lunedì 7 settembre 2026

La guerra all'Iran con l'emorragia del Dollaro che si aggrava - Giuseppe Masala

  

Mentre il segretario al tesoro USA Bessent promette sfracelli contro l'economia iraniana l'amministrazione USA, sempre più disperata, attinge al conto di tesoreria per riacquistare bond così da abbassare i tassi. Nel frattempo Deutsche Bank su autorizzazione cinese apre la prima camera di compensazione europea per lo Yuan.

 

Come avevo ipotizzato, nell'attuale situazione di stallo del conflitto con l'Iran, l'amministrazione di Washington ha puntato sulla guerra economica contro Teheran al fine di riuscire a piegare la volontà del regime degli Ayatollah. Va immediatamente chiarito che gli Stati Uniti non hanno – almeno per il momento – imposto sanzioni secondarie contro i paesi che intendono continuare ad intrattenere rapporti commerciali con l'Iran e dunque, di fatto, violando il sostanziale boicottaggio imposto da Washington.

Prima di spiegare i possibili effetti di questa “stretta” statunitense, però, spieghiamo 'operazione congegnata dal Dipartimento del Tesoro statunitense e illustrata dal suo Segretario Scott Bessent ai mass media di tutto il mondo, proprio ieri. Innanzitutto il nome che è stato scelto è “Operazione Economic Outcast” (Operazione Economia Emarginata) a significare che con questa operazione si vuole emarginare l'economia iraniana da quella del resto del mondo inaridendo la linfa vitale che la tiene in vita.

In particolare i settori dell'economia iraniana colpiti dagli USA sono le risorse digitali, le tecnologia, l'oro, l'aviazione e i trasporti marittimi inoltre, Scott Bessent ha ben sottolineato che Washington sta sanzionando più di 60 entità, individui e navi in tutto il mondo che permettono all'Iran di ottenere tecnologia nucleare e missilistiche oltre che di condurre operazioni informatiche di cyberwar e di generare entrate derivanti dal settore petrolifero.

Come si intuisce, si tratta di sanzioni molto profonde che potrebbero effettivamente danneggiare l'economia iraniana, ma, allo stesso tempo, sono misure di difficile applicazione che presuppongono la collaborazione leale di tutti i paesi del mondo. Circostanza questa, più facile a dirsi che a farsi, soprattutto in un mondo affamato di energia che ha bisogno di tutto il petrolio e il gas messo a disposizione sul mercato, compreso quello iraniano.

Magari, certamente, queste sanzioni sarebbero state di facile applicazione per gli Stati Uniti degli anni d'oro a cavallo tra gli anni 90 e la prima decade del nuovo millennio; all'epoca bastava una alzata di sopracciglio da parte di un componente dell'amministrazione di Washington per vedere gli esponenti di qualunque governo del resto del mondo scattare sull'attenti. Ma ora le cose sono ampiamente cambiate, innanzitutto perché il mondo ha estremo bisogno di qualunque fornitore di energia, e tagliare fuori l'Iran significa automaticamente aumentare i prezzi del petrolio e del gas già esorbitanti. Inoltre in questi ultimi anni sono emerse altre potenze economiche e militari che non sembrano avere alcun timore reverenziale nei confronti degli USA. 

Una situazione questa che si è verificata perché gli Stati Uniti sono fiaccati da decenni di guerre scriteriate che sono servite solo allo scopo di riempire le tasche del cartello dell'industria degli armamenti devastando il bilancio pubblico. Inoltre decenni di delocalizzazioni favorite dalla folle posizione ideologica sulla globalizzazione hanno ottenuto il solo risultato di demolire i conti con l'estero statunitensi trasformando il paese in una landa desolata sul piano produttivo dove gli ingegneri sono costretti a riciclarsi come esperti di borsa avendo ormai il paese delocalizzato buona parte dei suoi siti produttivi alla ricerca di vantaggi competitivi sul piano del costo del lavoro.

E proprio ieri, nel giorno in cui Scott Bessent presentava al mondo il suo piano “spacca Iran”, gli USA prendevano una decisione che dimostra plasticamente al resto del mondo di essere un paese in grave declino economico.

Premesso che  i tassi di interesse sui bond statunitensi a 10 anni stanno sempre più avvicinandosi alla soglia psicologica del 5% (peraltro già abbondantemente superata dai bond trentennali); si tratta di un livello di tasso di interesse che rende pesantissimo il servizio sul debito pubblico alle finanze di Washington; amaramente possiamo sottolineare che si tratta di un fenomeno economico che in Italia ben si conosce e che ci ha vessato per almeno due decenni.

Va detto che un così pesante aumento dei tassi di interesse di ciò che un tempo era considerato come il safe heven della finanza mondiale (ovvero l'asset che garantiva sicurezza agli investitori più di qualunque altro al mondo) dimostra che ormai gli assets in dollari non sono più considerati sicuri dagli investitori internazionali e, conseguentemente, il Tesoro USA deve garantire un interesse più alto per pagare il rischio...quasi fino a svenarsi.

E proprio in relazione a questa situazione ormai insostenibile, l'Amministrazione USA ha fatto un annuncio che, a mia memoria, non ha precedenti. Il Tesoro USA può (ri)acquistare US bond prendendo i dollari dal fondo TGA aperto dal Tesoro presso la Federal Reserve. Si tratta in sostanza del conto di tesoreria del governo americano. Prendere i soldi dal conto di tesoreria per il riacquisto di Bond con la finalità di calmierare l'aumento dei tassi di intesse suona come una misura tampone ai limiti della disperazione ed attesta inesorabilmente l'enorme difficoltà del governo americano a gestire le finanze pubbliche. Una misura tampone, che ha il solo fine di dare un calcio al barattolo del prossimo futuro (e direi inevitabile) Quantitative Easing della Federal Reserve.

E' chiaro che in un panorama così allarmante il presunto piano che vorrebbe demolire l'economia iraniana appare più come l'urlo impotente di un pugile suonato che un qualcosa che ha la possibilità di raggiungere il proprio obbiettivo.

A rincarare la dose anche un'altra notizia che attesta la difficoltà dell'ex Iperpotenza e che anzi, quasi suona come una umiliazione.

La Germania, paese vassallo degli USA sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, stringe sempre di più i rapporti con la Cina, non solo sul piano industriale come è ampiamente dimostrato dalle innumerevoli notizie che attestano come i cinesi si stiano comprando grosse fette dell'industria tedesca a partire dall'automotive, ma ora anche dal punto di vista finanziario e monetario: Deutsche Bank è stata autorizzata dalla banca centrale cinese ad aprire la prima camera di compensazione per gli Yuan sul territorio europeo. Una camera di compensazione – lo ricordo – è una sorta di “ conto corrente multilaterale” nel quale le posizioni in attivo e in passivo in una determinata divisa vengono compensate da tutti coloro che accedono a questo strumento, evitando quindi costose transazioni in contanti. Ovviamente questo genere di attività ha un senso qualora si ritenga che l'uso di una determinata divisa sarà implementato in maniera massiccia. Altrimenti sarebbe un inutile spreco di denaro.

