giovedì 6 agosto 2026

ricordo di Francesco Guccini

 












12 canzoni di Francesco Guccini, secondo Luca Sofri



Pechino mette nel mirino i trust offshore dei super ricchi cinesi per recuperare gettito e ridurre le disparità -

 

Rubare ai ricchi per donare ai poveri. Non era esattamente questo che intendeva il presidente cinese Xi Jinping quando nel 2021 lanciò l’obiettivo della “prosperità comune” per ridurre le diseguaglianze sociali. Né è esattamente questo lo scopo della crescente stretta di Pechino sui capitali esteri. Sommate, tuttavia, le due politiche – se non basteranno ad alleviare la polarizzazione sociale – quantomeno serviranno a mettere in riga i “paperoni” cinesi.

A finire nel mirino dei “Robin Hood” di Pechino sono i trust offshore, strumenti giuridici e finanziari istituiti in una giurisdizione estera (spesso a fiscalità agevolata) in cui il disponente (settlor) trasferisce beni a un fiduciario (trustee) affinché li gestisca a beneficio di terzi. Finora sono stati spesso utilizzati dalle famiglie benestanti cinesi per eludere la sorveglianza normativa, evitare la tassazione, o semplicemente proteggere il proprio patrimonio dalla campagna anticorruzione di Xi.

Dal 24 luglio, muoversi nel torbido mondo delle strutture fiduciarie è diventato più difficile: secondo direttive del Ministero delle Finanze, i residenti cinesi che trasferiscono asset in trust esteri devono pagare un‘imposta sul reddito delle persone fisiche del 20% sui guadagni generati, indipendentemente dal fatto che i dividendi siano stati effettivamente distribuiti o meno. Il quadro normativo concede ai contribuenti 90 giorni per regolarizzare la propria posizione senza incorrere in ulteriori sanzioni. Ma non lascia scappatoie ai furbetti: le misure valgono anche per chi acquisisce la cittadinanza straniera o la residenza permanente all’estero, continuando a mantenere i principali interessi economici nella Repubblica popolare.

Per quanto in linea con le prassi internazionali, nel contesto cinese, le nuove regole segnano una svolta piuttosto importante. Come spiega al Fattoquotidiano.it l’avvocato Giovanni Lovisetti, esperto di operazioni di investimento tra Cina e Italia, mentre “la legislazione cinese da sempre impone la tassazione sul reddito mondiale dei residenti fiscali cinesi, l’applicazione pratica di queste norme ai trust offshore è sempre rimasta alquanto incerta. Il nuovo regime elimina molte ambiguità offrendo un quadro normativo piuttosto completo”.

Chiarezza innanzitutto, ma non va sottovalutata nemmeno l’ampiezza della manovra. Come spiega Lovisetti, infatti, le nuove misure disciplinano “tutte le strutture che pur non appartenendo tecnicamente alla categoria dei trust mirano comunque a raggiungere lo stesso risultato economico”. Questo – aggiunge l’esperto – lascia presagire un “impatto profondo” non solo sugli individui e sulle famiglie con patrimoni importanti. A risentirne saranno anche “tutte le società attive nel settore della gestione patrimoniale”, con contraccolpi ben oltre i confini della Cina continentale. Soprattutto a Hong Kong, dove i trust offshore rappresentano da tempo uno strumento privilegiato per gli imprenditori cinesi e i super-ricchi. In gioco ci sono centinaia di miliardi di dollari provenienti dalla mainland, che per decenni hanno sostenuto ogni settore – dal lusso all’immobiliare fino al mercato dei capitali – trasformando l’ex colonia britannica nel primo centro al mondo per i patrimoni offshore, titolo strappato alla Svizzera, secondo il 2026 Global Wealth ⁠Report del Boston Consulting Group.

La stretta sui trust offshore si inserisce nell’ambito di una drastica intensificazione del controllo sulla fuga di capitali, da due decadi già soggetti a restrizioni (il limite per il cambio o il trasferimento all’estero è di 50.000 dollari statunitensi per persona ogni anno). A giugno, l’Ufficio nazionale di controllo dei conti cinese ha scoperchiato diversi casi di evasione fiscale e carenze nei controlli presso autorevoli istituzioni finanziarie statali, compresi 348,36 milioni di dollari in tasse eluse da Bank of China. Funzionari stranieri, banchieri cinesi, gestori di family office e istituti finanziari hanno dichiarato al Financial Times di aver ricevuto istruzione di esaminare gli investimenti esteri dei cittadini più facoltosi per verificare se i redditi siano stati regolarmente dichiarati. Talvolta gli accertamenti scavano fino a venticinque anni fa.

Non sono disponibili stime ufficiali sull’ammontare dei fondi parcheggiati oltre frontiera da soggetti cinesi. Secondo l‘Institute of International Finance, solo nel 2025 a superare il confine è stata la cifra record di oltre 800 miliardi di dollari. In alcune circostanze ai numeri sono associati nomi importanti. Il South China Morning Post cita nello specifico le operazioni poco trasparenti condotte dal magnate dell’immobiliare Pan Shiyi e dalla moglie Zhang Xin. Due anni prima della quotazione in Borsa, nel 2005, la coppia aveva trasferito le quote del gigante del mattone Soho China in un trust alle isole Cayman. Più di recente ad attirare l’attenzione dei regolatori è stata la disputa ereditaria all’interno della famiglia di Zong Qinghou, il miliardario fondatore del colosso delle bevande Wahaha Group scomparso nel 2024, durante la quale i tre figli nati fuori dal matrimonio hanno chiesto il congelamento di un trust offshore del valore di quasi 2 miliardi di dollari controllato dal loro fratellastro.

L’azione di Pechino contro gli istituti fiduciari si inserisce in un più ampio rafforzamento della supervisione sugli investimenti esteri. A maggio, la Commissione cinese di regolamentazione dei titoli (CSRC) ha multato tre società di intermediazione, tra cui Tiger Brokers e Futu Securities International, per aver offerto illegalmente agli investitori nazionali l’accesso al trading di azioni estere. All’origine dell’inasprimento normativo ci sono motivazioni politiche ed economiche. Se nei primi anni Duemila la Cina ha consentito le strutture offshore per attrarre investitori stranieri verso le nascenti aziende tecnologiche del paese, oggi le condizioni sono cambiate. C’entra l’ascesa dei mercati finanziari di Shanghai, Shenzhen e Pechino ma non solo.

Con il rallentamento della crescita cinese, l’aumento della disoccupazione giovanile e la stagnazione dei salari, la dirigenza comunista deve cercare nuove fonti di legittimazione politica. Colpire le fasce più benestanti sembra una soluzione “populista” per imbrigliare le disparità sociali in rapido aumento. Lo conferma il coefficiente di Gini, lievitato da 0,45 nel 1995 a oltre 0,7 nel 2023, stando a una ricerca divulgata a marzo da Li Shi, preside dell’Istituto per la prosperità e lo sviluppo comune presso l’Università di Zhejiang. L’analisi dell’indicatore – che identifica con il valore 1 la massima diseguaglianza – evidenzia tra le cause un rallentamento della crescita del reddito familiare. Così, se per realizzare la “prosperità comune”, inizialmente Xi aveva chiesto il supporto delle big tech, ora il monito è stato esteso dalla cerchia ristretta di Jack Ma & Co. a tutti i ricchi del paese.

C’è poi una questione più squisitamente economica. La riforma dei trust arriva in un momento in cui tanto Pechino quanto le amministrazioni locali sono a corto di risorse. Il rallentamento della crescita ha portato a una diminuzione del gettito dell’imposta sul reddito delle società, mentre la persistente crisi del mercato immobiliare ha reso più difficile per i governi locali rabboccare le casse con la vendita dei terreni agli sviluppatori. Una pratica che fino a pochi anni fa rappresentava ben il 38% delle entrate fiscali totali.

