sabato 26 settembre 2026

Per colpa di un errore dell’AI, Stati Uniti e Cina sono andati a tanto così dallo scatenare la Terza guerra mondiale

 

C’erano aerei militari in volo e uomini armati pronti a salire a bordo. Il rapporto circolato questa primavera tra le forze armate statunitensi, in piena guerra con l’Iran, diceva che una nave cinese in Medio Oriente stava trasportando componenti necessari all’implementazione di un programma bellico nucleare. A partire da queste informazioni, i militari si erano subito messi a pianificare l’intercettazione, secondo quattro fonti a conoscenza dell’episodio raggiunte da Cnn. Solo poco prima dell’operazione, un benemerito analista si è fatto venire il dubbio e ha fatto quello che chiunque usi l’AI per lavoro ormai sa benissimo: sempre meglio controllare che la macchina non abbia preso un grosso, grossissimo granchio. Il rapporto era stato scritto con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e il chatbot usato dall’analista aveva identificato male il carico. Secondo una delle fonti il rapporto era completamente falso e ha quasi scatenato una guerra, perché qualunque operazione americana contro una nave cinese si sarebbe potuta trasformare in uno scontro armato tra i Paesi e, potenzialmente, in un conflitto mondiale.

L’analista che ha quasi scatenato la Terza guerra mondiale, secondo le ricostruzioni giornalistiche, avrebbe interrogato un chatbot sui rapporti di intelligence relativi al manifesto di carico della nave cinese in questione, informazioni raccolte dal Comando operazioni speciali del Pacifico, che ha sede alle Hawaii. Il chatbot, nella sua risposta, ha mescolato informazioni di pubblico dominio a intercettazioni riservate in possesso del governo degli Stati Uniti, arrivando, ancora non è chiaro secondo quale percorso logico, alla sua (gravissima) conclusione. Poi l’analista ha usato di nuovo l’intelligenza artificiale per trasformare il risultato in un rapporto d’intelligence standard, il formato a cui i militari sono abituati e di cui si fidano, e lo ha passato lungo la catena di comando. Non è chiaro se il chatbot fosse commerciale o governativo, e secondo un ex alto funzionario la differenza conta poco perché gli strumenti interni, dice «sono per lo più copie di quelli commerciali, con una patina di novità messa sopra». Una delle fonti sostiene che allucinazioni (si chiamano così gli errori grossolani che talvolta le AI commettono) di questo tipo non sono un caso isolato da quando questi strumenti si sono diffusi negli apparati militari.

Già a gennaio 2026 il segretario alla Difesa Pete Hegseth aveva presentato la Strategia di accelerazione dell’intelligenza artificiale, promettendo di dare libero sfogo alla sperimentazione, eliminare le barriere burocratiche e mettere i modelli americani nelle mani di tutti i tre milioni di dipendenti civili e militari del dipartimento. Lo sforzo però è frammentato: ogni parte del governo usa strumenti propri con regole di sicurezza proprie, e non esiste uno standard unico su come verificare quello che questi sistemi producono. Nel frattempo, l’uso per individuare i bersagli è in forte aumento, dice un’altra fonte, senza vere linee guida su come l’intervento umano possa evitare vittime civili o fuoco amico. Alcuni funzionari di lunga data, favorevoli in generale all’intelligenza artificiale in ambito militare, raccontano che la tecnologia spinge gli analisti a produrre più in fretta, e che i più giovani, cresciuti con questi strumenti, tendono a fidarsene senza controllare.

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Il bene, il male e i loro campioni - Luca Rastello

 

È indubbio che la lucidità con cui Luca Rastello, morto prematuramente lo scorso luglio, ha saputo raccontare alcune delle questioni più complesse di questi anni – la guerra jugoslava e le ambiguità degli interventi umanitari; le migrazioni forzate e la condizione dei profughi; il mercato della droga; i conflitti intorno all’alta velocità ferroviaria – nasca dal suo anomalo “posizionamento”. In proporzione a quanto la malattia via via gli concedeva, non si è limitato, come si suol dire, a osservare da vicino le vicende di cui scriveva. Ha tentato anche di intervenire per modificarle. La frizione, vissuta sulla propria pelle, tra la verità e il bene, tra la necessità di raccontare le cose come stanno e il desiderio di migliorarle, è stata uno dei motivi ispiratori del suo ultimo romanzo. Crediamo che I buoni (Chiarelettere 2014), di cui ci siamo altre volte occupati, abbia il merito di aver “scandalosamente” spiegato alcune delle ragioni profonde della corruzione cui è andato incontro in questi anni molta parte dell’associazionismo solidale. Se il romanzo lo ha fatto indirettamente, attraverso l’artificio dell’arte, nell’intervento che rimontiamo e pubblichiamo di seguito, raccolto durante la presentazione che si è tenuta nel giugno del 2014 al Circolo degli artisti di Roma, Rastello si sforzò di mettere in fila alcune delle contraddizioni più dolorose del “sociale”, le stesse con cui da tempo anche Gli asini cercano di misurarsi.

Non è solo in ricordo della sua figura che abbiamo deciso di dedicare a Luca Rastello l’edizione di quest’anno del Salone dell’editoria sociale, ma per discutere dei suoi temi, dei suoi libri, delle contraddizioni che sollevano. E di un “posizionamento” che, per quanto difficilmente imitabile, educatori e operatori sociali dovrebbero sforzarsi di sperimentare. (Gli asini)

Nel momento in cui ho iniziato a scrivere un romanzo su una questione così poco letteraria come i meccanismi che stanno dietro al mondo dell’intervento sociale e l’antropologia di cui quel mondo è intriso, sapevo che mi sarei messo su un terreno alquanto scivoloso. Non so se sono riuscito a evitare il rischio cui va incontro la maggior parte di quella che oggi viene chiamata non-fiction, ovvero di avere un atteggiamento parassitario nei confronti dell’attualità, dei problemi e dei conflitti che l’attraversano. Il rischio di rincorrere quelle storie che piacciono molto agli editori. Se oggi qualcuno scrivesse un romanzo sui droni avrebbe molte probabilità di venderlo; se scrivesse, magari in prima persona, la storia di un cecchino ceceno le probabilità aumenterebbero ulteriormente.

Un buon antidoto per affrontare questo rischio è scrivere storie che ti riguardano e che ti mettono emotivamente in difficoltà perché hanno a che vedere con la tua vita, con le tue contraddizioni. Ed è quello che ho cercato di fare con I buoni.

Il romanzo è costruito su tre livelli digressivi. Adotta tre punti di vista differenti che si allontanano lentamente dal centro, sarebbe a dire dal potere. La prima parte è raccontata attraverso la prospettiva di un operatore sociale, il personaggio in cui mi sono più identificato, un figlio di puttana – spero sia peggio di me – che porta all’estremità gli aspetti più ambigui degli educatori. Nella seconda parte il punto di vista scivola all’indietro e arriva a coincidere con quello di Aza che nel gergo del terzo settore potremmo definire l’“utente”, parola corruttrice, come sappiamo, perché toglie un po’ di cittadinanza alle persone a cui viene applicata. Nella terza la prospettiva arretra ulteriormente e abbraccia tutta la vicenda e tutte le violenze nascoste nelle altre due parti. Il punto di vista diventa quello di un individuo, Adrian, che non potrà mai diventare un “utente” perché è totalmente irraggiungibile dall’azione sociale. L’uomo della strada, anzi delle fogne. L’uomo che è arrivato al grado zero della morale – questo il significato che dà al “lavarsi” – un piccolo Cartesio che mette alla prova col dubbio tutte le posizioni morali enunciate. Non si accontenta di vendicare, vuole salvare con una vicinanza carnale le persone che dal suo punto di vista sono andate lontano dal cuore dell’etica umana. “Strapperò dal tuo petto il cuore di pietra e ti farò dono di un cuore di carne”, recita una delle preghiere di Ezechiele. È questo che vuole fare Adrian. Dal punto di vista della strada, dal grado zero dell’etica non può che proporre la carne come valore, il contatto. E lo fa per redimere non per distruggere. Ovviamente non ne è capace perché aspira colla, vive nelle fogne e non ha codici sofisticati. Ma riesce a essere terribilmente rivelatore dei codici linguistici, dei ruoli, dei valori che agiscono nelle prime due parti del romanzo. E che rappresentano alcune delle forme che possono prendere codici linguistici, ruoli e valori nel mondo del cosiddetto intervento sociale. Da questo cortocircuito di prospettive emerge una delle questioni per me centrali, quella del linguaggio.

