martedì 3 febbraio 2026

Dieci buone ragioni – Giovanni Gusai

 Si è appena concluso il primo mese del centenario dal Nobel per la letteratura a Grazia Deledda. Nell’attesa di scoprire in che modo Nùoro celebrerà questa ricorrenza così importante, visite istituzionali già programmate a parte, e dopo aver scritto dei miei timori di apparire (almeno esteticamente) inadeguati, riporto anche qui alcune considerazioni in merito al valore degli anniversari legati a nascita, morte, premi, pubblicazioni e traguardi delle personalità della letteratura e del mondo della cultura in generale.

Si tratta di considerazioni che ho raccolto in occasione di un evento organizzato dalla Fondazione Salvatore Cambosu, del cui Consiglio di Amministrazione faccio parte, e tenutosi il 20 dicembre scorso nell’auditorium della Biblioteca Satta, a Nùoro. L’idea era quella di concludere degnamente il 2025, e anticipare i temi del 2026. Si parlava di anniversari, appunto. Il 2025 cinquantennale della morte di Salvatore Satta e centotrentennale della nascita di Salvatore Cambosu. E il 2026, allora imminente, centenario del Nobel a Grazia Deledda. Era un evento pensato per classi delle scuole superiori.

Ho cercato di immedesimarmi nella loro visione delle cose, di adottare il loro sguardo sul mondo. Se uno indossa gli occhiali dei giovani e legge centotrentennale, ho pensato, si sente già morire. Sono moltissimi anni fa, forse era appena nata la madre di loro nonna. Ho temuto che magari a loro non interessasse per niente stare ad ascoltarmi. E a forza di convivere con questa paura, ho finito per interrogarmi più seriamente sul senso di ciò che stavamo facendo. Quindi mi sono imposto di rivolgere a me stesso un interrogativo, e di rispondermi nel modo più onesto possibile. È venuta fuori una domanda che suonava un po’ così: ha ancora senso celebrare tutti questi anniversari, e ogni due-tre anni averne uno sattiano, deleddiano, cambosiano, ciusiano, sattiano (dell’altro), dessanaiano, balleriano…? Forse una persona più giovane la esprimerebbe in forma affermativa: questi anni sattiani deleddiani cambosiani eccetera ci hanno stufato.

Mi sono poi risposto che sì, certo, ha senso, ma a una condizione. Ossia che le ricorrenze non si trasformino in pretesti per glorificare il passato. E dunque che ci sforziamo di enucleare, dalle biografie e dalle opere, la componente di attualità che rende quei morti ancora contemporanei, eternamente vivi. Da queste parti siamo spesso affetti dal morbo della nostalgia per i tempi d’oro che non torneranno. Proprio come chi, ormai incapace di sognare un futuro più radioso, si rifugia nel ricordo delle proprie gambette scattanti che correvano sulle strade sterrate sgombre di automobili, in cui ci si conosceva tutti, il cibo era più sano e si stava bene anche se si guadagnava poco. Niente di originale, lo so. A volte lo fanno le città, le comunità, le amministrazioni pubbliche, ma è una posa che appartiene ai vecchi.

Poiché avevo da rivolgermi a dei giovani, e ancora di più perché credo che questo rimpianto del passato abbia contribuito a determinare l’immobilismo delle politiche sociali e culturali in cui quest’isola affonda – e per questo lo detesto, ho cercato di impostare il mio intervento al convegno concentrandomi sul modo di stare al mondo (e cambiarlo) di Salvatore Cambosu, Salvatore Satta e Grazia Deledda. In dieci punti: tre per ciascuno, più uno alla Deledda per oggettivi meriti sul campo. Il Nobel non lo danno proprio a tutti. Le riporto qui di seguito, così come le ho raccontate ai ragazzi e alle ragazze presenti, o quasi. A loro le ho presentate come Lezioni utili per vivere la contemporaneità.

Uno. Non importa dove nasci.

Nel 1895 Orotelli aveva circa 2000 abitanti. Era un paese lontanissimo dal centro del mondo. In quell’anno, in quel luogo, nacque Salvatore Cambosu, del quale parliamo ancora oggi. Non dovremmo farci spaventare dal luogo in cui veniamo al mondo. È la lezione di Cambosu, ma è ciò che dimostra ogni contenuto che ci appare sul feed dei social, quando perdiamo le ore a osservare gente che inventa un balletto, costruisce piscine a mani nude, inventa trucchi per reinventare gli scarti dell’immondizia. Non ci chiediamo da dove provengano, arrivano tra le nostre mani e basta. Ecco: si può arrivare ovunque, ormai non importa più da dove si parte.

Due. Vivere il patriarcato, distruggere il patriarcato.

Grazia Deledda è cresciuta in un tempo in cui l’empowerment femminile era rubricato serenamente alla voce “isteria”. Però intanto lei: ha sposato un uomo che ha abbandonato il suo lavoro per diventarne di fatto l’agente letterario, ha fondato la letteratura sarda, ha reso ricca la sua famiglia, è stata la prima donna con cittadinanza italiana a candidarsi al Parlamento, è la prima e attualmente unica donna nata nello Stato italiano a essere insignita del premio Nobel per la letteratura. Non si è mai detta contraria a una visione patriarcale della famiglia o della società, ma le sue azioni l’hanno decostruita con costanza e caparbietà. Mi sembra una lezione che dobbiamo ancora imparare, uomini per primi.

Tre. Oltre il lavoro, c’è molto di più.