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mercoledì 5 agosto 2026

Un nuovo attacco contro la Corte Penale Internazionale - David Hearst (*)


Non è una novità. Tutte le volte che la Corte Penale Internazionale comincia a chiedere conto ad Israele dei suoi crimini, scattano le rappresaglie. 

Era già successo in passato, con le minacce personali alla Procuratrice Capo, Fatou Bensouda, "rea" di aver istruito nel 2021 un'indagine sui crimini di Tel Aviv nei territori palestinesi occupati. Ora, con la destituzione di Karim Khan, la Corte riceve un'ulteriore bordata.

Karim Khan ha osato chiedere conto a Israele delle sue azioni, ed è per questo che è stato destituito

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Tra le numerose reazioni seguite alla fin troppo prevedibile destituzione del Procuratore Capo Karim Khan da parte della Corte Penale Internazionale, è emerso un post rivelatore.
È stato pubblicato da Danny Danon, ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, che ha messo in guardia il sindaco di New York Zohran Mamdani.

Mamdani aveva appena definito il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu un Criminale di Guerra che avrebbe dovuto essere arrestato al suo prossimo arrivo sul suolo statunitense, pur ammettendo di non avere i poteri per farlo.
Danon ha minacciato Mamdani di avere la stessa sorte di Khan. "Zohran Mamdani, prenda nota: usare Israele come arma politica non la proteggerà dalle sue responsabilità".

 

Danon ha ripetuto l'affermazione, che ora sembra essere stata confermata, secondo cui Khan avrebbe usato i mandati di arresto contro Netanyahu e il suo ex Ministro della Difesa per insabbiare le sue presunte molestie sessuali. Come appurato, Khan ha emesso i mandati, meticolosamente preparati, sei settimane prima ancora di essere a conoscenza delle accuse. Ma la verità e il giusto processo sono stati irrilevanti nella campagna durata 18 mesi per rimuovere Khan.

Questa campagna ha incluso un'inchiesta mediatica sul Wall Street Journal, Associated Press, The Guardian e, più recentemente, CNN.
Avvertimenti privati ​​da parte di David Cameron, allora Ministro degli Esteri, che gli disse che la Gran Bretagna avrebbe tagliato i fondi alla Corte Penale Internazionale e si sarebbe ritirata dallo Statuto di Roma se i mandati fossero stati emessi.
Senatori repubblicani che gli dissero: "Prendi di mira Israele e noi prenderemo di mira te", e l'essere stato pubblicamente nominato come sospettato, prima ancora di aver avuto la possibilità di difendersi, dal presidente dell'Assemblea degli Stati Parte, la finlandese Paivi Kaukoranta.


Un nuovo precedente

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In passato, Israele ha preferito operare dietro le quinte. Quando ha tentato di fare pressione sulla predecessora di Khan, la Procuratore Capo Fatou Bensouda, lo ha fatto con discrezione. L'ex Procuratrice ha descritto in un'intervista ad Al Jazeera un incontro con l'allora capo del Mossad, Yossi Cohen, in un hotel di New York durante una riunione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite.

"Era chiaro che non volevano che le indagini sulla situazione in Palestina continuassero", ha affermato. "Questo è il punto fondamentale".
Alla domanda se Cohen le avesse detto che Israele si sarebbe potuto "occupare" di lei e l'avesse avvertita che procedere avrebbe potuto compromettere la sicurezza della sua famiglia, Bensouda ha risposto: "Sì, l'ha fatto".

Ma questa campagna per rimuovere Khan ha creato un nuovo precedente. Israele si è assunto la responsabilità fin dall'inizio e non ha fatto alcun tentativo di nascondere a Khan stesso o al mondo esterno di essere dietro a queste accuse.

Ha inviato una squadra del Mossad all'Aja, dove Khan vive, per intimidirlo. Ha fatto pervenire messaggi a Khan tramite un avvocato britannico, sebbene quest'ultimo abbia dichiarato di parlare solo a titolo personale.

Infine, Netanyahu stesso ha "rivelato" che altre quattro donne si stavano preparando a testimoniare contro Khan. Questo è avvenuto poche ore prima che il Guardian affermasse che una seconda donna stava per farsi avanti.

 

La richiesta di Netanyahu non si è mai avverata.

Khan è rimasto fermo sulle sue posizioni e sulla sua convinzione che la Corte Penale Internazionale, tra tutti i tribunali, avrebbe rispettato il giusto processo. Quest'ultima fiducia potrebbe essere stata mal riposta.

Le accuse contro Khan sono state oggetto di indagine per oltre un anno da parte del l'Ufficio per gli Affari Interni delle Nazioni Unite, che ha formulato 137 conclusioni, nessuna delle quali configurava una condotta scorretta, tanto meno una condotta sessuale scorretta.

Le prove raccolte dal l'Ufficio per gli Affari Interni delle Nazioni Unite sono state poi meticolosamente esaminate da un collegio di tre giudici internazionali di alto livello nominati dalla Corte Suprema del Massachusetts.

Questo collegio giudiziario ha stabilito che le conclusioni dell'Ufficio dei Servizi di Controllo Interno "non dimostrano alcuna condotta scorretta o violazione del dovere" da parte di Khan. Hanno utilizzato gli stessi criteri probatori impiegati dalla stessa Corte Penale Internazionale.

A quel punto è iniziata una campagna da parte della stessa Assemblea degli Stati Parte per sabotare il rapporto redatto dai giudici che essa stessa aveva nominato.

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Un processo farsa

Per soffermarci sull'ultimo punto. Stiamo parlando di un tribunale.
In esso, i giudici vengono nominati per la loro abilità nel vagliare e valutare le prove.
Eppure, l'Ufficio politico, composto da ex diplomatici nominati dagli Stati membri, ha deciso di ignorare il parere legale dei propri giudici più anziani e di riaprire il caso in un tribunale farsa, tutto per conto proprio.
Immaginate quale sarebbe stata la reazione dei governi occidentali se il Presidente russo Vladimir Putin, contro il quale Khan ha emesso un mandato di arresto, avesse fatto la stessa cosa di Netanyahu per fare pressione sugli Stati membri della Corte Penale Internazionale. Ma la situazione è stata persino peggiore.

Per destituire Khan, l'Ufficio dell'Assemblea degli Stati Parte, l'organo di governo della Corte, ha dovuto negare a lui e ai suoi avvocati il ​​giusto processo, o addirittura qualsiasi processo.
Ciò includeva membri dell'Ufficio che dicevano privatamente alla denunciante e tra di loro che Khan era finito; che cambiava l'accusa per cui doveva essere licenziato senza sottoporgliela; e che modificava le regole di voto.
Margaretja Kassangana, diplomatica polacca e vicepresidente dell'Assemblea degli Stati Parte, incontrò privatamente l'accusatrice di Khan per discutere del caso prima che l'Ufficio deferisse la questione all'Ufficio per gli Affari Interni delle Nazioni Unite alla fine del 2024.
Un altro membro dell'Ufficio, l'ambasciatrice dell'Uganda Mirjam Blaak, fu sentita dire a un collega di credere che Khan "potrebbe non tornare", descrivendo la denunciante in termini personali.

Quando l'intervistai, Khan mi disse che l'Ufficio si stavano inventando tutto sul momento. "È un processo creato apposta per me".

Nella loro votazione per la sospensione di Khan, l'Ufficio ritenne che avesse commesso "gravi irregolarità". La decisione accusava Khan di aver avuto una relazione sessuale con la denunciante, ritenuta inappropriata a causa dello squilibrio di potere tra loro.

