lunedì 15 giugno 2026

Intelligence USA conferma: i biolaboratori esistono e sono pericolosi - Fabrizio Verde


I documenti desecretati dall'intelligence guidata da Tulsi Gabbard confermano: oltre 120 strutture in 30 paesi, patogeni letali e un sistema che ha cercato di nascondere tutto

 

Per anni chiunque abbia provato a sollevare il velo sui laboratori biologici statunitensi sparsi per il mondo (prevalentemente in territori eurasiatici) è stato sistematicamente deriso, etichettato come complottista filo-russo, talvolta addirittura accusato di tradimento. Ma adesso qualcosa è inevitabilmente cambiato. Perché a parlare non è stato un giornalista scomodo o un attivista paranoico. A parlare è stata la direttrice dell’Intelligence Nazionale statunitense, Tulsi Gabbard.

E quello che ha rivelato fa veramente impressione.

Gabbard ha reso pubblici documenti desecretati che dimostrano senza ombra di dubbio che il governo degli Stati Uniti ha finanziato per anni oltre 120 biolaboratori in oltre 30 paesi. Non strutture innocue per la ricerca sul raffreddore comune. Laboratori che manipolano patogeni letali come l’antrace, l’ebola, la peste, il virus di Marburgo, la tubercolosi, la tularemia (febbre dei conigli), il MERS e la SARS. Roba da far accapponare la pelle.

L’Ucraina, guarda caso, è uno dei teatri principali di questa inquietante operazione globale. Più di 40 strutture finanziate direttamente da Washington, molte delle quali ancora oggi conservano “patogeni di guerra biologica risalenti all’epoca sovietica”. Parole non nostre, ma del rapporto ufficiale appena pubblicato.

E non è tutto. I documenti rivelano che l’Istituto di Medicina Veterinaria Sperimentale e Clinica di Kharkiv, uno dei laboratori finanziati dagli USA, ospitava “centinaia di patogeni” già all’inizio degli anni 2010. E nel 2019 presentava gravi “deficienze di bioprotezione e biosicurezza”, in particolare nei locali dove si maneggiava il batterio Brucella, altamente contagioso. Tradotto: potenziali bombe biologiche a orologeria gestite con superficialità.

Gabbard è stata durissima. Ha denunciato che politici, i cosiddetti esperti della salute come il dottor Fauci esalatato dall’intero circuito mediatico mainstream, e funzionari dell’amministrazione Biden hanno mentito spudoratamente al popolo statunitense sull’esistenza di questi laboratori. E non solo: hanno minacciato chiunque provasse a dire la verità. Curioso modo di trattare – per l’autoproclamata più grande democrazia del mondo - chi solleva legittimi interrogativi sulla sicurezza globale, no?

La comunità internazionale, nel frattempo, non può dire di non essere stata avvertita. La Russia ha passato anni a lanciare allarmi su queste attività in Ucraina. Già dal 2022 Mosca ha portato queste attività pericolose all'attenzione dell’ONU, ha denunciato progetti come l’UP-4 (che studiava la trasmissione di infezioni pericolose attraverso uccelli migratori) e il P-781 (che analizzava l’uso di pipistrelli come vettori di armi biologiche). Risultato? Silenzio imbarazzato da parte di Washington e dei suoi alleati. Peggio: chi riprendeva queste rivelazioni veniva liquidato alla stregua di un portavoce al soldo del Cremlino.

Ecco il meccanismo perverso: da un lato si nega l’esistenza di questi programmi, dall’altro si delegittima chi ne parla accusandolo di essere un agente straniero. Un classico del manuale della disinformazione. Peccato che adesso sia la stessa Intelligence USA a confermare che quei laboratori esistono eccome, che sono pericolosi, e che sono stati finanziati con soldi dei contribuenti statunitensi.

Gabbard ha promesso che la sua agenzia continuerà a lavorare per identificare dove si trovano esattamente queste strutture e quali patogeni contengono, con l’obiettivo dichiarato di “porre fine a questa ricerca pericolosa” che minaccia “la salute e il benessere del popolo statunitense e delle persone di tutto il mondo”.

Bene così. Ora però sorgono domande scomode: perché per anni chi cercava di indagare su queste cose è stato sistematicamente osteggiato? Perché i cosiddetti fact-checker, quelli che oggi pontificano sui social smontando “bufale”, hanno sempre bollato come teoria del complotto le notizie sui biolaboratori? Forse perché certe verità, se diventassero troppo popolari, metterebbero in imbarazzo persone potenti?

La vicenda ricorda da vicino quella dei famigerati laboratori di Fort Detrick, negli Stati Uniti, avvolti per decenni nel mistero. Oggi sappiamo che il programma USA di laboratori biologici all’estero è vastissimo, poco trasparente, e operato con “molta poca visibilità o supervisione”, come ammette lo stesso rapporto.

Il rappresentante russo all’ONU Vasily Nebenzya aveva avvertito già nel 2022: i progetti di ricerca biologica in Ucraina violano la Convenzione sulle armi biologiche. E i documenti venuti in possesso delle forze russe erano solo “la punta dell’iceberg”. Oggi sappiamo che quelle denunce erano fondate.

La domanda finale è semplice: quanti altri laboratori esistono nel mondo? E soprattutto, cosa ci fanno gli Stati Uniti con patogeni letali sparsi in decine di paesi, spesso con standard di sicurezza discutibili? La risposta, per ora, continua a essere sepolta sotto tonnellate di propaganda e attacchi a chiunque osi chiedere conto. Ma dopo le rivelazioni di Gabbard, sarà sempre più difficile per i soliti noti gridare al complottismo. Perché la verità, alla fine, è scritta nero su bianco nei documenti desecretati degli stessi servizi segreti USA.

