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La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
giovedì 6 agosto 2026
Pechino mette nel mirino i trust offshore dei super ricchi cinesi per recuperare gettito e ridurre le disparità -
Rubare ai
ricchi per donare ai poveri. Non era esattamente questo che intendeva il
presidente cinese Xi Jinping quando nel 2021 lanciò
l’obiettivo della “prosperità comune” per ridurre le diseguaglianze sociali.
Né è esattamente questo lo scopo della crescente stretta di Pechino sui capitali
esteri. Sommate, tuttavia, le due politiche – se non basteranno ad
alleviare la polarizzazione sociale – quantomeno serviranno a mettere in riga i
“paperoni” cinesi.
A finire nel
mirino dei “Robin Hood” di Pechino sono i trust offshore,
strumenti giuridici e finanziari istituiti in una giurisdizione estera (spesso
a fiscalità agevolata) in cui il disponente (settlor) trasferisce beni a un
fiduciario (trustee) affinché li gestisca a beneficio di terzi. Finora sono
stati spesso utilizzati dalle famiglie benestanti cinesi per
eludere la sorveglianza normativa, evitare la tassazione, o semplicemente
proteggere il proprio patrimonio dalla campagna anticorruzione di
Xi.
Dal 24
luglio, muoversi nel torbido mondo delle strutture fiduciarie è diventato più
difficile: secondo direttive del Ministero delle Finanze, i residenti cinesi
che trasferiscono asset in trust esteri devono pagare un‘imposta sul reddito
delle persone fisiche del 20% sui guadagni generati, indipendentemente
dal fatto che i dividendi siano stati effettivamente
distribuiti o meno. Il quadro normativo concede ai contribuenti 90 giorni per
regolarizzare la propria posizione senza incorrere in ulteriori sanzioni. Ma
non lascia scappatoie ai furbetti: le misure valgono anche per chi acquisisce
la cittadinanza straniera o la residenza permanente all’estero,
continuando a mantenere i principali interessi economici nella Repubblica
popolare.
Per quanto
in linea con le prassi internazionali, nel contesto cinese, le nuove regole
segnano una svolta piuttosto importante. Come spiega al Fattoquotidiano.it l’avvocato Giovanni
Lovisetti, esperto di operazioni di investimento tra Cina e Italia,
mentre “la legislazione cinese da sempre impone la tassazione sul reddito
mondiale dei residenti fiscali cinesi, l’applicazione pratica di queste norme
ai trust offshore è sempre rimasta alquanto incerta. Il nuovo regime elimina
molte ambiguità offrendo un quadro normativo piuttosto
completo”.
Chiarezza
innanzitutto, ma non va sottovalutata nemmeno l’ampiezza della manovra. Come
spiega Lovisetti, infatti, le nuove misure disciplinano “tutte le strutture che
pur non appartenendo tecnicamente alla categoria dei trust mirano comunque a
raggiungere lo stesso risultato economico”. Questo – aggiunge l’esperto –
lascia presagire un “impatto profondo” non solo sugli individui e sulle
famiglie con patrimoni importanti. A risentirne saranno anche “tutte le società
attive nel settore della gestione patrimoniale”, con contraccolpi
ben oltre i confini della Cina continentale. Soprattutto a Hong Kong,
dove i trust offshore rappresentano da tempo uno strumento privilegiato per gli
imprenditori cinesi e i super-ricchi. In gioco ci sono centinaia di miliardi di
dollari provenienti dalla mainland, che per decenni hanno sostenuto
ogni settore – dal lusso all’immobiliare fino
al mercato dei capitali – trasformando l’ex colonia britannica
nel primo centro al mondo per i patrimoni offshore, titolo strappato alla
Svizzera, secondo il 2026 Global Wealth Report del Boston
Consulting Group.
La stretta
sui trust offshore si inserisce nell’ambito di una drastica intensificazione
del controllo sulla fuga di capitali, da due decadi già soggetti a
restrizioni (il limite per il cambio o il trasferimento
all’estero è di 50.000 dollari statunitensi per persona ogni
anno). A giugno, l’Ufficio nazionale di controllo dei conti cinese
ha scoperchiato diversi casi di evasione fiscale e carenze nei
controlli presso autorevoli istituzioni finanziarie statali, compresi 348,36
milioni di dollari in tasse eluse da Bank of China. Funzionari stranieri,
banchieri cinesi, gestori di family office e istituti finanziari hanno
dichiarato al Financial Times di aver ricevuto istruzione di
esaminare gli investimenti esteri dei cittadini più facoltosi per verificare se
i redditi siano stati regolarmente dichiarati. Talvolta gli accertamenti
scavano fino a venticinque anni fa.
Non sono
disponibili stime ufficiali sull’ammontare dei fondi parcheggiati oltre
frontiera da soggetti cinesi. Secondo l‘Institute of International Finance, solo
nel 2025 a superare il confine è stata la cifra record di oltre 800 miliardi di
dollari. In alcune circostanze ai numeri sono associati nomi importanti. Il South
China Morning Post cita nello specifico le operazioni poco trasparenti
condotte dal magnate dell’immobiliare Pan Shiyi e dalla moglie
Zhang Xin. Due anni prima della quotazione in Borsa, nel 2005, la coppia aveva
trasferito le quote del gigante del mattone Soho China in un trust alle
isole Cayman. Più di recente ad attirare l’attenzione dei
regolatori è stata la disputa ereditaria all’interno della famiglia di Zong
Qinghou, il miliardario fondatore del colosso delle bevande Wahaha
Group scomparso nel 2024, durante la quale i tre figli nati fuori dal
matrimonio hanno chiesto il congelamento di un trust offshore del valore di
quasi 2 miliardi di dollari controllato dal loro fratellastro.
L’azione di
Pechino contro gli istituti fiduciari si inserisce in un più ampio
rafforzamento della supervisione sugli investimenti esteri. A
maggio, la Commissione cinese di regolamentazione dei titoli (CSRC)
ha multato tre società di intermediazione, tra cui Tiger Brokers e Futu
Securities International, per aver offerto illegalmente agli investitori
nazionali l’accesso al trading di azioni estere. All’origine dell’inasprimento
normativo ci sono motivazioni politiche ed economiche. Se nei primi anni
Duemila la Cina ha consentito le strutture offshore per attrarre
investitori stranieri verso le nascenti aziende tecnologiche del
paese, oggi le condizioni sono cambiate. C’entra l’ascesa dei mercati
finanziari di Shanghai, Shenzhen e Pechino ma non solo.
Con il
rallentamento della crescita cinese, l’aumento della disoccupazione giovanile
e la stagnazione dei salari, la dirigenza comunista deve
cercare nuove fonti di legittimazione politica. Colpire le
fasce più benestanti sembra una soluzione “populista” per imbrigliare le
disparità sociali in rapido aumento. Lo conferma il coefficiente di Gini,
lievitato da 0,45 nel 1995 a oltre 0,7 nel 2023, stando a una ricerca divulgata
a marzo da Li Shi, preside dell’Istituto per la prosperità e lo
sviluppo comune presso l’Università di Zhejiang. L’analisi
dell’indicatore – che identifica con il valore 1 la massima diseguaglianza –
evidenzia tra le cause un rallentamento della crescita del reddito familiare.
Così, se per realizzare la “prosperità comune”, inizialmente Xi aveva chiesto
il supporto delle big tech, ora il monito è stato esteso dalla cerchia
ristretta di Jack Ma & Co. a tutti i ricchi del paese.
C’è poi una
questione più squisitamente economica. La riforma dei trust arriva in un
momento in cui tanto Pechino quanto le amministrazioni locali sono a corto di
risorse. Il rallentamento della crescita ha portato a una diminuzione del
gettito dell’imposta sul reddito delle società, mentre la
persistente crisi del mercato immobiliare ha reso più
difficile per i governi locali rabboccare le casse con la vendita dei terreni
agli sviluppatori. Una pratica che fino a pochi anni fa rappresentava
ben il 38% delle entrate fiscali totali.
mercoledì 5 agosto 2026
Un nuovo attacco contro la Corte Penale Internazionale - David Hearst (*)
Non è una
novità. Tutte le volte che la Corte Penale Internazionale comincia a
chiedere conto ad Israele dei suoi crimini, scattano le rappresaglie.
