sabato 27 giugno 2026

Denazificare II – Sandra Russo

Quando l'Operazione Speciale in Ucraina iniziò nel 2022, Putin dichiarò che uno degli obiettivi era "denazificare" l'Ucraina. La parola scandalizzò. Era inaspettata. Quella caratterizzazione suonava ancora esagerata ed improvvisa. Putin continua a non gradire gli europei, che hanno una cattiva percezione storica della Russia. Georgy Zukov, maresciallo nella battaglia di Stalingrado, l'aveva avanzata: "Abbiamo liberato l'Europa dal fascismo, ma non ci perdoneranno mai." Ecco perché, a causa di quella vecchia tirannia, ci fu gioia e risentimento quando Cechov fu bandito, non era un grande sostenitore di Putin (Checov morì molto prima), ma catturò l'anima russa che l'Europa non può sopportare. Quella cosa sanguinosa, ancestrale, che non attraversa la brutalità ma la profondità. Un enorme paese ancorato alla fede. Religioso, esistenziale, politico.

Nel primo decennio del secolo scorso, Lou Andreas Salomé viaggiò attraverso la Siberia con suo marito, il signor Andreas, e il suo amante, Reiner Maria Rilke. Andavano a incontrare Tolstoj. Lei era un'aristocratica russa che fin da giovane visse in Germania come studentessa, e la sua famiglia sarebbe stata espulsa dalla Rivoluzione a venire. E scrive nella sua autobiografia che in quel lungo viaggio capì che nell'intensa fede dei contadini russi, nella loro ostinazione di fronte al clima, nel loro stoicismo, nella loro gioia, il colpo di frusta rivoluzionario che aveva portato alla fine del mondo in cui era nata era latente.

Oggi l'Europa considera ancora Putin un tiranno. Ma si lascia abbindolare da Trump, che è un fascista. Che usa algoritmi per far cadere il suo missile Tomahawk con precisione su una scuola femminile. È l'Europa che sta diventando nazista. Sta iniziando a vedere il vero volto di Israele, ma non fa nulla e si rifiuta di vedere il volto del suo squilibrato partner transatlantico.

Chi avrebbe mai pensato che, nel suo declino, nella sua agonizzante caduta, l'Occidente avrebbe indossato un'ultima maschera, e che questa sarebbe stata quella nazista?

 

La mappa politica dell'America Latina sta andando in quella direzione. Non è un caso che la scorsa settimana l'UE abbia approvato il proprio ICE per deportare gli immigrati, e che questa settimana in Colombia ci siano state elezioni palesemente truccate che hanno proclamato vincitori un fascista, un fan di Milei, un avvocato dei narcotrafficanti, un tizio che sostiene che il cervello delle donne sia troppo debole per ricoprire cariche pubbliche. C'è già un intero cast di personaggi con i baffetti. Milei, Kast, Bukele, Paz, Noboa, De la Espriella, costituiscono il realismo sadico di un suprematismo autoctono che si articola con i nazisti, i quali a loro volta sono superiori, ovviamente, a quest'ultimo Occidente.

Per quanto riguarda questo Paese (l’Argentina), questa settimana la ripugnante maggioranza ha giocato la sua parte anche al Congresso. Nessuno degli enormi danni che Milei ha causato e continua a causare dal dicembre 2023 sarebbe stato possibile senza il sostegno dei sostenitori di Macri, dei radicali e dei peronisti traditori. Lo hanno accompagnato in tutto. Milei è l'inferno alimentato da tutto il purgatorio.

Questa settimana hanno ceduto il nostro territorio, la nostra sovranità e la nostra indipendenza. Letteralmente. È questa intera banda di mascalzoni, gangster e ladri, insieme a giudici, pubblici ministeri e ai media mainstream, che sta gestendo, in modo caotico ma inarrestabile, la macchina della nostra distruzione.

Questa è la vera divisione che dovrebbe essere inevitabile se fossimo sani di mente.

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venerdì 26 giugno 2026

La Corte dei conti: “Flat tax per i super ricchi stranieri? Crea gravi disparità di trattamento, verificare se è compatibile con la Costituzione” - Chiara Brusini

 

Il sistema che consente a chi sposta la residenza in Italia di versare sui redditi esteri un'imposta forfettaria ha sempre più successo. Nel 2024 dai 1.923 beneficiari sono arrivati 153 milioni, ma non è dato sapere quanto avrebbe incassato il fisco se avessero pagato la normale Irpef

La flat tax per i super ricchi stranieri che trasferiscono la residenza in Italia è “idonea a produrre gravi disparità di trattamento” ed è a rischio di conflitto con il principio costituzionale del contributo alle spese pubbliche “in ragione della capacità contributiva”. Motivo per cui ne andrebbe “verificata l’effettiva razionalità“. Per la prima volta la Corte dei Conti esplicita il dubbio che il regime fiscale riservato ai cosiddetti “High Net Worth Individuals“, voluto dal governo Renzi, sia contrario alla Costituzione. Nel giudizio di parificazione sul Rendiconto generale dello Stato, i magistrati contabili ribadiscono poi che non è mai stata fatta alcuna analisi per verificare quanto i beneficiari abbiano effettivamente risparmiato grazie all’imposta sostitutiva sui redditi esteri e se la misura abbia davvero raggiunto l’obiettivo dichiarato di attirare nuovi investimenti.

