giovedì 12 febbraio 2026

Works - Vitaliano Trevisan

leggo con un enorme ritardo Works.

è una sorpresa leggere un libro working class dei più stupefacenti, Vitaliano racconta la sua vita lavorativa, i suoi lavori e lo schifo che gli hanno fatto, tranne il lavoro più pericoloso, quello di lattoniere.

la penna, il ritmo, le osservazioni, i conflitti, le sfumature sono proprio quelle dello scrittore, scomparso prematuramente e tragicamente (qui un ricordo).

e quando arrivi all'ultima pagina ti dispiace che il libro sia già finito, merito di Vitaliano Trevisan.

un libro da non perdere, promesso.


 

 

 

«Perché trovo sempre un lavoro?, mi dicevo, Perché non mi lasciano andare alla deriva in pace? Diventare un barbone. Una delle possibilità che contemplavo. Che contemplo tuttora. Poi non ho coraggio. Mi viene in mente mio padre, il poliziotto Arturo, e la sua divisa, sempre impeccabile; e mio nonno, la dignità con cui indossava il suo vestito da festa. Assurdità che sempre mi ritornano. L’origine è un vestito che uno non smette mai».

Il lavoro come condanna e perdizione, il lavoro come cellula primordiale dell’organismo umano, il lavoro che marchia anima e corpo di un’intera vita.

Con una scrittura originale come un classico pezzo di jazz, che ne ha fatto uno degli autori italiani piú importanti della sua generazione, in questo romanzo autobiografico Vitaliano Trevisan racconta il lavoro nel luogo in cui è una religione, il Nordest, dagli anni Settanta fino agli anni Zero. E attraverso questa lente scandaglia non solo le mutazioni del nostro Paese, ma la sua stessa vita: il fallimento dell’amore, i meccanismi di potere nascosti in qualunque relazione, la storia della propria e di ogni famiglia, che è sempre «una storia di soldi»…

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...Procedendo in questo libro si ha l’impressione di trovarsi dinanzi a un’entità mentale vastissima, capace di rinomimare la realtà e darle forma attraverso le proprie strutture, a loro volta filtrate grazie a un bagaglio culturale del quale non si intravede la fine: dalla citazione lettraria, alla proposizione secca, teatrale, in inglese, allo slang dialettale, alla coloratissima bestemmia in vicentino, tutto si fa elemento narrabile, tutto concorre a mantenere coesa la mole estenuante delle “cose da dire”, riprese e troncate a metà senza apparente criterio nel corso del libro, con continui salti temporali e un periodare di respiro amplissimo.

Ci sono delle evidenti manie, addirittura confessate, in questa iper-dilatazione del fatto personale, in questa attenzione quasi ossessiva a sè, a tutte le cose pensate dal sè, esperite dal sè, ricondotte al sè: ma una voce così sicura, così riconoscibile, così ironica e conversatrice fa rientrare a pieno titolo Works nel novero delle opere letterarie, e ricorda la veracità sanguigna di certe “vite” di artisti, come quella di Benvenuto Cellini.

Del resto, e lo dice Trevisan in persona, «scrivere un libro è un po’ come cantarsi una canzone, a quale tonalità e tempo non importa; l’essenziale è essere intonati e a ritmo con se stessi».

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VITALIANO TREVISAN: IL CALVARIO DI UN DISSIDENTE - Gianni Sartori

All’età di 61 anni è morto lo scrittore vicentino Vitaliano Trevisan. Attore, drammaturgo e uomo dai mille mestieri.

Perennemente afflitto dal pericoloso sogno dell’autenticità.

Di Vitaliano Trevisan, pur conoscendolo di fama (inevitabile a Vicenza), in passato non mi ero voluto interessare più di tanto. A parlarmene erano state persone – buone, brave, colte, di sinistra e beneducate – ma, dal mio punto di vista, comunque “borghesi”.

Anche se negli ultimo tempi si era trasferito in una contrada di Alta Collina (eccessivo definirla “Montagna”, stando ai miei parametri e conoscendo bene le Prealpi venete), scherzando ma non troppo, lo definivo un “Mauro Corona di pianura”. Quella pianura del Nord-est, inflazionata di capannoni, impestata lavoro nero e inquinamento che lui aveva raccontato, descritto e smascherato nei suoi imperdibili libri.

Ossia – credevo allora, sbagliando – un “personaggio” folcloristico, pittoresco e deviante quanto basta. Falsamente “autentico” e “genuino” come in genere piace appunto a certa borghesia progressista.

Solo pochi mesi fa, intervistando un vecchio compagno, impegnato da una vita non solamente nel “sociale”, ma nella lotta di classe (Luciano Orio), mi era stato citato in relazione agli incidenti (omicidi) sul lavoro. Nel suo “Works” (Einaudi editore) Trevisan denunciava apertamente quello che magari conoscono in molti, ma su cui in genere si preferisce stendere un velo pietoso. Ossia sul fatto che dai macchinari di lavorazione (laminatoi, presse, macchine utensili…) – per aumentarne la produzione ovviamente – spesso viene disinnescato il sistema di sicurezza. Con le ovvie conseguenze: arti amputati quando va bene, corpi maciullati nell’altro caso. In quantità – e qui ci sta – industriale.

Lessi il libro e verificai quanto mi aveva segnalato Luciano.
Ma scoprii anche altro.
Intanto il fatto che – come il sottoscritto anche se in anni diversi – Vitaliano Trevisan aveva lavorato come facchino alla Domenichelli di viale Torino nei turni di notte.
Anzi, avevo anche colto una variante. Da parte sua non considerava quel lavoro, (notturno e in nero, tanto per la cronaca) particolarmente gravoso e parlava di turni di otto ore.
Personalmente, confrontandolo con altre mie esperienze simili (nelle celle frigorifere della Ederle, alla Veneta- Piombo, i traslochi…), lo ricordavo comunque abbastanza pesante. Anche perché all’epoca di giorno cercavo di frequentare l’università, al punto che ricordo di essermi appisolato più di qualche volta in piedi, appoggiato al carrello nella ripetitiva spola tra i camion e il deposito.

