giovedì 21 maggio 2026

Il paradosso di Israele, ovvero la tolleranza rovesciata - Francesco Coniglione


Vi è un meccanismo che la storia ha riprodotto con sconcertante regolarità e che potremmo chiamare il paradosso della tolleranza rovesciato: molte minoranze perseguitate invocano con forza e convinzione i valori della tolleranza, della fratellanza universale, del rispetto per la diversità; quelle stesse minoranze, quando conquistano il potere, tendono a dimenticare quegli appelli con una rapidità che sarebbe sorprendente se non fosse così sistematica. Non si tratta di una constatazione cinica o disfattista, ma di un’osservazione storico-sociologica che merita di essere esaminata con rigore e senza la distorsione che producono le passioni del momento.

Il caso più studiato e documentato è la trasformazione del cristianesimo tra la fase pre-costantiniana e quella successiva alla sua progressiva integrazione nell’apparato imperiale (specie dopo l’editto di Tessalonica emanato da Teodosio nel 380). Le prime comunità cristiane, minoranza perseguitata nell’impero romano, avevano elaborato – proprio a partire dalla loro condizione di debolezza – una teologia della sofferenza, del martirio accettato, del perdono dei nemici. Il messaggio delle Beatitudini evangeliche – «beati i miti», «beati i misericordiosi», «beati gli operatori di pace» – non era soltanto precetto religioso ma anche, inevitabilmente, una forma di ideologia della minoranza priva di potere, che non può permettersi la violenza e deve sopravvivere attraverso la coesione interna e l’appello alla coscienza del persecutore. Ma con la progressiva identificazione tra Impero e Chiesa, questa teologia della debolezza si trasformò rapidamente in teologia del potere. Nel giro di pochi decenni, quella stessa Chiesa che aveva chiesto tolleranza per sé cominciò a perseguitare i pagani, a reprimere le eresie, a costruire l’apparato di coercizione che avrebbe dominato l’Europa per oltre un millennio. Basta leggere, da una parte, gli scritti di Tertulliano e Lattanzio e, dall’altra, quelli di Agostino d’Ippona o Firmico Materno per rendersi conto del prima e del dopo. Un processo già diagnosticato da illustri storici del passato (come ad es. Edward Gibbon) e recentemente ben illustrato in opere autorevoli come quella di Giovanni Filoramo in un volume il cui titolo è già esplicativo: La croce e il potere. I cristiani da martiri a persecutori, Laterza, 2011.

Volendo riprendere il celebre paradosso della tolleranza enunciato da Karl Popper – sul quale bisogna tuttavia operare alcune necessarie distinzioni, come ho sostenuto in un precedente articolo – potremmo dire che esso può funzionare anche in direzione opposta: una minoranza che ha interiorizzato i valori della tolleranza come strategia di sopravvivenza tende ad abbandonarli non appena li percepisce come non più necessari alla propria sicurezza. La tolleranza come valore vissuto e la tolleranza come strumento tattico sono cose profondamente diverse, anche se esteriormente spesso indistinguibili.

Questo schema storico si applica con drammatica pertinenza alla vicenda dell’ebraismo e dello Stato d’Israele contemporaneo, nel rapporto tra memoria della persecuzione, sicurezza e potere, pur nella sua specificità assoluta e nella necessità di distinguere con il massimo rigore tra istituzioni statali, correnti politiche e identità collettive. Il popolo ebraico ha attraversato duemila anni di discriminazione, espulsione, pogrom, culminati nell’abisso della Shoah – il crimine più sistematico e industrialmente organizzato della storia umana, nel quale fu sterminato un terzo dell’intera popolazione ebraica mondiale. In quelle condizioni di estrema vulnerabilità, la cultura ebraica della diaspora produsse contributi intellettuali, scientifici, artistici e filosofici di eccezionale valore: da Freud a Einstein, da Kafka a Proust, da Simone Weil a Theodor W. Adorno (e si potrebbe continuare con un lungo elenco); il pensiero ebraico europeo ha arricchito la civiltà occidentale in modo sproporzionato rispetto alla percentuale numerica di quella popolazione e ha fornito contributi fondamentali alla riflessione moderna sulla libertà di coscienza, sulla critica dell’autorità e sulla tolleranza religiosa: basti pensare a quanto scritto da Spinoza nel suo Tractatus theologico-politicus. Non è un caso: la condizione minoritaria, quando non è annientante, produce spesso una tensione intellettuale e critica straordinaria, perché costringe a pensare contro le certezze dominanti, a mettere in discussione ciò che la maggioranza dà per scontato.

E per secoli, nel mondo cristiano, era stato dato per scontato il pregiudizio antiebraico: l’idea della colpa collettiva, della perfidia, della marginalità necessaria del popolo ebraico. Un pregiudizio teorizzato, tramandato e praticato in molte forme, dal cristianesimo storico, fino all’età contemporanea e, in modo dottrinalmente decisivo, fino alla revisione compiuta dal Concilio Vaticano II. Ma la Chiesa cattolica – sebbene con lentezza e dopo lunghe tribolazioni – ha saputo apprendere dalla sua storia e oggi il suo magistero ufficiale rappresenta una delle voci più significative in favore della libertà religiosa, del dialogo interreligioso e del rifiuto dell’antisemitismo, nonché di una politica di pace e convivenza tra popoli diversi.

Certo, la fondazione dello Stato di Israele nel 1948 ha rappresentato – almeno nella prospettiva dell’ebraismo del tempo, non certo per i popoli che l’hanno subita – una risposta comprensibile e umanamente giustificabile al trauma della Shoah: la convinzione che solo uno Stato proprio potesse garantire la sicurezza di un popolo che non ne aveva mai avuto uno. Ma questa stessa fondazione fu vissuta dai palestinesi come catastrofe storica: perdita della terra, espulsione, sradicamento, dissoluzione di comunità e memorie locali. La tragedia nasce anche da qui: ciò che per una comunità apparve come salvezza, per un’altra fu rovina. E se non si riesce a comprendere le ragioni dell’altro, per contemperarle con le proprie – attraverso il dialogo e la pratica della comprensione – la strada per ogni violenza e intolleranza è aperta. La storia successiva di Israele ha purtroppo mostrato le contraddizioni interne a questo progetto, che si annidano nella prospettiva sionista che lo ha alimentato. Lo Stato di Israele, nato come democrazia liberale, con una Dichiarazione di indipendenza che prometteva uguaglianza di diritti a tutti i cittadini indipendentemente da razza, religione e sesso, ha nel corso dei decenni, e in modo sempre più accelerato nell’ultimo periodo, subito una deriva che molti osservatori – tra cui numerosi intellettuali e storici israeliani – descrivono come incompatibile con quei valori fondativi; una deriva che non sembra essere più solo del suo ceto governativo, ma che pare abbia infettato la maggioranza della sua popolazione. È una vicenda ormai ben documentata sia da storici ebrei, come Ilan Pappé e Benny Morris, sia da organizzazioni internazionali (B’Tselem, Human Rights Watch e Amnesty International) che hanno qualificato l’attuale sistema di dominio come un forma di apartheid. L’attuale Governo israeliano ha portato questa deriva al suo stadio più estremo, con l’approvazione di leggi fondamentali che sanciscono la preminenza costituzionale del carattere ebraico dello Stato (sino alla recente legge che prevede la pena di morte solo per i palestinesi), attribuendo il diritto di autodeterminazione nazionale esclusivamente al popolo ebraico, e con operazioni militari che le principali organizzazioni umanitarie internazionali definiscono crimini di guerra, crimini contro l’umanità, atti di genocidio o, secondo alcune di esse, genocidio vero e proprio.

