcosa che trova a fatica uno spazio di libertà, per esprimersi.

Più passano i mesi e più mi chiedo come una società che si definisce “civile” possa anche solo tollerare l’esistenza di un’istituzione come quella carceraria. Vorrei davvero essere in grado di trasmettervi la bellezza e la profonda umanità delle mie compagne di detenzione. Vorrei potervi convincere, uno per uno, di quanto meritino la possibilità di vivere una vita diversa, con altri strumenti, essere messe nella condizione di diventare la migliore versione di loro stesse. Il carcere, questo luogo disumano, non ha alcuna utilità e può solo ferire più profondamente di quanto la vita lo abbia già fatto.

A breve si saprà quali saranno le “riforme” messe in campo dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia. C’è molta speranza tra la popolazione detenuta che spero, almeno in parte, non venga delusa. So bene che per poter anche solo immaginare un “sistema” equilibrato, bisognerebbe smontare pezzo per pezzo tutto il sistema giudiziario, fare cenere delle sue fondamenta, eliminare le fonti di ingiustizia all’interno della società in cui viviamo e ridefinire collettivamente una serie di priorità e valori. Insomma, per quanto Cartabia abbia, sulla carta, un profilo da costituzionalista di alto livello, non credo sia portatrice di questi ampi interessi e, anche se li avesse, non sarà il Governo Draghi (Governo “acchiappafondi”) a fornire l’opportunità per un reale e profondo cambiamento.

Nonostante questo, qui incrociamo le dita e facciamo lunghi elenchi di possibilità: libertà anticipata di 75 giorni, misure di clemenza, fondi e percorsi per il reinserimento abitativo e lavorativo, tribunale di sorveglianza “obbligati” a concedere misure alternative al carcere laddove ce ne sia la possibilità, ecc…

Qui continuiamo a convivere col Covid, noi come al maschile e in molte altre carceri del Paese.

Per fortuna nessuna di noi si è ammalata troppo seriamente ed anche le “positive”, poco alla volta, recuperano in salute. C’è preoccupazione mista ad un senso di impotenza e per quanto si possa fare “attenzione”, la promiscuità è inevitabile negli spazi ristretti in cui siamo costrette 24 ore su 24.

Mi distacco ora dalla realtà inframuraria per condividere altri pensieri…

Proprio oggi ho letto dell’iniziativa dei giovani del Fridays For Future (che saluto con affetto!!!) e mi chiedo come sia possibile che i media, impegnati in maratone no stop sulla pandemia da tempo immemore, omettano sistematicamente di dire che gli unici responsabili di questo disastro e dei suoi morti siamo solo noi! Noi che con la violazione degli ecosistemi e lo sfruttamento e la devastazione dei territori abbiamo rotto il patto con la natura, lo stesso che fino ad oggi ci ha permesso di vivere!

In molti si chiedono come tutto questo sia possibile e se finirà mai.

Se la prima risposta sta nel capitalismo vorace e sfruttatore, la seconda e sì e che dipende solo da noi! Nessuno però lo dice, il rischio è quello di far passare un messaggio rivoluzionario su scala globale. Spetta a noi, quindi, sostenere i giovani che lottano per un pianeta vivibile e per un futuro che, francamente, per loro, mi sembra nero sotto molti punti di vista!

In quest’ultimo mese si sono susseguiti molti avvenimenti e le lotte, che con fatica si sono manifestate a causa delle restrizioni della pandemia, mi sono giunte forti e chiare: l’8 marzo delle donne e le manifestazioni di studenti ed insegnanti sono solo alcune, senza dimenticare la mia amata Valle a cui dedicherò l’opportuno spazio a fine lettera. Con emozione ricevo queste immagini e ne sono stimolata.

Vorrei ringraziare con tutto il cuore le Mamme in Piazza per la Libertà di Dissenso e i/le compagn* tutt* che ogni giovedì sono una presenza amica sotto al carcere che dà forza a tutte noi.

Mando un altrettanto grosso ringraziamento alle compagne dell’Udi di Palermo e a tutti coloro che si stanno battendo per la mia liberazione e per accendere un faro sulla difficile condizione di noi detenute e detenuti.

Un ringraziamento, perché forse finora ne ho fatti troppo pochi, a tutte le persone che da oltre sei mesi e da tutto il Paese continuano a scrivermi lettere, cartoline, disegni, e mi inviano, fiori, gatti e farfalle. Mi aprite ogni volta un’inaspettata finestra sul mondo e grazie a voi, per qualche minuto, non vedo sbarre né cemento.

Per concludere, il mio pensiero va là alla mia amata Valle.

In questi giorni state lottando, di nuovo, contro gli incendi. So bene quanto doloroso sia vedere bruciare i nostri boschi e i nostri alberi e non posso che non condividere con voi questo dispiacere. Mentre la valle brucia e lotta contro la pandemia, si vede espropriare manu militari i terreni di nostra proprietà da parte dell’azienda Telt, su mandato dello Stato italiano. Non credo ci sia bisogno di ulteriori commenti, credo che la realtà sia sotto gli occhi di tutti!

La lotta No Tav, irriducibile come il suo no alla devastazione della nostra terra e allo sperpero di denaro pubblico, mi insegna ogni giorno il valore della resistenza e della lotta. Se potessi scegliere oggi, dal carcere in cui sono rinchiusa, tra altre mille vite, quella accanto a voi sarebbe per me l’unica desiderabile. I giganti che da decenni ci troviamo a fronteggiare hanno i piedi d’argilla perché sono stati costruiti su menzogne e inganni, prima o poi, se sapremo restare uniti e determinati, li faremo andare giù!

Vorrei ancora, scusate se sono prolissa ma l’aveva anticipato, dedicare un pensiero ai compagni dei Si-Cobas colpiti pochi giorni fa da un’infame inchiesta giudiziaria per la loro attività sindacale di lotta, a loro va tutta la mia solidarietà e l’impegno, per quanto possibile, a dar voce alla loro iniziativa per smascherare questa vergognosa operazione!

Solidarietà anche alle sorelle e ai fratelli del comitato No Grandi Navi di Venezia che, per difendere la laguna dai mostri delle navi da crociera, si trovano ora sotto attacco e a dover sostenere onerose spese legali. Sono sicura che anche in questo caso la solidarietà sarà diffusa, io sono sempre con voi! (Anche sui barchini!)

Chiudo, finalmente, confermandovi che il 14 aprile ci sarà la “Camera di Consiglio” presso il Tribunale di Sorveglianza per valutare mie eventuali misure alternative al carcere. Sappiate che comunque vada, io sono serena.

Sono in contatto con me stessa e la mia voglia di lottare per un mondo più giusto, e più vivace che mai. Sono con voi, in ogni momento.

Sempre a testa alta, siate saldi!

Avanti No Tav!

Dana

Ps. Rispetto alla chiusura indagini e le relative misure cautelari sul Primo Maggio 2019, non posso che restare allibita dalla strumentalità messa in campo da Questura e Pubblico Ministero.

Quella giornata, attraversata da migliaia di persone nello spezzone sociale insieme al movimento No Tav, è stato unicamente un atto di dignità verso chi, non volendoci in piazza, fa da tempo ormai di temi importanti come i diritti sociali e quelli lavorativi discorsi ed azioni al ribasso.

Noi, padroni di niente, ma soprattutto schiavi di nessuno, abbiamo dato voce a chi lotta per un futuro diverso, per i diritti e a difesa della Terra e dell’ambiente. Abbiamo difeso il nostro diritto a manifestare e non ci siamo accontentati di una sfilata fine a se stessa con unico intento quello celebrativo.

Siamo tanti a non accontentarci delle briciole e a non credere alle solite bugie.

Ai compagn* colpit* insieme a me dalle misure cautelari (nel mio caso come il gioco carta-forbice-pietra il carcere in cui già mi trovo vince il banco quindi le firme sono per ora rimandate) va il mio abbraccio più sincero.

