venerdì 19 giugno 2026

Valle di Susa, valle delle guerre d’Europa - Nicoletta Dosio

 

Guerra. Non ha mai smesso di ammorbare il mondo, di mietere vittime innocenti ed instaurare schiavitù là dove al sistema del capitale, per risolvere le proprie crisi con l’aumento del proprio potere, serve a depredare risorse umane e ambientali, devastare territori, cancellare culture, calpestando ogni diritto all’autodeterminazione dei popoli.

Ora la guerra imperiale e coloniale, portata avanti anche grazie alla connivenza dei governi del nostro Paese da sempre fedeli al Patto Atlantico ed alla NATO, ce la sentiamo addosso, col pesantissimo taglio delle spese sociali a favore delle spese militari, l’aumento dei prezzi di prima necessità, il rincaro insostenibile di energia, benzina e combustibili e, conseguentemente, dei prodotti di prima necessità.

Ma non ci sono parole per dire i massacri, la disperazione di chi questa guerra la sta subendo direttamente. Orrori di cui sono responsabili non solo i diretti esecutori, ma tutti coloro che nell’indifferenza se ne fanno complici.

Le morti bambine, lo sterminio sistematico, umano e ambientale, dell’amata Palestina. Il Medio Oriente in fiamme, le guerre dimenticate dell’Africa profonda. L’America Latina contro cui si fa più che mai intollerabile la minaccia dell’imperialismo USA. Cuba che da più di sessant’anni resiste contro l’embargo dell’Occidente capitalistico, ora aggravatosi fino alla insostenibilità per la penuria di cibo e di medicine e per il taglio delle fonti energetiche.

In questo scenario di morte Trump e Netanyahu non sono che le tragiche maschere della crudeltà sfrenata del sistema.

Quanto alla guerra in Ucraina che costa sangue russo non meno che ucraino, voluta dai potenti e pagata come sempre dalle popolazioni, non se ne coglierà il peso reale se non si parte dalla spinta ad allargare i confini UE-NATO verso Oriente.

Il 2014 con Euromaidan, i bombardamenti del governo di Kiev sul Donbass indipendentista: questo il vero inizio della guerra per procura dell’Alleanza Atlantica NATO – USA contro la Russia.

Da tempo il dominio del mercato globale imposto dal capitalismo occidentale sul mondo sta andando in pezzi, messo in discussione dalla nascente egemonia di altri mercati concorrenti. E la risposta è, come sempre, la guerra.

Lo diceva bene Rosa Luxemburg: il capitalismo risolve con la guerra le sue proprie crisi e si rigenera.

E più che mai attuale è il messaggio politico di Brecht:

“La loro pace e la loro guerra
sono come il vento e la tempesta.

La guerra cresce dalla loro pace
come il figlio dalla madre

e ne ha in faccia
i lineamenti orridi.

La loro guerra uccide
ciò che alla loro pace
è sopravvissuto”.

E a questo punto si svela fino in fondo anche il significato delle Grandi Opere imposte con la repressione ai territori che contro di esse resistono: i corridoi di traffico TEN-T programmati dall’Unione Europea come linee ad alta capacità per merci e ad alta velocità passeggeri globali, vengono inseriti nel piano europeo di mobilità militare e potenziati per duplice uso (civile e militare), al fine di permettere il transito rapido di mezzi pesanti e truppe attraverso l’Europa su strade, ferrovie, porti e aeroporti , “da nord verso sud e da ovest verso est e oltre i suoi confini” .

Ben quattro dei corridoi TENT-T interessano il territorio italiano.

(li cito come da fonte ministeriale):

1.      Corridoio Mediterraneo: unisce il Sud-Ovest all’Est Europa passando per Torino, Milano, Verona, Venezia, Trieste e BolognaIn questo asse è inserita la Torino-Lione.

2.      Corridoio Reno-Alpi: collega i porti del Mare del Nord con Genova, passando per i valichi di Domodossola e Chiasso.

ed ecco il significato del Terzo Valico.

3.                  Corridoio Baltico-Adriatico: collega i porti del Nord Adriatico (Trieste, Venezia, Ravenna) con l’Austria e l’Est Europa. A fini militari sono potenziati il centro ferroviario di Palmanova e la linea ferroviaria Udine Cervignano.

4.      Corridoio Scandinavo-Mediterraneo: attraversa l’Italia da nord a sud, partendo dal Brennero per scendere fino in Sicilia.

Della tratta fanno parte la linea TAV (i cui lavori stanno già devastando i territori da Brescia a Bolzano) e il mostruoso progetto del Ponte sullo stretto di Messina. Inoltre, è in atto il potenziamento della linea ferroviaria Firenze-Pisa a servizio delle basi militari esistenti sul territorio e della stazione di Pontedera.

Valle di Susa, valle d’Europa“: era lo slogan pubblicitario coniato dalla lobby dell’autostrada per mascherare la ferocia onnivora che si preparava a ridurre il nostro territorio ad invivibile corridoio di traffico dove tutto passa e rimangono soltanto veleni e devastazione.

Se nella “Valle d’Europa” la vita era dura, ora nella “Valle delle guerre d’Europa” sarà impossibile.

Motivo in più per intensificare la lotta contro il “treno di guerra” ed il modello economico, politico, sociale che lo produce.

Sulla via del conflitto non siamo soli: in varie parti del paese i lavoratori di porti, aeroporti e ferrovie con scioperi e presidi stanno bloccando i trasporti d’armi.

Anche dal passato della Valle ci giungono insegnamenti preziosi. Nell’autunno del 1944 i ferrovieri di Bussoleno, organizzati in una forte cellula clandestina, scioperarono compatti per ben quattro mesi bloccando la stazione ferroviaria, e successivamente salirono in montagna organizzati nella brigata partigiana ferrovieri.

Già un anno prima un pugno di partigiani avevano fatto saltare il ponte ferroviario dell’Arnodera di Gravere, interrompendo per mesi il transito di armamenti, truppe e deportati.

Venticinque anni dopo,  alle Officine Moncenisio di Condove ( fabbrica iscritta nell’elenco ufficiale dei fornitori della Marina miliare), gli operai opposero un netto, unanime rifiuto alla prospettiva di fabbricare armi e sottoscrissero un documento per ribadire che“I lavoratori delle Officine Moncenisio  preoccupati dei conflitti armati che tuttora lacerano il mondo e il corpo dell’Umanità, e dello spaventoso aumento del potenziale distruttivo in mano agli eserciti (…) diffidano la Direzione della loro Officina dall’assumere commesse in armi, proiettili, siluri o di altro materiale destinato alla preparazione o all’esercizio della violenza armata di cui non possono e non vogliono farsi complici. Avvertono tempestivamente e lealmente le Autorità Aziendali di non essere pertanto in nessun caso disposti a lavorare, trasportare e collaudare i suddetti materiali bellici (…).

Da allora sono passati cinquantasei anni, ma quel messaggio e quelle resistenze hanno più che mai la forza dell’attualità e il potere di interpellarci, di sottrarci ad ogni rassegnazione, all’indifferenza che uccide.

Dunque, la lotta continua…

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giovedì 18 giugno 2026

Un giorno nella vita di Abed Salama. Anatomia di una tragedia a Gerusalemme - Nathan Thrall

l'incidente di un autobus pieno di bambini e maestre è un dramma sempre, ancora di più se avviene in un territorio dove vigono, tra le altre cose, l'apartheid e la burocrazia di stampo nazista.

