Slec
La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
mercoledì 22 aprile 2026
martedì 21 aprile 2026
Colpo grosso alla Banca di Francia: 129 tonnellate d’oro via dagli Usa per la sovranità economica - Guglielmo Calvi
“Nulla è cambiato attraverso i secoli. Chi detiene l’oro detiene il potere”. Questa celebre massima coniata da Alessandro Morandotti, celebre autore di aforismi, spiega il ritrovato interesse di molti attori finanziari per il pregiato metallo. La Banca di Francia ha venduto tutto l’oro di sua proprietà custodito presso i caveau della Federal Reserve di New York e, al contempo, ne ha acquistate altrettanto di primissima qualità che sarà conservato all’ombra della Torre Eiffel. Sebbene tale comportamento abbia apparentemente un valore squisitamente finanziario, in realtà è densa di significato politico e niente esclude che altre banche nazionali possano emulare quanto fatto oltralpe.
Vendo oro
usato per lingotti nuovi di pacca
L’operazione
è avvenuta tra l’estate del 2025 e l’inizio del 2026 e ha avuto come stella
polare la riorganizzazione delle riserve auree in un’ottica di
massimizzazione dei risparmi. Entrando nei dettagli più specifici,
l’istituto francese ha venduto 129 tonnellate di lingotti anziché trasferirli
da oltreoceano e farli approdare sulle coste del Vecchio Continente. L’ente
bancario ha dunque preferito sostituire il 5% del suo capitale con delle
tonnellate conformi ai nuovi standard aurei vigenti, risparmiando sui costi di
trasporto di oro considerato ormai obsoleto.
Il dato saliente sono gli incassi ottenuti dalla banca nell’operazione di vendita. Il prezzo dell’oro negli ultimi tempi è cresciuto a dismisura e l’istituto transalpino, cedendo i suoi lingotti, ha guadagnato una plusvalenza (costo di vendita superiore al costo di acquisto iniziale) dal valore di 13 miliardi di euro. I frutti di questa operazione hanno permesso alla Banca di Francia di chiudere con un utile di 8 miliardi il 2025 dopo che l’anno prima aveva chiuso con una perdita di più di 7 miliardi. Da Parigi fanno sapere che circa 134 tonnellate devono essere oggetto di standardizzazione tecnica per adeguarsi ai benchmark internazionali entro il 2028. Al di là degli obiettivi pluriennali, oggi come oggi la Francia custodisce tutte le sue riserve auree all’interno del territorio nazionale, potendo far leva sul senso di rassicurazione psicologica instillabile negli investitori stranieri dal controllo diretto del metallo prezioso.
I riverberi
politici
Il
governatore della Banca di Francia, François Villeroy de Galhau, ha
dichiarato che la vendita di vecchi lingotti e l’acquisto di nuovi non ha una
valenza politica. Ricordando, però, il proverbio “a pensare male si fa peccato,
ma spesso ci si azzecca”, si potrebbe pensare che forse qualche considerazione
politica ci sia di mezzo. Con i venti di guerra che soffiano in più parti del mondo e il processo di de-dollarizzazione negli scambi commerciali, si va manifestando
una crescente mancanza di fiducia nella stabilità del sistema
finanziario internazionale. In un clima sempre più incerto, il
mantenimento all’estero di asset preziosi come l’oro può essere rischioso e non
è da escludere che altri Paesi possano seguire le orme dei francesi. La
Germania detiene circa 3.350 tonnellate di metallo nobile di cui il 37%
è custodito nei caveau della Federal Reserve, mentre l’Italia ne custodisce
2.451 tonnellate di cui il 41% a New York.
Il presidente
dell’Associazione dei Contribuenti Europei, Michael Jaeger, ha sollecitato entrambi i Paesi a ritirare i loro lingotti da oltreoceano
in quanto la Federal Reserve non potrebbe più essere un’entità del
tutto indipendente e soggetta a pressioni politiche da parte
dell’amministrazione Trump. Tuttavia, alcuni osservatori come il tedesco
Bert Flossbach hanno sottolineato che un ritiro improvviso e non concordato
dalla banca centrale statunitense rischierebbe di acuire le tensioni tra le due
sponde dell’Atlantico.
Indubbiamente,
le crisi che stanno segnando il nostro tempo hanno messo a nudo le fragilità di
una governance globale eccessivamente integrata a livello
sovranazionale e con maglie del controllo troppo larghe per i Governi
nazionali. Quanto fatto dalla Banca di Francia induce a una riflessione: quando
la tempesta infuria, è bene riappropriarsi degli spazi di sovranità ceduta per
non dipendere da altri.
La lobby senza limiti di Israele in Europa - Giuseppe Gagliano
L'inchiesta di Giorgio Mottola, "Questione di lobby", ricostruisce il vasto sistema di relazioni, finanziamenti, missioni, reti parlamentari.
C’è una
parola che in Europa viene pronunciata con prudenza, quasi con pudore, quando
riguarda Israele: lobby. Eppure è proprio questa la chiave del lavoro di
Giorgio Mottola, “Questione di lobby”, andato in onda con la conduzione
di Sigfrido Ranucci, che ricostruisce non solo la tragedia
umanitaria di Gaza ma anche il sistema di relazioni, finanziamenti, missioni,
reti parlamentari e cooperazioni industriali che ha contribuito a rendere molto
più debole, esitante e contraddittoria la risposta europea davanti alla
devastazione palestinese.
Il racconto
comincia dalla guerra vera, quella che non ha bisogno di interpretazioni. Le
immagini raccolte a Deir al Balah mostrano tende sfondate dalla pioggia,
famiglie che sopravvivono nel fango, bambini che dormono al gelo, madri
costrette a stringere i neonati al petto per non farli morire di freddo.
