Ero andata
in pensione a settembre. Non mi dispiaceva lavorare con i bambini e le bambine,
al contrario. Mi dispiaceva non poter fare scuola come ritenevo giusto. Come
avevamo lavorato negli anni in cui sembrava possibile costruire un mondo
diverso. Così ero andata in pensione, per tristezza dicevo. “Ora potrai
viaggiare”, mi consolavano le amiche. Sono salita su un aereo la prima volta
per raggiungere uno dei miei fratelli in Centroamerica. La seconda in Senegal,
senza giornali né tv, per conoscere l’ambiente, condividere la vita dei ragazzi
che scappavano al di là del mare a fare i vu’ cumprà. A “fare negozio”, come
dicevano loro. Ero tornata da una settimana. Sentivo parlare di assalti
alla «zona rossa», sangue infetto, bombe carta… Non capivo. Dopo l’assalto
al cielo, da quasi vent’anni le manifestazioni a cui avevo partecipato erano
praticamente piacevoli passeggiate insieme a compagne e compagni. Mia
figlia era impiegata a Milano, mio figlio a cena mi aveva detto “Domani c’è il
concerto di Manu Chao”.
È arrivato
il 20. Nel pomeriggio è arrivato anche Giuliano e si è seduto in sala a
guardare la televisione. Io ero indaffarata in giardino, abbandonato da troppo
tempo. C’era un continuo rumore di elicotteri. Di tanto in tanto alzavo gli
occhi a guardare il fumo nero che sporcava la città giù, verso il mare. “Sembra
di essere in guerra”, ho risposto all’altro fratello, che mi telefonava
preoccupato da Monza. Lui la guerra se la ricordava bene. Con la terra
sulle mani sono entrata in casa. Ho dato un’occhiata allo schermo acceso. C’era
un ragazzo sull’asfalto. Sono andata a lavarmi.
“Lo
sprofondo”, ha scritto un mio amico. Non saprei spiegarlo meglio. Da quella
sera tutto è finito in un buco nero, in quello sprofondo. La politica, la
scuola, il matrimonio: tutti i miei fallimenti non hanno contato più niente.
Capivo solo che non avrei potuto difendere mia figlia dallo strazio. Che stavo
annegando. Subito
è cominciata la ridda di polizia, avvocati, giornalisti… Non sono stati giorni
facili. Non è stata facile la conversazione avuta in questura. Un giudice
sconosciuto mi impediva di prendere tra le braccia mio figlio. Non è stato
facile riuscire a “corrompere” il guardiano dell’obitorio per poterlo vedere
qualche secondo da uno spiraglio. Annegavo. Poi mi hanno portato in
quella piazza. C’erano tanti giovani. C’erano i suoi amici. Non tutti.
In particolare c’erano quelli che non avevo conosciuto prima, quelli legati
alla sua vita recente. C’era la segatura a coprire il sangue e i fiori a
coprire la segatura. Mi sono seduta su un muretto, sono rimasta lì.
Qualche
tempo dopo Elena è dovuta tornare al lavoro, è ripartita. Piazza Alimonda è
diventata la mia casa. Oltre ad amici e amiche di Carlo, si fermavano tante persone, spesso
sconosciute. Mi raccontavano chi una cosa, chi un’altra di quello che avevano
vissuto. Dell’afa, della paura, dei lacrimogeni che cadevano anche dal cielo…
Io guardavo la strada: il sangue era stato asfaltato, si poteva comunque capire
dove era caduto Carlo. Confrontavo quello che avevo davanti agli occhi con le
foto pubblicate e i commenti dei cronisti. No, c’era qualcosa che non mi
tornava. Di notte arrivavano gli immigrati. “Tuo figlio buono”, mi dicevano due
di loro. Arrivava qualche fuori di testa. Uno ha preso casa lì con me: curava i
fiori, i biglietti e i piccoli doni appesi alla cancellata della chiesa del
Rimedio, ne portava di nuovi, raccattati chissà dove. Aveva una brutta ferita,
ricucita malamente, che gli attraversava una mano. Lui mi permetteva di
disinfettarla e fasciarla. Alla fine dell’estate avrei scoperto che la sua era
una specie di follia momentanea: ha riacquistato lucidità quando, sulla pagina
di un quotidiano, ha riconosciuto il suo carnefice, il poliziotto che a
Bolzaneto gli aveva divaricato le dita lacerando il palmo.
Dovevo
trovare altre foto, ero sicura
che ce ne fossero, anche perché in quella settimana di luglio era stato
allestito il Media Center per gestire la quantità di informazioni e immagini
raccolte dai mediattivisti, fondamentale il ruolo di Indymedia e di Radio Gap.
