Slec
La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
giovedì 25 giugno 2026
mercoledì 24 giugno 2026
Vent'anni – Maria Rita Contu
Dopo Anna oltre il muro, in Vent’anni Maria Rita Contu racconta un’altra storia che inizia e finisce a Tertenia, questa volta segue le tracce di una famiglia che emigra in Lombardia e poi la storia di Arturo, un ragazzo che sceglie di diventare militare, e muore in un incidente aereo, con tanti morti, non troppo lontano dal punto in cui sono morti i passeggeri del Moby Prince, pochi decenni dopo.
La storia è raccontata
con gli occhi e le parole di Marina, la sorella minore di Arturo, che spiega la
gioia, per quanto possibile, di avere una nuova vita lontano da casa, e però
dopo pochi anni il lutto per la morte del fratello oscura la vita della
famiglia e spinge nel dolore senza vie d’uscita i suoi genitori.
Il dolore per la
perdita di un genitore è poca cosa rispetto a quello di in genitore che perde
un figlio, è contro la natura delle cose umane.
Maria Rita Contu ci
mostra anche le fotografie di quella famiglia e del dramma di Arturo, non c’è
niente d’inventato, ma non è un semplice documentario,
la scrittrice entra nella storia, si immedesima in Marina, partecipa nelle
vicende piene di futuro della famiglia Deiana, ma nessuno viene trascurato,
neanche Giovannino Caria, il sommozzatore che muore nell’intento di recuperare dalle
profondità del mare i corpi delle vittime.
E poi, come in un coro greco,
silenziosa, ma presente, è la comunità di Tertenia.
Anche la seconda prova di Maria Rita
Contu è positiva, col suo stile investigativo, senza effetti speciali,
giustamente ritenuti non necessari.
ps: roprio in questi mesi un altro sommozzatore che cercava di recuperare cinque vittime italiane da una grotta, nelle isole Mauritius. Si chiamava Mohamed Mahudhee. La scrittrice ricorda commossa Giovannino Caria, ma nel nostro paese nessuno si ricorda di Mohamed Mahudhee.
I morti continuano a vivere finchè c'è chi li ricorda, Maria Rita Contu li ricorda e ce li fa ricordare.
Da Gramsci ai cabaret nazisti: l'inganno della risata che ci sta portando alla dittatura - Chris Hedges
I buffoni che orchestrano il fascismo – con la sua pseudoscienza, la sua idiozia, la sua propensione alla violenza e la sua grottesca ipermascolinità – sono un terreno fertile per la satira. È fin troppo facile, come fanno i comici dei late-night show o come facevano i cabaret berlinesi con i nazisti, mettere alla gogna i teppisti, gli inetti e i mediocri che detengono il potere. Tuttavia, questa forma di satira finisce per accecare gli oppositori, impedendo loro di vederne il nucleo omicida e il potere distruttivo. Ignora i veri centri di potere. Non genera resistenza, ma disprezzo e cinismo, acuendo la faglia sociale e politica tra noi, l'élite "illuminata e colta", e loro, il "cesto di deplorevoli" da deridere e disprezzare.
Esistono due forme di satira. Quella delle élite istruite, che domina i
media commerciali, si limita a ridicolizzare le debolezze e le pretese di Trump
e dei suoi sfortunati seguaci. Questa satira non attacca mai i colossi
multinazionali o l'industria bellica. Ignora il degrado e la corruzione
strutturale delle nostre istituzioni politiche – incluso il Partito Democratico
– che hanno creato il fenomeno Trump, fingendo che viviamo ancora in una
democrazia sana. Caratterizzata da una ripugnante superiorità morale e
intellettuale e da una spietata umiliazione delle classi inferiori, questa
comicità alimenta proprio le divisioni sociali e l'alienazione che nutrono il
fascismo.
Antonio Gramsci avvertiva che la satira elitaria è controproducente.
Invocava invece un "sarcasmo appassionato" capace di prendere di mira
i reali meccanismi del potere. La satira, scriveva, deve fustigare i miti e le
ideologie dominanti che sostengono il capitalismo e il fascismo. Deve
smascherare la bancarotta morale dell'autoritarismo, ma anche riconoscere le
legittime rimostranze di coloro che ne sono vittime, concentrandosi sulle
istituzioni che perpetuano l'ingiustizia e la disuguaglianza sociale.
"Trump è stato necessario anche per smascherare i progressisti di
plastica", scrive l'analista Nate Bear. "Gli imperialisti
liberali anti-Trump, nella loro opposizione all'accordo con l'Iran, appaiono
come psicopatici guerrafondai. Dai democratici che denunciano l'accordo sui
social ai comici come Jimmy Fallon che attaccano Trump per aver restituito a
Teheran i fondi che gli Stati Uniti avevano congelato, non esiste alcuna
alternativa al bombardamento incessante dell'Iran. Non c'è rabbia da parte dei
liberali per le vittime iraniane, o verso lo stato imperialista, il sionismo e
la macchina di morte che rende possibile questa violenza. No, sono solo
imbarazzati per le crepe dell'impero, di cui non vogliono riconoscere i
limiti."
La satira elitaria, che vada in onda al Saturday Night Live o
nei programmi notturni, finisce per accanirsi contro i più deboli. Induce i
liberali a credere che i delinquenti e gli imbroglioni al potere siano troppo
stupidi e inetti per durare. Milioni di esuli politici sanno bene come questa
autoillusione – l'incapacità di prendere sul serio i fascisti – sia il
principale motore del fascismo stesso. Anche loro, un tempo, liquidavano come
ridicoli i teppisti che oggi governano i loro paesi d'origine.
La scrittrice turca Ece Temelkuran, costretta all'esilio dal regime di
Erdogan, nel suo libro Nazione di stranieri descrive un
modello preciso:
Tutto inizia con un movimento che spacca la società in due: il "vero
popolo" contro l'"élite corrotta", guidato da un leader che
pretende di essere l'unico rappresentante dei giusti. Il passo successivo è la
dissoluzione della verità e la priorità della fedeltà sulla decenza. Poi viene
smantellata la vergogna: il leader infrange il consenso politico e morale con
una spietatezza senza precedenti. Più a lungo rimane al potere, più i limiti di
ciò che è accettabile si allargano. Ciò che un tempo sembrava impensabile o
spregevole diventa gradualmente la normalità. Mentre le istituzioni
democratiche vengono svuotate dall'interno, i valori universali – la dignità
umana e lo stato di diritto – vengono sostituiti da un nazionalismo feroce, da
un fiero vittimismo e da una riscrittura della storia. La crudeltà diventa una
virtù, infiltrandosi nella vita quotidiana. La cerchia del "noi" si
restringe, mentre milioni di concittadini vengono etichettati come sospetti
permanenti.
Come avverte Temelkuran, gli americani placano le loro paure ripetendo la
stessa illusoria frase: "Le istituzioni reggeranno". Non
osano guardare in faccia il proprio futuro, e presto non saranno più
riconosciuti come cittadini a meno che non si conformino alle nuove regole
dell'America di Trump.
I comici di oggi funzionano un po' come Fritz Grünbaum, la star del cabaret
che durante il nazismo, quando mancò la corrente durante uno spettacolo, disse
ironicamente: "Non vedo niente, proprio niente; devo essere finito
nella cultura nazionalsocialista". Grünbaum finì i suoi giorni nel
campo di concentramento di Dachau, dove morì di tubercolosi insieme ad altri
artisti e satirici.
I nazisti si mossero rapidamente per chiudere i cabaret e tutte le
istituzioni che sfidavano il loro controllo, sostituendoli con spettacoli di
varietà insignificanti. Detestavano la derisione tanto quanto Trump, che dopo
una puntata dello show di Stephen Colbert ha definito il conduttore un
"idiota totale", condividendo un video generato dall'intelligenza
artificiale in cui lo gettava in un cassonetto, scrivendo che quella era
"l'inizio della fine" per i talk show notturni.
Nei regimi totalitari, le battute sui dittatori sono un reato. La satira è
ammessa nello Stato fascista solo quando serve a deridere gli oppositori
politici e le minoranze demonizzate, mai quando è diretta contro i veri centri
di potere. Come sottolineava Gramsci, il consolidamento del potere richiede di
vincere la "battaglia culturale", dominando il discorso pubblico,
controllando il linguaggio e ridefinendo le norme sociali.
