mercoledì 19 agosto 2026

«Che cosa vuole davvero il comunismo?» - Lavinia Marchetti


Una parola che fa paura per spiegarla brevemente ai ragazzi


Poche parole spaventano come “comunismo”. Basta pronunciarla perché la conversazione si irrigidisca, e chi la usa venga sospettato di nostalgie per il filo spinato. Alcuni ragazzi di un college (canadese) mi hanno chiesto un documento dove rendessi intellegibile e molto brevemente la domanda: “ma cosa vuole davvero il comunismo?”. La sfida mi è piaciuta, anche a rischio di banalizzare un po’ e sintetizzare troppo con pochi distinguo. In Italia il comunismo ha una “sua” storia, complessa e articolata, ma raramente quando si parla di comunismo si va al “sodo”, ci disperdiamo tutti (me compresa) nella produzione dei più grandi intellettuali degli ultimi duecento anni, ognuno con la sua versione. Vorrei restituirle il suo senso andando al concreto, attraverso i pensatori che l’hanno costruita e corretta lungo quasi due secoli. Distinguo subito ciò che il senso comune tiene mescolato. Una cosa è la teoria con i suoi fini, un’altra cosa sono i regimi che ne hanno usurpato il nome.

Giudicare il comunismo dai gulag equivale a giudicare il cristianesimo dall’Inquisizione, con la differenza che del secondo nessuno pretende di liquidare l’idea a causa dei suoi tribunali.

1. LO SFRUTTAMENTO È LA REGOLA, NON L’ABUSO

Il punto di partenza di Marx è una scoperta che oggi appare banale, ma non lo era affatto quando l’ha formulato. Il profitto discende dalla struttura stessa del salario, e la disonestà del singolo padrone non c’entra, poiché la regola vale anche con il padrone “buono”. L’operaio produce in una giornata un valore superiore a quello che riceve, e quel di più, il plusvalore, resta a chi possiede i mezzi di produzione. Lo scambio appare libero e giusto, e proprio in questo sta la sua astuzia, perché l’estrazione avviene alla luce del sole, dentro un contratto firmato. Oggi la stessa logica governa il magazziniere cronometrato dall’algoritmo e il fattorino pagato a consegna. Il comunismo comincia dal rifiuto di considerare naturale questo prelievo quotidiano sulla vita altrui.

2. NON VOGLIONO IL TUO SPAZZOLINO

La confusione più diffusa riguarda la proprietà. Il comunismo prende di mira la proprietà privata dei mezzi di produzione, cioè le fabbriche e la terra, il capitale con cui si mette al lavoro il resto dell’umanità. La casa in cui vivi e i tuoi oggetti quotidiani appartengono a un’altra sfera, quella dei beni personali, che nessun testo seriamente marxista ha mai voluto requisire. Engels lo precisava già discutendo i programmi di partito. Il bersaglio è il potere che deriva dal possedere ciò da cui gli altri dipendono per vivere. Una cooperativa come Mondragón, nei Paesi Baschi, dove sono i lavoratori a possedere l’impresa e a eleggerne i vertici, dimostra che la questione resta concreta.

3. LO SCOPO VERO: RIAVERE SE STESSI

Sotto l’economia si nasconde una posta più profonda, che il giovane Marx formulò nei manoscritti del 1844. Il lavoro salariato estrania l’uomo dal prodotto che gli sfugge e dall’atto stesso del produrre, ridotto a puro mezzo, mentre trasforma i suoi simili in concorrenti. La parola che Marx adopera è alienazione, la perdita di sé dentro un’attività che non si governa. Il fine ultimo del comunismo è la fine di questa espropriazione interiore, una società in cui, secondo la formula del Manifesto, il libero sviluppo di ciascuno diventi la condizione del libero sviluppo di tutti. L’antropologo David Graeber, descrivendo i lavori privi di senso che milioni di persone svolgono senza crederci, ha dato a quella vecchia intuizione un volto attualissimo.

4. IL MATERIALISMO STORICO: SEGUIRE IL DENARO

La cassetta degli attrezzi di questo pensiero porta un nome, materialismo storico. L’idea è che le forme del diritto e della politica affondino nelle condizioni materiali con cui una società produce e riproduce la propria vita. Non si tratta di un rozzo determinismo economico, e già Engels, in una celebre lettera del 1890, avvertiva che la sovrastruttura reagisce sulla base e possiede una sua efficacia. Louis Althusser affinò l’idea con il concetto di sovradeterminazione. Applicato al presente, il metodo invita a chiedersi, davanti a una legge o a una guerra, a chi giovi materialmente, quali interessi la muovano sotto la superficie delle buone ragioni.

5. LO STATO NON È UN ARBITRO NEUTRALE

Contro l’immagine dello Stato come arbitro imparziale collocato al di sopra delle parti, la tradizione marxista sostiene che esso nasce per garantire un certo ordine di proprietà, e difende in ultima istanza chi quell’ordine avvantaggia. Lenin, in Stato e rivoluzione, riprende Marx ed Engels e annuncia perfino l’estinzione dello Stato una volta scomparse le classi. La storia successiva ha rovesciato quella promessa in uno Stato più ingombrante di prima, ed è una delle contraddizioni su cui torneremo. Nicos Poulantzas, negli anni Settanta, ha mostrato con finezza come lo Stato contemporaneo condensi i rapporti di forza tra le classi, restando permeabile alle pressioni popolari. La domanda che rimane riguarda chi governi davvero quando crediamo di essere governati soltanto dalle leggi.

6. PERCHÉ OBBEDIAMO? EGEMONIA E IDEOLOGIA

La domanda che tormenta i comunisti del Novecento è la più difficile: perché i dominati accettano il proprio dominio senza bisogno di catene. Antonio Gramsci, dal carcere fascista, rispose con il concetto di egemonia, il consenso che la classe dominante ottiene facendo passare i propri interessi per il senso comune di tutti. Louis Althusser vi aggiunse gli apparati ideologici di Stato, la scuola e i mezzi d’informazione che ci plasmano come sudditi docili, e chiamò interpellazione il gesto con cui l’ideologia ci assegna un posto e ci convince che sia il nostro. Chi legge queste righe riconoscerà il tema del mio lavoro, il modo in cui un potere persuade, chi subisce, di essere libero. La meritocrazia, con la sua promessa che ciascuno ottiene ciò che merita, è la forma odierna di quel consenso fabbricato.