Era già
successo in passato, con le minacce personali alla Procuratrice
Capo, Fatou Bensouda, "rea" di aver istruito nel 2021 un'indagine sui crimini di Tel
Aviv nei territori palestinesi occupati. Ora, con la destituzione di Karim
Khan, la Corte riceve un'ulteriore bordata.
Karim
Khan ha osato chiedere conto a Israele delle sue azioni, ed è per questo che è
stato destituito
**
Tra le
numerose reazioni seguite alla fin troppo prevedibile destituzione del
Procuratore Capo Karim Khan da parte della Corte Penale Internazionale, è
emerso un post rivelatore.
È stato pubblicato da Danny Danon, ambasciatore israeliano presso le Nazioni
Unite, che ha messo in guardia il sindaco di New York Zohran Mamdani.
Mamdani
aveva appena definito il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu un
Criminale di Guerra che avrebbe dovuto essere arrestato al suo prossimo arrivo
sul suolo statunitense, pur ammettendo di non avere i poteri per farlo.
Danon ha minacciato Mamdani di avere la stessa sorte di Khan. "Zohran
Mamdani, prenda nota: usare Israele come arma politica non la proteggerà dalle
sue responsabilità".
Danon ha
ripetuto l'affermazione, che ora sembra essere stata confermata, secondo cui
Khan avrebbe usato i mandati di arresto contro Netanyahu e il suo ex Ministro
della Difesa per insabbiare le sue presunte molestie sessuali. Come appurato,
Khan ha emesso i mandati, meticolosamente preparati, sei settimane prima ancora
di essere a conoscenza delle accuse. Ma la verità e il giusto processo sono
stati irrilevanti nella campagna durata 18 mesi per rimuovere Khan.
Questa campagna
ha incluso un'inchiesta mediatica sul Wall Street Journal, Associated Press,
The Guardian e, più recentemente, CNN.
Avvertimenti privati da parte di David Cameron, allora Ministro degli Esteri,
che gli disse che la Gran Bretagna avrebbe tagliato i fondi alla Corte Penale
Internazionale e si sarebbe ritirata dallo Statuto di Roma se i mandati fossero
stati emessi.
Senatori repubblicani che gli dissero: "Prendi di mira Israele e noi
prenderemo di mira te", e l'essere stato pubblicamente nominato come
sospettato, prima ancora di aver avuto la possibilità di difendersi, dal
presidente dell'Assemblea degli Stati Parte, la finlandese Paivi Kaukoranta.
Un nuovo precedente
**
In passato,
Israele ha preferito operare dietro le quinte. Quando ha tentato di fare
pressione sulla predecessora di Khan, la Procuratore Capo Fatou Bensouda, lo ha
fatto con discrezione. L'ex Procuratrice ha descritto in un'intervista ad Al Jazeera un incontro con l'allora capo del
Mossad, Yossi Cohen, in un hotel di New York durante una riunione
dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite.
"Era
chiaro che non volevano che le indagini sulla situazione in Palestina
continuassero", ha affermato. "Questo è il punto fondamentale".
Alla domanda se Cohen le avesse detto che Israele si sarebbe potuto
"occupare" di lei e l'avesse avvertita che procedere avrebbe potuto
compromettere la sicurezza della sua famiglia, Bensouda ha risposto: "Sì,
l'ha fatto".
Ma questa
campagna per rimuovere Khan ha creato un nuovo precedente. Israele si è assunto
la responsabilità fin dall'inizio e non ha fatto alcun tentativo di nascondere
a Khan stesso o al mondo esterno di essere dietro a queste accuse.
Ha inviato
una squadra del Mossad all'Aja, dove Khan vive, per intimidirlo. Ha fatto
pervenire messaggi a Khan tramite un avvocato britannico, sebbene quest'ultimo
abbia dichiarato di parlare solo a titolo personale.
Infine,
Netanyahu stesso ha "rivelato" che altre quattro donne si stavano
preparando a testimoniare contro Khan. Questo è avvenuto poche ore prima che il
Guardian affermasse che una seconda donna stava per farsi avanti.
La richiesta
di Netanyahu non si è mai avverata.
Khan è
rimasto fermo sulle sue posizioni e sulla sua convinzione che la Corte Penale
Internazionale, tra tutti i tribunali, avrebbe rispettato il giusto processo.
Quest'ultima fiducia potrebbe essere stata mal riposta.
Le accuse
contro Khan sono state oggetto di indagine per oltre un anno da parte del
l'Ufficio per gli Affari Interni delle Nazioni Unite, che ha formulato 137
conclusioni, nessuna delle quali configurava una condotta scorretta, tanto meno
una condotta sessuale scorretta.
Le prove
raccolte dal l'Ufficio per gli Affari Interni delle Nazioni Unite sono state
poi meticolosamente esaminate da un collegio di tre giudici internazionali di
alto livello nominati dalla Corte Suprema del Massachusetts.
Questo
collegio giudiziario ha stabilito che le conclusioni dell'Ufficio dei Servizi
di Controllo Interno "non dimostrano alcuna condotta scorretta o
violazione del dovere" da parte di Khan. Hanno utilizzato gli stessi
criteri probatori impiegati dalla stessa Corte Penale Internazionale.
A quel punto
è iniziata una campagna da parte della stessa Assemblea degli Stati Parte per
sabotare il rapporto redatto dai giudici che essa stessa aveva nominato.
**
Un processo
farsa
Per
soffermarci sull'ultimo punto. Stiamo parlando di un tribunale.
In esso, i giudici vengono nominati per la loro abilità nel vagliare e valutare
le prove.
Eppure, l'Ufficio politico, composto da ex diplomatici nominati dagli Stati
membri, ha deciso di ignorare il parere legale dei propri giudici più anziani e
di riaprire il caso in un tribunale farsa, tutto per conto proprio.
Immaginate quale sarebbe stata la reazione dei governi occidentali se il
Presidente russo Vladimir Putin, contro il quale Khan ha emesso un mandato di
arresto, avesse fatto la stessa cosa di Netanyahu per fare pressione sugli
Stati membri della Corte Penale Internazionale. Ma la situazione è stata
persino peggiore.
Per
destituire Khan, l'Ufficio dell'Assemblea degli Stati Parte, l'organo di
governo della Corte, ha dovuto negare a lui e ai suoi avvocati il giusto
processo, o addirittura qualsiasi processo.
Ciò includeva membri dell'Ufficio che dicevano privatamente alla denunciante e
tra di loro che Khan era finito; che cambiava l'accusa per cui doveva essere
licenziato senza sottoporgliela; e che modificava le regole di voto.
Margaretja Kassangana, diplomatica polacca e vicepresidente dell'Assemblea
degli Stati Parte, incontrò privatamente l'accusatrice di Khan per discutere
del caso prima che l'Ufficio deferisse la questione all'Ufficio per gli Affari
Interni delle Nazioni Unite alla fine del 2024.
Un altro membro dell'Ufficio, l'ambasciatrice dell'Uganda Mirjam Blaak, fu
sentita dire a un collega di credere che Khan "potrebbe non tornare",
descrivendo la denunciante in termini personali.
Quando
l'intervistai, Khan mi disse che l'Ufficio si stavano inventando tutto sul
momento. "È un processo creato apposta per me".
Nella loro
votazione per la sospensione di Khan, l'Ufficio ritenne che avesse commesso
"gravi irregolarità". La decisione accusava Khan di aver avuto una
relazione sessuale con la denunciante, ritenuta inappropriata a causa dello
squilibrio di potere tra loro.
Questa
accusa non era mai stata sottoposta a Khan.
È stato accusato prima di aver toccato la denunciante, poi di stupro, ma mai di
aver avuto un rapporto sessuale consensuale.