Siate saldi!

da qui

 

 

Con la fantasia rompo i muri della mia galera - Ahmet Altan

 

«Un oggetto in movimento non è né dove è, né dove non è», afferma Zenone nel suo famoso paradosso. Fin dalla mia giovinezza ho creduto che questo paradosso sia più adatto alla letteratura o, anzi, agli scrittori, che alla fisica. Scrivo queste parole dalla cella di una prigione. Aggiungete la frase: «Scrivo queste parole dalla cella di una prigione» a qualsiasi narrazione e sarà come aggiungere una vitalità inquieta, una voce spaventosa proveniente da un mondo oscuro e misterioso, la coraggiosa posizione di un oppresso che resiste e un malcelato appello alla grazia. È una frase pericolosa che può essere usata per sfruttare i sentimenti delle persone. E gli scrittori non sempre si astengono dall’usare le frasi in un modo utile ai loro interessi quando è in gioco la possibilità di toccare i sentimenti della gente. Perfino capire la loro intenzione può bastare al lettore per provare compassione nei confronti di chi ha scritto quella frase. Ma aspettate. Prima che iniziate a commiserarmi, ascoltate quello che vi dirò.

Sì, sono detenuto in una prigione di alta sicurezza in mezzo al nulla. Sì, mi trovo in una cella dove la porta viene aperta e chiusa con uno sferragliare di chiavi. Sì, ricevo i miei pasti attraverso un buco in mezzo alla porta. Sì, anche la parte superiore del piccolo cortile lastricato dove cammino su e giù è chiusa da gabbie d’acciaio. Sì, non mi è permesso di vedere nessuno a parte il mio avvocato e i miei figli. Sì, mi è vietato perfino inviare una lettera di due righe ai miei cari. Sì, ogni volta che devo andare in ospedale tirano fuori delle manette da un mucchio di ferri e me le mettono ai polsi. Sì, ogni volta che mi portano fuori dalla mia cella gridano «alza le braccia, togliti le scarpe» e me lo urlano in faccia.

Tutto questo è vero, ma non è l’intera verità. Nelle mattine d’estate, quando i primi raggi di sole passano attraverso le nude finestre a sbarre e colpiscono il mio cuscino come delle lance scintillanti, sento i canti giocosi degli uccelli di passaggio che hanno fatto il loro nido sotto le grondaie del cortile e gli strani scricchiolii dei detenuti che, passeggiando negli altri cortili, schiacciano le bottiglie d’acqua vuote sotto i loro piedi.

Vivo con la sensazione di abitare ancora in quella casa con giardino dove ho trascorso la mia infanzia o, per qualche motivo e non so spiegarmi perché, in uno di quegli alberghi delle vivaci strade francesi del film Irma la Dolce.

Quando mi sveglio con la pioggia autunnale che colpisce le sbarre della finestra, con la furia dei venti del nord, comincio la giornata sulle rive del Danubio in un albergo con delle torce sulla facciata che vengono accese ogni notte.

Quando mi sveglio con il sussurro della neve che si accumula tra le sbarre della finestra d’inverno, inizio la giornata in quella dacia con una finestra sul davanti dove si rifugiò il dottor Zivago.

Finora, non mi sono mai svegliato in prigione – nemmeno una volta. Di notte, le mie avventure sono ancora più cariche di azione. Giro tra le isole della Thailandia, gli alberghi di Londra, le strade di Amsterdam, i labirinti segreti di Parigi, i ristoranti sul lungomare di Istanbul, i piccoli parchi nascosti tra le strade di New York, i fiordi della Norvegia, le piccole città dell’Alaska con le loro strade sepolte dalla neve.

Mi potete incontrare lungo i fiumi dell’Amazzonia, sulle rive del Messico, nelle savane africane. Parlo tutto il giorno con persone che nessuno vede o sente, persone che non esistono e non esisteranno fino al giorno in cui le menzionerò. Le ascolto mentre parlano tra di loro. Vivo i loro amori, le loro avventure, le loro speranze, le loro preoccupazioni e le loro gioie. A volte rido mentre cammino in cortile, perché mi capita di sentire le loro conversazioni piuttosto divertenti. Poiché non voglio metterli sulla carta in prigione, incido tutto ciò in qualche angolo della mia mente con l’inchiostro scuro della memoria.

So che sarò un uomo schizofrenico finché queste persone rimarranno nella mia mente. So anche che sono uno scrittore quando queste persone si ritrovano in certe frasi sulle pagine di un libro. Mi piace fare avanti e indietro tra schizofrenia e scrittura. Mi libro come fumo e lascio la prigione con le persone che esistono nella mia mente. Forse hanno il potere di imprigionarmi, ma nessuno ha il potere di tenermi in prigione.

Sono uno scrittore. Non sono né dove sono né dove non sono. Ovunque mi rinchiudano, viaggerò per il mondo con le ali della mia mente infinita. Inoltre, ho amici in tutto il mondo che mi aiutano a viaggiare, molti dei quali non ho mai conosciuto. Ogni occhio che legge quello che ho scritto, ogni voce che ripete il mio nome, mi tiene per mano come una piccola nuvola e mi fa volare sulle pianure, le sorgenti, le foreste, i mari, le città e le loro strade.

Mi ospitano silenziosamente nelle loro case, nelle loro sale, nelle loro stanze. Viaggio in tutto il mondo nella cella di una prigione.

Come avrete capito, ho un’arroganza divina, un’arroganza che spesso non è riconosciuta ma che è propria degli scrittori ed è stata tramandata di generazione in generazione per migliaia di anni. Ho una fiducia in me stesso che cresce come una perla dentro il duro guscio della letteratura. Ho un’immunità protetta dall’armatura di acciaio dei miei libri. Scrivo nella cella di una prigione. Ma non sono in prigione.

Sono uno scrittore. Non sono né dove sono né dove non sono. Mi si può imprigionare, ma non tenermi in prigione. Perché, come tutti gli scrittori, possiedo una magia. So attraversare i muri con facilità.

Traduzione di Luis E. Moriones

Dalla Repubblica del 27 settembre 2017.

da qui

 

 

Cara Dana, ora che sei finalmente tornata a casa…

 

Cara Dana,

ora che sei finalmente tornata a casa, anche se non nella tua amata Bussoleno in Valsusa, siamo certi che poco alla volta ti riapproprierai delle tue libertà.

Quando ieri è arrivata la notizia della tua scarcerazione, ci siamo tutti immediatamente agitati dalla contentezza e dalla voglia di riabbracciarti. Saremmo voluti venire di corsa tutte e tutti sotto al carcere!

Immaginavamo però che il provvedimento mantenesse comunque delle caratteristiche vendicative, nonostante l’ottima relazione dell’equipe trattamentale interna al carcere, che è il pilastro su cui dovrebbe fondarsi la valutazione dei magistrati, come hanno aggiunto anche i tuoi avvocati. Tant’è che purtroppo ti è stata concessa la detenzione domiciliare con tutte le restrizioni e non ti è permesso accompagnarti o ricevere visite da chi è parte del movimento No Tav o dell’Askatasuna.

Ci viene subito da pensare che sembra essere una colpa quella di condividere con i propri affetti la voglia di costruire un mondo libero dalle ingiustizie sociali e di lottare contro chi vuole devastare la terra e speculare sulla vita di tutte e tutti noi. Resta che però abbiamo tirato un grande sospiro di sollievo nel saperti finalmente fuori da quelle orribili mura.

Cara Dana, chissà come sarà andata la tua prima notte in una casa, in un letto vero, senza sbarre, senza il rumore delle chiavi, delle serrature, dei manganelli sulle sbarre. La possibilità di recuperare un’intimità personale, di cura e riposo.

Immaginiamo che non sia stato semplice salutare le tante compagne di detenzione che in questi lunghi sette mesi sono diventate la tua famiglia in qualche modo, come pensiamo che lasciare lì Fabiola, con cui hai condiviso tre mesi di detenzione e lo sciopero della fame, sia stato ugualmente difficile.

Ma ora è il tempo della riconquista della libertà. La strada sappiamo essere ancora un po’ in salita, ma ci rallegriamo nel saperti fuori dal carcere.

