martedì 3 novembre 2026

Hamas. Resistenza o terrorismo? - Lavinia Marchetti

  

Provo qualche simpatia per Hamas? Ci sono pochi movimenti di resistenza sparsi per il mondo che siano più lontani dalla mia weltanschauung. Ma Hamas è un problema di Lavinia Marchetti, o dei commentatori, studiosi, detrattori, simpatizzanti, o è un problema dei palestinesi? Hamas è un movimento che nasce in un territorio sottoposto a decenni di colonialismo d’insediamento, in una striscia di terra piccolissima con la densità abitativa più alta al mondo. Non può avere, per la sua natura spazio-temporale e ideologica, le stesse caratteristiche dell’EZLN e non può nemmeno tentare la via pacifica, quando in Palestina qualcuno si è arreso è stato spesso mitragliato, potrei citare tantissimi episodi, restiamo agli episodi più recenti, precedenti al 7 ottobre: Jenin e Nablus nel 2002 (Scudo Difensivo) e Gaza nel 2009 (Piombo Fuso, “incidente delle bandiere bianche”) e così via, sono troppi ed esulano da questo articolo. Vale il principio: se ti arrendi o finisci in prigione e non sai se torni, o muori o finisci mutilato. In questa dimensione di terrore continuo, di Apartheid, controllo perpetuo, limitazione di spostamenti, carcerazioni senza accuse, arrendersi, semplicemente, non è possibile e chi ha tentato la via pacifica non ha fatto una bella fine, e metto nell’elenco anche Marwan Barghuthi, il quale sarebbe molto vicino alle idee di resistenza che piacciono a noi occidentali, ma che, come è tristemente noto, è in carcere da 24 anni. Ora davanti a tutto questo il fatto che Hamas ci piaccia o meno diventa un falso problema. La domanda semmai è: Hamas può produrre risultati politici?

Provo a rispondere a molte obiezioni che mi sono state fatte. Quando si parla di Hamas si crea una specie di dissonanza: perché ne parli? Ti metti nei casini. Parla di Palestina e genocidio, ma non di Hamas ecc ecc. Ma parlare di Palestina e genocidio senza parlare di Hamas sarebbe come parlare di resistenza italiana senza dire che imbracciarono un fucile per uccidere gli oppressori.

Perché ti rifiuti di condannare Hamas?

Il problema non è rifiutarsi di condannare Hamas. Anche questo è un falso problema. Il punto è che la condanna di Hamas è diventata un prerequisito assoluto per poter discettare di Palestina. E non è solo un problema di salotti televisivi, ma anche all’interno stesso dei movimenti c’è pudore anche solo nel nominare Hamas. Se qualcuno/a mi chiedesse di condannare l’assassinio deliberato di civili, lo farei immediatamente, senza alcuna difficoltà. Ma laddove mi si chieda di condannare un’organizzazione nella sua interezza, e me lo si chieda indipendentemente dalla storia che l’ha prodotta e dalle funzioni politiche che ha assunto nella società palestinese, beh sì, qualche problema nel condannare ce l’ho. Vorrei sapere, ad esempio, quali aspetti del movimento dovrei condannare. L’ideologia islamista alla sua base? Le pratiche repressive, certificate, nei confronti degli oppositori? La scelta di combattere militarmente l’occupazione israeliana? Sono tutte questioni diverse sulle quali ho giudizi opposti.

Ciò che fa problema non è tanto condannare Hamas in quanto tale, ma il meccanismo psicologico attraverso cui quella condanna è la condizione assoluta di accesso alla discussione. Solo dopo questa professione di ortodossia morale si ottiene il diritto di parlare delle responsabilità israeliane. È una forma di disciplinamento dell’interlocutore. Attraverso questo filtro si decide preventivamente chi possa partecipare al confronto. Queste sono le condizioni, se non ti vanno bene sei una terrorista. Peraltro la cosa diventa ancora più dissonante quando a chiederlo sono quelli che, bontà loro, riconoscono l’illegalità dell’occupazione. Se la riconoscono, dovrebbero sapere le condizioni in cui nascono movimenti o partiti in un territorio occupato e che per condannarli dovremmo almeno conoscerli e separare i giudizi.

Hamas è un’organizzazione terroristica oppure una forma di resistenza?

Queste due qualifiche possono tranquillamente stare all’interno della medesima organizzazione. Dipende da cosa si guarda e da chi lo guarda. Hamas nasce nel 1987, durante la Prima Intifada, da un ambiente islamista palestinese che possedeva già una storia di associazioni radicate da tempo nella Striscia. Nel mio articolo Hamas: iniziamo a farci qualche domanda seria ho ricostruito questa genealogia, dal rapporto con i Fratelli Musulmani e la successiva trasformazione del movimento in un soggetto politico dotato anche di un’ala militare e non solo amministrativa e territoriale. Hamas ha un percorso politico ben preciso nella Striscia, ridurlo a movimento terroristico significa forzare una classificazione che serve solo a produrre conseguenze giuridiche. La comprensione storica del movimento richiede uno studio più ampio. Il diritto internazionale contempla espressamente le guerre di liberazione contro il dominio coloniale e l’occupazione straniera. Voglio ricordare solo l’articolo 1, paragrafo 4, del Primo Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra del 1977. Le norme sulla conduzione delle ostilità rimangono pienamente operanti, comprese quelle che vietano gli attacchi intenzionali ai civili. Che il 7 ottobre non sia un attacco legittimo mi sembra ovvio, come mi sembra ovvio che a sua volta Israele abbia infranto la medesima legge centinaia di volte.

Il problema con il terrorismo è vecchissimo, e sappiamo, specie dall’11 settembre 2001, come sia facile essere accusati di terrorismo per sottrarre alla storia dei movimenti il fatto che siano nati in realtà come movimenti di resistenza a un altro terrorismo, quello di Stati coloniali. In Palestina l’occupazione israeliana risale al 1967, vent’anni prima della fondazione di Hamas. La Nakba appartiene addirittura al 1948 e potremmo arrivare fino all’800. Sarebbe difficile per chiunque, tranne per i salotti televisivi o bot compiacenti, sostenere che la causa palestinese abbia avuto origine dall’organizzazione islamista o che la sua eventuale scomparsa risolverebbe automaticamente il problema dell’occupazione.        Perché paragoni Hamas ai partigiani italiani, a Mandela e alle altre resistenze?

Perché la comparazione storica serve a capire come vengono giudicate forme di lotta che hanno per obiettivo la liberazione da un potere dominante. Per i motivi che ho spiegato all’inizio, nessuna delle esperienze che ho richiamato possiede caratteristiche identiche a quelle palestinesi. Non possono esserci per mille motivi. Il problema che io ho posto è diverso e riguarda il rapporto che gli osservatori intrattengono con la violenza politica, soprattutto se ad esercitarla è un movimento che si oppone con la lotta armata contro uno Stato riconosciuto dalla comunità internazionale e con cui la medesima comunità fa affari di ogni genere.

Nel 1961 Mandela contribuì alla fondazione dell’Umkhonto we Sizwe, l’organizzazione armata dell’African National Congress. La scelta venne dopo anni di repressione (violenta) del movimento antiapartheid, ovvero quando la possibilità di ottenere risultati solo con la lotta politica appariva ormai remota. Durante la lunga esperienza dell’organizzazione furono commessi anche attentati nei quali morirono civili. Lo ricordo perché alcuni interlocutori hanno affermato che Mandela e i movimenti di liberazione da me citati avessero combattuto esclusivamente contro obiettivi militari. Non è così, perché non può mai essere così, perché gli obiettivi militari sono quelli più difficili da abbattere. La storia del Fronte di liberazione nazionale algerino va ben oltre, con documentatissime barbarie. Gli attentati contro i civili durante la guerra d’Algeria creano ancora oggi dibattito tra gli studiosi dell’anticolonialismo.

Quindi? Quindi credo che la violenza impiegata dai movimenti di liberazione richieda almeno un doppio giudizio storico e quindi occorra distinguere la causa politica dalle condotte dei combattenti. Oggi è molto facile riconoscere l’importanza della liberazione sudafricana dall’apartheid e studiare criticamente gli attentati dell’ANC. Ma sembra impossibile dare la medesima possibilità di giudizio se discutiamo di un movimento apertamente islamico. Forse dovremmo farci qualche domanda. Se avessero detto di essere comunisti e laici adesso staremmo facendo gli stessi discorsi? Io ho l’impressione di no.

Hamas perseguita i propri oppositori e governa Gaza senza elezioni. Perché dovresti difenderlo?

La repressione esercitata dalle autorità di Hamas contro gli oppositori palestinesi è ampiamente documentata, e considero grave il ricorso alle esecuzioni extragiudiziali. La persecuzione degli avversari politici è un problema costante per ogni società che aspiri a liberarsi da una dominazione straniera, quasi sempre i movimenti di liberazione usano il potere conquistato in nome dell’emancipazione per diventare essi stessi una forma di oppressione. Non devo parlare del comunismo russo o di altre derive dei movimenti rivoluzionari. Lo sappiamo: è un rischio insito in ogni liberazione o rivoluzione. Per come la vedo io è un rischio che chi aspira a liberarsi deve correre.

