venerdì 19 ottobre 2018

Me & Mr Jones - Giovanni Gusai





Con il suo superpotere, mister Jones può viaggiare nello spazio e nel tempo, e stare contemporaneamente in un posto e in un altro nel mondo. C’è solo un limite a questa fantasmagorica capacità: mister Jones può essere solo in luoghi in cui è già stato. È come se avesse quindi un archivio mentale, dal quale attinge nuove destinazioni ogni tanto, talvolta quando meno se lo aspetta, e raggiungesse posti vivi nei suoi ricordi. Ora che scrivo, per esempio, sta passeggiando in Avenida de la Constituciòn a Siviglia, accanto alla maestosa cattedrale che ospita il mausoleo di Cristoforo Colombo. Più precisamente si sta dirigendo verso un parco sconfinato, dentro il quale è stato allestito per qualche giorno un mercato in stile medievale. Quando arriverà ci saranno i falconieri e vedrà una bella varietà di rapaci, tutti ammaestrati e solenni sui loro trespoli.
Ecco, mister Jones ha questo superpotere. Mister Jones è un topo di campagna. Piccolo, innocuo, con una paura folle dei gatti del suo vicinato. Ha imparato la tecnica dell’ubiquità – così la chiama – per istinto. La sua velocità, dovuta a un corpo minuscolo e scattante, sarebbe comunque insufficiente per evitare gli agguati dei felini. Ce n’è uno che teme più di altri, Napoleone. Ha vibrisse fittissime e un musone schiacciato, zampe tozze e coda vaporosa. È color miele, dicono gli umani, ma mister Jones dice tigrato: rende meglio l’idea. Dunque la strategia è bighellonare per i prati, alla ricerca di semi o frutti; tendere le orecchie in attesa di un qualche attacco improvviso; frugare con circospezione; al momento in cui Napoleone o un suo simile si decidono a balzargli addosso, zac: scomparire. Il corpo di mister Jones, a quel punto, non è più né in campagna né da nessun’altra parte. Scompare, letteralmente. La sua coscienza si sdoppia e lui è un po’ da una parte e un po’ dall’altra del mondo. Adesso, mi accorgo affacciandomi alla finestra, è a Parigi. Ha lasciato il micione bianco che abita qui in zona basito: zampetta furiosamente sul terreno nel punto in cui un istante fa mister Jones andava a caccia di cibo.
Ma lui è a Parigi, non gli importa più dei gatti. Sta in uno studiolo che ha pagato carissimo, a pochi passi da una fermata della Metro rosa, ha dimenticato il nome ma sa benissimo come arrivare ai vagoni. Lì attorno ci sono anche due supermercati, uno con cibo italiano in cui è possibile fare la spremuta di arance fresche, un’edicola, un’adorabile pasticceria ai tavolini della quale uno studente ripassa anatomia da un tablet. Pioviggina spesso, non è come a Siviglia. Lì non piove mai. Non nei suoi ritorni e nelle sue fughe. Parigi sotto la pioggia può essere una faccenda scomoda, il brutto tempo rischia di compromettere l’esperienza estetica di una città maestosamente perfetta. Mister Jones lì ha visto i migliori musei. Ogni tanto ci torna, spesso senza volerlo. Si ricorda all’improvviso di un quadro, ed è già davanti alla tela, con la folla e tutto. Come la prima volta in cui ha osservato l’opera. Ecco, il gatto bianco è andato via. Mister Jones può ricominciare a cercare qualcosa da mettere sotto i denti.
Lo vedo. Dove passa, i fili d’erba imperlati di pioggia dondolano. Dev’essere una gran fatica, vagare fra la realtà e il ricordo, fuggire in continuazione dal mondo e cercare ristoro nel ricordo. Per un topino di campagna, poi. Ora qua ora là, ora qua ora là. Scappa, sparisci, ricorda, torna, mangia, ricomincia, attenzione, sparisci, scappa, torna, ricorda, attenzione. Sfiancante. E con il rischio di trasformarsi in gesti incontrollabili. Qualche giorno, temo, mister Jones rimarrà impigliato nel meccanismo, invischiato nelle pieghe umide del tempo e dello spazio. Salterà senza che ce ne sia bisogno, o morirà con la schiena spezzata dentro le fauci di Napoleone, però magari con l’anima a Budapest o a Danzica o a Lisbona o dove mille volte si è nascosto per scampare alla sua vita da topo.
E, a questa fatica, si aggiunge la necessità di doversi impegnare a cercare sempre nuove tappe da raggiungere per davvero, per la prima volta. Nuovi mondi da aggiungere all’archivio. Poniamo che qualcosa si incrini e la macchina non funzioni più. Che il suo istinto non abbia più voglia di tornare a Siviglia. Proverà a sparire, penserà forte a Avenida de la Constituciòn, però niente, nel profondo dello spirito non avrà voglia di andarci. E bam: Napoleone gli sarà addosso e lo squarterà. Le cose brutte della vita fanno così, aspettano che sia stanco e ti finiscono. Ora è quasi sera. Mi chiedo: quanti ricordi mister Jones avrà a disposizione per rifugiarsi in caso di pericolo? Lo osservo. Sta per infilarsi in quella boccuccia sudicia un chicco d’uva marcito. Ed eccolo sparire. Sotto i miei occhi. Questa è una di quelle volte in cui lui non controlla il superpotere, si distrae e smette di fare quello che aveva in mente di fare. Va da qualche parte, si dimentica della vita vera. Con questo buio, al suo ritorno quell’acino sarà introvabile. E lui intanto me lo immagino, nostalgico e affamato, vagare per le vie larghe e rumorose di Soho e Carnaby Street. Londra era stata bellissima. C’era il sole anche lì, come in Andalusia. È sempre bello tornarci. Un bel freddo, l’ideale per camminare. E parchi infiniti in cui mister Jones ha temuto realmente di perdersi o di essere attaccato dai cigni, dalle cornacchie, dai corvi e da ogni altro genere di bestialità che popola il cielo di Hyde Park e dei Kensington Gardens.
Intanto si è fatta notte. Mi viene da chiedermi come siano i sogni di mister Jones. Di cosa si riempiono, gli occhi di chi trascorre le giornate a fantasticare, quando vanno a dormire? Ci sono delle persone, le conosco bene, che vivono come questo topolino. La vita li sorprende e mette loro davanti responsabilità, dubbi o sfide. Quelli restano lì, mettono in attesa il dubbio e se ne vanno da un’altra parte – se un posto in cui andare ce l’hanno. Sembra strano da dirsi, ma quando tornano da questa parte il dubbio o la sfida sembrano più gestibili, meno onerosi. Non so se siano peggiori di chi è capace di affrontare a sangue freddo ogni fauce famelica che il mondo progetta e distribuisce. Chissà cosa sognano, gli uni e gli altri.
Io so di tutte le volte in cui vorrei poter volare via. Poi tornare e trovare tutto più semplice. Conviverei senza paura con il rischio di partire all’improvviso e contro il mio volere. Ogni tanto mancare, distrarmi. Gli umani direbbero “stare sovrappensiero”. Sovrappensiero è un bel posto da visitare. C’è sempre il sole, non ci sono gatti arrabbiati.

