giovedì 22 ottobre 2026

Chi fa schifo chi - Enrico Campofreda

 

Fa più schifo il gesto violento e insulso di spaccare una vetrina, come hanno fatto i minorenni di periferia calati nel salotto della meneghina via Torino, così tanto per il gusto di farlo o per portarsi via un paio di calzature della moda sportiva Under Amour? Oppure dà più ribrezzo constatare i prezzi di quelle vetrine, non sempre esposti, e comunque oltremisura cari? Il Customer care dirà che no, ce n’è per tutte le tasche, scarpe da 250 euro ma pure da 39,99 basta cercare i modelli. Però le tasche dei ragazzi di Corvetto possono esser vuote, dipende dal reddito familiare, e se si abita lì o alla Barona, insomma, anche i genitori non se la passano neppure da ceto medio impoverito. Questo basta per spaccare? Probabilmente no, ma non è questo il punto. Ciò  che la politica tutta in Parlamento s’appresta ancora una volta a censurare è un’ira giudicata senza scopo se non far casino, una rabbia già bollata come opera di “maranza” secondo la Lega, “terrorista” per i Fratelli d’Italia, “feccia” dai seguaci dello spirito di Silvio Berlusconi che la Milano e la nazione classista e razzista hanno avuto premura di rilanciare trent’anni or sono. Poi nell’altra parte dell’emiciclo i nasi strizzati sono quelli sedicenti progressisti che allargano il campo - ma a chi, alle carriere dei loro famigli? - e con una simile puzzetta sotto le frogie pontificano. Tutti a recitare la litanìa della malvagità della violenza e della necessità d’un fronte comune contro i teppisti senza sforzarsi, non tanto di cercare le cause dell’insensata collera, ma neppure di farsi raccontare come si vive nelle periferie-ghetto. Poiché se i poco più che bambini che si sentono potenti e importanti quando il clamore del gesto fa da eco e da ulteriore richiamo possono venire compresi, educati, reinstradati, inseriti attraverso l’impegno di società, parenti, insegnanti, la politica e i suoi sacerdoti che hanno il reale potere su ogni cosa accada attorno a noi, per quanto mostrano da anni e decenni  devono essere azzerati. 

 

Perché hanno fallito. Hanno riempito i loro stessi governi, i media sviolinatori, le teste degli elettori di promesse inattuate o favole inventate per la bisogna della propria sopravvivenza e quella d’un sistema che abbandona a sé i luoghi d’educazione pubblica sviliti a avviliti da una voluta indigenza amministrativa; coi cumuli di cemento di periferie-rifiuto cedute alle losche faccende della malavita organizzata che può reclutare anche i ragazzini dello spacco per un altro genere di spaccature, quelle cerebrali dello spaccio di droghe. Dello stato sociale tagliato e triturato, di diritti costituzionali sempre più negati, dallo studio, al lavoro, alla salute, la cosiddetta società del benessere non di tutti e certamente non per tutti cosa propone da anni se non l’affarismo d’una merceologia arrembante per chi ha e può spendere? Dall’abbigliamento sportivo a quello lussuoso, dal turismo inteso come investimento non come conoscenza, ottundendo quell’apprendimento antropologico, sociale, culturale rappresentato dal viaggio ora impedito non dalle antiche frontiere fra gli Stati ma dal caro-biglietti d’ogni mezzo rapido di locomozione imposto dalle major del trasporto. Resta poco al ragazzotto di periferia nato marginale e marginalizzato da certe schifezze di città, trasformate dai signori del business nel divertimentificio sostenuto con le carte di credito. Società dell’Avere che fagocita quella dell’Essere, e per la pace dei pensatori d’antan è sempre stato così. Perciò si cercava la rivolta. Ahinoi, è sempre più così. E se solo un cinquantennio addietro c’era chi sperava e sperimentava d’attraversare i tentacoli speculativi dell’omologazione, ora chi governa le nostre città e le nostre vite ai bambini cresciuti male e svezzati peggio impone di tacere, adeguarsi o sfibrarsi nell’alienazione quotidiana. Fanno schifo i sepolcri imbiancati della politica, non i disperati della domenica. Quest’ultimi sono le loro ignare vittime, non i responsabili dello sfascio.

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mercoledì 21 ottobre 2026

“Gli stranieri in Italia danno molto e ricevono poco”: il rapporto Migrantes sui confini che restano “ben oltre le frontiere” - Franz Baraggino

Permessi difficili da ottenere, lavoro povero, esclusione abitativa e giovani senza prospettive. I dati, l'analisi e le proposte per superare le barriere all'integrazione

Gli ostacoli all’ingresso regolare, i permessi di soggiorno sempre più difficili da ottenere, rinnovare o conservare, il lavoro povero, l’esclusione abitativa. Sono i confini invisibili che producono irregolarità e marginalità anche per chi vive e lavora da anni in Italia. È la denuncia al centro del nuovo Rapporto Immigrazione 2026 di Caritas Italiana e Fondazione Migrantes, presentato oggi a Roma e giunto alla 35esima edizione: mentre la politica italiana ed europea concentra l’attenzione sul controllo delle frontiere e sui rimpatri, le barriere che impediscono l’integrazione continuano a moltiplicarsi. “Viviamo in una stagione storica nella quale si moltiplicano le linee di separazione e si restringono gli spazi dell’incontro”, scrivono i due organismi della Chiesa italiana. “Aumentano i dispositivi di controllo, mentre si indebolisce la capacità di riconoscere l’altro”.

