martedì 17 febbraio 2026

Lagrange, ideatore del Sistema internazionale di misura - Maria D'Asaro

 

Se si chiedesse a un campione di italiani cosa abbiano in comune Liberia, Myanmar (ex Birmania) e Stati Uniti d’America, forse pochissimi saprebbero rispondere: sono gli unici tre stati a non adottare legalmente il Sistema internazionale di unità di misura (SI), utilizzato ormai in tutto il mondo.

Tale sistema, varato nel 1962 dall’undicesima “Conferenza generale dei pesi e delle misure” (CGPM), fu poi perfezionato nel 1971, quando la quattordicesima CGPM stabilì che le unità di misura universalmente valide erano sette, ciascuna riferita ad una grandezza fisica: l’intervallo di tempo, la lunghezza, la massa, l’intensità di corrente, la temperatura, l’intensità luminosa, la quantità di sostanza (misurabili rispettivamente con secondo, metro, chilogrammo, ampere, kelvin, candela, mole).

Il progetto iniziale di unificare il sistema di misurazione lo dobbiamo a un geniale matematico piemontese, conosciuto forse solo dagli studiosi di matematica con il suo cognome poi ‘francesizzato’: si tratta di Giuseppe Lodovico Lagrangia, nato a Torino il 25 gennaio 1736 (esattamente 290 anni fa), poi chiamato Giuseppe Luigi come il bisnonno, oggi noto come Joseph Louis Lagrange.

Giuseppe avrebbe dovuto studiare giurisprudenza come il padre, ma fu attratto da matematica, geometria e fisica sperimentale. Nel 1755, appena diciannovenne, pubblicò un primo lavoro scientifico che gli valse da Carlo Emanuele III, re di Piemonte e Sardegna, la nomina di “Sostituto del Maestro di Matematica” nelle Regie Scuole di Teoria d’Artiglieria del capoluogo piemontese.

Trasferitosi a Berlino, nel 1759 divenne prima membro dell’Accademia delle Scienze di Berlino e poi presidente della stessa. Ormai matematico affermato a livello internazionale, Lagrangia nel 1787 si trasferì a Parigi su invito del re Luigi XVI, che lo nominò direttore della sezione matematica dell’Académie des Sciences.

Acquisì la cittadinanza francese nel 1792, a seguito del matrimonio con una donna francese; dal 1797 insegnò all’École polytechnique. La fama di Lagrangia, ormai appellato Lagrange, in Francia fu così grande da ricevere in vita la Legion d’Onore e alla sua morte, nel 1813, la sepoltura nel Pantheon.

Lagrange è considerato uno dei maggiori matematici europei del suo secolo per i contributi innovativi alla fisica matematica, allo sviluppo della teoria dei numeri, al calcolo delle variazioni, per le sue equazioni differenziali e l’analisi infinitesimale. Fu anche un astronomo appassionato: nell’ambito della meccanica celeste, condusse ricerche sui movimenti lunari in relazione alla Terra, sui movimenti dei satelliti di Giove e sul problema dei tre corpi e del loro equilibrio dinamico. É stato possibile posizionare l’orbita del telescopio spaziale James Webb anche grazie all’individuazione dei cosiddetti ‘punti lagrangiani’.

Fu forse proprio la visione e competenza astronomica a influenzarne le decisioni scientifiche quando, alla fine del XVIII secolo, divenne presidente della commissione che aveva il compito di fissare un nuovo sistema di pesi e misure, il sistema metrico decimale dal quale avrà origine l’odierno Sistema Internazionale.

Lagrange osservò innanzitutto che, sino ad allora, le unità di misura e di peso – piedi, pollici, once e libbre – erano derivate dalla grandezza del piede di un sovrano o dal peso di una sua parte del corpo. Influenzato dal clima culturale suscitato dalla Rivoluzione francese, oltre che dagli studi di astronomia, ritenne che i tempi fossero maturi perché le unità di misura fossero invece collegate alla grandezza della Terra e dell’universo.

Lagrange stabilì infatti che l’unità di misura-base della lunghezza, chiamata da allora metro (che, in greco, significa appunto misura) fosse un quarantamilionesimo della circonferenza della Terra, mentre le altre grandezze vennero via via associate a quest’unità di misura-base.

In un articolo su Focus del 22/9/2017 viene data la ragione del mancato accoglimento negli USA del sistema universale di misure varato da Lagrange. Nel 1793 il botanico Joseph Dombey fu incaricato di portare negli Stati Uniti due campioni standard del nuovo sistema di misurazione: una barra per l’esatta misura di un metro, e un cilindro di rame dal peso di un chilo, campioni che avrebbe dovuto consegnare a Thomas Jefferson, sostenitore del nuovo sistema, che avrebbe potuto incoraggiarne l’adozione al Congresso.

Purtroppo nei pressi del mar dei Caraibi, vicino all’arcipelago di Guadalupa (nelle attuali Antille francesi), la nave di Dombey fu attaccata da pirati e il botanico francese fu fatto prigioniero nell’isola di Montserrat, dove morì poco dopo. Dalla Francia partì allora un secondo ‘ambasciatore’ che però, arrivato a destinazione, non trovò alcun interesse per il nuovo sistema di misurazione da parte di Edmund Randolph, nuovo segretario di stato statunitense.

