Guerra. Non ha mai smesso di ammorbare il mondo, di mietere vittime innocenti ed instaurare schiavitù là dove al sistema del capitale, per risolvere le proprie crisi con l’aumento del proprio potere, serve a depredare risorse umane e ambientali, devastare territori, cancellare culture, calpestando ogni diritto all’autodeterminazione dei popoli.
Ora la
guerra imperiale e coloniale, portata avanti anche grazie alla connivenza dei
governi del nostro Paese da sempre fedeli al Patto Atlantico ed alla NATO, ce
la sentiamo addosso, col
pesantissimo taglio delle spese sociali a favore delle spese militari,
l’aumento dei prezzi di prima necessità, il rincaro insostenibile di energia,
benzina e combustibili e, conseguentemente, dei prodotti di prima necessità.
Ma non ci
sono parole per dire i massacri, la disperazione di chi questa guerra la sta
subendo direttamente. Orrori
di cui sono responsabili non solo i diretti esecutori, ma tutti coloro che
nell’indifferenza se ne fanno complici.
Le morti
bambine, lo sterminio sistematico, umano e ambientale, dell’amata Palestina.
Il Medio Oriente in fiamme, le guerre dimenticate dell’Africa
profonda. L’America Latina contro cui si fa più che mai
intollerabile la minaccia dell’imperialismo USA. Cuba che da
più di sessant’anni resiste contro l’embargo dell’Occidente capitalistico, ora
aggravatosi fino alla insostenibilità per la penuria di cibo e di medicine e
per il taglio delle fonti energetiche.
In questo
scenario di morte Trump e Netanyahu non sono che le tragiche maschere della
crudeltà sfrenata del sistema.
Quanto
alla guerra in Ucraina che costa sangue russo non meno che ucraino,
voluta dai potenti e pagata come sempre dalle popolazioni, non se ne coglierà
il peso reale se non si parte dalla spinta ad allargare i confini UE-NATO verso
Oriente.
Il 2014 con
Euromaidan, i bombardamenti del governo di Kiev sul Donbass indipendentista:
questo il vero inizio della guerra per procura dell’Alleanza Atlantica NATO –
USA contro la Russia.
Da tempo il
dominio del mercato globale imposto dal capitalismo occidentale sul mondo sta
andando in pezzi, messo in discussione dalla nascente egemonia di altri mercati
concorrenti. E la risposta è, come sempre, la guerra.
Lo diceva
bene Rosa Luxemburg: il
capitalismo risolve con la guerra le sue proprie crisi e si rigenera.
E più che mai
attuale è il messaggio politico di Brecht:
“La loro
pace e la loro guerra
sono come il vento e la tempesta.
La guerra
cresce dalla loro pace
come il figlio dalla madre
e ne ha in
faccia
i lineamenti orridi.
La loro
guerra uccide
ciò che alla loro pace
è sopravvissuto”.
E a questo
punto si svela fino in fondo anche il significato delle Grandi Opere imposte
con la repressione ai territori che contro di esse resistono: i corridoi di traffico TEN-T
programmati dall’Unione Europea come linee ad alta capacità per merci e ad alta
velocità passeggeri globali, vengono inseriti nel piano europeo di mobilità
militare e potenziati per duplice uso (civile e militare), al
fine di permettere il transito rapido di mezzi pesanti e truppe attraverso
l’Europa su strade, ferrovie, porti e aeroporti , “da nord verso sud e da ovest
verso est e oltre i suoi confini” .
Ben quattro
dei corridoi TENT-T interessano il territorio italiano.
(li cito
come da fonte ministeriale):
1.
Corridoio Mediterraneo: unisce il Sud-Ovest all’Est Europa passando per
Torino, Milano, Verona, Venezia, Trieste e Bologna. In questo asse è inserita
la Torino-Lione.
2.
Corridoio Reno-Alpi: collega i porti del Mare del Nord con Genova,
passando per i valichi di Domodossola e Chiasso.
ed ecco il
significato del Terzo Valico.
3.
Corridoio Baltico-Adriatico: collega i porti del Nord Adriatico (Trieste,
Venezia, Ravenna) con l’Austria e l’Est Europa. A fini militari sono
potenziati il centro ferroviario di Palmanova e la linea ferroviaria Udine
Cervignano.
4. Corridoio Scandinavo-Mediterraneo: attraversa l’Italia da nord
a sud, partendo dal Brennero per scendere fino in Sicilia.
Della tratta
fanno parte la linea TAV (i cui lavori stanno già devastando i territori da
Brescia a Bolzano) e il mostruoso progetto del Ponte sullo stretto di Messina.
Inoltre, è in atto il potenziamento della linea ferroviaria Firenze-Pisa a
servizio delle basi militari esistenti sul territorio e della stazione di
Pontedera.
“Valle di
Susa, valle d’Europa“: era lo slogan pubblicitario coniato dalla lobby
dell’autostrada per mascherare la ferocia onnivora che si preparava a ridurre
il nostro territorio ad invivibile corridoio di traffico dove tutto passa e
rimangono soltanto veleni e devastazione.
Se nella
“Valle d’Europa” la vita era dura, ora nella “Valle delle guerre d’Europa” sarà
impossibile.
Motivo in
più per intensificare la lotta contro il “treno di guerra” ed il modello
economico, politico, sociale che lo produce.
Sulla via
del conflitto non siamo soli: in varie parti del paese i lavoratori di porti,
aeroporti e ferrovie con scioperi e presidi stanno bloccando i trasporti
d’armi.
Anche dal
passato della Valle ci giungono insegnamenti preziosi. Nell’autunno del 1944 i
ferrovieri di Bussoleno, organizzati in una forte cellula clandestina,
scioperarono compatti per ben quattro mesi bloccando la stazione ferroviaria, e
successivamente salirono in montagna organizzati nella brigata partigiana
ferrovieri.
Già un anno
prima un pugno di partigiani avevano fatto saltare il ponte ferroviario
dell’Arnodera di Gravere, interrompendo per mesi il transito di armamenti,
truppe e deportati.
Venticinque
anni dopo, alle Officine Moncenisio di Condove ( fabbrica iscritta
nell’elenco ufficiale dei fornitori della Marina miliare), gli operai opposero
un netto, unanime rifiuto alla prospettiva di fabbricare armi e sottoscrissero
un documento per ribadire che“I lavoratori delle Officine Moncenisio
preoccupati dei conflitti armati che tuttora lacerano il mondo e il corpo
dell’Umanità, e dello spaventoso aumento del potenziale distruttivo in mano
agli eserciti (…) diffidano la Direzione della loro Officina dall’assumere
commesse in armi, proiettili, siluri o di altro materiale destinato alla
preparazione o all’esercizio della violenza armata di cui non possono e non
vogliono farsi complici. Avvertono tempestivamente e lealmente le Autorità
Aziendali di non essere pertanto in nessun caso disposti a lavorare,
trasportare e collaudare i suddetti materiali bellici (…).
Da allora
sono passati cinquantasei anni, ma quel messaggio e quelle resistenze hanno più
che mai la forza dell’attualità e il potere di interpellarci, di sottrarci ad
ogni rassegnazione, all’indifferenza che uccide.
Dunque, la
lotta continua…