Non solo. Mi sembra proprio di ricordare, nella prima metà degli anni settanta i turni erano di dieci ore, non di otto. Con una “pausa- pranzo” (un panino portato da casa) di venti minuti, mezz’ora.
E’ possibile naturalmente che in seguito (seconda metà degli anni settanta, quando toccò a Trevisan scaricare e stivare) le cose fossero cambiate. Come avvenne – questo lo avevo verificato di persona – nel settore traslochi (grazie anche all’impiego di elevatori che permettevano, per esempio, di non dover portare sulle spalle, da soli, pesanti frigoriferi per diversi piani di scale).

E poi in “Works” raccontava a sua esperienza in un territorio che conosco bene, il Basso Vicentino.
Quel pezzetto di Riviera Berica sdraiato ai piedi dei Colli Berici che operatori turistici e amministrazioni comunali si ostinano a descrivere come bucolico, con paesaggi (ormai è un classico, non si nega a nessuno) “mozzafiato”. Nonostante la pianura sia quasi completamente cementificata (oltre che inquinata, vedi la A31) e sui Colli proliferi di giorno in giorno la metastasi delle ville e villette di borghesi grandi, medi e piccoli che “amano la Natura” (senza peraltro esserne corrisposti). Costruzioni talvolta semiabusive (tipo sedicenti ”depositi attrezzi” provvisti di colonnato esterno – “pompeiane” – e piscina), case di 2-3 cento metri quadri dove prima c’era soltanto “el staloto del mas-cio”. A spese del paesaggio e degli ecosistemi.
Ma comunque qualcosa c’era – e c’è – a mozzare letteralmente il fiato: gli innumerevoli capannoni dove languiscono segregati a migliaia i polli da allevamento. E la puzza – come scriveva chiaramente Vitaliano – si sente, eccome. Anche da lontano.
Pur senza volersi soffermare sulla sacrosanta compassione per quelle povere creature imprigionate (rileggersi in proposito quanto scriveva Eugenio Turri sugli analoghi allevamenti nei Lessini), pensiamo soltanto a cosa sta accadendo proprio ora in Veneto con l’epidemia di aviaria e lo sterminio di milioni di volatili.

Ma quello che più mi rode è il modo in cui sembra se ne sia andato. Dopo un ricovero psichiatrico formalmente “volontario”, ma in realtà sotto il ricatto di un TSO.
Ora, mi chiedo, è mai possibile che una persona con il suo livello culturale, con un così alto grado di consapevolezza (esistenziale, sociale, politica…) derivata dall’esperienza vissuta, non certo dagli studi accademici (anche se la sua preparazione letteraria era ottimale) sia stato trattato in tal modo?

Non so se – come aveva azzardato qualche vicentino – Trevisan fosse veramente da considerarsi il maggiore tra gli scrittori attuali della Penisola. Ma sicuramente è lecito interrogarsi in proposito. E uno così, su cui ora tutti spandono lacrime e tessono lodi, è stato rinchiuso come un pericoloso demente?
Nei giorni immediatamente successivi alla sua morte disperata, in molti lo hanno ricordato con commozione.
Alimentando tuttavia l’idea che comunque il Trevisan era (a scelta): depresso, fuori di testa, predisposto al suicidio….

Invece di esprimere rispetto non solo per lo scrittore, ma anche per un uomo che ha saputo esplorare il lato oscuro (o forse meglio: non del tutto colonizzato) dell’animo umano. Con estrema lucidità, andando ben oltre la propria sofferenza personale e le proprie (indiscutibili) contraddizioni. Arrivando a un alto grado di consapevolezza dei rapporti umani e – più ancora direi – dei rapporti sociali in una società capitalista (lui che tra l’altro, se non forse negli ultimi tempi, non si considerava di sinistra, “non di questa sinistra almeno”).

Un esempio, un modello per come si possa affrontare la tragicità della vita senza soccombere, rielaborandola.
A meno che – ovviamente – non intervenga qualche fattore esterno (in stile santa inquisizione) a disciplinare, omologare, addomesticare, “guarire”…

Chissà come è andata veramente. Ma rimane il dubbio che senza l’umiliazione di quel ricovero formalmente volontario, ma in realtà coatto, forse – dico forse – ne sarebbe uscito ancora per conto suo, magari con un altro libro o andando in giro per i boschi…
In questo momento mi vengono in mente altre persone (Majakóvskij Pavese, Debord, André Gorz, Paolo Finzi…), con storie e motivazioni diverse, ma cheavevano compiuto la medesima scelta estrema del Trevisan. Travolte forse dal disgusto per la mediocrità, la miseria spirituale di un mondo che incatena i dissidenti e imbavaglia i poeti (talvolta non solo metaforicamente) imbalsamandoli poi da morti.
Così come mi vengono in mente “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, Walter Benjamin (letteralmente braccato) e la tragedia (l’assassinio si può dire?) di Mastrogiovanni.

In fondo anche Vitaliano Trevisan era un soggetto scomodo, indigesto, non compatibile. Magari letto, apprezzato, recensito e premiato…ma comunque alla fine segregato e umiliato.

Niente di strano se uno come lui (un intellettuale, ma anche “uomo d’azione”) avesse deciso di mandare il mondo, questo mondo, a fare in culo.

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…Pochissimi sono i romanzi italiani che hanno la forza dirompente di “Works”. Il coraggio di squadernare davanti agli occhi del lettore le ipocrisie, le falsità, i fasulli mascheramenti a cui la società non sa sottrarsi. E Vitaliano Trevisan non arretra mai, non si fa cogliere da tentennamenti nel raccontare il coinvolgimento attivo del suo alter ego nel consumo e nello spaccio di droga. Non tentenna quando deve esternare la sua convinzione che prostituirsi è un lavoro come gli altri, se viene svolto per libera scelta e non sotto minaccia, dietro coercizione (e non è forse la scrittura, si chiede, “far commercio di sé in altra forma”?). Non si dimentica di dire forte e chiaro che gli incidenti sul lavoro, le frequenti morti nei cantieri, non sono episodi isolati, dettati dalla sfortuna. Ma conseguenza diretta e inevitabile del modo stesso in cui le persone sono costrette a stare sospese nel vuoto, sulle impalcature, oppure a sollevare pesi immani.

Il lavoro, raccontato da “Works”, assume i connotati della condanna riservata all’uomo nel suo percorso terreno. Una sorta di pena da scontare subito, qui e ora, visto che della vita ultraterrena non c’è certezza. Ma trovarsi un’occupazione, incassare una paga e non perdere tempo, diventa anche un obbligo fisico e metafisico. Per non trovarsi ai margini della comunità umana, per non cedere alla tentazione di trasformarsi in un’entità invisibile agli occhi dei “normali”.

