sabato 7 marzo 2026

Un romanzo messicano - Jorge Volpi

una storia di polizia e magistratura corrotti, una storia non di finzione, se fosse un film sarebbe un documentario prodotto dalle mani di un grande scrittore.

la fortuna di Florence Cassez, che marcisce in prigione, con una condanna a 60 anni, è di essere una cittadina francese, e per lei si mobilitano tutte le autorità del suo paese, fino al presidente della repubblica.

chissà quanti poveri cristi marciscono ignorati da troppi, in quel Messico troppo difficile da vivere.

il romanzo (di non fiction) è davvero appassionante, come un lungo reportage di uno che sa scrivere.

mi è venuto in mente Gomorra, il libro di Roberto Saviano, una storia che si legge come un romanzo.

un libro che merita, promesso.

 

 

 

 

“Rompendo tutte le convenzioni del genere, l’autore mette faccia a faccia il lettore e la realtà, senza intermediari. In questa storia il narratore è solo l’occhio che osserva i fatti e li mette in ordine. Il suo sguardo è la domanda a cui non ci sono risposte: resta solo la perplessità del reale.” Queste sono le motivazioni della giuria del Premio Alfaguara, assegnato a Un romanzo messicano nel 2018, ma sono anche le sensazioni che restano al lettore: dubbi, molti, su che cosa è vero e che cosa no, su chi è degno di fiducia e chi no quando anche chi è dalla parte della legge scende a compromessi.

«Un romanzo eccitante e coraggioso che purtroppo non è finzione; un racconto eccezionale del paese che non vorremmo essere ma che ancora siamo» - Jorge Zepeda Patterson, El País Internacional

«Jeorge Volpi ricostruisce un clamoroso giallo internazionale» - Alessandra Coppola, la Lettura

«Volpi osa descrivere le più sottili trappole della relazione tra politica, media e trafico di droga come nessuno ha mai fatto prima» - Francisco Martínez Real, Diario 16

«Si esce dalla lettura devastati e carichi di interrogativi pessimistici. Possiamo consolarci dicendo a noi stessi: ma dopo tutto è una storia messicana, roba lontana da noi. Davvero?» - Giancarlo De Cataldo, Robinson

Se la postverità esiste, dovremmo immaginarla non come l'abito in cui i potenti mentono, e nemmeno quello in cui mentono in modo sistematico, bensì come quello in cui le loro menzogne non danno più fastidio a nessuno e la distinzione tra verità e menzogna diventa irrilevante.

Silvia Melis, Giuseppe Soffiantini, Farouk Kassam. Quando si parla di rapimenti questi sono alcuni dei nomi che vengono in mente: donne, uomini e bambini vittime di persone senza scrupoli che li hanno strappati dalle loro vite, chi per pochi giorni, chi per anni. In Messico è successo e succede ancora lo stesso: insieme al traffico di droga, i rapimenti sono una risorsa economica importante per la criminalità, e un vero e proprio fronte di guerra interno per polizia e autorità governative, disposte a tutto pur di riuscire a dimostrare il loro potere. I fatti raccontati da Jorge Volpi rientrano in questo quadro. È l’8 dicembre 2005: la polizia federale fa un’incursione nella tenuta Las Chinitas e arresta Israel Villarta e Florence Cassez. Grande dispiego di mezzi e telecamere delle reti nazionali più importanti per documentare la cattura di due criminali a capo di una banda che si è macchiata di gravi crimini. Quando entrano in scena gli avvocati difensori dei due però ecco emergere procedure irregolari e torture al fine di ottenere la confessione: il tutto celato all’opinione pubblica. Perché il caso Villarta – Cassez è stato uno dei più grandi casi di insabbiamento perpetrati dalla polizia messicana, uno scandalo dagli echi internazionali.

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Perfino la nostra stessa memoria non è che una narrazione che il nostro cervello elabora processando i ricordi, ma è tutt’altro che un resoconto obbiettivo. E la «realtà»? A partire dalle percezioni, il cervello la ricrea, la inventa, proprio come uno scrittore concepisce un romanzo e un lettore lo decifra, presentandola poi in quella forma al nostro Io. Il quale, a sua volta, è solo «uno schivo fantasma»,impossibile da localizzare in alcun punto del cervello. Insomma, è anch’esso un«racconto»: l’io e la coscienza rappresentano l’ultimo stadio di quel meraviglioso cammino evolutivo che ci ha trasformati in «materia capace di pensare la materia».

Come scrive Volpi, «se la finzione è un utensile tanto potente per esplorare la natura – e specialmente la natura umana – è perché anche la finzione è realtà. Anche se nella maggior parte dei casi siamo in grado di differenziare la verità dall’invenzione, la loro sostanza si mantiene identica. Per questo motivo, la finzione è fondamentale per la nostra specie. La letteratura non serve semplicemente a intrattenerci o ad affascinarci. La letteratura ci rende umani».

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Aggressione all’Iran: le parole per dirlo - Domenico Gallo

 

Le parole sono importanti, la parola determina gli orizzonti del pensabile. Non a caso l’impoverimento del linguaggio, spesso sotto forma di semplificazione, rappresenta uno dei più efficaci dispositivi di depotenziamento dell’azione collettiva e di manipolazione delle masse. Dal 24 febbraio del 2022 siamo stati sommersi da un diluvio di parole di finta indignazioneL’aforisma: “c’è un aggredito e un aggressore” è stato condito in tutte le salse. L’aggressione della Russia all’Ucraina è stata costantemente qualificata come brutale, ingiustificata e non provocata. Fiumi di inchiostro sono stati versati nelle dichiarazioni dei vertici dell’Unione Europea e nelle Risoluzioni del Parlamento europeo, per esternare l’indignazione verso un’azione militare che calpestava il diritto internazionale e per esecrare i crimini di guerra della Russia, che sono stati finanche numerati (40.000). L’Ucraina è stata istigata a combattere e a sacrificare la vita dei suoi figli – invece di cercare la pace attraverso un compromesso – perché non si poteva deflettere dal mantra di “un mondo basato sulle regole”, anche a costo di qualche milione di morti. I documenti che hanno inflitto diciannove ordini di sanzioni alla Russia sono stati tutti lastricati da richiami ai principi e alle norme della Carta dell’ONU e delle Convenzioni internazionali sui diritti umani e sul diritto bellico.

Invece, di fronte al genocidio a Gaza prima e all’attacco all’Iran oggi, le parole d’indignazione delle élites europee stranamente non hanno trovato voce e di sanzioni non si è nemmeno parlato. Anzi si è tirato fuori lo spettro dell’antisemitismo per fare da schermo alle atrocità indicibili commesse da Israele. Dopo il bombardamento del Venezuela e il rapimento di Maduro, ci ha pensato Trump a spazzare via il feticcio del “mondo basato sulle regole” che la NATO e l’Unione Europea avevano agitato contro la Russia, disvelandone la falsità. Alla domanda dei giornalisti del New York Times «C’è qualche limite al suo potere sul piano mondiale che potrebbe fermare ciò che vuol fare?», l’8 gennaio Donald Trump ha risposto in maniera chiara e netta: «C’è una sola cosa: la mia propria moralità, la mia mente. È la sola cosa che mi può fermare. E questo va benissimo. Io non ho bisogno di nessun diritto internazionale. Il mio potere (cioè quello degli Stati Uniti, ndr) è limitato dalla forza, piuttosto che dai trattati o dalle convenzioni». Siamo, purtroppo abituati alle violazioni dei principi fondanti del diritto internazionale da parte degli USA e di altri attori internazionali, ma dopo le azioni e le dichiarazioni di Trump c’è qualcosa in più. Adesso le regole che dovrebbero assicurare la convivenza pacifica delle Nazioni, fondate sul divieto dell’uso della forza nelle relazioni internazionali comminato dallo Statuto dell’ONU, sono state apertamente ripudiate e sostituite dalla restaurazione della legge del più forte. Sbugiardata la finzione del “mondo fondato sulle regole”, l’imperatore dell’Occidente ci informa che l’unica regola che riconosce e che può porre un limite al suo potere è quella della forza.