È importante sottolineare con la massima chiarezza che questa critica non ha nulla a che fare con l’antisemitismo: nessun popolo, nessuna etnia, nessuna “razza” è di per se malefica o benefica, come fosse caratterizzata da una sorta di essenza metafisica, da un codice genetico; piuttosto sono le circostanza storiche, le esperienze vissute che le plasmano e le fanno diventare di volta in volta criminali o altruiste, tolleranti o persecutorie. E allo stesso modo, non v’è alcuna religione e nessun testo sacro che non contenga in sé elementi di indicibile intolleranza e violenza come anche esempi sublimi di altruismo e amore verso il prossimo: sono gli uomini che – nelle diverse circostanze – li interpretano a proprio modo, valorizzando le parti che loro interessano e sottacendo quelle che non sono coerenti al proprio attuale orientamento. Onde nella storia di ogni religione e della medesima fede vi sono esempi di personalità di sublime grandezza – come un san Francesco – e altri di abietta crudeltà, come un Torquemada. Confondere le due cose con l’accusare di antisemitismo chiunque critichi le politiche israeliane, è una strumentalizzazione che fa torto alla memoria delle vittime dell’antisemitismo reale.

Ciò non può che portare l’attenzione al ruolo che certi testi sacri svolgono in questo contesto, evitando le semplificazioni in entrambe le direzioni. La Bibbia ebraica contiene, accanto a passaggi di altissima ispirazione etica (i profeti Amos, Isaia, Michea, con il loro appassionato appello alla giustizia), testi che descrivono lo sterminio di popolazioni come comandamento divino – le guerre di conquista di Giosuè, il libro di Samuele, certi Salmi. Questi testi non hanno determinato necessariamente il comportamento dei credenti nel corso della storia: per secoli l’ebraismo rabbinico li ha interpretati allegoricamente o li ha neutralizzati attraverso la tradizione del commento. Ma quando una minoranza acquisisce potere militare assoluto e il fondamentalismo religioso cresce come fattore politico dominante, strumentalmente utilizzato – come sta accadendo in Israele con i partiti ultra-ortodossi e messianici che sostengono l’attuale Governo – quei testi possono diventare strumenti di legittimazione di comportamenti che altrimenti sarebbero difficilmente giustificabili davanti all’opinione pubblica mondiale; diventano cibo tossico che avvelena le menti, le rende incapaci di considerare l’altro come proprio pari, facendolo collocare nella sotto-umanità. E pare proprio che oggi Israele, pervenuto a un potere praticamente assoluto sui palestinesi, voglia rifarsi tutto d’un colpo e in breve tempo del male subito in passato, dando la stura al fondamentalismo e al fanatismo più cieco e spietato; senza rendersi conto del rischio che così sta correndo: che il medesimo meccanismo si possa ritorcere contro coloro che oggi lo stanno praticando, non appena i palestinesi ne avranno la possibilità.

È un tragico paradosso che Israele, Stato nato anche come risposta storica alla persecuzione e alla vulnerabilità della diaspora, abbia oggi deciso di costruire la propria sicurezza su basi che la renderanno sempre meno sicura. Come ha osservato con grande lucidità Hannah Arendt già nel 1944 – in un articolo profetico intitolato “Zionism Reconsidered” – la costruzione di uno Stato basato sull’esclusività etnico-religiosa in una regione densamente popolata da altre popolazioni non poteva che produrre conflitto permanente. La sicurezza non si costruisce attraverso la dominazione dell’altro, ma attraverso la costruzione di relazioni di reciproco riconoscimento. È una lezione che l’esperienza storica ha confermato ripetutamente.

La stima e il rispetto che il popolo ebraico ha guadagnato nei secoli costituiscono un patrimonio morale di inestimabile valore. Sperperarlo nelle sabbie di una politica di potenza miope e autodistruttiva è una perdita non solo per il popolo ebraico, ma per l’intera umanità. E sarebbe anche, in senso stretto, un’ulteriore ingiustizia sia verso le milioni di vittime della Shoah, il cui sacrificio merita un esito migliore di quello che stiamo vedendo, sia verso una comunità ebraica internazionale che dissente fortemente e non si identifica con le scelte attualmente compiute dallo stato israeliano.

La lezione generale è amara ma necessaria: nessuna identità, nemmeno quella nata dalla persecuzione più atroce, è moralmente immunizzata contro la tentazione del potere. Tuttavia, proprio chi ha conosciuto l’ingiustizia dovrebbe sapere che il dolore subito, per quanto profondo ed eccezionale, non conferisce il diritto di infliggerlo ad altri. La memoria autentica non è quella che autorizza l’eccezione per sé, ma quella che impedisce di diventare ciò che si è combattuto. La prova morale di una minoranza perseguitata non sta soltanto nel rivendicare diritti quando è debole, ma soprattutto nel riconoscere quegli stessi diritti agli altri quando diventa forte.

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mercoledì 20 maggio 2026

Pithecanthropus Erectus - Charles Mingus Sextet (1970)

 

Salim El Koudri e la distanza dagli altri - Tahar Lamri

 

 

 

C’è una frase che Salim El Koudri aveva scritto sulla sua bio di Instagram. Una sola frase, rimasta lì, probabilmente per mesi, senza che nessuno la leggesse davvero: “Vorrei poter capire la grammatica delle persone come capisco le lettere della lingua araba”. Non è la frase di un nemico. È la frase di qualcuno che voleva capire. Che sentiva la distanza dagli altri come un problema da risolvere, non come una guerra da combattere. È la frase di qualcuno che padroneggiava un codice – l’arabo, la lingua dei padri – ma non riusciva a decifrare il codice intorno a lui: le persone, il sociale, il mondo.

Ma c’era anche dell’altro, nei suoi social. Un post in italiano e in arabo – le due lingue della sua doppia irrisolta appartenenza – in cui parlava di sé in terza persona. Descriveva un “lui” dotato di sogni enormi, creatività infinita, capacità artistiche straordinarie, un’anima sensibile che le anime rozze non sapevano riconoscere. E descriveva una società oscura, ipocrita, che distrugge i talenti e deride i fallimenti. Concludeva: “Non esitare a tagliare qualsiasi mano che ti disturba o ti danneggia”. Firma: Salim. Con un cuore nero. È la struttura classica della grandiosità narcisistica ferita: il genio incompreso circondato da un mondo che non merita lui. Non è follia pura, è una narrazione elaborata, quasi letteraria, costruita per dare senso a un dolore reale. La forbice tra il sé grandioso immaginato e la realtà di un uomo di trent’anni disoccupato che compra gratta e vinci da solo in tabaccheria, che fissa il muro per dieci minuti prima di scegliere il biglietto, che sbatte le porte, quella forbice è uno degli spazi psicologici più pericolosi che esistano.

