martedì 31 marzo 2026

I favoriti di Mida – Jack London

Una storia di Jack London, pubblicata nel 1901 e ambientato nel 1899, in un dozzina di pagine racconta di un misterioso ricatto.

Borges l’ha tradotta (qui), il titolo è Las muertes concéntricas.mm

qualche anno fa, da questo racconto, in Spagna hanno tratto una serie tv interessante (qui), con Luis Tosar.

A Gaza. il colonialismo occidentale è stato smascherato - Jonathan Cook

Attraverso Israele e l’ideologia del Sionismo, le élite occidentali hanno reinventato il loro orribile Sistema di Controllo Razzista e lo hanno spacciato per una causa “morale”. Ora la partita è finita.


La Campagna israeliana per sradicare Gaza sta per entrare nel suo terzo anno.

Questo non è solo un momento simbolico. È un momento cruciale, sia per coloro che stanno portando avanti la distruzione dell’enclave, sia per coloro che vi si oppongono.

A due anni di distanza, le capitali occidentali si rifiutano ancora di definire Genocidio il Massacro compiuto da Israele e la Carestia da esso provocata. Sono ancora cieche di fronte alla valanga di Crimini Contro l’Umanità commessi da Israele negli ultimi 23 mesi. Persino identificare queste atrocità come violazioni del Diritto Internazionale si è rivelato un passo troppo lungo per la maggior parte delle persone.

I capi di Stato occidentali non hanno intenzione di invertire la rotta.

Come il Macbeth di Shakespeare, sono “coinvolti nel Massacro a tal punto” da non osare tornare indietro. Farlo significherebbe ammettere la propria colpa come cospiratori del Genocidio israeliano, per aver fornito le armi, lo spionaggio e la copertura diplomatica che lo hanno reso possibile.

Ma le difficoltà che incontrano nel negare una realtà trasmessa in diretta internet alle loro popolazioni nazionali si fanno ogni giorno più acute, e non solo perché i bambini deperiti di Gaza stanno morendo in numero sempre maggiore.

La scorsa settimana, l’associazione internazionale che rappresenta gli studiosi del Genocidio ha votato a stragrande maggioranza che le azioni di Israele a Gaza rientrano nella definizione legale di Genocidio.

Il consenso formale e accademico ha ormai raggiunto pienamente quello popolare, anche se i capi di Stato occidentali e i loro media compiacenti preferiscono ignorare entrambi.

Questo è senza dubbio un Genocidio.

L’unico verdetto ancora atteso è quello della Corte Internazionale di Giustizia. I suoi meccanismi girano così lentamente che la sua sentenza definitiva, che sembra certa di confermare i primi sospetti di Genocidio dei suoi giudici, sarà di importanza fondamentale soprattutto per gli storici.

Complici del Genocidio

Le conseguenze del Genocidio non possono, ovviamente, essere contenute a Gaza. La grande menzogna secondo cui Israele sta conducendo una “guerra di autodifesa” deve essere attivamente e costantemente applicata dalle élite occidentali.

William Schabas, un’autorità preminente in materia di Genocidio e Diritto Penale Internazionale, ha osservato la scorsa settimana che il caso legale presentato contro Israele alla Corte Internazionale di Giustizia nel gennaio 2024 è “probabilmente il caso di Genocidio più solido mai portato davanti alla Corte”.

Gli Stati occidentali, in particolare Stati Uniti e Germania, aggiunge, non hanno nascosto il loro ruolo di “Complici del Genocidio”. Il che significa che l’ordine liberale occidentale si trova in un momento di profonda crisi. Schabas sostiene che il sistema giudiziario internazionale si trova ora di fronte a una “prova del nove”: riuscirà a fermare il Genocidio e a mettere sul banco degli imputati questi Stati Canaglia?

Un fallimento non significa solo la rovina per la popolazione di Gaza. Segna anche il crollo dell’ordine liberale in Patria.

I capi di Stato occidentali non sono stati in grado di creare il consenso popolare né per il Genocidio né per la Complicità dell’Occidente. Così, invece, si sono rivoltati contro coloro che hanno reso pubblico il loro dissenso. Vengono denigrati, perseguitati e arrestati.

Negli Stati Uniti, la polizia ha picchiato gli studenti che avevano allestito accampamenti di protesta nei plessi scolastici, mentre le loro università hanno revocato a molti di loro i titoli di studio. I funzionari federali dell’immigrazione hanno iniziato a dare la caccia agli attivisti anti-Genocidio per deportarli.

Agli stessi palestinesi, persino ai bambini di Gaza che necessitano urgentemente di cure mediche per le ferite riportate dalle esplosioni delle bombe fornite dagli americani, viene ora negato il visto per gli Stati Uniti.

La situazione è simile nel Regno Unito. Le proteste di massa contro il Genocidio sono etichettate come “marce dell’odio”. Gli attivisti che prendono di mira le fabbriche di armi che riforniscono la Macchina Genocida israeliana, e quindi minacciano la vendita di armi dal Regno Unito a Israele, vengono incarcerati come terroristi.

E coloro che prendono la parola per difendere questi attivisti vengono braccati e arrestati in base alla stessa draconiana legislazione antiterrorismo.

Questo fine settimana si è tenuta la seconda protesta di massa davanti al Parlamento britannico contro la messa al bando di Palestine Action. Quasi 900 dimostranti sono stati arrestati perché tenevano in mano un cartello in cui esprimevano sostegno al gruppo di azione diretta.

Nel periodo precedente l’evento, la polizia “antiterrorismo” ha effettuato una serie di irruzioni nelle abitazioni degli organizzatori di Defend Our Juries (Difendi le Nostre Giurie), un gruppo legale dietro le proteste di massa.

Sei persone sono state accusate di reati di terrorismo che potrebbero comportare pene detentive fino a 14 anni, tra cui Tim Crosland, avvocato ed ex alto funzionario dell’Agenzia per Lotta alla Grande Criminalità Organizzata e dell’Agenzia Nazionale Anticrimine.

Logica circolare

Si percepisce l’eco del clima repressivo dell’America degli anni ’50, quando il Senatore Joseph McCarthy guidò una caccia alle streghe contro l’attivismo di sinistra, etichettandolo come “antiamericano”, “comunista” e una minaccia alla sicurezza nazionale.

Trovò un pronto sostegno bipartisan da parte del Congresso, di Hollywood, dei media, delle università, delle aziende e dei tribunali. Carriere furono interrotte e vite distrutte. Il socialismo negli Stati Uniti, etichettato come un’ideologia pericolosa e sovversiva, non si è mai ripreso.

Oggi, con l’Unione Sovietica scomparsa da tempo, il pretesto per l’autoritarismo e la repressione politica non è il “comunismo”.

Al contrario, la politica progressista che si ritrae dal Genocidio viene etichettata come “antisemitismo”, di per sé un’offesa contro gli ebrei, che implica che il Massacro dei palestinesi sia intrinsecamente in linea con una qualche visione del mondo “ebraica”.

Il vero scopo è stato quello di schiacciare l’opposizione all’ideologia politica del Sionismo.

Sono state le istituzioni occidentali, attingendo a un Sionismo Cristiano Occidentale secolare, a sponsorizzare la creazione di Israele come Stato di Apartheid, uno Stato che privilegiava i recenti immigrati ebrei rispetto ai palestinesi nativi e decretava la Pulizia Etnica dei palestinesi dalle loro terre.

Il Sionismo, sia nella sua forma cristiana che in quella ebraica, è l’ideologia che ora guida il Genocidio. Ma il Sionismo rappresenta molto più di questa ristretta forma di Supremazia ebraica. Ecco perché le capitali occidentali sono determinate a tutti i costi a sostenere Israele e l’ideologia che incarna, anche se ciò richiede di lacerare le proprie società.

Il Sionismo moderno è una continuazione del Colonialismo Occidentale, l’uso della violenza per sottomettere e dominare altre popolazioni, principalmente per controllarne le risorse, ma con il vantaggio di una copertura “morale”.

Il Colonialismo tradizionale cadde in disgrazia dopo la Seconda Guerra Mondiale, proprio nel momento, sulla scia dell’Olocausto, in cui la sua reincarnazione come Sionismo poteva essere spacciata per la giusta causa dei nostri tempi.

Il sostegno dell’Occidente a uno Stato israeliano altamente militarizzato nel Medio Oriente ricco di petrolio avrebbe presumibilmente liberato il popolo ebraico, liberandolo, ricordiamolo, da un’Europa Genocida, ma a un prezzo.