I numeri mostrano intanto un successo crescente del meccanismo che consente a chi porta la residenza in Italia dopo aver vissuto all’estero per almeno nove degli ultimi dieci anni di sostituire l’Irpef sui redditi prodotti fuori dal Paese con un’imposta forfettaria, portata da 200mila a 300mila euro con l’ultima legge di Bilancio del governo Meloni. Nel 2024 i beneficiari sono saliti a 1.923, di cui 1.374 contribuenti principali e 549 familiari. Quanto hanno pagato al fisco italiano? Tra il 2020 e il 2024 chi ha chiesto e ottenuto di versare il forfait ha versato complessivamente circa 469 milioni di euro, di cui 153 nel solo 2024. Impossibile valutare se sia tanto o poco, visto che non è dato conoscere l’ammontare dei redditi esteri dei beneficiari e quindi le imposte ordinarie che l’erario avrebbe riscosso senza il regime agevolato e a cui sta rinunciando.

Senza quell’analisi, osservano i magistrati, non è possibile stabilire né il costo effettivo dell’incentivo per le finanze pubbliche né se il trattamento privilegiato sia giustificato dai benefici prodotti per l’economia italiana. Così come nessun governo si è peritato di appurare se sia stata mantenuta la promessa contenuta nella relazione illustrativa della legge istitutiva, cioè che il regime avrebbe favorito nuovi investimenti produttivi nel Paese. Risultato: al momento, la disciplina “sembrerebbe favorire” soprattutto soggetti con redditi distribuiti in più Stati che scelgono di trasferirsi in Italia per motivi di lavoro o personali “come nel caso, probabilmente frequente, degli sportivi professionisti“. Sembra corroborare questa lettura il fatto che nel 2024 meno della metà dei beneficiari del regime (il 48,4%) abbia dichiarato anche redditi prodotti in Italia, per un ammontare complessivo di 102,5 milioni di euro. Quasi tre quarti (73%) derivano da lavoro dipendente. Il che è coerente con l’osservazione della Corte secondo cui il regime attrae soprattutto persone che trasferiscono la residenza nel Paese per ragioni lavorative, piuttosto che Paperoni interessati a realizzare nuovi investimenti produttivi.

Diverso il caso del regime per i lavoratori rimpatriati, rivisto dal governo dal 2024 con requisiti più stringenti. Secondo i dati del Dipartimento delle Finanze, lo scorso anno ne hanno beneficiato 44.881 lavoratori dipendenti, con un reddito lordo medio di 120.922 euro, mentre il regime speciale per docenti e ricercatori ha interessato 4.774 persone con un reddito medio di 56.411 euro. A differenza della flat tax per i nuovi residenti, su quei regimi la Corte non formula rilievi.

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L'ascesa del Sud globale - Chris Hedges

La guerra contro l'Iran non solo si è conclusa con un'umiliante sconfitta per gli Stati Uniti, ma ha anche determinato un drammatico cambiamento negli equilibri di potere in Medio Oriente e nel Sud del mondo.

L'umiliante sconfitta di Israele e degli Stati Uniti nella guerra contro l'Iran, insieme alla brutalità del genocidio in corso a Gaza, stanno inaugurando un nuovo ordine mondiale. Un ordine in cui le voci della ragione e della stabilità non provengono dall'Occidente – che ha speso decine di miliardi di dollari per sostenere il genocidio israeliano – ma dal Sud del mondo, Cina inclusa. È un ordine in cui le alleanze vengono rapidamente riconfigurate per proteggere i paesi da uno stato americano canaglia che si scaglia contro gli altri come una bestia ferita, mentre precipita verso un declino irreversibile.

La fine dell'impero statunitense, guidata da un impetuoso e incompetente Donald Trump, è irreversibile. Gli Stati Uniti hanno perso la sesta guerra in Medio Oriente in 25 anni. Il potere dell'Iran è aumentato non solo perché, insieme all'Oman, controlla lo Stretto di Hormuz – attraverso il quale transita circa il 25% del petrolio e il 20% del gas naturale liquefatto trasportati via mare a livello mondiale – ma anche perché ha inviato un messaggio inequivocabile, con i suoi droni e missili, agli alleati e alle basi statunitensi nella regione, mandando al contempo l'economia globale in rovina.

Trump e il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu – che a quanto pare ha attirato Trump nella guerra con visioni fantasiose di un facile cambio di regime in Iran dopo gli attacchi mirati contro il paese del 28 febbraio 2026, che includevano l'assassinio della Guida Suprema iraniana Ayatollah Ali Khamenei e di altre figure politiche e militari, insieme a 168 studenti e ai loro insegnanti – potrebbero colpire di nuovo l'Iran. Sono disperati. Ma un nuovo bombardamento dell'Iran non funzionerà. La strategia di difesa a mosaico dell'Iran garantisce che tutti i comandanti politici e militari siano facilmente sostituibili.

L'Iran può strangolare l'economia mondiale chiudendo lo Stretto di Hormuz. Può aggravare ulteriormente la situazione convincendo i suoi alleati yemeniti, Ansar Allah, a chiudere lo Stretto di Bab el-Mandeb nel Mar Rosso, proprio come fecero con le navi dirette in Israele quando difendevano i palestinesi dopo il 7 ottobre. Ciò potrebbe sfociare in un blocco totale. L'Arabia Saudita, con lo Stretto di Bab el-Mandeb aperto, è in grado di aggirare lo Stretto di Hormuz ed esportare cinque milioni di barili al giorno attraverso il suo oleodotto fino alle petroliere nel porto di Yanbu, sul Mar Rosso.

