sabato 28 febbraio 2026

Negli Epstein Files si mette in dubbio l’oro di Fort Knox: ciò che non torna in questa vicenda - Ugo Bardi

 

Non tutti i messaggi della corrispondenza di Jeffrey Epstein hanno a che vedere con storie di sesso e sfruttamento. Alcuni messaggi mettono in dubbio che l’oro immagazzinato a Fort Knox negli Stati Uniti ci sia davvero.

Se lo era domandato anche Donald Trump che nel febbraio del 2025 aveva promesso una verifica. Poi, come per tante altre cose, anche questa storia è passata di moda. Ma ora se ne riparla. Secondo certe voci, nel 2011, Dominique Strauss-Khan, allora Presidente del Fondo Monetario Internazionale, sarebbe stato messo a tacere mediante uno scandalo perché aveva scoperto che l’oro di Fort Knox non c’era più.

Va da sé che non c’è nessuna prova di questa storia. Ma ricordiamoci anche che, come diceva il divino Andreotti: “a pensar male si fa peccato, ma di solito ci si azzecca”. È possibile che i forzieri di Fort Knox siano vuoti? Difficile da accettare. Se veramente mancassero dei lingotti, qualcuno se ne sarebbe accorto.

Ma non c’è limite alla capacità umana di ordire imbrogli. Sulla base della mia carriera di ricercatore nel campo dei materiali, vi posso dire che trafugare l’oro di Fort Knox sarebbe perfettamente possibile in modo tale che, se qualcuno va a vedere cosa c’è nei forzieri di Fort Knox, non sarebbe in grado di accorgersi di niente. Il metodo più sofisticato consiste nel sostituire l’oro con il tungsteno e poi placcarlo con oro in superficie. Il tungsteno ha una densità quasi identica a quella dell’oro, per cui è impossibile accorgersi dello scambio se non con metodi di analisi complessi e costosi. Quello più sicuro è rifondere il lingotto, ma anche questo è complicato e costoso.

Ci dovrebbero essere 367.500 lingotti d’oro da circa 12 kg ciascuno a Fort Knox. Facendo un po’ di conti, sostituendone uno con uno di tungsteno, si può guadagnare circa un milione e mezzo di euro. Anche sostituendo solo qualche percento del numero totale, si parla di decine di miliardi di euro. Ci sono dei buoni motivi per cui si potrebbe pensar male.

 

Non vi sto dicendo che qualcuno lo ha fatto veramente. Vi dico semplicemente che dal punto di vista tecnico è perfettamente possibile. In effetti, se cercate sui giornali, trovate che l’imbroglio del tungsteno venduto per oro esiste e che ogni tanto qualcuno ci casca. Ovviamente, la cosa non viene strombazzata troppo in giro per non minare la fiducia della gente nell’oro come bene rifugio. Ma è bene starci attenti e comprare oro solo da enti o persone di fiducia. I dettagli li potete leggere in un post sul mio blog personale.

Per finire, qualcosa per i più complottisti. Lo sapevate che l’Italia tiene circa il 43% delle sue riserve aurifere negli Stati Uniti? Sono circa 1000 tonnellate d’oro (valore circa 140 miliardi di euro) che stanno nei forzieri della Federal Reserve Bank di New York. Anche la Germania e la Francia hanno grosse quantità di oro negli Stati Uniti. Queste riserve sono lì, in parte, dal tempo della guerra fredda per metterle al riparo da una possibile invasione sovietica dell’Europa Occidentale.

Vi può anche incuriosire sapere che nel 2013, la Germania ha chiesto indietro una parte dell’oro, 300 tonnellate. Gli Usa hanno richiesto sette anni di tempo per rimandarlo. Un po’ strano se era solo questione di tirarlo fuori e spedirlo in Germania, non trovate? Alla fine, quando l’oro è arrivato, i tedeschi hanno voluto rifonderlo tutto. Sospettavano qualche imbroglio? Cosa hanno trovato? Chi lo sa? Non tutto quello che succede nei meandri dell’alta finanza internazionale viene detto a noi miseri mortali.

L’Italia è comunque l’unico paese che non ha mai ufficialmente richiesto il rimpatrio delle sue riserve d’oro negli Usa. Giorgia Meloni lo aveva promesso prima di essere eletta. Le sue parole testuali nel 2019: “il futuro governo con Fratelli d’Italia restituirà l’oro agli italiani. E’ una promessa!”. Ma poi si è zittita, e da bravi complottari potete immaginarvi perché. L’oro italiano, ammesso che ci sia ancora, rimane a New York in custodia del migliore amico di Giorgia.

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Rivolte indigene - Raúl Zibechi

 

Sono trascorsi più di trenta giorni dall’accampamento di circa 600 persone provenienti da 14 popolazioni indigene dell’Amazzonia, davanti al porto di Cargill, a Santarem. Chiedono al governo di Lula di revocare il decreto 12.600 che prevede di dragare il fiume e che trasformerà le acque del fiume Tapajós in una via fluviale privatizzata per il trasporto di soia e altri cereali*.

Anche se il governo si è ritirato giorni fa dal dragaggio, continua a privatizzare i fiumi Tapajós, Madeira e Tocantins come parte del Programma Nazionale di Privatizzazione (l’articolo è stato scritto il 20 febbraio, il 23 il governo ha ritirato il decreto di privatizzazione, ndr), il che significa che la gestione e la manutenzione di queste strade, che totalizzano 280 chilometri solo nel Tapajós, vengono trasferite a grandi multinazionali legate all’agroalimentare. Ciò comporta la costruzione di nuovi porti privati ​​che trasformeranno l’area in un corridoio fluviale senza consultare le persone che vivono nel fiume e con esso.

Le monocolture di soia e mais stanno distruggendo l’Amazzonia, deforestando la foresta e avvelenando le acque e l’ambiente con l’abuso di pesticidi. Ciò che sta accadendo a uno dei principali affluenti dell’Amazzonia, il Tapajós, è semplicemente incredibile: treni composti da un massimo di 35 chiatte trasportano grano verso la Cina e l’Europa; su quel fiume sono stati costruiti o sono in progetto 41 porti, dove l’anno scorso sono circolate più di 15 milioni di tonnellate.

L’inquinamento da mercurio derivante dall’estrazione mineraria, sia legale che illegale, e la rimozione del fondo del fiume rappresentano le perdine più importanti per le popolazioni. Secondo Rafael Zilio, nel concepire un fiume come mera “idrovia”, “lo Stato e le grandi corporazioni del settore minerario e dell’agroalimentare perpetuano la devastazione ambientale in Amazzonia”.

Nell’ultimo mese sono state bloccate anche la strada per l’aeroporto e lo stesso aeroporto di Santarém per alcune ore. Silvia Adoue ricorda che “i munduruku non hanno aspettato la demarcazione del loro territorio da parte dello Stato”, come popolo hanno proceduto “all’autodemarcazione in alleanza con le comunità di pescatori”, il che insegna la capacità di “articolazione tra popoli con prospettive di mondo diverse”.

Questa è una piccola e incompleta sintesi di una resistenza per la vita che dura da molti anni. Penso che da questa straordinaria lotta possiamo trarre alcune conclusioni.

La prima è che avviene sotto un governo progressista, quando il segretario della Presidenza è Guilherme Boulos ed è ministro dei Popoli Indigeni Sonia Guajajara, entrambi del “radicale” Partito del Socialismo e della Libertà (PSOL). Chi crede che possano fare qualcosa di diverso da ciò che vuole il grande capitale, si sbaglia. Perché sono i migliori rappresentanti delle ambizioni delle multinazionali, di fronte al silenzio vergognoso del movimento sindacale e del Movimento dei Senza Terra (MST), il cui obiettivo principale è la rielezione di Lula.

La seconda è che il capitalismo vuole, e sta attuando, la completa privatizzazione della natura per accumulare sempre più capitale. Trasformare i grandi fiumi amazzonici in strade fluviali piene di infrastrutture, è garanzia della loro distruzione e dell’annientamento dei popoli che abitano le rive.