Legalità, legittimità, giustizia: il caso Riace – Angelo D'Orsi



Gli sviluppi del caso Riace sono di straordinaria importanza, nel bene e nel male.
Chi ha lamentato che gli italiani si dividessero in due partiti, sbaglia: le due Italie esistono, e non da oggi. E sono in radicale contrasto, da sempre. Personalmente non sono sicuro di essere parte della maggioranza, ma sono sicuro di essere dalla parte giusta. Che però, spesso, come insegna Brecht, è “la parte del torto”.
Come dire: la legalità e la giustizia non coincidono; e ancora: la maggioranza può legalmente comandare ma non è detto che abbia ragione. E infine: la giustizia non può essere considerata in modo astratto e formale: i 49 milioni di denaro pubblico (ossia di tutti i cittadini di questo Paese) sottratti dalla Lega oggi al potere, sono stati legalmente di fatto condonati, con una restituzione risibile pari a 100 mila euro annui, il che significa un’ottantina d’anni di rate senza interesse: sono frutto di una sentenza della magistratura, emessa secondo le regole, ma sono una sentenza giusta?
L’arresto di Mimmo Lucano, la sua sospensione da sindaco, il successivo divieto di dimora a Riace (e prima di lui alla sua compagna), sono stati fatti in base a norme di legge, ma applicate con un rigore che non abbiamo visto nella vicenda del furto dei 49 milioni di cui si è reso autore il partito del vero capo del governo, Matteo Salvini. E la decisione di quest’ultimo di allontanare tutti i migranti da Riace, dove grazie alle “illegalità” o meno del sindaco Lucano si erano stabiliti, restituendo vita a quel borgo, con beneficio di tutti, a cominciare dagli indigeni italiani, è una decisione che i poteri di cui il ministro di polizia gode gli consentono, ma è una decisione giusta? E, aggiungo, è una decisione saggia? socialmente ed economicamente avveduta? oltre che umanamente “legittima”?
Insomma, un po’ di meditazione filosofica sarebbe cosa buona. E, mi permetto con un briciolo di ironia, “giusta”. Essa ci porta a concludere che le minoranze possono aver ragione e le maggioranze torto; che ubbidire ai comandi (della legge e di chi la rappresenta), di per sè non sempre, né automaticamente è un gesto buono, come coloro che eseguivano gli ordini ad Auschwitz ci confermano. O semplicemente, riflettere sul cartello che ancora si scorge nei tribunali “La legge è uguale per tutti”, ci deve indurre a riflettere sul fatto che una legge uguale per soggetti che uguali non sono, è una legge ingiusta. E che ad essa non solo è “legittimo” disubbidire, ma è “giusto” opporsi, da parte di chi iniquamente ne subisce i rigori.
In epoche remote si teorizzò persino la legittimità morale e politica del tirannicidio, l’uccisione dl tiranno, come forma estrema di disubbidienza nel nome dell’interesse generale, della “salute pubblica”, ossia della salvezza della comunità.
Il caso Riace, che ci indigna, e ci mobilita (e occorre non smettere di indignarsi e di mobilitarsi) ha il merito di invitarci a meditare su questioni rilevantissime che troppo spesso dimentichiamo negli affanni e nella banalità della nostra quotidianità.
da qui

