Ho stimato
Noam Chomsky per anni. L’ho letto, citato, usato come bussola morale e
intellettuale. Proprio per questo, vedere il suo nome comparire in modo così
fitto nei file su Jeffrey Epstein – non come contatto occasionale, ma come
presenza ricorrente, complice, grata dell’accesso che Epstein poteva
garantirgli – non è solo una notizia di cronaca: è uno schiaffo simbolico, un
crollo di una certa immagine dell’intellettuale radicale.
Quello che
emerge dai documenti è ormai chiaro: Chomsky non si è limitato a
“incontrare una volta” Epstein, ma ne ha coltivato la relazione per anni
dopo la condanna del 2008 per reati sessuali su minori, considerandolo un
interlocutore prezioso per capire il sistema finanziario globale, volando sul
suo jet e beneficiando delle sue connessioni. Non si può liquidare tutto questo
come una svista, una distrazione, un “non sapevo”. A quel livello di
informazione, a quell’età, con quella lucidità analitica, sapere chi è Jeffrey
Epstein non era un dettaglio opzionale, era il punto di partenza, che
Chomsky arriva ampiamente a valicare, perfino a giustificare.
Da qui nasce
la domanda che mi ha lasciato basito: si può passare la vita a
denunciare l’imperialismo, il capitale, la mercificazione dei corpi… e poi
accettare la compagnia, i favori e l’intimità di un capitalista pedofilo che ha
costruito la propria rete di potere anche sul traffico di minori? Se prendiamo
sul serio quello che Chomsky ha scritto sul potere, la risposta è brutale: sì,
è possibile. Non perché sia “giusto”, ma perché il sistema che lui stesso
ha descritto è così pervasivo da inglobare anche i suoi critici più radicali,
quando questi vedono in un nodo di potere come Epstein un canale privilegiato
di accesso a informazioni, relazioni, risorse.
Qui emerge
un paradosso devastante: l’intellettuale che ha passato decenni a decostruire i
meccanismi di consenso fabbricato, che ci ha insegnato a guardare con sospetto
ogni forma di potere concentrato, che ha smascherato le connessioni tra élite
economiche e politiche, si è ritrovato seduto al tavolo di uno dei nodi più
oscuri di quella stessa rete. E la giustificazione – voler “capire il
sistema finanziario dall’interno” – suona terribilmente vuota quando
pensiamo alle ragazze il cui dolore ha reso possibile l’esistenza di quel
tavolo.
La
cooptazione simbolica come strategia di potere
Qui non è
solo in gioco la coerenza personale di Chomsky, per quanto dolorosa sia la
delusione. In gioco c’è l’immagine stessa di cosa significa oggi essere
“intellettuale critico”. Il caso Epstein ci mostra che le élite non
vogliono soltanto miliardari, banchieri e politici al proprio tavolo: vogliono
anche filosofi, linguisti, scienziati, premi Nobel, voci di sinistra. Non per
discuterne i libri, ma per poter dire: “tutti, anche i vostri maestri, passano
da qui”. È una cooptazione simbolica. Sul piano materiale, i corpi
delle vittime; sul piano simbolico, le reputazioni di chi avrebbe dovuto stare
dall’altra parte della barricata.
Questa è
forse la lezione più amara: il potere non ha bisogno di convincere i suoi
critici a tacere. Gli basta renderli complici attraverso la prossimità,
attraverso l’accesso, attraverso quella zona grigia in cui “frequentare” non
significa necessariamente “approvare” ma certamente significa normalizzare.
Ogni volta
che Chomsky saliva su quell’aereo, ogni cena condivisa, ogni conversazione
sulla finanza globale mentre altrove ragazze venivano ridotte a merce,
costituiva una piccola vittoria per il sistema: anche il più radicale dei
critici può essere portato dentro, se gli offri abbastanza curiosità
intellettuale da soddisfare.
