venerdì 5 giugno 2026

Tassare i grandi patrimoni

Tassare i grandi patrimoni: una proposta dal basso - Alfonso Gianni

Sono ormai molteplici gli studiosi, anche, se non soprattutto, al di fuori del nostro paese, che sostengono la necessità urgente di introdurre un’imposta sulle persone dotate di grandi ricchezze. Ce lo spiega con la consueta precisione Gabriel Zucman, da molti anni studioso della materia, in un piccolo, quanto prezioso, libro recentemente uscito anche in edizione italiana (I miliardari non pagano l’imposta sul reddito ed è ora di finirla, Einaudi, 2026). In realtà la questione non si pone soltanto nel nostro paese. Anzi si può dire che costituisce un tratto caratteristico dei paesi a capitalismo maturo, dove gli ultraricchi riescono ad eludere l’imposta sul reddito individuale, uno dei pilastri di qualsiasi sistema che si prefigga il compito di raggiungere una giustizia fiscale.

La ragione è facilmente comprensibile: i ricchi riescono facilmente a strutturare la composizione del loro patrimonio in modo tale che alla fine il reddito tassabile risulti assai basso o addirittura nullo. Basta guardare a quello che succede negli Stati Uniti. Una testata no profit – ProPublica – ha dimostrato che per diversi anni notissimi miliardari, quali Elon Musk e Jeff Bezos, non hanno pagato quasi nessuna imposta sul loro reddito individuale. Anzi, per quanto sia incredibile, Bezos in un’occasione ha dichiarato talmente poco da potere chiedere e ottenere i sussidi familiari previsti per le persone effettivamente povere. Un altro studio molto accurato, frutto del lavoro di quattro economisti italiani (Guzzardi, Palagi, Roventini e Santoro) ha chiarito come anche in Italia le casse dello Stato sono impoverite non tanto dall’evasione fiscale – che pure esiste e va ovviamente combattuta – cioè da chi si sottrae completamente al fisco, quanto dall’elusione fiscale, ottenuta attraverso una serie di artifici a cui solo coloro che hanno diverse fonti di creazione di ricchezza possono accedere. Il che peggiora enormemente il quadro fiscale del nostro paese, già reso ingiusto dalla drastica riduzione del criterio di progressività che pure è contenuto a chiare lettere nell’articolo 53, secondo comma, della nostra Costituzione.

I dati a disposizione di chiunque abbia la voglia di consultarli – non sto rivelando segreti di Stato – dimostrano che il sistema fiscale italiano è solo leggermente progressivo fino al 95° percentile della distribuzione del reddito, mentre è grandemente regressivo per il restante 5 per cento. Questo fa sì che i miliardari non pagano neppure la metà di quello che un cittadino medio onesto versa al fisco. C’è da domandarsi come si possa essere giunti in questa situazione di così evidente ingiustizia. La risposta va cercata in quelle teorie e pratiche, che comunemente vengono chiamate neoliberiste, che si sono imposte a partire dagli anni ottanta del secolo scorso.

Per quanto riguarda l’ambito fiscale ha fatto testo la cosiddetta curva di Laffer. Dal 2015 i visitatori del Museo nazionale di storia americana, possono vedere esposto un tovagliolo disegnato dall’economista Arthur Laffer, durante un pranzo in un noto ristorante. Si tratta (o si dovrebbe trattare) dell’originale tovagliolo su cui, nel 1974, l’economista disegnò la famosa curva per convincere Donald Rumsfeld (poi diventato segretario alla Difesa sotto la presidenza di Gerald Ford e vent’anni dopo nello stesso ruolo con il presidente George W. Bush) che più le tasse erano elevate minori sarebbero state le entrate per lo Stato. E purtroppo ci riuscì, visto che Ronald Reagan accolse il suggerimento e lo trasferì in pratica, seguito in pochi anni dai governanti degli altri paesi occidentali. Eppure durante i cosiddetti trenta anni gloriosi, cioè dal dopoguerra fino alla fine degli anni settanta, il capitalismo si sviluppò potentemente pur in presenza di una tassazione per le maggiori ricchezze che non ha paragoni con quella attuale. Si pensi che – prendendo sempre ad esempio gli Usa – nel 1960 l’aliquota marginale era del 91 per cento, colpendo i redditi che superavano la soglia del reddito nazionale medio di quasi cento volte. Ma non si trattava di un’eccezione, poiché elevate tassazioni sulle grandi ricchezze erano praticate in tutti o quasi i paesi a capitalismo maturo. Nel Regno Unito, prima del sopravvento della Thatcher, l’aliquota marginale raggiungeva il 98 per cento. Eppure il sistema non ne soffriva. Anzi. I tassi di crescita dell’economia erano, come noto, ben superiori a quelli attuali.

Quelle elevate tassazioni, praticate su una fetta ristretta di super ricchi, unitamente ad un sistema progressivo, corrispondevano non solo a un principio di maggiore giustizia fiscale e sociale, ma anche alla convinzione – storicamente dimostrata – che l’estrema diseguaglianza danneggia la società da ogni punto di vista, mentre l’economia funziona assai meglio se si scoraggia la rendita, sia che questa provenga da beni immobiliari che da titoli finanziari. È proprio questo elementare principio che è stato rovesciato dal neoliberismo, creando il mito dell’arricchimento senza limiti e senza doveri verso la società.

Nel caso italiano la riforma fiscale, entrata in vigore nel primo gennaio del 1974, aveva introdotto l’Irpef strutturandola originariamente su ben 32 scaglioni di reddito, con aliquote progressive dal 10% al 72%. Ora abbiamo invece tre aliquote (la maggiore è del 43 per cento) e c’è chi sogna di introdurre la flat tax. La conseguenza è che il peso del gettito fiscale grava in modo prevalente sulle spalle dei lavoratori e dei pensionati, impossibilitati sia ad evadere quanto ad eludere, e la capacità di spesa dei governi è limitata, soprattutto per finalità sociali (anche per il vincolo del pareggio di bilancio introdotto in Costituzione, all’articolo 81, nel 2012). Cosicché si è costretti a pietire in sede europea la sospensione del Patto di stabilità, come sta facendo il Governo Meloni, ricevendo finora risposte negative.

È chiaro che ci vorrebbe un ridisegno complessivo del sistema fiscale italiano, informato a criteri di progressività. Ma è altrettanto evidente che si tratta di un lavoro complesso, che tuttavia potrebbe bene entrare nel programma di un Governo alternativo a quello attuale. In attesa che maturino le condizioni perché ciò accada, abbiamo sottoscritto e lanciato una raccolta di firme su una legge di iniziativa popolare (Lip) per introdurre una imposta sui grandi patrimoni e coerentemente portare la tassa di successione almeno ai livelli europei. Abbiamo quindi previsto di istituire una imposta patrimoniale annuale sulle persone fisiche applicata esclusivamente alla quota eccedente 2 milioni di euro, escludendo la prima casa dalla base imponibile. Le aliquote previste variano dall’1% al 3,5%, a seconda dell’entità della quota eccedente i 2 milioni. Per la tassa di successione è previsto un aumento, anch’esso progressivo, fatta salva la franchigia di un milione di euro. Non è la rivoluzione come si vede, ma permetterebbe un introito per le casse dello Stato di decine di miliardi capaci di aumentare la capacità di spesa per i bisogni dei cittadini, come per la sanità e l’istruzione. È evidente che tale misura non aggraverebbe la tassazione per la stragrande maggioranza della popolazione, ma solo per quel ristretto numero di coloro che hanno grande capacità contributiva. Una prima misura di giustizia fiscale e sociale e nello stesso tempo di sostegno per una economia sociale basata sui bisogni dei cittadini e la difesa dell’ambiente.

