lunedì 25 maggio 2026

Se Israele occupasse Linosa, che farebbe il Governo? - Domenico Gallo

 

Questa mattina alle prime luci dell’alba un commando di incursori della Marina israeliana è sbarcato nell’isola di Linosa e ha sequestrato dodici pescatori che in quel momento stavano sbarcando il pesce pescato nella notte. Nell’azione lampo durata appena quattro minuti, è stato sequestrato il pescato e le barche dei pescatori sono state affondate. Poche ore dopo Netanyahu si è recato nel bunker della Marina per complimentarsi con gli incursori e ha dichiarato che la loro sagace azione è servita a sventare un grave pericolo per la sicurezza d’Israele. Infatti, gli attivisti antisemiti, travestiti da pescatori; si preparavano a sbarcare il pesce in Palestina, imitando quell’agitatore che tanto fastidio aveva dato alle Autorità ebraiche 2000 anni fa con la sua pretesa di distribuire pani e pesci alle folle affamate di Galilea. Naturalmente quest’azione proditoria non è passata inosservata. La premier Meloni ha tuonato: noi siamo un paese sovrano, nessun può permettersi di violare la nostra sovranità e di rapire cittadini italiani, darò mandato a Tajani perché l’Europa applichi ad Israele 20 pacchetti di sanzioni come ha fatto con la Russia. Il ministro Nordio, dal canto suo, ha tuonato contro la mollezza dei magistrati e ha dichiarato che si aspetta il massimo rigore nella persecuzione dei reati commessi in territorio italiano.

Forse sta sognando, le cose non si sono svolte così. I dodici italiani sono stati sequestrati in alto mare su navi battenti bandiera italiana, quindi i reati di sequestro di persona e di rapina a mano armata comunque sono stati commessi in Italia. Dopo il sequestro dei dodici italiani, Israele ha attaccato tutte le altre imbarcazioni della Flotilla sequestrando oltre 400 persone, fra cui altri 29 italiani. Dal punto di vista del diritto non vi è nessuna differenza fra un rapimento avvenuto sulla spiaggia di Linosa e un rapimento avvenuto in alto mare su una nave italiana, né la durata del sequestro, concluso in pochi giorni, può incidere sulla sostanza del reato.

Questi fatti offendono lo stesso bene giuridico protetto dalle norme penali. Il pigolio delle autorità italiane, l’imbarazzo a reagire a un’offesa così grave portata contro lo Stato italiano, ci fanno capire quanto sia cialtronesco il nazionalismo di Meloni e compagni. Di fronte a questa scena muta, pur apprezzando l’impegno del Ministro Tajani a far rientrare subito in Italia i sequestrati, quello che viene in evidenza è la totale mancanza di dignità nazionale dei “patrioti” al governo. Soltanto dopo la diffusione del video degli ostaggi prostrati di fronte a Ben Gvir, è ritornata la parola alla Meloni, che ha qualificato come inaccettabile quello che tutti gli italiani avevano visto, senza trarne conseguenza alcuna. Il servilismo dei governi italiani (non solo la Meloni) verso l’alleato americano ci ha fatto accettare umiliazioni di ogni sorta della sovranità nazionale purché avvenissero riservatamente, si pensi al rapimento di Abu Omar effettuato da agenti della CIA a Milano il 17 febbraio 2003, ma ha anche incontrato dei limiti nel caso di violazioni commesse alla luce del sole, si pensi alla notte di Sigonella (10-11 ottobre 1985) quando i Carabinieri circondarono, armi alla mano, i militari della Delta Force per impedire l’estradizione illegale dei terroristi che avevano sequestrato la nave da crociera italiana Achille Lauro.

È curioso che da Israele, che non è nostro alleato e non fa parte della NATO, si accettino umiliazioni della nostra sovranità molto più gravi di quelle che abbiamo subito degli USA. L’unica spiegazione è la simpatia ideologica fra Fratelli d’Italia e Lega e le coordinate politiche che guidano l’azione del governo Netanyahu: disprezzo del diritto internazionale, suprematismo bianco, apartheid. Queste caratteristiche in Israele sono spinte fino all’estremo. In Italia un simile percorso non sarebbe possibile finché resiste la Costituzione, ma la Meloni appartiene alla stessa famiglia politica di Netanyahu e di Trump. Gli abbracci della Meloni a Netanyahu, i ripetuti viaggi di Salvini in Israele dove ha espresso sostegno politico incondizionato al Governo israeliano, definendo “assurda” la richiesta di arresto avanzata dalla Corte penale internazionale nei confronti di Netanyahu, testimoniano l’esistenza di uno stretto legame politico fra i due governi. Un legame che emerge con chiarezza quando il veto italiano (assieme a quello della Germania) impedisce la sospensione dell’Accordo di associazione dell’UE con Israele. Un legame che va molto oltre la simpatia politica.

L’assordante silenzio del Governo italiano verso il massacro della popolazione palestinese di Gaza, verso le stragi commesse in Libano e la criminale pulizia etnica in Cisgiordania, non esprime soltanto indifferenza alle tragedie in corso. L’espresso boicottaggio per i provvedimenti delle Corti internazionali, trasforma l’italica ignavia in complicità. Questi ultimi eventi dimostrano quanto sia indispensabile una svolta politica per restituire al nostro paese la dignità politica perduta. Le forze politiche democratiche devono unirsi in un nuovo Comitato di liberazione nazionale per liberare l’Italia dalla nuvola nera che sta intossicando la nostra vita e oscurando il nostro futuro.

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José Saramago, la Palestina e il dovere etico della parola

di Barbara Gori


«José Saramago (1922-2010, premio Nobel per la letteratura 1998) vive e continua a parlare con forza a tutti noi, e in particolare ai più giovani. L’ho percepito chiaramente nelle letture dei suoi passi che gli studenti di portoghese dell’Università di Padova hanno realizzato il 5 maggio ultimo scorso durante l’incontro con sua figlia Violante. E l’avevo percepito ai primi di gennaio, alla Fondazione Saramago di Lisbona, quando un amico mi segnalò l’esistenza di un opuscolo che l’Associazione dei Giornalisti e Uomini di Lettere di Porto aveva pubblicato nel 2022, l’anno del suo centenario. S’intitolava A Palestina segundo Saramago e raccoglieva gli scritti del Nobel portoghese sul tema di Gaza. Confesso che fino a quel momento avevo ignorato che Saramago si fosse speso accoratamente già dalla fine del secolo scorso anche su quel versante. Leggerlo in aereo, durante il viaggio di ritorno in Italia, e scoprire che aveva denunciato con tanta forza, insieme a molti scrittori tra cui l’amico Mahmud Darwich, le atrocità perpetrate da Israele sul popolo palestinese già molto prima del conflitto attuale, confermò e, se possibile, accrebbe, l’immagine che avevo del suo impegno civile, etico prima ancora che politico, di cittadino del mondo; e mi resi conto che quella tragedia era diventata la dimostrazione più clamorosa della nostra “cecità” e del nostro dovere di aprire gli occhi: “La Palestina è come Auschwitz”; dichiarava nel 2002 senza mezzi termini – “gli ebrei che furono sacrificati nelle camere a gas forse si vergognerebbero se venissero a sapere come si stanno comportando i loro discendenti in Palestina.” Oggi quel dovere si  è fatto ancora più urgente. Lo dimostrano quei giovani che hanno rilanciato il suo messaggio proprio sul mare, l’elemento in cui prese il largo la sua “zattera di pietra”, caricando di utopia, oltre che di aiuti umanitari, quelle flotillas che, incubo di Israele e dei nostri governi, continuano a navigare alla volta di Gaza».

