mercoledì 28 ottobre 2026

Youssef Siher torna a casa

 



La Russa, il Giovedì nero e il senso per la Storia. Noi storici non siamo al servizio dei potenti - Michela Ponzani

Non ho mai attribuito al presidente del Senato responsabilità penali per l’omicidio Marino, non risultando una sua condanna per quel delitto. Rivendico però il diritto di esaminare e ricordare (con le carte alla mano) il ruolo politico che ebbe nella destra missina milanese. Perché la storia non coincide con il casellario giudiziale

Gli storici sono come i medici e quando una società si ammala di amnesia, tocca a loro riconoscerne i sintomi. Distinguere i fatti dalle leggende, la memoria dalla propaganda, le responsabilità dalle autoassoluzioni. Naturalmente la diagnosi non sempre piace. Soprattutto quando il paziente occupa uno scranno istituzionale e preferirebbe sentirsi dire che il proprio passato gode di ottima salute. Peccato però che gli archivi storici, chiamati a custodire il nostro passato, non siano alla mercè dei potenti di turno.

E così, nell’Italia del 2026, il Presidente del Senato Ignazio La Russa pretende le mie scuse (peraltro da “signora”, non da docente universitaria) per aver ricordato nel programma televisivo Otto e mezzo, il Giovedì nero di Milano del 12 aprile 1973. Una manifestazione missina vietata dalle autorità della prefettura, gli scontri, una bomba a mano che uccide con un colpo in pieno petto, l’agente di polizia Antonio Marino, di appena ventidue anni.

La mia imperdonabile colpa? Aver posto una semplice domanda: quale trattamento sarebbe stato riservato ai protagonisti delle manifestazioni violente degli anni Settanta se fossero state applicate loro le misure di sicurezza che oggi la destra invoca, con fermezza, contro chi protesta? Le domande, si sa, hanno questo inconveniente: non sempre consentono risposte rassicuranti.

Ma Marc Bloch, che pagò con la vita la sua scelta di libertà contro la tirannia nazista, ci ha insegnato che lo storico non è un giudice incaricato di distribuire assoluzioni e condanne. Il suo compito è comprendere. E comprendere significa anzitutto interrogare le fonti, contestualizzare le azioni, ricostruire le responsabilità, le culture politiche, le appartenenze, i linguaggi della violenza. Senza piegare il passato alle convenienze del presente.

Per questo non ho mai attribuito a Ignazio La Russa responsabilità penali per l’omicidio Marino, non risultando una sua condanna per quel delitto. Rivendico però il diritto di esaminare e ricordare (con le carte alla mano) il ruolo politico che ebbe nella destra missina milanese. Perché la storia non coincide con il casellario giudiziale. E l’assenza di una condanna non equivale all’inesistenza di un passato. Del resto basta entrare in un archivio.

I fatti

Già il 13 aprile 1973 l’Unità pubblicava in prima pagina la notizia dell’uccisione dell’agente Marino, accompagnata da una fotografia che ancora oggi restituisce tutta la brutalità di quella giornata. Altre immagini documentano la mobilitazione missina, mentre le cronache dell’epoca ricostruiscono il ruolo dei dirigenti del Fronte della Gioventù. Ma soprattutto esistono gli atti giudiziari, conservati e resi consultabili on line dall’Archivio Flamigni.

Nella sentenza istruttoria del Tribunale di Milano, procedimento n. 2278/73-A, compare il nome di Ignazio La Russa, indicato come responsabile del Fronte della Gioventù milanese. L’atto riporta una contestazione relativa alla promozione dei disordini del 12 aprile e all’incitamento dei militanti a raggiungere piazza Tricolore, nonostante il divieto del comizio missino. Ovviamente si tratta di contestazioni istruttorie, non di condanne. Una distinzione che considero indispensabile. Anche perché il rigore dello storico consiste anche nel riconoscere ciò che le fonti non consentono di affermare.

Ma quelle carte esistono. E non diventano meno autentiche perché la loro lettura può risultare sgradevole a chi oggi ricopre un’alta carica della Repubblica. Come noto, il 27 maggio 1975 la Corte d’assise di Milano condannò Vittorio Loi a ventitré anni, Maurizio Murelli a vent’anni e Nico Azzi a tre anni. Le pene furono successivamente ridotte in appello e confermate dalla Cassazione nel febbraio 1978.

Un processo costellato di fatti inquietanti come l’incendio nel palazzo di Giustizia di Milano che la notte tra il 4 e il 5 ottobre 1977, distrusse parte degli atti di alcuni processuali, compreso quello contro Loi e Murelli. Documenti unici, frammenti di verità giudiziaria, consegnati per sempre alla cenere. È anche per questo che gli archivi non sono mausolei ma luoghi essenziali della democrazia, nei quali la società continua a interrogare sé stessa.

Trovo dunque singolare che il presidente del Senato abbia scelto di rispondere alle mie parole annunciando un’azione giudiziaria. E ancora più singolare (mi sia concesso) è il riferimento al «monitoraggio» delle dichiarazioni altrui. Come a dire, “colpirne uno per educarne cento”.

