sabato 23 maggio 2026

Dal G8 di Genova all’algoritmo - Italo Di Sabato

Un saggio breve che chiarisce le tappe attraverso cui l’emergenza securitaria si è fatta controllo permanente e preventivo. Da leggere per capire come la repressione del dissenso, dal G8 di Genova in poi, non sia più un’eccezione, ma la regola che sostituisce la politica e costruisce il mondo nuovo in cui siamo


Il G8 di Genova del luglio 2001 non è stato una parentesi eccezionale nella storia repubblicana italiana, né un semplice episodio di cattiva gestione dell’ordine pubblico. Genova è stata una soglia storica e politica. Un laboratorio. Un punto di condensazione in cui si sono manifestate in forma estrema trasformazioni che covavano già da tempo dentro le democrazie occidentali: la militarizzazione del conflitto sociale, la centralità crescente degli apparati di sicurezza, l’espansione dello Stato penale e la progressiva ridefinizione del dissenso come minaccia all’ordine pubblico.

Le violenze della Diaz, le torture di Bolzaneto, l’uccisione di Carlo Giuliani, la sospensione materiale di diritti costituzionali fondamentali non furono soltanto il prodotto di singoli abusi o di una degenerazione improvvisa. Quelle giornate resero visibile una mutazione più profonda: il passaggio dalla gestione politica del conflitto alla sua amministrazione poliziesca e militare.

Per comprendere Genova occorre sottrarsi sia alla retorica istituzionale dell’“errore”, sia a una lettura dei fatti puramente memoriale o simbolica. Il cosiddetto movimento “noglobal” non fu semplicemente sconfitto in piazza. Fu colpito da un dispositivo politico, mediatico, militare e poliziesco costruito per stroncare la possibilità che quel ciclo di mobilitazioni producesse un salto di scala globale. Dopo Seattle, Praga, Göteborg e Napoli, le élites politiche ed economiche occidentali avevano ormai compreso che stava emergendo un movimento transnazionale capace di mettere in discussione le fondamenta stesse della globalizzazione neoliberale. Il G8 di Genova ha rappresentato la risposta a questa minaccia percepita.

Negli anni successivi al G8 è emerso con chiarezza il fatto che a Genova sia stata sperimentata quella che possiamo definire una gestione controinsurrezionale delle piazze. Che consiste non soltanto nella repressione dell’ordine pubblico, ma anche nel considerare il movimento come nemico strategico. La città venne trasformata in uno spazio militarizzato: zone rosse, recinzioni, checkpoint, controllo capillare del territorio, separazione fisica tra governanti e governati, concentrazione di reparti speciali, presenza di strutture militari e di intelligence. La logica non era quella della mediazione democratica del conflitto, ma quella della neutralizzazione preventiva del nemico interno.

Una logica che non nasce dal nulla, ma è il prodotto di trasformazioni profonde iniziate già negli anni Ottanta e Novanta, dentro la crisi dello Stato sociale e dentro l’affermazione del neoliberismo globale. La destrutturazione del mondo del lavoro, la precarizzazione, l’indebolimento dei sindacati, la privatizzazione dei servizi pubblici, l’aumento delle disuguaglianze e la frammentazione sociale modificano radicalmente anche il ruolo dello Stato. Mentre arretra sul terreno della protezione sociale, lo Stato rafforza progressivamente la propria funzione coercitiva. Alla crisi della mediazione politica si risponde con l’espansione del controllo penale, della sorveglianza e dei dispositivi di sicurezza.

È dentro questo quadro che si afferma progressivamente lo Stato penale. Le istituzioni non intervengono più prioritariamente per ridurre le cause materiali dell’insicurezza sociale, ma per amministrarne gli effetti attraverso polizia, carcere e controllo. Povertà, marginalità, migrazione, conflitto sociale e devianza vengono progressivamente trattati come problemi di sicurezza. Il neoliberismo produce insicurezza sociale e contemporaneamente costruisce apparati repressivi destinati a governarla. Genova è, precisamente, il punto in cui questo nuovo paradigma si manifesta in modo spettacolare e violento.

Dopo il G8 cambia il modo di pensare il conflitto sociale. Le piazze non vengono più considerate uno spazio di espressione democratica di interessi e contraddizioni collettive, diventano un problema di sicurezza. Il dissenso non viene più interpretato come fenomeno politico ma come rischio da prevenire. La figura del manifestante tende progressivamente a sovrapporsi a quella del soggetto potenzialmente pericoloso.

Questa trasformazione si accelera ulteriormente dopo l’11 settembre 2001. La “guerra al terrorismo” produce una gigantesca riconfigurazione globale delle politiche securitarie. Il confine tra guerra esterna e ordine pubblico interno si assottiglia sempre di più. La categoria della “guerra asimmetrica” permette di trattare fenomeni diversi — terrorismo, radicalismo politico, movimenti sociali, immigrazione, marginalità urbana — come parti di un’unica minaccia all’ordine. Il nemico non è più soltanto fuori dai confini dello Stato. È interno, mobile, diffuso, potenzialmente invisibile.

Qui emerge una continuità decisiva tra Genova e il presente. Le logiche sperimentate durante il G8 non sono rimaste confinate a quell’evento. Sono diventate, progressivamente, modalità ordinarie di governo del disordine sociale.

I decreti sicurezza e le normative securitarie approvate nel corso degli anni non rappresentano quindi una rottura improvvisa, ma l’approdo coerente di una lunga trasformazione. Daspo urbani, zone rosse, fogli di via, fermo preventivo, sorveglianza speciale, criminalizzazione dei blocchi stradali, flagranza differita, restrizioni amministrative contro chi manifesta, ampliamento dei poteri prefettizi e questorili: tutto questo compone un modello fondato sull’anticipazione del conflitto.

La repressione contemporanea non interviene più soltanto dopo l’azione, ma prima. Non colpisce soltanto ciò che una persona ha fatto, ma ciò che potrebbe fare. È il passaggio dal diritto penale del fatto a una logica preventiva fondata sulla pericolosità sociale, sul sospetto e sulla profilazione.

L’emergenza diventa così tecnica ordinaria di governo. Terrorismo, mafia, immigrazione, degrado urbano, ultras, rave, proteste ambientaliste, lotte territoriali, conflitto sociale: ogni fenomeno viene trasformato in emergenza securitaria. Ogni emergenza giustifica nuovi strumenti repressivi. Ogni crisi diventa occasione per ampliare poteri di polizia e restringere libertà democratiche. Ma questa trasformazione non riguarda soltanto le leggi. Riguarda le culture operative, il “sapere di polizia”, la formazione degli apparati coercitivi e la stessa idea di sicurezza.

Nei manuali e nei discorsi istituzionali la folla viene spesso rappresentata come corpo irrazionale, suggestionabile, emotivo, potenzialmente violento. I manifestanti vengono distinti tra “pacifici” e “facinorosi”, tra dissenso accettabile e dissenso illegittimo. Ma questa distinzione serve soprattutto a stabilire quali forme di conflitto siano compatibili con l’ordine esistente e quali debbano essere neutralizzate.

La depoliticizzazione del conflitto è una delle principali funzioni della governance securitaria contemporanea. Se una lotta viene privata delle sue ragioni sociali può essere trattata come semplice disordine. Se una piazza viene descritta come rischio, può essere militarizzata. Se il dissenso viene assimilato alla minaccia, la repressione può essere presentata come difesa della democrazia.

Questa trasformazione si accompagna a un processo molto più ampio: la progressiva fusione tra logiche militari e logiche poliziesche. Dagli anni Novanta in poi si sviluppa infatti la militarizzazione delle polizie: le missioni internazionali di “peace keeping”, le guerre “umanitarie”, la dottrina della Revolution in Military Affairs, le pratiche controinsurrezionali sperimentate all’estero rientrano progressivamente dentro la gestione della sicurezza interna. Tecniche, linguaggi, equipaggiamenti e culture operative si contaminano. L’ordine pubblico viene sempre più pensato secondo paradigmi militari. Allo stesso tempo le forze armate assumono funzioni di controllo del territorio, pattugliamento urbano e gestione della sicurezza civile.

Anche il reclutamento cambia profondamente. In Italia, dagli anni Duemila, una parte crescente degli ingressi nelle forze di polizia proviene direttamente dall’esercito. Questo produce una trasformazione culturale significativa: ethos militare, spirito di corpo, verticalità gerarchica, logiche di obbedienza e visione antagonistica del territorio penetrano sempre più dentro le pratiche di polizia. Diversi studi e testimonianze parlano apertamente di remilitarizzazione delle forze dell’ordine e di indebolimento della cultura democratica prodotta dalla smilitarizzazione del 1981.

