lunedì 27 aprile 2026

Apocalypse Now. Sulla nuova ‘riforma’ dei tecnici – Orsetta Innocenti

 


Con il DM 29/2026, reso pubblico il 9 marzo, la riforma dei tecnici è diventata legge, nel sostanziale disinteresse generale che ha accompagnato, dal 2021 a oggi, questa, purtroppo, annunciata, e molto sottovalutata, trasformazione.

Se c’è una cosa che si può, e si deve, dire subito della riforma è infatti che la abbiamo vista arrivare: tutta quanta. Semplicemente, il bombardamento di “novità” e “riforme” è stato, dal tempo del Covid, talmente elevato, che la classe docente non ce l’ha fatta, ad accorgersi di tutto, a reggere l’urto di tutto, a seguire tecnicismi spesso complicati e bizantini su tutto. Se scrivo questo, dolorosamente, non è per alzare il dito contro una categoria sempre più soggetta a una pressione di stato costante, ma perché certe storie dalle ombre lunghe è bene saperle ricostruire pezzo per pezzo, per comprendere dove si è perduta la via e riguadagnare una lucidità perduta per interrogarsi sul che fare.

Prima di passare all’analisi di come si trasforma la scuola tecnica (già malamente martoriata, intorno agli anni Dieci, dalla riforma Gelmini), penso che sia utile ripercorrere le tappe normative che hanno portato al 9 marzo 2026, data che segna la fine dell’istruzione tecnica italiana come l’abbiamo conosciuta.

1.1. Estate 2021. Il primo atto della riforma si rintraccia nel PNRR (estate 2021). Alla presidenza del consiglio c’è Mario Draghi, al ministero dell’istruzione Patrizio Bianchi (cioè: il presidente della commissione dei saggi voluti dalla precedente ministra Azzolina per la ripartenza post Covid; Azzolina, che a sua volta era sottosegretaria del ministro Fioramonti, governo giallo-rosso, a sua volta sottosegretario del ministro Bussetti, governo giallo-verde – a proposito di supposte discontinuità). Alle pagine 184-185 si legge:

“Riforma 1.1: Riforma degli istituti tecnici e professionali. La riforma […] mira ad allineare i curricula degli istituti tecnici e professionali alla domanda di competenze che proviene dal tessuto produttivo del Paese. In particolar modo, orienta il modello di istruzione tecnica e professionale verso l’innovazione introdotta da Industria 4.0, incardinandolo altresì nel rinnovato contesto dell’innovazione digitale. La riforma coinvolge 4.324 Istituti Tecnici e professionali, il sistema di istruzione formazione professionale e sarà implementata attraverso l’adozione di apposite norme”.

In quell’estate, quando la bozza del PNRR gira a luglio per le vie virtuali e per alcuni luoghi di discussione reali, pochissimi ci fanno caso: agli incontri con deputati e senatori locali tendenzialmente siamo in 20. La discussione pubblica e le proteste sono, tutte, prese dal Green Pass.

Invece, purtroppo, è già tutto lì. Parlare infatti di “riforma dei tecnici e dei professionali” in uno stesso giro di frase, quando in un caso si parla dell’a.s. 2010/2011 (le prime del tecnico Gelmini) e nel secondo di un indirizzo professionale, già nuovamente riformato sotto Renzi, il cui ultimo decreto (sulla II prova dell’esame di maturità) è del 2022, può significare solo una cosa: che l’intenzione è quella di uniformare l’uno all’altro, reintroducendo, nella sostanza, in contrapposizione a quello liceale, un sistema di scuole differenziali.

1.2. Settembre 2022. Il 23 settembre 2022 viene pubblicato il DL 144, ultimo atto del governo Draghi; due giorni dopo si terranno le elezioni politiche. Io, e come me molti altri, sono in piazza per gli eventi conclusivi della campagna elettorale: purtroppo, e come me molti altri, non faccio caso all’art. 26. Che al comma 1 recita: “Al fine di poter adeguare costantemente i curricoli degli istituti tecnici alle esigenze in termini di competenze del settore produttivo nazionale, secondo gli obiettivi del Piano nazionale di ripresa  e  resilienza, orientandoli anche verso le innovazioni introdotte dal Piano nazionale «Industria 4.0» in un’ottica di  piena sostenibilità ambientale, […] si provvede alla revisione dell’assetto ordinamentale dei percorsi dei suddetti istituti, in modo da sostenere il rilancio  del Paese consolidando il legame tra crescita economica e giustizia sociale”.

Tralasciando la “lingua disonesta”[1] di cui si ammanta l’ultimo gerundio, è però il comma 2, in particolare alla lettera a), punto 2), a codificare l’informazione-bersaglio, quando sottolinea che il riordinamento mira a “valorizzare la metodologia didattica per competenze, caratterizzata dalla progettazione interdisciplinare e dalle unità di apprendimento”. Viene dichiarato lo stesso annullamento della specificità disciplinare che, pochi anni prima, è stato messo nero su bianco per i professionali. In questo contesto, poco importa che quella stessa lettera a), al punto 1), sottolinei che, insieme alla “connessione al  tessuto socioeconomico del territorio di riferimento”, sia necessario “rafforzare le competenze linguistiche, storiche, matematiche e  scientifiche”, ma è un’affermazione che vale comunque la pena di mettere da parte, per andare a vedere, all’atto pratico, se, e quanto, sia stata attuata.

1.3. Novembre 2022 – giugno 2025: A novembre 2022, il DL 144 viene, come da iter, convertito nella Legge 175 dal neo-insediato governo Meloni (ministro dell’Istruzione e del merito: Giuseppe Valditara, già relatore al Senato della riforma Gelmini per l’Università e capo dipartimento Formazione superiore e ricerca del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca sotto il ministero Bussetti). Contemporaneamente, vengono proposti il nuovo sistema di orientamento (origine: il PNRR); si introduce la “sperimentazione” del 4+2 (origine, ebbene sì: il DM 567/2017, uno dei decreti connessi alla 107/2015: essersi ascritti la cosiddetta “riforma dei quadriennali”, già disciplinata da un decreto vecchio, figlio della riforma Renzi, è uno dei più grandi successi di Valditara poi e prima ancora del PNRR di Bianchi in termini di marketing). Poi seguono, in ordine sparso: la guerra, le misure repressive della libertà di espressione, i decreti sicurezza, le elezioni americane, e molto altro, ma intanto la riforma cammina, e fa il suo corso. Ad aprile 2025 viene approvato – sempre con decretazione d’urgenza – il DL 45: “Ulteriori disposizioni urgenti in materia di attuazione delle misure del Piano nazionale di ripresa e resilienza e per l’avvio dell’anno scolastico 2025/2026”, che aggiunge al DL 144/2022 l’articolo 26 bis e un nuovo allegato (l’All. 2 bis). Questi ultimi dispongono, rispettivamente, l’avvio delle nuove prime dei tecnici per l’a.s. 2026/27 e il Profilo culturale definito e circoscritto, comprensivo di quadri orari, che risultano complessivamente ridotti di 3 ore in 5 anni. Nel mezzo, di nuovo, Gaza, la normativa sulla conferma dei supplenti di sostegno, l’esame di maturità, il blocco della carta del docente: quando si arriva a settembre, a meno di un anno dall’avvio di una riforma che è scritta, l’attenzione di tutti – presidi, docenti, studenti, opinione pubblica – è stata variamente dirottata dall’abile uso di un amplissimo ventaglio di distrattori politici e sociali.

1.4. Settembre 2025 – marzo 2026. Nel novembre 2025 (D.D. 3368) viene costituito un Gruppo di lavoro con il compito di formulare le proposte concrete di revisione di indirizzi, articolazioni e quadri orari. La notizia circola poco, viene pubblicata sostanzialmente solo sul sito dell’Associazione Nazionale Presidi (che la guarda con favore, ovviamente). Segue il gran carnevale dell’esame di maturità. E così, il 9 marzo, mentre l’attenzione dell’opinione docente è concentrata sull’attivazione della carta del docente (e invia soavi insulti al sito che non funziona), su quell’altra pagina del ministero, che invece funziona benissimo, arriva il DM 29/2026: la riforma dei tecnici è approvata.

2. Dove siamo.

È tempo di analizzare i quadri orari allegati al DM 29/2026, per comprendere quale sia la scuola tecnica che gli studenti di prima si troveranno davanti, l’anno prossimo.

