sabato 19 gennaio 2019

La povertà di quelli che lavorano - Francesco Gesualdi


La nostra Costituzione l’ha posto a fondamento della Repubblica. Papa Francesco l’ha inserito fra i tre diritti cardinali assieme alla terra e alla casa. Stiamo parlando del lavoro, il bene che tutti invocano come spartiacque fra assistenza e autonomia, fra carità e autosufficienza. In una parola fra umiliazione e dignità. Eppure un numero crescente di persone sta sperimentando che lavoro non fa sempre rima con decenza. E’ notizia di questi giorni che in Cina sta tornando il lavoro forzato nei campi di detenzione in cui sono rinchiusi gli oppositori al regime, in particolare gli appartenenti a minoranze etniche.
Il 17 dicembre scorso il Financial Times ha raccontato di lavoro forzato in fabbriche di scarpe allestite nei campi di rieducazione, i famosi laojiao, situati nella regione dello Xinjiang. E seppur formalmente impiegati in lavoro liberamente scelto, non se la passano certo meglio i lavoratori indiani che sguazzano a piedi nudi fra i liquami tossici delle  concerie o le operaie bengalesi che a malapena guadagnano due dollari al giorno dopo aver passato dieci ore alla macchina da cucire. Secondo i calcoli dell’Organizzazione Mondiale del Lavoro i lavoratori vulnerabili, ossia precari, malpagati e in situazioni a rischio, nel mondo sono quasi un miliardo e mezzo, il 42% di tutti gli occupati. La metà di loro sono definiti working poors, lavoratori poveri, perché con compensi al di sotto dei tre dollari al giorno, la soglia  limite della povertà.
La novità è che ora i working poors abitano anche fra noi. I loro tratti distintivi sono paghe basse, discontinuità, scarse ore di lavoro e a seconda che si prenda in considerazione un solo criterio o la combinazione di più elementi, si ottengono risultati diversi sul numero dei working poors di casa nostra. Prendendo a riferimento la sola  paga oraria, l’Istat preferisce parlare di sperequazione retributiva piuttosto che di povertà. Posta la mediana nazionale a 11,21 euro l’ora, definisce a bassa paga chiunque riceva meno di 7,47 euro l’ora, che corrispondono a due terzi della mediana nazionale. Il CNEL stima che i lavoratori a bassa paga siano oltre tre milioni, il 17,9% di tutti i lavoratori dipendenti, principalmente lavoratori domestici, dell’agricoltura, delle costruzioni.
Ma anche della piccola industria considerato che in settori come l’abbigliamento si applicano contratti collettivi di comodo che per le categorie più basse prevedono salari orari al di sotto dei 7 euro. Un caso è rappresentato dal contratto 2015-2018 firmato fra Fedimprese e Snapel per le aziende façonUn settore a prevalente presenza femminile che conferma come l’ingiustizia retributiva colpisca soprattutto le donne. L’Istat certifica che benché più istruite, le donne ricevono paghe mediamente più basse del 23%  rispetto agli uomini. Il risultato è che nel 2016  il 59% di tutte le donne impiegate nel settore privato ha percepito una retribuzione oraria inferiore alla mediana nazionale.

Se moltiplichiamo la paga oraria per le ore lavorate, otteniamo i compensi mensili e annuali che ci danno un’idea più compiuta delle disponibilità monetarie dei lavoratori e quindi della loro condizione economica. Ed è proprio il reddito annuale il parametro utilizzato per stabilire chi sono i lavoratori poveri, ricorrendo ancora una volta al confronto, piuttosto che ai concetti assoluti. Il valore preso a riferimento è il reddito familiare mediano che in Italia corrisponde a 25.000 euro. Per convenzione, si definisce lavoratore povero chiunque guadagni meno del 60% di tale importo, ossia meno di 15.000 euro l’anno. Quanti siano con esattezza è difficile dirlo. Secondo il CNEL sono 5 milioni e 247mila, il 31% di tutti gli occupati. Ma dai dati Istat relativi alle dichiarazioni dei redditi se ne ricava che sono quasi 11 milioni, il 40% di tutti i percettori di reddito da lavoro.
E se in valori assoluti predominano i percettori di reddito da lavoro dipendente, in termini relativi la categoria a più elevata incidenza di lavoro povero è quella dei lavoratori autonomi. Nel 2016 i lavoratori dipendenti che hanno dichiarato redditi inferiori a 15.000 euro sono stati il 36%, 7 milioni e 437mila su 20 milioni e 660 mila,  mentre i lavoratori autonomi sono stati il 57%, 3milioni e 420mila su 6 milioni. Il che indica che l’autosfruttamento è l’ultima frontiera del capitalismo e che il lavoro povero miete vittime soprattutto fra i giovani che spesso non hanno altra possibilità di impiego se non l’apertura di una partita IVA, la formula per fare credere che si è  imprenditori di sé stessi, mentre si è lavoratori subordinati esposti a grave sfruttamento. Ne è una prova la gig economy, quell’insieme di lavoretti precari e malpagati (consegne a domicilio, correzione di testi, servizio di baby sitter) che rappresentano la sola sponda occupazionale di tantissimi giovani.
Non sorprenda, dunque, se l’Istituto di ricerca Ref stima che il 25% di tutti i lavoratori fra i 16 e i 29 anni è a rischio di lavoro povero. Peggio di loro fanno solo gli stranieri con un tasso di rischio del 35%. Una categoria particolarmente esposta è quella dei braccianti agricoli extracomunitari con  paghe  tirate giù da un basso numero di giornate lavorate, dall’inquadramento in qualifiche a bassa retribuzione o dalla combinazione di entrambi. Nel 2017 l’Inps ha accertato che i loro compensi sono stati mediamente più bassi del 35% rispetto al complesso dei lavoratori del settore:13.927 euro invece di 21.509 euro.
Per quanto possa sembrare strano, per gli statistici il lavoro povero non è automaticamente sinonimo di vita povera. A decretarne la separazione o la sovrapposizione sono vari altri fattori, primo fra tutti le caratteristiche familiari. Se guadagni poco, ma vivi assieme ad altri componenti che portano a casa uno stipendio, alla fine puoi anche sfangarla decorosamente. Ma se la tua magra busta paga è l’unica fonte di reddito di un nucleo familiare che magari conta quattro persone, allora la vita si fa davvero grama. Così è stata creata la categoria degli in work poverty,  persone che pur lavorando, sono costrette, esse stesse e i propri familiari, a condurre una vita povera. In Italia sono il 10,5% di tutti gli occupati, oltre due milioni di famiglie che non vedono applicato l’articolo 36 della Costituzione:”Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.”.

