mercoledì 16 settembre 2026

Grazie a pagamento, insider trading e memecoin: così la Casa Bianca è diventata un’azienda di famiglia - PierGiorgio Gawronski

 

 

Donald Trump ha trasformato la Presidenza degli Stati Uniti in una holding d’investimento a conduzione familiare; casualmente dotata di un arsenale nucleare, dell’accesso primario ai mercati finanziari, e della facoltà di concedere la grazia ai propri partner d’affari. Il trucco? Produrre un volume tale di scandali, conflitti d’interessi e favoritismi quotidiani da trasformare la corruzione nel ‘picchiettio costante della pioggia’ [1]: così l’indignazione cede il passo all’assuefazione.

Il listino prezzi dell’amministrazione opera con trasparenza quasi commerciale. Il 30 aprile 2025 il Dipartimento dell’Agricoltura ha revocato la norma che limitava i livelli di salmonella nelle carni avicole destinate al consumo. La revoca è giunta puntuale dopo che il colosso del settore, Pilgrim’s Pride, ha versato una donazione da 5 milioni di dollari al comitato inaugurale presidenziale [2]. Il copione si è ripetuto con Big Tobacco: assegno analogo, pranzo privato col presidente e immediata imposizione alla Food and Drug Administration di ritirare le restrizioni sui liquidi aromatizzati per sigarette elettroniche, con le dimissioni per protesta del commissario dell’agenzia [3]. Lo schema del pay-to-play non risparmia la sanità: nel dicembre 2025, a seguito di un incontro a pagamento con i vertici delle cliniche private, la Casa Bianca ha cancellato con effetto immediato i requisiti minimi di personale infermieristico nelle case di riposo [4]. In ciascuno di questi casi, il costo del lobbismo non è stato un investimento a fondo perduto, ma un moltiplicatore istantaneo di profitti a scapito diretto della salute pubblica.

Laddove il contante non compra una deregolamentazione, acquista l’impunità giudiziaria. La grazia presidenziale, concepita dai Padri Fondatori come estremo rimedio umanitario contro le rigidità della legge, è divenuta una fonte di ricavi per intermediari d’affari. Nel maggio 2025, Paul Walczak — condannato per aver sottratto milioni di dollari ai fondi pensione degli infermieri delle sue strutture per acquistare uno yacht — ha ottenuto il perdono presidenziale incondizionato e la cancellazione dell’obbligo di risarcire 4,4 milioni alle vittime; la decisione è arrivata tre settimane dopo che sua madre aveva pagato un milione per un incontro privato con Trump [5]. Pochi mesi dopo, il medesimo beneficio è toccato a Joseph Schwartz, magnate delle RSA responsabile di colossali evasioni fiscali e gravi negligenze sanitarie, liberato dopo soli tre mesi di detenzione in seguito al versamento di parcelle a lobbisti legati all’entourage presidenziale [6]. Nell’ottobre 2025 Trump ha graziato Changpeng Zhao, fondatore di Binance, a coronamento della collaborazione tecnica offerta da Zhao per il lancio delle piattaforme crypto della famiglia Trump [7].

Il comparto delle attività crypto e dei mercati finanziari rappresenta l’innovazione più redditizia del biennio. Attraverso token proprietari, stablecoin e memecoin prive di un efficace filtro sugli acquirenti, la famiglia presidenziale ha aperto un canale inedito di raccolta fondi: denunce parlamentari e analisi su dati on-chain hanno fatto emergere transazioni per oltre 50 milioni di dollari finite su wallet riconducibili a entità collegate a regimi sanzionati come Russia, Iran e Corea del Nord [8]. Nei mercati convenzionali, l’asimmetria informativa della carica è stata monetizzata senza dissimulazioni. La mancata collocazione del patrimonio presidenziale in un blind trust ha consentito a Trump di eseguire compravendite azionarie: nel maggio 2026, l’acquisto personale di oltre un milione di dollari in azioni Dell è stato seguito, a stretto giro, da elogi pubblici alla compagnia e dall’assegnazione alla stessa di una commessa da 10 miliardi di dollari da parte del Pentagono [9]. Lo stesso schema avrebbe riguardato le scommesse speculative: nell’aprile 2026, poche ore prima che la Casa Bianca annunciasse a sorpresa il cessate il fuoco nel conflitto iraniano provocando un crollo immediato del 15% del greggio, sui mercati dei derivati si registrava un anomalo afflusso di circa 950 milioni di dollari in posizioni ribassiste sul petrolio [10].

La tutela degli affari familiari ha visto inoltre il Pentagono impegnare 50 milioni di dollari di fondi pubblici e stanziare un prestito da 620 milioni a favore della Vulcan Elements, startup mineraria partecipata da Donald Trump Jr., la cui valutazione è decuplicata dal giorno alla notte [11]. Parallelamente, il Dipartimento di Giustizia si è adoperato per dichiarare incostituzionali i divieti secolari sulla spedizione postale di armi da fuoco, aprendo un mercato multimilionario a una società partecipata dal primogenito [12].

Nell’estate del 2026, il gruppo Trump Media ha promosso sul mercato finanziario la cosiddetta Truth API: un servizio commerciale da 100.000 dollari al mese destinato a fondi hedge e operatori di Wall Street per garantire loro l’accesso algoritmico istantaneo ai post e agli annunci presidenziali frazioni di secondo prima della diffusione al pubblico [13]. L’insider trading è stato trasformato in un canone in abbonamento regolarmente fatturato dalla società di famiglia del presidente.

Di fronte a un siffatto apparato, la promessa avanzata da Trump in vista delle elezioni di Midterm — un assegno di 5.000 dollari destinato a ogni cittadino adulto in caso di vittoria repubblicana — assume un significato limpido. Non una nuova interpretazione del reddito universale, ma l’estensione del modello aziendale all’intero corpo elettorale. Per diciotto mesi la sovranità statale è stata frazionata e venduta all’ingrosso a miliardari, petrolieri, colossi del tabacco e intermediari di criptovalute. Ora si propone la vendita al dettaglio. Il voto di scambio cessa di essere un reato consumato nell’ombra per farsi programma di governo: oltre 1,2 trilioni di dollari distribuiti ai cittadini sotto forma di mancia a debito pubblico, con l’unico scopo di farsi rinnovare la concessione a saccheggiare lo Stato per il biennio successivo.

