mercoledì 27 maggio 2026

Nel nome del padre: Bibi e la “tempesta perenne” per Israele - Pino Corrias

 Benjamin Netanyahu viene dal sangue. E con tutto il sangue che si porta addosso, spalla a spalla con il suo alleato e socio Donald Trump, vive dentro la guerra infinita che ha scelto di guidare e che di battaglia in battaglia, di massacro in massacro, distrugge i nemici e insieme distrugge Israele. Consente ai coloni, armati dalla religione dell’odio e protetti dai fucili mitragliatori, di strappare nuove terre ai palestinesi in Cisgiordania, di bruciare case, ulivi, bestiame. Consente al suo burattino Ben-Gvir di danzare tra i corpi inginocchiati e picchiati degli equipaggi della Flotilla rapiti in alto mare e deportati come trofei. Consente ai suoi militari di imprigionare e torturare 11mila detenuti palestinesi senza diritti, senza identità, senza processo. E all’esercito di uccidere ogni giorno, terrorizzare, affamare, soffocare, i due milioni di palestinesi che ancora resistono dentro al filo spinato di Gaza, il campo di concentramento estratto direttamente dall’incubo della propria storia, il genocidio, ma questa volta nei panni dei carnefici.

Ogni conflitto, Netanyahu l’ha trasformato in un incendio permanente. Gaza. Iran. Libano. Cisgiordania. Siria. Yemen. Geografia di sempre nuovi bombardamenti. Di omicidi mirati. Di raid lunghi mesi e anni. Di nemici da inseguire e annientare senza mai badare ai danni collaterali, donne, vecchi, bambini ridotti in cenere, villaggi in polvere, profughi a migliaia in fuga. Sempre una guerra “necessaria”, prima della prossima.

Da trent’anni Netanyahu ripete la stessa ossessione: Israele è circondato, il nemico sta arrivando, la tregua è un’illusione. Cambiano i nomi dei nemici – Arafat, Hamas, Hezbollah, Houthi, Iran – ma il meccanismo che ha adottato è identico: il panico come propaganda permanente, l’esercito come soluzione, la terra da conquistare come unica salvezza in nome di quel Dio che sgozza gli uomini e gli agnelli.

La missione del popolo eletto, assediato dal mondo, la eredita dal padre, Benzion Netanyahu, storico del sionismo, cresciuto con l’idea che gli ebrei siano destinati a vivere sotto attacco e che la forza sia l’unico linguaggio comprensibile ai nemici.

È la lezione che Bibi, nato nel 1949, ha respirato fino a farla diventare la sua armatura, addestrata nei reparti speciali dell’esercito, schierata al fronte della sua prima guerra, quella del Kippur, anno 1973. Poi nei campi di battaglia della politica. Membro del partito di destra del Likud, fondato da Menachem Begin, il futuro primo ministro, che nasce terrorista a capo dell’Irgun, l’organizzazione che nel 1946 fa saltare il King David Hotel, 90 vittime, e due anni dopo guida il massacro del paese di Deyr Yassin, 250 tra uomini, donne e bambini, presi casa per casa, radunati nelle strade, seviziati, macellati, che segnò l’inizio della Nakba, l’esodo di 700mila palestinesi dalle loro terre.

Dopo il servizio militare, l’America diventa la sua seconda patria, prima la laurea al Mit di Boston, poi Harvard, per il dottorato in Scienze politiche. Quindi l’incarico all’Onu, dal 1984 al 1988, anni in cui costruisce la sua vera base internazionale: amicizie repubblicane, rapporti con lobby finanziarie, falchi evangelici, suprematisti bianchi. Vive dentro il mondo della destra americana. Dorme ospite nella casa dei Kushner, dove diventa di famiglia e dove frequenta e si lega per sempre a Donald Trump.

Dagli anni 90 è in Israele. Scala il Likud. Si oppone agli accordi di Oslo e alla nascita dello Stato palestinese. Mentre Rabin tratta, lui demolisce. Mentre Rabin parla di pace, lui parla di sicurezza. E quando Rabin viene assassinato, anno 1995, Netanyahu è pronto a salire al potere. Da primo ministro blocca gli accordi con l’Olp di Arafat, raddoppia l’assedio di Gaza, non ferma i coloni che avanzano nei territori palestinesi.

Governa nella tempesta, sempre inseguito da scandali finanziari, accuse di corruzione, assalti alla Corte costituzionale per indebolirne i poteri di controllo. Sempre assediato da imponenti manifestazione di massa che chiedono le sue dimissioni. Sempre salvato dalle provvidenziali emergenze militari.

La sua parola d’ordine è “la Grande Israele, dal Giordano al mare”. E quando nel 2009 vince di nuovo le elezioni, questa volta per sempre fino a oggi, vara la legge identitaria dello “Stato-Nazione” che dice: “Israele è del popolo ebraico e di nessun altro”, arabi per sempre retrocessi, insieme con quel che restava della democrazia avvelenata dall’apartheid.

Il suo nemico ideale è Hamas, impermeabile quanto lui a ogni trattativa o convivenza. Per anni ne consente la crescita, a scapito dell’Autorità palestinese, finge di non vedere il flusso dei finanziamenti che arrivano dal Qatar e i tunnel che attraversano Gaza. Dichiara in Parlamento: “Chiunque voglia contrastare la creazione di uno Stato palestinese, deve sostenere il rafforzamento di Hamas, questo fa parte della nostra strategia”. Era il marzo 2019.

Quando arriva il 7 ottobre 2023, 1.200 ebrei massacrati da Hamas, l’esercito israeliano sparito per ore, Netanyahu schiva ogni responsabilità, anche se era il garante della sicurezza. Ma è prontissimo alla vendetta. Che diventa l’apocalisse di Gaza, 75mila morti, migliaia ancora sotto le macerie, fame e malattie usate come armi, ospedali distrutti, aiuti umanitari proibiti, un popolo spazzato via.

Quando la Corte penale internazionale lo accusa di crimini di guerra, lui risponde che l’Idf è “l’esercito più morale del mondo”, che la devastazione è autodifesa, la punizione collettiva una necessità storica. La crudeltà un’esigenza vitale. Il suo governo copre, usa, legittima i due ministri più estremisti, Ben-Gvir e Smotrich che agitano il cappio, parlano dei palestinesi come animali, infestazioni biologiche, intralci da cancellare e uccidere. Li asseconda al punto da approvare la nuova legge sulla pena di morte per terrorismo destinata ai palestinesi della Cisgiordania, con l’impiccagione entro 90 giorni dalla sentenza.