Se esaminiamo meglio la situazione notiamo che la categoria di lavoratori maggiormente a rischio di vita povera è quella con assunzioni a tempo determinato e part-time a dimostrare che la loro incapacità di guadagnare abbastanza per mantenere la propria famiglia è il risultato al tempo stesso di paghe basse e basse ore di lavoro. E se rimane difficile intervenire per obbligare le aziende a garantire a tutti un orario pieno, di sicuro si può intervenire per fissare un salario orario minimo dignitoso, ossia in linea con la mediana nazionale. In un tempo in cui, complice la globalizzazione, le guerre commerciali e le crisi economiche, la disoccupazione cresce e il potere dei lavoratori si riduce, è compito della legge intervenire per ristabilire salari che rispondano al dettato costituzionale.
E’ il grande tema del salario vivibile che un tempo sembrava riguardare solo i paesi di nuova industrializzazione e che ora invece coinvolge anche noi tradizionalmente ritenuti paesi ricchi. Un tema che inevitabilmente si accompagna con un’altra grande questione ossia la protezione sociale garantita dalla comunità nazionale, intesa non solo come intervento pubblico di integrazione al reddito, ma soprattutto come fornitura di servizi pubblici gratuiti in ambito sanitario, scolastico, sociale. In altri tempi il sindacato aveva ben chiaro che il salario si difende anche tramite la disponibilità di edilizia popolare e un’ampia rete di servizi gratuiti. Per cui non si limitava a condurre le sue lotte solo nei confronti delle imprese per  ottenere aumenti salari, ma apriva vertenze anche nei confronti delle istanze politiche per rivendicare una maggiore spesa sociale, sanitaria, scolastica. Se non il sindacato, chi altri può scendere a fianco dei lavoratori in povertà?

Bolsonaro riforma libri di testo: via accenni a Brasile multietnico - Gerry Freda




I partiti di sinistra hanno subito condannato la riforma dei libri di testo varata da Bolsonaro, in quanto, a loro avviso, mirante a instaurare in Brasile una “società patriarcale fondata sul suprematismo bianco”.
Il presidente brasiliano Jair Bolsonaro ha in questi giorni avviato una riforma nell’ambito dell’istruzione pubblica nazionale.
Egli ha infatti promosso l’adozione, da parte del ministero federale competente, di nuove “linee-guida sui libri scolastici”.
Tale provvedimento stabilisce che i testi utilizzati nelle strutture educative del Paese non debbano più “enfatizzare l’eterogeneità etnica e culturale del Brasile”. All’interno dei libri scolastici non dovranno infatti più comparire definizioni della nazione verde-oro quale “Paese multietnico”. Sulle pagine degli stessi dovranno inoltre campeggiare esclusivamente foto e immagini di “Brasiliani bianchi”.
Le linee-guida sottoscritte di recente dal ministro dell’Istruzione Ricardo Velez Rodriguez dispongono anche la sparizione dai libri di testo di ogni riferimento all’“ideologia gender” nonché delle foto di donne “intente a svolgere lavori di qualsiasi categoria”. Altri elementi proibiti all’interno del materiale didattico saranno quelli diretti a enfatizzare il diritto delle persone al “libero orientamento sessuale”. Il contenuto dei nuovi testi scolastici, infine, dovrà essere “totalmente privo di errori di battitura”.
Il ministro Velez Rodriguez ha presentato la riforma in questione come un “primo passo” della “battaglia” di Bolsonaro diretta a “liberare le strutture scolastiche del Paese dal giogo marxista”. Secondo il titolare dell’Istruzione, i precedenti governi brasiliani di sinistra avrebbero “inquinato le menti degli studenti” imponendo loro l’utilizzo di testi “impregnati di teorie abominevoli, miranti ad allontanare i giovani da valori quali la sacralità della famiglia tradizionale, l’importanza del sacrificarsi per la patria e la fede nell’eccezionalità della storia del Brasile”.
La battaglia del presidente verde-oro per riformare il sistema scolastico nazionale dopo oltre un decennio di socialismo ha subito suscitato la feroce reazione dei partiti e delle associazioni di sinistra. Ad esempio, Fernando Haddad, ministro dell’Istruzione durante la presidenza Lula, ha condannato la riforma dei libri di testo promossa dal leader nazionalista, in quanto, a suo avviso, intesa a instaurare in Brasile una “società patriarcale fondata sul suprematismo bianco”.



venerdì 18 gennaio 2019

Leila Khaled e Angela Davis scrivono a Leyla Guven - Chiara Cruciati



Due donne per una donna, due simboli della lotta dei popoli per un simbolo della lotta di un popolo, due ex prigioniere politiche a una prigioniera politica: le voci di Leila Khaled e di Angela Davis si sono alzate, a poche ore di distanza, in solidarietà con Leyla Guven, parlamentare dell’Hdp, formazione della sinistra turca, imprigionata dal governo di Ankara da un anno per aver criticato l’operazione «Ramoscello di ulivo» contro il cantone curdo-siriano di Afrin e in sciopero della fame da 72 giorni.
Angela Davis, storica attivista dei diritti degli afroamericani, le ha dedicato una lettera sul New York Times: «Dopo aver dedicato anni della sua attività politica alla lotta contro le occupazioni illegali delle regioni curde da parte dello Stato turco, ora offre la sua vita come forma di protesta. Guven è di enorme ispirazione a chi nel mondo crede alla giustizia e alla liberazione».
Davis ha poi ricordato l’identica condizione di migliaia di leader, membri e sostenitori dell’Hdp, detenuti in Turchia, e la chiusura imposta da Ankara al Free Women’s Congress curdo.
Il giorno prima erano arrivate le parole di Leila Khaled, combattente e icona del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina: «Nelle prigioni turche e israeliane i rivoluzionari entrano in sciopero della fame per la libertà, la giustizia, per porre fine al sistema di potere che vuole spegnere le voci che vogliono democrazia. Mia cara amica Leyla, la tua pazienza e la tua lotta sconfiggeranno la fame. Ti tengo la mano, sei modello a tutte le donne del mondo».
Da sempre in prima linea per i diritti del popolo curdo, arrestata decine di volte per il suo impegno, Leyla Guven rifiuta da novembre il cibo. La sua richiesta è chiara: la fine dell’isolamento imposto al leader del Pkk Abdullah Ocalan. Ma le sue condizioni di salute sono estremamente gravi: «Ha crampi di stomaco, forti emicranie», dicono i legali, dal 10 gennaio impossibilitati a incontrarla perché troppo debole per camminare fino all’area visitatori del carcere.

