lunedì 31 agosto 2026

Benvenuto Lobina e la poetica di chi combatte senza fermarsi con la forza di essere in disaccordo – Mattia Lasio

 

Le malinconie più profonde si leggono negli sguardi sfuggenti di chi al sopraffare gli altri con toni aggressivi e beceri preferisce di gran lunga la pacatezza, così come è possibile coglierle da frasi brevi, essenziali e proprio per questo capaci di racchiudere la natura più pura di chi le pronuncia.

Malinconie, ma anche speranze e una tenacia che i giochi beffardi di un destino cieco non hanno intaccato, emergono dalla raccolta a cura di Anna Serra Lobina ‘’Passus’’ – pubblicata nel 2011 dalla casa editrice Ilisso e arricchita da un intervento del Professor Maurizio Virdis –  contenente tutte le poesie di Benvenuto Lobina tra i più autorevoli esponenti della poesia in lingua sarda, e non solo, che la Sardegna abbia mai avuto. Classe 1914 nato e cresciuto a Villanova Tulo, con cui ha sempre avuto un rapporto viscerale e di grandissima intensità, in questi trentaquattro componimenti in versi di Benvenuto Lobina, venuto a mancare nel 1993, emerge nitidamente la sua eleganza lirica, la sua vis polemica, la sua concezione risoluta del fare poesia e il suo sguardo lucido rivolto verso la propria terra, troppo spesso ingannata da lusinghe che nulla di positivo hanno mai portato e che, ancora oggi, finiscono per nascondere ciò che invece dovrebbe essere messo in risalto.

Lobina trasmette con una dolcezza sofferta il proprio amore verso i genitori e verso i parenti più cari, come la zia Peppa, mettendo l’accento sulla bellezza delle piccole cose quotidiane di cui non sempre si coglie il valore. Il dolore per la perdita delle proprie radici è racchiuso in versi come: «dove cercherò più approdo se questo mio mare non ha porto?». Lobina si rivolge a chi soffre e i sofferenti sono i  protagonisti delle sue liriche: sconfitti consapevoli di esserlo a cui però la dignità viene restituita da liriche tenaci che non si scompongono davanti alle meschinità di una vita avara. Lobina conduce in quello che definisce il fango e il buio di strade sconosciute in cui è fin troppo facile smarrirsi, eppure nonostante ciò non resta indifferente davanti alla voce del ricordo degli anni più belli, quelli dell’infanzia e della prima giovinezza, fasi ricche di istanti lieti che ricordare è doveroso per tenere viva la memoria.

L’autore del celebre romanzo ‘’Po cantu Biddanoa”, nel componimento ‘’E il treno’’ esprime la sofferenza per la lontananza dal luogo in cui si è nati e cresciuti con queste parole: «o maledetto treno del mio paese, quanta gente hai portato via, quante lacrime hai strappato correndo dietro il fiume». Un fiume che straripa, un fiume che l’argine lo distrugge in maniera sprezzantemente feroce e porta con sé tanta tristezza, una tristezza avvilente che permea ‘’Guerriero che ha perduto’’ in cui Lobina afferma: «ritorno con le ossa spezzate, ritorno con il cuore svuotato di ogni sentimento: m’è rimasta solo la rabbia». La rabbia di chi non vuole arrendersi, la rabbia di chi non ha timore di puntare il dito contro chi ha l’indole dispotica e si fa vanto delle proprie malefatte, la rabbia che traspare con impeto da ‘’Storia di una ragazza che si è stancata di fare la puttana’’ – contenuta nella sezione conclusiva della raccolta dal titolo ‘’Poesie satiriche e scherzose’’ – una delle dediche più schiette, sincere e pregnanti che un poeta abbia mai rivolto alla Sardegna. «Maledetta Roma», scrive con amarezza l’autore, «che non ti ha lasciato sollevare più la testa, ragazza poverina. Perfino la parola ti ha storpiato per poterti meglio troncare la schiena». 

La schiena di Benvenuto Lobina, però, non si piega di certo e resta fieramente dritta, così come quella di tutti coloro che preferiscono la concretezza ai discorsi da salotto pieni di luoghi comuni e inganni mascherati da promesse.

E proprio contro queste promesse Benvenuto Lobina si scaglia e senza indugi prende posizione: la posizione di chi è consapevole che nonostante le avversità è necessario continuare a combattere, la posizione di chi esprime il proprio disaccordo con parole capaci davvero di scuotere le coscienze, andando ben oltre inutili campanilismi e frasi artefatte.

