(NdT: Mi è sembrato importante
riprendere e tradurre questo articolo sull’increscioso episodio capitato a Rula
Jebreal (ampiamente sfruttato anche dai giornali sionisti italiani) , scritto
dalla scrittrice Susan Abulhawa, perchè è un caso di scuola di come la
propaganda israeliana usa qualsiasi mezzo per screditare la voce del dissenso
distogliendo l’attenzione dal genocidio in corso)
In difesa di Rula Jebreal
Conoscevo il padre di Rula Jebreal prima di conoscere lei. Lei e io eravamo entrambe bambine e vivevano nello stesso orfanotrofio di Gerusalemme, Dar El-Tifel, fondato da Hind al-Husseini per i bambini che Israele aveva reso senzatetto, indigenti, squattrinati o orfani nelle sue infinite guerre. Non la conoscevo bene in quegli anni (lei si trovava in un altro edificio), ma tutti noi conoscevamo suo padre.
Ammou Othman Jebreal era un imam sufi e il gentile custode della Moschea di
Al-Aqsa, uno dei tre luoghi più sacri della nostra patria e della storia della
Palestina: gli altri due sono la Chiesa del Santo Sepolcro e la Basilica della
Natività. Ammou Othman teneva le tasche piene di dolci per i bambini che spesso
lo circondavano e ogni giorno metteva cibo e acqua per gli uccelli e i gatti
che vivevano nei cortili del nobile santuario. Tutte le piccole creature
affamate di Al-Aqsa, alate, a quattro zampe e umane, erano sotto la sua tutela
e cura. Per per tutta la mia infanzia vissuta vicino a lui e per quello che
sentivo su di lui , posso testimoniare che era un uomo profondamente gentile.
Penso a lui ora, perché sua figlia viene fatta a pezzi in pubblico, e
nessuno di coloro che la mettono alla gogna sembra sapere la minima cosa su chi
sia o da dove venga.
Cosa è successo veramente
Il 4 settembre Rula — giornalista, autrice e una delle voci più implacabili
nel chiedere al potere americano di rendere conto per Gaza — ha denunciato che
Hakeem Jeffries deve la sua vita politica al denaro. Nel podcast di Wajahat
Ali, lo ha definito una “scimmia comprata e pagata dall’AIPAC” e un
“fattorino”, aggiungendo: “con tutto il rispetto — e non lo intendo in modo
razzista”. Ha affermato che si riferiva alla vecchia immagine delle “tre
scimmie sagge: non vedere il male, non sentire il male, non parlare male”, non
a un insulto razziale.
Nel giro di poche ore — spontaneamente e senza pressioni — si è scusata
senza riserve: “Sono disgustata e inorridita dal fatto che Hakeem Jeffries stia
accettando denaro dall’AIPAC nel bel mezzo del genocidio di Israele in
Palestina. Detto questo, il termine che ho usato per descriverlo era
inappropriato e offensivo e non avrebbe mai dovuto essere usato. Mi scuso
incondizionatamente”. Questa non è una persona che evita di assumersi le
proprie responsabilità, e la faccenda sarebbe dovuta finire lì.
Un’indignazione molto conveniente
Nel giro di poche ore (il tempo necessario perché l’AIPAC potesse
diffondere i punti chiave da utilizzare attraverso il Congresso e i media per
utilizzare l’episodio a fini propagandistici), è stato lanciato un coro di
condanna.
Persino il Congressional Black Caucus (CBC) ha rilasciato una
dichiarazione, seguito da una sfilata di deputati democratici, emittenti radio
televisive e personaggi noti. Sorprendentemente, sembravano tutti recitare quasi
le stesse battute: non esiste un “modo non razzista” di usare quella parola,
questo è razzismo, “punto e basta”. È come se stessero leggendo dallo stesso
promemoria di istruzioni dell’AIPAC.
E’ certo che la parola ha in sé una storia che tutti conosciamo , e Rula
intendeva usarla diversamente, come ha detto, facendo riferimento alle scimmie
che “non vedono il male, non sentono il male”.
Ma i membri del Congresso, che non riescono a formulare una singola frase
di cordoglio per le migliaia di bambini mutilati, bruciati vivi o colpiti dai
cecchini israeliani, hanno all’unisono trovato improvvisamente e
miracolosamente una immediata chiarezza riguardo a una scelta lessicale in un
podcast.
Una parola, soppesata selettivamente
L’incredibile accanimento contro Rula Jebreal non quadra con le reazioni ad
altre parole fuori luogo rivolte a funzionari o persone nere. In effetti,
esiste un lungo elenco di casi simili e, in tutti quelli che ho controllato, il
Black Caucus non si è mai espresso. Ecco un elenco parziale:
. L’insulto “tar baby” — un’espressione dispregiativa con una documentata
storia razzista molto meno ambigua di “non vedere il male” — è stato usato nei
confronti di Obama da John McCain, Mitt Romney, Michele Bachmann e dal deputato
Doug Lamborn. Ognuno di loro si è scusato. Nessuno ha dovuto affrontare una
dichiarazione organizzata del Black Caucus e nessuno ha perso il proprio
seggio.
