lunedì 2 marzo 2026

Votare No al referendum!

Libertà e Giustizia. Dieci ragioni per votare NO al referendum sulla riforma Nordio

Libertà e Giustizia è impegnata nello spiegare i motivi, di forma e di sostanza, per i quali la riforma Nordio è un attacco all’indipendenza della magistratura e non un miglioramento della giustizia. E anzi, di come renda più deboli i comuni cittadini di fronte alla legge. Oltre a essere un rischio democratico complessivo.

  1. La propaganda: la riforma approvata dalla maggioranza viene propagandata – nelle dichiarazioni dei sostenitori del Sì, nelle trasmissioni televisive e sui social, nei manifesti per il Sì che invadono le nostre strade – come “l’occasione per riformare la giustizia”. Niente di meno vero! La legge Nordio interviene sull’organizzazione dell’ordinamento giudiziario e nulla prevede per affrontare – e tantomeno risolvere – i problemi che affliggono il servizio giustizia: non devolve risorse economiche, non pone rimedio alle carenze di organico, non affronta il tema dell’eccessiva durata dei processi, non facilita né semplifica l’accesso alla giustizia. Di questi problemi la legge Nordio non si occupa proprio, eppure vuol far credere il contrario ai cittadini italiani, con una propaganda spudoratamente ingannevole.

Di fronte alle criticità del sistema della giustizia, questo governo si affida ad uno strumento tipico della retorica populista: additare un nemico contro il quale convogliare l’insoddisfazione dei cittadini. Questa volta i capri espiatori sono i giudici, mentre il governo coglie (nelle sue intenzioni) due piccioni con una fava: si disinteressa di problemi complessi e ne addebita la responsabilità ad un potere dello Stato per più versi sgradito.

  1. Il linguaggio: gli esponenti della maggioranza hanno negato con indignazione che la riforma Nordio intenda limitare l’autonomia della magistratura; ma i fatti e le parole degli stessi esponenti dimostrano una costante determinazione a svilire l’operato della magistratura e ad offenderne le istituzioni. La presidente del consiglio non perde occasione per attaccare le decisioni dei giudici, nelle più varie materie, definendole “incredibili”, denunciando presunte “invasioni di campo”, qualificando come “politicizzate” le decisioni a lei sgradite; peraltro senza mai entrare nel merito del perché le decisioni oggetto di critica sarebbero erronee. Sulle dichiarazioni di Nordio andrebbe steso un pietoso velo, tanto risultano insensate e irrispettose; basti pensare ai termini “paramafiosi” e “verminaio” riferiti al Consiglio Superiore della Magistratura, organo presieduto dal Presidente della Repubblica. Tanta ostilità nei confronti della magistratura si spiega solo con l’insofferenza di questo governo per il compito di controllo che alla magistratura spetta anche e necessariamente sull’operato del potere esecutivo.
  2. Il metodo: la legge Nordio, che modifica ben sette articoli della nostra Costituzione (artt. 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110 Cost) è stata approvata dal Parlamento con il voto favorevole della sola maggioranza di centro destra; non è stata in alcun modo oggetto di discussione e condivisione con le opposizioni, come sarebbe doveroso per una legge che modifica profondamente l’assetto istituzionale di uno dei poteri dello Stato. Nessun emendamento è stato possibile; questa modalità è tanto più sorprendente se si considera che non vi era alcuna urgenza di intervenire in maniera tanto divisiva e conflittuale in una materia così delicata! Si tratta, palesemente, una legge “contro”: contro la magistratura e contro la Costituzione.
  3. Nel merito – la “separazione delle carriere”: la riforma Nordio è stata presentata come necessaria per distanziare i giudici dai pubblici ministeri, sulla base dell’assunto indimostrato che i primi tendano ad appiattirsi sulle richieste dei secondi;  ciò risulta fattualmente falso: i dati attestano che le richieste dei PM vengono  respinte dai giudici togati nel 50% dei casi. Dunque, non esiste alcuna pregiudiziale pro-accusa.

Inoltre, le carriere di giudici e PM sono già separate, dal momento che la normative vigente consente ai magistrati di cambiare percorso solo una volta nel corso della vita professionale, nei primi dieci anni di attività. E questi spostamenti riguardano ogni anno meno dell’1% dei magistrati. Anche questo argomento a favore della riforma Nordio si dimostra infondato.

Del resto, perché mai il cittadino dovrebbe essere contento di un assetto che veda il pubblico ministero  più autoreferenziale, distante dalla cultura giurisdizionale che, oggi, gli impone di cercare  la verità giudiziaria, una sorta di super poliziotto concentrato solo sull’accusa?

  1. Nel merito – il sorteggio: l’obiettivo fondamentale della legge Nordio è scardinare il sistema di autogoverno della magistratura, disciplinato dagli articoli 104 e 105 della Costituzione e posto a tutela della sua indipendenza. La riforma prevede  di spaccare in due il Consiglio Superiore della Magistratura: uno per i giudici e uno per i PM; ma la volontà di umiliare e depotenziare la funzione dell’autogoverno emerge platealmente dalla modalità indicata per la selezione dei membri dei due CSM: essi verrebbero sorteggiati tra tutti gli appartenenti alla magistratura, anziché eletti come avviene oggi. Come avviene oggi – si badi – per tutti gli organi di autogoverno delle professioni e per le associazioni professionali: per gli avvocati, per i medici, per i commercialisti, per le associazioni degli imprenditori e delle banche. A quando il sorteggio per i Consigli dell’Ordine degli Avvocati? O per il direttivo di Confindustria o di ABI? E’ evidente che la previsione del sorteggio rappresenta uno sfregio, peraltro dalle conseguenze pericolose: gli ipotetici sorteggiati non dovrebbero rendere conto a nessuno delle loro attività e decisioni: non ai loro elettori, non ad una associazione di categoria. E non vi sarebbe alcuna garanzia circa la loro competenza e esperienza. Un’idea balzana, a dire poco.
  2. Nel merito – l’Alta Corte: non paga dello scempio, la riforma Nordio prevede che il potere disciplinare venga sottratto ai CSM e affidato ad una Alta Corte di nuova istituzione. La prima considerazione è che la previsione viola  l’art. 102 della Costituzione, il quale  vieta l’istituzione di giudici speciali, come sarebbe questo; la sola deroga prevista riguarda le sentenze dei tribunali militari in tempo di guerra, estenderla alle decisioni sui  magistrati in tempo di pace sembra davvero oltraggioso! Inoltre, la riforma prevede che le decisioni dell’Alta Corte siano impugnabili solo davanti alla medesima, in violazione del principio dettato dall’art. 111 Cost in base al quale  contro  le sentenze è sempre ammesso ricorso in Cassazione.

Con questa riforma i magistrati sarebbero i soli per i quali il potere disciplinare verrebbe devoluto ad un organo esterno, sottraendolo alla valutazione dei pari, come invece  succede per tutte le categorie professionali.

  1. Il contesto – le leggi di attuazione: la riforma Nordio, se approvata in sede di referendum, dovrà essere attuata o integrata mediante una serie di leggi ordinarie, che il governo sta già predisponendo ma del cui contenuto nulla sappiamo. E’ però già emersa, nelle parole di un esponente di primo piano del governo, la volontà di sottrarre ai Pubblici Ministeri il controllo della Polizia Giudiziaria, mediante legge ordinaria, una volta che la riforma Nordio fosse definitivamente approvata. Si tratta di un obiettivo che suggella la volontà del governo di incidere direttamente sull’esercizio dell’azione penale: se la Polizia Giudiziaria dipende dal governo, è questo che decide quali reati perseguire e quali no. Con le conseguenze in termini di uguaglianza di fronte alla legge che è facile immaginare.
  2. Il contesto – il progetto politico: è ormai ben chiaro che l’attuale maggioranza di governo si propone di stravolgere l’assetto istituzionale della nostra Repubblica: l’autonomia differenziata mira a frammentare e dividere l’unità nazionale, a dispetto della retorica nazionalista vuota di contenuti con la quale la destra si riempie la bocca; la riforma Nordio mira a intimidire la magistratura e ridurla alle dipendenze del governo; il cd “premierato” mira a rafforzare ulteriormente il potere esecutivo, in una situazione nella quale già oggi le decisioni vengono prese mediante decreti che  il Parlamento è chiamato a ratificare, grazie all’uso spropositato del voto di fiducia. La destra vuole insomma “costituzionalizzarsi”, disfacendo l’equilibrio tra i poteri disegnato dalla Costituzione vigente.
  3. Il contesto – il ruolo della magistratura: l’attacco scomposto alla magistratura  che l’attuale governo porta avanti è particolarmente odioso se solo si pone mente al ruolo decisivo che i giudici hanno ricoperto e tuttora ricoprono nella lotta al terrorismo rosso e nero e nel contrasto alla criminalità organizzata, per la quale hanno pagato un prezzo immenso in termini di vite.
  4. Conclusione: alla luce dell’inconsistenza degli argomenti di merito a favore della riforma Nordio, ciò che diviene sempre più evidente è che il governo, nella campagna a favore del Sì,  è mosso principalmente da ostilità nei confronti della magistratura: ha infatti operato, sia quanto al metodo che quanto ai toni usati, una forzatura ingiustificata e controproducente, esasperando il conflitto e formulando nei confronti dei giudici accuse infondate.

E dunque: votiamo NO per difendere la nostra Repubblica e la nostra Costituzione!

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Per un No sociale - Italo Di Sabato

Il referendum sulla giustizia (22-23 marzo) non è una questione tecnica né una disputa tra addetti ai lavori. È un passaggio politico e costituzionale decisivo, perché in quella scheda si concentra un’idea di Paese. La posta in gioco è stata chiarita con una franchezza brutale quando Giorgia Meloni ha detto che vuole giudici che remino nella stessa direzione del governo. Non è un’uscita infelice: è un programma. È l’idea che il controllo sia un ostacolo, che la separazione dei poteri sia un intralcio, che l’autonomia della giurisdizione sia un problema. È un attacco a uno degli architravi della Costituzione: il principio per cui il potere esecutivo non può pretendere obbedienza dagli altri poteri dello Stato.

