venerdì 21 agosto 2026

L’ex ambasciatore a Pechino svela chi comanda davvero in Italia

 

Mentre discutevamo della fine della storia, la Cina costruiva il futuro - Pasquale Liguori


Appunti di un mese in Cina, con Arlacchi come compagno di viaggio

Una sensazione precisa mi ha accompagnato lungo quasi un mese di viaggio in Cina, da Pechino a Xi’an, da Chengdu alla vertigine di Chongqing, poi verso Guilin e Yangshuo, fino alla modernità di Shenzhen e alla stratificazione anomala di Hong Kong, prima del ritorno alla capitale. Lo stupore per le dimensioni del Paese, per la velocità dei treni, per la densità delle metropoli, per la tecnologia ormai fusa con i gesti più ordinari della vita quotidiana si consuma in fretta, come ogni meraviglia turistica. Quello che resta, e che continua a lavorare sottopelle giorno dopo giorno, è più profondo: è l’impressione di attraversare una società che tratta il presente come materia ancora plasmabile e considera il futuro una costruzione politica e organizzativa, un orizzonte da conquistare.

Questa percezione nasce da fatti molto concreti, dalla puntualità dei trasporti alla pulizia degli spazi pubblici, dalla qualità di infrastrutture capaci di servire una popolazione immensa alla continuità dei servizi, dall’ordine di stazioni attraversate ogni giorno da masse umane di dimensioni per noi inconcepibili alla capacità di rendere semplice ciò che, dalle nostre parti, sembra complicarsi anno dopo anno. E, tuttavia, il punto decisivo cade oltre l’efficienza. Soprattutto, oltre la formula caricaturale dell’efficienza autoritaria con cui buona parte del discorso occidentale crede di aver già liquidato tutto. Colpisce piuttosto la persistenza di una volontà organizzatrice, il fatto che dietro la materialità delle cose sopravviva l’idea di una direzione collettiva dello sviluppo.

Ancora più sorprendente risulta il verde. Oltre a quello sovrabbondante di Guilin e Yangshuo, dove il paesaggio carsico e i fiumi sembrano appartenere a un’immagine della Cina anteriore di secoli alla modernità, colpisce il verde incorporato nelle grandi città, lungo le arterie e sulle pendici, dentro l’incredibile sovrapposizione verticale di Chongqing e perfino nella Shenzhen cibertecnologica che l’immaginario europeo ridurrebbe volentieri a cemento ed elettronica. Smette di funzionare come ornamento e diventa il segno materiale di quella “civiltà ecologica” entrata da anni nel lessico istituzionale e costituzionale cinese, capace di trasformare la gigantesca questione ambientale prodotta dall’industrializzazione in un nuovo terreno dello sviluppo.

Questo non significa fabbricare una Cina immaginaria, priva di tensioni e conflitti. Il punto sta altrove. Una società può essere attraversata da contraddizioni enormi e conservare insieme la capacità politica di intervenire su di esse. È forse questa la prima cosa che il viaggio rende difficile dimenticare, soprattutto per chi proviene da una parte del mondo educata a trattare i problemi strutturali come fenomeni meteorologici, eventi da subire, gestiti negli effetti con la correzione di qualche coefficiente, invocando la crescita e la benevolenza dei mercati.

Durante il viaggio avevo con me La Cina spiegata all’Occidente di Pino Arlacchi, scelto senza intenzione di farne una guida e senza cercare nel Paese reale la conferma meccanica di una tesi. È accaduto qualcosa di più serio, perché quelle pagine hanno allargato le domande che il viaggio poneva da sé, dando profondità storica a impressioni altrimenti destinate a restare in superficie e rendendo sempre più difficile liquidare come episodico ciò che continuava a ripresentarsi davanti agli occhi.

Arlacchi ha funzionato da vero compagno di viaggio, capace di amplificare l’esperienza senza diventarne il centro. Mentre attraversavo una Cina violentemente contemporanea, il libro riportava lo sguardo indietro di secoli e mostrava quanto poco si comprenda questo Paese facendolo cominciare nel 1949, oppure nel 1978 con Deng Xiaoping. A Xi’an la profondità storica diventa quasi fisica, perché l’Esercito di Terracotta si sottrae allo statuto di reperto monumentale di una civiltà scomparsa, così come la Città Proibita rifiuta di ridursi al residuo museale di un ordine cancellato. In entrambi i casi si avverte una continuità inquieta, dove le rotture gigantesche della storia, rivoluzione compresa, rielaborano gli strati precedenti invece di azzerarli.

L’appassionata insistenza di Arlacchi sul lungo filo della costituzione materiale cinese, sul ruolo dello Stato e sulla tradizione amministrativa, sulla selezione delle classi dirigenti e sul valore attribuito alla competenza, rischierebbe di irrigidirsi in un’essenza immobile dell’“essere Cina” qualora venisse presa come chiave unica. Resta però difficile negare che la Cina contemporanea nasca da una combinazione singolare tra questa lunga durata, la cesura rivoluzionaria del Novecento e la straordinaria sperimentazione istituzionale ed economica degli ultimi decenni.

Forse è proprio la capacità di tenere insieme ciò che il nostro pensiero separa con ostinazione a rendere la Cina tanto difficile da interpretare in Occidente. Confucio e Mao convivono con uno Stato fortissimo e un’economia di mercato, la continuità millenaria procede insieme alla trasformazione tecnologica più rapida del pianeta, la centralizzazione politica si accompagna a una sperimentazione locale di frontiera. Il lessico occidentale pretende ogni volta di costringere il fenomeno dentro un’alternativa: socialismo o capitalismo, mercato o pianificazione, democrazia liberale o dittatura. La Cina, invece, elude il bivio. Sicché, quando un oggetto storico resiste alle nostre categorie, preferiamo sospettare dell’oggetto piuttosto che interrogarci sui pregiudizi e sulla natura delle categorie.

Così la formula “socialismo con caratteristiche cinesi” viene trattata come un espediente propagandistico. Mercato, impresa privata e grandi ricchezze sembrano autorizzare un verdetto già scritto, capitalismo, e il potere saldamente in mano al Partito Comunista aggiorna la sentenza in capitalismo autoritario. Si tratta di una definizione comoda soprattutto perché permette di risparmiare l’analisi.

La domanda seria riguarda invece il posto che il mercato occupa dentro la formazione sociale cinese, il rapporto tra capitale privato e potere politico, il controllo del credito e delle grandi infrastrutture, della terra, dell’energia, delle reti strategiche e della direzione complessiva dell’investimento. A questo punto il problema si fa tagliente, perché smette di ruotare attorno alla semplice presenza del mercato e tocca il nodo essenziale: chi comanda chi.

Shenzhen offre l’illustrazione più istruttiva dell’intero viaggio. A uno sguardo distratto sembra la prova definitiva del successo capitalistico cinese, metropoli vertiginosa cresciuta nel segno della tecnologia, dell’impresa e del consumo. Basta spostare di poco la domanda perché l’immagine cambi natura. Da quale decisione politica è nata Shenzhen? Quale intreccio tra Stato, territorio, credito, ricerca, manifattura e capitale ha consentito di costruire una città di quella scala in pochi decenni? All’improvviso quella che sembrava una vittoria spontanea del mercato si rivela come una delle più gigantesche operazioni di pianificazione e di politica industriale della storia contemporanea.

