domenica 23 agosto 2026

L’industria cinese avanza: cosa fare? - Vincenzo Comito

Il resto del mondo sta assistendo insieme con ansia e meraviglia alle crescenti prestazioni dell’industria cinese in patria e all’estero, dalla produzione dei robot umanoidi e delle auto volanti in patria sino ai 1.200 miliardi di dollari di avanzo commerciale con il resto del mondo nel 2025, con una elevata dinamica di crescita che sembra proseguire nel 2026. In effetti nei primi cinque mesi dell’anno in corso le esportazioni cinesi sono cresciute ancora del 15,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e sembrano ancora accelerare; nel mese di maggio la crescita è stata del 19,4%. Intanto alcune previsioni stimano che entro il 2030 il peso dell’industria del paese asiatico sul totale mondiale si avvicinerà al 50%. Nel 2001 la Cina otteneva l’ingresso nell’Organizzazione Mondiale per il Commercio. Ne era seguito quello che sarà poi un vero e proprio shock in Occidente, con le merci del paese asiatico, peraltro di frequente prodotte da imprese del Nord del mondo insediate nel paese, che cominciarono a invadere i mercati occidentali a prezzi molto bassi; negli Stati Uniti in particolare ci si trovò di fronte a un China price imbattibile. Ma nell’ultimo periodo si sta assistendo a un secondo shock, ancora più temibile del primo; questa volta non si tratta di prodotti, o solo di prodotti, a basso valore aggiunto, ma di merci di alto livello tecnologico, di nuovo a prezzi che sfidano ogni concorrenza. Il panico sembra diffondersi nel resto del mondo. Nelle note che seguono cerchiamo di dare alcune informazioni soltanto su alcuni aspetti di tale fenomeno in atto.

Preliminarmente appare utile ricordare che ci sono alcune presunte regole che si davano per scontate sui manuali di economia e che sembravano apparentemente confermate sino ad oggi nella pratica. La prima prevedeva che nei processi di industrializzazione i vari paesi si specializzassero all’inizio nelle produzioni a basso costo della manodopera e a basso valore aggiunto; man mano che poi il processo di sviluppo andava avanti essi si sarebbero diretti verso produzioni a più alto valore aggiunto e a più alto costo del lavoro, abbandonando progressivamente i settori più arretrati. La seconda, messa a punto a suo tempo da David Ricardo, detta anche dei vantaggi (o dei costi) comparati, teoria alla base degli scambi internazionali, affermava che era opportuno che ogni paese si specializzasse sulle produzioni che sapeva fare relativamente meglio, su cui cioè aveva un vantaggio comparato e che provvedesse poi su queste basi a scambiare i suoi beni sui mercati internazionali; così conveniva al Portogallo produrre vino che poi poteva scambiare con i tessili inglesi; i due paesi avrebbero tratto vantaggio reciproco da tale specializzazione. La terza e forse più importante prevedeva infine che il mercato fosse più forte e più capace di orientare le scelte economiche delle imprese rispetto alla mano pubblica e alla pianificazione, che dovevano quindi lasciare al mercato stesso la massima possibilità di libera esplicazione. Per due secoli in Occidente si è affermato che il mercato era l’unico meccanismo in grado di coordinare un’economia complessa e che ogni tentativo di sostituirlo con un piano era condannato al fallimento (Arlacchi, 2026). Come si è affermato da qualche parte il mercato era un cavallo selvaggio impossibile da domare. La più evidente conferma a tale ultima legge è sembrata a suo tempo essere stata la pessima performance dell’economia dell’Unione Sovietica, rigidamente pianificata.

Lo sviluppo cinese, soprattutto negli ultimi anni, tende invece a mostrare che ci si può fare sostanzialmente beffe di tutte e tre tali presunte regole e contemporaneamente prosperare. Se guardiamo ai processi di sviluppo della Cina, essi sono andati avanti in maniera apparentemente classica, avviandosi prima nei settori tradizionali come il tessile-abbigliamento per passare poi a produzioni sempre più sofisticate, mentre il costo del lavoro aumentava piuttosto velocemente. Ma questo con alcune varianti. Intanto, mentre oggi il paese è ormai in testa o sostanzialmente alla pari con gli Stati Uniti nella gran parte dei settori avanzati (nel 2024 la spesa in ricerca e sviluppo del paese asiatico ha raggiunto quella degli Stati Uniti ed ormai la ha sorpassata) non ha però abbandonato quelli più tradizionali. Qualcuno ha fatto l’ipotesi che di questo passo la Cina paradossalmente non avrà più bisogno di importare alcunché e si specializzerà in tutto. Si tratterebbe in qualche modo di una smentita clamorosa della teoria dei costi comparati di Ricardo. Visto da un altro punto di vista, il paese tende all’autosufficienza produttiva in tutti i settori, sia per evitare le minacce sempre presenti degli Stati Uniti sia per un richiamo alla Storia del paese che ha sempre teso a tenersi distaccato dal resto del mondo. Naturalmente si tratta di un paradosso. La Cina avrà presumibilmente bisogno di importare ancora per lo meno delle materie prime e presumibilmente dei semilavorati, ma anche qualcosa nel campo dei prodotti finiti.

Come abbiamo indicato, nonostante la forte crescita dei salari nel tempo nel paese la Cina controlla ancora una storicamente inusuale quota di produzioni tradizionali a livello mondiale, superando come capacità competitive anche paesi con dei livelli di salari di diverse volte più bassi. Più in generale si può dire che le produzioni industriali possono essere in generale suddivise in quattro categorie, a bassa, media, alta tecnologia, più quelle basate sulle risorse naturali, quali le raffinerie di petrolio. Ora, tra il 2010 e il 2024 la quota di mercato cinese sulle esportazioni mondiali è cresciuta in tutte e quattro le categorie (The Economist, 2026, a). Tra le ragioni in particolare che spiegano la persistente forza dei settori tradizionali del paese asiatico stanno in primo piano l’utilizzo spinto dell’automazione, della robotica e altre innovazioni tecnologiche, poi le economie di scala, infine il fatto che nel paese ci sono rilevanti scarti di salari tra le sue varie aree geografiche (The Economist, 2026, a) e che quindi per le produzioni tradizionali si possono localizzare le fabbriche in quelle più povere. Per quanto riguarda la terza legge la Cina sembra aver trovato il giusto equilibrio tra piano e mercato, non rinunciando alla direzione cosciente dell’economia, ma ponendola su nuove e ingegnose basi, riuscendo alla fine a domare il cavallo selvaggio. Le teorie economiche tradizionali affermavano che nessuna autorità centrale sarebbe stata in grado di raccogliere ed elaborare i milioni di dati dispersi tra milioni di individui che il mercato aggrega invece automaticamente, rendendo quindi il socialismo impossibile; ma i mezzi di calcolo odierni sono ormai in grado di svolgere le due funzioni del mercato, quella di rivelare ciò che la gente desidera e decidere dove occorre investire. Tali compiti sono ora potenziati in Cina dal crescente uso dell’intelligenza artificiale. Del resto è quello che avviene in realtà già da tempo nelle grandi società americane (Arlacchi, 2026). Ma al di là della teoria, è sotto gli occhi di tutti il fatto che la Cina è riuscita nel compito di conciliare Stato e mercato, sia pure forse al prezzo di qualche più o meno moderato spreco di risorse, che presumibilmente i progressi nell’uso dell’IA dovrebbero contribuire a ridurre.

La situazione nuova portata dallo sviluppo recente dell’economia cinese può essere guardata con riferimento ai paesi avanzati dell’Asia e a quelli dell’Unione Europea. I tre paesi asiatici in argomento (Giappone, Corea del Sud, Taiwan) stanno registrando un boom economico rilevante grazie in particolare alla spinta derivante dall’IA statunitense, che richiede per andare avanti i prodotti di tali paesi. Ma il resto dell’economia del ricco Nord-Est dell’Asia si va invece deindustrializzando. La ragione di tutto questo sta nella sempre più forte concorrenza cinese (The Economist, 2026, b). Quest’ultimo paese una volta importava dell’Asia del Nord-Est componenti ad alto valore aggiunto e capitali mentre vi esportava poi i relativi prodotti finiti con un’attività di assemblaggio a basso valore aggiunto. Ma ora essa compete su tutta la catena del valore con gli altri paesi e anzi li spinge verso il deficit della loro bilancia commerciale. Auto, macchinari, batterie, prodotti chimici sono alcune delle produzioni nelle quali la Cina aumenta la pressione. I tre paesi non sembrano avere delle idee chiare su cosa fare in presenza anche di una domanda interna molto debole e in relazione anche al fatto che per decenni le loro politiche sono state orientate prioritariamente a produrre per l’export (The Economist, 2026, b).