La costruzione totalitaria del linguaggio

Se vogliamo comprendere come è iniziata la degenerazione del variegato mondo della solidarietà organizzata – volontariato, associazionismo, cooperazione sociale – la questione del linguaggio è decisiva.

La prendo larga, raccontando un paio di episodi avvenuti durante alcune presentazioni del libro che mi paiono chiarificatori. Nel romanzo c’è un episodio molto marginale di una donna che lavora part time per una onlus e che scopre di essere incinta. Quando annuncia al suo datore di lavoro la sua gravidanza le viene imposto il seguente trattamento: ti licenzi, dal giorno del parto stai a casa tre mesi, noi poi ti riprendiamo con un contratto a tempo determinato rinnovabile ogni tre mesi. E il primo trimestre ti facciamo un part-time, ma tu lavori a tempo pieno così da recuperare il tempo perso. È un episodio del romanzo che spesso, durante le presentazioni, scatena delle lunghe discussioni. Una volta si alza una ragazza dall’aspetto molto alternativo che dice: “io sono presidentessa di un circolo Arci e rivendico con orgoglio il fatto di aver applicato questo stesso trattamento di maternità a me stessa e alle mie collaboratrici”.

Nel libro la ragazza che subisce questo trattamento partecipa a un’assemblea in cui al leader dell’associazione scappa detto qualcosa del genere: “E ora, dopo le 50 ore di contratto nazionale, sarà necessario fare sette ore di volontariato obbligatorio.” “40 ore di contratto nazionale”, lo corregge la ragazza. Non fa in tempo a finire di parlare che viene investita dalla carica retorica violentissima del leader, che culmina con un’espressione inventata, ma che ricalca il linguaggio di molti leader carismatici del sociale: “tu sei qua per guadagnare un misero stipendio, non riesci a sentire la frusta dell’oltre”. Cos’è la frusta dell’oltre? Quel morso che ti permette di lavorare senza uno stipendio perché hai uno stimolo superiore, più “sociale” del tuo misero stipendio.

Mentre raccontavo quest’episodio durante un’altra presentazione a una società operaia di mutuo soccorso, a un certo punto si alza una donna estremamente emozionata e racconta di aver subito un trattamento simile. E dopo di lei un’altra dice lo stesso, aggiungendo una riflessione che mi ha lasciato di sasso. La cito per come la ricordo. Ci siamo trovate a maturare la nostra coscienza civica, ha detto questa operatrice, il nostro impegno sociale all’interno di un contesto dominato da un linguaggio che non siamo noi a parlare. È il linguaggio che parla noi, perché è un linguaggio costruito e manipolato retoricamente per definire i confini del mondo e la legittimità del tuo operare in quel mondo: i diritti che hai, quanto li puoi esercitare, le relazioni che costruisci e il modo di gestirle. Se tu contravvieni ai codici ne vieni espulsa perché quel mondo è costruito come narrazione per essere il mondo. E quando sei fuori da quell’universo ti viene anche strappata la lingua per dire quello che ti è successo e ti viene rovesciata addosso la responsabilità. La frusta dell’oltre, appunto.

A un’altra presentazione un ragazzo mi dice: so che dovrei pretendere con più forza quanto è dovuto, come le ferie o le malattie pagate, ma la cooperativa sociale dove lavoro è talmente indebitata, ha un tale buco di bilancio che se io esercitassi i miei diritti metterei in pericolo il mio posto di lavoro. Ecco un altro esempio di uno che è parlato dal linguaggio del suo mondo. Questa connessione naturale e causale tra il buco di bilancio della cooperativa e i diritti negati ai suoi lavoratori, non è per niente ovvia, però quanti educatori l’hanno introiettata! Questa manipolazione retorica dei linguaggi che diventa costruzione sociale della realtà è uno degli aspetti che più mi interessava affrontare nel romanzo.

Io creo la realtà dominando il linguaggio. In tutte le comunità chiuse, non importa se profit o non profit, in tutte le comunità “finalizzate”, la costruzione sociale della realtà attraverso il linguaggio diventa costruzione totalitaria. A questa realtà totalitaria abbiamo consegnato le chiavi di alcuni degli esempi civili più alti della contemporaneità, quelli di chi lavora con gli esclusi, con gli oppressi, con gli ultimi.

I feticci della legalità e della memoria

Sugli alti luoghi della mia città sono stati eletti alcuni idoli con culti molto feticistici. Questi idoli si chiamano: memoria e legalità. Comincio dalla memoria.

La memoria è oggi un ricatto permanente. Chi si ponesse con sguardo critico nei suoi confronti, automaticamente sarebbe in odore di sospetto. La narrazione dominante recita più o meno così: la memoria è sacra, perché se non lo si ricorda, il passato, è destinato a ripetersi. E siccome il passato è sempre orrore, sangue e abisso, noi che siamo gente civile teniamo lontano il mostro del passato col culto della memoria.

Primo Levi, riferendosi ai meccanismi della memoria, nella prefazione dei Sommersi allerta i lettori sul fatto che il libro che si trovano tra le mani è impastato di una sostanza ambigua e complessa, da prendere sul serio, ma al tempo stesso da guardare con sospetto. Perché come ha scritto recentemente Daniele Giglioli nella sua Critica della vittima, la memoria istituisce con il passato un rapporto proprietario. La memoria si appropria del passato. Non è mai neutra; è sempre la mia memoria, la nostra memoria, la memoria delle vittime, la memoria di qualcuno nel cui nome si parla. E serve per lo più a legittimare l’azione nel presente di qualcuno che diventa portavoce, detentore, mediatore dei possessori di memoria. Osservazioni banali, se non fosse per questo culto di massa che ci ha accecati. Tutti i nazionalismi sterminatori dell’ultimo secolo hanno avuto la memoria come propria bandiera.

Vogliamo parlare del passato barbarico e glorioso della Germania? O di quello sconfitto e nobile dei serbi? Del passato universale del califfato musulmano? O di quello imperiale e panslavista russo? Nel nome di queste “memorie”, nell’ultimo secolo si è sparso sangue a fiumi.

Anni fa mi capitò di andare nel Nagorno Karabakh, una regione del Caucaso meridionale, e di trovare una città che era stata fatta letteralmente sparire. Si chiamava Agdam, era una città di 150mila abitanti che nel corso del ‘900 gli armeni avevano letteralmente cancellato. Non c’erano più nemmeno le fondamenta. Avevano bruciato e sotterrato anche le stoppie in modo che non ne rimanesse traccia. Un’intera città azera eliminata dagli armeni. Gli armeni, popolo della memoria, quelli che giustamente sbattono in faccia all’Europa lo specchio impietoso del passato: tu non puoi costituirti come terra dei diritti e della civiltà finché neghi la tua genealogia. E la tua genealogia comprende anche lo sterminio immane degli armeni a opera dei turchi. E allora discutiamone, organizziamo convegni, facciamo memoria, ma intanto lasciamo sparire la memoria degli azeri di Nagorno Karabakh. Cerchi concentrici della memoria.

La memoria è preziosissima, fondamentale, a condizione che sia sussunta nella fatica della storia, la fatica cioè di mettere molte interpretazioni, molte “memorie”, su un tavolo – come ha fatto, ad esempio, Nelson Mandela – e di negoziare tra interpretazioni diverse, accettando anche di arrivare a un accordo artificiale, perché l’obiettivo, per certi versi impossibile, è di capire il passato. Il culto feticistico della memoria rivela i suoi piedi di argilla non appena se ne rovesci l’assunto di base. Non è vero che il passato si ripete se non lo si ricorda. È vero purtroppo che il passato si ripete se non lo si capisce.

Il culto della memoria è stato messo lì, sulle alture delle mia città, insieme a un altro feticcio che si chiama Legalità. La legalità viene presentata come un valore assoluto, da insegnare nelle scuole, da trasmettere ereditariamente. Ogni bambino deve crescere con l’idea di Legalità.

