Provo
qualche simpatia per Hamas? Ci sono pochi movimenti di resistenza sparsi per il
mondo che siano più lontani dalla mia weltanschauung. Ma Hamas è un problema di
Lavinia Marchetti, o dei commentatori, studiosi, detrattori, simpatizzanti, o è
un problema dei palestinesi? Hamas è un movimento che nasce in un territorio
sottoposto a decenni di colonialismo d’insediamento, in una striscia di terra
piccolissima con la densità abitativa più alta al mondo. Non può avere, per la
sua natura spazio-temporale e ideologica, le stesse caratteristiche dell’EZLN e
non può nemmeno tentare la via pacifica, quando in Palestina qualcuno si è
arreso è stato spesso mitragliato, potrei citare tantissimi episodi, restiamo
agli episodi più recenti, precedenti al 7 ottobre: Jenin e Nablus nel 2002
(Scudo Difensivo) e Gaza nel 2009 (Piombo Fuso, “incidente delle bandiere
bianche”) e così via, sono troppi ed esulano da questo articolo. Vale il
principio: se ti arrendi o finisci in prigione e non sai se torni, o muori o
finisci mutilato. In questa dimensione di terrore continuo, di Apartheid,
controllo perpetuo, limitazione di spostamenti, carcerazioni senza accuse,
arrendersi, semplicemente, non è possibile e chi ha tentato la via pacifica non
ha fatto una bella fine, e metto nell’elenco anche Marwan Barghuthi, il quale
sarebbe molto vicino alle idee di resistenza che piacciono a noi occidentali,
ma che, come è tristemente noto, è in carcere da 24 anni. Ora davanti a tutto
questo il fatto che Hamas ci piaccia o meno diventa un falso problema. La
domanda semmai è: Hamas può produrre risultati politici?
Provo a rispondere a molte obiezioni che mi sono state fatte. Quando si parla di Hamas si crea una specie di dissonanza: perché ne parli? Ti metti nei casini. Parla di Palestina e genocidio, ma non di Hamas ecc ecc. Ma parlare di Palestina e genocidio senza parlare di Hamas sarebbe come parlare di resistenza italiana senza dire che imbracciarono un fucile per uccidere gli oppressori.
Perché ti rifiuti di condannare Hamas?
Il problema
non è rifiutarsi di condannare Hamas. Anche questo è un falso problema. Il
punto è che la condanna di Hamas è diventata un prerequisito assoluto per poter
discettare di Palestina. E non è solo un problema di salotti televisivi, ma
anche all’interno stesso dei movimenti c’è pudore anche solo nel nominare
Hamas. Se qualcuno/a mi chiedesse di condannare l’assassinio deliberato di
civili, lo farei immediatamente, senza alcuna difficoltà. Ma laddove mi si
chieda di condannare un’organizzazione nella sua interezza, e me lo si chieda
indipendentemente dalla storia che l’ha prodotta e dalle funzioni politiche che
ha assunto nella società palestinese, beh sì, qualche problema nel condannare
ce l’ho. Vorrei sapere, ad esempio, quali aspetti del movimento dovrei
condannare. L’ideologia islamista alla sua base? Le pratiche repressive,
certificate, nei confronti degli oppositori? La scelta di combattere
militarmente l’occupazione israeliana? Sono tutte questioni diverse sulle quali
ho giudizi opposti.
Ciò che fa problema non è tanto condannare Hamas in quanto tale, ma il meccanismo psicologico attraverso cui quella condanna è la condizione assoluta di accesso alla discussione. Solo dopo questa professione di ortodossia morale si ottiene il diritto di parlare delle responsabilità israeliane. È una forma di disciplinamento dell’interlocutore. Attraverso questo filtro si decide preventivamente chi possa partecipare al confronto. Queste sono le condizioni, se non ti vanno bene sei una terrorista. Peraltro la cosa diventa ancora più dissonante quando a chiederlo sono quelli che, bontà loro, riconoscono l’illegalità dell’occupazione. Se la riconoscono, dovrebbero sapere le condizioni in cui nascono movimenti o partiti in un territorio occupato e che per condannarli dovremmo almeno conoscerli e separare i giudizi.