La
testimonianza della denunciante si concentrava su una condotta non consensuale.
L'Ufficio lo ha licenziato sulla base di un'accusa che non gli era mai stata
formalizzata.
Per assicurarsi che la pubblica condanna a morte del loro Procuratore Capo si
svolgesse come previsto, l'ufficio ha modificato la procedura di voto, passando
da una votazione a due fasi a una votazione unica, in modo da impedire al
Procuratore Speciale di presentare una propria versione dei fatti relativi alla
presunta cattiva condotta.
Tre fazioni
La campagna
per la rimozione di Khan ha diviso gli osservatori in tre fazioni: coloro che
credevano nella sua innocenza e che l'intero processo fosse stato orchestrato
da Israele; coloro che credevano nella sua colpevolezza e che usasse i mandati
di arresto come copertura; e un gruppo intermedio che riteneva Khan un
"procuratore non credibile", nonostante la sua condotta principale
come procuratore lo fosse.
La sua rimozione avrebbe permesso l'esecuzione dei mandati di arresto da lui
emessi. Questa era l'opinione di Kenneth Roth, ex direttore di Human Rights
Watch.
Roth ha dichiarato alla CNN che, poiché i mandati erano opera di un gruppo di
procuratori e approvati da tre giudici nella camera preliminare, avrebbero
dovuto essere eseguiti.
Dopo la
rimozione di Khan, l'Ufficio del Procuratore della Corte Penale Internazionale
ha affermato che il suo lavoro sarebbe continuato senza interruzioni.
La Corte Penale Internazionale ha più di una dozzina di indagini attive in
Ucraina, Darfur, Libia e Afghanistan.
Ma l'Ufficio
aveva chiesto ad aprile l'emissione di un mandato d'arresto per il Ministro
delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, e un altro era in preparazione per
il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir.
Tali richieste erano pronte prima che Khan andasse in congedo nel maggio 2025 e
da allora non è successo nulla.
***
I mandati
originali contro Netanyahu e l'ex Ministro della Difesa Yoav Gallant rimangono
in vigore e solo i giudici possono revocarli. Israele ha presentato una serie
di ricorsi legali, due dei quali sono ancora pendenti.
Il più
importante riguarda la presunta incompetenza della Corte sui propri cittadini,
poiché Israele non è uno Stato parte dello Statuto di Roma.
La questione
è ora al vaglio della Camera d'Appello e di una camera inferiore, e una
risposta definitiva potrebbe non arrivare prima del 2027.
Tra le
numerose proposte per convincere Khan a tornare sui suoi passi, è stata
avanzata la proposta di consentire al Procuratore Capo di "fare marcia
indietro".
È stato suggerito che Khan riclassificasse i mandati come riservati. Ciò
permetterebbe a Israele di contestarli in privato.
Per quanto
ne sappiamo, tutte le attività della Corte Penale Internazionale relative a
Israele sono paralizzate.
Due
viceprocuratori, Nazhat Shameem Khan delle Fiji e Mame Mandiaye Niang del
Senegal, continuano a dirigere l'Ufficio. Entrambi i viceprocuratori sono stati
sanzionati dagli Stati Uniti per aver mantenuto i mandati di arresto nei
confronti di Netanyahu e Gallant dopo aver assunto la direzione dell'Ufficio.
Coloro che sono in prima linea nella campagna per sbarazzarsi di Khan ora si
vantano di volere altre vittime.
Chi sarà il
prossimo ?
Tra questi,
spicca il Dipartimento di Stato americano. Il suo portavoce, Tommy Pigott, ha
dichiarato: "Karim Khan è l'esempio per eccellenza della corruzione
della Corte Penale Internazionale e dell'abuso della sua presunta autorità. È
un bene che se ne sia andato, ma è solo un piccolo ingranaggio di questa
istituzione irrimediabilmente corrotta. L'esito odierno non avrà alcun impatto
sui piani degli Stati Uniti di smantellare la Corte Penale Internazionale".
Il suo
superiore, Marco Rubio, è impegnato in una campagna per smantellare la Corte
Penale Internazionale "mattone dopo mattone", come ha affermato lui
stesso.
Ha
dichiarato: "La Corte Penale Internazionale cerca di diventare
l'arbitro incontrollato di una nuova legge globale, con il potere di perseguire
e arrestare i nostri cittadini a piacimento e di minacciare esistenzialmente la
sovranità americana. Insegneremo alla Corte Penale Internazionale il vero
significato della determinazione americana".
Sulla scia
della rimozione di Khan, importanti avvocati filo-israeliani stanno ora
minacciando apertamente altri obiettivi, come Francesca Albanese, Relatrice
Speciale delle Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati.
Hillel
Neuer, direttore dell'Osservatorio delle Nazioni Unite, ha scritto: "Basta
immunità per i funzionari internazionali che abusano del loro incarico. Il
Procuratore della Corte Penale Internazionale Karim Khan ha abusato
sessualmente dei suoi dipendenti. La nostra* campagna per rimuoverlo ha avuto
successo: è stato appena licenziato"."La prossima sei tu,
Francesca Albanese. Il tuo sostegno al terrorismo di Hamas avrà delle
conseguenze".
Si noti la
parola "nostra" campagna.
Ma
ovviamente su questo punto Neuer aveva ragione. Il Ministro degli Esteri
israeliano Gideon Sa'ar ha svolto un "ruolo attivo" nella decisione
degli Stati membri della Corte Penale Internazionale di destituire Khan.
Sa'ar ha
supervisionato "una squadra speciale dedicata e ha impiegato intensi
sforzi diplomatici volti a garantire la rimozione di Khan dall'incarico",
secondo Guy Azriel, corrispondente diplomatico di i24 News.
Accogliendo
con favore la decisione, Netanyahu ha scritto di aver parlato con Rubio
riguardo alla possibilità di dare il colpo di grazia alla Corte Penale
Internazionale.
"Ha
ribadito ancora una volta la determinazione dell'America ad agire con forza
contro questa istituzione, un'istituzione che mina la giustizia, attacca nazioni
democratiche e sovrane e cerca di subordinare la loro sicurezza alle decisioni
di funzionari corrotti e irresponsabili dell'Aja", ha scritto
Netanyahu.
Unendosi
alla campagna per la rimozione di Khan, Roth non ha protetto la Corte Penale
Internazionale né gli altri avvocati per i diritti umani da questo tipo di
abusi e attacchi.
Ha ulteriormente messo in pericolo la Corte e loro.
***
Una
battaglia persa
**
Significativamente,
lo stesso giorno della rimozione di Khan, le Nazioni Unite hanno votato per
rinnovare il mandato quadriennale dell'avvocato austriaco Volker Turk come
responsabile per i diritti umani. Israele ha ignorato questa battuta d'arresto
e non ha compiuto alcuno sforzo tangibile per contrastarla.
Questo
perché sa che ciò che fa l'ONU è irrilevante. Ha emesso risoluzione dopo
risoluzione, dichiarazione dopo dichiarazione, rapporto dopo rapporto e nulla è
cambiato riguardo all'Occupazione, se non in peggio.
Ma ciò che Karim Khan ha fatto ha avuto un impatto notevole. Rappresentava la
più grave minaccia internazionale per Israele da quando ha iniziato il
Genocidio a Gaza. Ecco perché Khan doveva essere rimosso.
**
Israele sta
combattendo una battaglia persa in partenza.
Il video di
Mamdani che condanna Netanyahu come Criminale di Guerra ha totalizzato oltre
200 milioni di visualizzazioni.
Dopo la
rimozione di Khan, YouGov ha chiesto agli adulti americani se le autorità
statunitensi avrebbero dovuto arrestare Netanyahu alla sua prossima visita. Il
46% ha risposto di sì, il 28% di no e il 25% non era sicuro.
Il giorno
successivo, il sindaco di Londra Sadiq Khan ha dichiarato che Netanyahu era un
Criminale di Guerra e non era il benvenuto a Londra.
