martedì 10 marzo 2026

Morire per Israele?

 



di Francesco Masala

Durante il fascismo Mussolini decise che l’Italia doveva morire per la Germania nazista.

Adesso il governo Meloni ha deciso che l’Italia deve morire per l’Israele sionista e gli Usa Epstein-state (i due principali stati canaglia dell’universo, secondo Alberto Bradanini).

La prima volta sappiamo come è andata, dopo la seconda guerra mondiale l’Italia è stata occupata dagli Usa, qualcuno ha tentato di ribellarsi all’occupazione Usa, Enrico Mattei e Aldo Moro, fra i tanti, l’hanno pagata cara.

Anche questa volta potrebbe non andare bene per l’Italia, che, con orgoglio, fa parte a pieno titolo della coalizione Epstein, quella che si proccupa per le bambine e le donne iraniane, e non solo.

Ci ricorderemo della Resistenza?

La Germania ha continuato a vivere, smettendo di essere nazista.

Anche Israele continuerà a vivere, in qualche modo, se smetterà di essere sionista, colonialista, terrorista, genocida, espansionista.

La Germania nazista, l’Israele sionista e gli Usa hanno sempre pensato di essere popoli eletti, benedetti da qualche dio guerriero e gli altri di conseguenza sono maledetti.

Gli Usa, quelli delle guerre di sterminio e dei nazisti del Minnesota, crolleranno col dollaro in tramonto, quando molti non compreranno più niente dagli Usa e gli stessi molti smetteranno di vendergli i loro prodotti.

 

per approfondire:

https://www.remocontro.it/2026/03/06/in-che-mani-e-finito-il-mondo-e-la-nostra-piccola-italia/, di Ennio Remondino

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-alberto_bradanini__dopo_limmorale_aggressione_alliran_le_macerie/45289_65636/, di Alberto Bradanini

https://www.youtube.com/watch?v=lVn5QY8Ymjo, di Matteo Saudino

https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2026/03/02/aggredire-liran-e-meno-grave-che-aggredire-lucraina/, di Domenico Gallo

https://altrenotizie.org/iran-laggressione-della-coalizione-epstein/, di Fabrizio Casari

https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/32451-enrica-perucchietti-le-10-notizie-piu-importanti-e-verificate-contenute-negli-epstein-files.html, di Enrica Perucchietti

https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/03/09/annessione-cisgiordania-israele-palestina-notizie/8311465, di Riccardo Noury

https://comune-info.net/chomsky-epstein-e-le-contraddizioni-che-ci-interrogano/, di Riccardo Taddei

https://www.youtube.com/watch?v=cdNgqTjr4uc, intervista a Minoo Mirshahvalad

https://www.ambienteweb.org/2026/03/08/dichiarazione-degli-ebrei-di-neturei-karta-sulla-guerra-in-corso-con-liran/, di Neturei Karta

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lunedì 9 marzo 2026

L’annessione illegale israeliana della Cisgiordania è cosa fatta - Riccardo Noury

 

Dallo scorso dicembre le autorità israeliane hanno adottato una serie di misure illegali, deliberatamente concepite per espropriare la popolazione palestinese della Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme Est, e rendere irreversibile l’annessione del suo territorio.

Queste decisioni rappresentano un’escalation senza precedenti, per portata e rapidità, nel progetto di espansione degli insediamenti illegali da parte di Israele. Hanno facilitato l’acquisizione di ulteriori terre palestinesi, autorizzato un numero record di nuovi insediamenti – oltre all’ampliamento di quelli esistenti – e formalizzato la registrazione di terreni in Cisgiordania come proprietà dello stato israeliano. Sebbene, infatti, i governi israeliani che si sono succeduti nel tempo abbiano portato avanti politiche volte ad ampliare gli insediamenti e a consolidare l’occupazione e il sistema di apartheid, le più recenti misure dimostrano come l’attuale governo le abbia ulteriormente intensificate, anche all’ombra del genocidio nella Striscia di Gaza e del recente attacco all’Iran.

Ricapitoliamo. Il 10 dicembre 2025 l’Autorità fondiaria israeliana ha pubblicato un bando per 3401 unità abitative nell’area E1, a est di Gerusalemme, nella Cisgiordania occupata. Il piano, congelato dagli anni Novanta a causa delle pressioni internazionali, mira ad ampliare l’insediamento illegale di Ma’ale Adumim e a creare una continuità territoriale con Gerusalemme Est occupata. Ciò dividerebbe in due la Cisgiordania, interrompendo in modo permanente la continuità urbana palestinese tra Ramallah, Gerusalemme Est occupata e Betlemme. Insieme alla costruzione di un bypass (una strada esterna di collegamento, i cui lavori dovrebbero iniziare questo mese), il piano comporterà anche il trasferimento forzato delle comunità palestinesi che vivono nell’area.

L’11 dicembre 2025 il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato piani per la creazione di 19 nuovi insediamenti, portando a 68 il totale di quelli approvati dall’attuale coalizione di governo in soli tre anni e a circa 210 il numero complessivo di insediamenti ufficiali. Attualmente 750.000 coloni israeliani vivono illegalmente in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est.

I nuovi insediamenti comprendono la “legalizzazione” retroattiva di avamposti costruiti in violazione persino della normativa interna israeliana. Almeno tre di questi siti sorgono su terreni da cui comunità palestinesi, come quelle di Ein Samia e di Ras Ein al-Ouja, sono state recentemente trasferite con la forza a seguito di violenze dei coloni appoggiati dallo Stato. Secondo Peace Now, organizzazione non governativa israeliana che monitora l’espansione degli insediamenti, nel solo 2025 sono stati creati 86 nuovi avamposti, un numero record, in prevalenza agricoli o di pastorizia, che hanno contribuito in modo significativo all’aumento della violenza dei coloni sostenuta dallo stato israeliano e al trasferimento forzato di comunità palestinesi.

Protetti dall’esercito israeliano e finanziati dal ministero dell’Agricoltura israeliano, questi avamposti hanno reso estremamente difficile la vita di agricoltori e pastori palestinesi, in particolare nell’Area C. I coloni impediscono in modo aggressivo ai pastori palestinesi di accedere ai terreni di pascolo, privandoli della loro principale fonte di sostentamento, oltre a occupare terre con la forza, danneggiare proprietà, sottrarre bestiame e attaccare persone e abitazioni palestinesi. Secondo un’altra organizzazione non governativa israeliana per i diritti umani, B’Tselem, l’anno scorso 21 comunità palestinesi sono state completamente o parzialmente sradicate a causa della violenza dei coloni sostenuta dallo Stato.

Andiamo avanti. Una dichiarazione dell’amministrazione civile israeliana del 5 gennaio di quest’anno, che designa 694 dunam (circa 694 ettari) di terreni appartenenti alle città palestinesi di Deir Istiya, Bidya e Kafr Thulth, nel nord della Cisgiordania, come “terre statali”, insieme a una serie di misure annunciate dal gabinetto di sicurezza l’8 febbraio per ampliare il controllo sulla Cisgiordania, ha segnato un’ulteriore escalation nell’espropriazione dei terreni.