Perché la proposta di legge possa essere discussa dal Parlamento servono almeno 50mila firme da raccogliere in sei mesi, a partire dal 13 maggio, ma ci auguriamo di poterne ricevere molte di più. Naturalmente sappiamo che i rapporti di forza parlamentari non ci sono favorevoli. Ma il regolamento del Senato, a differenza del passato, impone che entro termini di tempo precisi una Lip venga discussa e votata. In questo modo possiamo contribuire ad accendere un dibattito attorno a questo tema anche nelle istituzioni, oltre che nel paese. Per leggere il testo integrale della Lip e altre notizie utili, fra cui l’indicazione di come firmare sulla apposita piattaforma del Ministero, basta visitare il sito: www.unpercentoequo.it. Per raggiungere la piattaforma del Ministero per apporre la firma digitale con Spid o Cie: https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6500014 .

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La grande redistribuzione: il piano globale per smantellare la plutocrazia e fermare il collasso climatico. Lavorando (molto) meno e tassando i ricchi - Chiara Brusini

Il Global Justice Report degli economisti del World Inequality Lab, tra cui Thomas Piketty, propone una radicale trasformazione dell’ordine economico mondiale di qui al 2100 per evitare la catastrofe ambientale: "La compressione delle disuguaglianze è condizione necessaria". Il reddito medio mensile di tutti gli Stati convergerebbe a 5mila euro.

Un mondo senza miliardari, con tasse fino al 20% sui super-ricchi e un’imposta sul reddito con aliquote del 90% per chi è in cima alla piramide, settimane lavorative dimezzate, 5mila euro al mese di reddito per tutti e un fondo globale che redistribuisce il 10% del Pil globale ogni anno consentendo a tutti i Paesi di finanziare investimenti senza precedenti in transizione ecologica, istruzione e sanità. Non è il libro dei sogni di una forza politica radicale, ma il piano di un gruppo di economisti del World Inequality Lab della Paris School of Economics, coordinati tra gli altri da Thomas Piketty, per salvare il pianeta dal collasso climatico e garantire benessere condiviso. Le 136 pagine del Global Justice Report, diffuso il 4 giugno in occasione dell’inizio della World Inequality Conference 2026, sono ben lontane dalla fredda analisi accademica: disegnano una proposta organica di trasformazione dell’ordine economico mondiale di qui al 2100. Vasto programma, a dir poco.

Ridurre le disuguaglianze “condizione necessaria” per evitare il collasso

La tesi centrale, supportata da anni di studi sull’allargamento delle disuguaglianze, è che le politiche neoliberiste e i divari di ricchezza senza precedenti che hanno propiziato sono incompatibili con la stabilità climatica. E senza una drastica redistribuzione non sarà possibile evitare la catastrofe ambientale. “La compressione delle disuguaglianze globali non è solo compatibile con una profonda decarbonizzazione“, scrivono gli autori. “È condizione necessaria per una prosperità condivisa su un pianeta limitato”. Tradotto: per garantirci la sopravvivenza, fermandoci sotto i 2 gradi di aumento della temperatura rispetto all’era pre-industriale, non basta puntare su rinnovabili e auto elettriche. Serve ridurre il peso economico – e politico – dell’ultra-ricchezza globale, produrre e consumare meno, redistribuire il lavoro e riequilibrare i redditi di Nord e Sud del mondo. Per arrivarci, come evidente, le regioni più povere dovrebbero crescere molto (3-4% l’anno) e quelle già ricche rallentare drasticamente (0-0,5% l’anno). Non significherebbe una vita peggiore, secondo il rapporto, ma meno ore lavorate, meno danni climatici, più salute e più tempo libero. E pure più servizi pubblici. Il punto, evidentemente, è chi paga.

Il Fondo globale per la giustizia e un nuovo fondo sovrano mondiale

Al centro del piano c’è dunque la creazione di un Fondo globale per la giustizia, nuova istituzione internazionale “dedicata alla convergenza socioeconomica e al finanziamento dello sviluppo sostenibile e della transizione energetica su scala globale”, a cui dovrebbe destinare ogni anno fino al 2060 l’equivalente del 10,3% del pil globale: più di venticinque volte la somma degli attuali aiuti internazionali e dei budget di Onu, Fondo monetario e Banca mondiale. Risorse provenienti dal fondo sovrano mondiale che il Global justice fund sarebbe chiamato a gestire. Ad alimentarlo sarebbe, inizialmente (vedi grafico), soprattutto la tassazione globale dei grandi patrimoni, con aliquote dall’1% sopra i 2,2 milioni di euro al 20% per chi ha oltre 553 milioni (il 5000% della media mondiale), accompagnata da una tassa mondiale sui redditi con aliquote fino al 90% ai vertici della distribuzione. Un livello che oggi può apparire estremo ma è simile a quelli applicati negli Stati Uniti e nel Regno Unito nel secondo dopoguerra. In questo modo, in linea con le proposte di alcuni degli autori – tra cui i grandi teorici di un’imposta minima sulle grande fortune Emmanuel Saez e Gabriel Zucman -si raggiungerebbe anche l’obiettivo ridurre in maniera sostanziale la quota di ricchezza detenuta dalla classe dei miliardari: dall’attuale 6,4% del totale mondiale allo 0,05% entro il 2100. In altre parole: si smantellerebbe la plutocrazia globale per spostare risorse dal vertice della piramide verso investimenti pubblici globali in clima, sanità e istruzione.

A ogni Paese dividendi in base alla popolazione

Con il passare del tempo gli asset in pancia al fondo sovrano, che si stabilizzerebbero a un livello pari al 60% del pil globale, genererebbero sufficienti rendimenti da alimentarlo costantemente. I dividendi verrebbero distribuiti ai singoli Paesi in base alla popolazione e con forti condizionalità sul rispetto di obiettivi climatici, di sviluppo umano e di riduzione delle disuguaglianze. I Paesi poveri, rispetto a quelli ricchi, riceverebbero ovviamente di più in proporzione al pil. Se si considera anche che i miliardari oggetto delle nuove imposte sono più numerosi nel Nord del mondo, è evidente che il meccanismo comporterebbe un trasferimento di risorse dal Nord al Sud. Il rapporto lo quantifica pari nello 0,8% del pil mondiale ogni anno. Una cifra comunque “significativamente inferiore”, sottolineano gli autori, a quel che servirebbe per compensare i danni cumulativi causati dal colonialismo e dai cambiamenti climatici inflitti da Europa e Nord America/Oceania tra il 1800 e il 2025.

Cinquemila euro al mese per tutti

Gli investimenti realizzati grazie alle nuove risorse aprirebbero la strada alla convergenza del reddito medio mensile di tutti gli Stati a circa 5mila euro, pari a 60mila euro l’anno, cancellando l’attuale divario di 16 volte tra Africa subsahariana e Nord America. Meglio chiarirlo: non si tratta di una sorta di assegno universale pagato dagli Stati, ma del livello di reddito che deriverebbe soprattutto dalla crescita del Sud globale e dalla forte redistribuzione della ricchezza sostenuta dall’espansione di sanità, istruzione e investimenti pubblici. La metà più povera della popolazione mondiale, che oggi ha in mano solo il 2% della ricchezza, arriverebbe al 30%. Ed entro il 2100 quasi il 90% dell’umanità vedrebbe raddoppiare il proprio reddito. In contemporanea il gender pay gap scomparirebbe. I costi, come detto, sarebbero sopportati dai più ricchi di tutti i Paesi. Il 95-98% degli abitanti Sud globale e l’85-95% di quelli del Nord beneficerebbe della transizione. A livello globale, l’89% della popolazione vedrebbe il proprio reddito più che raddoppiare mentre meno del 2% subirebbe un calo. Nelle regioni più ricche i guadagni sarebbero inferiori, ma la maggioranza vedrebbe comunque migliorare le proprie condizioni.

