venerdì 23 ottobre 2026

La Conad non deve passarla liscia

 Il 6 novembre il primo boicottaggio di massa. Un appello promosso da 19 associazioni, blog-riviste e gruppi di base. Aspettiamo MOLTE altre adesioni.

 

Nonostante gli appelli e la difesa coraggiosa di reggiane/i, le ruspe della Conad hanno distrutto gran parte del Bosco Ospizio. Con formalismi di ogni genere il Comune di Reggio Emilia ha lasciato fare… in base a vecchi accordi. Tempi “vecchi” appunto ma nel frattempo è esplosa una grave crisi climatica che peggiora ogni anno: distruggere un bosco è un attentato diretto alla salute delle persone. Ridicole le scuse Conad-Comune tipo “stiamo piantando nuovi alberi”: se pure cresceranno… ci vorranno 30 anni perchè ci aiutino.

Conad ha violato il suo «Codice Etico» e ogni decenza. Noi associazioni di base sottoscritte non crediamo che sia tollerabile. L’unica cosa che interessa a Conad sono i soldi subito? Bene, noi vogliamo organizzare un boicottaggio in tutta Italia. E’ noto che un calo anche solo del 5 per cento nelle vendite fa cambiare “idea” anche ai giganti. Proviamoci.

Abbiamo deciso una prima giornata di mobilitazione in tutte le città dove siamo presenti per venerdì 6 novembre, con volantini ai supermercati e magari con la pubblica e collettiva restituzione delle tessere Conad. Se la nostra prima protesta mostrerà una rete solida e riscuoterà consensi – e nuove adesioni – proporremo una seconda mobilitazione prima di Natale, periodo “delicato” per chi deve vendere.

Facciamo pagare a Conad gli alberi distrutti.

 

Prime adesioni: l’elenco delle associazioni in ordine alfabetico

§  ABC – Ambiente Bene Comune (Mestre)

§  Archivio “Marco Pezzi” (Bologna)

§  Assemblea anarchica imolese

§  Attac Italia

§  Bologna respira

§  Bottega d’arte sociale aps (Imola)

§  Centro Documentazione Polesano – Badia Polesine (Rovigo)

§  centro Francesco Lorusso (Bologna)

§  circolo “Chico” Mendes – Bologna

§  Cobas Imola

§  Comune-info

§  Gas (gruppo acquisto solidale) di Imola

§  Giolli cooperativa

§  Il rosso non è il nero – Savona

§  La bottega del barbieri

§  Movimento decrescita felice

§  Odissea blog

§  Opera di Imola

§  Salviamo gli alberi a Cesena

 

LE IMMAGINI (trovate in rete) sono state scelte dalla redazione della “bottega” – per approfondimenti su autori/autrici segnaliamo John Holcroft Illustratore editoriale e Beppe Giacobbe che scrive così: «La parola chiave della propaganda Conad è “insieme”, sette lettere che racchiudono il valore imprescindibile dell’operato quotidiano del Consorzio, delle Cooperative, dei 2.125 Soci e degli oltre 75.600 collaboratori che si impegnano ogni giorno per alimentare il benessere dei territori in cui operano, dentro e fuori i negozi, nella convinzione che solo insieme si possono fare grandi cose». Che amarezza.

 

CINQUE CHIARIMENTI IN VISTA DEL 6 NOVEMBRE

1- il nostro appello sta ancora girando; lo ripubblicheremo il 3 novembre con le adesioni vecchie e nuove (però mandatecele entro ottobre, per favore). Grazie da subito a chi ci aiuterà a farlo girare.

2 – ovviamente fin dall’inizio abbiamo coinvolto (per mail) le realtà reggiane che per ora non ci hanno risposto; molto ci piacerebbe la loro adesione o il loro «placet».

3- ci sono arrivate alcune adesioni individuali (fra le prime quelle di Alessandro Ghebreigziabiher) che però non pubblichiamo. Il nostro intento infatti è che il 6 novembre gruppi e associazioni si impegnino nel volantinaggio “di massa” davanti ai negozi Conad. Certo può farlo anche un singolo, meglio se polipo…come dice la battuta in voga durante i volantinaggi.

4 – da due città ci sono giunti msg quasi analoghi che in sintesi dicevano: “ci piacerebbe aderire ma la nostra associazione riceve molti prodotti da Conad che noi distribuiamo alle persone più povere…”. Ci aspettavamo qualcosa del genere perchè il silenzio si compra in due modi: con la pubblicità sui media e con le “donazioni” (di solito prodotti in scadenza) spacciate per animo nobile. Questo non riguarda solo Conad ma tutti i “grandi” che così si sentono al riparo da ogni domanda scomoda su qualità e sicurezza delle merci, scelte politiche e nell’organizzazone del lavoro interno, etica e conflitti di interessi.