Tali misure comprendono l’abrogazione della legislazione giordana ancora in vigore per consentire ai coloni israeliani di acquistare terreni palestinesi senza adeguati controlli, l’aumento del controllo amministrativo civile israeliano sulla pianificazione e sull’edilizia nella città di Hebron e presso la Tomba di Rachele a Betlemme, nonché il conferimento alle autorità israeliane di nuovi poteri di applicazione della legge nei siti archeologici e in materie relative all’acqua e all’ambiente nelle Aree A e B.

L’escalation è proseguita il 15 febbraio, giorno in cui il governo israeliano ha adottato una decisione che equivale a un’annessione secondo la legislazione israeliana. Sono stati stanziati oltre 244 milioni di shekel (circa 66 milioni) per istituire un meccanismo governativo volto a facilitare la registrazione delle terre nell’Area C, trasferendo le competenze in materia dall’amministrazione civile al ministero della Giustizia.

Attualmente, secondo Peace Now, quasi il 58 per cento delle terre dell’Area C della Cisgiordania occupata non è registrato. Israele ha già confiscato oltre la metà di tale area attraverso la designazione di “terre statali”. La popolazione palestinese s’imbatte in ostacoli quasi insormontabili per dimostrare la proprietà dei terreni, a causa dell’interpretazione restrittiva da parte di Israele delle leggi fondiarie ottomane, che richiedono la presentazione di una serie di documenti, mappe e altri registri cui molte persone palestinesi non hanno accesso.

La registrazione delle terre è un eufemismo per indicare espropriazioni e spoliazioni. L’obiettivo è l’annessione totale e Israele ha già posto gran parte delle basi per realizzarla. I ministri dell’attuale governo non avvertono neanche più la necessità di nascondere le proprie intenzioni.

In conclusione, uno Stato guidato da un primo ministro ricercato dalla Corte penale internazionale per accuse di crimini di guerra e crimini contro l’umanità continua a ostentare apertamente il proprio disprezzo per il diritto internazionale. Nonostante centinaia di risoluzioni delle Nazioni Unite, pareri consultivi della Corte internazionale di giustizia e condanne a livello globale, Israele continua ad ampliare in modo palese gli insediamenti illegali, rafforzando il suo sistema di apartheid e compromettendo la vita e i mezzi di sostentamento della popolazione palestinese.

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In che mani è finito il mondo e la nostra piccola Italia - Ennio Remondino


Adesso che la sopravvivenza del mondo è minacciata da quei due criminali planetari del ‘fronte occidentale’ (Trump e Netanyahu se non fosse chiaro), e la pochezza della maggior parte dei loro colleghi al potere nel mondo, gli sconti di tifoseria non valgono più. Di fronte allo spettacolo di due ministri soggetti di presa in giro social nel loro tentativo di sostituire una premier fantasma, ‘destra’ o ‘sinistra’ sfumano e si impone la dignità nazionale offesa. L’Italia in Europa e nel mondo, con la sua politica estera lasciata nelle mani del ministro Tajani. E l’Europa di Von der Leyen che mantiene l’inesistente Luigi Di Maio come suo rappresentante nel Golfo Persico? Perché non la dignità della Spagna invece di obbedienza servile? Per non dire di Stati Uniti e Israele

 

Abbiamo capito cosa stanno combinando?

Capi di governo killer, sostiene il britannico Economist. «Il 28 febbraio, il presidente americano e il primo ministro israeliano hanno fatto proprio questo, uccidendo l’86enne leader supremo dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei. E poiché Khamenei era malvagio (e sicuramente lo era), qualsiasi tipo di guerra avrebbe senso. Quando si comanda una macchina letale come le forze armate americane, unite in questa operazione con le Forze di Difesa Israeliane, temprate dalla battaglia, si ha la speciale responsabilità di definire ciò che si vuole ottenere. Questo non è solo un requisito etico; è anche pratico. Gli obiettivi della guerra guidano la campagna; definiscono i sacrifici che lo Stato impone al proprio popolo e al nemico; e determinano quando i combattimenti dovrebbero finire».

Per non lasciare Trump primo e solo colpevole, Israele ancora una volta in Libano, il ministro israeliano Bezalel Smotrich, ieri ha promesso che Beirut «assomiglierà a Khan Yunis», cioè Gaza

Crosetto e Tajani supplenti premier

La presidente del Consiglio non si presenta in Aula per riferire sulla crisi mediorientale, preferisce parlare ai microfoni di Rtl. Due ore prima dell’inizio delle comunicazioni del governo sul conflitto in Iran e gli aiuti da inviare ai paesi del Golfo, Giorgia Meloni parla in radio a Rtl e in mezz’ora interviene su tutto lo scibile, dalla guerra in corso al referendum, lasciando i due ministri praticamente da soli tra i banchi del governo alle schermaglie del dibattito parlamentare. Sostenendo che a provocare la «crisi del diritto internazionale» è stata «di un membro del consiglio di sicurezza dell’Onu», leggasi Russia, l’Iran sotto attacco, colpevole per «la sua reazione scomposta». Linea dettata ai due ministri commissariati, e lontana dal Parlamento. «Lo schiaffo dell’intervista lontana dalle aule è senza dubbio per le opposizioni, ma è rivolto anche al resto dell’esecutivo lanciato in mezzo alla mischia».

Con Crosetto che alla fine confessa: «Certo che la guerra è stata al di fuori del diritto internazionale». Posizione personale o quella del governo? E il rispetto degli accordi torna solo per l’eventuale concessione delle basi.

«Non saremo complici». Sánchez sfida Trump

«La posizione della Spagna si riassume in tre parole: no alla guerra». Nel suo messaggio, il premier spagnolo Pedro Sánchez ha deciso di cavalcare esplicitamente lo slogan che il socialista José Luís Rodríguez Zapatero aveva usato per vincere le elezioni del 2003, contro l’impopolare decisione di José María Aznar (del Pp) di infilare la Spagna nell’altra grande guerra in Medio Oriente, quella contro l’Iraq. «La posizione del governo spagnolo è la stessa che abbiamo avuto in Ucraina o a Gaza: no alla violazione del diritto internazionale che ci protegge tutti, specie i più indifesi; no all’idea che il mondo possa risolvere i suoi problemi solo a base di conflitti e bombe; no a ripetere gli errori del passato», ha detto dalla Moncloa. «Alcuni ci accusano di essere ingenui, ma ingenuo è credere che la soluzione sia la violenza, o credere che la democrazia e il rispetto tra le nazioni fioriscano dalle macerie».

Un chiaro riferimento a Donald Trump, senza mai citarlo, valido anche per la collega italiana: «Non saremo complici di una cosa cattiva per il mondo, e quindi contraria ai nostri valori e ai nostri interessi, solo per paura delle rappresaglie di qualcuno».

