martedì 7 aprile 2026

Anna oltre il muro – Maria Rita Contu

Maria Rita Contu a partire da una fotografia che ha trovato in casa, quella di una ragazza, misteriosa, amica della madre, va alla ricerca di quella ragazza, Anna.

È come un lavoro di archeologia, di ricerca di un’assenza, ricostruendo a partire da testimonianze la vita di Anna, non solo, ma anche la vita di una comunità negli anni nei quali si passa da una società immobile a una che si trasforma a velocità fino ad allora impensabili.

E tutto da una fotografia.


Mi viene in mente Eduardo Galeano:

Introduzione alla storia dell’arte

Ceno con Nicole e Adoum.

Nicole racconta di uno scultore che conosce, un uomo di grande talento e famoso. Lo scultore lavora in un atelier enorme, circondato di bambini. Tutti i bambini del quartiere sono suoi amici.

Un giorno il comune gli commissionò la scultura di un cavallo per una piazza della città. Un camion portò all’atelier un grandissimo blocco di granito. Lo scultore cominciò a lavorarlo, dall’alto di una scala, a colpi di martello e scalpello. I bambini lo guardavano lavorare. Poi i bambini partirono in vacanza, in montagna o al mare.

Quando tornarono, lo scultore mostrò loro il cavallo terminato. E uno dei bambini, con gli occhi spalancati, gli chiese:

-Ma…come sapevi che dentro quella pietra c’era un cavallo?

 

(Ceno con Nicole y con Adoum.

Nicole habla de un escultor que ella conoce, hombre de mucho talento y fama. El escultor trabaja en un taller inmenso, rodeado de niños. Todos los niños del barrio son sus amigos.

Un buen día la alcaldía le encargó un gran caballo para una plaza de la ciudad. Un camión trajo al taller el bloque gigante de granito. El escultor empezó a trabajarlo, subido a una escalera, a golpes de martillo y cincel.
Los niños lo miraban hacer.
Entonces los niños partieron, de vacaciones, rumbo a la montaña o el mar.
Cuando regresaron, el escultor les mostró el caballo terminado. Y uno de los niños, con los ojos muy abiertos, le preguntó:
-Pero... ¿cómo sabías que adentro de aquella piedra había un caballo?)

Días y noches de amor y de guerra - Eduardo Galeano

 

  

La storia di Anna, a metà tra biografia e romanzo, riporta alla luce la figura di una cugina mai conosciuta dall'autrice perché morta troppo presto e in circostanze per certi versi misteriose, che nel piccolo centro ogliastrino, in Sardegna, danno luogo a un racconto popolare appena sussurrato, ma puntualmente tramandato. Rimosso dai propri familiari, il suo ricordo riaffiora nella memoria di chi la conobbe e consente all'autrice di far pace con il proprio passato e le sue ombre, riappropriandosi di un pezzo di vita e di amore che sanno pesare sull'anima.

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L’impero nascosto di Google mostra le debolezze dell’antitrust - Marco Boscolo

 


Il 10 febbraio scorso la Commissione Europea ha approvato senza condizioni l’acquisizione di Wiz da parte di Google, conclusa poi a marzo per un valore di 32 miliardi di dollari. Wiz è un’azienda israelo-americana fondata nel 2020: opera nel settore della cybersecurity e ha sviluppato una piattaforma che consente alle aziende di monitorare e proteggere le proprie “superfici di attacco” sul cloud. Tra i suoi clienti ci sono i servizi cloud di molte grandi aziende globali.

Teresa Ribera Rodriguez, commissaria europea per la concorrenza, ha dichiarato in una nota ufficiale che “Google si posiziona dietro ad Amazon e Microsoft in termini di quote di mercato nelle infrastrutture cloud e la nostra valutazione ha confermato che i clienti continueranno ad avere alternative valide e la possibilità di cambiare fornitore”. In termini di concorrenza e rischio di monopolio del mercato, quindi, nulla osta all’acquisizione da parte dell’azienda di Mountain View. 

Ma è davvero così? Una recente analisi pubblicata a novembre su ArXiv.org suggerisce che in realtà gli organi di controllo antitrust non siano riusciti a intercettare la vera portata dell’influenza di Google nel settore digitale globale, permettendo all’azienda americana di costituire quello che i tre autori definiscono “l’impero nascosto di Google”. 

Secondo gli autori – Aline Blankertz, Brianna Rock e Nicholas Shaxson – oggi Google “ha accumulato un impero di oltre seimila aziende che ha acquisito, supportato o in cui ha investito, nell’economia digitale e non solo”. Tutto ciò sarebbe stato possibile per una concomitanza di fattori, a cominciare dalla strategia di Google di sfruttare investimenti di minoranza nelle società che sfuggono agli organi di controllo e dalle prospettive troppo stringenti che le stesse autorità antitrust adottano nel giudicare gli investimenti e le acquisizioni.

Google controlla oltre 6000 aziende

La base di dati principale usata nello studio proviene da PitchBook, un’azienda specializzata nel fornire dati sui movimenti di capitale tra aziende. A questa, i tre autori hanno aggiunto ulteriori ricerche, includendo anche altre aziende della galassia Google (DeepMind, YouTube, Google Ventures, Google for Startups e altre) e un’ulteriore analisi delle informazioni fatte circolare dall’agenzia di stampa Bloomberg.

Dai dati risulta che negli ultimi 15 anni Google ha costruito la sua rete di influenza – che, come detto, coinvolge migliaia di aziende digitali – a livello globale. Questa circostanza mette Google in una posizione di netto vantaggio rispetto alle altre Big Tech digitali e, come ha commentato un’autrice dello studio, l’economista tedesca specializzata in piattaforme digitali Aline Blankertz a Guerre di Rete via email, rappresenta “un’enorme concentrazione di potere”. La differenza rispetto a situazioni simili che si sono verificate, per esempio, nel settore finanziario, “sta nel fatto che Google esercita un’influenza molto diretta sui tipi di tecnologie da sviluppare, che sono solo quelle che avvantaggiano il suo modello di business”, continua Blankertz. “Questo le consente di permeare un numero ancora maggiore di ambiti della vita [delle persone] senza dover rendere conto della propria influenza, poiché tali investimenti non sono soggetti ad alcun tipo di supervisione”.

Nel suo database, PitchBook distingue, infatti, tra “acquisizione”, cioè la presa del controllo di un’azienda da parte di un’altra attraverso l’acquisto di quote di capitale, e gli “investimenti”, in cui l’acquisto di capitale dà invece diritto a una percentuale inferiore al 15% nei diritti di voto all’interno dei consigli di amministrazione. Seguendo questa distinzione, gli autori hanno analizzato il comportamento di Google tra il 2010 e il 2024. 

I dati raccontano un incremento della strategia di investimento e una progressiva diminuzione delle acquisizioni e delle fusioni nello stesso periodo. 
Un altro fattore importante è che non tutte le aziende in cui Google investe sono nello stesso settore, pur facendo comunque parte del mondo della tecnologia digitale. Ciò consente a Google di esercitare un controllo che non è verticale, ma più simile a un “controllo ecosistemico”, restando però sotto il radar delle autorità di controllo.

Delle quasi 6000 aziende in cui ha investito rimanendo sotto la soglia fatidica del 15% dei diritti di voto in CdA, molte sono state sostenute da Google non solo attraverso capitale, ma anche risorse: crediti cloud, mentoring, accesso all’ecosistema.

Il risultato è una forma di “controllo senza proprietà”: Google non possiede le startup, ma ne orienta le tecnologie e i modelli di business. E mentre queste si appoggiano sempre più alla sua infrastruttura, finiscono per rafforzarne la posizione sul mercato. Poiché l’antitrust si concentra soprattutto su fusioni e acquisizioni, questa rete di investimenti sfugge in gran parte ai controlli. Così facendo, l’influenza di Google sull’economia digitale mondiale si sarebbe espansa grandemente senza incontrare ostacoli.

Il caso di DoubleClick

All’interno della strategia di Google, le acquisizioni continuano comunque ad avere un peso importante, nonostante il loro numero ridotto negli anni. Non tanto per l’acquisizione diretta di fette di mercato in settori vicini, ma soprattutto per l’integrazione tecnologica. Per spiegare meglio come funzioni, gli autori dell’analisi descrivono il caso di studio dell’acquisizione di DoubleClick avvenuta nel 2007. 

