lunedì 20 maggio 2019

Il paradiso e l'inferno che non sono Israele - Gideon Levy


MO

Due campi si sono distinti durante la settimana delle vacanze nazionali di quest'anno: uno che si rallegra e si gloria del paese, l'altro che è stufo e si vergogna. Il divario tra loro non è mai stato più ampio. Il primo gruppo si identifica con la destra, il secondo con la sinistra ed entrambi hanno torto. Paradossalmente entrambe le posizioni contraddicono la realtà: le vite di coloro che sono orgogliosi del paese non sono altrettanto buone; la maggior parte proviene da gruppi a basso reddito. I piagnoni in realtà hanno vite più facili. Israele oggi è diviso tra l'orgoglioso e il vergognoso. L'ex glorifica il presente, il secondo il passato.   I membri dell'area fiera, ultranazionalista e di destra adorano Benjamin Netanyahu e sono sicuri che il primo ministro abbia portato il paese a grandi altezze. Si rallegrano nelle cerimonie rituali nazionali, diventate culti della personalità. Venerano i militari, versano una lacrima alla vista di un volo aereo o di uno sciocco sbarco sulla luna e credono in un popolo eletto. Pensano che la forza sia l'unico mezzo per il successo, che gli arabi vogliano distruggerci e che il mondo intero sia contro di noi.
Se hanno qualche lamentela su questo paese, è che è troppo democratico e troppo morbido con i palestinesi. Sono la maggioranza e odiano l'altro campo.
I membri del campo vergognoso, liberale e umanista sono sicuri che l'altro gruppo ha rubato il loro paese. Odiano Netanyahu, fonte di ogni impurità ai loro occhi e sono sicuri che grazie a lui il paese è stato corrotto. Aborrono l'occupazione, l'aggressione, la violenza, il militarismo e la religione. Sono sicuri che la democrazia di Israele sta per essere distrutta in favore di una dittatura di stampo nordcoreano.
L' Alta corte di giustizia è il loro tempio, un falso tempio. Si domandano costantemente se Israele esisterà ancora tra un decennio. La loro speranza per i figli è partire e vivere altrove. Sentono che la vita qui è diventata un inferno. "Guarda cosa è successo a questo posto" è il loro motto. Hanno iniziato a odiare "questo posto". La realtà è questa: Israele non è né il paradiso del primo gruppo né l'inferno del secondo. Il primo gruppo è il risultato della propaganda sionista   che ha forgiato in loro il dogma: nulla è paragonabile a Israele, Israele può fare tutto ciò che vuole ed è la vittima universale, "democratico" significa tirannia della maggioranza ed "ebreo" significa ebraico dispotismo, i palestinesi non hanno diritti e non sono umani.
Le loro convinzioni sono un castello di carta fatto di ignoranza, arroganza, ultranazionalismo e paure infondate. Israele non è il loro paradiso; è aggressivo, manipolativo e privo di compassione anche per i propri cittadini. Mantiene una dittatura militare nei territori occupati, emana leggi anti-democratiche e si sta deteriorando.
D'altra parte non è il diavolo che descrive il secondo gruppo. Non è mai stato il paradiso da loro sognato: la sua democrazia comprendeva il dominio militare, la censura e il "libretto rosso" di appartenenza alla federazione sindacale di Histadrut.
Anche il militarismo non è nato ieri:  prima del 1973 era ancora più estremo. Anche la religione e l'ultranazionalismo esistevano nel passato. Il Likud non ha inventato il   lutto, l'occupazione o i coloni.
Sì, Israele si è deteriorato. Quelli che si vergognano del paese sono giustificati. C'è motivo di vergogna. Il più grande crimine, l'occupazione, in realtà ha scarso effetto sulla vita in Israele. Ci sono ancora isole buone e libere delle quali godono i piagnoni e dobbiamo lottare per conservarle.
Israele non è ancora un'area disastrata. C'è un divario intollerabile tra l'apocalisse descritta dai contestatori e la loro volontà di agire. Se è così terribile, perché non fanno qualcosa? E se non fanno niente, forse non è così terribile?
Israele non è la Turchia. Netanyahu deve essere processato e deve dimettersi, ma non è il Satana che i suoi detrattori descrivono. La loro indignazione è ipocrita: quando erano al potere le cose erano migliori, ma non così tanto come affermano. Da quando Netanyahu è al potere, qui le cose vanno male, ma non così male come suggerirebbe il loro allarme. Ho scritto questa colonna liberamente. L'inferno è nella Striscia di Gaza, ma nessuno ne parla.

The heaven and hell that aren't Israel


La prossima fermata è il collasso – Mapa (intervista a Carlos Taibo)




L’esaurimento delle materie prime, i disastri naturali causati dai cambiamenti climatici, il crollo del sistema finanziario, la disintegrazione dello stato sociale, la disoccupazione diffusa e massiccia. La fase terminale del capitalismo ha imboccato a grande velocità la via del collasso? Carlos Taibo, scrittore anarchico e docente di Scienze politiche a Madrid, molto noto per i suoi libri sulla storia dei movimenti anticapitalisti, l’autogestione, la democrazia diretta e la decrescita, ha scritto molto sul concetto di “collasso”, una realtà irreversibile in virtù della quale le istituzioni sociali si frantumano, assieme con i loro meccanismi di controllo e dominazione. In questa breve intervista, rilasciata in occasione della recente uscita dell’edizione portoghese del suo “Colapso” (qui potete scaricare l’edizione argentina), Taibo precisa che siamo molto vicini ma non siamo ancora entrati in quella fase irreversibile e spiega cosa possiamo fare per difenderci, a cominciare dall’estensione delle esperienze di autogestione a tutti gli ambiti della vita

Carlos Taibo insegna Scienze politiche all’Università Autonoma di Madrid ed è autore di una lunga lista di libri di storia, movimenti sociali, anarchismo e decrescita economica. Recentemente ha pubblicato anche in Portogallo Collasso, una lucida analisi delle possibili conseguenze dell’esaurimento dei combustibili fossili e dei percorsi che la società attuale potrebbe seguire. La traduzione in portoghese di questa opera vede ora la luce grazie a una collaborazione tra il Jornal MAPA e l’editrice Letra Livre.

Il momento che stiamo attraversando é caratterizzato da cambiamenti climatici, trasformazioni profonde nel sistema energetico, fallimento degli ecosistemi e una crisi sociale che si sta installando in forma permanente. É questo il Collasso?
Tutti questi elementi configurano il momento che prelude al collasso, ma con questo non intendo dire che essi siano esattamente il collasso vero e proprio. Il concetto di collasso rappresenta una realtà irreversibile in virtù della quale le istituzioni sociali si frantumano, assieme con i loro meccanismi di controllo e dominazione, e dove si riduce a livelli impensabili la soddisfazione di necessità che si descrivono, erroneamente, come di base. Nel fondo si evidenzia che quando le società divengono più complesse hanno bisogno di quantità crescenti di energia per risolvere molti dei loro problemi, in un momento in cui c’é una carenza massiva di energia. Detto in un altro modo, nella realtà attuale ancora non si sono rese visibili tutte le conseguenze drammatiche dei cambiamenti climatici e dell’esaurimento delle materie prime, mentre le strutture tradizionali di potere perdurano. Se vogliamo, il momento presente può continuare ad essere descritto come un momento di crisi. Quando parliamo di crisi diamo per scontato che sia possibile tornare allo scenario anteriore, cosa che sembra impensabile, tuttavia, in caso di collasso.