Nel 2025 i paesi dell’UE hanno registrato un deficit commerciale complessivo con la Cina di 360 miliardi di euro, praticamente un miliardo di euro al giorno, contro i 295,8 del 2024. E i primi cinque mesi del 2026 segnano un’ulteriore, rilevante crescita del fenomeno, con un aumento delle esportazioni cinesi verso i paesi dell’area di più del 16%. Da tempo l’UE ha avviato una specie di guerra a piccoli passi verso i produttori del paese asiatico. Intanto Bruxelles ha imposto una sovratassa sulle vetture elettriche del paese asiatico; vanno poi registrate delle clausole di salvaguardia nei settori dell’acciaio e delle ferroleghe; inoltre una tassa sui piccoli pacchi, 12 milioni al giorno, che arrivano dalla Cina. Con il suo Industrial Accelerator Act, con cui la UE si è posto il ridicolo obiettivo di passare da una percentuale del 14% ad una del 20% nel 2030 per l’incidenza del settore industriale sul pil, essa condiziona tra l’altro l’accesso agli aiuti e ai mercati pubblici al rispetto di una percentuale di fabbricazione locale per certi settori ritenuti strategici. Ora con un progetto di revisione del Cybersecurity Act del 2019 si propone di sostanzialmente bloccare i fornitori provenienti dai paesi ad alto rischio in 18 settori. Intanto il Commissariato francese per il Piano propone di tassare tutte le merci cinesi al 30%, mentre singoli paesi dell’UE, dall’Italia all’Olanda, hanno adottato ulteriori provvedimenti discriminatori contro i produttori cinesi. Da rilevare che comunque l’area euro rimane complessivamente con un surplus commerciale. Bisogna poi ricordare la recente folle proposta della signora Kallas, titolare degli Affari esteri della Ue, che vorrebbe imporre sanzioni a tutti i paesi che continuano ad avere rapporti economici significativi con la Russia e quindi in particolare Cina, India, Turchia. Proposta chiaramente autodistruttiva.

In ogni caso sembrano aumentare le probabilità di una guerra commerciale tra la Cina e l’UE, anche se alcuni paesi, a cominciare dalla Germania, pensano invece che si tratti di una risposta sbagliata ad un problema reale. La UE non dovrebbe e non può permettersi di combattere una guerra commerciale con la Cina, afferma il Global Times, organo del partito comunista cinese (Global Times, 2026). In effetti il paese asiatico reagirebbe con contromisure molto pesanti, scatenando una guerra commerciale che la UE non può permettersi, vista la difficile situazione attuale della sua industria con, tra l’altro, l’ostilità totale verso la Russia e la crisi con gli Stati Uniti; combattere contemporaneamente su tutti i fronti appare difficile. Da un altro punto di vista la UE vorrebbe la transizione energetica a costi contenuti e un basso livello di inflazione, ma cerca di bloccare l’unico produttore che appare in grado di offrire tali risultati. La Cina è l’unica a possedere le tecnologie senza le quali la transizione energetica richiederà molto più tempo e costi più elevati; inoltre essa possiede i prodotti di adeguata qualità e a prezzi moderati in grado di sostenere il tenore di vita delle classi medie e popolari europee, fornendo un contributo essenziale alla lotta contro l’inflazione (Khalid, 2026). Per altro verso, la supposta minaccia cinese all’industria europea è, almeno per alcuni versi, esagerata (Sandbu, 2026). Prendiamo il caso dell’auto. Certo le esportazioni cinesi verso i paesi dell’UE sono aumentate dalle 750 mila unità nel 2023 a poco più di un milione nel 2025, ma tali vendite hanno semplicemente sostituito le importazioni da altri paesi, mentre il numero totale di auto importate nell’UE è rimasto stabile. Poi il mercato tedesco assorbe molte meno auto di prima e la frugalità di tale paese è un colpo maggiore alla sua industria dell’auto delle esportazioni cinesi. Semmai la maggiore concorrenza del paese asiatico è uno stimolo per spingere la produttività in casa. Ma il protezionismo invece permette all’industria domestica di innovare meno.

L’unica risposta ragionevole alla pretesa minaccia cinese sarebbe quella di tentare un grande accordo, come da tempo si sta verificando nello stesso settore dell’auto, dove le intese tra i produttori francesi e tedeschi con le controparti del paese asiatico sono ormai moltissime; si tratterebbe di spingere parallelamente gli investimenti in innovazione, attività nella quale i paesi dell’UE sono rimasti molto carenti nell’ultimo periodo, facendosi sopravanzare di molte lunghezze dagli Stati Uniti e dalla stessa Cina. In ogni caso, il mondo vuole i prodotti tecnologici del paese asiatico (The Economist, 2026, c).

Testi citati nell’articolo:
– Arlacchi P., Cina, Socialismo e IA contro Occidente, Il fatto quotidiano, 27 maggio 2026
– Global Times, China firmly opposes EU’s discriminatory practices, vows necessary measures to protect Chinese firms, www.globaltimes.cn, 22 gennaio 2026
– Khalid I., Why the world needs a China shock 2.0, 
www.asiatimes.com, 7 maggio 2026
– Sandbu M., Europe is running from a phantom China threat, 
www.ft.com, 1 giugno 2026
– The Economist, The pterodactyl’s downdraft, 23 maggio 2026, a
– The Economist, Boom and bust, 30 maggio 2026, b
– The Economist, The world wants Chinese tech, 25 aprile 2026, c

da qui

L’assedio che arricchisce Israele: i miliardi nascosti dietro i beni destinati a Gaza - Eliana Riva

 

La catena israeliana Victory ha ottenuto quasi due terzi della crescita trimestrale dalle forniture alla Striscia. Cercando però di nascondere l’origine dei ricavi

Per mesi hanno preferito il silenzio. Alcuni hanno nascosto i nomi delle proprie aziende, altri hanno evitato di comparire sui documenti pubblici e qualcuno ha persino cercato di minimizzare il peso economico degli affari conclusi con Gaza. Non perché mancassero i profitti, ma perché in Israele una parte consistente dell’opinione pubblica considera qualsiasi ingresso di beni nella Striscia una concessione inaccettabile al nemico. Così, mentre l’assedio e la fame continuano a devastare la popolazione palestinese, attorno ai pochi prodotti autorizzati all’ingresso si è sviluppato un mercato miliardario di cui molti preferiscono non parlare.

A far emergere una parte di questo sistema è stato il quotidiano israeliano Ynet, che ha raccontato il caso della catena di supermercati Victory. L’azienda aveva annunciato risultati eccezionali nel primo trimestre del 2026, senza però specificare chiaramente da dove provenisse gran parte della crescita. Solo dopo l’intervento dell’Autorità israeliana per i titoli finanziari, che ha imposto la pubblicazione di un rapporto integrativo, è emerso che su 152 milioni di shekel (39 milioni di euro) di aumento delle vendite, 99 milioni di shekel (25 milioni di euro) provenivano dalle forniture destinate alla popolazione di Gaza.

Secondo Ynet, Victory operava come fornitore riconosciuto dal ministero della difesa israeliano nell’ambito delle operazioni di commercio alla Striscia. Le vendite legate a Gaza rappresentavano quasi due terzi dell’intero incremento del fatturato, che ammontava a 152 milioni di shekel (circa 39 milioni di euro). Senza quel mercato, la crescita organica dell’azienda sarebbe stata molto più contenuta: il 6%, dovuto più che altro all’aumento generalizzato dei prezzi dei prodotti.