Popoli zapatisti, siamo soli! - Subcomandante Insurgente Moisés





PAROLE DEL CCRI-CG DELL’EZLN AI POPOLI ZAPATISTI NEL 25° ANNIVERSARIO DELL’INIZIO DELLA GUERRA CONTRO L’OBLIO.
Parole del Subcomandante Insurgente Moisés:
31 dicembre 2018
Compagni, compagne Basi di Appoggio Zapatiste:
Compagne e compagni Autorità Autonome Zapatiste:
Compagne e compagni Comitati e Responsabili regionali e locali:
Compagne e compagni miliziane e miliziani:
Compagne e compagni insurgentas e insurgentes:
Per mia bocca parla la voce dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.
Vi parlo come vostro portavoce, perché è mio compito essere la vostra voce ed i vostri occhi.
È arrivata la nostra ora, popoli zapatisti, e siamo soli.
Ve lo dico chiaro, compagne e compagni basi di appoggio, compagni e compagne miliziani e miliziane, ci siamo accorti che è così, siamo soli come venticinque anni fa.
Soli, siamo usciti a svegliare il popolo del Messico e del mondo ed oggi, venticinque anni dopo vediamo che siamo soli, ma tanto avevamo parlato, abbiamo fatto molti incontri, lo sapete bene compagne e compagni, voi ne siete testimoni, abbiamo dato la sveglia ed abbiamo parlato ai poveri del Messico, delle campagne e delle città.
Molti ci hanno ignorato, alcuni si stanno organizzando e speriamo che continuino ad organizzarsi, la maggioranza ci ha ignorato.
Ma il nostro lavoro l’abbiamo fatto e per questo vi stiamo parlando chiaro, compagni e compagne.
E non solo in questi venticinque anni, ma da oltre cinquecento anni, per questo siamo qui a parlarvi, a raccontarvi quello che abbiamo visto in venticinque anni, come se non ci avessero visto o sentito quello che stiamo dicendo ai poveri del Messico.
A venticinque anni dalla nostra sollevazione vediamo questo.
Ve lo ripetiamo, compagni e compagne, vediamo che siamo soli.
Quello che abbiamo ottenuto, è stato conquistato con il nostro lavoro e con le nostre forze.
Se abbiamo ottenuto qualcosa, è solo grazie al nostro lavoro e se abbiamo sbagliato, è solo colpa nostra. Ma è solo opera nostra, nessuno ce l’ha detto, nessuno ce l’ha insegnato, è opera nostra. Qualcuno avrebbe voluto insegnarcelo, dirci che cosa fare e cosa non fare, quando parlare e quando non parlare. Li abbiamo ignorati. Solo chi si organizza lo sa, lo vede, lo capisce. I discorsi sono solo chiacchiere; si deve fare ciò che si dice, si deve fare ciò che si pensa, non abbiamo manuali, non abbiamo libri. Quello che noi vogliamo costruire non ce lo insegna nessuno, deve essere fatto col nostro sacrificio, deve essere fatto con le nostre forze, compagni e compagne.
E stiamo dimostrando ancora una volta, e lo dobbiamo fare, che sì è possibile fare ciò che si crede impossibile. A parole è molto facile rendere possibile ciò che è impossibile, così si dice. Bisogna farlo nella pratica e noi lo stiamo dimostrando. Ciò che stiamo dimostrando è qui da vedere, davanti a noi; qui il popolo comanda, ha la propria politica, la propria ideologia, la propria cultura, crea, si migliora, si corregge, immagina e continua a fare pratica.
Questo è come siamo. Qui il malgoverno non comanda, comandano le donne e gli uomini che si sono organizzate e organizzati. Quelli che non si sono organizzati, continuano in quella disperazione che non è speranza.
Ci vogliono mentire, ci vogliono ingannare perché c’è qualcuno che crede a quella che chiamano la vergine scura. È un pazzo quello che dice questo, non sa pensare, non pensa al popolo. Noi, compagni, lavoriamo sulla nostra esperienza, col nostro lavoro e con le nostre forze e continuiamo a farlo. E continueremo a costruirlo e lo otterremo. Tutto quello che abbiamo costruito l’abbiamo fatto noi, alcuni fratelli e sorelle solidali ci hanno aiutati, ma tutto il peso è sulle nostre spalle, perché non è facile affrontare i partiti politici, i malgoverni ed oggi l’attuale furbastro imbroglione.
Qui non è facile affrontare da venticinque anni migliaia di soldati che proteggono il capitalismo, e sono qui, qui dove siamo ora, gli passiamo sotto il naso in questi giorni. Non è facile affrontare i paramilitari, non è facile affrontare i piccoli leader al soldo di tutti i partiti politici, in particolare quello che oggi è al potere ed il partito che è al potere. Ma non abbiamo paura di loro. Oppure sì, abbiamo paura di loro, compagne e compagni?
[risuona all’unisono un “No”] Non vi ho sentiti [si sente più forte “No”]
La gente di fuori va e viene, noi siamo qui e qui stiamo. Ogni volta che vengono, vengono a turisteggiare, ma non si può fare turismo nella miseria, la disuguaglianza, l’ingiustizia; il popolo povero del Messico sta morendo e continua a morire. Peccato che ascoltano quello che sta lì ad ingannare il popolo del Messico.
E non vi abbiamo mentito compagne e compagni, cinque anni fa avevamo detto al popolo del Messico e del mondo che sarebbe arrivato qualcosa di peggio. Nelle lingue che parlano quelli di fuori si chiama collasso, idra, mostro, muro, glielo abbiamo detto cercando di usare le parole delle loro lingue, ma anche così non ci hanno ascoltato. Credono quindi che stiamo mentendo loro, perché ascoltano quello di cui non voglio dire nemmeno il nome, meglio chiamarlo furbastro, imbroglione quello che sta nel potere.
Compagni, compagne, colui che sta al potere lo distrugge il popolo del Messico, ma soprattutto i popoli originari, è contro di noi, e specialmente noi dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale. Perché? Perché gli diciamo chiaro che non abbiamo paura, oppure sì, compagni e compagne?
[risuona forte “No”]
Lo affronteremo, non permetteremo che passi da qui il suo progetto di distruzione, non abbiamo paura della sua guardia nazionale alla quale ha cambiato nome per non chiamarlo esercito, perché sono gli stessi, lo sappiamo.
Difenderemo quello che abbiamo costruito e che abbiamo dimostrato al popolo del Messico e del mondo che siamo noi a costruirlo, donne e uomini, non permetteremo che vengono a distruggerci. Oppure sì?
