lunedì 9 febbraio 2026

E ora chi chiede scusa a Naudy? - Betty Martinelli

La tragedia di Nizza Monferrato ci lascia due vittime: Zoe, che non tornerà più, e un musicista fragile dato in pasto alla piazza da un pregiudizio feroce

Era il colpevole perfetto. Il mostro ideale da sbattere in prima pagina, o meglio, nelle storie Instagram di una provincia che non ha tempo per verificare, ma ha sempre fretta di condannare. Mentre il corpo di Zoe Trinchero giaceva nel freddo del rio Nizza, strappata alla vita a 17 anni per un "no" che non doveva essere detto, la rabbia cieca della folla cercava un bersaglio. E Alex Manna, l'amico, l'assassino reo confesso, glielo ha servito su un piatto d'argento: "È stato il nero, quello pazzo".

La caccia all'uomo sbagliato

Nella notte tra venerdì e sabato, mentre i carabinieri cercavano la verità, Nizza Monferrato ha rischiato di perdere la sua umanità. Una trentina di persone si sono radunate sotto casa di Naudy C., musicista, ragazzo di colore, adottato, con una storia di fragilità psichica alle spalle, sicuramente con tanti problemi e, a volte molesto. Non erano lì per chiedere, erano lì per punire.

Il tam tam dei commenti sui social, al nostro articolo della prima ora è stato un incendio indomabile: "Tutti sapevano che dava fastidio a tutti.. perché le forze dell'ordine non sono intervenute? In Italia se non ci scappa il morto nessuno si muove", oppure: "I giudici devono fare i giudici...dare le giuste condanne...e non limitarsi agli arresti domiciliari x queste . ERGASTOLO FINO A FINE VITA. Non ha rubato una mela ,da poterlo reintegrare". "Si sapeva che era pericoloso!! Perché perché?"

Ma da tempo sui gruppi di Nizza erano comparsi post ignobili e altamente diffamatori, come quello che invitava a "girare armati" perché c'era un "soggetto pericoloso" in giro. 

Naudy, nel suo mondo fatto di note e disagi, sicuramente bisognoso di cure, attenzione e aiuto, nella notte tra venerdì e sabato si è trovato assediato. I carabinieri li ha chiamati lui stesso. Non per costituirsi, ma per salvarsi. E quando i militari lo hanno portato via, la piazza ha tirato un sospiro di sollievo: "L'hanno preso". Invece lo stavano solo proteggendo dal linciaggio.

Il musicista e il pregiudizio

Naudy non è un assassino. È un'anima creativa, un polistrumentista che la città ha applaudito in altre occasioni, ma che diventa "il pazzo pericoloso" appena serve un capro espiatorio. La sua colpa? Essere diverso, essere visibile, essere fragile.

Il vero orrore si è consumato due volte. La prima per mano di Alex Manna, il ventenne di Montegrosso che ha strangolato l'amica e poi ha finto di cercarla, recitando la parte del testimone sconvolto. La seconda per mano nostra, della comunità digitale e reale che ha creduto alla menzogna più facile: il nero cattivo contro la ragazza indifesa. Una narrazione "di pancia" che ha placato le coscienze mentre il vero mostro era uno di noi, un ragazzo astigiano che poche ore prima rideva con la vittima per poi prenderla violentemente a pugni, strangolarla e lasciarla cadere nel canale.

Le parole del fratello

A riportarci alla realtà, con una dignità che dovrebbe far arrossire molti, è Ruben, il fratello di Naudy. Le sue parole, affidate a un commento amaro e lucido, pesano come macigni: "Ringrazio le forze dell'ordine di Nizza Monferrato che sono intervenute tempestivamente a salvare la vita di mio fratello... Non punto il dito solo sull'amico assassino ma su tutti coloro, e sono davvero tanti, che hanno fatto girare la notizia falsa fin dalle prime ore del mattino".

Ruben parla di un "incubo" vissuto dalla famiglia, messa a rischio da chi ha condiviso la menzogna senza porsi una domanda. Oggi sappiamo che Alex Manna ha confessato. Sappiamo che ha ucciso Zoe a pugni e l'ha strangolata. Ma il fango gettato su Naudy resta. Restano gli screenshot, le minacce, la paura di una notte in cui la giustizia sommaria ha rischiato di fare un'altra vittima innocente.

Ora che la verità è venuta a galla, i post di odio magari vengono cancellati silenziosamente. Ma la domanda resta, e deve risuonare forte nelle coscienze di chi ha digitato sentenze di morte dal divano di casa: e ora, chi chiede scusa a Naudy?

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Valanga azzurra e valanga rosa? Macchè, nelle gare dell’indecenza stavolta trionfa la Valanga Marrone - Daniele Barbieri


Nella prima giornata l’Italia vince tre (mi pare) medaglie. Una d’oro è nel pattinaggio: di Francesca Lollobrigida che è parente alla lontana del ministro Francesco Lollobrigida… ma è il suo unico difetto. Lei corre con la forza delle sue gambe, il ministrello (sposo della sorella de il presidente Meloni) ferma i treni con l’arroganza delle sue meningi.

Gli statistici diranno che tre medaglie per iniziare è un buon auspicio e bla-bla. Ma a fare bene i conti le medaglie italiane sono già quattro. Infatti ancor prima dell’inizio ufficiale delle gare il “nostro” Paese ha vinto una medaglia d’oro a squadre nel «Vergogna dal trampolino», una nuova disciplina riservata ai grandi media. In effetti questa inedita Valanga Marrone ci ha raccontato, con toni epici, che un noto evasore fiscale ha occupato un vecchio tram per accompagnare alle gare un mattarullo o un Mattarella, Che tutti piangevano quando Laura Pasini ha cantato «Fratelli d’Italia». E che nessun ciglio è rimasto asciutto per le belle parole sulle Olimpiadi di pace del presidente (omonimo del suddetto Mattarella?). O che un ragazzino di 5 anni, chissà chi era, scende dal bus ma sale al cielo, senza pagare il biglietto. Eccetera.

Sono stati i giochi della sostenibilità ambientale e dei conti in regola hanno cantato i campioni della Vergogna dal Trappolino: tutti i dati li smentiscono ma che importa. Ah, quante altre belle imprese per la Valanga Marrone. Uh, come volteggiavano fra le nuvole: sempre più lontani dalle terrestri verità.

Cantavano Enzo Jannacci e Dario Fo: «E sempre allegri bisogna stare / che il nostro piangere fa male al re…».

Tante nuove “discipline” in queste Olimpiadi. Devo accennare almeno al politlon, volgarmente detto pestaggio contro chi manifesta (ieri sera le cariche a Milano sono state assai violente). Con la parallela “Corri per la pelle” che è ovviamente divisa fra juniores e seniores. Spero che la mia amica Sandra – over 60 – ieri abbia corso più veloce degli inseguitori (a squadre, anzi a squadracce).

(*) Dedico questo articolo a Erremme (Riccardo Mancini) con il quale – troppi anni fa – scrissi il libro – per la scuola – «E lo sport si fece mondo» che incontrò molti ostacoli, a partire dalla casa editrice che lo aveva chiesto. Dovunque oggi sia Riccardo, lo immagino sorridente: ricordando a chiunque incontri che un altro sport è possibile. A fatica, quasi sempre dal basso, le Utopiadi si affacciano, scompaiono ma ritornano: fra noi e la libertà c’è un mondo da rovesciare.

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domenica 8 febbraio 2026

Ma da che parte sta l’Italia? - Franco Beradi Bifo

Ci si chiede: ma da che parte sta l’Italia? Sta dalla parte dell’Unione europea o dalla parte del Fuhrer biondo che abita oltre Oceano? Ci batteremo per l’onore d’Europa o spezzeremo le reni alla Groenlandia? Domande legittime, ma inutili, poiché la risposta è irrilevante.

L’Italia, governata dai successori di Mussolini, correrà come al solito in soccorso di chi vince. Per poi scoprire strada facendo che chi stava vincendo alla fine ha perduto.

La questione groenlandese sta accelerando il processo di disintegrazione dell’Occidente, come ha mostrato in un discorso imprevedibilmente coraggioso il premier canadese Mark Carney: l’ordine internazionale è sempre stato una finzione, ma rendeva almeno formalmente possibile contenere l’aggressività dei più forti. Quell’ordine è finito perché mantenere la finzione significherebbe solo accettare la subordinazione al dispotismo degli Stati Uniti d’America.