Due volte trascina Trump sui cieli di Teheran in una guerra così rischiosa, così confusa, così forzata da rendere plausibile che dietro tanta disponibilità ci sia l’ombra lunga degli Epstein Files, maneggiati dal Mossad come arma di ricatto, oltre al reciproco interesse di controllare i rubinetti del petrolio e garantire la stabilità delle dinastie del Golfo.

Guerra e tensioni gli servono a congelare il tempo. Quello dei suoi processi. Quello delle indagini sul 7 ottobre. Quello che ancora manca all’abisso finale, quando le bombe, la guerra, lo sterminio di tutti i nemici allagherà di così tanto sangue il Medio Oriente che l’intero Israele diventerà il danno collaterale di se stesso.

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L’archivio che hanno tentato di uccidere - Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad

 

Esistono momenti nella storia in cui la carta diventa più pericolosa delle armi. Non perché i documenti possano distruggere eserciti, ma perché possono sopravvivergli. La straordinaria operazione condotta dall’Agenzia ONU per i rifugiati palestinesi (UNRWA) per salvare milioni di documenti palestinesi da Gaza e Gerusalemme Est, non è stata un semplice esercizio amministrativo in condizioni di guerra. È stata una lotta per l’esistenza storica stessa.

Recenti inchieste del Guardian, insieme alle conferme del New Arab e a lavori accademici pubblicati sulla piattaforma Oxford Academic, attestano che il personale UNRWA ha condotto una missione clandestina durata dieci mesi per preservare materiale d’archivio che documenta lo sfollamento palestinese dal 1948 fino ai giorni nostri.

I documenti comprendevano schede originali di registrazione dei rifugiati, certificati di nascita e matrimonio, fascicoli familiari, riferimenti catastali e atti amministrativi che tracciano la distruzione sociale e geografica prodotta dalla Nakba.

I documenti sono stati spostati sotto i bombardamenti attraverso Gaza, trasferiti in buste camuffate attraverso i checkpoint, assemblati nei depositi di Rafah, trasferiti segretamente in Egitto e infine trasportati in Giordania a bordo di voli militari e umanitari prima della chiusura del corridoio di Rafah nel maggio 2024.

Contemporaneamente, gli archivi di Gerusalemme Est venivano discretamente rimossi nel mezzo degli attacchi crescenti contro le strutture UNRWA e delle pressioni israeliane per smantellare l’agenzia nel suo insieme.

Per la maggior parte degli Stati nazionali, gli archivi sono custoditi da ministeri, musei e istituzioni sovrane. I palestinesi non dispongono di alcun archivio statale consolidato capace di garantire la continuità documentale dell’esistenza nazionale. L’archivio svolge quindi una funzione del tutto diversa. Diventa una struttura dispersa di sopravvivenza. Una scheda di registrazione di un rifugiato non è un semplice modulo burocratico.

È la prova che un villaggio è esistito, che una famiglia vi esisteva al suo interno, e che lo sfollamento non è mito o astrazione ma un atto storicamente tracciabile. Come ha osservato la storica Anne Irfan, i palestinesi sono “un popolo apolide” il cui patrimonio archivistico riveste un’eccezionale rilevanza politica e storica.

Questo spiega perché l’archivio stesso sia diventato un obiettivo.

La guerra moderna distrugge la continuità insieme alle infrastrutture. Biblioteche, università, musei, cimiteri e registri amministrativi vengono eliminati perché collegano i popoli alla loro legittimità storica. La cancellazione oggi non è solo fisica. È indiziaria. Un popolo reciso dalla propria memoria documentale diventa più facile da rendere temporaneo, contestato, irreale. Ciò che non può essere provato non è accaduto, nella logica del potere.

Il caso palestinese è particolarmente acuto perché la lotta per la storia è sempre stata inseparabile dalla lotta per il territorio. Dal 1948, Israele ha considerato l’UNRWA non semplicemente come un’agenzia umanitaria, ma come un ostacolo istituzionale alla scomparsa della questione dei rifugiati. I registri dell’agenzia preservano la continuità giuridica e demografica dello sfollamento palestinese attraverso le generazioni, mantenendo vivi nomi, villaggi, confini catastali e genealogie familiari che i progetti di cancellazione richiedono vengano dimenticati.

Il precedente storico non è lontano. Durante l’invasione del Libano nel 1982, le forze israeliane si impadronirono degli archivi dell’OLP a Beirut, sottraendo documentazione che organizzazioni e individui avevano accumulato nel corso di decenni. I funzionari UNRWA coinvolti nella recente operazione di salvataggio temevano un esito identico. La loro preoccupazione non era che i materiali potessero essere distrutti, ma che potessero essere sequestrati, catalogati e controllati. Impossessarsi dell’archivio del nemico non è preservazione. È una forma di cancellazione più sottile.

Non si tratta di un timore isolato. L’Europa conosce bene questa logica: gli archivi delle popolazioni colonizzate sistematicamente sottratti, i registri delle comunità perseguitate dispersi o confiscati, la memoria amministrativa di interi popoli trasformata in strumento di dominio da chi li aveva già privati della terra.

La distruzione documentale non è un’invenzione del presente. È una tecnica antica di governo dell’oblio.

L’operazione rivela inoltre qualcosa di profondamente incriminante nell’ordine internazionale attuale. In un momento in cui i governi invocavano principi umanitari mentre permettevano la distruzione di Gaza su scala senza precedenti, il compito di preservare la memoria materiale di un intero popolo è ricaduto su archivisti di medio livello, amministratori, autisti e operatori umanitari. Il salvataggio è riuscito non grazie al funzionamento del diritto internazionale, ma perché individui all’interno di istituzioni in via di collasso hanno conservato il coraggio di agire prima che il patrimonio documentale scomparisse per sempre.

 Le istituzioni hanno tradito. Le persone no.

Oggi, quasi trenta milioni di documenti vengono digitalizzati ad Amman con il sostegno finanziario internazionale, in particolare del Lussemburgo. Più di cinquanta dipendenti UNRWA proseguono il paziente lavoro di scansione e catalogazione manuale: ricostruendo alberi genealogici, tracciando i percorsi dello sfollamento dal 1948, preservando prove documentali che potranno un giorno sostenere azioni legali, storiche e di restituzione.

Ciò che è emerso da Gaza non era semplicemente carta salvata dalle macerie. Era la preservazione della continuità contro l’oblio programmato.

L’archivio è sopravvissuto perché i palestinesi comprendono qualcosa che il mondo moderno spesso dimentica: la memoria non è sentimentale.