Attraversando il tempo e la spazio di una vita scandita dal lavoro e dai sogni, dagli amori finiti male e dalle amicizie sfociate in tradimenti, dai progetti di scrittura, dai successi interlocutori e dalle cocenti delusioni, Vitaliano Trevisan non si lascia mai tentare dall’imboccare la scorciatoia dell’opportunismo. Non sceglie nemmeno in una sola riga di imboccare la strada del quieto vivere. In “Works” impallina intellettuali e scrittori con nomi e cognomi. E non nasconde, quando parla di sé, che la sua scrittura è sempre stata dettata da quel senso di melanconia, straniamento, solitudine, che si è portato dentro per tutta la vita. “Disperazione, è per questo che scrivo, vale ora e valeva allora, mentre tornando verso casa ero caduto di nuovo nel buco nero di questi tristi pensieri, che sempre accompagnano il fallimento del momento, buco nero che ovviamente, col passare del tempo diventava sempre più profondo e sempre più nero”.

Il Veneto di “Works” non è di certo quelle delle commedie goldoniane. Nelle parole di Vitaliano Trevisan assume la fisionomia di uno scosceso baratro umano. Dove le ragioni dell’industrializzazione, della produzione, del profitto e del guadagno, hanno devastato la politica, desertificato i rapporti sociali, modificato il territorio fino a umiliarlo e stravolgerlo, isolato le persone spingendole verso la depressione.

È forse questo l’aspetto più inquietante e bello del libro. Non c’è una sola riga di “Works” in cui Vitaliano Trevisan si lasci andare alla tentazione di consolare i suoi lettori. Per quasi 700 pagine, mai lo scrittore concede sconti a quel mondo che ha guardato da vicino. Fino a non poterne più.

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Il fiume e gli argini - Marco Arturi

“Era già tutto previsto”scrive nel suo editoriale sui fatti di Torino il direttore della Stampa: e ha ragione da vendere. Tutto previsto, dalla marea umana che ha invaso la città fino agli inevitabili scontri. Tutto annunciato e preventivato, inclusi i commenti e le reazioni dei media, della politica e delle platee social: tutti monchi, miopi, parziali. Tutti all’insegna di quella verità raccontata a metà che è vizio inestinguibile di questo paese.

Gli editorialisti e i politici raccontano a metà la violenza, condannando – lo diciamo qui e ora, chiaramente e a scanso di equivoci: giustamente – il pestaggio di un poliziotto ma sorvolando su quelli operati dagli uomini della polizia sui manifestanti inermi a terra. Dicono di una Torino “sola e abbandonata”questi commentatori che sono gli stessi che non raccontano mai l’abbandono di intere zone della città come Barriera di Milano, Aurora, Mirafiori sud né la solitudine di chi ci vive anzi fatica a viverci. Parlano della “città ferita dagli scontri” dopo aver fatto come se niente fosse di fronte al progressivo smantellamento di quella che fu la Fiat e di tutte le attività collegate. Come se Elkann che se ne va lasciandosi alle spalle un cimitero postindustriale e un’emorragia di circa 50mila posti di lavoro non fosse una ferita.

Arrivano a paragonare i manifestanti agli agenti dell’Ice (ancora Malaguti su La Stampa), in un ribaltamento dei ruoli e delle posizioni che suonerebbe come una provocazione fine a sé stessa se solo non fosse una dichiarazione di parzialità e di complicità in piena regola. Invocano Bella ciao e la memoria della Resistenza fingendo di non sapere che i partigiani non erano gente che manifestava pacificamente.

Perché la cultura della mezza verità è questa: ricorda solo ciò che le è funzionale e che soprattutto è funzionale al potere, quindi non rammenta la ragione per la quale quasi 50mila persone sabato hanno scelto di scendere in piazza, non dice nulla degli sgomberi attuati e di quelli minacciati, delle politiche repressive, della chiusura di qualsiasi spazio di dialogo. Non dice di queste città sempre più esclusive e inaccessibili nelle quali gli spazi sociali rappresentano l’unica alternativa per chi non ha e non può. Non dice di questo sistema che ti spinge ai margini e poi ti aggredisce se hai il coraggio dell’insubordinazione.

Tutti sapevano quello che sarebbe accaduto, è vero; ma è tempo di dire, se la verità ci interessa raccontata per intero, che lo scontro è stato voluto – anzi, cercato – da un governo che continua a restringere le possibilità e gli spazi per il dissenso, a partire dal quel pacchetto sicurezza che parlando di democrazia ha il suono di una bestemmia in chiesa e che arriva nei fatti a negare o condizionare diverse libertà garantite dalla Costituzione.

E a proposito di Costituzione, è monca perfino la solidarietà del suo garante, quel presidente Mattarella che telefona a Piantedosi per esprimere la sua solidarietà agli agenti mentre non ritiene di dover spendere una parola che sia una per i manifestanti aggrediti. Lo stesso mutismo messo in mostra il giorno prima, quando non ha ritenuto di dire nulla riguardo alla presenza dei nazisti del Comitato Remigrazione alla Camera dei deputati (leggi anche Individuare un capro espiatorio).

Era già tutto previsto, tutti sapevano cosa sarebbe accaduto a Torino semplicemente perché qualcuno ha alzato il livello dello scontro oltrepassando la linea rossa che ci separa dall’autoritarismo. Era prevista quella che chiamano violenza e che nasce sempre e comunque dalla mancanza di dialogo e di ascolto. Era previsto che qualcuno decidesse di disobbedire e di resistere, in quella che più di tutte è la città della Resistenza. Era previsto che il giorno dopo sarebbe stato quello della verità raccontata a metà: tutti a dire della violenza del fiume in piena, nessuno di quella degli argini che lo costringono.