Le recenti proteste dei Gilet Gialli in Francia sono cominciate come una protesta contro l’aumento del prezzo dei carburanti, ma si sono evolute rapidamente per mettere in scacco tutto il sistema. Queste proteste fanno parte di questo collasso?
Non ne sono molto sicuro. Bisognerà attendere per vedere la deriva futura di un movimento come questo e di altri movimenti simili. É vero, in ogni caso, che un’interpretazione legittima suggerisce che all’origine di un movimento come quello dei Gilet Gialli ci sia la logica tradizionale della crisi, che conosciamo già da tempo. Era significativa la rivendicazione principale che parlava di riduzione del prezzo del carburante, una rivendicazione che si scontrava con il pensiero di molti di coloro che pensano che il sistema avanzi forzosamente verso una crisi terminale che vede nell’esaurimento delle materie prime energetiche il suo maggiore fondamento. Ma é vero, come evoca la domanda, che una buona parte del movimento dei Gilet Gialli si posiziona al di là di queste rivendicazioni parziali ed equivoche, a vantaggio di una contestazione generale del sistema. In ogni caso, abbiamo avuto nel caso spagnolo, pochi anni fa, un esempio, quello del 15M, che ci obbliga ad essere prudenti nel momento di valutare la dimensione contestatario-rivoluzionaria di iniziative di questa natura. Ciononostante, faremmo male a disprezzare le caratteristiche di movimenti di democrazia di base, assembleari e orizzontali, impegnati in un chiaro rifiuto delle leadership, come quello dei Gilet Gialli.

Quali dovrebbero essere le azioni e le idee più importanti per navigare nei tempi che corrono?
Credo che si dovrà cercare un’approssimazione delle persone e organizzazioni che soddisfino due condizioni. La prima é la scommessa nell’autogestione in tutti gli ambiti della vita. La seconda é la coscienza delle sfide che derivano dal collasso del sistema, sfide che ci obbligano a mettere sul piatto verbi come decrescere, disurbanizzare, de-tecnologizzare, de-patriarcalizzare, de-colonizzare e de-complessificare le nostre vite. Credo che buona parte del nostro pensiero e della nostra azione debba sorgere dalla ferma convinzione che le persone comuni sono molto più coscienti del significato di queste parole di quello che una prima lettura farebbe concludere. Se non partiamo da questa convinzione, non faremo altro che riprodurre vecchi schemi avanguardisti che, con il tempo, hanno dimostrato di avere un impatto molto limitato.

(Fonte: Jornal Mapa - Traduzione per Comune-info: Michela Giovannini)


Il profumo della libertà - Aldo Morrone*




C’è un angolo del mondo dove quarant’anni fa mezzo milione di persone sono state deportate in campi di concentramento nelle aree desertiche dell’Iraq meridionale o concentrati in villaggi controllati dall’esercito iracheno. Un angolo del mondo che resiste all’indifferenza dell’Europa, alle migliaia di mine antiuomo che continuano a uccidere e mutilare, alla povertà. Un angolo del mondo che non ha smesso di lottare, di coltivare autonomia e libertà, perfino di accogliere profughi siriani. Appunti di viaggio dal Kurdistan iracheno di un medico del mondo

“Ho posato l’orecchio sopra il cuore della terra.
Parlava d’amore, del suo amore per la pioggia, la terra.
Ho posato l’orecchio sul liquido cuore dell’acqua.
Il mio amore, l’amor mio è la sorgente, cantava l’acqua.
L’ho posato sul cuore dell’albero.
Della sua folta chioma, – l’amore suo – diceva, l’albero.
Ma quando accostai l’orecchio all’amore stesso, che non ha nome,
era di libertà che parlava, l’amore”

Sherko Bekas, poeta

Mosul, Kirkuk, Erbil, Sulaymaniyah, Kurdistan Iracheno, chi si ricorda ancora della sanguinosa lotta contro Saddam Hussein e contro i terroristi dell’ISIS? Eppure qui si vive ancora la crisi terribile di una guerra dimenticata presto dall’Occidente che l’aveva promossa. A partire dagli anni Settanta oltre 500.000 Kurdi sono stati deportati in campi di concentramento nelle aree desertiche dell’Iraq meridionale, o concentrati in villaggi controllati dall’esercito iracheno. La pulizia etnica perseguita dal regime di Saddam Hussein, con esecuzioni sommarie, deportazioni forzate, fosse comuni, assunse alla fine degli anni Ottanta un carattere di vero e proprio genocidio. Con oltre 5000 villaggi rasi al suolo e la scomparsa di almeno 250 mila persone, per lo più bambini sequestrati a scuola e abitanti dei villaggi.
Sono tornato a Sulaymaniyah insieme a cari colleghi e amici per dare un segno concreto di amicizia con il popolo kurdo, organizzando il primo Simposio internazionale di Dermatologia, Oncologia e Alimentazione. È stato commovente l’incontro con le massime autorità politiche e scientifiche di questo straordinario Paese. Ascoltare le relazioni di medici e ricercatori che lavorano con entusiasmo e grande professionalità in un’area dove ci sono oltre cinque milioni di sfollati che cercano aiuto. Bambini colpiti dalle più svariate malattie e forme di cancro, oltre che mutilati dalle mine. Proprio sabato un bambino è stato ucciso e altri due sono rimasti feriti nell’esplosione di una bomba sul bordo di una strada a sud-est di Baghdad.

La violenza nel paese è aumentata ulteriormente con l’emergere dei terroristi del sedicente stato islamico che hanno proclamato un “califfato islamico” in Iraq e in Siria nel 2014. L’ondata di violenze ha provocato in questi anni, oltre cinque milioni di sfollati interni e ha lasciato circa undici milioni di persone bisognose di assistenza umanitaria. Oltre 250 mila rifugiati si trovano tra Erbil, Duhok e Sulaymaniyah, moltissimi alla ricerca di una cura per le loro malattie. Quelli che provengono da Aleppo si portano addirittura i segni sulla loro pelle della leishmaniasi, un’infezione che ha il paradosso di chiamarsi “Bottone di Aleppo”.
Sono diversi i campi che accolgono profughi siriani, come quello di Barika, dove ne sono ospitati oltre 8 mila e altri campi per sfollati, come quello di Ashti. Ma qui sono stati accolti popoli in fuga da tutta la regione. Pochi di loro riescono a raggiungere l’Italia, come è accaduto poche settimane fa a Capraia, un isolotto delle Tremiti, dove è stato trovato un gruppo di diciassette migranti originario del Kurdistan, che misteriosamente ha raggiunto le coste dell’isola al largo del Gargano. Nel gruppo c’erano nove bambini, di cui due molto malati.

