venerdì 13 marzo 2026

Abbiamo bisogno di un esodo dal sionismo - Naomi Klein

Ho pensato a Mosè, alla rabbia che deve aver provato quando, sceso dal monte, trovò gli israeliti intenti a adorare un vitello d’oro.

L’ecofemminista che c’è in me si è sempre sentita a disagio con questa storia: che razza di Dio è un Dio geloso degli animali? Che razza di Dio è un Dio che vuole accaparrarsi e tenere per sé tutto il sacro della Terra?

Ma esiste un’interpretazione meno letterale di questa storia. Parla di falsi idoli. Della tendenza umana ad adorare ciò che è profano e luccicante, a guardare verso ciò che è piccolo e materiale invece che verso ciò che è grande e trascendente.

Quello che voglio dirvi stasera, in occasione di questo rivoluzionario e storico «Seder in the Streets»,[1] è che troppe persone, tra quelle che compongono il nostro popolo, hanno ricominciato ad adorare un falso idolo. Ne sono affascinate. Inebriate. Profanate.

Quel falso idolo si chiama sionismo.

È un falso idolo che prende le nostre più profonde storie bibliche di giustizia ed emancipazione dalla schiavitù – la storia stessa della Pèsach – e le trasforma in armi brutali di furto coloniale di terre, le trasforma in programmi di pulizia etnica e genocidio.

È un falso idolo che ha preso l’idea trascendente della terra promessa – una metafora di liberazione umana che attraversa credi e religioni di tutto il pianeta – e si è arrogato il diritto di tramutarla in un atto di compravendita per un etnostato militarista.

La forma di liberazione difesa dal sionismo politico è a sua volta profana. Sin dall’inizio ha richiesto l’espulsione di massa delle persone palestinesi dalle loro case e dalle loro terre ancestrali, la Nakba.

Sin dall’inizio, ha dichiarato guerra ai sogni di liberazione. In un Seder, è bene ricordare il trattamento che ha riservato ai sogni di liberazione e di autodeterminazione del popolo egiziano. Il falso idolo del sionismo individua la sicurezza di Israele nella dittatura egiziana e nei suoi
stati-clienti.

Sin dall’inizio ha generato una forma di libertà ributtante che vedeva i bambini e le bambine palestinesi non come esseri umani ma come minacce demografiche, proprio come nel libro dell’Esodo faceva il faraone che, preoccupato per la crescita della popolazione israelita, ordinava di sterminarne gli infanti.

Il sionismo ha portato tutti e tutte a questo presente catastrofico, ed è tempo di dirlo chiaramente: è dove ci porta da sempre, alla catastrofe.

È un falso idolo che ha spinto davvero troppi membri del nostro popolo su un cammino profondamente immorale, che li incita ormai a giustificare il calpestamento dei comandamenti fondamentali: non uccidere. Non rubare.
Non desiderare la roba d’altri.

È un falso idolo che identifica la libertà ebraica con le bombe a grappolo che uccidono e mutilano i bambini e le bambine palestinesi.

Il sionismo è un falso idolo che ha tradito tutti i valori ebraici, incluso quello che attribuiamo alla messa in discussione, una pratica insita nel Seder, con le sue quattro domande poste dal più giovane o dalla più giovane dei bambini.

Incluso l’amore che proviamo, come popolo, per i testi e per l’istruzione.

Oggi questo falso idolo difende il bombardamento di ogni università di Gaza; la distruzione di innumerevoli scuole, archivi, tipografie; l’uccisione di centinaia di accademici e accademiche, giornalisti e giornaliste, poetesse e poeti – ciò che in Palestina chiamano «scolasticidio»,
cioè la distruzione dei mezzi di istruzione.

Nel frattempo qui, a New York, le università chiedono l’intervento della polizia e levano barricate contro la grave minaccia costituita dai loro stessi studenti e studentesse, giovani che osano porre domande semplici del tipo: come potete sostenere di credere in qualcosa, e men che meno in noi, se nel frattempo permettete che si compia questo genocidio, se vi investite e collaborate?

Abbiamo lasciato crescere indisturbato il falso idolo del sionismo per troppo tempo.

E allora stasera diciamo: basta così.

Il nostro ebraismo non può essere rinchiuso in un etnostato, perché il nostro ebraismo è internazionalista per natura.

Il nostro ebraismo non può essere protetto dall’esercito devastatore di quello stato, perché tutto ciò che fa quell’esercito è seminare dolore e raccogliere odio, anche contro noi ebrei ed ebree.

Il nostro ebraismo non è minacciato dalle persone che alzano la voce per esprimere solidarietà alla Palestina al di là delle differenze di razza, di etnia, abilità fisica, identità di genere ed età.

Il nostro ebraismo è una di quelle voci, e sa che in quel coro risiedono sia la nostra sicurezza, sia la nostra liberazione collettiva.

Il nostro ebraismo è l’ebraismo del Seder di Pèsach: riunirsi in una cerimonia per condividere il cibo e il vino con le persone amate e con quelle sconosciute, un rito che per sua stessa natura è portatile, abbastanza leggero da poterselo caricare sulle spalle, e che non ha bisogno di nient’altro che delle altre persone: niente muri, niente templi, niente rabbini, un ruolo per tutti e tutte, soprattutto il bambino più piccolo o la bambina più piccola. Il Seder è la tecnologia della diaspora per eccellenza, concepita per il lutto collettivo, la contemplazione, la messa
in discussione, la commemorazione e la rivitalizzazione dello spirito rivoluzionario.

Allora guardatevi attorno. Questo, qui, è il nostro ebraismo. Mentre il livello dei mari sale, le foreste bruciano e nulla è certo, preghiamo davanti all’altare della solidarietà e del mutuo soccorso, a qualunque costo.

Non abbiamo bisogno del falso idolo del sionismo. Non lo vogliamo. Vogliamo liberarci dal progetto che commette un genocidio in nostro nome. Liberarci da un’ideologia i cui unici piani di pace sono gli accordi con i petrolstati teocratici che uccidono l’intera regione, mentre vende
al resto del mondo le sue tecnologie di omicidio meccanicizzato.

Cerchiamo di liberare l’ebraismo da un etnostato che vuole che ebree ed ebrei vivano per sempre nella paura, che vuole che i nostri bambini e le nostre bambine abbiano paura, che vuole convincerci che il mondo ce l’abbia con noi affinché corriamo nella sua fortezza e sotto la sua cupola di ferro, o quantomeno affinché armi e donazioni continuino ad affluire.

Eccolo, il falso idolo.

Non è il solo Netanyahu, è il mondo che lui ha creato e che lo ha creato: è il sionismo.

Che cosa siamo noi? Noi che da mesi e mesi scendiamo in strada, noi siamo l’esodo. L’esodo dal sionismo.

E ai Chuck Schumer di questo mondo non diciamo: «Lasciate andare il nostro popolo».

Diciamo: « Ce ne siamo già andati. E i vostri figli, le vostre figlie? Adesso sono con noi»


[1] Questo testo è il discorso pronunciato da Klein il 23 aprile 2024 in occasione dell’«Emergency Seder in the Streets» a New York. Celebrato durante la festa ebraica della Pèsach, il Seder è un rito che fa rivivere simbolicamente ai suoi partecipanti, attraverso la condivisione di cibi e bevande e la lettura del libro dell’Esodo, il passaggio dalla schiavitù in Egitto alla libertà. Questo «Seder nelle strade», organizzato da Jewish Voice for Peace, si è svolto a Grand Army Plaza, Brooklyn, nelle vicinanze dell’abitazione di Chuck Schumer – leader della maggioranza democratica al Senato e sostenitore incondizionato di Israele – per chiedere l’interruzione della fornitura di armi a Israele.

https://comune-info.net/abbiamo-bisogno-di-un-esodo-dal-sionismo/

Cosa c’entra Leonardo con il genocidio a Gaza? - Gianni Alioti

Cosa c’entra Leonardo con il genocidio a Gaza? 