Così negli USA sino alla fine del 1800 il vecchio sistema di misurazione è stato l’unico vigente, anche perché alcuni ritenevano il sistema metrico un sistema ateo, e che solo pollici, libbre, once e miglio fossero “un peso giusto e una misura giusta, le uniche accettabili dal Signore”.

Bisognò attendere il 1893 perché la maggioranza delle unità di misura statunitensi fosse collegata a quelle del Sistema Internazionale; solo nel 1959 l’armonizzazione tra i due sistemi si è completata appieno.

Nonostante oggi molti organismi scientifici e commerciali statunitensi sollecitino l’adozione sempre più estesa del SI, preferibile per gli scambi commerciali dentro e fuori il paese, gli USA rimangono ancorati al Sistema consuetudinario, impiegato nell’uso comune.

Nel 1999 il fallimento della sonda della NASA Mars Climate Orbiter, disintegratasi nell’atmosfera marziana, fu dovuto proprio a una mancata armonizzazione tra unità di misure, che causò un errore nel calcolo della traiettoria: infatti il software di navigazione a terra utilizzava l’unità di misura del sistema consuetudinario (libbre-forza), mentre il software di bordo della sonda quello del Sistema Internazionale (Newton).

Chissà, forse allora Lagrange si sarà rivoltato nella tomba, borbottando che quella missione era stata fatta con i piedi

da qui

Il problema non è Chomsky, siamo noi - Raúl Zibechi

 

L’adorazione di personaggi pubblici, a cui vengono attribuiti enormi meriti, al punto da renderli “quasi dei”, è un problema di vecchia data all’interno dei movimenti di sinistra e di emancipazione. Si esaltano le virtù, ma mai i difetti. Una realtà viene inventata in toni di bianco e nero, escludendo sfumature, zone d’ombra e tutto ciò che potrebbe mettere in ombra la figura divinizzata.

La parola “grigio” stessa viene usata come aggettivo. “Una persona grigia” è noiosa, senza merito, incapace di attrarci o catturare la nostra attenzione, tanto meno qualsiasi tipo di ammirazione. Tuttavia, la realtà è dipinta a più colori ed è molto più ricca del binomio bianco-nero. Con questa scissione, spesso cerchiamo di lenire le nostre incertezze, fuggendo dalle sfumature scomode che ci causano tanta insicurezza. Perché, ammettiamolo, gli esseri umani bianchi occidentali cercano disperatamente sicurezza.

Molti esponenti della sinistra ammettono che il culto della personalità che circondava Stalin fosse negativo, ma accettano il culto di Lenin o Marx, ad esempio. Credo che, a questo punto, la cultura “emancipatrice” della sinistra sia erede del movimento dell’uomo forte e del culto della monarchia così diffusi nella storia umana, dalle prime società fino ai giorni nostri. Il fattore aggravante è che i culti attuali si mascherano da emancipazione, ma in fondo sono assurdi quanto la sottomissione a re e regine.

Ancora oggi, vediamo come questo culto continui la sua tremenda opera di paralisi delle società, sia attraverso il sostegno acritico di Evo Morales o di Hugo Chávez, per citare solo due esempi. Tutti i movimenti progressisti dell’America Latina sono stati collegati a un uomo forte, da Néstor Kirchner Lula, passando per Correa e quelli già menzionati.

Nel caso di Chomsky, la gravità del suo stretto legame con il milionario criminale pedofilo Epstein è evidente anche dopo essere stato condannato e le sue malefatte note. Ma se Epstein non fosse stato un pedofilo, qualcosa sarebbe cambiato? Possiamo convalidare che un personaggio pubblico di sinistra abbia stretti legami con un milionario? Non vale alcuna amicizia, con chiunque, al di sopra delle classi, delle posizioni politiche e dello status delle persone. Senza dimenticare che Chomsky ha commesso altri peccati, come lavorare per programmi militari.

Una persona come noi, i lettori di questa pagina, può relazionarsi con chiunque, un Berlusconi, un Bolsonaro o un Putin? Non mi riferisco alle persone del basso che hanno sostenuto questi personaggi, ma ai rapporti con le élite dominanti, uno stile che si coltiva nei parlamenti di tutto il mondo, quando i deputati sono in posizioni politiche opposte, mangiano allo stesso tavolo e finiscono per socializzare negli stessi spazi.

Chomsky è semplicemente disgustoso. Più grave ancora perché si tratta di una personalità pubblica che deve dare l’esempio e chiedere perdono quando sbaglia. Quello che intendo con queste righe, è metterci uno specchio collettivo, come dicono spesso gli zapatisti, per chiederci: e noi?

Quanti Chomsky ci sono nei nostri cervelli e cuori? Attribuire tutto il male al linguista è come attribuire tutto il merito a un uomo forte, come Pepe Mujica per esempio. Essendo uruguaiano, soffro ogni volta che persone del basso in qualche angolo del pianeta, mi dice meraviglie di un personaggio che, in questo paese, conosciamo e non ammiriamo, almeno chi scrive questo e gran parte dei suoi amici.

Il culto della personalità rivela, inoltre, il nostro proverbiale individualismo, poiché mettiamo tutti i valori positivi in una persona, ma non in un collettivo. Fanno bene gli zapatisti a coprirsi il volto, a mettersi tutti e tutte con il passamontagna e il paliacate. Si noti che l’intera cultura capitalista ruota attorno alle persone, da Messi a Trump, sia per compiacere che per rimproverare. Anche nel caso dello zapatismo, non sono uguali gli atteggiamenti che abbiamo verso il capitano Marcos o verso uno qualsiasi dei comandanti, compreso chi scrive questo.

