martedì 13 ottobre 2026

Trump, Meloni e gli elettori: il patto della menzogna - Gianluca Cicinelli

 

«Potrei dirvi le cose più stupide e voi applaudireste». Donald Trump lo ha detto sabato scorso, durante un comizio in Tennessee, e i suoi sostenitori hanno applaudito. Una scena perfetta. Il presidente dell’ex principale democrazia occidentale che spiega ai suoi stessi elettori quanto siano coglioni, ricevendone un caloroso applauso a conferma.

Era una battuta? No, il soggetto è abbastanza cinico e malvagio da non temere di perdere consensi anche offendendo i suoi elettori, che comunque sapevano chi votavano: non è che Trump sia diventato soltanto oggi il personaggio meschino e arrogante che è. Ma è proprio questo il bello: il livello della comunicazione ha da tempo rotto l’argine del ridicolo, depotenziandolo da errore ad aspettativa di una gag ancora più demenziale e virale.

Della demenza trumpiana si è scritto molto, ma qui il problema è un altro. Nemmeno la stupidità degli elettori è il fattore scatenante. Il primo fattore, ormai noto, è che alla valutazione delle idee si è sostituito il riconoscimento di chi le enuncia. Una dichiarazione diventa condivisibile non perché sia fondata, ma perché proviene da «quella» persona. Trump fa Trump: se improvvisamente dicesse una cosa intelligente e sensata probabilmente perderebbe consensi. Ma anche questo ormai è il passato.

Berlusconi aveva capito che un partito poteva funzionare come un marchio commerciale, Grillo che l’indignazione sostituiva un programma, Salvini che una dichiarazione al giorno permetteva di occupare il dibattito pubblico senza risolvere il problema evocato. Meloni trasforma anche le retromarce politiche in prove di responsabilità. Renzi aveva venduto la velocità delle decisioni come garanzia della loro bontà. Esperienze diverse, ma accomunate dalla stessa intuizione: se riesci a convincere il pubblico che la tua persona è la garanzia, puoi permetterti di cambiare il prodotto senza perdere necessariamente i clienti.

E anche chi si proclama avversario di questa politica ne ha adottato il linguaggio. La comunicazione progressista denuncia la manipolazione degli elettori e contemporaneamente cerca lo slogan più efficace, la polemica più redditizia, la frase capace di ottenere il maggior numero di condivisioni. Il giornalismo completa l’opera, trasformando qualsiasi dichiarazione in uno scontro epocale, possibilmente corredato da un titolo che permetta al lettore di indignarsi senza affrontare il fastidio di conoscere i fatti. Le reazioni non sono prese di posizione sul messaggio, basato sul nulla, ma il messaggio stesso.

Ma queste analisi, trite e ritrite da anni, evitano di guardare in faccia la realtà. Gli elettori, in maggior parte, non credono davvero a tutte le sciocchezze che applaudono: sanno di essere presi in giro. Riconoscono la menzogna e la difendono, accettano consapevolmente le regole dell’inganno, purché a beneficiarne sia la propria parte. La verità non viene negata perché sconosciuta, ma perché politicamente sconveniente per le conseguenze che implica.

È il motivo per cui le campagne costruite per smascherare le bugie dei politici ottengono risultati modesti. E così anche le inchieste giornalistiche. Si continua a denunciare ciò che una parte degli elettori sa già benissimo. Si presume che dimostrare una contraddizione basti a provocare indignazione, quando quella stessa contraddizione può essere considerata un prezzo accettabile. Per vedere sconfitto l’avversario, nel migliore dei casi; per partecipare alla spartizione del bottino, in quello più probabile. Il controllo dei fatti rimane indispensabile, naturalmente, ma non può risolvere da solo un problema che non nasce necessariamente dall’ignoranza dei fatti.

Una parte dell’opposizione immagina il proprio compito come una paziente opera di smascheramento, senza interrogarsi abbastanza sulle ragioni per cui una persona dovrebbe preferire una verità politicamente scomoda a una menzogna che protegge la sua appartenenza. Perché la menzogna, in politica, non serve soltanto a nascondere qualcosa. Serve a tenere insieme un gruppo, a stabilire chi ne fa parte e chi no. Difenderla diventa allora una dimostrazione di lealtà.

La delusione effettiva dell’elettore medio, quella che lo spinge a cambiare il destinatario del suo voto, è di essere escluso dalla spartizione. Raramente la lealtà sopravvive alla delusione materiale. Gli elettori riconoscono bene i propri interessi. Bisogna piuttosto chiedersi come sia possibile che il riconoscimento simbolico finisca talvolta per compensare l’assenza di risultati concreti. Se Trump e Meloni perderanno le elezioni non sarà perché sono due populisti cinici e incuranti della povertà e della morte che producono, il primo sparando direttamente per le strade, la seconda facendo affogare i migranti in mare.

Per questo, quando si dice che la sinistra ormai è quella della ZTL, ovvero quella che risiede in quartieri che con le classi sociali originariamente sostenute dalla sinistra non hanno più nulla a che fare, si sta dicendo che la materialità della proposta politica di quella roba che ancora definiamo nominalmente sinistra non ha nulla a che fare con i ceti meno abbienti. E siccome chi sta meglio è sempre meno numeroso di chi sta peggio — che detta così è una volgarizzazione di censimenti e ricerche sociologiche che confermano in termini più autorevoli e nobili queste parole rozze — la cosiddetta sinistra perderà sempre più terreno proprio perché numericamente meno consistente nella popolazione a cui si rivolge.

Ecco perché Trump, Meloni, Salvini, Schlein, Conte e Fratoianni-Bonelli possono raccontare balle impunemente. L’elettorato non si aspetta più, da molto tempo, che dicano la verità. L’elettorato ha creduto che tagliando le pensioni ai parlamentari e riducendo il numero dei parlamentari stessi si potessero sanare i bilanci italiani. Bastava fare due conti prima per sapere che era falso.

Così come, se ci prendessimo davvero la briga di fare due conti, sapremmo con matematica certezza che la giusta richiesta di ridurre le spese militari e per gli armamenti, che viene contrapposta a ogni carenza del welfare, è una bugia propagandistica, perché, se per paradosso persino le eliminassimo del tutto, ci ritroveremmo comunque con i buchi nel welfare, in quanto il risparmio da solo non basterebbe a coprire la spesa sociale richiesta. Al netto del fatto che, quando il centrosinistra governa, e ha governato anche a lungo, non la riduce comunque, quella spesa di morte.

Ecco perché il potere, come nel caso di Trump da cui siamo partiti, può permettersi di insultare i suoi elettori senza temere ricadute nell’urna. Del «vero» non importa nulla a nessuno. Il «vero» è uscito dal dibattito da vent’anni a questa parte. La dicotomia attuale è merce cara/merce a buon prezzo.

L’elettore non sta acquistando una soluzione ai problemi collettivi, ma un vantaggio individuale, anche minimo, in un contesto nel quale non crede più possibile ottenere una trasformazione generale delle proprie condizioni. La politica delle «mancette» non prospera necessariamente perché gli elettori sono ingannati, ma perché hanno smesso di aspettarsi qualcosa di più.

Chi vende merce al prezzo più basso vince, anche se guadagna per sé cifre enormi. La politica delle «mancette» attraversa ormai destra e sinistra, mentre la comunicazione politica e giornalistica ne ha assimilato perfettamente la logica. Non si tratta più di convincere qualcuno che domani vivrà meglio, ma di persuaderlo che oggi gli conviene accontentarsi. E forse la più grande vittoria di questo sistema non è aver insegnato ai politici a mentire impunemente, ma aver convinto gli elettori che pretendere qualcosa di più sia diventato irragionevole. Applauso.

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La salvifica disfatta occidentale - Tommaso Merlo