2.1. Orientamento? Il clima di silenzio generale, ma soprattutto il ritardo organizzativo che ha accompagnato la riforma, ha determinato una evidente opacità nei confronti della futura popolazione studentesca dei tecnici e delle loro famiglie. È paradossale che un ministero che ha sbandierato l’orientamento come una priorità assoluta di “inclusione” presunta, abbia nei fatti reso gli studenti oggetto di una tale negligenza istituzionale. Perché famiglie e potenziali alunni che sono andati in autunno a visitare la futura possibile scuola, nel caso dei tecnici, si sono visti presentare un indirizzo che sarà invece, a settembre 2026, molto diverso da quello illustrato. E che, a novembre e dicembre, non era semplicemente possibile presentare nelle sue novità concrete, perché nessuna informazione sulle variazioni disciplinari e orarie specifiche era ancora uscita.

Un ritardo che è proseguito oltre la chiusura delle iscrizioni (procrastinata al 24/2 con la Nota 33781/2026 che però dei futuri quadri dei tecnici non dice nulla), tanto è vero che il 25/02 il Ministero emana una seconda Nota (253/2026) nella quale “si consiglia […] ai dirigenti scolastici [delle scuole tecniche] e agli Uffici di attendere qualche giorno, fino alla pubblicazione delle nuove indicazioni sopra riportate per dare inizio alle operazioni specifiche concernenti la definizione degli organici degli indirizzi della nuova istruzione tecnica”.

In altre parole, a fine febbraio, a iscrizioni concluse, il Ministero dichiara, serenamente, che informare i suoi studenti rispetto agli studi concreti che andranno a fare di lì a 7 mesi non ha alcun valore.

2.2. Quali materie per quali docenti? Lo stesso vale, peraltro, per i docenti: a fronte di annunciati cambiamenti strutturali, a poco dall’apertura delle operazioni di mobilità annuale, decine di insegnanti non hanno alcuna idea se, nella scuola di titolarità, troveranno ancora un numero sufficiente di ore da insegnare.

Da questo punto di vista, la pubblicazione del DM 29/2026 risponde ai dubbi solo parzialmente. All’interno di un quadro di riduzione di ore, quello che balza agli occhi, come ha ben detto il preside del Marco Polo di Firenze, Ludovico Arte, è un primo paradosso: “È una riforma contraddittoria, che rafforza l’orientamento al lavoro dei tecnici, riducendone fortemente la base culturale, ma che, nello stesso tempo, paradossalmente, indebolisce in modo anche grave le materie di indirizzo”.

Come abbiamo visto, le ore complessive innanzi tutto diminuiscono (1 ora in meno al biennio e 2 ore in meno in quinta). A farne le spese sono, nell’area generale, Italiano (1 ora in meno in quinta), Scienze della terra e biologia (sbalzata integralmente nel monte dell’area di indirizzo insieme alle altre Scienze integrate) e Matematica ai tecnologici (che perde i “complementi” al secondo biennio). Ma anche le materie specifiche, anticipate già dalla prima in maniera consistente, ma complessivamente diminuite al triennio, non stanno messe meglio, basta andare a osservare gli “Elementi di base” e gli “Elementi caratterizzanti” dell’indirizzo sia per il tecnologico, sia per l’economico, dei diversi quadri orari.

Credo sia molto importante evitare di ragionare per “categoria” e viceversa dire che il taglio riguarda tutto e tutti, indistintamente, sia da un punto di vista meramente quantitativo, sia dal punto di vista qualitativo. A questo proposito, vorrei fare due esempi. Le scienze integrate, da discipline con una epistemologia definita, ciascuna divisa nelle sue caratteristiche specifiche (fisica, chimica, scienze naturali) vengono conglobate sotto la generica etichetta di “Scienze sperimentali” che “comprende più insegnamenti (Scienze della Terra, Biologia, Chimica, Fisica) ed è da considerarsi disciplina unica”. Intere classi di concorso saranno notevolmente ridotte o sostanzialmente spazzate via in pochi anni, in omaggio a una presunta “interdisciplinarità” generica che spaccia per “innovazione” una semplice riduzione di cultura scientifica fine. “Lingua e letteratura italiana”, oltre a perdere un’ora in quinta (ricalibrando il monte ore complessivo alle 29 del quinquennio del tecnico pre-riforma Gelmini), cambia la propria definizione in “Lingua italiana”, allineandosi così alla dicitura introdotta per il triennio degli indirizzi professionali dal DM 33/2020. In questo modo, “Italiano” come disciplina unica, lingua e letteratura, scompare integralmente dall’orizzonte culturale dei tecnici (ai professionali, se non altro, al biennio l’etichetta riporta un più globale “Italiano”). Evidentemente, si ritiene che sia questo il modo migliore per rafforzare, come evocato dal DL 144/2022, le “competenze linguistiche, storiche, matematiche e scientifiche”…

Ma non è finita. Il DM 29 esce anche senza rendere pubbliche le classi di concorso che potranno insegnare, nei vari tecnici, le “scienze sperimentali”, così come molte altre materie generali e di indirizzo, bloccando per tutti, a livello nazionale, la costituzione degli organici e dunque l’eventuale individuazione dei docenti perdenti posto, mentre le scuole iniziano a predisporre le graduatorie interne.

2.3. L’area di indirizzo flessibile. La riforma stabilisce, in parziale analogia con quanto previsto anche dal DM 33/2020 per gli istituti professionali, un quota di flessibilità che ogni istituto potrà declinare in autonomia, elemento per me già discutibile in una scuola che si dice “pubblica”. Solo che, mentre nel caso dei professionali la quota era indicata per le singole aree di indirizzo specifico e individuava dei massimi e minimi (ad esempio, “Cucina” al primo biennio dell’Alberghiero può avere complessivamente 4 o 5 ore in due anni), nella riforma dei tecnici la parte flessibile individua delle generiche ore da “aggregare” a questa o quella materia, a scelta, in generale. La “Quota del curricolo a disposizione della scuola” prevede così rispettivamente: 2 ore jolly per ciascun anno del primo biennio, 3 per ciascun anno del secondo biennio e ben 7 in quinta, senza alcuna indicazione di area, di massimi o di minimi.

Mi pare abbastanza evidente che la totale mancanza di indicazioni, con la ‘scusa’ di “potenziare gli insegnamenti obbligatori di entrambe le aree e per attivare ulteriori insegnamenti”, risponda in realtà a una esigenza ben più basilare e urgente: fare fronte alla ingente perdita di posti che il taglio complessivo del quadro orario causerà a pettine. Come ha ricordato sempre Ludovico Arte, le tensioni in collegio tra dipartimenti, ma anche tra colleghi, potrebbero essere all’ordine del giorno, ed è facile, ma inevitabile, evocare i quattro capponi di Renzo: perché distogliere l’attenzione da una visione sistemica, con un obiettivo comune, attraverso l’offerta continua di distrattori, più o meno affabulatori o vessatori, è esattamente ciò che ci ha portato a questo punto.

3. Dove andiamo.

Mentre ancora siamo in attesa di conoscere le classi di concorso abbinate alle materie da insegnare, in assenza di Linee Guida, con tempi del tutto incongrui per un inizio a settembre 2026, è indispensabile chiedersi che cosa fare per recuperare il tempo perso.

Mi sono laureata su un badogliano (Beppe Fenoglio), forse il più grande esempio di partigiano e scrittore, che ancora ha votato monarchia al 2 giugno del 1946: proprio per questo credo che per provare a opporsi, salvando il salvabile, sia necessario riconquistare uno sguardo che privilegi ciò che unisce, tenendo in considerazione quanto “cambiare le cose” sia un obiettivo molto più desiderabile di “avere ragione”[2]. Propongo per questo un pentalogo di azioni comuni, su varia scala:

1. Fare massa: informare famiglie e studenti del tecnico di quanto la presentazione della futura prima durante l’orientamento sia stata ingannevole, prendendosi anche, nel caso, le proprie responsabilità, e cercando di organizzare una protesta trasversale e condivisa.

2. Fare rete: unirsi, tra scuole diverse, pensando all’obiettivo comune e senza concorrenze.

3. Fare rete: unirsi, tra sindacati, confederali, di base, piccoli e grandi; non è il momento del “mi si nota di più”, ma quello di pretendere compattamente almeno lo slittamento di un anno dell’entrata in vigore, attraverso ogni forma possibile di protesta e di azione.