Dopodiché la storia, quel convitato di pietra che descrivevo prima, arriva sempre un po’ petulante a ricordarci che ogni evoluzione umana è avvenuta attraverso una rottura della legalità vigente, e che la legalità in realtà non è un valore ma un metodo. La società è un accordo raggiunto tra soggetti che portano interessi diversi, addirittura in conflitto. I rapporti di forza intercorrenti tra di essi determinano un accordo artificiale che è una specie di patto: la società, appunto. Questo accordo artificiale viene fatto rispettare grazie a un metodo che si chiama legalità. Metodo che quindi risente degli stessi condizionamenti, delle stesse ideologie, degli stessi rapporti di forza che intercorrono in una società, in un preciso momento storico.

Può elevare a valore assoluto il metodo della legalità solo chi presuma di essere nella società ideale, nell’anarchia realizzata, nel socialismo utopistico, nella democrazia perfetta. Solo se penso di essere al culmine della storia umana, se credo in un progresso costante e perfetto rispetto al quale mi trovo nell’ultimo stadio posso attribuire alla legalità un valore assoluto. Se le cose non stanno così e la legalità rimane un valore al di là dei condizionamenti di potere, allora ha ragione Adolf Eichmann quando difendendosi a Gerusalemme afferma di essere il rappresentante di una legalità voluta e costruita dal popolo tedesco attraverso un processo di consenso democratico e di non poter essere giudicato ex post da i vincitori della guerra. Se la legalità è un valore assoluto, indipendente dal contesto in cui viene invocata, Eichmann ha ragione e Sandro Pertini e Giovanni Pesce sono terroristi. Non c’è via di mezzo

E che la legalità sia un metodo condizionato dai rapporti di forza e dalle ideologie lo dimostra quello che succede oggi. Giancarlo Caselli, ex capo della Procura di Torino, ha istituito due processi che stanno infiammando la mia città. Uno riguarda l’incendio di un compressore in un cantiere della Tav, a Chiomonte. Quattro ragazzi che sono stati incastrati con un’intercettazione vengono incriminati per aver tentato di bruciare un compressore, con l’aggravante di finalità terroristica che prevede una pena minima di 20 anni e una massima di 30. L’aggravante di finalità terroristica è una novità assoluta nel panorama giudiziario italiano, perché il terrorismo fino a ora era considerato un reato di tipo associativo. Ora questi quattro ragazzi, che non si conoscevano nè avevano niente in comune, diventano improvvisamente terroristi perché dopo il 2001 è stato aggiunto un comma alle leggi sul terrorismo secondo il quale ha finalità terroristica ogni azione volta a impedire allo stato di compiere un’attività che lo vincola sul piano internazionale.

Quindi fate attenzione: se qualcuno ha manifestato contro gli F35 potrebbe avere problemi simili in futuro. Il procuratore Caselli ha sempre dichiarato di perseguire i No Tav sulla base della singola responsabilità, del singolo reato e non in nome di una valutazione sull’opportunità o meno della “grande opera”. Ma se ci pensate bene l’aggravante di terrorismo è esattamente la conseguenza di una valutazione sul valore strategico dell’opera.

Proviamo a incrociare un altro rogo e un altro processo. Torino, inverno del 2011: una ragazzina dice di essere stata violentata dagli zingari del campo della Continassa. Dopo pochissimo ritratta: aveva semplicemente fatto sega a scuola e si era inventata la scusa della violenza per mettersi al riparo dalle conseguenza della sua marachella. Il giorno dopo la vicenda è già risolta, ma nel frattempo da una manifestazione spontanea a Torino si stacca uno spezzone che va a bruciare le baracche dei rom della Continassa.

La procura che propaganda e vende alle scuole i corsi sulla legalità ha incriminato questa gente per incendio doloso: pena massima 6 anni. Una delle società che realizza l’Alta velocità è ammessa come parte civile nel processo contro i quattro che hanno bruciato il compressore: avrebbero potuto esserci degli operai di conseguenza il reato non è solo contro oggetti, ma anche contro la persona. Le famiglie rom del campo della Continassa, al contrario, non sono ammesse come parte civile perché sono state bruciate solo delle roulotte e quindi si tratta di un danno contro beni materiali.

Questa è la legalità per come viene intesa alla luce dei rapporti di forza delle ideologie che controllano oggi il nostro immaginario, oltre che il nostro territorio. In nome di questi due feticci si arruolano giovani coscienze a migliaia e si creano masse di manovra che danno visibilità, potere, contiguità col potere.

Minoranze attive e crollo del welfare

Cosa è successo sugli alti luoghi della mia città dove sono stati eletti i feticci della legalità e della memoria? Abbiamo preso i nostri bambini – e questi bambini li chiamo tutela della maternità sul lavoro, eguaglianza uomo-donna, dignità della persona, diritto del lavoro, assistenza sanitaria – e li abbiamo sgozzati sotto quegli altari. Uno dei teatri principali in cui sta avvenendo tutto ciò è proprio il mondo del privato sociale. I poteri che stanno minando il sistema del welfare coccolano quel privato sociale che gestisce il nuovo welfare esternalizzato per ripulirsi la coscienza e sembrare in questo modo attenti ai bisogni della marginalità. Quei poteri indicano il privato sociale come il laboratorio più avanzato di cittadinanza, convivenza, democrazia, giustizia sociale. Ma in quel laboratorio vengono massacrati i diritti del lavoro, la dignità, la parità fra uomo e donna.

Alla presidentessa del circolo Arci si potrebbe obiettare: negando alle tue colleghe il diritto alla maternità in nome della memoria e della legalità sei sicura che stai mandando avanti la società o la stai facendo retrocedere di settant’anni?

Tutto quel mondo che per comodità chiamo dell’“azione solidale organizzata” è recente, recentissimo. La maggior parte delle onlus, ha scritto recentemente Giovanni Moro (Contro il non profit, Laterza 2014) sono state fondate dopo il 1978. Questo mi fa sperare che un fenomeno sociale così recente per quanto ingarbugliato e corrotto sia ancora riformabile.

Tutte le forme che hanno assunto in questi anni le azioni solidali organizzate nascono da un nucleo atomico originario che è la relazione di aiuto. Possiamo chiamarla cura, tutela, alfabetizzazione, capacity building, empowerment o tutte le definizioni che ci vengono in mente, ma il nucleo originario rimane lo stesso. E quel nucleo contiene sempre dentro di sé un difetto d’origine. Detto in termini cristiani, contiene il diavolo. Perché la relazione d’aiuto è sempre anche una relazione di potere. Appena la istituisci, istituisci una rapporto di minorità, e quindi di potere, tra chi è aiutato e chi aiuta. Finchè la relazione rimane personale, uno a uno, gli effetti collaterali di questo difetto d’origine possono essere tenuti sotto controllo. Chi è aiutato potrebbe prima o poi farsi carico dei bisogni di chi aiuta. A questo stadio la relazione d’aiuto è in potenza reversibile. Questa possibilità di reversibilità ha a che vedere con la condizione di cittadino, in assenza della quale si scivola immediatamente nella categoria di utente.

Ma quando la relazione d’aiuto cresce oltre una certa misura e diventa da uno a tanti, da pochi a molti, quando in sostanza si istituzionalizza, non è più reversibile. Se fondo un’associazione, un’organizzazione, un’istituzione che gestisce professionalmente relazioni di aiuto, contemporaneamente la relazione di potere prende il sopravvento sulla relazione di cura.

Con questo non voglio dire che non si debba fare solidarietà associata, organizzata, e anche istituzionale. È fondamentale. Una guerra che sposta milioni di profughi mi dice che quella solidarietà organizzata va messa in piedi; me lo impone. Non posso non tentarla. Ma è fondamentale tenere sempre l’occhio impietosamente puntato sul fatto che si sta istituendo una relazione di potere che trasforma alcuni cittadini in utenti.

La tendenza a rimuovere questo rapporto di potere porta a vedere solo la parte positiva dell’aiuto organizzato. E invece il sociale è cresciuto con un diavolo originario, di natura psicologica se non vogliamo definirlo metafisico, che ha incontrato altri diavoli, molto più materiali e storici.

Ne cito subito un paio. Il mondo della solidarietà organizzata si è trovato negli ultimi vent’anni ad affrontare e per certi versi a incarnare due riforme striscianti, non dichiarate, che hanno cambiato il nostro paese. La riforma del welfare, nella direzione della privatizzazione (in cui tutto “il sociale” viene esternalizzato al privato) e la riforma del lavoro, nella direzione della decostruzione dei diritti del lavoro dipendente, di cui oggi vediamo chiaramente la fase terminale.