La posizione di chi non si arrende e di chi sa ancora cogliere la melodia di un vento che porta con sé la speranza di giorni felici.

da qui

Guerra e indipendentismo. Per un disfattismo sardista - Cristiano Sabino

Il contesto

Il sindaco di Iscanu Antoni Flore Motzo, in un post social, ha giustamente definito un «sopralluogo» la visita a Porto Cervo dell’ambasciatore statunitense Tilman J. Fertitta. Tilman J. Fertitta ha parlato di turismo, di cibo, di pale eoliche, di dazi, dei rapporti tra elites americane e italiane ma soprattutto ha parlato di guerra e del ruolo strategico che la Sardegna rivestirebbe in un conflitto:

«La Sardegna sarà sempre un punto strategico, specialmente in caso di conflitto, data la sua posizione geografica – ha detto Fertitta –. Ecco perché abbiamo avuto una base militare qui per moltissimi anni, quando le tensioni globali sono calate, gli Stati Uniti hanno ritenuto che non fosse più necessaria. Ma resterà sempre un luogo chiave.» (La Nuova Sardegna)

Tradotto, la Sardegna è una nostra portaerei, nel caso ci serva rimpiazzeremo i sottomarini nucleari, intanto la usiamo come filiera logistica di produzione di droni e per svolgere summit strategici e mi raccomando attrezzateci hotel adatti per l’occasione che ci piace mangiare bene e goderci il mare anche d’inverno!

In un intervista reperibile su you tube registrata nel corso del “Festival del Sarà” (qui l’intervista) il Generale di Corpo d’Armata e Capo di Stato Maggiore Carmine Masiello dice sostanzialmente tre cose:

  1. la NATO conserva tutta la sua valenza e non bisogna prendere sul serio le parole di Trump che quando parla lo fa riferendosi ai suoi elettori e non agli alleati;
  2. il diritto internazionale sta declinando e si fa largo la forza bruta: ciò avviene con l’invasione russa dell’Ucraina con la quale è finita l’illusione della pace permanente e quindi gli Stati Europei devono invertire la rotta degli ipoarmamenti, anche per attirare gli investimenti e far ripartire l’economia (un’Europa sicura è un’Europa capace di attirare gli investimenti);
  3. gli ucraini sono stati preziosissimi ad aiutare i paesi del Golfo (cioè le petro-monarchie) a fronteggiare i droni iraniani durante l’aggressione statunitense e sionista all’Iran.

Lo scorso 15 agosto la famosa penna Massimo Giannini ha siglato un articolo su la Repubblica intitolato “Il buio che cala sull’Europa”, dove l’autore sostiene la tesi secondo cui “la guerra in Ucraina è una grande occasione perché sul fuoco della battaglia si forgia la vera autentica difesa europea“. Non si tratta di pose personali o di deliri isolati, ma di un progetto che si integra con una direzione precisa: il rilancio di un vero e proprio imperialismo europeo nel contesto più ampio di quella che Papa Francesco ha definito “guerra mondiale a pezzi“.

In questo articolo voglio parlare del fatto che i sardi e in particolare gli intellettuali sardisti e perfino indipendentisti stanno drammaticamente sottovalutando la centralità della Sardegna in questo contesto.

Dal 2022 i cittadini Europei sono diventati il bancomat del buco nero ucraino, finanziando con 220 miliardi armi e servizi, in nome dei valori occidentali e della democrazia. A questi dobbiamo aggiungere 800 miliardi del piano europeo per il riarmo che fa il paio con il piano in tre fasi della NATO in previsione di un conflitto con la Federazione Russa (cioè con una potenza nucleare che detiene circa 8mila testate atomiche) e che, nella sua storia, non ha mai attaccato l’Europa, ma che a sua volta è stata invasa più volte, ultima delle quali l’invasione da parte di Germania, Italia, Romania durante la seconda guerra mondiale.

E sulla seconda guerra mondiale vale la pena fermarsi un attimo, perché non si tratta di questioni legate solo al passato. Russi e cinesi conoscono quegli avvenimenti come “guerra mondiale antifascista” e hanno dato un contributo di sangue elevatissimo per abbattere i regimi fascista e nazista: circa 27 milioni l’Unione Sovietica (russi e non solo russi dunque) e circa 20 milioni i cinesi. Per stabilire un paragone i caduti degli USA sul fronte occidentale furono circa 405.000.

Il fatto che gli Stati Uniti, per fronteggiare la competizione con la Cina, abbiano sdoganato il riarmo dei due sorvegliati speciali della seconda guerra mondiale, vale a dire Germania e Giappone, è fatto che a noi può anche non voler dire nulla ma per un qualunque russo o cinese si traduce immediatamente in un messaggio chiaro e quindi in una minaccia esistenziale concreta. Lo storytelling secondo cui prima del 2022 governavano la pace perpetua e il diritto internazionale e la federazione Russa ha rotto questo meraviglioso incanto, è appunto soltanto una narrazione tossica, utile per riempiere d’inchiostro le pagine di giornali che nessuno ormai acquista più (come Repubblica) ma che si rivelano utilissimi per alimentare la propaganda guerrafondaia di supporto alla corsa agli armamenti che – nella storia – sappiamo già dove conduce (trappola di Tucidide, paradosso della sicurezza).