Per questo il referendum non riguarda solo la magistratura e non riguarda solo la politica. Riguarda la democrazia. Riguarda la libertà. Riguarda la possibilità stessa che esistano limiti al potere di chi governa. E riguarda, soprattutto, la possibilità che chi sta in basso possa difendersi, parlare, dissentire, organizzarsi, lottare. In questo passaggio, sconfiggere il governo non è una formula propagandistica: è un obiettivo democratico concreto, da praticare e far crescere in ogni ambito sociale, politico e culturale. Perché ciò che è in corso non è un normale ciclo politico, ma una torsione profonda: un tentativo di riscrivere i rapporti tra cittadini e istituzioni, tra diritti e forza.

Questo governo è espressione limpida di interessi neocorporativi e di classe. Il suo progetto economico e sociale produce disuguaglianze, concentra ricchezze, restringe il welfare, sposta risorse verso la spesa militare e la logica di guerra, riduce gli strumenti democratici di partecipazione e controllo. Ma un simile progetto non può reggersi solo sulla persuasione. Per far inghiottire a milioni di persone precarietà, lavoro povero, tagli ai servizi, aumento delle disuguaglianze e insopportabile concentrazione della ricchezza serve una leva più antica e più brutale: la repressione.

È qui che la svolta sicuritaria mostra la sua vera natura. Non è una deviazione, non è un eccesso, non è un incidente. È un metodo di governo. L’attacco alla Costituzione e ai diritti si regge su due logiche complementari: la deregolarizzazione dei poteri forti e l’iper-regolamentazione dell’opposizione sociale e dei soggetti deboli. Se ai potenti tutto è permesso, la libertà dei subalterni si riduce. E infatti, mentre si garantiscono spazi sempre più ampi di impunità di fatto a chi sta in alto, si costruisce una rete di norme, reati, aggravanti, decreti e dispositivi emergenziali che colpiscono chi sta in basso e chi prova a contestare. Il decreto sicurezza, come altre misure di questi anni, non è la risposta a un’emergenza reale: è un tassello di un disegno repressivo. L’obiettivo è instaurare, sulle ceneri dello Stato di diritto o di quel poco che ne resta, uno Stato di polizia fondato sulla legislazione d’emergenza permanente.

La criminalizzazione del dissenso non è un effetto collaterale: è il cuore del progetto. Nuovi reati, pene più alte, resistenza non violenta trasformata in reato, carcere usato come strumento di disciplina sociale, decreti contro le Ong, persecuzione della povertà, caccia ai senzatetto, limitazione sistematica della libertà di manifestare e di confliggere. Il messaggio è semplice e spaventoso: se non hai potere economico e mediatico per contare, e provi a contare nelle strade, verrai punito. Il diritto penale viene trasformato in un dispositivo di disincentivo al conflitto sociale. La paura diventa linguaggio di governo. La rassegnazione diventa obiettivo politico. Gli spazi della democrazia collettiva vengono ristretti con la forza.

Dentro questo quadro, la riforma della giustizia non è una misura isolata. È uno snodo centrale, perché mira a stabilire la supremazia dell’esecutivo sull’esercizio della giurisdizione. Vuole orientare e controllare il lavoro dei magistrati e assoggettare i pubblici ministeri al potere politico. La storia dimostra che un simile rapporto tra politica e magistratura si risolve sempre a favore dei poteri forti e a scapito dei soggetti socialmente ed economicamente più deboli. È un meccanismo che non produce “ordine”: produce obbedienza. E produce selezione sociale della repressione. Perché in un Paese in cui lo Stato penale cresce e lo Stato sociale arretra, la giustizia non colpisce mai allo stesso modo. Colpisce chi non ha protezioni, chi non ha risorse, chi non ha accesso ai grandi strumenti della comunicazione e del potere.

Garantismo e antipenalismo

Per questo affrontare il rapporto tra politica e giustizia è imprescindibile. Ma va fatto nel modo giusto, riportando al centro garantismo e antipenalismo, non come bandiere di parte e non come alibi, ma come principi costituzionali. Il garantismo non è un favore ai potenti. È la condizione minima perché la giustizia sia uguale per tutti. È ciò che limita gli errori giudiziari. È ciò che impedisce che il processo diventi una forma di punizione anticipata. È ciò che rende la giustizia un servizio ai cittadini e non uno strumento nelle mani dei poteri forti, come troppo spesso è accaduto. Solo assicurando a tutti il diritto di difesa, l’effettiva parità processuale, la terzietà del giudice e una durata ragionevole dei processi si può superare davvero l’attuale conflitto tra politica e magistratura. E solo così si può difendere la democrazia da una deriva autoritaria.

Dire No, però, non significa difendere lo status quo. Non significa idolatrare la magistratura. Non significa aderire alla narrazione secondo cui il processo penale sarebbe lo strumento naturale del cambiamento politico e morale del Paese. Quella idea, che ha attraversato decenni di storia italiana, è stata una delle cause profonde della trasformazione dello Stato sociale in Stato penale. Ha alimentato l’antipolitica e ha legittimato la scorciatoia per cui, di fronte a problemi sociali e politici, si invoca la repressione e si delega alla giustizia ciò che dovrebbe essere affrontato con diritti, politiche pubbliche, redistribuzione e partecipazione. In quelle stagioni, chi sosteneva che il processo penale dovesse restare un accertamento di reato e non uno strumento di lotta politica è stato emarginato. Eppure aveva ragione. Da quella rimozione è nato un senso comune tossico: che la giustizia debba essere dura, esemplare, vendicativa; che la garanzia sia un intralcio; che i diritti siano un lusso; che la libertà sia sospetta. Oggi paghiamo quella storia. E se non la guardiamo in faccia, la nostra critica sarà formale, sterile, incapace di cogliere la posta in gioco. Non basta dire che questa riforma è sbagliata. Bisogna dire che è sbagliata dentro un disegno più ampio di politiche sicuritarie, di criminalizzazione del conflitto sociale, di uso del diritto penale come governo della paura. O si critica nella sua interezza la finalità repressiva degli interventi legislativi del governo, o la critica resterà un esercizio retorico. E si finirà, ancora una volta, intrappolati nella falsa alternativa tra due blocchi speculari: da una parte chi vuole piegare la magistratura al governo, dall’altra chi usa la magistratura come surrogato della politica e come clava morale, oscillando tra “legge e ordine” e “giustizia esemplare” a seconda del bersaglio. Bisogna rifiutare entrambe le strade.

Questo No deve essere un No sociale, perché ciò che viene colpito non è solo un principio astratto ma la carne viva del conflitto democratico. È un No che parla a chi sciopera, a chi occupa, a chi blocca una strada perché non ha altri strumenti, a chi difende la casa, il lavoro, il territorio, l’ambiente, la scuola pubblica, la sanità. È un No che parla a chi vive precarietà e povertà, a chi subisce fogli di via, denunce, misure preventive, processi costruiti per logorare, isolare, intimidire. È un No che sa che lo Stato di polizia non nasce all’improvviso: nasce quando la repressione diventa normale, quando l’emergenza diventa permanente, quando la libertà viene trasformata in sospetto.

La libertà è conflitto

Non si può ignorare che tutto questo si inserisce in un disegno unitario: la modifica costituzionale sul premierato, che stravolge la forma di governo; la rottura dell’unità del Paese con l’autonomia differenziata, che minaccia i diritti fondamentali; e, in parallelo, l’espansione dello Stato penale, con un governo tra i più giustizialisti degli ultimi anni, capace di istituire decine di nuovi reati e di inasprire continuamente il quadro repressivo. È un progetto complessivo: restringere la democrazia, ridurre i diritti, rafforzare l’esecutivo, punire il dissenso.

Siamo in un passaggio storico in cui la forza si scaglia contro il diritto con la determinazione di contendergli ogni spazio. Non sarà un passaggio breve. E proprio per questo non possiamo essere ingenui. Pensare che questa riforma serva solo a dividere le carriere è un errore. La separazione è stata di fatto già avviata da riforme precedenti, a Costituzione invariata: ormai non c’è più nulla da separare. Qui il punto è un altro: il tentativo di trasformare la giustizia in una funzione subordinata al governo e, insieme, di consolidare un clima politico e culturale in cui il diritto penale diventa la lingua con cui lo Stato parla ai cittadini.

Per questo il No non può essere solo difensivo. Deve essere anche propositivo. Bisogna lavorare a una riforma vera della giustizia che faccia uscire il Paese dall’emergenza infinita e dal panpenalismo dilagante. Una riforma che riduca drasticamente l’area del penale, dimezzi reati e pene, restituisca centralità al diritto di difesa, garantisca davvero la durata ragionevole dei processi, riaffermi la terzietà del giudice, sottragga la giustizia alla propaganda e all’uso politico. Questa è la direzione democratica. Non l’ennesima torsione autoritaria. Non la trasformazione del pubblico ministero in un funzionario al servizio dello Stato di polizia. Non la normalizzazione dell’eccezione.

Dire No significa non accettare un Paese in cui la protesta sociale diventa reato, in cui la povertà viene perseguita e la ricchezza viene protetta. Dire No significa rifiutare lo Stato penale e rivendicare lo Stato sociale. Significa difendere una democrazia in cui la libertà non sia scambiata per sicurezza e in cui la sicurezza non sia usata come pretesto per reprimere. La libertà è conflitto, diritti, garanzie. E oggi difenderle significa costruire un fronte antipenalista largo, determinato, popolare.

Un No sociale, un No costituzionale, un No contro le politiche sicuritarie. Un No per la democrazia, per la giustizia uguale per tutti, per il diritto di dissentire.

