lunedì 19 ottobre 2026

Fuga dal capitalismo – Clara Mattei

L'economia politica è misteriosa per la maggior parte delle persone, i capitalisti lo sanno bene, tutte le misure che danneggiano le maggior parte delle persone vengono comunicate, attraverso gli organi d'informazione comprati, come favorevoli alla gente, come sacrifici necessari, come decisioni inevitabili.

Clara Mattei smonta tutte le bugie economiche che passano per fenomeni oggettivi, una per una, dall' austerità ai tassi d'interesse, dall'inflazione, dalla funzione della disoccupazione alla produttività, e non solo, con chiarezza, sulla base dell'interpretazione marxista della storia e dell'economia.

La cosa più importante del libro è che l’autrice, che scrive di economia, ricorda sempre che l’economia è politica (arte di governare e di vivere assieme, amministrazione della "polis"*). Già nell’introduzione il titolo è L’economia è un atto politico.

L’economia non è una scienza esatta, come la fisica o la chimica, l’economia dipende dall’analisi, interpretazione e obiettivi che si vogliono raggiungere, e, come si può capire, gli interessi dei capitalisti e dei lavoratori poveri (la maggior parte) sono diversi, spesso opposti. 

Quando il capitalismo era giovane, Adam Smith (se ricordo bene) scriveva che gli industriali, essendo pochi, ci mettono d’accordo fra loro con facilità, mentre i proletari, che sono tantissimi, non si metteranno mai d’accordo fra loro, e gli industriali, i capitalisti, vinceranno sempre.

Karl Marx aveva scritto: I filosofi hanno solo interpretato il mondo in diversi modi; il punto è di cambiarlo.

Clara Mattei (degna pronipote di Teresa Mattei) sembra dire lo stesso degli economisti, lei fa alcune proposte per cambiarlo, dal basso, e scrive un libro chiaro, documentato (con 40 pagine di note), un libro importante e rivoluzionario, da non perdere.


ps1 - a proposito dell'imposta patrimoniale, molti italiani pensano che quei ricconi che dovrebbero pagare sono dei perseguitati, anzichè pensare, quegli italiani, che avendo un patrimonio di milioni di euro dovrebbero essere contenti di "perdere" l'1-2% di quel patrimonio.

ps2 - il capitalismo straccione del nostro paese ha paura del reddito di cittadinanza per un solo motivo: se un povero disoccupato prende 500-600 senza lavorare, per lavorare dovrebbe avere un lavoro che gli rende almeno 1000-1200 euro al mese, mica uno rinuncia a 500-600 stando a casa per fare un lavoro da schiavo per 700-800 euro al mese. 

ps3- tre citazioni:

a - Basta guardare le forme espressive del capitalismo. I vari tipi di pornografia: la pornografia dell'amore, dell'amore erotico, dell'amore cristiano, il bambinocon il suo cane, la pornografia dei tramonti, degli omicidi, della deduzione - ahh, il sospiro di piacere quanco scopriamo chi è l'assassino - tutti questi romanzi, questi film, queste canzonicon cui loro ci cullano, sono un modo di guidaeci, più o meno piacevolmente, al Benessere Assoluto.

Thomas Pynchon, L'arcobaleno della gravità

(citato da Giuseppe Genna, in Nel nome di Ishmael, p.65)


b - «I ricchi sono tollerabili solo finché i loro guadagni hanno una almeno vaga relazione con il contributo che danno alla società, diciamo quando rappresentano un successo economico proporzionato e giustificato. Ciò può essere tollerato dai poveri e dalla classe media se questi credono che il sistema è ‘leale’ e ripaga adeguatamente chi lavora sodo o è più capace. Ma emolumenti economici osceni irritano il popolo. Quando la maggior parte della ricchezza è accaparrata dai pochi della classe superiore, è solo questione di tempo, e un giorno la popolazione risentita e irritata nelle classi basse deciderà che il troppo è troppo, e si rivolterà. Forse con la violenza, se il sistema politico resta controllato dalla classe privilegiata» (John M. Keynes)


c - sul capitalismo insostenibile per il pianeta si può leggere anche qui


 

