Quando si spezza qualcosa di profondo nel flusso ordinario del presente e
confusamente avanza un paesaggio
nuovo, la nostra mente si volge all’indietro, scorge la conclusione di un’epoca
e diventa incline a tentare bilanci, a fare storia. Solo così si comprende di
che stoffa può essere tessuto il futuro che ci attende. Oggi siamo spinti a
fare storia di un grande capitolo della recente modernità: il dominio mondiale
della cultura americana per tutto il XX secolo e oltre.
Quel che si
è spezzato, nel cuore della nostra epoca, è il legame tra Europa e USA, il
cosiddetto Occidente, quel blocco di alleanze politiche, rapporti commerciali,
collaborazioni istituzionali, vincoli culturali e ideologici, che le due più
grandi potenze colonizzatrici del mondo avevano costituito nel corso del ’900.
È vero che più di una rottura sotterranea era già avvenuta, non sempre
avvertita dalle élites europee. Il colpo di Stato a Kiev nel 2014, sostenuto
dagli USA, che ha poi portato all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia
nel 2022 e alla guerra per procura degli americani, non mirava soltanto, quale
obiettivo ultimo, al disfacimento della Russia per tracollo economico.
Quell’iniziativa, lungamente perseguita, aveva di mira anche l’Europa. Il
sabotaggio del gasdotto North Stream ne è soltanto il simbolo più evidente.
L’Impero americano voleva in realtà impedire una potente saldatura di vincoli
economici euroasiatici tra Federazione russa, ricca di materie prime e potenza
nucleare, e il Vecchio Continente, gigante industriale e tecnologico e vasto
mercato. Con la presidenza Trump, l’uomo spregiudicato che muove guerra commerciale
ai paesi europei, che mostra al mondo, senza infingimenti, la volontà di
conservazione del dominio dell’Impero condannato al declino, la rottura è ormai
dispiegata. Com’è noto, tuttavia, i gruppi dirigenti e ampi settori
dell’opinione europea credono che si tratti di una frattura inedita, e
sicuramente transitoria, dovuta alle intemperanze di un presidente schizoide.
Ebbene, tra
le tante ragioni che spiegano l’incapacità europea di comprendere quanto
avviene, oltre all’ormai leggendaria pochezza del ceto politico, alla vocazione
apologetica e propagandistica dei media, ce n’è una profonda e poco
considerata, che va collocata nell’ambito dell’egemonia USA: è l’ampiezza e
profondità con cui la cultura americana si è insediata in tutti gli angoli della
vita del Vecchio Continente.
Qui avanzo
solo brevi note per una discussione più ampia. L’americanizzazione dell’Europa
ha il suo avvio all’indomani della seconda guerra mondiale e s’irradia con un
ampio spettro di innovazioni culturali che entreranno a far parte connaturante
delle società investite. Il primo, rilevante ambito, è quello della cultura
materiale. La Rivoluzione Verde nell’ambito del Piano Marshall cambia per
sempre diversi millenni di agricoltura contadina, attraverso l’introduzione
nelle campagne di quella che è stata definita una “technological box”,
consistente in una combinazione di fattori: sementi ibride di cereali altamente
produttive, concimi chimici, pompe idrauliche per l’irrigazione. È
l’agricoltura industriale di oggi. Anche il modello degli allevamenti intensivi
comincia dagli USA. Ma c’è una cultura materiale destinata a imperituro
successo, quella degli elettrodomestici. L’arrivo in Europa dei frigoriferi,
delle lavastoviglie, delle lavatrici elettriche – che liberano milioni di donne
da una delle più penose fatiche della loro storia – costituisce delle vere leve
di umana emancipazione, fonda una dimensione nuova del vivere quotidiano: il
benessere.