Da 2100 a 1000 ore di lavoro all’anno: arriva la settimana cortissima

Il tutto non lavorando di più, ma di meno. Perché per una reale transizione ecologica occorre rovesciare la prospettiva della crescita “costi quel che costi”. Per dirla con Bob Kennedy, “il pil comprende l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, le ambulanze per sgombrare le autostrade dalle carneficine, la distruzione delle sequoie e la scomparsa delle nostre bellezze naturali”, eccetera. Ma non misura salute, relazioni sociali e tutto “quello che rende la vita degna di essere vissuta”. Se vogliamo che il pianeta resti abitabile bisogna ora puntare su quella che il report definisce “sufficiency”, ovvero “una drastica riduzione delle ore lavorative e dell’impronta materiale, nonché grandi cambiamenti nei modelli di consumo, nelle abitudini alimentari, nell’uso del suolo e nella copertura forestale”. Le ore lavorate per occupato, in particolare, complice l’aumento della produttività e dell’istruzione potrebbero scendere da circa 2100 a 1000 all’anno. In pratica una settimana lavorativa dimezzata.

La camera di compensazione sognata da Keynes

Il piano è dichiaratamente influenzato e ispirato dalle richieste di riforma in arrivo dal Sud globale in ascesa, dal dibattito sulle riparazioni climatiche e coloniali e dalle iniziative lanciate negli ultimi anni da Brasile e Sudafrica sulla tassazione dei super-ricchi. Non stupisce quindi che la piattaforma comprenda anche un ripensamento radicale del sistema economico e monetario internazionale. Oggi Europa e Nord America hanno, nelle istituzioni finanziarie globali, un peso politico enormemente superiore alla loro quota di popolazione. La proposta è di voltare radicalmente pagina passando a un sistema “una persona, un voto”. E creando una nuova valuta internazionale e una “International Clearing Union”, una camera di compensazione globale come quella immaginata da John Maynard Keynes a Bretton Woods per ridurre gli squilibri commerciali e i privilegi finanziari delle economie ricche.

Utopia o scelta politica?

Utopia? Tutt’altro secondo Piketty e colleghi, secondo cui anzi “l’insieme delle trasformazioni istituzionali e dei cambiamenti di policy inclusi nella Global Justice Platform corrisponde a una strategia relativamente moderata e gradualista“. Altra storia, si intende, è l’effettiva realizzabilità. Tradurre in pratica il piano, riconoscono, significherebbe affrontare “una feroce opposizione politica, e non soltanto da parte degli ultra-ricchi”: anche quella parte delle classi medie del Nord del mondo che rischia di rimetterci qualcosa sarà incline a rifiutare l’idea di una società fondata su minori consumi materiali, più tempo libero, maggiore redistribuzione. Anche se in ballo c’è l’abitabilità del pianeta. La storia però offre diversi precedenti di trasformazioni radicali – dall’ascesa del suffragio universale alla riduzione degli orari di lavoro grazie alle lotte sindacali fino all’universalizzazione di sanità e istruzione – che grazie a forti mobilitazioni collettive sono diventate conquiste consolidate.

“Ciò che ostacola il percorso non è un’impossibilità tecnica, ma la scelta politica e il difficile ma cruciale lavoro necessario per costruire una coalizione a suo sostegno”. Con il sostegno di sindacati, partiti e società civile, sostengono, coagulare consenso intorno alla proposta non sarebbe proibitivo. Il progetto potrebbe partire anche da una ‘coalizione dei volenterosi’ che comprenda almeno i più ricchi tra i Paesi europei, dell’Asia orientale e del Sud del mondo. Chi non aderisse – e non è un caso se il report fa l’esempio di Stati Uniti e Cina – dovrebbe essere colpito da dazi correttivi per compensare i suoi danni climatici.

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mercoledì 3 giugno 2026

Parata del 2 giugno, i preti contro la partecipazione dei cappellani militari: “Non è la nostra chiesa” - Carlo Giorni

 

Foto della parata militare. Si vedono, l’uno accanto all’altro, la premier Giorgia Meloni, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e del Senato Ignazio La Russa e, vicino, un cardinale. “Eminenza non saresti dovuto andare… Applaudire ad una sfilata di soldati…”, commenta su Facebook il sacerdote Antonio Solla. Sempre sui social, un altro sacerdote, il fiorentino don Alfredo Jacopozzi, responsabile cultura della diocesi di Firenze, riferendosi alla partecipazione alla parata dei cappellani militari, scrive: “Oggi sfilano le talari e stellette dei cappellani militari. Torniamo a benedire le armi? Non è la mia chiesa!”. E i molti commentano: “Neanche la mia”.

Due storie tra le tante che hanno accompagnato la parata militare del 2 giugno, alla quale è stato deciso di far partecipare anche i sacerdoti con le stellette. Si è così creato un fronte di preti contro la sfilata dei cappellani militari al grido: “Non è la nostra Chiesa, abbiamo un’altra missione“. Preti rossi? Preti ribelli? No. Contro la partecipazione dei cappellani alla parata si è schierata la Cei, la conferenza episcopale. Il vice di Matteo Zuppi, il vescovo di Cassano all’Ionio Francesco Savino, alla vigilia della parata ha commentato all’Ansa: “Ritengo che la presenza dei cappellani militari non vada valorizzata nella cornice delle parate, quasi fosse parte dell’apparato celebrativo delle armi. La loro missione, nel suo senso più profondo, è altra: accompagnare umanamente e spiritualmente le persone in uniforme, custodire la coscienza, ricordare il valore inviolabile di ogni vita, portare una parola di pace nei luoghi in cui l’esistenza degli uomini e delle donne è esposta alla fatica, alla paura e al dolore”.

Anche Pax Christi, movimento cattolico per la pace nato nel 1945, ha criticato la presenza per la prima volta dei cappellani militari alla parata del 2 giugno, mentre mons. Savino ha commentato a Repubblica: “Valuto quella presenza con rispetto per le persone e con preoccupazione per il segno”.

Tutto questo avviene a 60 anni dal processo a don Lorenzo Milani per la sua lettera contro i cappellani militari e in difesa dell’obiezione di coscienza. Lettera in cui il priore di Barbiana demolisce l’idea di patria e scrive ai cappellani militari: “Le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto”.

Don Milani e Luca Pavolini, direttore allora del settimanale del Pci Rinascita, che pubblicò la lettera ai cappellani militari, vennero assolti ma condannati in appello, il 28 ottobre 1967, quando però il priore di Barbiana era già morto. Condannato e sconfitto dalla storia, sottolinea con rammarico l’arcivescovo di Firenze Gherardo Gambelli nella prefazione al libro di Sergio Tanzarella, “Abbasso tutte le guerre”, edito dal Pozzo di Giacobbe: “Don Milani, purtroppo, si sbagliava. Non vedeva bene quando preconizzava che, nel giro di due generazioni, le “divise dei soldati e dei cappellani militari” sarebbero state viste “solo nei musei”. Paradossalmente proprio perché si sbagliava, il no di don Milani, alla guerra, al militare e alle armi, è ancora molto attuale”. Nonostante i cappellani militari e le parate del 2 giugno.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/06/03/cappellani-militari-parata-2-giugno-notizie/8406619/

Quando anche l'anguria diventa una minaccia: la criminalizzazione dell'identità palestinese in Germania - Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad

 

“Che fine hanno fatto gli studiosi tedeschi di diritto che un tempo contribuirono allo sviluppo del diritto internazionale? Dove sono i think tank e le fondazioni che un tempo guidavano i dibattiti sulla giustizia? Cari tedeschi: per favore svegliatevi e aiutate ad affrontare la crisi che il vostro Paese sta contribuendo a plasmare nel cuore dell’Europa. Ancora una volta.”