mercoledì 17 ottobre 2018

Con i miei occhi - Felicia Langer




È riapparso, a cura dell’editore Zambon, un libro di Felicia Langer, “Con i miei occhi”, pubblicato per la prima volta in Italia nel 1976.
Felicia arriva in Israele nel 1950, dalla Polonia, studia giurisprudenza fra il 1959 e il 1965, anno della laurea e inizia ed esercitare la professione l’anno successivo, avvocato, donna e comunista.
Il libro è praticamente un diario della sua attività di avvocato dei prigionieri palestinesi. Non è fuori luogo l’aggettivo kafkiano per i processi di Felicia, quando va bene, nella lettura della sentenza da parte di un giudice, militare, naturalmente, appare una riga finale in cui si dice che comunque il prigioniero non verrà scarcerato, anzi altri anni di galera verranno attribuiti, così come viene.
I prigionieri palestinesi hanno già una condanna in partenza, è che sono palestinesi e sono ancora vivi, e cattivi, gli unici palestinesi buoni sono quelli morti.
Non si contano i casi di trattamenti come quello applicato a Stefano Cucchi, le torture erano continue, Felicia ne cita molti casi.
Nel libro Felicia appunta le storie terribili con le quali si trova a combattere tutti i giorni, i bambini, le donne e gli uomini in balia di un sistema giudiziario fascista, come sostenevano i terroristi ebrei a proposito delle norme giuridiche britanniche, parte integrante del sistema giudiziario israeliano, al di fuori delle regole dei paesi civili.
Il caso della detenzione amministrativa è il motore di quel sistema giudiziario, arresti senza motivo, senza prove, senza data di un processo, come nel Sudafrica dell’apartheid, o in tutte le dittature militari e fasciste.
Quando, comunque vada, come Sisifo, Felicia vede tutti i suoi assistiti, dopo la fatica per riuscire a sostenere le loro ragioni, comunque condannati, ad anni di galera, alla distruzione delle case di chiunque venga in contatto con qualche prigioniero palestinese, alla violazione di tutte le convenzioni internazionali.
Anche adesso, come ai tempi di Felicia, Israele ha un obiettivo, diminuire il numero dei palestinesi, farli vivere nel terrore, rubargli le terre e le case e l’acqua, nei territori occupati e non solo.
Esattamente come con gli indiani degli Stati Uniti, e gli indios del Centro e Sudamerica, come con gli aborigeni australiani l’obiettivo è eliminarli, non come negli ultimi secoli, ma con la detenzione amministrativa, le torture, la demolizione delle case, la distruzione dei villaggi palestinesi per costruire colonie israeliane si raggiungono gli stessi obiettivi dei genocidi.
Nel libro quella strategia è chiara, tutto è lecito per le costruzione delle colonie. Per qualsiasi paese del mondo quei comportamenti non verrebbero ammessi, ma si sa, agli israeliani sionisti, amici dei potenti del mondo, tutto è concesso.
Addirittura Felicia si trova a difendere dei ragazzi che hanno distribuito dei volantini, o leggono giornali tollerati a Gerusalemme, ma fuorilegge nei Territori Occupati..
Felicia è eroica, per la tenacia e la pazienza con le quali cerca di salvare i suoi assistiti, davanti si trova dei giudici che regalano anni di galera e di torture come fossero noccioline.
Difficile che oggi sia meglio, rispetto agli anni della Langer; quello che si merita, tutta questa gentaglia razzista, violenta, senza regole civili è solo un tribunale all’Aja o a Norimberga, a scelta.
Dopo aver letto il libro si capirà che quelli che chiamano quell’esercito un esercito morale sono solo complici di un sistema di apartheid, e di tortura. Sarebbe interessante che lo leggessero i nostri giovani avvocati, per avere un esempio di tenacia, nonostante il sistema giudiziario favorevole solo a militari e torturatori.
Nel 1990 Felicia abbandonò Israele; disse in un’intervista: Ho lasciato Israele perché non potevo più aiutare le vittime palestinesi con il sistema legale esistente e il disprezzo per il diritto internazionale. Non potevo agire. Stavo affrontando una situazione senza speranza. Non potevo più essere una foglia di fico per questo sistema (da qui).
È morta il 21 giugno del 2018, il libro servirà a non dimenticarla.

martedì 16 ottobre 2018

In prospettiva: Anschluss politico della sinistra da parte del M5S? - Dafni Ruscetta



Nel teatro della politica non vi sono ‘governi del cambiamento’ che tengano. Si sono da tempo avviate le manovre di posizionamento elettorale per fissare una volta per tutte le alleanze che determineranno lo scenario politico per i prossimi vent’anni almeno.


Il M5S, a dispetto di quanto affermato dall'inizio del suo percorso (“né di sinistra né di destra”), sta scoprendo poco a poco la convenienza di disporsi apertamente secondo gli schemi tradizionali. Nel passaggio da forza anti-sistema a compagine di governo ci si è forse resi conto che, per rimanere saldamente al potere senza arretrare a più scomode posizioni di irrilevanza politica, si può pur cedere di volta in volta pezzi di storia movimentista senza che (quasi) nessuno se ne accorga dalla base.


In una simile metamorfosi antropologica non sarebbe difficile per Di Maio & co. far digerire la perpetuazione dei mandati elettivi (attualmente ancora fermi a due), così abbandonando uno dei capisaldi dei Vaffa-day delle origini.