5 – per il 6 novembre noi proporremmo un testo da distribuire ma ovviamente ognuna/o cambierà o aggiungerà. Ci piacerebbe però avere un riscontro in modo da segnalare la mappa della «prima giornata». Per proseguire…

IL 6 NOVEMBRE VAI DA CONAD… VENGO ANCHE IO, VENIAMO ANCHE NOI, DITELO IN GIRO.

Daniele Barbieri – aka db (per la redazione del blog)

da qui

giovedì 22 ottobre 2026

La ribellione al marciume di sistema - Tommaso Merlo

I soldi che servirebbero per gli italiani in difficoltà sono finiti nelle tasche della banda Zelensky, dei guerrafondai di Bruxelles e dei produttori di armi di sterminio. I politicanti italiani hanno buttato via miliardi per la guerra contro la Russia, lo hanno fatto contro la volontà popolare, spremendo casse pubbliche già allo stremo e trascurando servizi e diritti. E adesso che hanno clamorosamente perso e che anche per l’altra disfatta nel Golfo, è scoppiata una gravissima crisi energetica e quindi economica, fanno spallucce provando addirittura a mentire e scaricare le colpe. Un marciume di sistema che parte da dentro, dal modo di pensare e quindi di agire dei politicanti. Se avessero un minimo di coscienza e magari pure pulita, i politicanti si vergognerebbero di uscire di casa, chiederebbero umilmente scusa e si dedicherebbero ad altro per evitare di fare ulteriori danni alla collettività. Ed invece se ne fottono e si preparano all’ennesima carnevalata elettorale sicuri che ad attenderli dopo questa tempesta, ci sarà un’altra onorevole poltrona. Un marciume morale ma anche pecuniario. Qualsiasi cosa succeda, il politicante s’intasca comunque il suo mega stipendio così come privilegi e vitalizi e pensioni. E anche quando le crisi sono colpa sua. E anche quando tutti gli altri cittadini sono alla fame. Gli onorevoli non si accorgono neanche del carovita e i decani arricchiti hanno magari pure la servitù che va a fargli la spesa e gli autisti gli fanno il pieno. Marciume di sistema che parte da dentro e si concretizza fuori, con politicanti disastrosi immuni alle loro colpe ed una insopportabile ingiustizia sociale spacciata come normalità. Dopo tanti anni a sguazzare nel torbido e con un paese allo stremo, i politicanti sanno benissimo di essere il problema e non la soluzione, ormai oltre metà del paese è talmente disgustato che non vota e non si informa più. Eppure niente. Continuano a fare spallucce e candidarsi all’infinito perché in fondo del paese non gliene frega nulla o comunque molto meno di se stessi e quindi di soldi, potere, visibilità e status sociale che quella carriera gli garantisce senza nessun merito e senza dover rispondere mai dei risultati raggiunti. Marciume esistenziale e professionale. Politica anch’essa infestata dalla pandemia egoistica è finita ostaggio di una manica di arrivisti senza scrupoli. La speranza è che questa crisi devastante rappresenti un punto di svolta perché energetica e quindi economica e sociale e con responsabilità politiche precisi e palesi. E con cause che vanno ben oltre i circhi partitocratici nazionali rendendo difficile per i politicanti nascondersi dietro al dito medio e riciclarsi come nulla fosse. I cittadini hanno cominciato a ribellarsi in tutto l’Occidente, stanno sfogando il loro malessere per un declino infinito e una politica sempre più bugiarda e tossica che gli ruba futuro. Ma affinché si generi cambiamento politico, dalla protesta si deve passare alla proposta e la speranza è che nascano nuovi movimenti e partiti che sfidino il sistema da fuori. Quando un sistema marcisce non è infatti riformabile ma va rimpiazzato. Se provi a cambiarlo da dentro marcisci pure te. Lo dimostrano decenni in cui si alternano governi anche ideologicamente opposti e poi non cambia nulla se non in peggio. Succede perché la politica non è più genuina espressione popolare e una volta nei palazzi serve se stessa e chi comanda davvero dietro le quinte. Come oggi, con popoli occidentali impoveriti che vogliono la pace e i politicanti che li derubano per fare la guerra. Quando un sistema è marcio va rivoluzionato e gli unici che possono riuscirci sono i cittadini dato che il vero cambiamento avviene solo dal basso e mai dai palazzi dove sguazzando privilegiati che non hanno nessun interesse a cambiare un sistema che li ha premiati. E se persiste questo sistema marcio è perché molti cittadini continuano a stare al gioco, a votare gli stessi personaggi e partiti senza valutare oggettivamente il loro operato ed illudendosi che le stesse ricette diano torte differenti e che la soluzione sia battere qualche nemico. Molti si fanno poi ancora infinocchiare dalla propaganda camuffata da giornalismo e si perdono in realtà parallele confezionate ad arte dal sistema per sopravvivere. Quando un sistema è marcio, se ti fai coinvolgere marcisci pure te. Serve un nuovo modo di fare politica e quindi nuove persone con un diverso modo di pensare e di agire. Serve una politica che torni ad essere sacrificio verso la collettività e non privilegio parassitario ed elitario, una politica di fatti e non pubblicità ingannevole, una politica umile, onesta e responsabile. La speranza è che a seguito di questa devastante crisi nascano nuovi movimenti che sfidino il sistema da fuori perche' dalla protesta si deve passare alla proposta per generare vero cambiamento.

