mercoledì 10 giugno 2026

Schiavitù, fragole e consolati - Loris Campetti

 

Sono anni, dovremmo dire decenni, che i lavoratori sono stati espulsi dalle agende della politica. Occupazione, diritti, sicurezza, salari, orari ridotti a variabili dipendenti dagli interessi del capitale che può esercitare impunemente il suo potere, ora con la complicità ora con il disinteresse della politica e dei governi. Al massimo, padroni e caporali devono fare i conti con i sindacati, laddove esistono. Lavoratori non più uomini in carne, ossa e cervello ma semplici braccia, appendici delle macchine, se non appendici, macchine essi stessi del processo di produzione e accumulazione.

Chi si chiede le ragioni della sconfitta storica delle sinistre dovrebbe interrogarsi su questo aspetto, potrebbe così comprendere la prima causa per cui tanti lavoratori disertano per sfiducia le urne, quando non votano direttamente per la destra per rabbia cieca che sfocia nell’autolesionismo. Sono soli, abbandonati a se stessi e a un rapporto spesso individualizzato con il padrone, traditi se operano in settori nuovi, dentro filiere dove i sindacati non arrivano o non riescono a entrare. Traditi e soli come i lavoratori dei settori più antichi, agricoltura, meccanica, edilizia. Se la sinistra è complice della cancellazione del lavoro umano reso invisibile, ridotto a merce, se chi vive a stento del proprio lavoro svalutato non vede nella proposta politica alternative a un modello basato sullo sfruttamento selvaggio, pre-novecentesco, antecedente al compromesso keynesiano, perché dovrebbe andare a votare per la sinistra? Per chi ha riconsegnato alle imprese il diritto a licenziare illegittimamente chi vuole, tenuto a pagare al massimo una multa? Chi si chiede se Matteo Renzi debba o non debba far parte del campo largo, smetterebbe di chiederselo se si ricordasse come l’ex presidente del Consiglio ha sfasciato l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e, con esso, cancellato il poco consenso residuo dei lavoratori dipendenti per la sinistre e, più in generale, per la politica. Renzi non è il solo responsabile, prima e dopo di lui in tanti a sinistra hanno contribuito al divorzio tra lavoro e politica. E ciò oggi consente alle peggiori destre al governo del Paese di portare a termine il lavoro sporco precedentemente iniziato senza più compromessi sociali e morali.

I confini della marcia omicida (di diritti, dignità e vite) del capitale per riprendersi completamente il potere sul lavoro umano non sono segnati, si estendono verso sempre nuovi territori sociali. Se tra Calabria e Basilicata, così come in Campania, Sicilia, Puglia e Lazio, agisce indisturbato il caporalato gestito dalla criminalità organizzata e funzionale agli interessi dei proprietari terrieri, nel cuore della modernità italiana, nel centro di Milano, le cose non vanno meglio. Qui lo sfruttamento, come nel Mezzogiorno, regredisce allo stadio della schiavitù, organizzato da una grande società statunitense, la Caddell Construction che risponde direttamente al Dipartimento di Stato a cui è affidata la responsabilità della politica estera degli Stati uniti che rappresenta in sede Onu. Tra i 3 e i 400 operai indiani, muratori rastrellati in casa da una società locale, trasferiti a Milano dopo il pagamento di un pizzo da 500 dollari per il visto e il viaggio, con promesse da marinai su diritti e salari vengono ridotti invece in schiavitù a 2 euro l’ora dalla Caddell che ne ha preso possesso al loro arrivo in aeroporto come pacchi postali. Costruiscono il nuovo consolato Usa a Milano, questi operai, dovrebbero essere grati a padroni e caporali che li hanno strappati alla miseria, o accettano in silenzio le condizioni schiavistiche imposte oppure remigrazione, come si dice adesso.

Partiamo dal Sud, da Amendolara nel Cosentino, uno dei luoghi dove i braccianti migranti vengono ammassati come bestiame in dieci a stanza per essere all’alba trasferiti, ammucchiati in minibus e auto scassate, nei campi di fragole, pomodori, frutta e verdura della Calabria e del Metaponto. Alcuni provvisti di regolare permesso di soggiorno per lavoro, altri irregolari chiamati perciò “clandestini”. 10, 12 ore di lavoro sotto il sole, se il mezzo di trasporto non ha avuto incidenti come spesso è capitato e dunque se non sono morti nel viaggio, a fine giornata vengono raccolti dagli stessi caporali e riportati a casa, se non sono schiattati dal caldo al termine di un turno infinito. Valgono meno delle cassette di fragole che hanno raccolto. Si fa per dire riportati a casa, diciamo su un materasso vicino ad altri materassi di poveracci come loro. 2 o 3 euro l’ora perché devono pagare l’alloggio (si fa sempre per dire) e persino il trasporto, la metà del quasi nulla che resta a fine mese lo spediscono a mogli e figli nei paesi d’origine, in Africa e in Asia. Se pretendono un contratto, o anche solo il misero pagamento del lavoro pregresso, o anche solo di non pagare il trasporto, vengono chiusi in un’automobile e bruciati vivi. Le regole vanno rispettate, i caporali le fanno rispettare. Così sono stati uccisi, bruciati vivi, tre braccianti afghani. Amin, Ullah e Safi e uno pakistano, Wasseem da due caporali pakistani, ex braccianti promossi a rango superiore così come venivano promossi capò nei lager gli ebrei che i nazisti ritenevano affidabili. Un orrore, uno scandalo ma per pochi, Giorgia Meloni in Calabria è andata ma non ad Amendolara bensì a Reggio al lancio di un francobollo e alla festa dei Carabinieri. Appuntamenti così importanti da costringerla a rinunciare a rendere un omaggio ai caduti sul lavoro criminale e persino a rinunciare a un vertice europeo in Montenegro. In fondo vittime e carnefici non sono che pakistani e afghani, che c’entriamo noi che abbiamo il passaporto e la pelle di un altro colore? E guai a far presente che se ci sono i caporali ci sono anche i capitani mafiosi a organizzare il business e che a loro volta lavorano oltre che per sé stessi per il bene dei generali, i proprietari dei campi di fragole, di meloni, di pomodori. Per gran parte dei giornali la strage merita solo una notizia, un richiamo in prima pagina, successivamente declassata a pagina 15 per un paio di giorni. Poche eccezioni in Tv, una o due belle inchieste al massimo e poi il silenzio. La stagione della raccolta è appena iniziata, the show mast go on. A volte sono gli stessi padroni dei campi e delle serre a fare in proprio il lavoro sporco, magari per accorciare la catena del profitto (o si dice del valore?) come nelle campagne del sud del Lazio, dove, quando una macchina trancia un braccio a Satnam, bracciante indiano, il padrone butta lui e il braccio in macchina, va a scaricarlo davanti casa moribondo, il braccio amputato in una cassetta della frutta.