Nathan Thrall racconta quello che è successo, ciascuno col suo nome, la sua storia, il suo dolore.

il libro non lascia scampo, è una cronaca senza sconti e senza vie d'uscita, non è un semplice incidente stradale, che poteva essere senza vittime, è solo l'ennesimo effetto collaterale di sterminio di una potenza occupante, nel silenzio degli ignavi.

un libro da non perdere.

ps: mi è tornato in mente un gran libro di Russell Banks, Il dolce domani, anche lì la tragedia di un autobus pieno di bambini.


 

Leggo d’un fiato, sempre più angosciata e sgomenta, continuando a chiedermi dove abbia trovato, il narratore, la capacità di inventare la variegatissima folla umana che popola il suo testo. Nessuno dei suoi personaggi, neppure il più secondario o marginale, può essere confuso con nessun altro o dimenticato. Ognuna e ognuno di loro ha una propria storia e una propria solidissima fisionomia. Niente comparse e niente generici, solo figure di primo piano impigliate nella geografia esplosa dei Territori palestinesi occupati, intorno a quel grumo di lucida follia che è la Gerusalemme segmentata dalla Barriera di separazione israeliana…

https://www.doppiozero.com/nathan-thrall-tragedia-gerusalemme

 

Leggendo questo libro – preciso e caldo, appassionato e lucido – non ci troviamo in un’opera di finzione in cui gli eventi, le persone citate sono frutto della fantasia dell’autore, ma precipitiamo nel feroce quotidiano di chi vive nella terra più contesa del pianeta e, pur privato dei più elementari diritti, cerca di mantenere intatta la propria umanità. Ne usciremo più acutamente, e nuovamente, consapevoli.

«Le migliori pagine sulla Palestina che abbia mai letto.» - J.M. Coetzee

«Mi sono ritrovata a leggere e rileggere capitoli, paragrafi, singole frasi solo per assorbire la brutalità e l’intensità, il pathos e la cruda rappresentazione dei metodi usati da uno Stato per mettere in ginocchio un popolo senza perdere il plauso del mondo civile». - Arundhati Roy

«Una combinazione di prosa struggente ed eccezionale intuizione politica». - Yuval Noah Harar


Milad, cinque anni, è emozionatissimo: sulle spalle uno zaino più grande di lui con dentro la sua merendina preferita, non vede l’ora di salire sul pullman per la prima gita di classe della sua vita, destinazione un parco a nord di Gerusalemme. Quando Milad saluta la mamma ed esce sotto una pioggia battente, suo padre Abed sta ancora dormendo. La giornata che cambierà per sempre la vita di Abed Salama comincia qualche ora più tardi, su una strada bloccata, una delle poche su cui ai palestinesi è ancora concesso viaggiare, e la notizia di un incidente «con alto numero di vittime». Incalzato da un presagio, Abed raggiunge trafelato il luogo dell’impatto dove lo accoglie una bolgia infernale: un gigantesco tir rovesciato, uno scuolabus in fiamme, dei corpi a terra. Milad però non si trova. Inizia così per Abed una corsa angosciante in un labirinto fatto di ostacoli fisici, burocratici, emotivi, dovuti alla sua condizione di palestinese. E questo padre palestinese è dalla parte sbagliata del muro di separazione, i suoi documenti del colore sbagliato non gli consentono di superare i checkpoint dei militari, di entrare a Gerusalemme, di conoscere la sorte di suo figlio. La ricerca disperata di Abed incrocia il cammino di altre persone, con le loro storie che convergono, tutte, su quell’inferno: un’insegnante di asilo e un meccanico, un ufficiale israeliano e un funzionario palestinese, un colono paramedico, operatori sanitari ultraortodossi. Due madri, che sperano che il bambino ferito ma vivo sia il loro.

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Uno sguardo lungo che vede il futuro. Lo sguardo dei bambini e delle mamme. I presagi ci sono, ma affidarsi a quel sentire interiore appare difficile. Forse perché troppo forte, sincero, quasi sovrannaturale. Così per altri segnali emessi da uno Stato che in teoria dovrebbe invece rispettare precisi obblighi nel segno delle Convenzioni Internazionali. Le infrastrutture: strade sicure e non strade della morte, ambulanze che dovrebbero arrivare in tempo. Ma anche una casa in cui poter abitare e restare, una scuola dove recarsi anche se piove e un ospedale raggiungibile. Invece nuovi sbarramenti si frappongono sistematicamente alla vita di ogni giorno. Sono gli hawajez (e non solo) sparsi per tutta la Cisgiordania, separando le comunità palestinesi e rendendo l’accesso a città e villaggi quasi impossibile. Con ancora e sempre nuovi progetti di insediamenti per i coloni. Perché "l'altro" popolo semplicemente non esiste. Il fattore tempo diventa determinante nella narrazione ed è allora che si comprende la vera natura della prevaricazione che si è insinuata in ogni anfratto, in ogni spiraglio della quotidianità. Tanto violenta da non lasciar respiro. Non è mai giusto morire, ma lo è soprattutto quando si è così piccoli. Cancellando il diritto di un papà di prendere per mano il suo bambino per andare insieme a osservare cose mai viste prima. Una fatalità... può succedere... ma quando la morte è annunciata, allora proprio niente può andar bene. Cronaca e romanzo di una struggente delicatezza.

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…a mettere i brividi, in questo caso, sono i dettagli di quel lontano incidente del 2012. Lo scuolabus “crepitava di fiamme”, tra urla e grida, con i bambini che bruciavano al suo interno. Lo scontro con il camion era avvenuto a pochi minuti di auto da un insediamento e a pochi secondi da un posto di blocco. Un’ambulanza israeliana avrebbe potuto aggirare i check point e prendere una strada diretta verso il luogo dell’incidente.

Portare un soccorso immediato e magari salvare qualche vita. Eppure, dopo mezz’ora, scrive Thrall, “non era arrivato un solo pompiere, agente di polizia o soldato”. La dinamica dei fatti dimostra che l’incidente mortale non era stato causato soltanto dalle condizioni meteorologiche avverse e da un atto di grave negligenza da parte del camionista che si era scontrato con lo scuolabus.

Tra quelle che Thrall definisce “le vere origini della calamità” ci sono i posti di blocco, il muro di separazione e l’assenza di servizi di emergenza da un lato di esso, oltre al sistema di permessi che ha costretto una classe dell’asilo a fare una lunga e pericolosa deviazione verso la periferia di Ramallah. Un insieme di concause che hanno contribuito a ingigantire la tragedia il cui vero colpevole è il progetto politico dell’occupazione che intrappola le persone in un conflitto permanente e rendendo più difficile e pericoloso ogni aspetto della vita dei palestinesi…

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Gaslighting di stato - Dieci aforismi sulla menzogna pubblica - Lavinia Marchetti

 

 

Il gaslighting dalla pagina di wikipedia

 

𝗜. 𝗟𝗔 𝗥𝗜𝗖𝗢𝗡𝗢𝗦𝗖𝗘𝗡𝗭𝗔 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗘 𝗩𝗜𝗧𝗧𝗜𝗠𝗘

Nel 1940, quando il programma statale tedesco di soppressione delle persone con disabilità aveva già ucciso decine di migliaia di individui, i medici delle strutture coinvolte inviarono lettere alle famiglie. Spiegavano che il congiunto era deceduto serenamente, senza sofferenze, e che le famiglie avrebbero dovuto sentirsi grate per le cure ricevute fino alla fine. Alcune lo furono.

