martedì 21 luglio 2026

Abderrahim Fakir: ucciso da razzismo e divise

 

Articoli di Lavinia Marchetti, Gianluca Cicinelli e Vito Totire con una testimonianza di Barbara Spinelli.

 


Dieci risposte sul caso di Abderrahim Fakir - Lavinia Marchetti

Da ieri, sotto le immagini della morte di Abderrahim Fakir, è cominciato un interrogatorio rivolto all’unica persona che ormai non può rispondere. Si esamina la sua biografia, si cercano vecchie denunce e si trasforma il suo stato di agitazione nella spiegazione retroattiva di qualunque cosa gli sia stata fatta. Le domande sembrano prudenti. Quasi tutte spostano l’attenzione dalla condotta di chi esercitava la forza alla presunta indegnità di chi l’ha subita.

Proviamo a rispondere con ordine.

1. I precedenti di Fakir non autorizzano nulla

Alcune testate hanno scritto che Fakir aveva «precedenti di polizia», senza precisare per quali fatti e con quali esiti. Questa formula può comprendere denunce e segnalazioni alle quali non sia seguita una condanna; definirlo «pregiudicato» sarebbe al momento scorretto. Il lungo elenco di rapine, spaccio, ricettazione e lesioni che viene copiato nei commenti non compare, per quanto ho potuto verificare, in alcuna fonte giornalistica identificabile. Le cronache disponibili si limitano alla stessa indicazione generica. (Sky TG24Corriere di Bologna)

Anche qualora tutte quelle accuse risultassero vere, il punto rimarrebbe intatto. La pena per lo spaccio o per la resistenza a pubblico ufficiale viene stabilita da un tribunale. Nessuna sentenza italiana prevede il soffocamento sull’asfalto. Fakir era a terra e chiedeva aiuto. Il suo casellario giudiziale, qualunque contenuto avesse, non poteva respirare al posto suo.

2. La chiamata dei residenti spiega l’arrivo della polizia, non la morte

Alcuni abitanti di via Svevo erano spaventati e hanno fatto ciò che ritenevano necessario. Fakir appariva fortemente agitato e, secondo la ricostruzione della Questura, avrebbe colpito un’automobile. La telefonata al 113 può dunque essere stata perfettamente legittima.

Da quel momento comincia la responsabilità dello Stato. La polizia viene chiamata affinché controlli una situazione pericolosa, riducendo il danno e consegnando la persona viva all’autorità giudiziaria o ai sanitari. Chi ha telefonato chiedeva un intervento. Nessuno ha conferito agli agenti il potere di arrivare a qualunque esito.

3. L’agitazione di Fakir aumentava il rischio medico

Si ripete che l’uomo fosse «fuori controllo», quasi che questa espressione potesse assolvere in anticipo qualsiasi tecnica di contenimento. Dal punto di vista clinico vale il ragionamento opposto. Una persona che ha lottato, respira affannosamente ed è stata esposta allo spray urticante presenta un rischio maggiore durante l’immobilizzazione prona.

Lo sforzo aumenta la produzione di anidride carbonica e può provocare acidosi. Se la posizione a faccia in giù e la pressione esercitata sul tronco impediscono una ventilazione adeguata, la funzione cardiaca può deteriorarsi rapidamente. La letteratura forense descrive questo possibile decorso come prone restraint cardiac arrest. Sarà l’autopsia a stabilire se sia avvenuto nel caso di Fakir; il pericolo della tecnica era già conosciuto prima del suo fermo. (Journal of Forensic Sciences)

4. Danneggiare un’automobile non sospende il principio di proporzione

Fakir avrebbe sferrato alcuni calci alla volante. Il condizionale resta necessario, dato che stiamo riportando la versione della polizia. Se il danneggiamento verrà confermato, si trattava di un reato da contestare nelle forme previste dalla legge.

Un’automobile può essere riparata. Una morte resta irreversibile. Ricordarlo non significa giustificare il comportamento dell’uomo, bensì mantenere una proporzione elementare fra il fatto contestato e l’esito dell’intervento. La forza pubblica possiede strumenti più estesi di quelli concessi al cittadino proprio perché il suo uso è sottoposto a limiti più severi.