Facile dunque intuire che il sistema finanziario tedesco abbia intenzione di utilizzare in maniera massiccia lo Yuan nelle transazioni con la Cina, evidentemente abbandonando il Dollaro statunitense.  Una notizia di enorme portata sulla quale sarà necessario trattare più diffusamente in futuro ma che nell'economia del discorso che stiamo facendo la posizione del dollaro e degli USA è sempre più precaria e conseguentemente la sfiducia nell'economia e nel governo del paese nordamericano è sempre più bassa agli occhi degli altri paesi, anche di quelli, da sempre ridotti al rango di vassallo.

E' chiaro come in un contesto del genere gli Ayatollah avranno gioco facile ad aggirare quanto organizzato da Bessent.  Il problema è che gli USA non sono nella condizione di poter perdere.

da qui

domenica 6 settembre 2026

Le crociere sono tassate la metà degli hotel, ma inquinano molto di più

 

In breve

  • Una notte in crociera è tassata circa la metà di una in hotel: 12% contro 23%, perché le navi sono classificate come trasporto marittimo e non come alloggi.
  • Nel 2025 le emissioni delle crociere sono costate tra 790 milioni e 1,3 miliardi di euro a Italia, Spagna e Francia; in Italia 500 milioni.
  • T&E propone una tassa di 15 euro a passeggero per scalo: genererebbe 335 milioni l’anno da destinare a ecosistemi costieri e banchine elettrificate.

Una notte su una nave da crociera è tassata quasi la metà rispetto a una notte in hotel. Accade nonostante gli elevati costi ambientali e climatici di queste imbarcazioni e la pressione che esercitano sulle infrastrutture delle città portuali. È quanto emerge dall’ultima analisi di T&E (Transport & Environment), principale gruppo indipendente europeo per la decarbonizzazione dei trasporti, che chiede un adeguamento delle norme fiscali per aiutare le città a far fronte alle esternalità del settore.

Il turismo crocieristico paga meno tasse di quello alberghiero

L’analisi ha messo a confronto il trattamento fiscale di un pernottamento da 100 euro a notte su una nave da crociera con uno in un hotel sulla terraferma nei tre principali Paesi crocieristici del Mediterraneo – Francia, Italia e Spagna – che insieme costituiscono il secondo hotspot mondiale del settore dopo i Caraibi. In media, chi soggiorna in hotel paga il 23% del prezzo in tasse; i passeggeri delle crociere ne pagano solo il 12%, circa il 40% in meno.

Il motivo è giuridico. Le crociere sono classificate come una forma di trasporto marittimo, quando nella pratica sono alloggi turistici. Questa classificazione permette loro di godere delle esenzioni fiscali garantite al settore marittimo: tra le altre, l’esenzione dalle accise sui carburanti e dall’Iva.

T&E: «Non sono trasporti marittimi essenziali»

Il punto sollevato da T&E è che a beneficiare del regime agevolato non sia un servizio strategico. «I governi trattano questi hotel galleggianti come se fossero trasporti marittimi essenziali, nonostante non siano un mezzo di trasporto verso una destinazione, ma spesso la destinazione stessa, ricca di attrazioni e svaghi a bordo», ha dichiarato Carlo Tritto, Sustainable Fuels Manager di T&E Italia. «Eppure concediamo gli stessi benefici fiscali del trasporto merci, che svolge una funzione molto più strategica per il commercio globale. Tassare adeguatamente le navi da crociera aiuterebbe le città a contrastare l’inquinamento e ad affrontare i problemi legati al sovraffollamento turistico».

Il tema non è secondario sul piano ambientale. Complice anche l’aumento costante delle dimensioni, le navi da crociera hanno l’impronta di CO2 più elevata tra tutte le imbarcazioni. Spesso attraccano in prossimità delle città portuali senza spegnere i motori, con emissioni sia di gas serra sia di inquinanti atmosferici – ossidi di zolfo e di azoto, particolato – tossici per la salute pubblica. Secondo l’Icct, un passeggero di una crociera genera da due a quattro volte più CO2 rispetto a un turista che raggiunge la stessa meta in aereo o in auto e soggiorna in un albergo sulla terraferma.

In Italia l’inquinamento delle crociere costa 500 milioni l’anno

Lo studio ha quantificato l’impatto economico di queste emissioni, oggi non contrastato da politiche pubbliche specifiche. In Italia, nel 2025, i costi sociali e ambientali sono stimabili in 500 milioni di euro: 389 milioni legati alla CO2 e 114 milioni agli inquinanti atmosferici locali. Le regioni costiere di Francia e Spagna hanno registrato costi esterni rispettivamente di circa 190 e 610 milioni. Il costo climatico-ambientale aggregato per i tre Paesi oscilla così tra i 790 milioni e 1,3 miliardi di euro.

Si tratta, in media, di una cifra da due a tre volte superiore a quanto le navi da crociera pagano oggi per le proprie emissioni di carbonio nell’ambito del sistema Ets. A livello europeo, inoltre, non esiste alcuna imposta che copra i costi legati all’inquinamento atmosferico.

Una tassa sui biglietti per colmare il divario

Per T&E la strada più efficace è l’introduzione di imposte nazionali sui biglietti delle crociere. Nell’Unione europea solo la Grecia ne applica una a livello nazionale, con importi da 5 a 20 euro a seconda della stagione. Altre città – Amsterdam, Barcellona, Dubrovnik – stanno sperimentando misure analoghe, mentre altrove, come a Venezia, l’accesso a queste navi è stato vietato.

Secondo i modelli elaborati dall’organizzazione, una tassa di 15 euro per passeggero a ogni scalo consentirebbe di raccogliere 335 milioni di euro l’anno tra Italia, Francia e Spagna. Il gettito, nelle intenzioni di T&E, andrebbe destinato alla protezione degli ecosistemi costieri o al finanziamento di infrastrutture verdi, come l’elettrificazione delle banchine, che permetterebbe alle imbarcazioni di spegnere i motori in porto.

Perché la tassa da sola non basta

Un prelievo sui biglietti, però, non compenserebbe da solo l’impatto complessivo del settore. In parallelo, T&E chiede di allineare l’Iva delle crociere a quella del turismo terrestre, di rendere più ambiziose le regole europee sui combustibili sostenibili (FuelEU Maritime) e sull’efficienza energetica, e infine di limitare il traffico delle navi, per esempio fissando un tetto al numero di scali giornalieri o annuali.

da qui

Il PD guida un’«alleanza» anti Sardegna - Cristiano Sabino

 

C'è una notizia che è passata completamente in sordina e che invece risulta fondamentale per capire cosa accadrà in autunno sul fronte della speculazione energetica. Stiamo parlando dell’incontro tenutosi lo scorso 28 agosto al Nazareno, la sede nazionale del PD, tra pezzi grossi della segreteria del partito (tra cui la segretaria Elly Schlein) e una delegazione dei 120 firmatari della “Lettera aperta ai Leader del Campo Largo” e promossa da “Energia per l’Italia”.