Come ha scritto in un bellissimo articolo il regista e drammaturgo Carlo Orlando, nativo di Novi e genovese di adozione, « Viviamo il tempo del genocidio. Da oltre 700 giorni. I palestinesi di Gaza e della Cisgiordania, i milioni di profughi che vivono in diaspora da generazioni, vivono la realtà della pulizia etnica da oltre mezzo secolo e ora quella del genocidio. […] l’orrore di questo genocidio ci peserà addosso per anni (per sempre) e presto tardi ne pagheremo le conseguenze. […] Spesso si dice che l’Occidente è indifferente mettendo sullo stesso piano, implicitamente, governi e persone. É una narrazione tossica, che non rende giustizia alla realtà e contribuisce a generare paralisi e sconforto. Contribuisce, secondo me, all’accettazione di questo massacro quasi fosse un destino inevitabile, a cui l’Occidente non può sottrarsi. […] È una narrazione tossica che vede solo l’ombra e non la luce, umilia e offende. Il nostro governo non è indifferente. È complice. I giornalisti che fanno propaganda attiva al genocidio, non sono indifferenti. Sono complici”.

E complici di ciò che Francesca Albanese, nel suo rapporto all’Onu sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, definisce “economia del genocidio” ci sono anche diverse multinazionali, specie operanti nell’industria bellica, come la statunitense Lockheed Martin (la numero uno al mondo per fatturato militare) e l’italiana Leonardo.

Controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze che detiene il 30,2% delle azioni la Leonardo ha una significativa presenza internazionale. Degli oltre 60 mila dipendenti alla fine del 2024, il 15% operano nel Regno Unito, il 13% negli Usa, il 5% in Polonia, il 60% in Italia e il 7% nel resto del mondo tra cui 250 persone in Israele. Fino al 2023, nella pubblicazione “Leonardo at a Glance” contenuta nel sito web del Gruppo, Israele figurava come il quinto “mercato domestico” dopo quello italiano, inglese, americano e polacco. Dal 2024, per una questione di opportunità (o di opacità), è stato ricompreso nel “resto del mondo”. Ma la realtà non si cancella.

Nel momento che il portafoglio ordini e il titolo in Borsa di Leonardo hanno iniziato a gonfiarsi, spinti dalle politiche di riarmo dei paesi europei della Nato e dalle guerre in Ucraina e in Medio-Oriente, le politiche di comunicazione aziendale si sono preoccupate di non dare di sé un’immagine militarista e ‘muscolare’, preferendo collocarsi in un generico mercato dual use per l’aero-spazio, la difesa e la sicurezza. Insistendo sul proprio profilo ‘sostenibile’. 

Ma non sempre le politiche d’immagine riescono a nascondere l’evidenza dei fatti, come quando, nel gennaio 2024, Papa Francesco rifiutò una donazione di 1,5 milioni di euro da parte della Leonardo per l’ospedale romano del Bambin Gesù. L’azienda, risentita per quel gesto del pontefice, rispose con un comunicato dove affermava che in tutti i teatri di guerra in corso, a partire dall’Ucraina e dal Medio Oriente, non c’era nessun sistema offensivo di loro produzione. Peccato che, come The Weapon Watch, abbiamo subito dimostrato, utilizzando fonti ufficiali della Israel Defense Forces – Idf, che i cannoni navali super rapidi Oto Melara 76/62 costruiti dalla Leonardo negli stabilimenti di Spezia e montati sulle corvette israeliane fossero usati nei bombardamenti dal mare su Gaza, colpendo aree urbane densamente abitate da popolazione civile. Un quotidiano, nel pubblicare il nostro articolo, aggiunse un bellissimo titolo «Non si dicono bugie al Papa».

Bugie e omissioni (con qualche “ammissione”) che abbiamo riascoltato a fine settembre di quest’anno. Roberto Cingolani, amministratore delegato della Leonardo, dopo la scelta del Festival della Scienza di Genova di escludere l’azienda dagli sponsor dell’evento e, preoccupato per le sempre più frequenti manifestazioni davanti alle sedi di Leonardo contro la complicità con il genocidio a Gaza, ha affermato in un’intervista al Corriere della Sera che le accuse a Leonardo sono false: «non vendiamo armamenti ai paesi in guerra come Israele». È vera questa affermazione categorica dell’amministratore delegato di Leonardo? 

Cominciamo ad analizzare le prime ammissioni 

Roberto Cingolani nel tentativo di allontanare le accuse di ‘complicità nel genocidio’ di Israele ha ammesso (smentendo due anni di falsità raccontate dai ministri Tajani e Crosetto) che Leonardo ha continuato a esportare materiale dʼarmamento verso Tel Aviv dopo il 7 ottobre 2023, in forza di autorizzazioni – rilasciate prima di quella data – dallʼUnità per le autorizzazioni dei materiali dʼarmamento (Uama), istituita presso il Ministero Affari Esteri. Autorizzazioni che non sono mai state sospese o revocate dal Governo, che pure avrebbe potuto e dovuto farlo in forza della legge 185/1990, che prevede esplicitamente la circostanza della sospensione o revoca di licenze già autorizzate “quando vengano a cessare le condizioni prescritte per il rilascio” (articolo15). Come nel caso specifico di Israele entrato in guerra, non solo contro Hamas, ma verso altri paesi della regione. Oltre alle palesi e gravi violazioni a Gaza, sia della Legge 185/90, sia delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani fondamentali, denunciate prima e poi accertate da numerosi organismi internazionali, anche in seno alle Nazioni Unite.

Si tratta del contratto in essere relativo alla fornitura di attività di supporto logistico, assistenza tecnica da remoto, riparazioni e ricambi per i trenta M-346 Aermacchi (aerei da addestramento militare sviluppato e prodotto a Varese). 

Il contratto per i velivoli M-346 e relativi simulatori di volo fu firmato nel 2012. È superfluo ricordare che con gli M-346 e i relativi simulatori di volo si sono addestrati e continuano a farlo i piloti dell’aviazione israeliana degli F-16 e F-35 che hanno bombardato e ancora bombardano Gaza.

Analizziamo ora le omissioni

Roberto Cingolani non è il direttore della “filiale italiana” di Leonardo, ma lo Chief Executive Officer (cioè il massimo dirigente) del gruppo. E, come tale, la sua gestione non è a responsabilità limitata, sia da un punto di vista geografico, sia societario (rispetto alle aziende controllate e partecipate). Per questo, in quanto Ceo del gruppo, non può sorvolare sui due contratti di fornitura a Israele (il primo nel 2019 e il secondo nel 2022) per un totale di dodici elicotteri da addestramento militare AW119Kx sviluppati e prodotti dalla AgustaWestland di Philadelphia, società statunitense controllata al 100% da Leonardo. Il valore complessivo dei due contratti di 67,4 milioni di dollari comprende anche i simulatori di volo e altri equipaggiamenti dedicati, nuove infrastrutture e il supporto tecnico per 20 anni. In questo caso, a onore del vero, che non c’è alcuna violazione della Legge 185/90 sull’export, essendo un trasferimento diretto dagli Usa. C’è solo un problema di policy aziendale coerente o no con il proprio Codice Etico.

Diversa, e più grave, è l’omissione reiterata sul trasferimento a Israele dei cannoni navali super rapidi Oto Melara 76/62, installati sulle corvette già in dotazione della marina militare israeliana di quelli che saranno installati nelle nuove corvette in costruzione. 

Eppure la Leonardo avevo reso nota nel 2022 la consegna dei primi quattro cannoni navali super rapidi e il loro allestimento a bordo delle corvette classe Magen (tipo Sa’ar 6) costruite per Israele dalla tedesca ThyssenKrupp Marine Systems. L’“accettazione” veniva celebrata il 13 settembre del 2022 con una cerimonia ufficiale presso la base navale di Haifa. 

Di questa commessa per la fornitura di tredici cannoni navali super rapidi Oto Melara 76/62 alla forze di difesa israeliane, nonostante sia uno dei maggiori affari mai realizzati da Leonardo nello scacchiere di guerra mediorientale, per un valore di 440 milioni di dollari compresi i servizi di supporto, test e manutenzione, non c’è alcuna traccia tra le esportazioni di materiale d’armamento dall’Italia a Israele.

L’arcano è presto svelato. I cannoni navali di Leonardo sono stati esportati negli Usa e, questi, attraverso una classica triangolazione tipica nel mercato opaco delle armi, li hanno girati a Israele. Il tutto violando la Legge 185/90, la quale prevede che l’uso finale sia conforme all’autorizzazione della licenza di esportazione rilasciata dall’Uama. E visto che i cannoni navali di Leonardo saranno installati anche nelle corvette di nuova generazione classe Reshef, la cui costruzione delle prime 5 unità è iniziata a febbraio di quest’anno nei cantieri della Israel Shipyards, bisognerebbe mettere fine a questa pratica illecita di triangolazione.

