Slec
La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
sabato 11 luglio 2026
venerdì 10 luglio 2026
Ho già visto succedere a molti quel che sta subendo Sigfrido Ranucci - Davide Mattiello
Ciò che sta subendo Sigfrido Ranucci (e Report), l’ho visto capitare molte volte ed è uno spettacolo meschino figlio di due pulsioni distinte: la vendetta ed il narcisismo.
Ho incontrato il funzionario pubblico che fa letteralmente
la storia nella prevenzione della infiltrazione mafiosa nelle concessioni
rurali, che per questo subisce un attentato potenzialmente letale e c’è chi
comincia a insinuare il dubbio che quell’attentato, di cui il funzionario è
sicuramente vittima, non lo abbia voluto la mafia ma qualche amico senza pudore
che intenda farci sopra una speculazione politica.
Ho incontrato il testimone di giustizia che con le sue denunce
ha mandato a processo non soltanto boss di ‘ndrangheta di quattro province, ma
anche altissimi e blasonati magistrati, che per questo ha perso tutto
imboccando con l’intera famiglia una vita esiliata, senza scampo e c’è chi
comincia a dire che lo ha fatto soltanto perché era già fallito e troppo
compromesso con la medesima mafia a cui per anni aveva fatto concessioni.
Ho incontrato il giovane giornalista di periferia che si
incaponisce nello scrivere male di mafiosi locali che non interessano a nessuno,
che per questa sfrontatezza viene massacrato di botte e successivamente posto
sotto scorta e c’è chi sussurra che in realtà le botte fossero men che
simboliche e che la scorta è soltanto uno status immeritato, conseguenza di
antichi lignaggi.
Ho incontrato il giornalista scomodo e sboccato, con un
centinaia di querele sulle spalle perché in un buco di Mondo abbandonato dalla
storia, anziché farsi i fatti propri ed usare la sua piccola emittente
indipendente per arricchirsi con qualche televendita, testardamente denuncia il
malaffare e c’è chi difronte ad una accusa infamante di estorsione scagliatagli
addosso come un meteorite, grida allo scandalo e si affretta a marcare la
lontananza siderale tra quel giornalismo-impostura ed il giornalismo-giornalismo.
Ad ognuna di queste storie potrei mettere nome e cognome naturalmente.
Ogni volta, per ciascuna di queste storie, ho visto lo stesso
triste spettacolo: quelli che hanno approfittato della debolezza di un
“avversario” per sparare ad alzo zero, sperando di essersi tolti
definitivamente dai piedi un ingombro irriducibile (la vendetta) e quelli che
per difendere una propria presunta alterità hanno immediatamente preso le
distanze per evitare che gli schizzi li sporcassero (il narcisismo).
Io, probabilmente ingenuamente viste le conseguenze a cui sono andato
incontro, ho sempre scelto di restare dove ero un momento prima che lo
“scandalo” scoppiasse e cioè al loro fianco. E questo non per
dabbenaggine e tanto meno per familismo amorale tra amici, ma
perché ho imparato (a mie spese) che nessuno è riducibile all’errore che
eventualmente ha commesso e che il valore di una vita si comprende guardandola
dall’alto, tutta insieme, perché soltanto così si apprezza la direzione che ha
scelto di percorrere, gli ostacoli che ha affrontato, le fatiche che talvolta
l’hanno fatta incespicare.
La vita di Sigfrido Ranucci parla chiaro e merita rispetto, così come il
lavoro di scavo che da anni porta avanti Report e che in tanti
vorrebbero annientare in ossequio al progetto di una democrazia svuotata, buona
soltanto ad ammantare il ritorno del “principe”. D’altronde siamo in una
stagione di inaudito revisionismo storico e di depistaggi
sistematici dell’opinione pubblica, non c’è da stupirsene dunque.
C’è chi dice che il sospetto è l’anticamera della verità e chi dice che il
sospetto è la morte della democrazia: dipende. Se il “sospetto” è
l’atteggiamento di chi non si ferma davanti a ciò che appare nella immediatezza
o nella narrazione ufficiale, ma pretende di verificare apparenza e narrazione
sottoponendole al fuoco rigoroso dell’accertamento scomodo, allora il
“sospetto” è ciò che ti fa girare “l’armadio della vergogna” ed aprire gli
occhi sul primo (riuscito) compromesso storico che ha contribuito a fondare la
Repubblica italiana. Se il “sospetto” è l’ingrediente sapientemente sparso in
giro da chi vuole minare la credibilità di qualche testimone scomodo, allora il
“sospetto” è ciò che sussurra all’orecchio e scrive in certe relazioni di
servizio che Peppino Impastato è un terrorista rosso morto mentre cercava di apparecchiare
un attentato dinamitardo.
Per capire di quale natura sia il “sospetto” che ci bussa alla coscienza
spesso è utile farsi una domanda: dove sta il manico del coltello?
La Casa bianca è un affare: Trump e 972 pagine di guadagni
Tutti i redditi del presidente. Ogni mese Donald Trump, 80 anni, incassa 6.484 dollari di pensione dalla Screen Actors Guild, il sindacato degli attori da cui ha dato le dimissioni nel 2021 dichiarando di non volervi più essere associato. Una pensione guadagnata grazie a una comparsata del 1992 in “Mamma, ho perso l’aereo 2” e ad alcuni camei televisivi. Questa pensione sindacale compare nel suo bilancio insieme a oltre due miliardi di dollari di entrate provenienti da altre fonti.
Office of
Government Ethics
A rivelarlo
è la divulgazione annuale obbligatoria dei redditi presidenziali, pubblicata
dall’Office of Government Ethics, che copre il 2025, primo anno del secondo
mandato di Trump, e si estende su 927 pagine: la più lunga mai presentata da un
presidente americano. La lunghezza da sola è già una storia: la disclosure di
Barack Obama era di 8 pagine, quella di Joe Biden di 11. Il dato chiave del
documento è la ‘svolta crypto’ del 47° presidente, sottolinea Marina Catucci.
Trump, che fino al 2024 aveva definito le criptovalute «una truffa», ha
cambiato idea e nel 2025 ha incassato oltre 1,4 miliardi di dollari dal mondo
digitale. Il singolo accordo più redditizio è stato un contratto di licenza con
“Celebration Coins” per il suo «$TRUMP», lanciato tre giorni prima del suo
insediamento che gli ha portato 635 milioni di dollari. A questi si aggiungono
oltre 526 milioni dalle vendite legate a World Liberty Financial, la società
crypto co-fondata dai figli Eric e Donald Jr. Le sole entrate da criptovalute
del 2025 hanno più che raddoppiato l’intero patrimonio netto che, nel 2024, gli
era stato attribuito da Forbes. Oggi Forbes stima il suo patrimonio netto a 6
miliardi di dollari.
6 miliardi,
ma sempre ‘palazzinaro’
Il business
tradizionale ha comunque continuato a girare: le proprietà immobiliari, i golf
club e i resort hanno generato complessivamente oltre 500 milioni, con un
aumento del 15% rispetto all’anno precedente. La sola Mar-a-Lago ha incassato
77 milioni, contro i 50 del 2024. Ai profitti immobiliari si sommano 52 milioni
in diritti di licenza per l’uso del nome Trump su proprietà estere, soprattutto
in Medio Oriente, un business che Trump aveva congelato durante il primo
mandato ma non nel secondo. Tra le voci minori, ci sono 4,7 milioni in
royalties per i “Trump Watches”, 208mila dollari per la Bibbia a marchio
presidenziale e oltre 86 milioni in accordi stragiudiziali con aziende
mediatiche come Abc, Cbs, Meta e YouTube.
Conflitti di
interesse
Richard
Painter, già consigliere etico alla Casa Bianca sotto George W. Bush, ha
dichiarato che «questo è il primo presidente dai tempi precedenti alla Guerra
Civile con un conflitto di interessi sostanziale rispetto ai propri doveri
ufficiali», sottolineando che il presidente è esentato per legge dalle
principali norme sui conflitti di interesse. Il problema strutturale è
evidente: mentre decideva le politiche Usa sulla crypto, Trump deteneva
partecipazioni enormi nel settore. Quando ha firmato il Genius Act, la legge sulle
stablecoin, ovvero una criptovaluta a valore fisso, la sua famiglia ne
controllava già una, l’Usd1, emessa da World Liberty Financial. Uno dei
maggiori investitori di World Liberty Financial è Justin Sun, un miliardario
cinese della crypto che all’epoca era sotto indagine federale: il caso è stato
poi archiviato.