 

Note
[1] Sen. Chris Murphy, discorso al Senato degli Stati Uniti (“500 Days of Corruption”), 23/06/2026.
[2] Dati Federal Election Commission / USDA.
[3] Atti interni FDA, aprile 2026.
[4] Registri lobby / Centers for Medicare & Medicaid Services, dic. 2025.
[5] Atti di grazia Department of Justice, 27/05/2025.
[6] Registri DoJ, 14/11/2025.
[7] Decreto presidenziale 07/10/2025; inchieste The Wall Street Journal.
[8] Analisi on-chain Accountable.US / Esposto Sen. Warren e Reed, nov. 2025.
[9] Dichiarazioni finanziarie Office of Government Ethics / Contratti DoD, maggio 2026.
[10] Dati mercati futures / Sen. Murphy, 07/04/2026.
[11] Contratti Defense Production Act, 04/11/2025.
[12] Memorandum DoJ / Proposta regolamento USPS, aprile 2026.
[13] Esposto commissioni parlamentari Sen. Warner e Murphy, estate 2026.


da qui

martedì 15 settembre 2026

SOLDI DELLE SCUOLE REGALATI ALLE ASSICURAZIONI

 NO ALLA PRIVATIZZAZIONE DELLA SALUTE E DELLA PREVIDENZA

NO AGLI ULTERIORI TAGLI ALLA SCUOLA

Docenti ed ATA a tempo indeterminato o con supplenze fino al 31 agosto o al 30 giugno dovranno decidere entro il 20 settembre 2026 se aderire o meno alla polizza sanitaria integrativa gratuita prevista dal MIM, la cui gestione è affidata a UniSalute, in coassicurazione con Poste Assicura SPA e Intesa Sanpaolo Protezione SPA.
Come scrivevamo al momento della sottoscrizione del CCNI sull’assicurazione sanitaria integrativa, il MIM e le OO.SS. firmatarie hanno previsto una spesa complessiva di 320 milioni di euro dal 2026 al 2029, che vengono sottratti alla Scuola:

200 milioni di euro «mediante corrispondente riduzione del Fondo per il funzionamento delle istituzioni scolastiche», 60 milioni «utilizzando l’accantonamento relativo al Ministero dell’istruzione e del merito» nell’ambito dei fondi di riserva del MEF e 60 milioni dal taglio da 7 a 5 dei componenti della commissione di esami al superiore.

In un contesto di pesanti tagli al diritto alla salute, comprendiamo le perplessità dei lavoratori e non diamo indicazioni perentorie sulla scelta da fare. In questa situazione di smantellamento della sanità pubblica, di fronte alla mancanza di alternative concrete, è prevedibile che una gran parte della categoria sarà indotta o di fatto costretta a dare l’adesione a questo sistema assicurativo convenzionato.

Come organizzazione sindacale esprimiamo, però, contrarietà al provvedimento che avvia anche nella scuola il cd Welfare contrattuale e dubbi su cosa veramente “copra” a livello sanitario. Il Welfare contrattuale, inaugurato anni fa dal CCNL dei metalmeccanici, prevede coperture assicurative al posto di aumenti contrattuali o di finanziamenti ai servizi pubblici.
Si tratta di un’operazione di sistematica privatizzazione che colpisce il cuore del welfare e del diritto costituzionale alla salute, mettendoli anche in conflitto con il diritto all’istruzione. La previdenza integrativa, lungi dall’essere uno strumento di tutela per i lavoratori, rappresenta di fatto la negazione del principio di solidarietà sancito dall’articolo 38 della Costituzione e sposta il baricentro della protezione sociale dal sistema pubblico e universalistico a quello privato e assicurativo, dove il diritto alla cura e alla pensione diventano una merce da acquistare sul mercato, accessibili solo a chi può permetterselo. Questo dispositivo appartiene alla stessa logica che sta smantellando la sanità pubblica, riducendola a un sistema di liste d’attesa infinite e costringendo i cittadini a rivolgersi altfrla sanità privata per curarsi. Così facendo, si vuole trasformare la previdenza pubblica in un sistema residuale. Infatti, i fondi pensione da tempo investono il TFR dei lavoratori aderenti sul mercato più aleatorio e speculativo, quello finanziario. Ma almeno in quel caso i lavoratori hanno ancora la possibilità di scegliere l’alternativa di conservare il TFR rivalutato automaticamente, mentre nell’assicurazione sanitaria integrativa non hanno alternative!

Il personale docente e ATA, con stipendi fermi al palo e con un potere d’acquisto in caduta libera, non ha bisogno di “integratori” previdenziali, ma di un salario dignitoso, di una pensione pubblica adeguata, e di un sistema sanitario pubblico efficace. La precarietà strutturale, i contratti spezzettati e il ciclo di riforme neoliberiste hanno già prodotto un esercito di lavoratori che arriveranno alla soglia pensionistica con contributi ridotti e buchi contributivi. La risposta non deve essere quella di affidarsi ai mercati finanziari e assicurativi, ma di rivendicare un sistema previdenziale pubblico che garantisca sanità e una vita dignitosa dopo il lavoro.

COBAS Scuola ribadiscono il proprio netto rifiuto alla previdenza complementare contrattata o imposta, così come di ogni tentativo di legare il diritto all’istruzione e alla salute alla capacità di spesa individuale.
La difesa della scuola pubblica passa anche dalla difesa della sanità pubblica e del sistema pensionistico pubblico. Non accettiamo che la nostra salute e la nostra vecchiaia diventino affari privati.

Contro la privatizzazione della salute, della previdenza e della scuola: difendiamo la Costituzione, i diritti per tutte e tutti, non i profitti delle assicurazioni.

da qui


Trauma e vergogna - Lorena Fornasir


Lo stupore ha sempre qualcosa d’infantile. Incanta, affascina, attrae, soffia nell’anima un sapore primordiale. L’origine, il sacro e il profano si mescolano. Un turbinio, un caos di emozioni, disegnano l’orizzonte delle percezioni.

Il graffito è lì, è inciso, non lascia scampo. Non è su una roccia, ma su una parete umana.