 

È con queste parole, sentite e partecipate, scritte il 10 maggio 2026, che l’ispanista Donatella Pini ha commentato la Giornata Internazionale della Lingua Portoghese celebrata a Padova quest’anno insieme alla figlia di José Saramago, Violante Saramago Matos.

 

Donatella Pini ha ragione. C’è qualcosa di sorprendente nel rileggere oggi i testi che José Saramago ha dedicato alla questione palestinese perché la percezione che si ha non è quella di trovarsi di fronte a pagine scritte più di venti anni fa, ma esattamente il contrario. La sensazione netta, quasi fisica, che si prova è quella che siano parole scritte oggi. Che descrivano non fatti risalenti al 2002 o al 2008, ma avvenimenti accaduti nel 2024 o nel 2025. Che parlino non della seconda Intifada o dell’operazione “Piombo Fuso”, ma dei morti e delle macerie di Gaza che ogni giorno vediamo sui nostri schermi.

 

Rileggere Saramago oggi significa fare i conti con una domanda scomoda: cosa è cambiato da quando il Nobel portoghese per la letteratura, con la sua voce testimoniale, sempre radicale e intransigente e al contempo solidale e compassionevole, si appellava alla militanza civica di ciascuno di noi, esortandoci a prendere l’iniziativa e a rivendicare «il pieno adempimento dei nostri doveri» di cittadini con la stessa veemenza e con la stessa forza con cui rivendichiamo «i nostri diritti»?[1] O più propriamente: cosa non è cambiato, né nella realtà dei fatti, né nella risposta che l’Europa, i suoi cittadini e i suoi intellettuali sono stati capaci di dare?

 

Da quando, nell’ottobre del 2023, l’esercito israeliano ha avviato la sua offensiva su Gaza in risposta all’attacco di Hamas del 7 ottobre, il dibattito pubblico in Europa si è spaccato in modo spesso caotico e doloroso. Anche chi si è sempre riconosciuto nei valori dei diritti umani e dell’antifascismo ha faticato a trovare le parole, intrappolato tra la condanna del terrorismo e il timore di essere accusato di antisemitismo.[2] Molti intellettuali hanno taciuto o hanno parlato con una cautela che a volte ha rasentato l’irrilevanza. Altri hanno scelto posizioni nette, pagandone il prezzo in termini di isolamento e di polemiche. Nel mezzo, decine di migliaia di civili palestinesi, in buona parte donne e bambini, hanno perso la vita. E i termini genocidio, apartheid, neocolonialismo, occupazione, crimini contro l’umanità sono tornati a circolare, ma faticosamente e tra enormi resistenze, come da sempre accade quando in ballo c’è l’“unica democrazia del Medio Oriente”.

 

Il Nobel portoghese invece, già vent’anni fa, non ha avuto nessuna esitazione né remora a usare queste parole, facendosi portavoce, nel modo intransigente e rigoroso che lo contraddistingue, di quell’umanesimo radicale fondato sull’universalità della dignità umana e su quell’etica dell’indignazione contro ogni forma di disumanizzazione che permeano l’intera sua opera, nella convinzione, mai negoziabile, che i diritti umani[3] non possono essere applicati in modo selettivo e che quindi nessuna religione, nessuna storia e nessun trauma, per quanto atroce, possono autorizzare eccezioni morali.

 

È in chiave di questo universalismo etico che rifiuta ogni gerarchia tra le vittime che deve quindi essere letto il controverso articolo Israele e Palestina. Dalle pietre di Davide ai carri armati di Golia, pubblicato il 21 aprile 2002 sul quotidiano spagnolo El País, nel quale, in un momento in cui la paura delle etichette sembrava sterilizzare il dibattito, la franchezza linguistica di Saramago appare come qualcosa di raro e davvero prezioso:

 

Intossicati dall’idea messianica di un Grande Israele che realizzi finalmente i sogni espansionistici del sionismo più radicale; contaminati dalla mostruosa e radicata “certezza” che in questo catastrofico e assurdo mondo esiste un popolo eletto da Dio e che, pertanto, sono automaticamente giustificate e autorizzate, anche in nome degli orrori del passato e delle paure di oggi, tutte le loro azioni derivanti da un razzismo ossessivo, psicologicamente patologicamente esclusivista; educati e allenati nell’idea che qualsiasi sofferenza abbiano inflitto, infliggano o infliggeranno agli altri, e in particolare ai palestinesi, sarà sempre molto al di sotto di quelle che essi hanno patito nell’Olocausto, gli ebrei scorticano senza sosta la loro ferita perché non cessi di sanguinare, per renderla incurabile, e la mostrano al mondo come se si trattasse di una bandiera. Israele ha fatto sue le terribili parole di Geova nel Deuteronomio: “Mia è la vendetta, e io ripagherò i miei nemici”. Israele vuole farci sentire colpevoli, tutti, direttamente o indirettamente, degli orrori dell’Olocausto, Israele vuole che rinunciamo al più elementare giudizio critico e ci trasformiamo in docile eco della sua volontà, Israele vuole che riconosciamo de jure quel che per lui è già un esercizio de facto: l’assoluta impunità. Dal punto di vista degli ebrei, Israele non potrà mai essere sottoposto a giudizio, una volta che è stato torturato, gassato e bruciato ad Auschwitz. Mi chiedo se quegli ebrei che sono morti nei campi di concentramento nazisti, quegli ebrei che sono stati trucidati nei pogrom, quegli ebrei che sono marciti nei ghetti, mi chiedo se questa immensa moltitudine di infelici non proverebbe vergogna per le infami azioni che i loro discendenti stanno commettendo. Mi chiedo se il fatto di aver tanto sofferto non sarebbe il miglior motivo per non far soffrire gli altri.[4]

 