Dicevo del nuovo posizionamento politico a fini elettorali. Già, perché si è visto che competere con Salvini sul terreno della forza, dei muscoli, della ‘schiena dritta’, non paga per chi ha una più recente tradizione di orientamento del consenso. D’altra parte si può fare del populismo anche stando dall’altra parte, come ha saputo dimostrare bene quel renzismo dell’ultima ora durante il suo sciagurato triennio di potere fine a se stesso. Così anche nel M5S verosimilmente ci si è resi conto che, non potendo contendere lo scettro dei ‘cattivi’ al leader della Lega – circondato da un entourage certamente più omogeneo e con un background da sempre radicato nella destra più inferocita – una ‘transumanza’ politica risulterebbe più vantaggiosa.


D’altro canto è pur vero che l’aver da sempre professato l'assenza ideologica del proprio stare in politica (né carne né pesce), l’aver accettato sin dalla prima ora qualunque sentire politico al proprio interno (l'ecumenismo di Grillo delle origini), ha avuto un prezzo, prima o poi occorreva fare i conti con l’ineluttabilità di una identità particolare, con il mettersi allo specchio riconoscendosi come soggetti autonomi prima ancora che come massa informe. A un certo punto occorre prendere posizioni chiare, piuttosto che rimanere nel limbo della indefinitezza a fini elettorali, soprattutto quando ci si trova a dover fare delle scelte per una comunità nazionale allargata.


Così appare verosimile che gli strateghi del grillismo abbiano compreso alcune elementari dinamiche di sopravvivenza nell’arena parlamentare. Anzitutto la strategia dell'altro 'forno', tesa a considerare seriamente una futura (o imminente, chi lo può ancora dire?) alleanza elettorale o un nuovo assetto di governo, questa volta spostati a sinistra. La frangia attualmente minoritaria nel M5S - quella dell’ala Fico per intenderci - potrebbe prendere il sopravvento nel partito in caso di ‘naufragio’ anticipato della nave 'Conte'. Dichiarazioni sempre più frequenti, ma anche provvedimenti dell’ultima fase (il voto contro Orban al Parlamento Europeo ad esempio) in aperto contrasto con la Lega sono il chiaro segnale di un possibile capovolgimento di fronte, come a preparare il terreno a un eventuale rovesciamento del tavolo.


Se Salvini continuerà ad aumentare i propri consensi i 'guru' della comunicazione pentastellata potrebbero avere già pronto l’alibi per passare al di là del ponte: l'impossibilità di continuare a seguire l'alleato nella battaglia contro lo straniero che arriva dal mare. E lo farebbero - come in parte è già avvenuto - assorbendo l’elettorato del PD (ormai terrorizzato dalla prospettiva di un trentennio salviniano), considerata la lenta ‘liquefazione’ di quest’ultimo. In breve tempo non si porrebbe nemmeno più la questione dell'alleanza a sinistra, perché in quel contesto le varie e insignificanti sigle dell'attuale diaspora scomparirebbero dall'anagrafe politica e la storia ci consegnerebbe la metamorfosi di un M5S che aspira a incarnare i valori della nuova sinistra nei prossimi trent’anni. E' quella la voragine, lo spazio politico-elettorale che si è aperto dalle rovine della pochezza degli attuali dirigenti della sinistra, una disfatta che assumerebbe ben presto i caratteri di un’annessione politica (un 'anschluss' per dirla in termini storico-politici), le cui manovre sono già in atto. Il vero problema, il dramma di tutto questo? E' che nessuno, all'interno della galassia di centrosinistra, pare essersene accorto.

