Slec
La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
venerdì 17 aprile 2026
Oltre l’atlantismo: ristabilire rapporti di amicizia con Russia e mondo arabo - Enrico Grazzini
L’Europa deve sganciarsi da USA e Nato, fare la pace con la Russia e diventare prospera e indipendente
Licenziamo
Mark Rutte, il capo della Nato, che vuole trascinare tutti gli europei nelle
folli e sanguinarie guerre che Israele e l’America di Donald Trump stanno
facendo in Iran e in Medio Oriente; licenziamo anche Ursula von der Leyen, il
capo dell’Unione Europea, che sta predicando il riarmo e lo scontro con la
Russia come unica via di uscita dalla crisi europea. Licenziamo pure Giorgia
Meloni, la Presidente del Consiglio italiana, che non vuole accorgersi che Israele
e gli Stati Uniti d’America, e non la Russia di Vladimir Putin, rappresentano i
pericoli di gran lunga maggiori per la pace del pianeta. Occorre che gli
europei prendano finalmente atto che la Nato, come alleanza difensiva militare
contro la Russia, è finita e che la Nato, da strumento di difesa dell’Europa, è
diventata un problema per la sicurezza europea.
In una
recente intervista, il presidente americano Donald Trump, interrogato sulla
possibilità di riconsiderare l’adesione degli Stati Uniti alla NATO dopo che
gli europei non hanno appoggiato la guerra che ha scatenato con Israele in
Iran, ha risposto: “Oh sì, direi che è assolutamente necessario. Non mi sono
mai lasciato convincere dalla NATO. Ho sempre saputo che era una tigre di
carta, e anche il presidente russo Vladimir Putin lo sa!”. In un’altra
intervista a Reuters, Trump ha ribadito la sua posizione: “(Gli europei) non
sono stati amici quando avevamo bisogno di loro. Non abbiamo mai chiesto loro
molto… è una strada a senso unico”.
Nella fase
post-Nato che si è aperta, i governi europei e l’Unione Europea dovrebbero
rivoluzionare completamente la loro politica estera e di alleanze: dovrebbero
quindi riconsiderare innanzitutto il loro rapporto con gli USA e con la Russia,
con Israele, i Paesi arabi e l’Iran. Dovrebbero comprendere che gli Stati Uniti
e la Cina sono e saranno rivali strategici dell’Europa, mentre la Russia, se
l’Europa avesse coraggio e intelligenza strategica – che purtroppo allo stato
attuale non ha –, potrebbe diventare il partner migliore per l’Europa. Da sola
l’Europa non risalirà mai dal suo declino; ma, in prospettiva, con la Russia
come partner economico e commerciale, potrebbe diventare prospera e
indipendente. Purtroppo l’Europa procede ancora, con una pervicacia degna di
miglior causa, in una direzione opposta al suo interesse.
Trump in
rotta di collisione con l’Europa
È chiaro che
l’amministrazione Trump è in rotta di collisione con l’Europa. Trump, il
suprematista bianco, ha attaccato gli europei perché non hanno sostenuto la sua
guerra a sorpresa contro l’Iran, una guerra che ha voluto iniziare innanzitutto
per fare piacere al suo amico suprematista ebraico Benjamin Netanyahu: una
guerra che sta perdendo e che sta gravemente danneggiando l’Europa,
strozzandola sul piano energetico ed economico. Ormai gli interessi dell’Europa
e quelli degli USA sono completamente disallineati: Trump stesso ha distrutto
il sistema imperiale di alleanze costruito dall’America dopo la Seconda Guerra
Mondiale. Trump vuole perfino conquistare la Groenlandia, territorio autonomo
della Danimarca, membro dell’UE e della Nato; il governo danese ha già minato
le strade e le piste aeree del Paese artico per respingere un eventuale attacco
americano. Trump ripudia l’Unione Europea nata, secondo lui, “per fregare
l’America”, e vuole stringere accordi sull’Ucraina direttamente con la Russia
di Putin; la UE, al contrario, vorrebbe sostenere il conflitto ucraino “fino
alla vittoria” (??). Trump appoggia Israele nella sua guerra infinita contro i
Paesi arabi e sostiene l’imperialismo sionista che vorrebbe espellere tutti i
palestinesi dalle terre che l’ONU ha loro assegnato e in cui vivono da secoli
per realizzare la biblica “Grande Israele”. Gli europei invece, almeno
formalmente, puntano alla soluzione “due popoli, due Stati”.
