lunedì 29 giugno 2026

ISRAELE E GLI ENORMI PROBLEMI CON LA VERITÀ - Lavinia Marchetti


Pochi giorni fa Tucker Carlson è stato intervistato da Udi Segal sul Canale 13, una delle principali reti televisive commerciali (di estrema destra) israeliane. Carlson non è un interlocutore facile né per la sinistra né per chi guarda con preoccupazione alla destra americana: è stato il volto di punta di Fox News, oggi conduce un proprio show molto seguito, e le sue posizioni su moltissimi temi restano lontane dalle mie e dal resto del mondo. Ma in quell’intervista ha detto cose che in Israele quasi nessuno osa più dire in prima serata. Ovvero che il paese ha ucciso migliaia di bambini a Gaza, che non si può parlare di democrazia quando milioni di persone vivono sotto il controllo di uno Stato in cui non hanno diritto di voto, che il sostegno americano rende Washington corresponsabile. La reazione è stata immediata e durissima con le ovvie accuse di antisemitismo, richieste di non dargli più spazio, indignazione trasversale.

Gideon Levy, su Haaretz, prova a spostare la discussione su un altro piano. Non si tratta di difendere Carlson o le sue idee nel loro complesso, ma di chiedersi quale singola affermazione, in quell’intervista, fosse falsa. E di prendere atto di quanto sia diventato intollerabile, dentro Israele, sentirsi restituire dall’esterno un’immagine non addomesticata di ciò che sta accadendo a Gaza, in Cisgiordania, nel sud del Libano.

Vale la pena leggerlo per intero.

OPINIONE • SU ISRAELE, GAZA E PALESTINA, IL CHIACCHIERONE TUCKER CARLSON HA DETTO SOLTANTO LA VERITÀ

GIDEON LEVY

23:20 • 20 maggio 2026, ora israeliana

Era da molto tempo che qui non andava in onda un’intervista simile: conteneva soltanto verità. Non c’è stata una sola parola detta da Tucker Carlson in una conversazione con Udi Segal di Canale 13 che non fosse vera. Era la verità distillata, uno specchio perfetto, ed è per questo che ha suscitato tanto clamore qui.

L’eloquente personalità dei media americani ha proposto un’agenda alternativa ai media israeliani: dire la verità; provateci, per una volta. La verità di Carlson è dolorosa, umiliante, opprimente, ma è la verità. È stata presentata come “un’intervista con il grande chiacchierone d’America”, con “l’antisemita che odia Israele”. Sui social media si gridava che non avrebbe dovuto essere intervistato. Avevano ragione. Sulle reti televisive israeliane non c’è posto per la verità, eppure Segal ha osato, purtroppo con una certa superflua aria di santimonia.

Che cosa c’era di falso in ciò che Carlson ha detto? È evidente che gli israeliani non hanno alcun diritto di parlare di altri regimi terroristici come l’Iran. Tucker ha detto a Segal che viveva in un paese che aveva recentemente assassinato migliaia di bambini. Che cosa c’era di sbagliato in questo? È evidente che Israele “non è una democrazia in alcun senso”, come ha detto Carlson. “Ci sono milioni di persone che vivono sotto il controllo israeliano e che non possono votare”.

Che diavolo c’era di inesatto in questo? Tucker ha detto che Israele aveva assassinato migliaia di bambini, allora perché lui, che lo aveva definito genocidio, doveva essere accusato? Che cosa c’era di antisemita in questo? Segal ha provato a usare il logoro pretesto dell’“autodifesa”, e Carlson gli ha ricordato che l’assassinio dei neonati non ha nulla a che vedere con questo.

Un solo momento di falsità è riuscito comunque a insinuarsi. È stato quando Segal, senza che gli tremasse un muscolo del volto, ha definito Israele “un paese democratico che rispetta il diritto internazionale”.

L’anno è il 2026. È difficile credere che esista ancora un intervistatore israeliano con una reputazione di integrità, uno che non sia un’autocompiaciuta come Yonit Levi o un artista come Danny Kushmaro, capace di osare una dichiarazione così infondata e ridicola. Forse stava scherzando? Non ci sono articoli del diritto internazionale che Israele non abbia violato.

Hai visto la Striscia di Gaza, Segal? Hai visitato la Cisgiordania? Forse la distruzione totale dei villaggi nel Libano meridionale è il tuo diritto internazionale? Forse lo sono i mille neonati che abbiamo ucciso a Gaza? La fame deliberata? Il trasferimento di popolazione? Gli insediamenti?

Gli spettatori saranno stati probabilmente felici di vedere Segal, tutto israeliano, “darle” a Carlson. Però questa intervista era troppo importante per essere trattata alla leggera o con scherno. Carlson ha piazzato davanti ai volti degli israeliani lo specchio definitivo, privo di trucco o luci morbide, senza menzogne o propaganda, senza fare sconti. Questo è il nostro aspetto, niente di diverso. Questo siamo. Israele è il paese più violento del mondo, ha detto Carlson.

Segal ha fatto versi di disapprovazione, scioccato. Dici sul serio?, ha chiesto, ferito nei sentimenti. Ovviamente Tucker dice sul serio. Molto più del suo intervistatore. Ci sono altri paesi che assassinano, ha detto Carlson, ma non esiste un altro paese che si vanti e vada fiero degli omicidi che commette come fa Israele.

Quando Carlson ha detto che gli Stati Uniti non dovrebbero avere alcun impegno verso Israele, e che il loro aiuto li rende complici dei crimini israeliani, Segal ha tirato fuori l’arma del giudizio finale. Anche se il prezzo fosse l’annientamento di Israele? Carlson non è caduto in questa trappola vittimistica.