Questa è
l'eredità di un tenace procuratore britannico che si è rifiutato di farsi
intimidire.
***
Gli Stati
membri della Corte Penale Internazionale hanno fallito la prova di difendere la
giustizia internazionale.
Cameron,
quando era Ministro degli Esteri conservatore britannico, si adoperò per minare
l'inchiesta di Khan su Israele. Ma il governo Laburista di Keir Starmer, pur
sostenendo pubblicamente la Corte Penale Internazionale, si oppose alle
richieste dei propri parlamentari di indagare sul tentativo di Cameron di
minacciare Khan.
Il governo
Starmer comunicò poi a Khan, prima del voto per la sua rimozione, che non lo
avrebbe sostenuto come procuratore, sebbene i funzionari non avessero ancora
esaminato le prove concrete a suo carico.
Nelle ultime settimane del mandato di Starmer, il governo ha respinto la
richiesta di incontro di Khan. A meno che il successore di Starmer, Andy
Burnham, non abbia drasticamente cambiato la politica nella settimana
precedente al voto, la Gran Bretagna è stata pienamente complice della
destituzione di Khan.
**
Il defunto
senatore Lindsey Graham aveva ragione quando affermava che la Corte Penale
Internazionale era solo per "gli africani e i delinquenti come Putin.
Non è per le democrazie come Israele e gli Stati Uniti d'America".
Perché è proprio così che si è comportata la maggioranza dei suoi Stati membri.
Quando sono stati sottoposti a pressioni, hanno ceduto e, purtroppo, ciò
include anche il Sud del mondo. Quando avranno bisogno della giustizia
internazionale e scopriranno che non c’è, non potranno che guardarsi allo
specchio.
Qualunque
cosa accada ora a Khan, il suo nome sarà per sempre legato ai mandati di
arresto della Corte Penale Internazionale contro Netanyahu e Gallant, che
rimangono la risposta più efficace, seria e significativa che la comunità
internazionale abbia dato al Genocidio di Gaza.
Tutte le
altre risposte sono retoriche. Ecco perché Israele si è impegnato così tanto
per sbarazzarsi di Khan.
Quei mandati
di arresto rivelano Crimini di Guerra israeliani come mai prima d'ora e, per la
prima volta in questo conflitto, rendono responsabili i più alti funzionari del
Paese.
Khan ha
osato opporsi ai potenti per perseguire la giustizia per le vittime, e questa
sarà la sua vera eredità.
**
(*) Tratto da Euromed Monitor. Traduzione: La Zona Grigia.
David Hearst è co-fondatore e caporedattore di Middle East Eye. È commentatore
e relatore sulla Regione e analista sull'Arabia Saudita. È stato editorialista
della rubrica esteri del Guardian e corrispondente in Russia, Europa e Belfast.
È entrato a far parte del Guardian dopo aver lavorato per The Scotsman, dove
era corrispondente per l'istruzione.
Fantascienza: gatta ci Cova(vich) - Mauro Antonio Miglieruolo
Temo si sia caduti in una grande trappola. Io stesso – che ho avuto una sorta di aristocratico rigetto di fronte al solito misero e improprio attacco alla Fantascienza venuto da «La lettura» (*) – ora me ne dolgo: sono parimenti caduto nella trappola. Ho solo considerato l’attacco, che ci costringeva a essere vigili, perché ci allenava ad affrontare le difficoltà ambientali, che ci aspettano e ci spettano. Che non smetteremo di ricevere finché ci ostineremo a insistere con le nostre visioni del mondo, il nostro sentire, la capacità di guardare nei tempi che attraversiamo, per individuare il disagio crescente che viviamo.
Tuttavia l’attacco – me ne rendo conto con ritardo – ha qualcosa
di nuovo, pur essendo nel solito solco della superficialità, dell’incompetenza
e del partito preso. Non nelle argomentazioni, che quì la spinta sembra essere
la stessa: dir male e sempre più male. C’è del nuovo perchè si inserisce in un
contesto ideologicamente degenerato, nel quale la capacità di scandagliare il
presente (e futuro prossmo) ragionando in modo nuovo è gravemente compromessa.
L’oggettività compromessa. La verità resa estremamente problematica. Fino al
punto che omicidi perpetrati dalle forze dell’ordine (USA) – nonostante la
documentazione che li comprova – vengono negati dal potere. Pur sapendo che
quei documenti girano. Sapendo che noi tutti sapevamo e sappiamo. La loro verità fa agio su ogni altra,
eludendo ogni prova, essendo che – detto senza mezzi termini – la volontà del
despota in pectore, faceva e fa agio su ogni
altra. Quel che contava è conta è la sua povera piccola mutevole opinione.
Dobbiamo dunque sapere che non basta rintuzzare le insignificanti
argomentazioni con cui ci si attacca; e neppure, lo dico per inciso, lamentare
l’acquiescenza della portaerei lanciamissili utilizzata per portare questo
ennesimo attacco. Quel che importa è mettere in evidenza che è un attacco
contro la cultura sedimentata nel mondo. Contro una concezione di fare arte e
di criticare i prodotti dell’arte. L’equivoco di fondo non risiede
nell’estraneità della fantascienza al demerito previsionale che le si
attribuisce (con superficialità e insensatezza) ma nel nullismo insito in
questa critica. Da dove esce
fuori che un prodotto artistico possa essere utilizzato come palla di vetro per
prevedere il futuro? Da quale dibattito (non parlo di singole
opinioni) scaturisce questa necessità di denigrare gli scrittori di
fantascienza come Falsi Profeti?
Mauro Covacich ha inteso toccare i (secondo lui) punti
dolenti di una bocciofila, o fare i conti con un vasto movimento letterario che
ha influenzato in profondità il pensiero del Novecento? Ha idea della vastità e
profondità del movimento contro cui si schiera? Oppure ha solo dato forma a una
istanza della cultura dominante in trasformazione, che calcola di affossare
ogni pensiero divergente per sostituirlo con i punti di vista dei Signori
piccoli piccoli (ma dotati di grandi mezzi) che ambiscono irregimentare
il pensiero delle masse?
Dunque, tutto quello che è successo nella Fantascienza del
Novecento sarebbe inficiato dall’incapacità di effettuare previsioni che
Covacich individua nei pochi resti di
fantascienza con i quali è venuto occasionalmente in contatto. Non si domanda
(se ne guarda bene) come mai autori che si rifanno a un movimento culturale che
pretende di «prevedere» il futuro, ma non lo fa, continuino a avere successo,
nonostante si trovino in palese contraddizioni con quanto – secondo lui –
avevano promesso. Ma soprattutto non entra nel merito, non gli interessa porre
in evidenza la validità di questa falsa premessa. Quanto estranea ai
propositi di chiunque entri nel campo della letteratura militante.
Lo faccio io per lui. Essendo la letteratura «funzione di vita
allargata», parte del contributo offerto all’umanità per la sua umanizzazione.
Costituzione permanente del reale, a danno dell’«animalità».
È questo che la gran parte degli scrittori di fantascienza ha
inteso fare. Non prevedere, ma ampliare i pensieri e la consapevolezza intorno
alla vita; fornire elementi alla costruzione del reale e del possibile. Non
utilizzando gli elementi irreali delle convenienze di nuovi despoti, ma
sondando nel presente per evidenziare ciò che a questa maggiore consapevolezza possa
essere utili per accrescere l’Uomo.
La migliore Science
Fiction, passato il rodaggio dei primi anni, ha subito preso posizione,
sfidando sistematicamente il potere. Persino scrittori conservatori come
Heinlein o Vang Vogt hanno spesso indicato correttamente quello di cui
bisognava avere paura. Non solo Vonnegut, Pohl, Dick, Simak e Aldani. Lo
facevano rafforzando le visioni che potessero mettere sull’avviso, fornire
migliore consapevolezza sulle cose del mondo. Affinando pensieri e sentimenti.
È di consapevolezza che parlo. Di cittadini più maturi e critici.
