Il 6 novembre il primo
boicottaggio di massa. Un appello promosso da 19 associazioni, blog-riviste e
gruppi di base. Aspettiamo MOLTE altre adesioni.
Nonostante
gli appelli e la difesa coraggiosa di reggiane/i, le ruspe della Conad hanno
distrutto gran parte del Bosco Ospizio. Con formalismi di ogni genere il Comune
di Reggio Emilia ha lasciato fare… in base a vecchi accordi. Tempi “vecchi”
appunto ma nel frattempo è esplosa una grave crisi climatica che peggiora ogni
anno: distruggere un bosco è un attentato diretto alla salute delle persone.
Ridicole le scuse Conad-Comune tipo “stiamo piantando nuovi alberi”: se pure
cresceranno… ci vorranno 30 anni perchè ci aiutino.
Conad
ha violato il suo «Codice Etico» e ogni decenza. Noi associazioni di base
sottoscritte non crediamo che sia tollerabile. L’unica cosa che interessa a
Conad sono i soldi subito? Bene, noi vogliamo organizzare un boicottaggio in
tutta Italia. E’ noto che un calo anche solo del 5 per cento nelle vendite fa
cambiare “idea” anche ai giganti. Proviamoci.
Abbiamo
deciso una prima giornata di mobilitazione in tutte le città dove siamo
presenti per venerdì 6 novembre, con volantini ai supermercati e magari
con la pubblica e collettiva restituzione delle tessere Conad. Se la nostra
prima protesta mostrerà una rete solida e riscuoterà consensi – e nuove
adesioni – proporremo una seconda mobilitazione prima di Natale, periodo
“delicato” per chi deve vendere.
Facciamo
pagare a Conad gli alberi distrutti.
Prime
adesioni: l’elenco delle associazioni in ordine alfabetico
LE IMMAGINI (trovate
in rete) sono state scelte dalla redazione della “bottega” – per
approfondimenti su autori/autrici segnaliamo John Holcroft Illustratore editoriale e Beppe Giacobbe che
scrive così: «La parola chiave della propaganda Conad è “insieme”, sette lettere
che racchiudono il valore imprescindibile dell’operato quotidiano del
Consorzio, delle Cooperative, dei 2.125 Soci e degli oltre 75.600 collaboratori
che si impegnano ogni giorno per alimentare il benessere dei territori in cui
operano, dentro e fuori i negozi, nella convinzione che solo insieme si possono
fare grandi cose». Che amarezza.
CINQUE CHIARIMENTI IN
VISTA DEL 6 NOVEMBRE
1- il nostro appello
sta ancora girando; lo ripubblicheremo il 3 novembre con le adesioni vecchie e
nuove (però mandatecele entro ottobre, per favore). Grazie da subito a chi ci
aiuterà a farlo girare.
2 – ovviamente fin
dall’inizio abbiamo coinvolto (per mail) le realtà reggiane che per ora non ci
hanno risposto; molto ci piacerebbe la loro adesione o il loro «placet».
3- ci sono arrivate
alcune adesioni individuali (fra le prime quelle di Alessandro
Ghebreigziabiher) che però non pubblichiamo. Il nostro intento infatti è che il
6 novembre gruppi e associazioni si impegnino nel volantinaggio “di massa”
davanti ai negozi Conad. Certo può farlo anche un singolo, meglio se
polipo…come dice la battuta in voga durante i volantinaggi.
4 – da due città ci
sono giunti msg quasi analoghi che in sintesi dicevano: “ci piacerebbe aderire
ma la nostra associazione riceve molti prodotti da Conad che noi distribuiamo
alle persone più povere…”. Ci aspettavamo qualcosa del genere perchè il
silenzio si compra in due modi: con la pubblicità sui media e con le
“donazioni” (di solito prodotti in scadenza) spacciate per animo nobile. Questo
non riguarda solo Conad ma tutti i “grandi” che così si sentono al riparo da
ogni domanda scomoda su qualità e sicurezza delle merci, scelte politiche e
nell’organizzazone del lavoro interno, etica e conflitti di interessi.
5 – per il 6 novembre
noi proporremmo un testo da distribuire ma ovviamente ognuna/o cambierà o
aggiungerà. Ci piacerebbe però avere un riscontro in modo da segnalare la mappa
della «prima giornata». Per proseguire…
IL 6 NOVEMBRE VAI DA
CONAD… VENGO ANCHE IO, VENIAMO ANCHE NOI, DITELO IN GIRO.