Il gaslighting istituzionale si compie attraverso l'inversione del debito emotivo. Chi ha causato il danno trasforma la propria responsabilità in un dono elargito, e pretende riconoscimento per averlo dato. L'estorsione della gratitudine ha una funzione quasi giuridica. Se chi ha subito ringrazia, ha implicitamente certificato che il crimine era una prestazione. Il debitore diventa creditore con un atto linguistico solo, senza costrizione fisica aggiuntiva. Ricorda un po’ il “ti bombardo per la tua libertà”.

Per chi ha subito, il ringraziamento è una trappola senza fondo, infatti, una volta espresso, diventa la prova definitiva che il dolore era soggettivo, interiore, al di fuori di qualunque responsabilità collettiva. La versione contemporanea opera quando il potere si presenta come artefice dei benefici che distribuisce e della prosperità che concede, e attende il riconoscimento che ha già preparato. La gratitudine viene prodotta dall'unico soggetto che ha interesse a riceverla. L'asimmetria rimane invisibile perché viene chiamata con il nome del suo contrario.

𝗜𝗜. 𝗟𝗔 𝗦𝗔𝗚𝗚𝗘𝗭𝗭𝗔 𝗗𝗘𝗟 𝗖𝗜𝗡𝗜𝗖𝗢

Il cinismo antico aveva il merito della coerenza. Diogene rifiutava i doni di Alessandro, dormiva in una botte, e quella nudità era già l'argomentazione. Il cinismo politico contemporaneo funziona all'inverso. Il soggetto che conosce in anticipo la falsità di ciò che afferma ha già incorporato la critica nella propria posizione, il che gli conferisce una solidità che il mentitore comune non possiede. La falsa coscienza è più resistente di quella autentica perché ha già esaminato le obiezioni e le ha attraversate.

Il gaslighting di Stato richiede esattamente qualcuno capace di riconoscere il fondamento dell'obiezione e di procedere ugualmente. La sincerità viene riservata agli spazi privati, alle conversazioni informali. In pubblico, la verità circola come dato inutilizzabile. Questa inutilizzabilità viene poi presentata come prova della complessità del reale. Le cose sono talmente intricate che anche chi le conosce a fondo ammette l'incertezza.
L'incertezza così ammessa occupa il territorio in cui nessuna affermazione produce conseguenze. Il cinismo moderno è la forma più stabile di menzogna, perché non chiede di credere a niente, nemmeno a se stesso.

𝗜𝗜𝗜. 𝗟𝗔 𝗗𝗜𝗦𝗧𝗥𝗜𝗕𝗨𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗖𝗢𝗟𝗣𝗔

Nell'estate del 1937, alcune centinaia di soldati e civili italiani uccisero migliaia di etiopi ad Addis Abeba nel corso di tre giorni. Il processo fu frammentato in mansioni specifiche, ciascuna descrivibile come compito tecnico ricevuto. Quando anni dopo alcune di queste persone furono interrogate, la risposta più frequente era di non aver fatto nulla di rilevante, avevano fatto solo il loro lavoro.

Il crimine di massa richiede questa parcellizzazione. Se la responsabilità è distribuita su abbastanza passaggi burocratici, su abbastanza figure che possono indicare un anello precedente come il luogo della decisione vera, il momento in cui qualcuno compie qualcosa non esiste mai come tale. Il gaslighting istituzionale abita questo spazio tra l'ordine e il corpo, tra la firma e l'esecuzione materiale, vive un vuoto in cui la responsabilità si dissolve senza che nessuno l'abbia deliberatamente eliminata.

Ciascuno può poi tornare a casa, crescere dei figli, raccontare la propria guerra come un'esperienza difficile, e avere ragione, ha effettivamente subito qualcosa. Il fatto che altri abbiano subito di più attraverso di lui rimane sospeso in quel vuoto burocratico, privo di nome e di titolare, in attesa di uno storico abbastanza paziente da abitarlo. L'Italia impiegò quarant'anni a trovarlo. Per chi ha ancora una coscienza spesso ci sono due strade: il disturbo post-traumatico da stress o il suicidio.

𝗜𝗩. 𝗟’𝗘𝗡𝗧𝗨𝗦𝗜𝗔𝗦𝗠𝗢 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗥𝗘𝗦𝗔

L'ipotesi che le popolazioni vengano ingannate contro la propria volontà è psicologicamente rassicurante, perché preserva l'innocenza delle masse e localizza il male in un agente esterno dotato di intenzione. L'osservazione storica restituisce qualcosa di più contraddittorio. La Germania del 1933 fu attraversata da una corrente d'entusiasmo che rese superflua la coercizione nelle prime fasi, perlomeno per chi non era già nel mirino. Milioni di persone che il decennio precedente avevano dedicato a conquistare diritti li cedettero in pochi mesi, e alcune li cedettero di buon grado.

Il gaslighting politico incontra la propria condizione di possibilità in questa disponibilità preesistente in cui serve qualcuno che voglia essere rassicurato, a cui la complessità sia diventata insopportabile, che cerchi attivamente una lettura del reale in grado di semplificarla. Ciò che il potere offre in questi momenti è quella semplificazione, e il fatto che venga cercata la rende impossibile da distinguere dal consenso autentico.

La questione interna che rimane è se la maggioranza abbia ceduto per convinzione o per inerzia sociale, e se questa distinzione cambi qualcosa sul piano della responsabilità. La risposta è contraddittoria perché distribuisce la colpa su troppe persone per poter essere accettata. Preferire una storia di vittime ingannate è, a sua volta, una falsificazione del reale, e produce gli stessi effetti della falsificazione che denuncia.

𝗩. 𝗜𝗟 𝗟𝗨𝗧𝗧𝗢 𝗡𝗘𝗚𝗔𝗧𝗢

Nell'inverno del 1942 iniziarono i bombardamenti alleati sulle città tedesche. Entro il 1945, oltre seicentomila civili erano morti sotto le bombe, e buona parte dei principali centri storici era stata ridotta a macerie. Eppure per decenni questo capitolo rimase ai margini della letteratura tedesca, assente dalla memoria pubblica, ignorato nelle commemorazioni ufficiali. Un narratore tedesco fu il primo a occuparsene seriamente, a metà degli anni Novanta, dopo aver constatato che l'intera tradizione letteraria del dopoguerra aveva a lungo aggirato l'argomento.

La ragione di quel silenzio era piuttosto evidente. I tedeschi sapevano cosa era stato compiuto in loro nome, e quella consapevolezza rendeva il lutto sui propri morti moralmente insostenibile. Il silenzio era auto-imposto, travestito da pudore civile, esibito come maturità storica. Il gaslighting qui opera per riflessione, infatti chi ha partecipato a un crimine collettivo, o ne ha tratto beneficio, censura il proprio dolore legittimo per non sembrare pari alle proprie vittime. Questa censura viene poi esibita come modello di assunzione di responsabilità, e offerta come lezione a chi ha subito invece di commettere.

L'Occidente che mantiene il silenzio sulle distruzioni a Gaza cita con regolarità questa tradizione tedesca. La cita, però, come argomento per non fare quello che quella tradizione avrebbe richiesto: guardare con chiarezza quello che si sta compiendo adesso, con la propria acquiescenza.