Ne aggiungo un terzo. A partire da processi avviati fin dagli anni ’80, molte organizzazioni del sociale iniziano a trasformarsi in aziende perché devono mantenersi e competere spietatamente in un mercato che dispone di poche risorse. Non potendo investire né accantonare (perderebbe in questo modo lo statuto di “non profit”), il mercato delle associazioni è circoscritto alle donazioni private e ai finanziamenti pubblici. Questo costringe le associazioni a entrare in una competizione sempre più spietata le une con le altre, che trova compimento nello status giuridico, legiferato tra il 2005 e il 2006, della “impresa sociale”. Tutto questo si traduce in marketing, pubblicità, controllo del mercato. E professionalizzazione. Non più però nel senso delle competenze relative alla relazione di aiuto, ma sul modello d’impresa: servono consulenti commerciali, esperti di comunicazione, di grafica pubblicitaria, eccetera. Servono insomma altri stipendi, oltre a quelli degli educatori.

Cambiano anche i modelli organizzativi. Moltissime associazioni ad esempio, anche tra le più ossequiate, praticano l’interlocking, l’abitudine cioè ad appoggiare l’ingresso dei propri dirigenti in diversi consigli di amministrazione o in strutture dirigenziali di altre associazioni. Si crea quella rete di cointeressenze che a un certo punto Monti ha pensato di mettere fuori legge per il profit ma che nel no profit è diventata prassi corrente.

Il cerchio si chiude nel momento in cui, per trovare sostenibilità in questo nuovo regime di concorrenza ultra liberista che chiamiamo “crisi finanziaria”, le organizzazioni del privato sociale intervengono sui diritti del lavoro: è lì che puoi tagliare, è lì che la degenerazione trova compimento.

Intervento sociale e critica della società

Il mondo dell’intervento sociale nasce in una fase precisa, verso la metà degli anni ‘70, da due matrici culturali precise, il cattolicesimo dissidente e la sinistra libertaria post-stalinista, entrambi molto critici nei confronti del modello sociale dominante. Li accomuna anche una critica “agita” alla società, non narrata, non ideologica. Come dire: c’è un modo di costruire società che non ci piace; noi, invece che protestare, “facciamo società” in un altro modo. E così mettiamo il sistema, come si diceva allora, davanti alle sue contraddizioni.

Tutta la dimensione critica che ha determinato la nascita della solidarietà organizzata, per le ragioni che ho sommariamente descritto, ha finito per evaporare fino al punto in cui “il sociale” si è trovato a incarnare il laboratorio sperimentale più avanzato e più innovativo di quel modello dominante contro cui ha combattuto, con esiti alterni, per oltre trent’anni.

Il brand rimane ancora la critica al potere e l’escamotage per legittimare questa contraddizione bruciante non può che essere linguistico. È il linguaggio che consente di scendere a patti con il potere e contemporaneamente di mantenere una parvenza di critica al potere.

Tutto è cominciato con una sorta di “credito morale”: ho tirato fuori dalla strada gente che si bucava negli ’70 e sono stato il primo a farlo. Belle azioni che rivendicano un credito: questo monte azioni vi obbliga ad aiutarmi perché ne possa realizzare delle altre. Passaggio già un po’ più imbarazzante: dal credito morale, alla credenziale morale. Non è più legata alle azioni importanti, ma al ruolo, al carisma.

Io combatto il male, che è assoluto, e quindi rappresento il bene assoluto. Non sono criticabile perché incarno un modello avanzato di società; i miei comportamenti sono legittimati in base a una credenziale morale. Ma nel mercato ultra-liberista nel quale le onlus si trovano a rischiare di diventare le più liberiste tra le realtà commerciali, non basta la credenziale morale. Bisogna trasformare la credenziale in ideologia autolegittimante; bisogna rimuovere completamente le due relazioni di potere che si sono nel frattempo istituite e che ostacolano la concorrenza.

Una interna che è quella insita nella relazione d’aiuto di cui parlavo poco fa, e l’altra esterna perché hai bisogno che non venga l’ispettorato del lavoro a vedere come tratti i dipendenti; hai bisogno che il sindacato non si intrometta troppo, ma hai anche bisogno di farti vedere di fianco a Renzi, a Napolitano, al Papa perché in questo modo aumenta la tua legittimità. Così come loro hanno bisogno di farsi vedere con te perché così mostrano quanto sono sensibili agli ultimi.

E così che si instaura un rapporto pesantissimo, di doppio vincolo, con il potere. È così che il mondo della solidarietà organizzata si è costruito una falsa coscienza organizzativa, sociale ed economica molto legata a questioni materiali, diventando al contempo un modello additato dai media e dalla politica per il futuro della democrazia.

Il fenomeno è così intricato e implica sfere così profonde – non solo dell’economia, ma anche della psicologia e dell’antropologia – che ci sembra che le cose siano sempre andate così e che non possano andare diversamente. In realtà il pervertimento delle azioni solidali organizzate ha uno sviluppo relativamente recente e per questo, mi sforzo di credere, non completamente irreversibile.

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venerdì 25 settembre 2026

Boia di Stato: gli Usa, gli Usa e gli Usa - Giuseppe Lodoli

 

Tre articoli ripresi dal nuovo numero del Foglio di collegamento del «comitato Paul Rogeau contro la pena di morte»:  due storie  di “errori” con un elenco di film e video video. A seguire la presentazione e l’indice del nuovo numero.

“SONO USCITO DALLA PRIGIONE MA NON SONO ANCORA LIBERO”

LOUISIANA: imparare a vivere in libertà, 30 anni dopo la condanna a morte.

Condannato ingiustamente a morte a 17 anni, Shareef Cousin è sopravvissuto a un decennio dietro le sbarre prima di essere scagionato e rilasciato. Trent’anni dopo, è determinato a trovare il suo personale senso di libertà, compiendo un viaggio attraverso gli Stati Uniti con i suoi figli.


A sedici anni, fui arrestato e secondo i funzionari dello Stato della Louisiana, ero irrecuperabile e decisero che, qualunque danno credessero avessi commesso, l’unica soluzione era la mia esecuzione.

A diciassette anni entrai nel braccio della morte prima ancora di avere l’età per votare, prima che il mio cervello si fosse completamente formato, prima ancora di avere le parole per descrivere gli effetti che una paura prolungata può avere su una persona nel tempo.

Stavo giocando a basket in un campionato cittadino di New Orleans quando è avvenuto l’omicidio.

La principale testimone oculare non poteva vedere senza occhiali, che quella sera non indossava. Il detective incaricato delle indagini ha ricevuto una falsa soffiata da un informatore che cercava di patteggiare, ha segnalato il mio nome a Crimestoppers per ottenere un mandato di arresto nei miei confronti e poi ha intascato migliaia di dollari per la sua soffiata. Niente di tutto ciò ha avuto importanza. Sono stato condannato e spedito ad Angola (NdR:penitenziario di Stato della Louisiana), per i successivi 10 anni.

Sono sopravvissuto al braccio della morte. Ho poi trascorso anni nel braccio comune. Solo molto tempo dopo sono tornato a casa.

Quest’ordine è importante. Perché la libertà, quando finalmente è arrivata, non è arrivata in modo pulito. Non ha cancellato ciò che c’era prima. E non è arrivata con delle istruzioni.

Quando finalmente fui scagionato, molti diedero per scontato che la parte più difficile fosse finita.

Innocenza ritrovata. Porte aperte. Vita ripresa. Le supposizioni del pubblico tendono a fermarsi lì,come se sopravvivere a qualcosa di estremo ti preparasse automaticamente a vivere dopo.

No.

Ma la liberazione senza riparazione non è liberazione. È uno spostamento. Avevo imparato asopravvivere alla detenzione. Ho continuato in quel modo anche dopo essere uscito di prigione.

Nessuno mi ha insegnato a vivere in libertà.

Nel 2005, la Corte Suprema degli Stati Uniti, nel caso Roper contro Simmons, stabilì che condannare a morte i minorenni era incostituzionale. Il giudice Anthony Kennedy, scrivendo per la maggioranza, osservò che «le differenze tra i delinquenti minorenni e quelli adulti sono troppo marcate e ben note per rischiare di condannare a morte un giovane». La Corte riconobbe finalmente ciò che la scienza e il buon senso suggerivano da tempo: i bambini sono più impulsivi, più suscettibili alle pressioni e più capaci di cambiare.