Un altro
ambito di irradiazione, non meno dotato di forza insediativa, di profonda
plasmazione delle psicologie, è l’industria dell’intrattenimento: la musica,
soprattutto il jazz, la televisione, il cinema. Non è necessario soffermarsi
più di tanto. Il potere di Hollywood di produrre immaginario capace di far
sognare anche i popoli più remoti, di imporre un’immagine del mondo che è la
glorificazione dell’America, è ben noto. Una potenza creativa capace perfino di
sovvertimento della realtà storica, se si ricorda che il cinema americano ha
trasformato il genocidio dei popoli nativi, i cosiddetti Pellirosa, nella
gloriosa epopea del genere western. Forse potremmo affermare che, in sostanza,
una delle componenti fondative dell’egemonia americana è stata la raffinata
capacità di mascherare, soprattutto tramite l’anticomunismo, la propria storia,
di affermare di sé un’immagine edificante interamente costruita a fini di
dominio.
La
diffusione dell’americanismo nella sua dimensione di cultura materiale e di
cultura popolare era per la verità cominciata agli inizi del ’900. Il
taylorismo e l’organizzazione scientifica del lavoro, la fondazione
dell’obsolescenza programmata delle merci, per far fronte alla produzione
industriale di massa, cominciano ad arrivare in Europa negli anni ’30. Gramsci,
solitaria testa pensante, dedicò, com’è noto, un capitolo dei suoi Quaderni a
questa inedita frontiera del capitalismo. E anche ambiti della cultura alta
cominciarono ad affascinare gli intellettuali europei, quello della narrativa,
ad esempio: i romanzi di Hemingway, di Steinbeck, ecc.
La cultura
alta, tuttavia, cominciò a penetrare in Europa con capacità egemonica
soprattutto nella seconda metà del ’900, tramite la disciplina che doveva
diventare, come la fisica, la Big Science del nostro tempo:
l’economia. Gli USA sono il paese che detiene il maggior numero di premi Nobel
per questa disciplina. Una scienza che, da un certo momento in poi, diventa una
corrente ideologica destinata a dominare non solo la cultura economica, ma a
trasformarsi in politica degli Stati, a guidare un nuovo corso egemonico del capitalismo
attuale: il neoliberismo. Domenico De Masi ha magistralmente ricostruito la
strategia con cui il gruppo degli economisti che ha fondato tale corrente di
studi e di pensiero, da Ludwig von Mises a Milton Friedman, ha conquistato, con
penetrazione capillare, gabinetti ministeriali, centri studi di grandi banche,
riviste, università, centri di ricerca, ecc. (D. De Masi, La felicità
negata, Einaudi 2022). Almeno dagli anni ’80 andare a specializzarsi negli
USA per alcuni mesi ha fatto parte del cursus honorum dei
giovani laureati europei in economia. Le nostre Facoltà di economia sono state
messe sotto assedio, interamente plasmate dalle dottrine neoliberiste, e nei
decenni recenti anche il modello americano di organizzazione didattica, fondato
su Dipartimenti specialistici, ha sostituito le antiche Facoltà largamente
interdisciplinari.
Tale
grandiosa opera di colonizzazione intellettuale della vecchia Europa, che è
continuata per decenni, ha avuto una forza ancora più dirompente, perché
avvolta dentro una narrazione storica di singolare fascino, soprattutto in
Italia. Dopo la guerra gli USA si presentavano come i liberatori, coloro che
avevano sconfitto il nazifascismo (cancellando così il decisivo contributo
dell’Unione Sovietica e anche della Cina sul fronte orientale) e che col Piano
Marshall – vale a dire l’apertura all’industria USA, uscita intatta dalla
guerra, del vasto mercato europeo – avevano portato libertà e aiuto economico
alle provate economie del Continente. Per un paese come il nostro, che aveva
spedito in quel paese milioni di contadini, responsabile della fondazione del
fascismo, che usciva sconfitto dalla guerra, gravemente danneggiato dai
bombardamenti, non era una prova di generosità facilmente dimenticabile. Anche
se le nostre classi dirigenti hanno fatto di tutto per far dimenticare quale
grande contropartita gli USA hanno ottenuto per le loro mire imperiali.
Collocando le proprie basi militari sul nostro territorio hanno guadagnato il
controllo strategico sulla nostra Penisola, una sterminata portaerei in mezzo
al Mediterraneo, proiettata verso l’Africa e il Medio Oriente.