In questo
contesto la Nato è già finita: gli europei non possono più delegare la loro
difesa all’America. Del resto è estremamente improbabile che, se la Russia o
qualsiasi altro Paese attaccasse un Paese europeo, l’America di Trump verrebbe
in soccorso.
Le guerre
illegali della Nato: l’Europa in cerca della sua autonomia
Trump vuole
distanziarsi o uscire dalla Nato; ma allora dovremmo prendere la palla al
balzo! Se le amministrazioni americane non vogliono più “difenderci”, bisogna impedire
che, grazie alla Nato, continuino a determinare la politica estera europea e a
procurarci guai a non finire. La Nato diretta dagli americani ha finora
perseguito una strategia fallimentare, illegale e gravemente dannosa per gli
interessi europei.
A causa
dell’articolo 5 della Nato – che obbliga alla difesa comune nel caso che un
membro venga attaccato – invocato dopo l’attacco alle Torri Gemelle da George
W. Bush junior, i nostri soldati sono (malauguratamente) andati in guerra in
Afghanistan per combattere (e morire) contro il terrorismo. Tuttavia oggi
l’Afghanistan è in mano ai talebani e il terrorismo si è diffuso in Africa e ha
raggiunto pure l’Europa. Nel 1999 gli europei, seguendo le direttive Nato,
hanno bombardato illegalmente la Serbia, separando inoltre la regione del
Kosovo e riconoscendola come Stato; poi sono intervenuti militarmente, oltre
che in Afghanistan, in Iraq, e poi ancora in Libia e in Siria, e infine hanno
armato fino ai denti l’Ucraina. Le guerre della Nato hanno colpito soprattutto
la popolazione civile, con decine di migliaia di morti innocenti; hanno
provocato ondate di immigrazione selvaggia e la diffusione del terrorismo. Le
guerre della Nato sono state tutte, o quasi, perdute e fallimentari, e non
hanno portato vantaggi all’Europa ma l’hanno colpita. In questo contesto la
Nato cambia completamente natura: serve ad affermare l’egemonia politica
americana sul vecchio continente e come canale per la vendita delle armi
statunitensi; oppure, peggio ancora, serve a dividere ancora di più l’Europa
dalla Russia o a fare dei Paesi europei possibili bersagli per eventuali
attacchi russi. Il problema consiste nel fatto che gli europei hanno finora
combattuto al servizio degli americani contro il loro stesso interesse.
L’esempio più recente è l’Ucraina.
La fine
della neutralità militare è stata la rovina dell’Ucraina
La Nato ha
scatenato la guerra in Ucraina aprendo le sue porte a Kiev e illudendo gli
ucraini che sarebbero potuti entrare nell’Alleanza Atlantica: ma gli americani
sapevano benissimo che Putin non avrebbe mai potuto accettare basi Nato alle
sue frontiere. Infatti, in pochi secondi, i missili sparati dall’Ucraina
arriverebbero a Mosca quasi senza difesa. Gli americani hanno perfino
organizzato un colpo di Stato antirusso nel 2014, durante le manifestazioni di
Euromaidan a Kiev, perché i governi ucraini aprissero le porte del loro Paese
alle basi Nato. E così hanno colpevolmente e consapevolmente provocato
l’illegale invasione russa.
Il
presidente ucraino Volodymyr Zelensky, eletto nell’aprile 2019, si è illuso del
sostegno americano e, abolendo la neutralità militare del suo Paese, ha
trascinato alla rovina il suo popolo. Oggi l’Ucraina è distrutta, ha perso
circa il 50% della popolazione e milioni di cittadini sono emigrati all’estero
e difficilmente ritorneranno. Il Paese è da ricostruire in tutte le
infrastrutture essenziali ed è sovraindebitato. Decine di migliaia di soldati
ucraini sono morti, ma i russi, seppure con forti perdite, stanno vincendo la
guerra. Comunque finirà questo conflitto, il Paese sarà sommerso dai debiti per
la ricostruzione e dovrà lavorare sotto il comando dei creditori. Zelensky
voleva la Nato nel suo Paese, ma il risultato delle sue politiche avventuriste
è tragico. L’Ucraina non sarebbe stata aggredita dalla Russia se avesse
mantenuto la neutralità militare che l’ha caratterizzata per oltre trent’anni,
dal 1991, dalla sua indipendenza. La Russia infatti non ha mai attaccato la
Finlandia e la Svezia, Paesi vicini neutrali. Purtroppo Zelensky, dimostrandosi
un politico ucraino più vicino agli americani che agli interessi del suo
popolo, ha insistito perché il suo Paese fosse accettato nell’Alleanza
Atlantica – un’organizzazione militare d’attacco, come la storia ha
ripetutamente dimostrato, nata proprio per contrastare la Russia –, e quindi ha
inevitabilmente scatenato l’illegale invasione russa. Putin non poteva
accettare che la Nato arrivasse ai suoi confini e inglobasse l’Ucraina, un
Paese ex URSS, dove la Russia è nata, dove esistono numerose e folte minoranze
russe e russofone, e dove ha sul Mar Nero la sua più importante base navale per
l’accesso al Mediterraneo.