Dentro questo quadro, Genova appare quasi come un punto di anticipazione storica. Le tecniche di guerra applicate alle piazze — saturazione del territorio, uso massiccio della forza, identificazione preventiva del nemico, impiego di reparti speciali, sospensione di fatto delle garanzie — prefigurano modalità che negli anni successivi diventeranno sempre più diffuse.

Ma oggi esiste un ulteriore salto qualitativo. Le nuove tecnologie repressive non sostituiscono il vecchio apparato coercitivo: lo potenziano e lo rendono più pervasivo. Videosorveglianza, riconoscimento facciale, geolocalizzazione, controllo biometrico, monitoraggio dei social network, banche dati integrate, algoritmi predittivi, intelligenza artificiale applicata all’ordine pubblico costituiscono l’evoluzione contemporanea del sapere di polizia.

L’algoritmo non elimina il manganello, lo precede. La repressione non si limita più a intervenire quando il conflitto esplode; cerca di identificarlo prima, di mapparlo, di profilare i soggetti ritenuti potenzialmente pericolosi, di anticipare i comportamenti collettivi, di prevenire la formazione stessa del dissenso organizzato.

Le nuove architetture algoritmiche non operano più soltanto sul terreno della repressione successiva al fatto. Producono “profili di minaccia” attraverso l’incrocio di dati biometrici, geolocalizzazioni, reti relazionali, cronologie digitali e comportamenti considerati anomali rispetto a una norma statistica. Il problema non è soltanto l’estensione della sorveglianza, ma la trasformazione della correlazione in sospetto e del sospetto in dispositivo operativo. In questo paradigma il rischio precede il reato e tende progressivamente a sostituirlo.

Questo salto è emerso con forza anche nelle recenti inchieste sulle tecnologie di sorveglianza utilizzate nello Xinjiang e nei Territori palestinesi occupati. In questi contesti, sistemi di riconoscimento facciale, raccolta biometrica di massa, software predittivi e piattaforme integrate di controllo vengono sperimentati su popolazioni considerate permanentemente sospette o potenzialmente ostili. Dai Territori palestinesi allo Xinjiang, le tecnologie di sorveglianza contemporanee mostrano come la controinsurrezione coloniale anticipi spesso il futuro dell’ordine pubblico interno. Le pratiche sviluppate in spazi eccezionali tendono progressivamente a diffondersi anche dentro le democrazie occidentali.

Il controllo contemporaneo non si esercita più soltanto attraverso la presenza fisica della polizia o l’intervento repressivo dello Stato. Si incorpora nelle infrastrutture tecnologiche della vita quotidiana. Telecamere intelligenti, piattaforme digitali, sistemi biometrici, cloud, algoritmi predittivi e banche dati integrate non rappresentano strumenti neutri utilizzabili in modi differenti, ma architetture di potere che ridefiniscono i rapporti tra cittadini, mercato e apparati coercitivi.

La sicurezza tende così a trasformarsi da funzione amministrativa in infrastruttura permanente della società. Questo è uno dei punti decisivi della fase contemporanea: non esiste più una distinzione netta tra infrastruttura tecnologica e infrastruttura repressiva. Le grandi piattaforme digitali, i sistemi di raccolta dati, il cloud computing, i satelliti, l’intelligenza artificiale e i software di analisi predittiva sono ormai parte integrante degli apparati di sicurezza contemporanei. Le corporation tecnologiche non rappresentano semplicemente soggetti economici privati, ma attori geopolitici che partecipano direttamente alla produzione di nuovi dispositivi di controllo sociale. In questo senso, il potere algoritmico non coincide soltanto con una trasformazione tecnica del controllo: ridefinisce il rapporto stesso tra Stato, mercato e sovranità.

La sorveglianza contemporanea non è neutrale. Non si limita a osservare la realtà: la organizza secondo categorie di rischio. Decide quali quartieri siano problematici, quali corpi siano sospetti, quali reti sociali vadano monitorate, quali soggetti debbano essere fermati in anticipo.

È la vecchia logica del controllo preventivo tradotta nel linguaggio della tecnologia. La differenza è che oggi questa logica può diventare molto più capillare, invisibile e automatizzata, e la sorveglianza permanente non agisce soltanto sui comportamenti, ma tende progressivamente a modellare le soggettività.

La forza delle nuove tecnologie di controllo non risiede soltanto nella loro capacità coercitiva, ma nella loro progressiva normalizzazione sociale. La sorveglianza viene interiorizzata come protezione, la tracciabilità come comodità, il monitoraggio permanente come condizione naturale della sicurezza. In questo senso il potere algoritmico contemporaneo realizza una forma di disciplinamento ancora più profonda: non impone soltanto obbedienza, ma produce adesione culturale al controllo stesso. Il Panopticon contemporaneo funziona anche attraverso l’abitudine alla sorveglianza e la costruzione di un consenso diffuso attorno alla necessità del monitoraggio permanente.

La repressione contemporanea non controlla soltanto i corpi. Produce paura, isolamento, autocensura, adattamento preventivo. Ridefinisce i confini di ciò che può essere detto, fatto, organizzato. Trasforma la sicurezza in una pedagogia politica.

In questo quadro, il conflitto sociale non viene più considerato un elemento fisiologico della vita democratica, cioè l’espressione di contraddizioni materiali, disuguaglianze, bisogni collettivi e domande politiche che richiederebbero mediazione, redistribuzione e trasformazione sociale. Viene progressivamente reinterpretato come fattore di instabilità da contenere e neutralizzare. Allo stesso modo, la marginalità sociale smette di essere letta come il prodotto di processi economici e politici — precarizzazione del lavoro, impoverimento, segregazione urbana, smantellamento del welfare — e viene invece trattata come questione di rischio, degrado e sicurezza urbana.

Dentro questa trasformazione, anche il dissenso cambia statuto: non è più qualcosa che le istituzioni affrontano sul terreno del confronto politico, ma un fenomeno da monitorare preventivamente attraverso strumenti amministrativi, dispositivi di sorveglianza e pratiche di polizia sempre più invasive. L’eccezione non rappresenta più una risposta temporanea a situazioni straordinarie, ma una modalità ordinaria di governo. Invece di intervenire sulle cause strutturali delle tensioni sociali, lo Stato tende sempre più ad amministrarne gli effetti attraverso apparati coercitivi, controllo territoriale, espansione del diritto penale e tecnologie di sorveglianza.

La sicurezza assume allora una funzione sostitutiva della mediazione politica: non serve tanto a costruire condizioni di maggiore giustizia sociale, quanto a garantire la governabilità di società attraversate da crescenti disuguaglianze, frammentazione e impoverimento. È in questo senso che il rafforzamento degli apparati repressivi non appare come un’anomalia o una degenerazione esterna alla democrazia contemporanea, ma come uno dei modi attraverso cui essa tenta di stabilizzarsi nella fase neoliberale.

La crisi del welfare novecentesco non produce soltanto più repressione, ma una diversa modalità di governo. La società algoritmica non mira a integrare universalmente, ma a classificare, gerarchizzare e filtrare. Alcuni soggetti vengono considerati meritevoli di protezione, altri destinatari permanenti di monitoraggio, sospetto e controllo. Il vecchio disciplinamento sociale lascia progressivamente spazio a una gestione differenziale delle vite, dove sicurezza, tecnologia e disuguaglianza si rafforzano reciprocamente.

È qui che la continuità tra Genova, decreti sicurezza e tecnopolizia diventa pienamente leggibile. Genova ha mostrato la possibilità della sospensione materiale dei diritti dentro una democrazia occidentale. I decreti sicurezza hanno trasformato quella logica in architettura normativa permanente. Le nuove tecnologie stanno trasformando quella stessa razionalità repressiva in infrastruttura ordinaria della vita sociale. Tutto ciò non riguarda soltanto la violenza poliziesca nelle piazze, ma la trasformazione della democrazia contemporanea. La vera continuità storica tra Genova e il presente è precisamente questa: la progressiva trasformazione del governo democratico in governo securitario. E dentro questa trasformazione, il problema non è soltanto l’abuso. È il modello di società che quell’abuso rende possibile e contribuisce a riprodurre.


Note

1.      Sul carattere di laboratorio repressivo del G8 di Genova e sulla gestione militarizzata dell’ordine pubblico si vedano: Libro bianco repressione e diritto al dissenso; Salvatore Palidda, 20 anni dopo: cosa imparare dalla sconfitta al G8 di Genova; Donatella della Porta, Herbert Reiter (a cura di), Polizia e protesta. L’ordine pubblico dalla liberazione ai “no global”.

2.      Sulla costruzione del movimento alterglobalista come “nemico interno”, sulla gestione controinsurrezionale delle piazze e sulla dissoluzione del confine tra sicurezza interna e guerra asimmetrica si veda Marco Grispigni, Figli della stessa rabbia. Lo scontro di piazza nell’Italia repubblicana.