L’interesse del caso cinese sta esattamente nella capacità di impiegare strumenti diversi subordinandoli a una strategia più ampia. Il mercato viene usato e orientato, privato di quella sovranità politica che il neoliberismo occidentale ha elevato a dogma. Da noi lo Stato si presenta ogni mattina davanti al tribunale dei mercati, mentre in Cina è il mercato a operare dentro una cornice che lo Stato rivendica ancora il potere di modificare.

Dopo decenni in cui ci è stato somministrato che privatizzare significava modernizzare, che la pianificazione apparteneva al museo delle ideologie e che la proprietà pubblica era per natura inefficiente, trovarsi davanti a una società capace di usare massicciamente il mercato senza consegnargli il comando produce un cortocircuito inevitabile. Il cortocircuito si aggrava osservando che proprio questa società ha costruito in poco più di quarant’anni infrastrutture, filiere tecnologiche e progetti urbani che alle nostre latitudini richiederebbero ere geologiche.

Viaggiando, questa densità politica dello spazio torna di continuo, mentre nelle città europee si percepisce sempre più raramente. La trasformazione conserva lo statuto di azione possibile e le città vengono ampliate, riforestate, connesse, ripensate in rapporto ai prossimi decenni da chi evidentemente immagina di abitarli.

E così la questione cinese smette di riguardare soltanto la Cina. Riguarda noi, il trasferimento di una parte enorme del potere reale dalla decisione politica al complesso privato tecnico-militare-finanziario-industriale, il paradosso di sistemi che si dicono democrazie mentre riducono la libertà alla scelta periodica di chi amministrerà un quadro di compatibilità dichiarato intoccabile.

Da qui la povertà della rappresentazione occidentale della Cina. L’informazione dominante raramente sembra interessata a comprendere la specificità di quella formazione sociale e lavora piuttosto a ricondurre ogni fenomeno alla conferma di un verdetto pronunciato in anticipo, funzionando da megafono ideologico dell’ordine che l’ha prodotta, fatto di deregolamentazione, finanziarizzazione e mercato elevato a principio superiore di razionalità sociale. Una Cina compresa nella sua complessità risulterebbe assai più disturbante di una Cina demonizzata, perché costringerebbe a domandarsi se l’evoluzione occidentale degli ultimi decenni sia davvero l’unica forma possibile della modernità. Molto più economico spiegare ogni risultato cinese con la parola “autoritarismo”, come se una parola bastasse a produrre una ferrovia, una politica industriale, una rivoluzione energetica o una metropoli.

A dare forma teorica a queste domande ha contribuito la teoria della “tripla rivoluzione” proposta dai marxisti cinesi Cheng Enfu e Yang Jun, secondo i quali la storia della Repubblica Popolare rifiuta di lasciarsi leggere come una rivoluzione originaria seguita da una lunga normalizzazione e infine da una restaurazione capitalistica. Propongono una continuità più inquieta e più fertile, dalla rivoluzione per la conquista del potere alla rivoluzione della riforma, fino alla rivoluzione della nuova fase storica, dove la trasformazione delle forme economiche e istituzionali coincide con la ridefinizione storica dell’orizzonte socialista piuttosto che con il suo abbandono.

La tesi obbliga a una verifica costante dei rapporti di proprietà, delle condizioni del lavoro, dell’autonomia o subordinazione del capitale, del potere reale delle istituzioni pubbliche, e resta comunque immensamente più feconda della formula pigra del “capitalismo di Stato”, perché rimette in movimento ciò che il pensiero occidentale ha già archiviato. La domanda decisiva riguarda la possibilità che una rivoluzione continui dopo la presa del potere, cambiando gli strumenti della propria politica economica senza dissolversi, usando il mercato senza riconoscergli sovranità, attraversando compromessi, ritirate e accelerazioni pur continuando a concepirsi come trasformazione di lunga durata. Sono esattamente le domande che la sinistra occidentale ha smesso di porsi nel momento in cui ha smesso di immaginare concretamente la trasformazione.

Il caso italiano, osservato dalla scala cinese, assume tratti quasi caricaturali. Arlacchi ha notato con una certa perfidia che buona parte della nostra classe politica, sottoposta ai criteri di selezione vigenti in Cina, faticherebbe ad amministrare qualche centro urbano minore. La valutazione mi pare persino indulgente, perché il problema italiano precede ormai la competenza: la capacità di governare trasformazioni complesse è stata sostituita dal teatrino social, dal posizionamento quotidiano, dal talk show e dal sondaggetto. Il risultato sta sotto gli occhi di tutti, con un Paese che invecchia, servizi pubblici impoveriti, ricerca e università trattate come costi superflui, salari stagnanti da trent’anni, giovani spinti all’estero e un dibattito pubblico infinitamente più occupato da ridicole polemiche che dalla domanda su cosa possa diventare l’Italia fra venti o trent’anni. Osservata dalla scala cinese, questa irrilevanza diventa quasi fisica.

Ancora più impressionante è il contrasto con la direzione dello spazio euroamericano. Di fronte all’ascesa di una potenza economica, tecnologica e politica che marginalizza la centralità occidentale, la risposta prevalente evita accuratamente di aprire una nuova stagione di investimenti sociali, scientifici e industriali e preferisce barriere, dazi, sanzioni, militarizzazione, riarmo. Per decenni ci hanno spiegato che le risorse per sanità, welfare e istruzione andavano razionalizzate fino alla scarsità e, davanti alla succulenta possibilità di business per i signori della guerra, i limiti di bilancio diventano improvvisamente elastici.

Siamo alla furia regressiva. Un Occidente che ha edificato nel sangue la propria grandezza, presentandola poi come forma definitiva della modernità politica, reagisce alla perdita di centralità irrigidendo le proprie strutture, alza barriere dopo avere predicato il libero mercato, impone arbitrariamente dazi mentre accusa gli altri di violare la concorrenza, investe nel riarmo dopo avere smantellato per decenni la capacità sociale dello Stato, proclama diritti universali mentre convive con la distruzione di intere popolazioni.

Niente di tutto questo santifica la Cina. Serve piuttosto a vedere quale mondo continua a progettare il futuro e quale si limita a difendere, per giunta in pessimo modo, il proprio privilegio passato. Una società che, dentro contraddizioni e conflitti aperti, continua a progettare infrastrutture, transizione energetica, città e sviluppo produttivo su orizzonti generazionali si confronta con società che hanno sostituito il progetto del futuro con la difesa sempre più aggressiva di un primato ereditato.

Resta la sensazione di avere incontrato dal vivo un Paese che tratta la storia come un campo ancora aperto e riconosce alla politica una facoltà che noi abbiamo dimenticato, quella di decidere una direzione e di organizzare il tempo lungo. Arlacchi non mi ha consegnato la spiegazione della Cina: ha fatto qualcosa di più utile, impedendo che ciò che vedevo restasse semplice stupore, costringendo ogni impressione a misurarsi con la lunga durata e demolendo la pretesa che l’Occidente possieda già tutte le categorie necessarie per giudicare quanto accade altrove.

