domenica 25 ottobre 2026

Isolare i violenti

(da Osservatorio Repressione)

 

Da isolare sono le politiche securitarie del governo, le brutalità e il razzismo delle forze dell’ordine, la narrazione tossica dei media che criminalizza poveri, migranti e movimenti sociali.

«Isolare i violenti». È la formula che ritorna puntualmente dopo ogni manifestazione attraversata dal conflitto. La pronunciano ministri, dirigenti di partito, editorialisti e commentatori televisivi. Prima bisogna condannare, prendere le distanze, distinguere i manifestanti buoni da quelli cattivi. Soltanto dopo, eventualmente, si potrà parlare di salari, affitti, scuola, sanità, guerra e disuguaglianze. Ma quel dopo non arriva quasi mai. Le ragioni della mobilitazione scompaiono, sostituite dalle immagini degli scontri, dalle dichiarazioni dei ministri e dalle richieste di nuove misure repressive. È un meccanismo politico e mediatico collaudato, che permette di spostare l’attenzione dalle responsabilità di chi governa alle condotte di chi contesta.

E allora prendiamola sul serio, questa richiesta di isolare i violenti. Cominciamo dalle politiche securitarie di un governo che ha trasformato la criminalizzazione del dissenso in un programma politico, moltiplicando reati, sanzioni, divieti e strumenti di controllo. Cominciamo dalle brutalità delle forze dell’ordine, dalle cariche contro studenti e lavoratori, dai pestaggi, dagli abusi e dal razzismo che attraversa pratiche di controllo e repressione. Cominciamo da quella parte dell’informazione che da anni rappresenta i poveri come irresponsabili, i migranti come minacce, i giovani delle periferie come delinquenti e i movimenti sociali come organizzazioni pericolose. Una narrazione tossica che prepara il terreno alla repressione e trasforma chi rivendica diritti in un nemico dell’ordine pubblico.

La violenza, del resto, non comincia quando un corteo incontra uno sbarramento della polizia, quando viene innalzata una barricata o quando qualcuno infrange una vetrina. Esiste una violenza quotidiana, strutturale, esercitata attraverso le condizioni materiali di esistenza, l’organizzazione del lavoro, le disuguaglianze economiche e le decisioni politiche. Una violenza che non ha bisogno di un manganello per produrre sofferenza e che proprio per questo viene frequentemente sottratta alla condanna pubblica. Viene chiamata necessità economica, competitività, disciplina di bilancio, merito, sacrificio. E quando chi la subisce smette di accettarla, la risposta diventa troppo spesso l’intervento delle forze dell’ordine.

È violenza costringere una persona ad aspettare un anno per una visita specialistica, mentre chi dispone del denaro necessario può ottenere la stessa prestazione in pochi giorni. È violenza lavorare otto ore al giorno e dover scegliere se pagare l’affitto o fare la spesa, vivere sotto il ricatto di contratti precari rinnovati per anni, morire in fabbrica o in un cantiere perché la sicurezza continua a essere subordinata ai costi della produzione. È violenza lasciare persone anziane con pensioni insufficienti, ridurre l’assistenza a malati e persone con disabilità, scaricare sulle famiglie il lavoro di cura. È violenza permettere che bambini e adolescenti crescano nella povertà, imparando che persino l’accesso alla salute, all’istruzione e alla cultura dipende dalle possibilità economiche della famiglia. È violenza alzarsi la mattina presto e scoprire di essere stato licenziato con messaggio su whatsapp.

È violenza lasciare migliaia di abitazioni vuote mentre aumentano gli sfratti e le persone costrette a dormire per strada. È violenza consentire alla speculazione immobiliare di trasformare il diritto alla casa in un privilegio, sfruttare i braccianti nei campi e ricattare i lavoratori immigrati attraverso la precarietà del permesso di soggiorno. È violenza costruire un sistema di frontiere che espone le persone alla morte nel Mediterraneo, mantenere carceri sovraffollate e condizioni di detenzione incompatibili con la dignità umana. È violenza distruggere territori, compromettere l’acqua e l’aria, imporre opere senza ascoltare le comunità e criminalizzare chi si organizza per difendere l’ambiente e i beni comuni.

Questa violenza non è una fatalità. Discende da rapporti di forza, da decisioni politiche e da una distribuzione profondamente diseguale delle risorse e del potere. Quando i sacrifici richiesti ai poveri vengono definiti inevitabili e le ricchezze accumulate da pochi considerate intoccabili, non siamo davanti a una legge naturale, ma a un preciso ordine sociale.

Il governo della repressione

Il governo Meloni ha fatto dell’inasprimento penale e dell’estensione degli strumenti di controllo uno dei tratti caratterizzanti della propria azione. Pacchetti sicurezza, nuove fattispecie di reato, aggravamenti delle pene, misure preventive e restrizioni del diritto di manifestare vengono proposti come risposte a fenomeni che hanno radici economiche e sociali: povertà urbana, disagio giovanile, occupazioni abitative, conflitti sul lavoro, mobilitazioni studentesche e difesa dei territori.

Non è un’invenzione esclusiva della destra. La trasformazione delle questioni sociali in problemi penali attraversa da decenni la politica italiana. Governi di orientamento differente hanno contribuito a rafforzare la legislazione emergenziale, ampliare le misure preventive e presentare la legalità come valore autosufficiente, indipendentemente dal contenuto delle leggi e dalle disuguaglianze che esse possono consolidare. Il governo Meloni ha radicalizzato questa impostazione, rendendo ancora più esplicito il rapporto tra propaganda securitaria, costruzione del nemico interno e repressione del dissenso.

La logica è quella di uno Stato che arretra nella garanzia dei diritti sociali e rafforza contemporaneamente gli strumenti destinati a controllare le conseguenze di quell’arretramento. Si impoveriscono i servizi pubblici e si moltiplicano le misure contro chi protesta; si lascia crescere la precarietà e si criminalizzano i picchetti; si rende sempre più difficile accedere alla casa e si interviene contro le occupazioni.

La logica è quella di uno Stato che arretra nella garanzia dei diritti sociali e rafforza contemporaneamente gli strumenti destinati a controllare le conseguenze di quell’arretramento. Si impoveriscono i servizi pubblici e si moltiplicano le misure contro chi protesta; si lascia crescere la precarietà e si criminalizzano i picchetti; si rende sempre più difficile accedere alla casa e si interviene contro le occupazioni. All’indebolimento delle protezioni collettive corrisponde il rafforzamento degli apparati repressivi, chiamati a disciplinare le popolazioni considerate problematiche e a contenere i conflitti prodotti dalle disuguaglianze. Il diritto penale finisce così per sostituirsi alla politica sociale, trasformandosi in uno strumento ordinario di governo delle contraddizioni economiche e sociali.

In questo processo, una parte rilevante del sistema mediatico svolge una funzione tutt’altro che neutrale. Per anni i migranti sono stati rappresentati come pericolosi, gli occupanti di case come abusivi da espellere, gli ambientalisti come fanatici, i No Tav come sabotatori, gli studenti che bloccano scuole e università come privilegiati incapaci di rispettare le regole. Il termine «maranza» è diventato una categoria stigmatizzante nella quale far confluire adolescenti delle periferie, giovani di seconda generazione e ragazzi razzializzati. Il risultato è una rappresentazione capovolta della realtà sociale: chi subisce sfruttamento e marginalità viene descritto come una minaccia, mentre chi difende l’ordine economico e politico che contribuisce a produrre quelle condizioni viene presentato come garante della convivenza civile.