In questa autorevole battaglia in nome della difesa dell’uso etico della parola affinché siano restituiti significato e realtà a persone e cose e contro il linguaggio dogmatico e ufficiale mirato al livellamento con le sue false etichette – comode, consensuali e rassicuranti – che semplificano il mondo invece di restituirlo in tutta la sua complessità, è fondamentale l’intervista che Saramago rilascia a Jose Vericat, collaboratore della BBC, al termine di un viaggio nei territori palestinesi compiuto nel 2002 assieme ad altri intellettuali,[5] organizzato dal Parlamento Internazionale degli Scrittori per portare la loro solidarietà agli scrittori, ai poeti, ai drammaturghi palestinesi. Alla domanda su quale fosse la sua posizione rispetto al conflitto israelo-palestinese, Saramago rispose con una attenzione e una precisione terminologica che è già, in sé, un’argomentazione: «questo non è un conflitto. Potremmo definirlo un conflitto se ci fossero due paesi, con un confine e due Stati, ciascuno con un proprio esercito. Qui si tratta di una cosa completamente diversa: di apartheid».[6] Nel 2002, la parola apartheid non era di uso comune per descrivere la situazione nei territori palestinesi occupati. Era usata da alcuni intellettuali, da alcune organizzazioni palestinesi, ma nella cultura mainstream occidentale era ancora considerata eccessiva, provocatoria, inappropriata. Oggi, dopo i rapporti di Amnesty International, di Human Rights Watch, dopo la posizione della stessa organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, questa parola è entrata nel vocabolario anche di coloro non possono essere tacciati di partigianeria. Saramago la usava già vent’anni fa, con la stessa naturalezza con cui si descrive una realtà evidente: «Non è una specie di apartheid, è proprio un apartheid e su questo può avere dubbi solo chi non è mai stato qui».[7] Perché il punto fondamentale della questione per Saramago non è che «gli israeliani sono dei demoni e i palestinesi degli angeli: ci sono angeli e demoni da una parte e dall’altra», quanto piuttosto «quello che succede, la situazione politica, la situazione di guerra che si è creata, che ha portato all’occupazione militare di praticamente tutto il territorio palestinese, all’isolamento di tutti i villaggi e le città palestinesi e all’impossibilità di circolare nel proprio territorio. Se non è apartheid questo, come lo dovremmo chiamare?».[8]

 

Questa analisi e cura della parola come campo di battaglia etico-politica — la consapevolezza che scegliere le parole significa scegliere da che parte stare — è forse il contributo più duraturo che Saramago dà al dibattito sulla questione palestinese. La sua immancabile disponibilità ad esporsi, la sua fattiva dedizione, il suo costante impegno e la sua partecipazione attiva volti a rafforzare il movimento mirato a consolidare la solidarietà con la causa del popolo palestinese[9] risuona oggi con ancora maggiore forza, in un momento in cui assistiamo, di nuovo, a un’acrobazia semantica collettiva: si discute se usare la parola “genocidio”, se il diritto all’autodifesa abbia o meno dei limiti, se il numero dei morti civili costituisca o meno una proporzione accettabile. Saramago non avrebbe avuto dubbi, chiedendo, come chiese l’11 gennaio 2009, che «irrompa l’indignazione per il genocidio, lento ma sistematico, che Israele ha operato sul martoriato popolo palestinese. E che queste voci, udite in tutta Europa, arrivino anche alla Striscia di Gaza e a tutta la Cisgiordania. Non si aspettano meno da noi coloro che da quelle parti soffrono ogni giorno e ogni notte. Interminabilmente».[10] Parole ancora una volta forti, univoche, prive di qualsiasi forma di ipocrisia tollerante che lo portarono a essere accusato di antisemitismo – accusa sempre rispedita al mittente – e a veder boicottati i suoi romanzi nelle librerie di Tel Aviv. Per tutta risposta, Saramago commentò, definendole azioni scontate e prevedibili in «persone che non sopportano che si dica loro la verità»[11] e aggiungendo, con quell’ironia acuta che gli è congeniale, che forse si trattava di «un primo passo, che può portare a un secondo passo, ovvero bruciarli in piazza pubblica. Tutto può succedere».[12] Un pessimismo espresso più volte perché convinto che «in realtà il governo israeliano non vuole la pace. Vuole una pace che gli sia conveniente, non una pace giusta che tenga conto del diritto del popolo palestinese ad avere una propria vita. Sono completamente scettico riguardo al successo di qualsiasi piano».[13]

 

E sempre in termini di attualità, vale la pena di rileggere un suo testo datato 12 gennaio 2009 che si intitola Immaginiamo nel quale Saramago invita il lettore a immaginare di trovarsi negli anni Trenta, quando i nazisti iniziarono la loro caccia agli ebrei, con il popolo tedesco che scende in piazza, in grandiose manifestazioni che sarebbero rimaste nella Storia, per esigere dal suo governo la fine della persecuzione e la promulgazione di leggi che proteggessero ogni minoranza di sorta, quale che fosse, di ebrei, di comunisti, di zingari o di omosessuali. Proviamo a immaginare, ci esorta Saramago, che, a sostegno di questa degna e coraggiosa azione di uomini e donne del paese di Goethe, i popoli d’Europa sfilassero per le vie e le piazze delle loro città, unendo le loro voci al coro di proteste sollevate a Berlino, a Monaco, a Colonia, a Francoforte. Sappiamo che nulla di tutto questo è accaduto né sarebbe potuto accadere. Sappiamo che, «per indifferenza, apatia, per complicità tattica o manifesta con Hitler, il popolo tedesco, salvo qualche rarissima eccezione, non fece un passo, non fece un gesto, non disse una parola per salvare coloro che sarebbero stati carne da campo di concentramento e da forno crematorio, e, nel resto d’Europa, per una ragione o per l’altra (ad esempio, i nascenti fascismi), una dichiarata connivenza con i carnefici nazisti avrebbe disciplinato o punito qualsiasi velleità di protesta».[14] Ma, e qui sta la questione che dovrebbe fare la differenza:

 

Oggi è diverso. Abbiamo libertà di espressione, libertà di manifestazione, e non so quante altre libertà. Possiamo scendere in piazza a migliaia o a milioni e la nostra sicurezza sarà sempre garantita dalle costituzioni che ci governano, possiamo pretendere la fine delle sofferenze di Gaza o la restituzione al popolo palestinese della sua sovranità e il risarcimento dei danni morali e materiali sofferti durante sessant’anni, senza peggiori conseguenze che gli insulti e le provocazioni della propaganda israeliana. Le supposte manifestazioni degli anni trenta sarebbero state represse con violenza, in qualche caso con ferocia, le nostre, tutt’al più, conteranno sull’indulgenza dei mezzi di comunicazione sociale ed entreranno subito in azione i meccanismi dell’oblio. Il nazismo tedesco non avrebbe fatto un passo indietro e tutto sarebbe stato uguale a quel che fu e che la Storia ha registrato. A sua volta, l’esercito israeliano, quello che il filosofo Yeshayahu Leibowitz, nel 1982, accusò di avere una mentalità “giudeo-nazista”, applica fedelmente, eseguendo gli ordini dei suoi successivi governi e comandi, le dottrine genocide di coloro che torturarono, gassarono e bruciarono i suoi antenati. Si può dire che per certi aspetti i discepoli hanno superato i maestri.[15]

 

Di nuovo parole esplicite e deliberate attraverso le quali Saramago veicola principi importanti, a partire dall’evocazione di quel “sentimento di Auschwitz” che provocò un’enorme reazione da parte di molti intellettuali, giornalisti e rappresentanti delle comunità ebraiche che considerarono quel paragone inaccettabile, accusando Saramago di banalizzare la Shoah e di stabilire un’equivalenza impropria tra il genocidio nazista e la politica dello Stato israeliano. Per i suoi critici, il richiamo ad Auschwitz superava il limite della denuncia politica e rischiava di trasformarsi in una deformazione storica. Anche in questo caso, la risposta di Saramago arrivò, puntuale, precisa e inequivocabile ed eliminò la possibilità di qualsiasi fraintendimento, riportando al centro la questione della condizione di disumanizzazione e di segregazione che il popolo palestinese stava vivendo, denunciando un sistema politico e militare strutturalmente oppressivo e riassestando così il discorso dal piano della memoria storica a quello della responsabilità morale presente e collettiva:

 

Certo, non ci sono camere a gas per sterminare i palestinesi, ma la situazione in cui si trova il popolo palestinese è una situazione da campo di concentramento: nessuno può uscire dai propri insediamenti. L’ho detto e detto è. Ma, se la questione di Auschwitz dà molto fastidio, posso sostituire quella parola e invece di dire Auschwitz dico crimini contro l’umanità. Non è una questione di più o meno vittime; non è una questione di più o meno tragico: è il fatto in sé. Ciò che sta accadendo in Israele contro i palestinesi è un crimine contro l’umanità. I palestinesi sono vittime di crimini contro l’umanità commessi dal governo di Israele con il plauso del suo popolo.[16]

 

E non si dissociò neanche quando venne accusato dell’affermazione secondo cui l’esercito israeliano si era trasformato in un «ebreo nazista»,[17] definizione non sua ma di un grande intellettuale ebreo – Yeshayahu Leibowitz, scomparso nel 1994 – perché condivideva pienamente il significato di quella frase, ossia che «qualcosa di profondamente negativo, distruttivo, fosse entrato nello spirito di Israele».[18]

 

Il ritratto poi del silenzio europeo — non come assenza di opinione, ma come scelta attiva di non-intervento, come complicità travestita da neutralità — è di una precisione quasi dolorosa se lo si rilegge oggi. Perché quello che abbiamo visto nei mesi successivi al 7 ottobre 2023 è stato, in larga misura, esattamente questo: governi europei che hanno inizialmente sostenuto senza riserve il diritto di Israele a “difendersi”, salvo poi, di fronte all’evidenza dei numeri e delle immagini, aggiustare progressivamente il tiro con dichiarazioni sempre più prudenti, sempre più tardive, sempre più insufficienti. Istituzioni culturali che hanno cancellato eventi, ritirato premi, silenziato voci palestinesi in nome di un equilibrio che si applicava in modo asimmetrico. E come non riconoscere nei tentativi di rompere l’assedio per consegnare gli aiuti umanitari direttamente alle coste di Gaza, aggirando i controlli doganali israeliani, dell’odierna flotilla, lo sgomento di Saramago di fronte a quei «camion dell’agenzia delle Nazioni Unite, carichi di alimenti, che aspettano che l’esercito israeliano permetta loro di entrare nella Striscia di Gaza, un’autorizzazione ancora una volta negata o che sarà ritardata fino all’estrema disperazione e all’estrema esasperazione degli affamati palestinesi»?[19]

 

Saramago docet. Saramago ci insegna, allora come adesso, che non si tratta di negare la complessità della situazione, né di ignorare il trauma del 7 ottobre e la legittima angoscia del popolo israeliano, ma di domandarci se l’inazione non sia diventata, per una parte della cultura europea, un alibi. Un modo per non prendere posizione, per non nominare quello che si vede, per non fare ciò che Saramago considerava uno dei compiti fondamentali dell’intellettuale, quello di testimoniare: «Ciò che mi indigna, e non posso tacere, è la vigliaccheria della comunità internazionale che si lascia zittire. Non parlo nemmeno degli Stati Uniti, della lobby ebraica, di tutto ciò che è fin troppo noto. Parlo dell’Unione Europea. L’Europa, la culla dell’arte, della grande letteratura, di tutto questo. E tutti stanno ad assistere, a questo disastro, e nessuno interviene».[20]

 

Nel 2009, pochi mesi prima di morire, Saramago scrisse un breve testo su Mahmud Darwish — il grande poeta palestinese scomparso l’anno precedente — in cui ne celebrava la grandezza con parole di rara intensità: «Leggere Mahmud Darwish, oltre a un’esperienza estetica impossibile da dimenticare, è fare una dolorosa camminata per le rotte dell’ingiustizia e dell’ignominia di cui la terra palestinese è stata vittima nelle mani di Israele».[21] Un legame, quello tra Saramago e Darwish, che non era solo di amicizia o di solidarietà politica. Era un legame tra due concezioni della letteratura come atto di resistenza, come rifiuto dell’oblio, come ostinazione dell’umanità contro la forza bruta, come ricorda questa poesia di Darwish le cui parole risuonano come una sfida, un congedo, una rivendicazione di appartenenza alla terra che nessuna occupazione può cancellare:

 

Voi che passate tra le parole fugaci

prendete i vostri nomi e andatevene

Sottraete dal nostro tempo le vostre ore, andatevene

Portate via ciò che volete

dall’azzurro del cielo e dalla sabbia della memoria

Scattate le fotografie che volete, per sapere

che non saprete

che le pietre della nostra terra

sostengono il tetto del cielo.[22]

 

Anche Saramago fece sua quella sfida. E oggi, rileggendolo, ci chiede di fare altrettanto. Non di essere d’accordo con ogni sua parola; non di adottare i suoi stessi principi senza interrogarli. Ci chiede qualcosa di più semplice e, al tempo stesso, di più difficile: di non voltarci dall’altra parte. Di non usare la memoria storica come scudo, ma di chiamare le cose con il loro nome, anche quando farlo può essere costoso. In un tempo in cui il prezzo da pagare sembra essere ancora troppo alto, quella voce — scomoda, ostinata ma sempre onesta — continua a interpellarci. E il fatto che le sue parole sembrino scritte oggi non è una consolazione. È un’accusa contro quella malattia dell’anima che si chiama indifferenza e che, come Saramago ha ben raccontato in un suo famoso romanzo del 1995,[23] ci ha resi tutti colpevolmente «ciechi. Ciechi perché non siamo stati capaci di creare un mondo degno di questo nome».[24]

 

21 maggio 2026

 

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Barbara Gori è Ordinaria di Letterature portoghese, brasiliana e di espressione lusofona all’università di Padova

Donatella Pini è ordinaria senior di Letteratura spagnola alla stessa università

 

Note

 

[1] José Saramago, Dossier Saramago 1922-2022, Torino: Fuori Asse Edizioni, 2022, p. 7.

[2] Solo recentemente si sono lette parole chiare e degne da parte ebraica italiana. Tra queste, quelle di Anna Foa con il suo Il suicidio di Israele (ottobre 2024) e Mai più (2026), entrambi editi da Laterza, e di Gad Lerner, Gaza. Odio e amore per Israele (maggio 2024) da Feltrinelli, . Nel 2025 è apparsa la ristampa aggiornata della Fine di Israele di Furio Colombo del 2007.  Da segnalare anche il recentissimo Contro l’antisemitismo  e le sue strumentalizzazioni di Ariella Aisha Azoulay e altri autori, tra cui l’italiana Valentina Pisanty (Tamu, 2026).

