• contro la
violenza dell’aspettare un anno per una visita
• contro il
ricatto del lavoro che non permette una vita dignitosa
• contro il
carovita
• contro il
genocidio
• contro la
possibilità di mandare i giovani in guerra
• contro la
violenza di chi lavora otto ore al giorno e deve scegliere se pagare l’affitto
o fare la spesa
• contro la violenza
degli sfratti, delle case vuote e delle persone costrette a dormire per strada
• contro la
violenza degli stipendi da fame e dei contratti precari rinnovati per anni
• contro la
violenza di chi muore sul lavoro per guadagnarsi da vivere
• contro la
violenza di chi deve rinunciare alle cure perché economicamente inaccessibili
• contro la
violenza delle pensioni insufficienti persino a pagare le bollette
• contro la
violenza delle scuole che cadono a pezzi mentre aumentano le spese militari
• contro la
violenza dei tagli all’assistenza delle persone anziane, malate e con
disabilità
• contro la
violenza dei bambini che crescono nella povertà e imparano troppo presto che
esistono diritti riservati a chi può permetterseli
• contro la
violenza delle donne costrette a scegliere tra l’indipendenza economica e la
propria sicurezza
• contro la
violenza dei braccianti sfruttati nei campi, pagati pochi euro per raccogliere
ciò che finisce sulle nostre tavole
• contro la
violenza dei lavoratori immigrati ricattati con il permesso di soggiorno
• contro la
violenza delle persone lasciate morire nel Mediterraneo
• contro la
violenza delle carceri sovraffollate e delle condizioni di detenzione
incompatibili con la dignità umana
• contro la
violenza di chi distrugge territori, avvelena l’aria e l’acqua e lascia alle
generazioni successive il conto da pagare
• contro la
violenza di un sistema fiscale che lascia convivere ricchezze smisurate e
povertà estrema
• contro la
violenza della speculazione immobiliare che trasforma il diritto alla casa in
un privilegio
• contro la
violenza delle liste d’attesa che trasformano il diritto alla salute in una
questione di reddito
• contro la
violenza di chi criminalizza il dissenso e pretende che la disperazione sociale
si esprima soltanto nelle forme che il potere considera accettabili
• contro la
violenza di chi considera sacrificabile la vita dei civili quando a ucciderli
sono governi alleati
• contro la
violenza di chi chiama inevitabili i sacrifici dei poveri e intoccabili i
privilegi dei ricchi
• contro la
violenza di un futuro in cui i giovani devono ereditare debiti, precarietà,
crisi ambientali e persino la prospettiva di una guerra.
A volte per
far capire chi sono davvero i violenti c’è bisogno di alzare la voce. A volte 3
milioni di persone pacifiche che camminano non servono, anzi fanno piacere ai
veri violenti che detengono il potere perché confermano l’illusione della
democrazia
Il fuoco
nelle città ci ricorda che la forza non è da una parte sola.
L'economia politica è misteriosa per la maggior parte delle persone, i capitalisti lo sanno bene, tutte le misure che danneggiano le maggior parte delle persone vengono comunicate, attraverso gli organi d'informazione comprati, come favorevoli alla gente, come sacrifici necessari, come decisioni inevitabili.
Clara Mattei smonta tutte le bugie economiche che passano per fenomeni oggettivi, una per una, dall' austerità ai tassi d'interesse, dall'inflazione, dalla funzione della disoccupazione alla produttività, e non solo, con chiarezza, sulla base dell'interpretazione marxista della storia e dell'economia.
La
cosa più importante del libro è che l’autrice, che scrive di economia, ricorda
sempre che l’economia è politica (arte di governare e di vivere assieme, amministrazione della
"polis"*). Già nell’introduzione il titolo è L’economia è un atto politico.
L’economia
non è una scienza esatta, come la fisica o la chimica, l’economia dipende dall’analisi,
interpretazione e obiettivi che si vogliono raggiungere, e, come si può capire,
gli interessi dei capitalisti e dei lavoratori poveri (la maggior parte) sono
diversi, spesso opposti.
Quando
il capitalismo era giovane, Adam Smith (se ricordo bene) scriveva che gli
industriali, essendo pochi, ci mettono d’accordo fra loro con facilità, mentre
i proletari, che sono tantissimi, non si metteranno mai d’accordo fra loro, e
gli industriali, i capitalisti, vinceranno sempre.
Karl Marx aveva scritto: I filosofi hanno solo interpretato il mondo in diversi modi; il punto è di cambiarlo.
Clara Mattei (degna pronipote di Teresa Mattei) sembra dire lo stesso degli economisti, lei fa alcune proposte per cambiarlo, dal basso, e scrive un libro chiaro, documentato (con 40 pagine di note), un libro importante e rivoluzionario, da non perdere.
ps1 - a proposito dell'imposta patrimoniale, molti italiani pensano che quei ricconi che dovrebbero pagare sono dei perseguitati, anzichè pensare, quegli italiani, che avendo un patrimonio di milioni di euro dovrebbero essere contenti di "perdere" l'1-2% di quel patrimonio.
ps2 - il capitalismo straccione del nostro paese ha paura del reddito di cittadinanza per un solo motivo: se un povero disoccupato prende 500-600 senza lavorare, per lavorare dovrebbe avere un lavoro che gli rende almeno 1000-1200 euro al mese, mica uno rinuncia a 500-600 stando a casa per fare un lavoro da schiavo per 700-800 euro al mese.
ps3- tre citazioni:
a - Basta guardare le forme espressive del capitalismo. I vari tipi di pornografia: la pornografia dell'amore, dell'amore erotico, dell'amore cristiano, il bambinocon il suo cane, la pornografia dei tramonti, degli omicidi, della deduzione - ahh, il sospiro di piacere quanco scopriamo chi è l'assassino - tutti questi romanzi, questi film, queste canzonicon cui loro ci cullano, sono un modo di guidaeci, più o meno piacevolmente, al Benessere Assoluto.
Thomas Pynchon, L'arcobaleno della gravità
(citato da Giuseppe Genna, in Nel nome di Ishmael, p.65)
b - «I ricchi sono
tollerabili solo finché i loro guadagni hanno una almeno vaga relazione con il
contributo che danno alla società, diciamo quando rappresentano un successo
economico proporzionato e giustificato. Ciò può essere tollerato dai poveri e
dalla classe media se questi credono che il sistema è ‘leale’ e ripaga
adeguatamente chi lavora sodo o è più capace. Ma emolumenti economici osceni
irritano il popolo. Quando la maggior parte della ricchezza è accaparrata dai
pochi della classe superiore, è solo questione di tempo, e un giorno la
popolazione risentita e irritata nelle classi basse deciderà che il troppo è
troppo, e si rivolterà. Forse con la violenza, se il sistema politico resta
controllato dalla classe privilegiata» (John M. Keynes)
c - sul capitalismo insostenibile per il pianeta si può leggere anche qui
Clara Mattei è una giovane economista italiana
che ha insegnato alla New School for Social Research di New York e oggi insegna
all’Università di Tulsa, in Oklahoma, dove ha fondato il FREE (Forum for Real
Economic Emancipation), uno spazio libero in cui esplorare l’alternativa della
partecipazione attiva e democratica nell’economia, che descrive come «una cura
alla depressione esistenziale che questa società produce, ma anche un
laboratorio in cui mettere in pratica idee coltivate da anni». Nel 2022 ha
scritto “The Capital Order”, inserito dal «Financial Times» tra le dieci
pubblicazioni più influenti dell’anno a tema economico. La sua lettura recupera
e rilancia con forza la lezione dei grandi classici, da Smith a Ricardo a Marx,
attaccando in modo dirompente quella naturalizzazione dell’economia che ci
porta a considerare quest’ultima come una scienza esatta, rigorosa, pura,
definita da modelli matematici rispetto ai quali non possiamo fare nulla, solo
adattarci. I tempi sono ormai maturi per smascherare le falsità insite in tale
visione. Questo libro introduce una nuova prospettiva
emancipatrice, capace di rivelare la trama nascosta dietro le questioni
economiche centrali nella discussione pubblica.