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mercoledì 11 febbraio 2026

Come le zanzare d’estate in bassa Padania - Alberto Bradanini

Il mondo incantato delle menzogne, sempre quello

Le menzogne di regime sono come le zanzare d’estate in bassa Padania, ti aggrediscono da ogni lato: non se ne può più! Secondo la campana della verità nordamericana, che inizia all’alba e ci accompagna fino a notte fonda e il cui suono echeggia – ça va sans dire - in ogni contrada europea, le cose del mondo starebbero così:

a.  l’attuale presidente degli Stati Uniti è persona fine, avveduta, talora un po’ risoluto nei modi, ma nemico della guerra - insignito non a caso del Nobel per la Pace 2025 da tale Maria Corina Machado, invece che dal Comitato norvegese per il Nobel, ma questo dettaglio potrà essere corretto nell’anno di grazia 2026. Certo, si è visto costretto a bombardare sette o otto paesi solo nel suo primo anno di mandato, ma che volete, bisogna pur mettere ordine in un mondo altrimenti destinato alla deriva. Nei modi, poi, è persona gradevole, corretto con ogni interlocutore, di cui rispetta la libertà di scegliere la posizione del missionario o quella a novanta gradi. Il presidente è inoltre scrupoloso del diritto internazionale: mai minaccerebbe, che so, la Danimarca, il Venezuela, Cuba o Panama, men che meno l’Iran, la Cina o la Russia, solo perché non assecondano i suoi capricci e non s’inchinano al suo passaggio. Quanto ai paesi alleati, non si sognerebbe nemmeno lontanamente di imporre dazi pesanti o condizioni insostenibili, tipo il 5% del pil in armi da comprare soprattutto negli Usa. Mai e poi mai farebbe una cosa del genere. E beninteso rispetta pienamente la costituzione del suo paese, anche se non proprio al 100%, come ad esempio ottenere il via libera del Congresso per fare la guerra e imporre dazi al resto del mondo. Ma, signori miei, nessuno è perfetto e poi l’urgenza impone di agire in fretta;

b.  il presidente venezuelano Nicolás Maduro è affiliato al narcoterrorismo, crimine sinora ignoto alla civiltà giuridica del mondo ma non all’effervescenza giurisprudenziale dell’esimio inquilino della Casa cosiddetta Bianca. Del resto, chi potrebbe sorprendersi se per far soldi N. Maduro - fino al 3 gennaio scorso legittimo presidente di un paese che possiede le più ingenti riserve di petrolio del pianeta - invece di rotolarsi su milioni di barili di petroli, preferisce vendere cocaina colombiana sul mercato statunitense? Nessuno beninteso. E la ragione di tale scombinata preferenza, di tutta evidenza, non può essere che il noto rimbambimento cognitivo che colpisce chi si avventura sulla strada del socialismo bolivariano;

c.  alcuni avanzano il sospetto che la profondità etica dell’ottuagenario D. Trump sia il retaggio del tempo trascorso in un convento di carmelitani scalzi protestanti, lontano da ogni tentazione della carne. Impossibile, dunque, prestare credito alle insinuazioni che lo dipingono quale oggetto di ricatto da parte di qualche servizio segreto mediorientale che vuole convincerlo a bombardare l’Iran;


d.  le stesse insinuazioni che dipingono il suo animo sensibile interessato soprattutto al petrolio iraniano (oltre che ad accontentare le guerre israeliane di conquista), mentre tutti sanno che ciò che gli sta a cuore è solo il benessere dei manifestanti di quel paese, come dimostra – per simmetria - la sua sofferta partecipazione alla tragedia delle vittime massacrate a Gaza. Se poi dovesse vedersi costretto a lanciare qualche altra bomba etica sul popolo iraniano (dopo quelle del giugno 2025) - come gli chiederebbero a gran voce milioni di iraniani sondati da Gallup, felici di vedere il proprio paese devastato - il menzionato Trump ne sarebbe profondamente dispiaciuto, ma - che si vuole? - per diffondere democrazia e diritti umani non si può andare troppo per il sottile;


e.  passando alla cosiddetta Unione Europea, abbiamo apprezzato la coraggiosa resistenza dei ricchi funzionari di Bruxelles davanti alle minacce Usa alla Groenlandia, la cui saga è tuttora in corso, mentre l’aggressione reale contro l’Iran (giungo 2025) e il Venezuela (gennaio 2026), le intimidazioni contro Cuba e la guerra imperiale bipartisan contro la Russia per interposta Ucraina, l’emancipazione politica dell’ex tagliagole siriano al-Jolani e via dicendo devono ritenersi legittime morali, essendo dettate dal suo intento, genuino anche se incompreso, di preservare pace e stabilità. I governi europei, che hanno studiato dalle suore, non oserebbero mai importunare i timpani del padrone del mondo sussurrandogli di contenere le sue ambizioni di conquistador. Le medesime illuminate classi dirigenti si preoccupano giustamente di cose più urgenti, come impedire del tutto l’import di gas russo dal 2027, con l’apprezzato obiettivo di affossare l’economia europea che come noto cresce a un tasso troppo elevato;

f.  i manifestanti americani di Minneapolis sono dei terroristi, mentre coloro che protestano contro il governo iraniano sono combattenti per la libertà (del resto ce l’hanno inciso sulla fronte, come testimoniano gli infiltrati del Mossad (lo riferiscono apertis verbis l’ex segretario di stato e direttore Cia, Mike Pompeo, e il Jerusalem Post: https://www.jpost.com/middle-east/iran-news/article-8817339);


g.  l’arresto di Netanyahu - ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità – sarebbe impensabile per i governi europei o figuriamoci per quello statunitense, il cui presidente nel febbraio 2025 (ordine esecutivo n. 14203) ha imposto sanzioni pesanti contro il procuratore capo, Karim Khan, e i due vice[1], non escludendo nemmeno – secondo alcuni burloni – l’invasione militare dell’Olanda se un cittadino Usa o israeliano dovesse essere arrestato dalla Corte medesima. Sarebbe invece cosa ammissibile, o addirittura raccomandabile, dal momento che quel governo non piace ai padroni del mondo, organizzare un regime change in Iran, perché che volete che sia violare la Carta delle Nazioni Unite e ogni possibile norma internazionale;

h.  i media occidentali, non dobbiamo ripeterlo ogni volta, riportano fatti oggettivi realmente avvenuti. Come si fa a dubitarne, anche solo per un istante?


