domenica 1 novembre 2026

Per capire la rivolta dei ragazzi - Filippo La Porta

 

Proviamo a immaginare il Vogliamo tutto di Balestrini in Millennium people di James G. Ballard, o il “prendiamoci le merci” del ‘77 riletto dall’antropologia dell’eccesso, dalla dépense di Georges Bataille (pure evocata in quell’anno, attraverso il filtro deleuziano).
Un fenomeno così stratificato, indecifrabile, fluido come la “rivolta dei ragazzini” di questi giorni ha bisogno di una molteplicità e fluidità di riferimenti culturali per essere spiegato, non di complottismi o vecchi schemi reiterati.

 

Certo, protestano contro il caro-vita (espressione d’antan tornata curiosamente di moda), ma non è propriamente la rivolta del pane manzoniana: si intrecciano qui povertà relativa e frustrazione da esclusione, disperazione della banlieu e gioiosa profanazione dai nuovi barbari. Il saccheggio dei marchi oscilla tra appropriazione e dissipazione. Il video della merce data al senzatetto è più il “potlacht” (cerimonia in cui si celebra lo spreco) di Bataille che redistribuzione. Un “terrorismo” ludico, e parzialmente distruttivo, rivolto – almeno finora – perlopiù contro i beni e non contro le persone. Certo, rabbia dei giovani verso una società che li priva del futuro, ma anche esplosione di una eccedenza, di un consumo improduttivo di energia dissipativa a lungo compressa (che non trova più le valvole di sfogo tradizionali: feste religiose, carnevali, imprese collettive, mobilitazioni politiche, tifo calcistico: perfino gli ultras milanisti celebrati da Balestrini nei Furiosi non ci sono più, almeno in quelle forme…). Nel Racconto d’inverno Shakespeare fa dire a un vecchio pastore che la gioventù (maschile) dovrebbe dormire tra i dieci e i ventiquattro anni, poiché in quell’intervallo non fa altro che violentare, offendere gli anziani, rubare e fare risse…

 

Certo, violenza “gratuita”, come tutti ripetono, poiché non porta nessun vantaggio materiale né ha motivazioni ideologiche. Ma ne siamo sicuri? Qui la violenza raggiunge invece il suo obiettivo: essere al centro dell’attenzione, al centro del discorso pubblico, al centro della città (dunque un modo per sentirsi protagonisti, per sentirsi più vivi e liberi). Un nichilismo adeguato alla società dello spettacolo. Il Movimento 17 ottobre, comparso il giorno dopo su una pagina Instagram – la rivolta precede chi la rappresenta! -, è un movimento informe, non delimitabile né arginabile, proprio come l’acqua (be water, il taoismo pop di Bruce Lee citato in un comunicato). In Plainwater Anne Carson ci ricordava che l’idea di acqua è incompatibile con quella di confine.

 

Risveglio di coscienza civile? Forse in una parte anche consistente del movimento – nessuno ora può dirlo con precisione, serviranno tempo, inchieste, indagini sul campo… – , ma più verosimilmente il contesto in cui si muovono è quello di un vuoto simbolico, del venir meno di ogni fiducia nel mondo adulto (e nel contratto sociale).
Marx e il lessico del conflitto di classe non bastano per capire. Ma neanche da soli i romanzi di Ballard: lo scrittore inglese parla di una rivolta della classe media – alienata, annoiata, anestetizzata, quasi intronata dal comfort (soprattutto in Condominio) – contro i simboli del consumo (incendiano i centri commerciali). Insomma si tratta per lui una patologia del benessere, prodotta dall’abbondanza (dalla saturazione) e non dalla scarsità. Qui invece si tratta dei figli – certo anche annoiati e anestetizzati! – di una classe media fortemente impoverita e umiliata, che si ribellano contro quei miti del consumo che li hanno ingannati (offrendo una “abbondanza” per loro inaccessibile), e rivendicano sfrontatamente il diritto di avere tutto e subito, beni di prima necessità e beni di lusso, Carrefour e Decathlon (e solo perché Gucci e Prada erano blindati e avevano svuotato le vetrine). È nichilismo contro il consumo e insieme desiderio di consumo. A Londra durante i saccheggi del 2011 si parlò di “consumatori difettosi”: esclusi dal consumo ed educati a desiderarlo.
Ma non solo.

 

A Roma un corteo di studenti cantava allegramente “Se ci va / bruciamo la città”. Qui non c’è da “negoziare” niente, né si tratta di soddisfare delle richieste. Vi è una estetica del fuoco, una “eccedenza”, che non si può regolamentare o razionalizzare. Per Ballard non siamo animali razionali, ma appunto possediamo un surplus di energie psichiche aggressive e immaginative.
In questa eccedenza convivono oggi caoticamente cose molto diverse: denuncia di disuguaglianze sociali scandalose e ricerca di intensificazione dell’esperienza da parte di adolescenti, rifiuto del lavoro e richiesta di reddito nella società del non-lavoro, bandiere palestinesi e bandiere italiane, angoscia per un futuro sempre più incerto e trasgressione come bisogno antropologico, e infine imitazione inconscia di un potere trasgressivo ed “eccedente” come quello attuale (Trump, Putin),che se frega di ogni regola ed esibisce la propria pasoliniana “anarchia”.

Difficile trovare soluzioni o illudersi di poter “parlare” a questi ragazzi – per i quali unica esperienza “autentica” è oggi nella distruzione – senza apparirgli subito moralistici. Ma certo se una società dimentica quella eccedenza, se ritiene solo di reprimerla, se non prova a darle degli sbocchi simbolici (oltre che materiali), allora ritorna in forme patologiche e solo distruttive. Quali sbocchi? Qui è in gioco tutta la nostra residua immaginazione sociologica e culturale. Nè possiamo accogliere il monito del rassegnato pastore di Shakespeare a farli dormire – o a neutralizzarli – per dieci anni.

Intanto proviamo a leggere i romanzi di Ballard e i libri di Bataille, pur con i necessari adattamenti. La rivolta ha origini economiche ma contiene molte più cose (e non sappiamo bene in che ordine): ansia di riconoscimento e bisogno di ascolto, effervescenza collettiva, eccedenza del desiderio dissidente. La “parte maledetta” si sottrae alle classiche teorie del conflitto.