…Ma allora cosa
bisogna fare? La rivoluzione? Mattei ci dice che il problema è complicato:
non si tratta di dimenticare i fallimenti del passato, ma di cercare di cogliere
quanto di nuovo è cresciuto e sta crescendo in varie parti del nostro tribolato
pianeta. Dalle esperienze sudamericane delle collettività autogestite, del
movimento dei Sem Terra, a realtà locali, emergono tentativi di organizzare la
vita fuori dai meccanismi capitalistici: il che vuol dire produrre in
maniera diversa, ma anche organizzare la politica in maniera altrettanto
diversa: momenti collettivi di decisione, rifiuto della delega ai vertici,
meccanismi di controllo dal basso. Questa è anche la strada per
“ridemocratizzare l’economia” (p. 23). Mica roba da poco. E gli esempi che cita
Mattei sono significativi, ma limitati. Ce ne sono molti altri, a cominciare
dalle nostre piccole esperienze in una città abbandonata dal capitalismo
“produttivo” come Torino, ma siamo ancora lontani dalla generalizzazione di
un’alternativa.
Questo non è però
un problema del libro, è un problema della realtà che viviamo. E quindi fuga,
ma per andare dove? Intanto proviamo, magari a non fuggire rinchiudendoci in
spazi in cui il capitalismo ci lascia sopravvivere, ma a eroderlo, un po’ per
volta, mantenendo sempre una “bussola socialista”, come diceva E.O. Wright, e
poi vediamo.
…Il
cuore discorsivo del libro è formulato con chiarezza nella proposizione di una
critica radicale alla fede cieca in un capitalismo ritenuto inevitabile,
scientifico o naturale, per sostenere che in realtà sia un sistema
relativamente giovane che può essere sostituito. Da questa premessa discende
l'intera architettura del testo. L'economia che viene venduta nelle narrazioni
oggi dominanti come pura e apolitica, scientifica, neutrale, esatta, tende a
convincerci che non esista alternativa (il realismo capitalista di Mark Fisher)
alcuna al capitalismo. Mattei al contrario, a partire dalla convinzione che il
mercato esistesse già prima del capitalismo, pensa che il capitalismo sia il
risultato di scelte di potere che hanno portato al consolidamento dei diritti
di proprietà, attraverso espropriazioni diffuse e violente, leggi coercitive
della concorrenza e poteri statali che hanno operato per sostenere l’ordine
capitalistico…
…Particolarmente cruciale, nel
contesto attuale, è il ruolo degli stati capitalisti nell'imporre l'austerità
(fiscale, monetaria e industriale), che mantiene la dipendenza dei lavoratori
dai mercati, e quindi dai datori di lavoro capitalisti, privandoli dei mezzi
per sopravvivere al di fuori del lavoro salariato. Per Mattei l'austerità non è
un'aberrazione neoliberista, ma una caratteristica permanente della governance
macroeconomica, che costituisce il quadro entro cui deve operare tutta la spesa
pubblica. Il punto critico di Mattei, è che l'austerità non è un tentativo
errato di generare crescita, né ha di fatto fallito. L’austerità è un
meccanismo profondamente politico per il mantenimento dell'ordine
capitalistico. E lungi dall'essere contingente, l'austerità è un imperativo
strutturale necessario per sostenere la disciplina di classe che è alla base
della redditività capitalistica.
La lettura
più efficace e originale contenuta nel libro riguarda il rapporto tra
inflazione e disoccupazione. Mentre i tecnocrati delle banche centrali
presentano l'aumento dei tassi di interesse come una soluzione tecnica
all'inflazione, l'effetto reale quasi mai preso in considerazione è l’aumento
della disoccupazione e il rafforzamento del potere contrattuale dei datori di lavoro
sui lavoratori. Non è un effetto collaterale, la disoccupazione non è uno stato
naturale delle cose umane, ma una caratteristica necessaria del sistema
capitalistico e una scelta politica, finalizzata a mantenere moltitudini di
persone subordinate al sistema economico vigente. L'austerità non è
un'aberrazione neoliberale, ma una caratteristica duratura della governance
macroeconomica e una necessità del sistema capitalistico attuale. Il
capitalismo richiede una costante e violenta imposizione dell'austerità per
mantenere in piedi il sistema…
…Quello che rende
il libro davvero speciale è il tono: non è un lamento catastrofista né un
esercizio accademico astratto. È un intervento militante, scritto con chiarezza
cristallina e con una rabbia costruttiva che non lascia spazio allo sconforto.
Mattei smaschera i miti (la crescita come unico metro di progresso, il
bilanciamento del bilancio pubblico come virtù, la competizione come motore di
benessere) e contemporaneamente apre spiragli di immaginazione: si può e si
deve organizzare resistenza, costruire comunità che sperimentano già oggi forme
di scambio non mediate dal denaro, pretendere democrazia economica vera, cioè
controllo collettivo sulle scelte fondamentali di produzione e distribuzione.
“Escape from
Capitalism” produce un effetto quasi fisiologico di sollievo intellettuale:
improvvisamente tanti discorsi che sembravano inevitabili (“non ci sono
alternative”, “bisogna essere competitivi”, “l’inflazione è il nemico numero
uno”) appaiono per quello che sono: narrazioni funzionali a mantenere un ordine
sociale ingiusto. È un libro che andrebbe letto nelle scuole, nei collettivi,
nei sindacati, ma soprattutto da chiunque senta montare rabbia di fronte alle
ennesime “riforme necessarie” che impoveriscono i molti per arricchire i pochi.
…Capitalismo e colonialismo sono facce della stessa
medaglia. E, di recente, ce ne accorgiamo guardando a quello che accade in
Palestina. Sottrazione di terre e
risorse e dipendenza dell’economia palestinese, che prima era solida ed
autonoma dal circuito capitalistico. O, ancora, in Venezuela e Iran. Un modello
imposto con la forza e sostenuto dagli anglo-americani. I padrini della svolta
storica capitalistica che, pur di evitare l’alternativa sociale (il comunismo,
la socializzazione dei mezzi di produzione, decidere dal basso cosa, come e
quanto produrre) hanno generato guerre e appoggiato regimi tirannici. Esiste,
infatti, una stretta correlazione tra il pensiero liberal e quello
nazionalistico, dai quali sono derivati i regimi fascisti. Infatti,
andando a recuperare le dichiarazioni dei consulenti economici dei governi liberali
dell’epoca emerge con evidenza come questi pur di non intaccare la legge del
mercato preferissero dittature e violenze ai diritti sociali ed alle
rivendicazioni dei lavoratori. Ad esempio, l’esperienza virtuosa dei Consigli
di fabbrica, a cavallo delle due guerre, conseguente all’ondata massiccia di
scioperi per recuperare condizioni di lavoro e salario dignitoso, venne
stroncata dall’alleanza tra i capitalisti e il regime. La tanto osannata mano
invisibile del mercato1ha dimostrato tutta la sua fallacia. Il
mercato non è in grado di autoregolarsi, anzi non è in grado nemmeno di
assicurare la sana concorrenza. Così, i detentori del capitale, dei
mezzi di produzione e della moneta dopo essersi serviti degli Stati ed averli
esautorati hanno aggiornato la legge ferrea dell’oligarchia2.