da qui

Chi fa schifo chi - Enrico Campofreda

 

Fa più schifo il gesto violento e insulso di spaccare una vetrina, come hanno fatto i minorenni di periferia calati nel salotto della meneghina via Torino, così tanto per il gusto di farlo o per portarsi via un paio di calzature della moda sportiva Under Amour? Oppure dà più ribrezzo constatare i prezzi di quelle vetrine, non sempre esposti, e comunque oltremisura cari? Il Customer care dirà che no, ce n’è per tutte le tasche, scarpe da 250 euro ma pure da 39,99 basta cercare i modelli. Però le tasche dei ragazzi di Corvetto possono esser vuote, dipende dal reddito familiare, e se si abita lì o alla Barona, insomma, anche i genitori non se la passano neppure da ceto medio impoverito. Questo basta per spaccare? Probabilmente no, ma non è questo il punto. Ciò  che la politica tutta in Parlamento s’appresta ancora una volta a censurare è un’ira giudicata senza scopo se non far casino, una rabbia già bollata come opera di “maranza” secondo la Lega, “terrorista” per i Fratelli d’Italia, “feccia” dai seguaci dello spirito di Silvio Berlusconi che la Milano e la nazione classista e razzista hanno avuto premura di rilanciare trent’anni or sono. Poi nell’altra parte dell’emiciclo i nasi strizzati sono quelli sedicenti progressisti che allargano il campo - ma a chi, alle carriere dei loro famigli? - e con una simile puzzetta sotto le frogie pontificano. Tutti a recitare la litanìa della malvagità della violenza e della necessità d’un fronte comune contro i teppisti senza sforzarsi, non tanto di cercare le cause dell’insensata collera, ma neppure di farsi raccontare come si vive nelle periferie-ghetto. Poiché se i poco più che bambini che si sentono potenti e importanti quando il clamore del gesto fa da eco e da ulteriore richiamo possono venire compresi, educati, reinstradati, inseriti attraverso l’impegno di società, parenti, insegnanti, la politica e i suoi sacerdoti che hanno il reale potere su ogni cosa accada attorno a noi, per quanto mostrano da anni e decenni  devono essere azzerati. 

 

Perché hanno fallito. Hanno riempito i loro stessi governi, i media sviolinatori, le teste degli elettori di promesse inattuate o favole inventate per la bisogna della propria sopravvivenza e quella d’un sistema che abbandona a sé i luoghi d’educazione pubblica sviliti a avviliti da una voluta indigenza amministrativa; coi cumuli di cemento di periferie-rifiuto cedute alle losche faccende della malavita organizzata che può reclutare anche i ragazzini dello spacco per un altro genere di spaccature, quelle cerebrali dello spaccio di droghe. Dello stato sociale tagliato e triturato, di diritti costituzionali sempre più negati, dallo studio, al lavoro, alla salute, la cosiddetta società del benessere non di tutti e certamente non per tutti cosa propone da anni se non l’affarismo d’una merceologia arrembante per chi ha e può spendere? Dall’abbigliamento sportivo a quello lussuoso, dal turismo inteso come investimento non come conoscenza, ottundendo quell’apprendimento antropologico, sociale, culturale rappresentato dal viaggio ora impedito non dalle antiche frontiere fra gli Stati ma dal caro-biglietti d’ogni mezzo rapido di locomozione imposto dalle major del trasporto. Resta poco al ragazzotto di periferia nato marginale e marginalizzato da certe schifezze di città, trasformate dai signori del business nel divertimentificio sostenuto con le carte di credito. Società dell’Avere che fagocita quella dell’Essere, e per la pace dei pensatori d’antan è sempre stato così. Perciò si cercava la rivolta. Ahinoi, è sempre più così. E se solo un cinquantennio addietro c’era chi sperava e sperimentava d’attraversare i tentacoli speculativi dell’omologazione, ora chi governa le nostre città e le nostre vite ai bambini cresciuti male e svezzati peggio impone di tacere, adeguarsi o sfibrarsi nell’alienazione quotidiana. Fanno schifo i sepolcri imbiancati della politica, non i disperati della domenica. Quest’ultimi sono le loro ignare vittime, non i responsabili dello sfascio.

da qui



mercoledì 21 ottobre 2026

“Gli stranieri in Italia danno molto e ricevono poco”: il rapporto Migrantes sui confini che restano “ben oltre le frontiere” - Franz Baraggino