I tre poteri
di Epstein
Epstein, in
questo quadro, non è un mostro isolato ma il concentrato di tre poteri:
finanziario, relazionale e biopolitico. Finanziario, perché gestisce capitali e patrimoni
opachi e fa da intermediario tra ricchezze che si muovono fuori dalla vista del
pubblico. Relazionale, perché la sua agenda mescola ex capi di governo,
scienziati, intellettuali, manager delle big tech e della finanza, creando una
zona grigia dove decisioni e patti si prendono lontano da ogni controllo.
Biopolitico, perché il suo “servizio” non è solo consiglio finanziario, ma
anche accesso a corpi, soprattutto corpi vulnerabili, trattati come beni di
lusso e strumenti di ricatto.
Questa
tripartizione è cruciale per capire perché Epstein era così centrale e perché
la sua caduta ha scosso così tante sfere diverse. Non era “solo” un pedofilo,
non era “solo” un gestore di patrimoni, non era “solo” un networker delle
élite. Era tutte queste cose insieme, e proprio questa convergenza rendeva il
suo potere così assoluto e la sua impunità così durevole.
Il potere
finanziario gli dava accesso ai corridoi dove si decidono le sorti di interi
settori economici. Il potere relazionale faceva di lui un hub indispensabile
per chi voleva connettersi con altri centri di potere. E il potere biopolitico
– il più osceno – gli garantiva sia il controllo diretto sui corpi delle
vittime sia una forma di controllo indiretto su chi, frequentandolo, si rendeva
potenzialmente ricattabile, esposto, compromesso.
Oltre Marx:
possesso, impunità, segreti condivisi
Marx parlava
del possesso dei mezzi di produzione; con Epstein vediamo qualcosa di ancora
più nudo: il possesso dei corpi e l’acquisto di impunità. Non solo i corpi
delle ragazze abusate, spostate come merci tra isole, ville e aerei; ma anche
il corpo sociale di intere élite, tenute insieme da segreti condivisi, favori
scambiati, potenziali scandali sospesi come spade di Damocle. È un
capitalismo che non si limita a sfruttare il lavoro: compra silenzio,
compra accesso, compra persino la possibilità di non essere mai pienamente
giudicato, come il sostanziale silenzio di oggi dimostra.
Questa è
l’evoluzione – o forse meglio, la rivelazione – di ciò che il capitalismo era
sempre stato anche nelle sue forme precedenti, ma che oggi si manifesta con
chiarezza brutale. Dalle piantagioni schiaviste dove i padroni
rivendicavano il diritto di possedere non solo la forza lavoro ma i corpi
stessi degli schiavi, fino ai magnati industriali dell’Ottocento che
esercitavano potere sessuale sulle operaie, il capitalismo ha sempre avuto
questa dimensione biopolitica. Epstein la porta semplicemente all’estremo, globalizzandola,
finanziarizzandola, rendendola parte integrante di un network transnazionale di
potere e perversione.
E c’è un
elemento ulteriore, ancora più sottile: il possesso attraverso il segreto
condiviso. Chi frequentava Epstein, chi accettava i suoi favori, chi saliva sui
suoi aerei, diventava parte di una comunità del silenzio. Non necessariamente
complice dei suoi crimini in senso stretto, ma certamente legato a lui da un
patto implicito: io non parlo di quello che so, tu non parli di me. È una forma
di potere che va oltre il ricatto diretto: è la creazione di una classe che si
riconosce attraverso ciò che sa e tace, attraverso i privilegi condivisi che
restano invisibili al pubblico.
Il
cortocircuito, allora, è questo: un teorico della critica sistemica che accetta
di entrare in questa costellazione, non come investigatore undercover,
ma come frequentatore riconoscente. Non è l’errore di un ragazzino
ingenuo, è la scelta di un intellettuale anziano che decide che il valore
informativo e relazionale di Epstein conta più dello scandalo morale legato al
suo nome. Possiamo razionalizzare quanto vogliamo – la curiosità, lo studio dal
“dentro” delle élite, il desiderio di capire i meccanismi finanziari – ma resta
il fatto che ci sono linee che, se vuoi restare esempio di coerenza, non
varchi. La linea Epstein era una di quelle.