La legge della giungla è restaurata a livello planetarioCome ha osservato Luigi Ferrajoli, «l’umanità è regredita allo stato di natura, per di più nucleare, dominato da pochi despoti, tutti armati, violenti, esaltati e spregiudicati». Il paradosso è che i nostri leader e i leader europei, che si sono stracciati le vesti mostrando di voler punire le violazioni del diritto internazionale commesse dalla Russia, di fronte a questo atto di aggressione, brutale, ingiustificata e pilotata dallo Stato terrorista di Israele, non hanno le parole per dirlo, per uscire fuori dalla finzione e chiamare questo attacco per quello che è: un atto di aggressione ai sensi dell’art. 2 della Carta dell’ONU, un crimine internazionale ai sensi dell’art. 5 dello Statuto della Corte penale internazionale. Giorgia Meloni, come Ursula von der Layen, come Roberta Metsola, come la Kaja Kallas si sono limitate a qualche pigolio, mostrandosi preoccupate per lo sviluppo della situazione (e ne hanno ben motivo!). La Kallas ha aggiunto che l’UE sta coordinandosi con Israele e paesi arabi per lavorare verso una soluzione negoziata, notando che i programmi nucleari e missilistici dell’Iran sono considerati una minaccia alla sicurezza globale. In altre parole, l’Alta rappresentante della politica estera dell’UE non ha trovato niente di meglio, per mascherare la connivenza con USA e Israele, che riesumare la falsa foglia di fico delle armi di distruzione di massa che gli Usa invocarono nel 2003 per giustificare l’aggressione all’Irak.

A questo punto, poiché tutte le finzioni sono cadute, bisogna ridare alle parole quel senso di cui sono state spogliate e chiamare le cose con il loro nome. Le sanzioni che l’UE ha imposto alla Russia non sono atti emanati a garanzia del rispetto del diritto internazionale, bensì sono una forma di partecipazione alla guerra contro la Russia con altri mezzi. Sono atti di ostilità che si inquadrano in un confronto fra potenze fondato sulla forza. Abbiamo visto come questo confronto in Europa abbia causato una catastrofe di stragi senza fine, di distruzioni fisiche ed ambientali e una crescente insicurezza a cui nessun processo di riarmo può mettere rimedio. Adesso si è aperto un nuovo fronte di guerra in Medio Oriente che renderà sempre più insicura la vita della Comunità internazionale, come ha insegnato la dolorosa esperienza della guerra all’Irak. Dobbiamo denunciare il servilismo delle classi dirigenti europee verso il delirio di potenza di Trump, cominciando a smascherare la falsità delle loro parole.

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venerdì 6 marzo 2026

Chomsky, Epstein e le contraddizioni che ci interrogano - Riccardo Taddei

Ho stimato Noam Chomsky per anni. L’ho letto, citato, usato come bussola morale e intellettuale. Proprio per questo, vedere il suo nome comparire in modo così fitto nei file su Jeffrey Epstein – non come contatto occasionale, ma come presenza ricorrente, complice, grata dell’accesso che Epstein poteva garantirgli – non è solo una notizia di cronaca: è uno schiaffo simbolico, un crollo di una certa immagine dell’intellettuale radicale.

Quello che emerge dai documenti è ormai chiaro: Chomsky non si è limitato a “incontrare una volta” Epstein, ma ne ha coltivato la relazione per anni dopo la condanna del 2008 per reati sessuali su minori, considerandolo un interlocutore prezioso per capire il sistema finanziario globale, volando sul suo jet e beneficiando delle sue connessioni. Non si può liquidare tutto questo come una svista, una distrazione, un “non sapevo”. A quel livello di informazione, a quell’età, con quella lucidità analitica, sapere chi è Jeffrey Epstein non era un dettaglio opzionale, era il punto di partenza, che Chomsky arriva ampiamente a valicare, perfino a giustificare.

Da qui nasce la domanda che mi ha lasciato basito: si può passare la vita a denunciare l’imperialismo, il capitale, la mercificazione dei corpi… e poi accettare la compagnia, i favori e l’intimità di un capitalista pedofilo che ha costruito la propria rete di potere anche sul traffico di minori? Se prendiamo sul serio quello che Chomsky ha scritto sul potere, la risposta è brutale: sì, è possibile. Non perché sia “giusto”, ma perché il sistema che lui stesso ha descritto è così pervasivo da inglobare anche i suoi critici più radicali, quando questi vedono in un nodo di potere come Epstein un canale privilegiato di accesso a informazioni, relazioni, risorse.

Qui emerge un paradosso devastante: l’intellettuale che ha passato decenni a decostruire i meccanismi di consenso fabbricato, che ci ha insegnato a guardare con sospetto ogni forma di potere concentrato, che ha smascherato le connessioni tra élite economiche e politiche, si è ritrovato seduto al tavolo di uno dei nodi più oscuri di quella stessa rete. E la giustificazione – voler “capire il sistema finanziario dall’interno” – suona terribilmente vuota quando pensiamo alle ragazze il cui dolore ha reso possibile l’esistenza di quel tavolo.

La cooptazione simbolica come strategia di potere

Qui non è solo in gioco la coerenza personale di Chomsky, per quanto dolorosa sia la delusione. In gioco c’è l’immagine stessa di cosa significa oggi essere “intellettuale critico”. Il caso Epstein ci mostra che le élite non vogliono soltanto miliardari, banchieri e politici al proprio tavolo: vogliono anche filosofi, linguisti, scienziati, premi Nobel, voci di sinistra. Non per discuterne i libri, ma per poter dire: “tutti, anche i vostri maestri, passano da qui”. È una cooptazione simbolica. Sul piano materiale, i corpi delle vittime; sul piano simbolico, le reputazioni di chi avrebbe dovuto stare dall’altra parte della barricata.

Questa è forse la lezione più amara: il potere non ha bisogno di convincere i suoi critici a tacere. Gli basta renderli complici attraverso la prossimità, attraverso l’accesso, attraverso quella zona grigia in cui “frequentare” non significa necessariamente “approvare” ma certamente significa normalizzare.

Ogni volta che Chomsky saliva su quell’aereo, ogni cena condivisa, ogni conversazione sulla finanza globale mentre altrove ragazze venivano ridotte a merce, costituiva una piccola vittoria per il sistema: anche il più radicale dei critici può essere portato dentro, se gli offri abbastanza curiosità intellettuale da soddisfare.

I tre poteri di Epstein

Epstein, in questo quadro, non è un mostro isolato ma il concentrato di tre poteri: finanziario, relazionale e biopolitico. Finanziario, perché gestisce capitali e patrimoni opachi e fa da intermediario tra ricchezze che si muovono fuori dalla vista del pubblico. Relazionale, perché la sua agenda mescola ex capi di governo, scienziati, intellettuali, manager delle big tech e della finanza, creando una zona grigia dove decisioni e patti si prendono lontano da ogni controllo. Biopolitico, perché il suo “servizio” non è solo consiglio finanziario, ma anche accesso a corpi, soprattutto corpi vulnerabili, trattati come beni di lusso e strumenti di ricatto.

Questa tripartizione è cruciale per capire perché Epstein era così centrale e perché la sua caduta ha scosso così tante sfere diverse. Non era “solo” un pedofilo, non era “solo” un gestore di patrimoni, non era “solo” un networker delle élite. Era tutte queste cose insieme, e proprio questa convergenza rendeva il suo potere così assoluto e la sua impunità così durevole.

