Slec
La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
domenica 12 luglio 2026
A CHI CONVIENE CHE NON SI PARLI DI “LOTTA DI CLASSE”? - Lavinia Marchetti
Vi sono
parole che non si possono più pronunciare senza provare il tipico senso di
disagio dei nostri tempi, quasi avessimo paura di essere considerati
anacronistici, o sentirci dare degli “idealisti”, peraltro senza che nessuno
abbia la minima “idea” di che cosa significhi idealismo. La volta scorsa
abbiamo parlato della parola “comunismo”, stavolta ce n’è un’altra, se
possibile ancora più controversa, talmente controversa che non la sento
nominare da anni: “lotta di classe”. Non la sento nominare e mai come oggi
abbiamo “classi”. L’abbiamo seppellita con solennità alla caduta del Muro, e di
nuovo quando ci hanno spiegato che eravamo diventati tutti “ceto medio”,
piccoli azionisti di noi stessi, imprenditori della propria biografia. Eppure
la parola ritorna, ostinata, come ritornano i morti a cui non è stata data
giusta sepoltura. Ritorna nei magazzini della logistica dove il tempo si conta
in secondi, si affaccia dagli appartamenti tenuti sfitti in attesa del
rendimento, riappare nella cifra oscena per cui dodici uomini valgono, in
denaro contante, quanto la metà povera dell’umanità, torna nella costante
perdita di diritti, sul lavoro, nelle piazza e inesorabilmente torna quando per
salvarci la vita dobbiamo pagare 800 euro per una tac e non li abbiamo. Questa
è la “differenza di classe”. Non è niente di complicato.
Il Manifesto del 1848 esordiva appunto con uno
spettro, e con una tesi che il tempo non ha smentito, «la storia di ogni
società esistita fino a questo momento è storia di lotte di classi». Al di là
dello slogan e oltre la sua caricatura, voglio prenderla sul serio questa
frase, interrogandomi e interrogandovi, con lentezza, su che cosa significhi
davvero lotta di classe, quali siano le classi che si fronteggiano dietro la
scenografia dell’uguaglianza formale, e a chi giovi, con esattezza, che di
tutto ciò si smetta di parlare. Un lettore, commentando il mio scritto sul
comunismo, mi ha obiettato che la lotta di classe andrebbe archiviata perché
seminerebbe odio. Anche molti studenti, dopo il mio intervento, mi hanno
parlato dei dubbi che li assillavano davanti a questi termini che associano
alle rivolte degli anni ‘60/’70 del secolo scorso, o addirittura, qualcuno,
allo stalinismo.
CHE COS’È
UNA CLASSE?
Vale la pena sciogliere per primo l’equivoco che
avvelena tutto il resto. Nel parlare quotidiano una classe è una fascia di
reddito, e distinguere il ricco dal povero non è diverso dal distinguere la
prima dalla terza classe di un vagone. Marx intende qualcosa di assai più
ficcante e di assai meno appariscente. La classe non è una quantità di denaro,
è un “rapporto”, la posizione che un essere umano occupa nel congegno
che produce la ricchezza, a seconda che possieda o non possieda i mezzi con cui
quella ricchezza si fa. Il proprietario di fabbriche e di capitali vive del
lavoro di altri; chi nulla possiede tranne le ore della propria giornata deve
cederle a chi quei mezzi li detiene. Fra le due condizioni non corre una
differenza di grado, corre una linea di dipendenza, e il salario, per quanto
generoso, non la valica.
Lo storico Edward Thompson lo ha formulato meglio di
chiunque, la classe è un accadimento, non una cosa; nasce quando degli uomini,
attraversando esperienze comuni, avvertono e sanno nominare l’identità dei
propri interessi contro altri uomini i cui interessi divergono dai loro. In
questo senso una classe non si trova depositata in una statistica, accade in
una relazione, e la si conosce soltanto nel movimento in cui si scopre e si
oppone. Chi cerca le classi nel censimento non le troverà, come non si trova il
vento fotografando l’aria.
Marx sapeva che la borghesia è la più
rivoluzionaria fra le classi dominanti, la sola che non possa sopravvivere
senza sovvertire di continuo le condizioni della propria esistenza, e la pagina
in cui lo dice resta insuperata. «Il continuo rivoluzionamento della
produzione, l’ininterrotto scuotimento di tutte le situazioni sociali,
l’incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca dei borghesi. Si
volatilizza tutto ciò che vi era di corporativo e di stabile, è profanata ogni
cosa sacra, e gli uomini sono finalmente costretti a guardare con occhio
disincantato la propria posizione e i propri reciproci rapporti». Un secolo e
mezzo dopo abbiamo coniato la parola “precarietà” per dire la medesima
cosa, e l’abbiamo perfino ribattezzata “flessibilità”, spacciando per
libertà l’impossibilità di progettare un futuro. Ma, ehi, siamo tutti
imprenditori di noi stessi.
LA LOTTA
COME FATTO, NON COME ESORTAZIONE
Chi teme la lotta di classe immagina picche e forconi,
la povertà che sfonda i portoni dei ricchi. Sarebbe più onesto osservare dove
Marx la colloca, e cioè nel luogo più prosaico di tutti, la contrattazione
sulla lunghezza della giornata di lavoro. Là si consuma, ininterrotto e
legalissimo, lo scontro. Il capitalista ha comprato la forza-lavoro e vuole
spremerne quante più ore riesce; il lavoratore l’ha venduta e vuole trattenerne
quel tanto che gli lasci una vita. L’uno e l’altro hanno il diritto dalla
propria parte, e in questo consiste il paradosso su cui Marx costruisce una
delle sue pagine più fredde e più folgoranti.