Migranti indispensabili nella raccolta di frutta e verdura, invisibili a chi non vuol vederli nella casa accanto o nel capannone dismesso a cento metri. Uccisi se tentano di alzare la testa come i quattro migranti dati alle fiamme in un distributore di benzina a Amendolara, il quinto si è salvato aprendo a testate il portellone posteriore dell’auto e aiuta gli inquirenti a individuare i responsabili della macabra esecuzione. Al ritorno a casa le quattro vittime portavano un po’ delle fragole raccolte ai bambini dei vicini. Nessuno però li aveva visti, da quelle parti. Braccianti odiati come Sako, lavoratore maliano, ammazzato di botte a Taranto da un branco di ragazzini, la sua colpa il colore della pelle. E nel trapanese, in Sicilia, altri 5 casi di braccianti migranti bastonati. Ad Amendolara la Cgil ha fatto quel che andava fatto: ha organizzato una grande manifestazione in cui agli operai si sono aggiunti attivisti dei movimenti antirazzisti e antischiavistici, e, deo gratias, dirigenti e militanti dei partiti democratici per dire basta schiavismo, basta sfruttamento, basta silenzi e ipocrisie. Le leggi ci sono, potrebbero migliorare certo, ma ci sono. Dove sono invece quelli che dovrebbero farle applicare? E tutti gli altri, quelli che non vedono, non conoscono, non sanno, hanno paura, hanno altro da fare? “Odio gli indifferenti”, scriveva Antonio Gramsci. E giustamente Maurizio Landini, segretario della Cgil, dopo aver ricordato colpe, responsabilità politiche e padronali e chiesto per l’ennesima volta l’applicazione delle leggi, ha lanciato un appello alla “rivolta morale e sociale, una rivolta delle coscienze”.

Lasciamo la Calabria e saliamo a Milano, nel centro della città dove è stato aperto in pompa magna il cantiere per la costruzione del nuovo Consolato statunitense, a tagliare il nastro c’erano il sindaco Sala con la fascia tricolore, il presidente della Lombardia Fontana e il console Usa. Fine lavori prevista nel 2028, costo 200 milioni di dollari. Non sapevano, i nostri amministratori, non conoscevano i metodi usati dagli amici americani per costruire il loro maledetto Consolato. Non sapeva il prefetto, “ingannato” dagli atti depositati dalla ditta Usa che parlavano di 10-12 euro l’ora per otto ore di lavoro quotidiano e invece nelle buste paga gli euro erano crollati a 4 mentre quelli realmente erogati agli operai indiani erano solo 2, una volta scalato vitto, alloggio, trasporto. Per fortuna qualcuno sapeva e qualcuno ha agito, ancora una volta la Procura milanese ha tolto il coperchio del calderone ripugnante e ha trovato il marcio. L’aveva già fatto con le società di delivery che sfruttano i rider e con i prestigiosi marchi dell’alta moda italiana che fanno utili sulla pelle di chi lavora per loro. Anche la Caddel è stata sottoposta a commissariamento giudiziario “per garantire la prosecuzione dei lavori in legalità e la regolarizzazione dei lavoratori”. I suoi dirigenti, poveretti, invocano la tutela della riservatezza dell’area della futura sede del Consolato. Perbacco, un po’ di rispetto per l’alleato americano. Il manager responsabile della Caddell per l’Italia, il turco Ulas Demir, nel dubbio e dopo essersi consultato con i suoi capi a stelle e strisce ha deciso di scappare ma il nucleo dei carabinieri dell’Ispettorato del lavoro l’ha ripreso per la collottola all’aeroporto di Bergamo un attimo prima che riuscisse a involarsi alla volta di Istanbul. Adesso sta dove deve stare, in carcere. L’accusa, “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro”, un lavoro che la Procura definisce “paraschiavismo”. Benvenuti nel Belpaese.

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martedì 9 giugno 2026

Il selvaggio di Santa Venere - Saverio Strati

nel 1977 Il selvaggio di Santa Venere vinse il premio Campiello. 

è un libro che racconta storie di poveri di Calabria, dopo la seconda guerra mondiale c'è solo povertà e le sirene delle città incantano i giovani, destinati a una vita di fatiche, dappertutto.

resistere nella propria regione è molto difficile, la 'ndrangheta alza la testa e le armi contro le vittime che provano a resistere.

le storie raccontate nel libro non possono lasciare indifferenti, è un libro vivo, necessario per capire il sud dell'Italia e i suoi drammi.

pare che un libro di poveri non sia stato accolto bene dai giurati del premio, forse speravano nella vittoria di qualche noioso romanzo sella borghesia.

Saverio Strati è uno scrittore da riscoprire, la casa editrice Rubbettino ha meritoriamente ristampato i libri dello scrittore, ormai introvabili.

 

 

 

Il romanzo è a tre voci. Tra queste, la più interessante è quella di Dominic, figlio di Leo e nipote di don Mico. Lui è il giovane che fugge dalla Calabria, che vede la sua terra come una fossa antiquata nella quale si muore, verso cui prova rabbia e rancore, in cui l’arretratezza culturale e la ‘ndrangheta sono dei tumori inestirpabili. Lui è fuggito al Nord, qui lavora, qui progredisce e vede che il mondo è diverso. Qui i contadini sanno sfruttare la tecnologia per produrre di più e per lavorare di meno, perché non di solo lavoro vive l’uomo; qui non esiste la criminalità organizzata, qui si campa indubbiamente meglio, eppure Dominic è sempre attratto dalla Calabria, la nostalgia per la terra natia è forte. Leo, il padre, il selvaggio di Santa Venere, aveva saputo vivere in armonia con la natura aspra, aveva anche fatto delle fesserie, ma poi si era redento. Come don Mico aveva iniziato a zappare e a lavorare senza sosta, a pensare in grande, ma rispettando quella terra generosa e protettiva. Leo è quindi un candido selvaggio, un buono che crede nell’intelligenza e alla volontà, ma agli occhi del figlio Dominic, appare come una mosca bianca, un eroe solitario e stolto, un uomo che combatte contro i mulini a vento e che prima o poi deporrà le armi…

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Senza salti spettacolari, ma con gli occhi sempre all’altezza dello sguardo attanziale, Il selvaggio di Santa Venere racconta una storia del sud che ha frammenti in comune con tante altre storie narrate da Melville come da Verga, da Pirandello come da Tozzi, da quei suoi personaggi di Con gli occhi chiusi, in cui il tutto o niente della cattiva letteratura lascia il posto alle infinite sfumature di una vita arcaica che può conoscere lo sprofondamento nella violenza ancestrale oppure la salvezza nel coraggio di diventare, non solo predicare, un nuovo uomo, senza luccichii o trionfalismi, dalla parte stessa di una vita che è quella di ciascuno di noi. Semplicemente. E magistralmente; dono di un grande scrittore da non lasciare oscurare dalle mode e dai tic mediatici, che ha avuto il coraggio di scrivere unicamente ciò che sapeva e aveva vissuto di persona.

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 Le più interessanti sono Il selvaggio di Santa Venere, romanzo che vinse il Premio Campiello ma che venne ignorato dalla critica, e I cari parenti. “So bene che il mio successo ha dato fastidio a molti letterati di potere” – dirà Strati in una sua intervista del settembre del 1977 concessa a Stefano Lanuzza – “Una vera beffa che, tramite il loro premio borghese, io abbia avuto il modo di farmi conoscere dal grande pubblico. I giudici del Campiello non avevano immaginato che il mio libro potesse vincere il premio: altrimenti non lo avrebbero ammesso nemmeno nella cinquina finalista. Ho visto il disappunto e la contrarietà dipingersi sul viso di tanti notabili del mondo letterario. Questo come puntuale conseguenza del paternalismo imbarazzato che può accompagnare il non poter fare a meno di mettere nella rosa finale l’opera d’uno scrittore proletario del Sud, pubblicato da un grosso editore. Nessuno dei signori suddetti si è degnato, dopo l’assegnazione del premio, non dico di complimentarsi con me, ma anche solo di dichiarare la propria adesione al mio libro. Con divertimento, ho assistito al ridicolo mimetismo di gente che evitava di salutarmi per non compromettersi…”.

