sabato 1 agosto 2026

NESSUN OBBLIGO DI FORMAZIONE SULLA COSIDDETTA I.A.

Con motivazioni di diverso genere, in molte scuole i/le ds stanno emanando circolari per convocare Collegi docenti straordinari o per programmare attività di formazione estive spacciate per obbligatorie, senza che neanche gli Organi collegiali abbiano ancora deliberato sull’uso stesso della cosiddetta I.A. nella didattica, come previsto dal Par. 1.1. delle Linee Guida MIM sull’I.A.. Ne abbiamo parlato ai microfoni di Radio Onda Rossa durante il programma L’ora di buco.

Molte di queste circolari si basano sulla presunta applicazione dell’art. 4 del Regolamento UE 2024/1689 sulla cosiddetta “intelligenza artificiale” entro il prossimo 2 agosto, data di entrata in vigore di alcune parti del Regolamento UE a seguito dell’approvazione del Parlamento europeo del Digital Omnibus on AI, lo scorso 16 giugno. L’art. 4 dell’AI-Act prevede che «I fornitori e i deployer dei sistemi di IA adottano misure per garantire nella misura del possibile un livello sufficiente di alfabetizzazione in materia di IA del loro personale nonché di qualsiasi altra persona che si occupa del funzionamento e dell’utilizzo dei sistemi di IA per loro conto, prendendo in considerazione le loro conoscenze tecniche, la loro esperienza, istruzione e formazione, nonché il contesto in cui i sistemi di IA devono essere utilizzati, e tenendo conto delle persone o dei gruppi di persone su cui i sistemi di IA devono essere utilizzati».

Ma, come recentemente ha evidenziato perfino l’USR Lombardia [Nota prot. n. 35264/2026, QUI], «gli obblighi previsti dall’AI act all’art. 4 si applicano solo ai docenti che, adottando o programmando di adottare strumenti di IA nelle proprie attività didattiche, si configurano come “utilizzatori” (“deployers”)».
Appare evidente anche all’USR che non è possibile obbligare chi non intenda utilizzare questi strumenti e metodologie digitali a una formazione estranea alla propria attività.
Così come, anche la presunta scadenza del prossimo 2 agosto «non risulta coincidere con l’insorgenza dell’obbligo previsto dall’art. 4 in materia di formazione per i docenti» e che «l’affermazione secondo cui “entro il 2 agosto 2026 tutto il personale della scuola deve completare obbligatoriamente la formazione in base all’AI Act” non appare pienamente rispondente al contenuto dell’articolo 4» per diversi motivi elencati nella stessa Nota.

Infine, c’è ancora un altro aspetto interessante da rilevare su quanto sta accadendo nelle nostre scuole. Neanche l’USR ha potuto evitare di notare che queste stringenti e condizionanti indicazioni sono «diffuse anche in contesti commerciali». Sembra proprio concretizzarsi il rischio che paventavamo da tempo di fronte alle ingenti risorse speculative investite in quella che Draghi chiamava «rivoluzione digitale»: i vincoli temporali e di destinazione dei finanziamenti PNRR impediscono che dentro le scuole si valutino con la dovuta consapevolezza le conseguenze derivanti dall’introduzione di tecnologie che ancora non hanno dimostrato una qualche utilità [vedi QUINature ritira articolo sulla “bontà” di ChatGPT]. Sembra piuttosto che a dettare i tempi di questa presunta «rivoluzione» siano le agende commerciali delle grandi aziende Big Tech. Sembra che molti, troppi ds si siano fatti “dirigere” dai piazzisti di queste tecnologie che hanno urgenza di vendere le loro mercanzie e che non appaiono assolutamente attenti ai bisogni che emergono dal lavoro quotidiano nelle nostre scuole, con danno per docenti, ATA, studentesse e studenti.

Insieme ad altri Sindacati di base abbiamo inviato alle scuole una nostra Nota di chiarimento che potete scaricare QUI e condividere con colleghi/e interessati/e.

 

QUI il link alla trasmissione radiofonica.

 

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STATI GENOCIDI - Craig Mokhiber (ex funzionario delle Nazioni Unite)

La notizia che, proprio nel bel mezzo del genocidio in corso in Palestina, il Parlamento tedesco stia approvando questa settimana una legge che criminalizzerebbe le dichiarazioni che negano il "diritto all'esistenza" di Israele, punibili con una pena fino a cinque anni di reclusione, non ha sorpreso praticamente nessuno. Dopotutto, questo è il Paese che ha perpetrato il genocidio prima in Namibia e poi in Europa, e che ora partecipa attivamente ed entusiasticamente al genocidio in corso in Palestina, reprimendo brutalmente in Germania chiunque osi alzare la voce contro quest'ultimo genocidio. Di fatto, insieme a Israele e agli Stati Uniti, lo Stato tedesco gode ora del dubbio onore di essere tra gli Stati più asserviti agli interessi sionisti e tra i più corrotti dall'ideologia sionista.

Lo Stato tedesco ha persino una politica ufficiale (Staatsräson) che sancisce il suo impegno a perpetuare il regime israeliano, richiedendo una dichiarazione formale del "diritto di esistere" di Israele per acquisire la cittadinanza tedesca. (Non è richiesta alcuna dichiarazione simile riguardo al diritto di esistere della Germania). Ma l'affermazione che il regime israeliano non abbia diritto di esistere non è semplicemente un'opinione legalmente protetta. È anche una verità dimostrabile, sia dal punto di vista fattuale che legale. Naturalmente, l'affermazione che Israele "abbia diritto di esistere" è sempre stata una totale assurdità, poiché priva di qualsiasi fondamento giuridico o fattuale. Ma questa affermazione sionista suona familiare a innumerevoli persone in Occidente, perché è stata ripetuta con una frequenza senza precedenti come pilastro della propaganda sionista, perché è stata pronunciata incessantemente da politici occidentali che ricevono tangenti dalla lobby israeliana e perché è stata ampiamente diffusa da società mediatiche allineate con Israele e incaricate di proteggere obbedientemente l'impunità del regime.

 

Chiediamoci se abbiamo mai sentito un ritornello simile, che rivendicasse il diritto all'esistenza dell'Italia, del Canada o, nel caso in questione, della Germania. Eppure, si afferma costantemente che il regime israeliano (e solo il regime israeliano) in qualche modo possieda tale diritto. La conclusione più ovvia è che il regime e i suoi rappresentanti in Occidente si sentano così profondamente insicuri circa la legittimità dello Stato israeliano, data la sanguinosa storia della sua fondazione ed espansione, entrambe condotte al di fuori dei limiti della legge, da aver ritenuto necessario imporre un'ortodossia forzata (e fittizia), radicata nell'idea di eccezionalismo israeliano e nella nozione di impunità garantita dallo Stato. Ma tale diritto non esiste nel diritto internazionale. Assolutamente no.

