lunedì 20 luglio 2026

Un lavoro tutto da fare - Guido Viale


C’è un caldo insopportabile in tutta l’Europa. Fra un po’ terminerà con qualche disastrosa grandinata. Poi riprenderà e sarà ancora peggio, alternando sempre più spesso eventi estremi e mandando avanti processi irreversibili come lo scioglimento dei ghiacci, l’innalzamento dei mari, gli incendi delle foreste e l’inaridimento di fiumi e laghi, per non parlare dei virus e delle epidemie in vista. Ce lo dice, e non da ora, ma da decenni, “la Scienza”; o, più modestamente, la comunità scientifica.

Siamo impreparati a tutto questo: lo sono i Governi nazionali e locali, le istituzioni sovranazionali, le imprese, i media e il loro personale asservito, i sindacati, i partiti, le associazioni e tutti noi comuni cittadini e cittadine. E non per la disinformazione diffusa a piene mani dai molti negazionisti del clima, bensì per quella promozione dell’indifferenza e dell’irresponsabilità di fronte al disastro in arrivo e già in corso di cui siamo tutti al tempo stesso, e in diversa misura, vittime e complici.

Sui media i servizi in cui si adombra la gravità della situazione – per le molte esistenze umane stroncate, per l’economia, per i raccolti agricoli, per la vita urbana – si alternano ai sevizi sugli inconvenienti e le opportunità che questo caldo comporta per chi va o deve andare in vacanza; il riconoscimento che all’origine di questa catastrofe ci sono i combustibili fossili si abbina all’augurio che lo stretto di Hormuz riapra al più presto perché il petrolio “torni a scorrere”; la timida ammissione che questo sistema economico è ormai insostenibile non ostacola certo l’ingiunzione (convalidata dal più incensato guru di questa indecente classe dirigente europea e occidentale) a rincorrere sempre di più “crescita e competitività”. Abbiamo avuto tre grandi piani dai nomi altisonanti, con finalità in gran parte sovrapposte (European Green Deal, Next Generation Eu e PNRR, più l’italiano “110 per cento”) per dover concludere che nulla è stato fatto per affrontare la catastrofe climatica incombente e che i denari disponibili sono stati sprecati o deviati verso altre finalità: soprattutto guerra e armi…

A che cosa è dovuta tanta scriteriata indifferenza? Di chi la colpa? Le responsabilità sono molteplici e condivise: corposi interessi a perpetuare lo stato di cose presente, soprattutto per quel che riguarda i combustibili fossili e il loro uso nella vita quotidiana: miliardi e miliardi di barili di petrolio, di metri cubi di gas, di tonnellate di carbone (e montagne di dollari) sono ancora rinchiusi nelle loro casseforti sotterranee e non possono essere “lasciati lì” senza metterli in circolo; poi, il senso di impotenza di governanti e governati di fronte all’enormità del problema e dei compiti per affrontarlo; c’è anche molto conformismo: nessuno osa gridare “al lupo!” là dove le pecore pascolano contente; certo, conta anche l’ignoranza: basta ascoltare uno qualsiasi dei nostri politici toccare l’argomento – tipo “alle Bahamas si sta bene; staremo bene anche qui” – per capire che non se ne è mai occupato; ma soprattutto conta la nostra delega: ai governi, ai partiti, alle imprese, a “chissà chi?”, perché facciano quello che “la Scienza” dice che bisogna fare, senza mai sentirsi investiti di persona da quel “che fare”?

“Di persona”: che cosa vuol dire? Vuol dire che la transizione “dall’alto” non si farà mai, per quanto forti siano le pressioni (e non lo sono) perché i Governi, a tutti i livelli, cambino rotta. Di persona vuol dire “dal basso”. E come? Ce lo aveva detto trent’anni fa Alex Langer: “La conversione ecologica potrà affermarsi solo se apparirà socialmente desiderabile”. Intanto si tratta di una conversione: un processo eminentemente spirituale o, se vogliamo, culturale; ma che non può non avere anche un solido riscontro materiale. Ma l’attenzione di chi quelle parole le ha prese sul serio si è concentrata quasi solo su quel “desiderabile”: sullo sforzo per delineare un assetto sociale diverso, ma attraente, che risponda alle fondamentali esigenze della specie umana – che in molti dimentichiamo spesso che oltre a “noi” conta altri otto miliardi di persone! – mantenendo un sano equilibrio con la rigenerazione di tutte le altre forme di vita che popolano la Terra. È il messaggio fondamentale dell’enciclica Laudato sì di Francesco. Certo, immaginare quell’assetto è essenziale: senza l’immagine di un mondo diverso non troveremmo la forza di agire. Ma desiderabile per chi? Per noi? Per quelli a cui questo mondo e il modo di vivere che ci impone fanno schifo? Per chi ha già compiuto un salto mentale – e in parte, ma solo in parte, anche materiale, nel proprio stile di vita – oltre lo stato di cose presente? Ma che ne è di tutti gli altri e le altre che a quel salto non hanno nemmeno mai pensato? Di tutti coloro che non partono dalle nostre premesse? Qui prende corpo il termine “socialmente”: che vuol dire mettere in moto dei meccanismi materiali, o per lo meno dei comportamenti collettivi, capaci di raggiungere anche quei mondi che il nostro “discorso”, le cose che diciamo tra noi, non riescono nemmeno a sfiorare. Bisogna smettere (cosa difficilissima) di ritenersi “nel giusto” e ricominciare “da zero”: con uno screening di ogni aspetto della nostra vita quotidiana che includa anche quelle dei tanti altri e altre diverse da noi. Certo, occorre cercare, inventare e sperimentare iniziative, proposte, rivendicazioni, progetti, lotte; verificando però ogni volta che rispondano almeno in parte anche alle preoccupazioni di chi è diverso da noi: preoccupazioni poco comprese e poco considerate, che vanno quindi indagate con una inchiesta permanente; innanzitutto, a livello mentale, facendone, ciascuno e ciascuna, un modus vivendi interiorizzato; ma conducendola il più possibile in forme collettive e condivise. Una inchiesta che consista soprattutto nel “mettersi nei panni degli altri”, cercando vie, sedi e modi per farlo al meglio.

Quali e quante delle più comuni aspirazioni possono trovare la strada, non certo di una realizzazione immediata, ma per lo meno di una maggiore soddisfazione nel perseguirle in modi diversi da quelli correnti? Si tratta qui di cose elementari quanto fondamentali come consumi, spese, produzioni nocive (a sé e agli altri: cioè quasi tutte), trasporti, salute, istruzione, svago, affetti… Ma anche di questioni generali come migranti e guerre. Mettere al primo posto la salvaguardia del pianeta, e con essa quella delle nostre vite, non significa abbandonare la lotta di classe ma rafforzarla; darle una direzione e un orizzonte che essa ha in gran parte perso insieme al socialismo dei secoli scorsi; rinnovarla: un lavoro per niente ideologico in gran parte ancora tutto da fare. Il caldo insopportabile e gli altri disastri che ci aspettano potrebbero facilitarci il compito.

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Italia condannata per violazione del diritto di sciopero - Andrea Danilo Conte

La normativa italiana in materia di diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali viola la Carta Sociale Europea prevedendo eccessive restrizioni all’esercizio di tale diritto. È quanto ha stabilito il CEDS (Comitato europeo dei diritti sociali) in un’importante decisione assunta lo scorso 13 marzo 2026 accogliendo un reclamo presentato dall’Unione Sindacale di Base. IL CEDS è l’organismo deputato a vigilare sul rispetto dei contenuti della Carta Sociale Europea da parte degli Stati membri del Consiglio d’Europa. La decisione, peraltro, è di particolare rilevanza in considerazione delle attuali tendenze poco favorevoli da parte delle Alte Corti e degli organismi di controllo internazionale sui temi che riguardano il conflitto sociale.