Il
sospettabilissimo insospettabile
Il 18 agosto
2025 il documento registra tre operazioni consecutive su Apple, Microsoft e
Nvidia, ciascuna tra 5 e 25 milioni di dollari. L’acquisto di azioni Nvidia è
arrivato esattamente una settimana dopo che Trump aveva annunciato l’accordo
che ha permesso all’azienda di vendere chip H20 alla Cina, riaprendo un flusso
di ricavi fondamentale per il titolo. La Casa bianca ha risposto con una
dichiarazione della portavoce Anna Kelly: «Né il presidente né la sua famiglia
si sono mai impegnati, né mai si impegneranno, in conflitti di interesse».
Trump, interrogato dai giornalisti, ha risposto scrollando le spalle: «Ho dei
fondi che gestiscono i miei soldi. Non mi occupo dei miei affari personali». E
ha aggiunto: «Sto guadagnando perché il mercato azionario sale. Tutti stanno
guadagnando. Grazie, presidente Trump». Amen.
La minaccia
comunista
«Siamo il Paese più forte e potente della terra e, per grazia di Dio, gli
Stati Uniti sono la nazione di maggior successo, dai risultati più straordinari
e più apprezzati che siano mai esistiti nella storia dell’umanità. Ed è un
onore essere vostro presidente». Donald Trump, al Mount Rushmore, in South
Dakota, per i 250 anni della Dichiarazione d’Indipendenza. E il richiamo al
patriottismo: «L’identità americana è sotto un nuovo attacco di radicali ed
estremisti interni e, per questo, possiamo perdere le elezioni di metà mandato
solo se ci comportiamo da stupidi».
«Il Partito Comunista è composto da immigrati clandestini, criminali e da
chiunque non debba lavorare. Il comunismo è un fallimento. Lo è sempre stato e
lo è tuttora». Per fortuna c’è la redenzione Usa tra qualche contraddizione:
«Tutti gli uomini sono creati uguali e possiedono il diritto sovrano alla Vita,
alla Libertà e al perseguimento della Felicità». Tutti ma con abbondanti
eccezioni che Trump non si stanca mai di sottolineare.
giovedì 9 luglio 2026
La Torino-Lione continua a dividere
Negli ultimi anni ci hanno raccontato la Torino-Lione come un’opera ormai irreversibile, destinata semplicemente ad andare avanti, tra comunicati stampa, passerelle istituzionali e cronoprogrammi continuamente posticipati. Eppure, è bastata una visita a favore di telecamere al cantiere della Maddalena perché quel racconto mostrasse, ancora una volta, tutte le sue crepe.
Il sopralluogo al cantiere, avvenuto nei giorni scorsi, ha visto entrare
nel fortino alcuni parlamentari ed esponenti del Movimento 5 Stelle insieme ai
deputati francesi Gabriel Amard e Jean-François Coulomme de “La France
Insoumise” (partito legato a Jean-Luc Mélenchon). Una visita che,
nelle intenzioni di Telt, avrebbe probabilmente dovuto confermare l’immagine di
un’opera in pieno sviluppo e non contestabile, in piena collaborazione con le
istituzioni di entrambi i paesi.
Ma, ahimè, è accaduto l’esatto contrario: all’uscita dal cantiere, la
delegazione italo-francese ha rilanciato pubblicamente la richiesta di recesso
dagli accordi internazionali sulla Torino-Lione, denunciando la crescita
incontrollata dei costi, l’assenza di una reale sostenibilità economica
dell’opera e la necessità di destinare quelle risorse al trasporto pubblico
locale e alla manutenzione delle infrastrutture esistenti. Questa posizione
inevitabilmente ha riportato il Tav al centro del dibattito politico nazionale
e piemontese, dimostrando come perfino il luogo simbolo dell’avanzamento
dell’opera possa trasformarsi, ancora una volta, in un terreno di contestazione
politica, oltre a livello popolare, anche a livello parlamentare e istituzionale.
La visita, organizzata con autorizzazione di Telt e dentro il perimetro
controllato del cantiere, si inserisce senza ombra di dubbio dentro una precisa
strategia comunicativa – decisamente früsta, come si dice da
queste parti – dell’ente gestore: mostrare dall’interno la normalità e
l’avanzamento dell’opera. Eppure proprio questo dispositivo gli si è ritorto
contro. L’apertura dei cancelli, pensata come momento di legittimazione e
consolidamento della narrazione ufficiale, ha fatto emergere in conferenza
stampa una serie di dichiarazioni che hanno rimesso in discussione l’intero
impianto propagandistico e politico della Torino-Lione, spostando il dibattito
fuori dal solito perimetro pseudo-tecnico e narrativo, fin dentro quello dello
scontro politico.
Il dibattito si è spostato dal cantiere di chiomonte agli equilibri
politici dei palazzi. Quotidiani e commentatori hanno iniziato a interrogarsi
principalmente sulle conseguenze della presa di posizione di Chiara Appendino e
del Movimento 5 Stelle per il cosiddetto “campo largo”, descrivendola come un
elemento capace di scavare un nuovo solco di contraddizioni con il Partito
Democratico. C’è chi vi ha letto una mossa tattica, chi un ritorno alle
origini, chi un tentativo di rilanciare una leadership interna e chi, ancora,
un ostacolo alla costruzione delle alleanze future.
Ma per chi ormai è un po’ disilluso rispetto a quelle che poi potrebbero
essere gli effetti reali di questi dibattiti, la domanda più interessante è
un’altra.
Com’è possibile che un’opera definita da anni inevitabile, strategica e
necessaria, continui a essere capace di far saltare gli equilibri politici da
trent’anni a questa parte? Se davvero la Torino-Lione fosse ormai una partita
chiusa, difficilmente basterebbero una visita al cantiere e alcune
dichiarazioni tonanti per riaprire una discussione tanto aspra.
La questione non è solo tra Movimento 5 Stelle e Partito Democratico.
Riguarda soprattutto il fatto che il Tav, e la sua sostanziale inutilità e
inconsistenza, continua a rappresentare una delle principali linee di faglia
della politica italiana. Da una parte c’è chi considera l’opera un simbolo del
modello di sviluppo fondato sulle grandi opere, sul consumo di risorse
pubbliche e sulla subordinazione dei territori agli interessi economici e
finanziari; dall’altra emerge, anche dentro le istituzioni, la difficoltà di
sostenere senza contraddizioni un progetto che negli anni ha visto lievitare i
costi, accumulare ritardi e perdere progressivamente quella narrazione di
inevitabilità costruita dai suoi promotori e avere pure effetti disastrosi sui
territori (vedi l’acqua in Val Maurienne).
Che il tema sia tornato a dividere proprio nel momento in cui si tenta di
costruire un’alternativa di governo alla destra non è un dettaglio. Significa
che il Tav continua a essere una questione politica irrisolta, un nodo che
nessuna formula elettorale riesce semplicemente a rimuovere.
Per anni si è provato a confinare la Torino-Lione in una dimensione
esclusivamente tecnica o di ordine pubblico, affidandola agli esperti, ai
commissari straordinari e ai cronoprogrammi dei cantieri, oppure alle procure e
la polizia. Ogni volta, però, il conflitto tra interessi contrapposti riemerge.
E quando riemerge costringe tutti a prendere posizione.
È qui che affiora un elemento che nessuna lettura interna ai partiti riesce
a cogliere fino in fondo. Se la Torino-Lione continua a pesare nel
dibattito politico è perché il Movimento No Tav non ha mai permesso che
quest’opera venisse normalizzata. Trent’anni di mobilitazione, di
studio, di presenza sul territorio, di iniziative popolari e di resistenza alla
militarizzazione della Val di Susa hanno impedito che il Tav si trasformasse in
un semplice dossier tecnico, amministrativo o giudiziario.
Non è un caso che la discussione torni ad accendersi proprio mentre
continuano ad emergere criticità economiche e tecniche dell’opera, dai costi
lievitati esponenzialmente rispetto alle previsioni iniziali, alle difficoltà
che interessano il versante francese. Questioni che il Movimento denuncia da
anni (decenni!!) e che oggi trovano spazio perfino nel confronto politico
istituzionale.
Naturalmente questo non significa consegnare patenti di coerenza a chi oggi
riscopre argomenti che in altri momenti ha accantonato o subordinato alle
compatibilità di governo. La memoria del Movimento è lunga e non dimentica le
responsabilità di chi, una volta nelle istituzioni, ha finito per accettare la
prosecuzione dell’opera. Né tantomeno il futuro della lotta può dipendere dalle
oscillazioni di questo o quel partito.
Ma sarebbe altrettanto miope ignorare ciò che questa vicenda mette in
evidenza.
Quando la Torino-Lione torna a essere un tema capace di incrinare gli
equilibri del cosiddetto campo largo, non è il successo di una forza politica.
È il segnale che la resistenza popolare continua a produrre effetti ben oltre i
confini della Valsusa. È la dimostrazione che anni di mobilitazione hanno
impedito la costruzione, non solo dell’opera in sé, ma anche di un consenso
pieno attorno alla sua necessarietà. Ogni volta che qualcuno prova a
dichiarare chiusa la partita, la realtà dimostra il contrario: il Tav resta un
terreno di scontro, di contraddizioni e di scelte che non possono essere
rimandate alla prossima campagna elettorale.