Ciò avrebbe richiesto la distruzione del popolo palestinese, la cui Patria era necessaria per un cosiddetto “Stato Ebraico”. E avrebbe creato un avamposto armato dall’Occidente, la cui logica era quella di intimidire e attaccare i suoi vicini arabi, una politica estera di “dividi e domina” che, guarda caso, coincideva con gli interessi occidentali.

Se l’Occidente avesse fatto tutto questo direttamente, piuttosto che per interposta persona, sarebbe stato ovvio che un brutale Colonialismo Occidentale non aveva mai abbandonato il Medio Oriente. Invece Israele, e l’ideologia del Sionismo su cui era fondato, offrivano un travestimento.

E, cosa ancora migliore, la storia di copertura aveva una meravigliosa logica circolare che si è sviluppata nel corso di decenni.

Quanto più l’Occidente armava Israele per abusare violentemente del popolo palestinese sotto il suo dominio e invadere e bombardare i suoi vicini arabi, tanto più generava Resistenza regionale. E quanto più Resistenza Israele incontrava, tanto più l’Occidente poteva armare Israele, sostenendo che doveva essere protetto da arabi irrazionali, selvaggi e odiatori degli ebrei.

L’irruzione dell’Islam politico, il principale sintomo reattivo del Dominio e della Colonizzazione della Regione da parte del Sionismo, potrebbe essere citata come la causa dei problemi del Medio Oriente. Israele ha provocato proprio i problemi del “terrorismo” che avrebbe dovuto risolvere.

Polizza assicurativa

Ma il Sionismo era più di una copertura per le istituzioni occidentali. Era anche una polizza assicurativa.

Il ruolo del Sionismo era quello di normalizzare le atrocità contro la popolazione di colore, persino di attribuire a quei Crimini uno scopo morale, dando vita alla narrativa preferita dal  Colonialismo: uno “scontro di civiltà” tra il progresso occidentale e la barbarie orientale.

La misura del successo del Sionismo stava nel generare una politica della paura, la “guerra al terrorismo”, che poteva essere utilizzata per manipolare l’opinione pubblica a vantaggio della classe dirigente occidentale.

Per decenni, le istituzioni occidentali hanno represso ai margini della politica l’opposizione interna alla distruzione del popolo palestinese da parte di Israele e al suo continuo dominio del Medio Oriente, bollandola come “antisemitismo”.

La cosiddetta corrente principale, sia nella politica ufficiale che nei media istituzionali, non ha mai prestato più di un’attenzione formale alla questione della giustizia per il popolo palestinese.

Qualsiasi cosa in più, qualsiasi azione che esercitasse una reale pressione su Israele affinché facesse concessioni, come il popolare movimento popolare BDS per boicottare Israele, veniva automaticamente demonizzata come odio verso gli ebrei.

Il ruolo del Sionismo come polizza assicurativa è stato costretto a venire alla luce nel Regno Unito dopo l’elezione a sorpresa di Jeremy Corbyn, un socialista democratico, alla guida del Partito Laburista.

Corbyn ha sfruttato un’ondata di sostegno alle politiche di sinistra, abbracciando non solo una politica estera più equa, meno militarista e meno coloniale, che rischiava di smascherare Israele come un anacronismo, ma anche la fine delle politiche di austerità interne che avevano svuotato i servizi pubblici e lasciato gli elettori con un senso di impotenza e povertà.

L’istitutivo britannico, inclusa la fazione di destra del Partito Laburista ora guidata dal Primo Ministro Keir Starmer, ha rapidamente deciso di usare l’antisemitismo come arma contro Corbyn e la sua base politica.

Durante gli anni di Corbyn, la sinistra veniva dipinta come intrinsecamente antisemita. Starmer si è posto come priorità assoluta l’espulsione della sinistra dal partito non appena ne ha assunto la guida.

In particolare, le diffamazioni antisemite si sono concentrate non solo sull’attivismo filo-palestinese di Corbyn, ma anche sulle sue politiche redistributive. I critici hanno maliziosamente insinuato che le sue critiche alle élite finanziarie, che avevano saccheggiato la ricchezza del Paese e l’avevano nascosta in paradisi fiscali all’estero, fossero in realtà riferimenti in codice ai “banchieri ebrei”.

Proprio come il Maccartismo in precedenza, la caccia alle streghe antisemita contro Corbyn mirava a sabotare la sinistra e le sue idee di una società più giusta. Si trattava di preservare il Colonialismo Militarizzato all’estero e proteggere le élite neoliberiste in Patria.

Minaccia immaginaria

Ma il Genocidio israeliano a Gaza è un test di stress per rovinare questo modo di fare politica.

Proprio come sotto il Maccartismo, ai cittadini occidentali viene detto che l’ordine liberale può essere protetto solo con mezzi palesemente illiberali.

Negli anni ’50, l’istitutivo impose test di conformità ideologica, supportati dalla forza legale e dall’esclusione sociale, per mettere a tacere gli oppositori, il tutto razionalizzato come una guerra contro la minaccia di una presa del potere da parte dei comunisti.

Ora, 70 anni dopo, il Sionismo è visto come così centrale nell'”ordine liberale” occidentale che i suoi oppositori, coloro che si oppongono alla morte per fame dei bambini, devono essere demonizzati e messi fuori legge.

Come nel caso del Maccartismo, si tratta dei nostri governanti che affermano di sostenere valori liberali e umanitari, mentre in realtà fanno l’esatto opposto, in questa occasione sostenendo il Genocidio di Massa a Gaza e allontanando il dissenso dalle strade criminalizzandolo come “terrorismo”.

La storia di copertura è a pezzi. Ecco perché le capitali occidentali, sebbene non la Washington di Donald Trump, stanno disperatamente cercando di rilanciarla con la discussione sul riconoscimento di uno Stato Palestinese questo mese alle Nazioni Unite.

Il Belgio, l’ultima recluta, illustra le contorsioni che i capi di Stato occidentali stanno affrontando per impedire un cambiamento significativo.

Bruxelles sta subordinando il suo riconoscimento al rilascio dell’ultimo prigioniero israeliano da parte di Hamas e alla cessazione del ruolo futuro del gruppo a Gaza. In altre parole, ha concesso al Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che non mostra segni di voler chiedere un cessate il fuoco, il diritto di veto sullo Stato Palestinese.

Nessuno degli altri Stati che si schierano per riconoscere la Palestina, tra cui Francia, Regno Unito, Australia e Canada, intende che tale Stato abbia sovranità materiale. Sarà “smilitarizzato”, ovvero non avrà esercito o aviazione a proteggere i suoi confini, e continuerà a dipendere interamente dalla buona volontà israeliana per quanto riguarda il commercio e la libertà di movimento.

Il simbolismo di questo tipo di riconoscimento è a loro vantaggio, non a quello dei palestinesi.

Alla fine del mese scorso, il francese Emmanuel Macron si è lasciato sfuggire un momento di silenzio in una lettera servile a Netanyahu. Si è vantato di indebolire l’antisionismo, l’opposizione all’Apartheid israeliano, al Regime Genocida sui palestinesi, confondendolo con l’antisemitismo.

E ha spiegato che l’obiettivo del riconoscimento di uno Stato Palestinese “smilitarizzato”, fittizio, era “trasformare le conquiste militari di Israele a livello regionale i suoi attacchi e i bombardamenti a tappeto contro i suoi vicini in una vittoria politica sostenibile, a vantaggio della sua sicurezza e prosperità”.

Altri presunti benefici sarebbero la “normalizzazione” di Israele, dopo aver terrorizzato i suoi vicini fino alla sottomissione, costringendoli a firmare gli Accordi di Abramo di Trump, progettati per integrare ulteriormente Israele economicamente nella Regione.

Per l’Occidente, riconoscere la Palestina non significa promuovere la sovranità palestinese, o addirittura porre fine al Genocidio. Si tratta di preservare il Colonialismo Occidentale in Medio Oriente in veste Sionista.

Forza di protezione delle Nazioni Unite?

L’ipocrisia è lampante.

David Lammy, ex Ministro degli Esteri britannico, ha continuato, da un lato, a twittare la sua indignazione per la “crisi umanitaria” causata da Israele che ha architettato una Carestia a Gaza, mentre, dall’altro, non ha fatto assolutamente nulla per porvi fine. La sua succeditrice, Yvette Cooper, sembra destinata a mantenere lo stesso approccio bifronte.