Insieme agli amici dell’Istituto Kurdo Italiano, Soran, Veronica e Giuliano, a Roberto del Regina Elena di Roma, a Vittorio e a Valmadre, siamo andati a visitare l’Università Komar e l’Ospedale Hawi: due realtà clinico-scientifiche di assoluta eccellenza. Personalmente ho anche visitato diverse persone seriamente malate per un ulteriore consulto. Ho sentito la loro voglia di vivere e la loro paura di non farcela. Mi guardavano in silenzio con il volto rigato da lacrime silenziose, con gli occhi in cui si poteva leggere paura e dignità. Pensavano che io fossi la loro ultima chance. Porto con me la loro documentazione e la loro speranza. Sono tutti giovanissimi che tra violenze di ogni genere e fughe in Europa alla ricerca di futuro, sono invecchiati rapidamente, sotto il peso di un’umanità distratta o indifferente.
Che senso ha la ricerca scientifica se poi i risultati sono a disposizione solo per poche persone nel Nord del mondo? Il congresso rappresenta invece proprio una grande occasione di condividere conoscenze e saperi scientifici per comprendere meglio il senso del vivere e del morire.
Ancora oggi, il Kurdistan è infestato da milioni di mine antiuomo che mantengono la loro funzione di uccidere vittime innocenti, anche dopo aver conquistato la pace. Molte sono state lasciate dai decenni precedenti e fanno di questa area una tra le prime cinque regioni più contaminate del mondo. Ecco perché qui il vivere e il morire è cantato da poeti che vogliono tramandare sentimenti di pace e d’amore alle generazioni future, che abbiano il profumo della libertà.

* Primario infettivologo dell’ospedale San Gallicano di Roma e medico noto in tutto il mondo, da più di trent’anni è impegnato con i migranti e in diversi paesi del Sud del mondo. Autore di articoli e libri, tra cui Lampedusa, porta d’Europa. Un sogno per non morire (Magi edizioni).

domenica 19 maggio 2019

Sussidiario Scolastico Sconsigliato - Ennio Remondino



Da Omero a Trump, le bugie di guerra in rima, in prosa, in telecronaca.
La prima guerra nella storia, narrano, è vecchia di 5000 anni (2975 aC, Faraone Udimo).
Da allora ne sono state combattute 27.500, con 350 milioni di morti.
Una media di 5,5 guerre e 65 mila morti ogni anno della storia dell’uomo.
Negli ultimi 100 anni le guerre hanno prodotto 100 milioni di vittime.

Assaggio di un Nonlibro Quasilibro
Intanto mi presento (per i non frequentatori abituali di Remocontro). Faccio il giornalista da un bel po’ di anni, e non mi era mai passato per la testa di occuparmi di qualche cosa d’altro che non fosse la notizia. Il giornalismo è un mestiere di grinta e d’ambizioni. C’è chi insegue la notizia e chi cerca di sistemarsi almeno la carriera. Personalmente m’intendo più di notizie che di carriera, e ciò, hanno provato a spiegarmi, sarebbe poco furbo ma io non sono mai riuscito ad adeguarmi. Forse è anche per questo che dedico una gran parte del mio tempo a scrivere libri e sopratutto a curare ‘Remocontro‘.
Per cercare di raggiungere la notizia mi è capitato di inseguire brigatisti rossi e terroristi neri, mafiosi nostrani e banditi extracomunitari, spacciatori di droga e trafficanti di armi, spie caserecce e infiltrati da esportazione. Uno spasso. Sino a quando qualcuno molto, molto potente, primi anni novanta, mi ha detto, basta, “niente più investigazioni e inchieste”, e mi sono ritrovato in esilio, per giunta in zona di guerra.
“Altro giro altro regalo”, dicono al Luna Park. Gli ultimi 20 anni di lavoro, li ho passati in giro per il mondo ad inseguire guerre. Ne ho visto davvero di cotte e di crude. Guerre piccole, guerre medie e guerre di taglia extra large. Mi sono trovato dentro guerre che non erano chiamate guerre, e ad operazioni di pace che non c’entravano nulla con la pace. Io, che non avevo fatto neppure il servizio militare, so ormai tutto sui giubbotti antiproiettile, sulla forza di penetrazione di un proiettile di kalashnikov, sulla carica d’esplosivo che viaggia su di un missile Cruise rispetto ad un Tomahawk. Riesco persino a distinguere l’esplosione di un colpo d’artiglieria da quello di una granata. Ancora adesso, se sento il botto di un fuoco d’artificio, con gli occhi cerco un riparo dietro di cui proteggermi.

Sopravvivere al corso di sopravvivenza
Una volta, diversi anni fa, mi hanno costretto ad un corso di “sopravvivenza in zona di guerra”. Sette giorni fra assaltatori e paracadutisti, fra alpini e lagunari, fra esperti d’esplosivi e potenziali assassini all’arma bianca. Ho corso sotto il peso di anti proiettile ed elmetto e sotto il tiro di finti cecchini. A Sarajevo i cecchini erano veri come i loro proiettili, e correvo molto di più. Sono stato costretto a saltare da camionette in corsa e da elicotteri ancora in volo. Salvo buttarmi col paracadute, m’è toccato di tutto. Hanno finto di prenderci prigionieri e poi ci hanno fatto scappare guadando le acque non riscaldate dell’Isonzo a febbraio. Fra noi c’erano anche vecchi signori con la pancetta e l’affanno, ad annaspare fra la durezza artificiale della guerra finta. La serie dei film sulla “Scuola di polizia” ci faceva un baffo, come comicità del risultato.
Quando mi occupavo di mafia, ero in grado di girare per Palermo senza mai sbagliare strada: esci dall’autostrada da Punta Raisi alla seconda uscita dopo la strage Falcone, arrivi alla lapide del giudice Chinnici e volti a destra, poi superi la strage di Viale Lazio e giri verso il centro oltre la bomba Borsellino. Toponomastica del massacro. Per le guerre in esportazione, potrei organizzare veri e propri tour lungo i macelli della Bosnia, da Mostar verso Sarajevo, e a nord verso Srebrenica o Doboj. Un tour del Kosovo, da Belgrado a Pristina passando per Pancevo e Nis. Potremmo visitare assieme i luoghi Santi di Gerusalemme, tutt’attorno alle trincee della Natalità, da Betlemme a Nazaret. Da non trascurare, Gaza.
Se siete dei buoni campeggiatori, potremmo avventurarci nel Kurdistan iracheno, verso Zako e Sulejmania, o nel sud dell’Iraq, a Bassora e dintorni. Se siete degli alpinisti, potremmo andarcene in Afghanistan passando dal Tajikistan, attraverso le montagne himalayane dell’Indukush, lungo la valle del Panshir, sino a Kabul, con una puntatina all’ospedale di Emergency, ad Hannaba, dove magari troviamo l’amico Gino Strada. Ultimamente mi ero fatto una cultura su Siria e Libano. Nel sud di quest’ultimo paese conoscevo praticamente ogni ponte abbattuto, ogni buca di bomba israeliana, le strade che c’erano, gli sterrati alternativi lungo i bananeti, e ogni maceria. Ruderi romani, crociati, e ruderi della follia contemporanea. Per gli ultimi basta seguire la mappa dei bombardamenti israeliani 2006 sui villaggi Hezbollah, a partire dall’evangelica Qana, quella delle nozze del miracolo di Cristo, e dei massacri dei poveri cristi di oggi.