L’accumulazione di capitale non ha limiti, se non quello che possono fare i popoli e i movimenti per frenarla. Mentre quelli che sono in alto, di sinistra o di destra e persino i “radicali”, sostengono l’agroalimentare, fanno sfoggio di un discorso “corretto” in cui si permettono di mentire e persino di sostenere le richieste dei popoli originari. Boulos stesso si era impegnato a fare delle consultazioni prima dell’inizio dei lavori, cosa che non ha mai fatto.

La lotta è molto iniqua. Cargill fattura 154 miliardi di dollari ogni anno, ha il sostegno dello stato e del governo brasiliano, mentre i villaggi sono relativamente piccoli (i munduruku sono 13 mila persone), e non hanno altro che il sostegno di altri popoli simili, come è diventato evidente in questi giorni.

La terza riguarda la decisione di difendere la vita e la dignità dei popoli. Il rapporto di Sumauma sottolinea che questi popoli sono in “prima linea di resistenza all’agrocapitalismo globale”. Anche se sono pochi, sono determinati e fermi e non si tireranno indietro. Una donna munduruku ha detto: “I bianchi vedono il fiume come merce, per noi è vita”. È proprio quello che dicono i popoli originari di tutte le geografie, da Wall Mapu fino alla Mesoamerica.

Questa resistenza alle avversità dovrebbe essere fonte di apprendimento per tutti. Una volta che sappiamo che né la destra né la sinistra faranno nulla per salvare l’umanità dalla catastrofe, è il turno dei popoli che stanno mettendo il corpo e il sangue a difendere la vita e la natura.


*Informazioni raccolte da Silvia Adoue, Desinformémos 5/02/2026; Rafael Zilio, Desinformémos 11/02/2026; Guilherme Guerreiro Neto, Sumauma, 12/02/2026, e dal collettivo Aldea Urbana
(https://www.youtube.com/live/vs-bSMviJw).


Pubblicato anche su La Jornada

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venerdì 27 febbraio 2026

La nave Humanity 1 bloccata per 60 giorni, mentre aumentano i morti in mare

 

Mentre centinaia di persone risultano ancora disperse nel Mediterraneo centrale, il 13 febbraio le autorità italiane hanno fermato per 60 giorni la nave di soccorso Humanity 1 a Trapani e imposto una multa di 10.000 euro, secondo quanto riferito oggi dall’organizzazione tedesca di ricerca e soccorso SOS Humanity. Secondo l’equipaggio, in precedenza avevano soccorso 33 persone in pericolo in mare e avvistato due cadaveri in acqua. Le autorità accusano l’equipaggio di non aver comunicato con il Centro di coordinamento dei soccorsi libico. L’ordine di fermo è arrivato poco dopo che il governo italiano ha presentato un disegno di legge che consentirebbe un “blocco navale”, una nuova misura contro le navi di soccorso delle ONG.

“Il nostro equipaggio ha informato tutti i centri di coordinamento dei soccorsi competenti in conformità con il diritto marittimo internazionale”, ha sottolineato Viviana di Bartolo, coordinatrice delle operazioni di ricerca e soccorso di Humanity 1. “Abbiamo deliberatamente deciso di non comunicare con gli attori libici, poiché non possono essere considerati autorità di ricerca e soccorso legittime: sono responsabili di gravi violazioni dei diritti umani nei confronti delle persone in cerca di protezione”.

Secondo SOS Humanity, questa è la terza detenzione di una nave di soccorso dell’alleanza “Justice Fleet” in tre mesi. L’alleanza di ONG critica il sostegno europeo agli attori libici in mare, che accusa di violenza contro le persone in cerca di protezione e contro gli equipaggi di soccorso. Nell’agosto 2025, la cosiddetta Guardia Costiera libica ha aperto il fuoco contro una nave di soccorso non governativa.

“Questo ribalta pericolosamente la realtà. Mentre noi salviamo vite umane e veniamo puniti per questo, la cosiddetta Guardia Costiera libica viene sostenuta, le stesse forze che abusano e uccidono le persone in fuga”, ha affermato Marie Michel, esperta di politiche presso SOS Humanity. “Chiediamo il rilascio immediato della nostra nave di soccorso Humanity 1”.

Secondo SOS Humanity, si tratta del secondo fermo della sua nave in tre mesi. In precedenza era stata fermata anche la nave di soccorso Sea-Watch 5. A due delle più grandi navi di soccorso delle ONG nel Mediterraneo viene quindi impedito di effettuare ulteriori salvataggi, ha aggiunto l’organizzazione.

Nel frattempo, il governo italiano sta intensificando ulteriormente l’ostruzione delle operazioni umanitarie di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. Con una nuova bozza di legge, il governo Meloni sta pianificando un “blocco navale” per le navi delle ONG:  queste potrebbero ricevere la proibizione di entrare nelle acque territoriali italiane per un periodo fino a sei mesise le autorità italiane valutano un “rischio per la sicurezza”.

“Il nuovo fermo della nostra nave di soccorso Humanity 1 avviene nel contesto di un’ulteriore escalation dell’intralcio alle operazioni di ricerca e soccorso drammaticamente urgenti nel Mediterraneo”, afferma Marie Michel. “Con questo disegno di legge, che prevede un ‘blocco navale’, il governo italiano sta compiendo un passo drammatico nella sua politica contro le operazioni civili di ricerca e soccorso. Ciò aggrava ulteriormente la catastrofe umanitaria in mare e viola palesemente il diritto internazionale”.

Dati dell’OIM mostrano che dall’inizio dell’anno ad oggi almeno 484 persone migranti sono state dichiarate morte o disperse in seguito a diversi naufragi nel Mediterraneo centrale causati da condizioni meteorologiche estreme, mentre si ritiene che centinaia di altri decessi non siano stati registrati.

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Vogliamo vincere. Come? - John Holloway

 

I

Vogliamo vincere. Dobbiamo vincere. Noi, i perdenti di sempre, vogliamo e dobbiamo vincere.

Cosa vogliamo vincere? Vogliamo vincere molte cose, una serie di lotte specifiche. Vogliamo sbarazzarci di Trump, Milei, Starmer, Macron. Vogliamo abolire l’ICE, abolire i controlli sull’immigrazione ovunque. Fermare la violenza contro le donne. Fermare il crescente potere dei signori della guerra in tutto il mondo. Fermare l’ascesa dell’estrema destra. Fermare i combustibili fossili e il riscaldamento globale. Fermare l’eliminazione del pensiero critico nelle università. Alcune cose le vinciamo, altre le perdiamo, e questo è importante. Nulla di ciò che dico deve essere inteso come una critica all’inevitabile particolarità delle lotte. Alcune di queste cose possono essere ottenute all’interno del capitalismo. Ma sappiamo che non basta. Non basta perché le aggressioni continuano ad arrivare. È bello vincere una battaglia, ma le pressioni continueranno ad arrivare. Viviamo in una società basata sulla costante intensificazione dell’aggressione del denaro contro la vita. E ci sentiamo intrappolati. Sentiamo di essere spinti sempre più verso un abisso, verso la catastrofe, se non addirittura verso l’estinzione. C’è un senso di urgenza, di fine partita, la fine dell’umanità.

Proprio in questo momento nel quale tutto peggiora, dobbiamo alzare la posta. Dobbiamo tornare alla rivoluzione. Resistenza sì, ribellione sì, naturalmente. Gli zapatisti hanno ragione a concentrarsi su resistenza e ribellione. Ma non dimentichiamo l’altra parola: rivoluzione. Follia. Uscite in strada dopo la fine di questa sessione e provate a immaginare una rivoluzione nella vostra città.

Follia, ma forse una follia necessaria. Questo discorso è un invito a unirvi a me nella mia follia.

II

Ci sentiamo intrappolati perché siamo intrappolati. Ogni società è un sistema di coesione o confluenza sociale, in cui esistono modelli consolidati di relazione reciproca. Nella società odierna, questi modelli sono plasmati soprattutto dal fatto che le nostre attività creative sono collegate tra loro attraverso lo scambio di merci, come sostiene Marx. Da lì, egli prosegue traendo le conseguenze di questa relazione fondamentale analizzando le forme a cui dà origine lo scambio di merci. La mercificazione porta allo sviluppo e al predominio del denaro, alla trasformazione dell’attività umana in lavoro astratto o alienato, alla disgregazione delle comunità e all’identificazione dell’individuo astratto, all’ascesa e al predominio del capitale che trae la sua ricchezza e il suo potere dallo sfruttamento del lavoro, e così via.

