giovedì 24 settembre 2026

Lo sciame, il panico e il conto pubblico - Fabio Vighi

C’è un tipo particolare di tweet che soltanto il CEO di un laboratorio di frontiera può pubblicare a mezzanotte di sabato. Quello comparso sull’account di Dario Amodei nella notte tra il 12 e il 13 settembre 2026 apparteneva a questa categoria: un avvertimento secondo cui, entro un anno, uno «sciame incontrollato» potrebbe prendere il controllo di Internet e provocare danni per centinaia di miliardi di dollari. Domenica mattina l’allarme era già virale. 

Consideriamo sia la tempistica che il ciclo mediatico. Nella stessa settimana, l’allora sconosciuto Jacob Coxon, ex ricercatore di OpenAI e Anthropic, ha lanciato un allarme sui social: entrambe le aziende stavano «puntando dritte verso una superintelligenza capace di auto-migliorarsi, mettendo così a rischio le nostre vite». Il thread allarmista ha superato i 120 milioni di visualizzazioni solo nelle prime ventiquattr’ore e ha spinto più di venti politici a rispondere con accorati appelli alla regolamentazione dell’IA.

Più o meno nello stesso periodo, gli economisti di Anthropic pubblicavano uno studio per scenari che prevedeva una crescita annua del PIL intorno al 15%, una disoccupazione di massa all’11,9%, e un calo della quota del reddito nazionale destinata al lavoro dal 60% circa al 45,2%: come se la disoccupazione tecnologica avesse bisogno di uno studio formale per essere presa sul serio!

Pochi giorni dopo l’avvertimento di Amodei, la testata giornalistica digitale Semafor riferiva che un disegno di legge bipartisan sulla sicurezza dell’IA, rimasto fino ad allora bloccato, era improvvisamente emerso come opzione legislativa. Nel frattempo, dopo aver annunciato il 3 settembre un disegno di legge per vietare la superintelligenza, Bernie Sanders si preparava a presentarlo formalmente e a convocare briefing con esperti sui «pericoli straordinari» dell’IA.

A cosa serve l’allarme

Che cosa produce, in concreto, questa improvvisa ondata di panico sull’IA? Una cosa che certamente non produce — e quasi sicuramente non produrrà — sono norme davvero vincolanti. Piuttosto, prepara il terreno per qualcosa di completamente diverso: una garanzia federale sugli enormi investimenti necessari a costruire l’infrastruttura dell’IA. Lo Stato potrebbe finire per garantire, direttamente o indirettamente, il debito con cui OpenAI e altre aziende del settore finanziano la loro espansione.

Lo «sciame» di Amodei non è che un alibi. Offre ad Altman la ragione perfetta per rinviare l’IPO da mille miliardi di dollari — «non è un momento giusto per quotarsi in Borsa», ha commentato — mentre consegna al Congresso il mandato emotivo per autorizzare finanziamenti federali d’emergenza destinati a proteggere l’IA, e a quanto pare il mondo intero, dalla catastrofe. La minaccia esistenziale è abbastanza reale da giustificare l’erogazione di denaro e abbastanza vaga da giustificare qualunque altra cosa. 

Ecco la macchina tecno-finanziaria nella sua forma più machiavellica. In mezzo a tutto il rumore, il punto da tenere a mente è semplice: dietro la marcia trionfale dell’IA si nascondono montagne di debito. Nel 2027, gli investimenti dei giganti tecnologici in data centre e infrastrutture per l’IA supereranno i mille miliardi di dollari. Gli impegni fuori bilancio ammontano già a 3.100 miliardi, di cui 1.300 aggiunti in un solo trimestre. E le emissioni obbligazionarie legate all’IA hanno raggiunto quest’anno i 266 miliardi di dollari; il prossimo potrebbero arrivare a 400 miliardi.

Diversi tra i maggiori operatori del cloud — i cosiddetti hyperscaler — stanno ormai spendendo molto più di quanto riescano a generare. La corsa a costruire data centre e acquistare chip assorbe più liquidità di quanta ne producano le loro attività operative. Per colmare la differenza, le aziende devono cercare finanziamenti esterni e spostare una quota crescente del debito fuori bilancio.

A questo punto le condizioni per il prossimo giro di giostra (creazione di credito) devono essere costruite politicamente: prima il panico, poi la garanzia, infine l’emissione. Il discorso sulla sicurezza è il lubrificante ideologico di una sequenza in cui il credito privato finanzia la costruzione; la fragilità crescente rende necessaria una garanzia pubblica — attraverso appalti, sussidi energetici, protezione dalla responsabilità, garanzie sul debito o stanziamenti d’emergenza — e la garanzia, a sua volta, ha bisogno di un vocabolario d’emergenza.

La prova generale

Come molti ricorderanno, già nell’aprile 2026 Anthropic aveva annunciato che il suo modello Mythos aveva «individuato migliaia di vulnerabilità molto gravi, alcune presenti in ogni principale sistema operativo e browser web». La Casa Bianca ne aveva limitato l’accesso a circa quaranta organizzazioni, tra cui Amazon, Microsoft e JPMorgan. Banche, ospedali e governi esclusi da quella cerchia avevano potuto valutarne i rischi soltanto indirettamente: attraverso gli avvertimenti delle autorità di regolamentazione, i briefing d’emergenza e un linguaggio del rischio sistemico in rapida espansione.

Il FMI ha poi definito tutto ciò un potenziale «shock macrofinanziario», avvertendo che «fallimenti correlati» potrebbero «interrompere l’intermediazione finanziaria, i pagamenti e la fiducia a livello sistemico». Nel frattempo, il governatore della Bank of England, Andrew Bailey, chiedeva ad Anthropic di informare il Financial Stability Board, l’organismo che riunisce funzionari dei ministeri delle Finanze e banchieri centrali del G20.

Dal canto suo, la BCE richiedeva a 110 banche di presentare entro il 31 ottobre «piani d’azione completi» contro le minacce informatiche legate all’IA, innalzando al livello «grave» la propria valutazione del rischio sistemico. E Klaus Schwab, naturalmente, lo aveva già detto con chiarezza nel 2020: di fronte a un grande attacco informatico, «la crisi del COVID-19 sarebbe diventata un piccolo disturbo».

È difficile non concludere che la prova generale sia ormai terminata e che il copione sia in gran parte già scritto. Dal 2011, gli esercizi Quantum Dawn della SIFMA simulano incidenti informatici su larga scala contro il sistema finanziario statunitense. Mettono così in scena proprio il tipo di crisi sistemica che potrebbe giustificare il ricorso a poteri d’emergenza, mentre addestrano le istituzioni a reagire secondo uno schema già definito. Se mai dovesse verificarsi un’emergenza finanziaria legata all’IA — reale, tollerata o fabbricata — l’architettura istituzionale per affrontarla sarebbe già pronta. Il pubblico non perderebbe tempo a chiedersi se la crisi fosse reale. Più probabilmente, implorerebbe Anthropic di salvarlo. 

Oracle, ovvero l’indizio

Il 9 settembre, nella stessa finestra di ventiquattr’ore in cui il panico sulla sicurezza dell’IA raggiungeva il culmine, Oracle ha pubblicato risultati accolti inizialmente come un trionfo. Il titolo è balzato nelle contrattazioni successive alla chiusura dei mercati. Ma il mercato del credito ha reagito in modo assai meno entusiasta: i rendimenti delle obbligazioni sono saliti e il costo delle assicurazioni contro il fallimento di Oracle — i cosiddetti credit default swap, o CDS — si è ampliato. Nel giro di ventiquattr’ore, l’azione aveva restituito l’intero guadagno, e anche qualcosa in più.