Il potere finanziario gli dava accesso ai corridoi dove si decidono le sorti di interi settori economici. Il potere relazionale faceva di lui un hub indispensabile per chi voleva connettersi con altri centri di potere. E il potere biopolitico – il più osceno – gli garantiva sia il controllo diretto sui corpi delle vittime sia una forma di controllo indiretto su chi, frequentandolo, si rendeva potenzialmente ricattabile, esposto, compromesso.

Oltre Marx: possesso, impunità, segreti condivisi

Marx parlava del possesso dei mezzi di produzione; con Epstein vediamo qualcosa di ancora più nudo: il possesso dei corpi e l’acquisto di impunità. Non solo i corpi delle ragazze abusate, spostate come merci tra isole, ville e aerei; ma anche il corpo sociale di intere élite, tenute insieme da segreti condivisi, favori scambiati, potenziali scandali sospesi come spade di Damocle. È un capitalismo che non si limita a sfruttare il lavoro: compra silenzio, compra accesso, compra persino la possibilità di non essere mai pienamente giudicato, come il sostanziale silenzio di oggi dimostra.

Questa è l’evoluzione – o forse meglio, la rivelazione – di ciò che il capitalismo era sempre stato anche nelle sue forme precedenti, ma che oggi si manifesta con chiarezza brutale. Dalle piantagioni schiaviste dove i padroni rivendicavano il diritto di possedere non solo la forza lavoro ma i corpi stessi degli schiavi, fino ai magnati industriali dell’Ottocento che esercitavano potere sessuale sulle operaie, il capitalismo ha sempre avuto questa dimensione biopolitica. Epstein la porta semplicemente all’estremo, globalizzandola, finanziarizzandola, rendendola parte integrante di un network transnazionale di potere e perversione.

E c’è un elemento ulteriore, ancora più sottile: il possesso attraverso il segreto condiviso. Chi frequentava Epstein, chi accettava i suoi favori, chi saliva sui suoi aerei, diventava parte di una comunità del silenzio. Non necessariamente complice dei suoi crimini in senso stretto, ma certamente legato a lui da un patto implicito: io non parlo di quello che so, tu non parli di me. È una forma di potere che va oltre il ricatto diretto: è la creazione di una classe che si riconosce attraverso ciò che sa e tace, attraverso i privilegi condivisi che restano invisibili al pubblico.

Il cortocircuito, allora, è questo: un teorico della critica sistemica che accetta di entrare in questa costellazione, non come investigatore undercover, ma come frequentatore riconoscente. Non è l’errore di un ragazzino ingenuo, è la scelta di un intellettuale anziano che decide che il valore informativo e relazionale di Epstein conta più dello scandalo morale legato al suo nome. Possiamo razionalizzare quanto vogliamo – la curiosità, lo studio dal “dentro” delle élite, il desiderio di capire i meccanismi finanziari – ma resta il fatto che ci sono linee che, se vuoi restare esempio di coerenza, non varchi. La linea Epstein era una di quelle.

E qui dobbiamo essere onesti con noi stessi: se fosse stato un intellettuale conservatore, un economista neoliberista, un apologeta del capitalismo a frequentare Epstein, lo avremmo liquidato con un’alzata di spalle. “Ovvio, sono tutti uguali, il potere chiama il potere”. Ma con Chomsky fa male proprio perché ci aspettavamo qualcosa di diverso. Ci aspettavamo che le sue teorie si traducessero in pratiche di vita coerenti, che la lucidità analitica generasse anche vigilanza etica. Invece scopriamo che puoi essere il più brillante analista del potere e comunque soccombere alla sua seduzione quando si presenta nella forma “giusta” – non come corruzione diretta, non come compravendita esplicita, ma come accesso privilegiato al cuore del sistema che studi. È la versione intellettuale di quella dinamica che Chomsky stesso ha descritto per i media: non serve comprare direttamente i giornalisti, basta creare condizioni strutturali in cui certi comportamenti diventano naturali, ovvi, inevitabili.

Oltre la persona: il sistema che ingloba anche i critici

Per questo, il punto politico non è “cancellare” Chomsky o bruciare i suoi libri. Il punto è smettere di proiettare sui nostri maestri un’aura di purezza che li colloca fuori dal mondo che descrivono. Chomsky non è un santo caduto dal piedistallo: è un uomo inserito in una rete di potere che, in un certo momento, ha scelto di valorizzare più l’accesso che la distanza critica. Questo lo rende, suo malgrado, un caso di studio perfetto di ciò che lui stesso ha analizzato per decenni: l’integrazione degli intellettuali nella macchina del potere, la loro funzione di legittimazione, la loro vulnerabilità alla seduzione dei circoli ristretti.

C’è un’ironia tragica in tutto questo: Chomsky diventa la dimostrazione vivente delle proprie teorie sulla fabbrica del consenso. Quella “classe intellettuale” che lui ha descritto come strutturalmente integrata nel sistema di potere, quella tendenza degli esperti a gravitare verso i centri decisionali, quella complicità sottile tra chi analizza il potere e chi lo esercita – tutto questo si materializza nella sua stessa biografia. Non perché fosse ipocrita dall’inizio, ma perché nessuno è immune dalle dinamiche che descrive quando diventa abbastanza prestigioso, abbastanza “interessante” per i detentori del potere reale.

La domanda vera

E allora la domanda cambia: non più “come ha potuto Chomsky?”, ma “quanto è profondo un sistema in cui anche i critici più radicali trovano conveniente orbitare intorno a chi possiede denaro, corpi, segreti?“. Epstein e la sua rete dimostrano che, a certi livelli, il capitalismo non si accontenta di possedere fabbriche, banche e media. Vuole detenere anche i corpi delle vittime e, insieme, le biografie e le reputazioni di chi potrebbe un giorno alzarsi e denunciare. Quando ti siedi a quel tavolo, ti sembra di entrare “per capire il sistema”; in realtà, è il sistema che entra in te e ti rende parte della sua scenografia.

Questa è la lezione più devastante del caso Epstein-Chomsky: il potere contemporaneo non funziona principalmente attraverso la repressione aperta dei dissidenti, ma attraverso la loro incorporazione. Non serve mettere a tacere Chomsky quando puoi averlo come ospite sul tuo jet privato. Non serve censurare le sue critiche quando puoi renderlo parte del paesaggio che critica. È una forma di neutralizzazione molto più sofisticata della censura: lascia che dicano tutto quello che vogliono, basta che poi, nella vita reale, siano disposti a bere un drink con te.

E questo vale ben oltre Chomsky. Quanti altri intellettuali critici, attivisti, giornalisti investigativi si trovano in zone grigie simili? Quanti accettano finanziamenti da fondazioni legate a miliardari discutibili? Quanti partecipano a conferenze sponsorizzate da corporations che altrove criticano? Quanti costruiscono carriere accademiche studiando il potere mentre ne diventano, in modi sottili, parte integrante? Il caso Epstein è estremo, ma la dinamica è diffusa.

Conservare la lucidità nella delusione

Io continuo a riconoscere il valore analitico di molte pagine di Chomsky. Ma non posso più usarle come se fossero il discorso di qualcuno che è rimasto fuori dall’abbraccio mortale del potere che critica. Questa vicenda non distrugge la teoria, ma ci obbliga a guardare anche i teorici come soggetti esposti alla stessa logica di cooptazione che descrivono. E ci ricorda una cosa scomoda: in un capitalismo che pretende non solo profitto, ma impunità e possesso dei corpi, nessuno – nemmeno il più lucido dei critici – è automaticamente al riparo dal rischio di diventare, anche solo per un tratto, parte del problema.