Nella Russia post-sovietica di Eltsin
la restaurazione operata dal capitale ha determinato la conversione
dell’economia, attraverso suggerimenti austeritari. Ed alle proteste del
parlamento il regime corrotto reagì con i carri armati, gli arresti delle
opposizioni politiche, la chiusura dei giornali, il ridimensionato degli organi
costituzionali. In conseguenza dell’accettazione di quelle misure aumentarono
fortemente le diseguaglianze. La povertà che nel 1988 riguardava il 2% della
popolazione passò in breve tempo al 50%. Anche all’interno degli stessi
sistemi-Stato-continenti che, storicamente, primeggiano sulle altre
economie le differenze fra le classi sociali crescono. A causa della
centralizzazione crescente dei capitali e della mancata (o cattiva
distribuzione delle risorse)…
Il 7 ottobre 2026, l’Agenzia Nazionale per la Cybersicurezza (ACN) ha adottato
la Politica nazionale di divulgazione coordinata delle vulnerabilità (CVD: Coordinated
Vulnerability Disclosure) e ha invitato la comunità digitale italiana a
segnalare tutte le vulnerabilità zero-day, quindi ancora sconosciute, scoperte
su sistemi di soggetti pubblici e privati.
Un passo in avanti, senza dubbio. Peccato che il passo in avanti fosse già
previsto per legge dall’articolo 12 della
Direttiva NIS2 (la normativa europea che punta rafforzare la sicurezza
informatica di aziende, enti pubblici e servizi considerati critici),
pubblicata in Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea nel dicembre 2022. Quattro
anni di attesa per adempiere a un obbligo già scritto nero su bianco. È
probabilmente il ritmo fisiologico della macchina pubblica italiana quando si
tratta di tecnologia: la direttiva arriva, viene recepita con il decreto legislativo nel 2024,
poi si aspetta un altro anno prima che qualcuno adotti gli strumenti operativi
che quella norma richiedeva. Nel frattempo, però, le vulnerabilità informatiche
esistono lo stesso.
La politica in sé ha una struttura ragionevole: il ricercatore segnala una
vulnerabilità al CSIRT Italia (Computer Security Incident Response Team:
la squadra nazionale che si occupa di gestire e coordinare la risposta agli
incidenti informatici), il CSIRT si coordina con il fabbricante o il gestore del
sistema vulnerabile, si trova una patch, poi si divulga.
È possibile segnalare anche in forma anonima tramite una piattaforma
dedicata sul sito ACN, che però al momento non risulta ancora essere attiva. Il
messaggio pubblico di ACN è persino entusiasta: la community è invitata a
collaborare, gli hacker etici sono benvenuti, insieme si costruisce un
ecosistema digitale più sicuro. I problemi, come spesso avviene, sono nella
nota in calce, quella che nessuno commenta nei comunicati ufficiali.
I rischi penali
La Politica CVD di ACN contiene infatti una clausola che vale la pena
citare quasi alla lettera: le attività di ricerca delle vulnerabilità vanno
condotte nel rispetto della legge e non devono integrare fattispecie di reato.
Traduzione: segnalateci pure tutto quello che trovate, ma non aspettarti
protezione se hai violato la legge.
Il punto è che in Italia la legge in questione è l’articolo 615-ter del
Codice Penale, che punisce chiunque acceda abusivamente a un sistema
informatico protetto da misure di sicurezza. La norma non distingue tra chi
entra per rubare dati e chi entra per trovare una falla e segnalarla. I motivi
del ricercatore sono, sul piano tecnico-giuridico, sostanzialmente irrilevanti:
lo ha chiarito la
Cassazione a Sezioni Unite nel 2012, che ha spostato il focus sulla qualità
dell’accesso rispetto all’autorizzazione ricevuta. Chi accede a un sistema
informatico protetto senza autorizzazione rischia di commettere un reato,
indipendentemente dalle sue intenzioni.
ACN non è un’autorità giudiziaria e non può quindi garantire immunità
penale a nessuno. Al massimo può impegnarsi a non sporgere querela come
soggetto offeso, ma il Pubblico Ministero può comunque procedere d’ufficio. E
se il sistema vulnerabile appartiene a un ente terzo, ACN non ha alcun potere
su quel soggetto. L’anonimato garantito dalla piattaforma protegge l’identità
del segnalante durante il processo, ma non sana retroattivamente l’accesso
abusivo che ha permesso di trovare la vulnerabilità. L’unico modo per fare security
research su sistemi altrui senza rischiare un procedimento penale resta
quello di sempre: farsi dare l’autorizzazione. Che è un penetration test. Non una CVD.
Cosa succede nel resto d’Europa
Il Belgio ha risolto il problema nel 2022 con una norma specifica e nel
2024 l’ha consolidata nella propria legge di recepimento NIS2: chi rispetta le
condizioni del safe harbor – ovvero nessun intento fraudolento, azioni
proporzionate, segnalazione tempestiva al CCB (l’autorità belga competente per
la cybersicurezza) e al titolare del sistema – non risponde penalmente dei
reati informatici commessi nel corso della ricerca. È un’esenzione espressa,
scritta nella legge, non una promessa procedurale di qualche autorità. I Paesi
Bassi ci sono arrivati in modo diverso, più pragmatico: dal 2013 esiste una
direttiva della Procura che orienta l’esercizio dell’azione penale verso la
non-perseguibilità dei ricercatori in buona fede. Non è un’immunità formale, ma
crea un livello di prevedibilità che in Italia non esiste nemmeno in forma
embrionale.
La Germania nel 2024 aveva elaborato una bozza di riforma del paragrafo
202a del Codice Penale – il loro equivalente del nostro 615-ter – per escludere
dalla fattispecie le attività di ricerca finalizzate alla segnalazione. La
bozza è decaduta con la crisi della coalizione. Il contratto di governo
CDU/CSU-SPD del 2025 l’ha ripresa con un impegno esplicito a creare certezza
giuridica per la ricerca in sicurezza informatica. Non è ancora legge, ma è in
agenda. La Francia ha invece una protezione debole e solo procedurale, ma
almeno esiste: l’ANSSI (agenzia per la cybersicurezza francese) non è obbligata
a denunciare chi segnala in buona fede. L’Italia, con la sua nuova Politica
CVD, si colloca nell’unica categoria rimasta: quella dei Paesi che hanno un
canale di segnalazione e nessuna tutela sostanziale.
Se l’Italia inasprisce le pene
Mentre il Belgio costruiva un safe harbor e la Germania ci provava,
l’Italia approvava la Legge 90/2024 sulla cybersicurezza
nazionale. Non è una legge che protegge i ricercatori: è una legge
che alza le pene. Per i sistemi di interesse pubblico – sanitario, militare, di
ordine pubblico, infrastrutture critiche – le pene per accesso abusivo sono
passate da un massimo di cinque anni a un massimo di dieci, con aggravanti che
arrivano a dodici. In questi casi, inoltre, si procede d’ufficio, senza che sia
necessaria una querela. Il legislatore ha quindi deciso, nell’anno in cui si
recepiva NIS2, di rendere più pericoloso fare security research proprio
sui sistemi più critici: quelli dove le vulnerabilità hanno le conseguenze più
gravi.