Il rapporto denuncia l'”inefficienza e opacità dei canali regolari di ingresso” e la mancanza di strumenti per ottenere o conservare un permesso di soggiorno, anche quando esistono percorsi concreti di integrazione. Un problema destinato a riproporsi con il decreto Flussi 2027, per il quale il 23 ottobre comincerà la precompilazione delle domande relative a 165mila ingressi programmati dal governo Meloni. L’indagine condotta attraverso le Caritas diocesane torna a fotografare il sistema nel quale l’ingresso formalmente legale può nascondere truffe, debiti e dipendenza dai datori di lavoro: chi arriva può scoprire che l’impiego promesso non esiste e ritrovarsi senza la possibilità di regolarizzare la propria posizione. Come già ha evidenziato anche dalla campagna Ero Straniero, il problema è misurabile. Per il decreto Flussi 2024, su 146.850 quote programmate, risultavano 24.858 permessi di soggiorno in via di rilascio, appena il 16,9%. La campagna stima inoltre che 1.836 persone entrate regolarmente siano rimaste senza titolo. Per il 2025, i dati ancora provvisori raccolti a dicembre indicavano 14.349 permessi su 181.450 quote, il 7,9%, e altre 11.686 persone a rischio di irregolarità. Numeri che non equivalgono a ingressi mancati o a lavoratori diventati tutti irregolari, ma documentano la distanza fra programmazione e risultati. Distanza da tenere a mente visto che a fine 2025, secondo le stime ISMU, in Italia gli stranieri in condizione di soggiorno irregolare erano 339mila, mentre i rimpatri effettuati nell’anno sono stati 6.772. E da confrontare con i risultati della regolarizzazione straordinaria del 2020: 131.764 permessi rilasciati, oltre 140 milioni di euro versati per contributi e oneri amministrativi e una stima di 228 milioni annui di entrate fiscali e previdenziali dalle posizioni emerse. Un’esperienza che dimostra la convenienza economica e sociale di percorsi ordinari di regolarizzazione.

È la direzione indicata da Caritas e Migrantes nel Rapporto 2026, che propone un permesso di soggiorno per “radicamento sociale”, capace di riconoscere chi ha costruito legami stabili nel Paese, insieme a maggiori risorse per il Fondo nazionale per le politiche migratorie. L’obiettivo è evitare che una difficoltà amministrativa cancelli anni di lavoro e integrazione, alimentando nuove condizioni di precarietà e nuova irregolarità alla quale si pretende di rispondere unicamente con qualche migliaio di rimpatri. Ma le proposte vanno oltre e Caritas e Migrantes le mettono in fila nei “Dieci impegni urgenti” presentati insieme al Rapporto. Fermare le politiche che esternalizzano il controllo delle frontiere senza adeguate garanzie sui diritti umani, introdurre un “monitoraggio indipendente” del Patto europeo su migrazione e asilo e ampliare i corridoi umanitari, anche per studio e lavoro. Sul fronte interno sollecitano una “riforma della cittadinanza” che riconosca i percorsi dei giovani cresciuti in Italia, il superamento delle discriminazioni salariali e delle difficoltà di riconoscimento dei titoli di studio, oltre a un ripensamento del welfare, dal quale denunciano che gli stranieri sono “pressoché esclusi” per quanto riguarda le misure contro la povertà. Infine, una richiesta alle istituzioni: rendere disponibili dati pubblici aggiornati e accessibili. Problema col quale si è scontrato anche il Rapporto 2026, in particolare per quelli chiesti al ministero dell’Interno e a quello dell’Istruzione e del Merito. Una carenza che, denunciano Caritas e Migrantes, “non ha consentito di aggiornare alcuni indicatori e di cogliere pienamente le dinamiche più recenti dei flussi e della composizione della popolazione straniera presente nel Paese”.

Disuguaglianze che disegnano altri confini, dunque, e non riguardano solo chi è senza documenti. Al primo gennaio 2026 gli stranieri residenti sono 5,56 milioni, il 9,4% della popolazione. I 2,6 milioni di occupati stranieri hanno generato nel 2025, anche secondo le recenti stime della Fondazione Leone Moressa, 196 miliardi di valore aggiunto, pari al 9,7% del Pil. Eppure il 29% svolge professioni non qualificate, contro l’8% degli italiani. Il reddito medio dichiarato dai contribuenti stranieri è di circa 17mila euro, contro quasi 27mila per i nati in Italia. La sintesi del Rapporto Migrantes: “Danno molto al Paese e ricevono poco”. Una marginalità che si trasmette anche alle nuove generazioni. Tra i giovani con background migratorio, il 30% non studia né lavora, contro il 17% del gruppo di confronto. Persistono divari negli apprendimenti e un maggiore rischio di abbandono scolastico. E avere un’occupazione non garantisce di uscire dalla povertà: tra gli stranieri assistiti dai Centri di ascolto Caritas, il 29,4% è costituito da lavoratori poveri, contro il 17,4% degli utenti italiani. C’è poi la casa, una delle principali barriere all’autonomia e dunque all’integrazione. Il 60% del bilancio delle famiglie straniere è assorbito dai bisogni essenziali; nel confronto europeo riportato dal rapporto, oltre un terzo dei cittadini non comunitari vive in abitazioni sovraffollate, contro circa il 14% dei cittadini nazionali. Un’immigrazione che intanto cambia volto: gli stranieri con almeno 65 anni di età sono oggi 381.209, il 6,9% dei residenti stranieri, contro il 3,7% di dieci anni fa. Crescono così le esigenze di assistenza, cure e stabilità abitativa. L’invito del Rapporto 2026 è a guardare oltre l’emergenza e la logica dei respingimenti. E contesta l’idea che i confini finiscano alle frontiere geografiche: continuano nel lavoro, nella scuola, nella casa e nell’accesso ai diritti. La distinzione proposta è tra il confine che separa e la frontiera che mette in relazione. Perché, ricordano Caritas e Migrantes, “prima di confini, definizioni e istituzioni ci sono sempre le persone”.

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Franco Fracassi: il Governo Meloni ci sta portando alla Dittatura






martedì 20 ottobre 2026

Ritorna la monarchia?