Guardare davvero la Cina significherebbe sospendere almeno per un momento l’abitudine di giudicare il mondo dal centro di un Occidente che chiama universali le proprie categorie mentre perde la capacità di trasformarsi. Vorrebbe dire ammettere che il mercato non costituisce una legge naturale, che la pianificazione può appartenere al futuro, che lo Stato può essere qualcosa di diverso dall’amministratore della redditività privata e che la modernizzazione rifiuta di coincidere con l’occidentalizzazione. Soprattutto imporrebbe di accettare la possibilità che il nostro sistema culturale e mediatico lavora a rimuovere: mentre discutevamo se la storia fosse finita, uno dei suoi centri più antichi tornava a orientarne il movimento.

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giovedì 20 agosto 2026

Cronache da una libreria su Gaza e ignoranza - Antonio Cipriani

 

Un tipo, nei giorni scorsi, non è voluto entrare nella nostra libreria-avamposto culturale Vald’O perché in vetrina abbiamo il libro di Maria Elena Delia, “Global Sumud Flotilla”.

Ha fatto bene: entrare in uno spazio del dialogo, dichiaratamente dalla parte di chi cura e dei coraggiosi che vanno in soccorso di chi soffre, può incutere spavento. Se poi quel posto è pieno di libri pericolosamente indipendenti, peggio ancora. Meglio tenersi alla larga. La conoscenza mette ansia, meglio quel sano conformismo rigido che si riempie la bocca di grandi ideali vuoti e slogan tagliati con l’accetta di chi preferisce ignorare.

Ha fatto bene l’ignorante (dal verbo latino ignoro, non conosco) a restare fuori dalla libreria. D’altra parte dentro abbiamo anche testimonianze della nostra vicinanza con Emergency, libri sulla Resistenza civile e armata nel nostro territorio, analisi sul necro-capitalismo che ci sta trascinando alla catastrofe finale; ci sono i libri di Simone Weil, di Hannah Arendt, di Bell Hooks, di Ilan Pappé. E poi Beppe Fenoglio, i classici russi, la letteratura latina, Marc Bloch, gli scritti corsari di Pasolini, e un sacco di opere che fanno bene al cuore, che aiutano a mettersi in discussione, a cercare di pensare a un mondo migliore. Chi lo preferisce peggiore che entra a fare?

D’altra parte la cultura, a differenza dall’intrattenimento culturale che rappresenta un vuoto a perdere, serve a questo, ad attivare il pensiero critico, a capire quello che è davanti ai nostri occhi e per conformismo o mancanza di informazioni non vediamo. O fingiamo di non vedere per convenienza ottusa o per cattiveria. In ogni caso entrare in una libreria indipendente, realmente indipendente, è sempre un bagno di libertà.

Però, rovesciando il discorso, è interessante che la copertina di libro che racconta l’ardito viaggio dei coraggiosi della Global Sumud Flotilla, armati di amore per il prossimo (che i cristiani ne tengano conto), di cibo e aiuti sanitari per chi soffre, di corpi nudi a testimoniare che la solidarietà è possibile, a fronte di governi pavidi e inermi, faccia questo effetto. Vuol dire che i palestinesi, i poveri, gli sfruttati, i senza voce non hanno ancora perso le speranze. E che l’attivismo vero (non lo sciocchezzaio social) serve eccome!

Nella libreria abbiamo anche una consigliatissima pubblicazione di John Berger, “Modi di vedere”. Tra le pagine c’è il drammatico racconto di una settimana di incontri a Ramallah, nel 2003, con intellettuali, artisti, poeti palestinesi. “Uno sguardo… dove l’oppressione è più esplosiva e l’ingiustizia è più evidente”, ha scritto Maria Nadotti.

Anno 2003. Cioè ventitré anni fa. Leggerlo oggi è avere un pugno sulla coscienza: come è possibile che l’Occidente nelle sue declinazioni politiche di destra o sinistra sia stato muto. E oggi lo sia ancora di più?

Che fare? Non farsi prendere dalle reti infingarde dell’epoca, direbbe il barbiere anarchico rurale. Continueremo a remare contro, ostinati e coerenti. Soprattutto ora che il mondo cade a pezzi e i colpevoli sono lì in cattedra a spiegarci che cosa fare per renderlo sicuro con le loro regole feroci. Con i loro adepti che preferiscono non vedere, non sapere, non porsi domande.

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Val Susa, violenza strutturale e violenza contro le cose - Francesco Zevio

 

Ci sono dettagli che non andrebbero mai dimenticati quando si parla della Val Susa. Ad esempio che la violenza non ha origine dalla contestazione, ma dal sistema socioeconomico dominante che considera le montagne risorse sfruttabili nel gioco della competizione economica. Che la lotta No tav, come quella di altri movimenti, dimostra quanto oggi siano necessarie sia le forme di lotta legali che quelle non legali, anche se non per ciò illegittime, data la crescente violenza strutturale. E ancora: che l’eventuale ricorso alla violenza verso le cose deve essere sempre accompagnato da un incremento di responsabilità e di pensiero, “perché ogni violenza che non sia trasparente nell’argomentare e nel fondare le ragioni della propria legittimità – scrive Francesco Zevio – è per ciò stesso illegittima, prima che illegale”

 

I recenti fatti di Val Susa offrono l’occasione per ricordare due ordini di cose. Il primo è innanzitutto rivolto all’esterno, ovvero a quella parte di popolazione che “subisce” le notizie riguardanti questi fatti senza averne una conoscenza personale e di prima mano, senza aver disposto della possibilità di considerare autonomamente e criticamente la storia (oltre trentennale) della contestazione al cantiere per la nuova linea ferroviaria Torino-Lione. Il secondo ordine di cose si rivolge innanzitutto a quanti, per un motivo o per l’altro, hanno una maggiore cognizione del progetto di cui sopra e, più in generale, una qualche forma di partecipazione a questo o ad altri movimenti contestatari. Nulla di originale: ma penso valga la pena ricordare, anche solo fare il punto, circa ovvietà che restano essenziali.

Primo ordine di cose. Lo Stato, e più in generale i gruppi d’interesse che pesano maggiormente nel definire il tenore della propaganda (in termini etimologici: “cose che vanno fatte circolare”, notizie che per la loro pervasività definiscono il tono e la cornice in cui sarà tenuto a muoversi il discorso pubblico) mediatica, tendono a presentare la violenza contestataria come origine prima della violenza stessa. Nel nostro caso, parliamo della violenza che ha portato a due camionette in fiamme, al ferimento di agenti di polizia e a danni a qualche tratto di cantiere. Questa violenza contestataria viene posta sotto i riflettori per legittimare la violenza repressiva, nonché le politiche di rafforzamento degli aspetti repressivi (decreti sicurezza e simili) dello Stato. La narrazione può riassumersi così: la violenza ha origine nella contestazione e deriva da essa, a questa violenza lo Stato è tenuto a rispondere con la violenza repressiva, nonché a premunirsi per via legislativa accrescendo le proprie capacità repressive.