 

Monitoraggio. George Orwell, col suo 1984, ci aveva del resto avvertito: «Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato». La storia, però, non è un ufficio stampa al servizio del potere e gli storici non sono tenuti a chiedere scusa perché un fatto documentato risulta politicamente scomodo. Se una mia ricostruzione è sbagliata, la si confuti. Si producano documenti, si confrontino le fonti. È così che si affronta una controversia storica in una democrazia. Non chiedendo allo studioso un gesto di contrizione.

Dunque, presidente La Russa, lei ha tutto il diritto di difendere la propria reputazione, (diritto peraltro concesso a qualsiasi altro cittadino, persino a una “signora” come me). Come storica però io ho anche un dovere professionale, ovvero quello di interrogare il passato, anche quando riguarda le più alte cariche dello Stato. Erano, un tempo, i sovrani a pretendere genealogie impeccabili e cronache rispettose. E gli storici di corte (scribacchini proni al potere) avevano il compito di celebrare, non di interrogare. Così le biografie dei potenti venivano aggiustate, le sconfitte trasformate in vittorie, le responsabilità dissolte nella retorica della ragion di Stato.

La Repubblica italiana, fortunatamente, è nata per rompere con quella tradizione. Non è un caso che l’articolo 33 della Costituzione stabilisca che l’arte e la scienza siano libere e libero ne sia l’insegnamento. E attenzione, non si tratta di una concessione graziosamente accordata agli studiosi. Ma di una garanzia costituzionale, conquistata dopo vent’anni di dittatura, durante i quali anche la storia era stata trasformata in uno strumento di educazione all’obbedienza.
«Da sudditi siamo diventati cittadini», diceva Teresa Mattei, partigiana e madre costituente. «Perché abbiamo strappato la sovranità a un re traditore, a una casa Savoia traditrice e ce la siamo ripresa. Da quel giorno ognuno di noi è depositario di un pezzetto di sovranità».

Ecco il punto. Quella sovranità non fu riconquistata perché qualcuno potesse tornare a esercitarla come un privilegio personale, come se ci trovassimo nell’anticamera di un sovrano, in attesa di essere ammessi al suo cospetto, magari col capo cosparso di cenere, pronti a implorare clemenza per aver turbato la quiete di Sua Eccellenza. Quella sovranità fu conquistata affinché nessun cittadino dovesse più chiedere il permesso di pensare, di parlare, di studiare.
E soprattutto di ricordare. Perché i sovrani passano e i presidenti anche. La storia, invece, resta. E non chiederà mai il permesso di essere raccontata. Nemmeno ai potenti di turno.

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“Vorrei cogliere l’occasione per congratularmi con Marcuse, Horkheimer, Habermas e l’intera Scuola di Francoforte per essere morti prima di questa scadenza perché altrimenti, come Youssef Siher, sarebbero tutti imputati di incitamento alla rivoluzione“. Sono le parole pronunciate a L’aria che tira, su La7, dal giornalista Antonio Caprarica, che ricorre al sarcasmo per commentare il caso del 30enne fermato nell’inchiesta sui canali social del “Movimento 17 ottobre”.
L’intervento prende spunto da un cartello mostrato durante la trasmissione, nel quale vengono riepilogati i principali dubbi sull’inchiesta. A Siher non vengono contestati reati materialmente commessi durante gli scontri del 17 ottobre, le pagine social di cui è ritenuto ideatore e amministratore insieme alla moglie risultano create soltanto dopo la conclusione dei disordini del 18 ottobre, non emergono messaggi violenti scritti personalmente dal trentenne, mentre la contestazione della finalità di terrorismo si fonda anche sul “timore cagionato nella popolazione”.

Caprarica osserva: “Tra gli altri reati che vengono contestati a questo giovane c’è anche quello di incitamento alla rivoluzione, che peraltro figura in alcuni tra i principali testi della filosofia e della sociologia occidentale. Fino a prova contraria l’incitamento alla rivoluzione non rappresenta un reato, giacché, come è noto, un reato implica la commissione di un fatto atto a rovesciare le istituzioni in maniera violenta. Verrà fuori? Quando verrà fuori e se c’è questo, ne prenderemo atto”...

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Colonialità di potere, islamofobia e cittadinanza sotto sospetto: una lettura decoloniale del caso Youssef Siher - Angela Lano*

Il caso di Youssef Siher richiede una riflessione sui rapporti tra potere istituzionale, razzializzazione e criminalizzazione del dissenso nell’Italia contemporanea. Il ricercatore italiano di origine marocchina, trentenne, è stato fermato il 24 ottobre 2026 nell’ambito di un’indagine relativa ai canali digitali del Movimento 17 ottobre. Le notizie riportano accuse di istigazione a delinquere con finalità di terrorismo e di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. Le indagini sono in corso, pertanto le ipotesi accusatorie non equivalgono a fatti giudizialmente accertati.

Il contesto delle mobilitazioni e della risposta statale.

Il fermo di Siher è avvenuto in uno scenario di mobilitazioni giovanili e di intensificazione delle misure securitarie del governo italiano. Il 17 e il 18 ottobre 2026, il centro di Milano è stato teatro di scontri e saccheggi, nel contesto di manifestazioni contro il carovita, i finanziamenti alle guerre e i tagli di spesa destinati a scuola, università, sanità, ecc. La presenza di partecipanti molto giovani, provenienti soprattutto dalle periferie, e la circolazione di appelli alla mobilitazione attraverso i social network sono diventate elementi centrali del dibattito pubblico. Allo stesso tempo, esponenti del governo hanno iniziato a discutere di possibili “interferenze esterne” e forme di manipolazione digitale. Queste interpretazioni devono essere identificate come ipotesi, senza sostituirsi all’indagine sulle condizioni sociali e sulle responsabilità individuali.

