mercoledì 18 febbraio 2026

Papyrus - Irene Vallejo

ho trovato il libro in biblioteca, non ne avevo mai sentito parlare, l'ho preso per curiosità.

ed è stata una bellissima scoperta, la storia delle parole scritte (dai papiri ai libri), e di tutto quello che ci sta dietro, nell'antichità.

Irene Vallejo ci regala una storia enciclopedica viva, piena di fascino, di riferimenti, di citazioni, dovrebbe essere un libro di testo per chi lavora nelle biblioteche.

un libro da non perdere, credo sarebbe piaciuto a Umberto Eco.

buona (sorprendente) lettura.

 

 

 

Lo stile dell’autrice è così affabulatorio e sorridente che accettiamo di lasciarci portare, anche di fronte al possibile disorientamento. Appare poco importante che il saggio non sia in ordine temporale, e anche che le divagazioni o i collegamenti a film, opere teatrali e romanzi del futuro possano sembrare non sempre pertinenti…

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…Uno stile avvincente, davvero affabulatorio, e una sorprendente capacità divulgativa spiccano nel libro della Vallejo, mai noioso, denso di aneddoti colti e dettagli curiosi che danno ragione del suo straordinario successo editoriale.

L’Autrice non poteva accomiatarsi dai suoi lettori che con un atto d’amore proprio verso la lettura: «Leggere è ascoltare musica fatta parola. È vicinanza e stordimento. È, a volte, parlare con i morti per sentirci più vivi. È viaggio immobile. È una meraviglia quotidiana. In questo tempo di reclusione abbiamo sperimentato che i libri ammansiscono l’ansia e ci regalano luoghi lontani. Apprezziamo – adesso forse più che mai – il ruolo che svolgono nelle nostre vite sbatacchiate dalla tempesta e dallo sconcerto. Nel corso dei secoli, questi scrigni di parole sono scampati a guerre, dittature, periodi di siccità, crisi e catastrofi…

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...ai tempi degli egizi, dei greci e dei romani, poteva capitare di vedere un libro. Era un lusso tenerlo tra le mani e ancora più difficile leggerlo! I monarchi illuminati costruivano biblioteche dove poter far confluire i libri e permettere a tutti di poter godere del piacere della lettura. Oggi per acquistare un libro bastano pochi euro, un salto nella libreria più vicina o una visita ad un qualche sito web, et voilà: la lettura può avere inizio. Ma una volta, non era così: i libri erano esemplari unici, la capacità di leggerli era ristretta a pochissime persone (non bastava saper leggere: le frasi erano scritte tutte attaccate, senza punteggiatura, senza separazione tra l'una e l'altra parola) e si leggeva solo a voce alta. Anche la musicalità (Titire tu patulè, recubans sub tegmine fagi) aveva la sua importanza. "I libri non erano una canzone che si cantava con la mente, ma una melodia che balzava alle labbra e risuonava ad alta voce", scrive l'autrice. Scritto come un romanzo, questo libro ci racconta la storia della scrittura dalla sua prima apparizione fino ai nostri giorni. Scopriamo che "all'epoca di Socrate i testi scritti non erano ancora uno strumento abituale e venivano guardati con sospetto." Prima tutto si basava sulla memoria: con l'avvento della scrittura, si inizierà a "trascurare la memoria". Se Marziale venisse a casa mia oggi (ci racconta l'autrice) rimarrebbe impressionato da una miriade di oggetti a lui sconosciuti. E ne segue l'elenco: decine e decine di oggetti incredibili (incredibili, per lui!): l'ascensore, il router, la sveglia, la lavatrice, la radio, i cerotti, l'asciugacapelli ... vabbè, vi risparmia l'elenco che, vi garantisco, è lunghissimo. Sapete quale oggetto riconoscerebbe perché simile a come era al suo tempo? Il libro: saprebbe prenderlo in mano, aprirlo, scorrere le parole, riconoscere l'indice. Non si dovrebbe mai far passare un giorno senza leggere qualche pagina di un libro, di qualsiasi libro: leggete, non ve ne pentirete!

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La storia del libro si perde nella notte dei tempi e risiede nella necessità dell’uomo di comunicare, lasciando traccia di ciò che ha detto. Papyrus è il risultato di un percorso irto e travagliato, fatto di illusioni e delusioni, di un sogno che si è concretizzato nelle sue varie forme, partendo dalle narrazioni a voce di Omero per approdare alle tavolette di argilla, alle incisioni su pietra e poi, rivoluzionando il sistema, all’utilizzo di una pianta che cresceva lungo le sponde del Nilo, il papiro. Quando poi la scrittura è approdata al cuoio, alle pelli di vitello e di pecora ha comportato, quanto maggiore era la dimensione dell’opera, delle vere e proprie stragi di animali. Con la possibilità di scrivere più agevolmente e ovviamente di leggere altrettanto facilmente sono sorte le prime biblioteche, disponibili a un certo pubblico, ma è nata anche la prima censura, sono sorti i primi nemici degli scritti, che hanno fomentato la distruzione degli “alberghi” dei libri, come accaduto con la biblioteca di Alessandria.Insomma la storia del libro è anche la storia dell’uomo, dato il rapporto inscindibile fra i due, una storia che è ben lungi dal finire (per fortuna, direi).Non mancano aneddoti, esperienze personali di questa filologa spagnola che parte da Oxford per approdare a Firenze, un lungo viaggio che è anche un’avventura che invita alla riflessione emozionando, fra nuove invenzioni, come quelle della stampa, e aberrazioni umane, come i falò di libri del nazismo. Che fine farà il libro così come lo vediamo oggi, in fogli di carta rilegati? Nonostante la presenza di supporti elettronici l’autore è convinto che il volume non morirà mai e in ciò concordo, perché leggere, sfogliando le pagine e assaporando quel profumo caratteristico dato dell’unione degli aromi dell’inchiostro e della carta, è un’esperienza olfattiva di per sé appagante. Da leggere, non solo per curiosità, ma per un sicuro accrescimento culturale.