La satira elitaria non è altro che una valvola di sfogo. Rifiutandosi di
affrontare le radici della degenerazione politica, sociale e culturale – che ha
preceduto la presidenza Trump – consolida il progetto autoritario che finge di
combattere. Riduce la catastrofe a uno spettacolo circense: i ministri servili,
le nomine grottesche o la guerra di Robert F. Kennedy Jr. contro la scienza
medica. Non affronta il fallimento sistemico delle istituzioni democratiche:
l'accademia, le elezioni, i tribunali, il Congresso o i media. Distoglie
l'attenzione dai miliardari e dalle multinazionali che hanno imposto
l'austerità e la deindustrializzazione, facilitando il più grande trasferimento
di ricchezza verso l'alto nella storia degli Stati Uniti. Ignora la micidiale
industria bellica e l'apparato di sorveglianza interna che ci rende la
popolazione più monitorata e spiata della storia umana.
Questa satira elitaria semplifica forze complesse, sminuendo le correnti
sotterranee che hanno generato Trump. Il "sarcasmo appassionato" di
Gramsci è troppo rivoluzionario e troppo veritiero per essere trasmesso dai
colossi mediatici.
"La risata è la nostra reazione alle incongruenze immediate e a quelle
che non ci riguardano direttamente", osservava il teologo Reinhold Niebuhr
in Umorismo e fede. "La fede è l'unica risposta
possibile alle incongruenze ultime dell'esistenza, che minacciano il senso
stesso della nostra vita. Nel Santo dei Santi non c'è spazio per le risate: lì
sono soffocate dalla preghiera e l'umorismo trova compimento nella fede".
Quando la satira diventa il punto di arrivo, è deleteria, perché maschera
la realtà. Deve essere, come comprese Niebuhr, solo il punto di partenza. Deve
spingerci, come aveva capito Gramsci, verso un'analisi rigorosa e l'organizzazione
di movimenti di massa, gli unici in grado di salvarci dalla tirannia. Deve
smettere di fare il gioco di una nazione polarizzata. Data la gravità della
situazione, la risata non basta più.
(Traduzione de l’AntiDiplomatico)
martedì 23 giugno 2026
Cospito deve marcire - Guido Ruotolo
Alfredo Cospito, il “terribile”, deve rimanere sepolto vivo in carcere, al
41-bis (vedi qui). Ma che Paese è
diventato il nostro? Un ministro della Giustizia che straparla e invoca
l’impunità per le “vittime” della giustizia, si è impuntato arrivando a
conclusioni opposte a quelle degli apparati di sicurezza, e dello stesso
procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, Gianni Melillo. È un mondo
alla rovescia, il nostro. A Catania si sta discutendo, in un’aula di giustizia,
se il capo dell’ala stragista di Cosa nostra, Aldo Ercolano, sia ancora un
pericoloso criminale, anche se non è più al 41-bis, e se quindi non si sia
attenuata la sua “pericolosità sociale”. In gioco è la possibilità che Aldo
Ercolano possa uscire dal carcere con i permessi premio, insomma. Stiamo solo
aspettando che i giudici decidano. Con l’ansia che al boss venga riconosciuta
la buona condotta, il ravvedimento. A lui, mafioso di alto rango.
Tutt’altro discorso, invece, per l’anarco-insurrezionalista – in carcere
dal 14 settembre del 2012, per la gambizzazione, a Genova, dell’amministratore
delegato di “Ansaldo Nucleare”, Roberto Adinolfi – che deve rimanere al 41-bis,
secondo il ministro della Giustizia. Cospito, per quella gambizzazione è stato
condannato a dieci anni e otto mesi, e sono definitivi i ventitré anni di
detenzione per l’attentato, senza morti né feriti, alla scuola allievi dei
carabinieri di Fossano. Dal maggio 2022, l’anarchico è recluso al 41-bis. La
legge del 2002 ha introdotto la durata del regime di detenzione duro a quattro
anni, prorogabili di due anni, con decreto motivato. Ma il legislatore è stato
chiaro. Il decreto di proroga “deve essere motivato” sulla base di elementi
attuali che documentino la sussistenza di collegamenti, di rapporti con la
propria organizzazione. Dunque, per il detenuto Cospito, prima ancora che
scadessero i termini dei quattro anni, il ministro Carlo Nordio, il primo
maggio scorso, ha firmato la prima proroga di due anni del 41-bis.
Il 26 aprile 2023, il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo,
Gianni Melillo, esprimendo il parere sulla istanza di revoca del regime
detentivo speciale del 41-bis, formulata nell’interesse di Alfredo Cospito,
scriveva: “Non ci sono elementi obiettivamente idonei a confermare la
necessaria giustificazione del mantenimento delle misure preventive speciali
nei confronti del detenuto”. Sia il Ros dei carabinieri sia la polizia
espressero, anche loro, valutazioni convergenti riassunte dal procuratore
Melillo: “Risulta in tutta la sua evidenza come la sottoposizione del detenuto
Cospito al 41-bis non abbia azzerato le comunicazioni e le pubblicazioni
all’interno del movimento anarco-insurrezionalista, considerato anche il fatto
che la Fai-Fri non è una struttura gerarchica né piramidale”. Non
bisogna essere dei geni per condividere l’analisi degli apparati investigativi:
“L’applicazione del 41-bis e l’isolamento inflitto a Cospito non hanno
determinato l’auspicata riduzione del proselitismo né il contenimento
dell’attività del movimento anarco-insurrezionalista, che invece ha
incrementato azioni dirette”. Tanto che è così, che, in questi anni, gli
anarco-insurrezionalisti hanno proseguito le loro “campagne”, fatte anche di
ordigni esplosivi. Proprio pochi giorni fa, sono stati arrestati sette
attivisti accusati dei recenti attentati sulle tratte dell’alta velocità
Roma-Firenze e Roma-Napoli. Naturalmente, che i colpevoli siano gli arrestati è
ancora tutto da dimostrare.
È davvero diventato un mondo alla rovescia. In un bel libro del 2002 (Barriere
di vetro. Voci dalla detenzione sociale in Italia), della Camera penale di
Roma, l’avvocato Giuliano Dominici scriveva: “L’unanime consenso al
‘trattamento duro’ previsto dal 41-bis, riguarda il carcere duro per i detenuti
mafiosi sottoposti al 41-bis”. Fotografa un’epoca, Giuliano Dominici. E noi non
abbiamo còlto quei segnali che un sistema a “doppio binario” – e cioè
la sospensione dei diritti costituzionali per i detenuti mafiosi o terroristi –
avrebbe nel tempo provocato un profondo cortocircuito nella società e nelle
istituzioni. Allora, con la legislazione speciale del dopo Falcone e
Borsellino, uscivamo da una guerra terribile. Stragi mafiose, omicidi a
ripetizione, attentati a Roma, Milano e Firenze, seguivano la stagione dello
“stragismo di Stato”. Bisognava rispondere agli omicidi dei due
magistrati siciliani e fu approvato il 41-bis.
Fu il ministro della Giustizia, Claudio Martelli, che, sull’aereo che lo
riportava a Roma dopo i funerali di Paolo Borsellino, diede il via libera
all’operazione “preventiva”, prima ancora che “punitiva”. Nel carcere
dell’Ucciardone i mafiosi brindavano alla morte di Falcone e Borsellino. In
poche ore, nella notte, l’Ucciardone fu “trasferito” all’Asinara, e fu dato
ordine di riaprire Pianosa. Fu terribile, al di là che fosse necessaria, la risposta
dello Stato. A Pianosa furono mandati giovani allievi della polizia
penitenziaria, “secondini alle prime armi”. Basti solo ricordare che, a un
certo punto, una delegazione di familiari dei detenuti mafiosi si recò dal
vescovo di Trapani per denunciare le torture, le condizioni di vita
inumane dei boss. E la Chiesa rispose con il papa Giovanni Paolo II che, ad
Agrigento, il 9 maggio 1993, si rivolse ai mafiosi: “Convertitevi”. I
cappellani, nei vari istituti, non facevano partecipare i mafiosi alle celebrazioni
religiose. Questo era il clima di allora. E le ferite delle violazioni dei
diritti umani ce le portiamo dietro ancora oggi. La risposta
“securitaria” del governo Meloni sta provocando guasti terribili nel sistema
carcerario. Ma questa è un’altra storia. Oggi parliamo di Alfredo Cospito,
nei cui confronti si è scatenata una guerra simbolica da parte del
governo. Lui, vittima di una vendetta. Anzi, “di una scelta politica”, per
dirla con Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, associazione che si occupa
di giustizia penale, carceri, diritti umani e prevenzione della tortura. Che
aggiunge: “Dal primo gennaio al 31 ottobre del 2025, ben 232 detenuti
sottoposti al 41-bis sono stati destinatari di proroga. Solo cinque sono stati
declassificati e inseriti nel circuito dell’Alta sicurezza”. E già,
perché il problema non è “Cospito libero”, ma soltanto il rispetto dei
diritti di Alfredo Cospito e di quelli di tutti gli altri detenuti.