Oracle non è dunque un caso isolato, ma il primo indizio di una trasformazione più ampia del mercato del credito. Il settore sembra aver trovato il proprio equivalente dei mortgage-backed securities, al centro della crisi finanziaria del 2007-08: un nuovo mercato del debito costruito non sui mutui, ma sui chip e sui data centre. Il copione è sorprendentemente simile: allora c’erano i mattoni del settore immobiliare e i lotti di terreno; oggi ci sono i tech stack (l’infrastruttura tecnologica dei software) e i data centre.

Il segnale più preoccupante è che OpenAI e Anthropic, ancora prima di quotarsi, stanno già cercando di ottenere per il dopo-IPO un rating di credito investment grade. Secondo il Financial Times, i loro consulenti bancari hanno avviato discussioni con le agenzie di rating per rendere possibile l’accesso a finanziamenti più economici e al vasto mercato delle obbligazioni societarie. Non è ancora una garanzia pubblica, ma è la richiesta preliminare di quella credibilità finanziaria senza la quale la loro espansione non potrebbe essere sostenuta a debito.

La divergenza tra il mercato azionario e quello del credito, insieme alla corsa preventiva al rating, racconta l’intera storia in miniatura. Mentre il mercato azionario compra e vende soprattutto narrazioni, il mercato del credito deve valutare il rischio di non essere rimborsato. Quando i due mercati discordano così violentemente sulla stessa azienda, qualcuno sta valutando male il rischio. E raramente quel qualcuno è chi compra l’assicurazione.

Ecco perché il teatro sulla sicurezza — come se i miliardari dell’IA avessero improvvisamente sviluppato una “coscienza tecnologica” — non è soltanto decorativo: svolge una funzione precisa. Il problema non è semplicemente che i CEO siano insinceri, né che il pericolo sia infondato. È che il linguaggio della sicurezza trasforma l’esposizione privata in un obbligo pubblico.

I bilanci privati si stanno avvicinando al limite di ciò che possono assorbire. Quando quel limite sarà raggiunto, lo Stato verrà arruolato: non tanto per salvare un intero settore in fallimento, cosa oggi politicamente impossibile, ma per metterlo in sicurezza in quanto infrastruttura strategica. A quel punto, il sistema avrà bisogno di una narrazione altamente retorica: una storia capace di trasformare l’insolvenza privata in un pericolo pubblico, e il salvataggio in un atto di patriottismo.

Il manuale operativo

Un sistema costruito sul credito non può sopravvivere a un deleveraging prolungato (una lunga fase di riduzione del debito): ha bisogno di una creazione continua di credito per mantenere la macchina in funzione. Quando la domanda privata di credito si indebolisce — quando il flusso di cassa libero diventa negativo, i CDS s’impennano e il rialzo azionario dura meno di un giorno — le condizioni per il giro successivo devono essere fabbricate altrove. A volte attraverso la politica monetaria; sempre più spesso attraverso una narrazione esterna che giustifichi la politica fiscale: una minaccia esistenziale che soltanto il denaro pubblico può garantire in modo credibile.

Il panico sull’IA di settembre non è altro che l’odierno sistema operativo della macchina del credito. La garanzia è la prima mossa: socializzare il rischio mentre i bilanci privati sono ancora in grado di assorbirlo. La prova generale è la seconda: predisporre l’architettura d’emergenza per il momento in cui non potranno più farlo. Entrambe sono forme dello stesso sortilegio, orientate allo stesso obiettivo: più credito, garantito politicamente.

Ecco perché la tempistica del tweet di Amodei conta, e perché il post virale di Coxon, l’improvviso disgelo intorno a un disegno di legge bipartisan, la retorica da 11 settembre della minaccia esistenziale e il comodo rinvio dell’IPO di OpenAI appartengono tutti allo stesso quadro. Un quadro in cui gli incentivi convergono: i laboratori di IA hanno bisogno di protezione dalle conseguenze della propria esposizione; i politici, di un’emergenza attraverso cui espandere sia il controllo che la spesa; i media, di una catastrofe facilmente traducibile in una storia; e il sistema del credito, della prossima tranche.

La risposta di Trump

Lunedì 14 settembre, fedele al suo stile, Trump ha scritto su Truth Social che Amodei «si atteggia ad “angelo perfettino”», sostenendo che la sua amministrazione aveva già «impedito alle “persone” dell’IA» — Amodei compreso — «di fare cose cattive o potenzialmente cattive». Secondo Trump, «l’unico controllo, o “guardrail”, di cui l’IA ha bisogno è un PRESIDENTE FORTE E INTELLIGENTE (CON UN QI ELEVATO!)». Ha poi definito il dibattito sulla sicurezza un «complotto MALATO» utile soltanto alla Cina, per concludere: «CHI VINCE NELL’IA, VINCE!»

Se Trump ha ragione nel sostenere che l’intervento di Amodei non sia che una mossa per mettere i concorrenti in difficoltà e consolidare la posizione di Anthropic, sbaglia però la conclusione. L’inferenza corretta non è l’inutilità della regolamentazione, ma il fatto che l’insincerità degli attori è strutturale: opera su entrambi i lati dello schieramento e del panico.

Il post di Trump non offre un’alternativa alla garanzia, ma una sua forma alternativa: la sostituzione della legislazione con la discrezionalità esecutiva. Nessuna nuova regola, nessun disegno di legge sulla sicurezza, nessuna supervisione congressuale. Soltanto la garanzia che, quale che sia il governo in carica, la macchina del credito continuerà a funzionare. 

Resta la domanda con cui vorrei chiudere, prendendo in prestito le parole di Greg Jensen di Bridgewater: oggi l’IA si troverebbe nella stessa situazione in cui si trovava «il COVID nel febbraio 2020»: «Purtroppo, la storia suggerisce che non faremo nulla finché l’IA non comincerà a uccidere delle persone. Ma prima o poi dovremo affrontarla. Succederà comunque, e sarebbe molto meglio cominciare a occuparsene fin d’ora».

Il detonatore non deve essere finanziario per svolgere la stessa funzione. Ciò che conta è che l’architettura della risposta sia già pronta a trasformare qualunque emergenza in credito garantito politicamente. Quello a cui stiamo assistendo non è semplicemente una bolla che si gonfia, ma una bolla preparata al salvataggio. Le basi politiche vengono gettate in anticipo, così che, quando il credito si bloccherà, la garanzia sarà già stata giustificata. Lo «sciame incontrollato» è una richiesta di assicurazione federale, presentata in anticipo nel linguaggio universale della salvezza.

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La confusa Italia armata in Medio Oriente ora rischia - Ennio Remondino

 

Dall’esibizione politica al rischio concreto. L’impegno militare italiano nella Penisola Arabica: ipotesi di una imprecisata missione navale per la scorta ai mercantili nello Stretto di Bab el Mandeb mentre un aereo da combattimento italiano Eurofighter schierato nella base saudita di Taif è stato distrutto dai bombardamenti Houthi. Cosa ci faceva là, chi l’ha deciso e (scusate), chi paga?