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Sono i tempi di Tolomeo, uno dei più importanti condottieri di quell’Alessandro III detto il Grande, che ebbe come precettore nientemeno che Aristotele. Tolomeo fu undei condottieri che si divisero, dopo la sua morte precoce, il più vasto impero mai esistito prima delle conquiste compiute dal re macedone non solo con i suoi armati ma anche, presumibilmente, con le idee trasmessegli da AristoteleIn Egitto, un paese che non è il suo (di cui sappiamo che Tolomeo non conosce neppure la lingua), questo condottiero fonderà una dinastia di faraoni che arriverà fino a Cleopatra, e coltiverà l’aspirazione di riunire in Alessandriala città sul delta del Nilo inventata di sana piantauna biblioteca contenente tutto ciò che al tempo si poteva trovare di scrittoQuei cavalieri avrebbero preferito fare altro – conquistare, possedere, entrare nelle città da trionfatori – ci racconta la scrittrice e la studiosa: “Ho il sentore, però, che seguendo la piste di tutti i libri come se fossero parti di un tesoro sparpagliato, abbiano posto, senza saperlole fondamenta del nostro mondo”…

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Deamericanizzare l’immaginario europeo - Piero Bevilacqua

 

Quando si spezza qualcosa di profondo nel flusso ordinario del presente e confusamente avanza un paesaggio nuovo, la nostra mente si volge all’indietro, scorge la conclusione di un’epoca e diventa incline a tentare bilanci, a fare storia. Solo così si comprende di che stoffa può essere tessuto il futuro che ci attende. Oggi siamo spinti a fare storia di un grande capitolo della recente modernità: il dominio mondiale della cultura americana per tutto il XX secolo e oltre.

Quel che si è spezzato, nel cuore della nostra epoca, è il legame tra Europa e USA, il cosiddetto Occidente, quel blocco di alleanze politiche, rapporti commerciali, collaborazioni istituzionali, vincoli culturali e ideologici, che le due più grandi potenze colonizzatrici del mondo avevano costituito nel corso del ’900. È vero che più di una rottura sotterranea era già avvenuta, non sempre avvertita dalle élites europee. Il colpo di Stato a Kiev nel 2014, sostenuto dagli USA, che ha poi portato all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022 e alla guerra per procura degli americani, non mirava soltanto, quale obiettivo ultimo, al disfacimento della Russia per tracollo economico. Quell’iniziativa, lungamente perseguita, aveva di mira anche l’Europa. Il sabotaggio del gasdotto North Stream ne è soltanto il simbolo più evidente. L’Impero americano voleva in realtà impedire una potente saldatura di vincoli economici euroasiatici tra Federazione russa, ricca di materie prime e potenza nucleare, e il Vecchio Continente, gigante industriale e tecnologico e vasto mercato. Con la presidenza Trump, l’uomo spregiudicato che muove guerra commerciale ai paesi europei, che mostra al mondo, senza infingimenti, la volontà di conservazione del dominio dell’Impero condannato al declino, la rottura è ormai dispiegata. Com’è noto, tuttavia, i gruppi dirigenti e ampi settori dell’opinione europea credono che si tratti di una frattura inedita, e sicuramente transitoria, dovuta alle intemperanze di un presidente schizoide.

Ebbene, tra le tante ragioni che spiegano l’incapacità europea di comprendere quanto avviene, oltre all’ormai leggendaria pochezza del ceto politico, alla vocazione apologetica e propagandistica dei media, ce n’è una profonda e poco considerata, che va collocata nell’ambito dell’egemonia USA: è l’ampiezza e profondità con cui la cultura americana si è insediata in tutti gli angoli della vita del Vecchio Continente.

Qui avanzo solo brevi note per una discussione più ampia. L’americanizzazione dell’Europa ha il suo avvio all’indomani della seconda guerra mondiale e s’irradia con un ampio spettro di innovazioni culturali che entreranno a far parte connaturante delle società investite. Il primo, rilevante ambito, è quello della cultura materiale. La Rivoluzione Verde nell’ambito del Piano Marshall cambia per sempre diversi millenni di agricoltura contadina, attraverso l’introduzione nelle campagne di quella che è stata definita una “technological box”, consistente in una combinazione di fattori: sementi ibride di cereali altamente produttive, concimi chimici, pompe idrauliche per l’irrigazione. È l’agricoltura industriale di oggi. Anche il modello degli allevamenti intensivi comincia dagli USA. Ma c’è una cultura materiale destinata a imperituro successo, quella degli elettrodomestici. L’arrivo in Europa dei frigoriferi, delle lavastoviglie, delle lavatrici elettriche – che liberano milioni di donne da una delle più penose fatiche della loro storia – costituisce delle vere leve di umana emancipazione, fonda una dimensione nuova del vivere quotidiano: il benessere.

Un altro ambito di irradiazione, non meno dotato di forza insediativa, di profonda plasmazione delle psicologie, è l’industria dell’intrattenimento: la musica, soprattutto il jazz, la televisione, il cinema. Non è necessario soffermarsi più di tanto. Il potere di Hollywood di produrre immaginario capace di far sognare anche i popoli più remoti, di imporre un’immagine del mondo che è la glorificazione dell’America, è ben noto. Una potenza creativa capace perfino di sovvertimento della realtà storica, se si ricorda che il cinema americano ha trasformato il genocidio dei popoli nativi, i cosiddetti Pellirosa, nella gloriosa epopea del genere western. Forse potremmo affermare che, in sostanza, una delle componenti fondative dell’egemonia americana è stata la raffinata capacità di mascherare, soprattutto tramite l’anticomunismo, la propria storia, di affermare di sé un’immagine edificante interamente costruita a fini di dominio.

La diffusione dell’americanismo nella sua dimensione di cultura materiale e di cultura popolare era per la verità cominciata agli inizi del ’900. Il taylorismo e l’organizzazione scientifica del lavoro, la fondazione dell’obsolescenza programmata delle merci, per far fronte alla produzione industriale di massa, cominciano ad arrivare in Europa negli anni ’30. Gramsci, solitaria testa pensante, dedicò, com’è noto, un capitolo dei suoi Quaderni a questa inedita frontiera del capitalismo. E anche ambiti della cultura alta cominciarono ad affascinare gli intellettuali europei, quello della narrativa, ad esempio: i romanzi di Hemingway, di Steinbeck, ecc.

La cultura alta, tuttavia, cominciò a penetrare in Europa con capacità egemonica soprattutto nella seconda metà del ’900, tramite la disciplina che doveva diventare, come la fisica, la Big Science del nostro tempo: l’economia. Gli USA sono il paese che detiene il maggior numero di premi Nobel per questa disciplina. Una scienza che, da un certo momento in poi, diventa una corrente ideologica destinata a dominare non solo la cultura economica, ma a trasformarsi in politica degli Stati, a guidare un nuovo corso egemonico del capitalismo attuale: il neoliberismo. Domenico De Masi ha magistralmente ricostruito la strategia con cui il gruppo degli economisti che ha fondato tale corrente di studi e di pensiero, da Ludwig von Mises a Milton Friedman, ha conquistato, con penetrazione capillare, gabinetti ministeriali, centri studi di grandi banche, riviste, università, centri di ricerca, ecc. (D. De Masi, La felicità negata, Einaudi 2022). Almeno dagli anni ’80 andare a specializzarsi negli USA per alcuni mesi ha fatto parte del cursus honorum dei giovani laureati europei in economia. Le nostre Facoltà di economia sono state messe sotto assedio, interamente plasmate dalle dottrine neoliberiste, e nei decenni recenti anche il modello americano di organizzazione didattica, fondato su Dipartimenti specialistici, ha sostituito le antiche Facoltà largamente interdisciplinari.