3.      Sul rapporto tra neoliberismo, destrutturazione sociale ed espansione dello Stato penale: Emilio Santoro, Le politiche penali dell’era della globalizzazione; Loïc Wacquant, Dallo Stato sociale allo Stato penale; Simone Lucido, Tutti dentro. Dallo Stato sociale allo Stato penale.

4.      Sul concetto di “emergenzialismo strutturale” e sulla trasformazione dell’eccezione in tecnica ordinaria di governo si vedano: Giorgio Agamben, Stato di eccezione; Libro bianco repressione e diritto al dissenso.

5.      Sulla depoliticizzazione del conflitto sociale e sulla costruzione del dissenso come problema di ordine pubblico si vedano Enrico Gargiulo, L’Idra dalle molte teste: le folle nel sapere di polizia e Prevenire il dissenso.

6.      Sul sapere di polizia come dispositivo di classificazione delle soggettività sociali e sulla rappresentazione patologizzante delle folle: Enrico Gargiulo, Sul sapere di polizia e sulle sue ambiguità; Salvatore Palidda, Polizie, insicurezze e sicurezza in Italia.

7.      Sulla continuità tra autoritarismo e democrazia nelle società contemporanee, sul “governo del disordine” e sul ruolo strutturale della repressione nelle società neoliberali si vedano Salvatore Palidda, A proposito del ripetersi delle violenze delle polizie e Polizie, insicurezze e sicurezza in Italia.

8.      Sulla militarizzazione delle polizie, la poliziescizzazione dei militari e la fusione tra logiche di guerra e ordine pubblico: Charlie Barnao, Pietro Saitta, Gli abusi delle forze di polizia e la “civilizzazione della guerra”.

9.      Sul reclutamento di ex militari nelle forze dell’ordine italiane, sulla remilitarizzazione culturale della polizia e sull’indebolimento della cultura democratica prodotta dalla smilitarizzazione del 1981: Charlie Barnao, Pietro Saitta, Gli abusi delle forze di polizia e la “civilizzazione della guerra”; Salvatore Palidda, Polizie, insicurezze e sicurezza in Italia.

10.  Sulla funzione pedagogica e disciplinare della violenza poliziesca, sul rapporto tra autorità, obbedienza e repressione e sull’interiorizzazione del controllo: La polizia che punisce; Stanley Milgram, Obedience to Authority.

11.  Sulle tecnologie di sorveglianza contemporanee, il riconoscimento facciale, la governance algoritmica e il controllo predittivo delle popolazioni: David Lyon, Surveillance Studies; Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza; Didier Bigo, Anastassia Tsoukala, Terror, Insecurity and Liberty.

12.  Sul passaggio dal diritto penale del fatto al diritto penale del nemico e sulla governance preventiva del rischio: Günther Jakobs, Bürgerstrafrecht und Feindstrafrecht; Luigi Ferrajoli, Diritto e ragione.

13.  Sulla sperimentazione delle tecnologie di sorveglianza nei territori coloniali e militarizzati e sulla continuità tra controinsurrezione esterna e ordine pubblico interno: materiali e inchieste pubblicati su Internazionale n. 1665 relativi allo Xinjiang e ai sistemi di controllo nei territori palestinesi occupati.

14.  Sul rapporto tra infrastrutture digitali, corporation tecnologiche e nuovi dispositivi di potere algoritmico: Francesca Bria, riflessioni sull’“Authoritarian Stack”; articolo “Il potere algoritmico contro la democrazia” pubblicato su Osservatorio Repressione. Il potere algoritmico contro la democrazia

15.  Sull’interiorizzazione sociale della sorveglianza e sulla normalizzazione culturale del controllo: Salvatore Palidda, riflessioni sul panopticon contemporaneo e sulla videosorveglianza come dispositivo di disciplinamento sociale.

16.  Sul rapporto tra crisi del welfare, selezione differenziale delle popolazioni e governo algoritmico delle vite: Loïc Wacquant, Punire i poveri; Emilio Santoro, Le politiche penali dell’era della globalizzazione; materiali su “Spese sociali e spese penali”

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venerdì 22 maggio 2026

Gli alberi – Percival Everett

prima di iniziare a leggere il libro leggete la storia di Emmett Till, poi capirete perchè.

come sempre bisogna avere fiducia (che sarà ampiamente ripagata) nella capacità di Percival Everett di non farci staccare gli occhi dalle pagine.

a Money una serie di morti, con un altro morto che appare e scompare, richiede l'intervento di due agenti federali.

succedono tanti fatti, sorprendenti e avvincenti, Percival Everett è un fuoriclasse della letteratura.

è un romanzo sulla memoria, sulla giustizia, un romanzo politico, assolutamente da non perdere.

se avete visto al cinema Una battaglia dopo l'altra riconoscerete le atmosfere, sono due storie gemelle di resistenza al potere, all'arbitrio, alla violenza.

se leggete solo un libro all'anno l'avete trovato, se vi volete bene leggete Gli alberi, nessuno se ne pentirà, promesso.


 

 

…A parte un inizio subito coinvolgente, ho fatto fatica a entrare nel mood della storia, aspettandomi da un momento all’altro qualche colpo di scena che non è mai arrivato, come a voler creare una routine nell’atto violento del linciaggio senza che questo venga mai percepito come qualcosa di eclatante, ma quasi che facesse parte della vita degli abitanti. Un adattamento che si forma dalla nascita e si consolida nel tempo, un atto che sembra inciso sulla pietra e che niente potrà scalfire, se non attraverso la comunicazione alle nuove generazioni.

Sono dell’avviso che, a volte, al di là di come si voglia trattare un argomento all’interno di un romanzo, è come il messaggio che lo contiene venga recepito forte e chiaro. E su questo concetto, Everett ha fatto centro: una volta chiuso il romanzo, la storia sedimenta e si cementa. Ho immaginato la vita di questi neri (o negri, come non politically correct indica l’autore e guai alla #cancelculture che non ci metta le mani), ai soprusi, agli stenti, alle occasioni mancate, alle offese ricevute, alle morti per futili motivi, ai sogni spezzati. A quanto siamo fortunati.

Proprio a febbraio di quest’anno, è arrivato in Italia il film “Till – Il coraggio di una madre” per la regia di Chinonye Chukwu. Il focus è incentrato sulla battaglia che la madre di Emmett fece per coinvolgere l’opinione pubblica nel perseguire i responsabili. Forse avrei evidenziato maggiormente, ed Everett lo compie nel suo romanzo, come il fenomeno del linciaggio continui a trasformarsi ma non a scomparire, come un virus nel sangue della popolazione. Spero trovino presto un vaccino.
Libro da leggere, e poi rileggere.

da qui

 

Nomi, sangue, dichiarazioni vere e fasulle, segni: questi i perni attorno cui ruota Gli alberi di Percival Everett, che è più di un thriller, più di un romanzo, più di una finzione, ma un libro che si fa specchio geniale e ci mette di fronte ai nostri pregiudizi, alle nostre mancanze, agli occhi chiusi e alle orecchie tappate… dandoci una sonora e necessaria scrollata.

Se “strani frutti” continuano a pendere dai pioppi e a ondeggiare nella brezza, offrendo “uno strano, amaro raccolto”, e le risposte concrete mancano, ecco che la narrazione esonda nella farsa che fa ridere e piangere, ecco che la parola scritta diventa l’unico mezzo per conservare, dare (e ridare) vita e forma, pareggiare i conti finché la bilancia ritorna in equilibrio e poi crolla, si scioglie, svanisce… travolta dall’orda.

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Gli alberi è un libro crudo, dal linguaggio scurrile, ma al contempo ironico e sarcastico. Questa ironia serve a stemperare l’atmosfera, altrimenti pesante, che si respira nel romanzo. L’autore riesce a rendere perfettamente la mentalità ancora retrograda e razzista, pur essendo la vicenda ambientata ai giorni nostri, che si respira in alcune città americane. Il libro si legge bene, anche se i crimini sono descritti nella loro cruda realtà, e altrettanto cruda è la mancanza di sensibilità nei confronti dei corpi ormai senza vita di alcune persone di colore. La storia narrata fa riflettere e ti fa domandare com’è possibile che nel ventunesimo secolo sia ancora possibile avere una mentalità così chiusa e becera.