La stessa pratica illecita (in questo caso non alla luce del sole come Italia-Usa-Israele) che, probabilmente, è alla base dei cannoni navali di Leonardo finiti sulle corvette della marina militare del Myanmar, in violazione non solo della Legge 185/90 ma anche dell’embargo internazionale. Con i manager di Leonardo che, invece di assumersi la responsabilità di ricostruire come sia potuto accadere, hanno minacciato querele a chi ha denunciato il fatto, come l’Associazione di solidarietà Italia-Birmania.

L’ultima omissione di Roberto Cingolani riguarda la corresponsabilità di Leonardo sulle bombe GBU-39 co-prodotte da MBDA e fornite a Israele. MBDA è la principale azienda missilistica europea, di cui Leonardo possiede il 25% del controllo azionario, con la restante quota ripartita equamente (il 37,5%) da Airbus Group e BAE Systems.

Secondo un’esclusiva del “Guardian” a luglio del 2025, MBDA vende componenti chiave per le bombe che sono state spedite a migliaia in Israele e utilizzate in numerosi attacchi aerei, in cui secondo le ricerche effettuate, sono stati uccisi anche bambini palestinesi e altri civili. MBDA possiede uno stabilimento negli Stati Uniti, che produce le “ali” che vengono montate sulle GBU-39, prodotte da Boeing. Esse si dispiegano dopo il lancio, consentendo alla bomba di essere guidata verso il suo obiettivo. I ricavi della società statunitense MBDA Incorporated passano attraverso MBDA Uk, con sede in Inghilterra, che poi trasferisce i profitti al gruppo MBDA, con sede in Francia. L’anno scorso l’azienda ha distribuito dividendi per quasi 350 milioni di sterline (400 milioni di euro) ai suoi tre azionisti, tra cui Leonardo.

E finiamo con l’esaminare altre gravi responsabilità e una giustificazione imbarazzante  

Il fatto che Leonardo sia direttamente coinvolta come partner di 2° livello al programma internazionale degli F-35, gestito dalla multinazionale statunitense Lockheed Martin, attraverso la produzione nello stabilimento di Cameri (Novara) dei cassoni alari per la versione F-35A e la fornitura di componenti elettronici, è innegabile. Israele è stato il primo paese a dotarsi dei caccia-bombardieri F-35 fuori dagli Usa, acquistandone 50 unità (gli ultimi lotti per un totale di 14 aerei sono stati consegnati nel 2024). Nel giugno 2024 Israele ha ordinato agli Usa altri 25 F-35A. La Leonardo ha partecipato (e partecipa) alla fabbricazione degli F-35A destinati a Israele e impiegati nei bombardamenti su Gaza. Non è confutabile. Non è, quindi, una forzatura o peggio una strumentalizzazione aver incluso la Leonardo,  in quanto co-produttore degli F-35 venduti a Israele, tra le aziende multinazionali implicate nell’economia del genocidio, come ha fatto Francesca Albanese nel suo rapporto Onu sui territori palestinesi occupati.

Infine la Leonardo, attraverso la società controllata Leonardo DRS con sede negli Usa ha incorporato per fusione l’azienda israeliana Rada Electronic Industries, specializzata in radar per la difesa a corto raggio e anti-droni, la quale opera esclusivamente in campo militare. La società nata da questa fusione, la DRS Rada Technologies ha 3 siti produttivi in Israele che occupano 250 persone. Nel 2023 ha partecipato alla realizzazione di “Iron Fist”, un sistema di protezione attivo montato sui nuovi mezzi corazzati da combattimento delle Israel Defence Forces, gli “Eitan” a otto ruote destinati a sostituire i vecchi M113. Subito testati negli attacchi a Gaza. Anche i giganteschi bulldozer blindati Caterpillar D9 dell’Esercito israeliano si sono dotati dei sistemi di protezione attiva e dei radar tattici di DRS Rada.

Rispetto alle responsabilità di Leonardo sulla gestione di queste aziende controllate, le cose scritte da Roberto Cingolani alla direzione e alla presidenza del Festival della Scienza di Genova sono realmente imbarazzanti sia per lui amministratore delegato di Leonardo, sia per il Governo italiano che ne detiene il controllo azionario. “[…] L’azienda [Leonardo DRS] è una ‘proxy’, dove tutti i membri del Cda devono essere americani e le questioni di sicurezza e difesa nazionale Usa non sono accessibili nemmeno a noi soci. Si tratta di attività esclusivamente americane in cui Leonardo e l’Italia non hanno alcuna voce in capitolo”.

Se le cose stanno così, l’amministratore delegato del Gruppo Leonardo e l’azionista di controllo (cioè il Governo italiano) dovrebbero avere la dignità e il coraggio di mettere subito in vendita l’azienda americana Leonardo DRS, come a suo tempo nel 2015 avrebbe voluto fare l’ex-AD di Finmeccanica, Mauro Moretti. La DRS nel 2008 non è costata un euro, come propongono i fondi americani per comprare oggi la ex-Ilva, ma ben 5,2 miliardi di dollari (più 3 miliardi di dollari di perdite fino al 2015). Ingenti risorse trasferite allora dal nostro paese agli Usa. Risorse rastrellate da Finmeccanica svendendo importanti asset civili del gruppo, in buona parte baricentrati su Genova. 

La vendita di materiale d’armamento di Leonardo a Israele finisce in tribunale

Il 29 settembre 2025 le associazioni AssoPacePalestina, A Buon Diritto, ATTAC Italia, ARCI, ACLI, Pax Christi, Un Ponte Per e la Dott.ssa Hala Abulebdeh o Abu Lebdeh, cittadina palestinese, hanno depositato un atto di citazione notificato a Leonardo ed allo Stato italiano presso il Tribunale civile di Roma per chiedere che vengano dichiarati nulli i contratti stipulati da Leonardo Spa e sue controllate con lo Stato di Israele, relativamente alla vendita e alla fornitura di armi all’IDF, le forze armate dello Stato d’Israele. Israele, da decenni, è responsabile di gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani, non solo a Gaza, ma in tutta la Cisgiordania e a Gerusalemme. 

Secondo quanto denunciato dalle associazioni ricorrenti, la vendita e la fornitura di armi a Israele da parte di Leonardo è in contrasto:

● con l’articolo 11 della Costituzione, perché Israele sistematicamente usa la guerra come strumento di oppressione nei confronti di un popolo – quello palestinese – e come strumento di risoluzione delle controversie internazionali; 

● con la legge n. 185 del 1990, nella parte in cui vieta la vendita “b) a paesi le cui politiche sono in contrasto con i principi dell’articolo 11 della Costituzione” e “d) a paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali sui diritti umani, accertate dagli organi competenti delle Nazioni Unite”; va osservato che la recente sentenza della Corte internazionale di giustizia costituisce un precedente in grado di accertare, insieme ad altri documenti provenienti dalle Nazioni Unite, che lo Stato di Israele commette gravi violazioni delle norme in materia di diritti umani; 

● con il Trattato sul Commercio delle Armi dell’ONU (ATT); 

● con quanto previsto nei Codici Etici e negli strumenti di due diligence della stessa Leonardo. 

da qui

giovedì 12 marzo 2026

Israele assassina padre Pierre Al-Rahi in Libano: mi è sembrata troppo generica la frase di cordoglio del Papa - Dalia Ismail


 

Ieri, nel sud del Libano, nel villaggio di Qlayaa, il prete maronita-cattolico Pierre Al-Rahi è stato barbaramente assassinato da Israele subito dopo i suoi ultimi due discorsi pubblici. Parole di sfida pura, pronunciate da un uomo legato visceralmente alla sua terra come tutto il popolo del Libano meridionale: “Io sono disposto a morire in casa mia perché questa è casa mia. Noi siamo costretti a stare sotto al pericolo perché queste sono le nostre case. Non le lasceremo come un teatro per chi vuole cacciarci per usarle a suo piacimento e occuparle, come abbiamo fatto nel 2024, che siamo stati assediati da Israele ed eravamo solo quattro persone”.