5. «Chiedono tutti aiuto quando vengono arrestati» è una risposta clinicamente irresponsabile

Può accadere che una persona immobilizzata invochi aiuto pur continuando a respirare normalmente. Per questo esistono professionisti addestrati a valutare il respiro, la coscienza e i cambiamenti improvvisi del comportamento. Non si stabilisce lo stato clinico di un fermato attraverso il fastidio provato nell’ascoltarlo.

Nel video Fakir ripete «aiuto» e «basta». Poi diventa immobile. Il passaggio dalla resistenza al silenzio deve essere considerato un allarme, perché la perdita di reattività può precedere un arresto cardiaco. Le indicazioni operative sulla contenzione raccomandano di ridurre il tempo trascorso a terra, evitare pressioni sulla schiena e controllare continuamente la respirazione. Il sollievo dell’agente perché la persona ha cessato di divincolarsi non può sostituire una valutazione medica.

6. La presenza del 118 non certifica la correttezza dell’intervento

Nel filmato si vedono due operatori sanitari. La loro presenza viene adoperata come una sorta di assoluzione indiretta: se fossero esistiti pericoli, si dice, sarebbero intervenuti. È precisamente ciò che l’indagine interna dell’Ausl dovrà accertare.

Secondo la cronologia comunicata dal 118, l’ambulanza arrivò alle 12.30. Sei minuti dopo vennero richiesti il consulto medico e l’automedica, che giunse alle 12.53 e constatò il decesso. Il filmato diffuso non mostra una rianimazione immediata, anche se può non contenere l’intera sequenza. Occorre stabilire quando Fakir abbia perso coscienza, chi abbia controllato il respiro e quali manovre siano state eseguite. (DIRE)

La presenza dei sanitari amplia le domande. Non le cancella.

7. «Ha avuto un malore» non è una spiegazione

Malore indica che una persona si è sentita male. Non chiarisce il processo fisiologico che ha condotto alla morte, né permette di separarlo dalle condizioni in cui il decesso è avvenuto.

L’autopsia potrebbe rilevare una patologia cardiaca o la presenza di sostanze. Dovrà comunque accertare se lo sforzo, la posizione prona e la pressione esterna abbiano contribuito all’esito. Una condizione preesistente rende la persona più fragile e accresce la cautela necessaria. Lo Stato custodisce esseri umani reali, con cuori imperfetti e corpi che possono cedere. Il diritto alla vita non è riservato agli organismi clinicamente impeccabili.

8. Aspettare l’autopsia vale anche per chi ha già assolto gli agenti

L’attribuzione delle responsabilità penali richiede l’autopsia, l’esame delle bodycam e le testimonianze. Nessuna persona seria dovrebbe inventare un nesso causale definitivo prima di questi accertamenti. Le immagini già disponibili consentono però di porre domande fondate sulla tecnica impiegata e sulla rapidità dei soccorsi.

Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, ha dichiarato che l’intervento risulterebbe condotto «con professionalità e modalità consone». La sua assoluzione è arrivata prima degli esami medico-legali. (ANSA)

La prudenza reclamata alla famiglia e a chi guarda il video sparisce quando deve essere applicata al partito di governo. L’autopsia viene invocata per sospendere le critiche, mentre la difesa della polizia può procedere senza attendere nulla.

9. Le bodycam accese non dimostrano l’innocenza

Qualcuno sostiene che gli agenti non avrebbero causato una morte sapendo di essere ripresi. Questo argomento confonde l’intenzione omicida con tutte le altre possibili responsabilità. Una condotta può produrre un esito letale attraverso imperizia, imprudenza o violazione delle procedure. Nessuna di queste ipotesi richiede che una persona cominci il proprio turno con il progetto di uccidere.

Le bodycam servono a documentare. La loro esistenza non rende automaticamente corretta l’azione registrata. Sarà necessario esaminare l’intervento nella sua interezza e comprendere quanto sia durata la contenzione, quale pressione sia stata esercitata e quando gli agenti abbiano riconosciuto la perdita di coscienza.

10. Pretendere una polizia democratica non significa odiare la polizia

Gli agenti svolgono un lavoro difficile e possono trovarsi davanti a persone violente. Proprio questa difficoltà rende indispensabili una formazione adeguata e un controllo indipendente. Consegnare a qualcuno armi e autorità, sottraendolo poi all’esame pubblico, significa abbandonare anche gli agenti alla cattiva formazione e alla protezione politica interessata.