 

Fatti scomodi
In realtà, quando misi piede per la prima volta nelle sale delle Nazioni Unite negli anni '80, esistevano molti Stati che non esistevano più quando me ne andai nel 2023. L'URSS, la Cecoslovacchia, la Jugoslavia, la Germania dell'Est, il Tanganica, Zanzibar e la Repubblica Araba Unita avevano forse un "diritto di esistere"? No. E nemmeno Israele. Gli Stati nascono e muoiono, ma nessuno di loro ha un "diritto di esistere". Di fatto, questo è innegabile. Eppure, alcuni continuano a ripetere a pappagallo l'invenzione sionista priva di fondamento secondo cui il regime israeliano possiederebbe in qualche modo tale diritto; altri lo accettano senza porsi domande; alcuni (come la Germania) cercano persino di costringere gli altri a dichiararlo; e altri ancora proibiscono qualsiasi tentativo di contestare questa menzogna. Non esiste un "diritto di esistere" per gli Stati secondo il diritto internazionale. Israele non può, quindi, rivendicare tale diritto. Certo, gli Stati hanno alcuni diritti. Ad esempio, gli Stati hanno generalmente il diritto all'uguaglianza sovrana, all'integrità territoriale e all'autodifesa ai sensi dell'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, ma anche questi diritti, normalmente concessi agli Stati, sono soggetti a condizioni e limitazioni, molte delle quali precluderebbero la rivendicazione di Israele. Ad esempio, la Corte Internazionale di Giustizia ha ripetutamente stabilito che Israele non ha il diritto di invocare l'autodifesa nei suoi attacchi contro i territori palestinesi occupati. (In sostanza, non si può entrare con la forza in casa di qualcuno e poi rivendicare il diritto all'autodifesa quando il proprietario oppone resistenza). In secondo luogo, a parte quelli concordati nei trattati firmati con l'Egitto (1979) e la Giordania (1994), Israele non ha nemmeno confini definiti. Gran parte del territorio rivendicato e occupato dal regime israeliano è territorio su cui lo Stato di Israele non ha alcuna pretesa legale, mentre altri territori rivendicati come parte dello Stato sono a loro volta oggetto di controversia.


Il regime non può avanzare alcuna pretesa legale di integrità territoriale sui territori illegalmente occupati nel 1967 e successivamente, tra cui Gerusalemme Est, Gaza, la Cisgiordania e le alture del Golan. La sua "Linea Verde" del 1949 con Libano, Siria, Cisgiordania e Gaza non è un confine internazionale, bensì una linea di armistizio intesa unicamente a separare le forze in combattimento. Il regime non può rivendicarla come confine legittimo. Inoltre, poiché il divieto di acquisizione di territorio con la forza è una norma imperativa (jus cogens) del diritto internazionale e un obbligo vincolante ai sensi della Carta delle Nazioni Unite, lo Stato di Israele non può rivendicare nessuno di questi territori come parte del proprio territorio legittimo.

 

Di fatto, la Commissione di diritto internazionale ha stabilito che gli Stati non dovrebbero riconoscere rivendicazioni basate su violazioni delle norme di jus cogens ed erga omnes (vincolanti per tutti gli Stati), come quelle perpetrate dalle forze sioniste durante la Nakba del 1947-1948 e dal regime israeliano da allora in poi. Inoltre, le acquisizioni territoriali derivanti dalla minaccia o dall'uso della forza impongono obblighi di non riconoscimento a tutti gli Stati. 

Anche i territori rivendicati dalle forze sioniste nel 1947 nell'ambito del piano di spartizione delle Nazioni Unite sono soggetti a contestazione legale. Dato questo fatto, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite non aveva alcuna autorità, né in base alla sua Carta né, più in generale, in base al diritto internazionale, per ignorare la volontà dei popoli indigeni o per creare uno stato colonialista di insediamento. Allo stesso modo, le forze sioniste non avevano alcun diritto, anche in base al diritto internazionale, di negare al popolo palestinese il diritto all'autodeterminazione o di acquisire territori con la forza. Infatti, la Commissione di Diritto Internazionale ha affermato che gli Stati non dovrebbero riconoscere rivendicazioni basate su violazioni delle norme di jus cogens ed erga omnes (vincolanti per tutti gli Stati), come quelle perpetrate dalle forze sioniste durante la Nakba del 1947-1948 e dal regime israeliano da allora. Inoltre, le acquisizioni territoriali derivanti dalla minaccia o dall'uso della forza impongono obblighi di non riconoscimento a tutti gli Stati.

 

La Corte Internazionale di Giustizia ha ribadito questo principio in relazione alla presenza del regime israeliano nei territori palestinesi occupati anche nel 2024, quando ha concluso che l'occupazione di Gerusalemme Est, della Cisgiordania e della Striscia di Gaza è del tutto illegale e che lo Stato di Israele deve porvi fine rapidamente e completamente. Ha inoltre affermato che tutti gli Stati hanno l'obbligo di non riconoscere la presenza di Israele in questi territori e di adoperarsi per porvi fine. Pertanto, poiché Israele non ha un territorio definito, le sue pretese legali di integrità territoriale sono significativamente limitate. E senza confini riconosciuti (e qui non si parla di una controversia di confine di minore entità, ma piuttosto della mancanza di definizione della maggior parte del territorio statale), gli manca persino un criterio fondamentale per il riconoscimento come Stato. Attualmente, quasi trenta Stati membri delle Nazioni Unite in Africa, Asia e America Latina (compresi alcuni dei suoi vicini geografici più prossimi) non riconoscono lo Stato di Israele, mentre altri hanno interrotto le relazioni diplomatiche con il regime durante il genocidio in corso.

 

Non c'è sovranità senza uguaglianza.
Infine, senza una sovranità legittima, non può esserci alcuna pretesa di uguaglianza sovrana. Nel diritto internazionale, la sovranità non appartiene agli Stati, ma ai popoli. Il regime israeliano si proclama "Stato ebraico" e afferma di rappresentare il suo popolo. Ma non rappresenta gli interessi delle popolazioni non ebraiche (palestinesi musulmani e cristiani) che vivono in quel territorio o che hanno il diritto di viverci e di far parte della legittima comunità politica di quel territorio. Lo Stato etnonazionalista di Israele può anche affermare di rappresentare 7,2 milioni di cittadini (ebrei). Non può, in modo credibile, affermare di rappresentare i quasi 16 milioni di palestinesi che hanno il diritto di far parte della comunità politica di quella terra. Di fatto, anche se il regime dovesse insediare con la forza tutti gli ebrei del pianeta in quella terra, rappresenterebbe comunque solo una minoranza della popolazione, rispetto alla maggioranza palestinese. La stragrande maggioranza delle persone che hanno il diritto di far parte della comunità politica ne è esclusa in vari modi: esclusa dalla rappresentanza paritaria (i palestinesi del 1948), esclusa da qualsiasi tipo di rappresentanza (i palestinesi di Gaza, della Cisgiordania e di Gerusalemme Est) o addirittura esclusa dalla possibilità di esercitare il proprio diritto legale al ritorno e alla partecipazione (i palestinesi della diaspora).