“Non importa quante minacce riceveremo, noi non lasceremo il nostro villaggio Qlayaa. Resteremo, resteremo, resteremo fino alla morte”.
Al Rahi non era solo un prete: rappresentava l’unione dei libanesi al di là della religione e l’attaccamento indissolubile dei libanesi di Qlayaa alla loro patria, quella terra continuamente devastata da Israele e ogni giorno sorvolata dai suoi droni che controllano, minacciano e disturbano con i loro suoni. Nato e cresciuto lì, aveva rifiutato ogni ordine israeliano di evacuazione, incarnando la resistenza quotidiana di una comunità che non abbandona le proprie radici sotto le minacce. In un Libano devastato dalla connivenza della comunità internazionale, i morti per mano israeliana sono già 486, di cui almeno 83 bambini, secondo il ministero della salute libanese; 1313 sono i feriti e quasi 700mila gli sfollati.

Il suo villaggio è stato teatro di un ennesimo massacro che colpisce cristiani, musulmani e persone di ogni credo senza distinzioni. La sua uccisione è il simbolo di una pulizia etnica in corso, imposta da Israele con ordini di evacuazione forzati. Un ordine che i libanesi sanno, per esperienza diretta e assistendo a ciò che è accaduto ai palestinesi, che prevede l’impedimento del ritorno nella propria terra una volta ottenuto un cessate il fuoco. Sanno bene che non è un allontanamento momentaneo.

Per me, la banale frase di circostanza pronunciata da Papa Leone XIV riguardo all’assassinio di Al-Rahi è un endorsement politico a Israele. Si è limitato a una frase generica, senza condannare Israele. Ma in realtà la posizione l’ha già presa, stringendo la mano al presidente israeliano Isaac Herzog in Vaticano a settembre 2025. In quel frangente, con i libanesi e palestinesi – tra cui numerosi cristiani – sotto sterminio in diretta, quel gesto ha significato un via libera quasi esplicito ai responsabili di queste atrocità. Proprio come ha ignorato le sofferenze dei cristiani palestinesi, oggi abdica al suo ruolo, preferendo una frase di circostanza davanti all’assassinio di un prete.

La foto di Al-Rahi, con il volto deciso, ci ricorda che la vera resistenza è quella di chi difende la propria casa contro l’invasore. Israele prosegue la sua opera di distruzione, mentre Roma stringe mani sporche di sangue. Ma a Qlayaa resteranno fino alla morte, una sfida al papa e all’intero occidente.

da qui

La banalità del male - Ahmad Tibi

Anche la negazione è una forma di Complicità, così come lo è reprimere la verità, ignorarla o rimanere in silenzio.

Il pubblico israeliano assiste all’espulsione di donne, bambini e anziani e tace. Assiste alla Pulizia Etnica e non dice nulla. Assiste alla Distruzione Totale della Striscia di Gaza e non parla. Sa che 18.000 bambini sono stati Uccisi a Gaza e rimane in silenzio. Sa che giornalisti, medici, soccorritori, educatori e migliaia di civili sono sepolti sotto le macerie e non dice nulla. E quando case e grattacieli vengono bombardati, è muto, spesso pretendendo di più, a volte persino sorridendo sadicamente. 

Le atrocità nelle comunità israeliane al confine con Gaza, in cui sono stati assassinati 30 bambini e centinaia di civili, hanno scioccato l’opinione pubblica israeliana, e giustamente. Ma ciò che il governo sta perpetrando a Gaza, con il sostegno della maggior parte dell’opinione pubblica, non è “autodifesa”. Non è una reazione temporanea, ma l’attuazione di un vecchio Piano che aspettava in qualche cassetto: un Piano di trasferimento e annientamento che emerge dalle profondità del programma politico-difensivo di Israele. Il governo israeliano è diventato un governo apertamente Kahanista.

Non è lontano il giorno in cui i ministri del Likud deporranno una corona di fiori sulla tomba di Meir Kahane. Quello che un tempo era considerato estremismo abominevole e fuorilegge è diventato il fulcro del consenso al potere. 

Tutti coloro che hanno ripetuto l’affermazione che “non ci sono persone innocenti a Gaza” hanno giustificato l’uccisione di bambini e civili. Queste parole non sono state un lapsus, ma un’affermazione Nazista. Non appena si elimina la distinzione tra combattente e civile, nel momento in cui si afferma che tutti i palestinesi sono obiettivi legittimi, si approva l’Uccisione di milioni di persone.

Il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, il membro più influente del governo, un ministro senza alcun sostegno pubblico, con tutti i sondaggi che mostrano che rimane al di sotto della soglia elettorale, non nasconde la sua Dottrina di Annientamento. Smotrich ha detto, scritto e spiegato ripetutamente che un intero popolo deve scomparire.

Benjamin Netanyahu, figlio di uno storico, non lo sta fermando. Al contrario, gli sta dando carta bianca. È difficile decidere cosa sia peggio: Netanyahu ha dimenticato la storia ebraica o ha deciso che questa volta si sarebbe schierato dalla parte degli Sterminatori?

Chiunque assista alle atrocità che l’esercito israeliano commette giorno e notte nella Striscia di Gaza, con bambini che muoiono di Fame, donne con arti mancanti, interi quartieri polverizzati, e continui a ripetere il trito e ridicolo mantra sull'”esercito più morale del mondo”, è Complice a tutti gli effetti di questi Crimini di Guerra.

Qui non c’è moralità, solo oppressione istituzionalizzata. La poetessa Denise Levertov scrive delle ripetute uccisioni di bambini, i cui nomi vengono dimenticati e il cui sesso non è individuabile tra le ceneri, che riaffiorano tra le fiamme senza scomparire.

Anche la negazione è una forma di Complicità, così come lo è reprimere la verità, ignorarla o rimanere in silenzio. Chi ha visto la foto di un bambino palestinese affamato e si è affrettato a negarla, sostenendo che fosse stato malato da prima, o che ciò facesse parte di qualche campagna manipolatrice, è anch’egli pienamente Complice del Crimine.

La risposta istintiva e umana di negare e di fuggire dall’assunzione di responsabilità o di colpa per questo atto terribile testimonia una società che ha perso tutti i suoi confini morali. Chiunque non riesca a vederlo, chiunque non sia pronto ad affrontare la realtà non è partecipe negli sforzi per fermare questo orrore.

Non meno grave è il doppio criterio utilizzato. Chiunque abbia definito “Olocausto” l’Uccisione di centinaia di civili in Israele, considerando quindi tutti i palestinesi come Nazisti, deve spiegare perché è sconvolto dall’uso di questi termini per descrivere ciò che sta accadendo a Gaza negli ultimi due anni: Uccisioni e Omicidi su larga scala, Fame ed espulsioni, Pulizia Etnica, Sradicamento e Sterminio.

Se l’uso di questi termini è consentito quando si parla dell’altro, ma proibito quando si descrivono le azioni di Israele, ciò equivale a ipocrisia morale e manipolazione emotiva volta a legittimare l’orrore.

Il Diritto Internazionale è chiaro: non si possono danneggiare i civili o punire un’intera popolazione; non si possono distruggere deliberatamente infrastrutture civili o espellere persone con la forza. La Fame non può essere usata come Mezzo di Guerra. Tutto questo viene fatto quotidianamente sotto gli occhi del mondo, su istruzione del governo israeliano e con il sostegno dell’opinione pubblica ebraico-israeliana, sia con il silenzio che con eccessivo entusiasmo.

Inoltre, l’ex Capo di Stato Maggiore delle IDF, Herzl Halevi, ha ammesso che l’esercito ha Ucciso circa 200.000 palestinesi a Gaza, la maggior parte dei quali civili. Una simile dichiarazione non è una testimonianza di “moralità”. È la prova lampante di una politica volta a danneggiare deliberatamente e gravemente la popolazione civile.

In Israele esiste una coraggiosa minoranza, composta da attivisti, cittadini, giornalisti, artisti, esponenti del mondo sanitario e accademico, che si oppone a tutto questo, rifiutandosi di lasciarsi travolgere dalla corrente. Firmano petizioni e manifestano per le strade, a volte pagando un prezzo personale elevato. Ma sono solo pochi e vengono imbavagliati. La stragrande maggioranza collabora e sostiene ciò che sta accadendo a Gaza. La storia ricorderà questa minoranza e il silenzio della maggioranza.