Clara Mattei è una giovane economista italiana che ha insegnato alla New School for Social Research di New York e oggi insegna all’Università di Tulsa, in Oklahoma, dove ha fondato il FREE (Forum for Real Economic Emancipation), uno spazio libero in cui esplorare l’alternativa della partecipazione attiva e democratica nell’economia, che descrive come «una cura alla depressione esistenziale che questa società produce, ma anche un laboratorio in cui mettere in pratica idee coltivate da anni». Nel 2022 ha scritto “The Capital Order”, inserito dal «Financial Times» tra le dieci pubblicazioni più influenti dell’anno a tema economico. La sua lettura recupera e rilancia con forza la lezione dei grandi classici, da Smith a Ricardo a Marx, attaccando in modo dirompente quella naturalizzazione dell’economia che ci porta a considerare quest’ultima come una scienza esatta, rigorosa, pura, definita da modelli matematici rispetto ai quali non possiamo fare nulla, solo adattarci. I tempi sono ormai maturi per smascherare le falsità insite in tale visione.
Questo libro introduce una nuova prospettiva emancipatrice, capace di rivelare la trama nascosta dietro le questioni economiche centrali nella discussione pubblica.

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…Ma allora cosa bisogna fare? La rivoluzione? Mattei ci dice che il problema è complicato: non si tratta di dimenticare i fallimenti del passato, ma di cercare di cogliere quanto di nuovo è cresciuto e sta crescendo in varie parti del nostro tribolato pianeta. Dalle esperienze sudamericane delle collettività autogestite, del movimento dei Sem Terra, a realtà locali, emergono tentativi di organizzare la vita fuori dai meccanismi capitalistici: il che vuol dire produrre in maniera diversa, ma anche organizzare la politica in maniera altrettanto diversa: momenti collettivi di decisione, rifiuto della delega ai vertici, meccanismi di controllo dal basso. Questa è anche la strada per “ridemocratizzare l’economia” (p. 23). Mica roba da poco. E gli esempi che cita Mattei sono significativi, ma limitati. Ce ne sono molti altri, a cominciare dalle nostre piccole esperienze in una città abbandonata dal capitalismo “produttivo” come Torino, ma siamo ancora lontani dalla generalizzazione di un’alternativa.

Questo non è però un problema del libro, è un problema della realtà che viviamo. E quindi fuga, ma per andare dove? Intanto proviamo, magari a non fuggire rinchiudendoci in spazi in cui il capitalismo ci lascia sopravvivere, ma a eroderlo, un po’ per volta, mantenendo sempre una “bussola socialista”, come diceva E.O. Wright, e poi vediamo.

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…Il cuore discorsivo del libro è formulato con chiarezza nella proposizione di una critica radicale alla fede cieca in un capitalismo ritenuto inevitabile, scientifico o naturale, per sostenere che in realtà sia un sistema relativamente giovane che può essere sostituito. Da questa premessa discende l'intera architettura del testo. L'economia che viene venduta nelle narrazioni oggi dominanti come pura e apolitica, scientifica, neutrale, esatta, tende a convincerci che non esista alternativa (il realismo capitalista di Mark Fisher) alcuna al capitalismo. Mattei al contrario, a partire dalla convinzione che il mercato esistesse già prima del capitalismo, pensa che il capitalismo sia il risultato di scelte di potere che hanno portato al consolidamento dei diritti di proprietà, attraverso espropriazioni diffuse e violente, leggi coercitive della concorrenza e poteri statali che hanno operato per sostenere l’ordine capitalistico…

…Particolarmente cruciale, nel contesto attuale, è il ruolo degli stati capitalisti nell'imporre l'austerità (fiscale, monetaria e industriale), che mantiene la dipendenza dei lavoratori dai mercati, e quindi dai datori di lavoro capitalisti, privandoli dei mezzi per sopravvivere al di fuori del lavoro salariato. Per Mattei l'austerità non è un'aberrazione neoliberista, ma una caratteristica permanente della governance macroeconomica, che costituisce il quadro entro cui deve operare tutta la spesa pubblica. Il punto critico di Mattei, è che l'austerità non è un tentativo errato di generare crescita, né ha di fatto fallito. L’austerità è un meccanismo profondamente politico per il mantenimento dell'ordine capitalistico. E lungi dall'essere contingente, l'austerità è un imperativo strutturale necessario per sostenere la disciplina di classe che è alla base della redditività capitalistica.