Daniele Barbieri – aka
db (per la redazione del blog)
I soldi che servirebbero per gli
italiani in difficoltà sono finiti nelle tasche della banda Zelensky, dei
guerrafondai di Bruxelles e dei produttori di armi di sterminio. I politicanti
italiani hanno buttato via miliardi per la guerra contro la Russia, lo hanno
fatto contro la volontà popolare, spremendo casse pubbliche già allo stremo e
trascurando servizi e diritti. E adesso che hanno clamorosamente perso e che
anche per l’altra disfatta nel Golfo, è scoppiata una gravissima crisi
energetica e quindi economica, fanno spallucce provando addirittura a mentire e
scaricare le colpe. Un marciume di sistema che parte da dentro, dal modo di
pensare e quindi di agire dei politicanti. Se avessero un minimo di coscienza e
magari pure pulita, i politicanti si vergognerebbero di uscire di casa,
chiederebbero umilmente scusa e si dedicherebbero ad altro per evitare di fare
ulteriori danni alla collettività. Ed invece se ne fottono e si preparano
all’ennesima carnevalata elettorale sicuri che ad attenderli dopo questa
tempesta, ci sarà un’altra onorevole poltrona. Un marciume morale ma anche
pecuniario. Qualsiasi cosa succeda, il politicante s’intasca comunque il suo
mega stipendio così come privilegi e vitalizi e pensioni. E anche quando le
crisi sono colpa sua. E anche quando tutti gli altri cittadini sono alla fame.
Gli onorevoli non si accorgono neanche del carovita e i decani arricchiti hanno
magari pure la servitù che va a fargli la spesa e gli autisti gli fanno il
pieno. Marciume di sistema che parte da dentro e si concretizza fuori, con
politicanti disastrosi immuni alle loro colpe ed una insopportabile ingiustizia
sociale spacciata come normalità. Dopo tanti anni a sguazzare nel torbido e con
un paese allo stremo, i politicanti sanno benissimo di essere il problema e non
la soluzione, ormai oltre metà del paese è talmente disgustato che non vota e
non si informa più. Eppure niente. Continuano a fare spallucce e candidarsi
all’infinito perché in fondo del paese non gliene frega nulla o comunque molto
meno di se stessi e quindi di soldi, potere, visibilità e status sociale che
quella carriera gli garantisce senza nessun merito e senza dover rispondere mai
dei risultati raggiunti. Marciume esistenziale e professionale. Politica
anch’essa infestata dalla pandemia egoistica è finita ostaggio di una manica di
arrivisti senza scrupoli. La speranza è che questa crisi devastante rappresenti
un punto di svolta perché energetica e quindi economica e sociale e con
responsabilità politiche precisi e palesi. E con cause che vanno ben oltre i
circhi partitocratici nazionali rendendo difficile per i politicanti
nascondersi dietro al dito medio e riciclarsi come nulla fosse. I cittadini
hanno cominciato a ribellarsi in tutto l’Occidente, stanno sfogando il loro
malessere per un declino infinito e una politica sempre più bugiarda e tossica
che gli ruba futuro. Ma affinché si generi cambiamento politico, dalla protesta
si deve passare alla proposta e la speranza è che nascano nuovi movimenti e
partiti che sfidino il sistema da fuori. Quando un sistema marcisce non è
infatti riformabile ma va rimpiazzato. Se provi a cambiarlo da dentro marcisci
pure te. Lo dimostrano decenni in cui si alternano governi anche
ideologicamente opposti e poi non cambia nulla se non in peggio. Succede perché
la politica non è più genuina espressione popolare e una volta nei palazzi
serve se stessa e chi comanda davvero dietro le quinte. Come oggi, con popoli
occidentali impoveriti che vogliono la pace e i politicanti che li derubano per
fare la guerra. Quando un sistema è marcio va rivoluzionato e gli unici che
possono riuscirci sono i cittadini dato che il vero cambiamento avviene solo
dal basso e mai dai palazzi dove sguazzando privilegiati che non hanno nessun
interesse a cambiare un sistema che li ha premiati. E se persiste questo
sistema marcio è perché molti cittadini continuano a stare al gioco, a votare gli
stessi personaggi e partiti senza valutare oggettivamente il loro operato ed
illudendosi che le stesse ricette diano torte differenti e che la soluzione sia
battere qualche nemico. Molti si fanno poi ancora infinocchiare dalla
propaganda camuffata da giornalismo e si perdono in realtà parallele
confezionate ad arte dal sistema per sopravvivere. Quando un sistema è marcio,
se ti fai coinvolgere marcisci pure te. Serve un nuovo modo di fare politica e
quindi nuove persone con un diverso modo di pensare e di agire. Serve una
politica che torni ad essere sacrificio verso la collettività e non privilegio
parassitario ed elitario, una politica di fatti e non pubblicità ingannevole,
una politica umile, onesta e responsabile. La speranza è che a seguito di questa
devastante crisi nascano nuovi movimenti che sfidino il sistema da fuori
perche' dalla protesta si deve passare alla proposta per generare vero
cambiamento.