«Si ha qui un’antinomia, diritto contro diritto,
entrambi egualmente sanciti dalla legge dello scambio di merci. Ma fra
eguali diritti decide la forza». La lotta di classe è annidata tutta in
quel verbo: decide. Quando due pretese egualmente legittime si
fronteggiano, a dirimere non è la ragione, è il rapporto di forza; e la storia
della giornata lavorativa diventa perciò la storia di una guerra combattuta a
colpi di scioperi e di leggi, «una lotta fra il capitalista collettivo, cioè la
classe dei capitalisti, e l’operaio collettivo, cioè la classe dei lavoratori».
Nessuna testa spaccata, semmai molti morti tra gli operai per mano della
polizia e della “legge” (ovvero l’utile del più forte). Un braccio di ferro
lungo un secolo attorno alle lancette di un orologio.
Si riporti la scena al presente, e la si troverà
intatta. La giornata di otto ore, strappata in cent’anni di conflitti e sancita
infine dalla legge, la stiamo restituendo al mittente quasi senza accorgercene.
La reperibilità permanente ha cancellato il confine fra l’officina e la casa;
la posta che arriva alle undici di sera e pretende una risposta; il lavoro a
chiamata delle piattaforme ha reinventato il bracciante a giornata dell’Ottocento,
con l’aggravante che oggi lo chiamiamo autonomo e gli facciamo pagare persino
il mezzo con cui lavora. Che alcuni paesi abbiano dovuto legiferare un diritto
alla disconnessione dice tutto sul nostro tempo, siamo tornati a combattere la
battaglia che credevamo vinta nel 1919.
E come allora, la posta in gioco non si esaurisce nel
denaro. Il giovane Marx aveva chiamato alienazione la
condizione dell’uomo che, vendendo il proprio lavoro, si vende una parte di sé,
e Marcello Musto ne ha ricomposto la teoria dispersa. Il prodotto, scriveva
Marx, «esiste fuori di lui, indipendente, estraneo a lui, come una potenza
indipendente di fronte a lui, e la vita, da lui data all’oggetto, lo confronta
estranea e nemica». L’operaio è estraniato da ciò che fabbrica e dall’atto
stesso di fabbricarlo, e quella recisione lo separa dalla propria natura di
specie e dai suoi simili. Chi ha lavorato in un deposito dove un braccialetto
elettronico misura la durata delle pause, o ha risposto per otto ore seguendo
un copione che gli vieta perfino di essere cortese a modo suo, sa che
l’alienazione non è una metafora ottocentesca, è la forzatura identitaria di una
giornata qualunque.
LE CLASSI DI
OGGI
Se la classe è un rapporto e non un ceto, la domanda
giusta non è quanto denaro possiedi, semmai è: da quale lato del rapporto ti
trovi. Sciolto il nodo, la mappa del presente si disegna da sé, per quanto
camuffata. In cima siede una classe di proprietari che si è fatta insieme più
esigua e più ricca, e che ha smesso da tempo di somigliare al fabbricante di
ciminiere. Detiene finanza e piattaforme, marchi e soprattutto rendite, e la
sua fortuna nasce dal possedere, non dal produrre, secondo la vecchia figura
del rentier che Keynes sognava di veder tramontare e che
invece è tornato a dettare legge. Il suo capitale lavora giorno e notte, mentre
lui dorme.
In fondo alla scala si distende la moltitudine di chi,
per vivere, deve vendere tempo, ed è oggi più composita di quanto Marx potesse
prevedere. Vi convivono l’operaio della logistica e l’ingegnere del software
licenziabile con un messaggio, distanti per reddito e per prestigio, e stretti
dalla medesima nuda condizione, la mancanza di qualunque bene che
frutti senza lavorare. In mezzo si dibatte un ceto medio angustiato, i quadri e
i piccoli professionisti che impartiscono ordini ricevuti e ne rispondono ad
altri, e che non per caso, come mostra la sociologia clinica, si ammalano
d’ansia più della cima e della base, giacché portano nel corpo la
contraddizione dell’intero edificio.
Più giù ancora, ai margini, sopravvive ciò che Marx
chiamava l’esercito industriale di riserva, la massa dei
disoccupati e dei sottoccupati la cui sola presenza, premendo alle porte, tiene
a bada le pretese di chi un impiego lo possiede. Oggi quell’esercito ha il
volto del migrante lasciato annegare o rinchiuso in un centro, e la crudeltà
con cui lo si respinge assolve una funzione economica precisa, rammentare a
tutti che un posto, un posto qualsiasi, è un privilegio da non mettere a
repentaglio. La disperazione di chi sta fuori è il guinzaglio invisibile di chi
sta dentro.
Due mutazioni, poi, definiscono il nostro presente e
sfuggivano allo sguardo di Marx. La prima è l’estrazione senza salario,
il fatto che ciascuno di noi, mentre scorre uno schermo, produce dati che poche
imprese raccolgono e rivendono, un lavoro gratuito e ignaro che ha edificato in
vent’anni le maggiori fortune della storia. La seconda è il ritorno del
debito come rapporto di comando, la condizione di chi studia a rate e
compra casa a rate, ipotecando decenni di esistenza a un creditore senza volto.
E sullo sfondo si erge la questione che Marx aveva presentito nei Grundrisse, quando
descrisse il sapere collettivo, il general intellect, divenuto forza
produttiva. Nel momento in cui un’intelligenza artificiale, addestrata sul
lavoro non pagato di milioni di persone, minaccia di
rimpiazzare il lavoro di quelle stesse persone, la sua domanda diventerebbe
anche la nostra, se solo osassimo porla: a chi appartengono i frutti
dell’ingegno di tutti?