Hamas è un’organizzazione terroristica oppure una forma di resistenza?
Queste due
qualifiche possono tranquillamente stare all’interno della medesima
organizzazione. Dipende da cosa si guarda e da chi lo guarda. Hamas nasce nel
1987, durante la Prima Intifada, da un ambiente islamista palestinese che
possedeva già una storia di associazioni radicate da tempo nella Striscia. Nel
mio articolo Hamas: iniziamo a farci qualche domanda seria
ho ricostruito questa genealogia, dal rapporto con i Fratelli Musulmani e la
successiva trasformazione del movimento in un soggetto politico dotato anche di
un’ala militare e non solo amministrativa e territoriale. Hamas ha un percorso
politico ben preciso nella Striscia, ridurlo a movimento terroristico significa
forzare una classificazione che serve solo a produrre conseguenze giuridiche.
La comprensione storica del movimento richiede uno studio più ampio. Il diritto
internazionale contempla espressamente le guerre di liberazione contro il dominio
coloniale e l’occupazione straniera. Voglio ricordare solo l’articolo 1,
paragrafo 4, del Primo Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra del
1977. Le norme sulla conduzione delle ostilità rimangono pienamente operanti,
comprese quelle che vietano gli attacchi intenzionali ai civili. Che il 7
ottobre non sia un attacco legittimo mi sembra ovvio, come mi sembra ovvio che
a sua volta Israele abbia infranto la medesima legge centinaia di volte.
Il problema con il terrorismo è vecchissimo, e sappiamo, specie dall’11 settembre 2001, come sia facile essere accusati di terrorismo per sottrarre alla storia dei movimenti il fatto che siano nati in realtà come movimenti di resistenza a un altro terrorismo, quello di Stati coloniali. In Palestina l’occupazione israeliana risale al 1967, vent’anni prima della fondazione di Hamas. La Nakba appartiene addirittura al 1948 e potremmo arrivare fino all’800. Sarebbe difficile per chiunque, tranne per i salotti televisivi o bot compiacenti, sostenere che la causa palestinese abbia avuto origine dall’organizzazione islamista o che la sua eventuale scomparsa risolverebbe automaticamente il problema dell’occupazione. Perché paragoni Hamas ai partigiani italiani, a Mandela e alle altre resistenze?
Perché la
comparazione storica serve a capire come vengono giudicate forme di lotta che
hanno per obiettivo la liberazione da un potere dominante. Per i motivi che ho
spiegato all’inizio, nessuna delle esperienze che ho richiamato possiede
caratteristiche identiche a quelle palestinesi. Non possono esserci per mille
motivi. Il problema che io ho posto è diverso e riguarda il rapporto che gli
osservatori intrattengono con la violenza politica, soprattutto se ad
esercitarla è un movimento che si oppone con la lotta armata contro uno Stato
riconosciuto dalla comunità internazionale e con cui la medesima comunità fa
affari di ogni genere.
Nel 1961
Mandela contribuì alla fondazione dell’Umkhonto we Sizwe, l’organizzazione
armata dell’African National Congress. La scelta venne dopo anni di repressione
(violenta) del movimento antiapartheid, ovvero quando la possibilità di
ottenere risultati solo con la lotta politica appariva ormai remota. Durante la
lunga esperienza dell’organizzazione furono commessi anche attentati nei quali
morirono civili. Lo ricordo perché alcuni interlocutori hanno affermato che
Mandela e i movimenti di liberazione da me citati avessero combattuto
esclusivamente contro obiettivi militari. Non è così, perché non può mai essere
così, perché gli obiettivi militari sono quelli più difficili da abbattere. La
storia del Fronte di liberazione nazionale algerino va ben oltre, con
documentatissime barbarie. Gli attentati contro i civili durante la guerra
d’Algeria creano ancora oggi dibattito tra gli studiosi dell’anticolonialismo.
Quindi? Quindi credo che la violenza impiegata dai movimenti di liberazione richieda almeno un doppio giudizio storico e quindi occorra distinguere la causa politica dalle condotte dei combattenti. Oggi è molto facile riconoscere l’importanza della liberazione sudafricana dall’apartheid e studiare criticamente gli attentati dell’ANC. Ma sembra impossibile dare la medesima possibilità di giudizio se discutiamo di un movimento apertamente islamico. Forse dovremmo farci qualche domanda. Se avessero detto di essere comunisti e laici adesso staremmo facendo gli stessi discorsi? Io ho l’impressione di no.