Forse la lezione che ci sfugge dal caso Epstein-Chomsky è che dobbiamo essere più cauti, più moderati nel mitizzare i personaggi. Ma soprattutto, essere più comunitari, evidenziare il collettivo e la semplicità, l’innocenza delle ragazze e dei ragazzi prima che il Sistema li conduca verso l’adorazione delle celebrità.

da qui

lunedì 16 febbraio 2026

Sicurezza. Urge arresto preventivo per chi vorrà votare No al referendum - Alessandro Robecchi

 

 

Quello che potrebbe capitare con il nuovo decreto sicurezza – a parte la promessa di impunità per chiunque indossi una divisa – tipo Idf a Gaza, tipo Ice a Minneapolis – è il fermo di polizia preventivo, cioè una specie di arresto prima ancora che qualcuno (qualcun altro, per la precisione) commetta un ipotetico reato. 24 ore in custodia cautelare, insomma (Salvini ne vorrebbe 48, forse gliel’ha chiesto Bannon), prima di una manifestazione, magari da applicare a tutti quelli che andrebbero al corteo, in modo da garantire l’ordine pubblico, ed evitare le manifestazioni. Via il dente, via il dolore. Non si sa bene cosa dovrebbero fare questi presunti colpevoli fermati prima del reato durante le ventiquattr’ore, magari affrescare basiliche con la faccia di Meloni e Piantedosi che fanno gli angioletti, perché no, il nostro patrimonio artistico ne gioverebbe.

E’ una faccenda che “presenta possibili rilievi di incostituzionalità”, come scrivono certi maestri di eufemismi su alcuni grandi giornali, una frase a cui, per dimenticanza o sciatteria, mancano “mannaggia”, “peccato” e “che disdetta”, ma non importa, si legge tra le righe. Un’altra cosa che si legge tra le righe, e che pochi dicono, è che la totale incapacità dell’attuale ministro dell’Interno di garantire l’ordine pubblico, che sarebbe il suo mestiere, impone di affrontare il problema alla radice: niente manifestazioni, niente violenze, niente photo opportunity di propaganda per Giorgia, che sarebbe, quest’ultima, a pensarci bene, l’unica pecca del provvedimento.

Essendo qui pacifisti e contrari a ogni forma di violenza, ci mancherebbe, ci accodiamo senz’altro alla proposta, che sembra interessante, a patto naturalmente che non si limiti alle manifestazioni politiche, ma a tutti gli atti di violenza. Diciamolo: l’arresto preventivo è una buona idea, pensate che svolta sarebbe arrestare preventivamente tutti i potenziali rapinatori prima ancora che avvengano le rapine. Qui cominciano i primi problemi pratici: questo fermo di polizia in attesa di ipotetico possibile reato, lo decidono il brigadiere e il vicesovrintendente (o il dirigente del Siulp che punta la pistola verso i telespettatori di Retequattro), oppure serve un ordine della magistratura? Nel primo caso bene, perché stiamo dalla parte delle forze dell’ordine, come nel casi Cucchi, Aldrovandi e molti altri. Nel secondo, meglio ancora, perché ci sarebbe modo di attaccare e insultare e intimidire i magistrati che non hanno fermato qualcuno prima di un reato, passando dalla tiritera “Ecco, li lasciano andare!” al nuovo ritornello “Ecco, non l’hanno fermato prima! Toghe rosse!”.

Per evitare che la tensione politica aumenti e rasserenare gli animi, si potrebbe pensare a un fermo di polizia preventivo degli elettori prima delle consultazioni. Eccellente banco di prova, il prossimo referendum costituzionale sulla giustizia: enormi edifici dotati di sbarre dove rinchiudere preventivamente chi è sospettato di votare No, tutti in cella con Barbero e Zagrebelsky, poi rilasciati (un po’ di garantismo!) dopo gli exit-poll, per commentare i risultati. Manca qualcosa, non vi sembra? Ah, sì, certo, che distratto, manca tutto il capitolo sui “cattivi maestri”, i borghesi intellettuali che si ostinano a scrivere quello che pensano e a esternare le loro malsane opinioni. Pazienza, lo faremo fare ai fact-checker che tante soddisfazioni ci hanno dato negli ultimi tempi. Sui profili di incostituzionalità, beh, ci penseremo, dettagli, cose che si risolvono, coraggio!

da qui

L’idea di Meloni: i migranti fuori dalla razza umana

 

Perquisizioni all’ospedale di Ravenna: che soffi il vento dal Minnesota? - Vito Totire

Storicamente la “medicina” è stata molto spesso ridotta ad un ruolo ancillare del potere economico e politico. Ovviamente ci sono state significative eccezioni e notevoli fenomeni di resistenza: fino ai medici incarcerati, nel 500 e nel 600, «per aver dichiarato peste il morbo corrente». La diagnosi di peste ostacolava commerci e profitti e dunque occorreva negare la natura del morbo incarcerando il medico che aveva osato porre la diagnosi; queste incarcerazioni favorirono le epidemie più catastrofiche…

C’erano state avvisaglie di quanto accaduto a Ravenna, e anche numerose. La più recente: una assessora della giunta comunale di Ferrara ha attaccato alcuni medici dell’ospedale di Cona per le loro dichiarazioni di incompatibilità sanitaria. In verità il medico che fa una dichiarazione di incompatibilità risponde a un suo basilare dovere deontologico: tutelare la speranza di vita e di salute della persona.