Nessuno ha risposto a quella frase sulla bio. Nessuno ha letto quel post come il segnale che era. Non perché le persone siano cattive. Ma perché non avevamo gli strumenti – né collettivi né istituzionali – per farlo.

Salim era nato a Bergamo da una famiglia marocchina, cresciuto a Ravarino, nel modenese, da quando aveva cinque anni. Si era laureato in economia. Aveva cercato lavoro. Non lo aveva trovato. Aveva smesso di andare al centro di salute mentale dove era seguito dal 2022. Era scivolato fuori dal radar di tutto e di tutti: del sistema sanitario, della comunità, della famiglia, dello Stato.

Il padre lo conoscevano bene alla piccola comunità islamica di Ravarino. “Un gran lavoratore, di quelli che fanno casa, lavoro, casa”. Ma Salim non lo avevano mai visto. Il padre aveva una rete: la moschea, il lavoro, i connazionali. Salim non aveva niente. Non la rete del padre. Non la rete della società italiana che lo aveva formato e poi non saputo riconoscere. Viveva in quella terra di nessuno che è la condizione di tanti figli di migranti: troppo italiano per appartenere al mondo dei genitori, troppo “straniero” per essere pienamente accolto nel mondo in cui era nato.

E dentro quella terra di nessuno si era costruito un teatro privato: lui come protagonista incompreso, il mondo come nemico sordo. Una narrazione chiusa, che si autoalimentava, senza nessuna crepa dall’esterno. Nessuno che entrasse. Nessuno che rispondesse.

Sabato 16 maggio pomeriggio ha premuto l’acceleratore su via Emilia Centro. Quel tratto di strada lo conosco. È uno di quei luoghi che sono lo specchio fedele dell’Italia contemporanea: negozi di abbigliamento e franchise internazionali, una pasticceria storica e una profumeria araba, un’estetista cinese e uno che ripara biciclette. La mescolanza non come ideologia ma come topografia quotidiana, ineluttabile. Un ecosistema di differenze che esiste, funziona, respira, anche quando la politica fa di tutto per negarlo o avvelenarlo.

Tra le vittime ci sono italiani e tedeschi. Tra chi ha bloccato l’aggressore ci sono egiziani e pakistani. Luca Signorelli, che ha ricevuto due coltellate tentando di fermarlo, ha detto: “Ho fatto vedere che l’Italia non è morta”. Ha ragione. Ma l’Italia che non è morta non è quella che sogna Salvini è quella della strada, quella del pakistano che vende alimentari e dell’egiziano che si lancia su un uomo armato di coltello. E Salvini, puntuale come un avvoltoio, ha scritto: “Salim El Koudri. Questo il nome del criminale di seconda generazione che ha falciato passanti innocenti”.

Criminale di seconda generazione. Non “un uomo con un disturbo psichiatrico grave che il sistema ha perso di vista”. Non “un disoccupato che si sentiva invisibile in un paese che lo aveva formato e poi rifiutato”. Non “una persona reale, con una psicologia specifica, con una frase incompresa su Instagram e un padre che va in moschea e un appartamento in una palazzina popolare di Ravarino”. No: un criminale di seconda generazione. Una categoria. Un simbolo. Una munizione.

Trasformare Salim El Koudri in un’astrazione identitaria è esattamente quello che lui aveva già fatto con se stesso: costruirsi come simbolo invece che come persona. Salvini completa quell’operazione dall’esterno, con finalità opposte ma con la stessa logica: cancellare la persona concreta e sostituirla con un fantasma utile.

Etichettare così quest’uomo non è solo razzismo è qualcosa di peggio: è la distruzione deliberata di qualsiasi possibilità di capire, e quindi di prevenire. Se il problema è “le seconde generazioni”, la soluzione è più controllo, più espulsioni, più decreti. Se il problema è un uomo con un disturbo schizoide che il CSM ha perso di vista nel 2024, la soluzione costa, richiede investimenti, richiede ammettere che lo Stato ha fallito. Salvini sceglie la prima narrazione perché la seconda lo obbligherebbe a fare politica vera.

In Italia nel 2024 sono state assistite dai servizi di salute mentale 845.516 persone. Il dato viene direttamente dal Rapporto del Ministero della Salute, non è un’opinione. Solo il 5% degli psicologi italiani lavora nel pubblico. I Dipartimenti di Salute Mentale sono diminuiti da 183 a 139 in dieci anni. Per garantire un sistema adeguato servirebbero 2 miliardi in più all’anno.

Ora il paradosso che nessuno ha ancora nominato.

A Modena – a Modena, proprio qui – esiste dal 2010 MàT, la Settimana della Salute Mentale: il più grande festival italiano dedicato a questo tema, cento eventi ogni ottobre, gratuiti e aperti a tutti.

Ideato da Fabrizio Starace, direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell’AUSL modenese, una delle figure più autorevoli della psichiatria italiana. Un uomo che ha portato Modena all’obiettivo contenzione zero, dal 2017 nessun paziente viene più legato nei reparti psichiatrici della provincia, un risultato che quasi nessun territorio italiano può vantare. Un festival che ogni anno affronta esplicitamente le difficoltà delle seconde e terze generazioni, la salute mentale dei giovani migranti, il legame tra comunità e cura. Un festival a cui ho partecipato negli anni passati, e in cui ho visto all’opera persone della comunità marocchina, persone che conoscono dall’interno quella terra di nessuno in cui Salim viveva.

Eppure Salim El Koudri – cresciuto a 15 chilometri da Modena, residente nel territorio servito da quel Dipartimento – è scivolato fuori dal sistema nel 2024, silenziosamente, senza che nessuno andasse a cercarlo.

Non dico questo per sminuire MàT, né il lavoro di Starace. Lo dico perché è la dimostrazione più precisa di un limite strutturale che nessun festival, per quanto straordinario, può colmare da solo: sensibilizzare la comunità non sostituisce il follow-up attivo su chi interrompe le cure. La cultura apre spazi ma non può telefonare a chi è sparito.

Se anche Modena, con tutto quello che ha costruito, non riesce a tenere dentro il sistema un uomo come Salim El Koudri, cosa dobbiamo aspettarci dal resto d’Italia?

Salim El Koudri era in quel sistema. Poi non lo era più. E nessuno è andato a cercarlo.

Quante altre persone sono adesso in quel vuoto – italiane e non, di seconda generazione e non – con una frase incompresa sulla bio di Instagram e nessuno che la legga?

Una comunità non è semplicemente un insieme di persone nello stesso luogo. È una rete di vulnerabilità riconosciute, di responsabilità reciproche, di attenzione condivisa. È la capacità di leggere la grammatica degli altri anche di quelli che non sanno farsi leggere.

Abbiamo fallito quella lettura. Non solo i servizi, non solo la politica. Anche noi.

Le donne a cui sono state amputate le gambe su via Emilia sono reali. Il loro dolore è reale. E reale è anche questa domanda, che non possiamo continuare a non farci:

Cosa stavamo facendo mentre quella frase rimaneva senza risposta?