Se non si raggiungerà presto un cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, l'economia globale crollerà, forse entro poche settimane. Gli Stati Uniti e i loro alleati, come il Giappone , hanno rilasciato parte delle loro ingenti riserve strategiche di petrolio, ma queste non saranno in grado di sostenere i mercati indefinitamente. Le scorte della Riserva Strategica di Petrolio americana sono ai minimi storici da oltre 40 anni. Una volta esaurite, il prezzo del carburante salirà alle stelle. Se il prezzo del barile di petrolio raggiungerà i 200 dollari, il prezzo alla pompa potrebbe arrivare fino a 10 dollari al gallone. Questa situazione, unita alla carenza di altri prodotti petroliferi, nonché di fertilizzanti azotati, alluminio ed elio – un elemento indispensabile per la produzione di apparecchiature per la risonanza magnetica e semiconduttori – sta già causando la chiusura di industrie vitali e facendo aumentare i prezzi delle materie prime.

La Banca Mondiale prevede un aumento del 31% del costo dei soli fertilizzanti azotati, prodotti nel Golfo Persico e transitati attraverso lo Stretto di Hormuz, se la guerra dovesse continuare. Ciò comporterebbe un forte aumento del prezzo dei generi alimentari.

Trump è come un cane spinto contro la sua volontà in una gabbia. Quando sembra che un accordo con l'Iran sia vicino, ringhia e abbaia, sabotando la proposta di cessate il fuoco di 30-60 giorni. Gli scatti d'ira di Netanyahu riguardo a qualsiasi accordo che fermerebbe gli attacchi israeliani contro il Libano, insieme al potenziale sblocco di parte dei circa 100 miliardi di dollari di beni iraniani congelati, alimentano la momentanea sfida di Trump.

Ma il tempo stringe. Rimane poco tempo. E più Trump aspetta, peggio andrà. Né Trump né Netanyahu sono i padroni di questo gioco. L'Iran ha le carte in mano.

Il sogno di Israele di formalizzare la propria egemonia sul Medio Oriente, codificato negli Accordi di Abramo durante il primo mandato di Trump – che normalizzarono le relazioni tra Israele e gli stati della regione – è morto. Questa guerra e il genocidio a Gaza lo hanno ucciso.

Trump sta tentando di rilanciarli inserendoli in un accordo per porre fine alla guerra contro l'Iran. Ha chiesto a stati precedentemente non coinvolti negli Accordi di Abramo, come il Pakistan e, in seguito, l'Iran, di aderire alla normalizzazione delle relazioni con Israele. Il Pakistan, l'unico stato a rispondere pubblicamente, ha respinto l'invito a causa di quello che ha definito uno scontro con le "ideologie fondamentali" del paese. Tutti gli altri stati a cui Trump si è rivolto hanno reagito con un silenzio perplesso.

L'Iran chiede la revoca delle sanzioni e la fine del blocco navale – che , secondo la CIA, l'Iran può sopportare per mesi prima di subire gravi difficoltà economiche – in cambio della riapertura dello Stretto di Hormuz. L'accordo proposto non menziona l'arsenale missilistico balistico iraniano, che, secondo il New York Times, funzionari militari e dell'intelligence statunitensi, si attesta ancora al 70% dei livelli prebellici.

Iran, Pakistan, Turchia e Qatar, quest'ultimo in prima linea nei negoziati con Hamas, sono i nuovi attori principali della scena politica regionale.

Il Pakistan non solo ha firmato un patto di difesa reciproca con l'Arabia Saudita nel 2025, ma ha anche schierato truppe, aerei e sistemi di difesa aerea nella dittatura del Golfo ad aprile. Inoltre, ha ospitato i colloqui per il cessate il fuoco tra i due negoziatori principali di Trump, definiti "stupidi e ancora più stupidi": il suo inetto genero Jared Kushner e il collega immobiliarista e compagno di golf Steve Witkoff.

La guerra ha accresciuto il prestigio e il potere della Cina, che, rispetto a Washington, è vista a livello globale come l'incarnazione di una leadership razionale, prudente e stabile. L'Iran, segno del nuovo ordine globale, permette alle petroliere cinesi e pakistane, insieme ad altre navi non alleate con Israele e gli Stati Uniti, di attraversare lo Stretto.

Israele, non essendo riuscito a convincere gli Stati Uniti a svolgere il lavoro sporco di bombardare l'Iran fino a ridurlo a uno stato fallito, mi aspetto che si scagli con rinnovata furia contro Gaza, forse occupando il restante 30% del territorio assediato. Continuerà la sua politica, simile a quella adottata a Gaza, di radere al suolo ogni struttura a sud del fiume Litani in Libano, bombardandola quotidianamente nonostante l'Iran affermi che gli attacchi al Libano violino l'attuale accordo di cessate il fuoco.

La ferocia e la spacconeria di Trump – che ha minacciato di "far saltare in aria" l'Oman se non si fosse "comportato bene" dopo le notizie sull'imposizione congiunta di pedaggi da parte dell'Oman e dell'Iran per le navi che attraversano lo Stretto di Hormuz – non possono nascondere l'impotenza degli Stati Uniti. Il rifiuto degli alleati americani di dare ascolto all'appello di Trump per aiutarlo a riaprire lo Stretto, insieme alla miseria economica che sta colpendo le nazioni alle prese con la carenza di risorse e l'aumento dei costi di energia e fertilizzanti, sono la prova lampante dell'isolamento di Washington.