Quanto alla legittimità elettorale, voglio ricordare che Hamas vinse le elezioni legislative palestinesi del gennaio 2006, ottenendo la maggioranza dei seggi anche attraverso un sistema elettorale che ne amplificò il risultato. Poi ci fu la divisione con Fatah, che sfociò nello scontro armato del 2007. Questa separazione, di fatto, contribuì, a tutto vantaggio di Israele (che finanziava Hamas a tale scopo) alla paralisi delle istituzioni rappresentative palestinesi. Hamas ha gravissime responsabilità in questa vicenda, ed è ovvio che la sua permanenza al potere senza nuove consultazioni sia un problema politico in particolare per i cittadini di Gaza. La guerra conviene sempre a chi governa. Conviene a Israele e conviene ad Hamas.

Tuttavia, da questi fatti qualcuno ricava una conclusione che trovo errata. Non penso che la natura autoritaria del governo di Hamas comprometta la legittimità della resistenza all’occupazione. Il diritto all’autodeterminazione appartiene al popolo palestinese, e questo è del tutto indipendente dall’identità dei suoi governanti. Trovo ridicolo subordinare la liberazione di una popolazione al fatto che ci piaccia o meno l’autorità che esercita il potere al suo interno, specialmente dopo aver contribuito per decenni a limitarne la possibilità di scegliere liberamente. Quali opzioni hanno avuto i palestinesi? Le pratiche repressive di Hamas sono esecrabili, come quelle di tutti gli Stati, ce ne sono a decine che le usano e non vedo lo stesso sdegno. O si criticano tutte oppure la questione è secondaria. Resta da spiegare attraverso quale principio giuridico ciò dovrebbe modificare gli obblighi della potenza occupante.

Se Netanyahu ha contribuito a finanziare Hamas, come puoi considerarlo un autentico movimento di resistenza?

Il rapporto fra Israele e l’islamismo palestinese precede la formazione di Hamas, e nel corso degli anni ha conosciuto trasformazioni significative. Le autorità israeliane considerarono inizialmente il rafforzamento delle organizzazioni islamiste anche come un possibile contrappeso all’influenza del nazionalismo palestinese laico. Successivamente, la divisione politica fra Gaza e Cisgiordania è diventata un elemento favorevole alla strategia dei governi Netanyahu, interessati a impedire la formazione di un interlocutore nazionale palestinese unitario.

I trasferimenti finanziari del Qatar verso Gaza costituiscono un capitolo importante di questa storia. L’ultima inchiesta, ma ce ne sono moltissime, è stata pubblicata il 18 ottobre 2026: il TIME ha pubblicato un’inchiesta fondata su documenti e comunicazioni diplomatiche che mostrano il ruolo attivo delle autorità israeliane nell’incoraggiare il programma dei finanziamenti (cercatela: è una lettura edificante). Il governo Netanyahu, come ormai noto, ha contribuito a mantenere un assetto politico nel quale Hamas continuava a esercitare il potere nella Striscia, così poteva presentarlo come il vero ostacolo fondamentale, il nemico giurato, Amalèk, per la soluzione della questione palestinese che non voleva affatto risolvere.

La contraddizione a mio avviso dovrebbe interessare di più a chi attribuisce a Hamas la responsabilità esclusiva della mancata nascita di uno Stato palestinese. Io non lo penso affatto. La separazione fra le autorità palestinesi è servita per anni come un vantaggio strategico per Netanyahu. Forse la domanda più interessante riguarda le ragioni politiche che hanno portato Israele a conservare e finanziare quella divisione. Il fatto che Hamas ne abbia tratto vantaggio come nemico, significa che questo rapporto fra i due deve essere studiato con un altro filtro: ovvero le scelte di chi ha esercitato il controllo militare sulla Striscia per decenni. Hamas ne ha tratto vantaggio? Senza dubbio.

Come puoi considerare resistenza il 7 ottobre, dopo l’uccisione di civili e le violenze sessuali documentate dalle Nazioni Unite?

Che il 7 ottobre Hamas e altri gruppi abbiano attaccato sia obiettivi militari israeliani sia numerose località civili, uccidendo persone inermi e sequestrando ostaggi non è in questione e ovviamente è un episodio, uno tra i tanti di questa carneficina tra israeliani e palestinesi. Per quanto riguarda le violenze sessuali, le indagini internazionali hanno raccolto elementi che sembrano sostenere l’accertamento di gravi abusi, compresi episodi di stupro. C’è una commissione indipendente che possa valutare autonomamente cosa sia successo? No. Perché? Perché Israele non lo permette. Perché non lo permette? Perché deve nascondere il fatto che via direttiva Annibale ha ucciso molti dei suoi stessi civili assieme ad Hamas. Cosa sappiamo? Molte delle accuse diffuse inizialmente sono risultate prive di riscontri; gli organismi investigativi hanno opportunamente distinto i diversi gradi di certezza. La documentazione va letta tutta però, senza metterci a utilizzare le inchieste che fanno comodo omettendo le altre.

Sono abituata a considerare le azioni contro i civili per ciò che sono: crimini di guerra. E dovremmo individuarne anche le responsabilità individuali. Questo non ci esime dal comprenderne le ragioni e interrogarci sulle condizioni nelle quali è maturata questa rivolta armata, comprese le forme di violenza esercitate quotidianamente dalla potenza occupante. Se cominciamo a leggere la storia palestinese dal 7 ottobre non c’è modo di comprendere nulla. Su questo aspetto continuo a considerare essenziale il pensiero di Frantz Fanon quando analizza gli effetti della coercizione coloniale sulla soggettività di chi la subisce e sulle possibilità di opposizione. L’occupazione militare incide sulla vita attraverso la privazione concreta della libertà di movimento e il controllo delle condizioni materiali di esistenza. La rivolta e gli abusi che quasi sempre si porta dietro nascono all’interno di questo rapporto malato, e per comprenderlo storicamente dobbiamo esaminare anche la violenza esercitata dall’autorità occupante; altrimenti non ha senso neanche parlarne. Il mio giudizio sui crimini commessi durante l’insurrezione lascia intatta la questione della legittimità della liberazione dal dominio coloniale e si inscrive in una lotta di resistenza e all’interno di un percorso di eccidi che dura da decenni. Il 7 ottobre è uno tra i tanti episodi di violenza che andrebbero citati quando si parla del conflitto israelo-palestinese.

Israele si è ritirato da Gaza nel 2005. Perché Hamas ha scelto la guerra invece dello sviluppo pacifico?

L’idea che il ritiro israeliano del 2005 abbia consegnato ai palestinesi la possibilità di costruire liberamente il proprio futuro non lo direbbe neanche Netanyahu. La stessa Corte internazionale di giustizia ha rilevato che Israele aveva conservato importanti poteri sul territorio anche dopo il ritiro delle proprie forze terrestri permanenti e degli insediamenti. La quasi totalità dell’economia palestinese dipendeva in larga parte dalle decisioni israeliane che, allora come oggi, decidevano della circolazione delle merci e dell’accesso ai confini. Dal 2007 il blocco imposto da Israele ha ulteriormente compromesso le possibilità di ogni tipo di sviluppo della Striscia.

Vorrei poi ricordare una vicenda che sembra essere stata completamente dimenticata e scomparsa da molte discussioni sulla necessità della resistenza pacifica. Nel marzo 2018 cominciò la Grande Marcia del Ritorno, durante la quale migliaia di palestinesi manifestarono lungo la barriera per rivendicare il diritto al ritorno e la fine del blocco. Cosa hanno ottenuto i palestinesi dal pacifismo? La Commissione indipendente delle Nazioni Unite ha documentato 189 palestinesi uccisi durante le manifestazioni esaminate fino al dicembre di quell’anno, attribuendo alle forze israeliane 183 morti provocate da munizioni vere. Fra le vittime figuravano trentacinque bambini.

Mi domando quale conclusione avrebbero dovuto trarne i palestinesi che avevano partecipato alle manifestazioni. Da anni viene loro chiesto di abbandonare la lotta armata e perseguire strumenti pacifici. Appena hanno organizzato mobilitazioni pacifiche, le forze israeliane hanno sparato ai manifestanti. La via diplomatica? Israele non ha mai rispettato nessun accordo e nessuna risoluzione ONU. Basta vedere la sorte del processo di Oslo. Chi propone la rinuncia alle armi dovrebbe dunque spiegarmi quali strumenti metteremmo a disposizione di una popolazione che continua a essere privata della sovranità e in mezzo a un genocidio

Hamas ha provocato la distruzione di Gaza. Puoi davvero negare che ne porti la responsabilità?

Questa è l’obiezione che più mi inquieta: implicherebbe un controsenso. Un ribaltamento delle responsabilità che considero storicamente e giuridicamente inaccettabile. Hamas ha deciso di condurre l’operazione del 7 ottobre e dovrà rispondere delle scelte compiute, comprese quelle che hanno esposto la popolazione palestinese a conseguenze abbastanza prevedibili, anche se non su questa scala. La devastazione di Gaza è stata comunque prodotta dalle operazioni militari israeliane, deliberate e condotte dalle autorità dello Stato di Israele con orgoglio e una metodologia che ricorda il nazismo. Sono queste autorità a dover rispondere della legalità degli attacchi e delle misure imposte alla popolazione civile, non Hamas. La privazione di cibo, acqua ed elettricità, il raso al suolo dell’intera Striscia e l’uccisione deliberata di 22.000 bambini, considerandoli terroristi: no, non sono responsabilità di Hamas.