Questa narrazione ignora, volutamente, un’altra realtà: ovvero che la violenza non ha la sua origine nella contestazione, bensì nello stato di cose dovuto all’ordine del sistema socioeconomico in vigore. Questa realtà è ben chiara a quanti conoscano meglio la storia di questo cantiere [https://www.controsservatoriovalsusa.org/tracce-no-tav/home] in particolare e, in generale, la storia del connubio fra entità statali ed entità economiche le quali, attraverso la pianificazione territoriale e il monopolio istituzionale della definizione delle opere d’interesse generale, portano a quella che Ivan Illich definì “guerra alla sussistenza”. Una guerra – una violenza – perpetrata nei confronti di quei gruppi, di quelle culture decise a vivere una relazione col territorio che non sia quella canonica del sistema imperante, la quale considera una montagna, ogni centimetro di suolo e ogni goccia d’acqua, ogni cellula animale o vegetale in quanto risorsa sfruttabile nel gioco della competizione/guerra economica mondiale. La pax œconomica liberale – ricordava appunto Illich, lettore di Karl Polanyi – è maschera di questa guerra alla sussistenza: cioè violenza sistemica verso qualsiasi tentativo di fare comunità a partire da forme di vita e da rapporti col territorio che tendano a sottrarsi all’ortodossia consumistico-produttivista la quale, pur presentandosi come neutra e sottratta a qualsiasi cornice metafisica, risponde a un imperativo che può ben considerarsi tale: ogni cosa è potenzialmente sfruttabile, ogni cosa divenuta sfruttabile deve essere sfruttata. Contrariamente a quanto viene propagandato, la violenza contestataria si manifesta come reazione alla violenza sistemica di un ordine socioeconomico – il nostro – fondato su questo imperativo.

Secondo ordine di cose, piuttosto un memento ad uso “interno”. Il problema non sono i Black Bloc, proprio come non lo sono quanti decidono di manifestare pacificamente. Il problema non sono quanti disarmano un bulldozer o rovesciano recinzioni e jersey o tranciano concertina per ostacolare materialmente l’avanzamento di un cantiere e dimostrarne la meravigliosa vulnerabilità a un’azione risoluta e organizzata, proprio come non lo sono quanti prendono le vie dei ricorsi legali, delle petizioni, delle vie istituzionali. Il problema da porsi – qui e altrove, a monte e a valle di qualsiasi evento o azione – mi sembra traducibile in questi termini: ciò che facciamo, come e nei modi in cui intendiamo farlo, giova o nuoce alla nostra causa? Se non credo possa darsi una risposta univoca e recisa a questa domanda, tuttavia penso si possano desumere alcuni elementi di risposta suddividendola in tre ordini di domande più precise e circoscritte.

Primo: come è stato percepito (a valle) l’evento da quanti vi hanno partecipato? ha rafforzato la risoluzione dei partecipanti a ritrovarsi e andare avanti, o ha contribuito a creare frustrazione e a diminuirne la motivazione? (da cui l’importanza di riunioni e riscontri a caldo fra tutte le componenti che hanno partecipato alla concretizzazione dell’evento). Secondo: come possiamo immaginare (a monte) che questo evento sarà percepito dai nostri simpatizzanti non direttamente coinvolti nell’evento o nella contestazione? il tipo d’azione e il modo d’azione contribuiranno ad aumentare questa simpatia, magari ad approfondirla, o non rischiano piuttosto di alienarcela? Terzo: come possiamo aspettarci che ciò che faremo sia narrato, strumentalizzato e rigiratoci contro dai nostri antagonisti? come possiamo immaginare che risponderà l’opinione pubblica ignara della nostra lotta, quali saranno i vantaggi che i nostri antagonisti possono sperare raccogliere dalla nostra azione? quale sarà l’entità della repressione e quali sono le nostre forze? Il problema mi sembra consistere in questo groviglio di considerazioni (non esaustive). Ed è un problema che non può essere sciolto da una soluzione, ma solo dalla risoluzione a un costante lavoro pratico e di pensiero che ci permetta di organizzare le forze per agire nel senso del futuro che desideriamo e di prepararci in seguito a reagire a quanto resta d’imprevedibile nelle conseguenze della nostra azione.

In ogni caso, non credo ci sia possibile compiere passi in avanti se non ricorrendo a una pluralità di strategie. Sono necessarie tanto le vie legali messe (ancora) a nostra disposizione dallo stato di diritto, quanto quelle non legali – anche se non per ciò illegittime, data la violenza strutturale evocata sopra – del disarmo. Ma quando forme di ricorso alla violenza – come quella verso le cose e la proprietà – vengono integrate in chiave contestataria, essa deve essere assunta. E ciò che di essa deve essere assunto sono prima di tutto le sue implicazioni: la visione politica che sottende, l’ordine e i rapporti socioeconomici che intende indebolire o smantellare, la società e il mondo che delinea. Ad ogni incremento di violenza, insomma, deve corrispondere un incremento di responsabilità e di pensieroperché ogni violenza che non sia sincera e trasparente nell’argomentare e nel fondare le ragioni della propria legittimità è per ciò stesso illegittima, prima (e peggio) ancora che illegale.

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mercoledì 19 agosto 2026

Dilagante, silenziosa e invisibile – I numeri della corruzione in Italia: in 5 mesi 38 inchieste e 386 indagati. La campagna di Libera - Alex Corlazzoli


La corruzione in Italia non si arresta. Anzi, è sempre più dilagante, silenziosa e invisibile, con enormi costi sociali, politici, economici e ambientali che ricadono sui cittadini. A denunciarlo è “Libera, associazioni, nomi e numeri contro le mafie”, che ha censito le inchieste sul reato prese in esame dal primo gennaio al primo giugno 2026: 38 indagini su corruzione e concussione, con il coinvolgimento di 23 procure in dieci regioni diverse e 386 persone indagate. Ci sono “mazzette” in cambio di una falsa attestazione di residenza per ottenere la cittadinanza italiana iure sanguinis o di falsi certificati di morte, e altre “mazzette” per facilitare l’aggiudicazione di appalti nella sanità, per la gestione dei rifiuti o per la realizzazione di opere pubbliche, la concessione di licenze edilizie e l’affidamento dei servizi di refezione scolastica.

E poi scambi di favori per concorsi truccati in ambito universitario. E ancora, le inchieste per scambio politico-elettorale e quelle relative alle grandi opere con la presenza di clan mafiosi. La regione con il maggior numero di indagati è la Sicilia, con 107 persone coinvolte in nove inchieste e tre procure attivate, seguita dal Lazio (85 persone indagate e nove inchieste) e dalla Campania. Infine la Puglia, con 48 persone indagate e il record di politici finiti nell’occhio dei magistrati: sette.

Una “pandemia”, quella della corruzione, che ora don Luigi Ciotti e la sua squadra di “Libera” intendono denunciare con una mobilitazione in tutta Italia da lunedì al 13 giugno. Il titolo della campagna è “Occhi aperti sulla corruzione”: per una settimana si terranno flash mob, sit-in e incontri con la cittadinanza per chiedere, da Nord a Sud, di rafforzare trasparenza, controllo e responsabilità. Lo sguardo si allarga ulteriormente se si considerano gli ultimi diciotto mesi: complessivamente in Italia sono 1.507 le persone indagate, di cui ben 71 politici (sindaci, assessori, consiglieri regionali o comunali), con 143 inchieste su corruzione e concussione.

“Mettiamo in campo un’azione collettiva – spiega Francesca Rispoli, copresidente nazionale di Libera – per ribadire che la corruzione in Italia non è affatto un’anomalia, bensì un sistema che si manifesta in mille forme diverse, adattandosi ai contesti e riflettendo l’impiego di tecniche sempre più sofisticate. Da quelle più “classiche” (la mazzetta, l’appalto truccato, il concorso pilotato) fino a quelle ormai pressoché legalizzate, frutto di una vera e propria cattura dello Stato da parte di un’élite impunita: leggi e regole scritte su misura per i potenti di turno, conflitti di interesse tollerati, relazioni opache tra decisori pubblici e portatori di soverchianti interessi privati“.