Hamas perseguita i propri oppositori e governa Gaza senza elezioni. Perché dovresti difenderlo?
La
repressione esercitata dalle autorità di Hamas contro gli oppositori
palestinesi è ampiamente documentata, e considero grave il ricorso alle
esecuzioni extragiudiziali. La persecuzione degli avversari politici è un
problema costante per ogni società che aspiri a liberarsi da una dominazione
straniera, quasi sempre i movimenti di liberazione usano il potere conquistato
in nome dell’emancipazione per diventare essi stessi una forma di oppressione.
Non devo parlare del comunismo russo o di altre derive dei movimenti
rivoluzionari. Lo sappiamo: è un rischio insito in ogni liberazione o
rivoluzione. Per come la vedo io è un rischio che chi aspira a liberarsi deve
correre.
Quanto alla
legittimità elettorale, voglio ricordare che Hamas vinse le elezioni
legislative palestinesi del gennaio 2006, ottenendo la maggioranza dei seggi
anche attraverso un sistema elettorale che ne amplificò il risultato. Poi ci fu
la divisione con Fatah, che sfociò nello scontro armato del 2007. Questa
separazione, di fatto, contribuì, a tutto vantaggio di Israele (che finanziava
Hamas a tale scopo) alla paralisi delle istituzioni rappresentative
palestinesi. Hamas ha gravissime responsabilità in questa vicenda, ed è ovvio
che la sua permanenza al potere senza nuove consultazioni sia un problema
politico in particolare per i cittadini di Gaza. La guerra conviene sempre a
chi governa. Conviene a Israele e conviene ad Hamas.
Tuttavia, da questi fatti qualcuno ricava una conclusione che trovo errata. Non penso che la natura autoritaria del governo di Hamas comprometta la legittimità della resistenza all’occupazione. Il diritto all’autodeterminazione appartiene al popolo palestinese, e questo è del tutto indipendente dall’identità dei suoi governanti. Trovo ridicolo subordinare la liberazione di una popolazione al fatto che ci piaccia o meno l’autorità che esercita il potere al suo interno, specialmente dopo aver contribuito per decenni a limitarne la possibilità di scegliere liberamente. Quali opzioni hanno avuto i palestinesi? Le pratiche repressive di Hamas sono esecrabili, come quelle di tutti gli Stati, ce ne sono a decine che le usano e non vedo lo stesso sdegno. O si criticano tutte oppure la questione è secondaria. Resta da spiegare attraverso quale principio giuridico ciò dovrebbe modificare gli obblighi della potenza occupante.
Se Netanyahu ha contribuito a finanziare Hamas, come puoi considerarlo un autentico movimento di resistenza?
Il rapporto
fra Israele e l’islamismo palestinese precede la formazione di Hamas, e nel
corso degli anni ha conosciuto trasformazioni significative. Le autorità israeliane
considerarono inizialmente il rafforzamento delle organizzazioni islamiste
anche come un possibile contrappeso all’influenza del nazionalismo palestinese
laico. Successivamente, la divisione politica fra Gaza e Cisgiordania è
diventata un elemento favorevole alla strategia dei governi Netanyahu,
interessati a impedire la formazione di un interlocutore nazionale palestinese
unitario.
I
trasferimenti finanziari del Qatar verso Gaza costituiscono un capitolo
importante di questa storia. L’ultima inchiesta, ma ce ne sono moltissime, è
stata pubblicata il 18 ottobre 2026: il TIME ha pubblicato un’inchiesta
fondata su documenti e comunicazioni diplomatiche che mostrano il ruolo attivo
delle autorità israeliane nell’incoraggiare il programma dei finanziamenti
(cercatela: è una lettura edificante). Il governo Netanyahu, come ormai noto,
ha contribuito a mantenere un assetto politico nel quale Hamas continuava a
esercitare il potere nella Striscia, così poteva presentarlo come il vero
ostacolo fondamentale, il nemico giurato, Amalèk, per la soluzione della
questione palestinese che non voleva affatto risolvere.