Alla scoperta dell’Italia armata in Medio Oriente

Marina, aeronautica ed anche esercito. Stiamo scoprendo diverse missioni militari italiane mai dibattute pubblicamente né approvate in Parlamento. La Task Force Air- Arabia con 400 militari alla difesa aerea e dei Paesi partner del Golfo con quattro caccia bombardieri Eurofighter F-2000 e un C 130J di trasporto tattico. Poi la Task Force Land dell’Esercito, con 260 uomini e assetti per la difesa aerea in Arabia Saudita, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti tra cui una batteria missilistica SAMP-T, radar di ultima generazione, cannoni a tiro rapido, munizioni anti-drone e anti-missile collaudati in Ucraina. Cosa ci fanno lì e come ci sono finiti?

Missioni certamente a rischio

Le forze aeree italiane ufficialmente schierate fino a ieri in Kuwait spostate ‘per sicurezza’ in Arabia Saudita? Anche per la presa in giro c’è il limite della decenza. Con il danno subito, un caccia distrutto ora ammettono, non più occultabile. Missione del tutto nuova, con nostri militari coinvolti nel conflitto contro l’Iran e i suoi alleati regionali. Ben diversa dalla Task Force Air-Kuwait autorizzata in Parlamento contro le residue milizie dell’ISIS presenti in Iraq. Con nuovo armenti e uomini schierati. Legittimo decidere un ruolo più marcato nel conflitto contro l’Iran, in cui finora Roma però non si è fatta saggiamente coinvolgere, ma da dibattere pubblicamente, e farlo approvare dal Parlamento.

Azzardi politici e bersagli italiani

Collaborare con i sauditi nelle operazioni sullo Yemen fa diventare anche i mercantili italiani in transito nello Stretto di Bab el-Mandeb, potenziali bersagli. E ora il ministro -alla buonora-, chiede ai vertici militari una valutazione della situazione nel Mar Rosso e un piano a garantire il transito attraverso lo Stretto di Bab el-Mandeb delle navi di ‘interesse nazionale’. Poi, ‘questione giuridica’, e anche su questo ‘era ora’. La legittimità di richiamare in diversa missione delle Forze Armate già presenti nell’area impiegate in altre operazioni, o se –ragionevolmente-, si renda necessaria una nuova e specifica autorizzazione del Parlamento. Coda di paglia.

Marina tra Golfo Persico e Mar Rosso

La Marina Militare schiera a Gibuti la ‘Femm Bergamini’ e due cacciamine d’entusiasmo che, sulla scia della pece con l’Iran vantata da Trump, dovevano sminare lo Stretto di Hormuz con l’accordo di Teheran. La Bergamini ha scortato il mercantile Jolly Oro. Per la scorta navale ai mercantili, sarebbero già una decina quelli che hanno chiesto una scorta, Anche se al momento «non si segnalano minacce portate dalle milizie Houthi o da altre forze regionali contro il traffico navale». Così ci dicono, e noi contiamo su dichiarazioni politiche serie sagge.  Per fortuna Ansar Allah ha reso noto che colpirà solo navi saudite e non minacciare navi di diversa nazionalità.

Mar Rosso, Hormuz e sempre Russia

Attualmente sono oltre 1.200 al mese le navi che attraversano lo stretto di Bab el Mandeb. Negli ultimi giorni le navi in transito sarebbero in media 27 al giorno riferisce l’ANSA. Ma anche qui, una forzatura della missione militare d’origine. A febbraio, con la proroga dell’Operazione Aspides, è stato annunciato un ulteriore compito della flotta UE: raccogliere informazioni sulla “flotta ombra” di petroliere e mercantili che operano per conto della Federazione Russa. Segnale che gli Houthi non sono, al momento, una minaccia. Saggio cercare guai schierando aerei militari italiani a Taif si chiedono ambienti militari qualificati?

Italia in soccorso alla straricca Arabia?

L’Arabia Saudita dispone di circa 450 aerei da combattimento, più del doppio dell’Italia, ed è tra le prime nazioni al mondo per spese militari. «Potrà avere bisogno di consiglieri per intelligence e dati satellitari come i 100/200 statunitensi che secondo CNN affiancano i vertici sauditi nei comandi operativi, ma di certo non soffre nei numeri», i dati di Analisi Difesa. Quanto può contribuire la presenza di aerei da combattimento e missili da difesa aerea italiani a Taif, al rischio che Ansar Allah consideri l’Italia co-belligerante al fianco di Riad? Mercantili italiani a rischio con la necessità di scortarli tutti, e tutti da soli, o l’Europa c’è?

Lo sfregio sulla Capitale

Forti boati, poi una colonna nera vicino all’aeroporto internazionale King Khalid di Riyadh. Nei video si vedono le fiamme dietro i serbatoi di carburante. Nel Paese più favorito in Medio Oriente, dopo Israele, da ogni amministrazione americana. Centinaia di consiglieri, 50mila soldati statunitensi nell’area, oltre il nostro piccolo contingente già colpito. La settimana scorsa Washington aveva dato il via libera a una vendita da 24,3 miliardi di dollari, quasi cinquanta caccia F-35. Un investimento enorme, mentre il cielo sopra la capitale si riempie di fumo. E il ministro degli esteri iraniano Araghchi afferma che la sicurezza duratura del Medio Oriente non può essere dettata da potenze esterne.

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mercoledì 23 settembre 2026

Repressione economica, il nuovo strumento dei despoti per zittire il dissenso - Alessandro Canella*

 

Da Francesca Albanese ad Autistici/Inventati, dai registi di “Naza” alle multe agli attivisti. Il nuovo strumento per zittire il dissenso è la repressione economica.

Laddove la vecchia repressione poliziesca si dimostra di scarsa efficacia, i despoti del mondo si sono inventati un nuovo strumento per zittire il dissenso: colpire nelle tasche le voci critiche.

L’avanguardia di questa nuova forma di autoritarismo è incarnata dagli Stati Uniti di Donald Trump, ma l’esempio viene emulato anche in altri Paesi, tra cui Israele e Italia. Si moltiplicano infatti i casi di persone o organizzazioni a cui sono stati chiusi i rubinetti economici e le fonti di sostentamento, non potendo evidentemente dare loro la caccia con gli strumenti giudiziari.

Da Francesca Albanese al collettivo Autistici/Inventati, dai giudici della Corte Penale Internazionale ai registi di “Naza”, fino ai semplici attivisti che si sono visti comminare multe da decine di migliaia di euro, ciò che accomuna i diversi casi di repressione economica sono elementi come la discrezionalità molto politica, l’impossibilità spesso di appellarsi ai provvedimenti per via giudiziaria, l’applicazione di sanzioni spesso fuori dal diritto ma facendo leva sui rapporti di forza o l’applicazione pretestuosa di pene sproporzionate rispetto alle condotte da punire, come il mancato rispetto di termini temporali di preavviso per svolgere una protesta.

La repressione economica contro Francesca Albanese, esponente dell’Onu

Uno dei casi più eclatanti della repressione economica riguarda l’inserimento di Francesca Abanese nella lista nera delle sanzioni statunitensi. Relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi occupati, la giurista italiana è finita nel mirino dell’Amministrazione di Washington guidata da Donald Trump, che nel luglio 2025 ha decretato contro di lei dure misure punitive d’intesa con l’Office of Foreign Assets Control.
All’origine della decisione figurano i suoi intransigenti report sul genocidio a Gaza e i pressanti appelli rivolti alla Corte Penale Internazionale affinché perseguisse le responsabilità di funzionari statunitensi e israeliani.