È fondamentale distinguere questi avvenimenti dalla successiva nascita delle pagine del Movimento 17 ottobre: la pagina attribuita a Siher è stata creata dopo le proteste. Nei manifesti diffusi, il movimento adottava un linguaggio di rottura con la rappresentanza politica tradizionale, rivendicava autonomia ed esprimeva sfiducia nei confronti del governo e delle istituzioni. Questa dimensione permette di collocare la sua comunicazione nell’ambito di una contestazione generazionale.

La distinzione cronologica ha conseguenze sull’interpretazione pubblica del caso. Amministrare canali sorti dopo gli scontri non dimostra di aver organizzato gli avvenimenti precedenti, e tantomeno emergono finora collegamenti diretti tra Siher, sua moglie e gli autori degli scontri e dei saccheggi di quel fine settimana.

L’episodio si inserisce anche in un ampliamento delle misure di sicurezza. Il 24 ottobre si sono svolte manifestazioni in diverse città italiane sotto una forte presenza delle forze di polizia, con migliaia di identificazioni e centinaia di persone accompagnate in questura. Le mobilitazioni attribuite al Movimento 17 ottobre non si sono concretizzate come erano state annunciate.

Una lettura decoloniale interroga su ciò che accade quando questo scenario eterogeneo comincia a essere interpretato principalmente attraverso il linguaggio della minaccia. Il costo della vita, l’incertezza sul futuro e la crisi della rappresentanza possono perdere spazio a favore di una narrazione che concentra la spiegazione su leader occulti, influenze straniere o identità percepite come esterne alla comunità nazionale. Ciò significa ridurre gli avvenimenti a un problema di ordine pubblico e di repressione.

In questo processo, l’origine marocchina di Siher, la sua attività negli ambienti musulmani e la sua solidarietà alla Palestina possono essere pubblicamente accostate come se formassero una continuità esplicativa e costituenti una minaccia. Tale accostamento merita di essere contestato: un percorso intellettuale e politico non rappresenta una prova di finalità terroristiche. Il rischio di razzializzazione emerge precisamente quando le informazioni biografiche cominciano a conferire verosimiglianza a un’accusa prima che siano dimostrati i collegamenti pertinenti. Il modo in cui è stato presentato il suo percorso professionale rafforza questa questione.

Merita di essere esaminata anche la notizia secondo cui i procuratori avrebbero collegato le sue conoscenze informatiche alla capacità di sviluppare una strategia rivoluzionaria. Si tratta di un’argomentazione attribuita all’accusa, la cui pertinenza dipende dagli atti e dagli elementi concreti presentati. Competenza tecnologica, capacità organizzativa e critica politica non dimostrano un progetto terroristico e, inoltre, non vi sono elementi sui presunti contatti con hacker filorussi, ipotesi che circolava nella precedente copertura mediatica. La distinzione tra congettura ed evidenza è indispensabile per impedire che associazioni successive producano una colpevolezza per accumulo di sospetti.

Il contesto amplia, pertanto, la portata della riflessione sull’islamofobia istituzionale. La questione riguarda la possibilità che un cittadino italiano identificato come arabo e musulmano venga trasformato in una figura esplicativa di una crisi sociale più ampia. L’analisi decoloniale deve seguire il modo in cui questa rappresentazione viene costruita, quali differenze di trattamento produce e se influenza le decisioni istituzionali. Collocare il caso in questo scenario significa sostenere un’esigenza democratica concreta: indagare sulle condotte senza trasformare le appartenenze culturali in indizi, riconoscere le dimensioni sociali delle mobilitazioni e garantire che la risposta statale rimanga vincolata alla dimostrazione dei fatti. La cittadinanza di Siher non può essere messa tra parentesi a causa della sua origine familiare, così come la legittimità della critica politica non può dipendere dalla sua conformità alle aspettative del governo.

Una prospettiva decoloniale interroga le condizioni attraverso le quali determinate persone diventano più facilmente riconoscibili come minacce. Si domanda chi possa esprimere indignazione senza che venga messa in discussione la sua appartenenza nazionale, quali soggetti ricevano il beneficio del dubbio e quali identità vengano mobilitate per conferire plausibilità pubblica a un’accusa. Nel caso di Siher, questo approccio permette di esaminare i meccanismi attraverso i quali origine familiare, riferimenti culturali, partecipazione politica e produzione intellettuale possono essere riuniti in una narrazione del sospetto. Gli elementi pubblicamente disponibili, tuttavia, non bastano a stabilire che il procedimento giudiziario sia stato motivato da discriminazione religiosa o razziale. Consentono invece di analizzarne criticamente l’inquadramento pubblico e i rischi di riproduzione istituzionale dell’islamofobia.

L’islamofobia può funzionare come razzismo perché non si limita all’ostilità nei confronti di una dottrina religiosa. Trasforma le persone percepite come musulmane in appartenenti a una categoria presumibilmente omogenea, alla quale vengono attribuite caratteristiche come incompatibilità culturale, dubbia lealtà o propensione alla violenza. In questa operazione, nome, ascendenza, aspetto e legami comunitari possono contare più delle effettive convinzioni di ciascun individuo. L’identità attribuita comincia a orientare anticipatamente l’interpretazione delle sue parole e azioni.