Nella settimana di mobilitazione di “Occhi aperti sulla corruzione”, in occasione del decennale della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale (8 giugno 2016) della legge che ha introdotto in Italia la possibilità di chiedere dati anche in assenza di un obbligo formale di pubblicazione (il cosiddetto Foia, acronimo di Freedom of Information Act), “Libera” promuoverà alcune iniziative.

In concomitanza con l’invio ufficiale delle istanze, nell’arco della settimana i presìdi dell’associazione daranno vita ad azioni e mobilitazioni di piazza a Milano, ad Ascoli Piceno, con tre istanze mirate a sbloccare i cronoprogrammi e i Sal sull’edilizia scolastica ancora ferma nel cratere del sisma del 2016, e in Campania, con la richiesta di open data al Consorzio di Bonifica del Bacino del Volturno per tracciare la rigenerazione ambientale.

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«Che cosa vuole davvero il comunismo?» - Lavinia Marchetti


Una parola che fa paura per spiegarla brevemente ai ragazzi


Poche parole spaventano come “comunismo”. Basta pronunciarla perché la conversazione si irrigidisca, e chi la usa venga sospettato di nostalgie per il filo spinato. Alcuni ragazzi di un college (canadese) mi hanno chiesto un documento dove rendessi intellegibile e molto brevemente la domanda: “ma cosa vuole davvero il comunismo?”. La sfida mi è piaciuta, anche a rischio di banalizzare un po’ e sintetizzare troppo con pochi distinguo. In Italia il comunismo ha una “sua” storia, complessa e articolata, ma raramente quando si parla di comunismo si va al “sodo”, ci disperdiamo tutti (me compresa) nella produzione dei più grandi intellettuali degli ultimi duecento anni, ognuno con la sua versione. Vorrei restituirle il suo senso andando al concreto, attraverso i pensatori che l’hanno costruita e corretta lungo quasi due secoli. Distinguo subito ciò che il senso comune tiene mescolato. Una cosa è la teoria con i suoi fini, un’altra cosa sono i regimi che ne hanno usurpato il nome.

Giudicare il comunismo dai gulag equivale a giudicare il cristianesimo dall’Inquisizione, con la differenza che del secondo nessuno pretende di liquidare l’idea a causa dei suoi tribunali.

1. LO SFRUTTAMENTO È LA REGOLA, NON L’ABUSO

Il punto di partenza di Marx è una scoperta che oggi appare banale, ma non lo era affatto quando l’ha formulato. Il profitto discende dalla struttura stessa del salario, e la disonestà del singolo padrone non c’entra, poiché la regola vale anche con il padrone “buono”. L’operaio produce in una giornata un valore superiore a quello che riceve, e quel di più, il plusvalore, resta a chi possiede i mezzi di produzione. Lo scambio appare libero e giusto, e proprio in questo sta la sua astuzia, perché l’estrazione avviene alla luce del sole, dentro un contratto firmato. Oggi la stessa logica governa il magazziniere cronometrato dall’algoritmo e il fattorino pagato a consegna. Il comunismo comincia dal rifiuto di considerare naturale questo prelievo quotidiano sulla vita altrui.

2. NON VOGLIONO IL TUO SPAZZOLINO

La confusione più diffusa riguarda la proprietà. Il comunismo prende di mira la proprietà privata dei mezzi di produzione, cioè le fabbriche e la terra, il capitale con cui si mette al lavoro il resto dell’umanità. La casa in cui vivi e i tuoi oggetti quotidiani appartengono a un’altra sfera, quella dei beni personali, che nessun testo seriamente marxista ha mai voluto requisire. Engels lo precisava già discutendo i programmi di partito. Il bersaglio è il potere che deriva dal possedere ciò da cui gli altri dipendono per vivere. Una cooperativa come Mondragón, nei Paesi Baschi, dove sono i lavoratori a possedere l’impresa e a eleggerne i vertici, dimostra che la questione resta concreta.

3. LO SCOPO VERO: RIAVERE SE STESSI

Sotto l’economia si nasconde una posta più profonda, che il giovane Marx formulò nei manoscritti del 1844. Il lavoro salariato estrania l’uomo dal prodotto che gli sfugge e dall’atto stesso del produrre, ridotto a puro mezzo, mentre trasforma i suoi simili in concorrenti. La parola che Marx adopera è alienazione, la perdita di sé dentro un’attività che non si governa. Il fine ultimo del comunismo è la fine di questa espropriazione interiore, una società in cui, secondo la formula del Manifesto, il libero sviluppo di ciascuno diventi la condizione del libero sviluppo di tutti. L’antropologo David Graeber, descrivendo i lavori privi di senso che milioni di persone svolgono senza crederci, ha dato a quella vecchia intuizione un volto attualissimo.

4. IL MATERIALISMO STORICO: SEGUIRE IL DENARO

La cassetta degli attrezzi di questo pensiero porta un nome, materialismo storico. L’idea è che le forme del diritto e della politica affondino nelle condizioni materiali con cui una società produce e riproduce la propria vita. Non si tratta di un rozzo determinismo economico, e già Engels, in una celebre lettera del 1890, avvertiva che la sovrastruttura reagisce sulla base e possiede una sua efficacia. Louis Althusser affinò l’idea con il concetto di sovradeterminazione. Applicato al presente, il metodo invita a chiedersi, davanti a una legge o a una guerra, a chi giovi materialmente, quali interessi la muovano sotto la superficie delle buone ragioni.

5. LO STATO NON È UN ARBITRO NEUTRALE

Contro l’immagine dello Stato come arbitro imparziale collocato al di sopra delle parti, la tradizione marxista sostiene che esso nasce per garantire un certo ordine di proprietà, e difende in ultima istanza chi quell’ordine avvantaggia. Lenin, in Stato e rivoluzione, riprende Marx ed Engels e annuncia perfino l’estinzione dello Stato una volta scomparse le classi. La storia successiva ha rovesciato quella promessa in uno Stato più ingombrante di prima, ed è una delle contraddizioni su cui torneremo. Nicos Poulantzas, negli anni Settanta, ha mostrato con finezza come lo Stato contemporaneo condensi i rapporti di forza tra le classi, restando permeabile alle pressioni popolari. La domanda che rimane riguarda chi governi davvero quando crediamo di essere governati soltanto dalle leggi.

6. PERCHÉ OBBEDIAMO? EGEMONIA E IDEOLOGIA

La domanda che tormenta i comunisti del Novecento è la più difficile: perché i dominati accettano il proprio dominio senza bisogno di catene. Antonio Gramsci, dal carcere fascista, rispose con il concetto di egemonia, il consenso che la classe dominante ottiene facendo passare i propri interessi per il senso comune di tutti. Louis Althusser vi aggiunse gli apparati ideologici di Stato, la scuola e i mezzi d’informazione che ci plasmano come sudditi docili, e chiamò interpellazione il gesto con cui l’ideologia ci assegna un posto e ci convince che sia il nostro. Chi legge queste righe riconoscerà il tema del mio lavoro, il modo in cui un potere persuade, chi subisce, di essere libero. La meritocrazia, con la sua promessa che ciascuno ottiene ciò che merita, è la forma odierna di quel consenso fabbricato.