Il meccanismo è evidente nella cronaca delle manifestazioni. Una vetrina infranta o un cassonetto incendiato diventano il centro dell’informazione. Scompaiono le ragioni del corteo, le condizioni sociali dei partecipanti, le scelte che hanno determinato l’intervento delle forze dell’ordine e le cariche precedenti agli scontri. La cronaca si riduce a un inventario di danneggiamenti, denunce e arresti. Quando emergono immagini di manifestanti manganellati o di interventi sproporzionati, si moltiplicano invece le giustificazioni e i richiami alla difficoltà del lavoro di polizia. Non si tratta di sostenere che una violenza giustifichi automaticamente l’altra, ma di rifiutare una gerarchia morale nella quale soltanto alcune forme di violenza meritano indignazione, mentre altre vengono considerate normali conseguenze del funzionamento dell’economia e delle istituzioni.

La scuola del merito e la violenza delle disuguaglianze

Basta guardare alla scuola per comprendere quanto sia distante la retorica governativa del merito dalle condizioni materiali nelle quali studenti e insegnanti sono costretti a vivere. Secondo i dati dell’Anagrafe nazionale dell’edilizia scolastica richiamati nelle ricognizioni disponibili, circa il 59% degli edifici risulta privo della certificazione di agibilità e il 58,36% di quella antincendio. L’assenza della documentazione non equivale automaticamente a una condizione di pericolo, ma segnala ritardi e criticità che richiedono interventi. Un’elaborazione di Tuttoscuola sui dati ministeriali 2024-2025 documenta inoltre 1.663 classi delle superiori con oltre 27 alunni, frequentate da quasi cinquantamila studenti.

L’Italia continua a investire nell’istruzione meno della media dei paesi OCSE, mentre le retribuzioni degli insegnanti restano significativamente inferiori a quelle di altri lavoratori laureati. La legge di bilancio 2025 ha previsto una riduzione degli organici di 5.660 docenti dal 2025-2026 e di 2.174 posti ATA dal 2026-2027, per un totale di 7.834 posti con decorrenze differenti. Sono scelte che incidono su un sistema già attraversato da precarietà, carenze organizzative e profonde disuguaglianze territoriali.

Si chiede alla scuola di contrastare il disagio e la marginalità, mentre si riducono gli organici. Si invoca il merito, ma si trascurano le condizioni diseguali nelle quali gli studenti affrontano il percorso scolastico. E quando questi ragazzi scendono in piazza contro le politiche scolastiche, il caro affitti, il razzismo, il riarmo e la precarietà del loro futuro, la discussione si concentra sulle modalità della protesta. Le occupazioni diventano un problema di legalità, i blocchi un attentato alla circolazione, gli scontri una dimostrazione della loro pericolosità. Una scuola impoverita non diventa più giusta perché aumentano le sanzioni, così come un adolescente senza prospettive non acquista fiducia nelle istituzioni perché viene identificato durante una manifestazione.

Le brutalità poliziesche e il razzismo istituzionale

C’è poi una violenza che il discorso pubblico tende sistematicamente a sottrarre alla condanna: quella esercitata dagli apparati dello Stato. Le cariche contro studenti e lavoratori, i manganelli sui manifestanti, l’impiego di lacrimogeni e idranti, i controlli selettivi nei quartieri popolari e gli interventi repressivi contro chi occupa case, scuole o spazi sociali vengono frequentemente raccontati come semplici operazioni di ripristino della legalità. La violenza cambia nome a seconda di chi la esercita. Se proviene dal basso diventa un problema di sicurezza, se proviene dall’alto viene presentata come una necessità dell’ordine pubblico.

Le denunce di controlli discriminatori, i pestaggi documentati e gli abusi emersi in diverse vicende giudiziarie impongono di interrogarsi sull’organizzazione degli apparati, sulle pratiche operative e sulle condizioni che possono favorire l’impunità. Non basta liquidare ogni episodio come una deviazione individuale, ricorrendo alla rassicurante retorica delle poche «mele marce». Il problema riguarda anche una cultura istituzionale che può alimentare comportamenti violenti e razzisti, soprattutto quando l’autorità viene difesa preventivamente e le denunce delle vittime accolte con sospetto.

È questa saldatura tra politiche sicuritarie, pratiche repressive e costruzione mediatica del nemico che deve essere spezzata. Servono codici identificativi individuali, strumenti effettivi di documentazione degli interventi, indagini indipendenti e responsabilità politiche chiaramente individuabili. Ma serve soprattutto rifiutare l’idea che l’ordine pubblico possa essere utilizzato per neutralizzare il conflitto sociale.

La stessa selettività attraversa il modo in cui vengono rappresentati i conflitti internazionali. La devastazione di Gaza, il genocidio dei palestinesi, gli sfollamenti forzati e la distruzione delle infrastrutture civili hanno mostrato quanto il linguaggio della sicurezza possa essere utilizzato per giustificare o minimizzare violazioni gravissime dei diritti umani. Nel frattempo, il riarmo europeo viene presentato come una necessità inevitabile, mentre alle nuove generazioni si chiede di accettare un futuro segnato dalla militarizzazione e dalla possibilità di essere coinvolte in nuovi conflitti. Si pretende di isolare i violenti nelle piazze, ma si considera normale destinare risorse crescenti agli apparati militari, mentre scuola, sanità, casa e assistenza sociale continuano a essere attraversate da carenze profonde.

Prima la colpa, poi la punizione

Per anni ai poveri non è stato semplicemente chiesto di accettare la propria condizione: è stato spiegato loro che della propria povertà erano responsabili. Che se non riescono a vivere dignitosamente del proprio lavoro è perché non sono abbastanza produttivi, competitivi, flessibili, intraprendenti. Che se non trovano un’occupazione stabile non hanno saputo valorizzare le proprie competenze; se non possono permettersi una casa hanno fatto scelte sbagliate; se rimangono esclusi dalle opportunità è perché non possiedono sufficiente merito.

L’ideologia della competizione ha trasformato le disuguaglianze prodotte dai rapporti economici e sociali in colpe individuali, cancellando le responsabilità di chi quelle disuguaglianze le alimenta e ne trae vantaggio. Il povero non è più considerato una persona privata delle condizioni materiali per esercitare i propri diritti, ma un individuo che ha fallito nella competizione. La precarietà diventa incapacità di adattamento, la disoccupazione insufficiente intraprendenza, l’esclusione sociale assenza di merito. La società viene rappresentata come un mercato nel quale tutti avrebbero le stesse possibilità di riuscire, mentre le differenze di partenza, la distribuzione della ricchezza e il patrimonio familiare vengono rimossi.

Se la povertà è una responsabilità individuale, non esiste più una questione sociale da affrontare collettivamente. Non occorre modificare i rapporti di lavoro, redistribuire la ricchezza o garantire servizi universali. Occorre piuttosto correggere i comportamenti degli individui, renderli più competitivi, più disciplinati, più disponibili ad accettare le condizioni imposte dal mercato. E quando chi subisce queste condizioni smette di attribuire a sé stesso la responsabilità della propria esclusione e comincia a contestare l’ordine che la produce, diventa un problema di sicurezza. È qui che l’ideologia del merito incontra quella della punizione: prima si colpevolizza chi è escluso, poi lo si criminalizza quando si ribella.

Una democrazia che non tollera il dissenso

C’è una contraddizione ancora più profonda, che riguarda la natura stessa della democrazia. È osceno che governi pronti a invocarla per giustificare sacrifici economici, politiche di austerità, riarmo e perfino interventi militari mostrino tanta insofferenza verso una delle sue espressioni fondamentali: il conflitto sociale. La democrazia viene continuamente celebrata come valore universale, ma diventa un problema quando le classi popolari pretendono di esercitarla al di fuori delle scadenze elettorali, attraverso scioperi, occupazioni, blocchi e mobilitazioni territoriali capaci di mettere realmente in discussione le decisioni del potere.