Con queste parole, Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, ha espresso con rara chiarezza la crescente crisi morale e giuridica che si sta sviluppando all’interno della Germania.

Il suo intervento è importante perché ciò che sta emergendo oggi non è semplicemente una disputa sulla politica verso la Palestina. È una trasformazione più profonda del rapporto tra diritto, memoria e potere statale all’interno dell’Europa stessa.

La classificazione da parte del servizio di intelligence interno tedesco dell’anguria e di Handala come simboli di “estremismo palestinese secolare” rappresenta un cambiamento di paradigma nel rapporto tra sicurezza, memoria e identità politica. Nella formulazione del BfV (Bundesamt für Verfassungsschutz, il servizio di intelligence interno tedesco), l’anguria diventa problematica specificamente quando viene utilizzata per rappresentare la mappa della Palestina storica al posto di Israele, trasformando un simbolo culturale in ciò che lo Stato interpreta come una negazione della legittimità di Israele. Non si tratta di simboli di attività armata, ma di simboli di continuità culturale, memoria territoriale ed espressione storica.

Anche artistica.

L’anguria diventò associata all’identità palestinese soprattutto dopo il 1967, nei periodi in cui l’esposizione della bandiera palestinese veniva vietata dalle autorità israeliane nei territori occupati. I suoi colori — rosso, verde, bianco e nero — permisero ad artisti e attivisti palestinesi di preservare simbolicamente la presenza della bandiera attraverso metafora visiva, sostituendo la bandiera con l’anguria, che avevano gli stessi colori.

Diversi artisti palestinesi contribuirono alla diffusione di questo simbolo come forma di resistenza culturale contro la cancellazione identitaria. Handala, creato dal fumettista palestinese Naji al-Ali è diventato una delle rappresentazioni visive più durature dell’esilio e dell’espropriazione palestinese: il bambino rifugiato scalzo eternamente rivolto altrove fino al ritorno della giustizia. E fino al ritorno in Palestina.

Classificare questi due simboli come esempi di estremismo significa trasformare i diritti fondamentali sanciti dalla diritto, in oggetti di sorveglianza politica, repressione e censura. Da elementi dell’identità palestinese a minaccia e questione di sicurezza.

Nel diritto internazionale, l’espressione culturale e politica gode di una protezione esplicita attraverso quadri giuridici sovrapposti che regolano la libertà di espressione, la partecipazione culturale e i diritti delle minoranze. L’esposizione di simboli nazionali o storici rientra pienamente nelle forme protette di espressione politica secondo trattati come la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici.

La postura emergente della Germania capovolge questi obblighi.

Invece di proteggere le espressioni e le libertà, le istituzioni statali sono disposte a trattare qualsiasi espressione palestinese come questione sospetta. La conseguenza non è solamente la censura, ma l’impossibilità stessa di apparire pubblicamente come soggetto politico legittimo. La graduale riclassificazione dei simboli, del linguaggio e dei riferimenti storici di un popolo da espressione pubblica legittima a elemento di potenziale minaccia.

Questa trasformazione è importante perché determina quali identità appaiono nello spazio pubblico e quali invece appaiono come elementi di sospetto che richiedono monitoraggio, o contenimento. Una volta che i simboli palestinesi vengono securitizzati, la stessa presenza palestinese diventa tollerata e controllata.

È questa la crisi morale e giuridica che Albanese ha chiesto alla Germania di riconoscere.

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l'ennesima invasione d'Israele

Proteste a Cagliari per l’arrivo di voli charter da Tel Aviv: tra turisti, anche soldati? - Pierpaolo Loi

In mattinata all’aeroporto di Cagliari – Elmas sono atterrati quattro voli provenienti da Tel-Aviv: alle 8.45, alle 11.35, alle 12.50 e alle 14.30. Scrive l’Associazione Amicizia Sardegna Palestina in un breve comunicato: “Pare che la nuova COLONIA turistica dei simpatici giovani possa diventare la Sardegna, grazie anche all’indefesso lavoro della nostra impareggiabile presidentissima. Sempre sperando non si trattengano un po’ troppo, come avvenuto in altri bei posti del Mediterraneo”. Tra i turisti, anche soldati?

Ad accogliere i turisti israeliani all’aeroporto anche un gruppo di attivisti pro Palestina. Imponente lo schieramento di forze dell’ordine: mezzi di artificieri, unità cinofile e del reparto Mobile della polizia. Di contro i manifestanti che hanno voluto affermare la contrarietà dell’arrivo di turisti israeliani in Sardegna, mentre il governo israeliano ordina all’IDF di continuare l’azione militare nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania nonostante la tregua, e i bombardamenti in Libano, causando centinaia o migliaia di morti civili e la distruzione di innumerevoli villaggi, con il conseguente sfollamento della popolazione.

Un comunicato del “Presidio per la Palestina”, che tutti i giorni si tiene a Cagliari in piazza Yenne, testimonia lo stato d’animo di molti/e sardi/e riguardo alla notizia dell’arrivo di turisti da Israele e della versosimile presenza in Sardegna di soldati israeliani: “È notizia di questi giorni che voli diretti a Cagliari provenienti da Tel Aviv stiano arrivando almeno 2/3 volte a settimana. Da alcuni di questi sbarcheranno militari che dopo aver partecipato ai massacri di Gaza usano il nostro mare e le nostre spiagge per rilassarsi. Queste persone attraverseranno Cagliari e le strade del centro per tutta l’estate. La nostra arma potrá essere la bandiera simbolo di libertá: esponiamo una bandiera palestinese nel balcone della nostra casa, del nostro ufficio o nella vetrina del nostro negozio. É un gesto semplice ma potente: diciamo che Cagliari non dimentica le migliaia di bambini e bambine uccisi…”.

 

I parlamentari Sabrina Licheri, Mario Perantoni e Susanna Cherchi del Movimento 5 Stelle hanno espresso una forte preoccupazione: “Quanto accaduto oggi all’aeroporto di Elmas  – affermano in un comunicato – non può essere trattato come un fatto ordinario. L’arrivo di voli provenienti da Tel Aviv, accompagnato da una schiera di mezzi di sicurezza e dalle legittime preoccupazioni espresse da cittadini e associazioni, riporta al centro una questione politica e morale che il Governo continua a ignorare […] Anche mesi fa abbiamo denunciato il rischio che la Sardegna venisse trasformata in una meta di decompressione per militari israeliani impegnati nel conflitto a Gaza”.

La Sardegna rivendica un ruolo di accoglienza, di dialogo, di pace, di rifiuto delle guerra e dei massacri di civili inermi che la guerra comporta.

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Cento famiglie di riservisti dell’esercito genocidario israeliano in villeggiatura sarda (di lusso)  - Mauro Lissia

 (da Il Fatto Quotidiano)

 Per prima cosa hanno chiesto dove si potesse acquistare cibo kosher, le pietanze preparate secondo la tradizione ebraica tanto odiate dai vegetariani. Dopo, sorridenti e rilassati, si sono sistemati nelle comode stanze del Forte Hotel Village, il lussuoso e premiatissimo resort meta di sceicchi, star del cinema e famosi calciatori, a 30 chilometri da Cagliari, sulla splendida spiaggia di Santa Margherita di Pula, dov’erano attesi e dove la direzione aveva organizzato un’accoglienza circondata da un inflessibile cordone di sicurezza.