CHI HA
PAURA, E CHI CI PERDE
Rimane la questione che più mi preme, il perché di
tanto spavento. Se la lotta di classe è cosa tanto ordinaria, un braccio di
ferro sull’orario e sul salario, da dove nasce il terrore che la circonda? La
risposta l’hanno consegnata Marx ed Engels: «le idee della classe dominante
sono in ogni epoca le idee dominanti; cioè, la classe che è la potenza
materiale dominante della società è in pari tempo la sua potenza spirituale
dominante». Chi possiede le officine possiede anche le scuole e i giornali, e
con essi la facoltà di decretare che cosa sia ovvio e indiscutibile. La più
raffinata vittoria di una classe consiste nel persuadere le altre che le classi
non esistono.
Ne discende un paradosso vertiginoso, negare la lotta
di classe è già un modo di condurla, il più abile, poiché convince il
contendente più debole a deporre le armi mentre l’altro tiene salde le sue. All’inizio
del 2026 dodici uomini detengono più ricchezza della metà povera del pianeta, e
un miliardario ha quattromila volte più probabilità di un cittadino comune di
sedere in un parlamento o in un governo. La classe dei proprietari non si
accontenta di possedere l’economia, ha rilevato anche la politica, e chiude
così il cerchio del proprio dominio.
A chi, come chi mi legge o ascolta, teme che nominare
il conflitto spalanchi la porta al Terrore, offro l’immagine che lo stesso Marx
amò sopra tutte. Nella primavera del 1871, per settantadue giorni, gli operai
di Parigi ressero la propria città, e Marx vi lesse il germe di una democrazia
più radicale di qualunque parlamento, e non l’ombra di una tirannide. La Comune
sciolse l’esercito permanente e affidò le armi al popolo. Rese i funzionari
eleggibili e revocabili in qualunque istante, pagati come operai, e consegnò il
governo, sono parole sue, «ai produttori per i produttori». Il potere dei
lavoratori, nell’unico schizzo che Marx ce ne lasciò, portava il volto del
delegato che si può richiamare a casa il giorno seguente, non quello del capo
inamovibile.
Quel sogno di una democrazia esigente e revocabile ci
giudica ancora oggi, mentre affidiamo la nostra sovranità a un voto
quinquennale e poi osserviamo impotenti i nostri rappresentanti obbedire a chi
ne finanzia le campagne. La lotta di classe, spogliata della sua maschera
sanguinaria, reclama una cosa sola e immensa, che la democrazia non si arresti
sulla porta della fabbrica e dell’ufficio, e che il principio per cui il potere
viene dal basso e al basso risponde valga anche là dove trascorriamo la maggior
parte della vita, nel luogo in cui la ricchezza viene prodotta e spartita, ma
non con noi.
Il Manifesto si congedava così: «i proletari non hanno
da perdervi che le loro catene». Le catene del nostro secolo hanno smarrito il
fragore del ferro e la visibilità del ceppo. Si chiamano affitto che divora
metà dello stipendio e debito che ipoteca vent’anni di vita. Sono tanto leggere
che quasi non le avvertiamo, e proprio la loro leggerezza le rende difficili da
spezzare, poiché non si spezza ciò che non si vede. Ci vergogniamo a dirci
poveri. Per questo nessuno vuole la “lotta di classe”. Significherebbe
ammettere, prima a se stessi che agli altri, che non si arriva alla fine del
mese.
Ecco perché insisto su una parola che infastidisce.
Chiamare le cose con il loro nome è il primo atto di ribellione contro un
ordine che prospera sul nostro silenzio. Dire classe, dire lotta, significa
infrangere l’incantesimo che ci vuole soli, in gara l’uno contro l’altro,
persuasi che la nostra sconfitta sia una colpa privata. La domanda da cui siamo
partiti, a chi giovi che quella parola rimanga impronunciabile, ha ormai una
risposta che il lettore conosce. Giova a chi sta vincendo una guerra, e ha
compreso che il modo più sicuro di vincerla è convincere l’avversario che
nessuna guerra è in corso.
(Per cominciare a capire al meglio questo concetto
complesso vi rimando a Domenico Losurdo, “La lotta di classe”, Laterza.)
https://laviniamarchetti.substack.com/p/a-chi-conviene-che-non-si-parli-di
sabato 11 luglio 2026
Il secolo mobile - Gabriele Del Grande
(letto da Francesco Masala)
Ambalavaner Sivanandan (un ricordo qui), bibliotecario, editore di rivista, agitatore, romanziere, saggista, polemista, direttore dell'Institue of Race Relations, un grande intellettuale di origine srilankese, attivo in Gran Bretagna, disse una volta “We are here because you were there”, che è la spiegazione chiara e inequivocabile (purtroppo ignorata) del perché tanti migranti cercano di raggiungere i paesi della fortezza Europa e di tutte le fortezze occidentali.
Qualche
anno fa Josep Borrell aveva detto Noi un giardino,
il resto del mondo una giungla, sarebbe interessante a
spese di chi noi siamo un giardino
e a causa di chi, nelle parole di
Borrell, il resto del mondo è una
giungla.
A
volte capitano libri che ti spiegano un po’ di cose che non sapevi e che
rimettono in riga tanti fatti, noti, ma spesso dimenticati.
Chi leggerà il
libro potrà farsi tante domande e troverà tante risposte.
La politica
migratoria europea cambia a partire da una cinquantina d’anni fa, e si basa su
una parola feticcio, che è sicurezza.
