venerdì 12 giugno 2026

Gherras - Giuseppe Corongiu

trovato per caso in biblioteca, è un libro di racconti scritti in sardo, col denominatore comune della Sardegna.

alcuni racconti sono davvero avvincenti, andrebbero tradotti in italiano, e non solo, per chi non sa leggere la lingua sarda.

qualcuno dirà che il sardo è una lingua minoritaria, in via d'estizione, non ha più senso scrivere in sardo, si scriva in italiano o in inglese.

questo qualcuno (ma sono una legione) è un povero ignorante, altrimenti saprebbe che Bernardo Atxaga, un bravissimo scrittore della penisola iberica, che scrive in lingua basca, è tradotto in lingua castigliana, in italiano, e in molte altre lingue.

chi può legga Gherras, non se ne pentirà, chi non può pretenda, o almeno abbia la speranza, di leggerlo in italiano.

ps: nelle biblioteche della Sardegna ci sono scaffali di libri scritti (e non tradotti in italiano) in inglese, francese, tedesco o spagnolo, per esempio, ma non ho mai trovato uno scaffale di libri scritti in lingua sarda.

buona (interessante) lettura.


 

Si può raccontare in sardo lo stupro di guerra delle donne ucraine? Si può parlare di Hamas e Israele come metafora di tutti i conflitti insensati e folli? E si può leggere con disincanto la nostra vicenda politica e culturale recente dando un senso anche ai fallimenti? Un’opera unitaria di racconti che esplora su varie dimensioni, il tema del conflitto e dove la lingua sarda diventa strumento di identità e di liberazione in un’espressione nativa straordinaria, e la narrazione, pur dipingendo un mondo realistico e crudo, lascia intravedere uno spiraglio di speranza.

da qui

 

due interviste a Giuseppe Corongiu

qui e qui

 

 


 

La marea giovane di Mélenchon contro la destra in Europa - Massimo Nava

Il dibattito politico in Europa, anche per le scadenze elettorali prossime, è molto incentrato sull’avanzata dell’estrema destra, sottolinea il Corriere. In Francia, Marine Le Pen o Jordan Bardella pregustano il pieno di voti. In Germania, cresce Alternative für Deutschland e mette in crisi in cancelliere Friedrich Merz. In Gran Bretagna è di questi giorni è di questi giorni il successo di Nigel Farage alle amministrative. In Italia, la destra di governo comincia a fare i conti con il generale Roberto Vannacci. L’analisi di Massimo Nava 

Tutta destra ovunque?

Ma intanto, in Francia, c’è un uomo che continua a mietere consensi sul fronte opposto e rischia di diventare con il suo successo un riferimento per tutti gli scontenti e i ribelli d’Europa, soprattutto giovani. Il che è sorprendente perché parliamo, peraltro non da oggi, del settantacinquenne Jean Luc Mélenchon, intramontabile e agguerrito leader della France Insoumise, da sempre e anche stavolta candidato alle elezioni presidenziali del 2027. Non con enormi possibilità di vittoria, ma certamente di condizionare il quadro politico del Paese e indispensabile per il successo della sinistra riformista. Le ragioni del consenso risiedono nella combinazione di diversi fattori: il clima sociale della Francia, sempre più il Paese degli arrabbiati e degli scontenti, e la straordinaria abilità comunicativa e oratoria di un uomo che sembra peraltro disceso da un altro secolo, quando bandiere rosse, lotta di classe e slogan contro i padroni avevano un senso.

Nessun fantasma rosso

Mélenchon tuttavia non è un fantasma rosso che agita un tardo marxismo: il suo discorso (e il suo programma) combina giustizia sociale, pacifismo, ecologia, seduzione dei giovani, soprattutto le seconde e terze generazioni di immigrati, peraltro a grande maggioranza pro Palestina. Un fattore che spinge Mélenchon a una forte retorica anti sionista. Questo «alieno» molto reale della politica ha suggerito una lunga inchiesta al settimanale britannico The Economist, che non nasconde un «qualche cosa di affascinante» nella figura di Mélenchon. E questo fascino consiste anche nella modernità del suo modo di comunicare slogan e programmi. Propone limiti alla proprietà privata e tasse sui grandi patrimoni, si avvicina ai tribuni del popolo sudamericani, vanta milioni di follower in rete ed è stato il primo fra i leader francesi a utilizzare tecnologie d’avanguardia per i suoi comizi per sembrare presente in diverse città contemporaneamente.

Possibile presidente dopo lo sbiadito Macron

Mélenchon si è già candidato tre volte alle elezioni presidenziali, ma questa volta è convinto di farcela. Di certo il quadro politico gli è favorevole. Destra gollista e sinistra riformista sono ancora ansiosamente alla ricerca di candidati. L’estrema destra attende l’esito del processo contro Marine Le Pen, con possibile condanna alla ineleggibilità. Il presidente Emmanuel Macron non può candidarsi per un terzo mandato e il suo movimento è ormai ai minimi termini. Nel caso Mélenchon arrivasse al ballottaggio, la sfida contro il candidato dell’estrema destra potrebbe vederlo trionfare. Alle ultime elezioni comunali, il partito di Mélenchon ha conquistato città simboliche. Tra queste, la periferia parigina di Saint-Denis, conquistata da Bally Bagayoko, di origini maliane, e Roubaix, grande città del Nord industriale. La sua rivoluzione cittadina mira all’avvento di una «nuova Repubblica», dotata di una Costituzione nuova e di un regime meno presidenziale, che dovrebbe spazzare via il regno «monarchico» cui assomiglia da sempre l’Eliseo. In politica estera, propone da tempo di uscire dalla Nato, vorrebbe un riavvicinamento alla Russia, sogna una completa riformazione della Ue.

The Economist: residui di ‘68

Secondo l’analisi di The Economist, fra le ragioni del successo, c’è un po’ di cultura marxista e «sessantottina» persistente nell’opinione pubblica francese. Il discorso rivoluzionario di Lfi trova eco in certi quartieri. Gli studenti applaudono alla promessa di un mondo «più inclusivo e antirazzista». Le prese di posizione su Gaza e la Palestina gli hanno valso, un ampio sostegno nelle università. Secondo un sondaggio condotto, il 58% dei 18-24enni ha un’opinione favorevole di Mélenchon, una cifra che crolla al 14% per i 50-64enni. «Cosa si deve dire alle giovani generazioni?», si chiedeva recentemente in televisione, deridendo i partiti concorrenti: «Risparmiate denaro e tagliate i servizi pubblici!». I comunisti hanno perso gli elettori delle classi popolari a vantaggio di Marine Le Pen, i socialisti sono sostenuti in gran parte da funzionari pubblici e universitari. Mélenchon si è costruito una base elettorale di giovani istruiti, minoranze etniche e periferie. Secondo un secondo sondaggio Ifop, ben il 69% degli elettori musulmani ha sostenuto Mélenchon al primo turno delle elezioni presidenziali del 2022. Il leader di La France Insoumise ha rovesciato a suo vantaggio gli slogan allarmistici dell’estrema destra.

Ovviamente anche molto detestato

Per certi suoi eccessi caratteriali, i sondaggi gli attribuiscono anche un tasso di disapprovazione particolarmente elevato. Inoltre si moltiplicano le accuse di antisemitismo, anche se in realtà si tratta soprattutto di attacchi alla leadership di Israele per i crimini di Gaza. Il populismo di sinistra ostentato da Jean-Luc Mélenchon si ispira in gran parte ai suoi legami con Venezuela, Ecuador e Spagna. Fa eco anche a politiche al di fuori della sua orbita naturale, come Zohran Mamdani e il suo socialismo democratico a New York, o Zack Polanski, leader dei Verdi britannici. Mélenchon sa anche leggere la posta in gioco, anche con senso di responsabilità, come quando, alle ultime elezioni anticipate, questo tribuno dello popolo decise di ritirare molti candidati del suo partito per evitare che l’Assemblea fosse dominata dall’estrema destra. Un merito gli fu riconosciuto. Quello di avere compreso che per fermare l’avanzata apparentemente inesorabile di Marine Le Pen e Jordan Bardella bisognasse fare un passo indietro e chiedere agli elettori di votare per la democrazia e la Repubblica.