Gli imperi, accecati dal mito della propria onnipotenza e superiorità militare, nelle fasi finali si ritrovano coinvolti in conflitti senza una chiara comprensione della loro destinazione. Si alienano gli alleati e inciampano da un disastro militare all'altro, come hanno fatto gli Stati Uniti per oltre due decenni in Medio Oriente.

Nel 1956, l'Impero britannico, già in rapido declino, subì un'umiliazione quando cospirò con Francia e Israele per impadronirsi del Canale di Suez, nazionalizzato da Gamal Abdel Nasser. Gli Stati Uniti costrinsero tutti e tre i paesi a fermare l'invasione. La sterlina britannica cedette il passo al petrodollaro. Questo evento segnò la fine dell'Impero britannico.

La guerra contro l'Iran è la crisi di Suez di Washington.

Questa potrebbe non essere la fine dell'Impero americano, ma è l'inizio della fine.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-chris_hedges__lascesa_del_sud_globale/39602_67176/

giovedì 25 giugno 2026

La resa di CGIL, CISL e UIL: ecco come il nuovo accordo quadro svende i salari e apre alle gabbie leghiste - Emiliano Gentili e Federico Giusti

 

Il 17 Giugno scorso, le organizzazioni sindacali CGIL, CISL e UIL hanno trasmesso alle associazioni datoriali una proposta di accordo quadro. «Lo scopo è quello di sottoscrivere un accordo sugli accordi, che disciplini tutta la contrattazione dall’alto».[^1]

Non è casuale che questo testo arrivi proprio mentre iniziano a farsi sentire i primi effetti dell’economia di guerra e della sostituzione dei lavoratori con l’Intelligenza Artificiale. A nostro avviso, infatti, i sindacati confederali puntano a ritagliarsi un ruolo nella gestione di questi processi,[^2] nel tentativo di arginare una serie di leggi che punta a marginalizzare e neutralizzare la contrattazione, dopo alcuni decenni di effettivo arretramento della rappresentanza.

I confederali, dunque, lottano per tenere in vita il vecchio modello concertativo di relazioni industriali, seppur con sfumature diverse: la CISL mostra un'aperta sudditanza al Governo; la UIL mantiene una posizione apparentemente critica ma spesso volutamente interlocutoria; la CGIL si barrica in una difesa a oltranza del passato, pur avendone subito finora solo gli effetti negativi a causa della delegittimazione operata da esecutivi e associazioni datoriali.

I pilastri dell’accordo sono tre: l’introduzione della tecnologia nei processi produttivi, la perdita del potere d’acquisto dei salari (accelerata dalle tensioni internazionali) e la rappresentanza sindacale.

I. La tecnologia nel lavoro

I sindacati propongono il rafforzamento dei processi partecipativi per cogestire con le aziende l’ingresso delle nuove tecnologie: «La digitalizzazione, l’intelligenza artificiale e la robotica stanno trasformando rapidamente e profondamente il nostro mondo. [...] L’accordo quadro deve valorizzare il ruolo e l’estensione della contrattazione collettiva anche quale sede privilegiata di regolazione e sviluppo degli strumenti partecipativi».

Il testo prevede che tale sinergia si articoli attraverso «esperienze di partecipazione organizzativa, gestionale, economica e consultiva». Il riferimento esplicito è alla Legge sulla partecipazione dei lavoratori agli utili dell’impresa,[^3] un provvedimento che però disciplina queste dinamiche lasciando all'azienda la facoltà di scegliere i lavoratori da includere nei CdA, bypassando completamente le sigle sindacali.[^4] La proposta dei confederali è quindi quella di assorbire queste forme di partecipazione direttamente dentro gli istituti della contrattazione per blindare il proprio ruolo. In questo, l'accordo ricalca in parte la proposta originaria della CISL, uno dei pilastri da cui è scaturita la legge del Governo.

In tutto ciò, il grande assente resta un equo e sostanziale indennizzo (in termini salariali, orari o di welfare) per gli aumenti di produttività generati dalla tecnologia, una dinamica che investe ormai quasi tutta la forza-lavoro italiana.[^5] Siamo di fronte a una grave contraddizione: non si possono proporre forme di co-gestione senza stabilire adeguati rapporti di forza tra lavoratori e aziende, rapporti che in ambito lavorativo si articolano prevalentemente su base economica.

II. Il potere d’acquisto

L’accordo introduce il riconoscimento del Trattamento Economico Complessivo (TEC) all’interno del CCNL per standardizzare la stesura dei contratti. Si tratta di una buona proposta, mirata a semplificare la comparazione e a verificare l’equivalenza contrattuale, superando l'attuale prassi in cui i CCNL indicano solo il Trattamento Economico Minimo (TEM), lasciando che quello complessivo vada ricavato sommando le varie voci (scatti, tredicesima, premi).