[3] Ai cinquant’anni dalla firma della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo Saramago dedica il discorso pronunciato al banchetto del Nobel, il 10 dicembre 1998, ricordando come: «I governi non rispettano la Dichiarazione, o perché non sanno, o perché non possono, o perché non vogliono. O perché coloro che effettivamente lo governano, le multinazionali e multi-continentali, dal potere assolutamente antidemocratico, hanno ridotto ciò che ancora restava dell’ideale di democrazia a un guscio senza contenuto. […] C’è stata proposta una Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, e con essa abbiamo pensato di avere tutto, senza accorgerci che nessun diritto potrà sussistere senza la simmetria dei doveri che gli corrispondono, il primo dei quali sarà quello di esigere che questi diritti non solo siano riconosciuti, ma anche rispettati e soddisfatti» (Ibidem).

[4] José Saramago, Il Quaderno, traduzione di Giulia Lanciani, Milano: Feltrinelli, 2009, pp. 292-295.

[5] Tra cui il nigeriano Wole Soyinka, l’italiano Vincenzo Consolo, lo spagnolo Juan Goytisolo e il sudafricano Breyten Breytenbach.

[6] José Saramago, A Palestina segundo Saramago, cit., p. 54 (traduzione mia).

[7] Ivi, p. 58 (traduzione mia).

[8] Ivi, p. 59 (traduzione mia).

[9] Saramago fu uno dei firmatari della petizione “No al muro di Sharon!”, promossa nel febbraio 2004, quando la Corte Internazionale di Giustizia iniziava a giudicare Israele per la costruzione del muro in Cisgiordania, e fece parte di un vasto gruppo di personalità della vita pubblica portoghese che, in seguito, firmarono quello che sarebbe diventato il manifesto fondatore del Movimento per Diritti del Popolo Palestinese e per la Pace in Medio Oriente (MPPM). Nella prima riunione formale dell’MPPM, tenutasi il 23 febbraio del 2008, fu eletto Presidente dell’Assemblea Generale, carica che avrebbe ricoperto durante il biennio 2008-2009.

[10] José Saramago, Il Quaderno, cit., pp. 297-298.

[11] José Saramago, A Palestina segundo Saramago, cit., p. 61 (traduzione mia).

[12] Ibidem.

[13] Ivi, p. 60.

[14] José Saramago, Il Quaderno, cit., pp. 285-287.

[15] Ivi, pp. 290-296.

[16] José Saramago, A Palestina segundo Saramago, cit., p. 56 (traduzione mia).

[17] Ivi, p. 58 (traduzione mia).

[18] Ivi, pp. 55-56 (traduzione mia).

[19] José Saramago, Il Quaderno, cit., p. 260.

[20] Ivi, p. 55 (traduzione mia).

[21] Ivi, pp. 39-40 (traduzione mia).

[22] Ivi, p. 65 (traduzione mia).

[23] Si tratta dell’Ensaio sobre a Cegueira, pubblicato in Italia nel 1996 con il titolo di Cecità.

[24] José Saramago, A Palestina segundo Saramago, cit., pp. 56-57 (traduzione mia).

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sabato 23 maggio 2026

Dal G8 di Genova all’algoritmo - Italo Di Sabato

Un saggio breve che chiarisce le tappe attraverso cui l’emergenza securitaria si è fatta controllo permanente e preventivo. Da leggere per capire come la repressione del dissenso, dal G8 di Genova in poi, non sia più un’eccezione, ma la regola che sostituisce la politica e costruisce il mondo nuovo in cui siamo


Il G8 di Genova del luglio 2001 non è stato una parentesi eccezionale nella storia repubblicana italiana, né un semplice episodio di cattiva gestione dell’ordine pubblico. Genova è stata una soglia storica e politica. Un laboratorio. Un punto di condensazione in cui si sono manifestate in forma estrema trasformazioni che covavano già da tempo dentro le democrazie occidentali: la militarizzazione del conflitto sociale, la centralità crescente degli apparati di sicurezza, l’espansione dello Stato penale e la progressiva ridefinizione del dissenso come minaccia all’ordine pubblico.

Le violenze della Diaz, le torture di Bolzaneto, l’uccisione di Carlo Giuliani, la sospensione materiale di diritti costituzionali fondamentali non furono soltanto il prodotto di singoli abusi o di una degenerazione improvvisa. Quelle giornate resero visibile una mutazione più profonda: il passaggio dalla gestione politica del conflitto alla sua amministrazione poliziesca e militare.

Per comprendere Genova occorre sottrarsi sia alla retorica istituzionale dell’“errore”, sia a una lettura dei fatti puramente memoriale o simbolica. Il cosiddetto movimento “noglobal” non fu semplicemente sconfitto in piazza. Fu colpito da un dispositivo politico, mediatico, militare e poliziesco costruito per stroncare la possibilità che quel ciclo di mobilitazioni producesse un salto di scala globale. Dopo Seattle, Praga, Göteborg e Napoli, le élites politiche ed economiche occidentali avevano ormai compreso che stava emergendo un movimento transnazionale capace di mettere in discussione le fondamenta stesse della globalizzazione neoliberale. Il G8 di Genova ha rappresentato la risposta a questa minaccia percepita.

Negli anni successivi al G8 è emerso con chiarezza il fatto che a Genova sia stata sperimentata quella che possiamo definire una gestione controinsurrezionale delle piazze. Che consiste non soltanto nella repressione dell’ordine pubblico, ma anche nel considerare il movimento come nemico strategico. La città venne trasformata in uno spazio militarizzato: zone rosse, recinzioni, checkpoint, controllo capillare del territorio, separazione fisica tra governanti e governati, concentrazione di reparti speciali, presenza di strutture militari e di intelligence. La logica non era quella della mediazione democratica del conflitto, ma quella della neutralizzazione preventiva del nemico interno.

Una logica che non nasce dal nulla, ma è il prodotto di trasformazioni profonde iniziate già negli anni Ottanta e Novanta, dentro la crisi dello Stato sociale e dentro l’affermazione del neoliberismo globale. La destrutturazione del mondo del lavoro, la precarizzazione, l’indebolimento dei sindacati, la privatizzazione dei servizi pubblici, l’aumento delle disuguaglianze e la frammentazione sociale modificano radicalmente anche il ruolo dello Stato. Mentre arretra sul terreno della protezione sociale, lo Stato rafforza progressivamente la propria funzione coercitiva. Alla crisi della mediazione politica si risponde con l’espansione del controllo penale, della sorveglianza e dei dispositivi di sicurezza.

È dentro questo quadro che si afferma progressivamente lo Stato penale. Le istituzioni non intervengono più prioritariamente per ridurre le cause materiali dell’insicurezza sociale, ma per amministrarne gli effetti attraverso polizia, carcere e controllo. Povertà, marginalità, migrazione, conflitto sociale e devianza vengono progressivamente trattati come problemi di sicurezza. Il neoliberismo produce insicurezza sociale e contemporaneamente costruisce apparati repressivi destinati a governarla. Genova è, precisamente, il punto in cui questo nuovo paradigma si manifesta in modo spettacolare e violento.

Dopo il G8 cambia il modo di pensare il conflitto sociale. Le piazze non vengono più considerate uno spazio di espressione democratica di interessi e contraddizioni collettive, diventano un problema di sicurezza. Il dissenso non viene più interpretato come fenomeno politico ma come rischio da prevenire. La figura del manifestante tende progressivamente a sovrapporsi a quella del soggetto potenzialmente pericoloso.

