lunedì 2 novembre 2026

scrive Raoul Vaneigem

 

2. Avete provato almeno una volta il desiderio di non lavorare (senza far lavorare gli altri al vostro posto)?

In questo caso, avete compreso che:
a) Anche se il lavoro forzato dovesse produrre solo beni utili, come abiti, cibo, tecnica, comfort…, non risulterebbe meno oppressivo e inumano, perché:
– il lavoratore sarebbe ancora spossessato del proprio prodotto e sottomesso alle stesse leggi del profitto e del potere.
– il lavoratore continuerebbe col trascorrere al lavoro dieci volte il tempo necessario ad una organizzazione piacevole della creatività per mettere a disposizione di tutti beni cento volte maggiori.
b) Nel sistema mercantile, che domina ovunque, il lavoro forzato non ha per scopo, come si vuol far credere, quello di produrre beni utili e gradevoli a tutti, bensì quello di produrre merci. Indipendentemente dal valore d’uso utile, inutile o nocivo che possano contenere, le merci non hanno altra funzione che garantire il profitto e il potere della classe dominante. In un tale sistema, tutti lavorano per nulla e ne hanno sempre più coscienza.
c) Accumulando e rinnovando le merci, il lavoro forzato aumenta il potere dei padroni, dei burocrati, dei capi, degli ideologi. Diventa così oggetto di disgusto per i lavoratori. Ogni sospensione del lavoro è un modo per ridiventare noi stessi, nonché una sfida verso coloro che ce lo impediscono.
d) Il lavoro forzato produce soltanto merci. Ogni merce è inseparabile dalla menzogna che la rappresenta. Il lavoro forzato produce dunque menzogne, produce un mondo di rappresentazioni menzognere, un mondo capovolto in cui l’immagine prende il posto della realtà. In questo sistema spettacolare e mercantile, il lavoro forzato produce su se stesso due importanti menzogne:
– la prima, è che il lavoro sia utile e necessario e che lavorare sia interesse di tutti;
– la seconda, è far credere che i lavoratori siano incapaci di emanciparsi dal lavoro e dal salariato, che non possano edificare una società radicalmente nuova, fondata sulla creazione collettiva e attraente, sull’autogestione generalizzata.

In sostanza, voi lottate già, coscientemente o no, per una società in cui la fine del lavoro forzato lasci il posto alla creatività collettiva regolata dai desideri di ciascuno e alla distribuzione gratuita dei beni necessari alla costruzione della vita quotidiana. La fine del lavoro forzato significa la fine del sistema in cui regnano il profitto, il potere gerarchizzato, la menzogna generale. Significa la fine del sistema spettacolar-mercantile e avvia il cambiamento globale di tutte le preoccupazioni. La ricerca di un’armonia delle passioni, finalmente liberate e riconosciute, prenderà il posto della corsa al denaro e alle briciole di potere (…).

8. Tranne che in rari momenti, vi accade di provare il sentimento sgradevole di non appartenervi, di essere diventati stranieri a voi stessi?

In questo caso, avete compreso che:
a) Attraverso ognuno dei nostri gesti – meccanizzati, ripetuti, separati gli uni dagli altri – il tempo si sbriciola e, pezzo dopo pezzo, ci strappa a noi stessi. Questi tempi morti si riproducono e si accumulano lavorando e facendoci lavorare per la riproduzione e l’accumulazione delle merci.
b) L’invecchiare, oggi, non è altro che l’aumento dei tempi morti, del tempo in cui la vita si perde. È per questo motivo che non ci sono né giovani né vecchi, ma individui più o meno vivi. I nostri nemici sono coloro che credono e fanno credere che il cambiamento globale sia impossibile; sono i morti che ci governano e i morti che si lasciano governare.
c) Noi lavoriamo, mangiamo, leggiamo, dormiamo, consumiamo, ci divertiamo, assorbiamo cultura, ci facciamo curare, e in tal modo sopravviviamo come piante d’appartamento. Sopravviviamo contro tutto ciò che ci incita a vivere. Sopravviviamo per un sistema totalitario e inumano – una religione di cose ed immagini – che ci recupera quasi ovunque e quasi sempre per aumentare i profitti e i poteri della classe burocratico-borghese.
d) Noi saremmo semplicemente ciò che fa sopravvivere il sistema mercantile, se talvolta non ridiventassimo di colpo noi stessi, se non venissimo còlti dal desiderio di vivere appassionatamente. Anziché venir vissuti per procura, per immagini interposte, i momenti autenticamente vissuti e il piacere senza riserve (unito al rifiuto di ciò che l’ostacola o lo falsifica), sono altrettanti colpi portati al sistema spettacolar-mercantile. Basta dar loro una maggiore coerenza per estenderli, moltiplicarli e rafforzarli.
e) Creando appassionatamente le condizioni favorevoli allo sviluppo delle passioni, noi vogliamo distruggere ciò che ci distrugge. La rivoluzione è la passione che permette tutte le altre. Una passione senza rivoluzione è la rovina del piacere.

In sostanza, voi ne avete abbastanza del trascinarvi tra tempi morti e obblighi. E lottate già, coscientemente o no, per una società la cui base non sarà più la corsa al profitto e al potere ma la ricerca e l’armonizzazione delle passioni da vivere (…).

15. Vi è mai capitato di sputare sul prete che passa? D’aver voglia di bruciare una chiesa, un tempio, una moschea, una sinagoga?

In caso affermativo, avete compreso che:
a) La religione è l’oppio della creatura oppressa.
b) Ogni religione chiama al sacrificio; ciò che chiama al sacrificio è sempre religioso (i militanti, ad esempio).
c) La religione è il modello universale della menzogna, il capovolgimento del reale a profitto di un mondo mitico, che diverrà, una volta desacralizzato, lo spettacolo della vita quotidiana.
d) Il sistema mercantile dissacra, distrugge lo spirito religioso e ridicolizza i suoi articoli di merce (papa, corano, bibbia, crocifisso…), ma, allo stesso tempo, li conserva come incitamento continuo a preferire l’apparenza al reale, la sofferenza al piacere, lo spettacolo al vissuto, la sottomissione alla libertà, il sistema dominante alle passioni. Lo spettacolo è la nuova religione e la cultura è il suo spirito critico.
e) I simboli religiosi attestano la permanenza del disprezzo che i regimi gerarchici di tutti i tempi hanno riservato agli uomini. Tanto per fare un esempio: il Cristo…
Al primo posto tra le succursali delle produzioni divine, le Chiese cristiane hanno adottato, su pressione del processo mercantile, un’esibizione da contorsionisti che vedrà la fine solo con la definitiva scomparsa del suo simbolo pubblicitario: il camaleonte Gesù. Figlio di dio, figlio di puttana, figlio di vergine, facitore di miracoli e di panini, pederasta e puritano, militante e membro del servizio d’ordine, accusatore e accusato, uomo di fatica e astronauta, non c’è un solo ruolo che non sia alla portata di questo straordinario fantoccio. Lo si è visto come mercante di sofferenze, piazzista di miracoli, sanculotto, socialista, fascista, antifascista, stalinista, guerrigliero, reichiano, anarchico. È stato sotto tutte le insegne, su ogni bandiera, dalle due parti del manganello, nella maggior parte delle esecuzioni capitali, ove compare sia tra le mani del carnefice sia tra quelle del condannato. Trova posto nei commissariati, nelle prigioni, nelle scuole, nei bordelli, nelle caserme, nei grandi magazzini, nelle zone di guerriglia. Ha servito da ciondolo, da cartello stradale, da spaventapasseri per tenere in pace i morti e in ginocchio i vivi, da tortura e da dieta dimagrante; servirà da cazzo artificiale quando i mercanti di prepuzi sacri avranno riabilitato commercialmente il peccato. Povero Maometto, povero Budda, povero Confucio, tristi rappresentanti di ditte concorrenti senza immaginazione né dinamismo: Gesù vince su tutti i fronti. Gesù Cristo superdroga e superstar: immagine di ogni venduto a dio in una vendita promozionale da dio.
La pellicina scrotale del dio-padre-fantasma tirata con tre spilli e trasformata in amuleto è il simbolo più completo dell’uomo come merce universale.