Fa più
schifoil gesto
violento e insulso di spaccare una vetrina, come hanno fatto i minorenni di
periferia calati nel salotto della meneghina via Torino, così tanto per il
gusto di farlo o per portarsi via un paio di calzature della moda sportiva Under
Amour? Oppure dà più ribrezzo constatare i prezzi di quelle vetrine, non
sempre esposti, e comunque oltremisura cari? Il Customer care dirà che
no, ce n’è per tutte le tasche, scarpe da 250 euro ma pure da 39,99 basta
cercare i modelli. Però le tasche dei ragazzi di Corvetto possono esser vuote,
dipende dal reddito familiare, e se si abita lì o alla Barona, insomma, anche i
genitori non se la passano neppure da ceto medio impoverito. Questo basta per
spaccare? Probabilmente no, ma non è questo il punto. Ciò che la politica
tutta in Parlamento s’appresta ancora una volta a censurare è un’ira giudicata
senza scopo se non far casino, una rabbia già bollata come opera di “maranza”
secondo la Lega, “terrorista” per i Fratelli d’Italia, “feccia” dai
seguaci dello spirito di Silvio Berlusconi che la Milano e la nazione classista
e razzista hanno avuto premura di rilanciare trent’anni or sono. Poi nell’altra
parte dell’emiciclo i nasi strizzati sono quelli sedicenti progressisti che
allargano il campo - ma a chi, alle carriere dei loro famigli? - e con una
simile puzzetta sotto le frogie pontificano. Tutti a recitare la litanìa della
malvagità della violenza e della necessità d’un fronte comune contro i teppisti
senza sforzarsi, non tanto di cercare le cause dell’insensata collera, ma
neppure di farsi raccontare come si vive nelle periferie-ghetto. Poiché se i
poco più che bambini che si sentono potenti e importanti quando il clamore del
gesto fa da eco e da ulteriore richiamo possono venire compresi, educati,
reinstradati, inseriti attraverso l’impegno di società, parenti, insegnanti, la
politica e i suoi sacerdoti che hanno il reale potere su ogni cosa accada
attorno a noi, per quanto mostrano da anni e decenni devono essere
azzerati.
Perché hanno
fallito. Hanno
riempito i loro stessi governi, i media sviolinatori, le teste degli elettori
di promesse inattuate o favole inventate per la bisogna della propria
sopravvivenza e quella d’un sistema che abbandona a sé i luoghi d’educazione
pubblica sviliti a avviliti da una voluta indigenza amministrativa; coi cumuli
di cemento di periferie-rifiuto cedute alle losche faccende della malavita
organizzata che può reclutare anche i ragazzini dello spacco per un altro
genere di spaccature, quelle cerebrali dello spaccio di droghe. Dello stato
sociale tagliato e triturato, di diritti costituzionali sempre più negati,
dallo studio, al lavoro, alla salute, la cosiddetta società del benessere non
di tutti e certamente non per tutti cosa propone da anni se non l’affarismo
d’una merceologia arrembante per chi ha e può spendere? Dall’abbigliamento
sportivo a quello lussuoso, dal turismo inteso come investimento non come
conoscenza, ottundendo quell’apprendimento antropologico, sociale, culturale
rappresentato dal viaggio ora impedito non dalle antiche frontiere fra gli
Stati ma dal caro-biglietti d’ogni mezzo rapido di locomozione imposto dalle
major del trasporto. Resta poco al ragazzotto di periferia nato marginale e
marginalizzato da certe schifezze di città, trasformate dai signori del
business nel divertimentificio sostenuto con le carte di credito. Società dell’Avere
che fagocita quella dell’Essere, e per la pace dei pensatori d’antan è
sempre stato così. Perciò si cercava la rivolta. Ahinoi, è sempre più così. E
se solo un cinquantennio addietro c’era chi sperava e sperimentava
d’attraversare i tentacoli speculativi dell’omologazione, ora chi governa le
nostre città e le nostre vite ai bambini cresciuti male e svezzati peggio
impone di tacere, adeguarsi o sfibrarsi nell’alienazione quotidiana. Fanno
schifo i sepolcri imbiancati della politica, non i disperati della domenica.
Quest’ultimi sono le loro ignare vittime, non i responsabili dello sfascio.
Permessi
difficili da ottenere, lavoro povero, esclusione abitativa e giovani senza
prospettive. I dati, l'analisi e le proposte per superare le barriere
all'integrazione
Gli ostacoli
all’ingresso regolare, i permessi di soggiorno sempre più difficili da
ottenere, rinnovare o conservare, il lavoro povero, l’esclusione abitativa.