Oggi ACN invita la community a segnalare zero-day sui sistemi informatici
della pubblica amministrazione o di interesse pubblico. La normativa vigente,
però, continua a esporre chi individua queste vulnerabilità attraverso accessi
non autorizzati al rischio di procedimenti penali, con pene che, nei casi più
gravi, possono arrivare fino a dodici anni. Non c’è nessun safe harbor, nessuna
proposta di legge in discussione in Parlamento, nessun indirizzo del Ministero
della Giustizia che riduca anche solo l’incertezza. C’è un DDL presentato in Senato
nell’aprile 2025 dal senatore Lorenzo Basso che contiene una delega generica
per un safe harbor, che però non è mai stato esaminato in commissione.
Le cautele necessarie
La Politica CVD di ACN è un passo necessario, ma tardivo. Crea un canale,
introduce l’anonimato, formalizza un processo che prima non esisteva. Per chi
trova vulnerabilità senza accedere a sistemi altrui – analisi passiva, firmware
acquistato, software proprio – è uno strumento utile. Per chi fa ricerca sul
campo, su sistemi in produzione, nell’unico modo in cui certi bug si trovano
davvero, il quadro giuridico è identico a quello di ieri: un accesso non
autorizzato è un accesso non autorizzato, indipendentemente da cosa si fa dopo.
A Malta, nel 2022, quattro ricercatori hanno trovato una falla critica in
un’app, l’hanno segnalata responsabilmente, e si sono ritrovati imputati. Tre
anni di processo, poi la grazia presidenziale. Il premier maltese ha detto che
lo Stato deve assumersi la responsabilità quando le leggi non riflettono la
realtà tecnologica. In Italia stiamo ancora aspettando che qualcuno arrivi a
quella conclusione. Nel frattempo, se trovate qualcosa, la domanda non è se segnalarlo.
La domanda è se potete permettervi di averlo trovato.
Capitali come Roma contano sempre meno
perché il vero potere è altrove. I cittadini vengono illusi in campagna
elettorale e poi i politicanti ubbidiscono a chi comanda davvero dietro le
quinte. Gran parte della nostra sovranità l’abbiamo persa per ragioni
economiche, paesi indebitati fino al collo come l’Italia sono in mano agli
strozzini del casinò finanziario globale. Se qualcuno a Roma si mettesse a
spendere e spandere, qualche sciacallo di New York comincerebbe a speculare sul
nostro fallimento. Eppure nessun politicante parla di ripagare l’abnorme debito
pubblico perché richiederebbe strategie emergenziali di lungo periodo e
sacrifici che non rendono in campagna elettorale e così ogni anno buttiamo via
circa cento miliardi di interessi invece di usarli per migliorare il nostro
paese. E così a Roma bisticciano con gli spiccioli e tagliano stato sociale e
diritti per far cassa con pure la beffa che i debiti continuano ad aumentare e
con essi la nostra prigionia. Poi c’è il furto di sovranità politica e qui i
ladri sono molteplici. Innanzitutto l’impero americano, l’Italia è una
portaerei americana di stanza nel Mediterraneo e pure nucleare. Siamo la
colonia europea più servile e ruffiana sia per nostra indole sia per la qualità
sempre più imbarazzante dei leader che partoriamo, gente che si prostra quando
va in pellegrinaggio alla Casa Bianca e che in inglese sa dire solo “yes”. E
dato che in America comandano i sionisti, siamo succubi pure di loro facendo
bestemmiare nella tomba i nostri padri costituenti. Già, oltre alla spazzatura
hollywoodiana e alimentare, dall’altra sponda dell’oceano è sbarcata pure la
mafia lobbistica, gruppi economici e ideologici che entrano nei palazzi del
potere politico e mediatico dalle porte sul retro e si siedono a capotavola a
dettare l’agenda alla faccia dei fessi che ancora si prendono la briga di
andare a votare ed informarsi. Sulla carta il potere appartiene al popolo ma in
realtà appartiene a chi ha i soldi per comprarsi perfino la democrazia. Altri
ladri di sovranità sono le istituzioni internazionali tipo la Nato, il braccio
armato del decadente impero americano che trascina da decenni le meschine
colonie europee in guerre che hanno il solo scopo di svuotare gli arsenali e riempirli
di nuovo in modo da far ingrassare a dismisura la lobby della morte e della
distruzione. Il tutto fottendosene altamente dei cittadini europei ma anche
americani che vorrebbero la pace e che i loro soldi fossero spesi in modo più
intelligente tipo per costruire un mondo migliore invece che per distruggerlo.
Altro ladro di sovranità è la Commissione Europea nata per servire i popoli del
continente e finita per servire il verminaio lobbistico di Bruxelles che ha il
duplice scopo di farsi scrivere leggi e regolamenti favorevoli ed abbuffarsi di
appalti. Un parcheggio di politicanti trombati e di ideali infranti infestato
di inverecondi parassiti e guerrafondai. Ma c’è anche un livello più profondo.
I cittadini hanno perso sovranità per mano di un ladro invisibile, l’ego dei
politicanti che si arrapa solo con gli affaracci propri. La politica offre
soldi, potere, visibilità e status sociale ed attira quindi il peggio della
società. La politica è poi rapidissima come ascensore sociale e in paesi come
il nostro non richiede nessuna particolare qualità o merito, basta
sbaciucchiare il deretano del boss giusto al momento giusto e al massimo
portare voti. Conta la lingua e non cuore e cervello e tantomeno attributi.
Politicanti che una volta accomodati diventano un tutt’uno con la poltrona e
invece di sputare sangue per risolvere le grane dei poveri cristi, s’ammalano
di viltà conformistica e s’imborghesiscono. Vestendosi da carnevale altolocato,
ricorrendo a qualche ritocchino e mettendosi a parlare una lingua astrusa
stando attentissimi a non infastidire troppo il sistema in modo da riuscire a
riciclarsi all’infinito. Certo, per riconquistare un minimo di sovranità
aiuterebbe una migliore qualità della politica. Promettere a vanvera in
campagna elettorale dovrebbe diventare un reato punibile con l’incandidabilità
e i politicanti vanno selezionati, valutati e pure pagati come tutti i comuni
mortali. Aiuterebbe ma non basta. E la sovranità non è nemmeno questione di
rigurgiti nazionalistici da secolo scorso che alla lunga hanno portato solo
alla guerra. La sovranità è una questione democratica di fondo che verrà
riconquistata quando il potere politico tornerà ad appartenere solo ed
esclusivamente al suo legittimo sovrano e cioè al popolo.
Le proteste, le colpe del governo e la pace - Tommaso
Merlo
Le proteste sono sacrosante e speriamo
che dilaghino in una crisi politica che ci permetta di liberarci di certe
classi dirigenti e girare pagina. Il governo minimizza e schiva ma è
palesemente colpevole ed ha pure la sfiga che non manca molto alle elezioni e
la becera propaganda non serve a nulla quando i cittadini hanno tasche e
stomaco vuoti. Questa crisi energetica e quindi economica e quindi sociale è
causata da ben due disfatte militari, quella in Ucraina e nel Golfo Persico.