La storia non perdonerà. Ricorderà che la società ebraica israeliana, nonostante i suoi traumi storici, forse proprio a causa di essi, si è mobilitata in massa e ha chiuso un occhio quando un intero popolo veniva Sterminato. La storia ricorderà la distruzione, la rovina, la Pulizia Etnica e l’Uccisione di bambini. Un giorno porrà uno specchio davanti a coloro che gridavano “l’esercito più morale del mondo” mentre distruggevano Gaza.

Come scrisse Hannah Arendt, “la triste verità è che la maggior parte del male viene commesso da persone che non si decidono mai a essere buone o cattive; il male deriva dall’incapacità di pensare alla banalità del male”. Questo è il nocciolo della questione. È il silenzio della maggioranza, il momento in cui le persone si abituano al male e smettono di pensarci, di opporsi o di rifiutarsi di farne parte.


Ahmad Tibi è un politico palestinese-israeliano. A capo del partito Ta’al, è membro della Knesset (Parlamento israeliano) dal 1999. Tibi è stato riconosciuto come una figura di spicco nell’arena israelo-palestinese dopo aver ricoperto il ruolo di consigliere politico del defunto Presidente palestinese Yasser Arafat (1993-1999). Tibi è anche un medico specializzato e si è laureato in ginecologia presso l’Università Ebraica di Gerusalemme.

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto

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mercoledì 11 marzo 2026

È l’accademia, bellezza! - Linda Brancaleone

 

1. “Oggi la precarietà è dappertutto”: un’introduzione necessaria

La precarietà è ormai la cifra del nostro tempo, si trova «dappertutto»[1], come ammoniva Bourdieu. Non è solo una condizione lavorativa: è una forma di vita, un destino imposto a una generazione che ha fatto dell’incertezza la propria biografia. Il “precariato” – fusione simbolica di precario e proletariato – definisce un nuovo soggetto sociale, sfruttato e vulnerabile, privato di garanzie e diritti, gettato nel limbo di contratti a termine, borse malpagate, rinnovi a singhiozzo. È una condizione «che si radica anzitutto nella sfera occupazionale»[2], ma si estende a tutte le altre: abitativa, relazionale, affettiva. Nulla sfugge al morbo della precarietà.

Né si tratta di una questione privata: la precarietà si fa istituzione, criterio di governo. Come nei sistemi neoliberali descritti dalla sociologia più critica, i meccanismi di welfare vengono piegati per “espellere” i lavoratori instabili, trasformando la mancanza di stabilità in colpa individuale. Il precario diventa, per usare le parole della dottrina, un «impossible group»[3], una moltitudine di esclusi accomunati solo dalla mancanza: di sicurezza, di diritti, di voce. Nessun senso di appartenenza, nessuna “comunità occupazionale”: solo la solitudine di chi naviga a vista in un mare di incertezze.

A rendere questa condizione più insidiosa è la vulnerabilità, intesa come «elevata esposizione a certi rischi»[4] unita all’incapacità di difendersi dalle loro conseguenze. Guy Standing ha descritto bene questa categoria: i precari non sono solo lavoratori poveri, ma cittadini dimezzati, esclusi dal tessuto sociale, privi di riconoscimento[5]. La loro esistenza è frammentata, il loro tempo sequestrato. È qui che la precarietà diventa biopolitica: il potere plasma i corpi e ne regola i ritmi, “autorizzando” solo forme di vita funzionali all’economia dell’incertezza.

2. Il ddl Bernini: la riforma che moltiplica la precarietà

Dentro questo quadro, la recente riforma universitaria – il cosiddetto ddl Bernini (A.S. 1240) – avrebbe dovuto rappresentare una svolta. Invece, perpetua e anzi accentua la logica dello sfruttamento sistemico dei giovani ricercatori. La riforma nasceva con l’intento dichiarato di “valorizzare la ricerca” e “razionalizzare” i percorsi accademici pre-ruolo, ma si traduce in una giungla contrattuale che istituzionalizza la precarietà.

Il cuore della riforma è l’introduzione del contratto di ricerca, che sostituisce il famigerato assegno di ricerca (forma parasubordinata, priva di tutele e con compensi miseri: 19.367 euro annui). Sulla carta, si tratta di un contratto di lavoro subordinato, con durata minima biennale e massima quinquennale. Nella realtà, rappresenta solo un’ennesima tappa nel percorso ad ostacoli del “pre-ruolo”, un girone dantesco che ritarda indefinitamente l’accesso alla stabilità.

Accanto al contratto di ricerca, la riforma immaginava un sistema “ordinato” di reclutamento fondato sul fabbisogno degli atenei. Ma i “buoni propositi” (per quanto buoni possano essere, considerando il modus pensandi della ministra proponente) si scontrano con la realtà di fondi insufficienti, vincoli burocratici e assenza di un piano di stabilizzazione. Il risultato? Un sistema che continua a sfornare ricercatori senza futuro, sospesi fra bandi a tempo e sogni di ruolo.

Le quattro nuove figure previste dal ddl – borse junior e senior, contratto post-doc, professore aggiunto – avrebbero dovuto ampliare le opportunità. In realtà, creano nuove forme di precarietà ancora più deboli e sottopagate. Le borse di assistenza alla ricerca, prive di tutele e retribuzioni definite, appaiono come un ritorno a logiche retrive di apprendistato gratuito. Il contratto post-doc, a tempo determinato, aggiunge obblighi didattici senza garanzie. E il professore aggiunto – figura reclutata senza concorso, su chiamata diretta – spalanca le porte all’arbitrio dei baroni, scardinando il principio del merito e della trasparenza.

In nome della “mobilità” e della “flessibilità”, il ddl riporta indietro le lancette della dignità accademica. Il rischio è la moltiplicazione di forme para-contrattuali, scelte dagli atenei non per valore scientifico, ma per convenienza economica. Le università diventano così aziende del risparmio, dove i corpi precari sono materia a basso costo, sacrificabile sull’altare della competitività.

Particolarmente drammatica è la sorte dei ricercatori PNRR: terminati i fondi straordinari, restano senza prospettive né continuità. È l’emblema di una riforma che promette stabilità e consegna abbandono.

3. Il D.D. 47/2025: tra discriminazioni e sottofinanziamento

La prima applicazione concreta del contratto di ricerca avviene con il D.D. 47/2025, relativo ai “ricercatori internazionali post-doc”. Un provvedimento che, invece di ampliare le opportunità, le restringe con requisiti capziosi e discriminatori. Possono accedere solo candidati under 41 (o 46, con deroga) e con esperienze limitate di direzione scientifica. Ma soprattutto, viene introdotto l’obbligo di un periodo all’estero di almeno tre mesi, requisito “in coerenza” con una Decisione UE che, paradossalmente, non lo prevede.

Si tratta di un criterio che penalizza intere generazioni di dottorandi, specie quelli dei cicli 33°-39°, formatisi in piena pandemia, e di chi opera in settori non internazionalizzabili. Una discriminazione mascherata da “eccellenza”.

Anche sul piano economico, il bando è una beffa: 37,5 milioni per 250 posizioni (150.000 euro ciascuna), durata massima 24 mesi, e con almeno il 40% dei contratti vincolati al Meridione. Briciole, rispetto alla massa di ricercatori formati e ora espulsi dal sistema. Il tutto aggravato da procedure opache, che affidano la selezione alle Host Institutions, libere di presentare fino a venti richieste valutate non per merito scientifico ma per “priorità amministrativa”. Ancora una volta, la logica non è la qualità, ma la velocità burocratica. Un sistema che confonde la ricerca con la compilazione di moduli.

4. L’emendamento Occhiuto-Cattaneo: un colpo di mano parlamentare

Bloccato il ddl Bernini dopo le proteste e l’esposto alla Commissione Europea (per violazione della Carta Europea dei Ricercatori e della Direttiva 2024/1499), il Governo tenta un colpo di mano: inserire la riforma per via surrettizia nel “Decreto Scuola” (DL 45/2025) tramite l’emendamento Occhiuto-Cattaneo. Un’operazione politica spregiudicata che aggira il confronto parlamentare e introduce nuove figure – incarichi post-doc e incarichi di ricerca – peggiorative rispetto al contratto di ricerca.