È politica, e sopravvivenza.

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martedì 26 maggio 2026

Perché gli Economisti Mainstream sono dei Cialtroni?

 

Contro l’esercito europeo

 


Mappa dei domini coloniali europei in Africa alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. Credit Touring Club Italiano

 

I due stati paria terroristi e genocidi (Usa e Israele) sono stati fondati da europei, belle parole all’inizio e poi sono diventati quello che solo i complici non vedono.

Prima lo stolto e poi il rutto (gli ultimi segretari della Nato) hanno convinto troppi che Russia e Cina vogliono invadere l’Europa, quando si sa che l’Unione Sovietica è stata invasa da Germania e Italia, nell’ultimo secolo, ma anche in Cina alcuni paesi europei, tra cui l’Italia (qui), avevano messo le loro zampe.

Gli europei blaterano da decenni di un esercito comune europeo, cosa potrebbe fare di diverso dagli eserciti nazionali che a partire dalla Conferenza di Berlino del 1884-1885 hanno derubato e distrutto l’Africa?

L’unica opzione per l’Europa dovrebbe essere la neutralità, ma non è nella sua natura – Francesco Masala

 

 

Storia della Conferenza di Berlino del 1884-1885, l’evento in cui gli europei si spartirono l’Africa – Andrea Gaspardo

Tra il 15 novembre del 1884 ed il 26 febbraio del 1885, si svolse a Berlino una Conferenza che sancì formalmente la spartizione dell’Africa tra le potenze europee, decretando al contempo il destino di milioni di persone.

La Conferenza di Berlino fu un insieme di incontri indetti dal cancelliere dell’Impero Tedesco, Otto von Bismarck, a seguito della richiesta da parte di Leopoldo II, re del Belgio, di formalizzare il possesso dell’area del “bacino del Congo”, difendendolo dalle mire delle altre potenze europee, tra le quali la Francia (anch’essa forte promotrice del summit) e il Regno Unito. I lavori durarono dal 15 novembre 1884 al 26 febbraio 1885 e al termine delle trattative i diplomatici delle varie potenze partecipanti sancirono non soltanto il possesso del Congo da parte del Regno del Belgio, ma anche la spartizione dell’intero continente africano, decretando la nascita di un nuovo ordine politico ed economico che sarebbe durato fino alla Guerra Fredda e alla decolonizzazione.

 

Lo sfruttamento storico dell’Africa da parte di arabi ed europei

I rapporti tra il continente africano e le potenze europee sono di vecchia data e già all’epoca delle grandi scoperte geografiche (XV-XVI secolo) i navigatori al soldo dei reami d’Europa avevano iniziato una metodica opera di mappatura delle coste del continente. Era seguito poi un primo tentativo di espansione, soprattutto a opera dei portoghesi, ma che non era mai andato oltre le coste delle aree percepite come maggiormente strategiche.

L’esplorazione delle sconfinate lande interne divenne successivamente appannaggio di avventurieri, missionari cristiani e purtroppo dei mercanti di schiavi, soprattutto arabi, fino a che, nel corso del XIX secolo, l’interesse delle potenze europee per l’Africa, in particolare per l’area del “bacino del Congo” ricchissima di risorse naturali, crebbe nuovamente.

Sorprendentemente però, a sferrare il primo “colpo di mano” non fu uno dei pesi massimi del continente europeo, bensì Leopoldo II, monarca del Belgio tra il 1865 ed il 1909, il quale utilizzando come pretesto le attività dell’Associazione Internazionale per l’Esplorazione e la Civilizzazione dell’Africa Centrale (Association Internationale pour l’Exploration et la Civilisation de l’Afrique Centrale in lingua francese), istituita nel 1876, iniziò a prendere possesso e a sfruttare in modo intensivo i territori che sarebbero diventati lo “Stato Libero del Congo” (oggi Repubblica Democratica del Congo).

La Conferenza di Berlino: cause ed esiti

Il colpo di mano di Leopoldo II mandò immediatamente in fibrillazione le grandi cancellerie europee, le quali si precipitarono ad accaparrarsi le concessioni di territori prima nelle zone vicine al “bacino del Congo” e, successivamente, in altre aree del continente facendo crescere le tensioni internazionali e, conseguentemente, le possibilità di uno scontro aperto dagli esiti imprevedibili.

Fu così che Otto von Bismarck, cancelliere dell’Impero Tedesco e principale arbitro degli equilibri politici all’interno del continente europeo, fu infine costretto, nel 1884, a indire una conferenza a Berlino per giungere a una composizione pacifica delle vertenze che negli anni si erano venute a creare. A questo evento, di capitale importanze nella storia della diplomazia, parteciparono tutte le potenze europee, ma anche l’Impero Ottomano, la Russia e gli Stati Uniti d’America, all’epoca astri nascenti del panorama politico mondiale.

Al termine della Conferenza, non tutti i partecipanti ottennero il diritto a ritagliarsi possedimenti coloniali in Africa (la Russia e l’Austria-Ungheria, solo per menzionarne un paio), e gli Stati Uniti d’America (unici nel panorama diplomatico) si riservarono il diritto di accettare o rifiutare le conclusioni del round diplomatico. Al di là dell’eccezionalismo statunitense, però, gli altri partecipanti si accordarono comunque su una serie di principi e di prassi d’azione che da quel momento in poi divennero parte integrante del pensiero e dell’agire geopolitico. Il più importante di tali traguardi fu quello di riconoscere formalmente il principio della “sfera d’influenza” sulla quale una determinata potenza si arrogava il diritto di esercitare i suoi interessi in maniera privilegiata a dispetto dei desideri degli altri.

La conclusione dei lavori della Conferenza inaugurò un periodo di incessanti guerre, protrattosi sino alla vigilia della Prima Guerra Mondiale (1914) che portò le potenze europee a prendere fisicamente il possesso, mediante l’istituzione di colonie o protettorati, di tutti i territori dell’Africa, con l’unica eccezione dell’Etiopia, la quale riuscì a tutelare la propria indipendenza. Questo complicato periodo di guerre è passato alla storia con il nome in lingua inglese di Scramble for Africa (vagamente traducibile con “La corsa all’Africa”, “La lotta per l’Africa” oppure “La zuffa per l’Africa”).

Il destino dei popoli africani dopo la Conferenza di Berlino

Senza dubbio i grandi sconfitti della Conferenza di Berlino furono i popoli africani. Come era naturale che fosse per il periodo storico, nessuno dei partecipanti alla Conferenza si prese il benché minimo disturbo di chiedere alle popolazioni del continente come volessero governarsi o anche solo condurre le proprie esistenze.