Non due guerre qualunque ma con due delle principali fonti energetiche
mondiali. Due guerre suicide che questo governo ha pienamente sostenuto e
addirittura finanziato inginocchiandosi senza dignità alla volontà di
Washington e Bruxelles. E menomale che questi erano i sovranisti. Tutto aumenta
perché aumenta il costo di gas e petrolio e cioè dei costi di produzione e
trasporto ed aumentano perché di gas e petrolio ce ne sono in giro sempre meno
per la distruzione di rapporti e rotte commerciali ed impianti a causa delle
due guerre. I prezzi di gas e petrolio sono decisi a livello internazionale, ma
la colpa di questo governo è quella di aver deciso sciaguratamente di
partecipare a quelle guerre suicide nonostante l’Italia sia sul lastrico e cioè
piena di debiti fino al collo e avvitata in una crisi infinita che in realtà è
declino. Economico, sociale, demografico, culturale, politico. Nonostante
cittadini in gravi difficoltà e un sistema allo stremo, questo governo ha
buttato via gli spiccioli che ci rimangono per quelle guerre e quindi oggi non
ha risorse sufficienti per alleviare la deflagrazione della crisi. Davvero un
errore politico imperdonabile. Con miliardi inviati a Kiev anche dopo che sono
scoppiati immondi scandali di corruzione come se la volontà della potentissima
lobby della guerra venisse prima di quella del popolo italiano. E menomale che
questi erano i patrioti. Noi come vicino di casa abbiamo la Russia che è la
principale risorsa energetica al mondo ma per ubbidire allo stato profondo
americano travestito da Nato e ai complici guerrafondai della Commissione, ci
siamo invischiati in una guerra suicida che ci ha costretto a comprare risorse
di qualità peggiore a prezzi più alti. Fatale per paesi come l’Italia che
dipendono per oltre il 70% dall’energia altrui. Ed è infatti in quella fase che
hanno iniziato a decollare le bollette “più care d’Europa”. Oggi siamo ad una
seconda mazzata e ancora più grave perché oltre a giocarci la Russia ci siamo
giocati anche lo Stretto di Hormuz da cui transitavano i mega mercantili carichi
di gas e petrolio degli emirati. Se ne parla meno perché significa puntare il
dito verso i padroni di colonie come l’Italia e cioè verso gli americani e in
particolare verso i sionisti che hanno spinto Trump alla disastrosa aggressione
dell’Iran che ha scombussolato l’intera Asia Occidentale e trascinato il mondo
in una crisi energetica senza precedenti. Il governo italiano è uno di quelli
più servili e complici del fatidico duo. Con la chicca della complicità al
genocidio del secolo e centinaia di soldati italiani inviati in quella nefasta
dittatura che è l’Arabia Saudita a difesa di quel criminale conclamato di Bin
Salam. Una colpa storica più che politica e una vergogna morale oltre che
strategica. La via di uscita è la pace, è il ritorno alla diplomazia e alla
cooperazione. La buona notizia è che l’intera Europa è al verde e il corrotto
baraccone ucraino ha bisogno ogni mese di miliardi per tirare avanti. La
bancarotta e pure fraudolenta potrebbe arrivare prima della disfatta militare
in corso. A quel punto si vedrà in che mani finirà Kiev ma di certo vanno
immediatamente ristabiliti rapporti politici e commerciali con Mosca e pure
ferrei in modo che nessun burattino della lobby della guerra possa
comprometterli. Anche nel Golfo Persico la via d’uscita è la pace e il modo più
rapido per ottenerla è che Trump ammetta la disfatta e si levi dai piedi. Il
problema è che i sionisti sono all’ultimo giro di giostra, non avranno mai più
un Congresso così corrotto e un presidente così ricattabile e quindi carpe diem.
E anche qui la speranza è una sconfitta definita sia dell’impero americano sia
dei deliri ideologici sionisti che soli e circondati da trecento milioni di
arabi, persiani, beduini e turchi saranno costretti a più miti consigli.
Trattando i palestinesi come essere umani come tutti gli altri e comportandosi
in modo civile. Quanto a colonie come quella Italiana, l’unica speranza è il
ritorno alla piena libertà politica e a governi con un minimo di sale in zucca
e di cuore in grado sia di districarsi nelle dinamiche oltralpe sia di fare il
loro lavoro che è quello di risolvere con serietà i problemi dei cittadini.
Già, le proteste sono sacrosante e speriamo che dilaghino in una crisi che ci
permetta di liberarci di certe classi dirigenti e girare pagina.
"Non risponderò a domande finché non avrò finito di parlare, quindi vi
prego di non interrompermi.
Affrontando il problema di cosa fare con gli abitanti indigeni della terra,
Chaim Weizmann, un ebreo russo, disse al Congresso Sionista Mondiale nel 1921
che i palestinesi erano simili alle "rocce della Giudea, ostacoli da
rimuovere su un sentiero difficile".
David Gruen, un ebreo polacco che cambiò il proprio nome in David Ben
Gurion per suonare più in linea con la regione, disse: “Dobbiamo espellere gli
arabi e prenderne il posto”.
Esistono migliaia di conversazioni simili tra i primi sionisti che
pianificarono e attuarono la violenta colonizzazione della Palestina e
l'annientamento del suo popolo nativo.
Ma ebbero solo un successo parziale, assassinando o epurando etnicamente
l'80% dei palestinesi, il che significava che il 20% di noi è rimasto — un
ostacolo duraturo alle loro fantasie coloniali, divenuto oggetto della loro
ossessione nei decenni successivi, specialmente dopo la conquista di ciò che
restava della Palestina nel 1967.
I sionisti si lamentavano della nostra presenza e discutevano pubblicamente
in ogni ambito — politico, accademico, sociale, culturale — su cosa fare di noi;
su cosa fare con il tasso di natalità palestinese, con i nostri bambini,
definiti una “minaccia demografica”.
Benny Morris, che inizialmente doveva essere qui, una volta espresse
rammarico perché Ben Gurion “non portò a termine il lavoro” di sbarazzarsi di
tutti noi, il che avrebbe eliminato quella che chiamano la “questione araba”.
Benjamin Netanyahu, ebreo polacco il cui vero nome è Benjamin Mileikowsky,
un giorno si rammaricò per un’occasione mancata durante la rivolta di Piazza
Tienanmen nel 1989, per espellere grandi masse della popolazione palestinese
“mentre l’attenzione mondiale era concentrata sulla Cina”.
Alcune delle soluzioni da loro proposte al “fastidio” della nostra
esistenza includevano una politica del “rompere loro le ossa” negli anni ’80 e
’90, ordinata da Yitzhak Rubitzov, ebreo ucraino che cambiò nome in Yitzhak
Rabin (per le stesse ragioni).
Quella politica orrenda, che ha segnato intere generazioni di palestinesi,
non è riuscita a farci andare via. E frustrati dalla resilienza palestinese, è
sorto un nuovo discorso, specialmente dopo la scoperta di un enorme giacimento
di gas naturale al largo della costa di Gaza del Nord, dal valore di trilioni
di dollari.
Questo nuovo discorso è riecheggiato nelle parole del colonnello Efraim
Eitan, che disse nel 2004: “dobbiamo ucciderli tutti”.
Aaron Sofer, presunto intellettuale e consigliere politico israeliano,
insistette nel 2018 che “dobbiamo uccidere e uccidere e uccidere. Tutto il
giorno, ogni giorno”.
Quando ero a Gaza, vidi un bambino di non più di 9 anni a cui erano state
strappate via le mani e parte del volto da una scatola di cibo trappolata
lasciata dai soldati per i bambini affamati. In seguito seppi che avevano anche
lasciato cibo avvelenato per le persone a Shujaiyya, e che negli anni ’80 e ’90
i soldati israeliani avevano lasciato giocattoli esplosivi nel sud del Libano
che esplodevano quando i bambini eccitati li raccoglievano.