Salvatore Satta è uno dei giuristi più importanti del Novecento. I suoi contributi sulla procedura civile sono stati materia di studio per enormi personalità del diritto. Si potrebbe dire che abbia dedicato tutta la vita alla sua professione, ma forse è vero solo in parte. Mi sembra più probabile che, mai sopita del tutto, abbia albergato in lui una forza ostinata e potente, animata dalla passione per la scrittura, ed è a questa indomabile necessità, e non al suo rigore professionale, che dobbiamo rendere grazie se oggi possiamo tenere tra le mani quel capolavoro che è Il giorno del giudizio. Quindi, oggi che ci possiamo finalmente permettere di valutare che forse lavoriamo troppo, anche quando non dovremmo, e che a volte osiamo persino ammettere che forse il lavoro non è tutto: ecco, no. C’è molto di più, ma non bisogna dimenticarsene.

Quattro. Si può trascorrere una vita nascosta, intenti a osservare.

Salvatore Cambosu, sebbene inserito nel fermento culturale del suo tempo, è stato definito da alcuni dei suoi contemporanei “lo scrittore nascosto”. È stato giornalista, politico e insegnante. Tra gli altri, ha avuto come alunna Maria Lai. Mi sembrano tutte professioni in cui a lungo occorre stare a guardare, prendersi il dovuto tempo per comprendere e analizzare, misurare i contesti e le persone, sospendere il giudizio e soffermarsi sui dettagli, prima di agire o parlare. Anche questo mi sembra un antidoto alla velocità smodata dei nostri giorni, e un monito da ripeterci quando sentiamo di dover davvero, a tutti i costi, subito, gridare la nostra opinione da qualche parte.

Cinque. Il coraggio di dire e di non dire.

Colpi di scure è una novella di Grazia Deledda che denuncia il disboscamento selvaggio perpetrato dai piemontesi ai danni delle foreste millenarie del centro Sardegna. Scriverne duramente sarebbe già di per sé un bel gesto, ma c’è di meglio: il padre di Grazia Deledda stesso aveva commerciato in legname ricavato dal disboscamento. Ma era doveroso parlarne, e denunciare gli esiti di questi scriteriati, e dunque avere il coraggio di dire. Quando, nel novembre del 1927, la scrittrice ha ricevuto il premio Nobel, ha dovuto tenere un discorso, com’è consuetudine. L’ha scritto e proclamato, ha citato la sua infanzia in Sardegna, e ha ringraziato il Re di Svezia e il Re d’Italia. Mussolini era a capo del governo dittatoriale fascista da cinque anni: la scelta di escluderlo dai ringraziamenti non fu casuale. E quando lui le chiese di scrivere qualcosa per il partito, lei si rifiutò. Perché aveva il coraggio di non dire. Questa lezione è per ogni volta in cui non riusciamo a mostrare da che parte stiamo, neppure quando dovremmo.

Sei. Conoscere il valore dei soldi.

Ci sono degli scambi epistolari di Grazia Deledda con Angelo De Gubernatis in cui lei, neppure ventunenne, esige il pagamento che le è dovuto per la scrittura di un racconto. All’epoca De Gubernatis era uno degli editori più potenti d’Italia, e lei non aveva ancora scritto un romanzo importante o popolare. E in una corrispondenza recentemente recuperata, ironizza (ma neppure troppo, a parer mio) sull’opportunità di conservare il prezioso documento prodotto con il copialettere (si riferisce al romanzo Dopo il divorzio) affinché il suo piccolo Sardusino (uno dei due figli) possa venderlo a qualche signore inglese per cento milioni di lire. Non c’è mai desiderio di fare i soldi tanto per fare i soldi, eppure c’è sempre la consapevolezza del proprio valore, anche economico. La sesta lezione è la differenza tra queste due tendenze opposte.

Sette. Per le famiglie disfunzionali.

A chiunque sia convinto che solo in certi libri recenti ci sia spazio per le famiglie sballottate, zoppe o doloranti, e per chiunque tema invece di non trovare tra i libri adeguato conforto al dolore che la propria famiglia gli ha causato: non dimenticate che ne Il giorno del giudizio Don Sebastiano intima a Donna Vincenza di tacere, giacché lei è al mondo solo perché c’è posto. E sappiate che Salvatore Satta descriveva i propri genitori, e dunque il suo trauma e il suo dolore incurabile persino in punto di morte. Oggi che famiglia bisogna accordarsi su cosa sia, la lezione è semplice: è sempre stato un problema, oltre che una soluzione, e ci sono sempre e sempre ci saranno, parole per parlarne e per trovare una cura.

Otto. Restituire dignità alla morte (e alla vita).

Coerente con la vita nascosta che ha condotto, Salvatore Cambosu ha scelto di essere sepolto per terra, senza foto né orpelli sulla lapide. La tomba si trova nel cimitero di Nùoro, indistinguibile dalle altre. È morto il 21 di novembre, nel giorno della festa delle Grazie, e forse gli è dispiaciuto dare fastidio con un affare secondario come la sua dipartita, mentre i suoi cari avrebbero voluto magari festeggiare. Vedere la sua tomba spoglia e nuda mi ha dato l’impressione di un cerchio che si chiude, in un gesto che sembra ammettere con serenità che c’è poco da aggiungere, quando uno se ne va. Se ne va e basta. È molto triste e vero. Mi pare che non siamo capaci di convivere con l’idea della morte, e finiamo spesso per toglierle dignità. È un tema complesso che meriterebbe molto spazio, dunque qui non saprei dirvi bene perché quella lastra di granito mi sia sembrata una lezione per la contemporaneità. Però mi sembrava desse un senso al nostro essere creature mortali, ed è comunque tanto.

Nove. La scuola è l’inizio.