Il caso Victory, però, sembra essere soltanto la punta dell’iceberg. Il quotidiano economico Globes descrive infatti un settore vastissimo, del valore di miliardi di shekel all’anno, composto da importatori, distributori, intermediari e aziende israeliane che guadagnano dalla vendita dei prodotti destinati a Gaza. Sia quelli destinati al settore umanitario che quelli venduti ai commercianti della Striscia. Un’attività che si sviluppa quasi sempre lontano dai riflettori.

Secondo Globes, molte imprese chiedono esplicitamente di non essere nominate e la stessa Autorità doganale israeliana mantiene riservata la lista completa dei fornitori coinvolti. Non si tratta soltanto di discrezione commerciale. Dietro il riserbo ci sarebbe anche il timore delle reazioni di una parte della società israeliana che considera l’assedio uno strumento legittimo di pressione e guarda con ostilità chi trae profitto dalla vendita di beni destinati ai palestinesi.

Gli stessi imprenditori che guadagnano dalle merci dirette a Gaza rischiano di essere accusati da vasti settori dell’opinione pubblica di aiutare Hamas e di “sfamare il nemico”, – composto per lo più da donne e bambini.

In ambienti politici e mediatici favorevoli a un assedio totale, l’ingresso di qualsiasi bene viene percepito come un tradimento degli obiettivi della guerra. Per questi gruppi, gli imprenditori che partecipano al commercio verso Gaza vengono percepiti come persone che fanno affari con chi dovrebbe invece essere piegato dalla fame e dall’assedio. Motivo per cui le aziende rischiano di essere sottoposte a campagne denigratorie o di boicottaggio, con conseguente perdita di clienti e guadagni.

Da qui la scelta di molti operatori economici di mantenere un profilo basso e di evitare che i propri nomi vengano associati pubblicamente alla Striscia.

Questi profitti nascono all’interno di un sistema nel quale Israele mantiene il controllo quasi assoluto su ciò che entra e ciò che resta bloccato ai valichi. Le aziende autorizzate operano infatti all’interno di un mercato estremamente ristretto, dove la scarsità dei beni e la rigidità dei permessi trasformano le autorizzazioni in un’opportunità economica.

Mentre le organizzazioni umanitarie continuano a denunciare la fame e la carenza di beni essenziali, attorno all’assedio si è sviluppata un’economia parallela che produce vincitori e profitti. Un sistema che, secondo gli stessi giornali economici israeliani, molti dei suoi protagonisti preferiscono mantenere nell’ombra.

da qui

sabato 22 agosto 2026

La profezia di Dostoevskij si sta avverando - Roberto Buffagni

 

Critica della ragion scolastica - Salvatore Grandone

 

La scuola italiana somiglia sempre più, per usare le parole di Peter Sloterdijk, a un selfish system, con «insegnanti che ormai rammentano solo insegnanti, materie di studio che ormai rammentano solo materie di studio, scolari che ormai rammentano solo scolari» (Devi cambiare la tua vita). Il sistema educativo sta progressivamente implodendo: alla fine dell’obbligo scolastico i giovani appaiono fragili sul piano delle competenze e poveri di riferimenti. La scuola non sembra più “formare”, né sul piano delle conoscenze e delle abilità, né su quello umano. Le ragioni del fallimento sono molteplici e non tutte imputabili alla scuola. Questa gioca però un ruolo importante che non può essere ignorato.

Le principali cause del collasso educativo – parlo di quelle più visibili – sono almeno tre. La prima è la diffusione di una ideologia pedagogica che tende a condannare la trasmissione del sapere e il modello di rapporto docente‑alunno fondato sulla verticalità e sullo sforzo. Lo studente deve essere al centro, le lezioni piacevoli, laboratoriali, coinvolgenti. È esaltata una pedagogia dell’interesse, dove l’insegnante funge più da accompagnatore e da stimolo che da reale guida. Le conseguenze di tale approccio sono lo stigma nei confronti della lezione frontale e, soprattutto, l’attribuzione dell’eventuale insuccesso formativo all’incapacità dei docenti di sposare le “magnifiche sorti e progressive” delle metodologie didattiche innovative. Non è possibile entrare nel merito delle debolezze teoriche e pratiche di questa pedagogia, che ho approfondito altrove (cfr. Ripensare la scuola con la filosofia). Basterà qui sottolineare – per insinuare un primo dubbio nel lettore – che chiunque provi a contestarne la validità, anche con argomentazioni fondate e non polemiche, si ritrova immediatamente isolato e tacciato, come minimo, di essere un reazionario.

Eppure, ogni disciplina che rivendica una propria scientificità non dovrebbe essere aperta alla critica e al dubbio? Il progresso scientifico non nasce forse da una riflessione non dogmatica?

Un secondo aspetto interessante è la progressiva spettacolarizzazione della scuola. La logica della società dello spettacolo è ormai penetrata con forza nelle dinamiche educative. In ogni istituto si organizzano gli eventi più vari: dalle presentazioni di libri alle ospitate di cantanti rap, dalle celebrazioni e commemorazioni alle conferenze dei rappresentanti delle forze dell’ordine. Chi lavora nella scuola sa bene di cosa parlo. Molti istituti hanno ormai le proprie pagine social, attraverso cui promuovono iniziative e attività. Si cerca visibilità, notorietà, perché questa attira iscritti; e più una scuola ha studenti, più arrivano fondi per progetti e si evitano accorpamenti.

La logica dello spettacolo si intreccia inoltre a un altro aspetto tipico dei nostri tempi (il terzo punto) e dominante nelle scuole: il feticismo dei dati. Il filosofo coreano Byung‑Chul Han si è espresso con parole nette: «stiamo diventando tutti dei feticisti delle informazioni e dei dati» (Le non‑cose). Le informazioni e i dati si stanno sostituendo alle cose. Nella scuola la tendenza è evidente nell’ossessione per i numeri: le iscrizioni, i risultati delle prove Invalsi, le “evidenze”, i report più vari. Non importa cosa vi sia dietro le cifre, né se all’immagine numerica della scuola corrisponda qualcosa di reale. I dati vengono prima delle cose. Come ha scritto Guy Debord, «ciò che appare è buono; ciò che è buono appare» (La società dello spettacolo). Di fronte a questa trasformazione epocale della scuola, come stanno reagendo i docenti?

La risposta del corpo insegnante sembra rientrare nelle dinamiche descritte da Sloterdijk nella Critica della ragion cinica. Il filosofo tedesco distingue due forme di cinismo: il kinismo (Kynismus) e il cinismo (Zynismus). Cominciamo dal secondo, sicuramente il più diffuso.

Il cinico è colui che non si fa più illusioni; sa come funziona il mondo, ma continua ad agire in conformità al sistema pur sapendo che è sbagliato. Egli riconosce le ipocrisie, la retorica dietro i discorsi sui grandi ideali, ma non denuncia, non smaschera le menzogne. Preferisce adattarsi: fa, come si dice, di necessità virtù. “Così stanno le cose?” si chiede il cinico. “Ebbene, vediamo come sfruttare la situazione a mio vantaggio”.

Il cinico naviga con maestria nelle acque torbide; si contraddice con spudoratezza, recita come un grande attore. Guarda negli occhi il proprio interlocutore, dicendogli sempre quello che vuole sentirsi dire, per ricavarne un vantaggio.

Quali sono i cinici della nostra scuola? Si possono individuare diverse tipologie, collocabili in un crescendo di “colpe”, un po’ come nei gironi infernali danteschi. Partiamo dagli “ignavi”. Sono il gruppo più folto, costituito da docenti che accettano passivamente, per quieto vivere, il degrado del sistema scolastico. Sono insegnanti che evitano i problemi con le famiglie e con i dirigenti – e con i colleghi dello staff – abbassando progressivamente le richieste. I contenuti sono ridotti, le verifiche semplici; i pochi alunni che non raggiungono la sufficienza vengono aiutati a oltranza, fino a che giungano al sei stiracchiato. In genere, questi docenti si lamentano di come va avanti la scuola, quasi sempre però con chi opera nello stesso registro. Non si espongono, non dicono ad alta voce quello che realmente pensano. Temono le ritorsioni dei dirigenti scolastici, i ricorsi delle famiglie e, a volte, le reazioni spropositate di alunni incapaci di gestire anche piccole frustrazioni.