L’immagine del continente europeo rappresentato come una fortezza democratica e rispettosa dei diritti civili sotto l’assedio di potenze autocratiche esterne fa parte integrante di questa propaganda. A smontare questa propaganda basta guardare il fatto che la UE non è stata capace di approvare nemmeno timidi sanzioni ad Israele, nemmeno a singoli esponenti del governo israeliano come Itamar Ben-Gvir o Bezalel Smotrich direttamente responsabili di fatti gravissimi. Ovviamente non sono stati nemmeno toccati i rapporti commerciali e le esportazioni militari con lo stato terrorista di Israele.

Da una parte insomma ci si dissangua per sostenere una guerra tra due stati che doveva e poteva essere evitata ricorrendo alla diplomazia, dall’altro non si muove un dito e anzi si sostiene direttamente il primo genocidio in diretta streaming della storia.

In diversi hanno definito “doppio standard” questa postura, ma credo che sia una definizione fin troppo edulcorata. Forse sarebbe meglio parlare di “apartheid morale” o di vera e proprio “colonialismo etico“, ma forse neppure queste renderebbero giustizia all’orrore in cui consiste lo sguardo occidentale sul mondo. Perché se è vero che ad un primo sguardo sembrerebbe che per i media e la classe politica occidentale, contino solo le vite degli ucraini in quanto bianchi, cristiani ed europeizzati mentre quelle dei palestinesi non contano nulla in quanto arabi e musulmani, ad una più attenta analisi non sono nemmeno le vite degli ucraini a contare, ma la loro funzione come pedine sacrificabili sull’altare di una partita più grande e cioè quella della difesa del monopolio del controllo del sistema-mondo da parte del super-imperialismo statunitense e – in subordine – delle oligarchie dei paesi vassalli (europei, petro-monarchie del Golfo, Giappone, ecc..).

Sardegna prima linea della guerra mondiale a pezzi

Questo il contesto generale.
Veniamo alle cose di Sardegna.

I sardi hanno combattuto due guerre mondiali da sudditi dell’Italia liberale e fascista. Dalla fine del secondo conflitto mondiale viviamo ai margini della storia, con un regime di Autonomia debolissimo e in larga parte inapplicato ma convinti di una cosa: i sardi non saranno mai più spediti al fronte e la Sardegna non verrà mai più coinvolta in un conflitto. Queste in effetti le regole d’ingaggio della nostra attuale sudditanza.

Ma il vento sta cambiando rapidamente.
Dopo aver servito sotto Re e Duce, vogliamo combatterne una terza mondiale da cittadini italiani repubblicani?
Scusate se non ci giro intorno ma è questa la domanda che dobbiamo farci, perché è questo ciò di cui si parla. Ed è questo il tema che i nostri sardo-atlantisti non hanno digerito!

E dobbiamo vigilare, perché la guerra guerreggiata arriva solo quando la guerra ideologica e il sistema di propaganda ha preparato il terreno favorevole a disarmare tutte le posizioni pacifiste e disfattiste.

Quelle che sembrano isterie folli, come l’allarme del segretario generale della NATO Mark Rutte su un imminente attacco russo ai paesi membri entro il 2030, servono in realtà a costruire il terreno e la giustificazione al riarmo e alla militarizzazione della società e a predisporre le menti di chi credeva di vivere ormai nella post-storia alla guerra totale (Il Sole 24 Ore).

Il popolo pacifista

Ma i guerrafondai hanno un problema: il popolo, la gente comune, i cittadini non ne vogliono sapere di farsi arruolare. Basta guardare cosa avviene in Germania. La Germania ha avviato un imponente piano di riarmo per rendere la Bundeswehr (le forze armate tedesche) l’esercito convenzionale più forte d’Europa.
Ma per il riarmo non serve solo drenare ingenti finanziamenti e riconvertire l’industria a scopi bellici. Servono anche gambe e braccia, insomma soldati.
Così la Germania ha punta espandere l’esercito portando i soldati attivi da circa 180.000 a 260.000 unità, affiancati da altri 200.000 riservisti, puntando a una forza complessiva di almeno 460.000 unità entro il 2035. Peccato che i volontari siano pochissimi e Merz ha già minacciato che se i volontari non basteranno arriverà la coscrizione obbligatoria. Lo scorso gennaio veniva imposto agli uomini tra i 17 e i 45 anni l’obbligo di ottenere l’autorizzazione della Bundeswehr per viaggi o soggiorni all’estero superiori a 90 giorni. Il fatto che questa norma sia stata momentaneamente ritirata non stempera il clima che sta vivendo la potenza uscita perdente dalla prima e dalla seconda guerra mondiale.