 

Nemmeno Israele può rivendicare una legittima autorità di governo. Questo perché il diritto internazionale stabilisce che "la volontà del popolo è alla base dell'autorità del governo", che deve essere "espressa mediante elezioni periodiche e genuine, a suffragio universale e paritario". Escludere milioni di abitanti autoctoni del territorio sulla base di criteri etnonazionalisti costituisce una violazione paradigmatica di questo requisito. Pertanto, il regime israeliano non può rivendicare una legittima autorità di governo. La Corte Internazionale di Giustizia ha recentemente affermato che il regime non ha tale autorità a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Ma le condizioni ineguali imposte alla popolazione palestinese all'interno della Linea Verde, e la totale esclusione di coloro che vivono nella diaspora, rendono questa argomentazione ugualmente applicabile al resto della comunità palestinese. E senza tale autorità, il regime non può rivendicare una legittima sovranità. Allo stesso modo, la condotta illegale del regime è in contrasto con le sue rivendicazioni di sovranità, poiché le moderne concezioni di sovranità includono un elemento di responsabilità (soprattutto per quanto riguarda il rispetto del principio di non aggressione, dei diritti umani e del diritto internazionale), che un regime genocida e di apartheid, caratterizzato da una storia continua di aggressioni, omicidi, crimini contro l'umanità e una cronica incapacità di conformarsi alle sentenze del diritto internazionale e alle risoluzioni delle Nazioni Unite, non può affermare di aver rispettato.

 

Dai diritti illusori ai doveri reali
Pertanto, sia dal punto di vista giuridico che fattuale, il regime israeliano non ha alcun "diritto di esistere". Ma l'analisi non dovrebbe fermarsi qui. Anche un esame superficiale del diritto internazionale rivela che, al contrario, il regime israeliano non dovrebbe esistere. La comunità internazionale degli Stati ha l'obbligo di cessare di riconoscere il regime, isolarlo e lavorare per il suo smantellamento e la liberazione del popolo palestinese. Chiaramente, nessuno oggi sosterrebbe che la Germania nazista, il Sudafrica dell'apartheid , la Francia di Vichy o i Khmer Rossi della Kampuchea avessero un "diritto di esistere". Né accetteremmo argomentazioni a favore di regimi coloniali perpetui in Algeria, India, Namibia o Kenya. Per le stesse ragioni, nessuna argomentazione giuridica (o morale) potrebbe giustificare un diritto di esistere per Israele sionista. Al contrario, il diritto internazionale richiede che, quando le violazioni di norme imperative del diritto internazionale sono parte integrante della creazione, espansione e mantenimento di uno Stato (come è accaduto nella Namibia e nella Rhodesia dell'apartheid), tali entità non debbano essere riconosciute o accettate come Stati legittimi e non debbano ricevere alcun aiuto.


Il passato di Israele è inequivocabile. È stato fondato sulla violazione di due norme imperative ( jus cogens ): il diritto dei popoli del territorio all'autodeterminazione e il divieto di acquisire territori con la forza, nonché sui due crimini più gravi previsti dal diritto internazionale: genocidio e aggressione. Da allora, si è rifiutato di consentire il ritorno dei rifugiati e di concedere loro un adeguato risarcimento, intensificando progressivamente la sua politica di sfratti illegali, furto di terre e colonizzazione. Le Nazioni Unite e tutte le principali organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno concluso che il regime israeliano è colpevole di apartheid e segregazione razziale, occupazione illegale, crimini di guerra, crimini contro l'umanità e genocidio. Il regime è attualmente sotto processo per genocidio dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia, accuse che la Corte ha ritenuto sufficientemente plausibili da emettere una serie di provvedimenti cautelari (tutti ignorati dal regime). La stessa Corte ha dichiarato il regime colpevole di occupazione illegale, negazione forzata del diritto all'autodeterminazione, acquisizione illegale di territorio con la forza, crimini di guerra, apartheid e segregazione razziale. Inoltre, la Corte penale internazionale ha incriminato i leader del regime per crimini contro l'umanità. Nel corso dei suoi ottant'anni di esistenza, il regime israeliano ha detenuto il dubbio primato di essere il Paese al mondo che ha violato il maggior numero di risoluzioni delle Nazioni Unite e sentenze della Corte internazionale di giustizia.

 

Alla luce degli imperativi del diritto internazionale, Israele è, nel senso più stretto del termine, un regime canaglia, illegittimo fin dalla sua nascita e privo di qualsiasi legittimità nella sua condotta da allora in poi. Affermare che un tale regime abbia il "diritto di esistere" è un affronto alle generazioni delle sue vittime, al diritto internazionale e alla stessa decenza umana.


Oggi, il regime occupa illegalmente la Palestina, il Libano e la Siria, attacca il Libano, la Siria, l'Iran, lo Yemen e altri paesi, e perpetra un genocidio in Palestina. Ha compiuto assassinii in tutta la regione e ha ammesso (anzi, si è vantato) di aver perpetrato attacchi terroristici transnazionali utilizzando cercapersone carichi di esplosivo in Libano. Alla luce degli imperativi del diritto internazionale, Israele è, nel senso più stretto del termine, un regime canaglia, illegittimo fin dalla sua nascita e privo di qualsiasi legittimità nella sua condotta da allora. Dichiarare che un tale regime abbia il "diritto di esistere" è un affronto alle generazioni delle sue vittime, al diritto internazionale e alla stessa decenza umana. E la minaccia che rappresenta si estende ben oltre la Palestina. Il regime israeliano è governato da un'ideologia profondamente razzista e fondamentalmente violenta. È armato di tecnologie di sorveglianza e di uccisione avanzate, possiede un potente arsenale convenzionale e ha scorte di armi nucleari, chimiche e biologiche. Ha varato politiche che impongono l'omicidio di massa di civili (la Dottrina Dahiya), l'assassinio dei propri cittadini (la Direttiva Annibale) e la potenziale distruzione nucleare del mondo (l'Opzione Sansone). Le sue spie operano in paesi di tutto il mondo e i suoi rappresentanti sono attivamente coinvolti nella corruzione di governi e istituzioni in tutto l'Occidente. Un regime del genere ha forse il "diritto di esistere"? No. Anzi, smantellare questo regime e sostituirlo con una Palestina libera con pari diritti per tutti non è solo un obbligo legale, ma anche un imperativo esistenziale per tutta l'umanità.

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venerdì 31 luglio 2026

Immigrazione, l’Italia reale oltre l’emergenza


In Italia vivono stabilmente 5 milioni e 371mila cittadini stranieri, il 9,1% della popolazione residente. Aggiungendo i regolari non ancora iscritti all’anagrafe e gli irregolari, la presenza complessiva sfiora i 5,9 milioni.

È il quadro tracciato dal 31° Rapporto sulle migrazioni 2025 della Fondazione ISMU, che descrive un fenomeno ormai strutturale, assai più stabile di quanto suggeriscano il linguaggio politico e la rappresentazione quotidiana degli sbarchi.

Il primo dato è demografico. Tra il 2012 e il 2024 i residenti con cittadinanza italiana sono diminuiti di 2 milioni e 274mila unità, mentre gli stranieri sono aumentati di un milione e 103mila, dimezzando la contrazione complessiva della popolazione.

Entro il 2055 l’Italia perderebbe quasi sei milioni di residenti anche mantenendo un saldo migratorio positivo; senza migrazioni, la perdita sarebbe più che doppia. Nella popolazione in età lavorativa il calo previsto è di quasi otto milioni, oltre dodici milioni a saldo migratorio nullo.

Non si tratta dunque di stabilire se l’Italia abbia bisogno dell’immigrazione. Ne ha già bisogno per sostenere il lavoro, il sistema previdenziale e una società che invecchia. Il problema è la qualità dell’inclusione.