Siamo la provincia con il più alto tasso di abbandono scolastico, e lo Stato italiano non ci aiuta. La scuola è inadeguata e spesso anacronistica. Si imparano molte cose apparentemente inutili. Ma bisogna andare a scuola. Grazia Deledda ha potuto frequentare solo fino alla quarta elementare. L’ha fatto, per quanto le sembrasse poco. E poi ha ripetuto la quarta, perché potesse imparare qualcosa in più. Poi ha fatto tutto il resto, ma prima è andata a scuola. La lezione è per la nostra contemporaneità, per i ragazzi e le ragazze delle mie parti che scelgono di non andare a scuola: andateci.

Dieci. Bisogna osare.

Infine, prendete ancora Il giorno del giudizio di Salvatore Satta. Si possono scrivere libretti facili e leggeri, comporre musichette, girare filmucoli, strizzare l’occhio alle tendenze o cercare scorciatoie. Oppure si può scrivere un romanzo incentrato sul tema della morte e della caducità sociale e umana, con mezza riga di dialogo e senza trama, essere incompresi o fraintesi e poi entrare di diritto tra i libri più importanti del Novecento, morendo prima di saperlo. Perché bisogna fare le cose in grande, per sperare di rimanere vivi anche da morti. Non è una lezione per la contemporaneità: è così da sempre.
Non ci si deve accontentare.

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Trump, predatore senza prede - Pino Arlacchi

 

(Il Fatto Quotidiano | 30 gennaio 2026) 

Ma chi è davvero Donald Trump? È troppo facile sbarazzarsi dell’interrogativo con la scorciatoia cognitiva della follia e della delinquenza. È troppo facile perché gli psichiatri ci dicono che il delirio di molte patologie mentali è metodico e coerente. E perché la criminologia ci dice che il comportamento criminale è razionale rispetto allo scopo e perciò lucido e prevedibile. Tutto il contrario di un Trump squilibrato e/o malfattore.

Proviamo invece a leggere il presidente americano attraverso il famoso ritratto dei protagonisti del capitalismo dipinto da Fernand Braudel, il maggiore storico del ’900, e attraverso gli studi più recenti sul comportamento animale.

 

Nella sua opera più nota, Braudel ha disegnato i profili delle singolari creature che si aggirano negli strati più alti del capitalismo occidentale. Quegli ambienti off-limits, avvolti nella nebbia, che l’autore chiama l’antimercato. Zone dove non ci sono più la regolazione e la concorrenza che dominano i piani più bassi del sistema, la “sfera rumorosa della circolazione delle merci”, il mercato dove tutto accade in superficie e dove vige la trasparenza.


I vertici supremi del capitalismo degli ultimi sette secoli, secondo Braudel, sono il regno degli animali da preda: le decine e centinaia di Donald Trump cui non può importare di meno delle regole che valgono per gli animali più deboli. Il “dolce commercio” è pacificatore finché non diventa grande impresa monopolistica o cartello di Stato. Il mercato stesso si basa su probabilità di guadagno non cruente, legali finché, come ci ha insegnato il vecchio Marx, non entrano in campo i mega-profitti della rapina coloniale e dello scambio ineguale accompagnati dai monopoli, dai dazi e dai prestiti a strozzo all’ombra delle navi da guerra. E anche Keynes ha sfiorato l’argomento quando ha parlato degli “spiriti animali” come forza motrice dell’accumulazione del capitale. Questo imprinting barbarico finalizzato all’appropriazione dei beni altrui che si rivela in ogni aspetto della vita e delle opere di Trump, non l’abbiamo colto.

 

Perché ci è sfuggito? Ci è sfuggito perché 80 anni di trionfo del capitalismo cosiddetto avanzato, imbellettato di tecnologia, democrazia e legalità, ci hanno imbevuti di un pensiero unico liberista che ha oscurato l’anima profonda del capitalismo euroamericano. Quella custodita nell’antimercato di Braudel. Un grumo di potere dentro il quale coabitano senza attriti violenza di Stato e alta tecnologia, Silicon Valley e Wall Street, Pentagono e imprese multinazionali. L’anima estorsiva e plutocratica degli Stati Uniti espressa da Trump che lascia ai gonzi il credo dell’America come guida della civiltà e della democrazia occidentali. Ed è qui che l’etologia si rivela di grande aiuto per capire le mosse del presidente Usa. Se vuole nutrirsi con successo, il predatore deve calcolare bene gli ordini di grandezza di volta in volta in gioco e attaccare solo prede sicuramente soccombenti. Non deve mai cacciare prede più grandi di lui, e deve astenersi se l’esito dell’aggressione è minimamente incerto.


Se leggete il documento di sicurezza nazionale Usa appena pubblicato, non troverete una parola ostile contro Cina e Russia. Prede troppo grosse, che praticano, per giunta, strategie di sopravvivenza più evolute. L’atto aggressivo, inoltre, deve preservare scrupolosamente l’incolumità dell’aggressore.

Un lupo calcola attentamente i rischi prima di avvicinarsi a una preda che potrebbe ferirlo. Le navi militari americane si sono tenute per mesi a 700 km di distanza dalle coste del Venezuela senza sparare un colpo, perché la loro vulnerabilità ai droni e ai missili di Maduro le avrebbe esposte a perdite pericolose di reputazione esterna e di consenso in madrepatria. Al contrario, un attacco spropositato di 150 aerei da combattimento provenienti da 20 diverse basi militari e convergenti contro un unico bersaglio – un singolo uomo, sia pure capo di Stato residente in un luogo fortificato – è un’operazione vinta fin dall’inizio, come abbiamo visto.

 

Altra storia è un cambio di regime, effettuato con massimo spiegamento di mezzi su un territorio vastissimo, contro una forza militare compatta e discretamente armata, sostenuta da una popolazione numerosa e ostile come quella venezuelana. Nessun predatore avveduto si imbarcherebbe in una caccia così rischiosa. E così è stato. La scala dell’aggressione si è degradata. Invasione e cambio di regime del Venezuela si sono ridotti all’estorsione di un pizzo su una risorsa strategica della vittima, costretta ad accettare l’umiliazione di chi si ritrova una pistola dietro la testa se non consegna le chiavi della cassaforte.