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martedì 19 maggio 2026

La scuola di Valditara: una pratica di disciplinamento - Giuseppe Bagni


Nuove indicazioni per il primo ciclo e per i Licei, Filiera tecnologico-professionale, riforma dei Tecnici, formazione iniziale dei docenti spalancata alle università telematiche, precise indicazioni di contenuti da trasmettere in ogni ordine dell’istruzione, necessità del consenso dei genitori per svolgere le parti ritenute “delicate” del curricolo, seconda “carta del merito” per i diciannovenni senza bocciatura. In quale direzione la destra al governo stia spingendo la scuola dovrebbe essere ormai chiaro a tutti. In uscita dal primo ciclo gli alunni riceveranno le indicazioni su quale scuola potranno utilmente seguire ed è facile prevedere che già la terza media (forse anche la seconda) prenderanno atto delle scelte degli alunni proponendo laboratori differenziati, oltre a formare classi con il latino per i futuri liceali. Quelle scelte saranno l’attuazione e conferma della segregazione che caratterizza la nostra scuola secondaria.

In questo quadro normativo i più bravi potranno scegliere un liceo nel quale raggiungere il “vedere teoretico” che significa la “capacità di interrogare criticamente la complessità, di connettere saperi e di formare giudizi fondati”. È il liceo la vera scuola, in quanto “il cuore pulsante della formazione liceale” sta proprio nella “educazione al saper pensare, al saper studiare e discernere, al saper agire..”. I meno bravi con basse aspettative potranno scegliere un tecnico o un professionale, dove non serve “saper pensare, studiare, discernere”. Il “saper agire” poi, si semplifica nel “saper eseguire” e per questa (non) competenza basta l’addestramento, soprattutto all’ubbidienza. Per i meno bravi dei meno bravi, quelli che rimbalzeranno nelle classi senza andare avanti, c’è la Filiera che permette lo sconto di pena di un anno. La indicano con un 4+2 ma per la stragrande maggioranza degli studenti sarà un 5-1, cioè un anno in meno di scuola e meno scuola ogni anno, preso atto delle ore per l’avviamento al lavoro dai quattordici anni e mezzo.

È chiaro che questo modello di scuola intende imporre un’ideologia normativa: come ha sottolineato con grande chiarezza Simone Giusti, la scuola dovrà fornire agli adolescenti un “habitus adeguato” e la “conseguente regolazione delle forme del vivere”. Da scuola di emancipazione a scuola come “pratica di disciplinamento” degli allievi. La professoressa Perla (coordinatrice della Commissione per la revisione delle indicazioni nazionali per la scuole elementari, medie e superiori) ha dichiarato che occorre passare dall’espressione “educare istruendo” a quella “istruire educando” dove i gerundi indicano il processo in atto e il verbo all’infinito a cosa esso porta. Di fatto ribadendo che il primato torna all’educare: a scuola si va per interiorizzare norme e codici di comportamento, stimolando gli allievi ad adottare “un tono di voce moderato, distanza spaziale, sguardo sorridente e mai intrusivo, gesto sociale, regole cerimoniali ecc.”. Lo studente non è più il soggetto del processo ma è “assoggettato” a un modello comportamentale ritenuto indispensabile perché possa accedere alla cultura codificata. Non può (e non deve) condividere il percorso, perché non può capirlo: nella Premessa delle Linee Guida dei Licei si indica esplicitamente che la dimensione dell’estraneità culturale ha un “valore educativo decisivo”.

In questa dimensione lo studio dell’alunno si riduce a un puro sforzo di assunzione di conoscenze e comportamenti ritenuti indispensabili per divenire, alla fine del percorso, finalmente soggetto e come tale ammesso nella comunità culturale. Chi governa la scuola ci dice che non deve preoccuparsi di conoscere le condizioni di partenza dei suoi alunni, i contesti socioeconomici e culturali di appartenenza; non deve curare che le conoscenze da acquisire siano alla loro portata e riconosciute di valore dagli allievi per la loro crescita. Non si parla mai di motivazione: deve bastare il desiderio di adeguamento alla norma.

È la visione di scuola di un classismo moderno, che vuole al liceo solo gli studenti che studiano qualunque cosa per senso del dovere (di solito verso le aspettative della famiglia), dimenticandosi di quelli che studierebbero (di solito nonostante le zero aspettative della famiglia) se rispettassimo il nostro dovere di dar senso al loro studio.

Non possiamo essere sorpresi che la destra faccia la destra, e nemmeno si può dire che “non li abbiamo visti arrivare”, anzi sarebbe bene riconoscere che sono stati aiutati ad arrivare da provvedimenti che hanno aperto loro la strada. È stato il Governo Draghi con Patrizio Bianchi all’istruzione che nel 2021 sdogana una visione dell’istruzione tecnica indirizzata verso le esigenze del mondo produttivo con un progetto che intendeva “allineare i curricula degli istituti tecnici e professionali alla domanda di competenze che proviene dal tessuto produttivo del Paese”. E dello stesso Governo è il DL n. 144 dell’anno successivo che stabilisce l’allineamento dei curricula degli istituti tecnici e professionali “alla domanda di competenze che proviene dal tessuto produttivo del Paese”.

Adesso, che il modello di scuola (e quindi di società) della destra appare in forma così cristallina rivelando tutta la sua pericolosità – a partire dall’abilità con cui rimasterizza su antico arrangiamento il valore dello studio, della disponibilità alla fatica, dell’autodisciplina degli adolescenti, atteggiamenti che non solo il senso comune ma anche una parte rilevante della sinistra riconosce smarriti e da recuperare – il punto di partenza è ripartire dai presupposti alla base di un’idea di scuola che fondi la sua efficacia sul mettere al centro della propria azione gli allievi, tutti gli allievi. Efficacia ed attenzione alla formazione di tutti; non penalizzare la formazione dei più bravi sapendo far crescere comunque tutti secondo le loro possibilità. Un’utopia? Lo può sembrare: si può credere che gli alunni che non dominano ancora l’italiano (e in casa sono gli unici a parlarlo) fanno perdere tempo alla classe e danneggiano gli allievi a cui l’insegnante può dare tranquillamente da studiare da pagina 20 a pagina 40. È quello che pensano quei genitori che portano via i figli dalle scuole del proprio quartiere, pur di evitare ai figli il contatto con la diversità. Il fenomeno negli Stati Uniti l’hanno chiamato The White Flight, la fuga bianca (ovvero, dei bianchi). Lo pensano certamente anche molti insegnanti, perché fare scuola con alunni molto diversi, misurarsi con le disabilità sempre più presenti nelle classi (e in numero maggiore in quelle già destinate agli alunni più difficili) costa fatica e richiede risorse professionali notevoli.

Eppure è quel contesto che può spingere a chiedersi se la “consegna” di studiare da pagina 20 a pagina 40, a casa, nella propria cameretta (quelli che ce l’hanno) da soli o con l’aiuto dei genitori (quelli che possono averlo) sia davvero la prassi di una scuola efficace. O non sia piuttosto un modo sbagliato di insegnare e di imparare. È da qui, da questa domanda che occorre ripartire. Ad esempio riproponendo con forza un biennio finale dell’obbligo d’istruzione (dai quattordici ai sedici anni) che sappia sfruttare tutte le risorse possibili ma restando di vera istruzione. Unitario, non unico, non serve una quarta e quinta media ma un percorso in cui finire la preparazione di base e orientarsi all’interno di una scelta che resti comunque reversibile.