Tuttavia, il valore del TEM, secondo il testo, andrebbe aggiornato «avendo a riferimento l’indice IPCA-NEI come calcolato dall’ISTAT». Significa che i sindacati accettano, ancora una volta, che il calcolo dell'inflazione escluda i beni energetici importati, proprio quelli che pesano di più sulle tasche dei lavoratori. Del resto, CGIL, CISL e UIL stanno firmando tutti i rinnovi del pubblico impiego legandoli a questo indice: fino a quando rimarrà in vigore l'IPCA, salvaguardare il potere d'acquisto rimarrà un'utopia.

Inoltre, l'accordo prevede che «i contratti avranno durata triennale o quadriennale». In un periodo di alta inflazione, non sarebbe preferibile tornare a un aggiornamento biennale della parte economica? Al momento i contratti quadriennali sono una rarità e non è auspicabile che aumentino.

Infine, la difesa del salario viene delegata in buona parte alla contrattazione decentrata, da estendere «per dare risposte in relazione alle caratteristiche e alle specificità dell’azienda o del territorio». Oltre alla nostra contrarietà a questo modello,[^6] salta all'occhio il riferimento al «territorio»: il sospetto è che si tratti di un’apertura mascherata alle gabbie salariali proposte dalla Lega, cercando un compromesso col Governo basato sull'ampliamento della quota retributiva legata alle specificità locali.

III. La rappresentanza e la sicurezza

Anche la proposta di elezioni RSU «nelle realtà di minori dimensioni», se legata alla contrattazione decentrata, rischia di prestare il fianco al progetto leghista delle gabbie salariali, nonostante sia positiva la previsione di meccanismi che permettano l'elezione delle RSU anche su iniziativa diretta dei lavoratori.

Si richiede poi una maggiore regolazione aziendale: i confederali propongono una procedura legalmente vincolante per la comunicazione delle deleghe di iscrizione, arginando il fenomeno delle trattenute sullo stipendio che restano nelle casse aziendali, e nuove modalità condivise di deposito dei contratti per favorire la trasparenza negli appalti.

Nota dolente sulla salute e sicurezza sul lavoro: CGIL, CISL e UIL si limitano a rivendicare l'aumento del numero dei Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS). Nella realtà sindacale è evidente che queste figure, prive di poteri coercitivi fattuali, non hanno reali prerogative: possono fare proposte e chiedere atti, ma si scontrano con ostacoli burocratici e forti pressioni datoriali non appena provano a far emergere gli infortuni. I confederali non sembrano interessati a dare agli RLS un effettivo potere contrattuale e di blocco su salute e organizzazione aziendale, preferendo mantenerli ancorati a un ruolo puramente istituzionale e, di fatto, inefficace.

Note

[^1]: G. Cremaschi, Perché il patto tra Cgil, Cisl e Uil peggiorerà le condizioni di lavoratrici e lavoratori, 19 Giugno 2026, Il Fatto Quotidiano.

[^2]: Forse per questo evitano di produrre un'analisi critica delle innovazioni, rinunciando a contrastarne l’utilizzo che ne viene fatto nel mondo del lavoro. E vogliamo ricordare che siamo davanti a un processo diverso da quello già conosciuto negli anni Ottanta del secolo scorso con l’automazione delle linee produttive e la sostituzione degli operai con i robot: stavolta, l’IA colpirà anche posti di lavoro non esecutivi.

[^3]: E. Gentili, F. Giusti, S. Macera, Legge sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione, al capitale e agli utili dell’impresa, 25 Giugno 2025, Cub.it.

[^4]: Notiamo come la Legge non sia ancora stata applicata, se non dall’amministrazione comunale di Rieti. Questa, di centro-destra, ha ben pensato di escludere la partecipazione economica dalle forme di partecipazione previste. Cfr. E. Gentili, F. Giusti, Legge partecipazione lavoratori, primo test a Rieti, 11 Maggio 2026, Diogene Notizie.

[^5]: In realtà un accenno alla questione viene fatto, laddove i confederali scrivono che «in ragione dei processi di transformação tecnologica, di innovazione organizzativa e professionale, degli andamenti specifici di settore potrà modificare il valore del Trattamento Economico Minimo». Tuttavia non si tratta di una formulazione vincolante per le imprese.

[^6]: Il trionfo della contrattazione di secondo livello ha favorito la nascita del sistema delle deroghe contrattuali e, più in generale, l’accrescimento della produttività in cambio di pochi spiccioli – segnando a suo tempo anche la vittoria di un sistema contrattuale che crea situazioni di crescente disparità e un generale contenimento dei salari.

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Taranto insegna: io non voto il meno peggio - Michele Riondino

 

mercoledì 24 giugno 2026

Vent'anni – Maria Rita Contu

Dopo Anna oltre il muro, in Vent’anni Maria Rita Contu racconta un’altra storia che inizia e finisce a Tertenia, questa volta segue le tracce di una famiglia che emigra in Lombardia e poi la storia di Arturo, un ragazzo che sceglie di diventare militare, e muore in un incidente aereo, con tanti morti, non troppo lontano dal punto in cui sono morti i passeggeri del Moby Prince, pochi decenni dopo.

La storia è raccontata con gli occhi e le parole di Marina, la sorella minore di Arturo, che spiega la gioia, per quanto possibile, di avere una nuova vita lontano da casa, e però dopo pochi anni il lutto per la morte del fratello oscura la vita della famiglia e spinge nel dolore senza vie d’uscita i suoi genitori.

Il dolore per la perdita di un genitore è poca cosa rispetto a quello di in genitore che perde un figlio, è contro la natura delle cose umane.