Chiedere ai medici una valutazione di compatibilità alla detenzione in un CPR è come se un sequestratore di persona domandasse a un medico il via libera a imprigionare la sua vittima. Può un medico dare il suo nulla osta e garantire che la «detenzione amministrativa» cioè la privazione della libertà e la detenzione in un lager (questo sono oggi i CPR) sia “sopportabile” da parte di una persona che ha commesso il supposto reato di immigrazione clandestina ?

I CPR hanno dimostrato un grandissimo potere morbigeno sia fisico che psicologico che ha avuto come effetto un altissimo numero di suicidi, un numero elevatissimo di condotte cosiddette autolesioniste (cosiddette in quanto si tratta di autolesionismo indotto dalle condizioni di disperazione in cu vivono gli internati).

Il tentativo “neocoloniale” del governo Meloni di portare lo strazio dei CPR in Albania risponde solo alla logica ipocrita dell' “occhio non vede cuore non duole”. In verità nonostante i tentativi di occultamento in Italia ci sono occhi che vedono e cuori che dolgono per il trattamento bestiale che gli internati nei CPR subiscono.

La storia parte da lontano: quando esistevano i CIE/CP (e noi eravamo contrari) sollevammo comunque il problema della vigilanza da parte delle Ausl, in analogia a quella che dovrebbe essere svolta nelle carceri. Appunto: dovrebbe visto che per esempio la Ausl Romagna si ostina a non rispondere alla nostra istanza di accesso ai rapporti semetrali delle carceri di Ravenna, Forlì e Rimini.

Tornando ai CIE-CP allora la Regione Emilia-Romagna RESPINSE QUELLA NOSTRA SOLLECITAZIONE sostenendo che il Cpt-Cie non è un carcere. Poi i “decisori politici” hanno maneggiato norme e princìpi costituzionali fino a definire (dopo una serie di eventi luttuosi) procedure per l’ammissibilità della detenzione nel CPR. Significativamente queste procedure non sono state elaborate dal ministero della Salute ma dal ministero degli Interni ; che un problema di tutela sanitaria venga gestito dal ministro “di polizia” ricorda i tempi in cui i manicomi, in Spagna, erano appunto sotto la suddetta gestione. Problema dunque non di salute ma di “ordine pubblico”; forse nel tentativo di prevenire qualcuno degli eventi più clamorosi. Si è insistito sulla prassi della valutazione di idoneità utile, in caso di alcuni eventi infausti, per lavarsene le mani.

Ma la Federazione nazionale degli ordini dei medici ha parlato chiaro: il potere politico non può chiedere ai medici «prestazioni professionali» che violano gli elementari doveri deontologici.

La magistratura ha il diritto (o meglio il compito) di indagare su abusi e condotte illegittime. E veniamo a caso di Ravenna. Al momento l’argomento “forte” dei soliti bene informati riguarderebbe un cittadino senegalese che prima sarebbe stato dichiarato «incompatibile» e poi avrebbe commesso molestie sessuali. Quale sia la fonte di questa “notizia” non è dato sapere e quindi non intendiamo commentarla; anche se non è detto che la “cura” per chi ha fatto molestie (provate o ipotizzate?) debba essere il CPR. Impossibile peraltro che tutti i certificati “non idonei” rilasciati a Ravenna siano stati per molestatori.

Riteniamo che la magistratura avrebbe potuto e dovuto usare un approccio meno plateale: la condotta medica può essere monitorata con ben altri strumenti che non le perquisizioni in ospedale e a domicilio. Se sono stati commessi “errori” questi vengono benissimo a galla con mezzi non invasivi, visto che le cartelle cliniche non si possono né manipolare né distruggere. Non c’era bisogno di mostrare i muscoli ma se una parte del ceto politico chiede ai medici di fare i carcerieri il discorso cambia.

Seguiremo con la massima attenzione la vicenda di Ravenna perché l’entrata a gamba tesa nell’ospedale pone dubbi sulla tenuta dell’assetto democratico nel nostro Paese.

 

Casi di “morbo k” a Ravenna? E anche a Ferrara? O in tutta Italia? - Vito Totire

Per facilitare le indagini e la loro chiusura veloce, “confesso”: io sono complice della SIMM, cioè la Società Italiana di Medicina delle Migrazioni. E posso documentarlo.

Intanto per i medici di Ravenna sotto inchiesta, a mio parere nessun addebito, piuttosto UN ENCOMIO.

E’ evidente che un certo ceto politico abbia sempre tentato di asservire i cittadini ma anche la magistratura e la classe medica.

Al momento noi vogliamo aprire una nostra inchiesta su quello che è accaduto a Ravenna. Come abbiamo già detto c’era stata un evento sentinella a Ferrara: critiche ai medici dell’ospedale di Cona per aver redatto, secondo l’accusa, certificati «ideologici». Che le divergenze ideologiche tra accusati e accusatori siano enormi non abbiamo dubbi; che una delle parti in causa usi strumenti repressivi, peraltro così rozzi, non ci sta bene.