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sabato 31 ottobre 2026

Una guida per resistere alla militarizzazione nelle università

 

Una guida pratica per docenti, ricercatori e studenti: dalla trasparenza degli accordi alla mobilitazione, per difendere la libertà della ricerca e un’università al servizio della pace.

 

Come si può contrastare la crescente militarizzazione delle università? Da dove cominciare per conoscere gli accordi con l’industria bellica, chiedere trasparenza e costruire alternative? A queste domande risponde il Toolkit per resistere alla militarizzazione dell’università, realizzato dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università insieme a realtà impegnate nella difesa della libertà accademica e dei diritti umani.

Il documento nasce dalla necessità di offrire strumenti concreti a chi non accetta che la guerra venga considerata inevitabile e che gli atenei diventino sempre più funzionali alle esigenze dell’apparato militare.

La militarizzazione non riguarda soltanto la ricerca destinata esplicitamente a produrre armi. Si estende alle tecnologie a duplice uso (dual use), ai finanziamenti, agli accordi con aziende della difesa, alle attività formative promosse da Forze armate e NATO e ai rapporti con istituzioni coinvolte in gravi violazioni dei diritti umani. A questo processo contribuiscono anche il definanziamento dell’università pubblica e la precarietà del lavoro di ricerca, che possono rendere gli atenei più dipendenti dai finanziamenti esterni.

Il toolkit spiega come utilizzare l’accesso civico generalizzato (FOIA) per ottenere documenti e ricostruire gli accordi, come condurre inchieste, mappare le collaborazioni problematiche e rendere pubblici i risultati. Indica inoltre possibili iniziative negli organi accademici, la costituzione di comitati etici indipendenti, la promozione di politiche di appalto e investimento responsabili e la tutela di chi si oppone a progetti legati alla filiera bellica.

Un’attenzione specifica è dedicata alla cooperazione accademica con Israele e al dibattito sul boicottaggio istituzionale, nel quadro della solidarietà con il popolo palestinese e della difesa dei diritti umani.

La prospettiva è quella di costruire una rete: collegare studenti, docenti, personale tecnico-amministrativo, ricercatori precari e associazioni, condividendo esperienze e strumenti. Perché una questione sistemica richiede una risposta collettiva.

Leggi il toolkit completo:

https://www.peacelink.it/disarmo/docs/5974.pdf

 

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Sinwar ha smascherato il sionismo. Ma a quale prezzo? - Mike Whitney*


Israele sta vincendo la sua guerra contro Hamas? Non nel senso classico del termine, secondo la terminologia di von Clausewitz, perché lo scopo della guerra è raggiungere un fine politico. Qual è il fine politico che Israele spera di raggiungere?

Israele vuole cacciare i palestinesi da Gaza. Lo sappiamo, lo sanno tutti.

Ma questo non è successo e, dopo tre anni di brutale violenza, Israele non è più vicino al successo di quanto lo fosse l’8 ottobre. Sono ancora fermi al punto di partenza. Quindi, dov’è il fine politico? Dov’è la vittoria?

Ma che dire di Hamas? Hamas sta vincendo la sua guerra contro Israele? Sì, Hamas sta vincendo la sua guerra contro Israele per la semplice ragione che sta raggiungendo i suoi obiettivi strategici, che porteranno a uno Stato finale politico.

È importante sottolineare che non stiamo parlando del prezzo terribile che il popolo palestinese sta pagando. Sappiamo che gran parte di Gaza è stata ridotta a una terra desolata e che non c’è speranza all’orizzonte. Ma non è questo il punto che stiamo affrontando. Ci siamo concentrati sulla questione se Hamas stia raggiungendo i suoi obiettivi. Questo è ciò che vogliamo sapere. Ma, per farlo, dobbiamo identificare quali siano questi obiettivi.

Fortunatamente, abbiamo il testo di un discorso del leader di Hamas Yahya Sinwar (pronunciato il 14 dicembre 2022) in cui presenta la strategia di Hamas nei termini più semplici. Ecco cosa ha detto:

“Entro un periodo limitato di mesi, che stimo non supererà un anno, costringeremo l’Occupazione a trovarsi di fronte a due opzioni: o la costringeremo ad applicare il Diritto Internazionale, a rispettare le risoluzioni internazionali, a ritirarsi dalla Cisgiordania e da Gerusalemme, a smantellare gli insediamenti, a liberare i prigionieri e a garantire il Ritorno dei rifugiati, realizzando così la creazione di uno Stato Palestinese sui Territori Occupati nel 1967, inclusa Gerusalemme; oppure la porremo in contraddizione e in conflitto con l’intero ordine internazionale, isolandola in modo estremo e deciso, e ponendo fine alla sua integrazione nella Regione e nel mondo intero, affrontando il collasso che si è verificato su tutti i fronti della Resistenza negli ultimi anni”.

Cosa significa dunque la dichiarazione di Sinwar?

Innanzitutto, ci dice che è un realista che non si aspettava di sconfiggere Israele militarmente. Non è mai stata una sua seria ipotesi. Le Forze di Difesa Israeliane sono troppo potenti.

In secondo luogo, la sua intenzione non era quella di terrorizzare o uccidere civili israeliani o di “spingere gli ebrei in mare”. Queste affermazioni sono sostanzialmente Propaganda volta a demonizzare Hamas.

La strategia, in parole semplici, era quella di provocare una reazione eccessiva da parte di Israele per mostrare al mondo il vero volto del Sionismo. Questo era l’obiettivo, e un’attenta lettura del testo sopra riportato lo dimostra.

Quindi, Israele è caduto nella trappola e ha reagito in modo eccessivo?

Certo che sì, infatti i sondaggi mostrano che la maggioranza ovunque rifiuta l’idea che il 7 ottobre fornisca una giustificazione legittima per la distruzione di Gaza. Nessuno crede alla debole scusa di Israele secondo cui il 7 ottobre avrebbe dato loro il via libera per radere al suolo l’intera striscia di terra lunga 40 chilometri.