Una proposta di viaggio
Invece No. Niente di così scontato. Il viaggio che vi propongo con questi spezzoni di Quasilibro, oggi è l’assaggio, si muove lungo le strade ancora più avventurose della storia. Storia, scritta maiuscola, come quella dei libri di testo. Peggio ancora, ho scelto di rivolgermi -nell’uso del linguaggio- a ben strani interlocutori: quel misterioso mondo che sta a cavallo fra l’adolescenza e la giovinezza. M’accorgo ora di non sapere bene neppure come chiamarVi. Ragazze e ragazzi? Giovani? Studenti? Da giornalista di mestiere, me la cavo col trucco di chi, quando non sa una cosa, si rifugia nella genericità. D’ora in avanti sarà un imprecisato “Voi”, immaginando Voi come persone in ogni modo giovani se non d’età, certamente di zucca.
Colpa della scuola, tutto questo, per le molte volte in cui sono stato chiamato in classe per parlare di guerre, di giornalismo e di televisione. Qualche lezione universitaria e, molto più difficile, nei licei, alle medie, persino alle elementari. Più difficile, quest’ultima esperienza, ma anche molto appassionante. All’università o nelle conferenze con pubblico adulto (venerdì sera ero alla Acli di Mestre-Venezia a parlare di Balcani col vescovo ausiliare di Sarajevo, l’amico Pero Sudar). In quelle occasioni offri la tua ‘mercanzia culturale”, ed è prendere o lasciare per chi ti ascolta, mentre nei licei e nelle scuole inferiori “insegni” e quindi ciò che hai da dire lo devi rendere appetibile e digeribile. Che uno voglia o meno, una volta in cattedra, diventi un “educatore”. Parola terribile ma fantastica, riuscendo ad esserlo veramente.
Da quell’esperienza nasce la balzana idea di un Nonlibro (che poi un vero libro di estrema sintesi e altro taglio è diventato) rivolto a ‘Voi’, a cui il mondo adulto presta di solito tante attenzioni pratiche e troppo poco impegno personale e intellettuale, ma anche a noi tardo-adulti a cui certa politichetta di piccoli Nonleaders non presta ormai ascolto o attenzione. Le regole, assieme alle guerre, le decidono ristretti gruppi di adulti, e a ‘Voi’ resta soltanto la possibilità di adeguarvi o di scappare fra le braccia del Grande Fratello, se ancora insistete con la televisione demenziale, o nella jungla internet dove è più facile cadere in trappole che scoprire nuovi paradisi. In quanto a capire il mondo, ‘ci penserà la scuola e soprattutto la vita’, diciamo noi adulti, lavandocene le mani. Del resto, attorno al tema guerra, siamo ad una confusione condivisa.

La fabbrica delle bugie
Le guerre come fonte di menzogna era quello che avevo da dire e che continuo a ripetere: oggi, ieri, l’altro ieri e prima ancora. A cominciare dalla guerra raccontata in rima da Omero e studiata a scuola, sino alle guerre di Trump, l’attuale disgrazia planetaria dagli Stati Uniti, che possiamo seguire in telecronaca diretta, spesso bugiarda e raffazzonata. In una sola riga la scoperta di una vita professionale: “La guerra come fonte di menzogna e la televisione come bugiardo preferito dalla guerra”, e un intero Quasi-libro per svelare i trucchi del racconto di guerra.
Una sproporzione evidente. Il problema credo sia nella mancata sincronia delle velocità fra Storia e Informazione. La corsa superficiale della televisione, che è stata per 40 anni il mio strumento di lavoro e oggi il web a raffica Internet dove tutti possono proporre idee ma anche cavolate, mentre il tempo della conoscenza e della comprensione  si muove lento e faticoso attraverso l’impegno dello studio e della ricerca di fonti diverse da mettere a confronto.
Ho approfittato di ogni pausa ai ritmi ossessivi della mia professione per riordinare le esperienze fatte sui campi di battaglia e trasformarle in un ragionamento minimamente articolato. Problema non facile da risolvere per chi è stato costretto per una vita ad inscatolare tragedie mondiali nel minuto e 15 secondi dei “servizi” in Telegiornali sempre più stitici e avari di notizie vere. Pillole di conoscenza rispetto alla fame del sapere. Il Nonlibro diventa così anche psicoterapia per noi ‘televisivi’ (ex e neo blogger), frustrati dalla tanta apparenza e dalla poca sostanza consentita dal nostro lavoro.


Indonesia, la strage dimenticata - Geoffrey B. Robinson, Nicola Tanno



Tra il '65 e il '66 in Indonesia si consumò una delle peggiori stragi del XX secolo. L’esercito di Suharto assassinò mezzo milione di militanti del Partito Comunista. Le conseguenze furono enormi ma di quel massacro in Europa ben poco si conosce