Gaza è in rovina, il Libano meridionale è sotto occupazione, la Cisgiordania è sotto apartheid — e Israele sarebbe a rischio di annientamento? “Non voglio che Israele venga distrutto”, ha risposto.

Carlson potrà anche avere una bocca larga, ma è una bocca veritiera. Rappresenta una corrente nuova e pericolosa, ha detto Segal. Certo, una corrente nuova, anche se non necessariamente pericolosa. Vorrei che più israeliani lo ascoltassero. Questa corrente vuole un Israele diverso.

Ciò che è pericoloso è il fatto che gli israeliani vogliano il loro Israele attuale. Quello che spossessa milioni di persone dalle loro case, quello che uccide decine di migliaia di innocenti, cancellando città e villaggi dalla faccia della terra, mentre discrimina un quinto della propria popolazione.

E quando arriva qualcuno che resta indifferente a tutti i cliché mendaci, dicendo a noi e agli americani che l’imperatore che ha trascinato gli Stati Uniti in una pessima guerra con l’Iran è nudo, viene bollato come antisemita. Forse è un nazista? Grazie, Tucker Carlson.

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domenica 28 giugno 2026

Il canto del profeta - Paul Lynch

in un tempo uguale al nostro e in un mondo uguale al nostro, in Irlanda, succede che  il governo comincia ad arrestare gli oppositori, i presunti oppositori, e chi ha idee diverse dal consentito, adulti e giovanissimi.

è una cosa normale, uno scivolamento in un incubo, come per caso.

in realtà chi decide ha pianificato tutto e le persone sono in una morsa che si stringe sempre più, senza vie d'uscita, forse una, la resistenza armata.

non è fantascienza, è tutto terribilmente concreto e verosimile, basta provare a pensare come viene trattato, in questi anni, chi ha opinioni diverse sul covid19 e sulla guerra della Nato contro la Russia.

Eilish è una madre alla quale hanno prima sequestrato il marito e poi è una madre coraggio che protegge i suoi figli, contro tutto e tutti.

un libro da non perdere.

buona (inquietante) lettura.

 

 

Lynch usa la distopia per parlare del mondo che stiamo vivendo. Tutto ciò che accade, la guerra, la paura, la famiglia disgregata, lo sentiamo ogni giorno in tv, solo che non ci facciamo più caso. Un romanzo che resterà.

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Quando si parla di distopia, il primo esempio che viene in mente è sempre 1984 di George Orwell, considerato all’unanimità un grande classico del genere. La critica, difatti, ha considerato Il canto del profeta un «1984 irlandese», e c’è chi l’ha accostato anche a José Saramago, avendo in mente probabilmente Cecità. A differenza loro, però, Paul Lynch non immagina mondi alternativi con tecnologie avanzate o equilibri geopolitici stravolti, e non immagina nemmeno epidemie fantasiose che portano la società a collassare, bensì racconta il nostro tempo filtrato dalle ansie politiche e sociali del presente

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…«Il canto dei profeti non è altro che lo stesso canto sempre cantato nel corso del tempo, il profeta non canta la fine del mondo, ma quello che è stato e sarà fatto, quello che è fatto ad alcuni ma non ad altri, che il mondo finisce continuamente in un posto ma non in un altro e che la fine del mondo è sempre un evento locale, arriva nel vostro Paese e visita la vostra città e bussa alla porta della vostra casa mentre per altri diventa solo un vago avvertimento, un breve servizio al telegiornale, l’eco di avvenimenti che ormai sono diventati folklore».

In quest’opera di denuncia politica, Lynch immagina la possibilità di un futuro nefasto dove un regime di terrore possa imporsi in una città dell’Irlanda e che una guerra si dirami gradualmente fino ad arrivare a un punto di massima deflagrazione. L’autore tenta con successo di dimostrare, attraverso questa storia, come si è spesso sordi a preoccupanti avvisaglie e intimidazioni, immersi nella vita di tutti i giorni e troppo ottimisti dei capi che ci governano. Infatti, l’affermarsi di una dittatura può sembrare inizialmente improbabile a Eilish e a tutta la cittadina. Ma così non è. Con i poteri che il governo si arrogherà, i cittadini inizieranno a vivere nel terrore, sentendosi sempre più ingabbiati in un sistema diventato fortemente soppressivo, dove anche i colori che si indossano potrebbero rappresentare una provocazione nei confronti dello Stato…

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Paul Lynch con "Il canto del profeta" è stato prima finalista e poi vincitore del "Booker Prize" nel 2023. Spero che la sua profezia di decadenza non si avveri mai del tutto, ma il suo moto di ribellione arrivi. Questo libro mi ha fatta arrabbiare, riflettere e commuovere. I personaggi vedono sgretolarsi le proprie certezze, frantumarsi il proprio quotidiano, andare in pezzi il senso del bene comune e della libertà. La scrittura di Lynch rende perfettamente il precipitare nel buio, il senso d'oppressione, di crescente impotenza davanti al l'avanzare dell'autoritarismo, della più becera violenza espressa in molteplici forme di mortificazione di tutto ciò che concerne la vita umana. Un grido d'amore e dignità può però lacerare le tenebre. Concordo con Colum Mccan quando afferma che questo romanzo è capace di "scuotere il lettore nel profondo".

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Il canto del profeta è particolarmente adatto a raccontare il lento ma inesorabile cambiamento nella condizione psichica e fisica di Eilish per via del suo punto focale, centrato saldamente (salvo qualche paragrafo nelle prime pagine) sulla protagonista del libro, e fisso o sui suoi pensieri, le sue paure, i suoi sogni e ricordi, o su ciò che la circonda nell’immediato. Il mondo di Eilish è estremamente banale, diviso tra un lavoro d’ufficio e le tante, troppe responsabilità associate al suo ruolo di madre. L’impianto stilistico del romanzo, diviso in blocchi narrativi composti da lunghissimi paragrafi, trasmette l’inesorabile presenza di una quotidianità da cui è impossibile emergere o distaccarsi. Bisogna accompagnare a scuola i bambini. Manca sempre il latte: bisogna fare la spesa. C’è da tener d’occhio Bailey, che ha cominciato a bagnare il letto, e suo fratello Mark, che dalla scomparsa del padre si è chiuso in un silenzio carico di minaccia.