Ma dove cercare? Così sono venuta a sapere che in via San Luca, sotto i locali
dell’Arci, era nato il Legal Forum. In previsione del vertice, avvocati
provenienti da tutta Italia, aderendo al Genoa Social Forum, avevano costituito
un team per seguire e controllare la situazione durante le proteste. Per
assistere i manifestanti,
spesso stranieri, si era costituita una Segreteria Legale che offriva
indicazioni e consigli.
Non ricordo
quando ho incontrato per la prima volta l’autore di questo libro, quando ho
saputo che era consulente tecnico responsabile del Genoa Legal Forum per
l’analisi e l’archiviazione di tutto il materiale video fotografico relativo
alle giornate. Ricordo
che da allora e per dieci lunghi anni l’ho sempre ritrovato, tra volontari e
qualche avvocato, a coordinare le attività che si svolgevano in quelle stanze.
Il
pomeriggio del 20 luglio in Alimonda erano presenti otto tra fotografi e
cineoperatori. Otto obiettivi potevano aver fissato gli ultimi momenti nella
vita di mio figlio. Senza contare gli apparecchi fotografici – niente
smartphone all’epoca – dei cittadini che avevano le finestre sulla
piazza. Dovevo parlare con chi aveva ripreso le immagini, trovare
nuove istantanee oltre a quelle già pubblicate. Con le indicazioni ricevute in
via San Luca, ho lasciato la piazza e sono partita a cercarle.
Intanto
Bachschmidt e diversi mediattivisti cominciavano a ordinare testimonianze
raccolte, registrazioni audio, la rassegna stampa. A datare il fiume di
immagini e filmati sfuggiti al setaccio delle polizie. Alcuni fotografi e un
regista hanno da subito collaborato sia con la Segreteria Legale che con noi
familiari… Ho rintracciato a Roma i due che mi interessavano maggiormente: il
primo aveva avuto un braccio fratturato e un apparecchio sfasciato mentre
cercava di riprendere Carlo a terra, circondato dagli agenti, ma non aveva
sporto denuncia e “non se la sentiva” – così mi ha detto – di testimoniare. Il
secondo, che in piazza si era trovato in una posizione vantaggiosa sui gradini
della chiesa, mi ha risposto seccamente “non ho niente da dire e niente da
dare”.
Intanto:
sono subito iniziate le indagini volte a identificare i “manifestanti
violenti”. Ne vengono
individuati 40, tra questi 23 persone sono arrestate il 4 dicembre. L’udienza
preliminare si terrà un anno più tardi e la difesa chiederà inutilmente la
modifica del capo di imputazione: “devastazione e saccheggio”, un reato
introdotto sotto il regime fascista col famigerato Codice Rocco del 1930,
tuttora vigente in moltissime sue parti.
Intanto:
l’11 settembre due attacchi suicidi contro le Torri Gemelle del World Trade
Center a New York causano quasi tremila vittime e scatenano la “guerra al
terrorismo” da parte degli USA, dando il via alle orribili carneficine in
Afghanistan e in Iraq. I “fatti del G8” non trovano più spazio nei
media italiani.
Intanto: un
cugino, da Londra, apre il sito “carlogiuliani.it”. Radio Sherwood apre, realizza
e mantiene il sito “piazzacarlogiuliani.org” per
tanti anni. Scrive Elena, che da sempre lo cura: “Costituito il Comitato, Radio
Sherwood ci ha regalato il dominio e ci ha aiutato a lungo ad aggiornare il
sito che ha continuato a crescere, grazie a diversi contributi generosi, tanto
da presentare versioni in sei lingue straniere. Con il passare degli anni sono
cambiate le piattaforme e i programmi di gestione; di trasloco in trasloco, da
un server all’altro, il nostro sito ha perso le versioni in altre lingue, ha
cambiato veste grafica, ha cambiato anche dominio… Oggi ringraziamo Carlo
Gubitosa per la pazienza e la generosità con cui ci ha supportati e consigliati
oltre che per l’impegno messo nel realizzarlo, e l’Associazione culturale Altrinformazione
che ci ospita sui suoi server”. Quel sito racconta, ancora dopo 25 anni, la
storia del comitato voluto da amici e amiche di mio figlio a cui si sono uniti
una sua maestra, un professore del liceo e noi familiari. Non ne farà parte
Edo, caro compagno dei primi anni di scuola, che un aneurisma ci ha rubato il 2
gennaio 2002. Lo vengo a sapere, con il cuore a pezzi, mentre mi trovo al
secondo Social Forum Mondiale di Porto Alegre, tra una conferenza e una
manifestazione.