Il male che fanno è diabolico, eppure si aspettano che voi crediate che
siano loro le vittime. Invocando l’Olocausto europeo e urlando
all’antisemitismo, si aspettano che sospendiate ogni ragione umana fondamentale
per credere che i cecchini quotidiani sui bambini, con colpi detti “kill
shots”, e i bombardamenti di interi quartieri che seppelliscono famiglie vive,
siano autodifesa.
Vogliono che crediate che un uomo che non aveva mangiato da oltre 72 ore,
che continuava a combattere anche con un solo braccio funzionante, fosse mosso
da una barbarie innata e da un odio irrazionale verso gli ebrei — invece che da
un indomito desiderio di vedere il proprio popolo libero nella propria terra.
Mi è chiaro che non siamo qui a discutere se Israele sia uno stato di
apartheid o genocida. Questo dibattito riguarda, in ultima analisi, il valore
della vita palestinese; il valore delle nostre scuole, dei centri di ricerca,
dei libri, dell’arte, dei sogni; delle case che abbiamo costruito in una vita
intera e che custodiscono le memorie di generazioni; il valore della nostra
umanità, della nostra libertà, dei nostri corpi e delle nostre aspirazioni.
Perché se i ruoli fossero invertiti —
se i palestinesi avessero passato gli ultimi ottant’anni a rubare case
ebraiche, espellendo, opprimendo, imprigionando, avvelenando, torturando,
stuprando e uccidendo ebrei;
se i palestinesi avessero ucciso 300.000 ebrei in un solo anno, preso di
mira giornalisti, intellettuali, medici, atleti, artisti;
se avessero bombardato tutti gli ospedali, università, sinagoghe e musei
israeliani, creando piattaforme da cui osservare lo sterminio come un’attrazione
turistica;
se avessero rinchiuso centinaia di migliaia di ebrei in tende di fortuna,
bombardandoli anche nelle “zone sicure”, bruciandoli vivi, privandoli di cibo,
acqua e medicine;
se avessero costretto bambini ebrei a vagare scalzi con pentole vuote,
raccogliere i resti dei genitori in sacchetti di plastica, dormire sulle loro
tombe, pregare per la morte;
se li avessero terrorizzati tanto da far perdere loro i capelli, la
memoria, la mente; se avessero fatto morire d’infarto bambini di 4 o 5 anni;
se avessero lasciato morire da soli neonati nelle incubatrici, decomporsi
nei letti d’ospedale;
se avessero attirato ebrei affamati con camion di aiuti per poi aprire il
fuoco;
se un cecchino palestinese si fosse vantato di aver fatto esplodere 42
ginocchia ebree in un giorno, o avesse detto alla CNN di aver travolto
centinaia di ebrei con un carro armato;
se avessero sistematicamente stuprato medici ebrei con bastoni roventi,
ferri elettrificati o estintori, fino a ucciderli come è accaduto a dr. Adnan
al-Bursh;
se avessero obbligato donne ebree a partorire nel fango o a subire
amputazioni senza anestesia;
se avessero decorato i carri armati con i giocattoli dei loro figli
assassinati...
...Se tutto questo stesse accadendo oggi agli ebrei, non ci sarebbe
dibattito su cosa sia terrorismo o genocidio.
Eppure, due palestinesi — io e Mohammad El-Kurd — siamo venuti qui a fare
esattamente questo: a subire l’umiliazione di dover dibattere con chi pensa che
le nostre uniche opzioni di vita siano lasciare la nostra terra, sottometterci,
o morire in silenzio.
Ma vi sbagliereste a pensare che io sia qui per convincere qualcuno.
La risoluzione di questa assemblea, seppur benintenzionata e apprezzata, ha
scarso peso nel mezzo di quello che per noi è l’Olocausto del nostro tempo.
Sono qui nello spirito di Malcolm X e James Baldwin, che affrontarono
mostri ben vestiti e ben parlati, proprio come questi, portatori delle stesse
ideologie suprematiste del sionismo — idee di privilegio, favore divino, popolo
eletto.
Sono qui per la storia.
Per parlare alle generazioni future.
Per i cronisti di quest’epoca straordinaria, dove il bombardamento a
tappeto di popolazioni indigene indifese è giustificato.
Sono qui per le mie nonne, entrambe morte come rifugiate senza un soldo,
mentre ebrei stranieri vivevano nelle loro case rubate.
E sono qui anche per parlare direttamente ai sionisti, ovunque essi siano.
Vi abbiamo accolto nelle nostre case quando i vostri paesi cercavano di
sterminarvi e il mondo vi chiudeva le porte.
Vi abbiamo dato da mangiare, da vestire, vi abbiamo offerto rifugio.
E quando fu il momento, ci avete cacciato, derubato, bruciato, assassinato.
Avete strappato i nostri cuori, perché evidentemente non sapete vivere
senza dominare gli altri.
Avete superato ogni limite e coltivato gli impulsi più vili dell’umanità.
Ma ora il mondo sta finalmente intravedendo l’orrore che abbiamo sopportato
per decenni.
Vi osservano con stupore, vedono il sadismo, l’euforia, la gioia con cui
perseguitate ogni giorno i nostri corpi, le nostre menti, il nostro futuro, il
nostro passato.
Ma qualunque cosa accada, non apparterrete mai veramente a quella terra.
Non comprenderete mai la sacralità degli ulivi che da decenni tagliate e
bruciate per dispetto. Nessun nativo farebbe una cosa simile. Nessuno che
appartenga davvero a quella regione distruggerebbe Baalbek, Bittir o antichi
cimiteri, come fate voi.
I nostri antenati sono letteralmente nella nostra DNA, nei fiumi, nelle
rocce, negli uccelli, nei nostri abiti tradizionali ricamati a mano, nella
lingua dei nostri thobes, nei motivi tramandati da secoli.
Le case che i vostri agenti immobiliari vendono come “antiche case arabe”
custodiranno sempre i nostri ricordi.
Le antiche foto e dipinti non vi conterranno mai.
Non conoscerete mai il significato di essere amati da chi non ha nulla da
guadagnare da voi.
Non riuscirete a cancellarci, per quanto ci uccidiate, tutto il giorno,
ogni giorno.
Non siamo le rocce che Chaim Weizmann pensava di poter rimuovere. Siamo il
suolo stesso. Siamo i suoi fiumi, i suoi alberi, le sue storie.
Un giorno, la vostra impunità e arroganza finiranno.
La Palestina sarà libera.
Verrà restaurata alla sua gloria pluralista, multietnica e multireligiosa.
Ricostruiremo i treni da Il Cairo a Gaza, da Gerusalemme a Haifa, da
Tripoli a Beirut, da Damasco a Amman, fino a Sanaa.
Metteremo fine alla macchina da guerra americana-sionista, basata su
dominio, estrazione, inquinamento e saccheggio.
E voi, o ve ne andrete, o imparerete a convivere da uguali con gli
altri."
Leggo quel
che continua ogni giorno a dichiarare Joe Kent e mi vengono in mente due
persone: Julian Assange e Chelsea Manning.
Il primo lo conosciamo tutti quanti.
Assange è il più grande giornalista vivente, un eroe moderno, l’uomo che
ha fornito tonnellate di verità ai cittadini del mondo e per questo ha patito
conseguenze indicibili, tra le quali anni di carcere in una cella 4x3.
Chelsea Manning è l’ex analista
della CIA che, per
coscienza, come disse lei, fornì a WikiLeaks documenti e informazioni che
mostrarono al mondo intero la natura criminale delle decisioni statunitensi.