Non alunni separati in base ad “aspirazioni e talenti” che sono termini pericolosi, come ha ben scritto Michele Arena, perché si prestano ad essere considerati attributi della persona come un dato di natura invece che alla sua condizione. La “povertà educativa” non è un fatto personale. Pensarlo trasforma la vittima in colpevole e la scuola in apparato di selezione. Le aspirazioni e i talenti di qualunque adolescente si sviluppano se liberati dai condizionamenti sociali, familiari economici. Chiedono un ambiente protetto, sicuro, di fiducia. La classe che abitano dovrebbe essere questo: come ha scritto sempre Michele Arena, “un luogo di possibilità” che può essere usato “per opporsi ai dati e alle statistiche” che ci dicono di una scuola che resta classista.

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La religione è una bugia. Ecco perché siamo vicini alla Guerra Totale - Massimo Cacciari

 

lunedì 18 maggio 2026

La lotta perenne contro l’imperialismo amerikano, più rabbioso che mai - Alberto Bradanini

 

1. Israele è uno stato governato da criminali sociopatici, che guidano un esercito di assassini che uccidono e uccidono, poi si riposano qualche giorno, invadono i media con le loro spudorate menzogne e quindi tornano a uccidere. Tralasciando le atrocità commesse in 80 anni di occupazione violenta della Palestina, solo nei tempi recenti, dopo aver massacrato 80/100.000 persone a Gaza – cui devono aggiungersi 200/300.000 feriti e mutilati nel corpo e nello spirito e chissà quante migliaia in Cisgiordania – il giorno 8 aprile 2026, inizio del cosiddetto cessate il fuoco tra Iran e Usa/Israele e tra Libano e Israele, racchiusi nelle loro fortezze volanti, un pugno di soldati israeliani, prodotti sperimentali dell’AI con spiccate caratteristiche disumanizzanti, hanno premuto un bottone e, senza rischiare nemmeno un graffio della loro preziosa epidermide, hanno massacrato centinaia di abitanti di Beirut, i più deceduti subito, altri sepolti vivi, tra cui tanti sventurati bambini. Dal 2 marzo 2026 a oggi, l’esercito più crudele della galassia ha ucciso circa 2500 persone – e ogni giorno il numero sale – senza che qualcuno sul pianeta Terra ingiunga a cotanti assassini di farla finita.

Non si tratta nemmeno, ça va sans dire, di episodi di guerra, ma di massacri premeditati, che rimbalzano qualche ora sui prezzolati mezzi di comunicazione di massa, per essere archiviati a fine giornata, mentre i responsabili riprendono a pianificare altre, quotidiane atrocità.

Allo Stato Ebraico, guidato dal criminale di guerra Benjamin Netanyahu, su cui pende un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale, e da altri suoi degni compagni di merende, sono consentiti orrori di ogni sorta: invadere, bombardare, sterminare, violentare, rubare terra e proprietà a palestinesi, mussulmani, cristiani, libanesi, siriani, iraniani, senza distinzione tra combattenti, uomini, donne e bambini.

Solo alle acciughe del mar Cantabrico sfugge tuttavia che il cagnolino da passeggio israeliano può fare tutto ciò solo in virtù delle relazioni speciali che lo legano al Cerbero da cui è addestrato e nutrito, gli Stati Uniti d’America, governati oggi da una putrebonda oligarchia predatrice, incurante di Leggi o Etica, ma solo interessata ad accumulare ricchezze su ricchezze, senza fine.

Secondo una certa ermeneutica, la decisione di aggredire l’Iran, calpestando la Carta delle Nazioni Unite, il diritto internazionale, i principi di convivenza tra nazioni, l’etica delle Genti e via dicendo, troverebbe spiegazione nella pervasività delle lobby pro-Israele che imperversano nella politica statunitense, cui si aggiungerebbe il ricatto dei documenti Epstein che incombe sulla testa dell’attuale inquilino della Casa Bianca in declino cognitivo, a sua volta interessato a distrarre l’opinione pubblica dalle inclinazioni pedofiliche a cui – dicono le malelingue – aveva l’abitudine di cedere. A tutto ciò si aggiungerebbe l’eloquenza persuasiva del citato criminale israeliano, secondo il quale questa scriteriata avventura sarebbe stata una distensiva passeggiata pomeridiana nei giardini del quartiere.

Di tutta evidenza, appare poco plausibile che un paese di 345 milioni di abitanti, prima economia mondiale e massima potenza militare del pianeta, che dispone di 800 basi sparse ovunque, accetti di sottomettere la propria agenda ai capricci messianico-espansionisti di uno staterello di sette milioni di abitanti, pur mettendo sulla bilancia la tossicità ricattatoria delle lobby menzionate e la putrescenza morale e materiale che imperversa nel principale stato canaglia del pianeta Terra.

Ora, anche quando le agende dei due paesi guerrafondenti non si sovrappongono (sulla carta, il colonialismo israeliano non dovrebbe interessare l’agenda Usa), in realtà anche qui i benefici imperiali di ritorno sono giganteschi: instabilità diffusa, caos geopolitico, destabilizzazione energetica, frantumazione delle economie ostili, direzionamento dei capitali verso Wall Street, vendita di armi e conflitti altrimenti destinati a un equilibrio, contenimento delle nazioni ostili e via dicendo.

Le brutalità di Israele nascondono dunque l’iceberg dell’imperialismo statunitense, quel mostro dalle fauci insaziabili che minaccia, aggredisce, saccheggia le nazioni che non si piegano, e che oggi, intuendo il proprio declino, agisce con ferocia ancor più disumana, senza badare ai rischi di escalation o distinguere alleati, paesi neutrali e nemici, avendo a mente null’altro che gli interessi di una cerchia privilegiata di disturbati mentali.

È bene ricordare che il nemico principale della pace, della convivenza tra nazioni, del rispetto delle civiltà, del progresso etico e culturale, e finanche della sopravvivenza del genere umano, è costituito da un gruppo di oligarchi che disponendo di immense risorse, eserciti di spie, analisti d’intelligence, giornalisti al libro paga, operatori di algoritmi e de-formazioni mediatiche, venditori di armi e via dicendo, vogliono dominare su tutto e tutti, nell’illusione de-umanizzante che ciò possa guarire le incurabili patologie di cui sono affetti. Siffatti individui sono vittime di un infantile complesso di onnipotenza, nel patetico convincimento che la loro eccezionalità (la sola nazione indispensabile della terra: M. Albright, 1996, W. Clinton, 1999) li autorizzi a ogni genere di nefandezze.

Sappiamo che questo nemico principale assume lineamenti diversi a seconda di tempi e luoghi: sul piano economico esso s’incarna nel neoliberismo antisocialeglobalista e bellicista, su quello dei valori nella mercificazione ontologica della società, su quello politico in una democrazia di formanon di contenuti, su quello filosofico in un pervasivo nichilismo solipsista, nei rapporti economici sul cinismo della plutocrazia dominante,e su quello geopolitico sull’impero più violento del pianeta.