Quindi, Sinwar aveva previsto la reazione di Israele? Non solo lo aveva previsto, ma era parte integrante della sua strategia complessiva. Come abbiamo detto, sapeva di non poter sconfiggere Israele militarmente, quindi doveva creare una situazione in cui Israele si auto-sconfiggesse. E ci è riuscito. Ha svelato il lato oscuro dell’occupante e ha progressivamente ottenuto maggiore sostegno per la Causa Palestinese. Questo, a mio avviso, si chiama “vincere”.

Quindi, chiedetevi: le previsioni di Sinwar si sono avverate? Israele è più “isolato in modo estremo e potente”?

Sì.

La minaccia dell'”integrazione regionale” è stata “sospesa”?

Sì.

E Israele si trova ad affrontare uno “stato di collasso su tutti i fronti”?

Non ancora, ma siamo ancora nelle fasi iniziali di questo conflitto. Tuttavia, a prescindere da qualsiasi parametro, la traiettoria dell’opinione pubblica globale suggerisce che il potere convincitivo di Israele si sta erodendo giorno dopo giorno. Il Paese è più isolato politicamente che mai nella sua storia, e sempre più persone esprimono il loro orrore per il comportamento criminale delle truppe israeliane che operano a Gaza.

Ecco un commento dell’attrice britannica Juliet Stevenson, che si fa portavoce di molti di noi:

“Abbiamo assistito a qualcosa di infernale. È come qualcosa di infernale. Atrocità. Crimini Contro l’Umanità. Crimini di Guerra. E tutto è stato filmato. Tutti abbiamo potuto vederlo. E so che molte persone hanno scelto di distogliere lo sguardo, perché è insopportabile, ma io non ci sono riuscita. Non pensavo ci fosse la possibilità di distogliere lo sguardo. Pensavo che, se sta accadendo, bisogna esserne testimoni. E, se questo è insopportabile, beh, bisogna trovare un modo per affrontarlo, perché il popolo palestinese lo sta affrontando. Come può il mondo assistere a tutto questo?”

Questa è la dura battaglia che Israele deve affrontare: il fatto che le persone siano state esposte per oltre tre anni alle immagini agghiaccianti del Genocidio. Sono immagini che non si cancellano e che rimodellano la percezione dei responsabili.

Non si può dimenticare un bambino preso di mira e deliberatamente ucciso da un cecchino, o masse di persone affamate falciate dalle mitragliatrici mentre cercano di raccogliere cibo per le loro famiglie, o giovani soldati che festeggiano la demolizione di scuole, ospedali, moschee e università.

Israele ha persino dissotterrato più di una dozzina di cimiteri palestinesi nel tentativo di Cancellare ogni traccia della popolazione autoctona. È raccapricciante! Nessuno ha mai visto prima una violenza sadica di questo tipo, e lascia il segno. Riporta alla mente i ricordi di Abu Ghraib e gli orribili abusi subiti dai combattenti iracheni, torturati e tormentati da militari americani senza scrupoli. Le foto sono state ampiamente diffuse dai media di tutto il mondo, causando un enorme danno d’immagine agli Stati Uniti.

Ma, veniamo al dunque, Ogni giorno è Abu Ghraib a Gaza. Ogni giorno una nuova atrocità, un nuovo abuso, un nuovo orrore. E la gente si chiede: com’è possibile che un popolo sia così privo di empatia? Com’è possibile che sia così privo di umanità? Questo è puro nichilismo che affoga in oceani di sangue. E non si ferma mai.

Nella loro arroganza, i pianificatori israeliani pensano di poter modificare i loro programmi di informazione e cancellare la macchia del Genocidio. Pensano che con messaggi aggressivi sui social media, podcaster filo-israeliani e campagne pubblicitarie appariscenti riusciranno a cambiare i cuori e le menti e a ottenere il sostegno pubblico per lo Stato Ebraico.

Ma tutti i sondaggi mostrano esattamente il contrario. L’approvazione pubblica di Israele è in caduta libera e non c’è segno di un’inversione di tendenza. La gente si è fatta un’opinione. È profondamente sconvolta dalla crudeltà quotidiana che i soldati infliggono con gioia. Ne abbiamo visto abbastanza. Ne abbiamo abbastanza.

E tutto questo è opera di Sinwar. Ha strappato la maschera al Sionismo, rivelando la creatura assetata di sangue che si cela dietro.

Ci è stato ripetuto più volte che “il Sionismo è un movimento politico e nazionalista che sostiene il diritto del popolo ebraico all’autodeterminazione e alla sovranità nella sua terra ancestrale”. Ma gli unici ad accettare questa definizione sono gli stessi Sionisti. Tutti gli altri basano le proprie conclusioni su ciò che vedono, e ciò che vedono sono montagne di carneficina in mezzo a ettari di macerie. Questo è ciò che vede il mondo, ed è ciò che viene definito Sionismo.

Riusciranno gli allegri “influencer” israeliani sui social media a cambiare questa percezione? Non credo. Non credo che possano.

Ciò che dobbiamo comprendere è che la strategia di Sinwar aveva un duplice obiettivo. Da un lato, voleva smascherare il volto del Sionismo che i palestinesi hanno subito negli ultimi 80 anni. E ci è riuscito. Ma, ancor più urgentemente, voleva far deragliare il tentativo di “normalizzare” le relazioni tra Arabia Saudita e Israele.

Gli Accordi di Abramo, promossi con vigore da Jared Kushner, rappresentano un modo per stabilire normali relazioni economiche e diplomatiche tra Israele e i suoi vicini arabi, emarginando al contempo i palestinesi. È importante ricordare che tutti questi Regimi arabi hanno firmato l’Iniziativa di Pace Araba nel 2002.

L’accordo, approvato all’unanimità da tutti i 22 Stati membri della Lega Araba, prevedeva che nessuno Stato arabo avrebbe normalizzato le relazioni con Israele a meno che non si fosse ritirato dai Territori Occupati, non avesse risolto la questione dei rifugiati e non avesse accettato la creazione di uno Stato Palestinese nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania.