In nome della sicurezza non si vogliono più accogliere i migranti come donne e
uomini liberi, con diritti come quelli dei residenti in Europa. In nome della
sicurezza si finanziano i campi di prigionia e di concentramento nei paesi del
sud del Mediterraneo. In nome della sicurezza
In nome della
sicurezza si lasciano morire i migranti in mare, come politica dichiarata, e
poi si finge di piangere lacrime di coccodrillo.
In nome della
sicurezza si ostacolano gli arrivi di persone non ariane, che crede in un dio
diverso, e si fanno ponti d’oro ai bianchi cristiani, soprattutto badanti
In nome della
sicurezza si esclude lo ius soli, per chi è più entusiasta di essere italiano,
di quanto lo siano gli italiani di nascita.
In nome della
sicurezza si crea un’economia di vigilanti di vari tipi, ai confini, negli
uffici, nei cpr, una grande quantità di posti di lavoro inutili, che David Graeber chiamava bullshit jobs,
lavori non creativi, lavori che opprimono, lavori dimenticabili.
Il secolo mobile è un libro da
non perdere e da consultare spesso.
Ps1: Già il
sociologo Renato Curcio almeno a inizio secolo analizzava i rapporti fra
migranti, lavoro mal pagato, precarietà, razzismo, insicurezza (quella vera, quella
dei migranti) e spiega(va) che avere un ‘esercito di riserva’ di lavoratori
migranti permetteva e avrebbe permesso di comprimere i salari di tutti i
lavoratori, e così è successo, spesso in Europa, di sicuro in Italia (qui, per esempio)
Ps2: se posso
fare una critica a Gabriele Del Grande, è che a proposito dell’11 settembre non
ha nessun dubbio sulla versione ufficiale, nessun dubbio sul fatto che in
Europa, a Londra e Madrid, un palazzo colpito da un aereo non cade, ma a New
York sì, e sul fatto che i tre grattacieli caduti erano stati riempiti di
esplosivi da prima, anche il terzo grattacielo caduto lo stesso giorno senza
nessun contatto con un aereo.
Ps 3
scrive Lavinia
Marchetti:
In Italia, nel 2026,
chi ha votato le leggi che criminalizzano il dissenso di piazza sapeva cosa
stava votando. Le trascrizioni parlamentari mostrano che le obiezioni erano
state formulate e registrate. Poi il momento del voto aveva azzerato quelle
voci, perché votare era il gesto di fedeltà richiesto.
La democrazia produce un paradosso finale in cui
il meccanismo formale del consenso, che dovrebbe proteggere il pluralismo,
diventa il sigillo che certifica la cancellazione del dubbio. Il gaslighting
istituzionale ottiene la propria firma dai soggetti che ne sono oggetto. La
ratifica è autentica, e proprio in questa autenticità risiede la trappola.
L’inganno è a monte. (qui).
Lo stesso si può dire per le leggi sulla (in)sicurezza, e di protezione
delle frontiere,
tutti i governanti e parlamentari italiani ed europei quotidianamente praticano
la banalità del male, ci vorrebbe una pena per tutti i governanti e parlamentari
italiani ed europei che continuano a sostenere le politiche di sicurezza ariane
e assassine.
venerdì 10 luglio 2026
Ho già visto succedere a molti quel che sta subendo Sigfrido Ranucci - Davide Mattiello
Ciò che sta subendo Sigfrido Ranucci (e Report), l’ho visto capitare molte volte ed è uno spettacolo meschino figlio di due pulsioni distinte: la vendetta ed il narcisismo.
Ho incontrato il funzionario pubblico che fa letteralmente
la storia nella prevenzione della infiltrazione mafiosa nelle concessioni
rurali, che per questo subisce un attentato potenzialmente letale e c’è chi
comincia a insinuare il dubbio che quell’attentato, di cui il funzionario è
sicuramente vittima, non lo abbia voluto la mafia ma qualche amico senza pudore
che intenda farci sopra una speculazione politica.
Ho incontrato il testimone di giustizia che con le sue denunce
ha mandato a processo non soltanto boss di ‘ndrangheta di quattro province, ma
anche altissimi e blasonati magistrati, che per questo ha perso tutto
imboccando con l’intera famiglia una vita esiliata, senza scampo e c’è chi
comincia a dire che lo ha fatto soltanto perché era già fallito e troppo
compromesso con la medesima mafia a cui per anni aveva fatto concessioni.
Ho incontrato il giovane giornalista di periferia che si
incaponisce nello scrivere male di mafiosi locali che non interessano a nessuno,
che per questa sfrontatezza viene massacrato di botte e successivamente posto
sotto scorta e c’è chi sussurra che in realtà le botte fossero men che
simboliche e che la scorta è soltanto uno status immeritato, conseguenza di
antichi lignaggi.
Ho incontrato il giornalista scomodo e sboccato, con un
centinaia di querele sulle spalle perché in un buco di Mondo abbandonato dalla
storia, anziché farsi i fatti propri ed usare la sua piccola emittente
indipendente per arricchirsi con qualche televendita, testardamente denuncia il
malaffare e c’è chi difronte ad una accusa infamante di estorsione scagliatagli
addosso come un meteorite, grida allo scandalo e si affretta a marcare la
lontananza siderale tra quel giornalismo-impostura ed il giornalismo-giornalismo.
Ad ognuna di queste storie potrei mettere nome e cognome naturalmente.
Ogni volta, per ciascuna di queste storie, ho visto lo stesso
triste spettacolo: quelli che hanno approfittato della debolezza di un
“avversario” per sparare ad alzo zero, sperando di essersi tolti
definitivamente dai piedi un ingombro irriducibile (la vendetta) e quelli che
per difendere una propria presunta alterità hanno immediatamente preso le
distanze per evitare che gli schizzi li sporcassero (il narcisismo).