L’assordante silenzio Ue

E mente il Medio Oriente brucia, letteralmente l’Unione Europea aveva in campo, almeno sulla carta, un suo uomo nella regione: Luigi Di Maio, «Rappresentante Speciale per il Golfo Persico». Con un problema. Al momento in cui scriviamo, Di Maio non risulta aver rilasciato alcuna dichiarazione pubblica sul bombardamento. Nessun comunicato, nessun post sui social, nessuna comparsata televisiva. Un silenzio eloquente. Il 27 febbraio, Di Maio era a Roma all’evento dell’eastwest Coffee per ‘tracciare la rotta delle relazioni UE-Golfo’. E ci aveva rassicurato sull’avanzamento dei negoziati con gli Emirati Arabi Uniti e il lancio di un nuovo accordo strategico con l’Arabia Saudita, descrivendo il Golfo come «un hub di trasformazione strategica globale». Il giorno dopo, l’attacco Israele americano. Europa sena vergogna che rincara

Un precedente imbarazzante

«Dov’è finito Di Maio, lo Special One della Ue per il mondo arabo?» Il 27 febbraio, Di Maio era a Roma all’eastwest Coffee per ‘tracciare la rotta’ delle relazioni UE-Golfo. A rassicurarci sui negoziati Usa-Iran. Il giorno dopo, quello stesso hub è diventato un teatro di guerra. E oggi, di fronte all’attacco più esteso nella storia recente del Medio Oriente, la voce ufficiale dell’UE è venuta dall’Alta rappresentante Kaja Kallas, che per una volta scopre la verità diffusa e ha definito la situazione «pericolosa». Tutti rassicurati da tanta acuta analisi.

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domenica 8 marzo 2026

L’AI va in guerra (c’era già, ma qualcosa è cambiato?) - Carola Frediani

È impressionante, ma non inaspettata, la velocità con cui siamo passati a parlare di intelligenza artificiale intesa come il tuo copilota personale o lavorativo che toglierà di mezzo un sacco di compiti noiosi, a intelligenza artificiale intesa come tecnologia che facilita un bombardamento.

Voglio dire, è ovvio che questo secondo aspetto fosse già lampante da tempo (per molti, sicuramente per questa newsletter e per il sito Guerre di Rete): del resto, bastava seguire i resoconti della guerra in Ucraina e degli attacchi israeliani su Gaza.

Ma lo scontro tra il Pentagono e Anthropic (società econche produce Claude, la nota famiglia di modelli linguistici di grandi dimensioni) ha avuto il merito di funzionare da pirandelliano strappo nel cielo di carta.
Si sta infatti cementando un complesso militare-industriale con al centro l’intelligenza artificiale, su cui i governi (in primis, quello Usa), ossessionati dal raggiungere la supremazia tecnologica, stanno scommettendo moltissimo e per cui sono disposti a far saltare qualsiasi regola, anche nei rapporti con le società produttrici. E, d’altro canto, queste ultime, affamate di utili che ancora non arrivano, non si fanno alcuno scrupolo a siglare contratti coi militari, whatever it takes.

Tutto ciò, in uno scenario in cui le conseguenze di questa rapidissima integrazione tra AI e sistemi d’arma e d’intelligence sono ancora tutte da capire (in termini di affidabilità, sicurezza, risvolti etici, legali) e prospettano scenari distopici.

E dunque veniamo all’analisi di chi questo cielo di carta, nelle ultime settimane, lo ha preso a mazzate: lo scontro Anthropic-Pentagono, che ha portato alla messa al bando della società dai contratti governativi americani. Partendo però dalla fine. Perché secondo il WSJ, il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha ancora utilizzato l’intelligenza artificiale di Anthropic durante gli attacchi in Iran, poco dopo il ban. Del resto, Trump aveva specificato che ci sarebbe stata una fase di transizione di sei mesi per il Dipartimento della Difesa e le altre agenzie che utilizzano i prodotti dell’azienda. Nel mentre, il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha ordinato al Pentagono di designare Anthropic un “rischio per la catena di approvvigionamento”, come una qualsiasi azienda hi tech cinese o russa sospettata di avere backdoor nei suoi prodotti (e infatti sulla dubbia legalità di questa mossa senza precedenti, rimando a questo articolo).

“Con effetto immediato, nessun appaltatore, fornitore o partner che intrattiene rapporti commerciali con l’esercito degli Stati Uniti può svolgere alcuna attività commerciale con Anthropic”, ha scritto Hegseth in un post sui social.

Su come Claude sia utilizzato dai militari si sa ovviamente poco. Sappiamo che Anthtropic è stata la prima società di modelli di AI ad ottenere un contratto da 200 milioni di dollari col Pentagono, la scorsa estate, creando dei modelli ad hoc, come Claude Gov, con meno restrizioni. E che fino a pochi giorni fa è stata l’unica a poter lavorare con sistemi classificati. Secondo fonti di Wired Usa, Claude Gov sarebbe utilizzato principalmente per compiti di routine, come la redazione di rapporti e la sintesi di documenti, ma anche per l’analisi delle informazioni e la pianificazione militare. “Da quanto ne sappiamo - scrive la newsletter AI Update - viene utilizzato per elaborare dati di intelligence, identificare pattern nelle immagini satellitari e nelle comunicazioni intercettate, eseguire simulazioni e generare briefing. Pensatelo come l’assistente di ricerca più costoso al mondo, non come un Terminator. Ma il confine tra “supportare le decisioni” e “prendere decisioni” diventa rapidamente sfumato quando si elaborano i dati che determinano dove cadrà il prossimo missile”.

Inoltre Claude è integrato in una piattaforma di Palantir, società di analisi dei dati ben nota per i molteplici contratti col governo Usa: si tratta del Maven Smart System, uno strumento di AI che fornisce alle truppe un quadro unificato delle informazioni di intelligence provenienti da più sensori.

Ed è proprio questa partnership che ha portato alle prime avvisaglie dello scontro Anthropic-Pentagono, quando a gennaio è emerso sui media che nella cattura di Maduro sarebbe stato usato anche Claude. Un dipendente di Anthropic avrebbe chiesto chiarimenti sull’operazione a una controparte in Palantir, che a sua volta avrebbe informato il Pentagono, che si sarebbe alquanto irritato. Anche perché probabilmente erano già in atto delle tensioni e negoziazioni con la società cofondata da Dario Amodei sulle restrizioni volute dalla stessa società nell’utilizzo di Claude da parte dei militari. Fra queste, due apparivano come non negoziabili per Amodei: no all’uso per fare sorveglianza di massa sui cittadini Usa; no all’uso in armi completamente autonome (senza supervisione umana).

Due questioni che erano già state sottolineate da Amodei in un saggio pubblicato a gennaio. E che sono francamente diventate una sorta di limite etico minimo, una specie di palizzata disperata contro i carri armati della distopia. Per questo Amodei, e Anthropic, che hanno costruito la loro società sull’idea, se volete sul brand, di essere migliori di OpenAI, di pensare di più alla sicurezza e all’etica, non avrebbe mai potuto cedere alle minacce del Pentagono. È stata la cronaca di una spaccatura annunciata.

Ora Anthropic, che combatterà in tribunale la designazione di rischio nella catena di fornitura, è diventata un paria per il governo ma si è guadagnata il rispetto di molti nel settore. E ha generato delle scosse telluriche in altre aziende, dove i dipendenti di sono messi a firmare petizioni per chiedere di opporsi all’uso dei loro strumenti di intelligenza artificiale per la sorveglianza di massa e per la produzione di armi in grado di uccidere senza il controllo umano. E mentre Claude balza in cima ai download sull’App Store Usa, c’è chi chiede di boicottare ChatGPT dopo la notizia che OpenAI avrebbe invece trovato un accordo con il Pentagono per usare i suoi modelli in reti militari classificate. Un accordo che non convince anche molti esperti di tecnologia.