Nello “Stato Libero del Congo” (in seguito riformato come semplice colonia belga) il domino inaugurato da Leopoldo II ebbe il proprio sbocco finale in un genocidio che causò la morte di oltre 10 milioni di congolesi, su 33 milioni di abitanti totali, ma non si deve credere che altrove in Africa le cose andassero molto meglio. L’ironia di tutta questa vicenda è che una delle motivazioni sbandierate dai leader europei del tempo per giustificare agli occhi delle proprie opinioni pubbliche la necessità di imbarcarsi in costose ed estenuanti campagne militari coloniali fu proprio la necessità di liberare gli africani dalla schiavitù.

La conquista del continente africano fu largamente completata alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, tracciando con riga e squadra i confini dei vari Paesi, e il nuovo ordine geopolitico venutosi a creare si sarebbe mantenuto (pur con diversi aggiustamenti) fino alla Guerra Fredda e al processo di decolonizzazione.

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lunedì 25 maggio 2026

Se Israele occupasse Linosa, che farebbe il Governo? - Domenico Gallo

 

Questa mattina alle prime luci dell’alba un commando di incursori della Marina israeliana è sbarcato nell’isola di Linosa e ha sequestrato dodici pescatori che in quel momento stavano sbarcando il pesce pescato nella notte. Nell’azione lampo durata appena quattro minuti, è stato sequestrato il pescato e le barche dei pescatori sono state affondate. Poche ore dopo Netanyahu si è recato nel bunker della Marina per complimentarsi con gli incursori e ha dichiarato che la loro sagace azione è servita a sventare un grave pericolo per la sicurezza d’Israele. Infatti, gli attivisti antisemiti, travestiti da pescatori; si preparavano a sbarcare il pesce in Palestina, imitando quell’agitatore che tanto fastidio aveva dato alle Autorità ebraiche 2000 anni fa con la sua pretesa di distribuire pani e pesci alle folle affamate di Galilea. Naturalmente quest’azione proditoria non è passata inosservata. La premier Meloni ha tuonato: noi siamo un paese sovrano, nessun può permettersi di violare la nostra sovranità e di rapire cittadini italiani, darò mandato a Tajani perché l’Europa applichi ad Israele 20 pacchetti di sanzioni come ha fatto con la Russia. Il ministro Nordio, dal canto suo, ha tuonato contro la mollezza dei magistrati e ha dichiarato che si aspetta il massimo rigore nella persecuzione dei reati commessi in territorio italiano.

Forse sta sognando, le cose non si sono svolte così. I dodici italiani sono stati sequestrati in alto mare su navi battenti bandiera italiana, quindi i reati di sequestro di persona e di rapina a mano armata comunque sono stati commessi in Italia. Dopo il sequestro dei dodici italiani, Israele ha attaccato tutte le altre imbarcazioni della Flotilla sequestrando oltre 400 persone, fra cui altri 29 italiani. Dal punto di vista del diritto non vi è nessuna differenza fra un rapimento avvenuto sulla spiaggia di Linosa e un rapimento avvenuto in alto mare su una nave italiana, né la durata del sequestro, concluso in pochi giorni, può incidere sulla sostanza del reato.

Questi fatti offendono lo stesso bene giuridico protetto dalle norme penali. Il pigolio delle autorità italiane, l’imbarazzo a reagire a un’offesa così grave portata contro lo Stato italiano, ci fanno capire quanto sia cialtronesco il nazionalismo di Meloni e compagni. Di fronte a questa scena muta, pur apprezzando l’impegno del Ministro Tajani a far rientrare subito in Italia i sequestrati, quello che viene in evidenza è la totale mancanza di dignità nazionale dei “patrioti” al governo. Soltanto dopo la diffusione del video degli ostaggi prostrati di fronte a Ben Gvir, è ritornata la parola alla Meloni, che ha qualificato come inaccettabile quello che tutti gli italiani avevano visto, senza trarne conseguenza alcuna. Il servilismo dei governi italiani (non solo la Meloni) verso l’alleato americano ci ha fatto accettare umiliazioni di ogni sorta della sovranità nazionale purché avvenissero riservatamente, si pensi al rapimento di Abu Omar effettuato da agenti della CIA a Milano il 17 febbraio 2003, ma ha anche incontrato dei limiti nel caso di violazioni commesse alla luce del sole, si pensi alla notte di Sigonella (10-11 ottobre 1985) quando i Carabinieri circondarono, armi alla mano, i militari della Delta Force per impedire l’estradizione illegale dei terroristi che avevano sequestrato la nave da crociera italiana Achille Lauro.

È curioso che da Israele, che non è nostro alleato e non fa parte della NATO, si accettino umiliazioni della nostra sovranità molto più gravi di quelle che abbiamo subito degli USA. L’unica spiegazione è la simpatia ideologica fra Fratelli d’Italia e Lega e le coordinate politiche che guidano l’azione del governo Netanyahu: disprezzo del diritto internazionale, suprematismo bianco, apartheid. Queste caratteristiche in Israele sono spinte fino all’estremo. In Italia un simile percorso non sarebbe possibile finché resiste la Costituzione, ma la Meloni appartiene alla stessa famiglia politica di Netanyahu e di Trump. Gli abbracci della Meloni a Netanyahu, i ripetuti viaggi di Salvini in Israele dove ha espresso sostegno politico incondizionato al Governo israeliano, definendo “assurda” la richiesta di arresto avanzata dalla Corte penale internazionale nei confronti di Netanyahu, testimoniano l’esistenza di uno stretto legame politico fra i due governi. Un legame che emerge con chiarezza quando il veto italiano (assieme a quello della Germania) impedisce la sospensione dell’Accordo di associazione dell’UE con Israele. Un legame che va molto oltre la simpatia politica.

L’assordante silenzio del Governo italiano verso il massacro della popolazione palestinese di Gaza, verso le stragi commesse in Libano e la criminale pulizia etnica in Cisgiordania, non esprime soltanto indifferenza alle tragedie in corso. L’espresso boicottaggio per i provvedimenti delle Corti internazionali, trasforma l’italica ignavia in complicità. Questi ultimi eventi dimostrano quanto sia indispensabile una svolta politica per restituire al nostro paese la dignità politica perduta. Le forze politiche democratiche devono unirsi in un nuovo Comitato di liberazione nazionale per liberare l’Italia dalla nuvola nera che sta intossicando la nostra vita e oscurando il nostro futuro.