[risuona forte “No”]
Colui che è al potere è un imbroglione, e quale è il suo imbroglio? Che si comporta come se stesse col popolo del Messico e inganna i popoli originari mostrando che si può sventrare la terra chiedendole il permesso come se tutti i popoli originari ci credessero, ma noi gli diciamo il contrario, non gli crediamo.
Finge di adottare i nostri modi, i nostri costumi, chiede permesso alla nostra madre terra; dice: dammi il permesso madre terra di distruggere i popoli originari, è questo che dice, non capisce gli altri fratelli popoli originari. È questo che sta facendo questo signore, noi non gli crediamo. Solo perché la madre terra non parla, altrimenti gli direbbe ‘fottiti!’. Perché la terra non parla, ma se parlasse, ‘No, vai al diavolo!’
Noi conosciamo la madre terra, conviviamo con lei da più di cinquecentoventi anni, noi la conosciamo, non quelli che non conoscono né hanno mai sentito come è il sudore, credono di saperlo, come quei bavosi, bavose deputati e senatori, non sanno niente di cosa è la povertà, non sanno niente del sudore, noi sì. Dunque, non sanno fare leggi per la gente dei popoli originari, noi sì, perché conosciamo la sofferenza e sappiamo come vogliamo le leggi, loro no.
Guardate bene, compagni e compagne, quegli imbroglioni che stanno lì, nei tre poteri in Messico, il potere giudiziale, il potere esecutivo, il potere legislativo. Guardate cosa ci fanno, specialmente quelle, quelli del partito di maggioranza nel congresso dell’unione che ci porta lì ad essere deputati, deputate indigeni e poi ci troviamo seduti accanto a Ricardo Monreal, per esempio, come quando in passato un tojolabalero era seduto lì, accanto a Diego Fernández de Ceballos, che è proprietario di molte fattorie, e stava lì seduto accanto a lui un indigeno tojolabalero e questo indigeno tojolabalero è lì nel congresso dell’unione e dice che vogliamo che la terra occupata dai proprietari terrieri sia distribuita e lo dice mentre è seduto vicino a Diego Fernández de Ceballos; questo è quello che vogliono insegnarci, come guadagnare quella paga per andare in un ristorante, in un motel e lasciare il tuo villaggio, e così sono tutti i deputati, i senatori, i ministri, gli assessori e gli altri. È questo che vogliono, affinché noi stessi, tzeltal, tzotzil, chol, tojolabal e tutte le lingue che si parlano in Messico, noi stessi mentiamo ed inganniamo la nostra gente, è questo quello che ci insegnano, questo è il loro lavoro, perché così gli ha detto il loro padrone, perché loro non sono chi governa davvero, sono dei capoccia.
Ora vediamo che sono contro di noi, i popoli originari. Con la loro consultazione, dobbiamo dirlo chiaro, manipolano il popolo; con questa consultazione gli chiedono il permesso, attraverso il voto, di attaccare noi popoli originari. Questa è la consultazione, ma il popolo è necessario che si svegli ed oggi noi non possiamo più aspettare venticinque anni, siamo ormai stanchi. Come diciamo qui, gli entra nell’orecchio destro e gli esce dal sinistro, cioè, non gli resta in testa.
È questo che fa il nuovo governo, si sta consultando perché ci vengano ad aggredire, noi popoli originari e specialmente noi, l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, con quella sua porcheria del Treno Maya abusando ancora una volta del nome dei nostri antenati. Non lo accettiamo. Che gli mettano il loro nome, non ha niente a che vedere con noi, e visto che non ce l’ha chiesto, se vuole può mettergli il nome di sua madre.
Durante questi venticinque anni, compagni, compagne, basi di appoggio, donne e uomini, miliziane e miliziani, abbiamo visto anche nel mondo quelli che dicono di lottare, alcuni che dicono di essere progressisti, altri che si dicono di sinistra, altri che dicono di essere rivoluzionari ma che non hanno la minima idea della parola rivoluzionario, perché significa rivoluzione, trasformazione. Come diciamo qua, dobbiamo preparare i nostri ragazzi, le nostre ragazze, perché ci stiamo trasformando, un giorno ritorneremo e per questo dobbiamo far sì che i ragazzi e le ragazze siano preparati. Non hanno idea di quello che dicono, non lo sanno, e per fortuna dicono che hanno studiato, hanno diplomi e lauree ma non sanno cosa significa la parola rivoluzione. Ah ma, intelligentoni, alcuni ed alcune, dicono che noi siamo elettoralisti.
Non hanno la minima idea di come fare la rivoluzione. Pensano che stiamo mentendo, come loro mentono. Come abbiamo detto al popolo del Messico che avremmo dialogato, e poi così abbiamo fatto, se un giorno diremo che ci difenderemo, per quanto minimamente ci possano provocare, ci difenderemo. Non permetteremo a nessuno di venire qui a rifugiarsi in questo territorio ribelle e in resistenza e che voglia approfittarne per venire a nascondersi qui a fare le sue cazzate. Non lo permetteremo.
Noi, compagni, compagne, non abbiamo ingannato il popolo del Messico, ma dobbiamo anche dirvi che il popolo ancora si arrende, non sappiamo perché, questo ci causa tristezza e rabbia. A che serve dunque studiare, conoscere la storia se non riusciamo a vedere la nostra realtà di come viviamo, a che serve lo studio.
Noi abbiamo costruito tutto senza studio, ma l’abbiamo fatto coi fatti, lo stiamo dimostrando, l’abbiamo dimostrato e continuiamo a dimostrarlo, non sappiamo voi.
Guardate come è pazzo quello che sta al potere, dice: io governerò per i poveri e per i ricchi; solamente un matto che non ci sta con la testa può dirlo, perché la sua mente non funziona, è decerebrato, lo dice solamente perché noi semplicemente ci convinciamo che smettono di sfruttarci, magari un proprietario terriero come lo schifoso Absalón Castellanos Domínguez che ora finalmente è all’inferno; quel matto dice che governa per i ricchi e per i poveri, non sa quello che dice, né capisce quello che dice. E siamo sicuri che non lo capisce perché è dettato dal suo padrone, lo deve solo ripetere così, obbediente, lo ripete affinché cittadini e cittadini possano continuare a credergli.