In sostanza, voi lottate già, coscientemente o no, per una società in cui sarà scomparsa l’organizzazione della sofferenza e delle sue compensazioni; in cui l’idea di dio non avrà più alcun senso perché ognuno sarà padrone di se stesso; in cui, sopra ogni cosa, i problemi del vissuto autentico e delle passioni da soddisfare prevarranno definitivamente sui problemi della vita invertita e delle passioni represse (…).

[Traduz. di Carmine Mangone]

da qui

 

(…)

38. Il vero senso di uno sciopero è il rifiuto del lavoro alienato e della merce che produce e che lo produce.

39. Lo sciopero assume il suo vero significato solo diventando sciopero selvaggio, cioè sbarazzandosi di ciò che ostacola l’autonomia degli operai rivoluzionari: partiti, sindacati, padroni, capi, burocrati, candidati burocrati, crumiri, lavoratori con la mentalità da sbirro e da schiavo.

40. Tutti i pretesti sono buoni per scatenare uno sciopero selvaggio, perché non c’è nulla che giustifichi l’abbrutimento del lavoro forzato e la disumanità del sistema mercantile.

41. Gli operai rivoluzionari non hanno bisogno di agitatori. È solo da loro stessi che parte il movimento di agitazione generale.

42. Durante lo sciopero selvaggio, gli scioperanti devono esercitare il potere assoluto, ad esclusione di ogni potere esterno ad essi.

43. Il solo modo per tenere in scacco le organizzazioni esterne – tutte recuperatrici – sta nell’accordare ogni potere all’assemblea degli scioperanti e nell’eleggere delegati incaricati di coordinare le decisioni e farle applicare.

44. Per quanto limitato possa essere, uno sciopero selvaggio deve mettere in pratica tutto il possibile per ottenere il sostegno del maggior numero di persone. Ad esempio, abituando alla gratuità: sciopero delle cassiere di supermercato che consenta la distribuzione gratuita dei beni esposti e immagazzinati; distribuzione da parte degli operai dei prodotti da loro costruiti oppure prelevati dagli stock di fabbrica. (…)

50. Bisogna saper coordinare i mezzi di pressione e dissuasione con la natura delle rivendicazioni. Per esempio, è assurdo minacciare di far saltare la fabbrica, come hanno fatto gli operai degli stabilimenti Salée a Liegi (nel settembre 1973), per ottenere un colloquio con dei parlamentari. Il ricorso a mezzi estremi deve condurre a misure radicali (per esempio, alla liquidazione del nemico statale, al disarmo delle forze repressive, all’evacuamento di polizia ed esercito da una città o da una regione).

51. Rischiare solo quando ne valga la pena. Se si resta isolati, meglio abbandonare le posizioni e prevedere nuovi tentativi, evitando così la repressione e volgendo a vantaggio dei rivoluzionari ogni momentaneo ripiegamento.

52, In caso di minaccia repressiva, considerare la distruzione dei luoghi e degli ostaggi. Ciò che non può essere espropriato a favore di tutti può essere distrutto; in caso di vittoria, ricostruiremo; in caso di sconfitta, affretteremo la rovina della merce.

53. Bisogna rinunciare una volta per tutte alle manifestazioni di massa e agli scontri di tipo studentesco (sampietrini, bastoni, barricate). Per proteggere la merce, i poliziotti non esiteranno a sparare. I gruppi d’intervento devono giungere rapidamente al disarmo e alla neutralizzazione degli statalisti.

54. Mai fidarsi degli statalisti, non accettare alcuna tregua, estendere il movimento il più rapidamente possibile, e non dimenticare la ferocia della repressione borghese e democratica.

55. Ogni operaio ha il diritto di espropriare a proprio vantaggio i prodotti e le tecniche impiegate finora contro di lui.

56. Ogni operaio ha il diritto di sabotare tutto ciò che serve a distruggerlo.

57. Il sabotaggio e l’esproprio sono i gesti spontanei più diffusi nell’ambiente operaio. Per moltiplicarli, perfezionarli e dar loro maggiore coerenza, basta diffonderne ovunque la coscienza e ribadirne l’utilità.

58. Nel 1972, un rapporto presentato da funzionari del Commissariato per la protezione dello Stato e per il rispetto della costituzione, e dai responsabili della sicurezza industriale nella Repubblica Federale Tedesca, ha rilevato i seguenti atti di sabotaggio economico:
– In una fabbrica di pneumatici, le miscele occorrenti alla loro fabbricazione erano state a più riprese sporcate con diverse sostanze.
– Nei dintorni di un’acciaieria, due uomini hanno danneggiato le valvole di ritegno di una conduttura del gas, provocando il raffreddamento di un altoforno e, di conseguenza, perdite di produzione per svariati milioni di marchi.
– Una ditta fabbricante tubi catodici ha dovuto far fronte a numerosi reclami prima di rendersi conto che il vetro era stato sporcato con l’aggiunta di prodotti chimici.
– Una cava contenente macchinari di grande valore è stata inondata previo il taglio di una condotta d’acqua.
– Sconosciuti hanno rubato le schede perforate dei calcolatori in un grosso deposito, impedendo così il lavoro per quattro giorni.
Questi esempi, pubblicati da una rivista tedesca, danno un’idea della creatività individuale applicata al sabotaggio.

59. Il sabotaggio è più appassionante del bricolage, del giardinaggio o delle scommesse sui cavalli. (…) Tutti sanno che:
– Un martello o una sbarra di ferro bastano per distruggere un calcolatore, un prototipo, il materiale di precisione, i marcatempo, i robot che controllano ed impongono i ritmi di produzione.
– Una sorgente di calore avvicinata ad un interruttore automatico, libera l’acqua delle pompe antincendio fissate al soffitto dei grandi magazzini o nelle zone di immagazzinamento.
– Un po’ di limatura di ferro nel carburatore, zucchero nel serbatoio, solforicinato di ammonio nel carter motore, mette fuori uso l’auto di un poliziotto, del padrone, di un crumiro, di un capo sindacale.
– La diffusione dei numeri di telefono dei capi e del numero di targa della loro automobile, possono servire come arma di dissuasione e di demoralizzazione.
Intanto, si comincia seriamente ad uscire dall’epoca dell’improvvisazione.

60. Più il sistema mercantile si complica, più bastano a distruggerlo dei mezzi semplici.

61. Il terrorismo è il recupero del sabotaggio, la sua ideologia, la sua immagine separata. Benché sia utile, all’inizio degli scioperi selvaggi, distruggere i registratori di cassa dei supermercati, dare i soldi delle casse al personale in sciopero, organizzare una distribuzione selvaggia dei prodotti e spiegare ciò che sarà l’autogestione generalizzata, è invece assurdo scatenare la stessa operazione senza un legame con il movimento di esproprio delle fabbriche.

62. La positività del sabotaggio è che abitua gli operai a conoscere, meglio dei padroni, gli errori commessi nella produzione legata al profitto, e rende possibile sia aggravarli, sia correggerli quando si espropria la fabbrica. (…)

64. Il sabotaggio è, per antonomasia, l’anti-lavoro, l’anti-militantismo, l’anti-sacrificio. Ognuno lo prepara ricercando nello stesso tempo il proprio piacere, l’interesse di tutti, un rischio calcolato, la facilità d’esecuzione, l’occasione favorevole. Abitua all’autonomia e alla creatività, e fa da base concreta alle relazioni che i rivoluzionari intendono stabilire tra loro. (…)

(Traduzione di Carmine Mangone)

da qui

Precog all'italiana: quando il futuro è un'arma e il passato non conta di Fabrizio Melodia, indignato e militante Astrofilosofo

 

Minority Report, Philip K. Dick e il giorno in cui la politica ha discusso con un tribunale di Milano

Immaginate una giudice che legge le carte, controlla le date e conclude che le prove non ci sono. Immaginate poi la presidente del Consiglio che va sui social e definisce la decisione "vergognosa". Siamo a Milano, mercoledì 28 ottobre 2026. Youssef Siher, 30 anni, ricercatore, è appena uscito da San Vittore. Era stato fermato come amministratore del canale Telegram "Movimento 17 ottobre", e la gip Tiziana Landoni non ha convalidato il fermo.