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José Saramago, la Palestina e il dovere etico della parola

di Barbara Gori


«José Saramago (1922-2010, premio Nobel per la letteratura 1998) vive e continua a parlare con forza a tutti noi, e in particolare ai più giovani. L’ho percepito chiaramente nelle letture dei suoi passi che gli studenti di portoghese dell’Università di Padova hanno realizzato il 5 maggio ultimo scorso durante l’incontro con sua figlia Violante. E l’avevo percepito ai primi di gennaio, alla Fondazione Saramago di Lisbona, quando un amico mi segnalò l’esistenza di un opuscolo che l’Associazione dei Giornalisti e Uomini di Lettere di Porto aveva pubblicato nel 2022, l’anno del suo centenario. S’intitolava A Palestina segundo Saramago e raccoglieva gli scritti del Nobel portoghese sul tema di Gaza. Confesso che fino a quel momento avevo ignorato che Saramago si fosse speso accoratamente già dalla fine del secolo scorso anche su quel versante. Leggerlo in aereo, durante il viaggio di ritorno in Italia, e scoprire che aveva denunciato con tanta forza, insieme a molti scrittori tra cui l’amico Mahmud Darwich, le atrocità perpetrate da Israele sul popolo palestinese già molto prima del conflitto attuale, confermò e, se possibile, accrebbe, l’immagine che avevo del suo impegno civile, etico prima ancora che politico, di cittadino del mondo; e mi resi conto che quella tragedia era diventata la dimostrazione più clamorosa della nostra “cecità” e del nostro dovere di aprire gli occhi: “La Palestina è come Auschwitz”; dichiarava nel 2002 senza mezzi termini – “gli ebrei che furono sacrificati nelle camere a gas forse si vergognerebbero se venissero a sapere come si stanno comportando i loro discendenti in Palestina.” Oggi quel dovere si  è fatto ancora più urgente. Lo dimostrano quei giovani che hanno rilanciato il suo messaggio proprio sul mare, l’elemento in cui prese il largo la sua “zattera di pietra”, caricando di utopia, oltre che di aiuti umanitari, quelle flotillas che, incubo di Israele e dei nostri governi, continuano a navigare alla volta di Gaza».

 

È con queste parole, sentite e partecipate, scritte il 10 maggio 2026, che l’ispanista Donatella Pini ha commentato la Giornata Internazionale della Lingua Portoghese celebrata a Padova quest’anno insieme alla figlia di José Saramago, Violante Saramago Matos.

 

Donatella Pini ha ragione. C’è qualcosa di sorprendente nel rileggere oggi i testi che José Saramago ha dedicato alla questione palestinese perché la percezione che si ha non è quella di trovarsi di fronte a pagine scritte più di venti anni fa, ma esattamente il contrario. La sensazione netta, quasi fisica, che si prova è quella che siano parole scritte oggi. Che descrivano non fatti risalenti al 2002 o al 2008, ma avvenimenti accaduti nel 2024 o nel 2025. Che parlino non della seconda Intifada o dell’operazione “Piombo Fuso”, ma dei morti e delle macerie di Gaza che ogni giorno vediamo sui nostri schermi.

 

Rileggere Saramago oggi significa fare i conti con una domanda scomoda: cosa è cambiato da quando il Nobel portoghese per la letteratura, con la sua voce testimoniale, sempre radicale e intransigente e al contempo solidale e compassionevole, si appellava alla militanza civica di ciascuno di noi, esortandoci a prendere l’iniziativa e a rivendicare «il pieno adempimento dei nostri doveri» di cittadini con la stessa veemenza e con la stessa forza con cui rivendichiamo «i nostri diritti»?[1] O più propriamente: cosa non è cambiato, né nella realtà dei fatti, né nella risposta che l’Europa, i suoi cittadini e i suoi intellettuali sono stati capaci di dare?

 

Da quando, nell’ottobre del 2023, l’esercito israeliano ha avviato la sua offensiva su Gaza in risposta all’attacco di Hamas del 7 ottobre, il dibattito pubblico in Europa si è spaccato in modo spesso caotico e doloroso. Anche chi si è sempre riconosciuto nei valori dei diritti umani e dell’antifascismo ha faticato a trovare le parole, intrappolato tra la condanna del terrorismo e il timore di essere accusato di antisemitismo.[2] Molti intellettuali hanno taciuto o hanno parlato con una cautela che a volte ha rasentato l’irrilevanza. Altri hanno scelto posizioni nette, pagandone il prezzo in termini di isolamento e di polemiche. Nel mezzo, decine di migliaia di civili palestinesi, in buona parte donne e bambini, hanno perso la vita. E i termini genocidio, apartheid, neocolonialismo, occupazione, crimini contro l’umanità sono tornati a circolare, ma faticosamente e tra enormi resistenze, come da sempre accade quando in ballo c’è l’“unica democrazia del Medio Oriente”.

 

Il Nobel portoghese invece, già vent’anni fa, non ha avuto nessuna esitazione né remora a usare queste parole, facendosi portavoce, nel modo intransigente e rigoroso che lo contraddistingue, di quell’umanesimo radicale fondato sull’universalità della dignità umana e su quell’etica dell’indignazione contro ogni forma di disumanizzazione che permeano l’intera sua opera, nella convinzione, mai negoziabile, che i diritti umani[3] non possono essere applicati in modo selettivo e che quindi nessuna religione, nessuna storia e nessun trauma, per quanto atroce, possono autorizzare eccezioni morali.

 

È in chiave di questo universalismo etico che rifiuta ogni gerarchia tra le vittime che deve quindi essere letto il controverso articolo Israele e Palestina. Dalle pietre di Davide ai carri armati di Golia, pubblicato il 21 aprile 2002 sul quotidiano spagnolo El País, nel quale, in un momento in cui la paura delle etichette sembrava sterilizzare il dibattito, la franchezza linguistica di Saramago appare come qualcosa di raro e davvero prezioso:

 