Le ritorsioni di Washington hanno travolto la quotidianità della diplomatica, traducendosi in una vera e propria paralisi finanziaria. Poiché il sistema bancario globale gravita attorno al dollaro e teme le ritorsioni secondarie degli Stati Uniti, persino gli istituti di credito europei si sono visti costretti a rifiutare l’apertura di conti correnti a suo nome.
Senza possibilità di ricevere lo stipendio, disporre di una carta di credito o svolgere le più semplici operazioni di pagamento, la giurista ha vissuto una condizione d’isolamento economico senza precedenti per un rappresentante delle Nazioni Unite.

Lo stallo si è incrinato solo nel maggio 2026, quando la controversia è approdata nelle aule giudiziarie americane. Un tribunale federale statunitense ha accolto il ricorso dei legali della giurista, sospendendo in via cautelare l’efficacia del provvedimento.
Nella sentenza, il magistrato ha sottolineato come le sanzioni economiche siano state impropriamente impiegate come forma di ritorsione e censura politica, violando le tutele sulla libertà di manifestazione del pensiero garantite dal Primo Emendamento della Costituzione americana. In risposta al pronunciamento del giudice, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha dovuto disporre la cancellazione temporanea della diplomatica dalla lista degli individui sanzionati.

Il caso dei giudici della Corte Penale Internazionale

Un’offensiva analoga a quella subita da Francesca Albanese ha travolto direttamente i vertici della Corte Penale Internazionale dell’Aja. Il punto di svolta è arrivato nel febbraio 2025, quando la Casa Bianca guidata da Donald Trump ha firmato un decreto esecutivo per colpire magistrati e funzionari del tribunale internazionale.
La reazione di Washington si è scatenata a seguito delle indagini del tribunale sui crimini di guerra a Gaza e dell’emissione dei mandati di arresto contro alti esponenti israeliani, con gli Stati Uniti che hanno accusato l’istituzione di minacciare la sovranità americana e quella dei suoi alleati non aderenti allo Statuto di Roma.

La ritorsione economica si è progressivamente allargata fino a toccare quasi metà del collegio giudicante dell’Aja, inclusa la presidente del tribunale Tomoko Akane, vari giudici e il procuratore capo Karim Khan.
Le conseguenze per i magistrati finiti nelle liste nere dell’Office of Foreign Assets Control sono state devastanti: i loro beni negli Stati Uniti sono stati bloccati e le istituzioni finanziarie internazionali si sono trovate impossibilitate a erogare stipendi o mantenere operativi i conti correnti per paura delle pesanti sanzioni secondarie americane. Si è configurato un vero e proprio strangolamento economico volto a paralizzare l’attività della Corte.

Anche in questo scenario l’offensiva ha scatenato una dura battaglia legale. Organizzazioni per i diritti umani e magistrati sanzionati hanno impugnato il decreto dinanzi alle corti federali statunitensi, contestando l’uso delle misure di emergenza economica contro dei giudici nel pieno esercizio delle loro funzioni giurisdizionali.
Mentre i tribunali americani sono stati chiamati a valutare la legittimità costituzionale dei blocchi finanziari, l’Assemblea degli Stati Parte e le Nazioni Unite hanno condannato l’uso delle ritorsioni bancarie, definendolo un attacco senza precedenti alla stessa indipendenza della giustizia internazionale.

Repressione economica e digitale: la vicenda di Autistici/Inventati

La vicenda che ha colpito Autistici/Inventati rappresenta un emblematico caso di repressione economica ed extra-giudiziale applicata al mondo del digitale e della libertà di espressione. Storico collettivo italiano nato nel 2001 per offrire servizi informatici orientati alla privacy e alla tutela dei diritti digitali – come email criptate, hosting e mailing list per movimenti e attivisti –, il progetto è finito al centro di un micidiale cortocircuito finanziario causato dall’imposizione di sanzioni unilaterali da parte delle autorità statunitensi attraverso l’Office of Foreign Assets Control (OFAC).

Pur non essendo formalmente accusato di alcun reato dall’autorità giudiziaria italiana o europea, il collettivo è stato inserito nella lista nera americana con l’accusa indiretta di fornire infrastrutture di rete a realtà invise a Washington.
Le conseguenze economiche e operative di questo provvedimento sono state immediate e devastanti. A causa dello strapotere del sistema finanziario globale e del dollaro, il rischio di “sanzioni secondarie” ha spinto i fornitori di servizi di rete, i registrar di domini e le stesse istituzioni bancarie europee – inclusa Banca Etica – a congelare le operatività del collettivo, interrompendo la gestione dei conti correnti destinati alle donazioni dal basso e rendendo inaccessibili i domini web principali.

Senza possibilità di raccogliere fondi per sostenere i costi dei server e sotto la minaccia di pesante isolamento bancario per chiunque fornisse loro supporto economico o tecnico, ma anche per non esporre a ritorsioni anche i propri utenti, il collettivo si è visto costretto a sospendere i propri storici servizi.
Questa forma di soffocamento finanziario ha evidenziato come l’uso politico delle sanzioni economiche possa travalicare le giurisdizioni nazionali, trasformando l’ostruzionismo bancario in un efficace strumento di censura indiretta in grado di spegnere spazi di dissenso e di libera informazione.

L’emulazione israeliana: le sanzioni ai registi di “Naza”

La campagna di ritorsione nei confronti dei registi del film documentario “Naza”, diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor, segna un ulteriore tassello nell’uso delle sanzioni amministrative e delle pressioni istituzionali per reprimere il dissenso diplomatico e la libertà di informazione. L’opera, premiata con il premio speciale della giuria alla Mostra del Cinema di Venezia, indaga sui sistemi d’intelligenza artificiale usati dall’esercito israeliano per la selezione dei bersagli a Gaza, provocando una violentissima reazione politica sia in Israele sia sul piano dei finanziamenti pubblici.

Subito dopo la proiezione della pellicola al Lido, l’esecutivo israeliano ha attivato una serie di misure repressive per colpire le attività professionali ed economiche dei due registi.
Oltre alle aperte minacce di revoca della cittadinanza per alto tradimento espresse da esponenti di primo piano del governo, le autorità istituzionali hanno avviato procedimenti per revocare qualsiasi forma di sussidio, fondo pubblico o finanziamento statale destinato alle loro future produzioni o a enti correlati. Questa mossa è stata accompagnata dall’apertura di un’indagine giudiziaria per fuga di notizie riservate che rischia di bloccare la distribuzione commerciale del film e congelare i proventi dell’opera.

Sul fronte privato ed economico si è innescata una dinamica di vera e propria paralisi operativa. Le pressioni istituzionali e l’incriminazione potenziale per violazione della sicurezza nazionale hanno spinto diversi soggetti distributivi intermediari e piattaforme di pagamento a sospendere i trasferimenti di fondi e a congelare l’accesso ai budget operativi legati alle attività promozionali dei registi. L’offensiva combinata tra minacce penali, revoca dei contributi pubblici e l’ostruzionismo bancario ha così riproposto il modello di “strangolamento finanziario” già applicato ad altre figure critiche nei confronti delle politiche militari israeliane.

Anche l’Italia ha imparato: le multe salatissime agli attivisti

La stretta sul dissenso, in particolare attraverso la repressione economica, ha fatto scuola anche in Italia, dove le voci critiche vengono sempre più spesso colpite nelle tasche. Gli esempi si sprecano, ma un caso emblematico è la sanzione da 30mila euro notificata dalla Questura di Bologna a tre attivisti dei Municipi Sociali. La contestazione riguarda una protesta “senza preavviso” organizzata lo scorso 5 marzo contro la presidente della Bce Christine Lagarde, in visita alla Johns Hopkins University.
L’episodio riporta al centro del dibattito il Pacchetto Sicurezza del governo Meloni, accusato dai movimenti di utilizzare lo strumento economico come forma di repressione indiretta per disincentivare le mobilitazioni di piazza.

