Ci sono dettagli che non andrebbero
mai dimenticati quando si parla della Val Susa. Ad esempio che la violenza non
ha origine dalla contestazione, ma dal sistema socioeconomico dominante che
considera le montagne risorse sfruttabili nel gioco della competizione
economica. Che la lotta No tav, come quella di altri movimenti, dimostra quanto
oggi siano necessarie sia le forme di lotta legali che quelle non legali, anche
se non per ciò illegittime, data la crescente violenza strutturale. E ancora:
che l’eventuale ricorso alla violenza verso le cose deve essere sempre
accompagnato da un incremento di responsabilità e di pensiero, “perché ogni
violenza che non sia trasparente nell’argomentare e nel fondare le ragioni
della propria legittimità – scrive Francesco Zevio – è per ciò stesso
illegittima, prima che illegale”
I recenti
fatti di Val Susa offrono l’occasione per ricordare due ordini di cose. Il
primo è innanzitutto rivolto all’esterno, ovvero a quella parte di popolazione
che “subisce” le notizie riguardanti questi fatti senza averne una conoscenza
personale e di prima mano, senza aver disposto della possibilità di considerare
autonomamente e criticamente la storia (oltre trentennale) della contestazione
al cantiere per la nuova linea ferroviaria Torino-Lione. Il secondo ordine di
cose si rivolge innanzitutto a quanti, per un motivo o per l’altro, hanno una
maggiore cognizione del progetto di cui sopra e, più in generale, una qualche
forma di partecipazione a questo o ad altri movimenti contestatari. Nulla di
originale: ma penso valga la pena ricordare, anche solo fare il punto, circa
ovvietà che restano essenziali.
Primo ordine
di cose. Lo Stato, e più in generale i gruppi d’interesse che pesano
maggiormente nel definire il tenore della propaganda (in termini
etimologici: “cose che vanno fatte circolare”, notizie che per la loro
pervasività definiscono il tono e la cornice in cui sarà tenuto a muoversi il
discorso pubblico) mediatica, tendono a presentare la violenza
contestataria come origine prima della violenza stessa. Nel nostro
caso, parliamo della violenza che ha portato a due camionette in fiamme, al
ferimento di agenti di polizia e a danni a qualche tratto di cantiere. Questa
violenza contestataria viene posta sotto i riflettori per legittimare la violenza
repressiva, nonché le politiche di rafforzamento degli aspetti repressivi
(decreti sicurezza e simili) dello Stato. La narrazione può riassumersi così:
la violenza ha origine nella contestazione e deriva da essa, a questa violenza
lo Stato è tenuto a rispondere con la violenza repressiva, nonché a premunirsi
per via legislativa accrescendo le proprie capacità repressive.
Questa
narrazione ignora, volutamente, un’altra realtà: ovvero che la violenza
non ha la sua origine nella contestazione, bensì nello stato di cose dovuto
all’ordine del sistema socioeconomico in vigore. Questa realtà è ben chiara
a quanti conoscano meglio la storia di questo cantiere [https://www.controsservatoriovalsusa.org/tracce-no-tav/home] in particolare e, in generale, la
storia del connubio fra entità statali ed entità economiche le quali,
attraverso la pianificazione territoriale e il monopolio istituzionale della
definizione delle opere d’interesse generale, portano a quella che Ivan Illich
definì “guerra alla sussistenza”. Una guerra – una violenza – perpetrata nei
confronti di quei gruppi, di quelle culture decise a vivere una relazione col
territorio che non sia quella canonica del sistema imperante, la quale
considera una montagna, ogni centimetro di suolo e ogni goccia d’acqua, ogni
cellula animale o vegetale in quanto risorsa sfruttabile nel gioco della
competizione/guerra economica mondiale. La pax œconomica liberale
– ricordava appunto Illich, lettore di Karl Polanyi – è maschera di questa
guerra alla sussistenza: cioè violenza sistemica verso qualsiasi tentativo di
fare comunità a partire da forme di vita e da rapporti col territorio che
tendano a sottrarsi all’ortodossia consumistico-produttivista la quale, pur
presentandosi come neutra e sottratta a qualsiasi cornice metafisica, risponde
a un imperativo che può ben considerarsi tale: ogni cosa è
potenzialmente sfruttabile, ogni cosa divenuta sfruttabile deve essere
sfruttata. Contrariamente a quanto viene propagandato, la violenza
contestataria si manifesta come reazione alla violenza sistemica di un ordine
socioeconomico – il nostro – fondato su questo imperativo.