Intanto:
nascono un centinaio di Social forum locali. Ho cominciato a viaggiare, da nord a
sud e oltre confine. Non mi fermerò per diversi anni. Viaggio per raccontare i
“fatti”, viaggio anche per raccogliere sostegno economico: in via San Luca si
lavora intensamente e c’è bisogno di solidarietà. Viaggio per imparare.
Per imparare
vado da Felicia Impastato, a Cinisi, che mi prende per mano e mi parla del suo
Peppino. A Milano
c’è Lydia, madre di Roberto Franceschi. C’è Licia, moglie di Pino Pinelli, ma
in quel momento non passo al suo esame severo. Ci sono Danila e Maria, madre di
Fausto Tinelli e sorella di Lorenzo Iannucci. Ci sono le Mamme del Leoncavallo.
C’è Adele, madre di Luca Rossi. A Pisa c’è Franco Serantini, un “figlio di
nessuno”, e Teresa Mattei, la partigiana Chicchi, la Madre costituente che ne
fa memoria. A Brescia ricordiamo i colleghi e le colleghe uccisi in Piazza
della Loggia. A Bologna il 2 agosto non si può mancare perché la strage
fascista alla stazione non ha ancora detto tutta la verità. E a marzo ci sono gli
amici e le compagne di Francesco Lorusso, colpito alla schiena vicino alla sua
Università. La mia Università si trova a Casa Cervi, e a Reggio Emilia, con i
cinque martiri della canzone che cantavo ai miei figli bambini. Roma mi regala
una nuova grande amica, già amica, quando era ragazza, di mia sorella Anna,
della libreria Uscita: “memoria è lotta!” mi insegna Paola Staccioli con i suoi
libri, mentre lotta contro il tumore. Conosco Carla Verbano, madre di Valerio,
la sorella di Piero Bruno, i compagni di Walter Rossi, tutto il quartiere di
Ciro Principessa…
Le Madres
argentine di Plaza de Mayo lo hanno insegnato: è possibile socializzare il
dolore. Hebe De
Bonafini mi aveva regalato il fazzoletto bianco con la scritta Aparición con
vida. Lottare contro l’impunità. Nunca más. Lo ripetiamo anche noi, ai
convegni, nelle piazze, nei volantini. Ingenuamente tento di mettere insieme
tutte le vittime della violenza di Stato, di creare una rete che unisca
comitati e associazioni. Non ci riesco. Al termine di alcuni incontri – a
Milano, Genova, Roma e Bologna – concordiamo solo su un sito comune. Nasce
così, grazie alla generosità e all’impegno costante di Francesco “baro”
Barilli, Reti-Invisibili, un portale internet con cui si intende rendere
visibili le nostre attività. Una Banca dati della memoria dove inserire il
profilo di ciascuna associazione, documenti giudiziari, schede e cronologia dei
principali fatti dal dopoguerra, contributi tecnici e giornalistici. Scrive
Barilli: “Cosa lega le vittime delle stragi italiane a quelle uccise dalle
forze dell’ordine, dallo squadrismo neofascista, dalle organizzazioni mafiose?
Fatti diversi tra loro però uniti da un’unica strategia: la negazione della
verità da parte degli apparati dello Stato, conseguenza di insabbiamenti,
sottrazione di documenti processuali rilevanti, sostanziale archiviazione di
tutti i procedimenti in corso. Senza l’accertamento della verità, i familiari
delle vittime di stragi e omicidi compiuti anche da diversi responsabili sono
diventati come invisibili, buoni solo per le ricorrenze e gli anniversari con
cui lo Stato si autoassolve dalle sue responsabilità”.
Un’altra
rete nel frattempo conquista le prime pagine di certa stampa: dopo
un’articolata indagine, i reparti speciali dei ROS (Raggruppamento Operativo
Speciale dell’Arma dei Carabinieri) e dei GOM (Gruppo Operativo Mobile, un
reparto speciale della Polizia Penitenziaria) arrestano diciotto attivisti
della “rete meridionale del sud ribelle”, notificando i domiciliari ad altri
cinque. Saranno quarantuno, nel complesso, le persone indagate nel filone
d’inchiesta. Scrive Lorenzo Guadagnucci nel 2003: “L’inchiesta di
Cosenza contro la Rete del Sud Ribelle è stato forse il passaggio più
inquietante di quell’involuzione autoritaria che ha caratterizzato l’Italia del
dopo Genova. Nel novembre 2002 venti militanti furono arrestati (e
alcuni di loro furono rinchiusi nelle carceri di massima sicurezza vicino a
mafiosi e terroristi) con accuse pesantissime, per lo più relative ad articoli
del codice penale di derivazione fascista, introdotti nel codice negli anni
Trenta, come il “sovvertimento dell’ordinamento economico costituito nello
Stato” […] L’accusa – e questo è il punto grave – non contesta agli
indagati alcun fatto specifico, se non l’occupazione simbolica di
un’agenzia di lavoro interinale e la partecipazione attiva ai controvertici di
Napoli e Genova nel 2001. Fra le imputazioni, per alcuni, c’è anche la
“compartecipazione psichica” agli atti violenti compiuti da altri. In breve, un
castello di accuse dal quale è pressoché impossibile difendersi: se
l’accusa non contesta fatti specifici, come si può replicare?”. Nel 2008,
infine, verrà emessa la sentenza di assoluzione per tutti i 13 imputati rimasti
“perché il fatto non sussiste”.