La lettura più efficace e originale contenuta nel libro riguarda il rapporto tra inflazione e disoccupazione. Mentre i tecnocrati delle banche centrali presentano l'aumento dei tassi di interesse come una soluzione tecnica all'inflazione, l'effetto reale quasi mai preso in considerazione è l’aumento della disoccupazione e il rafforzamento del potere contrattuale dei datori di lavoro sui lavoratori. Non è un effetto collaterale, la disoccupazione non è uno stato naturale delle cose umane, ma una caratteristica necessaria del sistema capitalistico e una scelta politica, finalizzata a mantenere moltitudini di persone subordinate al sistema economico vigente. L'austerità non è un'aberrazione neoliberale, ma una caratteristica duratura della governance macroeconomica e una necessità del sistema capitalistico attuale. Il capitalismo richiede una costante e violenta imposizione dell'austerità per mantenere in piedi il sistema…

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…Quello che rende il libro davvero speciale è il tono: non è un lamento catastrofista né un esercizio accademico astratto. È un intervento militante, scritto con chiarezza cristallina e con una rabbia costruttiva che non lascia spazio allo sconforto. Mattei smaschera i miti (la crescita come unico metro di progresso, il bilanciamento del bilancio pubblico come virtù, la competizione come motore di benessere) e contemporaneamente apre spiragli di immaginazione: si può e si deve organizzare resistenza, costruire comunità che sperimentano già oggi forme di scambio non mediate dal denaro, pretendere democrazia economica vera, cioè controllo collettivo sulle scelte fondamentali di produzione e distribuzione.

“Escape from Capitalism” produce un effetto quasi fisiologico di sollievo intellettuale: improvvisamente tanti discorsi che sembravano inevitabili (“non ci sono alternative”, “bisogna essere competitivi”, “l’inflazione è il nemico numero uno”) appaiono per quello che sono: narrazioni funzionali a mantenere un ordine sociale ingiusto. È un libro che andrebbe letto nelle scuole, nei collettivi, nei sindacati, ma soprattutto da chiunque senta montare rabbia di fronte alle ennesime “riforme necessarie” che impoveriscono i molti per arricchire i pochi.

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…Capitalismo e colonialismo sono facce della stessa medaglia. E, di recente, ce ne accorgiamo guardando a quello che accade in Palestina. Sottrazione di terre e risorse e dipendenza dell’economia palestinese, che prima era solida ed autonoma dal circuito capitalistico. O, ancora, in Venezuela e Iran. Un modello imposto con la forza e sostenuto dagli anglo-americani. I padrini della svolta storica capitalistica che, pur di evitare l’alternativa sociale (il comunismo, la socializzazione dei mezzi di produzione, decidere dal basso cosa, come e quanto produrre) hanno generato guerre e appoggiato regimi tirannici. Esiste, infatti, una stretta correlazione tra il pensiero liberal e quello nazionalistico, dai quali sono derivati i regimi fascisti. Infatti, andando a recuperare le dichiarazioni dei consulenti economici dei governi liberali dell’epoca emerge con evidenza come questi pur di non intaccare la legge del mercato preferissero dittature e violenze ai diritti sociali ed alle rivendicazioni dei lavoratori. Ad esempio, l’esperienza virtuosa dei Consigli di fabbrica, a cavallo delle due guerre, conseguente all’ondata massiccia di scioperi per recuperare condizioni di lavoro e salario dignitoso, venne stroncata dall’alleanza tra i capitalisti e il regime. La tanto osannata mano invisibile del mercato1 ha dimostrato tutta la sua fallacia. Il mercato non è in grado di autoregolarsi, anzi non è in grado nemmeno di assicurare la sana concorrenza. Così, i detentori del capitale, dei mezzi di produzione e della moneta dopo essersi serviti degli Stati ed averli esautorati hanno aggiornato la legge ferrea dell’oligarchia2. Nella Russia post-sovietica di Eltsin la restaurazione operata dal capitale ha determinato la conversione dell’economia, attraverso suggerimenti austeritari. Ed alle proteste del parlamento il regime corrotto reagì con i carri armati, gli arresti delle opposizioni politiche, la chiusura dei giornali, il ridimensionato degli organi costituzionali. In conseguenza dell’accettazione di quelle misure aumentarono fortemente le diseguaglianze. La povertà che nel 1988 riguardava il 2% della popolazione passò in breve tempo al 50%. Anche all’interno degli stessi sistemi-Stato-continenti che, storicamente, primeggiano sulle altre economie le differenze fra le classi sociali crescono. A causa della centralizzazione crescente dei capitali e della mancata (o cattiva distribuzione delle risorse)…

