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La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
martedì 26 maggio 2026
Contro l’esercito europeo
Mappa dei domini coloniali europei in Africa alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. Credit Touring Club Italiano
I due stati paria terroristi e genocidi (Usa e Israele) sono stati fondati da europei, belle parole all’inizio e poi sono diventati quello che solo i complici non vedono.
Prima lo stolto e poi il rutto (gli ultimi segretari della Nato) hanno convinto troppi che Russia e Cina vogliono invadere l’Europa, quando si sa che l’Unione Sovietica è stata invasa da Germania e Italia, nell’ultimo secolo, ma anche in Cina alcuni paesi europei, tra cui l’Italia (qui), avevano messo le loro zampe.
Gli europei blaterano da decenni di un esercito comune europeo, cosa potrebbe fare di diverso dagli eserciti nazionali che a partire dalla Conferenza di Berlino del 1884-1885 hanno derubato e distrutto l’Africa?
L’unica opzione per l’Europa dovrebbe essere la neutralità, ma non è nella sua natura – Francesco Masala
Storia della Conferenza di Berlino del 1884-1885, l’evento in cui gli europei si spartirono l’Africa – Andrea Gaspardo
Tra il 15 novembre del 1884 ed il 26 febbraio del 1885, si svolse a Berlino una Conferenza che sancì formalmente la spartizione dell’Africa tra le potenze europee, decretando al contempo il destino di milioni di persone.
La Conferenza di Berlino fu un insieme di incontri indetti dal cancelliere dell’Impero Tedesco, Otto von Bismarck, a seguito della richiesta da parte di Leopoldo II, re del Belgio, di formalizzare il possesso dell’area del “bacino del Congo”, difendendolo dalle mire delle altre potenze europee, tra le quali la Francia (anch’essa forte promotrice del summit) e il Regno Unito. I lavori durarono dal 15 novembre 1884 al 26 febbraio 1885 e al termine delle trattative i diplomatici delle varie potenze partecipanti sancirono non soltanto il possesso del Congo da parte del Regno del Belgio, ma anche la spartizione dell’intero continente africano, decretando la nascita di un nuovo ordine politico ed economico che sarebbe durato fino alla Guerra Fredda e alla decolonizzazione.
Lo sfruttamento storico dell’Africa da parte di arabi ed europei
I rapporti tra il continente africano e le potenze europee sono di vecchia data e già all’epoca delle grandi scoperte geografiche (XV-XVI secolo) i navigatori al soldo dei reami d’Europa avevano iniziato una metodica opera di mappatura delle coste del continente. Era seguito poi un primo tentativo di espansione, soprattutto a opera dei portoghesi, ma che non era mai andato oltre le coste delle aree percepite come maggiormente strategiche.
L’esplorazione delle sconfinate lande interne divenne successivamente appannaggio di avventurieri, missionari cristiani e purtroppo dei mercanti di schiavi, soprattutto arabi, fino a che, nel corso del XIX secolo, l’interesse delle potenze europee per l’Africa, in particolare per l’area del “bacino del Congo” ricchissima di risorse naturali, crebbe nuovamente.
Sorprendentemente però, a sferrare il primo “colpo di mano” non fu uno dei pesi massimi del continente europeo, bensì Leopoldo II, monarca del Belgio tra il 1865 ed il 1909, il quale utilizzando come pretesto le attività dell’Associazione Internazionale per l’Esplorazione e la Civilizzazione dell’Africa Centrale (Association Internationale pour l’Exploration et la Civilisation de l’Afrique Centrale in lingua francese), istituita nel 1876, iniziò a prendere possesso e a sfruttare in modo intensivo i territori che sarebbero diventati lo “Stato Libero del Congo” (oggi Repubblica Democratica del Congo).
La Conferenza di Berlino: cause ed esiti
Il colpo di mano di Leopoldo II mandò immediatamente in fibrillazione le grandi cancellerie europee, le quali si precipitarono ad accaparrarsi le concessioni di territori prima nelle zone vicine al “bacino del Congo” e, successivamente, in altre aree del continente facendo crescere le tensioni internazionali e, conseguentemente, le possibilità di uno scontro aperto dagli esiti imprevedibili.
Fu così che Otto von Bismarck, cancelliere dell’Impero Tedesco e principale arbitro degli equilibri politici all’interno del continente europeo, fu infine costretto, nel 1884, a indire una conferenza a Berlino per giungere a una composizione pacifica delle vertenze che negli anni si erano venute a creare. A questo evento, di capitale importanze nella storia della diplomazia, parteciparono tutte le potenze europee, ma anche l’Impero Ottomano, la Russia e gli Stati Uniti d’America, all’epoca astri nascenti del panorama politico mondiale.
Al termine della Conferenza, non tutti i partecipanti ottennero il diritto a ritagliarsi possedimenti coloniali in Africa (la Russia e l’Austria-Ungheria, solo per menzionarne un paio), e gli Stati Uniti d’America (unici nel panorama diplomatico) si riservarono il diritto di accettare o rifiutare le conclusioni del round diplomatico. Al di là dell’eccezionalismo statunitense, però, gli altri partecipanti si accordarono comunque su una serie di principi e di prassi d’azione che da quel momento in poi divennero parte integrante del pensiero e dell’agire geopolitico. Il più importante di tali traguardi fu quello di riconoscere formalmente il principio della “sfera d’influenza” sulla quale una determinata potenza si arrogava il diritto di esercitare i suoi interessi in maniera privilegiata a dispetto dei desideri degli altri.
La conclusione dei lavori della Conferenza inaugurò un periodo di incessanti guerre, protrattosi sino alla vigilia della Prima Guerra Mondiale (1914) che portò le potenze europee a prendere fisicamente il possesso, mediante l’istituzione di colonie o protettorati, di tutti i territori dell’Africa, con l’unica eccezione dell’Etiopia, la quale riuscì a tutelare la propria indipendenza. Questo complicato periodo di guerre è passato alla storia con il nome in lingua inglese di Scramble for Africa (vagamente traducibile con “La corsa all’Africa”, “La lotta per l’Africa” oppure “La zuffa per l’Africa”).
Il destino dei popoli africani dopo la Conferenza di Berlino
Senza dubbio i grandi sconfitti della Conferenza di Berlino furono i popoli africani. Come era naturale che fosse per il periodo storico, nessuno dei partecipanti alla Conferenza si prese il benché minimo disturbo di chiedere alle popolazioni del continente come volessero governarsi o anche solo condurre le proprie esistenze.
Nello “Stato Libero del Congo” (in seguito riformato come semplice colonia belga) il domino inaugurato da Leopoldo II ebbe il proprio sbocco finale in un genocidio che causò la morte di oltre 10 milioni di congolesi, su 33 milioni di abitanti totali, ma non si deve credere che altrove in Africa le cose andassero molto meglio. L’ironia di tutta questa vicenda è che una delle motivazioni sbandierate dai leader europei del tempo per giustificare agli occhi delle proprie opinioni pubbliche la necessità di imbarcarsi in costose ed estenuanti campagne militari coloniali fu proprio la necessità di liberare gli africani dalla schiavitù.
La conquista del continente africano fu largamente completata alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, tracciando con riga e squadra i confini dei vari Paesi, e il nuovo ordine geopolitico venutosi a creare si sarebbe mantenuto (pur con diversi aggiustamenti) fino alla Guerra Fredda e al processo di decolonizzazione.
lunedì 25 maggio 2026
Se Israele occupasse Linosa, che farebbe il Governo? - Domenico Gallo
Questa
mattina alle prime luci dell’alba un commando di incursori della Marina
israeliana è sbarcato nell’isola di Linosa e ha sequestrato dodici pescatori
che in quel momento stavano sbarcando il pesce pescato nella notte.