DoubleClick era un’azienda americana nata nel 1995 e specializzata nei servizi di pubblicità online. I regolatori americani ed europei che dovevano esprimere un parere sull’acquisizione non individuarono problemi perché ritenevano che Google non avesse abbastanza potere sul mercato e la competizione sarebbe rimasta alta. 

In particolare, la Federal Trade Commission statunitense (FTC), respinse “la preoccupazione che Google potesse integrare la propria offerta di pubblicità online con il software di DoubleClick, discriminando così la concorrenza”, perché non sarebbe stata una scelta economicamente vantaggiosa. Eppure è esattamente quello che è successo. Google ha progressivamente integrato DoubleClick nel proprio ecosistema pubblicitario, diventando l’attore dominante dell’intero panorama della pubblicità digitale. Con il paradosso che negli anni successivi le autorità hanno accusato Google di favoritismo e condotta anticoncorrenziale, con pesanti sanzioni dell’antitrust.

Secondo Blankertz e gli altri autori, la lezione da portare a casa da questo “peccato originale” è che gli enti regolatori sottostimano l’integrazione verticale. Concentrandosi sul lato economico delle acquisizioni, le autorità si preoccupano soprattutto delle “acquisizioni orizzontali”, cioè aziende simili che operano nello stesso settore di mercato e che, fondendosi, ne potrebbero controllare una fetta troppo grossa, penalizzando la concorrenza. 

Le “acquisizioni verticali” sono invece quelle che prevedono di acquisire un fornitore, un cliente o un soggetto di un altro anello della catena di approvvigionamento. Per capire meglio la differenza, nell’articolo viene fatto un esempio relativo al settore agricolo: “L’acquisizione di un altro produttore di pesticidi da parte di un produttore di pesticidi potrebbe sollevare preoccupazioni di natura orizzontale, mentre l’acquisizione di un produttore di semi di soia e mais da parte di un produttore di pesticidi solleverebbe preoccupazioni di natura verticale”. In questo secondo tipo ricade anche l’acquisizione di DoubleClick da parte di Google, che, di fatto, ne ha acquisito la tecnologia integrandola nel proprio ecosistema.

Il caso FitBit

Acquisire una tecnologia entrando in società con un’altra azienda è il tema anche dell’altro caso di studio presentato, quello relativo all’acquisizione di FitBit nel 2020. FitBit era un’azienda che operava acquisendo dati relativi alla salute dei clienti e monitorando le loro abitudini. 

Seppure con alcune riserve, sia la Commissione Europea che l’FTC hanno approvato l’operazione, a patto che Google si impegnasse a prevenire un uso improprio dei dati sulla salute dei clienti e che si impegnasse a garantire una competizione equa nel mercato. Gli enti regolatori erano preoccupati che Google potesse utilizzare i dati sensibili di FitBit relativi alla salute e al fitness per rafforzare la propria posizione dominante nella pubblicità online, limitare l’accesso dei concorrenti ai dati o al software e sfruttare il proprio ecosistema Android nel mercato dei dispositivi indossabili. 

Google ha accettato senza troppi problemi le indicazioni, perché quelle preoccupazioni erano lontane dal toccare il suo vero interesse strategico. Google sembra infatti aver consentito il declino di FitBit, come dimostrano il calo degli utenti, la riduzione delle vendite e la minore rilevanza del prodotto. Nel frattempo, ha spostato l’attenzione sui propri dispositivi e partnership, come il Pixel Watch e le collaborazioni con Samsung nel settore dei dispositivi mobile.

Questo risultato suggerisce che l’acquisizione potrebbe aver funzionato come una “killer acquisition”, neutralizzando un potenziale concorrente anziché rafforzarlo. Il problema, quindi, è che se i regolatori si concentrano solamente sui risvolti di economia “classica” delle acquisizioni e delle fusioni, possono completamente perdere di vista la reale strategia tecnologica che sottostà alle operazioni finanziarie.

Il ruolo della politica e della policy

Attraverso questo “impero nascosto”, avvertono gli autori dello studio, Google si trova in una posizione dominante per indirizzare lo sviluppo della tecnologia del prossimo futuro. Ovviamente, cercando di spingerla verso una direzione che sia il più profittevole possibile per sé stessa. Ma c’è uno spostamento importante che viene rilevato.

Fino a pochi anni fa, Google provava ad assumere una posizione dominante nel mercato grazie al suo peso in termini economici. Oggi, dopo lo spostamento di strategia descritto, Google starebbe cercando di aumentare la propria rilevanza attraverso un posizionamento strategico in settori chiave, come per esempio quelli dell’AI, dell’infrastruttura della cybersecurity e del cloud. Tutti centrali anche nell’acquisizione appena confermata di Wiz.

Inoltre, Google sta acquisendo ancora più centralità attraverso una relazione sempre più stretta con gli uffici governativi americani. L’attività di lobbying presso il governo americano è tale per cui, scrivono gli analisti nel paper, “Google presenta le proprie tecnologie cloud e di intelligenza artificiale come indispensabili per affermarsi a livello geopolitico. Questo crea una situazione in cui il governo potrebbe sentirsi in dovere di soprassedere su alcuni dubbi relativi all’espansione di Google e, al contrario, impiegare le proprie risorse per rafforzare l’azienda, invece che controllarla e limitarla”. In questo senso, “l’acquisizione di Wiz può essere considerata un caso di studio per questa dinamica emergente”. E che sembra rappresentare il nuovo paradigma in cui è intenzionata a operare Google.

Si può intervenire in termini di policy, magari provando a limitare questo tipo di operazioni da parte di un attore del mercato? Aline Blankertz non nasconde il suo pessimismo: “Il problema è che siamo troppo in ritardo. Se vogliamo creare un mercato in cui le aziende europee possano competere nel settore digitale e in cui i governi possano contare su un’infrastruttura digitale sicura, dobbiamo prendere in considerazione interventi efficaci come lo smembramento delle imprese”. Come a dire: non essendo riusciti a prevenire questa situazione, adesso si dovrebbe rompere un sistema già consolidato. Non sarà facile.

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lunedì 6 aprile 2026

L’altra America: la guerra come destino, la cultura come rifiuto - Adriano Tedde

In un editoriale del 26 marzo dal titolo significativo “Non è Trump, è l’America” (It’s Not Trump. It’s America.), la giornalista Lydia Polgreen nel New York Times si chiede se tutto il caos che il suo paese sta provocando a livello mondiale sia dovuto semplicemente alla deviazione di un Presidente fuori norma o alla manifestazione di cause più profonde legate all’identità americana.

Polgreen confessa di aver oscillato a lungo tra due diversi sentimenti, come tanti altri suoi connazionali. Da una parte, si è spesso chiesta se Trump fosse un’anomalia nel corso della storia americana, un personaggio malefico che utilizza il potere a suo piacimento come nessun presidente abbia mai fatto in passato. Da questa interpretazione si trae il conforto che un giorno l’anomalia dovrà finire con l’uscita dalle scene di Trump, per volontà politica o semplicemente per il corso della legge di natura. Dall’altra parte, nei suoi momenti più bui la giornalista si è domandata se invece Trump non fosse altro che il punto di arrivo naturale di quello che l’America è sempre stata: una nazione compiaciuta che si autorizza a fare tutto quello che vuole sulla base dei miti della provvidenza e del cosiddetto “eccezionalismo.”

La guerra all’Iran – osserva Polgreen – dissolve questa dicotomia, mostrando come entrambe le chiavi di lettura possano coesistere. L’anomalia e la continuità si sovrappongono: la follia di Trump è insieme causa e sintomo. Il risultato è un conflitto che appare tanto arbitrario nelle sue origini quanto radicato nelle premesse ideologiche che lo rendono possibile. L’articolo si chiude con l’affermazione che l’unico modo per uscire dal tunnel in cui l’America si è cacciata è dunque rinunciare una volta per tutte all’illusione dell’eccezionalismo e riconoscere che il paese è uno fra tanti altri in un mondo interconnesso.

L’eccezionalismo è uno dei miti fondanti dell’America sin dai primi anni della Repubblica, nata 250 anni fa. Si tratta di una convinzione, assimilata da ogni studente fin dai primi anni di scuola, secondo cui l’America è l’eccezione nella storia umana, il popolo messo alla guida del mondo, capace di plasmare ogni evento con la sua volontà, alla ricerca della felicità (the pursuit of happiness) intesa come diritto inalienabile dei popoli nella dichiarazione di indipendenza del 1776.