Stiamo cercando di comprendere la dinamica che ha portato alle perquisizioni di Ravenna. Qualcuno forse avrà pensato all’episodio di Roma nel 1943 quando alcuni coraggiosi medici inserirono nella nosografia ufficiale il MORBO DI K ; una malattia inesistente ma supposta contagiosa e pericolosa che tenne lontani i nazisti da un reparto ospedaliero dell’isola Tiberina (dove erano ricoverati anche ebrei). Chiunque conosca quella storia deve rendere omaggio ai medici Giovanni Borromeo e Adriano Ossicini che inventando il morbo di K riuscirono a salvare un centinaio di ebrei dalla furia genocida dei nazisti. Noi che abbiamo sempre salutato quell’evento con entusiasmo ed ammirazione ci siamo trovati negli ultimi anni ad essere accusati di sentimenti antiebraici … spesso dai nipotini politici di fascisti, negazionisti e collaborazionisti!

Sarà successo che a qualcuno sia sorto il dubbio della riproposizione a Ravenna di una strategia analoga a quella di Roma del 1943? Come abbiamo già detto i magistrati hanno il diritto/dovere di indagare. Devono però accantonare il dubbio di trovarsi di fronte a casi del Morbo di K. Se hanno dubbi possono acquisire la documentazione o anche sentire i medici ma come «persone informate sui fatti» e non come indagati. In corso d’opera poi potremo confrontarci pubblicamente su cosa significhi «salute psicofisica» e su cosa occorra garantire per evitare una riduzione della speranza di salute e di vita delle persone, migranti o stanziali che siano.

Non abbiamo dubbi che la condotta dei medici di Ravenna sia stata deontologicamente corretta e che meritino encomi piuttosto che vicissitudini giudiziarie in qualità di indagati. Prevenire malattie, disagio, suicidi e autolesionismi è dovere del medico e a questo obiettivo tutti, per quanto possibile, devono collaborare senza ostruzionismi.

Infine una sottolineatura. Un organo di stampa ha sussurrato: si cercano contatti con la SIMM, la società di medicina delle migrazioni. Personalmente, per facilitare le indagini, mi dichiaro complice della SIMM. Non c’è bisogno di ricerche o interrogatori: come soci della SIMM sui diritti umani e della salute abbiamo un’idea diversa a quella del governo in carica e, in particolare, di certi suoi ministri. Lo confessiamo.

Auspichiamo che si chiuda velocemente questa “inchiesta” magari anche porgendo le scuse ai medici indagati.

 

Ravenna: il governo vuole arrestare anche Ippocrate? - Vito Totire

Cosa chiede il governo in carica ai medici: credere, obbedire e…internare.

Abbiamo già riscontrato che qualche organo di informazione è andato a “ravanare” attorno ai documenti elaborati dalla SIMM, una meritoria associazione medica che da molti decenni si occupa di salute dei migranti e della quale anche io faccio parte.

Le indicazioni della SIMM sono utili per chi ha a cuore il diritto alla vita e alla salute degli “ultimi”. Ma alcuni astuti gendarmi e alcuni giornalisti “con l’elmetto” vanno alla ricerca forse di occulte indicazioni sovversive; nei loro sforzi di interpretazione e di esegesi del testo rischieranno però scompensi ed ernie cerebrali da sforzo.

La situazione è chiara. Simm (e una vasta serie di soggetti e associazioni di volontariato) hanno un semplice e dichiarato obiettivo: contribuire a garantire a tutte le persone viventi sul pianeta la stessa speranza di salute e di vita.

Altri sono invece i fini del governo in carica e di qualche settore della magistratura. PIANTEDOSI E MELONI RINCHIUDEREBBERO IN UN LAGER ALBANESE ANCHE IPPOCRATE.

Dal 1968 in poi non siamo stati apologeti acritici di Ippocrate ma un conto è la critica su alcuni aspetti della medicina “ippocratica” un conto è criminalizzare il nocciolo positivo della deontologia medica.

IL GOVERNO IN CARICA VUOLE MILITARIZZARE LA SANITA’ PUBBLICA COME STA CERCANDO DI MILITARIZZARE TUTTI I COMPARTI DELLA SOCIETA’ dalla scuola ai settori “produttivi” come conferma la denuncia nei confronti di operai metalmeccanici per una recente manifestazione a Bologna.

In ogni caso la questione dei CPR parte da lontano ed evidenzia anche crepe recenti; la posizione del cosiddetto centrosinistra sui CPR è meno “cruenta” ma nel migliore dei casi “pilatesca”.

§  All’epoca dei CPT/CIE la regione Emilia-Romagna ha sostenuto non potersi estendere le visite (almeno) semestrali ai CPT perché “non sono carceri”. Analoga la posizione, sia pure più sofferta, del Comune di Bologna; dunque un luogo nel quale si viene trattenuti contro la propria volontà non sarebbe un carcere…

§  Certe linee-guida per la gestione sanitaria dei CPR sono state emanate dalla signora ministra LUCIANA LA MORGESE che fa parte dell’area politica del cosiddetto “campo largo”: cme si suol dire “stiamo freschi”…NESSUNO DEI FINI GIURISTI ITALIANI HA CONTESTO L’ASSURDO DI UNA LINEA GUIDA PER LE VALUTAZIONI MEDICHE EMANATE DAL MINISTERO DEGLI INTERNI… facendo tornare alla memoria la Spagna franchista in cui i manicomi erano appunto sotto la giurisdizione del miinistero degli Interni anziché della Salute.

§  Il sindaco di Milano sul CPR in città ha sempre assunto una posizione di consenso (un sì tecnico…che vuole dire?)