Gli internazionalisti salutano la disintegrazione del blocco colonialista occidentale come un fatto positivo, ma sanno benissimo che è assai pericoloso, perché il gigante ferito userà tutti gli strumenti di cui dispone per imporre la sua egemonia. Tra quegli strumenti c’è la devastazione finale del pianeta. Delle nazioni non si può dire niente, perché non esistono, ma il patriottismo dà vita al loro fantasma: culto idiota della violenza, desideri di uccidere e morire per futili motivi.

Per capire l’ambiguità e i tentennamenti del governo Meloni nell’attuale fase di disintegrazione accelerata dell’ordine internazionale è opportuno ricordare qualcosa della storia italiana e anche, un po’, della storia culturale di questo paese.

Potremmo cominciare ricordando che Italia è un’entità che i poeti hanno immaginato femminile, ma che a un certo punto della storia moderna ha dovuto convertirsi brutalmente all’ordine maschile del progresso industriale e della forza militare senza riuscire benissimo nella transizione di genere.

Come tutti sanno il segretario fiorentino nel suo libro più celebrato definisce il potere politico proprio in base al primato del maschile.

“Io iudico bene questo: che sia meglio essere impetuoso che rispettivo (rispettoso); perché la fortuna è donna, ed è necessario, volendola tenere sotto, batterla e urtarla. E si vede che si lascia più vincere da questi, che da quelli che freddamente procedano; e però sempre, come donna, amica dei giovani, perché meno respectivi, e più feroci e con più audacia la comandano” (Niccolò Machiavelli: Il principe, paragrafo XXV).

Il principe è colui che con la forza possiede e soggioga ai suoi voleri la Fortuna, imprevedibilità degli eventi mondani, ché la Fortuna è femmina e volentieri si sottomette a chi la brutalizza. Naturalmente il primo ministro Meloni questo lo sa benissimo. Occorre dunque farsi maschi, se si vuole machiavellicamente gareggiare nella contesa del combattere e dell’accumulare, anche se la bellezza delle città d’Italia sta proprio nella loro femminile irregolare sensualità.

Nel Novecento la questione si fece drammatica, ecco allora che il Futurismo mostra i muscoli e i bicipiti, promette avventure strabilianti, adora la macchina e disprezza la donna e l’Italietta.

In generale la storia delle nazioni ha qualcosa di ridicolo, ma la storia nazionale italiana è ridicola al massimo grado, anche se disgraziatamente rotola nel tragico ogni qual volta i proclami e le pose devono misurarsi con la realtà delle guerre nazionali o della competizione economica. Diciamo che l’Italia è un tentativo maldestro e mal riuscito di transizione o forse di travestimento. Ecco allora l’esibizione di una virilità esagerata, le caricature come Roberto Vannacci e Matteo Salvini, ecco allora le défaillance, i momenti di sbandamento e incertezza al momento di compiere scelte che i veri maschi compiono senza tentennamenti ma l’incerta matria che si vuole patria non riesce a compiere senza pentimenti, voltagabbanismi e susseguenti inevitabili disfatte.

Potremmo parlare dell’azzardo del 1915, quando folle di esagitati studentelli e piccolo borghesi pretendevano l’intervento nella guerra europea. Poco importa dove, e poco importa a fianco di chi, e soprattutto poco importa perché. Dovevamo batterci per cancellare il ricordo dell’Italietta, la svergognata femminella crepuscolare. Alla fine si decise di farla comunque, quella guerra. Era del tutto inutile, dal momento che gli austriaci avevano promesso la restituzione dei territori irredenti (e anche un poco irridenti).

Si voleva combattere, accidenti. E si combatté. Naturalmente fu una catastrofe. “O Gorizia tu sia maledetta per ogni cuore che sente coscienza – cantavano gli alpini mandati a morire a plotoni – Dolorosa ci fu la partenza e il ritorno per molti non fu…”.

Finita la guerra con la vittoria delle potenze dell’Intesa cui l’Italia si era accodata in extremis per far bella figura, il presuntuoso presidente Wilson chiamò tutti a Versailles. Gli italiani furono trattati, come meritavano, da voltagabbana inaffidabili e inetti. L’Italia aveva tradito i suoi alleati (che erano Austria e Germania), aveva dato prove militari disastrose, aveva vinto la guerra perché stava dalla parte dei vincitori.

Emanuele Orlando, primo ministro del Regno d’Italia, dichiarò che in quella guerra l’Italia aveva sofferto cinquecentomila perdite più novecentomila feriti. Mezzo milione di persone morte per niente, perché quell’intervento fu comp letamente inutile, insensato, autolesionista. Tragico, ma la conclusione a Versailles nel 1919 fu comica. Orlando e Sonnino rappresentavano l’Italia al Congresso che doveva decidere (e decise, purtroppo) le sorti del mondo. I due tentarono disperatamente di dare un’immagine maschia del loro paese, ma non ci riuscirono tanto bene. Umiliati i rappresentanti italiani abbandonarono il Congresso. Da quel momento Mussolini iniziò la sua ascesa verso il potere.

Ricapitoliamo gli eventi precedenti per chi non li ricorda bene.

Quando, nel 1914, l’attentato di Sarajevo diede avvio al conflitto, l’Italia doveva decidere se starsene in pace o partecipare a una guerra che non la riguardava. Gli italiani erano alleati degli imperi centrali, Austria e Germania, ma nel trattato d’alleanza c’era una clausola che li esautorava dall’intervenire. L’alleanza aveva carattere difensivo, e poiché l’Austria aveva attaccato la Serbia per vendicare la morte del povero Francesco Ferdinando, l’Italia poteva dire ce ne stiamo fuori. Ma no. Bisognava cancellare la neghittosa femminuccia e affermare un’immagine virile, dunque in guerra bisognava entrarci anche se non era chiaro né come né perché.

Nella primavera del 1915 gli italiani Orlando e Sonnino andarono a Londra dove venne firmato un Trattato nel quale agli ingenui italiani, Lloyd George e Clemenceau promisero mare e monti in cambio dell’entrata italiana nella guerra. “Vi diamo la Dalmazia e l’Istria, vi diamo l’Albania vi diamo un po’ di Grecia e magari anche un po’ di Turchia”, promisero l’inglese e il francese, così gli italiani entrarono in guerra e presero un sacco di inutili legnate. Ma quando, dopo la fine della guerra Orlando e Sonnino si recarono a Versailles per regolare le cose del mondo, credevano di essere trattati come vincitori. Invece francesi e inglesi li trattarono come i parenti poveri che hanno troppe pretese sull’eredità. I fetenti avevano dimenticato tutte le promesse del Trattato di Londra. Se ne fottevano insomma di quei due italiani, che come Totò e Peppino stavano sulla soglia col cappello in mano, mentre Mussolini e D’Annunzio agitavano le folle nelle città italiane.

A Caporetto erano morti centomila giovani arrivati da ogni paese della penisola, che non sapevano neanche che andavano a fare. Come dare forma sensata tutto questo? Il nazionalismo è troppo idiota perché si possa parlarne in modo sensato. Ma adesso è tornato di moda. E allora pensiamo anche all’altra entrata in guerra, quella del 1940. Anche in quell’occasione il comico non manca, anche se il cinico prevale decisamente, e il tragico emerge dall’impasto ributtante di cinico e di comico.

Nel 1939 maturano gli effetti del Congresso di Versailles. John Maynard Keynes, che aveva partecipato al Congresso in qualità di diplomatico, scrisse un libro dal titolo Le conseguenze della pace per mettere in guardia dall’umiliazione della Germania (e dell’Italia). Ma chi se ne frega di Keynes e dei suoi consigli. L’umiliazione genera mostri, e l’umiliazione che francesi e inglesi inflissero alla Germania generò il mostro più spaventoso di tutti, il nazismo. L’umiliazione inflitta a Sonnino ed Orlando generò un mostriciattolo appena un po’ meno ripugnante, il fascismo italiano.

Nel 1939 i nodi dell’umiliazione vennero al pettine e presero la forma della vendetta. Hitler violò tutti gli accordi senza pensarci due volte, e nel settembre di quell’anno invase la Polonia, stipulò un patto di non aggressione con l’Unione sovietica, poi si precipitò verso occidente e in pochi mesi occupò il territorio francese. Ancora una volta per il governo italiano si poneva il problema se intervenire o no. Ancora una volta, come già nel ’14, la nazione italiana era impreparata allo scontro. Mussolini fu allora costretto, contrariamente alla sua vocazione e al suo sentimento, a dichiarare una condizione di non belligeranza. L’interventismo era l’origine del suo successo politico, perciò fu assai doloroso per lui assistere alle vittorie di Hitler senza potervi partecipare.