Ai milioni di francesi scontenti ed esclusi

Oggi, a milioni di francesi scontenti ed esclusi, propone un progetto de-ideologizzato di giustizia sociale e sviluppo sostenibile, la cui realizzazione è possibile con tasse sui redditi più alti e attraverso una rifondazione solidale dell’Europa comunitaria, oggi – secondo Mélenchon – al servizio dei capitali, succube di diktat fiscali, non autonoma dagli Stati Uniti, divisa su politiche di accoglienza e difesa. Mélenchon rilancia quel «cambiare la vita dei francesi» che fu lo slogan di Mitterrand. Il che significa pensione a sessant’anni, aumenti salariali e della spesa pubblica in un Paese il cui debito pubblico ha già superato i tremila miliardi. C’è da chiedersi quale sarebbe il peso di Parigi in un momento così drammatico e decisivo per le sorti del Vecchio Continente.

La Nato e la politica estera

Mélenchon definisce la Nato una macchina per creare problemi, uno strumento dell’impero americano in declino. Ma non ha risparmiato critiche a Vladimir Putin per l’invasione dell’Ucraina, pur criticando l’embargo delle forniture energetiche, perché «soltanto lo zio Sam si riempirà le tasche». Il riconoscimento della Palestina è stato un suo cavallo di battaglia e la Francia di Macron è stata fra i primi Paesi a fare questo passo. L’accusa che viene mossa a Mélenchon è di avere incentivato un antisemitismo d’ispirazione islamica per intercettare il voto di milioni di elettori di origine maghrebina e di fede islamica. In realtà, il tribuno dalla faccia feroce cammina sulla strettoia sempre meno visibile fra atteggiamenti antisemiti e la critica per la politica espansionista di Israele nei territori occupati e l’eliminazione di migliaia di palestinesi nella striscia di Gaza. Critica che non è certo un’esclusiva di Mélenchon.

D’altra parte, il consenso dei giovani è anche il risultato di scarsa memoria storica, di riferimenti al passato, di un quadro di analisi più complesse. La rete offre le immagini della tragedia di Gaza. È quanto basta per scegliere da che parte stare e da che parte manifestare.

da qui

giovedì 11 giugno 2026

Ritorna il nucleare, con il trucco - Paolo Andruccioli


Ci risiamo. Dopo essere stato accantonato con il referendum del 1987, ora il nucleare risorge a nuova vita, e potrebbe assumere una forma giuridica che scavalca la volontà popolare. L’Italia ha detto “no” all’uso delle tecnologie nucleari per scopi civili, anche sulla scia dei gravissimi incidenti degli anni Ottanta (il più famoso fu quello di Chernobyl del 1986), ma il governo in carica pare volersene infischiare, cercando di aggirare l’ostacolo “democratico”, con l’imposizione di un percorso decisionale a suon di leggi delega e di comunicazione pubblica rassicurante. Il primo passo è stato compiuto con il voto alla Camera del 4 giugno scorso. Con 155 favorevoli, 86 contrari e otto astenuti, è stato varato un testo che affida al governo il compito di costruire il quadro giuridico per un possibile rientro del nucleare nel mix energetico nazionale. Le norme passeranno ora al Senato, con l’obiettivo di avere il via libero definitivo entro l’estate.

Il quadro che si prospetta non è però una pura riedizione del passato, ed è per questo che il revival nucleare è ancora più pericoloso. C’è infatti il rischio che la nuova formula – basata sui piccoli reattori di nuova generazione – venga fatta digerire a un’opinione pubblica distratta e impaurita dagli effetti devastanti delle guerre sull’economia. Il messaggio del governo è chiaro, al tempo stesso insidioso: dobbiamo essere autosufficienti, visto quello che è successo con il gas russo e con il petrolio che passa per Hormuz. Le fonti fossili sono in via di esaurimento e le rinnovabili non basteranno a coprire la domanda di energia dell’industria e del consumo delle città. Per questo, è necessario rilanciare il nucleare inserendolo in un mix inedito con la produzione di energia rinnovabile. Insomma, pannelli solari e vento, insieme alla fissione dell’atomo. Magari in piccoli (si fa par dire) siti industriali. Una prospettiva che gli studiosi e gli ambientalisti hanno però già bocciato, sia per i rischi che comporta sia per i costi altissimi, che superano di molto i risparmi presunti rispetto alle rinnovabili.

L’attenzione si concentra sui mini-reattori modulari, ossia quella tipologia di impianti a fissione nucleare che possono arrivare fino a 300 MWe, a differenza delle centrali di “terza generazione plus”, in grado di raggiungere i 1.500 MWe. Da ciò che dicono gli esperti, si tratterebbe di una produzione in serie di modelli da installare per lo più vicino a stabilimenti, data center e strutture energivore. Tradotto: piccole centrali nucleari a ridosso delle città. Secondo il governo, i primi reattori potrebbero essere operativi già nel 2035. Come sappiamo, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni pratica la “politica dei fatti”, e sulle cose importanti lavora in silenzio senza tanti proclami. Il gioco comunicativo è sempre doppio: propaganda elettorale e verità occultate, per non spaventare un’opinione pubblica comunque sensibile ai temi della sicurezza ambientale e della salute.

In questo caso la politica dei fatti si sta sviluppando attraverso passaggi consecutivi. Prima l’adesione all’alleanza europea sul nucleare, poi la nascita di Nuclitalia, società lanciata nel 2025, con il protagonismo attivo di Enel, Ansaldo e Leonardo. Dopodiché, ecco l’approdo dell’atomo in parlamento. “Con l’approvazione alla Camera della legge delega sul nucleare sostenibile compiamo un passo importante per il futuro energetico dell’Italia – ha dichiarato il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin – oggi abbiamo iniziato a porre le condizioni affinché il Paese sia pronto ad adottare il nucleare sostenibile quando le nuove tecnologie, alle quali puntiamo, saranno mature e disponibili all’inizio del prossimo decennio”. Per il ministro, poi, non è solo una questione di politiche energetiche. Per me, ha spiegato ai giornalisti, la rinascita dell’energia nucleare in Italia è “una sfida personale”.

Lo schema è quindi già fissato. La legge delega ridisegna la governance e il sistema delle coperture finanziarie. Se il testo supererà anche l’esame del Senato, il governo avrà dodici mesi dall’entrata in vigore della legge per adottare i decreti attuativi, che dovranno essere predisposti proprio dal ministero dell’Ambiente, mentre all’esecutivo verrebbe affidato il compito di redigere un “Programma nazionale per il nucleare sostenibile e la fusione”. I rappresentanti del destra-centro hanno già avviato la grande campagna di comunicazione, che mira a convincere gli italiani dell’importanza della scelta e del ripensamento. Si comincia a parlare di “nucleare gentile, sicuro, leggero”. Il tema della dimensione dei nuovi impianti viene completamente rovesciato. Invece di analizzare i pericoli legati all’installazione di piccole centrali nucleari all’interno delle zone più densamente popolate, la destra rovescia la comunicazione. Non dovete preoccuparvi, dicono, i nuovi impianti saranno sicuri e occuperanno soprattutto poco spazio, non come le vecchie centrali nucleari che sono state spente dopo il referendum. In fondo, che vuoi che siano. Stiamo parlando di impianti che occuperanno lo spazio di tre campi da calcio. Ovviamente nessuno dice che non sono previsti interventi che approfondiscano la fattibilità di questa tecnologia. Tutto è aleatorio, e in Italia non si ha nessuna esperienza. Al momento, sono attivi solo alcuni prototipi di questo genere in Cina e due centrali in Russia. Tutto il resto è una grande incognita. Come risultano camuffati e manipolati i dati sulla reale convenienza economica di una scelta neonucleare.