La svolta trumpiana non è nuova nella storia degli Stati Uniti, ma rappresenta un’evoluzione rispetto al passato perché si ispira a una certa prudenza nell’esercizio dell’aggressione. Attraverso le catastrofi afghana, vietnamita, irachena e simili, gli Stati Uniti hanno scoperto che anche prede apparentemente deboli possono risultare letali quando praticano la guerra asimmetrica. Le ferite sofferte hanno insegnato al predatore a riconoscere i limiti della propria forza e a schivare con maggior cura le aggressioni perdenti. Il risultato è che tutte le potenziali prede minacciate da Trump si trovano fuori della sua portata reale, eccetto la Groenlandia. Una vittima minuscola, da 57 mila abitanti, dove l’aggressione comporterebbe un tenore di rischio inferiore a quello del sequestro di Maduro. Lo stile della predazione diventa così circoscritto.

 

Contro l’Iran, attacchi contenuti – l’uccisione di Soleimani, raid limitati – che non degenerano in guerra aperta. Contro Colombia e Messico minacce di intervento che rimangono nel regno della coercizione simbolica. Contro pari o prede impossibili – Canada, Panama, Unione europea – minacce rumorose, ma prive di seguito militare. È la strategia del predatore che ringhia per difendere il territorio residuo, il proprio continente, e non per espandersi.

La lente etologica ci permette di cogliere anche la peculiare storicità di Trump, che è quella di un animale in difficoltà nei confronti di un ecosistema radicalmente trasformato rispetto agli anni d’oro della caccia. Le prede sono diventate meno vulnerabili e più rare, e la foresta pullula di competitori e di nemici. La Cina e l’Asia più ampia non sono semplici competitori nello stesso gioco predatorio. Rappresentano un modello alternativo che opera attraverso pratiche pacifiche piuttosto che predatorie.


Le Belt and Road Initiative, l’Asian Infrastructure Investment Bank, i Brics, non sono armi di spoliazione unilaterale ma di integrazione multilaterale. Non sono espressione di animali più grossi che divorano i più piccoli, ma creazioni di specie che prosperano attraverso comportamenti mutualistici. Frans de Waal, nei suoi studi sui primati, ha documentato come le strategie collaborative prevalgano su quelle puramente aggressive quando l’ambiente diventa complesso.

Gli Stati Uniti di Trump si trovano quindi in una posizione etologicamente insostenibile: sono un predatore costretto a sopravvivere in un ambiente che non può più controllare.

 

Le minacce di Trump sono l’unico strumento rimasto a una bestia feroce che non può più permettersi di combattere come una volta. Ma sono anche inefficaci. Perché nell’ecosistema del XXI secolo la sopravvivenza non si ottiene con il ringhio solitario, ma con l’integrazione in reti cooperative. Ma questo adattamento richiede proprio ciò che la tradizione americana fatica a concepire: la convivenza paritaria, l’accettazione di essere una potenza tra le potenze piuttosto che la potenza egemone. Gli animali feroci di Braudel devono imparare a convivere. Perché la lezione etologica è implacabile: i predatori devono adattarsi o estinguersi.


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lunedì 2 febbraio 2026

Gli Stati Uniti stanno promuovendo così tanti programmi di cambio di regime che è difficile tenere il passo - Caitlin Johnstone


È semplicemente incredibile la rapidità e l'aggressività con cui gli Stati Uniti stanno portando avanti i loro programmi di conquista globale sotto l'amministrazione Trump. Ora stanno correndo per conquistare Cuba.

Il presidente degli Stati Uniti ha firmato un ordine esecutivo per imporre nuovi dazi sui paesi che forniscono petrolio a Cuba, anche indirettamente, il che dovrebbe aumentare drasticamente la pressione sulla nazione insulare già in difficoltà. Questo mentre il Financial Times riporta che "Cuba ha petrolio sufficiente solo per 15-20 giorni agli attuali livelli di domanda e produzione interna", dopo che gli Stati Uniti hanno interrotto le forniture dal Venezuela e il Messico ha accantonato una spedizione di petrolio pianificata. 

L'ordine di Trump contiene le solite scuse che ci aspettiamo dall'impero della propaganda e delle bugie, con i suoi autori che blaterano senza prove sul fatto che Hamas, Hezbollah e "gruppi terroristici transnazionali" ricevono sostegno dall'Avana, rendendo così questo schiacciante atto di guerra d'assedio una misura di autodifesa attuata per proteggere il popolo americano.

Ci viene chiesto di credere che Cuba sia Hamas, quindi Washington deve strangolarla a morte per legittima difesa. Il fatto che gli Stati Uniti perseguano un cambio di regime a Cuba da generazioni, ci viene detto, è solo una coincidenza.

Le bugie diventano sempre più stupide con ogni nuova presa di potere imperiale. A questo punto, è semplicemente offensivo.

La scorsa settimana il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo intitolato "Gli Stati Uniti stanno attivamente cercando un cambio di regime a Cuba entro la fine dell'anno", in cui si citavano alti funzionari statunitensi anonimi che affermavano di considerare l'operazione per rimuovere Maduro da Caracas come un "progetto" per far cadere L'Avana.

Ecco un estratto:

"Incoraggiata dalla cacciata del presidente venezuelano Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti, l'amministrazione Trump è alla ricerca di esponenti del governo cubano che possano aiutarla a raggiungere un accordo per cacciare il regime comunista entro la fine dell'anno, hanno affermato fonti vicine alla questione.