Io, probabilmente ingenuamente viste le conseguenze a cui sono andato
incontro, ho sempre scelto di restare dove ero un momento prima che lo
“scandalo” scoppiasse e cioè al loro fianco. E questo non per
dabbenaggine e tanto meno per familismo amorale tra amici, ma
perché ho imparato (a mie spese) che nessuno è riducibile all’errore che
eventualmente ha commesso e che il valore di una vita si comprende guardandola
dall’alto, tutta insieme, perché soltanto così si apprezza la direzione che ha
scelto di percorrere, gli ostacoli che ha affrontato, le fatiche che talvolta
l’hanno fatta incespicare.
La vita di Sigfrido Ranucci parla chiaro e merita rispetto, così come il
lavoro di scavo che da anni porta avanti Report e che in tanti
vorrebbero annientare in ossequio al progetto di una democrazia svuotata, buona
soltanto ad ammantare il ritorno del “principe”. D’altronde siamo in una
stagione di inaudito revisionismo storico e di depistaggi
sistematici dell’opinione pubblica, non c’è da stupirsene dunque.
C’è chi dice che il sospetto è l’anticamera della verità e chi dice che il
sospetto è la morte della democrazia: dipende. Se il “sospetto” è
l’atteggiamento di chi non si ferma davanti a ciò che appare nella immediatezza
o nella narrazione ufficiale, ma pretende di verificare apparenza e narrazione
sottoponendole al fuoco rigoroso dell’accertamento scomodo, allora il
“sospetto” è ciò che ti fa girare “l’armadio della vergogna” ed aprire gli
occhi sul primo (riuscito) compromesso storico che ha contribuito a fondare la
Repubblica italiana. Se il “sospetto” è l’ingrediente sapientemente sparso in
giro da chi vuole minare la credibilità di qualche testimone scomodo, allora il
“sospetto” è ciò che sussurra all’orecchio e scrive in certe relazioni di
servizio che Peppino Impastato è un terrorista rosso morto mentre cercava di apparecchiare
un attentato dinamitardo.
Per capire di quale natura sia il “sospetto” che ci bussa alla coscienza
spesso è utile farsi una domanda: dove sta il manico del coltello?
La Casa bianca è un affare: Trump e 972 pagine di guadagni
Tutti i redditi del presidente. Ogni mese Donald Trump, 80 anni, incassa 6.484 dollari di pensione dalla Screen Actors Guild, il sindacato degli attori da cui ha dato le dimissioni nel 2021 dichiarando di non volervi più essere associato. Una pensione guadagnata grazie a una comparsata del 1992 in “Mamma, ho perso l’aereo 2” e ad alcuni camei televisivi. Questa pensione sindacale compare nel suo bilancio insieme a oltre due miliardi di dollari di entrate provenienti da altre fonti.
Office of
Government Ethics
A rivelarlo
è la divulgazione annuale obbligatoria dei redditi presidenziali, pubblicata
dall’Office of Government Ethics, che copre il 2025, primo anno del secondo
mandato di Trump, e si estende su 927 pagine: la più lunga mai presentata da un
presidente americano. La lunghezza da sola è già una storia: la disclosure di
Barack Obama era di 8 pagine, quella di Joe Biden di 11. Il dato chiave del
documento è la ‘svolta crypto’ del 47° presidente, sottolinea Marina Catucci.
Trump, che fino al 2024 aveva definito le criptovalute «una truffa», ha
cambiato idea e nel 2025 ha incassato oltre 1,4 miliardi di dollari dal mondo
digitale. Il singolo accordo più redditizio è stato un contratto di licenza con
“Celebration Coins” per il suo «$TRUMP», lanciato tre giorni prima del suo
insediamento che gli ha portato 635 milioni di dollari. A questi si aggiungono
oltre 526 milioni dalle vendite legate a World Liberty Financial, la società
crypto co-fondata dai figli Eric e Donald Jr. Le sole entrate da criptovalute
del 2025 hanno più che raddoppiato l’intero patrimonio netto che, nel 2024, gli
era stato attribuito da Forbes. Oggi Forbes stima il suo patrimonio netto a 6
miliardi di dollari.
6 miliardi,
ma sempre ‘palazzinaro’
Il business
tradizionale ha comunque continuato a girare: le proprietà immobiliari, i golf
club e i resort hanno generato complessivamente oltre 500 milioni, con un
aumento del 15% rispetto all’anno precedente. La sola Mar-a-Lago ha incassato
77 milioni, contro i 50 del 2024. Ai profitti immobiliari si sommano 52 milioni
in diritti di licenza per l’uso del nome Trump su proprietà estere, soprattutto
in Medio Oriente, un business che Trump aveva congelato durante il primo
mandato ma non nel secondo. Tra le voci minori, ci sono 4,7 milioni in
royalties per i “Trump Watches”, 208mila dollari per la Bibbia a marchio
presidenziale e oltre 86 milioni in accordi stragiudiziali con aziende
mediatiche come Abc, Cbs, Meta e YouTube.
Conflitti di
interesse
Richard
Painter, già consigliere etico alla Casa Bianca sotto George W. Bush, ha
dichiarato che «questo è il primo presidente dai tempi precedenti alla Guerra
Civile con un conflitto di interessi sostanziale rispetto ai propri doveri
ufficiali», sottolineando che il presidente è esentato per legge dalle
principali norme sui conflitti di interesse. Il problema strutturale è
evidente: mentre decideva le politiche Usa sulla crypto, Trump deteneva
partecipazioni enormi nel settore. Quando ha firmato il Genius Act, la legge sulle
stablecoin, ovvero una criptovaluta a valore fisso, la sua famiglia ne
controllava già una, l’Usd1, emessa da World Liberty Financial. Uno dei
maggiori investitori di World Liberty Financial è Justin Sun, un miliardario
cinese della crypto che all’epoca era sotto indagine federale: il caso è stato
poi archiviato.