I capi di Stato europei si tormentano su come rispondere al doppio colpo di un Israele pronto sia a invadere Gaza, espellendone o eliminandone la popolazione affamata, sia ad annettere la Cisgiordania. Persino i vertici militari israeliani ammettono che il pretesto ufficiale per invadere Gaza, “sconfiggere” Hamas, è una utopia.

Il governo britannico potrebbe inviare navi militari, cariche di cibo e medicine, per rompere l’assedio israeliano di Gaza e aiutare le agenzie delle Nazioni Unite a sfamare la popolazione.

Nel frattempo, l’annessione della Cisgiordania da parte di Israele eliminerà ogni pretesa di uno Stato Palestinese “smilitarizzato”.

La scorsa settimana Lammy ha dissimulato ancora una volta, affermando: “Il Regno Unito sta facendo tutto il possibile per migliorare la situazione”.

Ma ci sono molte azioni concrete che lui e altri governanti occidentali potrebbero intraprendere se le vite dei palestinesi contassero di più per loro del mantenimento del Colonialismo Occidentale mascherato da Sionismo.

La Gran Bretagna potrebbe smettere di vendere armi alla Macchina da Guerra Genocida di Israele. E potrebbe smettere di effettuare voli spia dalla base dell’Aviazione britannica di Akrotiri a Cipro, fornendo informazioni a un esercito israeliano che bombarda ospedali, assassina giornalisti e fa morire di fame i bambini.

Anche l’Occidente può fare delle mosse positive per intervenire. Il governo britannico potrebbe inviare navi militari, cariche di cibo e medicine, per rompere l’assedio israeliano di Gaza e aiutare le agenzie delle Nazioni Unite a sfamare la popolazione.

Il Regno Unito potrebbe sfidare Israele a fermarlo.

O meglio ancora, la Gran Bretagna e altri Stati europei potrebbero sostenere un meccanismo di “Unità per la Pace” presso l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per annullare l’inevitabile veto degli Stati Uniti e inviare una Forza di Protezione delle Nazioni Unite a Gaza.

Una forza di mantenimento della pace di questo tipo potrebbe garantire aiuti umanitari di emergenza a Gaza e rispondere militarmente a qualsiasi tentativo israeliano di interferire. Se questo sembra ridicolmente inverosimile, è solo perché accettiamo implicitamente l’idea che l’Occidente non chiederà mai conto al suo Stato cliente più viziato, applicando il Diritto Internazionale.

La questione che non vogliamo riconoscere è il perché.

Precedente britannico

Ancora una volta, spetta ai cittadini occidentali prendere il posto dei loro governi in difficoltà.

La scorsa settimana una flottiglia di decine di navi umanitarie ha lasciato la Spagna per Gaza. Tra i passeggeri figurano l’attivista ambientalista Greta Thunberg, l’attore di Game of Thrones Liam Cunningham e il nipote di Nelson Mandela, Mandla Mandela.

Israele ha attaccato precedenti flottiglie in acque internazionali e ne ha rapito passeggeri ed equipaggio, portandoli in Israele e deportandoli. La nave capofila sembra essere stata colpita da un drone mentre si trovava in un porto tunisino lunedì sera.

Nel frattempo, il Ministro della Sicurezza israeliano, di estrema destra, Itamar Ben Gvir, ha minacciato di rinchiudere i partecipanti in prigioni che definisce riservate ai “terroristi”, negando loro i diritti fondamentali. Queste prigioni sono dove i palestinesi, spesso detenuti senza accusa, sono stati sistematicamente picchiati, torturati e abusati sessualmente.

“Dopo diverse settimane trascorse in prigione da questi sostenitori del terrorismo”, ha affermato, “non avranno più voglia di organizzare un’altra flottiglia”.

Ben Gvir potrebbe essersi ispirato al precedente creato dal governo di Starmer, definendo l’azione diretta per fermare il Genocidio un reato di terrorismo.

Quello che è certo è che la Gran Bretagna e altri Stati europei non faranno nulla per proteggere i propri cittadini quando vengono catturati illegalmente in acque internazionali, o quando vengono trascinati nelle prigioni israeliane come terroristi per aver cercato di sfamare bambini affamati dallo stesso Stato che li sta denutrendo.

Quando, durante le interrogazioni parlamentari del Primo Ministro, gli è stato chiesto quali protezioni il Regno Unito avrebbe offerto ai suoi cittadini a bordo della flottiglia, Starmer si è rifiutato categoricamente di rispondere.

Il momento della verità

Il momento cruciale è arrivato. A due anni dall’inizio del Genocidio, mentre Israele si prepara a un’offensiva finale a Gaza per liberare i palestinesi affamati dal loro ultimo baluardo, l’opinione pubblica occidentale sta iniziando a riconoscere una verità orribile: i loro governanti non stanno correndo in soccorso.

Questo è un momento di verità sconvolgente. Non sono solo Israele e la sua “Guerra” Genocida a dover essere sconfitti. È il brutto Sistema Coloniale che si è a lungo nascosto dietro la facciata “morale” del Sionismo.

I segni del crollo sono ovunque.

Sono visibili nelle oltre 1.600 persone arrestate finora nel Regno Unito con false accuse di terrorismo.

Sono visibili nelle espressioni di vergogna degli agenti di polizia inviati ad arrestarli e degli avvocati del governo che devono incriminarli.

Sono visibili nel popolare attore Hugh Bonneville, stella dei film di Paddington, che interrompe un’intervista televisiva in diretta sul suo ultimo film per chiedere al governo di fermare l’attacco a Gaza.

Sono visibili nelle persone che costeggiano il percorso del Giro di Spagna per mostrare finti bambini morti ai ciclisti, tra cui una squadra israeliana.

Sono visibili in una protesta durante un concerto dei Proms, trasmesso in diretta dalla BBC, in cui i manifestanti ebrei hanno accusato l’Orchestra Sinfonica dì Melbourne di avere “le mani sporche di sangue”.

Sono visibili nella Royal Opera House (Teatro dell’Opera Reale) costretta sulla difensiva dai suoi stessi membri dopo che il suo direttore si è azzuffato sul palco con un artista che reggeva una bandiera palestinese durante un sipario.

Sono visibili nei portuali italiani che minacciano di “bloccare” tutti i commerci europei se la flottiglia di aiuti per Gaza verrà fermata.

Sono visibili nell’ovazione di 23 minuti, la più lunga di sempre, dopo la proiezione stampa alla Mostra del Cinema di Venezia di un film sul lento assassinio di Hind Rajab, una bambina di cinque anni, da parte di Israele a Gaza, e sull’equipaggio dell’ambulanza che ha cercato di salvarla.

Sono visibili in due veterani dell’esercito statunitense che interrompono un’udienza al Senato per gli affari esteri e vengono trascinati via mentre gridano: “Siete Complici di un Genocidio!”.

Sono visibili nel tribunale indipendente per Gaza della scorsa settimana a Londra, presieduto da Corbyn, che ha raccolto testimonianze scioccanti di esperti sul Genocidio israeliano a Gaza e sulla Complicità britannica.

Questi atti di sfida, piccoli e grandi, sono segnali che il centro non può resistere ancora a lungo. Sono segnali che l’autorità dei sistemi politici e legali occidentali si sta rapidamente degradando, per essere sostituita dall’autoritarismo.

Siamo al momento della verità. E Gaza è il fulgido appello.

Jonathan Cook è il vincitore del Premio Speciale Martha Gellhorn per il giornalismo. I suoi libri includono “Israele e lo Scontro di Civiltà: Iraq, Iran e il Piano per Ricostruire il Medio Oriente” (Pluto Press) e “Palestina Scomparsa: Gli Esperimenti di Israele Nella Disperazione Umana” (Zed Books).

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto

da qui

lunedì 30 marzo 2026

L’antisemitismo è un crimine, ma l’antisionismo oggi è un dovere per me - Fabio Marcelli


Mentre sale in tutto il mondo l’indignazione contro lo Stato d’Israele, autore del genocidio contro la popolazione palestinese, occorre fare chiarezza su alcuni concetti per me fondamentali. Se l’antisemitismo è un crimine, ritengo l’antisionismo un dovere incondizionato per chiunque abbia a cuore i valori dell’umanità. Diventa sempre più insopportabile il ricorso alla categoria dell’antisemitismo da parte dei supporter del criminale genocida Netanyahu per avallare lo sterminio per fame e per bombe del popolo palestinese e screditare gli avversari di tale sterminio. Un intollerabile abuso delle categorie storiche che qualche troglodita di estrazione leghista o altra vorrebbe addirittura elevare a rango di legge dello Stato.