Il docente “ignavo” segue il motto «chi me lo fa fare», ad esempio quando sta per dare un’insufficienza grave, un debito, proporre una bocciatura o quando ascolta l’ennesima assurdità in collegio e vorrebbe intervenire.

Il docente “ignavo” sa che il conflitto, soprattutto quello donchisciottesco, ha un prezzo alto. Pensa al proprio misero stipendio, alle energie che dovrebbe spendere invano per essere coerente. La vocina cinica ripete insistente: «chi me lo fa fare».

Se volessimo applicare, alla Dante, la regola del contrappasso a questi docenti, quale pena potremmo assegnare? Me li immagino nella loro classe, per l’eternità legati e imbavagliati alla sedia della cattedra, alla completa mercé degli alunni che li scherniscono e di colleghi e dirigenti che li colpiscono con i pacchi di compiti cui non è stata data la meritata insufficienza.

Procediamo ora con i docenti cinici “attivi”: coloro che sposano il sistema. Qui non ci si limita a tenersi a galla: si partecipa, si diventa ingranaggi performativi del selfish system. Si entra nelle Malebolge.

Vanno presi in considerazione almeno cinque gruppi (bolge). Il primo è costituito dai docenti che sgomitano per entrare nello staff, per essere vicario o secondo collaboratore, funzioni strumentali o referenti di qualcosa; per avere, insomma, una fetta di potere. Per dirla con Étienne de La Boétie (Discorso sulla servitù volontaria), subiscono il fascino dell’Uno (del dirigente scolastico), ne sono ammaliati. Prendo in prestito l’immagine di La Boétie per descrivere i mangia‑popoli – così il filosofo chiama i fedeli esecutori della volontà del tiranno – che si accalcano intorno al sovrano: questi docenti sono come la farfalla sedotta dalla luce della fiamma. Si avvicinano a ciò che li distruggerà. La metafora sembra forte; eppure, come non osservare la loro tendenza a un servilismo estremo, il desiderio di anticipare le intenzioni del dirigente, di pensare come lui, di essere come lui. D’altra parte, se nei confronti del dirigente l’atteggiamento è adorante e sottomesso, verso i colleghi questo gruppo di cinici si aggira altezzoso. Ha l’atteggiamento profetico di chi porta il Verbo. «Così vuole il Dirigente»: ipse dixit.

I cinici dello staff sanno che nelle classi la loro autorità è minata. Hanno la stessa consapevolezza dei docenti ignavi di avere le mani legate, di non poter andare controcorrente se non pagando un prezzo alto. Tuttavia, non si accontentano di adattarsi passivamente, di seguire a malincuore il flusso. La vocina cinica non dice «chi me lo fa fare». Certo, quando insegnano seguono lo stesso adagio; nella loro mente risuona però un altro pensiero: «perché essere incudine, quando puoi essere martello?».

I docenti dello staff aspirano al potere; alcuni completano il processo di identificazione con l’Uno diventando essi stessi dirigenti. Come i veri cinici della nostra società, non si accontentano di restare ai margini: mirano a posizioni di prestigio.

La fedeltà al sistema ha comunque un costo elevato. I docenti dello staff, come i mangia‑popoli del tiranno, godono di poca libertà. Ancor meno dei docenti ignavi possono dire quello che pensano; temono inoltre che il dirigente non si fidi più di loro, che li possa sostituire con altri più devoti.

La posizione di vicinanza al vertice li rende non di rado invisi alla maggioranza dei colleghi. Rispetto ai docenti ignavi, sono più soli: perfino una briciola di potere logora.

Nel nostro inferno cinico, per la regola del contrappasso i docenti dello staff potrebbero essere condannati ad abbracciare per l’eternità la statua infuocata del proprio dirigente scolastico. Tra i docenti cinici attivi non sono comunque i più astuti. Di gran lunga più prosaici sono i docenti “esperti”: mi riferisco a quelli che provano a partecipare a tutti i progetti pomeridiani organizzati dall’istituzione scolastica.

Nella scuola del selfish system, progetti e progettini abbondano: progetti PON, progetti PNRR, progetti FIS. Gli studenti sono cooptati per le più svariate attività, riducendo ulteriormente quel poco di tempo che potrebbero dedicare allo studio. Studiare? Nella scuola dello spettacolo non è una parola smart! I docenti “esperti” sposano la causa del divertissement. La scuola vuole i nostri alunni di‑vertiti? Bene: siamo attori del di‑vertimento, purché si arrotondi il magro stipendio. I docenti “esperti” sanno che l’ora di lezione ha ben poco da offrire, che il livello di preparazione degli studenti è in caduta libera. Non si lamentano però, perché dal lagnarsi non hanno nulla da guadagnare. La loro vocina cinica dice: «progetta!».

Per contrappasso, potrebbero essere condannati a caricare per l’eternità l’elenco degli studenti sulle piattaforme ministeriali dedicate ai progetti scolastici, senza mai riuscire a completare l’operazione. Ogni volta che premono «Invia», il sistema restituisce il messaggio «sessione scaduta», accompagnato da una dolorosa scossa elettrica.

Simili agli esperti, ma di livello superiore per cinismo, sono i docenti “formatori”.

I formatori sono i docenti che formano i docenti. Online e in presenza diffondono il Vangelo della pedagogia contemporanea e delle metodologie didattiche innovative. Il loro linguaggio è ricco di acronimi, di anglicismi, di slogan. Sono un po’ come i professori universitari heideggeriani: si esprimono con maestria in un rarefatto idioletto che dice tutto non dicendo nulla.

I formatori sono i docenti che promuovono l’ideologia della scuola dello spettacolo, del nuovo che avanza. Dalla classe capovolta all’apprendimento cooperativo, dalle strategie per l’inclusione all’encomio dell’IA: i formatori sono instancabili, parlano per ore di fronte a una platea assopita, spenta (con la telecamera spenta) e, forse, russante. Nulla li ferma, perché il progresso non ha tempo da perdere.

Sebbene tra i docenti cinici menzionati finora sembrino quelli più convinti, i formatori sanno in cuor loro che le fantasiose metodologie didattiche dei pedagogisti non sortiscono gli effetti sperati.

In pubblico, attribuiscono la colpa ai colleghi pigri che resistono alla didattica innovativa. Ma il cinismo della loro convinzione si percepisce già dalla modalità delle loro lezioni da formatori: frontali e trasmissive, considerano l’utenza come il tanto aborrito vaso da riempire.

Credono in quello che dicono? Quante lezioni laboratoriali e capovolte, a testa in giù e a testa in su, svolgono nelle loro aule? Le loro classi sono davvero queste grandi officine del progresso?

Sarebbe bello poterli seguire nella quotidianità scolastica; e poi, con tutto il tempo che trascorrono tra un corso di formazione e l’altro, viene da chiedersi quante energie possano dedicare alla preparazione di una così mirabolante didattica. Il docente formatore sa, ma la vocina cinica dice: «fingi l’impossibile!». Per contrappasso, i docenti formatori sono costretti per l’eternità a tenere corsi. A ogni acronimo, anglicismo, termine inglese pronunciato subiscono, come gli «esperti», un’intensa scossa elettrica.

Adesso superiamo le Malebolge, per dirigerci nel Cocito. Qui troviamo le due categorie di docenti cinici più attivi: i professori influencer e i teachtokers.

Con i docenti social si celebra la scuola dello spettacolo, della fuffa e della retorica. I professori influencer costruiscono attenti storytelling per promuovere la propria immagine; dispensano pillole di conoscenze delle loro discipline, dando l’impressione che apprendere sia facile: basta un buon insegnante (uno come loro). Seguono i trend inserendosi con arte nei flussi degli algoritmi.

Una prof ha assegnato troppi compiti delle vacanze? Il docente influencer fa un bel video di critica: i ragazzi devono socializzare! Uno studente scrive una lettera di protesta perché si sente a scuola troppo stressato? Il docente influencer produce un contenuto su come gli insegnanti dovrebbero apprendere a essere empatici.