Il
sospettabilissimo insospettabile
Il 18 agosto
2025 il documento registra tre operazioni consecutive su Apple, Microsoft e
Nvidia, ciascuna tra 5 e 25 milioni di dollari. L’acquisto di azioni Nvidia è
arrivato esattamente una settimana dopo che Trump aveva annunciato l’accordo
che ha permesso all’azienda di vendere chip H20 alla Cina, riaprendo un flusso
di ricavi fondamentale per il titolo. La Casa bianca ha risposto con una
dichiarazione della portavoce Anna Kelly: «Né il presidente né la sua famiglia
si sono mai impegnati, né mai si impegneranno, in conflitti di interesse».
Trump, interrogato dai giornalisti, ha risposto scrollando le spalle: «Ho dei
fondi che gestiscono i miei soldi. Non mi occupo dei miei affari personali». E
ha aggiunto: «Sto guadagnando perché il mercato azionario sale. Tutti stanno
guadagnando. Grazie, presidente Trump». Amen.
La minaccia
comunista
«Siamo il Paese più forte e potente della terra e, per grazia di Dio, gli
Stati Uniti sono la nazione di maggior successo, dai risultati più straordinari
e più apprezzati che siano mai esistiti nella storia dell’umanità. Ed è un
onore essere vostro presidente». Donald Trump, al Mount Rushmore, in South
Dakota, per i 250 anni della Dichiarazione d’Indipendenza. E il richiamo al
patriottismo: «L’identità americana è sotto un nuovo attacco di radicali ed
estremisti interni e, per questo, possiamo perdere le elezioni di metà mandato
solo se ci comportiamo da stupidi».
«Il Partito Comunista è composto da immigrati clandestini, criminali e da
chiunque non debba lavorare. Il comunismo è un fallimento. Lo è sempre stato e
lo è tuttora». Per fortuna c’è la redenzione Usa tra qualche contraddizione:
«Tutti gli uomini sono creati uguali e possiedono il diritto sovrano alla Vita,
alla Libertà e al perseguimento della Felicità». Tutti ma con abbondanti
eccezioni che Trump non si stanca mai di sottolineare.
giovedì 9 luglio 2026
La Torino-Lione continua a dividere
Negli ultimi anni ci hanno raccontato la Torino-Lione come un’opera ormai irreversibile, destinata semplicemente ad andare avanti, tra comunicati stampa, passerelle istituzionali e cronoprogrammi continuamente posticipati. Eppure, è bastata una visita a favore di telecamere al cantiere della Maddalena perché quel racconto mostrasse, ancora una volta, tutte le sue crepe.
Il sopralluogo al cantiere, avvenuto nei giorni scorsi, ha visto entrare
nel fortino alcuni parlamentari ed esponenti del Movimento 5 Stelle insieme ai
deputati francesi Gabriel Amard e Jean-François Coulomme de “La France
Insoumise” (partito legato a Jean-Luc Mélenchon). Una visita che,
nelle intenzioni di Telt, avrebbe probabilmente dovuto confermare l’immagine di
un’opera in pieno sviluppo e non contestabile, in piena collaborazione con le
istituzioni di entrambi i paesi.
Ma, ahimè, è accaduto l’esatto contrario: all’uscita dal cantiere, la
delegazione italo-francese ha rilanciato pubblicamente la richiesta di recesso
dagli accordi internazionali sulla Torino-Lione, denunciando la crescita
incontrollata dei costi, l’assenza di una reale sostenibilità economica
dell’opera e la necessità di destinare quelle risorse al trasporto pubblico
locale e alla manutenzione delle infrastrutture esistenti. Questa posizione
inevitabilmente ha riportato il Tav al centro del dibattito politico nazionale
e piemontese, dimostrando come perfino il luogo simbolo dell’avanzamento
dell’opera possa trasformarsi, ancora una volta, in un terreno di contestazione
politica, oltre a livello popolare, anche a livello parlamentare e istituzionale.
La visita, organizzata con autorizzazione di Telt e dentro il perimetro
controllato del cantiere, si inserisce senza ombra di dubbio dentro una precisa
strategia comunicativa – decisamente früsta, come si dice da
queste parti – dell’ente gestore: mostrare dall’interno la normalità e
l’avanzamento dell’opera. Eppure proprio questo dispositivo gli si è ritorto
contro. L’apertura dei cancelli, pensata come momento di legittimazione e
consolidamento della narrazione ufficiale, ha fatto emergere in conferenza
stampa una serie di dichiarazioni che hanno rimesso in discussione l’intero
impianto propagandistico e politico della Torino-Lione, spostando il dibattito
fuori dal solito perimetro pseudo-tecnico e narrativo, fin dentro quello dello
scontro politico.
Il dibattito si è spostato dal cantiere di chiomonte agli equilibri
politici dei palazzi. Quotidiani e commentatori hanno iniziato a interrogarsi
principalmente sulle conseguenze della presa di posizione di Chiara Appendino e
del Movimento 5 Stelle per il cosiddetto “campo largo”, descrivendola come un
elemento capace di scavare un nuovo solco di contraddizioni con il Partito
Democratico. C’è chi vi ha letto una mossa tattica, chi un ritorno alle
origini, chi un tentativo di rilanciare una leadership interna e chi, ancora,
un ostacolo alla costruzione delle alleanze future.
Ma per chi ormai è un po’ disilluso rispetto a quelle che poi potrebbero
essere gli effetti reali di questi dibattiti, la domanda più interessante è
un’altra.