La guerra prossima ventura ha bisogno di soldati e tutti siamo arruolabili!

Sardegna target perfetto

In Sardegna abbiamo il mito tossico della brigata Sassari (S’Indipendente) : il sangue versato sul Carso, l’attitudine guerriera dei sardi ottimi combattenti, la balentia usata come formidabile arma di guerra. Nonostante la Sardegna e i sardi non siano più quelli di inizio Novecento, si tratta di una funzione mitologica dura a morire.

Inoltre prima ancora che le proprie braccia e il proprio sangue, i sardi possono e devono offrire il proprio territorio all’apparato militare-industriale. La Sardegna occupa una situazione perfetta: è un isola al centro del Mediterraneo; sta nelle retrovie rispetto allo Stivale; ha enormi spazi poco abitati o disabitati da poter occupare con installazioni, infrastrutture, fabbriche belliche, radar.

Inoltre ha un popolo che da sessant’anni è abituato a subire tutto questo e che, finora, non si è mai realmente sollevato in aperta ribellione.

Ma finora i sardi non avevano mai pensato che la guerra potesse arrivare in Sardegna come ai tempi dei bombardamenti di Cagliari e Sassari durante la seconda guerra mondiale.

I diversi attacchi ad hub e centri militari in Europa, con lo spostarsi in profondità della guerra tra Ucraina e Russia, cambia tutto. Innanzitutto abbiamo visto che la capacità dei missili iraniani è molto maggiore rispetto alle previsioni. In secondo luogo l’esplosione del deposito di munizioni a Colleferro, azienda laziale che a quanto pare riforniva anche l’Ucraina, è un segnale da non sottovalutare.

La Sardegna da retrovia di sperimentazione e addestramento bellico per le guerre da esportare nelle guerre coloniali in Medio Oriente, sta rapidamente diventando sempre di più un tassello fondamentale dell’apparato-militare industriale coinvolto direttamente nella terza guerra mondiale a pezzi del Super-imperialismo USA contro le potenze emergenti e quello che da più parti viene definito il “nuovo ordine multipolare”.

Al di là del fatto che questa analisi geopolitica convinca esiste un fatto pratico e materiale che dobbiamo considerare seriamente: La Sardegna vuole essere coinvolta in questa nuova escalation bellica?

E l’indipendentismo?

Fino a poco tempo fa era chiaro l’orientamento pacifista e disfattista del sardismo radicale sulla questione della guerra, anche perché uno degli scopi acclarati di tutto il panorama favorevole all’autodeterminazione consisteva nel liberare la Sardegna dai pesanti vincoli dell’occupazione militare imposti dallo Stato italiano, anche in conseguenza degli accordi internazionali.

Su questo terreno sinistra di classe e sardismo radicale, anche se per ragioni diverse, hanno solitamente trovato convergenza nella pratica.

Recentemente le cose stanno cambiando. Intanto, contrariamente a quanto ci si sarebbe aspettati, non si è aperto un dibattito pubblico franco sul rapporto tra «terza guerra mondiale a pezzi» e Sardegna. Molte posizioni sono rimaste inespresse o sotto traccia, e perfino la classica posizione “a fora sa NATO” è stata messa in discussione da diversi maître à penser che nel tempo si sono accreditati come punti di riferimento intellettuali del pensiero dell’autodeterminazione.

Come si spiega tutto ciò?

È un dato di fatto che la guerra in Ucraina abbia spaccato il fronte intellettuale sardista e indipendentista. Parlo del fronte intellettuale perché quello politico – o per meglio dire ciò che ne resta – semplicemente o non ha affrontato il tema o se lo ha fatto è rimasto prudentemente in superficie.

Eppure, come abbiamo visto, la Sardegna rischia di diventare prima linea di quella guerra mondiale a pezzi di cui ha parlato Papa Francesco e che sempre di più tende a incrudelirsi e ad allargare le sue maglie.

Che mi risulti l’unico tentativo di confronto su questi temi è stato quello tra Omar Onnis (La discriminante democratica su SardegnaMondo) e me (La discriminante della pace su L’Antidiplomatico).

Sebbene io e Omar divergiamo su molti punti e sicuramente abbiamo due letture della guerra in Ucraina molto diverse (per Omar si tratta di un’aggressione imperialista unilaterale e senza altre ragioni se non quelle della politica di potenza della Federazione russa, mentre per me di una guerra per procura provocata dagli USA per allargare ad est la NATO e poi scaricata sulle spalle e sui portafogli dei vassalli europei), concordiamo su un punto fondamentale e cioè sulla necessità di una Sardegna neutrale, il che significa una Sardegna fuori dalla guerra.

Ma c’è una questione che vale la pena riprende e cioè lo storytellig secondo cui la NATO sarebbe in procinto di essere smobilitata.