Maria Rita Contu ci mostra anche le fotografie di quella famiglia e del dramma di Arturo, non c’è niente d’inventato, ma non è un semplice documentario, la scrittrice entra nella storia, si immedesima in Marina, partecipa nelle vicende piene di futuro della famiglia Deiana, ma nessuno viene trascurato, neanche Giovannino Caria, il sommozzatore che muore nell’intento di recuperare dalle profondità del mare i corpi delle vittime.

E poi, come in un coro greco, silenziosa, ma presente, è la comunità di Tertenia.

Anche la seconda prova di Maria Rita Contu è positiva, col suo stile investigativo, senza effetti speciali, giustamente ritenuti non necessari.

ps: roprio in questi mesi un altro sommozzatore che cercava di recuperare cinque vittime italiane da una grotta, nelle isole Mauritius. Si chiamava Mohamed Mahudhee. La scrittrice ricorda commossa Giovannino Caria, ma nel nostro paese nessuno si ricorda di Mohamed Mahudhee.

I morti continuano a vivere finchè c'è chi li ricorda, Maria Rita Contu li ricorda e ce li fa ricordare.

Da Gramsci ai cabaret nazisti: l'inganno della risata che ci sta portando alla dittatura - Chris Hedges

 

I buffoni che orchestrano il fascismo – con la sua pseudoscienza, la sua idiozia, la sua propensione alla violenza e la sua grottesca ipermascolinità – sono un terreno fertile per la satira. È fin troppo facile, come fanno i comici dei late-night show o come facevano i cabaret berlinesi con i nazisti, mettere alla gogna i teppisti, gli inetti e i mediocri che detengono il potere. Tuttavia, questa forma di satira finisce per accecare gli oppositori, impedendo loro di vederne il nucleo omicida e il potere distruttivo. Ignora i veri centri di potere. Non genera resistenza, ma disprezzo e cinismo, acuendo la faglia sociale e politica tra noi, l'élite "illuminata e colta", e loro, il "cesto di deplorevoli" da deridere e disprezzare.

Esistono due forme di satira. Quella delle élite istruite, che domina i media commerciali, si limita a ridicolizzare le debolezze e le pretese di Trump e dei suoi sfortunati seguaci. Questa satira non attacca mai i colossi multinazionali o l'industria bellica. Ignora il degrado e la corruzione strutturale delle nostre istituzioni politiche – incluso il Partito Democratico – che hanno creato il fenomeno Trump, fingendo che viviamo ancora in una democrazia sana. Caratterizzata da una ripugnante superiorità morale e intellettuale e da una spietata umiliazione delle classi inferiori, questa comicità alimenta proprio le divisioni sociali e l'alienazione che nutrono il fascismo.

Antonio Gramsci avvertiva che la satira elitaria è controproducente. Invocava invece un "sarcasmo appassionato" capace di prendere di mira i reali meccanismi del potere. La satira, scriveva, deve fustigare i miti e le ideologie dominanti che sostengono il capitalismo e il fascismo. Deve smascherare la bancarotta morale dell'autoritarismo, ma anche riconoscere le legittime rimostranze di coloro che ne sono vittime, concentrandosi sulle istituzioni che perpetuano l'ingiustizia e la disuguaglianza sociale.

"Trump è stato necessario anche per smascherare i progressisti di plastica", scrive l'analista Nate Bear. "Gli imperialisti liberali anti-Trump, nella loro opposizione all'accordo con l'Iran, appaiono come psicopatici guerrafondai. Dai democratici che denunciano l'accordo sui social ai comici come Jimmy Fallon che attaccano Trump per aver restituito a Teheran i fondi che gli Stati Uniti avevano congelato, non esiste alcuna alternativa al bombardamento incessante dell'Iran. Non c'è rabbia da parte dei liberali per le vittime iraniane, o verso lo stato imperialista, il sionismo e la macchina di morte che rende possibile questa violenza. No, sono solo imbarazzati per le crepe dell'impero, di cui non vogliono riconoscere i limiti."

La satira elitaria, che vada in onda al Saturday Night Live o nei programmi notturni, finisce per accanirsi contro i più deboli. Induce i liberali a credere che i delinquenti e gli imbroglioni al potere siano troppo stupidi e inetti per durare. Milioni di esuli politici sanno bene come questa autoillusione – l'incapacità di prendere sul serio i fascisti – sia il principale motore del fascismo stesso. Anche loro, un tempo, liquidavano come ridicoli i teppisti che oggi governano i loro paesi d'origine.

La scrittrice turca Ece Temelkuran, costretta all'esilio dal regime di Erdogan, nel suo libro Nazione di stranieri descrive un modello preciso:

Tutto inizia con un movimento che spacca la società in due: il "vero popolo" contro l'"élite corrotta", guidato da un leader che pretende di essere l'unico rappresentante dei giusti. Il passo successivo è la dissoluzione della verità e la priorità della fedeltà sulla decenza. Poi viene smantellata la vergogna: il leader infrange il consenso politico e morale con una spietatezza senza precedenti. Più a lungo rimane al potere, più i limiti di ciò che è accettabile si allargano. Ciò che un tempo sembrava impensabile o spregevole diventa gradualmente la normalità. Mentre le istituzioni democratiche vengono svuotate dall'interno, i valori universali – la dignità umana e lo stato di diritto – vengono sostituiti da un nazionalismo feroce, da un fiero vittimismo e da una riscrittura della storia. La crudeltà diventa una virtù, infiltrandosi nella vita quotidiana. La cerchia del "noi" si restringe, mentre milioni di concittadini vengono etichettati come sospetti permanenti.