Per quale ragione una popolazione dovrebbe riconoscere come pienamente democratico un ordine politico che le concede periodicamente di esprimere una preferenza elettorale e pretende poi che accetti come inevitabili decisioni assunte a vantaggio dei grandi patrimoni, della rendita e dei poteri economici? La questione riguarda il rapporto di classe che attraversa le istituzioni e il progressivo svuotamento della sovranità popolare di fronte al potere dell’accumulazione privata. Se le decisioni fondamentali sulla distribuzione della ricchezza, sull’organizzazione del lavoro, sull’abitare e sulle priorità della spesa vengono sottratte al conflitto democratico e presentate come necessità tecniche, ciò che rimane è una democrazia nella quale si può scegliere chi governa, ma diventa sempre più difficile decidere che cosa debba cambiare.

Uno sciopero che interrompe la produzione, un’occupazione che contesta la proprietà lasciata inutilizzata, una mobilitazione che blocca un’opera imposta a un territorio non sono semplicemente anomalie da ricondurre all’ordine. Sono forme attraverso le quali soggetti privi di un potere economico paragonabile a quello delle classi dominanti cercano di incidere sulle decisioni collettive. Il conflitto non rappresenta il fallimento della democrazia, ma una delle condizioni che possono impedirne la riduzione a un rituale elettorale. La sua criminalizzazione rivela quanto il potere politico sia disposto a tollerare la partecipazione soltanto finché questa non mette in discussione i rapporti sociali esistenti.

Finché la ricchezza privata potrà esercitare un’influenza sproporzionata sulle decisioni pubbliche, condizionando le priorità dei governi e restringendo le possibilità effettive di scelta delle maggioranze sociali, la democrazia resterà incompiuta nella sua dimensione sostanziale. Non basta riconoscere formalmente l’uguaglianza politica se a questa corrisponde una disuguaglianza economica tanto profonda da determinare chi possiede realmente gli strumenti per orientare le decisioni collettive. La sovranità popolare non può arrestarsi davanti ai cancelli delle fabbriche, ai consigli di amministrazione, ai mercati finanziari o agli interessi della rendita immobiliare.

Isolare i violenti. Quelli veri.

Le mobilitazioni di questi giorni, dalle manifestazioni studentesche alle piazze spontanee contro il carovita, hanno riportato al centro una questione che la politica istituzionale preferirebbe ignorare. Una parte della società non riconosce più come accettabili le condizioni che le vengono imposte. Quando migliaia di giovani attraversano le strade di Milano, Bologna, Torino e altre città, portando nello spazio pubblico la propria rabbia, contestano un ordine sociale nel quale il lavoro non garantisce una vita dignitosa, l’istruzione non assicura mobilità sociale, la casa diventa sempre meno accessibile e il futuro viene raccontato prevalentemente attraverso il linguaggio del sacrificio.

Le immagini degli scontri, delle barricate e dei fuochi nelle città non possono essere separate da queste condizioni. Sono il segnale di una rottura nella disponibilità ad accettare passivamente ciò che viene presentato come inevitabile. Per questo la contrapposizione tra manifestanti pacifici e violenti è politicamente insufficiente: viene troppo spesso utilizzata per stabilire chi abbia diritto di parola e chi debba essere escluso dal confronto, cancellando le ragioni della mobilitazione e le responsabilità delle istituzioni.

Anche una manifestazione di milioni di persone può essere ignorata quando il potere politico non intende modificarne le cause. La partecipazione pacifica è un diritto fondamentale, ma non costituisce automaticamente una garanzia di ascolto. Il problema non è contrapporre astrattamente protesta pacifica e conflitto radicale, bensì interrogarsi sui rapporti di forza che permettono alle mobilitazioni di incidere sulle decisioni pubbliche. La possibilità di un cambiamento dipenderà dalla capacità di collegare le lotte sul lavoro a quelle per la casa, la scuola, la sanità, l’ambiente e la pace, costruendo forme di organizzazione capaci di durare oltre le singole giornate.

E allora sì, isoliamo i violenti. Isoliamo politicamente chi governa attraverso la paura, chi risponde alla povertà con la repressione, chi alimenta il razzismo istituzionale, chi giustifica le brutalità poliziesche e chi utilizza l’informazione per trasformare le vittime delle disuguaglianze nei colpevoli della crisi sociale. Contrastiamo le politiche securitarie che restringono le libertà, pretendiamo responsabilità per gli abusi delle forze dell’ordine e rifiutiamo una narrazione mediatica che misura la gravità della violenza sulla base di chi la esercita e di chi la subisce.

Non sono i poveri, i migranti, gli studenti, i lavoratori in sciopero o i movimenti che difendono i territori a dover essere isolati. Non sono le lotte per la casa, per la salute, per il salario, contro il genocidio e contro la guerra a rappresentare una minaccia alla democrazia. La minaccia è un potere che produce disuguaglianze, le attribuisce alla colpa individuale di chi le subisce e pretende poi di reprimere chi si organizza per cambiarle.

Non è il dissenso organizzato a svuotare la democrazia. È la pretesa di neutralizzarlo per rendere intoccabili lo sfruttamento, la violenza istituzionale e i privilegi economici.

da qui

sabato 24 ottobre 2026

Usa: da Musk a Soros, chi sono i miliardari che decidono le elezioni di metà mandato - Roberto Vivaldelli

 

Che democrazia è quella in cui poche decine di miliardari si «comprano» – letteralmente – le elezioni a suon di donazioni? Negli Stati Uniti la situazione è ormai fuori controllo (chissà cosa scriverebbe oggi al riguardo Alexis de Tocqueville). Il quadro è drammatico e lo dicono i numeri. Nel 2010 i miliardari americani spesero 32 milioni di dollari per influenzare le elezioni di metà mandato. Oggi, scrive il senatore del Vermont Bernie Sanders in un messaggio diffuso sui social, «170 famiglie di miliardari hanno speso un record di 1,7 miliardi di dollari» per le midterm del 3 novembre. «Folle», lo definisce. E aggiunge: «La democrazia deve essere una persona, un voto, non miliardari che comprano le elezioni. Dobbiamo porre fine a Citizens United, adesso».

Il riferimento è alla sentenza con la quale, nel 2010, la Corte Suprema aprì ai finanziamenti attraverso i cosiddetti super PAC, comitati politici capaci di raccogliere e spendere somme illimitate di denaro per sostenere (o anche opporsi) a candidati federali. Il dato diffuso da Sanders proviene da un’analisi dell’Americans for Tax Fairness (ATF) Action Fund, ripresa da Common Dreams. Si tratta di una cifra senza precedenti per un ciclo di metà mandato.

Il peso dei super PAC

Secondo l’analisi di Common Dreams, la «gran parte» del denaro è confluita proprio nei super PAC, che, come già accennato, possono raccogliere e spendere somme illimitate a sostegno dei candidati prediletti. In questo ciclo meno del 20% delle donazioni dei miliardari è andato a comitati soggetti a limiti di contribuzione. Dalla sentenza del 2010 la spesa dei miliardari è cresciuta di 53 volte.

«A ogni elezione successiva a Citizens United, i miliardari hanno sistematicamente comprato la nostra democrazia», ha dichiarato Jodie Rubenstein, direttrice esecutiva di ATF Action Fund, che ha invitato i lavoratori e la classe media a reagire a novembre e a dimostrare che «la democrazia non è in vendita».

Al primo posto della classifica stilata da ATF ci sono le famiglie dei finanzieri tech Marc Andreessen e Ben Horowitz, cofondatori del fondo di venture capital Andreessen Horowitz, con 149 milioni di dollari complessivi, destinati sia a repubblicani sia a democratici. I due hanno finanziato in modo consistente Leading the Future, un super PAC contrario a una regolamentazione stringente dell’intelligenza artificiale. Seguono i fondi di magnati come George Soros, Jeff Yass e naturalmente Elon Musk. I primi quindici in lista hanno investito insieme 962 milioni di dollari.