Gli Accordi di Abramo (che includevano già 3 Paesi del Golfo) minacciavano di aggirare questo accordo, il che avrebbe rapidamente condannato le aspirazioni palestinesi all’estinzione. Questa è la parte della storia che non viene mai raccontata dai media occidentali. Fino ad ora. Per qualche ragione (che non conosco?) diverse testate giornalistiche hanno iniziato a far trapelare informazioni sulla “normalizzazione”, che è stata la causa principale degli attentati del 7 ottobre. Date un’occhiata a questo titolo del Wall Street Journal:

“Documenti rivelano che Hamas voleva sabotare l’accordo tra Israele e Arabia Saudita con gli attacchi del 7 ottobre”.

Il leader militante Yahya Sinwar temeva che i progressi verso la pace avrebbero condannato la Causa Palestinese.

In sintesi: documenti interni di Hamas recuperati dall’esercito israeliano in un tunnel di Gaza mostrano che una delle principali motivazioni dell’attacco del 7 ottobre 2023 era quella di sabotare i negoziati di normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita, mediati dagli Stati Uniti.

I leader di Hamas, in particolare Yahya Sinwar, temevano che un accordo positivo avrebbe emarginato la Causa Palestinese e aperto la strada a un più ampio riconoscimento di Israele da parte del mondo arabo e islamico. La prova chiave è costituita dai verbali di una riunione del 2 ottobre 2023 dell’Ufficio Politico di Hamas a Gaza. Secondo i documenti esaminati dal Wall Street Journal:

Il leader militare di Hamas, Yahya Sinwar, ha osservato che “l’accordo di normalizzazione tra Arabia Saudita e Sionismo sta facendo progressi significativi”. Ciò ha lasciato “una porta aperta alla maggior parte dei Paesi arabi e islamici, che avrebbero potuto seguire la stessa strada”. Ha aggiunto che era necessario un “atto straordinario” per far deragliare i negoziati e “per provocare una svolta decisiva o un cambiamento strategico negli equilibri e nelle dinamiche della Regione riguardo alla Causa Palestinese”.

Bene, qualcuno mi spieghi perché ci sono voluti tre anni ai redattori del Wall Street Journal per riportare il vero motivo del 7 ottobre? Ci si aspetterebbe che fossero ansiosi di trattare un argomento così cruciale per la nostra comprensione di un evento storico. Ma evidentemente non è così.

Il punto è che la versione ufficiale era sbagliata. Deliberatamente sbagliata. Hamas non voleva terrorizzare gli ebrei, rovesciare il governo o spingere Israele in mare.

Il vero obiettivo del 7 ottobre era sabotare la normalizzazione dei rapporti con l’Arabia Saudita, concepita per aggirare gli impegni presi in precedenza dai leader arabi, che chiedevano concessioni sulla creazione di uno Stato Palestinese prima di migliorare le relazioni economiche o diplomatiche con Israele.

Non è esagerato affermare che Hamas stava combattendo per la propria sopravvivenza e per il futuro del suo popolo. Gli Accordi di Abramo rappresentavano una minaccia esistenziale per ogni palestinese. Se i sauditi avessero firmato l’accordo, la Causa Palestinese sarebbe “scomparsa” per sempre, ed è per questo che Sinwar ha optato per un piano disperato per riportare la Palestina all’ordine del giorno regionale.

Non sorprende che i leader israeliani sapessero quali fossero i veri obiettivi di Hamas, ma non abbiano mai rivelato queste informazioni ai media. Si sono invece limitati alla solita, noiosa retorica del tipo “Hamas odia gli ebrei”.

Basta ascoltare questo estratto dell’ex capo dello Shin Bet, Ami Ayalon, per capire cosa intendo:

“Il Nuovo Medio Oriente presentato da Biden, poche settimane prima, dall’Oceano Indiano al Mediterraneo, senza i palestinesi. I palestinesi non sono stati menzionati. Ora, se chiedete a me, per come la vedo io, i palestinesi si considerano un popolo e una nazione. E, in secondo luogo, si sentono soli, abbandonati. Si sentono abbandonati da tutti gli Stati arabi che hanno firmato un trattato di pace con noi (Israele) senza fare nulla al riguardo. E ora l’America, insieme allo Stato che ha fondato l’iniziativa di pace araba (l’Arabia Saudita), sta per rinunciare a tutti i luoghi santi di Gerusalemme e a uno Stato Palestinese. Questo è ciò che hanno provato. E il mio amico Khalil mi ha detto: Ami, non capisci, hanno scelto l’Opzione Sansone perché sentivano di non avere nulla da perdere, e questo era l’unico modo per dimostrare al mondo che non sarete in grado di creare stabilità in questa Regione se ignorate i palestinesi. Basta. E la tragedia è che ci sono riusciti”.

Così, Hamas ha scelto l'”Opzione Sansone”: un’ultima disperata campagna militare di terra bruciata che avrebbe fatto notizia in tutto il mondo e riportato la Palestina all’ordine del giorno regionale. Che altra opzione avevano? La causa dell’autodeterminazione nella loro terra veniva annientata sotto i loro occhi. Avevano bisogno di qualcosa di veramente eclatante per fermare Israele. Avevano bisogno del 7 ottobre.

E prima che i soliti noti inizino a lamentarsi di “terrorismo” e organizzazioni terroristiche (nota: Hamas è designata come organizzazione terroristica solo da una manciata di Paesi, tutti sotto il controllo di potenti Sionisti), vi prego di considerare ancora una volta le parole di Ami Ayalon, che ammette candidamente che “farebbe di tutto per ottenere la sua libertà”. Ecco un estratto:

“Domanda: Qual è la realtà della vita per i palestinesi qui?

Ami Ayalon: Un popolo che sogna una vita di libertà, ma non la vede.

Che ci piaccia o no, controlliamo la vita di milioni di persone.

Domanda: Se fossi un palestinese che vive in Cisgiordania o a Gaza, qual è la tua opinione su Israele?

Ami Ayalon: Combatterei contro Israele per ottenere la mia libertà.

Domanda: Come combatteresti? Quanto slealmente?

Ami Ayalon: Farei di tutto per ottenere la mia libertà, e basta. Non si può scoraggiare una persona o un gruppo di persone se credono di non avere nulla da perdere. Noi israeliani avremo sicurezza solo quando loro avranno speranza”.