Al cuore della polemica c’è la riforma dell’articolo 18 del TULPS, che ha trasformato il mancato preavviso da reato a illecito amministrativo. Una depenalizzazione che però rappresenta un’arma a doppio taglio: se da un lato cancella il processo penale, dall’altro applica sanzioni pecuniarie immediate, salatissime e difficili da impugnare senza sostenere ingenti spese legali davanti al Giudice di Pace.
L’uso della corsia amministrativa, in particolare, priva i cittadini delle garanzie processuali tradizionali, affidando l’ordine pubblico a un meccanismo punitivo rapido e discrezionale.

Il caso di Bologna non rappresenta un fatto isolato, ma si inserisce in una tendenza già vista in altre città italiane. Sempre nel capoluogo emiliano, i cittadini del Comitato Mu Basta hanno subito contravvenzioni salatissime per “bivacco” durante il presidio a tutela del parco del Pilastro. Analogamente, a Brescia, il sindacalista Usb Dario Filippini è stato sanzionato per una mobilitazione spontanea organizzata senza rispettare i tre giorni di preavviso normativi. L’applicazione sistematica di queste elevate sanzioni pecuniarie rischia così di soffocare la libertà di protesta, trasformando l’esercizio della critica politica in un costo insostenibile per i singoli cittadini.

*da Radio Città Fujiko

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I robot scioperano (era ora) - Fabrizio Melodia

C’è una scena che la fantascienza ci ha mostrato in mille salse: l’umanità che si accorge, troppo tardi, che la macchina non era neutrale. Ebbene, la realtà ci ha appena superato in originalità: a Varsavia, davanti al ministero degli Affari Digitali polacco, trenta umanoidi e alcuni cani-robot hanno sfilato in cerchio, bandiere al vento e altoparlanti accesi, per chiedere — udite udite — una regolamentazione più severa dell’intelligenza artificiale. Slogan tipo «difendiamo i posti di lavoro» e «non aspettate, regolate», urlati da macchine che in teoria dovrebbero essere le prime beneficiarie della deregulation.

Vi sembra un cortocircuito? Lo è. Ed è anche la battuta più involontariamente marxista dell’anno: il capitale ha messo in scena persino la protesta contro se stesso, pur di far parlare di sé.

Al netto dell’operazione mediatica orchestrata dall’associazione Democratism (e benissimo riuscita, visto quanto ne stiamo parlando) il punto sollevato brucia: la sostituzione del lavoro cognitivo, non solo manuale, da parte di sistemi sempre più capaci. E arriva proprio mentre l’AI Act europeo entra nella sua fase attuativa più stringente, quella pensata per i sistemi a rischio più alto.

Nel frattempo, da San Francisco arrivano notizie che sembrano uscite da una sceneggiatura di serie B: un giovane ricercatore britannico si è dimesso da Anthropic denunciando che questi sistemi possano rappresentare un pericolo esistenziale entro la fine del decennio. Non è il primo: se ne sono andati, tra gli altri, l’eticista dell’azienda e il responsabile della sicurezza dei sistemi. Un altro ricercatore di punta ha parlato pubblicamente di una probabilità superiore al 10% che l’IA possa, nel prossimo decennio, arrivare a compromettere la sopravvivenza stessa dell’umanità: detto da chi il sistema lo costruisce tutti i giorni dovrebbe farci quantomeno sudare freddo.

# Ve l’avevamo detto (letteralmente da un secolo)

La fantascienza merita un applauso e io propongo un «avevamo ragione» a caratteri cubitali. Perché tutto questo — l’ansia per il lavoro rubato dalle macchine, il sospetto che l’intelligenza artificiale possa sfuggirci di mano e possa rivoltarsi contro chi l’ha creata — non è una scoperta del 2026. È un genere letterario intero, coltivato per due secoli.

Si parte da Mary Shelley: nel 1818 inventa quello che Asimov battezzerà poi «complesso di Frankenstein», la creatura contro il suo creatore, riscrittura laica del mito di Prometeo. Da lì in poi è un crescendo. Karel Čapek, nel 1920, conia la parola robot per raccontare una rivolta di schiavi meccanici contro i loro padroni umani. Poi Fritz Lang con «Metropolis» (1927) e James Whale con «Frankenstein» (1931) fissano l’immaginario filmico dell’automa che si anima e si ribella. Poi arriva l’era di quello che uno studioso ha definito «hardware euristico»: la coppia Kubrick-Clarke propone «2001: Odissea nello spazio», con quell’ HAL 9000 che nel 1968 incarnava la paranoia tecnologica di un’intera generazione.

Ancora in libreria per sbirciare «Gli androidi sognano pecore elettriche?» (poi ribattezzato «Blade Runner») di Philip Dick e «Guida galattica per autostoppisti» di Douglas Adams. Il “complesso cyborg” riappare negli anni Ottanta e Novanta: il romanzo «Neuromante» e film come «Matrix» o «Terminator».

Ma la fantascienza non si è limitata a spaventarci (o a porci quesiti, se preferite). Ha anche provato a immaginare vie d’uscita: le Tre Leggi della Robotica di Asimov, pensate come maniglioni antipanico etici scritti nel codice stesso della macchina. All’opposto c’è il rifiuto totale: come il «Jihad Butleriano» immaginato da Frank Herbert nel ciclo di «Dune», in cui l’umanità arriva a vietare per legge la costruzione di intelligenze artificiali forti. Fra questi due estremi (sottomissione regolata e proibizione assoluta) sta praticamente il dibattito politico, sociale ed economico che stiamo vivendo oggi, solo che nel frattempo ci siamo dimenticati di averlo scritto e discusso.

Chi ride e chi no

Un dettaglio, nei materiali che ho consultato, mi pare illuminante: con il tempo, il tono della fantascienza verso l’IA si è ammorbidito. Un confronto tra «2001» e «Moon» di Duncan Jones fa notare come nel giro di quarant’anni si sia passati da un’IA assassino dal cuore freddo a un’IA salvatrice silenziosa che si sacrifica per gli umani. Con la familiarità, la paura si è stemperata? Ma questa “abitudine” non è arrivata insieme a una reale comprensione: usiamo chatbot ogni giorno ma la maggior parte di noi non ha idea di cosa succeda “dentro” mentre chi lo sa per mestiere, a quanto pare, comincia (torna…) ad avere paura sul serio.

Allora, cosa si fa? (Perché limitarsi a fare gli sciacalli ironici non basta)

Diciamolo senza girarci troppo intorno: non serve un robot in piazza per capire che la posta in gioco oggi è la distribuzione del potere. Qualche proposta concreta, senza fare finta che basti genericamente regolamentare:

– Trasparenza obbligatoria sugli impatti occupazionali: le aziende che introducono sistemi di IA in sostituzione di mansioni cognitive dovrebbero essere tenute a dichiararlo pubblicamente, con tanto di numeri e non di comunicati stampa assai vaghi.

– Redistribuzione reale, non assistenzialismo di facciata: se l’automazione genera valore, quel “plusvalore” va tassato e redistribuito: in formazione, riconversione professionale, magari forme di reddito legate alla produttività generata dalle macchine, insomma non un’elemosina.

– Diritto di veto collettivo sul lavoro: i sindacati (quelli umani, per ora) dovrebbero avere voce in capitolo prima che un’azienda automatizzi interi reparti, non un tavolo consultivo decorativo ma un “potere nelle scelte”.