Permessi difficili da ottenere, lavoro povero, esclusione abitativa e giovani senza prospettive. I dati, l'analisi e le proposte per superare le barriere all'integrazione

Gli ostacoli all’ingresso regolare, i permessi di soggiorno sempre più difficili da ottenere, rinnovare o conservare, il lavoro povero, l’esclusione abitativa. Sono i confini invisibili che producono irregolarità e marginalità anche per chi vive e lavora da anni in Italia. È la denuncia al centro del nuovo Rapporto Immigrazione 2026 di Caritas Italiana e Fondazione Migrantes, presentato oggi a Roma e giunto alla 35esima edizione: mentre la politica italiana ed europea concentra l’attenzione sul controllo delle frontiere e sui rimpatri, le barriere che impediscono l’integrazione continuano a moltiplicarsi. “Viviamo in una stagione storica nella quale si moltiplicano le linee di separazione e si restringono gli spazi dell’incontro”, scrivono i due organismi della Chiesa italiana. “Aumentano i dispositivi di controllo, mentre si indebolisce la capacità di riconoscere l’altro”.

Il rapporto denuncia l'”inefficienza e opacità dei canali regolari di ingresso” e la mancanza di strumenti per ottenere o conservare un permesso di soggiorno, anche quando esistono percorsi concreti di integrazione. Un problema destinato a riproporsi con il decreto Flussi 2027, per il quale il 23 ottobre comincerà la precompilazione delle domande relative a 165mila ingressi programmati dal governo Meloni. L’indagine condotta attraverso le Caritas diocesane torna a fotografare il sistema nel quale l’ingresso formalmente legale può nascondere truffe, debiti e dipendenza dai datori di lavoro: chi arriva può scoprire che l’impiego promesso non esiste e ritrovarsi senza la possibilità di regolarizzare la propria posizione. Come già ha evidenziato anche dalla campagna Ero Straniero, il problema è misurabile. Per il decreto Flussi 2024, su 146.850 quote programmate, risultavano 24.858 permessi di soggiorno in via di rilascio, appena il 16,9%. La campagna stima inoltre che 1.836 persone entrate regolarmente siano rimaste senza titolo. Per il 2025, i dati ancora provvisori raccolti a dicembre indicavano 14.349 permessi su 181.450 quote, il 7,9%, e altre 11.686 persone a rischio di irregolarità. Numeri che non equivalgono a ingressi mancati o a lavoratori diventati tutti irregolari, ma documentano la distanza fra programmazione e risultati. Distanza da tenere a mente visto che a fine 2025, secondo le stime ISMU, in Italia gli stranieri in condizione di soggiorno irregolare erano 339mila, mentre i rimpatri effettuati nell’anno sono stati 6.772. E da confrontare con i risultati della regolarizzazione straordinaria del 2020: 131.764 permessi rilasciati, oltre 140 milioni di euro versati per contributi e oneri amministrativi e una stima di 228 milioni annui di entrate fiscali e previdenziali dalle posizioni emerse. Un’esperienza che dimostra la convenienza economica e sociale di percorsi ordinari di regolarizzazione.

È la direzione indicata da Caritas e Migrantes nel Rapporto 2026, che propone un permesso di soggiorno per “radicamento sociale”, capace di riconoscere chi ha costruito legami stabili nel Paese, insieme a maggiori risorse per il Fondo nazionale per le politiche migratorie. L’obiettivo è evitare che una difficoltà amministrativa cancelli anni di lavoro e integrazione, alimentando nuove condizioni di precarietà e nuova irregolarità alla quale si pretende di rispondere unicamente con qualche migliaio di rimpatri. Ma le proposte vanno oltre e Caritas e Migrantes le mettono in fila nei “Dieci impegni urgenti” presentati insieme al Rapporto. Fermare le politiche che esternalizzano il controllo delle frontiere senza adeguate garanzie sui diritti umani, introdurre un “monitoraggio indipendente” del Patto europeo su migrazione e asilo e ampliare i corridoi umanitari, anche per studio e lavoro. Sul fronte interno sollecitano una “riforma della cittadinanza” che riconosca i percorsi dei giovani cresciuti in Italia, il superamento delle discriminazioni salariali e delle difficoltà di riconoscimento dei titoli di studio, oltre a un ripensamento del welfare, dal quale denunciano che gli stranieri sono “pressoché esclusi” per quanto riguarda le misure contro la povertà. Infine, una richiesta alle istituzioni: rendere disponibili dati pubblici aggiornati e accessibili. Problema col quale si è scontrato anche il Rapporto 2026, in particolare per quelli chiesti al ministero dell’Interno e a quello dell’Istruzione e del Merito. Una carenza che, denunciano Caritas e Migrantes, “non ha consentito di aggiornare alcuni indicatori e di cogliere pienamente le dinamiche più recenti dei flussi e della composizione della popolazione straniera presente nel Paese”.