Nell’azione lampo durata appena quattro minuti, è stato sequestrato il pescato
e le barche dei pescatori sono state affondate. Poche ore dopo Netanyahu
si è recato nel bunker della Marina per complimentarsi con gli incursori e ha
dichiarato che la loro sagace azione è servita a sventare un grave pericolo per
la sicurezza d’Israele. Infatti, gli attivisti antisemiti, travestiti da
pescatori; si preparavano a sbarcare il pesce in Palestina, imitando
quell’agitatore che tanto fastidio aveva dato alle Autorità ebraiche 2000 anni
fa con la sua pretesa di distribuire pani e pesci alle folle affamate di
Galilea. Naturalmente quest’azione proditoria non è passata inosservata. La
premier Meloni ha tuonato: noi siamo un paese sovrano, nessun può permettersi
di violare la nostra sovranità e di rapire cittadini italiani, darò mandato a
Tajani perché l’Europa applichi ad Israele 20 pacchetti di sanzioni come ha
fatto con la Russia. Il ministro Nordio, dal canto suo, ha tuonato contro la
mollezza dei magistrati e ha dichiarato che si aspetta il massimo rigore nella
persecuzione dei reati commessi in territorio italiano.
Forse sta
sognando, le cose non si sono svolte così. I dodici italiani sono stati
sequestrati in alto mare su navi battenti bandiera italiana, quindi i reati di
sequestro di persona e di rapina a mano armata comunque sono stati commessi in
Italia. Dopo il sequestro dei dodici italiani, Israele ha attaccato tutte le
altre imbarcazioni della Flotilla sequestrando oltre 400 persone, fra cui altri
29 italiani. Dal punto di vista del diritto non vi è nessuna differenza
fra un rapimento avvenuto sulla spiaggia di Linosa e un rapimento avvenuto in
alto mare su una nave italiana, né la durata del sequestro, concluso in
pochi giorni, può incidere sulla sostanza del reato.
Questi fatti
offendono lo stesso bene giuridico protetto dalle norme penali. Il
pigolio delle autorità italiane, l’imbarazzo a reagire a un’offesa così grave
portata contro lo Stato italiano, ci fanno capire quanto sia cialtronesco il
nazionalismo di Meloni e compagni. Di fronte a questa scena muta, pur
apprezzando l’impegno del Ministro Tajani a far rientrare subito in Italia i
sequestrati, quello che viene in evidenza è la totale mancanza di
dignità nazionale dei “patrioti” al governo. Soltanto dopo la diffusione
del video degli ostaggi prostrati di fronte a Ben Gvir, è ritornata la parola
alla Meloni, che ha qualificato come inaccettabile quello che tutti gli
italiani avevano visto, senza trarne conseguenza alcuna. Il servilismo dei
governi italiani (non solo la Meloni) verso l’alleato americano ci ha fatto
accettare umiliazioni di ogni sorta della sovranità nazionale purché
avvenissero riservatamente, si pensi al rapimento di Abu Omar effettuato da
agenti della CIA a Milano il 17 febbraio 2003, ma ha anche incontrato dei
limiti nel caso di violazioni commesse alla luce del sole, si pensi alla notte
di Sigonella (10-11 ottobre 1985) quando i Carabinieri circondarono, armi alla
mano, i militari della Delta Force per impedire l’estradizione illegale dei
terroristi che avevano sequestrato la nave da crociera italiana Achille Lauro.
È curioso
che da Israele, che non è nostro alleato e non fa parte della NATO, si
accettino umiliazioni della nostra sovranità molto più gravi di quelle che
abbiamo subito degli USA. L’unica spiegazione è la simpatia ideologica
fra Fratelli d’Italia e Lega e le coordinate politiche che guidano l’azione del
governo Netanyahu: disprezzo del diritto internazionale, suprematismo bianco,
apartheid. Queste caratteristiche in Israele sono spinte fino all’estremo.
In Italia un simile percorso non sarebbe possibile finché resiste la
Costituzione, ma la Meloni appartiene alla stessa famiglia politica di
Netanyahu e di Trump. Gli abbracci della Meloni a Netanyahu, i ripetuti
viaggi di Salvini in Israele dove ha espresso sostegno politico incondizionato
al Governo israeliano, definendo “assurda” la richiesta di arresto avanzata
dalla Corte penale internazionale nei confronti di Netanyahu, testimoniano
l’esistenza di uno stretto legame politico fra i due governi. Un legame che
emerge con chiarezza quando il veto italiano (assieme a quello della Germania)
impedisce la sospensione dell’Accordo di associazione dell’UE con Israele. Un
legame che va molto oltre la simpatia politica.
L’assordante
silenzio del Governo italiano verso il massacro della popolazione palestinese
di Gaza, verso le stragi commesse in Libano e la criminale pulizia etnica in
Cisgiordania, non esprime soltanto indifferenza alle tragedie in corso. L’espresso
boicottaggio per i provvedimenti delle Corti internazionali, trasforma
l’italica ignavia in complicità. Questi ultimi eventi dimostrano quanto sia
indispensabile una svolta politica per restituire al nostro paese la dignità
politica perduta. Le forze politiche democratiche devono unirsi in un nuovo
Comitato di liberazione nazionale per liberare l’Italia dalla nuvola nera che
sta intossicando la nostra vita e oscurando il nostro futuro.
José Saramago, la Palestina e il dovere etico della parola
di Barbara Gori
«José Saramago (1922-2010, premio Nobel per la letteratura 1998) vive e continua a parlare con forza a tutti noi, e in particolare ai più giovani. L’ho percepito chiaramente nelle letture dei suoi passi che gli studenti di portoghese dell’Università di Padova hanno realizzato il 5 maggio ultimo scorso durante l’incontro con sua figlia Violante. E l’avevo percepito ai primi di gennaio, alla Fondazione Saramago di Lisbona, quando un amico mi segnalò l’esistenza di un opuscolo che l’Associazione dei Giornalisti e Uomini di Lettere di Porto aveva pubblicato nel 2022, l’anno del suo centenario. S’intitolava A Palestina segundo Saramago e raccoglieva gli scritti del Nobel portoghese sul tema di Gaza. Confesso che fino a quel momento avevo ignorato che Saramago si fosse speso accoratamente già dalla fine del secolo scorso anche su quel versante. Leggerlo in aereo, durante il viaggio di ritorno in Italia, e scoprire che aveva denunciato con tanta forza, insieme a molti scrittori tra cui l’amico Mahmud Darwich, le atrocità perpetrate da Israele sul popolo palestinese già molto prima del conflitto attuale, confermò e, se possibile, accrebbe, l’immagine che avevo del suo impegno civile, etico prima ancora che politico, di cittadino del mondo; e mi resi conto che quella tragedia era diventata la dimostrazione più clamorosa della nostra “cecità” e del nostro dovere di aprire gli occhi: “La Palestina è come Auschwitz”; dichiarava nel 2002 senza mezzi termini – “gli ebrei che furono sacrificati nelle camere a gas forse si vergognerebbero se venissero a sapere come si stanno comportando i loro discendenti in Palestina.” Oggi quel dovere si è fatto ancora più urgente. Lo dimostrano quei giovani che hanno rilanciato il suo messaggio proprio sul mare, l’elemento in cui prese il largo la sua “zattera di pietra”, caricando di utopia, oltre che di aiuti umanitari, quelle flotillas che, incubo di Israele e dei nostri governi, continuano a navigare alla volta di Gaza».
È con queste parole, sentite e partecipate, scritte il
10 maggio 2026, che l’ispanista Donatella Pini ha commentato la Giornata
Internazionale della Lingua Portoghese celebrata a Padova quest’anno insieme
alla figlia di José Saramago, Violante Saramago Matos.