Tale grandiosa opera di colonizzazione intellettuale della vecchia Europa, che è continuata per decenni, ha avuto una forza ancora più dirompente, perché avvolta dentro una narrazione storica di singolare fascino, soprattutto in Italia. Dopo la guerra gli USA si presentavano come i liberatori, coloro che avevano sconfitto il nazifascismo (cancellando così il decisivo contributo dell’Unione Sovietica e anche della Cina sul fronte orientale) e che col Piano Marshall – vale a dire l’apertura all’industria USA, uscita intatta dalla guerra, del vasto mercato europeo – avevano portato libertà e aiuto economico alle provate economie del Continente. Per un paese come il nostro, che aveva spedito in quel paese milioni di contadini, responsabile della fondazione del fascismo, che usciva sconfitto dalla guerra, gravemente danneggiato dai bombardamenti, non era una prova di generosità facilmente dimenticabile. Anche se le nostre classi dirigenti hanno fatto di tutto per far dimenticare quale grande contropartita gli USA hanno ottenuto per le loro mire imperiali. Collocando le proprie basi militari sul nostro territorio hanno guadagnato il controllo strategico sulla nostra Penisola, una sterminata portaerei in mezzo al Mediterraneo, proiettata verso l’Africa e il Medio Oriente.

Occorre tuttavia ricordare che, a livello di innovazione della vita materiale, il dispositivo destinato a mutare nel profondo non solo la cultura, ma la spiritualità, le strutture antropologiche dell’individuo europeo, è stata la TV. Attraverso questo strumento le classi dirigenti americane e quelle vassalle europee hanno conseguito scopi di portata epocale. Sono riusciti a fornire a un pubblico immenso informazioni quotidiane sulle condizioni, gli eventi, i problemi dei vari paesi del globo, dando agli europei (e agli americani) l’illusione di conoscere effettivamente lo stato delle cose e non di subire una gigantesca e capillare manipolazione della realtà. Una plasmazione ideologica delle psicologie collettive senza precedenti per ampiezza e profondità nella storia delle civiltà umane. Un’opera di colonizzazione che, attraverso il medium della lingua inglese, utilizzando il mimetismo servile di giornalisti, pubblicitari, leader politici, ha penetrato l’anima più profonda della cultura e dell’identità dei paesi europei.

Ma la TV ha anche inaugurato una dimensione nuova della vita familiare. I circenses che l’Impero romano elargiva alla plebe per guadagnarne il consenso sono diventati fruizione quotidiana. Lo spettacolo, per secoli intrattenimento periodico pubblico nei circhi e nei teatri, soprattutto dei ceti abbienti, è diventato evento domestico quotidiano di massa. Negli ultimi anni, come aveva profetizzato Guy Debord, anche la vita politica si è fatta spettacolo: tutta la realtà è stata risucchiata dalla sua rappresentazione virtuale. Ma a causa delle TV le famiglie hanno ristretto al loro interno lo spazio del dialogo domestico, sono diventate monadi incomunicanti, la società ha perduto i vecchi collanti della frequentazione pubblica, si è progressivamente dissolta.

Si può dire che è stata l’America a creare l’Uomo Nuovo a cui aspiravano i dirigenti sovietici. Con il crollo dell’Unione Sovietica e del fronte comunista internazionale, la penetrazione dell’ideologia capitalistica, l’accettazione come naturale delle sue culture, dei suoi stili di vita, dominati da individualismo, competizione, merito, successo, denaro, primato dell’impresa e del profitto, ecc., ha determinato, nella mente di moltitudini di contemporanei, l’impensabilità di una società diversa, l’inimmaginabilità di un futuro che non fosse la replica del presente. Tale conformismo ideologico, che dura da decenni, è stato così totalitario da indurre un serio studioso come Francis Fukuyama a teorizzare, com’è noto, “la fine della storia”. Vale a dire l’impossibilità, da parte delle società umane, di creare sul pianeta nuove forme di organizzazione sociale che non fossero la ripetizione dell’esistente ordine neoliberale. Il “there is no alternative” di Margaret Thatcher veniva solennemente confermato. In realtà si trattava di un azzardo profetico che doveva segnalare alle menti capaci di pensiero la morte culturale del modo di produzione capitalistico: la sua incapacità di progettare nuovi assetti sociali come aveva fatto, con innovazioni continue, nei tre secoli precedenti. E invece, in coro, tutti i chierici del capitale hanno cantato alleluia. Ma quanta barbarie covava in seno a questa società talmente perfetta da aver sbarrato le porte dell’avvenire lo hanno mostrato i massacri che hanno insanguinato il pianeta nei decenni del nuovo millennio.

Oggi, anno Domini 2026, le fonti dell’egemonia americana appaiono disseccate. La scienza economica neoliberista si mostra in tutta la vastità dei suoi fallimenti sociali, ambientali e umani. Un trentennio di sfrenamento capitalistico neoliberista ha dato vita a giganti monopolistici transnazionali, a concentrazioni abnormi di ricchezza finanziaria, disuguaglianze e sacche di povertà senza precedenti. La concentrazione del capitale ha raggiunto vertici mai toccati prima e inferto al pianeta danni senza precedenti e forse irreversibili. Ma soprattutto ha inferto uno scacco storico a tutti i poteri statuali dell’Occidente e alle loro élites: la sovranità della politica e dello Stato è stata soppiantata. Il potere laico e autonomo di governo degli Stati-nazione, che per secoli era stato distinto e superiore a quello religioso, economico e militare, è stato privatizzato dalle potenze elette del denaro. All’autorità dello Stato si è sostituita quella di oligarchie onnipotenti. Non si comprende la dissoluzione del diritto internazionale se non si mette in conto l’assoggettamento subito dagli esecutivi nazionali ad opera dei grandi aggregati di ricchezza, che aggirano parlamenti, divisione dei poteri, costituzioni. Sono tali potenze transnazionali che dettano le regole al ceto politico eletto nelle democrazie rappresentative. I dirigenti dei grandi partiti di massa sono infatti diventati ceto politico, svolgono un mestiere, occupano un limitato segmento nella divisione del lavoro del sistema capitalistico. Avendo scelto, per debolezza e convenienza, di spezzare il loro antico legame con la classe operaia e i ceti popolari, perdendo la capacità contrattuale che dava loro il consenso organizzato di massa, sono privi di forza e di visione, vivono alla giornata, in balia degli interessi privati contraddittori a cui si appoggiano.

