venerdì 26 giugno 2026

L'ascesa del Sud globale - Chris Hedges

La guerra contro l'Iran non solo si è conclusa con un'umiliante sconfitta per gli Stati Uniti, ma ha anche determinato un drammatico cambiamento negli equilibri di potere in Medio Oriente e nel Sud del mondo.

L'umiliante sconfitta di Israele e degli Stati Uniti nella guerra contro l'Iran, insieme alla brutalità del genocidio in corso a Gaza, stanno inaugurando un nuovo ordine mondiale. Un ordine in cui le voci della ragione e della stabilità non provengono dall'Occidente – che ha speso decine di miliardi di dollari per sostenere il genocidio israeliano – ma dal Sud del mondo, Cina inclusa. È un ordine in cui le alleanze vengono rapidamente riconfigurate per proteggere i paesi da uno stato americano canaglia che si scaglia contro gli altri come una bestia ferita, mentre precipita verso un declino irreversibile.

La fine dell'impero statunitense, guidata da un impetuoso e incompetente Donald Trump, è irreversibile. Gli Stati Uniti hanno perso la sesta guerra in Medio Oriente in 25 anni. Il potere dell'Iran è aumentato non solo perché, insieme all'Oman, controlla lo Stretto di Hormuz – attraverso il quale transita circa il 25% del petrolio e il 20% del gas naturale liquefatto trasportati via mare a livello mondiale – ma anche perché ha inviato un messaggio inequivocabile, con i suoi droni e missili, agli alleati e alle basi statunitensi nella regione, mandando al contempo l'economia globale in rovina.

Trump e il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu – che a quanto pare ha attirato Trump nella guerra con visioni fantasiose di un facile cambio di regime in Iran dopo gli attacchi mirati contro il paese del 28 febbraio 2026, che includevano l'assassinio della Guida Suprema iraniana Ayatollah Ali Khamenei e di altre figure politiche e militari, insieme a 168 studenti e ai loro insegnanti – potrebbero colpire di nuovo l'Iran. Sono disperati. Ma un nuovo bombardamento dell'Iran non funzionerà. La strategia di difesa a mosaico dell'Iran garantisce che tutti i comandanti politici e militari siano facilmente sostituibili.

L'Iran può strangolare l'economia mondiale chiudendo lo Stretto di Hormuz. Può aggravare ulteriormente la situazione convincendo i suoi alleati yemeniti, Ansar Allah, a chiudere lo Stretto di Bab el-Mandeb nel Mar Rosso, proprio come fecero con le navi dirette in Israele quando difendevano i palestinesi dopo il 7 ottobre. Ciò potrebbe sfociare in un blocco totale. L'Arabia Saudita, con lo Stretto di Bab el-Mandeb aperto, è in grado di aggirare lo Stretto di Hormuz ed esportare cinque milioni di barili al giorno attraverso il suo oleodotto fino alle petroliere nel porto di Yanbu, sul Mar Rosso.

Se non si raggiungerà presto un cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, l'economia globale crollerà, forse entro poche settimane. Gli Stati Uniti e i loro alleati, come il Giappone , hanno rilasciato parte delle loro ingenti riserve strategiche di petrolio, ma queste non saranno in grado di sostenere i mercati indefinitamente. Le scorte della Riserva Strategica di Petrolio americana sono ai minimi storici da oltre 40 anni. Una volta esaurite, il prezzo del carburante salirà alle stelle. Se il prezzo del barile di petrolio raggiungerà i 200 dollari, il prezzo alla pompa potrebbe arrivare fino a 10 dollari al gallone. Questa situazione, unita alla carenza di altri prodotti petroliferi, nonché di fertilizzanti azotati, alluminio ed elio – un elemento indispensabile per la produzione di apparecchiature per la risonanza magnetica e semiconduttori – sta già causando la chiusura di industrie vitali e facendo aumentare i prezzi delle materie prime.

La Banca Mondiale prevede un aumento del 31% del costo dei soli fertilizzanti azotati, prodotti nel Golfo Persico e transitati attraverso lo Stretto di Hormuz, se la guerra dovesse continuare. Ciò comporterebbe un forte aumento del prezzo dei generi alimentari.

Trump è come un cane spinto contro la sua volontà in una gabbia. Quando sembra che un accordo con l'Iran sia vicino, ringhia e abbaia, sabotando la proposta di cessate il fuoco di 30-60 giorni. Gli scatti d'ira di Netanyahu riguardo a qualsiasi accordo che fermerebbe gli attacchi israeliani contro il Libano, insieme al potenziale sblocco di parte dei circa 100 miliardi di dollari di beni iraniani congelati, alimentano la momentanea sfida di Trump.

Ma il tempo stringe. Rimane poco tempo. E più Trump aspetta, peggio andrà. Né Trump né Netanyahu sono i padroni di questo gioco. L'Iran ha le carte in mano.

Il sogno di Israele di formalizzare la propria egemonia sul Medio Oriente, codificato negli Accordi di Abramo durante il primo mandato di Trump – che normalizzarono le relazioni tra Israele e gli stati della regione – è morto. Questa guerra e il genocidio a Gaza lo hanno ucciso.

Trump sta tentando di rilanciarli inserendoli in un accordo per porre fine alla guerra contro l'Iran. Ha chiesto a stati precedentemente non coinvolti negli Accordi di Abramo, come il Pakistan e, in seguito, l'Iran, di aderire alla normalizzazione delle relazioni con Israele. Il Pakistan, l'unico stato a rispondere pubblicamente, ha respinto l'invito a causa di quello che ha definito uno scontro con le "ideologie fondamentali" del paese. Tutti gli altri stati a cui Trump si è rivolto hanno reagito con un silenzio perplesso.

L'Iran chiede la revoca delle sanzioni e la fine del blocco navale – che , secondo la CIA, l'Iran può sopportare per mesi prima di subire gravi difficoltà economiche – in cambio della riapertura dello Stretto di Hormuz. L'accordo proposto non menziona l'arsenale missilistico balistico iraniano, che, secondo il New York Times, funzionari militari e dell'intelligence statunitensi, si attesta ancora al 70% dei livelli prebellici.

Iran, Pakistan, Turchia e Qatar, quest'ultimo in prima linea nei negoziati con Hamas, sono i nuovi attori principali della scena politica regionale.

Il Pakistan non solo ha firmato un patto di difesa reciproca con l'Arabia Saudita nel 2025, ma ha anche schierato truppe, aerei e sistemi di difesa aerea nella dittatura del Golfo ad aprile. Inoltre, ha ospitato i colloqui per il cessate il fuoco tra i due negoziatori principali di Trump, definiti "stupidi e ancora più stupidi": il suo inetto genero Jared Kushner e il collega immobiliarista e compagno di golf Steve Witkoff.

La guerra ha accresciuto il prestigio e il potere della Cina, che, rispetto a Washington, è vista a livello globale come l'incarnazione di una leadership razionale, prudente e stabile. L'Iran, segno del nuovo ordine globale, permette alle petroliere cinesi e pakistane, insieme ad altre navi non alleate con Israele e gli Stati Uniti, di attraversare lo Stretto.

Israele, non essendo riuscito a convincere gli Stati Uniti a svolgere il lavoro sporco di bombardare l'Iran fino a ridurlo a uno stato fallito, mi aspetto che si scagli con rinnovata furia contro Gaza, forse occupando il restante 30% del territorio assediato. Continuerà la sua politica, simile a quella adottata a Gaza, di radere al suolo ogni struttura a sud del fiume Litani in Libano, bombardandola quotidianamente nonostante l'Iran affermi che gli attacchi al Libano violino l'attuale accordo di cessate il fuoco.