Di questo tratto fondante della nazione americana è imbevuto l’intero arco politico, dai conservatori ai liberali. In tempi a noi vicini, furono Madeleine Albright e i Clinton a dichiarare l’America come la “nazione indispensabile” del nostro pianeta. La Segretaria di Stato in un’intervista del 1998 riassunse molto chiaramente il concetto della superiorità americana affermando: “se usiamo la forza, è perché siamo l’America; siamo la nazione indispensabile. Restiamo a testa alta e guardiamo più lontano di altri paesi, verso il futuro, e vediamo il pericolo che incombe su tutti noi.” Questa è la stessa forma mentis che ha ispirato i presidenti del ventunesimo secolo, Bush junior, Obama e Biden e che oggi ispira “l’anomalia” Trump. 

Rinunciare a questa illusione, come suggerisce Polgreen, significherebbe mettere in discussione uno dei pilastri più profondi dell’identità nazionale. Un cambiamento di tale portata non ha molti precedenti storici: le civiltà raramente abbandonano spontaneamente i miti che le fondano, se non in seguito a crisi radicali.

Eppure, la storia americana contiene anche un potente antidoto al fanatismo dell’eccezionalismo. Accanto alla narrazione dominante, esiste una lunga tradizione critica che ne smaschera le contraddizioni. Dalla disobbedienza civile di Henry David Thoreau, alla democrazia poetica di Walt Whitman e l’ironia corrosiva di Mark Twain, gli anticorpi al mito americano erano già evidenti nel diciannovesimo secolo.  fino alle di autori come Jack London, Sinclair Lewis e John Steinbeck, l’America ha continuamente prodotto voci capaci di metterne in discussione le certezze.

All’alba del nuovo secolo, le inquietudini moderne prendono forma nei romanzi di Jack London Martin Eden (1909) e Il tallone di ferro (1908) – quest’ultimo è un romanzo che anticipa di oltre un secolo la deriva dittatoriale di oggi. Nel 1935 Sinclair Lewis scrisse Qui non è possibile, un romanzo nel quale immaginava l’avvento di una dittatura simile a quella tedesca con l’elezione nel 1936 di un demagogo populista. Il romanzo tornò in vetta alle vendite dei libri con la prima elezione di Trump nel 2016. John Steinbeck con i suoi antieroi della Depressione smontò la narrazione del sogno americano che si faceva forte proprio negli anni Trenta per infondere fiducia in una nazione stremata dalla crisi economica. Negli anni Quaranta, Henry Miller, espatriato in eterno conflitto col suo paese, fece ritorno in America per trovare riparo dall’Europa in guerra e osservò una nazione materialista incapace di intendere il mondo. Nel suo Incubo ad aria condizionata (1940) profetizzò che una volta eliminato il problema di Hitler, il mondo avrebbe dovuto fare i conti con una minaccia ben più grande. La dominazione americana. Forse questo spiega perché Miller non fu mai uno scrittore molto popolare negli USA. La Beat generation e la controcultura degli anni Sessanta continuarono a contribuire a questo filone di critica all’ideologia americana. Infine, dagli anni Ottanta fino a pochi anni fa, l’anti-eccezionalismo fu incarnato dai romanzi di Paul Auster, narratore di una America piccola che fa i conti con l’austerità e la precarietà imposte dal neoliberalismo.

Questa contro-narrazione non si è limitata alla letteratura, la musica e il cinema sono state due forme di espressione che hanno dato voce a molti contestatori. Dal blues al country, tutto il repertorio della musica popolare americana dà voce agli ultimi e ai marginalizzati. Un’opera fondamentale in questo senso è l’Antologia della Musica Folk Americana una collezione delle prime registrazioni di musica rurale nera e bianca, curata negli anni Cinquanta da Harry Smith. L’antologia fu una rivelazione per molti giovani delle città e della provincia americane del tempo, tra i quali emersero Bob Dylan e altri cantautori degli anni Sessanta che hanno accompagnato i venti di rivolta contro l’America razzista e guerrafondaia. Erede tardivo di quella scena è poi Tom Waits, il cantante californiano che con le sue dissonanze sublimi racconta un paese allo sfascio da oltre cinquant’anni. 

L’antidoto all’eccezionalismo si può trovare anche nell’industria conservatrice e capitalista di Hollywood. Si pensi alla satira sociale di Charlie Chaplin o alla malinconia e l’alienazione in Buster Keaton. All’indomani della Seconda guerra mondiale, William Wyler filma Gli anni migliori della nostra vita, un successo di botteghino che con toni melensi denunciava il trattamento dei veterani di guerra da parte di una nazione vittoriosa ma ingrata. Elia Kazan negli anni Cinquanta diventa il regista degli “underdog” che subiscono le ingiustizie della società americana. E quando Hollywood andò in crisi, una generazione di giovani registi la salvò facendo film a basso costo che ebbero un grande successo proprio perché diversi da tutto quello che gli americani erano abituati a vedere la sera nei cinema. A cavallo tra i Sessanta e i Settanta, la “New Hollywood” di Martin Scorsese, Francis Ford Coppola, Roman Polanski, Milos Forman, Alan Pakula, Robert Altman e diversi altri mise in scena drammi crudi e violenti dove evapora del tutto il confine tra bene e male, moralità e indecenza, rettitudine e ingiustizia. Questa epopea è riassunta in un recente documentario chiamato Breakdown: 1975 di Morgan Neville che spiega magnificamente come cinquant’anni fa l’America prese coscienza dei suoi limiti per l’ultima volta, prima del ritorno in gran stile della balla del sogno americano con Rocky che vinse l’oscar come miglior film nel 1976, facendo ripiombare il pubblico nella nebbia dell’auto-compiacimento della favola dell’eccezionalismo. Una menzione particolare a questo punto merita il regista Jim Jarmusch, premiato a Venezia lo scorso anno, come raro esempio di chi ha continuato a insistere sul carattere non-eccezionale dell’identità americana anche negli anni delle grandi ubriacature nazionalistiche reaganiane e post-sovietiche. Due film su tutti: Dead Man (1995) per una rilettura del mito del Wild West e Mystery Train (1989) per la scioccante commercializzazione delle narrazioni patriottiche e mancanza di senso della storia nella società americana.

Perdonatemi se non ho incluso donne in questa lista, ma il loro contributo è stato importante quanto quello dei maschi, da Frances Ellen Watkins Harper a Harriet Beecher Stowe, Toni Morrison, Patti Smith, Dorothea Lange e Nina Simone. Insomma, l’elenco dei dissidenti dell’eccezionalismo è lunghissimo tra gli artisti americani, e si fa ancora più lungo quando si prendono in considerazione anche le diverse correnti della storia intellettuale del paese.

Oggi, di fronte a segnali di declino politico, sociale e forse anche militare – come sembrerebbe emergere dalla guerra all’Iran – il richiamo all’eccezionalismo sembra farsi più insistente proprio mentre perde credibilità. È in queste fasi contraddittorie che le nazioni tendono a irrigidirsi nelle proprie certezze, talvolta ricorrendo alla forza per difenderle. Per questa ragione ritengo che la speranza di Lydia Polgreen che i suoi connazionali si liberino di secolari illusioni proprio in questo momento storico mi sembra flebile.

Eppure, un’alternativa esisterebbe, ed è già parte nella storia culturale del paese. Non richiede rivoluzioni, ma un atto di riconoscimento: accettare che gli Stati Uniti siano una nazione tra le altre, inserita in un mondo interdipendente. Basterebbe riscoprire anche solo uno degli artisti illuminati che nel corso di due secoli hanno messo a nudo la banalità e la normalità dell’America in varie forme. In fondo, come suggerisce implicitamente la tradizione artistica americana da Whitman in poi, la misura più duratura di un popolo non risiede nella potenza delle sue armi, ma nella capacità della sua cultura di interrogare e criticare sé stessa. In altre parole, anche se ci ostiniamo a raccontare la storia dei popoli attraverso le loro guerre, l’espressione più alta che questi lasciano di sé ai posteri è nella loro arte.

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Perché l’alleanza con gli USA è un danno non più sostenibile - Piero Bevilacqua

Quale democrazia?