Intossicati dall’idea messianica di un Grande Israele che realizzi finalmente i sogni espansionistici del sionismo più radicale; contaminati dalla mostruosa e radicata “certezza” che in questo catastrofico e assurdo mondo esiste un popolo eletto da Dio e che, pertanto, sono automaticamente giustificate e autorizzate, anche in nome degli orrori del passato e delle paure di oggi, tutte le loro azioni derivanti da un razzismo ossessivo, psicologicamente patologicamente esclusivista; educati e allenati nell’idea che qualsiasi sofferenza abbiano inflitto, infliggano o infliggeranno agli altri, e in particolare ai palestinesi, sarà sempre molto al di sotto di quelle che essi hanno patito nell’Olocausto, gli ebrei scorticano senza sosta la loro ferita perché non cessi di sanguinare, per renderla incurabile, e la mostrano al mondo come se si trattasse di una bandiera. Israele ha fatto sue le terribili parole di Geova nel Deuteronomio: “Mia è la vendetta, e io ripagherò i miei nemici”. Israele vuole farci sentire colpevoli, tutti, direttamente o indirettamente, degli orrori dell’Olocausto, Israele vuole che rinunciamo al più elementare giudizio critico e ci trasformiamo in docile eco della sua volontà, Israele vuole che riconosciamo de jure quel che per lui è già un esercizio de facto: l’assoluta impunità. Dal punto di vista degli ebrei, Israele non potrà mai essere sottoposto a giudizio, una volta che è stato torturato, gassato e bruciato ad Auschwitz. Mi chiedo se quegli ebrei che sono morti nei campi di concentramento nazisti, quegli ebrei che sono stati trucidati nei pogrom, quegli ebrei che sono marciti nei ghetti, mi chiedo se questa immensa moltitudine di infelici non proverebbe vergogna per le infami azioni che i loro discendenti stanno commettendo. Mi chiedo se il fatto di aver tanto sofferto non sarebbe il miglior motivo per non far soffrire gli altri.[4]

 

In questa autorevole battaglia in nome della difesa dell’uso etico della parola affinché siano restituiti significato e realtà a persone e cose e contro il linguaggio dogmatico e ufficiale mirato al livellamento con le sue false etichette – comode, consensuali e rassicuranti – che semplificano il mondo invece di restituirlo in tutta la sua complessità, è fondamentale l’intervista che Saramago rilascia a Jose Vericat, collaboratore della BBC, al termine di un viaggio nei territori palestinesi compiuto nel 2002 assieme ad altri intellettuali,[5] organizzato dal Parlamento Internazionale degli Scrittori per portare la loro solidarietà agli scrittori, ai poeti, ai drammaturghi palestinesi. Alla domanda su quale fosse la sua posizione rispetto al conflitto israelo-palestinese, Saramago rispose con una attenzione e una precisione terminologica che è già, in sé, un’argomentazione: «questo non è un conflitto. Potremmo definirlo un conflitto se ci fossero due paesi, con un confine e due Stati, ciascuno con un proprio esercito. Qui si tratta di una cosa completamente diversa: di apartheid».[6] Nel 2002, la parola apartheid non era di uso comune per descrivere la situazione nei territori palestinesi occupati. Era usata da alcuni intellettuali, da alcune organizzazioni palestinesi, ma nella cultura mainstream occidentale era ancora considerata eccessiva, provocatoria, inappropriata. Oggi, dopo i rapporti di Amnesty International, di Human Rights Watch, dopo la posizione della stessa organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, questa parola è entrata nel vocabolario anche di coloro non possono essere tacciati di partigianeria. Saramago la usava già vent’anni fa, con la stessa naturalezza con cui si descrive una realtà evidente: «Non è una specie di apartheid, è proprio un apartheid e su questo può avere dubbi solo chi non è mai stato qui».[7] Perché il punto fondamentale della questione per Saramago non è che «gli israeliani sono dei demoni e i palestinesi degli angeli: ci sono angeli e demoni da una parte e dall’altra», quanto piuttosto «quello che succede, la situazione politica, la situazione di guerra che si è creata, che ha portato all’occupazione militare di praticamente tutto il territorio palestinese, all’isolamento di tutti i villaggi e le città palestinesi e all’impossibilità di circolare nel proprio territorio. Se non è apartheid questo, come lo dovremmo chiamare?».[8]

 

Questa analisi e cura della parola come campo di battaglia etico-politica — la consapevolezza che scegliere le parole significa scegliere da che parte stare — è forse il contributo più duraturo che Saramago dà al dibattito sulla questione palestinese. La sua immancabile disponibilità ad esporsi, la sua fattiva dedizione, il suo costante impegno e la sua partecipazione attiva volti a rafforzare il movimento mirato a consolidare la solidarietà con la causa del popolo palestinese[9] risuona oggi con ancora maggiore forza, in un momento in cui assistiamo, di nuovo, a un’acrobazia semantica collettiva: si discute se usare la parola “genocidio”, se il diritto all’autodifesa abbia o meno dei limiti, se il numero dei morti civili costituisca o meno una proporzione accettabile. Saramago non avrebbe avuto dubbi, chiedendo, come chiese l’11 gennaio 2009, che «irrompa l’indignazione per il genocidio, lento ma sistematico, che Israele ha operato sul martoriato popolo palestinese. E che queste voci, udite in tutta Europa, arrivino anche alla Striscia di Gaza e a tutta la Cisgiordania. Non si aspettano meno da noi coloro che da quelle parti soffrono ogni giorno e ogni notte. Interminabilmente».[10] Parole ancora una volta forti, univoche, prive di qualsiasi forma di ipocrisia tollerante che lo portarono a essere accusato di antisemitismo – accusa sempre rispedita al mittente – e a veder boicottati i suoi romanzi nelle librerie di Tel Aviv. Per tutta risposta, Saramago commentò, definendole azioni scontate e prevedibili in «persone che non sopportano che si dica loro la verità»[11] e aggiungendo, con quell’ironia acuta che gli è congeniale, che forse si trattava di «un primo passo, che può portare a un secondo passo, ovvero bruciarli in piazza pubblica. Tutto può succedere».[12] Un pessimismo espresso più volte perché convinto che «in realtà il governo israeliano non vuole la pace. Vuole una pace che gli sia conveniente, non una pace giusta che tenga conto del diritto del popolo palestinese ad avere una propria vita. Sono completamente scettico riguardo al successo di qualsiasi piano».[13]

 