Gli incarichi post-doc (art. 22-bis L. 240/2010) durano da uno a tre anni, includono didattica e terza missione e sono regolati da diritto pubblico, con compensi fissati per decreto: più rigidi, più poveri, più controllati. Gli incarichi di ricerca (art. 22-ter), riservati a chi abbia conseguito la laurea da meno di sei anni, inaugurano una nuova frontiera del precariato: contratti senza IRPEF, senza IRAP, senza contribuzione pubblica, relegati alla gestione separata INPS. Incompatibili con il dottorato (tranne che per i dottorati Marie Skłodowska-Curie Actions – MSCA), questi incarichi appaiono come un espediente per sfruttare giovani ricercatori “a costo zero”, in barba alle direttive europee.

Il tutto mentre si riduce persino la durata minima della tenure track da tre a un anno, svuotandola del suo senso originario. È la precarietà istituzionalizzata per legge, la stabilità ridotta a miraggio.

5. Numeri e carne viva del precariato: il volto diseguale della ricerca

A denunciare con forza l’impatto di questa deriva è la XII Indagine ADI[6]: un quadro impietoso della condizione post-doc in Italia. Il 73% delle donne è confinato in assegni o borse, contro il 67,2% degli uomini: la precarietà ha un volto femminile. Al Nord i fondi sono più stabili, al Sud dilaga l’insicurezza. Tutti, ovunque, lavorano oltre le 40 ore settimanali, senza diritti, senza voce. Una precarietà che divora tempo e salute, che nega ogni progettualità, che trasforma la ricerca in sopravvivenza.

Come recita l’indagine, «[l]a precarietà accademica non è soltanto una questione categoriale: riguarda l’intera società e il futuro democratico del Paese. Un’università ridotta a fabbrica di precari […] è un’università che non può svolgere la sua funzione di formazione critica»[7]. Dietro la retorica dell’“eccellenza” si cela un disegno politico: piegare l’università a logiche neoliberali, farne un ingranaggio della produzione, dove “valore” significa output, non pensiero critico.

Il precariato accademico incarna così tutti i tratti del lavoro tardo-capitalista: contratti brevi, compensi insufficienti, welfare assente, mobilità forzata, assenza di sindacati. È un lavoro senza tempo, dove «la precarietà tende […] a sottrarre ai singoli la possibilità di controllare il proprio tempo di vita»[8]. E sottrarre il tempo è sottrarre la libertà.

6. Biopolitica della precarietà: i corpi docili dell’accademia

Seguendo la lezione foucaultiana[9], la precarietà diventa strumento biopolitico: un potere che non uccide ma regola la vita, ne scandisce i ritmi, ne detta i limiti. Il precario accademico è il paradigma di questa nuova soggettività: il suo corpo è al servizio della produttività, la sua mente imprigionata da metriche bibliometriche, la sua esistenza frantumata da bandi e scadenze. È un essere “vulnerabile per statuto”, plasmato in funzione di un sapere quantificabile, non critico. È la vittima di quella che è stata definita «epistemonormatività»[10]: la riduzione del sapere a numeri, citazioni, impact factor. L’eterogeneità delle conoscenze è sacrificata sull’altare della performance.

Come mostra la letteratura più recente, questa condizione non solo minaccia la salute mentale e fisica dei ricercatori, ma impoverisce la qualità della ricerca stessa. Un’università di precari produce sapere precario: corto respiro, bassa innovazione, massima competizione.

7. Conclusione: contro la precarizzazione sistemica, per un’università giusta

Il precariato accademico non è una contingenza, ma un dispositivo di governo. Trasforma l’instabilità in norma, la vulnerabilità in destino, la ricerca in sopravvivenza. È il segno tangibile di una politica che ha scelto di rendere la conoscenza precaria, per renderla docile. Ma come ricordava Judith Butler[11], la precarietà non è solo condizione subita: è anche terreno di lotta. Riconoscere la propria vulnerabilità può diventare atto politico, punto di partenza per reclamare giustizia e dignità.

Affrontare la precarietà accademica non è un favore ai giovani ricercatori, ma una questione di giustizia sociale e di sostenibilità democratica. Un Paese che abbandona la sua intelligenza collettiva, che costringe i suoi cervelli alla fuga o alla rassegnazione, è un Paese che rinuncia al futuro.

L’università pubblica, oggi, è il campo di battaglia tra due visioni del mondo: da un lato la conoscenza come bene comune, dall’altro come merce a tempo. Scegliere la prima significa rompere il silenzio, denunciare l’ipocrisia di riforme che promettono “valorizzazione” e consegnano miseria. Significa affermare, con forza militante, che non c’è eccellenza senza giustizia, non c’è ricerca senza diritti, non c’è università senza dignità.


[1] P. Bourdieu, Oggi la precarietà è dappertutto, in Id., Controfuochi. Argomenti per resistere all’invasione neoliberista, Reset, Milano, 1999, p. 98.

[2] R. Luppi, La solitudine dei precari e i bisogni del “noi”, in Jura Gentium, vol. XXI, 2024, n. 2, p. 302.

[3] L. Wacquant, Territorial Stigmatization in the Age of Advanced Marginality, in Thesis Eleven, vol. 91, 2007, n. 1, p. 73.

[4] Definizione fornita dal Department of Economic and Social Affairs delle Nazioni Unite, all’interno del Report on the World Social Situation 2003. Social Vulnerability: Sources and Challenges, disponibile qui https://www.un.org/esa/socdev/rwss/docs/2003/RWSSOverview.pdf, e ripresa in F. Macioce, The Politics of Vulnerable Groups. Implications for Philosophy, Law, and Political Theory, Palrave Macmillan, Cham, 2022.

[5] Cfr. Cfr. G. Standing, The Precariat: The New Dangerous Class, Bloomsbury Academic, New York, 2011.

[6] Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca in Italia, Il precariato come condizione strutturale del sistema della ricerca e dell’Università in Italia. Dodicesima Indagine ADI sulla condizione del postdoc in Italia. Rapporto e analisi quantitativa, Centro Studi e Documentazione ADI, Roma, 2025, disponibile qui: https://dottorato.it/content/xii-indagine-adi-su-postdoc-il-precariato-come-condizione-strutturale-del-sistema-della.

[7] Ivi, p. 5.

[8] A. Murgia, Dalla precarietà lavorativa alla precarietà sociale. Biografie in transito tra lavoro e non lavoro, I Libri di Emil, Bologna, 2010, p. 102.

[9] Cfr. in particolare M. Foucalt, Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France (1978-1979), Feltrinelli, Milano, 2019, nonché Aa.Vv., Lessico di biopolitica, Manifestolibri, Roma, 2006.

[10] L. Winter Pereira, On Epistemonormativity. From Epistemic Injustices to Feminist Academic Caringzenship, in M. Murphy, C. Burke, C. Costa, R. Raaper (eds.), Social Theory and the Politics of Higher Education: Critical Perspectives on Institutional Research, Bloomsbury, London, 2020, pp. 149-166.

[11] Cfr. J. Butler, Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity, Routledge, New York, 1990, trad. it. Scambi di genere. Identità, sesso e desiderio, Sansoni, Milano, 2004.

https://www.lafionda.org/2025/10/06/e-laccademia-bellezza/

Le bambine in una scuola elementare, un sabato mattina - Riccardo Taddei

 

Khamenei aveva 85 anni. Trump ne ha 79. Putin 73. Netanyahu 75. Sono loro che decidono chi vive e chi muore. Sono loro — uomini che hanno già consumato la quasi totalità della loro esistenza, che non vedranno le conseguenze a lungo termine di ciò che fanno, che non manderanno i propri nipoti a combattere — a spostare truppe, a ordinare bombardamenti, a firmare operazioni con nomi epici e roboanti. Come se la Storia fosse ancora un film western e loro i protagonisti immortali. Come se il potere fosse un diritto di nascita che non scade mai, nemmeno davanti all’evidenza del tempo che passa.

Non è nostalgia per la giovinezza dei leader. Non è ageismo. È qualcosa di più preciso: è la constatazione che questi uomini governano come se il mondo appartenesse a loro, come se le nazioni fossero proprietà personali da difendere o attaccare secondo il proprio umore, la propria paura, la propria grandiosità. Ed è in questo che risiede il problema più profondo della politica contemporanea: non nella cattiveria dei singoli, ma nel sistema che permette a pochi individui di trasformare la propria visione soggettiva della realtà in destino collettivo per milioni di persone.