Questa società è caratterizzata da una straordinaria opacità, le relazioni sociali sono reificate. Il modo in cui ci relazioniamo gli uni con gli altri è congelato in certe forme sociali che appaiono separate ed eterne. Il capitalismo è labirintico, una concatenazione di forme che conducono l’una all’altra e ci rinchiudono in modelli consolidati di attività e riproduzione sociale. Una totalità di forme apparentemente separate, concentrate sull’obbligo di convertire le nostre vite in lavoro, una strana attività priva di qualsiasi significato se non quello di produrre profitto accumulabile da altri.

Queste forme – lavoro, denaro, Stato, capitale ecc. – stimolano una creatività senza precedenti, ma la creatività viene pervertita attraverso la forma denaro, con la sua insaziabile spinta al profitto, e produce enormi difficoltà e una profonda distruzione delle premesse della vita. Pensate a Internet, allo smartphone o all’intelligenza artificiale, straordinari prodotti della creatività umana ma, contenuti come sono nella spinta al profitto, non sono ciò che avrebbero potuto essere e lasciano una scia di sfruttamento, distorsione e distruzione.

Nell’analisi di Marx, l’attenzione non è sul chi o sul cosa, ma sul come. Come ci relazioniamo gli uni con gli altri? Come interagiamo gli uni con gli altri? Questo è forse il punto centrale di ciò che voglio dire. Ma il come esiste nella forma di un cosa indiscutibile. Il lavoro (lavoro astratto o alienato) è semplicemente una cosa che dobbiamo fare, piuttosto che una forma peculiare della nostra attività umana. Il denaro è una cosa che possediamo o non possediamo, piuttosto che un modo strano e disumanizzante di relazionarci con gli altri. La feticizzazione o reificazione è un processo di “cosa-ificazione”. È anche un processo di “chi-ificazione”. Lo scambio di merci scompone il “noi” comunitario in una serie di “io” astrattamente identificati: proprietari delle merci scambiate, senza storia, senza memoria, senza sogni.

III

Siamo contenuti nelle forme sociali dell’attuale sistema di coesione sociale. Queste sono forme che identificano e definiscono, che contengono la nostra attività all’interno di determinati modelli di comportamento. Possiamo tutti pensare a come le nostre attività oggi, in questo giorno, siano limitate dal lavoro, dal denaro, dal capitale e dallo Stato. Se queste sono forme di costrizione e contenimento, allora la rottura dell’attuale coesione sociale deve essere uno straripamento. Ma come? Come possiamo confrontare il “come” del contenimento con il “come” o i “come” dello straripamento per creare una coesione sociale diversa? Come possiamo confrontare le forme identificative del rapporto di capitale con il flusso anti-identitario della nuova creazione.

La rivoluzione è la sostituzione del modello consolidato di coesione sociale con un altro o altri, un mondo di molti mondi, come dicono gli zapatisti. Questo come-contro-come si esprimerà sicuramente a un certo punto come un chi contro chi: chiaramente coloro che beneficiano dell’attuale come della coesione sociale vorranno difenderlo, mentre coloro che ne soffrono di più sono quelli che probabilmente lotteranno per un cambiamento. Ma la cosa importante è che il come-contro-come non venga ridotto o oscurato da un chi-contro-chi. È il come-contro-come che plasma la nostra lotta e la nostra creazione di un mondo diverso.

La tradizione marxista, guidata da Lenin ed Engels, ha di fatto ridotto il come-contro-come a un chi-contro-chi, riassunto nella brillante e concisa frase di Lenin secondo cui il potere è una questione di chi-chi. Una frase favolosa dalle conseguenze disastrose. Il chi-chi è la lotta della classe operaia contro la classe capitalista, sia identificabile che identificata. Il come di una forma radicalmente nuova di coesione sociale viene messo in secondo piano. C’è una totale cecità sulla questione della forma nella rivoluzione russa, al punto che sia Evgeny Pashukanis che Izaak Rubin furono giustiziati per aver insistito sulla centralità della forma nell’opera di Marx. Il denaro, lo Stato e soprattutto il lavoro furono trattati nella pratica come caratteristiche astoriche di qualsiasi società.

IV

Torniamo al punto di partenza. Siamo intrappolati in queste forme. Possiamo essere militanti quanto vogliamo, ma finché restiamo all’interno delle forme capitaliste, non facciamo nulla per fermare la riproduzione della dinamica di distruzione. Ci deve essere una via d’uscita! Ma come?

Non basta gridare o sognare. Facciamolo. Engels aveva ragione su questo. Nel suo L’evoluzione del socialismo, dall’utopia alla scienza, sosteneva che non bastava fantasticare, che dovevamo pensare scientificamente a come trasformare la società. Sognate pure, diceva, ma qual è la base materiale della vostra speranza?

La versione del socialismo scientifico di Engels e Lenin non ha funzionato, non ha prodotto le società che coloro che vissero e morirono nella lotta avevano sperato, ma esattamente il contrario. Ha prodotto società orribili che non avevano e non hanno nulla a che fare con l’autodeterminazione della nostra attività vitale. Ma il loro fallimento ci ha lasciato una domanda: come, come diavolo possiamo realizzare una trasformazione radicale del modello di coesione sociale?

V

La risposta è ovvia: non lo sappiamo.

È importante dirlo, non solo perché è vero. Cinquanta o sessant’anni fa avevamo la risposta: prendere il potere statale e cambiare la società da lì. Ma questa non si è rivelata affatto una risposta. Le forme sociali capitaliste non possono essere spezzate agendo attraverso le forme sociali capitaliste. Come abbiamo visto, i tentativi di infrangere il dominio del denaro e del capitale attraverso lo Stato sono falliti completamente.

Ma è anche molto importante dire che non conosciamo la risposta, perché il non sapere è parte della risposta. Se lo sappiamo, allora lo diciamo ad altri e riproduciamo un discorso monologico di autorità che riproduce lo stile della società che vogliamo trascendere. Se diciamo di non sapere, entriamo immediatamente in una politica di dialogo. Il nostro “non lo so” è un “Questo è quello che penso, ma non ne sono sicuro, cosa ne pensi tu?”, che rompe già con la grammatica gerarchica della società esistente ed entra nell’incerta anti-grammatica della società che vogliamo creare e che stiamo creando.

Spero che questo discorso possa essere inteso in questo modo, come un “Non lo so, questo è tutto quello che so, puoi portarci oltre?”.

VI

La risposta ortodossa della classe operaia forte e organizzata non ha funzionato. Questo, almeno in parte, perché è stata intesa sulla base di un concetto definitorio e identitario della classe operaia. Lo stesso si può dire dell’idea che lo sviluppo delle forze produttive porterebbe al collasso dei rapporti di produzione: ciò ignora che lo sviluppo delle forze produttive si sviluppa conflittualmente dentro e contro i rapporti di produzione in ogni momento del loro sviluppo. In entrambi i casi, si presuppone un’esternalità che non può esistere nella pratica: non può esserci un’esternalità completa tra due momenti di un’unica coesione sociale.

Vorrei suggerire – e questo è in realtà il mio secondo punto fondamentale – che possiamo fare un passo avanti rivolgendoci al concetto di “Non Ancora” di Ernst Bloch. La sua tesi è che il mondo che non esiste ancora ma potrebbe esistere, esiste già. Esiste come “Non Ancora”, come anticipazione presente, come spinta contro e oltre, come inadeguatezza, come sogno, come ribellione.

Nel suo grande libro, Il Principio Speranza, egli traccia la presenza e la forza di questo Non Ancora, questa spinta verso un mondo diverso, nelle fiabe, nella danza, nell’architettura, nella musica, nella teoria politica, nella religione, tra gli altri campi. La conclusione è che, con la scoperta da parte di Marx del potenziale della classe operaia, la spinta costante del Non Ancora diventa una forza pratica per trasformare il mondo. Marx non mette in discussione il significato della classe operaia, ma il suo canto al potere del Non Ancora in così tanti aspetti diversi della vita, come una forza che spinge costantemente contro ciò che è, apre un modo diverso di pensare alle basi materiali della nostra speranza rivoluzionaria. La possibilità di trasformare radicalmente il mondo dipende dalla forza del Non Ancora, del malcontento, del non-conformismo e della creatività che spingono contro e oltre le forme sociali esistenti.