Occorre
tuttavia ricordare che, a livello di innovazione della vita materiale, il
dispositivo destinato a mutare nel profondo non solo la cultura, ma la
spiritualità, le strutture antropologiche dell’individuo europeo, è stata la
TV. Attraverso questo strumento le classi dirigenti americane e quelle vassalle
europee hanno conseguito scopi di portata epocale. Sono riusciti a fornire a un
pubblico immenso informazioni quotidiane sulle condizioni, gli eventi, i
problemi dei vari paesi del globo, dando agli europei (e agli americani)
l’illusione di conoscere effettivamente lo stato delle cose e non di subire una
gigantesca e capillare manipolazione della realtà. Una plasmazione ideologica
delle psicologie collettive senza precedenti per ampiezza e profondità nella
storia delle civiltà umane. Un’opera di colonizzazione che, attraverso il
medium della lingua inglese, utilizzando il mimetismo servile di giornalisti,
pubblicitari, leader politici, ha penetrato l’anima più profonda della cultura
e dell’identità dei paesi europei.
Ma la TV ha
anche inaugurato una dimensione nuova della vita familiare. I circenses che
l’Impero romano elargiva alla plebe per guadagnarne il consenso sono diventati
fruizione quotidiana. Lo spettacolo, per secoli intrattenimento periodico
pubblico nei circhi e nei teatri, soprattutto dei ceti abbienti, è diventato
evento domestico quotidiano di massa. Negli ultimi anni, come aveva
profetizzato Guy Debord, anche la vita politica si è fatta spettacolo: tutta la
realtà è stata risucchiata dalla sua rappresentazione virtuale. Ma a causa
delle TV le famiglie hanno ristretto al loro interno lo spazio del dialogo
domestico, sono diventate monadi incomunicanti, la società ha perduto i vecchi
collanti della frequentazione pubblica, si è progressivamente dissolta.
Si può dire
che è stata l’America a creare l’Uomo Nuovo a cui aspiravano i dirigenti
sovietici. Con il crollo dell’Unione Sovietica e del fronte comunista
internazionale, la penetrazione dell’ideologia capitalistica, l’accettazione
come naturale delle sue culture, dei suoi stili di vita, dominati da
individualismo, competizione, merito, successo, denaro, primato dell’impresa e
del profitto, ecc., ha determinato, nella mente di moltitudini di
contemporanei, l’impensabilità di una società diversa, l’inimmaginabilità di un
futuro che non fosse la replica del presente. Tale conformismo ideologico, che
dura da decenni, è stato così totalitario da indurre un serio studioso come
Francis Fukuyama a teorizzare, com’è noto, “la fine della storia”. Vale a dire
l’impossibilità, da parte delle società umane, di creare sul pianeta nuove
forme di organizzazione sociale che non fossero la ripetizione dell’esistente
ordine neoliberale. Il “there is no alternative” di Margaret Thatcher veniva
solennemente confermato. In realtà si trattava di un azzardo profetico che
doveva segnalare alle menti capaci di pensiero la morte culturale del modo di
produzione capitalistico: la sua incapacità di progettare nuovi assetti sociali
come aveva fatto, con innovazioni continue, nei tre secoli precedenti. E
invece, in coro, tutti i chierici del capitale hanno cantato alleluia. Ma
quanta barbarie covava in seno a questa società talmente perfetta da aver
sbarrato le porte dell’avvenire lo hanno mostrato i massacri che hanno
insanguinato il pianeta nei decenni del nuovo millennio.