Tra la fine del 1965 e il 1966 in Indonesia si consumò una delle peggiori stragi del Ventesimo secolo. Nel giro di pochi mesi l’esercito guidato da Suharto assassinò più di mezzo milione di militanti e simpatizzanti del Partito Comunista Indonesiano, il più grande partito comunista al mondo al di fuori degli Stati socialisti. Altri milioni di attivisti vennero arrestati e trascorsero decine d’anni in prigione. Le conseguenze per il terzo paese più popoloso del mondo e per il proseguo della Guerra Fredda furono enormi ma di quell’immenso massacro in Italia ben poco si conosce. Basta dare uno sguardo alla pagina Wikipedia sull’argomento, composta da un solo capoverso, o al fatto che vi sia una sola monografia pubblicata in italiano, ormai quasi irreperibile, scritta da Ennio Polito quasi vent’anni fa.
Nel 2018 Geoffrey B. Robinson, professore di Storia alla Ucla specializzato nella violazione dei diritti umani nel Sud-Est Asiatico, ha pubblicato The Killing Season. A History of yhe Indonesian Massacres 1965-66, un’opera fondamentale che fa luce sugli aspetti preparatori, sulla realizzazione, sulle conseguenze e sulle responsabilità di una delle pagine peggiori e meno note della Guerra Fredda. L’autore ha risposto ad alcune domande di Jacobin Italia.
Dopo più di cinquant’anni, i massacri del 1965-66 in Indonesia ancora sono quasi del tutto sconosciuti in Europa. Anche tra attivisti di sinistra e per i diritti umani, mentre le stragi commesse in Cile, Argentina e Cambogia sono generalmente note, vi è una generale inconsapevolezza di ciò che accadde in Indonesia. Tu stesso spieghi come i mezzi di comunicazione occidentali dedicarono ben poche attenzioni al massacro anche quando si stava compiendo. Che spiegazione ne dai? 
Io credo che una spiegazione sta nel fatto che le vittime fossero militanti e simpatizzanti del Partito Comunista. Nel pieno della Guerra Fredda, negli Usa, Australia, Giappone e anche in Europa vi era una generale mancanza di simpatia e empatia verso i comunisti e quindi la loro morte non solo non era vista come una tragedia, ma forse addirittura come un fatto positivo. Pensa che il 1965 è anche l’anno in cui cominciò da parte degli Usa l’escalation militare nel Vietnam e quindi l’unico obiettivo era fermare, ad ogni costo, il comunismo.
Il secondo fattore, che lo differenzia dai casi da te citati, è che a metà degli anni Settanta si era sviluppata una forte rete transnazionale in difesa dei diritti umani, indifferente a questioni ideologiche e a chi fosse la vittima di abusi. Nel 1965 questa rete era ai primordi, non aveva le risorse e la credibilità per farsi sentire.
Infine c’è il fatto che la gran parte della sinistra europea, invece di denunciare e investigare i fatti, scelse di criticare il Pki per via della sua tattica sbagliata. Il Pki si stava attestando su posizioni filo-cinesi e in qualche modo il messaggio delle sinistre europee fu che la sua distruzione era stata una conseguenza di tale scelta. 
Dopo le elezioni parlamentari del 1955, nelle quali il Pki ottenne un risultato positivo e inaspettato, l’Indonesia entrò nella fase della Democrazia Guidata, nella quale il nazionalista Sukarno divenne Presidente a vita, le elezioni parlamentari vennero sospese e dove elementi antagonisti (comunisti, gruppi religiosi e esercito) furono costretti a cooperare. Per quale motivo il Pki fu spinto ad accettare la strategia di Sukarno? E qual era invece la sua durante la Democrazia Guidata?
Nel 1949 il Pki subì una prima pesante purga (il cosiddetto Incidente di Madiun) e in tale situazione migliaia di quadri vennero uccisi dall’esercito. All’inizio degli anni Cinquanta il partito era piuttosto debole e la giovane leadership ideò una strategia nuova, tutta parlamentare e che rinunciava a qualsiasi connotazione militare. Fino al 1965 funzionò: il Pki ottenne risultati molto buoni alle elezioni politiche del 1955 e ancor di più a quelle locali del 1957 e 1958. Soprattutto fu il più grande partito comunista non al governo al mondo, con 3 milioni di iscritti e 20 milioni di sostenitori in strutture parallele e con enormi capacità di mobilitazione. Tuttavia, la sua popolarità fu legata anche a posizioni non propriamente comuniste, come il nazionalismo e un legame sempre più forte verso Sukarno. Costui concesse al Pki non solo sempre più spazio politico e ma anche protezione fisica davanti ai nemici della destra. Tutto ciò fece pensare ai comunisti che il legame con Sukarno gli avrebbe concesso ancora più spazio, anche se c’era una conseguenza: il partito stava perdendo col tempo la forza di difendere, anche fisicamente, i lavoratori e i contadini, i quali spesso si dimostravano più radicali del proprio partito. Col tempo questo limite divenne noto anche ai propri principali nemici. 
Il genocidio del 1965-66 trova origine nel presunto e tentato colpo di stato che un gruppo di generali del Movimento 30 Settembrerealizzarono il 1º ottobre 1965 e del quale venne accusato il Pki. Al riguardo, John Roosa, autore di Pretext for Mass Murder, ritiene che il partito fosse ignaro dell’organizzazione del golpe a eccezione del leader D.N. Aidit e del capo della struttura clandestina Sjam. Sei d’accordo con questa posizione?
Roosa apporta nuovi documenti su questo difficile tema. È possibile, come dice lui, che uno, due o pochi altri dirigenti del Pki sapessero qualcosa dell’azione del Movimento 30 Settembre. Tuttavia ho molti dubbi riguardo al vero ruolo del capo della struttura clandestina del Pki, Sjam. Il suo comportamento successivo al golpe, il buon trattamento ricevuto e il fatto che abbia confermato interamente la versione dell’Esercito sui fatti del 1º ottobre fa sospettare che lavorasse in combutta con esso. Ad ogni modo ancora non possiamo dare una risposta definitiva su questo punto.
Ciò che importa veramente è che la gran parte dei dirigenti e dei militanti del Pki non sapeva assolutamente nulla del presunto golpe. E anche nel caso in cui Aidit avesse preso parte all’organizzazione di esso, niente giustifica lontanamente gli atti di violenza commessi contro milioni di membri di un partito legale. Questo è il punto fondamentale: in qualsiasi caso i massacri commessi dall’Esercito sono ingiustificabili. 
Riguardo al coinvolgimento degli Usa, si passa da posizioni come quelle dell’allora Ambasciatore statunitense che scrisse che gli avvenimenti del 1º ottobre furono per loro “un’assoluta sorpresa”, a quelle dell’attivista e ricercatore David Johnson che scrisse che quegli eventi furono “una creazione della Cia”. Tu rifiuti entrambe queste posizioni. Perché?
Che gli Usa siano stati presi di sorpresa dagli eventi del 1º ottobre e dalla successiva campagna contro il Pki è assolutamente falso. Ci sono dozzine di documenti che provano il contrario. Essi non solo furono coinvolti ma fecero di tutto per assicurarne la riuscita e spinsero l’Esercito al compimento delle stragi. Il coinvolgimento degli Usa si divide in due momenti, uno prima del presunto golpe e uno successivo. Per dieci anni gli Stati Uniti fecero di tutto per scatenare un intervento militare che abbattesse Sukarno e bloccasse l’avanzata del Pki. Siamo oggi in possesso di documenti che provano che il presunto golpe era esattamente ciò che avevano progettato e, a prescindere dal fatto che l’abbiano organizzato loro, di certo ne posero le basi.
Come spiego nel libro, dopo i fatti del 1º ottobre, gli Usa sostennero l’Esercito, lo incoraggiarono nella distruzione fisica del Pki, gli fornirono aiuto economico, logistico e propagandistico – sempre in segreto perché un sostegno aperto sarebbe stato improduttivo. Ma questo sostegno si realizzò solo quando essi furono rassicurati del fatto che l’Esercito era impegnato a pieno nel genocidio. Essi sapevano dei massacri, sapevano delle torture che si stavano compiendo e decisero di restare in silenzio, che non corrisponde affatto a una posizione neutrale. Gli Usa furono pienamente coinvolti in un crimine contro l’umanità.
Tuttavia non credo che il Movimento 30 Settembre sia stata un’operazione costruita dagli Usa, non credo che ne avrebbero avute le capacità. Pensare che dietro a tutto ci siano sempre e solo gli Stati Uniti nega importanza agli attori locali tra i quali, il più importante in quel caso, vi fu l’esercito indonesiano.
Il Pki fu il più importante partito comunista in un paese non socialista. Era ben organizzato e con un enorme sostegno popolare. Come fu possibile che tale struttura non fu capace di organizzare una resistenza e trasformare il colpo di Stato di Suharto in una Guerra civile?