Sono i confini invisibili che producono irregolarità e marginalità anche per
chi vive e lavora da anni in Italia. È la denuncia al centro del nuovo Rapporto
Immigrazione 2026 di Caritas Italiana e Fondazione Migrantes,
presentato oggi a Roma e giunto alla 35esima edizione: mentre la
politica italiana ed europea concentra l’attenzione sul controllo delle
frontiere e sui rimpatri, le barriere che impediscono l’integrazione continuano
a moltiplicarsi. “Viviamo in una stagione storica nella quale si moltiplicano
le linee di separazione e si restringono gli spazi dell’incontro”, scrivono i
due organismi della Chiesa italiana. “Aumentano i dispositivi di
controllo, mentre si indebolisce la capacità di riconoscere l’altro”.
Il rapporto
denuncia l'”inefficienza e opacità dei canali regolari di ingresso” e la
mancanza di strumenti per ottenere o conservare un permesso di soggiorno, anche
quando esistono percorsi concreti di integrazione. Un problema destinato a
riproporsi con il decreto Flussi 2027, per il quale il 23 ottobre
comincerà la precompilazione delle domande relative a 165mila ingressi
programmati dal governo Meloni. L’indagine condotta attraverso le Caritas
diocesane torna a fotografare il sistema nel quale l’ingresso formalmente
legale può nascondere truffe, debiti e dipendenza dai datori di lavoro: chi
arriva può scoprire che l’impiego promesso non esiste e ritrovarsi senza la
possibilità di regolarizzare la propria posizione. Come già ha evidenziato
anche dalla campagna Ero Straniero, il problema è misurabile. Per il
decreto Flussi 2024, su 146.850 quote programmate, risultavano 24.858 permessi
di soggiorno in via di rilascio, appena il 16,9%. La campagna stima
inoltre che 1.836 persone entrate regolarmente siano rimaste senza titolo. Per
il 2025, i dati ancora provvisori raccolti a dicembre indicavano 14.349
permessi su 181.450 quote, il 7,9%, e altre 11.686 persone a rischio di
irregolarità. Numeri che non equivalgono a ingressi mancati o a lavoratori
diventati tutti irregolari, ma documentano la distanza fra programmazione e
risultati. Distanza da tenere a mente visto che a fine 2025, secondo le stime ISMU,
in Italia gli stranieri in condizione di soggiorno irregolare erano 339mila,
mentre i rimpatri effettuati nell’anno sono stati 6.772. E da
confrontare con i risultati della regolarizzazione straordinaria del
2020: 131.764 permessi rilasciati, oltre 140 milioni di euro versati per
contributi e oneri amministrativi e una stima di 228 milioni annui di entrate
fiscali e previdenziali dalle posizioni emerse. Un’esperienza che dimostra la
convenienza economica e sociale di percorsi ordinari di regolarizzazione.
È la
direzione indicata da Caritas e Migrantes nel Rapporto 2026, che propone un
permesso di soggiorno per “radicamento sociale”, capace di riconoscere
chi ha costruito legami stabili nel Paese, insieme a maggiori risorse per il Fondo
nazionale per le politiche migratorie. L’obiettivo è evitare che una
difficoltà amministrativa cancelli anni di lavoro e integrazione, alimentando
nuove condizioni di precarietà e nuova irregolarità alla quale si pretende di
rispondere unicamente con qualche migliaio di rimpatri. Ma le proposte vanno
oltre e Caritas e Migrantes le mettono in fila nei “Dieci impegni urgenti”
presentati insieme al Rapporto. Fermare le politiche che esternalizzano il
controllo delle frontiere senza adeguate garanzie sui diritti umani,
introdurre un “monitoraggio indipendente” del Patto europeo su migrazione e
asilo e ampliare i corridoi umanitari, anche per studio e lavoro.
Sul fronte interno sollecitano una “riforma della cittadinanza” che
riconosca i percorsi dei giovani cresciuti in Italia, il superamento delle discriminazioni
salariali e delle difficoltà di riconoscimento dei titoli di studio,
oltre a un ripensamento del welfare, dal quale denunciano che gli stranieri
sono “pressoché esclusi” per quanto riguarda le misure contro la povertà.
Infine, una richiesta alle istituzioni: rendere disponibili dati pubblici
aggiornati e accessibili. Problema col quale si è scontrato anche il Rapporto
2026, in particolare per quelli chiesti al ministero dell’Interno e a
quello dell’Istruzione e del Merito. Una carenza che, denunciano Caritas
e Migrantes, “non ha consentito di aggiornare alcuni indicatori e di cogliere
pienamente le dinamiche più recenti dei flussi e della composizione della
popolazione straniera presente nel Paese”.