Il reclamo presentato da USB ha sottoposto all’attenzione del CEDS una serie circostanziata di limitazioni poste in essere dalla normativa italiana, prevista dalla legge n. 146/1990 in materia di servizi pubblici essenziali, soffermandosi sia sulla continua tendenza a espandere la nozione di servizio pubblico essenziale, sia sulla prassi attuativa operata dalla Commissione di Garanzia, l’autorità prevista per l’applicazione della legge, tesa a imporre interpretazioni restrittive che hanno reso l’esercizio del diritto di sciopero arduo e ai limiti dell’impossibile. In particolare sono state sottoposte all’esame del CEDS le norme e le prassi in virtù delle quali sono stati inclusi nella nozione di servizi pubblici essenziali non solo interi settori senza alcuna distinzione circa la specifica attività coinvolta nello sciopero, ma anche attività quali sagre, eventi ludici o sportivi, che poco hanno a che fare con i servizi essenziali sia nella sua accezione europea sia, persino, secondo gli originari intenti del legislatore del 1990. Il sindacato reclamante rilevava violazione della Carta sociale europea e in particolare dell’art. 6 paragrafo 4, che riconosce il diritto di sciopero, e della lettera G che ammette restrizioni solo se “necessarie in una società democratica a proteggere i diritti e le libertà altrui, l’interesse pubblico, la sicurezza nazionale, la salute pubblica e la morale. Il CEDS ha rilevato che la normativa italiana, come evoluta e come attuata, violi gli standard fissati dalla Carta Sociale Europea in almeno tre punti.

Il primo è senza dubbio il più rilevante ed è anche quello di maggiore attualità. Il Comitato rileva e stigmatizza infatti l’eccessiva espansione della nozione di servizio pubblico essenziale. Secondo il Comitato i limiti al diritto di sciopero sono tollerabili solo se viene individuato in maniera rigorosa l’ambito entro il quale applicarli, tale limitazione non può essere estesa a settori della vita sociale che non si connotino strettamente e rigorosamente come funzionali alla sicurezza e alla salute pubblica. Il Comitato, con particolare riferimento alle riforme operate dal legislatore del 2000 e del 2015, che hanno esteso anche ai luoghi della cultura le severe restrizioni operate dalla Commissione, prende atto che il nostro ordinamento include nella nozione di servizi essenziali materie e settori incompatibili con gli standard europei. Ma soprattutto, ed è questa la parte della decisione destinata a incidere di più e ad aprire un aspro contenzioso tra sindacati conflittuali e Commissione di garanzia, dichiara incompatibile con la Carta europea il metodo fatto proprio dalla normativa e dalla prassi attuativa italiane, di individuare i “servizi essenziali” non tenendo conto delle singole e specifiche attività svolte dal personale in sciopero ma operando per macrosettori. Facciamo un esempio. La normativa italiana include tra i servizi pubblici essenziali “i trasporti”. Ma ben si comprende, e su questo il CEDS opera una severa condanna, che occorrerebbe in realtà distinguere il trasporto di persone dal trasporto di merci e all’interno del trasporto di merci, distinguere la funzione delle merci trasportate, per cui un conto è l’urgenza nel trasporto di materiale medico, altro il trasporto di merci che non hanno alcun legame con i servizi essenziali o sono addirittura certamente fuori da ogni nozione di salute pubblica, quali ad esempio il trasporto di armamenti, specie se destinati al commercio di armi verso l’estero. Ed è su questi aspetti che il conflitto è destinato ad acuirsi ed è destinato inevitabilmente ad approdare nelle aule di giustizia, dal momento che è ravvisabile nei primi atti emessi dalla Commissione all’indomani della decisione europea una certa impermeabilità dell’Autorità italiana alla decisione di Strasburgo.

La seconda infrazione è stata rilevata nella presenza di una norma che impone alle associazioni sindacali che indicono uno sciopero di specificarne anche la durata. Il CEDS ricorda che è nozione elementare e condivisa dagli Stati membri del Consiglio d’Europa che uno sciopero per espletare la sua efficacia deterrente deve poter essere indetto senza indicarne la durata e che l’obbligo di indicazione della durata certamente rende innocua in partenza l’azione di lotta sindacale. Dichiara pertanto che l’obbligo di indicare la durata contrasta con gli standard previsti dalla Carta Sociale. La decisione, pacifica per il CEDS, è di particolare dirompenza nell’ordinamento italiano se si pensa alla prassi crescente di imporre e “contrattare” la durata degli scioperi sino a ottenere, spesso, la riduzione di uno sciopero inizialmente indetto per l’intera giornata a uno sciopero di poche ore, al fine di renderne innocui e anzi nemmeno ravvisabili, i disagi dallo stesso provocati. E quindi, di fatto, neutralizzando in partenza la portata conflittuale dell’azione sindacale derubricata ad azione compatibile con il sistema e impossibilitata minimamente a scalfirlo.

La terza infrazione riguarda la presenza di periodi di cosiddetta “franchigia”, ossia quei periodi in cui non è possibile scioperare, o quelli di cosiddetta rarefazione, ossia il distanziamento tra più scioperi indetti nel medesimo servizio. Il CEDS anche rispetto a tali norme rileva le eccessive restrizioni previste dalla normativa italiana, specialmente se incrociate con la prima infrazione, cioè se applicate a quei settori non strettamente riconducibili alla nozione di servizio pubblico essenziale.

Cosa accadrà ora? Sarebbe meglio chiedersi preliminarmente cosa sarebbe già dovuto accadere? Dopo la censura operata dal CEDS non è pensabile che l’Italia, coscientemente, decida di mantenere in piedi una normativa che viola un trattato così importante come la Carta Sociale Europea. Lo Stato italiano ha il dovere di operare quelle riforme necessarie per allineare la normativa alla decisione del CEDS e quindi espungere dal nostro ordinamento quegli elementi normativi in contrasto con la Carta. Ma la decisione europea si rivolge anche agli attori sociali attribuendo loro un ruolo decisivo. Nell’ipotesi infatti che lo Stato italiano non ponga rimedio e che l’autorità preposta (la Commissione di Garanzia) non cerchi di adeguare la prassi interpretativa, sarà inevitabile che la giustizia del lavoro venga chiamata a risolvere i conflitti già insorti e destinati ad aumentare, in particolare con riferimento alla logistica ed al trasporto delle armi. E anche i sindacati saranno posti di fronte alle proprie responsabilità rimettendo in discussione, prassi, posizioni, inerzie consolidate. Perché i diritti sociali stanno a una democrazia, come i muscoli a un corpo umano. Il loro mancato, corretto e adeguato esercizio comporta l’atrofizzazione delle funzioni democratiche.

L’articolo è tratto, in virtù di un rapporto di collaborazione, dal sito del CRS

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domenica 19 luglio 2026

L'UOMO NERO – Gianluca Cicinelli

L’uomo nero avanzava zoppicante su via Bevagna. Quando fu a una ventina di metri, mio padre, che mi stava accompagnando a piedi a scuola, alzò la testa e si fermò di botto. 

Nell’autunno del 1970 frequentavo la terza elementare in via Antonio Serra, a Roma nord, Collina Fleming, zona di ricchi stronzi, dove alcuni di noi poveri stronzi abitavano perché una volta là era tutta campagna e gli arricchiti dovevano ancora arrivare. Un luogo che mi ha sempre fatto talmente schifo che, appena raggiunti i vent’anni e trovato il primo lavoro, decisi di trasferirmi a Torre Angela, all’estremità sud della Capitale, dove finalmente mi sentivo a mio agio. 

Via Bevagna partiva dalla Flaminia vecchia e attraversava piazza Monteleone di Spoleto, dove stava e sta l’Hotel Fleming, un tempo considerato di lusso. Era la strada dalla quale si svoltava per raggiungere la scuola Ferrante Aporti. 

Non capivo perché mio padre si fosse fermato. Non parlava più. Non ricordo che cosa stesse dicendo, ma troncò il discorso a metà. Guardava quell’uomo nero. 