§  Nessuno dei sindaci dei territori che “ospitano” CPR ha mai risposto alla nostra proposta di includere questi lager nelle visite semestrali delle USL (e diversi sindaci appartengono al cosiddetto centrosinistra)

§  Se parliamo poi di altre istituzioni totali: da giugno attendiamo il rapporto semestrale sulle carceri romagnole e dal 18.6.2025 la AUSL ROMAGNA…NON RISPONDE; per non parlare di quella di Parma che impone la “tassa sul buon samaritano” ai medici che entrano come volontari a visitare una persona privata delle libertà; e per ora la Regione Emilia-Romagna su questa incresciosa “tassa” tace e…acconsente

§  Inquietante anche la posizione possibilista assunta dall’attuale presidente della Regione E-R su eventuali cpr in Emilia; ha preso le distanze dalla posizione più negativa del sindaco di Bologna che comunque non va enfatizzata in quanto è diverso dire «non qui» dal dire – come è giusto – «no da nessuna parte»; anche la destra ferrarese pare non “gradisca” un CPR e in fondo l’operazione neocolonialista della signora Meloni in Albania un po’ si ispira alla politica “occhio non vede cuore non duole”…

In sostanza la lotta per la demolizione delle istituzioni totali – che ebbe una punta di eccellenza con la abolizione dei manicomi – è ancora lunga e in salita molto ripida a causa delle politiche di militarizzazione, clausura e repressione nei confronti di chi si oppone allo stato di cose presenti.

Gli effetti delle politiche carcerarie sono la violazione dei diritti umani, i “suicidi”, gli omicidi, l’autolesionismo, una perdita drammatica della speranza di vita e di salute.

Sulla vicenda di Ravenna :

§  Prendiamo atto della mobilitazione indetta per il 16 febbraio 2026 (alle ore 16) presso l’ospedale e aderiamo

§  Che ai medici “indagati” vengano porte scuse pubbliche; non abbiamo contestato a priori l’indagine contestiamo vivacemente il “metodo”

§  Che l’indagine venga comunque velocemente chiusa con un non luogo a procedere

§  Esprimiamo ancora una volta ai medici indagati : sostegno morale e materiale, supporto legale e medico-legale ovviamente pro-bono

§  La medicina al servizio della persona non ha niente a che fare con i diktat del governo ispirati alla prassi del “credere, obbedire e…internare”

(*) Vito Totire è medico del lavoro/psichiatra, portavoce del Centro Francesco Lorusso di Bologna e della Rete Nazionale Lavoro Sicuro.

 

«LA CURA NON E’ UN REATO»

APPELLO-DENUNCIA URGENTE A SUPPORTO DEI MEDICI INDAGATI A RAVENNA

si può firmare qui: https://c.org/xPRPSG7CxP

La gravità estrema dei fatti relativi alla perquisizione presso il Reparto di Infettivologia di Ravenna “a caccia” de* medic* che avevano certificato la inidoneità di alcune persone destinate al CPR, ora indagati, ci impone con urgenza una presa di posizione collettiva.

QUI il nostro post sui fatti

Abbiamo pensato di raccogliere la solidarietà di chiunque abbia a cuore il tema della detenzione amministrativa con un appello-denuncia, in difesa dell’autonomia medica e del diritto alla salute in questo campo, rivolto:
– ai Presidenti degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri,
– alla Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri (FNOMCeO),
– al Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale,
– alle società scientifiche e alle associazioni di soccorso e cura delle persone migranti
– all’opinione pubblica

Firma anche tu in solidarietà de* medic* indagati e per gli altri che come loro rivendicano la libertà di valutare in scienza e coscienza se inviare qualcuno in uno dei centri di detenzione amministrativa, pacificamente psicopatogeni, in ragione di innumerevoli evidenze oggettive e dello stesso parere dell’OMS.

https://c.org/xPRPSG7CxP

Testo ripreso dalla newsletter di «Mai più Lager No ai Cpr»

da qui

domenica 15 febbraio 2026

schiavi in bicicletta

 

Nuovi schiavi. L’articolo 36 è fatto anche per chi va in giro in bicicletta - Alessandro Robecchi

A volte basta poco, a conferma che spesso per dire cose importanti servono poche parole, belle chiare, dritte e comprensibili a tutti, che lascino poco spazio, anzi nessuno, all’interpretazione. Facciamo un esempio. L’articolo 36 della Costituzione italiana: 57 parole, 359 caratteri inclusi gli spazi e la punteggiatura. Leggiamolo insieme:

“Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.

La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge.

Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi”.

Semplice e diretto, niente fronzoli, niente subordinate, parentesi, incisi. Così può capirlo anche uno in bicicletta (la sua bicicletta), senza assicurazione (che sarebbe a sue spese), senza alcuna garanzia di “esistenza libera e dignitosa”, che recapita cibo o altre merci a due euro e cinquanta centesimi a consegna. E in effetti lo capisce, ma capirlo non gli serve a molto. A lui e a molti altri, in molti settori economici del Paese, perché l’attuale sistema economico si giova di ampie sacche di lavoro schiavistico, dove la retribuzione copre a malapena i costi del cibo e del rifugio notturno, una famiglia è consigliabile non averla, e quanto all’esistenza “libera e dignitosa”, diciamo che è meglio se non piove. Il tutto per 10-12 ore al giorno, spesso per sei o sette giorni la settimana, con un  algoritmo che ti controlla e ti penalizza se arrivi in ritardo o sgarri (l’equivalente delle frustate per chi costruiva le piramidi). Quanto alle “ferie annuali retribuite” si tratta di una freddura (forse satira politica alla Pucci) e la chiusa “non può rinunziarvi” una battuta rafforzativa che strappa l’applauso.