È cominciata così, tra ingressi presidiati e contingenti di guardie armate, la vacanza in Sardegna di un centinaio di famiglie arrivate da Israele che le organizzazioni pro-Pal indicano come legate ai reduci dai massacri di Gaza. Ogni dettaglio li identifica come militari dell’esercito invasore. Non c’è un anziano, tutti nell’età giusta per imbracciare un mitragliatore e usarlo. Era già accaduto l’anno scorso a Santa Teresa Gallura, con la stessa atmosfera di silenziosa complicità che l’Italia garantisce alle milizie di Netanyahu. Un copione cui la Sardegna può opporre solo una resistenza pacifica, qualche decina di manifestanti con le bandiere palestinesi tenuti sotto controllo all’aeroporto: dopo i quattro dell’altroieri sono in programma altri voli di linea El Al da Tel Aviv e charter di compagnie israeliane per l’aeroporto di Elmas, dove la Questura cagliaritana ha dovuto creare percorsi protetti non si sa bene da cosa. Uno spiegamento di forze da visita presidenziale, giubbotti antiproiettile e artificieri, le auto della polizia già a bordo pista, che l’ufficio stampa della Questura minimizza: “Un dispositivo di sicurezza normale quando si attendono voli sensibili” avverte l’addetta stampa. Soldati in licenza? “A noi non risulta – è la risposta invariabile – sono turisti con le loro famiglie”. Centinaia di turisti che da quando Netanyahu ha riacceso le polveri hanno scelto la Sardegna per le loro vacanze. Tutti insieme, tutti nello stesso periodo, tutti nel resort che ignoti tour operator hanno voluto riservare loro. In nome di un’amicizia che ai sardi non risulta: “Sembra che la nuova colonia turistica dei simpatici giovani israeliani possa diventare la Sardegna – è il commento dell’associazione Sardegna Palestina – grazie anche all’indefesso lavoro della nostra impareggiabile presidentissima, sempre sperando che non si trattengano troppo, come è avvenuto in altri bei posti del Mediterraneo”.

È vero che loro malgrado gli abitanti dell’isola alimentano guerre e stermini con gli armamenti prodotti dalla tedesca Rwm nelle campagne di Domusnovas, appena una trentina di chilometri da Elmas. Ma tralasciando il fatto che fra i destinatari degli ordigni ci sia anche Israele, a chi è contrario alle invasioni criminali non restano che bandiere, striscioni e slogan, come quelli usati l’altroieri all’arrivo in aeroporto dei voli con la stella di David. Per il resto è solo ospitalità a cinque stelle, con il celebre resort affidato al controllo attento dell’Italpol, fra ingressi videosorvegliati, presidiati giorno e notte, compresi quelli dalla spiaggia, per garantire ai villeggianti o veterani di guerra un soggiorno sereno e un riposo dalle fatiche belliche interrotto soltanto da sessioni di shopping nelle griffatissime botteghe del villaggio: le signore le hanno prese d’assalto. Dal cielo di Santa Margherita non piovono missili e c’è abbondanza di cibo internazionale: com’è lontana la realtà terrificante di Gaza e delle colonie vista dai bungalow più costosi della costa sarda. 

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martedì 2 giugno 2026

Il conto titoli del sovrano - Margherita Furlan

 

Mentre l’Air Force One imbarcava i suoi amministratori delegati verso Pechino, un conto intestato al presidente degli Stati Uniti comprava e vendeva i titoli delle stesse società. I mercati hanno premiato l’evento, non il suo esito. È la radiografia di uno Stato che ha smesso di funzionare come una repubblica e ha cominciato a funzionare come un consiglio di amministrazione.

Il 13 maggio 2026, mentre le borse festeggiavano un titolo dopo l’altro, l’Air Force One faceva uno scalo tecnico per imbarcare Jensen Huang, fondatore di Nvidia, e portarlo a Pechino. Lo stesso giorno, l’Office of Government Ethics riceveva un documento di oltre cento pagine: il rendiconto delle operazioni finanziarie compiute nel primo trimestre dell’anno da un conto intestato a Donald J. Trump. Oltre tremilasettecento movimenti. Le società i cui vertici volavano con lui erano, quasi tutte, nel paniere.

Lo scalo di Pechino

La scena ha qualcosa di emblematico. L’aereo presidenziale che interrompe la rotta per caricare a bordo, all’ultimo minuto, l’uomo che guida la società più capitalizzata del pianeta. Attorno a lui una delegazione che riuniva i vertici di Boeing, di Tesla, di Citigroup e di una dozzina di altri colossi. Bloomberg ha annotato, con il pudore tecnico della stampa finanziaria, che i titoli di quelle imprese salivano mentre i loro amministratori delegati erano ancora in volo. Una coincidenza, si dirà. Le coincidenze, però, quando si ripetono e hanno sempre lo stesso segno, smettono di essere tali e diventano un sistema.

Il documento depositato all’ufficio etico del governo federale dà spessore documentale a quella scena. Tra le voci elencate compare l’acquisto di azioni Nvidia per una fascia compresa fra uno e cinque milioni di dollari, datato 10 febbraio 2026; un acquisto precedente, del 6 gennaio, in una fascia fra cinquecentomila e un milione, marcato nel modulo come unsolicited, non sollecitato. Lo stesso 10 febbraio risulta l’acquisto di Boeing, anch’esso nella fascia più alta. Sono le due imprese i cui uomini di vertice avrebbero poi attraversato il Pacifico al fianco del presidente.

Clausewitz scriveva che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. La formula è stata ripetuta tante volte da logorarsi. Eppure conserva una capacità di rovesciamento: se la guerra prosegue la politica, e se questa oggi si misura in capitalizzazione di mercato, allora l’affare diventa la continuazione della diplomazia con altri mezzi. Lo scalo di Pechino non è un episodio di costume. È il punto in cui la rappresentanza dello Stato e la posizione di portafoglio si sovrappongono nello stesso individuo, nello stesso momento, nello stesso volo.

Tremilasettecento operazioni: cosa dicono le carte

Il rendiconto registra oltre tremilasettecento operazioni nel solo primo trimestre del 2026, per un valore complessivo di decine di milioni di dollari, riguardanti grandi società che intrattengono rapporti con l’amministrazione che quel conto, formalmente, non dovrebbe toccare. Più di quaranta movimenti per giorno lavorativo. Un operatore interpellato da Bloomberg ha parlato di una mole che assomiglia più a quella di un fondo speculativo con negoziazione algoritmica massiva che a un conto personale. Un altro, con quarant’anni di mercato alle spalle, ha usato una parola sola: sconcertante. Non sono giudizi militanti. Sono reazioni di tecnici davanti a un dato anomalo.

Il documento non fornisce cifre puntuali. Indica fasce di valore: da uno a cinque milioni, da cinquecentomila a un milione, e così a scendere. Chi scrive che il presidente ha guadagnato una somma precisa inventa un dato che il modulo non contiene. La fascia è il limite della certezza e la si rispetta.

C’è un secondo elemento che il modulo registra e che va riferito con precisione, perché è esattamente il punto su cui la difesa della Casa Bianca poggia. Molte voci portano la dicitura unsolicited, non sollecitate; altre la formula solicited order, discretion exercised, your broker acted as agent, ordine sollecitato, discrezionalità esercitata, intermediario agente. Il documento, in altre parole, distingue da sé fra operazioni decise altrove e operazioni in cui una scelta è stata compiuta. Questa distinzione non smonta l’inchiesta: ne sposta il bersaglio. Il problema non è stabilire la mano che ha premuto il tasto. È la struttura che consente a quella mano di esistere.