L’idea del Non Ancora non si oppone all’idea di lotta di classe, ma suggerisce un’interpretazione diversa. Mentre il concetto tradizionale di classe operaia è identitario, l’idea del Non Ancora è profondamente anti-identitaria, una continua spinta contro i confini. “Pensare è andare oltre”, come dice Bloch. Comprendere la classe operaia o lavoratrice come Non Ancora significa aprire il concetto e vedere cosa nasconde. Il concetto di lavoro nasconde la sua stessa dualità, come ha sottolineato Marx, insistendo sul fatto che questo era “il perno su cui ruota una chiara comprensione dell’economia politica”. Alla base del lavoro astratto e alienato, così facilmente visibile nella società capitalista, c’è quello che Marx chiama lavoro concreto o utile, il tipo di lavoro o attività creativa che esiste in qualsiasi società. Il Non Ancora qui è la spinta dell’attività creativa o del fare contro e oltre il suo contenimento entro i limiti del lavoro astratto, quel lavoro il cui unico significato è quello di contribuire alla redditività del capitale. Il Non Ancora è un traboccare. Allo stesso modo, i lavoratori che ora sono classificati o definiti dal fatto di essere vincolati alla prestazione lavorativa, spingono contro e oltre la loro classificazione. Visto in questo modo, il Non Ancora è la lotta della classe operaia, la lotta di coloro che sono attualmente intrappolati nel lavoro capitalista, contro e oltre il lavoro, e dentro e contro la trappola che è la loro classificazione.

Il Non Ancora è strettamente correlato alla nozione di un comunismo di base, così presente nell’opera di David Graeber, come anche in quella di Kropotkin e Abdullah Öcalan, e in effetti nell’intero movimento curdo. L’idea di base è che qualsiasi società, inclusa quella capitalista, dipenda per il suo funzionamento dall’esistenza di un comunismo di base, una pratica fondamentale di sostegno reciproco nella vita quotidiana. Questo può essere visto come una sorta di “sì, ma” in risposta alla consueta lettura di Marx. Come abbiamo visto, la tesi di Marx è che la società esistente è plasmata dal fatto che le persone si uniscono attraverso lo scambio di merci e che questo porta allo sviluppo e al predominio del denaro, alla trasformazione dell’attività umana in lavoro astratto o alienato, alla disgregazione delle comunità, all’ascesa e al predominio del capitale che trae la sua ricchezza e il suo potere dallo sfruttamento del lavoro, e così via.

L’idea del comunismo di base si presenta come un “sì, ma” nel senso di dire “Sì, è vero, ma c’è qualcos’altro: un comunismo in cui le persone si relazionano tra loro sulla base del bisogno, del riconoscimento e del sostegno reciproci, dell’attività liberamente condivisa. In effetti, la società individualizzante e distruttiva può esistere solo sulla base della continua esistenza del suo opposto. Distruggendo questo comunismo di base, il capitalismo distrugge le sue stesse fondamenta”.

Credo che questo “sì, ma” sia già presente ne Il Capitale di Marx, ma non è stato ampiamente commentato. È presente nelle categorie del valore d’uso, del lavoro concreto o utile e, in effetti, nel concetto di forze produttive, che non esistono in completa sussunzione nelle loro forme capitalistiche, ma sono in costante tensione con esse.

La speranza risiede quindi nella forza di questo comunismo di base. Questo ci invita a riscrivere la storia non solo in termini di dominio, e non solo in termini di ribellioni come l’insurrezione anabattista guidata da Thomas Münzer, su cui Bloch scrisse un libro, ma in termini della forza del comunismo quotidiano. Sì, è vero che siamo intrappolati nel mondo del denaro, ma questo mondo del denaro può esistere solo se esiste anche un mondo critico di sostegno reciproco, di condivisione e amore, di amicizia e solidarietà. Questo è un tema centrale nel meraviglioso libro di David Graeber scritto con David Wengrow, The Dawn of Everything: A New History of Humanity (L’alba di tutto. Una nuova storia dell’umanità, Rizzoli, ndr). È anche un tema centrale in Sociology of Freedom (Sociologia della Libertà, Punto rosso, ndr) di Abdullah Öcalan, sviluppato nell’idea di “modernità democratica contro modernità capitalista”.

Questo comunismo di base è la società che non esiste ancora, ma che esiste già materialmente come necessaria controparte del dominio del denaro. Osservarlo attraverso il prisma del non ancora significa vedere che esiste in-contro-e-oltre la propria negazione. Il sostegno reciproco che caratterizza il comunismo quotidiano non può esistere al di fuori della socialità capitalista dominante: inevitabilmente le si oppone e ne è permeato. Spesso assumerà la forma capitalista di dare denaro a qualcuno o di aiutare a trovare un lavoro. Non c’è purezza qui. La coesione sociale in cui viviamo è antagonistica, in cui le due parti si compenetrano costantemente. È importante non idealizzare o romanticizzare il comunismo di base: può esistere solo come lotta, e ogni lotta è contraddittoria.

Vogliamo la rivoluzione, ma ha senso solo se riconosciamo che non esiste purezza rivoluzionaria. Vivendo nella società capitalista, siamo inevitabilmente soggetti danneggiati, come dice Adorno. Allo stesso tempo, il fatto che il capitale sia un’aggressione costante significa che viviamo non solo in questa società, ma anche contro di essa, e che ci proiettiamo oltre. Come soggetti danneggiati, viviamo in-contro-e-oltre la nostra condizione danneggiata.

Questo è importante quando pensiamo alla rivoluzione e al suo significato. La rivoluzione, abbiamo visto, è una questione di come. Dobbiamo sostituire il come dell’attuale coesione sociale con un altro, dobbiamo sostituire l’attuale modello di unione attraverso lo scambio di merci e denaro con uno o più modelli diversi. L’attuale unione, coesione o confluenza è antagonista, caratterizzata da un antagonismo tra il dominio del denaro e il comunismo di base che esiste nel Non-Ancora. Pensare la rivoluzione significa pensare a come possiamo rafforzare quel Non-Ancora, quel comunismo-contro.

Questa è soprattutto una questione di come. Come rafforziamo il Come comunista contro il Come capitalista? Contro le forme sociali del lavoro, come affermiamo le anti-forme di attività libera e autodeterminata? Ho già suggerito che il modo migliore per pensarci è in termini di creazione di crepe nella trama del dominio capitalista, spazi o momenti in cui diciamo No e creiamo altri modi di fare. La rivoluzione può essere vista come il riconoscimento, la creazione, l’espansione, la moltiplicazione e la confluenza di tali crepe. Il riconoscimento può essere inteso come il riconoscimento delle molteplici manifestazioni del comunismo di base di cui abbiamo parlato. È la confluenza di tali crepe che ho sempre trovato più difficile da comprendere. È chiaro che tale confluenza non dovrebbe essere pensata in termini istituzionali, che probabilmente la cosa più importante è una risonanza creata da canzoni, storie, immagini, forse anche discorsi e libri. Ma c’è un tema molto importante che emerge dalle discussioni attuali: l’idea della comune come base sia della società che vogliamo creare sia nell’organizzazione della lotta attuale per arrivarci. La confluenza di crepe, di rifiuti e di malcontento sociale può essere pensata in termini di comunizzazione.

Marx disse della Comune di Parigi del 1871 che fu la forma politica “finalmente scoperta” dell’emancipazione della classe operaia. Questo è certamente vero se pensiamo alla classe operaia non come a un raggruppamento sociologico, ma come agli oppressi che spingono verso la propria autodeterminazione collettiva. Se ci concentriamo sulla rivoluzione come uno scontro di come, di diversi modi di unirsi, allora è chiaro che la rivoluzione è un movimento di comunizzazione, ovvero sia una spinta dell’attività autodeterminata contro il lavoro, sia il movimento di una qualche forma di organizzazione comunitaria contro lo Stato.