"L'amministrazione Trump ha valutato che l'economia cubana è vicina al collasso e che il governo non è mai stato così fragile dopo la perdita di un benefattore vitale come Maduro", hanno affermato queste persone. I funzionari non hanno un piano concreto per porre fine al governo comunista che ha detenuto il potere sull'isola caraibica per quasi sette decenni, ma vedono la cattura di Maduro e le successive concessioni dei suoi alleati come un modello e un monito per Cuba, hanno affermato alti funzionari statunitensi".

Il Wall Street Journal riporta che i funzionari dell'amministrazione hanno incontrato "esuli cubani e gruppi civici a Miami e Washington" con l'obiettivo di "identificare qualcuno all'interno dell'attuale governo che capisca la situazione e voglia raggiungere un accordo", in modo simile a come sono stati reclutati i responsabili del governo Maduro per facilitarne la rimozione.

In un nuovo segmento sui frenetici sforzi di Trump per rovesciare L'Avana, Patrick Oppmann della CNN riferisce da Cuba di aver "sentito da una fonte dell'ambasciata statunitense che ai diplomatici è stato consigliato di 'fare le valigie', mentre l'amministrazione Trump esplora nuovi modi per destabilizzare il governo comunista".

Gli Stati Uniti amano impoverire le popolazioni delle nazioni prese di mira ricorrendo allo strangolamento economico, con l'obiettivo di fomentare disordini e rivoltare le persone contro i loro leader. Nel 2019, l'ex segretario di Stato di Trump, Mike Pompeo, ha apertamente riconosciuto che l'obiettivo della guerra economica di Washington contro l'Iran era quello di rendere la popolazione così infelice da spingerla a "cambiare governo", citando allegramente la "difficoltà economica" in cui la nazione era stata messa a dura prova dalle sanzioni statunitensi. La difficoltà economica è stata ampiamente citata come fattore primario nelle proteste mortali che hanno scosso l'Iran nelle ultime settimane.

Ecco l'ultimo segretario di Stato di Trump, Mike Pompeo, che nel 2019 ha affermato che stanno deliberatamente causando "disagio economico" all'Iran per fomentare una rivolta contro Teheran, affermando di non credere che le sanzioni faranno pressione su Teheran affinché cambi, ma che "il popolo può cambiare il governo".

Le sanzioni per fame sono l'unica forma di guerra in cui è ampiamente considerato normale ed etico colpire deliberatamente una popolazione civile con la forza letale. Impoverire deliberatamente un'intera nazione fino a farla esplodere in un conflitto e in una guerra civile è una delle azioni più malvagie che si possano immaginare, ma è il piano A dell'impero statunitense quando si tratta di rimuovere i leader stranieri che si rifiutano di baciare lo stivale imperiale.

Dalla Palestina al Libano, dallo Yemen alla Siria, dal Venezuela a Cuba all'Iran, negli ultimi due anni gli Stati Uniti si sono dati da fare per eliminare governi e gruppi di resistenza che cercano di affermare la propria sovranità. Ogni volta c'è una scusa nuova, ma l'obiettivo finale è sempre lo stesso: il rafforzamento del dominio planetario.

L'impero statunitense è la struttura di potere più tirannica e omicida del pianeta. Se c'è un regime che ha bisogno di essere cambiato, è proprio quello.

 (Traduzione de l'AntiDiplomatico)


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Mano invisibile e spregiudicata: il modello americano - Marco d’Eramo

 



domenica 1 febbraio 2026

Manualetto di sicurezza digitale per giornalisti e attivisti - Carola Frediani

 


Un mese fa Guerre di Rete aveva presentato una sua nuova pubblicazione, un ebook, intitolato: Manualetto di sicurezza digitale per giornalisti e attivisti. Inizialmente l’ebook era stato spedito in anteprima ai partecipanti al nostro crowdfunding.

Da oggi chiunque può scaricarlo liberamente da questo link:
https://www.guerredirete.it/download-ebook-2025/

Il manualetto è rivolto a due categorie essenziali per il funzionamento della democrazia e del dibattito pubblico, che troppe volte abbiamo visto essere target di attacchi informatici, sorveglianza, campagne d’odio e di molestie nel mondo, in Europa, in Italia.
É scritto da giornalisti e attivisti in maniera semplice e discorsiva, ma fornisce anche indicazioni pratiche di base per iniziare a sistemare e a proteggere la propria vita digitale. Passa in rassegna questioni di cybersicurezza fondamentali (utili a tutti), ma si sofferma anche su aspetti specifici legati alle attività di queste due categorie. Come spiego ripetutamente nell’introduzione al volume, il nostro ebook è solo un manualetto. Non pretende di essere una panacea, non assicura di risolvere tutto o di schermarvi da qualsiasi cosa. Tuttavia, può essere un inizio importante.

L’ebook è un lavoro collettivo, con tre curatori (Carola Frediani, Sonia Montegiove, Patrizio Tufarolo) e una serie di autori (i giornalisti Raffaele Angius, Carola Frediani, Sonia Montegiove, Rosita Rijtano, e gli attivisti CRP, Matteo Spinelli e Taylor), e con Federico Nejrotti di Ufficio Furore che ne ha curato la grafica.


Cosa è e come funziona la newsletter Guerre di Rete
Specie per i nuovi, ricordo che questa newsletter (che oggi conta 15mila iscritti - ma molti più lettori, essendo pubblicata anche online) è gratuita e del tutto indipendente, non ha mai accettato sponsor o pubblicità, e viene fatta nel mio tempo libero. Se vi piace potete contribuire inoltrandola a possibili interessati, o promuovendola sui social.