È stata tantissima la solidarietà che nel tempo si è costruita in tuo sostegno. Da realtà come Amnesty International e Greenpeace, alle incredibili Mamme in Piazza per la Libertà di Dissenso, che dall’8 ottobre ogni giovedì si sono ritrovate sotto il carcere; la lunga lista di realtà in lotta che in tanti anni hanno avuto la possibilità di incontrarti e condividere un pezzo di strada insieme a te; il lunghissimo elenco tra giuristi, intellettuali, persone della cultura e dello spettacolo tra cui Elio Germano, Zerocalcare, Giovanna Marini e altri circa 800 firmatari dell’appello che chiedeva a gran voce la tua liberazione.

E poi ovviamente le Fomne Contra ‘l Tav e tutto il movimento No Tav che no ha smesso per un solo secondo di sentirti vicina.

Un grazie speciale vogliamo mandarlo ai tuoi avvocati per quanto hanno fatto in questi lunghi mesi, combattendo contro un’ingiustizia amplificata da un sistema carcerario basato solo sulla repressione.

A loro va un sentito ringraziamento perché in questi sette lunghi mesi, sono venuti a trovarti ogni settimana, con l’emergenza sanitaria in corso, anche più volte. Con lo stesso affetto che faceva battere i nostri cuori qui fuori.

 

Insomma, la solidarietà è un’arma potente e meravigliosa, che ci ha permesso di tenere duro tutto questo tempo che, a volte, è davvero sembrato infinito anche per noi qui fuori.

Ma adesso è arrivato il momento di riconquistare la libertà per te, ma anche per Fabiola che purtroppo si trova ancora in carcere e anche per Stella e Mattia, anche loro ancora ai domiciliari.

Vogliamo che il lungo elenco dei/delle No Tav ancora afflitti da restrizioni della propria libertà tornino liberi al più presto e faremo tutto il necessario perché ognuno possa ritornare a percorrere i sentieri della Valsusa, quegli stessi sentieri che ci hanno fatto incontrare e creare relazioni indistruttibili e intoccabili anche dai più duri dei provvedimenti punitivi.

“Si parte e si torna insieme”, sempre! È la promessa che rinnoviamo anche questa volta!

Che il vento della Valsusa possa tornare presto a soffiare sul tuo viso di donna libera e su quello di tutte e tutti i No Tav ancora ristretti!

Forza Dana e Avanti No Tav!

da qui

 

 

qui un dialogo tra Ahmet Altan e Roberto Saviano

Il Centro Pompidou apre una mostra virtuale senza precedenti su Kandinsky – Umberto Verdat


Un’esperienza coinvolgente per il visitatore nel sito del museo francese che permette di accedere alla più grande collezione al mondo su Vassily Kandinsky. Più di 3.000 opere e documenti poco conosciuti sono esposti sulla piattaforma digitale di Google Arts and Culture, offrendo un’immersione nell’intimità dell’artista russo.

Kandinsky (Mosca, 1866) è considerato uno dei pittori più importanti del XX secolo e fu l’autore della prima opera di arte astratta dei tempi moderni. Nel 1933 si stabilì a Parigi, dove morì nel 1944.

Pittura e musica

Per Kandinsky il colore aveva un effetto psicologico-spirituale sull’osservatore, la pittura doveva essere simile alla musica, ossia raggiungere direttamente i sensi e trasmettere le giuste sensazioni ed emozioni, senza alcun bisogno di narrare vicende o raffigurare immagini, e in essa il colore rivestiva la stessa funzione del suono nella musica.

“Un quadro dev’essere composto come se fosse musica”, scriveva, ” e deve suonare come una sinfonia cromatica”. In analogia alla musica egli vedeva i suoi colori e le sue forme “risuonare” e “vibrare”.

La mostra propone di conoscere in profondità il lavoro del grande artista attraverso le sue opere, la sua vita e i luoghi dove ha vissuto: un progetto su cui il Centro Pompidou ha lavorato per mesi in modo da permettere agli utenti di accedere ai 3.000 pezzi del pittore che conserva nella sua collezione.

Ora, grazie alla digitalizzazione ad alta definizione, è possibile accedere a migliaia di opere poco conosciute e documenti d’archivio tra cui dipinti, schizzi, bozze, fotografie personali e corrispondenza.

Questa esperienza permette di riunire i suoi capolavori emblematici ma anche di condividere i suoi viaggi e scoprire gli incontri che hanno segnato la sua vita, così come la sua casa alla periferia di Parigi e l’appartamento che occupava durante i suoi anni a Mosca.

Il percorso interattivo

Il progetto si compone di tre parti: la prima riunisce opere, fotografie, tavolozze, pennelli e altri oggetti lasciati in eredità al Pompidou dalla vedova del pittore, Nina Kandinsky, alcuni dei quali non sono mai stati esposti. La seconda parte è una “Pocket Gallery“, che permette di scoprire le dodici opere più importanti del pittore. La terza, intitolata “Play a Kandinsky“, è un esperimento interattivo che mescola musica sperimentale e dipinti per immergersi nell’universo dell’artista.

Grazie all’applicazione, possiamo percorrere le sale del Pompidou, chiuso a causa della pandemia dal 30 ottobre, e contemplare le opere di Kandinsky e persino ingrandirle per vederne le sfumature.

https://www.centrepompidou.fr

 

da qui

 

venerdì 16 aprile 2021

Biopolitica delle case di riposo - Marco d'Eramo

I castelli francesi sulla Loira si valutavano dal numero di finestre: “È un castello da 50 finestre”. Per i boiardi russi le proprietà erano pesate in anime, irrilevante se vive o morte, come racconta Gogol. Invece le grandi corporations di case di riposo si misurano in letti: i quattro più grandi operatori di case di riposo della Gran Bretagna sono infatti HC-One Ltd (dove HC sta per Health Care), con 22.000 letti (e, curiosamente, lo stesso numero di dipendenti), Four Seasons Health Care (20.000 letti), Barchester Healthcare e British United Provident Association con 12.000 letti ciascuna. Ogni letto corrisponde a un anziano. Perciò i letti (gli anziani) vengono comprati e venduti, o depositati come garanzie di prestiti. Noi immaginiamo la grande finanza internazionale come una girandola vorticosa di derivati, di futures, swaps, options. Ci fa strano raffigurarcela come un turbinio di letti, cioè di anziani debilitati. Ma così è; e i dati sui letti cambiano in continuazione e mentre voi leggete, già adesso il numero di letti che ho indicato può essere cambiato, modificato da una compravendita o da un’ipoteca di un lotto di ospiti lungodegenti. Per esempio, Four Season è passato di mano dall’hedge fund Terra Firma del finanziere della City Guy Hands all’hedge fund statunitense H/2 Capital Partners che ha venduto parte dei suoi assets (degenti) per ripianare i debiti accumulati per la sua acquisizione.

La girandola di fusioni, acquisizioni, vendite, scorporamenti è ancora più vorticosa negli Usa dove accelerò nel 2007 quando il più grande operatore di case di riposo, Genesis Healthcare, fu comprato per 2 miliardi di dollari da Formation Capital, hedge fund basato ad Atlanta, prima di essere rimesso sul mercato sette anni più tardi. Sempre nel 2007 il secondo operatore statunitense di case di riposo, HCR Manor, fu comprato per 4,9 miliardi dal fondo di private equity Carlyle Group che era interessato soprattutto al suo patrimonio immobiliare (edifici delle homes e terreni circostanti), che infatti rivendette nel 2010 a un trust immobiliare per 6,1 miliardi di dollari: nel 2018 HCM Manor dichiarò fallimento.

Naturalmente in Europa c’è il mercato comune dei vecchi lungodegenti e la libera circolazione dei posti letto: ci sono gruppi transnazionali, come Korian che possiede 25.000 letti in Francia, 5.000 in Italia e residenze in Germania, Spagna, Olanda e Belgio, per un totale di 71.500 letti e un fatturato totale di poco meno di 3 miliardi di euro. Un gruppo interessante è quello della famiglia italiana De Benedetti, fino al 2020 proprietaria del gruppo editoriale GEDI (giornali “progressisti” come RepubblicaEspresso, più svariati quotidiani locali), la cui holding Cir controlla il gruppo Kos che gestisce 92 strutture, oltre a 48 residenze in Germania, con un totale di 12.800 letti.