Questa accusa non era mai stata sottoposta a Khan.
È stato accusato prima di aver toccato la denunciante, poi di stupro, ma mai di aver avuto un rapporto sessuale consensuale.

La testimonianza della denunciante si concentrava su una condotta non consensuale. L'Ufficio lo ha licenziato sulla base di un'accusa che non gli era mai stata formalizzata.
Per assicurarsi che la pubblica condanna a morte del loro Procuratore Capo si svolgesse come previsto, l'ufficio ha modificato la procedura di voto, passando da una votazione a due fasi a una votazione unica, in modo da impedire al Procuratore Speciale di presentare una propria versione dei fatti relativi alla presunta cattiva condotta.

Tre fazioni

La campagna per la rimozione di Khan ha diviso gli osservatori in tre fazioni: coloro che credevano nella sua innocenza e che l'intero processo fosse stato orchestrato da Israele; coloro che credevano nella sua colpevolezza e che usasse i mandati di arresto come copertura; e un gruppo intermedio che riteneva Khan un "procuratore non credibile", nonostante la sua condotta principale come procuratore lo fosse.
La sua rimozione avrebbe permesso l'esecuzione dei mandati di arresto da lui emessi. Questa era l'opinione di Kenneth Roth, ex direttore di Human Rights Watch.
Roth ha dichiarato alla CNN che, poiché i mandati erano opera di un gruppo di procuratori e approvati da tre giudici nella camera preliminare, avrebbero dovuto essere eseguiti.

Dopo la rimozione di Khan, l'Ufficio del Procuratore della Corte Penale Internazionale ha affermato che il suo lavoro sarebbe continuato senza interruzioni.
La Corte Penale Internazionale ha più di una dozzina di indagini attive in Ucraina, Darfur, Libia e Afghanistan.

Ma l'Ufficio aveva chiesto ad aprile l'emissione di un mandato d'arresto per il Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, e un altro era in preparazione per il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir.
Tali richieste erano pronte prima che Khan andasse in congedo nel maggio 2025 e da allora non è successo nulla.
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I mandati originali contro Netanyahu e l'ex Ministro della Difesa Yoav Gallant rimangono in vigore e solo i giudici possono revocarli. Israele ha presentato una serie di ricorsi legali, due dei quali sono ancora pendenti.

Il più importante riguarda la presunta incompetenza della Corte sui propri cittadini, poiché Israele non è uno Stato parte dello Statuto di Roma.

La questione è ora al vaglio della Camera d'Appello e di una camera inferiore, e una risposta definitiva potrebbe non arrivare prima del 2027.

Tra le numerose proposte per convincere Khan a tornare sui suoi passi, è stata avanzata la proposta di consentire al Procuratore Capo di "fare marcia indietro".
È stato suggerito che Khan riclassificasse i mandati come riservati. Ciò permetterebbe a Israele di contestarli in privato.

Per quanto ne sappiamo, tutte le attività della Corte Penale Internazionale relative a Israele sono paralizzate.

Due viceprocuratori, Nazhat Shameem Khan delle Fiji e Mame Mandiaye Niang del Senegal, continuano a dirigere l'Ufficio. Entrambi i viceprocuratori sono stati sanzionati dagli Stati Uniti per aver mantenuto i mandati di arresto nei confronti di Netanyahu e Gallant dopo aver assunto la direzione dell'Ufficio.
Coloro che sono in prima linea nella campagna per sbarazzarsi di Khan ora si vantano di volere altre vittime.

Chi sarà il prossimo ?

Tra questi, spicca il Dipartimento di Stato americano. Il suo portavoce, Tommy Pigott, ha dichiarato: "Karim Khan è l'esempio per eccellenza della corruzione della Corte Penale Internazionale e dell'abuso della sua presunta autorità. È un bene che se ne sia andato, ma è solo un piccolo ingranaggio di questa istituzione irrimediabilmente corrotta. L'esito odierno non avrà alcun impatto sui piani degli Stati Uniti di smantellare la Corte Penale Internazionale".

Il suo superiore, Marco Rubio, è impegnato in una campagna per smantellare la Corte Penale Internazionale "mattone dopo mattone", come ha affermato lui stesso.

Ha dichiarato: "La Corte Penale Internazionale cerca di diventare l'arbitro incontrollato di una nuova legge globale, con il potere di perseguire e arrestare i nostri cittadini a piacimento e di minacciare esistenzialmente la sovranità americana. Insegneremo alla Corte Penale Internazionale il vero significato della determinazione americana".

Sulla scia della rimozione di Khan, importanti avvocati filo-israeliani stanno ora minacciando apertamente altri obiettivi, come Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati.

Hillel Neuer, direttore dell'Osservatorio delle Nazioni Unite, ha scritto: "Basta immunità per i funzionari internazionali che abusano del loro incarico. Il Procuratore della Corte Penale Internazionale Karim Khan ha abusato sessualmente dei suoi dipendenti. La nostra* campagna per rimuoverlo ha avuto successo: è stato appena licenziato"."La prossima sei tu, Francesca Albanese. Il tuo sostegno al terrorismo di Hamas avrà delle conseguenze".

Si noti la parola "nostra" campagna.

 

Ma ovviamente su questo punto Neuer aveva ragione. Il Ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa'ar ha svolto un "ruolo attivo" nella decisione degli Stati membri della Corte Penale Internazionale di destituire Khan.

Sa'ar ha supervisionato "una squadra speciale dedicata e ha impiegato intensi sforzi diplomatici volti a garantire la rimozione di Khan dall'incarico", secondo Guy Azriel, corrispondente diplomatico di i24 News.

Accogliendo con favore la decisione, Netanyahu ha scritto di aver parlato con Rubio riguardo alla possibilità di dare il colpo di grazia alla Corte Penale Internazionale.

"Ha ribadito ancora una volta la determinazione dell'America ad agire con forza contro questa istituzione, un'istituzione che mina la giustizia, attacca nazioni democratiche e sovrane e cerca di subordinare la loro sicurezza alle decisioni di funzionari corrotti e irresponsabili dell'Aja", ha scritto Netanyahu.

Unendosi alla campagna per la rimozione di Khan, Roth non ha protetto la Corte Penale Internazionale né gli altri avvocati per i diritti umani da questo tipo di abusi e attacchi.
Ha ulteriormente messo in pericolo la Corte e loro.

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Una battaglia persa

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Significativamente, lo stesso giorno della rimozione di Khan, le Nazioni Unite hanno votato per rinnovare il mandato quadriennale dell'avvocato austriaco Volker Turk come responsabile per i diritti umani. Israele ha ignorato questa battuta d'arresto e non ha compiuto alcuno sforzo tangibile per contrastarla.

Questo perché sa che ciò che fa l'ONU è irrilevante. Ha emesso risoluzione dopo risoluzione, dichiarazione dopo dichiarazione, rapporto dopo rapporto e nulla è cambiato riguardo all'Occupazione, se non in peggio.
Ma ciò che Karim Khan ha fatto ha avuto un impatto notevole. Rappresentava la più grave minaccia internazionale per Israele da quando ha iniziato il Genocidio a Gaza. Ecco perché Khan doveva essere rimosso.
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Israele sta combattendo una battaglia persa in partenza.

Il video di Mamdani che condanna Netanyahu come Criminale di Guerra ha totalizzato oltre 200 milioni di visualizzazioni.

Dopo la rimozione di Khan, YouGov ha chiesto agli adulti americani se le autorità statunitensi avrebbero dovuto arrestare Netanyahu alla sua prossima visita. Il 46% ha risposto di sì, il 28% di no e il 25% non era sicuro.

Il giorno successivo, il sindaco di Londra Sadiq Khan ha dichiarato che Netanyahu era un Criminale di Guerra e non era il benvenuto a Londra.