E sempre in termini di attualità, vale la pena di rileggere un suo testo datato 12 gennaio 2009 che si intitola Immaginiamo nel quale Saramago invita il lettore a immaginare di trovarsi negli anni Trenta, quando i nazisti iniziarono la loro caccia agli ebrei, con il popolo tedesco che scende in piazza, in grandiose manifestazioni che sarebbero rimaste nella Storia, per esigere dal suo governo la fine della persecuzione e la promulgazione di leggi che proteggessero ogni minoranza di sorta, quale che fosse, di ebrei, di comunisti, di zingari o di omosessuali. Proviamo a immaginare, ci esorta Saramago, che, a sostegno di questa degna e coraggiosa azione di uomini e donne del paese di Goethe, i popoli d’Europa sfilassero per le vie e le piazze delle loro città, unendo le loro voci al coro di proteste sollevate a Berlino, a Monaco, a Colonia, a Francoforte. Sappiamo che nulla di tutto questo è accaduto né sarebbe potuto accadere. Sappiamo che, «per indifferenza, apatia, per complicità tattica o manifesta con Hitler, il popolo tedesco, salvo qualche rarissima eccezione, non fece un passo, non fece un gesto, non disse una parola per salvare coloro che sarebbero stati carne da campo di concentramento e da forno crematorio, e, nel resto d’Europa, per una ragione o per l’altra (ad esempio, i nascenti fascismi), una dichiarata connivenza con i carnefici nazisti avrebbe disciplinato o punito qualsiasi velleità di protesta».[14] Ma, e qui sta la questione che dovrebbe fare la differenza:

 

Oggi è diverso. Abbiamo libertà di espressione, libertà di manifestazione, e non so quante altre libertà. Possiamo scendere in piazza a migliaia o a milioni e la nostra sicurezza sarà sempre garantita dalle costituzioni che ci governano, possiamo pretendere la fine delle sofferenze di Gaza o la restituzione al popolo palestinese della sua sovranità e il risarcimento dei danni morali e materiali sofferti durante sessant’anni, senza peggiori conseguenze che gli insulti e le provocazioni della propaganda israeliana. Le supposte manifestazioni degli anni trenta sarebbero state represse con violenza, in qualche caso con ferocia, le nostre, tutt’al più, conteranno sull’indulgenza dei mezzi di comunicazione sociale ed entreranno subito in azione i meccanismi dell’oblio. Il nazismo tedesco non avrebbe fatto un passo indietro e tutto sarebbe stato uguale a quel che fu e che la Storia ha registrato. A sua volta, l’esercito israeliano, quello che il filosofo Yeshayahu Leibowitz, nel 1982, accusò di avere una mentalità “giudeo-nazista”, applica fedelmente, eseguendo gli ordini dei suoi successivi governi e comandi, le dottrine genocide di coloro che torturarono, gassarono e bruciarono i suoi antenati. Si può dire che per certi aspetti i discepoli hanno superato i maestri.[15]

 

Di nuovo parole esplicite e deliberate attraverso le quali Saramago veicola principi importanti, a partire dall’evocazione di quel “sentimento di Auschwitz” che provocò un’enorme reazione da parte di molti intellettuali, giornalisti e rappresentanti delle comunità ebraiche che considerarono quel paragone inaccettabile, accusando Saramago di banalizzare la Shoah e di stabilire un’equivalenza impropria tra il genocidio nazista e la politica dello Stato israeliano. Per i suoi critici, il richiamo ad Auschwitz superava il limite della denuncia politica e rischiava di trasformarsi in una deformazione storica. Anche in questo caso, la risposta di Saramago arrivò, puntuale, precisa e inequivocabile ed eliminò la possibilità di qualsiasi fraintendimento, riportando al centro la questione della condizione di disumanizzazione e di segregazione che il popolo palestinese stava vivendo, denunciando un sistema politico e militare strutturalmente oppressivo e riassestando così il discorso dal piano della memoria storica a quello della responsabilità morale presente e collettiva:

 

Certo, non ci sono camere a gas per sterminare i palestinesi, ma la situazione in cui si trova il popolo palestinese è una situazione da campo di concentramento: nessuno può uscire dai propri insediamenti. L’ho detto e detto è. Ma, se la questione di Auschwitz dà molto fastidio, posso sostituire quella parola e invece di dire Auschwitz dico crimini contro l’umanità. Non è una questione di più o meno vittime; non è una questione di più o meno tragico: è il fatto in sé. Ciò che sta accadendo in Israele contro i palestinesi è un crimine contro l’umanità. I palestinesi sono vittime di crimini contro l’umanità commessi dal governo di Israele con il plauso del suo popolo.[16]

 

E non si dissociò neanche quando venne accusato dell’affermazione secondo cui l’esercito israeliano si era trasformato in un «ebreo nazista»,[17] definizione non sua ma di un grande intellettuale ebreo – Yeshayahu Leibowitz, scomparso nel 1994 – perché condivideva pienamente il significato di quella frase, ossia che «qualcosa di profondamente negativo, distruttivo, fosse entrato nello spirito di Israele».[18]

 

Il ritratto poi del silenzio europeo — non come assenza di opinione, ma come scelta attiva di non-intervento, come complicità travestita da neutralità — è di una precisione quasi dolorosa se lo si rilegge oggi. Perché quello che abbiamo visto nei mesi successivi al 7 ottobre 2023 è stato, in larga misura, esattamente questo: governi europei che hanno inizialmente sostenuto senza riserve il diritto di Israele a “difendersi”, salvo poi, di fronte all’evidenza dei numeri e delle immagini, aggiustare progressivamente il tiro con dichiarazioni sempre più prudenti, sempre più tardive, sempre più insufficienti. Istituzioni culturali che hanno cancellato eventi, ritirato premi, silenziato voci palestinesi in nome di un equilibrio che si applicava in modo asimmetrico. E come non riconoscere nei tentativi di rompere l’assedio per consegnare gli aiuti umanitari direttamente alle coste di Gaza, aggirando i controlli doganali israeliani, dell’odierna flotilla, lo sgomento di Saramago di fronte a quei «camion dell’agenzia delle Nazioni Unite, carichi di alimenti, che aspettano che l’esercito israeliano permetta loro di entrare nella Striscia di Gaza, un’autorizzazione ancora una volta negata o che sarà ritardata fino all’estrema disperazione e all’estrema esasperazione degli affamati palestinesi»?[19]

 

Saramago docet. Saramago ci insegna, allora come adesso, che non si tratta di negare la complessità della situazione, né di ignorare il trauma del 7 ottobre e la legittima angoscia del popolo israeliano, ma di domandarci se l’inazione non sia diventata, per una parte della cultura europea, un alibi. Un modo per non prendere posizione, per non nominare quello che si vede, per non fare ciò che Saramago considerava uno dei compiti fondamentali dell’intellettuale, quello di testimoniare: «Ciò che mi indigna, e non posso tacere, è la vigliaccheria della comunità internazionale che si lascia zittire. Non parlo nemmeno degli Stati Uniti, della lobby ebraica, di tutto ciò che è fin troppo noto. Parlo dell’Unione Europea. L’Europa, la culla dell’arte, della grande letteratura, di tutto questo. E tutti stanno ad assistere, a questo disastro, e nessuno interviene».[20]