Disuguaglianze
che disegnano altri confini, dunque, e non riguardano solo chi è senza
documenti. Al primo gennaio 2026 gli stranieri residenti sono 5,56 milioni,
il 9,4% della popolazione. I 2,6 milioni di occupati stranieri hanno
generato nel 2025, anche secondo le recenti stime della Fondazione Leone Moressa, 196 miliardi di valore aggiunto,
pari al 9,7% del Pil. Eppure il 29% svolge professioni non qualificate, contro
l’8% degli italiani. Il reddito medio dichiarato dai contribuenti stranieri è
di circa 17mila euro, contro quasi 27mila per i nati in Italia. La sintesi del
Rapporto Migrantes: “Danno molto al Paese e ricevono poco”. Una
marginalità che si trasmette anche alle nuove generazioni. Tra i giovani
con background migratorio, il 30% non studia né lavora, contro il 17% del
gruppo di confronto. Persistono divari negli apprendimenti e un maggiore
rischio di abbandono scolastico. E avere un’occupazione non garantisce
di uscire dalla povertà: tra gli stranieri assistiti dai Centri di ascolto
Caritas, il 29,4% è costituito da lavoratori poveri, contro il 17,4% degli
utenti italiani. C’è poi la casa, una delle principali barriere
all’autonomia e dunque all’integrazione. Il 60% del bilancio delle famiglie
straniere è assorbito dai bisogni essenziali; nel confronto europeo riportato
dal rapporto, oltre un terzo dei cittadini non comunitari vive in abitazioni
sovraffollate, contro circa il 14% dei cittadini nazionali. Un’immigrazione
che intanto cambia volto: gli stranieri con almeno 65 anni di età sono
oggi 381.209, il 6,9% dei residenti stranieri, contro il 3,7% di dieci anni fa.
Crescono così le esigenze di assistenza, cure e stabilità abitativa. L’invito
del Rapporto 2026 è a guardare oltre l’emergenza e la logica dei respingimenti.
E contesta l’idea che i confini finiscano alle frontiere geografiche:
continuano nel lavoro, nella scuola, nella casa e nell’accesso ai diritti. La
distinzione proposta è tra il confine che separa e la frontiera che mette in
relazione. Perché, ricordano Caritas e Migrantes, “prima di confini,
definizioni e istituzioni ci sono sempre le persone”.
Una
delle mancanze della Costituzione Repubblicana è che non prevede che il
risultato di un referendum possa essere rovesciato nel futuro solo da un altro
referendum.
Probabilmente
chi ha votato la Costituzione si illudeva che gli italiani avrebbero in futuro
eletto solo parlamentari rispettabili e rispettosi della volontà della volontà
dei votanti.
Oggi
sappiamo quanto quella speranza dei costituenti fosse proprio un’illusione.
Ritorna
il nucleare, chi aveva votato contro il nucleare al referendum aveva sbagliato.
A
questo punto potremo temere il ripristino della monarchia, una monarchia
parlamentare, nella quale il re e la regina regnano ma non governano.
Che
ci vuole, basta un bel voto di fiducia, per il ritorno ai bei tempi antichi, e
vai con le vecchie tradizioni.
E
magari anche la legge sull’aborto rischia di essere sempre più limitata,
ridotta, ostacolata, sempre di più, chi se ne frega dei referendum, siamo il
paese degli azzeccagarbugli.
• contro la
violenza dell’aspettare un anno per una visita
• contro il
ricatto del lavoro che non permette una vita dignitosa
• contro il
carovita
• contro il
genocidio
• contro la
possibilità di mandare i giovani in guerra
• contro la
violenza di chi lavora otto ore al giorno e deve scegliere se pagare l’affitto
o fare la spesa
• contro la violenza
degli sfratti, delle case vuote e delle persone costrette a dormire per strada
• contro la
violenza degli stipendi da fame e dei contratti precari rinnovati per anni
• contro la
violenza di chi muore sul lavoro per guadagnarsi da vivere
• contro la
violenza di chi deve rinunciare alle cure perché economicamente inaccessibili
• contro la
violenza delle pensioni insufficienti persino a pagare le bollette
• contro la
violenza delle scuole che cadono a pezzi mentre aumentano le spese militari
• contro la
violenza dei tagli all’assistenza delle persone anziane, malate e con
disabilità
• contro la
violenza dei bambini che crescono nella povertà e imparano troppo presto che
esistono diritti riservati a chi può permetterseli
• contro la
violenza delle donne costrette a scegliere tra l’indipendenza economica e la
propria sicurezza
• contro la
violenza dei braccianti sfruttati nei campi, pagati pochi euro per raccogliere
ciò che finisce sulle nostre tavole
• contro la
violenza dei lavoratori immigrati ricattati con il permesso di soggiorno
• contro la
violenza delle persone lasciate morire nel Mediterraneo
• contro la
violenza delle carceri sovraffollate e delle condizioni di detenzione
incompatibili con la dignità umana
• contro la
violenza di chi distrugge territori, avvelena l’aria e l’acqua e lascia alle
generazioni successive il conto da pagare
• contro la
violenza di un sistema fiscale che lascia convivere ricchezze smisurate e
povertà estrema
• contro la
violenza della speculazione immobiliare che trasforma il diritto alla casa in
un privilegio
• contro la
violenza delle liste d’attesa che trasformano il diritto alla salute in una
questione di reddito
• contro la
violenza di chi criminalizza il dissenso e pretende che la disperazione sociale
si esprima soltanto nelle forme che il potere considera accettabili
• contro la
violenza di chi considera sacrificabile la vita dei civili quando a ucciderli
sono governi alleati
• contro la
violenza di chi chiama inevitabili i sacrifici dei poveri e intoccabili i
privilegi dei ricchi
• contro la
violenza di un futuro in cui i giovani devono ereditare debiti, precarietà,
crisi ambientali e persino la prospettiva di una guerra.