 (di Francesco Masala)

 

Una delle mancanze della Costituzione Repubblicana è che non prevede che il risultato di un referendum possa essere rovesciato nel futuro solo da un altro referendum.

Probabilmente chi ha votato la Costituzione si illudeva che gli italiani avrebbero in futuro eletto solo parlamentari rispettabili e rispettosi della volontà della volontà dei votanti.

Oggi sappiamo quanto quella speranza dei costituenti fosse proprio un’illusione.

Ritorna il nucleare, chi aveva votato contro il nucleare al referendum aveva sbagliato.

A questo punto potremo temere il ripristino della monarchia, una monarchia parlamentare, nella quale il re e la regina regnano ma non governano.

Che ci vuole, basta un bel voto di fiducia, per il ritorno ai bei tempi antichi, e vai con le vecchie tradizioni.

 

E magari anche la legge sull’aborto rischia di essere sempre più limitata, ridotta, ostacolata, sempre di più, chi se ne frega dei referendum, siamo il paese degli azzeccagarbugli.


Sì, schierarsi contro la violenza è doveroso - Lavinia Marchetti

 

 

Ma qual è la violenza? Chi sono i violenti?

 

• contro la violenza dell’aspettare un anno per una visita

• contro il ricatto del lavoro che non permette una vita dignitosa

• contro il carovita

• contro il genocidio

• contro la possibilità di mandare i giovani in guerra

• contro la violenza di chi lavora otto ore al giorno e deve scegliere se pagare l’affitto o fare la spesa

• contro la violenza degli sfratti, delle case vuote e delle persone costrette a dormire per strada

• contro la violenza degli stipendi da fame e dei contratti precari rinnovati per anni

• contro la violenza di chi muore sul lavoro per guadagnarsi da vivere

• contro la violenza di chi deve rinunciare alle cure perché economicamente inaccessibili

• contro la violenza delle pensioni insufficienti persino a pagare le bollette

• contro la violenza delle scuole che cadono a pezzi mentre aumentano le spese militari

• contro la violenza dei tagli all’assistenza delle persone anziane, malate e con disabilità

• contro la violenza dei bambini che crescono nella povertà e imparano troppo presto che esistono diritti riservati a chi può permetterseli

• contro la violenza delle donne costrette a scegliere tra l’indipendenza economica e la propria sicurezza

• contro la violenza dei braccianti sfruttati nei campi, pagati pochi euro per raccogliere ciò che finisce sulle nostre tavole

• contro la violenza dei lavoratori immigrati ricattati con il permesso di soggiorno

• contro la violenza delle persone lasciate morire nel Mediterraneo

• contro la violenza delle carceri sovraffollate e delle condizioni di detenzione incompatibili con la dignità umana

• contro la violenza di chi distrugge territori, avvelena l’aria e l’acqua e lascia alle generazioni successive il conto da pagare

• contro la violenza di un sistema fiscale che lascia convivere ricchezze smisurate e povertà estrema

• contro la violenza della speculazione immobiliare che trasforma il diritto alla casa in un privilegio

• contro la violenza delle liste d’attesa che trasformano il diritto alla salute in una questione di reddito

• contro la violenza di chi criminalizza il dissenso e pretende che la disperazione sociale si esprima soltanto nelle forme che il potere considera accettabili

• contro la violenza di chi considera sacrificabile la vita dei civili quando a ucciderli sono governi alleati

• contro la violenza di chi chiama inevitabili i sacrifici dei poveri e intoccabili i privilegi dei ricchi

• contro la violenza di un futuro in cui i giovani devono ereditare debiti, precarietà, crisi ambientali e persino la prospettiva di una guerra.

A volte per far capire chi sono davvero i violenti c’è bisogno di alzare la voce. A volte 3 milioni di persone pacifiche che camminano non servono, anzi fanno piacere ai veri violenti che detengono il potere perché confermano l’illusione della democrazia

Il fuoco nelle città ci ricorda che la forza non è da una parte sola.

https://laviniamarchetti.substack.com/p/si-schierarsi-contro-la-violenza

lunedì 19 ottobre 2026

Fuga dal capitalismo – Clara Mattei

L'economia politica è misteriosa per la maggior parte delle persone, i capitalisti lo sanno bene, tutte le misure che danneggiano le maggior parte delle persone vengono comunicate, attraverso gli organi d'informazione comprati, come favorevoli alla gente, come sacrifici necessari, come decisioni inevitabili.

Clara Mattei smonta tutte le bugie economiche che passano per fenomeni oggettivi, una per una, dall' austerità ai tassi d'interesse, dall'inflazione, dalla funzione della disoccupazione alla produttività, e non solo, con chiarezza, sulla base dell'interpretazione marxista della storia e dell'economia.

La cosa più importante del libro è che l’autrice, che scrive di economia, ricorda sempre che l’economia è politica (arte di governare e di vivere assieme, amministrazione della "polis"*). Già nell’introduzione il titolo è L’economia è un atto politico.

L’economia non è una scienza esatta, come la fisica o la chimica, l’economia dipende dall’analisi, interpretazione e obiettivi che si vogliono raggiungere, e, come si può capire, gli interessi dei capitalisti e dei lavoratori poveri (la maggior parte) sono diversi, spesso opposti. 

Quando il capitalismo era giovane, Adam Smith (se ricordo bene) scriveva che gli industriali, essendo pochi, ci mettono d’accordo fra loro con facilità, mentre i proletari, che sono tantissimi, non si metteranno mai d’accordo fra loro, e gli industriali, i capitalisti, vinceranno sempre.

Karl Marx aveva scritto: I filosofi hanno solo interpretato il mondo in diversi modi; il punto è di cambiarlo.