 

Nel 2009, pochi mesi prima di morire, Saramago scrisse un breve testo su Mahmud Darwish — il grande poeta palestinese scomparso l’anno precedente — in cui ne celebrava la grandezza con parole di rara intensità: «Leggere Mahmud Darwish, oltre a un’esperienza estetica impossibile da dimenticare, è fare una dolorosa camminata per le rotte dell’ingiustizia e dell’ignominia di cui la terra palestinese è stata vittima nelle mani di Israele».[21] Un legame, quello tra Saramago e Darwish, che non era solo di amicizia o di solidarietà politica. Era un legame tra due concezioni della letteratura come atto di resistenza, come rifiuto dell’oblio, come ostinazione dell’umanità contro la forza bruta, come ricorda questa poesia di Darwish le cui parole risuonano come una sfida, un congedo, una rivendicazione di appartenenza alla terra che nessuna occupazione può cancellare:

 

Voi che passate tra le parole fugaci

prendete i vostri nomi e andatevene

Sottraete dal nostro tempo le vostre ore, andatevene

Portate via ciò che volete

dall’azzurro del cielo e dalla sabbia della memoria

Scattate le fotografie che volete, per sapere

che non saprete

che le pietre della nostra terra

sostengono il tetto del cielo.[22]

 

Anche Saramago fece sua quella sfida. E oggi, rileggendolo, ci chiede di fare altrettanto. Non di essere d’accordo con ogni sua parola; non di adottare i suoi stessi principi senza interrogarli. Ci chiede qualcosa di più semplice e, al tempo stesso, di più difficile: di non voltarci dall’altra parte. Di non usare la memoria storica come scudo, ma di chiamare le cose con il loro nome, anche quando farlo può essere costoso. In un tempo in cui il prezzo da pagare sembra essere ancora troppo alto, quella voce — scomoda, ostinata ma sempre onesta — continua a interpellarci. E il fatto che le sue parole sembrino scritte oggi non è una consolazione. È un’accusa contro quella malattia dell’anima che si chiama indifferenza e che, come Saramago ha ben raccontato in un suo famoso romanzo del 1995,[23] ci ha resi tutti colpevolmente «ciechi. Ciechi perché non siamo stati capaci di creare un mondo degno di questo nome».[24]

 

21 maggio 2026

 

____________

 

Barbara Gori è Ordinaria di Letterature portoghese, brasiliana e di espressione lusofona all’università di Padova

Donatella Pini è ordinaria senior di Letteratura spagnola alla stessa università

 

Note

 

[1] José Saramago, Dossier Saramago 1922-2022, Torino: Fuori Asse Edizioni, 2022, p. 7.

[2] Solo recentemente si sono lette parole chiare e degne da parte ebraica italiana. Tra queste, quelle di Anna Foa con il suo Il suicidio di Israele (ottobre 2024) e Mai più (2026), entrambi editi da Laterza, e di Gad Lerner, Gaza. Odio e amore per Israele (maggio 2024) da Feltrinelli, . Nel 2025 è apparsa la ristampa aggiornata della Fine di Israele di Furio Colombo del 2007.  Da segnalare anche il recentissimo Contro l’antisemitismo  e le sue strumentalizzazioni di Ariella Aisha Azoulay e altri autori, tra cui l’italiana Valentina Pisanty (Tamu, 2026).

[3] Ai cinquant’anni dalla firma della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo Saramago dedica il discorso pronunciato al banchetto del Nobel, il 10 dicembre 1998, ricordando come: «I governi non rispettano la Dichiarazione, o perché non sanno, o perché non possono, o perché non vogliono. O perché coloro che effettivamente lo governano, le multinazionali e multi-continentali, dal potere assolutamente antidemocratico, hanno ridotto ciò che ancora restava dell’ideale di democrazia a un guscio senza contenuto. […] C’è stata proposta una Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, e con essa abbiamo pensato di avere tutto, senza accorgerci che nessun diritto potrà sussistere senza la simmetria dei doveri che gli corrispondono, il primo dei quali sarà quello di esigere che questi diritti non solo siano riconosciuti, ma anche rispettati e soddisfatti» (Ibidem).

[4] José Saramago, Il Quaderno, traduzione di Giulia Lanciani, Milano: Feltrinelli, 2009, pp. 292-295.

[5] Tra cui il nigeriano Wole Soyinka, l’italiano Vincenzo Consolo, lo spagnolo Juan Goytisolo e il sudafricano Breyten Breytenbach.

[6] José Saramago, A Palestina segundo Saramago, cit., p. 54 (traduzione mia).

[7] Ivi, p. 58 (traduzione mia).

[8] Ivi, p. 59 (traduzione mia).

[9] Saramago fu uno dei firmatari della petizione “No al muro di Sharon!”, promossa nel febbraio 2004, quando la Corte Internazionale di Giustizia iniziava a giudicare Israele per la costruzione del muro in Cisgiordania, e fece parte di un vasto gruppo di personalità della vita pubblica portoghese che, in seguito, firmarono quello che sarebbe diventato il manifesto fondatore del Movimento per Diritti del Popolo Palestinese e per la Pace in Medio Oriente (MPPM). Nella prima riunione formale dell’MPPM, tenutasi il 23 febbraio del 2008, fu eletto Presidente dell’Assemblea Generale, carica che avrebbe ricoperto durante il biennio 2008-2009.

[10] José Saramago, Il Quaderno, cit., pp. 297-298.

[11] José Saramago, A Palestina segundo Saramago, cit., p. 61 (traduzione mia).

[12] Ibidem.

[13] Ivi, p. 60.

[14] José Saramago, Il Quaderno, cit., pp. 285-287.

[15] Ivi, pp. 290-296.

[16] José Saramago, A Palestina segundo Saramago, cit., p. 56 (traduzione mia).

[17] Ivi, p. 58 (traduzione mia).

[18] Ivi, pp. 55-56 (traduzione mia).

[19] José Saramago, Il Quaderno, cit., p. 260.

[20] Ivi, p. 55 (traduzione mia).

[21] Ivi, pp. 39-40 (traduzione mia).

[22] Ivi, p. 65 (traduzione mia).

[23] Si tratta dell’Ensaio sobre a Cegueira, pubblicato in Italia nel 1996 con il titolo di Cecità.

[24] José Saramago, A Palestina segundo Saramago, cit., pp. 56-57 (traduzione mia).

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