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Proviene da una famiglia molto umile: i genitori sono «mastri-massari », come egli li definisce, il padre muratore e la madre sarta. Dopo vent'anni passati a lavorare a fianco del padre, nel 1945 intraprese gli studi tanto amati tramite un maestro elementare del paese.  
Nel 1946 comunicò ai genitori di volersi preparare per conseguire la maturità  classica; ebbe un primo insuccesso come privatista, ma grazie all'aiuto economico di uno «zio d'America » riuscì a continuare i suoi studi presso il Liceo Galluppi di Catanzaro.  
Nel 1949 si iscrisse all'università  di Messina; prima in Medicina, ma dopo due mesi ottenne il passaggio a Lettere. Sono anni fondamentali: ha modo di conoscere il critico letterario Giacomo Debenedetti e di seguire le lezioni su Verga, Pascoli e Svevo.
Nel giugno del 1953 a Caraffa del Bianco avvenne il primo incontro con Corrado Alvaro, fortemente voluto da Strati e che portò a un rapporto di stima e curiosità  reciproca; in occasione di una visita a Roma, nel 1955, lo scrittore lo incoraggiò a inviargli alcuni articoli per una rivista sulla Calabria, e solo per calabresi, che aveva intenzione di fondare. Il progetto non vide mai la luce poiché Alvaro morì nel giugno 1956.
Nel settembre del 1953 si fermò a Roma ospite di Debenedetti. Partì subito dopo per Firenze per preparare la sua tesi di laurea sulle riviste fiorentine del primo Novecento. Una tesi che non verrà  mai completata perché preferì dedicarsi, soprattutto, a correggere il suo primo romanzo,  La teda,  e  ad affermarsi come scrittore. Nel febbraio del 1954 entrò in contatto con i principali esponenti della cultura fiorentina, tra cui Corrado Tumiati, redattore de «Il Ponte », su cui apparve il suo primo racconto,  La quercia. Continuò a collaborare per questa e altre riviste come «Il Nuovo corriere » e «Paragone ». Nel 1956 la Mondadori pubblicò  La Marchesina, la sua prima raccolta di racconti, proposta da Debenedetti allo stesso Alberto Mondadori. Nel 1957 fu data alle stampe  La teda

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Kaveh Akbar, la voce dell’altra America

(Traduzione di Mia Lecomte e Andrea Sirotti)

Kaveh Akbar è nato a Teheran (Iran) e si è trasferito con la famiglia negli Stati Uniti all’età di due anni. Poeta e romanziere, figlio di immigrati di religione musulmana e affascinato da altre tradizioni religiose, la sua produzione poetica è caratterizzata dalla ricerca di forme espressive personali di grande intensità emotiva, idonee alla esplorazione di temi controversi e complessi come l’identità, la cultura tradizionale e acquisita, la fede e l’impegno civile; e da una riconsiderazione delle forme chiuse tradizionali, occidentali come orientali, forzate fino all’implosione in una continua e sofferta indagine delle potenzialità evocative e sonore dell’inglese.

L’opera di Akbar – noto per le sue posizioni critiche nei confronti del regime iraniano e di ogni tipo di impero contemporaneo – spesso riflette le sue esperienze personali e le sue radici culturali. E la sua poesia, apparentemente interessata soprattutto alla ricerca di uno stile originale contemporaneo e un idoneo linguaggio poetico, è anche espressione di consapevolezza verso la giustizia sociale e i diritti civili.

Pur rifiutando per sé l’etichetta semplicistica di “poeta civile”, Akbar esplora con grande acutezza e sensibilità temi quali la dipendenza, la ricerca della spiritualità e dell’identità in un contesto corrotto e autoritario, e la sua poesia appare un raffinato veicolo di denuncia e impegno civile. Le sue parole sono strumento di resistenza culturale e spirituale, la sperimentazione linguistica il mezzo per promuovere e difendere l’utopia di un dolore fraternamente condiviso.

La raccolta Pilgrim Bell si interroga in particolare su cosa significhi essere credenti in un mondo segnato da crisi e incertezze. Molte delle poesie esprimono il rapporto contrastato tra la fallibilità umana e la presenza ineludibile del sacro. Riflettono le sfide dell’identità culturale, con una forte enfasi sulle esperienze di migrante e le tensioni legate al concetto di appartenenza. Troviamo un continuo interrogarsi sulle complessità delle relazioni umane, sul peso dei doveri e dei poteri, e un’analisi approfondita della vita sociale in questo delicato momento storico.

Poesia visiva, quella di Kaveh Akbar, con versi lacerati e laceranti – anche dal punto di vista della disposizione grafica, e per l’uso affilato del doppio registro linguistico – dove la dimensione personale e famigliare deflagrano in un orizzonte immaginifico; un planetario, dove grazie all’impulso armonico della poesia, parabole e circuiti di mondi diversi, forze e corpi, materia ed energia trascendente, riescono a ricomporsi in un cielo.

M.L. e A.S.

Le poesie qui proposte sono tratte dalla raccolta poetica Pilgrim Bell (2021), appena pubblicata in italiano: Il miracolo (Il Saggiatore, 2025)

***

L’accento di mio padre

Un bambino, più carino di me, che mi amava per
il mio vocabolario e le mie pillole arancioni, una volta mi chiese
di tradurre l’inglese di mio padre.

*

Anche questa poesia vuole che io traduca.
Poesia idiota, mani idiote per scriverla:

un accento non è suono.
Solo coloro a cui sembra alieno
ridurrebbero un accento a suono.

*

La mia poesia è cresciuta quassù, seduto su questa sedia americana
guardando fuori questa neve americana senza vita.

Erba nera che muore fuori da questa neve,
attraverso le lunghe orme

di un coniglio, come un fantasma
che siede eretto
e dice oh.

*

Ma è un’altra bugia.

Nessuna orma.
Solo erba nera, neve blu.
Non posso scriverlo
senza cercare di renderlo
bello. Sottomissione, resistenza, resa.

*

Al suo primo
ispezionare Adamo, il diavolo gli entrò nelle labbra.

Guarda: il diavolo entra nelle labbra di Adamo,
striscia per la gola, l’intestino
per emergere alla fine fuori dall’ano.

È tutto vuoto! ridacchia il diavolo.
Sa che il suo lavoro sarà facile, un umano semplicemente
una lunga disperazione da riempire.

*

La maglietta bianca di mio padre che sbuca fuori
dal colletto. La mano di mio padre che affetta pelle, cartilagini
di una carcassa di pollo che tengo ferma sul tagliere.

A volte si morde il labbro inferiore per soffocare
ciò che deve essere
rabbia. Deve essere rabbia

perché non fa rumore. Il mio vasto
terrore per ciò che non posso sentire,

per la mia ignoranza, non è traducibile.
Mio padre parla in perfetto inglese.