Questa trasformazione si accelera ulteriormente dopo l’11 settembre 2001. La “guerra al terrorismo” produce una gigantesca riconfigurazione globale delle politiche securitarie. Il confine tra guerra esterna e ordine pubblico interno si assottiglia sempre di più. La categoria della “guerra asimmetrica” permette di trattare fenomeni diversi — terrorismo, radicalismo politico, movimenti sociali, immigrazione, marginalità urbana — come parti di un’unica minaccia all’ordine. Il nemico non è più soltanto fuori dai confini dello Stato. È interno, mobile, diffuso, potenzialmente invisibile.

Qui emerge una continuità decisiva tra Genova e il presente. Le logiche sperimentate durante il G8 non sono rimaste confinate a quell’evento. Sono diventate, progressivamente, modalità ordinarie di governo del disordine sociale.

I decreti sicurezza e le normative securitarie approvate nel corso degli anni non rappresentano quindi una rottura improvvisa, ma l’approdo coerente di una lunga trasformazione. Daspo urbani, zone rosse, fogli di via, fermo preventivo, sorveglianza speciale, criminalizzazione dei blocchi stradali, flagranza differita, restrizioni amministrative contro chi manifesta, ampliamento dei poteri prefettizi e questorili: tutto questo compone un modello fondato sull’anticipazione del conflitto.

La repressione contemporanea non interviene più soltanto dopo l’azione, ma prima. Non colpisce soltanto ciò che una persona ha fatto, ma ciò che potrebbe fare. È il passaggio dal diritto penale del fatto a una logica preventiva fondata sulla pericolosità sociale, sul sospetto e sulla profilazione.

L’emergenza diventa così tecnica ordinaria di governo. Terrorismo, mafia, immigrazione, degrado urbano, ultras, rave, proteste ambientaliste, lotte territoriali, conflitto sociale: ogni fenomeno viene trasformato in emergenza securitaria. Ogni emergenza giustifica nuovi strumenti repressivi. Ogni crisi diventa occasione per ampliare poteri di polizia e restringere libertà democratiche. Ma questa trasformazione non riguarda soltanto le leggi. Riguarda le culture operative, il “sapere di polizia”, la formazione degli apparati coercitivi e la stessa idea di sicurezza.

Nei manuali e nei discorsi istituzionali la folla viene spesso rappresentata come corpo irrazionale, suggestionabile, emotivo, potenzialmente violento. I manifestanti vengono distinti tra “pacifici” e “facinorosi”, tra dissenso accettabile e dissenso illegittimo. Ma questa distinzione serve soprattutto a stabilire quali forme di conflitto siano compatibili con l’ordine esistente e quali debbano essere neutralizzate.

La depoliticizzazione del conflitto è una delle principali funzioni della governance securitaria contemporanea. Se una lotta viene privata delle sue ragioni sociali può essere trattata come semplice disordine. Se una piazza viene descritta come rischio, può essere militarizzata. Se il dissenso viene assimilato alla minaccia, la repressione può essere presentata come difesa della democrazia.

Questa trasformazione si accompagna a un processo molto più ampio: la progressiva fusione tra logiche militari e logiche poliziesche. Dagli anni Novanta in poi si sviluppa infatti la militarizzazione delle polizie: le missioni internazionali di “peace keeping”, le guerre “umanitarie”, la dottrina della Revolution in Military Affairs, le pratiche controinsurrezionali sperimentate all’estero rientrano progressivamente dentro la gestione della sicurezza interna. Tecniche, linguaggi, equipaggiamenti e culture operative si contaminano. L’ordine pubblico viene sempre più pensato secondo paradigmi militari. Allo stesso tempo le forze armate assumono funzioni di controllo del territorio, pattugliamento urbano e gestione della sicurezza civile.

Anche il reclutamento cambia profondamente. In Italia, dagli anni Duemila, una parte crescente degli ingressi nelle forze di polizia proviene direttamente dall’esercito. Questo produce una trasformazione culturale significativa: ethos militare, spirito di corpo, verticalità gerarchica, logiche di obbedienza e visione antagonistica del territorio penetrano sempre più dentro le pratiche di polizia. Diversi studi e testimonianze parlano apertamente di remilitarizzazione delle forze dell’ordine e di indebolimento della cultura democratica prodotta dalla smilitarizzazione del 1981.

Dentro questo quadro, Genova appare quasi come un punto di anticipazione storica. Le tecniche di guerra applicate alle piazze — saturazione del territorio, uso massiccio della forza, identificazione preventiva del nemico, impiego di reparti speciali, sospensione di fatto delle garanzie — prefigurano modalità che negli anni successivi diventeranno sempre più diffuse.

Ma oggi esiste un ulteriore salto qualitativo. Le nuove tecnologie repressive non sostituiscono il vecchio apparato coercitivo: lo potenziano e lo rendono più pervasivo. Videosorveglianza, riconoscimento facciale, geolocalizzazione, controllo biometrico, monitoraggio dei social network, banche dati integrate, algoritmi predittivi, intelligenza artificiale applicata all’ordine pubblico costituiscono l’evoluzione contemporanea del sapere di polizia.

L’algoritmo non elimina il manganello, lo precede. La repressione non si limita più a intervenire quando il conflitto esplode; cerca di identificarlo prima, di mapparlo, di profilare i soggetti ritenuti potenzialmente pericolosi, di anticipare i comportamenti collettivi, di prevenire la formazione stessa del dissenso organizzato.

Le nuove architetture algoritmiche non operano più soltanto sul terreno della repressione successiva al fatto. Producono “profili di minaccia” attraverso l’incrocio di dati biometrici, geolocalizzazioni, reti relazionali, cronologie digitali e comportamenti considerati anomali rispetto a una norma statistica. Il problema non è soltanto l’estensione della sorveglianza, ma la trasformazione della correlazione in sospetto e del sospetto in dispositivo operativo. In questo paradigma il rischio precede il reato e tende progressivamente a sostituirlo.

Questo salto è emerso con forza anche nelle recenti inchieste sulle tecnologie di sorveglianza utilizzate nello Xinjiang e nei Territori palestinesi occupati. In questi contesti, sistemi di riconoscimento facciale, raccolta biometrica di massa, software predittivi e piattaforme integrate di controllo vengono sperimentati su popolazioni considerate permanentemente sospette o potenzialmente ostili. Dai Territori palestinesi allo Xinjiang, le tecnologie di sorveglianza contemporanee mostrano come la controinsurrezione coloniale anticipi spesso il futuro dell’ordine pubblico interno. Le pratiche sviluppate in spazi eccezionali tendono progressivamente a diffondersi anche dentro le democrazie occidentali.

Il controllo contemporaneo non si esercita più soltanto attraverso la presenza fisica della polizia o l’intervento repressivo dello Stato. Si incorpora nelle infrastrutture tecnologiche della vita quotidiana. Telecamere intelligenti, piattaforme digitali, sistemi biometrici, cloud, algoritmi predittivi e banche dati integrate non rappresentano strumenti neutri utilizzabili in modi differenti, ma architetture di potere che ridefiniscono i rapporti tra cittadini, mercato e apparati coercitivi.

