L'inchiesta di Giorgio Mottola, "Questione di lobby", ricostruisce il vasto sistema di relazioni, finanziamenti, missioni, reti parlamentari.
C’è una
parola che in Europa viene pronunciata con prudenza, quasi con pudore, quando
riguarda Israele: lobby. Eppure è proprio questa la chiave del lavoro di
Giorgio Mottola, “Questione di lobby”, andato in onda con la conduzione
di Sigfrido Ranucci, che ricostruisce non solo la tragedia
umanitaria di Gaza ma anche il sistema di relazioni, finanziamenti, missioni,
reti parlamentari e cooperazioni industriali che ha contribuito a rendere molto
più debole, esitante e contraddittoria la risposta europea davanti alla
devastazione palestinese.
Il racconto
comincia dalla guerra vera, quella che non ha bisogno di interpretazioni. Le
immagini raccolte a Deir al Balah mostrano tende sfondate dalla pioggia,
famiglie che sopravvivono nel fango, bambini che dormono al gelo, madri
costrette a stringere i neonati al petto per non farli morire di freddo.
Un’infermiera di Medici Senza Frontiere, Cristina Contù, descrive
un flusso continuo di minori che arrivano con arti da amputare, in un contesto
in cui mancano perfino garze, bende, antibiotici, paracetamolo, concentratori
di ossigeno e pompe per rendere potabile l’acqua, materiali bloccati alla
frontiera perché considerati beni a doppio uso. Alla catastrofe dei
bombardamenti si aggiunge così la catastrofe amministrata dell’assedio, cioè la
trasformazione della scarsità in strumento di pressione militare e politica.
Ed è a
questo punto che l’inchiesta di Mottola compie il salto decisivo: mette a
confronto le parole usate dall’Europa contro la Russia nel 2022, quando Ursula
von der Leyen definiva crimini di guerra gli attacchi contro infrastrutture
civili ucraine, con la postura molto più prudente e filoisraeliana assunta dopo
il 7 ottobre. La contraddizione è lampante. Le categorie morali e
giuridiche non spariscono, ma vengono applicate selettivamente. E
questa selettività, suggerisce il servizio, non nasce nel vuoto: è il prodotto
di una sedimentazione di interessi, di reti di influenza e di pressione
sistematica sui decisori europei.
La “pagella”
degli europarlamentari
Il primo
tassello di questo sistema è la European Coalition for Israel, il
cui direttore Tomas Sandell rivendica apertamente il lavoro di
contatto costante con gli europarlamentari attraverso conferenze, incontri
bilaterali e dialogo permanente. Ma c’è di più: la struttura ha perfino
elaborato una sorta di schedatura politica dei membri del Parlamento europeo,
profilati in base ai voti e ai comportamenti su questioni considerate rilevanti
per la sicurezza e la sopravvivenza di Israele. Ne è uscita una classifica che
misura il grado di vicinanza di partiti e singoli eletti allo Stato
ebraico. È un salto qualitativo notevole: non si tratta più solo di
promuovere una narrativa, ma di monitorare sistematicamente la fedeltà
politica.
L’inchiesta
colloca questo sviluppo dentro una storia più ampia. Se negli Stati Uniti le
lobby filoisraeliane hanno radici negli anni Sessanta, in Europa la
loro crescita è soprattutto un fenomeno degli anni Duemila. Dopo l’11
settembre, molte strutture americane capiscono che non basta più presidiare
Washington: bisogna entrare anche nei luoghi dove si formano le decisioni
europee. Bruxelles diventa così un laboratorio di influenza stabile. David
Cronin, autore di un lavoro sul rapporto tra lobby israeliana e Unione
Europea, sostiene che proprio queste organizzazioni hanno avuto un ruolo
essenziale nel minimizzare, relativizzare o negare agli occhi dei vertici
europei la gravità delle accuse rivolte a Israele per ciò che accade a Gaza.
Tra i nodi
più importanti compare il Transatlantic Institute, collegato all’American
Jewish Committee. L’ufficio di Bruxelles, spiega il servizio, dispone di un
vicedirettore italiano, Benedetta Buttiglione, ed è collegato al Transatlantic
Friends of Israel, un comitato che riunisce parlamentari europei,
parlamentari nazionali e membri del Congresso americano. Qui il confine tra
rappresentanza democratica e pressione organizzata si fa sottilissimo: la lobby
non si limita a influenzare i parlamentari, ma li ingloba dentro la propria
rete relazionale. Nel gruppo risultano 230 parlamentari europei, di cui ben 33
italiani, appartenenti a quasi tutti i principali partiti. Tra i nomi citati
compaiono Pina Picierno, Piero Fassino, Ettore Rosato, Elena Bonetti, Simonetta
Matone, Deborah Bergamini e numerosi esponenti di Fratelli d’Italia, guidati
dal senatore Marco Scurria, che presiede anche la sezione italiana del Transatlantic
Friends of Israel.