Un’infermiera di Medici Senza Frontiere, Cristina Contù, descrive
un flusso continuo di minori che arrivano con arti da amputare, in un contesto
in cui mancano perfino garze, bende, antibiotici, paracetamolo, concentratori
di ossigeno e pompe per rendere potabile l’acqua, materiali bloccati alla
frontiera perché considerati beni a doppio uso. Alla catastrofe dei
bombardamenti si aggiunge così la catastrofe amministrata dell’assedio, cioè la
trasformazione della scarsità in strumento di pressione militare e politica.
Ed è a
questo punto che l’inchiesta di Mottola compie il salto decisivo: mette a
confronto le parole usate dall’Europa contro la Russia nel 2022, quando Ursula
von der Leyen definiva crimini di guerra gli attacchi contro infrastrutture
civili ucraine, con la postura molto più prudente e filoisraeliana assunta dopo
il 7 ottobre. La contraddizione è lampante. Le categorie morali e
giuridiche non spariscono, ma vengono applicate selettivamente. E
questa selettività, suggerisce il servizio, non nasce nel vuoto: è il prodotto
di una sedimentazione di interessi, di reti di influenza e di pressione
sistematica sui decisori europei.
La “pagella”
degli europarlamentari
Il primo
tassello di questo sistema è la European Coalition for Israel, il
cui direttore Tomas Sandell rivendica apertamente il lavoro di
contatto costante con gli europarlamentari attraverso conferenze, incontri
bilaterali e dialogo permanente. Ma c’è di più: la struttura ha perfino
elaborato una sorta di schedatura politica dei membri del Parlamento europeo,
profilati in base ai voti e ai comportamenti su questioni considerate rilevanti
per la sicurezza e la sopravvivenza di Israele. Ne è uscita una classifica che
misura il grado di vicinanza di partiti e singoli eletti allo Stato
ebraico. È un salto qualitativo notevole: non si tratta più solo di
promuovere una narrativa, ma di monitorare sistematicamente la fedeltà
politica.
L’inchiesta
colloca questo sviluppo dentro una storia più ampia. Se negli Stati Uniti le
lobby filoisraeliane hanno radici negli anni Sessanta, in Europa la
loro crescita è soprattutto un fenomeno degli anni Duemila. Dopo l’11
settembre, molte strutture americane capiscono che non basta più presidiare
Washington: bisogna entrare anche nei luoghi dove si formano le decisioni
europee. Bruxelles diventa così un laboratorio di influenza stabile. David
Cronin, autore di un lavoro sul rapporto tra lobby israeliana e Unione
Europea, sostiene che proprio queste organizzazioni hanno avuto un ruolo
essenziale nel minimizzare, relativizzare o negare agli occhi dei vertici
europei la gravità delle accuse rivolte a Israele per ciò che accade a Gaza.
Tra i nodi
più importanti compare il Transatlantic Institute, collegato all’American
Jewish Committee. L’ufficio di Bruxelles, spiega il servizio, dispone di un
vicedirettore italiano, Benedetta Buttiglione, ed è collegato al Transatlantic
Friends of Israel, un comitato che riunisce parlamentari europei,
parlamentari nazionali e membri del Congresso americano. Qui il confine tra
rappresentanza democratica e pressione organizzata si fa sottilissimo: la lobby
non si limita a influenzare i parlamentari, ma li ingloba dentro la propria
rete relazionale. Nel gruppo risultano 230 parlamentari europei, di cui ben 33
italiani, appartenenti a quasi tutti i principali partiti. Tra i nomi citati
compaiono Pina Picierno, Piero Fassino, Ettore Rosato, Elena Bonetti, Simonetta
Matone, Deborah Bergamini e numerosi esponenti di Fratelli d’Italia, guidati
dal senatore Marco Scurria, che presiede anche la sezione italiana del Transatlantic
Friends of Israel.
Scurria,
nell’intervista, cerca di ridimensionare definendo la struttura un’associazione
come tutte le altre. Ma il punto sollevato da Mottola è diverso: il
Transatlantic Institute è registrato ufficialmente come gruppo di pressione a
Bruxelles, incontra regolarmente i rappresentanti delle istituzioni
europee e nel 2023 ha dichiarato un bilancio di circa 700 mila euro. Il nodo
diventa allora la provenienza dei fondi. Perché se il ramo europeo dichiara una
certa dimensione, i bilanci americani mostrano che l’American Jewish
Committee ha inviato in Europa circa 3 milioni e mezzo di dollari per attività
di pressione in un solo anno, e circa 47 milioni di dollari dal 2005 a
oggi. Il tutto all’interno di una macchina molto più grande, con beni superiori
a 250 milioni di dollari e introiti annui intorno agli 80 milioni, provenienti
in larga misura da fondi di beneficenza riconducibili a miliardari americani
ebrei.
La questione
della trasparenza
È qui che la
questione della trasparenza diventa centrale. Nulla di illegale, si badi.
Ma un conto è la legalità formale, un altro la leggibilità democratica
dei rapporti di influenza. Se milioni di dollari vengono spesi per
orientare il contesto politico europeo, il cittadino dovrebbe poter sapere in
che modo, verso chi, con quali strumenti e con quali risultati. Invece
l’opacità resta ampia, soprattutto quando si passa dal livello europeo a quello
nazionale.
Un capitolo
decisivo riguarda infatti i viaggi dei parlamentari. Secondo la
ricerca citata dal programma, Israele è stata nell’ultima legislatura una delle
mete più frequentate dagli eurodeputati per visite istituzionali all’estero, al
pari dell’India, pur essendo un Paese infinitamente più piccolo. Cronin
sostiene che questi viaggi sono interamente organizzati e pagati dai gruppi di
pressione filoisraeliani, che coprono trasporti, alberghi di lusso, cene e
incontri. Nell’ultima legislatura europea vengono citati 30 viaggi in
Israele e 115 notti in hotel a quattro e cinque stelle offerte agli
europarlamentari. In Italia, però, la situazione è ancora più opaca,
perché deputati e senatori non hanno l’obbligo di dichiarare i viaggi pagati da
soggetti terzi. E infatti lo stesso Scurria ammette che la missione di febbraio
in Israele con una folta delegazione parlamentare è stata pagata
dall’associazione organizzatrice, senza che il Senato avesse nulla da eccepire
o da registrare.