La ferocia e la spacconeria di Trump – che ha minacciato di "far saltare in aria" l'Oman se non si fosse "comportato bene" dopo le notizie sull'imposizione congiunta di pedaggi da parte dell'Oman e dell'Iran per le navi che attraversano lo Stretto di Hormuz – non possono nascondere l'impotenza degli Stati Uniti. Il rifiuto degli alleati americani di dare ascolto all'appello di Trump per aiutarlo a riaprire lo Stretto, insieme alla miseria economica che sta colpendo le nazioni alle prese con la carenza di risorse e l'aumento dei costi di energia e fertilizzanti, sono la prova lampante dell'isolamento di Washington.

Gli imperi, accecati dal mito della propria onnipotenza e superiorità militare, nelle fasi finali si ritrovano coinvolti in conflitti senza una chiara comprensione della loro destinazione. Si alienano gli alleati e inciampano da un disastro militare all'altro, come hanno fatto gli Stati Uniti per oltre due decenni in Medio Oriente.

Nel 1956, l'Impero britannico, già in rapido declino, subì un'umiliazione quando cospirò con Francia e Israele per impadronirsi del Canale di Suez, nazionalizzato da Gamal Abdel Nasser. Gli Stati Uniti costrinsero tutti e tre i paesi a fermare l'invasione. La sterlina britannica cedette il passo al petrodollaro. Questo evento segnò la fine dell'Impero britannico.

La guerra contro l'Iran è la crisi di Suez di Washington.

Questa potrebbe non essere la fine dell'Impero americano, ma è l'inizio della fine.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-chris_hedges__lascesa_del_sud_globale/39602_67176/

giovedì 25 giugno 2026

La resa di CGIL, CISL e UIL: ecco come il nuovo accordo quadro svende i salari e apre alle gabbie leghiste - Emiliano Gentili e Federico Giusti

 

Il 17 Giugno scorso, le organizzazioni sindacali CGIL, CISL e UIL hanno trasmesso alle associazioni datoriali una proposta di accordo quadro. «Lo scopo è quello di sottoscrivere un accordo sugli accordi, che disciplini tutta la contrattazione dall’alto».[^1]

Non è casuale che questo testo arrivi proprio mentre iniziano a farsi sentire i primi effetti dell’economia di guerra e della sostituzione dei lavoratori con l’Intelligenza Artificiale. A nostro avviso, infatti, i sindacati confederali puntano a ritagliarsi un ruolo nella gestione di questi processi,[^2] nel tentativo di arginare una serie di leggi che punta a marginalizzare e neutralizzare la contrattazione, dopo alcuni decenni di effettivo arretramento della rappresentanza.

I confederali, dunque, lottano per tenere in vita il vecchio modello concertativo di relazioni industriali, seppur con sfumature diverse: la CISL mostra un'aperta sudditanza al Governo; la UIL mantiene una posizione apparentemente critica ma spesso volutamente interlocutoria; la CGIL si barrica in una difesa a oltranza del passato, pur avendone subito finora solo gli effetti negativi a causa della delegittimazione operata da esecutivi e associazioni datoriali.

I pilastri dell’accordo sono tre: l’introduzione della tecnologia nei processi produttivi, la perdita del potere d’acquisto dei salari (accelerata dalle tensioni internazionali) e la rappresentanza sindacale.

I. La tecnologia nel lavoro

I sindacati propongono il rafforzamento dei processi partecipativi per cogestire con le aziende l’ingresso delle nuove tecnologie: «La digitalizzazione, l’intelligenza artificiale e la robotica stanno trasformando rapidamente e profondamente il nostro mondo. [...] L’accordo quadro deve valorizzare il ruolo e l’estensione della contrattazione collettiva anche quale sede privilegiata di regolazione e sviluppo degli strumenti partecipativi».

Il testo prevede che tale sinergia si articoli attraverso «esperienze di partecipazione organizzativa, gestionale, economica e consultiva». Il riferimento esplicito è alla Legge sulla partecipazione dei lavoratori agli utili dell’impresa,[^3] un provvedimento che però disciplina queste dinamiche lasciando all'azienda la facoltà di scegliere i lavoratori da includere nei CdA, bypassando completamente le sigle sindacali.[^4] La proposta dei confederali è quindi quella di assorbire queste forme di partecipazione direttamente dentro gli istituti della contrattazione per blindare il proprio ruolo. In questo, l'accordo ricalca in parte la proposta originaria della CISL, uno dei pilastri da cui è scaturita la legge del Governo.

In tutto ciò, il grande assente resta un equo e sostanziale indennizzo (in termini salariali, orari o di welfare) per gli aumenti di produttività generati dalla tecnologia, una dinamica che investe ormai quasi tutta la forza-lavoro italiana.[^5] Siamo di fronte a una grave contraddizione: non si possono proporre forme di co-gestione senza stabilire adeguati rapporti di forza tra lavoratori e aziende, rapporti che in ambito lavorativo si articolano prevalentemente su base economica.

II. Il potere d’acquisto

L’accordo introduce il riconoscimento del Trattamento Economico Complessivo (TEC) all’interno del CCNL per standardizzare la stesura dei contratti. Si tratta di una buona proposta, mirata a semplificare la comparazione e a verificare l’equivalenza contrattuale, superando l'attuale prassi in cui i CCNL indicano solo il Trattamento Economico Minimo (TEM), lasciando che quello complessivo vada ricavato sommando le varie voci (scatti, tredicesima, premi).

Tuttavia, il valore del TEM, secondo il testo, andrebbe aggiornato «avendo a riferimento l’indice IPCA-NEI come calcolato dall’ISTAT». Significa che i sindacati accettano, ancora una volta, che il calcolo dell'inflazione escluda i beni energetici importati, proprio quelli che pesano di più sulle tasche dei lavoratori. Del resto, CGIL, CISL e UIL stanno firmando tutti i rinnovi del pubblico impiego legandoli a questo indice: fino a quando rimarrà in vigore l'IPCA, salvaguardare il potere d'acquisto rimarrà un'utopia.

Inoltre, l'accordo prevede che «i contratti avranno durata triennale o quadriennale». In un periodo di alta inflazione, non sarebbe preferibile tornare a un aggiornamento biennale della parte economica? Al momento i contratti quadriennali sono una rarità e non è auspicabile che aumentino.

Infine, la difesa del salario viene delegata in buona parte alla contrattazione decentrata, da estendere «per dare risposte in relazione alle caratteristiche e alle specificità dell’azienda o del territorio». Oltre alla nostra contrarietà a questo modello,[^6] salta all'occhio il riferimento al «territorio»: il sospetto è che si tratti di un’apertura mascherata alle gabbie salariali proposte dalla Lega, cercando un compromesso col Governo basato sull'ampliamento della quota retributiva legata alle specificità locali.

III. La rappresentanza e la sicurezza

Anche la proposta di elezioni RSU «nelle realtà di minori dimensioni», se legata alla contrattazione decentrata, rischia di prestare il fianco al progetto leghista delle gabbie salariali, nonostante sia positiva la previsione di meccanismi che permettano l'elezione delle RSU anche su iniziativa diretta dei lavoratori.

Si richiede poi una maggiore regolazione aziendale: i confederali propongono una procedura legalmente vincolante per la comunicazione delle deleghe di iscrizione, arginando il fenomeno delle trattenute sullo stipendio che restano nelle casse aziendali, e nuove modalità condivise di deposito dei contratti per favorire la trasparenza negli appalti.