Il gruppo dirigente fascista, a cominciare da Galeazzo Ciano, conosceva le incertezze del Duce, e i grandi gerarchi temevano il coinvolgimento nel conflitto: la guerra africana del 1936 e l’intervento in Spagna per appoggiare gli assassini franchisti avevano debilitato l’esercito italiano che non era preparato a entrare in una guerra di proporzioni continentali e ben presto mondiali. Poi l’avanzata della Wehrmacht si fece trionfale e nella primavera del 1940 le difese francesi furono sbaragliate e i tedeschi giunsero a Parigi e la occuparono. Insomma con ogni evidenza Hitler stava vincendo la guerra. Poteva il Duce rimanere a guardare? Non era forse il momento di correre in soccorso del vincitore? Mussolini ruppe gli indugi a giugno. Nell’azzardo del 1915 la nazione italiana aveva brillato per tradimento e per idiozia. Nell’azzardo del 1939 quel che brilla è il cinismo, ma l’idiozia naturalmente non manca.

Nei suoi libri Curzio Malaparte ha descritto dall’interno l’insensatezza, la mala fede e l’idiozia del nazionalismo. Fascista della prima ora (ma non dell’ultima, perché ci ripensò) Malaparte è un grande scrittore, e al tempo stesso è un cretino in senso proprio, cioè uno che si prende la libertà di rovinare la vita agli altri solo perché a lui piace l’avventura senza ragione e senza speranza. Per spiegare il significato storico del fascismo, in un libro del 1925 (L’Europa vivente) Malaparte rivendica il Barocco come alternativa allo spirito protestante dell’Europa moderna, e questo forse ci aiuta a capire qualcosa dello specifico italiano da Benito Mussolini a Silvio Berlusconi, fino agli attuali fratelli d’Italia, con la vittoria che porta la chioma che schiava di Roma Iddio la creò. Dopo un lungo periodo di incertezza e di mal di pancia (pare che Mussolini soffrisse di atroci dolori al ventre nei mesi in cui doveva decidere se seguire Hitler o farsi di nebbia), Mussolini trascinò il paese nel macello della guerra mondiale per non perdersi lo spettacolo, per non perdere la gloria vittoriosa eccetera eccetera.

Che volete, i fascisti sono così, quelli di ieri come quelli di oggi, con la differenza che quelli di oggi non hanno più la fremente passione giovanile futurista, ma sono geronto-futuristi incartapecoriti che agitano il rosario come l’osceno ex comunista padano che si delizia della morte per acqua di decine di migliaia di naufraghi bambini, e donne, e giovani uomini alla ricerca di salvezza in un continente di vecchi agonizzanti determinati a non concedere vita, e incapaci di provare pietà. Quello dei nostri giorni, anche se lo chiamiamo fascismo per mancanza di parole migliori (cioè peggiori) ha il carattere di un’utopia bio-tanato-politica, se possiamo chiamarla così.

Il discorso neo-reazionario del governo Meloni ha due pilastri: incrementare la natalità di bambini dalla pelle bianca e sterminare tutti coloro che vogliono invadere il territorio che appartiene ai bianchi. È un programma irrealizzabile (dunque un’utopia) che non mancherà però di provocare, e già sta provocando, mostruose conseguenze (dunque è una distopia). Utopia è il ringiovanimento forzoso di un organismo che si sta ineluttabilmente esaurendo e quindi distopicamente marcisce.

È difficile dare forma alla valanga di merda che accompagna il ritorno del nazionalismo. Idiota e assassino come fu nel secolo passato, ma ancora più triste, più sordido, perché invecchiato male, irrancidito e demente.
Mi rendo conto di non avere una risposta intelligente da dare alla domanda: cosa farà il governo Italiano mentre l’Occidente sprofonda nella disintegrazione? Non è facile perché dell’idiozia non si può dire niente di intelligente. Ma purtroppo bisogna sforzarsi perché ci sono momenti (e questo è uno di quelli) in cui l’idiozia è incontrastata signora del mondo.

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Restate a casa - Federica Borlizzi

  

L’avevano annunciato ben prima del corteo di Torino ed è arrivato l’ennesimo decreto legge sulla “sicurezza”, capace di far impallidire la stessa Legge Reale. Le norme che contiene non ci parlano più solo di una violenta criminalizzazione del dissenso ma ci indicano la volontà di impedire del tutto la possibilità di manifestare. Un dispositivo liberticida, che espone chiunque all’arbitrio di polizia.

Fermo preventivo

Nell’ambito dei servizi di polizia disposti in occasione di manifestazioni pubbliche, l’autorità di pubblica sicurezza è dotata del potere di trattenere fino a 12 ore chiunque abbia il “fondato motivo di ritenere” che possa porre in essere condotte di “concreto pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione”. Come lo deducono questo presunto pericolo? Qui la disposizione costruisce un meccanismo diabolico: dipende dalle “circostanze di tempo e di luogo” e dai (soliti) “elementi di fatto”, “anche desunti” (quindi non solo desunti!) dal possesso di determinati oggetti o da mere segnalazioni di polizia per reati commessi con violenza in occasione di manifestazioni pubbliche. La misura non ha bisogno per la sua legittimità della convalida da parte dell’autorità giudiziaria, che interviene solo per ordinare l’eventuale rilascio della persona trattenuta. Un chiaro tentativo di “trasformare il giudice in poliziotto” in forza dei parametri sui quali lo si chiama a giudicare, ossia in tema di sospetti.

È chiaro cosa significa? Capiamo l’arbitrio assoluto lasciato alle forze di polizia? Chiunque di noi potrebbe incorrere in questo vergognoso fermo preventivo. Ed è qui che il fine diventa chiarissimo: produrre paura, intimidire

È una tecnica di governo: trasformare la piazza in una zona dove la libertà dipende dall’arbitrio di chi la controlla, dove puoi essere prelevato e trattenuto non per ciò che hai fatto, ma per ciò che – secondo una valutazione discrezionale – potresti fare.

E dodici ore non sono un dettaglio. Dodici ore sono la manifestazione che salta. Sono il lavoro che perdi. Sono il treno che non prendi. È la punizione anticipata, senza processo, senza contraddittorio, senza garanzie effettive. Anche se poi ti rilasciano, l’effetto è già stato ottenuto: ti hanno tolto dalla piazza e hanno mandato un messaggio a tutti gli altri.

Non a caso gli “indici” sono elastici e opachi. Basta un casco (quello del tuo motorino) o degli occhiali troppo scuri. Basta una mera segnalazione di polizia. Tutto può diventare “elemento di fatto”, tutto può diventare “fondato motivo”.

Perquisizioni di polizia

Ma non basta. Perché questo decreto legge è arrivato a peggiorare quanto era previsto nella stessa Legge Reale, inasprendone la portata.

L’art.4 della Legge del 1975 già prevedeva una norma ignobile, funzionale a potenziare i poteri di polizia, a discapito di quelli dell’autorità giudiziaria:

“In casi eccezionali di necessità e di urgenza, che non consentono un tempestivo provvedimento dell’autorità giudiziaria, gli ufficiali ed agenti della polizia giudiziaria e della forza pubblica nel corso di operazioni di polizia possono procedere, oltre che all’identificazione, all’immediata perquisizione sul posto, al solo fine di accertare l’eventuale possesso di armi, esplosivi e strumenti di effrazione, di persone il cui atteggiamento o la cui presenza, in relazione a specifiche e concrete circostanze di luogo e di tempo non appaiono giustificabili”.

Questo decreto legge è arrivato a prevedere le perquisizioni di polizia come strumento ordinario di governo delle piazze.

Primo: si inseriscono esplicitamente le manifestazioni pubbliche tra i contesti in cui questo potere può essere esercitato. Significa normalizzare l’arbitrio punitivo nella gestione delle manifestazioni.

Secondo: si estende il campo alle operazioni “anche destinate alla prevenzione di reati che turbino l’ordine e la sicurezza pubblica” in luoghi “caratterizzati da un consistente afflusso di persone”. Questa è la clausola elastica perfetta: “ordine e sicurezza” più “afflusso di persone” uguale qualunque contesto urbano e qualunque evento collettivo. La norma diventa uno strumento di controllo preventivo di massa.

Terzo: si allarga anche l’oggetto della perquisizione, sostituendo “strumenti di effrazione” con “strumenti di effrazione o atti ad offendere”. Qui l’arbitrio esplode, perché “atti ad offendere” è una categoria a geometria variabile, che dipende dal contesto e dall’interpretazione di chi interviene. È la formula che consente di trasformare in indizio qualsiasi cosa: un oggetto comune, un equipaggiamento di protezione, qualcosa che in altri contesti sarebbe irrilevante.