Nel gennaio 2026 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per la morte di Riccardo Magherini, mantenuto prono per circa venti minuti anche dopo essere diventato inerte. La Corte ha rilevato carenze nella preparazione delle forze dell’ordine e nell’indagine successiva. (ANSA)

Parlare di fascistizzazione significa osservare il privilegio morale concesso alla divisa, considerata innocente prima ancora che i fatti siano conosciuti, mentre il morto viene processato attraverso voci incontrollate. Una polizia sottoposta alla legge rafforza la democrazia. Una forza pubblica difesa a prescindere protegge anzitutto il potere politico che se ne serve.

Fakir era vivo quando lo Stato ha assunto il controllo del suo corpo. Ne è uscito morto. Questo basta a pretendere che lo Stato risponda.

 

 

Abderrahim Fakir, una morte che accusa lo Stato

di Gianluca Cicinelli – da «DiogeneNotizie»

Le ultime parole di Abderrahim Fakir, per quanto ne sappiamo, sono state due. Aiuto. Basta. Le ha gridate a faccia in giù sull’asfalto dei garage di via Italo Svevo, al Pilastro di Bologna, con due agenti a cavalcioni sulla schiena e sulle gambe, uno dei quali gli teneva la testa premuta contro il suolo. A pochi passi, due operatori del 118 guardavano. Un residente riprendeva dalla finestra.

Poi Fakir ha smesso di dimenarsi. Aveva quarantatré anni non ancora compiuti, lavorava nella logistica, era andato al Pilastro a trovare dei parenti. Dalla chiamata al 118 alla constatazione del decesso sono passati trentasei minuti.

Sopra le gambe di Abderrahim Fakir, mentre moriva, non c’erano solo due poliziotti. C’era un terzo uomo. A petto nudo, la sigaretta in bocca. Non un agente: un privato cittadino, con ogni probabilità un abitante del palazzo. Gli teneva le caviglie.

Non è soltanto una deduzione dal video. È scritto nella nota della questura di Bologna: gli agenti, «per contenere il soggetto, sono stati aiutati da altri cittadini». Al plurale. Fermiamoci qui, perché non è il punto meno grave di tutta la vicenda, ed è quello di cui si sta parlando meno.

Eppure quell’uomo è rimasto lì per tutta la durata del contenimento. Nessuno gli ha detto di alzarsi. Nessuno lo ha allontanato. Chiamiamolo l’effetto Giustiziere. Quattro giorni prima, la Cassazione aveva reso definitiva la condanna di Mario Roggero per l’omicidio di due rapinatori, e nel giro di ventiquattr’ore tre ministri della Repubblica si erano schierati con il condannato.

Non so cosa avesse in testa l’uomo a petto nudo che teneva le caviglie di Abderrahim Fakir. So che da quattro giorni, in questo Paese, il cittadino che decide di farsi giustizia da sé ha mezzo governo alle spalle che lo sostiene. Il 15 luglio la Cassazione ha reso definitiva la condanna di Mario Roggero a quattordici anni e nove mesi. Il giorno dopo il ministro Nordio ha avviato l’istruttoria per la grazia. Salvini si era già rivolto pubblicamente al Quirinale, Crosetto aveva chiesto che si esperisse ogni possibilità.

Fakir è morto il 19 luglio 2026. Il 19 luglio 2001 cominciavano le giornate del G8 di Genova. Il giorno dopo veniva ucciso Carlo Giuliani. La notte fra il 21 e il 22 c’era la Diaz. Oggi, mentre scrivo, è il venticinquesimo anniversario esatto di piazza Alimonda.

È un metro di misura. Da Genova arrivano le condanne di Strasburgo per tortura, il reato di tortura introdotto solo nel 2017, e il Codice etico europeo di polizia approvato dal Consiglio d’Europa il 19 settembre 2001, che raccomandava agli Stati membri di rendere ogni agente in servizio di ordine pubblico riconoscibile e identificabile.