Che le case di riposo siano al centro delle manovre speculative della grande finanza internazionale potevamo tranquillamente sospettarlo, ma è lo stesso sorprendente vedere fino a che punto l’incontinenza senile non solo si rivela centrale nel sistema capitalistico (negli Usa il suo giro d’affari è di 129,8 miliardi di dollari per 15.600 strutture con 1,7 milioni di posti letto e 1,4 milioni di pazienti accolti), ma diventa fonte di guadagno persino per la cosiddetta “borghesia illuminata”, come sarebbe in Italia la famiglia De Benedetti.

Ma non è solo per la finanza e il capitalismo internazionale che lo sfruttamento della senilità debilitata si rivela centrale. Le case di risposo sono un dispositivo essenziale per tutta la struttura produttiva moderna. Senza di esse l’intero assetto sociale che conosciamo sarebbe impossibile. Gli alloggi in cui le famiglie vivono non potrebbero essere piccoli come sono: gli appartamenti in cui vive la maggior parte di noi non potrebbero accogliere la generazione dei nonni senza provocare un insopportabile affollamento. Ma la ridotta dimensione degli alloggi è la conditio sine qua non per la struttura delle città e della vita metropolitana. Non solo, senza un luogo dove “parcheggiare”, “immagazzinare” i vecchi nell’ultima fase del loro soggiorno terrestre, la mobilità professionale e geografica sarebbe impraticabile. I giovani (i figli) e gli adulti non potrebbero andare a vivere in città lontane e/o non potrebbero cambiare lavoro (residenza). La tanto osannata “flessibilità” esige uno sganciamento dalle strutture, uno smantellamento della famiglia allargata, un’individualizzazione, una “solitarizzazione” della vita.

Quelle strutture che chiamiamo nursing homes nei paesi anglosassoni, Pflegeheimen in Germania, maisons de retraite in Francia (in cui la sigla burocratica è Ehpad: Établisssements d’hébergement pour personnes âgées dépendantes), case di riposo in Italia (sigla Rsa: Residenze sanitarie assistenziali) si rivelano perciò essere un dispositivo nevralgico per consentire il funzionamento di tutti gli altri settori della vita delle persone. Soprattutto, si rivelano essenziali per gestire quel numero crescente di esseri umani che non è morto ma non vive: perché uno degli aspetti più trascurati del tanto celebrato allungamento della speranza di vita, o allungamento della vita media, è che ad essere stato allungato non è solo il vivere, ma anche il morire. Una specificità del moderno è che la morte si è stiracchiata a dismisura, ormai l’agonia dura non giorni, ma mesi, e spesso anni. Per parafrasare quel che diceva Sinclair Lewis dei mattatoi di Chicago, nelle residenze per anziani ti sembra di ascoltare il rantolo dell’universo.

Le nursing homesPflegenheimen, Ehpad, Rsa, sono quindi un’istituzione chiave della biopolitica. Sono la biopolitica fatta pannolone.

Perciò, è sconcertante il silenzio che si è abbattuto su di loro dopo la prima ondata della pandemia, dopo la fuggevole commozione, dopo le insopportabili lacrime di coccodrillo che sono state versate per la “strage” che il Covid vi ha provocato. Tanto più che la mattanza non si è fermata nella seconda ondata, anzi, è stata ancora più letale. Ma nessun ne parla più, o – al massimo – vi accenna. Insomma, le case di riposo sono state compiante, forse deprecate, in qualche caso denunciate come lager, ma mai affrontate come un problema da risolvere. Problema difficilissimo perché, come abbiamo visto, estraendo questo piccolo tassello dal mosaico, tutto il puzzle sociale va a remengo.

Un problema, sì. Perché le case per anziani sono le discendenti dirette degli ospizi, delle almhouses la cui origine viene fatta risalire all’alto Medioevo. Ma gli ospizi sono sempre stati un incubo, riservato ai più miseri tra i miseri, le abominevoli workhouses per gli ‘impotent poor’ per dirla con l’Old Poor Law di Elisabetta I nel 1601: finire all’ospizio era il destino più inumano e infelice. L’ospizio era sinonimo di carità: ancora nel 1899 Giuseppe Verdi si sentì in dovere di fondare a Milano la Casa di riposo per Musicisti per i suoi colleghi meno fortunati. Era l’epoca degli hospices ‘mouroir’ per dirla con una quasi intraducibile espressione francese coniata nell’800: gli ospizi ‘moritoi’ (mouroir è coniato sulla falsa riga di fumoir o boudoir). Mai sarebbe venuto in mente di spedire un proprio genitore in ospizio a un membro, non dico della borghesia, ma dei ceti popolari non in povertà. Se oggi guardiamo invece il costo medio della degenza in una nursing home negli Stati uniti, restiamo allibiti: è di 245 dollari al giorno (quasi 90.000 dollari l’anno), con punte pazzesche come i 963 dollari al giorno (351.000 dollari l’anno) in Alaska. Sembra avvenire per gli ospizi quel che Robert Castel riscontrava per il lavoro salariato: “Si era salariati quando non si era nulla e non si aveva nulla da scambiare, tranne la forza delle proprie braccia. Qualcuno cadeva nel salariato quando il suo stato si degradava: l’artigiano rovinato, il possidente che la terra non nutriva più…” Ancora nel 1922 il Partito radicale francese si proponeva “l’abolizione del salariato, residuo della schiavitù”. Ma dopo di allora il salariato, cioè un rapporto di lavoro a tempo pieno e indeterminato, sembrava destinato a diventare la condizione stessa della modernità, con tutte le protezioni a esso associate. (Les metamorphoses de la question sociale. Une chronique du salariat, Fayard, Paris 1995, pp. 11-12). Un tempo il lavoro salariato era l’inferno, oggi, l’inferno è essere espulsi dal salariato. Un tempo finire all’ospizio era la caduta all’inferno, oggi è un destino quasi ineluttabile anche tra i ceti abbienti.

Come è successo che, rispetto alla metà dell’800, poco più di un secolo dopo i “mouroirs”, il ricovero in case specializzate per anziani è diventato la normalità non solo per la piccola, ma anche per la media, e a volte, per l’alta borghesia? Sono essenzialmente successe due cose. La prima l’abbiamo già vista: la società (cioè la struttura urbana, il mercato del lavoro, la configurazione della famiglia) si è trasformata a tal punto, il numero degli anziani è talmente aumentato, la vita inattiva si è allungata per tanti anni da rendere inevitabile una sorta di “deposito” degli anziani, dove appunto depositarli, garantendogli spazi e assistenza che a casa diventavano impossibili. Le famiglie, anche agiate, che prima spendevano nel prendersi cura a casa dei propri vegliardi, spendono le stesse somme, o anche di più per “accasarli” in queste residenze attrezzate.

Ma il secondo, decisivo fattore è stato il Welfare State. Sono le leggi di protezione della vecchiaia e i finanziamenti per la sua assistenza che hanno moltiplicato a dismisura le case di riposo, che le hanno finanziate e hanno creato il loro mercato. Lo si è visto dal boom speculativo all’inizio degli anni ‘70 del secolo scorso negli Stati Uniti, dopo che nel 1965 furono creati i programmi di assistenza sanitaria per gli anziani sopra i 65 anni (Medicare) e per i bisognosi (Medicaid): tra il 1960 e il 1975 negli Usa le case di riposo aumentarono del 140%, i loro posti letto del 302% e i loro introiti del 2000%.