Per questo le crepe che oggi attraversano il “campo largo” non devono
essere lette con lo sguardo di chi tifa per una coalizione o per l’altra. Sono
esattamente il riflesso di un conflitto sociale che continua a proiettare i
suoi effetti dentro le istituzioni e ne fa emergere le contraddizioni. Se una
possibile alleanza di governo si trova costretta a misurarsi ancora con la
Torino-Lione, significa che il Movimento ha saputo mantenere viva e aperta una
questione che in molti avevano interesse a considerare definitivamente archiviata.
Questo è il dato politico più significativo di questi giorni.
Mentre dentro il cantiere si continua a mettere in scena la
rappresentazione di un’opera ormai destinata a compiersi, fuori da quelle
recinzioni la Torino-Lione continua a dividere, a interrogare, a mettere in
crisi narrazioni e alleanze. Segno che la partita è tutt’altro che conclusa.
Per il Movimento No Tav non si tratta di schierarsi nelle dinamiche del nuovo
campo largo né di affidare ad altri il proprio futuro. Si tratta di cogliere ogni
contraddizione che contribuisca a rompere il consenso costruito attorno a
un’opera tanto devastante quanto inutile. Perché ogni crepa nella narrazione
dell’ineluttabilità restituisce spazio alla possibilità di fermarla. Ed è in
quello spazio, conquistato in decenni di lotta, che continua a giocarsi la
partita più importante.
Israele demolisce accordi e case, Usa nel pallone - Dante Barontini
Non è complicato capire perché il processo di de-escalation in Medio
Oriente sembra essersi bloccato nuovamente dopo la firma del “memorandum of
understanding” in Svizzera.
Sul piano strettamente militare c’è stato un “colpo non identificato” che
ha raggiunto una nave in transito nello Stretto di Hormuz. Gli Stati Uniti ne
hanno attribuito la responsabilità all’Iran, che però non ha rivendicato,
contrariamente al solito.
Tanto è bastato a Washington per lanciare una serie di attacchi aerei
contro postazioni iraniane intorno a Hormuz. Tehran ha risposto come da manuale
con missili e droni contro le basi Usa in Bahrein (c’è la sede della Quinta
Flotta) e in Kuwait.
Seguono minacce tonitruanti di Trump e gelide avvertenze iraniane, che
hanno però il merito di far capire l’oggetto del contendere.
Dopo aver ricordato che “qualsiasi interferenza da parte di
soggetti diversi dall’Iran nella gestione dello stretto comporterà un ritardo
nella sua riapertura e un aumento del livello di tensione nella regione“, il
ministro degli esteri Araghci – in visita a Baghdad – ha invitato gli Stati
Uniti “a frenare l’entità sionista, che continua la sua aggressione contro
il Libano”, sottolineando che, secondo il primo punto del memorandum
d’intesa tra Iran e Stati Uniti, Washington deve “convincere” Tel Aviv a
ritirarsi dal Libano in tempi accettabili.
Gli Usa, però, hanno condotto una trattativa ridicola con alcuni
esponenti libanesi dichiaratamente sionisti, oltre che con lo
stesso Israele, raggiungendo un presunto “accordo” che lascia le cose come
stanno ora e dichiara esplicitamente di voler “disarmare Hezbollah”. Che
non è soltanto l’unica forza in grado di opporre una resistenza
all’espansionismo di Tel Aviv, ma anche la principale componente sociale e
politica che sembra interessata sul serio a garantire la sovranità del Paese.
Ma che proprio per questo non è stata neanche consultata.
Il sito statunitense Axios – che affida sempre la
narrazione sul conflitto mediorientale all’ex ufficiale della famigerata Unità
8200 dell’Idf, Barak Ravid – ammette che il presunto “accordo libanese” “sembra anche
contraddire alcuni degli intendimenti raggiunti tra Stati Uniti e Iran in
Svizzera, e potrebbe quindi complicare quella fragile tregua”.
Ma il problema sarebbe stato causato dall’altro accordo – il “MoU” tra Usa
e Iran – con cui Tehran “è riuscito a inserire la situazione in Libano nelle
sue trattative con gli Stati Uniti nelle ultime settimane”.
Un testo che l’ambasciatore israeliano Yechiel Leiter – incaricato di
gestire i rapporti con Washington sulla questione libanese – ha definito subito “un
disastro ferroviario”.
La ragione è semplice: quel “memorandum invita le parti a rispettare un
cessate il fuoco in Libano e a garantire l’integrità territoriale del paese,
che è invece attivamente minata dall’occupazione israeliana in corso nel Libano
meridionale”.
In parole povere: Israele non ha alcuna intenzione di ritirarsi dal
territorio libanese sotto il suo controllo ed anzi vorrebbe spingersi ancora
più in là, come del resto sta facendo in Siria, occupando ora anche le campagne
intorno alla città di Daraa.
Una volta precisato il contesto e gli interessi contrastanti non ci vuole
molto ad immaginare che il “colpo non identificato” che ha messo in moto il
doppio scambio di cortesie militari tra Iran e Usa intorno ad Hormuz abbia un
responsabile chiaro: il governo Netanyahu, che peraltro aveva già spedito un po’
di truppe negli Emirati Arabi Uniti e largheggia in operazioni false
flag.
Quel che rende la gestione statunitense della “doppia trattativa” un
delirio senza capo né coda è esattamente la “condiscendenza” nei confronti di
Israele, che diventa insormontabile al tavolo libanese e invece “riducibile” su
quello iraniano.
Sembra evidente che a Washington non c’è alcuna chiarezza strategica e
quindi si sovrappongono posizioni e iniziative decisamente contraddittorie.
Sembrano pesare anche le differenti ambizioni e posizioni del segretario di
Stato “Narco” Rubio – che ha prodotto materialmente il pasticcio libanese – e
del vicepresidente J.D. Vance, esponente autentico dell’immaginario “Maga” che
considerava la guerra all’Iran quanto meno una stupidaggine ma,
soprattutto, considera Israele un alleato come
tanti altri (gli europei, per esempio) e quindi da rimettere al suo posto quando
gli interessi Usa entrano in contraddizione con quelli di Tel Aviv.
Una confusione che facilita ovviamente ogni manovra diversiva che abbia
come obbiettivo il prolungamento della guerra sull’intero scenario
mediorientale. La tela tessuta da Pakistan e Qatar con l’Iran viene sciolta di
notte nel lavorio mafioso tra la Casa Bianca e Tel Aviv, con il popolo libanese
costretto a pagare il prezzo.
Fin quando gli Stati Uniti non sceglieranno con chiarezza tra una qualche
pace in Medio Oriente (per garantire che l’economia mondiale non subisca altri
colpi, non certo per bontà d’animo) e l’appoggio incondizionato
all’espansionismo illimitato di Israele – unico Stato al mondo a non avere e
non volere confini certi, riconosciuti internazionalmente -, pateticamente
giustificato con “verità bibliche”, la situazione non può cambiare.
La pace implica l’imbavagliamento duraturo del sionismo genocida, il
contrario significa guerra senza limiti. Già ad aprile, ricordiamo, la
frustrazione israelo-statunitense nel non riuscire a raggiungere gli obbiettivi
dichiarati aveva fatto balenare nella testa dei fuori di testa la possibilità
di usare anche l’arma nucleare.
Come se fosse possibile farlo senza conseguenze…
mercoledì 8 luglio 2026
Riflessioni su un genocidio - Marino Badiale
1. Premessa: le condizioni di un genocidio
Questo
scritto nasce dalla convinzione che il genocidio della popolazione palestinese
della Striscia di Gaza, perpetrato dallo Stato di Israele nel biennio ottobre
2023-ottobre 2025, rappresenti uno snodo decisivo per la coscienza dell’umanità
contemporanea, con particolare riguardo ai paesi occidentali. Questo evento
cruciale può essere esaminato in riferimento a vari aspetti del mondo
contemporaneo. Uno di essi è naturalmente quello della geopolitica, che esamina
i rapporti di forza fra le diverse potenze in lotta nell’arena mondiale e le
strategie che innervano le azioni dei vari attori, locali e globali, operanti
sulla scena mediorientale. Su questi aspetti si è già scritto moltissimo, e non
ho nulla da aggiungere rispetto a quanto elaborato dal composito ambiente
culturale e politico che potremmo definire “anti-sistemico”. Questo significa
che non parlerò delle cause economiche e geopolitiche degli eventi in
questione, non perché non siano importanti ma perché do per acquisita
un’interpretazione generale del conflitto israelo-palestinese nei termini
dell’esigenza, per l’egemone USA, di conservare il controllo della cruciale
area mediorientale e la conseguente necessità di appoggio illimitato
all’alleato israeliano.