In questa lettera la Sardegna è sorvegliato speciale, perché la Regione – si legge nel testo https://www.energiaperlitalia.it/lettera-aperta-ai-leader-del-campo-largo/ - «è protagonista di una vera e propria “crociata” contro le rinnovabili e contro il governo Meloni, reo, secondo le incredibili posizioni del Governo regionale, di proporne addirittura troppe. La Giunta Todde, nonostante i richiami e le bocciature della Corte Costituzionale e del Consiglio di Stato, continua a riproporre una visione ideologica che demonizza gli operatori dell’energia pulita, etichettandoli come “speculatori”, e continuando a ribadire di voler raggiungere gli obiettivi climatici senza grandi impianti industriali: un teorema del tutto irrealistico che suona come un’autentica presa in giro».

Questi “scienziati” affermano candidamente lo scopo della riunione: «avviare un profondo lavoro di informazione e formazione verso i Vostri dirigenti, quadri, amministratori locali, consiglieri regionali, gruppi parlamentari».

Si scrive «informazione» ma si legge «manipolazione»,  «indottrinamento», come se i terminali dei partiti del “Campo Largo” in Sardegna non avessero fatto abbastanza per aprire le porte alla colonizzazione energetica dell’isola (più di 800 impianti depositati al Mase di cui una buona parte in corso di realizzazione).

Di «alleanza» ha parlato la stessa segretaria Dem, dichiarando trionfalmente ai giornali che  «l'incontro di oggi  conferma la volontà del Partito democratico di fondare le scelte sulla transizione ecologica ed energetica sul dialogo costante con la comunità scientifica. Siamo convinti che serva una vera programmazione democratica, capace di coniugare la massima partecipazione dei territori con l'urgenza indifferibile di accelerare sulla realizzazione degli impianti di energia pulita. Con l'incontro di oggi stabiliamo un'alleanza che speriamo possa essere utile tanto ai nostri amministratori quanto al lavoro per la costruzione di un programma elettorale con impegni trasparenti, vincolanti e coraggiosi per lo sviluppo delle rinnovabili» (https://www.greenreport.it/news/interviste/63523-rinnovabili-i-120-esperti-incontrano-schlein-per-sbloccare-gli-impianti-corrado-determinati-a-trovare-soluzioni-condivise ).

Come si possa garantire la «massima partecipazione dei territori» in presenza di una legislazione “di guerra” che dal Governo Draghi al Governo Meloni affida a decreti governativi d’urgenza la «sostituzione di tale paesaggio, ricco di testimonianze archeologiche ed architettoniche, con un nuovo paesaggio tipicamente industriale» (https://www.unionesarda.it/news-sardegna/paesaggio-industriale-al-posto-di-quello-sardo-jxagr1dv )resta un mistero che la segretaria PD ovviamente non spiega.

Ma andiamo oltre!

Al di là del fatto che, spulciando nella lista di questi “scienziati”, figurano anche soggetti che scienziati non sono ma che risultano invece profili in pieno conflitto di interesse (essendo sviluppatori di impianti industriali e sistemi di accumulo) e personaggi in cerca d’autore che nel loro curriculum annoverano addirittura la fondazione di gruppi come “ecolobby”, ritengo utile fare almeno quattro considerazioni su questo vero e proprio incontro coloniale avvenuto al Nazareno. E intendo non soltanto per ciò che è stato detto. Ma soprattutto per ciò che quell'incontro rappresenta.

Perché, dietro il linguaggio apparentemente neutro e “scientifico” della transizione energetica, della “scienza”, della necessità di "sbloccare" le rinnovabili, emerge con sempre maggiore chiarezza una questione eminentemente politica: chi deve decidere del futuro energetico della Sardegna?

La risposta che arriva da Roma sembra essere sempre la stessa: Roma!

  1. La Sardegna come problema da "sbloccare"

La lettera degli “scienziati” è stata veicolata da Energia per l'Italia. Il nome è tutto un programma ed è in effetti assai rivelatore.

Il progetto infatti è quello di trasformare appunto la Sardegna in una piattaforma energetica “per l’Italia”, in particolare per il nord ricco ed energivoro.

Il punto fondamentale è che i sardi sono soltanto l’oggetto, non il soggetto protagonista del processo di “transizione energetica”.

Alla luce di questo disegno ormai chiaro, ogni opposizione è letta come un alto tradimento, una Vandea da piegare con il pugno di ferro.

Ed è esattamente questo l’obiettivo dell’incontro tra gli “scienziati” e i vertici DEM nella sede centrale del PD dello scorso 28 agosto.

Tra le Regioni governate dal centrosinistra che vengono accusate di essere in ritardo sulla traiettoria del PNIEC viene indicata "soprattutto" la Sardegna, descritta addirittura come protagonista di una "crociata" contro le rinnovabili. La Giunta Todde viene accusata di essere troppo accondiscendente verso le mobilitazioni popolari contro la speculazione, di demonizzare gli operatori dell'energia e di voler raggiungere gli obiettivi climatici senza grandi impianti industriali.

Dunque il bersaglio politico dell'operazione è perfettamente riconoscibile: la Sardegna e in particolare la mobilitazione popolare rappresentata dai comitati.

Ed è proprio questo il primo elemento scandaloso dell'incontro del Nazareno: si discute soprattutto della Sardegna a Roma, senza che la Sardegna sia realmente protagonista della discussione, nemmeno le sue istituzioni autonomistiche.

Mi chiedo, ma non hanno nulla da dire i vertici della Giunta Regionale su questa riunione? Non hanno nulla da dire i vertici del Partito Democratico di Sardegna sul modo che la loro segreteria nazionale li ha trattati pubblicamente come riottosi ribelli da rieducare e discoli a cui tirare le orecchie alla luce del lumen portato da questi signori “scienziati”?

Non è una questione folkloristica. Non è una rivendicazione identitaria accessoria. È una questione democratica e istituzionale. E perfino costituzionale, visto che l’Autonomia speciale è legge a rango costituzionale!

Se una parte significativa del problema affrontato al tavolo riguarda una Regione autonoma, il suo territorio, il suo paesaggio, la sua agricoltura, il suo sistema produttivo, le sue infrastrutture e le sue prerogative istituzionali, allora è quantomeno singolare che la discussione avvenga nella sede nazionale di un partito e che la rappresentanza dei sardi sia ridotta praticamente a zero.

Tutto questo ricorda posture coloniali di matrice ottocentesca, quando a Berlino o Parigi si decideva la sorte delle colonie con squadra e compasso, ovviamente sulla pelle degli indigeni!

È la vecchia logica coloniale che ritorna sotto nuove sembianze: il territorio periferico e secolarmente sfruttato diventa oggetto di una pianificazione che si svolge nel centro, mentre gli abitanti e perfino le élites locali vengono silenziati e resi oggetto di violenza epistemica, cioè silenziati nel momento in cui dovrebbero invece essere protagonisti del processo decisionale..

Cosa sarebbe accaduto se il PD avesse ospitato una riunione dove l’oggetto del contendere fosse stata la ribellione del Südtirol?

Potete immaginarlo?

Non è un caso che il lessico utilizzato sia quello dello "sblocco".

Sbloccare cosa?

Sbloccare chi?

E soprattutto: chi ha deciso che la Sardegna sia bloccata?

  1. Cosa ha “bloccato” la Giunta Todde?

In questa narrazione c'è poi una gigantesca mistificazione.

Si racconta che la Giunta Todde avrebbe costruito un muro contro le rinnovabili e in particolare avrebbe bloccato i grossi impianti.