Donatella Pini ha ragione. C’è qualcosa di
sorprendente nel rileggere oggi i testi che José Saramago ha dedicato alla
questione palestinese perché la percezione che si ha non è quella di trovarsi
di fronte a pagine scritte più di venti anni fa, ma esattamente il contrario.
La sensazione netta, quasi fisica, che si prova è quella che siano parole
scritte oggi. Che descrivano non fatti risalenti al 2002 o al 2008, ma
avvenimenti accaduti nel 2024 o nel 2025. Che parlino non della seconda
Intifada o dell’operazione “Piombo Fuso”, ma dei morti e delle macerie di Gaza
che ogni giorno vediamo sui nostri schermi.
Rileggere Saramago oggi significa fare i conti con una
domanda scomoda: cosa è cambiato da quando il Nobel portoghese per la
letteratura, con la sua voce testimoniale, sempre radicale e intransigente e al
contempo solidale e compassionevole, si appellava alla militanza civica di
ciascuno di noi, esortandoci a prendere l’iniziativa e a rivendicare «il pieno
adempimento dei nostri doveri» di cittadini con la stessa veemenza e con la
stessa forza con cui rivendichiamo «i nostri diritti»?[1] O
più propriamente: cosa non è cambiato, né nella realtà dei fatti, né nella
risposta che l’Europa, i suoi cittadini e i suoi intellettuali sono stati
capaci di dare?
Da quando, nell’ottobre del 2023, l’esercito
israeliano ha avviato la sua offensiva su Gaza in risposta all’attacco di Hamas
del 7 ottobre, il dibattito pubblico in Europa si è spaccato in modo spesso
caotico e doloroso. Anche chi si è sempre riconosciuto nei valori dei diritti
umani e dell’antifascismo ha faticato a trovare le parole, intrappolato tra la
condanna del terrorismo e il timore di essere accusato di antisemitismo.[2] Molti
intellettuali hanno taciuto o hanno parlato con una cautela che a volte ha
rasentato l’irrilevanza. Altri hanno scelto posizioni nette, pagandone il
prezzo in termini di isolamento e di polemiche. Nel mezzo, decine di migliaia
di civili palestinesi, in buona parte donne e bambini, hanno perso la vita. E i
termini genocidio, apartheid, neocolonialismo, occupazione, crimini
contro l’umanità sono tornati a circolare, ma faticosamente e tra enormi
resistenze, come da sempre accade quando in ballo c’è l’“unica democrazia del
Medio Oriente”.
Il Nobel portoghese invece, già vent’anni fa, non ha
avuto nessuna esitazione né remora a usare queste parole, facendosi portavoce,
nel modo intransigente e rigoroso che lo contraddistingue, di quell’umanesimo
radicale fondato sull’universalità della dignità umana e su quell’etica
dell’indignazione contro ogni forma di disumanizzazione che permeano l’intera
sua opera, nella convinzione, mai negoziabile, che i diritti umani[3] non
possono essere applicati in modo selettivo e che quindi nessuna religione,
nessuna storia e nessun trauma, per quanto atroce, possono autorizzare
eccezioni morali.
È in chiave di questo universalismo etico che rifiuta
ogni gerarchia tra le vittime che deve quindi essere letto il controverso
articolo Israele e Palestina. Dalle pietre di Davide ai carri armati di
Golia, pubblicato il 21 aprile 2002 sul quotidiano spagnolo El País,
nel quale, in un momento in cui la paura delle etichette sembrava sterilizzare
il dibattito, la franchezza linguistica di Saramago appare come qualcosa di
raro e davvero prezioso:
Intossicati dall’idea messianica di un Grande Israele
che realizzi finalmente i sogni espansionistici del sionismo più radicale;
contaminati dalla mostruosa e radicata “certezza” che in questo catastrofico e
assurdo mondo esiste un popolo eletto da Dio e che, pertanto, sono
automaticamente giustificate e autorizzate, anche in nome degli orrori del
passato e delle paure di oggi, tutte le loro azioni derivanti da un razzismo
ossessivo, psicologicamente patologicamente esclusivista; educati e allenati
nell’idea che qualsiasi sofferenza abbiano inflitto, infliggano o infliggeranno
agli altri, e in particolare ai palestinesi, sarà sempre molto al di sotto di
quelle che essi hanno patito nell’Olocausto, gli ebrei scorticano senza sosta
la loro ferita perché non cessi di sanguinare, per renderla incurabile, e la
mostrano al mondo come se si trattasse di una bandiera. Israele ha fatto sue le
terribili parole di Geova nel Deuteronomio: “Mia è la vendetta, e io ripagherò
i miei nemici”. Israele vuole farci sentire colpevoli, tutti, direttamente o
indirettamente, degli orrori dell’Olocausto, Israele vuole che rinunciamo al
più elementare giudizio critico e ci trasformiamo in docile eco della sua
volontà, Israele vuole che riconosciamo de jure quel che per
lui è già un esercizio de facto: l’assoluta impunità. Dal punto di
vista degli ebrei, Israele non potrà mai essere sottoposto a giudizio, una
volta che è stato torturato, gassato e bruciato ad Auschwitz. Mi chiedo se
quegli ebrei che sono morti nei campi di concentramento nazisti, quegli ebrei
che sono stati trucidati nei pogrom, quegli ebrei che sono marciti nei ghetti,
mi chiedo se questa immensa moltitudine di infelici non proverebbe vergogna per
le infami azioni che i loro discendenti stanno commettendo. Mi chiedo se il
fatto di aver tanto sofferto non sarebbe il miglior motivo per non far soffrire
gli altri.[4]
In questa autorevole battaglia in nome della difesa
dell’uso etico della parola affinché siano restituiti significato e realtà a
persone e cose e contro il linguaggio dogmatico e ufficiale mirato al
livellamento con le sue false etichette – comode, consensuali e rassicuranti –
che semplificano il mondo invece di restituirlo in tutta la sua complessità, è
fondamentale l’intervista che Saramago rilascia a Jose Vericat, collaboratore
della BBC, al termine di un viaggio nei territori palestinesi compiuto nel 2002
assieme ad altri intellettuali,[5] organizzato
dal Parlamento Internazionale degli Scrittori per portare la loro solidarietà
agli scrittori, ai poeti, ai drammaturghi palestinesi. Alla domanda su quale
fosse la sua posizione rispetto al conflitto israelo-palestinese, Saramago
rispose con una attenzione e una precisione terminologica che è già, in sé,
un’argomentazione: «questo non è un conflitto. Potremmo definirlo un conflitto
se ci fossero due paesi, con un confine e due Stati, ciascuno con un proprio
esercito. Qui si tratta di una cosa completamente diversa: di apartheid».[6] Nel
2002, la parola apartheid non era di uso comune per descrivere
la situazione nei territori palestinesi occupati. Era usata da alcuni
intellettuali, da alcune organizzazioni palestinesi, ma nella cultura mainstream occidentale
era ancora considerata eccessiva, provocatoria, inappropriata. Oggi, dopo i
rapporti di Amnesty International, di Human Rights Watch, dopo la posizione
della stessa organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, questa
parola è entrata nel vocabolario anche di coloro non possono essere tacciati di
partigianeria. Saramago la usava già vent’anni fa, con la stessa naturalezza
con cui si descrive una realtà evidente: «Non è una specie di apartheid,
è proprio un apartheid e su questo può avere dubbi solo chi
non è mai stato qui».[7] Perché
il punto fondamentale della questione per Saramago non è che «gli israeliani
sono dei demoni e i palestinesi degli angeli: ci sono angeli e demoni da una
parte e dall’altra», quanto piuttosto «quello che succede, la situazione
politica, la situazione di guerra che si è creata, che ha portato
all’occupazione militare di praticamente tutto il territorio palestinese,
all’isolamento di tutti i villaggi e le città palestinesi e all’impossibilità
di circolare nel proprio territorio. Se non è apartheid questo,
come lo dovremmo chiamare?».[8]
Questa analisi e cura della parola come campo di
battaglia etico-politica — la consapevolezza che scegliere le parole significa
scegliere da che parte stare — è forse il contributo più duraturo che Saramago
dà al dibattito sulla questione palestinese. La sua immancabile disponibilità
ad esporsi, la sua fattiva dedizione, il suo costante impegno e la sua
partecipazione attiva volti a rafforzare il movimento mirato a consolidare la
solidarietà con la causa del popolo palestinese[9] risuona
oggi con ancora maggiore forza, in un momento in cui assistiamo, di nuovo, a
un’acrobazia semantica collettiva: si discute se usare la parola “genocidio”,
se il diritto all’autodifesa abbia o meno dei limiti, se il numero dei morti