Il sito
ProcessiG8 spiega che la segreteria del Genoa Legal Forum coordinava un
centinaio di avvocati impegnati nella difesa dei manifestanti
ingiustamente incarcerati, di coloro che avevano subito la brutalità
poliziesca, che non avevano potuto far valere i loro diritti e così via: “… Si
sono così costituiti alcuni gruppi di lavoro sui principali momenti in cui
l’assistenza legale si è articolata: la tutela delle persone indagate,
l’assalto alla Scuola Diaz, le violenze perpetrate a Bolzaneto, gli arresti e i
pestaggi durante le manifestazioni, i ricorsi contro le espulsioni immotivate e
il divieto di rientro in Italia, i fatti di via Tolemaide e piazza Alimonda
culminati con l’uccisione di Carlo Giuliani”.
Come
Bachschmidt racconta in questo libro, Piazza Alimonda è stata isolata dal
contesto di via Tolemaide e subito archiviata, ma è ritornata nel processo a
carico di venticinque manifestanti, i capri espiatori del disastro G8. Nel 2004, perquisiti, fotografati e
schedati, abbiamo potuto assistere alle udienze. Vedevamo sfilare i testi
chiave dell’accusa: i poliziotti e i carabinieri che comandavano i vari
contingenti schierati per le strade della città, tra questi i responsabili
delle cariche immotivate e dei pestaggi. A fianco degli avvocati della
difesa intravedevo Bachschmidt e altri consulenti della Segreteria
Legale. All’inizio eravamo un pubblico numeroso. Chi non mancava mai
era Arnaldo Cestaro, sessantadue anni compiuti quando, nella palestra della
scuola Diaz, era stato picchiato con tanta crudeltà da lasciargli ferite
permanenti. Nel 2011 porterà il suo caso davanti alla Corte Europea dei
Diritti dell’Uomo – sostenendo che l’Italia non solo aveva violato i
suoi diritti fondamentali durante l’assalto alla scuola, ma che non aveva
fornito adeguate misure per punire i responsabili – e vincerà la sua battaglia.
In realtà sarà una vittoria per i diritti umani, non solo per le vittime degli
abusi di Genova, ma anche per il sistema giuridico italiano, considerato
l’impatto che ha avuto per l’introduzione del reato di tortura nel codice
penale. “Era una persona speciale” scriverà vent’anni dopo Lorenzo Guadagnucci,
suo compagno di sventura: “Era un militante politico, orgogliosamente
comunista, pieno di umanità e di gentilezza. Era arrivato a Genova per il G8 da
Vicenza, con un pullman organizzato da Rifondazione Comunista, il suo partito,
ma non era rientrato col resto del gruppo. Si era fermato a Genova con
l’intenzione di portare un mazzo di fiori al cimitero di Staglieno, sulla tomba
della figlia di una compaesana, una ragazza morta in un incidente stradale.
Arnaldo era così, un uomo gentile, fedele alle amicizie, attento alle persone
che aveva vicino. Quel sabato 21 luglio aveva chiesto consiglio per un luogo in
cui passare la notte, e una signora genovese gli aveva indicato la scuola Diaz
di via Battisti. Arnaldo si era sistemato con le sue borse proprio vicino al
portone d’ingresso della scuola. Fu uno dei primi a essere travolto. “Pensavo
fossero quelli del Blocco nero – avrebbe poi raccontato – e invece era la nostra
polizia. Nei mesi successivi, con altre persone, fummo tra i fondatori del
Comitato Verità e Giustizia per Genova. Arnaldo ne era un simbolo”.