E quindi, siamo di fronte a una Authoritarian AI Crisis, come ha scritto Casey Newton? Non lo so, ma certo ci voleva una buona dose di ingenuità (o un fitto strato di prosciutto sugli occhi) per pensare che si potessero fare contratti coi dipartimenti della difesa senza che questi sollevassero grossi problemi etici per aziende private nate come laboratori di ricerca per costruire una tecnologia che migliorerà il mondo.

Ma almeno ora alcune delle contraddizioni sono più visibili per tutti. Come è palese che i margini di azione in questo campo da parte della società civile e di chi si preoccupa di diritti umani e legalità si stanno restringendo sempre più velocemente, se non si agisce subito.

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Iran, l’aggressione della coalizione Epstein - Fabrizio Casari

Come ampiamente previsto, nonostante i negoziati l’attacco israelo-americano all’Iran c’è stato e, con esso, anche la reazione iraniana che – come promesso – ha colpito le basi statunitensi nel Golfo. Un’aggressione programmata e voluta che diventa nella grande manipolazione politica e mediatica una “guerra preventiva”. Una volta di più si capisce il valore politico e persino etico che Trump assegna alla diplomazia e la mancata richiesta di autorizzazione al Congresso chiarisce anche quanto agisca al di fuori delle procedure costituzionali, con tanti saluti al famoso sistema di “pesi e contrappesi”. Questa è l’America trumpiana, che a differenza delle versioni precedenti, specializzate nell’imbellettare da “diritti umani e democrazia” la sua dimensione imperiale estera, presenta anche una involuzione autoritaria interna di natura fascistoide ormai irrefutabile.

Ridicola la presa di posizione europea che si guarda bene dal condannare l’aggressione israelo-americana ma condanna “gli attacchi iraniani” dimenticando che sono attacchi alle basi militari USA e non alla popolazione civile. Emerge, nella paccottiglia di Bruxelles, la vicenda del cosiddetto ministro della Difesa italiano fermo a Dubai perché non informato dell’attacco. Dopo essersi autonominato osservatore del “Board of Peace” senza vedere niente di quel che succede, la riduzione a cinepanettone del governo Meloni è compiuta. La culla ideologica del genocidio e della sostituzione del Diritto con la forza non ha più nemmeno interpreti all’altezza del dramma e si rifugia nell’avanspettacolo.

Netanyahu e Trump sono interpreti del connubio tra affari privati che diventano pubblici, ovvero della guerra come arma di distruzione e di distrazione di massa dalle loro vicende. Vedono nella guerra permanente l’unica possibilità di allontanare indagini e processi che li attendono ma questo è solo un elemento aggiuntivo nella scala delle nefandezze.

Come già nell’Agosto del 2025, l’attacco viene sferrato nel bel mezzo dei colloqui diplomatici, finto rito per una soluzione politica al contenzioso. Contenzioso che non aveva senso né sul piano del Diritto – non essendo gli USA deputati a decidere sulla sugli assetti politici, economici e militari di altri paesi – né su quello politico, visto che l’Iran non rappresentava nessuna minaccia per gli USA. Le richieste insostenibili di Washington al tavolo dei negoziati cercavano il NO iraniano, ma nel timore che la flessibilità negoziale di Teheran potesse prevalere, Trump ha scelto l’attacco, anche perché Netanyahu non avrebbe perdonato un rifiuto. E, con la prospettiva di uno sviluppo delle indagini sul caso Epstein, nel quale è immerso fino al collo con il premier israeliano che dispone della documentazione utile ad affossarlo, Trump si è fatto due conti e ha dato ordine di attaccare.

Israele vuole l’abbattimento di un governo che, per forza militare e influenza politica, è il nemico più insidioso per i piani di dominio dell’area mediorientale e del Golfo Persico. L’idea della Eretz Israel si fonda sul dominio coloniale del mondo arabo e ha come presupposto l’azzeramento di ogni forza militare che può ostacolarne la realizzazione come di qualunque traccia del Diritto Internazionale che ne stabilisca l’ossatura giuridico politica. Ma Israele non possiede la forza sufficiente a piegare l’Iran ed ecco quindi che intervengono gli USA a coprire le necessità strutturali di tipo militare di cui Tel Aviv ha bisogno per tentare un’operazione altrimenti destinata alla sconfitta.

Gli Stati Uniti, dal canto loro, contano su Israele per mantenere il controllo ferreo sull’area del mondo a maggior valore energetico fossile e su alcuni dei principali corridoi per il commercio mondiale, crocevia naturale tra tre continenti. Per questo sostengono, pagandone anche il prezzo, quello che, a tutti gli effetti, è un rischioso conflitto dai tempi incerti e dagli sviluppi complessi.

E’ infatti una scommessa che rischiano seriamente di perdere, perché l’Iran non è semplice da sconfiggere e non sembra possibile ipotizzare un regime-change dall’interno. La morte di Khamenei ha più valore simbolico che concreto, il ricambio di un uomo di 86 anni era già previsto in tempi brevi. In compenso la sua martirizzazione rinsalda ulteriormente il sostegno popolare al sistema.

Gli scenari possibili sono difficili da decifrare ma l’appoggio popolare è forte e non si vedono una o più figure che vogliano e possano tentare di ammortizzare il conflitto con l’Occidente. E certamente la soluzione importata dall’estero non c’è, dato che la figura patetica del figlio dello Scià non ha nessuna possibilità di essere utilizzata: oltre alla nullità del personaggio, riporta alla repressione di Reza Phalevi e della sua polizia politica, la Savak, uno dei peggiori centri di criminalità poliziesca nella storia persiana.

Dunque seppure l’attacco dovesse dar luogo a una crisi sistemica, non si vede quale sarebbe la soluzione politica e la mancanza di sbocchi rischia di rendere un inutile massacro quello in corso, con il risultato di saldare ulteriormente il popolo iraniano con il gruppo dirigente e indirizzare il Paese verso la dotazione, questa volta vera, dell’arsenale atomico. Proprio quello che si diceva voler evitare.

Per Washington però l’obiettivo principale dell’attacco è soprattutto colpire la Cina, che del petrolio e gas iraniano (Teheran è terzo produttore di petrolio e secondo di gas al mondo) è il principale acquirente internazionale, al punto da ricavarne oltre il 30% del fabbisogno energetico complessivo.

Gli Stati Uniti hanno chiare due cose: che la loro situazione finanziaria è drammatica, tecnicamente vicinissima a un default e che la ridotte fiducia degli investitori renderà sempre più difficile piazzare i loro Buoni del Tesoro con cui pagano il debito generando altro debito. La sola soluzione che intravvedono è quella di addossare il loro debito agli alleati occidentali e di migliorare la loro bilancia commerciale saccheggiando risorse e materie prime dei loro avversari.