È davvero molto semplice, non si può appoggiare chi è sfruttato e chi è sfruttatore, si deve scegliere uno dei due, o stai con lo sfruttatore o stai con lo sfruttato, ma con entrambi non si può. Noi la vediamo così e così lo intendiamo e così facciamo.
Che pena, dice che quello che sta facendo è la quarta [“quarta trasformazione“: il termine si riferisce alla visione di López Obrador del suo futuro governo – N.d.T.], non c’è niente di quarta, perché quelli di questa quarta che viene dalla terza l’hanno fatta coi fatti, l’hanno affrontata, non come lui che dice, per esempio, che perdona tutti i criminali, perdono, dice. Come capiscono anche i più piccoli, questo vuol dire che il malgoverno attuale non farà niente agli assassini del compagno Galeano. È questo che ci sta dicendo. Vuol dire che così sarà pure per gli altri assassinati, quindi chi sta al potere è inutile.
Molte altre cose che dice non sono verità. Quindi, abbiamo paura di questo malgoverno, compagni, compagne?
[risuona un forte “No”]
Indubbiamente no, perché ci fanno arrabbiare tutte queste bugie al popolo del Messico e peccato per quelli che non conoscono bene il castigliano perché non capiscono quello dice. Per noi è difficile ma non è per il castigliano, si vede come sono la miseria, la disuguaglianza, la giustizia e tutto questo, non hai bisogno di imparare il castigliano per questo, si vede e si sente.
È tutto uno scherzo quello che ci sta facendo, in particolare ai popoli originari, è un’umiliazione, ma anche per quegli e quelle che parlano bene lo spagnolo e che non apprezzano quel pestilenziale politico di questo malgoverno.
Compagni e compagne, ci arrenderemo, sì?
[Si sente un forte “No”]
Parlerò ad alta voce perché si senta là in fondo. Compagni, compagne non ci arrenderemo, oppure sì?
[All’unisono si sente un “NO”]
Non c’è nessuno che lotterà per noi popoli sfruttati della campagna e della città, nessuno. Nessuno verrà, né uomo, né donna; né gruppo, ma c’è bisogno che ci siano donne e uomini che si organizzino e continuino ad organizzarsi, è il popolo che si deve organizzare per liberarsi, o credete che arriverà il Papa?
[All’unisono si sente un “NO”]
O che arriverà Trump?
[All’unisono si sente un “NO”]
Tanto meno crediamo a quello che dice che è la quarta, o ci crediamo?
[All’unisono si sente un “NO”]
E ancora, compagni, compagne, e non vi sto mentendo, quando ancora stava facendo la sua campagna elettorale disse: nel partito dove sono – quello che ora è al potere – non permetterò che entrino degli infiltrati e infiltrate. Così disse; cioè, che non avrebbe messo tutti quelli che ha messo adesso, sono gli stessi. Sono panisti, sono priisti, sono verdi, sono del PT. Lì è la grande bugia e molti, ben trenta milioni di persone che non capiscono il castigliano, credono a quello che dice tutte queste bugie. E poi dice che combatterà la corruzione. Così dice! E la sua segretaria di governo è al primo posto. Perché lavorava… sapete da dove veniva e non è necessario che ve lo racconti. Sappiamo da dove veniva la sua segretaria di governo e lei stessa dice: “non ne voglio discutere” e quello che dice di combattere la corruzione non dice niente.
Sono solo menzogne, non fa niente per il popolo. Pensano di fregarci con il loro progetto PROÁRBOL, è il nuovo nome che gli hanno dato ma è lo stesso copiato dagli altri progetti fatti dai suoi predecessori e che noi abbiamo sconfitto con la nostra resistenza e ribellione.
Per primo, venticinque anni fa, abbiamo sconfitto quello che si diceva l’uomo potente che si chiama Carlos Salinas de Gortari, che si credeva l’uomo più potente e non abbiamo avuto paura. Il popolo del Messico non ci conosceva, ma ci ha conosciuto lungo questi venticinque anni. Parlandogli e parlandogli e parlandogli. Oggi siamo stanchi, ci siamo spesi molto per farlo capire. Solo pochi, poche l’hanno capito, la maggioranza no.
Ma è quello che abbiamo fatto compagni e compagne, non chiediamo ai fratelli e sorelle là fuori di prendere un’arma. In venticinque anni non abbiamo conquistato quello che abbiamo con gli spari, con le esplosioni, ma con la resistenza e la ribellione. Con queste l’abbiamo ottenuto, per questo avete potuto venire a vedere, ma solo venire a vedere; non portare altri fratelli e sorelle che non sono potuti venire perché non hanno le stesse possibilità.
Non abbiamo paura del capitalismo, del finquero, del nuovo finquero. Oppure sì, abbiamo paura?
[Si sente gridare all’unisono “NO”].
Dunque, qualunque cosa dicano, o pensino quel che pensino, noi ci difenderemo. Qualunque cosa accada, costi quel che costi e succeda quel che succeda. Ci difenderemo, e combatteremo se necessario. Oppure no, compagni e compagne?
[Si sente gridare all’unisono “SÌ”].
Tenetelo bene a mente compagni e compagne; qui non c’è un salvatore, né salvatrice. Gli unici salvatori e salvatrici sono gli uomini e le donne che lottano e si organizzano, ma davanti al loro popolo.
Il cambiamento che vogliamo è che un giorno, il popolo, il mondo, donne e uomini possano decidere come vogliono vivere la propria vita, non che ci sia un gruppo che decide la vita di milioni di esseri umani, NO.
Detto semplicemente in due parole: il popolo comanda, il governo obbedisce. È questo quello per cui dobbiamo lottare.
Credono che siamo ignoranti, compagni e compagne. Siamo qui pronti a difenderci.
Per tutto questo che vi ho detto, siamo pronti a quello che sia, siamo pronti a quello che accada.
Per questo diciamo:
Siamo qui!
Siamo l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale e continueremo ad esserlo!
VIVA L’AUTONOMIA ZAPATISTA!
VIVA I POPOLI ORIGINARI
A MORTE IL MALGOVERNO!
A MORTE I CAPITALISMI
VIVA L’ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE!