https://www.terzogiornale.it/2026/06/19/cospito-deve-marcire/#more-1
lunedì 22 giugno 2026
I volontari della Flotilla come i partigiani
La Flotilla ha vinto: nonostante tutto - Livio
Pepino
Ora che i riflettori sulla spedizione verso Gaza della Global Sumud Flotilla si stanno spegnando, è tempo di valutazioni, anche in prospettiva. C’è un punto fermo: le imprese, per mare e per terra, della Flotilla sono state uno degli eventi più importanti e innovativi degli ultimi anni. A dispetto della repressione violenta e indiscriminata delle autorità israeliane, della macchina del fango messa in campo dalla destra, delle sottovalutazioni e dei silenzi (iniziali ma non solo) della stampa e della sufficienza di molti (anche a sinistra). Ancora una volta la politica ufficiale non ha capito nulla e anche in settori non pregiudizialmente ostili alla Flotilla si è detto e ripetuto che si trattava solo di un’impresa dimostrativa, che l’impossibilità di approdare a Gaza era scontata e rendeva l’impresa sostanzialmente inutile, che ci vuole ben altro per aiutare i Palestinesi e via seguitando con una sequela di banalità. I fatti hanno dimostrato esattamente il contrario.
L’autunno
scorso la prima spedizione della Flotilla ha prodotto, come ha scritto Marco Revelli, «l’irrompere di un tempo nuovo,
qualcosa di impensabile fino a poco prima, d’invisibile, che d’improvviso
emerge alla superficie e rivela un cambiamento di orizzonte nel modo di
guardare le cose, e di sentire ciò che accade, e di percepire il nostro posto
nel mondo. La giornata del 3 di ottobre – i due milioni nelle cento piazze – ma
anche del 4 – un milione tondo tondo nelle strade di Roma – e pure del 22
settembre, la prima epifania di quel sommovimento –, sono di questo tipo: con i
loro mutamenti tellurici nel costume, nella morale condivisa, nel comportamento
finiscono per travolgere, a volerli interpretare per quello che sono, tutti i
modi consolidati di considerare i fatti politici e sociali, rendendo inutili –
o se si preferisce “obsolete” – le vecchie forme del discorso e dello stesso
scontro politico». Quel che è stato innescato dall’impresa
della Flotilla –
smentendo la vulgata di un mondo condannato all’indifferenza
e all’egoismo – è una voglia di partecipazione, di presa di
parola, di protagonismo che ha riempito le vie, le piazze, gli spazi
pubblici di un’infinità di corpi, di voci, di canti e di
suoni uniti nel dire che non se ne può più di assistere passivamente
all’orrore che quotidianamente si consuma sotto i nostri occhi e che ci
sono i modi per dirlo e per pretendere il cambiamento. È stato, per molto
versi, un miracolo.
Nei giorni
scorsi, poi, la seconda avventura della Flotilla, con il
nuovo atto di pirateria di Israele contro
le barche in navigazione in acque internazionali, il sequestro
dei relativi equipaggi, le torture e le umiliazioni inflitte a donne
e uomini armati solo delle loro idee è stata altrettanto deflagrante.
È stato abbattuto il muro dell’indifferenza costruito, nel
nostro Paese e nell’intero Occidente, dalla grande stampa e dalle istituzioni,
costrette finalmente ad ammettere quello da tempo – inascoltati
– descrivevano prigionieri ed esuli palestinesi, attivisti,
giornalisti, film makers e intellettuali non
omologati. Di fronte ai maltrattamenti esibiti di propri
cittadini i Governi occidentali non hanno potuto continuare
a chiudere gli occhi. Non ha potuto farlo neppure il nostro ineffabile e
balbettante ministro degli esteri. Certo, le reazioni sono
state timide, riduttive, insufficienti ma il muro della complicità si è
incrinato. La Palestina e, soprattutto, i palestinesi sono,
almeno per un po’, diventati protagonisti, mentre termini come “genocidio” e
“Stato canaglia” abbinati a Israele hanno cessato di essere
tabù anche nell’establishment. Non basta ma è un salto di
qualità importante, attribuibile proprio all’impresa della Flotilla.
Tutto questo
ha un rilievo che va oltre la vicenda specifica e apre
prospettive nuove e significative per i movimenti e per il variegato arcipelago
che persegue un mondo diverso.
Primo. Con l’impresa della Flotilla sono tornati
al centro del campo politico due valori desueti che sono,
invece, fondamentali e capaci di suscitare entusiasmo e mobilitazione: la
mancanza di tornaconto personale e l’universalismo. Le navi dirette a Gaza non hanno
avuto sponsor esterni né finalità ulteriori rispetto all’aiuto concreto –
diretto e indiretto – a Gaza e ai suoi abitanti. L’impresa è stata il frutto di
una mobilitazione dal basso di associazioni, organizzazioni e singoli che hanno
messo in campo solo – si fa per dire… – le proprie risorse, il proprio
entusiasmo e i propri corpi. La gran parte di chi ha partecipato all’impresa e
calcato le prigioni di Israele è sconosciuta ai più e non ha cercato riscontri
mediatici né investimenti per il futuro. Il tutto in un
mix di lingue, di nazionalità e di provenienze che ha
ridato voce all’internazionalismo. La prima, univoca, lezione che se ne può
trarre è che il denaro e i media non sono necessariamente il motore
della politica e che i confini nazionali sono solo un’invenzione di
chi vuole mantenere il mondo in condizioni di disuguaglianza e sfruttamento.
Secondo. Un ulteriore dato, non scontato,
ha fatto irruzione sulla scena: l’integrazione di genere e di
generazioni che ha caratterizzato le “spedizioni” e anche le
manifestazioni che le hanno accompagnate. Donne, uomini, ragazzi e finanche
anziani si sono mobilitati insieme e in condizioni di parità come non accadeva
da tempo. I vuoti dibattiti da talk show e le pensose analisi
sulla incomunicabilità e sull’inevitabile conflitto tra giovani e anziani e tra
donne e uomini sono stati spazzati via, a dimostrazione che gli
obiettivi condivisi e mobilitanti sono capaci di superare incomprensioni,
diffidenze, diversità culturali. Ovviamente – e per fortuna – le
differenze restano. Ma possono cessare di essere fattori di debolezza.
E la strada tracciata dalla Flotilla può essere ulteriormente percorsa.
Terzo. C’è un’altra lezione: molti degli improvvisati
marinai della Flotilla non avevano la più pallida idea di come si
governa una barca in alto mare ma tutti sapevano che, per la riuscita
dell’impresa, era necessario coniugare radicalità e non-violenza.
Non sempre ciò è accaduto (e accade) nell’esperienza dei movimenti e
altrettanto spesso la non-violenza è stata scambiata per debolezza o
arrendevolezza. Ebbene, la reazione composta, pacifica e senza cedimenti degli
equipaggi della Flotilla all’aggressione della marina israeliana ha fatto
il giro del mondo mostrando a tutti da che parte sta la
violenza e rendendo tangibile che la vittoria non
è solo né sempre quella che si ottiene con le armi.
Quarto. L’immagine di questa flotta di barche disarmate
che attraversavano, compatte, il Mediterraneo ha bucato i
media addirittura al di là delle aspettative. La fantasia, l’inaspettato,
finanche l’allegria si sono dimostrati strumenti vincenti di azione politica.
Ben più di lunghe spiegazioni e ben prima che l’arroganza, la brutalità e la
violenza di Israele aggiungessero il loro carico. La lezione è che la
politica deve essere creativa.
Quinto. Quanto sin qui descritto non
sarebbe accaduto e non avrebbe avuto l’impatto riscontrato senza il coraggio
dei partecipanti all’impresa della Flotilla, ben consapevoli
delle violenze, delle umiliazioni, degli insulta cui andavano
incontro. La destra ha ironizzando parlando di “crociere” e di
“vacanza” ma questa vergognosa speculazione è svanita di fronte alle fotografie
e ai video degli attivisti inginocchiati, bendati, ammanettati, percossi,
torturati. Senza coraggio, anche fisico, senza disponibilità a pagare di
persona questo novello Davide non avrebbe incrinato il potere e
la forza di Golia. Perché – come ha scritto su queste pagine Karim Metref – «per fare una
rivoluzione bisogna pur sacrificare qualcosa: soldi, benessere, sicurezza,
tempo, energia. Qualche volta bisogna sacrificare tutto: la vita».