È una domanda davvero importante. Ci sono due possibili risposte. La prima sta nei limiti della linea parlamentare del Pki adottata nei primi anni Cinquanta. Era impossibile, secondo i critici di allora, essere parte di un movimento rivoluzionario senza avere una struttura armata. Si disse che le mosse dell’esercito dovevano essere anticipate e che l’assenza di una strategia militare e di un piano in caso di golpe sia tra le cause del suo fallimento.
La seconda possibile risposta è che una resistenza sì ci fu ma fu concentrata in punti precisi e venne portata avanti non tanto dai militanti ma dagli alleati del Pki, ovvero quei settori dell’esercito ad esso affine. Tuttavia si dimostrò debole e Suharto li sconfisse velocemente. Cosa fece il partito a livello locale? Semplicemente non venne informato. La rete di comunicazione venne interrotta, le basi locali erano del tutto all’oscuro di ciò che stava accadendo e, privi di una linea precisa, i militanti si rivelarono scioccati, confusi, del tutto indifesi e incapaci di organizzare una controffensiva. L’unico messaggio del centro fu quello di Sukarno, che parlava invano della necessità di una soluzione politica. E in quel contesto cominciarono a succedere cose strane. La polizia o l’esercito giungeva nei villaggi e chiedeva chi fosse del Pki, che andavano portati via per la loro protezione. In tanti alzarono il braccio: non avevano paura, erano membri di un partito grande, legale e sostenitore del Presidente. Cosa potevano temere? Altri spontaneamente si presentarono alle stazioni di polizia, ignari del loro destino.
Sappiamo qualcosa delle ultime mosse del Pki? Provarono a condannare il movimento 30 Settembre?
È poco chiaro. La leadership del Pki si fratturò subito dopo il presunto golpe perché i dirigenti pensarono che sarebbero stati arrestati. Si divisero per l’Indonesia e si nascosero e questa fu una scelta decisiva: appena il Movimento 30 Settembre fu sconfitto, la leadership del Pki divenne irreperibile da Giacarta, non erano più insieme per discutere e anche tra loro le comunicazioni furono scarse. I pochi messaggi inviati erano molto generici, le informazioni erano poco precise, dominava il caos.
Una cosa che provarono a fare era legare il proprio destino a chi era ancora al potere. A Bali l’esercito era posto su posizioni di sinistra e questo spiega che lì le stragi cominciarono con due mesi di ritardo rispetto a Giava. Appena i vertici progressisti vennero rimossi e sostituiti da uomini di Suharto, anche a Bali non vi fu nessuno in grado di proteggerli e le stragi cominciarono anche lì.
Qual è stato l’effetto della scomparsa della sinistra nella vita sociale e culturale dell’Indonesia?
Profondo. Dall’inizio del 20º secolo fino al 1965 la sinistra e specialmente il Partito Comunista furono estremamente importanti nella vita sociale e culturale dell’Indonesia e rappresentarono il centro del movimento anticoloniale e indipendentista. Una tradizione politica e intellettuale fondamentale per la società indonesiana di colpo sparì e le conseguenze furono due: 1) la storia dell’Indonesia fu completamente falsata, negando alla sinistra e al Pki qualsiasi ruolo positivo per la costruzione nazionale. Ancora oggi c’è chi crede che quello comunista fu il partito del terrore e della violenza, quello che uccise i generali il 1º ottobre del ’65 e non la vittima di un terribile crimine; 2) rimuovendo la sinistra dalla società si è persa un’intera maniera critica di pensare. L’Indonesia è stata privata degli strumenti per realizzare una seria critica al capitalismo e all’ineguaglianza, per reagire alla povertà e alle ingiustizie. Ciò ha creato un vuoto coperto dai partiti populisti di destra, sinofobi, islamisti, ipernazionalisti e da gruppi criminali che intimidiscono, corrompono e si inseriscono nella vita politica indonesiana in nome della religione. In Indonesia manca una seria alternativa alla destra.
La buona notizia è che negli ultimi vent’anni, soprattutto tra i giovani, vi è una nuova voglia di conoscere la storia silenziata, di imparare di più anche dalla tradizione politica della sinistra, di conoscere meglio la storia, la politica, di leggere e imparare in modi diversi. 
Nel Sud-America e in Spagna, dove vi sono stati massacri simili a quello indonesiano, la sinistra non è scomparsa, vi sono stati forti movimenti contro i governi militari di estrema destra e la memoria del passato è viva ancora oggi. Perché ciò non è accaduto in Indonesia? Perché il silenzio e la paura continuano a prevalere dopo più di cinquant’anni e non vi è un movimento anti-establishment?
Un movimento anti-establishment non è del tutto assente. Vi sono piccoli movimenti sparsi nel paese, composti da persone davvero coraggiose, anche tra i familiari degli ex-prigionieri politici.
In Indonesia l’annientamento fisico della sinistra è stato talmente grande che non si è riusciti a ricostruire una coscienza politica di sinistra. Mentre in Argentina e Cile i militari hanno abbandonato il potere, lì dal 1965 l’esercito continua a essere chi davvero comanda, specialmente quando si parla della memoria storica. E ora c’è una situazione in cui il livello di violenza è stato talmente grande che vi sono tre generazioni che hanno vissuto nella paura e hanno introiettato una sola visione dei fatti del 1965 e del ruolo del Pki. Ancora oggi le persone sono terrorizzate nel parlare di questa vicenda e la paura è talmente penetrata che l’esercito quasi non serve più per imporre una visione. Tra l’altro vi sono organizzazioni anticomuniste che violentemente attaccano chiunque provi a raccontare una versione diversa sui massacri del 1965, chi ancora cerca giustizia o chi realizza dissotterramenti delle vittime.
È interessante, infine, il paragone con la Spagna, da te citato. È un paese dove la violenza e la repressione sono stati simili a quella indonesiana e dove per molti anni hanno dominato il silenzio e la paura. In Indonesia il regime di Suharto è caduto nel 1999 forse servono ancora molti anni prima che una nuova generazione possa chiedere giustizia e fare i conti con i massacri del regime militare, proprio come del tempo è stato necessario in Spagna.
Nell’ultimo capitolo del tuo libro dici che in certo modo i massacri indonesiani mettono in discussione alcuni concetti della teoria dei genocidi. In che modo?
In vari modi ma in due soprattutto. La prima riguarda l’idea per la quale il genocidio è relegato a questioni etniche e religiose. In Indonesia vediamo che questo non è vero. Questo crimine venne commesso sulla base di una differenza politica e ideologica, non etnica. Vi è poi una seconda ipotesi, per la quale il genocidio avvenne nella costruzione di una società utopica (come nella Germania nazista, la Cina maoista o la Cambogia di Pol Pot). In Indonesia vi è il genocidio e non vi è utopia. Le idee che prevalgono sono l’anticomunismo, il militarismo e l’iper-nazionalismo.
Credo che il caso indonesiano ci dica che per compiere un genocidio ciò che realmente è necessario sono l’iper-nazionalismo e il militarismo, ovvero una cultura, una mentalità e una struttura organizzativa militare che permettano il compimento del genocidio. 
Oltre alle responsabilità dell’esercito (per te predominanti) e dei gruppi musulmani come Nu, parli dei crimini commessi dal Partito Cattolico e dalla Gioventù Cattolica sull’isola di Flores. In proposito, menzioni le violente parole dell’Arcivescovo di Ende, Gabriel Manek, che invocò la “purificazione della terra” dai comunisti. Quale fu la posizione del Vaticano su questo genocidio? Vi è mai stata un’autocritica da parte della Chiesa indonesiana al riguardo?
Domanda veramente buona. Non conosco la posizione del Vaticano ma so che l’arcivescono di Ende era stato in Vaticano quello stesso anno e che la sua posizione non fu isolata. Il Partito Cattolico dalla sua nascita fu profondamente anticomunista e la Gioventù Cattolica partecipò attivamente alle stragi. Oggi ci sono gruppi religiosi di diversi credi che analizzano criticamente il proprio ruolo nei fatti del 1965-66. Non conosco la posizione ufficiale del Vaticano ed è un tema che varrebbe la pena studiare.
*Geoffrey B. Robinson, professore di Storia alla Ucla specializzato nella violazione dei diritti umani nel Sud-Est Asiatico, ha pubblicato The Killing Season. A History of yhe Indonesian Massacres 1965-66. Nicola Tanno è laureato in Scienze Politiche e in Analisi Economica delle Istituzioni Internazionali presso l’Università Sapienza di Roma. Vive e lavora da anni a Barcellona, in Spagna.