Più la sconfitta dell’Europa con la Russia sarà devastante, più impedirà ai responsabili di riciclarsi e favorirà un sacrosanto cambiamento radicale. Devono saltare i governi complici che si sono rifiutati di fare il loro lavoro e cioè di negoziare con Mosca insistendo ad inviare soldi ed armi a Kiev anche quando era evidente la drammaticità della situazione sul campo e sono emersi immondi scandali di corruzione. Incapaci o venduti non importa, devono risponderne e levarsi dai piedi. Poi c’è la Commissione Europea finita anch’essa in balia della mafia bellica, le scene agghiaccianti di personaggi urticanti come la Von der Leyen e la Kallas che fanno a gara a chi è la più guerrafondaia, non si devono più ripetere. Non è questa l’Europa che avevano in mente i fondatori e nemmeno chi ha creduto al progetto continentale. L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è di un baraccone burocratico che ci spolpa ingiustamente, che ci sottrae ulteriore sovranità e che addirittura ci trascina in guerra senza nemmeno uno straccio di perché. O l’Europa è espressione dei popoli e garanzia di pace oppure meglio farne a meno o limitarla ad una associazione commerciale e monetaria. Poi c’è la Nato diventata la principale minaccia alla nostra sopravvivenza e che va soppressa per reiterato fallimento politico e militare. E al più presto, prima che riesca a scatenare la terza guerra mondiale. Dobbiamo investire nella pace e non nella guerra e con la Russia dobbiamo convivere pacificamente nel reciproco interesse. Ricostruire un rapporto sano è possibile perché i russi sanno dell’enorme fossato che separa i popoli europei dalle loro classi deficienti. La russofobia è una infezione che colpisce principalmente arrivisti e conformisti elitari, greggi di inglesi in crisi di astinenza coloniale e ignare vittime della propaganda di sistema camuffata da informazione. I popoli europei vogliono la pace e una politica che si occupi piuttosto della loro qualità della vita in caduta libera. Non dovrebbe mancare molto prima che la bandiera bianca sventoli su Kiev ma affinché certe tragedie non si ripetono mai più, dovrà presto sventolare anche su Bruxelles. Poi ci sono gli Stati Uniti e più la sconfitta con l’Iran sarà devastante più la loro becera egemonia finirà dove merita e cioè tra i liquami della storia. Da leader del mondo libero sono diventati uno stato canaglia per colpa di una morsa micidiale. Da una parte un capitalismo fuori controllo che si è comprato anche il cuore e il cervello delle persone e dall’altra il fascismo pseudo religioso, tutta quella melma di bigotti e fanatici che si riempiono la bocca di scempiaggini bibliche pretendendo di agire in nome di Dio salvo poi farlo in nome di satana. L’arrivo di gentaglia miliardaria come Trump e Musk alla Casa Bianca non è certo un caso ma il risultato di un processo di depravazione culturale e quindi sociale e quindi democratica che ha sostanzialmente rimpiazzato la società col mercato, i cittadini coi dollari e le classi dirigenti con una manica di malfattori oligarchici. È notizia di questi giorni che il capo del Pentagono Hegseth vuole trasmettere in diretta streaming la fucilazione di un condannato a morte oggi in sedia a rotelle. Hegseth è un alcolizzato messo lì perché sbaciucchiava alla grande il deretano di Trump quando lavorava come conduttore televisivo. Scene barbariche da fine impero e personaggi squallidi ideali per guidare la disfatta. Dopo decenni a spargere sangue e caos prendendosela coi più deboli, gli Stati Uniti stanno sbattendo il grugno contro la ferrea resistenza iraniana mentre il mondo intero sogna la fine della loro delirante egemonia e l’inizio di una sensata era multipolare. Che un paese ricco pretenda di imporre con la forza delle armi e dei ricatti finanziari la propria volontà a casa d’altri, non è giusto e non funziona. E ancora meno se quel paese egemone è talmente corrotto da poter essere scalato e sfruttato da qualsiasi mafia lobbistica. Tipo lo stato profondo con le sue guerre permanenti, tipo i potentati economici con le loro guerre petrolifere, tipo il sionismo col suo delirante progetto coloniale. Non è giusto, non funziona ed è pericolosissimo. A pensarlo per primi sono i cittadini americani che da anni chiedono pace e una politica che si occupi della loro qualità della vita in caduta libera. È quindi lecito essere ottimisti. La sconfitta contemporanea di Europa e Stati Uniti non è mai stata così possibile e prossima, la speranza è che sia talmente devastante da impedire ai responsabili politici di riciclarsi e al contrario favorire un sacrosanto cambiamento radicale in nome della pace e di una democrazia sana.

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lunedì 12 ottobre 2026

Israele, condannato Ofer Cassif: il dissenso contro il genocidio rischia di perdere la voce in Parlamento


Il deputato comunista di Hadash, da anni impegnato contro l’occupazione e per i diritti dei palestinesi, è stato condannato per uno scontro con la polizia durante una protesta a Masafer Yatta. Dopo il tentativo fallito di escluderlo dalle elezioni, ora rischia il carcere e il seggio alla Knesset.

Una condanna penale a pochi giorni dalle elezioni israeliane, dopo che la Corte Suprema aveva appena respinto il tentativo di impedirgli di candidarsi. Ofer Cassif, parlamentare comunista ebreo di Hadash, una delle voci più riconoscibili dell’opposizione israeliana all’occupazione dei territori palestinesi, è stato riconosciuto colpevole l’8 ottobre dal Tribunale di Gerusalemme di aggressione aggravata nei confronti di un agente di polizia. La vicenda risale al maggio 2022, quando Cassif cercava di raggiungere una manifestazione contro l’espulsione dei palestinesi dalle loro abitazioni a Masafer Yatta, nelle colline a sud di Hebron. La pena sarà discussa il prossimo gennaio e potrebbe comprendere la reclusione. In determinate condizioni, la condanna potrebbe comportare anche la perdita del seggio parlamentare. Cassif denuncia una persecuzione politica contro chi si oppone all’occupazione e ai crimini commessi nei confronti del popolo palestinese.

A rendere particolarmente significativo il caso è la successione degli avvenimenti. Il 23 settembre la Commissione elettorale centrale israeliana aveva votato per escludere Cassif dalla competizione elettorale del 27 ottobre, accogliendo una richiesta sostenuta dal Likud. Il 2 ottobre, tuttavia, la Corte Suprema aveva respinto la sua esclusione con una maggioranza di sette giudici contro due, ritenendo insufficienti gli elementi presentati. Nella stessa decisione i giudici avevano annullato anche i provvedimenti di esclusione contro le liste arabe Joint List e Ra’am. A distanza di appena sei giorni è arrivata la condanna penale per fatti avvenuti oltre quattro anni prima. Non esistono elementi sufficienti per affermare che le due procedure siano state coordinate, ma la loro successione alimenta inevitabilmente il confronto sullo spazio politico concesso all’opposizione anticolonialista e alla rappresentanza palestinese dentro le istituzioni israeliane.

A denunciare la gravità della vicenda è Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista, che ha ricevuto un messaggio direttamente da Cassif e ha espresso la solidarietà del partito al parlamentare israeliano. Nel messaggio, Cassif ricorda di essere stato condannato per un episodio avvenuto durante una manifestazione contro la pulizia etnica a Masafer Yatta e sottolinea che a gennaio potrebbe trovarsi davanti a conseguenze capaci di allontanarlo dalla Knesset o di portarlo in carcere. Per il deputato si tratta di un caso di persecuzione politica, al quale intende rispondere proseguendo la propria attività contro l’occupazione.

La ricostruzione giudiziaria dell’episodio è controversa. Secondo l’accusa, Cassif avrebbe urtato con la propria automobile la gamba di un agente della polizia di frontiera e successivamente lo avrebbe colpito alla testa durante un alterco. Il tribunale ha ritenuto provate le condotte e non ha accolto la tesi della legittima difesa, sostenendo che la reazione del parlamentare fosse sproporzionata rispetto al contatto fisico precedente da parte del poliziotto. Cassif e la sua difesa hanno contestato la ricostruzione accusatoria, denunciando il comportamento degli agenti che gli impedivano di raggiungere la manifestazione. La possibile impugnazione della sentenza resta aperta. È dunque necessario distinguere l’accertamento compiuto dal tribunale dalla valutazione politica che Cassif formula sul procedimento e sul suo contesto.

Ma per comprendere il significato della vicenda bisogna partire da Masafer Yatta, non dall’aula del tribunale. Si tratta di un insieme di comunità palestinesi nelle colline a sud di Hebron, sottoposte da decenni alla minaccia di espulsione e demolizione dopo che Israele ha classificato una vasta porzione del territorio come zona militare destinata alle esercitazioni. Nel maggio 2022 una decisione della Corte Suprema israeliana aveva aperto la strada all’allontanamento di numerosi abitanti. Proprio contro quella decisione si erano mobilitati palestinesi e attivisti israeliani. Cassif cercava di raggiungerli quando venne fermato dalla polizia. La vicenda di quelle comunità è stata raccontata anche da No Other Land, il documentario israelo-palestinese premiato con l’Oscar nel 2025, che mostra la distruzione delle abitazioni, la pressione militare e la resistenza quotidiana degli abitanti.

È questo il contesto politico che rischia di scomparire quando l’intera vicenda viene ridotta alla presunta aggressione di un parlamentare contro un agente. La protesta riguardava il diritto di intere comunità palestinesi a continuare a vivere sulla propria terra. Cassif si trovava lì per sostenere quella mobilitazione, coerentemente con un’attività politica che da anni lo vede impegnato contro l’occupazione militare e a favore dell’uguaglianza dei diritti tra israeliani e palestinesi. La sua posizione è particolarmente significativa perché è un parlamentare ebreo eletto nelle file di Hadash, formazione della sinistra comunista e arabo-ebraica che rifiuta la contrapposizione etnica come fondamento della rappresentanza politica. La sua stessa presenza nella Knesset contraddice l’idea che criticare radicalmente il sionismo, l’occupazione o le politiche del governo israeliano equivalga necessariamente a esprimere ostilità verso gli ebrei.

La condanna arriva inoltre dopo una lunga serie di iniziative istituzionali contro Cassif. Nel febbraio 2024 la Knesset aveva tentato di espellerlo per il sostegno espresso al ricorso del Sudafrica davanti alla Corte internazionale di giustizia, che accusava Israele di violare la Convenzione sul genocidio nella Striscia di Gaza. La proposta non aveva raggiunto la maggioranza qualificata richiesta: 85 voti favorevoli, cinque meno dei 90 necessari. Da allora il deputato ha continuato a subire sospensioni parlamentari e contestazioni per le sue dichiarazioni sulla guerra e sull’occupazione.

Un altro episodio ha mostrato quanto il suo dissenso sia diventato scomodo anche all’interno del Parlamento. Il 13 ottobre 2025, durante il discorso di Donald Trump alla Knesset, Cassif e il deputato Ayman Odeh hanno esposto cartelli con la richiesta di riconoscere la Palestina, venendo immediatamente allontanati dall’aula. Il gesto ha interrotto una cerimonia segnata dall’omaggio politico al presidente statunitense e ha portato dentro il Parlamento israeliano una questione che quella rappresentazione istituzionale tendeva a lasciare ai margini: i diritti nazionali e politici dei palestinesi.

La vicenda di Cassif mostra dunque un conflitto che attraversa più livelli. C’è il piano giudiziario, sul quale una sentenza ha riconosciuto la responsabilità penale del parlamentare e sul quale restano possibili ulteriori passaggi. C’è il piano istituzionale, segnato dai tentativi di esclusione elettorale e dalle sospensioni. E c’è soprattutto il piano politico, che riguarda la possibilità di opporsi all’occupazione e denunciare i crimini contro i palestinesi senza essere progressivamente espulsi dagli spazi della rappresentanza. La Corte Suprema ha finora impedito che il tentativo di esclusione elettorale producesse il risultato voluto dai suoi promotori, ma la nuova condanna apre un problema differente: qualora venisse riconosciuta una particolare gravità morale del reato e la decisione diventasse definitiva, Cassif potrebbe perdere il seggio. Un’eventuale pena detentiva comporterebbe inoltre la sospensione dall’attività parlamentare durante la reclusione.