Voglio ricordare che se una forza armata decide di bombardare un’area popolata, la legalità di quell’attacco deve essere valutata alla luce delle norme che proteggono i civili in guerra, a prescindere dai crimini commessi dal nemico.

Breve considerazione finale

L’occupazione israeliana dei territori palestinesi precede Hamas di vent’anni. E il problema della privazione della terra palestinese nasce alla fine dell’Ottocento. Nel mezzo ci sono la Nakba e la successione di occupazioni e soprusi con decine di migliaia di morti. In Cisgiordania, dove governa l’Autorità nazionale palestinese, l’espansione degli insediamenti israeliani è continuata attraverso governi e periodi politici differenti. Quale dovrebbe essere secondo i “condannatori” da mantra il comportamento palestinese capace di sottrarre a Israele l’argomento con cui giustifica il mantenimento del proprio controllo territoriale? Lasciarsi ammazzare e sorridere?

Qualcuno sostiene che i palestinesi meriterebbero di meglio di Hamas. Io dico che i palestinesi dovrebbero poter scegliere, ma non possono. Cosa meritano saranno loro a deciderlo una volta liberi. Tra l’altro, vorrei capire perché, dopo decenni di occupazione e morte, si continui a chiedere agli occupati di risultare “umani” ai nostri occhi; anzi, si chiede loro di essere come noi vorremmo che fossero: le vittime perfette. Una richiesta che dice molto non solo di noi occidentali, ma anche del nostro modo di concepire la libertà degli altri: secondo i nostri criteri illuminati, ovvero quelli che li stanno sterminando.

da qui

lunedì 2 novembre 2026

scrive Raoul Vaneigem

 

2. Avete provato almeno una volta il desiderio di non lavorare (senza far lavorare gli altri al vostro posto)?

In questo caso, avete compreso che:
a) Anche se il lavoro forzato dovesse produrre solo beni utili, come abiti, cibo, tecnica, comfort…, non risulterebbe meno oppressivo e inumano, perché:
– il lavoratore sarebbe ancora spossessato del proprio prodotto e sottomesso alle stesse leggi del profitto e del potere.
– il lavoratore continuerebbe col trascorrere al lavoro dieci volte il tempo necessario ad una organizzazione piacevole della creatività per mettere a disposizione di tutti beni cento volte maggiori.
b) Nel sistema mercantile, che domina ovunque, il lavoro forzato non ha per scopo, come si vuol far credere, quello di produrre beni utili e gradevoli a tutti, bensì quello di produrre merci. Indipendentemente dal valore d’uso utile, inutile o nocivo che possano contenere, le merci non hanno altra funzione che garantire il profitto e il potere della classe dominante. In un tale sistema, tutti lavorano per nulla e ne hanno sempre più coscienza.
c) Accumulando e rinnovando le merci, il lavoro forzato aumenta il potere dei padroni, dei burocrati, dei capi, degli ideologi. Diventa così oggetto di disgusto per i lavoratori. Ogni sospensione del lavoro è un modo per ridiventare noi stessi, nonché una sfida verso coloro che ce lo impediscono.
d) Il lavoro forzato produce soltanto merci. Ogni merce è inseparabile dalla menzogna che la rappresenta. Il lavoro forzato produce dunque menzogne, produce un mondo di rappresentazioni menzognere, un mondo capovolto in cui l’immagine prende il posto della realtà. In questo sistema spettacolare e mercantile, il lavoro forzato produce su se stesso due importanti menzogne:
– la prima, è che il lavoro sia utile e necessario e che lavorare sia interesse di tutti;
– la seconda, è far credere che i lavoratori siano incapaci di emanciparsi dal lavoro e dal salariato, che non possano edificare una società radicalmente nuova, fondata sulla creazione collettiva e attraente, sull’autogestione generalizzata.

In sostanza, voi lottate già, coscientemente o no, per una società in cui la fine del lavoro forzato lasci il posto alla creatività collettiva regolata dai desideri di ciascuno e alla distribuzione gratuita dei beni necessari alla costruzione della vita quotidiana. La fine del lavoro forzato significa la fine del sistema in cui regnano il profitto, il potere gerarchizzato, la menzogna generale. Significa la fine del sistema spettacolar-mercantile e avvia il cambiamento globale di tutte le preoccupazioni. La ricerca di un’armonia delle passioni, finalmente liberate e riconosciute, prenderà il posto della corsa al denaro e alle briciole di potere (…).

8. Tranne che in rari momenti, vi accade di provare il sentimento sgradevole di non appartenervi, di essere diventati stranieri a voi stessi?

In questo caso, avete compreso che:
a) Attraverso ognuno dei nostri gesti – meccanizzati, ripetuti, separati gli uni dagli altri – il tempo si sbriciola e, pezzo dopo pezzo, ci strappa a noi stessi. Questi tempi morti si riproducono e si accumulano lavorando e facendoci lavorare per la riproduzione e l’accumulazione delle merci.
b) L’invecchiare, oggi, non è altro che l’aumento dei tempi morti, del tempo in cui la vita si perde. È per questo motivo che non ci sono né giovani né vecchi, ma individui più o meno vivi. I nostri nemici sono coloro che credono e fanno credere che il cambiamento globale sia impossibile; sono i morti che ci governano e i morti che si lasciano governare.
c) Noi lavoriamo, mangiamo, leggiamo, dormiamo, consumiamo, ci divertiamo, assorbiamo cultura, ci facciamo curare, e in tal modo sopravviviamo come piante d’appartamento. Sopravviviamo contro tutto ciò che ci incita a vivere. Sopravviviamo per un sistema totalitario e inumano – una religione di cose ed immagini – che ci recupera quasi ovunque e quasi sempre per aumentare i profitti e i poteri della classe burocratico-borghese.
d) Noi saremmo semplicemente ciò che fa sopravvivere il sistema mercantile, se talvolta non ridiventassimo di colpo noi stessi, se non venissimo còlti dal desiderio di vivere appassionatamente. Anziché venir vissuti per procura, per immagini interposte, i momenti autenticamente vissuti e il piacere senza riserve (unito al rifiuto di ciò che l’ostacola o lo falsifica), sono altrettanti colpi portati al sistema spettacolar-mercantile. Basta dar loro una maggiore coerenza per estenderli, moltiplicarli e rafforzarli.
e) Creando appassionatamente le condizioni favorevoli allo sviluppo delle passioni, noi vogliamo distruggere ciò che ci distrugge. La rivoluzione è la passione che permette tutte le altre. Una passione senza rivoluzione è la rovina del piacere.

In sostanza, voi ne avete abbastanza del trascinarvi tra tempi morti e obblighi. E lottate già, coscientemente o no, per una società la cui base non sarà più la corsa al profitto e al potere ma la ricerca e l’armonizzazione delle passioni da vivere (…).

15. Vi è mai capitato di sputare sul prete che passa? D’aver voglia di bruciare una chiesa, un tempio, una moschea, una sinagoga?

In caso affermativo, avete compreso che:
a) La religione è l’oppio della creatura oppressa.
b) Ogni religione chiama al sacrificio; ciò che chiama al sacrificio è sempre religioso (i militanti, ad esempio).
c) La religione è il modello universale della menzogna, il capovolgimento del reale a profitto di un mondo mitico, che diverrà, una volta desacralizzato, lo spettacolo della vita quotidiana.
d) Il sistema mercantile dissacra, distrugge lo spirito religioso e ridicolizza i suoi articoli di merce (papa, corano, bibbia, crocifisso…), ma, allo stesso tempo, li conserva come incitamento continuo a preferire l’apparenza al reale, la sofferenza al piacere, lo spettacolo al vissuto, la sottomissione alla libertà, il sistema dominante alle passioni. Lo spettacolo è la nuova religione e la cultura è il suo spirito critico.
e) I simboli religiosi attestano la permanenza del disprezzo che i regimi gerarchici di tutti i tempi hanno riservato agli uomini. Tanto per fare un esempio: il Cristo…
Al primo posto tra le succursali delle produzioni divine, le Chiese cristiane hanno adottato, su pressione del processo mercantile, un’esibizione da contorsionisti che vedrà la fine solo con la definitiva scomparsa del suo simbolo pubblicitario: il camaleonte Gesù. Figlio di dio, figlio di puttana, figlio di vergine, facitore di miracoli e di panini, pederasta e puritano, militante e membro del servizio d’ordine, accusatore e accusato, uomo di fatica e astronauta, non c’è un solo ruolo che non sia alla portata di questo straordinario fantoccio. Lo si è visto come mercante di sofferenze, piazzista di miracoli, sanculotto, socialista, fascista, antifascista, stalinista, guerrigliero, reichiano, anarchico. È stato sotto tutte le insegne, su ogni bandiera, dalle due parti del manganello, nella maggior parte delle esecuzioni capitali, ove compare sia tra le mani del carnefice sia tra quelle del condannato. Trova posto nei commissariati, nelle prigioni, nelle scuole, nei bordelli, nelle caserme, nei grandi magazzini, nelle zone di guerriglia. Ha servito da ciondolo, da cartello stradale, da spaventapasseri per tenere in pace i morti e in ginocchio i vivi, da tortura e da dieta dimagrante; servirà da cazzo artificiale quando i mercanti di prepuzi sacri avranno riabilitato commercialmente il peccato. Povero Maometto, povero Budda, povero Confucio, tristi rappresentanti di ditte concorrenti senza immaginazione né dinamismo: Gesù vince su tutti i fronti. Gesù Cristo superdroga e superstar: immagine di ogni venduto a dio in una vendita promozionale da dio.
La pellicina scrotale del dio-padre-fantasma tirata con tre spilli e trasformata in amuleto è il simbolo più completo dell’uomo come merce universale.