È stata una decisione storica. Ma era troppo tardi per me e per molti altri travolti da quella che oggi viene definita incarcerazione di massa. Sono solo uno dei milioni di persone che lottano in questa situazione.

«I miei figli mi hanno mostrato degli schemi che non sapevo di ripetere: rigidità scambiata per disciplina, distanza emotiva confusa con forza, controllo che sostituisce la curiosità.Non si è trattato di scelte deliberate.Si trattava di comportamenti appresi, plasmati da anni trascorsi in detenzione dove l’autonomia era pericolosa e la conformità veniva premiata».

Ciò che la sentenza Roper non poteva cancellare erano gli anni già vissuti sotto la minaccia dell’esecuzione, né l’architettura psicologica costruita durante quel periodo. Il carcere, soprattutto il braccio della morte, non è semplicemente un luogo in cui si sopporta. È un sistema che insegna a sopravvivere restringendo i propri orizzonti. Il controllo viene percepito come sicurezza.

L’immobilità può sembrare pericolosa.

Nemmeno l’innocenza ti protegge.

Dopo due anni nel braccio della morte e altri otto nel braccio comune, ero governato da regole rigide, plasmate dal tempo che scorreva in istituto, e avevo imparato a non dare nell’occhio. Quando sono tornato nel mondo libero, quelle lezioni erano profondamente radicate, anche se non sapevo ancora come definirle.

I cambiamenti dentro di me si sono manifestati in piccoli modi. Nel modo in cui strutturavo rigidamente le mie giornate. Nel disagio che provavo nel riposo. Nel senso di maggiore affidabilità che il controllo mi dava rispetto alla fiducia. Queste abitudini in carcere, un tempo mi tenevano in vita, invece all’esterno, rendevano più difficile l’intimità.

Poi sono diventato marito. Due volte.

Entrambi i matrimoni sono finiti. Non perché mancasse l’amore, ma perché la detenzione aveva plasmato il modo in cui davo amore e ricevevo amore. Il carcere insegna l’efficienza emotiva, il controllo. La vulnerabilità può essere pericolosa. La dipendenza può essere rischiosa. Quegli istinti non scompaiono solo perché si è legalmente liberi. Invece l’intimità richiede una delicatezza che la sopravvivenza non premia.

Questa non è una confessione. Sono le conseguenze di decenni di detenzione. Le conseguenze della detenzione si sono propagate a macchia d’olio, influenzando matrimoni, famiglie e futuri che non erano direttamente coinvolti nella sentenza, ma che ne sono comunque stati plasmati.

Ho perso anche degli amici.

Gli uomini con cui ho convissuto – uomini sopravvissuti al braccio della morte – non tutti hanno saputo vivere nella libertà. Alcuni sono tornati a casa portando con sé traumi senza parole, una struttura senza sostegno, un dolore senza cure. La droga ha riempito lo spazio che un tempo era occupato dalla reclusione. Lo stesso sistema che ci aveva rinchiusi ci ha liberati, ma senza prepararci a ciò che ci aspettava. Le capacità di sopravvivenza non si traducono facilmente nella vita civile. Non tutti riescono a compiere questa transizione.

Sono padre di 7 figli, di cui 4 maschi. Negli ultimi 9 anni, sono stato un padre single per 2 di loro, due ragazzi che ora hanno 10 e 12 anni. Sono cresciuti osservandomi mentre scoprivo il concetto di libertà non come un’idea astratta, ma come una pratica quotidiana plasmata da tutto ciò che è accaduto durante la detenzione.

I miei figli sono nati durante la mia libertà, ma senza la facilità che la libertà stessa offre.

Da padre single, ho iniziato a capire come la detenzione avesse ripercussioni anche sulla mia vita da genitore. Ciò che il carcere mi imponeva da adolescente non aveva posto nella vita che volevo offrire ai miei figli. Ero uscito di prigione, ma non mi ero ancora liberato dalla prigione.

Come società, parliamo di de-carcerazione principalmente come obiettivo politico: pene più brevi, meno carceri, riforme più intelligenti. Questi sforzi sono importanti. Ma sono incompleti se non si affronta l’impatto interiore della reclusione su una persona.

All’inizio di quest’anno, in occasione del trentesimo anniversario della mia condanna a morte, io e i miei figli abbiamo lasciato New Orleans per iniziare un viaggio di due anni. Vivere in un camper con i miei figli non significa fuggire. Ho imparato che la mobilità sconvolge le rigide strutture mentali che la detenzione impone. Interrompe il tempo imposto dalle istituzioni – i conteggi, gliorari, la monotonia – e lo sostituisce con qualcosa di meno familiare e più impegnativo: la possibilità di scegliere.

Ho pianificato attentamente il nostro viaggio, integrando libertà e possibilità di scelta. L’idea è che queste nuove abitudini si radichino in me, proprio come lo era la prigione un tempo.

Finora, sembra funzionare. In viaggio, si impongono meno regole. Se ne negoziano di più.

L’istruzione a casa diventa un atto di disimparare le regole della detenzione. Sostituire campanelli e file con conversazione e ricerca. La curiosità torna ad essere centrale, non l’obbedienza.

Può sembrare romantico. La mia speranza è di guarire. Perché la libertà può essere destabilizzante.

Ho iniziato a chiamare questo processo “de-carcerazione del sé”.

In quest’opera discontinua e non lineare, il dolore convive con la possibilità: dolore per gli anni perduti, per gli amici che non ce l’hanno fatta, per le versioni di me stesso che non hanno mai avuto la possibilità di esistere.

Ora, inaspettatamente, mi trovo ad affrontare un’ulteriore difficoltà: ho perso un contratto su cui contavo per il mio sostentamento durante il viaggio. Ho avviato una raccolta fondi su GoFundMe (vi prego di contribuire se potete), ma cerco di non perdere la speranza.

Ho anche appreso che gli effetti dell’istituzionalizzazione non si limitano alle carceri. Molti statunitensi vivono con una mente istituzionalizzata, plasmata da scuole, luoghi di lavoro e sistemi che premiano l’obbedienza a scapito dell’immaginazione.

Non porto i miei figli in viaggio per insegnare loro a essere liberi. La libertà, ho capito, non è l’assenza di sbarre. È la presenza di autonomia e il coraggio di vivere al di là della mera sopravvivenza.

Il camper si muove. Il paesaggio cambia. I miei figli mi fanno domande a cui non sempre so rispondere. Sto imparando a vivere nella libertà senza temerla.

Questo è liberare se stessi dalla prigione.

(fonte: Shareef Cousin, thelensnola.org)


QUATTRO RAGAZZI INNOCENTI: 35 ANNI contro 35 MILIONI

Una delle più gravi ingiustizie giudiziarie americane: quattro giovani condannati senza prove e scagionati solo grazie ai progressi dell’analisi del DNA

TEXAS: Nel maggio del 2026, il Consiglio comunale di Austin ha approvato un risarcimento di 35 milioni di dollari a favore di tutti e quattro gli uomini, a seguito delle false accuse mosse contro di loro nel caso noto come «gli omicidi del negozio di yogurt».

La sera del 6 dicembre 1991, scoppiò un incendio nel negozio di yogurt “I Can’t Believe It’s Yogurt!” ad Austin, in Texas. Dopo che i vigili del fuoco spensero le fiamme, trovarono i corpi di quattro ragazze adolescenti, nude, tutte uccise con colpi di arma da fuoco alla testa: Eliza Thomas, 17 anni, Amy Ayers, 13 anni, e le sorelle Jennifer Harbison, 17 anni, e Sarah Harbison, 15 anni.

La polizia ha affermato che alcune delle ragazze avevano subiìto violenza sessuale e ha ritenuto che il responsabile avesse appiccato l’incendio per distruggere le prove.

La polizia concentrò le proprie energie su quattro adolescenti: Maurice Pierce, Michael Scott, Robert Springsteen e Forrest Welborn.

Pierce fu arrestato per la prima volta entro una settimana dall’inizio delle indagini, in un centro commerciale locale, poiché la pistola in suo possesso era simile a una delle armi usate negli omicidi. Dopo ore di interrogatorio, Pierce confessò i crimini.

Tuttavia, la sua confessione presentava delle incongruenze con i fatti del crimine, e venne confermato che la pistola non era quella usata negli omicidi.

Nel 1999 (otto anni dopo i fatti), la polizia riportò i quattro uomini, che all’epoca degli omicidi erano adolescenti, in centrale per ulteriori interrogatori e li incriminò per omicidio premeditato.