La pratica di occultamento di tali evidenze – deve rilevarsi – non è dovuta a disattenzione o scarsa memoria, ma a un sistematico lavaggio ideologico e mediatico del cervello. Va detto, per evitare fraintendimenti, che con Stati Uniti non s’intende il popolo americano – quei 345 milioni di abitanti anch’essi sfruttati e sottomessi, oltre che in gran parte politicamente analfabeti – ma quell’0,1% che, come una piovra, proietta ovunque la sua ombra vorace. Il citato lavaggio di cervelli aiuta anche a capire l’oscura ragione che impedisce ai cittadini europei di prendere coscienza della penosa qualità delle loro classi deprimenti, reclutate – come ben sanno persino i barracuda dell’Amazzonia – sulla scorta di un solo criterio: saper indossare con dignità la livrea del maggiordomo.

2. Alla luce di quanto esposto, si proverà dunque a decifrare le tragiche vicissitudini in corso in Asia occidentale. Nelle mire malate dei padroni del mondo, dopo aver aggredito, destabilizzato, sbriciolato quasi tutti i paesi della regione (Iraq, Egitto, Siria, Libia, Sudan, Afghanistan, Yemen, seppure con risultati alterni) e dopo aver colonizzato le monarchie del Golfo con il famigerato petrodollaro, è ora il turno dell’Iran, che si ostina a non lasciarsi depredare, mentre dietro le quinte fa capolino persino un paese Nato, la Turchia, che Israele ha già sfrontatamente minacciato per bocca dell’ex PM N. Bennett[1].

I paesi presi di mira dal duo mortifero americano-sionista appartengono a due categorie: a) possiedono gas e petrolio in quantità rilevante (e questo interessa gli Usa); b) oppure sono paesi islamici, e come tali si oppongono all’espansionismo biblico-coloniale di Israele, ovvero (come si permettono!) difendono la causa palestinese.

Rebus sic stantibus, la guerra di Trump/Netanyahu è persa. La rabbia spinge il primo a minacciare la distruzione della civiltà persiana, fors’anche con la Bomba, un’ipotesi questa che il monarca del sistema solare avrebbe accarezzato quando, più fuori di testa del solito, è stato informato che la presunta operazione di recupero del pilota disperso – in realtà dissennatamente volta a trafugare dal sito di Isfahan i famigerati 430 kg di uranio arricchito al 60% – si era risolta in un’amara perdita di uomini, aerei ed elicotteri[2]! Quanto ai presunti negoziati in corso, in verità le notizie diffuse sono, come sempre, null’altro che inganni. Gli Usa fingono di trattare, mentre intendono solo dettare le condizioni della resa (quella iraniana, beninteso), ipotesi che ha un senso quando si vince una guerra, e non è questo il caso. Per Teheran infatti le condizioni poste sono inaccettabili: niente arricchimento dell’uranio (consentito invece dal Trattato di Non Proliferazione, sotto vigilanza dell’Aiea[3], come avveniva fino all’aggressione israeliana del giugno 2025), niente missili in grado di raggiungere Israele e interruzione dei legami con Hezbollah/Houthi (alleati politici e religiosi) e Hamas (finanziato soprattutto dagli arabi sunniti e in passato dalla stessa Israele, in funzione divisiva). In definitiva, una lista di aberrazioni che solo ai due negoziatori sionisti (Kushner e Witkoff) ha punta vaghezza di proporre.

L’economia statunitense è come noto in declino, il dollaro si svaluta, domina la finanza, la produzione di beni materiali è stata delocalizzata, la società è sempre più violenta, l’ingiustizia sociale è immensa, i ricchi diminuiscono ma le loro ricchezze aumentano. La re-industrializzazione dovrebbe avvenire ampliando la produzione di armi (e dunque promuovendo altre guerre) e controllando le energie fossili. Fortuna vuole che, secondo la legge dei contrappesi, ciò spinge ancor più la Cina, per sottrarsi ai ricatti, verso le rinnovabili.

Quanto a Israele, ancora peggio. Il perverso capo del governo israeliano – lo stesso che ha resuscitato quei sentimenti antisemitici che sembravano sepolti per sempre con il sacrificio di milioni di ebrei ad opera dei nazisti tedeschi – intende radere al suolo l’Iran, colpevole di sostenere la causa palestinese, di essere rimasto una nazione sovrana, trasformarlo (se fosse possibile) in una gigantesca Gaza, incurante persino delle immense conseguenze (inflazione, recessione) per il pianeta intero e dunque per gli stessi Stati Uniti.

Ma la civiltà persiana mai accetterà di essere distrutta. Anzi, la sua reazione potrebbe infliggere qualche serio dispiacere allo Stato Ebraico (nessuno è in grado di anticipare, ad esempio, cosa avverrebbe se il sito nucleare di Dimona fosse colpito da un missile balistico iraniano), e in tal caso Israele potrebbe decidere di ricorrere alla Bomba, rimanendo dubbio che l’attuale instabile e ricattato inquilino della Casa Bianca sarebbe in grado di opporsi. Solo Russia e Cina, a quel punto, avrebbero qualche chance di far rinsavire tale cerchia di svalvolati.

Alla luce di tutto ciò, occorre trovar modo di contenere i deliri di un individuo e invero di un paese intero (il 93% degli ebrei israeliani, a marzo 2026, approvava l’aggressione all’Iran[4]), consentendo all’umanità di proteggere la convivenza pacifica tra i popoli, che seppur diversi hanno diritto di respirare e prosperare a modo loro, secondo il buon senso, la Carta delle Nazioni Unite e quel minimo di Diritto Internazionale che l’umanità era riuscita a edificare dopo la carneficina della Seconda guerra mondiale.

 Per far questo, poiché nelle cosiddette democrazie occidentali (i cui governi sono tutti dalla parte di Israele) il punto di vista delle popolazioni è considerato solo un fastidioso mormorio di fondo – così come le ricorrenti manifestazioni dei 25 aprile del mondo intero, eventi fondamentalmente distrattivi, sui quali si concentrano infinitesimali spaccature di capelli, mentre lassù il potere dorme sonni beati – coloro che possono sono chiamati a dar segni di vita.

In queste ore, le scommesse oscillano. L’ammasso di marines nelle vicinanze di Hormuz suggerisce che il confuso presidente biondochiomato e il crociato Pete Hegseth stiano pianificando la ripresa delle ostilità. I mercati, invece, sembrano propendere per un possibile compromesso, che equivarrebbe a una sconfitta cocente per l’impero che rappresentano.

Saremmo sulla strada giusta se Israele fosse espulso da ogni consesso internazionale, commerci, investimenti e legami di ogni genere, boicottando i suoi prodotti e via dicendo, affinché quel popolo sia indotto a riflettere, e dopo aver recuperato resipiscenza torni a dialogare con umana moderazione sulla strada della convivenza, tenendo a mente che alle sue frontiere vivono e crescono 500 milioni di mussulmani, arabi, turchi, persiani e altre etnie e religioni, con cui dovrà fare i conti, sempreché in futuro ci sia ancora un mondo.

Quanto agli Stati Uniti, in attesa che possa avverarsi la profezia di Jack London, la rivoluzione socialista nella tana del lupo, diamoci da fare per accelerare il sorgere di un mondo plurale, in grado di contenere i capricci e la cupidigia dell’impero. Sappiamo di contare poco, ma non cesseremo per questo di elevare la voce al dio della pace e del senno recuperato. Breve è l’umana esistenza, non v’è necessità di accelerarne il passo. Uniamo le forze ed entriamo nelle praterie del sogno, spazi eterei, i soli che vale la pena frequentare, perché non saremo certo in grado di costruire una società migliore se prima non l’avremo immaginata nella nostra mente.