Oggi, anno
Domini 2026, le fonti dell’egemonia americana appaiono disseccate. La scienza
economica neoliberista si mostra in tutta la vastità dei suoi fallimenti
sociali, ambientali e umani. Un trentennio di sfrenamento capitalistico
neoliberista ha dato vita a giganti monopolistici transnazionali, a
concentrazioni abnormi di ricchezza finanziaria, disuguaglianze e sacche di
povertà senza precedenti. La concentrazione del capitale ha raggiunto vertici
mai toccati prima e inferto al pianeta danni senza precedenti e forse
irreversibili. Ma soprattutto ha inferto uno scacco storico a tutti i poteri
statuali dell’Occidente e alle loro élites: la sovranità della politica e dello
Stato è stata soppiantata. Il potere laico e autonomo di governo degli
Stati-nazione, che per secoli era stato distinto e superiore a quello
religioso, economico e militare, è stato privatizzato dalle potenze elette del
denaro. All’autorità dello Stato si è sostituita quella di oligarchie
onnipotenti. Non si comprende la dissoluzione del diritto internazionale se non
si mette in conto l’assoggettamento subito dagli esecutivi nazionali ad opera
dei grandi aggregati di ricchezza, che aggirano parlamenti, divisione dei
poteri, costituzioni. Sono tali potenze transnazionali che dettano le regole al
ceto politico eletto nelle democrazie rappresentative. I dirigenti dei grandi
partiti di massa sono infatti diventati ceto politico, svolgono un mestiere,
occupano un limitato segmento nella divisione del lavoro del sistema
capitalistico. Avendo scelto, per debolezza e convenienza, di spezzare il loro
antico legame con la classe operaia e i ceti popolari, perdendo la capacità
contrattuale che dava loro il consenso organizzato di massa, sono privi di
forza e di visione, vivono alla giornata, in balia degli interessi privati
contraddittori a cui si appoggiano.
D’altra
parte, la cultura materiale americana ha esaurito il suo fascino con le
ultime mirabilia dei prodotti digitali, ormai insidiate da
quelle della Cina, della Corea, ecc. Ma la rottura più grave è avvenuta su un
altro piano. Il carisma degli USA, Stato modello di democrazia e libertà,
superba costruzione culturale delle élites, è svanito da un pezzo, nonostante
la totalitaria manipolazione mediatica: crollato sotto i colpi della ricerca
storica e della evidente trasformazione oligarchica del potere americano.
Da anni, per
merito soprattutto di grandi giornalisti e storici americani, come William
Blum, Vincent Bevins e di tanti altri, è emerso alla conoscenza pubblica il
ruolo segreto che gli USA hanno avuto nel muovere guerra e rovesciare governi
sovrani, spesso attraverso massacri di popolazione civile, dall’Iran (1953) al
Guatemala (1955), dalla Repubblica Democratica del Congo (1960) a Cuba (1961),
dal Brasile (1965) all’Indonesia (1958, 1965), dal Vietnam (1965-75) al Laos e
alla Cambogia (1965-73), dal Cile (1973) a Grenada (1983) a Panama (1989). Tutte
operazioni degli anni della guerra fredda.
E per
brevità trascuriamo ogni cenno alle innumerevoli ingerenze nella vita politica
degli Stati, ai colpi di Stato falliti, alle pratiche di strozzinaggio,
ricatto, vessazioni con cui, tramite il potere del dollaro, imprese private e
Stato USA hanno segretamente tiranneggiato un po’ tutti i governi e le economie
di gran parte del mondo.
Oggi queste
scoperte si sono estese in forme senza precedenti per effetto di una
molteplicità di eventi a partire dal nuovo millennio. Fondamentali le guerre
dispiegate e sanguinose contro l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia, l’appoggio
incondizionato a Israele in tutte le azioni militari in violazione dell’ONU. Ma
è stato il conflitto in Ucraina, che la rombante propaganda atlantica voleva
far nascere il 24 febbraio 2022 con l’invasione da parte della Russia, a
segnare un punto di svolta. Esso ha spinto centinaia di analisti a
rintracciarne le cause storiche e ad aprire una corrente di studi sulle guerre
segrete degli USA e della NATO, scoprendo una continuità storica che fa
sistema: dalla distruzione della Repubblica Socialista di Jugoslavia, alla fine
del secolo scorso, alla Siria nel 2011 fino alla dissoluzione di questo
antichissimo paese come entità statale nel 2024. E ora, inizio 2026, con un
atto di gangsterismo internazionale, l’attacco al Venezuela.