7. UGUAGLIANZA E LIBERTÀ INSIEME: BALIBAR

Étienne Balibar ha coniato una parola che riassume l’ambizione più alta di questa tradizione, égaliberté, ugualibertà. La tesi è che libertà e uguaglianza non stanno semplicemente accanto, si implicano a vicenda, poiché è vuota la libertà di chi manca del necessario, ed è falsa l’uguaglianza tra servi. La libertà di dormire sotto un ponte, osservava con sarcasmo Anatole France, viene concessa in egual misura al ricco e al povero. Jacques Rancière ha radicalizzato il punto, ponendo l’uguaglianza come presupposto da praticare subito, e chiamando politica il momento in cui la parte esclusa, quelli che non contano, reclama la propria voce. Il comunismo vuole rendere materiale ciò che le costituzioni promettono soltanto sulla carta.

8. UNA FAMIGLIA LITIGIOSA

Chi immagina il comunismo come un blocco compatto ignora la sua storia reale, fatta di scissioni furibonde. Rosa Luxemburg, comunista fino al martirio, rimproverò a Lenin il soffocamento della libertà, e scrisse che la libertà è sempre la libertà di chi pensa diversamente. La Scuola di Francoforte, con Adorno e Horkheimer, rivolse gli strumenti di Marx contro le illusioni del progresso. Claude Lefort e Cornelius Castoriadis, usciti dal marxismo rivoluzionario, dedicarono la vita a smascherare la burocrazia sovietica come nuova classe dominante. Questa tradizione ha prodotto da sé le requisitorie più implacabili contro i regimi che ne avevano rubato il nome, segno di un pensiero vivo, capace di giudicare se stesso.

9. PERCHÉ È DIVENTATA UNA BRUTTA PAROLA?

Restano da spiegare due processi diversi che hanno reso la parola impronunciabile. Il primo è reale e terribile. Nel nome del comunismo sono stati commessi crimini enormi, le carestie e il grande terrore staliniano, poi il balzo in avanti di Mao con i suoi milioni di morti per fame, infine lo sterminio cambogiano. Nessuna difesa seria può aggirare quei cumuli di cadaveri, e la parte più lucida di questa tradizione, da Luxemburg a Lefort, li ha denunciati prima e meglio dei suoi nemici. Lo storico François Furet ne fece il centro della propria requisitoria, mentre Eric Hobsbawm ed Enzo Traverso hanno insistito sul dovere di comprendere senza assolvere. Il secondo processo è propagandistico. La guerra fredda e il maccartismo hanno saldato la parola comunismo alla sola immagine del gulag, e hanno addestrato i cittadini a bollare come sovversiva qualunque misura di giustizia sociale, come la sanità pubblica o il salario minimo. Ancora oggi chi propone di curare i poveri viene sospettato di preparare i lager.

10. CHE COSA VUOLE, OGGI, IN CONCRETO

Spogliata delle caricature, la domanda comunista suona quasi ragionevole. Vuole estendere la democrazia dal recinto del voto al luogo dove passiamo la vita, l’economia, poiché appare strano eleggere i sindaci e subire i padroni come sovrani assoluti. Vuole sottrarre al mercato i beni da cui dipende la sopravvivenza, la salute e la casa, e restituire alla comunità il sapere. Nancy Fraser, nel suo capitalismo cannibale, mostra che questo sistema divora le stesse basi naturali e sociali che lo tengono in piedi, e da tale consapevolezza nasce l’ecosocialismo, l’idea che una crescita infinita su un pianeta finito sia una follia contabile. Vuole infine ridurre il tempo di lavoro, poiché Marx già nei Grundrisse vedeva nella liberazione del tempo la ricchezza autentica. Nell’anno in cui i dodici uomini più ricchi possiedono più della metà povera dell’umanità, oltre quattro miliardi di persone, e il patrimonio dei miliardari cresce dell’ottantuno per cento rispetto al 2020, domandare a chi debbano andare i frutti delle macchine intelligenti diventa la questione politica del secolo.

LE OBIEZIONI CHE RESTANO IN PIEDI

Sarebbe disonesto chiudere senza le obiezioni fondamentali, quelle che un comunismo adulto deve affrontare invece di schivare. Ludwig von Mises e Friedrich Hayek sostennero che, privata dei prezzi di mercato, un’economia pianificata resta cieca, incapace di sapere che cosa e in quale quantità produrre, e la penuria cronica del blocco sovietico diede loro ragione su molti punti. Resta poi il problema che assilla chiunque abbia letto la storia del Novecento, la concentrazione del potere economico e di quello politico nelle stesse mani invita alla tirannide, e nessuna buona intenzione ha finora impedito quella deriva.

Un pensiero all’altezza del proprio fine deve rispondere con istituzioni, il pluralismo dei partiti e la libertà di critica che Rosa Luxemburg esigeva contro Lenin. Il comunismo che mi interessa cerca di rendere la terra un poco meno ingiusta, senza promettere alcun paradiso, e accetta di essere giudicato sui risultati. Chi lo trasforma in una bestemmia impronunciabile, e insieme in un pretesto per non toccare nulla, difende un ordine che ha appena regalato a dodici uomini più ricchezza di quanta ne posseggano quattro miliardi di persone. La brutta parola, a ben guardare, serve a proteggere proprio questo.

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martedì 18 agosto 2026

Timisoara come Bucha: le bugie guerrafondaie - Elena Basile

Nel dicembre del 1989 Timisoara diviene il centro della rivolta contro Ceausescu. Il massacro, fabbricato ad arte dalla propaganda occidentale, manipola l’opinione pubblica che assiste contenta al processo farsa del dittatore e di sua moglie e alla loro fucilazione. Si parlò di 4000/12000 morti ritratti dalle telecamere di tutte le agenzie internazionali che i giornali descrissero come vittime torturate e amputate dalla Securitate di Ceaucescu.

Nel marzo del 2022 a Istanbul è in corso la mediazione tra la delegazione ucraina e russa. L’Ucraina acconsente a considerare legittime le preoccupazioni di sicurezza russe e a non entrare nella NATO, la Russia non trova nulla da ridire sull’Ucraina nella UE. È passato soltanto un mese dall’aggressione russa, non i successivi 4 anni di guerra in grado di realizzare un milione di vittime ucraine, di trasformare il Paese in una piattaforma di assalto militare contro la Russia, dipendente economicamente e militarmente dall’Occidente, un Paese mutilato del 20% delle sue terre.