In realtà i principali fautori dell’antisemitismo sono proprio Netanyahu e i suoi fan, tra i quali peraltro ritroviamo proprio i discendenti ideologici e storici dell’antisemitismo storico, come del resto vaticinato dal creatore del sionismo Vladimir Jabotinski. Infatti, accollando sconsideratamente gli attuali crimini di Israele agli ebrei in quanto tali sulla base dell’inammissibile equazione tra antisemitismo e antisionismo, i seguaci di Netanyahu fomentano il pregiudizio antiebraico purtroppo ancora presente in settori della società.

Per contrastare tale odioso fenomeno va detto che sono tanti, e in numero crescente, gli ebrei e le ebree che condannano senza riserve i crimini di Netanyahu, questo losco e abominevole personaggio che da troppo tempo ormai regge le sorti dello Stato terrorista di Israele perpetrando crimini orribili contro i Palestinesi a Gaza e in Cisgiordania e si prepara a scatenare guerre sempre più spaventose solo per restare in sella.

Il nazisionismo di Netanyahu, Smotrich, Ben Gvir e simili è il risultato dell’elevazione alla massima potenza del pensiero di Jabotinsky nell’attuale contesto di crisi terminale del dominio occidentale sul pianeta. Israele, d’altronde, è nato come avamposto dell’imperialismo occidentale in una zona strategica per tanti motivi come quella medio-orientale. La tragica novità degli ultimi anni, perfettamente incarnata dal boia Netanyahu, è costituita dal fatto che tale funzione strategica non può essere esercitata senza il crescente ricorso allo sterminio e pulizia etnica, leggasi genocidio, dei palestinesi, e alla repressione fascista nei confronti degli israeliani che non vogliono svolgere il ruolo dei carnefici.

Costoro sono ancora una minoranza, ma svolgono un ruolo d’importanza fondamentale perché sono i portatori dell’unica speranza di sopravvivenza per Israele e i suoi cittadini, quale che ne sia l’identità etnica, religiosa o di altro tipo, che passa attraverso il completo smantellamento delle strutture del suprematismo sionista e dell’apartheid e la costruzione di un futuro comune per tutti gli abitanti della regione nelle forme statuali e di altro genere che decideranno di darsi.

Non bisogna quindi rassegnarsi all’usurpazione di una cultura ricchissima e millenaria come quella ebraica da parte di criminali di mezza tacca come Netanyahu & C. Per combattere costoro occorre però porre fine alle complicità di cui godono nell’élite occidentale. Senza queste complicità i loro crimini, la morte quotidiana, per fame o sotto le bombe di tanti bambini ed altri esseri umani palestinesi non sarebbe possibile.

Le bombe che Netanyahu fa cadere ogni giorno a Gaza e le armi che utilizza per uccidere e per bloccare l’arrivo dei beni di prima necessità, sono bombe ed armi statunitensi, tedesche, italiane e di altri Stati del glorioso Occidente. Il genocidio in corso non è solo made in Israel, ma anche made in US, Germany, Italy, ecc. Un motivo in più per differenziare antisemitismo e antisionismo.

Il sionismo infatti è sempre meno un fenomeno esclusivamente o prevalentemente israeliano o “ebraico”. Proliferano i sionisti “cristiani” e quelli “radicali”, tutta gente cui importa poco o nulla dell’ebraismo e che sono invece fortemente interessati al mantenimento del predominio occidentale sul pianeta, di cui oggi Israele e i suoi crimini costituiscono un meccanismo essenziale. In questo senso l’Israele sionista è oggi più che mai avamposto dell’Occidente che si prepara alla guerra mondiale contro il resto del mondo e scatena la repressione dei migranti al suo interno all’insegna del peggiore razzismo.

Pertanto – a mio avviso – lotta al sionismo e lotta alla guerra sono due facce della stessa medaglia e il genocidio del popolo palestinese non è altro che un’anticipazione del genocidio bellico generalizzato che lorsignori stanno preparando.

Queste complicità, che rendono i governi occidentali, anche qualora facciano finta di riconoscere la Palestina, coautori dei crimini incommensurabili di Netanyahu, vanno colpite, evidenziando e sanzionando di fronte alla giurisdizione interna e quella internazionale le responsabilità personali, come ogni responsabilità penale, di membri del governo e dirigenti d’azienda, sulla base del cristallino testo dell’art. III, lettera e, della Convenzione sul genocidio del 1948, che obbliga a punire la complicità nel genocidio.

da qui

sabato 28 marzo 2026

Il fallimento geniale di Kafka - Zadie Smith

 

Uno

Kafka è la cattiva coscienza del romanzo. La sua opera dimostra una purezza d’intenti, una precisione di linguaggio e un livello d’impegno metafisico che il romanzo in parte comprende, ma che è incapace di replicare senza smettere di essere romanzo. Ecco perché Kafka rende nervosi i romanzieri: dà l’impressione di non scrivere come noi. O lui è troppo bravo per il romanzo, o il romanzo non è abbastanza per lui. Comunque sia, ha pochissimi imitatori.

Come mai? Dove sono i discendenti di Kafka? Soltanto un pugno di scrittori – Borges, W.G. Sebald, Thomas Bernhard – sono riusciti a far proprio e restituirci il “kafkiano” in modo significativo. I risultati sono strani. L’influsso di Kafka sembra indurre una mutazione in chi lo subisce: il romanzo si trasforma in qualcosa di più simile alla meditazione, alla storiografia fantastica, al saggio, alla parabola. Che cosa c’è nelle lezioni di Kafka per il romanzo che non si riesce a costringere dentro il romanzo così come lo conosciamo? Come mai Kafka distoglie i romanzieri dal romanzo?

Una cosa è chiara: le intenzioni di gran parte dei romanzi non sono quelle di Kafka. Secondo lo scrittore americano Wallace Stegner, “se la prosa non è la gente, allora non è niente”. Una tesi che equivale a una versione concisa di quel che il romanzo ha da dire su se stesso in quanto forma letteraria. L’effetto del romanzo, in sostanza, è offrirci una serie di “schegge” di coscienza, una serie di ritratti intimi. La complessità e la profondità psicologica di tali ritratti – Anna Karenina, David Copperfield, Emma Bovary, il giovane Holden e via dicendo – sono un inno alla varietà. Presi singolarmente, essi costituiscono quella comunicazione interiore con l’alterità umana che Aristotele reputava essenziale per il nostro sviluppo etico. Presi collettivamente, come “Letteratura”, sono espressione di una lotta contro le versioni più dogmatiche, e quindi ingannevoli, dell’individualità generate dalla chiesa, dallo stato, da noi stessi nei momenti di debolezza e, oggi, dalle nostre rapaci televisioni.

Nella sua accezione più metafisica, il romanzo potrebbe studiare come si creano le individualità, la loro superficiale unità e la loro frammentazione nascosta, come ha fatto Virginia Woolf; o indagare l’estrema porosità di certi confini fra noi e il mondo, come ha fatto James Joyce. Ma quando si passa a discutere l’“impossibilità di vivere”, per dirla con Kafka, i romanzieri gettano la spugna. Appartengono a una genia hegeliana: presuppongono un rapporto razionale fra l’io e il mondo. E di conseguenza sciorinano la loro visione intima di quel rapporto: consonante o dissonante, a seconda del loro temperamento.

Kafka fa eccezione. Non ha alcun interesse per la psicologia, almeno non come qualcosa che definisce i nostri gusti, desideri, esigenze e opinioni. Per Kafka solo la seconda metà di un’espressione moderna e feticistica come “stile di vita” potrebbe avere un senso. Nel mondo parabolico di Kafka, l’interrogativo tipico del romanziere – “che cosa fa il Tale della sua vita?” – risulta totalmente distorto: qui la “vita” non è un fatto, bensì uno stadio transitorio. Non è uno strumento con cui fare cose, ma piuttosto un processo (vedi Il processo, appunto) al quale ci sottoponiamo. Dunque, l’interrogativo di Kafka – “È possibile vivere?” – è più difficile da ascoltare, ed è anche più difficile rispondergli.

