giovedì 2 luglio 2026

Contro la scuola di classe (a margine della “riforma dei tecnici”) - Giovanna Lo Presti


Sfoglio il giornale: mi colpisce una fotografia. Sono ragazzi e ragazze che reggono uno striscione su cui c’è scritto: “I professionali non sono il ghetto della scuola”. Poi leggo un articolo: «Le punte più avanzate che oggi conducono le lotte nelle scuole sono senz’altro gli istituti professionali e tecnici e le scuole aziendali. Sono infatti i posti in cui si sente più vicino e incombente lo sfruttamento del lavoro in fabbrica. Chi fa le scuole professionali dopo tre anni si ritroverà in mano un diploma con cui potrà fare l’apprendista, l’operaio. E sarà soggetto al potere, all’arbitrio del padrone, che di solito se ne frega del diploma, è il primo a non riconoscerlo e a usare i giovani per i propri profitti, pagandoli di meno, ricattandoli, facendogli fare i lavori più snervanti. […] Si vede subito la funzione reale che ha la scuola: che non è uno strumento di promozione sociale ma uno strumento nelle mani del padrone per controllare, preparare, dividere tutta la forza lavoro che gli serve e per averla pronta ai suoi ordini nella fabbrica”. Sto leggendo il secondo numero di Lotta continua – novembre del 1969 – e, se non fosse per alcuni termini (“fabbrica”, forza lavoro, snervante) avrei difficoltà a datarlo, se dovessi partire dai contenuti.

Andiamo in ordine: “I professionali non sono il ghetto della scuola”. Imperativo categorico, vero allora e vero adesso. Ma in realtà verso i professionali vengono dirottati dopo le scuole medie (secondarie di primo grado, oggi) due categorie di studenti, a volte sovrapponibili: quelli che otto anni di scuola hanno decretato essere poco portati per lo studio e quelli che provengono da famiglie non abbienti e con basso grado di istruzione. Non voglio essere impietosa con chi fa un mestiere davvero difficile: dico soltanto che, poiché la nostra scuola non è diventata quello che dovrebbe essere – un luogo aperto, democratico, critico – è bene anche tener conto, se vogliamo uscire dall’odierno pantano, che molti insegnanti sono stati complici del processo di stagnazione e che la loro unica scusante è che il loro datore di lavoro (lo Stato) non ha mai provveduto a metterli nelle condizioni materiali di lavorare con tranquillità.

Torno all’argomento centrale del mio discorso. Non mi affanno a dimostrare un’evidenza: la scelta della scuola superiore anche oggi è influenzata dalla famiglia di origine ed è dunque una scelta di classe. La piramide costituita dalle scuole superiori vede, ancor oggi, in cima il liceo (il classico, prima di tutti gli altri) e poi digrada giù giù, dai tecnici verso i professionali. Siccome l’espressione “scuola di classe”, nella sua brutalità, non piace né a sinistra né a destra, nell’ultimo trentennio (“il trentennio senza gloria”, per rovesciare una definizione famosa) in modo bipartisan i nostri governanti si sono affannati per ridare smalto all’istruzione tecnica e professionale. Da Berlinguer a Moratti, da Gelmini a Renzi-Giannini e poi sino a Bianchi e Valditara (i ministri dell’istruzione che non abbiamo nominato erano comunque fedeli alla linea) è stato un coro all’unisono per affermare che l’istruzione tecnica e professionale non è di serie B. Parallelamente, e in contraddizione con l’assunto, i ministri si sono mossi per farla passare dalla “serie B” alla “serie C”, negando a questo importante segmento dell’istruzione superiore italiana le risorse per colmare il gap che lo divideva dai licei. Poco è stato dato materialmente e molto è stato elargito in termini di riforme, riformine e riformette, tutte di segno regressivo. Se guardiamo ai risultati, i “non ammessi” (bocciati) nei licei sono il 3,1%, nei tecnici l”8,1% e nei professionali il 9,2% (i dati sono relativi al 2025). Se poi guardiamo alla competenza rispetto alla lingua italiana (una competenza che ha nettamente a che fare con l’esercizio dei diritti di cittadinanza) vediamo che l’ultimo rapporto Invalsi è impietoso: negli istituti professionali «il risultato generale non raggiunge mai la soglia dell’accettabilità, rispetto ai traguardi definiti dalle Indicazioni nazionali. Infatti, l’esito medio si attesta al livello 2 (su 5 livelli ndr) solo in Valle d’Aosta, Piemonte, Liguria, Lombardia, provincia autonoma di Bolzano–lingua italiana, provincia autonoma di Trento, Veneto e Friuli-Venezia Giulia; mediamente tra livello 2 e livello 1 in Emilia-Romagna e in Umbria. In tutte le restanti regioni il risultato generale non va oltre il livello 1». In sintesi: tecnici e professionali possono vantare il massimo di selezione e il minimo di istruzione generale ricevuta. Inoltre, negli ultimi trent’anni, il processo noto come “aziendalizzazione delle scuole” ha avuto come primo corollario l’asservimento delle scuole al mercato del lavoro – quasi il senso dell’imparare fosse, in primo luogo, garantire l’accesso ad un futuro lavoro.