Si prende una norma già liberticida e la si trasforma in un dispositivo ordinario per governare le piazze attraverso l’arbitrio delle autorità di polizia.

Perquisire come ulteriore tecnica di pressione: selezionare, intimidire, dissuadere.

E non finisce qui, perché il decreto legge prevede anche: Daspo “politico” dalle manifestazioni (fino a dieci anni) e 10.000 euro di sanzioni pecuniarie se il corteo “esce dal tracciato” prefissato.

Insomma, siamo davanti a un tentativo esplicito di neutralizzare preventivamente il dissenso, attraverso fermi, perquisizioni, daspo decennali, multe.

Un decreto scritto per farci restare a casa.

Vogliono impedirci, in ogni modo, di scendere in piazza, perché temono le piazze. Temono che le persone possano organizzarsi, allearsi, manifestare contro un autoritarismo che sta assumendo sempre più le forme di regimi passati: disprezzo per il dissenso, disprezzo per i deboli, disprezzo per le regole democratiche e per ogni tipo di limite al proprio delirante potere. L’unica risposta possibile è fare esattamente ciò che vogliono impedirci: organizzarci di più, proteggerci di più, esserci di più. Moltiplicare le piazze, moltiplicare le alleanze, moltiplicare la capacità non solo di resistere ma anche di contrattaccare.

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sabato 7 febbraio 2026

Nepal. Fughe di notizie dall’intelligence USA. Washington ha finanziato e diretto i giovani manifestanti

(da thegrayzone - dicembre 2025  - a cura di Enrico Vigna)

file trapelati esaminati da The Grayzone mostrano che i gruppi giovanili nepalesi sono stati finanziati segretamente dal governo degli Stati Uniti per favorire un violento colpo di stato. L’esercito ombra “Gen Z” si è mobilitato mentre gli USA cercavano di neutralizzare l’influenza cinese e indiana su Kathmandu, ora controllata da un leader scelto da un sondaggio informale sui social media.

La National Endowment for Democracy (NED) del governo degli Stati Uniti ha speso centinaia di migliaia di dollari per insegnare a decine di giovani nepalesi “strategie e competenze nell’organizzazione di proteste e manifestazioni”, molto prima che un violento colpo di stato ha rovesciato il governo del Nepal nel settembre 2025, hanno rivelato documenti dell’intelligence.

I documenti hanno svelato una campagna clandestina organizzata da una divisione NED conosciuta come International Republican Institute (IRI) che ha lavorato a costruire una “rete” nepalese di giovani attivisti politici esplicitamente progettati per “diventare una forza importante per sostenere gli interessi degli Stati Uniti”. I documenti trapelati osservano che il programma dell’IRI  aveva il compito di “connettere i giovani insofferenti...e leader politici e di fornire corsi di formazione completi su come lanciare campagne di advocacy e proteste”.

Le manifestazioni organizzate sotto l’ombrello della NED si riferirebbero a “questioni selezionate” dall’Istituto e dai suoi collaboratori locali, garantendo così che le preoccupazioni degli Stati Uniti con la democrazia del Nepal “sarebbero state risolte”, ha dichiarato un rapporto dell’IRI. Come riportato da The Grayzone, uno sforzo simile da parte dell’IRI in Bangladesh ha contribuito a generare un colpo di stato nell’agosto 2024.

Il Nepal è stato scosso dalle cosiddette proteste “Gen Z” nel settembre 2025 dopo che le autorità avevano bloccato l’accesso alle piattaforme di social media tra cui Facebook, YouTube e Twitter / X, denunciando il mancato rispetto da parte delle aziende delle normative locali che richiedono loro di registrarsi presso il governo. Almeno 76 persone sono state uccise durante le conseguenti violenze, tra cui molti agenti di polizia, portando alle dimissioni del primo ministro comunista K. P. Sharma Oli meno di una settimana dopo l'inizio delle violenze.

Giorni dopo, è stato sostituito da un leader ad interim scelto in un sondaggio anonimo che ha registrato meno di 10.000 voti dai conteggi della piattaforma social istantanea e VoIP, Discord.

Sebbene i disordini siano stati largamente qualificati dai media occidentali come una rivolta pacifica e democratica contro un governo autoritario, i video del caos hanno mostrato i manifestanti armati di fucili semiautomatici che si scatenano in tutte le città. La bandiera di Jolly Roger della popolare serie animata One Piece era costantemente in primo piano, proprio come durante le recenti ribellioni anti-governative “Gen Z” nelle Filippine, in Indonesia e in Messico. Data la loro vicinanza con la Cina o gli Stati Uniti, ciascuno di questi paesi è anche considerato un pezzo di scacchi cruciale nel gioco della politica internazionale.

Il Nepal ha avuto particolare importanza per l'IRI, dimostrano le fughe di notizie. L’Istituto ha riversato sulla “posizione geografica strategica” del Nepal tra Cina e India, l’obiettivo di “farne il nucleo centrale per le ambizioni ‘Indo-Pacifico’ di Washington”. Vale a dire, circondando Pechino con governi flessibili e installazioni militari statunitensi. Si prevede che le iniziative dell’IRI per educare i giovani di Kathmandu a “usare il loro potere per un ruolo di protagonismo politico” e per influenzare le “decisioni nazionali”, avranno un impatto oltre lo specifico dei progetti attuali. Gli alunni non solo sarebbero pronti a causare il caos a livello di strada, ma a creare partiti politici e a candidarsi.

I file trapelati mostrano che l’IRI ha tratto ispirazione dalle cosiddette proteste “Basta è sufficiente” che si erano svolte in Nepal nell’estate del 2020, in risposta alle politiche COVID del governo. Per l’Istituto, quelle manifestazioni hanno dimostrato la capacità dei giovani “di plasmare e svolgere un ruolo significativo nella politica nepalese”, ed ottenere concessioni dal governo. Un “successo” su cui la filiale NED era desiderosa di “sostenere” e “capitalizzare”. L’Istituto ha quindi deciso di iniziare a fornire ai giovani del paese “opportunità e piattaforme per sviluppare reti estese e sostenibili per sostenere efficacemente le preoccupazioni comuni e avere successo nei campi per il cambiamento democratico sostenuti dagli Stati Uniti”.

Dalla sua creazione nel 1983, la NED ha segretamente finanziato iniziative simili in tutto il mondo nel tentativo di rovesciare i governi sovrani, con uno dei suoi fondatori il quale vanta apertamente  che “molto di quello che facciamo oggi, fu già fatto segretamente 25 anni fa dalla CIA”. I documenti indicano fortemente che il caos che si è svolto a Kathmandu in settembre potrebbe aver rappresentato il culmine degli sforzi di Washington per allevare una leadership politica in Nepal favorevole alla sua “strategia indo-pacifica”. Mentre la regione cresce sempre più interconnessa in mezzo al recente indirizzamento dell’India verso la Cina e la Russia, la sicurezza nazionale degli Stati Uniti accoglierebbe senza dubbio favorevolmente, l’installazione di un governo più flessibile in un paese geopoliticamente vitale come il Nepal.

I giovani attivisti appoggiano la “riforma sostenuta dagli Stati Uniti

Tra i progetti IRI più cruciali in Nepal c’è stato un programma chiamato “Yuva Netritwa: Paradarshi Niti” (Youth Leadership: Transparent Policy)”, che ha operato ad un costo iniziale di  350.000 dollari da luglio 2021 a giugno 2022. Il progetto IRI ha cercato di fornire “ai leader emergenti con maggiori capacità di costruire slancio per l’attivismo giovanile e fare pressione sui responsabili delle decisioni politiche nepalesi”, mostrano i documenti. Il programma è stato previsto per “beneficiare” tra i 60 e i 70 giovani nepalesi.

Le “reti di attivisti giovanili e leader politici” sarebbero state cresciute in Nepal, fornite di “abilità, risorse e piattaforme per costruire connessioni” e comunicare pubblicamente le loro rimostranze, quindi addestrate a “sostenere le preoccupazioni sulle turbolenze politiche, la corruzione del governo e il processo di decisionale nazionale”, affermano i file. Le preoccupazioni di Washington sarebbero abbassate con “campagne di advocacy e proteste, esortando il governo del Nepal a prestare maggiore attenzione alle loro preoccupazioni e promuovendo la riforma democratica sostenuta dagli Stati Uniti”.