Va detto che la narrazione non è a senso unico. Segue la corrente: l’importante è essere graditi alla propria community e ottenere sempre più visibilità.

I teachtokers sono molto simili, ma amano riprendersi in classe e produrre contenuti che l’algoritmo premia con la viralità: ad esempio brevi video muti dove fanno espressioni buffe, preoccupate o indignate. E poi il tipico contenuto che incorona il teachtoker: riprendersi all’ingresso dell’aula mentre accoglie gli studenti con un balletto, un abbraccio o un saluto. Si usa la classe come spazio scenico per costruire un brand che monetizzi.

I professori influencer e i teachtokers di successo raggiungono risultati importanti: pubblicano libri di dubbia qualità con grandi marchi editoriali, appaiono in televisione, riempiono i teatri con i loro sermoni. Diventano delle star, dei modelli, degli ideali da imitare. «Ah, se vi fossero più insegnanti così!». Questo è il tipico commento di un loro seguace.

I professori influencer e i teachtokers sanno che la scuola è al collasso, conoscono le sue contraddizioni. Sono consapevoli di quanto poco siano oggi considerati gli insegnanti. Non resta allora che piegare a proprio vantaggio il selfish system. A scuola regna il feticismo dei dati, l’apparire conta più dell’essere? Diventiamo noi stessi big data; proiettiamoci sullo schermo! La vocina cinica dei docenti social ripete senza sosta la sentenza di Debord: «ciò che appare è buono; ciò che è buono appare». Questi insegnanti incarnano senza dubbio la punta estrema del cinismo. Siamo nell’imbuto, lì dove si trova il lago ghiacciato del Cocito. Per contrappasso, sono condannati a restare immobili e congelati per l’eternità mentre fissano la propria immagine riflessa nello smartphone.

Una menzione a parte meriterebbero i pedagogisti e i dirigenti, ma il focus dell’articolo è su quelli che giocano il ruolo più importante sul piano educativo: i docenti.

Se questi sono i docenti cinici, quali sarebbero i docenti “kinici”? Vediamo cosa intende Sloterdijk per kinismo. Per il filosofo, il kinismo rappresenta la forma originaria e antica della filosofia di Diogene di Sinope, caratterizzata da sfrontatezza vitale, dalla capacità di incarnare la verità nella coerenza tra dire, pensare e agire, dal coraggio di denunciare l’autentico volto dei potenti. Chi non ricorda il celebre aneddoto dell’incontro tra Diogene e Alessandro Magno.

Il kinico morde, risveglia le coscienze con i suoi motti di spirito, smaschera le ipocrisie del proprio tempo. Nella scuola italiana, il kinico è il docente che dà priorità alla lezione. Spende tutte le sue energie in classe: non ama i progetti, odia gli eventi che sottraggono tempo alle ore curricolari. Non è affascinato dal potere, non blandisce i dirigenti scolastici. Ama stare con i suoi alunni, lavorare duramente: sente la funzione civile e morale dell’insegnamento.

Il docente kinico esercita la parresia: non regala voti, non è compiacente né verso gli alunni né verso le famiglie. Si sforza di valutare con scienza e coscienza; si aggiorna continuamente: non alla scuola dei cinici formatori, ma in autonomia, studiando e approfondendo la propria disciplina. Non è un passatista, sebbene il suo dinamismo didattico metta sempre al centro i contenuti disciplinari e il contesto classe, non metodologie astratte calate dall’alto.

Il docente kinico non si affanna dietro i social: non ha tempo per i reel, per lo storytelling, per la visibilità. Considera la classe uno spazio inviolabile dove non entra la telecamera dello smartphone – e del resto la legge non lo permette(-rebbe).

Con il suo modo di abitare la scuola, il docente kinico è l’emarginato, l’escluso. La sua voce kinica ripete: «Senza città, senza casa, privato della patria, mendico, vagabondo, vivendo alla giornata» (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, VI, 38). E in effetti, egli è nella maggioranza dei casi inviso ai dirigenti e allo staff; quando i docenti ignavi lo incontrano, scuotono la testa («chi te lo fa fare»). È spesso bersaglio dei teachtokers e dei professori influencer: la sua invisibilità lo rende il capro espiatorio ideale. Ciò che non appare non è buono; non è buono ciò che non appare. Il docente kinico non è sempre apprezzato né dagli studenti né dalle famiglie, ancor più se illusi dal mito della facilità e accecati dal cinismo della scuola dello spettacolo.

Nell’attuale crisi del sistema scolastico, gli insegnanti kinici rappresentano forse la principale risorsa per scuotere le coscienze. Occorre però che assumano positivamente la loro condizione di marginalità e di esclusione come un punto di vista privilegiato per condurre una critica serrata. È necessario che si uniscano esercitando insieme la parresia. Solo un dire tutto e un dir vero insistente e dal basso può dare la speranza di un futuro per la nostra scuola. Non è semplice, perché nell’età dell’infosfera le voci fuori dal coro sono censurate o distorte in logiche polarizzanti. Eppure, non vi è molta alternativa. Continuare a svolgere bene il proprio lavoro non è più sufficiente. È giunta l’ora che i docenti consapevoli, ma non cinici, scendano in campo

Nota finale

Come nella società, così nella scuola cinismo e kinismo si danno difficilmente allo stato puro. Molti docenti oscillano tra un atteggiamento e l’altro: in alcune circostanze si piegano al sistema, in altre trovano il coraggio di opporsi. Per “mordere” i lettori – in particolare i lettori insegnanti – ho adottato uno schema meno sfumato, seguendo in questo anche l’approccio di Sloterdijk. D’altra parte, la stessa oscillazione tra cinismo e kinismo può essere reinterpretata in chiave cinica: se si è kinici solo quando conviene, o quando si è certi di non subire conseguenze, allora si è cinici…

da qui

venerdì 21 agosto 2026

L’ex ambasciatore a Pechino svela chi comanda davvero in Italia

 

Mentre discutevamo della fine della storia, la Cina costruiva il futuro - Pasquale Liguori


Appunti di un mese in Cina, con Arlacchi come compagno di viaggio

Una sensazione precisa mi ha accompagnato lungo quasi un mese di viaggio in Cina, da Pechino a Xi’an, da Chengdu alla vertigine di Chongqing, poi verso Guilin e Yangshuo, fino alla modernità di Shenzhen e alla stratificazione anomala di Hong Kong, prima del ritorno alla capitale. Lo stupore per le dimensioni del Paese, per la velocità dei treni, per la densità delle metropoli, per la tecnologia ormai fusa con i gesti più ordinari della vita quotidiana si consuma in fretta, come ogni meraviglia turistica. Quello che resta, e che continua a lavorare sottopelle giorno dopo giorno, è più profondo: è l’impressione di attraversare una società che tratta il presente come materia ancora plasmabile e considera il futuro una costruzione politica e organizzativa, un orizzonte da conquistare.

Questa percezione nasce da fatti molto concreti, dalla puntualità dei trasporti alla pulizia degli spazi pubblici, dalla qualità di infrastrutture capaci di servire una popolazione immensa alla continuità dei servizi, dall’ordine di stazioni attraversate ogni giorno da masse umane di dimensioni per noi inconcepibili alla capacità di rendere semplice ciò che, dalle nostre parti, sembra complicarsi anno dopo anno. E, tuttavia, il punto decisivo cade oltre l’efficienza. Soprattutto, oltre la formula caricaturale dell’efficienza autoritaria con cui buona parte del discorso occidentale crede di aver già liquidato tutto. Colpisce piuttosto la persistenza di una volontà organizzatrice, il fatto che dietro la materialità delle cose sopravviva l’idea di una direzione collettiva dello sviluppo.