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domenica 14 giugno 2026

Operazione militare di Cuba sul territorio degli Stati Uniti - Alberto Bradanini

 

1. Con una decisione senza precedenti, la Repubblica di Cuba ha lanciato un’invasione navale e aereo-trasportata contro gli Stati Uniti. L’offensiva tuttora in corso, che il governo cubano ha chiamato Operazione Rinsavimento Cerebrale (ORC) ha l’obiettivo di sostituire la classe dominante anglo-americana affetta dalla malattia degenerativa nota con il nome di Morbo di Trump con una nuova classe politica che organizzi il paese su basi diverse rispetto al passato. Secondo analisti di mainstream si tratterebbe di un’operazione di regime change, un tempo pratica diffusa da parte dell’impero Usa nei paesi dove elezioni politiche, minacce o corruzione non riuscivano a garantire un governo prono agli interessi imperiali invece che a quelli della popolazione locale.

Una volta che le ultime resistenze da parte del governo Usa saranno sbaragliate, la palingenesi toccherà la sfera dei diritti economici e della democrazia (affinché diventi effettiva e partecipata), oltre che l’insieme della politica interna e estera.  Secondo Hombre Normal, il ministro cubano della Humanidad – i canoni della nuova impalcatura istituzionale saranno centrati sulla demolizione del potere plutocratico oggi incentrato sulle corporazioni private, quali strumenti di oppressione etica ed economica di un brutale imperialismo) e il recupero della centralità dello Stato nell’economia e nello sviluppo scientifico/tecnologico del paese, nel rispetto della Costituzione, della libertà di pensiero, religione, associazione, espressione e libera impresa.

Massima priorità sarà riservata allo sradicamento della povertà e dell’emarginazione sociale. Tutti dovranno avere un lavoro sufficiente per vivere e progredire. La proprietà privata sarà garantita e incentivata, affinché ogni famiglia, attraverso il lavoro, possa soddisfare le proprie necessità in funzione delle risorse pubbliche disponibili. Le grandi aggregazioni finanziarie e industriali oltre una certa soglia saranno però consentite solo se funzionali al benessere collettivo e sotto stretta sorveglianza dello Stato. I capitali potranno essere esportati solo sotto controllo dello Stato, e in ogni caso nel rispetto del Diritto Internazionale, della Carta delle Nazioni Unite, in condizioni di parità con le altre nazioni e di rispetto dei diritti e interessi altrui.

Il servizio sanitario sarà nazionalizzato e tutti i cittadini bisognosi potranno accedervi gratuitamente. Le risorse necessarie a tal fine proverranno dallo smantellamento delle grandi corporazioni farmaceutiche e delle 800 basi militari oggi attive in 80 paesi al mondo. Sarà in tal modo possibile, altresì, avviare la costruzione e ammodernamento delle infrastrutture pubbliche oggi fatiscenti o gravemente digradate.

2. Quanto alla politica estera, la nuova classe dirigente – selezionata sulla scorta di accertate competenze e della lealtà ai menzionati principi etici – dovrà rimuovere gli apparati militari e d’intelligence, smantellando Cia, Nsa e le altre agenzie palesi o segrete, sinora utilizzate per destabilizzare, provocare guerre, organizzare colpi di stato, pianificare aggressioni, omicidi mirati, sequestri di persone e via dicendo.

Un’altra priorità sarà la rivitalizzazione delle organizzazioni internazionali, in primis quelle della famiglia delle Nazioni Unite (ad es. l’OMC che Washington ha reso da anni inoperante perché disobbediente ai suoi ordini), che dovrà tornare a funzionare, come da statuto, per risolvere le controversie che sempre emergono tra sistemi economici).

Le convenzioni bilaterali o multilaterali, sia nel campo della sicurezza che in quello economico, tecnologico e culturale, che gli Stati Uniti hanno boicottato perché giudicate non convenienti ai fini di dominio, dovranno tornare a funzionare, nel rispetto degli interessi di tutti, della pace e della stabilità internazionale. Massima priorità verrà data al controllo e riduzione delle armi di distruzione di massa (nucleari, biologiche e chimiche), tramite il rafforzamento del regime internazionale di sorveglianza.

3. Nel contesto dell’Operazione Rinsavimento Cerebrale, il governo cubano ha sottolineato che occorrerà operare anche sul piano educativo, promuovendo l’alfabetizzazione politica presso il deculturato popolo Usa, stimolando la coscienza dei valori essenziali dell’essere umano socializzato. Saranno contrastati come nemici di classe i valori assolutizzanti del profitto e del disprezzo dei beni/interessi collettivi. L’acquisizione e l’uso personale di armi da fuoco saranno proibiti e pesantemente sanzionati. Lo Stato tornerà ad avere il monopolio dell’uso della forza. Sarà ampliata e tutelata la libertà di manifestazione pacifica prevista dalla Costituzione. L’attuale, truffaldino sistema elettorale statunitense, ideato per impedire ogni possibile alternativa e dialettica politica, sarà sostituito con un sistema proporzionale puro, che risponda alla volontà del popolo.

Le decisioni cruciali della vita del paese, come quelle su pace e guerra, non potranno essere adottate da un solo individuo, foss’egli anche il presidente, in quanto esposto, come nel caso attuale, a instabilità mentale, ricatti e corruzione. Esse saranno appannaggio di organi collegiali, Camera dei deputati e/o Senato.

Pensiero critico ed etica della socialità dovranno tornare centrali per consentire la rigenerazione dell’homo novus nordamericano, tenendo a mente le sofferenze a lungo patite sotto il tallone della deformazione mediatica e valoriale, dell’alienazione e dello sfruttamento.

Nelle parole del ministro cubano Hombre Normal, saranno immediatamente avviati progetti per presidiare il territorio, garantire la sicurezza delle persone e lottare contro ogni genere di violenza, delinquenza e uso di droghe, tenendo presente che tali mali sono il riflesso dell’emarginazione e della sottocultura. La lotta all’estrazione di risorse e lavoro da parte del ceto dominante globalista andrà a beneficio di 300 milioni di cittadini, ma anche degli stranieri legali (45 milioni) e illegali (10 milioni).

