giovedì 8 ottobre 2026

Francia: la guerra alla gioventù

 


scrive Christian Laval:

Mai un movimento di giovani studenti aveva subito una simile repressione: 5.000 liceali e studenti delle scuole medie fermati, feriti gravi, un Ministro dell'Interno che rivendica l'assenza di "ordini di moderazione". Più che una deriva poliziesca, si tratta di una risposta di classe a una rivolta alimentata dall'accentuarsi delle disuguaglianze scolastiche. E di un sintomo: l'«estremo centro» potrebbe essersi rivelato nient'altro che un irresponsabile pre-fascismo.

Nella mia esperienza di insegnante e osservatore del mondo scolastico in Francia, non avevo mai visto esercitare su un movimento di protesta giovanile un tale livello di repressione poliziesca, una tale volontà di terrorizzare giovani liceali o studenti delle medie, di usare violenza contro di loro, d'insultarli e umiliarli.

Le immagini e i racconti di studenti fermati e picchiati fanno gelare il sangue. Anche insegnanti e genitori ne danno testimonianza. 5.000 arresti: un triste record! Mai prima d'ora migliaia di liceali erano stati fermati ammanettati, rinchiusi nei commissariati e condotti davanti ai giudici minorili.

La cosa più singolare è che, negli ultimi mesi, in Francia si è discusso molto delle violenze subite da bambini e giovani all'interno di famiglie incestuose, istituzioni religiose e scolastiche, o nelle scuole primarie dove hanno agito dei pedofili. È persino in discussione una legge cosiddetta "integrale" per proteggere donne, bambini e adolescenti. E cosa vediamo contemporaneamente su un altro scenario? Poliziotti, talvolta in borghese o con equipaggiamento quasi militare, che insultano, picchiano e arrestano dei giovani. Il governo e la sua polizia sanno cosa stanno facendo? Sì, lo sanno. Stanno conducendo una vera e propria guerra contro bambini e adolescenti per insegnare loro che, dove c'è la forza, lì risiede l'unico potere che conta.

La scelta politica della violenza

Non si tratta di "incidenti" isolati causati da poliziotti radicalizzati, bensì di una politica deliberata. Il Ministro dell'Interno Laurent Nuñez lo ha spiegato chiaramente venerdì 2 ottobre su TF1: "Non c'è alcuna direttiva alla moderazione né alcun ordine di non utilizzare l'intero arsenale a disposizione delle forze di sicurezza interna". In altre parole, possono essere impiegati tutti i mezzi "sub-letali": non solo manganelli e gas lacrimogeni, ma anche proiettili di gomma (LBD), i cui danni sono già drammatici e ingenti (un quattordicenne ha perso un occhio, altri hanno subito denti rotti, fratture facciali o addirittura la perdita di una mano). Questa esortazione a usare la massima violenza contrasta nettamente con la moderazione mostrata verso gli agricoltori, anche quando le loro azioni prendevano di mira edifici pubblici o sedi del partito ecologista, oppure bloccavano strade e autostrade. Non si sono mai visti agricoltori picchiati mentre erano a terra, trascinati al suolo o strangolati, come invece accade agli studenti delle scuole medie e superiori. La somiglianza con le pratiche dell'ICE negli Stati Uniti, o addirittura con le tattiche di terrore dell'esercito israeliano in Cisgiordania, è davvero impressionante.

Certo, si dirà che questa violenza della polizia si riscontra un po' ovunque: in Italia come in Turchia o in Germania. In Francia, però, sta diventando una politica costante. L'escalation immediata è la regola: l'obiettivo è stroncare i movimenti sociali il più rapidamente possibile. È proprio ciò che il governo ha voluto fare. Il Ministro dell’Istruzione ha impiegato dieci giorni per reagire, e in modo fiacco. Prima si colpisce, poi eventualmente si discuterà. Si troverà il modo di sopire le rivendicazioni dei giovani: piattaforme digitali, commissioni, convegni, stati generali. Conosciamo bene l’intera gamma di anestetici.

Dare una lezione agli studenti

Qual è il senso di questa violenza sistematica nei confronti dei giovani? Gli atti di vandalismo volontario compiuti da giovani talvolta fuori dal circuito scolastico e le rare aggressioni a insegnanti o dirigenti scolastici fungono da pretesti per un intervento brutale contro la massa pacifica e auto-organizzata degli studenti in protesta. Ciò che è certo è che tra loro non c’erano 5.000 "teppisti". Come testimoniano molti insegnanti che hanno cercato di interporsi, nella maggior parte dei casi non si tratta di una risposta ad aggressioni o atti vandalici da parte di studenti o giovani esterni agli istituti; è piuttosto la volontà di attaccare sistematicamente ogni raduno di studenti davanti ai licei, di impedire lo sciopero scolastico e di soffocare brutalmente l’azione rivendicativa dei giovani.

La novità non risiede in questo livello di violenza della polizia: l’avevamo già visto durante il movimento dei Gilet Gialli. Più in generale, ci si era quasi abituati a metodi di intervento brutali in quasi tutte le manifestazioni di lavoratori dipendenti e pubblici ufficiali. L’elemento nuovo è che la minore età non costituisce più un argomento a favore della moderazione, forse addirittura il contrario. Un po’ come se i giovani che scioperano dovessero capire, fin dalla più tenera età, che non viviamo più in un regime democratico e che i diritti di espressione, di rivendicazione e di manifestazione non sono più validi. In fondo, attraverso questo modo di reprimere i giovani, viene loro trasmesso un messaggio: imparate dove risiede il potere e sappiate, soprattutto, che tale potere è al di sopra della democrazia. Probabilmente questo governo non si rende conto che un simile messaggio potrebbe ritorcersi durevolmente contro di lui. Perché quei giovani non dimenticheranno come sono stati trattati.

Il senso delle rivendicazioni degli studenti

Questa politica repressiva, lungi dall'essere giusta e intelligente, è efficace? Ha contribuito – anche grazie ai social network – a far sì che il movimento si allargasse giorno dopo giorno. Oggi, anche insegnanti e alcuni genitori si uniscono alla protesta, scandalizzati dalle brutalità della polizia e desiderosi di sostenere e inquadrare le manifestazioni. Naturalmente, questi metodi brutali vengono acclamati da politici e giornalisti di destra e di estrema destra. I canali di informazione continua si crogiolano in immagini di cassonetti in fiamme e pensiline degli autobus distrutte, come se tutti gli eccessi e i danni fossero argomenti a favore di un "ritorno all'ordine". Ma questa politica non risolve nulla. Perché, per risolvere i problemi, bisognerebbe innanzitutto ascoltare le rivendicazioni degli studenti, ma anche interrogarsi sulle cause del movimento.