Come avverte Temelkuran, gli americani placano le loro paure ripetendo la stessa illusoria frase: "Le istituzioni reggeranno". Non osano guardare in faccia il proprio futuro, e presto non saranno più riconosciuti come cittadini a meno che non si conformino alle nuove regole dell'America di Trump.

I comici di oggi funzionano un po' come Fritz Grünbaum, la star del cabaret che durante il nazismo, quando mancò la corrente durante uno spettacolo, disse ironicamente: "Non vedo niente, proprio niente; devo essere finito nella cultura nazionalsocialista". Grünbaum finì i suoi giorni nel campo di concentramento di Dachau, dove morì di tubercolosi insieme ad altri artisti e satirici.

I nazisti si mossero rapidamente per chiudere i cabaret e tutte le istituzioni che sfidavano il loro controllo, sostituendoli con spettacoli di varietà insignificanti. Detestavano la derisione tanto quanto Trump, che dopo una puntata dello show di Stephen Colbert ha definito il conduttore un "idiota totale", condividendo un video generato dall'intelligenza artificiale in cui lo gettava in un cassonetto, scrivendo che quella era "l'inizio della fine" per i talk show notturni.

Nei regimi totalitari, le battute sui dittatori sono un reato. La satira è ammessa nello Stato fascista solo quando serve a deridere gli oppositori politici e le minoranze demonizzate, mai quando è diretta contro i veri centri di potere. Come sottolineava Gramsci, il consolidamento del potere richiede di vincere la "battaglia culturale", dominando il discorso pubblico, controllando il linguaggio e ridefinendo le norme sociali.

La satira elitaria non è altro che una valvola di sfogo. Rifiutandosi di affrontare le radici della degenerazione politica, sociale e culturale – che ha preceduto la presidenza Trump – consolida il progetto autoritario che finge di combattere. Riduce la catastrofe a uno spettacolo circense: i ministri servili, le nomine grottesche o la guerra di Robert F. Kennedy Jr. contro la scienza medica. Non affronta il fallimento sistemico delle istituzioni democratiche: l'accademia, le elezioni, i tribunali, il Congresso o i media. Distoglie l'attenzione dai miliardari e dalle multinazionali che hanno imposto l'austerità e la deindustrializzazione, facilitando il più grande trasferimento di ricchezza verso l'alto nella storia degli Stati Uniti. Ignora la micidiale industria bellica e l'apparato di sorveglianza interna che ci rende la popolazione più monitorata e spiata della storia umana.

Questa satira elitaria semplifica forze complesse, sminuendo le correnti sotterranee che hanno generato Trump. Il "sarcasmo appassionato" di Gramsci è troppo rivoluzionario e troppo veritiero per essere trasmesso dai colossi mediatici.

"La risata è la nostra reazione alle incongruenze immediate e a quelle che non ci riguardano direttamente", osservava il teologo Reinhold Niebuhr in Umorismo e fede"La fede è l'unica risposta possibile alle incongruenze ultime dell'esistenza, che minacciano il senso stesso della nostra vita. Nel Santo dei Santi non c'è spazio per le risate: lì sono soffocate dalla preghiera e l'umorismo trova compimento nella fede".

Quando la satira diventa il punto di arrivo, è deleteria, perché maschera la realtà. Deve essere, come comprese Niebuhr, solo il punto di partenza. Deve spingerci, come aveva capito Gramsci, verso un'analisi rigorosa e l'organizzazione di movimenti di massa, gli unici in grado di salvarci dalla tirannia. Deve smettere di fare il gioco di una nazione polarizzata. Data la gravità della situazione, la risata non basta più.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)


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martedì 23 giugno 2026

Cospito deve marcire - Guido Ruotolo

  

Alfredo Cospito, il “terribile”, deve rimanere sepolto vivo in carcere, al 41-bis (vedi qui). Ma che Paese è diventato il nostro? Un ministro della Giustizia che straparla e invoca l’impunità per le “vittime” della giustizia, si è impuntato arrivando a conclusioni opposte a quelle degli apparati di sicurezza, e dello stesso procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, Gianni Melillo. È un mondo alla rovescia, il nostro. A Catania si sta discutendo, in un’aula di giustizia, se il capo dell’ala stragista di Cosa nostra, Aldo Ercolano, sia ancora un pericoloso criminale, anche se non è più al 41-bis, e se quindi non si sia attenuata la sua “pericolosità sociale”. In gioco è la possibilità che Aldo Ercolano possa uscire dal carcere con i permessi premio, insomma. Stiamo solo aspettando che i giudici decidano. Con l’ansia che al boss venga riconosciuta la buona condotta, il ravvedimento. A lui, mafioso di alto rango.