Il grosso dei fondi va ai repubblicani: 113 famiglie hanno donato in prevalenza al Grand Old Party, 45 ai democratici. Il super PAC MAGA Inc., legato a Donald Trump, ha raccolto dai miliardari della lista più di 222 milioni di dollari da gennaio 2025: secondo ATF, un dollaro su due che arriva al comitato proviene direttamente da uno di loro.

Il caso Musk

Il quadro è però già superato dalle notizie più recenti. Come riporta Forbes, Elon Musk ha speso da solo oltre 276 milioni di dollari dallo scorso luglio e almeno 366 milioni di dollari sulle midterm fino a fine settembre, secondo i numeri forniti dai suoi rappresentanti al New York Times. Questo lo rende il maggiore donatore del ciclo, davanti ai sopra citati Andreessen e Horowitz, che il quotidiano newyorkese aveva indicato in testa ad agosto.

Tra le donazioni più recenti figurano 76 milioni all’America PAC, comitato che sostiene i candidati repubblicani in tutto il Paese, e 158 milioni al Senate Leadership Fund, schierato a favore dei repubblicani al Senato. Altri fondi sono andati al Congressional Leadership Fund (20 milioni), al Lone Star Liberty PAC (10 milioni), che sostiene il candidato texano al Senato Ken Paxton, alla Republican Governors Association (10 milioni) e alla Republican Attorneys General Association (2 milioni).

L’America PAC ha concentrato gran parte della spesa sulla corsa al Senato in Texas, dove Musk si è fatto sempre più esplicito: negli ultimi giorni ha attaccato ripetutamente su X lo sfidante democratico James Talarico.

Resta difficile stabilire l’entità reale della spesa. Forbes ricorda che non è chiaro quanto Musk possa ancora versare nelle settimane che mancano al voto e che le dichiarazioni federali complete saranno disponibili solo settimane, se non mesi, dopo le elezioni di midterm. Inoltre, secondo il New York Times, il magnate avrebbe elargito somme a sette cifre anche a organizzazioni non tenute a rendere noti i propri donatori: contributi che rischiano di restare ignoti.

Il nodo è politico: a quindici anni dalla (controversa) sentenza della Corte Suprema, il sistema dei super PAC consente a pochissime persone ultra-miliardarie di pesare sull’esito del voto, spesso in modo decisivo. È questa la democrazia che vogliono gli americani?

Fonti:

Jake Johnson, “172 Billionaire Families Have Spent Record $1.7 Billion on 2026 Midterms So Far: Analysis,” Common Dreams, 7 ottobre 2026, https://www.commondreams.org/news/billionaire-family-spending-2026.

Alison Durkee, “Musk Bankrolls Republicans in Midterms as Biggest Donor While Attacking Talarico,” Forbes, 12 ottobre 2026, https://www.forbes.com/sites/alisondurkee/2026/10/12/musk-bankrolls-republicans-in-midterms-as-biggest-donor-while-attacking-talarico/.

 

https://it.insideover.com/media-e-potere/usa-da-musk-a-soros-chi-sono-i-miliardari-che-decidono-le-elezioni-di-meta-mandato.html

BLOCUS!

Traduzione e cura di Nicholas Bertoli

Pubblichiamo la traduzione di un volantino fatto circolare dagli studenti durante le ultime manifestazioni partite dalle scuole superiori delle banlieue di tutta la Francia e un testo di appoggio di una associazione di studenti, ricercatori e attivisti: Ici et Ailleurs – Pour une philosophie nomade.

 

BLOCCO

Ovunque in Francia questa settimana abbiamo dato il via ai blocchi nei nostri licei.
Soprattutto a sostegno dei licei meno privilegiati.
Non guardate Cnews, non ascoltate Europe 1: leggete e ascoltate i vostri figli e nipoti.
I giovani in Francia sono stufi. Sono un terzo i liceali interessati: non è un dato trascurabile.
Così come nel 1968, nel ‘73, nell’‘86, nel ‘90, nel ‘98, nel 2006 e nel 2018 il governo non sa che farsene di noi. 

Oggi protestiamo principalmente contro: 

LA MANCANZA DI MEZZI NELLE SCUOLE 

– 10% (= 6000) tra scuole, istituti e licei in condizioni di degrado
– Classi con più di 35 alunni (assenza di limite legale)
– Professori assenti, spesso mai sostituiti
– Bonus cultura dimezzato in tre anni

DISUMANIZZAZIONE DEL SISTEMA SCOLASTICO

–  Orari non adatti al bio-ritmo degli adolescenti
– 21% dei liceali a rischio abbandono nel 2025
– 19% dei liceali a rischio depressione
– 400 i suicidi annuali tra gli alunni

ORIENTAMENTO E PARCOURSOUP*

– Rinforzo di strutture classiste
– Autocensura degli alunni
– Sistema di espressione delle preferenze
– 126.500 (=15%) gli studenti senza proposte d’ammissione entro fine anno

+ BILANCIO DELLE VIOLENZE DELLA POLIZIA:
più di 200 i feriti tra alunni e personale scolastico e solo 3 inchieste IGPN (organo di controllo interno della polizia in Francia) aperte:
proiettili di gomma, lacrimogeni, manganellate, strangolamenti, immobilizzazioni a terra…

Alcuni bruciano, sfasciano, provocano: lo riconosciamo. Sebbene i media manipolino i fatti per dipingerci solo come dei violenti.
Facciamo appello alle parole dell’arcivescovo brasiliano Dom Helder:

“Ci sono tre tipi di violenza. La prima, madre di tutte le altre, è la violenza istituzionale, quella che legalizza e perpetra il dominio, l’oppressione e lo sfruttamento, quella che schiaccia e lamina milioni di uomini nei suoi ingranaggi silenziosi e ben oliati.
La seconda è la violenza rivoluzionaria, che nasce dalla volontà di abolire la prima.
La terza è la violenza repressiva, che ha lo scopo di soffocare la seconda, facendosi complice e ausiliaria della prima violenza, quella che genera tutte le altre.
Non c’è peggiore ipocrisia che chiamare violenza solo la seconda, fingendo di dimenticare la prima, che la fa nascere, e la terza, che la uccide.”

NELLA SPERANZA CHE COMPRENDIATE MEGLIO LE NOSTRE RAGIONI, se interessati: sosteneteci, parlatene, unitevi anche voi ai blocchi, proteggete i nostri compagni dalle violenze della polizia e soprattutto andate a manifestare il 6 & 7 ottobre.

 

*Parcoursup è la piattaforma nazionale francese di pre-iscrizione all’istruzione superiore, introdotta nel 2018 per sostituire APB (Admission Post-Bac). Gli studenti dell’ultimo anno delle scuole superiori vi presentano le proprie preferenze detti “desideri” (vœux); le singole università e scuole esaminano i dossier e formulano le proposte di ammissione.
Le criticità principali sono:
– mancanza di trasparenza dell’algoritmo nei processi di selezione;
– un sistema classista che rinforza le diseguaglianze sociali invece di appianarle;
– procedimenti interni alle scuole non anonimi che spingono gli studenti ad autocensurarsi nella scelta della propria formazione futura ( ad esempio, essendo l’espressione delle preferenze esaminate e validate o meno dai professori, quando uno studente ha un cattivo rapporto col prof di una determinata materia finisce per non prendere in considerazione un percorso di studi in quel campo, perché ha la quasi certezza di rimanerne escluso e “sprecare” quindi una preferenza sulle dieci disponibili);
– bias di genere dell’algoritmo, per cui ad esempio le ragazze tendono a non intraprendere percorsi di formazione scientifica.