Joe Kent è l’ormai ex direttore del Centro
nazionale antiterrorismo degli Stati Uniti d’America (nominato da Trump in
persona) che ha deciso di rassegnare le dimissioni perché la sua coscienza
(vedi Chelsea Manning) non gli consentiva di avallare la guerra all’Iran, una
guerra (parole sue) decisa da Israele e combattuta dagli USA esclusivamente
nell’interesse dello Stato ebraico.
Kent ha motivato la sua scelta
mettendo nero su bianco parole e concetti dirompenti. Ricordo i principali:
“Non posso in coscienza appoggiare
la guerra in corso in Iran. L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per
la nostra nazione, ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle
pressioni di Israele e della sua potente lobby americana”.Cosa ci dice questo? Che la
lobby più importante negli USA è l’AIPAC, l’American Israel Public Affairs
Committee, un gruppo di potere e pressione potentissimo che gestisce una
quantità di denaro sconvolgente grazie al quale direttamente e indirettamente
finanzia le campagne elettorali dei congressisti USA (sia democratici che
repubblicani) tenendoli di fatto al guinzaglio dopo la loro elezione. Rammento
che l’AIPAC un tempo si chiamava American Zionist Committee for Public Affairs.
Parliamo dunque di una lobby sionista, pericolosissima ed estremamente
influente. E non lo dico io, lo dice il Direttore (ormai ex) del Centro
nazionale antiterrorismo USA.
“All’inizio
di questa amministrazione, alti funzionari israeliani e membri influenti dei
media americani hanno messo in atto una campagna di disinformazione che ha
completamente minato la tua piattaforma “America First” e ha seminato
sentimenti bellicisti per incoraggiare una guerra con l’Iran. Questa cassa di
risonanza è stata usata per ingannarti, facendoti credere che l’Iran
rappresentasse una minaccia imminente per gli Stati Uniti e che, se avessi
attaccato subito, ci sarebbe stata una chiara strada verso una rapida vittoria.
Questa era una menzogna ed è la stessa tattica usata dagli israeliani per
trascinarci nella disastrosa guerra in Iraq, che è costata alla nostra nazione
la vita di migliaia dei nostri migliori uomini e donne. Non possiamo ripetere
questo errore”.
Con queste parole Kent è ancora più
esplicito. Ci informa
dello sporco lavoro fatto anche dai media USA vicini alla lobby sionista, i
quali hanno agito insieme a funzionari israeliani per realizzare una campagna
di disinformazione. Ricordate quanto si è parlato delle campagne di
disinformazione fatte dai russi o da Hamas? Oggi Joe Kent, il più alto
funzionario antiterrorismo USA, ci informa che la guerra in Iran è frutto di
una campagna di disinformazione fatta da media occidentali nella cosiddetta
più grande democrazia al mondo. Non solo. Ci dice anche che oltre alla guerra
all’Iran anche la guerra in Iraq l’ha voluta Israele e Israele (usando
presumibilmente media sotto il proprio controllo e funzionari oltre che membri
di intelligence) ha “trascinato gli Stati Uniti in una guerra disastrosa che è
costata la vita di migliaia dei nostri migliori uomini e donne”.
“Come
veterano che ha partecipato a 11 missioni di combattimento e come marito della
mia amata moglie Shannon, morta in una guerra creata da Israele, non posso appoggiare
l’invio della prossima generazione a combattere e morire in una guerra che non
porta alcun beneficio al popolo americano né giustifica il costo di vite
americane”.
Spieghiamo queste parole di Kent. Kent
è un veterano, un berretto verde, un soldato e poi politico e funzionario
straordinariamente rispettato proprio per la sua storia personale. Kent ha
perso sua moglie Shannon in Siria nel 2019, uccisa durante un attentato
rivendicato dall’ISIS. Ebbene Kent sostiene che anche la guerra in Siria sia stata
“creata da Israele”. Ricordo che la guerra in Siria (una buona parte di essa)
ha visto fronteggiarsi da una parte l’ISIS e dall’altra pasdaran iraniani ed
esercito russo. Il caos che c’era in Siria venne creato da Israele,
insomma: iniziamo a sospettare che segretamente (non sarebbe la prima volta)
Israele stesse finanziando l’ISIS. D’altro canto chi sono stati i più acerrimi
nemici dell’ISIS? Hezbollah e pasdaran iraniani. Questa è la verità.
Dopo che i Verdi hanno approvato una mozione che dichiara “il Sionismo è
Razzismo”, improvvisamente tutti i giornalisti dell’apparato mediatico fanno finta
di niente sulle questioni più elementari del Diritto Internazionale.
Israele non ha il diritto di
esistere. Questa è la posizione del Diritto Internazionale. Non ha nulla a che
vedere con l’odio per Israele o l’antisemitismo.
In realtà, nessuno Stato, nessuno,
ha il “diritto” di esistere, compresi gli Stati che si affannano a esaltare le
proprie credenziali democratiche.
Se il Regno Unito avesse il
“diritto” di esistere, ad esempio, significherebbe che alla Scozia non potrebbe
essere permesso di votare per l’indipendenza. Perché? Perché un voto del genere
disgregherebbe il Regno Unito. Sarebbe una violazione del presunto “diritto”
del Regno Unito di esistere come Regno Unito.
Ed è proprio per questo che il Regno
Unito non ha il “diritto” di esistere.
I popoli hanno il diritto di
esistere. Quando questo diritto viene abusato, si configurano invariabilmente
gravissime violazioni del Diritto Internazionale, spesso attraverso crimini
come l’Apartheid, la Pulizia Etnica o il Genocidio.
Gli Stati, al contrario, non hanno
un “diritto” ad esistere. Semplicemente esistono di fatto, finché
improvvisamente non cessano di esistere. Come il Sudafrica dell’Apartheid. Come
la Rhodesia. Come la Cecoslovacchia. Come la Jugoslavia. Come la Germania
Nazista.
È talmente ovvio che non dovrebbe
nemmeno essere necessario specificarlo.
Se gli Stati avessero un “diritto”
ad esistere, fattori del tutto arbitrari come i loro confini, la composizione
demografica e le istituzioni politiche sarebbero sacrosanti. Inviolabili.
Sarebbe impossibile per le minoranze secedere, per i territori essere
trasferiti, per le strutture dell’Apartheid essere rovesciate. Qualsiasi
cambiamento di questo tipo costituirebbe una violazione del “diritto
all’esistenza” dello Stato così com’è.
Eppure, ogni singolo giornalista
impiegato da un organo di stampa tradizionale fa improvvisamente finta di
niente su questa questione elementare. Sono stati tutti improvvisamente
sottoposti a una lobotomia collettiva. Insistono sul fatto che Israele debba
essere l’eccezione alla regola secondo cui nessuno Stato ha il “diritto” di
esistere.
Guardate, ad esempio, Nick Robinson
della BBC che rimprovera il leader del Partito dei Verdi, Zack Polanski, per
essersi rifiutato di affermare il “diritto di esistere” di Israele. Polanski
sostiene, giustamente, che israeliani e palestinesi hanno il diritto di vivere
in condizioni di uguaglianza.
Stupidità incendiaria
Perché tutta questa stupidità
incendiaria da parte dei nostri giornalisti, che si suppone siano i più
brillanti e capaci?
La loro ottusità non è casuale.