Tuttavia, una giuria popolare si rifiutò di incriminare Welborn e le accuse contro Pierce furono infine ritirate per mancanza di prove.

Scott e Springsteen finirono per subire le conseguenze più gravi quando entrambi confessarono gli omicidi del negozio di yogurt durante gli interrogatori della polizia. Tra il 2001 e il 2002, entrambi furono processati separatamente e condannati nonostante la mancanza di prove fisiche che li collegassero al crimine. Springsteen ricevette la pena di morte, successivamente commutata in ergastolo dopo che la Corte Suprema degli Stati Uniti stabilì che i minorenni non potevano essere condannati a morte, dato che all’epoca degli omicidi aveva 17 anni. Scott fu condannato

all’ergastolo senza possibilità di libertà condizionale.

Nel 2009, nuove analisi del DNA scagionarono tutti e quattro gli uomini. Il procuratore distrettuale della contea di Travis, Rosemary Lehmberg, annunciò l’archiviazione delle accuse contro Scott e Springsteen, che furono quindi rilasciati. Il processo di riabilitazione per tutti e quattro gli uomini iniziò nel dicembre 2025 e, nel febbraio 2026, un giudice dichiarò Pierce, Scott, Springsteen e Welborn innocenti.

Dall’accordo di risarcimento di 35 milioni di dollari, Springsteen e Scott riceveranno 9,85 milioni di dollari; Welborn ne riceverà 4,85 milioni, e la famiglia di Pierce, scomparso nel 2010, ne riceverà 10 milioni.

Nel 2025 (oltre 15 anni dopo l’archiviazione delle accuse contro i quattro uomini), una tecnologia avanzata del DNA ha permesso di scoprire chi avesse realmente ucciso le quattro ragazze: Robert Eugene Brashers. Gli scienziati forensi hanno utilizzato un campione di DNA prelevato da sotto l’unghia di Amy, che corrispondeva a un profilo genetico di Brashers, coinvolto in un caso di omicidio e violenza sessuale avvenuto nel 1990 in Carolina del Sud. Tuttavia, Brashers non era stato incriminato perché si era suicidato nel 1999.

«Fin dall’inizio abbiamo detto loro di controllare le unghie di Amy» ha raccontato la madre di Amy, Pam Ayers: «Sapevamo che avrebbe reagito con tutte le sue forze».

(fonte: aetv.com)


VOCI E IMMAGINI CONTRO LA PENA DI MORTE

Una selezione di video e film che raccontano il dibattito sulla pena di morte attraverso testimonianze, storie vere e riflessioni sui temi della giustizia, della dignità umana e della possibilità di redenzione, da diverse prospettive. Attraverso testimonianze dirette, analisi giornalistiche, campagne per i diritti umani e racconti ispirati a vicende reali, questi contenuti offrono strumenti utili per approfondire.

VIDEO CONTRO LA PENA DI MORTE

1. Amnesty International – “Death to the Death Penalty“

Breve spot che denuncia la crudeltà della pena di morte con immagini simboliche e

molto efficaci.

https://www.youtube.com/watch?v=kQRc3C8Ov4U

2. TG2000 – “Pena di morte, appello di Amnesty International“

Servizio giornalistico sulla Giornata mondiale contro la pena di morte 2018, con dati

e testimonianze.

https://www.tv2000.it/tg2000/video/pena-di-morte-appello-di-amnesty-international-

abolire-anche-condizioni-disumane-dellattesa/

3. AJ+ – “What if the Death Penalty Disappeared in America?“

Video divulgativo che spiega perché molti esperti ritengono la pena di morte

inefficace come deterrente, costosa e soggetta a errori giudiziari.

https://youtu.be/m4OmTdeFUok

4. “Behnoud’s Story” – Amnesty International

Cortometraggio animato che racconta la storia vera di un giovane condannato a

morte in Iran e del tentativo del suo avvocato di salvarlo.

https://vimeo.com/49304204?fl=pl&fe=sh

5. “One Last Chance” – Amnesty International

Animazione che riflette sul tema dell’ultimo pasto dei condannati a morte,

evidenziando gli aspetti più disumani della pena capitale.

https://vimeo.com/160651518?fl=pl&fe=cm

FILM

Uno dei più celebri è Dead Man Walking – Condannato a morte (1995), diretto da Tim Robbins e interpretato da Susan Sarandon e Sean Penn. Il film affronta temi come giustizia, perdono e dignità umana ed è spesso utilizzato in contesti educativi per discutere la pena di morte.

Un altro film molto valido è Last Dance (1996) – nella versione italiana “Difesa a oltranza” – basato sulla vera storia di Karla Faye Tucker Brown, prima donna giustiziata negli Stati Uniti dal 1984 e prima in Texas dal 1863, il film uscì due anni prima della vera esecuzione per tentare di sensibilizzare l’opinione pubblica al riguardo. Anche questo film denuncia le ingiustizie radicali insite nella pena di more americana.


LA PRESENTAZIONE (e l’indice completo) DEL NUOVO NUMERO

Il numero si apre con un’importante articolo di Federica Massoli, che ci racconta le storie che si celano dietro i numeri delle esecuzioni, sempre più numerose, in Florida. Prosegue con la testimonianza di Shareef Cousin, che racconta cosa significa vivere dopo aver trascorso dieci anni nel braccio della morte. Presentiamo poi due articoli dedicati a due abolizionisti statunitensi “di eccellenza” e altri due articoli su altrettanti casi emblematici, sempre riguardanti gli Stati Uniti. Segue un breve ricordo di Emma Bonino e del suo impegno per i diritti umani e contro la pena di morte. Il numero si conclude con una selezione di contenuti video e film per sensibilizzare risepetto al tema della pena di morte.

I numeri precedenti del Foglio di Collegamento sono disponibili sul nostro sito:  www.comitatopaulrougeau.org . 

Come di consueto, vi invitiamo inoltre a seguire la pagina Facebook Amici e sostenitori del Comitato Paul Rougeau contro la pena di morte:  https://www.facebook.com/share/1CAo3hLqYc/.

Giuseppe Lodoli per il Comitato Paul Rougeau

da qui

Dai paradisi fiscali ai palazzi a Dresda: la farsa degli aiuti all'Ucraina che arricchisce i soci di Zelensky


Mentre l'Europa massacra famiglie e imprese con i tagli e il carovita, i soldi dei contribuenti comunitari finiscono in paradisi fiscali e immobili di lusso usati dalla cerchia del presidente ucraino

Mentre il nostro continente affonda sotto il peso di un'Unione Europea guerrafondaia, neoliberista e accecata da una feroce russofobia, chi proclama di essere pronto a difendere l'Ucraina fino alle estreme conseguenze pensa solo a rubare e nascondere i propri tesori. L'Europa si sta impoverendo, le fabbriche chiudono, le bollette strangolano le famiglie e le decisioni scellerate di Bruxelles ci stanno trascinando in un baratro economico senza fondo. Eppure, nei salotti buoni delle istituzioni continentali, continuano allegramente a staccare assegni in bianco per un regime avido che ha trasformato la corruzione in una religione di Stato. Adesso chiede ulteriori 27 miliardi.

L’ultimo esempio concreto? Andiamo a Dresda. Nel cuore della città tedesca sorge un palazzo di lusso da venti appartamenti, dove sono stati acquistati alcuni immobili per un milione e mezzo di euro. Chi ci finisce dentro? La famiglia di Boris Shefir, socio storico di quel Volodymyr Zelensky che prima di fare il presidente faceva l'attore. Da dove arrivano i fondi per l'acquisto di immobili all'interno di questo complesso? Secondo quanto rivelato da RT, passano per Cipro, finiscono in un paradiso fiscale in Belize e poi atterrano in Germania. La ciliegina sulla torta è che l'edificio è stato oscurato su Google Street View. Come ha fatto notare un legale consultato dagli inquirenti, se ci abitasse un normale milionario non ci sarebbe alcun bisogno di nascondere il palazzo dalle mappe digitali. Ma se lì dentro deve trovare rifugio la famiglia del presidente ucraino, in tempo di guerra, cancellare le tracce diventa una misura di sicurezza elementare. E non è certo la prima volta: prima della grande escalation, il figlio di un altro socio fidato, Sergey Shefir, aveva già comprato due appartamenti di lusso a Praga.