E qui
dobbiamo essere onesti con noi stessi: se fosse stato un intellettuale
conservatore, un economista neoliberista, un apologeta del capitalismo a
frequentare Epstein, lo avremmo liquidato con un’alzata di spalle. “Ovvio, sono
tutti uguali, il potere chiama il potere”. Ma con Chomsky fa male
proprio perché ci aspettavamo qualcosa di diverso. Ci aspettavamo che le
sue teorie si traducessero in pratiche di vita coerenti, che la lucidità
analitica generasse anche vigilanza etica. Invece scopriamo che puoi essere il
più brillante analista del potere e comunque soccombere alla sua seduzione
quando si presenta nella forma “giusta” – non come corruzione diretta, non come
compravendita esplicita, ma come accesso privilegiato al cuore del sistema che
studi. È la versione intellettuale di quella dinamica che Chomsky
stesso ha descritto per i media: non serve comprare direttamente i giornalisti,
basta creare condizioni strutturali in cui certi comportamenti diventano
naturali, ovvi, inevitabili.
Oltre la
persona: il sistema che ingloba anche i critici
Per questo, il
punto politico non è “cancellare” Chomsky o bruciare i suoi libri. Il punto è
smettere di proiettare sui nostri maestri un’aura di purezza che li
colloca fuori dal mondo che descrivono. Chomsky non è un santo caduto dal
piedistallo: è un uomo inserito in una rete di potere che, in un certo momento,
ha scelto di valorizzare più l’accesso che la distanza critica. Questo lo
rende, suo malgrado, un caso di studio perfetto di ciò che lui stesso ha
analizzato per decenni: l’integrazione degli intellettuali nella macchina del
potere, la loro funzione di legittimazione, la loro vulnerabilità alla seduzione
dei circoli ristretti.
C’è
un’ironia tragica in tutto questo: Chomsky diventa la dimostrazione
vivente delle proprie teorie sulla fabbrica del consenso. Quella “classe
intellettuale” che lui ha descritto come strutturalmente integrata nel sistema
di potere, quella tendenza degli esperti a gravitare verso i centri
decisionali, quella complicità sottile tra chi analizza il potere e chi lo
esercita – tutto questo si materializza nella sua stessa biografia. Non
perché fosse ipocrita dall’inizio, ma perché nessuno è immune dalle dinamiche
che descrive quando diventa abbastanza prestigioso, abbastanza
“interessante” per i detentori del potere reale.
La domanda
vera
E allora la
domanda cambia: non più “come ha potuto Chomsky?”, ma “quanto è profondo un
sistema in cui anche i critici più radicali trovano conveniente orbitare
intorno a chi possiede denaro, corpi, segreti?“. Epstein e la sua rete
dimostrano che, a certi livelli, il capitalismo non si accontenta di possedere
fabbriche, banche e media. Vuole detenere anche i corpi delle vittime e,
insieme, le biografie e le reputazioni di chi potrebbe un giorno alzarsi e
denunciare. Quando ti siedi a quel tavolo, ti sembra di entrare “per capire il
sistema”; in realtà, è il sistema che entra in te e ti rende parte della sua
scenografia.
Questa è la
lezione più devastante del caso Epstein-Chomsky: il potere contemporaneo non
funziona principalmente attraverso la repressione aperta dei dissidenti, ma
attraverso la loro incorporazione. Non serve mettere a tacere Chomsky quando puoi
averlo come ospite sul tuo jet privato. Non serve censurare le sue critiche
quando puoi renderlo parte del paesaggio che critica. È una forma di
neutralizzazione molto più sofisticata della censura: lascia che dicano tutto
quello che vogliono, basta che poi, nella vita reale, siano disposti a bere un
drink con te.