È in questo senso che l’espressione “italiano di seconda generazione”, ripetuta nella copertura mediatico-politica su Siher, merita attenzione. Sebbene possa descrivere un percorso familiare, può anche produrre una cittadinanza permanentemente accompagnata da riserve. Alcuni cittadini appaiono semplicemente come italiani; altri devono portare con sé, a ogni esposizione pubblica, il ricordo di un’origine considerata esterna. Il confine nazionale viene così riprodotto all’interno della cittadinanza stessa. Il servizio biografico della Rai, la televisione di Stato italiana, sottolinea tanto la sua origine marocchina quanto il suo percorso accademico e la sua partecipazione all’organizzazione studentesca musulmana. Questi dati non costituiscono indizi di reato e devono rimanere chiaramente separati dalle condotte effettivamente oggetto d’indagine.

La colonialità del potere (Quijano, Grossfoguel) aiuta a comprendere questo confine interno. Il concetto permette di pensare la persistenza di gerarchie che distribuiscono in modo diseguale autorità, credibilità e appartenenza. Applicata al dibattito italiano, questa prospettiva mette in discussione una rappresentazione nazionale nella quale la presenza araba e musulmana continua a essere trattata come un elemento esterno, soggetto a ricorrenti dimostrazioni di integrazione. Un cittadino razzializzato può studiare, lavorare e partecipare alla vita pubblica e, ciò nonostante, vedere messa in discussione la propria legittimità quando assume una posizione politica di contrapposizione.

In questo contesto, la figura del ricercatore musulmano politicamente attivo può produrre una tensione particolare. La sua presenza contraddice l’aspettativa secondo cui il soggetto razzializzato debba apparire soprattutto come destinatario di integrazione, assistenza o sorveglianza. Quando produce conoscenza e organizza discorsi propri, rivendica l’autorità di interpretare la società in cui vive. Una lettura decoloniale esamina precisamente il passaggio attraverso il quale questa autonomia intellettuale può essere rappresentata come capacità di manipolazione o pericolo.

La definizione di Siher come “mente” del movimento deve essere discussa in questa prospettiva. La parola suggerisce comando, pianificazione e responsabilità centrale, potendo conferire un’apparenza di conclusione a un’ipotesi investigativa. Esiste, inoltre, una questione cronologica rilevante: secondo la Rai, i canali amministrati da Siher sono stati creati dopo gli scontri del 17 ottobre. Questa posteriorità impedisce che l’amministrazione delle pagine venga assunta automaticamente come prova della direzione degli avvenimenti precedenti. Ogni responsabilità deve essere dimostrata mediante elementi specifici.

La dimensione istituzionale del problema emerge quando categorie prodotte dall’indagine circolano come verità accertate tra autorità politiche e mezzi di comunicazione. Nel materiale pubblicato dalla Rai, le dichiarazioni di esponenti del governo presentano l’identificazione dell’indagato come dimostrazione dell’efficacia statale e associano il suo percorso professionale all’episodio. Un’interpretazione decoloniale può leggere questo inquadramento come un’aspettativa di gratitudine: le opportunità di studio e lavoro appaiono implicitamente come concessioni che dovrebbero produrre conformità. Tuttavia, diritti, formazione e partecipazione pubblica non costituiscono favori la cui contropartita sia il silenzio politico.

L’origine geografica di un riferimento politico non ne dimostra la natura terroristica; né basta individuare un linguaggio politicamente antagonico per risolvere la questione della responsabilità penale: l’esame critico deve domandarsi che cosa sia stato effettivamente proposto, contro chi, con quali mezzi e attraverso quali collegamenti dimostrabili.

Qui si pone una questione di giustizia epistemica: i riferimenti politici arabi ricevono lo stesso trattamento interpretativo riservato ad altre tradizioni di contestazione? Quando viene evocata un’esperienza di mobilitazione, ne viene analizzato il contenuto oppure la sua provenienza culturale produce già una presunzione di pericolo? Queste domande mirano a impedire che la conoscenza delle società arabe e musulmane venga trasformata, per associazione, in un segnale di adesione alla violenza.

Un’analisi decoloniale deve anche evitare la confusione tra categorie distinte: essere arabo, essere musulmano, studiare l’Islam politico e partecipare alla solidarietà con la Palestina non costituiscono prove di partecipazione criminale. Quando queste dimensioni vengono concatenate senza dimostrare i collegamenti pertinenti, si forma un sospetto cumulativo: ogni elemento biografico sembra confermare gli altri, sebbene l’insieme possa continuare a non provare la condotta contestata.

È in questa trasformazione dell’identità in indizio che il razzismo islamofobico acquisisce un potenziale istituzionale. Può operare senza dichiarazioni esplicitamente ostili, attraverso criteri apparentemente neutrali che attribuiscono pesi diversi a comportamenti simili.

La questione centrale, pertanto, è la possibilità di una cittadinanza senza tutela razziale: le persone italiane di origine araba o identificate come musulmane devono poter produrre conoscenza, organizzarsi e contestare le politiche pubbliche con le stesse garanzie assicurate alle altre. L’attribuzione di responsabilità per eventuali reati deve fondarsi su condotte dimostrate; l’origine familiare, la religione e la solidarietà politica non possono colmare lacune probatorie.