D’altra parte, la cultura materiale americana ha esaurito il suo fascino con le ultime mirabilia dei prodotti digitali, ormai insidiate da quelle della Cina, della Corea, ecc. Ma la rottura più grave è avvenuta su un altro piano. Il carisma degli USA, Stato modello di democrazia e libertà, superba costruzione culturale delle élites, è svanito da un pezzo, nonostante la totalitaria manipolazione mediatica: crollato sotto i colpi della ricerca storica e della evidente trasformazione oligarchica del potere americano.

Da anni, per merito soprattutto di grandi giornalisti e storici americani, come William Blum, Vincent Bevins e di tanti altri, è emerso alla conoscenza pubblica il ruolo segreto che gli USA hanno avuto nel muovere guerra e rovesciare governi sovrani, spesso attraverso massacri di popolazione civile, dall’Iran (1953) al Guatemala (1955), dalla Repubblica Democratica del Congo (1960) a Cuba (1961), dal Brasile (1965) all’Indonesia (1958, 1965), dal Vietnam (1965-75) al Laos e alla Cambogia (1965-73), dal Cile (1973) a Grenada (1983) a Panama (1989). Tutte operazioni degli anni della guerra fredda.

E per brevità trascuriamo ogni cenno alle innumerevoli ingerenze nella vita politica degli Stati, ai colpi di Stato falliti, alle pratiche di strozzinaggio, ricatto, vessazioni con cui, tramite il potere del dollaro, imprese private e Stato USA hanno segretamente tiranneggiato un po’ tutti i governi e le economie di gran parte del mondo.

Oggi queste scoperte si sono estese in forme senza precedenti per effetto di una molteplicità di eventi a partire dal nuovo millennio. Fondamentali le guerre dispiegate e sanguinose contro l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia, l’appoggio incondizionato a Israele in tutte le azioni militari in violazione dell’ONU. Ma è stato il conflitto in Ucraina, che la rombante propaganda atlantica voleva far nascere il 24 febbraio 2022 con l’invasione da parte della Russia, a segnare un punto di svolta. Esso ha spinto centinaia di analisti a rintracciarne le cause storiche e ad aprire una corrente di studi sulle guerre segrete degli USA e della NATO, scoprendo una continuità storica che fa sistema: dalla distruzione della Repubblica Socialista di Jugoslavia, alla fine del secolo scorso, alla Siria nel 2011 fino alla dissoluzione di questo antichissimo paese come entità statale nel 2024. E ora, inizio 2026, con un atto di gangsterismo internazionale, l’attacco al Venezuela.

La desecretazione per scadenza dei termini di molte carte d’archivio a Washington, relativi ad attività del Pentagono e della CIA, le documentazioni recenti, ad es. di Lindsey A. O’Rourke (Covert Regime Change. America’s Secret Cold War, Cornell University Press 2018) o quelle di Julian Assange, stanno offrendo nuovo materiale di scoperta della politica estera segreta di questo paese. E per brevità non mi diffondo qui in ostentazioni bibliografiche, limitandomi a menzionare i nomi di analisti come Jacques Baud, quello di Jeffrey Sachs, di Daniele Ganser. Per non citare che pochi dei nostri autorevoli analisti, da Alberto Bradanini a Elena Basile, da Alessandro Orsini a Fabio Mini, a Giacomo Gabellini.

Ma certo, l’evento epocale che cancella per tutti i tempi a venire il mito della democrazia americana è la partecipazione delle sue amministrazioni al più atroce, pubblicamente, quotidianamente visibile genocidio del millennio: il massacro dei palestinesi a Gaza. Com’è noto, sia il democratico Biden che il repubblicano Trump hanno fornito migliaia di tonnellate di bombe perché l’esercito di Israele potesse bombardare, per due anni, da terra, dal cielo e dal mare, gli edifici, le scuole, le università, gli ospedali, le case, le tende di decine di migliaia di palestinesi indifesi. Una mattanza quotidiana che resterà per sempre nella memoria collettiva di tutti i popoli della Terra, quale monumento imperituro a testimonianza dell’opera del maggiore Stato criminale dell’ultima età contemporanea e del suo aguzzino mediorientale.

Ebbene, quali conseguenze trarre da questo tracollo dell’egemonia americana, che Donald Trump sta completando comportandosi come un bandito internazionale, rapendo capi di Stato liberamente eletti, come ha fatto con Maduro, minacciando la Groenlandia e l’Iran che non gli hanno recato né danno né offesa, praticando il racket e le estorsioni dei dazi anche ai paesi amici non obbedienti? Senza qui considerare quel che la sua amministrazione sta compiendo all’interno della società americana con le attività di squadrismo federale contro la popolazione immigrata.

È evidente che i vecchi vassalli europei, giornalisti e politici, che ancora tentano di difendere e cercheranno in futuro di riabilitare l’immagine di questo Impero, potranno ricevere solo incredulità e disprezzo universali, soprattutto da parte delle nuove generazioni. Solo una vasta opera di pulizia all’interno del deep state americano, la cacciata definitiva dei neocon dai gangli del potere, l’emergere di un nuovo ceto dirigente, l’abbandono delle pratiche criminali dell’Impero, la fine della NATO, possono restituire a questo grande paese un nuovo ruolo di equilibrio e di pace e al suo popolo una più diffusa prosperità sociale. Prospettiva di cui a oggi non si intravede alcun indizio.

Io credo che si potranno spingere gli USA in questa direzione (consapevoli di muoverci sul ciglio abissale dell’ultima guerra che sconvolgerà il pianeta) solo mostrando alle sue classi dirigenti che non hanno altra scelta se non di rinunciare alla propria dimensione di Impero, di dover limitarsi a essere un grande Stato alla pari con tutti gli altri Stati. È ormai intollerabile che un paese ricco, con solide tradizioni e istituzioni liberali, protetto dai confini di due oceani, debba mantenere basi militari in tutto il pianeta, porsi come il gendarme del mondo, spadroneggiare con guerre e massacri di popolazioni lontane e innocenti. Lo è ancora di più ora che il suo massimo rappresentante si comporta come un bandito internazionale, che scrive le regole della politica mondiale, imitazione grottesca del Dittatore di Chaplin, con un tratto della sua penna. Ed oggi è ancora più intollerabile che i governanti europei, per viltà e pochezza, acconsentano e legittimino le gesta di aggressione armata con cui questo presidente criminale colpisce e minaccia tanti paesi vicini e lontani. Deve essere ormai evidente: i governanti e i nostri giornalisti padronali devono farsene una ragione; il loro atlantismo si configura ormai come una corrente di propaganda criminale.