Anzi, potremmo dire che proprio questa vicenda conferma, in modo perverso, la validità delle analisi di Chomsky sul potere. Se il sistema fosse meno pervasivo di come lo ha descritto, lui stesso non ci sarebbe caduto dentro. Il fatto che anche un critico così radicale possa essere integrato dimostra esattamente quanto siano potenti i meccanismi che ha passato la vita a descrivere. Non è una consolazione, ma è una lezione da non sprecare.

Cosa fare con questa consapevolezza

Allora cosa ci resta? Non l’iconoclastia fine a se stessa, non la distruzione di tutto ciò che Chomsky ha scritto. Ci resta invece un compito più difficile: imparare a leggere il pensiero critico attraverso le contraddizioni dei suoi autori, non nonostante esse. Usare il caso Chomsky-Epstein come promemoria permanente che le idee devono camminare sulle proprie gambe, indipendentemente da chi le ha formulate.

Ci resta anche l’obbligo di costruire forme di critica al potere che siano più collettive, meno dipendenti da singole figure carismatiche. Se la nostra analisi del capitalismo crolla quando crolla il nostro guru intellettuale di riferimento, allora non era abbastanza solida. Le strutture di potere che Chomsky ha descritto esistono indipendentemente dal fatto che lui sia stato coerente nel combatterle. Il nostro compito è riconoscerle e contrastarle, con o senza maestri perfetti.

E ci resta, forse soprattutto, la responsabilità di applicare la critica sistemica anche a noi stessi, ai nostri circoli, alle nostre prassi. Quali sono i nostri “Epstein”, magari in scala minore? Quali compromessi facciamo per avere accesso a risorse, piattaforme, informazioni? Dove tracciamo le nostre linee rosse, e quanto siamo disposti a spostarle quando l’accesso che ci viene offerto è abbastanza seducente?

Il caso Epstein-Chomsky non è una fine, è un punto di partenza per una riflessione più matura sulla critica al potere. Ci toglie l’innocenza, ci costringe a guardare senza veli quanto sia difficile restare coerenti in un sistema fatto apposta per cooptare anche i dissidenti. Ma proprio questa consapevolezza, per quanto dolorosa, può renderci critici migliori – meno inclini all’adorazione dei maestri, più attenti alle dinamiche concrete del potere, più vigili sui nostri stessi compromessi.

La delusione brucia. Ma se riusciamo a metabolizzarla senza cadere nel cinismo, può diventare il fondamento di una critica più lucida, più disincantata, più capace di guardare il potere – e chi pretende di criticarlo – con occhi realmente liberi.

Del resto il mio più grande maestro, mio padre portuale, mi avvertì fin da quando ero ragazzo, studente liceale prima e universitario poi: il potere ti divora, specie se sei un intellettuale… resta sempre fedele a chi appartieni.

https://comune-info.net/chomsky-epstein-e-le-contraddizioni-che-ci-interrogano/

Attacco all’Iran: imperialismo, tirannia e auto-illusioni


Una riflessione di Karim Metref. A seguire un articolo di Gianluca Cicinelli. E riprendiamo da FB un messaggio di Antonella Bundu.

 

Una riflessione molto personale sui balli degli iraniani e sulle lacrime degli antimperialisti

di Karim Metref

Mentre la congrega criminale Stati Uniti-Israele prosegue il suo spietato attacco sulla regione dell’Asia sudoccidentale, questo palcoscenico globale in cui si è trasformato il mondo ci offre due immagini contrastanti: da un lato, iraniani che gioiscono per l’attacco contro il loro paese; dall’altro, persone impegnate nella difesa della libertà e della laicità che si stracciano le vesti per la morte dell’Ayatollah Supremo dell’Iran.

Sono due modi di vedere le cose che cerco di decifrare da anni. In apparenza sembrano opposti, ma, dalle conclusioni a cui sono giunto nelle mie umili riflessioni, condividono molte più somiglianze che divergenze.

 

Il nemico del mio nemico non è mio amico

Prima di tutto, vorrei sgombrare il campo da ogni equivoco: non credo minimamente nella motivazione umanitaria di qualsivoglia intervento politico, spionistico o militare messo in atto dalle potenze occidentali o orientali dalla Seconda guerra mondiale a oggi. Quello in corso in Iran rappresenta per me l’ennesimo atto di pirateria compiuto da Stati Uniti e Israele, sulla scia della distruzione del Vietnam, dell’Iraq, dell’Afghanistan, della Somalia, della Siria, della Libia e del genocidio in corso del popolo palestinese.

Dall’altro lato, non credo nemmeno che Gheddafi, Saddam Hussein. Assad o Khamenei siano stati leader virtuosi, che hanno fatto tanto bene ai loro popoli e che per questo sono odiati da un Occidente diabolico, causa di tutti i mali dell’umanità.

Non aderisco all’equazione matematica per cui il nemico del mio nemico è automaticamente mio amico. Posso avere due amici che si odiano tra loro, così come posso avere due nemici che, pur essendo in conflitto, nutrono entrambi ostilità verso di me o comunque non vogliono il mio bene.

Detto questo, torno al tema che volevo affrontare: perché alcuni amici originari di paesi del Sud del mondo – persone che non sono guerrafondai, né hanno simpatie fascistoidi, né sono nemiche del loro popolo – si mettono a ballare per le strade quando l’imperialismo israelo-statunitense o la NATO attacca la loro terra, rapisce o assassina i loro leader?

E ancora: perché amici che conosciamo come grandi difensori delle libertà democratiche nei paesi occidentali mostrano poi un’inspiegabile ammirazione per certi dittatori dei nostri paesi del Sud, arrivando a stracciarsi le vesti quando questi vengono assassinati, come se si fosse perso un grande rivoluzionario?

Se rivoluzione sarà, sarà altrove

Alcuni anni fa giravo l’Italia per raccontare una rivolta popolare che era in corso in Algeria all’epoca, chiamata “primavera nera del 2001”. I ragazzi della Cabilia erano per le strade, tutti i giorni, a petto nudo, pronti ad affrontare la violenza dei gendarmi che sparavano senza risparmio sui manifestanti, uccidendo più di cento ragazzi e ferendone decine di migliaia.

I media italiani e internazionali scelsero il silenzio. Non raccontarono quell’insurrezione. L’Algeria stava privatizzando lo sfruttamento delle sue enormi riserve di idrocarburi e tutti volevano una fetta della torta. Di conseguenza, nessuno osava offendere il governo del presidente Bouteflika, che distribuiva concessioni e contratti succulenti a pioggia: non si morde la mano che ti nutre. Ancora meno quella che ti apre i rubinetti del petrolio.

Gli unici che, fin da subito, si erano entusiasmati per quella rivolta popolare – orizzontale, senza leadership, partita dal basso, dai ragazzi senza lavoro e senza futuro – erano gli anarchici. Tutta la galassia dei gruppi anarchici, dei centri sociali e delle occupazioni a loro vicine si mobilitò, organizzando incontri, dibattiti, conferenze e proiezioni in tutta Italia. Con alcuni amici, di una associazione amazigh che avevamo creato all’epoca a Torino, abbiamo percorso il paese in lungo e in largo per raccontare quello che succedeva nella nostra terra.

Ben presto mi accorsi che erano contenti di ascoltarci raccontare quella rivolta solo a patto che confermassimo l’idea che si erano fatti: che si trattasse cioè di una sorta di rivoluzione anarchica. Che quella rivolta orizzontale, senza leader, che aveva cacciato via i politici e i partiti tradizionali, che voleva distruggere le caserme dei gendarmi, fosse una manifestazione di anarchismo spontaneo. E che il suo obiettivo ultimo fosse quello di smantellare lo Stato per realizzare l’ideale anarchico di una società senza Stato.