Il diritto internazionale sull’uso della forza è scritto in modo abbastanza chiaro, anche se spesso viene evocato solo quando fa comodo. L’art. 51 della Carta delle Nazioni Unite prevede il principio della legittima difesa, invocabile solo dallo Stato aggredito illecitamente e soltanto fintantoché non intervenga il Consiglio di Sicurezza dell’ONU a ristabilire la pace e la sicurezza internazionale. Non è una norma elastica. Non è un principio interpretabile a seconda delle circostanze. È una regola precisa, costruita dopo i disastri della Seconda guerra mondiale per evitare che ogni potente si senta autorizzato a colpire chiunque ritenga una minaccia. La legittima difesa, anche nella sua versione più discussa e controversa — quella “preventiva” — è ammessa solo di fronte a un attacco militare certo, imminente e non ancora sferrato. Non basta la percezione del pericolo. Non basta l’impressione soggettiva che il nemico stia per fare qualcosa. Occorrono prove verificabili, condivise, sufficienti a convincere la comunità internazionale dell’esistenza di una minaccia reale. L’azione militare deve poi rispettare i parametri della necessità — non esistono alternative? — e della proporzionalità: la risposta non può essere sproporzionata rispetto alla minaccia. Nel caso dell’attacco all’Iran, nessuno di questi requisiti era soddisfatto. Nessun attacco in corso. Nessuna prova di un attacco imminente e accertato. Solo valutazioni soggettive, intelligence selettiva, narrazione politica costruita per giustificare una decisione già presa. L’art. 51 è stato invocato come scudo retorico, come si fa ormai da decenni ogni volta che una grande potenza vuole colpire qualcuno senza passare per il Consiglio di Sicurezza. Il problema è che questo uso distorto della norma non è neutro: ogni volta che avviene, si erode un po’ di più l’architettura giuridica internazionale. Ogni volta che un grande paese dice “ho il diritto di difendermi” senza prove, senza controllo, senza responsabilità, sta dicendo in realtà: “il diritto sono io.”

La liberazione delle donne a colpi di bomba

E poi c’è l’ipocrisia più stucchevole, quella che merita di essere smontata con cura: quella di chi dice di volere la libertà delle donne iraniane e le bombarda.

Il regime di Khamenei era indifendibile. L’oppressione delle donne in Iran — il velo obbligatorio, le galere, le esecuzioni, la violenza di Stato sistematica contro chi osa ribellarsi… — è una realtà documentata, brutale, che non richiede minimizzazioni né giustificazioni. Le donne iraniane hanno subito decenni di umiliazione istituzionale. Le manifestanti di “Donna, Vita, Libertà” hanno rischiato la vita in piazza, alcune l’hanno persa, molte sono ancora in carcere. Erano — sono — il simbolo più autentico di una resistenza reale, interna, che nasce dalla carne viva di quella società.

Ma che cosa hanno fatto i governi occidentali, e in particolare quello statunitense, quando queste donne erano in piazza? Poco o niente. Qualche dichiarazione di solidarietà. Qualche sanzione. Nessun cambiamento strutturale nella politica verso Teheran. E adesso, mentre le bombe Usa cadono sull’Iran, ecco tornare il lessico della liberazione: il popolo iraniano merita la libertà, le donne iraniane devono essere libere, il regime degli ayatollah è il male assoluto.

Tutto vero. Ma chi bombarda non sta liberando nessuno. Chi bombarda sta uccidendo. Tra le vittime, 148 bambine in una scuola elementare colpita nel sud del paese, bambine che non diventeranno mai donne, al pari dei 20.000 bambini uccisi a Gaza da Israele.

La liberazione — se ha un senso — non arriva dall’esterno. Non arriva con l’uranio impoverito. Non arriva dai B-2 che decollano da basi nel Pacifico. Arriva, quando arriva, attraverso i movimenti interni, attraverso le generazioni che si ribellano, attraverso la lenta e dolorosa trasformazione di una società. L’Occidente che ieri ignorava le donne iraniane in piazza e oggi le usa come argomento retorico per giustificare i bombardamenti non sta difendendo la loro libertà: sta strumentalizzando la loro sofferenza. Ed è una forma di violenza anche questa, più sottile ma non meno reale.

Il nuovo soggettivismo

C’è una parola che descrive bene ciò che stiamo vivendo: soggettivismo. In filosofia il termine indica quella tendenza a fare della propria percezione individuale la misura di ogni verità, a dissolvere la realtà oggettiva nell’esperienza del soggetto che la osserva. Applicato alla politica internazionale, il soggettivismo significa qualcosa di molto concreto e molto pericoloso: che le decisioni più gravi — la guerra, la pace, la vita e la morte di migliaia di persone — vengono prese non sulla base di fatti oggettivi, di norme condivise, di istituzioni terze e indipendenti, ma sulla base di ciò che un singolo leader crede, percepisce, vuole che sia vero. L’Iran era una minaccia? Per chi? Verificata come? Da chi? Sulla base di quali prove condivise con la comunità internazionale? Chi ha deciso che il pericolo fosse abbastanza reale, abbastanza imminente, abbastanza grave da giustificare decine di bombardamenti? Un uomo solo — o un piccolo cerchio di consiglieri — filtrato dalla propria visione del mondo, dai propri calcoli elettorali, dalla propria storia personale, dai propri interessi politici interni. Non un tribunale. Non il Consiglio di Sicurezza. Non un meccanismo di verifica indipendente. Lui. La sua percezione. Il suo “sentire” che qualcosa debba essere fatto. Questo è il soggettivismo politico: la sostituzione del diritto con l’arbitrio, dell’istituzione con il capo, della norma condivisa con l’istinto del potente. Non è una novità assoluta nella storia, il potere ha sempre avuto questa tentazione totalizzante.

Ma ciò che rende la situazione attuale così pericolosa e così storicamente significativa è che questo soggettivismo viene praticato con disinvoltura proprio da chi aveva costruito, o almeno promesso, un ordine alternativo. Gli Stati Uniti non sono la Russia di Putin, che del soggettivismo ha fatto apertamente la propria dottrina, che non ha mai finto di rispettare il diritto internazionale mentre lo calpestava. Gli Stati Uniti sono il paese che ha fondato la Corte Penale Internazionale — e poi si è rifiutato di aderirvi. Sono il paese che ha scritto la Carta ONU — e poi ha invaso l’Iraq senza mandato. Sono il paese che si è presentato per decenni come garante di un ordine “basato sulle regole” — regole che tuttavia sembrano applicarsi agli altri, non a loro. Quando è Washington a violare quelle regole invocando percezioni soggettive, il danno non è solo geopolitico: è sistemico. Si sgretola l’idea stessa che esista qualcosa al di sopra della volontà del più forte. E quando quella idea si sgretola, ogni attore internazionale — dalla Russia alla Cina, dall’Iran alla Corea del Nord — può legittimamente dire: perché no? Perché a voi sì e a noi no?

Marx non ha usato il termine “soggettivismo politico” in modo esplicito, ma il concetto attraversa tutta la sua analisi del potere. Nell’Ideologia Tedesca e altrove, egli critica con durezza chi scambia gli interessi di classe particolari per interessi universali: la borghesia che presenta la propria visione del mondo come “naturale”, “razionale”, “necessaria”, mentre in realtà serve interessi storicamente determinati e storicamente contingenti. È il meccanismo dell’ideologia come mistificazione: il potere che si traveste da verità, l’interesse che si maschera da principio, la volontà che si spaccia per legge.

Marx era anche scettico nei confronti di chi attribuisce alla volontà dei “grandi uomini” il corso della storia. Si tratta di un errore idealistico e mistificante: travestire da scelta individuale eroica ciò che è in realtà il prodotto di forze sociali, contraddizioni strutturali, rapporti di produzione. Il grande uomo che decide le sorti del mondo è già, in questa lettura, una finzione — uno schermo che nasconde i meccanismi profondi del potere.

Il soggettivismo politico di oggi ne è una versione aggiornata e, per certi versi, ancora più scoperta. Non più la provvidenza o la ragione della Storia a legittimare la guerra — queste grandi narrazioni sono logorate. Non più la necessità storica o l’interesse di classe. Semplicemente il “sentire” del leader, la sua valutazione personale del pericolo, il suo istinto, la sua percezione. Una legittimazione ridotta al minimo, quasi nuda. Cambia il vocabolario: resta la mistificazione. Resta il meccanismo per cui chi ha il potere trasforma il proprio interesse particolare — geopolitico, elettorale, personale — in interesse universale, in necessità, in difesa della civiltà.