La sicurezza tende così a trasformarsi da funzione amministrativa in infrastruttura permanente della società. Questo è uno dei punti decisivi della fase contemporanea: non esiste più una distinzione netta tra infrastruttura tecnologica e infrastruttura repressiva. Le grandi piattaforme digitali, i sistemi di raccolta dati, il cloud computing, i satelliti, l’intelligenza artificiale e i software di analisi predittiva sono ormai parte integrante degli apparati di sicurezza contemporanei. Le corporation tecnologiche non rappresentano semplicemente soggetti economici privati, ma attori geopolitici che partecipano direttamente alla produzione di nuovi dispositivi di controllo sociale. In questo senso, il potere algoritmico non coincide soltanto con una trasformazione tecnica del controllo: ridefinisce il rapporto stesso tra Stato, mercato e sovranità.

La sorveglianza contemporanea non è neutrale. Non si limita a osservare la realtà: la organizza secondo categorie di rischio. Decide quali quartieri siano problematici, quali corpi siano sospetti, quali reti sociali vadano monitorate, quali soggetti debbano essere fermati in anticipo.

È la vecchia logica del controllo preventivo tradotta nel linguaggio della tecnologia. La differenza è che oggi questa logica può diventare molto più capillare, invisibile e automatizzata, e la sorveglianza permanente non agisce soltanto sui comportamenti, ma tende progressivamente a modellare le soggettività.

La forza delle nuove tecnologie di controllo non risiede soltanto nella loro capacità coercitiva, ma nella loro progressiva normalizzazione sociale. La sorveglianza viene interiorizzata come protezione, la tracciabilità come comodità, il monitoraggio permanente come condizione naturale della sicurezza. In questo senso il potere algoritmico contemporaneo realizza una forma di disciplinamento ancora più profonda: non impone soltanto obbedienza, ma produce adesione culturale al controllo stesso. Il Panopticon contemporaneo funziona anche attraverso l’abitudine alla sorveglianza e la costruzione di un consenso diffuso attorno alla necessità del monitoraggio permanente.

La repressione contemporanea non controlla soltanto i corpi. Produce paura, isolamento, autocensura, adattamento preventivo. Ridefinisce i confini di ciò che può essere detto, fatto, organizzato. Trasforma la sicurezza in una pedagogia politica.

In questo quadro, il conflitto sociale non viene più considerato un elemento fisiologico della vita democratica, cioè l’espressione di contraddizioni materiali, disuguaglianze, bisogni collettivi e domande politiche che richiederebbero mediazione, redistribuzione e trasformazione sociale. Viene progressivamente reinterpretato come fattore di instabilità da contenere e neutralizzare. Allo stesso modo, la marginalità sociale smette di essere letta come il prodotto di processi economici e politici — precarizzazione del lavoro, impoverimento, segregazione urbana, smantellamento del welfare — e viene invece trattata come questione di rischio, degrado e sicurezza urbana.

Dentro questa trasformazione, anche il dissenso cambia statuto: non è più qualcosa che le istituzioni affrontano sul terreno del confronto politico, ma un fenomeno da monitorare preventivamente attraverso strumenti amministrativi, dispositivi di sorveglianza e pratiche di polizia sempre più invasive. L’eccezione non rappresenta più una risposta temporanea a situazioni straordinarie, ma una modalità ordinaria di governo. Invece di intervenire sulle cause strutturali delle tensioni sociali, lo Stato tende sempre più ad amministrarne gli effetti attraverso apparati coercitivi, controllo territoriale, espansione del diritto penale e tecnologie di sorveglianza.

La sicurezza assume allora una funzione sostitutiva della mediazione politica: non serve tanto a costruire condizioni di maggiore giustizia sociale, quanto a garantire la governabilità di società attraversate da crescenti disuguaglianze, frammentazione e impoverimento. È in questo senso che il rafforzamento degli apparati repressivi non appare come un’anomalia o una degenerazione esterna alla democrazia contemporanea, ma come uno dei modi attraverso cui essa tenta di stabilizzarsi nella fase neoliberale.

La crisi del welfare novecentesco non produce soltanto più repressione, ma una diversa modalità di governo. La società algoritmica non mira a integrare universalmente, ma a classificare, gerarchizzare e filtrare. Alcuni soggetti vengono considerati meritevoli di protezione, altri destinatari permanenti di monitoraggio, sospetto e controllo. Il vecchio disciplinamento sociale lascia progressivamente spazio a una gestione differenziale delle vite, dove sicurezza, tecnologia e disuguaglianza si rafforzano reciprocamente.

È qui che la continuità tra Genova, decreti sicurezza e tecnopolizia diventa pienamente leggibile. Genova ha mostrato la possibilità della sospensione materiale dei diritti dentro una democrazia occidentale. I decreti sicurezza hanno trasformato quella logica in architettura normativa permanente. Le nuove tecnologie stanno trasformando quella stessa razionalità repressiva in infrastruttura ordinaria della vita sociale. Tutto ciò non riguarda soltanto la violenza poliziesca nelle piazze, ma la trasformazione della democrazia contemporanea. La vera continuità storica tra Genova e il presente è precisamente questa: la progressiva trasformazione del governo democratico in governo securitario. E dentro questa trasformazione, il problema non è soltanto l’abuso. È il modello di società che quell’abuso rende possibile e contribuisce a riprodurre.


Note

1.      Sul carattere di laboratorio repressivo del G8 di Genova e sulla gestione militarizzata dell’ordine pubblico si vedano: Libro bianco repressione e diritto al dissenso; Salvatore Palidda, 20 anni dopo: cosa imparare dalla sconfitta al G8 di Genova; Donatella della Porta, Herbert Reiter (a cura di), Polizia e protesta. L’ordine pubblico dalla liberazione ai “no global”.

2.      Sulla costruzione del movimento alterglobalista come “nemico interno”, sulla gestione controinsurrezionale delle piazze e sulla dissoluzione del confine tra sicurezza interna e guerra asimmetrica si veda Marco Grispigni, Figli della stessa rabbia. Lo scontro di piazza nell’Italia repubblicana.

3.      Sul rapporto tra neoliberismo, destrutturazione sociale ed espansione dello Stato penale: Emilio Santoro, Le politiche penali dell’era della globalizzazione; Loïc Wacquant, Dallo Stato sociale allo Stato penale; Simone Lucido, Tutti dentro. Dallo Stato sociale allo Stato penale.

4.      Sul concetto di “emergenzialismo strutturale” e sulla trasformazione dell’eccezione in tecnica ordinaria di governo si vedano: Giorgio Agamben, Stato di eccezione; Libro bianco repressione e diritto al dissenso.

5.      Sulla depoliticizzazione del conflitto sociale e sulla costruzione del dissenso come problema di ordine pubblico si vedano Enrico Gargiulo, L’Idra dalle molte teste: le folle nel sapere di polizia e Prevenire il dissenso.

6.      Sul sapere di polizia come dispositivo di classificazione delle soggettività sociali e sulla rappresentazione patologizzante delle folle: Enrico Gargiulo, Sul sapere di polizia e sulle sue ambiguità; Salvatore Palidda, Polizie, insicurezze e sicurezza in Italia.