In sostanza, voi lottate già, coscientemente o no, per una società in cui sarà scomparsa l’organizzazione della sofferenza e delle sue compensazioni; in cui l’idea di dio non avrà più alcun senso perché ognuno sarà padrone di se stesso; in cui, sopra ogni cosa, i problemi del vissuto autentico e delle passioni da soddisfare prevarranno definitivamente sui problemi della vita invertita e delle passioni represse (…).

[Traduz. di Carmine Mangone]

da qui

 

(…)

38. Il vero senso di uno sciopero è il rifiuto del lavoro alienato e della merce che produce e che lo produce.

39. Lo sciopero assume il suo vero significato solo diventando sciopero selvaggio, cioè sbarazzandosi di ciò che ostacola l’autonomia degli operai rivoluzionari: partiti, sindacati, padroni, capi, burocrati, candidati burocrati, crumiri, lavoratori con la mentalità da sbirro e da schiavo.

40. Tutti i pretesti sono buoni per scatenare uno sciopero selvaggio, perché non c’è nulla che giustifichi l’abbrutimento del lavoro forzato e la disumanità del sistema mercantile.

41. Gli operai rivoluzionari non hanno bisogno di agitatori. È solo da loro stessi che parte il movimento di agitazione generale.

42. Durante lo sciopero selvaggio, gli scioperanti devono esercitare il potere assoluto, ad esclusione di ogni potere esterno ad essi.

43. Il solo modo per tenere in scacco le organizzazioni esterne – tutte recuperatrici – sta nell’accordare ogni potere all’assemblea degli scioperanti e nell’eleggere delegati incaricati di coordinare le decisioni e farle applicare.

44. Per quanto limitato possa essere, uno sciopero selvaggio deve mettere in pratica tutto il possibile per ottenere il sostegno del maggior numero di persone. Ad esempio, abituando alla gratuità: sciopero delle cassiere di supermercato che consenta la distribuzione gratuita dei beni esposti e immagazzinati; distribuzione da parte degli operai dei prodotti da loro costruiti oppure prelevati dagli stock di fabbrica. (…)

50. Bisogna saper coordinare i mezzi di pressione e dissuasione con la natura delle rivendicazioni. Per esempio, è assurdo minacciare di far saltare la fabbrica, come hanno fatto gli operai degli stabilimenti Salée a Liegi (nel settembre 1973), per ottenere un colloquio con dei parlamentari. Il ricorso a mezzi estremi deve condurre a misure radicali (per esempio, alla liquidazione del nemico statale, al disarmo delle forze repressive, all’evacuamento di polizia ed esercito da una città o da una regione).

51. Rischiare solo quando ne valga la pena. Se si resta isolati, meglio abbandonare le posizioni e prevedere nuovi tentativi, evitando così la repressione e volgendo a vantaggio dei rivoluzionari ogni momentaneo ripiegamento.

52, In caso di minaccia repressiva, considerare la distruzione dei luoghi e degli ostaggi. Ciò che non può essere espropriato a favore di tutti può essere distrutto; in caso di vittoria, ricostruiremo; in caso di sconfitta, affretteremo la rovina della merce.

53. Bisogna rinunciare una volta per tutte alle manifestazioni di massa e agli scontri di tipo studentesco (sampietrini, bastoni, barricate). Per proteggere la merce, i poliziotti non esiteranno a sparare. I gruppi d’intervento devono giungere rapidamente al disarmo e alla neutralizzazione degli statalisti.

54. Mai fidarsi degli statalisti, non accettare alcuna tregua, estendere il movimento il più rapidamente possibile, e non dimenticare la ferocia della repressione borghese e democratica.

55. Ogni operaio ha il diritto di espropriare a proprio vantaggio i prodotti e le tecniche impiegate finora contro di lui.

56. Ogni operaio ha il diritto di sabotare tutto ciò che serve a distruggerlo.

57. Il sabotaggio e l’esproprio sono i gesti spontanei più diffusi nell’ambiente operaio. Per moltiplicarli, perfezionarli e dar loro maggiore coerenza, basta diffonderne ovunque la coscienza e ribadirne l’utilità.

58. Nel 1972, un rapporto presentato da funzionari del Commissariato per la protezione dello Stato e per il rispetto della costituzione, e dai responsabili della sicurezza industriale nella Repubblica Federale Tedesca, ha rilevato i seguenti atti di sabotaggio economico:
– In una fabbrica di pneumatici, le miscele occorrenti alla loro fabbricazione erano state a più riprese sporcate con diverse sostanze.
– Nei dintorni di un’acciaieria, due uomini hanno danneggiato le valvole di ritegno di una conduttura del gas, provocando il raffreddamento di un altoforno e, di conseguenza, perdite di produzione per svariati milioni di marchi.
– Una ditta fabbricante tubi catodici ha dovuto far fronte a numerosi reclami prima di rendersi conto che il vetro era stato sporcato con l’aggiunta di prodotti chimici.
– Una cava contenente macchinari di grande valore è stata inondata previo il taglio di una condotta d’acqua.
– Sconosciuti hanno rubato le schede perforate dei calcolatori in un grosso deposito, impedendo così il lavoro per quattro giorni.
Questi esempi, pubblicati da una rivista tedesca, danno un’idea della creatività individuale applicata al sabotaggio.

59. Il sabotaggio è più appassionante del bricolage, del giardinaggio o delle scommesse sui cavalli. (…) Tutti sanno che:
– Un martello o una sbarra di ferro bastano per distruggere un calcolatore, un prototipo, il materiale di precisione, i marcatempo, i robot che controllano ed impongono i ritmi di produzione.
– Una sorgente di calore avvicinata ad un interruttore automatico, libera l’acqua delle pompe antincendio fissate al soffitto dei grandi magazzini o nelle zone di immagazzinamento.
– Un po’ di limatura di ferro nel carburatore, zucchero nel serbatoio, solforicinato di ammonio nel carter motore, mette fuori uso l’auto di un poliziotto, del padrone, di un crumiro, di un capo sindacale.
– La diffusione dei numeri di telefono dei capi e del numero di targa della loro automobile, possono servire come arma di dissuasione e di demoralizzazione.
Intanto, si comincia seriamente ad uscire dall’epoca dell’improvvisazione.

60. Più il sistema mercantile si complica, più bastano a distruggerlo dei mezzi semplici.

61. Il terrorismo è il recupero del sabotaggio, la sua ideologia, la sua immagine separata. Benché sia utile, all’inizio degli scioperi selvaggi, distruggere i registratori di cassa dei supermercati, dare i soldi delle casse al personale in sciopero, organizzare una distribuzione selvaggia dei prodotti e spiegare ciò che sarà l’autogestione generalizzata, è invece assurdo scatenare la stessa operazione senza un legame con il movimento di esproprio delle fabbriche.

62. La positività del sabotaggio è che abitua gli operai a conoscere, meglio dei padroni, gli errori commessi nella produzione legata al profitto, e rende possibile sia aggravarli, sia correggerli quando si espropria la fabbrica. (…)

64. Il sabotaggio è, per antonomasia, l’anti-lavoro, l’anti-militantismo, l’anti-sacrificio. Ognuno lo prepara ricercando nello stesso tempo il proprio piacere, l’interesse di tutti, un rischio calcolato, la facilità d’esecuzione, l’occasione favorevole. Abitua all’autonomia e alla creatività, e fa da base concreta alle relazioni che i rivoluzionari intendono stabilire tra loro. (…)

(Traduzione di Carmine Mangone)

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Precog all'italiana: quando il futuro è un'arma e il passato non conta di Fabrizio Melodia, indignato e militante Astrofilosofo

 

Minority Report, Philip K. Dick e il giorno in cui la politica ha discusso con un tribunale di Milano

Immaginate una giudice che legge le carte, controlla le date e conclude che le prove non ci sono. Immaginate poi la presidente del Consiglio che va sui social e definisce la decisione "vergognosa". Siamo a Milano, mercoledì 28 ottobre 2026. Youssef Siher, 30 anni, ricercatore, è appena uscito da San Vittore. Era stato fermato come amministratore del canale Telegram "Movimento 17 ottobre", e la gip Tiziana Landoni non ha convalidato il fermo.

Nel video, Meloni lo ha collegato al canale "che incitava l'organizzazione di quelle manifestazioni" poi sfociate nelle devastazioni. Qui scatta il paradosso temporale, perché per le ricostruzioni di Open, Il Post e L'Espresso il canale è stato aperto alle 19:58 di domenica 18 ottobre. Gli scontri e i saccheggi del 17 e 18 erano già avvenuti. Per essere l'istigatore, Siher avrebbe dovuto avere una DeLorean.

Se il suo canale ha istigato qualcosa, ha istigato il passato. Se invece il problema sono le manifestazioni *future*, allora siamo in territorio Dick. È il momento di parlare di “Minority Report”.

 

Il racconto: un sistema marcio, un finale amaro

Il racconto di Dick è del 1956, in piena Guerra fredda e in pieno maccartismo. Quasi tutti conoscono il film, e per questo si dimentica quanto il testo originale sia più cinico.