Nel messaggio trasmesso ad Acerbo, Cassif interpreta la condanna come un ulteriore passaggio di una pressione politica rivolta contro chi denuncia l’occupazione e difende una prospettiva di pace fondata sull’uguaglianza. Il parlamentare insiste sulla necessità di continuare la lotta contro lo spargimento di sangue e per una convivenza tra i due popoli. Acerbo, a nome di Rifondazione Comunista, ha espresso piena solidarietà al deputato, ricordandone l’impegno contro la distruzione di Gaza e le violazioni dei diritti del popolo palestinese.

La questione supera comunque il destino personale di Ofer Cassif. Riguarda la possibilità che dentro Israele continui a esistere un’opposizione politica capace di mettere in discussione non soltanto le scelte di Netanyahu, ma le strutture dell’occupazione e della disuguaglianza. La differenza è sostanziale. Contestare un governo non significa necessariamente contestare il sistema che rende possibile la dominazione militare sui palestinesi; Cassif appartiene invece a quella minoranza politica che mette direttamente in discussione l’occupazione, la discriminazione e la negazione dei diritti nazionali palestinesi.

È proprio per questo che il caso merita attenzione internazionale. Una democrazia non si misura soltanto attraverso lo svolgimento delle elezioni, ma anche dalla possibilità per le minoranze politiche di parteciparvi, esercitare il mandato parlamentare e contestare le politiche dello Stato. Il fatto che la Corte Suprema abbia respinto l’esclusione di Cassif e delle liste arabe rappresenta una garanzia istituzionale concreta; il fatto che continuino a svilupparsi procedimenti e iniziative capaci di incidere sulla loro rappresentanza mostra quanto quel terreno rimanga conflittuale.

Il prossimo gennaio si conosceranno le conseguenze penali della condanna. Nel frattempo Cassif continua a rivendicare la propria opposizione all’occupazione e la solidarietà con il popolo palestinese. La sua vicenda pone una domanda che va oltre il singolo procedimento: quale spazio può avere una voce che denuncia le responsabilità dello Stato dall’interno delle sue istituzioni, quando proprio quella denuncia viene considerata da una parte del potere politico una forma di delegittimazione nazionale? È una domanda che riguarda Israele, ma anche tutte le democrazie nelle quali il dissenso radicale viene sempre più frequentemente affrontato attraverso strumenti giudiziari, disciplinari e di esclusione politica.

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La terapia e il dolore incontenibile della Palestina - Samah Jabr


Giovedì 6 agosto 2026, ore 9:57 – Ora di Gerusalemme

Nelle ultime due settimane non sono riuscita a raggiungere il mio ambulatorio di Nablus a causa degli attacchi dei coloni e della chiusura delle strade. Pochi giorni dopo, non ho potuto raggiungere nemmeno il mio ambulatorio di Al-Ram a causa dell’operazione militare nel campo profughi di Qalandia.
Ho dovuto cancellare gli appuntamenti e contattare i miei pazienti per spiegare che la mia assenza non era una decisione professionale o personale, bensì la conseguenza di una realtà politica che interferisce con ogni aspetto della vita, compreso il trattamento psicologico.

Dopo aver terminato la telefonata con il mio ultimo paziente, mi sono ritrovata a riflettere su una domanda inquietante: cosa succede a uno psichiatra quando si trova ad affrontare le stesse circostanze che hanno causato il dolore dei suoi pazienti?
Nel corso dei miei anni di pratica psichiatrica, una parte fondamentale della mia missione è stata quella di offrire uno spazio in cui le persone possano esprimere il proprio dolore e trasformarlo da un’esperienza travolgente in qualcosa su cui riflettere.
La nostra missione non è mai stata quella di eliminare la sofferenza – non è sempre possibile – ma piuttosto di accompagnare le persone nel loro tentativo di ritrovare un senso nella vita e la capacità di andare avanti. Ma ciò che stiamo vivendo oggi pone nuove domande alla nostra professione. Cosa succede quando il trauma non è un evento passato, ma una realtà continua? Cosa succede quando un paziente arriva in clinica durante una tragedia, portando con sé le ferite sanguinanti invece dei ricordi di eventi passati?

Dal genocidio di Gaza, le nostre cliniche accolgono una comunità che vive un dolore immenso. I pazienti arrivano portando con sé il peso della perdita dei propri cari, la paura per le loro famiglie, le esperienze di sfollamento, la fame, le minacce e un senso di sicurezza infranto, pur sapendo che il pericolo è tutt’altro che finito.
Anche in Cisgiordania, raid, posti di blocco, violenze dei coloni, arresti e blocchi stradali sono diventati parte della nostra quotidianità.
In mezzo a tutto questo, lo psichiatra si sente smarrito. Non siamo formati per trattare questo tipo di dolore psicologico in condizioni che mancano persino delle più elementari norme di sicurezza.
Spesso descriviamo l’impatto del lavorare con una sofferenza così intensa con termini come “trauma secondario” o “stress compassionevole”. Questi concetti sono importanti per comprendere cosa accade ai terapeuti che sono costantemente esposti a narrazioni di dolore.
Ma non sono sufficienti a descrivere la nostra esperienza in Palestina.
Questo concetto implica che terapeuta e paziente condividano non solo l’empatia per il dolore, ma anche la stessa discriminazione e la stessa struttura che genera lo stesso dolore. Entrambi sperimentano le stesse limitazioni di movimento, la stessa incertezza, la stessa paura per i propri cari e la stessa esposizione a una realtà politica che si insinua nella vita quotidiana. Il medico non si limita a curare la ferita dall’esterno; al contrario, cerca di curarla mentre sanguina a sua volta, e si sforza di nascondere le proprie ferite durante il lavoro. Questo cambia la natura stessa della relazione terapeutica.

Il terapeuta, in questo contesto, non è semplicemente un testimone della sofferenza dell’altro, né un mero portatore dei sentimenti del paziente. È anche un essere umano che vive le conseguenze della stessa traumatica esperienza storica.
In queste circostanze, il concetto stesso di contenimento viene messo alla prova in modo senza precedenti. Abbiamo imparato che il ruolo del terapeuta è quello di accogliere il dolore che il paziente non riesce a sopportare e di aiutarlo a trasformare il terrore in parole e il caos in significato. Ma ciò che vediamo oggi a Gaza e in Cisgiordania a volte supera la capacità di contenimento del terapeuta.
Non è perché il terapeuta abbia perso la sua competenza, né perché l’umanità si sia indebolita, ma perché l’entità, la persistenza, l’ampiezza e la natura collettiva della sofferenza superano i limiti per cui sono stati progettati i nostri strumenti psicologici tradizionali.
Ci sono momenti in cui al terapeuta viene richiesto non solo di contenere il dolore altrui, ma anche di riconoscere i limiti della propria capacità umana di tale contenimento. Forse riconoscere questi limiti fa parte dell’integrità professionale, perché negarli può trasformare il terapeuta da essere umano presente in una macchina che funziona fino al collasso.

La domanda con cui dobbiamo confrontarci è: come ci proteggiamo quando il dolore e le minacce si nascondono dietro ogni angolo? Se ciò che stiamo affrontando trascende i concetti di trauma secondario e burnout, e se viviamo una realtà condivisa e opprimente con i nostri pazienti, allora la risposta non può essere meramente individuale. Non possiamo chiedere al terapeuta di farsi carico del peso di un’intera società e poi ridurre la soluzione a consigli sul comfort o sull’adattamento personale.
Innanzitutto, è necessario un riconoscimento collettivo del fatto che anche il terapeuta stesso ne risente. Questo riconoscimento non è una debolezza professionale, bensì un prerequisito per la sopravvivenza della professione.
Devono esistere spazi in cui i professionisti della salute mentale possano parlare delle proprie esperienze ed elaborare ciò che portano dentro, non come pazienti, ma come esseri umani che svolgono un lavoro straordinario in circostanze straordinarie. Dobbiamo inoltre passare dal modello del singolo terapeuta che sopporta la sofferenza da solo a un modello di sostegno collettivo.
In tempi di calamità, il sostegno non può essere fornito da una sola persona. Il terapeuta ha bisogno di una rete: colleghi, supervisione, solidarietà professionale e spazi di riflessione condivisa. Inoltre, dobbiamo sviluppare un linguaggio e approcci psicologici radicati nella realtà delle società che vivono una violenza continua.
Alcuni traumi non derivano da un singolo evento concluso, ma da una realtà persistente che riproduce paura e perdita.
Ciò richiede approcci che considerino l’individuo nel suo contesto storico, sociale e politico, non semplicemente come un elenco di sintomi. Nonostante tutto ciò, dobbiamo preservare il significato della terapia. In un contesto che mira a distruggere il senso di dignità e umanità, preservare il pensiero, la connessione umana e la capacità di ascolto diventa un atto di autoconservazione.

Questo è un invito a riconoscere una verità professionale e storica: un’intera generazione di professionisti della salute mentale ha vissuto un’esperienza senza precedenti, costretta a trattare gli effetti della violenza in corso e al contempo a vivere nel suo contesto.
Quanto accaduto a Gaza, e quanto sta accadendo in Cisgiordania e a Gerusalemme, non sta mettendo alla prova solo la resilienza degli individui, ma anche i concetti stessi della psichiatria: il significato di trauma, contenimento, neutralità e terapia in un contesto pervaso da minacce e dolore.
Dobbiamo documentare questa esperienza, anche se non possediamo tutte le risposte, perché siamo testimoni di un momento storico che sta rimodellando la nostra comprensione di cosa significhi essere un terapeuta in un’epoca di violenza collettiva.