Le rivendicazioni degli studenti delle scuole superiori riguardano la dignità e l'uguaglianza. I ragazzi percepiscono chiaramente il degrado dell'istruzione pubblica, così come quello di tutti i servizi pubblici. Sentono anche le critiche rivolte ai dipendenti pubblici e vedono le misure di bilancio destinate a peggiorare ulteriormente la situazione. Tuttavia, le loro parole non sono astratte: esprimono esperienze quotidiane, descrivono il loro ambiente, denunciano il fatiscente stato degli edifici scolastici, il sovraffollamento delle classi (tra i più elevati in Europa), la carenza di risorse; in breve, tutto ciò che testimonia una mancanza di rispetto nei loro confronti. Un simbolo di questo disprezzo è la mancanza di carta igienica nei bagni. Anche gli orari scolastici eccessivamente lunghi e pesanti sono vissuti molto male. Anche in questo caso, si tratta del risultato di riforme mal concepite, lontane dalla realtà scolastica, caratterizzate dalla moltiplicazione degli "insegnamenti di specializzazione", troppo numerosi per le aule effettivamente disponibili. A ciò si aggiunge la prolungata assenza di insegnanti supplenti, spesso in discipline fondamentali per il superamento degli esami. Infine, c’è tutto il carico d’angoscia legato al sistema algoritmico di selezione denominato "Parcoursup", che raccoglie le domande degli studenti in vista dell’istruzione superiore e agisce come un gigantesco Super-io meccanico durante gli ultimi due anni di scuola secondaria. Ormai, gli studenti intrattengono relazioni non tanto con i propri insegnanti quanto con un meccanismo astratto – una sorta di grande buco nero che inghiotte i loro voti giorno dopo giorno – per produrre un verdetto che convaliderà o meno, nell’oscurità dei suoi calcoli, il possesso di "competenze" sufficienti per accedere all’istruzione superiore nel corso di studi desiderato. La disumanizzazione si è così radicata ancora più a fondo nel cuore dell’insegnamento. La "scuola digitale", grande sogno dei riformatori tecnofili da almeno tre decenni, si è trasformata in un incubo.

Tali rivendicazioni sono perfettamente giustificate. Esse richiedono risorse finanziarie e umane: l’esatto opposto di quanto intende concedere un governo che non vuole assolutamente toccare i privilegi fiscali dei grandi patrimoni e che pianifica riduzioni del numero di insegnanti. Tuttavia, anche se venissero parzialmente accolte, queste richieste non intaccherebbero le cause strutturali alla base della rabbia degli studenti.

La Grande Divisione scolastica

Il movimento studentesco non si mobilita, come spesso accade, contro una legge o una riforma specifica; esso rappresenta piuttosto una reazione a una trasformazione profonda del sistema educativo. Questa trasformazione è la "Grande Divisione". Certo, il fatto che il sistema scolastico sia socialmente diviso non è una novità: è una caratteristica intrinseca dell’istruzione in una società di classe. Definisco «Grande Divisione» la crescente frattura tra gli istituti destinati ad accogliere i giovani provenienti da ambienti socialmente privilegiati e quelli popolari, frequentati in prevalenza da alunni di estrazione popolare – tra cui, nelle periferie, molti giovani di famiglie di origine straniera. La scolarizzazione di massa si è rivelata in parte un inganno ipocrita, poiché è andata di pari passo con una distribuzione fortemente iniqua degli studenti in base alla loro origine sociale. E sebbene le condizioni di studio siano mediamente scadenti un po’ ovunque, esse sono peggiorate molto più rapidamente negli istituti popolari, non solo per la carenza di risorse, ma anche per il semplice fatto di riunire giovani provenienti da contesti svantaggiati nelle stesse classi sovraffollate. Siamo giunti a un tale livello di separazione tra classi sociali all’interno del sistema scolastico che l’intero meccanismo rischia di bloccarsi. Non è un caso che il movimento abbia preso le mosse dagli istituti superiori delle periferie popolari per poi estendersi alle altre scuole.

Da tempo, la sociologia dell’educazione documenta accuratamente queste disparità in termini di risorse e di composizione della popolazione scolastica. Non è per ignoranza che i governi hanno permesso l’allargamento del divario sociale tra istituti e tra territori, né soltanto per impotenza politica. È il risultato di una scelta disastrosa a favore della disuguaglianza. L’ideologia neoliberista del mercato scolastico, la svalutazione dei contenuti culturali a vantaggio dell’adeguamento alle esigenze dell’economia e la volontà di imitare la gestione delle imprese private hanno accentuato, anno dopo anno e riforma dopo riforma, la frammentazione del sistema e il degrado dell’istruzione pubblica – aspetti che, peraltro, i risultati delle indagini PISA riflettono solo in modo parziale.

Si comprende meglio, allora, la gestione repressiva della rivolta studentesca, trattata alla stregua di un tumulto urbano animato da «delinquenti» da neutralizzare con la forza. Il governo francese non è composto da ciechi e sordi, né da idioti o ingenui. Quel governo sa bene che si tratta di una forma di lotta di classe – conseguenza della Grande Divisione sociale nell’istruzione – e vi risponde innanzitutto, quasi per riflesso, con strumenti da guerra civile. È bene ricordarsene. Quella che lo storico Pierre Serna ha definito, con una certa ironia, «estremo centro» potrebbe essersi rivelata, in fin dei conti, nient’altro che un irresponsabile pre-fascismo.

 

 

Le piazze francesi - Andrea Zhok

 

Guardo gli scontri di Parigi, vedo i cassonetti bruciati, le auto rovesciate, le vetrine infrante, e penso.

Penso che queste distruzioni e gli occasionali atti di teppismo vandalico potrebbero giustificare una dura repressione.


Penso che ci vorrebbe un’interlocuzione politica, istituzionale per trasformare la rabbia in riforma, in mutamento costruttivo.


Penso che il passato ci insegna che una rivolta senza una chiara piattaforma rivendicativa verrà alla fine schiacciata, che si esaurirà, forse che consoliderà persino il potere.


Penso a tutte queste cose. E però non riesco a trattenere un dubbio, un sospetto, un sentimento che si intrufola attraverso selve di pensieri e stratificazioni geologiche di riflessioni.


Il sentimento, come si conviene ai modi del sentire, è inarticolato, confuso, e tuttavia provo a domarlo, a rettificarlo nel nome della ragione; e alla fine prende una forma.


Sì, hai ragione, ci vorrebbe un’interlocuzione politica;


sì, ci vorrebbe una lucida piattaforma rivendicativa;


sì, il rischio che tutto si esaurisca in un consolidamento del potere costituito è altissimo.


E tuttavia, è questa davvero l’alternativa reale a disposizione?


No, perché se l’alternativa è venire lentamente soffocati dal fango raffermo di poteri oscuri quanto onnipresenti, che ti tolgono tutto, ogni giorno, per sempre, che ti espellono dalla vita e dicono che è colpa tua, che ti spiegano col sorriso meccanico stampato in faccia che questo è il migliore dei mondi possibili e che sei tu a non capire. Se questa è la reale alternativa.