Disuguaglianze che disegnano altri confini, dunque, e non riguardano solo chi è senza documenti. Al primo gennaio 2026 gli stranieri residenti sono 5,56 milioni, il 9,4% della popolazione. I 2,6 milioni di occupati stranieri hanno generato nel 2025, anche secondo le recenti stime della Fondazione Leone Moressa, 196 miliardi di valore aggiunto, pari al 9,7% del Pil. Eppure il 29% svolge professioni non qualificate, contro l’8% degli italiani. Il reddito medio dichiarato dai contribuenti stranieri è di circa 17mila euro, contro quasi 27mila per i nati in Italia. La sintesi del Rapporto Migrantes: “Danno molto al Paese e ricevono poco”. Una marginalità che si trasmette anche alle nuove generazioni. Tra i giovani con background migratorio, il 30% non studia né lavora, contro il 17% del gruppo di confronto. Persistono divari negli apprendimenti e un maggiore rischio di abbandono scolastico. E avere un’occupazione non garantisce di uscire dalla povertà: tra gli stranieri assistiti dai Centri di ascolto Caritas, il 29,4% è costituito da lavoratori poveri, contro il 17,4% degli utenti italiani. C’è poi la casa, una delle principali barriere all’autonomia e dunque all’integrazione. Il 60% del bilancio delle famiglie straniere è assorbito dai bisogni essenziali; nel confronto europeo riportato dal rapporto, oltre un terzo dei cittadini non comunitari vive in abitazioni sovraffollate, contro circa il 14% dei cittadini nazionali. Un’immigrazione che intanto cambia volto: gli stranieri con almeno 65 anni di età sono oggi 381.209, il 6,9% dei residenti stranieri, contro il 3,7% di dieci anni fa. Crescono così le esigenze di assistenza, cure e stabilità abitativa. L’invito del Rapporto 2026 è a guardare oltre l’emergenza e la logica dei respingimenti. E contesta l’idea che i confini finiscano alle frontiere geografiche: continuano nel lavoro, nella scuola, nella casa e nell’accesso ai diritti. La distinzione proposta è tra il confine che separa e la frontiera che mette in relazione. Perché, ricordano Caritas e Migrantes, “prima di confini, definizioni e istituzioni ci sono sempre le persone”.

da qui

Franco Fracassi: il Governo Meloni ci sta portando alla Dittatura






martedì 20 ottobre 2026

Ritorna la monarchia?

 (di Francesco Masala)

 

Una delle mancanze della Costituzione Repubblicana è che non prevede che il risultato di un referendum possa essere rovesciato nel futuro solo da un altro referendum.

Probabilmente chi ha votato la Costituzione si illudeva che gli italiani avrebbero in futuro eletto solo parlamentari rispettabili e rispettosi della volontà della volontà dei votanti.

Oggi sappiamo quanto quella speranza dei costituenti fosse proprio un’illusione.

Ritorna il nucleare, chi aveva votato contro il nucleare al referendum aveva sbagliato.

A questo punto potremo temere il ripristino della monarchia, una monarchia parlamentare, nella quale il re e la regina regnano ma non governano.

Che ci vuole, basta un bel voto di fiducia, per il ritorno ai bei tempi antichi, e vai con le vecchie tradizioni.

 

E magari anche la legge sull’aborto rischia di essere sempre più limitata, ridotta, ostacolata, sempre di più, chi se ne frega dei referendum, siamo il paese degli azzeccagarbugli.


Sì, schierarsi contro la violenza è doveroso - Lavinia Marchetti

 

 

Ma qual è la violenza? Chi sono i violenti?

 

• contro la violenza dell’aspettare un anno per una visita

• contro il ricatto del lavoro che non permette una vita dignitosa

• contro il carovita

• contro il genocidio

• contro la possibilità di mandare i giovani in guerra

• contro la violenza di chi lavora otto ore al giorno e deve scegliere se pagare l’affitto o fare la spesa

• contro la violenza degli sfratti, delle case vuote e delle persone costrette a dormire per strada

• contro la violenza degli stipendi da fame e dei contratti precari rinnovati per anni

• contro la violenza di chi muore sul lavoro per guadagnarsi da vivere

• contro la violenza di chi deve rinunciare alle cure perché economicamente inaccessibili

• contro la violenza delle pensioni insufficienti persino a pagare le bollette

• contro la violenza delle scuole che cadono a pezzi mentre aumentano le spese militari

• contro la violenza dei tagli all’assistenza delle persone anziane, malate e con disabilità

• contro la violenza dei bambini che crescono nella povertà e imparano troppo presto che esistono diritti riservati a chi può permetterseli

• contro la violenza delle donne costrette a scegliere tra l’indipendenza economica e la propria sicurezza

• contro la violenza dei braccianti sfruttati nei campi, pagati pochi euro per raccogliere ciò che finisce sulle nostre tavole

• contro la violenza dei lavoratori immigrati ricattati con il permesso di soggiorno