L’ultimo tassello in ordine di tempo per consolidare la scuola di classe lo ha messo a punto il ministro Valditara, coerentemente con la visione di destra che gli è propria. La parte più vitale del mondo della scuola sta protestando da tempo contro la “riforma dei tecnici” e la cosiddetta “filiera del 4+2”, entrambe giustificate dalla volontà di colmare il mismatch (la mancata corrispondenza) tra offerta formativa e possibilità di occupazione nel mondo del lavoro. Non mi occuperò delle numerose incongruenze della “riforma dei tecnici” (si trovano in rete tanti articolati documenti; ne segnalo uno qui), prima tra tutte la balzana idea di diminuire le ore di materie generali e formative e di “coordinare” la scuola alle “esigenze produttive” del territorio; né starò a ribadire che il “4+2”, che sottrae alla formazione superiore addirittura un anno, pone ancor più problemi (dalla frequenza universitaria anticipata, visto che non si è pensato a un anno propedeutico, alla difficoltà di redistribuire il quadro orario previsto per il quinquennio in quattro anni: teniamo conto che tutto ciò coinvolgerà proprio gli studenti più deboli). Qui il mio discorso si chiude in modo circolare: in questo momento ci troviamo su posizioni più arretrate rispetto a ciò che nel 1969 rivendicavano gli studenti. Anche la più che doverosa protesta in atto si perde dietro lo stillicidio di imprecisioni, mancanze, stupidaggini di cui il superiore ministero ha disseminato i decreti legge che regolamentano la cosiddetta “riforma” (sempre decreti legge, come si fosse perseguitati da una maledetta fretta!) .

Credo che sarebbe ora di andare al sodo e di lasciar perdere i particolari: la scuola NON può essere allineata con il mercato del lavoro, soprattutto in un momento di accelerazione tecnologica. Se inizio oggi un corso di studi lo finirò tra cinque anni – e, a meno che non si preveda l’aggiornamento dei programmi just in time, quello che avrò imparato in ambito tecnologico sarà, inevitabilmente, superato nell’arco del corso di studio. Proprio da ciò deriva l’importanza di una salda formazione di base, che consentirà successivi aggiornamenti. Essi dovrebbero toccare alle imprese, proprio quelle stesse imprese che pretendono che la scuola fornisca loro manodopera pronta all’uso, facendo così evitare all’impresa stessa costi vivi per la formazione del personale. E mica sono scemi. Anzi, sono furbi: questa storia del mismatch ha preso piede a forza di ripeterla. Le aziende lamentano carenza di personale; ma in un paese con un tasso di disoccupazione giovanile pericolosamente vicino al 20% forse la carenza di personale dipende da altro. Condizioni di lavoro inaccettabili e salari troppo bassi, per esempio. I nostri soloni dell’economia e dell’impresa spiegano che l’Italia presenta un «quadro preoccupante che evidenzia per giunta un paradosso: in un Paese con meno giovani [La quota di giovani tra i 15 e i 34 anni è scesa dal 25% del 2005 al 20,6% nel 2025 ed è destinata a ridursi ulteriormente fino al 18,6% nel 2070], i livelli di occupazione restano tra i più bassi d’Europa. Nella fascia 15-24 anni lavora solo il 19,7%, contro oltre il 50% in Germania. A questo si aggiunge la fuga di capitale umano. Tra il 2019 e il 2023 circa 190 mila giovani hanno lasciato l’Italia, circa la metà dei quali laureati». La citazione è tratta dal Rapporto di previsione di primavera 2026 di Confindustria. Preoccupato, quindi anche il padronato? Sì, a modo suo: infatti, le cause dell’emorragia di giovani che lasciano l’Italia sono, secondo loro, da ricercarsi negli incentivi alle assunzioni come provvedimento centrale. Non si incide, dicono i padroni sulle «cause strutturali della bassa occupabilità giovanile, come il mismatch tra competenze e domanda di lavoro». Rieccola, la grande bugia!

Sta a noi dire che non è vero, dire che la scuola deve essere libera e formativa per tutti. E ribadirlo sino allo stremo, affinché un nuovo senso comune si affermi e sostituisca, alla penosa bugia del mismatch, la dura verità delle cose: non può esistere una scuola migliore se la nostra società diventa sempre più diseguale. E quindi, basta battersi – e lo dico a chi lavora a scuola – per le minuzie, per un’ora di geografia in meno o in più. Battiamoci per l’unica cosa che merita: una scuola che sia luogo in cui i bambini e i ragazzi crescano liberi, senza perdere la curiosità, desiderosi di imparare, sottratti all’egemonia dei nuovi media, sottratti alla inconcludente frenesia di ritmi sempre più accelerati. Miriamo in alto, insomma. È dal 1969, almeno, che qualcuno ricorda che la scuola non è uno strumento di promozione sociale ma uno strumento nelle mani del padrone per controllare, preparare, dividere tutta la forza lavoro che gli serve e per averla pronta. Chi si sente educatore faccia risuonare dentro di sé quella voce inascoltata e si opponga: l’occasione di oggi è il contrasto alla riforma dei tecnici ma l’obiettivo, che è poi quello che conta, si colloca molto più in alto.