Quindi nelle case di riposo assistiamo al sovrapporsi della logica burocratica dell’amministrazione pubblica alla logica del profitto (taglio dei costi, riduzione delle prestazioni, aumento delle rette) delle imprese private. Così in Francia e in Germania sono stabiliti diversi livelli di assistenza, a seconda di quanto (poco) siano indipendenti i vecchi, con parametri come i sei Gir (groupes iso-ressource) in Francia, dal Gir 1 (dipendenza totale mentale e corporale) al Gir 6 (nessuna dipendenza significativa), o i cinque PG (Pflegegrad) in Germania, dal PG 1 (lieve compromissione dell’indipendenza) al PG 5 (più grave compromissione dell’indipendenza). Questi livelli determinano p. es. il rapporto tra degenti e personale (p. es. la Baviera esige un infermiere ogni 6,7 pazienti PG1, contro un infermiere per 1,78 degenti PG5).

Ma, come è avvenuto anche in altri campi, la quasi totalità dei fondi pubblici destinati alla cura degli anziani è andata, e va, ai privati: già nel 1980 l’80% degli anziani “istituzionalizzati” risiedevano in stabilimenti commerciali. Oggi le società a scopo di lucro possiedono 381.524 (83,6%) dei 456.545 letti delle case di riposo inglesi; negli Stati uniti il 68 % delle case di riposo sono di privati a scopo di lucro, il 22% di privati no-profit (per esempio l’Evangelical Lutheran Good Samaritan Society controlla 9.340 letti, Ascension Living 4.562) e il 6% in mano al pubblico; in Germania il 70% degli 858.000 letti nelle Pflegeheimen appartiene a società for-profit. (La Francia è in controtendenza, con il 44% delle Ehpad controllato dal settore pubblico, il 31 % dai privati no-profit e il 25 % da privati for-profit.)

Ma la dipendenza dai finanziamenti statali rende vulnerabili le compagnie di nursing per gli anziani: i progressivi tagli alla spesa pubblica sono il motivo per cui negli anni 2000 le compagnie si sono sempre più indebitate fino a farsi fagocitare dagli hedge funds: dove lo stato “frugale” manda in rovina i privati, per chiudere il cerchio.

Le case di riposo: facili a dirsi, difficili a pensare. Affrontare il loro problema ci costringerebbe a smetterla di schivare le elusioni e le rimozioni degli aspetti più contraddittori e inestricabili del nostro convivere sociale, cui il bisogno di galleggiamento nell’esistente ci costringe, per semplicemente poter continuare a vivere. Siamo come l’Angelus Novus di Benjamin, solo questa volta in prima persona biologica e non come civiltà generica: voltiamo ostinatamente le spalle al futuro in casa di riposo verso cui siamo spinti e a cui siamo destinati. Per concludere con un sorriso, e per mostrare l’inestricabile intreccio del moderno, anche per le case di riposo inglesi è stato creato un sito sul modello di trip.advisor, che classifica i vari stabilimenti a seconda delle prestazioni e del rapporto tra qualità dei servizi e prezzo. Niente in confronto a quella straordinaria guida turistica degli stabilimenti carcerari britannici che è il Prisons Handbook edito dalla Pluto Press (ultima edizione aggiornata, 2020).

(articolo ripreso da “Sidecar”, blog della New Left Review).

da qui

Vi racconto la vita con mio figlio, affetto da autismo - Luca La Gamma

 

 

L’omicidio-suicidio di Castello di Godego, in provincia di Treviso, dove un padre ha ucciso il figlio autistico di due anni e poi si è tolto la vita, ha colpito l’opinione pubblica, ma lasciato indifferente la politica. Quando accadono queste tragedie non ci si sofferma mai abbastanza a cercare di capire come prevenirle. Eppure gli strumenti per accompagnare le famiglie in un percorso di accettazione ci sarebbero, ma troppo spesso rimangono nascosti o si perdono nella burocrazia. Ne parliamo con Andrea Antonelli, papà di Daniele, e con la dott.ssa Alessandra Gasperini, psicologa e psicoterapeuta. “Quando si sfocia in queste tragedie”, spiega Antonelli, “l’opinione pubblica parla di ‘papà provato dalle difficoltà’. In realtà è provato dalla mancanza di sostegno“.

 

In Italia 4,1 milioni di individui soffrono gravi limitazioni nella vita quotidiana a causa di problemi di salute (dati Censis 2019). Persone con disabilità, in una delle sue tante e singolari espressioni. Sono il 6,7% della popolazione, e troppo spesso le famiglie di questi individui vengono abbandonate al loro destino, senza la possibilità di fare un percorso per accettare la disabilità. Ho deciso di approfondire questa tematica dopo il dramma di Godego, dove il 43enne Egidio Battaglia, papà di Massimiliano, sfinito e provato dalla realtà ha deciso di compiere un gesto estremo – che non riesco neanche ad immaginare mentre scrivo questo articolo –, quello di togliere la vita al figlio e poi toglierla a sé stesso. L’ho fatto chiedendo aiuto ad Alessandra Gasperini, psicologa e psicoterapeuta e ad Andrea Antonelli, operatore educativo per l’autonomia (OEPA), coach di basket e promotore del basket per ragazzi affetti da disabilità. Ma soprattutto è papà di Daniele e da 24 anni vive la realtà dell’autismo insieme a sua moglie Emanuela.

Conosco personalmente Andrea da un po’ di tempo, e conosco e voglio molto bene a suo figlio Daniele. A colpirmi è stato un suo post di sfogo su Facebook, dove denunciava l’assenza di sostegno psicologico nei confronti delle famiglie che apprendono di avere un figlio disabile.


“Quando si affronta una diagnosi di una malattia che prevede il coinvolgimento di tutto il sistema familiare – commenta la dottoressa Gasperini – è necessario che ci sia un intervento di supporto che non sia solamente verso il singolo, ma che chiami in causa tutti i membri dello stesso sistema di appartenenza. La diagnosi che coinvolge il singolo è una diagnosi che si estende e inevitabilmente coinvolge tutto il nucleo familiare. Deve essere pensato, in situazioni di questo tipo, un intervento che possa offrire delle risorse al soggetto affetto dal disturbo e ai suoi familiari. La situazione ideale sarebbe un supporto per il bambino, ma anche uno per i genitori e uno per l’interno nucleo familiare”.

Ho provato, quindi, ad approfondire e raccontare come cambia la vita di un papà quando apprende che il figlio ha un problema di disabilità, in questo caso legato all’autismo. Ho provato a farmi raccontare tutti gli aspetti legati alla vita, dall’accettazione alla reazione pratica. Cosa significa avere un figlio autistico, come si ripensa e si riorganizza la vita, con un importante focus su tutti quegli aspetti, assistenziali, sanitari ed economici, cui va incontro una famiglia quando si vede costretta a riorganizzare il suo assetto.

“I fattori che hanno una rilevanza determinante rispetto a questo tema sono molteplici”, prosegue la dottoressa Gasperini. “Dalla tempestività e l’efficacia della comunicazione della diagnosi, alla possibilità di offrire degli strumenti facilmente utilizzabili. La tempestività della diagnosi del disturbo dello spettro autistico dovrebbe avvenire entro i 36 mesi di vita del bambino e avviene quando i genitori hanno già cominciato ad osservare una serie di problematiche. L’iter che si segue è quello di fare degli accertamenti per avere una diagnosi, questo provoca tantissimo stress ai genitori, che si trovano ad affrontare una situazione di impotenza. È l’impotenza che genera vissuti successivi. Si consideri che per avere una diagnosi ufficiale ci vogliono all’incirca tre anni; il genitore passa da una serie di osservazioni sul figlio che generano sentimenti di ansia, preoccupazione e angoscia, a pensieri che generano il timore che si stia perdendo tempo. Riuscire a diagnosticare il problema rapidamente solleva i genitori da preoccupazioni che si radicano per anni. Quando si comunica a un genitore la diagnosi di autismo, le reazioni in genere sono due: shock o sollievo. Sollievo perché finalmente rispetto a un’osservazione di tante cose che non vanno, uno specialista riesce a mettere ordine. L’accettazione della diagnosi è più facile se chi la comunica lo fa comprendendo ed empatizzando con i genitori”.

Ho iniziato la mia conversazione con Andrea sulla base di questi concetti espressi dalla dottoressa Gasperini.