Ma la cosa più importante che la politica sarda ha effettivamente contribuito a bloccare non sono le rinnovabili, né tanto meno gli impianti industriali o i progetti che infatti continuano ad essere depositati a decine e decine al Mase in una inquietante pioggia ininterrotta contro cui le associazioni e le istituzioni locali (non corrotte) faticano persino a produrre osservazioni .

Il vero blocco, semmai, è quello realizzato contro la democrazia! Infatti la Giunta Todde (PD, M5S, AVS) ha fieramente osteggiato e infine silenziato la più grande mobilitazione popolare della storia sarda recente , bloccando la legge di iniziativa popolare Pratobello 24, sostenuta da oltre 210mila firme di sardi.

Raccogliere 210 mila firme autenticate, senza avere partiti o sindacati alle spalle, in una terra con appena un milione e mezzo di abitanti, sono un’enormità senza paragoni in nessuna parte d’Europa. Il vero blocco è scattato contro questa inedita capacità mobilitativa con cui i comitati sardi hanno trasformato un intero popolo in legislatore.

La Giunte Todde non ha in effetti bloccato le rinnovabili, ha bloccato la democrazia, spedendo in soffitta una legge di iniziativa popolare forte di uno straordinario consenso popolare.

La classificazione della “Todde che ha bloccato tutto” è funzionale al disegno di spostare sempre più in alto l’asticella della disponibilità della Sardegna di funzionare da piattaforma energetica del centro nord e di esacerbare lo scontro con le comunità, con i comitati, con le centinaia di migliaia di sardi che in questi anni si sono mobilitati pacificamente ma risolutamente contro la «quarta colonizzazione» della Sardegna (cit. Sabino) e contro il più grande furto di suolo dalla legge delle Chiudende ad oggi (cit. Ivan Monni).

A quasi due anni dalla consegna (2 ottobre 2024) quelle firme ci pongono una questione politica fondamentale: la transizione energetica non può diventare il grimaldello attraverso cui si espropria una comunità della capacità di governare il proprio territorio.

Inoltre bisogna smontare l’escamotage retorico impiegato: la discussione non può essere ridotta alla caricatura secondo cui da una parte ci sarebbero gli scienziati illuminati e dall'altra i sardi ignoranti, retrogradi e "nemici del clima".

  1. Un Think Tank anti Sardegna

Ed è qui che assume un significato particolare la frase pronunciata da Elly Schlein dopo l'incontro: «con l'incontro di oggi stabiliamo un'alleanza» ( https://www.greenreport.it/news/interviste/63523-rinnovabili-i-120-esperti-incontrano-schlein-per-sbloccare-gli-impianti-corrado-determinati-a-trovare-soluzioni-condivise )

Secondo quanto riportato da Greenreport, l'obiettivo è anche quello di costruire «un gruppo di lavoro permanente, con una rappresentanza degli esperti e i membri della segreteria con le deleghe coinvolte, per dare corpo a un confronto costante finalizzato a contribuire all'elaborazione politica e alla strutturazione di percorsi dedicati all'informazione, formazione, diffusione di buone pratiche, a beneficio di amministratori locali e comunità territoriali, in particolare per consentire l'emersione delle migliori progettualità e uno sviluppo ordinato e determinato.»

Avete capito?

Ci sarà un vero e proprio think tank (costituito anche da personaggi che di scientifico non hanno nulla!) che istruiranno i vertici del PD per piegare i sardi ribelli.

Siamo alle comiche!

Se si darà seguito a questo delirio, questo incontro verrà ricordato come la nascita di una santa alleanza contro la Sardegna: “apriteci le porte o ve le sfondiamo”.

Così, mentre il Governo impone alla Sardegna un decreto autoritario e vuole schiacciare le prerogative autonomistiche della Regione, dall’opposizione arriva un think tank di sostegno all’azione coloniale del Governo Meloni che, in piena continuità con quello Draghi, ha imposto alla Sardegna una legislazione di guerra, facendo scempio delle competenze concorrenti ed esclusive in materia energetica e urbanistica.

Mai come ora è stato certificato il fatto che in Sardegna non esiste alcuno scontro tra “destra” e sinistra” ma la vera dialettica è tra forze coloniali e anti coloniali!

L’alleanza tra questi “scienziati” o sedicenti tali e il Gota del PD chiarisce un fatto: se addirittura vengono tirate le orecchie ad una Giunta regionale compiacete verso le grandi multinazionali e gli speculatori e nemica giurata dei movimenti popolari, a queste condizioni i sardi non hanno alcuna possibilità di esercitare, attraverso le proprie istituzioni e attraverso la partecipazione popolare, alcuna leva di sovranità democratica né di stabilire le condizioni di accesso alla modernità.

Perché la domanda non è se la Sardegna debba partecipare alla transizione energetica.

La domanda è: chi controllerà questa pseudo-transizione?

Chi stabilirà dove sorgeranno gli impianti industriali?

Chi stabilirà il tetto massimo di Gigawatt?

Chi deciderà quanto e quale territorio potrà essere trasformato in paesaggio industriale?

Chi incasserà i profitti?

Chi sopporterà i costi paesaggistici, ambientali e sociali?

E soprattutto: chi avrà il potere di dire di no?

Se la risposta a tutte queste domande è contenuta nei grandi centri decisionali italiani ed europei, allora non siamo davanti a una semplice politica energetica da discutere tecnicamente con postura neutrale e “scientifica”, come se si trattasse di una misurazione oggettiva.

Siamo davanti a un nuovo epocale processo di espropriazione coloniale, appunto il quarto (https://www.sindipendente.com/2022/04/20/tra-guerra-armata-e-guerra-energetica-fermare-la-quarta-colonizzazione-della-sardegna-e-necessario/  ) che ha subito la Sardegna in tempi moderni.

  1. Lobbismo?

L'aspetto forse più inquietante è quello che riguarda il metodo.

Riepiloghiamo: un gruppo di singoli che si definiscono scienziati (alcuni lo sono, altri come abbiamo visto no), incontrano i vertici nazionali di un partito politico che governa la Sardegna, e stabiliscono di costituire una cabina di regia per correggere i figliol prodighi o presunti tali.

Il sottotesto di questo story telling è che la verità sta dalla parte degli “scienziati” e che sono loro a dover decidere indirizzi politici e istruire i ribelli.

Per cui uno scienziato non si deve limitare a certificare per esempio il riscaldamento climatico, ma deve anche sminuire un movimento popolare («proteste di minoranze rumorose»), ergersi a paladino delle multinazionali del settore stigmatizzando «linguaggi offensivi verso gli operatori economici» e riducendo tutto l’impressionante lavoro di studio e di informazione svolto dai comitati e dai loro tecnici (anche loro scienziati, ma evidentemente non considerati tali) ad una protesta “nimby” basata sul «“no” a priori».

È chiaro che queste sono posizioni politiche che si basano su una gherminella di bassa lega: usare la scienza come rompighiaccio retorico.

Ma la scienza non è un soggetto politico sovrano.

Uno scienziato può spiegare quale sia il potenziale energetico di un territorio. Può studiare gli impatti di un impianto. Può elaborare scenari.

Ma uno scienziato non può decidere al posto di una comunità.