Lo Stato, qualsiasi Stato, esclude le persone attraverso la sua forma, la separazione dei funzionari retribuiti dalla società. La comune include, cerca di articolare idee dal basso e di reintegrare l’organizzazione della società nella società stessa. Lo Stato è necessariamente subordinato all’accumulazione di capitale in virtù della sua dipendenza dal capitale per il suo reddito e la sua sopravvivenza. La comune cerca di liberarsi dalla subordinazione all’accumulazione di capitale promuovendo altre forme di produzione. Lo Stato è intrinsecamente razzista in virtù della sua definizione tramite confini territoriali, mentre la tradizione della comune, da Parigi al Rojava, è stata fortemente antirazzista e antinazionalista. Il partito orientato allo Stato è uno strumento per raggiungere il potere e accetta il presente della coesione sociale per trasformarlo in un domani indefinitamente posticipato. La comune non è uno strumento per raggiungere il potere, è già l’espressione di una forma diversa di coesione sociale in avanzamento, qui e ora.

VII

Lottare per un modo diverso di stare insieme significa comunizzare, rafforzare la coesione sociale emergente. Öcalan ha scritto di recente che “sebbene la lotta di classe ne faccia effettivamente parte, è più corretto leggere la storia come un lungo processo di relazione e conflitto tra sviluppo comunitario e sviluppo anti-comunitario che risale a circa 30.000 anni fa”. Questo è molto utile, ma non sono d’accordo con la sua separazione tra lotta di classe e comune: se pensiamo alla lotta di classe come a un come-contro-come, allora è chiaro che è il movimento di comunizzazione contro lo sviluppo anti-comunitario che è il capitalismo.

La comune è più una domanda che una risposta. È meglio pensarla come un’assemblea di soggetti danneggiati. L’insistenza degli zapatisti sul fatto che loro siano solo persone comuni è di fondamentale importanza, ma ovviamente noi persone comuni siamo persone danneggiate, spesso sessiste, razziste, patriarcali, irascibili e così via, e le comunità tradizionali sono molto spesso patriarcali. La comune rivoluzionaria è necessariamente un comunismo, un movimento contro se stessa, per superare la propria condizione di danno, un verbo e non un sostantivo. Una sorta di auto-avvio attraverso un dibattito di reciproco riconoscimento.

VIII

Torniamo all’inizio. Ora, più che mai, è tempo di parlare di rivoluzione. Questo è un momento di grande sconvolgimento nel capitalismo mondiale e di grande fragilità. Il centro non può reggere, non ha resistito. Lo spazio per miglioramenti riformisti si è ridotto notevolmente ed è probabile che rimanga tale. Ora è il momento di traboccare, di dire “No, non si può continuare così”. Ora è il momento di lottare per l’emancipazione del fare dal lavoro, per l’autodeterminazione comunitaria dallo Stato.

I due David, nella conclusione del loro libro, parlano della “nozione greca di kairos come di uno di quei momenti occasionali nella storia di una società in cui i suoi quadri di riferimento subiscono un cambiamento – una metamorfosi dei principi e dei simboli fondamentali, quando i confini tra mito e storia, scienza e magia – diventano confusi – e, quindi, un vero cambiamento è possibile”. Sono d’accordo con loro che questo è un momento davvero speciale.

Quindi, alla fine: questo è quello che penso, questo è tutto quello che ho detto, ma non ne sono sicuro, cosa ne pensi? Preguntando caminamos, camminiamo domandando.


Testo del discorso tenuto il 12 gennaio per la David Graeber Memorial Lecture, iniziativa promossa insieme da Clifornia Institute of Integral Studies, Rojava University, Universidad Autónoma de Puebla, The Élisabeth-Bruyère School of Social Innovation

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giovedì 26 febbraio 2026

Rogoredo non è un caso isolato

(di Osservatorio Repressione)


Uso della forza, repressione del dissenso e scudo penale: quando la sicurezza diventa ideologia di potere

Mettiamo in fila i fatti. Un ragazzo di ventotto anni, Abdherrahim Mansouri, ucciso a Rogoredo con un colpo alla testa. Una versione immediata: legittima difesa. Un’arma giocattolo. Una minaccia. Uno sparo inevitabile.

Poi le crepe. L’arma senza impronte. La distanza di venti metri. Il colpo laterale. I soccorsi chiamati in ritardo. L’agente che ha sparato indagato per omicidio e altri quattro poliziotti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso. Testimonianze dal quartiere che parlano di taglieggiamenti, pressioni, di un agente che “voleva fargliela pagare”. Lo stesso assistente capo è coinvolto in altre inchieste, compresa una per falso ideologico legata a un arresto controverso tra piccolo spaccio e denaro. E non è irrilevante che, secondo ricostruzioni investigative, alcuni colleghi lo avrebbero descritto come un fanatico, abituato a muoversi sul filo dell’opacità nelle operazioni.

Non sono dettagli. È un quadro.

Nel frattempo, ore di talk show a costruire l’assoluzione preventiva. Sindacalisti di polizia a mimare lo sparo in studio. Il “pusher” contro lo “Stato”. La periferia trasformata in zona grigia dove tutto diventa lecito. La narrazione tossica che precede la perizia. Prima la propaganda, poi – forse – l’indagine.

Ma non si è fermata lì.

La stessa sera, col cadavere ancora caldo, Matteo Salvini aveva tuonato che lui stava col poliziotto, “senza se e senza ma”. Aveva parlato di scandalo per l’iscrizione nel registro degli indagati per omicidio volontario, mentre – secondo lui – i manifestanti che avevano picchiato un agente a Torino non sarebbero stati incriminati per tentato omicidio. Il solito copione: magistrati troppo severi con le divise, troppo indulgenti con chi protesta.

La Lega ha addirittura lanciato una raccolta firme al grido di “io sto col poliziotto”. E Riccardo De Corato, di Fratelli d’Italia, già vicesindaco di Milano, ha parlato di «accanimento nei confronti degli uomini in divisa davvero ingiustificato e inaccettabile».

Non un invito alla prudenza. Non un richiamo al rispetto dell’indagine. Non una parola sulla necessità di chiarire i fatti. Solo una linea politica: l’assoluzione preventiva.

Oggi quel racconto non regge più. E proprio per questo diventa evidente la posta in gioco.

Con lo scudo penale già introdotto dalla legge Sicurezza 2026 — che elimina l’iscrizione automatica nel registro degli indagati in presenza di cause di giustificazione come la legittima difesa — Rogoredo veniva raccontata come la prova vivente della “necessità” di blindare preventivamente chi usa la forza. La morte di un giovane migrante diventava argomento politico. Un fatto di cronaca trasformato in leva normativa.

Il meccanismo è chiaro: ridurre il controllo giudiziario immediato sull’uso delle armi, rafforzare la presunzione di liceità per chi spara, spostare il baricentro dell’accertamento verso una discrezionalità che rischia di trasformarsi in filtro.

Se oggi emergono contraddizioni, è perché un’indagine è partita. Ma il segnale politico resta: la forza va protetta prima di essere verificata.

Nel frattempo, nelle stesse settimane, si moltiplicano le denunce contro chi manifesta per Gaza. A Genova, a Bologna, in altre città. Il nuovo reato di blocco stradale applicato contro chi si siede per terra. La resistenza non violenta trasformata in reato penale. Centinaia di attivisti trascinati dentro procedimenti giudiziari per aver espresso solidarietà internazionale.

Non sono episodi scollegati. Sono tasselli dello stesso progetto.

Da una parte si amplia l’ombrello di protezione attorno al potere armato. Dall’altra si restringe lo spazio del dissenso. È un doppio movimento coerente: più impunità per chi esercita la forza, più repressione per chi la contesta.

Rogoredo, in questo senso, è una cartina di tornasole. Se la versione iniziale fosse stata accettata senza fratture, oggi staremmo discutendo di altro. Le crepe emerse dimostrano che il controllo democratico non è un fastidio burocratico: è l’argine che separa l’errore dall’abuso, la legittima difesa dall’arbitrio.

E mentre si parla di sicurezza, altrove emergono chat in cui si rivendica di aver “brutalizzato un testimone”, si scrive «Datemi pure del fascista, non mi interessa», si evocano slogan come «Zecche appese a piazzale Loreto». Non folklore. Non eccessi verbali. Indicatori di un clima in cui il dissenso è nemico e la forza è identità.

C’è poi un’altra verità che fatichiamo ad ammettere. Morti come quella di Mansouri provocano disagio. La reazione più comune è distogliere lo sguardo. È troppo imbarazzante riconoscere che persone pagate per difenderci possano talvolta finire per massacrare i nostri figli, i nostri amici, i nostri vicini di casa. È più comodo rifugiarsi nella formula rassicurante delle “poche mele marce”.