Può esserci peccato maggiore per un «accademico» dell’attività di
chi mette in forse quello che sappiamo (o crediamo di sapere) del Mondo? Di un
mondo immobile, unico, granitico, ingiusto e pericoloso che però si cerca di
presentare in modo utile e onorevole e appetibile? Per il potere (Accademia
inclusa) non c’è peccato peggiore di questo.
Da cui la necessità di attaccarci «sul sesso degli angeli». E noi
costretti a sprecare energie per inseguirli sul piano del nulla.
La fantascienza non è pattume come quella così definita (a
casaccio) che magari arriva in finale dei premi Strega. Ricordiamo ai Covacich che siamo meglio: un ambito
disorganizzato che si ostina a elevare argini contro la banalizzazione e i
discorsi dati per negare ciò che è impossibile cancellare. La Fantascienza, con
i suoi limiti, insiste. Persevera. Chi persevera nel gettare sterco addosso a
una letteratura immaginifica sarà il primo a rimanerne imbrattato.
Pongo alcune domande agli amici “fantascientisti”. Confido che
qualcuno mi risponderà. Stante che la fantascienza abbia fallito in quanto
letteratura della previsione (ma questa non era la sua “missione”) ci si può
interrogare sul mistero di testi “datati” che continuano a essere pubblicati?
Senza trovare rigetto in lettori e lettrici molto diversi nel Novecento e nel
Duemila. Testi che se pubblicati senza l’etichetta disonorevole – che i
Covacich cercano di ampliare – ottengono successo e suscitano spesso dibattiti
importanti.
E i “non-covacich”
si sono accorti delle forme e degli stili adoperati? Della capacità, o meno, di
sondare la contemporaneità? Di porre domande (e a volte cercare risposta) che
possano contribuire all’allargamento della vita?
Credo di sì, che si possa. Ma non è dai Covacich che
possiamo aspettarci un serio (benché critico) contributo.
martedì 4 agosto 2026
Guerre invisibili dell’accumulazione del capitale - Marco A. Pirrone
Il 24 febbraio 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina, la «calma» Europa scopre di nuovo la guerra alle porte di casa — e per di più ancora una volta una guerra di bianchi contro bianchi. L’attacco russo è il culmine di un conflitto che risale almeno al 2014: dietro il pretesto della tutela delle minoranze russofone del Donbass si agita in realtà un più lungo conflitto tra Stati Uniti e Russia, ereditato dalla guerra fredda e alimentato dall’accerchiamento che la NATO conduce da decenni ai confini russi1.
Il nostro
sguardo eurocentrico — o
meglio occidentalcentrico, e in ciò già razzializzato nel modo stesso in cui
contabilizza i morti civili — si accorge della guerra solo ora che è
tornata vicina, e ora che i missili ci ricordano la nostra vulnerabilità
collettiva: l’Oreshnik russo, IRBM con gittata fino a 5.500 chilometri,
attraversa l’Europa in pochi minuti e si è rivelato difficilmente intercettabile.
Eppure,
considerando l’intero globo, dalla fine della Seconda guerra mondiale la guerra
non è mai scomparsa dal pianeta: è sempre stata fra noi. Siamo noi, i “tranquilli”
europei occidentali, e non essa, ad essere stati l’eccezione, e a esserlo stati
solo a patto di dimenticare in fretta che la guerra era già tornata in Europa,
nei Balcani, negli anni Novanta2.
La guerra
non è un’anomalia del modo di produzione capitalistico: ne è un elemento
permanente. Come
osservava Henri Lefebvre, essa è costitutivamente intrecciata ai processi di
accumulazione del capitale e di ristrutturazione delle forze produttive3. Non un’interruzione della normalità, ma una delle sue forme di
riproduzione.
L’Atlante
delle guerre e dei conflitti del mondo4 ci ricorda che circa metà della popolazione mondiale vive in Paesi
coinvolti in un conflitto o sotto minaccia di tensioni armate. I conflitti armati attivi censiti dall’Atlante sono
32; con la guerra aperta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran agli inizi del
2026 — successiva alla chiusura del volume — diventano 33, cui si sommano 22
aree di crisi e una decina di missioni ONU disseminate dal Kashmir al Sahara
Occidentale. Solo nell’Africa subsahariana le guerre in corso si
contano a decine — Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Ciad, Camerun,
Repubblica Centrafricana, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Repubblica Democratica del
Congo —: quasi nessuna arriva ai nostri telegiornali. La guerra non è
dunque un’eccezione: è la condizione ordinaria del sistema internazionale
contemporaneo e del modo di produzione capitalistico.
Guerra e
accumulazione del capitale
Come Karl
Marx aveva ben compreso e spiegato, il modo di produzione capitalistico non è
semplicemente un sistema economico basato sullo scambio e sul mercato: è un
modo di produzione fondato sulla valorizzazione del capitale attraverso lo
sfruttamento del lavoro e l’appropriazione della natura. Esso abbisogna dunque
di certi particolari rapporti sociali, prerequisiti fondamentali perché possa
funzionare, e questi rapporti sono spesso generati, e riprodotti, attraverso la
violenza5. Poiché la sua logica fondamentale è l’accumulazione — non come scelta, ma
come necessità strutturale: un capitale che non si espande si dissolve — questa
continua riproduzione non avviene spontaneamente: richiede territori, risorse,
forza lavoro, e — ogni qual volta necessario — violenza. Non a caso Marx
stesso, ma anche Rosa Luxemburg6, Hosea Jaffe7 o Ranabir Samaddar8, solo per citare alcuni studiosi molto importanti, hanno sottolineato il
nesso originario tra colonialismo e modo di produzione capitalistico. In
particolare nel capitolo XXIV de Il capitale, che Marx dedica
all’accumulazione originaria, questo nesso tra espropriazione e violenza è
descritto sia storicamente che teoricamente come momento fondativo del
capitalismo: la separazione violenta dei produttori diretti dai loro mezzi di
produzione, terre comuni recintate, comunità dispossessate, corpi messi al
lavoro coercitivamente. Di conseguenza ogni volta che il capitalismo apre un
nuovo fronte estrattivo o affronta una delle sue crisi
cicliche o compete con altri capitalismi, ricomincia da capo questo processo.
Rosa Luxemburg
dimostra che il capitale non può riprodursi in un sistema chiuso: ha bisogno
strutturale di un esterno — territori non ancora mercificati, economie non
ancora integrate — da cui estrarre risorse e in cui scaricare le proprie
contraddizioni. Vladimir I. Lenin radicalizza questa analisi: l’imperialismo
non è un’aberrazione morale, ma la fase necessaria e matura del capitalismo
monopolistico, in cui la competizione tra capitali diventa competizione tra
Stati per il controllo dei mercati e delle materie prime. La guerra
imperialista non è un incidente: è l’esito logico di questo processo. David
Harvey9, riprendendo e attualizzando Marx, sostiene che l’accumulazione per
espropriazione (accumulation by dispossession) non appartiene al passato
coloniale — è una logica operante oggi, nelle forme del land grabbing (appropriazione
della terra), della privatizzazione dei beni comuni, della finanziarizzazione
delle risorse naturali. Il capitalismo contemporaneo non ha superato la
violenza originaria dell’accumulazione di cui parlava Marx: l’ha
istituzionalizzata, globalizzata, resa norma giuridica e geopolitica. Ranabir
Samaddar sostiene che il colonialismo non è un capitolo chiuso della storia: è
una struttura persistente, adattiva, che si riproduce nelle forme contemporanee
del controllo delle risorse, come della gestione delle popolazioni in eccesso e
della militarizzazione delle frontiere10. In una prospettiva complementare, Sandro Mezzadra e Brett Neilson
mostrano come il capitalismo contemporaneo si organizzi sempre più attraverso
una pluralità di “operazioni del capitale”, nelle quali estrazione, logistica,
finanza, infrastrutture e controllo delle frontiere agiscono come dispositivi
integrati della valorizzazione. L’estrattivismo non riguarda quindi soltanto
l’appropriazione di risorse naturali, ma si inserisce in una più ampia
architettura operativa che connette territori, lavoro, circolazione delle merci
e potere geopolitico11. Ognuna di queste tesi andrebbe ulteriormente approfondita e declinata,
anche empiricamente, per poterne comprendere l’importanza euristica nei
confronti delle trasformazioni attuali del modo di produzione capitalistico, ma
non abbiamo qui lo spazio per farlo. Quello che ci preme sottolineare qui
invece, è che, anche alla luce di queste tesi, negli ultimi venti anni
il concetto di estrattivismo — sistematizzato in particolare da
Eduardo Gudynas12 — è divenuto una delle chiavi di lettura importanti dei
fenomeni trasformativi del modo di produzione capitalistico e dei suoi
riflessi in quella che chiamiamo geopolitica. Esso infatti designa uno dei
movimenti principali delle nuove forme del processo continuo di accumulazione,
oggi che alcune risorse classiche e nuove sono fondamentali per la difesa,
l’industria e il continuo e crescente fabbisogno energetico dei settori più
avanzati del capitalismo. Non designa infatti solo
l’industria mineraria o petrolifera in senso stretto. Comprende qualsiasi
pratica di estrazione di risorse naturali caratterizzata da grande volume e
intensità, orientata all’esportazione come materia prima greggia o
minimamente lavorata13. Vi rientrano le monoculture di esportazione e tutte le forme di land
grabbing a uso industriale intensivo: pratiche che producono sistematicamente
espropriazione della terra, espulsione delle comunità e distruzione della forza
lavoro locale, oppure l’estrazione dei fossili, dei minerali critici o delle
cosiddette terre rare, alla base di molte guerre contemporanee.