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Repressioni fantastiche e dove trovarle: perché votare “NO” - Mario Di Vito

Giorgia Meloni vuole un esecutivo che non risponda a nessuno, né al parlamento, né ai giudici, né all’opposizione. Se vincesse il Sì, sarebbe un passo in più verso l’oppressione totale. Votare No rappresenta una difesa possibile dei diritti fondamentali

Il punto non è la separazione delle carriere. Non è nemmeno il Consiglio superiore della magistratura. Anzi, possiamo arrivare a dire che il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo non riguarda nemmeno la giustizia. Non più di tanto.

La riforma – passata per le vie parlamentari a una velocità che non ha precedenti nella storia repubblicana – si presenta al dibattito pubblico italiano come un regolamento di conti, lo scontro finale di una guerra che durerebbe da un trentennio. Più o meno da Mani pulite, a torto a ragione ritenuto evento fondativo dell’era delle ingerenze dei giudici nella politica. Questo elemento c’è, e probabilmente è quello considerato più importante dai sostenitori del “Sì”, insieme alla banale evidenza del fatto che le riforma costituzionali si fanno sempre perché non costano niente.

Mettere mano alla sanità o alle pensioni ha infatti una ricaduta sul bilancio, con tutti i problemi che ne conseguono. Cambiare la Carta no, vale pochi spiccioli appena.

E però non possiamo non leggere questa riforma nel contesto più generale dell’ingrossamento del codice penale che il governo Meloni porta avanti da quando si è insediato: più reati, più aggravanti, più galera, più facce feroci. Non più polizia però, bizzarramente. Assumere agenti, come sopra, ha un costo, quindi ogni tre che vanno in pensione se ne riprende forse uno. Ma il tema della sicurezza, si sa, è un fatto per lo più di percezione – i reati sono in calo da decenni – quindi la tesi è che basti urlare al cielo che si è pronti a procedere con la massima durezza contro la devianza e la marginalità (i tratti infantili di un sistema che si pretende perfetto) per veder crescere i sondaggi, anche se poi il peso della forza pubblica dispiegabile diminuisce di giorno in giorno.

Qualche tempo fa il ministro Nordio ha rivendicato che il famoso decreto rave, a tre anni dalla sua entrata in vigore, non ha prodotto manco una condanna. Sarebbe effetto della deterrenza, secondo lui, ma pensare che dal 2022 in Italia non si facciano più feste “illegali” è un’evidente assurdità, quindi si può concludere che quel reato alla fine si è rivelato inutile.

Un altro esempio: lo scudo penale per gli agenti di polizia – cioè la loro iscrizione in un registro diverso da quello dei comuni mortali – non avrebbe cambiato nulla della storia dell’omicidio di Abderrahim Mansouri a Rogoredo. L’assistente capo Carmelo Cinturrino sarebbe stato arrestato lo stesso.

Tutto questo per dire che il problema non è “il come”, ma “il perché”. Giorgia Meloni ha evidentemente in testa una repubblica diversa da quella (pur molto imperfetta) che abbiamo adesso e che dovrebbe basarsi sullo strapotere di un esecutivo che non risponde a nessuno – non al parlamento, non ai giudici, non agli oppositori, nemmeno alla realtà – se non al popolo che l’ha messo lì.

Questo referendum ha un ché di plebiscitario: la maggioranza si è votata da sola un testo da sottoporre [alle e, ndr] agli abitanti della nazione per farselo confermare. Gli ultimi sondaggi, per quel che valgono, ci dicono che il piano potrebbe non funzionare (il Paese pare quantomeno diviso), ma tutto per mesi ha remato in quella direzione: anche la volontà di votare il prima possibile, onde evitare una campagna che avrebbe visto – come in effetti sta vedendo – la pressoché inevitabile rimonta dei contrari.

Meno si discute e più si passeggia sereni sulla strada di un consenso costruito a colpi di propaganda. All’inizio, nel quesito referendario, nemmeno erano indicati gli articoli della Carta che cambierebbero (sono sette, non pochi) e lo scopo era sempre lo stesso: sorvolare sul dibattito, evitare le discussioni più complesse, giocare a dire che in fondo non sta succedendo niente. Soltanto una decisione della Cassazione in seguito a un ricorso ha fatto sì che chi andrà a votare potrà anche sapere su cosa lo starà facendo, per la cronaca.

Ma cosa significa separare le carriere dei magistrati requirenti da quelli giudicanti? Significa sottomettere la giurisdizione al governo. Così è in tutti i Paesi in cui vige la separazione (con correttivi e accorgimenti di solito in linea con la storia politica locale), così sarà anche in Italia.

Pure se, come dicono i legulei del Sì, questo non sta scritto da nessuna parte nel testo della riforma. Ma anche in Venezuela, per dirne uno qualunque, la magistratura è “autonoma e indipendente”, solo che poi Alberto Trentini lo libera la presidente Delcy Rodriguez, mica il giudice di Caracas.

Questa sottoposizione si può fare in maniera semplice, con un tratto di penna. Basta togliere al pubblico ministero il ruolo di coordinamento della polizia giudiziaria. Il vicepremier Tajani ha di recente avuto modo di dire che bisognerebbe proprio farlo. Meloni, all’indomani degli arresti per gli scontri di Torino al corteo per Askatasuna, si era spinta un po’ più in là e aveva fatto lei il capo d’accusa: tentato omicidio. Alla faccia della terzietà del giudice: con quanta serenità d’animo la Gip avrà assunto le decisioni che ha assunto sui fermati, mentre aveva sul collo il fiato pesante di una premier che già aveva deciso qual era la cosa più giusta da fare?

La parte della riforma sul Consiglio superiore della magistratura – l’organo di rilievo costituzionale di governo autonomo delle toghe – serve a puntellare questo desiderio di limitare il contropotere della giurisdizione. Sdoppiare il Csm – uno per i giudici e uno per i pm – vuol dire dimezzarne la forza: è aritmetica. Togliergli la competenza disciplinare (una sezione serve proprio a decidere le eventuali sanzioni per i magistrati che, per dolo o negligenza, si comportano in maniera sbagliata) e affidarla a un tribunale speciale – un’Alta corte la cui composizione risulta ancora misteriosa – è rompere l’autonomia di un potere dello Stato. Sorteggiare i consiglieri, infine, è un’umiliazione e basta: persino un tiro di dado vale di più delle idee di chi indossa la toga.

Ma il vero rischio, quello che dovrebbe spaventare sul serio, è che in questo modo il pubblico ministero assurgerebbe al livello di accusatore senza altro compito che perseguire i cattivi soggetti. Una falange di 2.000 super poliziotti che solo quello devono fare: prima punire e poi sorvegliare. Per paradosso, in una situazione così, un controllo politico finirebbe con l’essere addirittura auspicabile.

E così, pur nella consapevolezza che il sistema giudiziario abbia già da adesso dei tratti inquietanti, che di inchieste sbagliate, di teoremi, di persecuzioni, di processi politici ne esistono a bizzeffe, il futuro che si presenterebbe con una vittoria del Sì appare ancora più fosco. Votare No non è una scelta di conservazione dell’esistente, ma una difesa possibile dei diritti fondamentali. Un passo necessario, non una scelta di vita. Perché lo vediamo tutti i giorni quello che il governo fa e non ci sono motivi per ritenere che, in mezzo a una serie di provvedimenti da Stato di polizia, ce ne sia uno – la riforma costituzionale – che invece è un capolavoro di democrazia e liberalismo.

Al contrario, è un passo in più verso l’oppressione totale.

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89 anni fa la strage degli etiopi, l’Italia non ha mai chiesto scusa. Neppure Meloni - Mario Pizzola

 

Il 19 febbraio è un giorno di lutto per l’Etiopia. E’ il giorno che ricorda gli eccidi compiuti dagli italiani durante la dominazione fascista. Ma l’Italia non ha mai chiesto scusa per quelle stragi né ha mai fatto i conti con il suo passato colonialista in Africa. Una storia di sopraffazione e di violenza che è stata sempre rimossa dai nostri governanti.

A questa tradizione si è attenuta anche la premier Giorgia Meloni che nei giorni scorsi è stata ad Addis Abeba per il secondo vertice Italia-Africa e dove ha avuto colloqui con il primo ministro etiope Abiy Ahmed Ali. Nessun accenno, neppure questa volta, al nostro passato razzista e ai nostri crimini coloniali.

La rimozione è iniziata subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale. A differenza dei crimini nazisti che, con il Processo di Norimberga, hanno visto non solo la punizione dei colpevoli ma anche l’occasione per una riflessione collettiva su quel tragico periodo storico, nulla di simile è avvenuto nel nostro Paese. 

Nella Conferenza di Pace di Parigi del 1946 la delegazione italiana, guidata dal presidente del consiglio Alcide De Gasperi, cercò inutilmente di ottenere la restituzione all’Italia delle sue colonie del periodo prefascista – Eritrea, Somalia e Libia – come riconoscimento e compenso del contributo del nostro Paese alla sconfitta del nazifascismo.

Secondo il governo italiano andava fatta una distinzione tra l’avventura fascista e il dominio coloniale precedente perché quest’ultimo, attraverso gli investimenti economici, avrebbe favorito il progresso delle colonie, accreditando l’Italia come il Paese più capace a condurre il Corno d’Africa verso l’autogoverno. 

La delegazione etiopica non si limitò ad opporsi alle rivendicazioni territoriali dell’Italia ma chiese che venissero processati per crimini di guerra molti esponenti militari e politici della dittatura fascista che si erano resi responsabili di stragi orrende durante la dominazione coloniale.

Ma la richiesta degli etiopi venne respinta dalle potenze vincitrici, soprattutto dagli angloamericani che vedevano in alcuni personaggi, come il generale Badoglio, un possibile baluardo per la lotta al comunismo.