Ma questa retorica non regge più. Primo: il sospetto è che quelle mele non siano poi così poche. Secondo: bisogna chiedersi in quale cultura, in quale aspettativa di impunità, in quale clima politico quelle mele marciscano. Le mele non marciscono nel vuoto. Marciscono in un cesto.

La degenerazione democratica non è un concetto astratto. Nasce nelle stanze del potere ma prende forma concreta nelle strade. Ricade a cascata sui rapporti tra persone. È impossibile pensare che le tensioni di un paese attraversato da disuguaglianze sociali, economiche e razziali non si riflettano anche nelle sue forze dell’ordine. I corpi di polizia assorbono il clima politico, lo metabolizzano, talvolta lo radicalizzano.

Quando un poliziotto picchia un ragazzo fermato per pochi grammi di fumo, quando alza il manganello su un manifestante inerme, quando considera “nemico” chi contesta o chi appartiene a una classe marginale, si crea uno strappo. Ogni volta. La società dei diritti è uno schermo che dovrebbe proteggerci. Ma quello schermo oggi appare lacerato. Dietro non c’è un eccesso isolato: c’è una cultura che normalizza l’idea che alcuni siano più controllabili, più colpibili, più sacrificabili.

Il ricorso continuo alla retorica della sicurezza ha messo in secondo piano ogni discorso serio sulla responsabilizzazione e sulla smilitarizzazione dei corpi di polizia. Si è preferito parlare di “guerra allo spaccio”, “guerra al degrado”, “guerra ai blocchi stradali”, fino a trasformare la gestione dell’ordine pubblico in una logica di conflitto permanente. E in questa logica si sedimenta la distinzione tra classi “pericolose” e classi “protette”.

Le disuguaglianze non vengono contrastate: vengono sorvegliate. I poveri non vengono sostenuti: vengono controllati. I migranti non vengono integrati: vengono schedati. Il dissenso non viene ascoltato: viene criminalizzato. Si colpevolizzano i deboli in nome di una presunta sicurezza richiesta dai cittadini, si smantellano strumenti di tutela sociale, si attaccano misure redistributive come fossero il vero nemico. E intanto si chiede più forza, più armi, più protezione e impunità per chi le impugna.

In questo scenario, Rogoredo non è un incidente. È un sintomo.

Quel clima non nasce per caso. Viene alimentato. Viene legittimato. Talvolta viene persino premiato.

Il punto allora non è solo cosa è accaduto a Mansouri. Il punto è la traiettoria politica che attraversa questi mesi. La sicurezza viene trasformata in ideologia. Il conflitto sociale in ordine pubblico. La solidarietà internazionale in minaccia. L’uso della forza in valore identitario.

E tutto questo mentre le cause reali dell’insicurezza – precarietà, esclusione, marginalità, disuguaglianza – restano intatte o peggiorano.

Più armi non significano più sicurezza. Più repressione non significa più ordine. Significa uno Stato che si irrigidisce, che si protegge, che riduce lo spazio del controllo democratico.

La scelta è davanti a noi: o si rompe questa deriva, o la si subisce.
Perché quando la forza diventa linguaggio quotidiano del potere, la democrazia non arretra lentamente: viene svuotata, pezzo dopo pezzo, fino a restare solo una parola buona per i comunicati stampa. E a quel punto non si discute più di sicurezza, ma di obbedienza.

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Palestina | Il delirio di Israele contro Msf, un dossier per delegittimare l’assistenza umanitaria

  

da Medioriente.net (sito)

 

Se oggi su google scrivete “medioriente” o “palestina” il primo link è una sponsorizzazione del governo dello stato ebraico contro Medici senza frontiere. Ad essere sponsorizzato un dossier di 25 pagine per giustificare l’espulsione di Médecins Sans Frontières (MSF) dai territori palestinesi occupati. Il documento, pubblicato a dicembre 2025, rappresenta un attacco senza precedenti contro una delle più rispettate organizzazioni umanitarie internazionali, vincitrice del Premio Nobel per la Pace nel 1999.

 

il dossier

L’accusa: “operare sotto falsa bandiera umanitaria”
Il team interministeriale israeliano conclude che le quattro sezioni di MSF – Francia, Belgio, Paesi Bassi e Spagna – “operano sotto la facciata di attività umanitaria, mentre in pratica promuovono una narrativa estremamente anti-israeliana, mantengono affiliazioni con entità terroristiche, promuovono boicottaggi e ignorano deliberatamente gli obblighi di registrazione”. Il livello di rischio è definito “estremamente alto” per la sicurezza dello Stato di Israele.​

La colpa di testimoniare i crimini
Il report israeliano si rivela un catalogo involontario dei crimini perpetrati a Gaza, riportando sistematicamente le dichiarazioni pubbliche di MSF che documentano la realtà sul campo. Le accuse di “delegittimazione” si basano su citazioni dirette delle testimonianze mediche dell’organizzazione.

Testimonianze censurate
MSF Francia ha dichiarato: “I medici non possono fermare un genocidio, ma i nostri leader sì”, documentando “uccisioni di massa, distruzione sistematica delle infrastrutture civili, assedio deliberato e carestia, oltre allo sfollamento forzato della popolazione, descritto come pulizia etnica”. MSF Spagna ha riferito che “la campagna genocida di Israele a Gaza ha distrutto la maggior parte dei mezzi di sussistenza per i palestinesi nella Striscia” e che le forze israeliane “hanno sistematicamente attaccato il sistema sanitario di Gaza, bombardando ospedali, facendo raid nelle strutture mediche e mettendo in pericolo le vite del personale e dei pazienti”.​

MSF Belgio ha documentato che “gli ordini di evacuazione israeliani sono uno strumento in una campagna di pulizia etnica che trasforma Gaza in un inferno vivente per i palestinesi”. MSF Paesi Bassi ha testimoniato: “Ciò che sta accadendo a Gaza non è solo un disastro umanitario. È lo sterminio sistematico di un popolo”.

Accusa di terrorismo: due nomi per criminalizzare migliaia
Il dossier identifica due dipendenti palestinesi di MSF come presunti membri di organizzazioni considerate terroristiche da Israele. Fadi Al-Wadiya è accusato di essere un operativo della Jihad Islamica sulla base di un post Twitter dell’IDF. Mahmoud Abunejeila, medico ucciso in un attacco israeliano all’ospedale Al-Awda nell’ottobre 2023, è accusato di aver espresso sostegno al FPLP su Facebook, FPLP è un. partito politico oltre ad essere una organizzazione di resistenza.​

Su questa base, il governo israeliano criminalizza l’intera organizzazione, sostenendo che questi casi isolati dimostrino “un rischio intrinseco di infiltrazione o manipolazione delle operazioni umanitarie da parte di attori terroristi”.

Documentare l’apartheid
Il report accusa MSF Belgio di “negare lo status di Israele come stato democratico/ebraico” per aver pubblicato il rapporto “Inflicting Harm and Denying Care” (febbraio 2025), che documenta come “le autorità israeliane hanno imposto un sistema che discrimina i palestinesi, limita i loro movimenti e nega loro diritti fondamentali, incluso l’accesso all’assistenza sanitaria”.

Il dossier considera “delegittimante” la citazione della sentenza della Corte Internazionale di Giustizia del 19 luglio 2024, che ha ritenuto l’occupazione israeliana illegale e in “chiara violazione delle proibizioni internazionali contro la segregazione razziale e l’apartheid”. MSF ha semplicemente riferito una sentenza giuridica internazionale, ma per Israele questo costituisce un attacco alla sua legittimità.

 

Il ricatto: consegnare i nomi dei palestinesi
Tutte e quattro le sezioni di MSF hanno rifiutato di fornire “elenchi completi del personale, inclusi i dettagli dei dipendenti palestinesi” come richiesto dalle linee guida di registrazione israeliane. MSF Francia ha risposto ufficialmente: “Siamo vincolati da obblighi per salvaguardare i diritti e la protezione del nostro personale, e per sostenere i principi di neutralità, imparzialità e indipendenza che sono alla base dell’azione umanitaria”.