Il Nobel per la Fisica 2021, Giorgio Parisi, ha definito l’ipotesi del ritorno al nucleare “una distrazione rispetto ai veri problemi energetici che abbiamo in Italia e che vanno risolti in un’altra direzione”. Parisi ha spiegato che “il problema che abbiamo in generale col nucleare è che costa moltissimo l’installazione, e che per essere commercialmente utile deve essere utilizzato al 100%. L’energia solare costerà molto meno del nucleare, e sarà disponibile moltissimo d’estate e di giorno. Quindi il nucleare dovrà essere spento per tanto tempo, rendendolo commercialmente inutile”. Anche un altro esperto, Mario Dal Co, economista dell’innovazione, ha già espresso le sue perplessità: “Non è vero che ci vogliono quattro anni per far partire i nuovi impianti, come dice il governo; ne servono almeno dieci. Piuttosto l’Italia per risolvere il problema energia dovrebbe puntare meglio e di più sulle rinnovabili, come fa la Spagna, in particolare al Sud dove ci sono molti ritardi”.

Sulla stessa lunghezza d’onda, uno dei protagonisti delle battaglie ecologiche in Italia, Mario Agostinelli, ex dirigente della Cgil, oggi presidente dell’Associazione Laudato si’ – un’Alleanza per il clima, la cura della terra, la giustizia sociale – di cui è stato promotore dal 2015. Secondo Agostinelli, già protagonista della battaglia referendaria del 1987, il pericolo maggiore si nasconde proprio nel trucco messo in campo dal governo. Con il mix necessario tra nucleare e rinnovabili, si vorrebbe convincere l’opinione pubblica della bontà della formula e della sua assoluta sicurezza.

Si dimentica di dire che il nucleare, proprio per la sua natura di potenziale rischio ambientale, è un sistema per forza di cose “militarizzato”, accentrato portatore inevitabile di forme di restringimento della democrazia. Sono poi molto discutibili gli aspetti di convenienza economica, visti i costi più alti di quelli degli impianti basati sulle energie rinnovabili. L’altro importante elemento da non trascurare, sempre secondo Agostinelli, riguarda i tempi di attuazione inevitabilmente lunghi per una tecnologia ancora tutta da sperimentare, mentre la crisi energetica e i rivolgimenti geopolitici richiederebbero soluzioni immediate e ambientalmente sostenibili. Lo schema da smontare, insomma, prima ancora di parlare di un nuovo referendum, riguarda la formula del mix nucleare-rinnovabili, che non regge.

Il governo Meloni marcia però spedito e cerca di cavalcare anche le recenti decisioni europee. Dall’Unione arrivano infatti ventitré miliardi di euro all’Italia, per incentivare la produzione di energia rinnovabile. Grazie ai benefici messi in campo per le imprese, si prevede che, entro il 2030, la capacità produttiva di energia pulita potrà aumentare del 48%, arrivando a coprire quasi il 40% della domanda italiana. Il “Fer X” sosterrà la costruzione di impianti selezionando i progetti tramite gare competitive. Nell’ambito di questi contratti, l’incentivo assumerà la forma di un bonus per ogni kWh di energia elettrica prodotto e immesso nella rete, sulla base di un cosiddetto prezzo di esercizio. L’affare è diventato doppio: rinnovabili più nucleare. E il governo ci si tuffa.

da qui

Il quotidiano francese “Le Monde” contro la Torino-Lione

 

Contrariamente a quanto succede alle nostre latitudini, in cui la stampa mainstream è assolutamente complice della propaganda Pro-Tav e completamente acritica verso il progetto della nuova linea Torino-Lione, il quotidiano Le Monde, il più importante e letto in Francia, ha pubblicato un articolo che mostra quali sono i reali impatti del progetto sulla Val Maurienne. A scrivere è Richard Schittly, inviato speciale in Val Maurienne della testata giornalistica.

Vi proponiamo qui una traduzione della redazione.

Maurienne: i milioni di metri cubi di roccia estratti dalla montagna per lo scavo del TAV stanno sconvolgendo la vita nella valle

La vista sulla valle della Maurienne è mozzafiato. Al Pas du Roc, uno sperone roccioso a monte di Saint-Martin-la-Porte (Savoia), un paesino di 720 abitanti, Odile Clément, 64 anni, mostra ai visitatori di passaggio l’estensione dell’area interessata dal mastodontico cantiere della linea ferroviaria Lione-Torino.

La valle si apre più in basso, stretta tra cime innevate di oltre 3.000 metri. Il fiume Arc, la ferrovia e l’autostrada A43 si dividono lo stretto corridoio. A strapiombo, una zona grigia brulica di macchinari da cantiere che scavano la galleria di Saint-Martin, una delle tre gallerie di accesso tecnico al tunnel di base. «Subiamo costantemente il rumore e la polvere», racconta l’ex dipendente di un’impresa edile locale. «Non appena sentiamo un’esplosione, mettiamo via il bucato e chiudiamo tutte le finestre. Un minuto dopo la detonazione, una nuvola copre il giardino».

 

Su circa cinquanta dei 145 chilometri della valle trasversale più lunga delle Alpi, negli ultimi vent’anni i cantieri si sono moltiplicati. Ingresso del tunnel a Saint-Jean-de-Maurienne, discese, pozzi di ricognizione, siti di stoccaggio dei detriti, fabbriche di cemento: ogni angolo della valle viene sfruttato per garantire lo scavo del tunnel tra Saint-Jean-de-Maurienne e la valle di Susa, in Italia.

L’opera, lunga 57,5 chilometri, prevede due canne di circolazione. In totale, contando gli accessi tecnici, sono previsti 164 chilometri di gallerie sotto il massiccio alpino. Un record mondiale. La direzione dei lavori è affidata all’ente pubblico Tunnel euralpin Lyon Turin (TELT), con una messa in servizio prevista per il 2035 e un costo di oltre 11 miliardi di euro.

Dal Pas du Roc, Odile Clément indica un’immensa parete rocciosa grigia sul versante opposto: la cava Calypso. Chiusa nel 2011, l’attività di estrazione del calcare è stata ripresa dalla società Granulats Vicat. Il decreto prefettizio del gennaio 2025 autorizza il produttore di cemento a stoccare «i materiali di scavo provenienti dal cantiere TELT», entro il limite di 100.000 metri cubi di «rifiuti inerti» all’anno.

«Questa cava si riempirà delle rocce estratte dal tunnel. Tutti gli spazi disponibili della valle vengono utilizzati per ammucchiare questi scarti”, afferma Odile Clément, che nel 2017, insieme a un gruppo di residenti, ha creato il collettivo “Contro la riapertura della cava”. In questa valle laboriosa di 40.000 abitanti, i detriti modificano il paesaggio, il che è fonte di particolare preoccupazione. «Fanno polvere appiccicosa, si vedono intere colline formarsi in poche settimane. Gli imprenditori ricoprono i detriti con uno strato di terriccio, ma gli alberi non ci crescono, l’erba ingiallisce d’estate», racconta Guillaume Collombet, 36 anni, regista e fotografo, originario della valle.

Il volume totale dei materiali estratti dalla montagna è stimato in 10 milioni di metri cubi, da stoccare o trattare in 28 siti, secondo la dichiarazione di pubblica utilità del progetto, risalente al 2007 e rinnovabile nel 2028. «La massa di detriti della galleria Lione-Torino equivale a dieci piramidi di Cheope», afferma Max Milliex, 60 anni, falegname diventato whistleblower, a Villargondran, 800 abitanti, vicino all’ingresso principale della galleria.