La guerra
per procura in Ucraina, con l’accondiscendenza dell’Europa
Gli europei
(che pure avevano già condannato l’invasione dell’Iraq, e che oggi condannano
la guerra in Iran) hanno stupidamente seguito la Nato nell’avventura ucraina,
armandola fino ai denti e alimentando una folle e inutile guerra contro la
prima potenza atomica mondiale; una guerra che Kiev non avrebbe potuto e non potrà
mai vincere. Gli ucraini sono stati sacrificati dagli americani ma anche dagli
europei per combattere una guerra per procura. Una guerra che cinicamente gli
europei vogliono continuare a sostenere con il sangue degli ucraini, anche se
l’Ucraina non potrà mai vincere il conflitto con una potenza industriale molto
più forte, e che dispone, tra l’altro, di quasi 5000 bombe atomiche.
Sacrificando gli ucraini per i suoi interessi, l’Europa ha perso la sua
coscienza morale.
L’Europa,
seguendo la politica americana, ha finanziato Kiev per 200 miliardi e i
contribuenti europei ne sborseranno altri 90 nei prossimi due anni: ma la
guerra ha ormai rovinato l’Ucraina e ha trascinato tutto il continente europeo,
Germania compresa, verso una grave recessione. L’America ha invece tratto
vantaggio dal conflitto che ha alimentato. L’Europa è cornuta e mazziata.
USA e Cina
sono rivali strategici dell’Europa, la Russia no!
Ora Trump
vorrebbe colpirla nuovamente trascinandola nella guerra in Iran. L’Iran ha
scoperto, grazie a Trump, di avere una nuova arma formidabile per contrastare
l’aggressore americano e sconvolgere l’economia mondiale: la chiusura dello
Stretto marino di Hormuz, dove via nave passa il 20% dei rifornimenti
energetici e un terzo dei fertilizzanti. Mentre scriviamo (primi giorni di
aprile 2026), l’avventura di Trump in Iran sta bloccando l’economia mondiale e
sta alimentando l’inflazione in tutta Europa. Gas e petrolio scarseggiano, i
prezzi aumentano rapidamente e molte aziende rischiano il fallimento, mentre
gli speculatori brindano a champagne. I Paesi europei dovrebbero cominciare a
comprare il petrolio russo per non rimanere strozzati dalle dilettantesche
iniziative guerresche del loro “alleato” americano in Iran.
La Russia
non ha alcun interesse ad aggredire l’Europa
Il crollo
della Nato trumpiana dovrebbe suggerire agli europei di attuare un cambiamento
radicale nella loro politica estera. I Paesi europei non hanno alcun interesse
a scontrarsi con la Russia, così come la Russia non ha alcun interesse a scontrarsi
con l’Europa. Solo una falsa ma martellante propaganda europea, condotta in
prima persona dal capo della Nato Rutte e dalla capa dell’UE Ursula von der
Leyen, continua a volerci fare credere che la Russia di Putin voglia
conquistare tutta l’Europa e aggredire Londra, Parigi, Roma e Madrid. La Russia
non ha alcun interesse territoriale sull’Europa ma ha invece molto interesse a
fare affari con l’Europa. Solo la cecità masochistica dei governi europei fa sì
che gli europei cerchino di continuare lo scontro con la Russia mentre Trump si
sta mettendo d’accordo con Putin per spartirsi l’Ucraina e altre risorse.
La Russia
potrebbe diventare un partner indispensabile per l’Europa
Cerchiamo di
allargare lo sguardo. La Russia di Putin è per l’Europa più affidabile
dell’America di Trump, non perché sia più democratica o più “buona”, ma perché
ha tutto l’interesse a commerciare pacificamente con i Paesi europei – come ha
fatto senza problemi dalla caduta dell’URSS –, anche per sganciarsi
dall’opprimente “fratellanza” con la Cina. La Russia non ha intenzione di
attaccare l’Europa e la Nato, mentre Trump intende attaccare la Groenlandia.