Parallelamente, solo l’indebolimento commerciale della Cina potrà tentare di ridurre il gap economico tra i due giganti che si presenta sia nella leadership mondiale nel commercio che nel possesso delle materie prime, delle terre rare e dello sviluppo tecnologico, che vedono Pechino decisamente più avanti.

I riflessi su Cina e Russia

Se dopo il blocco delle forniture dal Venezuela, si bloccassero quelle dall’Iran, l’economia cinese patirebbe effetti negativi. Anche il blocco dello stretto di Hormuz non rappresenta un dramma per gli USA, dal momento che il petrolio che vi transita proveniente dalle petro-monarchie del Golfo è diretto verso l’Europa e verso l’Asia, non verso l’Atlantico. L’incidenza sulle forniture europee arriva al 20% del totale, mentre per l’Asia complessivamente l’impatto sfiora il 70% e per la Cina il 30%.

Se il blocco dello stretto di Hormuz produrrà – com’è ovvio – una riduzione del greggio e del gas a disposizione sui mercati e, di conseguenza, un aumento del costo del barile e del metro cubo, (di cui godranno anche i petrolieri texani come pure i russi), questo si riverserà soprattutto sulle bollette e sulle forniture per gli europei, che dovranno magari incrementare gli acquisti – a prezzo 4 volte superiore – dagli USA.

La stessa Russia rischia, perché un’eventuale gestione occidentale del petrolio e del gas iraniano potrebbe vedere un’offerta a prezzi agevolati all’India con la condizione di una loro forte riduzione o addirittura una rinuncia alle forniture russe. Una operazione complessa che difficilmente potrebbe essere fatta propria da Modi, ma è una fantasia radicata a Washington, che da mesi ripete come New Dheli abbia rotto i contratti di fornitura petrolifera con Mosca senza che da nessuna parte arrivino conferme.

Se questo succedesse porterebbe il blocco dirigente dei BRICS a un sostanziale stallo e, di fronte a una mancata risposta politica verso l’aggressione a due paesi membri (Venezuela e Iran), l’attrazione verso altri paesi, che pure sarebbero interessati ad associarsi con l’organismo multipolare, potrebbe venir meno. Non per scarsa condivisione del progetto ma per timore di dover affrontare la rappresaglia occidentale senza poter ricorrere all’aiuto dei soci o partner commerciali. In questo modo i BRICS resterebbero un’associazione di tipo economico-commerciale priva di sostanza politica e deterrenza militare e ciò vedrebbe l’innesto di una retromarcia. Quella che riduce il multipolarismo a schema concettuale pragmatico di natura squisitamente finanziaria, senza alcuna ambizione politica di concorrere alla governance globale.

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sabato 7 marzo 2026

Un romanzo messicano - Jorge Volpi

una storia di polizia e magistratura corrotti, una storia non di finzione, se fosse un film sarebbe un documentario prodotto dalle mani di un grande scrittore.

la fortuna di Florence Cassez, che marcisce in prigione, con una condanna a 60 anni, è di essere una cittadina francese, e per lei si mobilitano tutte le autorità del suo paese, fino al presidente della repubblica.

chissà quanti poveri cristi marciscono ignorati da troppi, in quel Messico troppo difficile da vivere.

il romanzo (di non fiction) è davvero appassionante, come un lungo reportage di uno che sa scrivere.

mi è venuto in mente Gomorra, il libro di Roberto Saviano, una storia che si legge come un romanzo.

un libro che merita, promesso.

 

 

 

 

“Rompendo tutte le convenzioni del genere, l’autore mette faccia a faccia il lettore e la realtà, senza intermediari. In questa storia il narratore è solo l’occhio che osserva i fatti e li mette in ordine. Il suo sguardo è la domanda a cui non ci sono risposte: resta solo la perplessità del reale.” Queste sono le motivazioni della giuria del Premio Alfaguara, assegnato a Un romanzo messicano nel 2018, ma sono anche le sensazioni che restano al lettore: dubbi, molti, su che cosa è vero e che cosa no, su chi è degno di fiducia e chi no quando anche chi è dalla parte della legge scende a compromessi.

«Un romanzo eccitante e coraggioso che purtroppo non è finzione; un racconto eccezionale del paese che non vorremmo essere ma che ancora siamo» - Jorge Zepeda Patterson, El País Internacional

«Jeorge Volpi ricostruisce un clamoroso giallo internazionale» - Alessandra Coppola, la Lettura

«Volpi osa descrivere le più sottili trappole della relazione tra politica, media e trafico di droga come nessuno ha mai fatto prima» - Francisco Martínez Real, Diario 16

«Si esce dalla lettura devastati e carichi di interrogativi pessimistici. Possiamo consolarci dicendo a noi stessi: ma dopo tutto è una storia messicana, roba lontana da noi. Davvero?» - Giancarlo De Cataldo, Robinson

Se la postverità esiste, dovremmo immaginarla non come l'abito in cui i potenti mentono, e nemmeno quello in cui mentono in modo sistematico, bensì come quello in cui le loro menzogne non danno più fastidio a nessuno e la distinzione tra verità e menzogna diventa irrilevante.

Silvia Melis, Giuseppe Soffiantini, Farouk Kassam. Quando si parla di rapimenti questi sono alcuni dei nomi che vengono in mente: donne, uomini e bambini vittime di persone senza scrupoli che li hanno strappati dalle loro vite, chi per pochi giorni, chi per anni. In Messico è successo e succede ancora lo stesso: insieme al traffico di droga, i rapimenti sono una risorsa economica importante per la criminalità, e un vero e proprio fronte di guerra interno per polizia e autorità governative, disposte a tutto pur di riuscire a dimostrare il loro potere. I fatti raccontati da Jorge Volpi rientrano in questo quadro. È l’8 dicembre 2005: la polizia federale fa un’incursione nella tenuta Las Chinitas e arresta Israel Villarta e Florence Cassez. Grande dispiego di mezzi e telecamere delle reti nazionali più importanti per documentare la cattura di due criminali a capo di una banda che si è macchiata di gravi crimini. Quando entrano in scena gli avvocati difensori dei due però ecco emergere procedure irregolari e torture al fine di ottenere la confessione: il tutto celato all’opinione pubblica. Perché il caso Villarta – Cassez è stato uno dei più grandi casi di insabbiamento perpetrati dalla polizia messicana, uno scandalo dagli echi internazionali.

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Perfino la nostra stessa memoria non è che una narrazione che il nostro cervello elabora processando i ricordi, ma è tutt’altro che un resoconto obbiettivo. E la «realtà»? A partire dalle percezioni, il cervello la ricrea, la inventa, proprio come uno scrittore concepisce un romanzo e un lettore lo decifra, presentandola poi in quella forma al nostro Io. Il quale, a sua volta, è solo «uno schivo fantasma»,impossibile da localizzare in alcun punto del cervello. Insomma, è anch’esso un«racconto»: l’io e la coscienza rappresentano l’ultimo stadio di quel meraviglioso cammino evolutivo che ci ha trasformati in «materia capace di pensare la materia».