Traduzione “Maribel” – Bergamo




Ve lo dico in modo chiaro, compagne e compagni, siamo soli come venticinque anni fa. Le parole pronunciate dal Subcomandante Insurgente Moisés in occasione del 25esimo anniversario dell’insurrezione dell’EZLN vanno dritte al cuore. Non potevano non scuotere in profondità quanti, in ogni angolo del mondo, hanno sentito risuonare in molti e diversi modi l’esperienza zapatista in ognuna delle proprie piccole e grandi lotte contro un sistema che umilia la dignità delle persone, le sottomette al dominio delle cose e spinge a velocità inaudita il pianeta verso l’auto-distruzione della vita. La gravità delle minacce che pesano in questo momento sui territori autonomi del Chiapas e sulle popolazioni indigene (del Messico e non solo) viene espressa in modo inequivocabile. La risonanza planetaria di quel grido è evidente. La lettera aperta che segue, scritta in risposta a quel grido, non può che essere un impegno maledettamente serio. Lo si evince facilmente dalla pluralità e dalla rilevanza culturale e politica delle firme in calce (a cui si unisce, com’è ovvio, anche quella della redazione di Comune), ma soprattutto da una solennità rara quanto scevra di retorica. Nessuna distrazione ci sarà consentita, perché l’affermazione di mondi nuovi, perfino in questo ingrigito e irriconoscibile pezzetto d’Europa, non può fare a meno degli zapatisti. Quella realizzata in Chiapas è un’esperienza che mai ha mirato alla conquista del potere e mai s’è posta come insegnamento o modello planetario ma, forse in primo luogo proprio per questo, resta essenziale per nutrire e coltivare la ribellione al destino che i potenti del mondo hanno disegnato per noi e per la speranza di rovesciarlo prima che sia tardi
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foto tratta da twitter
di aa.vv.
Noi, intellettuali, accademici, artisti, attivisti e persone di buona volontà, così come organizzazioni, associaazioni e collettivi di diversi paesi manifestiamo la nostra solidarietà con l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) in questo momento cruciale della sua storia e rifiutiamo categoricamente l’attuale campagna di disinformazione, menzogne e calunnie diretta contro lo zapatismo.
Per noi, così come per molte altre persone nel mondo, la lotta zapatista rappresenta un grande esempio di resistenza, dignità, coerenza e creatività politica. Venticinque anni fa, il suo Ya Basta! è stato un evento di grande importanza e una delle prime reazioni dirompenti a livello planetario di fronte alla globalizzazione neoliberista, per il suo contributo nel dare impulso al rifiuto e alla critica di un modello che, allora, sembrava indiscutibile. Quello Ya Basta! è stato inoltre, e continua ad essere, l’espressione di una lotta legittima dei popoli indigeni contro la dominazione e il disprezzo sofferti per secoli e fino a oggi, così come in favore dei loro diritti e della loro autonomia. L’auto-governo popolare che le zapatiste e gli zapatisti hanno messo in pratica con le  Juntas de Buen Gobierno, nei loro cinque caracoles, costituiscono un esempio di vera e radicale democrazia, un esempio degno di ispirare i popoli del mondo e di essere studiato in tutte le facoltà di scienze sociali del pianeta. La costruzione dell’autonomia zapatista rappresenta per noi, la ricerca costante, onesta e critica di un progetto alternativo ed emancipatore della massima importanza nell’affrontare le sfide di un mondo che sembra sprofondare sempre più in una crisi insieme economica, sociale, politica, ecologica e umana.
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Zapatisti degli anni Novanta. Foto Massimo Tennenini
Per questo, esprimiamo la nostra preoccupazione per la situazione che si trovano di fronte le comunità zapatiste e le popolazioni indigene del Messico, mentre vengono attaccati i loro territori e le comunità da parte di progetti minerari, turistici, agro-industriali, delle infrastrutture, ecc., come hanno denunciato il Congresso Nazionale Indigeno (CNI) e il Consiglio Indigeno di Governo (CIG). In questo momento, ci preoccupano in modo speciale i grandi progetti promossi dal nuovo governo messicano, come il Corridoio Trans-istmico, un milione di ettari di alberi diventati commerciali, e il cosiddetto “Treno Maya“, recentemente denunciato come un’umiliazione e una provocazione dal Subcomandante Moisés, portavoce dell’EZLN, perché colpisce i territori delle popolazioni maya che abitano il sud-est messicano.  
Oltre ai devastanti effetti ambientali di questo progetto e dello sviluppo turistico di massa che pretende di far esplodere, ci preoccupa l’urgenza di cominciare i lavori del “Treno Maya”, mascherandola con uno pseudo rituale verso la Madre Terra, denunciato dal portavoce zapatista come una presa in giro inaccettabile. Ci indigna che in questo modo si prepari un altro attacco contro i territori zapatisti e che si siano annichiliti i diritti dei popoli originari, evadendo l’obbligo della consultazione reale, preventiva, libera e informata, così come stabiliscono la Convenzione ILO 169  e la Dichiarazione dell’Onu sui popoli indigeni. Ci sembra molto grave che si violino così gli impegni internazionali assunti dal Messico.
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Condividiamo il rifiuto totale espresso dall’EZLN di fronte a questi e altri grandi progetti che danneggiano in modo grave i territori autonomi e i modi di vivere dei popoli.
Denunciamo in via preventiva qualsiasi aggressione contro le comunità zapatiste, sia che avvenga direttamente da parte dello Stato, sia che avvenga attraverso gruppi e organizzazioni di “civili” armati o meno.
Riterremo il governo messicano responsabile di ogni scontro che possa sorgere nel quadro dello sviluppo di questi mega-progetti, che rispondono a un modello già superato di “sviluppo”, un modello insostenibile e devastante, deciso dalle cupole del potere violando in modo sfacciato i diritti dei popoli originari.
Facciamo appello alle persone di buon cuore perché si superi l’attuale disinformazione tanto sull’esperienza zapatista quanto sui grandi progetti menzionati. Sollecitiamo inoltre la massima attenzione di fronte al rischio di aggressioni contro le comunità zapatiste e le popolazioni indigene del Messico.
(traduzione per Comune-info: marco calabria)
Firmano, tra gli altri:
Arundhati Roy (escritora, India)
Raoul Vaneigem (escritor, Bélgica)
Pablo Gonzalez Casanova (sociólogo, UNAM, México)
Juan Villoro (escritor, México)
Winona Laduke (dirigente indígena, EEUU)…

giovedì 17 gennaio 2019

Tolta di mezzo la statua in memoria di Ghassan Kanafani - Gianni Sartori



Niente da fare. Lo Stato – nella fattispecie quello israeliano, ma esempi simili non mancano in giro per il Pianeta -  non si smentisce.
E l'arroganza istituzionalizzata non recede nemmeno di fronte alla statua, piccolina tra l'altro, in memoria di un grande scrittore.
Ovviamente non di uno qualsiasi.

Lo scrittore palestinese Ghassan Kanafani – comunista - era nato nel 1936 e con la sua famiglia aveva subito la Nakba, la “Catastrofe” nel 1948.
La sua città natale, Acri, all'epoca era abitata da palestinesi musulmani, cristiani, ebrei e baha'i. Ma al momento della nascita dello Stato di Israele il 75% della popolazione subì una vera e propria deportazione.
Oltre che come maggior teorico ed esponente della “Letteratura della resistenza” (Adab al-Muqawwama ) era noto come esponente del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Ancora nel 1960, all'epoca di George Habbas, entrò a far parte della redazione di al-Hurriyya e in seguito anche di al-Muharrir, a Beirut.
Proprio nella capitale libanese incontrò l'insegnante danese che sarebbe divenuta sua moglie, Anni Hoover. Risale appunto ai primi anni sessanta il suo libro più conosciuto: Uomini sotto il sole.
Altro romanzo importante, Ritorno ad Haifa scritto dopo l'amara esperienza, per i palestinesi, della Guerra dei sei giorni.
In seguito, dopo un periodo di collaborazione con il giornale al-Anwar, nel 1969 sarà tra i fondatori di al-Hadaf, destinato a diventare la voce del FPLP.
Ma a causa del suo impegno politico, della sua adesione alla lotta di liberazione del popolo palestinese, venne eliminato con un attentato (un'autobomba, presumibilmente opera del Mossad) insieme alla giovane nipote.
Nel suo necrologio venne scritto: “Era un combattente che non aveva mai sparato un colpo, la cui arma era la penna biro e il campo di operazioni le pagine dei giornali”..