Inoltre la Russia ha un’economia assolutamente complementare a quella europea:
è un fortissimo esportatore di energia e di materie prime, mentre è
relativamente arretrata sul piano tecnologico e industriale.
In
prospettiva, sul piano strategico, è lampante che gli USA e la Cina, le prime
potenze mondiali, sono fortemente interessate a subordinare economicamente e
tecnologicamente l’Europa, e hanno la forza di farlo. La Russia invece no. Per
questi motivi Mosca potrebbe, in prospettiva, diventare un partner di
fondamentale importanza per l’Europa, sia sul piano energetico e commerciale
sia su quello geopolitico. In una prospettiva strategica, nello scacchiere
mondiale, l’Europa non può e non potrà avere altri grandi partner se non la
Russia.
La
conseguenza è che è nell’interesse strategico dei governi europei, a meno che
non siano ciechi e non vogliano suicidarsi – come purtroppo sembra che vogliano
attualmente –, concludere quanto prima una pace dignitosa con i russi: una pace
che garantisca la neutralità militare dell’Ucraina, che ne assicuri
l’indipendenza dalla Russia e dalla Nato, e che preveda anche qualche forma di
associazione di Kiev all’Unione Europea (senza però concedere a Kiev il diritto
di voto prima di una decina d’anni, e prima che abbia dimostrato di essere uno
Stato pacifico, uno Stato di diritto senza pretese revansciste).
La Casa
Comune Europea dall’Atlantico agli Urali
Se avesse un
minimo di senso strategico – che purtroppo oggi non ha minimamente – l’Europa
dovrebbe finalmente decidersi, senza la Nato e senza gli americani, non solo a
trattare la pace in Ucraina con la Russia, ma ad avviare anche negoziati per un
disarmo bilanciato, sia per quel che riguarda le armi convenzionali sia per
quelle atomiche. In effetti Francia e Gran Bretagna, le due potenze atomiche
continentali, non hanno mai voluto trattare direttamente con la Russia sul loro
arsenale atomico.
In
prospettiva conviene all’Europa riprendere con forza il progetto di costruire
la Casa Comune Europea dall’Atlantico agli Urali, proposto inizialmente dal
presidente francese Charles de Gaulle negli anni ’60 e ripreso da Michail
Gorbaciov. Se non vogliono essere spazzati via alle prossime elezioni, occorre
che i governi europei e la UE abbandonino la politica di riarmo contro Mosca e
propongano finalmente un cammino di deconflittualità, di pace e di cooperazione
con la Russia. Occorre perseguire la realizzazione di una zona di libero
scambio tra l’Europa e la Russia. Questo è l’unico progetto geoeconomico e
geopolitico che può salvare l’Europa dal declino economico e dal disastro
geopolitico.
È ormai
chiaro che gli interessi delle nazioni europee non saranno mai convergenti con
quelli americani o cinesi: America e Cina sono e saranno competitor
dell’Europa, non suoi amici. L’unica possibilità per l’Europa di ricominciare a
prosperare è fare la pace con la Russia, anche con il despota Putin, e
promuovere una cooperazione economica e di sicurezza stretta con Mosca. La
partnership euroasiatica è proprio ciò che le amministrazioni americane hanno
sempre temuto fin dalla caduta dell’URSS, e ciò che le ha spinte a espandersi
nell’Est Europa e a intervenire in Ucraina. Solo con la Russia l’Europa
potrebbe finalmente diventare prospera e sicura.
Sanzionare
il governo Netanyahu e riconoscere lo Stato palestinese
Detto
questo, è oggi indispensabile che l’Europa riesca a distinguere i suoi
interessi non solo da quelli americani, ma anche e soprattutto da quelli dei
governi israeliani. Occorre sanzionare Israele come abbiamo sanzionato la
Russia, e punirla per la sua politica guerrafondaia e criminale che danneggia
enormemente gli interessi di tutti gli ebrei del mondo e dello Stato stesso di
Israele. Sembra che il governo Netanyahu voglia fare la guerra a tutto il mondo
islamico senza prevedere alcuna forma di compromesso e di diplomazia, e questo
solo per mantenere il potere personale del premier, l’occupazione illegale delle
terre palestinesi e l’egemonia e il dominio di tutta l’area mediorientale.