Il progetto editoriale Guerre di Rete
In più, il progetto si è ingrandito con un sito indipendente e noprofit di informazione cyber, GuerrediRete.it. Qui spieghiamo il progetto. Qui l’editoriale di lancio del sito.
Qui una lista con link dei nostri progetti per avere un colpo d’occhio di quello che facciamo.

da qui

Cristo e il metodo per capirlo, copyright © ing. Dostoevskij - Marco Pozzi

 

Gli scritti di Fëdor Dostoevskij sono una miniera per cogliere le convergenze e le (profonde) differenze tra lo spirito russo e quello europeo: realtà profondamente diverse che, peraltro, si specchiano. Marco Pozzi indaga da tempo quell’intreccio. Su queste pagine abbiamo pubblicato, nelle settimane e nei mesi scorsi, frammenti di quel lavoro di ricerca. Ad essi se ne affianca, qui, un altro. (la redazione)

«Ascolta una grande idea: ci fu sulla terra un giorno che nel mezzo della terra stavano tre croci. Uno dei crocifissi credeva al punto che disse a un tratto: “Oggi sarai con me in paradiso”. Finì il giorno, tutt’e due morirono, s’incamminarono e non trovarono né paradiso, né resurrezione. Non si avverò quanto era stato detto. Ascolta: quell’uomo era il più sublime di tutta la terra, formava ciò per cui essa deve vivere. Tutto il pianeta, con tutto ciò che c’è sopra, senza quell’uomo non è che follia. Non ci fu né prima, né dopo nessuno che Lo eguagliasse, né mai ci sarà: che è perfino un miracolo. In questo appunto sta il miracolo, che non ci fu e non ci sarà mai chi Lo eguaglia. Ma se è così, se le leggi della natura non hanno risparmiato neppur Quello, se non hanno risparmiato nemmeno il proprio miracolo, ma hanno obbligato anche Lui a vivere in mezzo alla menzogna e a morire per la menzogna, significa che tutto il pianeta non è che menzogna e poggia sulla menzogna e su una stupida beffa. Significa che le stesse leggi del pianeta sono una menzogna e un vaudeville del diavolo. Perché vivere, allora, rispondi, se sei un uomo?»

È l’ingegnere Aleksej Nilič Kirillov a chiederlo, nei Demoni (Parte terza, cap. sesto, II), romanzo pubblicato nel 1871 dall’ingegner Dostoevskij. Fra colleghi c’è sintonia, lo dimostra la famosa lettera che lo scrittore scrive al fratello non appena riacquista la libertà dopo la lunga prigionia in Siberia: «Vi dirò di me che io sono un figlio del secolo, sono un figlio del dubbio e della miscredenza, fino a oggi e (lo so) finché campo. Questa sete di fede mi è costata e mi costa spaventose sofferenze, ed essa cresce nel mio animo tanto più forte quanto più in me albergano conclusioni opposte. E tuttavia, Dio mi concede a volte degli attimi in cui sono assolutamente in pace; in quei momenti amo e vedo che sono amato dagli altri, e in quei momenti ripongo in me il simbolo della fede nel quale per me è tutto limpido e santo. Questo simbolo è molto semplice, ed è questo: credere che non ci sia niente di più bello, profondo, disponibile, sensato, coraggioso e perfetto di Cristo e non solo non c’è, ma mi dico con amore geloso, che nemmeno può esistere. Inoltre, se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è al di fuori della verità, e davvero la verità si trovasse fuori di Cristo, preferirei comunque rimanere con Cristo piuttosto che con la verità» (fine gennaio o febbraio 1854). Cristo è al centro del ragionamento, come da secoli lo era in Russia.

Intorno all’anno Mille, dopo un viaggio a Costantinopoli, di cui resta estasiato, Vladimir I (972-1015), Principe di Novgorod e Gran Principe di Kiev, si converte al cristianesimo e porta la fede nella regione della Rus’, sotto l’influenza dalla tradizione bizantina, quell’impero romano d’Oriente non ancora caduto. Nel 1054, al culmine della tensione nei rapporti fra il Papa e il Patriarca di Costantinopoli, uno scisma dà origine al cristianesimo ortodosso, con sensibilità, dottrina e organizzazione differente.

Nella cultura europea gli imperatori cristiani si appoggiano ai sacerdoti (pontifices), i quali, negli ambiti di competenza, si attengono alle leggi emesse dall’imperatore, che si è insediato per volontà divina e all’autorità del sacerdote è rispettoso: i due poteri sono separati ma intrecciati. Più centralizzata intorno al pontefice è la chiesa di Roma, più conciliare quella d’Oriente; il sacerdote, nel celibato romano, mantiene un’esclusività verso la gerarchia ecclesiastica, mentre il sacerdote orientale è sposato.

Oltre che alle questioni teologiche, come quella del filioquesi contrappongono due modi distinti di sentire l’essere cristiano dentro la società: in Occidente le cronache riportano parecchi nomi di vescovi, mentre in Oriente la vita si svolge soprattutto nei monasteri. Qui le regole sono meno istituzionalizzate rispetto all’Occidente e, rispetto all’Occidente, molto meno impatto hanno i testi antichi di logica e di filosofia greca, mentre centrale è la dedizione intima al messaggio evangelico: più fede che filosofia. Il Nuovo Testamento prevede uno sforzo dell’anima dentro al mondo per raggiungere una dimensione nuova, culminata dalla resurrezione; in questo viaggio Cristo è la guida, l’ispirazione, l’ideale, per trionfare sulle perdizioni: è una maturità spirituale che passa dal rinnegamento e dal superamento di sé, di cui la spiritualità monastica è un’emanazione nel mondo, tanto che i monaci diventano portavoce nella chiesa d’Oriente a ispirazione nella perpetua lotta.