. Nel 2010, il leader della maggioranza al Senato Harry Reid descrisse
privatamente Obama come “dalla pelle chiara” e “senza dialetto negro, a meno
che non volesse usarne uno”. Obama accettò le sue scuse nel giro di un giorno e
finì lì: “il fatto è chiuso”. Il Black Caucus rimase in silenzio. Reid mantenne
il suo incarico di leadership.
. Nel 2007, Joe Biden definì Obama “il primo afroamericano mainstream ad
essere eloquente, brillante e pulito”. Al Sharpton criticò l’affermazione;
Biden si scusò. Non seguì alcuna condanna da parte del Black Caucus e, un anno
dopo, Obama lo scelse come suo compagno di corsa.
Ora guardiamo alle voci di Neri che hanno un vasto seguito che hanno detto
cose molto peggiori sulle persone Nere.
§ Kanye West ha dichiarato a TMZ che 400
anni di schiavitù «sono state una scelta». Nessuna dichiarazione della CBC.
Nessuna condanna congressuale: solo un brutto episodio che però ha continuato a
difendere davanti alle telecamere anni dopo.
§ Nei suoi primi anni, Candace Owens ha
affermato che i cinque di Central Park scagionati «NON erano innocenti» e ha
detto al Congresso che il nazionalismo bianco «non è una minaccia per i neri».
Il Congressional Black Caucus non ha mai rilasciato una dichiarazione su di
lei.
L’asimmetria attraversa anche lo schieramento politico.
§ La senatrice Kirsten Gillibrand ha
accusato falsamente Zohran Mamdani, reduce dalla sua vittoria alle primarie, di
«riferimenti al jihad globale». Nessun democratico ha organizzato un
rimprovero.
§ Laura Loomer, consigliera e alleata di
Trump, ha definito Ayanna Pressley, Ilhan Omar, Cori Bush e Angie Nixon
«puttane… dei ghetti» . Non è seguita alcuna dichiarazione democratica
unificata, nemmeno da parte delle colleghe della Pressley, le stesse colleghe
che, sorprendentemente, hanno trovato un linguaggio unificato per Rula nel giro
di poche ore.
Nessuno tra coloro che hanno trovato il tempo di condannare Rula — il
Congressional Black Caucus e i rappresentanti Shontel Brown, Ayanna Pressley,
Luz Rivas, Joe Neguse, Nikema Williams e Pete Aguilar, oltre a Ritchie Torres e
Symone Sanders — ha mai rilasciato alcunché di paragonabile su Kanye, su
Candace Owens, su Gillibrand o sull’attacco di Loomer ai loro stessi colleghi.
Non è certo la parola usata il problema. Dì qualcosa di veramente orrendo
sulle persone nere — per anni e ripetutamente al Congresso — e avrai al massimo
una brutta settimana. Usa una frase ambigua mentre difendi i palestinesi,
scusati nel giro di poche ore e verrai distrutto. Ciò che guida questa
differenza non è l’offesa della parola. È l’essere palestinese di Rula, è la
lobby che non può tollerare che lei ritenga Hakeem Jeffries responsabile del
genocidio perchè prende soldi dall’AIPAC. Così hanno radunato i loro lacchè, di
tutte le etnie, per fare a pezzi pubblicamente una donna palestinese nera.
Una memoria corta
Vale la pena notare quanto possano essere comprensivi alcuni dei critici
più accesi di Rula, quando la persona che necessita di perdono non è
palestinese. Nel 2017, Bill Maher usò il peggior insulto razziale, non un modo
di dire, ma la parola stessa, gravata da 400 anni di schiavitù e terrore. Lo
disse in diretta, nel suo stesso programma.
L’ex presidente del Democratic National Committee (DNC), Donna Brazile,
rispose con garbo e senza nessuna irritazione: “Bill Maher si scusa per l’uso
di un insulto razziale al ‘Real Time’. Accettiamo la sua contrizione e andiamo
avanti”, scrisse.
Confrontalo con la sua reazione amara e implacabile di oggi alle scuse di
Rula Jebreal: “Il bigottismo in tutte le sue forme vili deve essere condannato:
misoginia, omofobia, antisemitismo, xenofobia, abilismo e altro ancora. Tutte
le forme di bigottismo sono radicate nell’odio e dobbiamo fermare questa
follia. Meritiamo tutti di meglio.”
Metti a confronto queste due reazioni e chiediti il perché di tale
disparità. Non è la gravità della parola, perché Bill Maher è effettivamente
vile e ciò che ha detto era infinitamente peggio. La differenza è il potere,
vale a dire da quale parte della questione di Israele si trovasse l’offensore.