E quando un gruppo di “esperti” si organizza per "formare" la classe dirigente affinché superi le «resistenze territoriali» e le «discussioni ideologiche», il problema non è più scientifico, diventa politico, diventa una forma di pressione organizzata sulle istituzioni.

Riporto dal vocabolario Treccanio il significato del termine lobby: «termine usato negli Stati Uniti d’America, e poi diffuso anche altrove, per definire quei gruppi di persone che, senza appartenere a un corpo legislativo e senza incarichi di governo, si propongono di esercitare la loro influenza su chi ha facoltà di decisioni politiche, per ottenere l’emanazione di provvedimenti normativi, in proprio favore o dei loro clienti, riguardo a determinati problemi o interessi: le lobby degli ordini professionalidel petrolio» ( https://www.treccani.it/vocabolario/lobby/ )

Dopo essere stata sacrificata alla lobby del legname, alla lobby mineraria, alla lobby della chimica pesante, alla lobby militare, il destino dei sardi è essere svenduta alla lobby delle rinnovabili? 

 

  1. Speculazione o democrazia energetica?

La questione energetica sta diventando così il terreno sul quale si misura il futuro stesso della sovranità dei sardi e della modalità di accesso alla modernizzazione.

Per decenni alla Sardegna è stato detto che doveva sacrificarsi per l'interesse nazionale.

Ha sacrificato territorio per le basi militari.

Ha sacrificato territorio per l'industria pesante.

Ha sacrificato ambiente e paesaggio in nome dello sviluppo turistico.

Adesso arriva una nuova richiesta: “fateci spazio, ci serve la vostra terra, il vostro vento, il vostro sole perché abbiamo da salvare il pianeta e non potete opporvi, perché bruciate carbone, avete le auto e siete occidentali in quanto a consumi  ed emissioni”.

Ma davvero?

Se il risultato finale è sempre lo stesso — un territorio che produce e un centro esterno che decide e incassa — allora il problema coloniale rimane e come tale la questione va trattata!

Non facciamoci illusioni, non c’è da sperare in un moto di orgoglio delle consorterie che governano l’isola per procura. C’è vasta letteratura che dimostra che i notabili sardi quando sono messi a scegliere tra l’organicità al loro popolo e la carriera nell’apparato coloniale hanno sempre scelto quest’ultima, anche a costo di vedere sacrificata la propria dignità personale.

Al netto di tutte queste considerazioni c’è una coincidenza interessante. La riunione al Nazareno è avvenuta negli stessi giorni in cui è stato reso noto uno studio di due (veri) scienziati del CRS4 sul potenziale di produzione energetica sulle superfici già impermeabilizzate dell’isola, quindi senza consumo di suolo e senza impianti industriali ( https://www.unionesarda.it/news-sardegna/pannelli-sui-tetti-e-nessun-consumo-di-territorio-la-via-sarda-dellenergia-caycn7ri).. È ciò che i comitati dicono da annipartire dai tetti, partire dalle comunità energetiche, partire da una transizione democratica e a portata di territori senza dare ossigeno a nuovi processo di penetrazione coloniale.

Come la mettiamo?

I signori e le signore del PD quali scienziati ascolteranno?

Quelli che vogliono «sbloccare» tutto trasformando la Sardegna in un immenso campo industriale per conto terzi, o quelli che hanno dimostrato con una pubblicazione scientifica che i tetti sono più che sufficienti per raggiungere gli obiettivi indicati dalla UE?

Come si vede la palla passa ancora una volta alla politica e in questo frangente ci sono due politiche: una al servizio del popolo, della democrazia e della Sardegna e una al servizio di quegli «spogliatori di cadaveri» di cui parlava Gramsci e che assumono sempre nuove forme a seconda dei tempi.

da qui

sabato 5 settembre 2026

Contro un mondo senza amore - Susan Abulhawa

un romanzo che parte piano piano, poi cresce a livelli altissimi, intensi, indimenticabili.

una storia di amore e resistenza (inalienabile diritto/dovere), pubblicata nel 2020, quando la situazione della Palestina era insostenibile.

oggi il genocidio, la pulizia etnica e l'occupazione fanno sembrare la situazione di un decennio fa, già insostenibile, quasi invidiabile.

Nahr sta in una cella "tecnologica", in una di quelle prigioni israeliane dove si tortura col plauso del mondo occidentale, e ricorda e ripercorre tutta la sua vita avventurosa e innamorata.

un libro da non perdere, Susan Abulhawa non delude mai.



 

Nahr è rinchiusa nel Cubo: tre metri quadrati di cemento armato levigato, privata di ogni riferimento di tempo, con i suoi sistemi di alternanza luce e buio che nulla hanno a che vedere con il giorno e la notte. Vanno a trovarla dei giornalisti, ma vanno via a mani vuote, perché Nahr non condividerà la sua storia con loro. Il mondo lì fuori chiama Nahr una terrorista e una puttana; alcuni forse la chiamerebbero una rivoluzionaria o un esempio. Ma la verità è che Narh è sempre stata molte cose e ha avuto molti nomi. Era una ragazza che ha imparato, presto e dolorosamente, che quando sei un cittadino di seconda classe l'amore è un solo tipo di disperazione; ha imparato, sopra ogni cosa, a sopravvivere. Cresciuta in Kuwait, è una ragazza arrivata in Palestina con le scarpe sbagliate e che, senza andare a cercarseli, trova scopi, passione politica, amici. E trova un uomo dagli occhi scuri, Bilal, che le insegna a resistere; che prova a salvarla ma quando è già troppo tardi. Nahr si mette seduta nel Cubo e racconta la storia a Bilal. Bilal che non è lì, che forse non è più neanche vivo, ma che è la sua unica ragione per uscire fuori.

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Come già prima, Ogni mattina a Jenin, questo libro resta nel cuore. La storia della Palestina, terra antica e martoriata, non può non farci riflettere su questa ingiustizia che da tanti anni non conosce risoluzione. Nello stesso tempo la forza e la dignità di questo grande popolo con antichissime tradizioni e grandi valori non può non commuovere. Israele, appoggiato dal mondo intero con un esercito fortissimo appare come un mostro irragionevole e ottuso, la continua privazione dei diritti umani sotto gli occhi del mondo intero, le tante risoluzioni dell'Onu di condanna non hanno ancora prodotto dei risultati efficaci. E un libro da leggere che fa riflettere molto, davvero toccante, consigliatissimo.

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Con un uso magistrale di flashback vividi e struggenti, non ho potuto sottrarmi nel seguire la storia di Nahr: nata in Kuwait da una famiglia palestinese profuga dal 1948, costretta a fuggire da un paese all’altro (Iraq, Giordania, Palestina) alla ricerca di un luogo da poter chiamare casa… Abbandonata dal marito e spinta in un mondo di feste clandestine e sfruttamento sessuale, trova (ed è commovente) nella relazione con Um Buraq, figura controversa ma profondamente umana, un legame che le insegna la sopravvivenza. E nella danza, il suo rifugio e la sua identità più profonda.

La violenza subita, le etichette imposte (“terrorista”, “prostituta”), il carcere senza processo: tutto si stratifica nella voce di Nahr, che Abulhawa rende intensa e vibrante.