Una volta che un numero sufficiente di “leader giovanili” nepalesi che “sostengono e puntellano” i “valori” degli Stati Uniti sono stati formati, potrebbero quindi essere mobilitati “per lanciare campagne di advocacy su questioni nepalesi di preoccupazione specifica degli Stati Uniti”. Per rafforzare il suo progetto, IRI si è impegnata a implementare un’Accademia dei Leader Emergenti (ELA), che ha descritto come “un programma IRI che cerca di riunire giovani attivisti civici e leader politici ... e fornire loro le competenze, le piattaforme e le risorse necessarie per avviare un cambiamento positivo nelle loro comunità”.

L’Istituto si vantava che i suoi altri programmi ELA  anche altrove in Asia, come Sri Lanka e Indonesia, avevano “visto il successo” nel preparare i suoi attivisti giovanili selezionati specificatamente “ad assumere posizioni di leadership all’interno delle loro comunità e partiti”.

L’IRI si è impegnata a “applicare specificamente le applicazioni” al suo ELA nepalese “da parte dei giovani partecipanti in una serie di settori diversi, tra cui i partiti politici, la società civile e i media”. Questi “leader giovanili” sarebbero dotati “delle competenze e le conoscenze per garantire che i futuri sforzi e proteste di advocacy siano abbastanza efficaci e sostenibili da incoraggiare più persone a impegnarsi” nell’azione politica approvata dagli Stati Uniti, afferma il rapporto.

Una volta tornati alla loro vita quotidiana, l’Istituto avrebbe “favorito e sostenuto i partecipanti a lottare per posizioni più elevate nei rispettivi partiti politici”.

L’IRI ha espresso fiducia nel fatto che avrebbe creato una “rete giovanile” nepalese che “ha voce in capitolo nel processo decisionale nazionale”. I giovani facinorosi selezionati a tavolino dell’Istituto avrebbero imparato “metodi ... per trasmettere efficacemente messaggi di campagne di advocacy e proteste”, hanno scritto gli autori del rapporto, evidenziando in particolare “social media e altri strumenti basati sul web” come modi ideali per diffondere le paroled’ordine. Alla fine, “i notevoli risultati delle campagne di advocacy e delle proteste saranno conosciuti da sempre più giovani e susciteranno il loro interesse per la partecipazione”, ha previsto l’IRI.

Nell'agosto 2021, quando stabiliva $ 500.000 per un "progetto educativo civico giovanile" locale, l'IRI ha citato la ricerca interna che indicvaa che il 90% dei giovani nepalesi era "disimpegnato con la politica". Poiché i giovani comprendevano il 40% della popolazione del paese, è stato quindi visto come basilare, formare futuri leader civici e politici che “sostengano lo sviluppo di una nazione federalista forte sostenibile che è vitale per la strategia Indo-Pacifica degli Stati Uniti”. IRI si è vantata di essere “ampiamente preparata a sfruttare la propria società civile e i contatti politici” per sostenere questo obiettivo.

Il cambio di regime degli USA ha istruito i giovani nepalesi per “organizzare proteste

Un altro file trapelato delinea come IRI ha sviluppato “manuali di formazione per Youth Empowerment Workshops”, per promuovere gli obiettivi sia di Yuva Netritwa: Paradarshee Neeti che del capitolo locale di NED ELA. Questi eventi avevano lo scopo di attirare giovani nepalesi da tutto il paese che fossero “sia politicamente affiliati che non affiliati, per rafforzare la loro capacità di apportare cambiamenti positivi ... e sviluppare le loro qualità di leadership”. Le sessioni avevano lo scopo di aiutare i partecipanti a rispolverare il loro “public speaking, la messaggistica strategica, la mobilitazione delle risorse, la campagna di advocacy e la gestione delle proteste e una governance efficace”, spiega il documento.

Ai partecipanti al workshop è stato insegnato come attivisti giovanili avevano raggiunto “cambiamenti socio-economici e politici” in tutto il mondo, e hanno dato suggerimenti su come ricreare quei movimenti a livello locale. Allo stesso tempo, sono stati valutati individualmente per il “potenziale di leadership” e hanno dato tutorial incentrati su “ispirare e motivare i partecipanti ad essere leader razionali, buoni ed efficaci per guidare il cambiamento”. Sono stati anche incoraggiati a “esercitare la leadership”, con lezioni su “come i giovani leader possono guidare il cambiamento politico attraverso la protesta”.

Il modulo finale si è concentrato sul “migliorare le conoscenze e le competenze dei partecipanti”, al fine di aiutarli a cercare “responsabilità” da “portatori di uffici pubblici”. Ciò doveva essere ottenuto formando i partecipanti “nell’uso della tecnologia moderna per la raccolta di dati, il monitoraggio delle preoccupazioni della comunità e l’articolazione delle preoccupazioni” attraverso la campagna online, “sfruttando gli strumenti digitali identificati dagli esperti tecnici nella pratica della democrazia digitale di IRI”.

Il curriculum segreto dell’IRI includeva anche lezioni su “strategie e competenze nell’organizzazione di proteste e manifestazioni” al fine di influenzare la politica “locale, provinciale e nazionale”. Nel frattempo, l'Istituto ha arruolato i servizi di una società con sede a Kathmandu, Solutions Consultant, per condurre un ampio “focus grouping”, che è una tecnica di ricerca qualitativa che riunisce un piccolo gruppo di persone (solitamente 6-10) per discutere un argomento specifico, prodotto o concetto, guidati da un moderatore esperto, al fine di raccogliere opinioni, percezioni e sentimenti in un ambiente dinamico e aperto, utile per testare idee, comprendere i bisogni dei consumatori e ottenere conoscenze approfondite che i sondaggi da soli non possono dare, da febbraio ad aprile 2022, cercando "di identificare e valutare le barriere che i giovani nepalesi devono affrontare mentre si impegnano nel processo politico".

Solutions Consultant doveva condurre sette discussioni di focus group, e “reclutare 8-10 partecipanti per ciascun gruppo o 5-7 partecipanti per ogni gruppo online, così come 2-3 sostituti nel caso in cui, uno qualsiasi dei partecipanti originali non fosse in grado di partecipare.” Il costo di questo addestramento è stato di $ 9.135, una frazione trascurabile del budget annuale $ 350.000, che l'IRI ha  investito nelle sue operazioni di "empowerment giovanile" nepalese. Questo suggerisce che un numero considerevole di giovani locali sono stati intervistati, anche se esattamente quanti sono stati radicalizzati in totale non è chiaro.

I membri del personale dell’IRI hanno cercato “di osservare le discussioni del focus group di persona o da remoto” e hanno richiesto registrazioni di “alta qualità” degli incontri “con un suono chiaro”, insieme a “trascrizioni integrali in inglese” da Solutions Consultant. La società avrebbe anche assicurato che “ogni relatore partecipante” potesse essere identificato “per numero o nome”, per collegare i loro commenti con la loro “età esatta, livello di istruzione, città e occupazione”. I partecipanti erano “tra i 18 e i 35 anni, con ogni sessione approssimativamente equilibrata di genere”.

I giovani saranno leader politici e attivisti, inclusi ma non limitati alle ali giovanili dei partiti politici, attivisti politicamente non affiliati e rappresentanti della società civile, così come i giovani che non sono civicamente attivi”, ha dichiarato IRI. L’Istituto ha anche cercato “colloqui chiave per informatori” con “attivisti e politici della società civile” per esplorare la questione. Solutions Consultant è stato incaricato di contattare “potenziali intervistati” forniti da IRI, “con l’obiettivo di reclutarli per un colloquio e / o per ottenere raccomandazioni per potenziali intervistati aggiuntivi o alternativi”.

Il colpo di stato ha liberato il percorso per il ritorno della monarchia

IRI ha esplicitamente incaricato i moderatori di discussioni di focus group che “devono sottolineare che è importante che i partecipanti parlino liberamente e apertamente”, e che i partecipanti devono “capire che i loro commenti, sia positivi che negativi, daranno un contributo alla comprensione e all’affrontare le barriere che impediscono la piena partecipazione dei giovani alla politica”. L’IRI ha descritto la sua “guida” come progettata per “familiarizzare il moderatore con le domande e le questioni che vorremmo vedere affrontate”.

Finché i moderatori si sono concentrati sugli argomenti selezionati dall’IRI, sono stati “liberi di combinare domande, cambiare domande, omettere domande che non sembrano funzionare e aggiungere domande in risposta a tendenze interessanti man mano che diventano evidenti”.