Ed è questa.


Allora, forse, spaccare tutto è certo subottimale, è riprovevole, è una pessima soluzione e se fossi capo del mondo farei tutt’altro. Ma è un segno che c’è ancora della vita da quelle parti.


Vita distorta, deformata, vita che potrebbe e dovrebbe essere ben altrimenti qualificata e razionale, ma comunque vita.

Meglio, sempre, mille volte meglio della paralisi in attesa di una futura promozione ad avanguardia decorata di sterminate sabbie mobili, in cui affondare senza fine.

 

 

Perché la rivolta di Parigi terrorizza così tanto - Paolo Desogus  06/10/2026
Sono abituato alla riduzione della contestazione e del dissenso a fenomeno di ordine pubblico. Questa torsione argomentativa è del resto tipica di quel fascismo strisciante che non ci ha mai abbandonati e che salda i sentimenti piccolo borghesi più abietti, più meschini, più reazionari alle istanze del grande capitale che attraverso le proprie agenzie trasforma quei sentimenti in materiale ideologico e in propaganda.

C’è però un salto di qualità. Le reazioni scomposte al grande movimento di protesta nato in Francia, che spero contagi anche l’Italia e il resto d’Europa, non si limitano più a trasformare i manifestanti in facinorosi e il dissenso in teppismo. Quello che emerge dalle reazioni contro gli studenti francesi aggiunge al vecchio armamentario poliziesco e repressivo anche qualcos’altro, ovvero il razzismo.


I commenti al mio post di ieri, sono solo un piccolo indizio. A loro si aggiungono le schiere di troll che hanno saturato le pagine dei social e della stampa, supportati dai questurini dell’informazione che imperversano sulle televisioni. Tra i commenti più frequenti ci sono quelli di chi lamenta la presenza di bandiere della Palestina nelle proteste francesi o di chi conta i visi dalla pelle nera nelle immagini degli scontri: a loro dire segno inequivocabile che “non sono francesi”.


Poi ci sono quelli che evocano lo scontro culturale. La sinistra “islamista” vuole distruggere l’attuale civiltà.


Molti di questi commenti nascono da profili falsi. Altri no, sono autentici. Il vannaccismo e il melanismo, uniti al processo di israelizzazione della società e dunque alla criminalizzazione fondata su base razziale del dissenso, si sono oramai radicati. Hanno una base di consenso. Le sue punte più estreme e xenofobe sono certamente minoritarie. Ma è significativo il fatto che i loro sostenitori siano usciti dalle fogne e si manifestino apertamente.


Ad ogni modo, è vero, lo confesso, non amo questa civiltà. Non posso amare un’Europa e un Italia sottomesse in tutto e per tutto al neoliberismo. Non posso supportare chi ha come orizzonte politico solo la guerra e il riarmo. Non posso sostenere le politiche ipocrite che tacciono di fronte al genocidio a Gaza, alle annessioni di Palestina, Libano e Siria e all’apartheid in Cisgiordania. Non amo e non sostengo questa civiltà perché non è tale, perché non è una civiltà. Perché della vicenda europea ha preso solo il peggio e cioè il razzismo, classismo, la soppressione del conflitto sociale e la riduzione del diritto a formalità cui possono sottrarsi i ricchi e i potenti. Insomma non la amo perché è in realtà barbarie.


Fanno bene i ragazzi a protestare. Fanno bene a ribellarsi a una realtà a loro ostile, una realtà alienante che promette false libertà, falsi piaceri, false soddisfazioni esistenziali. La storia europea, di cui la Francia è stata protagonista, non è solo fascismo, colonialismo e individualismo neoliberale. Non è Giorgia Meloni o Marine Le Pen. È anche diritto, democrazia, solidarietà, comunità e lotta di classe.
*Commento Facebook del 5 ottobre 2026

 da qui


Un’Europa che divora i suoi figli - Lavinia Marchetti

Cresciuti nell’austerità e nelle politiche panottiche e concentrazionarie, i ragazzi vogliono solo insegnanti e scuole e non morire nelle trincee, ma vengono repressi e mutilati

 

Abbiamo vissuto decenni, dal dopoguerra fino ai primi anni 2000, in cui i ragazzi entravano nelle piazze chiedendo troppo. L’eccedenza era sul futuro. I ragazzi erano affamati di futuro. Nel 1968 volevano rovesciare i rapporti d’autorità, mettere in discussione chi comandava nelle università e nelle fabbriche, contestavano la società dei consumi, parlavano di autogestione, dignità, eguaglianza. Nel 2001 una generazione ancora pensava abbastanza in grande da prendersela con l’ordine economico mondiale. C’erano errori di eccedenza, succede, i giovani sono vivi, hanno molto tempo davanti, così tanto da pretendere un futuro.

Quello che sta accadendo adesso in Europa ci offre un racconto molto più triste. La misura delle pretese si è abbassata fino quasi alle condizioni elementari dell’esistenza. Cosa chiedono i ragazzi nel 2026? Un professore presente in classe. Un edificio scolastico che non gli crolli addosso, magari un’aula senza topi. La possibilità di andare all’università senza essere eliminati da un algoritmo di selezione. Un affitto che uno stipendio possa pagare. A diciott’anni, magari, il desiderio di ricevere una lettera dall’università prima di un questionario dell’esercito.

Perché questi ragazzi non sognano in grande? Ma è ovvio! Il futuro sopravvive, ristretto alla manutenzione del presente. Mark Fisher aveva ripreso da Franco “Bifo” Berardi l’espressione: «la lenta cancellazione del futuro». Berardi collocava l’inizio di questa mutazione negli anni Settanta e Ottanta e parlava della scomparsa di una certa percezione psicologica del domani, quella fiducia moderna secondo cui ciò che sarebbe venuto avrebbe potuto essere radicalmente diverso da ciò che già esisteva. Fisher ne fece una delle intuizioni centrali di Ghosts of My Life. Oggi mi è venuto spontaneo pensarci davanti ai licei francesi. Mentre i ragazzi chiedono banchi e insegnanti lo Stato manda CRS, granate assordanti, LBD, taser ed energumeni anfetaminici pronti a spaccare teste. Migliaia di agenti.