Il paesaggio non è quello di una grotta ma un “luogo” del corpo. Il colore, che di solito è legato alla terra, qui è sfacciatamente rosso sangue. L’epidermide è sfregiata con unghie di mastino tanto da disegnare un graffito perfetto. I pensieri si volatilizzano, fluttuano scompigliati nell’aria densa. I rumori che provengono muti da quel corpo violato, si contaminano con quelli di una piazza assordante, in parte distratta, in parte attratta fino all’incredulità, dall’abisso di quella violenza. Lo spazio del mondo circostante si fa invadente, trasgressivo. Tutti vogliono sapere cosa è successo. Troppo difficile è trasformare quella violenza cieca in qualcosa di pensabile. La paralisi prende il sopravvento. Sentimenti come impotenza, sconforto, indignazione affollano il bisbiglio che non trova asilo se non in una scomposta grammatica emotiva. Tutto è concretamente vero: i cani che lo hanno azzannato, i poliziotti che li hanno aizzati, i mastini che hanno attaccato lui e i suoi compagni inferocendosi sui genitali. L’ospedale per le gravi ferite. Infine, gli otto giorni trascorsi in una prigione con un solo pezzo di pane. “Ricevevamo una sola pagnotta di pane al giorno in modo che rimanessimo cadaveri viventi”.

È il 7 agosto di una calda serata estiva: la quotidiana banale pratica del male questa sera ha il muso dei mastini d’assalto e la maschera del trauma.

“La realtà è teatro di vita: un teatro senza immaginazione, senza illusione1”. La scena, sottratta all’immaginazione, non ha nulla di onirico nonostante quel graffito su pelle umana apra allo stupore. Porta invece in superficie ciò che è occulto. Ai nostri confini di terra, da anni, si consuma la tortura. Non un bosco è innocente; le mine della guerra ancora innescate su cui saltano corpi umani, le fototrappole, i droni, le telecamere, sono gli strumenti di comuni rappresaglie e push back ai danni di uomini, donne e bambini migranti.

La maschera del trauma, dunque, fa sorgere in noi sentimenti di odio e di rabbia, soprattutto di indignazione. Nella declinazione delle reazioni manca la vergogna: la nostra vergogna.

È stupefacente il contrasto tra noi e la pacatezza di quell’uomo assaltato dai cani, dalla spalla, ai genitali. Dov’è finito, in lui, il trauma? Perché invece si vergogna? C’è sicuramente uno scarto: lui avrebbe bisogno di essere “visto”, riconosciuto, di percepire la nostra debolezza come qualità costitutiva di una relazione empatica. Trova invece l’intrusività rapace, la curiosità invasiva, l’accalcamento scomposto per vedere quel graffito quasi fosse un’attrazione. In questo scarto fra noi e lui, sorge lo shock della vergogna. È lo shock d’essere spogliato di qualsiasi valore, di essere ridotto o trasformato in una “cosa”.

Si copre il corpo che qualcun’altro gli ha scoperto per mostrarci la spalla lacerata. Lui non vorrebbe mostrare, non intende farsi curare. La vergogna rivela tutto il suo disagio d’essere colto nella propria nudità, nella propria debolezza.

È una colpa che lo induce a coprirsi, quasi a sparire, come infatti avviene di lì a poco. Il disprezzo subito dai suoi aguzzini, l’umiliazione d’essere stato attaccato dai cani, lo porta a rendersi invisibile e ritrarsi dalla scena della piazza, proteggendosi dagli sguardi intrusivi. Come in un accrocco familiare, imperfetto quanto si vuole, si siede lontano da noi, in un cerchio chiuso con “viaggiatori” improvvisati, suoi connazionali che, conoscendo bene quelle violenze, sanno anche restituire un legame fatto di comprensione immediata, di sentimenti reciproci e di cura affettiva.

Lui, come tutti loro, non può permettersi di cedere al trauma. Ha un mandato familiare da onorare: vivi e salva-ci. Non c’è tempo per ascoltare il dolore interiore. “Il trauma è il dolore degli impotenti” secondo Herman2. Un migrante violentato dalla rotta di terra o di mare, non può cedere ai propri sentimenti. L’intero suo villaggio ha raccolto i soldi affinché lui arrivasse in Europa e potesse, un giorno, restituire un po’ di benessere a coloro che hanno investito in lui come fosse un capitale umano.

Che fine hanno fatto, dunque, le emozioni traumatiche? Si può solo supporre che esse vivano separate dalla parte orientata alla vita quotidiana, in questo caso alla sopravvivenza, o bloccate in una modalità di difesa, comunque incapsulate. La ferita più profonda che è anche la più viva, traspare da quel suo gesto elusivo che lo porta a sottrarsi alla vista comune, simile a colui che non si sente pienamente umano, che prova una sensazione di indegnità, quasi fosse, come dice la Butler “non degno di vita”3. Il corpo azzannato da quei mastini è, prima di tutto, un corpo destituito di valore in cui il cuore della violenza è l’attacco all’identità.

Esso ci restituisce però, in modo potente, il nodo della nostra identità. Chi siamo noi di fronte al male? Chi siamo noi, nella “Piazza del Mondo”, a Trieste, (il luogo in cui ogni giorno alcune persone accolgono i migranti della rotta balcanica, ndr), di fronte a un essere torturato? Le reazioni emotive fanno a zuffa tra la rabbia e l’impotenza, mentre non proviamo quel sentimento basilare che è la vergogna.

Nulla vogliamo conoscere dello straniero che è in noi stessi, che ci abita come terra oscura e rimossa. Il fuori è lo spazio in cui tutto ciò che turba può essere estromesso. Il disumano, il mostruoso, quella sorta di discarica che trasforma l’altro in “cosa”, non può coincidere con noi stessi. L’area semantica a cui rimanda quel graffito su pelle umana viene da fuori, è collocato altrove. La piazza, popolata dall’incredulità, può comodamente scindere l’aspetto della violenza dalla sua implicazione, e considerare la tortura una pratica che non ci riguarda poiché noi siamo altro, noi accogliamo, noi curiamo. Con Abdelmalek Sayad, autore de La doppia assenza, possiamo dire che il contatto con lo straniero, specchio di noi stessi, ci mette in relazione con le nostre parti traumatiche costringendoci a vedere qualcosa che è insopportabile, che eccede, che abita ai confini dell’identità e quindi non è appropriabile.

Quello specchio che per noi è il volto del migrante, dovrebbe portarci allo svelamento di aree comuni, di aree intrapsichiche abitate sì da emozioni complesse e, proprio per questo, da esplorare. Dovrebbe farci provare quella vergogna che lui stesso sente per la nudità della sua debolezza, che poi diventa, usando Lévinas, la vergogna per “la nudità di un’esistenza incapace di nascondersi”4.