Significa forse che l’ex capo dello Shin Bet si sarebbe macchiato di atti terroristici contro i suoi oppressori? Avrebbe lanciato attacchi violenti contro il governo e l’esercito? Avrebbe ucciso chiunque gli impedisse di ottenere la libertà?

Ayalon: “Farei di tutto per ottenere la mia libertà, e basta”.

Quindi, in cosa Ayalon si differenzia da Hamas?

Non c’è alcuna differenza.

In definitiva: Sinwar aveva molteplici ragioni per lanciare gli attacchi del 7 ottobre, ma nessuna di queste aveva a che fare con “l’odio per gli ebrei” o con il desiderio di “terrorizzare civili innocenti”. Il vero obiettivo, secondo documenti interni di Hamas, era “provocare una svolta decisiva o un cambiamento strategico negli equilibri e nelle dinamiche della Regione riguardo alla Causa Palestinese”. Il secondo obiettivo era smascherare il Mostro Sionista con cui hanno a che fare da decenni.

Lascio a voi giudicare se ci sia riuscito.


* Mike Whitney è un analista geopolitico e giornalista indipendente residente nello Stato di Washington, Stati Uniti. Scrive come opinionista e autore indipendente dal 2002, concentrandosi su temi di politica, economia, giustizia sociale e questioni internazionali. I suoi articoli sono apparsi su diverse testate e piattaforme online alternative e indipendenti, tra cui CounterPunch, Truthdig, MintPress News, Eurasia Review, The Intercept e Pearls and Irritations. Ha contribuito al libro collettivo “Hopeless: Barack Obama and the Politics of Illusion” (Senza Speranza: Barack Obama e la Politica dell’Illusione – pubblicato da AK Press) ed è stato coinvolto nella raccolta fondi digitale per la campagna presidenziale di Bernie Sanders del 2016 – Traduzione: La Zona Grigia – Fonte: https://www.unz.com/…/sinwar-tore-the-mask-off-zionism…/

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venerdì 30 ottobre 2026

Trieste, dove la crudeltà di Stato ha gli orari d’ufficio - Gianluca Cicinelli

I migranti aspettano mesi per chiedere asilo, dormono per strada e dipendono dai volontari per mangiare. La Questura limita anche quell’assistenza, mentre Dipiazza, Fedriga e Roberti difendono il provvedimento. Non è soltanto una questione di decoro: è un sistema che produce abbandono e poi pretende di nasconderne le conseguenze.

A Trieste la fame è diventata una questione di orari. Dalle diciotto alle venti, dal lunedì al venerdì. Il sabato e la domenica, niente distribuzione organizzata di pasti e coperte in piazza della Libertà. Lo ha stabilito la Questura, con prescrizioni che tra le proprie finalità comprendono anche la tutela delle attività economiche, della socialità, dell’intrattenimento e dello svago. Il linguaggio è quello impeccabile dell’amministrazione pubblica, capace di far convivere nella stessa disposizione la sicurezza dei cittadini e la tranquillità del loro tempo libero, mentre qualcuno aspetta una coperta per trascorrere la notte.

Sarebbe comodo liquidare la vicenda come l’ennesimo episodio di intolleranza nei confronti dei migranti. Ma qui accade qualcosa di più grave, perché l’abbandono non è soltanto una condizione che le autorità non riescono a eliminare. È anche il risultato di procedure amministrative che lasciano persone in attesa per mesi, senza un posto dove dormire. Quando la solidarietà interviene a colmare quel vuoto, diventa a sua volta un problema da regolamentare. La miseria prodotta o aggravata dal malfunzionamento delle istituzioni viene trattata come un’invasione dello spazio pubblico.

Prima li lasciano fuori, poi vogliono liberare la piazza

Il 23 ottobre RaiNews, che non si può certo definire una testata d’opposizione, ha documentato che a Trieste alcune persone intenzionate a chiedere protezione internazionale ricevono appuntamenti in Questura persino per febbraio. Nel frattempo rimangono per strada, con un foglio che attesta la convocazione ma senza accesso effettivo a un’accoglienza adeguata. La Diaconia valdese denuncia le conseguenze di questi ritardi, mentre la Prefettura sostiene che il sistema, composto da circa 1.300 posti, non presenti particolari criticità per chi ha diritto a esservi inserito.

Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio italiano di solidarietà, descrive una situazione ancora più assurda: circa 150 persone senza riparo, nonostante la disponibilità dichiarata di una settantina di posti in alcune strutture. Le cifre provengono dalle associazioni, ma la contraddizione è verificabile nella sua sostanza: ci sono persone che hanno manifestato la volontà di chiedere asilo e che continuano a dormire all’aperto.Questo dovrebbe essere il centro dello scandalo. Non la presenza dei volontari davanti alla stazione, ma l’esistenza di esseri umani costretti a dipendere dalla carità per esigenze che dovrebbero trovare risposta nelle istituzioni. Invece il dibattito politico si concentra sull’occupazione della piazza, sulle manifestazioni non autorizzate, sul fastidio dei residenti e sulla necessità di ripristinare l’ordine.È un capovolgimento indecente delle responsabilità. Prima non si riesce a garantire un’accoglienza tempestiva, poi si considera problematico che qualcuno provveda almeno a distribuire una minestra.

Dipiazza e la colpa di avere una coscienza politica

Roberto Dipiazza, sindaco di Trieste, ha definito le restrizioni «corrette ed opportune», aggiungendo che rispondono a quanto l’amministrazione comunale aveva sempre chiesto. Ha accusato alcuni volontari di nascondere iniziative politiche dietro la solidarietà.

L’accusa merita una risposta senza diplomazie: la solidarietà è anche un fatto politico, e non c’è nulla di cui vergognarsi. È politica la scelta di soccorrere chi viene lasciato ai margini, come è politica quella di impedirgli un accesso dignitoso ai servizi. È politica la distribuzione delle risorse pubbliche, sono politiche le norme sull’asilo, sono politiche le decisioni che stabiliscono quali persone possano fermarsi in un luogo e quali debbano sparire.

Lorena Fornasir e gli altri volontari di Linea d’Ombra non hanno bisogno di fingere neutralità. Da sette anni medicano ferite, distribuiscono pasti e raccontano le violenze della rotta balcanica. La loro attività denuncia una realtà che esiste indipendentemente dalle loro opinioni.