Gli etiopi ridussero allora le loro richieste, limitandosi a presentare alla Commissione delle Nazioni Unite per i crimini di guerra solo dieci casi, tra i quali emergevano i nomi di Pietro Badoglio, Rodolfo Graziani, Guido Cortese ed Enrico Cerulli, ovvero le personalità più direttamente coinvolte negli eccidi. 

Ma la Commissione delle Nazioni Unite, pur riconoscendo l’accuratezza della documentazione presentata dagli etiopi, accettò la richiesta di estradizione solo per Badoglio e Graziani. Il primo era accusato di aver impiegato armi chimiche vietate dagli accordi internazionali. Il secondo di aver scatenato una brutale repressione attraverso la quale furono massacrati migliaia di civili inermi.  

Si era intanto arrivati al 1949. Tutto lasciava sperare che almeno i principali responsabili fossero sottoposti a processo. Ma il governo italiano respinse la richiesta di estradizione e così nessuno ha mai pagato per quei crimini.

Pietro Badoglio morì per un attacco di asma nella sua casa a Grazzano il 1° novembre 1956 e gli vennero riservati anche i funerali di Stato. Rodolfo Graziani, invece, venne processato ma non per gli eccidi in Etiopia bensì per aver collaborato con l’esercito occupante tedesco dall’8 settembre 1943 fino al termine del conflitto nella sua qualità di Ministro della Guerra della Repubblica di Salò.

Condannato a 19 anni di carcere, Graziani se ne vide condonare subito 13, ma scontò solo quattro mesi in quanto venne conteggiato il periodo della carcerazione preventiva. Tornato alla vita civile Graziani continuò a professare le sue idee fasciste e nel marzo del 1953 ebbe come riconoscimento la presidenza onoraria del MSI.

Ma quali furono i crimini commessi dagli italiani in Etiopia? Le Forze Armate italiane, agli ordini di Badoglio e su espressa autorizzazione di Mussolini, utilizzarono ampiamente il gas iprite vietato dal Protocollo di Ginevra del 1925. A Badoglio è attribuita la responsabilità di aver ordinato almeno 65 bombardamenti all’iprite per un totale di oltre mille bombe C-500-T. Inoltre, Badoglio era accusato di aver bombardato ospedali della Croce Rossa.

Quella che è passata alla storia come “la strage di Addis Abeba” avvenne il 19 febbraio 1937. Quel giorno ci fu un attentato della resistenza etiope che aveva come obiettivo il viceré d’Etiopia Rodofo Graziani. L’attentato provocò sette morti e circa cinquanta feriti. Graziani si salvò ma rimase seriamente ferito. 

La reazione fu spietata. Il segretario federale del partito fascista Guido Cortese, che aveva sostituito Graziani in quanto in ospedale, fece distribuire armi a tutti gli italiani incitandoli alla mattanza. Gli etiopi vennero trucidati con tutti i mezzi a disposizione: a fucilate, con impiccagioni e a colpi di bastone, ma anche legati ai camion e trascinati lungo le strade. Molti, tra cui anziani, donne e bambini morirono bruciati vivi nelle loro capanne date a fuoco. Si calcola che le vittime furono tra le 20 e le 30.000.

A questa strage seguì quella compiuta nella città santa di Debrà Libanos. Qui, su ordine di Graziani, vennero massacrati i monaci cristiani di osservanza copta, solo perché sospettati di aver protetto gli attentatori del 19 febbraio. Le esecuzioni sommarie vennero attuate dal generale Pietro Maletti al quale furono intitolate delle strade in diversi Comuni italiani, rimosse solo da pochi anni. Il numero dei monaci uccisi non è certo ma si calcola che furono tra 1400 e 2000. 

Alcuni ministri italiani della Difesa, come Roberta Pinotti e Lorenzo Guerini, avevano assunto l’impegno di rendere omaggio alle vittime dei crimini italiani in Etiopia ma non se n’è fatto nulla. Niente scuse, dunque, né risarcimenti, né restituzione dei beni artistici che furono rubati agli etiopi dall’esercito italiano. La memoria di quell’epoca sanguinosa continua ad essere velata, se non apertamente oscurata, anche nella Repubblica democratica ed antifascista di oggi.

Ma c’è chi invece, stando al governo, mantiene viva la memoria dell’Italia fascista e coloniale che fu. Come l’attuale ministro dell’agricoltura Francesco Lollobrigida, ex cognato di Giorgia Meloni, che nell’agosto del 2012 prese parte ad Affile, in provincia di Roma, all’inaugurazione del mausoleo dedicato a Graziani e sul quale campeggia la scritta “Patria – Onore”. Nell’occasione Lollobrigida non seppe nascondere la sua ammirazione per il “Maresciallo d’Italia” affermando che per lui, e non solo per lui, Graziani (detto anche “il macellaio del Fezzan”) sarà sempre “un punto di riferimento”.

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domenica 1 marzo 2026

La coscienza non è in vendita - Antonio Cipriani

Neanche il tempo di accendere la Tv e sul Tg2 c’è un esperto della Fondazione Med Or, quella inventata dai venditori di strumenti da guerra di Leonardo, presieduta da Marco Minniti. Con fare sussiegoso spiega i vantaggi dei bombardamenti israeliani e americani sull’Iran. Ovvio, dice il barbiere. Chi vende armi ha bisogno di chi, scientificamente, le propaganda e promuove come fossero fiori di campo della democrazia sparati col cannone dell’imperialismo. E le guerre, da che mondo è mondo, sono giuste, se a deciderlo sono quelli che ammazzano, depredano, devastano. Lo sono meno se viste dal punto di vista di chi resta sotto le macerie di una scuola bombardata dai missili israeliani e a stelle a striscia. O dal punto di vista dei morti innocenti che non potranno neanche cantare le lodi dei criminali, nonostante questo sia il gioco.

Perché il sussiegoso esperto della fondazione di Leonardo, armi ed affini, non mette in dubbio il diritto di chi ha un arsenale straordinariamente potente e mortale di potersi esercitare sulla povera gente e contro uno stato sovrano. No, l’ovvio per certi fenomeni mediatici è ovvio. La domanda che sorge spontanea nell’esperto è: sapranno gli iraniani schiavi sollevarsi grazie a questa occasione bombardata loro dagli esportatori belluini di semi di libertà?

L’imperialismo funziona così. I media sono complici, sono strumenti paramilitari in tempi di guerra e anche in tempi di pace. I nostri grandi quotidiani riportano da settimane, senza porsi un dubbio, le veline di Trump, di Rubio e dell’Idf che, evidentemente, per il nostro governo e per i media che ne supportano le posizioni pavide, rappresentano legge scritta sulla pietra.

Così funziona il potere. Germoglia sul terreno fertile delle menzogne.

Ma noi perché ci soffriamo di fronte al mentire plastico e classico del sistema di potere capitalista, suprematista e fondamentalista religioso? La colpa è dei nostri padri. Avevano tempo da perdere, meno salottini televisivi, zero social, quindi ci raccontavano della guerra, della fame, della crudeltà naziste, del collaborazionismo dei fascisti, delle battaglie sindacali, della libertà. Ci parlavano di quanto fosse deprecabile la schiavitù, di come l’ingiustizia sociale fosse un male e di come ogni discriminazione fosse inaccettabile. Ci hanno fatto crescere con senso critico e senso di giustizia, credendo che la legalità internazionale fosse una conquista della storia.

Poi niente. Il tracollo. Tutti sanno tutto, tutti scrollano da mattina a sera sul telefonino dopo aver passato decenni a guardare la tv. E nessuno capisce più quello che accade. Un’accettazione passiva ha sostituito la coscienza che frigge di fronte all’ingiustizia.

Pazienza. Continueremo a batterci per la bellezza, la giustizia sociale e la libertà. Ed anche a detestare i criminali, gli sfruttatori, i mentecatti obbedienti dei media, gli esperti pacifisti a libro paga dei venditori di armi, quelli che non pensano più perché è fatica: chi ha rinunciato a difendere i diritti di tutti per quieto vivere, o chi non lo fa per piccole ottuse convenienze.

La coscienza non si vende al mercato mediatico degli sciacalli.

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NON SIATE COMPLICI del Board of Peace!

 

Lettera aperta al Governo Meloni

Come Maiindifferenti – Voci ebraiche per la pace e LƏA – Laboratorio ebraico antirazzista rivolgiamo un fermo invito alla Presidente del Consiglio e ai Ministri di questo Paese

NON SIATE COMPLICI del Board of Peace!

L’Italia partecipa a un consesso in cui Trump si pone come Presidente a vita, indipendentemente dal suo ruolo alla Casa Bianca.

Nei 13 articoli del regolamento la parola Gaza non risulta nemmeno una volta, non ci sono rappresentanze dirette dei palestinesi nel Board e di pace non si parla ma solo di affari.

Con pochi paesi europei (Cipro, Grecia, Romania, Slovacchia, Austria, Ungheria), monarchie assolute (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Qatar), regimi militari (Azerbaijan, Uzbekistan, Cambogia), dittature come la Bielorussia, e Israele, questo gruppo si incontra per fare business in Medio Oriente, sulle rovine di quel poco che resta a Gaza e in Cisgiordania.

 

E mentre Kushner con altri tra cui Aryeh Lightstone, consigliere di Trump e ideatore della Ghf (Gaza Humanitarian Foundation), coordina lo sviluppo delle “comunità sicure”, veri e propri centri di contenimento militarizzati dove Washington e Tel Aviv vogliono confinare la popolazione palestinese[1], l’Italia rappresentata dal Ministro Tajani va a “osservare” per non rimanere esclusa.

 

Lo sanno le cittadine e i cittadini italiani che la ricostruzione di Gaza avverrà con la rimozione delle macerie contenenti cadaveri e materiali bellici inquinati ed inquinanti che serviranno da “materiale da costruzione”?