Il Precrimine è un'agenzia di polizia che arresta i “potenziali” assassini prima del delitto. Si affida a tre mutanti, i Precog, che vedono il futuro. Il punto di Dick sta nel titolo. I tre non sempre concordano, e quando uno dei rapporti diverge dagli altri due, il sistema lo archivia: è il *rapporto di minoranza*. Per l'istituzione la divergenza è rumore statistico. Per l'individuo è la differenza tra la libertà e la cella.

John Anderton, il commissario che ha costruito la macchina, scopre di essere accusato di un omicidio futuro, quello del generale Kaplan. Dietro c'è una lotta di potere tra esercito e polizia, e il Precrimine è una pedina politica prima di essere un sistema di giustizia. Dick aggiunge il paradosso che Popper avrebbe chiamato "effetto Edipo": una previsione, una volta conosciuta, cambia il comportamento di chi la riceve e così si smentisce da sola. Il finale è il più duro: Anderton, per salvare l'istituzione che ha creato, uccide davvero Kaplan, e poi parte in esilio verso le colonie. Il sistema sopravvive, e chi l'ha capito se ne va.

 

Il film: la macchina si ferma

Nel 2002 Spielberg prende lo scheletro e cambia l'anima. Tom Cruise è un Anderton ferito dalla perdita del figlio Sean. Agatha diventa il cuore emotivo della storia (i nomi dei precog omaggiano Agatha Christie, Arthur Conan Doyle e Dashiell Hammett). Il cattivo è Burgess, il fondatore del sistema, che ha un omicidio da nascondere. Il rapporto di minoranza diventa la prova che *il futuro non è scritto*, e alla fine il Precrimine viene smantellato.

La differenza è filosofica. Il racconto dice che le istituzioni preferiscono sopravvivere piuttosto che avere ragione. Il film dice che la libertà vince. Entrambi hanno ragione, ma il racconto è più vicino a quello che vediamo accadere.

 

Il filo rosso: il sospetto che diventa verità

La giustizia preventiva ha un'antenata illustre e poco simpatica: la criminologia positivista di Lombroso, che cercava nel volto il futuro criminale. Contro questa idea Beccaria scrisse nel 1764 “Dei delitti e delle pene”: si punisce un fatto, non un'inclinazione. La nostra Costituzione (art. 27) dice che l'imputato non è considerato colpevole fino alla condanna definitiva. È una frase tecnica, ma contiene un'intera filosofia: lo Stato non può trattarti come un colpevole “in attesa” di diventarlo.

Anche la fantascienza seria ha sempre saputo che prevedere i singoli è un'altra cosa. Nel ciclo della Fondazione, Asimov fa dire a Hari Seldon che la psicostoria funziona sulle masse, non sugli individui, e il Mulo è proprio l'individuo che la rompe. Quella prudenza dovrebbe essere obbligatoria per chiunque voglia leggere le intenzioni altrui in un canale Telegram.

 

Poi ci sono tutti gli altri:

- “1984”: il bersaglio è l'intenzione, e la Psicopolizia punisce persino l'espressione facciale sbagliata. Nel romanzo di Orwell il reato di pensiero nasce quando si decide che le parole sono già atti.

- “Psycho-Pass”: nell'anime il sistema Sibyl misura un "coefficiente di criminalità" e legittima l'arresto di chi *potrebbe* delinquere. Tutti sono tranquilli finché non tocca a loro.

- “Star Trek TNG, "La caccia alle streghe": l'ammiraglia Satie indaga su un sabotaggio e finisce per sospettare di tutti, e Picard capisce che il pericolo non è il nemico dichiarato ma chi si presenta con le buone intenzioni. È la lezione più lucida della saga, e vale oggi più di allora.

- “Star Wars”: "è così che muore la libertà, tra scroscianti applausi", dice Padmé. Non muore con un colpo di Stato, muore con un'emergenza e un voto.

 

Cosa ha scritto, davvero, la giudice

Qui il discorso torna a terra, perché la fantascienza serve a leggere la realtà e non a sostituirla. L'ordinanza di Landoni, per come è riportata dalla stampa, è un testo di diritto e non di ideologia. Non c'è pericolo di fuga concreto. Le frasi di Siher, dure e volgari, sono per la giudice critica a Stato, governo e media, non istigazione a commettere reati. Il "manuale" ispirato alla primavera araba, pubblicato il 22 ottobre, non indicava strumenti offensivi. Il decreto governativo del 22 ottobre sulla violenza nelle manifestazioni non risulta violato. Manca anche l'aggravante terroristica, che richiede ben altro. Sull'indagato aggiungo una cosa: la decisione è allo stato degli atti e non una sentenza di assoluzione. Ma il punto è proprio questo: nessuna prova concreta, nessuna cella.

Intanto l'Associazione nazionale magistrati ha parlato di "attacco scomposto", mentre il tribunale di Milano ha definito "irricevibili" le dichiarazioni dei politici.

Svegliamoci, prima che i precog siano i nostri algoritmi

Non serve che qualcuno costruisca davvero una macchina del Precrimine. Basta una cultura che accetti l'idea: che il dissenso sia già mezzo reato, che la durezza delle parole sia un indizio, che un giudice che applica la legge "mortifichi" qualcuno. La fantascienza distopica ha sempre avuto un unico messaggio, ripetuto da Zamjatin a Orwell, da Dick ad Atwood: i sistemi totalitari non arrivano annunciandosi, arrivano con la voce della sicurezza.

Per questo dovremmo difendere un principio "anche quando l'imputato non ci piace". Quello di Siher non è un caso di simpatia: è un test su cosa siamo disposti a tollerare in nome dell'ordine. Se un tribunale può essere attaccato perché non ha dato la risposta attesa, il prossimo rapporto di minoranza non lo leggerà più nessuno.

Quindi leggete le ordinanze prima dei post. Controllate le date prima di indignarvi, perché a volte basta guardare l'orologio. E ricordate Picard: la vigilanza non finisce mai. Né a bordo dell'Enterprise, né a Palazzo di Giustizia, né davanti al telefono.

domenica 1 novembre 2026

Ha stato la toga rossa - Jacopo Tallarico

Quando un governo risponde a una motivazione insultando chi l'ha scritta, tendenzialmente è perché la motivazione non sa smontarla. Tiziana Landoni ha scritto trentasette pagine e allo stato degli atti i gravi indizi di colpevolezza non ci sono, per nessuno dei tre capi d'accusa.


Oggi è un giorno di lutto nazionale.

Piangono Sallusti, Senaldi, Porro, Giordano e compagni di merende, e piange soprattutto lei, la Giorgiona nazionale. Youssef Siher è tornato libero e a Palazzo Chigi l'hanno presa come fosse morto un familiare.

Il copione lo conosciamo.

A Milano ha stato Putin. Poi ha stato la camorra. Poi ha stato Youssef. Ora che Youssef è fuori serviva un quarto colpevole, ed eccolo: ha stato la toga rossa.

Meloni parla di decisione «vergognosa». Tajani dice che la scarcerazione mette in pericolo la sicurezza del Paese, Salvini chiede se la giudice pagherà di tasca sua i danni dei cortei di venerdì. Fidanza, di FdI, sostiene che la giudice sembra condividere l'ideologia di Siher, e poi è saltata fuori la sua firma sotto l'appello dei giuristi per Gaza. Quindi il problema è la tessera. Il Tribunale di Milano ha risposto che quelle dichiarazioni sono irricevibili e mostrano una scarsa conoscenza dello Stato di diritto, reale o farsa che sia, l'Anm ha parlato di intimidazione.

Quando un governo risponde a una motivazione insultando chi l'ha scritta, tendenzialmente è perché la motivazione non sa smontarla. Tiziana Landoni ha scritto trentasette pagine e la sostanza è questa: allo stato degli atti i gravi indizi di colpevolezza non ci sono, per nessuno dei tre capi d'accusa. Rifiutare le credenziali del telefono non prova una fuga, è un comportamento neutro e nemmeno insolito. Per l'istigazione a delinquere servono un pericolo concreto e reati precisi, e scrivere «dichiariamo guerra a questo presente infame» è aspro, generico ma non è reato. La guida per la difesa in piazza non invita a nessuna violenza. Quanto al terrorismo, la Corte costituzionale chiede un'azione di dimensioni macroscopiche, e una chat che convoca cortei settimanali non lo è. Poi ci sono le date, che a Palazzo Chigi nessuno ha voluto guardare. Meloni dice che quella pagina incitava le manifestazioni finite nella devastazione dei negozi milanesi. Il canale Telegram nasce domenica 18 ottobre alle 19:58, a saccheggi già finiti. Siher non poteva istigare quello che era già successo, e la stessa Procura non gli attribuisce quei disordini. Sostiene che li abbia usati per convocare le piazze del 24. Un'accusa molto più piccola di quella che ha fatto il giro dei giornali, dove per quattro giorni è stato «l'ayatollah dei maranza» e «la mente delle rivolte». Intanto stava in una cella singola dell'alta sicurezza. È inconcepibile, lo so.

In questo Paese esiste ancora una magistratura che non si presta ai teatrini della politica. Non si può più prendere un povero cristo, meglio se arabo, e sbatterlo in prima pagina come fosse il demonio incarnato. Ma dove andremo a finire?!?