***

Ultrasuono

mio padre lega del filo
spinato intorno al giardino
ora quasi del tutto distrutto
da scoiattoli cervi e peggio
ancora conigli con semi
di cetriolo attaccati alla
coda sono un superpredatore mio padre è
un superpredatore Dio ci fa
poi ci accoppia mia madre cerca quadrifogli

*

nel prato e li appunta
in un quaderno mia madre che appunta
momenti del tempo dà a ognuno
un nome Buck Arriva nel Portico e
Nota dall’Ospedale da parte di Kaveh mentre
dentro fa il tè io cerco
un accendino in casa e non trovo
nemmeno i fiammiferi mia madre si libra in
cucina come una strana canzone

*

nella canzone mia madre ha finito
lo zafferano e non ha soldi
per comprarne altro piange sul
riso sbiancato alla candeggina finché
mio padre non entra rompe un uovo
sul piatto scoppia
il tuorlo lui dice vedi dice giallo mia madre
sorride così grossa e triste che si aggrotta nel
futuro dove

*

i miei occhi
sono di nuovo gialli, forse per il tuorlo
forse per altro il mio pelo diventa
così folto che mia madre a vederlo
strillerebbe d’orgoglio quando era
incinta scalciavo tanto forte
e spesso che a stento riusciva
a dormire in piedi tutta
la notte pensava devo
essere piena di coniglietti

***

Come dire la cosa impossibile

In modo chiaro. I denti dell’uomo così bianchi
da sembrare falsi. La mia pipì
ancora indurita sul tappeto di Bernadette.
Dire in modo chiaro
che non ho fiducia in me stesso?
E che non ne avrò mai?
Quando dico “me stesso”
voglio dire: l’ovvietà
rovina le cose – il fuoco,
la vodka, la morfina, il sapone.
Le Tue mani il tuo cielo il tuo calice

Kaveh Akbar (Teheran, 1989), poeta e romanziere iraniano-statunitense, è direttore del corso di Scrittura creativa dell’Università dell’Iowa e responsabile delle pagine di poesia della rivista The Nation. Ha pubblicato la raccolta di poesie Calling a Wolf a Wolf (2017) e il romanzo Martire! (2024), e ha curato la raccolta The Penguin Book of Spiritual Verse (2023). Le sue poesie sono apparse su diverse testate, tra cui The New Yorker, The New York Times, The Paris Review e The Best American Poetry.

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lunedì 8 giugno 2026

Etica della reciprocità (vale anche per gli Usa e per Israele?)



Confucio sintetizza così: “L’allievo Tse Kung chiese: Esiste una parola che possa esser la norma di tutta una vita? Il maestro rispose: Questa parola è ‘reciprocità’. E cioè, non comportarti con gli altri come non vuoi che gli altri si comportino con te.”

articoli di Lucio Caracciolo (ripreso da infosannio.com) e MJ Rosenberg (ripreso da invictapalestina.org/blog), con due domande di Francesco Masala

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Anche wikipedia dedica una pagina etica della reciprocità


Domande – Francesco Masala

se l’Iran e Hezbollah volessero e riuscissero a eliminare tutti i pezzi grossi degli Usa e di Israele, compresi i presidenti e i militari al top degli eserciti aggressori, potremmo dire che sono dei selvaggi o che applicano (in qualche modo) l’universale etica della reciprocità?

e se l’Iran e Hezbollah volessero e riuscissero a ridurre Tel Aviv come lo Stato d’Israele ha ridotto Gaza o sta riducendo il Libano, potremmo dire che sono dei selvaggi o che applicano (in qualche modo) l’universale etica della reciprocità?

 

La solitudine di Israele in guerra totale – Lucio Caracciolo

Israele fu per unire gli ebrei. Oggi li divide. E si divide. Fine del sionismo? Israele si volle “Luce delle nazioni” (Ben-Gurion). Oggi pare uno Stato paria. Israele si propose di salvare gli ebrei dalle persecuzioni, ora li mette in pericolo. Lo Stato esiste di norma per garantire pace, sicurezza e benessere del popolo. Lo Stato di Israele è in stato di guerra permanente. Vorrà esserlo per sempre? Paradosso supremo: il violento tramonto di Israele è opera di Israele. Della scelta di trattare l’orrore del 7 ottobre come questione di vita o di morte, quasi Sinwar fosse per sventolare lo stendardo del Profeta nella Grande Sinagoga di Gerusalemme. A sfida mortale risposta mortale. Vendetta da consumare liquidando tutti, e tutti insieme, gli aspiranti liquidatori di Israele. Questa non è guerra, è strage senza fine. Vittoria totale annuncia sconfitta totale perché impossibile. A meno di credersi capaci di finire la storia. Agli eventuali sopravvissuti, in entrambi i campi, resterebbe poco di umano. Qualche segno si intravvede.

Ammettiamo però che Israele trionfi su tutti i fronti, quindi emerga torreggiante su un Medio Oriente distrutto e rifatto a sua immagine e somiglianza. Che cosa resterebbe della sua ragione sociale, fondata sul diritto a esistere di un popolo scampato alla soluzione finale quindi riunito nella Terra promessa? Tenuto finora insieme dal memento mori, intesa minaccia permanente dell’Amalek di turno, sia esso l’Iran con la sua pletora di indocili clienti arabi o la Turchia neoimperiale, entro la cui forma ottomana i pionieri sionisti si immaginavano provincia autonoma. Senza Nemico, come sedare particolarismi e separatismi delle sue eterogenee tribù, delle quali due (arabi e haredim) non-sioniste, tanto da scansare l’obbligo alla difesa della patria? E più nel profondo, il senso di elezione che consente agli ebrei israeliani di certificarsi superiori ad arabi e islamici incivili, resisterebbe all’estinzione della minaccia, alla fine della persecuzione? Infine, come può una controsoluzione finale ottenuta con i mezzi disumani placare coscienza e memoria dei discendenti di coloro che all’altra fine scamparono? Il suicidio morale non è per tutti meno insopportabile del suicidio fisico.

Implicito nel bellicismo totalitario la rinuncia alla deterrenza. Persa il 7 ottobre. Inutile nel nuovo contesto. Contro gli ingenui che vogliono le armi al provvisorio servizio della politica, il governo di Gerusalemme postula la soluzione militare definitiva. Poco importa se il “cane pazzo” (Moshe Dayan dixit) non fa più paura. Se non puoi terrorizzare i terroristi devi sterminarli. Senza troppo distinguere per sesso ed età. Conseguenza della degradazione del popolo palestinese ad aggruppamento di bestie terroriste. Per cui ogni bambino nasce terrorista e come ogni adulto o anziano deve morire perché tale. Stazione ultima del percorso che dal rifiuto di (ri)conoscere l’Altro ne induce percezioni alterate dal terrore dell’ignoto. Perciò lo erige mostro. Israele è in guerra di attrito contro sé stesso. Le sue Forze di difesa (Idf) sono ovunque al contrattacco. Mentre conquistano e talvolta riperdono avamposti aprono sempre nuovi fronti, chiudendone nessuno perché nessuno è chiudibile. A meno di non credere nella Vittoria Totale. Sperando di non scoprirla sacrificio di sé.

La reazione del primo ministro al pogrom di Hamas ha uno sfondo inconfessabile, infatti rimosso. I terroristi di Sinwar lo hanno tradito. Per anni quei Fratelli musulmani che Israele ha incentivato dalla nascita per contrastare Arafat e la sua Olp, scompigliare il frastagliato fronte palestinese e spingerlo alla resa dei conti fratricida – missione quasi compiuta – sono stati parte integrante della sua tattica non troppo segreta, tantomeno originale: divide et impera. Impresa finanziata dal Qatar, condivisa con l’Egitto guardiano della frontiera occidentale di Gaza e bollinata da Washington. Fino al 7 ottobre il meccanismo oliato da Bibi sembrava funzionare a meraviglia. Gaza pareva sedata. Dirigenti del Mossad e loro omologhi di Hamas, grati dello stipendio pagato, si concedevano rilassate conversazioni. Contro i deliri complottisti, la sorpresa per lo Stato profondo e per lo stesso Netanyahu è stata tale. Sconvolgente. E vergognosa. Perciò resteremo a lungo in attesa di una vera indagine sui fatti di quel giorno.

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Non è Netanyahu, è Israele! –MJ Rosenberg

L’articolo di Mairav Zonszein sul New York Times è così sconvolgente non solo per ciò che racconta, ma anche per chi lo dice, dove lo dice e per quanto poco senta il bisogno di smorzarne l’impatto.

Non si tratta di un’estranea che lancia accuse.

Zonszein è una nota giornalista israeliana che scrive sul New York Times, e ciò che descrive è un paese che ha superato il limite: del combattere.