 

LICEALI IN BLOCCO: ASCOLTARE PRIMA DI GIUDICARE
di Citoyens Engagés

Il risveglio della gioventù 

Questa settimana i liceali di tutta la Francia hanno bloccato i propri istituti. Stando alla loro lettera aperta, sono un terzo i licei interessati. Se questa cifra è esatta, non si può proprio parlarne in termini di rabbia cieca. Sono loro stessi a ribadirlo: non si tratta di casi isolati.
Questo movimento non si riduce a una somma di rabbie individuali. I liceali ci tengono a porre l’accento sul fatto di aver dato il via ai blocchi “per sostenere i licei meno privilegiati”.
Una solidarietà tra istituti che, al di là delle diseguaglianze che li separano, è cosa rara tanto alla loro età quanto ad altre. I giovani dei licei più abbienti non chiedono nulla per sé, ma si mobilitano per chi ha di meno.
Altro dettaglio che merita attenzione: la loro lettera non si rivolge alla politica, ma agli adulti.
L’invito è a non informarsi più attraverso CNEWS e Europe 1 e a leggere piuttosto il loro manifesto. Genitori e nonni sono gli interlocutori: “ascoltate i vostri figli e i vostri nipoti”.
Un modo per eludere la macchina mediatica e riappropriarsi della parola.
La rivolta dei liceali si iscrive in una lunga lista (1968, 1973, 1986, 1990, 1998, 2006, 2018) da cui traggono un’amara conclusione: come sempre, “il governo non sa che farsene di noi”.

Primo pilastro: la mancanza di risorse

I liceali denunciano le condizioni materiali in cui versa la scuola.
Affermano che il 10% degli istituti tra scuole medie e licei, ossia 6000 strutture scolastiche, sono fatiscenti. Cifre simili indicano che una fetta importante di alunni studia in condizioni di degrado.
Le infrastrutture sono il primo messaggio che una società manda ai propri figli sul valore che attribuisce alla loro istruzione.
Il volantino prosegue segnalando classi di oltre 35 alunni e l’assenza di un limite legale.
In condizioni tali, seguire gli alunni diventa una performance acrobatica: più l’effettivo è numeroso, più le sue componenti più fragili diventano invisibili. Sì parla inoltre di professori assenti e spesso non sostituiti. Ore perse che non si recuperano e che pesano soprattutto sulle spalle degli studenti le cui famiglie non possono sostenere la spesa di ripetizioni private.
Ultimo elemento del volantino: bonus cultura dimezzato in tre anni. Per molti, esso rappresenta una porta d’accesso a libri, concerti, spettacoli teatrali.
Una stretta che limita l’accesso alla cultura, in particolare in famiglie dove essa non è una realtà da dare per scontata. Quattro punti che formano un quadro chiaro: una scuola a cui si chiede sempre di più, ma con meno mezzi a disposizione. 

Secondo pilastro: una scuola che disumanizza

Il secondo punto è forse il più perturbante, poiché entra nella sfera dell’intimità.
I liceali denunciano orari non adatti al ritmo naturale degli adolescenti.
La questione del sonno e della fatica è spesso trattata con paternalismo, quando invece condiziona l’attenzione, l’apprendimento e l’equilibrio.
Seguono numeri che dovrebbero preoccupare: il 21% dei liceali è a rischio abbandono scolastico nel 2025,  il 19% ad alto rischio di depressione e 400 sono i suicidi all’anno tra gli alunni. Dati, quelli riportati sul volantino, di una gravità estrema. Sebbene si discuta circa la loro accuratezza,  tale stima racconta un malessere profondo.  Un sistema che lascia un quinto dei suoi liceali sull’orlo dell’abbandono scolastico e quasi un quinto esposto a un reale rischio di depressione non puo’ cavarsela raccontandola come una lamentela studentesca.
Quando gli studenti si dicono esausti della scuola la questione non è capire se esagerano, ma comprendere cosa ci dicono. 

Terzo pilastro: sistema d’orientamento e Parcoursup

La terza contestazione riguarda il futuro. I liceali denunciano la riproduzione delle strutture sociali: il liceo di provenienza e la fiche Avenir [documento che contiene valutazioni e pareri di professori e consiglio di classe sullo studente, ndt] hanno un peso sull’ammissione alla formazione post liceale. Il presunto merito si scontra quindi con criteri che ci ricordano da dove veniamo. Ci parlano inoltre di autocensura: ci si pone dei limiti in funzione della durata o prossimità dei percorsi formativi e la rinuncia a progetti per realismo economico e geografico. A ciò si aggiunge l’ottimizzazione delle dieci preferenze, detti “desideri” [in francese voeux, ndt], diventato ormai un gioco di strategia, in cui si fanno calcoli invece di scegliere. Un giovane di 17 anni dovrebbe poter scegliere del proprio futuro senza avere l’impressione di giocare una partita di scacchi.
Infine, un numero spietato: 126.500 alunni (ovvero il 15%) senza proposte di ammissione entro fine anno. Per ognuno di loro si tratta di un anno di sforzi che si conclude con il silenzio di una piattaforma. Quando un allievo su sette rimane senza una risposta, non si può più parlare di casi individuali, ma di un problema sistemico.

La questione della violenza

Non si può parlare di questo movimento senza parlare della violenza. E il liceali non evitano il discorso. Riconoscono che “alcuni bruciano, sfasciano, provocano”. Un’ammissione che gli fa onore: è la differenza tra un’analisi onesta e la propaganda. Ma aggiungono che i mezzi di informazione manipolano i fatti per dipingerli solamente come violenti.
Fanno poi un bilancio delle violenze da parte delle forze dell’ordine: più di 200 i feriti tra studenti e personale scolastico, con solo 3 inchieste aperte da parte dell’IGPN [organo di controllo interno della polizia in Francia, ndt]. Parlano di proiettili di gomma, lacrimogeni, manganellate, strangolamenti e immobilizzazioni a terra. Qualora queste cifre fossero confermate, lo scarto tra il numero di feriti e il numero di inchieste solleverebbe una questione di natura democratica: quando sono dei minori ad essere feriti, cosa facciamo per stabilire le responsabilità?
Riflettendo sulla violenza, i liceali citano Dom Helder, che ne distingueva tre:  “La prima, madre di tutte le altre, è la violenza istituzionale, quella che legalizza e perpetra il dominio, l’oppressione e lo sfruttamento, quella che schiaccia e lamina milioni di uomini nei suoi ingranaggi silenziosi e ben oliati. La seconda è la violenza rivoluzionaria, che nasce dalla volontà di abolire la prima. La terza è la violenza repressiva, che ha lo scopo di soffocare la seconda, facendosi complice e ausiliaria della prima violenza.”
La potenza di questa griglia interpretativa sta nel cambio di prospettiva. Una classe di 35 alunni, un liceo fatiscente, un supplente che non arriva mai: situazioni che fanno poco rumore, nessun titolo in prima pagina. Eppure sempre di violenza si tratta, nella misura in cui delle vite le rovina, senza che nessuno si assuma le responsabilità del caso. Caustico è il finale della citazione: “Non c’è peggiore ipocrisia che chiamare violenza solo la seconda, fingendo di dimenticare la prima, che la fa nascere, e la terza, che la uccide”.
Che si sia d’accordo o meno con questa linea di ragionamento, si tratta di un invito alla coerenza: se condanniamo le vetrine in frantumi, dobbiamo anche volgere lo sguardo verso ciò che, più silenziosamente, si frantuma lungo il percorso scolastico. 

Comprendere, sostenere, proteggere 

Cosa ci raccontano dunque questi liceali, al di là delle immagini di barricate di spazzatura? Ci raccontano la mancanza di risorse, d’ascolto, di prospettive. Non chiedono la fine della scuola, ma una scuola all’altezza della sua promessa. La loro lettera si conclude con una semplice speranza: che si riesca a capire meglio le loro ragioni. Ci chiedono tre cose: di sostenerli, parlarne e unirci a loro nei blocchi. L’appello è inoltre quello di proteggere i loro compagni dalle violenze delle forze dell’ordine e scendere in piazza il 6 e 7 ottobre. Possiamo pure discutere dei modi, ma non della legittimità dell’ascolto. Una società che dice di amare i propri giovani dovrebbe iniziare con l’ascoltarli, anche quando sono scomodi.