La raccomandazione è stata ribadita dal Parlamento europeo nel 2012, dall’ONU nel 2016, di nuovo dal Consiglio d’Europa nel dicembre 2023. Una ventina di Paesi europei hanno il codice identificativo. L’Italia ha una decina di proposte di legge morte in Parlamento, oltre centocinquantamila firme raccolte da Amnesty e consegnate al capo della Polizia, e le bodycam.

La differenza fra le due cose non è tecnica, è di potere. La bodycam è un dispositivo che l’amministrazione accende, custodisce, seleziona e consegna quando e come decide. Il numero sulla divisa lo legge il cittadino, in tempo reale, senza chiedere permesso a nessuno. Il primo è il controllo che l’istituzione esercita su di sé. Il secondo è il controllo che il cittadino esercita sull’istituzione. La scelta fra i due non è mai stata casuale.

E non veniteci a dire che identificare un agente è impossibile. Il 24 maggio scorso, fuori dallo stadio di Torino, un tifoso è stato colpito alla testa da un lacrimogeno sparato ad altezza uomo. In sei settimane la procura ha chiesto i domiciliari per il poliziotto che aveva sparato, identificato dalla polizia stessa attraverso i video e il lavoro della squadra mobile.

Aldrovandi. Cucchi. Magherini. Non serve raccontarli di nuovo, li conosciamo tutti. Hanno avuto un processo perché avevano famiglie che non si sono arrese per anni, e perché in un caso qualcuno ha parlato dall’interno dodici anni dopo. Dietro di loro c’è una fila di morti che alla cronaca non arriva mai.

Quello che non è l’eccezione è l’impunità come sistema. Il modo in cui si arriva a un uomo che grida «aiuto, basta» con la faccia contro l’asfalto, due sanitari fermi e un passante sulle gambe è un modo che questo Paese ha costruito pezzo per pezzo in venticinque anni, e che avrebbe potuto smontare in qualunque momento con una legge di tre articoli.

Ma qui parliamo dello stesso governo che a marzo ha chiesto agli italiani di riscrivere l’assetto costituzionale della magistratura e si è sentito rispondere No dal 53,6 per cento, con la più alta affluenza da anni e con Bologna seconda provincia d’Italia per partecipazione. Se ci fossero stati dubbi, il vero intento di quella riforma è diventato chiaro.

Nel frattempo è in vigore la Legge 54/2026 sulla sicurezza pubblica, di cui Amnesty International ha chiesto l’abrogazione parziale il 30 giugno, dopo i rilievi di ONU, OSCE, Consiglio d’Europa, CSM e Cassazione. E oltre Atlantico, dove nel 2025 sono morte trentuno persone in custodia dell’ICE e dove due cittadini americani sono stati uccisi in gennaio da agenti federali senza che finora nessuno abbia risposto di nulla, si sta costruendo il modello. Quando la ex più grande democrazia occidentale normalizza l’idea che un corpo di polizia possa uccidere senza conseguenze, chi qui la pensa così si sente meno solo.

La sorella di Fakir ha detto che non si darà pace. Al Pilastro, la sera stessa, duecento persone col ginocchio a terra e uno striscione che diceva omicidio di Stato. È il linguaggio della rabbia, ed è comprensibile. Ma il nostro mestiere è più noioso: chiedere le cose una per una, e continuare a chiederle quando la piazza si sarà svuotata.

Che l’autopsia stabilisca se l’immobilizzazione prona prolungata abbia concorso alla morte, e che il quesito peritale sia scritto per accertarlo, non per eluderlo. Che le bodycam finiscano integralmente agli atti, senza selezioni. Che qualcuno spieghi perché due soccorritori sono rimasti fermi. Che qualcuno spieghi, soprattutto, chi era il terzo uomo, cosa ci faceva lì, e perché nessuno gli abbia detto di togliersi.

E che il Parlamento, venticinque anni dopo Genova, metta finalmente un numero sulle divise. Una polizia che non si può identificare non è al servizio del cittadino. È al servizio di chi la comanda. Non serve chiamarla in altro modo per capire cosa diventa.