Cosa si sa delle università telematiche - Paolo Barbieri
Nate per favorire studenti lavoratori e categorie fragili, vivono una crescita apparentemente inarrestabile e sono diventate una macchina da profitti. La destra spinge per liberalizzare ulteriormente il sistema. Ma con i test online esse diventano esamifici per lauree facili
“Dicette ’o
pappice vicino ’a noce: damme ’o tiempo ca te spertose”. Letteralmente: “Disse
il verme alla noce: dammi il tempo che ti perforo”. Detto napoletano che si
addice particolarmente alla progressiva scoperta della torbida nebulosa delle
università telematiche, che avviene attraverso il lento incedere delle
inchieste giudiziarie, ma anche degli approfondimenti prodotti in varie sedi.
La più recente delle indagini della magistratura si è sviluppata grazie alla
procura di Napoli; al netto delle ovvie cautele da osservare in attesa dei
possibili esiti giudiziari per i quaranta indagati, descrive, secondo la
sintesi di “RaiNews.it”, “percorsi facilitati ed esami pilotati per ottenere
lauree e titoli abilitativi, compresi master e percorsi post-laurea. Iscrizioni
sospette con l’obiettivo di incrementare il numero di iscritti all’Università
telematica UniPegaso”.
Si tratta di
una delle realtà italiane più note, fa parte del gruppo Multiversity s.p.a.,
che ne controlla anche altre due: Mercatorum e San Raffaele
Roma, e che nel complesso, secondo un recente studio di Mediobanca (qui una sintesi
per il pubblico), produce più del 50% dei proventi realizzati sul mercato delle
telematiche. Presidente onorario di Multiversity è l’eterno,
onnipresente, Luciano Violante. Il gruppo si presenta così sul suo
sito internet ufficiale (manco a dirlo, in inglese): “Nato per il digitale. Un
modello educativo adatto a tutti, inclusivo e flessibile, lontano
dall’apprendimento tradizionale e convenzionale, volto a coinvolgere tutti
nella nuova rivoluzione digitale e a sfruttarne appieno il potenziale”. Oggi è
nelle mani della società finanziaria britannica CVC Capital Partners, che attualmente,
secondo fonti aperte reperibili sul web, risulta avere sede nel Baliato di
Jersey, isola (e paradiso fiscale) nel canale della Manica.
Le
università telematiche sono nate (legge 289/22) con l’obiettivo di offrire
percorsi universitari a chi è impossibilitato a seguire i normali corsi in
presenza,
soprattutto quindi a chi è già inserito nel mondo del lavoro, o a soggetti
socialmente o individualmente fragili. Ma con il progressivo taglio, da parte
delle università statali, di sedi distaccate (da più di 160 a meno di 110,
secondo la Flc Cgil) e corsi serali o estivi, e contestualmente con l’apertura
progressiva alle logiche di mercato (da citare la riforma Gelmini del 2010
e il parere del Consiglio di Stato, maggio 2019, che ha consentito alle
università̀ di diventare società di capitali) sì è creata una
“bolla” che rischia di distorcere l’intero sistema. Insomma, il percorso
abituale: tagli alla spesa statale, strutture pubbliche meno efficienti
e meno capaci di soddisfare la domanda dei cittadini, privatizzazione
progressiva. Dalla sanità ai trasporti, all’istruzione, nessun settore è
immune dall’offensiva antistatalista – e antisociale – alla quale si sono
prestati, negli ultimi trenta o quarant’anni, governi di vari colori politici.
Quella delle
università telematiche è una realtà in costante espansione. In un
ordine del giorno presentato dall’Alleanza verdi-sinistra alla Camera, nel
corso dell’esame della riforma del reclutamento dei docenti voluta dalla
ministra Bernini, le dimensioni del fenomeno sono riassunte così: “A partire
dall’anno accademico 2016/2017, le iscrizioni alle università telematiche sono
passate da 50mila a 305mila. Considerando che nell’ultimo decennio vi è stato
un rinnovato aumento delle iscrizioni negli atenei italiani, 350mila in più,
oltre i due milioni complessive lo scorso anno, 2/3 delle nuove iscrizioni
riguarda proprio le telematiche”. Un’isola felice, apparentemente, ma
le zone d’ombra non mancano, e riguardano innanzitutto la qualità della
didattica: troppi studenti per ciascun docente. “Il rapporto tra iscritti e
docenti di ruolo nel 2024 – sottolinea Mediobanca – si è collocato a 288,5
unità per gli atenei a distanza, un livello assai più elevato di quello delle
statali (26,8) e liberi atenei (32,4), ma che tuttavia è calato di 67,4 punti
dal 2019, con un forte ridimensionamento rispetto al quadriennio 2020-2023 in
cui era sempre superiore alle 400 unità”.
Anche sul
personale docente le differenze con le università pubbliche e le private
tradizionali sono apprezzabili: nelle università statali, infatti, il personale
di ruolo svolge il 78,4% delle ore di insegnamento, quota che scende al 52,5%
nelle private per attestarsi, infine, al 37,1% nelle telematiche. “In queste
ultime, quindi, l’attività didattica è prevalentemente in capo a
docenti a contratto”, sottolinea il rapporto. Passando dalle ore impegnate
nella didattica alla proporzione fra docenti a contratto e professori di ruolo,
la tendenza è molto simile: nel complesso del sistema universitario, il 36% del
personale impegnato in attività didattiche è costituito da docenti a contratto.
Ma il ricorso a questa figura è molto maggiore nelle università non statali,
settantaquattro ogni cento docenti, e in particolare, nelle università
telematiche, ottantadue ogni cento (fonte: Elaborazioni su banche dati MUR –
DGPBSS, Ufficio VI – Servizio Statistico, anno accademico 2024-25).
Tutto questo
si traduce in risultati economici vistosamente in crescita: secondo Mediobanca,
“nel 2024 gli utili aggregati del sistema universitario italiano si
sono mantenuti al di sopra della soglia del miliardo di euro (1.088
milioni), crescendo dell’11,5% medio annuo dal 2019. Tale incremento deriva dal
+7,1% delle università statali, dal +13,7% delle ‘private’ tradizionali e dal
+38,2% delle telematiche. Queste ultime hanno chiuso il 2024 con utili pari a
234,9 milioni, il massimo dal 2019 e il doppio rispetto alle ‘private’ non
statali tradizionali che hanno consuntivato 114,2 milioni”. Dove
fioriscono i profitti crescono le pretese dei privati, e non sorprendentemente,
nel febbraio scorso, è stato tentato un blitz in favore della liberalizzazione
degli esami online, strumento principe della “facilitazione” del percorso
universitario. Del resto, il cliente che paga va soddisfatto, altrimenti i
fatturati rischiano di contrarsi. Ma un emendamento di maggioranza al decreto
Milleproroghe, che andava in questa direzione, è stato riscritto lo scorso
febbraio, limitando le deroghe all’obbligo degli esami in presenza a studenti
di Paesi in guerra o coinvolti nel cosiddetto Piano Mattei del governo Meloni.