Scurria,
nell’intervista, cerca di ridimensionare definendo la struttura un’associazione
come tutte le altre. Ma il punto sollevato da Mottola è diverso: il
Transatlantic Institute è registrato ufficialmente come gruppo di pressione a
Bruxelles, incontra regolarmente i rappresentanti delle istituzioni
europee e nel 2023 ha dichiarato un bilancio di circa 700 mila euro. Il nodo
diventa allora la provenienza dei fondi. Perché se il ramo europeo dichiara una
certa dimensione, i bilanci americani mostrano che l’American Jewish
Committee ha inviato in Europa circa 3 milioni e mezzo di dollari per attività
di pressione in un solo anno, e circa 47 milioni di dollari dal 2005 a
oggi. Il tutto all’interno di una macchina molto più grande, con beni superiori
a 250 milioni di dollari e introiti annui intorno agli 80 milioni, provenienti
in larga misura da fondi di beneficenza riconducibili a miliardari americani
ebrei.
La questione
della trasparenza
È qui che la
questione della trasparenza diventa centrale. Nulla di illegale, si badi.
Ma un conto è la legalità formale, un altro la leggibilità democratica
dei rapporti di influenza. Se milioni di dollari vengono spesi per
orientare il contesto politico europeo, il cittadino dovrebbe poter sapere in
che modo, verso chi, con quali strumenti e con quali risultati. Invece
l’opacità resta ampia, soprattutto quando si passa dal livello europeo a quello
nazionale.
Un capitolo
decisivo riguarda infatti i viaggi dei parlamentari. Secondo la
ricerca citata dal programma, Israele è stata nell’ultima legislatura una delle
mete più frequentate dagli eurodeputati per visite istituzionali all’estero, al
pari dell’India, pur essendo un Paese infinitamente più piccolo. Cronin
sostiene che questi viaggi sono interamente organizzati e pagati dai gruppi di
pressione filoisraeliani, che coprono trasporti, alberghi di lusso, cene e
incontri. Nell’ultima legislatura europea vengono citati 30 viaggi in
Israele e 115 notti in hotel a quattro e cinque stelle offerte agli
europarlamentari. In Italia, però, la situazione è ancora più opaca,
perché deputati e senatori non hanno l’obbligo di dichiarare i viaggi pagati da
soggetti terzi. E infatti lo stesso Scurria ammette che la missione di febbraio
in Israele con una folta delegazione parlamentare è stata pagata
dall’associazione organizzatrice, senza che il Senato avesse nulla da eccepire
o da registrare.
Il viaggio,
in questa architettura di influenza, non è un accessorio. È uno strumento
politico. Non compra necessariamente un voto, ma aiuta a formare un ambiente
mentale, una consuetudine, un accesso privilegiato, una solidarietà di rete. Si
crea così una classe di interlocutori che guarda a Israele non soltanto come a
un alleato, ma come a un riferimento strategico naturale.
Le radici
americane delle lobby
Un altro
attore fondamentale è ELNET, European Leadership Network, che si
presenta come la più importante lobby filoisraeliana in Europa. Anche questa
struttura, con radici americane, organizza e finanzia viaggi, facilita incontri
con vertici istituzionali e militari israeliani e ha recentemente aperto una
sede stabile anche a Roma. L’obiettivo dichiarato è rafforzare i rapporti
parlamentari, economici e strategici tra Italia e Israele. Non è un dettaglio
che alle sue conferenze partecipino politici di differenti schieramenti ed ex
uomini dei servizi italiani come Marco Mancini: è il segno che
l’influenza non si muove solo in Parlamento, ma penetra anche i mondi della
sicurezza, dell’intelligence e delle relazioni industriali.
Francesca
Albanese, relatrice
speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, aggiunge un
elemento ancora più inquietante: la pressione non si eserciterebbe solo
attraverso convegni e missioni, ma anche tramite interventi diretti delle
ambasciate israeliane presso politici e istituzioni, per contestare la presenza
di voci critiche negli eventi pubblici. Il risultato, dice, è che parlare
onestamente di ciò che fa Israele è diventato sempre più difficile. In altre
parole, non siamo soltanto di fronte a una battaglia diplomatica: siamo
davanti a una lotta per delimitare l’area del dicibile.