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Il poliziotto che aveva provato a infiltrarsi nelle chat degli studenti francesi usando il messaggio «Bismillah, c’est les ténèbres» è stato scoperto perché prima di inviarlo si è geolocalizzato nella stazione di polizia

L’utente che su Snapchat cercava di farsi accettare nelle chat in cui i liceali francesi organizzavano i blocchi delle scuole si faceva chiamare “Moussa-tenebreu“, aveva messo nel profilo la bandiera dell’Algeria e l’emoji delle fiamme, e si presentava con una frase sola: «Bismillah, c’est les ténèbres» (nel nome di Dio, sono le tenebre). Si era però dimenticato della geolocalizzazione, che lo collocava nel commissariato di Aix-en-Provence. A raccontarlo è Quotidien, il programma di Yann Barthès sull’emittente francese TMC. La frase, di per sé, non significa niente. Mescola la formula islamica «nel nome di Dio» a un’espressione francese e vorrebbe imitare il modo di parlare dei ragazzi di periferia: il problema è che nessun ragazzo la usa. Lo stesso messaggio è arrivato più volte da profili diversi, con nomi come Mamadou e Abdellah e altre bandiere algerine, a volte seguito da uno «spaccheremo tutto». Gli utenti che l’hanno ricevuto l’hanno trovato ridicolo, hanno fatto gli screenshot e li hanno messi in rete, e l’infiltrazione è finita lì.

Da allora «Bismillah, c’est les ténèbres» è comparso su moltissimi cartelli, e lo scorso fine settimana, quando centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza in tutta la Francia a sostegno degli studenti, era ovunque. Per i manifestanti è un modo di prendere in giro i tentativi delle autorità di soffocare il movimento, e di indicare la distanza tra la loro generazione e un governo che ha respinto quasi tutte le loro richieste. In molti sottolineano anche i cliché razzisti del messaggio, che immagina una gioventù che parla arabo, usa espressioni di quartiere e fa riferimenti all’islam. «È visto come un esempio di razzismo, perché lascia intendere che chi spacca le cose sia arabo», ha detto Phèdre Quémener, liceale di Parigi, al New York Times. Il ministero dell’Interno non ha detto se i suoi agenti abbiano davvero usato quella frase, ma ha ammesso che durante le proteste gli investigatori possono creare profili con pseudonimi per comunicare con chi è sospettato di organizzare azioni illegali e raccogliere prove.

Lo slogan è uscito dalla Francia ed è arrivato anche nelle manifestazioni in Belgio e in Germania, e Greta Thunberg l’ha ripetuto in un video pubblicato da un account Instagram solidale con gli studenti, accompagnandolo con altri gesti della Gen Z, tra cui quello del «6-7», un meme diventato popolare proprio perché assurdo. Ricorda l’umorismo nero del movimento degli scarafaggi in India, anche quello guidato da studenti che chiedono scuole migliori: il nome viene da un insulto del più alto magistrato del Paese, che aveva definito i giovani disoccupati «parassiti» e «scarafaggi». In Francia le proteste sono cominciate il mese scorso in centinaia di scuole, per chiedere edifici che non cadano a pezzi, più insegnanti, classi meno affollate e orari meno pesanti. Molte manifestazioni sono rimaste pacifiche, altre no: secondo il governo almeno ventiquattro scuole sono state incendiate o devastate e ci sono stati circa ottomila arresti. Poi il movimento si è unito a quello dei sindacati e di altre organizzazioni, fino alle proteste dello scorso fine settimana (17 ottobre), segnate da disordini in tutto il Paese. A tenere insieme i manifestanti ha contribuito anche la durezza della polizia. L’ispettorato che vigila sulle forze dell’ordine sta indagando su almeno trentaquattro denunce, tra cui quella di un ragazzo di quattordici anni mutilato da una granata lacrimogena sparata da un agente a distanza ravvicinata.

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L’Europa protesta, i leader scelgono la guerra - Jeffrey Sachs

 

venerdì 23 ottobre 2026

Il pane e le vetrine - Alberto Maldarella

Fisico teorico e ricercatore mi occupo di dati e IA. Provo a mettere ordine nelle cose che mi stanno a cuore e a condividerle.

Perché, in una società attraversata da disuguaglianze crescenti, una protesta contro il costo della vita può tradursi nell’assalto a una vetrina?

 

Il 17 ottobre, a Milano, una manifestazione contro il carovita è stata seguita da scontri, devastazioni e saccheggi. Il giorno successivo, gruppi di giovani sono tornati a colpire negozi e vetrine nel centro cittadino. Tra gli obiettivi anche un supermercato Carrefour e punti vendita di scarpe sportive. Le cronache riferiscono di numerosi fermati, molti dei quali minorenni.

Nello stesso fine settimana, in Francia, manifestazioni contro il costo della vita e i tagli ai servizi pubblici sono state accompagnate da episodi di violenza e saccheggio in diverse città. Contesti differenti, che sarebbe sbagliato sovrapporre automaticamente, ma che riportano al centro una questione comune: il rapporto tra disagio sociale, consumo e protesta.

La condanna dei saccheggi è semplice. Devastare un negozio non abbassa gli affitti, non aumenta i salari e non restituisce potere d’acquisto a chi fatica ad arrivare alla fine del mese. Ma fermarsi a questa constatazione significa rispondere alla domanda più immediata senza affrontare quella più interessante.

Perché, in una società attraversata da disuguaglianze crescenti, una protesta contro il costo della vita può tradursi nell’assalto a una vetrina? E perché, tra le merci sottratte, compaiono proprio oggetti come scarpe sportive e telefoni, che hanno un valore non soltanto materiale, ma anche simbolico? La domanda non serve ad assolvere chi saccheggia, ma a capire quale contraddizione stiamo guardando.

Le rivolte in nome di una concezione morale dell’economia

Nel 1971 lo storico britannico E. P. Thompson pubblicò “L’economia morale della folla inglese nel XVIII secolo”, un saggio destinato a diventare un riferimento per lo studio delle rivolte popolari.

La sua tesi si opponeva a una lettura delle rivolte del pane come esplosioni puramente istintive e dettate dalla fame. Le folle non reagivano soltanto alla scarsità: agivano anche in nome di una concezione condivisa di ciò che fosse giusto nel commercio dei beni essenziali.

Il prezzo del pane non era percepito come una questione lasciata interamente alla libertà del mercato. Esisteva un’aspettativa morale secondo cui le autorità e i commercianti avrebbero dovuto garantire approvvigionamenti regolari e prezzi compatibili con la sopravvivenza della popolazione. Quando quell’aspettativa veniva tradita, la folla poteva intervenire direttamente. In alcuni casi sequestrava il grano, lo vendeva al prezzo ritenuto equo e cercava di imporre un ordine alternativo a quello del mercato. Non era una società priva di conflitti, né ogni rivolta era necessariamente giusta o razionale. Il punto di Thompson era un altro: per comprendere un’azione collettiva bisogna ricostruire le norme, le aspettative e le relazioni sociali che le danno significato.

Il riferimento milanese è quasi inevitabile. Nel 1628, durante la carestia raccontata da Manzoni ne "I promessi sposi”, la folla assalì i forni e prese di mira il sistema di approvvigionamento del pane. La rivolta non fu soltanto una reazione alla fame: si intrecciò con la percezione di un’ingiustizia, con le aspettative sull’intervento delle autorità e con l’individuazione di responsabilità concrete.