Noi, però, non siamo nudi. Anzi, siamo esposti. Siamo immersi in una cultura svergognata fatta di esibizionismo, di narcisismo, di sfacciataggine, dove tutto è sovraesposto e, come diceva Baudrillard, dove non c’è “più nulla da vedere” perché tutto è già stato mostrato. Guai non essere nessuno, non apparire, non esibirsi. Quindi, con quella violenza, con quel graffito umano, noi non c’entriamo, siamo altro, innanzitutto “siamo”. In quei morsi di cane, in quell’assalto ai genitali, troviamo la morte della nostra vergogna. Lui semplicemente “non è”.

È invece un corpo di dolore, una cosa da fotografare e da esporre come tutto, appunto, si espone. Lui è invisibile ai nostri occhi. Dipende, in verità, con quale occhio interno noi lo guardiamo, con quali parole lo accogliamo, con quale ascolto interiore lo sentiamo. Quale grido interno risale a noi da quell’essere torturato? Quella domanda che neppure Cristo ha saputo trattenere nella croce: perché mi viene fatto del male? con cui Simone Weil5 ci interroga nel suo scritto del 1943, è una domanda che riguarda tutti noi, privati ormai del pudore e della vergogna in quanto complici, diretti o indiretti, di una violenza che stiamo a guardare.

I pensieri cadono automaticamente fuori, in un altro regime, quello del non pensato come da sempre sono le situazioni dell’emergenza, per fare di quella stessa violenza una familiare estraneità.

Bisognerebbe invece passarci attraverso, lasciando che le aree psicosomatiche arcaiche si mobilitino in un corpo a corpo capace di assumere la vergogna come stigma della nostra umana disumanità.

Vivere in “intimità con l’orrore”, sostare nel disumano, ritrovare la nostra ferita nello sguardo ferito dell’altro è, forse, l’unica area intermedia che avvicina le nostre sponde allo spazio dell’incontro possibile. Consentire che il perturbante irrompa con una frase, un gesto tutto da decifrare – come quello dell’uomo dal graffito umano che si copre mentre qualcuno lo s-copre – per ri-collocarlo, anziché fuori da noi, in noi, nel nostro apparato psichico simbolizzante, sarebbe un modo per riconoscere il diritto ad essere estraneo, straniero; il diritto di resistere e di mantenere un elemento inassimilabile. Questo riconcilierebbe anche noi stessi alla nostra “umanità” abitata da quella che ho definito una familiare estraneità.

Solo così il trauma può insegnare a noi stessi la via della cura permettendo che la vergogna rientri nel nostro alfabeto emozionale in cui giocare il senso e lo scacco della nostra umana esistenza.

da qui

lunedì 14 settembre 2026

Milioni di libri stanno andando distrutti per addestrare le intelligenze artificiali - Enrica Perucchietti

IFahrenheit 451 i libri bruciavano perché le idee che custodivano facevano paura. Per salvarle dall’oblio, i dissidenti immaginati da Ray Bradbury imparavano le opere a memoria, trasformandosi essi stessi in biblioteche viventi. Oggi, le fiamme sono state sostituite dagli scanner: milioni di volumi vengono acquistati da aziende di intelligenza artificiale, smembrati, digitalizzati e, infine, distrutti affinché il loro contenuto possa alimentare le macchine. La conoscenza non scompare, ma cambia padrone: dall’oggetto fisico e cartaceo, accessibile e rivendibile a tutti, passa negli archivi privati delle grandi aziende tecnologiche. Una biblioteca sterminata viene sacrificata per costruirne un’altra, invisibile e proprietaria e, mentre gli algoritmi imparano a scrivere come gli esseri umani, una parte del patrimonio culturale che li ha nutriti finisce al macero.

Il caso più documentato riguarda Anthropic, la società che sviluppa Claude. Gli atti della causa intentata dagli scrittori Andrea Bartz, Charles Graeber e Kirk Wallace Johnson hanno rivelato che l’azienda aveva scaricato oltre sette milioni di copie digitali da archivi pirata come Books3, LibGen e Pirate Library Mirror. Quando i rischi legali sono diventati evidenti, Anthropic ha cambiato strategia. All’inizio del 2024 ha affidato a Tom Turvey, già responsabile del progetto Google Books, il compito di ottenere «tutti i libri del mondo» aggirando, per quanto possibile, gli ostacoli legali e commerciali. È nato così Project Panama, un piano che un documento interno descriveva come il tentativo di «scansionare in modo distruttivo tutti i libri del mondo», accompagnato da un ordine eloquente: «Non vogliamo che si sappia che ci stiamo lavorando». L’azienda acquistava decine di migliaia di volumi alla volta, spesso usati, da fornitori come Better World Books e World of Books. La lavorazione veniva poi affidata a società esterne: macchinari idraulici tagliavano i dorsi, separavano le pagine e le passavano negli scanner industriali. La carta residua finiva al macero, mentre i file entravano nella biblioteca digitale permanente di Anthropic e, almeno in parte, nei dati utilizzati per addestrare Claude. Nel giugno 2025, il giudice William Alsup ha stabilito che addestrare i modelli di Anthropic con libri regolarmente acquistati e digitalizzati rientra nell’uso legittimo, mentre non è lecita l’acquisizione di opere da archivi pirata. Su quest’ultimo punto, Anthropic ha chiuso la controversia senza ammettere responsabilità, accettando un accordo da 1,5 miliardi di dollari. Il messaggio per l’industria è chiaro: comprare, digitalizzare e distruggere un libro è giuridicamente molto meno rischioso che copiarlo illegalmente.

Il fenomeno sembra, però, estendersi ben oltre Anthropic. Dalla primavera scorsa, diversi antiquari europei hanno segnalato ordini anomali, eseguiti automaticamente durante la notte e diretti verso intermediari che acquistano un solo esemplare per titolo. Non soltanto classici o bestseller, ma libri di cucina, biografie, romanzi dimenticati, saggi fuori catalogo e pubblicazioni risalenti agli anni Settanta. Secondo un’inchiesta della radiotelevisione svizzera, nella sola Germania sarebbero stati rastrellati circa 700 mila titoli e fino a tre milioni nel mondo. I libri pubblicati prima dell’avvento dell’AI generativa sono particolarmente ricercati perché contengono testi scritti e revisionati interamente da esseri umani. Addestrare i modelli sui contenuti prodotti da altre AI rischia, infatti, di impoverirne progressivamente il linguaggio e amplificarne gli errori. Per imparare a scrivere come noi, le macchine devono, quindi, “divorare” ciò che abbiamo scritto prima del loro arrivo. Ad agosto, inoltre, 404 Media ha seguito con un dispositivo di localizzazione una spedizione di libri rari fino al centro Amazon VGT3 di Las Vegas. Dipendenti della struttura hanno riferito che lì i volumi vengono privati del dorso e scansionati. Amazon non ha, però, confermato che i libri fossero destinati all’addestramento dell’AI, né ha chiarito l’utilizzo finale dei testi digitalizzati.