Hanno pianto Giorgia e Salvini. Piantedosi ha convocato questori e prefetti per far sapere che la scarcerazione non lo convince. Sarà che senza il capro espiatorio di turno qualcuno potrebbe arrivare a una conclusione scomoda: nessuna mente, nessun burattinaio, solo gente che si è rotta il ca**o di pagare la linea politica di questo governo. Il gasolio raddoppiato, una manovra da 26 miliardi con l'Irpef al 33% fino a 55mila euro e le tredicesime tassate. E se poi la violenza è scoppiata, magari la colpa non sta tutta da una parte. Sta anche nel ministro che quelle piazze doveva gestirle, nelle cariche della polizia, in quella Citroën C3 bianca che a Torino ha tagliato piazza Castello a velocità sostenuta in mezzo ai manifestanti. Secondo diverse ricostruzioni era un'auto civetta della Digos (c’è anche un’interrogazione di Grimaldi, Avs, ad avvalorare questa lettura). Dell'ordine pubblico risponde il ministro dell'Interno. Forse a dimettersi dovrebbe essere lui, Piantedosi l'inetto. Invece no, ha stato la magistratura.

E meno male che parliamo di questo, perché altrimenti toccherebbe parlare di quella manovra di bilancio, del gas sopra i 100 euro, di uno sconto ridicolo sulle accise di 4 centesimi che dura dieci giorni. E chi ha voglia di leggere questi numeri con Youssef in prima pagina? Lo stesso schema vale per il resto del mondo. Ieri la “più grande democrazia del Medio Oriente” ha votato tra il genocida di fiducia e uno nuovo di zecca. Gli exit poll non danno la maggioranza a nessuno e i nostri giornali ci hanno riempito le pagine. Degli agricoltori e degli autotrasportatori arrivati a Roma dal Sud, invece, resta poco. Circa 800 persone che si sono tassate trenta euro a testa per il pullman. Sotto Montecitorio hanno cantato contro Meloni mentre un gruppetto di maggioranza li guardava da lontano, ridacchiando. E il problema sarebbe la giudice? Sipario.

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Per capire la rivolta dei ragazzi - Filippo La Porta

 

Proviamo a immaginare il Vogliamo tutto di Balestrini in Millennium people di James G. Ballard, o il “prendiamoci le merci” del ‘77 riletto dall’antropologia dell’eccesso, dalla dépense di Georges Bataille (pure evocata in quell’anno, attraverso il filtro deleuziano).
Un fenomeno così stratificato, indecifrabile, fluido come la “rivolta dei ragazzini” di questi giorni ha bisogno di una molteplicità e fluidità di riferimenti culturali per essere spiegato, non di complottismi o vecchi schemi reiterati.

 

Certo, protestano contro il caro-vita (espressione d’antan tornata curiosamente di moda), ma non è propriamente la rivolta del pane manzoniana: si intrecciano qui povertà relativa e frustrazione da esclusione, disperazione della banlieu e gioiosa profanazione dai nuovi barbari. Il saccheggio dei marchi oscilla tra appropriazione e dissipazione. Il video della merce data al senzatetto è più il “potlacht” (cerimonia in cui si celebra lo spreco) di Bataille che redistribuzione. Un “terrorismo” ludico, e parzialmente distruttivo, rivolto – almeno finora – perlopiù contro i beni e non contro le persone. Certo, rabbia dei giovani verso una società che li priva del futuro, ma anche esplosione di una eccedenza, di un consumo improduttivo di energia dissipativa a lungo compressa (che non trova più le valvole di sfogo tradizionali: feste religiose, carnevali, imprese collettive, mobilitazioni politiche, tifo calcistico: perfino gli ultras milanisti celebrati da Balestrini nei Furiosi non ci sono più, almeno in quelle forme…). Nel Racconto d’inverno Shakespeare fa dire a un vecchio pastore che la gioventù (maschile) dovrebbe dormire tra i dieci e i ventiquattro anni, poiché in quell’intervallo non fa altro che violentare, offendere gli anziani, rubare e fare risse…

 

Certo, violenza “gratuita”, come tutti ripetono, poiché non porta nessun vantaggio materiale né ha motivazioni ideologiche. Ma ne siamo sicuri? Qui la violenza raggiunge invece il suo obiettivo: essere al centro dell’attenzione, al centro del discorso pubblico, al centro della città (dunque un modo per sentirsi protagonisti, per sentirsi più vivi e liberi). Un nichilismo adeguato alla società dello spettacolo. Il Movimento 17 ottobre, comparso il giorno dopo su una pagina Instagram – la rivolta precede chi la rappresenta! -, è un movimento informe, non delimitabile né arginabile, proprio come l’acqua (be water, il taoismo pop di Bruce Lee citato in un comunicato). In Plainwater Anne Carson ci ricordava che l’idea di acqua è incompatibile con quella di confine.

 

Risveglio di coscienza civile? Forse in una parte anche consistente del movimento – nessuno ora può dirlo con precisione, serviranno tempo, inchieste, indagini sul campo… – , ma più verosimilmente il contesto in cui si muovono è quello di un vuoto simbolico, del venir meno di ogni fiducia nel mondo adulto (e nel contratto sociale).
Marx e il lessico del conflitto di classe non bastano per capire. Ma neanche da soli i romanzi di Ballard: lo scrittore inglese parla di una rivolta della classe media – alienata, annoiata, anestetizzata, quasi intronata dal comfort (soprattutto in Condominio) – contro i simboli del consumo (incendiano i centri commerciali). Insomma si tratta per lui una patologia del benessere, prodotta dall’abbondanza (dalla saturazione) e non dalla scarsità. Qui invece si tratta dei figli – certo anche annoiati e anestetizzati! – di una classe media fortemente impoverita e umiliata, che si ribellano contro quei miti del consumo che li hanno ingannati (offrendo una “abbondanza” per loro inaccessibile), e rivendicano sfrontatamente il diritto di avere tutto e subito, beni di prima necessità e beni di lusso, Carrefour e Decathlon (e solo perché Gucci e Prada erano blindati e avevano svuotato le vetrine). È nichilismo contro il consumo e insieme desiderio di consumo. A Londra durante i saccheggi del 2011 si parlò di “consumatori difettosi”: esclusi dal consumo ed educati a desiderarlo.
Ma non solo.

 

A Roma un corteo di studenti cantava allegramente “Se ci va / bruciamo la città”. Qui non c’è da “negoziare” niente, né si tratta di soddisfare delle richieste. Vi è una estetica del fuoco, una “eccedenza”, che non si può regolamentare o razionalizzare. Per Ballard non siamo animali razionali, ma appunto possediamo un surplus di energie psichiche aggressive e immaginative.
In questa eccedenza convivono oggi caoticamente cose molto diverse: denuncia di disuguaglianze sociali scandalose e ricerca di intensificazione dell’esperienza da parte di adolescenti, rifiuto del lavoro e richiesta di reddito nella società del non-lavoro, bandiere palestinesi e bandiere italiane, angoscia per un futuro sempre più incerto e trasgressione come bisogno antropologico, e infine imitazione inconscia di un potere trasgressivo ed “eccedente” come quello attuale (Trump, Putin),che se frega di ogni regola ed esibisce la propria pasoliniana “anarchia”.

Difficile trovare soluzioni o illudersi di poter “parlare” a questi ragazzi – per i quali unica esperienza “autentica” è oggi nella distruzione – senza apparirgli subito moralistici. Ma certo se una società dimentica quella eccedenza, se ritiene solo di reprimerla, se non prova a darle degli sbocchi simbolici (oltre che materiali), allora ritorna in forme patologiche e solo distruttive. Quali sbocchi? Qui è in gioco tutta la nostra residua immaginazione sociologica e culturale. Nè possiamo accogliere il monito del rassegnato pastore di Shakespeare a farli dormire – o a neutralizzarli – per dieci anni.

Intanto proviamo a leggere i romanzi di Ballard e i libri di Bataille, pur con i necessari adattamenti. La rivolta ha origini economiche ma contiene molte più cose (e non sappiamo bene in che ordine): ansia di riconoscimento e bisogno di ascolto, effervescenza collettiva, eccedenza del desiderio dissidente. La “parte maledetta” si sottrae alle classiche teorie del conflitto.

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sabato 31 ottobre 2026

Una guida per resistere alla militarizzazione nelle università

 

Una guida pratica per docenti, ricercatori e studenti: dalla trasparenza degli accordi alla mobilitazione, per difendere la libertà della ricerca e un’università al servizio della pace.

 

Come si può contrastare la crescente militarizzazione delle università? Da dove cominciare per conoscere gli accordi con l’industria bellica, chiedere trasparenza e costruire alternative? A queste domande risponde il Toolkit per resistere alla militarizzazione dell’università, realizzato dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università insieme a realtà impegnate nella difesa della libertà accademica e dei diritti umani.

Il documento nasce dalla necessità di offrire strumenti concreti a chi non accetta che la guerra venga considerata inevitabile e che gli atenei diventino sempre più funzionali alle esigenze dell’apparato militare.

La militarizzazione non riguarda soltanto la ricerca destinata esplicitamente a produrre armi. Si estende alle tecnologie a duplice uso (dual use), ai finanziamenti, agli accordi con aziende della difesa, alle attività formative promosse da Forze armate e NATO e ai rapporti con istituzioni coinvolte in gravi violazioni dei diritti umani. A questo processo contribuiscono anche il definanziamento dell’università pubblica e la precarietà del lavoro di ricerca, che possono rendere gli atenei più dipendenti dai finanziamenti esterni.