Intitolato “Studio qualitativo sulla partecipazione politica dei giovani in Nepal”, il prodotto finale ha offerto ampie informazioni sulle barriere percepite all’impegno politico a livello locale. Come un ironia della sorte, diversi intervistati hanno espresso frustrazione per il fatto che i giovani cittadini sono stati “spesso utilizzati e scartati” da partiti politici affermati, che hanno cercato solo di far avanzare i propri programmi. Un maschio di 24 anni senza nome, ha notato che il Partito del Congresso di Kathmandu ha sfruttato “i giovani durante le manifestazioni” quando gli è stato conveniente, per poi ignorarli con le loro preoccupazioni. Hanno lasciato intendere che questi manifestanti sponsorizzati dal partito sono stati incentivati a impiegare tattiche violente.

“Il governo propone risposte politiche ma i giovani manifestano con il rifiuto”, ha aggiunto il partecipante. Altrove, un anonimo informatore del partito di opposizione Bibeksheel Sajha ha detto che “i giovani capaci sono tenuti fuori dalla politica significativa e sono utilizzati solo per rafforzare le manifestazioni e le rivolte” orchestrate contro il governo del Nepal. Gli attivisti giovanili sono stati “usati per combattere per le strade e salvaguardare le posizioni dei leader, ma non hanno voce in capitolo su come sviluppare la loro nazione”, ha lamentato l’intervistato.

Questa dinamica, in cui i giovani attivisti hanno devastato la politica nepalese attraverso manifestazioni scatenate dall’opposizione alla politica del governo, è stata chiaramente dimostrata solo ora, quando le proteste della “Gen Z” hanno estromesso il governo eletto di Kathmandu. Il caos è stato scatenato proprio dalle preoccupazioni che l’IRI ha cercato di sfruttare, sollevando domande sul fatto che fosse ispirato da una campagna di ingerenza del governo degli Stati Uniti.

Come ha ammesso il New York Times in un editoriale del 15 settembre, mentre “il Nepal di tutti i ceti sociali era pronto a rifiutare il sistema che avevano combattuto per decenni per raggiungere una alternativa”, mancava loro “qualsiasi chiaro senso di ciò che sarebbe venuto dopo”. Questo vuoto ha innescato una rinascita delle forze che cercano di ripristinare la monarchia in Nepal, che era stata infine cacciata dal potere nel 2008, dopo decenni di resistenza politica da parte delle forze repubblicane.

Come ha osservato il Times “ i piromani hanno preso di mira quasi tutti gli organi del potere statale”, tra cui il parlamento, gli uffici dei partiti al governo e le case dei ministri del governo. Le istituzioni militari, tuttavia, sono state lasciate intatte, così come il palazzo dell’ex re del NepalGyanendra Shah, che ha rilasciato una dichiarazione a sostegno degli insorti della “Gen Z”. Da allora, l’esercito ha cercato attivamente di potenziare le figure filo-monarchiche includendole nelle discussioni sul futuro governo di Kathmandu con i leader della protesta.

Se l’addestramento dell’IRI ha contribuito al colpo di stato di settembre, gli Stati Uniti avranno aperto un percorso per l’installazione di un leader che farà avanzare i suoi interessi imperialisti, ma da dietro un’estetica anarchica informe di sfida giovanile ispirata a Internet.

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LA BIBBIA NON PARLA DI DIO LA CHIESA LO SA - MAURO BIGLINO

 

venerdì 6 febbraio 2026

Detenere per governare: nei CPR d’Italia si parla già la lingua di Trump - Franz Baraggino

 

Strutture chiuse, opache, normalizzate: i Centri di Permanenza per il Rimpatrio italiani raccontati dal rapporto “CPR d’Italia: istituzioni totali”, non sono un’anomalia nazionale, ma un tassello di un paradigma globale. Lo stesso che ha legittimato le politiche di detenzione e deportazione di Donald Trump, di cui l’ICE rappresenta solo la manifestazione più recente e visibile, e che in Europa prende forma nei nuovi regolamenti del Patto su migrazione e asilo, che estende hotspot e zone di frontiera, introduce deroghe procedurali e limiti alle garanzie, trasformando i confini in spazi di sospensione dei diritti. Luoghi dove l’eccezione diventa regola e il controllo sostituisce la tutela delle persone che da soggetto di diritti sono ridotte a “corpi da contenere”. Come nei Cpr italiani, dove la privazione amministrativa della libertà non è più misura residuale, ma strumento ordinario di governo delle migrazioni e forse non solo di quelle.

Il nuovo rapporto di monitoraggio pubblicato il 21 gennaio è stato realizzato dalle organizzazioni aderenti al Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI), a partire dalle visite ispettive in dieci centri nazionali condotte da delegazioni multidisciplinari al seguito di parlamentari e consiglieri regionali. Schede di rilevazione uniformi hanno documentato i Cpr di BariBrindisiCaltanissettaGradiscaMacomerMilanoPalazzo San GervasioRomaTorino e Trapani. Senza dimenticare i casi in cui l’accesso è stato ostacolato o impedito agli accompagnatori medici, legali e agli interpreti. Gianfranco Schiavone, tra i curatori, non usa mezzi termini per definire queste strutture come una ferita aperta nello stato di diritto. Il lavoro di indagine, condotto con un approccio metodologico rigoroso e linee guida chiare che, spiega, “ha permesso di avere un quadro mai così dettagliato sulla situazione all’interno dei centri”, svela una realtà che il potere politico “non vuole che si conosca”, dal degrado dei moduli fatiscenti alle condizioni inaccettabili ormai divenute la norma. Gli elementi raccolti permettono al rapporto di affermare che i Cpr presentano tutte le caratteristiche di una “istituzione totale non riformabile“, intesa come luogo che ha la capacità di assorbire completamente la vita di persone che non sono trattenute perché hanno commesso un reato (è bene ricordarlo), isolandole dal resto della società. Da qui le “fortissime analogie con l’istituzione manicomiale”, commenta Schiavone. Come già per i manicomi, anche l’esistenza dei Cpr è presentata come “necessaria”, ma la realtà dei fatti smentisce sistematicamente questa narrazione: producono solo sofferenza e non raggiungono gli obiettivi dichiarati.

Tanto che si può parlare di paradosso: il sistema costa milioni, ma se la finalità dichiarata è il rimpatrio, nel 2024 solo il 10,4% delle persone colpite da un provvedimento di allontanamento è stato effettivamente rimpatriato tramite i Cpr. Eppure tra il 2018 e il 2024 l’Italia ha speso oltre 110 milioni di euro per questo apparato, includendo costi esorbitanti per il personale delle forze dell’ordine nei centri più remoti, come Macomer, dove questi costi superano quelli della gestione stessa della struttura. Inefficienza che, per Schiavone, non è un incidente ma un elemento strutturale, perché stando ai risultati “i Cpr non sono affatto orientati all’allontanamento delle persone”. Anzi, “l’inutilità è insita all’interno del sistema di violenza”. E allora qual è il senso? Riprendendo le parole di Fabrizio Coresi, esperto di migrazione per ActionAid che pure ha collaborato al nuovo rapporto, “la detenzione in sé: assimilare le persone a criminali così che l’opinione pubblica si senta legittimata a considerarli invasori, concorrenti nella crisi economica. E questo disciplina i cittadini perché ci distrae da altre questioni”. Insomma, più che a rimpatriare loro, questi centri servono a controllare noi”. Ma il noi non deve sapere troppo. Oltre i muri e il filo spinato, la vita è ridotta all’essenziale biologico, spesso in celle prive di arredi, con letti in cemento. Quello dei detenuti è un “tempo vuoto” sul quale non hanno alcun controllo, nemmeno se si tratta della salute.

Ci sono poi le testimonianze, letteralmente urla nel silenzio. Ayman, rimpatriato d’urgenza dopo aver denunciato le condizioni del centro con un video, racconta di teste spaccate dagli agenti perché si chiedeva assistenza medica. Hafed descrive il centro come una Guantanamo dove da animale domestico lo hanno trasformato in un lupo. E poi Hassan, lasciato con le gambe fratturate senza cure, o Wissem Ben Abdelatif, morto dopo essere stato legato per cento ore in un “reparto psichiatrico”. Prima di morire, implorava: “Ho bisogno di un avvocato datemi un avvocato”. Casi isolati? La violenza si manifesta nell’assenza di informativa legale che aliena e viola le norme Ue: a Caltanissetta, dove “al momento dell’accesso al CPR non viene fornito alcun tipo di informativa”, le affermazioni dei gestori sulla consegna di documenti sono state “smentite dai trattenuti”, mentre a Trapani la mancata consegna è stata giustificata con il “rischio che i fogli di carta possano essere bruciati”. È costante che i trattenuti “lamentino di non sapere perché si trovano lì“, e “molti hanno dichiarato di essere stati “invitati a firmare qualcosa che non hanno compreso” durante informative orali svolte troppo in fretta”. Quanto alla difesa legale, in centri come Gradisca d’Isonzo e Palazzo San Gervasio, i trattenuti hanno riferito di “ricevere un foglio già compilato per la nomina” dell’avvocato. E così per il diritto alla comunicazione, descritto come una “concessione regolata dall’organizzazione interna” anziché un diritto effettivo, mentre il telefono personale viene ritirato all’ingresso. E’ scritto nel rapporto: “Un trattenuto riportava disperato di non poter vedere sua figlia di cinque anni che non riesce a capire dove si trovi il padre”. A Gradisca d’Isonzo il rapporto segnala che, nella fase iniziale del trattenimento, l’accesso alla comunicazione può essere precluso fino alla convalida del trattenimento.