Questa insistenza sul quotidiano ottiene il devastante effetto di mostrare come l’intrusione del distopico nella nostra realtà non sia un processo distruttivo ed epocale, bensí qualcosa di silenzioso, sinistro, al quale è facile abituarsi. In un romanzo con passaggi di feroce brutalità, un aspetto che risulta particolarmente spaventoso e convincente è la determinazione di catturare proprio la banalità della vita della famiglia Stack, fatta di film al computer e lamentele per la mancanza di cioccolato in casa: l’orrore del collasso civile e sociale si sovrappone a visioni della vita spaventosamente familiari, risultando quindi particolarmente persuasivo. Nel passaggio forse più emblematico del romanzo, la narrazione riesce a unire quasi nello stesso fiato una riflessione sugli orrori ineluttabili della storia e una lamentela diretta a un ragazzo che ascolta la tecno dal telefonino a volume troppo alto.

È in questa determinazione a rammentarci la banalità del male che Il canto del profeta trova il proprio valore letterario, fuggendo alle trappole in cui spesso scade il genere distopico – un genere molto efficace nel dipingere la discesa di regimi liberali verso l’autoritarismo, glissando però spesso su come l’autoritarismo stesso si nutra delle ingiustizie ed ineguaglianze generate dai sistemi liberali. Le profezie di cui parla il titolo non riguardano un dato sistema politico, ma una più generale condizione umana. Queste profezie apocalittiche di sangue e violenza non si riferiscono infatti a più o meno immediate fini del mondo, ma a violenze tanto insensate quanto quotidiane che sono giù successe, continueranno a succedere, e che succedono tutt’ora in vari angoli del mondo. Le nazioni da stabili discendono nel caos; una guerra che sembrava improbabile o indicibile diventa in breve tempo mero intrattenimento per il resto del mondo. Quello che il romanzo di Lynch ci ricorda è che it can happen here,può accadere anche qui, non tanto per ricordarci (come se ce ne fosse bisogno) quanto permeabili al male siano le nostre civiltà, ma per trasmettere la semplice e luminosissima verità racchiusa nel cuore dell’arte narrativa: le vite più straordinarie, così come quelle devastate dai più indicibili orrori, sono in primis vite umane, e in quanto tali banali, tipiche e semplici. Esattamente come la nostra.

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…Tra le tante riflessioni che arrivano spontanee alla mente mentre si legge Il canto del profeta, quella su Eilish è forse la più costante. Lynch è riuscito a creare una protagonista unica, una moglie che deve affrontare la perdita del marito e, nel giro di poche settimane, anche una società improvvisamente ostile a lei e ai suoi figli. Si ritrova sola, allontana da tutti con un marchio di infamia appicciatole addosso proprio da quello Stato che dovrebbe proteggerla e che invece le punta contro un dito fatto di milizie armate.

Eilish sembra inerme di fronte ai cambiamenti che la travolgono e invece ci rendiamo presto conto che, al contrario, è salda come uno scoglio in mezzo al mare in burrasca. Pensa ai suoi figli che sono troppo piccoli per comprendere fino in fondo le sue decisioni e le si rivoltano contro, come se lei potesse qualcosa contro il buio che sta divorando l’Irlanda e la sua stessa famiglia. Eppure, Eilish non abbassa mai la testa…

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Roberto Bolaño e i suoi sorprendenti cani romantici

Cosa di Roberto Bolaño (1953-2003), che non sia già stato detto, scritto e stradetto? Niente, se non forse che oltre a un incredibile narratore è stato anche poeta, un grande poeta? Che si è sempre considerato poeta? Che in fondo I cani romantici, eccezionale libro di poesia, è forse la sua opera più sorprendente?

Proponiamo qui alcune poesie tratte da questo libro e tradotte da Francesco Marotta (1954-2025), poeta, intellettuale e traduttore che ha dedicato l’intera vita alla parola in “rivoluzione permanente” della poesia, la sola che scardina una lingua ormai anestetizzata da giornalisti, burocrazia, business-men, “social” e le restituisce la possibilità di essere un vero mezzo di scoperta e conoscenza. Sulla “Dimora del tempo sospeso”, uno dei blog di poesia più interessanti della rete italiana, potete trovare l’intera sua traduzione del libro. Buona rivoluzione.

***


I cani romantici

A quel tempo avevo venti anni
ed ero pazzo.
Avevo perduto un paese
ma mi ero costruito un sogno.
E possedendo quel sogno
tutto il resto non aveva importanza.
Né lavorare né pregare
né studiare fino a notte fonda
insieme ai cani romantici.
Quel sogno dimorava il vuoto del mio spirito.
Una casa in legno,
nella penombra,
in uno dei polmoni del tropico.
Di tanto in tanto ritornavo dentro me
e facevo visita al sogno: una statua eternata
in liquidi pensieri,
un verme bianco che si contorceva
come in amore.
Un amore senza freni.
Un sogno dentro un altro sogno.
L’incubo mi diceva: crescerai.
Lascerai dietro di te le immagini del dolore e del labirinto
e dimenticherai.
Ma a quel tempo crescere sarebbe stato un delitto.
Sono qui, dissi, insieme ai cani romantici
e qui intendo restare.