Non c’è sentimentalismo, ma una lucidità feroce che ci obbliga a guardare in faccia la disumanizzazione, senza mai perdere di vista la speranza…

Nahr è una donna da non dimenticare.

Contro un mondo senza amore è un romanzo che scuote, denuncia, ma soprattutto commuove. Una lettura necessaria per chi vuole comprendere non solo un conflitto, ma il prezzo intimo e personale della sopravvivenza in un mondo che sembra voler cancellare l’amore…

Lo consiglio alle donne, lo consiglio agli uomini, lo consiglio ai ragazzi.

Non si può vivere senza il cuore pulsante di Susan Abulhawa.

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Il tema principale di “Contro un mondo senza amore” è il popolo arabo, con la sua storia, la sua cultura, le sue particolarità e anche le sue contraddizioni: lo scopriamo attraverso le labbra della protagonista, Nahr, esponente prescelta di un universo complicato e misterioso che lei stessa decide di rivelarci solo a sprazzi.

Sembra rappresentativo infatti l’incipit stesso del romanzo: Nahr è chiusa in una prigione di massima sicurezza, condannata per terrorismo. I giornalisti occidentali entrano in punta di piedi nella sua realtà per farle domande scabrose e rubarle un pezzo della sua storia: è vista come una creatura pericolosa e incomprensibile.
Se Nahr è il mondo arabo, il Cubo è la scatola dove l’Occidente tende a rinchiudere l’Oriente, fatta di pregiudizi e preconcetti fondati dalla propaganda di determinate potenze internazionali e dalla paura del diverso.

E infatti poi Nahr inizia il suo monologo interiore, raccontando la sua storia (a se stessa, alle pareti del Cubo, ai fantasmi del suo passato) e ci svela le sue mille sfaccettature: non è una terrorista, e nemmeno una povera vittima, lei è molto di più.
È una danzatrice innamorata delle melodie orientali, che conosce e ama in profondità; è una rifugiata fin dalla nascita, di sangue palestinese, cresce in Kuwait circondata da persone di origini disparate, egiziani, yemeniti, iracheni, siriani e iraniani; è stata una figlia, una sorella, una moglie, una prostituta, un’amante, un’attivista, e tutte queste identità sono parti di lei senza definirla completamente…

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Il romanzo è una testimonianza sconvolgente delle violenze subite dal popolo palestinese e, allargando l'orizzonte, di quanto il mondo sia stato incapace di gestire questa tragedia. Sospendendo il giudizio sulla scelta di creare lo stato di Israele, si resta comunque attoniti di fronte alle atrocità commesse nei confronti di gente che viene ogni giorno minacciata nella sua incolumità, nel suo quotidiano, nei diritti più sacri che nei paesi democratici non vengono messi in discussione da decenni. Questo modo di convivere non può che generare odio, terrorismo, rancori inestinguibili, portando anche l'altra parte a commettere atrocità. La protagonista, costretta a spostarsi di terra in terra in un continuo esilio, sente di non avere radici da nessuna parte e finisce per aderire alla lotta nei confronti di uno stato che è nemico. Imprigionata per anni nel "cubo", una cella ad alta tecnologia, subisce un trattamento inumano per sedici anni, isolata dal mondo, senza più la cognizione del tempo. A tenerla in vita sono i ricordi di un'esistenza che fin dalla prima giovinezza si è rivelata durissima, in una parte dellaTerra in cui è ancora problematico essere donna. Davvero risulta inspiegabile come un popolo che ha attraversato il tunnel spaventoso della Shoah possa replicare metodi assai simili a quelli di chi ha tentato di sterminarlo su un altro popolo nella cui terra si è insediato: la storia, ancora una volta, sembra essere stata assai poco maestra di vita.

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Un romanzo potente, che ricostruisce il ritratto unico di una donna palestinese che, anche imprigionata in una gabbia senza sbarre, rifiuta di essere una vittima.
Nahr è rinchiusa nel Cubo: nove metri quadrati di cemento armato levigato, con sistemi di alternanza di luce e buio che nulla hanno a che vedere con il giorno e la notte. Trascorre le sue giornate in isolamento, e il mondo fuori la chiama terrorista e puttana; alcuni forse la definiscono una rivoluzionaria o un esempio. Ma la verità è che Nahr è sempre stata molte cose e ha avuto molti nomi. È una ragazza che ha imparato, presto e dolorosamente, che quando sei un cittadino di seconda classe l’amore è solo un tipo di disperazione; ha imparato, sopra ogni cosa, a sopravvivere. Cresciuta in Kuwait da rifugiati palestinesi, arriva con le scarpe sbagliate in un paese, la Palestina, che conosce a malapena e lì trova obiettivi, passione politica, amici. Sogna di incontrare l’uomo perfetto, crescere il loro figlio e aprire un salone di bellezza. Incontra invece gli occhi scuri di Bilal, che le insegna a resistere, che prova a salvarla ma quando è già troppo tardi, quando l’occupazione è ovunque e da quella vita Nahr non vede via di fuga.

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Il fallimento dell’umanità - Giorgio Agamben


Per chi si interroga oggi sulle sorti dell’umanità, è utile riflettere sulla nozione giuridica di fallimento. La richiesta della dichiarazione di fallimento da parte di un imprenditore che si trovi in dissesto finanziario e non può far fronte ai propri debiti è volta innanzitutto a tutelare i creditori, ma, nello stesso tempo, a limitare la responsabilità del debitore, escludendo dal fallimento i beni e i diritti di carattere personale e quanto necessario al mantenimento suo e dei familiari. Importante è la figura del curatore (o dei curatori), nominati dal giudice per amministrare il patrimonio fallimentare e compiere le operazioni necessarie al soddisfacimento degli interessi dei creditori e alla tutela del debitore fallito. I creditori, dal canto loro, si costituiscono in un comitato che collabora col curatore nello svolgimento delle procedure necessarie.
È possibile assimilare la condizione attuale dell’umanità a quella di un imprenditore obbligato a dichiarare il proprio fallimento. Poiché è certo che essa non è più in grado di far fronte ai debiti che è andata progressivamente assumendo rispetto alla terra in cui vive (includendo in essa anche l’atmosfera, non meno contaminata del suolo). Il comitato dei creditori comprenderebbe, oltre ai rappresentanti della terra e dell’aria in tutti i loro aspetti, anche quelli delle specie viventi scomparse o minacciate di scomparsa. Quanto ai curatori, essi potrebbero formare un comitato, di cui farebbero parte dei saggi nominati da ciascuna nazione, allo scopo di soddisfare gli interessi dei creditori, cercando allo stesso tempo di assicurare la sopravvivenza dell’umanità fallita. Ci si può chiedere se questa procedura riuscirebbe a raggiungere gli scopi che si propone, ma è certo che essa rappresenta l’unica possibilità concreta di salvezza per un’umanità in stato di completo dissesto spirituale (che, come sempre, si traduce in dissesto in ogni ambito della sua vita). Credere, come oggi spesso si finge di credere, che i singoli stati e le organizzazioni internazionali possano contemperare i loro interessi economici e politici con la propria sopravvivenza, senza prendere radicalmente coscienza del proprio stato di fallimento e di insolvenza rispetto alla terra in cui vivono, è una illusione, spesso mantenuta in mala fede.