La psichiatria non si scrive solo nei libri e nelle teorie. Si scrive anche nelle piccole stanze di terapia, nei corridoi chiusi, nelle telefonate in cui ci scusiamo con i pazienti per non essere riusciti a contattarli, e nella lotta quotidiana per preservare la nostra umanità quando viene spinta al limite. Potremmo non essere in grado di contenere tutto il dolore che ci circonda, ma possiamo rifiutarci di lasciarlo passare inosservato.
E insieme, possiamo costruire nuovi spazi di contenimento: collettivi, professionali e umani, che ci aiutino a continuare a proteggere ciò che la violenza cerca di distruggere sopra ogni altra cosa: la capacità umana di pensare, di sentire e di vedere gli altri come esseri umani.

(Traduzione a cura di Maria Nadotti)

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domenica 11 ottobre 2026

Putin vince, l’Europa è lo scemo del villaggio globale - Alberto Capece

L’Europa, grazie ai suoi milieu politici di infimo livello sia a livello nazionale che comunitario, è stata gravemente ferita dalla rinuncia alle risorse energetiche russe e oggi viene finita da quello che era, sì, il padrone, ma che per vecchio e inveterato inganno, veniva chiamato amico. Trump nella sua disperata ricerca di qualcosa che faccia diminuire il prezzo dei carburanti e la devastazione che essi stanno portando alla sua campagna elettorale, si è persino attaccato alla Russia per ottenere gasolio e per questo ha mandato a remengo Zelensky e i suoi amici europei che a tutti i costi vogliono  colpire le raffinerie russe, una delle poche cose che rimangono da fare per alimentare una guerra che sta per estinguersi. Insomma gli europei prima sono stati indotti a partecipare alla preparazione della guerra ucraina, poi a spendere centinaia di miliardi in armi e in cessi d’oro e ora vengono abbandonati al loro destino. Insomma hanno fatto la figura degli scemi del villaggio globale.

Tutto è paradossale in questa vicenda perché gli attacchi ucraini sono stati concepiti e diretti dai servizi occidentali e in particola dalla Cia; perché i danni sono stati enfatizzati oltre ogni limite di decenza, facendo credere che carenze locali di gasolio avessero inferto un colpo mortale alla Russia (e Putin glielo ha fatto credere, preparando la trappola), mentre ora si scopre che Mosca può vendere senza problemi il proprio gasolio, come del resto fa nei confronti di altri Paesi; perché le quantità concordate, anche ammesso che arrivino, non costituirebbero che due settimane scarse di consumo statunitense; perché comunque l’operazione, sempre che vada in porto, cosa della quale c’è fortemente da dubitare, non aumentano le quantità totali di diesel a disposizione nel mercato globale, ma solo la loro destinazione.

Questo i famosi mercati lo sanno benissimo, ma The Donald spera di poter tamponare la situazione per le tre settimane che lo separano dalle urne di mezzo termine: ciò che si propone di fare è dire agli americani: vedete, sto facendo qualcosa per diminuire i prezzi. Che poi le lobby sioniste e i bastardi dei servizi glielo consentano davvero, è un altro discorso.  Tuttavia per ottenere questo traballante scopo ha dato un calcio nel didietro ai suoi amici d’oltre atlantico. Mentre il cocainomane di Kiev  viene trattato con la cura di un nano da giardino da Berlino, Bruxelles, Londra, Parigi e persino dalla vaiassa romana del mercatino rionale, Trump lo sta buttando a mare: “Penso che sia giunto il momento per l’Ucraina di avere un nuovo presidente. Zelensky avrebbe potuto risolvere questa guerra molte volte. Molte, molte volte. E ha scelto di non farlo”. Ciò ovviamente non è vero perché Zelensky non è altro che una marionetta in mano agli occidentali sin da quando faceva il presidente del popolo (quello che ha poi sterminato)  in una serie televisiva, fa ciò che gli si dice, ma proprio per questo la sconfessione del duce di Kiev equivale a una dichiarazione di sconfitta. Il presidente americano che telefona a Putin chiedendogli di dargli una mano, è come se fosse andato sulla Piazza Rossa con una bandiera bianca. Il capo dell’Occidente riconosce che non può più imporre a chiunque  la propria volontà e che anzi è costretto a chiedere aiuto, dichiara di essere ormai la minoranza del mondo. Un espediente elettorale apre uno squarcio enorme nella tela della storia. 

In più l’ultimo sberleffo all’Europa: nelle conversazioni che si sono tenute in questi giorni è venuta fuori l’idea di ricostruire il Nord stream grazie a una joint venture tra una società russa e una americana: se dunque il gas dovesse un giorno tornare a fluire lo farebbe con il controllo di una società americana che ovviamente lucrerebbe a più non posso sui prezzi. Se fossi nei leader europei, presenti e passati penserei a un dignitoso suicidio collettivo, a un seppuku riparatore dopo aver compromesso la vita di 400 milioni di cittadini. Disgraziatamente essi sono stati scelti proprio per la mancanza di dignità. Resteranno finché non li caccerà via o finché non marciranno.

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sabato 10 ottobre 2026

La sorellanza è forza. In memoria di Robin Morgan

 

«La donna che ha scritto questo Credo sa cosa ho nel cuore». SBONGA, Direttrice del Women’s Crisis Bureau di Soweto (Sudafrica), commentando il manifesto del Movimento delle donne sudafricane che riportava A Woman’s Creed (Il Credo di una donna).

La stesura di A Woman’s Creed fu richiesta personalmente dalla compianta Bella Abzug, ex deputata del Congresso, in occasione del Women’s Global Strategies Meeting (Incontro sulle strategie globali delle donne) del novembre 1994 — promosso dalla WEDO (Women’s Environmental and Development Organization) e frequentato da 148 donne provenienti da 50 paesi — affinché fungesse da dichiarazione di intenti e visione per l’organizzazione. Morgan si confrontò con numerose donne, tra cui le compiante Perdita Huston (USA) e Sima Wali (Afghanistan) e l’italiana Paola Melchiori, prima di ritirarsi nella sua camera d’albergo e scrivere A Woman’s Creed nel corso di una notte.
Il testo fu immediatamente adottato e presto tradotto; debuttò alla Quarta Conferenza mondiale sulle donne delle Nazioni Unite, tenutasi a Pechino (Cina) nel 1995, sotto forma di opuscolo contenente il Credo in arabo, cinese, inglese (lingua originale), francese, persiano/farsi, russo, sanscrito e spagnolo. Il testo è stato pubblicato in Robin Morgan, “Cassandra non abita più qui”, Ed. La Tartaruga, Milano 1996. 

Il Credo di una donna

Noi, esseri umani e donne, sospese sull’orlo del nuovo millennio.
Noi siamo la maggioranza della specie, ma abbiamo abitato nell’ombra.
Noi le invisibili, le analfabete, le sfruttate, le profughe, le povere.
E noi votiamo: mai più.
Noi siamo le donne affamate – di riso, casa, libertà, delle altre, di noi stesse.
Noi siamo le donne assetate – di acqua limpida e risate, di letture, d’amore.
Noi siamo esistite in tutti i tempi, in ogni società.
Siamo sopravvissute al nostro sterminio.
Ci siamo ribellate – e abbiamo lasciato dei segni.
Noi siamo la continuità, intessiamo il futuro col passato, la logica con la poesia.
Noi siamo le donne che tengono duro e gridano Sì.
Noi siamo le donne dalle ossa, voci, menti, cuori spezzati – eppure siamo le donne che osano sussurrare No.
Noi siamo le donne la cui anima nessuna gabbia fondamentalista può contenere.
Noi siamo le donne che rifiutano di permettere che si semini morte nei nostri giardini, nell’aria, nei fiumi, nei mari.
Noi siamo, tutte e ciascuna, preziose, uniche, necessarie.
Noi fatte più forti, benedette, sollevate perché non uguali.
Noi siamo le figlie del desiderio. Noi siamo le madri che daranno alla luce la politica del XXI secolo.
Noi siamo le donne da cui gli uomini ci hanno messo in guardia.
Noi siamo le donne che sanno che tutte le questioni ci riguardano, che reclamano il loro sapere, reinventeranno il loro domani, discuteranno e ridefiniranno ogni cosa, incluso il potere.
Sono decenni ormai che lavoriamo a dar nome ai dettagli del nostro bisogno, rabbia, speranza, visione. Abbiamo rotto il nostro silenzio, esaurito la nostra pazienza.
Siamo stanche di enumerare le nostre sofferenze – per intrattenere o essere semplicemente ignorate.
Ne abbiamo abbastanza di parole vaghe e attese concrete; abbiamo fame d’azione, dignità, gioia. Intendiamo fare di meglio che resistere e sopravvivere.
Hanno tentato di negarci, definirci, piegarci, denunciarci; ci hanno messe in prigione, ridotte in schiavitù, esiliate, stuprate, picchiate, bruciate, asfissiate, seppellite – e ci hanno annoiate.
Ma niente, neppure l’offerta di salvare il loro agonizzante sistema, ci può trattenere.
Per migliaia di anni le donne hanno avuto responsabilità senza potere, mentre gli uomini avevano potere senza responsabilità.
Agli uomini che accettano il rischio di esserci fratelli offriamo un equilibrio, un futuro, una mano. Ma con loro o senza di loro, noi andremo avanti.
Perché noi siamo le Antiche, l’Essere Nuovo, le Native venute per prime e rimaste, indigene come nessuno. Siamo la bambina dello Zambia, la nonna della Birmania, le donne del Salvador e dell’Afghanistan, della Finlandia e di Fiji.
Siamo canto di balena e foresta pluviale; l’onda sommersa del mare che monta, immensa, a spezzare in mille frammenti il vetro del potere.
Siamo le perdute e le disprezzate che, piangendo, avanzano nella luce.
Questo noi siamo.
Siamo intensità e energia.
Siamo i popoli del mondo che parlano – che non aspetteranno più e non possono essere fermati.
Siamo sospese sull’orlo del millennio: alle spalle la rovina, davanti nessuna mappa, il sapore della paura acuto sulle nostre lingue.
Eppure faremo il salto.
L’esercizio dell’immaginazione è un atto di creazione.
L’atto di creazione è un esercizio della volontà.
Tutto questo è politica.
E’ possibile.
Pane. Un cielo pulito. Pace vera.
La voce di una donna che canta chissà dove, melodia che spira come fumo dai falò campestri.
Congedato l’esercito, abbondante il raccolto.
Rimarginata la ferita, voluto il bambino, liberato il prigioniero, onorata l’integrità del corpo, ricambiato l’amante.
Magico talento di trasformare i segni in significato.
Uguale, giusto e riconosciuto il lavoro.
Piacere nella sfida che porta, concordi, a risolvere i problemi.
La mano che si alza solo nel saluto.
Interni – dei cuori, delle case, dei paesi – così solidi e sicuri da rendere finalmente superflua la sicurezza dei confini.
E ovunque risate, sollecitudine, festa, danze, contentezza. Un paradiso umile, terrestre, ora.
Noi lo renderemo reale, nostro, disponibile.
Noi disegneremo la politica, la storia, la pace.
Il miracolo è pronto.
Credeteci.
Siamo le donne che trasformeranno il mondo.