Il conto lo pagano le bambine in una scuola elementare

La domanda finale, quella che dovrebbe disturbarci il sonno, non è solo “era giusto o sbagliato?” La domanda è: chi paga il conto di questa concezione del mondo ?

Non i vecchi che firmano le carte nei loro bunker protetti. Non i consiglieri che costruiscono le narrazioni giustificative. Non i commentatori televisivi che spiegano la necessità strategica dell’operazione. Il conto lo pagano le bambine e i bambini in una scuola elementare un sabato mattina. Lo pagano le famiglie che perdono una casa, un lavoro, una vita in una guerra che non hanno scelto. Lo pagano le generazioni future di un paese che uscirà da questo conflitto più povero, più arrabbiato, più radicale di prima — producendo, con ogni probabilità, nuovi estremismi che richiederanno nuovi interventi “preventivi” tra vent’anni o meno.

L’Occidente che tace, che approva timidamente, che si limita a chiedere “de-escalation” senza nominare le responsabilità, non è neutro. È complice di un sistema in cui il diritto internazionale conta solo quando è conveniente, in cui la vita umana vale in proporzione inversa alla distanza geografica e culturale da chi detiene il potere, in cui la libertà delle donne è un argomento retorico da usare quando serve e da dimenticare quando non conviene. Questo dovremmo dire, ad alta voce, con chiarezza. Non per amore dell’Iran o del suo regime, che era — ripetiamo — indifendibile. Ma per amore di qualcosa che rischiamo di perdere definitivamente: l’idea che esistano regole valide per tutti, istituzioni al di sopra dei singoli, un principio di responsabilità che non si ferma ai confini del potente di turno. Quella idea vale ancora la pena difenderla. Anche — soprattutto — quando è scomoda.

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martedì 10 marzo 2026

Trump, la “sicurezza nazionale” e la guerra economica: lettura psico-economica di uno shock tariffario - Giuseppe Gagliano

 

 

Da misura tecnica a conflitto strategico

L’annuncio di nuove tariffe da parte di Washington — 100% sui farmaci di marca importati, 25% sui camion pesanti, 50% su cucine e bagni, 30% sui mobili imbottiti — non è un semplice ritocco doganale. Rientra in una strategia di guerra economica, dove lo strumento commerciale viene usato per rimodellare le catene del valore a vantaggio degli Stati Uniti, invocando la Sezione 232 (sicurezza nazionale) come base legale. La regola “100% salvo se l’azienda apre una fabbrica sul suolo americano” trasforma la barriera doganale in un mezzo di industrializzazione condizionata.

Le regole del gioco secondo la Scuola di guerra economica

Nella griglia analitica della Scuola di guerra economica di Parigi (Harbulot), l’economia è uno spazio di rivalità di potenza, strutturato su tre piani:

1. Coercizione normativa (leggi, standard, regolamenti) per imporre vincoli asimmetrici agli avversari;

2. Manovra informativa (narrazioni, segnali, minacce credibili) per influenzare aspettative e comportamenti;

3. Conquista di posizioni critiche (tecnologie, capacità industriali, risorse) per limitare l’accesso degli altri.

I dazi americani spuntano tutte e tre le caselle: sfruttano il diritto interno (232), lanciano un segnale psicologico (“rilocalizzate o pagate”) e colpiscono settori nodali — farmaceutica, logistica, arredamento — che incidono su costi, salute e consumi.

La dimensione psico-economica: costruire la percezione di dipendenza

Il messaggio non è rivolto solo ai partner stranieri: mira soprattutto all’elettorato interno, ri-inquadrando la dipendenza dalle importazioni come un rischio esistenziale. La minaccia tariffaria diventa strumento di persuasione: investitori, manager e sindacati interiorizzano l’idea che l’accesso al mercato USA sia condizionato alla produzione locale. In questa logica, l’incertezza fa parte dell’arma: più le regole appaiono mobili, più le imprese “sovrainvestono” negli Stati Uniti per proteggersi.

La guerra delle norme e l’arte di dividere le coalizioni

La contromossa di europei e giapponesi si fonda sui tetti tariffari negoziati (15% massimo sulla farmaceutica), che Washington dice di rispettare per queste aree — segno che la coercizione è accompagnata da esenzioni stratificate per dividere i partner (chi ha la deroga e chi no). Il Regno Unito, il cui accordo bilaterale non copre esplicitamente i farmaci, appare più esposto. Risultato: una coalizione teoricamente allineata (UE, Giappone, UK) finisce con l’avere interessi divergenti, indebolendo la capacità di risposta coordinata.

Il diritto come campo di battaglia

Lo spostamento verso basi giuridiche “collaudate” (232) riduce il rischio di annullamento interno, mentre altre offensive si preparano tramite nuove indagini 232 su robotica, macchine industriali ed equipaggiamenti medici. La giuridicizzazione del conflitto è tipica della guerra economica: non si sospende lo scambio, si ri-codifica lo scambio in un quadro che favorisce chi impone la regola.

Effetti sistemici: filiere, inflazione, scelte di investimento

Nel settore farmaceutico, l’impatto immediato è attenuato da due fattori: (a) la quota già domestica degli input; (b) l’accelerazione dei progetti di impianti negli USA da parte dei grandi gruppi, proprio per neutralizzare il 100%. Ma l’asimmetria psicologica resta: la minaccia può riattivarsi, perciò i piani industriali si ridisegnano attorno a un rischio politico americano divenuto strutturale.

Per i camion pesanti, l’aumento del 25% rincara il trasporto e alla fine si riflette sui prezzi al consumo: ne deriva un rischio di inflazione ritardata ma persistente se la misura diventa permanente. I mercati hanno reagito con calma nel breve termine, ma gli economisti avvertono del trasferimento di costi su famiglie e PMI della logistica.

Riflusso, elusione, spostamento: tre risposte dei partner

Sotto pressione tariffaria durevole, i partner adottano tre vie:

Riflusso: scelta di “produrre in USA” per garantirsi l’accesso al mercato (caso previsto nella farmaceutica);

Elusione: triangolazioni via Paesi terzi, frammentazione delle forniture, “kitizzazione” dei prodotti (classico dei conflitti doganali);

Spostamento: dirottamento dei flussi verso altri bacini (es. mobili asiatici verso l’UE), con rischio di shock d’offerta sull’industria europea del mobile e rafforzamento speculare della posizione USA come calamita per investimenti.

La logica di logoramento: erodere l’avversario nel tempo

Nella dottrina della Scuola, la guerra economica funziona anche per attrito: non mira a “vincere” subito, ma a consumare margini finanziari, giuridici e politici dell’altro. Le tariffe, combinate a indagini successive (robot, dispositivi medici, macchinari), creano un gradiente di pressione che spinge i gruppi a scegliere la soluzione politicamente meno rischiosa — localizzarsi negli USA — anche se non è economicamente ottimale nel breve periodo.

Dissuasione economica e messaggio agli emergenti

Il segnale inviato a Cina ed emergenti è chiaro: l’accesso preferenziale al primo mercato mondiale sarà condizionato a localizzazione e conformità normativa americane. È una forma di dissuasione economica: non si vieta, si rende più costosa l’opzione di restare fuori dall’orbita produttiva statunitense. L’effetto collaterale è la frammentazione della globalizzazione in sotto-regimi: un blocco USA ad alta integrazione verticale, un blocco sino-asiatico che accelera l’autonomia e, in mezzo, un’Europa costretta a scegliere tra allineamento regolatorio e difesa del proprio mercato interno.

Indicatori di allerta a 12–18 mesi

Per valutare se la manovra USA funziona, tre indicatori chiave:

1. Investimenti e fusioni in pharma/med-tech negli USA (messa in opera delle fabbriche annunciate, consolidamento intorno ad asset “localizzati”);

2. Diffusione dei prezzi: camion → trasporto → grande distribuzione; mobili → beni durevoli delle famiglie; farmaci di marca → ticket sanitario (monitorare l’indice PCE “core goods”);

3. Spostamenti commerciali: aumento della quota asiatica in UE su mobili e attrezzature, segnale che l’onda d’urto si scarica sul mercato europeo.

Conclusione: l’economia come teatro d’operazioni

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