• contro la violenza delle persone lasciate morire nel Mediterraneo

• contro la violenza delle carceri sovraffollate e delle condizioni di detenzione incompatibili con la dignità umana

• contro la violenza di chi distrugge territori, avvelena l’aria e l’acqua e lascia alle generazioni successive il conto da pagare

• contro la violenza di un sistema fiscale che lascia convivere ricchezze smisurate e povertà estrema

• contro la violenza della speculazione immobiliare che trasforma il diritto alla casa in un privilegio

• contro la violenza delle liste d’attesa che trasformano il diritto alla salute in una questione di reddito

• contro la violenza di chi criminalizza il dissenso e pretende che la disperazione sociale si esprima soltanto nelle forme che il potere considera accettabili

• contro la violenza di chi considera sacrificabile la vita dei civili quando a ucciderli sono governi alleati

• contro la violenza di chi chiama inevitabili i sacrifici dei poveri e intoccabili i privilegi dei ricchi

• contro la violenza di un futuro in cui i giovani devono ereditare debiti, precarietà, crisi ambientali e persino la prospettiva di una guerra.

A volte per far capire chi sono davvero i violenti c’è bisogno di alzare la voce. A volte 3 milioni di persone pacifiche che camminano non servono, anzi fanno piacere ai veri violenti che detengono il potere perché confermano l’illusione della democrazia

Il fuoco nelle città ci ricorda che la forza non è da una parte sola.

https://laviniamarchetti.substack.com/p/si-schierarsi-contro-la-violenza

lunedì 19 ottobre 2026

Fuga dal capitalismo – Clara Mattei

L'economia politica è misteriosa per la maggior parte delle persone, i capitalisti lo sanno bene, tutte le misure che danneggiano le maggior parte delle persone vengono comunicate, attraverso gli organi d'informazione comprati, come favorevoli alla gente, come sacrifici necessari, come decisioni inevitabili.

Clara Mattei smonta tutte le bugie economiche che passano per fenomeni oggettivi, una per una, dall' austerità ai tassi d'interesse, dall'inflazione, dalla funzione della disoccupazione alla produttività, e non solo, con chiarezza, sulla base dell'interpretazione marxista della storia e dell'economia.

La cosa più importante del libro è che l’autrice, che scrive di economia, ricorda sempre che l’economia è politica (arte di governare e di vivere assieme, amministrazione della "polis"*). Già nell’introduzione il titolo è L’economia è un atto politico.

L’economia non è una scienza esatta, come la fisica o la chimica, l’economia dipende dall’analisi, interpretazione e obiettivi che si vogliono raggiungere, e, come si può capire, gli interessi dei capitalisti e dei lavoratori poveri (la maggior parte) sono diversi, spesso opposti. 

Quando il capitalismo era giovane, Adam Smith (se ricordo bene) scriveva che gli industriali, essendo pochi, ci mettono d’accordo fra loro con facilità, mentre i proletari, che sono tantissimi, non si metteranno mai d’accordo fra loro, e gli industriali, i capitalisti, vinceranno sempre.

Karl Marx aveva scritto: I filosofi hanno solo interpretato il mondo in diversi modi; il punto è di cambiarlo.

Clara Mattei (degna pronipote di Teresa Mattei) sembra dire lo stesso degli economisti, lei fa alcune proposte per cambiarlo, dal basso, e scrive un libro chiaro, documentato (con 40 pagine di note), un libro importante e rivoluzionario, da non perdere.


ps1 - a proposito dell'imposta patrimoniale, molti italiani pensano che quei ricconi che dovrebbero pagare sono dei perseguitati, anzichè pensare, quegli italiani, che avendo un patrimonio di milioni di euro dovrebbero essere contenti di "perdere" l'1-2% di quel patrimonio.

ps2 - il capitalismo straccione del nostro paese ha paura del reddito di cittadinanza per un solo motivo: se un povero disoccupato prende 500-600 senza lavorare, per lavorare dovrebbe avere un lavoro che gli rende almeno 1000-1200 euro al mese, mica uno rinuncia a 500-600 stando a casa per fare un lavoro da schiavo per 700-800 euro al mese. 

ps3- tre citazioni:

a - Basta guardare le forme espressive del capitalismo. I vari tipi di pornografia: la pornografia dell'amore, dell'amore erotico, dell'amore cristiano, il bambinocon il suo cane, la pornografia dei tramonti, degli omicidi, della deduzione - ahh, il sospiro di piacere quanco scopriamo chi è l'assassino - tutti questi romanzi, questi film, queste canzonicon cui loro ci cullano, sono un modo di guidaeci, più o meno piacevolmente, al Benessere Assoluto.