Alla luce delle informazioni disponibili al 26 ottobre 2026, il caso di Youssef Siher consente una critica decoloniale dei meccanismi di razzializzazione presenti nel dibattito pubblico e dei rischi della loro incorporazione nell’azione istituzionale.

*Storica, docente universitaria e giornalista.

 

Riferimenti e approfondimenti bibliografici

Almeida, Silvio. Racismo estrutural. São Paulo: Pólen, 2019.

Bonilla-Silva, Eduardo. Rethinking racism: toward a structural interpretation. American Sociological Review, v. 62, n. 3, p. 465–480, 1997.

Bonilla-Silva, Eduardo. Racism without Racists: Color-Blind Racism and the Persistence of Racial Inequality in America. Lanham: Rowman & Littlefield.

Du Bois, W. E. B. The Souls of Black Folk. Chicago: A. C. McClurg, 1903.

Feagin, Joe R. Systemic Racism: A Theory of Oppression. New York: Routledge, 2006.

Grossfoguel, Ramo?n. Para descolonizar os estudos de economia política e os estudos pós-coloniais: transmodernidade, pensamento de fronteira e colonialidade global. Coimbra:

Revista Critica de Ciencias Sociais n. 80, mar. 2008,

https://journals.openedition.org/rccs/697

Quijano, Anibal. Colonialidade do poder.

https://it.scribd.com/document/982795777/Colonialidade-Do-Poder-Anibal-Quijano

https://www.scielo.br/j/inter/a/wbtt55LdndtrwkfkvRN5vqb/?format=html&lang=pt

SAID, Edward. Orientalismo, 1978

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La mano invisibile con il manganello - Lavinia Marchetti

 

Il neoliberismo, la violenza, la guerra, la povertà e poi... noi!

Non so a voi, ma a me piacerebbe vivere in una società dove i giornali, le TV e i social si domandassero in continuazione:

da quando noi, come società, abbiamo cominciato a considerare un ragazzo che protesta per la propria istruzione un pericolo abbastanza grave da affrontare con armi capaci di mutilarlo?

La risposta, temo, richiede di risalire parecchio indietro, fin troppo per un articolo. Dovremmo risalire fino alle origini di quel neoliberismo che per decenni ci è stato presentato come la massima espressione della libertà individuale e della prosperità democratica. Un sistema capace di attribuire alla ricchezza privata un valore politico crescente e totalizzante e che ha reso le richieste di giustizia sociale un’intrusione indebita negli affari dell’economia.

DEL RESTO, QUALE LIBERTÀ? E SOPRATTUTTO, PER CHI?

Il capitalismo ha saputo convivere con forme politiche assai differenti. La democrazia parlamentare gli ha offerto una considerevole legittimazione, consentendo alle classi proprietarie di conservare ampi margini di influenza sulle decisioni pubbliche. Le grandi conquiste sociali del Novecento hanno tuttavia imposto limiti concreti all’accumulazione privata. Non scordiamoci, tra l’altro, che il blocco sovietico, piaccia o meno, faceva da contraltare ideologico all’erosione dei diritti. Il comunismo, più il suo spauracchio che il comunismo reale, agitava non poco l’altra parte del privilegio che comunque, anche per questo, scendeva a compromessi. Sindacati, organizzazioni dei lavoratori e movimenti popolari hanno ottenuto salari migliori, tutele e servizi pubblici attraverso conflitti spesso durissimi. Lo Stato sociale europeo è nato anche da quelle lotte, dalla paura che le classi dirigenti nutrivano nei confronti di una popolazione organizzata e capace di contendere loro il comando.

Per un certo tempo il compromesso ha retto. Poi una parte influente del pensiero economico e politico ha cominciato a lavorare per ridimensionarlo.

Le origini intellettuali del neoliberismo precedono di diversi decenni Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Nel 1938, al Colloque Walter Lippmann di Parigi, economisti e filosofi discutono la rifondazione del liberalismo. Nel 1947 Friedrich von Hayek promuove la nascita della Mont Pelerin Society, riunendo studiosi preoccupati dall’espansione dell’intervento pubblico e dall’influenza politica del socialismo. Le posizioni dei partecipanti erano differenti, talvolta inconciliabili. Condividevano tuttavia l’intenzione di riconsiderare il rapporto fra mercato e Stato, anche alla luce delle trasformazioni prodotte dalle organizzazioni operaie e dalle politiche sociali.

Il punto decisivo riguarda il potere di decidere. Fino a quale limite una maggioranza democratica può intervenire sui rapporti di proprietà? Può stabilire che un bene essenziale debba essere sottratto alla speculazione? Può subordinare gli interessi degli investitori a quelli di una comunità?

La storia successiva del neoliberismo mostra quanto queste domande siano state importanti per i suoi teorici e per coloro che ne hanno sostenuto l’affermazione politica. Lo storico Quinn Slobodian ha ricostruito il lavoro intellettuale compiuto per proteggere il mercato mondiale dalle rivendicazioni democratiche degli Stati. Nel suo Globalists (2018) emerge un progetto assai lontano dall’immagine ingenua di un’economia finalmente liberata dalle interferenze governative. Le istituzioni pubbliche continuano a svolgere un ruolo essenziale, soprattutto quando occorre preservare la libertà di movimento dei capitali e difendere gli investimenti dalle decisioni politiche considerate sfavorevoli.