 

Pubblichiamo due poesie inedite la cui traduzione è a cura di Maria Nadotti

Kigali, 1994

Il ritaglio è fragile e ingiallito, ma
leggibile ancora: come le milizie Hutu massacrarono
i degenti – tutti e 750 – del reparto di psichiatria.
Lanciarono granate oltre il muro, rammenta
un’infermiera. “I pazienti – dice – non capivano
cosa stesse accadendo. Presero a vagare
cantando, a mani alzate”.

Un’altra ricorda la plebaglia venuta
con strumenti di morte dilagare
nelle chiese dove i Tutsi sudavano nascosti,
in villaggi, sobborghi, città, uccidendo
dentro scuole, case, parrocchie, per i campi. “Parevano
burocrati”, rammenta una donna, “attaccavano
alle sette la mattina, alle cinque staccavano”.

Dopo una dura giornata di omicidi, tornavano
cantando alle case in collina, portando il bottino
strappato alle vittime. Una ragazzina gettata in una fossa
con tanti altri bambini viveva ancora. Nel villaggio s’udivano
le grida, le mandarono giù dell’acqua. Quindi il sindaco
ordinò di colmare la fossa, gli abitanti del villaggio la colmarono.
La gente che le aveva portato l’acqua colmò la fossa.

Sono notizie vecchie ormai, ingiallite come la viltà, fragili
come il buonsenso. Il Rwanda è in ricostruzione,
lo sterminio si è spostato altrove. C’è sempre un massacro
in corso in qualche luogo; se perdi la matinée
puoi farcela per lo spettacolo serale, averlo su richiesta.
Ci sono repliche, poi, con tanto
di cronaca, analisti, opinioni.

Da giovane giurai di porvi fine, di vivere tentandoci. Ora son vecchia
la pelle ingiallita, fragili le ossa; solo per esser viva ancora
in qualche modo sto fra chi poté rincasare
cantando, portando il bottino strappato al dolore altrui:
tema per le mie poesie. Non capivo
cosa stesse accadendo. Così ho preso a vagare
cantando, come qui, a mani alzate.

 

Lo scavo

I. Annuncio della National Geographic Society, giugno 2006.

I resti mummificati di una giovane donna, risalenti a milleseicento anni fa, erano coperti di pigmento rosso e segnati da tatuaggi. L’imponenza della tomba denotava una posizione elevata. È stata scoperta a quattrocento miglia a nordovest di Lima, Perù, presso la sommità della piramide Huaca Cao Viejo, luogo sacro della cultura Moche, che fiorì molto prima dell’ascesa degli Incas. Tra gli oggetti funebri – oro, tessuti finissimi, pietre semipreziose, materiali per tessere e aghi adatti a una donna – c’erano due clave da guerra cerimoniali e ventotto lancia-asta, arnesi mai rinvenuti in luoghi dove era sepolta una donna, ma esclusivamente nelle tombe degli uomini Moche. Lì accanto giace lo scheletro di un’altra donna, più piccola e all’apparenza morta per strangolamento, una corda di canapa ancora stretta attorno al collo. È stata la corda, tramite analisi al radiocarbonio, a datare la sepoltura di entrambe intorno al 450 dell’era cristiana.

II.

Sei qui, lo so. Dove?
Vieni. Te l’ordino.
Se potessi vedere attraverso questa nebbia! Vago
e aspetto, chiamandoti, piccolina
del mio cuore, abbattuta dal branco,
dove sei? Vieni! Lo esigo!

Sei stata mia dal momento che ti ho vista,
tolta dalla lordura per accordarti il mio favore,
innalzata, portata nella Grande Casa.
Con quanta forza hai lottato – piccola come sei,
ma scalciavi, sputavi, sferravi colpi,
graffiavi, strepitavi – e io ridevo

mentre ti frizionavano e avvolgevano nelle sete,
ridevo mentre ti rimpinzavi di piccione arrosto e mango,
ridevo mentre ti rannicchiavi lanciandomi sguardi in tralice.
Sei vicina, lo sento. Vieni da me,
te l’ordino. So che mi senti anche attraverso
questa nebbia fitta. Inutile combattermi, lo sai.

Sono sempre stata diversa, più forte di tutti
i miei fratelli, di mio padre il vero figlio, benché
donna. Mi ci sono applicata con la testa e coi denti,
rifiutando di essere non-uomo, femmina, meno che umana.
Più che umana io ero, e lo sapevo.
Quando gli Altri vennero dal nord

fui io a guidare i Moche alla battaglia. Io
a falciare i nemici, ridere delle loro grida,
uccidere e ancora uccidere finché non ne rimase alcuno.
Le mie braccia dolevano a forza di ammazzare. I miei nemici, la mia gente,
entrambi i popoli mi consideravano un prodigio,
una donna di potere, un mostro o un demonio.

Non ero né mostro né demonio, bensì dio. Da quel giorno,
gli uomini mi temettero, le donne mi fuggirono,
tutti però mi veneravano. Vestivo un mantello
di piume di condor. Un prezzo c’era:
di timore e adorazione ero l’oggetto,
non d’amore. Come può il devoto immaginare

l’indicibile solitudine del proprio dio?
Poi, un giorno, mentre cacciavo, eccola
lì, nascosta, accovacciata nel suo fetido rifugio,
una creatura cenciosa, dagli occhi immensi. Avresti dovuto
imparare a servire dio con gioia, e invece,
finisti per amare me. Me. Tu sola hai amato la me in dio.

Come potevi non farlo? Perché adesso taci?
Sei qui, devi essere qui, ho lasciato ordini in tal senso.
Sai che non posso restare sola, non con queste armi
che tanti hanno ucciso – gli strumenti usati per provare
che ero umana. Più: che ero dio.
Quello era il prezzo. Tu fosti il dono.

III.

Sei qui, temo che sbucherai
dalla nebbia come il giorno che mi afferrasti
per i capelli nell’angolo della capanna verso il prato.
Sette estati avevo conosciuto. Mi prendesti
che avevo solo sette estati. Ridevi. Mio padre
si prostrò per la gioia che andassi schiava

a colei che era insieme uomo e dio. Ci sarebbe stato cibo,
adesso, birra, oro, mariti vogliosi delle sorelle, una casa
di adobe, un tumulo privato alla morte dei miei genitori.
“Sarai portata in alto”, disse mia madre.
Io nulla conoscevo. Solo paura e perdita. Dovevo
scordarle entrambe se volevo vivere.

Ma volevo morire – pur se mai abbastanza. Così ho vissuto,
favorita del dio, accucciandomi dove tu mi mettevi.
Ai tuoi piedi quando condannavi a morte i prigionieri.
Alla tua tavola, per assaggiare ogni piatto in cerca di veleno.
Accanto ai tuoi incubi la notte prima della battaglia.
Sotto le tue lenzuola di lino. Tra le tue cosce.

Odoravi di sangue e spezie. La tua voce si addolciva
al mio nome. Nuda, sorridevo e danzavo per te,
ti toglievo l’armatura. Il bagno ti facevo.
Una volta che avevi ucciso venti uomini,
– in un giorno, si disse – tenni il bacile
mentre vomitavi. Quasi ti amavo allora.

Ma quando infine cadesti, ne gioii l’intero giorno.
Poi la notte mi ricordai che la tua morte
voleva dire che sarei morta anch’io, per servirti
nell’aldilà, innalzata nella morte.
Stavolta fuggii, con un tale terrore nella bocca
che ancora lo assaporo come il veleno che così spesso

avevo ideato di passarti, assaggiato il tuo cibo, prima o poi.
I tuoi sacerdoti, la gente in lutto, mi presero, certo,
e, come avevano fatto con la bambina di sette anni
che lottava e urlava, mi trascinarono sulla tomba dove giacevi
avvolta nella corazza laminata d’oro, circondata
dalle tue armi e dai miei utensili per tessere. Libertà sarebbe dimenticare

la paura, ma da tempo la mia paura si era convertita in odio. Troverò
nuovi aldilà dove vagare sola, giacché i tuoi ordini
risuonano in uno spazio che sbadiglia, vasto, tra noi.
Mai ti ho amata – pur se avrei potuto. L’ultimo
irretimento sta nel mio desiderio di dirti queste cose,
nella speranza schiava che tu possa capire…
tranne questo: quel giorno nella tua tomba mi costrinsero

a volgere il viso verso il tuo. Ti vidi fissare la morte
con occhi incastonati di turchese. Sentii la corda cadermi, greve,
sulle spalle, poi serrarsi intorno alla mia gola.
Centellinai l’ultimo respiro, sapendo che il tuo volto
sarebbe stato l’ultima cosa che avrei visto,
bello, severo, incapace di vedermi.