In questo
intervento vorrei affrontare un tema diverso, cioè quello della temperie
ideologico-culturale che ha reso possibile, almeno nei paesi occidentali, una
sostanziale accettazione di ogni azione dello Stato di Israele. Le oligarchie
politiche dei paesi occidentali hanno fattivamente appoggiato lo Stato di
Israele, da molto tempo prima del genocidio e durante il suo svolgimento, salvo
ovviamente qualche distinguo puramente verbale e ineffettuale. I popoli degli
stessi paesi hanno mostrato, nei decenni, una sostanziale indifferenza verso
gli avvenimenti mediorientali. Solo dopo un anno o più di massacri la
mobilitazione filo-palestinese ha iniziato ad avere dimensioni ragguardevoli, e
questa mobilitazione probabilmente ha rappresentato uno dei vettori di forza
che hanno portato ad una tregua. Come era prevedibile, la tregua ha portato a
un oscuramento della situazione palestinese, e quindi alla parziale
smobilitazione del movimento filopalestinese, che ha perso il carattere di
massa ed è tornato a essere l’impegno di piccole minoranze.
Mi sembra
che queste vicende recenti confermino la sostanziale impunità di cui gode
Israele ormai da decenni, e che il complesso degli eventi del conflitto in
Palestina renda pressante gli interrogativi che questo intervento vuole
affrontare: da dove arriva questa sostanziale impunità di Israele? Quali sono
le sue “condizioni di possibilità”? E soprattutto, come si può superare questa
situazione?
Se è chiara,
come dicevo sopra, la generale esigenza strategica statunitense di controllo
dell’area mediorientale tramite l’alleato israeliano, i problemi che mi pongo
in questo scritto sono due: quello di comprendere le mediazioni attraverso le
quali tale esigenza si traduce in costruzioni ideologiche diffuse che rendono
accettabile, fra la popolazione dei paesi occidentali, la sostanziale impunità
di Israele, e quello di iniziare una critica radicale di tali costruzioni
ideologiche.
2. La
religione dell’olocausto
La mia tesi
è che una tale basilare costruzione ideologica, che permea da decenni lo
“spirito del tempo” nei paesi occidentali, sia quella che potremmo chiamare
“religione della vittima”, un atteggiamento spirituale che, rispetto al tema di
cui stiamo parlando, diventa “religione dell’olocausto”. Uso il termine
“religione” perché mi sembra che tali costruzioni ideologiche presentino tutte
le caratteristiche di una fede religiosa secolarizzata. I principi cardine
della “religione dell’olocausto” sono ben noti: in primo luogo, il genocidio
ebraico è il Male Assoluto della storia umana, un evento di violenza assoluta,
unica, imparagonabile a qualsiasi altra vicenda storica; in secondo luogo, di
riflesso, il popolo ebraico che ha subito tale violenza è la Vittima Assoluta,
e in quanto tale ha un “credito morale eterno” nei confronti del resto
dell’umanità e in particolare del popolo tedesco, responsabile del nazismo che
ha portato al genocidio. Questi principi delimitano i confini di ciò che in
Occidente è “rispettabile” nel dibattito politico-culturale. Non rispettare
tali confini espone all’accusa di “antisemitismo”, che è l’equivalente di una
scomunica. I dogmi della religione dell’olocausto sono diventati, in vari paesi
e in vari modi, obblighi di legge, per cui la scomunica di cui si diceva può
comportare conseguenze legali. La religione dell’olocausto, oltre ai dogmi
sopra enunciati, ha ovviamente una sua liturgia, usualmente denominata
“politica della memoria”: film, romanzi, spettacoli televisivi, interventi
nelle scuole, viaggi scolastici ad Auschwitz, sono tutte pratiche liturgiche il
cui scopo è estendere e rafforzare la presa del dogma religioso sulla
popolazione.
Questa nuova
religione contemporanea copre i crimini di Israele in vari modi: in primo
luogo, traccia una linea divisoria fra l’area sacra del Male Assoluto e l’area
profana dei tanti mali della storia umana, ai quali appartengono anche le
violenze di Israele, che quindi appaiono meno rilevanti e significative
rispetto al Male Assoluto. In secondo luogo, qualsiasi opposizione alle
violenze di Israele, in quanto violenze operate dalle Vittime del Male
Assoluto, appare come un attacco a tali Vittime, ed è quindi imputabile di
contiguità col Male Assoluto stesso. Vale a dire che qualsiasi critica allo
Stato di Israele o all’ideologia sionista può essere accusata di contiguità con
l’antisemitismo, e quindi può essere classificata come infetta dal Male
Assoluto: in questo modo essa viene espulsa dall’area del discorso pubblico
accettabile, ed eventualmente può essere legalmente repressa. In terzo luogo, è
solo Israele, e la Diaspora che lo supporta, a decidere cosa è antisemitismo e
cosa no. La religione dell’olocausto, cioè, ha come conseguenza che chi opera
violenze e crimini decide se le critiche a tali violenze e crimini hanno
diritto di esistenza nel discorso pubblico accettabile oppure no.
Si può
osservare, infine, che è soprattutto la pretesa a un credito morale eterno, ad
una assoluzione preventiva eterna, a costituire la premessa spirituale del
genocidio. È importante sottolineare che non c’è nulla di specificamente
ebraico in questo. Qualsiasi individuo e qualsiasi gruppo umano che godesse di
una assoluzione preventiva eterna rispetto ai propri atti, finirebbe per
compiere atti orribili.
3. Per una
critica della religione dell’olocausto
Per
combattere l’orrore del genocidio occorre allora combattere la religione
dell’olocausto e la sua politica della memoria. Occorre respingere punto per
punto la visione della storia che è sottesa alla religione dell’olocausto. Si
tratta ovviamente di un compito immane, visto che la religione dell’olocausto è
da decenni una componente essenziale dello “spirito del tempo”, almeno nei
paesi occidentali. In questo scritto devo limitarmi ad indicare alcuni punti
che mi sembrano essenziali.
1. Il
nazismo è il colonialismo applicato all’Europa.
In primo
luogo, per criticare la religione dell’olocausto occorre criticare la visione
del nazismo in essa implicita, e sostituirla con un’altra, che si porterà
dietro una “politica della memoria” completamente diversa. Nella visione
ufficiale l’antisemitismo e il genocidio ebraico sono gli aspetti fondamentali
del nazismo, che ne fanno qualcosa di unico e non paragonabile ad altri eventi
storici. Occorre allora compiere l’azione “blasfema”, nei confronti della
religione dell’olocausto, di negare questa visione diffusa. Non si tratta di
inventarsi nuove teorie, ma di riprendere il filo (interrotto nella coscienza
di massa) delle classiche interpretazioni marxiste del nazismo. Intendo cioè
sostenere che per combattere la sacralizzazione di Israele occorre ricominciare
a parlare di nazismo nei modi in cui ne hanno sempre parlato i marxisti: ovvero,
in primo luogo, come un’impresa imperialistica e colonialistica, in quanto tale
necessariamente razzista, omicida, sterminista. Il punto fondamentale, nel
nazismo, non è l’antisemitismo, ma è l’unione di imperialismo e colonialismo.
La differenza specifica del nazismo rispetto alle forme precedenti di
imperialismo e colonialismo è stata chiarita da intellettuali non occidentali
come Aimé Césaire: si tratta del fatto che col nazismo, per la prima volta, le
pratiche imperialistiche e coloniali sono applicate ai popoli europei. Il
nazismo è “colonialismo applicato all’Europa”, ed è questo il punto decisivo
per comprenderne le dinamiche, non l’antisemitismo. La Seconda Guerra Mondiale
non si combatte per decidere il destino degli ebrei, la Germania non invade la
Polonia per uccidere gli ebrei, ma per crearsi un impero coloniale nell’Est
europeo (polacco e russo), sterminando, cacciando o schiavizzando le
popolazioni native (gli slavi, e certo anche gli ebrei). È all’interno di
questo progetto imperialistico e coloniale che si attua il genocidio ebraico,
conseguenza dell’antisemitismo nazista. Antisemitismo nazista e genocidio del
popolo ebraico sono fatti storici, ma non sono i fatti decisivi per la
comprensione del nazismo.
2.Tutte le
vittime sono uguali.