IL NEOLIBERISMO HA BISOGNO DELLO STATO. DI UNO STATO PARTICOLARMENTE ENERGICO QUANDO DEVE DIFENDERE GLI INTERESSI ECONOMICI DOMINANTI.

Io considero il Cile uno spartiacque di tutto questo. Un esperimento vero e proprio. Come Gaza lo sarà per i prossimi decenni. L’11 settembre 1973 il governo democraticamente eletto di Salvador Allende viene rovesciato da un colpo di Stato militare. La dittatura di Augusto Pinochet imprigiona, tortura e uccide gli oppositori. A partire dal 1975, un gruppo di economisti formati nell’ambiente dell’Università di Chicago, i cosiddetti Chicago Boys, assume un ruolo determinante nella trasformazione economica del Paese. Privatizzazioni, liberalizzazioni e ridimensionamento dell’intervento pubblico vengono perseguiti sotto un regime che ha soppresso le libertà politiche fondamentali. Uno dei primi grandi esperimenti neoliberali del Novecento prende forma dentro una dittatura militare. Il mercato viene proclamato libero in una società privata della possibilità di scegliere democraticamente il proprio governo.

La violenza del regime cileno possedeva una storia politica specifica, legata alla guerra fredda e all’anticomunismo. Il suo impiego contro le organizzazioni popolari rese possibile anche una trasformazione dei rapporti economici che avrebbe incontrato una resistenza ben maggiore in condizioni di piena libertà politica.

Negli anni successivi, il neoliberismo si presenta al mondo occidentale con un volto molto accomodante e promette all’intero mondo occidentale benessere e autonomia individuale. La concorrenza viene celebrata quale principio ordinatore della società, così il successo economico acquisisce una crescente autorità fino a far divampare nel nostro mondo l’idea che chi possiede molto abbia necessariamente compreso qualcosa della vita che gli altri ignorano. Lo sfruttamento, i fondi speculativi, le differenze di classe vengono pian piano rimossi.

Ai poveri viene chiesto di migliorarsi. Ai ricchi viene concesso di spiegare perché la povertà dipenda dai poveri.

È un mutamento antropologico considerevole.

Wendy Brown, in Undoing the Demos (2015), studia il modo in cui la razionalità neoliberale riduce progressivamente il cittadino a capitale umano, valutando l’esistenza secondo criteri economici. La conseguenza politica riguarda la stessa idea di sovranità popolare. Il diritto di partecipare alle decisioni collettive perde consistenza se le questioni decisive vengono presentate come necessità economiche sottratte alla discussione, anche le guerre passano sotto il vaglio dell’economia, anche se truccate con i diritti umani.

Del resto: «ce lo chiedono i mercati». Chi sarebbero, precisamente, questi mercati? Quali persone prendono le decisioni? Chi trae vantaggio dalle misure imposte in loro nome? E perché la possibilità di contestarle dovrebbe essere considerata un segno di irresponsabilità?

In quella formula impersonale scompare un rapporto sociale profondamente diseguale. Il proprietario di un grande patrimonio e il lavoratore che fatica a pagare l’affitto diventano formalmente due individui liberi di competere. La loro libertà ha tuttavia una consistenza materiale assai diversa. Il primo dispone di risorse sufficienti per influenzare le istituzioni e proteggersi dalle crisi, il secondo può essere costretto ad accettare condizioni sempre peggiori per conservare i mezzi della propria sussistenza.

La crisi del 2008

Il meccanismo diventa ancora più evidente quando il sistema attraversa una crisi. Nel 2008, dopo il collasso finanziario internazionale, ingenti risorse pubbliche vengono mobilitate per sostenere gli istituti bancari e impedire un tracollo generale. Negli anni successivi, soprattutto in Europa, i debiti pubblici e la necessità del consolidamento fiscale diventano argomenti centrali per giustificare politiche restrittive e sacrifici sociali. La crisi prodotta nel settore finanziario finisce così per incidere anche sulla possibilità di finanziare diritti collettivi.

Naomi Klein aveva già individuato un fenomeno analogo in The Shock Doctrine (2007), ricostruendo il modo in cui guerre e catastrofi possono trasformarsi in occasioni per imporre privatizzazioni e programmi economici profondamente contestati. La sua tesi sul capitalismo dei disastri riguarda precisamente questo sfruttamento politico dello sconvolgimento collettivo. Una popolazione impoverita e spaventata dispone di minori energie per organizzare una resistenza efficace; chi possiede capitali può invece trovare nuove possibilità di acquisizione e profitto.

LA PAURA DIVENTA UNA RISORSA POLITICA

Gli individui sottoposti a una minaccia continuativa finiscono spesso per attribuire una priorità assoluta alla sicurezza. L’emergenza comprime il tempo della discussione e incoraggia l’accettazione di misure eccezionali. Ciò permette di comprendere perché l’appello alla necessità sia tanto frequente nelle politiche economiche contemporanee. Una decisione presentata come inevitabile sottrae spazio a qualsiasi scelta e alternativa e così disarma preventivamente il dissenso.