Come scrive Volpi, «se la finzione è un utensile tanto potente per esplorare la natura – e specialmente la natura umana – è perché anche la finzione è realtà. Anche se nella maggior parte dei casi siamo in grado di differenziare la verità dall’invenzione, la loro sostanza si mantiene identica. Per questo motivo, la finzione è fondamentale per la nostra specie. La letteratura non serve semplicemente a intrattenerci o ad affascinarci. La letteratura ci rende umani».

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Aggressione all’Iran: le parole per dirlo - Domenico Gallo

 

Le parole sono importanti, la parola determina gli orizzonti del pensabile. Non a caso l’impoverimento del linguaggio, spesso sotto forma di semplificazione, rappresenta uno dei più efficaci dispositivi di depotenziamento dell’azione collettiva e di manipolazione delle masse. Dal 24 febbraio del 2022 siamo stati sommersi da un diluvio di parole di finta indignazioneL’aforisma: “c’è un aggredito e un aggressore” è stato condito in tutte le salse. L’aggressione della Russia all’Ucraina è stata costantemente qualificata come brutale, ingiustificata e non provocata. Fiumi di inchiostro sono stati versati nelle dichiarazioni dei vertici dell’Unione Europea e nelle Risoluzioni del Parlamento europeo, per esternare l’indignazione verso un’azione militare che calpestava il diritto internazionale e per esecrare i crimini di guerra della Russia, che sono stati finanche numerati (40.000). L’Ucraina è stata istigata a combattere e a sacrificare la vita dei suoi figli – invece di cercare la pace attraverso un compromesso – perché non si poteva deflettere dal mantra di “un mondo basato sulle regole”, anche a costo di qualche milione di morti. I documenti che hanno inflitto diciannove ordini di sanzioni alla Russia sono stati tutti lastricati da richiami ai principi e alle norme della Carta dell’ONU e delle Convenzioni internazionali sui diritti umani e sul diritto bellico.

Invece, di fronte al genocidio a Gaza prima e all’attacco all’Iran oggi, le parole d’indignazione delle élites europee stranamente non hanno trovato voce e di sanzioni non si è nemmeno parlato. Anzi si è tirato fuori lo spettro dell’antisemitismo per fare da schermo alle atrocità indicibili commesse da Israele. Dopo il bombardamento del Venezuela e il rapimento di Maduro, ci ha pensato Trump a spazzare via il feticcio del “mondo basato sulle regole” che la NATO e l’Unione Europea avevano agitato contro la Russia, disvelandone la falsità. Alla domanda dei giornalisti del New York Times «C’è qualche limite al suo potere sul piano mondiale che potrebbe fermare ciò che vuol fare?», l’8 gennaio Donald Trump ha risposto in maniera chiara e netta: «C’è una sola cosa: la mia propria moralità, la mia mente. È la sola cosa che mi può fermare. E questo va benissimo. Io non ho bisogno di nessun diritto internazionale. Il mio potere (cioè quello degli Stati Uniti, ndr) è limitato dalla forza, piuttosto che dai trattati o dalle convenzioni». Siamo, purtroppo abituati alle violazioni dei principi fondanti del diritto internazionale da parte degli USA e di altri attori internazionali, ma dopo le azioni e le dichiarazioni di Trump c’è qualcosa in più. Adesso le regole che dovrebbero assicurare la convivenza pacifica delle Nazioni, fondate sul divieto dell’uso della forza nelle relazioni internazionali comminato dallo Statuto dell’ONU, sono state apertamente ripudiate e sostituite dalla restaurazione della legge del più forte. Sbugiardata la finzione del “mondo fondato sulle regole”, l’imperatore dell’Occidente ci informa che l’unica regola che riconosce e che può porre un limite al suo potere è quella della forza.

La legge della giungla è restaurata a livello planetarioCome ha osservato Luigi Ferrajoli, «l’umanità è regredita allo stato di natura, per di più nucleare, dominato da pochi despoti, tutti armati, violenti, esaltati e spregiudicati». Il paradosso è che i nostri leader e i leader europei, che si sono stracciati le vesti mostrando di voler punire le violazioni del diritto internazionale commesse dalla Russia, di fronte a questo atto di aggressione, brutale, ingiustificata e pilotata dallo Stato terrorista di Israele, non hanno le parole per dirlo, per uscire fuori dalla finzione e chiamare questo attacco per quello che è: un atto di aggressione ai sensi dell’art. 2 della Carta dell’ONU, un crimine internazionale ai sensi dell’art. 5 dello Statuto della Corte penale internazionale. Giorgia Meloni, come Ursula von der Layen, come Roberta Metsola, come la Kaja Kallas si sono limitate a qualche pigolio, mostrandosi preoccupate per lo sviluppo della situazione (e ne hanno ben motivo!). La Kallas ha aggiunto che l’UE sta coordinandosi con Israele e paesi arabi per lavorare verso una soluzione negoziata, notando che i programmi nucleari e missilistici dell’Iran sono considerati una minaccia alla sicurezza globale. In altre parole, l’Alta rappresentante della politica estera dell’UE non ha trovato niente di meglio, per mascherare la connivenza con USA e Israele, che riesumare la falsa foglia di fico delle armi di distruzione di massa che gli Usa invocarono nel 2003 per giustificare l’aggressione all’Irak.

A questo punto, poiché tutte le finzioni sono cadute, bisogna ridare alle parole quel senso di cui sono state spogliate e chiamare le cose con il loro nome. Le sanzioni che l’UE ha imposto alla Russia non sono atti emanati a garanzia del rispetto del diritto internazionale, bensì sono una forma di partecipazione alla guerra contro la Russia con altri mezzi. Sono atti di ostilità che si inquadrano in un confronto fra potenze fondato sulla forza. Abbiamo visto come questo confronto in Europa abbia causato una catastrofe di stragi senza fine, di distruzioni fisiche ed ambientali e una crescente insicurezza a cui nessun processo di riarmo può mettere rimedio. Adesso si è aperto un nuovo fronte di guerra in Medio Oriente che renderà sempre più insicura la vita della Comunità internazionale, come ha insegnato la dolorosa esperienza della guerra all’Irak. Dobbiamo denunciare il servilismo delle classi dirigenti europee verso il delirio di potenza di Trump, cominciando a smascherare la falsità delle loro parole.

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venerdì 6 marzo 2026

Chomsky, Epstein e le contraddizioni che ci interrogano - Riccardo Taddei

Ho stimato Noam Chomsky per anni. L’ho letto, citato, usato come bussola morale e intellettuale. Proprio per questo, vedere il suo nome comparire in modo così fitto nei file su Jeffrey Epstein – non come contatto occasionale, ma come presenza ricorrente, complice, grata dell’accesso che Epstein poteva garantirgli – non è solo una notizia di cronaca: è uno schiaffo simbolico, un crollo di una certa immagine dell’intellettuale radicale.

Quello che emerge dai documenti è ormai chiaro: Chomsky non si è limitato a “incontrare una volta” Epstein, ma ne ha coltivato la relazione per anni dopo la condanna del 2008 per reati sessuali su minori, considerandolo un interlocutore prezioso per capire il sistema finanziario globale, volando sul suo jet e beneficiando delle sue connessioni. Non si può liquidare tutto questo come una svista, una distrazione, un “non sapevo”. A quel livello di informazione, a quell’età, con quella lucidità analitica, sapere chi è Jeffrey Epstein non era un dettaglio opzionale, era il punto di partenza, che Chomsky arriva ampiamente a valicare, perfino a giustificare.