7.      Sulla continuità tra autoritarismo e democrazia nelle società contemporanee, sul “governo del disordine” e sul ruolo strutturale della repressione nelle società neoliberali si vedano Salvatore Palidda, A proposito del ripetersi delle violenze delle polizie e Polizie, insicurezze e sicurezza in Italia.

8.      Sulla militarizzazione delle polizie, la poliziescizzazione dei militari e la fusione tra logiche di guerra e ordine pubblico: Charlie Barnao, Pietro Saitta, Gli abusi delle forze di polizia e la “civilizzazione della guerra”.

9.      Sul reclutamento di ex militari nelle forze dell’ordine italiane, sulla remilitarizzazione culturale della polizia e sull’indebolimento della cultura democratica prodotta dalla smilitarizzazione del 1981: Charlie Barnao, Pietro Saitta, Gli abusi delle forze di polizia e la “civilizzazione della guerra”; Salvatore Palidda, Polizie, insicurezze e sicurezza in Italia.

10.  Sulla funzione pedagogica e disciplinare della violenza poliziesca, sul rapporto tra autorità, obbedienza e repressione e sull’interiorizzazione del controllo: La polizia che punisce; Stanley Milgram, Obedience to Authority.

11.  Sulle tecnologie di sorveglianza contemporanee, il riconoscimento facciale, la governance algoritmica e il controllo predittivo delle popolazioni: David Lyon, Surveillance Studies; Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza; Didier Bigo, Anastassia Tsoukala, Terror, Insecurity and Liberty.

12.  Sul passaggio dal diritto penale del fatto al diritto penale del nemico e sulla governance preventiva del rischio: Günther Jakobs, Bürgerstrafrecht und Feindstrafrecht; Luigi Ferrajoli, Diritto e ragione.

13.  Sulla sperimentazione delle tecnologie di sorveglianza nei territori coloniali e militarizzati e sulla continuità tra controinsurrezione esterna e ordine pubblico interno: materiali e inchieste pubblicati su Internazionale n. 1665 relativi allo Xinjiang e ai sistemi di controllo nei territori palestinesi occupati.

14.  Sul rapporto tra infrastrutture digitali, corporation tecnologiche e nuovi dispositivi di potere algoritmico: Francesca Bria, riflessioni sull’“Authoritarian Stack”; articolo “Il potere algoritmico contro la democrazia” pubblicato su Osservatorio Repressione. Il potere algoritmico contro la democrazia

15.  Sull’interiorizzazione sociale della sorveglianza e sulla normalizzazione culturale del controllo: Salvatore Palidda, riflessioni sul panopticon contemporaneo e sulla videosorveglianza come dispositivo di disciplinamento sociale.

16.  Sul rapporto tra crisi del welfare, selezione differenziale delle popolazioni e governo algoritmico delle vite: Loïc Wacquant, Punire i poveri; Emilio Santoro, Le politiche penali dell’era della globalizzazione; materiali su “Spese sociali e spese penali”

da qui

venerdì 22 maggio 2026

Gli alberi – Percival Everett

prima di iniziare a leggere il libro leggete la storia di Emmett Till, poi capirete perchè.

come sempre bisogna avere fiducia (che sarà ampiamente ripagata) nella capacità di Percival Everett di non farci staccare gli occhi dalle pagine.

a Money una serie di morti, con un altro morto che appare e scompare, richiede l'intervento di due agenti federali.

succedono tanti fatti, sorprendenti e avvincenti, Percival Everett è un fuoriclasse della letteratura.

è un romanzo sulla memoria, sulla giustizia, un romanzo politico, assolutamente da non perdere.

se avete visto al cinema Una battaglia dopo l'altra riconoscerete le atmosfere, sono due storie gemelle di resistenza al potere, all'arbitrio, alla violenza.

se leggete solo un libro all'anno l'avete trovato, se vi volete bene leggete Gli alberi, nessuno se ne pentirà, promesso.


 

 

…A parte un inizio subito coinvolgente, ho fatto fatica a entrare nel mood della storia, aspettandomi da un momento all’altro qualche colpo di scena che non è mai arrivato, come a voler creare una routine nell’atto violento del linciaggio senza che questo venga mai percepito come qualcosa di eclatante, ma quasi che facesse parte della vita degli abitanti. Un adattamento che si forma dalla nascita e si consolida nel tempo, un atto che sembra inciso sulla pietra e che niente potrà scalfire, se non attraverso la comunicazione alle nuove generazioni.

Sono dell’avviso che, a volte, al di là di come si voglia trattare un argomento all’interno di un romanzo, è come il messaggio che lo contiene venga recepito forte e chiaro. E su questo concetto, Everett ha fatto centro: una volta chiuso il romanzo, la storia sedimenta e si cementa. Ho immaginato la vita di questi neri (o negri, come non politically correct indica l’autore e guai alla #cancelculture che non ci metta le mani), ai soprusi, agli stenti, alle occasioni mancate, alle offese ricevute, alle morti per futili motivi, ai sogni spezzati. A quanto siamo fortunati.

Proprio a febbraio di quest’anno, è arrivato in Italia il film “Till – Il coraggio di una madre” per la regia di Chinonye Chukwu. Il focus è incentrato sulla battaglia che la madre di Emmett fece per coinvolgere l’opinione pubblica nel perseguire i responsabili. Forse avrei evidenziato maggiormente, ed Everett lo compie nel suo romanzo, come il fenomeno del linciaggio continui a trasformarsi ma non a scomparire, come un virus nel sangue della popolazione. Spero trovino presto un vaccino.
Libro da leggere, e poi rileggere.

da qui

 

Nomi, sangue, dichiarazioni vere e fasulle, segni: questi i perni attorno cui ruota Gli alberi di Percival Everett, che è più di un thriller, più di un romanzo, più di una finzione, ma un libro che si fa specchio geniale e ci mette di fronte ai nostri pregiudizi, alle nostre mancanze, agli occhi chiusi e alle orecchie tappate… dandoci una sonora e necessaria scrollata.

Se “strani frutti” continuano a pendere dai pioppi e a ondeggiare nella brezza, offrendo “uno strano, amaro raccolto”, e le risposte concrete mancano, ecco che la narrazione esonda nella farsa che fa ridere e piangere, ecco che la parola scritta diventa l’unico mezzo per conservare, dare (e ridare) vita e forma, pareggiare i conti finché la bilancia ritorna in equilibrio e poi crolla, si scioglie, svanisce… travolta dall’orda.

da qui

 

Gli alberi è un libro crudo, dal linguaggio scurrile, ma al contempo ironico e sarcastico. Questa ironia serve a stemperare l’atmosfera, altrimenti pesante, che si respira nel romanzo. L’autore riesce a rendere perfettamente la mentalità ancora retrograda e razzista, pur essendo la vicenda ambientata ai giorni nostri, che si respira in alcune città americane. Il libro si legge bene, anche se i crimini sono descritti nella loro cruda realtà, e altrettanto cruda è la mancanza di sensibilità nei confronti dei corpi ormai senza vita di alcune persone di colore. La storia narrata fa riflettere e ti fa domandare com’è possibile che nel ventunesimo secolo sia ancora possibile avere una mentalità così chiusa e becera.

da qui