La produzione deliberata di paura costituisce una possibile strategia di governo. La pandemia ne è stato un esempio cristallino. Esiste però un fatto politico che possiamo osservare con maggiore chiarezza: le crisi offrono a chi governa l’occasione di concentrare poteri e modificare i rapporti sociali, soprattutto quando le opposizioni risultano indebolite, rapporti che dopo una crisi non tornano mai come erano prima.

Nel dicembre 2025 lo Stockholm International Peace Research Institute ha documentato che i ricavi militari delle cento maggiori imprese mondiali del settore avevano raggiunto nel 2024 i 679 miliardi di dollari, con un aumento reale del 5,9 per cento rispetto all’anno precedente. La domanda era cresciuta anche per effetto delle guerre in Ucraina e a Gaza. Gli interessi industriali legati agli armamenti acquisiscono così un peso economico considerevole, alimentato da bilanci pubblici e decisioni strategiche dei governi. Una guerra può avere origini molteplici e contemporaneamente diventare un affare straordinariamente redditizio. La sua prosecuzione può favorire imprese e settori economici che sviluppano un interesse materiale alla permanenza di elevati livelli di spesa militare.

La domanda politica riguarda allora la capacità delle istituzioni democratiche di esercitare un controllo effettivo su questi interessi.

Quanto potere conservano i cittadini quando le politiche economiche vengono considerate obbligate, le spese militari diventano prioritarie e il dissenso viene progressivamente trattato come una minaccia alla stabilità?

La società neoliberale incoraggia il cittadino a considerarsi responsabile del proprio destino. Gli insegna che deve competere, accrescere le proprie competenze e accettare il rischio come condizione ordinaria dell’esistenza. Quando quello stesso cittadino scopre che il proprio salario è insufficiente, che la scuola pubblica cade a pezzi o che una casa è diventata economicamente irraggiungibile, gli si chiede ancora di adattarsi. Se pretende che le istituzioni intervengano, entra nel territorio del conflitto politico.

Così il manganello diventa il segno materiale di una contraddizione fra il diritto formalmente riconosciuto di protestare e la crescente difficoltà di contestare le decisioni economiche. La violenza esercitata contro manifestanti minorenni rende particolarmente evidente quanto possa essere pericoloso affidare la soluzione delle tensioni sociali a una risposta prevalentemente securitaria.

La Francia offre in queste settimane un esempio impressionante. Migliaia di studenti protestano per le condizioni dell’istruzione e denunciano l’insufficienza degli investimenti pubblici. Il dibattito politico riguarda contemporaneamente il contenimento del deficit e il bilancio dello Stato. Su quelle medesime strade compaiono le forze antisommossa. E un ragazzo perde una mano.

Angela Davis, in Freedom Is a Constant Struggle (2016), invita a riconoscere i collegamenti internazionali fra militarizzazione della polizia, razzismo e repressione violenta. La sua riflessione nasce anche dall’esperienza di Ferguson e dalla solidarietà con la Palestina. Mostra come apparati e pratiche di sicurezza possano assumere caratteristiche simili in contesti storicamente differenti, rendendo necessaria un’analisi delle relazioni fra coercizione statale e disuguaglianza. Il rapporto fra le pratiche israeliane nei territori palestinesi occupati, la militarizzazione della sicurezza negli Stati Uniti e la repressione delle proteste europee meriterebbe uno studio comparativo. Intanto possiamo osservare la questione dell’assuefazione pubblica alla violenza istituzionale e il suo possibile impiego contro gruppi considerati pericolosi.

Nel numero del 2 ottobre 2026 di Internazionale, Naomi Klein e Astra Taylor descrivono l’emergere di un’alleanza fra settori dell’estrema destra e grandi concentrazioni di potere tecnologico. La definiscono «fascismo dell’apocalisse». La loro analisi insiste su una prospettiva particolarmente inquietante: la possibilità che una parte delle élite consideri ormai preferibile proteggere la propria sopravvivenza e le proprie ricchezze anziché impegnarsi nella soluzione collettiva delle crisi. L’idea di un mondo condiviso cede il posto alla difesa esclusiva del privilegio.

Il bunker dei miliardari ne è simbolo e sintomo. Esprime la volontà di sottrarsi alle conseguenze di processi economici e ambientali ai quali i grandi detentori di ricchezza hanno contribuito in misura determinante. Ed ecco che la protezione privata sostituisce l’investimento nei beni comuni, così l’insicurezza viene lasciata a chi possiede minori risorse. Questa tendenza può essere letta come uno degli esiti estremi dell’individualismo neoliberale. La competizione, elevata a criterio generale dell’esistenza, rende progressivamente più difficile riconoscere una responsabilità collettiva verso coloro che restano esclusi dai suoi benefici.

DEMOCRAZIA? DOVE? COME? QUANDO?

Continuiamo a chiamare democrazia questa faccenda piuttosto singolare per cui un operaio può scegliere periodicamente chi governerà il Paese, e un grande azionista può esercitare un’influenza sulle decisioni pubbliche che quell’operaio non riuscirà mai a esercitare durante l’intera esistenza. Il primo dispone di una X su un foglietto, il secondo di patrimoni sufficienti a finanziare partiti e acquistare mezzi d’informazione, con la facoltà supplementare di minacciare la fuga dei capitali quando una maggioranza pretende di tassarlo. Eppure ci avevano beffardamente insegnato che la democrazia occidentale rappresenta il compimento della libertà politica. Bisognerebbe almeno avere il pudore di specificare quale libertà, visto che il diritto di voto ha ben poco da offrire a chi vede le proprie condizioni materiali subordinate agli interessi di una minoranza proprietaria. Il capitalismo ha trovato nella rappresentanza parlamentare una forma di legittimazione straordinariamente efficace, soprattutto nella stagione neoliberale, durante la quale la sovranità popolare è stata progressivamente confinata entro i limiti di ciò che gli investitori sono disposti ad accettare e, come vediamo, accettano sempre di meno.