Qual è il
segreto di questo apparentemente inarrestabile successo delle università
telematiche? Elemento chiave è senz’altro la flessibilità della
didattica online, che risponde soprattutto alle esigenze di chi persegue il
completamento dei suoi studi, pur essendo già inserito nel mercato del lavoro.
Secondo il rapporto 2023 redatto dall’Anvur (Agenzia nazionale di valutazione
del sistema universitario e della ricerca) circa il 57% degli iscritti a
università telematiche avevano almeno 28 anni e oltre il 45% (quasi la metà)
più di 31. Ma ci sono anche altri fattori. L’Osservatorio nazionale
Federconsumatori, in collaborazione con la Fondazione Isscon, ha pubblicato
il report sui costi per gli studenti delle università italiane nel 2025,
secondo il quale le università telematiche, prive di variazioni basate
sull’Isee degli iscritti, si collocano tra 2.000 e 4.290 euro
annui per i corsi di laurea triennale e magistrale. Tuttavia, grazie a
convenzioni e agevolazioni, i costi medi effettivamente sostenuti oscillano
tra 1.500 e 3.000 euro annui. “Le università telematiche – si legge in una
sintesi dei contenuti dello studio – stanno guadagnando popolarità grazie alla
maggiore flessibilità e alle numerose agevolazioni offerte a specifiche
categorie, come studenti lavoratori, membri delle forze armate e dipendenti
pubblici”. Ma è chiaro che la battaglia attorno agli esami online è quella
veramente decisiva per le imprese del settore: “Gli esami a distanza – test
standardizzati a risposta multipla per tutti i corsi e basati su dispense ad
hoc – che sono al centro di questo modello”, si legge in una nota sul
sito della Flc Cgil, “sebbene siano vietati espressamente dal dm 1835/2024 –
erano stati resi possibili per ovvie ragioni solo in fase pandemica – gli
atenei online hanno continuato a utilizzarli anche in questo anno accademico”.
Qui si torna al citato ordine del giorno parlamentare di Avs: la cui finalità
era esplicitata nel dispositivo finale, nel quale si chiedeva al
governo di impedire alle telematiche di svolgere gli esami online,
“rafforzando i reali poteri ispettivi del Mur e del Cun, nonché le eventuali
sanzioni”.
Sorprende,
ma non troppo, il parere negativo dato dal governo (e la
conseguente bocciatura nel voto a Montecitorio). Forse l’accusa del sindacato
Cgil, secondo cui “la ministra Bernini spinge per il totale via libera” si
rivelerà fondata, se vedrà la luce il provvedimento “spesso annunciato ma mai
circolato e tanto meno pubblicato, che secondo diverse ricostruzioni avrebbe
proprio al centro la legittimazione e la regolazione degli esami online in
tutto il sistema universitario italiano”. Una sorta di bollino governativo a
quel sistema degli “esamifici”, che finora nessun ministro ha accettato di
sottoscrivere, e di cui si occupano di tanto in tanto le procure della
Repubblica. Per chi ha a cuore il sistema nazionale dell’istruzione, un
tema da non perdere di vista: alle elezioni politiche mancano probabilmente
pochi mesi, se si concretizzerà la spinta del destra-centro di anticiparle ad
aprile. Ma il tempo per fare un decreto legge, e compiere così un altro passo
verso la privatizzazione del sistema Italia, ci sarebbe eccome.
lunedì 3 agosto 2026
Miliardi e non solo: ecco i 117 padroni del mondo (che quasi nessuno conosce) - Mauro Del Corno
Abbiamo tutti una percezione, più o meno nitida, che un “Potere” esista. Un
Potere che influisce sulle nostre esistenze, sul mondo in cui sono organizzate
le nostre società, sui loro valori. Persino su cosa e come dobbiamo pensare o
desiderare. Tuttavia, è un potere che ci sembra senza volto, senza luogo,
inconoscibile e irraggiungibile. Questa impalpabilità ha anche l’effetto di
mortificare qualsiasi volontà di cambiamento. Come posso lottare per cambiare
le cose se non so neppure contro chi lottare? Dare un nome e un volto a chi
comanda diventa così la premessa fondamentale per qualunque tentativo di
concepire una società diversa.
A quest’opera cartografica del potere si è dedicato con certosina
precisione Peter Phillips, sociologo della californiana Sonoma
State University, che illustra i risultati nel suo nuovo libro Titans
of Capital, appena uscito negli Stati Uniti per Seven Stories. Il libro si
concentra sulle prime dieci entità finanziarie del mondo e sui “Titani”
che le dirigono, occupandone i posti nei consigli di amministrazione. Non
sono sei come nella mitologia greca, ma 117. Sono in soprattutto maschi
(65%), bianchi (86%). Più della metà è statunitense (56%), seguono i
francesi (14,5%); altre nazionalità sono tutte sotto il 5%. Sono tutti ricchi,
alcuni ricchissimi, sono soprattutto i nodi di una sterminata rete di
potere e relazioni da cui nulla e nessuno sfugge. Una rete che conta
sul potere di immense quantità di denaro e che si tesse nei consigli direttivi
di aziende, organizzazioni internazionali ed enti governativi, associazioni,
università, musei, enti caritatevoli, teatri ed anche ong.
Oggi non esiste banca o multinazionale che non abbia uno o più di questi
colossi come azionisti. E ciò significa potere
I Titani non hanno un potere assoluto sulle ricchezze che amministrano.
Anche loro devono sottostare al supremo e assoluto comandamento: guadagnare.
Tuttavia, insieme ad alcuni capi di gigantesche aziende, sono quanto di più
simile esista al concetto di élite dominante, le cui opinioni, inclinazioni,
passioni, convinzioni politiche finiscono per influenzare, più o meno direttamente,
la vita di tutti noi. «I Titani hanno nelle loro mani la gran parte del
capitale finanziario globale», ci spiega Phillips. «Governi, militari, agenzie
di intelligence, gruppi politici, media aziendali e altri capitalisti,
inevitabilmente, hanno un occhio di riguardo nei confronti di questi individui
e fanno di tutto per garantirne protezione e supporto». I 117 “padroni del
mondo” dirigono società che amministrano, nel complesso, ricchezze pari a 50
mila miliardi di dollari. La sola Blackrock, la più grande delle
dieci esaminate, muove un patrimonio di 10 mila miliardi di dollari,
una cifra che supera il valore del Pil di Giappone e Germania messi insieme. Le
altre nove sono, in ordine di grandezza, Vanguard, Ubs, Fidelity, State
Street, Morgan Stanley, Jp Morgan, Amundi, Allianz, Capital
group.
Si tratta di gruppi statunitensi (7) ed europei (3), che amministrano ed
investono i soldi di decine di milioni di persone. Trentacinque milioni di
americani hanno per esempio del denaro dentro Blackrock. Risorse che vengono
investite soprattutto comprando azioni in tutto il mondo, in base a una
strategia che si può riassumere così: se compri tutto, alla fine
guadagni. E funziona: dal 2017, il patrimonio dei dieci è quasi
raddoppiato, passando da 26 mila a 49 mila miliardi di dollari. Oggi non
esiste multinazionale che non abbia uno o più di questi dieci colossi della
finanza tra i suoi principali azionisti. Ciò significa altro potere che si
somma a quello emanato dal denaro. In quanto soci, i rappresentanti dei dieci,
occupano posti nei consigli di amministrazione delle imprese partecipate,
contribuendo a definirne scelte e strategie.