IV. Lettera alla famiglia di una studentessa impegnata in uno stage presso gli scavi di Huaca Cao Viejo.

Gli indiani del posto sono così superstiziosi. Scuotono la testa e ci avvertono che, quando disturbiamo una tomba, i cosiddetti “spiriti” si risvegliano e prendono a vagare. Però non ti dicono di chi siano. Cosa ne dite? Di una regina? Della moglie o della figlia di un capo militare? E se fosse lo spirito di una qualche mitica amazzone! Non lo sapremo mai. E la seconda donna? Potrebbe trattarsi di un suicidio. Penso che fossero amanti e che fosse disperata per la morte della regina. È così romantico! Naturalmente il professore ritiene che si tratti di un sacrificio. Sarebbe in linea con le consuetudini delle antiche popolazioni andine. Quando moriva una persona di alto lignaggio, durante la cerimonia funebre il suo spirito riceveva in dono rituale una vergine. Per fortuna che all’epoca non mi trovavo da queste parti! Il professore dice anche che è assurdo immaginare che le donne fossero amanti, e estremamente improbabile che si siano mai incontrate, tanto meno conosciute.
Ma la corda! Quant’è grande la corda? Che colpo di fortuna datare il reperto!

da qui

ebrei antisionisti, cioè antisemiti...

La storia recuperata dell’antisionismo ebraico, e la perdita a cui non ha potuto porre rimedio - Yahia Lababidi

(da +972 Magazine)

Il nuovo libro di Benjamin Moser ritrova una tradizione di dissidenti che pagarono un prezzo per essersi opporti alla spoliazione dei palestinesi, anche se non poterono impedirla.

“Anti-Zionism: A Jewish History,” [Antisionismo: una storia ebraica] di Benjamin Moser, Doubleday, 2026

Poche parole come “antisionismo” hanno subito nel dibattito pubblico contemporaneo una limitazione del significato così rapida e sanzionatoria. Quella che in precedenza era una posizione politica contestata, discussa all’interno della tradizione religiosa ed etica ebraica, ora si presenta come già condannata, trattata meno come un’idea storica che come una prova di contaminazione etica. La parola non descrive più solo una posizione rispetto al nazionalismo o alla costruzione di uno Stato, è diventata uno strumento di preclusione, capace di ridurre a un’accusa prese di distanza e storie personali.

Questa riduzione è avvenuta rapidamente. Nel dicembre 2023, meno di due mesi dopo gli attacchi del 7 ottobre, la Camera dei Rappresentanti USA ha votato con 311 voti contro 14 per stabilire che antisionismo e antisemitismo sono sinonimi. Questa risoluzione non è stata solo un tentativo di delegittimare la crescente ondata di proteste contro il genocidio israeliano a Gaza. Insieme alle successive iniziative legislative è servita a uno scopo più profondo: cancellare una lunga e seria tradizione ebraica di opposizione al sionismo su basi religiose e politiche.

“Anti-Zionism: A Jewish History” di Benjamin Moser si prefigge di recuperare quella tradizione. Biografo insignito del premio Pulitzer, Moser ha passato la sua carriera a riscattare figure ai margini di quello che le istituzioni disposte ad accettare, tra cui la critica americana Susan Sontag nel suo antagonismo e la scrittrice brasiliana Clarice Lispector nella sua singolarità. Mette questo stesso impulso anche qui, verso una camera della storia intellettuale ebraica che altri hanno da molto tempo dichiarato sigillata.

Forse quello che la biografia insegna è che una vita resa in modo pieno propone un’argomentazione più profonda di qualunque polemica. Una tesi può essere rifiutata, una persona, testimoniata autenticamente, tende a perdurare.

Ognuno dei 12 capitoli del libro è dedicato a diversi mondi dell’opposizione: un rabbino polacco il cui pacifismo derivava dallo studio della Torah; un ministro del governo britannico la cui opposizione al sionismo era fondamentalmente patriottica; un poeta olandese che arrivò a Gerusalemme come sionista e terminò come qualcosa che i sionisti trovarono inaccettabile; un comunista egiziano che scrisse, in arabo e con nome arabo, l’atto di accusa più preveggente contro il sionismo prima della Nakba; un rabbino riformato statunitense che guidò un movimento contro il sionismo finché, in seguito alle pressioni e quando l’aria cambiò, ritrattò; uno storico radicalizzato dai suoi stessi documenti.

Moser scrive che le “Quartine”, la raccolta di brevi poesie di de Haan che “drammatizzavano la lotta tra anima e corpo”, vennero pubblicate ad Amsterdam poco dopo la sua morte e “salutate come uno dei più sublimi risultati nella storia della poesia olandese”. Chi era al potere evitò di citare quello che gli era stato fatto.

La persecuzione contro Hannah Arendt fu di altro genere, le è sopravvissuta. Ma la campagna scatenata contro di lei non fu meno organizzata e alla fine vi hanno partecipato i più importanti circoli del potere israeliano. Quando nel 1963 venne pubblicato “Eichmann a Gerusalemme” la reazione andò totalmente al di là del semplice dissenso: comportò un tentativo coordinato di garantire che quello che Arendt aveva effettivamente scritto venisse sostituito, nella mente dell’opinione pubblica, da una versione artefatta che era facile condannare.

Venne accusata di dire che gli ebrei erano complici della loro stessa morte. L’Anti-Defamation League [una delle principali organizzazioni della lobby filoisraeliana negli USA, ndt.] guidò l’attacco, facendo circolare una sintesi di cinque frasi in cui risultava che Arendt incolpava gli ebrei della loro distruzione, un’accusa subito ripetuta in tutti gli Stati Uniti. Moser nota anche che Siegfried Moses, un importante politico del governo israeliano, andò da lei di persona per chiederle di interrompere la pubblicazione del libro e Arendt venne a sapere da altre fonti israeliane che era intervenuto lo stesso primo ministro David Ben Gurion.

“L’immagine che avevano creato era quella di un ‘libro malefico’”, scrisse. “Ora devono dimostrare che è stato scritto da una ‘persona malefica’”.

Quello a cui la campagna non poté sopravvivere, e sapevano che non avrebbe potuto farlo, era lo sguardo onesto di chiunque non solo sui rapporti storici tra sionismo e nazional-socialismo nell’accordo Ha’avara [con cui i dirigenti sionisti si accordarono con i nazisti per uno scambio di ebrei tedeschi, denaro e merci che favorì il regime di Hitler, ndt.], ma anche l’uso per il quale era stato approntato il processo Eichmann: uno Stato che aveva iniziato a trasformare il ricordo degli assassinati in una moneta di scambio politica. Non si era mai guardato alla sostanza, bastava il clamore.

Felicia Langer passò 22 anni cercando di utilizzare il sistema giudiziario israeliano per difendere i palestinesi sotto occupazione, perdendo la maggior parte delle cause, vincendone poche e arrivando alla fine alla conclusione che il suo lavoro in sé era diventato una forma di collaborazione. Il sistema aveva bisogno di lei: un’avvocata ebrea-israeliana che rappresentava clienti arabi dava all’apparato della giustizia militare l’apparenza di imparzialità che diversamente non avrebbe potuto rivendicare.

Quando alla fine chiuse il suo studio nel 1990 dall’esterno sembrò una sconfitta. In realtà era il rifiuto di fungere da alibi. Ormai decenni di ostilità avevano presentato il conto. Era stata, scrive Moser, “derisa dalla stampa, le sputavano addosso per la strada.” Arrivò a credere persino che i suoi clienti palestinesi venissero puniti più duramente perché era lei a rappresentarli.

Lasciò Israele, se ne andò in Germania, dove viveva suo figlio e si stabilì a Tubinga. Moser nota l’amaro simbolismo della scelta: era “una dichiarazione che era più libera come ebrea in Germania che nel cosiddetto Stato ebraico.”

Da ragazzo Ronnie Kasrils piantava alberi. Aveva 10 anni, era un giovane sionista entusiasta a Yeoville, Johannesburg, che raccoglieva soldi per il Jewish National Fund che incorniciava le ricevute delle sue donazioni e le appendeva nella sua camera da letto. Gli alberi era piantati in Israele in una foresta il cui scopo, come apprese in seguito, era nascondere le rovine del villaggio palestinese di Lubya, i cui abitanti erano stati cacciati nel 1948.

L’antisionismo di Kasril emerse dalla lotta che aveva già caratterizzato la sua vita. Sharpeville [famosa strage di cittadini neri da parte della polizia sudafricana, ndt.] contribuì a portarlo nell’ANC [African Nationale Congress, il partito di Mandela, ndt.] e alla lotta contro l’apartheid; in esilio vide Israele consolidare i suoi rapporti con il regime sudafricano, un collegamento che secondo Moser rafforzò la sua opposizione al sionismo.

Dopo la caduta dell’apartheid comprese sempre più la Palestina attraverso l’esperienza politica che lo aveva formato. Nel 2001 scrisse una “Dichiarazione di Coscienza da parte di un Sudafricano di Origine Ebraica”. Sei anni dopo in un pamphlet dell’ANC fece un paragone tra la spoliazione dei palestinesi e i bantustan [aree in cui era rinchiusa la popolazione nera, ndt.] in Sudafrica e sostenne che la lezione del Sudafrica era che popoli diversi potevano vivere insieme in uno Stato democratico.

La reazione comportò un prezzo: un portavoce della Federazione Sionista mise in dubbio che lui fosse “un vero ebreo”; venne denunciato per aver paragonato gli ebrei israeliani ai nazisti; quando lasciò il governo [fu più volte ministro, ndt.], scrive Moser, Kasrils era diventato una persona non grata per molti ebrei.

Ciò che condividono queste quattro vite è il rifiuto, qualunque costo questa lucidità comportasse, di guardare altrove rispetto a quello che stava realmente avvenendo. La tradizione che Moser ha recuperato non è quella di un comodo dissenso, tutti hanno pagato un prezzo per aver dato un nome a quello che osservavano, senza mai smettere.