E’ vero che il sistema tradizionale cabilo è una sorta di società anarchica, in cui ogni comunità funzionava come un piccolo Stato dotato di democrazia diretta e partecipata – almeno per i maschi adulti. È indubbio anche che, in un momento di smarrimento e di perdita di credibilità del sistema politico tradizionale, i cabili abbiano fatto appello a un sistema di organizzazione ancestrale basato sulla democrazia diretta e sulla partecipazione popolare.

Tuttavia, gli stessi attivisti della rivolta dichiaravano che quella fase era solo transitoria, necessaria per correggere il sistema e le istituzioni della Repubblica in Algeria, non per abolirla. Io continuavo a raccontare quella storia –sbagliando su molte cose, come ho capito con il senno di poi. Ma raccontarla come mi sembrava realmente fosse e non come altri volevano vederla, mi portò a subire alcuni attacchi da parte degli organizzatori degli incontri. E Dopo l’uscita nel 2002 del film “Il ritorno degli Aarch”1, fui definitivamente escluso da quel ciclo di conferenze e incontri, che proseguì con altri attivisti, più allineati sulla visione dei compagni italiani.

Questo accadeva nella sfera anarchica. All’altra estremità del ventaglio della galassia della sinistra, nel campo antimperialista di stampo staliniano, mentre Bouteflika riconsegnava le riserve energetiche alle multinazionali, si continuava a sognare quell’Algeria intesa come “Mecca dei Rivoluzionari” di tutto il mondo, quella degli anni Sessanta e Settanta. E chiunque, come noi, osasse dire che le cose in Algeria andavano male diventava automaticamente un agente del capitalismo mondiale.

Ostaggi del benessere

Quell’esperienza mi portò a riflettere sul rapporto che la classe media colta – di sinistra, ma non solo – intrattiene con la narrazione del mondo e con il desiderio di libertà e diritti.

Franz Fanon, ne I dannati della terra2, sosteneva che solo abbandonando le città per rifugiarsi nelle campagne, ed entrando in contatto con “le masse contadine, e in particolare i contadini senza terra”, l’attivismo dei giovani intellettuali indipendentisti può trasformarsi in una guerra rivoluzionaria.

Fanon osserva che nelle città l’attivismo politico e sindacale dei colonizzati urbani non riesce a essere abbastanza radicale da trasformarsi in una vera guerra di liberazione. Questo dipende, secondo lui, dal fatto che la popolazione indigena urbana – operai, insegnanti, funzionari pubblici – ha acquisito alcuni privilegi. Pochi, forse, ma sufficienti ad assaggiare il sapore del benessere. E una volta assaporato, l’obiettivo diventa aumentarli, non metterli in discussione.

La stessa cosa si potrebbe dire, a mio parere, delle classi medie colte nel mondo di oggi.

Dagli anni Sessanta in poi, dopo la vittoria delle ultime lotte per le indipendenze, non si è più ripetuta quell’unione – magica ed effimera – tra élite intellettuali e masse lavoratrici per contrastare con la rivoluzione il potere politico e militare dei ricchi. L’unico moto rivoluzionario vincente è stata la rivoluzione iraniana, che però venne presto recuperata dal clero sciita e dagli ultraconservatori.

Per quanto riguarda il mondo occidentale, l’assenza dell’energia necessaria per rovesciare i poteri economici e politici capitalistici in posto è legata anche a ciò che viene celebrato come grande conquista dei movimenti operai: lo Stato del welfare.

Bob Marley, credo, diceva che dai paesi ricchi si guarda al Sud del mondo come a una prigione, perché lì non si hanno tutti i privilegi di uno Stato moderno. Ma forse, suggeriva il poeta giamaicano, la vera prigione per i cittadini dei paesi ricchi sono proprio quei privilegi.

L’aiutante magico

Le classi medie colte dei paesi ricchi sanno che questo mondo in cui viviamo è ingiusto. Sanno che la ricchezza dei ricchi è costruita sulla povertà dei più poveri. Sanno dell’ingiustizia del colonialismo e poi del neocolonialismo. Sanno che il sovrasfruttamento del pianeta porta alla rovina di tutti. Sanno delle guerre neocoloniali, delle speculazioni delle banche che strozzano intere popolazioni. Sanno tutto.

Ma non si oppongono, perché hanno troppo da perdere. Lo stesso sistema che distrugge altri popoli e devasta il pianeta è quello che garantisce loro la casa, il riscaldamento, l’auto, le ferie, il buon cibo, le cure gratuite, la pensione, una buona scuola per i figli.

Allora la rivoluzione non si fa – abbiamo troppo da perdere – ma la si continua a sognare. Non saremo noi a farla, perché noi stiamo bene. Saranno i paesi poveri a farla per tutti. E così si proiettano i desideri di rivoluzione su qualche leader: Che Guevara, Mao, Ho Chi Minh, Castro, Chávez, Gheddafi. Si arriva persino a trasformare in rivoluzionario anche Putin – che nel frattempo finanzia e sostiene partiti fascisti in giro per il mondo e persino l’ayatollah Khamenei.

Nelle fiabe tradizionali esiste una forma di aiuto che arriva quando ogni via di salvezza sembra preclusa. Vladimir Propp, l’antropologo russo, massimo specialista della struttura del linguaggio fiabesco, lo chiamò “l’aiutante magico”3. È quella formica, quell’uccellino, quell’essere apparentemente piccolo e senza forza che il protagonista ha aiutato in qualche modo, o verso il quale ha dimostrato tenerezza o generosità, e che all’improvviso si trasforma in una forza salvifica.

Così funziona anche per certi leader terzomondisti: quelli che con fatica hanno liberato qualche piccola nazione un tempo colonia, per magia si trasformano -nell’immaginario di molti- in guide supreme pronte a condurre i popoli del mondo verso la libertà. Che poi trattino i loro stessi popoli come merda, en passant, è solo un piccolo dettaglio.

“I paesi latinoamericani hanno bisogno sempre di una figura forte al potere”, mi disse una compagna peruviana, un giorno. È una frase che ho sentito spesso ripetere anche da europei bianchi, non particolarmente razzisti.

“Ma ti rendi conto”, le dissi, “che stai ripetendo pari pari uno dei peggiori luoghi comuni infantilizzanti del pensiero colonialista? Il bianco evoluto sarebbe adatto alla democrazia, mentre il povero indigeno avrebbe sempre bisogno di essere comandato con il bastone”.

Non essendo stupida, ma solo priva di esperienza, la ragazza si rese conto subito dell’aberrazione delle sue affermazioni. Molti amici europei, invece, continuano a pensarla così.

Lontani dal popolo

Nei paesi del Sud del mondo il fenomeno che si è verificato è molto simile a quello dei paesi ricchi, ma ha riguardato in buona parte soltanto la classe media istruita. Dopo le indipendenze, le famiglie della classe media hanno preso possesso delle città, delle amministrazioni, del potere – se non politico, almeno amministrativo. La loro situazione è migliorata enormemente, mentre la maggior parte del popolo è rimasta molto povera. Questo divario ha progressivamente creato, e poi allargato, una frattura tra le classi.

Questo fossato separa la classe istruita dalla popolazione povera e con un basso livello culturale. Le persone colte che sono rimaste progressiste continuano a sognare progresso per tutti, libertà e benessere condiviso. Ma non avendo modo di dialogare con il popolo, e quindi di costruire un progetto rivoluzionario dal basso –barricati come sono nei loro quartieri residenziali, nei bar esclusivi e negli uffici con l’aria condizionata– proiettano il loro desiderio sul regime in carica.

Sarà il leader a portare il paese verso il progresso.