Occorre dunque interrompere i rapporti politici e militari con il governo
Netanyahu e procedere invece con coraggio e determinazione a costruire due
Stati per i due popoli. La nuova Europa post-Nato dovrebbe realizzare in Medio
Oriente una politica di pace sia con gli Stati arabi sia con l’Iran, anche in
collaborazione con la Cina, che già nel marzo 2023 aveva fatto cessare le
ostilità tra l’Iran e l’Arabia Saudita. Solo così l’Europa potrà garantirsi i
rifornimenti energetici. Se invece i governi europei continueranno, come hanno
fatto finora, a seguire la Nato, Washington e Tel Aviv e a giocare alla guerra
con la Russia, o verranno cacciati dai loro cittadini alle prossime elezioni o
riusciranno a mandare in rovina i loro Paesi.
giovedì 16 aprile 2026
La nuova mappa coloniale del mondo - Iain Chambers
«La punizione dell’Iran o di Gaza non riguarda le libertà delle persone. È la negazione dei diritti altrui e comporta anche la riduzione del nostro diritto di dissentire», denuncia Iain Chambers, antropologo inglese, docente all’Università Federico II di Napoli.
Dopo Gaza
l’Iran
«Mentre scrivo, Israele e gli Stati Uniti stanno bombardando intensamente
l’Iran, nel tentativo di distruggere le infrastrutture e spezzarne la volontà.
Gaza è il modello, ma l’Iran è vastissimo in confronto. Mentre l’Europa si sta perdendo
nelle steppe ucraine, più a sud, sulle alte pianure dell’Iran, la narrazione
potrebbe anche prendere pieghe inaspettate».
La mappa e
le sorprese possibili
«La mappa si
dispiega verso est dal Mediterraneo: Palestina, Mesopotamia, Persia, Afghanistan…Tratta
da mappe e nomi antichi, questa potrebbe essere un invito a viaggiare con Bruce
Chatwin nell’esotismo dell’Oriente, seguendo il suo eroe Robert Byron sulla
strada per Oxiana. Potrebbe anche seguire il percorso fervente del
cristianesimo vittoriano, desideroso di ristabilire legami vitali con la
bussola morale della Terra Santa, o il romanticismo moribondo della cavalleria
europea, alla ricerca dello spirito delle Crociate». Apparenza neutrale del
mondo accademico, chiamato anche Orientalismo. Vaga eredità culturale che oggi
in Occidente passa per comprensione politica, l’ammonimento del Manifesto.
«Se le dichiarazioni dell’amministrazione Trump potrebbero essere
semplicemente liquidate come le farneticazioni di un egemone ormai in declino,
ciò che esce dalla bocca di Starmer, Macron, Merz e Meloni condivide la stessa
banale semantica».
Iain
Chambers testualmente
In sostanza,
il mondo dell’Asia occidentale e centrale è inferiore. La loro religione è
fonte di dogmi fanatici (anche se un viaggio nel sud degli Stati Uniti, o
l’ascolto di Pamela White-Cain, la consigliera spirituale di Trump, dovrebbero
immediatamente correggere tale presupposto). Se la cultura orientale può essere
considerata attraente nel suo esotismo, essa è sostanzialmente superata dalla
nostra magia tecnologica. L’Occidente ha vinto, ed è così che ci si aspetta che
la narrazione continui.
Oriente, una
costruzione immaginaria
Quindi,
l’Oriente è una costruzione, una proiezione immaginaria che riproduce la nostra
supremazia. Non si tratta solo di una proposta culturale. È fondamentalmente
una proposta politica. Oggi, con l’attacco israelo-americano all’Iran e la
resistenza che sta incontrando, alcuni commentatori attenti hanno iniziato a
parlare della fine dell’era Sykes-Picot. Si riferiscono all’accordo segreto
stipulato nel 1916 tra britannici e francesi per dividere i territori
dell’Impero Ottomano in Asia occidentale, che portò alla creazione degli stati
artificiali di Iraq, Siria, Libano e Giordania. Mentre il territorio della
Palestina storica, posto sotto mandato britannico, era destinato, trent’anni
dopo, ad essere consegnato a un gruppo di migranti europei – colonizzatori
ebrei – come risarcimento per l’Olocausto.
In questa logica coloniale, gli ‘indigeni’ non furono mai consultati.
Oggi, proprio come nelle precedenti pratiche coloniali, la Knesset ha appena
deciso che la resistenza indigena può essere punita legalmente con
l’impiccagione.
Le
mappe-prigione e l’Iran persiano
I confini
tracciati sulle mappe a Londra e a Parigi sono diventati realtà sul campo,
destinati a rispecchiare le premesse politiche e culturali dell’Occidente. I
disordini locali, il rifiuto e la rivolta sono stati in seguito considerati
semplicemente come atti di insubordinazione nei confronti di un ordine superiore.