Il ragionamento del sindaco, invece, prova a trasformare l’impegno civile in un motivo di sospetto. Come se denunciare l’ingiustizia rendesse meno necessario curarne le vittime. Come se un medico dovesse dimostrare di non avere idee politiche prima di fasciare una ferita.

È una pretesa profondamente autoritaria nella sua logica: la solidarietà sarebbe accettabile soltanto quando tace sulle cause della sofferenza. Può consolare, purché non accusi. Può distribuire coperte, purché non ricordi chi ha lasciato quelle persone al freddo.

La proprietà privata della vita pubblica

Massimiliano Fedriga, presidente leghista della Regione Friuli Venezia Giulia, ha difeso le restrizioni sostenendo che piazza della Libertà fosse stata sottratta ai cittadini. Pierpaolo Roberti, assessore regionale alla Sicurezza, ha insistito sulla necessità di regolamentare le attività dei volontari, considerate manifestazioni pubbliche.

Le loro posizioni si inseriscono in un’idea precisa di gestione della città: lo spazio pubblico deve essere restituito a chi può utilizzarlo secondo le forme considerate normali della vita urbana. Passeggiare, acquistare, consumare, divertirsi. Chi non possiede nulla e non consuma nulla viene percepito soprattutto come un’anomalia.

Il riferimento alle attività economiche e allo svago contenuto nelle prescrizioni della Questura rende questa concezione ancora più evidente. L’aperitivo, che le associazioni hanno utilizzato come simbolo della vicenda, non compare letteralmente nel provvedimento. Ma la contrapposizione nasce da una scelta reale: includere la tutela dell’intrattenimento tra le finalità di restrizioni che incidono sulla distribuzione di beni indispensabili.

Il problema non è chi beve qualcosa davanti alla stazione. Il problema è una politica che sembra conoscere perfettamente il valore economico di una piazza, ma fatica a riconoscere il valore umano di chi non dispone neppure di un letto.

È una morale da proprietari, nella quale i diritti tendono a coincidere con il possesso, la rispettabilità con il consumo e l’ordine con l’assenza di tutto ciò che ricorda la disuguaglianza.

 La sicurezza usata contro chi presta soccorso

La Questura ha motivato le restrizioni anche con episodi di violenza, spaccio e aggressioni, alcune delle quali hanno coinvolto gli stessi volontari. Sono fatti seri, che richiedono interventi delle forze dell’ordine. Ma proprio questa circostanza rende discutibile la soluzione adottata: se gli operatori umanitari sono esposti a minacce, limitarne l’attività non equivale a proteggerli.

La protezione dovrebbe consentire loro di assistere le persone in sicurezza. Altrimenti si finisce per ottenere un risultato paradossale: chi minaccia o aggredisce contribuisce a creare le condizioni nelle quali viene ridotta la presenza di chi aiuta.

La Camera degli Avvocati per i Diritti Umani e degli Stranieri ha richiamato il dovere costituzionale di solidarietà e contestato l’automatica assimilazione delle attività di primo soccorso alle manifestazioni pubbliche. Non esiste, al momento, una decisione giudiziaria che abbia dichiarato illegittime le prescrizioni. Esiste però una questione politica che non richiede di attendere una sentenza: quale idea di sicurezza considera necessario limitare anche il soccorso alle persone più vulnerabili?

La sicurezza non è un lasciapassare morale. Non basta pronunciarne il nome per rendere giusta qualsiasi decisione adottata in suo nome.

La violenza rispettabile dell’indifferenza

L’aspetto più inquietante di questa vicenda non è la cattiveria individuale. È la possibilità di costruire un sistema nel quale nessuno debba sentirsi responsabile della sofferenza che continua a esistere. La Questura disciplina gli orari, il sindaco difende le regole, la Regione rivendica la sicurezza, gli uffici gestiscono le procedure. Ogni istituzione dispone di una spiegazione per le proprie decisioni, mentre le persone continuano ad aspettare sotto la pioggia.

La disumanità diventa allora un prodotto collettivo, amministrato attraverso competenze separate. Non serve che qualcuno dichiari apertamente di voler lasciare un migrante senza cibo. È sufficiente che ogni ufficio svolga il proprio compito senza assumersi la responsabilità delle conseguenze complessive.

Questa è la forma più insidiosa dell’indifferenza politica: quella che non si presenta come indifferenza, ma come corretto funzionamento delle procedure.

Una persona può attendere mesi per presentare formalmente una domanda d’asilo. Può dormire in un edificio abbandonato. Può dipendere da sconosciuti per mangiare. E tuttavia, nel linguaggio del potere, il problema urgente può diventare l’orario in cui quegli sconosciuti distribuiscono il cibo.

La vergogna ha nomi e responsabilità

Trieste non è Dipiazza, non è Fedriga, non è Roberti. È anche Lorena Fornasir, Gian Andrea Franchi, i Fornelli Resistenti, le associazioni, i cittadini che continuano ad aiutare e quelli che contestano le restrizioni. Proprio per questo non ha senso accusare indistintamente la città. Occorre chiamare in causa chi esercita il potere e chi sostiene pubblicamente determinate scelte.

A Dipiazza appartiene la responsabilità politica di aver approvato le prescrizioni e delegittimato le motivazioni dei volontari. A Fedriga e Roberti quella di aver difeso un’impostazione centrata sul controllo dello spazio pubblico. Alla Questura appartiene la responsabilità amministrativa delle limitazioni adottate. Sono responsabilità diverse, ma convergono in una vicenda nella quale l’assistenza alle persone vulnerabili è stata subordinata a una serie di condizioni che ne riducono la possibilità concreta di intervento.

La vergogna non consiste nell’avere persone povere davanti a una stazione. Consiste nel considerare la loro presenza soprattutto un problema da gestire, mentre i loro bisogni rimangono senza risposta.

Non c’è nulla di civile nel pretendere che la sofferenza sia discreta. Non c’è alcuna superiorità morale nel difendere la tranquillità di chi dispone già del necessario trascurando la condizione di chi deve implorare il minimo indispensabile.

E soprattutto non c’è buona amministrazione nel rendere più difficile il lavoro di chi tenta di riparare alle mancanze della pubblica amministrazione.