A volte per
far capire chi sono davvero i violenti c’è bisogno di alzare la voce. A volte 3
milioni di persone pacifiche che camminano non servono, anzi fanno piacere ai
veri violenti che detengono il potere perché confermano l’illusione della
democrazia
Il fuoco
nelle città ci ricorda che la forza non è da una parte sola.
L'economia politica è misteriosa per la maggior parte delle persone, i capitalisti lo sanno bene, tutte le misure che danneggiano le maggior parte delle persone vengono comunicate, attraverso gli organi d'informazione comprati, come favorevoli alla gente, come sacrifici necessari, come decisioni inevitabili.
Clara Mattei smonta tutte le bugie economiche che passano per fenomeni oggettivi, una per una, dall' austerità ai tassi d'interesse, dall'inflazione, dalla funzione della disoccupazione alla produttività, e non solo, con chiarezza, sulla base dell'interpretazione marxista della storia e dell'economia.
La
cosa più importante del libro è che l’autrice, che scrive di economia, ricorda
sempre che l’economia è politica (arte di governare e di vivere assieme, amministrazione della
"polis"*). Già nell’introduzione il titolo è L’economia è un atto politico.
L’economia
non è una scienza esatta, come la fisica o la chimica, l’economia dipende dall’analisi,
interpretazione e obiettivi che si vogliono raggiungere, e, come si può capire,
gli interessi dei capitalisti e dei lavoratori poveri (la maggior parte) sono
diversi, spesso opposti.
Quando
il capitalismo era giovane, Adam Smith (se ricordo bene) scriveva che gli
industriali, essendo pochi, ci mettono d’accordo fra loro con facilità, mentre
i proletari, che sono tantissimi, non si metteranno mai d’accordo fra loro, e
gli industriali, i capitalisti, vinceranno sempre.
Karl Marx aveva scritto: I filosofi hanno solo interpretato il mondo in diversi modi; il punto è di cambiarlo.
Clara Mattei (degna pronipote di Teresa Mattei) sembra dire lo stesso degli economisti, lei fa alcune proposte per cambiarlo, dal basso, e scrive un libro chiaro, documentato (con 40 pagine di note), un libro importante e rivoluzionario, da non perdere.
ps1 - a proposito dell'imposta patrimoniale, molti italiani pensano che quei ricconi che dovrebbero pagare sono dei perseguitati, anzichè pensare, quegli italiani, che avendo un patrimonio di milioni di euro dovrebbero essere contenti di "perdere" l'1-2% di quel patrimonio.
ps2 - il capitalismo straccione del nostro paese ha paura del reddito di cittadinanza per un solo motivo: se un povero disoccupato prende 500-600 senza lavorare, per lavorare dovrebbe avere un lavoro che gli rende almeno 1000-1200 euro al mese, mica uno rinuncia a 500-600 stando a casa per fare un lavoro da schiavo per 700-800 euro al mese.
ps3- tre citazioni:
a - Basta guardare le forme espressive del capitalismo. I vari tipi di pornografia: la pornografia dell'amore, dell'amore erotico, dell'amore cristiano, il bambinocon il suo cane, la pornografia dei tramonti, degli omicidi, della deduzione - ahh, il sospiro di piacere quanco scopriamo chi è l'assassino - tutti questi romanzi, questi film, queste canzonicon cui loro ci cullano, sono un modo di guidaeci, più o meno piacevolmente, al Benessere Assoluto.