È noto che la maggioranza degli uomini vive il proprio tempo, il proprio presente, con la testa girata all’indietro, anche quando crede di stare avanzando nel futuro. Di fatto, nel futuro avanza realmente, almeno con i piedi, ma osservandolo con la mente ingombra di idee morte, ammuffiti fantasmi come la roba nella bottega del rigattiere. Vivono così, in Europa e in Italia in primissimo luogo, non solo tantissimi giornalisti e uomini politici, ma anche una parte difficilmente calcolabile di cittadini, i quali continuano a credere che gli Stati Uniti siano quelli che erano nella loro giovinezza, e la nostra alleanza con loro sia un fatto non solo vantaggioso, ma naturale, come il colore invariabilmente bianco della neve. Non c’è da stupirsi: i miti durano a lungo nella nostra mente, soprattutto quando essi ci hanno a lungo sedotto, offerto punti di riferimento saldi, sono stati la stella polare per orientarci nel grande mare in tempesta dell’età contemporanea. E almeno dai primi del Novecento l’America è un mito fondativo della nostra identità, una componente ineliminabile della modernità europea.

Oggi questo mito è sopravvissuto solo nella mente di qualche attardato nostalgico, nella malafede di tanti nostri giornalisti padronali, manipolatori quotidiani d’opinione pubblica, di politici disperati come i governanti europei, dei tanti che vivono la loro vita senza porsi molti problemi e si trascinano le vecchie credenze come un difetto di nascita. Non tutti, comprensibilmente, sono come Don Chisciotte, che crede ancora nell’esistenza della Cavalleria e salta in groppa a un qualche Ronzinante in cerca di guerre immaginarie.

Sappiamo che il cuore di questo mito, potente veicolo di potere egemonico degli USA sul resto del mondo, è la sua democrazia, accompagnata dal vanto di essere la più antica del mondo moderno. Ora, al netto della demolizione sistematica condotta già 20 anni fa da Luciano Canfora della effettiva realtà storica di tale forma di governo, dalle supposte origini greche a oggi (La democrazia. Storia di un’ideologia, Laterza, 2004 e varie edizioni), sappiamo che essa è stata in realtà una forma di liberalismo, uno stato di diritto fondato su una effettiva divisione dei poteri, che certo ha conosciuto una forma avanzata di stato sociale negli anni del New Deal rooseveltiano. Ma è stato pur sempre un ben contraddittorio liberalismo, che ha convissuto, sino a metà degli anni ’60 del secolo scorso, con la segregazione razziale del popolo nero, lunga eredità della propria economia schiavile. Domenico Losurdo ha ricostruito una minuziosa cronaca nera di questa socialità liberale e delle sue pratiche discriminatorie e persecutorie (Controstoria del liberalismo, Laterza, 2005).

Ma lasciando da parte la storia, che cosa è oggi la democrazia in USA? Intendo la democrazia formale, ovviamente, niente più che il meccanismo liberale della rappresentanza. Osserviamo innanzi tutto che cosa è diventato realmente il sistema politico. Chi non vede che il cosiddetto bipolarismo, l’alternanza al governo tra Democratici e Repubblicani, è da decenni una finzione? Non è evidente che vige il sistema del partito unico abilmente camuffato? Il rito elettorale in quel paese è una dispendiosa fiera milionaria dove nessun candidato ha speranza di arrivare al Congresso senza investire una fortuna familiare, ma di norma elargita dalle varie e potenti lobbies economiche e finanziarie. Non è il popolo, che si limita di fatto a mettere la scheda nelle urne, a eleggere i deputati, ma sono le ristrette élites del danaro. E come possono questi eletti rispondere agli interessi reali del vasto “popolo delle urne” se essi debbono la loro elezione al ristretto “popolo dei soldi”? Dunque, la politica, chiunque governi, democratici o repubblicani, si svolge secondo un unico copione con irrilevanti variazioni, un sequel cinematografico in cui si replicano le stesse storie.

Sarebbe sufficiente tale constatazione per non stupirsi più di tanto della clamorosa inerzia e silenzio da parte del Partito Democratico di fronte alle scorribande criminali del presidente Trump. Ma tale silenzio si era già manifestato in forme più gravi, quando un presidente espresso da quel partito, Joe Biden, ha sorretto e alimentato militarmente il governo di Israele per compiere il genocidio a Gaza.

Lo stesso presidente e la stessa amministrazione che hanno rigettato le risoluzioni dell’Onu su Gaza e le varie sentenze della Corte Internazionale di Giustizia. Pratica che si perpetua da 76 anni, durante i quali gli USA hanno posto il veto per ben 45 volte su 94 risoluzioni dell’ONU di condanna di Israele, che è stato il modo per svuotare l’autorevolezza di quell’organismo. (Le risoluzioni dell’Onu e i veti degli USA sono pubblicati in appendice a J. Baud, Operazione Diluvio Al-Aqsa. La sconfitta del vincitore, Max Milo, 2024)

Ma se il sistema formale della rappresentanza ha così poco a che fare con la democrazia, che cosa ne è del potere esecutivo, della democraticità e rappresentatività popolare del governo? Risparmiamo al lettore tante analisi di cose note. Oggi su questo potere ci informa, nella forma spettacolare che è propria della politica contemporanea, il comportamento del presidente in carica. Nelle grottesche, ridicole contorsioni retoriche, nelle affermazioni e smentite dello stesso giorno, delle stesse ore, dello stesso discorso, di Donald Trump, questo istrionico, folle personaggio balzato sul proscenio del mondo da una tragedia di Shakespeare, c’è la rappresentazione plastica, l’incarnazione umana dell’avvenuta dissoluzione privatistica del potere esecutivo negli USA. Quest’uomo, che forse è la persona giusta per rappresentare l’agonia di un impero che non vuol rinunciare al proprio dominio, mostra che lo stato americano è oggi spartito, come una preda di caccia, tra i poteri economici che tengono in piedi la società: il complesso militare-industriale, il variegato mondo della finanza, le lobbies ebraiche che guidano la politica estera in Medio Oriente, le Big Tech. Le quali ultime, pur essendo al momento forse le meno potenti nella capacità di condizionamento politico, costituiscono tuttavia una innovazione inquietante nelle forme in cui i poteri privati gestiscono funzioni pubbliche. Come ha da poco sottolineato Dario Guarascio in una sistematica disamina: “Il controllo di infrastrutture, tecnologie e dati ha gradualmente reso le Big Tech una ‘componente attiva’, rafforzando ulteriormente la loro posizione all’interno del complesso militare-digitale americano. In casa e all’estero, le Big Tech si trasformano sempre più spesso negli ‘occhi’ e nelle ‘orecchie’ dei loro governi” (Imperialismo digitale. Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA, Laterza, 2026).

Sicché oggi la supposta democrazia americana non solo è capace di esprimere presidenti che sostengono il genocidio di un popolo, apparso in questi anni come uno spettacolo hollywoodiano agli occhi del mondo, ma elegge un uomo come Trump, che può sentirsi un monarca planetario, il primo della storia. Un padrone senza limiti che minaccia e aggredisce vari popoli della terra senza che una qualche opposizione si levi dalle istituzioni americane. E ricordare che gli USA godono ancora della libertà di parola e di stampa poco ci consola, se pensiamo all’asfissiante potere di manipolazione dei media, con cui i cittadini vengono quotidianamente ingannati e disinformati. Dunque un potere così sregolato e assoluto, penetrato da sistemi di sorveglianza e controllo sempre più efficienti, da far temere per l’avvenire della nostra libertà, di tutti noi, americani e non americani, “amici” o “nemici”, poco importa.

Dunque noi non abbiamo più oggi ragioni di essere alleati degli USA per la sua democrazia, per il nostro appartenere alla stessa “sfera di valori”. Dove sono poi i valori? Può esserlo forse il governo neofascista di Giorgia Meloni, che con la tirannia e la violenza convive bene — ed è infatti complice degli USA del genocidio israeliano a Gaza — ma non l’Italia rappresentata dalla Costituzione repubblicana.