Come non vedere, a questo punto, che gli USA sono oggi, se non il nemico, certo l’avversario più agguerrito e temibile del Vecchio Continente? L’insieme di convenienze, ipocrisie, patti segreti con cui le classi dirigenti d’America e d’Europa hanno operato insieme con rinnovati intenti coloniali è andato in frantumi. (Si veda ora il numero de «La fionda», 2025, n. 1 dedicato a Noi e l’America. Atlantisti e Eurofanatici.) Che cosa dunque ci impone di mantenere rapporti privilegiati con un Impero morente, che continuerà a tiranneggiarci per necessità di sopravvivenza, grazie alla debolezza e divisione dei singoli Stati europei? Gli anni che ci attendono, con i progetti economicamente inflazionistici del riarmo (le armi hanno un solo valore d’uso: morte e distruzione), infliggeranno danni di vasta portata alle popolazioni. E allora, perché non pensare a un mutamento radicale delle relazioni internazionali, che solo la passiva fedeltà a una fase storica ormai tramontata, l’atlantismo, e un pregiudizio infondato e insensato, la russofobia, ci impediscono di pensare?

La ripresa delle relazioni con la Russia, oltre che con la Cina e con tutti i paesi dei BRICS, ridarebbe nuovo slancio alle economie europee, che il meschino interesse di potere personale e la stoltezza dei nostri gruppi dirigenti stanno condannando, senza alcuna necessità, allo stesso declino dell’Impero. È evidente che queste élites, infilatesi in un vicolo cieco, responsabili di errori seriali, spogliate di ogni dignità persino personale di fronte al padrone americano e agli occhi dell’opinione pubblica mondiale, non sono in grado di intraprendere la strada che sarebbe necessaria.

Solo un nuovo ceto politico può incamminarsi con coraggio sulla via che può salvare l’Europa e che è quella a lei storicamente più propria: l’alleanza organica con la Russia, con uno Stato che sta nel nostro continente, non oltreoceano. Un paese da cui non abbiamo ricevuto offese e che gli europei hanno più volte attaccato e invaso, massacrandone le popolazioni. La Federazione russa possiede il territorio più vasto del pianeta, è spopolato, è un immenso deposito di materie prime e di fonti di energia. Se c’è qualcosa di cui non ha alcuna necessità è occupare territori altrui. L’idea che il suo esercito voglia invadere l’Europa è una stolida, consapevole menzogna delle nostre classi dirigenti per coprire i loro drammatici errori. La Russia ha un grande interesse ad avere rapporti pacifici con noi, ed è notissimo anche alle pietre delle strade che è sulla base di queste convenienze reali che si muove la storia degli Stati. Le guerre costano e si intraprendono per interessi e necessità. Sarebbe dunque sufficiente abbandonare un pregiudizio alimentato ad arte per decenni dalle potenze atlantiche, il prodotto più tossico dell’americanismo, per afferrare l’enorme vantaggio che gli europei acquisirebbero da un rovesciamento delle alleanze attuali.

Occorrerebbe che le popolazioni d’Europa, come nella fiaba di Andersen, finalmente gridassero: “Il re è nudo”, i nostri governanti stanno mentendo. Un saldo rapporto con la Federazione russa consentirebbe all’Europa di godere di una grande deterrenza militare, che farebbe venir meno, attraverso la diplomazia, la necessità di svenarci in spese belliche, schiudendoci prospettive economiche a dir poco grandiose con tutta l’Eurasia.

Ma la fine del rapporto privilegiato (e dei segreti ricatti) con le amministrazioni americane può significare l’emancipazione culturale definitiva dalla colonizzazione subita negli ultimi 80 anni. E questo può consentire a una nuova generazione di intellettuali europei l’apertura di un nuovo orizzonte di progettualità teorica e culturale. Senza dire che l’Italia si potrebbe finalmente liberare del padre padrone che ha condizionato, spesso con oscure trame, la storia della Repubblica.

Lo scenario che si schiude è l’affascinante ignoto aperto dalla fine di cinque secoli di dominio coloniale dell’Europa e poi degli USA sul resto del mondo. La sconfitta militare della NATO in Ucraina, l’emergere della potenza della Cina, l’avanzamento del fronte multiforme dei BRICS, un mosaico di antiche civiltà che il nostro eurocentrismo suprematista ha allontanato dal nostro sguardo e spesso criminalizzato, può dare vita a un cosmopolitismo davvero mondiale. Esso è destinato a decretare la fine dell’unipolarismo USA e potrà imporre nuove regole di diritto internazionale, in grado di inglobare non solo gli interessi dei popoli, ma anche quelli della natura, del mondo animale, capace di incorporare i nuovi saperi del nostro tempo, fondando una nuova civiltà del diritto. Certo non ci sfugge che questa è, al momento, una potente linea di tendenza della storia e che gli USA non cederanno, come stanno del resto già facendo, rinunciando a contromosse sanguinarie. Avanzeremo negli anni prossimi muovendoci sul crinale di due sole possibili alternative: un assetto multilaterale del mondo o la guerra termonucleare e la fine.

Ma essere consapevoli di chi è realmente il Nemico è la premessa imprescindibile. Questo ci illumina nell’apparente confusione del presente su come dobbiamo muoverci come studiosi, come forze intellettuali, come produttori d’informazione.

Oggi, dunque, è grazie alla grande frattura creata dagli USA che noi europei possiamo ripensare con radicalità l’organizzazione politica e istituzionale del Continente. E solo pensatori radicali possono fondare un nuovo progetto europeo sulla base di una verità inoppugnabile: l’Unione Europea è fallita, è stata un errore. È fallita nel suo piano economico neoliberista, come confessa di fatto il Rapporto Draghi sulla competitività europea del 2024. Per l’Italia, uno dei paesi fondatori dell’Unione, spogliata dei suoi patrimoni pubblici, tale fallimento è stato clamoroso, visto che nel 1991 era considerata la quarta potenza economica del pianeta ed ora è sparita dalle classifiche. È fallita sul piano politico perché ha gravemente deprivato gli Stati nazionali della loro sovranità monetaria e istituzionale, surrogando le loro democrazie con burocrazie non elette, senza conseguire una superiore unità sovranazionale, come dimostra la drammatica inesistenza di una politica estera. (Si veda ora l’analisi senza scampo di Gabriele Guzzi, Eurosuicidio. Come l’Unione europea ha soffocato l’Italia e come possiamo salvarci, Fazi 2025.) D’altra parte non c’è certificazione più desolante di tale disfatta dell’inazione e addirittura della partecipazione attiva di alcuni importanti Stati europei al genocidio del popolo di Gaza, come hanno fatto la Germania, l’Italia e il Regno Unito. Un’infamia inoccultabile che si completa oggi con le posizioni di politica di riarmo in ubbidienza alla NATO. Le élites dei paesi che nel ’900 hanno insanguinato il pianeta con ben due guerre mondiali, dopo 35 anni di Unione promettono ai propri cittadini un luminoso avvenire di guerra.