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Autonomia differenziata e controllo del territorio - Renata Puleo


“Finché la guerra verrà considerata una cosa malvagia, conserverà il suo fascino; quando sarà considerata volgare, cesserà di essere popolare”
(Oscar Wilde)

Questa riflessione si sarebbe dovuto, più propriamente rispetto alle intenzioni, intitolare “L’Autonomia del Nord va alla guerra”, in analogia metonimica con il testo di Antonio Mazzeo di cui dirò più sotto (La scuola va alla guerra. Inchiesta sulla militarizzazione dell’istruzione in Italia Manifestolibri, Roma, 2024). Infatti, il nucleo dell’argomentazione è che la regionalizzazione, non solo amministrativa come prevede la Costituzione (artt. 116,117, 119), ma legislativa in almeno quattro materie importantissime (sanità, istruzione, protezione civile, trasporti), di attuale competenza esclusiva dello Stato, può diventare terreno di coltura per la capillarizzazione del controllo sicuritario e della diffusione della presenza militare. Come cercherò di spiegare non è una mia allucinazione distopica.

Il 6 giugno scorso si è svolta a Napoli, un’assemblea del comitato di scopo Contro ogni forma di autonomia differenziata (NOAd). Come suggerito dal suo nome, il collettivo non intende patteggiare alcun tipo di divisione del nostro paese. Le materie cosiddette concorrenti, di interesse per le singole Regioni, sono già indicate – con tutti i limiti e le possibilità – dal testo costituzionale e dalle sentenze della Corte. Vengo a delineare un po’ di storia. Le prime riunioni si svolsero in alcune sedi sindacali di Roma, Gilda-scuola e Flc-CGIL, nel 2017. I segretari delle organizzazioni sindacali ascoltarono, fra lo scettico e il disinformato, le preoccupazioni che la gente di scuola manifestava sulle già nefaste intrusioni della Regione Veneto nell’ambito dell’istruzione pubblica. Non solo si stavano dettando le linee didattiche per la formazione professionale di competenza locale, attraverso le cosiddette Unità di Apprendimento e le prime modalità dell’Alternanza Scuola Lavoro sul modello dell’apprendistato, ma si modulavano le stesse prove a test dell’INVALSI secondo i dettami suggeriti dal mercato, dalla piccola media impresa tipica della regione. L’eredità padana di Umberto Bossi veniva raccolta da Luca Zaia, il mega-sindaco di Venezia e, nei primi testi di intesa Stato-Regioni, il termine sussidiarietà (orizzontale e verticale: contribuzione dei cittadini e delle amministrazioni locali alle spese generali sostenute dallo Stato) sforava nella presa in carico del sistema tributario e della spesa da parte della amministrazione regionale. Dunque, all’inizio, il tema di discussione fu soprattutto l’attacco condotto al sistema di istruzione e formazione pubblica, nazionale. Ma presto la questione si estese ad altri ambiti di particolare delicatezza, la sanità, ad esempio. La proposta veneta non arrivò nemmeno a bagnarsi alle rive del Po, si estese verso ovest aggregando, nella follia emancipatoria, Lombardia, Piemonte, Liguria, oggi firmatarie dello stesso testo di pre-intesa con lo Stato, come se la differenziazione riguardasse ormai una macroregione, il Nord produttivo e ricco, come se nelle sue province non allignassero sacche di povertà e desolazione sociale. Nell’ultimo testo di preintesa, diffuso solo parzialmente, le materie di competenza della macroregione sono diventate 22. Il tutto nell’obliquo, ambiguo, interesse di altri presidenti regionali, governatori, come amano farsi chiamare in un delirio di onnipotenza. Il lavoro da allora svolto nel Collettivo da Marina Boscaino, da illustri costituzionalisti, da esperti di questioni riguardanti la costante decadenza della legge sulla sanità pubblica del 1978, è stato enorme. Si sono affrontati nel tempo gli effetti devastanti della legge Bassanini (1997) sulla trasformazione delle unità sanitarie territoriali in aziende, e l’autonomia conferita da Luigi Berlinguer anche alla scuola nel 1999. L’autonomia è diventata una parola abusata e distorta, venuta a significare management, leadership antidemocratica, nella progressiva distanza dai bisogni-necessità dei cittadini, su cui tornerò più sotto a proposito dei livelli di prestazione. Attualmente, come si è visto a Napoli, sono coinvolti nel Collettivo 20 province per altrettanti comitati locali, 33 fra associazioni, organizzazioni sindacali maggioritarie e di base, partiti, semplici cittadini. Ricordo che due anni fa fu promosso un referendum per la abrogazione della legge 26 giugno 2024 n.86, anche nota come Calderoli, su cui facevano leva gli autonomisti. La raccolta delle firme, nel caldo torrido dell’estate, raggiunse un milione e trecentomila firmatari, tra l’altro costituendo, per chi di noi stava in strada a raccoglierle, una bellissima prova: ancora si può giocare la carta della politica, come discorso, discussione nelle piazze, nelle strade. Sappiamo com’è finita: la sentenza della Corte Costituzionale non ha considerato ammissibile il quesito referendario (n. 10/2025) in base a un precedente atto, la sentenza n. 192 del 2024 che dettava alle regioni le regole sulle prestazioni obbligatorie, segnava i limiti invalicabili sul potere legislativo locale, non conferiva nessuno spazio per deleghe ampie al Governo prive di passaggi parlamentari. Oggi la discussione, come si è visto a Napoli, continua. Il Ministro Calderoli ci riprova fra corsi e ricorsi, fra la messa in silenzio da parte del Governo Meloni preso da altre priorità e la nuova assunzione in proprio di Matteo Salvini, guarda caso da rilanciare al prossimo incontro della Lega a Pontida.