Clara Mattei (degna pronipote di Teresa Mattei) sembra dire lo stesso degli economisti, lei fa alcune proposte per cambiarlo, dal basso, e scrive un libro chiaro, documentato (con 40 pagine di note), un libro importante e rivoluzionario, da non perdere.


ps1 - a proposito dell'imposta patrimoniale, molti italiani pensano che quei ricconi che dovrebbero pagare sono dei perseguitati, anzichè pensare, quegli italiani, che avendo un patrimonio di milioni di euro dovrebbero essere contenti di "perdere" l'1-2% di quel patrimonio.

ps2 - il capitalismo straccione del nostro paese ha paura del reddito di cittadinanza per un solo motivo: se un povero disoccupato prende 500-600 senza lavorare, per lavorare dovrebbe avere un lavoro che gli rende almeno 1000-1200 euro al mese, mica uno rinuncia a 500-600 stando a casa per fare un lavoro da schiavo per 700-800 euro al mese. 

ps3- tre citazioni:

a - Basta guardare le forme espressive del capitalismo. I vari tipi di pornografia: la pornografia dell'amore, dell'amore erotico, dell'amore cristiano, il bambinocon il suo cane, la pornografia dei tramonti, degli omicidi, della deduzione - ahh, il sospiro di piacere quanco scopriamo chi è l'assassino - tutti questi romanzi, questi film, queste canzonicon cui loro ci cullano, sono un modo di guidaeci, più o meno piacevolmente, al Benessere Assoluto.

Thomas Pynchon, L'arcobaleno della gravità

(citato da Giuseppe Genna, in Nel nome di Ishmael, p.65)


b - «I ricchi sono tollerabili solo finché i loro guadagni hanno una almeno vaga relazione con il contributo che danno alla società, diciamo quando rappresentano un successo economico proporzionato e giustificato. Ciò può essere tollerato dai poveri e dalla classe media se questi credono che il sistema è ‘leale’ e ripaga adeguatamente chi lavora sodo o è più capace. Ma emolumenti economici osceni irritano il popolo. Quando la maggior parte della ricchezza è accaparrata dai pochi della classe superiore, è solo questione di tempo, e un giorno la popolazione risentita e irritata nelle classi basse deciderà che il troppo è troppo, e si rivolterà. Forse con la violenza, se il sistema politico resta controllato dalla classe privilegiata» (John M. Keynes)


c - sul capitalismo insostenibile per il pianeta si può leggere anche qui


 

Clara Mattei è una giovane economista italiana che ha insegnato alla New School for Social Research di New York e oggi insegna all’Università di Tulsa, in Oklahoma, dove ha fondato il FREE (Forum for Real Economic Emancipation), uno spazio libero in cui esplorare l’alternativa della partecipazione attiva e democratica nell’economia, che descrive come «una cura alla depressione esistenziale che questa società produce, ma anche un laboratorio in cui mettere in pratica idee coltivate da anni». Nel 2022 ha scritto “The Capital Order”, inserito dal «Financial Times» tra le dieci pubblicazioni più influenti dell’anno a tema economico. La sua lettura recupera e rilancia con forza la lezione dei grandi classici, da Smith a Ricardo a Marx, attaccando in modo dirompente quella naturalizzazione dell’economia che ci porta a considerare quest’ultima come una scienza esatta, rigorosa, pura, definita da modelli matematici rispetto ai quali non possiamo fare nulla, solo adattarci. I tempi sono ormai maturi per smascherare le falsità insite in tale visione.
Questo libro introduce una nuova prospettiva emancipatrice, capace di rivelare la trama nascosta dietro le questioni economiche centrali nella discussione pubblica.

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…Ma allora cosa bisogna fare? La rivoluzione? Mattei ci dice che il problema è complicato: non si tratta di dimenticare i fallimenti del passato, ma di cercare di cogliere quanto di nuovo è cresciuto e sta crescendo in varie parti del nostro tribolato pianeta. Dalle esperienze sudamericane delle collettività autogestite, del movimento dei Sem Terra, a realtà locali, emergono tentativi di organizzare la vita fuori dai meccanismi capitalistici: il che vuol dire produrre in maniera diversa, ma anche organizzare la politica in maniera altrettanto diversa: momenti collettivi di decisione, rifiuto della delega ai vertici, meccanismi di controllo dal basso. Questa è anche la strada per “ridemocratizzare l’economia” (p. 23). Mica roba da poco. E gli esempi che cita Mattei sono significativi, ma limitati. Ce ne sono molti altri, a cominciare dalle nostre piccole esperienze in una città abbandonata dal capitalismo “produttivo” come Torino, ma siamo ancora lontani dalla generalizzazione di un’alternativa.

Questo non è però un problema del libro, è un problema della realtà che viviamo. E quindi fuga, ma per andare dove? Intanto proviamo, magari a non fuggire rinchiudendoci in spazi in cui il capitalismo ci lascia sopravvivere, ma a eroderlo, un po’ per volta, mantenendo sempre una “bussola socialista”, come diceva E.O. Wright, e poi vediamo.

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…Il cuore discorsivo del libro è formulato con chiarezza nella proposizione di una critica radicale alla fede cieca in un capitalismo ritenuto inevitabile, scientifico o naturale, per sostenere che in realtà sia un sistema relativamente giovane che può essere sostituito. Da questa premessa discende l'intera architettura del testo. L'economia che viene venduta nelle narrazioni oggi dominanti come pura e apolitica, scientifica, neutrale, esatta, tende a convincerci che non esista alternativa (il realismo capitalista di Mark Fisher) alcuna al capitalismo. Mattei al contrario, a partire dalla convinzione che il mercato esistesse già prima del capitalismo, pensa che il capitalismo sia il risultato di scelte di potere che hanno portato al consolidamento dei diritti di proprietà, attraverso espropriazioni diffuse e violente, leggi coercitive della concorrenza e poteri statali che hanno operato per sostenere l’ordine capitalistico…