I negoziati potevano dare avvio a una regolazione diplomatica nel 2022 del problema del Donbass. C’erano tuttavia interessi e poteri contrari alla pace. La guerra doveva continuare per ragioni economiche e geopolitiche. L’opinione pubblica andava manipolata instillando l’odio per la Russia, per Putin: il diavolo.

Nel marzo del 2022 la Russia, (un paese schizoide, evidentemente. perché si diletta in massacri gratuiti mentre a Istanbul lavora per la mediazione), è accusata di avere brutalmente ucciso, torturato, mutilato civili e di averli lasciati in bella mostra per le telecamere occidentali a Bucha. Il sindaco ucraino, il 30 marzo, rilascia una intervista festosa. Come sottolinea il bravissimo Toni Capuozzo, (una reputazione costruita con i rapporti dai teatri di guerra, non con le lunghe file di attesa di fronte alle porte dei politici o nei corridoi del Quirinale), sembrerebbe strano che il sindaco non faccia alcun accenno alle vittime civili. Il primo aprile le agenzie di stampa riportano le dichiarazioni ucraine che parlano di 450 vittime civili, di fosse comuni con 1300 cadaveri. La Russia nega e chiede un‘inchiesta internazionale.

Alla Croce rossa di stanza a Kiev non viene permesso il sopralluogo. L’alto Commissario dell’ONU per i diritti umani, l’austriaco Volker Türk, nel suo rapporto ammette la uccisione a Bucha di 73 civili. Collabora alle indagini sulle centinaia di presunti crimini dei soldati russi. Mosca chiede una lista credibile delle vittime che potrebbe far risalire, con appropriate autopsie, al tempo e alle modalità del cosiddetto sterminio. La lista non appare come non è mai apparsa quella dei 50.000 morti iraniani a cui Paolo Mieli sembra aver creduto immediatamente. A Gaza si è arrivati a 50.000 morti, ma secondo i media mainstream le vittime dei pretacci iraniani potevano eguagliare in due, tre giorni quelle palestinesi: magica potenza dei Pasdaran. Un dettaglio: le notizie sui crimini di Bucha hanno posto fine alla mediazione in corso a Istanbul.

Non so cosa sia avvenuto a Bucha, eppure i punti oscuri e la famosa domanda “Cui Prodest” (strano: i latinisti del “si vis pacem para bellum” hanno dimenticato l’altra espressione latina: a chi giova?) mi rendono scettica. Stefano Folli e molti altri citano invece Bucha , un giorno si e uno no, per stigmatizzare il pericolo Conte e la sua equivoca politica estera. Mi domando se nel dicembre del 1989 erano convinti anche della strage di Timisoara.

Leggo intanto su Repubblica che il direttore Stefano Cappellini (ha fatto carriera dopo aver linciato da giornalista una donna, una ex ambasciatrice rea di avere criticato pubblicamente le politiche della NATO, chiamandola “falsa ex ambasciatrice”, funzionario di grado medio-basso della carriera diplomatica), lo stesso che balbetta il catechismo occidentale, lo slogan aggressore- aggredito) invece di leggere saggi sulla Russia e di informarsi sul genocidio di Gaza, passa allegramente il suo tempo in una nutrita corrispondenza col faccendiere di Berlusconi, ex galeotto, al quale invia domande per un possibile sondaggio al fine di lanciare il nuovo federatore del centrosinistra. Naturalmente nell’articolo da lui pubblicato il 14 agosto giustifica l’aiuto rivolto a Lavitola con la propria innata cortesia. A 16 anni leggevo Giorgio Bocca sulla Repubblica. So cosa è successo per farci cadere così in basso. Ogni giorno cerco di descriverlo a chi semmai si è perso un passaggio. Bocca parlava della “pianta uomo” in Meridione, sarebbe stupito di osservarla oggi, di vederne le inquietanti trasformazioni, in Occidente.

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Data Center, colonialismo dei dati e nuovi estrattivismi - Federica Marrocu

 

La retorica del digitale immateriale è una falsa percezione che maschera un impatto ambientale e sociale distribuito in modo iniquo sul pianeta.
Eric Schmidt, ex CEO di Google ha recentemente sostenuto l’idea di “scommettere sull’IA” piuttosto che limitarne lo sviluppo, aggiungendo che “tanto non raggiungeremo comunque gli obiettivi climatici”.

Tale posizione incarna una visione che appiattisce le responsabilità storiche e nasconde come le emissioni delle multinazionali digitali gravino sulle popolazioni che lottano per le proprie “emissioni di sussistenza”.
L’illusione della dematerializzazione svanisce di fronte alla necessità di un’analisi territoriale basata sulla teoria del colonialismo dei dati, dove la cernita delle informazioni si interseca con lo sfruttamento rapace delle risorse naturali, diventando la nuova frontiera dell’estrazione capitalista.

La teoria del colonialismo dei dati: nuove relazioni di potere

L’espressione colonialismo dei dati designa la raccolta delle informazioni sulla vita sociale come una materia prima per l’accumulazione capitalistica. Se il colonialismo storico si è appropriato di terre e corpi, quello digitale opera attraverso la conversione delle pratiche umane in formati estraibili dalle infrastrutture digitali.

Questo processo (che potremmo chiamare appropriazione epistemica) permette al blocco GAFAM (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft) di trattare la vita quotidiana e i territori come terre vergini da sfruttare. I data center sono infatti il risvolto tangibile del digitale immateriale.
Le terre vengono percepite come spazi vuoti, non abbastanza produttive, pronte per un’appropriazione a beneficio di una nuova classe coloniale digitale.

Un data center è infatti una grande infrastruttura industriale composta da attrezzature informatiche collegate in rete, come i server, computer progettati per lavorare continuativamente, ma anche tutto quello che serve per far funzionare il complesso in modo sicuro. Un data center non è solo un “contenitore” di dati o un insieme di macchine, ma un vero e proprio impianto industriale dell’elaborazione digitale.

Esistono diversi tipi di data center: non sempre sono di grandi dimensioni, ma tutti i data center consumano energia per poter funzionare. Inoltre generano calore. E quindi bisogna raffreddarli.
Come ogni fabbrica, quindi, un data center consuma energia, occupa spazio, richiede infrastrutture e produce scarti, compreso il calore.

Irlanda e data colonization

L’Irlanda rappresenta il laboratorio europeo di questa asimmetria infrastrutturale. Studi recenti attestano che nel 2021 i data center hanno consumato il 14% dell’energia elettrica nazionale, una quota superiore al consumo di tutte le famiglie rurali irlandesi messe insieme. Le stime per il 2031 prevedono che questa voracità raggiungerà il 28% della rete nazionale.