Nella frazione di Les Resses, un’immensa cava della società Eurovia Vinci si riempie di rocce frantumate, trasportate da una spettacolare rete di nastri trasportatori aerei. Questi chilometri di nastri trasportatori, bianchi e cilindrici, circolano in tutta la valle. «I volumi di detriti sono enormi. Nella regione, bisogna aggiungere i futuri cantieri delle Olimpiadi invernali e i 91 chilometri del collisore di particelle del CERN [Centro europeo per la ricerca nucleare]. Si finirà per saturare la natura», teme Max Milliex. A questi cantieri si aggiungerebbe il progetto dell’«accesso francese» della linea Lione-Torino attraverso il Nord-Isère, che prevede 70 chilometri di gallerie supplementari, sotto i massicci protetti della Chartreuse e di Belledonne.

Minerali problematici

L’entità dei lavori alimenta il timore di danni più gravi. Le rocce estratte vengono analizzate in camere a fluorescenza per individuare i minerali problematici. In Italia, negli strati geologici è stata rilevata la presenza di uranio e amianto. Sul versante francese, è il solfato a costituire un problema, come ha dimostrato il caso del «calcestruzzo marcio». Nel 2004, un tasso eccessivo di solfato negli inerti provenienti dalla Maurienne ha irrimediabilmente compromesso la solidità delle costruzioni. Qual è la percentuale di materiale inquinato nei detriti? La società TELT non ha fornito alcuna risposta in proposito.

L’operatore francese comunica ampiamente sulle sue misure ambientali, attraverso la vegetalizzazione e gli aiuti al territorio, affermando che il 60% dei detriti viene riutilizzato, nel rigoroso rispetto della normativa vigente. «Non abbiamo accesso a nessuno dei dati delle imprese che gestiscono i detriti, l’impatto è ben lungi dall’essere misurato», avverte Carine Gros, 51 anni, vicepresidente di Vivre et agir en Maurienne, un’associazione per la tutela dell’ambiente.

La Camera dell’Agricoltura Savoia Mont-Blanc denuncia il disboscamento e l’artificializzazione di oltre 1.500 ettari a causa dei lavori. «Una perdita irreversibile di terreni agricoli», deplora l’ente consolare, ribadendo, nella sua mozione del 26 febbraio, «la propria opposizione al proseguimento del progetto Lione-Torino così come è attualmente condotto». Secondo i sindacati agricoli, l’attuale tunnel del Mont-Cenis, ristrutturato per 1 miliardo di euro, sarebbe ampiamente sufficiente per il trasporto combinato dei mezzi pesanti. Cosa che smentisce l’operatore TELT, affermando che il tunnel Lione-Torino potrebbe rilanciare il trasporto combinato e liberare le strade alpine dai camion, senza contare le ricadute economiche per la regione. Nel suo rapporto dell’aprile 2026, il Consiglio di orientamento delle infrastrutture (COI), organo consultivo presso il Ministero dei Trasporti, attribuisce «priorità assoluta» alla ristrutturazione della linea ferroviaria esistente tra Digione e Modane, relegando in secondo piano la linea Lione-Torino.

Più a valle, in direzione dell’Italia, la diga di Pont-des-Chèvres si è deformata di 2 centimetri nel 2019, nei pressi della discenderia di La Praz. Una conseguenza dell’estrazione massiccia di roccia? «Migliaia di tonnellate di detriti sovraccaricano il terreno, il che non è irrilevante in un regime tettonico in espansione. Scavare nella montagna, toccare falde acquifere e ghiacciai sotterranei comporta il rischio di alterare le condizioni delle formazioni naturali», sostiene Gilles Ménard, geologo che ha lavorato per quindici anni al CNRS sulle misurazioni geofisiche preliminari ai progetti di gallerie.

«Questo gigantesco cantiere ha ripercussioni enormi sulle nostre vite, è in gioco l’abitabilità della valle», sostiene Philippe Delhomme, 61 anni, professore di scienze della vita e della Terra, perseguito dai promotori del cantiere per aver ripreso la parola “sabotaggio” dello scrittore italiano Erri De Luca, anch’egli perseguito e assolto in Italia. Assolto in primo grado, l’attivista di Vivre et agir en Maurienne è in attesa della sentenza d’appello.

Dal Rocher des Amoureux, sulla strada che parte da Modane e sale verso Aussois, Philippe Delhomme osserva sottostanti l’area della discenderia di Villarodin-Bourget. Le fontane del villaggio di 500 abitanti si sono improvvisamente prosciugate nel 2002, all’inizio dei lavori. Da allora, milioni di metri cubi di acqua naturalmente tiepida fuoriescono ogni giorno dal cantiere. Passano attraverso un bacino di decantazione, per il raffreddamento e la separazione dei minerali, poi vengono scaricati nel fiume. «Nei corridoi della mia scuola media, quest’inverno, c’erano –11 gradi. Non abbiamo soldi per ristrutturare, dovremmo spendere 11 miliardi per un tunnel che svuota la montagna e non ci serve a nulla?”, si chiede Philippe Delhomme. Ad oggi sono stati scavati solo 20 chilometri di tunnel su 120. «Si possono fermare i costi», implora l’insegnante, salutato dal sorvolo di una magnifica upupa.

da qui

mercoledì 10 giugno 2026

“Mi hanno interrogato per tutta la notte e poi messo in cella. I Mondiali erano il mio sogno”: il racconto dell’arbitro somalo Artan, sbattuto fuori dagli Usa - Daniele Fiori

“Avevo i documenti giusti”. Omar Abdulkadir Artan racconta così, al telefono con il New York Times, la notte che ha cancellato il suo sogno mondiale. L’arbitro somalo, scelto per partecipare ai Mondiali di calcio di quest’estate, non potrà prendere parte al torneo dopo che gli è stato negato l’ingresso negli Stati Uniti al suo arrivo a Miami, su un volo proveniente da Istanbul. La sua vicenda è diventata il simbolo dell’intolleranza che sta caratterizzando questi Mondiali, tra visti negati e perquisizioni alle Nazionali.

Artan ha spiegato di essere arrivato negli Usa convinto di avere tutto in ordine: “Avevo i documenti e tutto il resto in regola”. Secondo il suo racconto, una volta sbarcato è stato portato in una piccola stanza dell’aeroporto, dove gli agenti lo hanno interrogato per tutta la notte. Undici ore di domande, durante le quali gli sarebbe stato chiesto il motivo del viaggio negli Stati Uniti e anche della politica somala. L’arbitro ha detto di aver mostrato i documenti della Fifa e alcune foto della sua carriera da direttore di gara.

Il passaggio successivo è stato ancora più duro. Dopo l’interrogatorio, Artan ha riferito di essere stato trasferito in una cella di detenzione, dove è rimasto per altre ore, prima di essere imbarcato su un volo di ritorno verso Istanbul e poi rientrare a Mogadiscio. “Sono molto, molto deluso. Sono semplicemente un arbitro che cerca di vivere il suo sogno, il più grande sogno della mia vita, venire ai Mondiali”, ha detto al New York Times.

Artan sarebbe potuto diventare il primo arbitro somalo a dirigere una partita dei Mondiali. Nel 2025 era stato nominato miglior arbitro maschile dell’Africa ed era stato scelto dalla Confederazione Africana di Calcio per partecipare al torneo. Ma dopo il respingimento negli Stati Uniti, la Fifa se n’è lavata le mani e ha confermato che non prenderà parte alla competizione.

Il direttore di gara ha dichiarato di non essere stato informato del motivo preciso per cui gli è stato negato l’ingresso nel Paese. La spiegazione ufficiale fornita dalle autorità statunitensi resta generica. Un portavoce della dogana e della protezione delle frontiere aveva dichiarato alla CNN che Artan era stato sottoposto a un controllo aggiuntivo, una procedura definita di routine per verificare le informazioni o stabilire l’ammissibilità del viaggiatore. Al termine dell’ispezione, era stato ritenuto inammissibile “a causa di problemi di verifica”.