Ancora più sorprendente risulta il verde. Oltre a quello sovrabbondante di Guilin e Yangshuo, dove il paesaggio carsico e i fiumi sembrano appartenere a un’immagine della Cina anteriore di secoli alla modernità, colpisce il verde incorporato nelle grandi città, lungo le arterie e sulle pendici, dentro l’incredibile sovrapposizione verticale di Chongqing e perfino nella Shenzhen cibertecnologica che l’immaginario europeo ridurrebbe volentieri a cemento ed elettronica. Smette di funzionare come ornamento e diventa il segno materiale di quella “civiltà ecologica” entrata da anni nel lessico istituzionale e costituzionale cinese, capace di trasformare la gigantesca questione ambientale prodotta dall’industrializzazione in un nuovo terreno dello sviluppo.

Questo non significa fabbricare una Cina immaginaria, priva di tensioni e conflitti. Il punto sta altrove. Una società può essere attraversata da contraddizioni enormi e conservare insieme la capacità politica di intervenire su di esse. È forse questa la prima cosa che il viaggio rende difficile dimenticare, soprattutto per chi proviene da una parte del mondo educata a trattare i problemi strutturali come fenomeni meteorologici, eventi da subire, gestiti negli effetti con la correzione di qualche coefficiente, invocando la crescita e la benevolenza dei mercati.

Durante il viaggio avevo con me La Cina spiegata all’Occidente di Pino Arlacchi, scelto senza intenzione di farne una guida e senza cercare nel Paese reale la conferma meccanica di una tesi. È accaduto qualcosa di più serio, perché quelle pagine hanno allargato le domande che il viaggio poneva da sé, dando profondità storica a impressioni altrimenti destinate a restare in superficie e rendendo sempre più difficile liquidare come episodico ciò che continuava a ripresentarsi davanti agli occhi.

Arlacchi ha funzionato da vero compagno di viaggio, capace di amplificare l’esperienza senza diventarne il centro. Mentre attraversavo una Cina violentemente contemporanea, il libro riportava lo sguardo indietro di secoli e mostrava quanto poco si comprenda questo Paese facendolo cominciare nel 1949, oppure nel 1978 con Deng Xiaoping. A Xi’an la profondità storica diventa quasi fisica, perché l’Esercito di Terracotta si sottrae allo statuto di reperto monumentale di una civiltà scomparsa, così come la Città Proibita rifiuta di ridursi al residuo museale di un ordine cancellato. In entrambi i casi si avverte una continuità inquieta, dove le rotture gigantesche della storia, rivoluzione compresa, rielaborano gli strati precedenti invece di azzerarli.

L’appassionata insistenza di Arlacchi sul lungo filo della costituzione materiale cinese, sul ruolo dello Stato e sulla tradizione amministrativa, sulla selezione delle classi dirigenti e sul valore attribuito alla competenza, rischierebbe di irrigidirsi in un’essenza immobile dell’“essere Cina” qualora venisse presa come chiave unica. Resta però difficile negare che la Cina contemporanea nasca da una combinazione singolare tra questa lunga durata, la cesura rivoluzionaria del Novecento e la straordinaria sperimentazione istituzionale ed economica degli ultimi decenni.

Forse è proprio la capacità di tenere insieme ciò che il nostro pensiero separa con ostinazione a rendere la Cina tanto difficile da interpretare in Occidente. Confucio e Mao convivono con uno Stato fortissimo e un’economia di mercato, la continuità millenaria procede insieme alla trasformazione tecnologica più rapida del pianeta, la centralizzazione politica si accompagna a una sperimentazione locale di frontiera. Il lessico occidentale pretende ogni volta di costringere il fenomeno dentro un’alternativa: socialismo o capitalismo, mercato o pianificazione, democrazia liberale o dittatura. La Cina, invece, elude il bivio. Sicché, quando un oggetto storico resiste alle nostre categorie, preferiamo sospettare dell’oggetto piuttosto che interrogarci sui pregiudizi e sulla natura delle categorie.

Così la formula “socialismo con caratteristiche cinesi” viene trattata come un espediente propagandistico. Mercato, impresa privata e grandi ricchezze sembrano autorizzare un verdetto già scritto, capitalismo, e il potere saldamente in mano al Partito Comunista aggiorna la sentenza in capitalismo autoritario. Si tratta di una definizione comoda soprattutto perché permette di risparmiare l’analisi.

La domanda seria riguarda invece il posto che il mercato occupa dentro la formazione sociale cinese, il rapporto tra capitale privato e potere politico, il controllo del credito e delle grandi infrastrutture, della terra, dell’energia, delle reti strategiche e della direzione complessiva dell’investimento. A questo punto il problema si fa tagliente, perché smette di ruotare attorno alla semplice presenza del mercato e tocca il nodo essenziale: chi comanda chi.

Shenzhen offre l’illustrazione più istruttiva dell’intero viaggio. A uno sguardo distratto sembra la prova definitiva del successo capitalistico cinese, metropoli vertiginosa cresciuta nel segno della tecnologia, dell’impresa e del consumo. Basta spostare di poco la domanda perché l’immagine cambi natura. Da quale decisione politica è nata Shenzhen? Quale intreccio tra Stato, territorio, credito, ricerca, manifattura e capitale ha consentito di costruire una città di quella scala in pochi decenni? All’improvviso quella che sembrava una vittoria spontanea del mercato si rivela come una delle più gigantesche operazioni di pianificazione e di politica industriale della storia contemporanea.

L’interesse del caso cinese sta esattamente nella capacità di impiegare strumenti diversi subordinandoli a una strategia più ampia. Il mercato viene usato e orientato, privato di quella sovranità politica che il neoliberismo occidentale ha elevato a dogma. Da noi lo Stato si presenta ogni mattina davanti al tribunale dei mercati, mentre in Cina è il mercato a operare dentro una cornice che lo Stato rivendica ancora il potere di modificare.

Dopo decenni in cui ci è stato somministrato che privatizzare significava modernizzare, che la pianificazione apparteneva al museo delle ideologie e che la proprietà pubblica era per natura inefficiente, trovarsi davanti a una società capace di usare massicciamente il mercato senza consegnargli il comando produce un cortocircuito inevitabile. Il cortocircuito si aggrava osservando che proprio questa società ha costruito in poco più di quarant’anni infrastrutture, filiere tecnologiche e progetti urbani che alle nostre latitudini richiederebbero ere geologiche.

Viaggiando, questa densità politica dello spazio torna di continuo, mentre nelle città europee si percepisce sempre più raramente. La trasformazione conserva lo statuto di azione possibile e le città vengono ampliate, riforestate, connesse, ripensate in rapporto ai prossimi decenni da chi evidentemente immagina di abitarli.

E così la questione cinese smette di riguardare soltanto la Cina. Riguarda noi, il trasferimento di una parte enorme del potere reale dalla decisione politica al complesso privato tecnico-militare-finanziario-industriale, il paradosso di sistemi che si dicono democrazie mentre riducono la libertà alla scelta periodica di chi amministrerà un quadro di compatibilità dichiarato intoccabile.

Da qui la povertà della rappresentazione occidentale della Cina. L’informazione dominante raramente sembra interessata a comprendere la specificità di quella formazione sociale e lavora piuttosto a ricondurre ogni fenomeno alla conferma di un verdetto pronunciato in anticipo, funzionando da megafono ideologico dell’ordine che l’ha prodotta, fatto di deregolamentazione, finanziarizzazione e mercato elevato a principio superiore di razionalità sociale. Una Cina compresa nella sua complessità risulterebbe assai più disturbante di una Cina demonizzata, perché costringerebbe a domandarsi se l’evoluzione occidentale degli ultimi decenni sia davvero l’unica forma possibile della modernità. Molto più economico spiegare ogni risultato cinese con la parola “autoritarismo”, come se una parola bastasse a produrre una ferrovia, una politica industriale, una rivoluzione energetica o una metropoli.

A dare forma teorica a queste domande ha contribuito la teoria della “tripla rivoluzione” proposta dai marxisti cinesi Cheng Enfu e Yang Jun, secondo i quali la storia della Repubblica Popolare rifiuta di lasciarsi leggere come una rivoluzione originaria seguita da una lunga normalizzazione e infine da una restaurazione capitalistica. Propongono una continuità più inquieta e più fertile, dalla rivoluzione per la conquista del potere alla rivoluzione della riforma, fino alla rivoluzione della nuova fase storica, dove la trasformazione delle forme economiche e istituzionali coincide con la ridefinizione storica dell’orizzonte socialista piuttosto che con il suo abbandono.