…Particolarmente cruciale, nel contesto attuale, è il ruolo degli stati capitalisti nell'imporre l'austerità (fiscale, monetaria e industriale), che mantiene la dipendenza dei lavoratori dai mercati, e quindi dai datori di lavoro capitalisti, privandoli dei mezzi per sopravvivere al di fuori del lavoro salariato. Per Mattei l'austerità non è un'aberrazione neoliberista, ma una caratteristica permanente della governance macroeconomica, che costituisce il quadro entro cui deve operare tutta la spesa pubblica. Il punto critico di Mattei, è che l'austerità non è un tentativo errato di generare crescita, né ha di fatto fallito. L’austerità è un meccanismo profondamente politico per il mantenimento dell'ordine capitalistico. E lungi dall'essere contingente, l'austerità è un imperativo strutturale necessario per sostenere la disciplina di classe che è alla base della redditività capitalistica.

La lettura più efficace e originale contenuta nel libro riguarda il rapporto tra inflazione e disoccupazione. Mentre i tecnocrati delle banche centrali presentano l'aumento dei tassi di interesse come una soluzione tecnica all'inflazione, l'effetto reale quasi mai preso in considerazione è l’aumento della disoccupazione e il rafforzamento del potere contrattuale dei datori di lavoro sui lavoratori. Non è un effetto collaterale, la disoccupazione non è uno stato naturale delle cose umane, ma una caratteristica necessaria del sistema capitalistico e una scelta politica, finalizzata a mantenere moltitudini di persone subordinate al sistema economico vigente. L'austerità non è un'aberrazione neoliberale, ma una caratteristica duratura della governance macroeconomica e una necessità del sistema capitalistico attuale. Il capitalismo richiede una costante e violenta imposizione dell'austerità per mantenere in piedi il sistema…

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…Quello che rende il libro davvero speciale è il tono: non è un lamento catastrofista né un esercizio accademico astratto. È un intervento militante, scritto con chiarezza cristallina e con una rabbia costruttiva che non lascia spazio allo sconforto. Mattei smaschera i miti (la crescita come unico metro di progresso, il bilanciamento del bilancio pubblico come virtù, la competizione come motore di benessere) e contemporaneamente apre spiragli di immaginazione: si può e si deve organizzare resistenza, costruire comunità che sperimentano già oggi forme di scambio non mediate dal denaro, pretendere democrazia economica vera, cioè controllo collettivo sulle scelte fondamentali di produzione e distribuzione.

“Escape from Capitalism” produce un effetto quasi fisiologico di sollievo intellettuale: improvvisamente tanti discorsi che sembravano inevitabili (“non ci sono alternative”, “bisogna essere competitivi”, “l’inflazione è il nemico numero uno”) appaiono per quello che sono: narrazioni funzionali a mantenere un ordine sociale ingiusto. È un libro che andrebbe letto nelle scuole, nei collettivi, nei sindacati, ma soprattutto da chiunque senta montare rabbia di fronte alle ennesime “riforme necessarie” che impoveriscono i molti per arricchire i pochi.

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…Capitalismo e colonialismo sono facce della stessa medaglia. E, di recente, ce ne accorgiamo guardando a quello che accade in Palestina. Sottrazione di terre e risorse e dipendenza dell’economia palestinese, che prima era solida ed autonoma dal circuito capitalistico. O, ancora, in Venezuela e Iran. Un modello imposto con la forza e sostenuto dagli anglo-americani. I padrini della svolta storica capitalistica che, pur di evitare l’alternativa sociale (il comunismo, la socializzazione dei mezzi di produzione, decidere dal basso cosa, come e quanto produrre) hanno generato guerre e appoggiato regimi tirannici. Esiste, infatti, una stretta correlazione tra il pensiero liberal e quello nazionalistico, dai quali sono derivati i regimi fascisti. Infatti, andando a recuperare le dichiarazioni dei consulenti economici dei governi liberali dell’epoca emerge con evidenza come questi pur di non intaccare la legge del mercato preferissero dittature e violenze ai diritti sociali ed alle rivendicazioni dei lavoratori. Ad esempio, l’esperienza virtuosa dei Consigli di fabbrica, a cavallo delle due guerre, conseguente all’ondata massiccia di scioperi per recuperare condizioni di lavoro e salario dignitoso, venne stroncata dall’alleanza tra i capitalisti e il regime. La tanto osannata mano invisibile del mercato1 ha dimostrato tutta la sua fallacia. Il mercato non è in grado di autoregolarsi, anzi non è in grado nemmeno di assicurare la sana concorrenza. Così, i detentori del capitale, dei mezzi di produzione e della moneta dopo essersi serviti degli Stati ed averli esautorati hanno aggiornato la legge ferrea dell’oligarchia2. Nella Russia post-sovietica di Eltsin la restaurazione operata dal capitale ha determinato la conversione dell’economia, attraverso suggerimenti austeritari. Ed alle proteste del parlamento il regime corrotto reagì con i carri armati, gli arresti delle opposizioni politiche, la chiusura dei giornali, il ridimensionato degli organi costituzionali. In conseguenza dell’accettazione di quelle misure aumentarono fortemente le diseguaglianze. La povertà che nel 1988 riguardava il 2% della popolazione passò in breve tempo al 50%. Anche all’interno degli stessi sistemi-Stato-continenti che, storicamente, primeggiano sulle altre economie le differenze fra le classi sociali crescono. A causa della centralizzazione crescente dei capitali e della mancata (o cattiva distribuzione delle risorse)…

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L’Italia non protegge gli hacker etici - Maurizio Siracusa

 

Il 7 ottobre 2026, l’Agenzia Nazionale per la Cybersicurezza (ACN) ha adottato la Politica nazionale di divulgazione coordinata delle vulnerabilità (CVD: Coordinated Vulnerability Disclosure) e ha invitato la comunità digitale italiana a segnalare tutte le vulnerabilità zero-day, quindi ancora sconosciute, scoperte su sistemi di soggetti pubblici e privati.