𝗩𝗜. 𝗜𝗟 𝗠𝗜𝗧𝗢 𝗖𝗢𝗠𝗘 𝗜𝗠𝗠𝗨𝗡𝗜𝗧À

Un mito collettivo si distingue da una bugia per la sua capacità di assorbire le smentite senza cedere. La bugia si lascia falsificare; il mito incorpora la falsificazione come dettaglio irrilevante o come attacco interessato. L'Italia costruì dopo il 1945 la propria immagine coloniale intorno all'idea di una presenza mite, di un'occupazione comparativamente umana. Questa immagine fu elaborata dal basso e custodita con cura per generazioni, difesa con una certa aggressività quando minacciata. Ancora oggi se ne parla poco fuori dall’ambito accademico.

Quando i documenti militari cominciarono a emergere, quando le carte mostravano le consegne di iprite e fosgene e le autorizzazioni ad attacchi con gas su villaggi, il mito non cedette, anzi incorporò l'eccezione. Il colonialismo italiano, nelle sue descrizioni pubbliche, rimase comunque meno peggio di quello degli altri, la violenza fu attribuita ai quadri fascisti o alle circostanze eccezionali, perché in fondo permaneva il mito degli “italiani brava gente”. Il mito funziona perché il suo oggetto effettivo non è il passato, ma l'identità presente di chi ci vive dentro. Smontarlo significa chiedere alle persone di rinunciare a una parte di sé, e questa richiesta viene avvertita come aggressione. Chi la formula viene trattato di conseguenza.

La prima ammissione italiana sull'uso di armi chimiche in Etiopia arrivò nel 1996, sessant'anni dopo i fatti. Era già un'ammissione complicata e necessitava di una serie di distinzioni che la rendessero sopportabile, e quelle distinzioni erano già la forma aggiornata del mito.

𝗩𝗜𝗜. 𝗟𝗔 𝗖𝗨𝗥𝗔 𝗖𝗛𝗘 𝗔𝗚𝗚𝗥𝗔𝗩𝗔

Negli anni Settanta, un gruppo di ricercatori californiani documentò una classe di problemi che si intensificano in proporzione diretta agli sforzi per risolverli. Il caso più semplice viene dalla clinica. L'ansia da prestazione che peggiora quando si cerca di controllarla, il blocco che si aggrava quando ci si sforza di superarlo. Il principio vale anche sul piano politico, con una precisione che dovrebbe allarmare.

Quando un'economia ristagna, un governo che insiste sulla crescita imminente, che protegge i propri dati dall'interpretazione critica e sposta la conferma sempre di qualche mese, produce un effetto preciso in cui il cittadino che percepisce il proprio impoverimento smette di fidarsi della propria esperienza diretta. Il lavoratore che sente ridursi il potere d'acquisto mentre sente ripetere che il mercato del lavoro è in espansione si trova nella posizione di dover scegliere tra la propria percezione e la parola del potere. Quella sospensione del giudizio è il risultato cercato.

L'Italia ha presentato nel 2025 la crescita più bassa dell'Unione Europea, con un'inflazione superiore alla media continentale e un costo della vita che ha eroso i salari reali. La risposta ufficiale a questi dati è che la lettura è ideologica, che i paragoni europei sono fuorvianti, che la ripresa è di fondo. L'unica voce che non trova spazio nel dibattito è l'esperienza diretta di chi ha meno soldi di prima.

𝗩𝗜𝗜𝗜. 𝗟𝗔 𝗗𝗜𝗔𝗚𝗡𝗢𝗦𝗜 𝗣𝗢𝗟𝗜𝗧𝗜𝗖𝗔

La psichiatria coloniale francese ad Algeri produsse negli anni Cinquanta studi rigorosi sul comportamento degli algerini. Le riviste scientifiche pubblicarono analisi che documentavano una tendenza alla violenza non motivata e una difficoltà strutturale nell'adattarsi alle istituzioni civili. Gli autori erano medici qualificati, i dati erano rilevati con metodo, le conclusioni erano coerenti con le premesse teoriche. La premessa era che resistere all'occupazione fosse un sintomo clinico, e questa premessa non era discussa nei lavori perché era il fondamento a partire dal quale i dati venivano raccolti.
La patologizzazione del dissenso ha la precisa caratteristica di rendere superflua la risposta agli argomenti, perché gli argomenti stessi diventano la prova della condizione diagnosticata. Chi protesta non dice qualcosa che dovrebbe essere confutato, al limite manifesta un disagio che andrebbe trattato.

In Italia, nella primavera del 2026, un musicista con sessant'anni di carriera pubblica è stato indicato come destabilizzante per aver detto che bombardare i civili è sbagliato. Un presidente di regione è stato trattato come isolato e velleitario per aver organizzato una manifestazione per il cessate il fuoco. La legge che criminalizza queste posizioni è in discussione in Parlamento. La progressione ha una logica interna coerente e segue sempre lo stesso ciclo dove prima si tratta il dissenso come anomalia, poi lo si tratta come reato.

𝗜𝗫. 𝗟𝗔 𝗩𝗘𝗥𝗜𝗧À 𝗖𝗢𝗠𝗘 𝗙𝗔𝗧𝗜𝗖𝗔

L'ipotesi ottimistica sul totalitarismo è che voglia tenere la verità nascosta. La versione aggiornata funziona attraverso un meccanismo opposto. L'informazione disponibile è sovrabbondante. Il crimine è documentato quanto la sua smentita ufficiale, e la smentita della smentita è già sul tavolo. La saturazione informativa abolisce la lacuna che la censura produceva. Con essa abolisce il gesto di resistenza che consisteva nell'indicarla.

Il risultato è che la verità diventa una questione di resistenza individuale e non di accesso. Raggiungerla richiede di sopportare un volume di affermazioni contradittorie fino a trovare qualcosa di stabile. La maggioranza si ferma prima, in quel punto in cui tutte le posizioni sembrano equivalenti, in cui il fatto che qualcuno affermi e qualcun altro neghi appare già sufficiente a sospendere il giudizio. L'equivalenza delle posizioni è l'esito cercato. Un governo che nega la recessione e un economista che la documenta vengono distribuiti sullo stesso tavolo come parti di un dibattito. Il dibattito è già la soluzione del problema, perché un fatto contestato da abbastanza voci smette di funzionare come premessa di un ragionamento politico.

Orwell aveva capito che il totalitarismo avanzato controlla il pensiero per addizione, sommando affermazioni fino a rendere indistinguibile la conoscenza dalla confusione. La censura chiedeva di credere a qualcosa; la saturazione chiede soltanto di smettere di cercare.

𝗫. 𝗟’𝗔𝗨𝗧𝗢𝗖𝗘𝗡𝗦𝗨𝗥𝗔 𝗖𝗢𝗠𝗘 𝗩𝗜𝗥𝗧Ù

Simone Weil individuò negli anni Quaranta il meccanismo attraverso cui i partiti producono la propria base intellettuale. Il membro assimila gradualmente la volontà di pensare ciò che il partito pensa. Il processo genera convinzione attraverso l'assimilazione, e questa è la sua forza. Il gaslighting di partito è il più efficace perché il soggetto che lo subisce è il soggetto che lo applica e tratta il proprio dubbio residuo come debolezza da superare, la propria perplessità come segno di immaturità politica. Questo movimento è interiorizzato al punto da essere percepito come crescita personale.

In Italia, nel 2026, chi ha votato le leggi che criminalizzano il dissenso di piazza sapeva cosa stava votando. Le trascrizioni parlamentari mostrano che le obiezioni erano state formulate e registrate. Poi il momento del voto aveva azzerato quelle voci, perché votare era il gesto di fedeltà richiesto.