MSF Belgio ha espresso preoccupazioni riguardo “l’identità delle entità che avranno accesso alle informazioni, la modalità di conservazione e protezione, la durata della conservazione e la possibilità che le informazioni vengano trasferite ad altre entità”. L’organizzazione ha sottolineato di non essere mai stata tenuta a fornire tali informazioni in più di 70 paesi in cui opera.

L’indipendenza come crimine
Il dossier ammette che MSF è finanziata quasi interamente da donazioni private: Francia 98-99%, Spagna 99%, Paesi Bassi 99,6%, Belgio prevalentemente da fonti interne e private. Nessuna delle sezioni riceve finanziamenti da governi mediorientali o da Israele. Tuttavia, secondo il team israeliano, “questa indipendenza finanziaria non compensa la pronunciata politicizzazione nel discorso ufficiale”.

Le richieste di embargo, diritto internazionale come boicottaggio
MSF Francia ha chiesto alla Francia di “garantire che nessuna arma o munizione francese venga utilizzata dall’esercito israeliano nella sua guerra genocida a Gaza”. MSF Paesi Bassi ha esortato il governo olandese a “interrompere le forniture di armi a Israele” e “considerare sanzioni economiche”. MSF Spagna ha denunciato che “l’UE e molti dei suoi leader hanno recentemente scelto di rimproverare Israele, tuttavia queste parole suonano vuote, poiché non prendono le misure sostanziali necessarie per fermare le uccisioni e continuano ipocritamente a fornire armi a Israele”.​

Il dossier interpreta queste richieste come “sostegno alle campagne BDS di embargo sulle armi”, equiparando la richiesta di rispettare il diritto internazionale umanitario con il boicottaggio politico.​

La “militarizzazione degli aiuti”
MSF Spagna ha denunciato che “il Governo di Israele ha monopolizzato gli aiuti con un modello che, lungi dall’alleviare la sofferenza, la perpetua. Frammenta, condiziona e politicizza l’assistenza, violando i principi fondamentali di neutralità, imparzialità e indipendenza. Questo non è un sistema di aiuti umanitari, è la militarizzazione degli aiuti contro una popolazione affamata”.​

Per il governo israeliano, questa denuncia costituisce un’accusa di “delegittimazione” e dimostra la “politicizzazione” di MSF.

Un’organizzazione premiata con il Nobel, loro sì Trump no
Il dossier riconosce che MSF è stata fondata nel 1971 in Francia, opera in più di 70 paesi e ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace nel 1999. L’organizzazione è gestita da consigli di amministrazione eletti democraticamente, è sottoposta a audit esterni da parte di Ernst & Young, e mantiene una rigorosa separazione dei poteri e controlli interni. I dirigenti ricevono compensi modesti: il CEO di MSF Paesi Bassi guadagna 8.000-9.000 euro lordi al mese.

Il team interministeriale conclude che esiste “preoccupazione che l’organizzazione: neghi l’esistenza dello Stato di Israele come stato ebraico e democratico; mantenga collegamenti con un’organizzazione terroristica designata; serva da copertura per attività illegali; promuova attività di delegittimazione; e chieda il boicottaggio dello Stato di Israele”.

Come “soluzione alternativa”, il report raccomanda di “espandere l’ingresso di professionisti e team da altre organizzazioni sanitarie e mediche che soddisfino i requisiti normativi e sostengano i principi di neutralità e trasparenza”. In altre parole: sostituire testimoni scomodi con organizzazioni più compiacenti.

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mercoledì 25 febbraio 2026

A proposito di colonialismo americano: dalla Monroe alla Mondroe - Alberto Bradanini

 

Nemmeno i roditori di Manhattan hanno mai digerito la leggenda infantile che la dottrina Monroe – un’insulsa sintesi ideologica dell’allora nascente colonialismo americano, datata 1823 – debba considerarsi l’undicesimo comandamento della religione imperialista. Persino i frequentatori di quelle vie fognarie sono al corrente che si tratta di un’impudente stampella che tenta di giustificare l’ingiustificabile. Vediamo: il 2 dicembre 1823, in un messaggio al Congresso l’allora inquilino della Casa Bianca, James Monroe, consegnò alla storia quanto segue: “I continenti americani, nella condizione libera e indipendente che hanno assunto e mantengono, non devono più essere considerati soggetti, d’ora innanzi, a future colonizzazioni da parte di potenze europee”, aggiungendo che gli Stati Uniti “non avrebbero interferito negli affari europei“, ma avrebbero considerato atto ostile ogni tentativo di interferenza europea “nei paesi americani indipendenti” (vi erano allora molte colonie).

Da allora gli europei non hanno più interferito nell’Emisfero Occidentale – con l’eccezione della vicenda cubana (1962), momento critico della guerra fredda tra due Grandi Potenze – non tanto per discernimento, quanto per declino strutturale e diverse priorità. Gli Stati Uniti hanno invece disatteso quella promessa, ingombrando pervasivamente l’Europa (e il mondo intero), con minacce, sanzioni, conflitti, corruzione e uso della forza.

Da allora, l’infantile ermeneutica della dottrina Monroe contribuisce a silenziare una spudorata violazione del diritto internazionale e della sovranità/libertà di altri popoli, per nutrire la gloria e le tasche della sola nazione indispensabile al mondo (M. Albright e B. Clinton).

Del resto, il buongiorno si vede al mattino. Sin dagli albori, l’ideologia di una nazione modellatasi nello sterminio degli indigeni americani nutriva le istituzioni con l’orrore disumano della schiavitù: i padri fondatori di cotanta democrazia – George Washington, Thomas Jefferson, James Madison, William Harrison, John Tyler e via dicendo – erano tutti grandi proprietari di schiavi.

Nei secoli successivi l’egemonia Usa si imporrà attraverso la legge della giungla: colpi di stato, invasioni, guerre occulte o dichiarate, rapimenti di presidenti, torture, violenze, corruzione e via dicendo. Prendere coscienza di ciò è duro. Molti occidentali, in primis i cittadini di quella nazione, preferiscono dunque lasciarsi sedurre dal sole che tramonta sul Grand Canyon e poi farsi un bourbon, invece di opporsi al dominio delle corporazioni private, un sistema che in America Latina tutti capiscono perché inciso sulla loro pelle: nemmeno le foglie sono libere di cadere senza il placet dei predoni di Washington.

Quanto sopra premesso, giunge ora voce che, con il ritorno alla Casa Nera, quel gentleman ottuagenario dai modi fini, la chioma al vento e le idee luminose, che ha nome D. Trump – lo stesso che ha accumulato una meritata fortuna costruendo alloggi popolari per i senzatetto di New York – intenderebbe aggiornare il senso della citata dottrina Monroe ribattezzandola dottrina Mondroe. Dalla coerenza che ne deriverebbe in termini di chiarezza trarrebbero giovamento sia i destinatari di tale strategia umanitaria (il cui senso è così sintetizzabile: se non obbedisci, ti spacco il fondoschiena!) sia i media mainstream, non più costretti a un trapianto di cellule cerebrali prima di descrivere quanto accade al mondo.

Sappiamo che in ossequio alla tradizionale dottrina Monroe, il Venezuela deve farsi rapire il presidente, Cuba deve tornare a essere un bordello di Las Vegas, Panama svendere il Canale ai marines e tutti i governi sudamericani misurare parole e amicizie, obbedendo a tale Rubio Marco, segretario di stato Usa, di professione figlio di fuoruscito cubano (sebbene prima della rivoluzione castrista). Nel rispetto della più recente dottrina Mondroe, invece, l’Iran – un paese che sulla mappa il 99 % dei cittadini americani colloca sotto l’Australia – deve suicidarsi: a) rinunciare alla tecnologia dell’atomo per scopi civili, elettricità e altro (consentita dal Trattato di Non Proliferazione, a cui diversamente da Israele ha aderito); b) smantellare la sola deterrenza di cui dispone, i missili balistici e ipersonici, accettando francescanamente di farsi bombardare da ordigni americano-sionisti, notoriamente messaggeri di democrazia e diritti umani, senza nemmeno chiedere perché (di grazia) non lo faccia anche Israele, magari dopo aver distrutto, con l’occasione, le centinaia di testate nucleari in suo possesso; c) astenersi da ogni relazione con Hamas (tradizionalmente finanziata, oltre che dalla stessa Israele, soprattutto dalle monarchie del golfo alleate degli Usa) e Hezbollah (il Partito di Dio al governo in Libano, dove è accreditato anche l’Ambasciatore americano a Beirut), che difende l’indipendenza del suo paese e, come può, la sopravvivenza dei palestinesi davanti alla ferocia dell’esercito israeliano.