La contraddizione a mio avviso dovrebbe interessare di più a chi attribuisce a Hamas la responsabilità esclusiva della mancata nascita di uno Stato palestinese. Io non lo penso affatto. La separazione fra le autorità palestinesi è servita per anni come un vantaggio strategico per Netanyahu. Forse la domanda più interessante riguarda le ragioni politiche che hanno portato Israele a conservare e finanziare quella divisione. Il fatto che Hamas ne abbia tratto vantaggio come nemico, significa che questo rapporto fra i due deve essere studiato con un altro filtro: ovvero le scelte di chi ha esercitato il controllo militare sulla Striscia per decenni. Hamas ne ha tratto vantaggio? Senza dubbio.
Come puoi considerare resistenza il 7 ottobre, dopo l’uccisione di civili e le violenze sessuali documentate dalle Nazioni Unite?
Che il 7
ottobre Hamas e altri gruppi abbiano attaccato sia obiettivi militari
israeliani sia numerose località civili, uccidendo persone inermi e
sequestrando ostaggi non è in questione e ovviamente è un episodio, uno tra i
tanti di questa carneficina tra israeliani e palestinesi. Per quanto riguarda
le violenze sessuali, le indagini internazionali hanno raccolto elementi che
sembrano sostenere l’accertamento di gravi abusi, compresi episodi di stupro.
C’è una commissione indipendente che possa valutare autonomamente cosa sia
successo? No. Perché? Perché Israele non lo permette. Perché non lo permette?
Perché deve nascondere il fatto che via direttiva Annibale ha ucciso molti dei
suoi stessi civili assieme ad Hamas. Cosa sappiamo? Molte delle accuse diffuse
inizialmente sono risultate prive di riscontri; gli organismi investigativi
hanno opportunamente distinto i diversi gradi di certezza. La documentazione va
letta tutta però, senza metterci a utilizzare le inchieste che fanno comodo
omettendo le altre.
Sono abituata a considerare le azioni contro i civili per ciò che sono: crimini di guerra. E dovremmo individuarne anche le responsabilità individuali. Questo non ci esime dal comprenderne le ragioni e interrogarci sulle condizioni nelle quali è maturata questa rivolta armata, comprese le forme di violenza esercitate quotidianamente dalla potenza occupante. Se cominciamo a leggere la storia palestinese dal 7 ottobre non c’è modo di comprendere nulla. Su questo aspetto continuo a considerare essenziale il pensiero di Frantz Fanon quando analizza gli effetti della coercizione coloniale sulla soggettività di chi la subisce e sulle possibilità di opposizione. L’occupazione militare incide sulla vita attraverso la privazione concreta della libertà di movimento e il controllo delle condizioni materiali di esistenza. La rivolta e gli abusi che quasi sempre si porta dietro nascono all’interno di questo rapporto malato, e per comprenderlo storicamente dobbiamo esaminare anche la violenza esercitata dall’autorità occupante; altrimenti non ha senso neanche parlarne. Il mio giudizio sui crimini commessi durante l’insurrezione lascia intatta la questione della legittimità della liberazione dal dominio coloniale e si inscrive in una lotta di resistenza e all’interno di un percorso di eccidi che dura da decenni. Il 7 ottobre è uno tra i tanti episodi di violenza che andrebbero citati quando si parla del conflitto israelo-palestinese.
Israele si è ritirato da Gaza nel 2005. Perché Hamas ha scelto la guerra invece dello sviluppo pacifico?
L’idea che
il ritiro israeliano del 2005 abbia consegnato ai palestinesi la possibilità di
costruire liberamente il proprio futuro non lo direbbe neanche Netanyahu. La
stessa Corte internazionale di giustizia ha rilevato che Israele aveva conservato
importanti poteri sul territorio anche dopo il ritiro delle proprie forze
terrestri permanenti e degli insediamenti. La quasi totalità dell’economia
palestinese dipendeva in larga parte dalle decisioni israeliane che, allora
come oggi, decidevano della circolazione delle merci e dell’accesso ai confini.