Nel video, Meloni lo ha collegato al canale "che incitava l'organizzazione di quelle manifestazioni" poi sfociate nelle devastazioni. Qui scatta il paradosso temporale, perché per le ricostruzioni di Open, Il Post e L'Espresso il canale è stato aperto alle 19:58 di domenica 18 ottobre. Gli scontri e i saccheggi del 17 e 18 erano già avvenuti. Per essere l'istigatore, Siher avrebbe dovuto avere una DeLorean.

Se il suo canale ha istigato qualcosa, ha istigato il passato. Se invece il problema sono le manifestazioni *future*, allora siamo in territorio Dick. È il momento di parlare di “Minority Report”.

 

Il racconto: un sistema marcio, un finale amaro

Il racconto di Dick è del 1956, in piena Guerra fredda e in pieno maccartismo. Quasi tutti conoscono il film, e per questo si dimentica quanto il testo originale sia più cinico.

Il Precrimine è un'agenzia di polizia che arresta i “potenziali” assassini prima del delitto. Si affida a tre mutanti, i Precog, che vedono il futuro. Il punto di Dick sta nel titolo. I tre non sempre concordano, e quando uno dei rapporti diverge dagli altri due, il sistema lo archivia: è il *rapporto di minoranza*. Per l'istituzione la divergenza è rumore statistico. Per l'individuo è la differenza tra la libertà e la cella.

John Anderton, il commissario che ha costruito la macchina, scopre di essere accusato di un omicidio futuro, quello del generale Kaplan. Dietro c'è una lotta di potere tra esercito e polizia, e il Precrimine è una pedina politica prima di essere un sistema di giustizia. Dick aggiunge il paradosso che Popper avrebbe chiamato "effetto Edipo": una previsione, una volta conosciuta, cambia il comportamento di chi la riceve e così si smentisce da sola. Il finale è il più duro: Anderton, per salvare l'istituzione che ha creato, uccide davvero Kaplan, e poi parte in esilio verso le colonie. Il sistema sopravvive, e chi l'ha capito se ne va.

 

Il film: la macchina si ferma

Nel 2002 Spielberg prende lo scheletro e cambia l'anima. Tom Cruise è un Anderton ferito dalla perdita del figlio Sean. Agatha diventa il cuore emotivo della storia (i nomi dei precog omaggiano Agatha Christie, Arthur Conan Doyle e Dashiell Hammett). Il cattivo è Burgess, il fondatore del sistema, che ha un omicidio da nascondere. Il rapporto di minoranza diventa la prova che *il futuro non è scritto*, e alla fine il Precrimine viene smantellato.

La differenza è filosofica. Il racconto dice che le istituzioni preferiscono sopravvivere piuttosto che avere ragione. Il film dice che la libertà vince. Entrambi hanno ragione, ma il racconto è più vicino a quello che vediamo accadere.

 

Il filo rosso: il sospetto che diventa verità

La giustizia preventiva ha un'antenata illustre e poco simpatica: la criminologia positivista di Lombroso, che cercava nel volto il futuro criminale. Contro questa idea Beccaria scrisse nel 1764 “Dei delitti e delle pene”: si punisce un fatto, non un'inclinazione. La nostra Costituzione (art. 27) dice che l'imputato non è considerato colpevole fino alla condanna definitiva. È una frase tecnica, ma contiene un'intera filosofia: lo Stato non può trattarti come un colpevole “in attesa” di diventarlo.

Anche la fantascienza seria ha sempre saputo che prevedere i singoli è un'altra cosa. Nel ciclo della Fondazione, Asimov fa dire a Hari Seldon che la psicostoria funziona sulle masse, non sugli individui, e il Mulo è proprio l'individuo che la rompe. Quella prudenza dovrebbe essere obbligatoria per chiunque voglia leggere le intenzioni altrui in un canale Telegram.

 

Poi ci sono tutti gli altri:

- “1984”: il bersaglio è l'intenzione, e la Psicopolizia punisce persino l'espressione facciale sbagliata. Nel romanzo di Orwell il reato di pensiero nasce quando si decide che le parole sono già atti.

- “Psycho-Pass”: nell'anime il sistema Sibyl misura un "coefficiente di criminalità" e legittima l'arresto di chi *potrebbe* delinquere. Tutti sono tranquilli finché non tocca a loro.

- “Star Trek TNG, "La caccia alle streghe": l'ammiraglia Satie indaga su un sabotaggio e finisce per sospettare di tutti, e Picard capisce che il pericolo non è il nemico dichiarato ma chi si presenta con le buone intenzioni. È la lezione più lucida della saga, e vale oggi più di allora.

- “Star Wars”: "è così che muore la libertà, tra scroscianti applausi", dice Padmé. Non muore con un colpo di Stato, muore con un'emergenza e un voto.

 

Cosa ha scritto, davvero, la giudice

Qui il discorso torna a terra, perché la fantascienza serve a leggere la realtà e non a sostituirla. L'ordinanza di Landoni, per come è riportata dalla stampa, è un testo di diritto e non di ideologia. Non c'è pericolo di fuga concreto. Le frasi di Siher, dure e volgari, sono per la giudice critica a Stato, governo e media, non istigazione a commettere reati. Il "manuale" ispirato alla primavera araba, pubblicato il 22 ottobre, non indicava strumenti offensivi. Il decreto governativo del 22 ottobre sulla violenza nelle manifestazioni non risulta violato. Manca anche l'aggravante terroristica, che richiede ben altro. Sull'indagato aggiungo una cosa: la decisione è allo stato degli atti e non una sentenza di assoluzione. Ma il punto è proprio questo: nessuna prova concreta, nessuna cella.

Intanto l'Associazione nazionale magistrati ha parlato di "attacco scomposto", mentre il tribunale di Milano ha definito "irricevibili" le dichiarazioni dei politici.

Svegliamoci, prima che i precog siano i nostri algoritmi

Non serve che qualcuno costruisca davvero una macchina del Precrimine. Basta una cultura che accetti l'idea: che il dissenso sia già mezzo reato, che la durezza delle parole sia un indizio, che un giudice che applica la legge "mortifichi" qualcuno. La fantascienza distopica ha sempre avuto un unico messaggio, ripetuto da Zamjatin a Orwell, da Dick ad Atwood: i sistemi totalitari non arrivano annunciandosi, arrivano con la voce della sicurezza.

Per questo dovremmo difendere un principio "anche quando l'imputato non ci piace". Quello di Siher non è un caso di simpatia: è un test su cosa siamo disposti a tollerare in nome dell'ordine. Se un tribunale può essere attaccato perché non ha dato la risposta attesa, il prossimo rapporto di minoranza non lo leggerà più nessuno.

Quindi leggete le ordinanze prima dei post. Controllate le date prima di indignarvi, perché a volte basta guardare l'orologio. E ricordate Picard: la vigilanza non finisce mai. Né a bordo dell'Enterprise, né a Palazzo di Giustizia, né davanti al telefono.

domenica 1 novembre 2026

Ha stato la toga rossa - Jacopo Tallarico

Quando un governo risponde a una motivazione insultando chi l'ha scritta, tendenzialmente è perché la motivazione non sa smontarla. Tiziana Landoni ha scritto trentasette pagine e allo stato degli atti i gravi indizi di colpevolezza non ci sono, per nessuno dei tre capi d'accusa.


Oggi è un giorno di lutto nazionale.

Piangono Sallusti, Senaldi, Porro, Giordano e compagni di merende, e piange soprattutto lei, la Giorgiona nazionale. Youssef Siher è tornato libero e a Palazzo Chigi l'hanno presa come fosse morto un familiare.

Il copione lo conosciamo.

A Milano ha stato Putin. Poi ha stato la camorra. Poi ha stato Youssef. Ora che Youssef è fuori serviva un quarto colpevole, ed eccolo: ha stato la toga rossa.

Meloni parla di decisione «vergognosa». Tajani dice che la scarcerazione mette in pericolo la sicurezza del Paese, Salvini chiede se la giudice pagherà di tasca sua i danni dei cortei di venerdì. Fidanza, di FdI, sostiene che la giudice sembra condividere l'ideologia di Siher, e poi è saltata fuori la sua firma sotto l'appello dei giuristi per Gaza. Quindi il problema è la tessera. Il Tribunale di Milano ha risposto che quelle dichiarazioni sono irricevibili e mostrano una scarsa conoscenza dello Stato di diritto, reale o farsa che sia, l'Anm ha parlato di intimidazione.