La
desecretazione per scadenza dei termini di molte carte d’archivio a Washington,
relativi ad attività del Pentagono e della CIA, le documentazioni recenti, ad
es. di Lindsey A. O’Rourke (Covert Regime Change. America’s Secret Cold War,
Cornell University Press 2018) o quelle di Julian Assange, stanno offrendo
nuovo materiale di scoperta della politica estera segreta di questo paese. E
per brevità non mi diffondo qui in ostentazioni bibliografiche, limitandomi a
menzionare i nomi di analisti come Jacques Baud, quello di Jeffrey Sachs, di
Daniele Ganser. Per non citare che pochi dei nostri autorevoli analisti, da
Alberto Bradanini a Elena Basile, da Alessandro Orsini a Fabio Mini, a Giacomo
Gabellini.
Ma certo,
l’evento epocale che cancella per tutti i tempi a venire il mito della
democrazia americana è la partecipazione delle sue amministrazioni al più
atroce, pubblicamente, quotidianamente visibile genocidio del millennio: il
massacro dei palestinesi a Gaza. Com’è noto, sia il democratico Biden che il
repubblicano Trump hanno fornito migliaia di tonnellate di bombe perché
l’esercito di Israele potesse bombardare, per due anni, da terra, dal cielo e
dal mare, gli edifici, le scuole, le università, gli ospedali, le case, le
tende di decine di migliaia di palestinesi indifesi. Una mattanza quotidiana
che resterà per sempre nella memoria collettiva di tutti i popoli della Terra,
quale monumento imperituro a testimonianza dell’opera del maggiore Stato
criminale dell’ultima età contemporanea e del suo aguzzino mediorientale.
Ebbene,
quali conseguenze trarre da questo tracollo dell’egemonia americana, che Donald
Trump sta completando comportandosi come un bandito internazionale, rapendo
capi di Stato liberamente eletti, come ha fatto con Maduro, minacciando la
Groenlandia e l’Iran che non gli hanno recato né danno né offesa, praticando il
racket e le estorsioni dei dazi anche ai paesi amici non obbedienti? Senza qui
considerare quel che la sua amministrazione sta compiendo all’interno della
società americana con le attività di squadrismo federale contro la popolazione
immigrata.
È evidente
che i vecchi vassalli europei, giornalisti e politici, che ancora tentano di
difendere e cercheranno in futuro di riabilitare l’immagine di questo Impero,
potranno ricevere solo incredulità e disprezzo universali, soprattutto da parte
delle nuove generazioni. Solo una vasta opera di pulizia all’interno del deep
state americano, la cacciata definitiva dei neocon dai gangli del
potere, l’emergere di un nuovo ceto dirigente, l’abbandono delle pratiche
criminali dell’Impero, la fine della NATO, possono restituire a questo grande
paese un nuovo ruolo di equilibrio e di pace e al suo popolo una più diffusa
prosperità sociale. Prospettiva di cui a oggi non si intravede alcun indizio.
Io credo che
si potranno spingere gli USA in questa direzione (consapevoli di muoverci sul
ciglio abissale dell’ultima guerra che sconvolgerà il pianeta) solo mostrando
alle sue classi dirigenti che non hanno altra scelta se non di rinunciare alla
propria dimensione di Impero, di dover limitarsi a essere un grande Stato alla
pari con tutti gli altri Stati. È ormai intollerabile che un paese ricco, con
solide tradizioni e istituzioni liberali, protetto dai confini di due oceani,
debba mantenere basi militari in tutto il pianeta, porsi come il gendarme del
mondo, spadroneggiare con guerre e massacri di popolazioni lontane e innocenti.
Lo è ancora di più ora che il suo massimo rappresentante si comporta come un
bandito internazionale, che scrive le regole della politica mondiale,
imitazione grottesca del Dittatore di Chaplin, con un tratto
della sua penna. Ed oggi è ancora più intollerabile che i governanti europei,
per viltà e pochezza, acconsentano e legittimino le gesta di aggressione armata
con cui questo presidente criminale colpisce e minaccia tanti paesi vicini e
lontani. Deve essere ormai evidente: i governanti e i nostri giornalisti
padronali devono farsene una ragione; il loro atlantismo si configura ormai
come una corrente di propaganda criminale.