All’avvio dell’Operazione Rinsavimento Cerebrale, il presidente cubano, Miguel El Libertador, aveva dichiarato: “il popolo nordamericano è vissuto a lungo nell’inganno di essere governato dalla migliore democrazia del pianeta, mentre era chiaro anche alle montagne del Gran Canyon che si trattava di una plutocrazia malata, violenta e spietata”, aggiungendo: “Cuba non può restare a guardare oltre, mentre milioni di cittadini statunitensi sono oppressi, vedono diminuire le loro aspettative di vita e non hanno di che vivere “.

4. Secondo le ultime notizie, le forze cubane giunte sulle spiagge della Florida con barche da pesca riadattate, convogli di biciclette e colonne di automobili anni ’50 ingegnosamente ammodernate, sono state accolte con tripudio e genuina riconoscenza dai cittadini nordamericani. Le truppe cubane hanno portato al seguito viveri, coperte e medicinali per i primi soccorsi a beneficio dei senza tetto, tossicodipendenti, disoccupati cronici e altri bisognosi. Si hanno notizie di gruppi spontanei di sostegno agli invasori, disoccupati, sottoccupati, sfruttati e neolaureati privi di prospettive (tra cui i portatori dell’impagabile debito studentesco, ora abolito).

In uno slancio reattivo, la cui ragione profonda si cerca tuttora di comprendere, diverse filiali di Starbucks sono state occupate e rinominate “People’s Cafés” penalizzando il titolo a Wall Street, galvanizzando tuttavia milioni di lavoratori nelle piantagioni di caffè in Africa e Asia, oltre che in America Latina. Al momento, quale misura di confidence building i clienti ricevono caffè e cappuccini a gratis, in attesa della riorganizzazione dei rispettivi settori agricoli e della distribuzione, con atteso incremento dei salari delle maestranze.

Alla notizia dell’avvio dell’Operazione Rinsavimento Cerebrale, la Guardia Nazionale Usa, l’ICE (Immigration and Customs Enforcement) e i comandi di polizia in diversi stati hanno deciso di schierarsi dalla parte del popolo. A loro volta, le forze armate (Marines, Air Force e US Navy) – che in un primo momento avevano considerato l’impiego di testate termonucleari per polverizzare gli invasori sbarcati con le insidiose colonne di automobili d’epoca – si sono ribellate al Joint Chief of Staff, gen. Out of Mind, mettendosi agli ordini del col. Good Sense, autoproclamatosi difensore delle genti nordamericane.

All’annuncio pubblico che le forze cubane avevano preso possesso del Sud della Florida, il popolo nordamericano è sceso in piazza in ciascuno degli altri 49 stati dell’Unione, organizzando comitati di autogestione e di garanzia per formare il “governo provvisorio rivoluzionario dei Nuovi Stati Uniti d’America”, il cui avvio sarà garantito dalle truppe cubane fino al pieno insediamento delle nuove istituzioni. In attesa che la vita privata e pubblica possa essere riorganizzata sulla scorta dei principi diffusi da Radio Cuba Libre, il governo provvisorio ha statuito che “Il tallone di ferro” (Jack London, 1908) deve essere considerato libro costituzionale, rendendolo obbligatorio in ogni ordine e grado in seno al sistema educativo del paese.

Le prime elezioni libere ed eque saranno pertanto organizzate entro tre mesi, garanti le truppe cubane menzionate, mentre alle Nazioni Unite i leader mondiali non hanno nascosto la sorpresa che una piccola nazione come Cuba potesse esprimere un potere etico-militare di tale caratura, ottenendo risultati così strabilianti. “A questo punto, i tempi per una palingenesi mondiale – hanno osservato i pungenti diplomatici del Sud Globale in un incontro con gli intronati colleghi europei – sono dunque maturi“.

Alla conferenza stampa, convocata in emergenza al Dipartimento di Stato, Marco el-Rubio non ha potuto trattenere i singhiozzi, mentre lo schermo dietro di lui proiettava immagini satellitari di truppe cubane che fumavano sigari a Central Park e passeggiavano applaudite sulla Fifth Avenue: “erano anni – ha egli tenuto a sottolineare – che mettevo in guardia di scavare trincee di difesa sulle spiagge di Miami, invece di perdere tempo con quella maledetta guerra contro l’Iran, dando retta a quel criminale squilibrato di Netanyahu, sebbene sotto altri aspetti essa abbia avuto le sue ragioni, perché abbiamo guadagnato una montagna di soldi in borsa!”

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Sei libero di parlare ma non esisti - Donatella Di Cesare

 

sabato 13 giugno 2026

Da invasori a invasi - Raúl Zibechi

 

Nel 1971, tre accademici studiarono e analizzarono il ruolo delle “istituzioni caritatevoli” nelle baraccopoli (formatesi a seguito delle occupazioni abusive) di Lima, pubblicando un’opera profonda e rigorosa intitolata “Dagli invasori agli invasi”, diffusa su Cuadernos de DESCO*. L’opera si concentra sugli effetti che l’intervento dei “benefattori” (oggi diciamo ONG) ha sugli abitanti. Dopo aver documentato l’enorme espansione delle baraccopoli conseguenti alle occupazioni (“invasioni”, come le chiamano i media), in cui milioni di persone si concentrano nelle periferie della capitale, sottolineano come le istituzioni caritatevoli cerchino la “smobilitazione politica degli abitanti”.

Esse rappresentano l’imperialismo, la “borghesia nazionale” e gli imprenditori che, “aiutando” gli abitanti, riescono a “neutralizzare politicamente ampi settori urbani che non possono organizzarsi altrove se non all’interno delle baraccopoli”. Aggiungono che i “benefattori” mirano anche a organizzare i consumi dei residenti, e il loro successo è in gran parte dovuto alla defezione della sinistra, che non è stata in grado di unire questo ampio settore urbano. Un secondo tema che affrontano è l’atteggiamento degli “scienziati sociali”, in particolare americani, che hanno condotto studi nelle baraccopoli.

Citano il sociologo tedesco Martin Nicolaus: “Gli occhi professionali del sociologo sono fissi sulle classi inferiori, mentre i palmi delle mani sono rivolti verso le classi dominanti”.