Non vogliamo qui inoltrarci in proposte programmatiche per il futuro su cui ci siamo impegnati in altre sedi. Ma almeno qualche suggestione ci sentiamo di esprimerla. Vastissimo è infatti il campo di innovazione/conservazione che ci si schiude sul piano culturale. Smontare i paradigmi dell’americanismo può offrire un’occasione a nuovi ceti intellettuali per riproporre, rovesciandoli, quelli del nostro umanesimo, delle nostre tradizioni cristiane, mutualistiche, socialistiche all’interno di una visione olistica della vita umana. I nuovi saperi delle scienze ambientali, quelli per intenderci di pensatori come Edgar Morin, Gregory Bateson e altri, che attraverso il dialogo con le discipline umanistiche possono aprire frontiere inesplorate di umana conoscenza e nuovi approdi etici. E a questo fine bisognerà mettere mano alle strutture della formazione della scuola e dell’Università. Uno dei capitoli delle politiche fallimentari dell’Unione è infatti il nuovo corso impresso agli studi scolastici e universitari a partire dal cosiddetto “Processo di Bologna” del 1999. È da quel momento che l’UE ha cominciato a indirizzare gli assi della formazione delle nuove generazioni europee verso apprendimenti strumentali, competenze utili a fini produttivi, destinati a sostenere la competizione globale dell’Europa. I nuovi programmi, che hanno inserito nelle didattiche una miserabile logica aziendale, hanno emarginato i saperi umanistici, creando figure di laureati espertissimi su ambiti specialistici sempre più ristretti e ignoranti di tutto il resto. Con lungimirante senso strategico i pianificatori hanno mirato a istituzioni formative destinate a rimpicciolire gli uomini, a trasformare gli individui in utensili della grande Macchina della produzione e del consumo, a privarli dello sguardo olistico che le frontiere culturali e ambientali del nostro tempo rendono necessario.

Ma la cultura umanistica è impensabile senza la lingua. E le lingue europee, le lingue degli Stati nazionali, sono l’espressione secolare della loro storia e del loro processo di civilizzazione. È proprio tale gigantesco patrimonio che negli ultimi decenni è stato messo all’angolo a favore di una anglofilia d’accatto, della lingua del neoliberismo angloamericano, dal provincialismo e dalla ignoranza senza confini di politici, giornalisti, intellettuali, pubblicitari europei (italiani in prima fila), convinti di toglierci di dosso la muffa del passato, di portarci nella modernità di cartapesta della finzione pubblicitaria.

In tale ambito la cultura radicale può inaugurare – ma lo sta già facendo da tempo, in forme sparse – un capitolo entusiasmante di innovazione/restaurazione del linguaggio, di critica politica e culturale soprattutto nei confronti dei funzionari della cultura, sedicenti democratici, difensori dei “valori dell’Occidente”. Mentre USA ed Unione Europea sono allo sbando, mentre il maniero di cui sono a guardia sta crollando alle loro spalle, la posizione dell’intellettualità radicale ha oggi un vantaggio storico che non può lasciarsi sfuggire. Giornalisti e scrittori televisivi oggi appaiono, a chi ha occhi per vedere, riproduzioni in piccola scala di Don Chisciotte, armati di lancia e scudo a difesa di una nobile, ma tramontata cavalleria. Difendono “la più antica democrazia del mondo” e gli imperituri “valori occidentali” senza voler vedere di che sangue grondano da gran pezzo e a che punto di barbarie sono pervenuti. Bisogna mostrarli nella loro grottesca nudità alle popolazioni ingannate da decenni di menzogne. E occorre sapere che non c’è dileggio più umiliante che si possa muovere a codesti intellettuali a guardia dello status quo, che farli sentire obsoleti, non più al passo con le novità che avanzano. Per costoro infatti, colonizzati fin nei cromosomi dal falso progressismo neoliberistico, solo il domani è meglio di oggi, poiché la loro concezione del tempo, perfino di quello cosmico, deve esaltare la velocità del circuito del denaro, della sua valorizzazione incessante, del processo di accumulazione della ricchezza, che oggi è, prevalentemente, fatta di carta moneta.

Si riapre dunque il tempo della satira, oggi depresso dallo spettacolo di morte che opprime il nostro campo visivo. Sebbene i governanti europei facciano a gara per sopravanzarsi nel campo senza confini del ridicolo. Ma chi possiede cultura, radicalità e coraggio riesce a muovere il riso, anche se non è attore, come fa da tempo in Italia Marco Travaglio, con i suoi editoriali sul «Fatto Quotidiano» e i suoi spettacoli. Si tratta ad ogni modo di un passaggio importante, per colpire dalle fondamenta l’americanismo e le basi dell’egemonia capitalistica. E naturalmente, senza dimenticare i grandi media, soprattutto la televisione che, come abbiamo visto, grazie alla servitù e alla malafede di schiere innumerevoli di giornalisti (oltre che dei servizi segreti americani), rappresenta il nemico che abbiamo in casa.

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martedì 17 febbraio 2026

Lagrange, ideatore del Sistema internazionale di misura - Maria D'Asaro

 

Se si chiedesse a un campione di italiani cosa abbiano in comune Liberia, Myanmar (ex Birmania) e Stati Uniti d’America, forse pochissimi saprebbero rispondere: sono gli unici tre stati a non adottare legalmente il Sistema internazionale di unità di misura (SI), utilizzato ormai in tutto il mondo.

Tale sistema, varato nel 1962 dall’undicesima “Conferenza generale dei pesi e delle misure” (CGPM), fu poi perfezionato nel 1971, quando la quattordicesima CGPM stabilì che le unità di misura universalmente valide erano sette, ciascuna riferita ad una grandezza fisica: l’intervallo di tempo, la lunghezza, la massa, l’intensità di corrente, la temperatura, l’intensità luminosa, la quantità di sostanza (misurabili rispettivamente con secondo, metro, chilogrammo, ampere, kelvin, candela, mole).

Il progetto iniziale di unificare il sistema di misurazione lo dobbiamo a un geniale matematico piemontese, conosciuto forse solo dagli studiosi di matematica con il suo cognome poi ‘francesizzato’: si tratta di Giuseppe Lodovico Lagrangia, nato a Torino il 25 gennaio 1736 (esattamente 290 anni fa), poi chiamato Giuseppe Luigi come il bisnonno, oggi noto come Joseph Louis Lagrange.

Giuseppe avrebbe dovuto studiare giurisprudenza come il padre, ma fu attratto da matematica, geometria e fisica sperimentale. Nel 1755, appena diciannovenne, pubblicò un primo lavoro scientifico che gli valse da Carlo Emanuele III, re di Piemonte e Sardegna, la nomina di “Sostituto del Maestro di Matematica” nelle Regie Scuole di Teoria d’Artiglieria del capoluogo piemontese.