Come dicevo, la settimana scorsa, lo Stato di Israele ha fatto togliere una statua eretta – all'interno di un cimitero di Acri - per commemorare lo scrittore scomparso nel 1972.
Già al momento della installazione,  il ministero israeliano dell'Interno aveva intimato al Waqf locale  di farla sparire.
Il ministro dell'Interno Aryeh Deri (esponente del partito Shas, ultraortodosso) l'aveva definita “un memoriale in onore di un terrorista” aggiungendo che non lo avrebbe consentito.
Di diverso parere, ovviamente, i palestinesi. Per Ahmad Odeh,  consigliere comunale della città “ Ghassan Kanafani è un simbolo per l'intero popolo palestinese”.
 Stando alle dichiarazioni di un familiare dello scrittore palestinese, la statua dovrebbe essere ricollocata nel giardino privato – sempre nella città di Acri - di un altro parente.
A quando i falò dei suoi libri?

Mass media in uniforme, carabinieri in borghese e il perfido Hamas - Patrizia Cecconi




Un giallo si è svolto ieri a Gaza e ha visto coinvolta l’Italia. Non sappiamo con certezza se anche gli italiani, ma l’Italia sì.
Secondo i nostri media di sicuro sono stati coinvolti anche gli italiani, infatti basta vedere i titoli dei quotidiani, cioè “il” titolo, perché il Corriere come la Repubblica, il Messaggero come il Giornale o il Fatto quotidiano e le agenzie di stampa hanno tutti in sostanza lo stesso titolo, una specie di uniforme da elegante valletto al servizio dallo stesso signore.  Tutti hanno parlato di “carabinieri italiani rifugiati nella sede dell’ONU e assediati da Hamas”. Il perfido Hamas, cioè il partito che governa la Striscia di Gaza e che –  come ci ricorda Vincenzo Nigro su La Repubblica –  “l’Italia considera un movimento terroristico con cui i rapporti politici sono congelati.
Noi ne prendiamo atto chiedendoci, però, come mai, se i rapporti sono congelati l’Italia manda i suoi carabinieri, non turisti o operatori umanitari, ma rappresentanti dell’Arma, dentro la Striscia? E come li manda? Clandestini?
Bene, corre l’obbligo di spiegare ai quattro lettori che ci seguiranno, che Gaza è sotto assedio israeliano, illegittimo e illegale ovviamente, ma sotto assedio e non si può entrare se non con un permesso speciale di Israele. E fin qui certo niente di strano, visto che il governo italiano è amico del governo israeliano. Ma poi serve anche il permesso di Hamas e per avere il permesso di Hamas qualcuno dall’interno della Striscia deve aver fatto la richiesta e questa richiesta deve essere accolta dalle autorità locali, cioè Hamas e presentata alla frontiera.
Lo conoscono  tutto questo iter i bravi valletti che hanno scritto i loro articoli titolandoli tutti “carabinieri italiani assediati da Hamas”?  Forse lo sanno, ma nella velina  c’era l’indicazione di saltare questo passaggio. Forse invece proprio non lo sanno e sono andati tutti dietro la stessa onda senza accorgersi che stavano dando un’informazione non parziale, ma totalmente deformata, il che è più grave che dire parziale o inesatta.
Allora ricostruiamo i fatti.
Dopo l’attentato di due mesi fa contro Nour Barake, uno dei leader della resistenza, commesso da un commando terrorista israeliano entrato presumibilmente di notte da un varco creato ad hoc nella rete dell’assedio, gli addetti alla sicurezza – detti sempre security di Hamas perché fa più effetto – avendo scoperto che il commando mascherato aveva documenti falsi e che a Gaza erano entrati, sempre con documenti falsi, una quindicina di agenti dei servizi segreti israeliani con scopi ovviamente non di tipo caritatevole o umanitario, ha ristretto molto il già esiguo numero di  permessi e ha punteggiato la Striscia, soprattutto nelle due strade principali che uniscono il nord al sud per circa 40 km, con un fitto numero di posti di blocco. In alcune parti addirittura si possono trovare ogni 500 metri.
I posti di blocco, quelli che in Israele si chiamano comunemente check point e che sono tristemente famosi per il numero di omicidi dovuti al grilletto facile dei soldati dell’IDF, i posti di blocco gazawi, che al contrario di quelli israeliani finora non si sono mai macchiati di sangue, consistono solitamente in due blocchi di cemento e una sbarra, lasciando lo spazio perché una vettura passi senza rimuovere la sbarra stessa, ma costringendola a rallentare per entrare nello spazio lasciato libero. Lì ci sono di solito tre o quattro militari che guardano il conducente e i passeggeri, qualche volta chiedono i documenti, ma il più delle volte si affidano al loro intuito e salutano con un sorriso. Una security che contrasta un po’ con l’idea  che la fantasia, con l’aiuto dei media, costruisce di questi militari immaginati sempre come feroci terroristi.
Ad uno di questi posti di blocco la sera del 14 gennaio non si sarebbe fermata una vettura con dentro tre o forse quattro uomini. Al tentativo di fermare la vettura i passeggeri, tutti in borghese, avrebbero estratto delle armi automatiche e sarebbero scappati forzando il blocco. Iniziava un breve inseguimento, breve perché la vettura clandestina andava a ripararsi dentro lo stabile delle Nazioni Unite a poche centinaia di metri e qui la vettura dei militari palestinesi non veniva fatta entrare.
Se lo stesso fatto fosse avvenuto in Israele i tre (o quattro) occupanti della vettura fuggitiva sarebbero stati tre (o quattro) cadaveri crivellati di colpi, ma i feroci terroristi con i quali l’Italia non comunica sono stati dei gentlemen e i fuggiaschi sono ancora vivi.
Una domanda che nessuno dei nostri media mainstream si è posta  pubblicamente è “perché questi signori non hanno mostrato i documenti? Allora erano clandestini? E a servizio di chi?” No, questo non appare nel pezzo della Repubblica, né su quello del Corriere, su nessuno. Forse non era nell’indice della velina.
Dunque i tre (o quattro) giovani uomini, capello corto o cortissimo, aria qualunque, anche palestinese volendo, o comunque mediterranea, potevano essere e probabilmente lo erano spie israeliane, come i quindici precedentemente scoperti.
Le autorità governative, dette dai media minacciosamente “Hamas”, a questo punto fanno circondare il palazzo dell’Onu dai militari, chiedendo che venga fornita l’identità di quei delinquenti che hanno sfondato il posto di blocco e sparato contro la polizia locale.
Per la verità, in qualunque altro paese, Italia compresa, sarebbero stati già arrestati, magari solo per due giorni, ma sarebbero stati arrestati subito per i due reati commessi.