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L’Italia non protegge gli hacker etici - Maurizio Siracusa

 

Il 7 ottobre 2026, l’Agenzia Nazionale per la Cybersicurezza (ACN) ha adottato la Politica nazionale di divulgazione coordinata delle vulnerabilità (CVD: Coordinated Vulnerability Disclosure) e ha invitato la comunità digitale italiana a segnalare tutte le vulnerabilità zero-day, quindi ancora sconosciute, scoperte su sistemi di soggetti pubblici e privati.

Un passo in avanti, senza dubbio. Peccato che il passo in avanti fosse già previsto per legge dall’articolo 12 della Direttiva NIS2 (la normativa europea che punta rafforzare la sicurezza informatica di aziende, enti pubblici e servizi considerati critici), pubblicata in Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea nel dicembre 2022. Quattro anni di attesa per adempiere a un obbligo già scritto nero su bianco. È probabilmente il ritmo fisiologico della macchina pubblica italiana quando si tratta di tecnologia: la direttiva arriva, viene recepita con il decreto legislativo nel 2024, poi si aspetta un altro anno prima che qualcuno adotti gli strumenti operativi che quella norma richiedeva. Nel frattempo, però, le vulnerabilità informatiche esistono lo stesso.

La politica in sé ha una struttura ragionevole: il ricercatore segnala una vulnerabilità al CSIRT Italia (Computer Security Incident Response Team: la squadra nazionale che si occupa di gestire e coordinare la risposta agli incidenti informatici), il CSIRT si coordina con il fabbricante o il gestore del sistema vulnerabile, si trova una patch, poi si divulga. 

È possibile segnalare anche in forma anonima tramite una piattaforma dedicata sul sito ACN, che però al momento non risulta ancora essere attiva. Il messaggio pubblico di ACN è persino entusiasta: la community è invitata a collaborare, gli hacker etici sono benvenuti, insieme si costruisce un ecosistema digitale più sicuro. I problemi, come spesso avviene, sono nella nota in calce, quella che nessuno commenta nei comunicati ufficiali.

I rischi penali

La Politica CVD di ACN contiene infatti una clausola che vale la pena citare quasi alla lettera: le attività di ricerca delle vulnerabilità vanno condotte nel rispetto della legge e non devono integrare fattispecie di reato. Traduzione: segnalateci pure tutto quello che trovate, ma non aspettarti protezione se hai violato la legge.

Il punto è che in Italia la legge in questione è l’articolo 615-ter del Codice Penale, che punisce chiunque acceda abusivamente a un sistema informatico protetto da misure di sicurezza. La norma non distingue tra chi entra per rubare dati e chi entra per trovare una falla e segnalarla. I motivi del ricercatore sono, sul piano tecnico-giuridico, sostanzialmente irrilevanti: lo ha chiarito la Cassazione a Sezioni Unite nel 2012, che ha spostato il focus sulla qualità dell’accesso rispetto all’autorizzazione ricevuta. Chi accede a un sistema informatico protetto senza autorizzazione rischia di commettere un reato, indipendentemente dalle sue intenzioni.