7. UGUAGLIANZA E LIBERTÀ INSIEME: BALIBAR

Étienne Balibar ha coniato una parola che riassume l’ambizione più alta di questa tradizione, égaliberté, ugualibertà. La tesi è che libertà e uguaglianza non stanno semplicemente accanto, si implicano a vicenda, poiché è vuota la libertà di chi manca del necessario, ed è falsa l’uguaglianza tra servi. La libertà di dormire sotto un ponte, osservava con sarcasmo Anatole France, viene concessa in egual misura al ricco e al povero. Jacques Rancière ha radicalizzato il punto, ponendo l’uguaglianza come presupposto da praticare subito, e chiamando politica il momento in cui la parte esclusa, quelli che non contano, reclama la propria voce. Il comunismo vuole rendere materiale ciò che le costituzioni promettono soltanto sulla carta.

8. UNA FAMIGLIA LITIGIOSA

Chi immagina il comunismo come un blocco compatto ignora la sua storia reale, fatta di scissioni furibonde. Rosa Luxemburg, comunista fino al martirio, rimproverò a Lenin il soffocamento della libertà, e scrisse che la libertà è sempre la libertà di chi pensa diversamente. La Scuola di Francoforte, con Adorno e Horkheimer, rivolse gli strumenti di Marx contro le illusioni del progresso. Claude Lefort e Cornelius Castoriadis, usciti dal marxismo rivoluzionario, dedicarono la vita a smascherare la burocrazia sovietica come nuova classe dominante. Questa tradizione ha prodotto da sé le requisitorie più implacabili contro i regimi che ne avevano rubato il nome, segno di un pensiero vivo, capace di giudicare se stesso.

9. PERCHÉ È DIVENTATA UNA BRUTTA PAROLA?

Restano da spiegare due processi diversi che hanno reso la parola impronunciabile. Il primo è reale e terribile. Nel nome del comunismo sono stati commessi crimini enormi, le carestie e il grande terrore staliniano, poi il balzo in avanti di Mao con i suoi milioni di morti per fame, infine lo sterminio cambogiano. Nessuna difesa seria può aggirare quei cumuli di cadaveri, e la parte più lucida di questa tradizione, da Luxemburg a Lefort, li ha denunciati prima e meglio dei suoi nemici. Lo storico François Furet ne fece il centro della propria requisitoria, mentre Eric Hobsbawm ed Enzo Traverso hanno insistito sul dovere di comprendere senza assolvere. Il secondo processo è propagandistico. La guerra fredda e il maccartismo hanno saldato la parola comunismo alla sola immagine del gulag, e hanno addestrato i cittadini a bollare come sovversiva qualunque misura di giustizia sociale, come la sanità pubblica o il salario minimo. Ancora oggi chi propone di curare i poveri viene sospettato di preparare i lager.

10. CHE COSA VUOLE, OGGI, IN CONCRETO

Spogliata delle caricature, la domanda comunista suona quasi ragionevole. Vuole estendere la democrazia dal recinto del voto al luogo dove passiamo la vita, l’economia, poiché appare strano eleggere i sindaci e subire i padroni come sovrani assoluti. Vuole sottrarre al mercato i beni da cui dipende la sopravvivenza, la salute e la casa, e restituire alla comunità il sapere. Nancy Fraser, nel suo capitalismo cannibale, mostra che questo sistema divora le stesse basi naturali e sociali che lo tengono in piedi, e da tale consapevolezza nasce l’ecosocialismo, l’idea che una crescita infinita su un pianeta finito sia una follia contabile. Vuole infine ridurre il tempo di lavoro, poiché Marx già nei Grundrisse vedeva nella liberazione del tempo la ricchezza autentica. Nell’anno in cui i dodici uomini più ricchi possiedono più della metà povera dell’umanità, oltre quattro miliardi di persone, e il patrimonio dei miliardari cresce dell’ottantuno per cento rispetto al 2020, domandare a chi debbano andare i frutti delle macchine intelligenti diventa la questione politica del secolo.

LE OBIEZIONI CHE RESTANO IN PIEDI

Sarebbe disonesto chiudere senza le obiezioni fondamentali, quelle che un comunismo adulto deve affrontare invece di schivare. Ludwig von Mises e Friedrich Hayek sostennero che, privata dei prezzi di mercato, un’economia pianificata resta cieca, incapace di sapere che cosa e in quale quantità produrre, e la penuria cronica del blocco sovietico diede loro ragione su molti punti. Resta poi il problema che assilla chiunque abbia letto la storia del Novecento, la concentrazione del potere economico e di quello politico nelle stesse mani invita alla tirannide, e nessuna buona intenzione ha finora impedito quella deriva.

Un pensiero all’altezza del proprio fine deve rispondere con istituzioni, il pluralismo dei partiti e la libertà di critica che Rosa Luxemburg esigeva contro Lenin. Il comunismo che mi interessa cerca di rendere la terra un poco meno ingiusta, senza promettere alcun paradiso, e accetta di essere giudicato sui risultati. Chi lo trasforma in una bestemmia impronunciabile, e insieme in un pretesto per non toccare nulla, difende un ordine che ha appena regalato a dodici uomini più ricchezza di quanta ne posseggano quattro miliardi di persone. La brutta parola, a ben guardare, serve a proteggere proprio questo.

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martedì 18 agosto 2026

Timisoara come Bucha: le bugie guerrafondaie - Elena Basile

Nel dicembre del 1989 Timisoara diviene il centro della rivolta contro Ceausescu. Il massacro, fabbricato ad arte dalla propaganda occidentale, manipola l’opinione pubblica che assiste contenta al processo farsa del dittatore e di sua moglie e alla loro fucilazione. Si parlò di 4000/12000 morti ritratti dalle telecamere di tutte le agenzie internazionali che i giornali descrissero come vittime torturate e amputate dalla Securitate di Ceaucescu.

Nel marzo del 2022 a Istanbul è in corso la mediazione tra la delegazione ucraina e russa. L’Ucraina acconsente a considerare legittime le preoccupazioni di sicurezza russe e a non entrare nella NATO, la Russia non trova nulla da ridire sull’Ucraina nella UE. È passato soltanto un mese dall’aggressione russa, non i successivi 4 anni di guerra in grado di realizzare un milione di vittime ucraine, di trasformare il Paese in una piattaforma di assalto militare contro la Russia, dipendente economicamente e militarmente dall’Occidente, un Paese mutilato del 20% delle sue terre.

I negoziati potevano dare avvio a una regolazione diplomatica nel 2022 del problema del Donbass. C’erano tuttavia interessi e poteri contrari alla pace. La guerra doveva continuare per ragioni economiche e geopolitiche. L’opinione pubblica andava manipolata instillando l’odio per la Russia, per Putin: il diavolo.

Nel marzo del 2022 la Russia, (un paese schizoide, evidentemente. perché si diletta in massacri gratuiti mentre a Istanbul lavora per la mediazione), è accusata di avere brutalmente ucciso, torturato, mutilato civili e di averli lasciati in bella mostra per le telecamere occidentali a Bucha. Il sindaco ucraino, il 30 marzo, rilascia una intervista festosa. Come sottolinea il bravissimo Toni Capuozzo, (una reputazione costruita con i rapporti dai teatri di guerra, non con le lunghe file di attesa di fronte alle porte dei politici o nei corridoi del Quirinale), sembrerebbe strano che il sindaco non faccia alcun accenno alle vittime civili. Il primo aprile le agenzie di stampa riportano le dichiarazioni ucraine che parlano di 450 vittime civili, di fosse comuni con 1300 cadaveri. La Russia nega e chiede un‘inchiesta internazionale.