“Penso che abbiano un problema con il mio paese”, ha aggiunto Artan. La Somalia rientra infatti tra i Paesi colpiti dalle restrizioni di viaggio introdotte nell’ambito della stretta sull’immigrazione dell’amministrazione Trump. Il caso ha provocato la protesta del governo somalo, che ha chiesto spiegazioni agli Stati Uniti e alla Fifa. Che, da parte sua, ha dichiarato di non avere competenza diretta sulle procedure migratorie del Paese ospitante. “La FIFA non è coinvolta nei processi di immigrazione del Paese ospitante, comprese le procedure di rilascio dei visti, ed è stata informata dalle autorità che lo status del signor Artan non subirà modifiche al momento”, ha dichiarato un portavoce.

da qui


Mondiali 2026, i peggiori di sempre? Intolleranza e prepotenza sotto i nostri occhi - Stefano Boldrini

S’intuiva che sarebbe stato il mondiale dell’intolleranza, della prepotenza spacciata come sicurezza, delle paranoie sull’immigrazione, dello strapotere della parte peggiore dell’America, ma le prime immagini che viaggiano sul web in tempo reale ci hanno descritto nelle ultime ore, quando ancora il torneo deve iniziare, uno scenario ancora più oscuro. L’arbitro somalo Omar Artan – il migliore della confederazione africana – rispedito a casa dalla polizia di Miami dopo lunghissimi controlli. Le delegazioni di Senegal e Uzbekistan sottoposte a ispezioni minuziose, con tanto di cani antidroga e al limite dell’umiliante – coinvolti anche Fabio Cannavaro ct della nazionale asiatica e star mondiali come l’ex Liverpool Sadio Mané e l’ex Napoli Koulibaly -. Il giocatore iracheno Ayman Hussein bloccato in aeroporto e sottoposto a sette ore di interrogatorio. Persino il Belgio di De Bruyne costretto a fare i conti con i metal detector sotto le scarpe. L’Iran è un caso a parte: appare già surreale la presenza della squadra con il fronte di guerra aperto con gli Usa e non sorprende quindi se sia stato concesso di entrare negli Stati Uniti poche ore prima delle partite e di uscire subito dopo.

Il mondiale della prepotenza, del trionfo della cultura – cultura? – MAGA, del trumpismo appare già lanciato verso il titolo del peggiore di sempre. Peggio sicuramente di Italia 1934 in salsa mussoliniana, di Qatar 2022 e dei divieti imposti alle comunità LGBTQ+, di Russia 2018 e del rinascimento putiniano. L’unico per ora accostabile a quello che andrà in scena in Canada, Messico e Usa dall’11 giugno al 19 luglio, il primo a 48 squadre e con un totale di 104 partite, è quello di Argentina 1978 e dei generali macellai, con la caserma ESMA a poche centinaia di metri dallo stadio Monumental di Buenos Aires dove vennero torturate e uccise migliaia di persone, anche durante le gare. Quarantotto anni fa non esisteva internet. Il regime di Videla eresse un muro di fronte alle sue vergogne. Solo la nazionale olandese cercò di scuotere le coscienze, nell’indifferenza generale. Gli Oranje arrivarono a giocarsi il titolo nella finale contro i padroni e la persero ai supplementari, dopo aver colpito un palo all’89’ quando il match viaggiava sull’1-1: se un ciuffo d’erba avesse deviato il tiro di Rensenbrink, forse la storia dell’Argentina sarebbe stata diversa e la dittatura sarebbe caduta prima del 1983.

Chiariamo subito: non sono paragonabili la giunta argentina figlia di un golpe e il trumpismo americano. Donald è stato rieletto dal voto presidenziale. Ha ottenuto la maggioranza dei voti in una consultazione democratica. Ma il modello MAGA (Make America Great Again) sta producendo un attacco violento alle libertà e alla libertà. Si alimenta di nazionalismo ottuso, di sovranismo, di suprematismo bianco, di lotta all’immigrazione, di autoritarismo che dà carta bianca ai metodi brutali delle forze dell’ordine. I controlli severissimi alle frontiere, in un paese che è insieme a Israele il bersaglio numero uno del terrorismo internazionale, erano annunciati, ma le immagini di questa vigilia sono state un colpo di frusta. Sembrava fantasia la caccia agli immigrati negli stadi durante le partite da parte dell’ICE, ma a questo punto, sarà la conseguenza logica di quanto sta avvenendo.

Uno scenario brutale, di cinque settimane pesanti, nelle quali spicca il silenzio della Fifa e del suo presidente, Gianni Infantinocontro il quale si è rivolto in tribunale Michel Platini, dopo i fatti e misfatti che portarono alla caduta dell’ex fuoriclasse della Juventus nel 2015, all’epoca numero uno dell’Uefa e lanciato verso il trono del football mondiale. Infantino è un sodale di Trump. Si vanta di essere amico del presidente statunitense e con una pagliacciata in pieno stile americano gli ha consegnato, lo scorso dicembre, un surreale premio della pace. Infantino è amico dei potenti, da Putin ai reali delle monarchie arabe, ma è ancora più amico di Trump. Affinità ideologiche e amore viscerale per gli affari sono il collante con King Donald. Il mondiale 2026, secondo la propaganda di Infantino, “sarà il più grande evento di sempre”. Il sito della BBC, che non rappresenta un mondo ultra dell’informazione, suggerisce questa descrizione del torneo: “Il più politicizzato, per esempio. E il più costoso. Potenzialmente il più caldo, o il più inquinante. Certamente, il più redditizio per la FIFA. A prescindere dal punto di vista, sembra certo che, al di là dello spettacolo in campo, questa Coppa del Mondo in formato gigante potrebbe essere tra le più controverse di sempre. Dai costi per i tifosi all’impatto della geopolitica, dalle politiche sull’immigrazione fino alla sicurezza, alle condizioni meteorologiche estreme, alla sostenibilità e al ruolo del presidente Donald Trump, questo mondiale suscita apprensione ed entusiasmo”.

E’ vietata anche la critica sportiva, vedi quella dell’allenatore argentino Marcelo Bielsa, ct dell’Uruguay, che ha definito pessima l’organizzazione del torneo parlando dei campi di allenamento. La Fifa ha aperto un procedimento disciplinare nei suoi confronti. “Ci proibiscono di parlare. Chi prova a criticare viene sanzionato”, il suo atto d’accusa. A questo punto siamo arrivati con Infantino: un allenatore non può dire che una struttura tecnica non è degna di un mondiale.

Dall’11 giugno, con il match Messico-Sudafrica che aprirà il torneo, detterà legge il calcio giocato: quarantotto squadre, 1248 giocatori pronti a scendere in campo, tre nazioni, tre fusi orari, distanze enormi da percorrere e una montagna di gol in arrivo. Questa sbornia collettiva riuscirà ancora una volta a oscurare le coscienze? La vera sfida è questa. Noi italiani, costretti per la terza volta di fila a vivere il mondiale da semplici spettatori, abbiamo la possibilità di sottrarci a questo delirio, anche se, visti i fatti dell’ultima giornata di campionato, il livello della nostra classe politica e il liquame che scorre abitualmente nei social, non c’è da essere ottimisti.

da qui


Schiavitù, fragole e consolati - Loris Campetti

 

Sono anni, dovremmo dire decenni, che i lavoratori sono stati espulsi dalle agende della politica. Occupazione, diritti, sicurezza, salari, orari ridotti a variabili dipendenti dagli interessi del capitale che può esercitare impunemente il suo potere, ora con la complicità ora con il disinteresse della politica e dei governi. Al massimo, padroni e caporali devono fare i conti con i sindacati, laddove esistono. Lavoratori non più uomini in carne, ossa e cervello ma semplici braccia, appendici delle macchine, se non appendici, macchine essi stessi del processo di produzione e accumulazione.