Questa è l'eredità di un tenace procuratore britannico che si è rifiutato di farsi intimidire.
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Gli Stati membri della Corte Penale Internazionale hanno fallito la prova di difendere la giustizia internazionale.

Cameron, quando era Ministro degli Esteri conservatore britannico, si adoperò per minare l'inchiesta di Khan su Israele. Ma il governo Laburista di Keir Starmer, pur sostenendo pubblicamente la Corte Penale Internazionale, si oppose alle richieste dei propri parlamentari di indagare sul tentativo di Cameron di minacciare Khan.

Il governo Starmer comunicò poi a Khan, prima del voto per la sua rimozione, che non lo avrebbe sostenuto come procuratore, sebbene i funzionari non avessero ancora esaminato le prove concrete a suo carico.
Nelle ultime settimane del mandato di Starmer, il governo ha respinto la richiesta di incontro di Khan. A meno che il successore di Starmer, Andy Burnham, non abbia drasticamente cambiato la politica nella settimana precedente al voto, la Gran Bretagna è stata pienamente complice della destituzione di Khan.
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Il defunto senatore Lindsey Graham aveva ragione quando affermava che la Corte Penale Internazionale era solo per "gli africani e i delinquenti come Putin. Non è per le democrazie come Israele e gli Stati Uniti d'America".
Perché è proprio così che si è comportata la maggioranza dei suoi Stati membri.
Quando sono stati sottoposti a pressioni, hanno ceduto e, purtroppo, ciò include anche il Sud del mondo. Quando avranno bisogno della giustizia internazionale e scopriranno che non c’è, non potranno che guardarsi allo specchio.

Qualunque cosa accada ora a Khan, il suo nome sarà per sempre legato ai mandati di arresto della Corte Penale Internazionale contro Netanyahu e Gallant, che rimangono la risposta più efficace, seria e significativa che la comunità internazionale abbia dato al Genocidio di Gaza.

Tutte le altre risposte sono retoriche. Ecco perché Israele si è impegnato così tanto per sbarazzarsi di Khan.

Quei mandati di arresto rivelano Crimini di Guerra israeliani come mai prima d'ora e, per la prima volta in questo conflitto, rendono responsabili i più alti funzionari del Paese.

Khan ha osato opporsi ai potenti per perseguire la giustizia per le vittime, e questa sarà la sua vera eredità.

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(*) Tratto da Euromed Monitor. Traduzione: La Zona Grigia.
David Hearst è co-fondatore e caporedattore di Middle East Eye. È commentatore e relatore sulla Regione e analista sull'Arabia Saudita. È stato editorialista della rubrica esteri del Guardian e corrispondente in Russia, Europa e Belfast. È entrato a far parte del Guardian dopo aver lavorato per The Scotsman, dove era corrispondente per l'istruzione.

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Fantascienza: gatta ci Cova(vich) - Mauro Antonio Miglieruolo

Temo si sia caduti in una grande trappola. Io stesso – che ho avuto una sorta di aristocratico  rigetto di fronte al solito misero e improprio attacco alla Fantascienza venuto da «La lettura» (*) – ora me ne dolgo: sono parimenti caduto nella trappola. Ho solo considerato l’attacco, che ci costringeva a essere vigili, perché ci allenava ad affrontare le difficoltà ambientali, che ci aspettano e ci spettano. Che non smetteremo di ricevere finché ci ostineremo a insistere con le nostre visioni del mondo, il nostro sentire, la capacità di guardare nei tempi che attraversiamo, per individuare il disagio crescente che viviamo.

Tuttavia l’attacco – me ne rendo conto con ritardo – ha qualcosa di nuovo, pur essendo nel solito solco della superficialità, dell’incompetenza e del partito preso. Non nelle argomentazioni, che quì la spinta sembra essere la stessa: dir male e sempre più male. C’è del nuovo perchè si inserisce in un contesto ideologicamente degenerato, nel quale la capacità di scandagliare il presente (e futuro prossmo) ragionando in modo nuovo è gravemente compromessa. L’oggettività compromessa. La verità resa estremamente problematica. Fino al punto che omicidi perpetrati dalle forze dell’ordine (USA) – nonostante la documentazione che li comprova – vengono negati dal potere. Pur sapendo che quei documenti girano. Sapendo che noi tutti sapevamo e sappiamo. La loro verità fa agio su ogni altra, eludendo ogni prova, essendo che – detto senza mezzi termini – la volontà del despota in pectore, faceva e fa agio su ogni altra. Quel che contava è conta è la sua povera piccola mutevole opinione.

Dobbiamo dunque sapere che non basta rintuzzare le insignificanti argomentazioni con cui ci si attacca; e neppure, lo dico per inciso, lamentare l’acquiescenza della portaerei lanciamissili utilizzata per portare questo ennesimo attacco. Quel che importa è mettere in evidenza che è un attacco contro la cultura sedimentata nel mondo. Contro una concezione di fare arte e di criticare i prodotti dell’arte. L’equivoco di fondo non risiede nell’estraneità della fantascienza al demerito previsionale che le si attribuisce (con superficialità e insensatezza) ma nel nullismo insito in questa critica. Da dove esce fuori che un prodotto artistico possa essere utilizzato come palla di vetro per prevedere il futuro? Da quale dibattito (non parlo di singole opinioni) scaturisce questa necessità di denigrare gli scrittori di fantascienza come Falsi Profeti?

Mauro Covacich ha inteso toccare i (secondo lui) punti dolenti di una bocciofila, o fare i conti con un vasto movimento letterario che ha influenzato in profondità il pensiero del Novecento? Ha idea della vastità e profondità del movimento contro cui si schiera? Oppure ha solo dato forma a una istanza della cultura dominante in trasformazione, che calcola di affossare ogni pensiero divergente per sostituirlo con i punti di vista dei Signori piccoli piccoli (ma dotati di grandi mezzi) che ambiscono  irregimentare il pensiero delle masse?

Dunque, tutto quello che è successo nella Fantascienza del Novecento sarebbe inficiato dall’incapacità di effettuare previsioni che Covacich individua nei pochi resti di fantascienza con i quali è venuto occasionalmente in contatto. Non si domanda (se ne guarda bene) come mai autori che si rifanno a un movimento culturale che pretende di «prevedere» il futuro, ma non lo fa, continuino a avere successo, nonostante si trovino in palese contraddizioni con quanto – secondo lui – avevano promesso. Ma soprattutto non entra nel merito, non gli interessa porre in evidenza la validità  di questa falsa premessa. Quanto estranea ai propositi di chiunque entri nel campo della letteratura militante.

Lo faccio io per lui. Essendo la letteratura «funzione di vita allargata», parte del contributo offerto all’umanità per la sua umanizzazione. Costituzione permanente del reale, a danno dell’«animalità».

È questo che la gran parte degli scrittori di fantascienza ha inteso fare. Non prevedere, ma ampliare i pensieri e la consapevolezza intorno alla vita; fornire elementi alla costruzione del reale e del possibile. Non utilizzando gli elementi irreali delle convenienze di nuovi despoti, ma sondando nel presente per evidenziare ciò che a questa maggiore consapevolezza possa essere utili per accrescere l’Uomo.

La migliore Science Fiction, passato il rodaggio dei primi anni, ha subito preso posizione, sfidando sistematicamente il potere. Persino scrittori conservatori come Heinlein o Vang Vogt hanno spesso indicato correttamente quello di cui bisognava avere paura. Non solo Vonnegut, Pohl, Dick, Simak e Aldani. Lo facevano rafforzando le visioni che potessero mettere sull’avviso, fornire migliore consapevolezza sulle cose del mondo. Affinando pensieri e sentimenti. È di consapevolezza che parlo. Di cittadini più maturi e critici.

