L’esortazione che Goffredo mi ripeteva spesso era di
non diventare un ‹‹mangiapane a tradimento››. Ho pensato spesso a cosa potesse
intendere e oggi sono convinto che in questa raccomandazione ci fosse un forte
invito ad una certa coerenza, ad una certa fedeltà. Goffredo viveva in una casa
umile, lontano dai palcoscenici, da quelle élite culturali che
spadroneggiano nel mondo dell’editoria e della cultura, malgrado, con la sua
fama e il suo prestigio, potesse ricoprire qualsiasi ruolo desiderato. Cercando
di creare continuamente reti di persone volenterose, odiando le riviste
patinate la cui pregiata qualità cartacea già, in qualche modo, le poneva
distanti da quel mondo degli “ultimi”, dei “derelitti”, come spesso diceva, di
cui si volevano rendere portavoce, Goffredo si è posto in maniera inesausta, e
fino alla fine, il problema di salvare gli innocenti del
nostro tempo. Bambini, migranti, malati, persone con disabilità, “matti”,
sfruttati di ogni latitudine e longitudine: la realtà (citando Fanon) dei dannati
della terra. Qualcuno ha parlato di una sorta di francescanesimo, io
credo invece che Goffredo sia stato semplicemente fedele a tutto ciò che ha
visto, a tutto ciò che ha vissuto, ai suoi maestri, alle sue idee.
Il 2
febbraio 1956, Fofi affiancò il maestro Danilo Dolci nel famoso sciopero
alla rovescia presso la Trazzera Vecchia, una strada di Partinico
abbandonata all’incuria. Lo sciopero, come noto, consisteva nel reclamare ciò
che gli abitanti di Partinico non avevano: il lavoro. Così, del tutto
gratuitamente, i disoccupati si misero a riparare la strada malmessa.
L’intervento, però, delle forze dell’ordine non tardò. Il 4 febbraio Fofi fu
incriminato e su disposizione della questura ‹‹viene allontanato, rimpatriato,
con foglio di via obbligatorio, perché capeggiatore di uno sciopero, senza
mezzi di sussistenza e senza fissa dimora, nonché diffidato dal rimetter piede
nel territorio di Partinico››[1].
Sarebbe
iniziato di lì a breve, il famoso processo all’articolo 4: la
difesa di Dolci e Fofi, infatti, si arroccava intorno al principio
costituzionale secondo cui è compito della Repubblica cercare di rendere
effettivo, in tutti i modi possibili, il diritto al lavoro di ciascun
cittadino. A difendere i nostri vi era nientemeno che Piero Calamandrei.
Fu
sicuramente l’esperienza dell’indicibile povertà vista e vissuta in Sicilia, la
vista delle tremende morti per fame, a cementare in Fofi una solidarietà intima
con i dimenticati della società. Lì nacque sicuramente il suo
credo, la sua fede negli ultimi. D’altro canto, la violenza e la lontananza
delle istituzioni ufficiali non poté che suggerirgli la loro perenne
parzialità, la loro attiguità con le strutture di potere esistenti, la loro
vocazione strutturalmente conservativa. Con Dolci e gli abitanti di Partinico,
invece, ci si metteva in cerchio, si discuteva insieme dei problemi e delle
modalità di risoluzione, creando di fatto un modello sociale di
co-partecipazione e di autorganizzazione, che ha forti venature anarchiche.
Nacque in
quel tempo anche una nuova concezione dell’intellettuale: l’esperienza di
Partinico era una negazione di fatto della consueta posizione pastorale dell’intellettuale,
come colui il quale, avendo accesso al mondo “vero”, ha il compito di guidare e
istruire le masse. In quella terra abbandonata della Sicilia, invece, si era
sperimentato qualcosa di inedito: gli intellettuali avevano incentivato,
promosso, guidato, favorito un processo di coscientizzazione dei
diseredati stessi, permettendo loro di riflettere sui problemi concreti della
loro vita, sul loro posto nella società, e di cercare insieme delle soluzioni[2].
L’idea che
l’emancipazione reale delle persone non possa che essere, per definizione,
collettiva non abbandonerà mai Fofi: dal movimento del ’68 fino agli anni delle
sue molteplici riviste, caratterizzate da un forte dinamismo interno ed
esterno, dall’inesausta tessitura di reti intellettuali che potessero ben
cooperare tra di loro e, talora, ideare e percorrere strade concrete di
liberazione.
Il dono
incredibile che aveva Fofi era il sottilissimo taglio intellettuale che dava
costantemente alle sue riflessioni, riuscendo a inquadrare sempre in maniera
semplice, critica e senza fronzoli, il posizionamento della classe
intellettuale nei confronti di quelle che, una volta, sarebbero state chiamate
classi proletarie e sottoproletarie. Goffredo non perdonava a nessuna élite culturale
la lontananza, l’indifferenza, verso le persone più svantaggiate del nostro
tessuto sociale. Il suo focus non si spostava da lì.