C’è molto
nell’impresa della Flotilla di cui fare tesoro. Se accadrà
sarà più facile contrastare lo strapotere dei signori del mondo. Nulla è
acquisito ma una strada è tracciata e non è cosa da poco.
I volontari della Flotilla come i partigiani: un paragone azzardato ma forse non troppo - Leonardo Botta
Fu la lotta partigiana, dopo le vergogne
del fascismo, a consentire ad Alcide De Gasperi di rivendicare il pur
compromesso orgoglio italiano alla Conferenza di Pace di Parigi
Quali effetti
concreti, in termini di aiuti per Gaza, hanno prodotto le missioni della Global
Sumud Flotilla? Oggettivamente pochi: non ho idea di quanti viveri o
medicinali quelle imbarcazioni siano riuscite a recapitare nella Striscia, ma
immagino si tratti di quantità risibili, se non nulle.
Dunque parliamo
di missioni inutili? Tutt’altro: secondo me sono servite,
e servono, a tenere in piedi l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale
verso le tragedie del tormentato fronte mediorientale. Certo, il salpaggio di
quelle vele ha scatenato strascichi di polemiche e anche l’evocazione di
qualche opacità di cui non si sentiva l’esigenza: al netto di reiterate accuse
di connivenza dei volontari con Hamas (finora mai provate e, anzi, fondate
perlopiù su qualche documento falso prodotto dal governo israeliano), male non
avrebbero fatto, i portavoce della missione a condannare pubblicamente e in
maniera netta anche i crimini del terrorismo palestinese.
Ma spero comunque
che di fronte alla storia recente qualcuno, come De Gasperi, dopo le posizioni
cerchiobottiste di Meloni, La Russa, Tajani (quello
secondo cui “il diritto internazionale vale fino a un certo punto”), quando ci
sarà da spiegare come mai non si è quasi battuto ciglio nei confronti del
governo di un paese che “democraticamente” bullizza buona parte del Medio
Oriente da Gaza, al Libano, alla Cisgiordania, che utilizza mezzo Mediterraneo
come la propria vasca da bagno, che ha risposto al vile e criminale attacco di
Hamas del 7 ottobre con la mattanza di oltre 70 mila gazawi tra
cui 20 mila tra bambini e adolescenti (ormai sono rimasti in pochi a contestare
questi numeri), ecco, spero che quel qualcuno avrà l’onestà di affermare: “La
nostra reputazione è salva anche grazie ai volontari della Flotilla”.
La guerra occidentale in Europa che troppi cercano di nascondere - Ennio Remondino
Per malanni, anche gli eroici narratori di guerre antiche rispetto alle
disgrazie moderne si arrendono, e tocca all’indegno supplente sostituire. Che
va a ripescare un’antica cronaca belgradese di quadi 30 anni fa, bombe Nato che
ovviamente, dato l’autore dell’azione militare, erano ‘guerra umanitaria’.
Anche se ammazzavano molto lo stesso. Ma piene di buone intenzioni oltre che di
esplosivo.
Cronachette di un testimone sul
campo
Mercoledì 24 marzo 1999. Prima notta di guerra, annunciata con puntualità
burocratica alle venti precise. “Sono stato informato dal comandante militare
supremo in Europa, il generale Wesley Clark, che in questo momento sono
iniziate le operazioni aeree della Nato contro obiettivi nella Repubblica
federale jugoslava”, ha detto il segretario generale Javier Solana. La grande
macchina militare alleata si è messa in moto con tutta la sua forza
missilistica e aerea nelle prime ore di oscurità. I cacciabombardieri sono
decollati a ondate successive dalle basi in Italia, mentre le navi Usa in
Adriatico e i B-52, altissimi nel cielo, hanno lanciato le salve di “Tomahawk”
con i computer programmati per raggiungere i loro obiettivi. È stata questione
di attimi e dalle maggiori città serbe sono cominciate a giungere le notizie
delle esplosioni. Pristina, Belgrado dove ci troviamo, Novi Sad sono colpite.
E’ l’inizio di 78 giorni ininterrotti di bombardamenti.
Flotta aerea da fine del mondo per
78 giorni di bombardamenti
I
bombardamenti della Nato sulla Jugoslavia iniziano alle 20 di mercoledi 24 marzo
1999. A New York, su richiesta di Mosca, si riunisce il Consiglio di sicurezza
delle Nazioni unite che pur ribadendo di essere l’unico organismo
internazionale legittimato a decidere eventuali azioni di forza a favore della
pace, non avalla e non condanna l’intervento Nato. Il giorno successivo la
Jugoslavia rompe le relazioni diplomatiche con Stati Uniti, Gran Bretagna,
Germania e Francia. Il 27 marzo inizia l’esodo di kosovari in Albania e
Macedonia. Da allora, ognuna delle 78 giornate di bombardamenti viene indicata
dal comando Nato di Bruxelles come una escalation rispetto al giorno
precedente.
Il primo
aprile, tra le 4.55 e le 5.30, un intenso bombardamento su Novi Sad, in
Vojvodina, abbatte in Ponte Vecchio (Marshal Tito) sul Danubio, colpisce il palazzo
dell’Università, danneggia la fortezza medioevale di Petrovaradin e la Chiesa
del monastero di San Juraj, del 1714. L’attacco, secondo fonti dell’US Air
Force, è stato condotto da B-2, con Joint Direct Attack Munitions (JDAMs),
proiettili a guida satellitare.
Nel
bombardamento del 2 aprile nell’area di Orahovac (nella zona dove è attualmente
insediata la super base militare USA di Bonsteel), secondo le autorità serbe
vengono usate cluster bonb che feriscono sei civili, tra cui due bambini. Dal 4
aprile iniziano i bombardamenti delle raffinerie nella zona di Pascevo, nord di
Belgrado, che si protraggono per settimane, provocando gravi danni ambientali,
emissione di fumi tossici, e sversamento di sostanze chimiche venefiche nelle
acque del vicino Danubio. Scatta l’allarme chimico successivamente annullato
per la mancanza di strumenti di protezione. All’ora di colazione viene
consigliato di proteggersi le vie respiratoria con stracci bagnati. Secondo
Human Rights Watch, sono usate ‘precision-guided munition’ (PGM).
Il 6 aprile,
nel bombardamento di baracche militari vicino ad Aleksinaz, restano uccisi 10
civili e altri trenta sono feriti. Secondo l’agenzia di stampa jugoslava Tanjug
vengono daneggiati o distrutti almeno 400 appartamenti. Una bomba esplosa
accanto all’autostrada Belgrado-Nis colpisce altri venti civili. La Nato
definisce l’episodio un “incidente di guerra”. Il Commodoro dell’aria, David
Wilby, spiega che “è sempre possibile che una delle nostre bombe finisca fuori
bersaglio”. Testimoniando al Congresso, il 14 aprile, il generale Henry
Shelton, descrive il fatto come “Il primo incidente con civili coinvolti”.
Il generale
Shelton s’era dimenticato di dire che alle 12.30 del 7 aprile, in un attacco
aereo attorno a Pristina, furono uccisi nove civili e otto furono feriti
gravemente. Tra le vittime, la famiglia Gashi, chiaramente kosovara albanese:
il padre Mesud, la madre Dijana, e i piccoli Dea, Rea, e Demis. Il 9 aprile la
Nato ammette di aver colpito obiettivi civili. “Due o trecento metri fuori
bersaglio” ammette il solito Commodoro dell’aria David Wilby. Altre vittime
civili per colpi fuori bersaglio l’8 aprile a Cuprica (danneggiata una scuola,
negozi e una palestra), il 14, vicino ai villaggi di Merdare e Mirovac (una
mamma con la la figlioletta di un anno, più un altro bimbo di 11 mesi).
NATO a Merdare
Secondo un
reportage del New York Times, “in Merdare, NATO bombs and
anti-personnel cluster bombs demolished four houses early Sunday morning,
killing five…. A number of pigs and cows were killed and injured….”. “A
Merdare, bombe NATO e bombe a grappolo antiuomo hanno demolito quattro case
nelle prime ore di domenica mattina, uccidendo cinque persone…. Numerosi maiali
e mucche sono stati uccisi e feriti da bombe a grappolo antiuomo della NATO”.
Il 12 Aprile
tocca ad un treno passaggeri, lungo la linea tra Belgrado e Ristovac, sul
confine con la Macedonia, in località Grdelica, su un ponte che supera la Juzna
Morava. 20 morti. Il missile partito da un F-15E Strike Eagle e diretto da un
“AGM-130 electro-optycal precisioni-guides munition” (PGM). L’episodio è tanto
grave da spingere lo stesso comandante delle operazioni Nato, generale Wesley
Clark, a sostenere che il pilota avrebbe puntato il missile contro il ponte
prima che apparisse il treno. Una sorta di “Super-Euro-Star” da 300 l’ora,
secondo il filmato proposto giorni dopo dal portavoce Nato a Bruxelles Jamie
Shea. Peccato che il filmato sia stato proiettato a velocità doppia, per dare
foga ad un asmatico treno locale che arrancava lungo una linea vecchia e
precaria.