Chi si chiede le ragioni della sconfitta storica delle sinistre dovrebbe interrogarsi su questo aspetto, potrebbe così comprendere la prima causa per cui tanti lavoratori disertano per sfiducia le urne, quando non votano direttamente per la destra per rabbia cieca che sfocia nell’autolesionismo. Sono soli, abbandonati a se stessi e a un rapporto spesso individualizzato con il padrone, traditi se operano in settori nuovi, dentro filiere dove i sindacati non arrivano o non riescono a entrare. Traditi e soli come i lavoratori dei settori più antichi, agricoltura, meccanica, edilizia. Se la sinistra è complice della cancellazione del lavoro umano reso invisibile, ridotto a merce, se chi vive a stento del proprio lavoro svalutato non vede nella proposta politica alternative a un modello basato sullo sfruttamento selvaggio, pre-novecentesco, antecedente al compromesso keynesiano, perché dovrebbe andare a votare per la sinistra? Per chi ha riconsegnato alle imprese il diritto a licenziare illegittimamente chi vuole, tenuto a pagare al massimo una multa? Chi si chiede se Matteo Renzi debba o non debba far parte del campo largo, smetterebbe di chiederselo se si ricordasse come l’ex presidente del Consiglio ha sfasciato l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e, con esso, cancellato il poco consenso residuo dei lavoratori dipendenti per la sinistre e, più in generale, per la politica. Renzi non è il solo responsabile, prima e dopo di lui in tanti a sinistra hanno contribuito al divorzio tra lavoro e politica. E ciò oggi consente alle peggiori destre al governo del Paese di portare a termine il lavoro sporco precedentemente iniziato senza più compromessi sociali e morali.

I confini della marcia omicida (di diritti, dignità e vite) del capitale per riprendersi completamente il potere sul lavoro umano non sono segnati, si estendono verso sempre nuovi territori sociali. Se tra Calabria e Basilicata, così come in Campania, Sicilia, Puglia e Lazio, agisce indisturbato il caporalato gestito dalla criminalità organizzata e funzionale agli interessi dei proprietari terrieri, nel cuore della modernità italiana, nel centro di Milano, le cose non vanno meglio. Qui lo sfruttamento, come nel Mezzogiorno, regredisce allo stadio della schiavitù, organizzato da una grande società statunitense, la Caddell Construction che risponde direttamente al Dipartimento di Stato a cui è affidata la responsabilità della politica estera degli Stati uniti che rappresenta in sede Onu. Tra i 3 e i 400 operai indiani, muratori rastrellati in casa da una società locale, trasferiti a Milano dopo il pagamento di un pizzo da 500 dollari per il visto e il viaggio, con promesse da marinai su diritti e salari vengono ridotti invece in schiavitù a 2 euro l’ora dalla Caddell che ne ha preso possesso al loro arrivo in aeroporto come pacchi postali. Costruiscono il nuovo consolato Usa a Milano, questi operai, dovrebbero essere grati a padroni e caporali che li hanno strappati alla miseria, o accettano in silenzio le condizioni schiavistiche imposte oppure remigrazione, come si dice adesso.

Partiamo dal Sud, da Amendolara nel Cosentino, uno dei luoghi dove i braccianti migranti vengono ammassati come bestiame in dieci a stanza per essere all’alba trasferiti, ammucchiati in minibus e auto scassate, nei campi di fragole, pomodori, frutta e verdura della Calabria e del Metaponto. Alcuni provvisti di regolare permesso di soggiorno per lavoro, altri irregolari chiamati perciò “clandestini”. 10, 12 ore di lavoro sotto il sole, se il mezzo di trasporto non ha avuto incidenti come spesso è capitato e dunque se non sono morti nel viaggio, a fine giornata vengono raccolti dagli stessi caporali e riportati a casa, se non sono schiattati dal caldo al termine di un turno infinito. Valgono meno delle cassette di fragole che hanno raccolto. Si fa per dire riportati a casa, diciamo su un materasso vicino ad altri materassi di poveracci come loro. 2 o 3 euro l’ora perché devono pagare l’alloggio (si fa sempre per dire) e persino il trasporto, la metà del quasi nulla che resta a fine mese lo spediscono a mogli e figli nei paesi d’origine, in Africa e in Asia. Se pretendono un contratto, o anche solo il misero pagamento del lavoro pregresso, o anche solo di non pagare il trasporto, vengono chiusi in un’automobile e bruciati vivi. Le regole vanno rispettate, i caporali le fanno rispettare. Così sono stati uccisi, bruciati vivi, tre braccianti afghani. Amin, Ullah e Safi e uno pakistano, Wasseem da due caporali pakistani, ex braccianti promossi a rango superiore così come venivano promossi capò nei lager gli ebrei che i nazisti ritenevano affidabili. Un orrore, uno scandalo ma per pochi, Giorgia Meloni in Calabria è andata ma non ad Amendolara bensì a Reggio al lancio di un francobollo e alla festa dei Carabinieri. Appuntamenti così importanti da costringerla a rinunciare a rendere un omaggio ai caduti sul lavoro criminale e persino a rinunciare a un vertice europeo in Montenegro. In fondo vittime e carnefici non sono che pakistani e afghani, che c’entriamo noi che abbiamo il passaporto e la pelle di un altro colore? E guai a far presente che se ci sono i caporali ci sono anche i capitani mafiosi a organizzare il business e che a loro volta lavorano oltre che per sé stessi per il bene dei generali, i proprietari dei campi di fragole, di meloni, di pomodori. Per gran parte dei giornali la strage merita solo una notizia, un richiamo in prima pagina, successivamente declassata a pagina 15 per un paio di giorni. Poche eccezioni in Tv, una o due belle inchieste al massimo e poi il silenzio. La stagione della raccolta è appena iniziata, the show mast go on. A volte sono gli stessi padroni dei campi e delle serre a fare in proprio il lavoro sporco, magari per accorciare la catena del profitto (o si dice del valore?) come nelle campagne del sud del Lazio, dove, quando una macchina trancia un braccio a Satnam, bracciante indiano, il padrone butta lui e il braccio in macchina, va a scaricarlo davanti casa moribondo, il braccio amputato in una cassetta della frutta.

Migranti indispensabili nella raccolta di frutta e verdura, invisibili a chi non vuol vederli nella casa accanto o nel capannone dismesso a cento metri. Uccisi se tentano di alzare la testa come i quattro migranti dati alle fiamme in un distributore di benzina a Amendolara, il quinto si è salvato aprendo a testate il portellone posteriore dell’auto e aiuta gli inquirenti a individuare i responsabili della macabra esecuzione. Al ritorno a casa le quattro vittime portavano un po’ delle fragole raccolte ai bambini dei vicini. Nessuno però li aveva visti, da quelle parti. Braccianti odiati come Sako, lavoratore maliano, ammazzato di botte a Taranto da un branco di ragazzini, la sua colpa il colore della pelle. E nel trapanese, in Sicilia, altri 5 casi di braccianti migranti bastonati. Ad Amendolara la Cgil ha fatto quel che andava fatto: ha organizzato una grande manifestazione in cui agli operai si sono aggiunti attivisti dei movimenti antirazzisti e antischiavistici, e, deo gratias, dirigenti e militanti dei partiti democratici per dire basta schiavismo, basta sfruttamento, basta silenzi e ipocrisie. Le leggi ci sono, potrebbero migliorare certo, ma ci sono. Dove sono invece quelli che dovrebbero farle applicare? E tutti gli altri, quelli che non vedono, non conoscono, non sanno, hanno paura, hanno altro da fare? “Odio gli indifferenti”, scriveva Antonio Gramsci. E giustamente Maurizio Landini, segretario della Cgil, dopo aver ricordato colpe, responsabilità politiche e padronali e chiesto per l’ennesima volta l’applicazione delle leggi, ha lanciato un appello alla “rivolta morale e sociale, una rivolta delle coscienze”.