Una mozione del Partito dei Verdi
della scorsa settimana ha stabilito che il Sionismo, l’ideologia che ha creato
e sostiene Israele, è Razzismo. Ciò ha portato un’attenzione molto indesiderata
sulla questione di che tipo di Stato sia Israele.
Non è vergognoso che il Partito dei
Verdi abbia adottato una mozione che equipara il Sionismo al Razzismo durante
la sua conferenza annuale del partito, lo scorso fine settimana.
Ma ciò su cui Robinson e il resto
dei media insistono è un’eccezione unica per Israele. Sostengono che Israele
abbia un diritto eccezionale, un diritto di cui nessun altro Stato gode, ad
esistere così com’è e in perpetuo.
L’implicazione, quella che vogliono
far intuire senza che debbano esplicitarla, è che qualsiasi tentativo di porre
fine a Israele come Stato Razzista e di riformarlo in una democrazia in cui
israeliani e palestinesi abbiano pari diritti, costituisce una violazione del
suo presunto “diritto all’esistenza”.
Vogliono anche far credere che
chiunque neghi il “diritto di esistere” di Israele stia invocando lo Sterminio
di Massa, il Genocidio, degli ebrei israeliani, e forse di tutti gli ebrei.
Secondo loro, tra coloro che
invocano lo Sterminio degli ebrei figurano Zack Polanski, il leader ebreo dei
Verdi, e Stephen Kapos, un anziano sopravvissuto all’Olocausto e uno dei
promotori della mozione.
Ciò che questi giornalisti stanno
facendo non ha nulla a che vedere con la protezione della popolazione ebraica
che vive in Israele. Si tratta di consolidare uno Stato fortemente
militarizzato che soggioga i palestinesi, sia nei Territori Occupati che
all’interno di Israele stesso, che si rifiuta di definire i propri confini, che
è stato giudicato Colpevole di Apartheid dalla più alta corte del mondo e che
sta perpetrando un Genocidio a Gaza, secondo il consenso unanime di autorità
legali e per i diritti umani, nonché di studiosi del Genocidio.
Se il Sudafrica dell’Apartheid non
aveva il “diritto” di esistere, neanche Israele ha il “diritto” di esistere. I
suoi crimini sono di gran lunga più gravi di quelli del Sudafrica
dell’Apartheid, come osservò in modo emblematico il compianto arcivescovo
Desmond Tutu, Premio Nobel per la Pace, dopo aver viaggiato nei Territori
Occupati, e lo fece molto prima che Israele iniziasse a perpetrare il Genocidio
a Gaza.
Come quell’altro famoso Stato di
Apartheid, Israele deve essere ricostituito come una democrazia affinché non
rappresenti più un pericolo per il popolo palestinese che ha espropriato,
oppresso e ora genocidato per decenni.
‘Stato di Gaza’
Ogni volta che espongo questa tesi
sui social media, gli apologeti di Israele esclamano eccitati che sono caduto
nella mia stessa trappola. Se Israele non ha diritto di esistere, blaterano,
allora nemmeno uno Stato Palestinese deve avere diritto di esistere.
Sì, avete capito bene. Ripeto:
nessuno Stato ha il “diritto” di esistere.
E questo potrebbe rivelarsi
un’ottima cosa per il popolo palestinese.
Immaginate che il Consiglio per la
Pace di Donald Trump decida di ricostruire la piccola enclave di Gaza secondo
il suo piano dichiarato: come un complesso residenziale di lusso tipo
Mar-a-Lago sul Mediterraneo, dove i palestinesi vivono di fatto come lavoratori
ospiti, al servizio dei ricchi arabi del Golfo con ristoranti, centri dati per
l’Intelligenza Artificiale, casinò e bordelli. Trump potrebbe decidere di
chiamare questo manicomio Stato di Gaza.
E immaginiamo che, sotto l’intensa
pressione internazionale, Israele permetta finalmente ai restanti lembi di
territorio della Cisgiordania non colonizzati con insediamenti illegali di
tenere elezioni strettamente regolamentate da ufficiali militari israeliani. Il
governo frammentato della Cisgiordania non ha alcun controllo sui propri
confini o sul proprio spazio aereo, non ha contiguità territoriale, non ha un
esercito, è separato da Gaza e Gerusalemme Est e non ha accesso al mondo
esterno senza il permesso di Israele. Israele decide di chiamare questo inferno
Stato di Palestina.
Questo “Stato di Gaza” ha il
“diritto” di esistere? Anche lo “Stato di Palestina” ha il “diritto” di esistere?
Qualsiasi lotta dei palestinesi che
vivono lì per esercitare un controllo reale su uno di questi Stati e riformarli
violerebbe il “diritto all’esistenza” di tali Stati?
Per il bene del popolo palestinese,
speriamo di no.
Ma questo è proprio l’argomento che
viene avanzato dagli apologeti di Israele. Se l’attuale Stato di Israele ha un
sacrosanto “diritto di esistere” così com’è, allora qualsiasi ipotetico Stato
che Trump imponga al popolo palestinese, a qualunque condizione, godrebbe di un
analogo “diritto di esistere”.
Dignità e sicurezza
L’errore che si commette qui è
quello di associare lo Stato, così come esiste, al popolo che dovrebbe
rappresentare.
Gli israeliani hanno il diritto di
esistere, hanno il diritto di non essere oppressi, sottoposti a Pulizia Etnica
o Genocidio, e lo Stato che li rappresenta è legittimo finché il suo ruolo è
quello di proteggerli da questo tipo di minacce. Finché garantisce loro un
certo grado di dignità e sicurezza.
Ma gli israeliani perdono il diritto
di mantenere il loro Stato così com’è se questo Stato viene utilizzato per
opprimere, praticare la Pulizia Etnica o Genocidiare un altro popolo, come i
palestinesi. In tal caso, diventa uno Stato illegittimo, proprio come il
Sudafrica dell’Apartheid o la Germania Nazista. Deve essere ricostituito in
modo da riconquistare la sua legittimità.
Questo non significa “prendere di
mira” Israele.
I palestinesi non hanno mai avuto
uno Stato moderno. Hanno vissuto sotto diversi occupanti, tra cui gli Ottomani,
gli Inglesi e Israele. Sono stati completamente esclusi dal processo di
decolonizzazione successivo alla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Non si può giudicare se abbiano uno
Stato legittimo o illegittimo perché non ne hanno uno. Hanno bisogno di uno
Stato proprio per proteggersi dall’oppressione, dalla Pulizia Etnica e dal
Genocidio perpetrati dallo Stato che rappresenta gli israeliani.
I gruppi armati a Gaza non sono uno
Stato, e non lo sono nemmeno i cosiddetti “moderati” in Cisgiordania. Non sono
nemmeno dei veri e propri governi. Sono traditori o movimenti di Resistenza che
lottano per la liberazione del loro popolo, un diritto riconosciuto al popolo
palestinese dal Diritto Internazionale. I palestinesi lottano per avere uno
Stato che li rappresenti, per rimuovere un occupante che li maltratta e li
uccide.
Questa rappresentanza potrebbe
concretizzarsi attraverso uno Stato Palestinese, oppure attraverso uno Stato
confederale o unitario in cui israeliani e palestinesi godano di pari diritti.
Nemmeno quello Stato avrà il diritto
di esistere. Dovrà guadagnarsi un posto nei cuori di israeliani e palestinesi
proteggendo la loro dignità e sicurezza collettiva meglio di qualsiasi altro
assetto.
Questa è una lezione che faremmo
tutti bene a ricordare mentre riflettiamo se gli Stati che affermano di
rappresentarci lo facciano davvero.