Ora, diciotto organizzazioni statunitensi, tra cui Demand Progress Education Fund, Consumer Federation of America e Institute for Local Self-Reliance, chiedono alla Federal Trade Commission di indagare. Definiscono il sistema “hoard-and-destroy”: “accumulare e distruggere” per trasformare una risorsa comune in un vantaggio esclusivo. Il rischio riguarda soprattutto testi rari, edizioni minori, pubblicazioni straniere e libri mai digitalizzati: una volta eliminato l’originale, la sola versione superstite potrebbe restare rinchiusa negli archivi di un colosso tecnologico. La questione supera così il diritto d’autore e investe l’accesso alla conoscenza: soltanto le aziende più ricche possono rastrellare milioni di volumi e trasformarli in un vantaggio competitivo inaccessibile agli altri. Non siamo ancora ai roghi di Bradbury, ma il paradosso rimane: i libri vengono divorati dalle macchine e poi distrutti, mentre ciò che custodivano finisce negli archivi privati degli oligopoli della Silicon Valley.

da qui

LA SINISTRA “BRAMINICA” CHE ABBAIA ALLA LUNA - Salvatore Minolfi


La sinistra “braminica” (come ironicamente la definì Piketty in un brillante saggio del 2018) continua a non capire. Una settimana fa si eccitava perché, nella grande disfida di Cernobbio, Mario Monti avrebbe “asfaltato” Roberto Vannacci. Non le passava, neanche per un istante, per l’anticamera del cervello, che erano state proprio le politiche del primo (e di chi gli era succeduto) a generare l’humus in cui oggi prospera il secondo (il cui turno è giunto, in successione, dopo quello di Salvini e di Meloni). 

Nessuna comprensione dialettica del reale: solo l’eccitazione infantile per l’eterno scontro tra le forze del bene e quelle male. Ma si sa: meglio Heinrich Brüning che Adolf Hitler (anche se il primo spianò la strada al secondo con le sue cieche politiche deflattive, sostenute fino all’ultimo anche da Rudolf Hilferding e dalla socialdemocrazia tedesca).

Poi è arrivata la batosta sassone. E anche qui, la sinistra braminica ha cercato di concentrarsi (con gli argomenti più fantasiosi e anacronistici) sul singolo “albero”, per evitare di dover parlare della “foresta”. Ed è così che la sberla sassone si trasforma nell’esito infausto di una storia assai ‘locale’ (messaggio rassicurante), i cui caratteri peculiari (idiografici, si sarebbe detto un tempo) avrebbero la precedenza su quelli di carattere sistemico, che nessun vuol vedere e con i quali nessuno vuole fare i conti. 

Il bias cognitivo ci permette così di inquadrare la “tragedia” tedesca in un contesto più remoto e più lontano da noi e di scansare ogni analisi di un presente a dir poco imbarazzante.

No, non sto dicendo che la sinistra braminica fa così perché non vuol vedere, nel voto in Sassonia, la crisi della socialdemocrazia, il suo ideale eterno, astorico, atemporale. 

Sto dicendo che il voto sassone concede un’ultima possibilità (anche ai più duri di comprendonio) per capire che la sconfitta della socialdemocrazia (la fine della sua parabola storico-politica) si è consumata più di trent’anni fa. Il voto in Sassonia è come la scia luminosa di quelle stelle cadenti, che testimoniano di un evento veramente rilevante, avvenuto però molto ma molto tempo prima. 

Il guaio è che la sinistra braminica si è persa un’intera fase storica ed anche oggi continua a comportarsi come quell’esercito francese che – si rammaricava Marc Bloch ne “L’Étrange Défaite “ – stava sempre una guerra “indietro”.

La sinistra braminica ha un problema con la comprensione del proprio tempo storico. 

Nelle sue coordinate mentali, populismo e nazionalismo hanno smesso di essere categorie analitiche utili alla comprensione di fenomeni storico-sociali, per diventare pure etichette morali che urtano i “nostri valori”, la nostra coscienza “postmoderna” e “norm oriented”.

In questo approccio, il nazionalismo – trattato come un amalgama indistinto – viene interpretato come un mero “residuo arcaico” o come il semplice risultato della pura “manipolazione retorica”.  

E già solo questo ci rende incapaci di distinguere tra il nazionalismo che riemerge nelle società declinanti (introverso, difensivo, anti-globalista, centrato sulla protezione della comunità nazionale contro élite cosmopolite, immigrati, istituzioni sovranazionali) e quello che si afferma nelle società emergenti  (espansivo, ottimista, orientato a costruire sempre nuove connessioni, rivolto verso il riconoscimento esterno e la revisione dello status). 

Ora è il caso di smetterla di guardare un albero alla volta. La foresta esiste. E urge fare un bilancio. 

In Italia Meloni regna indisturbata ormai da quattro anni. La classe dirigente britannica è alla frutta (e forse anche il paese intero). Quella francese è appesa a un tenue filo, che prima o poi si spezzerà. Ed ora viene allo scoperto la gravità e la profondità della crisi tedesca: la fine di un modello che ha accumulato i suoi successi contribuendo agli squilibri globali (vent’anni fa i surplus tedeschi erano superiori a quelli cinesi), imponendo la deflazione salariale all’intera area euro e alimentando quella che alcuni definirono la “mezzogiornificazione” (il termine lo inventò Paul Krugman) delle aree della ex-DDR. Più in generale, da circa quindici anni l’economia tedesca era desincronizzata dai ritmi di crescita di quella europea: d’altra parte non puoi considerare veramente come un tuo mercato un’area che devasti sistematicamente con le politiche deflattive.

Nel contesto di un crollo generale degli equilibri mondiali, la crisi europea è appena al suo esordio. 

Il peggio deve ancora venire. Il fallimento non è di questo o quel paese. Ad essere fallito è l’intero progetto continentale. 

D’altra parte, se il delirante obiettivo di costruire l’homo europaeus attraverso la moneta unica (non avrai altro Dio!) non fosse già fallito, Bruxelles non si sarebbe convertita all’idea di una guerra permanente con la Russia, come ultimo tentativo di costruire un cemento comune tra 27 paesi che passano il loro tempo a farsi una spietata concorrenza fiscale. 