 

 

Abderrahim : una morte che si doveva evitare

di Vito Totire (**)

Ennesimo e grave lutto per la comunità

Questo non è “ordine pubblico” è “sparare con gli occhi (e la coscienza) bendati/a”

Per un movimento contro l’uso/abuso della forza

Ancora una volta una morte che si doveva evitare; le cronache riferiscono di un uomo di 42 anni in “stato di agitazione”; definizione un po’ generica visto che secondo studi scientifici attendibili superati i 26 gradi di temperatura ambientale le capacità cognitive di ognuno di noi vanno in crisi; comunque uno “stato di agitazione” evoca la necessità di un intervento sanitario e non di un intervento di “ordine pubblico”; già altri nei primi commenti a questo grave lutto hanno riferito che un intervento sanitario è gestito con tecniche a basso impatto sulla salute della persona o, meglio, se correttamente gestito si risolve a favore della salute della persona stessa ; esistono infatti linee guida regionali che indicano come intervenire senza danni per la persona in crisi e per gli stessi operatori; se l’approccio non è questo ma è quello della “forza” a prescindere dal livello esercitato e a prescindere dallo stato di salute psicofisica del soggetto (prima e durante l’intervento) la morte diventa un evento tutt’altro che imprevedibile.

Al Pilastro, pur non essendo usata la pistola taser lo scenario è analogo a quello degli effetti degli impulsi elettrici ; livello di forza e metodi utilizzati non possono prescindere dalla condizione di vulnerabilità della persona sottoposta a “fermo”; certo esiste un livello di “forza” che può uccidere chiunque , anche il soggetto di cosiddetta “sana e robusta costituzione” il che non era, da quello che riferiscono i familiari, la condizione di Abderrahim; dunque la cosiddetta “asfissia posizionale” può essere letale per tutti ma per alcuni è più probabile che si verifichi pur nel momento del lutto e della disperazione dei familiari e di quanti conoscevano Abderrahim che peraltro è stato impegnato anche nel sindacato Si.Cobas uno dei sindacati di base più tenacemente impegnati contro il  “lavoro schiavistico” OCCORRE RAGIONARE SU FATTI CONCRETAMENTE ACCADUTI.

Purtroppo la morte di Abderrahim NON E’ UN FULMINE A CIEL SERENO , E’ LA CONSEGUENZA DELLA VOLONTA’ POLITICA DI NON CONSIDERARE IN NESSUN MODO LA QUESTIONE DELL’USO DELLA FORZA UN USO DELLA FORZA CHE REIFICA IL FATTORE UMANO A FAVORE DELLA “PACE SOCIALE” – APPARENTE – A TUTTI I COSTI E’ COME PER GLI OMICIDI SUL LAVORO: IL PROFITTO COSTI QUEL CHE COSTI

Bisogna che in memoria di Abderrahim Fakir costruiamo un movimento che sia una barricata contro l’uso della forza, tema su cui le “istituzioni totali” repressive dello Stato non hanno alcuna intenzione di ragionare e gli esempi sono stati troppo evidenti e frequenti anche se considerassimo solo Bologna; lo Stato non ha accennato mai a nessuna considerazione autocritica, nessun “eccesso”, secondo le istituzioni, anche di fronte a situazioni eclatanti:

• Nell’aprile 2024 le “forze dell’ordine” usano taser e peperoncino contro un attivista ecologista che si sta allontanando da un cantiere aperto per cementificare una area verde; in verità in giorni precedenti qualche rappresentante delle “forze dell’ordine” era intervenuto con arma da fuoco incastrata dietro la cintura…un messaggio molto chiaro…; dunque una “overdose” di uso della forza contro una lotta che si è dimostrata poi vincente e soprattutto giusta in quanto ha risparmiato alla città la devastazione di un parco !

• Nel 2024, il 31 dicembre, a Villa Verucchio (Rimini) un giovane è morto dopo essere stato colpito da numerosi colpi di pistola ; la Procura di Rimini non ha ritenuto di rilevare una sproporzione nell’uso della “forza”; un esponente di destra in maniera molto esplicita ha avallato le onorificenze concesse al carabiniere da Meloni e Crosetto, perché (ha detto l’esponente politico, con un lapsus molto significativo) “il carabiniere ha difeso degli italiani”; in quella circostanza abbiamo detto con chiarezza che il problema principale non era tanto o solo la condotta individuale del singolo carabiniere ma la assenza totale di attenzione da parte dell’Arma (come della Polizia di Stato) o per la esattezza la omissione della effettuazione di una preventiva valutazione del rischio e della proporzione tra mezzi e tecniche usate ed effetti materiali/psicologici accusati dalle vittime

• Nel 2025 una persona forse in “stato di agitazione” in via Marconi viene investita da spray al peperoncino e accusa rilevanti effetti collaterali; un passante, buon samaritano, fornisce alle “forze dell’ordine” acqua da spargere sugli occhi e sul viso della persona colpita; le forze dell’ordine non avevano pensato neanche alla opportunità di mitigare l’impatto della capsaicina ?