Gli occupati stranieri sono circa 2 milioni e 450mila, il 10,6% del totale, ma restano concentrati nei settori meno qualificati e più faticosi: servizi alla persona, agricoltura, turismo ed edilizia. L’86% lavora alle dipendenze. Alla loro presenza, ormai essenziale, continuano ad associarsi bassi salari, scarsa mobilità professionale e spreco delle competenze.

La penalizzazione è ancora più evidente per le donne provenienti da Paesi esterni all’Unione europea. Al peso dell’origine si sommano le disuguaglianze di genere e, nel Mezzogiorno, quelle territoriali. Una parte consistente delle occupate resta confinata nel lavoro domestico e di assistenza.

Le «catene della cura» spiegano la prevalenza femminile nelle comunità ucraine, polacche, moldave, filippine e peruviane: l’Italia affida una quota rilevante della cura di anziani e famiglie a donne arrivate dall’estero, senza trasformare questo contributo in vera emancipazione sociale.

Il radicamento emerge dalle famiglie e dalle cittadinanze. Nel Paese vivono 2 milioni e 743mila famiglie con almeno un componente straniero, più del 10% del totale. Nel 2024 sono state concesse 217.448 cittadinanze italiane; nell’ultimo decennio le acquisizioni hanno superato un milione e 660mila e oltre 620mila hanno riguardato persone con meno di vent’anni.

Sono ragazzi nati o cresciuti in Italia che diventano formalmente italiani dopo averlo già fatto nella scuola, nella lingua e nelle relazioni quotidiane.

La scuola è il principale laboratorio di questa trasformazione. Quasi mezzo milione di giovani tra gli 11 e i 19 anni ha cittadinanza straniera e circa sei su dieci sono nati in Italia. La Lombardia accoglie il 26% degli alunni con cittadinanza non italiana; in Emilia-Romagna rappresentano il 18,7% della popolazione scolastica.

Eppure persistono divari nei risultati, nei ritardi, nelle scelte dopo la scuola media e nell’accesso agli studi superiori. La scuola include, ma non riesce ancora a interrompere la trasmissione delle disuguaglianze.

Il dato più duro riguarda la povertà. Nel 2024 era povero in termini assoluti il 30,4% delle famiglie con almeno uno straniero, contro il 6,2% di quelle composte soltanto da italiani. La quota saliva al 35,2% nelle famiglie interamente straniere e al 40,5% quando erano presenti minori.

L’immigrazione è una risorsa per l’economia italiana, ma chi emigra resta esposto a un rischio di esclusione enormemente superiore. Spesso neppure lavorare basta per uscire dalla povertà.

Sul fronte degli arrivi il Rapporto ridimensiona la narrazione dell’invasione. Gli sbarchi del 2025 sono sostanzialmente in linea con il 2024 e lontani dai picchi del 2023. Nei primi otto mesi l’88% delle partenze è avvenuto dalla Libia, dopo gli accordi che hanno frenato la rotta tunisina.

Le domande d’asilo erano state circa 151mila nel 2024 e sono scese a 81mila nei primi otto mesi del 2025, ma le pratiche in attesa hanno raggiunto quota 216mila. Nei primi sei mesi dell’anno il 69,5% delle richieste è stato respinto in prima istanza, mentre molti ricorsi hanno successivamente ottenuto una forma di protezione.

È questa la contraddizione centrale: la società italiana incorpora lentamente l’immigrazione, mentre la politica continua a trattarla quasi soltanto come una questione di confini, rimpatri e sicurezza.

L’opinione pubblica appare meno rigida della sua rappresentazione: nel 2024 il 57% considerava gli immigrati una risorsa, contro il 41% del 1998; la quota di chi riteneva che «rubino il lavoro» agli italiani è scesa dal 54 al 32%.

L’Italia immigrata non è un’ipotesi futura né un’emergenza passeggera. È una componente decisiva del presente. La vera emergenza è l’assenza di una politica capace di governarla: programmare ingressi legali, contrastare lo sfruttamento, riconoscere le competenze, ridurre la povertà e garantire scuola, salute e cittadinanza.

Continuare a discutere soltanto di barche significa ignorare milioni di persone che sono già parte del Paese e dalle quali dipende una quota crescente del suo futuro.

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Non trasformiamo il dissenso in un problema di ordine pubblico

di Donatella Giunti ed il Gruppo Cattolici per la Vita della Valle - Centro Sereno Regis

 

Rispetto ai fatti avvenuti in Valle di Susa sabato 25 luglio, che meritano una riflessione profonda e non dettata dall’urgenza giornalistica né dalla necessità di un superficiale schieramento, proponiamo alcune considerazioni. Ogni atto di violenza va perseguito secondo la legge. Ma una democrazia commette un errore quando, a partire da singoli episodi, sceglie di leggere un conflitto politico e sociale esclusivamente attraverso la lente della sicurezza, per screditare oltre trent’anni di mobilitazione e per delegittimare chi continua a contestare quell’opera. E questo accade sempre nel dibattito sulla TAV.

Da anni, ogni episodio di tensione diventa l’occasione per riportare al centro il tema dell’ordine pubblico, mentre finiscono sullo sfondo le domande che il movimento No TAV continua a porre: quale modello di sviluppo vogliamo? Quali infrastrutture sono davvero utili alla transizione ecologica? Come si valutano i costi ambientali e sociali di una Grande Opera? Quale spazio viene riconosciuto alle comunità locali nelle decisioni che incidono sul loro futuro, sul loro territorio, sulla salute, sull’economia?

È un meccanismo ormai consolidato. Il conflitto ambientale viene progressivamente svuotato del suo contenuto politico e ricondotto a un problema di sicurezza. Il dissenso viene osservato più attraverso i dispositivi di controllo che attraverso le ragioni che lo alimentano. Così il dibattito pubblico si restringe: non si discute più dell’opera, ma della gestione dell’ordine pubblico; non delle alternative, ma delle misure di sicurezza; non della qualità delle decisioni democratiche, ma dell’intensità della repressione. Questa impostazione non riguarda solo la Valle di Susa.

Negli ultimi anni molti conflitti ambientali hanno conosciuto una dinamica analoga. Chi contesta opere considerate impattanti o scelte ritenute incompatibili con la tutela degli ecosistemi viene raccontato come un problema da gestire delegittimando chi continua a contestare, non riconoscendolo come interlocutore con cui confrontarsi. È una deriva che impoverisce la democrazia, riduce gli spazi della partecipazione e alimenta l’idea che il dissenso sia una patologia anziché una componente fisiologica della vita democratica.

La democrazia vive del conflitto, in forme di partecipazione, di confronto, di mobilitazione sociale. È in questo spazio che si collocano le manifestazioni, i presìdi, le iniziative dei comitati e di migliaia di cittadini che hanno scelto di opporsi a un’infrastruttura ritenuta inutile, devastante, economicamente insostenibile, fuori tempo e sproporzionata rispetto ai benefici attesi. Confondere questo patrimonio di partecipazione con gli episodi di sabotaggio significa fare un favore a chi vorrebbe liquidare ogni dissenso come un problema di sicurezza.

Naturalmente esiste un confine che non può essere superato: le azioni violente non possono diventare uno strumento di lotta politica. Da sempre tra i NO TAV convivono molte anime, come giusto e inevitabile in un movimento che è espressione di un intero territorio e che è composto da migliaia di persone di età, posizioni religiose e politiche, storie e sensibilità diverse. Ma per noi cristiani questo confine è chiaro, e il fatto che ci sia stato assalto dei cantieri non può essere utilizzato per cancellare trent’anni di mobilitazione civile, di studi indipendenti, di amministratori locali, associazioni, tecnici e cittadini che hanno costruito un’opposizione fondata su argomentazioni, partecipazione e presenza nei territori.