Lo scorso 6 giugno il segretario generale della NATO Mark Rutte lo ha spiegato molto bene: «Gli Usa non stanno “spaccando” la Nato» (Ansa).

Gli USA non hanno alcuna intenzione di mandare in soffitta il loro giocattolo, hanno solo fatto un salto di qualità nella gestione degli affari internazionali: la NATO da paravento di strumento difensivo gestito e finanziato dalla loro cabina di regia, deve diventare uno strumento operativo i cui costi sono largamente scaricati sui vassalli (europei, mediorientali e asiatici) e in cui gli “alleati” devono essere pronti ad entrare in scena contro la Cina.

C’è di più. Sempre Rutte, durante un’intervista a Fox News, intervenendo sulle polemiche tra governo italiano e Casa Bianca, ha stimato che 500 velivoli USA siano decollati da basi italiane nel quadro di migliaia di missioni europee a supporto dell’operazione “Epic Fury”, cioè la guerra di aggressione illegale e terrorista di USA e Israele contro l’IRAN.

«Basi italiane» vuole ovviamente dire anche basi italiane in Sardegna. È la NATO 3.0 bellezza! altro che dimagrimento o dismissione dell’alleanza atlantica! E non si argomenti che in Sardegna «non sono presenti basi della NATO». Ogni base militare, ogni servitù, ogni poligono, ogni pezzo della filiera del riarmo è NATO, anche perché il riarmo al 5% del PIL è indirizzato ai membri della NATO, non al fantasma formaggino.

Siamo in pesante ritardo. Va presa una posizione chiara su tutto questo.

Fuori la Sardegna dalla terza guerra mondiale

Perché, inutile nasconderselo, le cose stanno precipitando.

Credo che tutte le forze sarde consapevoli di ciò che sta accadendo nel “sistema-mondo” e che non vivono nel mondo fatato della propaganda, dovrebbero confrontarsi seriamente su come impedire che la Sardegna venga nuovamente coinvolta in una guerra che non ci riguarda.

Credo che la prima cosa da fare sia stabilire una rete di soggetti politici, mediatici e personalità che si incontrino e studiano il da farsi.

Credo anche che i punti dirimenti (andando in crescendo) siamo i seguenti:

  1. Denuncia del riarmo europeo e della militarizzazione del dibattito politico d parte della commissione europea e dell’ ipocrisia di tutto l’arco parlamentare;
  2. Denuncia del ruolo attribuito alla Sardegna nella filiera bellica (poligoni, produzione droni e bombe, produzione energetica a fini bellici come spiegato nel rapporto Draghi sulla competitività europea e resort di lusso per criminali di guerra)
  3. Amicizia del popolo sardo con tutti i popoli aggrediti, sanzionati o minacciati dall’ occidente collettivo e dallo stato italiano;
  4. Riconoscimento del diritto del popolo sardo all’indipendenza statuale in caso in cui lo stato italiano e l’alleanza in cui è inserito decida di trascinare la nostra terra e il nostro popolo in una sciagurata terza guerra mondiale.

Sebbene i punti possano essere implementati, nessun punto è depennabile, a meno che non si voglia condannare i sardi ad essere nuovamente pedine di una guerra che non li riguarda. Solo affermando il diritto dei sardi all’autodeterminazione fino alla separazione è possibile stabilire un principio di diritto sovrano strategico: chi deve decidere di mandare i sardi in guerra? In passato sono stati monarchia e fascismo. Adesso permetteremo che migliaia di sardi vengano spediti al fronte per decisione di Roma, Bruxelles o Washington?

Il formarsi di una rete sociale, intellettuale e politica capace di chiarire ai sardi e al mondo la propria posizione può fare la differenza tra essere passive pedine della terza guerra mondiale a pezzi ed essere finalmente un soggetto politico e storico che sceglie da che parte stare e di disertare l’incipiente orrore che il nuovo fascismo sta apparecchiando per dominare sull’umanità.

da qui

domenica 30 agosto 2026

Dell’aratro e della spada - Antonio Cipriani

 

Si sono presi tutto. Per decenni, con la destrezza semantica delle parole-chiave, ribaltando concetti e sbandierando principi ineluttabili e di progresso a fronte di un sistema di appropriazione di diritti e di risorse. Dalla sanità alla scuola, dal lavoro all’informazione passando per la visione del mondo nelle sue declinazioni geopolitiche a celare un’ingiustizia diffusa.


Negli ultimi tre anni hanno preso atto che la lotta di classe è finita con il loro totale successo. Quindi, perché fingere libertà, diritti internazionali, coscienza e democrazia da esportare qua e là, quando è più semplice e pratico l’uso della brutalità arrogante e feroce? I poteri forti, come dicevamo saggiamente e inascoltati nello scorso millennio, possiedono più ricchezze degli Stati. Sono le multinazionali che speculano su tutto, quindi vivono investendo e depredando, guidando i mercati e colonizzando i paesi satelliti. Rappresentano la punta avanzata di quel turbocapitalismo che distruggerà se stesso, noi, la terra. 