Mark Fisher aggiunse all’espressione di Bifo un’altra formula altrettanto utile: la «deflazione delle aspettative». Questo funziona quando la trasformazione sociale perde credibilità. Che cosa resta dei sogni, di quell’eccedenza di futuro da vivere? Beh, l’amministrazione di ciò che esiste. Si può aspirare a un impiego meno precario, a un appartamento accessibile di periferia, a una vita su binari appena appena più stabili. Pensare un ordine completamente diverso appare quasi infantile, oppure estremista. Io credo che il nichilismo consumistico abbia vinto in una maniera che i suoi stessi critici avevano sottovalutato. Ha insegnato per decenni che la felicità coincideva con l’accesso individuale alle merci, e che il successo fosse qualcosa di privato come la sconfitta e che dunque la società non fosse altro che carriera e consumo. Il famoso produci, consuma, crepa. In questi giorni scopriamo una generazione costretta a difendere collettivamente ciò che avrebbe dovuto ricevere senza farsi massacrare in piazza. Cose garantite costituzionalmente come istruzione, casa, tempo, pace. E tutto ciò lo incontriamo dietro una nuvola di lacrimogeni e crani spaccati di 16enni. Questa è l’Europa che abitiamo. Un luogo in cui il futuro, per un giovane, non esiste, un luogo dove si prepara una guerra dove quei giovani dovranno morire per far godere di eccedenze e privilegi un 1% del mondo.

COME ABBIAMO UCCISO I SOGNI DEI RAGAZZI EUROPEI?

Stamani su Libération c’è un ottimo articolo di Nicolas Delalande, storico e autore di Une histoire mondiale des riches. Osserva che i liceali francesi appartengono alla prima generazione nata dopo la grande crisi dei debiti sovrani europei. Hanno conosciuto l’austerità come condizione normale dell’esistenza. La pandemia è arrivata durante la loro infanzia o prima adolescenza, lasciando dietro di sé una «debt Covid» fatta di apprendimento degradato e sofferenza psichica. Delalande richiama David Graeber reinquadrando il “debito” non tanto come una mera cifra nei conti pubblici, quanto come una relazione morale fra generazioni e classi sociali. Un ragazzo nato nel 2010 si sente spiegare oggi che per la sua scuola mancano risorse e, contemporaneamente, che dovrà pagare il debito accumulato prima che avesse l’età per sapere cosa fosse un bilancio pubblico. (Libération, 8 ottobre 2026, p. 5, Nicolas Delalande, «La Gen Z a mal à la dette»)

A questa esperienza se ne è aggiunta un’altra che Fisher morendo nel 2017 poteva soltanto intravedere. I ragazzi europei che oggi hanno sedici o diciotto anni hanno trascorso una parte decisiva della loro formazione dentro una sequenza di guerre trasmesse in tempo reale. Gaza occupa un posto particolare. La vedono sul telefono, la condividono e ne parlano, la portano con loro nelle manifestazioni. Nel corteo francese descritto da “il manifesto” di oggi, un professore cita esplicitamente il genocidio in Palestina fra le questioni che attraversano le discussioni dei suoi allievi. Sui cartelli e nelle fotografie pubblicate da Libération compaiono riferimenti alla Palestina accanto alle rivendicazioni scolastiche. Mame-Fatou Niang ricorda che questa generazione francese aveva già conosciuto gli attentati del 2015 e poi il Covid; adesso vive «gli echi di mille guerre e catastrofi». La guerra, per loro, non è un’astrazione geopolitica come lo era per noi adolescenti europei cresciuti negli anni Novanta e neanche per la generazione precedente. (Libération, 8 ottobre 2026, p. 4, Mame-Fatou Niang, «Face au monde en crise, l’arme de joie»)

COME L’EUROPA TRATTA I SUOI FIGLI, NUMERI E STORIE


 

Le cifre sono utili quando il potere prova a ridurre le proteste a qualche cassonetto incendiato. Per quello che sappiamo fino ad ora abbiamo almeno 215 studenti lesionati, migliaia di fermi (solo in Francia circa 6.000), diciotto inchieste aperte dall’IGPN sulle condotte delle forze dell’ordine. Molti dei ragazzi di cui voglio riportare la storia sono minorenni. Alcuni hanno presentato denuncia, molti sono in attesa di un processo, altri ancora sono usciti dal commissariato, senza alcuna imputazione, almeno per adesso.

1.      Quindici anni, Lens. Una mano perduta.
Lunedì 5 ottobre, davanti al liceo Auguste-Béhal di Lens, un ragazzo di quindici anni perde la mano sinistra in seguito all’esplosione di una granata utilizzata dalla polizia durante gli interventi intorno alla protesta. È difficile trovare un’immagine più precisa della sproporzione raggiunta in queste giornate. Abbiamo un adolescente davanti alla propria scuola, un’arma destinata al teorico mantenimento dell’ordine che si traduce in una mutilazione permanente. Il caso arriva immediatamente all’IGPN e costringe il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ad annunciare la sospensione dell’impiego delle granate assordanti durante le mobilitazioni studentesche (dovremmo anche ringraziarlo). In realtà il lancio manuale rimane consentito: si vieta solo il lanciagranate, mentre la maggior parte delle granate viene lanciata a mano. Il ragazzo ha quindici anni e dovrà vivere con quanto è accaduto. (Filippo Ortona, «I liceali non si fermano, nonostante il governo», il manifesto, 7 ottobre 2026, p. 7; Filippo Ortona, «Francia, si uniscono gli universitari. Governo in panne», il manifesto, 8 ottobre 2026, p. 6).

2.      Sedici anni. Un LBD, un occhio.
Un altro studente, sedici anni, viene colpito da un LBD, il lanceur de balle de défense, arma cosiddetta subletale utilizzata da anni dalla polizia francese e da altre forze di “sicurezza”. Il ragazzo perde un occhio. La famiglia presenta denuncia. L’aggettivo “subletale” è molto rassicurante. La realtà è che un proiettile di gomma sparato in faccia ad un adolescente lo mutila. (Filippo Ortona, «I liceali non si fermano, nonostante il governo», il manifesto, 7 ottobre 2026, p. 7).

3.      Eden, quattordici anni. Il lacrimogeno sparato in volto.
Eden ha quattordici anni. Secondo la denuncia presentata dalla famiglia, durante gli interventi della polizia davanti ai licei un agente gli spara un lacrimogeno a distanza ravvicinata, colpendolo direttamente al volto. La famiglia deposita una denuncia per «tentato omicidio volontario» e l’IGPN apre un’inchiesta. Se vogliamo capire perché insegnanti e genitori abbiano cominciato a disporsi fisicamente fra gli studenti e i reparti antisommossa, casi simili spiegano parecchio senza bisogno di ulteriori commenti.