Nota dolente sulla salute e sicurezza sul lavoro: CGIL, CISL e UIL si limitano a rivendicare l'aumento del numero dei Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS). Nella realtà sindacale è evidente che queste figure, prive di poteri coercitivi fattuali, non hanno reali prerogative: possono fare proposte e chiedere atti, ma si scontrano con ostacoli burocratici e forti pressioni datoriali non appena provano a far emergere gli infortuni. I confederali non sembrano interessati a dare agli RLS un effettivo potere contrattuale e di blocco su salute e organizzazione aziendale, preferendo mantenerli ancorati a un ruolo puramente istituzionale e, di fatto, inefficace.

Note

[^1]: G. Cremaschi, Perché il patto tra Cgil, Cisl e Uil peggiorerà le condizioni di lavoratrici e lavoratori, 19 Giugno 2026, Il Fatto Quotidiano.

[^2]: Forse per questo evitano di produrre un'analisi critica delle innovazioni, rinunciando a contrastarne l’utilizzo che ne viene fatto nel mondo del lavoro. E vogliamo ricordare che siamo davanti a un processo diverso da quello già conosciuto negli anni Ottanta del secolo scorso con l’automazione delle linee produttive e la sostituzione degli operai con i robot: stavolta, l’IA colpirà anche posti di lavoro non esecutivi.

[^3]: E. Gentili, F. Giusti, S. Macera, Legge sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione, al capitale e agli utili dell’impresa, 25 Giugno 2025, Cub.it.

[^4]: Notiamo come la Legge non sia ancora stata applicata, se non dall’amministrazione comunale di Rieti. Questa, di centro-destra, ha ben pensato di escludere la partecipazione economica dalle forme di partecipazione previste. Cfr. E. Gentili, F. Giusti, Legge partecipazione lavoratori, primo test a Rieti, 11 Maggio 2026, Diogene Notizie.

[^5]: In realtà un accenno alla questione viene fatto, laddove i confederali scrivono che «in ragione dei processi di transformação tecnologica, di innovazione organizzativa e professionale, degli andamenti specifici di settore potrà modificare il valore del Trattamento Economico Minimo». Tuttavia non si tratta di una formulazione vincolante per le imprese.

[^6]: Il trionfo della contrattazione di secondo livello ha favorito la nascita del sistema delle deroghe contrattuali e, più in generale, l’accrescimento della produttività in cambio di pochi spiccioli – segnando a suo tempo anche la vittoria di un sistema contrattuale che crea situazioni di crescente disparità e un generale contenimento dei salari.

da qui


Taranto insegna: io non voto il meno peggio - Michele Riondino

 

mercoledì 24 giugno 2026

Vent'anni – Maria Rita Contu

Dopo Anna oltre il muro, in Vent’anni Maria Rita Contu racconta un’altra storia che inizia e finisce a Tertenia, questa volta segue le tracce di una famiglia che emigra in Lombardia e poi la storia di Arturo, un ragazzo che sceglie di diventare militare, e muore in un incidente aereo, con tanti morti, non troppo lontano dal punto in cui sono morti i passeggeri del Moby Prince, pochi decenni dopo.

La storia è raccontata con gli occhi e le parole di Marina, la sorella minore di Arturo, che spiega la gioia, per quanto possibile, di avere una nuova vita lontano da casa, e però dopo pochi anni il lutto per la morte del fratello oscura la vita della famiglia e spinge nel dolore senza vie d’uscita i suoi genitori.

Il dolore per la perdita di un genitore è poca cosa rispetto a quello di in genitore che perde un figlio, è contro la natura delle cose umane.

Maria Rita Contu ci mostra anche le fotografie di quella famiglia e del dramma di Arturo, non c’è niente d’inventato, ma non è un semplice documentario, la scrittrice entra nella storia, si immedesima in Marina, partecipa nelle vicende piene di futuro della famiglia Deiana, ma nessuno viene trascurato, neanche Giovannino Caria, il sommozzatore che muore nell’intento di recuperare dalle profondità del mare i corpi delle vittime.

E poi, come in un coro greco, silenziosa, ma presente, è la comunità di Tertenia.

Anche la seconda prova di Maria Rita Contu è positiva, col suo stile investigativo, senza effetti speciali, giustamente ritenuti non necessari.

ps: roprio in questi mesi un altro sommozzatore che cercava di recuperare cinque vittime italiane da una grotta, nelle isole Mauritius. Si chiamava Mohamed Mahudhee. La scrittrice ricorda commossa Giovannino Caria, ma nel nostro paese nessuno si ricorda di Mohamed Mahudhee.

I morti continuano a vivere finchè c'è chi li ricorda, Maria Rita Contu li ricorda e ce li fa ricordare.

Da Gramsci ai cabaret nazisti: l'inganno della risata che ci sta portando alla dittatura - Chris Hedges

 

I buffoni che orchestrano il fascismo – con la sua pseudoscienza, la sua idiozia, la sua propensione alla violenza e la sua grottesca ipermascolinità – sono un terreno fertile per la satira. È fin troppo facile, come fanno i comici dei late-night show o come facevano i cabaret berlinesi con i nazisti, mettere alla gogna i teppisti, gli inetti e i mediocri che detengono il potere. Tuttavia, questa forma di satira finisce per accecare gli oppositori, impedendo loro di vederne il nucleo omicida e il potere distruttivo. Ignora i veri centri di potere. Non genera resistenza, ma disprezzo e cinismo, acuendo la faglia sociale e politica tra noi, l'élite "illuminata e colta", e loro, il "cesto di deplorevoli" da deridere e disprezzare.

Esistono due forme di satira. Quella delle élite istruite, che domina i media commerciali, si limita a ridicolizzare le debolezze e le pretese di Trump e dei suoi sfortunati seguaci. Questa satira non attacca mai i colossi multinazionali o l'industria bellica. Ignora il degrado e la corruzione strutturale delle nostre istituzioni politiche – incluso il Partito Democratico – che hanno creato il fenomeno Trump, fingendo che viviamo ancora in una democrazia sana. Caratterizzata da una ripugnante superiorità morale e intellettuale e da una spietata umiliazione delle classi inferiori, questa comicità alimenta proprio le divisioni sociali e l'alienazione che nutrono il fascismo.

Antonio Gramsci avvertiva che la satira elitaria è controproducente. Invocava invece un "sarcasmo appassionato" capace di prendere di mira i reali meccanismi del potere. La satira, scriveva, deve fustigare i miti e le ideologie dominanti che sostengono il capitalismo e il fascismo. Deve smascherare la bancarotta morale dell'autoritarismo, ma anche riconoscere le legittime rimostranze di coloro che ne sono vittime, concentrandosi sulle istituzioni che perpetuano l'ingiustizia e la disuguaglianza sociale.

"Trump è stato necessario anche per smascherare i progressisti di plastica", scrive l'analista Nate Bear. "Gli imperialisti liberali anti-Trump, nella loro opposizione all'accordo con l'Iran, appaiono come psicopatici guerrafondai. Dai democratici che denunciano l'accordo sui social ai comici come Jimmy Fallon che attaccano Trump per aver restituito a Teheran i fondi che gli Stati Uniti avevano congelato, non esiste alcuna alternativa al bombardamento incessante dell'Iran. Non c'è rabbia da parte dei liberali per le vittime iraniane, o verso lo stato imperialista, il sionismo e la macchina di morte che rende possibile questa violenza. No, sono solo imbarazzati per le crepe dell'impero, di cui non vogliono riconoscere i limiti."

La satira elitaria, che vada in onda al Saturday Night Live o nei programmi notturni, finisce per accanirsi contro i più deboli. Induce i liberali a credere che i delinquenti e gli imbroglioni al potere siano troppo stupidi e inetti per durare. Milioni di esuli politici sanno bene come questa autoillusione – l'incapacità di prendere sul serio i fascisti – sia il principale motore del fascismo stesso. Anche loro, un tempo, liquidavano come ridicoli i teppisti che oggi governano i loro paesi d'origine.