i.  Hamas ha decapitato 40 bambini. Lo dice l’esercito israeliano, un’organizzazione come noto apprezzata persino nel più lontano pianeta della nostra galassia, per trasparenza, umanità e comportamento etico;


l.  le tante manifestazioni che hanno luogo in Europe e altrove a favore della Palestina sono espressione di razzismo antisemitico, mentre il divieto d’ingresso negli Usa di cittadini di sei paesi islamici – assoluto (Afghanistan, Iran, Libia, Somalia, Sudan, Yemen) e parziale (Siria e Chad), oltre che di cittadini di Haiti, Repubblica del Congo, Guinea Equatoriale, Eritrea, Myanmar e Venezuela – sono invece azioni di vicinanza affettiva nei riguardi di chi soffre;

m.  sotto gli ospedali di Gaza si nascondono basi terroristiche, e dunque tali ospedali vanno giustamente bombardati;

n.  nelle democrazie occidentali la volontà del popolo influenza le azioni del governo, la cui autorevolezza è basata su professionalità, cultura, rispetto per i principi etici e attenzione ai bisogni del popolo. La loro elevata qualità umana e valoriale è confermata dal loro disinteresse per la carriera e dall’impegno quotidiano a proteggere gli interessi dei propri cittadini;


o.  se gli Stati Uniti (insieme ai paesi europei, quando ritenuti utili allo scopo) fanno la guerra è perché devono tutelare beni superiori, difendere i confini dall’invasione di eserciti stranieri, ad esempio la Russia che vuole arrivare a Lisbona o in Sicilia (le residue perplessità a costruire il ponte di Messina sarebbero dovute ai rischi che ciò faciliterebbe l’invasione dell’isola). Mai farebbero la guerra per depredare risorse altrui e vivere di privilegi rubati;

 

p.  certo, è inevitabile che ogni tanto anche i nostri alleati - vengono in mente, a caso, gli Stati Uniti - commettano qualche errore, ma le loro intenzioni sono buone, e in ogni caso sempre meglio obbedire agli Stati Uniti che a chi sa chi, men che meno provare a diventare indipendenti, obbedendo alla Legge e perseguendo i propri legittimi interessi, non sia mai;

 

q.  I ricchi sono ricchi perché hanno una marcia in più e si sono impegnati più degli altri. Come noto, la maggioranza della popolazione è composta da scansafatiche con un basso quoziente d’intelletto;

r.  il capitalismo non sarà perfetto, ma è il meglio che siamo riusciti a realizzare. Del resto, funziona per tutti o quasi (o no?);


s.  la tecnologica e gli algoritmi non vanno contestati. La mano invisibile del mercato e il sostegno del governo a quella mano invisibile sono le nostre ancore di salvezza, essendo entrambi nelle mani delle persone migliori che la società riesce ad esprimere;

t.  è evidente che i problemi del paese sono responsabilità dei partiti di governo, o di quelli d’opposizione. In questo momento siamo esitanti. In ogni caso, basta mandare questi ultimi al governo e tutto si sistema;


Epilogo

Non si può consentire che i cittadini dicano quello che vogliono sul governo e sui suoi alleati. Il successo consiste nel far soldi, possedere molti beni e guadagnarsi il rispetto delle persone che contano.

Quel che vediamo intorno a noi va considerato normale. Sofferenza, morte, distruzione, guerra, caos, sfruttamento, ingiustizia, povertà e abusi di ogni genere sono normali. Le persone che vogliono cambiare le cose sono anomale, vanno viste con sospetto, dovrebbero farsi aiutare.

Viviamo in una civiltà costruita sulle menzogne, fatta di menzogne, alimentata dalle menzogne. Se queste crollano, tutto crolla. Il sistema di potere inizia a inculcarci menzogne da bambini e non smette più fino alla morte. Possiamo forse stupirci se siamo frastornati, infelici, folli?

Uscire dal territorio colonizzato dalla menzogna, riconquistando la sovranità mentale significa tornare a guardare e percepire il mondo con gli occhi aperti è un processo necessario, se si vuole ricostruire un ponte tra verità e realtà, lasciandoci accompagnare ancora una volta dalle parole sublimi di Carlos Castaneda (scrittore peruviano): “La maggior parte dell’umanità è predisposta alla sottomissione. È inconsapevole, gestita da altri. Chi ha capito non ha bisogno di consigli, chi non ha capito non capirà mai. Non biasimo costoro, essi sono strutturati per vivere e basta. Respirare, mangiare, bere, andare in ristorante il sabato sera, partorire, guardare la TV, assistere a una partita di calcio. Il loro mondo finisce qui, non percepiscono altro. Esiste poi un esiguo gruppo di esseri umani, che sono difetti di fabbricazione, sono sfuggiti al controllo qualità della linea di produzione. Sono pochi, sono eretici, sono guerrieri”.

 

[1] Nell'agosto 2025 sono state imposte ulteriori sanzioni Usa contro i giudici Kimberly Prost, Nicolas Yann Guillou, Nazhat Shameem Khan e Mame Mandiaye Niang.  Congelamento dei beni in Usa e divieto d’ingresso. Nel dicembre 2025, Trump ha poi sanzionato altri due giudici, Gocha Lordkipanidze ed Erdenebalsuren Damdin, per aver respinto l'appello di Israele a invalidare i mandati di arresto, mentre il segretario di stato, Marco Rubio, ha affermato che le azioni della CPI erano politicamente motivate, oltre che una violazione della sovranità statunitense e israeliana

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Le reti di risposta rapida di Minneapolis. Come viene organizzata l’autodifesa popolare contro l’ICE: guida a un modello aggiornato

È uscito in inglese (CrimethInc) e in francese (Lundimatin) un articolo che ricostruisce le tattiche di autodifesa contro l’ICE messe in atto dalla popolazione delle Twin Cities (Minneapolis-Saint Paul). Gabriele Battaglia lo ha tradotto in italiano per metterlo a disposizione, perché crediamo sia necessario cominciare a porsi il problema di come sia possibile esercitare forme di autodifesa popolare anche nelle nostre città, di fronte al graduale appiattimento del governo italiano sul trumpismo e al proliferare di decreti e “pacchetti” sicurezza che reprimono il dissenso e deresponsabilizzano, garantiscono impunità e quindi lasciano sempre più mano libera alle polizie.