E se da un lato lo Stato lancia campagne di sensibilizzazione come “Reduce Your Use” per spingere i cittadini a tagliare i consumi domestici a causa degli shock tariffari, dall’altro le multinazionali tech bloccano prezzi grazie ad accordi vantaggiosi. A Mayo e Clare Island i residenti ospitano parchi eolici e cavi sottomarini di Meta e Google, ma restano bypassati da queste infrastrutture, privi di connettività affidabile o di benefici energetici diretti: un sistema che trasforma le zone rurali in zone di sacrificio energetico.

Il “giardino sul retro” dell’IA: saccheggio idrico tra Spagna e Sud America

L’espansione dell’IA generativa richiede ingenti volumi d’acqua per il raffreddamento dei server. Un’inchiesta del Pulitzer Center ha denunciato il prosciugamento dei territori nel “giardino sul retro” dei giganti tecnologici.

Il caso Cuarte (Spagna)

A Cuarte, nell’Aragona, Amazon Web Services (AWS) ha stabilito un nodo strategico che minaccia sorgenti storiche vitali per l’agricoltura locale. Nonostante le rassicurazioni iniziali fornite durante gli studi di impatto ambientale, AWS ha ammesso che il consumo idrico reale è superiore del 48% rispetto alle previsioni.

Resistenza e opacità: Il caso Huechuraba

In America Latina, le aziende utilizzano accordi di non divulgazione (NDA) per nascondere l’impatto sulle falde, come accade per Microsoft a Querétaro. In Cile, il conflitto più significativo riguarda Huechuraba (Santiago). Qui, gli abitanti hanno denunciato l’impatto sulla collina circostante, l’unico spazio verde dell’area, minacciata da una linea di 24 torri ad alta tensione. A seguito di verifiche nel registro fondiario, l’inchiesta ha svelato che AWS ha tentato di nascondere la propria identità dietro una catena di nomi societari per eludere la resistenza locale e dissociare il data center dall’impatto devastante delle torri elettriche.

Sardegna e il progetto Digital Vault

Anche la Sardegna è coinvolta in questa mappa estrattiva con il progetto da 1,49 miliardi di euro promosso da Energy Vault nella miniera di Nuraxi Figus, nel Sulcis. La narrazione aziendale promuove l’idea di un raffreddamento “naturale” favorito dalla profondità sotterranea.

I server, comunque, generano calore internamente e la roccia circostante funge da isolante termico, impedendo la dissipazione passiva. Il sistema richiede scambiatori termici a circuito chiuso basati sull’acqua di miniera, sottraendo risorse potenzialmente utili all’agricoltura del Sulcis. Il piano appare dunque come un “rimedio tecnologico” che sembra però ignorare l’equilibrio idrogeologico a favore di un polo estrattivo digitale mascherato da riconversione sostenibile.

Il Sulcis, infatti, non è una superficie industriale neutra o vuota: è un territorio che lo stato italiano ritiene di interesse nazionale per le bonifiche, segnato da decenni di attività minerarie e metallurgiche, da discariche, bacini di fanghi rossi e contaminazioni di suoli e acque sotterranee. In alcune aree di Portovesme sono stati rilevati superamenti estremamente elevati per cadmio, arsenico, piombo e altri contaminanti, mentre le attività agricole hanno già subito limitazioni, perdita di fiducia e difficoltà di accesso a terreni e acque sicure.
È un territorio classificato da anni come tra i più poveri d’Italia, una retorica funzionale a confluire in quella dello sviluppo, della riqualificazione, delle promesse di nuovi posti di lavoro. Tale narrazione trova terreno fertile nello stereotipo dell’arretratezza, presentata come una caratteristiva innata del popolo sardo e mai ricondotta a una critica delle ragioni sistemiche della subalternità dell’Isola.

Ci sono altri esempi di data center creati in contesti simili a quello sardo? Sì, ma con differenze non di poco conto

Un caso europeo è il Lefdal Mine Datacenter, in Norvegia, realizzato in una ex miniera sulla costa del Nordfjord.
Il raffreddamento sfrutta l’acqua fredda prelevata dal fiordo, a circa 8 °C, che alimenta uno scambiatore di calore e un circuito chiuso interno. Il fatto che la struttura si trovi sotto il livello del mare riduce inoltre l’energia necessaria per movimentare l’acqua.

Un aspetto da chiarire è che essere sottoterra e poter sfruttare l’acqua del mare non abbatte del tutto il fabbisogno di risorse per il raffreddamento. E, inoltre, il raffreddamento effettivo dipende soprattutto dalla presenza di una sorgente fredda, oppure da un clima favorevole, cioè che offra aria o acqua fredda in modo da non dover ridurre la temperatura artificialmente.

Si può citare in proposito il caso italiano dell’Intacture, data center sotterraneo realizzato in Val di Non da imprese private, Pubblica Amministrazione, università, tra cui quella di Trento, e centri di ricerca.
Si tratta di un dato non trascurabile, se ragioniamo anche in termini di coinvolgimento della comunità, del pubblico e del settore privato nonché della ricerca in un’ottica di cooperazione, quantomeno formale.

Reti di resistenza

Iniziative come ‘Contested Data Territories’ di Sebastián Lehuedé cercano di connettere le lotte cilene con quelle olandesi e irlandesi, promuovendo una solidarietà transnazionale. L’obiettivo è rivendicare una sovranità che sia al contempo digitale e territoriale, rifiutando la logica delle Big Tech che impone una visione del mondo centralizzata e proprietaria attraverso mappe e algoritmi che negano la natura politica della loro presenza fisica.

E in Sardegna?
Indebolita da spopolamento, crisi sanitaria e varie forme di sfruttamento e di speculazione, la popolazione sarda porta avanti una lotta su più fronti, che, più per ragioni sistemiche che per disinteresse, non sempre si solleva tempestivamente. Ma soprattutto si infrange contro le “ragioni di stato”: l’Energy Vault ha chiesto al governo italiano il riconoscimento di interesse strategico nazionale per l’opera.

La resistenza sarda contro infrastrutture come il Tyrrhenian Link si salda con le preoccupazioni per il colonialismo energetico dei dati e dimostra come gli interessi dello stato collidano con le volontà della popolazione.