Il viaggio,
in questa architettura di influenza, non è un accessorio. È uno strumento
politico. Non compra necessariamente un voto, ma aiuta a formare un ambiente
mentale, una consuetudine, un accesso privilegiato, una solidarietà di rete. Si
crea così una classe di interlocutori che guarda a Israele non soltanto come a
un alleato, ma come a un riferimento strategico naturale.
Le radici
americane delle lobby
Un altro
attore fondamentale è ELNET, European Leadership Network, che si
presenta come la più importante lobby filoisraeliana in Europa. Anche questa
struttura, con radici americane, organizza e finanzia viaggi, facilita incontri
con vertici istituzionali e militari israeliani e ha recentemente aperto una
sede stabile anche a Roma. L’obiettivo dichiarato è rafforzare i rapporti
parlamentari, economici e strategici tra Italia e Israele. Non è un dettaglio
che alle sue conferenze partecipino politici di differenti schieramenti ed ex
uomini dei servizi italiani come Marco Mancini: è il segno che
l’influenza non si muove solo in Parlamento, ma penetra anche i mondi della
sicurezza, dell’intelligence e delle relazioni industriali.
Francesca
Albanese, relatrice
speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, aggiunge un
elemento ancora più inquietante: la pressione non si eserciterebbe solo
attraverso convegni e missioni, ma anche tramite interventi diretti delle
ambasciate israeliane presso politici e istituzioni, per contestare la presenza
di voci critiche negli eventi pubblici. Il risultato, dice, è che parlare
onestamente di ciò che fa Israele è diventato sempre più difficile. In altre
parole, non siamo soltanto di fronte a una battaglia diplomatica: siamo
davanti a una lotta per delimitare l’area del dicibile.
La seconda
parte dell’inchiesta si concentra poi sui casi italiani e europei più
emblematici. Fulvio Martusciello rivendica apertamente di essere un
lobbista a favore di Israele. Il servizio ricorda che, appena nominato a capo
dei rapporti tra il Parlamento europeo e Israele, assunse come collaboratore
Nuno Wahnon Martins, allora lobbista stipendiato dall’European Jewish Congress.
Il Parlamento europeo vieta ai lobbisti di lavorare al proprio interno, e
quindi il contratto dovette essere sciolto. Ma l’episodio rivela quanto sia
porosa, a Bruxelles, la frontiera tra attività di pressione e funzioni
istituzionali.
Il caso
Italia
Lo stesso
discorso vale per Antonio Tajani. Il servizio ricorda che fece
parte del board dell’European Friends of Israel, una potente struttura
di pressione, e che in seguito, come commissario europeo all’Industria e
all’Imprenditorialità, sostenne l’integrazione economica e industriale di
Israele nei programmi europei. Durante il suo mandato le importazioni europee
da Israele aumentarono in modo assai rilevante, passando da meno di 8 miliardi
nel 2000 a 17,6 miliardi nel 2011. Tajani difende apertamente la scelta
politica di essere amico di Israele e collega senza esitazioni questo rapporto
anche al valore economico e occupazionale dell’industria della difesa italiana.
È il punto in cui l’amicizia politica si salda con la convenienza industriale.
Ed è qui che
il discorso si sposta dalla lobby alla geoeconomia della guerra.
Tra il 2014 e il 2020, il programma europeo Horizon 2020 ha
finanziato università e aziende israeliane per 1 miliardo e 280 milioni di
euro. Formalmente si tratta di ricerca scientifica e innovazione civile. Ma
l’inchiesta sottolinea il carattere duale di molte tecnologie. La
Technion University, ad esempio, descritta come fortemente integrata con
l’industria militare israeliana, avrebbe ricevuto 17 milioni di euro
per progetti come veicoli senza pilota impiegati anche nella demolizione delle
case palestinesi. Inoltre, oltre 5 milioni di euro sarebbero arrivati a
grandi aziende belliche israeliane come Elbit Systems, Israel Aerospace
Industries e Rafael. La Commissione europea, imbarazzata, ha in
seguito irrigidito le regole per escludere i progetti apertamente militari. Ma,
come spiega Shir Hever, le imprese hanno imparato a presentare come civili
strumenti che possono poi essere adattati all’uso bellico: sistemi ottici per
droni capaci di volare nella cenere vulcanica o software logistici per porti e
aeroporti che possono facilmente servire anche a finalità militari.
Infine
arriva il capitolo che tocca direttamente l’Europa mediterranea: Frontex.
L’agenzia europea incaricata del controllo delle frontiere ha collaborato con
Israel Aerospace Industries ed Elbit Systems, destinando circa 100 milioni di
euro alla fornitura di droni. In particolare vengono citati gli Hermes 900,
impiegati nei territori palestinesi per ricognizione tattica ma anche per
missioni offensive. Frontex sostiene di aver utilizzato versioni civili, ma il
problema è un altro: la progressiva sostituzione delle navi con i droni ha
cambiato la natura del controllo del Mediterraneo. Una nave può soccorrere, un
drone no. Può vedere, fotografare, segnalare, ma non salvare. Secondo la
lettura proposta dal servizio, questo passaggio ha contribuito alla
crescita dei morti in mare. La guerra di Gaza e la frontiera europea
si toccano qui: nella trasformazione della tecnologia israeliana di
sorveglianza in modello operativo per il controllo migratorio continentale.
Il bilancio
politico dell’inchiesta è netto. Il problema non è l’esistenza di gruppi di
pressione, che in sé appartiene alla fisiologia delle democrazie. Il problema è
la sproporzione della loro influenza, la scarsa trasparenza dei finanziamenti,
la permeabilità delle istituzioni, l’intreccio tra amicizia politica,
cooperazione industriale, agenda della sicurezza e silenzi morali. “Questione
di lobby” di Giorgio Mottola mostra che il rapporto tra Europa e
Israele non può più essere letto solo in termini diplomatici o storici. È
diventato un nodo strutturale di potere che investe il linguaggio dei diritti,
il mercato delle armi, i programmi di ricerca, la sorveglianza dei confini e la
libertà stessa del dibattito pubblico.
lunedì 20 aprile 2026
Riforma degli Istituti Tecnici: deriva e paradossi del sistema scuola - Diciamo NO!