Questa testimonianza potrebbe servire da spunto. Come dicono gli autori, non si tratta infatti di copiare pari pari un modello di autodifesa popolare specifico per un contesto sociale e urbano diverso dai nostri, ma di coglierne lo spirito di autorganizzazione dal basso per adattarlo alle nostre realtà. (Effimera)

* * * * *
Le reti di risposta rapida, organizzate dalla popolazione per proteggere le proprie comunità dagli agenti federali che cercano di rapirle, brutalizzarle e terrorizzarle, si sono evolute rapidamente per stare al passo con i metodi in continua evoluzione dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE).
Durante le ultime sei settimane di occupazione, i volontari delle Twin Cities (Minneapolis-Saint Paul) hanno costantemente perfezionato i loro metodi di risposta, dando vita a una struttura dinamica e solida. Questo rapporto esplora questo sistema con l’obiettivo di supportare altri gruppi in tutto il paese che potrebbero presto trovarsi ad affrontare pressioni simili.

Il 2 dicembre, 100 agenti dell’Immigration and Customs Enforcement sono stati dispiegati nelle Twin Cities, nell’ambito di un’ondata di arresti e deportazioni che ha interessato diverse città. Da allora, le Twin Cities sono diventate città sotto assedio, irriconoscibili per molti residenti. Il numero di agenti federali che le occupano è aumentato di 30 volte, arrivando a quasi 3000. A titolo di paragone, il Dipartimento di Polizia di Minneapolis ha circa 600 agenti. L’omicidio di Renee Nicole Good, membro della rete di risposta rapida, il 7 gennaio, seguito una settimana dopo dal ferimento di un’altra persona, il 14 gennaio, ha catturato l’attenzione del paese.

Tuttavia, la maggior parte delle persone presume che ciò che sta accadendo nelle Twin Cities sia simile alle misure di controllo che l’ICE attua in altre parti del paese, così come le forme di resistenza. Al contrario, la portata degli arresti, delle deportazioni e degli scontri è senza precedenti.

L’onda

Nei mesi che hanno preceduto il ​​grande afflusso di agenti dell’ICE nelle Twin Cities, residenti e organizzazioni locali hanno creato un sistema di risposta rapida piuttosto centralizzato in cui eventuali testimoni [di violenze dell’ICE] avrebbero potuto inviare le loro segnalazioni – con diversi livelli di fondatezza – a un amministratore, tramite un sistema di messaggistica di massa. Una volta ricevute, standardizzate e verificate le segnalazioni, i coordinatori le diffondevano ampiamente attraverso il sistema, che a sua volta mobilitava le persone nelle vicinanze. Questo sistema sembrava efficace nel generare mobilitazione durante operazioni su larga scala, come un’irruzione in un caseggiato, ma ha cominciato a mostrare i suoi limiti quando l’ICE ha inaugurato interventi più rapidi e meno intensi.

In seguito, intorno al 1° dicembre, i raid della polizia sono quasi scomparsi e gli agenti, giunti in massa, hanno avviato una serie di perquisizioni e arresti a tappeto. Il vecchio modello si è rapidamente rivelato obsoleto, perché la finestra di tempo per intervenire si è ridotta a pochi minuti. I membri della comunità che desideravano qualcosa di più conflittuale rispetto all’esistente sistema “osservatorio legale” – piuttosto inefficace – hanno iniziato a creare un sistema parallelo per colmare le lacune e muoversi più agilmente.

Questo sistema è nato con una chat room su larga scala focalizzata su quanto succedeva nel Southside, dove chiunque poteva pubblicare qualsiasi tipo di avviso. Con l’intensificarsi e l’accelerazione delle operazioni dell’ICE, questa chat room, più aperta e reattiva, ha visto crescere i suoi iscritti ed è diventata uno spazio interessante per coloro che desideravano andare oltre la semplice documentazione delle operazioni dell’ICE. Inizialmente, i partecipanti hanno utilizzato il sistema di segnalazione esistente per avvisare le persone specificamente prese di mira dall’arrivo dell’ICE e infastidire gli agenti, poi hanno gradualmente cercato di contrastarli: bloccando i veicoli dell’ICE con le proprie auto, bloccando fisicamente gli agenti e mobilitando folle e squadre specifiche per intimidire piccoli gruppi di agenti e costringerli alla ritirata.

Con l’aumentare delle dimensioni delle chat room, ne sono state aperte di nuove per suddividere la città in sezioni sempre più piccole, alcune delle quali coprono a malapena un raggio di quattro isolati. Questo consente agli utenti di monitorare le segnalazioni che li riguardano direttamente e di rispondere in modo rapido ed efficace alle segnalazioni nelle vicinanze.

Contro-sorveglianza

Queste reti hanno ampiamente beneficiato di un sistema di controsorveglianza istituito presso la sede locale dell’ICE. Il Whipple Building, un edificio federale situato a Fort Snelling, alla periferia di Minneapolis e Saint Paul, ospita da tempo il quartier generale regionale dell’ICE, dopo aver precedentemente ospitato altre agenzie federali.
Il complesso si trova di fronte a una guarnigione della Guardia Nazionale, vicino a un’installazione militare e adiacente al forte stesso, che è ancora in piedi. Il forte sorge su un luogo sacro alla confluenza di due corsi d’acqua. Fu uno dei primi insediamenti coloniali della zona e, per un certo tempo, servì anche come campo di detenzione per i nativi Dakota.

Il complesso Whipple comprende uffici amministrativi, strutture di smistamento e detenzione al piano interrato e un ampio parcheggio. I residenti hanno individuato questo sito come un punto strategico durante l’estate e vi hanno mantenuto una presenza costante dallo scorso agosto.
L’edificio è circondato da due autostrade, due fiumi e un aeroporto. Con solo due punti di accesso veicolare, è facile monitorare gli spostamenti dei veicoli dell’ICE. L’operazione Whipple Watch – così come è conosciuta – mobilita attivisti e osservatori che stanno sul posto da mesi. Raccolgono informazioni sui convogli diretti in città o che trasportano i detenuti all’aeroporto, identificano modelli operativi, nonché giorni e orari di punta delle attività, e registrano meticolosamente le targhe dei veicoli.
Questo database viene consultato quasi costantemente, consentendo alle squadre di intervento rapido, a piedi o a bordo di veicoli, di confermare la presenza di mezzi dell’ICE in tempo reale. L’ICE ha iniziato a cambiare regolarmente veicoli e targhe nel tentativo di contrastare questo sistema di controsorveglianza, ma il numero di segnalazioni ricevute continua ad aumentare.