Prima di andare al tema militarizzazione, dirò ancora qualcosa sulla questione delle prestazioni. Le innumerevoli riforme subite dal sistema sanitario sulle prestazioni obbligatorie (LEA), la loro trasformazione in prestazioni essenziali (LEP) rimane un nodo dirimente, anche per il sistema di istruzione. Appare chiaro che due ambiti di tale importanza per la vita del cittadino, per ogni aspetto della riproduzione sociale, non possono essere ridotti all’osso di essenzialità di vaga definizione. Soprattutto in un paese così economicamente scompensato, la possibilità per i cittadini di accedere, attenzione, a diritti, non a opportunità, non può essere elusa. I bisogni primari restano tali e a essi per mandato costituzionale va data risposta, in ogni luogo del Paese. E può rispondervi solo il governo centrale in modo uniforme.

L’intervento di Antonio Mazzeo a Napoli – come ho scritto in incipit – tocca il vivo delle manovre per elaborare il consenso sulla militarizzazione dei territori, resa più facile proprio dalle forme previste nel testo delle pre-intese sull’autonomia differenziata. L’attacco al territorio, perpetrato senza soste dal dopoguerra – sostiene Mazzeo – sta subendo proprio al Nord un progressivo incremento con la presenza delle basi militari, della filiera della logistica, delle reti energetiche, dei trasporti soprattutto aeroportuali. Non solo. Questo attacco si configura anche come stretta alle forme di dissenso grazie al combinato congiunto fra i decreti di tre ministeri, Difesa, Interni, Istruzione. Da insegnante e da co-fondatore dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Mazzeo denuncia la costante presenza delle divise nelle scuole di ogni ordine e grado. Al Sud, la militarizzazione del porto di Napoli (messo sotto tutela dagli Usa e dalla Nato appena terminata la seconda guerra mondiale), della Sicilia, di Taranto è di interesse economico per le mafie locali che ancora una volta fiutano l’affare e cambiano pelle. Mazzeo conclude la sua intensa riflessione annotando che le forme assunte dalla autonomia differenziata possono essere messe in analogia con quelle dell’attuale fortuna del suprematismo dei ricchi. Forse – aggiungo io – da noi assurge a parente povero del fenomeno del muskismo. Come scrivono, coniando il termine, Quinn Slobodian e Ben Tarnoff, non è un problema rappresentato da un individuo singolarmente folle ma, come lo fu il fordismo, un complesso di pratiche sociali, di cui Musk è insieme causa, effetto, sintomo. Nel caso statunitense si tratta di un intervento capillare e plurimo di controllo della popolazione, in un delirio tecnologico capace di stordire soprattutto le classi meno colte. La promessa pseudo religiosa è nel paradiso terrestre da lui stesso creato (Muskismo. Una guida per perplessi Einaudi, Torino, 2026).

Al convegno, organizzato il 17 aprile di quest’anno dall’Osservatorio contro la militarizzazione della scuola e delle università a Torino, gli intervenuti hanno fatto ruotare le loro relazioni su questi nodi. Luigi Daniele, docente di diritto internazionale dei conflitti armati (Università del Molise), ha sottolineato come collassi la democrazia quando si prepara una guerra, e mentre è in corso. La diplomazia tace quando si sceglie di agire direttamente i conflitti armati, anche di bassa intensità, per accedere a risorse rare, per operare pulizie etniche funzionali alle nuove forme di colonialismo.

Concludendo, la relazione stretta fra aspetti solo apparentemente distanti va considerata con estrema attenzione. I separatismi sono generatori di risentimenti che possono sfociare in conflitto armato. Facilmente il polemos – la politica come discorso, come parola – lascia il posto alla stasis che, nel suo significato originario, è la guerra intestina, civile. Lo sottolineano Massimo Cacciari e Roberto Esposito: il caos contiene elementi distruttivi ma anche possibilità di nuovi assetti. Quanto positivi dipende dalla politica agita dal basso, non dalla propaganda ottundente (Kaos il Mulino, Bologna, 2026).

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La finanziarizzazione del Sindacato - Alessandro Volpi


Dal primo luglio entra in vigore la normativa sui fondi pensione. Per gli assunti, nel settore privato, da quella data scatta il silenzio assenso per cui, se entro 60 giorni non viene manifestata una chiara volontà in senso contrario, i contributi finiranno nel fondo pensione della categoria.