La democrazia produce un paradosso finale in cui il meccanismo formale del consenso, che dovrebbe proteggere il pluralismo, diventa il sigillo che certifica la cancellazione del dubbio. Il gaslighting istituzionale ottiene la propria firma dai soggetti che ne sono oggetto. La ratifica è autentica, e proprio in questa autenticità risiede la trappola. L’inganno è a monte.

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mercoledì 17 giugno 2026

La finta intelligenza artificiale è arrivata a scuola - Sandro Ciarlariello

 

L’arrivo della cosiddetta intelligenza artificiale nella scuola pubblica non è un evento né casuale né improvviso. Si tratta di un processo in atto da anni e che riguarda non solo la tecnologia e la didattica ma soprattutto il valore politico di ciò che facciamo a scuola.

La storia è ovviamente complessa ed è difficile scegliere un vero un punto di inizio. Ma visto che da qualche parte bisognerà pur cominciare a raccontare questa storia, allora scelgo io e vi riporto a qualche anno fa, quando eravamo tuttə in un brutto momento.

 

Prologo

 

L’11 marzo 2020, nel pieno della pandemia da Covid-19, l’unica cosa che viene in mente a chi ci governa è di fare la didattica a distanza, nome altisonante per dire lezioni frontali online. Il ministero dell’istruzione (all’epoca non aveva ancora il merito…) aveva un sito dove consigliava le piattaforme da usare nelle scuole. Le piattaforme erano solo: Google, Microsoft, Amazon, Facebook. Così, mentre il coronavirus si insinuava tragicamente nei nostri corpi, allo stesso tempo lasciavamo immergere le Big Tech sotto la pelle della scuola pubblica.

 

Un finto pappagallo

 

Nel 2020 le Big Tech della Silicon Valley stanno già sviluppando da un pezzo algoritmi di cosiddetta Intelligenza Artificiale (IA) ovvero algoritmi capaci di imparare in modo statistico un linguaggio da un grosso insieme di dati di partenza e capace di produrre testi originali sempre in modo del tutto statistico. Quindi si tratta di un algoritmo in grado di riconoscere dei pattern, non di pensare. Insomma, un software che non è così intelligente perché tecnicamente non sa quello che dice: mette in fila le parole in modo puramente probabilistico per generare un testo coerente. Per questo motivo d’ora in poi la chiamerò Finta Intelligenza Artificiale (FIA) seguendo il consiglio Richard Stallman, fondatore del GNU Project (in inglese lui dice API, Artificial Pretend Intelligence). Un celebre articolo scientifico del 2020, infatti, paragona la FIA a un pappagallo probabilistico. Inoltre, nell’articolo si evidenziano tutti i potenziali rischi dell’uso delle FIA, tra cui i pregiudizi e i costi in termini di sfruttamento delle risorse naturali (energia, materiali, acqua) in un pianeta infuocato dal cambiamento climatico, come riporta l’ONU.

Tra le autrici dell’articolo c’è anche Tmint Gebru che nel 2020 lavora per Google. Quando l’azienda legge l’articolo le chiede di ritirarlo. Ma lei non lo fa e per questo Google ha “gentilmente” accompagnato Gebru alla porta.

 

Un PNRR per ghermirli

 

Ma noi in Italia in quel momento abbiamo altri pensieri. Dopo aver dato le chiavi della scuola pubblica a Google con lo scoppio della pandemia, nel 2021 arrivano i soldi del PNRR. In particolare, a pagina 190 l’investimento 3.2 denominato “Scuola 4.0 - scuole innovative, nuove aule didattiche e laboratori” prevede “[…] la trasformazione degli spazi scolastici affinché diventino connected learning environments adattabili, flessibili e digitali, con laboratori tecnologicamente avanzati e un processo di apprendimento orientato al lavoro”.

Primi passi verso la FIA, anche se non esplicitamente nominata, e il legame con il mercato del lavoro. Il 21 luglio 2022, tre quarti dei docenti sono in ferie e un quarto è disoccupato perché precariə. Tuttavia, secondo il ministero dell’istruzione (ma ancora non del merito, per ora) è il momento giusto per pubblicare il Piano Scuola 4.0., parte del PNRR: si parla di formare adolescenti per le “professioni del futuro”, di “competenze digitali” e ovviamente di (finta) intelligenza artificiale anche se in modo ancora molto fumoso. Il ministero insiste, insomma.

 

Arriva ChatGPT

 

La finta intelligenza artificiale, fino a quel momento tecnologia lontana dalle nostre vite quotidiane, il 30 novembre 2022 arriva a miliardi di persone: l’azienda OpenAI rilascia ChatGPT, un chatbot, ovvero un software in grado di generare testo e contenuti multimediali a partire da un input testuale dell’utente. Da quel momento cambia tutto.

Le altre Big Tech cercano di tenere il passo di OpenAI. Qualche mese dopo, il 21 marzo 2023, anche Google lancia pubblicamente la sua finta intelligenza artificiale Bard, che poi l’8 febbraio 2024 cambierà nome e diventerà Gemini. In seguito arrivano anche altri chatbot, come Microsoft CopilotAnthropic ClaudeDeepSeekMeta AI (presente in ogni chat Whatsapp...).

 

In un lago di sangue detto libertà

 

Nel 2021, ad aprile, Google e Amazon firmano un accordo con Israele per fornire infrastrutture tecnologiche non ben specificate alle forze militari per il Progetto Nimbus. I lavoratori di Google e Amazon protestano e chiedono pubblicamente il ritiro dall’accordo. Un anno dopo, a luglio 2022 alcune inchieste giornalistiche svelano il lato nascosto: Google starebbe vendendo a Israele proprio strumenti di FIA.

Nel 2024 crescono ancora le proteste dellə lavoratorə di Google contro il Progetto Nimbus e l’uso della FIA nelle campagne di Israele a Gaza e in Cisgiordania. Solo che stavolta Google ci va pesante e licenzia impiegatə e ingegnerə coinvoltə.

 

Un ulteriore conferma di questi loschi affari arriva poi il 2 luglio 2025, quando viene pubblicato il report di Francesca Albanese, relatrice speciale dell’ONU per i territori occupati palestinesi, sull’economia del genocidio. In questo rapporto si evidenziano ancora una volta tutte le connessioni tra Google e Amazon e Israele per quanto riguarda il genocidio del popolo palestinese.

Tutte queste informazioni non sconvolgono più di tanto dalle nostre parti. Anzi. Il treno della FIA è a piena velocità, senza freni. Il 13 giugno 2024 l’Unione Europea pubblica l’AI Act per tentare di regolamentare la FIA; il ministero dell’istruzione e, stavolta, pure del merito, a settembre 2024 decide di lanciare una sperimentazione biennale in 15 classi in tutta Italia. In queste classi si sta usando un tutor virtuale didattico basato sulla finta intelligenza artificiale di Google, sì, quella coinvolta nel Progetto Nimbus. Non si hanno, al momento, notizie di come stia andando la sperimentazione se non grazie ad articoli online pubblicati casualmente che intervistano qualche dirigente scolastico coinvolto.  Infine, il ministero va avanti e il 9 agosto 2025 pubblica le linee guida per “l’introduzione dell’Intelligenza Artificiale nelle Istituzioni scolastiche”.