Come non
vedere, a questo punto, che gli USA sono oggi, se non il nemico, certo
l’avversario più agguerrito e temibile del Vecchio Continente? L’insieme di
convenienze, ipocrisie, patti segreti con cui le classi dirigenti d’America e
d’Europa hanno operato insieme con rinnovati intenti coloniali è andato in
frantumi. (Si veda ora il numero de «La fionda», 2025, n. 1 dedicato a Noi
e l’America. Atlantisti e Eurofanatici.) Che cosa dunque ci impone di
mantenere rapporti privilegiati con un Impero morente, che continuerà a
tiranneggiarci per necessità di sopravvivenza, grazie alla debolezza e
divisione dei singoli Stati europei? Gli anni che ci attendono, con i progetti
economicamente inflazionistici del riarmo (le armi hanno un solo valore d’uso:
morte e distruzione), infliggeranno danni di vasta portata alle popolazioni. E
allora, perché non pensare a un mutamento radicale delle relazioni
internazionali, che solo la passiva fedeltà a una fase storica ormai
tramontata, l’atlantismo, e un pregiudizio infondato e insensato, la
russofobia, ci impediscono di pensare?
La ripresa
delle relazioni con la Russia, oltre che con la Cina e con tutti i paesi dei
BRICS, ridarebbe nuovo slancio alle economie europee, che il meschino interesse
di potere personale e la stoltezza dei nostri gruppi dirigenti stanno
condannando, senza alcuna necessità, allo stesso declino dell’Impero. È
evidente che queste élites, infilatesi in un vicolo cieco, responsabili di
errori seriali, spogliate di ogni dignità persino personale di fronte al
padrone americano e agli occhi dell’opinione pubblica mondiale, non sono in
grado di intraprendere la strada che sarebbe necessaria.
Solo un
nuovo ceto politico può incamminarsi con coraggio sulla via che può salvare
l’Europa e che è quella a lei storicamente più propria: l’alleanza organica con
la Russia, con uno Stato che sta nel nostro continente, non oltreoceano. Un
paese da cui non abbiamo ricevuto offese e che gli europei hanno più volte attaccato
e invaso, massacrandone le popolazioni. La Federazione russa possiede il
territorio più vasto del pianeta, è spopolato, è un immenso deposito di materie
prime e di fonti di energia. Se c’è qualcosa di cui non ha alcuna necessità è
occupare territori altrui. L’idea che il suo esercito voglia invadere l’Europa
è una stolida, consapevole menzogna delle nostre classi dirigenti per coprire i
loro drammatici errori. La Russia ha un grande interesse ad avere rapporti
pacifici con noi, ed è notissimo anche alle pietre delle strade che è sulla
base di queste convenienze reali che si muove la storia degli Stati. Le guerre
costano e si intraprendono per interessi e necessità. Sarebbe dunque
sufficiente abbandonare un pregiudizio alimentato ad arte per decenni dalle
potenze atlantiche, il prodotto più tossico dell’americanismo, per afferrare
l’enorme vantaggio che gli europei acquisirebbero da un rovesciamento delle
alleanze attuali.
Occorrerebbe
che le popolazioni d’Europa, come nella fiaba di Andersen, finalmente
gridassero: “Il re è nudo”, i nostri governanti stanno mentendo. Un saldo
rapporto con la Federazione russa consentirebbe all’Europa di godere di una
grande deterrenza militare, che farebbe venir meno, attraverso la diplomazia,
la necessità di svenarci in spese belliche, schiudendoci prospettive economiche
a dir poco grandiose con tutta l’Eurasia.
Ma la fine
del rapporto privilegiato (e dei segreti ricatti) con le amministrazioni
americane può significare l’emancipazione culturale definitiva dalla
colonizzazione subita negli ultimi 80 anni. E questo può consentire a una nuova
generazione di intellettuali europei l’apertura di un nuovo orizzonte di
progettualità teorica e culturale. Senza dire che l’Italia si potrebbe
finalmente liberare del padre padrone che ha condizionato, spesso con oscure
trame, la storia della Repubblica.