Castel Maggiore (BO) - 18/04/2026
Docenticontrolariforma@proton.me
Art. 1 DM 29/26
Con il presente decreto si
provvede alla revisione dell’assetto ordinamentale dei percorsi degli istituti
tecnici, in attuazione degli artt. 26 e 26-bis del decreto legge 144/2022, al
fine di poter adeguare i curricoli alle esigenze in termini di competenze del
settore produttivo nazionale secondo gli obiettivi della Riforma 1.1 della
Missione 4, Componente 1, del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che mira
ad allineare i curricoli degli istituti tecnici alla domanda di competenze che
proviene dal tessuto produttivo del Paese […].
È sufficiente l’incipit del
primo articolo del testo della riforma degli Istituti Tecnici a comprendere
come essa svilisca il ruolo costituzionale della Scuola Pubblica, appiattendo
la funzione del sapere alle necessità del mercato e limitando così nei fatti,
come è successo con la Riforma degli Istituti professionali, l’accesso
all’Università di chi, a 13 anni, sceglie un percorso che non dovrebbe
determinare il corso dell’intera esistenza, bensì indirizzare verso gli
svariati possibili che a quell’età dovrebbero ancora potersi aprire. Prima di
entrare nel merito di questa pessima Riforma il cui avvio si deve al governo
Draghi nell’estate del 2021, ci preme infatti sottolineare – come docenti e
come persone – che ciò che ci preoccupa di più al di là del taglio di alcune
materie, al di là del taglio dei posti di lavoro, al di là della limitazione
alla libertà d’insegnamento, è proprio la volontà di cristallizzare le
condizioni di partenza degli studenti limitandone la crescita culturale e
personale, quindi, all’atto pratico, di venire meno agli art. 3 e 34 della
nostra Costituzione. D’altronde lo scarso rispetto di questo governo per le
giovani generazioni si concretizza nell’avere avviato questa Riforma a
iscrizioni già avvenute, impedendo così una scelta consapevole visto che chi ha
optato per l’Istruzione tecnica a febbraio non è stato informato di ciò che
sarà posto in essere da settembre, ovvero un scuola che prepara solo alle
esigenze del mercato del proprio territorio in barba alla tanto decantata
internazionalizzazione inserita nell’art. 8 del medesimo decreto. Come si fa a
non vedere che, diminuendo drasticamente le ore di geografia e delle lingue, si
limita la capacità di comprensione del mondo? Come si fa a non comprendere che
il passaggio da Lingua e letteratura italiana a Lingua italiana -
con un approccio didattico per competenze e con la diminuzione di un’ora nelle
quinte- impedisce lo sviluppo dell’immaginario e dell’astrazione in favore di
un sapere utile solo al diventare flessibili? Come si fa ad avere la faccia
tosta di decantare a destra e a manca le discipline STEM per poi compattare le
diverse conoscenze di Scienze della terra, Biologia, Chimica e
Fisica in un’unica materia (Scienze sperimentali) passando da 528
ore complessive a 297? Come si fa a sostenere che si voglia incentivare, con
questo provvedimento, l’istruzione tecnica quando, ad esempio nell’indirizzo
AFM, si decurtano, al quinto anno, le ore di Economia aziendale? Come si
fa a non pensare che le tante ore di autonomia lasciate ai singoli Istituti non
pregiudichino il valore legale di un titolo di studio che dovrebbe
corrispondere a un sapere unitario e nazionale - come dimostra l’Esame di Stato
ancora uguale per tutte le tipologie di scuole - ma che, in questo modo,
diventa parcellizzato e territoriale? E, last but not least, come si fa a pretendere
che il Collegio Docenti si prenda la responsabilità di decidere a quali
colleghi tagliare i posti di lavoro in favore dello sviluppo «di competenze
coerenti con le esigenze e i fabbisogni formativi espressi dal territorio»
(art. 2)?
Noi docenti dell’IISS J.M. Keynes di Castel Maggiore, riuniti in assemblea sindacale il 9 aprile 2026, riteniamo che sia ora di dire basta e purtroppo l’esperienza ci suggerisce che, da sola, la strategia di approvare mozioni contrarie nei C.D., pubblicare documenti critici in merito o scioperare per un giorno possa non essere efficace. Servono anche azioni unitarie, trasversali e durature nel tempo che, partendo dal basso, abbiano come obiettivo mettere in crisi l’organizzazione di un sistema che da anni non ci rispetta più né come lavoratori, né come persone. Abbiamo dunque deciso di costituire un gruppo di lavoro che, facendo rete con tutte le scuole al cui interno ci sia un’opposizione alla Riforma, inceppi quella macchina che, dall’alto, ci ha designato come i pratici esecutori della distruzione della Scuola pubblica. Tra noi non ci sono soltanto insegnanti del Tecnico, ma anche del Liceo perché sappiamo benissimo che l’ultimo tassello di modifica della Riforma della Scuola a pezzi riguarderà quest’ultimi e le discipline considerate, ancora una volta, meno utili al mercato. I nostri obiettivi sono:
- Riuscire
a rimandare di un anno l’attuazione della Riforma nel rispetto di studenti e
famiglie che devono avere la libertà di scegliere a carte scoperte.
- Opporci
nel merito alla Riforma proponendo forme di lotta quotidiane, come ad esempio
le dimissioni da quegli incarichi che non facciano parte della funzione docente
(da decidere collettivamente secondo quali modalità): cosa succederebbe ai
gangli del sistema se nella maggior parte delle scuole, da maggio a giugno per
poi continuare a settembre, non collaborassimo più al suo funzionamento
burocratico?