Da qui nasce la domanda che mi ha lasciato basito: si può passare la vita a denunciare l’imperialismo, il capitale, la mercificazione dei corpi… e poi accettare la compagnia, i favori e l’intimità di un capitalista pedofilo che ha costruito la propria rete di potere anche sul traffico di minori? Se prendiamo sul serio quello che Chomsky ha scritto sul potere, la risposta è brutale: sì, è possibile. Non perché sia “giusto”, ma perché il sistema che lui stesso ha descritto è così pervasivo da inglobare anche i suoi critici più radicali, quando questi vedono in un nodo di potere come Epstein un canale privilegiato di accesso a informazioni, relazioni, risorse.

Qui emerge un paradosso devastante: l’intellettuale che ha passato decenni a decostruire i meccanismi di consenso fabbricato, che ci ha insegnato a guardare con sospetto ogni forma di potere concentrato, che ha smascherato le connessioni tra élite economiche e politiche, si è ritrovato seduto al tavolo di uno dei nodi più oscuri di quella stessa rete. E la giustificazione – voler “capire il sistema finanziario dall’interno” – suona terribilmente vuota quando pensiamo alle ragazze il cui dolore ha reso possibile l’esistenza di quel tavolo.

La cooptazione simbolica come strategia di potere

Qui non è solo in gioco la coerenza personale di Chomsky, per quanto dolorosa sia la delusione. In gioco c’è l’immagine stessa di cosa significa oggi essere “intellettuale critico”. Il caso Epstein ci mostra che le élite non vogliono soltanto miliardari, banchieri e politici al proprio tavolo: vogliono anche filosofi, linguisti, scienziati, premi Nobel, voci di sinistra. Non per discuterne i libri, ma per poter dire: “tutti, anche i vostri maestri, passano da qui”. È una cooptazione simbolica. Sul piano materiale, i corpi delle vittime; sul piano simbolico, le reputazioni di chi avrebbe dovuto stare dall’altra parte della barricata.

Questa è forse la lezione più amara: il potere non ha bisogno di convincere i suoi critici a tacere. Gli basta renderli complici attraverso la prossimità, attraverso l’accesso, attraverso quella zona grigia in cui “frequentare” non significa necessariamente “approvare” ma certamente significa normalizzare.

Ogni volta che Chomsky saliva su quell’aereo, ogni cena condivisa, ogni conversazione sulla finanza globale mentre altrove ragazze venivano ridotte a merce, costituiva una piccola vittoria per il sistema: anche il più radicale dei critici può essere portato dentro, se gli offri abbastanza curiosità intellettuale da soddisfare.

I tre poteri di Epstein

Epstein, in questo quadro, non è un mostro isolato ma il concentrato di tre poteri: finanziario, relazionale e biopolitico. Finanziario, perché gestisce capitali e patrimoni opachi e fa da intermediario tra ricchezze che si muovono fuori dalla vista del pubblico. Relazionale, perché la sua agenda mescola ex capi di governo, scienziati, intellettuali, manager delle big tech e della finanza, creando una zona grigia dove decisioni e patti si prendono lontano da ogni controllo. Biopolitico, perché il suo “servizio” non è solo consiglio finanziario, ma anche accesso a corpi, soprattutto corpi vulnerabili, trattati come beni di lusso e strumenti di ricatto.

Questa tripartizione è cruciale per capire perché Epstein era così centrale e perché la sua caduta ha scosso così tante sfere diverse. Non era “solo” un pedofilo, non era “solo” un gestore di patrimoni, non era “solo” un networker delle élite. Era tutte queste cose insieme, e proprio questa convergenza rendeva il suo potere così assoluto e la sua impunità così durevole.

Il potere finanziario gli dava accesso ai corridoi dove si decidono le sorti di interi settori economici. Il potere relazionale faceva di lui un hub indispensabile per chi voleva connettersi con altri centri di potere. E il potere biopolitico – il più osceno – gli garantiva sia il controllo diretto sui corpi delle vittime sia una forma di controllo indiretto su chi, frequentandolo, si rendeva potenzialmente ricattabile, esposto, compromesso.

Oltre Marx: possesso, impunità, segreti condivisi

Marx parlava del possesso dei mezzi di produzione; con Epstein vediamo qualcosa di ancora più nudo: il possesso dei corpi e l’acquisto di impunità. Non solo i corpi delle ragazze abusate, spostate come merci tra isole, ville e aerei; ma anche il corpo sociale di intere élite, tenute insieme da segreti condivisi, favori scambiati, potenziali scandali sospesi come spade di Damocle. È un capitalismo che non si limita a sfruttare il lavoro: compra silenzio, compra accesso, compra persino la possibilità di non essere mai pienamente giudicato, come il sostanziale silenzio di oggi dimostra.

Questa è l’evoluzione – o forse meglio, la rivelazione – di ciò che il capitalismo era sempre stato anche nelle sue forme precedenti, ma che oggi si manifesta con chiarezza brutale. Dalle piantagioni schiaviste dove i padroni rivendicavano il diritto di possedere non solo la forza lavoro ma i corpi stessi degli schiavi, fino ai magnati industriali dell’Ottocento che esercitavano potere sessuale sulle operaie, il capitalismo ha sempre avuto questa dimensione biopolitica. Epstein la porta semplicemente all’estremo, globalizzandola, finanziarizzandola, rendendola parte integrante di un network transnazionale di potere e perversione.

E c’è un elemento ulteriore, ancora più sottile: il possesso attraverso il segreto condiviso. Chi frequentava Epstein, chi accettava i suoi favori, chi saliva sui suoi aerei, diventava parte di una comunità del silenzio. Non necessariamente complice dei suoi crimini in senso stretto, ma certamente legato a lui da un patto implicito: io non parlo di quello che so, tu non parli di me. È una forma di potere che va oltre il ricatto diretto: è la creazione di una classe che si riconosce attraverso ciò che sa e tace, attraverso i privilegi condivisi che restano invisibili al pubblico.

Il cortocircuito, allora, è questo: un teorico della critica sistemica che accetta di entrare in questa costellazione, non come investigatore undercover, ma come frequentatore riconoscente. Non è l’errore di un ragazzino ingenuo, è la scelta di un intellettuale anziano che decide che il valore informativo e relazionale di Epstein conta più dello scandalo morale legato al suo nome. Possiamo razionalizzare quanto vogliamo – la curiosità, lo studio dal “dentro” delle élite, il desiderio di capire i meccanismi finanziari – ma resta il fatto che ci sono linee che, se vuoi restare esempio di coerenza, non varchi. La linea Epstein era una di quelle.