Sottolineano come il lavoro sul campo di questi professionisti sia stato “di grande utilità per il Peace Corps, l’USAID, altri benefattori, il loro prestigio accademico, le fondazioni che finanziano i loro studi, le loro tesi di dottorato, la gioia degli americanisti, ecc., ma con poche eccezioni per gli abitanti delle baraccopoli”.

Il terzo punto affronta l’analisi del modus operandi dei “benefattori” che, avvicinandosi ai settori più attivi delle baraccopoli, “creano clientelismo tra i leader delle associazioni di residenti, i quali, per mantenere la loro leadership, devono rispondere alle richieste degli abitanti”.

Inoltre, diffondono l’idea che non esista una classe dominante e che la povertà sia colpa dei poveri, non un problema strutturale. Infine, sebbene ci sia molto altro da dire, i tre autori dicono di non essere interessati a presentare uno studio accademico, bensì a smascherare le istituzioni che “sono solo strumenti di demobilitazione popolare e di trasmissione dell’ideologia dei settori nazionali e stranieri dominanti”.

Vogliono che il loro lavoro aiuti le persone a conoscere meglio i loro “benefattori”. Basandomi su questo breve glossario di un’opera eccellente, vorrei ricordare a tutti che i programmi sociali esistono nel nostro continente da oltre mezzo secolo, lo stesso lasso di tempo di coloro che li denunciano senza che le loro indagini vengano prese in considerazione.

Certamente, ci sono stati cambiamenti nei metodi e negli stili della cooperazione internazionale per lo sviluppo e la promozione, ma gli elementi essenziali erano già presenti più di mezzo secolo fa. Questo solleva alcuni interrogativi. Perché le organizzazioni di sinistra e i movimenti di base continuano ad accettare questi programmi che, da mezzo secolo, sappiamo essere contrari agli interessi del popolo e dei settori popolari? Perché migliaia e migliaia di accademici e sociologi si lasciano strumentalizzare da chi detiene il potere, quando, con le loro qualifiche, avrebbero altre opzioni e potrebbero lavorare in altri campi?

Credo che questi atteggiamenti non possano essere compresi senza considerare che il trionfo del capitalismo, seppur temporaneo, ha convinto molte persone e partiti politici che opporsi al sistema sia pericoloso. Non sto dicendo che le loro vite siano in pericolo, perché non vivono a Gaza, né in quartieri operai o comunità indigene. Il pericolo che percepiscono riguarda le loro carriere professionali, il successo individuale e, soprattutto, la sicurezza economica e lavorativa. Se osserviamo attentamente, sia i partiti di sinistra che gran parte delle dirigenze dei movimenti, sono attualmente composti da persone con titoli accademici, in possesso di qualifiche che fungono da lasciapassare per l’ascesa sociale, e che appartengono a quella che Emmanuel Todd, non senza un pizzico di malizia ma con notevole perspicacia, definisce “oligarchia di massa”.

Ciò riflette l’enorme mutamento del sistema, che ha integrato i vertici dei settori popolari, indicando al resto la via per il successo individuale. In particolare, è riuscito a cooptare i leader (o a “clientelizzarli”, come afferma l’opera di cui sto parlando). Questi leader sono fondamentali per stabilizzare il sistema di dominio. Pertanto, l’impegno degli zapatisti a non arrendersi, a non cedere e a non svendersi rimane un punto di riferimento etico imprescindibile, soprattutto in questi tempi di sconvolgimento sistemico.

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*Gli autori sono Alfredo Rodríguez, Gustavo Riofrío e Eileen Welsh. L’opera è disponibile online.


Pubblicato anche su La Jornada

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Chris Smalls, il sindacalista che sfida Amazon - Marianna Gatta

Mentre nel Metropolitan Museum di New York sfilava l’élite mondiale, all’esterno il sindacalista Chris Smalls lanciava un attacco frontale contro Amazon che finanziava l’evento: una proiezione video monumentale sulla facciata di un edificio mostrava il volto di Mary Hill, 72enne lavoratrice Amazon e malata di cancro, che raccontava la fatica per arrivare a fine mese. Poi Smalls è stato arrestato per avere oltrepassato le barriere che separavano i manifestanti dal tappeto rosso, con un cartello che denunciava 1.500 giorni di attesa per un contratto e la complicità di Amazon nei conflitti globali.

Con l’aria da rapper (cosa che è stato in passato), le treccine e gli occhiali specchiati, Chris Smalls, 38 anni, è il Davide che ha avuto il coraggio di sfidare il Golia fondatore di Amazon, Jeff Bezos. Ha iniziato al sua lotta sindacale nel 2020, quando lavorava come supervisore nel magazzino JFK8 di Staten Island, New York. Si iniziava allora a soffrire delle sconvolgenti conseguenze del virus Covid-19, e Smalls protestava contro la mancanza di protocolli di sicurezza e dispositivi di protezione, per sé e per i suoi colleghi e colleghe, organizzando uno sciopero nel parcheggio.

La risposta dell’azienda non tarda: Chris Smalls è licenziato, come motivazione si cita proprio la violazione delle regole di quarantena. Nello stesso anno, viene diffuso un messaggio di David Zapolsky del consiglio generale di Amazon, che definisce Smalls come “non abbastanza intelligente”, quindi perfetto per diventare “il portavoce dell’intero movimento sindacale”: un modo per denigrarlo davanti all’opinione pubblica. Ma, al contrario di ciò che ne pensavano i vertici dell’azienda, la vicinanza alla reale compagine dei lavoratori Amazon, ha portato Smalls ad avere un seguito all’inizio impensabile, in quei magazzini come “scatole senza finestre”, grandi quanto quattordici campi da football, dove il lavoro è “isolamento”.