Dal 2007 il blocco imposto da Israele ha ulteriormente compromesso le
possibilità di ogni tipo di sviluppo della Striscia.
Vorrei poi
ricordare una vicenda che sembra essere stata completamente dimenticata e
scomparsa da molte discussioni sulla necessità della resistenza pacifica. Nel
marzo 2018 cominciò la Grande Marcia del Ritorno, durante la quale migliaia di
palestinesi manifestarono lungo la barriera per rivendicare il diritto al
ritorno e la fine del blocco. Cosa hanno ottenuto i palestinesi dal pacifismo?
La Commissione indipendente delle Nazioni Unite ha documentato 189
palestinesi uccisi durante le manifestazioni esaminate fino al dicembre di
quell’anno, attribuendo alle forze israeliane 183 morti provocate da munizioni
vere. Fra le vittime figuravano trentacinque bambini.
Mi domando quale conclusione avrebbero dovuto trarne i palestinesi che avevano partecipato alle manifestazioni. Da anni viene loro chiesto di abbandonare la lotta armata e perseguire strumenti pacifici. Appena hanno organizzato mobilitazioni pacifiche, le forze israeliane hanno sparato ai manifestanti. La via diplomatica? Israele non ha mai rispettato nessun accordo e nessuna risoluzione ONU. Basta vedere la sorte del processo di Oslo. Chi propone la rinuncia alle armi dovrebbe dunque spiegarmi quali strumenti metteremmo a disposizione di una popolazione che continua a essere privata della sovranità e in mezzo a un genocidio
Hamas ha provocato la distruzione di Gaza. Puoi davvero negare che ne porti la responsabilità?
Questa è
l’obiezione che più mi inquieta: implicherebbe un controsenso. Un ribaltamento
delle responsabilità che considero storicamente e giuridicamente inaccettabile.
Hamas ha deciso di condurre l’operazione del 7 ottobre e dovrà rispondere delle
scelte compiute, comprese quelle che hanno esposto la popolazione palestinese a
conseguenze abbastanza prevedibili, anche se non su questa scala. La
devastazione di Gaza è stata comunque prodotta dalle operazioni militari israeliane,
deliberate e condotte dalle autorità dello Stato di Israele con orgoglio e una
metodologia che ricorda il nazismo. Sono queste autorità a dover rispondere
della legalità degli attacchi e delle misure imposte alla popolazione civile,
non Hamas. La privazione di cibo, acqua ed elettricità, il raso al suolo
dell’intera Striscia e l’uccisione deliberata di 22.000 bambini, considerandoli
terroristi: no, non sono responsabilità di Hamas.
Voglio ricordare che se una forza armata decide di bombardare un’area popolata, la legalità di quell’attacco deve essere valutata alla luce delle norme che proteggono i civili in guerra, a prescindere dai crimini commessi dal nemico.
Breve considerazione finale
L’occupazione
israeliana dei territori palestinesi precede Hamas di vent’anni. E il problema
della privazione della terra palestinese nasce alla fine dell’Ottocento. Nel
mezzo ci sono la Nakba e la successione di occupazioni e soprusi con decine di
migliaia di morti. In Cisgiordania, dove governa l’Autorità nazionale
palestinese, l’espansione degli insediamenti israeliani è continuata attraverso
governi e periodi politici differenti. Quale dovrebbe essere secondo i
“condannatori” da mantra il comportamento palestinese capace di sottrarre a
Israele l’argomento con cui giustifica il mantenimento del proprio controllo
territoriale? Lasciarsi ammazzare e sorridere?
Qualcuno
sostiene che i palestinesi meriterebbero di meglio di Hamas. Io dico che i
palestinesi dovrebbero poter scegliere, ma non possono. Cosa meritano saranno
loro a deciderlo una volta liberi. Tra l’altro, vorrei capire perché, dopo
decenni di occupazione e morte, si continui a chiedere agli occupati di
risultare “umani” ai nostri occhi; anzi, si chiede loro di essere come noi
vorremmo che fossero: le vittime perfette. Una richiesta che dice molto non
solo di noi occidentali, ma anche del nostro modo di concepire la libertà degli
altri: secondo i nostri criteri illuminati, ovvero quelli che li stanno
sterminando.