Un passo in avanti, senza dubbio. Peccato che il passo in avanti fosse già previsto per legge dall’articolo 12 della Direttiva NIS2 (la normativa europea che punta rafforzare la sicurezza informatica di aziende, enti pubblici e servizi considerati critici), pubblicata in Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea nel dicembre 2022. Quattro anni di attesa per adempiere a un obbligo già scritto nero su bianco. È probabilmente il ritmo fisiologico della macchina pubblica italiana quando si tratta di tecnologia: la direttiva arriva, viene recepita con il decreto legislativo nel 2024, poi si aspetta un altro anno prima che qualcuno adotti gli strumenti operativi che quella norma richiedeva. Nel frattempo, però, le vulnerabilità informatiche esistono lo stesso.

La politica in sé ha una struttura ragionevole: il ricercatore segnala una vulnerabilità al CSIRT Italia (Computer Security Incident Response Team: la squadra nazionale che si occupa di gestire e coordinare la risposta agli incidenti informatici), il CSIRT si coordina con il fabbricante o il gestore del sistema vulnerabile, si trova una patch, poi si divulga. 

È possibile segnalare anche in forma anonima tramite una piattaforma dedicata sul sito ACN, che però al momento non risulta ancora essere attiva. Il messaggio pubblico di ACN è persino entusiasta: la community è invitata a collaborare, gli hacker etici sono benvenuti, insieme si costruisce un ecosistema digitale più sicuro. I problemi, come spesso avviene, sono nella nota in calce, quella che nessuno commenta nei comunicati ufficiali.

I rischi penali

La Politica CVD di ACN contiene infatti una clausola che vale la pena citare quasi alla lettera: le attività di ricerca delle vulnerabilità vanno condotte nel rispetto della legge e non devono integrare fattispecie di reato. Traduzione: segnalateci pure tutto quello che trovate, ma non aspettarti protezione se hai violato la legge.

Il punto è che in Italia la legge in questione è l’articolo 615-ter del Codice Penale, che punisce chiunque acceda abusivamente a un sistema informatico protetto da misure di sicurezza. La norma non distingue tra chi entra per rubare dati e chi entra per trovare una falla e segnalarla. I motivi del ricercatore sono, sul piano tecnico-giuridico, sostanzialmente irrilevanti: lo ha chiarito la Cassazione a Sezioni Unite nel 2012, che ha spostato il focus sulla qualità dell’accesso rispetto all’autorizzazione ricevuta. Chi accede a un sistema informatico protetto senza autorizzazione rischia di commettere un reato, indipendentemente dalle sue intenzioni.

ACN non è un’autorità giudiziaria e non può quindi garantire immunità penale a nessuno. Al massimo può impegnarsi a non sporgere querela come soggetto offeso, ma il Pubblico Ministero può comunque procedere d’ufficio. E se il sistema vulnerabile appartiene a un ente terzo, ACN non ha alcun potere su quel soggetto. L’anonimato garantito dalla piattaforma protegge l’identità del segnalante durante il processo, ma non sana retroattivamente l’accesso abusivo che ha permesso di trovare la vulnerabilità. L’unico modo per fare security research su sistemi altrui senza rischiare un procedimento penale resta quello di sempre: farsi dare l’autorizzazione. Che è un penetration test. Non una CVD.

Cosa succede nel resto d’Europa

Il Belgio ha risolto il problema nel 2022 con una norma specifica e nel 2024 l’ha consolidata nella propria legge di recepimento NIS2: chi rispetta le condizioni del safe harbor – ovvero nessun intento fraudolento, azioni proporzionate, segnalazione tempestiva al CCB (l’autorità belga competente per la cybersicurezza) e al titolare del sistema – non risponde penalmente dei reati informatici commessi nel corso della ricerca. È un’esenzione espressa, scritta nella legge, non una promessa procedurale di qualche autorità. I Paesi Bassi ci sono arrivati in modo diverso, più pragmatico: dal 2013 esiste una direttiva della Procura che orienta l’esercizio dell’azione penale verso la non-perseguibilità dei ricercatori in buona fede. Non è un’immunità formale, ma crea un livello di prevedibilità che in Italia non esiste nemmeno in forma embrionale.

La Germania nel 2024 aveva elaborato una bozza di riforma del paragrafo 202a del Codice Penale – il loro equivalente del nostro 615-ter – per escludere dalla fattispecie le attività di ricerca finalizzate alla segnalazione. La bozza è decaduta con la crisi della coalizione. Il contratto di governo CDU/CSU-SPD del 2025 l’ha ripresa con un impegno esplicito a creare certezza giuridica per la ricerca in sicurezza informatica. Non è ancora legge, ma è in agenda. La Francia ha invece una protezione debole e solo procedurale, ma almeno esiste: l’ANSSI (agenzia per la cybersicurezza francese) non è obbligata a denunciare chi segnala in buona fede. L’Italia, con la sua nuova Politica CVD, si colloca nell’unica categoria rimasta: quella dei Paesi che hanno un canale di segnalazione e nessuna tutela sostanziale.

Se l’Italia inasprisce le pene

Mentre il Belgio costruiva un safe harbor e la Germania ci provava, l’Italia approvava la Legge 90/2024 sulla cybersicurezza nazionale. Non è una legge che protegge i ricercatori: è una legge che alza le pene. Per i sistemi di interesse pubblico – sanitario, militare, di ordine pubblico, infrastrutture critiche – le pene per accesso abusivo sono passate da un massimo di cinque anni a un massimo di dieci, con aggravanti che arrivano a dodici. In questi casi, inoltre, si procede d’ufficio, senza che sia necessaria una querela. Il legislatore ha quindi deciso, nell’anno in cui si recepiva NIS2, di rendere più pericoloso fare security research proprio sui sistemi più critici: quelli dove le vulnerabilità hanno le conseguenze più gravi.