I guadagni, in cifre verificabili

La domanda concreta è legittima: c’è stato un guadagno, e di quanto? Qui occorre tenere insieme due fonti distinte e non confonderle. Il rendiconto dell’ufficio etico dice cosa è stato comprato e quando, ma solo a fasce. I dati di mercato dicono come si sono mossi quei titoli. Incrociandoli si ottiene una stima di direzione e di ordine di grandezza, non una cifra esatta: e va detto così, senza gonfiare.

Sul piano delle singole società, il movimento legato alla delegazione è documentato. Alla chiusura del 13 maggio, sull’annuncio della comitiva, Nvidia segnava un progresso del 2,3 per cento, Tesla del 2,7, Boeing dell’1,6; Micron guadagnava il 4,8 per cento, Qualcomm l’1,4. Nella seduta successiva Nvidia toccava un massimo a 232,35 dollari, con un picco intragiornaliero oltre il 3 per cento, mentre Boeing nel mese precedente era salita di circa l’8,8 per cento sulla sola attesa della commessa cinese. Non sono cifre clamorose se prese una per una. Diventano un’altra cosa se si considera che quelle posizioni erano state aperte settimane prima, nei giorni in cui il modulo registra gli acquisti.

È su questo che alcune piattaforme di analisi dei dati pubblici hanno costruito le proprie stime: misurando la rivalutazione di ciascuna posizione dichiarata dal giorno di acquisto indicato nel modulo. Su singoli titoli i numeri sono vistosi: una posizione aperta su un produttore di hardware il 10 febbraio risultava rivalutata di circa il 96 per cento; un’altra, su un semiconduttore, di una percentuale a tre cifre dal 2 marzo. Vanno presi con la pinza che il dato impone: la fascia dichiarata non dice la quantità esatta e la percentuale dipende dal giorno di rilevazione. Ma l’ordine di grandezza, decine di milioni di dollari di portafoglio esposti a società le cui sorti dipendono da decisioni dell’esecutivo, non è in discussione. È scritto nel documento ufficiale.

Qui interviene il fatto che rovescia la prospettiva, il più istruttivo di tutti. Il vertice di Pechino, sul piano dei risultati, è stato deludente. L’unico accordo rilevante annunciato è stato l’ordine Boeing; nessun progresso sulla vendita dei semiconduttori Nvidia alla Cina, nonostante l’aggiunta teatrale di Huang all’ultimo minuto. Nessun chip H200 è stato spedito ai compratori cinesi già approvati, le esportazioni cinesi di terre rare restavano circa la metà dei livelli precedenti, nessun documento firmato sulla governance dell’intelligenza artificiale. Persino la commessa Boeing, ridotta a duecento velivoli, era meno della metà dei cinquecento inizialmente ipotizzati. I mercati, dunque, non hanno premiato un esito diplomatico, bensì premiato l’evento. La coreografia della delegazione, l’annuncio, l’attesa. Il rialzo è arrivato prima del vertice e sull’aspettativa, non dopo e sul risultato. È la prova, in negativo, che la logica in azione non era quella di uno Stato che negozia un interesse nazionale, ma quella di una società quotata che gestisce la propria narrazione di mercato.

La risposta alla domanda, allora, è doppia. Le compagnie hanno tratto un beneficio di mercato misurabile dalla sola partecipazione alla scena, indipendentemente da ciò che questa abbia prodotto. E un conto intestato al presidente era posizionato, settimane prima, esattamente su quelle compagnie. Che questo si traduca in un guadagno personale netto quantificabile, il documento non permette di affermarlo con una cifra: consente di affermare, con certezza documentale, che l’esposizione c’era, ingente, e che riguardava i soggetti regolati da chi quel conto, formalmente, non dovrebbe muovere.

Il paniere è una mappa del potere

Se si dispongono i nomi delle società acquistate accanto alle decisioni prese dall’amministrazione negli stessi mesi, il rendiconto smette di essere una lista contabile e diventa una cartografia. Non casuale: orientata.

Nvidia è il caso più nitido. Il governo federale controlla l’esportazione dei semiconduttori avanzati verso i Paesi designati come avversari strategici, Cina compresa. Il rendiconto colloca un acquisto di titoli Nvidia il 6 gennaio, a ridosso dell’autorizzazione del Dipartimento del Commercio alla vendita di alcuni chip al mercato cinese. Un secondo acquisto, più consistente, è datato 10 febbraio, in prossimità dell’annuncio di un grande accordo della stessa Nvidia con un colosso dei social. La sequenza temporale è un fatto documentale. La sua interpretazione è analisi e va detto con nettezza: nessun atto pubblico prova che la decisione regolatoria sia stata presa in funzione del conto. Ma la prossimità fra la mossa amministrativa e la posizione finanziaria è di quelle che, in qualunque ordinamento attento al conflitto di interessi, basterebbero ad aprire un procedimento.

Accanto a Nvidia, il modulo elenca Palantir, la società di analisi algoritmica di Peter Thiel, acquistata a più riprese mentre l’apparato federale espandeva la spesa per la sorveglianza e per il controllo delle frontiere. Elenca BlackRock, il più grande gestore patrimoniale del mondo; Blackstone; Goldman Sachs. Elenca Boeing, le cui azioni si sarebbero mosse, mentre il presidente era a Pechino, sull’annuncio di una commessa cinese. Sono i nodi dell’ecosistema dei cosiddetti azionisti dell’apocalisse: gestione globale del capitale, sorveglianza algoritmica, infrastruttura della sicurezza, industria aerospaziale e della difesa. Non attori che eseguono una politica, ma che costituiscono l’ambiente entro cui la politica si decide.

La prima notizia del deposito è stata data da organizzazioni di giornalismo d’inchiesta indipendenti, Sludge e NOTUS, prima ancora che le grandi agenzie ne traessero le proprie ricostruzioni. È una nota a margine che merita di restare nel testo: la catena documentale, qui, parte dal basso e risale, non viceversa.

«Tutto è in un trust»: anatomia di una difesa

La replica dell’amministrazione è stata costruita su tre linee, e va esaminata per quello che è: un dispositivo di linguaggio prima ancora che un argomento giuridico.

La prima linea, affidata al portavoce della Casa Bianca, è lapidaria: gli attivi del presidente sono in un trust gestito dai suoi figli, non esistono conflitti di interesse. La seconda, affidata al figlio Eric e al presidente stesso in risposta a un’esponente del Senato, sposta l’accento sui fondi indicizzati: si tratterebbe di panieri ampi, non di scelte di singoli titoli. La terza è implicita e la più solida sul piano formale: nessuna norma vieta a un presidente di detenere o negoziare titoli; gli si chiede soltanto di dichiararli, ed è ciò che è stato fatto.

Le tre linee reggono separatamente e si indeboliscono insieme. Il trust esiste, ma è gestito dai figli, non da un fiduciario indipendente: è esattamente la differenza fra un trust cieco e uno di famiglia, l’intero punto. I predecessori avevano scelto la strada opposta. George H. W. Bush e Bill Clinton affidarono i propri attivi a un trust cieco con un supervisore terzo; Barack Obama e Joe Biden non negoziarono azioni durante il mandato. Non si tratta di una raffinatezza procedurale. È il presidio che separa chi decide sulle imprese da chi possiede le imprese. Quel presidio, qui, non c’è.

Chomsky e Herman hanno descritto come il consenso si fabbrichi non con la menzogna aperta ma con la selezione di ciò che può essere detto e di come. La formula «nessun conflitto di interessi», ripetuta come un’antifona, non descrive una realtà: la istituisce performativamente, contando sul fatto che l’iterazione sostituisca la verifica. Bourdieu lo chiamerebbe potere del linguaggio legittimo: la capacità di neutralizzare ciò che si nomina nel momento stesso in cui lo si pronuncia. Il fatto resta sotto la formula, intatto: il conto del sovrano si è mosso sui titoli delle imprese che lui stesso regola.