Lo scenario
che si schiude è l’affascinante ignoto aperto dalla fine di cinque secoli di
dominio coloniale dell’Europa e poi degli USA sul resto del mondo. La sconfitta
militare della NATO in Ucraina, l’emergere della potenza della Cina,
l’avanzamento del fronte multiforme dei BRICS, un mosaico di antiche civiltà
che il nostro eurocentrismo suprematista ha allontanato dal nostro sguardo e
spesso criminalizzato, può dare vita a un cosmopolitismo davvero mondiale. Esso
è destinato a decretare la fine dell’unipolarismo USA e potrà imporre nuove
regole di diritto internazionale, in grado di inglobare non solo gli interessi
dei popoli, ma anche quelli della natura, del mondo animale, capace di
incorporare i nuovi saperi del nostro tempo, fondando una nuova civiltà del
diritto. Certo non ci sfugge che questa è, al momento, una potente linea di
tendenza della storia e che gli USA non cederanno, come stanno del resto già
facendo, rinunciando a contromosse sanguinarie. Avanzeremo negli anni prossimi
muovendoci sul crinale di due sole possibili alternative: un assetto
multilaterale del mondo o la guerra termonucleare e la fine.
Ma essere
consapevoli di chi è realmente il Nemico è la premessa imprescindibile. Questo
ci illumina nell’apparente confusione del presente su come dobbiamo muoverci
come studiosi, come forze intellettuali, come produttori d’informazione.
Oggi,
dunque, è grazie alla grande frattura creata dagli USA che noi europei possiamo
ripensare con radicalità l’organizzazione politica e istituzionale del
Continente. E solo pensatori radicali possono fondare un nuovo progetto europeo
sulla base di una verità inoppugnabile: l’Unione Europea è fallita, è stata un
errore. È fallita nel suo piano economico neoliberista, come confessa di fatto
il Rapporto Draghi sulla competitività europea del 2024. Per l’Italia, uno dei
paesi fondatori dell’Unione, spogliata dei suoi patrimoni pubblici, tale
fallimento è stato clamoroso, visto che nel 1991 era considerata la quarta
potenza economica del pianeta ed ora è sparita dalle classifiche. È fallita sul
piano politico perché ha gravemente deprivato gli Stati nazionali della loro
sovranità monetaria e istituzionale, surrogando le loro democrazie con
burocrazie non elette, senza conseguire una superiore unità sovranazionale,
come dimostra la drammatica inesistenza di una politica estera. (Si veda ora
l’analisi senza scampo di Gabriele Guzzi, Eurosuicidio. Come l’Unione
europea ha soffocato l’Italia e come possiamo salvarci, Fazi 2025.) D’altra
parte non c’è certificazione più desolante di tale disfatta dell’inazione e
addirittura della partecipazione attiva di alcuni importanti Stati europei al
genocidio del popolo di Gaza, come hanno fatto la Germania, l’Italia e il Regno
Unito. Un’infamia inoccultabile che si completa oggi con le posizioni di
politica di riarmo in ubbidienza alla NATO. Le élites dei paesi che nel ’900
hanno insanguinato il pianeta con ben due guerre mondiali, dopo 35 anni di
Unione promettono ai propri cittadini un luminoso avvenire di guerra.
Non vogliamo
qui inoltrarci in proposte programmatiche per il futuro su cui ci siamo
impegnati in altre sedi. Ma almeno qualche suggestione ci sentiamo di
esprimerla. Vastissimo è infatti il campo di innovazione/conservazione che ci
si schiude sul piano culturale. Smontare i paradigmi dell’americanismo può
offrire un’occasione a nuovi ceti intellettuali per riproporre, rovesciandoli,
quelli del nostro umanesimo, delle nostre tradizioni cristiane, mutualistiche,
socialistiche all’interno di una visione olistica della vita umana. I nuovi
saperi delle scienze ambientali, quelli per intenderci di pensatori come Edgar
Morin, Gregory Bateson e altri, che attraverso il dialogo con le discipline
umanistiche possono aprire frontiere inesplorate di umana conoscenza e nuovi
approdi etici. E a questo fine bisognerà mettere mano alle strutture della
formazione della scuola e dell’Università. Uno dei capitoli delle politiche
fallimentari dell’Unione è infatti il nuovo corso impresso agli studi
scolastici e universitari a partire dal cosiddetto “Processo di Bologna” del
1999. È da quel momento che l’UE ha cominciato a indirizzare gli assi della
formazione delle nuove generazioni europee verso apprendimenti strumentali,
competenze utili a fini produttivi, destinati a sostenere la competizione
globale dell’Europa. I nuovi programmi, che hanno inserito nelle didattiche una
miserabile logica aziendale, hanno emarginato i saperi umanistici, creando
figure di laureati espertissimi su ambiti specialistici sempre più ristretti e
ignoranti di tutto il resto. Con lungimirante senso strategico i pianificatori
hanno mirato a istituzioni formative destinate a rimpicciolire gli uomini, a
trasformare gli individui in utensili della grande Macchina della produzione e
del consumo, a privarli dello sguardo olistico che le frontiere culturali e
ambientali del nostro tempo rendono necessario.