All’inizio pensai che fosse proprio per quello. Nella Roma del 1970 incontrare un africano o un sudamericano dalla pelle scura non era ancora una cosa abituale. Anch’io ero sorpreso: uomini neri ne avevo visti quasi soltanto nei film americani del lunedì sera, sul primo canale. 

Papà apriva la bocca senza parlare. Sembrava confuso, indeciso. Poi, rompendo all’improvviso la sua naturale riservatezza, mi lasciò la mano e andò incontro all’uomo. 

«Scusi, ma lei è…» 

Quello fece cenno di sì e sorrise. 

Parlarono per cinque minuti buoni. Per me era tutto tempo sottratto alla scuola e quindi andava benissimo. Non ricordo che cosa disse mio padre né che cosa rispose quel signore. Alla fine, evidentemente, papà deve avergli detto qualcosa come “questo è mio figlio”, perché l’uomo si avvicinò, mi fece una carezza e mi diede un bacio sulla testa. Poi mi sorrise. Era un sorriso dolce e triste nello stesso tempo, uno di quei sorrisi che da bambini non sappiamo interpretare e che soltanto molti anni dopo impariamo a riconoscere. Il sorriso di chi è stato felice oltre ogni misura e, proprio per questo, conosce una tristezza che gli altri non possono capire. 

Ricordo invece che mio padre lo ringraziò diverse volte. Non sapevo per cosa. Dopo avergli stretto la mano, trattenendola nella propria qualche secondo più del necessario, gli posò entrambe le mani sulle spalle e gli augurò buona fortuna. Poi ce ne andammo. Papà si voltò un paio di volte a guardarlo mentre l’uomo riprendeva la sua strada e tornava a zoppicare. 

Avevo già capito che doveva essere qualcuno di speciale. Mio padre detestava le smancerie, le effusioni, le manifestazioni pubbliche di affetto. Non lo avevo mai visto comportarsi così con nessuno. Poi entrai a scuola e non ci pensai più. Il mondo degli adulti non era il mio.

 

Molti anni dopo, in un pomeriggio di luglio del 1982, eravamo di nuovo insieme davanti alla televisione. Stava per cominciare una di quelle partite che dividono il tempo in un prima e in un dopo: Italia-Brasile, seconda fase del Mondiale di Spagna. 

Non avevamo speranze. O almeno così pensavamo. 

Durante gli inni la telecamera scorreva impietosa sui volti e sui corpi dei giocatori. Prima i brasiliani: belli, muscolosi, eleganti, solari come divinità discese in campo per concedere agli uomini qualche minuto del loro spettacolo. Sócrates sembrava un imperatore, Falcão un principe rinascimentale, Zico un dio minuto ma perfetto. Poi arrivarono gli italiani e, nel confronto, mi sembrarono rachitici, malnutriti, quasi reduci da una lunga malattia. 

Dissi a voce alta che non c’era partita. 

Mio padre mi rispose che la forza e i muscoli non erano tutto nello sport, soprattutto nel calcio. E che proprio il Brasile era la dimostrazione della sua teoria. 

Mi misi a discutere. Come poteva essere il Brasile, con quei cristoni magnifici, la prova che il fisico non contava? 

«Garrincha era nato poliomielitico», disse. «Ed era il più forte di tutti.» 

«Non lo conosco.» 

Mio padre mi guardò. 

«No, no. Tu lo conosci. Ti ha anche dato un bacio.» 

Soltanto allora l’uomo nero di via Bevagna tornò indietro dal 1970. 

Rividi la camminata storta, il sorriso dolce e triste, la mano di mio padre che non voleva lasciar andare la sua. E scoprii che quell’uomo era stato uno dei più grandi calciatori mai esistiti.  

 

Si chiamava Manoel Francisco dos Santos, ma il mondo lo conosceva come Garrincha. 

Era nato nel 1933 a Pau Grande, un villaggio operaio immerso nella campagna a una sessantina di chilometri da Rio de Janeiro. La sua famiglia era poverissima. Il padre lavorava come guardiano in una fabbrica tessile, la madre allevava animali. Manoel crebbe camminando scalzo, nuotando nei fiumi, pescando e cacciando piccoli uccelli. Uno di quegli uccelli, uno scricciolo marrone che nella zona veniva chiamato garrincha, gli somigliava secondo la sorella Rosa: piccolo, irrequieto, impossibile da tenere fermo. Il soprannome gli rimase addosso per tutta la vita. Anche lui non si sarebbe mai adattato alla cattività. Il suo corpo sembrava costruito apposta per impedirgli di diventare un atleta. Aveva la spina dorsale deformata, il bacino sbilanciato, una gamba più corta dell’altra. Il ginocchio destro piegava verso l’interno, quello sinistro verso l’esterno. Soffriva di un leggero strabismo. 

Le fonti non concordano sulle cause. Alcune parlano di poliomielite, come ricordava mio padre. Altre di malformazioni congenite aggravate dalla malnutrizione. I medici lo considerarono invalido e gli sconsigliarono di giocare a calcio. Un consiglio ragionevole. Ma completamente sbagliato.

 

Le gambe di Garrincha erano storte, ma proprio per questo nessun difensore riusciva a capire dove sarebbe andato. Il suo corpo annunciava una direzione e un istante dopo ne prendeva un’altra. Il ginocchio sembrava cedere, il busto si inclinava, il piede accarezzava il pallone e l’avversario si muoveva dalla parte sbagliata. Ciò che nella vita quotidiana appariva una menomazione, sul campo diventava una "mossa" segreta. 

Garrincha non superò i propri difetti cancellandoli. Li portò con sé. Li trasformò in stile, ritmo, invenzione. Non giocava nonostante le gambe storte: giocava in quel modo proprio perché aveva le gambe storte. Faceva del proprio squilibrio un equilibrio che apparteneva soltanto a lui.

 

Era cresciuto tirando calci a palloni costruiti con fogli di giornale infilati dentro le calze di una zia. Giocava a piedi nudi sui campi irregolari di Pau Grande, dove un controllo sbagliato poteva mandare la palla giù da un terrapieno. Abbandonò presto la scuola, lavorò nella fabbrica tessile, venne licenziato perché non aveva alcuna voglia di lavorare e fu riassunto perché la squadra aziendale aveva bisogno di lui. 

Non possedeva la disciplina del campione. Non aveva l’ambizione di diventare famoso. Non sembrava neppure comprendere fino in fondo il significato del professionismo. Amava giocare, e questo gli bastava. 

Quando arrivò al Botafogo, nel 1953, aveva quasi vent’anni, un’età nella quale oggi un talento è già valutato, misurato, allenato, venduto, raccontato e forse consumato. Garrincha invece veniva dalla fabbrica e dalla campagna. 

Al provino si trovò davanti Nílton Santos, uno dei migliori terzini del mondo. Lo dribblò. Poi lo dribblò ancora. Secondo la leggenda gli fece passare il pallone tra le gambe. Nílton Santos chiese immediatamente ai dirigenti di ingaggiarlo: meglio averlo come compagno che doverlo affrontare da avversario. Il preparatore atletico annotò che il ragazzo possedeva qualità straordinarie, ma aveva un difetto: dribblava troppo. 

 

Con il Botafogo diventò un idolo. Quando riceveva la palla sulla fascia destra, lo stadio si preparava a osservare una magia, sempre uguale, sempre quella, sempre riuscita. 

 

Lo chiamarono Alegria do povo, la gioia del popolo. E' una bellissima definizione. Non il re, non l’imperatore, non il fenomeno. La gioia. 

 

Nel 1958 il Brasile arrivò al Mondiale in Svezia portandosi dietro il trauma della sconfitta del 1950 contro l’Uruguay. La nazionale cercava disciplina, metodo, serietà. Garrincha rappresentava tutto ciò di cui i dirigenti diffidavano: fantasia, indisciplina, improvvisazione, istinto. 