La
presidente era la madre di una ragazza di Lecco ferita alla Diaz, dove era
tornata la sera del sabato dopo la manifestazione per riprendersi lo zaino. “Da
quel momento noi l’abbiamo persa fino al lunedì notte quando l’abbiamo
riabbracciata all’uscita dal carcere di Vercelli”, ricordava Enrica Bartesaghi,
“nel frattempo, in quelle lunghissime ore, noi abbiamo scoperto, dopo
innumerevoli telefonate alla questura di Genova, che Sara era stata arrestata
senza sapere perché, che era stata ferita riportando un trauma cranico senza
sapere dove né da chi, che era stata portata in carcere senza sapere quale… Mi
è sembrato di colpo di essere precipitata in un altro paese, in un’altra epoca,
non ero più in Italia nel luglio del 2001, ma nel Cile ai tempi di Pinochet o
nell’Argentina dei colonnelli, da noi – pensavo – non ti spariscono i figli nel
nulla, feriti e sequestrati dalla polizia”. Enrica ha continuato per molti anni
a testimoniare e cercare con determinazione quella Verità e Giustizia per sua
figlia e per le altre persone che quella notte avevano subito maltrattamenti e
pestaggi fino a un soffio dal perdere la vita, come il giornalista inglese Mark
Covell. Quando sono iniziate le udienze per il processo Diaz abbiamo
assistito a testimonianze di grande valore. Ricordo in particolare la
compostezza e la determinazione con cui Lena Zühlke rispondeva alle domande, a
volte volgarmente allusive e provocatorie, degli avvocati della polizia. Chi ha
trovato la forza di venire a deporre, nonostante il dolore e vorrei dire il
disgusto del ricordo, ha dimostrato una dignità e un senso civico che avrebbe
dovuto coprire di vergogna i torturatori e i responsabili di quella sciagurata
irruzione. Se ne fossero stati capaci.
All’interno
di Reti-Invisibili, e con il supporto prezioso dell’Osservatorio Repressione
organizzato e coordinato da Italo Di Sabato, si era creato un rapporto di collaborazione
e sostegno reciproco,
soprattutto tra le associazioni di Genova, Bologna, Milano, Pisa e Roma. Negli
anni abbiamo dovuto purtroppo aggiungere altri nomi, altre associazioni, altro
dolore, altra ingiustizia.
2003,
Milano: Davide Cesare, il nostro Dax, pugnalato per strada con un
amico da due fascisti. Le forze dell’ordine, subito intervenute, hanno
ostacolato l’arrivo delle ambulanze, poi hanno inseguito, manganellato,
arrestato i compagni dei due giovani fino all’interno del Pronto Soccorso dell’Ospedale
San Paolo.
2003, Livorno: Marcello Lonzi, trovato morto nel
carcere delle Sughere.
2005, Ferrara: Federico Aldrovandi, diciotto anni, che ritornando a
casa una notte incontrava quattro poliziotti.
2006, Cagliari: Giuseppe Casu, sessantenne pensionato di Quartu
Sant’ Elena, di tanto in tanto vendeva frutta e verdura senza la regolare
licenza.
2006, Roma: Renato Biagetti, laureato in ingegneria, accoltellato
all’uscita di una festa reggae sulla spiaggia di Focene da fascisti. Gli
assassini pronti per volare all’estero, uno dei due ha il padre carabiniere.
2006, Trieste: Riccardo Rasman, trentaquattrenne disabile psichico,
“arrestato” nella sua abitazione da tre agenti di polizia perché disturbava i
vicini.
2007, Arezzo: Gabriele Sandri, ucciso da un colpo di pistola
sparato da un agente durante una sosta in un’area di servizio.
2007, Perugia: Aldo Bianzino, falegname, trovato morto nel carcere
due giorni dopo il suo arresto per coltivazione di alcune piante di cannabis.
2008, Varese: Giuseppe Uva, fermato da due carabinieri perché
ubriaco.
2009, Vallo della Lucania: Francesco Mastrogiovanni, “il maestro
più alto del mondo”, morto durante un trattamento di contenzione meccanica
(legato per 87 ore senza acqua né cibo): era stato fermato dai carabinieri a
seguito di un ordine di TSO del sindaco.
2009, Roma: Stefano Cucchi, arrestato dai carabinieri, morto dopo
pochi giorni durante la custodia cautelare.
2010, Milano: Michele Ferrulli, morto durante l’arresto, le forze
dell’ordine erano state chiamate per “molestie”.
2014, Firenze: Riccardo Magherini, morto durante un fermo ad opera
dei carabinieri.