È utile a
tal riguardo, confrontare due estratti dalle sue riviste, rispettivamente
dei Quaderni Piacentini e de Gli asini per
avere un incredibile effetto di continuità, pur nella diversità dei contesti. La
prima è stata una rivista di riferimento negli anni delle lotte, la seconda,
invece, è stata l’ultima rivista che ha diretto, molto incentrata sulle
tematiche educative.
Tra i primi
articoli vergati da Fofi sui Piacentini vi è un estratto del
suo saggio-inchiesta sugli immigrati meridionali a Torino. Il pezzo si
focalizzava sulla distanza delle istituzioni sindacali dalla realtà dei
lavoratori in diversi ambiti. Fofi esordiva:
‹‹Il
superamento delle artificiose barriere di pregiudizi erette abilmente e con
arte somma dalla classe dirigente torinese a precisi scopi di classe, il fatto
che tra operai meridionali e operai piemontesi esse stiano crollando per
lasciare il posto a una progressiva conoscenza reciproca si sta traducendo
anche in una coscienza di classe? Quanto, di questi mutati rapporti, trova
conferma nelle lotte operaie in corso o già avvenute? Quanto è possibile
dimostrare questa coscienza in una maggiore partecipazione sindacale?
Per gli
edili e le professioni minori, localmente disperse, una prima risposta volta la
domanda in quella: “ma è presente il Sindacato?”, e a questo occorre rispondere
decisamente di no››[3]. Questo
primo spezzone, contestualizzato in anni in cui la cultura del Partito
Comunista era egemone, segna già un’insofferenza, una tensione: esistevano
ampie realtà sottoproletarie che la cultura della sinistra ufficiale, molto
proletario-centrica, non prendeva in considerazione. Fofi, pertanto, si sentiva
in dovere di segnare questa profonda criticità, sulla scorta di maestri
alternativi di quei tempi, quali Nicola Chiaromonte e Ignazio Silone, che nella
propria rivista Tempo Presente avevano già ampiamente discusso
di alcune criticità interne al marxismo ufficiale[4].
Anche nella
critica cinematografica, l’impostazione etica e concettuale rimane la stessa: i
film non vengono solo vagliati in base alla propria qualità estetica e tecnica,
ma soprattutto, sulla base di un rigoroso principio etico. Il cinema ha l’occasione
di parlare alle grandi masse; in questo senso, può far molto per renderle
coscienti del proprio status e per suggerire possibili vie
d’uscita. Icastico è al riguardo il giudizio impietoso su Woody Allen, definito
un insopportabile coglione[5]. Fofi vedeva in Allen una certa capacità di mettere a fuoco alcune
problematiche di classe della realtà borghese, ma il tono cadenzato, rassegnato
e oltremodo compiaciuto, andavano nella direzione opposta di una presa di
coscienza collettiva. Ciò a suoi occhi non era tollerabile per un’arte che
poteva avere ben altre ambizioni emancipatorie.
Passano gli
anni, ma lo sguardo severo e critico non muta. La fine delle lotte, le
politiche globali degli anni ’80 ferocemente di tendenza inversa rispetto alle
grandi conquiste sociali dei decenni precedenti causarono un’‹‹immane
mutazione››, una regressione inaudita, che in Italia si è tradotta con il
‹‹ritorno al particulare››[6]. Se nei
primi anni del dopoguerra, la crescita dei diritti sociali poteva essere in
qualche modo legata alle spinte di crescita del capitalismo, gli anni ’80
segnarono un decisivo spartiacque. Le classi agiate ed oligarchiche operarono
una feroce stretta sui diritti sociali acquisiti, ma, piuttosto che combattere
questa deriva, la società civile iniziò a rinchiudersi nella propria sfera
privata. Si originò così, carsicamente, una società senza una propria vocazione
collettiva e solidale, che permise la recrudescenza di fenomeni sociali nuovi e
arcani, molto spesso analizzati da Fofi, quali il narcisismo di massa e
il neocorporativismo. In un mondo ultra-individuale, in cui il
solo ideale è il proprio Io, dove ciascuno fa a gara con l’altro per il proprio
riconoscimento, risorgono in diversissimi ambiti sociali i modelli della
corporazione, dell’affiliazione al “clan”, gli unici meccanismi in grado di
garantire protezione e sicurezza. La nuova lotta di classe, pertanto, non può
che ripartire da una decolonizzazione della coscienza, da una
purificazione di tutti gli assunti cancerogeni incorporati dagli individui
nell’epoca della vittoriosa lotta di classe dei ricchi contro le classi meno
abbienti. E qui entra in gioco il ruolo fondamentale dell’educazione. Giungiamo
così al passaggio de Gli Asini.
Era nella
scuola, nel sociale tout court, che oggi si annidano – secondo Fofi
– le residue e fatue speranze di emancipazione, in un mondo oramai inferocito e
in cui la lotta di classe è stata vinta dai padroni del mercato, della finanza,
della pubblicità. Il suo sguardo critico, però, non può non segnalare, come già
avveniva nei Piacentini, la distanza siderale degli
intellettuali e degli operatori dai bisogni reali degli assistiti, degli ultimi:
‹‹Un tempo non si parlava di operatori sociali o di assistenti sociali ma di
militanti, interessati alla difesa degli interessi dei proletari e dei poveri
(i “non abbienti”), e alla loro “presa di coscienza”, alla loro organizzazione,
alle loro lotte. Chi sentiva di dover occuparsi dei proletari e dei poveri – e
poteva essere credente o non credente, di origini proletarie o di origini
borghesi – era mosso da istanze di giustizia, da sentimenti di solidarietà.