• Nel 2025 sia in occasione di una manifestazione contro il genocidio del popolo palestinese che in occasione della contestazione, al Pilastro, del progetto “museo dei bambini” le forze dell’ordine hanno lanciato candelotti cosiddetti lacrimogeni (ci sarebbe da discutere anche degli effetti non acuti e a breve, medio e lungo termine); nel caso della Palestina una giovane manifestante ha perso un occhio; evento analogo a Torino dove un candelotto ha colpito un tifoso causandone il ricovero in rianimazione

• Anche in questo caso CI SIAMO CHIESTI, MA LA DOMANDA E’ RETORICA: LE “FORZE DELL’ORDINE” SONO IN GRADO , O MEGLIO, HANNO INTENZIONE DI FARE UNA “VALUTAZIONE DEL RISCHIO”? magari REDIGERE UN DVR COME QUALUNQUE AZIENDA ITALIANA è OBBLIGATA A FARE ?

Vogliamo indulgere sulla retorica/luogo comune dell’errore umano del singolo poliziotto o una gestione seria della valutazione dell’impatto sanitario deve impedire a chiunque lanci di candelotti ad altezza d’uomo? Basterebbe prendere spunto anche dalle normative sulla prevenzione degli incidenti sul lavoro…

Non rimuoviamo le difficoltà che abbiamo di fronte; la recente decisione del sindaco e del consiglio comunale di Milano (senza tacere del significativo e coraggioso dissenso di numerosi consiglieri) di “sdoganare” la pistola taser e darla in dotazione ai vigili urbani chiarisce che a favore della descalation nell’uso e abuso della “forza”, che noi peroriamo, non abbiamo ostacoli solo da parte del ceto politico di centro destra.

Per tornare a Abderrahim Fakir:

• Se una persona è in un cosiddetto “stato di agitazione” deve intervenire personale sanitario dotato di empatia e capacità di comunicazione che certamente, ad essere eufemisti, non sono peculiari delle “forze dell’ordine”

• Il personale sanitario è più in grado della polizia, per formazione, cultura e prassi quotidiana, di percepire sintomi e soggettività della persona; la sorella di Abderrahim ha riferito di rilevanti problemi sanitari che lo rendevano vulnerabile sia rispetto alla capsaicina (peperoncino) che rispetto al rischio di “asfissia posizionale” che, bene inteso, rappresenta un rischio per chiunque ma ancora maggiore nel caso delle condizioni cliniche di Abderrahim Fakir.

• La sorella di Abderrahim ha dichiarato quindi due problematiche cliniche che controindicano assolutamente sia l’uso dello spray al peperoncino che l’utilizzo di metodi fisici ad elevata costrittività; nonostante questo “qualcuno” proverà ad insinuare la ipotesi di un evento morte “imprevedibile” ?

• È possibile continuare manovre altamente costrittive nei confronti di una persona che urla “aiuto” e “basta” ? vogliamo davvero pensare che la percezione della soggettività debba o possa essere annullata in ossequio ad un astratto, e disumano, principio di “ordine pubblico”?

Dobbiamo dunque oggi, in memoria di Fakir cercare di costruire un movimento politico e culturale contro l’uso della forza che eviti però adesioni opportunistiche e di circostanza (ci riferiamo a quanto accaduto a Milano per la pistola taser)

Un abbraccio sentito ai familiari, amici e compagni di Abdderrahim e al sindacato Si.Cobas di cui ha fatto parte e a tutti quelli che combattono contro schiavismo, razzismo e discriminazioni di ogni sorta.

Purtroppo una nuova lapide insanguinata si aggiunge nella storia del Pilastro; ma con la sua storia di emarginazione di discriminazioni subite rimane un quartiere di uomini e donne che continueranno a lottare per la giustizia e per un modo migliore.