 

Lo sanno le cittadine e i cittadini italiani che gli investitori immobiliari lavorano alla ricostruzione senza porsi alcun problema etico e morale?

 

Nei giorni scorsi avevamo lanciato un appello perché non venisse raggiunto un tale livello di degrado morale buttando a mare cocci e cadaveri, bombe inesplose, insieme allo spirito dell’umanità.

 

Lei, Presidente Meloni, che si dichiara madre e cristiana, è consapevole dell’orrore che sottende il regolamento del Board? Davvero preferisce, con i suoi Ministri, aderire alle azioni disumane presenti e future che si stanno promuovendo in Medio Oriente?

 

RingraziandoLa per l’attenzione, La invitiamo a leggere il nostro appello qui di seguito.

 

Mai Indifferenti – Voci ebraiche per la pace

Maiindifferenti6@gmail.com

www.maiindifferenti.it

 

LƏA – Laboratorio ebraico antirazzista è su Facebook e Ig

laboratorioebraicoantirazzista@gmail.com

 

APPELLO ALL’UMANITÀ

 

Cadaveri e macerie in mare per cancellare l’orrore:

 

BENVENUTI NELLA NUOVA GAZA

 

Così titolava il 23 gennaio 2026 l’articolo di Nello Scavo su “Avvenire”. E bisogna specificare: nella Nuova Gaza del “Board of peace”.

Ovvero: cancellare un orrore perpetrando un orrore anche più orrendo:

 

UNO SCEMPIO AMBIENTALE PERMANENTE, UNA SCELTA DEVASTANTE PER LA NOSTRA UMANITÀ

 

Durante il convegno del 19 gennaio al teatro Elfo Puccini a Milano, intitolato “Verso il Giorno della Memoria. Israele Palestina: a che punto è la notte?”, è stato denunciato il crollo di civiltà che ci sta travolgendo, simile a quello che si verificò negli anni ’20-’30 con l’ascesa del fascismo prima, e poi del nazismo, in cui ci fu un rovesciamento totale dei valori accettati universalmente: ecco, adesso siamo arrivati a un punto di svolta tragicamente simile.

 

Il culto, il rispetto dei morti sono una delle prime regole che si è dato il genere umano fin dalla più lontana antichità: anche il nemico aveva diritto a una degna sepoltura.

È come se si fosse superato un estremo limite, l’ennesimo punto di non ritorno verso una barbarie simile alle efferatezze praticate dai nazisti verso le loro vittime: quelle, ridotte in cenere, queste in polvere, materiale di supporto per la “ricostruzione”.

Se si supera tale confine, niente, e nessuno, potrà più salvarci.

Per questo ci rivolgiamo, oltre che alle associazioni e persone nostre affini, agli esponenti di tutte le Chiese, di tutte le religioni, perché si ergano a difesa della soglia che non dev’essere varcata e trovino in quest’unione di intenti la forza per imprimere una svolta alla storia della nostra umanità arrivata ormai sull’orlo dell’abisso.

 

Non dobbiamo permetterlo.

 

Maiindifferenti – Voci ebraiche per la pace, Khader Tamimi, presidente della Comunità palestinese di Lombardia, LƏA - Laboratorio ebraico antirazzista, Widad Tamimi, scrittrice e attivista



[1] Da il Manifesto, articolo di Eliana Riva del 19 febbraio.

sabato 28 febbraio 2026

Negli Epstein Files si mette in dubbio l’oro di Fort Knox: ciò che non torna in questa vicenda - Ugo Bardi

 

Non tutti i messaggi della corrispondenza di Jeffrey Epstein hanno a che vedere con storie di sesso e sfruttamento. Alcuni messaggi mettono in dubbio che l’oro immagazzinato a Fort Knox negli Stati Uniti ci sia davvero.

Se lo era domandato anche Donald Trump che nel febbraio del 2025 aveva promesso una verifica. Poi, come per tante altre cose, anche questa storia è passata di moda. Ma ora se ne riparla. Secondo certe voci, nel 2011, Dominique Strauss-Khan, allora Presidente del Fondo Monetario Internazionale, sarebbe stato messo a tacere mediante uno scandalo perché aveva scoperto che l’oro di Fort Knox non c’era più.

Va da sé che non c’è nessuna prova di questa storia. Ma ricordiamoci anche che, come diceva il divino Andreotti: “a pensar male si fa peccato, ma di solito ci si azzecca”. È possibile che i forzieri di Fort Knox siano vuoti? Difficile da accettare. Se veramente mancassero dei lingotti, qualcuno se ne sarebbe accorto.

Ma non c’è limite alla capacità umana di ordire imbrogli. Sulla base della mia carriera di ricercatore nel campo dei materiali, vi posso dire che trafugare l’oro di Fort Knox sarebbe perfettamente possibile in modo tale che, se qualcuno va a vedere cosa c’è nei forzieri di Fort Knox, non sarebbe in grado di accorgersi di niente. Il metodo più sofisticato consiste nel sostituire l’oro con il tungsteno e poi placcarlo con oro in superficie. Il tungsteno ha una densità quasi identica a quella dell’oro, per cui è impossibile accorgersi dello scambio se non con metodi di analisi complessi e costosi. Quello più sicuro è rifondere il lingotto, ma anche questo è complicato e costoso.

Ci dovrebbero essere 367.500 lingotti d’oro da circa 12 kg ciascuno a Fort Knox. Facendo un po’ di conti, sostituendone uno con uno di tungsteno, si può guadagnare circa un milione e mezzo di euro. Anche sostituendo solo qualche percento del numero totale, si parla di decine di miliardi di euro. Ci sono dei buoni motivi per cui si potrebbe pensar male.

 

Non vi sto dicendo che qualcuno lo ha fatto veramente. Vi dico semplicemente che dal punto di vista tecnico è perfettamente possibile. In effetti, se cercate sui giornali, trovate che l’imbroglio del tungsteno venduto per oro esiste e che ogni tanto qualcuno ci casca. Ovviamente, la cosa non viene strombazzata troppo in giro per non minare la fiducia della gente nell’oro come bene rifugio. Ma è bene starci attenti e comprare oro solo da enti o persone di fiducia. I dettagli li potete leggere in un post sul mio blog personale.

Per finire, qualcosa per i più complottisti. Lo sapevate che l’Italia tiene circa il 43% delle sue riserve aurifere negli Stati Uniti? Sono circa 1000 tonnellate d’oro (valore circa 140 miliardi di euro) che stanno nei forzieri della Federal Reserve Bank di New York. Anche la Germania e la Francia hanno grosse quantità di oro negli Stati Uniti. Queste riserve sono lì, in parte, dal tempo della guerra fredda per metterle al riparo da una possibile invasione sovietica dell’Europa Occidentale.

Vi può anche incuriosire sapere che nel 2013, la Germania ha chiesto indietro una parte dell’oro, 300 tonnellate. Gli Usa hanno richiesto sette anni di tempo per rimandarlo. Un po’ strano se era solo questione di tirarlo fuori e spedirlo in Germania, non trovate? Alla fine, quando l’oro è arrivato, i tedeschi hanno voluto rifonderlo tutto. Sospettavano qualche imbroglio? Cosa hanno trovato? Chi lo sa? Non tutto quello che succede nei meandri dell’alta finanza internazionale viene detto a noi miseri mortali.

L’Italia è comunque l’unico paese che non ha mai ufficialmente richiesto il rimpatrio delle sue riserve d’oro negli Usa. Giorgia Meloni lo aveva promesso prima di essere eletta. Le sue parole testuali nel 2019: “il futuro governo con Fratelli d’Italia restituirà l’oro agli italiani. E’ una promessa!”. Ma poi si è zittita, e da bravi complottari potete immaginarvi perché. L’oro italiano, ammesso che ci sia ancora, rimane a New York in custodia del migliore amico di Giorgia.

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Rivolte indigene - Raúl Zibechi

 

Sono trascorsi più di trenta giorni dall’accampamento di circa 600 persone provenienti da 14 popolazioni indigene dell’Amazzonia, davanti al porto di Cargill, a Santarem. Chiedono al governo di Lula di revocare il decreto 12.600 che prevede di dragare il fiume e che trasformerà le acque del fiume Tapajós in una via fluviale privatizzata per il trasporto di soia e altri cereali*.

Anche se il governo si è ritirato giorni fa dal dragaggio, continua a privatizzare i fiumi Tapajós, Madeira e Tocantins come parte del Programma Nazionale di Privatizzazione (l’articolo è stato scritto il 20 febbraio, il 23 il governo ha ritirato il decreto di privatizzazione, ndr), il che significa che la gestione e la manutenzione di queste strade, che totalizzano 280 chilometri solo nel Tapajós, vengono trasferite a grandi multinazionali legate all’agroalimentare. Ciò comporta la costruzione di nuovi porti privati ​​che trasformeranno l’area in un corridoio fluviale senza consultare le persone che vivono nel fiume e con esso.

Le monocolture di soia e mais stanno distruggendo l’Amazzonia, deforestando la foresta e avvelenando le acque e l’ambiente con l’abuso di pesticidi. Ciò che sta accadendo a uno dei principali affluenti dell’Amazzonia, il Tapajós, è semplicemente incredibile: treni composti da un massimo di 35 chiatte trasportano grano verso la Cina e l’Europa; su quel fiume sono stati costruiti o sono in progetto 41 porti, dove l’anno scorso sono circolate più di 15 milioni di tonnellate.

L’inquinamento da mercurio derivante dall’estrazione mineraria, sia legale che illegale, e la rimozione del fondo del fiume rappresentano le perdine più importanti per le popolazioni. Secondo Rafael Zilio, nel concepire un fiume come mera “idrovia”, “lo Stato e le grandi corporazioni del settore minerario e dell’agroalimentare perpetuano la devastazione ambientale in Amazzonia”.