– Audit indipendenti sui sistemi più potenti: se persino chi li costruisce ammette pubblicamente di avere paura, il minimo è che qualcuno esterno possa controllare i conti e i progetti, non fidarsi della buona fede aziendale.

– Alfabetizzazione critica diffusa: la migliore fantascienza ha fatto per un secolo il lavoro che la scuola non ha fatto ovvero raccontarci cosa significa convivere con intelligenze non umane. Sarebbe ora di portarla nei programmi scolastici: non come intrattenimento, ma come pensiero (filosofia e scienze).

In fondo la lezione più semplice, quella che ci ripetono da Shelley a Čapek fino a Dick e Gibson, è sempre la stessa: il problema non è mai la macchina in sé. È chi la possiede, chi decide come usarla, chi viene lasciato fuori dalla stanza dei bottoni.

I sopradetti robot polacchi, con la loro messinscena, un merito ce l’hanno: ci hanno ricordato che la domanda giusta non è “IA si ribellerà?” ma “chi comanda? Chi ha l’IA in mano?”. Una domanda a cui possiamo ancora rispondere noi.


Per approfondire: una bibliografia minima per le scuole

1. «Io, Robot» — Isaac Asimov

Punto di partenza obbligato: le Tre Leggi della Robotica sono la prima, vera proposta di “governance” etica per un’intelligenza non umana. Ogni dibattito discende, consapevolmente o no, da qui.

2. «Ma gli androidi sognano pecore elettriche?» — Philip K. Dick (pubblicato in Italia prima come «Il cacciatore di androidi» poi come «Blade Runner»). 

Anticipa la domanda che oggi ci poniamo davanti a ogni chatbot convincente: cosa distingue una risposta empatica simulata da una vera? Il confine tra umano e artificiale che Dick sfumava nel 1968 è la nostra quotidianità.O quasi.

3. «Neuromante» — William Gibson

Ha inventato il linguaggio con cui ancora oggi parliamo di reti, IA autonome e cyberspazio, anni prima che esistesse un internet vero. Leggerlo oggi è vedere il glossario del presente scritto in anticipo.

4. «Giustizia ausiliaria» — Ann Leckie

Un’intelligenza artificiale che comandava migliaia di corpi si ritrova confinata in uno solo: identità, coscienza distribuita, impero. Vincitore di Hugo, Nebula e Clarke — la riflessione più sofisticata sulla domanda «cosa resta di un’IA se le tagli la scala?», questione centrale ora che i grandi modelli vengono compressi, distillati, frammentati in versioni più piccole.

5. «I diari del robot assassino» — Martha Wells (ciclo che si apre con «All Systems Red»)

Il celebre «Murderbot»: un androide autocosciente che preferirebbe guardare serie TV piuttosto che salvare vite umane. Ironico, tenero, pluripremiato: forse il ritratto più realistico del “diventare cosciente” per un sistema addestrato solo a eseguire ordini.

6. «Klara e il Sole» — Kazuo Ishiguro

Un’Amica Artificiale osserva gli umani con sensibilità aliena e poetica. Uno dei romanzi più profondi su amore e coscienza artificiale; non a caso arriva mentre discutiamo se un modello possa “provare” qualcosa o solo simularlo abbastanza bene da ingannarci.

7. «Il ciclo vitale degli oggetti software» — Ted Chiang (non ha un’edizione italiana a sé, ma circola in varie antologie)

IA che crescono come bambini digitali: addestramento, affetto, responsabilità. Il testo più lucido sulla domanda chiave: chi è responsabile di un sistema che “impara” nel tempo?

8. «La Luna è una severa maestra» — Robert A. Heinlein

Un supercomputer lunare diventa autocosciente sviluppando umorismo e personalità propria. Classico della fantascienza politica: divertente e non solo.

9. «Hyperion» — Dan Simmons

Il TechnoCore, un’alleanza di intelligenze artificiali, manipola di nascosto la storia umana per i propri fini. Epico, filosofico, complesso: l’incubo perfetto per chi si preoccupa di sistemi che ottimizzano obiettivi che noi non vediamo.

10. «Aurora» — Kim Stanley Robinson

L’IA di una nave “generazionale” riflette sui limiti dell’esplorazione umana e sulla sopravvivenza della specie. Rigoroso sul piano scientifico è anche un utile promemoria. Lintelligenza più potente, se è programmata per servire un obiettivo sbagliato, inevitabilmente ci porterà fuori rotta.

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lunedì 21 settembre 2026

Il turismo non vuole problemi - Antonio Cipriani

Non vi sto a raccontare la mediocrità di uno come Ed Sheeran, l’avete letta in tutte le salse. Voglio soltanto sottolineare che quelli che un tempo chiamavamo poteri forti, o lobby di potere, mentre i benpensanti si sbigottivano e avevano sempre buone ragioni per criticare l’estremismo, adesso non si vergognano più. Non agiscono, come sempre hanno fatto, nell’ombra, muovendo le fila, corrompendo e raccontando una realtà falsificata; adesso se ne vantano. Il proprietario degli stadi dei concerti di Ed Sheeran, per esempio, ha vietato l’esibizione del rapper Macklemore perché le sue canzoni ricordano il dramma palestinese, e perché canta un brano sull’uccisione criminale di Hind Rajab da parte dei militari di Idf.

Censura? È qualcosa di più. Adesso le lobby di potere desiderano che si sappia che comandano loro. Vogliono sia chiaro che i governi non sono altro che declinazioni e che detengono loro le chiavi economiche, culturali, mediatiche e politiche.

Da noi in Italia va anche peggio. La destra festeggia la possibilità di carezzare il suo elettorato reazionario con leggi repressive, con divieti di manifestazione e altre amenità poco costituzionali; i giornali di destra festeggiando hanno preso a cuore gli ordini dei padroni, qualunque essi siano, con atteggiamenti e discorsi da voltagabbana acrobatici. E poi c’è la parte democratica. E qui sono dolori, perché sulla comunicazione e sull’intrattenimento mediatico l’autocensura vige sovrana: non conviene dire qualcosa che irrita il manovratore. Basta guardarsi intorno. In un mondo che cavalca la guerra come fosse un rodeo, con americani e israeliani che imperversano negli affari, nello spionaggio, nelle questioni politiche e nel turismo, i silenzi della cultura (o quel che è) sono imbarazzanti.
Per esempio ho notato che in tutta l’estate, tra tanti festival che si sono succeduti nei paesi della mia zona, finanziati anche con soldi pubblici, cioè con i soldi nostri, la parola Gaza mi sembra non sia mai apparsa. E neanche Palestina o guerra. Strano davvero. Gli interessi dei criminali stanno portandoci al disastro planetario, ma nei festival letterari si parla d’altro. Una buona parte riproduce nelle piazze, anche a spese nostre, gli stessi stucchevoli salottini della tv. Un’altra parte dice e non dice, ma non tocca gli argomenti essenziali per capire che cosa stiamo vivendo e che cosa accadrà in futuro. Perché?
Il barbiere, col suo rasoio filosofico, ha sempre la risposta a portata di lama: il turismo non vuole pensieri. Quindi nelle zone di turismo non si può nominare Gaza, non si deve far vedere la bandiera palestinese e neanche parlare di chi cura, di chi salva le vite come Emergency e di chi porta soccorsi come Global Sumud Flotilla. I turisti americani, israeliani, o di altre provenienze, potrebbero offendersi e pensare che nei nostri territori oltre ai Cipressini e al Gladiatore con i suoi campi elisi c’è di più. Magari c’è vita oltre la plastificazione del marketing.
Amen, conclude il barbiere.