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Ma non è solo questione di mattoni e investimenti immobiliari. È l'intero sistema del regime neonazista a essere marcio. In Ucraina rubare non è un'eccezione dettata dall'emergenza bellica, è il motore immobile dell'economia. Lo dicevano già i vecchi oligarchi post-sovietici: il Texas va saccheggiato dai texani. Oggi il Texas è l'Ucraina e i texani sono i vari funzionari del regime di Kiev. Come si evince dalle intercettazioni che hanno fatto cadere il procuratore generale Ruslan Kravchenko, costretto alle dimissioni e poi fuggito all'estero con scuse ridicole, accolte dai suoi concittadini con un misto di rabbia e rassegnazione. Un suo sottoposto, tale Serhiy Kropyva, spiegava con un cinismo disarmante che se decidi di rubare, devi farlo in grande, puntando al milione. E come ci riuscivano? Proteggendo call center di truffatori. Roba da sceneggiatura di serie B, ma è la cronaca quotidiana di un Paese in cui lo Stato è diventato un'agenzia di riscossione per bande organizzate.

E l'Europa? L'Unione Europea chiude un occhio, anzi, li chiude tutti e due. Berlino e Bruxelles pompano miliardi a fondo perduto. Parliamo di diciassette miliardi di euro che spariscono nel nulla, mentre la Commissione Europea celebra lo sperpero di denaro dei contribuenti europei. Quando i parlamentari tedeschi hanno chiesto spiegazioni su dove finissero esattamente i soldi dei contribuenti, la risposta del governo è stata un capolavoro di ipocrisia: non fanno controlli rigorosi perché non vogliono ostacolare lo sforzo bellico contro la Russia. 

Tradotto: sanno benissimo che i soldi finiscono nelle tasche dei soliti noti, ma se ne fregano, l'importante è alimentare la macchina da guerra che per conto di USA e Unione Europea doveva infliggere una sconfitta strategica alla Russia. Ma evidentemente i loro piani sembrano al momento naufragati.

Nel frattempo, la popolazione ucraina, stremata, si guarda intorno e vede solo ladri. I sondaggi lo confermano: per molti cittadini di Kiev, il cancro della corruzione fa molto più male delle bombe. Le infrastrutture saltano in aria, l'economia è in ginocchio, e i gerarchi del regime - come l'ex capo dell'ufficio presidenziale Andriy Yermak o la stessa Iryna Mudra, che aveva candidamente ammesso che la corruzione non va combattuta ma solo incanalata - cadono o si dimettono, lasciando tutto come prima. L'Europa continua a foraggiare questo colabrodo, affossando la propria economia e il proprio futuro, mentre a Dresda i palazzi dei nuovi zar di Kiev vengono nascosti dietro pixel sfocati.

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giovedì 24 settembre 2026

Lo sciame, il panico e il conto pubblico - Fabio Vighi

C’è un tipo particolare di tweet che soltanto il CEO di un laboratorio di frontiera può pubblicare a mezzanotte di sabato. Quello comparso sull’account di Dario Amodei nella notte tra il 12 e il 13 settembre 2026 apparteneva a questa categoria: un avvertimento secondo cui, entro un anno, uno «sciame incontrollato» potrebbe prendere il controllo di Internet e provocare danni per centinaia di miliardi di dollari. Domenica mattina l’allarme era già virale. 

Consideriamo sia la tempistica che il ciclo mediatico. Nella stessa settimana, l’allora sconosciuto Jacob Coxon, ex ricercatore di OpenAI e Anthropic, ha lanciato un allarme sui social: entrambe le aziende stavano «puntando dritte verso una superintelligenza capace di auto-migliorarsi, mettendo così a rischio le nostre vite». Il thread allarmista ha superato i 120 milioni di visualizzazioni solo nelle prime ventiquattr’ore e ha spinto più di venti politici a rispondere con accorati appelli alla regolamentazione dell’IA.

Più o meno nello stesso periodo, gli economisti di Anthropic pubblicavano uno studio per scenari che prevedeva una crescita annua del PIL intorno al 15%, una disoccupazione di massa all’11,9%, e un calo della quota del reddito nazionale destinata al lavoro dal 60% circa al 45,2%: come se la disoccupazione tecnologica avesse bisogno di uno studio formale per essere presa sul serio!

Pochi giorni dopo l’avvertimento di Amodei, la testata giornalistica digitale Semafor riferiva che un disegno di legge bipartisan sulla sicurezza dell’IA, rimasto fino ad allora bloccato, era improvvisamente emerso come opzione legislativa. Nel frattempo, dopo aver annunciato il 3 settembre un disegno di legge per vietare la superintelligenza, Bernie Sanders si preparava a presentarlo formalmente e a convocare briefing con esperti sui «pericoli straordinari» dell’IA.

A cosa serve l’allarme

Che cosa produce, in concreto, questa improvvisa ondata di panico sull’IA? Una cosa che certamente non produce — e quasi sicuramente non produrrà — sono norme davvero vincolanti. Piuttosto, prepara il terreno per qualcosa di completamente diverso: una garanzia federale sugli enormi investimenti necessari a costruire l’infrastruttura dell’IA. Lo Stato potrebbe finire per garantire, direttamente o indirettamente, il debito con cui OpenAI e altre aziende del settore finanziano la loro espansione.

Lo «sciame» di Amodei non è che un alibi. Offre ad Altman la ragione perfetta per rinviare l’IPO da mille miliardi di dollari — «non è un momento giusto per quotarsi in Borsa», ha commentato — mentre consegna al Congresso il mandato emotivo per autorizzare finanziamenti federali d’emergenza destinati a proteggere l’IA, e a quanto pare il mondo intero, dalla catastrofe. La minaccia esistenziale è abbastanza reale da giustificare l’erogazione di denaro e abbastanza vaga da giustificare qualunque altra cosa. 

Ecco la macchina tecno-finanziaria nella sua forma più machiavellica. In mezzo a tutto il rumore, il punto da tenere a mente è semplice: dietro la marcia trionfale dell’IA si nascondono montagne di debito. Nel 2027, gli investimenti dei giganti tecnologici in data centre e infrastrutture per l’IA supereranno i mille miliardi di dollari. Gli impegni fuori bilancio ammontano già a 3.100 miliardi, di cui 1.300 aggiunti in un solo trimestre. E le emissioni obbligazionarie legate all’IA hanno raggiunto quest’anno i 266 miliardi di dollari; il prossimo potrebbero arrivare a 400 miliardi.

Diversi tra i maggiori operatori del cloud — i cosiddetti hyperscaler — stanno ormai spendendo molto più di quanto riescano a generare. La corsa a costruire data centre e acquistare chip assorbe più liquidità di quanta ne producano le loro attività operative. Per colmare la differenza, le aziende devono cercare finanziamenti esterni e spostare una quota crescente del debito fuori bilancio.

A questo punto le condizioni per il prossimo giro di giostra (creazione di credito) devono essere costruite politicamente: prima il panico, poi la garanzia, infine l’emissione. Il discorso sulla sicurezza è il lubrificante ideologico di una sequenza in cui il credito privato finanzia la costruzione; la fragilità crescente rende necessaria una garanzia pubblica — attraverso appalti, sussidi energetici, protezione dalla responsabilità, garanzie sul debito o stanziamenti d’emergenza — e la garanzia, a sua volta, ha bisogno di un vocabolario d’emergenza.

La prova generale

Come molti ricorderanno, già nell’aprile 2026 Anthropic aveva annunciato che il suo modello Mythos aveva «individuato migliaia di vulnerabilità molto gravi, alcune presenti in ogni principale sistema operativo e browser web». La Casa Bianca ne aveva limitato l’accesso a circa quaranta organizzazioni, tra cui Amazon, Microsoft e JPMorgan. Banche, ospedali e governi esclusi da quella cerchia avevano potuto valutarne i rischi soltanto indirettamente: attraverso gli avvertimenti delle autorità di regolamentazione, i briefing d’emergenza e un linguaggio del rischio sistemico in rapida espansione.

Il FMI ha poi definito tutto ciò un potenziale «shock macrofinanziario», avvertendo che «fallimenti correlati» potrebbero «interrompere l’intermediazione finanziaria, i pagamenti e la fiducia a livello sistemico». Nel frattempo, il governatore della Bank of England, Andrew Bailey, chiedeva ad Anthropic di informare il Financial Stability Board, l’organismo che riunisce funzionari dei ministeri delle Finanze e banchieri centrali del G20.