Uno psicologo lo sottopose a un test e concluse che non era adatto a sostenere la pressione di un Mondiale. Per la cronaca: anche Pelé venne giudicato psicologicamente immaturo.

 

Per sua fortuna il Brasile non si fidò degli psicologi. Garrincha rimase in panchina nelle prime due partite. Entrò nella terza, contro l’Unione Sovietica, insieme al diciassettenne Pelé. Nei primi minuti dribblò tre sovietici, colpì un palo e creò l’azione che portò al gol di Vavá. Un giornalista francese definì quell’inizio “i tre minuti più belli della storia del calcio”. Nella finale contro la Svezia servì due assist quasi identici a Vavá. Il Brasile vinse 5-2 e conquistò il suo primo titolo mondiale. 

Quattro anni dopo, in Cile, Pelé si infortunò nella seconda partita. Il Brasile rimase senza il suo re e si affidò alla sua gioia. Garrincha fece tutto. Dribblò, segnò, fece segnare. Realizzò gol di testa, di destro, di sinistro, su punizione. Trascinò la squadra fino alla finale e la giocò con la febbre. Il Brasile vinse ancora. Il Mondiale del 1962 fu il suo Mondiale. Fu capocannoniere a pari merito e miglior giocatore del torneo. Un giornale cileno gli rivolse una domanda che sembrava l’unica possibile:

 

Garrincha veniva dalla fame. Quella vera, con lo stomaco che si contrae a vuoto. Veniva da Pau Grande, dalla fabbrica tessile, dai piedi nudi, dai giornali arrotolati dentro le calze. Veniva da un corpo che secondo i medici non avrebbe dovuto correre. Veniva da una famiglia nella quale l’alcol era entrato prima ancora che lui potesse capire che cosa fosse. Sul campo,  quando furono schierati insieme lui e Pelè, il Brasile non perse mai. 

Eppure i due rappresentavano due idee diverse della grandezza. Pelé era la vittoria, la perfezione, il dominio. Garrincha rimase il ragazzo di Pau Grande. 

 

Guadagnò molto e perse quasi tutto. Non conosceva il valore del denaro. Pagava somme enormi per cose da poco, regalava soldi, saldava i debiti degli avventori del bar, firmava contratti senza comprenderli, si lasciava derubare. Gli amici cercarono di amministrare i suoi guadagni, ma lui continuava ad attingere ai conti come se non potessero svuotarsi mai.

Ebbe almeno quattordici figli da donne diverse. Otto figlie nacquero dal matrimonio con Nair Marques. Altri bambini vennero da relazioni parallele, incontri occasionali, amori duraturi o appena cominciati. Uno nacque in Svezia da una relazione con una ragazza del posto. Garrincha sembrava capace di generare affetto ma incapace di custodirlo. Abbandonò la moglie e le figlie. Tradì, mentì, non pagò gli alimenti. Negli anni dell’alcolismo diventò violento. Elza Soares, la grande cantante brasiliana per la quale aveva lasciato la prima famiglia, lo abbandonò dopo essere stata picchiata. 

 

Forse è questa la parte più dolorosa della sua storia. L’alcol lo accompagnava dall’infanzia. Da bambino gli avevano somministrato preparati a base di cachaça come rimedio per i suoi problemi fisici. Suo padre beveva e sarebbe morto di cirrosi. Anche Garrincha cominciò presto. Per anni il talento, la giovinezza e l’adorazione del pubblico nascosero il disastro. Poi il ginocchio destro cedette, le accelerazioni scomparvero e l’uomo rimase solo davanti alla bottiglia. Dopo il 1962 cominciò un declino lento e spietato. Continuò a giocare perché aveva bisogno di denaro, anche quando il corpo non glielo permetteva più. Passò dal Botafogo al Corinthians, poi cercò spazio in altre squadre. Ogni apparizione attirava ancora pubblico, ma la gente andava a vedere il ricordo di Garrincha, non Garrincha. 

 

Elza Soares pensò che lasciare il Brasile potesse salvarlo. Fu così che Garrincha arrivò a Roma. 

 

Per qualche tempo lavorò nella promozione del caffè brasiliano, mentre Elza cantava. Si allenò con la Lazio, giocò partite amatoriali, finì persino sui campi della provincia romana, con il Sacrofano e con squadre improvvisate di operai, studenti, macellai e meccanici. In una delle sue ultime partite amatoriali, a Torvaianica, giocò con una squadra di macellai contro una formazione di meccanici. Persero 5-4. Garrincha, si legge nelle cronache, fornì gli assist per tutti e quattro i gol. 

 

Ed è in quel periodo, nell’autunno del 1970, che attraversò via Bevagna e incontrò mio padre. Forse alloggiava all’Hotel Fleming. Forse aveva un appuntamento nei dintorni. Forse andava a trovare qualcuno. Forse cercava un bar. Forse camminava senza una meta precisa. Non lo so. So soltanto che mio padre lo riconobbe. Forse aveva visto Garrincha ai Mondiali del 1958 e del 1962 attraverso le immagini in bianco e nero e i racconti dei giornali. Forse, quando gli disse grazie, non lo ringraziava per un gol preciso o per una vittoria. Lo ringraziava per la felicità. 

 

Garrincha tornò in Brasile nel 1972. Provò ancora a giocare, poi smise. Senza il calcio, la caduta accelerò. L’alcolismo divenne incontrollabile. Venne ricoverato più volte, aiutato da amici, istituzioni ed ex compagni. Tentò di smettere, ma non ci riuscì. 

Morì il 20 gennaio 1983, a quarantanove anni, povero e devastato dalla cirrosi e dall’alcol. 

Alla veglia funebre, nello stadio Maracanã, passarono migliaia di persone. La bara venne poi trasportata su un camion dei pompieri verso il cimitero vicino a Pau Grande. Lungo la strada la gente si fermava sui marciapiedi, sui ponti, davanti alle case. Sulla lapide scrissero: “Qui riposa in pace colui che fu la gioia del popolo, Mané Garrincha.”

Paolo Rossi segnò una prima volta. Il Brasile pareggiò con Sócrates. Rossi segnò ancora. Falcão riportò il Brasile sul 2-2. Poi Paolo Rossi, il più "rachitco" della carrellata iniziale in mondovisione, segnò il terzo gol.  

Mio padre, stimato professore e latinista, uomo "tutto d'un pezzo" come si diceva allora, cadde in ginocchio, adorante davanti alla televisione che mostrava Rossi a mani alzate. Io urlavo come un pazzo. Aveva ragione mio padre: i muscoli contano, il talento conta, la bellezza conta, ma nessuna di queste cose è sufficiente quando dall’altra parte esiste una volontà capace di resistere. 

 

Passata l'esaltazione tornai a pensare all’uomo che mi aveva baciato sulla testa dodici anni prima. Nel gennaio successivo Garrincha sarebbe morto. Avevo scoperto chi fosse appena in tempo. Continuo a domandarmi come abbia fatto mio padre a riconoscerlo da lontano, dietro quella zoppia che il tempo aveva ormai privato della sua magia. 

Poi penso al calcio di adesso e mi viene da bestemmiare. Come forse avrebbe fatto Garrincha all'uscita di un bar dopo una notte alcolica, in cui vuoi farti male perchè la felicità si è trasformata in un dolore che nessuno può capire.

 

sabato 18 luglio 2026

Trump contro ‘Antifa’ a difesa dei fascismi. Vertice rivelazione - Ennio Remondino


L’ipocrisia del linguaggio. ‘Antifa’ come movimento di opposizione sociale agli autoritarismi: palestinesi, immigrati, lavoratori emarginati. Insomma, l’antifascismo della Costituzione italiana, l’esempio più nobile. All’Antifa di Trump, l’argentino Milei -quello della motosega-, partecipa con entusiasmo, mentre gli europei si nascondono. L’Italia che tifa per quella destra, partecipa sperando di non farsi vedere troppo. Mentre il Segretario di Stato Usa Rubio completa il quadro attaccando la Corte penale internazionale.