In tale contesto si rafforza la cultura monastica. Nelle chiese dentro i monasteri ‒ con l’iconostasi alta fino al soffitto e in mezzo le “porte regali”, dove, durante la funzione, accede il sacerdote per consacrare il pane e il vino dell’Eucarestia ‒ fiorisce l’arte delle icone: immagini dipinte del santo a cui la chiesa è consacrata, insieme a storie del Vangelo, apostoli e arcangeli. Vengono riconosciuti i primi santi ortodossi, aumentando il patrimonio religioso russo. L’intera chiesa russa diventa più autonoma, e si rafforza tanto più declina l’influenza mongola, causata anche dalla caduta di Costantinopoli nel 1453 che pone fine dalla civiltà bizantina: la città viene ribattezzata Istanbul e la basilica di Santa Sofia trasformata in moschea.

Per la Russia sorge un parallelismo con Israele, il popolo affidatario della vera fede circondato da popoli miscredenti: Mosca è la nuova GerusalemmeAlla fine del XV la Russia non è più un insieme di principati, ma un’entità statale, tanto che la parola Rossija (dal greco) comincia a sostituire la parola Rus’. A sud il confine corre verso il nascente impero ottomano, con cui si commercia, come si commercia con l’Europa; a nord e a ovest si raggiungono pressoché i confini attuali, in un immenso territorio di foreste dove la popolazione si concentra lungo i fiumi; i contadini si sfamano di funghi, bacche e selvaggina dalle foreste, coltivano grano, allevano mucche e polli, come fittavoli della corona prima, poi come dipendenti del nobile locale.

Come rappresentare tutto ciò? Secoli di storia, di pensieri, di sentimenti? Di spiritualità, di umano, di trascendenza? L’ingegner Dostoevskij brevetta un metodo. Scrive in una lettera del 20 febbraio 1854: «Io vi dirò di me che sono un figlio del secolo, un figlio della miscredenza e del dubbio e che (lo so) lo resterò fino alla tomba. Quante terribili sofferenze mi è costato e mi costa questa sete di fede, la quale è tanto più forte nell’anima mia, quanto più sono gli argomenti contrari». E si legge nei suoi taccuini: «La negazione è necessaria, diversamente l’uomo finisce per essere sulla terra come una cimice. La negazione della terra è necessaria, per essere infiniti. Cristo, il più alto ideale positivo dell’uomo, porta in sé la negazione della terra, per quanto la sua ripetizione si è rivelata impossibile».

La leggenda del grande Inquisitore, composta da Ivan Karamazov, è un esempio magistrale di negazione, di lotta nella contraddizione. Se il pensiero che l’ingegner Dostoevskij voleva esprimere fosse stato una lode alla libertà che ci ha dato Cristo, avrebbe potuto affermarlo direttamente, attraverso una spiegazione degna della miglior saggistica, oppure con le parole di un personaggio, in un monologo, parlato o scritto (come ad esempio il diario di padre Zosima). Invece qui l’affermazione avviene in maniera diversa, cioè costruendo un personaggio, l’Inquisitore, che nega tale principio, e che lo nega proprio perché lo riconosce vero, ma inapplicabile: così vuole “correggere l’opera di Cristo” riconoscendone la troppa perfezione, inadatta a una creatura come l’uomo. La negazione perciò afferma, e proprio in quanto negazione esprime le contraddizioni che l’affermazione porta in sé, e proprio nell’esprimerle, evolvendosi il discorso, le supera. Il concetto così si forgia (“l’osanna”), si tempra passando nell’alternarsi di diverse temperature, la più alta e la più bassa possibile, al loro limite, come un’esplosione solare o lo zero kelvin. Ed è nella libertà che l’essere umano può vivere questa esperienza. Una libertà che si esprime nella sua ampiezza e nella sua contraddizione, di una coscienza che davanti alla scelta del bene e del male può scegliere il bene, senza negare l’esistenza del male, ma temprandosi attraverso di esso, modellando la propria identità, la quale soltanto in questa condizione può essere piena e non scissa, frammentata. Deve esistere la possibilità del Male per poter scegliere il Bene, la possibilità di essere la “creatura bipede e ingrata”, e non “una puntina di organetto”, che gira e gira in un solco dal momento che non potrebbe far altrimenti. È necessario un gancio-traino verso l’assoluto, un asintoto morale sul quale ascendere.

Se la stessa idea di partenza fosse stata espressa in altro modo, diciamo più consueta, più lineare, più prevedibile, a chi la riceve sarebbe arrivata molto più debole; invece, approfondendola sino al fondo nella sua negazione, chi la riceve è come se dentro di sé già avesse percorso ogni possibile obiezione, ogni dubbio in cui si sarebbe attardato. Perciò la conoscenza è superiore: durante la lettura della Leggenda il percorso comprende molte stazioni intermedie, che il lettore esperisce dentro sé stesso: sia quelle già conosciute, sia quelle ancora sconosciute, in una via crucis o giro turistico che include ogni highlight da visitare.

L’ingegner Dostoevskij commenta in una delle sue ultime lettere: «Quegli imbecilli non hanno mai visto nemmeno in sogno una potenza di negazione simile a quella che ho messo nella mia Leggenda del Grande Inquisitore e nel capitolo che precede. La loro stupidità non potrà mai immaginare la potenza di negazione che io ho conosciuto». È un modo di conoscere il mondo, un viaggio nelle possibilità infinite della storia, in tempo zero, coi piedi sul divano, o sdraiato nel letto, ma con un libro in mano.