Quando un governo risponde a una motivazione insultando chi l'ha scritta, tendenzialmente è perché la motivazione non sa smontarla. Tiziana Landoni ha scritto trentasette pagine e la sostanza è questa: allo stato degli atti i gravi indizi di colpevolezza non ci sono, per nessuno dei tre capi d'accusa. Rifiutare le credenziali del telefono non prova una fuga, è un comportamento neutro e nemmeno insolito. Per l'istigazione a delinquere servono un pericolo concreto e reati precisi, e scrivere «dichiariamo guerra a questo presente infame» è aspro, generico ma non è reato. La guida per la difesa in piazza non invita a nessuna violenza. Quanto al terrorismo, la Corte costituzionale chiede un'azione di dimensioni macroscopiche, e una chat che convoca cortei settimanali non lo è. Poi ci sono le date, che a Palazzo Chigi nessuno ha voluto guardare. Meloni dice che quella pagina incitava le manifestazioni finite nella devastazione dei negozi milanesi. Il canale Telegram nasce domenica 18 ottobre alle 19:58, a saccheggi già finiti. Siher non poteva istigare quello che era già successo, e la stessa Procura non gli attribuisce quei disordini. Sostiene che li abbia usati per convocare le piazze del 24. Un'accusa molto più piccola di quella che ha fatto il giro dei giornali, dove per quattro giorni è stato «l'ayatollah dei maranza» e «la mente delle rivolte». Intanto stava in una cella singola dell'alta sicurezza. È inconcepibile, lo so.

In questo Paese esiste ancora una magistratura che non si presta ai teatrini della politica. Non si può più prendere un povero cristo, meglio se arabo, e sbatterlo in prima pagina come fosse il demonio incarnato. Ma dove andremo a finire?!?

Hanno pianto Giorgia e Salvini. Piantedosi ha convocato questori e prefetti per far sapere che la scarcerazione non lo convince. Sarà che senza il capro espiatorio di turno qualcuno potrebbe arrivare a una conclusione scomoda: nessuna mente, nessun burattinaio, solo gente che si è rotta il ca**o di pagare la linea politica di questo governo. Il gasolio raddoppiato, una manovra da 26 miliardi con l'Irpef al 33% fino a 55mila euro e le tredicesime tassate. E se poi la violenza è scoppiata, magari la colpa non sta tutta da una parte. Sta anche nel ministro che quelle piazze doveva gestirle, nelle cariche della polizia, in quella Citroën C3 bianca che a Torino ha tagliato piazza Castello a velocità sostenuta in mezzo ai manifestanti. Secondo diverse ricostruzioni era un'auto civetta della Digos (c’è anche un’interrogazione di Grimaldi, Avs, ad avvalorare questa lettura). Dell'ordine pubblico risponde il ministro dell'Interno. Forse a dimettersi dovrebbe essere lui, Piantedosi l'inetto. Invece no, ha stato la magistratura.

E meno male che parliamo di questo, perché altrimenti toccherebbe parlare di quella manovra di bilancio, del gas sopra i 100 euro, di uno sconto ridicolo sulle accise di 4 centesimi che dura dieci giorni. E chi ha voglia di leggere questi numeri con Youssef in prima pagina? Lo stesso schema vale per il resto del mondo. Ieri la “più grande democrazia del Medio Oriente” ha votato tra il genocida di fiducia e uno nuovo di zecca. Gli exit poll non danno la maggioranza a nessuno e i nostri giornali ci hanno riempito le pagine. Degli agricoltori e degli autotrasportatori arrivati a Roma dal Sud, invece, resta poco. Circa 800 persone che si sono tassate trenta euro a testa per il pullman. Sotto Montecitorio hanno cantato contro Meloni mentre un gruppetto di maggioranza li guardava da lontano, ridacchiando. E il problema sarebbe la giudice? Sipario.

da qui

Per capire la rivolta dei ragazzi - Filippo La Porta

 

Proviamo a immaginare il Vogliamo tutto di Balestrini in Millennium people di James G. Ballard, o il “prendiamoci le merci” del ‘77 riletto dall’antropologia dell’eccesso, dalla dépense di Georges Bataille (pure evocata in quell’anno, attraverso il filtro deleuziano).
Un fenomeno così stratificato, indecifrabile, fluido come la “rivolta dei ragazzini” di questi giorni ha bisogno di una molteplicità e fluidità di riferimenti culturali per essere spiegato, non di complottismi o vecchi schemi reiterati.

 

Certo, protestano contro il caro-vita (espressione d’antan tornata curiosamente di moda), ma non è propriamente la rivolta del pane manzoniana: si intrecciano qui povertà relativa e frustrazione da esclusione, disperazione della banlieu e gioiosa profanazione dai nuovi barbari. Il saccheggio dei marchi oscilla tra appropriazione e dissipazione. Il video della merce data al senzatetto è più il “potlacht” (cerimonia in cui si celebra lo spreco) di Bataille che redistribuzione. Un “terrorismo” ludico, e parzialmente distruttivo, rivolto – almeno finora – perlopiù contro i beni e non contro le persone. Certo, rabbia dei giovani verso una società che li priva del futuro, ma anche esplosione di una eccedenza, di un consumo improduttivo di energia dissipativa a lungo compressa (che non trova più le valvole di sfogo tradizionali: feste religiose, carnevali, imprese collettive, mobilitazioni politiche, tifo calcistico: perfino gli ultras milanisti celebrati da Balestrini nei Furiosi non ci sono più, almeno in quelle forme…). Nel Racconto d’inverno Shakespeare fa dire a un vecchio pastore che la gioventù (maschile) dovrebbe dormire tra i dieci e i ventiquattro anni, poiché in quell’intervallo non fa altro che violentare, offendere gli anziani, rubare e fare risse…

 

Certo, violenza “gratuita”, come tutti ripetono, poiché non porta nessun vantaggio materiale né ha motivazioni ideologiche. Ma ne siamo sicuri? Qui la violenza raggiunge invece il suo obiettivo: essere al centro dell’attenzione, al centro del discorso pubblico, al centro della città (dunque un modo per sentirsi protagonisti, per sentirsi più vivi e liberi). Un nichilismo adeguato alla società dello spettacolo. Il Movimento 17 ottobre, comparso il giorno dopo su una pagina Instagram – la rivolta precede chi la rappresenta! -, è un movimento informe, non delimitabile né arginabile, proprio come l’acqua (be water, il taoismo pop di Bruce Lee citato in un comunicato). In Plainwater Anne Carson ci ricordava che l’idea di acqua è incompatibile con quella di confine.

 

Risveglio di coscienza civile? Forse in una parte anche consistente del movimento – nessuno ora può dirlo con precisione, serviranno tempo, inchieste, indagini sul campo… – , ma più verosimilmente il contesto in cui si muovono è quello di un vuoto simbolico, del venir meno di ogni fiducia nel mondo adulto (e nel contratto sociale).
Marx e il lessico del conflitto di classe non bastano per capire. Ma neanche da soli i romanzi di Ballard: lo scrittore inglese parla di una rivolta della classe media – alienata, annoiata, anestetizzata, quasi intronata dal comfort (soprattutto in Condominio) – contro i simboli del consumo (incendiano i centri commerciali). Insomma si tratta per lui una patologia del benessere, prodotta dall’abbondanza (dalla saturazione) e non dalla scarsità. Qui invece si tratta dei figli – certo anche annoiati e anestetizzati! – di una classe media fortemente impoverita e umiliata, che si ribellano contro quei miti del consumo che li hanno ingannati (offrendo una “abbondanza” per loro inaccessibile), e rivendicano sfrontatamente il diritto di avere tutto e subito, beni di prima necessità e beni di lusso, Carrefour e Decathlon (e solo perché Gucci e Prada erano blindati e avevano svuotato le vetrine). È nichilismo contro il consumo e insieme desiderio di consumo. A Londra durante i saccheggi del 2011 si parlò di “consumatori difettosi”: esclusi dal consumo ed educati a desiderarlo.
Ma non solo.