Qualcuno, nella foga della polemica, questo “segreto di Pulcinella” se l’è pure lasciato scappare: prima Mario Monti, giusto due anni fa (Assolombarda, 8 settembre 2024); poi recentemente Nathalie Tocci (sulle pagine di “The Economist”).

Nella più elementare delle dinamiche sociologiche, quando tutto è fallito, la sola evocazione di un nemico esterno può ridarti identità “in negativo”: tanto più se ha i caratteri grotteschi (l’eterno “trinariciuto”) che, con inquietante uniformità e serialità, una sempre più piccola, piccola, piccola (poiché culturalmente sempre più miserabile) borghesia europea – nel suo imbarazzante ‘orientalismo’ – evoca come responsabile di ogni disavventura (nel mentre protegge con tenacia e perseveranza il grande genocida che regna a Tel Aviv). 

Il mondo crolla e la sinistra braminica abbaia alla luna.

Il risultato sociale di questo ripiegamento involutivo è il declino politico-cognitivo delle classi dirigenti e la loro incapacità di affrontare i problemi reali. 

Saltando (per carità d’Europa) sul fatto che le nullità che stanno crollando una ad una si sono autoproclamate “coalizione dei volenterosi”, minacciando di trascinare in guerra proprio quegli elettori che a stento le sopportano, rimaniamo sul terreno delle questioni “interne”:

• riflessioni sulla parabola venticinquennale dell’economia europea: zero;

• riflessioni sulla polarizzazione sistemica dei redditi e dei patrimoni: zero;

• riflessioni sulla sistematica precarizzazione dei mercati del lavoro: zero;

• riflessioni sul declino sociale e sulla spirale del declassamento: zero;

• riflessioni sul declino dei sistemi educativi: zero;

• riflessioni sul degrado dei sistemi sanitari: zero;

• riflessioni sul declino della partecipazione politica: doppio zero (perchè poi, se la gente va a votare…).

Otto anni fa, Thomas Piketty – autore del memorabile volume “Il capitale nel XXI secolo” (2014)  – si chiedeva come fosse mai possibile che l’aumento vertiginoso della disuguaglianza dagli anni Ottanta in poi non avesse prodotto una corrispondente radicalizzazione della domanda politica di redistribuzione, ma fosse coinciso, invece, con l’indebolimento del voto di classe e con l’ascesa dei conflitti identitari, migratori e “populisti”. In breve: come spiegare la fine della socialdemocrazia europea e il suo totale annichilimento all’interno del sistema neoliberista. 

Da questa domanda nacque un interessante saggio storico-politologico, cui non fece seguito alcuna discussione pubblica. 

La sinistra braminica – preoccupata unicamente dei rendimenti del proprio “capitale educativo”, ha sistematicamente imposto un’agenda politico-culturale che ci ha condotti, anno dopo anno, a giungere intellettualmente e politicamente impreparati dinanzi a quella che potrebbe diventare una delle crisi più serie della storia europea.

da qui

domenica 13 settembre 2026

Lavrov: "L'Europa è l'incarnazione del male nella storia"

Il ministro degli Esteri russo ha accusato l'Europa di trascinarsi un'oscura eredità fatta di guerre, colonialismo e sfruttamento, mettendo in guardia dal rischio di ripetere i tragici errori del passato

Molti considerano l'Europa come "l'incarnazione del male" nella storia globale. A dichiararlo è stato il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, nel corso di un'intervista rilasciata martedì al canale televisivo Pervy Kanal.

"Il cancelliere federale tedesco Friedrich Merz non perde occasione per ribadire nei suoi discorsi di essere ogni giorno più convinto che la Russia rappresenti la principale minaccia per l'Europa, e che quest'ultima debba prepararsi a una guerra", ha ricordato il capo della diplomazia russa. Lavrov ha ribadito che Mosca non ha alcuna intenzione di attaccare i paesi europei, accusandoli di essere immersi in una vera e propria "isteria anti-russa".

Lavrov ha poi citato direttamente Merz, secondo cui la Germania dovrebbe "tornare a essere la principale potenza militare del continente". "Esattamente come accadde alla vigilia della Prima e della Seconda guerra mondiale", ha commentato il ministro russo.

L'accusa su Zelensky e il revisionismo storico

"Non si tratta di un semplice lapsus freudiano", ha proseguito Lavrov. "Pensano davvero in questo modo. Continuano a rendere omaggio ai propri antenati che servirono il nazismo e si macchiarono di crimini di guerra, convinti che abbiano fatto la cosa giusta".

In questo contesto, il ministro russo ha criticato duramente il sostegno europeo a Volodymyr Zelensky, accusato di "riesumare i resti di criminali nazisti ucraini dai cimiteri europei in Austria, Romania e altrove — condannati per l'eternità dal Tribunale di Norimberga — per seppellirli di nuovo in Ucraina".

Secondo Lavrov, tali salme verrebbero traslate nel luogo più sacro di Kiev, il Monastero delle Grotte, per erigere un "pantheon degli eroi" dedicato a figure come il leader ultranazionalista Stepan Bandera. "Zelensky si inginocchia davanti alle loro ceneri e l'Europa è ben lieta di contribuire, senza spiegargli come tutto ciò si scontri con i valori europei. Non escludo che leader come il Cancelliere Merz possano tentare di emulare le gesta dei loro antenati", ha aggiunto.

"Hanno vissuto a spese degli altri"

Proseguendo nella sua analisi, Lavrov ha affermato che il ruolo svolto dall'Europa nella crisi ucraina "merita uno studio a parte", sostenendo che le nazioni europee abbiano sprecato innumerevoli occasioni per favorire una soluzione costruttiva.

"Lo stesso si può dire del loro impatto sullo sviluppo globale negli ultimi cinquecento anni, un periodo in cui gli europei hanno vissuto a spese altrui tra schiavitù, colonialismo e sfruttamento", ha incalzato il diplomatico.

"Non dobbiamo dimenticare che entrambe le guerre mondiali sono nate in Europa a causa delle politiche dei suoi stati. Possiamo citare anche le guerre napoleoniche, quando si tentò di unire l'intero continente per attaccare la Russia, esattamente come fece in seguito Adolf Hitler. È per questo che molti vedono nell'Europa la vera incarnazione del male".