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Carogna - Enrico Campofreda

Li vuole così proni, umiliati e vinti, schiavi della sua carognosa brama tirannica. Fosse per lui li impiccherebbe subito, visto che, a suo dire, portavano sostegno ai miliziani di Hamas. Intanto sbava nel vederli ammanettati e sottomessi da poliziotti che agiscono mascherando l’identità tanto quel sequestro non può essere giustificato da nulla. Né sicurezza, ordine, prevenzione. Nulla. Li ha fatti sequestrare nel mare di tutti sulle proprie case galleggianti, mentre veleggiavano attorno all’ideale di libertà. Libertà propria, della Flotilla, e del popolo perseguitato e sterminato dei gazawi. Così Ben Gvir, l’ennesimo satrapo di quel concetto coloniale che è Israele, si compiace d’un potere che la cricca cui appartiene gli concede. Si delizia nel mostrarlo, si fa riprendere e fotografare con gusto, perpetuando oltre il turpe disprezzo per il genere umano, la propria vile potenza di sprezzante persecutore. L’esternazione rivoltagli da Gideon Sa’ar, collega e attuale ministro degli Esteri nel governo Netanyahu “Tu (Ben Gvir, ndr) non sei il volto di Israele. Hai volontariamente causato danno al nostro Stato in questa vergognosa messinscena e non è la prima volta. Hai vanificato sforzi enormiprofessionali e di successo (sic) compiuti da così tante persone, dai soldati dell’Idf al personale del ministero degli Esteri”. Scusanti para buoniste d’un sionista in mascherata crisi con sé stesso, col suo passato destrorso nel Likud poi convogliato verso una sedicente Nuova Speranza, il partito condiviso con Benny Gantz, quindi rimangiate a favore di nuovi incarichi negli esecutivi di Netanyahu ai quali aderisce sin dal 2013. Ed è questa giostra di sigle politiche a sostegno d’una presunta “vivacità democratica” di Israele che resta nuda, come il suo re, l’Erode odierno che a favore di telecamera si compiace della mostruosa crudeltà che cova in petto. Un’altra Israele, se esiste è impotente, i dissidenti sono pochi e bloccati da un sistema che milioni di loro fratelli e sorelle, non necessariamente ultraortodossi, approvano. La democrazia d’Israele è fuffa di cui si riempiono la bocca anche tanti politici nostrani bipartizan, come fa la lunga fila dei comunicatori da tastiera e da salotti tivù, estimatori del sionismo di ritorno. O persino d’un kibbutzismo rimasto nel mondo dei sogni del secondo dopoguerra, quando già l’Israele reale costola del terrorismo dell’Haganah, nasceva, viveva e prosperava sulla pelle dei palestinesi. Per quei corpi imprigionati e piegati su sé stessi, ammanettati, genuflessi, faccia a terra, come una fotocopia delle Abu Ghraib e delle Guantanamo della Cia, oggi si muove - incredibile a dirsi - anche il governo italiano poiché fra i sequestrati ci sono nostri concittadini. Palazzo Chigi e la Farnesiana pretendendo scuse, cui magari Ben Gvir risponderà orgoglioso, ricordando Al-Masri: “Ma voi i torturatori, non li amavate?

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giovedì 21 maggio 2026

Il moralismo europeo, un lasciapassare per i peggiori crimini - George Orwell

“…non mi rallegro quando vedo i processi ai “criminali di guerra”, specie quando sono criminali di pochissimo conto, e quando ai testimoni è permesso lanciarsi in discorsi politici incendiari. Ancor meno mi rallegro nel vedere la sinistra coinvolta in progetti per spartirsi la Germania, reclutare milioni di tedeschi in squadre di lavoro forzato e imporre riparazioni al cui confronto quelle di Versailles sembrano il prezzo di un biglietto dell’autobus. Tutte queste fantasie di vendetta, come quelle del 1914-18, serviranno solo a rendere più difficile una politica realistica per il dopoguerra. Se ora si ragiona secondo l’ottica del “far pagare la Germania”, quasi certamente nel 1950 ci si ritroverà a cantare le lodi di Hitler. Ciò che importa sono i risultati, e uno dei risultati che vogliamo ottenere da questa guerra è la certezza che la Germania non farà un’altra guerra."

 

Questo articolo di George Orwell fu pubblicato su Tribune il 31 marzo 1944, e rappresenta, come spesso accade con Orwell, un documento storico quasi inquietante per la sua bruciante attualità. Cambiano i nomi, cambiano le contingenze, ma le questioni di fondo sono tutte, ancora, vive e agenti: dal sentimento di vendetta non nasce la giustizia, e l’odio contro le popolazioni ritenute collettivamente colpevoli non è la strada per impedire che altre popolazioni, o quelle stesse, possano riproporre gli stessi crimini in un futuro, magari contro nuove vittime. Spesso anzi non è che una scappatoia moralista che lascia impuniti i colpevoli effettivi. È esattamente ciò che noi europei, che ci siamo retoricamente flagellati per i crimini della Seconda guerra mondiale – mentre al contempo, come in Italia, i fascisti godevano di larghe amnistie – stiamo oggi facendo nei confronti dei palestinesi e delle popolazioni del Vicino Oriente: consentire che gli stessi orrori che abbiamo avallato verso gli ebrei e le popolazioni occupate durante il nazismo oggi possano essere applicati verso i palestinesi, e verso nuove popolazioni, da parte del sionismo.

Le traduzioni dall’inglese della nostra rubrica Orwell sono tutte affidate alla penna attenta e scrupolosa della traduttrice letteraria Anna Martini.


La politica non può fondarsi sull’odio

L’altro giorno ho assistito a una conferenza stampa in cui un francese arrivato da poco, presentato come un “illustre giurista” — avendo famiglia in Francia, non poteva rivelare il proprio nome né altri dettagli — ha esposto il punto di vista francese sulla recente esecuzione capitale di Pucheu[1]. Mi ha sorpreso notare che era evidentemente sulla difensiva e sembrava convinto che la fucilazione di Pucheu richiedesse, agli occhi britannici e americani, più di una giustificazione. Ha insistito su un punto: Pucheu non è stato fucilato per ragioni politiche, ma per il comune reato di “collaborazione con il nemico”, che per la legge francese è sempre stato punibile con la morte.

Un corrispondente americano ha domandato: “La collaborazione col nemico sarebbe lo stesso genere di reato anche se si trattasse di un piccolo funzionario — un ispettore di polizia, per esempio?” “Sì, sarebbe la stessa cosa”, ha risposto il francese. Essendo appena arrivato dalla Francia, si presume che desse voce all’opinione francese, ma in pratica si può presumere che verranno messi a morte soltanto i collaborazionisti più attivi. Un vero massacro su larga scala, se avvenisse, sarebbe più che altro una punizione di colpevoli da parte di altri colpevoli. Esistono infatti diverse prove che larghe fette della popolazione francese nel 1940 fossero più o meno filotedesche, e abbiano cambiato idea soltanto quando hanno capito com’erano fatti i tedeschi.

Non voglio che persone come Pucheu restino impunite, ma sono stati fucilati anche alcuni quisling assai oscuri, fra cui un paio di arabi, e la questione della vendetta sui traditori e sui nemici catturati solleva problemi che sono strategici, oltre che morali. Il punto è che, se adesso fuciliamo troppi pesci piccoli, forse quando verrà il momento non avremo più lo stomaco per occuparci di quelli grossi. È difficile credere che i regimi fascisti si possano schiacciare completamente senza uccidere i singoli responsabili, che ammontano a qualche centinaio o anche migliaia in ciascun paese. Ma è ben possibile che, alla fine, tutti i veri colpevoli riescano a sfuggire, solo perché all’opinione pubblica saranno venuti a nausea i processi ipocriti e le esecuzioni a sangue freddo.

Nella guerra passata avvenne proprio questo. Chi ha vissuto quegli anni non ricorda forse l’odio maniacale per il Kaiser che veniva fomentato nel nostro paese? Egli doveva essere la causa di tutti i nostri mali, come Hitler in questa guerra. Nessuno dubitava che, non appena catturato, sarebbe stato giustiziato; gli unici dubbi riguardavano il metodo. In certi articoli di riviste si analizzavano attentamente i vantaggi della bollitura nell’olio, dello squartamento e del supplizio della ruota. Le esposizioni alla Royal Academy erano piene di quadri allegorici di incredibile cattivo gusto, raffiguranti il Kaiser scaraventato all’Inferno. E come finì? Il Kaiser si ritirò in Olanda e (sebbene nel 1915 stesse già “morendo di cancro”) visse altri ventidue anni come uno degli uomini più ricchi d’Europa.

Lo stesso accadde a tutti gli altri “criminali di guerra”. Dopo tutte le minacce e le promesse, nessun criminale di guerra fu processato: o, per l’esattezza, una dozzina ebbe un processo e condanne al carcere, ma furono presto rilasciati. E benché, naturalmente, il mancato annientamento della casta militare tedesca sia stato effetto di una politica deliberata dei capi alleati (terrorizzati all’idea di una rivoluzione in Germania), a renderlo possibile fu anche il rovesciamento di sentimenti della gente comune. Quando ebbero il potere di vendicarsi, non vollero farlo. Le atrocità belghe, Miss Cavell[2], i comandanti degli U-boat che avevano affondato senza preavviso navi passeggeri e mitragliato i superstiti… In un modo o nell’altro, tutto questo fu dimenticato. Dieci milioni di innocenti erano stati uccisi, e a questo fatto nessuno volle far seguire l’uccisione di qualche migliaio di colpevoli.