Due eredità inconciliabili

Prima dei dodici ritratti l’introduzione di Moser al libro inizia con un lascito: la copia di suo nonno della raccolta delle opere di Herzl, un pesante volume blu portato da Breslavia al di là dell’oceano a Houston. Moser lo descrive come un talismano, che conservò per decenni senza leggerlo con attenzione. Quando finalmente lo fece, quello che vi trovò lo sconvolse: Herzl come antisemita e megalomane, un uomo per il quale i palestinesi semplicemente non esistevano. Il lascito rimase, quello che cambiò fu il significato di tenerlo.

“Antisionismo: una storia ebraica” è insolitamente esplicito riguardo ai suoi limiti. Moser lo afferma chiaramente nell’introduzione: “Benché questo libro riguardi necessariamente degli ebrei, esiste solo per via dei palestinesi.” Alla fine dell’introduzione egli esprime la speranza che quelli che incontreranno questa tradizione “si libereranno del solipsismo che è sempre stato un difetto degli ebrei” e porranno “le vere vittime del sionismo, il popolo palestinese, al centro di tutto quello che faranno.”

Non si tratta di frasi a caso. Esse segnano, con una certa precisione, il limite esterno del progetto di Moser. Il recupero della coscienza ebraica, per quanto approfondito e moralmente serio, parla principalmente alla comunità la cui coscienza viene riscattata. Il suo pubblico sono in primo luogo quanti hanno bisogno che gli venga ricordato che l’opposizione al sionismo nacque all’interno della vita intellettuale e spirituale degli ebrei. Questo lavoro è importante. Esso giunge, per sua natura, da una direzione.

Quello che il metodo di Moser non può fornire è la visione dall’altra parte: la vita che sopportano quelli a cui queste dodici coscienze si opposero. Le personalità in questo libro furono, per la maggior parte, testimoni della spoliazione dei palestinesi piuttosto che suoi eredi. Videro chiaramente e pagarono per parlare, mentre la spoliazione continuò. La loro opposizione era reale. La sua insufficienza deriva dalla stessa testimonianza. I due fatti coesistono nello stesso modo in cui una diagnosi corretta coesiste con una morte che non potrà impedire.

C’è una sorta di consolazione morale che il libro, e bisogna dargliene atto, si rifiuta di offrire in modo troppo netto. Si potrebbe dire che la resistenza ebraica al sionismo porta con sé il seme di un futuro diverso. Forse. Ma la consolazione ha un modo di avvicinarsi a chi viene consolato e la domanda di cosa questa tradizione recuperata significhi per quanti hanno perso le proprie case mentre essa veniva eliminata è una domanda a cui il libro si può avvicinare, ma non può rispondere.

Leggere il libro di Moser in quanto scrittrice palestinese significa, a tratti, sentire la particolare estraniazione di essere il pretesto per un discorso condotto in buona misura senza di te. La coscienza recuperata è reale e il costo sopportato da quelli che l’hanno conservata non deve essere minimizzato. Però le case in cui i miei nonni vivevano sono state svuotate durante gli stessi decenni in cui questi dissidenti stavano discutendo e perdendo, e le case non aspettarono che la questione fosse definita prima che venissero occupate.

Mia nonna Rabiha Dajani fondò la sezione femminile di Radio Al-Quds [Gerusalemme in arabo, ndt.] e fu tra i suoi primi giornalisti. La sua voce risuonò in tutta la Palestina che esisteva ancora come luogo unitario, un Paese con un servizio radiofonico e un poeta nazionale, una sua vita musicale abbastanza importante da richiedere un vicedirettore. Mio nonno Yahya al-Lababidi ricoprì quel ruolo al Palestine Broadcasting Service [Servizio Radiofonico Palestinese] a Gerusalemme e collaborò con Ibrahim Tuqan, le cui poesie divennero le canzoni del popolo che cercava di restare unito sotto enormi pressioni.

Nel 1948 mia nonna venne sfollata sotto la minaccia delle armi. Il servizio radiofonico venne chiuso, l’archivio musicale disperso. Quella che era stata una vita all’interno di una cultura coerente divenne, in una sola stagione, il primo capitolo di un esilio non ancora terminato.

L’eredità di Moser è un libro conservato attraverso frontiere e generazioni, leggibile ma moralmente trasformato dalla lettura. La mia eredità è un Paese che non è sopravvissuto a quegli anni: una voce eliminata dall’etere, un archivio disperso, una casa lasciata con il presupposto di tornarci. Queste due eredità sono quello che il libro racchiude senza riuscire a riconciliarle: il volume blu di Herzl e il silenzio dove una volta trasmetteva Al-Quds Radio. Entrambe sono reali. Solo una può essere tramandata.

Insistere su un’alternativa

Prima di Herzl, la prima pagina del libro di Moser presenta una dedica: “Al popolo palestinese.” Poi arriva una preghiera tratta dalla liturgia bizantina: “Concedi loro la madrepatria dei loro desideri/e rendili di nuovo cittadini del paradiso”.

Leggere questo libro come chiede di essere letto, verso quelli la cui perdita è la silenziosa premessa di quasi ogni vita che contiene, significa iniziare a comprendere quello a cui questo recupero assolve e dove non può arrivare. Le perdite della mia famiglia non furono un’eccezione. Sono perdite comuni, quelle che i dissidenti di Moser stavano cercando di impedire e non ci riuscirono, quelle a cui la dedica si rivolge con una preghiera senza avere dietro un programma politico, solo la più antica richiesta umana: concedi loro la madrepatria dei loro desideri.

C’è una frase in ebraico che ricorre nella storia che Moser ricostruisce: “Ein breira” o “Non c’è alternativa”. Questa fu la logica che stava dietro alle spoliazioni, alle guerre e ai negoziati negati che le prove d’archivio ora hanno reso irrefutabili. Jabotinsky ne espresse la sincerità più dura e originaria: la popolazione araba avrebbe resistito, ammise, aveva tutto il diritto di farlo e avrebbe dovuto essere costretta ad arrendersi prima che ne potesse seguire un qualunque accordo. Non c’era alternativa. Come se la storia si fosse ristretta a un unico percorso e la gente che già vi viveva fosse semplicemente d’intralcio.

Ciò che la coscienza dei dissidenti non poté modificare fu questo restringimento. Aaron Samuel Tamares lo predisse in Polonia prima del 1905. Edwin Montagu [unico ministro ebreo del governo britannico quando venne resa pubblica la dichiarazione Balfour, a cui si oppose, ndt.] mise in guardia a questo proposito nel governo inglese nel 1917. Ahmad Sadiq Saad lo documentò al Cairo nel 1947, un anno prima della Nakba che il suo libro, nella sua terribile precisione, aveva predetto. Gli avvertimenti si accumularono. La registrazione della loro accuratezza ora è estesa, documentata negli archivi che Moser ha letto e nei libri che i Nuovi Storici israeliani ne hanno ricavato. La storia non è stata nascosta, ma cancellata.

Il recupero di questa storia non risponde alla preghiera che Moser propone. Sa che è inadeguata, non può recuperare quello che è stato preso. Non può rimandare in onda una radio. Non può rimettere insieme l’archivio di un compositore. Non può riportare una donna anziana alla casa che ha lasciato credendo che ci sarebbe tornata entro qualche settimana.

Quello che può fare, e che il libro di Moser onestamente fa, è recuperare una genealogia morale, la consapevolezza che l’opposizione ebraica al sionismo era possibile e onerosa. Vale a dire che c’era un’alternativa: una tradizione che contiene Tamares e Arendt e Langer e Kasrils, persone serie che hanno riconosciuto e resistito alla cancellazione dei palestinesi.

Verso la conclusione del capitolo finale Moser scrive una frase che potrebbe servire da seconda dedica del libro: “Sentiamo la nostra determinazione rafforzarsi. Sentiamo i legami ancora più stretti che ci legano tra noi e al popolo palestinese che soffre così tanto in nostro nome.” È scritto in persona plurale, il noi degli ebrei antisionisti, di quelli che hanno trovato se stessi nel corso dei decenni di cancellazione che questo libro recupera. La sofferenza, riconosce, avviene nel loro nome. La determinazione da offrire in cambio è la loro.

Il resoconto è onesto perché non sostiene mai di essere un rimedio. Un libro che fosse finito con la convinzione di essere sufficiente avrebbe tradito la preghiera con cui si apre. Invece “Antisemitism: A Jewish History” si chiude come inizia, nella consapevolezza di una distanza che non può attraversare, verso persone che può citare ma non risarcire.

“Concedi loro la madrepatria dei loro desideri / e rendili di nuovo cittadini del paradiso.”

Di nuovo. La parola contiene tutto. Di nuovo, come ritorno. Di nuovo, come ricostituzione. Di nuovo, come il riconoscimento che qualcosa è stato preso a un popolo che ce l’aveva e che quello che gli è stato preso ha un nome, e che il nome viene ancora detto, in arabo e in esilio, con un anelito che non ha dietro un programma politico e non ne richiede alcuno. È la richiesta più antica e sta ancora aspettando.

Yahia Lababid è una scrittrice arabo-americana di origini palestinesi, autrice di sedici libri di poesia, saggistica, aforismi e colloqui. I suoi scritti sono apparsi, tra le varie pubblicazioni, su The New Statesman, Liberties, World Literature Today, Salmagundi e The Threepenny Review.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

https://zeitun.info/2026/09/24/la-storia-recuperata-dellantisionismo-ebraico-e-la-perdita-a-cui-non-ha-potuto-porre-rimedio/

Goffredo Fofi. Vita e opere di un intellettuale irregolare - Giuseppe Muraca

 

Giuseppe Muraca scrive un libro su Goffredo Fofi, e non è solo una biografia, ma anche omaggio e ricordo personale, e inoltre raccoglie gli interventi di Stefano De Matteis, Franco Lorenzoni e Nicola Villa, un intervento di un amica/complice di sempre Grazia Cherchi, e la bibliografia delle opere di Fofi, curata da Antonio Schina.

Chi non conosce Goffredo Fofi scoprirà quanto sia stato importante e insostituibile nella creazione di riviste, cito quelle a cui sono stato abbonato, Linea d’ombra, Lo straniero, gli Asini, che hanno attratto, scoperto e sostenuto molti giovani intellettuali, come Alessandro Leogrande, morto ancora giovane (caro agli dei, come il titolo di un libro di Fofi).