Nell’ultimo mese sono state bloccate anche la strada per l’aeroporto e lo stesso aeroporto di Santarém per alcune ore. Silvia Adoue ricorda che “i munduruku non hanno aspettato la demarcazione del loro territorio da parte dello Stato”, come popolo hanno proceduto “all’autodemarcazione in alleanza con le comunità di pescatori”, il che insegna la capacità di “articolazione tra popoli con prospettive di mondo diverse”.

Questa è una piccola e incompleta sintesi di una resistenza per la vita che dura da molti anni. Penso che da questa straordinaria lotta possiamo trarre alcune conclusioni.

La prima è che avviene sotto un governo progressista, quando il segretario della Presidenza è Guilherme Boulos ed è ministro dei Popoli Indigeni Sonia Guajajara, entrambi del “radicale” Partito del Socialismo e della Libertà (PSOL). Chi crede che possano fare qualcosa di diverso da ciò che vuole il grande capitale, si sbaglia. Perché sono i migliori rappresentanti delle ambizioni delle multinazionali, di fronte al silenzio vergognoso del movimento sindacale e del Movimento dei Senza Terra (MST), il cui obiettivo principale è la rielezione di Lula.

La seconda è che il capitalismo vuole, e sta attuando, la completa privatizzazione della natura per accumulare sempre più capitale. Trasformare i grandi fiumi amazzonici in strade fluviali piene di infrastrutture, è garanzia della loro distruzione e dell’annientamento dei popoli che abitano le rive.

L’accumulazione di capitale non ha limiti, se non quello che possono fare i popoli e i movimenti per frenarla. Mentre quelli che sono in alto, di sinistra o di destra e persino i “radicali”, sostengono l’agroalimentare, fanno sfoggio di un discorso “corretto” in cui si permettono di mentire e persino di sostenere le richieste dei popoli originari. Boulos stesso si era impegnato a fare delle consultazioni prima dell’inizio dei lavori, cosa che non ha mai fatto.

La lotta è molto iniqua. Cargill fattura 154 miliardi di dollari ogni anno, ha il sostegno dello stato e del governo brasiliano, mentre i villaggi sono relativamente piccoli (i munduruku sono 13 mila persone), e non hanno altro che il sostegno di altri popoli simili, come è diventato evidente in questi giorni.

La terza riguarda la decisione di difendere la vita e la dignità dei popoli. Il rapporto di Sumauma sottolinea che questi popoli sono in “prima linea di resistenza all’agrocapitalismo globale”. Anche se sono pochi, sono determinati e fermi e non si tireranno indietro. Una donna munduruku ha detto: “I bianchi vedono il fiume come merce, per noi è vita”. È proprio quello che dicono i popoli originari di tutte le geografie, da Wall Mapu fino alla Mesoamerica.

Questa resistenza alle avversità dovrebbe essere fonte di apprendimento per tutti. Una volta che sappiamo che né la destra né la sinistra faranno nulla per salvare l’umanità dalla catastrofe, è il turno dei popoli che stanno mettendo il corpo e il sangue a difendere la vita e la natura.


*Informazioni raccolte da Silvia Adoue, Desinformémos 5/02/2026; Rafael Zilio, Desinformémos 11/02/2026; Guilherme Guerreiro Neto, Sumauma, 12/02/2026, e dal collettivo Aldea Urbana
(https://www.youtube.com/live/vs-bSMviJw).


Pubblicato anche su La Jornada

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venerdì 27 febbraio 2026

La nave Humanity 1 bloccata per 60 giorni, mentre aumentano i morti in mare

 

Mentre centinaia di persone risultano ancora disperse nel Mediterraneo centrale, il 13 febbraio le autorità italiane hanno fermato per 60 giorni la nave di soccorso Humanity 1 a Trapani e imposto una multa di 10.000 euro, secondo quanto riferito oggi dall’organizzazione tedesca di ricerca e soccorso SOS Humanity. Secondo l’equipaggio, in precedenza avevano soccorso 33 persone in pericolo in mare e avvistato due cadaveri in acqua. Le autorità accusano l’equipaggio di non aver comunicato con il Centro di coordinamento dei soccorsi libico. L’ordine di fermo è arrivato poco dopo che il governo italiano ha presentato un disegno di legge che consentirebbe un “blocco navale”, una nuova misura contro le navi di soccorso delle ONG.

“Il nostro equipaggio ha informato tutti i centri di coordinamento dei soccorsi competenti in conformità con il diritto marittimo internazionale”, ha sottolineato Viviana di Bartolo, coordinatrice delle operazioni di ricerca e soccorso di Humanity 1. “Abbiamo deliberatamente deciso di non comunicare con gli attori libici, poiché non possono essere considerati autorità di ricerca e soccorso legittime: sono responsabili di gravi violazioni dei diritti umani nei confronti delle persone in cerca di protezione”.

Secondo SOS Humanity, questa è la terza detenzione di una nave di soccorso dell’alleanza “Justice Fleet” in tre mesi. L’alleanza di ONG critica il sostegno europeo agli attori libici in mare, che accusa di violenza contro le persone in cerca di protezione e contro gli equipaggi di soccorso. Nell’agosto 2025, la cosiddetta Guardia Costiera libica ha aperto il fuoco contro una nave di soccorso non governativa.

“Questo ribalta pericolosamente la realtà. Mentre noi salviamo vite umane e veniamo puniti per questo, la cosiddetta Guardia Costiera libica viene sostenuta, le stesse forze che abusano e uccidono le persone in fuga”, ha affermato Marie Michel, esperta di politiche presso SOS Humanity. “Chiediamo il rilascio immediato della nostra nave di soccorso Humanity 1”.

Secondo SOS Humanity, si tratta del secondo fermo della sua nave in tre mesi. In precedenza era stata fermata anche la nave di soccorso Sea-Watch 5. A due delle più grandi navi di soccorso delle ONG nel Mediterraneo viene quindi impedito di effettuare ulteriori salvataggi, ha aggiunto l’organizzazione.

Nel frattempo, il governo italiano sta intensificando ulteriormente l’ostruzione delle operazioni umanitarie di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. Con una nuova bozza di legge, il governo Meloni sta pianificando un “blocco navale” per le navi delle ONG:  queste potrebbero ricevere la proibizione di entrare nelle acque territoriali italiane per un periodo fino a sei mesise le autorità italiane valutano un “rischio per la sicurezza”.

“Il nuovo fermo della nostra nave di soccorso Humanity 1 avviene nel contesto di un’ulteriore escalation dell’intralcio alle operazioni di ricerca e soccorso drammaticamente urgenti nel Mediterraneo”, afferma Marie Michel. “Con questo disegno di legge, che prevede un ‘blocco navale’, il governo italiano sta compiendo un passo drammatico nella sua politica contro le operazioni civili di ricerca e soccorso. Ciò aggrava ulteriormente la catastrofe umanitaria in mare e viola palesemente il diritto internazionale”.

Dati dell’OIM mostrano che dall’inizio dell’anno ad oggi almeno 484 persone migranti sono state dichiarate morte o disperse in seguito a diversi naufragi nel Mediterraneo centrale causati da condizioni meteorologiche estreme, mentre si ritiene che centinaia di altri decessi non siano stati registrati.

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Vogliamo vincere. Come? - John Holloway

 

I

Vogliamo vincere. Dobbiamo vincere. Noi, i perdenti di sempre, vogliamo e dobbiamo vincere.

Cosa vogliamo vincere? Vogliamo vincere molte cose, una serie di lotte specifiche. Vogliamo sbarazzarci di Trump, Milei, Starmer, Macron. Vogliamo abolire l’ICE, abolire i controlli sull’immigrazione ovunque. Fermare la violenza contro le donne. Fermare il crescente potere dei signori della guerra in tutto il mondo. Fermare l’ascesa dell’estrema destra. Fermare i combustibili fossili e il riscaldamento globale. Fermare l’eliminazione del pensiero critico nelle università. Alcune cose le vinciamo, altre le perdiamo, e questo è importante. Nulla di ciò che dico deve essere inteso come una critica all’inevitabile particolarità delle lotte. Alcune di queste cose possono essere ottenute all’interno del capitalismo. Ma sappiamo che non basta. Non basta perché le aggressioni continuano ad arrivare. È bello vincere una battaglia, ma le pressioni continueranno ad arrivare. Viviamo in una società basata sulla costante intensificazione dell’aggressione del denaro contro la vita. E ci sentiamo intrappolati. Sentiamo di essere spinti sempre più verso un abisso, verso la catastrofe, se non addirittura verso l’estinzione. C’è un senso di urgenza, di fine partita, la fine dell’umanità.

Proprio in questo momento nel quale tutto peggiora, dobbiamo alzare la posta. Dobbiamo tornare alla rivoluzione. Resistenza sì, ribellione sì, naturalmente. Gli zapatisti hanno ragione a concentrarsi su resistenza e ribellione. Ma non dimentichiamo l’altra parola: rivoluzione. Follia. Uscite in strada dopo la fine di questa sessione e provate a immaginare una rivoluzione nella vostra città.

Follia, ma forse una follia necessaria. Questo discorso è un invito a unirvi a me nella mia follia.

II

Ci sentiamo intrappolati perché siamo intrappolati. Ogni società è un sistema di coesione o confluenza sociale, in cui esistono modelli consolidati di relazione reciproca. Nella società odierna, questi modelli sono plasmati soprattutto dal fatto che le nostre attività creative sono collegate tra loro attraverso lo scambio di merci, come sostiene Marx. Da lì, egli prosegue traendo le conseguenze di questa relazione fondamentale analizzando le forme a cui dà origine lo scambio di merci. La mercificazione porta allo sviluppo e al predominio del denaro, alla trasformazione dell’attività umana in lavoro astratto o alienato, alla disgregazione delle comunità e all’identificazione dell’individuo astratto, all’ascesa e al predominio del capitale che trae la sua ricchezza e il suo potere dallo sfruttamento del lavoro, e così via.