E questo
vale ben oltre Chomsky. Quanti altri intellettuali critici, attivisti,
giornalisti investigativi si trovano in zone grigie simili? Quanti accettano
finanziamenti da fondazioni legate a miliardari discutibili? Quanti partecipano a conferenze
sponsorizzate da corporations che altrove criticano? Quanti costruiscono
carriere accademiche studiando il potere mentre ne diventano, in modi sottili,
parte integrante? Il caso Epstein è estremo, ma la dinamica è diffusa.
Conservare
la lucidità nella delusione
Io continuo
a riconoscere il valore analitico di molte pagine di Chomsky. Ma non posso più
usarle come se fossero il discorso di qualcuno che è rimasto fuori
dall’abbraccio mortale del potere che critica. Questa vicenda non distrugge la
teoria, ma ci obbliga a guardare anche i teorici come soggetti esposti alla
stessa logica di cooptazione che descrivono. E ci ricorda una cosa scomoda: in un capitalismo
che pretende non solo profitto, ma impunità e possesso dei corpi, nessuno –
nemmeno il più lucido dei critici – è automaticamente al riparo dal rischio di
diventare, anche solo per un tratto, parte del problema.
Anzi,
potremmo dire che proprio questa vicenda conferma, in modo perverso, la
validità delle analisi di Chomsky sul potere. Se il sistema fosse meno
pervasivo di come lo ha descritto, lui stesso non ci sarebbe caduto dentro. Il
fatto che anche un critico così radicale possa essere integrato dimostra
esattamente quanto siano potenti i meccanismi che ha passato la vita a
descrivere. Non è una consolazione, ma è una lezione da non sprecare.
Cosa fare
con questa consapevolezza
Allora cosa
ci resta? Non l’iconoclastia fine a se stessa, non la distruzione di tutto ciò
che Chomsky ha scritto. Ci resta invece un compito più
difficile: imparare a leggere il pensiero critico attraverso le contraddizioni
dei suoi autori, non nonostante esse. Usare il caso Chomsky-Epstein
come promemoria permanente che le idee devono camminare sulle proprie gambe,
indipendentemente da chi le ha formulate.
Ci resta
anche l’obbligo di costruire forme di critica al potere che siano più
collettive, meno dipendenti da singole figure carismatiche. Se la nostra analisi del
capitalismo crolla quando crolla il nostro guru intellettuale di riferimento,
allora non era abbastanza solida. Le strutture di potere che Chomsky ha
descritto esistono indipendentemente dal fatto che lui sia stato coerente nel
combatterle. Il nostro compito è riconoscerle e contrastarle, con o senza
maestri perfetti.
E ci resta,
forse soprattutto, la responsabilità di applicare la critica sistemica anche a
noi stessi, ai nostri circoli, alle nostre prassi. Quali sono i nostri
“Epstein”, magari in scala minore? Quali compromessi facciamo per avere accesso a
risorse, piattaforme, informazioni? Dove tracciamo le nostre linee rosse, e
quanto siamo disposti a spostarle quando l’accesso che ci viene offerto è
abbastanza seducente?
Il caso
Epstein-Chomsky non è una fine, è un punto di partenza per una riflessione più
matura sulla critica al potere. Ci toglie l’innocenza, ci costringe a guardare
senza veli quanto sia difficile restare coerenti in un sistema fatto apposta
per cooptare anche i dissidenti. Ma proprio questa consapevolezza, per quanto
dolorosa, può renderci critici migliori – meno inclini all’adorazione dei
maestri, più attenti alle dinamiche concrete del potere, più vigili sui nostri
stessi compromessi.
La delusione
brucia. Ma se riusciamo a metabolizzarla senza cadere nel cinismo, può diventare
il fondamento di una critica più lucida, più disincantata, più capace di
guardare il potere – e chi pretende di criticarlo – con occhi realmente liberi.
Del resto il
mio più grande maestro, mio padre portuale, mi avvertì fin da quando ero
ragazzo, studente liceale prima e universitario poi: il potere ti
divora, specie se sei un intellettuale… resta sempre fedele a chi
appartieni.
da qui