[1] https://www.maurizioblondet.it/il-genocida-minaccia-la-turchia/

[2] Tre aerei caccia F-15E, un C-130 o MC-130J, un A-10 Thunderbolt, 4 elicotteri: due Black Hawk (HH-60), un MH-6 Little Bird e un AH-6 o un HC-130J 

[3] Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica

[4] https://search.brave.com/search?q=il+93%25+degli+israeliani+sostiene+la+guerra+contro+l%27Iran%2C+vero%3F&source=desktop&summary

da qui

Bernie Sanders al Salone del Libro di Torino

La deriva degli Stati Uniti con la presidenza di Donald Trump, i rapporti tra gli Usa e l’Unione europea, la minaccia rappresentata dall’Intelligenza ArtificialeBernie Sanders arriva al Salone del Libro di Torino e prima di sottoporsi a un’intervista apre con uno discorso che Ilfattoquotidiano.it pubblica nella sua versione integrale:

È un onore per mia moglie Jane e per me essere qui al Salone del Libro di Torino. E voglio ringraziare tutti voi per essere venuti questa sera.

Prima di andare oltre, voglio che sappiate tutti che le opinioni e le azioni di Donald Trump nei confronti dell’Europa non rappresentano — sottolineo non rappresentano — in alcun modo, forma o misura la posizione della stragrande maggioranza del popolo americano.

Molte persone nel mio Stato del Vermont e in tutti gli Stati Uniti hanno genitori, nonni e bisnonni che sono emigrati negli Stati Uniti dall’Italia, dall’Irlanda, dalla Francia, dalla Germania, dai Paesi nordici e da altri luoghi. Nel mio caso, mio padre arrivò negli Stati Uniti dalla Polonia.

Posso dirvi, senza esitazione, che il popolo del mio Paese desidera un rapporto forte e positivo con l’Europa e faremo tutto il possibile per ristabilire quel rapporto il prima possibile.

Ora, riguardo al libro che ho scritto, intitolato “Fight Oligarchy”, voglio arrivare al punto centrale. E cioè che un piccolo numero di persone incredibilmente ricche, che io definisco oligarchi, possiede oggi più ricchezza e più potere di qualsiasi altro gruppo simile nella storia della civiltà moderna. Nonostante ciò, queste persone non sono soddisfatte di ciò che hanno. Vogliono di più, sempre di più, indipendentemente dalla sofferenza che causano.

Negli Stati Uniti di oggi, l’1% più ricco possiede più ricchezza del 93% più povero della popolazione.

Incredibilmente, Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo con un patrimonio di 791 miliardi di dollari, possiede da solo più ricchezza del 53% delle famiglie americane messe insieme. Gli amministratori delegati delle grandi corporation guadagnano oggi 350 volte più del lavoratore medio. E il divario tra i super ricchi e tutti gli altri continua ad allargarsi. Solo lo scorso anno, dopo aver ricevuto il più grande taglio fiscale della storia, i 938 miliardari americani sono diventati più ricchi di 1.500 miliardi di dollari. Negli ultimi sei anni, i miliardari americani hanno più che raddoppiato la loro ricchezza.

Mentre la classe dei miliardari e l’1% stanno meglio che in qualsiasi altro momento della storia americana, oltre il 60% degli americani vive stipendio dopo stipendio, quasi 800.000 persone sono senza casa e decine di milioni di persone fanno fatica a mettere il cibo in tavola e a pagare i costi esorbitanti di case, sanità, farmaci da prescrizione e beni essenziali.

Nonostante l’esplosione della tecnologia e i massicci aumenti della produttività del lavoro, il lavoratore americano medio guadagna oggi quasi 30 dollari a settimana in meno rispetto a 53 anni fa, tenendo conto dell’inflazione.

Ma non si tratta solo di disuguaglianza di reddito e ricchezza. Abbiamo una concentrazione della proprietà economica più elevata che mai. Oggi, una manciata di gigantesche corporation domina settore dopo settore — agricoltura, trasporti, energia, servizi finanziari e così via — imponendoci prezzi scandalosamente alti per i prodotti che acquistiamo. Incredibilmente, quattro società di Wall Street — BlackRock, Vanguard, Fidelity e State Street — sono complessivamente i principali azionisti in oltre il 95% delle nostre corporation.

E quando parliamo dell’enorme concentrazione della proprietà negli Stati Uniti, non dobbiamo dimenticare i media. Negli Stati Uniti, sei grandi conglomerati mediatici controllano circa il 90% di ciò che il popolo americano vede, ascolta e legge. E questi conglomerati sono posseduti dai super ricchi.

Elon Musk possiede Twitter. Jeff Bezos possiede il Washington Post e Twitch. Mark Zuckerberg possiede Meta — che comprende Facebook, Instagram, WhatsApp, Messenger e Threads. Rupert Murdoch possiede Fox News, il Wall Street Journal e il New York Post. Larry Ellison possiede CBS, TikTok, Paramount Pictures, Skydance, MTV ed è sulla strada per acquisire CNN e Warner Brothers.

Ma non sono solo l’economia e i media a essere controllati da questi oligarchi. Nell’America di oggi, i miliardari stanno facendo tutto il possibile per controllare anche il nostro sistema politico. A causa della disastrosa sentenza Citizens United della Corte Suprema, i miliardari possono legalmente spendere quanto vogliono nelle campagne elettorali attraverso i cosiddetti super PAC.

E sia chiaro: questa tendenza, per cui i super ricchi diventano sempre più ricchi e potenti mentre la gente comune fatica a sopravvivere, non sta avvenendo soltanto negli Stati Uniti. Sta avvenendo anche in Italia. Negli ultimi 16 anni, il 91% di tutta la nuova ricchezza creata in Italia è andato al 5% più ricco. Mentre i salari reali del lavoratore medio italiano oggi sono inferiori rispetto a prima della pandemia, i 79 miliardari italiani sono diventati più ricchi di quasi 64 miliardi di dollari solo nell’ultimo anno.

E non riguarda soltanto l’Italia e gli Stati Uniti. È un fenomeno globale. Mentre una persona su quattro nel mondo soffre la fame, l’1% più ricco del pianeta possiede più ricchezza del 95% più povero dell’umanità. Le 12 persone più ricche del mondo possiedono più ricchezza della metà dell’umanità. Questo è il punto in cui siamo arrivati nel 2026. Possiamo fare di meglio. Dobbiamo fare di meglio. E insieme faremo di meglio.

da qui

domenica 17 maggio 2026

Una legge per lo stop al commercio con gli insediamenti illegali israeliani

L’Italia ogni anno importa oltre 1 miliardo di beni e servizi da Israele, alimentando l’occupazione illegale della Cisgiordania tra sfollamenti, espropri, demolizioni, uccisioni. Depositata alla Camera una nuova proposta di legge firmata dai leader di Alleanza Verdi e Sinistra, Movimento 5 Stelle e Partito Democratico Angelo Bonelli, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni ed Elly Schlein.

La proposta nasce dall’iniziativa di oltre 20 organizzazioni promotrici nel settembre 2025 della campagna Stop al commercio con gli insediamenti illegali.