I nostri quotidiani, la nostra Lilli Gruber, i nostri cronisti televisivi e compagnia servente, si sono tutti affannati a dire che Hamas assediava l’Onu, dimenticando di dire che avevano il diritto di  identificare i tre trasgressori e dimenticando anche di dire che Gaza è sotto assedio e che strani personaggi si erano infiltrati sparando contro la polizia locale o, comunque, forzando un posto di blocco.  Si sono anche dimenticati di dire che tutte le forze politiche di Gaza, compresa Fatah, avversario numero uno di Hamas, erano concordi in questa azione.
E’ lecito chiedersi se i personaggi della vettura in questione fossero ubriachi, cosa molto difficile dato il divieto  imposto da Hamas di far entrare alcolici, o se fossero dei provocatori  che hanno agito ad hoc per creare un incidente e poi sviluppare un piano che al momento non ci è dato conoscere.
Da dove sono entrati? Perché Hamas, che rilascia i permessi ai pochissimi internazionali che possono accedere alla Striscia, non li conosceva?
Alla fine, ma solo dopo un giorno e mezzo che deve essere stato abbastanza lungo, è venuto fuori che questi signori erano dei carabinieri italiani in borghese. Carabinieri italiani? E perché non hanno mostrato i documenti? E perché l’Italia, che non comunica con Gaza in quanto governata dal movimento dichiarato terrorista di Hamas, ha mandato i suoi carabinieri? Dalla Farnesina, attraverso il consolato a Gerusalemme rispondono, come ci comunica sollecitamente Davide Frattini, inviato del Corriere della Sera, che si trattava di “personale della sicurezza italiana, entrato a Gaza per una missione ufficiale”.  Una missione ufficiale? Ma allora la Farnesina tratta con Hamas? Ma no, che missione ufficiale poteva essere se i cosiddetti carabinieri erano in clandestinità?  C’è del giallo in tutta questa storia.
Frattini aggiunge e il Corriere lo evidenzia in neretto che “I carabinieri stavano verificando le condizioni di sicurezza… per una visita ufficiale al monastero di Sant’Ilarione”.
C’è del giallo sì, e non c’è neanche conoscenza dei luoghi; infatti i giornalisti, al pari dei lettori che dovrebbero informare,  non sanno che il monastero di Sant’Ilarione si trova a Nusseirat, quindi abbastanza a sud di Gaza city, e in realtà lì c’è un mosaico cristiano di circa 1700 anni fa sopravvissuto miracolosamente ai criminali bombardamenti del 2014. Ma le visite ai siti archeologici non si fanno di notte, e tornare da Nusseirat a Gaza city comporta solo una mezz’ora,  quindi come mai si trovavano a tarda sera a Gaza city? E dove avrebbero alloggiato, visto che il valico di sera è chiuso e non avrebbero potuto far ritorno alla loro sede a Gerusalemme? E su tutte, ancora la stessa domanda: perché fuggire al posto di blocco invece di fermarsi? E poi quanti posti di blocco hanno passato da Nusseirat a Gaza city, ammesso che venissero dal sito archeologico, senza essere fermati? Tutto stranissimo e, per chi conosce Gaza, più che strano  INCREDIBILE.
Intanto le voci che l’ambasciatore o il console italiano si sarebbero incontrati con Ismail Hanyeh per risolvere la questione vengono smentite, così come l’UNRWA smentisce che ci sia stato un assedio nella propria sede. Alla fine, dopo circa 48 ore, le autorità della perfida Hamas rompono il cordone di sicurezza, ovvero il cosiddetto “assedio dei nostri carabinieri”, accettando la versione che si tratti di tre italiani e non di tre sabotatori dei servizi segreti israeliani.
Questo viene raccontato ai lettori, ma noi vogliamo aggiungere una chicca che i nostri media mainstrem non conoscono e che i feroci capi di Hamas non hanno preso in considerazione. Si tratta della proposta fatta da un docente dell’Università Islamica di Gaza, il prof. Khalid El Khalidi il quale ha trovato che nella sua magnificenza e misericordia Dio, detto anche Allah, ha offerto a Gaza la possibilità di liberarsi dall’assedio e di ottenere un risarcimento monetario per le privazioni sofferte in questi anni. Il prof. El Khalidi chiedeva infatti che i tre (o quattro) violatori della legge venissero arrestati. Trattati ovviamente con tutte le cure, ma arrestati e se si scopriva che si trattava di ufficiali dei servizi segreti, cosa di cui lui era convinto,  proporre uno scambio tra la loro liberazione e la fine dell’assedio, chiedendo inoltre di risarcire  Gaza e il suo popolo per l’assedio e la distruzione derivata dalle  tre massicce aggressioni con  20 miliardi di dollari, da consegnare alla resistenza prima dell’estradizione dei tre ufficiali.
Il prof. El Khalidi, come molti altri, seguita a non credere infatti alla versione data dopo 48 ore e aggiunge che “Il nemico ha la capacità di mobilitare per salvare i suoi soldati tutti gli ambasciatori e i presidenti dell’Occidente.” Il suo pensiero è il pensiero di molti gazawi e per questo lo riportiamo, e noi stessi abbiamo il diritto di dubitare che l’Italia si sia prestata a questo gioco potendo contare su un’informazione mediatica telecomandata e giocando sul fatto che la gente non sa che a Gaza non si può entrare in anonimato come turisti qualsiasi.
In conclusione il giallo non è risolto e resta da chiedersi perché il perfido  Hamas si sia così addolcito, fino ad accettare di credere che i tre giovanotti fossero carabinieri italiani in borghese venuti a fare un’indagine su un sito archeologico di Gaza senza le autorizzazioni del ministero di Gaza e senza il permesso di entrata. C’è forse dietro un ricatto? E perché erano armati? I carabinieri in borghese non possono essere armati, soprattutto non possono esserlo a Gaza! E seppure fossero  italiani possono sempre avere la doppia cittadinanza ed essere a servizio dello Stato ebraico, come ad esempio l’ ex-deputata di Forza Italia e colona ebrea Nirenstein, che ha la cittadinanza israeliana poiché, in quanto ebrea, le spetta di diritto. Diritto interno a Israele ovviamente.
A fronte dell’abito borghese dei cosiddetti carabinieri, abbiamo l’uniforme dei valletti mediatici e le due cose insieme spengono le domande di chi invece avrebbe diritto a un’informazione onesta. Perciò seguitiamo a chiederci non solo perché Hamas non ha arrestato o non ha potuto arrestare i tre che hanno violato un bel po’ di norme a partire dalla più banale: l’aver forzato il  posto di blocco, cosa che a un gazawo qualunque sarebbe costata l’arresto e una forte multa., ma ci chiediamo anche perché è stata tirata in mezzo l’Italia e perché l’Italia ha acconsentito. Un ricatto anche qui? O forse una promessa? O semplicemente un ossequio verso un paese amico? Potremmo eliminare, almeno in parte, i dubbi se i tre ex rifugiati, ora liberi, apparissero in televisione a dare la loro versione facendoci conoscere anche i loro nomi.
In assenza di ciò noi facciamo il nostro lavoro di giornale libero, realmente libero, senza diktat né veline e senza uniformi e diciamo che questo è un giallo in cui l’Italia, insieme ai media mainstream fa la parte del servitore che fornisce l’alibi all’assassino.