Oggi ACN invita la community a segnalare zero-day sui sistemi informatici della pubblica amministrazione o di interesse pubblico. La normativa vigente, però, continua a esporre chi individua queste vulnerabilità attraverso accessi non autorizzati al rischio di procedimenti penali, con pene che, nei casi più gravi, possono arrivare fino a dodici anni. Non c’è nessun safe harbor, nessuna proposta di legge in discussione in Parlamento, nessun indirizzo del Ministero della Giustizia che riduca anche solo l’incertezza. C’è un DDL presentato in Senato nell’aprile 2025 dal senatore Lorenzo Basso che contiene una delega generica per un safe harbor, che però non è mai  stato esaminato in commissione.

Le cautele necessarie

La Politica CVD di ACN è un passo necessario, ma tardivo. Crea un canale, introduce l’anonimato, formalizza un processo che prima non esisteva. Per chi trova vulnerabilità senza accedere a sistemi altrui – analisi passiva, firmware acquistato, software proprio – è uno strumento utile. Per chi fa ricerca sul campo, su sistemi in produzione, nell’unico modo in cui certi bug si trovano davvero, il quadro giuridico è identico a quello di ieri: un accesso non autorizzato è un accesso non autorizzato, indipendentemente da cosa si fa dopo.

A Malta, nel 2022, quattro ricercatori hanno trovato una falla critica in un’app, l’hanno segnalata responsabilmente, e si sono ritrovati imputati. Tre anni di processo, poi la grazia presidenziale. Il premier maltese ha detto che lo Stato deve assumersi la responsabilità quando le leggi non riflettono la realtà tecnologica. In Italia stiamo ancora aspettando che qualcuno arrivi a quella conclusione. Nel frattempo, se trovate qualcosa, la domanda non è se segnalarlo. La domanda è se potete permettervi di averlo trovato.

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domenica 18 ottobre 2026

Roma e i sovranisti - Tommaso Merlo

 

Roma e il vero sovranismo - Tommaso Merlo

Capitali come Roma contano sempre meno perché il vero potere è altrove. I cittadini vengono illusi in campagna elettorale e poi i politicanti ubbidiscono a chi comanda davvero dietro le quinte. Gran parte della nostra sovranità l’abbiamo persa per ragioni economiche, paesi indebitati fino al collo come l’Italia sono in mano agli strozzini del casinò finanziario globale. Se qualcuno a Roma si mettesse a spendere e spandere, qualche sciacallo di New York comincerebbe a speculare sul nostro fallimento. Eppure nessun politicante parla di ripagare l’abnorme debito pubblico perché richiederebbe strategie emergenziali di lungo periodo e sacrifici che non rendono in campagna elettorale e così ogni anno buttiamo via circa cento miliardi di interessi invece di usarli per migliorare il nostro paese. E così a Roma bisticciano con gli spiccioli e tagliano stato sociale e diritti per far cassa con pure la beffa che i debiti continuano ad aumentare e con essi la nostra prigionia. Poi c’è il furto di sovranità politica e qui i ladri sono molteplici. Innanzitutto l’impero americano, l’Italia è una portaerei americana di stanza nel Mediterraneo e pure nucleare. Siamo la colonia europea più servile e ruffiana sia per nostra indole sia per la qualità sempre più imbarazzante dei leader che partoriamo, gente che si prostra quando va in pellegrinaggio alla Casa Bianca e che in inglese sa dire solo “yes”. E dato che in America comandano i sionisti, siamo succubi pure di loro facendo bestemmiare nella tomba i nostri padri costituenti. Già, oltre alla spazzatura hollywoodiana e alimentare, dall’altra sponda dell’oceano è sbarcata pure la mafia lobbistica, gruppi economici e ideologici che entrano nei palazzi del potere politico e mediatico dalle porte sul retro e si siedono a capotavola a dettare l’agenda alla faccia dei fessi che ancora si prendono la briga di andare a votare ed informarsi. Sulla carta il potere appartiene al popolo ma in realtà appartiene a chi ha i soldi per comprarsi perfino la democrazia. Altri ladri di sovranità sono le istituzioni internazionali tipo la Nato, il braccio armato del decadente impero americano che trascina da decenni le meschine colonie europee in guerre che hanno il solo scopo di svuotare gli arsenali e riempirli di nuovo in modo da far ingrassare a dismisura la lobby della morte e della distruzione. Il tutto fottendosene altamente dei cittadini europei ma anche americani che vorrebbero la pace e che i loro soldi fossero spesi in modo più intelligente tipo per costruire un mondo migliore invece che per distruggerlo. Altro ladro di sovranità è la Commissione Europea nata per servire i popoli del continente e finita per servire il verminaio lobbistico di Bruxelles che ha il duplice scopo di farsi scrivere leggi e regolamenti favorevoli ed abbuffarsi di appalti. Un parcheggio di politicanti trombati e di ideali infranti infestato di inverecondi parassiti e guerrafondai. Ma c’è anche un livello più profondo. I cittadini hanno perso sovranità per mano di un ladro invisibile, l’ego dei politicanti che si arrapa solo con gli affaracci propri. La politica offre soldi, potere, visibilità e status sociale ed attira quindi il peggio della società. La politica è poi rapidissima come ascensore sociale e in paesi come il nostro non richiede nessuna particolare qualità o merito, basta sbaciucchiare il deretano del boss giusto al momento giusto e al massimo portare voti. Conta la lingua e non cuore e cervello e tantomeno attributi. Politicanti che una volta accomodati diventano un tutt’uno con la poltrona e invece di sputare sangue per risolvere le grane dei poveri cristi, s’ammalano di viltà conformistica e s’imborghesiscono. Vestendosi da carnevale altolocato, ricorrendo a qualche ritocchino e mettendosi a parlare una lingua astrusa stando attentissimi a non infastidire troppo il sistema in modo da riuscire a riciclarsi all’infinito. Certo, per riconquistare un minimo di sovranità aiuterebbe una migliore qualità della politica. Promettere a vanvera in campagna elettorale dovrebbe diventare un reato punibile con l’incandidabilità e i politicanti vanno selezionati, valutati e pure pagati come tutti i comuni mortali. Aiuterebbe ma non basta. E la sovranità non è nemmeno questione di rigurgiti nazionalistici da secolo scorso che alla lunga hanno portato solo alla guerra. La sovranità è una questione democratica di fondo che verrà riconquistata quando il potere politico tornerà ad appartenere solo ed esclusivamente al suo legittimo sovrano e cioè al popolo.