Alla Croce rossa di stanza a Kiev non viene permesso il sopralluogo. L’alto Commissario dell’ONU per i diritti umani, l’austriaco Volker Türk, nel suo rapporto ammette la uccisione a Bucha di 73 civili. Collabora alle indagini sulle centinaia di presunti crimini dei soldati russi. Mosca chiede una lista credibile delle vittime che potrebbe far risalire, con appropriate autopsie, al tempo e alle modalità del cosiddetto sterminio. La lista non appare come non è mai apparsa quella dei 50.000 morti iraniani a cui Paolo Mieli sembra aver creduto immediatamente. A Gaza si è arrivati a 50.000 morti, ma secondo i media mainstream le vittime dei pretacci iraniani potevano eguagliare in due, tre giorni quelle palestinesi: magica potenza dei Pasdaran. Un dettaglio: le notizie sui crimini di Bucha hanno posto fine alla mediazione in corso a Istanbul.

Non so cosa sia avvenuto a Bucha, eppure i punti oscuri e la famosa domanda “Cui Prodest” (strano: i latinisti del “si vis pacem para bellum” hanno dimenticato l’altra espressione latina: a chi giova?) mi rendono scettica. Stefano Folli e molti altri citano invece Bucha , un giorno si e uno no, per stigmatizzare il pericolo Conte e la sua equivoca politica estera. Mi domando se nel dicembre del 1989 erano convinti anche della strage di Timisoara.

Leggo intanto su Repubblica che il direttore Stefano Cappellini (ha fatto carriera dopo aver linciato da giornalista una donna, una ex ambasciatrice rea di avere criticato pubblicamente le politiche della NATO, chiamandola “falsa ex ambasciatrice”, funzionario di grado medio-basso della carriera diplomatica), lo stesso che balbetta il catechismo occidentale, lo slogan aggressore- aggredito) invece di leggere saggi sulla Russia e di informarsi sul genocidio di Gaza, passa allegramente il suo tempo in una nutrita corrispondenza col faccendiere di Berlusconi, ex galeotto, al quale invia domande per un possibile sondaggio al fine di lanciare il nuovo federatore del centrosinistra. Naturalmente nell’articolo da lui pubblicato il 14 agosto giustifica l’aiuto rivolto a Lavitola con la propria innata cortesia. A 16 anni leggevo Giorgio Bocca sulla Repubblica. So cosa è successo per farci cadere così in basso. Ogni giorno cerco di descriverlo a chi semmai si è perso un passaggio. Bocca parlava della “pianta uomo” in Meridione, sarebbe stupito di osservarla oggi, di vederne le inquietanti trasformazioni, in Occidente.

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Data Center, colonialismo dei dati e nuovi estrattivismi - Federica Marrocu

 

La retorica del digitale immateriale è una falsa percezione che maschera un impatto ambientale e sociale distribuito in modo iniquo sul pianeta.
Eric Schmidt, ex CEO di Google ha recentemente sostenuto l’idea di “scommettere sull’IA” piuttosto che limitarne lo sviluppo, aggiungendo che “tanto non raggiungeremo comunque gli obiettivi climatici”.

Tale posizione incarna una visione che appiattisce le responsabilità storiche e nasconde come le emissioni delle multinazionali digitali gravino sulle popolazioni che lottano per le proprie “emissioni di sussistenza”.
L’illusione della dematerializzazione svanisce di fronte alla necessità di un’analisi territoriale basata sulla teoria del colonialismo dei dati, dove la cernita delle informazioni si interseca con lo sfruttamento rapace delle risorse naturali, diventando la nuova frontiera dell’estrazione capitalista.

La teoria del colonialismo dei dati: nuove relazioni di potere

L’espressione colonialismo dei dati designa la raccolta delle informazioni sulla vita sociale come una materia prima per l’accumulazione capitalistica. Se il colonialismo storico si è appropriato di terre e corpi, quello digitale opera attraverso la conversione delle pratiche umane in formati estraibili dalle infrastrutture digitali.

Questo processo (che potremmo chiamare appropriazione epistemica) permette al blocco GAFAM (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft) di trattare la vita quotidiana e i territori come terre vergini da sfruttare. I data center sono infatti il risvolto tangibile del digitale immateriale.
Le terre vengono percepite come spazi vuoti, non abbastanza produttive, pronte per un’appropriazione a beneficio di una nuova classe coloniale digitale.

Un data center è infatti una grande infrastruttura industriale composta da attrezzature informatiche collegate in rete, come i server, computer progettati per lavorare continuativamente, ma anche tutto quello che serve per far funzionare il complesso in modo sicuro. Un data center non è solo un “contenitore” di dati o un insieme di macchine, ma un vero e proprio impianto industriale dell’elaborazione digitale.

Esistono diversi tipi di data center: non sempre sono di grandi dimensioni, ma tutti i data center consumano energia per poter funzionare. Inoltre generano calore. E quindi bisogna raffreddarli.
Come ogni fabbrica, quindi, un data center consuma energia, occupa spazio, richiede infrastrutture e produce scarti, compreso il calore.

Irlanda e data colonization

L’Irlanda rappresenta il laboratorio europeo di questa asimmetria infrastrutturale. Studi recenti attestano che nel 2021 i data center hanno consumato il 14% dell’energia elettrica nazionale, una quota superiore al consumo di tutte le famiglie rurali irlandesi messe insieme. Le stime per il 2031 prevedono che questa voracità raggiungerà il 28% della rete nazionale.

E se da un lato lo Stato lancia campagne di sensibilizzazione come “Reduce Your Use” per spingere i cittadini a tagliare i consumi domestici a causa degli shock tariffari, dall’altro le multinazionali tech bloccano prezzi grazie ad accordi vantaggiosi. A Mayo e Clare Island i residenti ospitano parchi eolici e cavi sottomarini di Meta e Google, ma restano bypassati da queste infrastrutture, privi di connettività affidabile o di benefici energetici diretti: un sistema che trasforma le zone rurali in zone di sacrificio energetico.

Il “giardino sul retro” dell’IA: saccheggio idrico tra Spagna e Sud America

L’espansione dell’IA generativa richiede ingenti volumi d’acqua per il raffreddamento dei server. Un’inchiesta del Pulitzer Center ha denunciato il prosciugamento dei territori nel “giardino sul retro” dei giganti tecnologici.

Il caso Cuarte (Spagna)

A Cuarte, nell’Aragona, Amazon Web Services (AWS) ha stabilito un nodo strategico che minaccia sorgenti storiche vitali per l’agricoltura locale. Nonostante le rassicurazioni iniziali fornite durante gli studi di impatto ambientale, AWS ha ammesso che il consumo idrico reale è superiore del 48% rispetto alle previsioni.

Resistenza e opacità: Il caso Huechuraba

In America Latina, le aziende utilizzano accordi di non divulgazione (NDA) per nascondere l’impatto sulle falde, come accade per Microsoft a Querétaro. In Cile, il conflitto più significativo riguarda Huechuraba (Santiago). Qui, gli abitanti hanno denunciato l’impatto sulla collina circostante, l’unico spazio verde dell’area, minacciata da una linea di 24 torri ad alta tensione. A seguito di verifiche nel registro fondiario, l’inchiesta ha svelato che AWS ha tentato di nascondere la propria identità dietro una catena di nomi societari per eludere la resistenza locale e dissociare il data center dall’impatto devastante delle torri elettriche.