4. Fare rete: tra docenti delle scuole, cercando di comprendere le legittime paure del collega che sta a fianco (è del tutto ovvio che un docente che insegna “Produzioni animali” all’Agrario, materia che con la riforma ha bisogno di cinque sezioni per avere una cattedra, in un indirizzo non diffusissimo, abbia paura di perdere posto; e io che insegno italiano, una materia generalista, lo devo capire; ma è del tutto ovvio che nonostante questo non si possa costruire un eventuale curricolo scolastico solo sulla base del perdente posto).

5. Analizzare in maniera puntuale e precisa la riforma, per individuare i possibili vulnera su cui agire per procedere con richieste di annullamento formali. La mancanza di trasparenza nei confronti di studenti e famiglie (violazione del DPR 249/1998) in sede di orientamento, la mancanza attuale di Linee Guida, per le quali non ci sono tempi tecnici di discussione pubblica pari a quelli che hanno accompagnato, sia pure malamente, le Nuove Linee Guida del I ciclo, il già citato mancato rispetto del DL 144/2022 per quanto riguarda il rafforzamento delle competenze linguistiche e scientifiche (visto che le ore vengono tagliate) potrebbero essere un primo punto di partenza su cui ragionare.

“Ma il rinnovamento della storia procede da uomini che con la propria natura ed educazione non hanno conti in sospeso, che sanno far parte d’un tutto, sanno che anche i limiti e i difetti, se accettati come tali, si possono far tornare all’attivo, in un’economia di valori più complessa e movimentata”. (I. Calvino, Il midollo del leone, 1955).


[1] Cfr. E. Lombardi Vallauri, La lingua disonesta, Bologna, Il Mulino, 2019.

[2] Devo questa serissima battuta a Mariangela Priarolo, attualmente docente comandata presso la Biblioteca Franco Serantini – Istituto di storia sociale, della Resistenza e dell’età contemporanea della provincia di Pisa.

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sabato 25 aprile 2026

Disse Pertini: “Non c’è libertà senza giustizia sociale”. Ma noi abbiamo fatto il contrario - Tomaso Montanari


Dall’orazione ufficiale tenuta da Tomaso Montanari a Pavia, oggi 25 aprile 2026

Il 25 aprile del 1945 fu la voce di Sandro Pertini a chiamare, dalla radio, i milanesi allo sciopero generale e all’insurrezione. Venticinque anni dopo, nel 1970, un Pertini presidente della Camera così celebrava la grande di aprile: «Noi non vogliamo abbandonarci ad un vano reducismo. No. … Siamo qui per riaffermare la vitalità attuale e perenne degli ideali che animarono la nostra lotta. Questi ideali sono la libertà e la giustizia sociale, che costituirono un binomio inscindibile, l’un termine presuppone l’altro; non può esservi vera libertà senza giustizia sociale, e non si avrà mai vera giustizia sociale senza libertà. E sta precisamente al Parlamento adoperarsi senza tregua perché soddisfatta sia la sete di giustizia sociale della classe lavoratrice. La libertà solo così riposerà su una base solida, la sua base naturale, e diverrà una conquista duratura ed essa sarà sentita, in tutto il suo alto valore, e considerata un bene prezioso inalienabile dal popolo lavoratore italiano». «Solo così»: cioè costruendo giustizia sociale. Ma abbiamo fatto il contrario: e oggi ci chiediamo se l’indifferenza, o meglio la diffidenza, verso quei valori di libertà non si debba proprio spiegare così.

La distruzione di ogni giustizia sociale ha lentamente distrutto anche la «base solida» per l’idea stessa di libertà. Ed è così, per questa via, che gli italiani hanno smesso in massa di andare a votare, aprendo la via al governo di chi si riconosce a viso aperto nelle idee e nei miti aberranti del fascismo. Oggi, in un deserto ideologico, il razzismo, l’odio per la diversità, la pretesa della superiorità della propria cultura, un disperato egoismo sociale crescono velocemente, e si moltiplicano: perché sono ‘idee senza parole’ che abitano perfettamente il vuoto lasciato dalla mancanza di idee argomentate, confrontate con la realtà, passate al vaglio di una critica collettiva. La maggior parte di coloro che votano, o provano simpatia, per i partiti che continuano a credere nei miti del fascismo (e che rivendicano proprio questa «continuità») non ha probabilmente mai letto Mussolini e, quasi sempre ha un sincero orrore per la figura di Hitler: non sa quali siano le origini delle idee che pensa di condividere, e non immagina quali possano esserne le conseguenze sulla sopravvivenza della democrazia, e dell’umanità stessa. Non lo sa, e non se ne cura: nella convinzione che quelle idee siano ‘naturali’, e dunque più forti del diritto, o del senso morale.

 

A questo si aggiunge che il più potente mezzo di comunicazione orizzontale della storia umana – internet, con i social media – è oggi dominato da un «algoritmo [che] per massimizzare il tempo trascorso sulle piattaforme ha imparato a premiare non la verità, la gentilezza o l’empatia, ma le emozioni più forti e contagiose: la paura negli anziani, la rabbia nel ceto medio impoverito, l’insicurezza e l’ansia nei giovani».

Un vento potente soffia dunque nelle vele, in sé così poco attraenti, del fascismo. «È avvenuto, quindi può accadere di nuovo»: queste celebri, quanto inascoltate, parole scritte da Primo Levi nel 1986, seguono immediatamente la terribile constatazione per cui, «incredibilmente, è avvenuto che un intero popolo civile, appena uscito dalla fervida fioritura culturale di Weimar, seguisse un istrione la cui figura oggi muove al riso; eppure Adolf Hitler è stato obbedito ed osannato fino alla catastrofe». Parole che acquistano una risonanza terribilmente attuale nel momento in cui la massima potenza economica e militare del mondo è guidata da Donald Trump, anche lui un istrione grottesco: obbedito e osannato, non sappiamo ancora fino a quale traguardo. Non si tratta ogni volta di misurare le differenze con Hitler e il nazismo, ma di andare al nocciolo morale della questione: la sostituzione del diritto con l’arbitrio, l’odio razziale, un uso ideologico della violenza contro gruppi di umani ritenuti meno degni di altri, il terrore come strumento politico.

La via per uscire da questo pericoloso vicolo cieco la indicano ancora una volta le parole di Carlo Rosselli: rimettere al centro la persona umana. Considerarla un fine, mai un mezzo. Ciò che è davvero decisivo è allora ricominciare ad attuare il progetto della Costituzione della Repubblica, assumendo come bussola suprema proprio la persona umana. I nemici della Costituzione hanno tutti in comune una cosa: la riduzione a mezzo, a strumento, della persona umana: al servizio del profitto di pochi, o al servizio del mito del sangue. Per contrastarli davvero è necessario – diceva Piero Calamandrei – «dare ad ogni uomo la dignità di uomo»: a cominciare dalla donna, ancora schiacciata da un secolare dominio maschile. Sottomissione, mercificazione del corpo e negazione del valore della diversità: il processo dell’esclusione delle donne rappresenta e simbolizza ogni altra espropriazione di umanità. È lo stesso che viene usato per trasformare in inferiorità ogni diversità, a partire da quelle legate al rifiuto del modello binario. Il dominio maschile è premessa al dominio dei bianchi, degli occidentali, dei ricchi: come la presidenza Trump rende evidente nel suo progetto di gerarchizzazione socio-razziale degli Stati Uniti e del mondo.

La risposta più carica di futuro a tutto questo è l’attuazione di un progetto di giustizia sociale che redistribuisca la dignità e la ricchezza, garantisca un lavoro non umiliante e sicuro che liberi le persone dal bisogno e dall’ignoranza. E, nella vita di ogni giorno, la ricostruzione di una rete di rapporti personali non basati sulla competizione, ma sull’ascolto, l’aiuto, l’empatia.

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Il duo Trump-Netanyahu in che catastrofe precipitano il pianeta? - Ennio Remondino

La percezione della minaccia che incombe sul mondo sta diffondendosi oltre prevenzioni ideologiche o di schieramento. Trump-Netanyahu: uno dei due un criminale ricercato per crimini di guerra, e l’altro un caricaturale mancato Nobel per la pace che s’è fatto trascinare in una guerra catastrofica da cui la sua personalità disturbata non sa come uscirne. Ma siamo sicuri di aver misurato sino in fondo i tempi e la portata della minaccia sul futuro nostro e del mondo?