Thomas Pynchon, L'arcobaleno della gravità

(citato da Giuseppe Genna, in Nel nome di Ishmael, p.65)


b - «I ricchi sono tollerabili solo finché i loro guadagni hanno una almeno vaga relazione con il contributo che danno alla società, diciamo quando rappresentano un successo economico proporzionato e giustificato. Ciò può essere tollerato dai poveri e dalla classe media se questi credono che il sistema è ‘leale’ e ripaga adeguatamente chi lavora sodo o è più capace. Ma emolumenti economici osceni irritano il popolo. Quando la maggior parte della ricchezza è accaparrata dai pochi della classe superiore, è solo questione di tempo, e un giorno la popolazione risentita e irritata nelle classi basse deciderà che il troppo è troppo, e si rivolterà. Forse con la violenza, se il sistema politico resta controllato dalla classe privilegiata» (John M. Keynes)


c - sul capitalismo insostenibile per il pianeta si può leggere anche qui


 

Clara Mattei è una giovane economista italiana che ha insegnato alla New School for Social Research di New York e oggi insegna all’Università di Tulsa, in Oklahoma, dove ha fondato il FREE (Forum for Real Economic Emancipation), uno spazio libero in cui esplorare l’alternativa della partecipazione attiva e democratica nell’economia, che descrive come «una cura alla depressione esistenziale che questa società produce, ma anche un laboratorio in cui mettere in pratica idee coltivate da anni». Nel 2022 ha scritto “The Capital Order”, inserito dal «Financial Times» tra le dieci pubblicazioni più influenti dell’anno a tema economico. La sua lettura recupera e rilancia con forza la lezione dei grandi classici, da Smith a Ricardo a Marx, attaccando in modo dirompente quella naturalizzazione dell’economia che ci porta a considerare quest’ultima come una scienza esatta, rigorosa, pura, definita da modelli matematici rispetto ai quali non possiamo fare nulla, solo adattarci. I tempi sono ormai maturi per smascherare le falsità insite in tale visione.
Questo libro introduce una nuova prospettiva emancipatrice, capace di rivelare la trama nascosta dietro le questioni economiche centrali nella discussione pubblica.

da qui

 

…Ma allora cosa bisogna fare? La rivoluzione? Mattei ci dice che il problema è complicato: non si tratta di dimenticare i fallimenti del passato, ma di cercare di cogliere quanto di nuovo è cresciuto e sta crescendo in varie parti del nostro tribolato pianeta. Dalle esperienze sudamericane delle collettività autogestite, del movimento dei Sem Terra, a realtà locali, emergono tentativi di organizzare la vita fuori dai meccanismi capitalistici: il che vuol dire produrre in maniera diversa, ma anche organizzare la politica in maniera altrettanto diversa: momenti collettivi di decisione, rifiuto della delega ai vertici, meccanismi di controllo dal basso. Questa è anche la strada per “ridemocratizzare l’economia” (p. 23). Mica roba da poco. E gli esempi che cita Mattei sono significativi, ma limitati. Ce ne sono molti altri, a cominciare dalle nostre piccole esperienze in una città abbandonata dal capitalismo “produttivo” come Torino, ma siamo ancora lontani dalla generalizzazione di un’alternativa.

Questo non è però un problema del libro, è un problema della realtà che viviamo. E quindi fuga, ma per andare dove? Intanto proviamo, magari a non fuggire rinchiudendoci in spazi in cui il capitalismo ci lascia sopravvivere, ma a eroderlo, un po’ per volta, mantenendo sempre una “bussola socialista”, come diceva E.O. Wright, e poi vediamo.

da qui

 

…Il cuore discorsivo del libro è formulato con chiarezza nella proposizione di una critica radicale alla fede cieca in un capitalismo ritenuto inevitabile, scientifico o naturale, per sostenere che in realtà sia un sistema relativamente giovane che può essere sostituito. Da questa premessa discende l'intera architettura del testo. L'economia che viene venduta nelle narrazioni oggi dominanti come pura e apolitica, scientifica, neutrale, esatta, tende a convincerci che non esista alternativa (il realismo capitalista di Mark Fisher) alcuna al capitalismo. Mattei al contrario, a partire dalla convinzione che il mercato esistesse già prima del capitalismo, pensa che il capitalismo sia il risultato di scelte di potere che hanno portato al consolidamento dei diritti di proprietà, attraverso espropriazioni diffuse e violente, leggi coercitive della concorrenza e poteri statali che hanno operato per sostenere l’ordine capitalistico…

…Particolarmente cruciale, nel contesto attuale, è il ruolo degli stati capitalisti nell'imporre l'austerità (fiscale, monetaria e industriale), che mantiene la dipendenza dei lavoratori dai mercati, e quindi dai datori di lavoro capitalisti, privandoli dei mezzi per sopravvivere al di fuori del lavoro salariato. Per Mattei l'austerità non è un'aberrazione neoliberista, ma una caratteristica permanente della governance macroeconomica, che costituisce il quadro entro cui deve operare tutta la spesa pubblica. Il punto critico di Mattei, è che l'austerità non è un tentativo errato di generare crescita, né ha di fatto fallito. L’austerità è un meccanismo profondamente politico per il mantenimento dell'ordine capitalistico. E lungi dall'essere contingente, l'austerità è un imperativo strutturale necessario per sostenere la disciplina di classe che è alla base della redditività capitalistica.