La tesi obbliga a una verifica costante dei rapporti di proprietà, delle condizioni del lavoro, dell’autonomia o subordinazione del capitale, del potere reale delle istituzioni pubbliche, e resta comunque immensamente più feconda della formula pigra del “capitalismo di Stato”, perché rimette in movimento ciò che il pensiero occidentale ha già archiviato. La domanda decisiva riguarda la possibilità che una rivoluzione continui dopo la presa del potere, cambiando gli strumenti della propria politica economica senza dissolversi, usando il mercato senza riconoscergli sovranità, attraversando compromessi, ritirate e accelerazioni pur continuando a concepirsi come trasformazione di lunga durata. Sono esattamente le domande che la sinistra occidentale ha smesso di porsi nel momento in cui ha smesso di immaginare concretamente la trasformazione.

Il caso italiano, osservato dalla scala cinese, assume tratti quasi caricaturali. Arlacchi ha notato con una certa perfidia che buona parte della nostra classe politica, sottoposta ai criteri di selezione vigenti in Cina, faticherebbe ad amministrare qualche centro urbano minore. La valutazione mi pare persino indulgente, perché il problema italiano precede ormai la competenza: la capacità di governare trasformazioni complesse è stata sostituita dal teatrino social, dal posizionamento quotidiano, dal talk show e dal sondaggetto. Il risultato sta sotto gli occhi di tutti, con un Paese che invecchia, servizi pubblici impoveriti, ricerca e università trattate come costi superflui, salari stagnanti da trent’anni, giovani spinti all’estero e un dibattito pubblico infinitamente più occupato da ridicole polemiche che dalla domanda su cosa possa diventare l’Italia fra venti o trent’anni. Osservata dalla scala cinese, questa irrilevanza diventa quasi fisica.

Ancora più impressionante è il contrasto con la direzione dello spazio euroamericano. Di fronte all’ascesa di una potenza economica, tecnologica e politica che marginalizza la centralità occidentale, la risposta prevalente evita accuratamente di aprire una nuova stagione di investimenti sociali, scientifici e industriali e preferisce barriere, dazi, sanzioni, militarizzazione, riarmo. Per decenni ci hanno spiegato che le risorse per sanità, welfare e istruzione andavano razionalizzate fino alla scarsità e, davanti alla succulenta possibilità di business per i signori della guerra, i limiti di bilancio diventano improvvisamente elastici.

Siamo alla furia regressiva. Un Occidente che ha edificato nel sangue la propria grandezza, presentandola poi come forma definitiva della modernità politica, reagisce alla perdita di centralità irrigidendo le proprie strutture, alza barriere dopo avere predicato il libero mercato, impone arbitrariamente dazi mentre accusa gli altri di violare la concorrenza, investe nel riarmo dopo avere smantellato per decenni la capacità sociale dello Stato, proclama diritti universali mentre convive con la distruzione di intere popolazioni.

Niente di tutto questo santifica la Cina. Serve piuttosto a vedere quale mondo continua a progettare il futuro e quale si limita a difendere, per giunta in pessimo modo, il proprio privilegio passato. Una società che, dentro contraddizioni e conflitti aperti, continua a progettare infrastrutture, transizione energetica, città e sviluppo produttivo su orizzonti generazionali si confronta con società che hanno sostituito il progetto del futuro con la difesa sempre più aggressiva di un primato ereditato.

Resta la sensazione di avere incontrato dal vivo un Paese che tratta la storia come un campo ancora aperto e riconosce alla politica una facoltà che noi abbiamo dimenticato, quella di decidere una direzione e di organizzare il tempo lungo. Arlacchi non mi ha consegnato la spiegazione della Cina: ha fatto qualcosa di più utile, impedendo che ciò che vedevo restasse semplice stupore, costringendo ogni impressione a misurarsi con la lunga durata e demolendo la pretesa che l’Occidente possieda già tutte le categorie necessarie per giudicare quanto accade altrove.

Guardare davvero la Cina significherebbe sospendere almeno per un momento l’abitudine di giudicare il mondo dal centro di un Occidente che chiama universali le proprie categorie mentre perde la capacità di trasformarsi. Vorrebbe dire ammettere che il mercato non costituisce una legge naturale, che la pianificazione può appartenere al futuro, che lo Stato può essere qualcosa di diverso dall’amministratore della redditività privata e che la modernizzazione rifiuta di coincidere con l’occidentalizzazione. Soprattutto imporrebbe di accettare la possibilità che il nostro sistema culturale e mediatico lavora a rimuovere: mentre discutevamo se la storia fosse finita, uno dei suoi centri più antichi tornava a orientarne il movimento.

da qui

giovedì 20 agosto 2026

Cronache da una libreria su Gaza e ignoranza - Antonio Cipriani

 

Un tipo, nei giorni scorsi, non è voluto entrare nella nostra libreria-avamposto culturale Vald’O perché in vetrina abbiamo il libro di Maria Elena Delia, “Global Sumud Flotilla”.

Ha fatto bene: entrare in uno spazio del dialogo, dichiaratamente dalla parte di chi cura e dei coraggiosi che vanno in soccorso di chi soffre, può incutere spavento. Se poi quel posto è pieno di libri pericolosamente indipendenti, peggio ancora. Meglio tenersi alla larga. La conoscenza mette ansia, meglio quel sano conformismo rigido che si riempie la bocca di grandi ideali vuoti e slogan tagliati con l’accetta di chi preferisce ignorare.

Ha fatto bene l’ignorante (dal verbo latino ignoro, non conosco) a restare fuori dalla libreria. D’altra parte dentro abbiamo anche testimonianze della nostra vicinanza con Emergency, libri sulla Resistenza civile e armata nel nostro territorio, analisi sul necro-capitalismo che ci sta trascinando alla catastrofe finale; ci sono i libri di Simone Weil, di Hannah Arendt, di Bell Hooks, di Ilan Pappé. E poi Beppe Fenoglio, i classici russi, la letteratura latina, Marc Bloch, gli scritti corsari di Pasolini, e un sacco di opere che fanno bene al cuore, che aiutano a mettersi in discussione, a cercare di pensare a un mondo migliore. Chi lo preferisce peggiore che entra a fare?

D’altra parte la cultura, a differenza dall’intrattenimento culturale che rappresenta un vuoto a perdere, serve a questo, ad attivare il pensiero critico, a capire quello che è davanti ai nostri occhi e per conformismo o mancanza di informazioni non vediamo. O fingiamo di non vedere per convenienza ottusa o per cattiveria. In ogni caso entrare in una libreria indipendente, realmente indipendente, è sempre un bagno di libertà.

Però, rovesciando il discorso, è interessante che la copertina di libro che racconta l’ardito viaggio dei coraggiosi della Global Sumud Flotilla, armati di amore per il prossimo (che i cristiani ne tengano conto), di cibo e aiuti sanitari per chi soffre, di corpi nudi a testimoniare che la solidarietà è possibile, a fronte di governi pavidi e inermi, faccia questo effetto. Vuol dire che i palestinesi, i poveri, gli sfruttati, i senza voce non hanno ancora perso le speranze. E che l’attivismo vero (non lo sciocchezzaio social) serve eccome!

Nella libreria abbiamo anche una consigliatissima pubblicazione di John Berger, “Modi di vedere”. Tra le pagine c’è il drammatico racconto di una settimana di incontri a Ramallah, nel 2003, con intellettuali, artisti, poeti palestinesi. “Uno sguardo… dove l’oppressione è più esplosiva e l’ingiustizia è più evidente”, ha scritto Maria Nadotti.

Anno 2003. Cioè ventitré anni fa. Leggerlo oggi è avere un pugno sulla coscienza: come è possibile che l’Occidente nelle sue declinazioni politiche di destra o sinistra sia stato muto. E oggi lo sia ancora di più?