Un patto di aggressione al resto del mondo

Ma noi, si obietterà, siamo legati agli USA dal Patto Atlantico. Bene, quel patto, nato nel 1949, doveva servire a difendere il “mondo libero” dalla minaccia sovietica, era figlio della guerra fredda e delle sue retoriche. Benché si debba ricordare che esso nasceva, oltre che in funzione di controllo e repressione dei movimenti comunisti, quale strumento di espansione dell’impero in Europa e in Oriente. Nel dopoguerra, l’Unione Sovietica, che aveva accettato la divisione del mondo in sfere di influenza, sancita a Yalta nel 1945, non poteva nutrire alcuna velleità aggressiva fuori dalla sua sfera. Questa minaccia era agitata ad arte dagli USA per avviare la guerra fredda. L’URSS usciva stremata dalla guerra, con 27 milioni di morti e un numero mai calcolato di mutilati e invalidi inetti al lavoro, con tanta parte dell’industria e delle infrastrutture distrutte. Com’è storicamente accertato: “I sovietici ritenevano che, sia a livello internazionale che all’interno di ogni paese, la politica del dopoguerra dovesse svolgersi entro i confini dell’alleanza antifascista con tutte le forze politiche. Essi si auguravano una coesistenza di lunga durata, o piuttosto una simbiosi di sistemi capitalista e comunista” (Eric J. Hobsbawm, Il secolo breve. 1914-1991, Rizzoli, 1995). Ma gli americani avevano altri progetti.

Infatti, dopo il crollo dell’URSS, era evidente che la Nato non aveva più ragioni di esistere. La contrapposizione di sistema tra comunismo e capitalismo non esisteva più. Era chiaro che la sua permanenza e la sua espansione, addirittura la sua proiezione verso l’Europa orientale, ubbidiva a un disegno imperiale e per niente pacificatore. Del resto, analisti e dirigenti politici americani dopo il 1991 hanno esplicitamente dichiarato, nel corso degli anni, gli intenti di dominio unipolare del mondo a cui gli USA si sentivano destinati dopo l’uscita di scena del Grande Nemico. Ed è ormai diventato un rito obbligato ricordare il testo di Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale sotto la presidenza Carter, La grande scacchiera, pubblicato nel 1997 (ripubblicato con una postfazione, The Grand Chessboard. American Primacy and Its Geostrategic Imperatives. Updated with a New Epilogue, Basic Books, 2016). Oggi, d’altra parte, possiamo dire con sicura certezza che questa alleanza non doveva proteggerci da nessuna possibile minaccia. E anche senza il cosiddetto “ombrello americano”, tanto esaltato da una stampa europea, non si sa se più disonesta o ignorante, non si vede davvero chi avrebbe potuto aggredire l’Europa. Per i popoli del Continente sarebbe stato in realtà molto più naturale e vantaggioso stabilire un nuovo rapporto, anche di alleanza militare, con un paese europeo, come la Russia, che non ci aveva mai aggredito (al contrario di quanto aveva fatto la Germania di Hitler e l’Italia di Mussolini), con cui avevamo peraltro fruttuose relazioni economiche e politiche fino al 2022. L’Alleanza atlantica invece ci ha fatto complici del progressivo accerchiamento della Russia, sino alla guerra per procura in Ucraina. Un magistrale colpo strategico da parte degli USA inferto all’Europa, a partire dalla Germania, a cui ha imposto la fine dell’acquisto di energia a buon mercato e la possibilità della formazione di una vasta area euroasiatica, economica e commerciale, che competesse con l’America. Ma non è solo questo. La Nato ci ha trascinato, in varia misura, in guerre di aggressione contro altri popoli che non ci avevano portato alcuna minaccia: la Serbia, l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia, la Siria, ciò che ha indotto i nostri governanti, a partire dai presidenti della Repubblica, a snaturare principi solenni della Costituzione, sino a coinvolgerci nel sostegno economico e militare a Israele, perché consumasse il genocidio dei palestinesi a Gaza. E ancora oggi questa fedeltà scellerata ci spinge a sostenere l’esercito criminale di quel paese, perché possa continuare i suoi massacri in Cisgiordania, in Libano, in Siria, nello Yemen, in Iran e dovunque lo ritenga di suo interesse.

Ma con la guerra di aggressione all’Iran — nella quale, con leggendaria disonestà, i governanti italiani, come tanti altri leader europei, non vedono la violazione criminale del diritto internazionale — siamo in una fase nuova. La situazione odierna ci mostra nitidamente a cosa ci espone “l’amicizia con l’alleato americano”. Non sono solo i dazi commerciali, non è solo l’imposizione ai paesi Nato della spesa del 5% del Pil in armi, comprate dalle industrie USA, non è solo l’acquisto del petrolio a caro prezzo dal severo padrone, non è solo la richiesta di investire i nostri risparmi nel vertiginoso debito americano. Non è solo questo, soprattutto per l’Italia. Noi stiamo mettendo le basi militari del nostro paese a servizio di una guerra contro l’Iran, per un’aggressione sanguinaria in violazione di qualunque diritto. E questo ci trascina direttamente in guerra. Così, nel Mediterraneo, il Mare Nostrum, una potenza atlantica, che vive lontano, al riparo tra due oceani, ci espone alla legittima rappresaglia armata di un paese ripetutamente ingannato e aggredito. Senza mai, in nessuna circostanza, esprimere la benché minima protesta contro un’aggressione che procurerà, con la chiusura dello Stretto di Hormuz e i danni bellici connessi, un danno ingente all’economia mondiale, alla vita di miliardi di cittadini.

Una conferenza internazionale per la pace

A quale punto dobbiamo dunque arrivare, in quale abisso dobbiamo precipitare per incominciare a predisporre una rottura di questo vincolo servile con gli USA, che da tempo non ha altra ragione di continuare se non la corruzione, gli interessi inconfessabili, la viltà, l’inerzia imbelle, la miseria politica e intellettuale dei nostri gruppi dirigenti? Tutto questo in danno crescente e non più sopportabile del popolo italiano?

Rintuzzo subito la ritorsione retorica che ogni volta si attiva, anche da parte di analisti non corrivi, di fronte a tante luminose evidenze. Essa suona: «ma non possiamo essere nemici degli americani». Ma è il contrario. Siamo noi gli autentici, sinceri amici del popolo americano, perché siamo gli avversari dei loro gruppi dirigenti guerrafondai e criminali. Sciogliere la Nato, chiudere le basi militari in Italia e dovunque possibile significa sconfiggere i gruppi dirigenti che non vogliono rinunciare all’impero unipolare, ormai conservabile solo a prezzo di guerre sempre più rovinose e sempre più pericolose. Rinunciare al delirio di onnipotenza equivale per lo stato USA a sottrarre alle spese in armi risorse ingenti, che possono essere destinate al welfare, al benessere generale della popolazione di un grande e ricco paese, così apertamente danneggiato, da decenni, insieme a tanti altri popoli del pianeta, dai suoi governanti dementi.

Dunque, è il ritorno dell’Europa alla sua piena sovranità, anche territoriale, a cominciare dall’Italia, il passo importante per incominciare a riportare ordine e pace nello scenario internazionale. Ma non certo per sostituirci agli USA in vista di una nuova stagione di guerre, come immaginano con stoltezza e velleità superiore a quella americana, i governanti europei, che oggi vorrebbero continuare la guerra contro la Russia senza gli USA. È il lucido, delirante programma elaborato dall’UE nel Libro bianco sulla prontezza alla difesa europea per il 2030 (si veda l’acuta disamina di Alessandro SommaNoi, l’America e l’atlantismo. Sull’inerzia e i guasti di una ideologia costitutiva della costruzione europea, in «La fionda», 2025, n. 1).

Il fatto che, dopo tanta retorica sulle magnifiche sorti e progressive a cui ci avrebbe condotto l’Europa Unita, si offra al futuro della nostra gioventù un avvenire di riarmo e di prontezza alla guerra, è solo la dichiarazione del fallimento di una intera generazione di ceto politico continentale. Non siamo più nel ‘900. Nessuna egemonia e dunque nessun potere durevole si può fondare su un progetto simile — che per molti versi è pericolosamente ridicolo di fronte alla grandezza e potenza dei nemici dichiarati, Russia, Cina, Iran, ecc. — perché le guerre i governi le possono dichiarare e provocare, ma a combatterle sono i popoli, che debbono possedere la forza e la volontà di farle.