La strategia dell’invasione dei cantieri, su cui peraltro non tutti i NO TAV concordano, è il frutto di decenni di sopraffazione ed è una risposta (chi dice giusta, chi dice sbagliata) prevedibile in un conflitto gestito male fin dai suoi inizi. La questione di fondo resta aperta. In un tempo segnato dalla crisi climatica e dalla necessità di trasformare il modello di sviluppo, è legittimo chiedersi quali infrastrutture siano davvero prioritarie, quale sia il loro impatto ambientale e sociale, come vengano impiegate le risorse pubbliche e quale ruolo abbiano le comunità interessate nelle decisioni che le riguardano. Sono domande che non possono essere archiviate perché si sono verificati episodi violenti.

Alla politica – intesa come gestione della polis e partecipazione democratica dei cittadini alle decisioni comuni – chiediamo una ben diversa risposta. Non per ridurre gli spazi del conflitto, ma per ampliarli; non per temere il confronto con le comunità, ma perché contribuisce alla qualità delle decisioni pubbliche. La tutela dell’ambiente non è un ostacolo allo sviluppo: è il criterio con cui misurare la qualità dello sviluppo stesso. E il bene comune non coincide con la realizzazione di qualsiasi infrastruttura, ma con la capacità di valutare se essa risponda davvero all’interesse collettivo, nel lungo periodo.

La difesa dell’ambiente e del bene comune non appartiene a una parte politica. È un interesse generale, riconosciuto dalla Costituzione, che richiede valutazioni trasparenti, partecipazione democratica e la capacità di misurare le opere pubbliche non soltanto sulla loro fattibilità tecnica, ma anche sulla loro sostenibilità ecologica, economica e sociale. Quando il dissenso viene tradotto in una questione di ordine pubblico, la politica rinuncia al proprio compito. Smette di discutere, di convincere, di costruire consenso e delega la gestione dei conflitti agli apparati della sicurezza. È una scorciatoia che può apparire efficace nell’immediato, ma che alla lunga accresce la distanza tra istituzioni e cittadini.

Come cristiani avvertiamo la responsabilità di difendere la terra come bene comune, di dare voce e gambe al Magistero della Chiesa, a partire dalla Dottrina sociale fino ad arrivare ai continui appelli di Papa Francesco e di Papa Leone di non considerare il creato “una proprietà di cui possiamo disporre a nostro piacere; e ancor meno una proprietà solo di alcuni, di pochi. Il creato è un dono, è un regalo, è un dono meraviglioso che Dio ci ha dato perché ce ne prendiamo cura e lo utilizziamo per il bene di tutti, sempre con rispetto e gratitudine”. Da trent’anni abbiamo cercato – e non solo noi – il confronto con i proponenti l’opera ma la risposta è sempre stata la mancanza di dialogo con la popolazione, l’imposizione con la forza dei cantieri, la militarizzazione della valle, la repressione del dissenso.

Questi ultimi anni, caratterizzati da guerre devastanti, dal genocidio, dalla corsa al riarmo, da eventi climatici estremi, da migrazioni forzate, hanno contribuito a rafforzare le ragioni della contrarietà alla ‘Grande Opera Inutile’, ma anche a tutte le altre Grandi Opere Inutili che hanno devastato e potranno ancora devastare il nostro Paese, solo per inseguire una cieca logica di progresso, di crescita, di profitti, senza alcun ripensamento sul rischio concreto e sempre più attuale della rovina al quale l’intero nostro pianeta va incontro.

Diventa indispensabile ripensare il concetto di Grandi Opere, di consumo di suolo, in questo tempo che sta correndo verso il disastro ambientale, e rivedere l’ideologia dello sviluppo a tutti i costi.  Come credenti che vedono il nostro territorio e le persone che lo abitano sempre più distrutte e calpestate avvertiamo che qui il bene comune è stato invocato come paravento, mentre gli interessi economici e geopolitici hanno avuto il sopravvento sulla giustizia sociale.

Da oltre trent’anni le ragioni di critica e di opposizione sono sempre le stesse: la Torino-Lione è inutile, è costosissima, è devastante per l’ambiente, è un’opera vecchia, superata dai tempi e dalla storia, la cantierizzazione produrrà polveri sottili e movimenterà sostanze inquinanti e insalubri. Ed è certificata la sottrazione di enormi quantità di acqua dalla montagna e all’ambiente naturale, spreco dimostrato fin dal 2008 dalle decine di litri al secondo drenate ogni giorno dalle gallerie di servizio già realizzate.

Cos’altro dobbiamo inventarci per far comprendere queste ingiustizie trasportistiche, economiche, climatiche, ambientali e sociali e far sì che l’enorme inutile investimento economico sia dirottato verso settori più necessari, a partire dalla messa in sicurezza dei territori? Difendere la legalità significa perseguire chi commette reati. Difendere la democrazia significa non usare quei reati per delegittimare un’intera comunità che protesta e ascoltare chi denuncia queste ingiustizie trasportistiche, economiche, climatiche, ambientali e sociali e far sì che l’enorme inutile investimento economico sia dirottato verso settori più necessari, a partire dalla messa in sicurezza dei territori, da investimenti sulla sanità e sulla scuola.

E difendere l’ambiente significa continuare a discutere, anche quando il confronto è duro, del modello di sviluppo che vogliamo consegnare alle prossime generazioni.

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giovedì 30 luglio 2026

Stipendi PA, la riforma Meloni taglia gli accessori: ecco chi rischia di perdere soldi - Federico Giusti

Il Governo Meloni procede spedito con le modifiche al sistema di valutazione delle performance nella Pubblica Amministrazione. Il salario accessorio diventa una variabile dipendente dai cosiddetti "risultati certificati" da dirigenti e funzionari. È un argomento su cui ci siamo già soffermati, ma proprio perché rischia di cadere nell'oblio, torniamo ad esprimere alcune considerazioni. Analizzeremo il rapporto tra la performance e la costruzione di un'ideologia valutativa, fino ad arrivare ai contratti nazionali con aumenti inferiori al costo della vita e istituti contrattuali divisivi.

La Costruzione del "Demerito"

La riforma del Merito, alla fine, persegue due obiettivi rilevanti: ottenere valutazioni più basse e aumentare le differenziazioni tra dipendenti. Questo scenario porterà a penalizzazioni non solo economiche, ma anche sulle progressioni di carriera. Si sta costruendo un sistema in cui ottenere valutazioni elevate sarà assai più difficile rispetto al passato. In questo modo, si potranno spingere verso il basso le retribuzioni reali del personale, dopo aver esaltato la sottoscrizione, in tempi record (visti i ritardi cronici del passato), dell'ultimo contratto per scuola, statali e funzioni locali. Ma su questo torneremo più avanti.

La Retorica del Merito e la Gerarchia

La ratio di questo provvedimento si deduce dall'assenza di credibilità dei meccanismi premiali, delegittimati nel corso del tempo. Spesso la "performance" è una reale perdita di tempo, gli obiettivi conferiti al personale un mero rito, e la formazione una manna per quell'industria privata che banchetta attorno al Pubblico.