Tutti sull’orlo del baratro

Sabato il nostro Piero Orteca ci ha dato i numeri della catastrofe economica della presidenza Trump che batterà tutti i record di scasso delle finanze pubbliche e gli Stati Uniti sprofonderanno sotto 40 trilioni di dollari di debito federale. 90 miliardi al mese di interessi». Provate a compitare questa cifre in numeri. Scrivete 4 e aggiungete 13 zero! In dollari. Per un assaggio più moderato, solo per gli ‘interessi annui’, 90.000.000.000, gli zeri si riducono a dieci. Da fatto, la superpotenza planetaria è a rischio fallimento. Ma la politica (e la Casa Bianca) giocano sporco. All’inizio degli anni 2000, il debito pubblico statunitense era del 34% del Pil e il governo federale aveva un surplus in cassa. Quando scoppiò la crisi finanziaria del 2008, il debito pubblico era al 35% del Pil. Quando arrivò il Covid-19, al 79% del Pil. Il 2026, dalle guerre Israeliane in Medio Oriente, dall’Ucraina e ora in Iran, si viaggia verso il 120%. Grave il fatto che il rapporto con questi numeri allarmanti era noto ma fu nascosto prima che Stati Uniti e Israele colpissero l’Iran bloccando il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz facendo schizzare i prezzi del petrolio oltre i 100 dollari al barile.

Rischio reale di crack dell’economia della superpotenza Stati Uniti. Qualcuno di noi gente comune, riesce ad immaginare cosa significherebbe una crisi di questa portata sull’economia di tutto il pianeta, la nostra piccola e povera Italia per prima? Una storia dell’orrore che lasciamo a dei fanta economisti dell’orrore.

Una guerra da 10.300 dollari al secondo

Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti aveva riferito al Congresso che i primi sei giorni di guerra sarebbero costati 11,3 miliardi di dollari. Secondo il Congressional Budget Office, per le prime 100 ore di campagna, sono stati spesi circa 3,7 miliardi di dollari. Dettagli: munizioni per circa 1,5 miliardi di dollari; operazioni aeree 125 milioni; operazioni navali 64 milioni e operazioni terrestri 7 milioni; difesa aerea attorno a 1,7 miliardi. Secondo Marine Insight, gli Stati Uniti starebbero spendendo circa 10.300 dollari al secondo per questa guerra, con una quota principale al consumo di munizioni per 320 milioni di dollari al giorno. Seguono le missioni aeree, 245 milioni di dollari al giorno, e le operazioni navali, che aggiungono ulteriori 155 milioni di dollari ogni 24 ore. Più recentemente l’American Enterprise Institute organizzazione di ricerca e analisi politica di Washington, con una stima molto più ampia e aggiornata, il costo finora sostenuto sarebbe tra i 25 e i 35 miliardi di dollari.

Citazioni di passaggio

Ieri, il calendario delle disgrazie del mondo di Antonio Cipriani su Polemos. «Prima del Covid, prima di Putin in Ucraina, prima del 7 ottobre 2023, prima della ferocia genocida israeliana, della pavida indifferenza europea; prima del ritorno di Trump alla Casa Bianca, del suo Nobel per la Pace a colpi di guerra, del suo essere ostaggio del governo Netanyahu, prima delle bombe israeliane su tutti i paesi sovrani del vicino Oriente. Prima della Meloni e dei suoi sciagurati». Oppure, a scelta: «Quando il settore della difesa diventa centrale per favorire l’accumulazione di capitale, l’economia diventa dipendente dalla guerra», denuncia Romaric Godin. O Michele Serra sulla stretta attualità. «Nel frattempo Israele azzanna il Libano, spara ai caschi blu, identifica la soluzione dei suoi problemi con la distruzione di insediamenti umani classificati ‘Hezbollah’, e per essere sicuro di colpire il mio nemico, distrugge tutto ciò che gli sta attorno. È già accaduto a Gaza. Intanto il governo israeliano ha stabilito che, a parità di delitto, la pena di morte vale solo per i nemici di Israele (in pratica: per i palestinesi). Ci sono uomini di serie A, uomini di serie B. Che a pensarlo siano alcuni discendenti di chi subì la Shoah, è una delle notizie più terribili e tristi di questo nuovo secolo».

L’Entità militare israeliana

Lo Stato ebraico è una delle principali potenze militari al mondo per spesa in rapporto al PIL, con un bilancio della difesa che ha raggiunto i 34,63 miliardi di dollari per il prossimo anno. L’apparato militare è sostenuto da una forte industria interna e da alleanze strategiche. Industria Militare Interna: Israele possiede un complesso militare-industriale avanzato, con entità statali come Israel Aerospace Industries (IAI) e Israel Military Industries (IMI), affiancate da attori privati come Elbit Systems Ltd. Il settore è all’avanguardia in guerra elettronica, tecnologie di intelligence e produzione di sistemi come il carro armato Merkava. Le recenti operazioni militari hanno avuto un impatto pesante sull’economia, sollevando preoccupazioni sulla sostenibilità a lungo termine. L’economia israeliana si basa su un terziario forte (quasi l’80% del PIL), trainato da settori ad alta tecnologia. Fattori Esterni: Israele è dipendente dalle catene di approvvigionamento globali per semiconduttori e sistemi avanzati, e beneficia di investimenti da parte di grandi istituzioni finanziarie internazionali.

Israele potenza regionale

L’economia israeliana è una delle più militarizzate al mondo. Secondo i dati della Banca mondiale, Israele destinava l’equivalente del 4,5% del suo PIL del 2022 alle spese militari. Una cifra più che doppia rispetto a quella della Francia, ma eccezionalmente bassa per Israele: tra il 2010 e il 2021, la percentuale oscillava infatti tra il 5 e il 6% del PIL. Nel 2022, l’Iran ha speso il 2,1% del suo PIL per l’esercito e gli Stati Uniti il 3,4%. Lo Stato ebraico era allora il dodicesimo paese al mondo in termini di spesa militare rapportata al suo reddito nazionale. Il problema principale delle spese militari in senso stretto è la loro natura profondamente improduttiva. L’esercito costa molto e rende poco, La priorità della difesa dello Stato è quindi fondamentale. Naturalmente, tale specializzazione non avrebbe potuto svilupparsi senza lo stretto legame che Israele intrattiene con gli Stati Uniti. Gli aiuti diretti degli Stati Uniti a Israele, che non sono subordinati all’acquisto di materiale statunitense, hanno permesso di mantenere un alto livello di ordini da parte dell’esercito, in particolare nel campo delle tecnologie avanzate.

«Neoliberismo falco»

L’esercito fornisce tecnologia e manodopera a un settore che finanzia la difesa e i suoi veterani. Con questo modello, l’economia israeliana è diventata, in apparenza, una delle più dinamiche del mondo occidentale. Ma oltre un settore tecnologico molto produttivo e legato all’esercito, il resto dell’economia è segnato da una produttività molto bassa, inferiore del 6,7% alla media dei Paesi dell’OCSE. Troppi militari sotto le armi. E la priorità della difesa dello Stato diventa quindi fondamentale. Naturalmente, gli aiuti diretti degli Stati Uniti a Israele, non solo subordinati all’acquisto di materiale statunitense, hanno permesso di mantenere un alto livello di ordini da parte dell’esercito.

Ed ecco l’accelerazione della colonizzazione della Cisgiordania ad alimentare il nazionalismo e mantenere l’esercito in stato di allerta. Una soluzione di pace comporterebbe infatti gravi problemi per l’economia politica israeliana così come si è sviluppata dalla metà degli anni ’90. Senza un esercito in attività, la dinamica tecnologica faticherebbe a mantenersi, mentre il resto dell’economia israeliana è troppo poco produttivo e quindi troppo poco competitivo. Oltre a consentire un pericoloso processo per corruzione e rischio carcere per Netanyahu.