Un altro
aspetto da rifiutare, nella religione dell’olocausto, è la sua politica
selettiva della memoria. Occorre mettere in primo piano il fatto che la
violenza imperialistica della Germania nazista (e dei suoi alleati come
Giappone e Italia) ha provocato decine di milioni di vittime: più di 20 milioni
solo fra i cittadini dell’URSS. Altri milioni nel corso della lunga occupazione
giapponese della Cina, morti sui quali in Occidente non ci si è mai soffermati
molto. E anche parlando solo dei campi di concentramento, in essi sono morte
tante altre persone, oltre agli ebrei: per esempio milioni di prigionieri di
guerra sovietici. Fra tutte queste vittime, fra tutti questi milioni di morti,
si è scelto per decenni di porre tutta la luce, tutta l’attenzione sui sei milioni
di morti ebrei. La cosa poteva avere un senso esclusivamente se il genocidio
ebraico fosse stato assunto a simbolo di tutta l’altra violenza, se dire “mai
più” avesse significato “nessun popolo deve mai più subire nulla di simile” e
non “gli ebrei non devono mai più subire nulla di simile”. È chiaro che le cose
non sono andate così: invece di un rifiuto universalistico della violenza
imperialistica e colonialistica che ha portato a violenze ed orrori culminati
nel genocidio ebraico, si è avuta una gerarchizzazione selettiva della
condizione di vittima, che è stata essenzialmente ristretta al popolo ebraico
ed è stata assunta come condizione ereditaria, per poter essere usata a
perpetua scusante di ogni crimine dello Stato di Israele, creando così le “condizioni
di possibilità” del genocidio di Gaza. Rifiutare la “religione dell’olocausto”
implica rifiutare tale politica selettiva della memoria e sostenere la
costruzione di una politica universalistica della memoria.
4. Il
sionismo: un’impresa coloniale
È ben noto
che religione dell’olocausto è divenuta uno dei pilastri dell’ideologia
sionista (nonostante quest’ultima nasca ben prima), perché la creazione dello
Stato ebraico in Palestina appare come una forma di risarcimento per le Vittime
Assolute, e quindi come una conseguenza inevitabile della sconfitta
dell’antisemitismo nazista. Per criticare questo nesso, occorre utilizzare
rigorosamente la caratterizzazione del nazismo come estrema e più radicale
impresa imperialista e colonialista. È facile capire che ogni impresa coloniale
comporta una qualche forma di razzismo nei confronti della popolazione nativa,
perché dire che i nativi sono “non-completamente-umani” è il modo migliore per
giustificare il fatto che gli si porta via la terra e li si rende servi, in un
modo o nell’altro. Ma questo implica logicamente la possibilità della violenza,
perché, una volta creata una categoria di esseri “non-completamente-umani”, nei
loro confronti cadono i limiti che in ogni cultura tengono a bada la violenza
contro gli umani.
Il nazismo
rappresenta il culmine della vicenda coloniale europea, il momento in cui il
colonialismo europeo diventa “autofagico”, si rivolge contro la stessa Europa.
E la sconfitta del nazismo rappresenta la fine della legittimità degli imperi
coloniali. Se questa caratterizzazione è corretta, l’eredità della lottta
antinazista sta nelle lotte anticoloniali che si sono susseguite nel secondo
dopoguerra, e che hanno portato alla fine degli imperi coloniali europei.
Ma la
creazione di uno Stato ebraico in Palestina, fatta contro la volontà della
popolazione nativa, e realizzata con il trasferimento di ebrei di vari paesi, è
una impresa coloniale voluta dalle grandi potenze vincitrici della Seconda
Guerra Mondiale. Si tratta quindi non della rottura col passato imperialista e
colonialista dell’Occidente, culminato nel nazismo, ma al contrario di una sua
estrema filiazione. Lungi dall’essere espressione dei valori della lotta
antinazista, la creazione dello stato di Israele è cioè in piena continuità con
quel passato di violenza coloniale che trovò la sua più atroce espressione nel
nazismo.
In quanto
progetto coloniale il sionismo riproduce tutti gli aspetti disumanizzanti, nei
confronti dei nativi, tipici di ogni forma di colonialismo. I crimini del sionismo
sono conseguenze inevitabili del progetto sionista, che è quello di fondare uno
Stato ebraico in una terra abitata da una popolazione che non è ebrea e non
desidera far parte di uno Stato ebraico. In questa situazione, la realizzazione
del progetto sionista implica necessariamente una delle seguenti azioni, o una
loro combinazione:
1. La
dittatura del popolo eletto, cioè l’accoglimento di una parte della popolazione
nativa in posizione subordinata.
2. La
pulizia etnica.
3. Il
genocidio.
La concreta politica
dello Stato di Israele è passata nei decenni dall’una all’altra di queste
possibili azioni, iniziando con la pulizia etnica al tempo della creazione
dello Stato, passando attraverso la dittatura militare imposta alle popolazioni
dei territori occupati dopo la Guerra dei Sei Giorni e arrivando al genocidio
con la recente guerra contro i civili di Gaza. A questo proposito occorre forse
spendere qualche parola sul concetto di “dittatura militare”. È noto che uno
dei punti fondamentali della propaganda filoisraeliana è la nozione di Israele
come “unica democrazia del Medio Oriente”. Il punto è che si tratta di una
“democrazia del popolo dei signori”, cioè di una democrazia non
universalistica, che quindi non è una vera democrazia. Democrazia vorrebbe infatti
dire “potere del popolo”, e nei tempi moderni questo significa che il popolo
soggetto a un potere statale ha diritto di controllo sul potere stesso,
innanzitutto tramite il voto. Ora, da poco meno di sessant’anni, i palestinesi
dei territori occupati sono sottoposti a un potere che incide pesantemente
sulle loro vite (per esempio, creando sempre nuove colonie israeliane) ma
rispetto al quale essi non hanno nessun potere di controllo. I cittadini
israeliani votano e, in linea di principio, potrebbero votare partiti decisi a
fermare la creazione di colonie in Cisgiordania. I palestinesi della
Cisgiordania non possono farlo. Perciò il potere israeliano nei loro confronti
è un potere sul quale essi non hanno nessun controllo o contrappeso, è cioè un
potere tirannico, dittatoriale. E non si tratta di una situazione contingente:
l’occupazione israeliana dura da quasi sessant’anni, più della metà della vita
dello Stato di Israele. Abbiano cioè a che fare con uno Stato che esiste da
circa ottant’anni e che negli ultimi suoi sessant’anni di esistenza ha
esercitato un potere dittatoriale su una popolazione che non ha nessun mezzo di
difesa da esso, e in particolare nessun diritto di voto su di esso. Di fronte a
queste considerazioni, la definizione di Israele come Stato democratico sembra
non reggere. D’altra parte, questa situazione non è un fatto casuale, un
imprevedibile effetto collaterale: esso è conseguenza logica del progetto
sionista, che è quello, ripetiamolo, di fondare uno Stato ebraico in una terra
abitata da una popolazione che non desidera far parte di tale Stato.
L’occupazione militare di terre abitate dai palestinesi è allora necessaria,
all’interno del progetto sionista, e quindi è necessaria la dittatura militare
nei confronti delle popolazioni occupate. La caratterizzazione dello Stato di
Israele come dittatura militare sui palestinesi è cioè intrinseca alla natura
stessa del progetto sionista, almeno finché esisteranno palestinesi in
Palestina.
5. Sionismo
e antisemitismo
Come tutte
le fedi fanatiche, anche la religione dell’olocausto copre le proprie
contraddizioni accusando di malvagità coloro che la criticano. L’accusa ovvia è
quella di antisemitismo. È allora interessante notare che il sionismo condivide
alcuni assunti fondamentali con l’antisemitismo. Sostenendo che gli ebrei sono
un popolo che deve costituire un proprio Stato etnico in Palestina, il sionismo
implica che i cittadini ebrei di Francia, Germania, Inghilterra, Polonia ecc. non
sono cittadini come tutti gli altri. La cosa appare del tutto evidente se
si pensa che viene presentato come un fatto ovvio e naturale che, alla fine
della Seconda Guerra Mondiale gli ebrei sopravvissuti si trasferiscano in
Palestina. Questo è certo umanamente comprensibile: persone perseguitate,
vittime di atroci violenze che sfuggono a un panorama di distruzione e cercano
di rifarsi una vita. Cos’altro potevano fare? La risposta però è banale. Gli
ebrei sfuggiti al genocidio potevano fare quello che alla fine della guerra
hanno fatto tutti gli altri profughi e prigionieri (compresi molti ebrei come
Primo Levi): tornarsene ai loro paesi, alle loro case. Il sionista può
replicare che le case erano distrutte, e i paesi di cui gli ebrei erano
cittadini, in molti casi li avevano perseguitati. E a questo si potrebbe
rispondere che le case si ricostruiscono, e che milioni di uomini e donne in
tutto il mondo avevano sofferto sacrifici fino alla morte per sconfiggere il
nazismo e quindi anche il suo antisemitismo. Ma non si tratta qui di discutere
su cosa fosse possibile fare in quel momento. Si tratta di capire il
significato delle scelte allora compiute. Scegliendo di abbandonare i loro
paesi di origine per la Palestina, i fondatori dello Stato di Israele in
sostanza hanno espresso il messaggio che i cittadini ebrei italiani, polacchi,
francesi eccetera sono diversi dagli altri cittadini italiani polacchi francesi
eccetera.. Perché un italiano polacco francese eccetera, alla fine della
guerra, ha l’unico pensiero di tornarsene al proprio paese, alla propria casa,
e non gli passerebbe mai per la testa di andare a fondare un altro Stato da
qualche altra parte. L’idea che una minoranza, in qualsiasi modo determinata,
di cittadini, per esempio italiani, se ne vada dall’Italia per fondare un altro
Stato sarebbe assurda, (e significherebbe solo che quegli italiani non si
sentono più tali). A nessuno verrebbe in mente che sarebbe una buona idea se i
marchigiani andassero a fondare uno Stato marchigiano in Patagonia o in Scozia.