 

A Roma un corteo di studenti cantava allegramente “Se ci va / bruciamo la città”. Qui non c’è da “negoziare” niente, né si tratta di soddisfare delle richieste. Vi è una estetica del fuoco, una “eccedenza”, che non si può regolamentare o razionalizzare. Per Ballard non siamo animali razionali, ma appunto possediamo un surplus di energie psichiche aggressive e immaginative.
In questa eccedenza convivono oggi caoticamente cose molto diverse: denuncia di disuguaglianze sociali scandalose e ricerca di intensificazione dell’esperienza da parte di adolescenti, rifiuto del lavoro e richiesta di reddito nella società del non-lavoro, bandiere palestinesi e bandiere italiane, angoscia per un futuro sempre più incerto e trasgressione come bisogno antropologico, e infine imitazione inconscia di un potere trasgressivo ed “eccedente” come quello attuale (Trump, Putin),che se frega di ogni regola ed esibisce la propria pasoliniana “anarchia”.

Difficile trovare soluzioni o illudersi di poter “parlare” a questi ragazzi – per i quali unica esperienza “autentica” è oggi nella distruzione – senza apparirgli subito moralistici. Ma certo se una società dimentica quella eccedenza, se ritiene solo di reprimerla, se non prova a darle degli sbocchi simbolici (oltre che materiali), allora ritorna in forme patologiche e solo distruttive. Quali sbocchi? Qui è in gioco tutta la nostra residua immaginazione sociologica e culturale. Nè possiamo accogliere il monito del rassegnato pastore di Shakespeare a farli dormire – o a neutralizzarli – per dieci anni.

Intanto proviamo a leggere i romanzi di Ballard e i libri di Bataille, pur con i necessari adattamenti. La rivolta ha origini economiche ma contiene molte più cose (e non sappiamo bene in che ordine): ansia di riconoscimento e bisogno di ascolto, effervescenza collettiva, eccedenza del desiderio dissidente. La “parte maledetta” si sottrae alle classiche teorie del conflitto.

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sabato 31 ottobre 2026

Una guida per resistere alla militarizzazione nelle università

 

Una guida pratica per docenti, ricercatori e studenti: dalla trasparenza degli accordi alla mobilitazione, per difendere la libertà della ricerca e un’università al servizio della pace.

 

Come si può contrastare la crescente militarizzazione delle università? Da dove cominciare per conoscere gli accordi con l’industria bellica, chiedere trasparenza e costruire alternative? A queste domande risponde il Toolkit per resistere alla militarizzazione dell’università, realizzato dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università insieme a realtà impegnate nella difesa della libertà accademica e dei diritti umani.

Il documento nasce dalla necessità di offrire strumenti concreti a chi non accetta che la guerra venga considerata inevitabile e che gli atenei diventino sempre più funzionali alle esigenze dell’apparato militare.

La militarizzazione non riguarda soltanto la ricerca destinata esplicitamente a produrre armi. Si estende alle tecnologie a duplice uso (dual use), ai finanziamenti, agli accordi con aziende della difesa, alle attività formative promosse da Forze armate e NATO e ai rapporti con istituzioni coinvolte in gravi violazioni dei diritti umani. A questo processo contribuiscono anche il definanziamento dell’università pubblica e la precarietà del lavoro di ricerca, che possono rendere gli atenei più dipendenti dai finanziamenti esterni.

Il toolkit spiega come utilizzare l’accesso civico generalizzato (FOIA) per ottenere documenti e ricostruire gli accordi, come condurre inchieste, mappare le collaborazioni problematiche e rendere pubblici i risultati. Indica inoltre possibili iniziative negli organi accademici, la costituzione di comitati etici indipendenti, la promozione di politiche di appalto e investimento responsabili e la tutela di chi si oppone a progetti legati alla filiera bellica.

Un’attenzione specifica è dedicata alla cooperazione accademica con Israele e al dibattito sul boicottaggio istituzionale, nel quadro della solidarietà con il popolo palestinese e della difesa dei diritti umani.

La prospettiva è quella di costruire una rete: collegare studenti, docenti, personale tecnico-amministrativo, ricercatori precari e associazioni, condividendo esperienze e strumenti. Perché una questione sistemica richiede una risposta collettiva.

Leggi il toolkit completo:

https://www.peacelink.it/disarmo/docs/5974.pdf

 

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Sinwar ha smascherato il sionismo. Ma a quale prezzo? - Mike Whitney*


Israele sta vincendo la sua guerra contro Hamas? Non nel senso classico del termine, secondo la terminologia di von Clausewitz, perché lo scopo della guerra è raggiungere un fine politico. Qual è il fine politico che Israele spera di raggiungere?

Israele vuole cacciare i palestinesi da Gaza. Lo sappiamo, lo sanno tutti.

Ma questo non è successo e, dopo tre anni di brutale violenza, Israele non è più vicino al successo di quanto lo fosse l’8 ottobre. Sono ancora fermi al punto di partenza. Quindi, dov’è il fine politico? Dov’è la vittoria?

Ma che dire di Hamas? Hamas sta vincendo la sua guerra contro Israele? Sì, Hamas sta vincendo la sua guerra contro Israele per la semplice ragione che sta raggiungendo i suoi obiettivi strategici, che porteranno a uno Stato finale politico.

È importante sottolineare che non stiamo parlando del prezzo terribile che il popolo palestinese sta pagando. Sappiamo che gran parte di Gaza è stata ridotta a una terra desolata e che non c’è speranza all’orizzonte. Ma non è questo il punto che stiamo affrontando. Ci siamo concentrati sulla questione se Hamas stia raggiungendo i suoi obiettivi. Questo è ciò che vogliamo sapere. Ma, per farlo, dobbiamo identificare quali siano questi obiettivi.

Fortunatamente, abbiamo il testo di un discorso del leader di Hamas Yahya Sinwar (pronunciato il 14 dicembre 2022) in cui presenta la strategia di Hamas nei termini più semplici. Ecco cosa ha detto:

“Entro un periodo limitato di mesi, che stimo non supererà un anno, costringeremo l’Occupazione a trovarsi di fronte a due opzioni: o la costringeremo ad applicare il Diritto Internazionale, a rispettare le risoluzioni internazionali, a ritirarsi dalla Cisgiordania e da Gerusalemme, a smantellare gli insediamenti, a liberare i prigionieri e a garantire il Ritorno dei rifugiati, realizzando così la creazione di uno Stato Palestinese sui Territori Occupati nel 1967, inclusa Gerusalemme; oppure la porremo in contraddizione e in conflitto con l’intero ordine internazionale, isolandola in modo estremo e deciso, e ponendo fine alla sua integrazione nella Regione e nel mondo intero, affrontando il collasso che si è verificato su tutti i fronti della Resistenza negli ultimi anni”.

Cosa significa dunque la dichiarazione di Sinwar?

Innanzitutto, ci dice che è un realista che non si aspettava di sconfiggere Israele militarmente. Non è mai stata una sua seria ipotesi. Le Forze di Difesa Israeliane sono troppo potenti.

In secondo luogo, la sua intenzione non era quella di terrorizzare o uccidere civili israeliani o di “spingere gli ebrei in mare”. Queste affermazioni sono sostanzialmente Propaganda volta a demonizzare Hamas.

La strategia, in parole semplici, era quella di provocare una reazione eccessiva da parte di Israele per mostrare al mondo il vero volto del Sionismo. Questo era l’obiettivo, e un’attenta lettura del testo sopra riportato lo dimostra.

Quindi, Israele è caduto nella trappola e ha reagito in modo eccessivo?

Certo che sì, infatti i sondaggi mostrano che la maggioranza ovunque rifiuta l’idea che il 7 ottobre fornisca una giustificazione legittima per la distruzione di Gaza. Nessuno crede alla debole scusa di Israele secondo cui il 7 ottobre avrebbe dato loro il via libera per radere al suolo l’intera striscia di terra lunga 40 chilometri.

Quindi, Sinwar aveva previsto la reazione di Israele? Non solo lo aveva previsto, ma era parte integrante della sua strategia complessiva. Come abbiamo detto, sapeva di non poter sconfiggere Israele militarmente, quindi doveva creare una situazione in cui Israele si auto-sconfiggesse. E ci è riuscito. Ha svelato il lato oscuro dell’occupante e ha progressivamente ottenuto maggiore sostegno per la Causa Palestinese. Questo, a mio avviso, si chiama “vincere”.

Quindi, chiedetevi: le previsioni di Sinwar si sono avverate? Israele è più “isolato in modo estremo e potente”?