Thomas Pynchon, L'arcobaleno della gravità
(citato da Giuseppe Genna, in Nel nome di Ishmael, p.65)
b - «I ricchi sono
tollerabili solo finché i loro guadagni hanno una almeno vaga relazione con il
contributo che danno alla società, diciamo quando rappresentano un successo
economico proporzionato e giustificato. Ciò può essere tollerato dai poveri e
dalla classe media se questi credono che il sistema è ‘leale’ e ripaga
adeguatamente chi lavora sodo o è più capace. Ma emolumenti economici osceni
irritano il popolo. Quando la maggior parte della ricchezza è accaparrata dai
pochi della classe superiore, è solo questione di tempo, e un giorno la
popolazione risentita e irritata nelle classi basse deciderà che il troppo è
troppo, e si rivolterà. Forse con la violenza, se il sistema politico resta
controllato dalla classe privilegiata» (John M. Keynes)
c - sul capitalismo insostenibile per il pianeta si può leggere anche qui
Clara Mattei è una giovane economista italiana
che ha insegnato alla New School for Social Research di New York e oggi insegna
all’Università di Tulsa, in Oklahoma, dove ha fondato il FREE (Forum for Real
Economic Emancipation), uno spazio libero in cui esplorare l’alternativa della
partecipazione attiva e democratica nell’economia, che descrive come «una cura
alla depressione esistenziale che questa società produce, ma anche un
laboratorio in cui mettere in pratica idee coltivate da anni». Nel 2022 ha
scritto “The Capital Order”, inserito dal «Financial Times» tra le dieci
pubblicazioni più influenti dell’anno a tema economico. La sua lettura recupera
e rilancia con forza la lezione dei grandi classici, da Smith a Ricardo a Marx,
attaccando in modo dirompente quella naturalizzazione dell’economia che ci
porta a considerare quest’ultima come una scienza esatta, rigorosa, pura,
definita da modelli matematici rispetto ai quali non possiamo fare nulla, solo
adattarci. I tempi sono ormai maturi per smascherare le falsità insite in tale
visione. Questo libro introduce una nuova prospettiva
emancipatrice, capace di rivelare la trama nascosta dietro le questioni
economiche centrali nella discussione pubblica.
…Ma allora cosa
bisogna fare? La rivoluzione? Mattei ci dice che il problema è complicato:
non si tratta di dimenticare i fallimenti del passato, ma di cercare di cogliere
quanto di nuovo è cresciuto e sta crescendo in varie parti del nostro tribolato
pianeta. Dalle esperienze sudamericane delle collettività autogestite, del
movimento dei Sem Terra, a realtà locali, emergono tentativi di organizzare la
vita fuori dai meccanismi capitalistici: il che vuol dire produrre in
maniera diversa, ma anche organizzare la politica in maniera altrettanto
diversa: momenti collettivi di decisione, rifiuto della delega ai vertici,
meccanismi di controllo dal basso. Questa è anche la strada per
“ridemocratizzare l’economia” (p. 23). Mica roba da poco. E gli esempi che cita
Mattei sono significativi, ma limitati. Ce ne sono molti altri, a cominciare
dalle nostre piccole esperienze in una città abbandonata dal capitalismo
“produttivo” come Torino, ma siamo ancora lontani dalla generalizzazione di
un’alternativa.
Questo non è però
un problema del libro, è un problema della realtà che viviamo. E quindi fuga,
ma per andare dove? Intanto proviamo, magari a non fuggire rinchiudendoci in
spazi in cui il capitalismo ci lascia sopravvivere, ma a eroderlo, un po’ per
volta, mantenendo sempre una “bussola socialista”, come diceva E.O. Wright, e
poi vediamo.
…Il
cuore discorsivo del libro è formulato con chiarezza nella proposizione di una
critica radicale alla fede cieca in un capitalismo ritenuto inevitabile,
scientifico o naturale, per sostenere che in realtà sia un sistema
relativamente giovane che può essere sostituito. Da questa premessa discende
l'intera architettura del testo. L'economia che viene venduta nelle narrazioni
oggi dominanti come pura e apolitica, scientifica, neutrale, esatta, tende a
convincerci che non esista alternativa (il realismo capitalista di Mark Fisher)
alcuna al capitalismo. Mattei al contrario, a partire dalla convinzione che il
mercato esistesse già prima del capitalismo, pensa che il capitalismo sia il
risultato di scelte di potere che hanno portato al consolidamento dei diritti
di proprietà, attraverso espropriazioni diffuse e violente, leggi coercitive
della concorrenza e poteri statali che hanno operato per sostenere l’ordine
capitalistico…
…Particolarmente cruciale, nel
contesto attuale, è il ruolo degli stati capitalisti nell'imporre l'austerità
(fiscale, monetaria e industriale), che mantiene la dipendenza dei lavoratori
dai mercati, e quindi dai datori di lavoro capitalisti, privandoli dei mezzi
per sopravvivere al di fuori del lavoro salariato. Per Mattei l'austerità non è
un'aberrazione neoliberista, ma una caratteristica permanente della governance
macroeconomica, che costituisce il quadro entro cui deve operare tutta la spesa
pubblica. Il punto critico di Mattei, è che l'austerità non è un tentativo
errato di generare crescita, né ha di fatto fallito. L’austerità è un
meccanismo profondamente politico per il mantenimento dell'ordine
capitalistico. E lungi dall'essere contingente, l'austerità è un imperativo
strutturale necessario per sostenere la disciplina di classe che è alla base
della redditività capitalistica.