Differenziare le valutazioni a tutti i costi sembra essere la soluzione per restituire senso all'intero sistema, stabilendo il principio, di per sé illogico, che una valutazione non funziona se non presenta forti disparità. Si dimentica che, con le regole attuali, è sufficiente mezzo punto in meno per essere esclusi dalle progressioni di carriera; progressioni che, per intervento della Ragioneria Generale dello Stato, non possono comunque essere erogate a più del 50% degli aventi diritto.

Queste considerazioni ignorano che stiamo parlando di soldi dei lavoratori: quella "produttività" che di fatto sostituisce la quattordicesima e che non dovrebbe essere soggetta a una lotteria. Lotteria attraverso la quale si stabilisce anche il sistema di potere dirigenziale e dell'area quadri sul restante personale. Le valutazioni servono anche a rendere palese la gerarchizzazione dei ruoli e la catena di comando. Al resto pensano i codici etici e comportamentali, l'obbligo di "fedeltà aziendale" con regolamenti che possono penalizzare il dipendente anche per comportamenti pubblici tenuti fuori dal luogo di lavoro. Tutto questo non incide positivamente sulla macchina organizzativa e gestionale della PA; chi sostiene il contrario mente sapendo di mentire.

La Nuova Disciplina e la Carenza di Risorse

La nuova disciplina modifica l’articolo 3 del d.lgs. n. 150/2009, cambiando anche i meccanismi di calcolo per proporzionare la retribuzione al punteggio ricevuto. La cultura della performance e la retorica del merito sanciscono il trionfo delle disparità di trattamento economico, spesso al solo fine di dare un senso burocratico all'intero ciclo valutativo.

L’organo di indirizzo politico-amministrativo (negli Enti locali, il Sindaco) definisce gli obiettivi insieme ai dirigenti. Spesso e volentieri si costruiscono obiettivi a immagine e somiglianza del Programma di mandato della Giunta, a discapito dell'autonomia tra politica e amministrazione. Questa autonomia è già fortemente minacciata dalla possibilità di nominare dirigenti di seconda fascia senza concorso pubblico.

In diverse occasioni, i Governi sono stati richiamati dalla Corte dei Conti a individuare obiettivi da perseguire improntati a una maggiore selezione. Tempo inutilmente perso in una PA che perde, specie in alcuni comparti, migliaia di dipendenti, con dinamiche salariali al ribasso e con strumenti di lavoro risibili se confrontati con altri paesi europei.

Facciamo un esempio concreto: in un ospedale con organici inferiori del 20%, doppi turni e ferie soppresse, il ruolo dei dirigenti dovrebbe essere quello di costruire un sistema che differenzia il punteggio di due infermieri che operano nello stesso reparto, fianco a fianco? Vi sembra possibile con un servizio sanitario al collasso?

La Demagogia del "Cittadino Valutatore"

La riforma introduce un modello di valutazione coinvolgendo nella performance la cittadinanza. Tuttavia, l'utente spesso non ha le conoscenze necessarie per distinguere eventuali errori o negligenze di un singolo lavoratore dalle inadempienze strutturali dei dirigenti e dei vertici amministrativi.

Se un cittadino protesta (legittimamente) per un disservizio, è certo di conoscerne la vera causa? È prodotto da una riduzione di spesa, da organici inadeguati o da scelte politiche che spingono verso la privatizzazione dei servizi? Invocare la valutazione dei cittadini serve per far credere all'opinione pubblica che il loro parere conti, quando invece le istanze sociali reali vengono calpestate. Se interessasse davvero l'opinione dei cittadini, oggi non avremmo i tetti di spesa che limitano fortemente le assunzioni nella PA, avremmo abbattuto le liste di attesa in sanità e avremmo maggiori interventi sociali.

L'Ideologia delle "Eccellenze" a Numero Chiuso

La riforma prevede che, in ciascun ufficio dirigenziale generale, i punteggi massimi non potranno essere attribuiti a più del 30% dei dipendenti appartenenti alla stessa categoria o qualifica. Si stabilisce per legge che solo pochi avranno il punteggio massimo e, di conseguenza, valutazioni più alte. La differenziazione e le disuguaglianze economiche diventano il faro guida dell'agire nella PA. Inoltre, tra quanti avranno ottenuto le valutazioni più elevate, solo il 20% potrà essere considerato "eccellente", con concrete opportunità di carriera e miglioramento economico.

Salari da Fame e Fuga verso il Privato

Il meccanismo che guida questa riforma dovrebbe essere chiaro: bloccare la dinamica salariale. Gli stipendi nella PA italiana continuano ad essere tra i più bassi d'Europa. I rinnovi contrattuali presentano forti sperequazioni tra i comparti del Pubblico e perfino tra Enti dello stesso comparto.

Avere sottoscritto un contratto in tempi accettabili non costituisce un'inversione di tendenza rispetto alle politiche restrittive intraprese da tempo, specie se poi gli istituti contrattuali risultano sempre gli stessi (divisivi e discutibili), e se la tendenza è quella di rafforzare la contrattazione di secondo livello a discapito di quella nazionale. Gli ultimi contratti non recuperano il potere di acquisto perduto. Trovare novità positive nei testi contrattuali è un'impresa ardua.

L'adeguamento dei salari al costo della vita è impossibile fino a quando vigeranno le attuali regole in materia di contratti. Regole che il Governo non cambierà perché, spingendo al ribasso i salari, punta a frenare ogni azione conflittuale. In questo scenario, si piegano i sindacati alla logica perdente del "contenimento del danno", mentre dipendenti formati e preparati scappano dal pubblico verso il privato dove, ironia della sorte, troveranno spesso condizioni retributive e lavorative migliori.

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“Finiamola di usare la parola ‘maranza’, è un insulto etnico. È come ‘terrone’ negli anni Settanta” - Franco Gabrielli

 

“Intanto mi piacerebbe che si togliesse dal dibattito la parola ‘maranza’ che è un insulto dal timbro etnico, perché nello slang milanese significa ‘marocchino zanza’. È come se negli anni ’60-’70 avessero fatto una norma sui terroni“. Così a In Onda (La7) interviene Franco Gabrielli, ex capo della Polizia e già autorità delegata per la sicurezza della Repubblica, a proposito del disegno di legge del governo Meloni sulla microcriminalità minorile.
Gabrielli condivide le critiche espresse dal procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri, che ha definito il provvedimento “inutile”. E aggiunge: “Stiamo parlando quasi del nulla, da un punto di vista degli esiti, anche perché questa norma non modificherà nulla da un punto di vista della certezza della pena, della lunghezza dei processi e del diritto alla difesa. Questi sono provvedimenti che, da un punto di vista della loro effettiva capacità di incidere, non produrranno effetto“.

L’ex prefetto riconosce però che il problema esiste: “Naturalmente c’è un tema della condizione giovanile che riguarda anche ragazzi di seconda generazione e che, per chi vive la realtà milanese, non può non tenere nella debita considerazione. Allora, come al solito, perché ci dobbiamo dividere da curve da stadio, per cui dobbiamo criminalizzare un’intera generazione oppure immaginare che certi episodi non abbiano nessuna rilevanza? – sottolinea – Io credo che una giusta via di mezzo ci sia, cioè la necessità di intervenire significativamente su queste questioni, possibilmente in modo preventivo. Ci sono delle bellissime esperienze in Europa, come in Islanda e in Scozia“.