- Pensare insieme (nodi diversi di una rete unitaria e trasversale a tutti i sindacati) possibili azioni volte a riaffermare il ruolo della nostra Costituzione, perché la scuola non è solo di chi la fa tutti i giorni bensì di ogni cittadino e cittadina che creda ancora che le persone non si esauriscano nel ruolo produttivo che svolgono ma in un’esistenza complessa e composita, non dettata soltanto dall’utile.
Proprio per questo auspichiamo
che chi di noi ha un incarico possa dimettersi nell’immediato e che, nel
Collegio Docenti di maggio, si voti in modo contrario all’approvazione dei
libri di testo. Invitiamo dunque chiunque condivida le nostre parole e sia
preoccupato per quanto sta avvenendo alla nostra Scuola Pubblica (Riforma dei
Licei, revisione degli organi collegiali e del Testo Unico) a manifestare il
proprio dissenso, a mobilitarsi e a partecipare alle prossime iniziative.
Diciamo
NO insieme!
“Il mondo può avere la pace o può avere israele, ma non può avere entrambi” - Gianni Lixi
In questa agghiacciante e però tristemente vera frase di Caitlin Jonston è condensata tutta la realtà di israele dalla sua nascita ad oggi. Per volere la pace deve smettere di occupare e questo per israele è impossibile. Sono gli stessi politici israeliani ad esternare candidamente il progetto della Grande Israele; non si riesce a capire però quanto grande: Palestina, Siria, Libano, Giordania…… E’ per questo che non ha confini. E’ il paese delle eccezioni: tutti i paesi hanno un confine: eccetto israele, tutti i paesi possono essere criticati: eccetto israele; tutti i paesi devono rispettare le risoluzioni dell’ONU: eccetto israele che ha disatteso un numero di risoluzioni ONU di gran lunga più numeroso rispetto agli altri paesi. Recentemente il ministro della difesa Kaz ha detto che il sud del Libano, almeno sino al fiume Litani verrà occupato “per ragioni di sicurezza” ed i 600000 libanesi che ci vivono non potranno rientrare. Le chiamano così le occupazioni: ”Buffer zone”, “zone militarizzate per ragioni di sicurezza…” E’ un’area pari al 20% dell’intero paese!! Ma vi immaginate cosa sarebbe per l’Italia perdere il 20% del suo territorio? Sarebbe perdere Piemonte, Liguria e Lombardia!
Eppure nonostante le sconfitte (si perché le guerre non le vince chi
ammazza più civili) che stanno collezionando non si fermano. Anzi sembra che la
loro brutalità sia ormai senza obiettivo, pura bestialità. Hanno ammazzato
100000 palestinesi a Gaza e molti ancora moriranno a causa del brutale disegno
di radere al suolo le strutture sanitarie, hanno ammazzato 30000 tra donne e
bambini. Non hanno ottenuto nessuno degli obiettivi che si erano prefissati:
con il genocidio dovevano ottenere la pulizia etnica di Gaza, deportare i
rimanenti palestinesi in Egitto, Giordania, Somalia….smilitarizzare la
striscia. Gaza non diverrà la riviera del mediterraneo come l’immobiliarista
Kushner voleva. Ed i palestinesi pur vivendo in condizioni disperate sono
ancora la.
Alla fine degli anni trenta hanno iniziato le bande terroristiche sioniste
di Irgun, Agana e della Banda Stem che hanno attuato la pulizia etnica dei
villaggi palestinesi. Poi una volta fatto fuori un illuminato diplomatico delle
nazioni unite (Folke Bernadotte), che si batteva per una divisione equa delle
terre (comunque rubate ai palestinesi) si sono fatti approvare da funzionari
ONU compiacenti (sionisti) mai stati in Palestina, un piano che prevedeva per
la minoranza ebraica la maggioranza della terra. Da li non si sono più fermati.
Si servono dell’occupazione violenta dei territori unita ad un processo di
cinismo politico che ha come obiettivo quello di cercare di dividere la
popolazione residente. Gli accordi di Oslo in Palestina sono serviti a creare
una entità l’ANP (Autorità Nazionale Palestinese) che è stata la longa mano
israeliana nella West Bank. Dico è stata perché attualmente israele controlla
ed occupa “legalmente” la West Bank e non ha più bisogno dei venduti e corrotti
politici dell’ANP. E quando occupa lo fa con spietato cinismo. Occupa terre
strategicamente utili. Terre ricche di acqua o di fiumi da deviare per poi
assetare i villaggi palestinesi. Alture, la più famosa è la terra Siriana del
Golan. Occupano aree che si trovano tra villaggi palestinesi per distruggere
l’economia locale.
All’indomani del cessate il fuoco in seguito all’aggressione congiunta Usa-
israele all’Iran, hanno eseguito in 10 minuti 100 attacchi aerei contro la
popolazione libanese facendo più di 2200 morti. Subito dopo, la cinica diplomazia
israeliana ha cercato di promuovere trattative negli USA con rappresentanti
politici libanesi nell’intento di isolare il Libano del sud storicamente difeso
dagli attacchi israeliani da Hezbollah. In occidente la propaganda israeliana è
riuscita a far percepire i resistenti di Hezbollha come se fossero terroristi
(come ha fatto con i resistenti palestinesi), e non come gli unici resistenti
che si oppongono alla continua minaccia di occupazione del sud del Libano.
L’isolamento politico del sud del Libano al quale mira israele sarebbe un
Karakiri del governo Libanese ed un lasciapassare alle continue ed insaziabili
mire espansionistiche dei sionisti. La pace con l’Iran poi è come fumo negli
occhi per israele perché la pace è foriera di stabilità della regione che è
l’esatto opposto di quello che serve ad israele. Solo l’istabilità può
garantire ad israele di perseguire i suoi nefasti obiettivi.
E l’America non può volere la pace se israele non la vuole. L’America è
sempre stata sotto ricatto sionista ma ora è diverso, non esiste solo il
ricatto dei soldi per le elezioni, per le università e così via discorrendo.