Che noi fuciliamo o no i fascisti e i quisling che ci cadano fra le mani, probabilmente non è tanto importante di per sé. L’importante è che vendetta e “punizione” non dovrebbero aver parte nella nostra politica, e nemmeno nelle nostre fantasie. Fino a oggi, uno dei fattori attenuanti di questa guerra è che nel nostro paese abbiamo avuto ben poco odio. Non si è vista traccia del razzismo insensato dell’ultima volta: nessuno, per esempio, ha cercato di convincerci che tutti i tedeschi hanno facce da maiali. Nemmeno la parola “crucco”[3] è riuscita davvero a imporsi. I tedeschi che si trovano nel nostro paese, per lo più profughi, non sono stati trattati con grande riguardo, ma neppure sono stati perseguitati con la cattiveria dell’ultima volta. Nella guerra passata, per esempio, parlare tedesco in una strada di Londra sarebbe stata una grossa imprudenza. Agli sventurati fornai e parrucchieri tedeschi, la folla inferocita devastò le botteghe; la musica tedesca cadde in disgrazia; perfino i dachshund, i bassotti tedeschi, quasi scomparvero dalla circolazione perché nessuno voleva avere un “cane tedesco”. E la scarsa risolutezza degli inglesi, quando è cominciato il riarmo tedesco, è direttamente legata a quelle assurdità degli anni della guerra.

La politica non può fondarsi sull’odio, il quale, stranamente, può condurre a un’eccessiva morbidezza ma anche a un’eccessiva durezza. Nella guerra del 1914-18 il popolo britannico fu aizzato a un’orrenda frenesia d’odio, gli furono ammannite assurde menzogne su bambini belgi crocifissi e fabbriche tedesche dove dai cadaveri si ricavava la margarina; e poi, appena finita la guerra, vi fu una naturale reazione di rigetto, tanto più forte perché i soldati tornarono a casa, come sono soliti fare i britannici, pieni di calorosa ammirazione per il nemico. Di conseguenza si ebbe un’esagerata reazione filotedesca, a partire dal 1920 e finché Hitler non fu saldamente in sella. In quegli anni, tutte le opinioni “illuminate” (si veda, per esempio, un qualsiasi numero del Daily Herald prima del 1929) tenevano per articolo di fede che la Germania non avesse alcuna responsabilità per la guerra. Treitschke, Bernhardi, i pangermanisti, il mito “nordico”, le sfacciate millanterie su Der Tag[4] propinate dai tedeschi fin dal 1900 — tutto questo non servì a niente. Il trattato di Versailles era la più grande infamia mai vista al mondo; di Brest-Litovsk, pochi avevano sentito parlare. Ecco il prezzo di quell’orgia di menzogne e di odio durata quattro anni.

Chiunque abbia cercato di ridestare l’opinione pubblica negli anni dell’aggressione fascista, dal 1933 in avanti, conosce le conseguenze di quella propaganda d’odio. “Atrocità” sembrava diventato sinonimo di “falsità”. Ma i racconti sui campi di concentramento tedeschi erano racconti di atrocità: dunque erano falsi — così ragionava l’uomo medio. Quelli che da sinistra hanno cercato di mostrare al pubblico che il fascismo era un orrore indicibile si sono trovati a combattere contro la loro stessa propaganda degli ultimi quindici anni.

Ecco perché — anche se non salverei individui come Pucheu, neanche se potessi — non mi rallegro quando vedo i processi ai “criminali di guerra”, specie quando sono criminali di pochissimo conto, e quando ai testimoni è permesso lanciarsi in discorsi politici incendiari. Ancor meno mi rallegro nel vedere la sinistra coinvolta in progetti per spartirsi la Germania, reclutare milioni di tedeschi in squadre di lavoro forzato e imporre riparazioni al cui confronto quelle di Versailles sembrano il prezzo di un biglietto dell’autobus. Tutte queste fantasie di vendetta, come quelle del 1914-18, serviranno solo a rendere più difficile una politica realistica per il dopoguerra. Se ora si ragiona secondo l’ottica del “far pagare la Germania”, quasi certamente nel 1950 ci si ritroverà a cantare le lodi di Hitler. Ciò che importa sono i risultati, e uno dei risultati che vogliamo ottenere da questa guerra è la certezza che la Germania non farà un’altra guerra. Se sia più facile ottenerlo con la spietatezza o con la generosità, non saprei; ma di certo so che in un caso o nell’altro sarà più difficile, se ci lasciamo influenzare dall’odio.


[1] Pierre Pucheu, ex ministro del governo di Vichy, fu giustiziato il 20 marzo 1944 ad Algeri. Fu il primo a essere processato in seguito all’editto del Comitato francese di liberazione nazionale, emanato nel settembre del 1943, che dichiarava colpevoli di tradimento tutti i membri del governo di Vichy. Fu inoltre il primo collaborazionista giustiziato direttamente sotto l’autorità del generale Charles de Gaulle. (NdT)

[2] Edith Cavell, infermiera britannica ricordata per aver aiutato, durante la Prima guerra mondiale, soldati di ambo le fazioni in Belgio, e per aver favorito la fuga dal Paese di circa duecento soldati alleati; fu perciò giustiziata dai tedeschi, e il fatto provocò notevoli reazioni di protesta a livello internazionale. (NdT)

[3] Qui Orwell usa Hun, che in italiano sarebbe, letteralmente, “Unno”. (NdT)

[4] In tedesco “Il giorno”: quello dello scontro decisivo, in cui la Germania avrebbe militarmente sbaragliato la Gran Bretagna. (NdT)

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Il paradosso di Israele, ovvero la tolleranza rovesciata - Francesco Coniglione


Vi è un meccanismo che la storia ha riprodotto con sconcertante regolarità e che potremmo chiamare il paradosso della tolleranza rovesciato: molte minoranze perseguitate invocano con forza e convinzione i valori della tolleranza, della fratellanza universale, del rispetto per la diversità; quelle stesse minoranze, quando conquistano il potere, tendono a dimenticare quegli appelli con una rapidità che sarebbe sorprendente se non fosse così sistematica. Non si tratta di una constatazione cinica o disfattista, ma di un’osservazione storico-sociologica che merita di essere esaminata con rigore e senza la distorsione che producono le passioni del momento.

Il caso più studiato e documentato è la trasformazione del cristianesimo tra la fase pre-costantiniana e quella successiva alla sua progressiva integrazione nell’apparato imperiale (specie dopo l’editto di Tessalonica emanato da Teodosio nel 380). Le prime comunità cristiane, minoranza perseguitata nell’impero romano, avevano elaborato – proprio a partire dalla loro condizione di debolezza – una teologia della sofferenza, del martirio accettato, del perdono dei nemici. Il messaggio delle Beatitudini evangeliche – «beati i miti», «beati i misericordiosi», «beati gli operatori di pace» – non era soltanto precetto religioso ma anche, inevitabilmente, una forma di ideologia della minoranza priva di potere, che non può permettersi la violenza e deve sopravvivere attraverso la coesione interna e l’appello alla coscienza del persecutore. Ma con la progressiva identificazione tra Impero e Chiesa, questa teologia della debolezza si trasformò rapidamente in teologia del potere. Nel giro di pochi decenni, quella stessa Chiesa che aveva chiesto tolleranza per sé cominciò a perseguitare i pagani, a reprimere le eresie, a costruire l’apparato di coercizione che avrebbe dominato l’Europa per oltre un millennio. Basta leggere, da una parte, gli scritti di Tertulliano e Lattanzio e, dall’altra, quelli di Agostino d’Ippona o Firmico Materno per rendersi conto del prima e del dopo. Un processo già diagnosticato da illustri storici del passato (come ad es. Edward Gibbon) e recentemente ben illustrato in opere autorevoli come quella di Giovanni Filoramo in un volume il cui titolo è già esplicativo: La croce e il potere. I cristiani da martiri a persecutori, Laterza, 2011.

Volendo riprendere il celebre paradosso della tolleranza enunciato da Karl Popper – sul quale bisogna tuttavia operare alcune necessarie distinzioni, come ho sostenuto in un precedente articolo – potremmo dire che esso può funzionare anche in direzione opposta: una minoranza che ha interiorizzato i valori della tolleranza come strategia di sopravvivenza tende ad abbandonarli non appena li percepisce come non più necessari alla propria sicurezza. La tolleranza come valore vissuto e la tolleranza come strumento tattico sono cose profondamente diverse, anche se esteriormente spesso indistinguibili.