Inizia con un dettaglio che sembra quasi surreale nelle sue implicazioni. Con l’avvicinarsi del cessate il fuoco, «i funzionari israeliani temevano che la guerra potesse finire presto». L’implicazione è lì, inequivocabile: la paura non è la sconfitta, è la fine della guerra stessa.

Zonszein non insiste su questo punto. Non ne ha bisogno. Il significato è ovvio. Quando la prospettiva della pace produce ansia anziché sollievo, qualcosa di fondamentale è cambiato. La guerra non è più un mezzo per raggiungere un fine. È diventata il fine.

Poi arriva il momento che fa piazza pulita di ogni residuo di finzione. Proprio nel giorno in cui il cessate il fuoco è entrato in vigore, quando i civili «hanno cominciato a tirare un sospiro di sollievo», Israele ha lanciato «uno degli attacchi più letali… senza alcun preavviso», uccidendo più di 350 persone e ferendone oltre 1.000, «molte delle quali civili».

Zonszein non usa eufemismi, né un linguaggio distaccato. La giustapposizione è l’accusa: sollievo da una parte, uccisioni di massa dall’altra – simultanee, deliberate e normalizzate.

Esprime poi il giudizio fondamentale, che colpisce con la forza di qualcosa di a lungo osservato e finalmente detto ad alta voce: per gli israeliani, i cessate il fuoco sono visti come fastidiosi ostacoli alla guerra.

Non si tratta di un singolo leader o di una singola decisione. È una diagnosi di una società. I cessate il fuoco non sono obiettivi. Sono ostacoli. La diplomazia non è il punto di arrivo. È un’interferenza.

Da lì, Zonszein allarga l’obiettivo. «La guerra è sempre più spesso la risposta automatica dello Stato… non solo la strategia, ma la norma».

Non una tattica. Una condizione di esistenza

E una volta che la guerra diventa la norma, acquisisce una logica autosufficiente che è quasi impossibile da spezzare: «Se la guerra è lo status quo, il lavoro non è mai finito e non si può mai perdere, perché si è sempre e ancora al fronte».

Quella frase dovrebbe far riflettere. Perché descrive un sistema senza via d’uscita. Senza obiettivo finale. Senza un momento in cui basta. La guerra diventa permanente – non perché ha successo, ma perché non deve mai finire.

Zonszein è esplicita nell’affermare che la cosa non è imposta dall’alto. L’opinione pubblica è profondamente coinvolta. Anche dopo settimane di distruzione e paura, «il 78 per cento degli israeliani ebrei sostiene ancora la guerra contro l’Iran».

Quel numero non è una nota a margine. È la storia. Significa che non si tratta semplicemente di una politica; è un consenso. La normalizzazione della guerra è penetrata profondamente nella società israeliana. È sostenuta, giustificata e richiesta da una larga maggioranza.

Ecco perché alle prossime elezioni in Israele i principali contendenti saranno tra vari gradi di Netanyahu. Tutti falchi. Tutti odiatori dei palestinesi. E nessun candidato di rilievo che, come fece Rabin, voglia un cambio di rotta. È come se qui sapessimo che nel 2028 i repubblicani nomineranno un sostenitore di Trump, e i democratici nomineranno qualcuno che promette di essere una versione più efficace e meno rozza di Trump. Una situazione senza speranza, ma non è la nostra realtà. È quella di Israele.

Zonszein spiega perché. La “definizione di vittoria degli israeliani è inquadrata da una realtà distorta”, in cui le minacce possono essere eliminate con la forza e i risultati politici ottenuti attraverso campagne di bombardamenti, mentre i costi umani rimangono in gran parte invisibili.

Ma nel 2026, l’ignoranza è una scelta. Gli israeliani non vivono in un vuoto informativo. La devastazione a Gaza e altrove è documentata senza sosta: sui social media, nei resoconti internazionali, ovunque. L’idea che la gente “non sappia” crolla sotto il peso di ciò che è chiaramente visibile.

Zonszein coglie l’inutilità di questo intero approccio sottolineando la ripugnante metafora di stampo nazista, popolare in Israele, che è diventata sinonimo della politica israeliana: uno “sforzo senza fine di falciare l’erba ancora e ancora, non importa quanto velocemente o con quanta forza ricresca”. L’«erba», ovviamente, sono i palestinesi. O qualsiasi altro musulmano che debba essere falciato, abbattuto.

E questo porta alla conclusione più devastante del saggio: ciò che la società israeliana sostiene ora non è un percorso verso la sicurezza, ma un impegno verso la guerra perpetua.

Perché quando la guerra diventa normalizzata – accettata, prevista, persino desiderata – smette di essere una risposta alla minaccia e diventa il principio organizzativo dello Stato stesso.

Nel momento in cui scrive questo, il caso è già chiuso. Ciò che ha descritto non è solo una serie di campagne militari, ma una trasformazione: una società che ha interiorizzato la guerra come impostazione predefinita, come collante politico, come sostituto della strategia.

E una volta che quella trasformazione è completa, il pericolo non è solo che le guerre non finiscano.

È che la società stessa non vuole porvi fine.

(Traduzione a cura di: Leila Buongiorno)

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L’Europa baltica al comando senza dircelo - Ennio Remondino

Ursula von der Leyen il 26 maggio a Vilnius, insieme al commissario alla Difesa, il lituano Andrius Kubilius, Dopo aver incontrato i presidenti di Estonia, Lettonia e Lituania, la presidente ha dichiarato che i discussi ‘attacchi ibridi’ sui Paesi baltici sarebbero «una strategia deliberata della Russia che cerca di destabilizzare le nostre realtà democratiche». Chi sa se mentiva sapendo di mentire. O se -forse peggio-, era a sua volta vittima di una ben organizzata disinformazione occidentale.

Von der Leyen d’assalto

La presidente Ue in veste di stratega, «Mosca sta fallendo e le persone nei Paesi Baltici stanno vivendo ciò che molti credevano appartenesse a un’altra era». Ritrovata guerra fredda, sembra di capire. Ursula, ex ministra della difesa tedesca insiste: «questa è una strategia deliberata della Russia che cerca di destabilizzare le nostre società democratiche». Una ‘quasi’ dichiarazione di guerra. E Bruxelles garantisce ‘piena solidarietà a Estonia, Lettonia e Lituania, senza però precisare con quale esercito. Per Kubilius, il lituano ministro della difesa Ue, Putin sta cercando di influenzare le opinioni pubbliche e politiche europee, «perché inizino a esitare sul proseguimento del sostegno all’Ucraina». Fosse vero, ci sta riuscendo molto bene. Intanto, Lettonia, Estonia e Lituania riceveranno ulteriori 12 miliardi di euro dal programma europeo SAFE, avverte Von der Leyen, e 16 nuovi progetti nella difesa cibernetica e nei sistemi anti-drone dei tre Paesi da schiarare non si sa bene su quale fronte.

Cieli baltici invasi dai droni ucraini

In 20 maggio la prima ministra lituana, Inga Ruginiene, ha annunciato l’apertura 24 ore su 24 dei rifugi antiaerei del Paese. Allarme nazionale generale così segnalato lancio dell’ANSA: «provvedimento causato degli sconfinamenti di droni ucraini nel territorio lituano». Droni ucraini e non russi? Ma come? Von der Leyen che ci racconta? O greve inciampo o peggio. Sempre l’ANSA scrive che il ministero degli Esteri ucraino si è scusato con gli Stati baltici per i ripetuti sconfinamenti di droni e velivoli senza pilota nel loro spazio aereo. Ma spesso -scopriamo-, il ‘dettaglio’ viene omesso dalle cronache. Gli ucraini sostengono che i loro droni sconfinano nei cieli baltici deviati dalle contromisure russe mentre, secondo Mosca, le tre piccole repubbliche ex sovietiche hanno offerto il loro spazio aereo ai reparti di droni ucraini che hanno colpito recentemente installazioni petrolifere. Legittimo sospetto: molti indizi rendono credibile la presenza di basi segrete ucraine all’estero (ad esempio in Libia). Possibile che questo accada anche in qualche repubblica baltica (dove gli ucraini assemblano droni) a spiegare questa improvvisa presenza di tanti droni ucraini sul loro spazio aereo?