Per mesi, si è presentato alla fermata dell’autobus fuori dal magazzino, offrendo pizza e parlando dei problemi quotidiani delle persone, spezzando così un isolamento programmato. È riuscito a fondare un sindacato indipendente, l’Amazon Labor Union (Alu), che porta avanti battaglie contrattuali: dall’assicurazione sanitaria fino alle pause durante i turni. Vanificando i tentativi milionari di Amazon, per consulenze e mediazioni anti-Union, nell’aprile del 2022, l’Alu diventa il primo sindacato interno a un magazzino dell’azienda.

Come sottolinea spesso Smalls, Amazon non vende solo libri e detersivi, è uno dei principali fornitori di infrastrutture digitali per il governo degli Stati Uniti, per esempio con i progetti Joint Enterprise Defense Infrastructure e Joint Warfighting Cloud Capability. Amazon – con le altre big tech, Microsoft e Google – gestisce i dati del Pentagono e i server delle operazioni militari statunitensi. Non solo: il colosso del commercio online fornisce assistenza all’Ice (Immigration and Customs Enforcement), con servizi di cloud e archiviazione, e raccogliendo dati biometrici, registri della motorizzazione e tabulati telefonici per facilitare le operazioni di tracciamento, sorveglianza e deportazione. Inoltre, a partire dall’inizio del 2026, l’Ice sta sviluppando megacentri di detenzione “in stile Amazon”, modellando la sua logistica sulla struttura dei magazzini di smistamento dei pacchi. Insomma, gli stessi sistemi che servono per tracciare e immagazzinare i pacchi, sono utilizzati per detenere e deportare gli esseri umani.

Mentre ai dipendenti Amazon vengono detratti i minuti spesi al bagno, Bezos, con un patrimonio di 273 miliardi di dollari (è la seconda persona più ricca del mondo dopo Musk), presenzia all’insediamento di Trump, si sposa affittando l’intera Venezia, e compra celebri testate giornalistiche, come il “Washington Post”. In quest’ultimo caso, non solo è stato completamente ignorato il conflitto d’interessi – in stile impero Berlusconi –, ma il giornale ha virato verso una linea editoriale in difesa del libero mercato e dell’imprenditoria, e sono stati tagliati oltre trecento posti di lavoro. Nonostante i profitti a sei zeri della compagnia, per diversi anni Bezos non ha versato le tasse federali, investendo invece in campagne spaziali, come la Blue Origin. Non solo lucra sulla fame dei propri dipendenti, ma non finanzia neanche il bene pubblico, del resto secondo una modalità abituale dei multimiliardari: fuggire dal pianeta che contribuiscono a inquinare.

La forza di Chris Smalls non sta solo nello stile adeguato ai tempi e nell’uso massiccio e vincente dei social media, come TikTok, ma nel suo modo di comunicare in maniera chiara l’intersezionalità di tutte le lotte. In un’intervista a “Scomodo”, per esempio, ha spiegato: “La sinistra, il partito laburista, dovrebbe essere lo scudo di ogni lotta della classe operaia, che si tratti della Palestina, delle questioni climatiche, dei diritti delle donne o dei diritti civili”. E infatti ha dimostrato concretamente il suo impegno. Condividendo la missione con Greta Thunberg – con cui si è recentemente fatto fotografare –, l’anno scorso Smalls si è imbarcato sulla Handala, parte della Global Sumud Flotilla, e, una volta arrestato in Israele, ha rifiutato di firmare i documenti di deportazione, aderendo allo sciopero della fame nel carcere di Givon.

Il modello di sindacato che promuove ha un impegno politico locale e vicino alle comunità, al contrario di quello “disconnesso” e “dall’alto” delle Unions tradizionali, e ha anche una posizione netta sulle questioni sistemiche e globali, dimostrando così che il lavoro non è un’isola. “I sindacati presenti in aziende che spediscono armi e producono armi, qui negli Stati Uniti, potrebbero facilmente scioperare, in questo momento, e fermare tutte le armi e la produzione per Israele. Invece sono complici, e continuano a spedire armi e a produrne di nuove. E questo è solo un esempio. Ci sono tanti modi diversi in cui possono usare la loro militanza per creare un vantaggio o uno svantaggio economico per qualsiasi Paese” – spiega Smalls.

Questo modello di azione intersezionale è lo stesso che si può osservare nei portuali di Genova del Calp (su cui vedi qui), e nel movimento del Collettivo di fabbrica Gkn, che in Italia hanno dimostrato come si possa usare la disobbedienza civile per ottenere risultati. L’Unione sindacale di base (Usb) ha così espresso solidarietà al sindacalista statunitense, dopo l’arresto: “Chris Smalls è protagonista di una critica coraggiosa e necessaria al mondo delle big tech, che intascano profitti inimmaginabili e sono sempre più complici con il sistema di guerre, genocidi e aggressioni. Il suo arresto è solo l’ultima ammissione di complicità di chi si arricchisce sulla pelle del genocidio e contro chi lo denuncia”.

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venerdì 12 giugno 2026

Gherras - Giuseppe Corongiu

trovato per caso in biblioteca, è un libro di racconti scritti in sardo, col denominatore comune della Sardegna.

alcuni racconti sono davvero avvincenti, andrebbero tradotti in italiano, e non solo, per chi non sa leggere la lingua sarda.

qualcuno dirà che il sardo è una lingua minoritaria, in via d'estizione, non ha più senso scrivere in sardo, si scriva in italiano o in inglese.

questo qualcuno (ma sono una legione) è un povero ignorante, altrimenti saprebbe che Bernardo Atxaga, un bravissimo scrittore della penisola iberica, che scrive in lingua basca, è tradotto in lingua castigliana, in italiano, e in molte altre lingue.

chi può legga Gherras, non se ne pentirà, chi non può pretenda, o almeno abbia la speranza, di leggerlo in italiano.

ps: nelle biblioteche della Sardegna ci sono scaffali di libri scritti (e non tradotti in italiano) in inglese, francese, tedesco o spagnolo, per esempio, ma non ho mai trovato uno scaffale di libri scritti in lingua sarda.

buona (interessante) lettura.