Il paragone con oggi, naturalmente, ha dei limiti. Non possiamo attribuire ai ragazzi che hanno saccheggiato i negozi una motivazione politica unitaria, né supporre che ogni gesto risponda a una concezione condivisa della giustizia. Eppure, il confronto mette in luce una differenza importante.

Nelle rivolte del pane, il bisogno materiale incontrava un’idea di ciò che la comunità riteneva dovuto e un sistema di potere sul quale esercitare pressione. Oggi, invece, una parte della rabbia sociale sembra esprimersi attraverso l’appropriazione di merci che non soddisfano bisogni primari, ma desideri costruiti e alimentati dalla stessa società che produce l’esclusione. Il problema non è soltanto che cosa manca, ma anche che cosa si desidera, perché lo si desidera e attraverso quali strumenti si immagina di poterlo ottenere.

I consumatori esclusi

In “Lavoro, consumismo e nuove povertà”, pubblicato nel 1998, Zygmunt Bauman descrive una trasformazione fondamentale: nella società dei consumatori, l’esclusione non riguarda soltanto chi non riesce a trovare un posto nel mondo della produzione, ma anche chi non dispone delle risorse necessarie per partecipare pienamente al consumo. Il consumo non serve più soltanto a soddisfare bisogni, ma contribuisce anche a definire identità, appartenenze, status e riconoscimento sociale.

Le merci diventano segni attraverso cui ci presentiamo agli altri e misuriamo, spesso inconsapevolmente, il nostro valore. Un paio di scarpe non è più soltanto un paio di scarpe: può diventare il simbolo di un certo stile di vita, di un gruppo sociale, di una promessa di successo. Il sistema, del resto, non si limita a vendere oggetti. Produce continuamente desideri, suggerisce modelli di vita e presenta il possesso come una delle principali vie di accesso alla felicità e al riconoscimento.

Questa promessa, tuttavia, è distribuita in modo diseguale. Tutti sono esposti agli stessi modelli, non tutti dispongono delle risorse per avvicinarsi a essi. Perché rubare proprio quel paio di scarpe? Forse perché è un oggetto desiderato e non ci si può permettere di acquistarlo. Forse perché possederlo significa sentirsi parte di un mondo dal quale ci si percepisce esclusi. Forse perché il suo valore sociale supera quello materiale. Oppure, più semplicemente, perché si presenta un’occasione per rubare, senza che dietro vi sia una riflessione particolare sul consumismo. Queste spiegazioni non si escludono necessariamente e non disponiamo di elementi sufficienti per attribuire una motivazione unica a chi ha partecipato ai saccheggi.

La lettura di Bauman, dunque, non dimostra che ogni furto sia una protesta inconsapevole contro l’esclusione. Offre però uno strumento per comprendere una contraddizione: il sistema che promette riconoscimento attraverso il consumo produce anche persone che non possono permettersi ciò che viene loro presentato come desiderabile. Il consumismo può così sopravvivere persino alla contestazione delle disuguaglianze che contribuisce a generare. Si può essere arrabbiati con il sistema e, contemporaneamente, desiderare di accedere ai suoi simboli di successo.

Rubare un paio di scarpe non abolisce il privilegio, non redistribuisce la ricchezza e non mette in discussione il potere di chi controlla le risorse. Può persino riprodurre la stessa gerarchia simbolica che si vorrebbe contestare, ma proprio questa contraddizione dovrebbe interessarci, perché è troppo facile denunciare l’incoerenza di chi desidera un oggetto senza interrogarsi sul mondo che gli ha insegnato ad attribuirgli quel valore.

La frustrazione non basta: la deprivazione relativa

La distanza tra ciò che si desidera e ciò che si può ottenere è stata studiata in sociologia anche attraverso il concetto di deprivazione relativa. Il punto fondamentale è che la percezione della propria condizione non dipende soltanto dalle risorse possedute in termini assoluti, ma anche dal confronto con gli altri e dalle aspettative che si ritiene legittimo nutrire.

Non ci si sente necessariamente privati perché si possiede poco. Ci si può sentire privati perché si ritiene di meritare qualcosa che altri hanno, perché le proprie possibilità sembrano inferiori a quelle promesse dalla società o perché le prospettive di miglioramento si allontanano. Il caro affitti, la precarietà, i salari insufficienti e l’aumento del costo della vita alimentano una frustrazione materiale concreta. A questa può sommarsi una frustrazione simbolica: vedere continuamente esibiti modelli di consumo e di successo che restano fuori dalla propria portata.

Le due dimensioni possono rafforzarsi a vicenda. Non sono, però, equivalenti: la povertà non produce automaticamente invidia, né la frustrazione conduce necessariamente alla violenza. La maggioranza delle persone che vive difficoltà economiche non saccheggia negozi e la presenza di disagio sociale non basta a spiegare perché alcuni individui partecipino a un assalto e altri no.

Per capire il passaggio dalla frustrazione all’azione servono altri elementi: le occasioni, le dinamiche del gruppo, l’anonimato, l’emulazione, la percezione di impunità e la presenza, o l’assenza, di organizzazioni capaci di orientare il conflitto. La deprivazione relativa aiuta a comprendere una parte del terreno sul quale può crescere la rabbia, pur non identificando da sola la causa di ogni gesto ed è proprio qui che la questione diventa politica.

Chi educa al desiderio? E chi costruisce l’alternativa?

C’è un passaggio che rischiamo di trascurare quando discutiamo dei saccheggi: quello che riguarda l’educazione politica e culturale. Se un ragazzo impara fin da piccolo che il valore di una persona si misura attraverso ciò che possiede, non possiamo aspettarci che sviluppi spontaneamente una concezione alternativa dell’emancipazione. Se la pubblicità, gli algoritmi, gli influencer e il mercato alimentano continuamente il desiderio di acquistare, apparire e distinguersi attraverso le merci, la critica del consumismo non può limitarsi a rimproverare chi interiorizza quei modelli. E se le disuguaglianze impediscono a molti di accedere a ciò che la società presenta come normale, è legittimo domandarsi quali strumenti esistano per trasformare quella frustrazione in consapevolezza e azione collettiva.

Per decenni, partiti di massa, sindacati, associazioni e organizzazioni popolari hanno svolto, con tutti i loro limiti e le loro contraddizioni, anche una funzione educativa. Non si limitavano a raccogliere rivendicazioni: cercavano di collegare problemi individuali a cause strutturali, costruire solidarietà, organizzare il conflitto e immaginare forme di emancipazione che non dipendessero dalla capacità di ciascuno di conquistarsi individualmente una posizione migliore.

Non siamo qui certo ad idealizzare quel passato: quelle organizzazioni erano attraversate da conflitti, esclusioni e rigidità, e la loro crisi non spiega da sola ciò che accade nelle piazze, ma vale la pena chiedersi che cosa sia rimasto di quella funzione. Dove si costruisce oggi una coscienza collettiva capace di spiegare che un affitto insostenibile non è soltanto un problema individuale, che la precarietà non è un fallimento personale e che il riconoscimento sociale non dovrebbe dipendere dal marchio delle scarpe che indossiamo? Quali luoghi permettono ai giovani di trasformare la rabbia in organizzazione, la frustrazione in rivendicazione, il malessere in un progetto politico? Quando questi luoghi mancano o si indeboliscono, non scompare né il bisogno di appartenenza, né il desiderio di contare qualcosa e nemmeno la rabbia, ma può diventare più difficile dare a tutto questo un linguaggio condiviso, individuare responsabilità precise e costruire obiettivi comuni. Chiaramente non si tratta di una spiegazione automatica dei saccheggi, e non assolve chi li compie, ma è una domanda sulle condizioni che rendono possibile l’emancipazione.

Il pane e le vetrine

Tornando al confronto iniziale, nel 1628 il pane era una necessità materiale immediata. Il suo prezzo riguardava direttamente la possibilità di sopravvivere e la rivolta aveva l’obiettivo di ottenere un approvvigionamento regolare, contestare un prezzo ritenuto ingiusto, esercitare pressione sulle autorità responsabili.