Lasciamo la Calabria e saliamo a Milano, nel centro della città dove è stato aperto in pompa magna il cantiere per la costruzione del nuovo Consolato statunitense, a tagliare il nastro c’erano il sindaco Sala con la fascia tricolore, il presidente della Lombardia Fontana e il console Usa. Fine lavori prevista nel 2028, costo 200 milioni di dollari. Non sapevano, i nostri amministratori, non conoscevano i metodi usati dagli amici americani per costruire il loro maledetto Consolato. Non sapeva il prefetto, “ingannato” dagli atti depositati dalla ditta Usa che parlavano di 10-12 euro l’ora per otto ore di lavoro quotidiano e invece nelle buste paga gli euro erano crollati a 4 mentre quelli realmente erogati agli operai indiani erano solo 2, una volta scalato vitto, alloggio, trasporto. Per fortuna qualcuno sapeva e qualcuno ha agito, ancora una volta la Procura milanese ha tolto il coperchio del calderone ripugnante e ha trovato il marcio. L’aveva già fatto con le società di delivery che sfruttano i rider e con i prestigiosi marchi dell’alta moda italiana che fanno utili sulla pelle di chi lavora per loro. Anche la Caddel è stata sottoposta a commissariamento giudiziario “per garantire la prosecuzione dei lavori in legalità e la regolarizzazione dei lavoratori”. I suoi dirigenti, poveretti, invocano la tutela della riservatezza dell’area della futura sede del Consolato. Perbacco, un po’ di rispetto per l’alleato americano. Il manager responsabile della Caddell per l’Italia, il turco Ulas Demir, nel dubbio e dopo essersi consultato con i suoi capi a stelle e strisce ha deciso di scappare ma il nucleo dei carabinieri dell’Ispettorato del lavoro l’ha ripreso per la collottola all’aeroporto di Bergamo un attimo prima che riuscisse a involarsi alla volta di Istanbul. Adesso sta dove deve stare, in carcere. L’accusa, “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro”, un lavoro che la Procura definisce “paraschiavismo”. Benvenuti nel Belpaese.

da qui

martedì 9 giugno 2026

Il selvaggio di Santa Venere - Saverio Strati

nel 1977 Il selvaggio di Santa Venere vinse il premio Campiello. 

è un libro che racconta storie di poveri di Calabria, dopo la seconda guerra mondiale c'è solo povertà e le sirene delle città incantano i giovani, destinati a una vita di fatiche, dappertutto.

resistere nella propria regione è molto difficile, la 'ndrangheta alza la testa e le armi contro le vittime che provano a resistere.

le storie raccontate nel libro non possono lasciare indifferenti, è un libro vivo, necessario per capire il sud dell'Italia e i suoi drammi.

pare che un libro di poveri non sia stato accolto bene dai giurati del premio, forse speravano nella vittoria di qualche noioso romanzo sella borghesia.

Saverio Strati è uno scrittore da riscoprire, la casa editrice Rubbettino ha meritoriamente ristampato i libri dello scrittore, ormai introvabili.

 

 

 

Il romanzo è a tre voci. Tra queste, la più interessante è quella di Dominic, figlio di Leo e nipote di don Mico. Lui è il giovane che fugge dalla Calabria, che vede la sua terra come una fossa antiquata nella quale si muore, verso cui prova rabbia e rancore, in cui l’arretratezza culturale e la ‘ndrangheta sono dei tumori inestirpabili. Lui è fuggito al Nord, qui lavora, qui progredisce e vede che il mondo è diverso. Qui i contadini sanno sfruttare la tecnologia per produrre di più e per lavorare di meno, perché non di solo lavoro vive l’uomo; qui non esiste la criminalità organizzata, qui si campa indubbiamente meglio, eppure Dominic è sempre attratto dalla Calabria, la nostalgia per la terra natia è forte. Leo, il padre, il selvaggio di Santa Venere, aveva saputo vivere in armonia con la natura aspra, aveva anche fatto delle fesserie, ma poi si era redento. Come don Mico aveva iniziato a zappare e a lavorare senza sosta, a pensare in grande, ma rispettando quella terra generosa e protettiva. Leo è quindi un candido selvaggio, un buono che crede nell’intelligenza e alla volontà, ma agli occhi del figlio Dominic, appare come una mosca bianca, un eroe solitario e stolto, un uomo che combatte contro i mulini a vento e che prima o poi deporrà le armi…

da qui

 

Senza salti spettacolari, ma con gli occhi sempre all’altezza dello sguardo attanziale, Il selvaggio di Santa Venere racconta una storia del sud che ha frammenti in comune con tante altre storie narrate da Melville come da Verga, da Pirandello come da Tozzi, da quei suoi personaggi di Con gli occhi chiusi, in cui il tutto o niente della cattiva letteratura lascia il posto alle infinite sfumature di una vita arcaica che può conoscere lo sprofondamento nella violenza ancestrale oppure la salvezza nel coraggio di diventare, non solo predicare, un nuovo uomo, senza luccichii o trionfalismi, dalla parte stessa di una vita che è quella di ciascuno di noi. Semplicemente. E magistralmente; dono di un grande scrittore da non lasciare oscurare dalle mode e dai tic mediatici, che ha avuto il coraggio di scrivere unicamente ciò che sapeva e aveva vissuto di persona.

da qui

 

 Le più interessanti sono Il selvaggio di Santa Venere, romanzo che vinse il Premio Campiello ma che venne ignorato dalla critica, e I cari parenti. “So bene che il mio successo ha dato fastidio a molti letterati di potere” – dirà Strati in una sua intervista del settembre del 1977 concessa a Stefano Lanuzza – “Una vera beffa che, tramite il loro premio borghese, io abbia avuto il modo di farmi conoscere dal grande pubblico. I giudici del Campiello non avevano immaginato che il mio libro potesse vincere il premio: altrimenti non lo avrebbero ammesso nemmeno nella cinquina finalista. Ho visto il disappunto e la contrarietà dipingersi sul viso di tanti notabili del mondo letterario. Questo come puntuale conseguenza del paternalismo imbarazzato che può accompagnare il non poter fare a meno di mettere nella rosa finale l’opera d’uno scrittore proletario del Sud, pubblicato da un grosso editore. Nessuno dei signori suddetti si è degnato, dopo l’assegnazione del premio, non dico di complimentarsi con me, ma anche solo di dichiarare la propria adesione al mio libro. Con divertimento, ho assistito al ridicolo mimetismo di gente che evitava di salutarmi per non compromettersi…”.

da qui

 

Proviene da una famiglia molto umile: i genitori sono «mastri-massari », come egli li definisce, il padre muratore e la madre sarta. Dopo vent'anni passati a lavorare a fianco del padre, nel 1945 intraprese gli studi tanto amati tramite un maestro elementare del paese.  
Nel 1946 comunicò ai genitori di volersi preparare per conseguire la maturità  classica; ebbe un primo insuccesso come privatista, ma grazie all'aiuto economico di uno «zio d'America » riuscì a continuare i suoi studi presso il Liceo Galluppi di Catanzaro.  
Nel 1949 si iscrisse all'università  di Messina; prima in Medicina, ma dopo due mesi ottenne il passaggio a Lettere. Sono anni fondamentali: ha modo di conoscere il critico letterario Giacomo Debenedetti e di seguire le lezioni su Verga, Pascoli e Svevo.
Nel giugno del 1953 a Caraffa del Bianco avvenne il primo incontro con Corrado Alvaro, fortemente voluto da Strati e che portò a un rapporto di stima e curiosità  reciproca; in occasione di una visita a Roma, nel 1955, lo scrittore lo incoraggiò a inviargli alcuni articoli per una rivista sulla Calabria, e solo per calabresi, che aveva intenzione di fondare. Il progetto non vide mai la luce poiché Alvaro morì nel giugno 1956.
Nel settembre del 1953 si fermò a Roma ospite di Debenedetti. Partì subito dopo per Firenze per preparare la sua tesi di laurea sulle riviste fiorentine del primo Novecento. Una tesi che non verrà  mai completata perché preferì dedicarsi, soprattutto, a correggere il suo primo romanzo,  La teda,  e  ad affermarsi come scrittore. Nel febbraio del 1954 entrò in contatto con i principali esponenti della cultura fiorentina, tra cui Corrado Tumiati, redattore de «Il Ponte », su cui apparve il suo primo racconto,  La quercia. Continuò a collaborare per questa e altre riviste come «Il Nuovo corriere » e «Paragone ». Nel 1956 la Mondadori pubblicò  La Marchesina, la sua prima raccolta di racconti, proposta da Debenedetti allo stesso Alberto Mondadori. Nel 1957 fu data alle stampe  La teda

da qui

 