Il nostro impossibile e interminabile viaggio verso casa è esso stesso la nostra casa

Ma la maggior parte dei romanzieri non sa come porsi di fronte a questo genere di rebus ontologico. Di norma, i romanzieri – come tutti ormai avranno notato – sono più persone intuitive che autentici intellettuali. Per loro sarebbe consolante definire Kafka un filosofo o un teologo: così facendo, lo si priverebbe di ogni ulteriore potere di turbare la nostra coscienza. Ma Kafka non era né un filosofo né un teologo. La letteratura era la sua intera esistenza, l’occupazione della sua vita (o così egli credeva). In una lettera alla sua prima fidanzata, Felice Bauer, spiegava: “Io sono letteratura” (in seguito lasciò Felice proprio per questa ragione: Kafka aveva l’abitudine di lasciare le donne per i libri) . Naturalmente, è impossibile elencare cinque persone negli ultimi cinquecento anni che possano dire lo stesso. Tuttavia quando parla di “letteratura” Kafka sembra pensare a qualcosa di molto diverso da quel che intende il resto del mondo con questo termine.

“Io sono letteratura!”. Porco cane! Spaventati dalla verità contenuta in quest’affermazione, i romanzieri evitano Kafka. Come il cast di un musical di cattivo gusto, si nascondono fra le quinte e da lì dietro gettano occhiate nervose a quest’uomo solitario che, con mezzi ancor più poveri di quelli degli attori del suo amatissimo teatro yiddish – niente arredi di scena, niente costumi, neanche un filo di trucco – si presenta sul palcoscenico illuminato a giorno. Umiliati da tanta purezza, i romanzieri non possono fare a meno di ripensare alla famosa stroncatura di Lillian Hellman a opera di Mary McCarthy (“Ogni parola che scrive è falsa, comprese ‘e’ e ‘il’”). E scoprono, nella prosa cristallina di Kafka, il puntuale ribaltamento di quella stroncatura. La sua prosa è diversa da ogni altra perché disdegna gli orpelli, i trucchi, gli ingranaggi che fanno parte dell’armamentario del romanziere. Insomma, sembra quasi in guerra con il romanzo.

Gettiamo uno sguardo alla vita reale di Kafka. Ebbene, anche qui nessuna tregua. Nessun comune mortale che scrive romanzi può reggere il confronto con Kafka. Milena Jesenská – la seconda delle donne che lasciò per la letteratura – ci offre una sintesi delle differenze essenziali fra un uomo come Kafka e persone come voi e come me:

Certo è che tutti noi siamo apparentemente capaci di vivere perché una volta ci siamo rifugiati nella menzogna, nella cecità, nell’entusiasmo, nell’ottimismo, in una convinzione, nel pessimismo o in qualcos’altro. Ma lui non si è mai rifugiato in un asilo che potesse proteggerlo. È assolutamente incapace di mentire come è incapace di ubriacarsi. È senza il minimo rifugio… È come un individuo nudo tra individui vestiti. E il suo ascetismo non è affatto eroico… è un uomo che è costretto all’ascesi dalla sua spaventosa chiaroveggenza, purezza e incapacità di scendere a compromessi… So che non resiste alla vita in generale, ma solo a questo genere di vita: quella a cui resiste.

Qualsiasi romanziere che valga qualcosa oppone resistenza a questa o quella versione della vita che gli è stata presentata. Quando Flaubert parlava della vita borghese, intendeva dire una cosa diversa da quel che intendevano i suoi contemporanei. Quando Jane Austen parlava di “donna”, ciò a cui pensava era sottilmente diverso da ciò che per “donna” si intendeva ai suoi tempi. Tuttavia, è ben raro – talmente raro da far paura – l’uomo che si accolla il compito di resistere a quel che l’intero mondo occidentale, dalla nascita di Gesù in poi, ha inteso dire con la parola “vita”. Semplicemente, non è così che i romanzieri resistono alla vita. Perché questa, nella sua forma sociale condivisa, è – per mancanza di un termine meno volgare – la loro materia prima. A differenza di Kafka, loro non possono dire: “Basta con la psicologia!”. È proprio dalla psicologia che prende avvio il loro lavoro di romanzieri. E la coscienza è il portale attraverso il quale sondano la validità o meno di questa “vita” sociale condivisa di cui parliamo ogni giorno.

Non fraintendiamo: Kafka comprendeva perfettamente il suo isolamento, e lo viveva. In quanto figlio di un ebreo ceco era isolato in seno a una cultura germanica. Ma poiché parlava tedesco e non yiddish, si sentiva isolato da molti ebrei come lui. Risiedendo a Praga, si trovava al margine dell’Impero austroungarico; in quanto intellettuale, e vegetariano asociale, si distanziava dalla sua famiglia piccolo-borghese; in quanto romanziere, sapeva che la sua opera viveva a una certa distanza da quei romanzieri alle cui letture pubbliche assisteva settimanalmente. In queste parole, Kafka tenta di delineare questo senso di alterità estrema: “Io sto completamente dentro ogni idea, ma anche riempio ogni idea… Non soltanto mi sento al mio confine, ma al confine dell’umano in generale”.

Naturalmente, bisogna tenere conto del solipsismo di Kafka. Nei suoi diari, questo solipsismo rende singolare ciò che dalle sue prose emerge più chiaramente come la condizione della vita di noi tutti. Kafka scriveva non soltanto perché gli era impossibile vivere, ma anche perché è impossibile a noi tutti vivere, anche se la sua tesi era che quasi nessuno lo capiva. È vero, però, che Kafka è stato il solo a condurci al confine del romanzo, disdegnando ogni interesse verso i “soggetti” tipici degli scrittori – un luogo, una cultura, una comunità, un gruppo di persone – e sostituendoli con lo smantellamento dell’idea stessa di soggetti e soggettività.

Da questo punto di vista, sia l’interpretazione apertamente freudiana di Kafka sia quella apertamente religiosa, sono fuorvianti nella misura in cui individuano un “soggetto” definitivo, un punto finale o un “senso ultimo”, della prosa. Ma la prosa non ha destinazione d’arrivo: è soltanto un viaggio. Quelle interpretazioni, cioè, non colgono quel che David Foster Wallace ha definito “la burla che sta al centro di Kafka: che l’orrenda lotta per definire un io umano dà luogo a un io la cui umanità è inseparabile da quell’orrenda lotta. Che il nostro impossibile e interminabile viaggio verso casa è esso stesso la nostra casa”.

Suppongo che una burla così spaventosamente rigorosa perda gran parte del suo aspetto umoristico quando la si racconta (ma dobbiamo tenere a mente il delizioso aneddoto autobiografico secondo cui Kafka non riuscì a contenere le risa quando lesse ad alta voce Il processo ai suoi familiari, e loro non lo capirono).

Le nostre risate diventano ancor meno convinte quando cerchiamo di utilizzare “la burla di Kafka” per la nostra personale prassi estetica, o come modo per comprendere la nostra vita quotidiana. Qui siamo in pieno umor nero, ma il punto cruciale non è che Kafka odiava il padre, o che Dio non esiste. Queste cose non sono al centro di Kafka, perché Kafka non ha centro. Kafka evitava ogni idea di tèlos, di termine, di finalità. Ha evitato i finali esplicativi e consolatori così come molti di noi evitano il dentista. Ce lo rammenta Max Brod:

Egli ripudiava tutto quanto avesse un’aria intellettuale e artificiosa alla ricerca dell’effetto… A esempio di ciò che gli piaceva Kafka citò un passo di Hoffmansthal: “L’odore di pietre bagnate in un cortile”. E tacque a lungo senza aggiunger altro come se questa impressione modesta e segreta dovesse agire da sé.

Quello che intimorisce noi romanzieri è che quando Kafka rifiuta il centrale a favore del particolare che ha una risonanza periferica, egli sembra escludere anche una questione effettivamente piuttosto centrale, quella degli “altri”. Perché naturalmente non sono le pietre bagnate del cortile a non essere schiette, ma le persone.