4.      Ethan, quindici anni. Dopo il commissariato ha paura di uscire di casa.
Mediapart cambia il suo nome per proteggerlo e lo chiama Ethan. Ha quindici anni e frequenta il penultimo anno del liceo professionale Frédéric-Bartholdi di Saint-Denis e viene fermato durante un blocco studentesco tra il 24 e il 25 settembre. Trascorre ventiquattro ore in commissariato. Qualche giorno dopo viene visitato da uno psichiatra infantile. Nel certificato medico citato nell’inchiesta compaiono incubi, angoscia, ipervigilanza, evitamento del mondo esterno e paura di tornare a scuola. La diagnosi riportata è quella di stress post-traumatico acuto. Ethan racconta ai giornalisti di avere ormai paura di incontrare nuovamente gli agenti della BAC. Prima di allora era semplicemente uno studente che aveva partecipato a un blocco. Dopo ventiquattro ore di custodia teme perfino di uscire da solo. (Inès Bennacer e Pierre Jequier-Zalc, «Botte e insulti razzisti. Gli studenti raccontano le prime ore di fermo», inchiesta Mediapart, traduzione italiana di Riccardo Antoniucci, Il Fatto Quotidiano, 5 ottobre 2026, p. 4).

Il racconto delle ore trascorse in commissariato aggiunge particolari ancora più gravi. Ethan sostiene che durante la perquisizione un agente gli abbia ordinato di spogliarsi; al suo rifiuto di togliere i calzini, il poliziotto gli avrebbe abbassato con la forza pantaloni e biancheria. Riferisce insulti rivolti a lui e alla sua famiglia, quindi racconta di essere stato afferrato per il colletto, scaraventato contro il letto di cemento della cella e colpito dietro la testa. Esce dal commissariato senza accuse penali. Alla fine dell’intervista Ethan racconta che era la prima volta che partecipava a uno sciopero per qualcosa che riteneva giusto; dopo quell’esperienza dubita di volerlo fare di nuovo. La repressione ha già raggiunto il suo obiettivo.

5.      Mohammed. Quarantotto ore e un insulto razzista.
Mohammed frequenta il secondo anno del liceo generale Paul-Éluard di Saint-Denis. Tra il 29 settembre e il 1° ottobre trascorre quarantotto ore in custodia cautelare con l’accusa di danneggiamento di beni. Il ragazzo contesta i fatti e il procedimento deve ancora arrivare a giudizio, dunque siamo ancora all’interno della presunzione d’innocenza. Il suo racconto riguarda ciò che sarebbe accaduto dal momento del fermo. Dice che i poliziotti lo hanno tirato per i capelli e caricato nell’auto; durante il trasporto uno degli agenti gli avrebbe piegato il braccio con tale forza da fargli temere che si spezzasse. Quando chiede cosa abbia fatto, racconta di aver ricevuto come risposta soltanto l’ordine di tacere. In commissariato viene collocato con altri tre ragazzi in una cella predisposta per tre persone; riferisce un unico pasto al giorno e manganelli battuti sulle sbarre durante la notte per svegliare i fermati. Poi l’insulto: «sporco piccolo arabo». La madre di Mohammed racconta a sua volta di essere stata trattata aggressivamente quando si è presentata al commissariato per vedere il figlio.

6.      Noham, sedici anni. Era andato a scuola per evitare un’assenza.
La storia di Noham è il classico caso che accade durante le vicende di repressione violenta della dissidenza. Ha sedici anni e frequenta il liceo Jean-Jacques-Rousseau di Sarcelles. Il 24 settembre decide di presentarsi regolarmente a scuola perché teme che un’assenza possa essere considerata ingiustificata. Alle 8.15 due agenti della BAC lo fermano e lo portano via, gli amici riprendono la scena e avvertono sua madre, Sophia Fichera. Secondo il racconto della donna, durante il trasporto Noham domanda ripetutamente perché sia stato arrestato e gli agenti lo minacciano dicendogli che lo faranno «a pezzi» se continua. La madre riferisce inoltre colpi al volto e al fegato. Il ragazzo viene rilasciato alle diciotto. Da allora, racconta Fichera, rifiuta di tornare a scuola da solo e accetta di andarci soltanto quando il padre lo accompagna. Nel gennaio 2027 dovrà comparire davanti al giudice minorile per la contestazione di partecipazione a un assembramento con possesso di un’arma, accusa che nega. Prima di quel fermo temeva un’assenza sul libretto.

7.      Lionel, diciassette anni. Cinque agenti davanti alla scuola.
Lionel è un altro nome di fantasia utilizzato da Mediapart. Ha diciassette anni, frequenta anche lui il Paul-Éluard di Saint-Denis e conosce già la custodia cautelare. Questo dettaglio è utile per un confronto. Racconta di essere stato fermato altre volte e insiste sul fatto di non aver mai subito un trattamento paragonabile a quello ricevuto durante le proteste dei liceali. Mostra ai giornalisti un video nel quale, secondo il reportage, cinque agenti lo scaraventano violentemente a terra davanti al suo istituto. Esce dal fermo senza accuse penali e con una lesione profonda al sopracciglio. Lionel racconta di essere stato picchiato e insultato come mai gli era accaduto nei precedenti passaggi in custodia. Il confronto viene dunque da un ragazzo che conosce già quella procedura e percepisce una differenza concreta nella violenza utilizzata durante queste mobilitazioni. (Inès Bennacer e Pierre Jequier-Zalc, «Botte e insulti razzisti. Gli studenti raccontano le prime ore di fermo», Mediapart, trad. Riccardo Antoniucci, Il Fatto Quotidiano, 5 ottobre 2026, p. 4). UN RICORDO DEGLI ANNI ’70A queste storie si aggiunge il precedente storico recuperato da Philippe Artières su Libération. Nel febbraio 1971 Richard Deshayes aveva diciannove anni. Partecipava a una manifestazione nei pressi del liceo Chaptal di Parigi quando una granata della polizia lo colpì, provocandogli la perdita di un occhio. Venne successivamente arrestato e condannato. Artières ricostruisce quella vicenda dentro l’analisi della politica dell’ordine di Raymond Marcellin, ministro dell’Interno francese fra il 1968 e il 1974, e parla apertamente del «ritorno della dottrina Marcellin» per leggere la gestione attuale delle mobilitazioni liceali. Cinquantacinque anni separano Deshayes dai ragazzi del 2026, ma la violenza è la medesima. (Philippe Artières, «Répression: le retour de la doctrine Marcellin», Libération, 8 octobre 2026, p. 5).

da qui


Francia, la rivolta studentesca oltre gli scontri - Gianluca Cicinelli

Le rivolte raramente nascono dove le condizioni di vita sono migliori. Più spesso prendono forma quando un disagio sopportato a lungo smette di essere considerato inevitabile. La protesta degli studenti francesi, cominciata nei licei e poi estesa a una parte delle università, sembra appartenere a questa storia. Migliaia di giovani hanno deciso che le ore di lezione perdute per mancanza di insegnanti, gli edifici inadeguati e le disuguaglianze fra scuole non potevano più essere accettati come inconvenienti ordinari.