 

Si può raccontare in sardo lo stupro di guerra delle donne ucraine? Si può parlare di Hamas e Israele come metafora di tutti i conflitti insensati e folli? E si può leggere con disincanto la nostra vicenda politica e culturale recente dando un senso anche ai fallimenti? Un’opera unitaria di racconti che esplora su varie dimensioni, il tema del conflitto e dove la lingua sarda diventa strumento di identità e di liberazione in un’espressione nativa straordinaria, e la narrazione, pur dipingendo un mondo realistico e crudo, lascia intravedere uno spiraglio di speranza.

da qui

 

due interviste a Giuseppe Corongiu

qui e qui

 

 


 

La marea giovane di Mélenchon contro la destra in Europa - Massimo Nava

Il dibattito politico in Europa, anche per le scadenze elettorali prossime, è molto incentrato sull’avanzata dell’estrema destra, sottolinea il Corriere. In Francia, Marine Le Pen o Jordan Bardella pregustano il pieno di voti. In Germania, cresce Alternative für Deutschland e mette in crisi in cancelliere Friedrich Merz. In Gran Bretagna è di questi giorni è di questi giorni il successo di Nigel Farage alle amministrative. In Italia, la destra di governo comincia a fare i conti con il generale Roberto Vannacci. L’analisi di Massimo Nava 

Tutta destra ovunque?

Ma intanto, in Francia, c’è un uomo che continua a mietere consensi sul fronte opposto e rischia di diventare con il suo successo un riferimento per tutti gli scontenti e i ribelli d’Europa, soprattutto giovani. Il che è sorprendente perché parliamo, peraltro non da oggi, del settantacinquenne Jean Luc Mélenchon, intramontabile e agguerrito leader della France Insoumise, da sempre e anche stavolta candidato alle elezioni presidenziali del 2027. Non con enormi possibilità di vittoria, ma certamente di condizionare il quadro politico del Paese e indispensabile per il successo della sinistra riformista. Le ragioni del consenso risiedono nella combinazione di diversi fattori: il clima sociale della Francia, sempre più il Paese degli arrabbiati e degli scontenti, e la straordinaria abilità comunicativa e oratoria di un uomo che sembra peraltro disceso da un altro secolo, quando bandiere rosse, lotta di classe e slogan contro i padroni avevano un senso.

Nessun fantasma rosso

Mélenchon tuttavia non è un fantasma rosso che agita un tardo marxismo: il suo discorso (e il suo programma) combina giustizia sociale, pacifismo, ecologia, seduzione dei giovani, soprattutto le seconde e terze generazioni di immigrati, peraltro a grande maggioranza pro Palestina. Un fattore che spinge Mélenchon a una forte retorica anti sionista. Questo «alieno» molto reale della politica ha suggerito una lunga inchiesta al settimanale britannico The Economist, che non nasconde un «qualche cosa di affascinante» nella figura di Mélenchon. E questo fascino consiste anche nella modernità del suo modo di comunicare slogan e programmi. Propone limiti alla proprietà privata e tasse sui grandi patrimoni, si avvicina ai tribuni del popolo sudamericani, vanta milioni di follower in rete ed è stato il primo fra i leader francesi a utilizzare tecnologie d’avanguardia per i suoi comizi per sembrare presente in diverse città contemporaneamente.

Possibile presidente dopo lo sbiadito Macron

Mélenchon si è già candidato tre volte alle elezioni presidenziali, ma questa volta è convinto di farcela. Di certo il quadro politico gli è favorevole. Destra gollista e sinistra riformista sono ancora ansiosamente alla ricerca di candidati. L’estrema destra attende l’esito del processo contro Marine Le Pen, con possibile condanna alla ineleggibilità. Il presidente Emmanuel Macron non può candidarsi per un terzo mandato e il suo movimento è ormai ai minimi termini. Nel caso Mélenchon arrivasse al ballottaggio, la sfida contro il candidato dell’estrema destra potrebbe vederlo trionfare. Alle ultime elezioni comunali, il partito di Mélenchon ha conquistato città simboliche. Tra queste, la periferia parigina di Saint-Denis, conquistata da Bally Bagayoko, di origini maliane, e Roubaix, grande città del Nord industriale. La sua rivoluzione cittadina mira all’avvento di una «nuova Repubblica», dotata di una Costituzione nuova e di un regime meno presidenziale, che dovrebbe spazzare via il regno «monarchico» cui assomiglia da sempre l’Eliseo. In politica estera, propone da tempo di uscire dalla Nato, vorrebbe un riavvicinamento alla Russia, sogna una completa riformazione della Ue.

The Economist: residui di ‘68

Secondo l’analisi di The Economist, fra le ragioni del successo, c’è un po’ di cultura marxista e «sessantottina» persistente nell’opinione pubblica francese. Il discorso rivoluzionario di Lfi trova eco in certi quartieri. Gli studenti applaudono alla promessa di un mondo «più inclusivo e antirazzista». Le prese di posizione su Gaza e la Palestina gli hanno valso, un ampio sostegno nelle università. Secondo un sondaggio condotto, il 58% dei 18-24enni ha un’opinione favorevole di Mélenchon, una cifra che crolla al 14% per i 50-64enni. «Cosa si deve dire alle giovani generazioni?», si chiedeva recentemente in televisione, deridendo i partiti concorrenti: «Risparmiate denaro e tagliate i servizi pubblici!». I comunisti hanno perso gli elettori delle classi popolari a vantaggio di Marine Le Pen, i socialisti sono sostenuti in gran parte da funzionari pubblici e universitari. Mélenchon si è costruito una base elettorale di giovani istruiti, minoranze etniche e periferie. Secondo un secondo sondaggio Ifop, ben il 69% degli elettori musulmani ha sostenuto Mélenchon al primo turno delle elezioni presidenziali del 2022. Il leader di La France Insoumise ha rovesciato a suo vantaggio gli slogan allarmistici dell’estrema destra.