Sapeva di avere avuto in sorte dalla vita qualcosa di più di quelli di cui si
occupava, e sapeva di dover dare qualcosa indietro, agendo insieme a loro per
l’affermazione di un mondo migliore. Non si sentiva superiore o diverso, solo
più colto, più cosciente. La parola sociale evocava quasi automaticamente la
parola socialismo››[7]. Tuttavia,
argomenta Fofi, il lessico della liberazione è oggi totalmente assente dalla
prassi educativa, in favore invece di tecnicismi psicologici e pedagogici, le
nuove scienze-guru del lavoro sociale. ‹‹La pedagogia oggi non riguarda il
campo dell’insegnamento, della formazione di individui coscienti e
responsabili, bensì l’addestramento alla accettazione del mondo così come è da
parte delle nuove generazioni, dei “nuovi nati”››[8] conclude
Fofi.
In questa
situazione di stallo, in cui la componente politica della prassi educativa è
totalmente assente, la prassi stessa si fa ambigua. Perdendo il suo ideale
collettivo di liberazione, più che servire le tante persone in difficoltà,
serve innanzitutto agli “assistenti”, poiché conferisce un reddito, una
posizione sociale ben codificata e riconosciuta, talvolta anche eticamente
rivendicata dagli stessi operatori. L’impoverimento recente, però, dell’ampio
ambito della cura e dell’assistenza, del cosiddetto Terzo Settore, apriva
secondo Fofi inedite possibilità di lotta collettiva: la disoccupazione, la
precarizzazione, la regressione verso il basso dei salari, avvicinavano di
fatto la realtà vissuta degli assistenti a quella degli assistiti. Si
consolidava così una solida base materiale per una possibile rivendicazione
collettiva. È questa per Fofi una possibile strada, tutta ancora da percorrere
e pensare insieme.
Dai Piacentini a Gli
asini si rinnova costantemente la stessa voce, mutando i riferimenti e
le prospettive, ma restando fedele alla sua vocazione primaria: la vicinanza
alla classe degli oppressi.
Per tutto il
suo itinerario intellettuale e umano, Goffredo Fofi è rimasto fedele al
principio etico e politico di dar voce agli ultimi, a quelle persone che spesso
sfuggono anche alle ragnatele delle grandi teorie sociali e filosofiche, alle
grandi narrazioni intellettuali e alle prassi trasformative. L’esercizio
critico di Fofi non diventò mai una stucchevole pratica autoreferenziale, ma si
poneva continuamente da punti di vista che la cultura dominante trascurava.
Cosa ereditare di questo continuo gesto di onestà intellettuale, di critica
severa, innervata da titaniche tensioni etiche?
Abbiamo
intanto una strada che Goffredo ha tracciato: occorre forse ripartire da lì,
pur sapendo bene, che il corso del mondo è ostile, che la maggioranza va in
tutt’altra direzione. Si tratta di rivendicare, per Fofi, la scelta di
costituire minoranze eticamente determinate che possano
costruire realtà alternative, eterotopie solide e credibili, “società nella
società” per usare un’espressione di Andrea Caffi, altro maestro dimenticato,
cui Fofi ha fatto spesso riferimento[9].
Si tratta di
ritornare all’avverbio “insieme”.
[1] D.
Dolci, Processo all’articolo 4, Sellerio, Palermo 2011, p. 58.
[2] La
nozione di coscientizzazione appartiene al lessico della
pedagogia degli oppressi, a cui Fofi era particolarmente legato. Cfr. G.
Fofi, Prefazione, in P. Freire, Le virtù
dell’educatore, Casa Editrice EDB, Bologna 2017.
[3] G.
Fofi, Gli immigrati meridionali e il sindacato, in ‹‹Quaderni
Piacentini››, ANNO II/numero 13 – novembre/dicembre 1963, pagg. 7-15
[4] Ho
approfondito questa tematica nella recente pubblicazione: G. Peduto, La
questione sociale in Tempo Presente, Una città editore, 2026.
[5] Cfr.
G. Fofi, Sono nato scemo e morirò cretino (Scritti 1956-2021), Minimum
Fax, Roma 2022.
[6] Cfr.
Id., La vocazione minoritaria, Laterza, Bari 2009.
[7] G.
Fofi, Crescere, in ‹‹Gli asini››, 3 settembre 2024, risorsa
disponibile al link: https://gliasinirivista.org/crescere/
[8] Ibid.
[9] Molti
sono i luoghi di riflessione da parte di Fofi sulla figura di Andrea Caffi.
Cfr. G. Fofi, Quella sua libertà, risorsa disponibile sul sito
della rivista Una Città: https://www.unacitta.it/it/articolo/101-quella-sua-liberta