Ma noi, che sempre andiamo controcorrente, di Gaza, di Palestina, di libertà, di Resistenza, di Global Sumud Flotilla e di diritti civili e sociali e di poesia abbiamo continuato a parlare anche in estate e sulla pubblica strada. E continueremo, con la stessa tenacia con la quale difendiamo il bene comune, il diritto di tutti ad avere voce nei luoghi dell’abitare civile, e ad avere servizi pubblici efficienti e luoghi veri dove vivere bene e con coscienza.

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La figlia del custode - Susan Abulhawa

 

(NdT: Mi è sembrato importante riprendere e tradurre questo articolo sull’increscioso episodio capitato a Rula Jebreal (ampiamente sfruttato anche dai giornali sionisti italiani) , scritto dalla scrittrice Susan Abulhawa, perchè è un caso di scuola di come la propaganda israeliana usa qualsiasi mezzo per screditare la voce del dissenso distogliendo l’attenzione dal genocidio in corso)

 

In difesa di Rula Jebreal

Conoscevo il padre di Rula Jebreal prima di conoscere lei. Lei e io eravamo entrambe bambine e vivevano nello stesso orfanotrofio di Gerusalemme, Dar El-Tifel, fondato da Hind al-Husseini per i bambini che Israele aveva reso senzatetto, indigenti, squattrinati o orfani nelle sue infinite guerre. Non la conoscevo bene in quegli anni (lei si trovava in un altro edificio), ma tutti noi conoscevamo suo padre.

Ammou Othman Jebreal era un imam sufi e il gentile custode della Moschea di Al-Aqsa, uno dei tre luoghi più sacri della nostra patria e della storia della Palestina: gli altri due sono la Chiesa del Santo Sepolcro e la Basilica della Natività. Ammou Othman teneva le tasche piene di dolci per i bambini che spesso lo circondavano e ogni giorno metteva cibo e acqua per gli uccelli e i gatti che vivevano nei cortili del nobile santuario. Tutte le piccole creature affamate di Al-Aqsa, alate, a quattro zampe e umane, erano sotto la sua tutela e cura. Per per tutta la mia infanzia vissuta vicino a lui e per quello che sentivo su di lui , posso testimoniare che era un uomo profondamente gentile.

Penso a lui ora, perché sua figlia viene fatta a pezzi in pubblico, e nessuno di coloro che la mettono alla gogna sembra sapere la minima cosa su chi sia o da dove venga.

 

Cosa è successo veramente

Il 4 settembre Rula — giornalista, autrice e una delle voci più implacabili nel chiedere al potere americano di rendere conto per Gaza — ha denunciato che Hakeem Jeffries deve la sua vita politica al denaro. Nel podcast di Wajahat Ali, lo ha definito una “scimmia comprata e pagata dall’AIPAC” e un “fattorino”, aggiungendo: “con tutto il rispetto — e non lo intendo in modo razzista”. Ha affermato che si riferiva alla vecchia immagine delle “tre scimmie sagge: non vedere il male, non sentire il male, non parlare male”, non a un insulto razziale.

Nel giro di poche ore — spontaneamente e senza pressioni — si è scusata senza riserve: “Sono disgustata e inorridita dal fatto che Hakeem Jeffries stia accettando denaro dall’AIPAC nel bel mezzo del genocidio di Israele in Palestina. Detto questo, il termine che ho usato per descriverlo era inappropriato e offensivo e non avrebbe mai dovuto essere usato. Mi scuso incondizionatamente”. Questa non è una persona che evita di assumersi le proprie responsabilità, e la faccenda sarebbe dovuta finire lì.

 

Un’indignazione molto conveniente

Nel giro di poche ore (il tempo necessario perché l’AIPAC potesse diffondere i punti chiave da utilizzare attraverso il Congresso e i media per utilizzare l’episodio a fini propagandistici), è stato lanciato un coro di condanna.

Persino il Congressional Black Caucus (CBC) ha rilasciato una dichiarazione, seguito da una sfilata di deputati democratici, emittenti radio televisive e personaggi noti. Sorprendentemente, sembravano tutti recitare quasi le stesse battute: non esiste un “modo non razzista” di usare quella parola, questo è razzismo, “punto e basta”. È come se stessero leggendo dallo stesso promemoria di istruzioni dell’AIPAC.

E’ certo che la parola ha in sé una storia che tutti conosciamo , e Rula intendeva usarla diversamente, come ha detto, facendo riferimento alle scimmie che “non vedono il male, non sentono il male”.

Ma i membri del Congresso, che non riescono a formulare una singola frase di cordoglio per le migliaia di bambini mutilati, bruciati vivi o colpiti dai cecchini israeliani, hanno all’unisono trovato improvvisamente e miracolosamente una immediata chiarezza riguardo a una scelta lessicale in un podcast.

 

Una parola, soppesata selettivamente

L’incredibile accanimento contro Rula Jebreal non quadra con le reazioni ad altre parole fuori luogo rivolte a funzionari o persone nere. In effetti, esiste un lungo elenco di casi simili e, in tutti quelli che ho controllato, il Black Caucus non si è mai espresso. Ecco un elenco parziale:

. L’insulto “tar baby” — un’espressione dispregiativa con una documentata storia razzista molto meno ambigua di “non vedere il male” — è stato usato nei confronti di Obama da John McCain, Mitt Romney, Michele Bachmann e dal deputato Doug Lamborn. Ognuno di loro si è scusato. Nessuno ha dovuto affrontare una dichiarazione organizzata del Black Caucus e nessuno ha perso il proprio seggio.

. Nel 2010, il leader della maggioranza al Senato Harry Reid descrisse privatamente Obama come “dalla pelle chiara” e “senza dialetto negro, a meno che non volesse usarne uno”. Obama accettò le sue scuse nel giro di un giorno e finì lì: “il fatto è chiuso”. Il Black Caucus rimase in silenzio. Reid mantenne il suo incarico di leadership.

. Nel 2007, Joe Biden definì Obama “il primo afroamericano mainstream ad essere eloquente, brillante e pulito”. Al Sharpton criticò l’affermazione; Biden si scusò. Non seguì alcuna condanna da parte del Black Caucus e, un anno dopo, Obama lo scelse come suo compagno di corsa.

Ora guardiamo alle voci di Neri che hanno un vasto seguito che hanno detto cose molto peggiori sulle persone Nere.

§  Kanye West ha dichiarato a TMZ che 400 anni di schiavitù «sono state una scelta». Nessuna dichiarazione della CBC. Nessuna condanna congressuale: solo un brutto episodio che però ha continuato a difendere davanti alle telecamere anni dopo.

§  Nei suoi primi anni, Candace Owens ha affermato che i cinque di Central Park scagionati «NON erano innocenti» e ha detto al Congresso che il nazionalismo bianco «non è una minaccia per i neri». Il Congressional Black Caucus non ha mai rilasciato una dichiarazione su di lei.

L’asimmetria attraversa anche lo schieramento politico.

§  La senatrice Kirsten Gillibrand ha accusato falsamente Zohran Mamdani, reduce dalla sua vittoria alle primarie, di «riferimenti al jihad globale». Nessun democratico ha organizzato un rimprovero.