Se prevale la loro visione, e sta accadendo, dobbiamo sperare che esista un Dio clemente. 

Qui da noi comandano i sovranisti, quelli che parlano di onore, di nazione; che si rifanno a quello del solco tracciato dall’aratro difeso dal ferro della spada. Insomma, i peggiori, sotto tanti aspetti. Perché sono eredi politici e culturali di chi ha già messo in ginocchio il nostro Paese. Ma, saltando il passato, mi piacerebbe sapere di che onore farfugliano, se sul piano internazionale fingono di vedere iniquità e genocidio, e obbediscono acriticamente ai voleri di Trump e di Netanyahu, dei fondi speculativi, del sistema di dominio che ci impoverisce con una certa evidenza.

Intanto oggi l’aratro è delle multinazionali e dei fondi di investimento che fanno il bello e il cattivo tempo, e decidono le politiche industriali e anche quelle legate all’energia sostenibile. Ma il nostro sistema politico ha anche affidato agli stessi poteri forti la sicurezza e la difesa, quindi la spada. 

Però in cambio i sovranisti infelici possono devastare a piacimento la sanità, la scuola, il lavoro, i diritti, per recuperare il consenso degli imbecilli che sono contenti del fatto che i super ricchi del mondo e anche in Italia abbiano decuplicato le loro ricchezze e che le sfoggino occupando anche i nostri mari con yacht grandi quanti un paese e che valgono centinaia di milioni.

Alla faccia nostra, mentre i media cantori del lusso, non fanno altro che magnificarli sulle loro pagine. Con i nostri poveri cittadini che faticano ad arrivare a fine mese, pagano la benzina uno sproposito, aspettano un anno per una Tac, vedono le scuole crollare e la cultura scomparire e con la cultura le conoscenze pubbliche che sarebbero così utili per creare un argine contro lo sfrenato successo dei mediocri al Potere, con i loro manganelli simbolici, e al servizio di un potere criminale è distruttivo. 

da qui

La guerra contro la Russia è in rampa di lancio - Franco Fracassi

 

sabato 29 agosto 2026

Si è rotta internet - Marco Trotta

 

Da qualche ora i siti ed i servizi riconducibili ad Autistici/Inventati “sono giù”. Si è rotta internet direbbe la mamma di Zerocalcare. Provando a navigare si ottiene l’avviso che il sito non è sicuro e qualsiasi programma o app di navigazione attuale chiede di tornare indietro o di accettare “il rischio”. Quale rischio? Senza entrare troppo nel tecnico, quello di una navigazione non sicura perché il certificato che fino ad ora serviva a identificare univocamente che il sito al quale si cercava di accedere era proprio quello che si era digitato, non è più valido. E non è più valido perché è statunitense l’ente che gestisce questi certificati. Del resto è USA anche ICAN il gestore dei domini “.org” (come nel caso di www.inventati.org ed www.autistici.org). E soprattutto sono statunitensi i servizi più diffusi (DNS) che permettono di associare il dominio, quell’indirizzo web che si digita nella barra dei programmi per navigare, ad un indirizzo IP. Ovvero quella serie di numeri che, senza essere rigorosi, hanno la stessa funzione delle targhe: sulla strada identificano di quale auto si tratta (e di chi è), in rete identificano un server, come arrivarci e a nome di chi è registrato

E perché sta succedendo? Sono in corso verifiche ma è più che probabile che questo sia l’effetto dell’inserimento di Autistici ed Inventati nelle liste dei soggetti “antifa” e quindi terroristi da parte del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti d’America. C’è qualche (ancora) modo per aggirare il blocco. Ma il punto non è questo. Il punto è politico. Perché tutta l’internet mondiale funziona in questo modo da quando è nata, quasi 60 anni fa. E fa in modo che chiunque utilizzi la rete non debba preoccuparsi di digitare correttamente indirizzi, inserire impostazioni tecniche di cui ignora il significato o sapere su quale server sta accedendo per ottenere quello che cerca. Almeno fino ad oggi. Perché quello che è successo è l’ennesimo colpo all’internet libera come l’abbiamo conosciuta. Quella dei pionieri insofferenti a stati e confini che hanno costruito una infrastruttura come bene comune dove non ci fossero filtri. Quella dove DNS, server, nodi internet fossero neutrali. Perché non dovevano occuparsi di sapere chi li utilizzava e per cosa. È grazie a questa infrastruttura che per anni si è potuto aggirare barriere e censure. E che piaceva negli USA e tra gli accoliti fin quando gli stati che censuravano erano gli altri. E quindi da tempo datata. Ma che, per dire, ancora dieci anni fa Stefano Rodotà ha voluto ribadire nella “Dichiarazione dei diritti in Internet” presentata in parlamento quando cominciavano le prime avvisaglie della forte pressioni finanziarie e commerciali (i social erano agli inizi, l’AI di là da venire) e degli interessi di stato.