Ovviamente anche molto detestato

Per certi suoi eccessi caratteriali, i sondaggi gli attribuiscono anche un tasso di disapprovazione particolarmente elevato. Inoltre si moltiplicano le accuse di antisemitismo, anche se in realtà si tratta soprattutto di attacchi alla leadership di Israele per i crimini di Gaza. Il populismo di sinistra ostentato da Jean-Luc Mélenchon si ispira in gran parte ai suoi legami con Venezuela, Ecuador e Spagna. Fa eco anche a politiche al di fuori della sua orbita naturale, come Zohran Mamdani e il suo socialismo democratico a New York, o Zack Polanski, leader dei Verdi britannici. Mélenchon sa anche leggere la posta in gioco, anche con senso di responsabilità, come quando, alle ultime elezioni anticipate, questo tribuno dello popolo decise di ritirare molti candidati del suo partito per evitare che l’Assemblea fosse dominata dall’estrema destra. Un merito gli fu riconosciuto. Quello di avere compreso che per fermare l’avanzata apparentemente inesorabile di Marine Le Pen e Jordan Bardella bisognasse fare un passo indietro e chiedere agli elettori di votare per la democrazia e la Repubblica.

Ai milioni di francesi scontenti ed esclusi

Oggi, a milioni di francesi scontenti ed esclusi, propone un progetto de-ideologizzato di giustizia sociale e sviluppo sostenibile, la cui realizzazione è possibile con tasse sui redditi più alti e attraverso una rifondazione solidale dell’Europa comunitaria, oggi – secondo Mélenchon – al servizio dei capitali, succube di diktat fiscali, non autonoma dagli Stati Uniti, divisa su politiche di accoglienza e difesa. Mélenchon rilancia quel «cambiare la vita dei francesi» che fu lo slogan di Mitterrand. Il che significa pensione a sessant’anni, aumenti salariali e della spesa pubblica in un Paese il cui debito pubblico ha già superato i tremila miliardi. C’è da chiedersi quale sarebbe il peso di Parigi in un momento così drammatico e decisivo per le sorti del Vecchio Continente.

La Nato e la politica estera

Mélenchon definisce la Nato una macchina per creare problemi, uno strumento dell’impero americano in declino. Ma non ha risparmiato critiche a Vladimir Putin per l’invasione dell’Ucraina, pur criticando l’embargo delle forniture energetiche, perché «soltanto lo zio Sam si riempirà le tasche». Il riconoscimento della Palestina è stato un suo cavallo di battaglia e la Francia di Macron è stata fra i primi Paesi a fare questo passo. L’accusa che viene mossa a Mélenchon è di avere incentivato un antisemitismo d’ispirazione islamica per intercettare il voto di milioni di elettori di origine maghrebina e di fede islamica. In realtà, il tribuno dalla faccia feroce cammina sulla strettoia sempre meno visibile fra atteggiamenti antisemiti e la critica per la politica espansionista di Israele nei territori occupati e l’eliminazione di migliaia di palestinesi nella striscia di Gaza. Critica che non è certo un’esclusiva di Mélenchon.

D’altra parte, il consenso dei giovani è anche il risultato di scarsa memoria storica, di riferimenti al passato, di un quadro di analisi più complesse. La rete offre le immagini della tragedia di Gaza. È quanto basta per scegliere da che parte stare e da che parte manifestare.

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giovedì 11 giugno 2026

Ritorna il nucleare, con il trucco - Paolo Andruccioli


Ci risiamo. Dopo essere stato accantonato con il referendum del 1987, ora il nucleare risorge a nuova vita, e potrebbe assumere una forma giuridica che scavalca la volontà popolare. L’Italia ha detto “no” all’uso delle tecnologie nucleari per scopi civili, anche sulla scia dei gravissimi incidenti degli anni Ottanta (il più famoso fu quello di Chernobyl del 1986), ma il governo in carica pare volersene infischiare, cercando di aggirare l’ostacolo “democratico”, con l’imposizione di un percorso decisionale a suon di leggi delega e di comunicazione pubblica rassicurante. Il primo passo è stato compiuto con il voto alla Camera del 4 giugno scorso. Con 155 favorevoli, 86 contrari e otto astenuti, è stato varato un testo che affida al governo il compito di costruire il quadro giuridico per un possibile rientro del nucleare nel mix energetico nazionale. Le norme passeranno ora al Senato, con l’obiettivo di avere il via libero definitivo entro l’estate.

Il quadro che si prospetta non è però una pura riedizione del passato, ed è per questo che il revival nucleare è ancora più pericoloso. C’è infatti il rischio che la nuova formula – basata sui piccoli reattori di nuova generazione – venga fatta digerire a un’opinione pubblica distratta e impaurita dagli effetti devastanti delle guerre sull’economia. Il messaggio del governo è chiaro, al tempo stesso insidioso: dobbiamo essere autosufficienti, visto quello che è successo con il gas russo e con il petrolio che passa per Hormuz. Le fonti fossili sono in via di esaurimento e le rinnovabili non basteranno a coprire la domanda di energia dell’industria e del consumo delle città. Per questo, è necessario rilanciare il nucleare inserendolo in un mix inedito con la produzione di energia rinnovabile. Insomma, pannelli solari e vento, insieme alla fissione dell’atomo. Magari in piccoli (si fa par dire) siti industriali. Una prospettiva che gli studiosi e gli ambientalisti hanno però già bocciato, sia per i rischi che comporta sia per i costi altissimi, che superano di molto i risparmi presunti rispetto alle rinnovabili.

L’attenzione si concentra sui mini-reattori modulari, ossia quella tipologia di impianti a fissione nucleare che possono arrivare fino a 300 MWe, a differenza delle centrali di “terza generazione plus”, in grado di raggiungere i 1.500 MWe. Da ciò che dicono gli esperti, si tratterebbe di una produzione in serie di modelli da installare per lo più vicino a stabilimenti, data center e strutture energivore. Tradotto: piccole centrali nucleari a ridosso delle città. Secondo il governo, i primi reattori potrebbero essere operativi già nel 2035. Come sappiamo, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni pratica la “politica dei fatti”, e sulle cose importanti lavora in silenzio senza tanti proclami. Il gioco comunicativo è sempre doppio: propaganda elettorale e verità occultate, per non spaventare un’opinione pubblica comunque sensibile ai temi della sicurezza ambientale e della salute.