Atheism 2.0 - Alain de Botton

sabato 18 maggio 2019

Le truppe israeliane pattuglieranno le coste dell’Argentina - Stella Calloni


Con la scusa di controllare il traffico di droga e di merci provenienti dal territorio paraguaiano, quattro motovedette armate israeliane Shalgag MKII e alcuni consiglieri  dello stesso Paese sono da domenica a Posadas, Argentina, capitale della provincia di Misiones, la cosiddetta  Tripla Frontiera  con il Brasile e il Paraguay e pattuglieranno quasi mille chilometri nelle acque dei fiumi Paraguay e Paraná.
Come  denunciato da La Jornada, negli ultimi due anni, ovvero dal marzo 2016,  l’Argentina, con il presidente Mauricio Macri,  ha iniziato a firmare accordi militari e di sicurezza con gli Stati Uniti e con Israele così come a sottoscrivere l’acquisto di equipaggiamenti militari e di armi e la creazione di basi militari, sia nell’estremo sud del Paese che nelle zone di confine a nord-ovest e nord-est. Il governo ha anche autorizzato la presenza di truppe statunitensi del Comando Sur, senza il necessario previo passaggio attraverso il Congresso argentino.
Infatti a Misiones si trova anche una “task force” dell’agenzia antidroga  statunitense, come da un accordo firmato negli Stati Uniti nel 2017 dal Ministro della Sicurezza Patricia Bullrich, la quale  ha anche comprato queste  imbarcazioni pagandole a un prezzo più alto di quanto sarebbero costate acquistandole in un altro Paese.
Mentre nella provincia di Neuquen è iniziata la costruzione di una base militare finanziata dal Comando Sur, già dal 2017, come  denunciato da questo giornale, è iniziata la costruzione di almeno due basi militari nella Terra del Fuoco, la cosiddetta Isola alla fine del mondo. Una nella città di Tolhuin per monitorare le esplosioni nucleari , mentre a Usuhaia sorgerà il Centro de Inteligencia regionale secondo un accordo firmato tra Bullrich e il governatore della Terra del Fuoco il 31 ottobre 2017, che  fa riferimento alla fondazione di una base americana e di un’altra base “logistica”, come  annunciato quest’anno dal Ministro della Difesa Oscar Aguad.
Le motovedette armate e il sistema di sicurezza frontaliero avranno  la loro sede operativa a Posadas. Le lance  sono ora nel porto della Prefettura Navale Argentina come annunciato dal quotidiano Il Territorio della provincia di Misiones. La giurisdizione da coprire è di mille chilometri e va da Clorinda (Formosa) a Puerto Iguazú. Viaggeranno attraverso quattro province, tra cui Corrientes e Chaco, che confinano con il Paese da dove arriva la maggior quantità di marijuana in Argentina. “In totale ci sono quattro motovedette”, hanno riferito i media.
Questo programma   di militarizzazione straniera in Argentina è il più importante che si sia mai avuto nella storia del Paese ed è stato applicato sotto il governo di Macri senza alcuna autorizzazione da parte del Congresso.

(Fonte: Lajornada.com.mx
Trad: Grazia Parolari “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù”- Invictapalestina.org)

L’anno dei libri - Federica Patera



«Esiste una oggettività dello spirito…»