Secondo
ordine di cose, piuttosto un memento ad uso “interno”. Il problema non sono i
Black Bloc, proprio come non lo sono quanti decidono di manifestare
pacificamente. Il problema non sono quanti disarmano un bulldozer o rovesciano
recinzioni e jersey o tranciano concertina per ostacolare materialmente
l’avanzamento di un cantiere e dimostrarne la meravigliosa vulnerabilità a
un’azione risoluta e organizzata, proprio come non lo sono quanti prendono le
vie dei ricorsi legali, delle petizioni, delle vie istituzionali. Il problema
da porsi – qui e altrove, a monte e a valle di qualsiasi evento o azione – mi
sembra traducibile in questi termini: ciò che facciamo, come e nei modi
in cui intendiamo farlo, giova o nuoce alla nostra causa? Se non
credo possa darsi una risposta univoca e recisa a questa domanda, tuttavia
penso si possano desumere alcuni elementi di risposta suddividendola
in tre ordini di domande più precise e circoscritte.
Primo: come
è stato percepito (a valle) l’evento da quanti vi hanno partecipato? ha
rafforzato la risoluzione dei partecipanti a ritrovarsi e andare avanti, o ha
contribuito a creare frustrazione e a diminuirne la motivazione? (da cui l’importanza di
riunioni e riscontri a caldo fra tutte le componenti che hanno partecipato alla
concretizzazione dell’evento). Secondo: come possiamo immaginare (a
monte) che questo evento sarà percepito dai nostri simpatizzanti non
direttamente coinvolti nell’evento o nella contestazione? il tipo
d’azione e il modo d’azione contribuiranno ad aumentare questa simpatia, magari
ad approfondirla, o non rischiano piuttosto di alienarcela? Terzo: come
possiamo aspettarci che ciò che faremo sia narrato, strumentalizzato e
rigiratoci contro dai nostri antagonisti? come possiamo immaginare che
risponderà l’opinione pubblica ignara della nostra lotta, quali saranno i
vantaggi che i nostri antagonisti possono sperare raccogliere dalla nostra
azione? quale sarà l’entità della repressione e quali sono le nostre
forze? Il problema mi sembra consistere in questo groviglio di
considerazioni (non esaustive). Ed è un problema che non può essere sciolto da
una soluzione, ma solo dalla risoluzione a un costante lavoro
pratico e di pensiero che ci permetta di organizzare le forze per agire nel
senso del futuro che desideriamo e di prepararci in seguito a reagire a quanto
resta d’imprevedibile nelle conseguenze della nostra azione.
In ogni
caso, non credo ci sia possibile compiere passi in avanti se non ricorrendo a
una pluralità di strategie. Sono necessarie tanto le vie legali messe
(ancora) a nostra disposizione dallo stato di diritto, quanto quelle non legali
– anche se non per ciò illegittime, data la violenza strutturale evocata sopra
– del disarmo. Ma quando forme di ricorso alla violenza – come quella verso le
cose e la proprietà – vengono integrate in chiave contestataria, essa deve
essere assunta. E ciò che di essa deve essere assunto sono prima di
tutto le sue implicazioni: la visione politica che sottende, l’ordine e i
rapporti socioeconomici che intende indebolire o smantellare, la società e il
mondo che delinea. Ad ogni incremento di violenza, insomma, deve
corrispondere un incremento di responsabilità e di pensiero – perché
ogni violenza che non sia sincera e trasparente nell’argomentare e nel fondare
le ragioni della propria legittimità è per ciò stesso illegittima, prima (e
peggio) ancora che illegale.