Può esserci peccato maggiore per un «accademico» dell’attività di chi mette in forse quello che sappiamo (o crediamo di sapere) del Mondo? Di un mondo immobile, unico, granitico, ingiusto e pericoloso che però si cerca di presentare in modo utile e onorevole e appetibile? Per il potere (Accademia inclusa) non c’è peccato peggiore di questo.

Da cui la necessità di attaccarci «sul sesso degli angeli». E noi costretti a sprecare energie per inseguirli sul piano del nulla.

La fantascienza non è pattume come quella così definita (a casaccio) che magari arriva in finale dei premi Strega. Ricordiamo ai Covacich che siamo meglio: un ambito disorganizzato che si ostina a elevare argini contro la banalizzazione e i discorsi dati per negare ciò che è impossibile cancellare. La Fantascienza, con i suoi limiti, insiste. Persevera. Chi persevera nel gettare sterco addosso a una letteratura immaginifica sarà il primo a rimanerne imbrattato.

Pongo alcune domande agli amici “fantascientisti”. Confido che qualcuno mi risponderà. Stante che la fantascienza abbia fallito in quanto letteratura della previsione (ma questa non era la sua “missione”) ci si può interrogare sul mistero di testi “datati” che continuano a essere pubblicati? Senza trovare rigetto in lettori e lettrici molto diversi nel Novecento e nel Duemila. Testi che se pubblicati senza l’etichetta disonorevole – che i Covacich cercano di ampliare – ottengono successo e suscitano spesso dibattiti importanti.

E i “non-covacich” si sono accorti delle forme e degli stili adoperati? Della capacità, o meno, di sondare la contemporaneità? Di porre domande (e a volte cercare risposta) che possano contribuire all’allargamento della vita?

Credo di sì, che si possa. Ma non è dai Covacich che possiamo aspettarci un serio (benché critico) contributo.

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martedì 4 agosto 2026

Guerre invisibili dell’accumulazione del capitale - Marco A. Pirrone

Il 24 febbraio 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina, la «calma» Europa scopre di nuovo la guerra alle porte di casa — e per di più ancora una volta una guerra di bianchi contro bianchi. L’attacco russo è il culmine di un conflitto che risale almeno al 2014: dietro il pretesto della tutela delle minoranze russofone del Donbass si agita in realtà un più lungo conflitto tra Stati Uniti e Russia, ereditato dalla guerra fredda e alimentato dall’accerchiamento che la NATO conduce da decenni ai confini russi1.

Il nostro sguardo eurocentrico — o meglio occidentalcentrico, e in ciò già razzializzato nel modo stesso in cui contabilizza i morti civili — si accorge della guerra solo ora che è tornata vicina, e ora che i missili ci ricordano la nostra vulnerabilità collettiva: l’Oreshnik russo, IRBM con gittata fino a 5.500 chilometri, attraversa l’Europa in pochi minuti e si è rivelato difficilmente intercettabile.

Eppure, considerando l’intero globo, dalla fine della Seconda guerra mondiale la guerra non è mai scomparsa dal pianeta: è sempre stata fra noi. Siamo noi, i “tranquilli” europei occidentali, e non essa, ad essere stati l’eccezione, e a esserlo stati solo a patto di dimenticare in fretta che la guerra era già tornata in Europa, nei Balcani, negli anni Novanta2.

La guerra non è un’anomalia del modo di produzione capitalistico: ne è un elemento permanente. Come osservava Henri Lefebvre, essa è costitutivamente intrecciata ai processi di accumulazione del capitale e di ristrutturazione delle forze produttive3. Non un’interruzione della normalità, ma una delle sue forme di riproduzione.

L’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo4 ci ricorda che circa metà della popolazione mondiale vive in Paesi coinvolti in un conflitto o sotto minaccia di tensioni armate. I conflitti armati attivi censiti dall’Atlante sono 32; con la guerra aperta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran agli inizi del 2026 — successiva alla chiusura del volume — diventano 33, cui si sommano 22 aree di crisi e una decina di missioni ONU disseminate dal Kashmir al Sahara Occidentale. Solo nell’Africa subsahariana le guerre in corso si contano a decine — Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Ciad, Camerun, Repubblica Centrafricana, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo —: quasi nessuna arriva ai nostri telegiornali. La guerra non è dunque un’eccezione: è la condizione ordinaria del sistema internazionale contemporaneo e del modo di produzione capitalistico.

Guerra e accumulazione del capitale

Come Karl Marx aveva ben compreso e spiegato, il modo di produzione capitalistico non è semplicemente un sistema economico basato sullo scambio e sul mercato: è un modo di produzione fondato sulla valorizzazione del capitale attraverso lo sfruttamento del lavoro e l’appropriazione della natura. Esso abbisogna dunque di certi particolari rapporti sociali, prerequisiti fondamentali perché possa funzionare, e questi rapporti sono spesso generati, e riprodotti, attraverso la violenza5. Poiché la sua logica fondamentale è l’accumulazione — non come scelta, ma come necessità strutturale: un capitale che non si espande si dissolve — questa continua riproduzione non avviene spontaneamente: richiede territori, risorse, forza lavoro, e — ogni qual volta necessario — violenza. Non a caso Marx stesso, ma anche Rosa Luxemburg6, Hosea Jaffe7 o Ranabir Samaddar8, solo per citare alcuni studiosi molto importanti, hanno sottolineato il nesso originario tra colonialismo e modo di produzione capitalistico. In particolare nel capitolo XXIV de Il capitale, che Marx dedica all’accumulazione originaria, questo nesso tra espropriazione e violenza è descritto sia storicamente che teoricamente come momento fondativo del capitalismo: la separazione violenta dei produttori diretti dai loro mezzi di produzione, terre comuni recintate, comunità dispossessate, corpi messi al lavoro coercitivamente. Di conseguenza ogni volta che il capitalismo apre un nuovo fronte estrattivo o affronta una delle sue crisi cicliche o compete con altri capitalismi, ricomincia da capo questo processo.

Rosa Luxemburg dimostra che il capitale non può riprodursi in un sistema chiuso: ha bisogno strutturale di un esterno — territori non ancora mercificati, economie non ancora integrate — da cui estrarre risorse e in cui scaricare le proprie contraddizioni. Vladimir I. Lenin radicalizza questa analisi: l’imperialismo non è un’aberrazione morale, ma la fase necessaria e matura del capitalismo monopolistico, in cui la competizione tra capitali diventa competizione tra Stati per il controllo dei mercati e delle materie prime. La guerra imperialista non è un incidente: è l’esito logico di questo processo. David Harvey9, riprendendo e attualizzando Marx, sostiene che l’accumulazione per espropriazione (accumulation by dispossession) non appartiene al passato coloniale — è una logica operante oggi, nelle forme del land grabbing (appropriazione della terra), della privatizzazione dei beni comuni, della finanziarizzazione delle risorse naturali. Il capitalismo contemporaneo non ha superato la violenza originaria dell’accumulazione di cui parlava Marx: l’ha istituzionalizzata, globalizzata, resa norma giuridica e geopolitica. Ranabir Samaddar sostiene che il colonialismo non è un capitolo chiuso della storia: è una struttura persistente, adattiva, che si riproduce nelle forme contemporanee del controllo delle risorse, come della gestione delle popolazioni in eccesso e della militarizzazione delle frontiere10. In una prospettiva complementare, Sandro Mezzadra e Brett Neilson mostrano come il capitalismo contemporaneo si organizzi sempre più attraverso una pluralità di “operazioni del capitale”, nelle quali estrazione, logistica, finanza, infrastrutture e controllo delle frontiere agiscono come dispositivi integrati della valorizzazione. L’estrattivismo non riguarda quindi soltanto l’appropriazione di risorse naturali, ma si inserisce in una più ampia architettura operativa che connette territori, lavoro, circolazione delle merci e potere geopolitico11. Ognuna di queste tesi andrebbe ulteriormente approfondita e declinata, anche empiricamente, per poterne comprendere l’importanza euristica nei confronti delle trasformazioni attuali del modo di produzione capitalistico, ma non abbiamo qui lo spazio per farlo. Quello che ci preme sottolineare qui invece, è che, anche alla luce di queste tesi, negli ultimi venti anni il concetto di estrattivismo — sistematizzato in particolare da Eduardo Gudynas12 — è divenuto una delle chiavi di lettura importanti dei fenomeni trasformativi del modo di produzione capitalistico e dei suoi riflessi in quella che chiamiamo geopolitica. Esso infatti designa uno dei movimenti principali delle nuove forme del processo continuo di accumulazione, oggi che alcune risorse classiche e nuove sono fondamentali per la difesa, l’industria e il continuo e crescente fabbisogno energetico dei settori più avanzati del capitalismo. Non designa infatti solo l’industria mineraria o petrolifera in senso stretto. Comprende qualsiasi pratica di estrazione di risorse naturali caratterizzata da grande volume e intensità, orientata all’esportazione come materia prima greggia o minimamente lavorata13. Vi rientrano le monoculture di esportazione e tutte le forme di land grabbing a uso industriale intensivo: pratiche che producono sistematicamente espropriazione della terra, espulsione delle comunità e distruzione della forza lavoro locale, oppure l’estrazione dei fossili, dei minerali critici o delle cosiddette terre rare, alla base di molte guerre contemporanee.