civili costituisca o meno una proporzione accettabile. Saramago non avrebbe
avuto dubbi, chiedendo, come chiese l’11 gennaio 2009, che «irrompa
l’indignazione per il genocidio, lento ma sistematico, che Israele ha operato
sul martoriato popolo palestinese. E che queste voci, udite in tutta Europa,
arrivino anche alla Striscia di Gaza e a tutta la Cisgiordania. Non si
aspettano meno da noi coloro che da quelle parti soffrono ogni giorno e ogni
notte. Interminabilmente».[10] Parole
ancora una volta forti, univoche, prive di qualsiasi forma di ipocrisia
tollerante che lo portarono a essere accusato di antisemitismo – accusa sempre
rispedita al mittente – e a veder boicottati i suoi romanzi nelle librerie di
Tel Aviv. Per tutta risposta, Saramago commentò, definendole azioni scontate e
prevedibili in «persone che non sopportano che si dica loro la verità»[11] e
aggiungendo, con quell’ironia acuta che gli è congeniale, che forse si trattava
di «un primo passo, che può portare a un secondo passo, ovvero bruciarli in
piazza pubblica. Tutto può succedere».[12] Un
pessimismo espresso più volte perché convinto che «in realtà il governo
israeliano non vuole la pace. Vuole una pace che gli sia conveniente, non una
pace giusta che tenga conto del diritto del popolo palestinese ad avere una
propria vita. Sono completamente scettico riguardo al successo di qualsiasi
piano».[13]
E sempre in termini di attualità, vale la pena di
rileggere un suo testo datato 12 gennaio 2009 che si intitola Immaginiamo nel
quale Saramago invita il lettore a immaginare di trovarsi negli anni Trenta,
quando i nazisti iniziarono la loro caccia agli ebrei, con il popolo tedesco
che scende in piazza, in grandiose manifestazioni che sarebbero rimaste nella
Storia, per esigere dal suo governo la fine della persecuzione e la
promulgazione di leggi che proteggessero ogni minoranza di sorta, quale che
fosse, di ebrei, di comunisti, di zingari o di omosessuali. Proviamo a
immaginare, ci esorta Saramago, che, a sostegno di questa degna e coraggiosa
azione di uomini e donne del paese di Goethe, i popoli d’Europa sfilassero per
le vie e le piazze delle loro città, unendo le loro voci al coro di proteste
sollevate a Berlino, a Monaco, a Colonia, a Francoforte. Sappiamo che nulla di
tutto questo è accaduto né sarebbe potuto accadere. Sappiamo che, «per
indifferenza, apatia, per complicità tattica o manifesta con Hitler, il popolo
tedesco, salvo qualche rarissima eccezione, non fece un passo, non fece un
gesto, non disse una parola per salvare coloro che sarebbero stati carne da
campo di concentramento e da forno crematorio, e, nel resto d’Europa, per una
ragione o per l’altra (ad esempio, i nascenti fascismi), una dichiarata
connivenza con i carnefici nazisti avrebbe disciplinato o punito qualsiasi
velleità di protesta».[14] Ma,
e qui sta la questione che dovrebbe fare la differenza:
Oggi è diverso. Abbiamo libertà di espressione,
libertà di manifestazione, e non so quante altre libertà. Possiamo scendere in
piazza a migliaia o a milioni e la nostra sicurezza sarà sempre garantita dalle
costituzioni che ci governano, possiamo pretendere la fine delle sofferenze di
Gaza o la restituzione al popolo palestinese della sua sovranità e il
risarcimento dei danni morali e materiali sofferti durante sessant’anni, senza
peggiori conseguenze che gli insulti e le provocazioni della propaganda
israeliana. Le supposte manifestazioni degli anni trenta sarebbero state
represse con violenza, in qualche caso con ferocia, le nostre, tutt’al più,
conteranno sull’indulgenza dei mezzi di comunicazione sociale ed entreranno
subito in azione i meccanismi dell’oblio. Il nazismo tedesco non avrebbe fatto
un passo indietro e tutto sarebbe stato uguale a quel che fu e che la Storia ha
registrato. A sua volta, l’esercito israeliano, quello che il filosofo
Yeshayahu Leibowitz, nel 1982, accusò di avere una mentalità “giudeo-nazista”,
applica fedelmente, eseguendo gli ordini dei suoi successivi governi e comandi,
le dottrine genocide di coloro che torturarono, gassarono e bruciarono i suoi
antenati. Si può dire che per certi aspetti i discepoli hanno superato i
maestri.[15]
Di nuovo parole esplicite e deliberate attraverso le
quali Saramago veicola principi importanti, a partire dall’evocazione di quel
“sentimento di Auschwitz” che provocò un’enorme reazione da parte di molti
intellettuali, giornalisti e rappresentanti delle comunità ebraiche che
considerarono quel paragone inaccettabile, accusando Saramago di banalizzare la
Shoah e di stabilire un’equivalenza impropria tra il genocidio nazista e la
politica dello Stato israeliano. Per i suoi critici, il richiamo ad Auschwitz
superava il limite della denuncia politica e rischiava di trasformarsi in una
deformazione storica. Anche in questo caso, la risposta di Saramago arrivò,
puntuale, precisa e inequivocabile ed eliminò la possibilità di qualsiasi
fraintendimento, riportando al centro la questione della condizione di
disumanizzazione e di segregazione che il popolo palestinese stava vivendo,
denunciando un sistema politico e militare strutturalmente oppressivo e
riassestando così il discorso dal piano della memoria storica a quello della
responsabilità morale presente e collettiva:
Certo, non ci sono camere a gas per sterminare i
palestinesi, ma la situazione in cui si trova il popolo palestinese è una
situazione da campo di concentramento: nessuno può uscire dai propri
insediamenti. L’ho detto e detto è. Ma, se la questione di Auschwitz dà molto
fastidio, posso sostituire quella parola e invece di dire Auschwitz dico
crimini contro l’umanità. Non è una questione di più o meno vittime; non è una
questione di più o meno tragico: è il fatto in sé. Ciò che sta accadendo in
Israele contro i palestinesi è un crimine contro l’umanità. I palestinesi sono
vittime di crimini contro l’umanità commessi dal governo di Israele con il
plauso del suo popolo.[16]
E non si dissociò neanche quando venne accusato
dell’affermazione secondo cui l’esercito israeliano si era trasformato in un
«ebreo nazista»,[17] definizione
non sua ma di un grande intellettuale ebreo – Yeshayahu Leibowitz, scomparso
nel 1994 – perché condivideva pienamente il significato di quella frase, ossia
che «qualcosa di profondamente negativo, distruttivo, fosse entrato nello
spirito di Israele».[18]
Il ritratto poi del silenzio europeo — non come
assenza di opinione, ma come scelta attiva di non-intervento, come complicità
travestita da neutralità — è di una precisione quasi dolorosa se lo si rilegge
oggi. Perché quello che abbiamo visto nei mesi successivi al 7 ottobre 2023 è
stato, in larga misura, esattamente questo: governi europei che hanno
inizialmente sostenuto senza riserve il diritto di Israele a “difendersi”,
salvo poi, di fronte all’evidenza dei numeri e delle immagini, aggiustare
progressivamente il tiro con dichiarazioni sempre più prudenti, sempre più
tardive, sempre più insufficienti. Istituzioni culturali che hanno cancellato
eventi, ritirato premi, silenziato voci palestinesi in nome di un equilibrio
che si applicava in modo asimmetrico. E come non riconoscere nei tentativi di
rompere l’assedio per consegnare gli aiuti umanitari direttamente alle coste di
Gaza, aggirando i controlli doganali israeliani, dell’odierna flotilla,
lo sgomento di Saramago di fronte a quei «camion dell’agenzia delle Nazioni
Unite, carichi di alimenti, che aspettano che l’esercito israeliano permetta
loro di entrare nella Striscia di Gaza, un’autorizzazione ancora una volta
negata o che sarà ritardata fino all’estrema disperazione e all’estrema
esasperazione degli affamati palestinesi»?[19]
Saramago docet. Saramago ci insegna,
allora come adesso, che non si tratta di negare la complessità della situazione,
né di ignorare il trauma del 7 ottobre e la legittima angoscia del popolo
israeliano, ma di domandarci se l’inazione non sia diventata, per una parte
della cultura europea, un alibi. Un modo per non prendere posizione, per non
nominare quello che si vede, per non fare ciò che Saramago considerava uno dei
compiti fondamentali dell’intellettuale, quello di testimoniare: «Ciò che mi
indigna, e non posso tacere, è la vigliaccheria della comunità internazionale
che si lascia zittire. Non parlo nemmeno degli Stati Uniti, della lobby
ebraica, di tutto ciò che è fin troppo noto. Parlo dell’Unione Europea.