Ma la
cultura umanistica è impensabile senza la lingua. E le lingue europee, le
lingue degli Stati nazionali, sono l’espressione secolare della loro storia e
del loro processo di civilizzazione. È proprio tale gigantesco patrimonio che
negli ultimi decenni è stato messo all’angolo a favore di una anglofilia
d’accatto, della lingua del neoliberismo angloamericano, dal provincialismo e
dalla ignoranza senza confini di politici, giornalisti, intellettuali,
pubblicitari europei (italiani in prima fila), convinti di toglierci di dosso
la muffa del passato, di portarci nella modernità di cartapesta della finzione
pubblicitaria.
In tale
ambito la cultura radicale può inaugurare – ma lo sta già facendo da tempo, in
forme sparse – un capitolo entusiasmante di innovazione/restaurazione del
linguaggio, di critica politica e culturale soprattutto nei confronti dei
funzionari della cultura, sedicenti democratici, difensori dei “valori
dell’Occidente”. Mentre USA ed Unione Europea sono allo sbando, mentre il
maniero di cui sono a guardia sta crollando alle loro spalle, la posizione
dell’intellettualità radicale ha oggi un vantaggio storico che non può
lasciarsi sfuggire. Giornalisti e scrittori televisivi oggi appaiono, a chi ha
occhi per vedere, riproduzioni in piccola scala di Don Chisciotte, armati di
lancia e scudo a difesa di una nobile, ma tramontata cavalleria. Difendono “la
più antica democrazia del mondo” e gli imperituri “valori occidentali” senza
voler vedere di che sangue grondano da gran pezzo e a che punto di barbarie
sono pervenuti. Bisogna mostrarli nella loro grottesca nudità alle popolazioni
ingannate da decenni di menzogne. E occorre sapere che non c’è dileggio più
umiliante che si possa muovere a codesti intellettuali a guardia dello status
quo, che farli sentire obsoleti, non più al passo con le novità che avanzano.
Per costoro infatti, colonizzati fin nei cromosomi dal falso progressismo
neoliberistico, solo il domani è meglio di oggi, poiché la loro concezione del
tempo, perfino di quello cosmico, deve esaltare la velocità del circuito del
denaro, della sua valorizzazione incessante, del processo di accumulazione
della ricchezza, che oggi è, prevalentemente, fatta di carta moneta.
Si riapre
dunque il tempo della satira, oggi depresso dallo spettacolo di morte che
opprime il nostro campo visivo. Sebbene i governanti europei facciano a gara
per sopravanzarsi nel campo senza confini del ridicolo. Ma chi possiede
cultura, radicalità e coraggio riesce a muovere il riso, anche se non è attore,
come fa da tempo in Italia Marco Travaglio, con i suoi editoriali sul «Fatto
Quotidiano» e i suoi spettacoli. Si tratta ad ogni modo di un passaggio
importante, per colpire dalle fondamenta l’americanismo e le basi dell’egemonia
capitalistica. E naturalmente, senza dimenticare i grandi media, soprattutto la
televisione che, come abbiamo visto, grazie alla servitù e alla malafede di
schiere innumerevoli di giornalisti (oltre che dei servizi segreti americani),
rappresenta il nemico che abbiamo in casa.
da qui