Com’è possibile che un’opera definita da anni inevitabile, strategica e
necessaria, continui a essere capace di far saltare gli equilibri politici da
trent’anni a questa parte? Se davvero la Torino-Lione fosse ormai una partita
chiusa, difficilmente basterebbero una visita al cantiere e alcune
dichiarazioni tonanti per riaprire una discussione tanto aspra.
La questione non è solo tra Movimento 5 Stelle e Partito Democratico.
Riguarda soprattutto il fatto che il Tav, e la sua sostanziale inutilità e
inconsistenza, continua a rappresentare una delle principali linee di faglia
della politica italiana. Da una parte c’è chi considera l’opera un simbolo del
modello di sviluppo fondato sulle grandi opere, sul consumo di risorse
pubbliche e sulla subordinazione dei territori agli interessi economici e
finanziari; dall’altra emerge, anche dentro le istituzioni, la difficoltà di
sostenere senza contraddizioni un progetto che negli anni ha visto lievitare i
costi, accumulare ritardi e perdere progressivamente quella narrazione di
inevitabilità costruita dai suoi promotori e avere pure effetti disastrosi sui
territori (vedi l’acqua in Val Maurienne).
Che il tema sia tornato a dividere proprio nel momento in cui si tenta di
costruire un’alternativa di governo alla destra non è un dettaglio. Significa
che il Tav continua a essere una questione politica irrisolta, un nodo che
nessuna formula elettorale riesce semplicemente a rimuovere.
Per anni si è provato a confinare la Torino-Lione in una dimensione
esclusivamente tecnica o di ordine pubblico, affidandola agli esperti, ai
commissari straordinari e ai cronoprogrammi dei cantieri, oppure alle procure e
la polizia. Ogni volta, però, il conflitto tra interessi contrapposti riemerge.
E quando riemerge costringe tutti a prendere posizione.
È qui che affiora un elemento che nessuna lettura interna ai partiti riesce
a cogliere fino in fondo. Se la Torino-Lione continua a pesare nel
dibattito politico è perché il Movimento No Tav non ha mai permesso che
quest’opera venisse normalizzata. Trent’anni di mobilitazione, di
studio, di presenza sul territorio, di iniziative popolari e di resistenza alla
militarizzazione della Val di Susa hanno impedito che il Tav si trasformasse in
un semplice dossier tecnico, amministrativo o giudiziario.
Non è un caso che la discussione torni ad accendersi proprio mentre
continuano ad emergere criticità economiche e tecniche dell’opera, dai costi
lievitati esponenzialmente rispetto alle previsioni iniziali, alle difficoltà
che interessano il versante francese. Questioni che il Movimento denuncia da
anni (decenni!!) e che oggi trovano spazio perfino nel confronto politico
istituzionale.
Naturalmente questo non significa consegnare patenti di coerenza a chi oggi
riscopre argomenti che in altri momenti ha accantonato o subordinato alle
compatibilità di governo. La memoria del Movimento è lunga e non dimentica le
responsabilità di chi, una volta nelle istituzioni, ha finito per accettare la
prosecuzione dell’opera. Né tantomeno il futuro della lotta può dipendere dalle
oscillazioni di questo o quel partito.
Ma sarebbe altrettanto miope ignorare ciò che questa vicenda mette in
evidenza.
Quando la Torino-Lione torna a essere un tema capace di incrinare gli
equilibri del cosiddetto campo largo, non è il successo di una forza politica.
È il segnale che la resistenza popolare continua a produrre effetti ben oltre i
confini della Valsusa. È la dimostrazione che anni di mobilitazione hanno
impedito la costruzione, non solo dell’opera in sé, ma anche di un consenso
pieno attorno alla sua necessarietà. Ogni volta che qualcuno prova a
dichiarare chiusa la partita, la realtà dimostra il contrario: il Tav resta un
terreno di scontro, di contraddizioni e di scelte che non possono essere
rimandate alla prossima campagna elettorale.
Per questo le crepe che oggi attraversano il “campo largo” non devono
essere lette con lo sguardo di chi tifa per una coalizione o per l’altra. Sono
esattamente il riflesso di un conflitto sociale che continua a proiettare i
suoi effetti dentro le istituzioni e ne fa emergere le contraddizioni. Se una
possibile alleanza di governo si trova costretta a misurarsi ancora con la
Torino-Lione, significa che il Movimento ha saputo mantenere viva e aperta una
questione che in molti avevano interesse a considerare definitivamente archiviata.
Questo è il dato politico più significativo di questi giorni.
Mentre dentro il cantiere si continua a mettere in scena la
rappresentazione di un’opera ormai destinata a compiersi, fuori da quelle
recinzioni la Torino-Lione continua a dividere, a interrogare, a mettere in
crisi narrazioni e alleanze. Segno che la partita è tutt’altro che conclusa.
Per il Movimento No Tav non si tratta di schierarsi nelle dinamiche del nuovo
campo largo né di affidare ad altri il proprio futuro. Si tratta di cogliere ogni
contraddizione che contribuisca a rompere il consenso costruito attorno a
un’opera tanto devastante quanto inutile. Perché ogni crepa nella narrazione
dell’ineluttabilità restituisce spazio alla possibilità di fermarla. Ed è in
quello spazio, conquistato in decenni di lotta, che continua a giocarsi la
partita più importante.
Israele demolisce accordi e case, Usa nel pallone - Dante Barontini
Non è complicato capire perché il processo di de-escalation in Medio
Oriente sembra essersi bloccato nuovamente dopo la firma del “memorandum of
understanding” in Svizzera.