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Cosa si sa delle università telematiche - Paolo Barbieri

Nate per favorire studenti lavoratori e categorie fragili, vivono una crescita apparentemente inarrestabile e sono diventate una macchina da profitti. La destra spinge per liberalizzare ulteriormente il sistema. Ma con i test online esse diventano esamifici per lauree facili

 

“Dicette ’o pappice vicino ’a noce: damme ’o tiempo ca te spertose”. Letteralmente: “Disse il verme alla noce: dammi il tempo che ti perforo”. Detto napoletano che si addice particolarmente alla progressiva scoperta della torbida nebulosa delle università telematiche, che avviene attraverso il lento incedere delle inchieste giudiziarie, ma anche degli approfondimenti prodotti in varie sedi. La più recente delle indagini della magistratura si è sviluppata grazie alla procura di Napoli; al netto delle ovvie cautele da osservare in attesa dei possibili esiti giudiziari per i quaranta indagati, descrive, secondo la sintesi di “RaiNews.it”, “percorsi facilitati ed esami pilotati per ottenere lauree e titoli abilitativi, compresi master e percorsi post-laurea. Iscrizioni sospette con l’obiettivo di incrementare il numero di iscritti all’Università telematica UniPegaso”.

Si tratta di una delle realtà italiane più note, fa parte del gruppo Multiversity s.p.a., che ne controlla anche altre due: Mercatorum e San Raffaele Roma, e che nel complesso, secondo un recente studio di Mediobanca (qui una sintesi per il pubblico), produce più del 50% dei proventi realizzati sul mercato delle telematiche. Presidente onorario di Multiversity è l’eterno, onnipresente, Luciano Violante. Il gruppo si presenta così sul suo sito internet ufficiale (manco a dirlo, in inglese): “Nato per il digitale. Un modello educativo adatto a tutti, inclusivo e flessibile, lontano dall’apprendimento tradizionale e convenzionale, volto a coinvolgere tutti nella nuova rivoluzione digitale e a sfruttarne appieno il potenziale”. Oggi è nelle mani della società finanziaria britannica CVC Capital Partners, che attualmente, secondo fonti aperte reperibili sul web, risulta avere sede nel Baliato di Jersey, isola (e paradiso fiscale) nel canale della Manica.

Le università telematiche sono nate (legge 289/22) con l’obiettivo di offrire percorsi universitari a chi è impossibilitato a seguire i normali corsi in presenza, soprattutto quindi a chi è già inserito nel mondo del lavoro, o a soggetti socialmente o individualmente fragili. Ma con il progressivo taglio, da parte delle università statali, di sedi distaccate (da più di 160 a meno di 110, secondo la Flc Cgil) e corsi serali o estivi, e contestualmente con l’apertura progressiva alle logiche di mercato (da citare la riforma Gelmini del 2010 e il parere del Consiglio di Stato, maggio 2019, che ha consentito alle università̀ di diventare società di capitali) sì è creata una “bolla” che rischia di distorcere l’intero sistema. Insomma, il percorso abituale: tagli alla spesa statale, strutture pubbliche meno efficienti e meno capaci di soddisfare la domanda dei cittadini, privatizzazione progressiva. Dalla sanità ai trasporti, all’istruzione, nessun settore è immune dall’offensiva antistatalista – e antisociale – alla quale si sono prestati, negli ultimi trenta o quarant’anni, governi di vari colori politici.

Quella delle università telematiche è una realtà in costante espansione. In un ordine del giorno presentato dall’Alleanza verdi-sinistra alla Camera, nel corso dell’esame della riforma del reclutamento dei docenti voluta dalla ministra Bernini, le dimensioni del fenomeno sono riassunte così: “A partire dall’anno accademico 2016/2017, le iscrizioni alle università telematiche sono passate da 50mila a 305mila. Considerando che nell’ultimo decennio vi è stato un rinnovato aumento delle iscrizioni negli atenei italiani, 350mila in più, oltre i due milioni complessive lo scorso anno, 2/3 delle nuove iscrizioni riguarda proprio le telematiche”. Un’isola felice, apparentemente, ma le zone d’ombra non mancano, e riguardano innanzitutto la qualità della didattica: troppi studenti per ciascun docente. “Il rapporto tra iscritti e docenti di ruolo nel 2024 – sottolinea Mediobanca – si è collocato a 288,5 unità per gli atenei a distanza, un livello assai più elevato di quello delle statali (26,8) e liberi atenei (32,4), ma che tuttavia è calato di 67,4 punti dal 2019, con un forte ridimensionamento rispetto al quadriennio 2020-2023 in cui era sempre superiore alle 400 unità”.

Anche sul personale docente le differenze con le università pubbliche e le private tradizionali sono apprezzabili: nelle università statali, infatti, il personale di ruolo svolge il 78,4% delle ore di insegnamento, quota che scende al 52,5% nelle private per attestarsi, infine, al 37,1% nelle telematiche. “In queste ultime, quindi, l’attività didattica è prevalentemente in capo a docenti a contratto”, sottolinea il rapporto. Passando dalle ore impegnate nella didattica alla proporzione fra docenti a contratto e professori di ruolo, la tendenza è molto simile: nel complesso del sistema universitario, il 36% del personale impegnato in attività didattiche è costituito da docenti a contratto. Ma il ricorso a questa figura è molto maggiore nelle università non statali, settantaquattro ogni cento docenti, e in particolare, nelle università telematiche, ottantadue ogni cento (fonte: Elaborazioni su banche dati MUR – DGPBSS, Ufficio VI – Servizio Statistico, anno accademico 2024-25).