Gabrielli amplia poi la sua stroncatura all’intera produzione normativa del governo in materia di sicurezza: “Ci sono norme a bizzeffe, ho perso pure il conto dei decreti sicurezza del governo Meloni.Tutte quelle norme hanno prodotto, chi dice 400, chi dice 500 anni di nuova carcerazione, ma da un punto di vista degli effetti pratici credo che in prospettiva abbiano semplicemente creato le condizioni per limitare le libertà, non per garantire una condizione di maggiore sicurezza”.
L’ex capo della Polizia torna infine sul punto centrale: “Anche questo discorso sui “maranza” è una forma di criminalizzazione di queste fasce giovanili in maniera più o meno indiscriminata. Poi, ripeto, la questione esiste, gli episodi non sono di percezione ma sono reali. Tuttavia, queste modalità così generalizzate di criminalizzazione delle persone soltanto perché li si immagina appartenere a una categoria sono forme di limitazione e di marginalizzazione di fasce ben precise”.

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mercoledì 29 luglio 2026

Entrare nelle crepe: guida alla resistenza civile contro l’1% - Elena Basile

Continuiamo a scrivere fin quando e ovunque ce lo permettano! Se un giorno ci saranno degli storici che analizzeranno questi tristi giorni — nei quali la mancata risposta alla sfida climatica, robotica e nucleare comporterà inevitabili conseguenze —, essi potranno correggere, con la nostra versione, la narrativa criminale a cui lavora l’apparato mediatico. Sapranno che la società civile era in fermento; che molteplici voci si levavano nel deserto; che movimenti del dissenso nascevano come funghi; e che qualche formazione politica, come i 5 Stelle in Italia e alcune forze della sinistra radicale in Europa, aveva il coraggio di condannare il genocidio e di appellarsi a una mediazione con la Russia.

L’atlantismo filoneoconservatore e il neoliberismo sono la cifra del mainstream. Tutto: da destra al centro-sinistra. Vorrei che qualcuno mi spiegasse, su questi temi, la differenza esistente tra politici come Renzi, Gentiloni, Tajani e la Meloni. Non ne vedo alcuna, se non qualche sfumatura:

  1. Le destre, più pragmatiche nei confronti della Russia e pronte a riconoscere la convenienza di una mediazione, sono però fanatiche nell’odio verso l’Islam e i palestinesi.
  2. Il centro-sinistra, a volte più consapevole delle ingiustizie sofferte a Gaza, è invece fanatico e in preda al delirio contro la Russia, del tutto incurante del rischio nucleare.
  3. Le destre sono negazioniste della minaccia climatica; il centro-sinistra si dichiara falsamente consapevole, ma affossa la transizione ecologica con le guerre.

La differenza tra questi due schieramenti, in Italia come in Europa e negli Stati Uniti, riguarda unicamente i valori di facciata e il censo degli elettori.

Generalizzando, possiamo affermare che le destre si rivolgono ai meno abbienti, ai perdenti della globalizzazione, e cercano un ritorno ai principi della tradizione, dell’identità nazionale, dell’ordine e dell’autorità. Promuovono la più sfrontata accettazione delle gerarchie sociali ed etniche, per cui il bianco ha sempre ragione rispetto all’”intruso” immigrato, il gioielliere che uccide è una persona per bene, il criminale che ruba (senza uccidere) va disumanizzato, il poliziotto violento va perdonato, l’israeliano è “buono e amico” e si difende dal criminale palestinese. Uno sciorinamento di luoghi comuni che deriva anche dalla mancanza di istruzione e cultura di parte dell’elettorato di destra.

Il centro-sinistra, i socialisti europei e i democratici americani (ma anche la Forza Italia rivisitata dai figli di Berlusconi) si rivolgono invece a un ceto medio arricchito, a una piccola borghesia impiegatizia e benestante, a una popolazione più colta che viaggia e si professa progressista. Può quindi sfoggiare una certa comprensione per il debole — immigrato, palestinese o povero che sia — utilizzando i valori umanistici, le battaglie contro le disuguaglianze, i diritti della donna e delle minoranze e la consapevolezza climatica in modo puramente strumentale contro le destre.

Si tratta di una manovra manipolatoria. A prescindere dalla retorica, il centro-sinistra, i socialisti europei e i DEM restano espressione dello Deep State statunitense. Quando si tratta di decidere, sono filo-israeliani e complici del genocidio quanto le destre; sono anti-immigrati e spensieratamente dimentichi dei diritti umani (si pensi alle politiche sull’immigrazione di Minniti); sono a favore delle guerre e del progetto neoconservatore di dominio sulla Russia e sull’Iran nello scontro contro le potenze del surplus. Affossano con il riarmo la transizione climatica dopo averla difesa a parole, e continuano con le politiche neoliberiste, le privatizzazioni, i trasferimenti finanziari dai più poveri ai più ricchi, distruggendo lo Stato sociale a vantaggio del Keynesismo militare.

È difficile capire quale delle due destre — quella populista o quella tecnocratica — sia la più pericolosa. Certamente la cancellazione dei principi costituzionali da parte delle destre terrorizza: un autoritarismo provinciale e rozzo che minaccia soprattutto l’Italia. Eppure credo che il centro-sinistra, i socialisti europei e i DEM siano nel lungo periodo maggiormente deleteri, in quanto manipolano quella parte di opinione pubblica che potrebbe invece svegliarsi e opporre una sana e consapevole resistenza politica. Giocano il ruolo del “poliziotto buono” e la piccola e media borghesia illuminata si fa trascinare verso campagne militariste e fasciste, convinta di difendere la democrazia, la libertà, i diritti sociali e quelli degli immigrati, che vengono invece massacrati proprio dalla cosiddetta élite progressista.

Insomma, non si sa più dove voltare la testa. Non so se personaggi come Picierno, Calenda, Renzi, Quartapelle o Gentiloni possano davvero essere considerati difensori della Costituzione italiana solo perché si sono schierati per il “No” al referendum sulla giustizia. Sono gli stessi che difendono la censura contro i media russi, che vogliono sanzioni esplicite per chi esprime un pensiero diverso dalla narrativa NATO, che silenziano gli oppositori mettendo veti sulla partecipazione a programmi come TG1/TV7 (ipocritamente ritenuti liberi e progressisti), che cancellano l’Articolo 11 della Costituzione contrario alla guerra. Hanno un potere radicato in Europa ed egemonizzano la cultura, sponsorizzando operazioni che pompano autori letterari del tutto incompetenti, per non parlare del teatro o del cinema.

In sintesi:

  1. Le destre sono espressione di un vecchio potere fascistoide, rozzo, impreparato e non ancora del tutto radicato, vicine all’anomalia inquietante di un pericoloso parvenu come Trump.
  2. I socialisti europei sono vicini allo Deep State americano (e finalmente ne possiamo parlare senza essere considerati complottisti, visto che persino Mieli e Rampini hanno recentemente fatto propria questa espressione): un potere radicato nelle istituzioni, nell’intelligence, nella burocrazia, negli apparati mediatici più sofisticati (come la CNN e la BBC), nella diplomazia, nei centri di ricerca e nell’accademia.