Il toolkit spiega come utilizzare l’accesso civico generalizzato (FOIA) per ottenere documenti e ricostruire gli accordi, come condurre inchieste, mappare le collaborazioni problematiche e rendere pubblici i risultati. Indica inoltre possibili iniziative negli organi accademici, la costituzione di comitati etici indipendenti, la promozione di politiche di appalto e investimento responsabili e la tutela di chi si oppone a progetti legati alla filiera bellica.

Un’attenzione specifica è dedicata alla cooperazione accademica con Israele e al dibattito sul boicottaggio istituzionale, nel quadro della solidarietà con il popolo palestinese e della difesa dei diritti umani.

La prospettiva è quella di costruire una rete: collegare studenti, docenti, personale tecnico-amministrativo, ricercatori precari e associazioni, condividendo esperienze e strumenti. Perché una questione sistemica richiede una risposta collettiva.

Leggi il toolkit completo:

https://www.peacelink.it/disarmo/docs/5974.pdf

 

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Sinwar ha smascherato il sionismo. Ma a quale prezzo? - Mike Whitney*


Israele sta vincendo la sua guerra contro Hamas? Non nel senso classico del termine, secondo la terminologia di von Clausewitz, perché lo scopo della guerra è raggiungere un fine politico. Qual è il fine politico che Israele spera di raggiungere?

Israele vuole cacciare i palestinesi da Gaza. Lo sappiamo, lo sanno tutti.

Ma questo non è successo e, dopo tre anni di brutale violenza, Israele non è più vicino al successo di quanto lo fosse l’8 ottobre. Sono ancora fermi al punto di partenza. Quindi, dov’è il fine politico? Dov’è la vittoria?

Ma che dire di Hamas? Hamas sta vincendo la sua guerra contro Israele? Sì, Hamas sta vincendo la sua guerra contro Israele per la semplice ragione che sta raggiungendo i suoi obiettivi strategici, che porteranno a uno Stato finale politico.

È importante sottolineare che non stiamo parlando del prezzo terribile che il popolo palestinese sta pagando. Sappiamo che gran parte di Gaza è stata ridotta a una terra desolata e che non c’è speranza all’orizzonte. Ma non è questo il punto che stiamo affrontando. Ci siamo concentrati sulla questione se Hamas stia raggiungendo i suoi obiettivi. Questo è ciò che vogliamo sapere. Ma, per farlo, dobbiamo identificare quali siano questi obiettivi.

Fortunatamente, abbiamo il testo di un discorso del leader di Hamas Yahya Sinwar (pronunciato il 14 dicembre 2022) in cui presenta la strategia di Hamas nei termini più semplici. Ecco cosa ha detto:

“Entro un periodo limitato di mesi, che stimo non supererà un anno, costringeremo l’Occupazione a trovarsi di fronte a due opzioni: o la costringeremo ad applicare il Diritto Internazionale, a rispettare le risoluzioni internazionali, a ritirarsi dalla Cisgiordania e da Gerusalemme, a smantellare gli insediamenti, a liberare i prigionieri e a garantire il Ritorno dei rifugiati, realizzando così la creazione di uno Stato Palestinese sui Territori Occupati nel 1967, inclusa Gerusalemme; oppure la porremo in contraddizione e in conflitto con l’intero ordine internazionale, isolandola in modo estremo e deciso, e ponendo fine alla sua integrazione nella Regione e nel mondo intero, affrontando il collasso che si è verificato su tutti i fronti della Resistenza negli ultimi anni”.

Cosa significa dunque la dichiarazione di Sinwar?

Innanzitutto, ci dice che è un realista che non si aspettava di sconfiggere Israele militarmente. Non è mai stata una sua seria ipotesi. Le Forze di Difesa Israeliane sono troppo potenti.

In secondo luogo, la sua intenzione non era quella di terrorizzare o uccidere civili israeliani o di “spingere gli ebrei in mare”. Queste affermazioni sono sostanzialmente Propaganda volta a demonizzare Hamas.

La strategia, in parole semplici, era quella di provocare una reazione eccessiva da parte di Israele per mostrare al mondo il vero volto del Sionismo. Questo era l’obiettivo, e un’attenta lettura del testo sopra riportato lo dimostra.

Quindi, Israele è caduto nella trappola e ha reagito in modo eccessivo?

Certo che sì, infatti i sondaggi mostrano che la maggioranza ovunque rifiuta l’idea che il 7 ottobre fornisca una giustificazione legittima per la distruzione di Gaza. Nessuno crede alla debole scusa di Israele secondo cui il 7 ottobre avrebbe dato loro il via libera per radere al suolo l’intera striscia di terra lunga 40 chilometri.

Quindi, Sinwar aveva previsto la reazione di Israele? Non solo lo aveva previsto, ma era parte integrante della sua strategia complessiva. Come abbiamo detto, sapeva di non poter sconfiggere Israele militarmente, quindi doveva creare una situazione in cui Israele si auto-sconfiggesse. E ci è riuscito. Ha svelato il lato oscuro dell’occupante e ha progressivamente ottenuto maggiore sostegno per la Causa Palestinese. Questo, a mio avviso, si chiama “vincere”.

Quindi, chiedetevi: le previsioni di Sinwar si sono avverate? Israele è più “isolato in modo estremo e potente”?

Sì.

La minaccia dell'”integrazione regionale” è stata “sospesa”?

Sì.

E Israele si trova ad affrontare uno “stato di collasso su tutti i fronti”?

Non ancora, ma siamo ancora nelle fasi iniziali di questo conflitto. Tuttavia, a prescindere da qualsiasi parametro, la traiettoria dell’opinione pubblica globale suggerisce che il potere convincitivo di Israele si sta erodendo giorno dopo giorno. Il Paese è più isolato politicamente che mai nella sua storia, e sempre più persone esprimono il loro orrore per il comportamento criminale delle truppe israeliane che operano a Gaza.

Ecco un commento dell’attrice britannica Juliet Stevenson, che si fa portavoce di molti di noi:

“Abbiamo assistito a qualcosa di infernale. È come qualcosa di infernale. Atrocità. Crimini Contro l’Umanità. Crimini di Guerra. E tutto è stato filmato. Tutti abbiamo potuto vederlo. E so che molte persone hanno scelto di distogliere lo sguardo, perché è insopportabile, ma io non ci sono riuscita. Non pensavo ci fosse la possibilità di distogliere lo sguardo. Pensavo che, se sta accadendo, bisogna esserne testimoni. E, se questo è insopportabile, beh, bisogna trovare un modo per affrontarlo, perché il popolo palestinese lo sta affrontando. Come può il mondo assistere a tutto questo?”

Questa è la dura battaglia che Israele deve affrontare: il fatto che le persone siano state esposte per oltre tre anni alle immagini agghiaccianti del Genocidio. Sono immagini che non si cancellano e che rimodellano la percezione dei responsabili.

Non si può dimenticare un bambino preso di mira e deliberatamente ucciso da un cecchino, o masse di persone affamate falciate dalle mitragliatrici mentre cercano di raccogliere cibo per le loro famiglie, o giovani soldati che festeggiano la demolizione di scuole, ospedali, moschee e università.

Israele ha persino dissotterrato più di una dozzina di cimiteri palestinesi nel tentativo di Cancellare ogni traccia della popolazione autoctona. È raccapricciante! Nessuno ha mai visto prima una violenza sadica di questo tipo, e lascia il segno. Riporta alla mente i ricordi di Abu Ghraib e gli orribili abusi subiti dai combattenti iracheni, torturati e tormentati da militari americani senza scrupoli. Le foto sono state ampiamente diffuse dai media di tutto il mondo, causando un enorme danno d’immagine agli Stati Uniti.

Ma, veniamo al dunque, Ogni giorno è Abu Ghraib a Gaza. Ogni giorno una nuova atrocità, un nuovo abuso, un nuovo orrore. E la gente si chiede: com’è possibile che un popolo sia così privo di empatia? Com’è possibile che sia così privo di umanità? Questo è puro nichilismo che affoga in oceani di sangue. E non si ferma mai.

Nella loro arroganza, i pianificatori israeliani pensano di poter modificare i loro programmi di informazione e cancellare la macchia del Genocidio. Pensano che con messaggi aggressivi sui social media, podcaster filo-israeliani e campagne pubblicitarie appariscenti riusciranno a cambiare i cuori e le menti e a ottenere il sostegno pubblico per lo Stato Ebraico.

Ma tutti i sondaggi mostrano esattamente il contrario. L’approvazione pubblica di Israele è in caduta libera e non c’è segno di un’inversione di tendenza. La gente si è fatta un’opinione. È profondamente sconvolta dalla crudeltà quotidiana che i soldati infliggono con gioia. Ne abbiamo visto abbastanza. Ne abbiamo abbastanza.

E tutto questo è opera di Sinwar. Ha strappato la maschera al Sionismo, rivelando la creatura assetata di sangue che si cela dietro.

Ci è stato ripetuto più volte che “il Sionismo è un movimento politico e nazionalista che sostiene il diritto del popolo ebraico all’autodeterminazione e alla sovranità nella sua terra ancestrale”. Ma gli unici ad accettare questa definizione sono gli stessi Sionisti. Tutti gli altri basano le proprie conclusioni su ciò che vedono, e ciò che vedono sono montagne di carneficina in mezzo a ettari di macerie. Questo è ciò che vede il mondo, ed è ciò che viene definito Sionismo.