Kaveh Akbar, la voce dell’altra America

(Traduzione di Mia Lecomte e Andrea Sirotti)

Kaveh Akbar è nato a Teheran (Iran) e si è trasferito con la famiglia negli Stati Uniti all’età di due anni. Poeta e romanziere, figlio di immigrati di religione musulmana e affascinato da altre tradizioni religiose, la sua produzione poetica è caratterizzata dalla ricerca di forme espressive personali di grande intensità emotiva, idonee alla esplorazione di temi controversi e complessi come l’identità, la cultura tradizionale e acquisita, la fede e l’impegno civile; e da una riconsiderazione delle forme chiuse tradizionali, occidentali come orientali, forzate fino all’implosione in una continua e sofferta indagine delle potenzialità evocative e sonore dell’inglese.

L’opera di Akbar – noto per le sue posizioni critiche nei confronti del regime iraniano e di ogni tipo di impero contemporaneo – spesso riflette le sue esperienze personali e le sue radici culturali. E la sua poesia, apparentemente interessata soprattutto alla ricerca di uno stile originale contemporaneo e un idoneo linguaggio poetico, è anche espressione di consapevolezza verso la giustizia sociale e i diritti civili.

Pur rifiutando per sé l’etichetta semplicistica di “poeta civile”, Akbar esplora con grande acutezza e sensibilità temi quali la dipendenza, la ricerca della spiritualità e dell’identità in un contesto corrotto e autoritario, e la sua poesia appare un raffinato veicolo di denuncia e impegno civile. Le sue parole sono strumento di resistenza culturale e spirituale, la sperimentazione linguistica il mezzo per promuovere e difendere l’utopia di un dolore fraternamente condiviso.

La raccolta Pilgrim Bell si interroga in particolare su cosa significhi essere credenti in un mondo segnato da crisi e incertezze. Molte delle poesie esprimono il rapporto contrastato tra la fallibilità umana e la presenza ineludibile del sacro. Riflettono le sfide dell’identità culturale, con una forte enfasi sulle esperienze di migrante e le tensioni legate al concetto di appartenenza. Troviamo un continuo interrogarsi sulle complessità delle relazioni umane, sul peso dei doveri e dei poteri, e un’analisi approfondita della vita sociale in questo delicato momento storico.

Poesia visiva, quella di Kaveh Akbar, con versi lacerati e laceranti – anche dal punto di vista della disposizione grafica, e per l’uso affilato del doppio registro linguistico – dove la dimensione personale e famigliare deflagrano in un orizzonte immaginifico; un planetario, dove grazie all’impulso armonico della poesia, parabole e circuiti di mondi diversi, forze e corpi, materia ed energia trascendente, riescono a ricomporsi in un cielo.

M.L. e A.S.

Le poesie qui proposte sono tratte dalla raccolta poetica Pilgrim Bell (2021), appena pubblicata in italiano: Il miracolo (Il Saggiatore, 2025)

***

L’accento di mio padre

Un bambino, più carino di me, che mi amava per
il mio vocabolario e le mie pillole arancioni, una volta mi chiese
di tradurre l’inglese di mio padre.

*

Anche questa poesia vuole che io traduca.
Poesia idiota, mani idiote per scriverla:

un accento non è suono.
Solo coloro a cui sembra alieno
ridurrebbero un accento a suono.

*

La mia poesia è cresciuta quassù, seduto su questa sedia americana
guardando fuori questa neve americana senza vita.

Erba nera che muore fuori da questa neve,
attraverso le lunghe orme

di un coniglio, come un fantasma
che siede eretto
e dice oh.

*

Ma è un’altra bugia.

Nessuna orma.
Solo erba nera, neve blu.
Non posso scriverlo
senza cercare di renderlo
bello. Sottomissione, resistenza, resa.

*

Al suo primo
ispezionare Adamo, il diavolo gli entrò nelle labbra.

Guarda: il diavolo entra nelle labbra di Adamo,
striscia per la gola, l’intestino
per emergere alla fine fuori dall’ano.

È tutto vuoto! ridacchia il diavolo.
Sa che il suo lavoro sarà facile, un umano semplicemente
una lunga disperazione da riempire.

*

La maglietta bianca di mio padre che sbuca fuori
dal colletto. La mano di mio padre che affetta pelle, cartilagini
di una carcassa di pollo che tengo ferma sul tagliere.

A volte si morde il labbro inferiore per soffocare
ciò che deve essere
rabbia. Deve essere rabbia

perché non fa rumore. Il mio vasto
terrore per ciò che non posso sentire,

per la mia ignoranza, non è traducibile.
Mio padre parla in perfetto inglese.

***

Ultrasuono

mio padre lega del filo
spinato intorno al giardino
ora quasi del tutto distrutto
da scoiattoli cervi e peggio
ancora conigli con semi
di cetriolo attaccati alla
coda sono un superpredatore mio padre è
un superpredatore Dio ci fa
poi ci accoppia mia madre cerca quadrifogli

*

nel prato e li appunta
in un quaderno mia madre che appunta
momenti del tempo dà a ognuno
un nome Buck Arriva nel Portico e
Nota dall’Ospedale da parte di Kaveh mentre
dentro fa il tè io cerco
un accendino in casa e non trovo
nemmeno i fiammiferi mia madre si libra in
cucina come una strana canzone

*

nella canzone mia madre ha finito
lo zafferano e non ha soldi
per comprarne altro piange sul
riso sbiancato alla candeggina finché
mio padre non entra rompe un uovo
sul piatto scoppia
il tuorlo lui dice vedi dice giallo mia madre
sorride così grossa e triste che si aggrotta nel
futuro dove

*

i miei occhi
sono di nuovo gialli, forse per il tuorlo
forse per altro il mio pelo diventa
così folto che mia madre a vederlo
strillerebbe d’orgoglio quando era
incinta scalciavo tanto forte
e spesso che a stento riusciva
a dormire in piedi tutta
la notte pensava devo
essere piena di coniglietti

***

Come dire la cosa impossibile

In modo chiaro. I denti dell’uomo così bianchi
da sembrare falsi. La mia pipì
ancora indurita sul tappeto di Bernadette.
Dire in modo chiaro
che non ho fiducia in me stesso?
E che non ne avrò mai?
Quando dico “me stesso”
voglio dire: l’ovvietà
rovina le cose – il fuoco,
la vodka, la morfina, il sapone.
Le Tue mani il tuo cielo il tuo calice

Kaveh Akbar (Teheran, 1989), poeta e romanziere iraniano-statunitense, è direttore del corso di Scrittura creativa dell’Università dell’Iowa e responsabile delle pagine di poesia della rivista The Nation. Ha pubblicato la raccolta di poesie Calling a Wolf a Wolf (2017) e il romanzo Martire! (2024), e ha curato la raccolta The Penguin Book of Spiritual Verse (2023). Le sue poesie sono apparse su diverse testate, tra cui The New Yorker, The New York Times, The Paris Review e The Best American Poetry.

da qui