La scrittrice turca Ece Temelkuran, costretta all'esilio dal regime di Erdogan, nel suo libro Nazione di stranieri descrive un modello preciso:

Tutto inizia con un movimento che spacca la società in due: il "vero popolo" contro l'"élite corrotta", guidato da un leader che pretende di essere l'unico rappresentante dei giusti. Il passo successivo è la dissoluzione della verità e la priorità della fedeltà sulla decenza. Poi viene smantellata la vergogna: il leader infrange il consenso politico e morale con una spietatezza senza precedenti. Più a lungo rimane al potere, più i limiti di ciò che è accettabile si allargano. Ciò che un tempo sembrava impensabile o spregevole diventa gradualmente la normalità. Mentre le istituzioni democratiche vengono svuotate dall'interno, i valori universali – la dignità umana e lo stato di diritto – vengono sostituiti da un nazionalismo feroce, da un fiero vittimismo e da una riscrittura della storia. La crudeltà diventa una virtù, infiltrandosi nella vita quotidiana. La cerchia del "noi" si restringe, mentre milioni di concittadini vengono etichettati come sospetti permanenti.

Come avverte Temelkuran, gli americani placano le loro paure ripetendo la stessa illusoria frase: "Le istituzioni reggeranno". Non osano guardare in faccia il proprio futuro, e presto non saranno più riconosciuti come cittadini a meno che non si conformino alle nuove regole dell'America di Trump.

I comici di oggi funzionano un po' come Fritz Grünbaum, la star del cabaret che durante il nazismo, quando mancò la corrente durante uno spettacolo, disse ironicamente: "Non vedo niente, proprio niente; devo essere finito nella cultura nazionalsocialista". Grünbaum finì i suoi giorni nel campo di concentramento di Dachau, dove morì di tubercolosi insieme ad altri artisti e satirici.

I nazisti si mossero rapidamente per chiudere i cabaret e tutte le istituzioni che sfidavano il loro controllo, sostituendoli con spettacoli di varietà insignificanti. Detestavano la derisione tanto quanto Trump, che dopo una puntata dello show di Stephen Colbert ha definito il conduttore un "idiota totale", condividendo un video generato dall'intelligenza artificiale in cui lo gettava in un cassonetto, scrivendo che quella era "l'inizio della fine" per i talk show notturni.

Nei regimi totalitari, le battute sui dittatori sono un reato. La satira è ammessa nello Stato fascista solo quando serve a deridere gli oppositori politici e le minoranze demonizzate, mai quando è diretta contro i veri centri di potere. Come sottolineava Gramsci, il consolidamento del potere richiede di vincere la "battaglia culturale", dominando il discorso pubblico, controllando il linguaggio e ridefinendo le norme sociali.

La satira elitaria non è altro che una valvola di sfogo. Rifiutandosi di affrontare le radici della degenerazione politica, sociale e culturale – che ha preceduto la presidenza Trump – consolida il progetto autoritario che finge di combattere. Riduce la catastrofe a uno spettacolo circense: i ministri servili, le nomine grottesche o la guerra di Robert F. Kennedy Jr. contro la scienza medica. Non affronta il fallimento sistemico delle istituzioni democratiche: l'accademia, le elezioni, i tribunali, il Congresso o i media. Distoglie l'attenzione dai miliardari e dalle multinazionali che hanno imposto l'austerità e la deindustrializzazione, facilitando il più grande trasferimento di ricchezza verso l'alto nella storia degli Stati Uniti. Ignora la micidiale industria bellica e l'apparato di sorveglianza interna che ci rende la popolazione più monitorata e spiata della storia umana.

Questa satira elitaria semplifica forze complesse, sminuendo le correnti sotterranee che hanno generato Trump. Il "sarcasmo appassionato" di Gramsci è troppo rivoluzionario e troppo veritiero per essere trasmesso dai colossi mediatici.

"La risata è la nostra reazione alle incongruenze immediate e a quelle che non ci riguardano direttamente", osservava il teologo Reinhold Niebuhr in Umorismo e fede"La fede è l'unica risposta possibile alle incongruenze ultime dell'esistenza, che minacciano il senso stesso della nostra vita. Nel Santo dei Santi non c'è spazio per le risate: lì sono soffocate dalla preghiera e l'umorismo trova compimento nella fede".

Quando la satira diventa il punto di arrivo, è deleteria, perché maschera la realtà. Deve essere, come comprese Niebuhr, solo il punto di partenza. Deve spingerci, come aveva capito Gramsci, verso un'analisi rigorosa e l'organizzazione di movimenti di massa, gli unici in grado di salvarci dalla tirannia. Deve smettere di fare il gioco di una nazione polarizzata. Data la gravità della situazione, la risata non basta più.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)


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martedì 23 giugno 2026

Cospito deve marcire - Guido Ruotolo

  

Alfredo Cospito, il “terribile”, deve rimanere sepolto vivo in carcere, al 41-bis (vedi qui). Ma che Paese è diventato il nostro? Un ministro della Giustizia che straparla e invoca l’impunità per le “vittime” della giustizia, si è impuntato arrivando a conclusioni opposte a quelle degli apparati di sicurezza, e dello stesso procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, Gianni Melillo. È un mondo alla rovescia, il nostro. A Catania si sta discutendo, in un’aula di giustizia, se il capo dell’ala stragista di Cosa nostra, Aldo Ercolano, sia ancora un pericoloso criminale, anche se non è più al 41-bis, e se quindi non si sia attenuata la sua “pericolosità sociale”. In gioco è la possibilità che Aldo Ercolano possa uscire dal carcere con i permessi premio, insomma. Stiamo solo aspettando che i giudici decidano. Con l’ansia che al boss venga riconosciuta la buona condotta, il ravvedimento. A lui, mafioso di alto rango.

Tutt’altro discorso, invece, per l’anarco-insurrezionalista – in carcere dal 14 settembre del 2012, per la gambizzazione, a Genova, dell’amministratore delegato di “Ansaldo Nucleare”, Roberto Adinolfi – che deve rimanere al 41-bis, secondo il ministro della Giustizia. Cospito, per quella gambizzazione è stato condannato a dieci anni e otto mesi, e sono definitivi i ventitré anni di detenzione per l’attentato, senza morti né feriti, alla scuola allievi dei carabinieri di Fossano. Dal maggio 2022, l’anarchico è recluso al 41-bis. La legge del 2002 ha introdotto la durata del regime di detenzione duro a quattro anni, prorogabili di due anni, con decreto motivato. Ma il legislatore è stato chiaro. Il decreto di proroga “deve essere motivato” sulla base di elementi attuali che documentino la sussistenza di collegamenti, di rapporti con la propria organizzazione. Dunque, per il detenuto Cospito, prima ancora che scadessero i termini dei quattro anni, il ministro Carlo Nordio, il primo maggio scorso, ha firmato la prima proroga di due anni del 41-bis.