L’Europa, la culla dell’arte, della grande letteratura, di tutto questo. E
tutti stanno ad assistere, a questo disastro, e nessuno interviene».[20]
Nel 2009, pochi mesi prima di morire, Saramago scrisse
un breve testo su Mahmud Darwish — il grande poeta palestinese scomparso l’anno
precedente — in cui ne celebrava la grandezza con parole di rara intensità:
«Leggere Mahmud Darwish, oltre a un’esperienza estetica impossibile da
dimenticare, è fare una dolorosa camminata per le rotte dell’ingiustizia e
dell’ignominia di cui la terra palestinese è stata vittima nelle mani di
Israele».[21] Un
legame, quello tra Saramago e Darwish, che non era solo di amicizia o di
solidarietà politica. Era un legame tra due concezioni della letteratura come
atto di resistenza, come rifiuto dell’oblio, come ostinazione dell’umanità
contro la forza bruta, come ricorda questa poesia di Darwish le cui parole
risuonano come una sfida, un congedo, una rivendicazione di appartenenza alla
terra che nessuna occupazione può cancellare:
Voi che passate tra le parole fugaci
prendete i vostri nomi e andatevene
Sottraete dal nostro tempo le vostre ore, andatevene
Portate via ciò che volete
dall’azzurro del cielo e dalla sabbia della memoria
Scattate le fotografie che volete, per sapere
che non saprete
che le pietre della nostra terra
sostengono il tetto del cielo.[22]
Anche Saramago fece sua quella sfida. E oggi,
rileggendolo, ci chiede di fare altrettanto. Non di essere d’accordo con ogni
sua parola; non di adottare i suoi stessi principi senza interrogarli. Ci
chiede qualcosa di più semplice e, al tempo stesso, di più difficile: di non
voltarci dall’altra parte. Di non usare la memoria storica come scudo, ma di
chiamare le cose con il loro nome, anche quando farlo può essere costoso. In un
tempo in cui il prezzo da pagare sembra essere ancora troppo alto, quella voce
— scomoda, ostinata ma sempre onesta — continua a interpellarci. E il fatto che
le sue parole sembrino scritte oggi non è una consolazione. È un’accusa contro
quella malattia dell’anima che si chiama indifferenza e che, come Saramago ha
ben raccontato in un suo famoso romanzo del 1995,[23] ci
ha resi tutti colpevolmente «ciechi. Ciechi perché non siamo stati capaci di
creare un mondo degno di questo nome».[24]
21 maggio 2026
____________
Barbara Gori è Ordinaria di Letterature
portoghese, brasiliana e di espressione lusofona all’università di Padova
Donatella Pini è ordinaria senior di Letteratura
spagnola alla stessa università
Note
[1] José Saramago, Dossier Saramago 1922-2022, Torino: Fuori
Asse Edizioni, 2022, p. 7.
[2] Solo recentemente si sono lette parole chiare e degne da parte
ebraica italiana. Tra queste, quelle di Anna Foa con il suo Il suicidio
di Israele (ottobre 2024) e Mai più (2026), entrambi
editi da Laterza, e di Gad Lerner, Gaza. Odio e amore per Israele (maggio
2024) da Feltrinelli, . Nel 2025 è apparsa la ristampa aggiornata della Fine
di Israele di Furio Colombo del 2007. Da segnalare anche il
recentissimo Contro l’antisemitismo e le sue strumentalizzazioni di
Ariella Aisha Azoulay e altri autori, tra cui l’italiana Valentina Pisanty
(Tamu, 2026).
[3] Ai cinquant’anni dalla firma della Dichiarazione Universale dei
Diritti dell’Uomo Saramago dedica il discorso pronunciato al banchetto del
Nobel, il 10 dicembre 1998, ricordando come: «I governi non rispettano la Dichiarazione,
o perché non sanno, o perché non possono, o perché non vogliono. O perché
coloro che effettivamente lo governano, le multinazionali e multi-continentali,
dal potere assolutamente antidemocratico, hanno ridotto ciò che ancora restava
dell’ideale di democrazia a un guscio senza contenuto. […] C’è stata proposta
una Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, e con essa abbiamo pensato di
avere tutto, senza accorgerci che nessun diritto potrà sussistere senza la
simmetria dei doveri che gli corrispondono, il primo dei quali sarà quello di
esigere che questi diritti non solo siano riconosciuti, ma anche rispettati e
soddisfatti» (Ibidem).
[4] José Saramago, Il Quaderno, traduzione di Giulia
Lanciani, Milano: Feltrinelli, 2009, pp. 292-295.
[5] Tra cui il nigeriano Wole Soyinka, l’italiano Vincenzo Consolo, lo
spagnolo Juan Goytisolo e il sudafricano Breyten Breytenbach.
[6] José Saramago, A Palestina segundo Saramago, cit., p. 54
(traduzione mia).
[7] Ivi, p. 58 (traduzione mia).
[8] Ivi, p. 59 (traduzione mia).
[9] Saramago fu uno dei firmatari della petizione “No al muro di
Sharon!”, promossa nel febbraio 2004, quando la Corte Internazionale di
Giustizia iniziava a giudicare Israele per la costruzione del muro in
Cisgiordania, e fece parte di un vasto gruppo di personalità della vita
pubblica portoghese che, in seguito, firmarono quello che sarebbe diventato il
manifesto fondatore del Movimento per Diritti del Popolo Palestinese e per la
Pace in Medio Oriente (MPPM). Nella prima riunione formale dell’MPPM, tenutasi
il 23 febbraio del 2008, fu eletto Presidente dell’Assemblea Generale, carica
che avrebbe ricoperto durante il biennio 2008-2009.
[10] José Saramago, Il Quaderno, cit., pp. 297-298.
[11] José Saramago, A Palestina segundo Saramago, cit., p. 61
(traduzione mia).
[12] Ibidem.
[13] Ivi, p. 60.