È invece l’inerzia servile nei confronti degli USA che non ci ha fatto intravedere la strada maestra che poteva evitare la tragedia della guerra in Ucraina e forse un diverso corso della storia degli ultimi 26 anni. Noi avremmo dovuto raccogliere l’invocazione solennemente espressa da Vladimir Putin alla Conferenza di Monaco del 2007, vanamente ripetuta negli anni successivi: rinunciare all’ordine unipolare americano e stabilire un assetto di “sicurezza indivisibile”, nel quale tutti i paesi partecipassero con pari diritti di tutela e certezza giuridica. Esattamente il tema che oggi le forze progressiste italiane ed europee dovrebbero riprendere, senza rimanere nella scia della retorica della “difesa all’Ucraina”. Quella difesa è contro gli interessi del popolo ucraino (come di quello russo), perché la Russia non può smettere di combattere senza essersi assicurata una sicurezza duratura del proprio territorio, minacciato dalla Nato attraverso il grande paese confinante un tempo russo. Una certezza di confini che la deve mettere al riparo non solo dall’Ucraina, ma di tutta la Nato, che quella guerra ha favorito e ora continua ad armare e alimentare. Si tratta di una iniziativa che romperebbe l’inerzia infruttuosa di questa fase, mentre assistiamo impotenti ai danni economici crescenti e imprevedibili che due stati selvaggi, USA e Israele, stanno provocando con la guerra contro l’Iran. Ci vorrebbe un po’ di coraggio, rischiando l’impopolarità, ma creando contatti con le forze progressiste della Francia e della Germania, perfino del governo spagnolo di Sánchez, e rendendo popolare l’idea di una conferenza da realizzarsi in Europa, in cui si discutano con serietà i temi della sicurezza, ma alla presenza dei rappresentanti della Russia, della Cina, dell’Iran e di tutti coloro che vorrebbero partecipare.

Sappiamo che al primo annuncio di questa proposta la stampa padronale si scatenerebbe per sabotarla. Ebbene, io credo che questa sarebbe un’occasione per incominciare ad affrontare con serietà e coraggio il gravissimo problema dei media italiani. Gli analisti liberi devono cominciare ad accusare apertamente i giornalisti — non solo il canagliume della stampa di destra, che si sporca con le sue stesse parole — ma soprattutto dei fogli più influenti, il Corriere della SeraRepubblicaLa Stampa, ecc., non solo come vassalli degli USA. Questa loro è antica routine. Ma anche come corresponsabili della continuazione delle morti in Ucraina, complici morali del genocidio a Gaza (giornalisti come Mieli e della Loggia l’hanno apertamente giustificato come responsabilità di Hamas), sostenitori dell’aggressione all’Iran e quindi dell’uccisione di migliaia di cittadini innocenti, del bombardamento di scuole, ospedali e perfino università, che oggi si vanno sempre più ripetendo a Teheran e altrove. Oggi non possiamo più tollerare l’impunità morale e politica di un giornalismo che mente con strategia sistematica ai cittadini, falsifica quotidianamente la realtà dei fatti, tace le cose che non bisogna fare sapere, modifica le interpretazioni secondo precise volontà manipolatorie. Questo lo dobbiamo alla verità, alla volontà di pace del nostro popolo, ma anche a una ragione quasi mai ricordata. Insieme alla TV e ai grandi media, sui temi della politica estera, il giornalismo italiano costituisce oggi al tempo stesso espressione e causa della degenerazione morale e culturale del Paese. L’istituzione di un paese liberale che dovrebbe fornire informazione, procura di fatto danni anche economici indiretti al nostro paese, alimentando la politica rovinosa dell’atlantismo. A mia memoria mai sui temi della guerra e dei rapporti con gli altri paesi erano state riversate così tante menzogne sull’immaginario degli italiani. Non possiamo consentire, per quel pochissimo che possiamo — la nostra libera voce — che le nuove generazioni vivano nell’ipocrisia dei doppi e tripli standard con cui i media italiani si mettono a servizio degli “amici”, sempre più apertamente agenti del disordine internazionale. La libera e coraggiosa critica di tanta disonestà è peraltro oggi uno dei pochi modi per riscattare il buon nome dell’Italia agli occhi del mondo.

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domenica 5 aprile 2026

EPSTEIN FILES: LE BANCHE TREMANO E PAGANO IL CONTO

intervista di Enrica Perucchietti ad Alberto Contri 


Chi ha (avuto) paura della Global Sumud Flotilla? - Stefano Bertoldi

Alla vigilia della nuova missione, la testimonianza inedita dell’ex-capitano della barca a vela Zefiro su come il centrosinistra o cosiddetto “campo largo” abbia cercato di inserirsi nell’iniziativa, cavalcandola e condizionandola, nel tentativo di sfruttarla in termini di immagine, a fini elettorali, per rifarsi una “verginità” politica sulla questione palestinese e del genocidio messo in atto dal sionismo e da Israele.

La campagna elettorale della “sinistra riformista” in vista di un possibile ritorno al potere nel 2027, non è iniziata intorno al “NO” al referendum ma ben prima, ovvero intorno al movimento Global March to Gaza, poi ampliatosi a Global Movement to Gaza e più recentemente, dall’estate 2025, Global Sumud Flotilla. Come “reduce” dal coordinamento della delegazione di una ventina di persone dal Lazio che il 13 giugno avrebbe voluto marciare nel deserto verso il valico di Rafah, marcia interrottasi, forse non a caso, proprio in quel giorno di giugno per lo scoppio della cosiddetta “Guerra dei 12 giorni”, sono passato alla GSF (Global Sumud Flotilla) occupandomi, insieme ad altri, di barche, perizie, acquisti, ecc.. Il cosiddetto “Campo Largo” (PD-M5S-AVS) si fece avanti – ma fu anche avvicinato – fin dall’inizio di questa avventura che coinvolse tra skipper, tecnici, solidali, equipaggio, ecc. dalle due alle tremila persone: nessuno qui mette in dubbio la loro/nostra buona fede e soprattutto i risultati, non solo mediatici, di ciò che passerà alla storia come il primo grande movimento di massa che sfociò, tra fine settembre e inizi ottobre 2025, nella più grande manifestazione di piazza dagli anni ’70. Qui vogliamo solo esporre, tramite testimonianza diretta, le manovre di cooptazione, le strumentalizzazioni elettorali, dei tre principali partiti della “sinistra” di governo (PD, AVS e M5S) che avvicinarono il movimento a puro scopo propagandistico. In quest’attivismo da “parvenu” hanno primeggiato alcuni esponenti del PD, quelli estranei alla Sinistra per Israele o non inseriti in liste che recensiscono esponenti sionisti in Italia o tra gli ispiratori del DDL per la censura dell’antisionismo, o direttamente inquadrati all’interno di contasti industriali più o meno bellici, come Marco Minniti e Luciano Violante. Tutto nasce da una serie di interrogativi cui il lettore può tentare di dare una propria risposta, proporre una teoria.