Sardegna e il progetto Digital Vault

Anche la Sardegna è coinvolta in questa mappa estrattiva con il progetto da 1,49 miliardi di euro promosso da Energy Vault nella miniera di Nuraxi Figus, nel Sulcis. La narrazione aziendale promuove l’idea di un raffreddamento “naturale” favorito dalla profondità sotterranea.

I server, comunque, generano calore internamente e la roccia circostante funge da isolante termico, impedendo la dissipazione passiva. Il sistema richiede scambiatori termici a circuito chiuso basati sull’acqua di miniera, sottraendo risorse potenzialmente utili all’agricoltura del Sulcis. Il piano appare dunque come un “rimedio tecnologico” che sembra però ignorare l’equilibrio idrogeologico a favore di un polo estrattivo digitale mascherato da riconversione sostenibile.

Il Sulcis, infatti, non è una superficie industriale neutra o vuota: è un territorio che lo stato italiano ritiene di interesse nazionale per le bonifiche, segnato da decenni di attività minerarie e metallurgiche, da discariche, bacini di fanghi rossi e contaminazioni di suoli e acque sotterranee. In alcune aree di Portovesme sono stati rilevati superamenti estremamente elevati per cadmio, arsenico, piombo e altri contaminanti, mentre le attività agricole hanno già subito limitazioni, perdita di fiducia e difficoltà di accesso a terreni e acque sicure.
È un territorio classificato da anni come tra i più poveri d’Italia, una retorica funzionale a confluire in quella dello sviluppo, della riqualificazione, delle promesse di nuovi posti di lavoro. Tale narrazione trova terreno fertile nello stereotipo dell’arretratezza, presentata come una caratteristiva innata del popolo sardo e mai ricondotta a una critica delle ragioni sistemiche della subalternità dell’Isola.

Ci sono altri esempi di data center creati in contesti simili a quello sardo? Sì, ma con differenze non di poco conto

Un caso europeo è il Lefdal Mine Datacenter, in Norvegia, realizzato in una ex miniera sulla costa del Nordfjord.
Il raffreddamento sfrutta l’acqua fredda prelevata dal fiordo, a circa 8 °C, che alimenta uno scambiatore di calore e un circuito chiuso interno. Il fatto che la struttura si trovi sotto il livello del mare riduce inoltre l’energia necessaria per movimentare l’acqua.

Un aspetto da chiarire è che essere sottoterra e poter sfruttare l’acqua del mare non abbatte del tutto il fabbisogno di risorse per il raffreddamento. E, inoltre, il raffreddamento effettivo dipende soprattutto dalla presenza di una sorgente fredda, oppure da un clima favorevole, cioè che offra aria o acqua fredda in modo da non dover ridurre la temperatura artificialmente.

Si può citare in proposito il caso italiano dell’Intacture, data center sotterraneo realizzato in Val di Non da imprese private, Pubblica Amministrazione, università, tra cui quella di Trento, e centri di ricerca.
Si tratta di un dato non trascurabile, se ragioniamo anche in termini di coinvolgimento della comunità, del pubblico e del settore privato nonché della ricerca in un’ottica di cooperazione, quantomeno formale.

Reti di resistenza

Iniziative come ‘Contested Data Territories’ di Sebastián Lehuedé cercano di connettere le lotte cilene con quelle olandesi e irlandesi, promuovendo una solidarietà transnazionale. L’obiettivo è rivendicare una sovranità che sia al contempo digitale e territoriale, rifiutando la logica delle Big Tech che impone una visione del mondo centralizzata e proprietaria attraverso mappe e algoritmi che negano la natura politica della loro presenza fisica.

E in Sardegna?
Indebolita da spopolamento, crisi sanitaria e varie forme di sfruttamento e di speculazione, la popolazione sarda porta avanti una lotta su più fronti, che, più per ragioni sistemiche che per disinteresse, non sempre si solleva tempestivamente. Ma soprattutto si infrange contro le “ragioni di stato”: l’Energy Vault ha chiesto al governo italiano il riconoscimento di interesse strategico nazionale per l’opera.

La resistenza sarda contro infrastrutture come il Tyrrhenian Link si salda con le preoccupazioni per il colonialismo energetico dei dati e dimostra come gli interessi dello stato collidano con le volontà della popolazione.

Il caso Nuraxi Figus può essere letto come una nuova forma di infrastruttura coloniale interna dal momento che il territorio sardo fornisce energia, spazio, acqua, sottosuolo e lavoro, mentre il controllo dei dati, dei servizi e del valore economico rischia di restare esterno all’isola. Movimenti, comitati, forze autonomiste e indipendentiste descrivono infatti i grandi progetti energetici come una possibile continuazione di precedenti forme di colonizzazione militare, industriale, economica e culturale.

La retorica dello sviluppo

Nel linguaggio dei promotori del progetto, il territorio è inteso unicamente come risorsa, descritto attraverso le funzioni che può svolgere per il progetto.
il territorio colonizzato viene spesso rappresentato come vuoto, arretrato o sottoutilizzato, anche quando è abitato, produttivo – anche se in modo non conforme – e carico di storia.

L’espressione carbon free tende a restringere la sostenibilità a una sola variabile: il carbonio associato all’energia. Restano meno visibili le altre dimensioni: acqua, suolo; biodiversità; paesaggio; salute; lavoro; proprietà; controllo dei dati; giustizia territoriale.

“Strategico”: questa parola rende difficile contestare il progetto senza essere accusati di essere “contro” la crescita e l’innovazione, lo sviluppo e il progresso. È così che la discussione si sposta facilmente da una domanda territoriale: “quali costi e benefici avrà il progetto?” a un mandato della cultura dominante: “volete o non volete lo sviluppo tecnologico?”
Questa contrapposizione è semplificante. Si può sostenere l’innovazione e, allo stesso tempo, chiedere:

  • limiti ambientali;
  • trasparenza;
  • partecipazione e potere decisionale;
  • benefici locali;
  • redistribuzione fiscale.

La retorica dello sviluppo tende a presentare l’occupazione come un effetto automatico dell’investimento. Un’analisi critica deve invece chiedere quale tipo di lavoro viene creato e con quale durata.

La crisi ecologica non è che l’ennesima forma di conflitto di classe, su scala planetaria. I suoi presupposti sono da cercare nei processi di attribuzione di valore, che portano sempre a sacrificare qualcosa o qualcuno affinché il sistema possa funzionare.
Il caso sardo non è che l’ennesimo esempio di intersezione tra capitalismo, colonialismo, oppressioni e moltiplicazione delle disparità.

Sarebbe rivoluzionario svincolarsi da una visione dell’economia che privilegia la produzione rispetto alla riproduzione e alla cura, che attribuisce importanza al valore di scambio piuttosto che ai valori d’uso e, seriamente, parlare di decrescita.

L’idea che sostenibilità e sviluppo possano essere coniugate è contraddittoria perché da una parte presuppone la possibilità di una continua crescita economica e dall’altra vorrebbe fondarsi su criteri di sostenibilità e di benessere sociale ritenuti universali, sebbene né l’idea di sostenibilità, né quella di sviluppo siano intese ovunque allo stesso modo.

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