Il caso Nuraxi Figus può essere letto come una nuova forma di infrastruttura coloniale interna dal momento che il territorio sardo fornisce energia, spazio, acqua, sottosuolo e lavoro, mentre il controllo dei dati, dei servizi e del valore economico rischia di restare esterno all’isola. Movimenti, comitati, forze autonomiste e indipendentiste descrivono infatti i grandi progetti energetici come una possibile continuazione di precedenti forme di colonizzazione militare, industriale, economica e culturale.

La retorica dello sviluppo

Nel linguaggio dei promotori del progetto, il territorio è inteso unicamente come risorsa, descritto attraverso le funzioni che può svolgere per il progetto.
il territorio colonizzato viene spesso rappresentato come vuoto, arretrato o sottoutilizzato, anche quando è abitato, produttivo – anche se in modo non conforme – e carico di storia.

L’espressione carbon free tende a restringere la sostenibilità a una sola variabile: il carbonio associato all’energia. Restano meno visibili le altre dimensioni: acqua, suolo; biodiversità; paesaggio; salute; lavoro; proprietà; controllo dei dati; giustizia territoriale.

“Strategico”: questa parola rende difficile contestare il progetto senza essere accusati di essere “contro” la crescita e l’innovazione, lo sviluppo e il progresso. È così che la discussione si sposta facilmente da una domanda territoriale: “quali costi e benefici avrà il progetto?” a un mandato della cultura dominante: “volete o non volete lo sviluppo tecnologico?”
Questa contrapposizione è semplificante. Si può sostenere l’innovazione e, allo stesso tempo, chiedere:

  • limiti ambientali;
  • trasparenza;
  • partecipazione e potere decisionale;
  • benefici locali;
  • redistribuzione fiscale.

La retorica dello sviluppo tende a presentare l’occupazione come un effetto automatico dell’investimento. Un’analisi critica deve invece chiedere quale tipo di lavoro viene creato e con quale durata.

La crisi ecologica non è che l’ennesima forma di conflitto di classe, su scala planetaria. I suoi presupposti sono da cercare nei processi di attribuzione di valore, che portano sempre a sacrificare qualcosa o qualcuno affinché il sistema possa funzionare.
Il caso sardo non è che l’ennesimo esempio di intersezione tra capitalismo, colonialismo, oppressioni e moltiplicazione delle disparità.

Sarebbe rivoluzionario svincolarsi da una visione dell’economia che privilegia la produzione rispetto alla riproduzione e alla cura, che attribuisce importanza al valore di scambio piuttosto che ai valori d’uso e, seriamente, parlare di decrescita.

L’idea che sostenibilità e sviluppo possano essere coniugate è contraddittoria perché da una parte presuppone la possibilità di una continua crescita economica e dall’altra vorrebbe fondarsi su criteri di sostenibilità e di benessere sociale ritenuti universali, sebbene né l’idea di sostenibilità, né quella di sviluppo siano intese ovunque allo stesso modo.

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lunedì 17 agosto 2026

Il Grande Fratello? Si chiama Palantir - Glauco Benigni

Controllo sociale occulto, costante, remoto, h. 24 L’Italia tra resistenza e sudditanza.

 

L'integrazione tra apparati d'intelligence e colossi tecnologici digitali ha dato vita, nell’ultimo quarto di secolo,  a una funzione inedita della Governance, che da sempre costituiva, per il Potere, “il sogno nel cassetto”: ovvero la realizzazione del controllo sociale occulto, costante e remoto H24 e dell’orientamento dei comportamenti di massa che può derivare dalla sua gestione.

A differenza dei totalitarismi, quali ad esempio nazismo, fascismo, franchismo e comunismo, del Novecento, che esercitavano sorveglianza e repressione fondate sulla presenza fisica di poliziotti e delatori, il controllo e la repressione contemporanei  si esercitano in modo silenzioso e non prevedono solo costi ma anche opportunità di business.

Oggi  grandi Corporation come Palantir, Google, Meta, Alphabet, Amazon e Microsoft gestiscono data center e algoritmi che operano in tempo reale, 24 ore su 24 e raccolgono informazioni sensibili su “comunità utenti transnazionali”, misurabili in centinaia di milioni di individui, grazie sostanzialmente alla facoltà di monitoraggio-intrusione sulle comunicazioni via telefono cellulare, via messaggistica, via social network e sulle pratiche di e-commerce.

Il Patriot Act (USA, 2001) è la legge antiterrorismo post-11 settembre, voluta e ottenuta da George Bush Jr., che ha ampliato a dismisura i poteri di sorveglianza statale, autorizzando la raccolta e il monitoraggio massivo di Big Data privati, la loro elaborazione e uso per motivi di intelligence. Con le successive evoluzioni legislative — dal FISA Amendments Act (2008) allo USA Freedom Act (2015) — si è consolidato, attorno a Palantir, un complesso militare-digitale in cui lo Stato delega alle Corporation private l'architettura tecnica del monitoraggio e della raccolta dati e le Corporation utilizzano i finanziamenti pubblici per perfezionare le proprie tecnologie di tracciamento.

Oltre ovviamente gli USA, che sono stati la “sala operatoria” di questo aborto della democrazia, a quali altre Nazioni è stata "estesa" questa pratica che da qualche anno coinvolge anche la Guerra?

L'esportazione del modello di delega pubblico-privata della sorveglianza e dell'intelligence — fondato sull'integrazione di software analitico di data mining e intelligenza artificiale avanzata (come le piattaforme Gotham, Foundry e Maven) — ha seguito da vicino le direttrici delle alleanze geostrategiche statunitensi, in particolare quelle con l'asse Five Eyes (USA, UK, Australia, Nuova Zelanda e Canada), con il blocco dei Paesi NATO e l'alleanza di difesa con Israele.  Questa ragnatela di accordi, che vede Palantir quale soggetto centrale di partenariati Stato-privati, si è estesa con intensità variabile attraverso diversi Paesi che sono di fatto le strutture portanti dell’Occidente.

Israele: Integrazione tattica e di campo

Israele rappresenta il caso più emblematico di integrazione diretta in contesti di conflitto operativo. Nel gennaio 2024, Palantir ha siglato una partnership tecnologica e strategica formale con il Ministero della Difesa israeliano per la fornitura di software e modelli AI a supporto di missioni di combattimento e intelligence militare. I sistemi vengono impiegati per la convergenza di dati multisensoriali, analisi dei bersagli e monitoraggio della popolazione di Gaza in tempo reale.