Sì.

La minaccia dell'”integrazione regionale” è stata “sospesa”?

Sì.

E Israele si trova ad affrontare uno “stato di collasso su tutti i fronti”?

Non ancora, ma siamo ancora nelle fasi iniziali di questo conflitto. Tuttavia, a prescindere da qualsiasi parametro, la traiettoria dell’opinione pubblica globale suggerisce che il potere convincitivo di Israele si sta erodendo giorno dopo giorno. Il Paese è più isolato politicamente che mai nella sua storia, e sempre più persone esprimono il loro orrore per il comportamento criminale delle truppe israeliane che operano a Gaza.

Ecco un commento dell’attrice britannica Juliet Stevenson, che si fa portavoce di molti di noi:

“Abbiamo assistito a qualcosa di infernale. È come qualcosa di infernale. Atrocità. Crimini Contro l’Umanità. Crimini di Guerra. E tutto è stato filmato. Tutti abbiamo potuto vederlo. E so che molte persone hanno scelto di distogliere lo sguardo, perché è insopportabile, ma io non ci sono riuscita. Non pensavo ci fosse la possibilità di distogliere lo sguardo. Pensavo che, se sta accadendo, bisogna esserne testimoni. E, se questo è insopportabile, beh, bisogna trovare un modo per affrontarlo, perché il popolo palestinese lo sta affrontando. Come può il mondo assistere a tutto questo?”

Questa è la dura battaglia che Israele deve affrontare: il fatto che le persone siano state esposte per oltre tre anni alle immagini agghiaccianti del Genocidio. Sono immagini che non si cancellano e che rimodellano la percezione dei responsabili.

Non si può dimenticare un bambino preso di mira e deliberatamente ucciso da un cecchino, o masse di persone affamate falciate dalle mitragliatrici mentre cercano di raccogliere cibo per le loro famiglie, o giovani soldati che festeggiano la demolizione di scuole, ospedali, moschee e università.

Israele ha persino dissotterrato più di una dozzina di cimiteri palestinesi nel tentativo di Cancellare ogni traccia della popolazione autoctona. È raccapricciante! Nessuno ha mai visto prima una violenza sadica di questo tipo, e lascia il segno. Riporta alla mente i ricordi di Abu Ghraib e gli orribili abusi subiti dai combattenti iracheni, torturati e tormentati da militari americani senza scrupoli. Le foto sono state ampiamente diffuse dai media di tutto il mondo, causando un enorme danno d’immagine agli Stati Uniti.

Ma, veniamo al dunque, Ogni giorno è Abu Ghraib a Gaza. Ogni giorno una nuova atrocità, un nuovo abuso, un nuovo orrore. E la gente si chiede: com’è possibile che un popolo sia così privo di empatia? Com’è possibile che sia così privo di umanità? Questo è puro nichilismo che affoga in oceani di sangue. E non si ferma mai.

Nella loro arroganza, i pianificatori israeliani pensano di poter modificare i loro programmi di informazione e cancellare la macchia del Genocidio. Pensano che con messaggi aggressivi sui social media, podcaster filo-israeliani e campagne pubblicitarie appariscenti riusciranno a cambiare i cuori e le menti e a ottenere il sostegno pubblico per lo Stato Ebraico.

Ma tutti i sondaggi mostrano esattamente il contrario. L’approvazione pubblica di Israele è in caduta libera e non c’è segno di un’inversione di tendenza. La gente si è fatta un’opinione. È profondamente sconvolta dalla crudeltà quotidiana che i soldati infliggono con gioia. Ne abbiamo visto abbastanza. Ne abbiamo abbastanza.

E tutto questo è opera di Sinwar. Ha strappato la maschera al Sionismo, rivelando la creatura assetata di sangue che si cela dietro.

Ci è stato ripetuto più volte che “il Sionismo è un movimento politico e nazionalista che sostiene il diritto del popolo ebraico all’autodeterminazione e alla sovranità nella sua terra ancestrale”. Ma gli unici ad accettare questa definizione sono gli stessi Sionisti. Tutti gli altri basano le proprie conclusioni su ciò che vedono, e ciò che vedono sono montagne di carneficina in mezzo a ettari di macerie. Questo è ciò che vede il mondo, ed è ciò che viene definito Sionismo.

Riusciranno gli allegri “influencer” israeliani sui social media a cambiare questa percezione? Non credo. Non credo che possano.

Ciò che dobbiamo comprendere è che la strategia di Sinwar aveva un duplice obiettivo. Da un lato, voleva smascherare il volto del Sionismo che i palestinesi hanno subito negli ultimi 80 anni. E ci è riuscito. Ma, ancor più urgentemente, voleva far deragliare il tentativo di “normalizzare” le relazioni tra Arabia Saudita e Israele.

Gli Accordi di Abramo, promossi con vigore da Jared Kushner, rappresentano un modo per stabilire normali relazioni economiche e diplomatiche tra Israele e i suoi vicini arabi, emarginando al contempo i palestinesi. È importante ricordare che tutti questi Regimi arabi hanno firmato l’Iniziativa di Pace Araba nel 2002.

L’accordo, approvato all’unanimità da tutti i 22 Stati membri della Lega Araba, prevedeva che nessuno Stato arabo avrebbe normalizzato le relazioni con Israele a meno che non si fosse ritirato dai Territori Occupati, non avesse risolto la questione dei rifugiati e non avesse accettato la creazione di uno Stato Palestinese nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania.

Gli Accordi di Abramo (che includevano già 3 Paesi del Golfo) minacciavano di aggirare questo accordo, il che avrebbe rapidamente condannato le aspirazioni palestinesi all’estinzione. Questa è la parte della storia che non viene mai raccontata dai media occidentali. Fino ad ora. Per qualche ragione (che non conosco?) diverse testate giornalistiche hanno iniziato a far trapelare informazioni sulla “normalizzazione”, che è stata la causa principale degli attentati del 7 ottobre. Date un’occhiata a questo titolo del Wall Street Journal:

“Documenti rivelano che Hamas voleva sabotare l’accordo tra Israele e Arabia Saudita con gli attacchi del 7 ottobre”.

Il leader militante Yahya Sinwar temeva che i progressi verso la pace avrebbero condannato la Causa Palestinese.

In sintesi: documenti interni di Hamas recuperati dall’esercito israeliano in un tunnel di Gaza mostrano che una delle principali motivazioni dell’attacco del 7 ottobre 2023 era quella di sabotare i negoziati di normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita, mediati dagli Stati Uniti.

I leader di Hamas, in particolare Yahya Sinwar, temevano che un accordo positivo avrebbe emarginato la Causa Palestinese e aperto la strada a un più ampio riconoscimento di Israele da parte del mondo arabo e islamico. La prova chiave è costituita dai verbali di una riunione del 2 ottobre 2023 dell’Ufficio Politico di Hamas a Gaza. Secondo i documenti esaminati dal Wall Street Journal:

Il leader militare di Hamas, Yahya Sinwar, ha osservato che “l’accordo di normalizzazione tra Arabia Saudita e Sionismo sta facendo progressi significativi”. Ciò ha lasciato “una porta aperta alla maggior parte dei Paesi arabi e islamici, che avrebbero potuto seguire la stessa strada”. Ha aggiunto che era necessario un “atto straordinario” per far deragliare i negoziati e “per provocare una svolta decisiva o un cambiamento strategico negli equilibri e nelle dinamiche della Regione riguardo alla Causa Palestinese”.

Bene, qualcuno mi spieghi perché ci sono voluti tre anni ai redattori del Wall Street Journal per riportare il vero motivo del 7 ottobre? Ci si aspetterebbe che fossero ansiosi di trattare un argomento così cruciale per la nostra comprensione di un evento storico. Ma evidentemente non è così.

Il punto è che la versione ufficiale era sbagliata. Deliberatamente sbagliata. Hamas non voleva terrorizzare gli ebrei, rovesciare il governo o spingere Israele in mare.

Il vero obiettivo del 7 ottobre era sabotare la normalizzazione dei rapporti con l’Arabia Saudita, concepita per aggirare gli impegni presi in precedenza dai leader arabi, che chiedevano concessioni sulla creazione di uno Stato Palestinese prima di migliorare le relazioni economiche o diplomatiche con Israele.