Oggi il caro vita riguarda ancora bisogni essenziali: affitti, alimentazione, energia, trasporti, salari. Tuttavia l’assalto a una vetrina di scarpe non interviene su nessuno di questi problemi, non stabilisce un prezzo equo, non individua un responsabile politico e non costruisce una soluzione collettiva. Il punto non è che le persone di oggi siano peggiori di quelle di ieri. La differenza principale sta nelle forme attraverso cui il malessere viene interpretato, organizzato ed espresso.

Nelle rivolte del pane, almeno in alcuni casi, la folla cercava di imporre una propria idea di giustizia economica. Nel saccheggio di una boutique, invece, il desiderio può ridursi all’appropriazione individuale della merce. Una protesta contro le disuguaglianze rischia così di riprodurre, anziché contestare, la logica del possesso che le attraversa.

Naturalmente, non tutti i saccheggiatori hanno le stesse motivazioni e non ogni gesto deve essere caricato di un significato politico. A volte un furto è semplicemente un furto. Ma proprio per questo è necessario distinguere: comprendere il contesto non significa attribuire a ogni comportamento una coscienza che potrebbe non avere. E qui sta il paradosso più amaro: il mercato ci insegna che il valore sociale si conquista possedendo determinate merci; poi, quando qualcuno cerca di appropriarsene al di fuori delle regole, scopriamo improvvisamente che quel desiderio sarebbe incompatibile con la critica del sistema.

Il problema non è solamente il desiderio delle merci, ma anche una società che fatica a offrire altre forme di riconoscimento, altre possibilità di partecipazione, altri percorsi di emancipazione.

La risposta non può essere romanticizzare il saccheggio, né trasformare i ragazzi che vi partecipano in simboli inconsapevoli di una rivolta anticapitalista. Sarebbe un altro modo per non prenderli sul serio, attribuendo loro intenzioni che non conosciamo, ma non possiamo nemmeno accontentarci di una condanna che chiude ogni interrogativo.

Se vogliamo che la rabbia contro il carovita produca qualcosa di diverso dalla distruzione di una vetrina, dobbiamo ricostruire luoghi di partecipazione, organizzazione e formazione politica. Dobbiamo rendere credibile l’idea che si possa migliorare la propria condizione non soltanto comprando ciò che oggi non ci si può permettere, ma conquistando diritti, servizi pubblici, salari dignitosi, case accessibili e potere collettivo. Il punto è capire perché una parte della rabbia sociale fatichi a riconoscere nel pane, nella casa e nei diritti gli obiettivi di una conquista comune.

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La Conad non deve passarla liscia

 Il 6 novembre il primo boicottaggio di massa. Un appello promosso da 19 associazioni, blog-riviste e gruppi di base. Aspettiamo MOLTE altre adesioni.

 

Nonostante gli appelli e la difesa coraggiosa di reggiane/i, le ruspe della Conad hanno distrutto gran parte del Bosco Ospizio. Con formalismi di ogni genere il Comune di Reggio Emilia ha lasciato fare… in base a vecchi accordi. Tempi “vecchi” appunto ma nel frattempo è esplosa una grave crisi climatica che peggiora ogni anno: distruggere un bosco è un attentato diretto alla salute delle persone. Ridicole le scuse Conad-Comune tipo “stiamo piantando nuovi alberi”: se pure cresceranno… ci vorranno 30 anni perchè ci aiutino.

Conad ha violato il suo «Codice Etico» e ogni decenza. Noi associazioni di base sottoscritte non crediamo che sia tollerabile. L’unica cosa che interessa a Conad sono i soldi subito? Bene, noi vogliamo organizzare un boicottaggio in tutta Italia. E’ noto che un calo anche solo del 5 per cento nelle vendite fa cambiare “idea” anche ai giganti. Proviamoci.

Abbiamo deciso una prima giornata di mobilitazione in tutte le città dove siamo presenti per venerdì 6 novembre, con volantini ai supermercati e magari con la pubblica e collettiva restituzione delle tessere Conad. Se la nostra prima protesta mostrerà una rete solida e riscuoterà consensi – e nuove adesioni – proporremo una seconda mobilitazione prima di Natale, periodo “delicato” per chi deve vendere.

Facciamo pagare a Conad gli alberi distrutti.

 

Prime adesioni: l’elenco delle associazioni in ordine alfabetico

§  ABC – Ambiente Bene Comune (Mestre)

§  Archivio “Marco Pezzi” (Bologna)

§  Assemblea anarchica imolese

§  Attac Italia

§  Bologna respira

§  Bottega d’arte sociale aps (Imola)

§  Centro Documentazione Polesano – Badia Polesine (Rovigo)

§  centro Francesco Lorusso (Bologna)

§  circolo “Chico” Mendes – Bologna

§  Cobas Imola

§  Comune-info

§  Gas (gruppo acquisto solidale) di Imola

§  Giolli cooperativa

§  Il rosso non è il nero – Savona

§  La bottega del barbieri

§  Movimento decrescita felice

§  Odissea blog

§  Opera di Imola

§  Salviamo gli alberi a Cesena

 

LE IMMAGINI (trovate in rete) sono state scelte dalla redazione della “bottega” – per approfondimenti su autori/autrici segnaliamo John Holcroft Illustratore editoriale e Beppe Giacobbe che scrive così: «La parola chiave della propaganda Conad è “insieme”, sette lettere che racchiudono il valore imprescindibile dell’operato quotidiano del Consorzio, delle Cooperative, dei 2.125 Soci e degli oltre 75.600 collaboratori che si impegnano ogni giorno per alimentare il benessere dei territori in cui operano, dentro e fuori i negozi, nella convinzione che solo insieme si possono fare grandi cose». Che amarezza.

 

CINQUE CHIARIMENTI IN VISTA DEL 6 NOVEMBRE

1- il nostro appello sta ancora girando; lo ripubblicheremo il 3 novembre con le adesioni vecchie e nuove (però mandatecele entro ottobre, per favore). Grazie da subito a chi ci aiuterà a farlo girare.

2 – ovviamente fin dall’inizio abbiamo coinvolto (per mail) le realtà reggiane che per ora non ci hanno risposto; molto ci piacerebbe la loro adesione o il loro «placet».

3- ci sono arrivate alcune adesioni individuali (fra le prime quelle di Alessandro Ghebreigziabiher) che però non pubblichiamo. Il nostro intento infatti è che il 6 novembre gruppi e associazioni si impegnino nel volantinaggio “di massa” davanti ai negozi Conad. Certo può farlo anche un singolo, meglio se polipo…come dice la battuta in voga durante i volantinaggi.

4 – da due città ci sono giunti msg quasi analoghi che in sintesi dicevano: “ci piacerebbe aderire ma la nostra associazione riceve molti prodotti da Conad che noi distribuiamo alle persone più povere…”. Ci aspettavamo qualcosa del genere perchè il silenzio si compra in due modi: con la pubblicità sui media e con le “donazioni” (di solito prodotti in scadenza) spacciate per animo nobile. Questo non riguarda solo Conad ma tutti i “grandi” che così si sentono al riparo da ogni domanda scomoda su qualità e sicurezza delle merci, scelte politiche e nell’organizzazone del lavoro interno, etica e conflitti di interessi.

5 – per il 6 novembre noi proporremmo un testo da distribuire ma ovviamente ognuna/o cambierà o aggiungerà. Ci piacerebbe però avere un riscontro in modo da segnalare la mappa della «prima giornata». Per proseguire…

IL 6 NOVEMBRE VAI DA CONAD… VENGO ANCHE IO, VENIAMO ANCHE NOI, DITELO IN GIRO.

Daniele Barbieri – aka db (per la redazione del blog)

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