Che fare? Non farsi prendere dalle reti infingarde dell’epoca, direbbe il barbiere anarchico rurale. Continueremo a remare contro, ostinati e coerenti. Soprattutto ora che il mondo cade a pezzi e i colpevoli sono lì in cattedra a spiegarci che cosa fare per renderlo sicuro con le loro regole feroci. Con i loro adepti che preferiscono non vedere, non sapere, non porsi domande.

da qui

Val Susa, violenza strutturale e violenza contro le cose - Francesco Zevio

 

Ci sono dettagli che non andrebbero mai dimenticati quando si parla della Val Susa. Ad esempio che la violenza non ha origine dalla contestazione, ma dal sistema socioeconomico dominante che considera le montagne risorse sfruttabili nel gioco della competizione economica. Che la lotta No tav, come quella di altri movimenti, dimostra quanto oggi siano necessarie sia le forme di lotta legali che quelle non legali, anche se non per ciò illegittime, data la crescente violenza strutturale. E ancora: che l’eventuale ricorso alla violenza verso le cose deve essere sempre accompagnato da un incremento di responsabilità e di pensiero, “perché ogni violenza che non sia trasparente nell’argomentare e nel fondare le ragioni della propria legittimità – scrive Francesco Zevio – è per ciò stesso illegittima, prima che illegale”

 

I recenti fatti di Val Susa offrono l’occasione per ricordare due ordini di cose. Il primo è innanzitutto rivolto all’esterno, ovvero a quella parte di popolazione che “subisce” le notizie riguardanti questi fatti senza averne una conoscenza personale e di prima mano, senza aver disposto della possibilità di considerare autonomamente e criticamente la storia (oltre trentennale) della contestazione al cantiere per la nuova linea ferroviaria Torino-Lione. Il secondo ordine di cose si rivolge innanzitutto a quanti, per un motivo o per l’altro, hanno una maggiore cognizione del progetto di cui sopra e, più in generale, una qualche forma di partecipazione a questo o ad altri movimenti contestatari. Nulla di originale: ma penso valga la pena ricordare, anche solo fare il punto, circa ovvietà che restano essenziali.

Primo ordine di cose. Lo Stato, e più in generale i gruppi d’interesse che pesano maggiormente nel definire il tenore della propaganda (in termini etimologici: “cose che vanno fatte circolare”, notizie che per la loro pervasività definiscono il tono e la cornice in cui sarà tenuto a muoversi il discorso pubblico) mediatica, tendono a presentare la violenza contestataria come origine prima della violenza stessa. Nel nostro caso, parliamo della violenza che ha portato a due camionette in fiamme, al ferimento di agenti di polizia e a danni a qualche tratto di cantiere. Questa violenza contestataria viene posta sotto i riflettori per legittimare la violenza repressiva, nonché le politiche di rafforzamento degli aspetti repressivi (decreti sicurezza e simili) dello Stato. La narrazione può riassumersi così: la violenza ha origine nella contestazione e deriva da essa, a questa violenza lo Stato è tenuto a rispondere con la violenza repressiva, nonché a premunirsi per via legislativa accrescendo le proprie capacità repressive.

Questa narrazione ignora, volutamente, un’altra realtà: ovvero che la violenza non ha la sua origine nella contestazione, bensì nello stato di cose dovuto all’ordine del sistema socioeconomico in vigore. Questa realtà è ben chiara a quanti conoscano meglio la storia di questo cantiere [https://www.controsservatoriovalsusa.org/tracce-no-tav/home] in particolare e, in generale, la storia del connubio fra entità statali ed entità economiche le quali, attraverso la pianificazione territoriale e il monopolio istituzionale della definizione delle opere d’interesse generale, portano a quella che Ivan Illich definì “guerra alla sussistenza”. Una guerra – una violenza – perpetrata nei confronti di quei gruppi, di quelle culture decise a vivere una relazione col territorio che non sia quella canonica del sistema imperante, la quale considera una montagna, ogni centimetro di suolo e ogni goccia d’acqua, ogni cellula animale o vegetale in quanto risorsa sfruttabile nel gioco della competizione/guerra economica mondiale. La pax œconomica liberale – ricordava appunto Illich, lettore di Karl Polanyi – è maschera di questa guerra alla sussistenza: cioè violenza sistemica verso qualsiasi tentativo di fare comunità a partire da forme di vita e da rapporti col territorio che tendano a sottrarsi all’ortodossia consumistico-produttivista la quale, pur presentandosi come neutra e sottratta a qualsiasi cornice metafisica, risponde a un imperativo che può ben considerarsi tale: ogni cosa è potenzialmente sfruttabile, ogni cosa divenuta sfruttabile deve essere sfruttata. Contrariamente a quanto viene propagandato, la violenza contestataria si manifesta come reazione alla violenza sistemica di un ordine socioeconomico – il nostro – fondato su questo imperativo.

Secondo ordine di cose, piuttosto un memento ad uso “interno”. Il problema non sono i Black Bloc, proprio come non lo sono quanti decidono di manifestare pacificamente. Il problema non sono quanti disarmano un bulldozer o rovesciano recinzioni e jersey o tranciano concertina per ostacolare materialmente l’avanzamento di un cantiere e dimostrarne la meravigliosa vulnerabilità a un’azione risoluta e organizzata, proprio come non lo sono quanti prendono le vie dei ricorsi legali, delle petizioni, delle vie istituzionali. Il problema da porsi – qui e altrove, a monte e a valle di qualsiasi evento o azione – mi sembra traducibile in questi termini: ciò che facciamo, come e nei modi in cui intendiamo farlo, giova o nuoce alla nostra causa? Se non credo possa darsi una risposta univoca e recisa a questa domanda, tuttavia penso si possano desumere alcuni elementi di risposta suddividendola in tre ordini di domande più precise e circoscritte.

Primo: come è stato percepito (a valle) l’evento da quanti vi hanno partecipato? ha rafforzato la risoluzione dei partecipanti a ritrovarsi e andare avanti, o ha contribuito a creare frustrazione e a diminuirne la motivazione? (da cui l’importanza di riunioni e riscontri a caldo fra tutte le componenti che hanno partecipato alla concretizzazione dell’evento). Secondo: come possiamo immaginare (a monte) che questo evento sarà percepito dai nostri simpatizzanti non direttamente coinvolti nell’evento o nella contestazione? il tipo d’azione e il modo d’azione contribuiranno ad aumentare questa simpatia, magari ad approfondirla, o non rischiano piuttosto di alienarcela? Terzo: come possiamo aspettarci che ciò che faremo sia narrato, strumentalizzato e rigiratoci contro dai nostri antagonisti? come possiamo immaginare che risponderà l’opinione pubblica ignara della nostra lotta, quali saranno i vantaggi che i nostri antagonisti possono sperare raccogliere dalla nostra azione? quale sarà l’entità della repressione e quali sono le nostre forze? Il problema mi sembra consistere in questo groviglio di considerazioni (non esaustive). Ed è un problema che non può essere sciolto da una soluzione, ma solo dalla risoluzione a un costante lavoro pratico e di pensiero che ci permetta di organizzare le forze per agire nel senso del futuro che desideriamo e di prepararci in seguito a reagire a quanto resta d’imprevedibile nelle conseguenze della nostra azione.

In ogni caso, non credo ci sia possibile compiere passi in avanti se non ricorrendo a una pluralità di strategie. Sono necessarie tanto le vie legali messe (ancora) a nostra disposizione dallo stato di diritto, quanto quelle non legali – anche se non per ciò illegittime, data la violenza strutturale evocata sopra – del disarmo. Ma quando forme di ricorso alla violenza – come quella verso le cose e la proprietà – vengono integrate in chiave contestataria, essa deve essere assunta. E ciò che di essa deve essere assunto sono prima di tutto le sue implicazioni: la visione politica che sottende, l’ordine e i rapporti socioeconomici che intende indebolire o smantellare, la società e il mondo che delinea. Ad ogni incremento di violenza, insomma, deve corrispondere un incremento di responsabilità e di pensieroperché ogni violenza che non sia sincera e trasparente nell’argomentare e nel fondare le ragioni della propria legittimità è per ciò stesso illegittima, prima (e peggio) ancora che illegale.

da qui