[14] José Saramago, Il Quaderno, cit., pp. 285-287.
[15] Ivi, pp. 290-296.
[16] José Saramago, A Palestina segundo Saramago, cit., p. 56
(traduzione mia).
[17] Ivi, p. 58 (traduzione mia).
[18] Ivi, pp. 55-56 (traduzione mia).
[19] José Saramago, Il Quaderno, cit., p. 260.
[20] Ivi, p. 55 (traduzione mia).
[21] Ivi, pp. 39-40 (traduzione mia).
[22] Ivi, p. 65 (traduzione mia).
[23] Si tratta dell’Ensaio sobre a Cegueira, pubblicato in Italia
nel 1996 con il titolo di Cecità.
[24] José Saramago, A Palestina segundo Saramago, cit., pp.
56-57 (traduzione mia).
domenica 24 maggio 2026
Falcone e Borsellino: la verità oltre la mafia. Servizi segreti, eversione nera e stragi di Stato
sabato 23 maggio 2026
Dal G8 di Genova all’algoritmo - Italo Di Sabato
Un saggio breve che chiarisce le tappe attraverso cui l’emergenza securitaria si è fatta controllo permanente e preventivo. Da leggere per capire come la repressione del dissenso, dal G8 di Genova in poi, non sia più un’eccezione, ma la regola che sostituisce la politica e costruisce il mondo nuovo in cui siamo
Il G8 di
Genova del luglio 2001 non è stato una parentesi eccezionale nella storia
repubblicana italiana, né un semplice episodio di cattiva gestione dell’ordine
pubblico. Genova è stata una soglia storica e politica. Un
laboratorio. Un punto di condensazione in cui si sono manifestate in
forma estrema trasformazioni che covavano già da tempo dentro le democrazie
occidentali: la militarizzazione del conflitto sociale, la centralità crescente
degli apparati di sicurezza, l’espansione dello Stato penale e la progressiva
ridefinizione del dissenso come minaccia all’ordine pubblico.
Le violenze
della Diaz, le torture di Bolzaneto, l’uccisione di Carlo Giuliani, la
sospensione materiale di diritti costituzionali fondamentali non furono
soltanto il prodotto di singoli abusi o di una degenerazione improvvisa. Quelle
giornate resero visibile una mutazione più profonda: il passaggio dalla
gestione politica del conflitto alla sua amministrazione poliziesca e militare.
Per
comprendere Genova occorre sottrarsi sia alla retorica istituzionale
dell’“errore”, sia a una lettura dei fatti puramente memoriale o
simbolica. Il cosiddetto movimento “noglobal” non fu semplicemente
sconfitto in piazza. Fu colpito da un dispositivo politico, mediatico, militare
e poliziesco costruito per stroncare la possibilità che quel ciclo di
mobilitazioni producesse un salto di scala globale. Dopo Seattle,
Praga, Göteborg e Napoli, le élites politiche ed economiche occidentali avevano
ormai compreso che stava emergendo un movimento transnazionale capace di
mettere in discussione le fondamenta stesse della globalizzazione neoliberale.
Il G8 di Genova ha rappresentato la risposta a questa minaccia percepita.
Negli anni
successivi al G8 è emerso con chiarezza il fatto che a Genova sia stata
sperimentata quella che possiamo definire una gestione controinsurrezionale
delle piazze. Che
consiste non soltanto nella repressione dell’ordine pubblico, ma anche nel
considerare il movimento come nemico strategico. La città venne trasformata in
uno spazio militarizzato: zone rosse, recinzioni, checkpoint, controllo
capillare del territorio, separazione fisica tra governanti e governati,
concentrazione di reparti speciali, presenza di strutture militari e di
intelligence. La logica non era quella della mediazione democratica del
conflitto, ma quella della neutralizzazione preventiva del nemico interno.
Una logica
che non nasce dal nulla, ma è il prodotto di trasformazioni profonde iniziate
già negli anni Ottanta e Novanta, dentro la crisi dello Stato sociale e dentro
l’affermazione del neoliberismo globale. La destrutturazione del mondo del
lavoro, la precarizzazione, l’indebolimento dei sindacati, la privatizzazione
dei servizi pubblici, l’aumento delle disuguaglianze e la frammentazione
sociale modificano radicalmente anche il ruolo dello Stato. Mentre arretra sul
terreno della protezione sociale, lo Stato rafforza progressivamente la
propria funzione coercitiva. Alla crisi della mediazione politica si
risponde con l’espansione del controllo penale, della sorveglianza e dei
dispositivi di sicurezza.
È dentro
questo quadro che si afferma progressivamente lo Stato penale. Le istituzioni
non intervengono più prioritariamente per ridurre le cause materiali
dell’insicurezza sociale, ma per amministrarne gli effetti attraverso polizia,
carcere e controllo. Povertà, marginalità, migrazione, conflitto sociale e
devianza vengono progressivamente trattati come problemi di sicurezza. Il
neoliberismo produce insicurezza sociale e contemporaneamente costruisce
apparati repressivi destinati a governarla. Genova è, precisamente, il
punto in cui questo nuovo paradigma si manifesta in modo spettacolare e
violento.
Dopo il G8
cambia il modo di pensare il conflitto sociale. Le piazze non vengono
più considerate uno spazio di espressione democratica di interessi e
contraddizioni collettive, diventano un problema di sicurezza. Il
dissenso non viene più interpretato come fenomeno politico ma come rischio da
prevenire. La figura del manifestante tende progressivamente a sovrapporsi a
quella del soggetto potenzialmente pericoloso.
Questa
trasformazione si accelera ulteriormente dopo l’11 settembre 2001. La “guerra al terrorismo” produce
una gigantesca riconfigurazione globale delle politiche securitarie. Il confine
tra guerra esterna e ordine pubblico interno si assottiglia sempre di
più. La categoria della “guerra asimmetrica” permette di trattare
fenomeni diversi — terrorismo, radicalismo politico, movimenti sociali,
immigrazione, marginalità urbana — come parti di un’unica minaccia all’ordine. Il
nemico non è più soltanto fuori dai confini dello Stato. È interno, mobile,
diffuso, potenzialmente invisibile.
Qui emerge
una continuità decisiva tra Genova e il presente. Le logiche sperimentate
durante il G8 non sono rimaste confinate a quell’evento. Sono diventate,
progressivamente, modalità ordinarie di governo del disordine sociale.
I decreti
sicurezza e le normative securitarie approvate nel corso degli anni non
rappresentano quindi una rottura improvvisa, ma l’approdo coerente di una lunga
trasformazione. Daspo
urbani, zone rosse, fogli di via, fermo preventivo, sorveglianza speciale,
criminalizzazione dei blocchi stradali, flagranza differita, restrizioni
amministrative contro chi manifesta, ampliamento dei poteri prefettizi e
questorili: tutto questo compone un modello fondato sull’anticipazione del
conflitto.
La repressione
contemporanea non interviene più soltanto dopo l’azione, ma prima. Non colpisce soltanto ciò che una
persona ha fatto, ma ciò che potrebbe fare. È il passaggio dal diritto penale
del fatto a una logica preventiva fondata sulla pericolosità sociale, sul
sospetto e sulla profilazione.
L’emergenza
diventa così tecnica ordinaria di governo. Terrorismo, mafia, immigrazione,
degrado urbano, ultras, rave, proteste ambientaliste, lotte territoriali,
conflitto sociale: ogni fenomeno viene trasformato in emergenza securitaria.
Ogni emergenza giustifica nuovi strumenti repressivi. Ogni crisi diventa
occasione per ampliare poteri di polizia e restringere libertà democratiche. Ma
questa trasformazione non riguarda soltanto le leggi. Riguarda le culture
operative, il “sapere di polizia”, la formazione degli apparati coercitivi e la
stessa idea di sicurezza.