Questo schema storico si applica con drammatica pertinenza alla vicenda dell’ebraismo e dello Stato d’Israele contemporaneo, nel rapporto tra memoria della persecuzione, sicurezza e potere, pur nella sua specificità assoluta e nella necessità di distinguere con il massimo rigore tra istituzioni statali, correnti politiche e identità collettive. Il popolo ebraico ha attraversato duemila anni di discriminazione, espulsione, pogrom, culminati nell’abisso della Shoah – il crimine più sistematico e industrialmente organizzato della storia umana, nel quale fu sterminato un terzo dell’intera popolazione ebraica mondiale. In quelle condizioni di estrema vulnerabilità, la cultura ebraica della diaspora produsse contributi intellettuali, scientifici, artistici e filosofici di eccezionale valore: da Freud a Einstein, da Kafka a Proust, da Simone Weil a Theodor W. Adorno (e si potrebbe continuare con un lungo elenco); il pensiero ebraico europeo ha arricchito la civiltà occidentale in modo sproporzionato rispetto alla percentuale numerica di quella popolazione e ha fornito contributi fondamentali alla riflessione moderna sulla libertà di coscienza, sulla critica dell’autorità e sulla tolleranza religiosa: basti pensare a quanto scritto da Spinoza nel suo Tractatus theologico-politicus. Non è un caso: la condizione minoritaria, quando non è annientante, produce spesso una tensione intellettuale e critica straordinaria, perché costringe a pensare contro le certezze dominanti, a mettere in discussione ciò che la maggioranza dà per scontato.

E per secoli, nel mondo cristiano, era stato dato per scontato il pregiudizio antiebraico: l’idea della colpa collettiva, della perfidia, della marginalità necessaria del popolo ebraico. Un pregiudizio teorizzato, tramandato e praticato in molte forme, dal cristianesimo storico, fino all’età contemporanea e, in modo dottrinalmente decisivo, fino alla revisione compiuta dal Concilio Vaticano II. Ma la Chiesa cattolica – sebbene con lentezza e dopo lunghe tribolazioni – ha saputo apprendere dalla sua storia e oggi il suo magistero ufficiale rappresenta una delle voci più significative in favore della libertà religiosa, del dialogo interreligioso e del rifiuto dell’antisemitismo, nonché di una politica di pace e convivenza tra popoli diversi.

Certo, la fondazione dello Stato di Israele nel 1948 ha rappresentato – almeno nella prospettiva dell’ebraismo del tempo, non certo per i popoli che l’hanno subita – una risposta comprensibile e umanamente giustificabile al trauma della Shoah: la convinzione che solo uno Stato proprio potesse garantire la sicurezza di un popolo che non ne aveva mai avuto uno. Ma questa stessa fondazione fu vissuta dai palestinesi come catastrofe storica: perdita della terra, espulsione, sradicamento, dissoluzione di comunità e memorie locali. La tragedia nasce anche da qui: ciò che per una comunità apparve come salvezza, per un’altra fu rovina. E se non si riesce a comprendere le ragioni dell’altro, per contemperarle con le proprie – attraverso il dialogo e la pratica della comprensione – la strada per ogni violenza e intolleranza è aperta. La storia successiva di Israele ha purtroppo mostrato le contraddizioni interne a questo progetto, che si annidano nella prospettiva sionista che lo ha alimentato. Lo Stato di Israele, nato come democrazia liberale, con una Dichiarazione di indipendenza che prometteva uguaglianza di diritti a tutti i cittadini indipendentemente da razza, religione e sesso, ha nel corso dei decenni, e in modo sempre più accelerato nell’ultimo periodo, subito una deriva che molti osservatori – tra cui numerosi intellettuali e storici israeliani – descrivono come incompatibile con quei valori fondativi; una deriva che non sembra essere più solo del suo ceto governativo, ma che pare abbia infettato la maggioranza della sua popolazione. È una vicenda ormai ben documentata sia da storici ebrei, come Ilan Pappé e Benny Morris, sia da organizzazioni internazionali (B’Tselem, Human Rights Watch e Amnesty International) che hanno qualificato l’attuale sistema di dominio come un forma di apartheid. L’attuale Governo israeliano ha portato questa deriva al suo stadio più estremo, con l’approvazione di leggi fondamentali che sanciscono la preminenza costituzionale del carattere ebraico dello Stato (sino alla recente legge che prevede la pena di morte solo per i palestinesi), attribuendo il diritto di autodeterminazione nazionale esclusivamente al popolo ebraico, e con operazioni militari che le principali organizzazioni umanitarie internazionali definiscono crimini di guerra, crimini contro l’umanità, atti di genocidio o, secondo alcune di esse, genocidio vero e proprio.

È importante sottolineare con la massima chiarezza che questa critica non ha nulla a che fare con l’antisemitismo: nessun popolo, nessuna etnia, nessuna “razza” è di per se malefica o benefica, come fosse caratterizzata da una sorta di essenza metafisica, da un codice genetico; piuttosto sono le circostanza storiche, le esperienze vissute che le plasmano e le fanno diventare di volta in volta criminali o altruiste, tolleranti o persecutorie. E allo stesso modo, non v’è alcuna religione e nessun testo sacro che non contenga in sé elementi di indicibile intolleranza e violenza come anche esempi sublimi di altruismo e amore verso il prossimo: sono gli uomini che – nelle diverse circostanze – li interpretano a proprio modo, valorizzando le parti che loro interessano e sottacendo quelle che non sono coerenti al proprio attuale orientamento. Onde nella storia di ogni religione e della medesima fede vi sono esempi di personalità di sublime grandezza – come un san Francesco – e altri di abietta crudeltà, come un Torquemada. Confondere le due cose con l’accusare di antisemitismo chiunque critichi le politiche israeliane, è una strumentalizzazione che fa torto alla memoria delle vittime dell’antisemitismo reale.

Ciò non può che portare l’attenzione al ruolo che certi testi sacri svolgono in questo contesto, evitando le semplificazioni in entrambe le direzioni. La Bibbia ebraica contiene, accanto a passaggi di altissima ispirazione etica (i profeti Amos, Isaia, Michea, con il loro appassionato appello alla giustizia), testi che descrivono lo sterminio di popolazioni come comandamento divino – le guerre di conquista di Giosuè, il libro di Samuele, certi Salmi. Questi testi non hanno determinato necessariamente il comportamento dei credenti nel corso della storia: per secoli l’ebraismo rabbinico li ha interpretati allegoricamente o li ha neutralizzati attraverso la tradizione del commento. Ma quando una minoranza acquisisce potere militare assoluto e il fondamentalismo religioso cresce come fattore politico dominante, strumentalmente utilizzato – come sta accadendo in Israele con i partiti ultra-ortodossi e messianici che sostengono l’attuale Governo – quei testi possono diventare strumenti di legittimazione di comportamenti che altrimenti sarebbero difficilmente giustificabili davanti all’opinione pubblica mondiale; diventano cibo tossico che avvelena le menti, le rende incapaci di considerare l’altro come proprio pari, facendolo collocare nella sotto-umanità. E pare proprio che oggi Israele, pervenuto a un potere praticamente assoluto sui palestinesi, voglia rifarsi tutto d’un colpo e in breve tempo del male subito in passato, dando la stura al fondamentalismo e al fanatismo più cieco e spietato; senza rendersi conto del rischio che così sta correndo: che il medesimo meccanismo si possa ritorcere contro coloro che oggi lo stanno praticando, non appena i palestinesi ne avranno la possibilità.

È un tragico paradosso che Israele, Stato nato anche come risposta storica alla persecuzione e alla vulnerabilità della diaspora, abbia oggi deciso di costruire la propria sicurezza su basi che la renderanno sempre meno sicura. Come ha osservato con grande lucidità Hannah Arendt già nel 1944 – in un articolo profetico intitolato “Zionism Reconsidered” – la costruzione di uno Stato basato sull’esclusività etnico-religiosa in una regione densamente popolata da altre popolazioni non poteva che produrre conflitto permanente. La sicurezza non si costruisce attraverso la dominazione dell’altro, ma attraverso la costruzione di relazioni di reciproco riconoscimento. È una lezione che l’esperienza storica ha confermato ripetutamente.

La stima e il rispetto che il popolo ebraico ha guadagnato nei secoli costituiscono un patrimonio morale di inestimabile valore. Sperperarlo nelle sabbie di una politica di potenza miope e autodistruttiva è una perdita non solo per il popolo ebraico, ma per l’intera umanità. E sarebbe anche, in senso stretto, un’ulteriore ingiustizia sia verso le milioni di vittime della Shoah, il cui sacrificio merita un esito migliore di quello che stiamo vedendo, sia verso una comunità ebraica internazionale che dissente fortemente e non si identifica con le scelte attualmente compiute dallo stato israeliano.