Le persone inscenano versioni pubbliche di se stesse, sono spesso artificiose. Quest’aspetto della nostra umanità sarà anche volgare, sarà anche falso in rapporto a un’idea assoluta di “essere come verità”, ma il romanziere è affascinato precisamente da questa possibilità, cui assistiamo ogni giorno, di creare degli “io”. Invece Kafka ne aveva orrore. Nella sua vita e nella sua opera, ogni rapporto umano artificioso lo gettava nella disperazione: “In me, per conto mio, senza rapporto umano non vi sono menzogne visibili. Il cerchio chiuso è puro”. E ancora: “Tutto ciò che non è letteratura mi annoia e lo detesto perché mi disturba o mi ritarda, se non altro perché penso che lo faccia. Manco di qualsiasi attitudine alla vita familiare tranne, tutt’al più, come osservatore. Non ho senso della famiglia e i visitatori mi fanno sentire quasi come se venissi aggredito con intenti malevoli. Un matrimonio non potrebbe cambiarmi, così come non può cambiarmi il mio impiego”.

Che cosa c’è nella letteratura di Kafka di tanto assoluto da esistere in quanto opposto della vita e degli altri? È un cerchio chiuso, certamente, ed è puro: ma può contenere un romanzo? A giudicare da quel che Max Brod salvò dalle fiamme, la risposta è no. Proprio qui troviamo parziale consolazione per il romanziere invidioso, e proprio qui troviamo il vero argomento di questo saggio: il fallimento di Kafka. “Per rendere giustizia alla figura di Kafka nella sua purezza e nella sua peculiare bellezza”, ha scritto Walter Benjamin, “non si deve mai perdere di vista una cosa: è la purezza e la bellezza di un fallimento”.

Presa nella sua accezione più semplice, questa diagnosi si riferisce alla produzione di Kafka, il quale pur avendo scritto centinaia di lettere, di frammenti e di racconti, non ha mai portato a compimento un romanzo. Scrivere un romanzo completo gli era impossibile, sul piano intellettuale e su quello pratico. Il castelloIl processo e America sono tutti incompiuti: le versioni che oggi leggiamo sono state messe insieme da Max Brod a posteriori e contro la volontà dell’autore. Non solo: sono testi anche internamente frammentari, dove raramente l’ordine dei capitoli è più significante dell’ordine delle parabole in una raccolta di racconti chassidici.

Se per fare un libro che sia un romanzo, e non una raccolta di racconti, occorre almeno mettere una narrazione in sequenza significante, dobbiamo dire che per miracolosi che siano, i romanzi di Kafka mancano di ottemperare a uno dei criteri di definizione del romanzo stesso. Ma la diagnosi di Benjamin si riferisce anche a un fallimento più profondo. La peculiare bellezza di Kafka sta proprio nell’impossibilità del suo progetto che era, credo, esprimere concretamente, nel linguaggio più esatto possibile, le cose non concretamente spiegabili o esprimibili della vita. A questo progetto di Kafka ci accostiamo con giustificato timore reverenziale. È questo che indusse Max Brod a definire “religiosa” l’opera del suo amico.

 

Gabriella Giandelli

Tuttavia l’opera di Kafka ha affinità con la religione soltanto sul piano del procedimento, non del contenuto. Essa chiede al lettore di riporre la sua fede nella contraddizione assoluta, così come Dio chiese a Giobbe quando lo punì, e di collocare la sua etica al di fuori del mondo sociale a lui noto, così come Dio chiese ad Abramo quando gli ordinò di sacrificare Isacco. Ma non si tratta di richieste religiose in sé: esse rientrano nel nostro sentimento moderno proprio perché richiamano una nuova trascendenza ancora indefinita: “Non fui condotto nella vita dalla mano immersa nell’acqua del cristianesimo, come Kierkegaard, né afferrai l’ultima frangia di uno scialle da preghiera ebraico prima che volasse via come i sionisti. Io sono la fine o l’inizio”.

Dunque se Kafka ha negato la possibilità del romanzo, va detto che l’agonia è stata lunga e clamorosa: dopo di lui sono venuti Nabokov, Graham Greene e la seconda ondata del Grande romanzo americano. Forse è più credibile dire che Kafka ha dato inizio a qualcosa. Che ha contribuito a suscitare un dubbio radicale sulla forma-romanzo che ha poi avuto ripercussioni per tutto il novecento e continua ad averne, in modo parecchio più banale, nel nostro secolo, in cui rispunta sui giornali e nei saggi degli studenti universitari. Ogni volta che ci chiediamo se il romanzo sia morto, con ciò stesso dimostriamo di essere gli eredi del dubbio di Kafka.

Ma in fondo questo dubbio non ha travagliato nessun altro quanto lo stesso Kafka. L’alta serietà metafisica del suo progetto lo ha sospinto verso la forma della parabola ebraica – in un sussulto di attenzione spirituale – allontanandolo dalla forma-romanzo. Mentre scriveva il più “romanzesco” dei suoi romanzi, America – libro che tradisce l’improbabile influsso di Dickens – nei suoi diari Kafka metteva in dubbio che questa forma letteraria fosse adeguata al compito, definendola “la palude vergognosa della scrittura”. Poeta laureatus della vergogna in tutte le sue sfaccettature, Kafka era certo che la vergogna del romanzo gli sarebbe sopravvissuta.

Di solito, i romanzieri ci chiedono di rivolgere un’attenzione costante a qualcosa che sta al di fuori di noi, un qualcosa che sta nel mondo e a cui annettono un valore. Non di rado questo qualcosa sono gli “altri”, in tutta la loro vergognosa e mondana volgarità. Invece Kafka dirige la nostra attenzione verso l’interno, momentaneamente e con grande forza – come faceva Emerson, come faceva Kierkegaard, come fanno spesso certi poeti – in cerca di una sorta di puro essere, per definire il quale il mondo non ha un termine preciso. E anche questo qualcosa di inesprimibile fa parte della nostra esperienza su questa terra. Lo sappiamo tutti; lo sa anche la maggioranza dei buoni romanzieri; anzi credo che comincino a scrivere proprio per questo motivo. Sanno che una certa porzione di questa vita non è espressa in modo adeguato nei giornali, nelle conversazioni quotidiane, nei rapporti più intimi, e neanche nelle fiabe che vanno in cerca della verità.

I romanzieri hanno una certa intuizione dell’inesprimibile, altrimenti non ci proverebbero neanche. Ma a un certo stadio del loro sviluppo, consumati dal grande compiacimento per la propria capacità di esprimere quasi tutto della vita, dimenticano quest’altra cosa, questo inesprimibile, che è precisamente ciò che Kafka chiamava “vita”. “Io cerco sempre di comunicare qualcosa di non comunicabile”, scrive a Milena, “di spiegare qualcosa di inspiegabile, di parlare di ciò che ho nelle ossa e che soltanto in queste ossa può essere vissuto”.

Il romanzo come forma letteraria si nutre di questo mondo condiviso, sonda il modo in cui gli individui partecipano a questa condivisione oppure vi si ribellano. Invece Kafka si concentra su quanto c’è di non condiviso, di profondamente non condivisibile. Ecco perché il romanzo non era, e non poteva essere, una forma adatta per lui. Dal romanzo ha estratto le cose che non poteva usare e le ha stravolte. Due di quelle cose sono il tempo e la morale.

Due

L’immagine kafkiana che ci è più familiare è quella di una “burocrazia labirintica”. Ci vengono in mente angusti corridoi che conducono soltanto a porte che a loro volta conducono ad altre porte. In realtà nelle opere di Kafka si trovano pochissime scene del genere. Quel che c’è di burocratico e labirintico nel Processo non sono i locali in cui si ritrova Josef K., e neanche le persone che lo ostacolano, quanto piuttosto il tempo infinito che ci vuole per andare da qualche parte. In Kafka, a essere labirintico è il tempo.

Davanti alla legge c’è una porta destinata a un unico uomo, ma non in questo momento: “Per ora no”. L’uomo morirà nell’attesa. Quanto è lungo questo “per ora”? In un ripostiglio, un uomo si accinge a bastonare due persone e Josef K. si affaccia per guardare dentro. Il giorno seguente torna alla porta, l’apre ancora una volta e scopre che “tutto era esattamente come lo aveva trovato la sera prima… Gli stampati e le bottiglie d’inchiostro subito oltre la soglia, il picchiatore con la verga, le guardie ancora tutte svestite, la candela sullo scaffale…”.

Intanto, in una delle sue parabole, un messo imperiale cerca di portare un messaggio fuori da un palazzo, ma “si affatica quasi senza scopo… e altre scale e altri cortili; e un altro palazzo; e così via per millenni”. E poi c’è il digiunatore, celebre in tutto il mondo, i cui sorveglianti trascurano di continuare la conta dei giorni di digiuno, scritta sulla porta della gabbia. Poco importa quanto a lungo patirà la fame: nel mondo sembrerà che non sia passato neanche un attimo.