Il 26 aprile 2023, il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, Gianni Melillo, esprimendo il parere sulla istanza di revoca del regime detentivo speciale del 41-bis, formulata nell’interesse di Alfredo Cospito, scriveva: “Non ci sono elementi obiettivamente idonei a confermare la necessaria giustificazione del mantenimento delle misure preventive speciali nei confronti del detenuto”. Sia il Ros dei carabinieri sia la polizia espressero, anche loro, valutazioni convergenti riassunte dal procuratore Melillo: “Risulta in tutta la sua evidenza come la sottoposizione del detenuto Cospito al 41-bis non abbia azzerato le comunicazioni e le pubblicazioni all’interno del movimento anarco-insurrezionalista, considerato anche il fatto che la Fai-Fri non è una struttura gerarchica né piramidale”. Non bisogna essere dei geni per condividere l’analisi degli apparati investigativi: “L’applicazione del 41-bis e l’isolamento inflitto a Cospito non hanno determinato l’auspicata riduzione del proselitismo né il contenimento dell’attività del movimento anarco-insurrezionalista, che invece ha incrementato azioni dirette”. Tanto che è così, che, in questi anni, gli anarco-insurrezionalisti hanno proseguito le loro “campagne”, fatte anche di ordigni esplosivi. Proprio pochi giorni fa, sono stati arrestati sette attivisti accusati dei recenti attentati sulle tratte dell’alta velocità Roma-Firenze e Roma-Napoli. Naturalmente, che i colpevoli siano gli arrestati è ancora tutto da dimostrare.

È davvero diventato un mondo alla rovescia. In un bel libro del 2002 (Barriere di vetro. Voci dalla detenzione sociale in Italia), della Camera penale di Roma, l’avvocato Giuliano Dominici scriveva: “L’unanime consenso al ‘trattamento duro’ previsto dal 41-bis, riguarda il carcere duro per i detenuti mafiosi sottoposti al 41-bis”. Fotografa un’epoca, Giuliano Dominici. E noi non abbiamo còlto quei segnali che un sistema a “doppio binario” – e cioè la sospensione dei diritti costituzionali per i detenuti mafiosi o terroristi – avrebbe nel tempo provocato un profondo cortocircuito nella società e nelle istituzioni. Allora, con la legislazione speciale del dopo Falcone e Borsellino, uscivamo da una guerra terribile. Stragi mafiose, omicidi a ripetizione, attentati a Roma, Milano e Firenze, seguivano la stagione dello “stragismo di Stato”. Bisognava rispondere agli omicidi dei due magistrati siciliani e fu approvato il 41-bis.

Fu il ministro della Giustizia, Claudio Martelli, che, sull’aereo che lo riportava a Roma dopo i funerali di Paolo Borsellino, diede il via libera all’operazione “preventiva”, prima ancora che “punitiva”. Nel carcere dell’Ucciardone i mafiosi brindavano alla morte di Falcone e Borsellino. In poche ore, nella notte, l’Ucciardone fu “trasferito” all’Asinara, e fu dato ordine di riaprire Pianosa. Fu terribile, al di là che fosse necessaria, la risposta dello Stato. A Pianosa furono mandati giovani allievi della polizia penitenziaria, “secondini alle prime armi”. Basti solo ricordare che, a un certo punto, una delegazione di familiari dei detenuti mafiosi si recò dal vescovo di Trapani per denunciare le torture, le condizioni di vita inumane dei boss. E la Chiesa rispose con il papa Giovanni Paolo II che, ad Agrigento, il 9 maggio 1993, si rivolse ai mafiosi: “Convertitevi”. I cappellani, nei vari istituti, non facevano partecipare i mafiosi alle celebrazioni religiose. Questo era il clima di allora. E le ferite delle violazioni dei diritti umani ce le portiamo dietro ancora oggi. La risposta “securitaria” del governo Meloni sta provocando guasti terribili nel sistema carcerario. Ma questa è un’altra storia. Oggi parliamo di Alfredo Cospito, nei cui confronti si è scatenata una guerra simbolica da parte del governo. Lui, vittima di una vendetta. Anzi, “di una scelta politica”, per dirla con Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, associazione che si occupa di giustizia penale, carceri, diritti umani e prevenzione della tortura. Che aggiunge: “Dal primo gennaio al 31 ottobre del 2025, ben 232 detenuti sottoposti al 41-bis sono stati destinatari di proroga. Solo cinque sono stati declassificati e inseriti nel circuito dell’Alta sicurezza”. E già, perché il problema non è “Cospito libero”, ma soltanto il rispetto dei diritti di Alfredo Cospito e di quelli di tutti gli altri detenuti.

https://www.terzogiornale.it/2026/06/19/cospito-deve-marcire/#more-1

lunedì 22 giugno 2026

I volontari della Flotilla come i partigiani

La Flotilla ha vinto: nonostante tutto - Livio Pepino

Ora che i riflettori sulla spedizione verso Gaza della Global Sumud Flotilla si stanno spegnando, è tempo di valutazioni, anche in prospettiva. C’è un punto fermo: le imprese, per mare e per terra, della Flotilla sono state uno degli eventi più importanti e innovativi degli ultimi anni. A dispetto della repressione violenta e indiscriminata delle autorità israeliane, della macchina del fango messa in campo dalla destra, delle sottovalutazioni e dei silenzi (iniziali ma non solo) della stampa e della sufficienza di molti (anche a sinistra). Ancora una volta la politica ufficiale non ha capito nulla e anche in settori non pregiudizialmente ostili alla Flotilla si è detto e ripetuto che si trattava solo di un’impresa dimostrativa, che l’impossibilità di approdare a Gaza era scontata e rendeva l’impresa sostanzialmente inutile, che ci vuole ben altro per aiutare i Palestinesi e via seguitando con una sequela di banalità. I fatti hanno dimostrato esattamente il contrario.

L’autunno scorso la prima spedizione della Flotilla ha prodotto, come ha scritto Marco Revelli, «l’irrompere di un tempo nuovo, qualcosa di impensabile fino a poco prima, d’invisibile, che d’improvviso emerge alla superficie e rivela un cambiamento di orizzonte nel modo di guardare le cose, e di sentire ciò che accade, e di percepire il nostro posto nel mondo. La giornata del 3 di ottobre – i due milioni nelle cento piazze – ma anche del 4 – un milione tondo tondo nelle strade di Roma – e pure del 22 settembre, la prima epifania di quel sommovimento –, sono di questo tipo: con i loro mutamenti tellurici nel costume, nella morale condivisa, nel comportamento finiscono per travolgere, a volerli interpretare per quello che sono, tutti i modi consolidati di considerare i fatti politici e sociali, rendendo inutili – o se si preferisce “obsolete” – le vecchie forme del discorso e dello stesso scontro politico». Quel che è stato innescato dall’impresa della Flotilla – smentendo la vulgata di un mondo condannato all’indifferenza e all’egoismo – è una voglia di partecipazione, di presa di parola, di protagonismo che ha riempito le vie, le piazze, gli spazi pubblici di un’infinità di corpi, di voci, di canti e di suoni uniti nel dire che non se ne può più di assistere passivamente all’orrore che quotidianamente si consuma sotto i nostri occhi e che ci sono i modi per dirlo e per pretendere il cambiamento. È stato, per molto versi, un miracolo.

Nei giorni scorsi, poi, la seconda avventura della Flotilla, con il nuovo atto di pirateria di Israele contro le barche in navigazione in acque internazionali, il sequestro dei relativi equipaggi, le torture e le umiliazioni inflitte a donne e uomini armati solo delle loro idee è stata altrettanto deflagrante. È stato abbattuto il muro dell’indifferenza costruito, nel nostro Paese e nell’intero Occidente, dalla grande stampa e dalle istituzioni, costrette finalmente ad ammettere quello da tempo – inascoltati – descrivevano prigionieri ed esuli palestinesi, attivisti, giornalisti, film makers e intellettuali non omologati. Di fronte ai maltrattamenti esibiti di propri cittadini i Governi occidentali non hanno potuto continuare a chiudere gli occhi. Non ha potuto farlo neppure il nostro ineffabile e balbettante ministro degli esteri. Certo, le reazioni sono state timide, riduttive, insufficienti ma il muro della complicità si è incrinato. La Palestina e, soprattutto, i palestinesi sono, almeno per un po’, diventati protagonisti, mentre termini come “genocidio” e “Stato canaglia” abbinati a Israele hanno cessato di essere tabù anche nell’establishment. Non basta ma è un salto di qualità importante, attribuibile proprio all’impresa della Flotilla.