Nei manuali
e nei discorsi istituzionali la folla viene spesso rappresentata come corpo
irrazionale, suggestionabile, emotivo, potenzialmente violento. I
manifestanti vengono distinti tra “pacifici” e “facinorosi”, tra dissenso
accettabile e dissenso illegittimo. Ma questa distinzione serve soprattutto
a stabilire quali forme di conflitto siano compatibili con l’ordine esistente e
quali debbano essere neutralizzate.
La
depoliticizzazione del conflitto è una delle principali funzioni della
governance securitaria contemporanea. Se una lotta viene privata delle sue
ragioni sociali può essere trattata come semplice disordine. Se una
piazza viene descritta come rischio, può essere militarizzata. Se il
dissenso viene assimilato alla minaccia, la repressione può essere presentata
come difesa della democrazia.
Questa
trasformazione si accompagna a un processo molto più ampio: la progressiva
fusione tra logiche militari e logiche poliziesche. Dagli anni Novanta in poi si
sviluppa infatti la militarizzazione delle polizie: le missioni internazionali
di “peace keeping”, le guerre “umanitarie”, la dottrina della Revolution in
Military Affairs, le pratiche controinsurrezionali sperimentate all’estero
rientrano progressivamente dentro la gestione della sicurezza interna.
Tecniche, linguaggi, equipaggiamenti e culture operative si contaminano.
L’ordine pubblico viene sempre più pensato secondo paradigmi militari. Allo
stesso tempo le forze armate assumono funzioni di controllo del territorio,
pattugliamento urbano e gestione della sicurezza civile.
Anche il
reclutamento cambia profondamente. In Italia, dagli anni Duemila, una parte
crescente degli ingressi nelle forze di polizia proviene direttamente
dall’esercito. Questo produce una trasformazione culturale significativa: ethos
militare, spirito di corpo, verticalità gerarchica, logiche di obbedienza e
visione antagonistica del territorio penetrano sempre più dentro le pratiche di
polizia. Diversi studi e testimonianze parlano apertamente di
remilitarizzazione delle forze dell’ordine e di indebolimento della cultura
democratica prodotta dalla smilitarizzazione del 1981.
Dentro
questo quadro, Genova appare quasi come un punto di anticipazione storica. Le
tecniche di guerra applicate alle piazze — saturazione del territorio, uso
massiccio della forza, identificazione preventiva del nemico, impiego di
reparti speciali, sospensione di fatto delle garanzie — prefigurano modalità
che negli anni successivi diventeranno sempre più diffuse.
Ma oggi
esiste un ulteriore salto qualitativo. Le nuove tecnologie repressive
non sostituiscono il vecchio apparato coercitivo: lo potenziano e lo rendono
più pervasivo. Videosorveglianza, riconoscimento facciale,
geolocalizzazione, controllo biometrico, monitoraggio dei social network,
banche dati integrate, algoritmi predittivi, intelligenza artificiale applicata
all’ordine pubblico costituiscono l’evoluzione contemporanea del sapere di
polizia.
L’algoritmo
non elimina il manganello, lo precede. La repressione non si limita più a
intervenire quando il conflitto esplode; cerca di identificarlo prima, di
mapparlo, di profilare i soggetti ritenuti potenzialmente pericolosi, di
anticipare i comportamenti collettivi, di prevenire la formazione stessa del
dissenso organizzato.
Le nuove
architetture algoritmiche non operano più soltanto sul terreno della
repressione successiva al fatto. Producono “profili di minaccia” attraverso
l’incrocio di dati biometrici, geolocalizzazioni, reti relazionali, cronologie
digitali e comportamenti considerati anomali rispetto a una norma
statistica. Il problema non è soltanto l’estensione della sorveglianza,
ma la trasformazione della correlazione in sospetto e del sospetto in dispositivo
operativo. In questo paradigma il rischio precede il reato e tende
progressivamente a sostituirlo.
Questo salto
è emerso con forza anche nelle recenti inchieste sulle tecnologie di
sorveglianza utilizzate nello Xinjiang e nei Territori palestinesi occupati. In questi contesti, sistemi di
riconoscimento facciale, raccolta biometrica di massa, software predittivi e
piattaforme integrate di controllo vengono sperimentati su popolazioni
considerate permanentemente sospette o potenzialmente ostili. Dai Territori
palestinesi allo Xinjiang, le tecnologie di sorveglianza contemporanee mostrano
come la controinsurrezione coloniale anticipi spesso il futuro dell’ordine
pubblico interno. Le pratiche sviluppate in spazi eccezionali tendono
progressivamente a diffondersi anche dentro le democrazie occidentali.
Il controllo
contemporaneo non si esercita più soltanto attraverso la presenza fisica della
polizia o l’intervento repressivo dello Stato. Si incorpora nelle
infrastrutture tecnologiche della vita quotidiana. Telecamere
intelligenti, piattaforme digitali, sistemi biometrici, cloud, algoritmi
predittivi e banche dati integrate non rappresentano strumenti neutri
utilizzabili in modi differenti, ma architetture di potere che ridefiniscono i
rapporti tra cittadini, mercato e apparati coercitivi.
La sicurezza
tende così a trasformarsi da funzione amministrativa in infrastruttura
permanente della società. Questo è uno dei punti decisivi della fase
contemporanea: non esiste più una distinzione netta tra infrastruttura tecnologica
e infrastruttura repressiva. Le grandi piattaforme digitali, i sistemi
di raccolta dati, il cloud computing, i satelliti, l’intelligenza artificiale e
i software di analisi predittiva sono ormai parte integrante degli apparati di
sicurezza contemporanei. Le corporation tecnologiche non rappresentano
semplicemente soggetti economici privati, ma attori geopolitici che partecipano
direttamente alla produzione di nuovi dispositivi di controllo sociale. In
questo senso, il potere algoritmico non coincide soltanto con una
trasformazione tecnica del controllo: ridefinisce il rapporto stesso tra Stato,
mercato e sovranità.
La
sorveglianza contemporanea non è neutrale. Non si limita a osservare la realtà:
la organizza secondo categorie di rischio. Decide quali quartieri siano
problematici, quali corpi siano sospetti, quali reti sociali vadano monitorate,
quali soggetti debbano essere fermati in anticipo.
È la vecchia
logica del controllo preventivo tradotta nel linguaggio della tecnologia. La
differenza è che oggi questa logica può diventare molto più capillare,
invisibile e automatizzata, e la sorveglianza permanente non agisce soltanto
sui comportamenti, ma tende progressivamente a modellare le soggettività.
La forza
delle nuove tecnologie di controllo non risiede soltanto nella loro capacità
coercitiva, ma nella loro progressiva normalizzazione sociale. La
sorveglianza viene interiorizzata come protezione, la tracciabilità come
comodità, il monitoraggio permanente come condizione naturale della sicurezza. In
questo senso il potere algoritmico contemporaneo realizza una forma di
disciplinamento ancora più profonda: non impone soltanto obbedienza, ma produce
adesione culturale al controllo stesso. Il Panopticon contemporaneo funziona
anche attraverso l’abitudine alla sorveglianza e la costruzione di un consenso
diffuso attorno alla necessità del monitoraggio permanente.
La
repressione contemporanea non controlla soltanto i corpi. Produce paura,
isolamento, autocensura, adattamento preventivo. Ridefinisce i confini di ciò
che può essere detto, fatto, organizzato. Trasforma la sicurezza in una
pedagogia politica.