E qui dobbiamo essere onesti con noi stessi: se fosse stato un intellettuale conservatore, un economista neoliberista, un apologeta del capitalismo a frequentare Epstein, lo avremmo liquidato con un’alzata di spalle. “Ovvio, sono tutti uguali, il potere chiama il potere”. Ma con Chomsky fa male proprio perché ci aspettavamo qualcosa di diverso. Ci aspettavamo che le sue teorie si traducessero in pratiche di vita coerenti, che la lucidità analitica generasse anche vigilanza etica. Invece scopriamo che puoi essere il più brillante analista del potere e comunque soccombere alla sua seduzione quando si presenta nella forma “giusta” – non come corruzione diretta, non come compravendita esplicita, ma come accesso privilegiato al cuore del sistema che studi. È la versione intellettuale di quella dinamica che Chomsky stesso ha descritto per i media: non serve comprare direttamente i giornalisti, basta creare condizioni strutturali in cui certi comportamenti diventano naturali, ovvi, inevitabili.

Oltre la persona: il sistema che ingloba anche i critici

Per questo, il punto politico non è “cancellare” Chomsky o bruciare i suoi libri. Il punto è smettere di proiettare sui nostri maestri un’aura di purezza che li colloca fuori dal mondo che descrivono. Chomsky non è un santo caduto dal piedistallo: è un uomo inserito in una rete di potere che, in un certo momento, ha scelto di valorizzare più l’accesso che la distanza critica. Questo lo rende, suo malgrado, un caso di studio perfetto di ciò che lui stesso ha analizzato per decenni: l’integrazione degli intellettuali nella macchina del potere, la loro funzione di legittimazione, la loro vulnerabilità alla seduzione dei circoli ristretti.

C’è un’ironia tragica in tutto questo: Chomsky diventa la dimostrazione vivente delle proprie teorie sulla fabbrica del consenso. Quella “classe intellettuale” che lui ha descritto come strutturalmente integrata nel sistema di potere, quella tendenza degli esperti a gravitare verso i centri decisionali, quella complicità sottile tra chi analizza il potere e chi lo esercita – tutto questo si materializza nella sua stessa biografia. Non perché fosse ipocrita dall’inizio, ma perché nessuno è immune dalle dinamiche che descrive quando diventa abbastanza prestigioso, abbastanza “interessante” per i detentori del potere reale.

La domanda vera

E allora la domanda cambia: non più “come ha potuto Chomsky?”, ma “quanto è profondo un sistema in cui anche i critici più radicali trovano conveniente orbitare intorno a chi possiede denaro, corpi, segreti?“. Epstein e la sua rete dimostrano che, a certi livelli, il capitalismo non si accontenta di possedere fabbriche, banche e media. Vuole detenere anche i corpi delle vittime e, insieme, le biografie e le reputazioni di chi potrebbe un giorno alzarsi e denunciare. Quando ti siedi a quel tavolo, ti sembra di entrare “per capire il sistema”; in realtà, è il sistema che entra in te e ti rende parte della sua scenografia.

Questa è la lezione più devastante del caso Epstein-Chomsky: il potere contemporaneo non funziona principalmente attraverso la repressione aperta dei dissidenti, ma attraverso la loro incorporazione. Non serve mettere a tacere Chomsky quando puoi averlo come ospite sul tuo jet privato. Non serve censurare le sue critiche quando puoi renderlo parte del paesaggio che critica. È una forma di neutralizzazione molto più sofisticata della censura: lascia che dicano tutto quello che vogliono, basta che poi, nella vita reale, siano disposti a bere un drink con te.

E questo vale ben oltre Chomsky. Quanti altri intellettuali critici, attivisti, giornalisti investigativi si trovano in zone grigie simili? Quanti accettano finanziamenti da fondazioni legate a miliardari discutibili? Quanti partecipano a conferenze sponsorizzate da corporations che altrove criticano? Quanti costruiscono carriere accademiche studiando il potere mentre ne diventano, in modi sottili, parte integrante? Il caso Epstein è estremo, ma la dinamica è diffusa.

Conservare la lucidità nella delusione

Io continuo a riconoscere il valore analitico di molte pagine di Chomsky. Ma non posso più usarle come se fossero il discorso di qualcuno che è rimasto fuori dall’abbraccio mortale del potere che critica. Questa vicenda non distrugge la teoria, ma ci obbliga a guardare anche i teorici come soggetti esposti alla stessa logica di cooptazione che descrivono. E ci ricorda una cosa scomoda: in un capitalismo che pretende non solo profitto, ma impunità e possesso dei corpi, nessuno – nemmeno il più lucido dei critici – è automaticamente al riparo dal rischio di diventare, anche solo per un tratto, parte del problema.

Anzi, potremmo dire che proprio questa vicenda conferma, in modo perverso, la validità delle analisi di Chomsky sul potere. Se il sistema fosse meno pervasivo di come lo ha descritto, lui stesso non ci sarebbe caduto dentro. Il fatto che anche un critico così radicale possa essere integrato dimostra esattamente quanto siano potenti i meccanismi che ha passato la vita a descrivere. Non è una consolazione, ma è una lezione da non sprecare.

Cosa fare con questa consapevolezza

Allora cosa ci resta? Non l’iconoclastia fine a se stessa, non la distruzione di tutto ciò che Chomsky ha scritto. Ci resta invece un compito più difficile: imparare a leggere il pensiero critico attraverso le contraddizioni dei suoi autori, non nonostante esse. Usare il caso Chomsky-Epstein come promemoria permanente che le idee devono camminare sulle proprie gambe, indipendentemente da chi le ha formulate.

Ci resta anche l’obbligo di costruire forme di critica al potere che siano più collettive, meno dipendenti da singole figure carismatiche. Se la nostra analisi del capitalismo crolla quando crolla il nostro guru intellettuale di riferimento, allora non era abbastanza solida. Le strutture di potere che Chomsky ha descritto esistono indipendentemente dal fatto che lui sia stato coerente nel combatterle. Il nostro compito è riconoscerle e contrastarle, con o senza maestri perfetti.

E ci resta, forse soprattutto, la responsabilità di applicare la critica sistemica anche a noi stessi, ai nostri circoli, alle nostre prassi. Quali sono i nostri “Epstein”, magari in scala minore? Quali compromessi facciamo per avere accesso a risorse, piattaforme, informazioni? Dove tracciamo le nostre linee rosse, e quanto siamo disposti a spostarle quando l’accesso che ci viene offerto è abbastanza seducente?

Il caso Epstein-Chomsky non è una fine, è un punto di partenza per una riflessione più matura sulla critica al potere. Ci toglie l’innocenza, ci costringe a guardare senza veli quanto sia difficile restare coerenti in un sistema fatto apposta per cooptare anche i dissidenti. Ma proprio questa consapevolezza, per quanto dolorosa, può renderci critici migliori – meno inclini all’adorazione dei maestri, più attenti alle dinamiche concrete del potere, più vigili sui nostri stessi compromessi.

La delusione brucia. Ma se riusciamo a metabolizzarla senza cadere nel cinismo, può diventare il fondamento di una critica più lucida, più disincantata, più capace di guardare il potere – e chi pretende di criticarlo – con occhi realmente liberi.

Del resto il mio più grande maestro, mio padre portuale, mi avvertì fin da quando ero ragazzo, studente liceale prima e universitario poi: il potere ti divora, specie se sei un intellettuale… resta sempre fedele a chi appartieni.

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