Regno Unito: il pilastro Five Eyes / NATO

Il Regno Unito costituisce il principale hub europeo del sistema Palantir. Il Ministero della Difesa britannico (MoD) ha stipulato accordi di lungo termine, tra cui contratti quadro del valore di centinaia di milioni di sterline, per integrare la piattaforma Maven Smart System nei sistemi di comando, controllo e supporto decisionale operativo. Il modello si è esteso ben oltre la difesa: dal Ministero degli Interni (Home Office) ai servizi d'intelligence (GCHQ), fino all'ambito civile con il National Health Service (NHS), dove Palantir gestisce l'architettura dei dati sanitari nazionali (Federated Data Platform).

La Struttura Centrale della NATO

A livello sovranazionale, l'Alleanza Atlantica ha formalizzato direttamente l'adozione di questo tipo di sorveglianza con l’Accordo NCIA / SHAPE.  L'Agenzia di Informazione e Comunicazione della NATO (NCIA) ha acquisito la versione dedicata MSS NATO (Maven Smart System NATO) per la fusione delle informazioni di intelligence, la consapevolezza dello spazio di battaglia e l'analisi predittiva dei comandi alleati. Nei Paesi della sponda europea della NATO la prassi si è affermata, ma incontra forti attriti normativi (legati al GDPR e alle leggi nazionali sulla protezione dei dati) e spinte verso la  "sovranità digitale":

In Germania alcune forze di polizia statali e federali (come la polizia della Assia e della Baviera) hanno adottato software basati sull’esperienza di Palantir (Hessendata, VeRA) per la prevenzione dei reati e per scopi di polizia predittiva. Tuttavia, l'uso ha generato accesi dibattiti giudiziari: nel 2023 la Corte Costituzionale tedesca ha posto rigidi limiti all'estrazione automatizzata dei dati non filtrati.

In Francia l'agenzia d'intelligence interna (DGSI) ha fatto ricorso a Palantir dal 2016 (dopo gli attentati di Parigi) per far fronte alla mancanza di strumenti nazionali di analisi di grandi masse di dati. Nonostante i tentativi francesi di sviluppare alternative sovrane (come ChapsVision), i contratti di transizione e manutenzione continuano a essere rinnovati per evitare vuoti di capacità operativa.

L’Ucraina ha trasformato radicalmente la propria architettura di intelligence, integrando in modo pervasivo i software di Palantir. I dati satellitari, dei droni e delle comunicazioni vengono elaborati tramite l'IA per l'individuazione e la neutralizzazione dei bersagli in tempo reale.

In tutte queste nazioni si replica il medesimo circuito (in cui la proprietà di Piattaforma e Azienda di solito coincidono):

·         La Piattaforma Privata fornisce l'algoritmo e l'infrastruttura di analisi.

·         Lo Stato mette a disposizione Fondi Pubblici e enormi quantità di dati grezzi di sicurezza e intelligence .

·         L'Azienda affina i propri modelli di intelligenza artificiale su scenari reali e li riesporta in altri settori (dalla difesa, al controllo dei confini, alla finanza o alla sanità).

In questa scena come si comporta l’Italia ?

L'Italia si trova perfettamente dentro questo ingranaggio, pur occupando una posizione periferica e spesso subalterna rispetto all'asse anglofono (Five Eyes) o al modello d'integrazione tattica  israeliano. Nel Bel Paese questa penetrazione del modello pubblico-privato si sviluppa su tre livelli distinti: la Difesa, le Forze dell'Ordine/Intelligence e il nodo politico-strutturale.

Il livello Difesa e Militare (Secretato). L'Italia ha recepito l'architettura di controllo attraverso il canale della dottrina NATO. Il Ministero della Difesa e la direzione Teledife (Direzione Informatica, Telematica e Tecnologie Avanzate) hanno avviato e consolidato negli anni diversi contratti, spesso tramite "procedure negoziate" e secretate, con Palantir Italia S.r.l. per la fornitura della piattaforma Gotham e dei relativi servizi software.

Interoperabilità NATO. Come per l'integrazione del sistema Maven nell'alleanza, la Difesa italiana adegua le proprie piattaforme di fusione dati agli standard statunitensi per garantire che i comandi nazionali possano scambiare intelligence e quadri tattici in tempo reale con il Pentagono e con il comitato SHAPE.

Il vero salto di qualità per la trasformazione "domestica" si sta giocando sulle piattaforme della Pubblica Amministrazione e della Polizia di Stato:

Il dossier Viminale. E’ nota l'interlocuzione (ed una specifica proposta contrattuale quadriennale da 20 milioni di euro) per dotare la Direzione centrale della Polizia di prevenzione (Dcpp) — il braccio operativo che presiede il CASA (Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo) — dei software di data-mining di Palantir.

Incrocio di banche dati sensibili. L'adozione di questi soft consentirebbe l'incrocio automatizzato con il S.D.I. (Sistema di Indagine) del Ministero dell'Interno, aggregando denunce, spostamenti, targhe e banche dati civili in un'unica interfaccia predittiva

Il nodo della "Sovranità Digitale" e i limiti del sistema Italia . A differenza di Francia o Germania, che hanno tentato di sviluppare le proprie alternative tecnologiche in casa (“national champions” tipo ChapsVision in Francia) o dove la Corte Costituzionale ha posto paletti al data-mining della polizia (in Germania), l'Italia presenta vulnerabilità specifiche.

Dipendenza tecnologica priva di alternative interne. L'Italia non possiede piattaforme nazionali in grado di gestire e sintetizzare masse di dati strutturati e destrutturati della complessità di Gotham o Foundry. Le poche realtà nazionali nel campo della Lawful Interception o della cyber-security (es. Cy4Gate) coprono nicchie diverse (intercettazioni, intrusioni), lasciando l'analisi di Big Data d'intelligence interamente ai colossi statunitensi.

Resistenza burocratica vs. Lobbismo diretto: l'ingresso di questa infrastruttura affronta costanti frizioni tra la prassi delle gare pubbliche europee (e i vincoli sulle garanzie del GDPR/Garante Privacy) e il lobbismo di alto livello — esemplificato dalle periodiche missioni romane dei vertici di Palantir, tra cui addirittura il N. 1 Peter Thiel, per trattare direttamente con la compagine di governo e l'intelligence di Palazzo Chigi.