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venerdì 24 aprile 2026

L’infausta profezia di Creso e la fine dell’Impero d’Occidente - Marco Revelli

Creso, il ricchissimo sovrano della Lidia, quando (intorno al 546 a.C.) decise di attaccare la confinante Persia, che considerava un insopportabile ostacolo alla propria potenza, si rivolse all’oracolo di Delfi, ricevendone l’ambivalente risposta: se avesse varcato il fiume Halys e dichiarato guerra ai persiani, “un grande impero sarebbe stato distrutto”. Inebriato da quella che gli apparve come un’indubbia profezia di vittoria, senza stare a pensarci troppo sopra, mosse l’esercito per scoprire subito dopo che l’impero destinato a crollare non era quello nemico bensì il suo, costretto alla ritirata da Ciro il Grande nella battaglia di Pteria, inseguito fino alle mura della sua capitale Sardi e fatto prigioniero. Lo racconta Erodoto, nel primo libro delle sue Storie, aggiungendovi anche alcuni succosi particolari. Ad esempio (paragrafo 80), che l’espediente vincente utilizzato da Ciro per aver ragione della forza guerriera dei Lidi, in particolare della loro cavalleria, fu quello di schierare davanti al proprio esercito i cammelli normalmente utilizzati per il trasporto dei materiali, di cui i nobili cavalli nemici avevano un vero e proprio terrore anche solo sentendone l’odore, per cui si diedero alla fuga prima ancora che lo scontro iniziasse. Materiali poveri contro le sofisticate armi nemiche. Ma soprattutto è gustosa l’annotazione (paragrafo 91) secondo cui Creso, nonostante quell’esito, non aveva affatto capito il senso della profezia della Pizia – evidentemente, nonostante lo straordinario fiuto per gli affari che l’aveva reso ricco sfondato, era ottuso al punto da non coglierne l’ambivalenza -, e aveva chiesto, come favore al suo vincitore, di poter mandare le catene che l’imprigionavano al tempio del Dio come atto d’accusa contro colui da cui riteneva di essere stato ingannato. Ciro generosamente glielo accordò, e a stretto giro la Pizia risposte allo “stoltissimo Creso” che “se non aveva compreso la parola del dio e non l’aveva di nuovo interrogato, doveva attribuire la colpa solo a se stesso”.

Noi non sappiamo quale oracolo abbia consultato Donald Trump prima della sciagurata decisione della fatidica notte di fine febbraio: se lo spirito “telecomunicativo” di Paula White-Cain, la santona che celebra i propri riti messianici nello studio ovale con annessa imposizione collettiva delle mani; o l’anima nera di Bibi Netanyahu, che il 12 febbraio, in coppia col capo del Mossad, sempre nello studio ovale, gli promise di ottenere, in una sola “giornata di gloria” la decapitazione dell’Iran, il cambio di regime e il controllo assoluto del Golfo senza costi aggiuntivi. Certo è che, allo stato attuale delle cose, gli esiti sembrano in qualche misura simili a quelli subiti da Creso: dopo un mese e mezzo di guerra, l’Iran (la Persia, con la sua millenaria civiltà) è ancora in piedi, il suo potenziale militare non appare esaurito, lo stretto di Hormuz è bloccato e sotto il controllo delle armi iraniane, le basi americane nel Golfo sono pesantemente colpite e/o neutralizzate, il tanto mitizzato Iron Dome israeliano si è clamorosamente rivelato vulnerabile come un colabrodo. Soprattutto, l’intero sistema di alleanze degli Stati Uniti come baricentro dell’Occidente appare gravemente vulnerato e attraversato da fratture sempre più profonde mentre cresce simmetricamente la rete di connessioni geopolitiche dell’Iran (non solo Cina e Russia, ma ora anche l’Unione Africana) e Israele appare sempre più isolato nella sua immagine di Stato terroristico, nemico e minaccia per l’umanità non solo per il genocidio di Gaza ma anche per aver causato, con una decisione miope e unilaterale, una crisi energetica e finanziaria che colpisce l’intero pianeta.

Ci sono tutti gli ingredienti per parlare della crisi – o (possibile) fine – di un Impero (L’Impero Americano? L’Impero d’Occidente? Ognuno scelga l’etichetta). O, se si preferisce, di un (possibile) “passaggio di egemonia”. Sono in molti, oggi, gli osservatori che propongono una forte assonanza tra la “crisi di Hormuz” e un’altra crisi, anch’essa di uno stretto, o di un canale: la “crisi di Suez”, del 1956 quando, in seguito alla nazionalizzazione del canale ad opera dell’Egitto guidato da Nasser, Regno Unito, Francia e Israele occuparono militarmente il canale con uno spiegamento di forze enorme (tre portaerei inglesi, due francesi). Si svolsero scontri cruenti prima che il Segretario di Stato americano Foster Dulles, in accordo con l’Unione sovietica, forte della detenzione dell’arma atomica imponesse un brusco dietrofront, con l’entrata in vigore del cessate il fuoco e il ritiro delle forze occupanti. Si colloca allora, storicamente, il punto in cui si consuma la fine dell’Impero britannico e di quello francese e, soprattutto, il passaggio dell’egemonia occidentale dalla potenza inglese (dal dominio della sterlina) a quella americano (del dollaro). Oggi, appunto, la chiusura di un altro “stretto” può essere letta come il segno di una nuova crisi egemonica, senza tuttavia che – a differenza da allora – s’intravveda, a riempire il vuoto della vecchia, l’emergere di una nuova potenza egemonica “indiscutibile”.

 

Come che sia, certo è che l’Occidente, come l’abbiamo conosciuto fino a ieri, non esiste più. E che al centro di questa mutazione genetica sta la crisi, conclamata, strutturale, dell’Impero americano che dell’Occidente novecentesco è stato il baricentro. I sintomi si vedono con chiarezza, anche a occhio nudo, semplicemente osservando i comportamenti personali degli uomini al comando. Sempre più spesso segnati da vere e proprie sindromi psicopatiche, per i quali ritornano, anche sulle stampa più paludata, termini come “delirante”, “demenziale”, “fuori controllo”, ecc. Quando l’uomo che ha nelle mani il destino del mondo e a disposizione un potenziale distruttivo assoluto, usa espressioni come “Open the Fuckin’ Straityou crazy bastards, or you’ll be living in Hell – JUST WATCH!” che tradotto in italiano suona più o meno così:  “Aprite quel cazzo di Stretto, pazzi bastardi, o vivrete all’inferno – VEDRETE!”. O quando, frustrato da una guerra che gli va storta, minaccia in una notte di “cancellare una civiltà millenaria” e poi per una trattativa non riuscita minaccia di bloccare in acque internazionali tutte le navi che osino passare dallo stretto pagando il pedaggio… O ancora, nel pieno di una crisi politico-militare di gravità estrema, ricorre sistematicamente alle più plateali menzogne. Quando tutto ciò accade sotto lo sguardo di tutti, significa che lo stato di salute di quella parte del mondo è patologicamente compromesso. Che il suo potere sovrano ha perduto quel punto essenziale di raccordo tra realtà e percezione che è il linguaggio, quello che gli antichi chiamavano “Logos”: lo strumento attraverso cui l’esistente viene ricondotto a misura umana, ovvero a “cosa” comprensibile dagli uomini.

L’ha detto, come meglio non si poteva, Francesca Mannocchi, in un articolo del 9 aprile  (Il vocabolario della violenza, La Stampa), quando ha denunciato il “collasso del linguaggio”, in particolare del linguaggio del potere in questo spicchio sempre più raggrinzito di mondo, dove “la contraddizione è normalizzata” e “le parole non servono più a chiarire il reale ma a renderlo sopportabile nella sua incoerenza”. Ebbene, quel male oscuro che colpisce la parola rendendola inerte, è il sintomo più drammatico del declino dell’entità geopolitica nel cuore della quale la patologia si è radicata e lavora. Assumerne l’incoerenza come condizione normale dello stato di cose esistente è già, di per sé, una diagnosi infausta sulla speranza di vita dell’organismo che la ospita. Così come negativo signum prognosticum è il diffondersi, all’interno dell’establishment al potere – nel nostro caso nel ventre della Casa Bianca – di retoriche apocalittiche o di forme tendenzialmente estreme di misticismo millenaristico, con venature carismatiche, esoteriche, chiliastiche tutte più o meno riconducibili a una visionarietà da “fine dei tempi”, o comunque a un orizzonte terminale.