Per essere chiari: nulla di nuovo sotto il sole recente. Già oggi in Italia se si vuole far sparire un sito si utilizza lo stesso meccanismo. Succede con i siti di scommesse, quelli dello streaming pirata, ecc. Ma appunto è confinato al nostro paese, per chi vuole accedervi da una connessione in Italia. Qui c’è un salto di qualità determinato dalla dipendenza dai monopoli di fatto, dalla concentrazione dei servizi essenziali in un unico luogo: gli USA. Una situazione che ha molte analogie con quello che succede ancora oggi a Francesca Albanese a cui si impedisce di avere un conto corrente perché sanzionata dall’amministrazione Trump o quello che è successe quando il governo USA decise di fare la guerra a Julian Assange e Paypal impedendo di fare donazioni a Wikileaks. Paypal fondata da Elon Musk e Peter Thiel, giusto per la cronaca.

Se questa è la premessa le conseguenze sono più importanti. Di fronte a questa escalation non è più possibile pensare che partiti, sindacati, movimenti progressisti, soggetti della società civile possano continuare a utilizzare in rete servizi dei quali dipendono da soggetti esterni che possono decidere di spegnere o chiudere semplicemente con un click. E se questo ora è conclamato anche per quello che pensavamo al riparo, i siti web, da tempo dovrebbe essere evidente per i social sui quali tra algoritmi tarati su interessi sovranisti, bot, censure e rimozioni è in corso una partita a carte truccate.

Insomma oggi è toccato ad Inventati ed Autisti e a qualcuno/a potrà interessare poco perché magari neanche sa che ruolo hanno avuto nei movimenti degli ultimi venticinque anni. Ma quanto tempo ancora potrebbe passare dal prossimo giro di vite per un servizio ed un diritto alla rete e alla sicurezza dei nostri dati che in mano ad altri che non possiamo più dare per scontati?

https://comune-info.net/2026/08/28/si-e-rotta-internet/

Medioceania, il nome segreto dell'Italia - Lucio Caracciolo

 

venerdì 28 agosto 2026

Cisgiordania: la banalità del Terrore - Claudia Carpinella

Quando non ci sono morti ammazzati, dai coloni o dall’esercito israeliano, quella sì che è una giornata tranquilla in Cisgiordania. La soglia di ciò che, per i palestinesi della West Bank, può essere considerato normale è ormai arrivata a tanto.

Un palestinese ha raccontato ad Haaretz che il suo villaggio, Beit Duqqu, a nord-ovest di Gerusalemme, “aveva subito pochi danni” da un recente attacco. Così il giornale israeliano ha voluto capire cosa intendesse per “pochi danni”. Decine di chilometri quadrati di terra rubati per costruire insediamenti israeliani. Qualche saltuaria razzia dei coloni nel villaggio. Pochi palestinesi feriti. Questo, per i palestinesi, è riassumibile con “pochi danni”. 

Ed è questo, annota il giornale israeliano, “lo standard a cui la vita palestinese in Cisgiordania è stata ridotta”. Un villaggio è considerato relativamente fortunato quando Israele ha preso solo una parte della sua terra e i coloni vi hanno fatto irruzione “solo occasionalmente”. “Un giorno tranquillo è quello cui la violenza rimane al di sotto della soglia della morte, della demolizione o dell’espulsione.”

Nell’ultima settimana i media si sono accorti delle violenze in Cisgiordania per via dell’assedio di Qusra. Quindici coloni hanno assediato tre case di palestinesi, sequestrando di fatto quindici persone, tra cui due bambini, e tagliando loro acqua ed elettricità. Fatto così grave da meritare, per una volta, qualche menzione. L’ennesimo attacco, che si aggiunge agli oltre tremila registrati da gennaio 2025 a giugno 2026. Sei aggressioni di coloni al giorno: questa è la media di tale impunita violenza.

Barbarie non certo casuale, ma frutto di una politica che Human Rights Watch, nel suo ultimo rapporto, descrive così: “I coloni sparano, attaccano ed espellono i palestinesi dalla loro terra, mentre lo Stato fornisce le armi, la copertura legale e il budget per farlo”. Del resto, si legge ancora nel rapporto, “il governo israeliano e i coloni condividono lo stesso obiettivo di ‘prendere più terra possibile e ridurre al minimo la presenza palestinese’”.