Il 14 aprile
accade di peggio. Tra le 1 e mezza e le 3 e mezza di pomeriggio, in piena luce,
una serie di convogli di profughi kosovari albanesi che spingono i loro
trattori sovraccarichi lungo la strada tra Djakovica e Decani, vengono confusi
con colonne militari jugoslave e bombardati ripetutamente. 73 uccisi e 36
feriti secondo le autorità di Belgrado. Secondo il Comitato per il “Compiling
Data on Crimes Against Humanity and International Law”, vi sarebbero stati 82
morti e 50 feriti.
L’incidente
apre una feroce polemica sui bombardamenti Nato. La difesa d’ufficio, spesso
ridicola, accentua l’indignazione per il dramma. Il Pentagono ipotizza che
convogli militari serbi abbiano attaccato le colonne di profughi dopo i raid
dei caccia-bombardamenti Nato. Secondo il portavoce del Pentagono Ken Bacon, il
generale Usa e comandante Nato Wesley Clark assicura che i suoi piloti hanno
attaccato solo veicoli militari. Il giorno dopo la Nato ammette che, “Following
a preliminary investigation”, uno dei suoi aerei avrebbe colpito con “una bomba
un veicolo civile”.
Lo stesso
giorno il corrispondente della France Pres dal Kosovo, il reporter del Los
Angeles Times, Paul Watson, e due troupes televisive greche raggiungono la
zona del massacro. “Corpi carbonizzati o fatti a pezzi, trattori ridotti a bare
collettive e case in rovina”, batte il primo dispaccio dell’AFP. Secondo
l’agenzia di stampa, i convogli colpiti e distrutti sono stati due. Il cronista
del Los Angeles Time scrive di piccoli creteri e frammenti di
proiettili col marchio US. Racconta inoltre di una “estensive shrapnel
dispersion” dopo esplosioni avvenute in aria, descrivendo l’uso di cluster
bomb.
Secondo la
testimionianza di un superstite kosovaro albanese, Safet Shalaj, raccolta da Human
Rights Watch, il suo convoglio era formato da sette trattori con rimorchi
sovraccarichi e diverse auto. “Nel mio trattore sono morte 15 persone. Dopo le
bombe, con chi è sopravissuto, ci siamo rifugiati in una casa con la polizia
serba”. Testimonianza di Kole Hasanaj. “Quando in cielo spuntarono gli aerei,
per la strada c’era il nostro convoglio di trattori e anche alcuni veicoli
militari. Nel caos delle bombe ci siamo mischiati. Io ho contato 23 persone
uccise nel mio trattore. Ce n’erano altri attorno. Forse 27, 28. La Nato ha
bombardato cinque volte. Nessuno dei veicoli militari è stato danneggiato”.
Il povero ‘Jamie Sceim’
Il 16 aprile
il portavoce Nato Jamie Shea ed il generale italiano Giuseppe Marini assicurano
“in one case and one only”, è stato colpito un bersaglio civile, mentre tutti
gli altri ordigni sono stati diretto contro veicoli militari. Il 19 aprile,
nuova versione. La Nato ammette che nel bombardamento del primo convoglio sono
stati coinvolti 12 aerei che avrebbero lanciato 9 bombe. L’attacco al secondo
convoglio parte perché la colonna di trattori “pace and formation were of a
typically military nature”. Forse perché si muovevano in colonna.
“This is a
very complicated scenario and we will never be able to establish all the exact
details”, confess ail generale USA Daniel Leaf, comandante del 31st ad
Aviano, da dove gli F-16s della strage sono partiti. Sempre secondo
l’ineffabile Daniel Leaf, dopo il bombardamento Nato, le forze armate serbe
avrebbero attaccato i profughi con cluster bomb e granate. Il 17 aprile, a
seguito di un bombardamento sull’aeroporto militare di Batajnica con altre
vittime civili, l’organizzazione per la difesa dei Diritti Umani rileva come
“Evidence indicated that a weapon-possibly a cluster bomb
submunition-exploded”.
Dalle 2.06
alle 2.20 del 23 aprile, alcuni missili Nato lanciati da un B-2 colpiscono e
distruggono l’edificio centrale della Radio Televisione Serba, in via
Aberdareva, nel centro di Belgrado. Sedici tecnici e operai morti e altri
sedici feriti. Da quella sede, sino a poche ore prima, avevo mandato via
satellite i miei reportage televisivi verso l’Italia. Del massacro sono stato
praticamente testimone diretto. Poche ore prima avevo nuovamente segnalato ai
colleghi serbi della “latitanza” dei giornalisti americani ed inglesi,
evidentemente preavvertiti del nuovo bersaglio. Poche ore dopo, nella notte,
assistevo all’inutile ricerca dei loro corpi tra le macerie fumanti. Le
polemiche internazionali su quel bersaglio avranno anche momenti di
ricostruzione mostruosamente scorretta e faziosa in trasmissioni tv segnate da
personali cattiverie.
Nel
pomeriggio del 27 aprile, l’attacco aereo alla caserma Jovana Jovanovica Zmaja,
a Surdilica, nel sud-est della Serbia, alcuni ordigni colpiscono i quartieri di
Zmaja, Mioroljuba Stanojevica, Jugoslovenska, e Stojana Stamenkovica. Per
alcune fonti il risultato è di sedici morti e moltissimi feriti, tra cui dodici
bambini tra i 5 e i 12 anni. Secondo altre fonti, i morti sarebbero stati 20
tra cui 12 bambini. Sono stato la sera stessa a Surdulica, ed il terreno era
arato da crateri di bomba. Il 28 aprile, dal comando Nato di Bruxelles il
generale Giuseppe Marani spiega che “dopo 4000 attacchi, può accadere”.
“Effetti collaterali della guerra”.
Il primo
maggio, pomeriggio, attacco al ponte sul fiume Lab, vicino al villaggio di
Luzane, in Kosovo. Col ponte viene colpito un pullman carico di passeggeri. 39
morti e 30 feriti, secondo alcune fonti. Secondo il governo jugoslavo, le
vittime sarebbero state 57. Sempre secondo Belgrado i caccia Nato avrebbero
bombardato anche le ambulanze di soccorso ferendo un dottore. La Nato ammette
l’errore: “era una strada militare”. Il colonnello Konrad Freytag spiega poi
come, “Sfortunatamante, after the weapon’s release, a bus crossed on the bridge
but was not seen by the pilot whose attention was focused on his aim point
during weapon trajectory”. Due giorni dopo, praticamente il bis, nell’area di
Savine Vode, sempre Kosovo. Bersaglio ancora una volta un autobus, questa volta
di linea (Pec-Rozaje). 70 morti e 50 feriti. Per la Nato, questa volta s’è
trattato di un errore nei piani di attacco.
Le tante
volte denunciate cluster bomb compaiono questa volta ufficialmente (con la
conferma di HRT e della stessa Nato), il 7 maggio a Nis, nel sud est della
Serbia. 14 vittime e 28 feriti. Il bersaglio era l’aeroporto e gli ordigni
finiscono a 1 chilometro e mezzo di distanza. Le piccole bombe anti uomo colpiscono
l’istituto di Patologia del Medical Center, agli uffici del rettorato
dell’Università, un mercato nel centro città, la stazione dei bus di
Nis-Fortezza vicino al fiume. Diverse piccole bombe inesplose sono recuperate
dagli artificieri in altri quartieri della città. La Nato conferma l’attacco
che era diretto ai depositi carburante della Jugopetrol, ma non fa cenno agli
ordigni usati. Il Segretario generale della Nato Xavier Solana ammette l’errore
di bersaglio e precisa che l’uso delle cluster bomb era stato 2ritenuto
appropriato al bersaglio previsto”. Dal generale Walter Jertz sappiamo che su
Nis sono cadute le cluster bomb CBU-87.
L’ambasciata cinese
Lo stesso 7
maggio, pochi minuti prima della mezza notte, mentre alcune bombe colpiscono
nuovamente le sedi del ministero degli interni in Knesa Milosa, nel cuore di
Belgrado, uno, forse due proiettili colpiscono l’ambasciata cinese, in
Umetnosti Boulevard. Tre morti e venti feriti tra il personale dell’ambasciata.