Andrea, partiamo dal fatto di cronaca: a Godego un padre ha ucciso il figlio disabile di due anni e si è tolto la vita. Tu, molto attento e sensibile alla questione disabilità, sei intervenuto sui social denunciando l’assenza delle istituzioni nei confronti delle famiglie con disabili. Vuoi spiegarci il tuo pensiero?

Avendo un figlio affetto da autismo, sono rimasto molto colpito da questa storia e la prima reazione è stato scrivere un post di sfogo. La mia è rabbia, non stupore. Daniele, mio figlio, ha 24 anni e io da 24 anni sento storie come quella di Godego. Purtroppo ciclicamente si assiste ad una di queste tragedienon è un evento raro. Questo tipo di eventi drammatici non riguardano solo i bambini, ma anche gli adulti con genitori anziani. L’omicidio di ragazzi o adulti disabili è figlio di un mancato sostegno psicologico per le famiglie che vengono colpite da una diagnosi come quella dell’autismo. Nei primi anni di vita di un bambino, se autistico, capita che una coppia di genitori decida di rivolgersi a un neuropsichiatra per fare accertamenti e che, dopo visite approfondite, questi comunichi che il bambino deve svolgere un percorso riabilitativo.

Ma nessuno ti parla di una cosa importante: l’accettazione di questo problema, che per le famiglie diventa rinunciare a un sogno che si era custodito durante tutta la gravidanza e nei primi mesi di vita del bambino. È qui che si verifica un primo grande ostacolo, ossia la mancanza di sostegno psicologico e di una guida per aiutare i genitori a districarsi nella burocrazia, per fare richieste di visite specialistiche, domande di invalidità e soprattutto un percorso riabilitativo. Le ASL e i comuni non sono in grado di garantire sufficiente assistenza. Quando si sfocia in queste tragedie, l’opinione pubblica parla di “papà provato dalle difficoltà”, ma il papà è stato soprattutto provato dalla mancanza di sostegno. Non siamo tutti pronti davanti a una cosa del genere. Faccio spesso questo esempio: quando ci sono catastrofi naturali viene inviata la protezione civile e un’unità di psicologi sul luogo colpito per sostenere la popolazione in un momento critico. Mi domando perché non è previsto un servizio di sostegno psicologico alle famiglie appena ricevono questa diagnosi. Perché non esiste un assistente sociale che guidi i genitori nel percorso? Ti lasciano in balia delle onde, sei in mezzo a una tempesta e se non sai districarti, inevitabilmente finisce in tragedia. Sul discorso dell’anzianità, ad esempio, quando hai un figlio grande e devi fare i conti con l’età che avanza, chi ti aiuta? Nessuno ti rassicura. Ciclicamente accadono queste tragedie, l’opinione pubblica con una lavata di coscienza pone l’attenzione a questi aspetti, ma nessuna istituzione ha mai realmente preso in considerazione il problema.

Interviene la dott.ssa Gasperini. “È corretto richiedere supporto psicologico, perché quando si immagina una gravidanza, si crea uno spazio dove entrambi i genitori collocano delle fantasie relative al figlio ‘ideale’. Una comunicazione di questo tipo, come racconta Andrea, genera nei genitori un sentimento simile a quello del lutto, della perdita, perché quelle fantasie custodite per mesi, non possono essere soddisfatte. Un essere umano, quando si prepara a diventare genitore, comincia già a immaginare una serie di preoccupazioni legate al figlio, che aumentano in modo esponenziale quando viene diagnosticato il disturbo dello spettro autistico.”

Prima e dopo l’accettazione

Ci racconti una giornata tipo con tuo figlio Daniele?

Fin qui ho vissuto due “giornate tipo”: una pre-accettazione e una post-accettazione. Quella pre-accettazione era tutta incentrata sul cercare di recuperare il terreno perso e provare a favorire Daniele nell’acquisizione delle funzioni di base, dall’autonomia nel mangiare da solo a lavarsi i denti e vestirsi. Questi bambini non imparano per imitazione come i normodotati, avendo un deficit grave dell’attenzione non imparano per ripetizione. In alcuni casi non imparano proprio avendo difficoltà di displasia motoria.

 

Durante la prima fase della vita la giornata tipo era quella di svegliarsi, prepararlo per la scuola, fargli fare colazione, lavarlo e vestirlo. Poi c’era il momento della scuola, il pranzo e dopo pranzo si andava all’associazione di riferimento per fare terapia. Percorrevamo chilometri su chilometri per fare terapia psicologica o comportamentale, oltre alle visite mediche. Era tutto incentrato sull’autismo. Le nostre uscite quotidiane erano rivolte a sostenere Daniele, potrei definire quel periodo di vita come una vita autistica. Grosse possibilità di socializzazione per noi non ce n’erano. Durante la scuola materna e la scuola elementare il bambino non interagiva con i coetanei, quindi non partecipavamo alle feste e avevamo difficoltà a socializzare. Mandato giù questo boccone, abbiamo ripreso in mano la nostra vita. Io personalmente ho ripreso ad allenare, prima i ragazzi disabili e poi anche i ragazzi normodotati. Abbiamo sdoganato la disabilità di Daniele e l’abbiamo condivisa con tutte le persone che abbiamo intorno, scoprendo un mondo nuovo.

Daniele, oggi, è accettato ovunque, non abbiamo quasi mai riscontrato problemi nel portarlo in qualsiasi posto. È anche vero che noi siamo stati molto testardi; i primi tempi Daniele non aveva piacere a frequentare posti, ma poi col tempo si è adattato e arricchito, come si sono arricchite le persone che sono entrate in contatto con lui. Persone che prima avevano timore dell’autismo e poi si sono aperte. Anche su questo aspetto potremmo parlare di “un prima e un dopo”.

“A questo proposito”, prosegue la psicoterapeuta, “oltre al supporto delle istituzioni – quali sistema sanitario e scolastico – è fondamentale che la famiglia possa contare anche sul supporto della propria rete sociale (amici e familiari). In questo modo, ci si sente meno soli e soprattutto si sente di poter contare su qualcuno e chiedere aiuto”.

 

Come è cambiata la tua vita da quando hai scoperto la disabilità di Daniele?

La vita è cambiata al 200%, non al 100%. Il sentore che ci fosse qualcosa che non andasse lo avevamo. Abbiamo aspettato, ma quando c’è stata la diagnosi che ha confermato i nostri dubbi, la nostra vita è completamente cambiata. Abbiamo smesso di vivere una vita normale, era diventato impossibile anche andare a fare la spesa, portarlo a comprare le scarpe o dal barbiere, andare al cinema per vedere un film. Siamo stati male per parecchio tempo. Per fortuna poi abbiamo trovato un’associazione che ci ha accompagnato per dieci anni e ci ha insegnato ad interagire con Daniele. Siamo riusciti a trovare la maniera per poter tornare a fare tutto. Abbiamo vissuto un periodo buio che è durato almeno tre o quattro anni, periodo in cui alternavamo sempre la terapia comportamentale e tutto ciò che concerneva la parte medica al percorso psicologico di accettazione da parte della famiglia, aspetto che ci tengo a sottolineare essere fondamentale. Dopo i primi anni di vita di Daniele, siamo riusciti ad accettare il fatto di aver avuto un problema che si è rivelato in seguito una crescita grandissima per tutti noi e abbiamo potuto riappropriarci della nostra vita, in maniera diversa, ma più consapevole. Il divertimento e quello che si può raccogliere frequentando dei posti per disabili, ti consente di assaporarne di più il valore.

Sei molto attivo nelle scuole e nella pallacanestro. Hai letteralmente stravolto la tua vita da quando è arrivato Daniele e oggi sei a Roma uno dei promotori del basket per ragazzi affetti da disabilità. Ci racconti questa tua doppia vita?