Non è esagerato affermare che Hamas stava combattendo per la propria sopravvivenza e per il futuro del suo popolo. Gli Accordi di Abramo rappresentavano una minaccia esistenziale per ogni palestinese. Se i sauditi avessero firmato l’accordo, la Causa Palestinese sarebbe “scomparsa” per sempre, ed è per questo che Sinwar ha optato per un piano disperato per riportare la Palestina all’ordine del giorno regionale.

Non sorprende che i leader israeliani sapessero quali fossero i veri obiettivi di Hamas, ma non abbiano mai rivelato queste informazioni ai media. Si sono invece limitati alla solita, noiosa retorica del tipo “Hamas odia gli ebrei”.

Basta ascoltare questo estratto dell’ex capo dello Shin Bet, Ami Ayalon, per capire cosa intendo:

“Il Nuovo Medio Oriente presentato da Biden, poche settimane prima, dall’Oceano Indiano al Mediterraneo, senza i palestinesi. I palestinesi non sono stati menzionati. Ora, se chiedete a me, per come la vedo io, i palestinesi si considerano un popolo e una nazione. E, in secondo luogo, si sentono soli, abbandonati. Si sentono abbandonati da tutti gli Stati arabi che hanno firmato un trattato di pace con noi (Israele) senza fare nulla al riguardo. E ora l’America, insieme allo Stato che ha fondato l’iniziativa di pace araba (l’Arabia Saudita), sta per rinunciare a tutti i luoghi santi di Gerusalemme e a uno Stato Palestinese. Questo è ciò che hanno provato. E il mio amico Khalil mi ha detto: Ami, non capisci, hanno scelto l’Opzione Sansone perché sentivano di non avere nulla da perdere, e questo era l’unico modo per dimostrare al mondo che non sarete in grado di creare stabilità in questa Regione se ignorate i palestinesi. Basta. E la tragedia è che ci sono riusciti”.

Così, Hamas ha scelto l'”Opzione Sansone”: un’ultima disperata campagna militare di terra bruciata che avrebbe fatto notizia in tutto il mondo e riportato la Palestina all’ordine del giorno regionale. Che altra opzione avevano? La causa dell’autodeterminazione nella loro terra veniva annientata sotto i loro occhi. Avevano bisogno di qualcosa di veramente eclatante per fermare Israele. Avevano bisogno del 7 ottobre.

E prima che i soliti noti inizino a lamentarsi di “terrorismo” e organizzazioni terroristiche (nota: Hamas è designata come organizzazione terroristica solo da una manciata di Paesi, tutti sotto il controllo di potenti Sionisti), vi prego di considerare ancora una volta le parole di Ami Ayalon, che ammette candidamente che “farebbe di tutto per ottenere la sua libertà”. Ecco un estratto:

“Domanda: Qual è la realtà della vita per i palestinesi qui?

Ami Ayalon: Un popolo che sogna una vita di libertà, ma non la vede.

Che ci piaccia o no, controlliamo la vita di milioni di persone.

Domanda: Se fossi un palestinese che vive in Cisgiordania o a Gaza, qual è la tua opinione su Israele?

Ami Ayalon: Combatterei contro Israele per ottenere la mia libertà.

Domanda: Come combatteresti? Quanto slealmente?

Ami Ayalon: Farei di tutto per ottenere la mia libertà, e basta. Non si può scoraggiare una persona o un gruppo di persone se credono di non avere nulla da perdere. Noi israeliani avremo sicurezza solo quando loro avranno speranza”.

Significa forse che l’ex capo dello Shin Bet si sarebbe macchiato di atti terroristici contro i suoi oppressori? Avrebbe lanciato attacchi violenti contro il governo e l’esercito? Avrebbe ucciso chiunque gli impedisse di ottenere la libertà?

Ayalon: “Farei di tutto per ottenere la mia libertà, e basta”.

Quindi, in cosa Ayalon si differenzia da Hamas?

Non c’è alcuna differenza.

In definitiva: Sinwar aveva molteplici ragioni per lanciare gli attacchi del 7 ottobre, ma nessuna di queste aveva a che fare con “l’odio per gli ebrei” o con il desiderio di “terrorizzare civili innocenti”. Il vero obiettivo, secondo documenti interni di Hamas, era “provocare una svolta decisiva o un cambiamento strategico negli equilibri e nelle dinamiche della Regione riguardo alla Causa Palestinese”. Il secondo obiettivo era smascherare il Mostro Sionista con cui hanno a che fare da decenni.

Lascio a voi giudicare se ci sia riuscito.


* Mike Whitney è un analista geopolitico e giornalista indipendente residente nello Stato di Washington, Stati Uniti. Scrive come opinionista e autore indipendente dal 2002, concentrandosi su temi di politica, economia, giustizia sociale e questioni internazionali. I suoi articoli sono apparsi su diverse testate e piattaforme online alternative e indipendenti, tra cui CounterPunch, Truthdig, MintPress News, Eurasia Review, The Intercept e Pearls and Irritations. Ha contribuito al libro collettivo “Hopeless: Barack Obama and the Politics of Illusion” (Senza Speranza: Barack Obama e la Politica dell’Illusione – pubblicato da AK Press) ed è stato coinvolto nella raccolta fondi digitale per la campagna presidenziale di Bernie Sanders del 2016 – Traduzione: La Zona Grigia – Fonte: https://www.unz.com/…/sinwar-tore-the-mask-off-zionism…/

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venerdì 30 ottobre 2026

Trieste, dove la crudeltà di Stato ha gli orari d’ufficio - Gianluca Cicinelli

I migranti aspettano mesi per chiedere asilo, dormono per strada e dipendono dai volontari per mangiare. La Questura limita anche quell’assistenza, mentre Dipiazza, Fedriga e Roberti difendono il provvedimento. Non è soltanto una questione di decoro: è un sistema che produce abbandono e poi pretende di nasconderne le conseguenze.

A Trieste la fame è diventata una questione di orari. Dalle diciotto alle venti, dal lunedì al venerdì. Il sabato e la domenica, niente distribuzione organizzata di pasti e coperte in piazza della Libertà. Lo ha stabilito la Questura, con prescrizioni che tra le proprie finalità comprendono anche la tutela delle attività economiche, della socialità, dell’intrattenimento e dello svago. Il linguaggio è quello impeccabile dell’amministrazione pubblica, capace di far convivere nella stessa disposizione la sicurezza dei cittadini e la tranquillità del loro tempo libero, mentre qualcuno aspetta una coperta per trascorrere la notte.

Sarebbe comodo liquidare la vicenda come l’ennesimo episodio di intolleranza nei confronti dei migranti. Ma qui accade qualcosa di più grave, perché l’abbandono non è soltanto una condizione che le autorità non riescono a eliminare. È anche il risultato di procedure amministrative che lasciano persone in attesa per mesi, senza un posto dove dormire. Quando la solidarietà interviene a colmare quel vuoto, diventa a sua volta un problema da regolamentare. La miseria prodotta o aggravata dal malfunzionamento delle istituzioni viene trattata come un’invasione dello spazio pubblico.

Prima li lasciano fuori, poi vogliono liberare la piazza

Il 23 ottobre RaiNews, che non si può certo definire una testata d’opposizione, ha documentato che a Trieste alcune persone intenzionate a chiedere protezione internazionale ricevono appuntamenti in Questura persino per febbraio. Nel frattempo rimangono per strada, con un foglio che attesta la convocazione ma senza accesso effettivo a un’accoglienza adeguata. La Diaconia valdese denuncia le conseguenze di questi ritardi, mentre la Prefettura sostiene che il sistema, composto da circa 1.300 posti, non presenti particolari criticità per chi ha diritto a esservi inserito.

Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio italiano di solidarietà, descrive una situazione ancora più assurda: circa 150 persone senza riparo, nonostante la disponibilità dichiarata di una settantina di posti in alcune strutture. Le cifre provengono dalle associazioni, ma la contraddizione è verificabile nella sua sostanza: ci sono persone che hanno manifestato la volontà di chiedere asilo e che continuano a dormire all’aperto.Questo dovrebbe essere il centro dello scandalo. Non la presenza dei volontari davanti alla stazione, ma l’esistenza di esseri umani costretti a dipendere dalla carità per esigenze che dovrebbero trovare risposta nelle istituzioni. Invece il dibattito politico si concentra sull’occupazione della piazza, sulle manifestazioni non autorizzate, sul fastidio dei residenti e sulla necessità di ripristinare l’ordine.È un capovolgimento indecente delle responsabilità. Prima non si riesce a garantire un’accoglienza tempestiva, poi si considera problematico che qualcuno provveda almeno a distribuire una minestra.