Tutto questo ha un rilievo che va oltre la vicenda specifica e apre prospettive nuove e significative per i movimenti e per il variegato arcipelago che persegue un mondo diverso.

Primo. Con l’impresa della Flotilla sono tornati al centro del campo politico due valori desueti che sono, invece, fondamentali e capaci di suscitare entusiasmo e mobilitazione: la mancanza di tornaconto personale e l’universalismo. Le navi dirette a Gaza non hanno avuto sponsor esterni né finalità ulteriori rispetto all’aiuto concreto – diretto e indiretto – a Gaza e ai suoi abitanti. L’impresa è stata il frutto di una mobilitazione dal basso di associazioni, organizzazioni e singoli che hanno messo in campo solo – si fa per dire… – le proprie risorse, il proprio entusiasmo e i propri corpi. La gran parte di chi ha partecipato all’impresa e calcato le prigioni di Israele è sconosciuta ai più e non ha cercato riscontri mediatici né investimenti per il futuro. Il tutto in un mix di lingue, di nazionalità e di provenienze che ha ridato voce all’internazionalismo. La prima, univoca, lezione che se ne può trarre è che il denaro e i media non sono necessariamente il motore della politica e che i confini nazionali sono solo un’invenzione di chi vuole mantenere il mondo in condizioni di disuguaglianza e sfruttamento.

Secondo. Un ulteriore dato, non scontato, ha fatto irruzione sulla scena: l’integrazione di genere e di generazioni che ha caratterizzato le “spedizioni” e anche le manifestazioni che le hanno accompagnate. Donne, uomini, ragazzi e finanche anziani si sono mobilitati insieme e in condizioni di parità come non accadeva da tempo. I vuoti dibattiti da talk show e le pensose analisi sulla incomunicabilità e sull’inevitabile conflitto tra giovani e anziani e tra donne e uomini sono stati spazzati via, a dimostrazione che gli obiettivi condivisi e mobilitanti sono capaci di superare incomprensioni, diffidenze, diversità culturali. Ovviamente – e per fortuna – le differenze restano. Ma possono cessare di essere fattori di debolezza. E la strada tracciata dalla Flotilla può essere ulteriormente percorsa.

Terzo. C’è un’altra lezione: molti degli improvvisati marinai della Flotilla non avevano la più pallida idea di come si governa una barca in alto mare ma tutti sapevano che, per la riuscita dell’impresa, era necessario coniugare radicalità e non-violenza. Non sempre ciò è accaduto (e accade) nell’esperienza dei movimenti e altrettanto spesso la non-violenza è stata scambiata per debolezza o arrendevolezza. Ebbene, la reazione composta, pacifica e senza cedimenti degli equipaggi della Flotilla all’aggressione della marina israeliana ha fatto il giro del mondo mostrando a tutti da che parte sta la violenza e rendendo tangibile che la vittoria non è solo né sempre quella che si ottiene con le armi.

Quarto. L’immagine di questa flotta di barche disarmate che attraversavano, compatte, il Mediterraneo ha bucato i media addirittura al di là delle aspettative. La fantasia, l’inaspettato, finanche l’allegria si sono dimostrati strumenti vincenti di azione politica. Ben più di lunghe spiegazioni e ben prima che l’arroganza, la brutalità e la violenza di Israele aggiungessero il loro carico. La lezione è che la politica deve essere creativa.

Quinto. Quanto sin qui descritto non sarebbe accaduto e non avrebbe avuto l’impatto riscontrato senza il coraggio dei partecipanti all’impresa della Flotilla, ben consapevoli delle violenze, delle umiliazioni, degli insulta cui andavano incontro. La destra ha ironizzando parlando di “crociere” e di “vacanza” ma questa vergognosa speculazione è svanita di fronte alle fotografie e ai video degli attivisti inginocchiati, bendati, ammanettati, percossi, torturati. Senza coraggio, anche fisico, senza disponibilità a pagare di persona questo novello Davide non avrebbe incrinato il potere e la forza di Golia. Perché – come ha scritto su queste pagine Karim Metref – «per fare una rivoluzione bisogna pur sacrificare qualcosa: soldi, benessere, sicurezza, tempo, energia. Qualche volta bisogna sacrificare tutto: la vita».

C’è molto nell’impresa della Flotilla di cui fare tesoro. Se accadrà sarà più facile contrastare lo strapotere dei signori del mondo. Nulla è acquisito ma una strada è tracciata e non è cosa da poco.

da qui

 

I volontari della Flotilla come i partigiani: un paragone azzardato ma forse non troppo - Leonardo Botta

Fu la lotta partigiana, dopo le vergogne del fascismo, a consentire ad Alcide De Gasperi di rivendicare il pur compromesso orgoglio italiano alla Conferenza di Pace di Parigi

Quali effetti concreti, in termini di aiuti per Gaza, hanno prodotto le missioni della Global Sumud Flotilla? Oggettivamente pochi: non ho idea di quanti viveri o medicinali quelle imbarcazioni siano riuscite a recapitare nella Striscia, ma immagino si tratti di quantità risibili, se non nulle.

Dunque parliamo di missioni inutili? Tutt’altro: secondo me sono servite, e servono, a tenere in piedi l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale verso le tragedie del tormentato fronte mediorientale. Certo, il salpaggio di quelle vele ha scatenato strascichi di polemiche e anche l’evocazione di qualche opacità di cui non si sentiva l’esigenza: al netto di reiterate accuse di connivenza dei volontari con Hamas (finora mai provate e, anzi, fondate perlopiù su qualche documento falso prodotto dal governo israeliano), male non avrebbero fatto, i portavoce della missione a condannare pubblicamente e in maniera netta anche i crimini del terrorismo palestinese.

 

Ma spero comunque che di fronte alla storia recente qualcuno, come De Gasperi, dopo le posizioni cerchiobottiste di Meloni, La Russa, Tajani (quello secondo cui “il diritto internazionale vale fino a un certo punto”), quando ci sarà da spiegare come mai non si è quasi battuto ciglio nei confronti del governo di un paese che “democraticamente” bullizza buona parte del Medio Oriente da Gaza, al Libano, alla Cisgiordania, che utilizza mezzo Mediterraneo come la propria vasca da bagno, che ha risposto al vile e criminale attacco di Hamas del 7 ottobre con la mattanza di oltre 70 mila gazawi tra cui 20 mila tra bambini e adolescenti (ormai sono rimasti in pochi a contestare questi numeri), ecco, spero che quel qualcuno avrà l’onestà di affermare: “La nostra reputazione è salva anche grazie ai volontari della Flotilla”.

da qui

La guerra occidentale in Europa che troppi cercano di nascondere - Ennio Remondino

 

 

Per malanni, anche gli eroici narratori di guerre antiche rispetto alle disgrazie moderne si arrendono, e tocca all’indegno supplente sostituire. Che va a ripescare un’antica cronaca belgradese di quadi 30 anni fa, bombe Nato che ovviamente, dato l’autore dell’azione militare, erano ‘guerra umanitaria’. Anche se ammazzavano molto lo stesso. Ma piene di buone intenzioni oltre che di esplosivo.