Testimone diretto dell’evento, ero nei pressi, ricordo le fiamme dal tetto
dell’ambasciata, l’evidenza di una seconda esplosione (un nuovo colpo o una
esplosione interna) ed assieme l’incredulità di Roma (e non solo) alle mie
telefonate in diretta che raccontavano dell’evento. L’episodio è di una gravità
internazionale eccezionale ed immediatamente si scatena ogni possibile
dietrologia.
Difficile
parlare ancora una volta di bomba fuori bersaglio. Questa volta a muoversi è
direttamente il governo statunitense che spiega al mondo e a Pechino, scusandosi,
di aver semplicemente sbagliato strada. Cercavano il civico 2 di Umetnosti
Boulevard dove, per le loro carte, aveva sede il Direttorato Federale per
l’acquisto di armamenti (FDSP), e hanno consegnato le loro bomba a trecento
metri dal bersaglio previsto. Spedizione importante affidata ad un B-2 armato
con cinque “Joint Direct Attack Munitions” da 2000 libbre. Alcune delle cinque
bombe dello stesso B-2 finiscono sull’hotel Jugoslavia, lungo le rive della
Sava, sospettato di essere un covo delle famigerate “Tigri di Arkan”, la
formazione paramilitare e criminale di Zeljko Raznatovic, assassinato a
Belgrado nei primi giorni del 2000
«Errore della Cia» che non doveva
comparire
Le bombe sull’ambasciata sono figlie di un errore della Cia, si
giustificano Washinton e Bruxelles, scaricando sul povero direttore George
Tenet, una errata o superficiale lettura delle mappe. Avessero chiesto ad un
qualsiasi tassista di Belgrado, sarebbero andati sul sicuro. Oppure, potevano
chiedere aiuto ai due loro colleghi dell’Intelligence italiana (Sismi)
tranquillamente presenti a Belgrado nella nostra ambasciata rimasta aperta.
Leggendo le parole che pesano di Widad Tamimi
Le parole pesano - Widad Tamimi
Le parole pesano. Possono farsi carico delle
contraddizioni del mondo, restituendoci tutta la loro articolata complessità,
oppure agire al contrario: semplificare la realtà fino a svuotarla.
C’è un momento in cui le parole, staccandosi dalla storia
che le ha generate, diventano gusci vuoti, o peggio, armi retoriche destinate
non a spiegare il presente, ma a renderlo illeggibile. È partendo da questa
consapevolezza che, dalle colonne del quotidiano israeliano Haaretz, il
giornalista Bradley Burston ha lanciato una provocazione necessaria: «It’s Time
to Stop Talking About Zionism» (È tempo di smettere di parlare di sionismo). La
tesi di Burston è tanto semplice quanto radicale: l’uso ipertrofico e
polarizzato del termine «sionismo» nel discorso pubblico contemporaneo è
diventato non solo inutile, ma attivamente dannoso. Si inserisce in una guerra
di termini che, usati in senso ideologico, impedisce di affrontare l’unica vera
urgenza: la realtà materiale dell'occupazione, dei diritti umani e della
democrazia. Per Burston, il peccato originale del dibattito odierno risiede nel
fatto che il sionismo – storicamente un movimento politico ottocentesco,
frastagliato e multifila, volto a stabilire una patria per il popolo ebraico –
ha esaurito la sua spinta propulsiva nel momento stesso in cui quell'obiettivo
è stato raggiunto, nel 1948.
L'analisi che segue nasce proprio dalla volontà di aprire
un dibattito sereno e costruttivo, lontano da logiche di polemica o di
divisione ideologica. Emerge oggi, infatti, l'urgenza di fare chiarezza sui
termini che si utilizzano nel discorso pubblico, analizzando la loro evoluzione
e i loro mutamenti nel tempo. La proposta essenziale è quella di ritrovare un terreno
di confronto basato sulla tolleranza reciproca e sullo spirito democratico
attorno a concetti che rischiano di trasformarsi in armi retoriche piuttosto
che in strumenti di dialogo. Le parole dovrebbero invece conservare la capacità
di aiutare gli esseri umani a dirsi qualcosa di comprensibile; quando questa
funzione originaria viene meno, la riflessione diventa un dovere collettivo.
Questa necessità di fare chiarezza appare ancora più
evidente e attuale alla luce degli eventi recenti: dal 13 al 15 giugno si è
tenuto a Vienna il primo congresso degli ebrei antisionisti. È un evento dal
forte impatto simbolico, che richiama inevitabilmente alla memoria, per
contrasto, quel primo congresso sionista che Theodor Herzl convocò alla fine
dell'Ottocento proprio in terra austriaca. Oggi più che mai, la stessa diaspora
ebraica si trova interpellata a ragionare in modo pacato e profondo sulle
sfumature e sulle stratificazioni che questo termine ha assunto, restituendo
complessità a un dibattito troppo spesso banalizzato. Sviluppare una simile
lucidità, d’altra parte, non è solo un percorso necessario all'interno della
diaspora, ma rappresenta un passaggio fondamentale per il resto del mondo,
affinché l'opinione pubblica possa orientarsi senza accecamenti ideologici
dentro le tragedie del presente.
Cosa intende dire Bradley Burston, quando afferma sia
arrivato tempo di smettere di parlare di sionismo?
Innanzitutto che oggi, questa parola, come molte altre,
sia diventata ostaggio. Ci sono due opposte e speculari tifoserie che ne
alimentano la tossicità. Da un lato, la destra etno-nazionalista e messianica
al potere in Israele, spalleggiata dal fondamentalismo evangelico statunitense,
ha monopolizzato il termine, sovrapponendolo integralmente all'espansione degli
insediamenti in Cisgiordania e alla dottrina della supremazia ebraica. Chiunque
critichi il governo o difenda lo Stato di diritto viene marchiato come
«anti-sionista», ovvero traditore. Dall'altro lato, nel campo della solidarietà
internazionale pro-palestinese e in frange della sinistra radicale, il
«sionismo» è stato ridotto a un sinonimo totalizzante di colonialismo,
apartheid e razzismo tout court. Il risultato è un dibattito astratto e
metafisico sui massimi sistemi, che cancella la complessità e, soprattutto,
disinnesca qualsiasi pragmatismo politico. Parlare di sionismo oggi, suggerisce
Haaretz, significa perdersi in una discussione accademica mentre sul campo si
consuma la tragedia. Bisogna smettere di parlare di "ismi" e iniziare
a parlare di azioni, di leggi, di terra e di corpi.
L'articolo ha scatenato una riflessione profonda,
intercettando i settori più illuminati della sinistra israeliana e,
soprattutto, della diaspora ebraica globale, in particolare quella
statunitense, rappresentata da voci come Jewish Currents, il network di Plus61J
o intellettuali vicini a Breaking the Silence. Questa galassia critica ha
raccolto la sfida di Burston, articolandola in alcune direttrici fondamentali.
Intellettuali e attivisti come Peter Beinart hanno spesso evidenziato come le
nuove generazioni di ebrei della diaspora non si riconoscano più nella
dicotomia binaria Sionismo/Anti-sionismo. Per i ventenni di oggi, cresciuti
vedendo le immagini di Hebron o di Gaza, l'insistenza sul «sionismo delle
origini» suona come un'ipocrisia nostalgica. Chiedere a un giovane progressista
di giurare fedeltà a un «ismo» astratto mentre assiste alla deriva etnocratica
reale significa spingerlo all’allontanamento.
Allo stesso tempo, la parte più avanzata del dibattito ha
sottolineato come la trappola terminologica serva ai governi israeliani per
proteggersi dalle critiche di diritto internazionale. Se ogni obiezione alla
colonizzazione della Cisgiordania viene derubricata ad «attacco al sionismo» e
quindi all'esistenza stessa di Israele, la discussione si sposta dal piano
legale-umanitario a quello esistenziale. Una parte della sinistra israeliana
illuminata concorda sul fatto che bisogna de-ideologizzare il conflitto: non si
tratta di essere pro o contro il sionismo, ma di essere pro o contro la Quarta
Convenzione di Ginevra. Inoltre, storici e sociologi hanno ricordato che lo
stesso pensiero ebraico pre-1948, da Hannah Arendt a Martin Buber, includeva
visioni culturali e binazionali non stataliste. Liberarsi dal dogma del
sionismo d'ordinanza permetterebbe di rimettere al centro l'unica soluzione
praticabile, ovvero il principio di «un uomo, un voto» e della parità assoluta
di diritti civili e politici tra il Giordano e il Mediterraneo.