Ha svolto molti ruoli, maestro, collaboratore di Danilo Dolci, educatore, collaboratore di riviste come i Quaderni piacentini e Ombre rosse, fondatore di riviste, critico cinematografico, e mille altre cose, un intellettuale irregolare, dice il titolo del libro.

 

Fra qualche anno qualcuno ricorderà le lodi di Moravia al funerale di Pasolini, e le applicherà, tardivamente, mutatis mutandis, a Goffredo Fofi, uno che non guidava la macchina, non aveva autista, si muoveva in autobus e treno .

 

Su Internazionale si può ascoltare un podcast in cinque puntate dedicato a Goffredo Fofi.

Sempre su Internazionale, si possono leggere centinaia di recensioni, di libri e film, di Fofi

 

  

Il volume, Goffredo Fofi. Vita e opere di un intellettuale irregolare (104 pp., € 13,00), si propone di ricostruire la concretezza della figura di Goffredo Fofi, unica e inimitabile per la schiettezza, la vitalità, la lucidità e la chiarezza dell’analisi e della sintesi che è stata in grado di operare nel corso della seconda metà del Novecento e del primo ingarbugliato quarto del nostro secolo.

Il libro è scritto da Giuseppe Muraca con la curatela di Antonio Benci e Antonio Schina, ed è pensato come una introduzione essenziale allo straordinario lavoro di Fofi nei suoi molteplici aspetti: dalla presenza incisiva nel suo tempo, i lunghi decenni a partire dagli anni ‘60 del ‘900 ad oggi, alle sue passioni che diventano sempre pratica concreta: la nuova critica cinematografica, la originalissima costruzione di riviste, la capacità di raccontare le storie di un’altra Italia e di aiutare le persone e i gruppi ad individuare i problemi reali per provare a risolverli con i mezzi della disobbedienza civile.

Il testo ospita interventi originali di Stefano De Matteis, Franco Lorenzoni e Nicola Villa, oltre a una piccola antologia di frammenti di articoli dello stesso Goffredo, a un affettuoso e ironico ritratto recuperato da Grazia Cherchi, e a una bibliografia a cura di Antonio Schina.

Per richiedere il libro, contattare il Centro di Documentazione di Pistoia: via S. Pertini s.n.c. – 51100 Pistoia, telefono 0573.371.785 – e-mail: cdp@comune.pistoia.it; www.centrodocpistoia.it.

Pagamento con bonifico bancario di € 13,00 sull’Iban IT92 Y030 6913 8301 0000 0001 643 intestato a Centro di Documentazione di Pistoia. Le spese di spedizione sono a carico dell’Editore.

da qui

 

 

 

Ricordo di Goffredo Fofi, protagonista e testimone dell’altra Italia - Giuseppe Muraca

 

Io alla lotta di classe ancora ci credo, perché senza la lotta di classe non c’è movimento nella storia.

Si sveglino anche i «vecchi», non solo i «giovani», ché l’epoca è tremenda e c’è bisogno di tutte le donne e di tutti gli uomini «di buona volontà», disgustati da questa pessima e forse ultima stagione della Storia, «lo scandalo che dura da diecimila anni» e ci accosta oggi all’estremo limite dei suoi orrori.

Ho conosciuto Goffredo Fofi a maggio del 1974, alla Mensa dei bambini proletari di Napoli, di cui lui era uno dei factotum. Mi ci portò un giovane compagno di Lotta continua, in cui anch’io militavo. La mia prima impressione non fu molto positiva, perché mi diede l’idea di essere un tipo assai burbero. Da un paio d’anni leggevo «quaderni piacentini» e «Ombre rosse», e quindi già sapevo chi fosse. Quel giorno Fofi era molto indaffarato e mi chiese solamente da dove provenivo e che cosa ci facevo a Napoli. Alla mia risposta esclamò: «ah, bene, abbiamo un calabrese fra noi!» E subito interruppe la conversazione e riprese a fare il suo lavoro, cioè lavare una montagna di piatti e di pentole. La cosa mi sorprese e dopo un po’ me ne andai. Ritornai da solo dopo una settimana, ma anche quella volta Fofi non mi dedicò molta attenzione e così alla Mensa non ci andai più, anche perché dopo alcuni mesi abbandonai Lotta continua. Io già lo consideravo un maestro e col tempo mi pentii di non aver saputo approfittare di quella opportunità e continuai a seguire la sua attività politica e culturale e a leggere i suoi articoli e i suoi libri. Quando nel 1988 uscì Pasqua di maggio, ne fui colpito positivamente e recensii il libro. I «quaderni piacentini» e «Ombre rosse» avevano da tempo interrotto le pubblicazioni e lui da qualche anno stava facendo un’altra importante rivista, e cioè «Linea d’ombra», con cui cercava di andare oltre il marxismo rivoluzionario degli anni in cui aveva aderito alla Nuova sinistra e di trovare nuove strade di carattere teorico e politico. Aveva abbandonato Napoli e si era trasferito a Milano dove collaborava con la Feltrinelli e altre case editrici. Ci rivedemmo a giugno del 1993, in occasione della presentazione del suo bel diario giovanile Strana gente, pubblicato dalla nuova casa editrice del calabrese Carmine Donzelli. Fofi non si ricordava più di me, ma dopo che io intervenni alla discussione ci fermammo a parlare per diversi minuti. In seguito ci siamo incontrati in diverse occasioni: l’ultimo incontro è avvenuto sei anni fa presso la sede di Lamezia della cooperativa Progetto Sud, fondata, come è noto, dal suo amico Don Giacomo Panizza, dove stava trascorrendo una vacanza, come faceva spesso d’estate o quando veniva in Calabria per partecipare a qualche iniziativa. Due giorni prima ci eravamo rivisti a Soverato dove avevamo partecipato al Festival dei pensieri e delle pratiche educative, organizzato dall’Università “Don Giorgio Pratesi” e dal Comune di Soverato. Io avevo da poco pubblicato con Ombre corte il mio libro Piergiorgio Bellocchio e i suoi amici, in cui c’era anche lui. Chiacchierammo a lungo per tutta la mattinata e prima del pranzo invitò me e mia figlia Mariateresa, allora docente a contratto di Pedagogia generale all’Università di Verona, ad andarlo a trovare a Lamezia. Il colloquio durò quasi tre ore: Fofi si mise subito a nostra disposizione e fece diverse telefonate per mettere in contatto mia figlia con altri docenti suoi amici e con vari gruppi di ricerca e di intervento, e alla fine la invitò a collaborare alla sua rivista «Gli asini». In seguito non ci furono altre occasioni di incontro, ma ci siamo sentiti varie volte al telefono. L’ultima telefonata è di circa quattro mesi fa, in seguito alla pubblicazione del mio libro Protagonisti e testimoni dell’altra Italia (Pendragon, Bologna 2024), in cui ho incluso un capitolo a lui dedicato. Non sapevo nulla del suo recente incidente, e quindi la sua scomparsa mi ha colto di sorpresa e addolorato.

È difficile trovare una formula per definire con precisione una figura come quella di Goffredo Fofi perché egli è stato tante cose insieme: innanzitutto un educatore, poi un critico cinematografico, letterario e teatrale, un creatore e un direttore di importanti riviste, un redattore e collaboratore di grandi e piccole Case editrici, un organizzatore culturale, un editore, un traduttore, uno sceneggiatore cinematografico, uno scopritore di talenti e si è interessato persino di fumetti. Ma è stato innanzitutto uno dei più importanti intellettuali italiani degli ultimi settant’anni; un intellettuale disorganico, anticonformista, antiaccademico ed eretico, che nel corso della sua intensa attività intellettuale e politica si è schierato dalla parte degli ultimi e dei “senza storia”, in netta opposizione al sistema e alla sinistra ufficiale, lottando per cambiare la società.

Era un tipo instancabile, come ha detto Piergiorgio Bellocchio, dotato di «energie superiori», nel senso che è stato un infaticabile «tessitore di ragnatele» (come ha scritto Cesare Cases di Raniero Panzieri), di amicizie, di iniziative, di progetti… Non aveva la patente e girava l’Italia in treno e la cosa che suscita meraviglia è che nel corso della sua vita ha avuto rapporti con una moltitudine di persone, con tantissimi scrittori, editori, attori, registi, pedagogisti, pensatori, operatori sociali e culturali, istituzioni e associazioni di base sparsi nelle diverse realtà italiane e in altri paesi, la Francia in particolare.

Nel corso della sua intensa attività ha fatto e ha scritto moltissimo, in vari campi; ha pubblicato migliaia di articoli, recensioni, prefazioni… e molti libri, tra cui alcuni importanti per capire l’Italia di ieri e di oggi e che invitano a pensare e a riflettere. Ma non fu solo un teorico o un pensatore, fu anche un uomo di azione libero e caparbio, un agitatore politico e culturale che ha legato sempre la teoria alla prassi sulla base di un pensiero attivo, libertario e antidogmatico. E anche se ha litigato con vari scrittori, poeti e intellettuali (Pasolini e Fortini, per esempio), Fofi è stato un uomo fedele alle amicizie che ha ricordato in alcuni dei suoi libri più belli. Inoltre, nel corso della sua vita ha vissuto di poco, dei proventi di borse di studio e dei lavori editoriali e, come è stato già ricordato da Marco Bellocchio, è morto povero. Ora giustamente sono in tantissimi a ricordarlo, ma molti in vita lo hanno odiato e vituperato, per le sue idee e per le sue prese di posizione contro il conformismo e il narcisismo degli intellettuali e i guardiani del Potere politico ed economico. Quanto a me, di lui mi rimarrà sempre il ricordo del suo sorriso radioso e della sua gentilezza d’animo, della sua voce calda e del suo ultimo saluto, con cui si è congedato da me e dalla vita per il suo lungo viaggio.

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