Scusa Stefano Cucchi - Alessandro Ghebreigziabiher




Scusa, Stefano.
Scusaci.
Scusa me, sicché la cosa che più mi riguardava da vicino – ovvero che frequentasti le comunità del CEIS quando ancora ci lavoravo – l’ho scoperta solo dopo la tua morte.
Scusa altresì il sottoscritto, e ogni abitante di questo frammentato paese, se non abbiamo ancora compreso che ciò che della tua vita riguardava noi tutti era tutto.
Tutto quel che osserviamo, di vite come la tua, ma dimentichiamo con estrema facilità, e quel che non vediamo perché scegliamo di guardare il lato gradevole del monitor.
Scusa, davvero, per coloro che ancora non ti hanno domandato scusa.
E scusa anche per quelli che insistono a usare la droga come il peccato che spesso assolve tutti, perfino i veri colpevoli.
Per questa ragione, tu e tutti gli altri, anime fraintese, scusateci, per aver scambiato la vostra fragilità per una maledetta siringa o un pugno di polvere miracolosa.
Al punto che gli incurabili dipendenti dalla roba proibita sono coloro che la vendono, ne parlano, ci guadagnano, ma giammai la usano, approfittandosi dell’ingenuità delle vittime sulla via.
Scusa, Stefano, se in molti hanno avuto bisogno di vedere un film, per riflettere sulla tua storia.
Scusa, allora, per la verità che molti di noi non dicono.
Che tutto quel che abbiamo letto sui giornali, visto sulle prove inconfutabili delle tue carni impunemente deturpate, e vergognosamente infamate dai governanti che nel tempo si sono succeduti, lo sapevamo già.
Scusaci, Stefano, perché sei nato in una nazione che nega l’evidenza fino alla morte, e per alcuni – come nel tuo caso – anche anni dopo.
Scusa, perché malgrado quel che ti è accaduto, osservando la classe politica attuale ho la netta impressione che succederà ancora ad altri.
Scusaci, poiché ho paura che stia avvenendo proprio ora, dove intervenire richiede una coscienza civile e una semplice empatia umana che ancora non abbiamo.
Scusaci con tua sorella e la tua famiglia intera, non per il silenzio di oggi, ma per l’indifferenza e addirittura l’ostilità di ieri.
Scusa per i tuoi fratelli di sorte grama martirizzati sotto un velo di amara ingiustizia ancora più spesso.
Scusa perché le parole, ora, servono a poco.
Persino quando chiedono scusa.
Scusaci, Stefano, semmai un giorno riusciremo a mettere le basi per una società di una civiltà sufficiente acciocché la tua vicenda risulti inammissibile.
Perché in quel caso ci renderemo conto che non ci sarebbe voluto molto a salvare la tua vita e quella di altri, troppi, come te.
Scusa, perciò, per ogni istante della tua discesa verso la fine in cui qualcuno avrebbe potuto afferrare la tua mano e riportarti in superficie.
Scusa per la violenza legalizzata, Stefano, scusa per tutti coloro che ancora oggi, in questo preciso istante, lavorano incessantemente a ogni livello, con gesti e parole, leggi e proclami per tenere vivo il fuoco dell’odio tra di noi.
Scusa per il futuro che non hai avuto.
Scusa se in tanti non hanno ancora compreso che quando è lo Stato a uccidere vuol dire che siamo tutti colpevoli, che non è solo compito dei familiari o degli amici della vittima, rimediare, dare un senso all’inaccettabile lutto e impiegare ogni sforzo affinché il crimine sociale non si ripeta.
Potrei e potremmo andare avanti a scusarci con te finché avremo respiro e forse dovremmo farlo.
Anche questo vuol dire ricordare.
Perché la conservazione e la difesa della memoria deve cominciare con i fatti dei quali più ci vergogniamo.
Quindi, caro Stefano.
Da oggi in poi.
Ricominceremo da qui.
Scusa.


lunedì 15 ottobre 2018

Sardinia Post cambia linea politico-editoriale. Il saluto del direttore - Giovanni Maria Bellu