E se il leader si rivela un vigliacco venduto alle multinazionali o un tiranno megalomane, violento e corrotto – come è successo la maggior parte delle volte – allora riversano tutte le loro speranze sull’intervento esterno: ci libererà la NATO, o ci libererà Putin, o lo Spirito Santo.

Il vero lavoro rivoluzionario di costruzione dei movimenti dal basso – stare con i poveri, dare loro istruzione, orientamento politico e culturale – lo hanno fatto, negli ultimi decenni, i fascisti di ogni estrazione: integralisti musulmani, cristiani, induisti ed ebrei, ultranazionalisti di ogni dove. Ed è per questo che stanno fiorendo regimi conservatori, xenofobi, razzisti, violenti e intolleranti ovunque.

Ciò che è male per te può essere buono per me?

È pieno di contraddizioni il rapporto tra la classe media di sinistra dei paesi del Sud e le potenze imperialiste della NATO. Tutti sanno bene che l’intervento della NATO nei paesi aggrediti negli ultimi sessant’anni è sempre andato a favore delle multinazionali e del dominio delle ex potenze coloniali sulle risorse del Sud del mondo e mai a favore della popolazione. Ma quando si tratta del proprio paese, ecco che ci si convince che possa portare a un netto miglioramento grazie all’eliminazione del tiranno di turno.

Ero in Iraq nel 2004-2005, quando gli esuli iracheni rientrarono dall’estero con il cuore pieno di speranza, per vedere poi il loro paese sprofondare progressivamente nel caos. Un caos, in buona parte, programmato dalle potenze “liberatrici” – o dai loro alleati locali.

In quel periodo ho conosciuto amici siriani scandalizzati dall’invasione anglo-americana dell’Iraq. Alcuni andarono persino a combattere come volontari nelle fila della resistenza irachena per qualche tempo.

Quando toccò alla Libia, vidi alcuni amici libici – gli stessi che ieri erano contro l’invasione dell’Iraq e oggi contro l’aggressione all’Iran – fare il tifo per i bombardamenti franco-britannici e per l’abominevole linciaggio di Gheddafi.

Quando toccò alla Siria, iracheni e libici erano contro l’aggressione camuffata da guerra civile, orchestrata da una schiera di potenze locali (Israele, Turchia, paesi del Golfo) e internazionali (USA, Gran Bretagna, Francia). Eppure i miei amici antiimperialisti siriani erano molto contenti. Fuggiti all’estero, per la maggior parte, perché non in grado di sopravvivere al drago integralista creato dai Ben Saud e ben nutrito da Erdogan, ma comunque felici per l’imminente caduta del tiranno.

E ho visto, per le strade di Torino, ballare militanti – uomini e donne di sinistra, laici – per l’improvvisa ascesa al potere del macellaio oscurantista Al-Charaa. In questi giorni sono amici iraniani quelli che ballano.

Ecco la tragica situazione in cui ci ha gettato il naufragio universale della sinistra. Non il naufragio del pensiero – perché il pensiero ancora c’è, forte e giusto – ma quello delle persone che vi aderiscono idealmente senza voler accettare che per fare una rivoluzione, violenta o non violenta che sia, bisogna pur sacrificare qualcosa: soldi, benessere, sicurezza, tempo, energia. Qualche volta bisogna sacrificare tutto: la vita.

Finché non accettiamo questo fatto. Dico noi, perché in questo naufragio ci metto anche me stesso. Finché non lo accettiamo, saremo solo dei poveri sognatori.

Nessuno uccellino magico

Ma lo statuto di sognatore, seduto al calduccio a immaginare grandi rivoluzioni, è anche il mio. Non ne sono molto fiero, ma è mio. Il mio quindi non è un giudizio. Non giudico chi non fa niente. Non butto la pietra come raccomandava quell’altro compagno rivoluzionario di Nazareth.

Non giudico, non prendo in giro chi sogna. Soprattutto, non mi permetto di prendere in giro da osservatore esterno chi vive gli eventi sulla propria pelle, o sulla pelle dei propri cari.4 Ma almeno mi sforzo di non cercare nessun aiutante magico. Non ce n’è. Nessun uccellino, nessuna formica magica ci salverà. Se non ci salviamo da soli.

Quindi non aspetto che l’Algeria sia liberata da Trump o da Macron, nel rispetto dei vecchi accordi di Yalta, se ne è rimasto qualcosa. No, non lo voglio. Ma non aspetto nemmeno di essere liberato dall’oppressione dell’asse del male capitalista da Putin, Khamenei o Kim Jong-un. No, grazie. Forse Xi Jinping…?

No. Non c’è nessun salvatore. Nessun Messia.

Solo noi. E la nostra enorme, pesante, mastodontica responsabilità.

Torino il 04/03/2026. Ore 00.14


NOTE

1Il ritorno degli Aarch. I villaggi della Cabila scuotono l’Algeria. Documantario in Video 60′. di Karim Metref e Michelangelo Severgnini. Ed. Metissart – Carta-Cantieri Sociali. 2002

2. Frantz FANON. LES DAMNÉS DE LA TERRE. Paris: François Maspero, 1961,

3. Vladimir Propp, Morfologia della fiaba, Torino, Einaudi, 2000 [1928]

4. A questo proposito leggere qui la risposta che mi scrisse l’amico Farid Adli sull’intervento anglo francese in Libia: “…Tu puoi anche stare a guardare e aspettare per sapere dove e come finirà; io no. Io ho la mano sulle bracci ardenti. E devo prendere posizione, scegliere un campo. Oggi, in Libia il nemico, che si deve neutralizzare cacciandolo dal potere, è Gheddafi, la sua famiglia e le sue brigate di assassini.
https://karimmetref.blog/2011/03/25/la-risposta-di-farid-no-caro-karim-le-cose-non-stanno-cosi/

 

Iran: buio sulla «rivolta». Blackout non solo interno

di Gianluca Cicinelli (*)