In questo caso la politica dei fatti si sta sviluppando attraverso passaggi consecutivi. Prima l’adesione all’alleanza europea sul nucleare, poi la nascita di Nuclitalia, società lanciata nel 2025, con il protagonismo attivo di Enel, Ansaldo e Leonardo. Dopodiché, ecco l’approdo dell’atomo in parlamento. “Con l’approvazione alla Camera della legge delega sul nucleare sostenibile compiamo un passo importante per il futuro energetico dell’Italia – ha dichiarato il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin – oggi abbiamo iniziato a porre le condizioni affinché il Paese sia pronto ad adottare il nucleare sostenibile quando le nuove tecnologie, alle quali puntiamo, saranno mature e disponibili all’inizio del prossimo decennio”. Per il ministro, poi, non è solo una questione di politiche energetiche. Per me, ha spiegato ai giornalisti, la rinascita dell’energia nucleare in Italia è “una sfida personale”.

Lo schema è quindi già fissato. La legge delega ridisegna la governance e il sistema delle coperture finanziarie. Se il testo supererà anche l’esame del Senato, il governo avrà dodici mesi dall’entrata in vigore della legge per adottare i decreti attuativi, che dovranno essere predisposti proprio dal ministero dell’Ambiente, mentre all’esecutivo verrebbe affidato il compito di redigere un “Programma nazionale per il nucleare sostenibile e la fusione”. I rappresentanti del destra-centro hanno già avviato la grande campagna di comunicazione, che mira a convincere gli italiani dell’importanza della scelta e del ripensamento. Si comincia a parlare di “nucleare gentile, sicuro, leggero”. Il tema della dimensione dei nuovi impianti viene completamente rovesciato. Invece di analizzare i pericoli legati all’installazione di piccole centrali nucleari all’interno delle zone più densamente popolate, la destra rovescia la comunicazione. Non dovete preoccuparvi, dicono, i nuovi impianti saranno sicuri e occuperanno soprattutto poco spazio, non come le vecchie centrali nucleari che sono state spente dopo il referendum. In fondo, che vuoi che siano. Stiamo parlando di impianti che occuperanno lo spazio di tre campi da calcio. Ovviamente nessuno dice che non sono previsti interventi che approfondiscano la fattibilità di questa tecnologia. Tutto è aleatorio, e in Italia non si ha nessuna esperienza. Al momento, sono attivi solo alcuni prototipi di questo genere in Cina e due centrali in Russia. Tutto il resto è una grande incognita. Come risultano camuffati e manipolati i dati sulla reale convenienza economica di una scelta neonucleare.

Il Nobel per la Fisica 2021, Giorgio Parisi, ha definito l’ipotesi del ritorno al nucleare “una distrazione rispetto ai veri problemi energetici che abbiamo in Italia e che vanno risolti in un’altra direzione”. Parisi ha spiegato che “il problema che abbiamo in generale col nucleare è che costa moltissimo l’installazione, e che per essere commercialmente utile deve essere utilizzato al 100%. L’energia solare costerà molto meno del nucleare, e sarà disponibile moltissimo d’estate e di giorno. Quindi il nucleare dovrà essere spento per tanto tempo, rendendolo commercialmente inutile”. Anche un altro esperto, Mario Dal Co, economista dell’innovazione, ha già espresso le sue perplessità: “Non è vero che ci vogliono quattro anni per far partire i nuovi impianti, come dice il governo; ne servono almeno dieci. Piuttosto l’Italia per risolvere il problema energia dovrebbe puntare meglio e di più sulle rinnovabili, come fa la Spagna, in particolare al Sud dove ci sono molti ritardi”.

Sulla stessa lunghezza d’onda, uno dei protagonisti delle battaglie ecologiche in Italia, Mario Agostinelli, ex dirigente della Cgil, oggi presidente dell’Associazione Laudato si’ – un’Alleanza per il clima, la cura della terra, la giustizia sociale – di cui è stato promotore dal 2015. Secondo Agostinelli, già protagonista della battaglia referendaria del 1987, il pericolo maggiore si nasconde proprio nel trucco messo in campo dal governo. Con il mix necessario tra nucleare e rinnovabili, si vorrebbe convincere l’opinione pubblica della bontà della formula e della sua assoluta sicurezza.

Si dimentica di dire che il nucleare, proprio per la sua natura di potenziale rischio ambientale, è un sistema per forza di cose “militarizzato”, accentrato portatore inevitabile di forme di restringimento della democrazia. Sono poi molto discutibili gli aspetti di convenienza economica, visti i costi più alti di quelli degli impianti basati sulle energie rinnovabili. L’altro importante elemento da non trascurare, sempre secondo Agostinelli, riguarda i tempi di attuazione inevitabilmente lunghi per una tecnologia ancora tutta da sperimentare, mentre la crisi energetica e i rivolgimenti geopolitici richiederebbero soluzioni immediate e ambientalmente sostenibili. Lo schema da smontare, insomma, prima ancora di parlare di un nuovo referendum, riguarda la formula del mix nucleare-rinnovabili, che non regge.

Il governo Meloni marcia però spedito e cerca di cavalcare anche le recenti decisioni europee. Dall’Unione arrivano infatti ventitré miliardi di euro all’Italia, per incentivare la produzione di energia rinnovabile. Grazie ai benefici messi in campo per le imprese, si prevede che, entro il 2030, la capacità produttiva di energia pulita potrà aumentare del 48%, arrivando a coprire quasi il 40% della domanda italiana. Il “Fer X” sosterrà la costruzione di impianti selezionando i progetti tramite gare competitive. Nell’ambito di questi contratti, l’incentivo assumerà la forma di un bonus per ogni kWh di energia elettrica prodotto e immesso nella rete, sulla base di un cosiddetto prezzo di esercizio. L’affare è diventato doppio: rinnovabili più nucleare. E il governo ci si tuffa.

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