I diritti degli altri sono stati messi a tacere, e corpi anonimi disumanizzati
e spesso eliminati. L’Iran non è mai entrato pienamente in quell’equazione. Non
aveva mai fatto parte dell’Impero ottomano, non era arabo e seguiva una forma
distinta di islam. È stato comunque inserito in quella logica rozza.
L’Iran
democratico
Nel 1953, il
suo governo democratico fu rovesciato dall’MI6 e dalla Cia per soddisfare gli
interessi petroliferi anglo-americani e fu insediato un regime autoritario
filo-occidentale. Oggi vive sotto un altro regime autoritario che insiste sulla
propria autonomia dall’Occidente. Ed è proprio questo il punto. Il problema non
è l’autoritarismo. I governi occidentali non si tirano indietro di fronte a
tali assetti politici. Si pensi al sollievo provato a Washington e a Londra
dopo la repressione delle rivolte popolari della ‘Primavera araba’, per non
parlare del sostegno di lunga data alle monarchie micidiali dell’Arabia Saudita
e degli Stati del Golfo.
Colonialismo
e repressione
Mentre il
mondo coloniale di ieri e oggi si ripiega su se stesso, con i migranti
contemporanei come precursori, un clima politico sempre più teso in patria
ricorre alla repressione. Anziché fare i conti con la storia e le
responsabilità politiche di ciò che ha portato alle oscenità del presente, si
cerca una soluzione rapida in slogan triti e in manifestazioni pubbliche di
stupidità nazionalista. Questa pericolosa accelerazione si riduce
all’identificazione retorica e all’eliminazione dei nemici: palestinesi, Iran,
Russia, Islam e migranti. Ciò è accompagnato da una crescente sorveglianza e
punizione del dissenso pubblico in patria.
Netanyahu
genocida
Osare
criticare la politica genocida di uno stato suprematista nel Mediterraneo
orientale, che ha esaurito il proprio credito morale, può portare a un
procedimento penale in casa. Non è l’unico caso di bancarotta. Questo fa parte
di una riduzione generalizzata della sfera pubblica a una semplice approvazione
dello status quo. Questa non è democrazia.
Le diverse
democrazie per Gaza, Iran o Ucraina
Cercare di
piantare la bandiera della democrazia altrove, ad esempio in Iran (ma allora
che dire dello stato di apartheid di Israele?), si ritorce contro, rivelando la
sua crescente assenza nel mondo censurato dell’Occidente. Perché pone la
questione della democrazia anche, e in modo più eloquente, per noi. La
narrativa che sostiene il genocidio a Gaza, l’appoggio senza discussione
all’Ucraina e l’attuale bombardamento a tappeto di Teheran è essenzialmente antidemocratica.
Restringe la discussione alle distinzioni tra loro e noi. La punizione
dell’Iran, o di Gaza e della Cisgiordania, o della Russia, non riguarda i
diritti e le libertà delle persone.
Una
geografia coloniale
È fondamentalmente l’imposizione di una mappa coloniale – e qui sionismo
e imperialismo occidentale si incastrano perfettamente – sul mondo non
occidentale. E se questo significa la negazione dei diritti altrui, sta
diventando sempre più chiaro che comporta anche l’arretramento e la riduzione dei
nostri diritti di parlare, contestare e dissentire da ciò che apparentemente
viene fatto in nostro nome. In questo senso più profondo, la richiesta di pace,
proprio come quella dei diritti palestinesi o il rifiuto di avallare l’omicidio
di massa degli iraniani, è una richiesta di democrazia.
mercoledì 15 aprile 2026
Non solo armi: come la speculazione finanziaria sta riscrivendo il futuro di Leonardo - Federico Giusti
A pochi giorni dalla rimozione di Cingolani dal vertice di Leonardo abbiamo letto innumerevoli interpretazioni su questa sofferta decisione assunta dal Governo, sofferta perchè è ragionevole pensare, alla luce di tante dichiarazioni pubbliche, che il ministro della Difesa l'abbia in parte subita.
Dalla guerra in Ucraina in poi ogni azienda di armi ha visto crescere a dismisura il valore delle azioni, i dividendi tra gli azionisti sono considerevoli, tutte le principali aziende europee produttrici di sistemi d'arma portano a casa risultati importanti per quanto concerne l'aumento dei profitti, del fatturato e delle vendite.