Ciò che non dicono
Una delle cose cruciali che viene cancellata è il fatto che Rula Jebreal
stessa sia nera. Suo padre, Ammou Othman Jebreal, era nato in Nigeria, parte
della comunità afro-palestinese di Gerusalemme, discendente di musulmani
dell’Africa occidentale e orientale che hanno fatto la guardia alle porte di
Al-Aqsa fin dal dominio ottomano, e lo fanno ancora. È cresciuta nera in
Palestina e ha vissuto la sua identità, completa degli attacchi razzisti
anti-neri che ne derivano, quando viveva in Italia. Più in particolare, un
ministro italiano si è riferito a lei con un insulto anti-nero in diretta
televisiva. Lo stesso ministro ha poi paragonato una collega nera a un
orangotango.
E molto prima di questa controversia, è stata lei a suonare pubblicamente
l’allarme sul fatto che Israele “ha ammesso di aver sterilizzato forzatamente
donne ebree etiopi israeliane… perché lo Stato non voleva troppe persone ebree
nere.” Non è una persona che considera le persone nere al di sotto della sua
attenzione. È una donna che ha vissuto la sua identità sia come nera che come
palestinese. È rimasta ferma come donna afro-palestinese in un mondo, che ha
raramente fatto spazio a una delle due metà di quell’identità, tanto meno a
entrambe contemporaneamente.
Ho chiesto a Rula una foto di suo padre, ma le vecchie foto non le ha più
sul telefono e mi ha mandato queste, delle sue due sorelle e nipoti, e di suo
cugino Musa Qudous, scomparso due anni fa mentre sua figlia Shadin era detenuta
nelle prigioni israeliane a causa di un post sui social media.
Mi rifiuto
Non pretenderò di difendere la scelta delle parole di Rula , ma la conosco
abbastanza bene da sapere che non intendeva ciò che viene spacciato dalla folla
pro-Israele. Ha già fatto il lavoro più difficile di ammetterlo senza riserve,
senza scuse, e più velocemente di quanto questa propaganda furiosa meritasse.
Ciò che mi rifiuto di fare è lasciare che un genocidio in corso — un
genocidio che ha affamato bambini, bruciato e sepolto intere famiglie vive, un
genocidio che Hakeem Jeffries continua a finanziare con i suoi voti al
congresso— venga ripulito in una settimana dalle polemiche sulla sua scelta di
parole, mentre l’atrocità stessa scompare dalla conversazione.
Questo è il piano sionista. È sempre così, perché non hanno altra difesa se
non sfruttare ogni occasione per distrarre l’opinione pubblica dalle atrocità che
i sionisti stanno commettendo.
Penso ad Ammou Othman che si riempie le tasche di caramelle prima di uscire
a dare da mangiare agli uccelli e ai gatti ad Al-Aqsa. Penso a come un uomo
simile abbia cresciuto una figlia che si rifiuta di distogliere lo sguardo,
dalla Palestina, da ciò che le è stato fatto in Italia, dall’anti-Blackness
presente ovunque.
E penso a questa settimana. Il 6 settembre, a poche ore di distanza l’una
dall’altra durante il cosiddetto “cessate il fuoco”, le bombe israeliane hanno
colpito due volte a Gaza, mentre i genitori erano ancora fuori a raccogliere i
resti dei propri figli.
Non vi farò vedere le immagini atroci dei video che stanno girando in rete
dopo gli attacchi del 6 settembre. Dirò solamente che una bambina che si era
vestita elegante per il suo primo giorno di scuola, appare nel filmato con il
suo corpicino senza vita reso irriconoscibile dagli attacchi di missili
finanziati con i soldi votati da Hakeem Jeffries.
È lì che l’attenzione del mondo sarebbe dovuta rimanere. Invece è stata
reindirizzata, su input dell’AIPAC, a discutere le parole che usiamo per i
demoni che perpetrano questo genocidio e i mostri a Washington che continuano a
finanziarli. Una singola parola imperfetta da parte di una donna palestinese
nera genererà più indignazione politica americana rispetto a una bambina
palestinese assassinata lo stesso giorno, e da più di tre anni decine di
migliaia di bambini sono morti come lei.
Tutti coloro che dirigono questo gioco sporco lo sanno.
Ma ciò che è più deludente sono tutte le personalità nere che mettono
pubblicamente alla gogna una donna nera in modi in cui non hanno mai fatto
prima in momenti simili. L’unica spiegazione per questa disparità sta
nell’altra metà della sua identità, quella palestinese.
Rula Jebreal non ha bisogno di me per difendere la sua integrità. Il suo
passato lo fa per lei. Ma io ho conosciuto suo padre e so da dove viene, e non
starò a guardare mentre persone che non hanno mai pianto per un bambino
palestinese usano il razzismo anti-nero — reale, generazionale, mai guarito —
come arma per proteggere una lobby e un leader che non riesce a pronunciare la
parola genocidio.
Sono loro che devono vergognarsi. Non è lei.
(Traduzione digitale ricorretta da g.l.)