La lezione generale è amara ma necessaria: nessuna identità, nemmeno quella nata dalla persecuzione più atroce, è moralmente immunizzata contro la tentazione del potere. Tuttavia, proprio chi ha conosciuto l’ingiustizia dovrebbe sapere che il dolore subito, per quanto profondo ed eccezionale, non conferisce il diritto di infliggerlo ad altri. La memoria autentica non è quella che autorizza l’eccezione per sé, ma quella che impedisce di diventare ciò che si è combattuto. La prova morale di una minoranza perseguitata non sta soltanto nel rivendicare diritti quando è debole, ma soprattutto nel riconoscere quegli stessi diritti agli altri quando diventa forte.

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mercoledì 20 maggio 2026

Pithecanthropus Erectus - Charles Mingus Sextet (1970)

 

Salim El Koudri e la distanza dagli altri - Tahar Lamri

 

 

 

C’è una frase che Salim El Koudri aveva scritto sulla sua bio di Instagram. Una sola frase, rimasta lì, probabilmente per mesi, senza che nessuno la leggesse davvero: “Vorrei poter capire la grammatica delle persone come capisco le lettere della lingua araba”. Non è la frase di un nemico. È la frase di qualcuno che voleva capire. Che sentiva la distanza dagli altri come un problema da risolvere, non come una guerra da combattere. È la frase di qualcuno che padroneggiava un codice – l’arabo, la lingua dei padri – ma non riusciva a decifrare il codice intorno a lui: le persone, il sociale, il mondo.

Ma c’era anche dell’altro, nei suoi social. Un post in italiano e in arabo – le due lingue della sua doppia irrisolta appartenenza – in cui parlava di sé in terza persona. Descriveva un “lui” dotato di sogni enormi, creatività infinita, capacità artistiche straordinarie, un’anima sensibile che le anime rozze non sapevano riconoscere. E descriveva una società oscura, ipocrita, che distrugge i talenti e deride i fallimenti. Concludeva: “Non esitare a tagliare qualsiasi mano che ti disturba o ti danneggia”. Firma: Salim. Con un cuore nero. È la struttura classica della grandiosità narcisistica ferita: il genio incompreso circondato da un mondo che non merita lui. Non è follia pura, è una narrazione elaborata, quasi letteraria, costruita per dare senso a un dolore reale. La forbice tra il sé grandioso immaginato e la realtà di un uomo di trent’anni disoccupato che compra gratta e vinci da solo in tabaccheria, che fissa il muro per dieci minuti prima di scegliere il biglietto, che sbatte le porte, quella forbice è uno degli spazi psicologici più pericolosi che esistano.

Nessuno ha risposto a quella frase sulla bio. Nessuno ha letto quel post come il segnale che era. Non perché le persone siano cattive. Ma perché non avevamo gli strumenti – né collettivi né istituzionali – per farlo.

Salim era nato a Bergamo da una famiglia marocchina, cresciuto a Ravarino, nel modenese, da quando aveva cinque anni. Si era laureato in economia. Aveva cercato lavoro. Non lo aveva trovato. Aveva smesso di andare al centro di salute mentale dove era seguito dal 2022. Era scivolato fuori dal radar di tutto e di tutti: del sistema sanitario, della comunità, della famiglia, dello Stato.

Il padre lo conoscevano bene alla piccola comunità islamica di Ravarino. “Un gran lavoratore, di quelli che fanno casa, lavoro, casa”. Ma Salim non lo avevano mai visto. Il padre aveva una rete: la moschea, il lavoro, i connazionali. Salim non aveva niente. Non la rete del padre. Non la rete della società italiana che lo aveva formato e poi non saputo riconoscere. Viveva in quella terra di nessuno che è la condizione di tanti figli di migranti: troppo italiano per appartenere al mondo dei genitori, troppo “straniero” per essere pienamente accolto nel mondo in cui era nato.

E dentro quella terra di nessuno si era costruito un teatro privato: lui come protagonista incompreso, il mondo come nemico sordo. Una narrazione chiusa, che si autoalimentava, senza nessuna crepa dall’esterno. Nessuno che entrasse. Nessuno che rispondesse.

Sabato 16 maggio pomeriggio ha premuto l’acceleratore su via Emilia Centro. Quel tratto di strada lo conosco. È uno di quei luoghi che sono lo specchio fedele dell’Italia contemporanea: negozi di abbigliamento e franchise internazionali, una pasticceria storica e una profumeria araba, un’estetista cinese e uno che ripara biciclette. La mescolanza non come ideologia ma come topografia quotidiana, ineluttabile. Un ecosistema di differenze che esiste, funziona, respira, anche quando la politica fa di tutto per negarlo o avvelenarlo.

Tra le vittime ci sono italiani e tedeschi. Tra chi ha bloccato l’aggressore ci sono egiziani e pakistani. Luca Signorelli, che ha ricevuto due coltellate tentando di fermarlo, ha detto: “Ho fatto vedere che l’Italia non è morta”. Ha ragione. Ma l’Italia che non è morta non è quella che sogna Salvini è quella della strada, quella del pakistano che vende alimentari e dell’egiziano che si lancia su un uomo armato di coltello. E Salvini, puntuale come un avvoltoio, ha scritto: “Salim El Koudri. Questo il nome del criminale di seconda generazione che ha falciato passanti innocenti”.

Criminale di seconda generazione. Non “un uomo con un disturbo psichiatrico grave che il sistema ha perso di vista”. Non “un disoccupato che si sentiva invisibile in un paese che lo aveva formato e poi rifiutato”. Non “una persona reale, con una psicologia specifica, con una frase incompresa su Instagram e un padre che va in moschea e un appartamento in una palazzina popolare di Ravarino”. No: un criminale di seconda generazione. Una categoria. Un simbolo. Una munizione.

Trasformare Salim El Koudri in un’astrazione identitaria è esattamente quello che lui aveva già fatto con se stesso: costruirsi come simbolo invece che come persona. Salvini completa quell’operazione dall’esterno, con finalità opposte ma con la stessa logica: cancellare la persona concreta e sostituirla con un fantasma utile.

Etichettare così quest’uomo non è solo razzismo è qualcosa di peggio: è la distruzione deliberata di qualsiasi possibilità di capire, e quindi di prevenire. Se il problema è “le seconde generazioni”, la soluzione è più controllo, più espulsioni, più decreti. Se il problema è un uomo con un disturbo schizoide che il CSM ha perso di vista nel 2024, la soluzione costa, richiede investimenti, richiede ammettere che lo Stato ha fallito. Salvini sceglie la prima narrazione perché la seconda lo obbligherebbe a fare politica vera.

In Italia nel 2024 sono state assistite dai servizi di salute mentale 845.516 persone. Il dato viene direttamente dal Rapporto del Ministero della Salute, non è un’opinione. Solo il 5% degli psicologi italiani lavora nel pubblico. I Dipartimenti di Salute Mentale sono diminuiti da 183 a 139 in dieci anni. Per garantire un sistema adeguato servirebbero 2 miliardi in più all’anno.

Ora il paradosso che nessuno ha ancora nominato.

A Modena – a Modena, proprio qui – esiste dal 2010 MàT, la Settimana della Salute Mentale: il più grande festival italiano dedicato a questo tema, cento eventi ogni ottobre, gratuiti e aperti a tutti.

Ideato da Fabrizio Starace, direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell’AUSL modenese, una delle figure più autorevoli della psichiatria italiana. Un uomo che ha portato Modena all’obiettivo contenzione zero, dal 2017 nessun paziente viene più legato nei reparti psichiatrici della provincia, un risultato che quasi nessun territorio italiano può vantare. Un festival che ogni anno affronta esplicitamente le difficoltà delle seconde e terze generazioni, la salute mentale dei giovani migranti, il legame tra comunità e cura. Un festival a cui ho partecipato negli anni passati, e in cui ho visto all’opera persone della comunità marocchina, persone che conoscono dall’interno quella terra di nessuno in cui Salim viveva.

Eppure Salim El Koudri – cresciuto a 15 chilometri da Modena, residente nel territorio servito da quel Dipartimento – è scivolato fuori dal sistema nel 2024, silenziosamente, senza che nessuno andasse a cercarlo.

Non dico questo per sminuire MàT, né il lavoro di Starace. Lo dico perché è la dimostrazione più precisa di un limite strutturale che nessun festival, per quanto straordinario, può colmare da solo: sensibilizzare la comunità non sostituisce il follow-up attivo su chi interrompe le cure. La cultura apre spazi ma non può telefonare a chi è sparito.

Se anche Modena, con tutto quello che ha costruito, non riesce a tenere dentro il sistema un uomo come Salim El Koudri, cosa dobbiamo aspettarci dal resto d’Italia?

Salim El Koudri era in quel sistema. Poi non lo era più. E nessuno è andato a cercarlo.

Quante altre persone sono adesso in quel vuoto – italiane e non, di seconda generazione e non – con una frase incompresa sulla bio di Instagram e nessuno che la legga?