Se ci sono più fondi, andranno a quella che ha maggiori iscritti e se non ci sono fondi andranno al Fondo Cometa, che riguarda i lavoratori metalmeccanici.

A rendere l'adesione ai fondi privati ancora più incentivata concorre una riduzione del carico fiscale, che si manifesta in termini di deducibilità fino a 5300 euro e in termini di aliquota più bassa sulle plusvalenze, fissata al 20 invece che al 26%. Vale la pena ricordare che questo beneficio significa per lo Stato una minore entrata di circa 6 miliardi di euro l'anno, che vanno a beneficio di meno del 40% dei lavoratori e delle lavoratrici del settore privato.

Naturalmente il minor gettito lo pagano tutti gli altri.

Ma a colpire è un altro dato.

Chi gestisce i fondi, a cominciare dallo stesso Fondo Cometa dei lavoratori metalmeccanici? Il fondo ha un suo Consiglio di amministrazione e un collegio sindacale che sono composti per il 50% da rappresentanti dei sindacati e per il 50% da rappresentanti dei datori di lavoro.

Tale Consiglio però, come è ovvio, non gestisce l'enorme disponibilità finanziaria - stiamo parlando di 13-14 miliardi di euro - che proviene dai contributi, ma la affida ai grandi gestori internazionali che decidono dove impiegare questi stessi contributi.

Il principale gestore è BlackRock che usa come "depositario" e garante State Street Bank in una filiera dove gran parte di quel risparmio finisce nelle società di cui BlackRock è azionista, naturalmente rigorosamente domiciliate in terra Usa e, spesso, con sede in Delaware.

Ma la finanziarizzazione non finisce qui perché dal 31 ottobre entrerà in vigore la piena "portabilità" dei fondi negoziali di categoria che potranno essere affidati dal singolo lavoratore ad una banca o a una assicurazione, mutandone la natura da fondi chiusi in veri fondi aperti dove il peso dei grandi gestori, come BlackRock, sarà ancora maggiore.

L'impatto finanziario di tale modifica sarà così forte che il 29 maggio i sindacati e le associazioni datoriali hanno firmato un "avviso comune" per limitare gli effetti di un simile accelerazione, ma si tratta di un avviso, appunto, che certo potrà poco contro la norma di legge dove è prevista la portabilità piena.

La finanza "de Sinistra".

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mercoledì 1 luglio 2026

Viviamo un'epoca che scombina il nostro modo di vedere le cose – Paolo Desogus

Viviamo un'epoca che scombina il nostro modo di vedere le cose, un'epoca che richiede uno sforzo interpretativo nuovo. Emblematico è il caso della Chiesa cattolica. Come probabilmente anche quella di molti di voi, la mia è una formazione puramente laica e di sinistra. Devo però riconoscere qualcosa che non avrei mai potuto immaginare. Il mio mondo, un mondo in disfacimento, giustamente sotto accusa, il mio mondo per l'appunto laico e di sinistra, che spesso si è voluto autorappresentare come l'espressione migliore della modernità, anzi come l'unico luogo detentore della buona modernità, è decisamente più indietro di ciò che esprime la Chiesa di Leone XIV.

So benissimo che con questa affermazione mi sto giocando la stima di tutti quelli che agevolmente possono farmi l'elenco dei tanti temi etici e civili su cui il Vaticano è indietro. Non c'è dubbio che sia così e personalmente resto convito della giustezza delle scelte laiche. Detto in altre parole: resto quello che sono sempre stato, un uomo di sinistra, culturalmente materialista, cioè del materialismo storico, che con la religione ha solo un rapporto di tipo intellettuale e non spirituale.

Il punto che voglio porre è però un altro. Sulle grandi questioni del presente, sui grandi conflitti geopolitici, su ciò che minaccia l'essere umano e persino sul capitalismo, la cultura da cui vengo esprime oggi una lettura della realtà decisamente più arretrata, per non dire pavida.

Prendiamo la testimonianza di Pizzaballa su Gaza. Non c'è denuncia o grido di dolore più profondo, pieno e autorevole di quello che il Patriarca di Gerusalemme ha espresso sul genocidio. Alla premiazione organizzata da Limes, non ha avuto nemmeno bisogno di usare grandi parole. Non deve servirsi di termini feticcio o di argomentazioni particolari, come purtroppo devo fare anche io per sforzarmi di essere credibile. Pizzaballa si è limitato a evocare "l'odore di Gaza", l'odore di morte che Israele e i suoi complici, tra cui l'Italia, ha prodotto negli ultimi tre anni.

Stesso discorso vale per il Papa. In una recente dichiarazione, sulla scia di Francesco, ha affermato che l'Europa vive solo di opportunismo. Ha dichiarato che la sua ideologia è puramente economicistica, che tra le tante cose vuol dire che intimamente non crede in nulla: è nichilista. Non ha preso alcuna decisione contro Israele e, ha aggiunto, contro gli Stati Uniti. Non si è limitato a citare lo stato ebraico. Ha esplicitamente messo sotto accusa anche gli Stati Uniti: non Trump, come un po' furbescamente fa la stampa nostrana, ma lo stato americano nel suo complesso, consapevole che quello che sta accadendo non è frutto di una contingenza elettorale, ma è storica: radicata nelle cose.