Questo non è lo stesso tempo che si ritrova in altri romanzi. Ma non è neanche – come qualcuno ha sostenuto – un tempo onirico, un tempo da incubo, anche se è vero che ci avviciniamo a comprenderlo nei sogni, quando siamo privi dei nostri orologi e calendari. Il tempo di Kafka è burocratico; o piuttosto, le burocrazie rivelano qualcosa a Kafka sull’impossibilità del tempo e del viverci dentro.

Questa temporalità l’ho scoperta in prima persona e con prodigiosa concretezza non molto tempo fa, recandomi all’ambasciata americana di Londra per ottenere un visto. Avevo appuntamento alle otto e un quarto del mattino. Davanti all’ingresso c’era una fila di quattrocento persone. Anche loro avevano appuntamento alle otto e un quarto. Ho avuto la sensazione che trascorressero anni e anni. Alla fine ci hanno fatto entrare e poi ci hanno dato un talloncino con un numero. A me è toccato il 169. Sullo schermo, però, i numeri apparivano a casaccio: 502, 164, 80, 670, 378, e senza alcun rapporto comprensibile con il numero di persone presenti nella sala d’attesa. “Secondo lei posso fare un salto fuori?”, ho domandato al sorvegliante. “Come no”, ha risposto lui in tono allegro. “Lei può sempre uscire. È libera di uscire. Ma naturalmente perderà il turno”.

Allora mi sono rimessa a sedere. Nella sala d’aspetto c’erano due celebrità, un cantante pop e un attore, entrambi convinti di rappresentare casi speciali davanti alla legge. Sono stata a guardarli mentre peroravano la loro causa. Sono stata a guardare gli impiegati allo sportello, che di fatto li costringevano a sprecare il proprio tempo per una sorta di compassione, forse solo per evitare che pensassero di non aver tentato tutto il possibile.

È questo il tempo della burocrazia: un tempo che non ha fine, non ha demarcazioni e non ha alcuno scopo benigno. Nel numero 39b (specificato in modo piuttosto comico) delle Considerazioni sul peccato, la sofferenza, la speranza e la vera via, Kafka spiega in che cosa il tempo burocratico si distingue dal tempo così come ci hanno insegnato a concepirlo: “La via è infinitamente lunga, non se ne può sottrarre nulla, né aggiungervi nulla, eppure ognuno le applica il suo puerile metro di misura. ‘Certamente, devi percorrere ancora questo metro di strada, e ti sarà messo in conto’”. Qui la voce narrante esprime il tempo così come noi lo concepiamo, con i nostri puerili metri di misura, i nostri orologi, i nostri calendari, nel tentativo di misurare con esattezza l’infinito mistero.

Ma il tempo burocratico – assurdo, infinito e privo di qualsiasi significato rivelato – è per Kafka la vera visione della realtà. Benjamin chiamava questi squarci d’infinito in Kafka “la vociferazione delle cose vere… una sorta d’intelligenza teologica sussurrata”, ed è perché questa è emet, la verità – per quanto spaventosa – che Kafka vi si assoggetta. Ciò ha generato confusione in molti lettori. Dal momento che leggono Kafka come un atto d’accusa al “moderno” e alla burocrazia – “l’incubo kafkiano” – li sorprende vedere che i personaggi si sottomettono al burocratico con un rapimento quasi estatico, come se sottomettersi alla Legge fosse l’appagamento supremo.

Per risolvere questa perplessità, definiscono Kafka “ironico”. È un errore. Nel suo mondo è sempre meglio assoggettarsi a una verità terribile che vivere una menzogna consolatoria. Per questo motivo, le persone in Kafka vogliono dire esattamente quello che dicono: l’ironia non c’entra. Quando Josef K. sostiene che, nella parabola, il guardiano della porta ha ingannato l’uomo quando gli ha impedito di entrare, il sacerdote lo corregge:

Tu non rispetti gli Scritti a sufficienza e distorci la storia. Sull’accesso alla Legge, la storia contiene due importanti dichiarazioni del guardiano, una all’inizio e una alla fine. In un passo si dice che in quel momento lui non gli può concedere l’ingresso, e nell’altro, che “questa entrata è riservata solo a te”. Se fra queste due affermazioni ci fosse contraddizione, tu avresti ragione, e il guardiano avrebbe illuso l’uomo: ma contraddizione non c’è.

Anche noi nutriamo troppo poco rispetto per gli scritti di Kafka. La sua scrittura tenta di tenersi dentro idee contraddittorie, e quando lo leggiamo dovremmo, come Giobbe, resistere alla tentazione di risolvere ciò che è irresolubile. L’impossibile viaggio verso casa è esso stesso la tua casa. Questa porta è destinata a te solo: per ora non posso farti entrare. In questo “per ora” Kafka squaderna l’orrore umano di quel che veramente è il tempo, e di quanto siamo impotenti di fronte a lui.

Una volta lo scrittore osservò che “il nostro compito è commisurato alla nostra vita”. Quando molti di noi pensano al tempo nella loro vita, amano immaginarlo spezzettato in tanti compiti, al plurale: figli, decenni, case, carriere. Ma Kafka respinge questi modi illusori di “riempire” il nostro tempo e lo fa con la veemenza di un adolescente. Ecco quello che scrive il 21 ottobre 1921, all’età di trentotto anni: “Tutto è fantasia: la famiglia, l’ufficio, gli amici, la strada, tutto fantasia, lontana o vicina; ma la verità più prossima è che tu premi la testa contro il muro d’una cella senza finestre e senza porte”.

Per Kafka, il tempo della nostra vita sociale è falso. A questa accusa, il sacerdote del Processo ribatte: “Non si è costretti a tenerlo tutto per vero, si è solo costretti a tenerlo per necessario”. E Josef K. ribatte: “È un’opinione che rattrista. La menzogna diventa l’ordinatrice dell’universo”. Se il mondo mente a proposito del tempo, allora il romanzo, in quanto forma letteraria, è una compressione artistica di questa menzogna. Fin dai suoi inizi epistolari (date scritte con cura in testa a ogni lettera), il romanzo si fregia di avere un inizio, un centro e un finale, presentati in una sequenza convincente. Eppure, Kafka nutriva dubbi radicali circa la capacità del romanzo di trasmettere la nostra vera esperienza del tempo, il vero sentimento del tempo.

Il passo che segue è tratto dal lungo racconto Descrizione di una battaglia, titolo non meno pertinente alle difficoltà dell’autore con la forma romanzo che a qualsiasi possibile tensione fra i due bizzarri personaggi:

Potevo andare a casa da solo e nessuno poteva impedirmelo. Allora avrei visto il conoscente passare ignaro davanti allo sbocco della mia strada. Addio, mio caro conoscente! In camera mia troverò un bel caldo, accenderò sulla scrivania la lampada dal sostegno di ferro e, fatto ciò, mi allungherò nella sedia a braccioli che è sopra il lacero tappeto orientale. Belle previsioni? E perché no? Ma poi? Niente poi.

Qualcosa è andato storto in questa narrazione immaginata, sequenziale. Una caduta di fede, forse, o un’incapacità di mentire quando occorre. Il romanzo chiede speranzoso, e sempre con un occhio rivolto al lieto fine: “Ma poi?”. E Kafka risponde: “Niente poi”.

Kafka ebbe tali difficoltà a scrivere Descrizione di una battaglia che, dopo averlo terminato, disse a Max Brod che l’unica cosa che gli piaceva di quel testo era l’idea di disfarsene. Anche America fu una battaglia fra “e poi… e poi”. Vi è certamente qualcosa dell’entusiasmo messianico che il cristianesimo nutre per il futuro, in questo “e poi… e poi” che caratterizza il metodo narrativo del romanzo. Ma è possibile ravvisare nel “Ma poi? Niente poi” di Kafka qualcosa di tipicamente ebraico? Si tratta certamente di un atteggiamento narrativo che si distacca dai lieti fini e dalle finalità promesse per “fra poco” e invece ammette un “ora” incomprensibile, infinito, che noi, con la nostra limitata coscienza umana, non possiamo capire. È tempo ebraico, questo?