Sul piano strettamente militare c’è stato un “colpo non identificato” che
ha raggiunto una nave in transito nello Stretto di Hormuz. Gli Stati Uniti ne
hanno attribuito la responsabilità all’Iran, che però non ha rivendicato,
contrariamente al solito.
Tanto è bastato a Washington per lanciare una serie di attacchi aerei
contro postazioni iraniane intorno a Hormuz. Tehran ha risposto come da manuale
con missili e droni contro le basi Usa in Bahrein (c’è la sede della Quinta
Flotta) e in Kuwait.
Seguono minacce tonitruanti di Trump e gelide avvertenze iraniane, che
hanno però il merito di far capire l’oggetto del contendere.
Dopo aver ricordato che “qualsiasi interferenza da parte di
soggetti diversi dall’Iran nella gestione dello stretto comporterà un ritardo
nella sua riapertura e un aumento del livello di tensione nella regione“, il
ministro degli esteri Araghci – in visita a Baghdad – ha invitato gli Stati
Uniti “a frenare l’entità sionista, che continua la sua aggressione contro
il Libano”, sottolineando che, secondo il primo punto del memorandum
d’intesa tra Iran e Stati Uniti, Washington deve “convincere” Tel Aviv a
ritirarsi dal Libano in tempi accettabili.
Gli Usa, però, hanno condotto una trattativa ridicola con alcuni
esponenti libanesi dichiaratamente sionisti, oltre che con lo
stesso Israele, raggiungendo un presunto “accordo” che lascia le cose come
stanno ora e dichiara esplicitamente di voler “disarmare Hezbollah”. Che
non è soltanto l’unica forza in grado di opporre una resistenza
all’espansionismo di Tel Aviv, ma anche la principale componente sociale e
politica che sembra interessata sul serio a garantire la sovranità del Paese.
Ma che proprio per questo non è stata neanche consultata.
Il sito statunitense Axios – che affida sempre la
narrazione sul conflitto mediorientale all’ex ufficiale della famigerata Unità
8200 dell’Idf, Barak Ravid – ammette che il presunto “accordo libanese” “sembra anche
contraddire alcuni degli intendimenti raggiunti tra Stati Uniti e Iran in
Svizzera, e potrebbe quindi complicare quella fragile tregua”.
Ma il problema sarebbe stato causato dall’altro accordo – il “MoU” tra Usa
e Iran – con cui Tehran “è riuscito a inserire la situazione in Libano nelle
sue trattative con gli Stati Uniti nelle ultime settimane”.
Un testo che l’ambasciatore israeliano Yechiel Leiter – incaricato di
gestire i rapporti con Washington sulla questione libanese – ha definito subito “un
disastro ferroviario”.
La ragione è semplice: quel “memorandum invita le parti a rispettare un
cessate il fuoco in Libano e a garantire l’integrità territoriale del paese,
che è invece attivamente minata dall’occupazione israeliana in corso nel Libano
meridionale”.
In parole povere: Israele non ha alcuna intenzione di ritirarsi dal
territorio libanese sotto il suo controllo ed anzi vorrebbe spingersi ancora
più in là, come del resto sta facendo in Siria, occupando ora anche le campagne
intorno alla città di Daraa.
Una volta precisato il contesto e gli interessi contrastanti non ci vuole
molto ad immaginare che il “colpo non identificato” che ha messo in moto il
doppio scambio di cortesie militari tra Iran e Usa intorno ad Hormuz abbia un
responsabile chiaro: il governo Netanyahu, che peraltro aveva già spedito un po’
di truppe negli Emirati Arabi Uniti e largheggia in operazioni false
flag.
Quel che rende la gestione statunitense della “doppia trattativa” un
delirio senza capo né coda è esattamente la “condiscendenza” nei confronti di
Israele, che diventa insormontabile al tavolo libanese e invece “riducibile” su
quello iraniano.
Sembra evidente che a Washington non c’è alcuna chiarezza strategica e
quindi si sovrappongono posizioni e iniziative decisamente contraddittorie.
Sembrano pesare anche le differenti ambizioni e posizioni del segretario di
Stato “Narco” Rubio – che ha prodotto materialmente il pasticcio libanese – e
del vicepresidente J.D. Vance, esponente autentico dell’immaginario “Maga” che
considerava la guerra all’Iran quanto meno una stupidaggine ma,
soprattutto, considera Israele un alleato come
tanti altri (gli europei, per esempio) e quindi da rimettere al suo posto quando
gli interessi Usa entrano in contraddizione con quelli di Tel Aviv.
Una confusione che facilita ovviamente ogni manovra diversiva che abbia
come obbiettivo il prolungamento della guerra sull’intero scenario
mediorientale. La tela tessuta da Pakistan e Qatar con l’Iran viene sciolta di
notte nel lavorio mafioso tra la Casa Bianca e Tel Aviv, con il popolo libanese
costretto a pagare il prezzo.
Fin quando gli Stati Uniti non sceglieranno con chiarezza tra una qualche
pace in Medio Oriente (per garantire che l’economia mondiale non subisca altri
colpi, non certo per bontà d’animo) e l’appoggio incondizionato
all’espansionismo illimitato di Israele – unico Stato al mondo a non avere e
non volere confini certi, riconosciuti internazionalmente -, pateticamente
giustificato con “verità bibliche”, la situazione non può cambiare.
La pace implica l’imbavagliamento duraturo del sionismo genocida, il
contrario significa guerra senza limiti. Già ad aprile, ricordiamo, la
frustrazione israelo-statunitense nel non riuscire a raggiungere gli obbiettivi
dichiarati aveva fatto balenare nella testa dei fuori di testa la possibilità
di usare anche l’arma nucleare.
Come se fosse possibile farlo senza conseguenze…