Per arrivare a scrivere quell’articolo della Costituzione ci sono voluti oltre vent’anni di dittatura, una guerra di Liberazione, molte sedute della Costituente e pochissimo inchiostro. Per arrivare a considerarlo una faccenda teorica – massì, cose che si dicono, c’è scritto, ma chi lo legge? – ci sono voluti più o meno trent’anni di leggi sul lavoro, tutte concepite, architettate, elaborare e codificate a scapito di quel lavoratore che sta all’inizio dell’articolo 36, il soggetto di tutta la frase, quello che pedala. Si cominciò con il pacchetto Treu (24 giugno 1997), varato da un governo Prodi, quando la parola magica, il ritornello ossessivo, era “flessibilità”, dove ancora non si intendeva flessibilità muscolare del ciclista a cottimo, e si continuò per anni e anni e anni, abbellendo e agghindando il concetto con tonnellate di retorica liberale. Ogni tanto (come l’altro ieri) la magistratura (non la politica) cerca di metterci una pezza, una pezza molto piccola a confronto del buco. Il buco resta, enorme, vergognoso, a volte coperto in modo maldestro (“Ma io gli do la mancia!”, carità al posto di diritti), o addirittura infingardo (”Ma meglio così che niente!”, cioè meglio schiavo che morto). Questo per dire che il problema non sono solo le leggi e il trentennale attentato all’articolo 36 della Costituzione, ma anche il supporto del cittadino trasformato in consumatore. Il padrone degli schiavi è il primo responsabile dello schiavismo, certo. Uno Stato che lo tollera è il secondo. E il terzo è chi, conoscendo le condizioni degli schiavi, se ne serve lo stesso perché “funziona così”. Che, se ci pensate, è il motivo primo e principale per cui “funziona così”.

da qui

 

La procura dispone il controllo giudiziario per Glovo: cosa emerge dall’inchiesta? –Lorenzo Faranda

 

La procura di Milano ha disposto un provvedimento di controllo giudiziario per Glovo, a causa delle condizioni di lavoro dei riders. Dall’inchiesta emerge uno stato di sfruttamento della manodopera, con stipendi sotto la soglia di povertà e modalità di svolgimento della prestazione molto vicine al caporalato.

L’inchiesta e il provvedimento

Lunedì 9 febbraio, il pm di Milano Paolo Storari ha disposto il controllo giudiziario per Foodinho, società di delivery che opera per conto di Glovo. Il provvedimento d’urgenza, che dovrà essere convalidato dal Gip, nomina un amministratore giudiziario per vigilare sull’operato della società, con l’obiettivo di intervenire rispetto alle condizioni di lavoro illegali che emergono dall’inchiesta.

Secondo la procura, infatti, i riders ricevono compensi in alcuni casi inferiori dell’80% rispetto a quelli previsti dalla contrattazione collettiva, arrivando a scendere ben al di sotto della soglia di povertà. L’accusa è quella di caporalato: sottoporre i dipendenti a condizioni di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori.

Salario: tra costituzione e contrattazione collettiva

Dalle numerose testimonianze raccolte durante le indagini, emerge un modello organizzativo contrario al principio di legalità e alle norme sulle condizioni lavorative. I dati sulle retribuzioni, poi, riportano paghe molto lontane dal principio di “esistenza libera e dignitosa”, garantito dall’articolo 36 della Costituzione.

Anche confrontando i compensi con quelli stabiliti dal CCNL sottoscritto da Ugl e Assodelivery, che qualifica il lavoro dei riders come autonomo, i lavoratori si trovano in media 5mila euro sotto la soglia della povertà. In materia la giurisprudenza è chiara: il giudice deve adattare il salario ai criteri stabiliti dalla Costituzione anche in presenza di un contratto collettivo.

Lavoro autonomo o subordinato?

L’analisi sul sistema operativo della piattaforma riporta una forte etero-organizzazione della prestazione lavorativa, nonostante la qualificazione del rapporto come autonomo. Già dal 2015, il Jobs Act aveva stabilito l’applicazione della

“disciplina del rapporto subordinato anche ai rapporti di collaborazione che si concretano in prestazioni di lavoro […] le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente. Le disposizioni di cui al presente comma si applicano anche qualora le modalità di esecuzione della prestazione siano organizzate mediante piattaforme digitali”. (art. 2 d.lgs. 81/2015)

L’attività lavorativa è interamente gestita da Glovo e dalla sua app, attraverso cui si valuta il contributo del lavoratore in termini di disponibilità produttività, tramite schedatura e geolocalizzazione, basando su questi parametri le retribuzioni.

Lavoro autonomo e tutele

Secondo un comunicato di Usb, il sistema di sfruttamento strutturale rilevato dall’inchiesta è reso possibile proprio da questa qualificazione artificiosa dei riders come lavoratori autonomi:

“Una finzione giuridica che serve solo a risparmiare su contributi, assicurazioni, sicurezza e salari, scaricando ogni rischio su chi lavora. Questa inchiesta conferma che i riders sono false partite IVA, costretti ad accettare condizioni imposte, senza alcun reale potere contrattuale, senza ferie, malattia, tutele contro gli infortuni e senza garanzie di reddito”.