C’è un pedofilo del Mossad morto (ammazzato) che ha creato una banca dati di
cui conosciamo solo la parte meno compromettente. L’altra parte è quella che
tiene in ostaggio il governo americano e non solo.
E’ difficile che israele da sola possa riuscire a cambiare atteggiamento a
meno che non sia “aiutata” da una Europa che dovrebbe riuscire a battere un
colpo, e che invece al momento è complice.
Tutti gli uomini di buona volontà vorrebbero che la frase di Caitlin
Jonston non fosse vera, ma tutti quegli uomini purtroppo sanno che lo è.
domenica 19 aprile 2026
A metà dell’Ottocento la Gran Bretagna si presentava in Cina con i cannoni, per difendere il suo… oppio
Londra ama definirsi madre della democrazia, patria del parlamentarismo, culla della civiltà giuridica moderna. Ma la storia, quando non viene letta dai vincitori, racconta un’altra genealogia: quella di un impero...
Londra ama definirsi madre della democrazia, patria del parlamentarismo, culla della civiltà giuridica moderna. Ma la storia, quando non viene letta dai vincitori, racconta un’altra genealogia: quella di un impero che ha trasformato il commercio in guerra e la droga in diplomazia. Le guerre dell’oppio non sono un incidente remoto, un dettaglio esotico relegato ai manuali di storia coloniale. Sono la matrice genetica della modernità britannica: l’atto fondativo di un ordine mondiale costruito sul diritto del più forte di drogare e invadere in nome del libero mercato.
A metà dell’Ottocento, mentre l’Europa
si compiaceva dei suoi congressi liberali e della sua estetica del progresso,
la Gran Bretagna si presentava in Cina con i cannoni, non per difendere un
principio, ma per difendere una merce. L’oppio prodotto in India — una colonia
che fruttava dividendi e carestie — veniva smerciato in Cina in quantità tali
da trasformare la dipendenza in emergenza nazionale. Milioni di
tossicodipendenti, un’economia interna minacciata, un impero che tenta, con una
misura di governo, di proibire il commercio della droga. L’Occidente, oggi
tanto devoto alla retorica della lotta agli stupefacenti, rispose allora con la
più classica delle armi: la guerra.
Nel 1840 la Royal Navy lanciò la prima
guerra dell’oppio. Il casus belli: la Cina aveva osato vietare un commercio che
distruggeva il suo popolo. Il risultato: bombardamenti, sbarco di truppe, umiliazione
dell’impero cinese e cessione di Hong Kong come risarcimento. In Europa si
parlò di “diritto al commercio”, di “difesa della libertà economica”. Nessuno
osò chiamarla con il nome che merita: guerra di aggressione per il mantenimento
del traffico di droga. L’ipocrisia del linguaggio fu la prima vittoria
britannica.
Venti anni più tardi, la storia si
ripeté. La Cina, ancora devastata dal problema dell’oppio, tentò una seconda
volta di vietarne l’importazione. L’Inghilterra — spalleggiata da Francia e
Stati Uniti — tornò con le navi da guerra. La seconda guerra dell’oppio culminò
con l’incendio del Palazzo d’Estate di Pechino, una delle meraviglie
architettoniche del mondo. Il saccheggio fu sistematico, l’umiliazione
metodica: l’impero del Celeste Impero costretto a firmare nuovi trattati,
concessioni territoriali, privilegi commerciali. I vincitori chiamarono la
catastrofe “apertura della Cina al mondo”.
Dietro la parola “apertura” c’era un
programma politico: il libero commercio come dogma e il cannone come suo
braccio secolare. L’idea che la civiltà si potesse esportare a colpi di obice e
che il mercato fosse una missione morale. È la stessa logica che, due secoli
dopo, sorregge le guerre preventive, le sanzioni unilaterali, le “operazioni di
polizia internazionale”. Cambiano le merci — dal papavero al petrolio — ma
resta intatto il principio: chi possiede la flotta decide la morale.
Nel 1900, quando i cinesi provarono a
ribellarsi con la rivolta dei Boxer, la risposta fu la stessa: una coalizione di
otto potenze — tra cui Gran Bretagna, Francia, Germania, Russia, Giappone,
Stati Uniti, Italia e Austria-Ungheria — marciò su Pechino, represse la rivolta
nel sangue e impose nuove condizioni. La vendetta occidentale si travestì da
punizione educativa: insegnare ai cinesi a “stare al loro posto”. È difficile
trovare una formula più chiara di cosa intendesse l’Europa per civiltà.
A Londra, i giornali dell’epoca
celebravano l’espansione come missione. I mercanti diventavano “pionieri del
progresso”, gli ammiragli “strumenti della Provvidenza”. Le vittime venivano
cancellate, i carnefici canonizzati. Nessuna aula di Westminster trovò scandalo
nel fatto che la madrepatria della legalità stesse bombardando un paese per
garantire la vendita di droga. Nessun poeta vittoriano compose un verso sul
palazzo imperiale in fiamme. Le guerre dell’oppio restarono guerre pulite,
invisibili nella coscienza europea, efficaci nell’economia.
Eppure furono quelle guerre a definire
per secoli la percezione cinese dell’Occidente. L’arroganza morale di chi si
proclama difensore della libertà e impone il commercio con le cannoniere ha un
prezzo che si misura in rancore e memoria. Ogni volta che un diplomatico
occidentale parla oggi di “minaccia cinese”, di “pericolo asiatico”, ignora che
nel lessico cinese la minaccia ha ancora il volto dei marinai britannici
sbarcati a Canton nel 1840. La storia non si cancella con le note verbali.
Il paradosso è che quella violenza,
anziché essere condannata, fu teorizzata come modello. Le guerre dell’oppio
insegnarono all’Occidente che si può trasformare la conquista economica in
principio universale. Si può dire “libertà” e intendere “mercato”, si può dire
“progresso” e intendere “profitto”. La forza non deve più chiamarsi forza:
basta ribattezzarla “apertura”, “modernizzazione”, “integrazione”. La Gran
Bretagna perfezionò l’arte dell’eufemismo politico molto prima della BBC:
inventò il linguaggio che ancora oggi giustifica interventi e embarghi.