Diogene Notizie ha scelto di dedicare tre articoli a questo movimento perché raccontarlo soltanto attraverso le manifestazioni, i blocchi e gli scontri significherebbe fermarsi alla sua superficie. Ci interessa capire che cosa accada sotto quella superficie: quali condizioni materiali abbiano prodotto il malcontento, chi stia cercando di organizzarlo e se la protesta possa incontrare altre componenti di una società attraversata da difficoltà economiche sempre più evidenti.

Il primo articolo del dossier affronta la povertà educativa e le disuguaglianze territoriali. Non tutte le scuole francesi hanno gli stessi problemi e non tutti gli studenti dispongono delle medesime risorse familiari per compensarli. Quando un insegnante manca, chi può permetterselo ricorre a lezioni private, sostegni e opportunità aggiuntive. Chi non può, perde semplicemente una parte della propria istruzione. È anche attraverso meccanismi di questo genere che le disuguaglianze economiche diventano disuguaglianze nel futuro.

Il secondo articolo indaga la composizione del movimento, il ruolo delle organizzazioni studentesche, dei sindacati e delle forze politiche. Una mobilitazione di queste dimensioni non è un soggetto uniforme: contiene orientamenti differenti, conflitti interni, tentativi di coordinamento e iniziative spontanee. Capire chi partecipa non significa attribuire automaticamente a qualcuno la direzione della protesta. Significa verificare quali organizzazioni siano presenti, che cosa propongano e quanto riescano effettivamente a rappresentare chi manifesta.

Il terzo articolo allarga lo sguardo alla situazione economica francese. Il debito pubblico ha raggiunto il 119 per cento del prodotto interno lordo, mentre il governo prepara una manovra finanziaria difficile e le organizzazioni sindacali contestano le politiche di contenimento della spesa. La protesta studentesca comincia così a incontrare rivendicazioni che riguardano anche salari, pensioni e servizi pubblici. Non sappiamo se da questi primi collegamenti nascerà una mobilitazione sociale più ampia. È una possibilità da indagare, non un esito da annunciare.

C’è tuttavia una questione che sarebbe scorretto lasciare fuori dal racconto: la violenza.

Le grandi rivolte sociali sono difficili da immaginare come processi interamente ordinati e pacifici. Quando migliaia di persone contestano apertamente l’autorità delle istituzioni, occupano spazi, bloccano attività e si confrontano con le forze dell’ordine, la possibilità che si producano scontri è concreta. La storia dei movimenti sociali lo dimostra. Ma una spiegazione storica non costituisce una giustificazione morale o politica.

Non tutto ciò che avviene durante una rivolta merita lo stesso giudizio. Un blocco studentesco, il danneggiamento di una vetrina, l’incendio di un’automobile e l’aggressione a una persona sono fatti diversi, che comportano conseguenze diverse. Non basta chiamarli tutti «violenza» per averli compresi. Occorre chiedersi chi abbia agito, contro chi, in quali circostanze e con quali effetti.

È una distinzione particolarmente importante per un giornale che mette al centro della propria attenzione le condizioni di vita delle persone più povere. Chi incendia l’automobile di un lavoratore può distruggere uno strumento indispensabile per guadagnarsi da vivere. Chi devasta una scuola pubblica può privare di lezioni e servizi proprio gli studenti che dispongono di meno alternative. Anche quando nasce in un contesto di rabbia sociale, un’azione del genere può finire per colpire persone estranee alle decisioni contestate, aggravandone le difficoltà.

Questo non significa equiparare qualsiasi danneggiamento a un’aggressione fisica, né sostenere che ogni protesta debba limitarsi alle forme di contestazione gradite alle autorità. Significa rifiutare un automatismo opposto: quello per cui un gesto sarebbe giustificato semplicemente perché compiuto nel corso di una rivolta nata da ragioni condivisibili.

Gli avvenimenti francesi impongono però di esaminare con altrettanto rigore l’operato delle forze dell’ordine. Il 5 ottobre, davanti al liceo Auguste-Béhal di Lens, un ragazzo di quindici anni ha perso una mano in seguito all’esplosione di una granata impiegata dalla polizia. È stata aperta un’inchiesta affidata all’Ispettorato generale della polizia nazionale per accertare le circostanze e le responsabilità dell’accaduto. Nei giorni successivi il ministero dell’Interno ha sospeso l’impiego di quel tipo di granate durante le manifestazioni studentesche.

Non è un episodio che possa essere liquidato come una conseguenza inevitabile degli scontri. Un adolescente ha subito una mutilazione permanente nel corso di una protesta per il diritto allo studio. Le responsabilità penali saranno stabilite dall’inchiesta, ma il fatto pone già una domanda sulla proporzionalità degli strumenti impiegati per gestire manifestazioni alle quali partecipano soprattutto minorenni.

Allo stesso tempo, sono documentati episodi di aggressione contro agenti, personale scolastico e dirigenti, oltre a danneggiamenti di istituti e beni pubblici. Anche questi fatti devono essere accertati e attribuiti ai loro responsabili. Non possiamo trasformare tutti i manifestanti negli autori delle violenze compiute da alcuni, così come non possiamo considerare ogni intervento di polizia automaticamente illegittimo.

Un’altra tentazione da evitare è quella di spiegare gli scontri ricorrendo senza prove alla presenza di provocatori o infiltrati. È legittimo indagare il ruolo di gruppi esterni al movimento e l’eventuale responsabilità di chi abbia deliberatamente alimentato le tensioni. Ma il sospetto non è una prova. Attribuire un incendio o un’aggressione a una regia nascosta senza documentazione significherebbe sostituire l’inchiesta con una narrazione rassicurante per le proprie convinzioni.

Rimane infine una questione politica. La violenza può cambiare il significato pubblico di una protesta. Può allontanare chi ne condivide le rivendicazioni, offrire argomenti a chi chiede misure repressive e spostare il dibattito dalle condizioni delle scuole all’ordine pubblico. Ma può accadere anche il contrario: un intervento sproporzionato delle forze dell’ordine può ampliare la mobilitazione e trasformare una vertenza sull’istruzione in una contestazione più generale del comportamento dello Stato.

Non esiste una legge storica che consenta di prevedere quale di questi processi prevarrà. Per comprenderlo bisogna osservare i fatti e le reazioni sociali, non limitarsi a proclamare che la protesta abbia sempre ragione o che l’autorità sia sempre nel giusto.

Il nostro dossier nasce da questa esigenza. Non raccontare gli studenti francesi come eroi senza contraddizioni, né come giovani irresponsabili da ricondurre all’ordine. Raccontarli come una parte della società che ha cominciato a contestare condizioni materiali precise, dentro un paese attraversato da tensioni economiche e politiche più ampie.

Siamo di parte: ci interessa soprattutto chi paga il prezzo delle disuguaglianze, chi dispone di meno risorse e chi rischia di essere escluso dalle opportunità che una scuola pubblica dovrebbe garantire. Ma essere di parte non ci esime dal dovere di verificare i fatti, distinguere le responsabilità e riconoscere le contraddizioni anche dei movimenti sociali.