***

I detective

Ho sognato detective perduti nella città oscura.
Ho udito i loro gemiti, le loro nausee, la riservatezza
Delle loro fughe.
Ho sognato due pittori che non avevano ancora
quaranta anni quando Colombo
scoprì l’America:
uno classico, senza tempo, l’altro
sempre moderno,
come la merda.
Ho sognato una scia luminosa,
il sentiero dei serpenti
percorso in lungo e in largo
da detective
completamente disperati.
Ho sognato un caso difficile,
ho visto i corridoi pieni di sbirri,
i questionari a cui nessuno sa rispondere,
gli archivi infamanti,
e anche un detective
ritornare sul luogo del delitto
solo e tranquillo
come nei peggiori incubi:
l’ho visto sedersi per terra e fumare
in una camera da letto con sangue rappreso
mentre le lancette dell’orologio
viaggiavano fitte attraverso la notte
interminabile.

***

Resurrezione

La poesia entra nel sogno
come un palombaro in un lago.
La poesia, coraggiosa come nessun altro,
entra e cade
a piombo
in un lago immenso come Loch Ness
o torbido e nefasto come il lago Balaton.
Contemplatela dal fondo:
un palombaro
innocente
avvolto nelle piume
del volere.
La poesia entra nel sogno
come un palombaro morto
nell’occhio di dio.

***

Ernesto Cardenal e io

Stavo camminando, sudato e con i capelli appiccicati
sul viso
quando vidi Ernesto Cardenal che proveniva
dalla direzione opposta.
In segno di saluto gli dissi:
Padre, nel regno dei cieli
che è il comunismo,
c’è posto per gli omosessuali?
Sì, rispose.
E per i masturbatori impenitenti?
Per gli schiavi del sesso?
Per i giocherelloni del sesso?
Per i sadomasochisti, le puttane, i fanatici
dei clisteri,
per quelli che ormai non possono più, quelli che veramente
ormai non ce la fanno più?
E Cardenal rispose sì.
Allora alzai lo sguardo
e le nuvole mi parvero
lievi sorrisi rosei di gatti
mentre gli alberi che punteggiavano la collina
(la collina che dobbiamo scalare)
agitavano i rami.
Alberi selvatici, che sembravano dire
un giorno, prima o poi, dovrai pur venire
tra queste braccia morbide, tra queste braccia ruvide,
tra queste braccia fredde. Una freddezza vegetale
che ti farà rizzare i peli.

***

Roberto Bolaño (1953–2003) è stato uno scrittore e poeta cileno. Ha vissuto tra Cile, Messico e Spagna, dove ha scritto le sue opere principali. È noto per romanzi come I detective selvaggi e 2666. Il suo stile mescola realismo, poesia e sperimentazione narrativa.

Francesco Marotta (1954-2025) è stato poeta, traduttore e insegnante di filosofia. Ha tradotto autori come Bolaño, Celan e Bonnefoy. Tra le sue raccolte poetiche: Il verbo dei silenziEsilio di voceHairesis. Ha creato il blog letterario “La dimora del tempo sospeso”.

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sabato 27 giugno 2026

Denazificare II – Sandra Russo

Quando l'Operazione Speciale in Ucraina iniziò nel 2022, Putin dichiarò che uno degli obiettivi era "denazificare" l'Ucraina. La parola scandalizzò. Era inaspettata. Quella caratterizzazione suonava ancora esagerata ed improvvisa. Putin continua a non gradire gli europei, che hanno una cattiva percezione storica della Russia. Georgy Zukov, maresciallo nella battaglia di Stalingrado, l'aveva avanzata: "Abbiamo liberato l'Europa dal fascismo, ma non ci perdoneranno mai." Ecco perché, a causa di quella vecchia tirannia, ci fu gioia e risentimento quando Cechov fu bandito, non era un grande sostenitore di Putin (Checov morì molto prima), ma catturò l'anima russa che l'Europa non può sopportare. Quella cosa sanguinosa, ancestrale, che non attraversa la brutalità ma la profondità. Un enorme paese ancorato alla fede. Religioso, esistenziale, politico.

Nel primo decennio del secolo scorso, Lou Andreas Salomé viaggiò attraverso la Siberia con suo marito, il signor Andreas, e il suo amante, Reiner Maria Rilke. Andavano a incontrare Tolstoj. Lei era un'aristocratica russa che fin da giovane visse in Germania come studentessa, e la sua famiglia sarebbe stata espulsa dalla Rivoluzione a venire. E scrive nella sua autobiografia che in quel lungo viaggio capì che nell'intensa fede dei contadini russi, nella loro ostinazione di fronte al clima, nel loro stoicismo, nella loro gioia, il colpo di frusta rivoluzionario che aveva portato alla fine del mondo in cui era nata era latente.

Oggi l'Europa considera ancora Putin un tiranno. Ma si lascia abbindolare da Trump, che è un fascista. Che usa algoritmi per far cadere il suo missile Tomahawk con precisione su una scuola femminile. È l'Europa che sta diventando nazista. Sta iniziando a vedere il vero volto di Israele, ma non fa nulla e si rifiuta di vedere il volto del suo squilibrato partner transatlantico.

Chi avrebbe mai pensato che, nel suo declino, nella sua agonizzante caduta, l'Occidente avrebbe indossato un'ultima maschera, e che questa sarebbe stata quella nazista?

 

La mappa politica dell'America Latina sta andando in quella direzione. Non è un caso che la scorsa settimana l'UE abbia approvato il proprio ICE per deportare gli immigrati, e che questa settimana in Colombia ci siano state elezioni palesemente truccate che hanno proclamato vincitori un fascista, un fan di Milei, un avvocato dei narcotrafficanti, un tizio che sostiene che il cervello delle donne sia troppo debole per ricoprire cariche pubbliche. C'è già un intero cast di personaggi con i baffetti. Milei, Kast, Bukele, Paz, Noboa, De la Espriella, costituiscono il realismo sadico di un suprematismo autoctono che si articola con i nazisti, i quali a loro volta sono superiori, ovviamente, a quest'ultimo Occidente.