Una comunità non è semplicemente un insieme di persone nello stesso luogo. È una rete di vulnerabilità riconosciute, di responsabilità reciproche, di attenzione condivisa. È la capacità di leggere la grammatica degli altri anche di quelli che non sanno farsi leggere.

Abbiamo fallito quella lettura. Non solo i servizi, non solo la politica. Anche noi.

Le donne a cui sono state amputate le gambe su via Emilia sono reali. Il loro dolore è reale. E reale è anche questa domanda, che non possiamo continuare a non farci:

Cosa stavamo facendo mentre quella frase rimaneva senza risposta?

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martedì 19 maggio 2026

La scuola di Valditara: una pratica di disciplinamento - Giuseppe Bagni


Nuove indicazioni per il primo ciclo e per i Licei, Filiera tecnologico-professionale, riforma dei Tecnici, formazione iniziale dei docenti spalancata alle università telematiche, precise indicazioni di contenuti da trasmettere in ogni ordine dell’istruzione, necessità del consenso dei genitori per svolgere le parti ritenute “delicate” del curricolo, seconda “carta del merito” per i diciannovenni senza bocciatura. In quale direzione la destra al governo stia spingendo la scuola dovrebbe essere ormai chiaro a tutti. In uscita dal primo ciclo gli alunni riceveranno le indicazioni su quale scuola potranno utilmente seguire ed è facile prevedere che già la terza media (forse anche la seconda) prenderanno atto delle scelte degli alunni proponendo laboratori differenziati, oltre a formare classi con il latino per i futuri liceali. Quelle scelte saranno l’attuazione e conferma della segregazione che caratterizza la nostra scuola secondaria.

In questo quadro normativo i più bravi potranno scegliere un liceo nel quale raggiungere il “vedere teoretico” che significa la “capacità di interrogare criticamente la complessità, di connettere saperi e di formare giudizi fondati”. È il liceo la vera scuola, in quanto “il cuore pulsante della formazione liceale” sta proprio nella “educazione al saper pensare, al saper studiare e discernere, al saper agire..”. I meno bravi con basse aspettative potranno scegliere un tecnico o un professionale, dove non serve “saper pensare, studiare, discernere”. Il “saper agire” poi, si semplifica nel “saper eseguire” e per questa (non) competenza basta l’addestramento, soprattutto all’ubbidienza. Per i meno bravi dei meno bravi, quelli che rimbalzeranno nelle classi senza andare avanti, c’è la Filiera che permette lo sconto di pena di un anno. La indicano con un 4+2 ma per la stragrande maggioranza degli studenti sarà un 5-1, cioè un anno in meno di scuola e meno scuola ogni anno, preso atto delle ore per l’avviamento al lavoro dai quattordici anni e mezzo.

È chiaro che questo modello di scuola intende imporre un’ideologia normativa: come ha sottolineato con grande chiarezza Simone Giusti, la scuola dovrà fornire agli adolescenti un “habitus adeguato” e la “conseguente regolazione delle forme del vivere”. Da scuola di emancipazione a scuola come “pratica di disciplinamento” degli allievi. La professoressa Perla (coordinatrice della Commissione per la revisione delle indicazioni nazionali per la scuole elementari, medie e superiori) ha dichiarato che occorre passare dall’espressione “educare istruendo” a quella “istruire educando” dove i gerundi indicano il processo in atto e il verbo all’infinito a cosa esso porta. Di fatto ribadendo che il primato torna all’educare: a scuola si va per interiorizzare norme e codici di comportamento, stimolando gli allievi ad adottare “un tono di voce moderato, distanza spaziale, sguardo sorridente e mai intrusivo, gesto sociale, regole cerimoniali ecc.”. Lo studente non è più il soggetto del processo ma è “assoggettato” a un modello comportamentale ritenuto indispensabile perché possa accedere alla cultura codificata. Non può (e non deve) condividere il percorso, perché non può capirlo: nella Premessa delle Linee Guida dei Licei si indica esplicitamente che la dimensione dell’estraneità culturale ha un “valore educativo decisivo”.

In questa dimensione lo studio dell’alunno si riduce a un puro sforzo di assunzione di conoscenze e comportamenti ritenuti indispensabili per divenire, alla fine del percorso, finalmente soggetto e come tale ammesso nella comunità culturale. Chi governa la scuola ci dice che non deve preoccuparsi di conoscere le condizioni di partenza dei suoi alunni, i contesti socioeconomici e culturali di appartenenza; non deve curare che le conoscenze da acquisire siano alla loro portata e riconosciute di valore dagli allievi per la loro crescita. Non si parla mai di motivazione: deve bastare il desiderio di adeguamento alla norma.

È la visione di scuola di un classismo moderno, che vuole al liceo solo gli studenti che studiano qualunque cosa per senso del dovere (di solito verso le aspettative della famiglia), dimenticandosi di quelli che studierebbero (di solito nonostante le zero aspettative della famiglia) se rispettassimo il nostro dovere di dar senso al loro studio.

Non possiamo essere sorpresi che la destra faccia la destra, e nemmeno si può dire che “non li abbiamo visti arrivare”, anzi sarebbe bene riconoscere che sono stati aiutati ad arrivare da provvedimenti che hanno aperto loro la strada. È stato il Governo Draghi con Patrizio Bianchi all’istruzione che nel 2021 sdogana una visione dell’istruzione tecnica indirizzata verso le esigenze del mondo produttivo con un progetto che intendeva “allineare i curricula degli istituti tecnici e professionali alla domanda di competenze che proviene dal tessuto produttivo del Paese”. E dello stesso Governo è il DL n. 144 dell’anno successivo che stabilisce l’allineamento dei curricula degli istituti tecnici e professionali “alla domanda di competenze che proviene dal tessuto produttivo del Paese”.

Adesso, che il modello di scuola (e quindi di società) della destra appare in forma così cristallina rivelando tutta la sua pericolosità – a partire dall’abilità con cui rimasterizza su antico arrangiamento il valore dello studio, della disponibilità alla fatica, dell’autodisciplina degli adolescenti, atteggiamenti che non solo il senso comune ma anche una parte rilevante della sinistra riconosce smarriti e da recuperare – il punto di partenza è ripartire dai presupposti alla base di un’idea di scuola che fondi la sua efficacia sul mettere al centro della propria azione gli allievi, tutti gli allievi. Efficacia ed attenzione alla formazione di tutti; non penalizzare la formazione dei più bravi sapendo far crescere comunque tutti secondo le loro possibilità. Un’utopia? Lo può sembrare: si può credere che gli alunni che non dominano ancora l’italiano (e in casa sono gli unici a parlarlo) fanno perdere tempo alla classe e danneggiano gli allievi a cui l’insegnante può dare tranquillamente da studiare da pagina 20 a pagina 40. È quello che pensano quei genitori che portano via i figli dalle scuole del proprio quartiere, pur di evitare ai figli il contatto con la diversità. Il fenomeno negli Stati Uniti l’hanno chiamato The White Flight, la fuga bianca (ovvero, dei bianchi). Lo pensano certamente anche molti insegnanti, perché fare scuola con alunni molto diversi, misurarsi con le disabilità sempre più presenti nelle classi (e in numero maggiore in quelle già destinate agli alunni più difficili) costa fatica e richiede risorse professionali notevoli.

Eppure è quel contesto che può spingere a chiedersi se la “consegna” di studiare da pagina 20 a pagina 40, a casa, nella propria cameretta (quelli che ce l’hanno) da soli o con l’aiuto dei genitori (quelli che possono averlo) sia davvero la prassi di una scuola efficace. O non sia piuttosto un modo sbagliato di insegnare e di imparare. È da qui, da questa domanda che occorre ripartire. Ad esempio riproponendo con forza un biennio finale dell’obbligo d’istruzione (dai quattordici ai sedici anni) che sappia sfruttare tutte le risorse possibili ma restando di vera istruzione. Unitario, non unico, non serve una quarta e quinta media ma un percorso in cui finire la preparazione di base e orientarsi all’interno di una scelta che resti comunque reversibile.

Non alunni separati in base ad “aspirazioni e talenti” che sono termini pericolosi, come ha ben scritto Michele Arena, perché si prestano ad essere considerati attributi della persona come un dato di natura invece che alla sua condizione. La “povertà educativa” non è un fatto personale. Pensarlo trasforma la vittima in colpevole e la scuola in apparato di selezione. Le aspirazioni e i talenti di qualunque adolescente si sviluppano se liberati dai condizionamenti sociali, familiari economici. Chiedono un ambiente protetto, sicuro, di fiducia. La classe che abitano dovrebbe essere questo: come ha scritto sempre Michele Arena, “un luogo di possibilità” che può essere usato “per opporsi ai dati e alle statistiche” che ci dicono di una scuola che resta classista.

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