Dipiazza e la colpa di avere una coscienza politica

Roberto Dipiazza, sindaco di Trieste, ha definito le restrizioni «corrette ed opportune», aggiungendo che rispondono a quanto l’amministrazione comunale aveva sempre chiesto. Ha accusato alcuni volontari di nascondere iniziative politiche dietro la solidarietà.

L’accusa merita una risposta senza diplomazie: la solidarietà è anche un fatto politico, e non c’è nulla di cui vergognarsi. È politica la scelta di soccorrere chi viene lasciato ai margini, come è politica quella di impedirgli un accesso dignitoso ai servizi. È politica la distribuzione delle risorse pubbliche, sono politiche le norme sull’asilo, sono politiche le decisioni che stabiliscono quali persone possano fermarsi in un luogo e quali debbano sparire.

Lorena Fornasir e gli altri volontari di Linea d’Ombra non hanno bisogno di fingere neutralità. Da sette anni medicano ferite, distribuiscono pasti e raccontano le violenze della rotta balcanica. La loro attività denuncia una realtà che esiste indipendentemente dalle loro opinioni.

Il ragionamento del sindaco, invece, prova a trasformare l’impegno civile in un motivo di sospetto. Come se denunciare l’ingiustizia rendesse meno necessario curarne le vittime. Come se un medico dovesse dimostrare di non avere idee politiche prima di fasciare una ferita.

È una pretesa profondamente autoritaria nella sua logica: la solidarietà sarebbe accettabile soltanto quando tace sulle cause della sofferenza. Può consolare, purché non accusi. Può distribuire coperte, purché non ricordi chi ha lasciato quelle persone al freddo.

La proprietà privata della vita pubblica

Massimiliano Fedriga, presidente leghista della Regione Friuli Venezia Giulia, ha difeso le restrizioni sostenendo che piazza della Libertà fosse stata sottratta ai cittadini. Pierpaolo Roberti, assessore regionale alla Sicurezza, ha insistito sulla necessità di regolamentare le attività dei volontari, considerate manifestazioni pubbliche.

Le loro posizioni si inseriscono in un’idea precisa di gestione della città: lo spazio pubblico deve essere restituito a chi può utilizzarlo secondo le forme considerate normali della vita urbana. Passeggiare, acquistare, consumare, divertirsi. Chi non possiede nulla e non consuma nulla viene percepito soprattutto come un’anomalia.

Il riferimento alle attività economiche e allo svago contenuto nelle prescrizioni della Questura rende questa concezione ancora più evidente. L’aperitivo, che le associazioni hanno utilizzato come simbolo della vicenda, non compare letteralmente nel provvedimento. Ma la contrapposizione nasce da una scelta reale: includere la tutela dell’intrattenimento tra le finalità di restrizioni che incidono sulla distribuzione di beni indispensabili.

Il problema non è chi beve qualcosa davanti alla stazione. Il problema è una politica che sembra conoscere perfettamente il valore economico di una piazza, ma fatica a riconoscere il valore umano di chi non dispone neppure di un letto.

È una morale da proprietari, nella quale i diritti tendono a coincidere con il possesso, la rispettabilità con il consumo e l’ordine con l’assenza di tutto ciò che ricorda la disuguaglianza.

 La sicurezza usata contro chi presta soccorso

La Questura ha motivato le restrizioni anche con episodi di violenza, spaccio e aggressioni, alcune delle quali hanno coinvolto gli stessi volontari. Sono fatti seri, che richiedono interventi delle forze dell’ordine. Ma proprio questa circostanza rende discutibile la soluzione adottata: se gli operatori umanitari sono esposti a minacce, limitarne l’attività non equivale a proteggerli.

La protezione dovrebbe consentire loro di assistere le persone in sicurezza. Altrimenti si finisce per ottenere un risultato paradossale: chi minaccia o aggredisce contribuisce a creare le condizioni nelle quali viene ridotta la presenza di chi aiuta.

La Camera degli Avvocati per i Diritti Umani e degli Stranieri ha richiamato il dovere costituzionale di solidarietà e contestato l’automatica assimilazione delle attività di primo soccorso alle manifestazioni pubbliche. Non esiste, al momento, una decisione giudiziaria che abbia dichiarato illegittime le prescrizioni. Esiste però una questione politica che non richiede di attendere una sentenza: quale idea di sicurezza considera necessario limitare anche il soccorso alle persone più vulnerabili?

La sicurezza non è un lasciapassare morale. Non basta pronunciarne il nome per rendere giusta qualsiasi decisione adottata in suo nome.

La violenza rispettabile dell’indifferenza

L’aspetto più inquietante di questa vicenda non è la cattiveria individuale. È la possibilità di costruire un sistema nel quale nessuno debba sentirsi responsabile della sofferenza che continua a esistere. La Questura disciplina gli orari, il sindaco difende le regole, la Regione rivendica la sicurezza, gli uffici gestiscono le procedure. Ogni istituzione dispone di una spiegazione per le proprie decisioni, mentre le persone continuano ad aspettare sotto la pioggia.

La disumanità diventa allora un prodotto collettivo, amministrato attraverso competenze separate. Non serve che qualcuno dichiari apertamente di voler lasciare un migrante senza cibo. È sufficiente che ogni ufficio svolga il proprio compito senza assumersi la responsabilità delle conseguenze complessive.

Questa è la forma più insidiosa dell’indifferenza politica: quella che non si presenta come indifferenza, ma come corretto funzionamento delle procedure.

Una persona può attendere mesi per presentare formalmente una domanda d’asilo. Può dormire in un edificio abbandonato. Può dipendere da sconosciuti per mangiare. E tuttavia, nel linguaggio del potere, il problema urgente può diventare l’orario in cui quegli sconosciuti distribuiscono il cibo.

La vergogna ha nomi e responsabilità

Trieste non è Dipiazza, non è Fedriga, non è Roberti. È anche Lorena Fornasir, Gian Andrea Franchi, i Fornelli Resistenti, le associazioni, i cittadini che continuano ad aiutare e quelli che contestano le restrizioni. Proprio per questo non ha senso accusare indistintamente la città. Occorre chiamare in causa chi esercita il potere e chi sostiene pubblicamente determinate scelte.

A Dipiazza appartiene la responsabilità politica di aver approvato le prescrizioni e delegittimato le motivazioni dei volontari. A Fedriga e Roberti quella di aver difeso un’impostazione centrata sul controllo dello spazio pubblico. Alla Questura appartiene la responsabilità amministrativa delle limitazioni adottate. Sono responsabilità diverse, ma convergono in una vicenda nella quale l’assistenza alle persone vulnerabili è stata subordinata a una serie di condizioni che ne riducono la possibilità concreta di intervento.

La vergogna non consiste nell’avere persone povere davanti a una stazione. Consiste nel considerare la loro presenza soprattutto un problema da gestire, mentre i loro bisogni rimangono senza risposta.

Non c’è nulla di civile nel pretendere che la sofferenza sia discreta. Non c’è alcuna superiorità morale nel difendere la tranquillità di chi dispone già del necessario trascurando la condizione di chi deve implorare il minimo indispensabile.

E soprattutto non c’è buona amministrazione nel rendere più difficile il lavoro di chi tenta di riparare alle mancanze della pubblica amministrazione.

A Trieste il nome della piazza aggiunge alla vicenda un’ironia dolorosa. La libertà è scritta sulla targa, ma per alcune persone significa poter aspettare mesi senza un tetto, mentre altri decidono in quali ore sia opportuno soccorrerle. È una libertà ridotta a privilegio di chi non ha bisogno degli altri.

Una società che accetta questa gerarchia non diventa più ordinata. Diventa soltanto più abile a organizzare l’abbandono. E quando il pane offerto a uno sconosciuto viene trattato come un ostacolo alla normalità, non è il gesto solidale a dover essere giustificato. È quella normalità ad aver perso il diritto di chiamarsi civile.

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