L’intento
del nostro gruppo era quello di rendere visibile, con le vittime, la
repressione che le aveva uccise. Gli abusi, i depistaggi, gli insabbiamenti. Le
promozioni dei responsabili di interventi sciagurati. L’involuzione delle forze
dell’ordine che invece di garantire il diritto di manifestare, difendere le
realtà più deboli e minoritarie e contrastare tutti gli abusi, aggredisce come
nemica ogni diversità: chi dissente, chi occupa case, migranti, rom… L’arrivo
di Patrizia Moretti, madre di Aldrovandi, e più ancora di Ilaria Cucchi,
sorella di Stefano, ha cambiato l’indirizzo da seguire: bisognava togliere le
“mele marce” da un paniere sano, condannando gli esecutori materiali. [Mi
scrive Baro a questo proposito: una cosa del genere l’abbiamo vista anche nel
caso del poliziotto assassino di Rogoredo (una vicenda che davvero, se indagata
sul serio, è la punta dell’iceberg di un sistema) o anche nel caso (meno noto
ma persino più grave) della caserma dei CC chiusa a Piacenza. Parlo di un fatto
di 5 o 6 anni fa: un’intera caserma nel centro di Piacenza fu posta sotto
sequestro e diversi militari arrestati. I reati contestati erano agghiaccianti;
vado a memoria: traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, ricettazione,
estorsione, arresto illegale, tortura, lesioni personali, peculato, abuso
d’ufficio… Tutto questo per dire che altro che mele marce: abbiamo un problema
col frutteto]. Naturalmente la nuova linea di condotta è stata subito accolta
ai piani alti ma è piaciuta anche all’opinione pubblica: è più rassicurante
poter dare la colpa a dei singoli invece di mettere in discussione un intero
sistema. Sarà la fine di Reti-Invisibili.
Ho viaggiato
da un treno all’altro, da un dibattito organizzato da un Social forum
all’assemblea di un circolo Arci, da una festa di Liberazione a una di
Legambiente, passando da scuole e centri sociali. Ho ricevuto un’accoglienza
calda e solidale da chi non si limitava alla prima impressione, alla prima
immagine, ma cercava di capire. Ho conosciuto persone bellissime, “belle
dentro” come diceva mio figlio. Tra quelle che incontravo spesso, alle diverse
iniziative, Vittorio Agnoletto era infaticabile nel denunciare ingiustizie e soprusi,
assumendosi con coraggio le responsabilità anche a costo di subirne le
conseguenze. Instancabile, ancora oggi.
A Genova,
Bachschmidt e la Segreteria Legale continuavano a lavorare intensamente per
assistere gli avvocati nei diversi processi: quello a carico dei 25
manifestanti, quelli relativi ai fatti della scuola Diaz, della caserma
Bolzaneto, ai vari episodi di strada. Penso sia utile sottolineare il grande
lavoro svolto in via San Luca, perché non sono molte le persone che ne sono
venute a conoscenza.
Per la prima
volta le foto e le riprese video, acquisite come prove documentali, sono state
determinanti in un processo penale: hanno di-
mostrato la brutalità dell’irruzione nella scuola; hanno smontato la versione
delle forze dell’ordine per quanto riguarda le due bottiglie molotov; hanno
permesso di identificare alcuni degli agenti responsabili delle violenze. La
giurisprudenza ha poi consolidato l’uso delle registrazioni video come prove
documentali legittime, a patto che sia
garantita la loro genuinità e integrità. Sono sempre convinta che, con le
immagini raccolte in piazza Alimonda il mio nuovo avvocato, compagno e amico
fraterno, Gilberto Pagani, in un pubblico dibattimento avrebbe potuto smentire
le deduzioni che hanno portato all’archiviazione dell’uccisione di Carlo…
Ora, però,
devo fare un passo indietro e tornare al 2005 quando i comitati Verità e
Giustizia per Genova e Piazza Carlo Giuliani raccoglievano le firme a sostegno
di una petizione popolare, a norma dell’art. 50 della Costituzione, firme in
seguito consegnate, inutilmente, nelle mani del ministro dell’Interno Giuseppe
Pisanu. Nel testo dell’istanza chiedevamo “iniziative legislative volte
a conseguire l’obiettivo di principi ed indirizzi finalizzati ad una moderna
formazione non violenta e ad un costante aggiornamento professionale delle
Forze di polizia” e “iniziative legislative volte a conseguire l’obiettivo di
messa in atto di norme in materia di identificazione, mediante codice
alfanumerico, del personale delle Forze di polizia ad ordinamento
civile o militare comunque impiegato in servizio di ordine pubblico”.
Si può
leggere nel web che l’introduzione di un codice identificativo per il personale
delle Forze di polizia ad ordinamento civile (Polizia di Stato, Polizia penitenziaria)
e militare (Carabinieri, Guardia di Finanza) impegnato in attività di ordine
pubblico è un tema dibattuto da anni in Italia. Nonostante le raccomandazioni
del Consiglio d’Europa e le richieste di organizzazioni come Amnesty
International, ad oggi non esiste un obbligo di legge che imponga l’apposizione
di tali codici sulle divise o sui caschi, rafforzando l’impunibilità degli
agenti e rendendo l’Italia un’eccezione rispetto alla maggior parte dei Paesi
europei.