Tutto questo si traduce in risultati economici vistosamente in crescita: secondo Mediobanca, “nel 2024 gli utili aggregati del sistema universitario italiano si sono mantenuti al di sopra della soglia del miliardo di euro (1.088 milioni), crescendo dell’11,5% medio annuo dal 2019. Tale incremento deriva dal +7,1% delle università statali, dal +13,7% delle ‘private’ tradizionali e dal +38,2% delle telematiche. Queste ultime hanno chiuso il 2024 con utili pari a 234,9 milioni, il massimo dal 2019 e il doppio rispetto alle ‘private’ non statali tradizionali che hanno consuntivato 114,2 milioni”. Dove fioriscono i profitti crescono le pretese dei privati, e non sorprendentemente, nel febbraio scorso, è stato tentato un blitz in favore della liberalizzazione degli esami online, strumento principe della “facilitazione” del percorso universitario. Del resto, il cliente che paga va soddisfatto, altrimenti i fatturati rischiano di contrarsi. Ma un emendamento di maggioranza al decreto Milleproroghe, che andava in questa direzione, è stato riscritto lo scorso febbraio, limitando le deroghe all’obbligo degli esami in presenza a studenti di Paesi in guerra o coinvolti nel cosiddetto Piano Mattei del governo Meloni.

Qual è il segreto di questo apparentemente inarrestabile successo delle università telematiche? Elemento chiave è senz’altro la flessibilità della didattica online, che risponde soprattutto alle esigenze di chi persegue il completamento dei suoi studi, pur essendo già inserito nel mercato del lavoro. Secondo il rapporto 2023 redatto dall’Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca) circa il 57% degli iscritti a università telematiche avevano almeno 28 anni e oltre il 45% (quasi la metà) più di 31. Ma ci sono anche altri fattori. L’Osservatorio nazionale Federconsumatori, in collaborazione con la Fondazione Isscon, ha pubblicato il report sui costi per gli studenti delle università italiane nel 2025, secondo il quale le università telematiche, prive di variazioni basate sull’Isee degli iscritti, si collocano tra 2.000 e 4.290 euro annui per i corsi di laurea triennale e magistrale. Tuttavia, grazie a convenzioni e agevolazioni, i costi medi effettivamente sostenuti oscillano tra 1.500 e 3.000 euro annui. “Le università telematiche – si legge in una sintesi dei contenuti dello studio – stanno guadagnando popolarità grazie alla maggiore flessibilità e alle numerose agevolazioni offerte a specifiche categorie, come studenti lavoratori, membri delle forze armate e dipendenti pubblici”. Ma è chiaro che la battaglia attorno agli esami online è quella veramente decisiva per le imprese del settore: “Gli esami a distanza – test standardizzati a risposta multipla per tutti i corsi e basati su dispense ad hoc – che sono al centro di questo modello”, si legge in una nota sul sito della Flc Cgil, “sebbene siano vietati espressamente dal dm 1835/2024 – erano stati resi possibili per ovvie ragioni solo in fase pandemica – gli atenei online hanno continuato a utilizzarli anche in questo anno accademico”. Qui si torna al citato ordine del giorno parlamentare di Avs: la cui finalità era esplicitata nel dispositivo finale, nel quale si chiedeva al governo di impedire alle telematiche di svolgere gli esami online, “rafforzando i reali poteri ispettivi del Mur e del Cun, nonché le eventuali sanzioni”.

Sorprende, ma non troppo, il parere negativo dato dal governo (e la conseguente bocciatura nel voto a Montecitorio). Forse l’accusa del sindacato Cgil, secondo cui “la ministra Bernini spinge per il totale via libera” si rivelerà fondata, se vedrà la luce il provvedimento “spesso annunciato ma mai circolato e tanto meno pubblicato, che secondo diverse ricostruzioni avrebbe proprio al centro la legittimazione e la regolazione degli esami online in tutto il sistema universitario italiano”. Una sorta di bollino governativo a quel sistema degli “esamifici”, che finora nessun ministro ha accettato di sottoscrivere, e di cui si occupano di tanto in tanto le procure della Repubblica. Per chi ha a cuore il sistema nazionale dell’istruzione, un tema da non perdere di vista: alle elezioni politiche mancano probabilmente pochi mesi, se si concretizzerà la spinta del destra-centro di anticiparle ad aprile. Ma il tempo per fare un decreto legge, e compiere così un altro passo verso la privatizzazione del sistema Italia, ci sarebbe eccome.

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lunedì 3 agosto 2026

Miliardi e non solo: ecco i 117 padroni del mondo (che quasi nessuno conosce) - Mauro Del Corno


Abbiamo tutti una percezione, più o meno nitida, che un “Potere” esista. Un Potere che influisce sulle nostre esistenze, sul mondo in cui sono organizzate le nostre società, sui loro valori. Persino su cosa e come dobbiamo pensare o desiderare. Tuttavia, è un potere che ci sembra senza volto, senza luogo, inconoscibile e irraggiungibile. Questa impalpabilità ha anche l’effetto di mortificare qualsiasi volontà di cambiamento. Come posso lottare per cambiare le cose se non so neppure contro chi lottare? Dare un nome e un volto a chi comanda diventa così la premessa fondamentale per qualunque tentativo di concepire una società diversa.

A quest’opera cartografica del potere si è dedicato con certosina precisione Peter Phillips, sociologo della californiana Sonoma State University, che illustra i risultati nel suo nuovo libro Titans of Capital, appena uscito negli Stati Uniti per Seven Stories. Il libro si concentra sulle prime dieci entità finanziarie del mondo e sui “Titani” che le dirigono, occupandone i posti nei consigli di amministrazione. Non sono sei come nella mitologia greca, ma 117. Sono in soprattutto maschi (65%), bianchi (86%). Più della metà è statunitense (56%), seguono i francesi (14,5%); altre nazionalità sono tutte sotto il 5%. Sono tutti ricchi, alcuni ricchissimi, sono soprattutto i nodi di una sterminata rete di potere e relazioni da cui nulla e nessuno sfugge. Una rete che conta sul potere di immense quantità di denaro e che si tesse nei consigli direttivi di aziende, organizzazioni internazionali ed enti governativi, associazioni, università, musei, enti caritatevoli, teatri ed anche ong.

 

Oggi non esiste banca o multinazionale che non abbia uno o più di questi colossi come azionisti. E ciò significa potere

I Titani non hanno un potere assoluto sulle ricchezze che amministrano. Anche loro devono sottostare al supremo e assoluto comandamento: guadagnare. Tuttavia, insieme ad alcuni capi di gigantesche aziende, sono quanto di più simile esista al concetto di élite dominante, le cui opinioni, inclinazioni, passioni, convinzioni politiche finiscono per influenzare, più o meno direttamente, la vita di tutti noi. «I Titani hanno nelle loro mani la gran parte del capitale finanziario globale», ci spiega Phillips. «Governi, militari, agenzie di intelligence, gruppi politici, media aziendali e altri capitalisti, inevitabilmente, hanno un occhio di riguardo nei confronti di questi individui e fanno di tutto per garantirne protezione e supporto». I 117 “padroni del mondo” dirigono società che amministrano, nel complesso, ricchezze pari a 50 mila miliardi di dollari. La sola Blackrock, la più grande delle dieci esaminate, muove un patrimonio di 10 mila miliardi di dollari, una cifra che supera il valore del Pil di Giappone e Germania messi insieme. Le altre nove sono, in ordine di grandezza, VanguardUbsFidelityState StreetMorgan StanleyJp MorganAmundiAllianzCapital group.

Si tratta di gruppi statunitensi (7) ed europei (3), che amministrano ed investono i soldi di decine di milioni di persone. Trentacinque milioni di americani hanno per esempio del denaro dentro Blackrock. Risorse che vengono investite soprattutto comprando azioni in tutto il mondo, in base a una strategia che si può riassumere così: se compri tutto, alla fine guadagni. E funziona: dal 2017, il patrimonio dei dieci è quasi raddoppiato, passando da 26 mila a 49 mila miliardi di dollari. Oggi non esiste multinazionale che non abbia uno o più di questi dieci colossi della finanza tra i suoi principali azionisti. Ciò significa altro potere che si somma a quello emanato dal denaro. In quanto soci, i rappresentanti dei dieci, occupano posti nei consigli di amministrazione delle imprese partecipate, contribuendo a definirne scelte e strategie.