Questa società è caratterizzata da una straordinaria opacità, le relazioni sociali sono reificate. Il modo in cui ci relazioniamo gli uni con gli altri è congelato in certe forme sociali che appaiono separate ed eterne. Il capitalismo è labirintico, una concatenazione di forme che conducono l’una all’altra e ci rinchiudono in modelli consolidati di attività e riproduzione sociale. Una totalità di forme apparentemente separate, concentrate sull’obbligo di convertire le nostre vite in lavoro, una strana attività priva di qualsiasi significato se non quello di produrre profitto accumulabile da altri.

Queste forme – lavoro, denaro, Stato, capitale ecc. – stimolano una creatività senza precedenti, ma la creatività viene pervertita attraverso la forma denaro, con la sua insaziabile spinta al profitto, e produce enormi difficoltà e una profonda distruzione delle premesse della vita. Pensate a Internet, allo smartphone o all’intelligenza artificiale, straordinari prodotti della creatività umana ma, contenuti come sono nella spinta al profitto, non sono ciò che avrebbero potuto essere e lasciano una scia di sfruttamento, distorsione e distruzione.

Nell’analisi di Marx, l’attenzione non è sul chi o sul cosa, ma sul come. Come ci relazioniamo gli uni con gli altri? Come interagiamo gli uni con gli altri? Questo è forse il punto centrale di ciò che voglio dire. Ma il come esiste nella forma di un cosa indiscutibile. Il lavoro (lavoro astratto o alienato) è semplicemente una cosa che dobbiamo fare, piuttosto che una forma peculiare della nostra attività umana. Il denaro è una cosa che possediamo o non possediamo, piuttosto che un modo strano e disumanizzante di relazionarci con gli altri. La feticizzazione o reificazione è un processo di “cosa-ificazione”. È anche un processo di “chi-ificazione”. Lo scambio di merci scompone il “noi” comunitario in una serie di “io” astrattamente identificati: proprietari delle merci scambiate, senza storia, senza memoria, senza sogni.

III

Siamo contenuti nelle forme sociali dell’attuale sistema di coesione sociale. Queste sono forme che identificano e definiscono, che contengono la nostra attività all’interno di determinati modelli di comportamento. Possiamo tutti pensare a come le nostre attività oggi, in questo giorno, siano limitate dal lavoro, dal denaro, dal capitale e dallo Stato. Se queste sono forme di costrizione e contenimento, allora la rottura dell’attuale coesione sociale deve essere uno straripamento. Ma come? Come possiamo confrontare il “come” del contenimento con il “come” o i “come” dello straripamento per creare una coesione sociale diversa? Come possiamo confrontare le forme identificative del rapporto di capitale con il flusso anti-identitario della nuova creazione.

La rivoluzione è la sostituzione del modello consolidato di coesione sociale con un altro o altri, un mondo di molti mondi, come dicono gli zapatisti. Questo come-contro-come si esprimerà sicuramente a un certo punto come un chi contro chi: chiaramente coloro che beneficiano dell’attuale come della coesione sociale vorranno difenderlo, mentre coloro che ne soffrono di più sono quelli che probabilmente lotteranno per un cambiamento. Ma la cosa importante è che il come-contro-come non venga ridotto o oscurato da un chi-contro-chi. È il come-contro-come che plasma la nostra lotta e la nostra creazione di un mondo diverso.

La tradizione marxista, guidata da Lenin ed Engels, ha di fatto ridotto il come-contro-come a un chi-contro-chi, riassunto nella brillante e concisa frase di Lenin secondo cui il potere è una questione di chi-chi. Una frase favolosa dalle conseguenze disastrose. Il chi-chi è la lotta della classe operaia contro la classe capitalista, sia identificabile che identificata. Il come di una forma radicalmente nuova di coesione sociale viene messo in secondo piano. C’è una totale cecità sulla questione della forma nella rivoluzione russa, al punto che sia Evgeny Pashukanis che Izaak Rubin furono giustiziati per aver insistito sulla centralità della forma nell’opera di Marx. Il denaro, lo Stato e soprattutto il lavoro furono trattati nella pratica come caratteristiche astoriche di qualsiasi società.

IV

Torniamo al punto di partenza. Siamo intrappolati in queste forme. Possiamo essere militanti quanto vogliamo, ma finché restiamo all’interno delle forme capitaliste, non facciamo nulla per fermare la riproduzione della dinamica di distruzione. Ci deve essere una via d’uscita! Ma come?

Non basta gridare o sognare. Facciamolo. Engels aveva ragione su questo. Nel suo L’evoluzione del socialismo, dall’utopia alla scienza, sosteneva che non bastava fantasticare, che dovevamo pensare scientificamente a come trasformare la società. Sognate pure, diceva, ma qual è la base materiale della vostra speranza?

La versione del socialismo scientifico di Engels e Lenin non ha funzionato, non ha prodotto le società che coloro che vissero e morirono nella lotta avevano sperato, ma esattamente il contrario. Ha prodotto società orribili che non avevano e non hanno nulla a che fare con l’autodeterminazione della nostra attività vitale. Ma il loro fallimento ci ha lasciato una domanda: come, come diavolo possiamo realizzare una trasformazione radicale del modello di coesione sociale?

V

La risposta è ovvia: non lo sappiamo.

È importante dirlo, non solo perché è vero. Cinquanta o sessant’anni fa avevamo la risposta: prendere il potere statale e cambiare la società da lì. Ma questa non si è rivelata affatto una risposta. Le forme sociali capitaliste non possono essere spezzate agendo attraverso le forme sociali capitaliste. Come abbiamo visto, i tentativi di infrangere il dominio del denaro e del capitale attraverso lo Stato sono falliti completamente.

Ma è anche molto importante dire che non conosciamo la risposta, perché il non sapere è parte della risposta. Se lo sappiamo, allora lo diciamo ad altri e riproduciamo un discorso monologico di autorità che riproduce lo stile della società che vogliamo trascendere. Se diciamo di non sapere, entriamo immediatamente in una politica di dialogo. Il nostro “non lo so” è un “Questo è quello che penso, ma non ne sono sicuro, cosa ne pensi tu?”, che rompe già con la grammatica gerarchica della società esistente ed entra nell’incerta anti-grammatica della società che vogliamo creare e che stiamo creando.

Spero che questo discorso possa essere inteso in questo modo, come un “Non lo so, questo è tutto quello che so, puoi portarci oltre?”.

VI

La risposta ortodossa della classe operaia forte e organizzata non ha funzionato. Questo, almeno in parte, perché è stata intesa sulla base di un concetto definitorio e identitario della classe operaia. Lo stesso si può dire dell’idea che lo sviluppo delle forze produttive porterebbe al collasso dei rapporti di produzione: ciò ignora che lo sviluppo delle forze produttive si sviluppa conflittualmente dentro e contro i rapporti di produzione in ogni momento del loro sviluppo. In entrambi i casi, si presuppone un’esternalità che non può esistere nella pratica: non può esserci un’esternalità completa tra due momenti di un’unica coesione sociale.

Vorrei suggerire – e questo è in realtà il mio secondo punto fondamentale – che possiamo fare un passo avanti rivolgendoci al concetto di “Non Ancora” di Ernst Bloch. La sua tesi è che il mondo che non esiste ancora ma potrebbe esistere, esiste già. Esiste come “Non Ancora”, come anticipazione presente, come spinta contro e oltre, come inadeguatezza, come sogno, come ribellione.

Nel suo grande libro, Il Principio Speranza, egli traccia la presenza e la forza di questo Non Ancora, questa spinta verso un mondo diverso, nelle fiabe, nella danza, nell’architettura, nella musica, nella teoria politica, nella religione, tra gli altri campi. La conclusione è che, con la scoperta da parte di Marx del potenziale della classe operaia, la spinta costante del Non Ancora diventa una forza pratica per trasformare il mondo. Marx non mette in discussione il significato della classe operaia, ma il suo canto al potere del Non Ancora in così tanti aspetti diversi della vita, come una forza che spinge costantemente contro ciò che è, apre un modo diverso di pensare alle basi materiali della nostra speranza rivoluzionaria. La possibilità di trasformare radicalmente il mondo dipende dalla forza del Non Ancora, del malcontento, del non-conformismo e della creatività che spingono contro e oltre le forme sociali esistenti.

L’idea del Non Ancora non si oppone all’idea di lotta di classe, ma suggerisce un’interpretazione diversa. Mentre il concetto tradizionale di classe operaia è identitario, l’idea del Non Ancora è profondamente anti-identitaria, una continua spinta contro i confini. “Pensare è andare oltre”, come dice Bloch. Comprendere la classe operaia o lavoratrice come Non Ancora significa aprire il concetto e vedere cosa nasconde. Il concetto di lavoro nasconde la sua stessa dualità, come ha sottolineato Marx, insistendo sul fatto che questo era “il perno su cui ruota una chiara comprensione dell’economia politica”. Alla base del lavoro astratto e alienato, così facilmente visibile nella società capitalista, c’è quello che Marx chiama lavoro concreto o utile, il tipo di lavoro o attività creativa che esiste in qualsiasi società. Il Non Ancora qui è la spinta dell’attività creativa o del fare contro e oltre il suo contenimento entro i limiti del lavoro astratto, quel lavoro il cui unico significato è quello di contribuire alla redditività del capitale. Il Non Ancora è un traboccare. Allo stesso modo, i lavoratori che ora sono classificati o definiti dal fatto di essere vincolati alla prestazione lavorativa, spingono contro e oltre la loro classificazione. Visto in questo modo, il Non Ancora è la lotta della classe operaia, la lotta di coloro che sono attualmente intrappolati nel lavoro capitalista, contro e oltre il lavoro, e dentro e contro la trappola che è la loro classificazione.

