Quando non ci sono morti ammazzati, dai coloni o dall’esercito israeliano, quella sì che è una giornata tranquilla in Cisgiordania. La soglia di ciò che, per i palestinesi della West Bank, può essere considerato normale è ormai arrivata a tanto.
Un palestinese ha raccontato ad Haaretz che il suo villaggio, Beit Duqqu, a nord-ovest di Gerusalemme, “aveva subito pochi danni” da un recente attacco. Così il giornale israeliano ha voluto capire cosa intendesse per “pochi danni”. Decine di chilometri quadrati di terra rubati per costruire insediamenti israeliani. Qualche saltuaria razzia dei coloni nel villaggio. Pochi palestinesi feriti. Questo, per i palestinesi, è riassumibile con “pochi danni”.
Ed è questo,
annota il giornale israeliano, “lo standard a cui la vita palestinese in
Cisgiordania è stata ridotta”. Un villaggio è considerato relativamente
fortunato quando Israele ha preso solo una parte della sua terra e i coloni vi
hanno fatto irruzione “solo occasionalmente”. “Un giorno tranquillo è
quello cui la violenza rimane al di sotto della soglia della morte, della
demolizione o dell’espulsione.”
Nell’ultima
settimana i media si sono accorti delle violenze in Cisgiordania per via dell’assedio
di Qusra. Quindici coloni hanno assediato tre case di palestinesi,
sequestrando di fatto quindici persone, tra cui due bambini, e tagliando loro
acqua ed elettricità. Fatto così grave da meritare, per una volta, qualche menzione.
L’ennesimo attacco, che si aggiunge agli oltre
tremila registrati da gennaio 2025 a giugno 2026. Sei aggressioni di
coloni al giorno: questa è la media di tale impunita violenza.
Barbarie non
certo casuale, ma frutto di una politica che Human
Rights Watch, nel suo ultimo rapporto, descrive così: “I coloni sparano,
attaccano ed espellono i palestinesi dalla loro terra, mentre lo Stato fornisce
le armi, la copertura legale e il budget per farlo”. Del resto, si legge ancora
nel rapporto, “il governo israeliano e i coloni condividono lo stesso obiettivo
di ‘prendere più terra possibile e ridurre al minimo la presenza palestinese’”.
L’apartheid
in Cisgiordania
Sui media
locali e internazionali fanno notizia solo i picchi di violenza, gli episodi
eclatanti, come quanto avvenuto nei giorni scorsi a Qabatiyah, dove i
palestinesi arrestati sono stati marchiati con dei numeri, riecheggiando, come
hanno scritto in tanti, quanto avveniva nei
campi di sterminio nazisti (i soldati si sono poi scusati, tutto
perdonato, come non fosse successo nulla; ma il simbolismo rimane).
Ma maggior
parte degli episodi di violenza e sopraffazione restano sottotraccia. Sono
parte del quotidiano, di una brutale routine. La segregazione razziale
nella Cisgiordania, ad esempio, passa anche per le stazioni di servizio.
Pompe di benzina separate: una per gli israeliani e una per i palestinesi,
rigorosamente con prezzi maggiorati, ovviamente, per questi ultimi. Lo racconta
un tassista palestinese ad Haaretz, senza sdegno, quasi fosse una delle tante
incombenze della giornata.
L’occupazione
è più visibile quando i soldati invadono un villaggio o quando i coloni danno
fuoco alle case dei palestinesi. Eppure, continua Haaretz, gran parte
dell’apartheid viene esercitato in modalità meno vistose: “Decidere chi può
comprare carburante, chi può usare una strada, quale villaggio può essere
chiuso e quanto tempo di un palestinese può essere rubato senza attirare
l’attenzione”.
Un altro
episodio spiega bene lo stato di apartheid che regna in Cisgiordania. Le strade
per i palestinesi sono poche e scorrono a singhiozzo. Sono oltre 900
i checkpoint, tra fissi e mobili, che frammentano la regione, impedendo il
naturale scorrere delle giornate degli abitanti (palestinesi, si intende).
Andare al lavoro o raggiungere un ospedale non è un diritto.
Dipende da chi presiede i posti di blocco, dalla sua etica o, come spesso
accade, dall’umore del momento.
Non solo:
“Una lunga fila di auto era ferma sulla strada che porta ad Atara”, si legge
nell’articolo di Nagham Zbeedat. Ma a bloccare il traffico non erano i soldati
israeliani o un checkpoint. “Era un colono che, in piedi, in mezzo alla strada,
ne impediva il passaggio”. Le famiglie palestinesi hanno aspettato diverse ore
nelle loro auto perché quel colono aveva deciso che non potevano passare. E
nessuno poteva dire o fare nulla, coscienti che rischiavano l’intervento
dell’esercito, con tutte le conseguenze del caso.
Nessun media
ha riportato l’accaduto. D’altronde, “non c’erano morti né feriti, una
situazione classificata come ‘pacifica’”. In Cisgiordania la vivibilità non la
si misura in base ai criteri che valgono per le democrazie. La si misura in
base al numero
di persone uccise, arrestate, ferite, malmenate e alle demolizioni delle
case. Ecco perché Beit Duqqu, il villaggio di cui parlavamo all’inizio, può
dirsi abbastanza tranquillo. A parte qualche razzia dei coloni e la terra
rubata, nessuno è stato ucciso.
Lo stesso
non può dirsi di Tal, al-Mughayyir, Mukhmas, Nablus, Jenin, Tulkarm, Ramallah e
via dicendo: la lista sarebbe fin troppo lunga. Per ora, niente
morti né bulldozer a Beit Duqqu. Secondo gli standard imposti ai palestinesi,
“è stato un fine settimana tranquillo”. La normalizzazione del Terrore.
Fonti
OCHA: https://www.ochaopt.org/content/movement-and-access-west-bank-april-2026
HUMAN RIGHTS
WATCH: https://www.hrw.org/news/2026/08/20/west-bank-israel-backed-settler-violence-drives-displacement