C’è infine l’uso massiccio di psicofarmaci per anestetizzare e spegnere il disagio che nasce dalle condizioni che annientano le persone. In molti centri, la somministrazione di ansiolitici e antipsicotici avviene anche senza controllo psichiatrico, come emerso dai monitoraggi tecnici. Un quadro che, denuncia il TAI, si aggrava con l’evoluzione normativa europea, dove il nuovo Patto trasforma le diverse forme di confinamento in infrastruttura ordinaria delle politiche migratorie. Una zona grigia di sospensione dei diritti in un modello di gestione privatizzato che affida la vita di migliaia di persone a pochi gestori privati in regime di oligopolio. Schiavone avverte come la stessa resistenza prefettizia all’accesso dei collaboratori tecnici nei Cpr nasca dalla “paura che si possa veramente vedere all’interno e avere appunto dati scientifici inequivocabili sui quali fondare dei ragionamenti da contrapporre a vuoti slogan”. Forse perché è ormai chiaro ai più, e guai se non lo fosse dopo venticinque anni di “sperimentazione“, che lo stato di diritto non può che fermarsi sull’uscio di questi luoghi, intrinsecamente non riformabili. “Questo rapporto spiega le ragioni per cui il miglioramento non è possibile, ma è possibile soltanto una un cambiamento profondo, così come è avvenuto con con l’Istituto Manicomiale”, conclude Schiavone. E allora “senza contraddizione alcuna con l’intenzione di migliorarli, l’unica possibilità reale è la loro chiusura”. A questo servono analisi e rapporti come questo, a evitare che si normalizzi l’orrore nell’attesa che vengano aboliti.

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nessun morto a causa del ciclone Harry, dicono

 

Potrebbero essere 1000 le persone disperse in mare durante il ciclone Harry

Nuove testimonianze raccolte da Refugees in Libya e Tunisia. È chiara la mancanza di informazioni e iniziativa da parte delle Autorità di Malta e Italia.

«Si stanno delineando i contorni della più grande tragedia degli ultimi anni lungo le rotte del Mediterraneo centrale e i governi di Italia e Malta tacciono e non muovono un dito». Così denuncia Laura Marmorale, presidente di Mediterranea Saving Humans, che rilancia le nuove testimonianze e i nuovi elementi raccolti negli ultimi giorni dai Refugees in Libia e Tunisia.

Che cosa sappiamo finora dai canali ufficiali?

Secondo le informazioni trasmesse attraverso i dispacci Inmarsat dall’MRCC (il Centro per il coordinamento del soccorso marittimo) di Roma e segnalate per la prima volta dal giornalista Sergio Scandura, almeno 380 persone risultano disperse in mare al 24 gennaio. L’allerta raggruppava otto casi SAR distinti, corrispondenti a otto imbarcazioni partite da Sfax, sulla costa orientale della Tunisia, tra il 14 e il 21 gennaio 2026, con a bordo il seguente numero di persone: rispettivamente 49, 54, 50, 51, 36, 42, 53 e 45 tra donne, uomini e bambini, per un totale di circa 380 persone. Al 24 gennaio, nessuna di queste imbarcazioni era stata localizzata e non era stato segnalato alcun salvataggio confermato relativo a questi otto casi SAR. Queste partenze hanno coinciso esattamente con il periodo in cui il Mediterraneo centrale, compresa la rotta da Sfax a Lampedusa, era interessato da condizioni marittime estreme: onde superiori a sette metri e raffiche di vento che raggiungevano oltre 54 nodi, causate dal ciclone Harry. In altre parole, le imbarcazioni non sono semplicemente scomparse, ma si sono perse durante alcune delle condizioni marine più pericolose registrate da vent’anni a questa parte in mare.

Da allora questa resta la sola e unica comunicazione ufficiale dell'Autorità marittima europea. Negli ultimi giorni, Ahmed Omar Shafik, comandante della nave mercantile Star, ha condiviso le immagini ( https://www.facebook.com/share/r/1AkvKyKLjn/ ) che documentano il salvataggio di Ramadan Konte, cittadino della Sierra Leone. Secondo la sua testimonianza, era partito da Sfax a bordo di un'imbarcazione che trasportava circa 50 persone di diverse nazionalità. L'imbarcazione si è capovolta. Konte è sopravvissuto per più di 24 ore in mare prima di essere avvistato dal mercantile a est della Tunisia e a sud di Malta. Durante il suo salvataggio, si vedevano corpi galleggiare nell’acqua. Konte ha perso suo fratello, la moglie di suo fratello, suo nipote e almeno altre 47 persone. Successivamente è stato consegnato alla Guardia Costiera maltese.

La testimonianza di Konte è importante non solo per ciò che rivela su uno dei naufragi, ma anche per ciò che conferma più in generale: le imbarcazioni che partivano da Sfax in quel periodo si trovavano in condizioni disperate, con poche o nessuna possibilità di sopravvivenza e senza alcun intervento attivo di soccorso. Ma sono le testimonianze raccolte da Refugees tra le comunità presenti in Tunisia a fornire un quadro molto più ampio e allarmante. Dicono che, dal 15 gennaio in poi, di fronte a una pressione crescente da parte dei militari tunisini con rastrellamenti e devastazioni negli accampamenti informali negli uliveti intorno a Sfax e un allentamento dei controlli sulle spiagge, diversi convogli sono partiti da diversi punti costieri. Secondo le testimonianze raccolte da persone che avrebbero dovuto trovarsi su queste imbarcazioni ma che sono state costrette ad aspettare per mancanza di denaro, nonché dai parenti di coloro che sono partiti, interi convogli non sono mai tornati.

Si dice che un solo trafficante, conosciuto localmente come Mohamed “Mauritania”, abbia spinto cinque convogli, ciascuno dei quali trasportava tra le 50 e le 55 persone. Dal chilometro 19 al chilometro 21, fonti della comunità parlano di dieci imbarcazioni salpate. Dal chilometro 30 sono partite sette imbarcazioni. Solo una ha raggiunto Lampedusa il 22 gennaio con un corpo senza vita a bordo e due gemelline di un anno disperse in mare, oltre alla sopravvivenza di Ramadan Konte. Le altre sembrano sparite nel nulla. Dal chilometro 33 al chilometro 38 sono partiti altri sette convogli. Solo uno è tornato agli uliveti vicino a Sfax. I sopravvissuti hanno assistito a naufragi in mare. Quando in seguito si sono spostati verso Mahdia, la polizia tunisina li ha arrestati. Nell’ultima settimana continuavano ad emergere nuovi nomi: persone che si sapeva essere partite e che ora risultano irraggiungibili, senza chiamate dalla Libia, senza contatti dai centri di detenzione, senza conferma della morte e senza tracce dal deserto algerino. Il costo umano è pesantissimo: il medico e attivista, dottor Ibrahim, che gestisce cliniche autorganizzate in Tunisia, ha cinque familiari dispersi: suo figlio, le sue due mogli e alcuni parenti. Anche un noto attivista nigeriano per i diritti umani, partito con un’altra imbarcazione, risulta disperso. Intanto le autorità maltesi hanno recuperato decine di corpi in mare.

Il 30 gennaio il corpo di una donna è stato recuperato dalla nave di soccorso civile Ocean Viking nella zona di ricerca e soccorso maltese e sbarcato sabato a Siracusa. Le informazioni restano frammentarie e talvolta contradditorie, ma un dato è certo: la portata di quanto è accaduto supera di gran lunga le uniche notizie ufficiali finora diffuse. Resta il fatto che centinaia di famiglie, parenti e amici dei dispersi sono disperati. Molti gli interrogativi, in particolare sul comportamento del regime di Kaïs Saïed: come si spiega il “lassismo” delle autorità tunisine, molto efficienti invece nei mesi scorsi nel prevenire le partenze dalle coste di Sfax?