Abderrahim sarà impossibile dimenticarti.

(**) Vito Totire è portavoce del centro Francesco Lorusso di Bologna


IL SALUTO DI BARBARA SPINELLI (***)

Ciao Fakir Abderrahim,

questo non me lo dovevi proprio fare. Ora vivrò di rimorsi o di rimpianti. Ci eravamo visti in studio pochi giorni fa, eri felice che tra pochi mesi finalmente si sarebbe concluso il procedimento, avresti avuto il permesso ed avresti potuto viaggiare e cercare nuove commesse per tenere in piedi la tua azienda e far lavorare i tuoi dipendenti. Avrò il rimorso di non esserci riuscita in tempo. Avevi paura dell’entrata in vigore del nuovo Patto Europeo per l’immigrazione, mi dicevi avvocata qui diventiamo come l’America, mandano via tutti, anche quelli come me che il paese di cui sono cittadini l’hanno visto solo qualche volta in vacanza e sono nati e cresciuti qui. Io ci scherzavo su, ti rassicuravo che avevi il permesso del giudice per restare in Italia e il permesso provvisorio in tasca, e qui la polizia rispetta le leggi, siamo un paese democratico, nessuno ti porta via se hai diritto a restare. Tu non eri troppo convinto. Ora questo ricordo non mi lascia dormire. Sono rientrata dal presidio e ti sentivo lì a dirmi “hai visto avvocata?”, con la gentilezza che ti contraddistingueva.

Avevi una paura ingiustificata di essere deportato dalla polizia, e invece nello loro mani ci sei morto. Mannaggia a te Fakir. Ora quali parole potranno più uscire dalla mia bocca quando qualcuno mi dirà “ho paura”? Ogni volta penserò a te prima di rispondere, non riuscirò più a rincuorare, a spiegare, dovrò ricacciare in gola “e forse hai ragione ad avere paura, non si sa mai come può andare a finire”. La tua voce mi risuona nelle orecchie, mi sento morire.

Basta processare Fakir, chi era, cosa faceva.

Era un lavoratore, era gentile. Era rammaricato di aver dovuto licenziare alcuni dipendenti per il calo di lavoro.

Si chiede a una donna stuprata come era vestita quando è stata aggredita, o cosa ha fatto per provocare lo stupratore? NO.

Non chiedetevi chi era Fakir. Chiedetevi perchè è morto mentre era nelle mani di chi aveva il dovere istituzionale di tutelare la sua vita, perchè era nella loro custodia.

Chiedetevi se è obbligatoria la formazione per eseguire le manovre di contenzione, se oltre alla polizia anche i sanitari e parasanitari la studiano e sanno come intervenire mentre viene eseguita per verificare i segni di vitalità, chiedetevi se sia l’unico strumento possibile per contenere persone in fase in di fermo di polizia. Chiedetevi quante persone sono morte a causa di questa manovra, o della sua scorretta esecuzione, e di che colore e nazionalità erano. Chiedetevi perchè ancora una volta un arabo e al Pilastro al centro del mirino. Chiedetevi se vogliamo aprire un dibattito serio sulla formazione ed identificazione dei poliziotti e lavorare per avere una polizia democratica e rispettosa dei diritti umani, per evitare nuovi Cucchi e Aldrovandi ecc.ecc.

Chiedetevi se è giusto morire nelle mani dello Stato, che sia in un carcere sovraffollato, durante una manifestazione o nel corso di un fermo di polizia.

Lasciate fare i processi nelle aule dei tribunali e lottate per una giustizia giusta per tutt@, dalla fase cautelare a quella esecutiva.

Ci sono richieste ormai improrogabili da vedere realizzate, per le quali lottare e scioperare: la revisione delle tecniche di contenimento in uso, con esclusione di quelle che espongono al rischio di asfissia posizionale, una formazione sistematica su uso proporzionato della forza, de-escalation, primo soccorso e non discriminazione; l’istituzione di un meccanismo indipendente di indagine sulle condotte delle forze di polizia; la raccolta e pubblicazione sistematica di dati sulle morti avvenute in custodia o in occasione di operazioni di polizia.

Fakir ne sarebbe orgoglioso

(***) Barbara Spinelli è avvocata. Questo suo messaggio circola in rete.

 

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