Dal canto suo, la BCE richiedeva a 110 banche di presentare entro il 31 ottobre «piani d’azione completi» contro le minacce informatiche legate all’IA, innalzando al livello «grave» la propria valutazione del rischio sistemico. E Klaus Schwab, naturalmente, lo aveva già detto con chiarezza nel 2020: di fronte a un grande attacco informatico, «la crisi del COVID-19 sarebbe diventata un piccolo disturbo».

È difficile non concludere che la prova generale sia ormai terminata e che il copione sia in gran parte già scritto. Dal 2011, gli esercizi Quantum Dawn della SIFMA simulano incidenti informatici su larga scala contro il sistema finanziario statunitense. Mettono così in scena proprio il tipo di crisi sistemica che potrebbe giustificare il ricorso a poteri d’emergenza, mentre addestrano le istituzioni a reagire secondo uno schema già definito. Se mai dovesse verificarsi un’emergenza finanziaria legata all’IA — reale, tollerata o fabbricata — l’architettura istituzionale per affrontarla sarebbe già pronta. Il pubblico non perderebbe tempo a chiedersi se la crisi fosse reale. Più probabilmente, implorerebbe Anthropic di salvarlo. 

Oracle, ovvero l’indizio

Il 9 settembre, nella stessa finestra di ventiquattr’ore in cui il panico sulla sicurezza dell’IA raggiungeva il culmine, Oracle ha pubblicato risultati accolti inizialmente come un trionfo. Il titolo è balzato nelle contrattazioni successive alla chiusura dei mercati. Ma il mercato del credito ha reagito in modo assai meno entusiasta: i rendimenti delle obbligazioni sono saliti e il costo delle assicurazioni contro il fallimento di Oracle — i cosiddetti credit default swap, o CDS — si è ampliato. Nel giro di ventiquattr’ore, l’azione aveva restituito l’intero guadagno, e anche qualcosa in più.

Oracle non è dunque un caso isolato, ma il primo indizio di una trasformazione più ampia del mercato del credito. Il settore sembra aver trovato il proprio equivalente dei mortgage-backed securities, al centro della crisi finanziaria del 2007-08: un nuovo mercato del debito costruito non sui mutui, ma sui chip e sui data centre. Il copione è sorprendentemente simile: allora c’erano i mattoni del settore immobiliare e i lotti di terreno; oggi ci sono i tech stack (l’infrastruttura tecnologica dei software) e i data centre.

Il segnale più preoccupante è che OpenAI e Anthropic, ancora prima di quotarsi, stanno già cercando di ottenere per il dopo-IPO un rating di credito investment grade. Secondo il Financial Times, i loro consulenti bancari hanno avviato discussioni con le agenzie di rating per rendere possibile l’accesso a finanziamenti più economici e al vasto mercato delle obbligazioni societarie. Non è ancora una garanzia pubblica, ma è la richiesta preliminare di quella credibilità finanziaria senza la quale la loro espansione non potrebbe essere sostenuta a debito.

La divergenza tra il mercato azionario e quello del credito, insieme alla corsa preventiva al rating, racconta l’intera storia in miniatura. Mentre il mercato azionario compra e vende soprattutto narrazioni, il mercato del credito deve valutare il rischio di non essere rimborsato. Quando i due mercati discordano così violentemente sulla stessa azienda, qualcuno sta valutando male il rischio. E raramente quel qualcuno è chi compra l’assicurazione.

Ecco perché il teatro sulla sicurezza — come se i miliardari dell’IA avessero improvvisamente sviluppato una “coscienza tecnologica” — non è soltanto decorativo: svolge una funzione precisa. Il problema non è semplicemente che i CEO siano insinceri, né che il pericolo sia infondato. È che il linguaggio della sicurezza trasforma l’esposizione privata in un obbligo pubblico.

I bilanci privati si stanno avvicinando al limite di ciò che possono assorbire. Quando quel limite sarà raggiunto, lo Stato verrà arruolato: non tanto per salvare un intero settore in fallimento, cosa oggi politicamente impossibile, ma per metterlo in sicurezza in quanto infrastruttura strategica. A quel punto, il sistema avrà bisogno di una narrazione altamente retorica: una storia capace di trasformare l’insolvenza privata in un pericolo pubblico, e il salvataggio in un atto di patriottismo.

Il manuale operativo

Un sistema costruito sul credito non può sopravvivere a un deleveraging prolungato (una lunga fase di riduzione del debito): ha bisogno di una creazione continua di credito per mantenere la macchina in funzione. Quando la domanda privata di credito si indebolisce — quando il flusso di cassa libero diventa negativo, i CDS s’impennano e il rialzo azionario dura meno di un giorno — le condizioni per il giro successivo devono essere fabbricate altrove. A volte attraverso la politica monetaria; sempre più spesso attraverso una narrazione esterna che giustifichi la politica fiscale: una minaccia esistenziale che soltanto il denaro pubblico può garantire in modo credibile.

Il panico sull’IA di settembre non è altro che l’odierno sistema operativo della macchina del credito. La garanzia è la prima mossa: socializzare il rischio mentre i bilanci privati sono ancora in grado di assorbirlo. La prova generale è la seconda: predisporre l’architettura d’emergenza per il momento in cui non potranno più farlo. Entrambe sono forme dello stesso sortilegio, orientate allo stesso obiettivo: più credito, garantito politicamente.

Ecco perché la tempistica del tweet di Amodei conta, e perché il post virale di Coxon, l’improvviso disgelo intorno a un disegno di legge bipartisan, la retorica da 11 settembre della minaccia esistenziale e il comodo rinvio dell’IPO di OpenAI appartengono tutti allo stesso quadro. Un quadro in cui gli incentivi convergono: i laboratori di IA hanno bisogno di protezione dalle conseguenze della propria esposizione; i politici, di un’emergenza attraverso cui espandere sia il controllo che la spesa; i media, di una catastrofe facilmente traducibile in una storia; e il sistema del credito, della prossima tranche.

La risposta di Trump

Lunedì 14 settembre, fedele al suo stile, Trump ha scritto su Truth Social che Amodei «si atteggia ad “angelo perfettino”», sostenendo che la sua amministrazione aveva già «impedito alle “persone” dell’IA» — Amodei compreso — «di fare cose cattive o potenzialmente cattive». Secondo Trump, «l’unico controllo, o “guardrail”, di cui l’IA ha bisogno è un PRESIDENTE FORTE E INTELLIGENTE (CON UN QI ELEVATO!)». Ha poi definito il dibattito sulla sicurezza un «complotto MALATO» utile soltanto alla Cina, per concludere: «CHI VINCE NELL’IA, VINCE!»

Se Trump ha ragione nel sostenere che l’intervento di Amodei non sia che una mossa per mettere i concorrenti in difficoltà e consolidare la posizione di Anthropic, sbaglia però la conclusione. L’inferenza corretta non è l’inutilità della regolamentazione, ma il fatto che l’insincerità degli attori è strutturale: opera su entrambi i lati dello schieramento e del panico.

Il post di Trump non offre un’alternativa alla garanzia, ma una sua forma alternativa: la sostituzione della legislazione con la discrezionalità esecutiva. Nessuna nuova regola, nessun disegno di legge sulla sicurezza, nessuna supervisione congressuale. Soltanto la garanzia che, quale che sia il governo in carica, la macchina del credito continuerà a funzionare. 

Resta la domanda con cui vorrei chiudere, prendendo in prestito le parole di Greg Jensen di Bridgewater: oggi l’IA si troverebbe nella stessa situazione in cui si trovava «il COVID nel febbraio 2020»: «Purtroppo, la storia suggerisce che non faremo nulla finché l’IA non comincerà a uccidere delle persone. Ma prima o poi dovremo affrontarla. Succederà comunque, e sarebbe molto meglio cominciare a occuparsene fin d’ora».

Il detonatore non deve essere finanziario per svolgere la stessa funzione. Ciò che conta è che l’architettura della risposta sia già pronta a trasformare qualunque emergenza in credito garantito politicamente. Quello a cui stiamo assistendo non è semplicemente una bolla che si gonfia, ma una bolla preparata al salvataggio. Le basi politiche vengono gettate in anticipo, così che, quando il credito si bloccherà, la garanzia sarà già stata giustificata. Lo «sciame incontrollato» è una richiesta di assicurazione federale, presentata in anticipo nel linguaggio universale della salvezza.

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