Chi studia quelle guerre trova
l’archetipo di tutti i conflitti imperiali successivi. La prima potenza
mondiale che dichiara guerra per garantire il diritto di commerciare un veleno;
la seconda che incendia un palazzo e ne fa un simbolo di civiltà; la terza che
organizza una coalizione per “ripristinare l’ordine”. È l’inizio di un secolo
in cui l’aggressione si traveste da amministrazione, la rapina da trattato, la
sottomissione da partnership. È la nascita del liberalismo armato, la dottrina
non scritta che da allora regge ogni retorica occidentale: la violenza è
legittima se produce profitto, il profitto è morale se si accompagna a un
discorso sui diritti.
Oggi Londra continua a impartire lezioni
di libertà economica e stato di diritto. Ma basta pronunciare “Hong Kong” per
sentire l’eco di una storia mai rimossa in Asia. Ogni volta che il Regno Unito
difende la libertà di navigazione nel Mar Cinese Meridionale, il mondo
orientale ricorda le navi che nel 1840 aprirono quelle rotte a cannonate. Ogni
volta che un ministro parla di “influenza cinese pericolosa”, in Cina si
ricordano che fu l’Occidente a portare l’oppio e la guerra, non il contrario.
Il suprematismo europeo si nutre della
rimozione delle proprie colpe. Si commemora la lotta all’oppio come missione di
civiltà, si dimentica che l’Inghilterra è stata la più grande narcotrafficante
della storia. Si predica il libero mercato, ma si tace che la sua fondazione è
stata un blocco navale. Si celebra il diritto internazionale, ma si rimuove che
i trattati che aprirono la Cina al commercio furono firmati sotto minaccia.
Il regno che oggi si presenta come
modello di democrazia globale ha costruito il suo secolo d’oro
sull’esportazione di una dipendenza e sull’imposizione militare di un mercato.
E mentre il dibattito occidentale continua a discutere di “valori”, la Cina,
che quella storia non ha dimenticato, osserva con una memoria lunga e glaciale.
In quell’arco che va dal bombardamento di Canton al saccheggio di Pechino si
trovano le radici dell’attuale diffidenza orientale verso la retorica morale
dell’Occidente.
Non è l’orgoglio nazionalista a nutrire
quella memoria: è la semplice aritmetica della storia. Un impero che ha
costruito la propria fortuna bombardando un paese per difendere il diritto di
vendergli droga non può più fingere di incarnare la giustizia universale.
L’Inghilterra vittoriana, nelle guerre dell’oppio, non ha solo aperto un
mercato: ha aperto la via maestra alla ipocrisia moderna. Da allora, ogni volta
che un governo parla di “intervento umanitario”, il mondo dovrebbe ricordare
Canton 1840, Pechino 1860, la mano che offriva il veleno e quella che reggeva
la bandiera della civiltà.
sabato 18 aprile 2026
Scusate, ma è troppo facile difendere il Papa e poi fare quel che dice Trump - Francesco Cancellato
Non basta definire inaccettabile quel che ha detto il presidente Usa del Papa. Occorre ascoltare quelle parole, prenderne atto e prendere davvero le distanze con “signori della guerra” come Trump e Netanyahu.
Quel che ha detto Trump di Papa Leone sarà pure inaccettabile, ok. Ma ora,
per cortesia, ascoltiamo davvero quel che sta dicendo il Papa sulle guerre in
atto.
Ad esempio, ascoltiamo bene quel che il Pontefice ha detto ieri a Bamenda,
in Camerun, in un territorio devastato da una delle tante guerre civili
africane, finanziate molto spesso da grandi potenze non africane, e da cui
scappano le persone che noi poi lasciamo morire sui barconi, o che rispediamo a
morire nelle prigioni libiche.
Ha detto, il Papa, che “Il mondo è distrutto da una manciata di tiranni”, e
che questi “signori della guerra (…) fingono di non vedere che occorrono
miliardi di dollari per uccidere e devastare, ma non si trovano le risorse
necessarie a guarire, a educare, a risollevare”:
Ogni riferimento agli Stati Uniti d’America non è casuale, viste le
recentissime scelte di Trump in materia di budget – 1500 miliardi per la
difesa, niente per tutto il resto. Ma perché no anche per l’Italia, che ha
promesso a Trump, nel giro di qualche anno, che il budget per la difesa
arriverà a superare quelle per l’istruzione – 5% contro 3% del PIL – arrivando
a lambire la spesa sanitaria (6,3% del PIL).
Perché no, non bastano un paio di atti simbolici di presa di distanze
contro un paio di quella “manciata di tiranni” come Trump e Netanyahu – a
proposito: il Papa li ha chiamati proprio così, “tiranni” – per marcare una
svolta.
Occorre essere consequenziali fino in fondo, per una volta. Se davvero quel
che ha detto Trump sul Papa è inaccettabile, allora cominciamo davvero a
rimettere i soldi su suola e sanità, a ricostruire istituzioni di pace e
cooperazione anziché distruggerle, e a chiamare pure noi i tiranni col loro
nome.
Altrimenti, scusate, ma di inaccettabile c’è solo la nostra ipocrisia.
Quanti israeliani servono per uccidere 300 libanesi in 10 minuti? - Amira Hass
Quanti israeliani servono per
uccidere più di 300 libanesi e ferirne più di 1.000 in 10 minuti e con un
centinaio di raid aerei? Gli esperti militari saprebbero sicuramente rispondere
a questa domanda, basandosi sul numero di aerei da combattimento e droni
decollati per la loro missione l’8 aprile, il primo giorno del cessate il fuoco
con l’Iran.
Saprebbero calcolare il numero di
piloti, navigatori, personale di terra e addetti all’intelligence direttamente
coinvolti nella pianificazione e nell’esecuzione. Tra questi figuravano il capo
di stato maggiore e lo stato maggiore generale, nonché il primo ministro e il
ministro della difesa che avevano approvato il piano.