Si conclude oggi, dopo sei anni, la mia direzione di Sardinia Post. Ho comunicato all’editore della testata, Vincenzo Onorato, la mia decisione di dimettermi dando la disponibilità a mantenere la firma – al fine di garantire la continuità della pubblicazione – per il tempo strettamente necessario alla nomina di un nuovo direttore. Ho ringraziato l’editore per aver consentito, il 1° ottobre del 2012, l’avvio di questa impresa editoriale che è ormai una realtà consolidata nel panorama dell’informazione in Sardegna ed è stata spesso ripresa, per le sue inchieste, da quotidiani, periodici e giornali online nazionali ed esteri.
La decisione di dimettermi nasce da due ordini di motivi. Il primo è la richiesta, che non ho condiviso, di un mutamento della linea politico-editoriale, accompagnata anche dalla richiesta di sospendere alcune fondamentali regole della professione. Il secondo si fonda su un’idea, che oggi a maggior ragione ritengo debba essere difesa con speciale fermezza, della professione giornalistica e della sua funzione.
Ricordo quanto, il primo ottobre del 2012, scrissi nell’editoriale di presentazione della testata, elencando i compiti che ci eravamo dati: “Vigilare sul rispetto dei diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione della Repubblica: il diritto allo studio, il diritto al lavoro, alla salute, il diritto a una condizione di vita dignitosa, alla libera manifestazione del pensiero e alla libera circolazione nel territorio dello Stato. Vigilare, quindi, sul buon funzionamento della pubblica amministrazione e sulla gestione corretta del denaro pubblico. Favorire il rinnovamento della classe dirigente riaffermando l’idea della politica come servizio alla cittadinanza e non come strumento per la tutela di interessi privati. Difendere la «memoria dei fatti» non consentendo a quanti ricoprono cariche pubbliche di non rispondere dei loro comportamenti alla collettività. Contribuire alla difesa della cultura e dell’identità della Sardegna e dei sardi nella convinzione che la nostra storia millenaria e il nostro territorio sono la nostra risorsa più preziosa. Sviluppare e ampliare, senza tabù né pregiudizi, il dibattito sui poteri di autogoverno e autodeterminazione dell’Isola. Creare un ponte tra i sardi che vivono in Sardegna e i sardi che vivono nel resto del mondo”.
Più in sintesi, scrivevo, si tratta di “dare le notizie” e osservavo che questo compito apparentemente ovvio (che altro deve fare un organo di informazione se non, appunto, dare le notizie?) era diventato “rivoluzionario”.
In questi sei anni – credo che i lettori possano confermarlo – abbiamo dato le notizie. Non solo quelle di routine, ma anche quelle che richiedono un lavoro complesso e delicato di indagine. Abbiamo svelato svariati casi di uso improprio della cosa pubblica senza guardare al colore politico dei responsabili. Abbiamo lavorato sotto lo sguardo che, fin dal primo giorno, “vigila” sulla nostra testata: quello di Bobo, il personaggio di Sergio Staino che rappresenta il militante di base di una sinistra smarrita, alla ricerca di una nuova identità. Un Bobo che la matita ironica di Staino ha “sardizzato” per noi.
Quattro anni fa, in occasione delle precedenti elezioni regionali, abbiamo in un certo senso assunto la “prospettiva” di Bobo: osservando e raccontando il dibattito e i programmi di quella vasta area progressista che si concentrava nella coalizione guidata da Francesco Pigliaru e in quella che aveva in Michela Murgia e in Sardegna Possibile il suo punto di riferimento. Augurandoci, come poi avvenne, che la coalizione di centrodestra, all’epoca guidata dal governatore uscente, Ugo Cappellacci, fosse sconfitta. Questo non ci ha impedito di vigilare in modo critico – come è dovere di un’informazione corretta – su quanto ha poi fatto il nuovo governo regionale. O – in questo totalmente soli – su quanto accadeva attorno al Banco di Sardegna.
Ci accingevamo a esercitare questa stessa funzione nei prossimi mesi, nel seguire l’imminente – ma nei fatti già avviata – campagna elettorale per le elezioni regionali di febbraio. Elezioni di straordinaria importanza, non solo locale. Si svolgeranno, infatti, a pochi mesi da una tornata di elezioni europee considerate decisive per il futuro della UE, e  anche un test per il governo Cinque Stelle-Lega che guida l’Italia dalla scorsa primavera.
La Sardegna è tornata a essere un laboratorio politico di rilevanza nazionale. Sul fronte progressista – quello di Bobo, il nostro – è in atto il tentativo di realizzare una sorta di lista civica regionale guidata dal sindaco di Cagliari, Massimo Zedda. Prospettiva alla quale ha già aderito un terzo dei sindaci sardi. Se questo progetto politico andasse in porto (e andrà in porto soprattutto se le forze tradizionali del centrosinistra non tenteranno di mettervi il loro cappello) la Sardegna potrebbe diventare un modello per la ricostruzione del fronte progressista nel Paese. Se poi, addirittura, questo progetto fosse vincente, dalla nostra Isola partirebbe il primo segnale di una riscossa civile. Abbiamo assistito, in questi mesi, a vicende gravissime. Il ministero dell’Interno guidato da Matteo Salvini è diventato una centrale di propaganda e di diffusione dell’odio. I diritti fondamentali, a partire dal diritto d’asilo, sono in discussione. Il sistema di accoglienza dei rifugiati, in relazione al quale la Sardegna è una delle eccellenze, è in via di smantellamento. L’elenco potrebbe continuare a lungo.
Ma, per alcuni aspetti, la Sardegna è un laboratorio anche sul fronte del centrodestra. Nella spartizione tra le forze della coalizione, infatti, la nostra Isola è toccata proprio alla Lega di Matteo Salvini che ha designato come candidato governatore il segretario del Psd’Az,  e senatore eletto dalla Lega, Christian Solinas. Non è ancora chiaro se la cosa andrà in porto. In tal caso si avrebbe il paradosso del segretario di un partito autonomista, sul filo dell’indipendentismo, e designato, a Roma, dal leader politico di una forza germogliata sul risentimento antimeridionalista del Nord, poi ha trasferito sugli immigrati. In effetti è davvero difficile individuare un legame di Matteo Salvini con la Sardegna, a parte la sua recente incriminazione per sequestro di persona.
Ecco, queste considerazioni, non possono più avere uno sviluppo nelle pagine di Sardinia Post.  Anzi, questo ci è stato chiesto, avremmo dovuto – modificando la linea politico-editoriale – assumere un atteggiamento neutrale nei confronti di queste fantasmagoriche sperimentazioni politiche tra “sovranismo” e xenofobia. Ci siamo serenamente rifiutati di farlo. Credo che i nostri lettori lo apprezzino. Li saluto con affetto e riconoscenza per come, sempre più numerosi, ci hanno seguito. Così come saluto questa redazione straordinaria (Alessandra Carta, Monia Melis, Francesca Mulas, Donatella Percivale, Manuel Scordo, Pablo Sole e Andrea Tramonte), che è riuscita a tener testa alle numericamente ben più munite forze della concorrenza. Ringrazio tutti i collaboratori e in particolare quelli che, con più assiduità, hanno arricchito le pagine del giornale online e del magazine cartaceo: Michela Calledda, Giuseppe Carrus, Marco Corrias, Rinaldo Crespi, Daniela Ducato, Paolo Fadda, Luciano Marrocu, Paolo Nori, Roberto Petza, Daniela Pani e Lilli Pruna.
Sono sicuro che l’editore e il nuovo direttore, al quale auguro buon lavoro, sapranno salvaguardare questo patrimonio di professionalità, intelligenza e cultura.