La guerra genera guerra ma anche speculazione finanziaria, se nel periodo pandemico erano le case farmaceutiche ad accrescere i fatturati oggi sono invece le grandi e piccole aziende di armi che si portano dietro filiere complicate nelle quali ritroviamo anche app e piccole aziende. Anche gli occupati crescono ma non in misura tale da ipotizzare la sostituzione della manifattura civile con quella militare.
La
defenestrazione di Cingolani non può essere spiegata con motivazioni ufficiali,
dichiarazioni scritte (non ve ne sono) o interviste a esponenti del Governo
(abbottonati a dir poco)
Una delle spiegazioni plausibili potrebbe essere legata allo Scudo spaziale, il Michelangelo Dome, che rappresenta una minaccia per analoghi prodotti israeliani e statunitensi e per quello scudo tedesco, in fieri, con vari paesi eccezion fatta per Italia e Francia.
Nel 2018 la filiera di produzione della Leonardo era di 21,4 miliardi di euro e di questi solo 8,7 erano ascrivibili alla azienda Leonardo vera e propria, il resto invece veniva dall'indotto e dalla filiera. Leonardo sta a capo di un sistema assai complesso formato da migliaia di imprese con quasi 100 mila dipendenti a cui aggiungere il progetto Leap (Leonardo empowering advanced partnership) che vede coinvolte importanti banche ad esempio Unicredit, Banca Intesa fino alla Cassa Depositi e Prestiti.
E' quindi ipotizzabile che Cingolani abbia pestato i piedi a Israele e agli Usa con lo scudo italiano, la cui realizzazione è prevista nel 2030, un Governo, quello italiano, arrendevole verso Usa ed Israele potrebbe aver subito delle pressioni, poi abbiamo letto anche altre ipotesi, ad esempio la critica alla indipendenza dell'ex Ad rispetto al Governo.
Resta il fatto che la supremazia non si gioca più attraverso la potenza militare convenzionale, l'esercito tradizionale con tutte le armi novecentesche, i rapporti di forza si giocano sulla capacità di unire sistemi tradizionali con processi tecnologici innovativi, IA con gestione dei dati, spazio e cyberspazio in un’unica filiera di guerra. Non può esserci innovazione bellica senza Il digitale o la IA, senza coordinare sistemi complessi, in questo genere di guerra preventiva, ritenuta strategica da ogni analista, Leonardo gioca un ruolo importante.
Nel non libello del Ministro Crosetto si parla di proteggere dati e infrastrutture critiche, di interconnettere tra loro i vari domini– terrestre, marittimo, aereo, spaziale e cibernetico , ebbene la idea di sicurezza integrata è stata assunta come prioritaria dalla Difesa italiana insieme a un gruppo di imprenditori e managers tra i quali spiccava Cingolani.
Qualunque sia la ragione della sua defenestrazione, gestire Leonardo significa assicurare elevati dividendi agli azionisti, partecipare attivamente alla costruzione del complesso industrial militare europeo, giocare un ruolo di avanguardia ma anche saper indirizzare le scelte industriali verso le tecnologie duali, la competizione tecnologica globale, l’Intelligenza artificiale (Ai) fino alla quantistica, al digitale nelle sue molteplici accezioni.
Quanti sostituiranno Cingolani e la sua squadra dovranno operare delle scelte, magari ridimensionare alcuni progetti a vantaggio di altri, in ogni caso non potranno esimersi dal portare avanti buona parte dei progetti intrapresi, se non lo facessero si metterebbero contro parte della finanza e dei poteri forti.
La posta in
gioco è elevata, riguarda la speculazione finanziaria che molto dipende dal
successo delle imprese di armi, dalla capacità di innovazione del complesso
industrial militare, i prossimi mesi ci diranno intanto se la Ue sarà in grado
di emanciparsi dalla dipendenza dagli Usa e forse questa è la stessa domanda a
cui rispondere quando si parla di Leonardo e delle sue future strategie. Il
polo imperialista europeo ha bisogno di imprese all'avanguardia anche quando le
stesse entrano in competizione con i disegni Usa. Vedremo nelle prossime
settimane quali interessi prevarranno.
martedì 14 aprile 2026
La grazia a Nicole Minetti per me è un segnale chiarissimo sui privilegi di chi ha potere e agganci - Luca Fazzi
La miseria morale è una condizione in cui un individuo o un’istituzione mostra, in modo intenzionale o meno, una grave mancanza di valori etici fondamentali, come il senso di giustizia e il rispetto per il prossimo. Più in concreto si ha una condizione di miseria morale quando: si agisce considerando solo il bene di alcuni e non di altri, si perde la capacità di distinguere tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, manca il senso di responsabilità rispetto alle conseguenze delle proprie azioni.