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venerdì 4 settembre 2026

La vicenda di Autistici/Inventati e il funerale della finanza etica - Alessandro Volpi


Un post che scrivo davvero mal volentieri e con amarezza, ma penso necessario.

L’afa dell’agosto 2026 non è stata soltanto meteorologica, ma ha portato con sé una tempesta geopolitica che ha scosso le fondamenta della sovranità digitale e finanziaria italiana, segnando forse il punto di non ritorno per l’esperimento della finanza alternativa nel nostro Paese.

Al centro di questo scontro si trova il destino di Autistici/Inventati, lo storico collettivo di hacktivismo che per venticinque anni ha garantito spazi di libertà espressiva e anonimato digitale, e che oggi si ritrova paradossalmente schiacciato tra le ambizioni tecnocratiche del nuovo Rhine Group di Mario Draghi e il pugno di ferro della politica estera statunitense. La vicenda è precipitata il 26 agosto 2026, quando il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha firmato un provvedimento senza precedenti, inserendo il collettivo A/I nella lista degli Specially Designated Global Terrorists, accusandolo di fornire l’infrastruttura tecnologica per il coordinamento di movimenti eversivi transnazionali. Questa mossa ha innescato una reazione a catena immediata e devastante attraverso il meccanismo del de-risking finanziario, costringendo Banca Etica a compiere un atto che contraddice la sua stessa ragion d’essere: la chiusura unilaterale dei conti correnti del collettivo. In altre parole, il calcolo del rischio che la banca si assumeva per il mantenimento in vita dei conti dei A/I dopo il provvedimento di Rubio diventava l’elemento dominante rispetto all’azione etica della banca stessa.

La vicenda, peraltro, è complicata da un elemento altrettanto recente. La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha emesso una sentenza molto rilevante che pone un argine fondamentale proprio all’influenza extraterritoriale delle sanzioni statunitensi sul suolo europeo, prendendo le mosse dal caso di un cittadino sloveno il cui conto corrente era stato chiuso unilateralmente dal proprio istituto bancario. L’uomo era stato inserito nelle “liste nere” del Dipartimento del Tesoro USA (OFAC), un provvedimento che aveva spinto la banca, per timore di ritorsioni americane e per una politica di estremo de-risking, a interrompere ogni rapporto finanziario. Con questa pronuncia, i giudici di Lussemburgo hanno stabilito che il “diritto al conto di base” e i princìpi di sovranità sanciti dal cosiddetto Regolamento di Blocco dell’UE (Blocking Statute) prevalgono sulle decisioni politiche di Paesi terzi. La Corte ha chiarito che una banca operante nell’Unione non può procedere alla risoluzione automatica di un contratto basandosi esclusivamente su provvedimenti amministrativi stranieri, qualora questi non siano stati recepiti formalmente dall’ordinamento europeo o dalle Nazioni Unite. Secondo la sentenza, l’integrità del sistema bancario dell’UE non può essere sacrificata sull’altare della politica estera di Washington: gli istituti di credito hanno l’obbligo di fornire motivazioni concrete, oggettive e conformi al diritto comunitario prima di procedere a una chiusura, garantendo che nessun cittadino europeo venga privato dell’accesso ai servizi finanziari essenziali a causa di una “morte civile” decretata oltreoceano. Questa decisione rappresenta un precedente fondamentale anche per casi come quello del collettivo Autistici/Inventati, ribadendo che la finanza europea deve rispondere alle leggi di Bruxelles e non ai decreti di Segretari di Stato stranieri, salvaguardando così l’autonomia economica dei residenti dell’Unione di fronte alle crescenti pressioni della geopolitica statunitense.

In realtà, Banca etica, nonostante questa pronuncia, ha ritenuto, appunto, che l’eccesso di rischio finanziario di una decisione contraria alle decisioni dell’amministrazione Usa, non consentisse il mantenimento in vita dei conti di A/I. La finanza, in sostanza, prevale su qualsiasi altro aspetto: difficile da spiegare a chi sceglie Banca etica proprio per la sua sostanziale diversità. Non importa quanto una banca si proclami “etica” o attenta ai diritti sociali: nel momento in cui il sistema dei pagamenti internazionale è mediato dal dollaro e regolato dalle liste di proscrizione del Dipartimento di Stato, l’autonomia decisionale di un istituto come Banca Etica svanisce, trasformandola in un semplice terminale esecutivo di decisioni prese oltreoceano.

Il rischio è che questa vicenda non sia un caso isolato, ma il modello di una nuova architettura finanziaria dove la “compliance” alle direttive Usa diventa il filtro definitivo che decide chi ha il diritto di esistere economicamente e chi deve essere cancellato. Se una banca nata per sostenere il dissenso e l’innovazione sociale non può più proteggere un cliente come Autistici/Inventati di fronte a un’accusa politica mossa da una potenza straniera, allora il concetto stesso di finanza etica rischia di svuotarsi di significato, riducendosi a una gestione cosmetica del risparmio che si ferma esattamente dove iniziano gli interessi della sicurezza nazionale americana. In questo scenario, il think tank di Draghi funge da ponte verso una normalizzazione dove l’efficienza del mercato e la stabilità del sistema bancario prevalgono sistematicamente sulle libertà civili, lasciando intendere che nell’Europa del 2026 non ci sia più spazio per zone d’ombra digitali o per banche capaci di resistere alle pressioni della geopolitica.

La fine del rapporto tra Banca Etica e il collettivo A/I non è dunque solo una disputa contrattuale, ma il funerale della sovranità bancaria italiana, celebrato sotto l’egida di Marco Rubio e con il silenzio assenso delle nuove élite finanziarie europee che vedono nella tracciabilità totale e nell’allineamento atlantico l’unico futuro possibile, a costo di sacrificare l’ultimo baluardo del dissenso tecnologico e l’anima stessa del credito cooperativo.

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La guerra della NATO in Ucraina: la vera storia, raccontata da Glenn Diesen nel febbraio 2023. Basta con la storia falsa! - Glenn Diesen

(raccolto da A. Volpi)

Ci viene continuamente detto che l’invasione russa è stata non provocata e motivata esclusivamente dal desiderio di annettere territori. La conclusione, quindi, è che non sia possibile negoziare con Mosca e che il ruolo della NATO nella guerra consista esclusivamente nell’aiutare l’Ucraina a difendersi. Con una simile narrazione, siamo portati a credere che esista soltanto una soluzione militare e che la Norvegia abbia dovuto abbandonare la propria tradizione di non inviare armi nelle zone di guerra.

Ma se fosse stata la NATO a provocare la guerra e a sabotare tutti i tentativi di pace, allora le forniture di armi dovrebbero essere interpretate come un cinico utilizzo degli ucraini in una nuova Guerra fredda contro la Russia. Riconoscere il coinvolgimento della NATO in questa guerra è necessario per poter avviare negoziati e non deve essere confuso con un sostegno all’invasione russa dell’Ucraina.

Nel 1990 avevamo costruito una nuova Europa inclusiva con la Carta di Parigi per una nuova Europa. L’accordo si fondava sui principi della «sicurezza indivisibile» e dell’«uguaglianza sovrana», in un’Europa senza linee di divisione. Quattro anni dopo sviluppammo un’istituzione comune per la sicurezza con la Russia, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), fondata sugli stessi principi.