Whipple Watch persegue tre obiettivi principali:

  • Fornire alle reti di risposta rapida locali un sistema di allarme preventivo, in caso di massicci afflussi di truppe e convogli;
  • La raccolta di dati, in particolare tramite i registri di immatricolazione dei veicoli;
  • Assicurarsi che l’ICE sappia di essere monitorato, anche sul proprio territorio.

Whipple Watch ha chiaramente raggiunto questi obiettivi, nonostante la presenza di una forza militarizzata più che ostile.

Come funziona

Ogni distretto della città (Southside, Uptown, Whittier, ecc.) dispone di team di coordinatori che, negli orari delle operazioni, si alternano alla gestione continua della comunicazione tramite la piattaforma Signal.
Occasionalmente, diversi coordinatori operano contemporaneamente per condividere compiti aggiuntivi come il monitoraggio delle comunicazioni, l’inoltro delle segnalazioni ad altri canali o la verifica delle targhe. Questa distribuzione delle pattuglie garantisce inoltre una copertura uniforme dell’intera area, consente di raccogliere informazioni e facilita l’assistenza durante gli scontri.
Tutti i pattugliatori, in auto e a piedi, rimangono in linea per tutta la durata del pattugliamento. Il flusso costante di informazioni consente alle altre auto di decidere se sono ben posizionate per unirsi, assumere il controllo di un’operazione di sorveglianza o continuare la ricerca di altri veicoli.

Poiché l’organizzazione è stata suddivisa in zone di quartiere più precise, i residenti di molte aree hanno anche istituito un sistema di messaggistica istantanea giornaliero.
Le chat vengono ricreate ed eliminate ogni giorno per mantenerne la leggibilità ed evitare sovraccarichi (il numero massimo di partecipanti per gruppo Signal è limitato a 1.000 persone). Diversi quartieri, sia nelle città sia nelle periferie, hanno replicato la struttura di base di questo sistema, ma con modelli, strutture di discussione, meccanismi di verifica e metodi di raccolta dati leggermente diversi.

Un gruppo di raccolta informazioni raccoglie i dati anonimi inviati da Whipple Watch e da diversi gruppi locali di risposta rapida, quindi li organizza in formati utilizzabili, come mappe interattive delle aree ad alto rischio. Questo gruppo gestisce anche il database consultabile delle targhe, classificate come: “membri ICE confermati”, “membri ICE sospetti”, “non-membri ICE confermati” e altre.

“I miei genitori erano in un bar quando hanno sentito fischi e clacson. All’improvviso tutti i clienti si sono alzati e si sono precipitati verso l’uscita.”

Sono stati creati altri forum di discussione localizzati, in particolare in scuole, comunità religiose e servizi di consegna di generi alimentari locali. Un’altra novità è stata la chat di ammissione di Neighborhood Networks, che funge da punto di raccolta per i volontari in arrivo. Nuove persone provenienti da qualsiasi parte della città, o dello stato del Minnesota, possono registrarsi ed esplorare i vari forum disponibili. Gli amministratori li aggiungono quindi ai gruppi aperti o li indirizzano ai processi di selezione e formazione per gruppi più chiusi.

Più di recente, i coordinatori hanno testato un “sistema di relé” [“ripetitori”, intesi non come dispositivi ma come persone, ndt] per cui i pattugliatori che pedinano i veicoli fino al limite della loro area possono comunicare tramite messaggistica istantanea e passare il veicolo a un pattugliatore della zona limitrofa. Ciò consente ai pattugliatori di concentrarsi su percorsi sempre più brevi, che possono padroneggiare rapidamente e quindi coprire meglio di qualsiasi agente ICE.
Inoltre, i “relé” di lingua spagnola copiano gli avvisi dalle chiamate e dalle chat locali, li traducono e poi li distribuiscono alle vaste reti di lingua spagnola su Signal e WhatsApp.

Ciò che dall’esterno potrebbe apparire come un’eccessiva formalizzazione dello scambio di informazioni, o al contrario come una mancanza di struttura nelle comunicazioni aperte a cui partecipano contemporaneamente tutte le pattuglie presenti nella stessa area, si rivela in realtà un sistema di comunicazione efficace, auto-organizzato e ben coordinato.
Le informazioni vengono trasmesse in modo affidabile su più livelli tramite chat e coordinatori, e i pattugliatori adottano rapidamente pratiche culturali che consentono loro di evitare di sovrapporsi e di trasmettere le informazioni in modo chiaro e organizzato.
I volontari si autoselezionano in turni di durata variabile, decidendo quali percorsi seguire in base alle proprie conoscenze, competenze, interessi e disponibilità.

Questo sistema è in continua evoluzione, molto flessibile, un po’ difficile da spiegare a chi non è esperto, ma sorprendentemente facile da integrare, una volta superato lo shock di ricevere più di 1.500 messaggi al giorno, ovviamente.

“Non hai idea di quanto sia pazzesca la roba qui”

La reazione dell’ICE è stata tangibile. Hanno cambiato tattica. Sono stati cacciati da alcuni quartieri durante le operazioni. Sono stati sorpresi a parlare delle loro paure e del fatto che molti di loro avevano già marcato visita.
Hanno anche costantemente intensificato i loro attacchi violenti contro gli osservatori.
I pattugliatori che seguono l’ICE troppo da vicino o per troppo tempo si ritrovano spesso circondati, il che permette a quattro o dieci agenti di circondare il loro veicolo, battere contro le portiere, urlare, filmare e minacciare arresti.
Pattugliatori che hanno bloccato l’ICE con le loro auto sono stati speronati, hanno avuto i finestrini rotti o sono stati estratti dai veicoli con la forza per essere fermati o arrestati. Alcune persone sono state costrette a salire sui veicoli dell’ICE, portate vie per diversi chilometri e poi abbandonate sul ciglio della strada. Gli agenti hanno estratto le persone fuori dalle auto, le hanno trascinate per diversi isolati e poi le hanno fatte scappare lungo la strada. Recentemente, gli agenti hanno usato spray al peperoncino contro le auto, a volte cercando di impregnare l’abitacolo per costringere gli occupanti a uscire, a volte semplicemente per marcare visibilmente le auto al fine di molestarle ulteriormente e prenderle di mira.