Il Non Ancora è strettamente correlato alla nozione di un comunismo di base, così presente nell’opera di David Graeber, come anche in quella di Kropotkin e Abdullah Öcalan, e in effetti nell’intero movimento curdo. L’idea di base è che qualsiasi società, inclusa quella capitalista, dipenda per il suo funzionamento dall’esistenza di un comunismo di base, una pratica fondamentale di sostegno reciproco nella vita quotidiana. Questo può essere visto come una sorta di “sì, ma” in risposta alla consueta lettura di Marx. Come abbiamo visto, la tesi di Marx è che la società esistente è plasmata dal fatto che le persone si uniscono attraverso lo scambio di merci e che questo porta allo sviluppo e al predominio del denaro, alla trasformazione dell’attività umana in lavoro astratto o alienato, alla disgregazione delle comunità, all’ascesa e al predominio del capitale che trae la sua ricchezza e il suo potere dallo sfruttamento del lavoro, e così via.

L’idea del comunismo di base si presenta come un “sì, ma” nel senso di dire “Sì, è vero, ma c’è qualcos’altro: un comunismo in cui le persone si relazionano tra loro sulla base del bisogno, del riconoscimento e del sostegno reciproci, dell’attività liberamente condivisa. In effetti, la società individualizzante e distruttiva può esistere solo sulla base della continua esistenza del suo opposto. Distruggendo questo comunismo di base, il capitalismo distrugge le sue stesse fondamenta”.

Credo che questo “sì, ma” sia già presente ne Il Capitale di Marx, ma non è stato ampiamente commentato. È presente nelle categorie del valore d’uso, del lavoro concreto o utile e, in effetti, nel concetto di forze produttive, che non esistono in completa sussunzione nelle loro forme capitalistiche, ma sono in costante tensione con esse.

La speranza risiede quindi nella forza di questo comunismo di base. Questo ci invita a riscrivere la storia non solo in termini di dominio, e non solo in termini di ribellioni come l’insurrezione anabattista guidata da Thomas Münzer, su cui Bloch scrisse un libro, ma in termini della forza del comunismo quotidiano. Sì, è vero che siamo intrappolati nel mondo del denaro, ma questo mondo del denaro può esistere solo se esiste anche un mondo critico di sostegno reciproco, di condivisione e amore, di amicizia e solidarietà. Questo è un tema centrale nel meraviglioso libro di David Graeber scritto con David Wengrow, The Dawn of Everything: A New History of Humanity (L’alba di tutto. Una nuova storia dell’umanità, Rizzoli, ndr). È anche un tema centrale in Sociology of Freedom (Sociologia della Libertà, Punto rosso, ndr) di Abdullah Öcalan, sviluppato nell’idea di “modernità democratica contro modernità capitalista”.

Questo comunismo di base è la società che non esiste ancora, ma che esiste già materialmente come necessaria controparte del dominio del denaro. Osservarlo attraverso il prisma del non ancora significa vedere che esiste in-contro-e-oltre la propria negazione. Il sostegno reciproco che caratterizza il comunismo quotidiano non può esistere al di fuori della socialità capitalista dominante: inevitabilmente le si oppone e ne è permeato. Spesso assumerà la forma capitalista di dare denaro a qualcuno o di aiutare a trovare un lavoro. Non c’è purezza qui. La coesione sociale in cui viviamo è antagonistica, in cui le due parti si compenetrano costantemente. È importante non idealizzare o romanticizzare il comunismo di base: può esistere solo come lotta, e ogni lotta è contraddittoria.

Vogliamo la rivoluzione, ma ha senso solo se riconosciamo che non esiste purezza rivoluzionaria. Vivendo nella società capitalista, siamo inevitabilmente soggetti danneggiati, come dice Adorno. Allo stesso tempo, il fatto che il capitale sia un’aggressione costante significa che viviamo non solo in questa società, ma anche contro di essa, e che ci proiettiamo oltre. Come soggetti danneggiati, viviamo in-contro-e-oltre la nostra condizione danneggiata.

Questo è importante quando pensiamo alla rivoluzione e al suo significato. La rivoluzione, abbiamo visto, è una questione di come. Dobbiamo sostituire il come dell’attuale coesione sociale con un altro, dobbiamo sostituire l’attuale modello di unione attraverso lo scambio di merci e denaro con uno o più modelli diversi. L’attuale unione, coesione o confluenza è antagonista, caratterizzata da un antagonismo tra il dominio del denaro e il comunismo di base che esiste nel Non-Ancora. Pensare la rivoluzione significa pensare a come possiamo rafforzare quel Non-Ancora, quel comunismo-contro.

Questa è soprattutto una questione di come. Come rafforziamo il Come comunista contro il Come capitalista? Contro le forme sociali del lavoro, come affermiamo le anti-forme di attività libera e autodeterminata? Ho già suggerito che il modo migliore per pensarci è in termini di creazione di crepe nella trama del dominio capitalista, spazi o momenti in cui diciamo No e creiamo altri modi di fare. La rivoluzione può essere vista come il riconoscimento, la creazione, l’espansione, la moltiplicazione e la confluenza di tali crepe. Il riconoscimento può essere inteso come il riconoscimento delle molteplici manifestazioni del comunismo di base di cui abbiamo parlato. È la confluenza di tali crepe che ho sempre trovato più difficile da comprendere. È chiaro che tale confluenza non dovrebbe essere pensata in termini istituzionali, che probabilmente la cosa più importante è una risonanza creata da canzoni, storie, immagini, forse anche discorsi e libri. Ma c’è un tema molto importante che emerge dalle discussioni attuali: l’idea della comune come base sia della società che vogliamo creare sia nell’organizzazione della lotta attuale per arrivarci. La confluenza di crepe, di rifiuti e di malcontento sociale può essere pensata in termini di comunizzazione.

Marx disse della Comune di Parigi del 1871 che fu la forma politica “finalmente scoperta” dell’emancipazione della classe operaia. Questo è certamente vero se pensiamo alla classe operaia non come a un raggruppamento sociologico, ma come agli oppressi che spingono verso la propria autodeterminazione collettiva. Se ci concentriamo sulla rivoluzione come uno scontro di come, di diversi modi di unirsi, allora è chiaro che la rivoluzione è un movimento di comunizzazione, ovvero sia una spinta dell’attività autodeterminata contro il lavoro, sia il movimento di una qualche forma di organizzazione comunitaria contro lo Stato.

Lo Stato, qualsiasi Stato, esclude le persone attraverso la sua forma, la separazione dei funzionari retribuiti dalla società. La comune include, cerca di articolare idee dal basso e di reintegrare l’organizzazione della società nella società stessa. Lo Stato è necessariamente subordinato all’accumulazione di capitale in virtù della sua dipendenza dal capitale per il suo reddito e la sua sopravvivenza. La comune cerca di liberarsi dalla subordinazione all’accumulazione di capitale promuovendo altre forme di produzione. Lo Stato è intrinsecamente razzista in virtù della sua definizione tramite confini territoriali, mentre la tradizione della comune, da Parigi al Rojava, è stata fortemente antirazzista e antinazionalista. Il partito orientato allo Stato è uno strumento per raggiungere il potere e accetta il presente della coesione sociale per trasformarlo in un domani indefinitamente posticipato. La comune non è uno strumento per raggiungere il potere, è già l’espressione di una forma diversa di coesione sociale in avanzamento, qui e ora.

VII

Lottare per un modo diverso di stare insieme significa comunizzare, rafforzare la coesione sociale emergente. Öcalan ha scritto di recente che “sebbene la lotta di classe ne faccia effettivamente parte, è più corretto leggere la storia come un lungo processo di relazione e conflitto tra sviluppo comunitario e sviluppo anti-comunitario che risale a circa 30.000 anni fa”. Questo è molto utile, ma non sono d’accordo con la sua separazione tra lotta di classe e comune: se pensiamo alla lotta di classe come a un come-contro-come, allora è chiaro che è il movimento di comunizzazione contro lo sviluppo anti-comunitario che è il capitalismo.

La comune è più una domanda che una risposta. È meglio pensarla come un’assemblea di soggetti danneggiati. L’insistenza degli zapatisti sul fatto che loro siano solo persone comuni è di fondamentale importanza, ma ovviamente noi persone comuni siamo persone danneggiate, spesso sessiste, razziste, patriarcali, irascibili e così via, e le comunità tradizionali sono molto spesso patriarcali. La comune rivoluzionaria è necessariamente un comunismo, un movimento contro se stessa, per superare la propria condizione di danno, un verbo e non un sostantivo. Una sorta di auto-avvio attraverso un dibattito di reciproco riconoscimento.

VIII

Torniamo all’inizio. Ora, più che mai, è tempo di parlare di rivoluzione. Questo è un momento di grande sconvolgimento nel capitalismo mondiale e di grande fragilità. Il centro non può reggere, non ha resistito. Lo spazio per miglioramenti riformisti si è ridotto notevolmente ed è probabile che rimanga tale. Ora è il momento di traboccare, di dire “No, non si può continuare così”. Ora è il momento di lottare per l’emancipazione del fare dal lavoro, per l’autodeterminazione comunitaria dallo Stato.

I due David, nella conclusione del loro libro, parlano della “nozione greca di kairos come di uno di quei momenti occasionali nella storia di una società in cui i suoi quadri di riferimento subiscono un cambiamento – una metamorfosi dei principi e dei simboli fondamentali, quando i confini tra mito e storia, scienza e magia – diventano confusi – e, quindi, un vero cambiamento è possibile”. Sono d’accordo con loro che questo è un momento davvero speciale.

Quindi, alla fine: questo è quello che penso, questo è tutto quello che ho detto, ma non ne sono sicuro, cosa ne pensi? Preguntando caminamos, camminiamo domandando.


Testo del discorso tenuto il 12 gennaio per la David Graeber Memorial Lecture, iniziativa promossa insieme da Clifornia Institute of Integral Studies, Rojava University, Universidad Autónoma de Puebla, The Élisabeth-Bruyère School of Social Innovation

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