Infine, Lavrov ha richiamato un parallelo storico legato al continente americano: "Quando i coloni salparono verso l'America — un dettaglio che si ricorda raramente — fu proprio Caterina II a svolgere un ruolo decisivo nel sostenere la loro lotta di liberazione dai colonizzatori britannici".

da qui

Ribellarsi allo Stato è una buona cosa - Maurizio Onnis

Qui si parte dal caso specifico per arrivare immediatamente al caso generale. Il caso specifico è la speculazione energetica in Sardegna. Centinaia di progetti eolici e fotovoltaici per la produzione di energia elettrica ricavata da fonti rinnovabili. Richieste a Terna, che gestisce la rete, e al ministero dell’Ambiente: passano sopra la testa delle comunità locali, il cui parere non viene tenuto in nessun conto.

Subito dopo: autorizzazioni rilasciate dalle autorità centrali, dallo Stato, in barba a qualsiasi interesse, volere, bisogno di chi abita i territori, con conseguente imposizione di devastazione paesaggistica, sociale, economica. Sul piatto spicca solo l’interesse delle grandi compagnie multinazionali a fare soldi attraverso la vendita dell’energia sul mercato e l’incasso degli incentivi elargiti dal governo. Il che ci porta appunto alla questione generale.

Cosa deve fare chi, per sfuggire alla maledizione, tenta senza esito tutte le strade legittime e legali? Deve piegare la schiena e la testa, deve genuflettersi ai piani di chi conta davvero, adattarsi ai potenti, fingere la pace? Ma poi, perché dovrebbe? Ribellarsi allo Stato è giusto. Ribellarsi allo Stato è una buona cosa. Ribellarsi allo Stato è un nostro diritto.

Per chi non sa o cerca una conferma: il diritto

Abbiamo alle spalle, ormai, ben cinque secoli di elaborazione del diritto su questo tema: la ribellione al potere che tradisce le sue promesse, che opprime sudditi o cittadini, che non fa il suo dovere. In altre parole: il potere illegittimo.

Monarcomachi, portatori di questa meravigliosa parola che indica quelli che “combattono il re”. Il re non è il padrone assoluto del regno. Le leggi, i patti stipulati e soprattutto l’aspirazione dell’uomo a tenersi la propria libertà lo vincolano. Già nel Cinquecento rivoltarsi contro il sovrano non è peccato. Se ricorrono le condizioni, è lecito, persino un dovere.

Poi arrivano nel Seicento i giusnaturalisti e il giusnaturalismo, altro straordinario verbo che parla di diritti naturali dell’uomo. Da Ugo Grozio in poi, il governo è tenuto a osservare i diritti primigeni dei governati, inscritti nel nostro essere umani, nell’essere noi semplicemente nati. Diritti che nessuno deve conferirci, regalarci, concederci: ce li abbiamo già, sono dentro di noi e dobbiamo pretenderne il rispetto. Il diritto a resistere al tiranno si consolida.

E passa in tutte le Dichiarazioni al cui studio ci costringe la scuola e che dimentichiamo in fretta. Fortunatamente, loro non dimenticano noi. Hanno sedimentato, si sono accumulate, i loro principi sono migrati da un documento al successivo, fino a diventare non l’espressione estemporanea di una rivoluzione o dell’altra, ma diritto pieno e valido per tutti, sempre e ovunque.

Dalla Dichiarazione d’indipendenza americana alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, che risalgono alla fine del Settecento. A progredire verso la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo di metà Novecento, la quale ammette apertamente il diritto a "ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l’oppressione". Sono queste le pietre miliari che ci proteggono. Non si tratta più di resistere al re cattivo. Diventa legge il diritto di rivoltarsi contro qualsiasi potere illegittimo, dittatoriale, oppressivo. E così è oggi.

Un diritto che nessuno può levarci o negarci, perché è nostro dalla culla, da prima che ne siamo consapevoli, da prima ancora di fare ingresso nella società. Il punto non è la sua esistenza o rilevanza. Il punto è cosa siamo disposti a fare noi per difenderlo ed esercitarlo a vantaggio nostro e della comunità.

Per chi non sa o cerca una conferma: la storia

Verso la fine del Cinquecento, gli olandesi decidono che ne hanno abbastanza delle tasse e delle angherie di Filippo II. Stanno sotto la Spagna e scelgono di fare da soli. È guerra per decenni, ma alla fine ottengono la libertà: perché, sostengono, chi governa deve difendere il popolo e se al contrario lo opprime diventa "un tiranno e i sudditi [...] sono autorizzati a [...] deporlo".

A metà del Seicento anche gli inglesi passano ai fatti. Il re ha spiccati progetti assolutisti e loro, guidati dal parlamento e da Cromwell, gli si rivoltano contro, lo battono sul campo, lo catturano, processano, condannano e decapitano. Tutte le corti d’Europa inorridiscono, ma da allora è chiaro. Il monarca può anche farsi passare per re di diritto divino. Poi c’è il popolo, che chiede un altro tipo di patto ed esige che sia rispettato.

Gi americani e i francesi ribadiscono oltre un secolo dopo. Gli americani abbattono dal piedistallo le statue di Giorgio III, despota lontano che pretende di comandarli. I francesi usano la ghigliottina, dando spettacolo pubblico della testa coronata che rotola a terra.

Ottocento e Novecento. Non si contano le rivoluzioni condotte nel nome della libertà e del cittadino, contro il potere assoluto, contro i tiranni, contro il dominatore straniero. Dittatori a testa in giù. E sempre la rivolta si scatena quando chi governa supera il limite: il limite è giocare con la vita dell’uomo e della donna come se fosse tua, dando per scontato di poterne fare ciò che vuoi. Non è così. Si sopporta molto, ma quel limite non va superato. L’intollerabile diventa la leva che scatena il conflitto.

Non tutti l’hanno capito. Ancora oggi vediamo in giro per il mondo governanti e Stati che considerano la vita, dei propri cittadini, dei cittadini altrui, un gioco. Al quale divertirsi senza pagare prezzo. Finché il conto si presenta, improvviso e tutto in una volta.

Ignoranza o vigliaccheria? Vigliaccheria

Torniamo al concreto, a ciò che davvero accade dalle nostre parti. Un sindaco dice che non può rispettare lo Stato quando lo Stato non tratta il sindaco da pari. 

Se lo Stato fa e disfa senza nemmeno sentire chi vive su quel territorio, lo Stato tradisce il suo compito, che è favorire la partecipazione dei cittadini alle scelte di tutti. Lo Stato che obbliga senza dare, spiegare, condividere, lo Stato che impone con la forza è uno Stato che non merita i guanti bianchi. È uno Stato al quale bisogna controbattere colpo su colpo.