Giuro, non avrei mai immaginato un rovesciamento del genere. La cultura di sinistra, che certamente in Italia ha espresso la parte migliore del paese, almeno in una certa fase, oggi non è minimamente in grado di manifestare una simile fermezza politica e morale. Resta attaccata a un'idea di modernità del tutto compromessa con i mali attuali, incapace dunque di rinnovarsi, di essere spregiudicata. La sua parola non ha vera autorevolezza, non ha pienezza di significato. I suoi ragionamenti sono intrisi di opportunismo, di economicismo. Non c'è nella sinistra attuale un'autentica passione per i subalterni, e dunque compassione per il loro dolore, per il loro dramma di vinti. Non c'è nei suoi pensieri alcun reale desiderio di riscatto. Possiamo fare tutti i ragionamenti sui sondaggi, tutte le analisi politiche, tutti i calcoli, ma senza questa connessione reale con i sentimenti concreti di chi oggi subisce la sopraffazione del grande capitale e dei suoi attori criminali non andremo da nessuna parte. La nostra parola resterà vuota, pura esteriorità.

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la fine della "Grande Israele" - Jeffrey Sachs

 

martedì 30 giugno 2026

Il Vaticano contro l’Europa: “Doppi standard sui conflitti” - Alessia Grossi

Un j’accuse sfuggito quasi a tutti. Dai media internazionali fino ai diretti interessati. Eppure l’occasione era quella più unica che rara del concistoro straordinario dei cardinali convocato da papa Leone XIV per esaminare quella che Prevost ha definito “la cultura del potere” globale che alimenta i conflitti moderni e aprire così una riflessione su come la Chiesa dovrebbe rispondere.

Ebbene, è successo giovedì, ancora prima dell’apertura dei lavori da parte del Pontefice, che tanto scalpore ha suscitato con le sue parole di attacco allo stesso concetto di “guerra giusta”, a detta di Leone invocata troppo spesso per giustificare azioni militari, è accaduto un altro fatto. Esordendo alla conferenza a porte chiuse, il prefetto del dicastero vaticano per la Dottrina della fede (l’ex Sant’Uffizio), Víctor Manuel Fernández, ha scagliato l’accusa più diretta all’Unione europea. Secondo il presule ‘argentino, l’Ue è rea di applicare il diritto internazionale in modo selettivo, legittimando alcune invasioni militari e derubricandone altre a sottocategorie.

Secondo Fernández, custode dell’ortodossia della Chiesa cattolica, i governi applicano sempre più spesso i principi morali e giuridici in base alla convenienza politica piuttosto che a standard universali. La notizia – rilanciata ieri da Politico, il giornale di Bruxelles – anche solo per questo acquista il potenziale di uno scontro diplomatico, dopo quello che già il Pontefice ha innescato a distanza con il vicepresidente Usa, JD Vance, utilizzatore finale proprio del concetto di “guerra giusta” contro l’Iran attaccato dal papa al Concistoro. “Se un Paese è nemico, viene condannato come antidemocratico e sanzionato in vari modi; ma se è un alleato, il fatto che manchi di libertà di espressione, diritti umani o democrazia viene ignorato”, ha denunciato ancora Fernández nel suo discorso iniziale ai cardinali rivolgendosi all’Europa “incoerente in politica estera”. “L’Unione europea, infatti, impone sanzioni economiche a un Paese e invia aiuti finanziari e armi a un altro; eppure non fa lo stesso di fronte ad altre invasioni, persino più gravi, con conseguenze ancora più brutali per intere popolazioni”, ha aggiunto il prefetto. Impossibile non vedere nel primo caso la guerra russo-ucraina e nel secondo gli attacchi di Israele a Gaza e ai Paesi circostanti e quelli di Usa&Israele all’Iran. Per Fernández in questo modo “le contraddizioni suggeriscono che, in pratica, le preoccupazioni si riducono agli interessi politici ed economici delle diverse regioni del mondo” e che “non esiste più un quadro di verità e di valori reale e stabile”. Fernández cita la Russia, gli Stati Uniti e altre potenze che si affidano a generiche rivendicazioni di autodifesa per giustificare interventi militari dall’Ucraina al Medio Oriente, in un’accusa molto puntuale al quadro attuale e lo fa di fronte ai cardinali di tutto il mondo.