Bandiera issata, voce abbassata

Mentre altre cancellerie europee lo snobbano, Roma presta la propria presenza a un evento che non discute una minaccia, ma all’opposto la certifica. Questo è infatti il punto politico: trasformare una categoria decisamente controversa di polizia in un fatto diplomatico.

Facciamo finta che…

Antifa, nuova piroetta del governo. «Vertice anti-Antifa, Contrordine camerati: non sarà più il leghista Molteni ma il sottosegretario agli Interni Prisco a rappresentare l’Italia». Andrea Colombo osserva come da un diplomatico, osservatore per cortesia, al vertice di Rubio sulla lotta al terrorismo rosso andrà il sottosegretario agli Interni Emanuele Prisco, di assoluta fede meloniana. Obiettivo dichiarato: «allargare al mondo la crociata anticomunista annunciata sin da ottobre da Trump». Negli Usa se ne occuperà Sebastian Gorka, già spalla di Bannon con legami stretti con l’estrema destra ungherese, Paese da cui proviene. Ma la ‘piovra antifa’ è ovunque e rappresenta una minaccia per l’America. Quindi intromissioni americane di ogni tipo ovunque. Anche per questo l’intera Europa che ancora ragiona frena e prende le distanze.

Con gelo, salvo Argentina e Italia

Tra i 60 paesi destinatari dell’invito solo due hanno per ora annunciato adesione e rappresentante del governo: l’Argentina di Milei e l’Italia di Meloni. I grandi Paesi europei non hanno fatto sapere niente. È possibile che alcuni, debitamente pressati, mandino alla fine un rappresentante, probabilmente un diplomatico in veste di osservatore. La stessa postazione defilata, trattandosi esplicitamente di «vertice ministeriale», sulla quale fino a sabato era deciso ad attestarsi anche il governo italiano. Poi è arrivata la telefonata di Meloni, forse dovuta a un suo ripensamento, più probabilmente perché messa alle strette dal Dipartimento di Stato americano, ed è cambiato tutto. In entrambi i casi il significato del cambio in corsa è identico.

Piroette e ipocrisie

Accusa dalle opposizioni: «Il governo italiano resta legato a doppio filo all’Internazionale nera capeggiata da Trump. La scelta di considerare sospetti di terrorismo “gli antifa”, definizione estensibile a volontà, permetterà agli agenti di Trump di prendere di mira qualsiasi opposizione, in una specie di resurrezione grottesca del maccartismo, stavolta senza più i comunisti da mettere all’indice». «Se l’Italia, come sembra probabile, sarà il solo Paese europeo presente a pieno titolo al summit, allora la scelta di restare comunque quanto più vicini possibile all’America di Trump sarà palese. E sarà significativo anche che tra i grandi paesi occidentali solo quelli in cui la destra è al governo accreditino una crociata contro il dissenso travestita da lotta contro un terrorismo fantasma», il severo Andrea Colombo.

Si salvi chi può

Il tempo è scaduto e Washington ha chiuso la lista dei partecipanti al summit contro la «rinascita del terrorismo di estrema sinistra». Un vertice «anti-Antifa», contro un gruppo che non esiste formalmente come organizzazione, per costruire una risposta globale alla «minaccia comunista» su cui il presidente statunitense Donald Trump ha così tanto insistito nei suoi ultimi discorsi pubblici. Una «minaccia esistenziale» come lo Stato islamico e al Qaeda. Ma gli scettici sul summit sono molti. Dentro e fuori l’Europa si parla di scarso preavviso, di agenda poco chiara, di più urgenti impegni diplomatici. Profilo basso, e diversi tentennamenti per evitare di irritare Washington, denuncia Enrica Muraglie

«La legge è una, quella della giungla»

Ieri Rubio allo scoperto ha reso ancora più chiaro l’obiettivo del summit con un messaggio sui social in perfetto stile trumpiano: «C’è un’istituzione che si chiama Corte penale internazionale, stanno facendo una guerra al nostro paese non con proiettili e missili ma con il cosiddetto ‘diritto internazionale’».

da qui

lunedì 13 luglio 2026

È possibile decolonizzare l’intelligenza artificiale?

 

Organizzazioni e collettivi non occidentali vogliono sfruttare le potenzialità delle intelligenze artificiali generative svincolandosi però da Big Tech. Ma devono scontrarsi con la disparità di potere

 

Si può prendere una tecnologia nata e sviluppata nei centri di potere e riadattarla alle necessità di un gruppo marginalizzato? La domanda, potenzialmente, riguarda tutte le innovazioni tecnologiche. Il caso dell’intelligenza artificiale generativa è però oggi particolarmente discusso assieme alle molteplici problematiche etiche che i grandi modelli linguistici, come anche le tecnologie text-to-image o text-to-video, sollevano: dal rischio di disinformazione, all’impatto ambientale, fino agli utilizzi di questi strumenti a scopi bellici.

Alla radice c’è la questione del controllo, economico e politico, delle infrastrutture tecnologiche, che resta saldamente nelle mani delle grandi aziende, in gran parte statunitensi. Fuori dal mondo occidentale stanno però nascendo iniziative che mirano a riappropriarsi dei sistemi di generative AIper perseguire l’interesse pubblico o a scopi di giustizia sociale. Queste realtà stanno riorganizzando i dataset per l’addestramento degli algoritmi, modificando alcune delle loro caratteristiche tecniche e riorientando gli usi finali degli strumenti. Arrivando in alcuni casi a immaginare infrastrutture pubbliche gestite localmente.

 

I limiti e i bias dei modelli commerciali

L’AI generativa commerciale – per intenderci, quella di chatbot come Gemini o ChatGPT – si presenta come un archivio di conoscenza universale e neutrale. Ma le cose non stanno così: i dati impiegati per addestrare questi sistemi provengono da Internet e sono tutt’altro che neutrali. I dati di qualità disponibili sono in gran parte in inglese o in altre lingue europee, escludendo inevitabilmente la conoscenza, e quindi la rappresentazione, di una larga parte del mondo.

In un saggio intitolato Decolonizing LLMs: An Ethnographic Framework for AI in African Contexts, gli autori (tra cui figurano, peraltro, anche esponenti di Google) spiegano: “La lingua è intrinsecamente fluida, flessibile e multiculturale. I grandi modelli linguistici (LLM) più diffusi e utilizzati oggi, invece, non lo sono. Sono in gran parte addestrati da team dislocati negli Stati Uniti e istruiti per operare su varianti non specificate di testi in inglese”.

“La diffusione globale degli LLM, un prodotto ‘WEIRD’ (western, educated, industrialised, rich and democratic) rischia quindi di perpetuare i pregiudizi inconsci e i punti ciechi dei suoi creatori”, proseguono gli autori. “Il pericolo è che la loro visione del mondo venga presentata come la visione del mondo a una base di utenti globale, che si aspetta invece risultati neutrali da un programma informatico. Ma che dire del resto della popolazione mondiale, i cui repertori linguistici scritti e parlati non includono l’inglese? E che dire di quegli aspetti della cultura, della lingua e dell’esperienza che non sono ancora stati digitalizzati?”

Di opinione simile è Dima Saber, direttrice esecutiva di Meedan, un’organizzazione non-profit che sviluppa strumenti open source, programmi e ricerche per un’infrastruttura digitale più efficace ed etica. “Internet è fatto per uomini bianchi, della classe media, che parlano inglese. Di conseguenza, gli LLM o i bot vengono addestrati sugli stessi dati presenti in rete, riproducendo così le medesime disuguaglianze”, spiega Saber a Guerre di rete. “Esistono prove del fatto che gli LLM non solo funzionano meno bene nelle lingue diverse dall’inglese, ma anche che le risposte fornite sono piuttosto distorte e riproducono le disuguaglianze già esistenti sul web”.