Quando lo Stato è un fondo speculativo

La questione non è morale, o non solo. È strutturale.

Susan Strange aveva chiamato potere strutturale la capacità di un attore di plasmare le strutture stesse entro cui gli altri sono costretti a muoversi: chi disegna il tavolo conta più di chi gioca la mano. Quando il conto del capo dell’esecutivo opera dentro lo stesso mercato che le decisioni dell’esecutivo muovono, il potere strutturale e quello politico cessano di essere distinti. Non è un funzionario corrotto da un interesse esterno. È lo Stato che ha interiorizzato la forma del fondo: detiene posizioni, le ribilancia, le dichiara a fasce, e nel frattempo governa le variabili che ne determinano il valore.

Giovanni Arrighi leggeva la finanziarizzazione spinta come il segnale dell’autunno di un ciclo egemonico: la potenza che non riesce più a guidare il mondo attraverso la produzione lo fa attraverso il denaro, e in quel passaggio mostra non la forza ma il proprio declino. Un conto presidenziale che assomiglia a un fondo speculativo non è un’eccentricità individuale: è un sintomo collocabile in una traiettoria storica. Naomi Klein aggiungerebbe che il disordine, lungi dall’essere il problema, è diventato la condizione di profitto: ogni urto regolatorio, gli annunci, le tensioni sono un’occasione per chi sta dalla parte giusta del paniere. Il rendiconto, del resto, lo mostra in filigrana: accanto ai singoli titoli ricorrono con regolarità i panieri settoriali sull’industria della difesa e sull’energia, gli stessi comparti che prosperano quando il mondo si fa instabile.

La guerra è il prodotto, il caos è la materia prima non è una frase a effetto, ma descrizione esatta di un meccanismo che le carte dell’ufficio etico, lette con attenzione, lasciano vedere.

Amministrazione di uno Stato o consiglio di amministrazione di una compagnia?

Resta la domanda più inquietante. È ancora lecito chiamare «amministrazione» quella che siede a Washington, o si descrive meglio la realtà chiamandola consiglio di amministrazione di una grande compagnia che ha smesso di essere la guida di una democrazia?

Max Weber aveva fissato, un secolo fa, il criterio che distingue lo Stato moderno da ogni forma di potere precedente: la separazione tra l’ufficio e chi lo ricopre. Nel potere patrimoniale premoderno il sovrano non distingueva tra l’erario e la propria cassa; nello Stato burocratico moderno quella distinzione è il fondamento stesso della legittimità, perché garantisce che la carica serva la funzione e non il titolare. Misurato su quel criterio, un conto intestato al capo dell’esecutivo che negozia, a fasce di milioni, i titoli delle società regolate dall’esecutivo non è una deviazione interna allo Stato moderno. È un ritorno, sotto vesti finanziarie, alla confusione patrimoniale che lo Stato moderno era nato per superare.

Il consiglio di amministrazione di una società quotata ha una logica precisa, e va riconosciuta per quello che è: massimizzare il valore per gli azionisti, gestire l’aspettativa di mercato, sincronizzare gli annunci con le posizioni. Misurata su questa logica, la sequenza di Pechino è perfettamente coerente. La delegazione di amministratori delegati è una presentazione agli investitori. L’annuncio dei jet è una comunicazione di mercato. Il rialzo che precede il vertice e ignora il suo esito magro è il comportamento di un titolo che reagisce alla narrazione, non ai fondamentali. Una democrazia rappresentativa non funziona così perché non deve massimizzare un valore per azionisti: deve mediare interessi confliggenti di cittadini che non possiedono quote e non ricevono dividendi. Quando il primo schema sostituisce il secondo, la parola «amministrazione» resta, ma designa un’altra cosa.

Le forme della democrazia americana restano in piedi: si vota, esiste un’opposizione parlamentare, un ufficio etico raccoglie e pubblica le dichiarazioni, una stampa indipendente le scava. Non siamo davanti alla fine dichiarata di una repubblica. Siamo davanti a qualcosa di più sottile e, a suo modo, più grave: una repubblica le cui forme sopravvivono mentre la sostanza migra verso un altro modello, quello dell’impresa, senza che nessuno debba mai annunciare il passaggio. Marx, descrivendo un altro potere personale che si era eretto sopra la società facendone il proprio dominio privato, osservava che la storia, la seconda volta, si ripresenta come farsa. Oggi tutto avviene alla luce del sole, in un modulo pubblico, sotto la formula tranquillizzante che non esiste alcun conflitto.

Il riflesso italiano

Si dirà: è una vicenda americana, riguarda un altro ordinamento. Non è così, e la ragione interessa direttamente il lettore italiano.

I nodi che compaiono nel paniere presidenziale non sono astrazioni lontane. BlackRock è presente in modo capillare negli asset finanziari e industriali italiani; l’ecosistema della sorveglianza algoritmica al quale appartiene Palantir lambisce i sistemi di analisi dati delle pubbliche amministrazioni occidentali. La penetrazione di attori privati transnazionali nelle infrastrutture strategiche non avviene, di norma, attraverso un atto politico clamoroso: avviene per via tecnica e contrattuale, nodo dopo nodo, finché la sovranità non si scopre svuotata senza che un solo voto l’abbia formalmente ceduta. L’Italia, in questo, è da tempo un laboratorio.

La misura di quanto sia profondo il mutamento la dà la distanza da una tradizione che pure è stata italiana. Enrico Mattei aveva costruito uno strumento pubblico dell’energia per trattare con il mondo arabo fuori dallo schema delle grandi compagnie anglo-americane, affermando che la collocazione del Paese era una scelta politica e non un destino. Aldo Moro aveva pensato il Mediterraneo come spazio di autonomia e il dialogo con il mondo arabo-palestinese come dimensione propria dell’interesse nazionale. Quella tradizione muoveva da un’idea elementare: che esista una linea fra l’interesse del Paese e quello di chi, in quel momento, ne amministra le leve. È lo stesso confine che, a Washington, il rendiconto dell’ufficio etico mostra ormai cancellato. La sovranità che l’Italia ha smarrito per cessione tecnica è la medesima che, nella prima potenza del mondo, si è dissolta nel portafoglio di chi la incarna.

Il sovrano e il suo conto

La domanda da cui si era partiti – il presidente ha guadagnato? – è, alla fine, la porta d’ingresso, non la stanza. È la domanda che la formula «nessun conflitto di interessi» vuole che ci si fermi a porre, perché è quella a cui si può rispondere con una fascia di valore e un’alzata di spalle.

La domanda esatta è un’altra. Che cosa significa che la prima potenza del pianeta sia retta da un’autorità il cui conto titoli si muove, ogni giorno, lungo le stesse linee che le sue decisioni tracciano, e che premia la coreografia di un vertice più del suo esito? Gramsci, nel carcere, definiva la crisi come il momento in cui il vecchio muore e il nuovo non può nascere, e in quell’interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati. Un conto sovrano che opera come un fondo è uno di quei fenomeni. Non l’anomalia di un uomo, ma il sintomo di un ordine che ha smesso di distinguere fra chi comanda e chi specula.

Le carte dell’ufficio etico americano non provano un reato. Provano qualcosa di più perturbante: che la separazione fra il potere e l’interesse, la linea su cui si reggono le repubbliche, è stata derubricata a formalità dichiarativa. Finché la si dichiara, tutto è in regola. È precisamente questo il punto in cui un’amministrazione smette di amministrare uno Stato e comincia a gestire una compagnia, senza che nessuno debba mai metterlo a verbale.