Imbarazzante silenzio Ue ed Europa

Forse non abbiamo sottolineato adeguatamente il teatrino dell’assurdo. I vertici dell’UE che esprimono sostegno ai baltici contro la minaccia russa quando i droni che minano la sicurezza delle tre repubbliche sono ucraini. Incapacvi o collusi a Bruxelles, ma i singoli governi dei 27? Ancopra più avvilente che nessuna nazione europea denunci una simile politica prendendone le distanze. Il tema dei droni ucraini del resto ha provocato la caduta del governo lettone, dopo le dimissioni del ministro della Difesa, Andris Spruds. La premier di centro-destra Evika Silina ha rassegnato le dimissioni sempre sulla scia di un drone, anzi due, e sempre ucraini, che avevano colpito degli impianti petroliferi del paese baltico. Il 23 maggio un altro incidente con protagonista un drone ucraino ha scosso la Lettonia. Il velivolo fuori controllo è esploso schiantandosi nel lago Dridza, a 15 chilometri dal confine con la Bielorussia.

Due pesi e due misure

In evidente imbarazzo, il ministro degli Esteri lettone, Baiba Braze, aveva affermato che i droni ucraini che hanno violato lo spazio aereo “non costituiscono un problema militare”. Bene. Ma perché Von der Leyen e Kubilius parlano di ‘grave minaccia russa’ se i droni sono ucraini, e ‘costituiscono un problema militare’? Eppure il drone russo caduto la notte scorsa su un edificio in Romania ha scatenato le proteste dei vertici UE, NATO. Strabismo politico o plateale disonestà? E la Nato. Il 10 maggio un jet F-16 rumeno schierato nelle Repubbliche Baltiche ha abbattuto un drone ucraino sopra l’Estonia. Il portavoce del ministero degli Esteri ucraino, Heorhii Tykhyi, si è “scusato con l’Estonia”. Il 20 maggio la violazione dello spazio aereo da parte di un drone ha portato alla sospensione del traffico presso l’aeroporto di Vilnius e la rete ferroviaria della capitale. Con i parlamentari fatti rifugiare in un bunker. Allarmismo a creare panico. L’incidente è durato circa un’ora e l’allerta aerea è stata successivamente revocata, con la ripresa del traffico aereo e ferroviario. Il drone proveniva dalla Lettonia, ha precisato il ministro della Difesa lituano, Robert Kaunas.

Europei strabici e politiche claudicanti

Con tempismo perfetto, la presidente del parlamento europeo, la maltese Metsola, il 20 maggio ha cercato di spingere il parlamento oltre le stesse posizioni della Commissione. «La nostra piena solidarietà a tutti in Lituania, Lettonia, Estonia e al nostro fianco orientale, che affrontano il pericolo rappresentato da attività di droni ostili legate alla Russia e alla Bielorussia», ed necco che i droni ritornano russi per magia.  Il presidente lituano Nauseda ora promette che la Lituania inizierà ad abbattere ogni tipo di aereo senza pilota che varcherà il suo spazio aereo nazionale con l’impiego di strumentazione di vario tipo, inclusi missili. «Il costo non è la cosa più importante». Anche perché parliamo di costose armi Ue e Nato. Poi l’immancabile Kaia Kallas, estone, commissario Ue per la politica estera e di sicurezza, contraria di fatto a qualsiasi tentativo di aprire un dialogo tra Ue e Mosca. Per lei ‘Sanzioni a raffica’: «Troppi paesi continuano a far

Il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov ha replicato in modo lapidario: «Io non discuto di dichiarazioni idiote». Noi a volte siamo invece costretti. Ponendoci per ora solo il dubbio: com’è possibile che, con tante istituzioni coinvolte nelle sue scelte (Consiglio europeo, Commissione, Parlamento europeo) e tante responsabilità, l’attuale Alto rappresentante esibisca credenziali così fragili nell’esperienza diplomatica e, più in generale, nella conoscenza della storia dell’Europa? Sulla difficile ricerca di un mediatore europeo tra Ucraina e Russia, l’esploit: «L’Europa non sarà mai un mediatore neutrale tra Russia e Ucraina, perché siamo dalla parte dell’Ucraina e difendiamo i nostri interessi di sicurezza». Un genio!

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domenica 7 giugno 2026

La strage di Amendolara



“Strage di Amendolara: pulire e dimenticare” - Martino Ciano

Cosa vuoi che siano quattro extracomunitari bruciati in un’auto perché chiedevano un trattamento da lavoratori e non da bestie. È successo in Calabria, nel cosentino. È accaduto l’uno giugno 2026, vigilia dell’ottantesimo compleanno della Repubblica italiana, quella Repubblica che si dice sia fondata sul lavoro.

Capito che beffa è avvenuta. E le telecamere hanno ripreso tutto. Si vedono due tizi, anche loro extracomunitari, che tengono le portiere dell’autoveicolo per evitare che quelli dentro escano. Hanno dato dimostrazione di come allestire velocemente una camera a gas. Ma tranquilli, si sono soffermati poco su certi aspetti. Tutti hanno condannato la strage di Amendolara senza condannare per davvero. È stato un po’ come il gioco delle tre carte: c’è sempre quello che pensa di vincere facile, di indovinare stando attento, invece è il primo a restare ipnotizzato dai movimenti fluidi del prestigiatore.

Alcuni hanno commentato che «se importi il Terzo Mondo, diventi come il Terzo Mondo». In questo modo pensavano di spostare la questione sulla solita necessità di reimigrare. Ma che dite, qui è sempre stato il Terzo Mondo, solo che, a tanti, non interessa emancipare né gli immigrati né gli autoctoni, perché quello che è avvenuto sulla costa jonica, in una stazione di servizio sulla Statale 106, all’altezza del comune di Amendolara, è una cosa che appartiene anche a un tribalismo nostrano.

E poco importa se questi extracomunitari abbiano raccolto fragole nella vicina Basilicata e che risultassero contrattualmente in regola. Qui parliamo di metodi conosciuti e molte volte accettati, quindi appartengono a una forma mentale.

Non se ne parla perché dobbiamo fare passare tutto come qualcosa di «non italiano», di importato da terre selvagge. Invece non c’era regione migliore della Calabria in cui questo episodio potesse avvenire. Si è assistito a un rito ancestrale, ben conosciuto, sepolto in qualche archetipo. Ma non scomodiamo i Totem e i Tabù di Freud, basta infatti rifarsi alla necessità di negare che questa cosa sia anche nostra. E più lo neghiamo, più riemerge.

Quanti innocenti mangiati dai porci, fatti a pezzi, infilati in pilastri di cemento? Quanti ammazzati per sete di giustizia o per aver chiesto dignità?

Ma certo, noi dobbiamo difendere gli onesti imprenditori agricoli, quelli che mettono in regola chiunque. C’è una parte di Calabria che davvero prova orrore, che si dissocia, che non farebbe male a una mosca, che protegge l’immigrato, che accoglie senza remore. Ma c’è anche quella parte che liquida la strage di Amendolara con frasette da semplice lotta tra civiltà. Invece, ciò che dimentichiamo in fretta è che “questa civiltà” di cui ci vantiamo è presente solo in alcune zone e se ne parla come se fosse un privilegio.