L’altra notizia è che a quanto risulta, le osservazioni di Prevost hanno trovato riscontro nel collegio cardinalizio mondiale, e, secondo Politico, al termine dei colloqui il Vaticano ha fatto sapere, in una sintesi delle discussioni, che “molti” dei gruppi di lavoro cardinalizi concordavano sulla necessità di andare oltre la dottrina tradizionale della guerra giusta. Dibattito che anche secondo fonti vaticane non si è esaurito, ma continuerà. Il Papa nel discorso conclusivo infatti ha rilanciato, facendolo proprio, “l’appello unanime che è salito da questo Concistoro”, così da propagarlo ai vescovi, alle Chiese, a tutti i popoli della terra: Dio desidera la pace per ogni nazione e per ogni popolo. Per questo non dobbiamo rassegnarci alla violenza. La violenza non avrà l’ultima parola”. Non a caso, papa Leone ha anche ricevuto in udienza nella stessa settimana del Concistoro non solo Fernández, ma anche monsignor Visvaldas Kulbokas, arcivescovo titolare di Martana, Nunzio Apostolico in Ucraina. È tornato invece a invocare una “pace disarmata e disarmante” di bergogliana memoria, ieri il ministro degli Esteri del Vaticano, Paul Richard Gallagher, che ha presieduto una messa nella cattedrale di Kaunas, in Lituania.

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La vittoria di Prosfygika: dopo una lotta fra la vita e la morte

 

Prosfygika, Aristotelis Chantzis ricoverato dopo 138 giorni di sciopero della fame

da Osservatorio Repressione



Pesa appena 35 chili, non riesce più a stare in piedi e ha difficoltà a parlare. Mentre la sua vita è appesa a un filo, Amnesty International, l’ONU e il Parlamento europeo chiedono di fermare lo sgombero della storica comunità autogestita di Atene.

C’è un uomo che sta morendo nel cuore dell’Europa. Si chiama Aristotelis Chantzis, vive nella comunità autogestita di Prosfygika, ad Atene, e da 138 giorni rifiuta il cibo per impedire che quattrocento persone vengano cacciate dalle loro case. Il 22 giugno è stato ricoverato d’urgenza all’ospedale Georgios Gennimatas dopo aver manifestato gravi sintomi neurologici.

Le sue condizioni sono drammatiche. Pesa appena 35 chilogrammi, ha perso il 44% del proprio peso corporeo, presenta un indice di massa corporea di 13,3, soffre di edemi agli arti inferiori, non riesce più a stare in piedi e ha difficoltà a parlare. Nei giorni precedenti il suo stato di salute era precipitato: episodi di ipotensione, tachicardia, forti vertigini, disturbi del sonno, anomalie elettrocardiografiche che possono provocare aritmie fatali, problemi neurologici e metabolici, ipoglicemia, alterazioni epatiche e sintomi compatibili con la denutrizione estrema.

Il gruppo di medici solidali che lo segue non usa mezzi termini: ogni ventiquattro ore che passano aumentano i rischi cardiovascolari e metabolici e le complicazioni potenzialmente mortali. Eppure Aristotelis non intende interrompere lo sciopero della fame finché le richieste della comunità non saranno accolte. A rendere ancora più inquietante la vicenda è quanto accaduto al suo arrivo in ospedale. Secondo quanto denunciato dalla comunità di Prosfygika, i neurologi di turno avrebbero inizialmente rifiutato di visitarlo, mentre alla polizia sarebbe stato consentito di entrare nel reparto di emergenza. Una situazione definita “inaccettabile” dagli abitanti del quartiere, che si sono immediatamente radunati davanti all’ospedale in segno di solidarietà.

Dietro questo corpo consumato dalla fame c’è una battaglia che riguarda molto più di un singolo quartiere di Atene.

Prosfygika è un complesso di edilizia popolare costruito nel 1933 per ospitare i profughi dell’Asia Minore. Negli ultimi quindici anni, dopo decenni di abbandono da parte dello Stato greco, è diventato una delle più importanti esperienze di autogestione e mutualismo del Mediterraneo. Oggi ospita oltre quattrocento persone: rifugiati, migranti, famiglie a basso reddito, anziani, persone con patologie croniche, donne e più di cinquanta bambini. La comunità ha costruito ventidue strutture sociali autorganizzate dedicate alla distribuzione del cibo, all’assistenza sanitaria, all’infanzia, all’istruzione e al sostegno alle donne. Vi sono una farmacia sociale, spazi educativi, cucine solidali, una biblioteca e persino alloggi per pazienti oncologici e i loro familiari.

Tutto questo rischia di essere cancellato.

Nel giugno 2025 la Regione dell’Attica ha approvato un accordo per la “ristrutturazione” di quattro blocchi abitativi di Prosfygika, inizialmente finanziato con fondi europei e successivamente sostenuto da risorse regionali. Il progetto prevede, però, lo sgombero dell’intera comunità. I residenti denunciano che il piano descrive gli edifici come “vuoti”, cancellando deliberatamente l’esistenza delle centinaia di persone che vi abitano. Nessuna garanzia concreta di rialloggio è stata presentata. Secondo gli abitanti e i giuristi che li sostengono, il progetto viola il diritto all’abitazione, il principio di non discriminazione, il diritto alla dignità e alla tutela della casa. Vengono inoltre contestate numerose irregolarità: dubbi sulla proprietà degli edifici, modifiche al piano originario, problemi nelle procedure di finanziamento e incompatibilità con i vincoli storici e architettonici del complesso, riconosciuto come monumento protetto per il suo valore storico e per l’architettura Bauhaus.