In questo
quadro, il conflitto sociale non viene più considerato un elemento fisiologico
della vita democratica, cioè l’espressione di contraddizioni materiali,
disuguaglianze, bisogni collettivi e domande politiche che richiederebbero
mediazione, redistribuzione e trasformazione sociale. Viene progressivamente
reinterpretato come fattore di instabilità da contenere e neutralizzare. Allo
stesso modo, la marginalità sociale smette di essere letta come il prodotto di
processi economici e politici — precarizzazione del lavoro, impoverimento,
segregazione urbana, smantellamento del welfare — e viene invece trattata come
questione di rischio, degrado e sicurezza urbana.
Dentro
questa trasformazione, anche il dissenso cambia statuto: non è più qualcosa che
le istituzioni affrontano sul terreno del confronto politico, ma un fenomeno da
monitorare preventivamente attraverso strumenti amministrativi, dispositivi di
sorveglianza e pratiche di polizia sempre più invasive. L’eccezione non
rappresenta più una risposta temporanea a situazioni straordinarie, ma una
modalità ordinaria di governo. Invece di intervenire sulle cause strutturali
delle tensioni sociali, lo Stato tende sempre più ad amministrarne gli effetti
attraverso apparati coercitivi, controllo territoriale, espansione del diritto
penale e tecnologie di sorveglianza.
La sicurezza
assume allora una funzione sostitutiva della mediazione politica: non serve tanto a costruire
condizioni di maggiore giustizia sociale, quanto a garantire la governabilità
di società attraversate da crescenti disuguaglianze, frammentazione e
impoverimento. È in questo senso che il rafforzamento degli apparati repressivi
non appare come un’anomalia o una degenerazione esterna alla democrazia
contemporanea, ma come uno dei modi attraverso cui essa tenta di stabilizzarsi
nella fase neoliberale.
La crisi del
welfare novecentesco non produce soltanto più repressione, ma una diversa
modalità di governo. La società algoritmica non mira a integrare
universalmente, ma a classificare, gerarchizzare e filtrare. Alcuni soggetti
vengono considerati meritevoli di protezione, altri destinatari permanenti di
monitoraggio, sospetto e controllo. Il vecchio disciplinamento sociale
lascia progressivamente spazio a una gestione differenziale delle vite, dove
sicurezza, tecnologia e disuguaglianza si rafforzano reciprocamente.
È qui che la
continuità tra Genova, decreti sicurezza e tecnopolizia diventa pienamente
leggibile. Genova ha mostrato la possibilità della sospensione
materiale dei diritti dentro una democrazia occidentale. I decreti
sicurezza hanno trasformato quella logica in architettura normativa permanente.
Le nuove tecnologie stanno trasformando quella stessa razionalità repressiva in
infrastruttura ordinaria della vita sociale. Tutto ciò non riguarda soltanto la
violenza poliziesca nelle piazze, ma la trasformazione della democrazia
contemporanea. La vera continuità storica tra Genova e il presente è
precisamente questa: la progressiva trasformazione del governo democratico in
governo securitario. E dentro questa trasformazione, il problema non è soltanto
l’abuso. È il modello di società che quell’abuso rende possibile e contribuisce
a riprodurre.
Note
1. Sul carattere di laboratorio
repressivo del G8 di Genova e sulla gestione militarizzata dell’ordine pubblico
si vedano: Libro bianco repressione e diritto al dissenso;
Salvatore Palidda, 20 anni dopo: cosa imparare dalla sconfitta al G8 di
Genova; Donatella della Porta, Herbert Reiter (a cura di), Polizia
e protesta. L’ordine pubblico dalla liberazione ai “no global”.
2. Sulla costruzione del movimento
alterglobalista come “nemico interno”, sulla gestione controinsurrezionale
delle piazze e sulla dissoluzione del confine tra sicurezza interna e guerra
asimmetrica si veda Marco Grispigni, Figli della stessa rabbia. Lo
scontro di piazza nell’Italia repubblicana.
3. Sul rapporto tra neoliberismo,
destrutturazione sociale ed espansione dello Stato penale: Emilio
Santoro, Le politiche penali dell’era della globalizzazione; Loïc
Wacquant, Dallo Stato sociale allo Stato penale; Simone
Lucido, Tutti dentro. Dallo Stato sociale allo Stato penale.
4. Sul concetto di “emergenzialismo
strutturale” e sulla trasformazione dell’eccezione in tecnica ordinaria di
governo si vedano: Giorgio Agamben, Stato di eccezione; Libro
bianco repressione e diritto al dissenso.
5. Sulla depoliticizzazione del
conflitto sociale e sulla costruzione del dissenso come problema di ordine
pubblico si vedano Enrico Gargiulo, L’Idra dalle molte teste: le folle
nel sapere di polizia e Prevenire il dissenso.
6. Sul sapere di polizia come dispositivo
di classificazione delle soggettività sociali e sulla rappresentazione
patologizzante delle folle: Enrico Gargiulo, Sul sapere di polizia e
sulle sue ambiguità; Salvatore Palidda, Polizie, insicurezze e
sicurezza in Italia.
7. Sulla continuità tra autoritarismo e
democrazia nelle società contemporanee, sul “governo del disordine” e sul ruolo
strutturale della repressione nelle società neoliberali si vedano Salvatore
Palidda, A proposito del ripetersi delle violenze delle polizie e Polizie,
insicurezze e sicurezza in Italia.
8. Sulla militarizzazione delle
polizie, la poliziescizzazione dei militari e la fusione tra logiche di guerra
e ordine pubblico: Charlie Barnao, Pietro Saitta, Gli abusi delle forze
di polizia e la “civilizzazione della guerra”.
9. Sul reclutamento di ex militari
nelle forze dell’ordine italiane, sulla remilitarizzazione culturale della
polizia e sull’indebolimento della cultura democratica prodotta dalla
smilitarizzazione del 1981: Charlie Barnao, Pietro Saitta, Gli abusi
delle forze di polizia e la “civilizzazione della guerra”; Salvatore
Palidda, Polizie, insicurezze e sicurezza in Italia.
10. Sulla funzione pedagogica e
disciplinare della violenza poliziesca, sul rapporto tra autorità, obbedienza e
repressione e sull’interiorizzazione del controllo: La polizia che
punisce; Stanley Milgram, Obedience to Authority.
11. Sulle tecnologie di sorveglianza
contemporanee, il riconoscimento facciale, la governance algoritmica e il
controllo predittivo delle popolazioni: David Lyon, Surveillance
Studies; Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza;
Didier Bigo, Anastassia Tsoukala, Terror, Insecurity and Liberty.
12. Sul passaggio dal diritto penale del
fatto al diritto penale del nemico e sulla governance preventiva del rischio:
Günther Jakobs, Bürgerstrafrecht und Feindstrafrecht; Luigi
Ferrajoli, Diritto e ragione.
13. Sulla sperimentazione delle
tecnologie di sorveglianza nei territori coloniali e militarizzati e sulla
continuità tra controinsurrezione esterna e ordine pubblico interno: materiali e
inchieste pubblicati su Internazionale n. 1665 relativi allo
Xinjiang e ai sistemi di controllo nei territori palestinesi occupati.
14. Sul rapporto tra infrastrutture
digitali, corporation tecnologiche e nuovi dispositivi di potere algoritmico:
Francesca Bria, riflessioni sull’“Authoritarian Stack”; articolo “Il potere
algoritmico contro la democrazia” pubblicato su Osservatorio Repressione. Il potere
algoritmico contro la democrazia
15. Sull’interiorizzazione sociale della
sorveglianza e sulla normalizzazione culturale del controllo: Salvatore
Palidda, riflessioni sul panopticon contemporaneo e sulla videosorveglianza
come dispositivo di disciplinamento sociale.
16. Sul rapporto tra crisi del welfare,
selezione differenziale delle popolazioni e governo algoritmico delle vite:
Loïc Wacquant, Punire i poveri; Emilio Santoro, Le
politiche penali dell’era della globalizzazione; materiali su “Spese sociali
e spese penali”