 

Riprogettare i sistemi

Proprio per offrire alternative tecnologiche più trasparenti, situate e rispettose delle diversità, Dima Saber e il suo team hanno creato Suwali, un servizio di chatbot pensato per organizzazioni della società civile, redazioni indipendenti e altre realtà di pubblico interesse. L’obiettivo è permettere a queste organizzazioni di archiviare, valorizzare e rendere interrogabili patrimoni di conoscenza spesso sottorappresentati nei modelli mainstream, anche in lingue diverse dall’inglese. Utenti e lettori possono così rivolgere domande al chatbot e ottenere risposte in linguaggio naturale, basate però su un corpus circoscritto e verificabile.

È qui che Suwali si distingue dai servizi commerciali. Il sistema non attinge indistintamente a tutto il materiale disponibile online, ma lavora su una selezione di dati appartenenti alle singole organizzazioni: archivi, report, articoli e altri documenti da loro prodotti o scelti. Suwali è già utilizzato da diverse realtà, soprattutto nel Sud globale. In Libano, la non-profit OMGYNOlo impiega per fornire informazioni affidabili sulla salute riproduttiva delle donne; in India, la redazione di The Quint lo usa per rispondere ai dubbi dei lettori su disinformazione e truffe.

“Un chatbot che utilizza i dati dell’organizzazione e il suo corpus di conoscenze per formulare le risposte permette di aggirare la riproduzione delle stesse disuguaglianze che esistono online”, spiega Saber. “È qualcosa di cui abbiamo assolutamente bisogno. Inoltre, non stiamo cedendo i dati a nessuno, non cerchiamo di venderli agli inserzionisti e le organizzazioni mantengono la proprietà delle informazioni. Questo è un altro aspetto che, per quanto riguarda la sovranità dei dati, per noi è davvero imprescindibile”. I server di Meedan sono ospitati in Irlanda, in modo che la legislazione applicabile sia quella del GDPR europeo, al momento la più avanzata al mondo in termini di tutela dei dati personali.

L’obiettivo centrale è quello di restituire alle organizzazioni, anche quelle con poche risorse, una agency nell’uso di strumenti di intelligenza artificiale, offrendo al contempo elevati standard di trasparenza. Suwali permette infatti, attraverso la dashboard degli amministratori, di analizzare il percorso logico compiuto dal chatbot, risalendo al “ragionamento” effettuato dal modello per capire quali fonti ha utilizzato e che sintesi ha compiuto. Si può insomma guardare dentro la “black box” del pensiero algoritmico.

Meedan non ha costruito un proprio large language model da zero, ma si appoggia a quelli commercialmente disponibili. “Facciamo uso dei modelli linguistici, tra cui quello di OpenAI, esclusivamente per la formulazione finale delle risposte” spiega Haramoun Hamieh, senior partnership manager. “Il corpus di riferimento, il recupero delle informazioni e il processo con cui vengono selezionate le fonti restano invece interamente gestiti dai sistemi di Meedan. L’ottimizzazione dei modelli open-weight è nei nostri piani per il prossimo futuro”.

 

Un’intelligenza artificiale femminista?

Su una filosofia simile è costruito il chatbot AfroféminasGPT, sviluppato dal collettivo omonimo con l’obiettivo di raccogliere e rendere accessibile il pensiero femminista decoloniale. La postura delle sviluppatrici è molto chiara: usare gli strumenti attualmente disponibili e sfruttarne le potenzialità per raggiungere i propri obiettivi.

“L’IA convenzionale ha come norma implicita la persona bianca e riproduce questo pregiudizio in modo sistematico”, spiega la fondatrice Antoinette Torres Soler. “AfroféminasGPT rompe questa logica. Col tempo abbiamo osservato che il pubblico apprezza molto anche la capacità di basarsi sul lavoro di pensatrici e pensatori afrodiscendenti e afro-femministi. Un elemento particolarmente significativo è che, quando le persone del Sud globale interagiscono con lo strumento, questo assume una prospettiva più vicina alla loro esperienza e restituisce risposte con una precisione e una pertinenza che il mainstream dell’IA non offre”.

“La critica più ricorrente è che lo strumento operi all’interno dell’ecosistema di OpenAI, il che pone limiti reali in termini di sovranità tecnologica. È una critica legittima e me ne assumo la responsabilità” continua Torres Soler. “La posizione da cui lavoro è pragmatica e strategica: bisogna utilizzare gli strumenti disponibili e scalare, progressivamente, verso maggiori livelli di autonomia”…

continua qui

domenica 12 luglio 2026

Perché la Cina si è arricchita e l'India no?

 

A CHI CONVIENE CHE NON SI PARLI DI “LOTTA DI CLASSE”? - Lavinia Marchetti

 

Vi sono parole che non si possono più pronunciare senza provare il tipico senso di disagio dei nostri tempi, quasi avessimo paura di essere considerati anacronistici, o sentirci dare degli “idealisti”, peraltro senza che nessuno abbia la minima “idea” di che cosa significhi idealismo. La volta scorsa abbiamo parlato della parola “comunismo”, stavolta ce n’è un’altra, se possibile ancora più controversa, talmente controversa che non la sento nominare da anni: “lotta di classe”. Non la sento nominare e mai come oggi abbiamo “classi”. L’abbiamo seppellita con solennità alla caduta del Muro, e di nuovo quando ci hanno spiegato che eravamo diventati tutti “ceto medio”, piccoli azionisti di noi stessi, imprenditori della propria biografia. Eppure la parola ritorna, ostinata, come ritornano i morti a cui non è stata data giusta sepoltura. Ritorna nei magazzini della logistica dove il tempo si conta in secondi, si affaccia dagli appartamenti tenuti sfitti in attesa del rendimento, riappare nella cifra oscena per cui dodici uomini valgono, in denaro contante, quanto la metà povera dell’umanità, torna nella costante perdita di diritti, sul lavoro, nelle piazza e inesorabilmente torna quando per salvarci la vita dobbiamo pagare 800 euro per una tac e non li abbiamo. Questa è la “differenza di classe”. Non è niente di complicato.

Il Manifesto del 1848 esordiva appunto con uno spettro, e con una tesi che il tempo non ha smentito, «la storia di ogni società esistita fino a questo momento è storia di lotte di classi». Al di là dello slogan e oltre la sua caricatura, voglio prenderla sul serio questa frase, interrogandomi e interrogandovi, con lentezza, su che cosa significhi davvero lotta di classe, quali siano le classi che si fronteggiano dietro la scenografia dell’uguaglianza formale, e a chi giovi, con esattezza, che di tutto ciò si smetta di parlare. Un lettore, commentando il mio scritto sul comunismo, mi ha obiettato che la lotta di classe andrebbe archiviata perché seminerebbe odio. Anche molti studenti, dopo il mio intervento, mi hanno parlato dei dubbi che li assillavano davanti a questi termini che associano alle rivolte degli anni ‘60/’70 del secolo scorso, o addirittura, qualcuno, allo stalinismo.

CHE COS’È UNA CLASSE?

Vale la pena sciogliere per primo l’equivoco che avvelena tutto il resto. Nel parlare quotidiano una classe è una fascia di reddito, e distinguere il ricco dal povero non è diverso dal distinguere la prima dalla terza classe di un vagone. Marx intende qualcosa di assai più ficcante e di assai meno appariscente. La classe non è una quantità di denaro, è un “rapporto”, la posizione che un essere umano occupa nel congegno che produce la ricchezza, a seconda che possieda o non possieda i mezzi con cui quella ricchezza si fa. Il proprietario di fabbriche e di capitali vive del lavoro di altri; chi nulla possiede tranne le ore della propria giornata deve cederle a chi quei mezzi li detiene. Fra le due condizioni non corre una differenza di grado, corre una linea di dipendenza, e il salario, per quanto generoso, non la valica.