ACN non è un’autorità giudiziaria e non può quindi garantire immunità penale a nessuno. Al massimo può impegnarsi a non sporgere querela come soggetto offeso, ma il Pubblico Ministero può comunque procedere d’ufficio. E se il sistema vulnerabile appartiene a un ente terzo, ACN non ha alcun potere su quel soggetto. L’anonimato garantito dalla piattaforma protegge l’identità del segnalante durante il processo, ma non sana retroattivamente l’accesso abusivo che ha permesso di trovare la vulnerabilità. L’unico modo per fare security research su sistemi altrui senza rischiare un procedimento penale resta quello di sempre: farsi dare l’autorizzazione. Che è un penetration test. Non una CVD.

Cosa succede nel resto d’Europa

Il Belgio ha risolto il problema nel 2022 con una norma specifica e nel 2024 l’ha consolidata nella propria legge di recepimento NIS2: chi rispetta le condizioni del safe harbor – ovvero nessun intento fraudolento, azioni proporzionate, segnalazione tempestiva al CCB (l’autorità belga competente per la cybersicurezza) e al titolare del sistema – non risponde penalmente dei reati informatici commessi nel corso della ricerca. È un’esenzione espressa, scritta nella legge, non una promessa procedurale di qualche autorità. I Paesi Bassi ci sono arrivati in modo diverso, più pragmatico: dal 2013 esiste una direttiva della Procura che orienta l’esercizio dell’azione penale verso la non-perseguibilità dei ricercatori in buona fede. Non è un’immunità formale, ma crea un livello di prevedibilità che in Italia non esiste nemmeno in forma embrionale.

La Germania nel 2024 aveva elaborato una bozza di riforma del paragrafo 202a del Codice Penale – il loro equivalente del nostro 615-ter – per escludere dalla fattispecie le attività di ricerca finalizzate alla segnalazione. La bozza è decaduta con la crisi della coalizione. Il contratto di governo CDU/CSU-SPD del 2025 l’ha ripresa con un impegno esplicito a creare certezza giuridica per la ricerca in sicurezza informatica. Non è ancora legge, ma è in agenda. La Francia ha invece una protezione debole e solo procedurale, ma almeno esiste: l’ANSSI (agenzia per la cybersicurezza francese) non è obbligata a denunciare chi segnala in buona fede. L’Italia, con la sua nuova Politica CVD, si colloca nell’unica categoria rimasta: quella dei Paesi che hanno un canale di segnalazione e nessuna tutela sostanziale.

Se l’Italia inasprisce le pene

Mentre il Belgio costruiva un safe harbor e la Germania ci provava, l’Italia approvava la Legge 90/2024 sulla cybersicurezza nazionale. Non è una legge che protegge i ricercatori: è una legge che alza le pene. Per i sistemi di interesse pubblico – sanitario, militare, di ordine pubblico, infrastrutture critiche – le pene per accesso abusivo sono passate da un massimo di cinque anni a un massimo di dieci, con aggravanti che arrivano a dodici. In questi casi, inoltre, si procede d’ufficio, senza che sia necessaria una querela. Il legislatore ha quindi deciso, nell’anno in cui si recepiva NIS2, di rendere più pericoloso fare security research proprio sui sistemi più critici: quelli dove le vulnerabilità hanno le conseguenze più gravi.

Oggi ACN invita la community a segnalare zero-day sui sistemi informatici della pubblica amministrazione o di interesse pubblico. La normativa vigente, però, continua a esporre chi individua queste vulnerabilità attraverso accessi non autorizzati al rischio di procedimenti penali, con pene che, nei casi più gravi, possono arrivare fino a dodici anni. Non c’è nessun safe harbor, nessuna proposta di legge in discussione in Parlamento, nessun indirizzo del Ministero della Giustizia che riduca anche solo l’incertezza. C’è un DDL presentato in Senato nell’aprile 2025 dal senatore Lorenzo Basso che contiene una delega generica per un safe harbor, che però non è mai  stato esaminato in commissione.