Ecco, nel Terzo Mondo calabrese la normalità è un privilegio. Il lavoro a norma è fortuna per pochi. E pensare che un discorso del genere qualcuno lo addita come la solita “autopunizione” che siamo abituati a somministrarci, invece è chiaro, perché molti hanno sperimentato certi tipi di sfruttamento e non ne fanno mistero. Anzi, molti sono morti senza conoscere nulla di diverso.

Allora, il Terzo Mondo calabrese è più di una realtà, ma addirittura uno degli incubi più vividi che si possono ancora vivere. Ma come tutte le cose brutte si tende a dimenticare. Chiedete alla politica, sia essa di destra che di sinistra; nessuno sa dare risposte. O sei un privilegiato o te ne vai altrove.

Ecco, quell’esecuzione pubblica, avvenuta davanti alle telecamere, forse proprio per essere immortalata, è stata solo una delle tante facce di una Calabria che vive quotidianamente di peggio… a telecamere spente, però, e senza scene eclatanti.

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Amendolara, è fuorviante parlare di ‘mafia del caporalato’: così si esclude la responsabilità dei padroni - Davide Mattiello

È “mafia” certamente quella che fa da cornice alla strage di Amendolara, ma chiamarla “mafia del caporalato” può essere depistante e riduttivo.

Quattro persone, quattro lavoratori, bruciati vivi per punizione perché hanno avuto l’ardire di chiedere il dovuto dopo tanto sfruttamento non dovrebbero essere segregate anche da morte attraverso il linguaggio che si sceglie per descriverne il destino. “Mafia del caporalato” è una definizione che rischia, al di là delle intenzioni di chi adopera queste parole, di indurre in chi legge una rappresentazione falsante della realtà, come se la questione fosse riconducibile ai rapporti violenti interni alla popolazione straniera, immigrata in Italia per cercare opportunità di lavoro. Stranieri che sfruttano altri stranieri, punto.

Torna in mente quello che si usava dire qualche decennio fa parlando delle mafie nostrane: “Tanto si ammazzano tra di loro”. Anche questa affermazione era riduttiva e falsificante, serviva infatti a chi la adoperava per contenere l’allarme sociale, per rassicurare l’opinione pubblica: non temete, alle persone per bene non può succedere niente di male. La storia devastante degli anni ’80 e ’90 del secolo scorso si è poi incaricata di sgombrare il campo da questa ipocrita anestesia delle coscienze: la violenza mafiosa non ha risparmiato nessuno, né servitori dello Stato, né inermi cittadini, arrivando a mettere in pericolo la tenuta stessa delle Istituzioni.

In modo non del tutto diverso anche parlare di “mafia del caporalato” serve a rassicurare, serve a lasciare tranquille le coscienze dei più, per la verità già sollecitate oltre modo da dosi massicce di violenza feroce, con l’idea che questa atrocità non abbia nulla a che fare con le persone per bene. Una definizione che rischia addirittura di fare il gioco dei razzisti nostrani, confermandoli nei loro pregiudizi grotteschi, quelli buoni a fomentare le piazze al grido di “Remigrazione, remigrazione!”.

È dunque certamente “mafia” nella misura in cui, secondo l’articolo 416 bis del Codice Penale, il reato-fine – ovvero il profitto illecito – viene consumato da una organizzazione criminale capace di ottenere omertà e assoggettamento attraverso la forza di intimidazione del vincolo associativo, ma non è “mafia dei caporali”: è “mafia dei padroni” che utilizzano i caporali. Ne ero già convinto più di dieci anni fa quando da deputato, membro della Commissione parlamentare antimafia e presidente del Comitato Testimoni di Giustizia, proposi di audire alcuni braccianti che avevano denunciato gli sfruttatori. Proposta accolta non senza qualche riserva: a qualcuno sembrò impropria come iniziativa, dal momento che non risultava il coinvolgimento diretto delle organizzazioni mafiose, formalmente qualificate come tali.

Ma, si sa, il “metodo mafioso”, rilevante di per sé pure sul piano giudiziario, ha molti adepti che non ostentano coppole e lupare. Il punto è che la “mafia del caporalato” non potrebbe esistere se non ci fossero i “padroni italiani” che si avvalgono di quelle braccia schiavizzate, nella migliore delle ipotesi facendo finta di non sapere e nella peggiore contribuendo direttamente al sistema di sfruttamento, talvolta anche sostituendosi al “caporale” straniero e organizzandolo in proprio.

Niente di nuovo, si potrebbe dire: l’attuale rapporto criminale tra padroni e caporali ricorda molto quello che ci fu tra i latifondisti e i campieri nelle campagne meridionali di un secolo fa. Quei “campieri” divennero poi il braccio armato e capillare di Cosa Nostra (i cui capi già allora si confondevano nell’alta borghesia palermitana). Lo avevamo capito bene dieci anni fa quando approvammo in Parlamento una buona legge, la 199 del 2016, che ebbe il merito di riformare l’articolo 603 bis del Codice Penale, che pure era stato “infilato” nel codice soltanto nel 2011. Nel 2011, in risposta a tragedie analoghe, il Parlamento aveva finalmente (!) introdotto il reato di intermediazione illecita di manodopera, escludendo però dal perimetro della condotta illegale il mandante di questa intermediazione e cioè il “padrone” (difficile stupirsene).

Nel 2016, dopo altre tragedie, il Legislatore riparò l’errore: il nuovo 603 bis considera responsabile tanto il caporale quanto il padrone, considera consumato il delitto di sfruttamento nel momento stesso in cui si accerti che padrone e caporale abbiano approfittato delle condizioni di vulnerabilità del lavoratore, infatti considera la minaccia o la violenza nello sfruttamento una aggravante della condotta, punisce il padrone anche in assenza del caporale quando sia provato che abbia approfittato delle condizioni di vulnerabilità del lavoratore, prevedendo anche la confisca dell’azienda agricola.

La 199 del 2016 aveva poi una seconda parte non penale, che serviva a premiare il lavoro agricolo di qualità, cioè a valorizzare la filiera agro-alimentare che certificasse il rispetto dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Che fine ha fatto? Allora ebbe scarso rilievo. Forse perché ieri come oggi c’è un capitalismo spudorato che semplicemente considera lo sfruttamento una componente fondamentale e irrinunciabile del profitto, generando un sistema economico anticostituzionale e quindi tanto più illegale, che dovrebbe essere severamente contrastato dalla Repubblica. Quale altro “ordine” dovrebbe infatti essere tutelato dalle nostre forze di polizia?

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Bruciati vivi perché si sono ribellati ai caporali: vite a perdere, storia dei fantasmi che raccolgono le fragole - Lucio Musolino

Mafia, capito? Mafia”. Nella tragedia immane che si è consumata ieri ad Amendolara, in provincia di Cosenza, dove quattro braccianti agricoli pakistani sono stati bruciati vivi, la lezione morale la dà a tutti un altro bracciante, questa volta afgano. Taj Mohammad Alamyar era a bordo del minivan assieme alle vittime ed è l’unico scampato alla furia dei due “caporali” che, stando al suo racconto ai microfoni della Rai, gli hanno lanciato benzina addosso per poi tentare con un accendino di trasformarlo in una torcia umana. In parte ci sono riusciti, ma nonostante le ustioni al braccio e in altre zone del corpo, Taj ha rotto il finestrino e si è messo in salvo mentre gli assassini si allontanavano dalla scena del delitto. Oggi è l’unico superstite, il testimone chiave dell’omicidio plurimo consumato nella Sibaritide dove la storia è quella di cinque braccianti che si sono ribellati al sistema dei caporali e quattro di loro hanno pagato con la vita.