“Si tratta di una prima importante tappa lungo un percorso che speriamo possa portare – in Italia e negli Stati dell’Unione Europea –all’adozione di misure di reale divieto degli scambi commerciali con gli insediamenti dei coloni israeliani in Cisgiordania (compresa Gerusalemme est). Scambi illegali secondo il diritto internazionale che costano miliardi di dollari all’economia palestinese ogni anno, con perdita progressiva di terreni agricoli e pascoli, fonti d’acqua, infrastrutture” spiega Paolo Pezzati, coordinatore della campagna e portavoce per le crisi umanitarie di Oxfam Italia. “Paesi come Spagna e Slovenia hanno già adottato legislazioni analoghe, mentre sono vicini a fare altrettanto Olanda, Irlanda e Belgio. Segnali decisivi per una svolta a livello comunitario.” 

“Questa proposta di legge nasce dal lavoro unitario delle associazioni della società civile, che hanno costruito un testo concreto e lo hanno affidato alla responsabilità delle forze parlamentari. Si tratta di associazioni che lavorano con la società civile palestinese e con quella israeliana che rifiuta l’occupazione e chiede di fermare il genocidio in corso. La deriva messianica e razzista che spinge il governo israeliano a superare ogni linea rossa al fine di realizzare l’espulsione dalle loro terre dei civili e ‘depalestinizzare’ la Palestina in modo da annetterla alla ‘grande Israele’, può essere fermata solo da una forte iniziativa della comunità internazionale.

Chiediamo all’Italia di smettere di essere muta e complice verso le iniziative illegali del governo israeliano nel Territorio palestinese occupato verso il massacro della popolazione civile palestinese e i progetti di deportazione in corso” evidenzia Alfio Nicotra, Coordinatore dell’Esecutivo della Rete Italiana Pace Disarmo.

“È fondamentale che il governo italiano accolga questa proposta a livello nazionale, allineandosi con quanto richiesto da tempo dalla Corte Internazionale di Giustizia”  continua Pezzati. “E contemporaneamente cambi posizione a favore della sospensione dell’Accordo di Associazione Ue-Israele, fino a quando non saranno rispettati i diritti umani. Del resto la proposta franco-svedese di un aumento delle tariffe sulle importazioni delle merci da Israele nel mercato UE– su cui il Ministro degli Esteri Tajani ha dimostrato apertura – sarebbe priva di efficacia, verrebbe immediatamente compensata da nuove sovvenzioni del governo israeliano alle aziende che operano negli insediamenti illegali”.

L’impatto distruttivo dell’occupazione israeliana in Cisgiordania

Nel 2024 il valore delle importazioni in Italia di beni e servizi da Israele è stato di circa 1 miliardo di euro, principalmente di prodotti agricoli e manifatturieri, di servizi legati alla sicurezza e alla sorveglianza digitale.

Impossibile stabilire quanta parte di questi scambi sia ascrivibile ad aziende che operano nel Territorio occupato, data la possibilità di aggirare le politiche europee di etichettatura e differenziazione territoriale, mentre più che evidenti sono le conseguenze per l’economia e per la popolazione palestinese: perdite complessive per miliardi di euro all’anno, un aumento del tasso di povertà dal 12% al 28% negli ultimi 2 anni, disoccupazione raddoppiata da ottobre 2023 e arrivata al 35%.

Stiamo inoltre assistendo a un’accelerazione degli espropri di aree sempre più vaste, demolizioni, sfollamenti forzati che compromettono l’esistenza stessa delle comunità palestinesi e finiscono per svuotare vaste aree di territorio prontamente occupate dai coloni più violenti.

Solo a marzo una brusca e organizzata escalation della violenza dei coloni israeliani, sostenuti dalle forze militari in tutta la Cisgiordania, ha causatoperdite agricole per oltre 4,2 milioni di dollari,  dovute alla distruzione di più di 8.000 ulivi, al furto e all’abbattimento di oltre 686 capi di bestiame e alla confisca di oltre 3.441 dunum di terra (pari a 344 ettari) .

Nel corso del 2025 sono state inoltre demolite oltre 1.600 strutture, causando migliaia di sfollamenti nelle comunità palestinesi e altre centinaia di abitazioni sono state distrutte da gennaio. Sempre l’anno scorso si sono registrate 240 vittime, di cui 55 minori. Nel 2026 si sono già verificati oltre 700 attacchi, che hanno provocato 44 morti, di cui 11 bambini.

Alla luce di tutto questo è evidente come l’esito del Consiglio degli Affari Esteri di lunedì scorso, pur riconoscendo la rilevanza delle organizzazioni israeliane colpite dalle sanzioni, non scalfisca il quadro di illegalità generale.  Il tema infatti non è colpire solamente i coloni violenti, ma smettere di sostenere dal punto di vista economico e finanziario l’intero progetto coloniale di Israele.

I punti chiave della proposta

La proposta di legge chiede quindi in sintesi di:

·         vietare l’importazione e la pubblicizzazione in Italia di beni e servizi provenienti dagli insediamenti israeliani nel Territorio palestinese occupato  (sia le merci prodotte interamente o parzialmente negli insediamenti, ovvero che lì hanno subito l’ultima trasformazione o lavorazione significativa; che qualsiasi servizio, derivante da attività svolte in tutto o in parte negli insediamenti);

·         definire l’applicazione del divieto attraverso un decreto del Ministro degli Esteri che, in accordo con l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, stabilisca i criteri e le modalità di verifica dell’origine dei prodotti importati da Israele per identificare quelli provenienti dagli insediamenti; 

·         dare mandato all’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di vigilare sul rispetto del divieto e di verificare l’origine delle merci;

·         esigere che siano gli esportatori israeliani a dimostrare che i loro beni non sono prodotti nel Territorio Palestinese Occupato, contrariamente a quanto avviene ora, prevedendo la possibilità di sequestrare e confiscare  i beni in caso di false dichiarazioni.

Le associazioni italiane aderenti alla campagna:

ACLI, ACS-NGO, Amnesty International Italia, ANPI, AOI, ARCI, CISS, CNCA, COSPE, CRIC, Emmaus Italia, First Social Life, Fondazione Finanza Etica, Fondazione Gruppo Abele, Libera, Movimento Giustizia e Pace in Medio Oriente, Oxfam Italia, Pax Christi, Rete HUMUS, Rete Italiana Pace e Disarmo, Un Ponte Per, Vento di Terra.

Note:

·         Il report di lancio della campagna è consultabile QUI

·         I dati riferiti a marzo 2026 sull’impatto dell’azione dei coloni in Cisgiordania sulle comunità palestinesi sono tratti dal report della Palestinian Farmer Union, disponibile QUI

·         I dati riferiti all’import italiano sono disponibili QUi

·         I dati sulle violenze dei coloni in Cisgiordania sono dell’OCHA dal Rapporto 2026 sui diritti umani di Amnesty International QUI

·         Secondo il gruppo per i diritti civili israeliano HaMoked, alla fine del 2025 nelle carceri israeliane erano detenuti senza accusa o processo equo circa 4.622 palestinesi, di cui 3.385 sotto ordini di detenzione amministrativa e 1.237 erano in detenzione arbitraria ai sensi della legge sui combattenti illegali.

da qui