Riace e il ritorno del fascismo in Italia - Michael Leonardi



Riace (si pronuncia Riach con una A lunga alla fine) è una piccola città calabrese nel Sud dell’Italia, sul Mar Ionio. Questa zona della Calabria è nota per la sua costa spettacolare, per le spiagge di sabbia bianca e per le belle acque marine. E’ anche noto per la sua potente mafia, che si chiama ‘ndrangheta, che domina il territorio con la sua corruzione controllata dai clan che si introduce la maggior parte degli aspetti della realtà politica ed economica, orchestrando, allo stesso tempo il commercio globale di eroina che passa attraverso gli enormi porti industriali della regione. La Calabria, però, è anche famosa per i suoi visionari utopici e per la lotta a favore di una migliore condizione umana.
Come molte città calabresi, lo storico vecchio villaggio di Riace  è situato sulle colline, dove sarebbe stato protetto dalle invasioni dei pirati e degli invasori durante l’epoca medievale. C’è uno sviluppo balneare più moderno che è destinato al turismo estivo e ai frequentatori delle spiagge. La zona attorno a Riace è arida e desertica con terra bianca cosparsa da oliveti e da alberi di frutta che sembrano lottare per sopravvivere. Inoltre, come molte città italiane del sud, negli anni ’90 la stessa Riace era in gran parte una città fantasma che lottava per sopravvivere. Le sue strade strette  e tortuose e gli  affascinanti edifici in pietra sono state in gran parte abbandonate,  quando una grossa struttura per l’inscatolamento dei  pomodori ha chiuso e i cittadini di Riace sono andati a trovare lavoro nel nord industrializzato.
Nel 1998 il vecchio stile di vita agrario che era di gran lunga più sostenibile e con una base locale di produzione alimentare e di negozi artigianali, era scomparso con l’avvento della “americanizzazione”, la produzione di massa e il consumismo di massa. L’economia abbandonata di Riace non riusciva a sostenere neanche un bar o un ristorante locale a causa della sua popolazione che si riduceva, e le sue scuole locali erano a rischio di chiusura. Come molte città italiane nel Meridione, Riace stava per diventare del tutto disabitata.
E’ stato nel 1998 che una barca carica di 200  rifugiati curdi che scappavano dalla persecuzione politica in Iraq, in Siria e in Turchia, sono sbarcati su una spiaggia vicino a Riace. Come molti sanno bene, da decenni c’è stato un flusso di migranti che lottava per raggiungere  l’Europa. Arrivano dalle regioni sfruttate, ridotte alla fame e devastate dalla guerra in Africa e in Medio Oriente, come: Iraq, Palestina, Siria, Libia, Burkina Faso, Somalia and Ruanda, tanto per nominarne alcune che sono più comunemente note per i loro conflitti, la loro carestia e la guerra.
In quanto giovane attivista di sinistra in quel tempo, il futuro ed attuale sindaco, Domenico Lucano, ha avuto una visione. Ha proposto di ospitare questi rifugiati nella città collinare abbandonata e fatiscente, Riace, invece che queste persone sopportino i soggiorni di mesi nei campi di detenzione per migranti in tutta l’Italia meridionale. Da questo la sua visione è cresciuta. Nel 1999, Domenico Lucano, noto come Mimmo, ha creato un’associazione chiamata progetto per Città Future e ha intrapreso un programma per ripopolare la sua città di Riace con migranti di tutto il mondo. Sfidando il razzismo e la paura degli stranieri che alimentavano tendenze anti-immigrati, Lucano ha concepito la creazione di una comunità integrata formata da residenti e da immigrati di tutta l’Africa e il Medio Oriente che lavoravano fianco a fianco per far rivivere la città e rinnovare l’economia locale. La sua visione è diventata costantemente una realtà ed è stata proclamata un modello di dignità umana, di solidarietà e di integrazione dalle Nazioni Unite e dalle organizzazioni per i diritti umani, dagli attivisti e dai leader di tutto il mondo.
Con i finanziamenti dell’Unione Europea, destinati a sostenere la sussistenza della popolazione migrante, Mimmo Lucano ha pensato in maniera anticonvenzionale e ha investito nella creazione negozi di artigianato, di ristoranti e centri sociali che impiegavano e responsabilizzavano la popolazione migrante e allo stesso tempo     rinnovavano l’economia locale. I cittadini locali lavoravano fianco a fianco con i  migranti. Ed è stato creato un modello armonioso di integrazione che è diventato noto come il modello più avanzato di accoglienza dei migranti e che, allo stesso tempo, rinvigoriva l’economia locale. Nel 2012, Lucano ha creato una valuta locale c he poteva essere usata dai residenti nei negozi, nei ristoranti e nei caffè locali. La città di Riace è rinata con una celebrazione forte e bella della dignità umana e di rispetto della diversità. Nel 2014 c’erano residenti che rappresentavano oltre venti nazioni. Le scuole rifiorivano con bambini locali e immigrati che crescevano fianco a fianco; molti cittadini che avevano abbandonato Riace tornavano a casa dal Nord per partecipare a questo modello di città future per l’umanità.
Contrastando il sistema di raccolta dei rifiuti gestito dall’eco-mafia nella regione ionica della Calabria, Mimmo Lucano ha creato un sistema di riciclaggio porta  a porta, usando 13 asini e gestito da due cooperative locali che fanno lavorare fianco a fianco locali e immigrati. La città di Riace ha ridotto del 50% la sua produzione di rifiuti, usando questo modello e stava programmando anche una produzione di latte di asina. Gli asini facevano parte anche di sessioni terapeutiche che si è dimostrato che migliorano la situazione sociale e psicologica dei bambini e degli adulti che soffrono di PTSD (Post-Traumatic Stress Disorder – Disturbo post-traumatico da stress)    collegato ai traumi che molti di questi migranti hanno sopportato, all’ autismo e ad altre malattie simili. L’interazione tra esseri umani e animali si è dimostrata efficace per alleviare alcuni dei sintomi negativi associati a queste condizioni.