È con questo criterio che proponiamo i tre articoli. Perché capire una rivolta non significa approvarne ogni gesto. E condannarne le violenze non significa dimenticare le condizioni che l’hanno fatta nascere

 

Studenti Francia/1 – La scuola che riproduce la povertà

In Seine-Saint-Denis quasi quattro minori su dieci vivono sotto la soglia di povertà. La protesta partita dai licei delle periferie parigine denuncia insegnanti mancanti, edifici degradati e classi sovraffollate. Ma i dati del ministero francese raccontano una crisi più profonda: un sistema educativo nel quale le condizioni economiche delle famiglie continuano a pesare sulle possibilità di costruirsi un futuro.

Al liceo Antoine-de-Saint-Exupéry di Créteil, nella periferia sud-orientale di Parigi, alcuni studenti hanno cominciato l’anno scolastico senza poter frequentare regolarmente le lezioni di francese. Altri non disponevano dell’assistenza necessaria per le proprie disabilità. Mancavano insegnanti, personale sanitario e figure amministrative. Il 17 settembre i docenti sono entrati in sciopero e il giorno successivo gli studenti hanno bloccato gli ingressi. Da quella scuola ha preso avvio una mobilitazione che nelle settimane successive si è estesa a numerosi licei francesi.

Il 5 ottobre, quando Le Monde è tornato al Saint-Exupéry, le lezioni erano riprese. La protesta aveva ottenuto alcuni risultati: il rettorato aveva provveduto a nuove assunzioni e diversi problemi organizzativi erano stati risolti. Mancavano ancora, però, personale infermieristico e assistenti per gli studenti con disabilità. Un’insegnante raccontava che alcuni ragazzi avevano ricevuto la prima lezione di francese soltanto la settimana precedente. I rappresentanti dei genitori segnalavano infiltrazioni d’acqua e manutenzioni rimandate. Una vicenda nella quale il diritto all’istruzione non era in discussione sul piano formale, ma nella sua concreta attuazione quotidiana.

Da Créteil il movimento si è diffuso rapidamente nella regione parigina, coinvolgendo soprattutto nella prima fase gli istituti delle periferie popolari, prima di estendersi al resto del paese. All’inizio di ottobre centinaia di licei risultavano interessati dai blocchi e dalle sospensioni delle lezioni. Il 6 ottobre la mobilitazione ha assunto dimensioni nazionali, con studenti, insegnanti e organizzazioni sindacali nelle piazze francesi. Nel frattempo il conflitto si è allargato, incorporando questioni politiche più generali e producendo anche episodi di violenza sui quali sarà necessario un esame specifico.

Ma per comprendere l’origine della protesta occorre partire da ciò che gli studenti chiedevano prima che il movimento diventasse un problema di ordine pubblico: insegnanti presenti, classi meno affollate, edifici utilizzabili, servizi scolastici funzionanti e maggiori opportunità di proseguire gli studi. Sono richieste che assumono un significato particolare nei territori dove la povertà è più diffusa.

QUATTRO MINORI POVERI SU DIECI

La Seine-Saint-Denis è uno dei dipartimenti più poveri della Francia metropolitana. Secondo i dati dell’INSEE relativi al 2023, gli ultimi disponibili con questo livello di dettaglio, il 38,7% dei minori di diciotto anni viveva sotto la soglia di povertà. A Parigi la percentuale era del 21,7%. Il reddito disponibile mediano annuo per unità di consumo raggiungeva 21.250 euro in Seine-Saint-Denis, contro 33.650 nella capitale. Due territori confinanti, appartenenti alla stessa area metropolitana, presentano dunque condizioni economiche profondamente differenti.

Queste cifre non dicono quanti manifestanti provengano da famiglie povere. Sarebbe improprio attribuire a tutti gli studenti di un territorio la condizione economica che caratterizza una parte della sua popolazione. Permettono però di comprendere il contesto nel quale si sviluppano alcune delle rivendicazioni più insistenti.

Per una famiglia benestante, l’assenza prolungata di un insegnante può essere almeno parzialmente compensata con lezioni private, corsi integrativi e strumenti educativi acquistati sul mercato. Per una famiglia che fatica a sostenere le spese ordinarie, quella possibilità può non esistere. Il medesimo disservizio pubblico rischia così di produrre conseguenze molto diverse a seconda del reddito familiare.

È un meccanismo che riguarda più della semplice disponibilità di denaro. Le condizioni abitative, gli spazi per studiare, gli strumenti informatici e le possibilità di sostegno extrascolastico contribuiscono a determinare quanto uno studente possa affrontare le difficoltà del proprio percorso educativo. La scuola pubblica dovrebbe contribuire a ridurre queste differenze. Quando non riesce a farlo, le disuguaglianze economiche possono trasformarsi in disuguaglianze di opportunità.

La composizione sociale degli istituti conferma quanto siano diversi i contesti nei quali gli studenti francesi ricevono la propria istruzione. Il ministero utilizza un indicatore denominato indice de position sociale (IPS), costruito considerando le caratteristiche socioeconomiche e culturali delle famiglie. Non misura il reddito individuale né la qualità degli insegnanti, ma permette di confrontare l’ambiente sociale di provenienza degli studenti.

Le schede scolastiche basate sui dati ministeriali attribuiscono, per il 2025-2026, un IPS di 82,8 al liceo Le Corbusier di Aubervilliers, coinvolto nella mobilitazione, contro 148,4 del prestigioso Henri-IV di Parigi. Il secondo è un istituto particolarmente selettivo e non rappresenta la media delle scuole della capitale. Il confronto, tuttavia, mostra l’ampiezza delle distanze sociali possibili all’interno dello stesso sistema educativo.

LE LEZIONI CHE LO STATO PROMETTE E NON GARANTISCE

La questione delle assenze degli insegnanti non riguarda soltanto gli istituti che hanno dato origine alla rivolta. È un problema nazionale, quantificato dallo stesso ministero dell’Istruzione.

Una ricerca pubblicata il 30 aprile 2026 dalla Direction de l’évaluation, de la prospective et de la performance (DEPP) rivela che nell’anno scolastico 2024-2025 il 9,8% delle ore di insegnamento previste negli istituti secondari pubblici non è stato effettivamente assicurato. Il 7,5% delle ore programmate è andato perduto per assenze degli insegnanti non sostituiti e il restante 2,3% per chiusure complete degli istituti. Nel dieci per cento delle scuole maggiormente colpite, la quota delle ore non svolte supera il 15%.

Il dato contiene però un elemento che impedisce interpretazioni troppo semplici. La stessa DEPP precisa che, considerando complessivamente gli istituti, le differenze nelle ore perdute in relazione all’origine sociale degli studenti sono relativamente contenute. I collège appartenenti alle reti dell’educazione prioritaria registrano perdite maggiori, ma non emerge una regola generale secondo cui tutte le scuole più povere perdano sistematicamente più lezioni.