Uscite dal mondo, Elémire Zolla

Adelphi, 2005


Tra amanti della lettura si parla spesso di come sistemare e ordinare i libri sugli scaffali. In ordine alfabetico, per provenienza dell’autore, per casa editrice, per secolo o corrente o argomento e di nuovo poi in ordine alfabetico, a seconda delle esigenze di chi dovrà avventurarsi tra quegli scaffali. Un altro modo di procedere, che tracci una sorta di percorso, potrebbe essere l’ordine di lettura; sistemare i libri seguendo l’ordine in cui sono stati letti, un anno dopo l’altro.
Questo tipo di parametro focalizza l’attenzione sul lettore – le sue preferenze, la sua formazione, la sua natura – e allo stesso tempo svela qualcosa riguardo alla versatilità del libro e, più ancora, alla sua portata artistica, se così si può dire: la sua capacità di stare bene in qualsiasi posizione, tanto che è quasi una certezza che non si troveranno mai due biblioteche personali uguali per combinazione di titoli.
Se considerassimo i libri alla stregua di pezzi di puzzle, potremmo pensare che appartengano, in un modo o nell’altro, a uno stesso grande disegno; che il percorso delinei un disegno intero e smisurato al quale tutti i lettori tendono, partendo da punti peculiari e imperscrutabili, tanto quanto irrilevanti a livello generale, poiché il pezzo di partenza, sebbene rimandi a ciascun lettore la percezione di essere equidistante da un fantomatico bandolo, è solo il primo ad essere preso in mano.
Ernst Bernhard, medico pediatra e psicanalista, che «aveva fondato la sua terapia sull’idea di destino (E. Zolla, Corriere della Sera, 6 nov 1969)» e applicava quella che lui chiamava “psicologia del processo di individuazione”; chirologo e astrologo, oltre che interlocutore (o confessore e guida) di Bobi Bazlen, di Federico Fellini, di Cristina Campo, tra gli altri, nel suo prezioso Mitobiografia (Adelphi, 2007), una raccolta di appunti annotazioni e testi scelti dai suoi quaderni, racconta qualcosa di analogo a proposito del costringere in un libro le sue idee, pratica che l’ha sempre visto restio. Scrive: «nel corso degli ultimi decenni una parte di queste idee è stata naturalmente espressa da altri autori a me spiritualmente affini, in formulazioni più o meno simili, un segno che lo stesso potenziale, la stessa energia creativa delle sorgenti sotterranee dell’anima, quasi comunicando, è all’opera contemporaneamente in luoghi diversi». Le idee di cui parla Bernhard assomigliano molto ai libri dislocati nelle ipotetiche Librerie degli Anni, in cui a vigere è, appunto, l’ordine di lettura: alcune delle idee che Bernhard ha avuto – o dei libri che sono stati letti –, per motivi personali, sono arrivate/i anche ad altri uomini, per motivi altrettanto personali, dando loro qualcosa in comune: un terzo elemento, un testimone che redime le loro differenze. Ioan Petru Culianu, definito da Grazia Marchianò figlio putativo del sopracitato Zolla, ispirandosi a un saggio del marito intitolato Culianu e contenuto in Filosofia perenne e mente naturale (Marsilio Editori, 2013), nel suo racconto dal titolo emblematico La sequenza segreta (Il rotolo diafano, Elliot Edizioni, 2010), torna alla carica: «Gli altri capitoli dello stesso libro(vale a dire gli altri intelletti affaccendati sulla medesima trama) possono essere stati scritti (o non scritti) in qualsivoglia momento dalla ballerina di un bordello di Aleppo, da un teppista con tre file di denti, da un uomo delle caverne».
La «medesima trama» di cui parla Culianu, o le idee di Bernhard che potrebbero essere affiorate nella mente di un altro, o uno stesso libro che appartiene a due librerie diverse sono esempi che raccontano di un bacino identico, di un’immagine celata tanto quanto quella del puzzle, perché, direbbe la Simone Weil di Attesa di Dio (Adelphi, 2013), «la frase è la stessa» da leggere, «scritta più volte ora in rosso ora in blu, stampata ora in certi caratteri ora in altri» (184).
Un dubbio lecito rispetto ai libri e alla loro capacità di far parte, prima o poi, di percorsi di lettura disparati riguarda le influenze e i rimandi, anche insondabili, che un autore potrebbe inserire nei propri testi, facendo leva sulla comunanza, sul terreno sommerso a cui rimandano. Per ovviare a questa ambiguità legata alla figura dello scrittore, in una sorta di prova del nove, il lettore è un’altra volta la chiave: l’approccio e l’occhio chiamati in causa nel riconoscimento del puzzle sono quelli dell’interprete, le cui competenze e conoscenze sono ignote allo scrittore, soprattutto se è abbandonato il bagaglio di metri usuali che ordinano i libri sugli scaffali. L’autore scrive senza sapere cosa totalmente sarà letto, non avendo un’idea completa del quando né del dove né del chi prenderà in mano il suo lavoro. Il fatto che l’autore pensi o faccia riferimento a conoscenze proprie non limita che ci siano altre conoscenze analoghe capaci di risuonare con quanto scrive. Il che equivale a dire che non è altresì cosciente totalmente di cosa sta scrivendo; non agisce in piena luce.
A questo proposito, in Memorie di un cieco (Abscondita, 2003), Jacques Derridascrive: «il punto di vista sarà il mio tema», frase che sciolta ed esplicitata potrebbe diventare: “il mio punto di vista in questo testo sarà la cecità, in quanto ciò che verrà messo in luce sarà l’invisibile”. Derrida fa un’apologia della cecità intesa come manifestazione di una possibilità che la vista fisica oscura, cioè come simulacro dell’invisibile. Dopo poche pagine dall’inizio, si legge: «mi accade di scrivere senza vedere» e poi, qualche riga più sotto, di nuovo: «che accade quando si scrive senza vedere?» (13). Frasi che si infilano una dopo l’altra dichiarative di come la scrittura – e con essa, a contraltare, la lettura – poggi su qualcosa di celato, su un’incertezza.
Il Bolaño di 2666 (Adelphi, 2008), in una manciata di pagine della Parte di Arcimboldi che hanno i toni della confessione, i toni intuitivi e non replicabili di un momento spettrale, racconta qualcosa a proposito della scrittura e di questo tipo di cecità, partendo dalla relazione tra capolavori e opere minori; tra autori di capolavori e autori di opere minori, che scrivono «sotto dettatura»: «ogni opera minore ha un autore segreto e ogni autore segreto è, per definizione, uno scrittore di capolavori», dice. In questo modo si attua un «esercizio di occultamento» (543): le opere minori, moltiplicandosi, custodiscono – rendono invisibile come uno spirito – i capolavori. Bolaño passa poi a trasfigurare questo autore segreto, senza perdere il filo; ne identifica gli occhi con quelli di una figura lontana, quella di un becchino: «i suoi occhi erano esattamente uguali a quelli del grande scrittore […], per qualche secondo pensai di essere ammattito» (547) e «con un brivido di orrore, mi resi conto all’improvviso che gli stavo parlando come se fosse stato il grande scrittore […]. Non ebbi il minimo dubbio: erano gli occhi del mio idolo» (548). Un alone rendeva sovrapponibili, seppur distanti, il becchino e l’autore segreto. Questa terra di mezzo trova un corrispettivo efficace ne I fratelli Karamàzov. Sul finire del romanzo c’è una scena, una notte, in cui Ivan dialoga con il proprio spettro, la parte invisibile e – scopre, suo malgrado – condivisa di sé; una parte esiliata che rappresenta, in vesti caricaturali, il negativo di cui non si può fare a meno per vivere, e che Ivan stesso schernisce e desidera allontanare, sebbene detenga i suoi segreti, persino quelli talmente nascosti da essere obliati. Mentre la loro conversazione incalza, lo spettro, per provare a Ivan l’esistenza di entrambi nella realtà, lo guida attraverso il racconto sia di cose del mondo a Ivan sconosciute; sia di cose che appartengono a Ivan e di cui entrambi sono coscienti; sia di cose che Ivan ha dimenticato, facendo appello a una serie di aneddoti che mettono in fila una specie di futuro ignoto, di presente rivendicato e di passato occulto. Ivan si confronta con altri sé – che potrebbero avere le sembianze di una ballerina di un bordello di Aleppo, di un teppista con tre file di denti o di un uomo delle caverne, prendendo in prestito i tipi di Culianu – grazie allo spettro, terreno comune. L’episodio ha le sembianze di una mise en abyme che è un rimando imperfetto, sfocato, eppure calzante; mette di fronte a una moltitudine. Ancora in un passaggio di Memorie di cieco, Derrida afferma che «le mani di tutti i personaggi sono tese le une verso le altre, ma anche verso il centro di una presenza invisibile, la quale orienta tutti i corpi» (125). Lo spettro, intrinsecamente invisibile, è la guida in un mondo altrettanto invisibile; Ivan è il cieco di Derrida, l’uomo che scrive senza vedere (o ricordare), lo scrittore sotto dettatura di Bolaño, che non sa totalmente cosa sta scrivendo, nel bene e nel male.
Qualche anno fa, leggendo Uscite dal mondo di Elémire Zolla (Adelphi, 2005), ho incontrato, circa a metà, questa frase: «Esiste un’oggettività dello spirito e sono sovrapponibili i vari paesaggi visionari». I riferimenti qui sopra si aggirano nella medesima area semantica, posseggono un alone simile e, allo stesso tempo, sono formulazioni visionarie spuntate in persone diverse che condividevano una certa idea comune – probabilmente una di quelle menzionate da Bernhard –, sincronizzate al di là del modo in cui si sono formate, del contesto culturale sociale politico e geografico di chi le ha messe su carta. Sono paesaggi che riferiscono un qualcosa di oggettivo.
Alla base c’è il medesimo mitologema, che emerge dall’esperienza e congiunge storie differenti tramite l’analogia.
Le librerie si moltiplicano, le idee si specificano e differenziano, calibrando di volta in volta la posizione del riflettore che le illumina, a volte un po’ più a destra a volte un po’ più indietro. Sovrapponendo gli scaffali è possibile che si incastrino, rivelando che in realtà i libri sono per tutti allo stesso posto e che, in alcuni casi, sono invisibili.

«Esiste una oggettività dello spirito
e sono sovrapponibili i vari paesaggi visionari».