Una persona non esperta potrebbe
suggerire di ampliare l’elenco. Dovrebbe includere:
I genitori devoti che hanno
cresciuto i loro figli nell’amore per la patria e nella disponibilità a contribuire
allo Stato fino all’ultima goccia di sangue di palestinesi, libanesi e
iraniani.
Gli insegnanti che insegnavano loro
a non fare domande quando si trovavano all’interno di un carro armato o nella
cabina di pilotaggio.
I docenti universitari che si vantano
del fatto che gli studenti scelgano di studiare con loro tra un bombardamento e
l’altro di interi quartieri residenziali, giustificandosi con l’affermazione
che lì vive un comandante di alto o basso rango delle Guardie Rivoluzionarie,
di Hamas, di Hezbollah , della Jihad Islamica o di un altro gruppo, e che
quindi è considerato eliminabile.
I giornalisti che esprimono le loro
riserve sul primo ministro e sul ministro della difesa, finché quegli stessi
leader non ordinano bombardamenti, uccisioni e distruzioni. In quel momento, le
loro parole diventano verità sacre e indiscutibili.
Come si fa a calcolare quanti
israeliani sono coinvolti nella morte di Ola al-Attar, una donna di poco più di
trent’anni, uccisa nella clinica dentistica dove lavorava come segretaria nel
sobborgo meridionale di Beirut di al-Ouzai? Il 4 agosto 2020, suo marito Hamad
è morto nell’esplosione al porto di Beirut , come riportato da Daraj e
L’Orient-Le Jour, entrambi noti per le loro critiche a Hezbollah – se mai a
qualcuno importasse abbastanza da chiederlo.
Oltre al suo lavoro, Ola al-Attar
era attiva nel comitato dei familiari delle vittime dell’esplosione, chiedendo
giustizia . La coppia aveva due figlie, Fatima di 8 anni e Zahra di 13, ora
rimaste senza madre.
La perdita delle ragazze verrà
giustificata dagli avvocati della procura militare e dalla procura generale,
che di norma forniscono la loro approvazione di principio a bombardamenti di
questo tipo. A tempo debito, un rapporto dettagliato spiegherà probabilmente
perché l’uccisione di una madre di due figli è proporzionata secondo il diritto
internazionale e necessaria per la sicurezza di Israele.
L’elenco dei responsabili dovrebbe
includere anche insegnanti e docenti di geografia e di studi sul Medio Oriente?
Hanno forse omesso di insegnare che al-Ouzai era un quartiere densamente
popolato e povero, e la sua continuità umana, geologica, architettonica,
economica e culturale? Oppure l’hanno insegnato, ma non sono riusciti a
trasmettere ai nostri aspiranti piloti e geni dell’intelligence la
consapevolezza che gli arabi, non meno degli ebrei, sono profondamente legati
ai luoghi in cui vivono e che la distruzione lascia cicatrici che si tramandano
di generazione in generazione?
Nel XIX secolo Al-Ouzai era
conosciuta come una zona prevalentemente cristiana, come testimoniano le sue
chiese abbandonate. Circa 60 anni fa, era una zona ricreativa per i ricchi di
Beirut, che vi si recavano per andare in barca, nuotare e prendere il sole. In
seguito si trasformò in una baraccopoli, plasmata dalle migrazioni forzate di
libanesi e palestinesi durante la guerra civile del 1975 e dagli attacchi
siriani e israeliani. Prende il nome dall’Imam Abd al-Rahman al-Awza’i
dell’VIII secolo, che vi è sepolto. Un tempo si chiamava Hantous, per via delle
rocce nere che costeggiano il suo litorale.
In un post di un blog del dicembre
2025, un abitante del quartiere lamentava la scomparsa della sua popolazione
cristiana. Un altro quartiere di Beirut, più a nord, Barbour, è rimasto
eterogeneo. Hezbollah non gode di grande sostegno in quella zona, come
riportato dal Guardian il giorno dopo che l’operazione israeliana,
opportunamente denominata “Oscurità Eterna”, aveva riversato fuoco e metallo
anche su di esso. Le scuole del quartiere avevano aperto le porte alle famiglie
in fuga dal Libano meridionale sotto i bombardamenti israeliani. Poco dopo,
poiché l’esercito e l’intelligence israeliani sostenVANO che alcuni dei
fuggitivi ERANO membri di Hezbollah, anche questo quartiere è diventato un
obiettivo legittimo e proporzionato per la tecnologia di sterminio israeliana.
Il quartiere porta questo nome dagli
anni ’70, in onore di un ginecologo che vi abitava. Si trova tra due chiese,
con due cinema al centro. Un corrispondente di Daraj descrive alcuni dei suoi
eroi, così come ha descritto i suoi residenti: Abu Darwish, un rifugiato
palestinese di Acri, che ha aperto un negozio di alimentari con i suoi figli di
fronte a uno dei cinema; Jamil e Abdo, gemelli cristiani di Gerusalemme, che
hanno aperto anche loro un negozio, mentre il loro fratello è diventato il
parrucchiere delle donne del quartiere; e i fratelli di un villaggio del Libano
meridionale che possedevano il negozio di fiori locale.
Viene menzionata anche Madame
Therese, un’insegnante di liceo che una volta invitò il corrispondente al
matrimonio di suo fratello in una delle due chiese del quartiere, al
Mousseitbe. A ovest di quest’ultima viveva la coppia formata da Khatoun Salma e
Mohammed Karshat. Subito dopo il bombardamento, le loro foto iniziarono a
circolare, con la gente che chiedeva se qualcuno li avesse visti. I loro corpi
furono ritrovati quella stessa notte sotto le macerie. Salma era una poetessa.
“Non è stata la ferita a farmi male, ma il sangue che non le somigliava
affatto”, disse un partecipante al funerale dopo la sua morte.
Tutti coloro che sono insensibili al
dolore delle persone che uccidiamo dovrebbero essere considerati complici
diretti o solo indiretti?
Traduzione a cura di Grazia Parolari