1) Perché uno skipper, a fine agosto, lascia precipitosamente il porto di Augusta alla volta di Licata per salire a bordo di Karma del progetto targato ARCI “TOM” ( Tutti gli occhi sul Mediterraneo) mentre era intento a dare una mano agli altri compagni, impegnati ad allestire/riparare barche, in una folle corsa contro il tempo, per lasciare finalmente gli ormeggi e andare a Gaza? 2) Perché lo skipper che in origine era stato individuato per quel ruolo se ne stava, invece, tornando a casa? 3) Come mai, nel momento in cui la fregata Alpino della Marina Militare Italiana, presentata con grande enfasi come indispensabile presenza a protezione della flottiglia, abbandona quest’ultima al proprio destino, sempre l’imbarcazione Karma, invia a tutti gli equipaggi sulla chat interna il messaggio Instagram targato graficamente ARCI, l’audio della nave Alpino che avvertiva tutti quanti che arrivata a 190 miglia da Gaza se ne stava andando? e che si stava per lasciare la “comfort zone” cioè verso quel fatidico limite delle 120 miglia ipotizzato come il confine oltre il quale ci sarebbe stato l’assalto delle motovedette israeliane? 4) perché questo audio era inserito in una schermata di Instagram dove comparivano, uno accanto all’altro, il logo della Global Sumud Flotilla e quello dell’Arci? Insomma, al momento sembrò quasi una comunicazione ufficiale dell’organizzazione interna che però non era certamente affidata all’ARCI che con la sua unica barca, in realtà, si era semplicemente “aggiunta” alla flottiglia, sostenendola dal loro punto di vista, chiedendo ufficialmente al Governo italiano addirittura una protezione militare; 5) perché, una volta abbandonati da quell’inutile presenza militare, sempre l’equipaggio di Karma ingaggiava, sulla chat della flottiglia un botta e risposta, intorno alle varie convenzioni internazionali che regolano le acque territoriali e internazionali come la convenzione di Montego Bay per concludere poi che l’ultima parola, cioè il punto-nave in cui ci si doveva tutti fermare tutti spettava proprio a Karma che paradossalmente era l’ultima barca aggiuntasi al gruppo? 6) perché e con quale scopo 5 skipper su circa una ventina, definiti poi semplicemente “irrequieti” o “teste calde” decisero autonomamente di andarsene verso la Grecia partendo dalla baia di Porto Palo, dove aspettavamo, tra una riparazione e l’altra, la delegazione tunisina, per poi tornarsene indietro dopo qualche ora? Per fortuna la notizia non arrivò alla stampa per un senso di responsabilità dei giornalisti a bordo ma la stampa conservatrice e sionista ci sarebbero andati a nozze, rimarcando ancora una volta, le difficoltà organizzative o i dissidi interni alla flottiglia. 7) perché, dopo il feroce attacco avvenuto a sud di Creta ai danni della flottiglia da parte di Israele, qualcuno nell’organizzazione ha perseguito, senza nessuna motivazione nautica e tecnica, l’obiettivo di rimuovere dall’albero della Zefiro, lo spezzone costituito da un segmento di circa un metro di strallo in acciaio e tessuto arrotolato che non dava nessun fastidio anche considerando che dopo poche ore la barca si trovava in banchina a Ierapetra ? Perché quell’unica prova, quel corpo del reato di “tentato omicidio”, doveva essere rimossa?

Oggi quel moncherino, preso poi in carico dai ROS dei Carabinieri, è a disposizione della procura di Roma che dovrebbe indagare per risalire agli autori materiali e ai mandanti di quel reato che tutti sanno chiaramente chi siano pur non avendone le prove.

Il ruolo assunto poi dalla barca Karma dell’ARCI, coincideva, tra l’altro, con l’abbandono della missione, il giorno dopo l’aggressione violentissima ad opera dei droni israeliani del capo-flottiglia. La giornata successiva a quella nottata di guerra svoltasi al largo di Creta, vide parecchi membri della flottiglia tornarsene a casa ed altri, intenzionati a proseguire la missione ma costretti a cambiare imbarcazione a causa dei colpi inferti dai droni: tra questi, proprio il capo flottiglia che dopo aver aiutato a riorganizzare gli equipaggi alla luce dei numerosi rinunciatari pronti a prendere il primo aereo, decise di farsi dare un passaggio al porto di Ierapetra, a Creta, saltando al volo sulla banchina, dove mi ero accostato, senza quindi informare le autorità locali del proprio arrivo.

Ebbene la risposta, le risposte sono tanto semplici quanto avvilenti proprio per chi, da attivista politico, vorrebbe tenersi alla larga dalle facili strumentalizzazioni partitiche ed elettoralistiche: perché a bordo vi erano due deputati italiani entrambi del PD, uno al Parlamento italiano e l’altra al Parlamento Europeo. Mentre per tutti gli attivisti della GSF, fatti salvi i pacchi alimentari, pochi, piccoli ma ad alto valore simbolico, l’obiettivo era, ed essenzialmente rimarrà anche per le prossime missioni a Gaza, politico, (ovvero portare avanti un’azione di disobbedienza civile, forte di ben 50 piccole barche in gran parte a vela, volta a fare pressione sul governo genocidario israeliano) i due parlamentari perseguivano, invece, fin dall’inizio un piano parallelo che è stato presentato solo successivamente come un “piano B” per evitare una catastrofe ossia un possibile violento assalto israeliano, con morti e feriti tra gli attivisti pacifisti.

Secondo le testimonianze, inoltre, ma anche interpretando ex-post quel cambio repentino di skipper, questo piano era ben noto fin dall’inizio, almeno nella testa di questi pseudo-attivisti venuti, sulla carta, con il ruolo ben definito di “angeli protettori”, proprio in quanto esponenti politici con incarichi ufficiali nei rispettivi parlamenti. Alcune indiscrezioni, però, filtrarono, causando fin dall’inizio più di un malumore: quell’idea di triangolare l’invio degli aiuti, tramite l’emissario del Vaticano in Medio Oriente, il patriarca di Gerusalemme il cardinale Pierbattista Pizzaballa, voleva dire, di fatto, la “morte politica” ed umanitaria della missione.

Immaginando i possibili scenari, prima di tutto, non ci sarebbero stati né gli scioperi potentissimi di fine settembre e soprattutto non ci sarebbe stata, pochi giorni dopo, la fiumana di oltre un milione di persone, per lo più gente comune, senza bandiere di partito o di sindacati, cui tutto il mondo guardò con grande sorpresa, conoscendo il popolo italiano non tanto come insieme di cittadini riottosi, pronti a combattere per i propri diritti e di quelli altrui quanto, al contrario, piuttosto qualunquista. In realtà tutti, nella flottiglia, si erano convinti, nei due mesi precedenti la partenza, infarciti di riunioni, incontri on-line, esercitazioni e simulazioni, oltre che di riflessioni ad alta voce che difficilmente Israele si sarebbe azzardato a commettere l’errore strategico di causare anche un solo morto. I racconti del passato, escludendo una delle prime missioni di Freedom Flotilla finita tragicamente e comunque scatenata da una reazione degli attivisti a bordo, avevano sempre riportato testimonianze di maltrattamenti nei posti di polizia israeliani e poi nelle carceri ma un morto o feriti gravi apparivano alquanto improbabili. D’altro canto, lo stesso Israele, in tutti gli 80 anni di colonizzazione violenta della Palestina, ha abituato tutto il mondo ai propri numerosi voltafaccia repentini, a rotture unilaterali di patti diplomatici o di tregue belliche come l’odierna finta pace, fatta di centinaia di assassini giornalieri e di devastazioni reiterate e di violenze di ogni sorta in Cisgiordania compresi i mai cessati insediamenti illegali.

La certezza assoluta, quindi, non c’era in nessuno degli attivisti non violenti e l’attacco micidiale a sud-est di Creta durato circa due ore confermava che in realtà erano, appunto, pronti a tutto. La dimostrazione della strumentalizzazione partitica di alcuni politici e giornalisti italiani che sulla carta avrebbero dovuto proteggere da probabili “sbavature” nei posti di polizia, dove poi sono stati portati i circa tremila attivisti da ogni parte del mondo, nelle carceri e durante i successivi processi-farsa, è stata la velocità del loro rientro in Italia e soprattutto nelle loro apparizioni in TV. Tanto per citare altri comportamenti, di parlamentari di altri paesi meno genuflessi alla coppia israelo-statunitense, Emma Fourreau è stata arrestata dopo l’intercettazione e dopo poco trasferita nella prigione di Ketziot e rilasciata solo il 6 ottobre 2025 rimanendo, quindi, detenuta per diversi giorni. Secondo i resoconti, ha anche partecipato ad uno sciopero della fame durante la detenzione. A bordo dell’imbarcazione a vela Zefiro, peraltro battente bandiera polacca, insieme al capitano ed altri membri dell’equipaggio c’era anche il deputato del parlamento polacco Franciszek Sterczewski. Anche lui come quasi tutti i membri della missione non è stato rilasciato immediatamente ma è rimasto in detenzione per circa 5 giorni . Durante la detenzione a Ktziot, un grande carcere/centro di detenzione nel deserto del Negev, ha denunciato condizioni dure: “non ci hanno permesso di dormire – ha affermato in un’intervista alla stampa del suo paese – ci puntavano luci negli occhi per ore, minacce con armi, sputi” poi è stato praticamente deportato inizialmente in Grecia, da lì è poi tornato in Polonia. Va inoltre aggiunto che la “regola di ingaggio” condivisa da tutti i membri della flottiglia, era, quella di non fermarsi al primo altolà dell’IDF dato via radio e nemmeno al secondo avvertimento ma sicuramente di fermarsi al momento dell’assalto delle truppe d’élite israeliane. Oltre a questa prospettiva si è chiesto (ma non si obbligava) di non firmare la paradossale auto-dichiarazione di ingresso illegale in Israele, non solo perché le 120 miglia di acque considerate territoriali unilateralmente da Isreale sono di fatto illegittime ma anche perché, le persone sequestrate, in Israele, vi avrebbero messo piede contro la loro volontà, nel quadro di un vero e proprio rapimento per di più a seguito di un atto di pirateria. Il ritorno in patria dei parlamentari italiani ha di fatto avallato questo approccio giuridico delinquenziale dello Stato ebraico, sia rispetto all’occupazione illegale di parte delle acque internazionali al largo di Gaza sia autoproclamandosi di fatto “clandestini”.