Malgrado i suoi straordinari successi, il progetto Città Future di Riace, non è stato accolto a braccia aperte dalla mafia locale ed è ora sotto un attacco completo da parte del governo xenofobo e razzista, guidato dal Ministro dell’Interno Matteo Salvini. La mafia in Calabria è brutale e ha considerato come una minaccia il modello di integrazione e di dignità di Riace.  In Calabria ci sono casi documentati di schiavitù attuale dove i lavoratori immigrati vengono sfruttati per coltivare i campi e pulire l strade e spesso vengono loro fornite soltanto delle tende dove dormire e un pasto al giorno come retribuzione. Nel 2010 c’è stata una vera rivolta di schiavi nella vicina città di Rosarno, contro la mafia locale, e la schiavitù continua fino a oggi, ed è ora alimentata dalla xenofobia, dal razzismo e dal neofascismo dello stato.
A cominciare dal 2017, i finanziamenti forniti a Riace per sostenere la sua popolazione di migranti sono stati tagliati e il sindaco è stato  incriminato  per l’uso improprio di tali finanziamenti, aiutando l’immigrazione illegale e appaltando illegalmente la rimozione della spazzatura. E’ accaduto proprio che queste incriminazioni da parte dello stato siano coincise con il lancio imminente di una serie televisiva basata sul modello di Riace e intitolata “Tutto il mondo è paese”, prodotta dalla RAI, la televisione di stato italiana. Questa serie rappresenta Riace come un bel modello di solidarietà umana  che si contrappone completamente alla politica razzista e neofascista del governo di coalizione tra il Movimento 5 Stelle, populista, e la Lega Nord tradizionalmente xenofoba. Con il pretesto di queste incriminazioni, questa serie che comprende alcune delle maggiori star del cinema italiano, è stata bloccata
Alla fine della primavera di quest’anno, Domenico Lucano aveva iniziato uno sciopero della fame per protestare contro l’attacco dello stato a Riace. Questa estate la gente si è concentrata a Riace da tutto il mondo per dimostrare il proprio appoggio e solidarietà per il progetto.
Due settimane fa sono riuscito ad andare a Riace e a essere testimone di prima mano  della situazione sul terreno e a incontrarmi brevemente con il sindaco. La situazione è terribile. Tutti i negozi e le iniziative non sono più in funzione. Il sindaco è stato stressato e inquieto. Alcuni dei migranti residenti se ne stavano andando via per  cercare di trovare lavoro altrove. Una raccolta online di 300.000 euro non è stata sufficiente per mantenere operativo il progetto Città Future e ci sono state delle forze che hanno operato per sfrattare l’associazione dalla sua sede centrale.
Dopo anni di crisi economica e di stagnazione politica dopo Berlusconi,  e dopo il fallimento terribile del Partito Democratico Italiano, creato a ispirazione  del Partito Democratico degli Stati Uniti, un’ondata di neofascismo sta dilagando nel paese. Il movimento populista 5 Stelle fondato dal comico Beppe Grillo, trasformatosi in politico, ha fatto una  decisa svolta  a destra e ha formato una coalizione con la Lega Nord che  è xenofoba, sfacciatamente razzista e contraria agli immigrati. Matteo Salvini, il ministro dell’Interno è diventato il leader di fatto del paese e ha scelto il sindaco di Riace per farne oggetto di offese spregiative e di insulti. Proprio la settimana scorsa Salvini ha annunciato una legge anti-immigrati che dovrebbe tagliare i finanziamenti alla comunità di immigrati. Questo arriva dopo mesi di politiche di chiusura dei confini e di severe restrizioni applicate alle missioni di ricerca e soccorso da parte delle organizzazioni per i diritti umani. Si sa che finora, quest’anno, circa 2000 migranti sono morti in mare tentando di attraversare il Mediterraneo, ma molti temono che questa cifra sia una valutazione bassa, dato che è difficile determinare che cosa accade, poichè i porti sono bloccati.
Da questo martedì Mimmo Lucano, sindaco di Riace è agli arresti domiciliari per avere aiutato l’immigrazione illegale nel paese. E’ davvero una caricatura della giustizia e un momento spaventoso dato che il fascismo è tornato in Italia con la persecuzione sponsorizzata dallo stato dei dissidenti politici che avviene di nuovo. Mentre scrivo, è in corso una mobilitazione di massa con un importante dimostrazione di solidarietà che viene organizzata questo sabato a Riace e in importanti città di tutto il paese. La resistenza sta aumentando ma deve affrontare uni stato di polizia razzista e fascista, imbaldanzito che è stato autorizzato  bilateralmente dalla amministrazione Trump. Ora gli italiani paragonano questa situazione alla persecuzione sotto Hitler nella Germania nazista. Proprio questa settimana, Lewis Eisenberg, l’ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, che ha lavorato per la Goldman Sachs, è un finanziere Repubblicano e  tirapiedi di Trump, ha affermato che l’Italia è il modello tipico di democrazia nel mondo. Tutto il mondo è paese. E’ ora di ribellarci insieme.

(Michael Leonardi vive a Toledo, Ohio e può essere contattato su mikeleonardi@hotmail.com
ripreso da Z Net – www.znetitaly.org
Originale: Counterpunch
Traduzione di Maria Chiara Starace; traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0)