“Il presidente Trump è stato unto da Gesù per accendere il segnale di fuoco in Iran, scatenare l’Armageddon e segnare il suo ritorno sulla Terra“: sono le parole rivolte da un alto ufficiale dell’esercito americano ai propri subalterni nei giorni in cui veniva lanciata l’Operazione Epic Fury, evidentemente influenzate dalle correnti religiose più fanatiche che, seguendo il testo dell’Apocalisse di Giovanni, attendono che, nell’omonima piana in Israele, a  una quindicina di chilometri da Nazareth, i tre “spiriti immondi” comparsi dopo che l’Angelo ha versato nel fiume la sesta coppa contenente l’”ira di Dio”, radunino i re del mondo per lo scontro finale con Dio. Sono state segnalate dalla Military Religious Freedom Foundation (Mrff), un gruppo che monitora l’estremismo religioso nelle forze armate Usa, come esempio di un “sentiment” che non riguarda solo alcune componenti (fanatizzate) delle gerarchie militari ma anche una parte consistente della corte che circonda Donald Trump, fortemente innervata da personalità influenzate da organizzazioni come la famigerata NAR – Nuova Riforma Apostolica, “potente rete suprematista cristiana” i cui seguaci si considerano “impegnati in una guerra spirituale cosmica contro le forze del male” e “credono che Dio li abbia incaricati di usare la violenza spirituale per sconfiggere Satana e poi costruire il regno di Dio sulla Terra”, oltre a considerare Donald Trump una sorta di reincarnazione di Jehu, “il re vendicativo che restaurò il regno di Israele attraverso una spietata purga contro la casa di Acab e il culto di Baal”. O come i cosiddetti “Theo Bros” (abbreviazione di theology brothers), un gruppo di pastori e predicatori aderenti all’evangelismo riformato e al nazionalismo cristiano con “idee che includono l’adozione della Bibbia come legge fondamentale dello Stato” (ovvero rimpiazzare la Costituzione con i Dieci Comandamenti) e l’instaurazione di un sistema giudiziario con “magistrati cristiani” unito alla reintroduzione della fustigazione pubblica, oltre a un profondo maschilismo e a una diffusa misoginia (tra le proposte quella di abolire il 19esimo emendamento, che ha riconosciuto il diritto di voto alle donne).

Ora, se andiamo a spigolare, lungo il corso storico, nelle vicende dei grandi imperi nell’inevitabile successione di nascita, crescita, declino e morte, non è difficile notare come, generalmente, le fasi crepuscolari sono state con evidenza segnate dalla presenza di fenomeni psico-culturali simili, con la comparsa significativa nelle loro figure apicali, tra i regnanti e le loro corti, di forme variegate di radicalizzazione superstiziosa, fascino della dimensione profetica o apocalittica, affidamento a pratiche esoteriche spinte al limite della psicosi. Così è stato per l’Impero russo, con il tormentato periodo di decadenza che ne ha preceduto il violento crollo, segnato dalla presenza di pratiche e figure bizzarre: si pensi, per tutti, al potere dirompente di uno come il monaco Rasputin, diventato padrone della mente e dell’anima di buona parte della famiglia imperiale, a sua volta sempre più chiusa in un proprio mondo autoreferenziale, sempre più staccata dalla realtà, sempre più preda di un fanatismo religioso divenuto alla fine totale sostituto della politica. Così, seppure in forma più attenuata, è stato per l’Impero asburgico, nel periodo precedente alla prima guerra mondiale e alla dissoluzione, quando la corte viennese presentava uno stretto intreccio tra bigottismo cattolico e fascino per l’occultismo e il paranormale, di cui fanno fede sia il noto “Rescritto sui Vampiri” (contenente il divieto tassativo di riesumare i cadaveri per il timore di vampiri), sia la ben nota superstiziosità dell’Imperatrice Sissi, “ossessionata dai presagi e, talvolta, dalle arti divinatorie”. Oppure, per risalire all’idealtipo di tutti gli imperi e della loro dissoluzione, alla fine dell’Impero Romano, si pensi alla crisi del III secolo, quando “la visione razionale del mondo classica fu in parte erosa dall’emergere di culti misterici, superstizioni orientali e nuove forme di religiosità” (nacque allora il concetto di superstizione intesa come “superflua observatio”).

Né si deve dimenticare o sottovalutare, nella riflessione su questa sordida vicenda di guerra e degrado delle classi dirigenti occidentali, il ruolo svolto dai cosiddetti “Epstein files”: i milioni di documenti celati negli archivi del pervertito e perverso gestore del traffico di esseri umani e del loro sfruttamento sessuale al servizio di uno stuolo di eminenti uomini di potere, dalla cui pubblicazione rischiano di emergere segreti inconfessabili per molti appartenenti all’establishment politico e finanziario globale, a cominciare dal più alto vertice americano che all’inizio di quest’anno appariva sull’orlo di esserne travolto. Questione tanto più pesante se si considera il fatto, oggi ampiamente condiviso dai principali osservatori, che Jeffrey Epstein non era un semplice oligarca ma una creatura strettamente legata al Mossad, fonte di notizie riservate e di armi potenti di ricatto. Il che spiega da una parte l’ “irresistibile” potere che Benjamin Netaniyahu sembra esercitare sul presidente americano, fino a far ipotizzare che esso sia giunto fino a determinarne la scelta del 28 febbraio. Dall’altra la ricaduta pubblica di quella decisione sciagurata, che di fatto ha sviato l’attenzione dell’opinione pubblica, a cominciare dalla base MAGA, nei confronti dello scandalo. Un’interessante analisi mostra come il volume di ricerche in rete su Google relative al “caso Epstein”, esploso all’inizio dell’anno, sia d’improvviso crollato nella seconda metà di febbraio sostituito dalle interrogazioni sulla guerra (si veda il grafico a fianco). E’, questa di Epstein, un’ ulteriore conferma della tendenza al declino della potenza imperiale americana (la perversione dei vertici è un altro sintomo della crisi delle potenze imperiali) e più in generale dell’Occidente che così ha perso definitivamente (se ancora ne residuava qualche brandello) la propria pretesa a una qualche superiorità morale, e divenuto simbolo invece di un’epocale corruzione dell’anima delle proprie classi dominanti.

Questo per quanto riguarda gli aspetti per così dire “soggettivi” della tragedia in corso. Quelli che si riferiscono all’orizzonte personale dei decisori che hanno portato il mondo sull’orlo dell’abisso e che lì continuano a tenercelo. Insomma, alla sovrastruttura”. Poi, naturalmente, ci sono gli aspetti “oggettivi”. I fatti e i dati “strutturali”: le dinamiche economiche, finanziarie, gli assetti socio-produttivi. I bilanci degli Stati, a cominciare dal Paese leader, dal cuore dell’Impero: gli Stati Uniti la cui egemonia globale da ormai più da un ottantennio si è retta sul binomio “dollaro-potenza militare”. Due fattori che appaiono entrambi fortemente logorati e che spiegano, nel loro stretto intreccio, il grado di disperazione che, a detta di molti osservatori, sta dietro le decisioni distruttivi della loro leadership. Ma che ci dicono anche che l’attuale deriva distruttiva ha radici profonde e lontane, dipende solo in parte dal deterioramento psichico dell’attuale gruppo di comando americano, si colloca su un piano inclinato “strutturale” che già aveva orientato le politiche di altri decisori, delle stesse amministrazioni democratiche (Obama, Biden soprattutto), le quali sia pure con linguaggi, metodi, posture meno plateali, comunque avevano seguito una rotta nella sostanza non così diversa, e negli esiti possibili non meno aggressiva.

Sul tema si è ritornati più volte, e ampiamente, su questo sito (si vedano gli articoli 12,3…): il declino della potenza americana è ormai evidente. Riguarda il brutale processo di deindustrializzazione avviato fin dall’amministrazione Reagan negli anni Ottanta, il costo sempre meno sostenibile del presidio militare globale, con le quasi 190 basi sparse per il mondo e la spesa militare che si avvia a raggiungere il trilione di dollari, il deficit della bilancia commerciale e la crescita esponenziale del debito pubblico e del debito estero, la stessa minaccia al finora incontrastato dominio del dollaro nelle transazioni internazionali ora insidiato da altre monete e altre coalizioni di Paesi. Si aggiunga il fatto che tra pochi mesi scadranno alcune tranches importanti dei T-Bond: il governo americano dovrà rifinanziare nel corso del 2026 una quota record di titoli di stato, qualcosa come 9.500/10.000 miliardi di dollari (all’incirca un terzo di tutto il debito pubblico) con emissioni a tassi d’interesse crescenti e col rischio di insolvenza se le aste dovessero dare risultati inferiori al fabbisogno. Per la prima volta la maggiore potenza economica e finanziaria d’Occidente rischia l’insolvenza o, in alternativa, un’inflazione devastante se i tassi d’interesse dovessero crescere oltre i limiti. E’ questo il volto più evidente della “crisi dell’impero”. Il vero tallone d’Achille di Creso. O il vero significato dell’infausta profezia di Delfi.