O che gli italiani omosessuali andassero a fondare uno Stato per omosessuali in
Paraguay. E si noti che nel caso degli omosessuali vi sono evidenti analogie
con gli ebrei: anche gli omosessuali hanno subito una persecuzione secolare che
è culminata con l’internamento nei lager nazisti. Il punto fondamentale del mio
argomento è che la tesi sionista sulla fondazione di uno Stato ebraico nel
quale radunare gli ebrei del mondo equivale all’affermazione che gli ebrei
italiani polacchi francesi eccetera sono cittadini diversi dagli altri (dagli
altri italiani polacchi francesi che non si sognerebbero di fondare altri Stati
altrove). Ma questa è esattamente la tesi dell’antisemitismo, che infatti non
vuole necessariamente lo sterminio degli ebrei, ma vuole in ogni caso separare,
in un modo o nell’altro, i cittadini ebrei dagli altri cittadini (italiani
polacchi francesi eccetera), appunto per la diversità dei primi. Il sionismo e
l’antisemitismo concordano nel ritenere che gli ebrei non siano “veramente”
italiani polacchi francesi eccetera. Il sionismo riprende le fondamentali tesi
antisemite.
6. Autorità
della vittima?
Abbiamo
accennato, all’inizio, al fatto che la “religione dell’Olocausto” è un caso
particolare di quella che potremmo chiamare “religione della vittima”, una
complessa costruzione culturale che oggi costituisce una struttura di fondo
dello “spirito del tempo”, almeno nei paesi occidentali. Questo articolo
vorrebbe essere, fra l’altro, un invito alla critica di tale complesso
culturale per favorirne il superamento. Naturalmente, qui possiamo discuterne
solo alcuni elementi. Uno di essi è l’assunzione a guide morali sacre, quindi
non criticabili, di persone che hanno subito violenza in un modo o nell’altro.
Anche su questo occorre, io credo, assumere una posizione radicalmente “atea”,
che rifiuti tale sacralità e sviluppi un discorso che apparirà necessariamente
blasfemo alle orecchie della maggioranza della popolazione, che ha assorbito la
“religione delle vittime”. Il punto di partenza potrebbe essere la seguente
frase, attribuita a Sartre (non ho un riferimento preciso): “non importa ciò
che ti hanno fatto, ma ciò che tu fai con quello che ti hanno fatto” . L’essere
vittima è un fatto assolutamente casuale, che non ha nessun legame con ciò che
è o ciò che fa o ha fatto la vittima. È proprio questa assoluta casualità ciò
che colpisce nelle vicende delle vittime del genocidio nazista o di altri
eventi simili. Ciò significa che l’essere vittima non dice nulla su ciò che è
la persona, sulle sue qualità o sui suoi difetti. Ma l’autorità, morale o
intellettuale, di una persona dovrebbe dipendere da ciò che tale persona è sul
piano morale o intellettuale, e da come essa manifesta questo suo essere, non
dal fatto che le siano capitate delle disgrazie o che abbia subito violenze. E
se ha subito violenze, è solo il modo in cui elabora quello che ha subito a
determinare il suo valore morale o intellettuale. Di conseguenza, aver subito
la violenza nazista di per sé non dà nessuna autorità intellettuale per parlare
del nazismo, se non come testimone. Naturalmente, le testimonianze sono
importati, e gli storici le usano, ma poi le elaborano all’interno di un
percorso intellettuale di comprensione teorica. L’esperienza, da sola, non dice
nulla. I soldati sopravvissuti a una guerra hanno esperienza della guerra
stessa, ma quanti hanno realmente compreso le dinamiche profonde di quello che
hanno vissuto? Solo quei pochi che hanno studiato e approfondito e riflettuto a
lungo. Questo per quanto riguarda il piano dell’autorità intellettuale,
dell’autorità cioè nella comprensione storica e filosofica degli eventi. Per
quanto riguarda il piano dell’autorità morale, il principio è analogo: il
giudizio morale su una persona lo si dà in base a ciò che quella persona fa o
dice, cioè a quanto dipende da lei, non al fatto di aver subito violenza, che è
qualcosa che non dipende dalla persona stessa. Se una vittima del nazismo
esprime posizioni che in ultima analisi fungono da supporto al genocidio
perpetrato a Gaza, tale persona, ai miei occhi, non ha nessuna autorità morale,
esattamente come chi esprime le stesse posizioni senza aver subito violenza.
Ognuno è quello fa, non quello che ha subito.
7. Non siamo
migliori dei tedeschi
Esaminiamo
adesso, per concludere, un altro dei dogmi della religione dell’Olocausto:
quello della colpa inestinguibile dei popoli europei, e in particolare dei
tedeschi. L’evento del genocidio ebraico, questa incursione del Male Assoluto
entro la storia umana, lascia per sempre infetti i popoli che ne sono stati
portatori, condannandoli ad un’eternità di espiazione, che si traduce
nell’appoggio acritico a qualsiasi politica dello Stato di Israele. In questo
modo la religione dell’Olocausto costruisce una netta separazione fra i popoli
europei di allora, affetti dal Male Assoluto (i “volonterosi carnefici di Hitler”)
e i devoti popoli europei di oggi, genuflessi di fronte alle Sacre Vittime
dell’Olocausto (i “volonterosi carnefici del sionismo”, si potrebbe dire).
Ma la
critica alla religione dell’olocausto va portata anche su questo punto. La
prima considerazione da fare riprende la tesi esposta all’inizio, che vede il
nazismo come estrema manifestazione di imperialismo e colonialismo. Di
conseguenza, ammesso che abbia senso parlare di una responsabilità collettiva
(e di questo bisognerebbe discutere, ma farlo adesso comporterebbe una
diversione), essa non è tanto dei tedeschi, ma dell’intero Occidente, per le
sue pratiche imperialiste e colonialiste che attraversano l’intera epoca
moderna, accentuandosi nel corso dell’Ottocento. Ma anche restringendo il campo
visuale al genocidio ebraico attuato dal nazismo, mi sembra necessario dire qui
una sgradevole verità: noi occidentali contemporanei, devoti fedeli di ogni
forma di religione delle vittime, non siamo migliori dei tedeschi contemporanei
del genocidio ebraico. Abbiamo assistito a un genocidio facendo poco o nulla,
cosa che è stata sempre rimproverata al popolo tedesco. Ma loro, i tedeschi
degli anni dal ‘42 al ‘45, nel momento di concreta attuazione del genocidio,
avevano, rispetto a noi, molti più ostacoli nel “fare qualcosa”. I punti
essenziali a questo proposito sono due: in primo luogo, essi sapevano poco o
nulla sulla realtà dei lager e del genocidio. Certo, sapevano per il regime era
antisemita e chi era a contatto con cittadini ebrei sapeva che gli ebrei tedeschi
sparivano (ovviamente il tedesco medio non sapeva nulla di quanto accadeva agli
ebrei polacchi o sovietici). Ma rispetto a quello che accadeva agli ebrei
deportati, il regime non faceva certo pubblicità. In Germania le notizie erano
controllate da un regime dittatoriale che rendeva rischiosa la semplice ricerca
dei fatti. Paragoniamo questa situazione con quella di noi occidentali rispetto
alla quantità strabordante di informazioni che abbiamo ricevuto sulle stragi e
le distruzioni a Gaza. È evidente che non c’è paragone possibile. Noi tutti in
Occidente sappiamo, o abbiamo possibilità di sapere con estrema facilità,
enormemente di più sul genocidio a Gaza di quanto potesse sapere il tedesco
medio sul genocidio ebraico negli anni in cui questo si svolgeva.
Il secondo
punto essenziale riguarda il fatto che, oltre a sapere, abbiamo possibilità di
intervenire, di manifestare, di protestare, molto maggiori rispetto ai tedeschi
sotto il nazismo. E infatti, quando, dopo due anni di genocidio, abbiamo
cominciato a farlo, qualche effetto c’è stato. Nessun paese occidentale è una
dittatura paragonabile a quella nazista, almeno finora. Certo ci sono da
decenni spinte a ridurre gli spazi di libera espressione del pensiero, ed esse
si sono fatte più forti proprio in risposta alle proteste per Gaza, come si è
visto soprattutto in Germania e nel Regno Unito. Ma rimane comunque uno spazio
per protestare, che assolutamente non esisteva nella Germania nazista.