Per quanto riguarda questo Paese (l’Argentina), questa settimana la ripugnante maggioranza ha giocato la sua parte anche al Congresso. Nessuno degli enormi danni che Milei ha causato e continua a causare dal dicembre 2023 sarebbe stato possibile senza il sostegno dei sostenitori di Macri, dei radicali e dei peronisti traditori. Lo hanno accompagnato in tutto. Milei è l'inferno alimentato da tutto il purgatorio.

Questa settimana hanno ceduto il nostro territorio, la nostra sovranità e la nostra indipendenza. Letteralmente. È questa intera banda di mascalzoni, gangster e ladri, insieme a giudici, pubblici ministeri e ai media mainstream, che sta gestendo, in modo caotico ma inarrestabile, la macchina della nostra distruzione.

Questa è la vera divisione che dovrebbe essere inevitabile se fossimo sani di mente.

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venerdì 26 giugno 2026

La Corte dei conti: “Flat tax per i super ricchi stranieri? Crea gravi disparità di trattamento, verificare se è compatibile con la Costituzione” - Chiara Brusini

 

Il sistema che consente a chi sposta la residenza in Italia di versare sui redditi esteri un'imposta forfettaria ha sempre più successo. Nel 2024 dai 1.923 beneficiari sono arrivati 153 milioni, ma non è dato sapere quanto avrebbe incassato il fisco se avessero pagato la normale Irpef

La flat tax per i super ricchi stranieri che trasferiscono la residenza in Italia è “idonea a produrre gravi disparità di trattamento” ed è a rischio di conflitto con il principio costituzionale del contributo alle spese pubbliche “in ragione della capacità contributiva”. Motivo per cui ne andrebbe “verificata l’effettiva razionalità“. Per la prima volta la Corte dei Conti esplicita il dubbio che il regime fiscale riservato ai cosiddetti “High Net Worth Individuals“, voluto dal governo Renzi, sia contrario alla Costituzione. Nel giudizio di parificazione sul Rendiconto generale dello Stato, i magistrati contabili ribadiscono poi che non è mai stata fatta alcuna analisi per verificare quanto i beneficiari abbiano effettivamente risparmiato grazie all’imposta sostitutiva sui redditi esteri e se la misura abbia davvero raggiunto l’obiettivo dichiarato di attirare nuovi investimenti.

I numeri mostrano intanto un successo crescente del meccanismo che consente a chi porta la residenza in Italia dopo aver vissuto all’estero per almeno nove degli ultimi dieci anni di sostituire l’Irpef sui redditi prodotti fuori dal Paese con un’imposta forfettaria, portata da 200mila a 300mila euro con l’ultima legge di Bilancio del governo Meloni. Nel 2024 i beneficiari sono saliti a 1.923, di cui 1.374 contribuenti principali e 549 familiari. Quanto hanno pagato al fisco italiano? Tra il 2020 e il 2024 chi ha chiesto e ottenuto di versare il forfait ha versato complessivamente circa 469 milioni di euro, di cui 153 nel solo 2024. Impossibile valutare se sia tanto o poco, visto che non è dato conoscere l’ammontare dei redditi esteri dei beneficiari e quindi le imposte ordinarie che l’erario avrebbe riscosso senza il regime agevolato e a cui sta rinunciando.

Senza quell’analisi, osservano i magistrati, non è possibile stabilire né il costo effettivo dell’incentivo per le finanze pubbliche né se il trattamento privilegiato sia giustificato dai benefici prodotti per l’economia italiana. Così come nessun governo si è peritato di appurare se sia stata mantenuta la promessa contenuta nella relazione illustrativa della legge istitutiva, cioè che il regime avrebbe favorito nuovi investimenti produttivi nel Paese. Risultato: al momento, la disciplina “sembrerebbe favorire” soprattutto soggetti con redditi distribuiti in più Stati che scelgono di trasferirsi in Italia per motivi di lavoro o personali “come nel caso, probabilmente frequente, degli sportivi professionisti“. Sembra corroborare questa lettura il fatto che nel 2024 meno della metà dei beneficiari del regime (il 48,4%) abbia dichiarato anche redditi prodotti in Italia, per un ammontare complessivo di 102,5 milioni di euro. Quasi tre quarti (73%) derivano da lavoro dipendente. Il che è coerente con l’osservazione della Corte secondo cui il regime attrae soprattutto persone che trasferiscono la residenza nel Paese per ragioni lavorative, piuttosto che Paperoni interessati a realizzare nuovi investimenti produttivi.

Diverso il caso del regime per i lavoratori rimpatriati, rivisto dal governo dal 2024 con requisiti più stringenti. Secondo i dati del Dipartimento delle Finanze, lo scorso anno ne hanno beneficiato 44.881 lavoratori dipendenti, con un reddito lordo medio di 120.922 euro, mentre il regime speciale per docenti e ricercatori ha interessato 4.774 persone con un reddito medio di 56.411 euro. A differenza della flat tax per i nuovi residenti, su quei regimi la Corte non formula rilievi.

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L'ascesa del Sud globale - Chris Hedges

La guerra contro l'Iran non solo si è conclusa con un'umiliante sconfitta per gli Stati Uniti, ma ha anche determinato un drammatico cambiamento negli equilibri di potere in Medio Oriente e nel Sud del mondo.