Di recente, degli agenti dell’ICE hanno lanciato un candelotto lacrimogeno dal loro veicolo mentre guidavano in autostrada per cercare di dissuadere qualcuno dal seguirli. Gli agenti non solo hanno seguito alcuni pattugliatori fino a casa, ma hanno anche identificato autisti o veicoli che li seguivano per condurli ai loro indirizzi di casa come forma di intimidazione.
Pattugliatori ci hanno raccontato che gli agenti li hanno picchiati, hanno cercato di investirli, si sono diretti minacciosamente contro i loro veicoli, li hanno tenuti sotto tiro, hanno sparato ai loro pneumatici e li hanno trascinati fuori dai veicoli in movimento. L’omicidio di Renee Nicole Good ha scioccato la nazione, ma non è stata una sorpresa per coloro che hanno calcato le strade delle Twin Cities nelle ultime sei settimane.

Il modello Twin Cities: non copiarlo, ma impara

Ciò che distingue la rete di risposta rapida delle Twin Cities e il suo intero ecosistema non è la rigorosa aderenza a una struttura specifica. Piuttosto, è un’analisi lucida della situazione, la volontà di adattarsi e il coraggio di rispondere all’escalation di violenza.

Gli abitanti di Minneapolis e Saint Paul osservano attentamente i loro avversari. Conoscono i metodi di dispiegamento degli agenti dell’ICE, le loro posizioni, il loro aspetto, il loro comportamento e le loro reazioni. Vivono in un’area metropolitana relativamente piccola e densamente popolata, dove molti quartieri sono percorribili a piedi e la planimetria a griglia facilita gli spostamenti in auto. Le persone sono connesse, attingendo a legami ereditati da precedenti movimenti e rivolte. Il sindaco di Minneapolis cerca di preservare l’immagine progressista della sua amministrazione; è improbabile che la polizia venga schierata per rafforzare le operazioni dell’ICE. Si tratta di condizioni concrete e osservabili che hanno direttamente plasmato la progettazione e l’attuazione della resistenza locale.

I soggetti coinvolti nel modello si impegnano a dimostrare flessibilità e adattabilità di fronte a circostanze in continua evoluzione. Poiché la città è composta da quartieri con caratteristiche e profili demografici diversi, il modello è stato progettato per adattarsi a ciascun quartiere. Dopo la fine delle retate, l’ICE ha condotto le sue operazioni quasi esclusivamente da una posizione centralizzata ad accesso limitato, spingendo gli organizzatori a investire massicciamente nella controsorveglianza in quel luogo. Con il passaggio ad arresti in strada e perquisizioni rapide e casuali, l’unico modo per anticipare i loro movimenti era identificare i veicoli in avvicinamento. La popolazione si è quindi concentrata sull’individuazione dei veicoli dell’ICE sulle strade e sul loro pedinamento. L’ICE ha dovuto fare affidamento su tattiche a sorpresa e agguato, quindi i soccorritori hanno utilizzato il rumore – fischietti e clacson – per dare rapidamente l’allarme a distanza. Gli agenti dell’ICE non amano operare in inferiorità numerica e non amano essere circondati, quindi i pattugliatori radunano le auto e formano blocchi stradali improvvisati.

Poche di queste situazioni erano prevedibili. L’unico modo per adattarvisi efficacemente era creare un ambiente aperto e inclusivo, che favorisse l’iniziativa e l’auto-organizzazione.

Il coraggio dei residenti delle Twin Cities merita un riconoscimento speciale.
È facile criticare le reti di risposta rapida, poiché filmare o osservare l’escalation della violenza non è sufficiente per controllarla. Molte reti in tutto il paese si sono smobilitate prima ancora di iniziare, perché cercavano di controllare eccessivamente le azioni dei loro membri, nonostante ci fosse una generale disponibilità a partecipare attivamente al conflitto.
Gli istruttori spesso enfatizzano la non interferenza; alcuni soccorritori si osservano a vicenda per strada, rimproverando chiunque lanci oggetti o urli. In alcuni casi, ciò deriva da un timore istintivo di rappresaglie contro le ONG coinvolte. In altri, si tratta di un’attenzione ben intenzionata ma fuorviante alla “sicurezza”, che si traduce in un approccio paternalistico che impone agli altri quale livello di rischio sia ritenuto accettabile.

La stessa eccessiva cautela si osserva nelle Twin Cities. Alcuni istruttori e coordinatori, per abitudine, incoraggiano le persone a ritirarsi anziché sostenerle nelle loro iniziative. Altri, invece di contrastare l’ICE, ostacolano chi agisce.
Ma la lotta qui è definita da quelli che oltrepassano i limiti, usano i loro veicoli e i loro corpi per immobilizzare gli agenti e liberare le persone prese di mira, lanciano palle di neve e pietre, calciano indietro i candelotti lacrimogeni, ricoprono auto e agenti di vernice e rompono i finestrini, continuano a urlare in faccia ai sequestratori anche quando vengono presi a pugni, spruzzati con spray al peperoncino o colpiti da proiettili di gomma.
Assistono a rapimenti fatti da uomini mascherati, sparizioni non dichiarate e uccisioni senza precedenti fatte da questo nuovo ICE ringalluzzito e sono disposti a correre rischi reali per fermarli. Stanno subendo la violenza delle rappresaglie, e nonostante ciò sono più numerosi, più forti e più coraggiosi.

Prepararsi all’imponente calata di agenti dell’ICE nella vostra città – e credetemi, è imminente – richiede una valutazione approfondita della situazione e un approccio creativo. Ciò che funziona meglio per la vostra città probabilmente non assomiglierà esattamente a queste unità di osservazione che quotidianamente sorvegliano il quartier generale dell’ICE o alle pattuglie mobili di pronto intervento. Richiederà un’analisi approfondita di come sfruttare al meglio i vostri punti di forza e i vostri punti deboli nelle vostre specifiche circostanze. Iniziate a studiare, pianificare, a connettervi e a sperimentare ora.

Guardiamo alle Twin Cities non per replicarne i dettagli, ma per la chiarezza delle loro analisi, la rapidità e la decisione delle loro azioni, la loro agilità nella sperimentazione, la profonda cura reciproca e il loro coraggio contagioso.

Questo resoconto è stato scritto da visitatori delle Twin Cities che hanno avuto il piacere di essere accolti nella rete per alcuni giorni. Grazie a tutti coloro che ci hanno mostrato la loro città, spiegato come funzionano i loro sistemi e ci hanno portati in pattuglia . Amore e rabbia .

Tratto da Effimera.

Appendice:
Fotogallery a cura della Dildo Distribution Delegation:


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