Tutto questo
ci dice che gli abitanti dei paesi occidentali, paesi i cui dirigenti politici
hanno attivamente sostenuto il genocidio, sono enormemente più responsabili,
verso questo genocidio, di quanto fossero i tedeschi all’epoca del genocidio
ebraico.
Ma tutto
questo è normale: l’essere umano medio non è un eroe, e in condizioni di crisi
pensa prima di tutto a mettere al sicuro sé stesso e le persone care. Questo
hanno fatto i tedeschi sotto il nazismo. Certo non sono stati eroi: nello loro
larga maggioranza, non hanno messo a rischio sé stessi per proteggere gli ebrei.
Ma questo è esattamente quanto si può dire dei popoli dei paesi occidentali
rispetto al genocidio di Gaza: non siamo stati eroi, non siamo migliori dei
tedeschi di quegli anni.
Queste
considerazioni hanno una importante conseguenza: i tedeschi devono porre
termine alla loro penitenza infinita. In primo luogo, i tedeschi di quegli anni
hanno fatto quello che abbiamo fatto tutti, per quasi due anni, rispetto al
genocidio di Gaza. In secondo luogo, se c’è una colpa, questa è dei
contemporanei alla violenza verso le vittime della violenza. Non dei
discendenti dei contemporanei verso i discendenti delle vittime. Nessun essere
umano nato dopo il 1945 ha nessun debito nei confronti delle vittime ebraiche
del genocidio, tanto meno nei confronti dei loro discendenti. I tedeschi hanno
un solo obbligo morale, ed è lo stesso che abbiamo tutti noi esseri umani:
essere testimoni di verità e giustizia. E la verità è che oggi c’è un popolo
martirizzato, ed è il popolo palestinese, e c’è un carnefice, ed è lo Stato di Israele.
E giustizia chiede che la vittima sia protetta e il carnefice contrastato. La
vittima di oggi, il carnefice di oggi. Non quelli di ottant’anni fa.
Diritti del lavoro sotto attacco: l’avanzata globale della repressione antisindacale - Giorgio Trucchi
Il nuovo Indice Globale dei Diritti della CSI fotografa un peggioramento diffuso: scioperi vietati, sindacalisti arrestati, proteste represse e riforme neoliberiste che smantellano tutele e contrattazione. Dalle Americhe all’Europa, il lavoro torna nel mirino di governi autoritari e ultraconservatori.
L’aumento di cinque punti percentuali
delle violazioni alla libertà d’espressione e di riunione, di sei punti dei
casi di aggressione violenta e di tre punti degli attacchi alle libertà civili,
in particolare fermi ed arresti, contro lavoratori, lavoratrici e sindacalisti
è quanto denuncia la Confederazione Sindacale Internazionale (CSI – ITUC) nel
suo Indice Globale dei Diritti 2026.
Pubblicato per la prima volta nel
2014, il rapporto annuale della CSI analizza la situazione dei diritti
sindacali e del lavoro in 151 nazioni. Tre sono le tendenze emerse nell’analisi
dello scorso anno: la persecuzione di dirigenti sindacali, l’uso di sistemi di
vigilanza per controllare il personale e tracciare le attività sindacali e la
mancata consultazione dei rappresentanti dei lavoratori nei processi di riforma
delle legislazioni sul lavoro.
Europa ed Americhe hanno registrato
la loro peggiore media di punteggio per nazione dalla prima pubblicazione
dell’Indice Globale dei Diritti. Nel caso delle Americhe è passata da 3,68 a
3,72 rispetto allo scorso anno, dove la categoria 5+ indica che i diritti non
sono garantiti a causa della “distruzione dello stato di diritto”, 5 che i
diritti non sono garantiti, 4 che ci sono violazioni sistematiche dei diritti,
3 che tali violazioni sono abituali, 2 che le violazioni sono ripetute e 1 che
sono sporadiche.
Asia Occidentale e Africa
Settentrionale si confermano in cima alla lista nera assoluta delle regioni con
la peggiore media di punteggio per nazione (4,68), seguiti da Asia Orientale
(4,08) e Africa (3,91). In netto deterioramento e prossima alla categoria di
“violazione abituale dei diritti” l’Europa, con un punteggio di 2,80.
I dieci Paesi in cui lavoratori,
lavoratrici e sindacalisti soffrono maggiormente la violazione dei propri
diritti sono Argentina, Bielorussia, Ecuador, Egitto, eSwatini (Swaziland),
Myanmar, Nigeria, Panama, Tunisia e Turchia. Il turbocapitalismo di Javier
Milei e José Raúl Mulino fanno entrare per la prima volta l’Argentina e Panama
nella lista nera. Osservati speciali per l’aumento delle violazioni rispetto
all’anno precedente Filippine, Guinea-Bissau, Israele, Liberia, Moldavia, USA e
Zimbabwe.
Le principali violazioni colpiscono
il diritto di sciopero, che non viene garantito nell’87% delle nazioni
osservate, il diritto alla negoziazione collettiva (80%), alla libertà di
associazione e organizzazione (75%), all’accesso alla giustizia (72%). Per
quanto riguarda la libertà d’espressione e di assemblea, il rapporto evidenzia
chiare violazioni nella metà delle nazioni, un dato che è raddoppiato
nell’ultimo anno, mentre nel 32% di esse sono state segnalate aggressioni e
atti di violenza contro lavoratori organizzati, includendo l’omicidio in almeno
quattro Paesi, tra cui Colombia e Messico. Fermi e arresti di lavoratori,
lavoratrici e sindacalisti vengono denunciati nelle metà (75) delle nazioni
osservate.
In generale, la condotta
antisindacale e repressiva e le inadempienze e violazioni delle leggi che
regolano il lavoro sono cresciute globalmente rispetto all’anno precedente, con
particolare intensità nei Paesi in cui governano forze politiche
ultraconservatrici e autoritarie, che promuovono modelli basati sulla
radicalizzazione delle dottrine di libero mercato, con relativa riduzione dello
Stato, deregolamentazione e precarizzazione del mercato del lavoro, aumento
dell’esternalizzazione (outsourcing), smantellamento delle tutele e il
progressivo calo di rappresentanza e potere contrattuale delle organizzazioni
dei lavoratori. Tutti fenomeni che favoriscono la precarietà, l’informalità e
lo sfruttamento della manodopera, specialmente quella migrante, ridotta in
condizioni di semischiavitù. Segnalata anche la complicità con la criminalità
organizzata e la politica corrotta.
“C’è un’avanzata preoccupante delle
destre sia in America Latina che nel mondo e ciò implica un inasprimento del
modello neoliberista, con una maggiore privatizzazione dei servizi pubblici ed
esternalizzazione del lavoro, licenziamenti di massa, precarizzazione e
flessibilizzazione dei posti di lavoro, che conducono inevitabilmente a una
limitazione crescente dell’agire sindacale”, spiega a Pagine Esteri, Fernando
Espinales, presidente dello storico sindacato honduregno Stibys.
Nel mirino in questi giorni in
Honduras c’è il servizio elettrico nazionale, che il governo ultraconservatore
del pupillo di Trump, Nasry Asfura, sta cercando di privatizzare dividendo in
tre parti l’azienda pubblica ENEE. Una manovra che segue l’approvazione di una
legge che introduce e regola il “lavoro a tempo parziale”, una riedizione
peggiorata della famigerata legge sull’impiego a ore, abrogata nel 2022 sotto
l’impulso del governo di Xiomara Castro.
“Soprattutto nel settore pubblico
hanno già licenziato migliaia di persone e decapitato i vertici dei principali
sindacati, mentre la promozione di terziarizzazione, appalti e subappalti nel
settore privato ha l’obiettivo di distruggere o indebolire il più possibile
qualsiasi forma di rappresentanza dei lavoratori”, avverte Espinales.
Nelle Americhe, oltre ai già citati
casi di Argentina, Ecuador e Panama, troviamo anche Colombia, Guatemala e
Honduras tra le nazioni in cui i diritti non sono garantiti, mentre Costa Rica,
El Salvador, Perù e Stati Uniti d’America si posizionano solo un gradino più in
basso, tra quelle in cui la violazione dei diritti è sistematica.