Il "Dilemma del dato". L'Italia riproduce fedelmente il cortocircuito centrale di questo modello: lo Stato italiano concede in uso al fornitore privato l'accesso (o quantomeno la gestione tecnica) alle proprie banche dati nazionali riservate; l'azienda affina i propri modelli algoritmici sulle peculiarità del territorio/popolazione e consolida la dipendenza dell'infrastruttura pubblica dal suo software proprietario . In sintesi  l'Italia non guida il processo, ma ne è acquirente e territorio d'applicazione. Si allinea passivamente alle direttive NATO per la parte militare e progressivamente apre le porte dell'intelligence e della polizia alla gestione algoritmica privata americana, pagando la mancanza di una strategia autonoma sulla gestione e sovranità dei propri dati strategici.

Nonostante l'allineamento prevalente delle Istituzioni, in Italia l'avanzata di questo modello di delega e sorveglianza algoritmica ha incontrato anche qualche forma di resistenza e opposizione. I principali antagonisti del “controllo totale “ che hanno contrastato (o provato a frenare) questa deriva si individuano in quattro aree:

Il Garante per la Protezione dei Dati Personali (GPDP)

Il Garante della Privacy è stato lo scudo istituzionale più solido nel sollevare obiezioni formali e blocco preventivo contro l'uso indiscriminato di algoritmi e banche dati da parte dello Stato.

Nel 2021, il Ministero dell'Interno intendeva attivare il sistema di riconoscimento facciale in tempo reale (SARI Real Time) per la Polizia di Stato. Il Garante si è opposto, contestando la mancanza di una base giuridica idonea e i rischi sproporzionati per le libertà fondamentali. Ciò non ostante il Governo ha deciso recentemente di velocizzare le operazioni su uno schema di decreto legislativo. Il decreto adegua la normativa nazionale ai sistemi e alle regole europee sull’uso dell'intelligenza artificiale e del riconoscimento facciale da parte delle forze di polizia. Tra i punti controversi del provvedimento c'è l'articolo 8, che disciplina l'uso di sistemi di IA per l'identificazione biometrica remota, in tempo reale, di persone in luoghi pubblici : ad esempio nelle piazze, allo stadio oppure durante i cortei.  

Giornalismo d'inchiesta e media indipendenti

In assenza di dibattiti parlamentari trasparenti, visto che molti dei contratti militari e di intelligence sono secretati o affidati a trattativa diretta, il ruolo di far emergere questi accordi è ricaduto su alcune “testate d'inchiesta”: tra queste Report, IRPI Media, Altreconomia, Il Fatto Quotidiano, hanno documentato i dettagli dei contratti tra la Difesa/Viminale e Palantir, rivelando i meeting riservati tra i vertici societari e gli esponenti governativi italiani.

Alcuni “online journal” hanno più volte tracciato l'attività di pressione esercitata non solo dalle piattaforme di data analytics, ma anche dai colossi del Cloud americano (Microsoft, Amazon AWS, Google) che gestiscono i server del Polo Strategico Nazionale (PSN).

Organizzazioni non governative e collettivi per i diritti digitali costituiscono il fronte di resistenza dal basso. Alcune coalizioni per i diritti digitali, per esempio Hermes Center for Transparency and Digital Human Rights, promuovono campagne contro la sorveglianza di massa, il riconoscimento facciale e l'uso opaco degli algoritmi nelle decisioni pubbliche.

Movimenti politici e attivismo territoriale. Movimenti contro il riarmo e la militarizzazione digitale organizzano sit-in e proteste mirate — ad esempio davanti al Ministero della Difesa o alle sedi istituzionali — denunciando l'intreccio tra apparato bellico, grande finanza e sorveglianza privata.

La Magistratura e il diritto europeo. A livello giurisprudenziale, il freno principale non è unicamente italiano, ma proviene dalla Corte di Giustizia dell'Unione Europea (CGUE). Alcune sentenze storiche dell'UE sulla cancellazione del Privacy Shield (Schrems I e II) e le direttive sul trattamento dei dati nel settore di polizia (Law Enforcement Directive) hanno fornito ai giudici italiani le basi legali per disapplicare norme o prassi nazionali che prevedevano la conservazione di massa e indiscriminata dei dati telefonici o telematici. La debolezza di questa resistenza. Nonostante questi argini, l'opposizione in Italia sconta un limite strutturale: il Garante e le ONG agiscono ex-post o su specifici casi d'uso civili/di polizia mentre il settore della Difesa e dell'Intelligence rimane largamente schermato dal segreto di Stato e dai vincoli di interoperabilità NATO, permettendo all'architettura tecnologica privata di espandersi al riparo dal controllo pubblico e dal dibattito parlamentare.

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Perché l'emergenza climatica non appare costantemente in primo piano sui media? - Lavinia Marchetti

Perché dobbiamo pagare il Riarmo e sovvenzionare l'Ucraina e quindi non ci sono soldi per un'emergenza che riguarda tutti noi.

Come ogni giorno mi sono messa pazientemente a sfogliare i quotidiani e le varie agenzie di notizie, i problemi peggiori sembrano essere nell’ordine: Ranucci, Qusra (giustamente, ma solo perché c’erano 5 italiani, altrimenti sulla grande stampa non sarebbe mai arrivata la notizia), Trump, Hormuz, e poi, non tanto la crisi climatica, ma il costo delle bollette. Il clima, si per sé, arriva dopo, e se ne parla in tantissimi modi, tranne l’unico che servirebbe e di cui parlano gli scienziati: il problema delle soluzione che sono già lì, disponibili, ma costano. Si parla di agricoltura che cambia i ritmi, delle giornate afose, del turismo, insomma se ne parla come se fosse una notizia tra le altre, fa caldo sì, va bene, prima o poi troveremo una soluzione, oppure speriamo che tutto si risolva da solo. A me sembra un po’ che la stampa e la politica facciano esattamente come un paziente che fa finta di ignorare un infarto in corso. Perché? Ma perché i soldi europei andranno in riarmo e in Ucraina e quindi nessuno potrà permettersi di portare avanti politiche antiemergenza. Semplice no? Quindi si aspetta che passi e si spera. Per questo mi sono messa a cercare un po’ di dati, già da soli, questi che ho recuperato io in mezz’ora di ricerche, basterebbero ad aprire le prime pagine per mesi, invece stiamo aspettando metà settembre, quando le temperature caleranno e così si potrà finalmente rimandare il problema al maggio prossimo. Lo fanno da 20 anni, un anno più un anno meno…ma quest’anno è diverso e vi mostro perché con questo elenco:


Metto in fila alcuni dati aggiornati al 14 agosto. L’estate ha ancora parecchie settimane davanti.

·         Giugno 2026 è stato il giugno più caldo mai registrato nell’Europa occidentale: 20,74 °C di media, 3,06 sopra il periodo 1991-2020.