Continuare a processare la storia del XX secolo non salverà
una sola vita a Gaza, né smantellerà un singolo avamposto illegale sulle
colline di Nablus. Abbandonare l'uso di una parola abusata non significa
dimenticare la storia, ma decidere di abitarla. Significa costringere la destra
israeliana a rispondere delle proprie leggi discriminatorie senza lo scudo
dell'epica pionieristica, e costringere la comunità internazionale a misurare
Israele per ciò che fa, non per ciò che desiderava essere ed è già diventato:
uno Stato. Sia la liberazione dei palestinesi, che la salvaguardia del futuro
degli israeliani non passano dalle vecchie formule del secolo scorso. Hanno
invece bisogno del coraggio di nominare l'ingiustizia con il suo nome presente:
occupazione, disuguaglianza, assenza di democrazia. Tutto il resto è fumo
ideologico negli occhi di chi soffre.
Quella deriva autoritaria che sta svuotando Israele -
Widad Tamimi
(da Il Manifesto del 18-6-26)
C’era un tempo in
cui l’idea stessa che lo Stato ebraico potesse sbarrare le porte o espellere un
cittadino di fede ebraica era semplicemente inconcepibile. La Legge del
Ritorno, pilastro fondativo del 1950, era nata proprio per garantire un rifugio
automatico e universale alla Diaspora ebraica, in netta contrapposizione alla
politica del Non Ritorno che invece nega categoricamente lo stesso diritto ai
profughi palestinesi, per tutelare la maggioranza demografica ebraica.
Oggi, d’altra
parte, anche dogmi come la Legge del Ritorno possono crollare pur di sostenere
l’ideologia nazionalista e messianica che guida Israele. Nell’ultimo anno,
persino attivisti internazionali ebrei, giunti nei territori palestinesi per
progetti di «presenza protettiva» – scudi umani pacifici a difesa dei villaggi
palestinesi sotto attacco – sono stati arrestati e deportati con procedure
d’urgenza.
Da Leila
Stillman-Utterback, diciottenne figlia di un rabbino del Vermont processata nel
cuore della notte, fino a membri del Center for jewish nonviolence, il copione
si ripete: l’accusa formale è la violazione di «zone militari chiuse», ma la
condanna reale è politica. Chi non si allinea all’agenda della destra diventa,
di fatto, un «nemico dello Stato».
Non si tratta di
incidenti isolati, ma di una precisa strategia della destra ultranazionalista,
che da tempo spinge per riforme legislative che escludano i convertiti non
ortodossi dall’accesso alla cittadinanza. Una mossa che mira a recidere il
legame con l’ebraismo riformato e progressista internazionale, che rappresenta
la stragrande maggioranza della Diaspora negli Stati uniti e che si dimostra
sempre più critico verso le violenze dei coloni e l’occupazione.
Il messaggio che
giunge è chiaro: l’unico ebreo gradito è quello compiacente. Chi manifesta
solidarietà con la popolazione palestinese perde il proprio «privilegio»
identitario e viene trattato alla stregua di un elemento sovversivo.
Ma la stretta
autoritaria non si limita a respingere chi viene da fuori; sta spingendo chi è
dentro ad andarsene. Israele sta attraversando una crisi demografica e sociale
senza precedenti, un vero e proprio «esodo dei laici». Tra il 2024 e il 2025,
oltre 150mila israeliani hanno lasciato stabilmente il Paese (circa 82.700 solo
nel 2024, a fronte di pochissimi rientri). Sebbene il carovita insostenibile e
la perenne precarietà securitaria siano i motori materiali di questa fuga, la
componente ideologica è il fattore scatenante per la classe media e
progressista.
Secondo i dati
dell’Israel democracy institute, la spinta a emigrare è fortemente polarizzata:
oltre il 40% dei cittadini ebrei di sinistra dichiara di voler abbandonare il
Paese, contro meno del 20% di chi si identifica con le posizioni della destra.
A partire sono soprattutto i giovani tra i 20 e i 30 anni – i medici, gli
accademici e i professionisti del settore tecnologico provenienti dall’area
liberale di Tel Aviv.
Se da un lato la
paura della deportazione minaccia di svuotare i territori occupati della
presenza di osservatori internazionali, dall’altro la fuga dei cervelli e del
dissenso rischia di lasciare Israele (e i palestinesi) in mano a una coalizione
teocratica e militarista. Un vicolo cieco in cui lo Stato ebraico, per
difendere l’occupazione, sceglie di rinunciare alla sua stessa complessa e
plurale identità.
A fare da
contraltare a questo esilio forzato del dissenso interno è l’accoglienza che i
governi europei riservano, invece, alla macchina bellica di Tel Aviv. Nessuna
discrezione: lo sbarco dei riservisti israeliani negli scali europei ha invaso
i nostri Paesi con la forza d’urto di una vera e propria occupazione logistica.
Chi si trovava
negli aeroporti di Cagliari-Elmas o in Sicilia ha assistito a scene surreali,
con voli charter dedicati che scaricavano centinaia di passeggeri accolti non
da navette turistiche, ma da dispositivi di sicurezza mai visti in tempo di
pace. Flotte di van dai vetri oscurati, scorte armate e un dispiegamento
continuo di reparti mobili hanno squarciato la normalità, rendendo
immediatamente palese alla popolazione locale che quelle in arrivo nelle nostre
regioni non erano affatto comitive di pacifici vacanzieri, ma truppe d’élite di
uno Stato in guerra.
Il corto circuito
si fa ancora più intollerabile una volta che la colonna militarizzata varca i
cancelli dei grandi resort, svelando i paradisi blindati e l’alto prezzo della
sicurezza. Oasi di relax storicamente aperte al pubblico si sono trasformate,
dall’oggi al domani, in cittadelle fortificate e inaccessibili. Cordoni
sanitari di forze dell’ordine italiane, cecchini appostati, bonifiche continue
degli artificieri e la presenza pervasiva di agenti del Mossad e della
sicurezza interna israeliana hanno ridisegnato i confini della sovranità
nazionale. Si tratta di un’imponente macchina da guerra finanziata e garantita
dallo Stato per assicurare l’assoluta inviolabilità del cosiddetto «riposo del
guerriero», blindando chilometri di costa.
Questo sfarzo
militarizzato, anziché rassicurare, ha agito da detonatore per il rifiuto
sociale di una complicità imposta, scatenando la rabbia e la mobilitazione dal
basso. Vedere le spiagge occupate per garantire una bolla di lusso e di
«decompressione» a chi è appena reduce dalle devastazioni di Gaza ha spinto
sindacati, associazioni e comitati studenteschi a rompere il muro del silenzio
con picchetti e contestazioni durissime ai cancelli dei complessi alberghieri.
L’ostentazione di
una protezione così asimmetrica svela l’ipocrisia profonda delle istituzioni
europee: mentre i decreti internazionali e la diplomazia di facciata invocano
tregue e condannano i massacri, i nostri governi stendono i tappeti rossi e
mobilitano i nostri eserciti per proteggere, coccolare e nascondere chi quelle
violazioni le commette materialmente sul campo. Chiudendo il cerchio di una
democrazia svuotata di senso tanto a Tel Aviv quanto in Europa.
Israele, la deriva
morale è un macabro spettacolo - Widad Tamimi
Non c’è limite al
ribaltamento della realtà nell’era della narrazione social della destra
messianica israeliana. L’ultimo capitolo di questa strategia della provocazione
permanente vede il ministro della sicurezza nazionale, figura di punta
dell’oltranzismo colono, protagonista di un video in cui schernisce i
prigionieri della Flotilla.
Trasformando la
detenzione illegale e la privazione dei diritti in uno spot elettorale. «Siamo
noi i padroni di casa qui», urla Ben Gvir alla telecamera, mentre passeggia tra
i corpi degli attivisti costretti a terra, legati e impossibilitati a muoversi.
«Erano venuti pieni di arroganza, guardateli ora. Non sono eroi, ma complici
del terrorismo».
Nessuna traccia,
in lui, della solennità che ci si aspetterebbe da un uomo dello Stato. Nessuna
eleganza politica, nessun rispetto per la gravità del ruolo istituzionale che
ricopre. Avanza con una postura sformata, quasi animalesca, le mani piantate
sui fianchi o agitate nell’aria come quelle di un imbonitore da fiera. Ben Gvir
non porta l’autorità della legge, ma la volgarità del bullo di periferia che ha
finalmente ottenuto le chiavi della stanza dei bottoni. Si pianta davanti alle
telecamere a gambe divaricate, lo sguardo ridotto a due fessure cariche di un
disprezzo viscerale, un ghigno asimmetrico stampato sul volto che trasuda una
spietata compiacenza.