Le elezioni politiche si avvicinano, mancano pochi mesi e la metafora messa in moto nell’immaginario collettivo ed utilizzata per fini propagandistici dai partiti, (ad esempio “l’equipaggio di terra” e “l’equipaggio di mare”, il “blocchiamo tutto” dei portuali di Genova), fa la sua parte ma alle spalle della povera popolazione palestinese, oggi quasi dimenticata: l’atteggiamento assunto recentemente da quegli stessi parlamentari nei confronti delle ONG che aiutano il popolo palestinese finite nell’iter giudiziario italiano su mandato di Israele, oppure l’arresto dell’imam di Torino e in generale verso la stretta repressiva, appare molto timido rispetto alla gravità dei fatti. D’altra parte buona parte della sinistra italiana in parlamento, a due anni dall’inizio del genocidio era ancora restìa ad adottare questo termine giuridico, come si evince anche dalle parole della stessa Laura Boldrini, peraltro esperta di diritto internazionale, in questa intervista di maggio 2025, poco prima della missione di una delegazione di parlamentari, giornalisti e attivisti al valico di Rafah (intervista audio al minuto 19’20”).

Se fosse andato in porto quel progetto machiavellico focalizzato unicamente sull’invio dei pacchi alla gente di Gaza, il PD, “salvando” la vita dei circa 500 attivisti imbarcati, avrebbe avuto una carta in più da giocarsi poi in campagna elettorale, districandosi tra le ambiguità delle correnti sioniste al proprio interno, rinforzando una leadership debole all’interno di una sinistra, ormai da decenni di fatto definibile come “destra moderata” sempre più compromessa col modello neo-liberista, ambigua anche su temi cruciali come l’economia di guerra, derubricata all’interno del furbesco capitolo della “difesa comune europea”. Ormai da più parti si parla di israelizzazione della società italiana, in cui la repressione del dissenso e l’accrescere dei divari sociali non potranno che aumentare se non si abbandona un modello economico suicida, in cui il PD, come nella metafora della rana bollita, si trova tutto sommato ancora a proprio agio.

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sabato 4 aprile 2026

Bombardando l'Iran hanno bombardato anche noi

intervista di Loretta Napoleoni ad Alberto Negri

RACAK E BUCHA: DUE STRAGI, UNA STESSA NARRAZIONE? - Antonio Evangelista

Quando la verità diventa un campo di battaglia. E in questo campo di battaglia oggi i ministri degli esteri dell’Unione Europea hanno nuovamente parteggiato per il loro protetto ucraino, Sono andati a Bucha per ricordare i quattro anni dalla presunta strage assieme alla responsabile per gli affari esteri dell’unione Kaja Kallas ribadendo che per loro non c’è dubbio sulla verità.

In guerra, la prima vittima è la verità. Ma esiste un momento ancora più critico: quello in cui la verità non viene semplicemente nascosta, ma costruita.

Due episodi distanti oltre vent’anni — Racak (Kosovo, 1999) e Bucha (Ucraina, 2022) — presentano analogie che meritano una riflessione rigorosa, al di là delle appartenenze.

Racak: il precedente.

Gennaio 1999. Nel villaggio kosovaro di Racak vengono rinvenuti 45 corpi. La comunità internazionale parla immediatamente di massacro di civili attribuito alle forze serbe.

Le autopsie vengono affidate a un team di patologi finlandesi guidato da Helena Ranta. Il rapporto finale conferma la tesi della strage, contribuendo a creare il presupposto politico per l’intervento NATO.

Tuttavia, alcuni elementi restano controversi:

​•​I test per rilevare tracce di polvere da sparo non furono effettuati, poiché — secondo la Ranta — avrebbero dovuto essere eseguiti entro poche ore  

​•​I patologi serbi, presenti sul posto giorni prima, dichiararono invece di aver eseguito il test del guanto di paraffina, rilevando residui compatibili con uso di armi  

Questo avrebbe potuto suggerire una dinamica diversa:
non necessariamente esecuzioni, ma morti avvenute in combattimento.

La versione alternativa, però, rimase ai margini.

Bucha: immagini e narrativa.

Aprile 2022. Le immagini provenienti da via Yablonska, a Bucha, mostrano corpi di civili distesi lungo la strada. Il mondo parla subito di crimine di guerra.

Anche in questo caso, però, emergono elementi che alimentano dubbi e richieste di verifica:

​•​I corpi appaiono disposti lungo i margini della carreggiata in fila indiana  

​•​In molte immagini non si osservano evidenti tracce di sangue né di decomposizione avanzata 

​•​Le condizioni dei cadaveri sollevano interrogativi sui tempi della morte risalente a venti giorni prima circa secondo il New York Times  

L’ex ispettore ONU Scott Ritter ha invitato a un approccio prudente, sottolineando la necessità di accertamenti forensi indipendenti prima di conclusioni definitive 

Il video e la controversia.

•Nel dibattito su Bucha ha avuto particolare rilievo un video diffuso online da una televisione locale russa (5-tv.ru), successivamente oggetto di verifica e contestazione da parte della piattaforma fact-checker Open. 

Nel filmato — ancora reperibile in rete — si vedrebbero militari ucraini muovere e trascinare corpi lungo la strada, utilizzando cavi o altri strumenti.

Secondo l’interpretazione proposta da Open, quei movimenti sarebbero riconducibili a operazioni di sicurezza:  i soldati starebbero verificando che i cadaveri non siano stati ‘trappolati’ con bombe.

Tuttavia, osservatori critici fanno notare alcune incongruenze:

​•​l’assenza di adeguate protezioni da parte dei militari  

​•​la distanza ravvicinata dai corpi, incompatibile — secondo questa lettura — con una reale minaccia esplosiva che può colpire fino a duecento metri di distanza  

​•​la modalità di spostamento, che apparirebbe più coerente con un riposizionamento che con una verifica tecnica di sicurezza  

Si tratta di elementi controversi, ma che contribuiscono ad alimentare il dibattito sulla ricostruzione degli eventi.

Le analogie,

Il confronto tra Racak e Bucha non riguarda l’equiparazione degli eventi, ma l’individuazione di schemi ricorrenti:

– Narrazione immediata: ln entrambi i casi, la responsabilità viene attribuita rapidamente, prima della conclusione di accertamenti completi.

– Centralità mediatica: le immagini diventano strumenti decisivi nella formazione dell’opinione pubblica globale e nella demonizzazione del nemico, ieri serbo oggi russo.

– Verifiche controverse: elementi tecnici e forensi restano parziali, discussi o non condivisi.

– Impatto geopolitico: le due vicende si inseriscono in momenti cruciali.

1. Racak – legittimazione dell’intervento NATO nella ex Jugoslavia del 1999.  

2. Bucha –  rafforzamento della pressione internazionale sulla Russia che fa saltare il tavolo delle trattative ad Istambul in corso per la pace, proprio nei giorni in cui il premier britannico si precipita in Ucraina 

Una domanda inevitabile.

Di fronte a questi elementi, la domanda resta: chi controlla la narrazione della guerra? E soprattutto: a chi giova?

In contesti di conflitto, l’informazione non è neutrale. Può diventare uno strumento strategico, al pari delle armi.

Conclusione: “a Bucha c’era la neve”. Non è possibile, allo stato delle informazioni pubbliche, stabilire ogni dettaglio con certezza assoluta. Ma è evidente che la gestione della verità, in guerra, segue logiche che vanno oltre i fatti.

Per questo, la formula è più di una provocazione: a Bucha c’era la neve, non quella meteorologica, ma quella che copre. Copre i dubbi, copre le incongruenze, copre ciò che non deve essere visto. E sotto quella neve, ancora una volta, la verità rischia di restare sepolta.

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