Sono nel mondo del basket da quando ho memoria. Purtroppo anche la pallacanestro, quando abbiamo scoperto il problema di Daniele, è finita in secondo piano. Un giorno Emanuela mi ha fatto leggere un articolo che parlava di coach Marco Calamai, allenatore che a Bologna praticava basket con bambini autistici. Decisi di andare a Bologna per vedere con i miei occhi cosa facesse Marco. Quindi mi feci coraggio e iniziai a replicare il suo metodo a Roma. Le attività che fanno i bambini autistici a tavolino prevedono delle ripetizioni di riconoscimento, di appaiamento e così via. Ho immaginato che queste ripetizioni, facendole con la palla, potessero essere utili per uno sviluppo migliore dell’attenzione e della concentrazione. Unire divertimento e attività fisica è stata una novità che all’inizio mi ha messo alla prova. Ma piano piano mi ha dato tantissime soddisfazioni, perché sono riuscito a comprendere ancora meglio come funziona un soggetto autistico. Ho capito che non è vero che non capiscono cosa gli accade intorno o non comprendono ciò che gli viene detto. Lo decifrano semplicemente in maniera diversa e non sono in grado di poter dare il giusto feedback allo stimolo ricevuto. Ma se sono motivati e si accorgono che la persona che hanno accanto crede in loro, raggiungono dei miglioramenti inaspettati. Anche con il basket per autistici ho avuto grandissime soddisfazioni. Da quando ho iniziato non l’ho mai abbandonato, pur modificandolo man mano che Daniele cresceva. In questo momento, covid a parte, abbiamo un gruppo di uomini e donne adulti con disabilità psichica e motoria. Anche quello fa parte dell’evoluzione dell’accettazione, riuscire a trasformare qualcosa di negativo in qualcosa di positivo.

 

Scuola e autismo

Rimanendo nell’ambito della formazione, i dati Istat raccontano che nell’anno scolastico 2019-2020 è aumentato il numero di alunni con disabilità che frequentano le scuole italiane (+13 mila, il 3,5% degli iscritti). Sono quasi 300mila gli alunni con disabilità in Italia. In crescita anche il numero di insegnanti per il sostegno, con un rapporto alunno-insegnante migliore delle previsioni di legge, ma il 37% non ha una formazione specifica. Che realtà si vive nelle scuole italiane, secondo la tua esperienza?

A mio avviso è una realtà positiva. Gli insegnanti di sostegno ci sono e sono validi, ma è impossibile pensare di avere una preparazione specifica su ogni tipo di disabilità. Una disabilità come l’autismo è difficile da trattare. Chi può essere preparato ad una cosa del genere se non ha esperienza sul campo o non ha studiato per risolvere questi problemi? Una cosa importante che non può mancare tra gli insegnanti di sostegno e gli operatori OEPA è l’empatial’intelligenza emotiva. Bisogna riuscire ad aprire una breccia e conquistarsi la fiducia del bambino o del ragazzo, ancora più che sapere i fondamenti del disturbo. Poi è necessario conoscere il tipo di lavoro da svolgere, non utilizzare solo il metodo empirico ma fondarsi su un metodo scientifico ed elaborato. La conditio sine qua non è l’empatia, l’interesse e la vocazione per lavorare in questo campo. Nella scuola gli strumenti ci sono già tutti, esistono il PEI (Progetto educativo individualizzato) e il GLH (Gruppo di lavoro handicap) che collega tutte le figure che interagiscono nella vita del bambino. Bisogna però farli funzionare bene. Serve una sinergia tra la famiglia, la scuola e la struttura che segue il bambino dal punto di vista riabilitativo. Se tutto questo funziona, ogni cosa diventa più semplice. Le leggi, a mio avviso, ci sono. Bisogna avere la volontà di farle funzionare. La scuola deve essere più pronta ed accogliente per questi bambini, bisogna prevedere spazi comuni nei quali i bambini imparino ad interagire con i loro compagni. La base c’è, il problema – ribadisco – è far funzionare tutto quanto.

E poi c’è la figura dell’assistente educativo e culturale (AEC) troppo poco conosciuta e spesso non sufficientemente qualificata. A che punto è in Italia il processo di riconoscimento di questa figura, che si occupa di sostenere e promuovere l’autonomia dell’alunno, facilitarne il processo di integrazione e comunicazione in classe e rendergli accessibili le attività scolastiche?

Io sono un AEC, oggi definito OEPA (operatore educativo per l’autonomia). È stata sempre una figura un po’ maltrattata all’interno della scuola. Non abbiamo mai avuto un riconoscimento formale, soprattutto da parte degli insegnanti. Bisogna sempre avere presente che è la maestra di sostegno quella che elabora il PEI; o si ha la fortuna di collaborare con una maestra che ti rende partecipe dei programmi che vuole attuare, o bisogna lavorare per conquistare la fiducia di questa persona e poi lavorare a quattro mani. È una cosa complicata, ma se si mettono passione, entusiasmo e competenza nelle cose (e queste vengono riconosciute) il rapporto solitamente è molto fattivo e collaborativo. Io mi ritengo molto soddisfatto del mio lavoro. Vado volentieri a scuola e mi godo i progressi dei ragazzi che mi sono stati affidati.

 

 

I dati Istat nel biennio 2019-2020 raccontano anche di una scarsa presenza di assistenti all’autonomia e alla comunicazione nel Mezzogiorno, dove il rapporto alunno/assistente è di 1 a 5,5; oltre 1 a 11 in Campania e in Molise. Il Ministero dell’Istruzione come dovrebbe intervenire per garantire maggiore assistenza ai disabili nelle scuole di provincia?

Come ti ho detto, per la scuola le leggi esistono. Bisogna farle funzionare. Io credo che le leggi riguardo l’assistenza siano ottime. Il problema è destinare bene i fondi, non tagliare sul sociale. La cosa che mi indigna di più è questa mentalità secondo cui per recuperare soldi bisogna sempre tagliare sul sociale. Tante volte ho sentito dire che il sociale è un settore in perdita perché non c’è possibilità di auto finanziamenti. Penso che si sappia che i fondi nel sociale sono a fondo perduto, ma vanno destinati bene e tutelati. Mi domando, chi è genitore di un ragazzo autistico in provincia, al sud, che fa? Anche lì bisognerebbe iniziare a pensare a come impiegare bene questi fondi.

Assistenza sanitaria e previdenza

Parlando di disabilità e assistenzialismo sanitario, mi ha colpito molto un tuo post in cui denunciavi l’impossibilità di far fare una panoramica delle arcate dentarie a Daniele, se non a pagamento. 

Tocchi un tasto dolente. A prescindere dall’avere un servizio di neuropsichiatria infantile in cui manca totalmente l’assistenza psicologica alle famiglie, addirittura non c’è la possibilità di far seguire pubblicamente e con poche spese i propri figli! Bisogna ricorrere al privato perché il Servizio Sanitario Nazionale dal punto di vista riabilitativo è imbarazzante. Non fosse sufficiente, al compimento della maggiore età i nostri figli non possono più rivolgersi al servizio territoriale di base – quello della neuropsichiatria infantile per intenderci – perché non sono più bambini. Non hanno più punto certo dove poter richiedere esami e fare visite di controllo. Questo è un problema molto grave. Un banale raffreddore che si tramuta in una bronchite, in un ospedale non sanno come gestirlo perché non sanno come gestire tuo figlio. Non esistono strutture ricettive dove puoi chiedere l’assistenza di uno specialista. Bisogna sempre rivivere questo peso di essere guardato come un alieno. Se devi curare occhi, orecchie e denti, entriamo in un discorso spinoso perché bisogna applicare una sedazione: è impossibile convincere un ragazzo autistico a farsi visitare. Diventi una palla da ping-pong perché nessuno ti accoglie e nessuno sembra in grado di poterti aiutare. Mi arrabbio perché poi mi viene risposto che ‘è una cosa rara’ e non sanno come gestirla. Vieni abbandonato a te stesso se non sai importi. Devi essere pronto a fare rumore; spesso mi sono trovato in situazioni in cui hanno dovuto chiamare i vigili urbani per farmi desistere.



I dati INAIL raccontano che i disabili titolari di una rendita sono 565.924. Ci aiuti a capire criteri e modalità per ricevere un sussidio economico in favore dei disabili?