Da più di quattro giorni l’Iran è, di fatto, un Paese a luci spente. Non è una metafora: secondo l’osservatorio NetBlocks, che misura la connettività su larga scala, siamo di fronte a un blackout prolungato che ha superato le cento ore, con ampie porzioni della popolazione senza accesso ai servizi online e senza la possibilità di comunicare con l’esterno.
Nel momento stesso in cui la voce si spegne, però, si accende un secondo buio, meno visibile ma altrettanto decisivo: quello che si forma fuori dall’Iran, nello spazio dell’informazione globale. Nella guerra moderna silenziare le voci autentiche crea un vuoto che viene riempito da narrazioni di parte e da disinformazione. Il blackout interno non è soltanto censura. È un moltiplicatore di opacità che rende più difficile verificare, più facile manipolare, più conveniente mentire.
Ma proprio su questo piano crolla la retorica “liberatoria” con cui questa guerra è stata presentata mostra la sua prima contraddizione strutturale. La Casa Bianca e l’ecosistema politico che la sostiene hanno invitato gli iraniani a “rialzarsi” e a “riprendersi il Paese”, come se la liberazione fosse un pulsante da premere. Una sollevazione popolare però non nasce da uno slogan, e non nasce da una rete clandestina di pochi contatti.
Perché una rivolta di massa esista serve una condizione banale: che le persone sappiano, nello stesso momento, che cosa sta accadendo, dove, con quali rischi, con quale speranza. Serve un linguaggio comune e un minimo di coordinamento. Serve, in altre parole, comunicazione.
Se davvero l’obiettivo dichiarato fosse “aiutare” una popolazione a sollevarsi contro gli ayatollah, la prima domanda più che quante bombe servono sarebbe con quale canale permettere a milioni di persone di restare connesse quando il regime taglia Internet. Il paradosso è questo: in una guerra che dice di voler liberare, la condizione tecnica e politica della liberazione – poter parlare, sapere, coordinarsi – viene resa impraticabile proprio quando la repressione si fa più pericolosa.
Come ha spiegato ieri Ben Rhodes, ex consigliere senior di Barack Obama, non si tratta di un dettaglio polemico: è il punto morale e operativo che inchioda alle sue menzogne la narrativa bellica. Se oggi la gente scendesse in piazza in Iran, chi la proteggerebbe dalla repressione?
Gli Stati Uniti e Israele possono colpire infrastrutture, possono decapitare vertici, possono distruggere radar. Ma non possono “scortare” una folla nelle strade di Sanandaj o di Teheran, non possono impedire a un apparato di sicurezza di fare ciò che gli apparati di sicurezza fanno quando temono di perdere il controllo: arrestare, sparare, terrorizzare. Invitare a sollevarsi quando non puoi proteggere chi si espone è un gesto politicamente irresponsabile.
La seconda contraddizione è ancora più rivelatrice, perché riguarda i mezzi. Non è vero che “non esiste” una tecnologia capace di bypassare la censura. Esistono connessioni satellitari, reti mesh, strumenti di aggiramento. Lo dimostra proprio la cronaca di questi mesi: il Wall Street Journal ha raccontato che l’amministrazione Trump avrebbe fatto arrivare clandestinamente in Iran migliaia di terminali Starlink, cioè dispositivi per collegarsi a Internet via satellite senza passare dalla rete controllata dallo Stato
Anche il Guardian ha descritto un vero e proprio ecosistema di tecnologia contrabbandata che, nelle settimane del grande blackout di gennaio, ha permesso a una minoranza di iraniani di restare agganciata al mondo, mentre Teheran rispondeva con disturbi elettronici, caccia ai terminali e pene durissime.
Foreign Policy ha aggiunto un dettaglio che fa capire quanto il conflitto sia entrato nella sfera delle comunicazioni: nelle fasi più dure non si bloccano solo social e messaggistica, ma anche reti mobili, linee telefoniche, servizi di base — e perfino l’accesso satellitare può essere ostacolato.
E allora la domanda che tutte le persone in buona fede capiscono immediatamente è: se esistono strumenti per “fare Radio Londra” nel 2026 – non una radio romantica, ma un’infrastruttura minima per mantenere informata una popolazione sotto censura – perché il risultato politico che si diceva di voler ottenere non si vede? Perché la sollevazione non arriva, o arriva solo in frammenti isolati e facilmente schiacciabili?
La risposta più onesta non è psicologica (“gli iraniani non vogliono”), ma strutturale: una sollevazione di massa non nasce nel buio, e soprattutto non nasce quando chi la invoca non paga il prezzo della repressione. Se la comunicazione alternativa è minoritaria, rischiosa, discontinua; se il Paese è spezzato tra chi riesce a connettersi e chi no; se la paura di essere individuati rende impossibile trasformare un messaggio in una folla; allora la “rivolta” resta un argomento da conferenza stampa, non un processo reale.
In questo senso, il blackout è già un pezzo di guerra: non perché “nasconde” soltanto, ma perché impedisce la formazione di una massa, cioè l’unico soggetto che potrebbe dare senso alla parola “liberazione”.
Il buio interno produce automaticamente il buio esterno. Quando dall’Iran escono meno immagini, meno testimonianze, meno verifiche incrociate, l’informazione globale cambia natura: diventa più dipendente da dichiarazioni ufficiali, da fughe di notizie, da account partigiani, da video non verificati.
È la condizione ideale per il rumore. Wired ha documentato come, dopo l’avvio dei raid, la piattaforma X sia stata invasa da contenuti fuorvianti sulla localizzazione e sulla scala degli attacchi. Un flusso che corre più veloce della verifica, e che si alimenta proprio dell’assenza di fonti dirette.
In questo ambiente, la volatilità comunicativa di Donald Trump è un acceleratore del caos. Annunci solenni, promesse di “opportunità storiche”, inviti alla popolazione a “riprendersi il Paese”, seguiti da smentite e correzioni operative. Il risultato non è solo la confusione nei commentatori: è un vantaggio per chiunque, dentro e fuori dall’Iran, abbia interesse a trasformare la guerra in una palude narrativa dove nessuno risponde davvero di ciò che dice e di ciò che fa.
Riprendendo quindi il filo della sollevazione popolare, che chi ha a cuore la libertà degli iraniani auspica materialmente, a differenza di chi la agita cinicamente, la continuazione dei bombardamenti senza comunicare con i soggetti della dichiarata rivolta denuncia ulteriormente la menzogna.
Se la guerra fosse davvero “per liberare”, il suo primo investimento sarebbe la possibilità per gli iraniani di parlare tra loro e con il mondo quando il regime chiude i rubinetti. Se la guerra fosse davvero “per liberare”, non basterebbe avere contatti clandestini con poche cellule interne – quelle del Mossad e della Cia già presenti all’interno del Paese – perché la liberazione non la fa una rete segreta, la fa una moltitudine.
Quindi: cosa stanno facendo concretamente, Usa e Israele per non consegnare quei civili alla repressione?
Questo doppio blackout, quello che spegne la società e quello che sporca la verità, non è un effetto collaterale. È la struttura stessa del conflitto. E la struttura di questa guerra che rende impraticabile la condizione minima della liberazione. La parola “liberazione” smette di essere un obiettivo e diventa un alibi. Ai civili si chiede il coraggio più alto mentre si offre la protezione più bassa. Perchè di quei civili in realtà non importa a chi sgancia bombe uccidendo anche loro.
(*) da diogenenotizie.com – 5 marzo

 

ANTONELLA BUNDU ha scritto su FB

Il dolore della signora iraniana che è venuta in Piazza Goldoni per gridarci in faccia, a voce alta, urlando:

“Dove eravate quando hanno ucciso 40.000 persone? Dove eravate quando vi abbiamo chiesto aiuto? Se ci sono iraniani qui, sono quelli che non hanno parenti in Iran.”

Io ho sentito tutto quel dolore e non penso fosse una provocatrice mandata apposta.

E mi sono chiesta: dove eravamo?

C’eravamo.

Io c’ero.

Ero alla manifestazione in Piazza Santa Maria Novella, dove c’era anche lei, penso fra le organizzatrici.

Io c’ero e poi però ho visto le bandiere di Azione, la bandiera con il simbolo dello Shah.

Poi la bandiera di Israele.

C’ero e sono andata via perché no, non era la mia piazza.

Sono venuta via da quella piazza, perché quel dolore non poteva essere in alcun modo lenito dall’alleanza con chi opprime, bombarda, viola il diritto internazionale, commette genocidi.

Dov’eravamo?

C’eravamo anche in altre piazze.

C’ero in Piazza Sant’Ambrogio, in una piazza convocata in solidarietà con il popolo iraniano, che non era con la monarchia filo-occidentale ed era contro un intervento degli Stati Uniti e di Israele. Quella manifestazione ha avuto una contestazione con l’irruzione durante gli interventi di un paio di ragazzi con bandiere con il simbolo dello Scià.

C’ero e poi sono andata via.

E due giorni fa quella signora ci chiedeva perché eravamo lì, in Piazza Goldoni. Perché? Dov’eravate prima?

Io lì c’ero,

Due giorni fa siamo scesi in piazza contro gli attacchi USA e israeliani che hanno scelto unilateralmente di scendere in guerra e bombardare l’Iran,non come una risposta a un pericolo imminente reale, ma come  politica di dominio e di conflitto e di mantenimento di potere e influenza.

C’ero anche io in quella piazza quando urlava e l’ho sentita

Ero in piazza e ho proseguito nel corteo.

E penso anche alle proteste sciite.