«Chi sono i
padroni di casa qui?» non è una domanda, piuttosto uno sputo in faccia al mondo
che lo guarda. In quella frase c’è l’essenza della sua ascesa: la rozzezza di
un linguaggio ridotto a slogan da stadio, l’assoluta incapacità di concepire la
legittimità umanitaria o politica minima. Per lui, quegli uomini non sono
prigionieri da gestire secondo il diritto, ma carne da calpestare per
riaffermare un dominio.
Non è una novità; è lo stesso identico stile appreso nei suoi anni da agitatore
di strada, quando cercava la rissa e il flash dei fotografi sui marciapiedi di
Gerusalemme. Solo che adesso quel fare provocatorio e quella stessa violenza
verbale sono stati elevati a politica ufficiale, istituzionalizzati dietro la
targa tirata a lucido di ministro della sicurezza nazionale.
Ogni sua visita
ispettiva nei penitenziari in cui vengono detenuti i palestinesi si trasforma
in un macabro pezzo di teatro a favore di telecamera. Entra nei bracci di
massima sicurezza non per controllare, ma per infierire, pretendendo con
petulante ferocia l’irrigidimento di ogni restrizione, il taglio di ogni
diritto elementare. Ogni suo gesto, ogni parola sprezzante lanciata oltre le
sbarre, non cerca la giustizia, ma il boato del suo elettorato, nutrito
quotidianamente con lo spettacolo della degradazione altrui.
L’effetto reale è
la messa in scena di una deumanizzazione sistematica, dove i corpi di civili –
medici e cooperanti internazionali, invece che i palestinesi contro cui si
accanisce di solito – diventano trofei da esibire. Un’esibizione pornografica
che certifica il collasso del diritto: nelle carceri di Ben Gvir la violazione
delle convenzioni internazionali non è più una colpa da nascondere, ma un
vanto. Non si tratta di un caso isolato, ma di un modus operandi volto a
cannibalizzare il consenso a destra del Likud, blindando il proprio potere
attraverso la spettacolarizzazione della crudeltà.
Le immagini
arrivano nel momento più teso dell’operazione di pirateria condotta dalle forze
israeliane: il sequestro della Lina al-Nabulsi – l’ultima imbarcazione della
Global Sumud Flotilla partita dalla Turchia – e l’assalto alla motonave
Girolama, che batte bandiera italiana. L’operazione, condotta in acque
internazionali con l’uso di proiettili di gomma contro volontari disarmati, si
è conclusa con la deportazione ad Ashdod di oltre 400 attivisti umanitari di 44
diverse nazionalità. Per tutta risposta, almeno 87 dei fermati hanno annunciato
uno sciopero della fame a oltranza contro l’isolamento e l’arbitrarietà del
loro rapimento.
Tra questi, i ventinove italiani detenuti formano un gruppo eterogeneo che
unisce l’impegno civile alla solidarietà. È una vicenda che sposta l’asse
dell’emergenza: la richiesta di liberazione immediata dei sequestrati è un
dovere politico inderogabile per la Farnesina e i governi europei.
Al di là della
retorica securitaria, emerge lo smantellamento progressivo dello Stato di
diritto all’interno delle stesse istituzioni israeliane. La pubblicazione di
immagini di detenuti in stato di costrizione viola apertamente la Convenzione
di Ginevra, ma nella Knesset di oggi, e ancor di più nel gabinetto di Benjamin
Netanyahu, le norme internazionali sono vissute come lacci burocratici da
recidere.
Una deriva che ha riacceso il durissimo scontro interno alla società
israeliana. Se i media mainstream tendono a normalizzare la linea del governo,
la stampa progressista ha denunciato il video come l’ennesima macchia
indelebile sulla coscienza morale del Paese. Sulle colonne di Haaretz, gli
editorialisti più accorti sottolineano come questa violenza esibita distrugga
quel poco che resta della legittimità internazionale di Israele.
Il video di Ben
Gvir funge tuttalpiù da conferma esplicita delle accuse di violazione
sistematica mosse dagli organi Onu. Questo manifesto visivo è l’ennesimo
segnale di un Paese che, nel silenzio complice di gran parte dell’Occidente,
sta smarrendo i confini della propria umanità, spingendo l’esibizione della
forza fino alla definitiva legittimazione dell’inciviltà giuridica.
domenica 21 giugno 2026
Tibi e Tàscia - Saverio Strati
un libro che racconta la storia dell'amicizia di Tibi e Tàscia, ma anche di tutti gli altri bambini e bambine del loro villaggio.
e però raccontando quella storia Saverio Strati racconta anche una storia di povertà estrema, ai limiti della sopravvivenza, di ricconi che sono i padroni delle terre, e di tutto, che sfruttano e insieme fanno i buoni, una storia politica, insomma, in una Calabria che non sembra uscire dal feudalesimo.
a Tibi e Tàscia (diminutivi di Tiberio e Teresa) non potrai non affezionarti, se ancora ti scorre il sangue nelle vene.
Tibi e Tàscia è un libro imperdibile, per grandi e non solo, dovrebbe essere un libro di testo per i bambini delle medie, come I promessi sposi e La Divina Commedia lo sono alle scuole superiori, finchè non saranno sostituiti da Il signore degli anelli.
Prefazione di Goffredo
Fofi:
"C'è forse un altro romanzo italiano così fitto di
dialoghi, così impastato di un presente diretto, di concreta quotidianità, di
infantile (e dunque assoluta) verità? Ritorna Tibi e Tàscia di Saverio Strati,
fitto di cose piccole e necessarie, uno dei più significativi romanzi del
nostro Novecento e della letteratura che ha raccontato il mondo com'era, in
particolare il mondo contadino. Quel che Tibi e Tàscia apprendono
dell'esistenza - la natura e il lavoro, la terra e il paese, i simili e i
diversi, i servi e i padroni, la fame e la festa, la prepotenza e l'amore, il
femminile e il maschile - non è qualcosa che appartiene solo a loro, riguarda
anche i loro coetanei e riguarda l'interezza dell'uomo, nello specifico
dell'età del gioco e della scoperta. Ben pochi romanzi italiani sono
paragonabili a questo, nella sua capacità di aprirci a un paesaggio completo e
complesso, e però affrontato con la balda capacità dei bambini di farlo
proprio, di acquisirlo ed esperirlo giorno per giorno, nel variare delle
stagioni e nella costanza dei confronti. Questo «romanzo dell'infanzia» scritto
da un giovane calabrese che ha potuto accedere agli studi (e all'emigrazione
come scoperta e come possibilità) difficilmente chi oggi lo scopre potrà
dimenticarlo. Questa scoperta sarà per lui qualcosa di più che la scoperta di
un buon romanzo, bensì quella di uno dei più bei romanzi sull'infanzia che si
conoscano, degno dei più grandi, ma con una sua diversità tutta nostra, tutta
italiana".
…Nell’interstizio tra
l’infanzia e l’adolescenza, i bambini che non vanno a scuola restano soli tutto
il giorno e s’incontrano a giocare nella piazzola. Tascia, ovvero Teresa
Ventura, è vivace e linguacciuta, in perenne polemica con la madre e il
fratello maggiore e sempre protetta dal padre, che ha un debole per lei. Le
pesa accudire il più piccolo dei suoi fratelli, Ciccio, di due anni, e dover
fare piccoli servizi, come prendere l’acqua alla fontana e accendere il fuoco
per cuocere i legumi per la sera, ma i suoi doveri non le impediscono di
passare buona parte del suo tempo a giocare a nocciole. Quando accumula castelli («un
castello è composto di quattro nocciole»; e lei arriva anche a cento) si sente
«la più ricca di tutte le ragazze del mondo». Tibi, ovvero Tiberio Fideli,
orfano di padre, è andato a scuola «sino alla terza, sino a due anni fa. Poi
mia madre non mi ha più mandato a scuola, perché non aveva i soldi per i libri
e per la tessera. I libri costano molto, lo sai tu? E per la tessera il maestro
pretendeva cinque lire e mia madre mai aveva da darmele.» L’incontro tra Tascia
e Tibi apre la solitudine dei due ragazzini ad una condivisione non solo di
giochi e di piccoli lavori ma di pensieri ed emozioni: «Andavano alla fontana
assieme e parlavano di tante cose: di Dio, del cielo, delle stelle, degli
uccelli e del mare, dei loro amici, parlavano.».
La loro voglia di
giocare e ancora giocare è attraversata dalla consapevolezza, venata di
malinconia, che, questo, sarà il loro ultimo Natale spensierato: si appresta
per entrambi il tempo del lavoro: che è sì, diventare grandi, ma, anche e forse
soprattutto, essere sotto il giogo di una fatica senza respiro…