·         Il bimestre giugno-luglio è stato il più caldo della serie: 21,62 °C, quasi nove decimi oltre il precedente primato del 2022.

·         Luglio è stato il secondo più caldo mai registrato nell’Europa occidentale. A livello globale ha eguagliato il 2024 al secondo posto, dietro al 2023.

·         In Francia luglio ha raggiunto una media di 24,9 °C. È stato il mese più caldo, considerando tutti i mesi dell’anno, dall’inizio delle misurazioni nel 1900.

·         Sempre in Francia, luglio ha avuto il 38 per cento di pioggia in meno ed è risultato il terzo luglio più secco della serie storica.

·         La canicola francese di giugno è durata 14 giorni. Quella di luglio ne è durata 16. L’ondata iniziata il 28 luglio aveva raggiunto il diciassettesimo giorno il 13 agosto.

·         Il 24 giugno la temperatura media dell’intera Francia, calcolata fra giorno e notte, ha raggiunto per la prima volta 30 °C.

·         In Germania sono stati registrati provvisoriamente 41,5 °C, nuovo primato nazionale.

·         La Danimarca ha raggiunto 37 °C, il valore più alto dall’inizio delle misurazioni nel 1874.

·         L’Austria ha stabilito il proprio primato assoluto con 41,2 °C. Il record precedente, 41 °C, risaliva al giorno prima.

·         Il 13 agosto Londra ha raggiunto 38,1 °C. È il quinto valore più alto mai misurato nel Regno Unito e il più alto del 2026.

·         Quella di agosto è stata la quinta ondata di calore britannica dall’inizio dell’estate.

·         Nella sola settimana dal 22 al 28 giugno EuroMOMO ha registrato 10.650 morti in eccesso in 27 paesi europei. Oltre 9.000 avevano almeno 65 anni.

·         Il Robert Koch Institut stimava già a fine luglio circa 11.900 morti legate al caldo in Germania.

·         In Inghilterra e Galles sono state stimate oltre 2.700 morti da caldo durante le ondate di maggio e giugno. Il 42 per cento viene attribuito al calore aggiuntivo dal riscaldamento prodotto dalle attività umane.

·         In Belgio la mortalità durante la canicola è salita del 48 per cento sopra il livello atteso. È stata l’ondata più letale dall’inizio del monitoraggio nazionale.

·         Alla prima settimana di agosto gli incendi avevano percorso 489.826 ettari nell’Unione europea. Una superficie superiore del 13 per cento alla media dello stesso periodo fra il 2012 e il 2025.

·         La Spagna aveva già perso 185.948 ettari, oltre il doppio della sua media. Da sola rappresentava il 38 per cento della superficie colpita nell’Unione.

·         In Francia il conteggio europeo indicava 99.092 ettari, oltre tre volte la media nazionale. Per il paese è il dato peggiore dal 2012.

·         In Italia gli ettari percorsi dal fuoco erano 79.084. Il quinto risultato peggiore degli ultimi quindici anni.

·         Entro la fine di luglio oltre 320.000 persone erano state evacuate in Francia e Spagna.

·         L’incendio di Huelva ha distrutto 31.000 ettari e costretto 700 persone a lasciare le proprie case.

·         Il 14 agosto un incendio presso la città croata di Omiš ha causato una morte e quaranta feriti. Gli evacuati sono stati 1.200.

·         In Calcidica più di 300 persone sono state portate via dalle spiagge con barche da pesca e mezzi della guardia costiera.

·         In Germania oltre 2.000 abitanti hanno dovuto lasciare il villaggio di Gey. Le operazioni sono ostacolate dalle munizioni della Seconda guerra mondiale che esplodono con gli incendi.

·         Il suolo ha raggiunto minimi record in ampie zone della Penisola Iberica, della Francia e dell’Europa centrale.

·         Senna, Reno e Danubio hanno registrato portate eccezionalmente basse. Il trasporto fluviale è stato ridotto e diverse centrali elettriche hanno dovuto limitare la produzione.

·         Alla fine di giugno la portata del Po era scesa da circa 1.000 a meno di 300 metri cubi al secondo in due settimane. L’acqua salata era risalita per 18 chilometri dentro il Delta.

·         Ad agosto il Lago Maggiore è entrato in una condizione di siccità estrema. A Cremona il Po ha raggiunto il minimo stagionale della serie.

·         Oltre cento comuni fra Piemonte e Lombardia segnalano difficoltà nell’approvvigionamento potabile. In Piemonte circa cinquanta comuni riforniscono con autobotti i serbatoi destinati a 25.000 persone.

·         La siccità sta colpendo 235.000 ettari di risaie italiane. Nella sola provincia di Pavia le perdite potrebbero superare cento milioni di euro.

·         In Inghilterra circa 45 milioni di persone vivono in territori dichiarati in siccità. Ventisette milioni sono soggette a restrizioni nell’uso dell’acqua.

·         La Romania ha spento entrambi i reattori della centrale di Cernavodă per il livello record del Danubio. Quei reattori fornivano circa un quinto dell’elettricità nazionale.

·         La centrale ungherese di Paks è scesa al 25 per cento della capacità. Il governo ha deciso di affondare due chiatte nel Danubio per alzare temporaneamente l’acqua di venti centimetri.

·         Alla centrale francese di Gravelines una massa di meduse ha bloccato le pompe di raffreddamento. Tre reattori sono stati fermati e un quarto è stato dimezzato.

·         Il 14 agosto EDF prevedeva sei reattori francesi completamente fermi a causa del caldo, con una riduzione pari al 15 per cento della capacità nucleare del paese.

·         Nel Mediterraneo, alla fine di giugno, la temperatura superficiale superava la media fino a 8 °C presso la Francia meridionale, la Corsica, la Sardegna e diverse coste italiane.

·         A luglio la temperatura media degli oceani extrapolari ha raggiunto 20,96 °C, il valore più alto mai registrato per quel mese.

·         Dal 19 giugno la temperatura oceanica giornaliera ha stabilito un primato per ciascun giorno dell’anno.

·         In Valmalenco il Rifugio Marco e Rosa è stato chiuso per il caldo anomalo. Si trova a 3.609 metri. Lo zero termico sulle Alpi è salito fra 4.200 e 4.500 metri.

·         La produzione europea di mais e girasole aveva già perso fra il 6 e il 7 per cento delle rese previste.

·         Il raccolto britannico di cereali si avvia a essere il peggiore dall’inizio delle rilevazioni comparabili, nel 1984.

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