La direttrice dello IAI (che, sebbene porti avanti l’agenda dei Democratici americani e dei neoconservatori alla Victoria Nuland, viene spudoratamente chiamato “istituto di ricerca”) si è recentemente vantata di aver scritto un articolo per The Economist in cui perora l’invio di truppe di giovani europei in Ucraina per “forgiarne lo spirito guerriero”. La retorica militarista più becera è diffusa non solo da Nathalie Tocci, ultima ruota del carro, ma anche da intellettuali progressisti come Antonio Scurati, autore di libri di grande successo in Europa basati su una ricostruzione volgarizzata del fascismo, di cui finisce oggi per diffondere proprio i valori legati alla virilità e al sacrificio per la Patria.

Per molti di noi le domande ricorrenti sono:

  1. Come è possibile che le marionette politiche e la classe servente non si preoccupino del futuro riservato ai loro stessi figli e nipoti?
  2. Come è possibile che non temano un’escalation militare con una potenza nucleare?

Se leggiamo la dottrina militare americana, appare chiaro che la difesa dell’unipolarismo e il confronto con le potenze del surplus (in primis la Cina) potranno portare a una catastrofe nucleare e alla fine della vita sul pianeta. Come è possibile che l’élite e i suoi colletti bianchi, per quanto corrotti, non capiscano cosa c’è in ballo e non tutelino neanche i propri affetti?

Geopsichiatria. Mi ritornano in mente le parole dell’antropologo Emmanuel Todd. Come fermare la follia di chi ormai crede — o finge di credere — alla propria stessa propaganda e a luoghi comuni che neanche la più standardizzata soap opera statunitense farebbe propri? “Israele si difende come può” e “L’Ucraina combatte per la democrazia occidentale”.

Bisogna svegliare il popolo dei rassegnati: chi sa ma vota comunque per i soliti perché “tanto non ci sono alternative”, o chi si rifugia nel non-voto convinto (come in Iran) che nulla possa mai cambiare. Bisognerebbe che il dissenso smettesse di frammentarsi, di inseguire identità ed assoluti cedendo all’eterna irrilevanza. Sarebbe essenziale individuare dei mecenati in grado di finanziare, in Europa, media alternativi che arrivino nelle case delle tante persone ignare e turlupinate dalla propaganda rozza di Vespa o da quella più sofisticata della Gruber.

Chi è bravo e ha fatto storia in televisione come Santoro, insieme ai pochi media rimasti che ospitano il pensiero libero (come Il Fatto Quotidiano o il programma Accordi e Disaccordi, che purtroppo a volte sembra una brutta copia dei talk show progressisti), dovrebbero unirsi per una causa comune: la creazione di un’informazione veramente libera.

No, non ho preso alcuna droga per sognare una simile utopia. Credo che la speranza possa ancora salvare il genere umano: essa è la capacità di immaginare una realtà differente e di cercare razionalmente una via d’uscita dalla trappola.

Purtroppo la storia del povero Bernie Sanders negli USA, del laburismo anglosassone e delle sinistre europee fino agli anni Ottanta ci insegna che, se si prova a cambiare il centro-sinistra o il cosiddetto socialismo europeo dall’interno, si viene ingoiati e si finisce per contribuire alla mutazione antropologica in corso.

Come non essere silenziati e ghettizzati se si rifiutano i compromessi e le alleanze che snaturano la lotta politica? Questa domanda cruciale dovrebbe aprire un grande dibattito pubblico.

Oggi la contraddizione tra popolo ed élite sta esplodendo. Dobbiamo entrare nelle crepe che si stanno creando perché, come cantava Cohen, è proprio attraverso di esse che entra la luce.

Il capitalismo finanziario senza pianificazione, senza socialismo di mercato e senza protezione dei diritti umani è sprofondato nel nichilismo, in guerre suicide che rischiano di eliminare la civiltà occidentale. Non riesce più a garantire l’accumulazione di capitale in Occidente. La concentrazione della ricchezza in pochissime mani e l’impoverimento massiccio della popolazione sono insostenibili. La distruzione dei beni comuni, a cominciare da istruzione e sanità, è sotto gli occhi di tutti. La burocratizzazione della ricerca scientifica, i rischi della rivoluzione robotica e la minaccia climatica sono tali da rendere indispensabile la cooperazione in un mondo multipolare.

Dividere il mondo in blocchi economici, monetari, militari e valoriali è il modo più rapido per soccombere al disastro. Di questo l’opinione pubblica europea dev’essere informata, affinché la pressione per cambiare la classe dirigente si rafforzi e raggiunga il suo scopo.

Contro le lobby della finanza, delle armi e di Israele, contro i diktat dell’intelligence e degli apparati mediatici, la società civile del 90% può organizzarsi: non dobbiamo restare schiavi degli interessi di quell’1% che, comunque vada, riuscirà a subire meno danni di tutti gli altri.


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Linda Maggiori spiega a cosa serve la Tav Torino Lione

 

Sulla Tav Torino Lione, no.

Non chiamiamola alta velocità. L’alta velocità da Milano a Parigi c’è già, da un pezzo ed è una meraviglia.

6 ore di comodo viaggio a 45 euro. A settembre ci andiamo con tutta la famiglia. Potrebbe essere migliorata e incentivata ma c’è e passa su binari esistenti. Potrebbero migliorare i collegamenti anche regionali da Italia a Francia ma la linea c’è.

La Tav serve solo e unicamente alla Military mobility. Un piano europeo che esiste da anni ma ogni anno diventa sempre più insistente e minaccioso.

La commissione europea spinge per adeguare ogni infrastruttura logistica alla guerra, stanzia miliardi, una volta fatto tutto, la guerra può scoppiare.

Il Parlamento europeo voterà a breve, informatevi.

La Tav fa parte del Corridoio Mediterraneo, uno dei grandi assi di trasporto della rete europea TEN-T che collega la penisola iberica al confine tra Ungheria e Ucraina.

Far passare convogli fuori sagoma, militari, su gallerie dimensionate ai carri armati da ovest a est, verso Ucraina. A Pontedera, La Spezia, Genova, in ogni paese ci sono opere adeguamenti di porti, ferrovie, stazioni, binari, strade.

Migliaia, centinaia di altre opere, magari più piccole ma tutte per uno scopo: la guerra.

Emers è il tasto rosso, qualsiasi stato lo può premere e le nostre strade e ferrovie si riempiranno di eserciti in marcia. I lavoratori civili perderanno tutele e saranno considerati come militari.

Già tutto è in preparazione.

La Tav Torino Lione per motivi commerciali e civili non ha senso. Magari una volta, ma poi si è capito che è un danno e un costo sproporzionato rispetto al vantaggio. Ora serve solo per una cosa. La guerra.

Quando si parla di “guerriglia” o meglio sabotaggio, anche se violento, contro questa grande opera, scriviamo esattamente le cose come stanno.

La Tav non è un treno, non è freccia rossa o TGV.

La Tav è Military mobility, è guerra.

E se una volta l’anno, in pieno giorno, in un giorno stabilito, e conosciuto dalla polizia, avviene un sabotaggio… chiamiamolo per quello che è, sabotaggio della Military mobility. Può non piacere (a me il fumo nero non piace) possiamo preferire altri metodi, ma chiamiamolo con il suo nome.

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