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La Spagna controcorrente va ad Oriente - Marcello Bellacicco

 

Mentre gran parte dei Leader europei hanno tutti i loro sensi orientati ad ovest, agognanti di carpire un minimo cenno di benevolenza nelle sparate del posseduto di Washington, il Premier spagnolo Sanchezha rivolto la prua del suo aereo di stato nella direzione esattamente opposta, per volare a Pechino e consultarsi con Xi Jinping.

Un atto che, molto probabilmente, costerà alla Spagna ulteriori strali e minacce da parte della coppia del momento Trump-Netanyahuche, peraltro, sembrano sortire solo l’indesiderato effetto di compattare ancor di più il tessuto socio-politico iberico, che ha portato Madrid a consolidare la propria posizione ben precisa nei confronti della politica estera di Washington, di quella di Tel Aviv e di quella devastante che, congiuntamente, l’asse israelo-americano sta implementando.

Tuttavia, è necessario rammentare che gli attuali contrasti tra questi Leader fanno parte di un’onda lunga che nasce già dal giugno dello scorso anno, allorché il Premier Sanchez, a premessa del Vertice NATO dell’Aia, quello annuale al massimo livello di Capi di Governo, aveva perentoriamente affermato che la Spagna non si sarebbe allineata all’imperio american-trumpiano, per i Paesi Europei dell’Alleanza di raggiungere lo spropositato 5% del PIL in spese militari. La risposta del Tycoon fu immediata e, come di consueto, brutale, proponendo di “buttare fuori” la Spagna dall’Alleanza Atlantica. Un intento che non ha avuto problema a ribadire durante il Vertice stesso, tra un insulto e l’altro a tutti i Membri del Vecchio Continente.

Peraltro, non è la prima volta che la Spagna assume “decisioni di personalità” non particolarmente gradite dagli USA. Un caso eclatante si verificò nel marzo 2004, allorché Madrid decise di ritirare il proprio contingente (1300 u.) dall’Operazione in Iraq. Il motivo ufficiale fu il mancato rispetto del termine previsto per l’assunzione, da parte dell’ONU, di un ruolo centrale nella Missione, che era a guida USA. In realtà incise anche molto la perdita di ben 7 agenti dei Servizi spagnoli, caduti in un agguato qualche mese prima. Fu un ritiro rapidissimo, deciso dal neo-eletto Zapatero, che creò anche degli scompensi operativi nell’assetto della Forza internazionale, tanto da costringere gli Americani, rischiando un ammutinamento, a prolungare la permanenza in Teatro Operativo di una propria Brigata, che si stava già imbarcando per tornare in Patria, dopo un anno di Iraq.

E anche nell’operazione ISAF in Afghanistan (pure questa a guida USA), il Contingente spagnolo sostanzialmente si ritirò già nel 2013, partecipando alla successiva fase della missione NATO (Resolute Support) solo con un nucleo logistico, che controllava l’aeroporto di Herat. Una funzione prestigiosa e di visibilità a bassissimo costo. In Afghanistan, la Spagna subì la perdita di un centinaio di militari, di cui però un’ottantina perirono in due gravissimi incidenti aerei, avvenuti per cause tecniche. A titolo di confronto, l’Italia è rimasta “fedele” alla missione in Afghanistan dal 2002 al 2021 e i suoi Caduti sono stati 53, praticamente tutti in attività operative.

Si può quindi affermare che, in politica Internazionale, la Spagna è sempre stata presente nell’ambito dei maggiori impegni dell’ONU e della NATO, ma è anche stata molto attenta a tutelare un adeguato equilibrio tra le finalità di tali missioni e gli interessi nazionali, assumendo anche decisioni autonome e nazionali, senza peraltro temerne le possibili conseguenze.

Con questa chiave di lettura, probabilmente, è possibile comprendere meglio quanto sta succedendo in questo periodo tra la Spagna e gli USA, che non è di certo una novità, anche se il tutto viene esasperato dalla posta in gioco, probabilmente mai così alta e, ancor di più, dai modi prevaricatori, da bar di periferia, da parte americana.

Inoltre, la posizione spagnola assume ancor più risalto se contestualizzata nell’attuale panorama continentale, con gran parte dell’Europa che appare frastornata e in continua oscillazione tra una colpevole inerzia politica e una pericolosa subordinazione strategica verso gli USA. I Paesi Europei si sono sinora mossi in ordine sparso, in modo scoordinato, sulla base di evanescenti vertici assembleari della UE o sporadici incontri a partecipazione ristretta che, però, sono sempre in ritardo sull’evoluzione della situazione e senza forza e volontà po litica di riprendere l’iniziativa nella gestione degli eventi.

In un quadro del genere, il Premier Sanchez risulta quindi essere la classica “mosca bianca” che, se non altro, dimostra di aver individuato una direzione e di volerla seguire, anche a costo di inimicarsi due personaggi che, tra i tanti loro difetti, hanno anche il vizio del rancore, che non esitano a sfogare concretamente, senza particolari remore morali o di Diritto Internazionale.

Non si tratta di chissà quale genialata politica, quanto piuttosto di un atto di coerenza ad alcuni dei principi fondamentali che dovrebbero animare qualsiasi Nazione democraticamente evoluta e che, pur se inserita in Alleanze e Organizzazioni Internazionali, non rinnega la propria sovranità, sostanziale e valoriale, sulle decisioni che la riguardano, soprattutto se riguardano la guerra.

La Spagna non ha di certo abbracciato la causa iraniana, ma non ha  neanche condiviso la decisione unilaterale di USA e Israele di attaccare l’Iran, per cui ha deciso di non voler avere a che fare con questo conflitto, arrivando anche a negare l’uso delle basi sul proprio territorio. Lo ha fatto con una decisione puramente politica, assunta in relazione alla situazione contingente, che ha avuto il sopravvento su qualsiasi alchimistica e strumentale considerazione sui cavilli burocratici dei trattati. Secondo Sanchez, l’appartenenza alla NATO e l’alleanza con gli Stati Uniti non sono state condizioni sufficienti per costringere la Spagna ad assumere un ruolo, anche solo di supporto, nella guerra all’Iran.

Un ragionamento politico molto semplice e pragmatico, esplicitamente orientato alla tutela degli interessi nazionali, che tutti gli altri Paesi europei non hanno fatto, vuoi per timore riverenziale, vuoi per inconsistenza politica, vuoi per ignavia dei loro Governanti.

E in questo contesto, in cui la priorità governativa viene rivolta prioritariamente al benessere e alla sicurezza della Spagna, ecco che Sanchez dimostra fattivamente di non aver problemi ad orientare il proprio sguardo verso est, volando a Pechino ad incontrare Xi Jinpig e chiedendo a Mosca di incrementare del 124% (335 mln di Euro) il proprio rifornimento di gnl, diventando così il primo importatore europeo di gas russo.

L’incontro con il leader cinese, che è avvenuto nella Grande Sala del Popolo, l’ambiente dedicato ai massimi eventi del Governo di Pechino, è stato cordiale e ha avuto natura esclusivamente politica. L’affermazione di Xi Jinping “La Cina e la Spagna sono Paesi con dei principi, che agiscono con rettitudine morale. Entrambi sono disposti a stare dal lato giusto della storia” definisce completamente il trend concettuale dei colloqui, in cui il Premier spagnolo ha esplicitamente riconosciuto all’omologo cinese il ruolo del suo Paese come Potenza mondiale responsabile ed orientata a garantire la stabilità globale, attraverso la diplomazia e lo sviluppo dei rapporti commerciali. Una linea completamente opposta a quella israelo-americana, improntata sull’imposizione dei propri voleri, mediante la costrizione doganale e la prepotenza delle armi.

Ovviamente, i discorsi non sono stati solo di geopolitica, ma hanno riguardato anche le relazioni economico-commerciali, rinforzando un rapporto già già molto solido tra i due Paesi, visto che la Cina è il principale partner di Madrid, al di fuori dell’Unione Europea, con un interscambio che, nel 2025, ha superato i 55 miliardi di dollari, con un incremento annuo del 10%. Pertanto, non si è trattato solo di un viaggio diplomatico o solo simbolico, ma di una visita che avrà ricadute positive a breve termine, in termini sia politici che commerciali.