La seconda
parte dell’inchiesta si concentra poi sui casi italiani e europei più
emblematici. Fulvio Martusciello rivendica apertamente di essere un
lobbista a favore di Israele. Il servizio ricorda che, appena nominato a capo
dei rapporti tra il Parlamento europeo e Israele, assunse come collaboratore
Nuno Wahnon Martins, allora lobbista stipendiato dall’European Jewish Congress.
Il Parlamento europeo vieta ai lobbisti di lavorare al proprio interno, e
quindi il contratto dovette essere sciolto. Ma l’episodio rivela quanto sia
porosa, a Bruxelles, la frontiera tra attività di pressione e funzioni
istituzionali.
Il caso
Italia
Lo stesso
discorso vale per Antonio Tajani. Il servizio ricorda che fece
parte del board dell’European Friends of Israel, una potente struttura
di pressione, e che in seguito, come commissario europeo all’Industria e
all’Imprenditorialità, sostenne l’integrazione economica e industriale di
Israele nei programmi europei. Durante il suo mandato le importazioni europee
da Israele aumentarono in modo assai rilevante, passando da meno di 8 miliardi
nel 2000 a 17,6 miliardi nel 2011. Tajani difende apertamente la scelta
politica di essere amico di Israele e collega senza esitazioni questo rapporto
anche al valore economico e occupazionale dell’industria della difesa italiana.
È il punto in cui l’amicizia politica si salda con la convenienza industriale.
Ed è qui che
il discorso si sposta dalla lobby alla geoeconomia della guerra.
Tra il 2014 e il 2020, il programma europeo Horizon 2020 ha
finanziato università e aziende israeliane per 1 miliardo e 280 milioni di
euro. Formalmente si tratta di ricerca scientifica e innovazione civile. Ma
l’inchiesta sottolinea il carattere duale di molte tecnologie. La
Technion University, ad esempio, descritta come fortemente integrata con
l’industria militare israeliana, avrebbe ricevuto 17 milioni di euro
per progetti come veicoli senza pilota impiegati anche nella demolizione delle
case palestinesi. Inoltre, oltre 5 milioni di euro sarebbero arrivati a
grandi aziende belliche israeliane come Elbit Systems, Israel Aerospace
Industries e Rafael. La Commissione europea, imbarazzata, ha in
seguito irrigidito le regole per escludere i progetti apertamente militari. Ma,
come spiega Shir Hever, le imprese hanno imparato a presentare come civili
strumenti che possono poi essere adattati all’uso bellico: sistemi ottici per
droni capaci di volare nella cenere vulcanica o software logistici per porti e
aeroporti che possono facilmente servire anche a finalità militari.
Infine
arriva il capitolo che tocca direttamente l’Europa mediterranea: Frontex.
L’agenzia europea incaricata del controllo delle frontiere ha collaborato con
Israel Aerospace Industries ed Elbit Systems, destinando circa 100 milioni di
euro alla fornitura di droni. In particolare vengono citati gli Hermes 900,
impiegati nei territori palestinesi per ricognizione tattica ma anche per
missioni offensive. Frontex sostiene di aver utilizzato versioni civili, ma il
problema è un altro: la progressiva sostituzione delle navi con i droni ha
cambiato la natura del controllo del Mediterraneo. Una nave può soccorrere, un
drone no. Può vedere, fotografare, segnalare, ma non salvare. Secondo la
lettura proposta dal servizio, questo passaggio ha contribuito alla
crescita dei morti in mare. La guerra di Gaza e la frontiera europea
si toccano qui: nella trasformazione della tecnologia israeliana di
sorveglianza in modello operativo per il controllo migratorio continentale.
Il bilancio
politico dell’inchiesta è netto. Il problema non è l’esistenza di gruppi di
pressione, che in sé appartiene alla fisiologia delle democrazie. Il problema è
la sproporzione della loro influenza, la scarsa trasparenza dei finanziamenti,
la permeabilità delle istituzioni, l’intreccio tra amicizia politica,
cooperazione industriale, agenda della sicurezza e silenzi morali. “Questione
di lobby” di Giorgio Mottola mostra che il rapporto tra Europa e
Israele non può più essere letto solo in termini diplomatici o storici. È
diventato un nodo strutturale di potere che investe il linguaggio dei diritti,
il mercato delle armi, i programmi di ricerca, la sorveglianza dei confini e la
libertà stessa del dibattito pubblico.