Si va dalle compagnie petrolifere Shell e BP, alle case farmaceutiche MerckJohnson & Johnson e Roche, passando per colossi dell’auto come VolkswagenGeneral Motors o Mercedes. Da banche come Unicredit, al colosso dei beni di consumo Procter and Gamble. E poi IbmHewlett PackardDu PontDow Chemical… per citare solo qualche nome di un’interminabile lista. Phillips sottolinea nel libro anche gli ingenti investimenti nelle industrie di tabacco, alcol, plastica, armi da fuoco, gioco d’azzardo e prigioni private, “investimenti che generano impatti negativi sulle popolazioni di tutto il mondo”. Blackrock, Vanguard e State Street sono, tra l’altro, i primi azionisti dei principali costruttori di armi statunitensi, da Lockheed Martin a Northrop Grumann e Raytehon.

Importante la presenza in associazioni, ong, enti culturali, ospedali. E il World Economic Forum è il loro salotto di casa

Non è difficile capire cosa significhi la presenza nei consigli d’amministrazione, anche in termini di accesso a informazioni privilegiate da sfruttare per le scelte di investimento delle case madri. Inciso: Blackrock, State Street, Vanguard sono pure i primi azionisti delle più importanti società di rating, Moody’s e Standard and Poor’s, che assegnano voti di affidabilità creditizia a stati e aziende (tra cui, neanche a dirlo, quelle di cui i dieci sono soci).

Fin qui il “potere del denaro”. C’è un’altrettanto importante e strutturata rete di presenze in associazioni, enti culturali, ospedali, ong, organismi governativi e internazionali. I 117 siedono per esempio nei board del Fondo monetario internazionale, della Banca dei regolamenti internazionali (una specie di banca centrale delle banche centrali) e del consiglio atlantico Nato. Hanno ruoli nella Federal Reserve e nel suo braccio armato che opera direttamente sui mercati, la Fed di New York.

Sono presenti nell’associazione delle banche svizzere, nel fondo sovrano del Kuwait, nel comitato per la regolamentazione dei mercati finanziari, nel gruppo di esperti Onu per la riduzione delle emissioni. Due membri dei Titani hanno lavorato anche per la Cia. Il World Economic Forum di Davos e la Trilateral Commission sono salotti di casa.

 

“La disuguaglianza non è mai accidentale”, afferma peter phillips, “ma è incoraggiata dai Titani con le loro decisioni”

E ancora, tra le ong che ospitano alcuni dei 117 dirigenti nei rispettivi organi direttivi, ci sono la Croce rossa americana, la Fondazione di re Carlo terzo, Oxfam AmericaSave the Children, Clean air task force e tantissime altre. Tra le università spiccano il Mit di Boston, la London Business School, l’Università di Chicago, la Fondazione Ecole normale supérieure di Parigi, la scuola cinese internazionale di Hong Kong. Poi un’infinità di enti artistici e ospedali tra cui l’Orchestra di Filadelfia, il Moma di New York, l’ospedale Presbiteriano di New York, il SUMs di Venezia.

Man mano che le scelte vengono delegate al mercato, i governi mettono in pratica decisioni assunte altrove

Tra pesi massimi non conviene farsi la guerra, tutti rischiano di farsi troppo male. Le dieci società analizzate investono molto tra di loro. Nel 2022 il valore delle partecipazioni incrociate ammontava a 320 miliardi di dollari. Possiamo vederla come l’equivalente di quando le grandi dinastie regnanti si imparentavano tra loro. Qui non si maritano rampolli, ma si investono denari. Sono pratiche che consentono un attento monitoraggio delle rispettive politiche e una comunanza di interessi reciproci nel mantenimento dello status quo e nella crescita del mercato. Blackrock, per esempio, ha investito più di 17 miliardi nella “concorrente” Vanguard e altri 4 miliardi in State Street. A sua volta Vanguard ha una partecipazione in Blackrock che vale 9,6 miliardi e una in Jp Morgan che ne vale addirittura 37. State Street ha investito in Vanguard oltre 5 miliardi e 1,6 in Blackrock. Dal canto suo, Jp Morgan ha messo in Vanguard la bellezza di 70 miliardi e altri 18 li ha piazzati in Blackrock. E questi sono solo gli incroci principali.

Nel libro, Phillips spiega come questa immensa concentrazione di potere prosperi grazie a un ecosistema che la preserva con cura. «Le istituzioni del capitalismo globale proteggono la proprietà privata di beni, attività commerciali e ricchezza personale. I governi occidentali controllano i meccanismi legali e di polizia che assicurano che la ricchezza rimanga di proprietà privata e consentano ai ricchi di accumulare patrimoni sempre più grandi», dice a MillenniuM il sociologo americano.

 

Ciò contribuisce a esasperare tendenze come l’estrema polarizzazione della ricchezza. Del resto, ha spiegato l’economista Thomas Piketty, queste non sono anomalie o difetti del sistema capitalistico, ma sono esattamente il risultato del modo in cui il sistema funziona. “La disuguaglianza globale”, scrive Phillips, “non è mai accidentale. Piuttosto, è una circostanza incoraggiata, mantenuta e controllata dalle élite dei Titani tramite decisioni di investimento di capitale e organizzazioni politiche finanziate principalmente dai soldi di cui dispongono”.

Lo studioso ci ricorda poi che “tra le conseguenze dell’estrema disuguaglianza di ricchezza a livello globale ci sono anche guerre e minacce di guerra, la repressione dei diritti umani e le devastazioni ambientali”. Questo ci porta a una “crisi dell’umanità”, che William I. Robinson, sociologo presso l’Università della California, a Santa Barbara, descrive come “una minaccia alla sopravvivenza della nostra specie e di tutti gli esseri viventi”.

Se vogliamo provare a contrastare questa deriva, grazie al libro, sappiamo un po’ meglio a chi dobbiamo rivolgerci. «Penso che, come abitanti di questo pianeta, abbiamo tutti la responsabilità e il dovere di costruire strutture democratiche di base che sfidino apertamente la concentrazione della ricchezza e il controllo delle risorse mondiali da parte di poche persone», ci dice Phillips.

In passato era forse un po’ più semplice. I leader politici e i capi degli Stati (almeno di quelli più potenti) impersonavano la capacità e la forza decisionale. Erano esseri umani e, almeno in una certa misura, condizionabili con il voto popolare. Esisteva insomma un canale di contatto tra chi comanda e chi è comandato. Accadeva quando la finanza era subordinata alla politica, decisioni e azioni non erano mosse esclusivamente dal perseguimento di profitti.

Poi, man mano che le decisione sono state delegate al “mercato”, la nebbia si è fatta fitta, le figure sono sbiadite. Ora vediamo governi che svolgono ruoli puramente notarili, registrano e mettono in pratica cose decise in un qualche altrove e imposte senza possibilità di rifiuto poiché le punizioni minacciate sono terrorizzanti. Ricordate cosa accadde in Grecia nell’estate 2015? Nel referendum sulle condizioni poste al Paese da Fondo monetario internazionale, Banca centrale europea e Unione europea, gradite ai mercati, il 62% della popolazione votò no, “oxi”. Eppure, 48 ore dopo, il governo accettò quelle stesse condizioni.

Per prosciugare i processi democratici si ricorre a una presunta ma incontestabile “razionalità”. Una falsificazione, come emerso drammaticamente nella crisi del 2008. In Grecia, naturalmente, esistevano altri modi per gestire la crisi che avrebbero attenuato l’umiliazione e la sofferenza della popolazione. Si sarebbe però dovuto accettare di infliggere qualche perdita in più ai colossi della finanza internazionale. Ma i Titani non avrebbero gradito.

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