In Italia, il livello di miseria morale ha raggiunto
livelli talmente alti che probabilmente si è creata una condizione di
assuefazione diffusa e molte decisioni sono prese ormai senza alcuna
valutazione degli effetti che possono apportare sul piano della fiducia nei
confronti delle istituzioni.
Temo che la grazia concessa a Nicole Minetti per
‘straordinari motivi umanitari’, scoperta da una trasmissione tv, non aiuti
purtroppo a ridurre la sensazione che il paese sia finito in un buco nero in
cui non c’è più alcuna remora, né accortezza nel compiere azioni che dispiegano
conseguenze devastanti sul piano della tenuta dei valori che
tengono insieme una società.
Minetti, ex igienista dentale di Berlusconi, dopo rapidissima carriera
politica tra le file dell’allora Popolo delle Libertà, si è distinta per
comportamenti gravemente deplorevoli ed è stata giudicata in
via definitiva colpevole di reato di favoreggiamento della
prostituzione con condanna di due anni e dieci mesi e ha patteggiato
una condanna di peculato per uso illecito di fondi pubblici.
La grazia è una libera decisione del Presidente della Repubblica prevista
dall’articolo 87 della Costituzione e non si può contestare. Essa va intesa
come un atto di clemenza eccezionale concesso in casi rari e
straordinari, quando applicare rigidamente la norma porterebbe a un risultato
ingiusto o disumano.
Se nulla si può obiettare al presidente che ha assunto una decisione nel
legittimo esercizio delle sue prerogative costituzionali, si può ed è doveroso
dire però qualcosa sull’opportunità di ‘premiare’ qualcuno e non qualcun
altro. Il motivo per cui Minetti è stata
graziata è la necessità inderogabile di
un’assistenza oltreoceano di un minore con gravi compromissioni di salute di
cui la condannata è fondamentale figura di riferimento.
Si tratta di una condizione veramente eccezionale? Oppure anche
molti altri condannati potrebbero beneficiare di una decisione assunta nel
rispetto del principio di equità e non discriminazione che anche sottende i
dettami della nostra Costituzione?
Un paio di anni fa un conoscente di gioventù, tossicodipendente cronico,
era stato messo in carcere per una sommatoria di condanne relative a piccoli
reati. La madre che aveva all’epoca più di 80 anni era gravemente malata e il
figlio pur con tutte le sue vicissitudini la accudiva. L’anziana donna rimasta
da sola dopo l’incarcerazione del figlio era stata ricoverata in ospedale per
uno stato di gravissima denutrizione ed era deceduta poco
dopo.
Le carceri italiane sono piene di poveri cristi imprigionati per reati
minori che hanno figli da accudire, genitori anziani o famigliari malati. In
molti casi i carcerati sono gli unici portatori di reddito di famiglie
deprivate e sono costretti a vivere in condizioni vergognose per una
società civile in carceri fatiscenti dove ogni tre giorni qualcuno si suicida.
Quando il vecchio Mattarella decide di graziare una persona che ha contribuito
a creare una delle situazioni più penose della politica
italiana degli ultimi cento anni, favorendo la conoscenza di giovani donne
disponibili a offrire il loro corpo a un satiro in cambio di favori materiali,
bisogna ricordare che le decisioni non sono mai neutre e hanno tutte un valore
simbolico.
Ogni decisione, e tanto più quelle di impatto mediatico, comunica messaggi,
esprime valori (o disvalori) e può diventare un esempio o un segnale per una
comunità. Trovo che la decisione di ‘premiare’ Minetti, sia essa coscientemente
valutata o dettata da sincero sentimento di pietà umana, sia un segnale chiarissimo da
questo punto di vista, che comunica all’opinione pubblica in modo
inequivocabile che chi ha potere, denaro e affiliazioni ha più
possibilità di accedere a privilegi rispetto a chi non ne ha.
Quando i giovani non hanno più fiducia nelle istituzioni, fanno le valigie
e se ne vanno dall’Italia, bisognerebbe sempre chiedersi il perché questo
accade. Molti cercano un futuro migliore senza dovere pagare il pegno di essere
amici degli amici, o senza dovere essere sfruttati da un mercato del lavoro
sempre più ingiusto e opprimente. Altri lo fanno anche perché si
vergognano del paese in cui sono nati e cresciuti, e sono
terribilmente dispiaciuti di essere finiti in una condizione di miseria morale
dilagante.