 

Cronachette di un testimone sul campo

Mercoledì 24 marzo 1999. Prima notta di guerra, annunciata con puntualità burocratica alle venti precise. “Sono stato informato dal comandante militare supremo in Europa, il generale Wesley Clark, che in questo momento sono iniziate le operazioni aeree della Nato contro obiettivi nella Repubblica federale jugoslava”, ha detto il segretario generale Javier Solana. La grande macchina militare alleata si è messa in moto con tutta la sua forza missilistica e aerea nelle prime ore di oscurità. I cacciabombardieri sono decollati a ondate successive dalle basi in Italia, mentre le navi Usa in Adriatico e i B-52, altissimi nel cielo, hanno lanciato le salve di “Tomahawk” con i computer programmati per raggiungere i loro obiettivi. È stata questione di attimi e dalle maggiori città serbe sono cominciate a giungere le notizie delle esplosioni. Pristina, Belgrado dove ci troviamo, Novi Sad sono colpite. E’ l’inizio di 78 giorni ininterrotti di bombardamenti.

 

Flotta aerea da fine del mondo per 78 giorni di bombardamenti

I bombardamenti della Nato sulla Jugoslavia iniziano alle 20 di mercoledi 24 marzo 1999. A New York, su richiesta di Mosca, si riunisce il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite che pur ribadendo di essere l’unico organismo internazionale legittimato a decidere eventuali azioni di forza a favore della pace, non avalla e non condanna l’intervento Nato. Il giorno successivo la Jugoslavia rompe le relazioni diplomatiche con Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania e Francia. Il 27 marzo inizia l’esodo di kosovari in Albania e Macedonia. Da allora, ognuna delle 78 giornate di bombardamenti viene indicata dal comando Nato di Bruxelles come una escalation rispetto al giorno precedente.

Il primo aprile, tra le 4.55 e le 5.30, un intenso bombardamento su Novi Sad, in Vojvodina, abbatte in Ponte Vecchio (Marshal Tito) sul Danubio, colpisce il palazzo dell’Università, danneggia la fortezza medioevale di Petrovaradin e la Chiesa del monastero di San Juraj, del 1714. L’attacco, secondo fonti dell’US Air Force, è stato condotto da B-2, con Joint Direct Attack Munitions (JDAMs), proiettili a guida satellitare.

Nel bombardamento del 2 aprile nell’area di Orahovac (nella zona dove è attualmente insediata la super base militare USA di Bonsteel), secondo le autorità serbe vengono usate cluster bonb che feriscono sei civili, tra cui due bambini. Dal 4 aprile iniziano i bombardamenti delle raffinerie nella zona di Pascevo, nord di Belgrado, che si protraggono per settimane, provocando gravi danni ambientali, emissione di fumi tossici, e sversamento di sostanze chimiche venefiche nelle acque del vicino Danubio. Scatta l’allarme chimico successivamente annullato per la mancanza di strumenti di protezione. All’ora di colazione viene consigliato di proteggersi le vie respiratoria con stracci bagnati. Secondo Human Rights Watch, sono usate ‘precision-guided munition’ (PGM).

Il 6 aprile, nel bombardamento di baracche militari vicino ad Aleksinaz, restano uccisi 10 civili e altri trenta sono feriti. Secondo l’agenzia di stampa jugoslava Tanjug vengono daneggiati o distrutti almeno 400 appartamenti. Una bomba esplosa accanto all’autostrada Belgrado-Nis colpisce altri venti civili. La Nato definisce l’episodio un “incidente di guerra”. Il Commodoro dell’aria, David Wilby, spiega che “è sempre possibile che una delle nostre bombe finisca fuori bersaglio”. Testimoniando al Congresso, il 14 aprile, il generale Henry Shelton, descrive il fatto come “Il primo incidente con civili coinvolti”.

Il generale Shelton s’era dimenticato di dire che alle 12.30 del 7 aprile, in un attacco aereo attorno a Pristina, furono uccisi nove civili e otto furono feriti gravemente. Tra le vittime, la famiglia Gashi, chiaramente kosovara albanese: il padre Mesud, la madre Dijana, e i piccoli Dea, Rea, e Demis. Il 9 aprile la Nato ammette di aver colpito obiettivi civili. “Due o trecento metri fuori bersaglio” ammette il solito Commodoro dell’aria David Wilby. Altre vittime civili per colpi fuori bersaglio l’8 aprile a Cuprica (danneggiata una scuola, negozi e una palestra), il 14, vicino ai villaggi di Merdare e Mirovac (una mamma con la la figlioletta di un anno, più un altro bimbo di 11 mesi).

 

NATO a Merdare

Secondo un reportage del New York Times, “in Merdare, NATO bombs and anti-personnel cluster bombs demolished four houses early Sunday morning, killing five…. A number of pigs and cows were killed and injured….”. “A Merdare, bombe NATO e bombe a grappolo antiuomo hanno demolito quattro case nelle prime ore di domenica mattina, uccidendo cinque persone…. Numerosi maiali e mucche sono stati uccisi e feriti da bombe a grappolo antiuomo della NATO”.

Il 12 Aprile tocca ad un treno passaggeri, lungo la linea tra Belgrado e Ristovac, sul confine con la Macedonia, in località Grdelica, su un ponte che supera la Juzna Morava. 20 morti. Il missile partito da un F-15E Strike Eagle e diretto da un “AGM-130 electro-optycal precisioni-guides munition” (PGM). L’episodio è tanto grave da spingere lo stesso comandante delle operazioni Nato, generale Wesley Clark, a sostenere che il pilota avrebbe puntato il missile contro il ponte prima che apparisse il treno. Una sorta di “Super-Euro-Star” da 300 l’ora, secondo il filmato proposto giorni dopo dal portavoce Nato a Bruxelles Jamie Shea. Peccato che il filmato sia stato proiettato a velocità doppia, per dare foga ad un asmatico treno locale che arrancava lungo una linea vecchia e precaria.

Il 14 aprile accade di peggio. Tra le 1 e mezza e le 3 e mezza di pomeriggio, in piena luce, una serie di convogli di profughi kosovari albanesi che spingono i loro trattori sovraccarichi lungo la strada tra Djakovica e Decani, vengono confusi con colonne militari jugoslave e bombardati ripetutamente. 73 uccisi e 36 feriti secondo le autorità di Belgrado. Secondo il Comitato per il “Compiling Data on Crimes Against Humanity and International Law”, vi sarebbero stati 82 morti e 50 feriti.

L’incidente apre una feroce polemica sui bombardamenti Nato. La difesa d’ufficio, spesso ridicola, accentua l’indignazione per il dramma. Il Pentagono ipotizza che convogli militari serbi abbiano attaccato le colonne di profughi dopo i raid dei caccia-bombardamenti Nato. Secondo il portavoce del Pentagono Ken Bacon, il generale Usa e comandante Nato Wesley Clark assicura che i suoi piloti hanno attaccato solo veicoli militari. Il giorno dopo la Nato ammette che, “Following a preliminary investigation”, uno dei suoi aerei avrebbe colpito con “una bomba un veicolo civile”.

Lo stesso giorno il corrispondente della France Pres dal Kosovo, il reporter del Los Angeles Times, Paul Watson, e due troupes televisive greche raggiungono la zona del massacro. “Corpi carbonizzati o fatti a pezzi, trattori ridotti a bare collettive e case in rovina”, batte il primo dispaccio dell’AFP. Secondo l’agenzia di stampa, i convogli colpiti e distrutti sono stati due. Il cronista del Los Angeles Time scrive di piccoli creteri e frammenti di proiettili col marchio US. Racconta inoltre di una “estensive shrapnel dispersion” dopo esplosioni avvenute in aria, descrivendo l’uso di cluster bomb.