 

Intanto gli Stati Uniti e Israele bombardano l’Iran il 28 febbraio 2026 e lo fanno usando anche la finta intelligenza artificiale. Pochi giorni dopo, il 2 marzo 2026 OpenAI pubblica sul proprio sito un comunicato in cui spiega perché l’azienda ha firmato un contratto con il dipartimento della guerra (sic) degli USA. Dicono che lo hanno fatto perché ritengono “che le forze armate statunitensi abbiano bisogno di modelli di IA solidi per sostenere la propria missione, soprattutto alla luce delle crescenti minacce rappresentate da potenziali avversari che stanno integrando sempre più tecnologie di IA nei loro sistemi”. Prima di OpenAI, va detto, il contratto con il dipartimento di guerra USA lo aveva anche Anthropic per l’uso del suo chatbot Claude.

 

La profezia che si auto-avvera

 

Il cerchio infine si chiude il 22 aprile 2026, quando il ministero pubblica la bozza delle nuove indicazioni nazionali per i licei. Ci sarebbe molto da dire su questo testo, sull’idea di adolescente che trasuda dalle parole della bozza ma focalizziamoci un attimo sulla FIA, come si legge nelle Premesse del documento: “il Liceo integra l'IA non come un contenuto separato, ma come una lente critica attraverso cui rileggere le discipline e promuovere un uso etico, antropocentrico e trasparente della tecnologia, affinché essa rimanga un presidio di democrazia e non un dispositivo di opacità decisionale” (grassetto mio).  In che senso “integra” e come deve cambiare la didattica secondo il ministero? Come si rileggono le discipline con la FIA? E soprattutto, alla luce di tutto ciò che abbiamo visto, si può davvero fare un uso etico della FIA a scuola?

 

Oggi la FIA ci viene presentata come inevitabile, nella società e a scuola, con la scusa che lə studenti ormai già la usano e quindi amen. Vero, ma perché la usano? Lo dicono loro: perché il carico di lavoro a scuola è molto alto e la (presunta) IA permette loro di fare meno sforzo.

E noi docenti? Anche noi la usiamo per preparare verifiche, lezioni, materiale: insomma, come gli studenti usiamo la FIA perché riteniamo che il carico di lavoro sia altrettanto alto. Docenti e studenti insomma, per motivi diversi, cercano di non affogare nella realtà quotidiana frammentata e divisiva delle proprie relazioni. Non riuscendo a venirne fuori ci affidiamo tuttə alla FIA, che è già lì pronta ad attenderci e noi ad accoglierla a braccia aperte con l’illusione che possa aiutarci a risolvere problemi che potremmo affrontare solo con una profonda riflessione collettiva per capire come dovremmo cambiare la scuola.

 

Se non lavoriamo in questa direzione, allora la presunta inevitabilità della FIA sarà una profezia che si auto-avvera, perché l’unica vera argomentazione che ci propinano per farci usare la FIA a scuola non è didattica, bensì, come riportato nel PNRR e nel Piano Scuola 4.0., l’obiettivo è creare una scuola orientata esclusivamente al mondo del lavoro, un mondo dove le aziende che ci sono là fuori non vedono l’ora di usare l’intelligenza artificiale per ridurre i costi e tagliare posti di lavoro come già hanno annunciato (e, a quel punto, che ne sarà di noi docenti?).

 

Conservare lo status quo

 

La FIA infatti è una tecnologia di potere: inventata da miliardari maschi bianchi per generare ancora più miliardi solo per loro. Come? Con l’assuefazione di persone obbligate a farsi un account Google oppure OpenAI sin dall’adolescenza e poi eventualmente pagare il servizio da adulti. Con l’economia di guerra con cui queste aziende trovano finanziamenti grazie alla vendita di tecnologia militare. Con lo sfruttamento delle risorse naturali in un mondo devastato dal cambiamento climatico. Con la discriminazione di minoranze per cui c’è scarsità di dati usati nella fase di addestramento.

In pratica la FIA è una tecnologia che è perfetta per riprodurre lo status quo diseguale in cui viviamo. Tutto questo ci sta già cadendo sulla testa ormai da tempo e adesso arriverà sempre più rapidamente in collegio docenti, in dipartimento, in aula.

 

Ma noi, esattamente, come ci comporteremo davanti a tutto ciò?

 

Allenteremo la presa per merito di chi ci consola ed esorta alla rinuncia oppure aspetteremo il momento per un migliore slancio?

 

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Invecchiare meglio, non soltanto più a lungo: la risposta cinese alla sfida demografica – Giulio Chinappi

La Cina affronta l’invecchiamento della popolazione come una sfida strategica di sviluppo nazionale, puntando su salute, previdenza, assistenza, inclusione sociale e qualità della vita per garantire agli anziani non solo una vita più lunga, ma più dignitosa e attiva.

Salvaguardare il benessere dei cittadini anziani. Soluzioni proattive della Repubblica Popolare Cinese ai problemi di invecchiamento della popolazione, di Wang Jianjun, con Gao Chengyun, Li Jing e Yuan Rui, pubblicato per la prima volta in italiano da Anteo Edizioni, è un volume di grande utilità per comprendere come la Cina interpreti una delle principali trasformazioni sociali del XXI secolo: il passaggio da una società giovane, sostenuta per decenni da un’enorme forza lavoro, a una società segnata da una crescita rapida e strutturale della popolazione anziana. Il libro non affronta l’invecchiamento come una questione settoriale, confinata alla sanità o al sistema pensionistico, ma come un problema complessivo di sviluppo nazionale, di governance sociale, di sostenibilità economica e di qualità della civiltà socialista cinese.

La tesi centrale dell’opera è chiara: l’invecchiamento della popolazione non può essere considerato soltanto un peso, né può essere gestito con strumenti emergenziali. Esso rappresenta una trasformazione storica da governare in modo proattivo, integrando l’“invecchiamento salubre e attivo” nell’intero processo di sviluppo economico e sociale. Il libro ricorda che, secondo il settimo censimento nazionale, nel 2020 i cittadini cinesi di età pari o superiore a 60 anni erano 264 milioni, pari al 18,7% della popolazione, mentre quelli di età pari o superiore a 65 anni erano 190 milioni, pari al 13,5%. Si prevede inoltre che la popolazione anziana cinese superi i 400 milioni nel 2033 e tocchi un picco intorno ai 500 milioni verso la metà del secolo. Questi numeri spiegano perché la questione non sia marginale, ma riguardi direttamente la stabilità sociale, la pianificazione economica, la distribuzione delle risorse pubbliche e la capacità dello Stato di garantire benessere a centinaia di milioni di cittadini.

Uno dei principali meriti del libro è quello di mostrare come la Repubblica Popolare Cinese abbia progressivamente trasformato la risposta all’invecchiamento in una strategia nazionale. A partire dal XVIII Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese, la questione degli anziani è stata inserita in una cornice di pianificazione dall’alto: la Quinta Sessione Plenaria del XIX Comitato Centrale ha indicato la risposta proattiva all’invecchiamento come strategia nazionale; lo Schema del XIV Piano Quinquennale ha dedicato un intero capitolo a questo tema; il Comitato Centrale del PCC e il Consiglio di Stato hanno pubblicato i “Pareri sul rafforzamento del lavoro a favore degli anziani nella nuova era” e il “Piano a medio e lungo termine per una risposta nazionale proattiva all’invecchiamento della popolazione”. Questa architettura politica permette di comprendere il tratto distintivo dell’approccio cinese: non una somma di misure frammentate, ma un sistema coordinato, nel quale previdenza, sanità, assistenza, urbanistica, tecnologia, cultura e partecipazione sociale vengono pensate come parti di una stessa strategia.