Anche gli
abitanti della Val di Susa, dove salivo per la prima volta quell’anno, ne
trarrebbero un beneficio. Da molto tempo uomini e donne che cercano di difendere
il loro territorio dalle distruzioni e dai veleni prodotti dagli scavi per
l’Alta Velocità vengono controllati, fermati, feriti, bombardati di gas CS
(usato anche a Genova ma proibito in guerra dalla Convenzione di Ginevra).
Vengono accusati di pesanti reati dai PM di Torino, come resistenza aggravata a
pubblico ufficiale o devastazione e saccheggio. Ricevono fogli di via e dure –
quanto assurde – misure cautelari. Non succede solo ai ragazzi: Nicoletta
Dosio, docente di lettere antiche in pensione, mia cara amica, ha avuto tutto
questo: le hanno rotto il naso, è stata incarcerata, messa agli arresti
domiciliari per via del covid, impossibilitata a ricevere cure e amicizie
mentre il marito era gravemente ammalato. Non mi si dica che questa è
giustizia. È stupida vendetta, è crudeltà.
Mi sono
sentita subito a casa in quella valle, subito compresa e accolta con generosità, e da allora
sono ritornata molte volte, trovando nuove sorelle quando, alcuni anni più
tardi, si è costituito il fantastico gruppo delle Mamme in piazza per la
libertà di dissenso. È un’associazione di mamme delle ragazze e dei ragazzi di
Torino sottoposti a pesanti misure cautelari e processi per aver partecipato a
manifestazioni e iniziative antirazziste, antifasciste e in difesa del
territorio. Si sono riunite in gruppo per sostenere tutti e tutte i giovani
attivisti, e per denunciare la situazione di ingiustizia e di repressione che
nega il diritto al dissenso e alla protesta.
A Genova il
nostro Comitato era formato inizialmente da sedici persone che si erano
avvicendate nei diversi ruoli. Il primo presidente è stato il caro Giuseppe
Coscione, professore di Carlo al liceo, che continua a sostenerci. Tra gli
altri voglio ricordare Pietro Ugo Bertolino, uno degli amici più costanti che
purtroppo ci ha lasciato contro la sua volontà a causa di una sofferta
malattia. È soprattutto merito suo se, dopo varie domande e altrettanti
rifiuti, abbiamo deciso di raccogliere e presentare le firme necessarie per
posizionare il cippo al centro dell’aiuola. Ha scritto Lorenzo Guadagnucci:
“L’altare abusivo finora ha fatto comodo a tutti. Ha permesso di ricordare
Carlo e attraverso di lui tutte le vittime di quelle giornate torride di
luglio, senza cambiare la toponomastica cittadina e senza disturbare nessuno.
Il Comune ha potuto limitarsi ad osservare. Non c’è stato bisogno di una
discussione pubblica sulla memoria cittadina: l’altare c’era, ma era ufficioso,
svolgeva la sua funzione e consentiva a tutti di stare al coperto. Ora è tempo
di prendere posizione. Il Comitato Piazza Carlo Giuliani ha avviato una
raccolta di firme per mettere un cippo in marmo nell’aiuola al centro della
piazza. Sul cippo saranno incisi solo nome, cognome e data: non serve nulla di
più. Non ci sono intenti celebrativi, e tanto meno di rivincita: si tratta di
dare forma materiale, concreta a un tratto di memoria che la città di Genova
non ha ancora assimilato. Quel cippo poteva essere lì già da tempo. In altri
momenti, con uomini più coraggiosi, non ci sarebbe voluta una raccolta di
firme, promossa da un Comitato animato dai familiari e dagli amici della
vittima, per fermare con una targa nel ricordo della città e dei cittadini un
episodio così grave e così importante per la vita democratica e civile di
Genova
e dell’intero paese. Ma oggi, nei luoghi del potere, il coraggio è un bene
raro”.
La richiesta
è stata formalmente presentata all’allora sindaco di Genova, accompagnata dal
progetto, e si è giunti in seguito alla discussione in Consiglio comunale,
sostenuta da una mozione e appoggiata dal centrosinistra con qualche defezione.
E Tursi ha autorizzato. Perché un cippo? Una targa posta in
precedenza con incisa una frase di Gandhi era stata giudicata “pericolosa”, in
seguito lordata di vernice nera, infine spaccata. Un sasso è per natura
“resistente”: resiste alle calamità del tempo come ad altre, di altra origine.
Inoltre, una cooperativa di cavatori di Massa Carrara aveva fatto sapere a
Pierugo di voler donare a Carlo un blocco di marmo, cioè il più bel “sasso” che
perfino un ragazzo come lui, naturalmente poco incline a monumenti, avrebbe
apprezzato.