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Le proteste, le colpe del governo e la pace - Tommaso Merlo

Le proteste sono sacrosante e speriamo che dilaghino in una crisi politica che ci permetta di liberarci di certe classi dirigenti e girare pagina. Il governo minimizza e schiva ma è palesemente colpevole ed ha pure la sfiga che non manca molto alle elezioni e la becera propaganda non serve a nulla quando i cittadini hanno tasche e stomaco vuoti. Questa crisi energetica e quindi economica e quindi sociale è causata da ben due disfatte militari, quella in Ucraina e nel Golfo Persico. Non due guerre qualunque ma con due delle principali fonti energetiche mondiali. Due guerre suicide che questo governo ha pienamente sostenuto e addirittura finanziato inginocchiandosi senza dignità alla volontà di Washington e Bruxelles. E menomale che questi erano i sovranisti. Tutto aumenta perché aumenta il costo di gas e petrolio e cioè dei costi di produzione e trasporto ed aumentano perché di gas e petrolio ce ne sono in giro sempre meno per la distruzione di rapporti e rotte commerciali ed impianti a causa delle due guerre. I prezzi di gas e petrolio sono decisi a livello internazionale, ma la colpa di questo governo è quella di aver deciso sciaguratamente di partecipare a quelle guerre suicide nonostante l’Italia sia sul lastrico e cioè piena di debiti fino al collo e avvitata in una crisi infinita che in realtà è declino. Economico, sociale, demografico, culturale, politico. Nonostante cittadini in gravi difficoltà e un sistema allo stremo, questo governo ha buttato via gli spiccioli che ci rimangono per quelle guerre e quindi oggi non ha risorse sufficienti per alleviare la deflagrazione della crisi. Davvero un errore politico imperdonabile. Con miliardi inviati a Kiev anche dopo che sono scoppiati immondi scandali di corruzione come se la volontà della potentissima lobby della guerra venisse prima di quella del popolo italiano. E menomale che questi erano i patrioti. Noi come vicino di casa abbiamo la Russia che è la principale risorsa energetica al mondo ma per ubbidire allo stato profondo americano travestito da Nato e ai complici guerrafondai della Commissione, ci siamo invischiati in una guerra suicida che ci ha costretto a comprare risorse di qualità peggiore a prezzi più alti. Fatale per paesi come l’Italia che dipendono per oltre il 70% dall’energia altrui. Ed è infatti in quella fase che hanno iniziato a decollare le bollette “più care d’Europa”. Oggi siamo ad una seconda mazzata e ancora più grave perché oltre a giocarci la Russia ci siamo giocati anche lo Stretto di Hormuz da cui transitavano i mega mercantili carichi di gas e petrolio degli emirati. Se ne parla meno perché significa puntare il dito verso i padroni di colonie come l’Italia e cioè verso gli americani e in particolare verso i sionisti che hanno spinto Trump alla disastrosa aggressione dell’Iran che ha scombussolato l’intera Asia Occidentale e trascinato il mondo in una crisi energetica senza precedenti. Il governo italiano è uno di quelli più servili e complici del fatidico duo. Con la chicca della complicità al genocidio del secolo e centinaia di soldati italiani inviati in quella nefasta dittatura che è l’Arabia Saudita a difesa di quel criminale conclamato di Bin Salam. Una colpa storica più che politica e una vergogna morale oltre che strategica. La via di uscita è la pace, è il ritorno alla diplomazia e alla cooperazione. La buona notizia è che l’intera Europa è al verde e il corrotto baraccone ucraino ha bisogno ogni mese di miliardi per tirare avanti. La bancarotta e pure fraudolenta potrebbe arrivare prima della disfatta militare in corso. A quel punto si vedrà in che mani finirà Kiev ma di certo vanno immediatamente ristabiliti rapporti politici e commerciali con Mosca e pure ferrei in modo che nessun burattino della lobby della guerra possa comprometterli. Anche nel Golfo Persico la via d’uscita è la pace e il modo più rapido per ottenerla è che Trump ammetta la disfatta e si levi dai piedi. Il problema è che i sionisti sono all’ultimo giro di giostra, non avranno mai più un Congresso così corrotto e un presidente così ricattabile e quindi carpe diem. E anche qui la speranza è una sconfitta definita sia dell’impero americano sia dei deliri ideologici sionisti che soli e circondati da trecento milioni di arabi, persiani, beduini e turchi saranno costretti a più miti consigli. Trattando i palestinesi come essere umani come tutti gli altri e comportandosi in modo civile. Quanto a colonie come quella Italiana, l’unica speranza è il ritorno alla piena libertà politica e a governi con un minimo di sale in zucca e di cuore in grado sia di districarsi nelle dinamiche oltralpe sia di fare il loro lavoro che è quello di risolvere con serietà i problemi dei cittadini. Già, le proteste sono sacrosante e speriamo che dilaghino in una crisi che ci permetta di liberarci di certe classi dirigenti e girare pagina.

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