L’apartheid in Cisgiordania

Sui media locali e internazionali fanno notizia solo i picchi di violenza, gli episodi eclatanti, come quanto avvenuto nei giorni scorsi a Qabatiyah, dove i palestinesi arrestati sono stati marchiati con dei numeri, riecheggiando, come hanno scritto in tanti, quanto avveniva nei campi di sterminio nazisti (i soldati si sono poi scusati, tutto perdonato, come non fosse successo nulla; ma il simbolismo rimane).

Ma maggior parte degli episodi di violenza e sopraffazione restano sottotraccia. Sono parte del quotidiano, di una brutale routine. La segregazione razziale nella Cisgiordania, ad esempio, passa anche per le stazioni di servizio. Pompe di benzina separate: una per gli israeliani e una per i palestinesi, rigorosamente con prezzi maggiorati, ovviamente, per questi ultimi. Lo racconta un tassista palestinese ad Haaretz, senza sdegno, quasi fosse una delle tante incombenze della giornata.

L’occupazione è più visibile quando i soldati invadono un villaggio o quando i coloni danno fuoco alle case dei palestinesi. Eppure, continua Haaretz, gran parte dell’apartheid viene esercitato in modalità meno vistose: “Decidere chi può comprare carburante, chi può usare una strada, quale villaggio può essere chiuso e quanto tempo di un palestinese può essere rubato senza attirare l’attenzione”.

Un altro episodio spiega bene lo stato di apartheid che regna in Cisgiordania. Le strade per i palestinesi sono poche e scorrono a singhiozzo. Sono oltre 900 i checkpoint, tra fissi e mobili, che frammentano la regione, impedendo il naturale scorrere delle giornate degli abitanti (palestinesi, si intende). Andare al lavoro o raggiungere un ospedale non è un diritto. Dipende da chi presiede i posti di blocco, dalla sua etica o, come spesso accade, dall’umore del momento.

Non solo: “Una lunga fila di auto era ferma sulla strada che porta ad Atara”, si legge nell’articolo di Nagham Zbeedat. Ma a bloccare il traffico non erano i soldati israeliani o un checkpoint. “Era un colono che, in piedi, in mezzo alla strada, ne impediva il passaggio”. Le famiglie palestinesi hanno aspettato diverse ore nelle loro auto perché quel colono aveva deciso che non potevano passare. E nessuno poteva dire o fare nulla, coscienti che rischiavano l’intervento dell’esercito, con tutte le conseguenze del caso.

Nessun media ha riportato l’accaduto. D’altronde, “non c’erano morti né feriti, una situazione classificata come ‘pacifica’”. In Cisgiordania la vivibilità non la si misura in base ai criteri che valgono per le democrazie. La si misura in base al numero di persone uccise, arrestate, ferite, malmenate e alle demolizioni delle case. Ecco perché Beit Duqqu, il villaggio di cui parlavamo all’inizio, può dirsi abbastanza tranquillo. A parte qualche razzia dei coloni e la terra rubata, nessuno è stato ucciso.

Lo stesso non può dirsi di Tal, al-Mughayyir, Mukhmas, Nablus, Jenin, Tulkarm, Ramallah e via dicendo: la lista sarebbe fin troppo lunga. Per ora, niente morti né bulldozer a Beit Duqqu. Secondo gli standard imposti ai palestinesi, “è stato un fine settimana tranquillo”. La normalizzazione del Terrore.

Fonti

UNWRA: https://www.unrwa.org/resources/reports/unrwa-situation-report-232-humanitarian-crisis-gaza-strip-and-occupied-west-bank

OCHA: https://www.ochaopt.org/content/movement-and-access-west-bank-april-2026

HAARETZ: https://www.haaretz.com/israel-news/haaretz-today/2026-08-17/ty-article/.highlight/settlers-only-raid-us-occasionally-what-palestinian-life-has-been-reduced-to/000001a0-10a9-de4a-afe7-5aeb598e0000

HUMAN RIGHTS WATCH: https://www.hrw.org/news/2026/08/20/west-bank-israel-backed-settler-violence-drives-displacement

da qui

l'unità dell'Occidente

 

…La presidente ha aggiunto infatti che questa è la sua linea:

“Continuo a credere che l'unità dell'Occidente sia molto importante".

Si scrive: unità dell’Occidente, ma si legge: unità della razza bianca dominatrice.

L’unità dell’Occidente è l’unità dei colonialisti, degli schiavisti, in nome dei nazionalisti come Hitler e come Churchill, come Stalin e come Putin.

Anche oggi la razza bianca dominatrice è in preda a una crisi di demenza senile, e si precipita verso la guerra.

Da quale parte (con Zelenski o con Putin?) poco importa. Purché guerra sia, purché l’occidente si copra di gloria, nel prossimo, (forse imminente) 8 Settembre.

Non è la prima volta che succede, e neppure la seconda. Ma questa volta potete starne certi: non avrete il tempo di ripensarci.

da qui