In Argentina, che nell’Indice Globale
dei Diritti della CSI crolla dalla categoria 3 alla 5 in soli due anni, la
riforma del lavoro promossa contro venti e maree da Javier Milei ha vulnerato
pesantemente i diritti individuali e collettivi di lavoratori e lavoratrici, ma
anche di pensionati e studenti. Estensione della giornata lavorativa e dei
periodi di prova, facilitazione dei licenziamenti, limitazioni nel pagamento degli
straordinari, dei diritti di fine rapporto e del diritto di sciopero, con la
conseguente diminuzione del potere contrattuale dei sindacati. La protesta
nelle piazze contro le riforme e la crisi economica e sociale è stata più volte
repressa con decine di feriti e centinaia di arresti. “Dal su arrivo alla
presidenza nel 2023, il presidente Milei, di estrema destra, si è messo alla
testa di un programma radicalmente antisindacale, minando i diritti
fondamentali dei lavoratori, le libertà civili e l’attività sindacale”, segnala
il documento.
A Panama le proteste contro la legge
462, imposta dal presidente Mulino e che eleva l’età pensionabile, privatizza
servizi essenziali e trasferisce fondi statali alle banche private, sono state
sistematicamente represse ed è stato dichiarato lo stato d’emergenza in alcune
regioni. Parallelamente sono iniziate una serie di rappresaglie contro il
movimento sindacale e i lavoratori pubblici, specialmente il settore educativo,
che protestavano anche contro il rilancio dell’attività estrattiva e il
protocollo firmato tra Panama e Stati Uniti per favorire una maggiore presenza
militare nordamericana nel Paese. Un’ondata di licenziamenti ha investito il
personale docente.
Più di 5 mila lavoratori delle
piantagioni di banane della brasiliana Chiquita Brands (Cutrale-Safra), in
maggioranza appartenenti all’etnia Ngäbe-Buglé, sono stati licenziati in tronco
per avere partecipato a uno sciopero nella zona di Bocas del Toro. I principali
dirigenti del sindacato bananero Sitraibana sono stati
arrestati. Anche lo storico e combattivo sindacato della costruzione Suntracs
ha subito una persecuzione feroce. I suoi dirigenti sono stati prima accusati
di riciclaggio di denaro e poi colpiti da mandato di cattura, obbligandoli
all’esilio. Al sindacato sono stati bloccati i conti correnti bancari e
limitato l’accesso ai depositi delle quote sindacali e sono fioccate minacce di
scioglimento forzato. Più di 700 tesserati sono stati arrestati o multati e più
di 80 sono ancora in carcere.
“Fin dall’inizio, Mulino ha detto
chiaramente che avrebbe governato per favorire l’impresa privata ed è quello
che sta facendo. I sindacati e le organizzazioni sociali sono invece ostacoli e
nemici da combattere e annientare. Infatti ha represso le proteste e perseguitato
organizzazioni e dirigenti con carcere e licenziamenti”, spiega a Pagine
Esteri, Ismael Marín, dirigente sindacale del settore bevande (Sticp-Fuclat).
È così tanto il potere concesso agli
imprenditori, assicura Marín, che si sentono in diritto di decidere se
rispettare o meno i contratti collettivi e individuali, la legislazione sul
lavoro, le convenzioni che Panama ha firmato a livello internazionale.
“L’unico modo per sopravvivere a
questo miserabile governo, diretto dall’oligarchia con il consenso di
Washington, e alla sua condotta antisindacale, è non abbassando la testa”.
Non diversa la situazione in Ecuador
dove l’ultraliberista Daniel Noboa, membro di una delle famiglie più ricche e
potenti del Paese, ha promosso una riforma del Codice del lavoro che
flessibilizza le condizioni e i contratti, precarizza il mercato, prolunga
l’orario di lavoro, impone nuovi requisiti per la registrazione dei dirigenti e
l’iscrizione delle organizzazioni sindacali, modifica i requisiti per la firma
e i rinnovi contrattuali e attiva meccanismi per una loro “revisione
d’ufficio”.
Il rapporto della CSI segnala inoltre
la promulgazione di una legge che consente la sorveglianza senza mandato,
nonché l’intercettazione delle comunicazioni e la raccolta di dati privati,
tipificando “le minacce” in modo sufficientemente ampio da criminalizzare le
proteste sociali e l’attività sindacale. La nuova legge impone inoltre alle più
di 13 mila organizzazioni sociali, tra cui i sindacati, di divulgare
informazioni personali sui propri membri, pena lo scioglimento.
“Stiamo assistendo a un’erosione
globale dei principi democratici, finanziata dai ricchi e portata avanti da
leader politici autoritari e di estrema destra. Praticamente un colpo di stato
dei multimilionari contro la democrazia. Le rivendicazioni dei lavoratori e
delle lavoratrici, che dovrebbero costituire la base della democrazia, sono
zittite e si constata una maggiore concentrazione di ricchezza e di potere in
mano a un pugno di persone”, sintetizza il rapporto della CSI.
Per l’organizzazione sindacale
internazionale “le libertà e i diritti di cui le persone dipendono per
mantenere standard di vita dignitose e condizioni di lavoro eque, sono sotto
attacco da parte di una piccola minoranza focalizzata sull’accumulo di
ricchezza e potere. Numerosi miliardari in tutto il mondo stanno colludendo con
leader politici, spesso di destra o di estrema destra, per consolidare il
potere e eliminare diritti”.
Nel mirino ci sono i sindacati in
quanto i lavoratori e le lavoratrici che rappresentano sono la base dei sistemi
democratici e ciò che stanno difendendo sono i pilastri fondamentali della
democrazia, della prosperità e della libertà. “Le tattiche variano, ma lo scopo
di chi tira le fila è lo stesso: consolidare il potere e mettere a tacere la
voce dei lavoratori. “In questo senso – conclude la CSI – la solidarietà
diventa l’unico modo che può guidare i lavoratori a superare questo colpo di
stato contro la democrazia per garantire un futuro benefico a tutti e non solo
per pochi potenti”.
martedì 7 luglio 2026
Il pestaggio più grave mai documentato nella storia in carcere - Ilaria Cucchi
“Quando vedemmo i video delle violenze restammo sconvolti: non ci saremmo
mai aspettati una cosa del genere da parte di servitori dello Stato”. Lo ha
detto il pubblico ministero, aprendo la requisitoria nell’aula bunker di
Caserta. E quando un magistrato che di mestiere vede omicidi e pestaggi tutti
i giorni dice di non essersi mai aspettato una cosa simile dallo Stato, vuol
dire che siamo davanti a qualcosa di davvero osceno.
Il 6 aprile 2020, all’alba della pandemia, nel carcere di Santa Maria Capua
Vetere i detenuti del reparto Nilo vennero massacrati per più di quattro ore.
La colpa quella di aver chiesto delle mascherine, il giorno prima,
dopo il primo caso di Covid in un reparto vicino.
Ci sono 103 persone imputate: agenti penitenziari, medici dell’Asl, vertici
del Dap (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria).
Dopo le botte, naturalmente, il depistaggio. Perché non basta
spaccare le ossa a un uomo indifeso, bisogna anche riscrivere la realtà per
farlo sembrare colpevole. Referti medici falsificati per nascondere le lesioni,
una rivolta inventata di sana pianta per coprire quella che fu una spedizione
punitiva organizzata. Nelle carte del processo si legge, testualmente, “un
falso galattico”.
Io questo schema lo conosco a memoria, e ogni volta lo rivedo identico,
fotocopiato. L’ho vissuto sulla mia pelle per sedici anni, e ancora oggi mi
chiedo come sia possibile continuare ad agire sempre allo stesso modo, con la
sicurezza di chi ha coperture ben precise dall’alto.
E infatti c’è un dettaglio di questa vicenda che non sfugge a chi
vuole vedere. Antonio Fullone, all’epoca provveditore regionale del
Dap in Campania, è per l’accusa l’uomo che organizzò quella perquisizione
diventata massacro. È innocente fino a condanna definitiva, deve essere
chiaro, perché le garanzie valgono per tutti. Ma nell’agosto del 2025,
mentre il processo è ancora in corso, Fullone è stato nominato dirigente
generale della Direzione Generale della Formazione del Dap, il vertice della
formazione di tutto il personale penitenziario italiano. Una nomina firmata
sotto il governo di cui fa parte Andrea Delmastro Delle Vedove, sottosegretario
alla Giustizia con delega all’amministrazione penitenziaria, lo stesso che
nel giugno 2020 si era precipitato davanti a quel carcere per applaudire
pubblicamente agenti già indagati per tortura. Non serve aspettare una sentenza
per leggere il segnale politico di una promozione del genere. Il messaggio è
arrivato, forte e chiaro, a tutto l’apparato dello Stato: chi protegge il corpo
fa carriera, chi parla resta solo a pagarne il prezzo.
È lo stesso identico messaggio che ho visto recapitare agli uomini
coinvolti nella morte di mio fratello e nei successivi falsi e depistaggi, anno
dopo anno, processo dopo processo. Ed è lo stesso messaggio che oggi, in questo
governo, continua a essere recapitato a chi indossa una divisa: copri e farai
carriera.