Secondo la testimionianza di un superstite kosovaro albanese, Safet Shalaj, raccolta da Human Rights Watch, il suo convoglio era formato da sette trattori con rimorchi sovraccarichi e diverse auto. “Nel mio trattore sono morte 15 persone. Dopo le bombe, con chi è sopravissuto, ci siamo rifugiati in una casa con la polizia serba”. Testimonianza di Kole Hasanaj. “Quando in cielo spuntarono gli aerei, per la strada c’era il nostro convoglio di trattori e anche alcuni veicoli militari. Nel caos delle bombe ci siamo mischiati. Io ho contato 23 persone uccise nel mio trattore. Ce n’erano altri attorno. Forse 27, 28. La Nato ha bombardato cinque volte. Nessuno dei veicoli militari è stato danneggiato”.

 

Il povero ‘Jamie Sceim’

Il 16 aprile il portavoce Nato Jamie Shea ed il generale italiano Giuseppe Marini assicurano “in one case and one only”, è stato colpito un bersaglio civile, mentre tutti gli altri ordigni sono stati diretto contro veicoli militari. Il 19 aprile, nuova versione. La Nato ammette che nel bombardamento del primo convoglio sono stati coinvolti 12 aerei che avrebbero lanciato 9 bombe. L’attacco al secondo convoglio parte perché la colonna di trattori “pace and formation were of a typically military nature”. Forse perché si muovevano in colonna.

“This is a very complicated scenario and we will never be able to establish all the exact details”, confess ail generale USA Daniel Leaf, comandante del 31st ad Aviano, da dove gli F-16s della strage sono partiti. Sempre secondo l’ineffabile Daniel Leaf, dopo il bombardamento Nato, le forze armate serbe avrebbero attaccato i profughi con cluster bomb e granate. Il 17 aprile, a seguito di un bombardamento sull’aeroporto militare di Batajnica con altre vittime civili, l’organizzazione per la difesa dei Diritti Umani rileva come “Evidence indicated that a weapon-possibly a cluster bomb submunition-exploded”.

Dalle 2.06 alle 2.20 del 23 aprile, alcuni missili Nato lanciati da un B-2 colpiscono e distruggono l’edificio centrale della Radio Televisione Serba, in via Aberdareva, nel centro di Belgrado. Sedici tecnici e operai morti e altri sedici feriti. Da quella sede, sino a poche ore prima, avevo mandato via satellite i miei reportage televisivi verso l’Italia. Del massacro sono stato praticamente testimone diretto. Poche ore prima avevo nuovamente segnalato ai colleghi serbi della “latitanza” dei giornalisti americani ed inglesi, evidentemente preavvertiti del nuovo bersaglio. Poche ore dopo, nella notte, assistevo all’inutile ricerca dei loro corpi tra le macerie fumanti. Le polemiche internazionali su quel bersaglio avranno anche momenti di ricostruzione mostruosamente scorretta e faziosa in trasmissioni tv segnate da personali cattiverie.

Nel pomeriggio del 27 aprile, l’attacco aereo alla caserma Jovana Jovanovica Zmaja, a Surdilica, nel sud-est della Serbia, alcuni ordigni colpiscono i quartieri di Zmaja,  Mioroljuba Stanojevica, Jugoslovenska, e Stojana Stamenkovica. Per alcune fonti il risultato è di sedici morti e moltissimi feriti, tra cui dodici bambini tra i 5 e i 12 anni. Secondo altre fonti, i morti sarebbero stati 20 tra cui 12 bambini. Sono stato la sera stessa a Surdulica, ed il terreno era arato da crateri di bomba. Il 28 aprile, dal comando Nato di Bruxelles il generale Giuseppe Marani spiega che “dopo 4000 attacchi, può accadere”. “Effetti collaterali della guerra”.

Il primo maggio, pomeriggio, attacco al ponte sul fiume Lab, vicino al villaggio di Luzane, in Kosovo. Col ponte viene colpito un pullman carico di passeggeri. 39 morti e 30 feriti, secondo alcune fonti. Secondo il governo jugoslavo, le vittime sarebbero state 57. Sempre secondo Belgrado i caccia Nato avrebbero bombardato anche le ambulanze di soccorso ferendo un dottore. La Nato ammette l’errore: “era una strada militare”. Il colonnello Konrad Freytag spiega poi come, “Sfortunatamante, after the weapon’s release, a bus crossed on the bridge but was not seen by the pilot whose attention was focused on his aim point during weapon trajectory”. Due giorni dopo, praticamente il bis, nell’area di Savine Vode, sempre Kosovo. Bersaglio ancora una volta un autobus, questa volta di linea (Pec-Rozaje). 70 morti e 50 feriti. Per la Nato, questa volta s’è trattato di un errore nei piani di attacco.

Le tante volte denunciate cluster bomb compaiono questa volta ufficialmente (con la conferma di HRT e della stessa Nato), il 7 maggio a Nis, nel sud est della Serbia. 14 vittime e 28 feriti. Il bersaglio era l’aeroporto e gli ordigni finiscono a 1 chilometro e mezzo di distanza. Le piccole bombe anti uomo colpiscono l’istituto di Patologia del Medical Center, agli uffici del rettorato dell’Università, un mercato nel centro città, la stazione dei bus di Nis-Fortezza vicino al fiume. Diverse piccole bombe inesplose sono recuperate dagli artificieri in altri quartieri della città. La Nato conferma l’attacco che era diretto ai depositi carburante della Jugopetrol, ma non fa cenno agli ordigni usati. Il Segretario generale della Nato Xavier Solana ammette l’errore di bersaglio e precisa che l’uso delle cluster bomb era stato 2ritenuto appropriato al bersaglio previsto”. Dal generale Walter Jertz sappiamo che su Nis sono cadute le cluster bomb CBU-87.

 

L’ambasciata cinese

Lo stesso 7 maggio, pochi minuti prima della mezza notte, mentre alcune bombe colpiscono nuovamente le sedi del ministero degli interni in Knesa Milosa, nel cuore di Belgrado, uno, forse due proiettili colpiscono l’ambasciata cinese, in Umetnosti Boulevard. Tre morti e venti feriti tra il personale dell’ambasciata. Testimone diretto dell’evento, ero nei pressi, ricordo le fiamme dal tetto dell’ambasciata, l’evidenza di una seconda esplosione (un nuovo colpo o una esplosione interna) ed assieme l’incredulità di Roma (e non solo) alle mie telefonate in diretta che raccontavano dell’evento. L’episodio è di una gravità internazionale eccezionale ed immediatamente si scatena ogni possibile dietrologia.

Difficile parlare ancora una volta di bomba fuori bersaglio. Questa volta a muoversi è direttamente il governo statunitense che spiega al mondo e a Pechino, scusandosi, di aver semplicemente sbagliato strada. Cercavano il civico 2 di Umetnosti Boulevard dove, per le loro carte, aveva sede il Direttorato Federale per l’acquisto di armamenti (FDSP), e hanno consegnato le loro bomba a trecento metri dal bersaglio previsto. Spedizione importante affidata ad un B-2 armato con cinque “Joint Direct Attack Munitions” da 2000 libbre. Alcune delle cinque bombe dello stesso B-2 finiscono sull’hotel Jugoslavia, lungo le rive della Sava, sospettato di essere un covo delle famigerate “Tigri di Arkan”, la formazione paramilitare e criminale di Zeljko Raznatovic, assassinato a Belgrado nei primi giorni del 2000

 

«Errore della Cia» che non doveva comparire

Le bombe sull’ambasciata sono figlie di un errore della Cia, si giustificano Washinton e Bruxelles, scaricando sul povero direttore George Tenet, una errata o superficiale lettura delle mappe. Avessero chiesto ad un qualsiasi tassista di Belgrado, sarebbero andati sul sicuro. Oppure, potevano chiedere aiuto ai due loro colleghi dell’Intelligence italiana (Sismi) tranquillamente presenti a Belgrado nella nostra ambasciata rimasta aperta.

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