La vicenda ha ormai assunto una dimensione internazionale.

Amnesty International Grecia ha chiesto la sospensione immediata del piano di sgombero. Il Relatore Speciale delle Nazioni Unite sul diritto all’abitazione adeguata ha aperto un dossier sul caso. Il Consiglio comunale di Atene ha adottato una risoluzione per fermare la procedura di riqualificazione e avviare una consultazione pubblica. Quattro interrogazioni sono state già presentate al Parlamento greco e il Centro per i Diritti Umani dell’Università di Padova ha aperto uno studio formale sulla vicenda. Una delegazione di Prosfygika si è inoltre recata a Bruxelles, ottenendo il sostegno di oltre venti eurodeputati. Nonostante ciò, le autorità regionali hanno finora ignorato tutte le richieste di dialogo e si sono rifiutate persino di discutere la questione nel Consiglio regionale dell’Attica.

Le richieste degli scioperanti sono semplici e precise: revoca immediata del contratto di riqualificazione, garanzia che tutti i residenti possano restare nelle proprie case e riconoscimento del progetto di restauro autogestito elaborato dalla comunità stessa, senza utilizzare denaro pubblico per un’operazione che porterebbe alla sua distruzione.

La lotta di Aristotelis Chantzis e di Prosfygika parla all’intera Europa. Parla di cosa accade quando la rigenerazione urbana diventa sinonimo di espulsione sociale, quando le città vengono trasformate in spazi di rendita e chi costruisce solidarietà e mutualismo viene considerato un ostacolo da rimuovere.

Ma soprattutto pone una domanda politica e morale che non può più essere ignorata: quanta sofferenza e quanta vita umana sono disposte a sacrificare le istituzioni europee e greche per cancellare un’esperienza di autogestione che da anni offre casa, cura e dignità a centinaia di persone?

Mentre Aristotelis Chantzis lotta tra la vita e la morte in un letto d’ospedale, la risposta a questa domanda non può più essere rinviata.

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La vittoria di Prosfygika: dopo una lotta fra la vita e la morte

di Mikis Mavropulos e Comunità di Prosfygika Occupati

Negli ultimi 5 mesi, si è svolta una lotta sovrumana tra la vita e la morte, per difendere Prosfygika di via Alexandra dallo sgombero, dallo spostamento forzato e dallo smantellamento del più grande progetto autogestito di edilizia sociale, solidarietà e pubblica utilità in Grecia e in Europa.

In prima linea δι questa lotta ci sono stati il ​​compagno Aristotelis Chantzis (in sciopero della fame dal 5/2/2026) e la compagna Suzon Doppagne (in sciopero della fame dal 1/5/2026).

È una lotta che si è vinta fin dall’inizio, perché l’unica lotta persa è quella che non è mai stata combattuta. È una battaglia giusta, altruistica e collettiva, non solo per i circa 400 residenti di Prosfygika, ma per l’intera società. Per tutti noi. Per il diritto alla casa, la vita, la dignità, il diritto delle persone di organizzarsi, di auto-organizzarsi, di dare un senso alla propria vita-designare la propria vita in tempi bui.

Il Comune di Atene ha emanato la sua seconda decisione, che da un lato rappresenta una lapide per il piano Hardalia, già fallito sotto ogni aspetto – tecnico, politico, economico – e dall’altro copre in gran parte le nostre giuste ed evidenti rivendicazioni, in base alle proprie possibilità:

1. Ha chiesto alla Regione dell’Attica di sospendere l’attuazione della decisione di riqualificare la Comunità di Prosfygika, ad Atene, e, al contempo, alla Comunità di Prosfygika di interrompere lo sciopero della fame.

2. Ha riconosciuto la Comunità dei Prosfygika, da un lato, come entità autonoma e soggetto sociale collettivo e, dall’altro, come interlocutore alla pari con un ruolo decisivo in qualsiasi futuro sforzo di riabilitazione di Prosfygika.

3. Ha accettato che tutti i residenti di Prosfygika rimarranno nelle loro case e che, anche in caso di lavori di restauro, si trasferiranno all’interno del quartiere, accettando quindi il restauro parziale degli edifici che proponiamo.

Sulla base di quanto sopra, come Comunità, ieri, mercoledì 24 giugno, abbiamo discusso con gli scioperanti della fame Aristo e Suzon e abbiamo deciso collettivamente di sospendere lo sciopero della fame e di continuare la lotta parallela con altri mezzi, fino alla definitiva vittoria.

L’esito positivo della lotta finora e il soddisfacimento della maggior parte delle nostre richieste ci permettono di concludere lo sciopero della fame con successo e quindi di non rischiare di perdere due persone preziose per noi e per l’intera società, ma anche di non gravare con delle morti un movimento e gente che o non ha familiarità con le lotte di sacrificio o considera questa lotta già vinta.

PER PROFYGIKA – PER LA VITA – PER LA DIGNITÀ !

LA LOTTA CONTINUA !

O VINCEREMO O VINCEREMO !

Comunità di Profygika Occupati

Michele Mavropulos

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