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sabato 31 gennaio 2026

Democrazia in tempo di guerra: Angelo d'Orsi e Alessandro Barbero (e non solo) a Torino

 

Polizie, violenza, impunità: oltre lo “scudo penale”? - Lorenzo Guadagnucci

 

C’è una regola non scritta – un principio di buon senso e di garanzia – che consiglia di sospendere dal servizio e di tenere lontano dalla “prima linea” funzionari e operatori delle forze di polizia o degli apparati di sicurezza sottoposti a indagini e processi, specie se per fattispecie particolarmente gravi. È una “regola” che ai vertici delle polizie italiane, e ai responsabili politici pro tempore, non piace granché, e infatti viene poco e male applicata, con evidente danno per l’immagine delle istituzioni e per la qualità delle relazioni fra queste e la cittadinanza.

Nei giorni scorsi il giornalista Nello Trocchia, sul quotidiano Il Domani, ha scritto che Antonio Fullone sta per essere nominato a capo del Dipartimento per la formazione degli agenti penitenziari: la pratica preparata dal sottosegretario Andrea Delmastro sarebbe sul tavolo del ministro Carlo Nordio e mancherebbe solo la sua firma prima dell’annuncio ufficiale. Fullone, ecco il problema, è imputato nel processo scaturito dai pestaggi avvenuti nell’aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere e denunciati a suo tempo proprio da Trocchia sul Domani. È una vicenda terribile, documentata dalle immagini riprese dalle telecamere interne; decine di agenti sono sotto processo con l’accusa di tortura. Fullone all’epoca era Provveditore per le carceri della Campania e fu lui a ordinare la perquisizione straordinaria poi finita in pestaggio. All’epoca il dirigente fu sospeso e sostituito nell’incarico ma ora sembra pronto a rientrare nei ranghi e ad assumere un ruolo importante e delicato come la direzione di una scuola di formazione. Fullone, naturalmente, potrebbe essere innocente e magari sarà assolto – e Nordio potrebbe anche decidere altrimenti, visto che la nomina non è ufficiale – ma il tema resta: esiste o non esiste una questione di opportunità nelle nomine e nei ruoli, a fronte di inchieste e processi per gravi fatti storici? Non sarebbe necessario attendere la fine dei processi prima di procedere con la nomina degli imputati a nuovi incarichi a ruoli direttivi?

Il problema si pose con particolare rilievo all’epoca delle inchieste sugli abusi commessi durante il G8 di Genova: furono pestaggi, torture, falsi in atto pubblico. In quel caso i vertici delle polizie e dello Stato scelsero di non intervenire, di non sospendere nessuno, di non avviare procedimenti disciplinari, per quanto a caldo perfino Pippo Micalizio, l’esperto funzionario inviato dal capo della polizia del tempo, Gianni De Gennaro, per un’indagine interna sul caso Diaz, avesse consigliato per iscritto addirittura la destituzione, cioè il licenziamento, di alcuni dirigenti coinvolti nella violenta e disastrosa “perquisizione” nella scuola, chiusa processualmente nel 2012 con la condanna in via definitiva di una decina di imputati, fra i quali importanti dirigenti nazionali della polizia di Stato.

Il caso Diaz finì anche alla Corte europea per i diritti umani e l’Italia fu condannata per non avere punito in maniera adeguata i responsabili: la sentenza Cestaro del 2015 ricordava all’Italia, fra altre cose, la necessità, in casi così gravi, di sospendere i funzionari rinviati a giudizio e di destituirli in caso di condanna definitiva. L’Italia non fece né l’una né l’altra cosa: a inchieste e processi in corso tutti i funzionari di livello più alto erano stati anzi promossi a incarichi superiori, e dopo il 2012, nonostante la condanna in Cassazione, nessuno era stato destituito. Nemmeno la sentenza Cestaro indusse a un ripensamento e l’immagine della polizia di Stato non ne ha certo guadagnato; resta impressa nella mente dei più la sensazione che gli apparati di sicurezza affrontino con insofferenza la verifica di legalità della magistratura e il dovere civico di trasparenza verso la cittadinanza. Genova G8, vista la rilevanza dei processi e degli imputati, ha inevitabilmente fatto scuola, e anziché spingere le istituzioni a fare chiarezza sulle procedure da seguire e ad adeguarsi alla giurisprudenza della Corte di Strasburgo, ha creato un precedente nel segno dell’opacità e dell’indifferenza per il rispetto del principio di opportunità.

Nel caso di Santa Maria Capua a Vetere, a onor del vero, le sospensioni dal servizio sono state numerose, ma non uniformi, e non chiaramente comunicate all’esterno, né si conoscono i criteri seguiti – se ce ne sono stati – per stabilirne la durata e l’esito finale. Turi Palidda, in un suo recente intervento (https://www.osservatoriorepressione.info/il-meccanismo-che-garantisce-limpunita-agli-agenti-di-polizia-in-italia/), ha ricostruito il sistema di norme vigenti in materia di procedimenti disciplinari nelle varie forze dell’ordine: è un sistema così farraginoso e contraddittorio da lasciare un ampio margine di discrezionalità ai vertici degli apparati e ai loro referenti politici. E non c’è da aspettarsi una riforma nella direzione della trasparenza e della chiarezza, tutt’altro: il ministro della Giustizia Carlo Nordio, quando fu trasformato in legge il decreto sicurezza, promise ad agenti e sindacati delle forze di polizia un provvedimento speciale per introdurre nell’ordinamento una serie di norme, prima previste poi stralciate dal decreto, che erano state definite “scudo penale” per le forze di polizia. Né chiarezza e trasparenza, né principio di opportunità, dunque: c’è da aspettarsi, semmai, la formalizzazione di una protezione speciale e preventiva di agenti e funzionari sottoposti a indagini e processi.

Celiando un po’, potremmo dire che l’Italia non è (ancora?) uno Stato di polizia, ma certamente è uno Stato della polizia, nel quale non è il primo (cioè il potere politico) a dettare la regole alla seconda, bensì l’inverso.

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