Perché la figura di Khamenei non era soltanto politica: per milioni di sciiti è anche un punto di riferimento religioso, in Iran ma anche in Pakistan, in Libano e altrove.

Colpire o delegittimare una figura che ha questa doppia valenza — politica e spirituale — significa non guardare alle conseguenze, agli equilibri religiosi, alle reazioni identitarie che attraversano confini e generazioni, per una questione di potere.

In questo vuoto crescono gli estremismi.

Si alimentano raccontando il conflitto come una vendetta contro l’imperialismo statunitense e contro il sionismo israeliano.

E ogni aggressione rafforza quella narrazione.

Dove eravamo?

Io c’ero.

C’ero nelle piazze, in alcune sono andata via e in altre sono rimasta.

Pain and suffering.

La domanda resta: dove eravamo?

Eravamo lì.

E dove saremo?

Continueremo a esserci  contro oppressione,  sopraffazione, contro ogni conflitto, per costruire la pace

da qui

giovedì 5 marzo 2026

L’Europa seppellisce il diritto d’asilo. E Meloni brinda sul confine esternalizzato

 

Via libera ai “Paesi sicuri”, ai “Paesi terzi sicuri” e al modello Albania: l’UE diventa la scorciatoia legale per deportare, respingere, rinchiudere

C’è un sincronismo che sa di regia politica, non di coincidenza: ieri il Parlamento europeo ha approvato la prima lista europea di Paesi d’origine “sicuri” e ha riscritto i criteri del cosiddetto “Paese terzo sicuro”; oggi il governo Meloni porta in Consiglio dei ministri il ddl immigrazione che punta a trasformare quella cornice europea in un dispositivo italiano di interdizione marittima, deportazione e detenzione fuori confine.

È la vittoria del “modello Albania”. È l’Europa che smette di essere — anche solo formalmente — il luogo dove si frenano gli eccessi dei governi nazionali. E diventa, al contrario, la via traversa con cui travolgere le ultime resistenze: quelle della magistratura, della Costituzione, dei diritti fondamentali, della semplice idea che il diritto d’asilo non sia un optional.

La lista dei “Paesi sicuri”: la scorciatoia per negare l’asilo

La nuova lista europea include Stati come Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India, Marocco e Tunisia. È un passaggio politico gigantesco: non perché quei Paesi siano improvvisamente diventati paradisi dei diritti, ma perché l’etichetta di “sicuro” serve a una sola cosa. Rendere più facile respingere. Rendere più rapida l’inammissibilità. Rendere più veloce il rimpatrio.

Non è un aggiornamento tecnico: è un cambio di paradigma. Si passa dall’esame della persona all’esame del passaporto. E quando il passaporto è quello “sbagliato”, la tua storia diventa irrilevante.

“Paesi terzi sicuri”: la deportazione come politica pubblica

La novità più brutale è la revisione del concetto di “Paese terzo sicuro”. Tradotto: deportare i richiedenti asilo sulla base di accordi con Stati terzi, anche accordi individuali, e farli aspettare altrove mentre l’Europa si lava le mani.

Il cuore della norma è l’esternalizzazione: l’Unione spalanca la porta alla costruzione di centri in Paesi terzi per l’esame delle domande. Hub fuori dall’UE. Recinti legali. Zone grigie dove la responsabilità si disperde e i diritti evaporano.

Albania oggi. Ruanda domani. Qualsiasi luogo dopodomani, purché abbastanza lontano da non disturbare lo sguardo europeo.

Il “modello Albania” non era un incidente: era un prototipo

Per mesi l’opposizione italiana ha deriso l’esperimento albanese come propaganda. E invece era un prototipo: un’anticipazione. Un test politico su una corrente gelida che stava già attraversando l’Europa.

Ora quella corrente è diventata egemonia. E non è nemmeno solo l’egemonia delle destre. Perché a far passare la linea più dura non sono stati soltanto i partiti della destra radicale: c’è stato anche “qualche socialdemocratico”, abbastanza per dare alla svolta una patina di rispettabilità istituzionale.

Questo è il punto più inquietante: l’estrema destra non vince soltanto quando prende voti. Vince quando gli altri si adeguano.

Il ddl immigrazione di Meloni: il pacchetto coerente del respingimento

Il ddl immigrazione atteso oggi è la traduzione nazionale del nuovo clima europeo. E secondo le anticipazioni potrebbe includere blocco navale, ritorno del sistema Albania e una stretta sui ricongiungimenti familiari. Un pacchetto coerente, pensato come una catena di montaggio del controllo: prima si dichiara l’“eccezionale pressione migratoria”, poi si interdicono le acque territoriali, poi si intercetta, poi si impacchetta, poi si deporta, poi si rinchiude fuori dall’Europa, poi si respinge o si parcheggia. E soprattutto l’obiettivo resta uno solo: che in Europa non mettano piede, che non vedano le coste, che non esistano.

La formula “eccezionale pressione migratoria” è la chiave autoritaria del disegno. Perché la pressione “eccezionale” non la decide un tribunale, non la misura un organismo indipendente: la decide il governo. E quando è il governo a decidere l’eccezione, l’eccezione diventa normalità.

La bugia centrale: “sicuro” non significa sicuro

Dentro questa architettura c’è una bugia madre: che esistano Paesi “sicuri” per definizione. Che basti un timbro europeo per cancellare persecuzioni, torture, repressioni, discriminazioni, violenze di Stato, carceri arbitrarie.

E non è un caso che proprio Bangladesh ed Egitto — Paesi da cui provenivano persone già trascinate nel circuito Albania e poi rientrate per intervento della magistratura — rientrino ora nella lista “sicura”. È un regolamento dei conti politico con chi ha provato a fermare l’operazione. È un modo per dire: la prossima volta non ci saranno ostacoli.

L’Europa non è più la barricata. È il bulldozer.

Per vent’anni una parte del centrosinistra ha coltivato un riflesso: “l’Europa impedirà il peggio”. Quel tempo è finito. Quell’Europa è stata travolta.

Oggi l’UE non frena: accelera. Non impone decenza: costruisce procedure. Non tutela: normalizza la disumanità.

E mentre i governi nazionali avanzano col passo dell’oca, Bruxelles fornisce la base giuridica per farlo con il timbro della legalità. Questa è la vera mutazione: non più violazioni episodiche, ma un sistema.

La posta in gioco: non è l’immigrazione. È lo Stato di diritto.

Chi pensa che sia “solo” una battaglia sui migranti non ha capito niente. Qui si sta riscrivendo il rapporto tra diritto e potere. Tra persona e confine. Tra Costituzione e propaganda.

Il diritto d’asilo non è un favore. È un pilastro. È la linea che separa una democrazia — imperfetta, ipocrita, contraddittoria — da un regime che decide chi è umano e chi è merce di scambio.

E la verità è semplice, brutale, incontestabile: se l’Europa può deportare i richiedenti asilo, può farlo con chiunque diventi scomodo. Oggi sono loro. Domani sarà qualcun altro. È sempre così che funziona.

Che fare: basta indignazione, serve conflitto politico

Non basterà appellarsi ai “guardiani”: la Corte, il Quirinale, Strasburgo, i tecnicismi. Questa ondata non è un incidente giuridico: è una scelta politica. E come tale va combattuta.

Se l’egemonia della destra si è imposta, non si smonta con comunicati prudenti o con l’ennesimo “siamo preoccupati”. Si smonta con un fronte sociale e politico che dica chiaramente che questo non è governo dei confini: è demolizione dei diritti.

Perché è esattamente questo che sta accadendo: l’Europa affonda il diritto d’asilo. E Meloni, finalmente, ha trovato il continente perfetto per farlo sembrare inevitabile.

da qui