Tutt’altro discorso, invece, per l’anarco-insurrezionalista – in carcere dal 14 settembre del 2012, per la gambizzazione, a Genova, dell’amministratore delegato di “Ansaldo Nucleare”, Roberto Adinolfi – che deve rimanere al 41-bis, secondo il ministro della Giustizia. Cospito, per quella gambizzazione è stato condannato a dieci anni e otto mesi, e sono definitivi i ventitré anni di detenzione per l’attentato, senza morti né feriti, alla scuola allievi dei carabinieri di Fossano. Dal maggio 2022, l’anarchico è recluso al 41-bis. La legge del 2002 ha introdotto la durata del regime di detenzione duro a quattro anni, prorogabili di due anni, con decreto motivato. Ma il legislatore è stato chiaro. Il decreto di proroga “deve essere motivato” sulla base di elementi attuali che documentino la sussistenza di collegamenti, di rapporti con la propria organizzazione. Dunque, per il detenuto Cospito, prima ancora che scadessero i termini dei quattro anni, il ministro Carlo Nordio, il primo maggio scorso, ha firmato la prima proroga di due anni del 41-bis.

Il 26 aprile 2023, il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, Gianni Melillo, esprimendo il parere sulla istanza di revoca del regime detentivo speciale del 41-bis, formulata nell’interesse di Alfredo Cospito, scriveva: “Non ci sono elementi obiettivamente idonei a confermare la necessaria giustificazione del mantenimento delle misure preventive speciali nei confronti del detenuto”. Sia il Ros dei carabinieri sia la polizia espressero, anche loro, valutazioni convergenti riassunte dal procuratore Melillo: “Risulta in tutta la sua evidenza come la sottoposizione del detenuto Cospito al 41-bis non abbia azzerato le comunicazioni e le pubblicazioni all’interno del movimento anarco-insurrezionalista, considerato anche il fatto che la Fai-Fri non è una struttura gerarchica né piramidale”. Non bisogna essere dei geni per condividere l’analisi degli apparati investigativi: “L’applicazione del 41-bis e l’isolamento inflitto a Cospito non hanno determinato l’auspicata riduzione del proselitismo né il contenimento dell’attività del movimento anarco-insurrezionalista, che invece ha incrementato azioni dirette”. Tanto che è così, che, in questi anni, gli anarco-insurrezionalisti hanno proseguito le loro “campagne”, fatte anche di ordigni esplosivi. Proprio pochi giorni fa, sono stati arrestati sette attivisti accusati dei recenti attentati sulle tratte dell’alta velocità Roma-Firenze e Roma-Napoli. Naturalmente, che i colpevoli siano gli arrestati è ancora tutto da dimostrare.

È davvero diventato un mondo alla rovescia. In un bel libro del 2002 (Barriere di vetro. Voci dalla detenzione sociale in Italia), della Camera penale di Roma, l’avvocato Giuliano Dominici scriveva: “L’unanime consenso al ‘trattamento duro’ previsto dal 41-bis, riguarda il carcere duro per i detenuti mafiosi sottoposti al 41-bis”. Fotografa un’epoca, Giuliano Dominici. E noi non abbiamo còlto quei segnali che un sistema a “doppio binario” – e cioè la sospensione dei diritti costituzionali per i detenuti mafiosi o terroristi – avrebbe nel tempo provocato un profondo cortocircuito nella società e nelle istituzioni. Allora, con la legislazione speciale del dopo Falcone e Borsellino, uscivamo da una guerra terribile. Stragi mafiose, omicidi a ripetizione, attentati a Roma, Milano e Firenze, seguivano la stagione dello “stragismo di Stato”. Bisognava rispondere agli omicidi dei due magistrati siciliani e fu approvato il 41-bis.

Fu il ministro della Giustizia, Claudio Martelli, che, sull’aereo che lo riportava a Roma dopo i funerali di Paolo Borsellino, diede il via libera all’operazione “preventiva”, prima ancora che “punitiva”. Nel carcere dell’Ucciardone i mafiosi brindavano alla morte di Falcone e Borsellino. In poche ore, nella notte, l’Ucciardone fu “trasferito” all’Asinara, e fu dato ordine di riaprire Pianosa. Fu terribile, al di là che fosse necessaria, la risposta dello Stato. A Pianosa furono mandati giovani allievi della polizia penitenziaria, “secondini alle prime armi”. Basti solo ricordare che, a un certo punto, una delegazione di familiari dei detenuti mafiosi si recò dal vescovo di Trapani per denunciare le torture, le condizioni di vita inumane dei boss. E la Chiesa rispose con il papa Giovanni Paolo II che, ad Agrigento, il 9 maggio 1993, si rivolse ai mafiosi: “Convertitevi”. I cappellani, nei vari istituti, non facevano partecipare i mafiosi alle celebrazioni religiose. Questo era il clima di allora. E le ferite delle violazioni dei diritti umani ce le portiamo dietro ancora oggi. La risposta “securitaria” del governo Meloni sta provocando guasti terribili nel sistema carcerario. Ma questa è un’altra storia. Oggi parliamo di Alfredo Cospito, nei cui confronti si è scatenata una guerra simbolica da parte del governo. Lui, vittima di una vendetta. Anzi, “di una scelta politica”, per dirla con Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, associazione che si occupa di giustizia penale, carceri, diritti umani e prevenzione della tortura. Che aggiunge: “Dal primo gennaio al 31 ottobre del 2025, ben 232 detenuti sottoposti al 41-bis sono stati destinatari di proroga. Solo cinque sono stati declassificati e inseriti nel circuito dell’Alta sicurezza”. E già, perché il problema non è “Cospito libero”, ma soltanto il rispetto dei diritti di Alfredo Cospito e di quelli di tutti gli altri detenuti.

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