La lettura più efficace e originale contenuta nel libro riguarda il rapporto tra inflazione e disoccupazione. Mentre i tecnocrati delle banche centrali presentano l'aumento dei tassi di interesse come una soluzione tecnica all'inflazione, l'effetto reale quasi mai preso in considerazione è l’aumento della disoccupazione e il rafforzamento del potere contrattuale dei datori di lavoro sui lavoratori. Non è un effetto collaterale, la disoccupazione non è uno stato naturale delle cose umane, ma una caratteristica necessaria del sistema capitalistico e una scelta politica, finalizzata a mantenere moltitudini di persone subordinate al sistema economico vigente. L'austerità non è un'aberrazione neoliberale, ma una caratteristica duratura della governance macroeconomica e una necessità del sistema capitalistico attuale. Il capitalismo richiede una costante e violenta imposizione dell'austerità per mantenere in piedi il sistema…

da qui

 

…Quello che rende il libro davvero speciale è il tono: non è un lamento catastrofista né un esercizio accademico astratto. È un intervento militante, scritto con chiarezza cristallina e con una rabbia costruttiva che non lascia spazio allo sconforto. Mattei smaschera i miti (la crescita come unico metro di progresso, il bilanciamento del bilancio pubblico come virtù, la competizione come motore di benessere) e contemporaneamente apre spiragli di immaginazione: si può e si deve organizzare resistenza, costruire comunità che sperimentano già oggi forme di scambio non mediate dal denaro, pretendere democrazia economica vera, cioè controllo collettivo sulle scelte fondamentali di produzione e distribuzione.

“Escape from Capitalism” produce un effetto quasi fisiologico di sollievo intellettuale: improvvisamente tanti discorsi che sembravano inevitabili (“non ci sono alternative”, “bisogna essere competitivi”, “l’inflazione è il nemico numero uno”) appaiono per quello che sono: narrazioni funzionali a mantenere un ordine sociale ingiusto. È un libro che andrebbe letto nelle scuole, nei collettivi, nei sindacati, ma soprattutto da chiunque senta montare rabbia di fronte alle ennesime “riforme necessarie” che impoveriscono i molti per arricchire i pochi.

da qui

 

…Capitalismo e colonialismo sono facce della stessa medaglia. E, di recente, ce ne accorgiamo guardando a quello che accade in Palestina. Sottrazione di terre e risorse e dipendenza dell’economia palestinese, che prima era solida ed autonoma dal circuito capitalistico. O, ancora, in Venezuela e Iran. Un modello imposto con la forza e sostenuto dagli anglo-americani. I padrini della svolta storica capitalistica che, pur di evitare l’alternativa sociale (il comunismo, la socializzazione dei mezzi di produzione, decidere dal basso cosa, come e quanto produrre) hanno generato guerre e appoggiato regimi tirannici. Esiste, infatti, una stretta correlazione tra il pensiero liberal e quello nazionalistico, dai quali sono derivati i regimi fascisti. Infatti, andando a recuperare le dichiarazioni dei consulenti economici dei governi liberali dell’epoca emerge con evidenza come questi pur di non intaccare la legge del mercato preferissero dittature e violenze ai diritti sociali ed alle rivendicazioni dei lavoratori. Ad esempio, l’esperienza virtuosa dei Consigli di fabbrica, a cavallo delle due guerre, conseguente all’ondata massiccia di scioperi per recuperare condizioni di lavoro e salario dignitoso, venne stroncata dall’alleanza tra i capitalisti e il regime. La tanto osannata mano invisibile del mercato1 ha dimostrato tutta la sua fallacia. Il mercato non è in grado di autoregolarsi, anzi non è in grado nemmeno di assicurare la sana concorrenza. Così, i detentori del capitale, dei mezzi di produzione e della moneta dopo essersi serviti degli Stati ed averli esautorati hanno aggiornato la legge ferrea dell’oligarchia2. Nella Russia post-sovietica di Eltsin la restaurazione operata dal capitale ha determinato la conversione dell’economia, attraverso suggerimenti austeritari. Ed alle proteste del parlamento il regime corrotto reagì con i carri armati, gli arresti delle opposizioni politiche, la chiusura dei giornali, il ridimensionato degli organi costituzionali. In conseguenza dell’accettazione di quelle misure aumentarono fortemente le diseguaglianze. La povertà che nel 1988 riguardava il 2% della popolazione passò in breve tempo al 50%. Anche all’interno degli stessi sistemi-Stato-continenti che, storicamente, primeggiano sulle altre economie le differenze fra le classi sociali crescono. A causa della centralizzazione crescente dei capitali e della mancata (o cattiva distribuzione delle risorse)…

da qui