L'umiliante sconfitta di Israele e degli Stati Uniti nella guerra contro l'Iran, insieme alla brutalità del genocidio in corso a Gaza, stanno inaugurando un nuovo ordine mondiale. Un ordine in cui le voci della ragione e della stabilità non provengono dall'Occidente – che ha speso decine di miliardi di dollari per sostenere il genocidio israeliano – ma dal Sud del mondo, Cina inclusa. È un ordine in cui le alleanze vengono rapidamente riconfigurate per proteggere i paesi da uno stato americano canaglia che si scaglia contro gli altri come una bestia ferita, mentre precipita verso un declino irreversibile.

La fine dell'impero statunitense, guidata da un impetuoso e incompetente Donald Trump, è irreversibile. Gli Stati Uniti hanno perso la sesta guerra in Medio Oriente in 25 anni. Il potere dell'Iran è aumentato non solo perché, insieme all'Oman, controlla lo Stretto di Hormuz – attraverso il quale transita circa il 25% del petrolio e il 20% del gas naturale liquefatto trasportati via mare a livello mondiale – ma anche perché ha inviato un messaggio inequivocabile, con i suoi droni e missili, agli alleati e alle basi statunitensi nella regione, mandando al contempo l'economia globale in rovina.

Trump e il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu – che a quanto pare ha attirato Trump nella guerra con visioni fantasiose di un facile cambio di regime in Iran dopo gli attacchi mirati contro il paese del 28 febbraio 2026, che includevano l'assassinio della Guida Suprema iraniana Ayatollah Ali Khamenei e di altre figure politiche e militari, insieme a 168 studenti e ai loro insegnanti – potrebbero colpire di nuovo l'Iran. Sono disperati. Ma un nuovo bombardamento dell'Iran non funzionerà. La strategia di difesa a mosaico dell'Iran garantisce che tutti i comandanti politici e militari siano facilmente sostituibili.

L'Iran può strangolare l'economia mondiale chiudendo lo Stretto di Hormuz. Può aggravare ulteriormente la situazione convincendo i suoi alleati yemeniti, Ansar Allah, a chiudere lo Stretto di Bab el-Mandeb nel Mar Rosso, proprio come fecero con le navi dirette in Israele quando difendevano i palestinesi dopo il 7 ottobre. Ciò potrebbe sfociare in un blocco totale. L'Arabia Saudita, con lo Stretto di Bab el-Mandeb aperto, è in grado di aggirare lo Stretto di Hormuz ed esportare cinque milioni di barili al giorno attraverso il suo oleodotto fino alle petroliere nel porto di Yanbu, sul Mar Rosso.

Se non si raggiungerà presto un cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, l'economia globale crollerà, forse entro poche settimane. Gli Stati Uniti e i loro alleati, come il Giappone , hanno rilasciato parte delle loro ingenti riserve strategiche di petrolio, ma queste non saranno in grado di sostenere i mercati indefinitamente. Le scorte della Riserva Strategica di Petrolio americana sono ai minimi storici da oltre 40 anni. Una volta esaurite, il prezzo del carburante salirà alle stelle. Se il prezzo del barile di petrolio raggiungerà i 200 dollari, il prezzo alla pompa potrebbe arrivare fino a 10 dollari al gallone. Questa situazione, unita alla carenza di altri prodotti petroliferi, nonché di fertilizzanti azotati, alluminio ed elio – un elemento indispensabile per la produzione di apparecchiature per la risonanza magnetica e semiconduttori – sta già causando la chiusura di industrie vitali e facendo aumentare i prezzi delle materie prime.

La Banca Mondiale prevede un aumento del 31% del costo dei soli fertilizzanti azotati, prodotti nel Golfo Persico e transitati attraverso lo Stretto di Hormuz, se la guerra dovesse continuare. Ciò comporterebbe un forte aumento del prezzo dei generi alimentari.

Trump è come un cane spinto contro la sua volontà in una gabbia. Quando sembra che un accordo con l'Iran sia vicino, ringhia e abbaia, sabotando la proposta di cessate il fuoco di 30-60 giorni. Gli scatti d'ira di Netanyahu riguardo a qualsiasi accordo che fermerebbe gli attacchi israeliani contro il Libano, insieme al potenziale sblocco di parte dei circa 100 miliardi di dollari di beni iraniani congelati, alimentano la momentanea sfida di Trump.

Ma il tempo stringe. Rimane poco tempo. E più Trump aspetta, peggio andrà. Né Trump né Netanyahu sono i padroni di questo gioco. L'Iran ha le carte in mano.

Il sogno di Israele di formalizzare la propria egemonia sul Medio Oriente, codificato negli Accordi di Abramo durante il primo mandato di Trump – che normalizzarono le relazioni tra Israele e gli stati della regione – è morto. Questa guerra e il genocidio a Gaza lo hanno ucciso.

Trump sta tentando di rilanciarli inserendoli in un accordo per porre fine alla guerra contro l'Iran. Ha chiesto a stati precedentemente non coinvolti negli Accordi di Abramo, come il Pakistan e, in seguito, l'Iran, di aderire alla normalizzazione delle relazioni con Israele. Il Pakistan, l'unico stato a rispondere pubblicamente, ha respinto l'invito a causa di quello che ha definito uno scontro con le "ideologie fondamentali" del paese. Tutti gli altri stati a cui Trump si è rivolto hanno reagito con un silenzio perplesso.

L'Iran chiede la revoca delle sanzioni e la fine del blocco navale – che , secondo la CIA, l'Iran può sopportare per mesi prima di subire gravi difficoltà economiche – in cambio della riapertura dello Stretto di Hormuz. L'accordo proposto non menziona l'arsenale missilistico balistico iraniano, che, secondo il New York Times, funzionari militari e dell'intelligence statunitensi, si attesta ancora al 70% dei livelli prebellici.

Iran, Pakistan, Turchia e Qatar, quest'ultimo in prima linea nei negoziati con Hamas, sono i nuovi attori principali della scena politica regionale.