Trasferitosi a Berlino, nel 1759 divenne prima membro dell’Accademia delle Scienze di Berlino e poi presidente della stessa. Ormai matematico affermato a livello internazionale, Lagrangia nel 1787 si trasferì a Parigi su invito del re Luigi XVI, che lo nominò direttore della sezione matematica dell’Académie des Sciences.

Acquisì la cittadinanza francese nel 1792, a seguito del matrimonio con una donna francese; dal 1797 insegnò all’École polytechnique. La fama di Lagrangia, ormai appellato Lagrange, in Francia fu così grande da ricevere in vita la Legion d’Onore e alla sua morte, nel 1813, la sepoltura nel Pantheon.

Lagrange è considerato uno dei maggiori matematici europei del suo secolo per i contributi innovativi alla fisica matematica, allo sviluppo della teoria dei numeri, al calcolo delle variazioni, per le sue equazioni differenziali e l’analisi infinitesimale. Fu anche un astronomo appassionato: nell’ambito della meccanica celeste, condusse ricerche sui movimenti lunari in relazione alla Terra, sui movimenti dei satelliti di Giove e sul problema dei tre corpi e del loro equilibrio dinamico. É stato possibile posizionare l’orbita del telescopio spaziale James Webb anche grazie all’individuazione dei cosiddetti ‘punti lagrangiani’.

Fu forse proprio la visione e competenza astronomica a influenzarne le decisioni scientifiche quando, alla fine del XVIII secolo, divenne presidente della commissione che aveva il compito di fissare un nuovo sistema di pesi e misure, il sistema metrico decimale dal quale avrà origine l’odierno Sistema Internazionale.

Lagrange osservò innanzitutto che, sino ad allora, le unità di misura e di peso – piedi, pollici, once e libbre – erano derivate dalla grandezza del piede di un sovrano o dal peso di una sua parte del corpo. Influenzato dal clima culturale suscitato dalla Rivoluzione francese, oltre che dagli studi di astronomia, ritenne che i tempi fossero maturi perché le unità di misura fossero invece collegate alla grandezza della Terra e dell’universo.

Lagrange stabilì infatti che l’unità di misura-base della lunghezza, chiamata da allora metro (che, in greco, significa appunto misura) fosse un quarantamilionesimo della circonferenza della Terra, mentre le altre grandezze vennero via via associate a quest’unità di misura-base.

In un articolo su Focus del 22/9/2017 viene data la ragione del mancato accoglimento negli USA del sistema universale di misure varato da Lagrange. Nel 1793 il botanico Joseph Dombey fu incaricato di portare negli Stati Uniti due campioni standard del nuovo sistema di misurazione: una barra per l’esatta misura di un metro, e un cilindro di rame dal peso di un chilo, campioni che avrebbe dovuto consegnare a Thomas Jefferson, sostenitore del nuovo sistema, che avrebbe potuto incoraggiarne l’adozione al Congresso.

Purtroppo nei pressi del mar dei Caraibi, vicino all’arcipelago di Guadalupa (nelle attuali Antille francesi), la nave di Dombey fu attaccata da pirati e il botanico francese fu fatto prigioniero nell’isola di Montserrat, dove morì poco dopo. Dalla Francia partì allora un secondo ‘ambasciatore’ che però, arrivato a destinazione, non trovò alcun interesse per il nuovo sistema di misurazione da parte di Edmund Randolph, nuovo segretario di stato statunitense.

Così negli USA sino alla fine del 1800 il vecchio sistema di misurazione è stato l’unico vigente, anche perché alcuni ritenevano il sistema metrico un sistema ateo, e che solo pollici, libbre, once e miglio fossero “un peso giusto e una misura giusta, le uniche accettabili dal Signore”.

Bisognò attendere il 1893 perché la maggioranza delle unità di misura statunitensi fosse collegata a quelle del Sistema Internazionale; solo nel 1959 l’armonizzazione tra i due sistemi si è completata appieno.

Nonostante oggi molti organismi scientifici e commerciali statunitensi sollecitino l’adozione sempre più estesa del SI, preferibile per gli scambi commerciali dentro e fuori il paese, gli USA rimangono ancorati al Sistema consuetudinario, impiegato nell’uso comune.

Nel 1999 il fallimento della sonda della NASA Mars Climate Orbiter, disintegratasi nell’atmosfera marziana, fu dovuto proprio a una mancata armonizzazione tra unità di misure, che causò un errore nel calcolo della traiettoria: infatti il software di navigazione a terra utilizzava l’unità di misura del sistema consuetudinario (libbre-forza), mentre il software di bordo della sonda quello del Sistema Internazionale (Newton).

Chissà, forse allora Lagrange si sarà rivoltato nella tomba, borbottando che quella missione era stata fatta con i piedi

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Il problema non è Chomsky, siamo noi - Raúl Zibechi

 

L’adorazione di personaggi pubblici, a cui vengono attribuiti enormi meriti, al punto da renderli “quasi dei”, è un problema di vecchia data all’interno dei movimenti di sinistra e di emancipazione. Si esaltano le virtù, ma mai i difetti. Una realtà viene inventata in toni di bianco e nero, escludendo sfumature, zone d’ombra e tutto ciò che potrebbe mettere in ombra la figura divinizzata.

La parola “grigio” stessa viene usata come aggettivo. “Una persona grigia” è noiosa, senza merito, incapace di attrarci o catturare la nostra attenzione, tanto meno qualsiasi tipo di ammirazione. Tuttavia, la realtà è dipinta a più colori ed è molto più ricca del binomio bianco-nero. Con questa scissione, spesso cerchiamo di lenire le nostre incertezze, fuggendo dalle sfumature scomode che ci causano tanta insicurezza. Perché, ammettiamolo, gli esseri umani bianchi occidentali cercano disperatamente sicurezza.

Molti esponenti della sinistra ammettono che il culto della personalità che circondava Stalin fosse negativo, ma accettano il culto di Lenin o Marx, ad esempio. Credo che, a questo punto, la cultura “emancipatrice” della sinistra sia erede del movimento dell’uomo forte e del culto della monarchia così diffusi nella storia umana, dalle prime società fino ai giorni nostri. Il fattore aggravante è che i culti attuali si mascherano da emancipazione, ma in fondo sono assurdi quanto la sottomissione a re e regine.

Ancora oggi, vediamo come questo culto continui la sua tremenda opera di paralisi delle società, sia attraverso il sostegno acritico di Evo Morales o di Hugo Chávez, per citare solo due esempi. Tutti i movimenti progressisti dell’America Latina sono stati collegati a un uomo forte, da Néstor Kirchner Lula, passando per Correa e quelli già menzionati.