A Trieste il nome della piazza aggiunge alla vicenda un’ironia dolorosa. La libertà è scritta sulla targa, ma per alcune persone significa poter aspettare mesi senza un tetto, mentre altri decidono in quali ore sia opportuno soccorrerle. È una libertà ridotta a privilegio di chi non ha bisogno degli altri.

Una società che accetta questa gerarchia non diventa più ordinata. Diventa soltanto più abile a organizzare l’abbandono. E quando il pane offerto a uno sconosciuto viene trattato come un ostacolo alla normalità, non è il gesto solidale a dover essere giustificato. È quella normalità ad aver perso il diritto di chiamarsi civile.

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Dietro le accuse a Siher il teorema del complotto islamogauchista che ossessiona la destra e trasforma il dissenso di piazza in terrorismo - Paolo Persichetti


La rabbia inconsulta con la quale la presidente del consiglio Giorgia Meloni ha reagito alla scarcerazione di Youssuf Siher dimostra quanto le accuse mosse contro il trentenne ricercatore, originario di Brescia, arrestato sabato 24 ottobre con l’accusa di istigazione a delinquere con finalità terrorismo, fossero una montatura politica costruita a tavolino dal governo.


L’ordine di non convalida del fermo pronunciato dal gip di Milano ha mandato su tutte le furie i membri dell’esecutivo che hanno investito moltissimo sul teorema della minaccia islamogauchista per trasformare il dissenso di piazza in terrorismo.

Giorgia Meloni ha definito «vergognosa» la decisione della gip di Milano di «non convalidare l’arresto di Youssef Siher, accusato di essere il gestore della pagina Telegram “Movimento 17 ottobre”, cioè la pagina che incitava l’organizzazione di quelle manifestazioni che poi abbiamo visto portare alla devastazione di diversi esercizi commerciali a Milano».

Una ricostruzione falsa. Il provvedimento di non convalida ha disintegrato il già di per sé fragile impianto accusatorio:

«dai contenuti pubblicati da Siher all’interno del gruppo Telegram “movimento 17 ottobre” – scrive il gip – emergono le modalità di protesta avverso le attuali politiche governative indicate dal medesimo agli utenti, le quali, oltre ad evocare azioni di “disobbedienza civile”, non si traducono nell’adozione di comportamenti violenti o più in generale criminosi, bensì nella mera programmazione di manifestazioni settimanali, capaci di sensibilizzare e coinvolgere ilmaggior numero possibile di persone. […] L’indagato non prospetta mai il ricorso ad azioni violente o l’adozione di altri comportamenti integranti fattispecie di reato, né il medesimo risulta aver evocato le gravi violenze verificatesi nelle giornate del 17 e 18 ottobre 2026 (da lui neppure menzionate) quale modello di attuazione delle forme di protesta e di mobilitazione collettiva da lui proposte».

L’impianto accusatorio promosso dalla procura di Milano si riassumeva in una equazione tanto semplice quanto rozza: dissenso di piazza e opposizione sociale uguale terrorismo. Accusa che si avvaleva anche d’un pregiudizio tipologico di natura razziale e politica, costruito sulla base della profilazione dell’indagato proposta dagli stessi pm: Siher, di famiglia originaria del Marocco sarebbe «elemento di spicco nel “movimentismo” Pro Pal», avrebbe «contatti con “l’antagonismo” (Fronte della gioventù comunista e sindacati)». Ad essa si aggiungono gli studi in campo accademico rivolti ai processi postcoloniali e decoloniali, le analisi e gli articoli che accusano le gerarchie occidentali di non aver mutato il loro atteggiamento coloniale, dove si citano Fanon, Gramsci, Quijano, rappresentandolo come la perfetta silhouette dello spettro che agita la destra fascio-trumpiano-sionista: l’islamogauchismo. Elementi culturali che agli occhi della polizia di prevenzione e dei pm milanesi ispessivano la caratura politico-criminale dell’indagato.

Eppure nel provvedimento di fermo e richiesta di arresto era la stessa procura a riconoscere che Siher – contrariamente a quanto affermato da Giorgia Meloni – non aveva avuto contatti con i protagonisti degli scontri milanesi del sabato 17 ottobre e dei saccheggi della domenica successiva. L’account «Movimento 17 ottobre» è stato aperto solo alle 19.58 di domenica 18 ottobre, cioè dopo fatti mentre a organizzare alcune delle manifestazione del sabato 17 era stata un’altra piattaforma online, Italia in piazza, a cui Siher è del tutto estraneo.

Nonostante ciò la procura rimproverava a Siher, con una singolare proiezione accusatoria, una serie di effetti legislativi e sociali frutto di scelte di ordine pubblico varate dal governo, come gli «spiegamenti di forze di polizia e financo l’esercito creando così la percezione di una situazione di grave pericolo», o «la percezione di paura e terrore emerso dall’atteggiamento tenuto dai negozianti che hanno chiuso i negozi o predisposto barriere al fine di impedire la distruzione ed il saccheggio dei loro esercizi commerciali», effetto psicologico dei fatti del 17 e 18 a cui, si è già detto – Siher era estraneo.

Il dispositivo accusatorio della procura ci ha posto di fronte ad un dato nuovo e significativo: convocare manifestazioni antigovernative può rientrare nella nozione di attività terrorista. Una estensione ulteriore della nozione di terrorismo che impatta con la lettera formale della costituzione che nell’articolo 21 tutela ancora questo diritto. Ma che, di fatto, nella costituzione materiale rappresenta già un comportamento soglia che introduce in una nuova dimensione sovversiva.

Questo restringimento degli spazi d’azione politica è un processo in atto da tempo, nei manuali di alcune strutture operative americane, come Fbi o Pentagono, le finalità politiche antigovernative sono sufficienti a rappresentare delle attività suscettibili di condotte terroristiche. Tappa ulteriore di un lungo dibattito caratterizzato dalla difficoltà giuridica a trovare una qualificazione condivisa della nozione di terrorismo, che non fosse la semplice etichetta da affibbiare ai comportamenti del nemico o dell’oppositore di turno. Dall’iniziale «iperviolenza contro i civili», si è gradualmente passati a identificare i vecchi reati di natura politica, moltiplicando quelli associativi.