La distinzione è decisiva. Il problema non consiste necessariamente in una distribuzione delle assenze che penalizza sempre i territori poveri, ma anche nella differente capacità delle famiglie di affrontarne le conseguenze. Una parte del costo delle carenze scolastiche può essere trasferita, di fatto, sulle risorse private degli studenti. Dove queste risorse mancano, il diritto all’istruzione rischia di diventare più fragile.

Al liceo Le Corbusier di Aubervilliers, gli insegnanti riuniti in assemblea il 5 ottobre hanno chiesto la sostituzione sistematica dei colleghi assenti, l’assunzione di personale medico e sociale, ulteriori assistenti educativi, la ristrutturazione degli edifici e attrezzature informatiche funzionanti. Il documento pubblicato dalla CGT Éduc’action della Seine-Saint-Denis elenca necessità precise, direttamente collegate al funzionamento dell’istituto.

Anche al Jean-Jaurès di Montreuil il personale scolastico ha denunciato classi sovraffollate e spazi insufficienti. I problemi segnalati nei diversi licei non coincidono perfettamente, ma hanno un denominatore comune: la distanza fra le condizioni nelle quali l’insegnamento dovrebbe svolgersi e quelle concretamente disponibili.

UNA SELEZIONE CHE COMINCIA PRIMA DELL’UNIVERSITÀ

La disuguaglianza educativa francese non si esaurisce nelle condizioni materiali degli edifici o nella disponibilità degli insegnanti. I dati sui risultati scolastici mostrano quanto l’origine sociale continui a pesare lungo il percorso formativo.

Nella sessione 2024 del Diplôme national du brevet, l’esame sostenuto alla conclusione del collège, gli studenti di origine sociale molto favorita hanno registrato, nella serie generale, un tasso di successo superiore di 21,5 punti percentuali rispetto a quelli provenienti da ambienti svantaggiati. La differenza emerge dunque prima dell’ingresso nei licei e riguarda ragazzi che hanno frequentato lo stesso sistema scolastico nazionale.

Non significa che i risultati individuali siano determinati meccanicamente dal reddito familiare. Gli studenti delle scuole popolari possono conseguire risultati eccellenti e alcuni istituti socialmente svantaggiati ottengono performance superiori alle attese statistiche. Significa piuttosto che, considerando popolazioni numerose, le condizioni sociali continuano a essere associate a differenze sostanziali nel successo scolastico.

La stratificazione prosegue nell’accesso ai diversi indirizzi e ai percorsi di istruzione superiore. Le ricerche ministeriali mostrano una maggiore presenza di studenti socialmente svantaggiati nei licei professionali, mentre gli studenti provenienti da famiglie favorite risultano maggiormente rappresentati nei percorsi più selettivi. In questo contesto si comprende perché fra le rivendicazioni della mobilitazione compaia anche la contestazione di Parcoursup, il sistema che regola le candidature per l’accesso all’istruzione superiore. La sua critica non riguarda soltanto una procedura amministrativa, ma il timore che opportunità già distribuite in modo diseguale continuino a esserlo negli studi successivi.

La Francia, peraltro, non è un paese che dedica all’istruzione risorse trascurabili. Nel 2025 la spesa complessiva ha raggiunto 199,2 miliardi di euro, pari al 6,7% del prodotto interno lordo. Secondo la DEPP, l’aumento rispetto al 2024 è stato dell’1,2% in termini nominali, ma soltanto dello 0,1% al netto dell’inflazione. La spesa media per uno studente della scuola secondaria è stata di 11.780 euro.

Il problema, dunque, non può essere ridotto all’affermazione che lo Stato francese non spenda per l’istruzione. Occorre domandarsi come quelle risorse vengano distribuite, se siano sufficienti rispetto ai bisogni e quanto riescano a correggere le disuguaglianze sociali esistenti.

La differenza fra uguaglianza formale e uguaglianza sostanziale si misura anche qui: assegnare risorse pubbliche non significa necessariamente garantire a tutti gli studenti opportunità equivalenti, soprattutto quando le condizioni familiari sono molto diverse.

QUELLO CHE GLI STUDENTI STANNO CHIEDENDO

La rivolta francese ha assunto nel giro di poche settimane dimensioni e significati che superano la vertenza scolastica originaria. Le organizzazioni politiche cercano di intervenire, le proteste si intrecciano con conflitti sociali più ampi e gli scontri con le forze dell’ordine hanno progressivamente occupato una parte crescente del racconto pubblico.

Ma al liceo Saint-Exupéry gli studenti sono scesi in protesta dopo lo sciopero dei loro insegnanti per ottenere personale e condizioni di studio adeguate. In altri istituti le richieste riguardano aule, sostituzioni e servizi. Non è necessario attribuire a quei ragazzi una coscienza politica uniforme, né presumere che tutti condividano le stesse motivazioni, per riconoscere la concretezza delle rivendicazioni iniziali.

La relazione fra povertà e rivolta non può ancora essere quantificata con precisione: manca una rilevazione rappresentativa della condizione sociale dei manifestanti e sarebbe scorretto dedurla semplicemente dai territori di provenienza. I dati disponibili consentono però di individuare un problema strutturale. Nella Francia che continua a presentare forti disparità economiche fra territori e famiglie, la scuola pubblica non riesce sempre a neutralizzare gli effetti dell’origine sociale sulle opportunità educative.

Per i figli delle famiglie povere questo problema assume una gravità particolare. Quando mancano un insegnante, un servizio o uno spazio adeguato, la perdita non può necessariamente essere compensata altrove. La qualità dell’istruzione pubblica diventa così inseparabile dalla possibilità concreta di migliorare la propria condizione sociale.

È su questo terreno che la protesta partita dalle periferie parigine pone una questione più ampia della gestione dei singoli licei. Non soltanto quanti studenti possano entrare a scuola, ma quale istruzione ricevano una volta entrati e quanto il percorso educativo consenta loro di sottrarsi ai limiti imposti dalla condizione economica delle famiglie.

Gli studenti francesi hanno cominciato chiedendo professori, aule e servizi. Dietro queste richieste emerge una contraddizione che riguarda l’intero sistema: la scuola dovrebbe offrire ai figli dei poveri la possibilità di non restare poveri, ma continua a funzionare in una società nella quale la povertà condiziona le opportunità scolastiche fin dall’infanzia.

Non sappiamo ancora quanto questa consapevolezza sia condivisa dai ragazzi che manifestano. Sappiamo che le loro rivendicazioni obbligano a misurarsi con una promessa fondamentale dell’istruzione pubblica francese: quella di non lasciare che il futuro di uno studente sia stabilito dalle condizioni economiche della famiglia nella quale è nato.

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