Si va dalle compagnie petrolifere Shell e BP,
alle case farmaceutiche Merck, Johnson & Johnson e Roche,
passando per colossi dell’auto come Volkswagen, General
Motors o Mercedes. Da banche come Unicredit,
al colosso dei beni di consumo Procter and Gamble. E poi Ibm, Hewlett
Packard, Du Pont, Dow Chemical… per citare solo
qualche nome di un’interminabile lista. Phillips sottolinea nel libro anche gli
ingenti investimenti nelle industrie di tabacco, alcol, plastica, armi
da fuoco, gioco d’azzardo e prigioni private, “investimenti che generano
impatti negativi sulle popolazioni di tutto il mondo”. Blackrock, Vanguard e
State Street sono, tra l’altro, i primi azionisti dei principali costruttori
di armi statunitensi, da Lockheed Martin a Northrop
Grumann e Raytehon.
Importante la presenza in associazioni, ong, enti culturali, ospedali. E il
World Economic Forum è il loro salotto di casa
Non è difficile capire cosa significhi la presenza nei consigli
d’amministrazione, anche in termini di accesso a informazioni
privilegiate da sfruttare per le scelte di investimento delle case
madri. Inciso: Blackrock, State Street, Vanguard sono pure i primi azionisti
delle più importanti società di rating, Moody’s e Standard
and Poor’s, che assegnano voti di affidabilità creditizia a stati e aziende
(tra cui, neanche a dirlo, quelle di cui i dieci sono soci).
Fin qui il “potere del denaro”. C’è un’altrettanto importante e
strutturata rete di presenze in associazioni, enti culturali, ospedali,
ong, organismi governativi e internazionali. I 117 siedono per esempio nei
board del Fondo monetario internazionale, della Banca dei
regolamenti internazionali (una specie di banca centrale delle banche
centrali) e del consiglio atlantico Nato. Hanno ruoli nella Federal
Reserve e nel suo braccio armato che opera direttamente sui mercati,
la Fed di New York.
Sono presenti nell’associazione delle banche svizzere, nel fondo sovrano
del Kuwait, nel comitato per la regolamentazione dei mercati finanziari, nel
gruppo di esperti Onu per la riduzione delle emissioni. Due
membri dei Titani hanno lavorato anche per la Cia. Il World
Economic Forum di Davos e la Trilateral Commission sono
salotti di casa.
“La disuguaglianza non è mai accidentale”, afferma peter phillips, “ma è
incoraggiata dai Titani con le loro decisioni”
E ancora, tra le ong che ospitano alcuni dei 117 dirigenti nei rispettivi
organi direttivi, ci sono la Croce rossa americana, la Fondazione di re Carlo
terzo, Oxfam America, Save the Children, Clean air task
force e tantissime altre. Tra le università spiccano il Mit di Boston,
la London Business School, l’Università di Chicago, la Fondazione Ecole normale
supérieure di Parigi, la scuola cinese internazionale di Hong Kong. Poi
un’infinità di enti artistici e ospedali tra cui l’Orchestra di Filadelfia,
il Moma di New York, l’ospedale Presbiteriano di New York, il
SUMs di Venezia.
Man mano che le scelte vengono delegate al mercato, i governi mettono in
pratica decisioni assunte altrove
Tra pesi massimi non conviene farsi la guerra, tutti rischiano di farsi
troppo male. Le dieci società analizzate investono molto tra di loro.
Nel 2022 il valore delle partecipazioni incrociate ammontava a 320 miliardi di
dollari. Possiamo vederla come l’equivalente di quando le grandi dinastie
regnanti si imparentavano tra loro. Qui non si maritano rampolli, ma si
investono denari. Sono pratiche che consentono un attento monitoraggio
delle rispettive politiche e una comunanza di interessi reciproci nel
mantenimento dello status quo e nella crescita del mercato. Blackrock, per
esempio, ha investito più di 17 miliardi nella “concorrente” Vanguard e altri 4
miliardi in State Street. A sua volta Vanguard ha una partecipazione in
Blackrock che vale 9,6 miliardi e una in Jp Morgan che ne vale addirittura 37.
State Street ha investito in Vanguard oltre 5 miliardi e 1,6 in Blackrock. Dal
canto suo, Jp Morgan ha messo in Vanguard la bellezza di 70 miliardi e altri 18
li ha piazzati in Blackrock. E questi sono solo gli incroci principali.
Nel libro, Phillips spiega come questa immensa concentrazione di potere
prosperi grazie a un ecosistema che la preserva con cura. «Le istituzioni del
capitalismo globale proteggono la proprietà privata di beni, attività
commerciali e ricchezza personale. I governi occidentali controllano i
meccanismi legali e di polizia che assicurano che la ricchezza rimanga di
proprietà privata e consentano ai ricchi di accumulare patrimoni sempre
più grandi», dice a MillenniuM il sociologo americano.
Ciò contribuisce a esasperare tendenze come l’estrema polarizzazione della
ricchezza. Del resto, ha spiegato l’economista Thomas Piketty,
queste non sono anomalie o difetti del sistema capitalistico, ma sono
esattamente il risultato del modo in cui il sistema funziona. “La disuguaglianza
globale”, scrive Phillips, “non è mai accidentale. Piuttosto, è una
circostanza incoraggiata, mantenuta e controllata dalle élite dei Titani
tramite decisioni di investimento di capitale e organizzazioni politiche
finanziate principalmente dai soldi di cui dispongono”.
Lo studioso ci ricorda poi che “tra le conseguenze dell’estrema
disuguaglianza di ricchezza a livello globale ci sono anche guerre e minacce di
guerra, la repressione dei diritti umani e le devastazioni ambientali”. Questo
ci porta a una “crisi dell’umanità”, che William I. Robinson, sociologo
presso l’Università della California, a Santa Barbara, descrive come “una
minaccia alla sopravvivenza della nostra specie e di tutti gli esseri viventi”.
Se vogliamo provare a contrastare questa deriva, grazie al libro, sappiamo
un po’ meglio a chi dobbiamo rivolgerci. «Penso che, come abitanti di questo
pianeta, abbiamo tutti la responsabilità e il dovere di costruire strutture
democratiche di base che sfidino apertamente la concentrazione della ricchezza
e il controllo delle risorse mondiali da parte di poche persone», ci dice
Phillips.
In passato era forse un po’ più semplice. I leader politici e i capi degli
Stati (almeno di quelli più potenti) impersonavano la capacità e la forza
decisionale. Erano esseri umani e, almeno in una certa misura, condizionabili
con il voto popolare. Esisteva insomma un canale di contatto tra chi comanda e
chi è comandato. Accadeva quando la finanza era subordinata alla politica,
decisioni e azioni non erano mosse esclusivamente dal perseguimento di
profitti.
Poi, man mano che le decisione sono state delegate al “mercato”, la nebbia
si è fatta fitta, le figure sono sbiadite. Ora vediamo governi che
svolgono ruoli puramente notarili, registrano e mettono in pratica cose
decise in un qualche altrove e imposte senza possibilità di rifiuto poiché le
punizioni minacciate sono terrorizzanti. Ricordate cosa accadde in Grecia nell’estate
2015? Nel referendum sulle condizioni poste al Paese da Fondo monetario
internazionale, Banca centrale europea e Unione europea, gradite ai mercati, il
62% della popolazione votò no, “oxi”. Eppure, 48 ore dopo, il governo
accettò quelle stesse condizioni.
Per prosciugare i processi democratici si ricorre a una presunta ma
incontestabile “razionalità”. Una falsificazione, come emerso drammaticamente
nella crisi del 2008. In Grecia, naturalmente, esistevano altri modi per
gestire la crisi che avrebbero attenuato l’umiliazione e la sofferenza della
popolazione. Si sarebbe però dovuto accettare di infliggere qualche perdita in
più ai colossi della finanza internazionale. Ma i Titani non avrebbero gradito.