Il Pakistan non solo ha firmato un patto di difesa reciproca con l'Arabia Saudita nel 2025, ma ha anche schierato truppe, aerei e sistemi di difesa aerea nella dittatura del Golfo ad aprile. Inoltre, ha ospitato i colloqui per il cessate il fuoco tra i due negoziatori principali di Trump, definiti "stupidi e ancora più stupidi": il suo inetto genero Jared Kushner e il collega immobiliarista e compagno di golf Steve Witkoff.

La guerra ha accresciuto il prestigio e il potere della Cina, che, rispetto a Washington, è vista a livello globale come l'incarnazione di una leadership razionale, prudente e stabile. L'Iran, segno del nuovo ordine globale, permette alle petroliere cinesi e pakistane, insieme ad altre navi non alleate con Israele e gli Stati Uniti, di attraversare lo Stretto.

Israele, non essendo riuscito a convincere gli Stati Uniti a svolgere il lavoro sporco di bombardare l'Iran fino a ridurlo a uno stato fallito, mi aspetto che si scagli con rinnovata furia contro Gaza, forse occupando il restante 30% del territorio assediato. Continuerà la sua politica, simile a quella adottata a Gaza, di radere al suolo ogni struttura a sud del fiume Litani in Libano, bombardandola quotidianamente nonostante l'Iran affermi che gli attacchi al Libano violino l'attuale accordo di cessate il fuoco.

La ferocia e la spacconeria di Trump – che ha minacciato di "far saltare in aria" l'Oman se non si fosse "comportato bene" dopo le notizie sull'imposizione congiunta di pedaggi da parte dell'Oman e dell'Iran per le navi che attraversano lo Stretto di Hormuz – non possono nascondere l'impotenza degli Stati Uniti. Il rifiuto degli alleati americani di dare ascolto all'appello di Trump per aiutarlo a riaprire lo Stretto, insieme alla miseria economica che sta colpendo le nazioni alle prese con la carenza di risorse e l'aumento dei costi di energia e fertilizzanti, sono la prova lampante dell'isolamento di Washington.

Gli imperi, accecati dal mito della propria onnipotenza e superiorità militare, nelle fasi finali si ritrovano coinvolti in conflitti senza una chiara comprensione della loro destinazione. Si alienano gli alleati e inciampano da un disastro militare all'altro, come hanno fatto gli Stati Uniti per oltre due decenni in Medio Oriente.

Nel 1956, l'Impero britannico, già in rapido declino, subì un'umiliazione quando cospirò con Francia e Israele per impadronirsi del Canale di Suez, nazionalizzato da Gamal Abdel Nasser. Gli Stati Uniti costrinsero tutti e tre i paesi a fermare l'invasione. La sterlina britannica cedette il passo al petrodollaro. Questo evento segnò la fine dell'Impero britannico.

La guerra contro l'Iran è la crisi di Suez di Washington.

Questa potrebbe non essere la fine dell'Impero americano, ma è l'inizio della fine.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-chris_hedges__lascesa_del_sud_globale/39602_67176/

giovedì 25 giugno 2026

La resa di CGIL, CISL e UIL: ecco come il nuovo accordo quadro svende i salari e apre alle gabbie leghiste - Emiliano Gentili e Federico Giusti

 

Il 17 Giugno scorso, le organizzazioni sindacali CGIL, CISL e UIL hanno trasmesso alle associazioni datoriali una proposta di accordo quadro. «Lo scopo è quello di sottoscrivere un accordo sugli accordi, che disciplini tutta la contrattazione dall’alto».[^1]

Non è casuale che questo testo arrivi proprio mentre iniziano a farsi sentire i primi effetti dell’economia di guerra e della sostituzione dei lavoratori con l’Intelligenza Artificiale. A nostro avviso, infatti, i sindacati confederali puntano a ritagliarsi un ruolo nella gestione di questi processi,[^2] nel tentativo di arginare una serie di leggi che punta a marginalizzare e neutralizzare la contrattazione, dopo alcuni decenni di effettivo arretramento della rappresentanza.

I confederali, dunque, lottano per tenere in vita il vecchio modello concertativo di relazioni industriali, seppur con sfumature diverse: la CISL mostra un'aperta sudditanza al Governo; la UIL mantiene una posizione apparentemente critica ma spesso volutamente interlocutoria; la CGIL si barrica in una difesa a oltranza del passato, pur avendone subito finora solo gli effetti negativi a causa della delegittimazione operata da esecutivi e associazioni datoriali.

I pilastri dell’accordo sono tre: l’introduzione della tecnologia nei processi produttivi, la perdita del potere d’acquisto dei salari (accelerata dalle tensioni internazionali) e la rappresentanza sindacale.

I. La tecnologia nel lavoro

I sindacati propongono il rafforzamento dei processi partecipativi per cogestire con le aziende l’ingresso delle nuove tecnologie: «La digitalizzazione, l’intelligenza artificiale e la robotica stanno trasformando rapidamente e profondamente il nostro mondo. [...] L’accordo quadro deve valorizzare il ruolo e l’estensione della contrattazione collettiva anche quale sede privilegiata di regolazione e sviluppo degli strumenti partecipativi».

Il testo prevede che tale sinergia si articoli attraverso «esperienze di partecipazione organizzativa, gestionale, economica e consultiva». Il riferimento esplicito è alla Legge sulla partecipazione dei lavoratori agli utili dell’impresa,[^3] un provvedimento che però disciplina queste dinamiche lasciando all'azienda la facoltà di scegliere i lavoratori da includere nei CdA, bypassando completamente le sigle sindacali.[^4] La proposta dei confederali è quindi quella di assorbire queste forme di partecipazione direttamente dentro gli istituti della contrattazione per blindare il proprio ruolo. In questo, l'accordo ricalca in parte la proposta originaria della CISL, uno dei pilastri da cui è scaturita la legge del Governo.