Si possono cambiare i governi, certo, ma cambiare i governi non cambia i rapporti economici che ci ricattano. Appena la maggioranza pretende di mettere in discussione la distribuzione della ricchezza, il mercato viene evocato come un’autorità superiore alla volontà degli elettori, come se fosse una divinità suscettibile di vendicarsi delle nostre intemperanze redistributive. E abbiamo finito per accettare questa superstizione con una docilità che si confà a dei discepoli di una setta.

La cosa diventa persino grottesca se rileggiamo la Costituzione italiana, che all’articolo 41 stabilisce espressamente che l’iniziativa economica privata è libera entro i limiti dell’utilità sociale e del rispetto della dignità umana, prevedendo inoltre la possibilità di indirizzare l’attività economica verso fini sociali. All’articolo 17 riconosce ai cittadini il diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. Mi piacerebbe sapere in quale momento abbiamo permesso che questi principi venissero praticamente rovesciati, al punto che la proprietà privata pretende una tutela quasi sacrale (difendete i cassonetti! Nessuno tocchi i cassonetti!) e chi scende in piazza per rivendicare i diritti costituzionali finisce per essere trattato come un elemento di perturbazione dell’ordine pubblico. Dovremmo interrogarci sul significato di quell’ordine, non vi pare? Non so se ci avete fatto caso, ma la sua conservazione sembra richiedere sacrifici assai diversi a seconda della posizione sociale di chi viene chiamato a rispettarlo. Per il grande capitale la stabilità significa poter continuare ad accumulare ricchezza, per chi lavora significa spesso dover accettare l’ennesima rinuncia senza turbare la serenità dei mercati. E quando la popolazione decide che di rinunce ne ha fatte abbastanza, ecco comparire le camionette, i reparti antisommossa e la consueta folla di commentatori indignati per una vetrina infranta. Che palle. Strana concezione della civiltà, quella che trova intollerabile il danneggiamento di una vetrina e riesce a discutere con ammirevole compostezza della mutilazione di un adolescente. Questo è il mondo neoliberale e la polizia è la diga tra noi e loro.

Il successo forse più ripugnante del neoliberismo, tuttavia, riguarda ciò che è riuscito a introdurre nella coscienza delle persone. Abbiamo interiorizzato l’idea che il fallimento economico costituisca una colpa individuale, che la povertà denunci un’insufficienza morale e che perfino l’impossibilità di vivere dignitosamente del proprio lavoro dipenda da un difetto di intraprendenza.

La vecchia ideologia del merito ha avuto bisogno di questa mistificazione per presentare le disuguaglianze come risultati naturali di una competizione equa, cancellando con un colpo di spugna le condizioni di partenza e il peso della proprietà ereditata. Il neoliberismo ha perfezionato questa operazione fino a trasformare lo sfruttamento in una questione di responsabilità personale. L’individuo impoverito finisce per vergognarsi della propria condizione, attribuendo a se stesso le conseguenze di decisioni economiche sulle quali ha avuto un’influenza pressoché nulla. Ed è un risultato politico formidabile, se ci pensiamo. Il lavoratore che si considera personalmente responsabile della propria miseria avrà maggiori difficoltà a riconoscere interessi comuni con gli altri lavoratori. Il disagio sociale, privatizzato, perde così la sua forza conflittuale. Alla classe proprietaria viene risparmiata persino la fatica di giustificare i propri privilegi, perché l’ideologia dominante li ha già consacrati come ricompensa di una superiorità individuale.

Naturalmente questa mistificazione incontra un limite quando chi subisce lo sfruttamento riconosce finalmente nella propria condizione un problema politico. La vergogna, in certi frangenti di accumulo della frustrazione, può lasciare il posto alla collera e la rassegnazione può trasformarsi in volontà di organizzarsi. La possibilità di trasformare una sofferenza individuale in una rivendicazione collettiva è ciò che preoccupa di più il potere economico. La repressione poliziesca si inscrive in questa paura, soprattutto quando viene esercitata contro persone che chiedono il rispetto di diritti già riconosciuti dagli ordinamenti costituzionali.

Trovo francamente osceno che governi pronti a invocare la democrazia per giustificare sacrifici economici e perfino interventi militari mostrino tanta insofferenza verso la sua espressione più elementare che è il dissenso organizzato. Per quale ragione una popolazione dovrebbe riconoscere come democratico un ordine politico che le concede di esprimere periodicamente una preferenza elettorale e pretende poi che accetti come inevitabili le decisioni assunte nell’interesse dei grandi patrimoni? La questione riguarda il rapporto di classe che attraversa le istituzioni e la possibilità stessa di sottoporre l’accumulazione privata al controllo della sovranità popolare. Finché la ricchezza potrà esercitare un’influenza sproporzionata sulle decisioni collettive, la democrazia non potrà definirsi tale.

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