All’indomani degli attentati dell’11 settembre del 2001, la Commissione europea adottò una proposta di decisione quadro (successivamente presero il nome di direttive) sulla lotta contro il terrorismo (documento COM (2001) 521 def.), con l’obiettivo di estenderne il significato e armonizzarne la nozione, introducendo una definizione comune di terrorismo, all’interno dei sistemi giuridici dei paesi membri.

Nella «proposta quadro» la nuova definizione si estendeva a pratiche sociali e di massa come l’eventuale occupazione nel corso di manifestazioni o scioperi di scuole, stazioni, e uffici pubblici. All’epoca, nei redattori del testo vi era un retropensiero abbastanza chiaro che guardava alle mobilitazioni di Seattle, Göteborg e Genova quando si suggeriva, senza particolari pudori, che «ciò potrebbe riguardare atti di violenza urbana, per esempio».

Non stupisce quindi se magistrati cresciuti all’insegna del diritto penale del nemico possano designare come terroristiche frasi del tipo, «perché la piazza è nostra e non intendiamo consegnarla a chi vuole trasformarla in un recinto» (contenuta nel secondo comunicato del 23.10.2026 presente sul canale Telegram «Movimento 17 ottobre»; oppure «Meloni dichiara guerra al futuro di questo paese e noi dichiariamo guerra a questo presene infame» o dulcis in fundo il periodo posto in apertura della convalida di fermo: «lo stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove, Meloni dichiara guerra al futuro di questo paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame». Postata da un iscritto al canale Telegram Movimento 17 ottobre.

Così è potuto accadere che un vademecum della disobbedienza civile è stato trasformato in manuale della guerriglia urbana
Consapevoli della inconsistenza probatoria dell’accusa i pm avevano indicato un ulteriore elemento: «in data 22 ottobre pubblicava contenuti di tipo eversivo tra i quali un vademecum di incitamento alla rivoluzione ed all’utilizzo di tecniche di guerriglia urbana ispirato alla Rivoluzione Egiziana del 2011 (“Rivoluzione, istruzioni per l’uso”) per affrontare gli scontri di piazza».

Vademecum così riassunto dal gip nel provvedimento di rigetto:

«Il 22.10.2026, inoltre, l’indagato aveva pubblicato un file pdf riportante una “guida pratica per la difesa in piazza”. Si trattava del documento intitolato “Rivoluzione, istruzioni per l’uso. Liberamente ispirato dal manuale della Rivoluzione del 2011”, costituito dalle quattro pagine sopra riportate, estrapolate da un più ampio file rinvenuto all’interno del Notebook in uso al predetto che non risulta essere stato integralmente pubblicato dall’indagato all’interno del gruppo Telegram.
Il vademecum in parola, anzitutto, indicava tre “obiettivi tattici della disobbedienza civile”, ossia manifestare il dissenso verso l’attuale governo e le rispettive politiche, coinvolgere il maggior numero di persone nella mobilitazione di protesta, proteggere i manifestanti. Erano, poi, esposte le “fasi di mobilitazione” che prevedevano raggruppamenti con amici, conoscenti, colleghi, in luoghi distanti dalle Forze dell’Ordine, l’incoraggiamento di passanti e abitanti ad unirsi alla manifestazione e in seguito “la marcia” dei manifestanti verso il punto di incontro stabilito (concentramento). La citata guida pratica suggeriva, inoltre, abbigliamento e accessori da indossare, a tutela dei singoli manifestanti (occhiali protettivi, kefiah o mascherina per proteggere bocca e polmoni, felpa o maglione con cappuccio per tenere distanti dal viso i gas dei lacrimogeni, guanti per proteggere le mani da lacrimogeni, scarpe comode) ed era, altresì, consigliato di portare con sé un kit di pronto soccorso (cerotti, bende), antidoloriferici, acqua da bere, Maalox liquido per i gas lacrimogeni e sapone neutro per lo spray al peperonicino, aceto da mettere sulla kefiah per ridurre l’effetto dei gas lacrimogeni.
Le pagine pubblicate, va rimarcato, non contengono riferimenti a strumenti offensivi da utilizzare nel corso delle manifestazioni contro le Forze dell’Ordine, né istruzioni per reagire dinnanzi al lancio di lacrimogeni. Tali indicazioni sono riportate nel file contenente il “vademecum” integrale rinvenuto all’interno del Notebook dell’indagato, ma non risultano essere state da quest’ultimo pubblicate all’interno del gruppo Telegram.
Il che, peraltro, appare essere un dato indicativo delle modalità di protesta collettiva che il medesimo si era proposto di organizzare, le quali non contemplavano l’aggregazione di persone finalizzata alla commissione di atti di violenza
».

Spacciare un vademecum per la disobbedienza civile con un manuale di guerriglia urbana ci dice quanto siano miserabili i tempi attuali. Non crediamo infatti che la procura abbia commesso un errore d’interpretazione, al contrario appare evidente che per i magistrati di Milano la soglia di tolleranza legale dei comportamenti sociali e politici si sia notevolmente abbassata, riducendo gli spazi dell’agire legittimo. Questo esecutivo ha lentamente ristretto le maglie della partecipazione democratica (dal suo insediamento sono stati introdotti 55 nuovi reati) e così contestare nelle piazze il governo rasenta ormai l’attività terroristica.
Oggi Henry David Thoreau, il teorico della Disobbedienza civile, colui che invitava a resistere e opporsi alla legge ingiusta tornerebbe in carcere, stavolta non più per essersi rifiutato di pagare le tasse che dovevano finanziare una guerra ingiusta ma per l’accusa di terrorismo.

Segnaliamo ai pm del tribunale Milano che il breve prontuario per scendere in piazza senza farsi troppo male, «Liberamente ispirato dal manuale della Rivoluzione egiziana del 2011» che all’epoca l’Occidente applaudiva, è stato esposto a Londra, nel 2014, in una mostra intitolata Oggetti disobbedienti, a cura di Catherine Flood & Gavin Grindon.

Pag. 47, Disobedient Objects, catalogo della mostra a cura di Catherine Flood & Gavin Grindon, V&A, , Londra, 2014.

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