La mancata previsione di copertura Inail e l’inosservanza delle norme sulla sicurezza accentuerebbero costi e rischi, che continuano a essere scaricati su dipendenti formalmente autonomi.

Lo stato di bisogno per i lavoratori migranti

In particolare, il sindacato di base si concentra sullo sfruttamento dello stato di bisogno denunciato dalla procura, elemento costitutivo del reato di caporalato: il mancato riconoscimento dello status di lavoratore subordinato ha effetti concreti sulla vita delle persone, non solo in termini di stabilità del reddito ma anche di accesso al credito e alle tutele sociali.

“Condizione che colpisce in modo ancora più violento i lavoratori migranti, per i quali il lavoro è spesso direttamente legato al permesso di soggiorno, trasformando la precarietà in un ricatto permanente e in uno strumento di controllo sociale”.

L’asimmetria di poteri tra datore e dipendente, dunque, espone in particolar modo i lavoratori migranti ad una condizione di vulnerabilità, alimentando il lavoro irregolare che colpisce i soggetti più deboli del circuito economico. In questo modo, perdono di efficacia le già poche tutele del lavoro subordinato.

Ma non è la prima volta

Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli episodi di sfruttamento della manodopera, soprattutto da parte di grandi imprese e multinazionali. Nel 2024, sempre la procura di Milano ha disposto il sequestro di 121 milioni di euro ai danni di Amazon, e solo pochi mesi fa è emerso il caso delle condizioni di lavoro nelle “Big” del settore della moda.

All’attenzione della procura nel perseguire abusi in materia di lavoro corrisponde, però, una tendenza del legislatore a legittimare minori garanzie nel rapporto. Le conseguenze sono discusse in termini di sviluppo economico, con studi recenti che smontano le teorie sulla correlazione tra flessibilità e maggiore crescita, ma sono pacifiche rispetto alla vita dei lavoratori. La stabilità di un reddito dignitoso non dovrebbe essere messa in discussione.

da qui

Bilinguismo e pensiero - Giorgio Agamben

Noi viviamo nella nostra lingua come dei ciechi che
camminano sull’orlo di un abisso… la lingua è gravida
di catastrofi e verrà il giorno in cui essa si rivolterà
contro coloro che la parlano.
G. Scholem

Tutti i popoli della terra stanno oggi sospesi sull’abisso della loro lingua. Alcuni stanno sprofondando, altri sono già quasi sommersi e, credendo di usare la lingua, ne sono invece senza accorgersene usati. Così gli ebrei, che hanno trasformato la loro lingua sacra in una lingua strumentale d’uso, sono come larve negli inferi che devono bere il sangue per poter parlare. Finché era confinata nella sfera separata del culto, essa forniva loro un luogo sottratto alla logica delle necessità economiche, tecniche e politiche, con le quali si misuravano nelle lingue che prendevano in prestito dai popoli presso i quali vivevano. Anche ai cristiani il latino ha offerto a lungo uno spazio in cui la parola non era soltanto uno strumento di informazione e di comunicazione, in cui si poteva pregare e non scambiarsi messaggi. Il bilinguismo poteva anche essere interno alla lingua, come nella Grecia classica, in cui la lingua di Omero – la lingua della poesia – trasmetteva un patrimonio etico che poteva in qualche modo orientare i comportamenti di coloro che parlavano ogni giorno dialetti diversi e mutevoli.
Il fatto è che il nostro modo di pensare è più o meno inconsapevolmente determinato dalla struttura del linguaggio in cui crediamo di esprimerlo. In questo senso – come Pasolini non si stancava di ripetere, ma come Dante aveva già pienamente intuito, distinguendo il volgare dalla lingua grammaticale che apprendiamo studiando – una qualche forma di bilinguismo è necessaria per garantire la libertà degli individui di fronte agli automatismi e alle costrizioni che il monolinguismo, cristallizzato storicamente nella forma di una lingua nazionale, impone loro in misura crescente. In una tale lingua non si può pensare, perché manca quella distanza inesprimibile fra la cosa da esprimere e l’espressione che sola può garantire un libero spazio al soggetto pensante. Il pensiero è questo scarto e questa interna sconnessione, che interrompe il flusso inarrestabile del linguaggio e la sua pretesa autosufficienza. Esso è una cesura nel senso che questo termine ha nella metrica della poesia: un’interruzione che, sospendendo il ritmo delle rappresentazioni linguistiche, lascia apparire la lingua stessa.
Quel che oggi sta avvenendo è che gli uomini, interamente asserviti a un linguaggio che credono di dominare, sono diventati a tal punto incapaci di pensare, che preferiscono delegare il pensiero a una macchina linguistica esterna, la cosiddetta intelligenza artificiale. Se, come gli ebrei secondo Scholem, tutti i popoli camminano oggi ciecamente sull’abisso di una lingua e di una ragione che hanno per così dire abbandonate a se stesse, ciò implica che la lingua da cui essi si sono ritirati come soggetti coscienti si vendicherà prima o poi portandoli alla rovina. Affidandosi a una lingua che è insieme strumento e padrone e di cui hanno perduto ogni consapevolezza, essi non odono il lamento, l’accusa e la minaccia che essa, mentre li conduce allo sfacelo, non cessa di rivolgergli.

da qui