Lo storico Edward Thompson lo ha formulato meglio di chiunque, la classe è un accadimento, non una cosa; nasce quando degli uomini, attraversando esperienze comuni, avvertono e sanno nominare l’identità dei propri interessi contro altri uomini i cui interessi divergono dai loro. In questo senso una classe non si trova depositata in una statistica, accade in una relazione, e la si conosce soltanto nel movimento in cui si scopre e si oppone. Chi cerca le classi nel censimento non le troverà, come non si trova il vento fotografando l’aria.

Marx sapeva che la borghesia è la più rivoluzionaria fra le classi dominanti, la sola che non possa sopravvivere senza sovvertire di continuo le condizioni della propria esistenza, e la pagina in cui lo dice resta insuperata. «Il continuo rivoluzionamento della produzione, l’ininterrotto scuotimento di tutte le situazioni sociali, l’incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca dei borghesi. Si volatilizza tutto ciò che vi era di corporativo e di stabile, è profanata ogni cosa sacra, e gli uomini sono finalmente costretti a guardare con occhio disincantato la propria posizione e i propri reciproci rapporti». Un secolo e mezzo dopo abbiamo coniato la parola “precarietà” per dire la medesima cosa, e l’abbiamo perfino ribattezzata “flessibilità”, spacciando per libertà l’impossibilità di progettare un futuro. Ma, ehi, siamo tutti imprenditori di noi stessi.

LA LOTTA COME FATTO, NON COME ESORTAZIONE

Chi teme la lotta di classe immagina picche e forconi, la povertà che sfonda i portoni dei ricchi. Sarebbe più onesto osservare dove Marx la colloca, e cioè nel luogo più prosaico di tutti, la contrattazione sulla lunghezza della giornata di lavoro. Là si consuma, ininterrotto e legalissimo, lo scontro. Il capitalista ha comprato la forza-lavoro e vuole spremerne quante più ore riesce; il lavoratore l’ha venduta e vuole trattenerne quel tanto che gli lasci una vita. L’uno e l’altro hanno il diritto dalla propria parte, e in questo consiste il paradosso su cui Marx costruisce una delle sue pagine più fredde e più folgoranti.

«Si ha qui un’antinomia, diritto contro diritto, entrambi egualmente sanciti dalla legge dello scambio di merci. Ma fra eguali diritti decide la forza». La lotta di classe è annidata tutta in quel verbo: decide. Quando due pretese egualmente legittime si fronteggiano, a dirimere non è la ragione, è il rapporto di forza; e la storia della giornata lavorativa diventa perciò la storia di una guerra combattuta a colpi di scioperi e di leggi, «una lotta fra il capitalista collettivo, cioè la classe dei capitalisti, e l’operaio collettivo, cioè la classe dei lavoratori». Nessuna testa spaccata, semmai molti morti tra gli operai per mano della polizia e della “legge” (ovvero l’utile del più forte). Un braccio di ferro lungo un secolo attorno alle lancette di un orologio.

Si riporti la scena al presente, e la si troverà intatta. La giornata di otto ore, strappata in cent’anni di conflitti e sancita infine dalla legge, la stiamo restituendo al mittente quasi senza accorgercene. La reperibilità permanente ha cancellato il confine fra l’officina e la casa; la posta che arriva alle undici di sera e pretende una risposta; il lavoro a chiamata delle piattaforme ha reinventato il bracciante a giornata dell’Ottocento, con l’aggravante che oggi lo chiamiamo autonomo e gli facciamo pagare persino il mezzo con cui lavora. Che alcuni paesi abbiano dovuto legiferare un diritto alla disconnessione dice tutto sul nostro tempo, siamo tornati a combattere la battaglia che credevamo vinta nel 1919.

E come allora, la posta in gioco non si esaurisce nel denaro. Il giovane Marx aveva chiamato alienazione la condizione dell’uomo che, vendendo il proprio lavoro, si vende una parte di sé, e Marcello Musto ne ha ricomposto la teoria dispersa. Il prodotto, scriveva Marx, «esiste fuori di lui, indipendente, estraneo a lui, come una potenza indipendente di fronte a lui, e la vita, da lui data all’oggetto, lo confronta estranea e nemica». L’operaio è estraniato da ciò che fabbrica e dall’atto stesso di fabbricarlo, e quella recisione lo separa dalla propria natura di specie e dai suoi simili. Chi ha lavorato in un deposito dove un braccialetto elettronico misura la durata delle pause, o ha risposto per otto ore seguendo un copione che gli vieta perfino di essere cortese a modo suo, sa che l’alienazione non è una metafora ottocentesca, è la forzatura identitaria di una giornata qualunque.

LE CLASSI DI OGGI

Se la classe è un rapporto e non un ceto, la domanda giusta non è quanto denaro possiedi, semmai è: da quale lato del rapporto ti trovi. Sciolto il nodo, la mappa del presente si disegna da sé, per quanto camuffata. In cima siede una classe di proprietari che si è fatta insieme più esigua e più ricca, e che ha smesso da tempo di somigliare al fabbricante di ciminiere. Detiene finanza e piattaforme, marchi e soprattutto rendite, e la sua fortuna nasce dal possedere, non dal produrre, secondo la vecchia figura del rentier che Keynes sognava di veder tramontare e che invece è tornato a dettare legge. Il suo capitale lavora giorno e notte, mentre lui dorme.

In fondo alla scala si distende la moltitudine di chi, per vivere, deve vendere tempo, ed è oggi più composita di quanto Marx potesse prevedere. Vi convivono l’operaio della logistica e l’ingegnere del software licenziabile con un messaggio, distanti per reddito e per prestigio, e stretti dalla medesima nuda condizione, la mancanza di qualunque bene che frutti senza lavorare. In mezzo si dibatte un ceto medio angustiato, i quadri e i piccoli professionisti che impartiscono ordini ricevuti e ne rispondono ad altri, e che non per caso, come mostra la sociologia clinica, si ammalano d’ansia più della cima e della base, giacché portano nel corpo la contraddizione dell’intero edificio.

Più giù ancora, ai margini, sopravvive ciò che Marx chiamava l’esercito industriale di riserva, la massa dei disoccupati e dei sottoccupati la cui sola presenza, premendo alle porte, tiene a bada le pretese di chi un impiego lo possiede. Oggi quell’esercito ha il volto del migrante lasciato annegare o rinchiuso in un centro, e la crudeltà con cui lo si respinge assolve una funzione economica precisa, rammentare a tutti che un posto, un posto qualsiasi, è un privilegio da non mettere a repentaglio. La disperazione di chi sta fuori è il guinzaglio invisibile di chi sta dentro.

Due mutazioni, poi, definiscono il nostro presente e sfuggivano allo sguardo di Marx. La prima è l’estrazione senza salario, il fatto che ciascuno di noi, mentre scorre uno schermo, produce dati che poche imprese raccolgono e rivendono, un lavoro gratuito e ignaro che ha edificato in vent’anni le maggiori fortune della storia. La seconda è il ritorno del debito come rapporto di comando, la condizione di chi studia a rate e compra casa a rate, ipotecando decenni di esistenza a un creditore senza volto. E sullo sfondo si erge la questione che Marx aveva presentito nei Grundrisse, quando descrisse il sapere collettivo, il general intellect, divenuto forza produttiva. Nel momento in cui un’intelligenza artificiale, addestrata sul lavoro non pagato di milioni di persone, minaccia di rimpiazzare il lavoro di quelle stesse persone, la sua domanda diventerebbe anche la nostra, se solo osassimo porla: a chi appartengono i frutti dell’ingegno di tutti?

CHI HA PAURA, E CHI CI PERDE

Rimane la questione che più mi preme, il perché di tanto spavento. Se la lotta di classe è cosa tanto ordinaria, un braccio di ferro sull’orario e sul salario, da dove nasce il terrore che la circonda? La risposta l’hanno consegnata Marx ed Engels: «le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti; cioè, la classe che è la potenza materiale dominante della società è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante». Chi possiede le officine possiede anche le scuole e i giornali, e con essi la facoltà di decretare che cosa sia ovvio e indiscutibile. La più raffinata vittoria di una classe consiste nel persuadere le altre che le classi non esistono.