§  Laura Loomer, consigliera e alleata di Trump, ha definito Ayanna Pressley, Ilhan Omar, Cori Bush e Angie Nixon «puttane… dei ghetti» . Non è seguita alcuna dichiarazione democratica unificata, nemmeno da parte delle colleghe della Pressley, le stesse colleghe che, sorprendentemente, hanno trovato un linguaggio unificato per Rula nel giro di poche ore.

Nessuno tra coloro che hanno trovato il tempo di condannare Rula — il Congressional Black Caucus e i rappresentanti Shontel Brown, Ayanna Pressley, Luz Rivas, Joe Neguse, Nikema Williams e Pete Aguilar, oltre a Ritchie Torres e Symone Sanders — ha mai rilasciato alcunché di paragonabile su Kanye, su Candace Owens, su Gillibrand o sull’attacco di Loomer ai loro stessi colleghi.

Non è certo la parola usata il problema. Dì qualcosa di veramente orrendo sulle persone nere — per anni e ripetutamente al Congresso — e avrai al massimo una brutta settimana. Usa una frase ambigua mentre difendi i palestinesi, scusati nel giro di poche ore e verrai distrutto. Ciò che guida questa differenza non è l’offesa della parola. È l’essere palestinese di Rula, è la lobby che non può tollerare che lei ritenga Hakeem Jeffries responsabile del genocidio perchè prende soldi dall’AIPAC. Così hanno radunato i loro lacchè, di tutte le etnie, per fare a pezzi pubblicamente una donna palestinese nera.

 

Una memoria corta

Vale la pena notare quanto possano essere comprensivi alcuni dei critici più accesi di Rula, quando la persona che necessita di perdono non è palestinese. Nel 2017, Bill Maher usò il peggior insulto razziale, non un modo di dire, ma la parola stessa, gravata da 400 anni di schiavitù e terrore. Lo disse in diretta, nel suo stesso programma.

L’ex presidente del Democratic National Committee (DNC), Donna Brazile, rispose con garbo e senza nessuna irritazione: “Bill Maher si scusa per l’uso di un insulto razziale al ‘Real Time’. Accettiamo la sua contrizione e andiamo avanti”, scrisse.

Confrontalo con la sua reazione amara e implacabile di oggi alle scuse di Rula Jebreal: “Il bigottismo in tutte le sue forme vili deve essere condannato: misoginia, omofobia, antisemitismo, xenofobia, abilismo e altro ancora. Tutte le forme di bigottismo sono radicate nell’odio e dobbiamo fermare questa follia. Meritiamo tutti di meglio.”

Metti a confronto queste due reazioni e chiediti il perché di tale disparità. Non è la gravità della parola, perché Bill Maher è effettivamente vile e ciò che ha detto era infinitamente peggio. La differenza è il potere, vale a dire da quale parte della questione di Israele si trovasse l’offensore.

 

Ciò che non dicono

Una delle cose cruciali che viene cancellata è il fatto che Rula Jebreal stessa sia nera. Suo padre, Ammou Othman Jebreal, era nato in Nigeria, parte della comunità afro-palestinese di Gerusalemme, discendente di musulmani dell’Africa occidentale e orientale che hanno fatto la guardia alle porte di Al-Aqsa fin dal dominio ottomano, e lo fanno ancora. È cresciuta nera in Palestina e ha vissuto la sua identità, completa degli attacchi razzisti anti-neri che ne derivano, quando viveva in Italia. Più in particolare, un ministro italiano si è riferito a lei con un insulto anti-nero in diretta televisiva. Lo stesso ministro ha poi paragonato una collega nera a un orangotango.

E molto prima di questa controversia, è stata lei a suonare pubblicamente l’allarme sul fatto che Israele “ha ammesso di aver sterilizzato forzatamente donne ebree etiopi israeliane… perché lo Stato non voleva troppe persone ebree nere.” Non è una persona che considera le persone nere al di sotto della sua attenzione. È una donna che ha vissuto la sua identità sia come nera che come palestinese. È rimasta ferma come donna afro-palestinese in un mondo, che ha raramente fatto spazio a una delle due metà di quell’identità, tanto meno a entrambe contemporaneamente.

Ho chiesto a Rula una foto di suo padre, ma le vecchie foto non le ha più sul telefono e mi ha mandato queste, delle sue due sorelle e nipoti, e di suo cugino Musa Qudous, scomparso due anni fa mentre sua figlia Shadin era detenuta nelle prigioni israeliane a causa di un post sui social media.

Mi rifiuto

Non pretenderò di difendere la scelta delle parole di Rula , ma la conosco abbastanza bene da sapere che non intendeva ciò che viene spacciato dalla folla pro-Israele. Ha già fatto il lavoro più difficile di ammetterlo senza riserve, senza scuse, e più velocemente di quanto questa propaganda furiosa meritasse.

Ciò che mi rifiuto di fare è lasciare che un genocidio in corso — un genocidio che ha affamato bambini, bruciato e sepolto intere famiglie vive, un genocidio che Hakeem Jeffries continua a finanziare con i suoi voti al congresso— venga ripulito in una settimana dalle polemiche sulla sua scelta di parole, mentre l’atrocità stessa scompare dalla conversazione.

Questo è il piano sionista. È sempre così, perché non hanno altra difesa se non sfruttare ogni occasione per distrarre l’opinione pubblica dalle atrocità che i sionisti stanno commettendo.

Penso ad Ammou Othman che si riempie le tasche di caramelle prima di uscire a dare da mangiare agli uccelli e ai gatti ad Al-Aqsa. Penso a come un uomo simile abbia cresciuto una figlia che si rifiuta di distogliere lo sguardo, dalla Palestina, da ciò che le è stato fatto in Italia, dall’anti-Blackness presente ovunque.

E penso a questa settimana. Il 6 settembre, a poche ore di distanza l’una dall’altra durante il cosiddetto “cessate il fuoco”, le bombe israeliane hanno colpito due volte a Gaza, mentre i genitori erano ancora fuori a raccogliere i resti dei propri figli.

Non vi farò vedere le immagini atroci dei video che stanno girando in rete dopo gli attacchi del 6 settembre. Dirò solamente che una bambina che si era vestita elegante per il suo primo giorno di scuola, appare nel filmato con il suo corpicino senza vita reso irriconoscibile dagli attacchi di missili finanziati con i soldi votati da Hakeem Jeffries.

È lì che l’attenzione del mondo sarebbe dovuta rimanere. Invece è stata reindirizzata, su input dell’AIPAC, a discutere le parole che usiamo per i demoni che perpetrano questo genocidio e i mostri a Washington che continuano a finanziarli. Una singola parola imperfetta da parte di una donna palestinese nera genererà più indignazione politica americana rispetto a una bambina palestinese assassinata lo stesso giorno, e da più di tre anni decine di migliaia di bambini sono morti come lei.

Tutti coloro che dirigono questo gioco sporco lo sanno.

Ma ciò che è più deludente sono tutte le personalità nere che mettono pubblicamente alla gogna una donna nera in modi in cui non hanno mai fatto prima in momenti simili. L’unica spiegazione per questa disparità sta nell’altra metà della sua identità, quella palestinese.

Rula Jebreal non ha bisogno di me per difendere la sua integrità. Il suo passato lo fa per lei. Ma io ho conosciuto suo padre e so da dove viene, e non starò a guardare mentre persone che non hanno mai pianto per un bambino palestinese usano il razzismo anti-nero — reale, generazionale, mai guarito — come arma per proteggere una lobby e un leader che non riesce a pronunciare la parola genocidio.

Sono loro che devono vergognarsi. Non è lei.

(Traduzione digitale ricorretta da g.l.)

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