Nel caso di Chomsky, la gravità del suo stretto legame con il milionario criminale pedofilo Epstein è evidente anche dopo essere stato condannato e le sue malefatte note. Ma se Epstein non fosse stato un pedofilo, qualcosa sarebbe cambiato? Possiamo convalidare che un personaggio pubblico di sinistra abbia stretti legami con un milionario? Non vale alcuna amicizia, con chiunque, al di sopra delle classi, delle posizioni politiche e dello status delle persone. Senza dimenticare che Chomsky ha commesso altri peccati, come lavorare per programmi militari.

Una persona come noi, i lettori di questa pagina, può relazionarsi con chiunque, un Berlusconi, un Bolsonaro o un Putin? Non mi riferisco alle persone del basso che hanno sostenuto questi personaggi, ma ai rapporti con le élite dominanti, uno stile che si coltiva nei parlamenti di tutto il mondo, quando i deputati sono in posizioni politiche opposte, mangiano allo stesso tavolo e finiscono per socializzare negli stessi spazi.

Chomsky è semplicemente disgustoso. Più grave ancora perché si tratta di una personalità pubblica che deve dare l’esempio e chiedere perdono quando sbaglia. Quello che intendo con queste righe, è metterci uno specchio collettivo, come dicono spesso gli zapatisti, per chiederci: e noi?

Quanti Chomsky ci sono nei nostri cervelli e cuori? Attribuire tutto il male al linguista è come attribuire tutto il merito a un uomo forte, come Pepe Mujica per esempio. Essendo uruguaiano, soffro ogni volta che persone del basso in qualche angolo del pianeta, mi dice meraviglie di un personaggio che, in questo paese, conosciamo e non ammiriamo, almeno chi scrive questo e gran parte dei suoi amici.

Il culto della personalità rivela, inoltre, il nostro proverbiale individualismo, poiché mettiamo tutti i valori positivi in una persona, ma non in un collettivo. Fanno bene gli zapatisti a coprirsi il volto, a mettersi tutti e tutte con il passamontagna e il paliacate. Si noti che l’intera cultura capitalista ruota attorno alle persone, da Messi a Trump, sia per compiacere che per rimproverare. Anche nel caso dello zapatismo, non sono uguali gli atteggiamenti che abbiamo verso il capitano Marcos o verso uno qualsiasi dei comandanti, compreso chi scrive questo.

Forse la lezione che ci sfugge dal caso Epstein-Chomsky è che dobbiamo essere più cauti, più moderati nel mitizzare i personaggi. Ma soprattutto, essere più comunitari, evidenziare il collettivo e la semplicità, l’innocenza delle ragazze e dei ragazzi prima che il Sistema li conduca verso l’adorazione delle celebrità.

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lunedì 16 febbraio 2026

Sicurezza. Urge arresto preventivo per chi vorrà votare No al referendum - Alessandro Robecchi

 

 

Quello che potrebbe capitare con il nuovo decreto sicurezza – a parte la promessa di impunità per chiunque indossi una divisa – tipo Idf a Gaza, tipo Ice a Minneapolis – è il fermo di polizia preventivo, cioè una specie di arresto prima ancora che qualcuno (qualcun altro, per la precisione) commetta un ipotetico reato. 24 ore in custodia cautelare, insomma (Salvini ne vorrebbe 48, forse gliel’ha chiesto Bannon), prima di una manifestazione, magari da applicare a tutti quelli che andrebbero al corteo, in modo da garantire l’ordine pubblico, ed evitare le manifestazioni. Via il dente, via il dolore. Non si sa bene cosa dovrebbero fare questi presunti colpevoli fermati prima del reato durante le ventiquattr’ore, magari affrescare basiliche con la faccia di Meloni e Piantedosi che fanno gli angioletti, perché no, il nostro patrimonio artistico ne gioverebbe.

E’ una faccenda che “presenta possibili rilievi di incostituzionalità”, come scrivono certi maestri di eufemismi su alcuni grandi giornali, una frase a cui, per dimenticanza o sciatteria, mancano “mannaggia”, “peccato” e “che disdetta”, ma non importa, si legge tra le righe. Un’altra cosa che si legge tra le righe, e che pochi dicono, è che la totale incapacità dell’attuale ministro dell’Interno di garantire l’ordine pubblico, che sarebbe il suo mestiere, impone di affrontare il problema alla radice: niente manifestazioni, niente violenze, niente photo opportunity di propaganda per Giorgia, che sarebbe, quest’ultima, a pensarci bene, l’unica pecca del provvedimento.

Essendo qui pacifisti e contrari a ogni forma di violenza, ci mancherebbe, ci accodiamo senz’altro alla proposta, che sembra interessante, a patto naturalmente che non si limiti alle manifestazioni politiche, ma a tutti gli atti di violenza. Diciamolo: l’arresto preventivo è una buona idea, pensate che svolta sarebbe arrestare preventivamente tutti i potenziali rapinatori prima ancora che avvengano le rapine. Qui cominciano i primi problemi pratici: questo fermo di polizia in attesa di ipotetico possibile reato, lo decidono il brigadiere e il vicesovrintendente (o il dirigente del Siulp che punta la pistola verso i telespettatori di Retequattro), oppure serve un ordine della magistratura? Nel primo caso bene, perché stiamo dalla parte delle forze dell’ordine, come nel casi Cucchi, Aldrovandi e molti altri. Nel secondo, meglio ancora, perché ci sarebbe modo di attaccare e insultare e intimidire i magistrati che non hanno fermato qualcuno prima di un reato, passando dalla tiritera “Ecco, li lasciano andare!” al nuovo ritornello “Ecco, non l’hanno fermato prima! Toghe rosse!”.

Per evitare che la tensione politica aumenti e rasserenare gli animi, si potrebbe pensare a un fermo di polizia preventivo degli elettori prima delle consultazioni. Eccellente banco di prova, il prossimo referendum costituzionale sulla giustizia: enormi edifici dotati di sbarre dove rinchiudere preventivamente chi è sospettato di votare No, tutti in cella con Barbero e Zagrebelsky, poi rilasciati (un po’ di garantismo!) dopo gli exit-poll, per commentare i risultati. Manca qualcosa, non vi sembra? Ah, sì, certo, che distratto, manca tutto il capitolo sui “cattivi maestri”, i borghesi intellettuali che si ostinano a scrivere quello che pensano e a esternare le loro malsane opinioni. Pazienza, lo faremo fare ai fact-checker che tante soddisfazioni ci hanno dato negli ultimi tempi. Sui profili di incostituzionalità, beh, ci penseremo, dettagli, cose che si risolvono, coraggio!

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