Il volume insiste molto sul passaggio da una logica di semplice protezione passiva degli anziani a una concezione più ampia, fondata sulla vita attiva, sulla prevenzione sanitaria e sulla partecipazione sociale. La vecchiaia non viene rappresentata come una fase di pura dipendenza, ma come una stagione della vita nella quale è ancora possibile apprendere, contribuire, partecipare e realizzarsi. Questa impostazione è particolarmente importante perché rompe con una visione riduttiva dell’anziano come soggetto esclusivamente bisognoso di assistenza. In Cina, la costruzione di una società “amica degli anziani” non significa soltanto aumentare i posti letto nelle strutture assistenziali, ma anche garantire mobilità, accesso ai servizi, inclusione digitale, attività culturali, educazione, sport, turismo, volontariato e riconoscimento sociale.

Sul piano della durata della vita, la politica cinese punta anzitutto sulla prevenzione e sull’integrazione tra sanità pubblica e assistenza agli anziani. Il programma “Cina Sana”, in particolare, assume un ruolo decisivo, in quanto la salute non viene trattata come questione esclusivamente ospedaliera, ma come risultato di un insieme di politiche: divulgazione delle conoscenze sanitarie, prevenzione delle malattie croniche, diagnosi precoce, riabilitazione, assistenza continuativa, promozione di stili di vita sani, attenzione alla salute mentale e valorizzazione della medicina tradizionale cinese accanto alla medicina moderna. Il libro sottolinea che il sistema di supporto sanitario agli anziani deve integrare “prevenzione, trattamento e cura”, superando la separazione tra ospedale, territorio, famiglia e comunità.

Questa impostazione è rilevante perché l’allungamento della vita non coincide automaticamente con un miglioramento del benessere. Una società può vivere più a lungo ma vivere peggio, se non riesce a ridurre disabilità, solitudine, malattie croniche non curate, barriere architettoniche e povertà nella vecchiaia. Il libro mostra che la Cina è consapevole di questo rischio e cerca di spostare il baricentro dalla semplice longevità alla longevità in buona salute. La diffusione delle conoscenze sanitarie, l’assistenza preventiva e il rafforzamento dei servizi pubblici di base sono presentati come strumenti per mantenere gli anziani autonomi il più a lungo possibile. In questa prospettiva, la salute dell’anziano non è solo un problema individuale, ma un indicatore della qualità dello sviluppo nazionale.

Un altro pilastro fondamentale è il rafforzamento della sicurezza sociale. Il volume ricorda che l’assistenza sanitaria di base e l’assicurazione di base per la vecchiaia hanno quasi raggiunto una copertura completa, mentre le prestazioni dell’assicurazione di vecchiaia e le pensioni di base per i residenti urbani e rurali sono state gradualmente migliorate. A ciò si aggiungono assegni di sussistenza, misure di riduzione della povertà, assegni di vecchiaia, sussidi per i servizi agli anziani e sussidi per l’assistenza infermieristica. Qui emerge un elemento politico essenziale: la lotta all’invecchiamento non può prescindere dalla lotta contro la vulnerabilità economica degli anziani. La dignità nella vecchiaia dipende anche dalla certezza di un reddito, dalla possibilità di accedere alle cure e dall’esistenza di strumenti pubblici capaci di proteggere le fasce più fragili.

Particolarmente interessante è l’attenzione dedicata ai servizi domiciliari e comunitari. Il libro chiarisce che la maggior parte degli anziani vive nella propria casa e nella propria comunità, non in strutture residenziali. Per questo motivo, la Cina sta promuovendo un modello integrato “istituzioni di assistenza agli anziani + comunità + famiglie”, nel quale i servizi professionali si estendono verso il territorio e il domicilio. L’obiettivo è fornire assistenza alimentare, assistenza per l’igiene personale, assistenza riabilitativa, assistenza diurna e altri servizi capaci di sostenere concretamente la vita quotidiana degli anziani. Questa scelta appare particolarmente razionale in un Paese dalle dimensioni della Cina, dove una risposta esclusivamente istituzionale sarebbe insufficiente, costosa e socialmente poco aderente alle abitudini familiari e comunitarie.

Il volume non nasconde tuttavia le difficoltà. L’invecchiamento rurale è più rapido e più intenso di quello urbano, anche a causa dell’emigrazione interna dei giovani e delle persone in età lavorativa verso le città. Nel 2020, secondo i dati riportati nel libro, la quota di popolazione anziana nelle aree rurali risultava sensibilmente più alta rispetto a quella urbana. Ciò comporta una domanda crescente di servizi in luoghi dove le infrastrutture sanitarie e assistenziali sono spesso più deboli. La risposta proposta comprende il miglioramento delle istituzioni di assistenza nei comuni, la creazione di centri regionali per anziani, l’uso di case dismesse e risorse territoriali locali, lo sviluppo di case di cura di villaggio, centri diurni e forme di mutuo soccorso rurale.

La recensione del testo non sarebbe completa senza ricordare la dimensione culturale. Il libro insiste sulla pietà filiale, sul rispetto per gli anziani e sulla responsabilità familiare, ma non si limita a riproporre valori tradizionali. Cerca piuttosto di integrarli con politiche pubbliche moderne: volontariato, “banca del tempo”, campagne sociali, riconoscimento di modelli positivi, attività culturali, educazione degli anziani, partecipazione alla governance comunitaria. La campagna del “Mese del Rispetto per gli Anziani” e le iniziative per premiare unità modello nel servizio agli anziani sono esempi di una politica che non punta solo alla prestazione materiale, ma anche alla costruzione di un clima sociale favorevole.

In conclusione, Salvaguardare il benessere dei cittadini anziani è un testo importante perché documenta il tentativo della Repubblica Popolare Cinese di affrontare una sfida demografica enorme senza rassegnarsi a leggerla come declino. Il cuore della proposta cinese consiste nel trasformare l’invecchiamento in una questione di sviluppo di alta qualità: vivere più a lungo, ma soprattutto vivere meglio; rafforzare pensioni e sanità, ma anche autonomia, partecipazione, cultura, comunità e dignità; proteggere gli anziani fragili, ma valorizzare anche gli anziani attivi come risorsa sociale. In questo senso, il libro mostra che la politica cinese sull’invecchiamento non riguarda soltanto gli anziani di oggi, ma l’intero ciclo di vita della popolazione e il modello di società che la Cina intende costruire nei prossimi decenni.

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martedì 16 giugno 2026

Getsemani – Francesco Abate

in una lottizzazione chiamata Getsemani, praticamente un paesetto, tutti si conoscono e sono spesso brutte persone, la vita normale, insomma.

Fabrizio De André già cantava Qualche assassinio senza pretese lo abbiamo anche noi qui in paese, anche se non conosceva Getsemani la conosceva comunque.

Francesco Abate ci fa conoscere tutti gli abitanti, o quasi, e tutto quello che c'è sotto la superficie.

il libro è come un puzzle, dove pagina dopo pagina il disegno diventa chiaro, tragico e anche squallido, così è la vita, così è Getsemani.

se qualcuno si ispirasse al libro per un film credo che i fratelli D'Innocenzo sarebbero i candidati più titolati.

buona (tragicomica) lettura.