«Di fronte a questo – conclude la presidente di Mediterranea Saving Humans - il silenzio e l’inazione dei governi di Malta e Italia sono agghiaccianti: di chi ha perso la vita in mare non si deve parlare, soprattutto quando queste morti mostrano il fallimento delle politiche migratorie e della collaborazione con Libia e Tunisia, e mentre si stanno preparando nuovi brutali provvedimenti contro le persone migranti e la solidarietà. Ma, come all’apertura venerdì scorso del processo per la strage di Cutro, insieme a Refugees in Libia e Tunisia, non smetteremo di chiedere con forza verità e giustizia anche di fronte a questa tragedia di inaudite proporzioni».

https://mediterranearescue.org/it/news/potrebbero-essere-1000-le-persone-disperse-in-mare-durante-il-ciclone-harry

 

 

Mille morti in mare per il ciclone Harry: perché la Tunisia non ha fermato le partenze? – Paolo Hutter

Quando si dice “dispersi” è rarissimo che qualcuno riappaia. E questo è particolarmente vero per le vittime delle rotte del Mediterraneo. Per quanto riguarda ciò che è successo nel Mediterraneo al largo delle coste tunisine e libiche attorno al 20 gennaio, nel pieno del ciclone Harry, c’è solo da sperare che la cifra sia sotto i mille morti. Ma lo sarebbe di poco. Ci sono stati infatti, più o meno negli stessi giorni, 380 dispersi partiti dalla Tunisia segnalati dalle Ong e confermati dalle autorità italiane. A questi si aggiungono le 51 vittime di un naufragio a Tobruk, ma soprattutto le ultime stime delle Ong hanno aggiunto circa 500 persone che risultano partite dalla costa tunisina nell’area di Sfax e non arrivate. Il totale si avvicinerebbe a 950.

Nell’ anno più tragico, il 2016, le vittime della rotta mediterranea erano state poco più di 5 mila. Ancora qualche numero: in tutto il mese di gennaio di quest’anno gli sbarcati in Italia sono stati 1.400 cioè meno della metà del gennaio 2025. Piantedosi l’ha vantata come gestione dei flussi, ma la differenza l’hanno fatta i naufragi. Il ciclone Harry, devastante conseguenza del cambiamento climatico, ha incrociato la crisi migratoria, o meglio il proibizionismo migratorio: i due grandi temi del nostro tempo. Ma intanto in Italia si parlava di coltellini e martellini.

Per quanto riguarda la responsabilità morale e materiale di questi naufragi, indubbiamente le più dirette sono quelle degli scafisti. Come si fa a far partire le barche con le previsioni metereologiche di ciclone? L’allerta meteo era stata data abbondantemente. E’ accertato che la stragrande maggioranza dei naufraghi provenga dagli accampamenti provvisori negli uliveti sul mare vicino a Sfax. In quella zona non mancano controlli polizieschi, militari e marittimi. Ma sembra che ultimamente, pur di ridurre la presenza dei migranti subsahariani, sia la stessa polizia a forzarli a partire.

Luca Casarini mi ha detto che non si esclude una corruzione della Guardia Costiera tunisina da parte di uno scafista noto col soprannome di Mauritania. Potenziata e foraggiata da Italia e Unione Europea, in questo frangente drammatico, la Guardia tunisina se n’è completamente infischiata di intercettare le partenze.

Ovviamente intercettare non è la stessa cosa di soccorrere e salvare ma in questo caso lo sarebbe stato. Logicamente è impossibile controllare perfettamente tutta la costa tunisina. Ma che tutte queste imbarcazioni siano partite perché la Guardia costiera tunisina non se n’è accorta è impossibile dopo tutti gli accordi col presidente Saied. Sembra incredibile, ma al momento in Tunisia non se ne parla.

Sono appena passati 15 anni dalla Rivoluzione dei Gelsomini e dalla immediatamente successiva ondata di partenze verso l’Italia. Fu anche un anno di tragedie del mare. Ricordo ragazzi della periferia di Tunisi entusiasti della libertà (“partiamo domani”) e poi scomparsi. Poi il tristissimo movimento delle madri degli scomparsi tunisini, convinti che i loro figli fossero in carcere in Italia impossibilitati a comunicare. Ma quelle partenze avvenivano nello sbandamento e nell’assenza della Guardia Costiera. Ora si parla di migliaia di subsahariani, emarginati e maltrattati in Tunisia senza soluzioni. Ci sono attivisti solidali anche in Tunisia ma fanno sempre più fatica a prendere la parola.

Il contrasto dei flussi da parte del governo italiano per interposta Tunisia questa volta ha preso le dimensioni di una tragedia grande.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/02/03/migranti-morti-mediterraneo-ciclone-harry-notizie/8279008/

 

scrive Luca Casarini:

Prendete mille cadaveri. Metteteli in fila, uno ad uno, la testa di quello prima che tocca i piedi di quello dopo. Dall’Altare della Patria fino a Palazzo Chigi, lungo tutta Via del corso. Ci stanno, è un kilometro circa. Perché ci sono i bambini piccoli oltre agli adulti. Misurano di meno in altezza. Ecco, un kilometro di morti, lungo il marciapedi così da non intralciare il traffico. Ma bisogna passarci accanto mentre ci si reca al lavoro, oppure a fare shopping in galleria.

Tocca scavalcarli, e allora lo sguardo forse viene rapito da quei volti tumefatti, da quei corpi gonfi d’acqua salata, coperti da vestiti sfilacciati come fossero fatti di alghe. Non sono più scuri di pelle, come quando sono nati, in Sudan, in Mali, in Niger, nella Costa d’Avorio e chissà in quali altri invisibili paesi. No, adesso sono grigi, quasi bianchi. Scoloriti dall’acqua che ha lavorato, lì in fondo al mare.

Il ministro passa pure lui, ma non si accorge di niente. E’ sulla sua auto blindata, corre veloce. Forse scorge da dietro il vetro, quelli che ai suoi occhi potrebbero essere sacchi di immondizia abbandonati ai lati della strada, segno del degrado urbano, una vera piaga per il decoro della capitale, lo ha sempre detto. E invece sono sacchi di ossa, di pelle, di occhi, di capelli, di denti, di mani e di piedi. Ma non ha tempo il ministro di fermarsi. E’ atteso nel Palazzo, per il decreto sicurezza. La violenza di Torino, di quei terroristi urbani. Bisogna colpire loro e tutta quella gente che si ostina a coprirli, partecipando alle manifestazioni. E colpire duro, con leggi speciali. Lo stato di diritto è diventato un intralcio alla “nazione”.

La violenza, la violenza!.

In mare non ci sono né lacrimogeni né fuochi d’artificio. Tutto è silenziato, avvolto dal rumore delle onde che sbalzano quelle bare galleggianti di ferro come fuscelli. Forse è per questo che la morte in mare di donne, uomini e bambini, nessuno la considera una violenza. Non fa rumore, non ci sono ne video né telecamere. E’ una morte che scivola via, sul fondo, portandosi dietro come fosse una palla al piede, le vite degli abbandonati. Dei più disperati di tutti che non possono avere nemmeno una tomba con il loro nome.

Non avranno una lapide, ma un numero però ce l’hanno: mancati sbarchi. Finiranno nei comunicati come un grande successo “delle politiche di contrasto all’immigrazione clandestina”.

da qui


A Radiotre

Potrebbero essere più di 1000 i morti nel Mediterraneo per il ciclone Harry. Le cifre ufficiali della guardia costiera parlano di 380 dispersi ma le ong temono che in quei giorni le vittime siano state molte di più. "La gravità di ciò che accade nel mediterraneo non si misura più nel numero delle vittime ma nel livello di indifferenza e assuefazione che accompagna queste stragi", queste le parole di Oliviero Forti della Caritas, parole che ci pongono qualche domanda. Come sono cambiate le nostre politiche sull'immigrazione? E come è cambiata in questi anni la nostra attenzione? Ospiti di Pietro Del Soldà Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale, Leonardo Martinelli, giornalista, collabora sul Maghreb da Tunisi per Repubblica e Stampa, Beppe Caccia, coordinatore delle operazioni di Mediterranea, padre Camillo Ripamonti, presidente del centro Astalli di Roma, Gianfranco Schiavone, vicepresidente ASGI, Associazione di Studi Giuridici sull'Immigrazione, ieri a Bruxelles ha partecipato al seminario "Ferite di confine" sulle proposte di riforma del sistema europeo dei rimpatri.

https://www.raiplaysound.it/audio/2026/02/Tutta-la-citta-ne-parla-del-04022026-50abe581-cf47-4440-b197-1bd55011c6a7.html