La lettura
più efficace e originale contenuta nel libro riguarda il rapporto tra
inflazione e disoccupazione. Mentre i tecnocrati delle banche centrali
presentano l'aumento dei tassi di interesse come una soluzione tecnica
all'inflazione, l'effetto reale quasi mai preso in considerazione è l’aumento
della disoccupazione e il rafforzamento del potere contrattuale dei datori di lavoro
sui lavoratori. Non è un effetto collaterale, la disoccupazione non è uno stato
naturale delle cose umane, ma una caratteristica necessaria del sistema
capitalistico e una scelta politica, finalizzata a mantenere moltitudini di
persone subordinate al sistema economico vigente. L'austerità non è
un'aberrazione neoliberale, ma una caratteristica duratura della governance
macroeconomica e una necessità del sistema capitalistico attuale. Il
capitalismo richiede una costante e violenta imposizione dell'austerità per
mantenere in piedi il sistema…
…Quello che rende
il libro davvero speciale è il tono: non è un lamento catastrofista né un
esercizio accademico astratto. È un intervento militante, scritto con chiarezza
cristallina e con una rabbia costruttiva che non lascia spazio allo sconforto.
Mattei smaschera i miti (la crescita come unico metro di progresso, il
bilanciamento del bilancio pubblico come virtù, la competizione come motore di
benessere) e contemporaneamente apre spiragli di immaginazione: si può e si
deve organizzare resistenza, costruire comunità che sperimentano già oggi forme
di scambio non mediate dal denaro, pretendere democrazia economica vera, cioè
controllo collettivo sulle scelte fondamentali di produzione e distribuzione.
“Escape from
Capitalism” produce un effetto quasi fisiologico di sollievo intellettuale:
improvvisamente tanti discorsi che sembravano inevitabili (“non ci sono
alternative”, “bisogna essere competitivi”, “l’inflazione è il nemico numero
uno”) appaiono per quello che sono: narrazioni funzionali a mantenere un ordine
sociale ingiusto. È un libro che andrebbe letto nelle scuole, nei collettivi,
nei sindacati, ma soprattutto da chiunque senta montare rabbia di fronte alle
ennesime “riforme necessarie” che impoveriscono i molti per arricchire i pochi.
…Capitalismo e colonialismo sono facce della stessa
medaglia. E, di recente, ce ne accorgiamo guardando a quello che accade in
Palestina. Sottrazione di terre e
risorse e dipendenza dell’economia palestinese, che prima era solida ed
autonoma dal circuito capitalistico. O, ancora, in Venezuela e Iran. Un modello
imposto con la forza e sostenuto dagli anglo-americani. I padrini della svolta
storica capitalistica che, pur di evitare l’alternativa sociale (il comunismo,
la socializzazione dei mezzi di produzione, decidere dal basso cosa, come e
quanto produrre) hanno generato guerre e appoggiato regimi tirannici. Esiste,
infatti, una stretta correlazione tra il pensiero liberal e quello
nazionalistico, dai quali sono derivati i regimi fascisti. Infatti,
andando a recuperare le dichiarazioni dei consulenti economici dei governi liberali
dell’epoca emerge con evidenza come questi pur di non intaccare la legge del
mercato preferissero dittature e violenze ai diritti sociali ed alle
rivendicazioni dei lavoratori. Ad esempio, l’esperienza virtuosa dei Consigli
di fabbrica, a cavallo delle due guerre, conseguente all’ondata massiccia di
scioperi per recuperare condizioni di lavoro e salario dignitoso, venne
stroncata dall’alleanza tra i capitalisti e il regime. La tanto osannata mano
invisibile del mercato1ha dimostrato tutta la sua fallacia. Il
mercato non è in grado di autoregolarsi, anzi non è in grado nemmeno di
assicurare la sana concorrenza. Così, i detentori del capitale, dei
mezzi di produzione e della moneta dopo essersi serviti degli Stati ed averli
esautorati hanno aggiornato la legge ferrea dell’oligarchia2.
Nella Russia post-sovietica di Eltsin
la restaurazione operata dal capitale ha determinato la conversione
dell’economia, attraverso suggerimenti austeritari. Ed alle proteste del
parlamento il regime corrotto reagì con i carri armati, gli arresti delle
opposizioni politiche, la chiusura dei giornali, il ridimensionato degli organi
costituzionali. In conseguenza dell’accettazione di quelle misure aumentarono
fortemente le diseguaglianze. La povertà che nel 1988 riguardava il 2% della
popolazione passò in breve tempo al 50%. Anche all’interno degli stessi
sistemi-Stato-continenti che, storicamente, primeggiano sulle altre
economie le differenze fra le classi sociali crescono. A causa della
centralizzazione crescente dei capitali e della mancata (o cattiva
distribuzione delle risorse)…