La dottrina Mondroe prevede altresì che la Cina torni povera e dipendente dal capitalismo occidentale, che la provincia di Taiwan diventi indipendente, che la Russia perda la guerra e si lascia depredare dalle benefiche corporazioni di Wall Street, che la Groenlandia diventi il 51.mo stato degli Stati Uniti, perché loro ne hanno bisogno), che i palestinesi spariscano dalla faccia della terra, cosicché Israele possa espandersi – come afferma un libro scritto qualche migliaio di anni fa – dall’Eufrate al Mediterraneo (altrimenti le sue lobby si arrabbiano e l’impero trema).

Nel frattempo, dopo la ferita ancora aperta in Venezuela, la libera stampa di mainstream – cumulando introspezione storica e acume geopolitico – si domanda candidamente se sarà Donald Trump a far cadere Cuba, ovvero se, dopo 67 anni di resistenza alle amorevoli scudisciate yankee, Cuba cadrà da sola, magari dopo aver inciampato uscendo di casa. La medesima stampa – che per individui normali, a parte i sonnambuli, è solo un megafono stonato della plutocrazia euroatlantica – ci rivela che la meditata decisione del Sovrano del Sistema Solare e aspirante Nobel per la Pace 2026 di bloccare tutte le petroliere dirette verso l’isola ribelle costituisce un colpo durissimo a un’economia già in ginocchio. Poiché i media non osano farlo, prendiamo noi la libertà di suggerire che la ragione di ciò potrebbe forse rinvenirsi nel criminale embargo che dal 1959 gli Usa impongono contro chiunque commerci con Cuba. Resta misterioso dove si nascondano le voci di governi democratici, parlamenti, giornali, accademici e intellettuali sensibili alla decenza, al diritto, alla vita e alla sovranità di un popolo in sofferenza, colpevole solo di non piegarsi a novanta gradi al passaggio del bullo del quartiere, il principale stato canaglia del pianeta-terra, gli Stati Uniti d’America[1].

Passerebbe alla storia del sistema solare se i governi europei – ma qui entriamo nella fantascienza – invitassero le truppe imperiali ad invadere, invece di Cuba, le Isole Vergini, Trinidad e Tobago, le Isole Cayman, Bermuda, Anguilla, Saint Lucia, Grenada, Belize e altri paesini della regione, noti forse per la loro bellezza ma soprattutto per proteggere i capitali in fuga dal fisco. Tale sussulto di moralità risuonerebbe nei secoli dei secoli. La plutocrazia Usa prende invece di mira un’isola martoriata che non nasconde ricchezze o eserciti invasori, ma vive la dolorosa consapevolezza che il paradiso dei ricchi è fatto dell’inferno dei poveri.

Nel silenzio dei maggiordomi europei, quell’anziano signore col tupè, che dispone tuttavia di immensi poteri, viola ogni giorno etica e buon senso, dopo aver elevato a imperativo categorico il suo instabile giudizio, orgoglioso però di utilizzare la Carta delle Nazioni Unite e in generale il diritto internazionale al posto della carta igienica.

Alla stampa dominante, nel menzionare il Venezuela, non punge vaghezza di ricordare, come si trattasse di un evento occorso nell’Alto Medioevo, e non un mese fa, che il suo legittimo (sì legittimo!) Presidente è stato rapito da un gruppo di banditi (i soldati Usa), agli ordini di generali altrettanto banditi – nelle nazioni evolute, infatti, questi devono disobbedire quando gli ordini contraddicono il diritto penale – e del Segretario alla Difesa (che si fa ora chiamare Segretario alla Guerra, affinché non si abbiano dubbi in proposito), sotto la sorveglianza del citato autocrate, lo stesso che Caronte dagli occhi roventi attende ansioso alla soglia dell’Ade, per accoglierlo tra piaceri della cayenna.

A proposito di degrado biologico, gli Epstein files rivelano l’abisso etico dei massimi detentori di potere e ricchezze nel pianeta. Secondo quanto emerso, al netto della ripulitura di tali fascicoli (1,5 milioni di questi sono tuttora secretati), il nome del citato Sovrano appare un milione di volte, non cento o mille volte, ma proprio un milione di volte! Per ricostruire gli scambi di piaceri, in ogni demoniaco senso, non basterebbe un esercito d’investigatori. Non è forse un caso se negli ultimi mesi lo sguardo presidenziale si è incupito. La pace in Ucraina (e altrove), promessa entro 24 ore ai suoi candidi elettori, viene sempre rinviata tra un paio di mesi, mentre ormai anche i pinguini dell’Antartide hanno compreso che la sua esistenza – tra scheletri, frequentazioni indecenti e comportamenti bizzarri – somiglia poco a quella del poverello d’Assisi.

Nel vuoto politico dei governi europei e in quello di pensiero dei burocrati di Bruxelles – destinati tutti a finire nella spazzatura della storia – è l’intera classe dominante euroatlantica che si rotola nella melma, evidenza conclusiva che l’impero è marcio. Prima di commemorarne i fasti, tuttavia, la storia potrebbe presentare il conto. Nessun pranzo è gratis. Il nostro auspicio è che la sopravvivenza del mondo abbia un costo sopportabile per il genere umano.

Non è l’infima qualità dei detentori del potere che qui rileva. Da lì, come affermava Confucio, provengono quasi sempre gli uomini peggiori. La storia è del resto stipata di individui che insieme al potere hanno accumulato demenza e depravazione. Ciò che colpisce è invero il drammatico deficit di pesi e contrappesi, Leggi, Costituzione, parlamenti/congressi, opposizioni politiche, libera stampa, intellettuali (ombre di ombre) e via dicendo, e ancor prima una popolazione vigile, che appare invece persa nelle nebbie della paura, del consumo di beni inutili, dell’emarginazione etica, dell’alienazione, démoni tutti che frantumano il valore dell’esistenza.

Non v’è molto da aspettarsi da politici, ricchi aziendalisti, direttori di prestigio, facoltosi e celebrità, case reali e miliardari, larga parte dei quali abitatori di edonismi narcisistici e insaziabile cupidigia. La classe dominante non concede nulla senza qualcosa in cambio. Chi vi si avvicina, ne diventa schiavo. Essi sono i nemici da combattere, sempre.

In un suo tweet, Elon Musk afferma: chi afferma che il denaro non fa la felicità sa di cosa parla, aggiungendo una faccina triste. Sorprende non poco che tale rapinatore di ricchezze altrui non sia nemmeno capace di utilizzarle per mitigare la sua disumana inquietudine. Di tutta evidenza, una civiltà che consente a un esiguo gruppo di dissennati di alimentare la guerra e avvelenare il pianeta, non ha davanti a sé una lunga vita. Nemesi, la dea della giustizia compensatrice, non consente loro di farla franca, condannandoli a straziarsi l’anima davanti a cumulo di ricchezze che potrebbe sfamare per secoli miliardi di persone.

La felicità – non sappiamo bene come chiamarla, ma insomma, quella cosa lì – è il premio meritato di una vita spesa bene. Per gente come lui, l’assenza di appagamento nasconde un mostro, il desiderio sadico di dominare altri uomini, ultima depravazione di un essere perduto.

Si racconta che Joseph Heller, autore del romanzo Catch-22, venne interrogato da un amico a casa di un miliardario: “Joseph, come ti fa sentire sapere che chi ci ospita guadagna in un giorno più di quanto tu abbia guadagnato in anni dedicati a scrivere il tuo libro di maggior successo?” E Joseph: “mi fa sentire tranquillo. Io possiedo qualcosa che lui non potrà mai avere.”: “e che diavolo potrebbe mai essere?” E Joseph: “La consapevolezza di possedere abbastanza.” … Caro Joeseph, riposa in pace!


[1] Lindsay O’ Rourke, Covert Regime Change: America’s Secret Cold War, Ed. Cornell Un. Press, 2018

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