 

 

 

In una città del Mediterraneo, nel luogo dove un tempo sorgeva un uliveto secolare, una lottizzazione selvaggia ha creato un quartiere residenziale, chiamato Getsemani: villette, prati all’inglese, qualche piscina, macchine vistose, un centro commerciale e, ovviamente, una minuscola banca. Ed è proprio qui che inizia il romanzo: con un tentativo di rapina e una donna armata che tiene sotto tiro tre ostaggi. Ma se esiste un posto in cui l’apparenza non risponde mai alla realtà quello è Getsemani: la scena della rapina rappresenta infatti, emblematicamente, la “vocazione” del quartiere, dove il tradimento è la norma. Con un gioco di flash back, l’autore ricostruisce le vicende dei vari personaggi: chi ha fatto fortuna ma rischia di perdere tutto, chi ha cercato di riscattarsi da una gioventù ai limiti della legalità ma che alla fine ci ricasca, chi per amore accetta l’inaccettabile Vite che s’incontrano e si scontrano, offrendoci uno spaccato di un dolente realismo: il ritratto di una società senza ideali o incapace di perseguirli, votata al compromesso, destinata comunque a perdere o a perdersi. Quasi una discesa agli inferi in un quartiere che già dal nome non può promettere niente di buono: ”Sul Monte degli Ulivi, nell’orto del Getsemani, un angelo offre a Gesù l’amaro calice della Passione”.

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Dopo aver letto Getsemani ho pensato a tutte le persone che incontro ogni giorno. I loro vizi e le loro debolezze sono disegnate in questo libro con un accurato cinismo e colorate da un ironia esaltante Bellissimo!

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Se volete un consiglio, compratelo. Compratelo perché: 1) è un ritratto impietoso della nostra realtà. C'è un po' di ognuno di noi in tutti i personaggi, perfino nei più biechi, è inutile nasconderlo. 2) è scritto molto bene, incalzante, non ti lascia un attimo di respiro. Anche il più innocuo dei protagonisti, quello più sfigato, è raccontato con un ritmo serrato. 3) perché dopo il cattivo cronista abate è tornato alla suo cinismo ironico

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Sconvolgente. Si può dire così di un romanzo? per me è stato così: all'inizio confesso di aver perso la bussola e di essere tornato indietro più volte. poi l'illuminazione, tutto al posto giusto. E bravo l'autore che mi ha fregato e mi ha lasciato due notti con gli ochi aperti sul suo libro. Compratelo e poi mi direte

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L'Occidente ha perso la terza guerra mondiale - Alberto Negri

intervista di Loretta Napoleoni

lunedì 15 giugno 2026

Patrimoniale, perché parlarne? - Rino Genovese


Lo hanno messo nero su bianco, riguardo all’Italia, anche i tecnici della Commissione europea nel loro linguaggio esangue: “Esiste un margine per spostare una parte del carico fiscale relativamente elevato che grava sul lavoro verso altre basi imponibili attualmente poco sfruttate, comprese la ricchezza patrimoniale e le successioni” (la tassazione su queste ultime è così scandalosamente bassa, aggiungiamo noi, da sfiorare il ridicolo). Dunque hanno fatto benissimo Elly Schlein, Nicola Fratoiannni e altri a cominciare a parlarne. Anche perché, fermo restando che un’imposizione fiscale sui super-ricchi può essere realizzata in vari modi, esiste già una proposta da cui partire: quella proveniente dalla Cgil di Maurizio Landini che concernerebbe, con un prelievo dell’1,3%, i patrimoni superiori ai due milioni di euro (vedi qui). Si deve poi considerare che la flat tax per gli autonomi, così come le recenti riduzioni dell’Irpef a vantaggio soprattutto del ceto medio, hanno incoraggiato una tendenza che, nel tempo, ha finito col cancellare il principio della progressività, invece ancora operante negli anni Settanta del Novecento, come del resto prescritto dalla Costituzione (vedi qui).

Allora che dire della levata di scudi di personaggi politici e del mondo dell’informazione contro il fatto stesso che si ricominci a discutere di ridistribuzione della ricchezza – perché di questo si tratta quando si parla di come raddrizzare la fiscalità? Nient’altro che fanno il loro mestiere di difensori delle diseguaglianze sociali e delle sperequazioni economiche, al servizio dei più agiati. D’altronde, l’argomento messo in campo è vecchio come il cucco: i capitali fuggirebbero dal Paese e tutta l’economia ne soffrirebbe. Alla base c’è sempre l’assurda teoria dello “sgocciolamento”: i ricchi svolgerebbero una funzione sociale perché, con i loro investimenti e le loro attività in genere, farebbero “sgocciolare” un po’ della ricchezza a vantaggio di tutti. Balle che nessuno più dovrebbe avere il coraggio di ripetere. Anzitutto, la gran parte dei soldi accumulati se ne va in spese voluttuarie improduttive, diciamo così, e nella costituzione di enormi posizioni di rendita a tutto vantaggio degli eredi (in modo particolare in Italia, dove c’è ancora un “capitalismo familiare” appoggiato a un’ideologia familistica); inoltre, la tendenza a portare i propri beni all’estero, a nasconderli nei paradisi fiscali, sussiste indipendentemente dal tipo di tassazione in vigore; infine – e questo è decisivo –, insieme con l’introduzione di una patrimoniale va fatta una legge che impone, a chi intenda trasferire la propria residenza fiscale all’estero, di seguitare a pagare le tasse nel Paese di origine per cinque o dieci anni.

Tra le forze del “campo largo”, si registra la contrarietà dei 5 Stelle di Conte. Sulla patrimoniale i sedicenti “progressisti indipendenti” fanno asse con Renzi, con la parte più immobilista del Pd, e soprattutto con un certo elettorato piccolo-borghese e qualunquistico, che teme di vedere minacciati i propri privilegi, reali o presunti che siano. Nel parlamento europeo, gli ex grillini siedono nei banchi della Sinistra (gli stessi in cui troviamo anche Ilaria Salis, per dire) dopo essere stati, in passato, alleati perfino di Farage; ma evidentemente il loro “populismo di centro” – termine con cui un tempo ci capitò di definirli – non è stato ancora superato. Dovrebbero ormai arrivare a chiarirsi: vogliono rimanere quell’agglomerato informe che, prendendo voti da tutte le parti, fu alla base del loro effimero grande successo, oppure, archiviata quella vicenda, vogliono essere una forza veramente progressista? Una scelta si impone, anche perché (come ha dimostrato, una volta di più, il recente voto di Venezia: vedi qui) i loro elettori sono ondivaghi, e, per non assumere una posizione netta, rischiano di smarrirli sia a destra sia a sinistra. È facile caratterizzarsi, nella coalizione di centrosinistra, sulla questione della guerra in Ucraina: perché decidere di questa, in sostanza, non è in potere di un eventuale governo italiano di alternativa, quanto piuttosto di Putin, di Zelensky, dell’Europa (che dovrebbe prossimamente cercare di avviare un’iniziativa diplomatica), mentre restare nel vago sui progetti di riforma fiscale, seguendo un basso copione elettoralistico, significa non affrontare il nodo essenziale di una politica progressista.

La domanda è infatti sempre la stessa: da dove si prendono le risorse per finanziare la sanità pubblica, l’istruzione, la formazione e l’innovazione tecnologica, la transizione ecologica, e per sostenere i più poveri? Le risposte possono essere le più varie, ma tutte si risolvono in una sola: ristabilire la progressività della tassazione. Nel programma comune del “campo largo” una posizione su questo dovrà esserci. Anche perché – ed è probabilmente l’argomento decisivo – soltanto marcando una forte distinzione dalle destre nella politica fiscale si può sperare di richiamare alle urne quelli che non votano più, o quelli che non hanno mai votato, rassegnati come sono a non vedere alcun mutamento nella loro condizione e nello stato generale delle cose.

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