Lo sfruttamento e la punizione

Il filmato, registrato dalle telecamere di videosorveglianza della stazione di servizio, ha inchiodato i responsabili consentendo alla Procura di Castrovillari di emettere nei loro confronti un provvedimento di fermo. Ai magistrati, invece, il movente lo ha spiegato Taj che ai giornalisti ha mostrato pure la casa di Villapiana dove abita assieme ad altri dieci migranti, tra cui fino a ieri c’erano anche i quattro pakistani carbonizzati alla stazione di servizio. Poche stanze prese in affitto a 500 euro al mese. Soldi pagati con i quattro spicci racimolati raccogliendo le fragole. Delle 50 euro che prendevano al giorno lavorando nei campi, erano costretti a darne 5 a testa ai caporali per il trasporto da una campagna all’altra dell’alto jonio cosentino. Non ci stavano più a percepire buste paga fittizie da 350 euro al mese. Volevano un contratto regolare e per questo si sono lamentati con i connazionali che gestivano la manodopera nei campi di proprietà degli italiani. Caporali che prima li hanno minacciati con coltelli e pistole per farli continuare a lavorare alle loro condizioni. E poi li hanno puniti, bruciandoli vivi e senza mostrare un minimo di pietà.

Il buco nero tra Sibaritide e Metapontino

“Mafia, capito? Mafia”. Anche se probabilmente Taj non si riferiva alla criminalità organizzata calabrese (la ‘ndrangheta), le sue parole pronunciate in un italiano stentato hanno reso bene l’idea dell’inferno vissuto dai braccianti agricoli tra la Sibaritide e la Piana del Metapontino, nel materano. Un inferno che tutti conoscono e che tutti ignorano. Fantasmi nelle mani di altri fantasmi. Vite a perdere, arrivate dall’altra parte del mondo con la speranza di migliorare le proprie condizioni, che finiscono a stare con la schiena piegata tutto il giorno per pochi euro l’ora. Non è la prima volta e non sarà l’ultima: da decenni il fenomeno del caporalato è lì a scandire le stagioni della Sibaritide e del Metapontino e riaffiora solo quando le tragedie riempiono le colonne dei giornali. Come quella di Amendolara dove i pakistani la fanno da padroni. Quattro di loro sono stati arrestati a dicembre al termine di un’indagine iniziata il 4 ottobre 2025 quando un tragico incidente stradale, avvenuto a Scanzano Jonico, ha portato alla luce un sistema di sfruttamento nei campi agricoli della Basilicata.

I precedenti: stesso canovaccio

Dieci braccianti stranieri viaggiavano stipati in un’auto sulla statale 598 dove il mezzo si è scontrato con un autocarro. Il bilancio è stato di quattro indiani morti. L’inchiesta della Procura di Matera ha svelato che i braccianti venivano reclutati per la raccolta di fragole nei vari comuni lucani. La storia è simile a quella dei pakistani carbonizzati ad Amendolara i cui nomi ancora nessuno conosce perché a nessuno interessano. Così come quelli degli indiani morti a Scanzano Jonico, braccianti che dormivano in alloggi sovraffollati, senza condizioni igieniche adeguate e costretti dai caporali a turni massacranti (anche nei giorni festivi) con paghe da fame che non rispettavano i minimi contrattuali. Nel 2023 una vicenda simile si verificata nel Metapontino dove i carabinieri, oltre a sette caporali, hanno arrestato due italiani titolari di un’azienda agricola dove i migranti venivano pagati cinque euro l’ora per lavorare fino a oltre 10 ore al giorno compresa la domenica. Un “privilegio”, quello di essere sfruttati, che i braccianti africani ottenevano solo dopo aver pagato circa 6mila euro ad altri connazionali i quali ricevevano anche 3 euro al giorno dai migranti per avere diritto ad un posto dove dormire, di solito in una struttura fatiscente.

“Intrappolati in un sistema”

Ritornando al plurimo omicidio di Amendolara e ai pakistani carbonizzati lunedì nella piazzola della stazione di servizio, in una nota il segretario generale della Cgil Calabria Gianfranco Trotta chiede “alle forze dell’ordine chiarezza e soprattutto un supporto maggiore alla politica, con azioni più concrete, legate anche ai progetti finanziati che siano sempre più di aiuto, affinché si contrasti l’abominio della quotidianità che vivono i lavoratori, spesso migranti, nelle nostre campagne: precarietà, trasporto, insicurezza e vulnerabilità estrema, ricatto e violenza”. “Non si può più tollerare – scrive il sindacato – che la piana di Sibari sia continuamente segnata da sfruttamento lavorativo e caporalato”. Per la segretaria generale della Uila Enrica Mammucari, “nella giornata in cui celebriamo gli 80 anni della nostra Repubblica democratica, fondata sul lavoro, i drammatici eventi accaduti nel cosentino emergono con un contrasto tanto stridente quanto doloroso, restituendo l’immagine di una rottura del patto sociale che dovrebbe tenere insieme sviluppo economico e tutela dei diritti dei lavoratori”. Per questo, secondo la Uil, c’è “la necessità dell’introduzione di un permesso di soggiorno per attesa occupazione per quei lavoratori che, entrati regolarmente in Italia con i precedenti decreti flussi, sono rimasti intrappolati in un sistema che li ha resi irregolari alla scadenza del contratto, esponendoli al rischio dello sfruttamento”.

“Oltre le fiaccolate: serve una mobilitazione civile”

Più duro il commento del vescovo di Cassano allo Jonio Francesco Savino secondo cui l’omicidio dei quattro braccianti pakistani è una “ferita morale, sociale e spirituale che squarcia il velo d’ipocrisia su una terra intera. Una striscia di Calabria dove il mare, il lavoro povero, la migrazione e la violenza criminale finiscono troppo spesso per sovrapporsi, diventando un’unica ferita aperta”. Secondo il vescovo, “non bastano il cordoglio, la pietà, la commozione di circostanza. Qui bisogna pronunciare una parola sola, nuda, cristiana, necessaria: basta. Basta con una terra che piange i morti e poi torna troppo in fretta alle proprie abitudini. Basta con una coscienza pubblica che si indigna al mattino e dimentica alla sera. Basta con un’economia che, in troppi luoghi, continua a reggersi sulla schiena piegata degli ultimi, sulla fatica invisibile dei migranti, sulla solitudine dei braccianti, sulla paura di chi lavora senza tutele, senza voce, senza protezione. Ci sono fenomeni che non nascono dal nulla. Il caporalato non è una deviazione marginale, non è una stortura folkloristica, non è un residuo antico dimenticato nei campi. È un sistema. È una struttura di dominio. È una forma moderna di schiavitù che prospera dove il lavoro diventa carne da spremere, dove il bisogno si trasforma in catena, dove la fragilità dei migranti viene convertita in profitto. Chiedo allo Stato di esserci con tutta la sua forza, non soltanto dopo il sangue, ma prima nelle campagne, nelle filiere agricole, nei luoghi di reclutamento della manodopera, negli alloggi indegni, nei trasporti opachi, nei rapporti di lavoro irregolari, nelle sacche di vulnerabilità dove il caporalato mette radici”. Proprio per questo, monsignor Savino auspica una mobilitazione civile che vada oltre le fiaccolate. Il vescovo parla di “una “rivolta delle coscienze perché la Calabria non può continuare a essere raccontata solo dopo che il male ha già lasciato i suoi morti sull’asfalto”.

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