Riusciranno gli allegri “influencer” israeliani sui social media a cambiare questa percezione? Non credo. Non credo che possano.

Ciò che dobbiamo comprendere è che la strategia di Sinwar aveva un duplice obiettivo. Da un lato, voleva smascherare il volto del Sionismo che i palestinesi hanno subito negli ultimi 80 anni. E ci è riuscito. Ma, ancor più urgentemente, voleva far deragliare il tentativo di “normalizzare” le relazioni tra Arabia Saudita e Israele.

Gli Accordi di Abramo, promossi con vigore da Jared Kushner, rappresentano un modo per stabilire normali relazioni economiche e diplomatiche tra Israele e i suoi vicini arabi, emarginando al contempo i palestinesi. È importante ricordare che tutti questi Regimi arabi hanno firmato l’Iniziativa di Pace Araba nel 2002.

L’accordo, approvato all’unanimità da tutti i 22 Stati membri della Lega Araba, prevedeva che nessuno Stato arabo avrebbe normalizzato le relazioni con Israele a meno che non si fosse ritirato dai Territori Occupati, non avesse risolto la questione dei rifugiati e non avesse accettato la creazione di uno Stato Palestinese nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania.

Gli Accordi di Abramo (che includevano già 3 Paesi del Golfo) minacciavano di aggirare questo accordo, il che avrebbe rapidamente condannato le aspirazioni palestinesi all’estinzione. Questa è la parte della storia che non viene mai raccontata dai media occidentali. Fino ad ora. Per qualche ragione (che non conosco?) diverse testate giornalistiche hanno iniziato a far trapelare informazioni sulla “normalizzazione”, che è stata la causa principale degli attentati del 7 ottobre. Date un’occhiata a questo titolo del Wall Street Journal:

“Documenti rivelano che Hamas voleva sabotare l’accordo tra Israele e Arabia Saudita con gli attacchi del 7 ottobre”.

Il leader militante Yahya Sinwar temeva che i progressi verso la pace avrebbero condannato la Causa Palestinese.

In sintesi: documenti interni di Hamas recuperati dall’esercito israeliano in un tunnel di Gaza mostrano che una delle principali motivazioni dell’attacco del 7 ottobre 2023 era quella di sabotare i negoziati di normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita, mediati dagli Stati Uniti.

I leader di Hamas, in particolare Yahya Sinwar, temevano che un accordo positivo avrebbe emarginato la Causa Palestinese e aperto la strada a un più ampio riconoscimento di Israele da parte del mondo arabo e islamico. La prova chiave è costituita dai verbali di una riunione del 2 ottobre 2023 dell’Ufficio Politico di Hamas a Gaza. Secondo i documenti esaminati dal Wall Street Journal:

Il leader militare di Hamas, Yahya Sinwar, ha osservato che “l’accordo di normalizzazione tra Arabia Saudita e Sionismo sta facendo progressi significativi”. Ciò ha lasciato “una porta aperta alla maggior parte dei Paesi arabi e islamici, che avrebbero potuto seguire la stessa strada”. Ha aggiunto che era necessario un “atto straordinario” per far deragliare i negoziati e “per provocare una svolta decisiva o un cambiamento strategico negli equilibri e nelle dinamiche della Regione riguardo alla Causa Palestinese”.

Bene, qualcuno mi spieghi perché ci sono voluti tre anni ai redattori del Wall Street Journal per riportare il vero motivo del 7 ottobre? Ci si aspetterebbe che fossero ansiosi di trattare un argomento così cruciale per la nostra comprensione di un evento storico. Ma evidentemente non è così.

Il punto è che la versione ufficiale era sbagliata. Deliberatamente sbagliata. Hamas non voleva terrorizzare gli ebrei, rovesciare il governo o spingere Israele in mare.

Il vero obiettivo del 7 ottobre era sabotare la normalizzazione dei rapporti con l’Arabia Saudita, concepita per aggirare gli impegni presi in precedenza dai leader arabi, che chiedevano concessioni sulla creazione di uno Stato Palestinese prima di migliorare le relazioni economiche o diplomatiche con Israele.

Non è esagerato affermare che Hamas stava combattendo per la propria sopravvivenza e per il futuro del suo popolo. Gli Accordi di Abramo rappresentavano una minaccia esistenziale per ogni palestinese. Se i sauditi avessero firmato l’accordo, la Causa Palestinese sarebbe “scomparsa” per sempre, ed è per questo che Sinwar ha optato per un piano disperato per riportare la Palestina all’ordine del giorno regionale.

Non sorprende che i leader israeliani sapessero quali fossero i veri obiettivi di Hamas, ma non abbiano mai rivelato queste informazioni ai media. Si sono invece limitati alla solita, noiosa retorica del tipo “Hamas odia gli ebrei”.

Basta ascoltare questo estratto dell’ex capo dello Shin Bet, Ami Ayalon, per capire cosa intendo:

“Il Nuovo Medio Oriente presentato da Biden, poche settimane prima, dall’Oceano Indiano al Mediterraneo, senza i palestinesi. I palestinesi non sono stati menzionati. Ora, se chiedete a me, per come la vedo io, i palestinesi si considerano un popolo e una nazione. E, in secondo luogo, si sentono soli, abbandonati. Si sentono abbandonati da tutti gli Stati arabi che hanno firmato un trattato di pace con noi (Israele) senza fare nulla al riguardo. E ora l’America, insieme allo Stato che ha fondato l’iniziativa di pace araba (l’Arabia Saudita), sta per rinunciare a tutti i luoghi santi di Gerusalemme e a uno Stato Palestinese. Questo è ciò che hanno provato. E il mio amico Khalil mi ha detto: Ami, non capisci, hanno scelto l’Opzione Sansone perché sentivano di non avere nulla da perdere, e questo era l’unico modo per dimostrare al mondo che non sarete in grado di creare stabilità in questa Regione se ignorate i palestinesi. Basta. E la tragedia è che ci sono riusciti”.

Così, Hamas ha scelto l'”Opzione Sansone”: un’ultima disperata campagna militare di terra bruciata che avrebbe fatto notizia in tutto il mondo e riportato la Palestina all’ordine del giorno regionale. Che altra opzione avevano? La causa dell’autodeterminazione nella loro terra veniva annientata sotto i loro occhi. Avevano bisogno di qualcosa di veramente eclatante per fermare Israele. Avevano bisogno del 7 ottobre.

E prima che i soliti noti inizino a lamentarsi di “terrorismo” e organizzazioni terroristiche (nota: Hamas è designata come organizzazione terroristica solo da una manciata di Paesi, tutti sotto il controllo di potenti Sionisti), vi prego di considerare ancora una volta le parole di Ami Ayalon, che ammette candidamente che “farebbe di tutto per ottenere la sua libertà”. Ecco un estratto:

“Domanda: Qual è la realtà della vita per i palestinesi qui?

Ami Ayalon: Un popolo che sogna una vita di libertà, ma non la vede.

Che ci piaccia o no, controlliamo la vita di milioni di persone.

Domanda: Se fossi un palestinese che vive in Cisgiordania o a Gaza, qual è la tua opinione su Israele?

Ami Ayalon: Combatterei contro Israele per ottenere la mia libertà.

Domanda: Come combatteresti? Quanto slealmente?

Ami Ayalon: Farei di tutto per ottenere la mia libertà, e basta. Non si può scoraggiare una persona o un gruppo di persone se credono di non avere nulla da perdere. Noi israeliani avremo sicurezza solo quando loro avranno speranza”.

Significa forse che l’ex capo dello Shin Bet si sarebbe macchiato di atti terroristici contro i suoi oppressori? Avrebbe lanciato attacchi violenti contro il governo e l’esercito? Avrebbe ucciso chiunque gli impedisse di ottenere la libertà?

Ayalon: “Farei di tutto per ottenere la mia libertà, e basta”.

Quindi, in cosa Ayalon si differenzia da Hamas?

Non c’è alcuna differenza.

In definitiva: Sinwar aveva molteplici ragioni per lanciare gli attacchi del 7 ottobre, ma nessuna di queste aveva a che fare con “l’odio per gli ebrei” o con il desiderio di “terrorizzare civili innocenti”. Il vero obiettivo, secondo documenti interni di Hamas, era “provocare una svolta decisiva o un cambiamento strategico negli equilibri e nelle dinamiche della Regione riguardo alla Causa Palestinese”. Il secondo obiettivo era smascherare il Mostro Sionista con cui hanno a che fare da decenni.

Lascio a voi giudicare se ci sia riuscito.


* Mike Whitney è un analista geopolitico e giornalista indipendente residente nello Stato di Washington, Stati Uniti. Scrive come opinionista e autore indipendente dal 2002, concentrandosi su temi di politica, economia, giustizia sociale e questioni internazionali. I suoi articoli sono apparsi su diverse testate e piattaforme online alternative e indipendenti, tra cui CounterPunch, Truthdig, MintPress News, Eurasia Review, The Intercept e Pearls and Irritations. Ha contribuito al libro collettivo “Hopeless: Barack Obama and the Politics of Illusion” (Senza Speranza: Barack Obama e la Politica dell’Illusione – pubblicato da AK Press) ed è stato coinvolto nella raccolta fondi digitale per la campagna presidenziale di Bernie Sanders del 2016 – Traduzione: La Zona Grigia – Fonte: https://www.unz.com/…/sinwar-tore-the-mask-off-zionism…/

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