In tutto ciò, il grande assente resta un equo e sostanziale indennizzo (in termini salariali, orari o di welfare) per gli aumenti di produttività generati dalla tecnologia, una dinamica che investe ormai quasi tutta la forza-lavoro italiana.[^5] Siamo di fronte a una grave contraddizione: non si possono proporre forme di co-gestione senza stabilire adeguati rapporti di forza tra lavoratori e aziende, rapporti che in ambito lavorativo si articolano prevalentemente su base economica.

II. Il potere d’acquisto

L’accordo introduce il riconoscimento del Trattamento Economico Complessivo (TEC) all’interno del CCNL per standardizzare la stesura dei contratti. Si tratta di una buona proposta, mirata a semplificare la comparazione e a verificare l’equivalenza contrattuale, superando l'attuale prassi in cui i CCNL indicano solo il Trattamento Economico Minimo (TEM), lasciando che quello complessivo vada ricavato sommando le varie voci (scatti, tredicesima, premi).

Tuttavia, il valore del TEM, secondo il testo, andrebbe aggiornato «avendo a riferimento l’indice IPCA-NEI come calcolato dall’ISTAT». Significa che i sindacati accettano, ancora una volta, che il calcolo dell'inflazione escluda i beni energetici importati, proprio quelli che pesano di più sulle tasche dei lavoratori. Del resto, CGIL, CISL e UIL stanno firmando tutti i rinnovi del pubblico impiego legandoli a questo indice: fino a quando rimarrà in vigore l'IPCA, salvaguardare il potere d'acquisto rimarrà un'utopia.

Inoltre, l'accordo prevede che «i contratti avranno durata triennale o quadriennale». In un periodo di alta inflazione, non sarebbe preferibile tornare a un aggiornamento biennale della parte economica? Al momento i contratti quadriennali sono una rarità e non è auspicabile che aumentino.

Infine, la difesa del salario viene delegata in buona parte alla contrattazione decentrata, da estendere «per dare risposte in relazione alle caratteristiche e alle specificità dell’azienda o del territorio». Oltre alla nostra contrarietà a questo modello,[^6] salta all'occhio il riferimento al «territorio»: il sospetto è che si tratti di un’apertura mascherata alle gabbie salariali proposte dalla Lega, cercando un compromesso col Governo basato sull'ampliamento della quota retributiva legata alle specificità locali.

III. La rappresentanza e la sicurezza

Anche la proposta di elezioni RSU «nelle realtà di minori dimensioni», se legata alla contrattazione decentrata, rischia di prestare il fianco al progetto leghista delle gabbie salariali, nonostante sia positiva la previsione di meccanismi che permettano l'elezione delle RSU anche su iniziativa diretta dei lavoratori.

Si richiede poi una maggiore regolazione aziendale: i confederali propongono una procedura legalmente vincolante per la comunicazione delle deleghe di iscrizione, arginando il fenomeno delle trattenute sullo stipendio che restano nelle casse aziendali, e nuove modalità condivise di deposito dei contratti per favorire la trasparenza negli appalti.

Nota dolente sulla salute e sicurezza sul lavoro: CGIL, CISL e UIL si limitano a rivendicare l'aumento del numero dei Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS). Nella realtà sindacale è evidente che queste figure, prive di poteri coercitivi fattuali, non hanno reali prerogative: possono fare proposte e chiedere atti, ma si scontrano con ostacoli burocratici e forti pressioni datoriali non appena provano a far emergere gli infortuni. I confederali non sembrano interessati a dare agli RLS un effettivo potere contrattuale e di blocco su salute e organizzazione aziendale, preferendo mantenerli ancorati a un ruolo puramente istituzionale e, di fatto, inefficace.

Note

[^1]: G. Cremaschi, Perché il patto tra Cgil, Cisl e Uil peggiorerà le condizioni di lavoratrici e lavoratori, 19 Giugno 2026, Il Fatto Quotidiano.

[^2]: Forse per questo evitano di produrre un'analisi critica delle innovazioni, rinunciando a contrastarne l’utilizzo che ne viene fatto nel mondo del lavoro. E vogliamo ricordare che siamo davanti a un processo diverso da quello già conosciuto negli anni Ottanta del secolo scorso con l’automazione delle linee produttive e la sostituzione degli operai con i robot: stavolta, l’IA colpirà anche posti di lavoro non esecutivi.

[^3]: E. Gentili, F. Giusti, S. Macera, Legge sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione, al capitale e agli utili dell’impresa, 25 Giugno 2025, Cub.it.

[^4]: Notiamo come la Legge non sia ancora stata applicata, se non dall’amministrazione comunale di Rieti. Questa, di centro-destra, ha ben pensato di escludere la partecipazione economica dalle forme di partecipazione previste. Cfr. E. Gentili, F. Giusti, Legge partecipazione lavoratori, primo test a Rieti, 11 Maggio 2026, Diogene Notizie.

[^5]: In realtà un accenno alla questione viene fatto, laddove i confederali scrivono che «in ragione dei processi di transformação tecnologica, di innovazione organizzativa e professionale, degli andamenti specifici di settore potrà modificare il valore del Trattamento Economico Minimo». Tuttavia non si tratta di una formulazione vincolante per le imprese.

[^6]: Il trionfo della contrattazione di secondo livello ha favorito la nascita del sistema delle deroghe contrattuali e, più in generale, l’accrescimento della produttività in cambio di pochi spiccioli – segnando a suo tempo anche la vittoria di un sistema contrattuale che crea situazioni di crescente disparità e un generale contenimento dei salari.

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