A causa di lungaggini, burocrazia e illeciti che vengono commessi per cercare di non aiutare le famiglie e tenere nascosti i diritti dei ragazzi disabili ad accedere ai rimborsi per le terapie sostenute, è difficile e diventa quasi un lavoro. Bisogna quasi studiare per riuscire a districarsi in questo ginepraio. A casa mia se ne occupa mia moglie e se non fosse per lei non avremmo nulla. Ma lei passa tante ore al pc, si aggiorna, si informa e studia per ottenere ciò che spetta a Daniele di diritto. L’iter burocratico è tremendo, ti sfinisce. Vengono richiesti certificati e documentazione infinita. In ogni comune o circoscrizione dovrebbe esserci uno sportello d’ascolto con una persona specializzata che aiuti queste famiglie già provate e sfiduciate a causa degli iter burocratici. Ci sono liste di attesa di famiglie lunghissime per ottenere solo l’aggravamento della posizione dei bambini. Famiglie che spendono un sacco di soldi per far seguire privatamente i bambini. Ci sono cose che non si spiegano: perché, mi domando, bisogna risparmiare sulla pelle dei bambini disabili e non sugli stipendi dei deputati?

L’assistenza domiciliare funziona? Qual è l’iter da seguire per attivare servizi di questo tipo? Riscontri criticità?

L’assistenza domiciliare è una conseguenza del riconoscimento dell’invalidità civile e della legge 104, art. 3 comm. 3. Deve esserti riconosciuta come diritto da parte del neuropsichiatra, poi bisogna andare al comune di appartenenza, parlare con l’assistente sociale e sperare che ci siano ore disponibili, che sono sempre troppe poche. Arriva un assistente in casa che cerca di entrare in relazione con tuo figlio. La maggior parte delle volte l’esito è positivo, ma questo non è un percorso riabilitativo. Con l’assistente sociale i ragazzi fanno passeggiate, giochi, ma l’assistenza domiciliare è piena di criticità. È sempre difficile ottenerla, perché le domande sono tante e il personale scarseggia. Ogni anno il bilancio dei comuni viene tagliato e quindi aumentano i restringimenti. Ci sono tante criticità, servono spalle larghe e perseveranza per ottenere diritti. Non è semplice neanche fare domanda di disabilità, ci sono tanti cavilli che possono cambiare la possibilità di avere il diritto ad ottenere qualcosa. È molto complicato.

Su questo punto ho chiesto un parere alla dottoressa Gasperini. “Credo”, chiosa Gasperini, “che l’assistenza domiciliare, esattamente come racconta Andrea, ha un aspetto che offre una prospettiva differente. Oltre ad offrire un aiuto diretto al bambino, l’assistenza domiciliare offre anche un’assistenza alla famiglia, perché consente ai genitori di crearsi uno spazio di libertà dalla quotidianità. È importante investire sulla presenza e formazione dell’assistente domiciliare, che deve essere una figura altamente qualificata. Consentire ai genitori di avere tempo per sé stessi, è fonte di benessere per l’intera famiglia”.

Il governo Draghi ha istituito il Ministero per le Disabilità. Ti aspetti un cambiamento d’impatto nei prossimi mesi?

Ti dico la verità: io rimango vigile, alla finestra. Al momento voglio dare un 3% di parere favorevole al fatto che si riuscirà a fare qualcosa con questo Ministero, ma per il 97% penso che sia fumo negli occhi. È come al solito propaganda, qualcosa da sbandierare. Di fattivo non c’è nulla, il nulla più totale. Sono convinto di questo. Ne parlano perché c’è un esercito di voti da prendere cavalcando quest’onda, ma sono tutte promesse al vento che temo non verranno soddisfatte.

da qui

Sarajevo piange Jovan Divjak, il generale serbo che scelse l’umanità contro il nazionalismo e difese la città - Ennio Remondino

  

Sarajevo piange zio Jovo. Muore a 84 anni Jovan Divjak, il generale serbo che al fianco dei bosniaci difese la città nei 1.425 giorni di assedio. Per alcuni di noi, narratori reduci da quella ormai quasi dimenticata tragedia, Jovan Divjak era un appuntamento fisso, il serbo buono a difendere Sarajevo multietnica contro i serbi cattivi di Karadzic e Mladic che la assediavano, la affamavano, e uccidevano dalle alture del Trebevic.
Un amico, per alcuni di noi. E il groppo che ti prende alla gola nel parlarne, impone di dare spazio a ricordi personali altrui.

 

Quando l’esercito jugoslavo lo fanno serbo

Divjak nasce a Belgrado nel 1937 da padre serbo di origine bosniaca. Nell’allora capitale jugoslava completò gli studi all’Accademia militare. Nel 1992, quando la Bosnia decise la sua uscita dalla Federazione jugoslava ed esplose il conflitto, il serbo belgradese Divjak viveva a Sarajevo ormai da 26 anni, alto ufficiale della Difesa territoriale e non ebbe dubbi su quale fosse il suo dovere. Quando Sarajevo venne presa d’assedio dai serbo-bosniaci ultra nazionalisti di Karadzic, Divjak difese appunto il territorio e la sua popolazione, diventando il numero due dell’Armija di Sarajevo.

L’assedio di Sarajevo, il più lungo nella storia della guerra moderna, proseguì fino al Natale 1995 -1.425 giorni in tutto-, con un bilancio di quasi 14mila morti tra cui circa 5.500 civili, inclusi moltissimi bambini.

Dopoguerra, la pulizia etnica diventa politica

Dopo il conflitto, Divjak scoprirà che la Sarajevo multiculturale e multietnica per cui aveva combattuto, era destinata a morire per vizio politico di appartenenza, a completare una pulizia etnica meno violenta ma più generalizzata.

Alla fine della guerra, diede le dimissioni da generale dell’esercito bosniaco, in disaccordo con il nazionalismo musulmano del presidente della Bosnia ed Erzegovina Izetbegovic.

E lui scelse opporvisi culturalmente, dedicandosi alle nuove generazioni. L’Associazione «L’istruzione costruisce la Bosnia Erzegovina», impegnata nel sostegno a formazione di bambini e ragazzi orfani e di famiglie povere. Grazie a lui, oltre 50mila tra orfani di guerra, figli di veterani, famiglie povere e rom hanno ottenuto borse di studio per proseguire la propria formazione, anche nelle zone di campagna più colpite dal conflitto.

Perseguito dai serbi nazionalisti

Dovette anche fare i conti con la giustizia serba, che ne chiese l’estradizione per il suo presunto ruolo nell’attacco di un convoglio dell’esercito jugoslavo a Sarajevo, da cui si è sempre difeso specificando di aver ordinato lo stop all’operazione. Fieramente anti-nazionalista, Divjak era considerato un traditore da frange ultra-nazionaliste in Serbia e in Republika Srpska, la ‘Entità’ serbo bosniaca inventata a Dayton, Usa, per un cessate il fuoco che poi fu elevato al rango di Pace, da allora sopravvive arzigogolata e traballante nell’incapacità interna e internazionale di ripensarla.

Dal sito dell’Osservatorio Balcani e Caucaso. Divjak generale, diceva che da piccolo avrebbe voluto studiare psicologia per capire come mai certa gente avesse tanta voglia di ammazzare. Poi, tempi di maschilismo di Stato: «Sì, i miei uomini hanno difeso Sarajevo, ma sono le donne che l’hanno salvata».

 

Memoria di un allora ragazzo della Sarajevo sotto assedio

Sull’HuffPost Ivan Butina, italo-bosniaco di Sarajevo che vive oggi a New York: «Dopo la guerra, le varie comunità in Bosnia si sono sempre più mono-etnicizzate. C’è un immenso bisogno di riscoprire personaggi come Divjak. I partiti in Bosnia continuano a essere basati sull’etnia, ed è questa politica nazionalista che rende il Paese immobile». Sulla pagina della ong da lui creta sono i suoi ragazzi -quelli che ha aiutato a studiare- a fare una promessa:

«La tua eredità e la tua dedizione al popolo bosniaco non saranno mai dimenticate. Ora tocca a noi continuare il lavoro e vivere con il tuo esempio».

da qui