Ne discende un paradosso vertiginoso, negare la lotta di classe è già un modo di condurla, il più abile, poiché convince il contendente più debole a deporre le armi mentre l’altro tiene salde le sue. All’inizio del 2026 dodici uomini detengono più ricchezza della metà povera del pianeta, e un miliardario ha quattromila volte più probabilità di un cittadino comune di sedere in un parlamento o in un governo. La classe dei proprietari non si accontenta di possedere l’economia, ha rilevato anche la politica, e chiude così il cerchio del proprio dominio.

A chi, come chi mi legge o ascolta, teme che nominare il conflitto spalanchi la porta al Terrore, offro l’immagine che lo stesso Marx amò sopra tutte. Nella primavera del 1871, per settantadue giorni, gli operai di Parigi ressero la propria città, e Marx vi lesse il germe di una democrazia più radicale di qualunque parlamento, e non l’ombra di una tirannide. La Comune sciolse l’esercito permanente e affidò le armi al popolo. Rese i funzionari eleggibili e revocabili in qualunque istante, pagati come operai, e consegnò il governo, sono parole sue, «ai produttori per i produttori». Il potere dei lavoratori, nell’unico schizzo che Marx ce ne lasciò, portava il volto del delegato che si può richiamare a casa il giorno seguente, non quello del capo inamovibile.

Quel sogno di una democrazia esigente e revocabile ci giudica ancora oggi, mentre affidiamo la nostra sovranità a un voto quinquennale e poi osserviamo impotenti i nostri rappresentanti obbedire a chi ne finanzia le campagne. La lotta di classe, spogliata della sua maschera sanguinaria, reclama una cosa sola e immensa, che la democrazia non si arresti sulla porta della fabbrica e dell’ufficio, e che il principio per cui il potere viene dal basso e al basso risponde valga anche là dove trascorriamo la maggior parte della vita, nel luogo in cui la ricchezza viene prodotta e spartita, ma non con noi.

Il Manifesto si congedava così: «i proletari non hanno da perdervi che le loro catene». Le catene del nostro secolo hanno smarrito il fragore del ferro e la visibilità del ceppo. Si chiamano affitto che divora metà dello stipendio e debito che ipoteca vent’anni di vita. Sono tanto leggere che quasi non le avvertiamo, e proprio la loro leggerezza le rende difficili da spezzare, poiché non si spezza ciò che non si vede. Ci vergogniamo a dirci poveri. Per questo nessuno vuole la “lotta di classe”. Significherebbe ammettere, prima a se stessi che agli altri, che non si arriva alla fine del mese.

Ecco perché insisto su una parola che infastidisce. Chiamare le cose con il loro nome è il primo atto di ribellione contro un ordine che prospera sul nostro silenzio. Dire classe, dire lotta, significa infrangere l’incantesimo che ci vuole soli, in gara l’uno contro l’altro, persuasi che la nostra sconfitta sia una colpa privata. La domanda da cui siamo partiti, a chi giovi che quella parola rimanga impronunciabile, ha ormai una risposta che il lettore conosce. Giova a chi sta vincendo una guerra, e ha compreso che il modo più sicuro di vincerla è convincere l’avversario che nessuna guerra è in corso.

(Per cominciare a capire al meglio questo concetto complesso vi rimando a Domenico Losurdo, “La lotta di classe”, Laterza.)

https://laviniamarchetti.substack.com/p/a-chi-conviene-che-non-si-parli-di

sabato 11 luglio 2026

Il secolo mobile - Gabriele Del Grande

(letto da Francesco Masala)

Ambalavaner Sivanandan (un ricordo qui), bibliotecario, editore di rivista, agitatore, romanziere, saggista, polemista, direttore dell'Institue of Race Relations, un grande intellettuale di origine srilankese, attivo in Gran Bretagna, disse una volta “We are here because you were there”, che è la spiegazione chiara e inequivocabile (purtroppo ignorata) del perché tanti migranti cercano di raggiungere i paesi della fortezza Europa e di tutte le fortezze occidentali.

Qualche anno fa Josep Borrell aveva detto Noi un giardino, il resto del mondo una giungla, sarebbe interessante a spese di chi noi siamo un giardino e a causa di chi, nelle parole di Borrell, il resto del mondo è una giungla.

 

A volte capitano libri che ti spiegano un po’ di cose che non sapevi e che rimettono in riga tanti fatti, noti, ma spesso dimenticati.

Chi leggerà il libro potrà farsi tante domande e troverà tante risposte.

 

La politica migratoria europea cambia a partire da una cinquantina d’anni fa, e si basa su una parola feticcio, che è sicurezza. In nome della sicurezza non si vogliono più accogliere i migranti come donne e uomini liberi, con diritti come quelli dei residenti in Europa. In nome della sicurezza si finanziano i campi di prigionia e di concentramento nei paesi del sud del Mediterraneo. In nome della sicurezza

In nome della sicurezza si lasciano morire i migranti in mare, come politica dichiarata, e poi si finge di piangere lacrime di coccodrillo.

In nome della sicurezza si ostacolano gli arrivi di persone non ariane, che crede in un dio diverso, e si fanno ponti d’oro ai bianchi cristiani, soprattutto badanti

In nome della sicurezza si esclude lo ius soli, per chi è più entusiasta di essere italiano, di quanto lo siano gli italiani di nascita.

In nome della sicurezza si crea un’economia di vigilanti di vari tipi, ai confini, negli uffici, nei cpr, una grande quantità di posti di lavoro inutili, che David Graeber chiamava bullshit jobs, lavori non creativi, lavori che opprimono, lavori dimenticabili.

Il secolo mobile è un libro da non perdere e da consultare spesso.

 

 

 

Ps1: Già il sociologo Renato Curcio almeno a inizio secolo analizzava i rapporti fra migranti, lavoro mal pagato, precarietà, razzismo, insicurezza (quella vera, quella dei migranti) e spiega(va) che avere un ‘esercito di riserva’ di lavoratori migranti permetteva e avrebbe permesso di comprimere i salari di tutti i lavoratori, e così è successo, spesso in Europa, di sicuro in Italia (qui, per esempio)

 

Ps2: se posso fare una critica a Gabriele Del Grande, è che a proposito dell’11 settembre non ha nessun dubbio sulla versione ufficiale, nessun dubbio sul fatto che in Europa, a Londra e Madrid, un palazzo colpito da un aereo non cade, ma a New York sì, e sul fatto che i tre grattacieli caduti erano stati riempiti di esplosivi da prima, anche il terzo grattacielo caduto lo stesso giorno senza nessun contatto con un aereo.

 

Ps 3

scrive Lavinia Marchetti:

In Italia, nel 2026, chi ha votato le leggi che criminalizzano il dissenso di piazza sapeva cosa stava votando. Le trascrizioni parlamentari mostrano che le obiezioni erano state formulate e registrate. Poi il momento del voto aveva azzerato quelle voci, perché votare era il gesto di fedeltà richiesto.
La democrazia produce un paradosso finale in cui il meccanismo formale del consenso, che dovrebbe proteggere il pluralismo, diventa il sigillo che certifica la cancellazione del dubbio. Il gaslighting istituzionale ottiene la propria firma dai soggetti che ne sono oggetto. La ratifica è autentica, e proprio in questa autenticità risiede la trappola. L’inganno è a monte. (qui).

Lo stesso si può dire per le leggi sulla (in)sicurezza, e di protezione delle frontiere, tutti i governanti e parlamentari italiani ed europei quotidianamente praticano la banalità del male, ci vorrebbe una pena per tutti i governanti e parlamentari italiani ed europei che continuano a sostenere le politiche di sicurezza ariane e assassine.