Note

[1] U.S. Office of Government Ethics, «Periodic Transaction Report (OGE Form 278-T), Donald J. Trump, President of the United States of America», deposito 8 maggio 2026, ricevuto OGE 13 maggio 2026, certificazione Heather Jones, https://extapps2.oge.gov/201/Presiden.nsf (documento pubblico, oltre 100 pagine).

[2] Saijel Kishan, Gregory Korte, «Nvidia Chips, Boeing Jets: Stock Traders Eye Trump in China», Bloomberg, 13 maggio 2026.

[3] OGE Form 278-T cit., voce 4 (Nvidia Corp., acquisto 10 febbraio 2026, fascia 1.000.001 – 5.000.000 dollari) e voce 40 (Nvidia Corp., «unsolicited», acquisto 6 gennaio 2026, fascia 500.001 – 1.000.000 dollari).

[4] OGE Form 278-T cit., voce 29 (Boeing Company Com., acquisto 10 febbraio 2026, fascia 1.000.001 – 5.000.000 dollari).

[5] Carl von Clausewitz, «Della guerra» (Vom Kriege, 1832), trad. it. Mondadori, Milano 1970, libro I, cap. 1, par. 24: «la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi».

[6] Stephanie Lai, Gregory Korte, «Trump’s financial filings show 3,700 stock trades in three months», Bloomberg, 16 maggio 2026 (ripresa Business Standard, 16 maggio 2026).

[7] Dichiarazione di Matthew Tuttle, amministratore delegato di Tuttle Capital Management, riportata in Bloomberg, 16 maggio 2026.

[8] Dichiarazione di Eric Diton, presidente e amministratore delegato di The Wealth Alliance, riportata in Bloomberg, 16 maggio 2026.

[9] OGE Form 278-T cit., voci 79, 80, 81 (Goldman Sachs Group, Alphabet, Amazon, ordini 9 gennaio 2026, «Solicited Order, Discretion Exercised»); numerose altre posizioni marcate «UNSOLICITED» (voci 1, 9, 22, 32, 33, 40 e seguenti).

[10] Bloomberg, 13 maggio 2026: alla chiusura del 13 maggio Nvidia +2,3%, Tesla +2,7%, Boeing +1,6%, Micron +4,8%, Qualcomm +1,4% rispetto alla seduta precedente, sull’annuncio della delegazione.

[11] TradingKey, 14 maggio 2026: nella seduta del 14 maggio le azioni Nvidia toccano un massimo a 232,35 dollari, con un progresso che supera brevemente il 3 per cento; Boeing in rialzo di circa l’8,84 per cento nel mese sull’attesa della commessa cinese (24/7 Wall St., 13 maggio 2026).

[12] Quiver Quantitative, 14 maggio 2026: stime di rivalutazione delle posizioni dichiarate, calcolate dalla data di acquisto indicata nel modulo OGE. Le percentuali sono indicative e dipendono dal giorno di rilevazione; il dato OGE fornisce solo fasce di valore, non quantità esatte.

[13] «Underwhelming summit outcome in China brings Trump back to reality», Euronews, 15 maggio 2026; «Trump-Xi summit: The 3 big takeaways», CNBC, 15 maggio 2026.

[14] «Trump and Xi Close Beijing Summit: Warm Rhetoric, Nvidia H200 Deliveries Remain Stalled», TechTimes, 15 maggio 2026: nessun chip H200 spedito ai dieci compratori cinesi approvati, terre rare ancora circa il 50 per cento sotto i livelli pre-restrizione, nessun documento firmato sulla governance dell’intelligenza artificiale.

[15] CNBC, 15 maggio 2026: Trump dichiara a Fox News che la Cina ordinerà 200 jet Boeing, «più dei 150 attesi dalla società», ma meno della metà dei 500 inizialmente ipotizzati.

[16] OGE Form 278-T cit., voce 40 (Nvidia, 6 gennaio 2026). Sul nesso temporale con l’autorizzazione del Dipartimento del Commercio: NOTUS, 15 maggio 2026.

[17] Sam Sutton, «Trump went big on tech stocks in first quarter of 2026, new filings show», CNBC, 15 maggio 2026; NOTUS, 15 maggio 2026.

[18] OGE Form 278-T cit., voci 248, 380, 404 (Palantir Technologies, acquisti 18 marzo e 2 marzo 2026, fasce da 50.001 a 250.000 dollari).

[19] OGE Form 278-T cit., voci 331 (BlackRock Inc., 18 marzo 2026), 267 e 594 (Blackstone Inc., 18 marzo e 2 marzo 2026), 79 (Goldman Sachs, 9 gennaio 2026).

[20] Soo Rin Kim, «Trump Bought Corporations’ Stock as His Administration Boosted Their Business», NOTUS, 15 maggio 2026; l’organizzazione Sludge ha dato per prima notizia del deposito.

[21] Dichiarazione del portavoce della Casa Bianca Davis Ingle, citata in CNBC, 15 maggio 2026, e in NOTUS, 15 maggio 2026: «President Trump’s assets are in a trust managed by his children. There are no conflicts of interest».

[22] Risposta di Eric Trump e di Donald J. Trump a un intervento della senatrice Elizabeth Warren su X, riportata in Fortune, 15 maggio 2026: gli attivi sarebbero investiti «in a blind trust by the largest financial institutions in broad market indexes».

[23] Sui trust ciechi dei predecessori: George H. W. Bush e Bill Clinton adottarono blind trust con supervisore indipendente; Barack Obama e Joe Biden non negoziarono titoli azionari durante il mandato. Ricostruzione in Bloomberg, 16 maggio 2026.

[24] Noam Chomsky, Edward S. Herman, «La fabbrica del consenso. La politica dei mass media» (Manufacturing Consent, 1988), trad. it. Marco Tropea Editore, Milano 1998, cap. 1.

[25] Pierre Bourdieu, «La distinzione. Critica sociale del gusto» (La distinction, 1979), trad. it. il Mulino, Bologna 1983, sul potere del linguaggio legittimo.

[26] Susan Strange, «Stati e mercati» (States and Markets, 1988), trad. it. Il Saggiatore, Milano 1998, cap. 2, sul potere strutturale.

[27] Giovanni Arrighi, «Il lungo XX secolo. Denaro, potere e le origini del nostro tempo» (The Long Twentieth Century, 1994), trad. it. il Saggiatore, Milano 1996, sulla finanziarizzazione come segnale di autunno di un ciclo egemonico.

[28] Naomi Klein, «Shock economy. L’ascesa del capitalismo dei disastri» (The Shock Doctrine, 2007), trad. it. Rizzoli, Milano 2007, introduzione.

[29] OGE Form 278-T cit.: ricorrono a più riprese posizioni in ETF settoriali State Street SPDR (Industrial Select, Energy Select) e in fondi indicizzati S&P 500, in numerosi casi marcati «UNSOLICITED» (cfr. voci 20, 42, 178, 197, 476 e seguenti).

[30] Max Weber, «Economia e società» (Wirtschaft und Gesellschaft, 1922), trad. it. Edizioni di Comunità, Milano 1961, sulla distinzione fra appropriazione patrimoniale della carica e amministrazione burocratica moderna fondata sulla separazione fra l’ufficio e chi lo ricopre.

[31] Karl Marx, «Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte» (1852), trad. it. Editori Riuniti, Roma 1964, sulla figura del potere personale che si erge sopra la società e ne fa il proprio dominio privato.

[32] OGE Form 278-T cit., voci 248 e seguenti (Palantir Technologies, classe A).

[33] Antonio Gramsci, «Quaderni del carcere», Quaderno 3, par. 34, edizione critica a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino 1975: «la crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati».

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