Un altro sindaco rimbrotta il primo. Hai giurato fedeltà allo Stato e alla bandiera. Quel giuramento vincola: non puoi disobbedire, puoi esprimere rammarico, parere contrario, agitarti, ma alla fine devi adeguarti. Tu sindaco sei lo Stato, anche tu sei Stato, sei tenuto a seguire le scelte del potere, anche quando non ti piacciono, anche quando è scomodo. 

È ignoranza di secoli di pensiero oppositivo? Sarebbe già colpevole. Bisogna conoscere quanti e quali sforzi sono stati fatti, e da chi, per liberarci dal Leviatano. Se non sai questo, se non l’hai masticato, fatto regola tua, ti manca un pezzo essenziale di mondo, di autonomia, ti manca la capacità di autogovernarti. Nessuna autodeterminazione può venire da chi nemmeno sa che autodeterminarsi è possibile. Ma sarebbe troppo facile e generoso.

Questa è vigliaccheria. È la scelta di abbassare la testa perché tenerla dritta sul collo è troppo faticoso. Il compromesso è più facile. Una vigliaccheria, certo, spesso inconsapevole: il patrimonio culturale, intimo, connaturato a molti, spinge in quella direzione. Nemmeno ci si accorge. Ma non perciò la codardia è giustificata. Chi ha tutti gli strumenti per capire e non li sfrutta compie peccato mortale. Non perde solo la sua libertà, rischia anche quella di chi gli sta attorno.

Ribellarsi allo Stato si può. Ribellarsi allo Stato è un dovere. Ribellarsi allo Stato è l’unico modo.

da qui

sabato 12 settembre 2026

DISEGNO DI LEGGE 15051948 (DDL NAKBA) - Lavinia Marchetti

 

«Disposizioni per il contrasto all’antislamismo e al razzismo anti-palestinese e per l’adozione delle relative definizioni operative»

Art. 1. (Finalità). La Repubblica riconosce e contrasta l’antislamismo e il razzismo anti-palestinese quali forme di discriminazione, con gli stessi mezzi e la stessa dignità previsti per il contrasto all’antisemitismo.

Art. 2. (Definizione operativa e indicatori). Ai fini della presente legge costituiscono antislamismo o razzismo anti-palestinese, tra l’altro:
a) attribuire ai musulmani, quale collettività, la responsabilità di atti compiuti da singole organizzazioni islamiste;
b) sostenere che un cittadino musulmano sia presumibilmente meno leale alla Repubblica per la sua appartenenza religiosa;
c) rappresentare il musulmano come naturalmente violento, arretrato o incompatibile con la democrazia;
d) diffondere la teoria della «grande sostituzione» o dell’«Eurabia» quale piano di conquista demografica del continente;
e) negare al popolo palestinese il diritto all’autodeterminazione, ovvero sostenere che debba restare privo di Stato, sotto occupazione o smembrato in bantustan;
f) attribuire ai palestinesi la responsabilità collettiva delle azioni di Hamas;
g) negare la Nakba del 1948, ovvero giustificare l’espulsione della popolazione palestinese;
h) pretendere dai palestinesi standard di condotta non richiesti ad altri popoli sottoposti a occupazione;
i) paragonare i palestinesi, o gli arabi, a bestie, orde o «animali umani».

Art. 3. (Responsabilità personale). La responsabilità penale è personale. La presenza di un’organizzazione armata in un territorio non trasferisce la propria responsabilità ai civili che vi risiedono, quale che ne sia l’età o la condizione. Un bambino, un lavoratore, una neonata non integrano un obiettivo militare.

Art. 4. (Strategia nazionale). È adottata una Strategia nazionale contro l’antislamismo e il razzismo anti-palestinese. È istituito, presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, un Coordinatore nazionale. Sono previsti una banca dati degli episodi, il monitoraggio della diffusione dell’odio in rete e campagne informative nei mezzi radiotelevisivi.

Art. 5. (Istruzione e formazione). Nei programmi scolastici e universitari, nonché nella formazione delle forze dell’ordine, sono introdotti moduli dedicati. La Nakba è oggetto di studio al pari della Shoah.

Art. 6. (Libertà di critica). È fatta salva la libertà di critica politica. Restano lecite la critica dell’Islam come religione, la critica delle organizzazioni politiche e armate palestinesi, ivi compresa Hamas, nonché la critica dei governi dei Paesi a maggioranza musulmana, alle medesime condizioni stabilite per la critica dello Stato di Israele e del sionismo.

Art. 7. (Pari rango). La presente legge ha il medesimo rango, gli stessi strumenti e la stessa dotazione della legge in materia di contrasto all’antisemitismo. Nessuna tutela in meno, nessuna in più.

Art. 8. (Invarianza finanziaria ed entrata in vigore). Dall’attuazione della presente legge non derivano nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. La presente legge entra in vigore nel medesimo giorno in cui entra in vigore quella sul contrasto all’antisemitismo.

CONSIDERAZIONI

(Un esercizio semplice, Quello che avete appena letto lo conoscete già. Ricalca il disegno di legge contro l'antisemitismo, ho lasciato intatto il suo impianto, la definizione IHRA e anche i suoi indicatori calati per legge, nonché il coordinatore a Palazzo Chigi, la banca dati, il monitoraggio dell'odio in rete, la tutela della critica politica, l'invarianza finanziaria. Ho tenuto in piedi il metodo per intero e ho spostato solo una cosetta, il nome del gruppo che riceve la tutela, ovvero il gruppo che sta, in questo momento, subendo un genocidio: palestinesi al posto degli ebrei, insomma l'Islam e la Palestina al posto di Israele e del sionismo. Niente di più semplice quando si legifera si tende all'universale. All'uguale per tutti.

Anche gli indicatori sono il ricalco dei loro, rovesciati sul nuovo bersaglio. Adesso è più semplice capire cosa succede. Gli stessi che oggi giurano che il ddl antisemitismo serva soltanto a riparare una minoranza dall'odio, sarebbero gli stessi che davanti a questa legge parlerebbero del primo atto della conquista islamica d'Europa. Riscoprirebbero Voltaire, l'articolo 21 della Costituzione, l'impossibilità per uno Stato liberale di far propria una definizione ideologica controversa e di diramarla dentro scuole, atenei, ministeri e questure. Il fastidio che molti proverebbe nel leggerlo è l'esatta misura del doppio standard. Il problema, infatti, non è mai stato il principio, per quello le leggi c'erano già)

da qui