La decisione di espandere la NATO comportò l’abbandono di quei principi. Invece della «sicurezza indivisibile», la NATO accrebbe la propria sicurezza a spese di quella russa. Invece di un’Europa senza linee di divisione, ci troviamo oggi a combattere una nuova Guerra fredda per decidere dove tracciare le nuove linee di demarcazione. Ucraina, Georgia, Bielorussia e Moldova sono diventate così la nuova linea del fronte.

Nel 1994 persino il presidente Clinton avvertì che l’espansione della NATO avrebbe potuto destabilizzare l’Europa, perché la creazione di una nuova linea di separazione tra Est e Ovest avrebbe potuto trasformarsi in una profezia autoavverante di una futura contrapposizione. Quando Clinton cambiò posizione, il suo segretario alla Difesa, William Perry, prese in considerazione le dimissioni per protesta. Perry sostiene che coloro che spingevano per l’espansione della NATO sapessero che essa avrebbe distrutto la pace con la Russia, ma ritenessero che ciò non fosse importante perché la Russia era debole. Il loro atteggiamento, in sostanza, era: «Chi se ne importa di quello che pensano?» Jack Matlock, ambasciatore statunitense in Unione Sovietica che aveva partecipato ai negoziati per porre fine alla Guerra fredda, condannò l’espansionismo della NATO come un tradimento nei confronti della Russia, che aveva distrutto le basi per una pace duratura. George Kennan, l’architetto della politica americana di contenimento dell’Unione Sovietica, predisse che l’espansione della NATO sarebbe stata una provocazione destinata a inaugurare una nuova Guerra fredda e che, se la Russia avesse reagito alle provocazioni, la NATO avrebbe erroneamente attribuito a Mosca tutta la responsabilità. Portare l’Ucraina dalla nostra parte della nuova linea di divisione europea era una ricetta per la guerra. William Burns, allora ambasciatore statunitense in Russia e oggi direttore della CIA, aveva avvertito nel 2008 che l’ingresso dell’Ucraina nella NATO avrebbe potuto provocare una guerra civile e che la Russia sarebbe probabilmente intervenuta a sostegno dell’Ucraina orientale, cosa che Mosca non avrebbe voluto essere costretta a fare.

Angela Merkel condivideva questa valutazione quando sostenne che concedere all’Ucraina un Membership Action Plan per l’ingresso nella NATO sarebbe stato interpretato da Mosca come «una dichiarazione di guerra». La NATO, tuttavia, continuò a spingere gli ucraini verso un’adesione che essi non desideravano. Nel 2011 la NATO pubblicò un rapporto nel quale sosteneva che la principale difficoltà nelle sue relazioni con l’Ucraina fosse proprio la forte impopolarità dell’adesione alla NATOalcuni sondaggi mostravano un sostegno inferiore al 20% della popolazione. Nel 2014 la NATO sostenne una «rivoluzione democratica» che non godeva del sostegno della maggioranza degli ucraini e che violava la Costituzione. Telefonate intercettate e successivamente rese pubbliche mostrarono che gli Stati Uniti avevano scelto il nuovo gruppo dirigente già alcune settimane prima di contribuire alla rimozione dal potere del presidente democraticamente eletto. Dopo il colpo di Stato iniziò prevedibilmente la guerra civile e la Russia intervenne. Il conflitto sembrò essere risolto nel febbraio 2015 con gli Accordi di Minsk, ai quali si erano impegnate tutte le parti, compreso l’Occidente. Da allora abbiamo appreso che Stati Uniti e Gran Bretagna avrebbero sabotato l’accordo di pace per sette anni. Germania e Francia hanno successivamente sostenuto che l’accordo fosse stato creato soltanto per guadagnare tempo e consentire di armare «la loro» Ucraina. Nel 2019 Volodymyr Zelensky fu eletto con il 73% dei voti sulla base di un programma di pace. Aveva promesso di attuare gli Accordi di Minsk per raggiungere la pace con il Donbass e con la Russia. Ma successivamente fece una completa inversione di rotta dopo che nazionalisti finanziati e addestrati dagli Stati Uniti lo minacciarono di morte. Nel 2021 Mosca cercò di negoziare con la NATO per fermare l’aumento della presenza americana lungo i suoi confini, compresa la modernizzazione da parte della NATO di due porti ucraini che avrebbero potuto essere utilizzati dalle navi da guerra americane. L’ex responsabile dell’analisi sulla Russia presso la CIA sostenne nel dicembre 2021 che la Russia avrebbe potuto invadere l’Ucraina perché «il rischio dell’inazione» era diventato troppo grande. La Russia invase l’Ucraina nel febbraio 2022 con l’obiettivo di stabilire un nuovo status quo, dopo otto anni di guerra nel Donbass e il progressivo rafforzamento delle forze armate ucraine da parte della NATO. Tre giorni dopo l’invasione erano già iniziati i negoziati. Il primo ministro israeliano Naftali Bennett svolse un ruolo di mediazione e sostiene che Russia e Ucraina volessero entrambe raggiungere un accordo in base al quale l’Ucraina sarebbe rimasta fuori dalla NATO in cambio del ritiro delle forze russeSecondo Bennett, però, Stati Uniti e Gran Bretagna sabotarono l’accordo di pace perché volevano utilizzare contro la Russia l’esercito ucraino che avevano costruito. Anche il Ministro degli Esteri turco confermò che le due parti erano arrivate molto vicine a un accordo che prevedeva la neutralità dell’Ucraina in cambio del ritiro russo.

Secondo la Turchia e l’ex comandante delle forze armate tedesche, anche questo accordo di pace sarebbe stato sabotato da Stati Uniti e Gran Bretagna, che volevano combattere contro la Russia utilizzando gli ucraini.

La strategia di provocare un maggiore coinvolgimento russo in Ucraina era già stata indicata tra le raccomandazioni di un rapporto RAND del 2019, commissionato dall’esercito statunitense, su come indebolire la Russia.

Il segretario alla Difesa americano dichiarò che l’obiettivo della guerra era indebolire la Russia. Il senatore Mitch McConnell confermò che «i freddi, duri e concreti interessi americani» erano alla base della volontà di indebolire e sconfiggere la Russia. Il senatore Lindsey Graham spiegò che gli Stati Uniti stavano ottenendo un buon affare: inviavano armi mentre Zelensky prometteva che «avrebbero combattuto fino all’ultimo uomo».

Se si fosse trattato di un’invasione non provocata e opportunistica, le forniture di armi avrebbero potuto indurre la Russia a ritirarsi, facendo aumentare i costi della guerra oltre i benefici. Ma se la Russia considera la NATO una minaccia esistenziale, le forniture di armi non faranno altro che intensificare il conflitto, spingendolo verso una guerra nucleare.

Invece di utilizzare l’Ucraina come pedina nella nuova Guerra fredda, dovremmo sostenere i negoziati per fornire a Mosca le garanzie di sicurezza che aveva richiesto un anno prima, basandoci sugli accordi esistenti degli anni Novanta che abbiamo abbandonato.

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