Nel 2006
Stefania Zuccari, mamma di Renato Biagetti, aveva iniziato a raccogliere
attorno a sé un gruppo antifascista tutto al femminile: le Madri per Roma Città
Aperta. Ha aderito subito Rosa Piro, mamma di Dax, e io che nel frattempo stavo
diventando romana. Infatti, nell’illusione di poter seguire da vicino i lavori della
commissione parlamentare di inchiesta sul G8 prevista dal governo Prodi, avevo
accettato la candidatura di Rifondazione Comunista. Ero entrata in Senato a
ottobre, in tempo per vedere bocciata la proposta di commissione. Mi sentivo
inadatta al ruolo, prigioniera in quella gabbia dorata che si era rivelata
presto un votificio. Mi mancavano l’esperienza e il rapporto con il territorio.
Così usavo il mio tesserino magico nel tempo libero, dal venerdì pomeriggio al
martedì mattina, per continuare a imparare. Ho viaggiato da un lager per
immigrati a una prigione, da una casa circondariale a un carcere con 41 bis
(fine pena mai), da un campo sinti o rom ancora a un istituto di pena, con la
collaborazione di compagni delle diverse regioni. Dopo un anno e mezzo il
governo è caduto per un cambio di casacca, tanto era risicata la nostra
maggioranza, e ho dovuto interrompere quelle terribili lezioni. Non sono stata
davvero utile a nessuno, ho solo allacciato alcuni forti legami di amicizia che
durano ancora oggi.
Tra il 2008
e il 2012 Bach – come mi piace chiamarlo data la mia difficoltà ad usare il
nome di mio figlio – era ancora impegnato come perito nei processi giunti al
secondo grado di giudizio. Oltre alle consulenze acquisite durante i processi,
ha curato la produzione di video indipendenti, tra cui Blocco nero, presentato
a settembre alla Mostra del Cinema di Venezia. Nello stesso anno ha portato al
Festival di Internazionale, a Ferrara, I giorni di Genova, racconto civile dei
fatti del G8, e mi ha chiamato a partecipare. Era la prima volta che ci
trovavamo insieme fuori dalle stanze di via San Luca.
Il 5 luglio
2012 viene scritta la sentenza definitiva sul blitz alla scuola
Diaz. Mentre in Italia grandi industriali, mafie e perfino amministratori devastano
e saccheggiano liberamente interi territori avvelenando e ammalando le
popolazioni. Mentre si confermano lievi condanne per i vertici della polizia e
i torturatori Diaz e Bolzaneto. Mentre qualche super poliziotto della
“macelleria messicana” viene premiato e fa carriera. Mentre gli assassini di
Aldrovandi vengono applauditi dai colleghi… il 13 luglio 2012 si tiene l’ultima
udienza in corte di Cassazione con cui dieci manifestanti che non avevano
ucciso né danneggiato persone, al più qualche vetrina, vengono riconosciuti
responsabili del disastro G8. La corte infatti li dichiara colpevoli del reato
di devastazione e saccheggio e li condanna a pene che vanno da un minimo di 6
anni e 6 mesi a 15 anni.
Bach vuota
le stanze della Segreteria Legale, consegna tutto al Centro
Documentazione Lorusso-Giuliani presso il Vag di Bologna e sale in
Val di Susa per raccontare in un documentario i monti, i boschi e la
lotta del popolo No Tav.
L’anno
seguente la Corte europea dei diritti dell’uomo condannerà il
nostro paese, definendo tortura quanto avvenuto nella scuola Diaz, e
evidenziando la mancanza di leggi adeguate.
Poi abbiamo
perso la voce. Non riuscivamo più a parlare dei nostri figli indagati,
carcerati, uccisi. Ai confini, che noi vorremmo sempre aperti, morivano a
centinaia – anzi a migliaia – i figli e le figlie di altri paesi. Uccisi dal
freddo sulle montagne, schiacciati aggrappati sotto i camion, annegati nel
nostro mare. Uccisi dall’egoismo di una società predatoria che si fa assassina
per mantenere i propri privilegi. Il proprio dannato “stile di vita”. E le
guerre, e lo sterminio della Palestina… Eppure. Eppure è questo che ci
insegnano Paola e Claudio Regeni con la loro lotta tenace: riuscire a rendere
un po’ più giusto il nostro orticello serve alla giustizia di tutto il mondo.
Scrive
Giorgia Mazzucato in Stomaco: “Perché il G8 di Genova, perché io? Perché parla
anche di me, che non c’ero. Di tutto quello che in quei giorni ho perso senza
saperlo. Di quel nodo che riporta a oggi nel mezzo del mondo. Nel mezzo di
questo mondo di tiranni, silenzi e statue d’oro”. Perciò, per il tuo lavoro,
grazie Bach!
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