Essendo il quarto incontro in tre anni, non si può di certo parlare di improvvisazione, quanto piuttosto di una visione strategica ben definita, che propone un modello “made in Spain”, basato sulla convivenza costruttiva e fiduciaria di due anime, quella euro-atlantica e quella globale, in grado di interfacciarsi, alla pari e su diversi piani, con un interlocutore importante come la Cina, senza rinunciare alle proprie origini e identità.

E allora c’è chiedersi se tutto questo non debba far riflettere tutta l’Europa, sulla possibilità, che gli eventi stanno trasformando in esigenza, di rimodulare il proprio approccio alle attuali sfide internazionali, abbandonando quelle timorose prudenze e paure che, sinora, l’hanno sempre costretta ad inseguire. La Spagna è un esempio, perfettibile ma sostanziale, che il gigante americano lo si può sfidare, senza patire eccessive conseguenze, anzi.

Dopo il no spagnolo, gli USA hanno spostato i propri assetti aerei dalle basi iberiche a quelle tedesche, proprio sfruttando un’Europa disunita. Ma proviamo ad immaginare uno scenario in cui tutte le basi europee, all’unisono, fossero state negate. Si sarebbe probabilmente suonata tutta un’altra musica che, forse, non sarebbe stata un rock and roll.

PS Il Segretato di Stato Rubio ha recentemente minacciato di chiudere le basi USA in Europa. Ci sarebbe da rispondergli di farlo pure senza problemi, mandando poi una cartolina dai posti in cui riposizionerà, ad esempio, la VI Flotta ora a Napoli, oppure la 173^ Brigata parà ora a Vicenza, oppure il 31° Fighter Wing ora ad Aviano, oppure gli assetti della US Navy ora a Sigonella, ecc ecc. Sempre che gli rimangano i soldi per i francobolli.

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“Il governo smetta di usare il nome di Enrico per il Piano Mattei”: gli eredi del fondatore Eni diffidano palazzo Chigi

 

Il governo dovrebbe smetterla di chiamare con l’appellativo di “Piano Mattei” il suo programma per la strategia energetica e la collaborazione con i Paesi africani. Lo ha chiesto formalmente Pietro Mattei, il nipote dello storico fondatore dell’Eni, con una mail pec inviata il 27 marzo scorso all’indirizzo della presidenza del consiglio dei ministri. La missiva digitale “diffida all’utilizzo del nome di Enrico Mattei in relazione al cosiddetto Piano Mattei”, come riportato dal quotidiano La Stampa, che pubblica ampi stralci. Enrico morì nel 1962 in un tragico incidente aereo ancora avvolto nel mistero. Era sposato ma senza figli, solo nipoti tra gli eredi incluso Pietro, 8 anni al momento del decesso dello zio.

Pietro Mattei è pronto a portare palazzo Chigi in tribunale, secondo il quotidiano torinese: “Faremo causa, civile e penale. Stanno vendendo una scatola vuota”. Al momento il Piano Mattei resta legato al programma gestito dalla struttura di coordinamento a Palazzo Chigi guidata dal consigliere diplomatico di Meloni, Fabrizio Saggio. La decisione della diffida è giunta dopo tre anni di governo e due dall’avvio del Piano, perché “Mattei aveva sfidato gli americani, non era il loro servo. E secondo alcune tesi potrebbe essere stato ucciso proprio per questo”. Il fondatore dell’Eni, nel secondo dopoguerra, aveva sfidato le sette sorelle (il cartello petrolifero americano) firmando accordi con i Paesi africani più redditizi per loro, ma vantaggiosi anche per l’Italia. In questo modo, Mattei gettava le basi per slegarsi dagli Usa che non gradirono affatto. Secondo il nipote Pietro, “il contrario di quello che sta facendo Meloni. All’inizio ho detto ‘vediamo che fanno’. Ma adesso trovo veramente inaccettabile le politiche del governo. Sull’immigrazione, sui costi dell’energia, sui rapporti con gli Stati Uniti. (…) Meloni invece non compra gas dai russi perché deve comprarlo da Washington e assiste inerme a un genocidio in Palestina. Se lo immagina Mattei di fronte a questo?”. Invece di perseguire “la sovranità energetica nazionale” il governo mostra “una marcata subordinazione agli interessi degli Usa”. Secondo Pietro, l’uso del nome sarebbe solo “finalizzato a scopi di propaganda”, con il rischio di “distorcere” la memoria storica di Enrico Mattei. Il nipote prende le distanze anche dalle politiche sull’immigrazione, distanti dalla visione dello zio: Mattei “selezionava i giovani locali, li formava nelle scuole dell’Eni e li rimandava nei loro Paesi. Un approccio lontano dall’attuale utilizzo del tema migratorio per fini politici”.

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giovedì 23 aprile 2026

Soloviev insulta Meloni: geopolitica degli insulti internazionali - Alessandro Orsini

Il caso degli insulti di Soloviev a Giorgia Meloni è molto interessante ai fini dei miei studi sulla manipolazione dell’opinione pubblica nelle democrazie occidentali. Definisco la manipolazione dell’opinione pubblica come segue: la manipolazione dell’opinione pubblica è l’estrazione del consenso dalla classe governata da parte della classe governante mediante l’inganno. Detto più semplicemente, la manipolazione dell’opinione pubblica è la classe governante che induce i cittadini a credere il falso per ricavare consensi elettorali mediante l’inganno e la menzogna.  

Meloni ha stretto un accordo con Zelensky per costruire droni e Soloviev l’ha insultata. È intervenuto persino il presidente Mattarella in difesa di Giorgia Meloni. 

Apparentemente, è incredibile e surreale che in Italia scoppi un putiferio istituzionale perché un giornalista russo offende il presidente del Consiglio. I giornalisti italiani che insultano e offendono Putin sono moltissimi. Nel mio libro Casa Bianca-Italia, ho raccolto alcuni degli insulti violentissimi dei giornalisti italiani contro Putin. Eppure, le massime cariche dello Stato russo non sono mai intervenute per difendere Putin dagli insulti dei giornalisti italiani perché quegli insulti non hanno alcuna importanza per la classe politica russa. 

La domanda che dobbiamo porci, in sede di analisi della manipolazione dell’opinione pubblica, è la seguente: se la classe politica russa non attribuisce nessuna importanza agli insulti dei giornalisti italiani contro Putin, perché la classe politica italiana attribuisce un’importanza enorme agli insulti dei giornalisti russi contro Meloni? 

La risposta richiede di andare oltre l’apparenza.

Tutto è radicato nelle relazioni internazionali tra l’Italia e la Russia e nella natura di Stato satellite dell’Italia.

Le relazioni Italia-Russia sono state ottime, fino al 24 febbraio 2022, giorno dell’invasione russa dell’Ucraina L’Italia era un Paese talmente amico della Russia che, il 3 giugno 2017, Carlo Calenda, all’epoca ministro, si recò in Russia a stringere le mani di tutti i gerarchi di Putin alla ricerca di intese economiche e commerciali, nonostante la Russia fosse già sotto sanzioni per l’invasione della Crimea del 2014. Tutti potranno trovare in rete la foto di Calenda che stringe la mano del ministro dell’energia russa. Nel governo Renzi dell’epoca, Calenda era il capo della componente più filo-russa del governo, come dimostra il suo atteggiamento ossequioso verso Putin e il ministro dell’energia russo. Ma poi è scoppiata la guerra in Ucraina. Biden decise di sconfiggere la Russia sul campo di battaglia e la classe politica italiana ebbe improvvisamente bisogno di cancellare alcuni decenni di storia per convincere gli italiani che la Russia odia l’Italia. Il modo migliore di persuadere gli italiani a odiare la Russia consiste nel convincere gli italiani che la Russia odia l’Italia. Il problema è che la Russia non odia l’Italia e, infatti, la Russia non ha mai assunto atteggiamenti ostili verso il popolo italiano. I grandi media italiani, non riuscendo a trovare prove dell’odio dei russi verso gli italiani, devono inventarle, ingigantendo qualunque cosa accada, ad esempio, Soloviev che insulta Meloni.

Riassumo il mio pensiero in tre punti.

1) La Russia non promuove politiche ostili nei confronti dell’Italia.

2) Siccome l’Italia promuove politiche di guerra contro la Russia, i grandi media devono indurre gli italiani a credere che la Russia odia l’Italia.

3) Siccome non esistono prove dell’odio della Russia contro l’Italia, queste prove devono essere inventate, ingigantendo avvenimenti di nessuna importanza come gli insulti di un giornalista russo contro Meloni. 

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