In certe parabole chassidiche il tempo non è una forza benigna che marcia verso la nostra redenzione, bensì un’abietta tautologia che si risolve soltanto nella mente di Dio. In questi racconti gli uomini s’ingannano quando tentano di manipolare quel che Dio ha rivelato soltanto in forma parziale. Ecco una delle parabole chassidiche preferite da Kafka:

Un gruppo di ebrei riunito in una locanda di sabato. Tutta gente del posto salvo uno straniero, un mendicante. Attorno al tavolo, tutti esprimono un desiderio, immaginando che cosa sarebbero se riavessero di nuovo il loro tempo. Uno desidera denaro, un altro un nuovo banco da falegname, un altro un genero simpatico che prenda il posto dell’attuale. Quando viene il turno del mendicante, questi dice: “Io vorrei essere un grande re che abita in un magnifico castello. Ma un giorno il castello è attaccato dai ribelli e io sono costretto a scendere dal letto con addosso soltanto una camicia da notte e a lasciarmi dietro tutte le mie ricchezze. Fuggo a piedi attraversando colline e vallate, e corro per giorni e giorni, finché arrivo alla locanda in cui sono seduto adesso”. “Ma che diavolo significa?”, gli chiede un tale. “Significa che avrei addosso una camicia”, risponde il mendicante.

Questa e nulla più di questa è la capacità del mendicante (e la nostra) di manipolare il tempo della vita. In parabole del genere Kafka trovava un modello, uno spazio compresso che ben si adattava alla sua aforistica intensità. E si dichiarava soddisfatto soprattutto quando era conciso, come nel racconto La condanna. È un racconto notevole: lo scrisse d’un fiato, durante una nottata fisicamente spossante, che paragonò a un’eiaculazione. “È soltanto in questo modo”, disse, “che si può scrivere”.

Kafka si era convinto che soltanto i testi brevi, scritti rapidamente, si approssimavano alla verità della creazione artistica organica. Questi brevi componimenti – alcuni contano appena poche righe – sono le sue opere migliori, e in sé rappresentano pure parabole del tempo e del suo mortale operare. In Il prossimo villaggio il tempo è talmente contratto che il narratore non capisce come un’intera vita umana possa bastare a cavalcare fino al villaggio vicino.

In Il cacciatore Gracco la barca funebre di un uomo si perde: non può più morire, ma non è neanche vivo. “Sono qui”, dice, “non so altro, altro non posso fare. La mia barca è senza timone…”. È questo il sentimento del tempo. La vita è così. Anche noi siamo messi dell’imperatore, e stiamo per scoprire che il semplice fatto di avere un messaggio e molto tempo a disposizione non significa che riusciremo a recapitarlo. Come scrive Nabokov, con parole piane, nella prima riga della sua autobiografia – un libro che ha sfidato il tempo – la nostra esistenza non è che uno sprazzo di luce fra due eternità di tenebra.

Dunque, chi siamo noi per parlare del tempo? “Nessuno può uscirne fuori e tanto meno col messaggio di un morto”, scrive Kafka nelle ultime righe della parabola intitolata Il messaggio dell’imperatore. “Tu però stai alla tua finestra e lo sogni, quando scende la sera”. Questi siamo noi: seduti davanti alla finestra, a sognare, a leggere un romanzo. Nei romanzi c’è tempo per vivere. I romanzi sono le nostre menzogne necessarie, i nostri viaggi che conducono da qualche parte.

Tre

Divorziare dal mondo umano condiviso è un processo tormentoso. Fin dall’inizio, Kafka volle una prosa tormentosa quanto il processo che tentava di descrivere. All’età di ventisei anni scriveva: “Penso che dovremmo leggere soltanto i libri che ci feriscono e ci pugnalano. Se il libro che stiamo leggendo non ci risveglia con un colpo in testa, che lo leggiamo a fare? Perché ci renda felici? Buon Dio, saremmo felici proprio se non avessimo libri… Abbiamo bisogno dei libri che ci colpiscono come una catastrofe”. E dunque: no, Kafka non ci rende felici come il bestseller medio, ma non rese felice neanche se stesso. Giudicare se stessi – riassumere nella propria persona l’intero tribunale – non è più facile di essere processati dalla propria società o dal proprio Dio. Comporta ferite tremende.

Eppure continuiamo a farlo: continuiamo a richiedere giudizi non sollecitati dalle potenze che stanno sopra di noi. È questa la grande burla di Kafka, il grande terrore di Kafka, il suo mistero. I messi del re continuano a recapitare messaggi dopo che tutti i re sono morti. Prometeo resta attaccato al macigno finché sia lui sia i suoi giudici dimenticano che cosa ci fa lì. E l’ufficiale della colonia penale è disposto a mettere il suo stesso corpo dentro la macchina infernale quando ormai il pubblico ha perso da un pezzo ogni interesse per brutali punizioni del genere.

In assenza di Dio o di certezza morale, il nostro modo di invocar giudizi sul nostro stesso capo è la nostra caratteristica più orribile e al tempo stesso più bella. In Kafka tutti hanno bisogno di un giudizio, specialmente lui stesso. Questo bisogno, in lui, era più che un espediente o un dispositivo stilistico: era una condizione dell’esistenza. In questo senso si può dire allora che la sua opera ha a che fare con la psicologia: ma la psicologia di un uomo solo. Era la letteratura della coscienza di un uomo, la aggadah (ebraico: racconto, narrazione) e la halakhah (la legge rabbinica) del signor Franz Kafka: non ha mai neanche lontanamente riguardato nessun altro.

Ne è sintomatico il suo modo di rendere concreta la metafora: per mostrare fino a che punto un tale detesti il proprio impiego, Kafka non descrive il lavoro e i colleghi, ma concretizza, materializza questo sentimento: oggi mi sono sentito abietto come uno scarafaggio; al lavoro ho ingoiato rospi; sono stato male come un cane; sono insignificante come un topo. Kafka tramuta la parola in carne viva.

Questo non risulta gradito a tutti, e c’è un giudizio spietato di Kafka che egli presta graziosamente a uno dei suoi personaggi femminili: “Lei non m’impressiona affatto. Tutto quel che dice è noioso e incomprensibile, ma ciò non basta a renderlo vero. Quel che penso davvero, signore, è che a lei la verità non interessa perché è troppo stancante”. Possiamo accusare Kafka di questo e lui ne sarà contentissimo. “Dio, come mi fa sentire bene!”, risponde l’io narrante. “Scoprire di essere così ben compresi!”.

Kafka sapeva che la vita non è così. Non è impossibile vivere. È evidente che viviamo: eccoci, siamo tutti qui. Ma lui era dedito a postulare la verità opposta, un negativo divino della verità, che esprime nella sua parabola più difficile:

“Non si può dire che manchiamo di fede, anche il semplice fatto che siamo vivi ha un valore di fede che non si può mai estinguere”.
“Vuol dire che in questo c’è un valore di fede? In fondo non si può non vivere”.
“È precisamente in questo ‘in fondo non si può’ che risiede la folle forza della fede; è in questa negazione che prende forma”.

Quando siamo “davanti a Kafka”, sediamo in attesa davanti a un ingresso che il romanzo non varcherà mai (o quanto meno non senza perdere la propria forma) eppure deve continuare a cercare di entrare, anche se solo aspettando con insistenza, passando il tempo a forza di descrivere la faccia del guardiano o contando le mosche che ha sul colletto.

Intendo dire che il romanziere fa bene a tenere a mente la contraddittoria verità assoluta di Kafka, perché in questo modo dice meno bugie. E tuttavia “dire la verità come Kafka” significa anche dimenticare tanti altri aspetti significativi della nostra vita e del nostro lavoro. Le idee su cui lavorava Kafka – infinito, paradosso assoluto, inesprimibilità, estrema abiezione di fronte all’esistenza – sono talmente grandi e terribili, che a volte ci nascondono i limiti e i fallimenti dello stesso Kafka.

Insomma, nulla può fare di Kafka un cattivo scrittore, ma vi sono cose che sfuggono alla sua comprensione. Il comune, il condiviso, la necessaria menzogna sociale. E soprattutto gli altri. L’aver pienamente compreso questa sua mancanza, l’aver misurato forma e profondità della sua stessa ferita è, in ultima analisi, ciò che fa di lui un genio.

Questo saggio è stato pubblicato il 30 dicembre 2003 nel numero 520 di Internazionale. L’originale era uscito su The New Republic con il titolo The limited circle is pure. Franz Kafka versus the novel. La traduzione è di Marina Astrologo.

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