Le cautele necessarie

La Politica CVD di ACN è un passo necessario, ma tardivo. Crea un canale, introduce l’anonimato, formalizza un processo che prima non esisteva. Per chi trova vulnerabilità senza accedere a sistemi altrui – analisi passiva, firmware acquistato, software proprio – è uno strumento utile. Per chi fa ricerca sul campo, su sistemi in produzione, nell’unico modo in cui certi bug si trovano davvero, il quadro giuridico è identico a quello di ieri: un accesso non autorizzato è un accesso non autorizzato, indipendentemente da cosa si fa dopo.

A Malta, nel 2022, quattro ricercatori hanno trovato una falla critica in un’app, l’hanno segnalata responsabilmente, e si sono ritrovati imputati. Tre anni di processo, poi la grazia presidenziale. Il premier maltese ha detto che lo Stato deve assumersi la responsabilità quando le leggi non riflettono la realtà tecnologica. In Italia stiamo ancora aspettando che qualcuno arrivi a quella conclusione. Nel frattempo, se trovate qualcosa, la domanda non è se segnalarlo. La domanda è se potete permettervi di averlo trovato.

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domenica 18 ottobre 2026

Roma e i sovranisti - Tommaso Merlo

 

Roma e il vero sovranismo - Tommaso Merlo

Capitali come Roma contano sempre meno perché il vero potere è altrove. I cittadini vengono illusi in campagna elettorale e poi i politicanti ubbidiscono a chi comanda davvero dietro le quinte. Gran parte della nostra sovranità l’abbiamo persa per ragioni economiche, paesi indebitati fino al collo come l’Italia sono in mano agli strozzini del casinò finanziario globale. Se qualcuno a Roma si mettesse a spendere e spandere, qualche sciacallo di New York comincerebbe a speculare sul nostro fallimento. Eppure nessun politicante parla di ripagare l’abnorme debito pubblico perché richiederebbe strategie emergenziali di lungo periodo e sacrifici che non rendono in campagna elettorale e così ogni anno buttiamo via circa cento miliardi di interessi invece di usarli per migliorare il nostro paese. E così a Roma bisticciano con gli spiccioli e tagliano stato sociale e diritti per far cassa con pure la beffa che i debiti continuano ad aumentare e con essi la nostra prigionia. Poi c’è il furto di sovranità politica e qui i ladri sono molteplici. Innanzitutto l’impero americano, l’Italia è una portaerei americana di stanza nel Mediterraneo e pure nucleare. Siamo la colonia europea più servile e ruffiana sia per nostra indole sia per la qualità sempre più imbarazzante dei leader che partoriamo, gente che si prostra quando va in pellegrinaggio alla Casa Bianca e che in inglese sa dire solo “yes”. E dato che in America comandano i sionisti, siamo succubi pure di loro facendo bestemmiare nella tomba i nostri padri costituenti. Già, oltre alla spazzatura hollywoodiana e alimentare, dall’altra sponda dell’oceano è sbarcata pure la mafia lobbistica, gruppi economici e ideologici che entrano nei palazzi del potere politico e mediatico dalle porte sul retro e si siedono a capotavola a dettare l’agenda alla faccia dei fessi che ancora si prendono la briga di andare a votare ed informarsi. Sulla carta il potere appartiene al popolo ma in realtà appartiene a chi ha i soldi per comprarsi perfino la democrazia. Altri ladri di sovranità sono le istituzioni internazionali tipo la Nato, il braccio armato del decadente impero americano che trascina da decenni le meschine colonie europee in guerre che hanno il solo scopo di svuotare gli arsenali e riempirli di nuovo in modo da far ingrassare a dismisura la lobby della morte e della distruzione. Il tutto fottendosene altamente dei cittadini europei ma anche americani che vorrebbero la pace e che i loro soldi fossero spesi in modo più intelligente tipo per costruire un mondo migliore invece che per distruggerlo. Altro ladro di sovranità è la Commissione Europea nata per servire i popoli del continente e finita per servire il verminaio lobbistico di Bruxelles che ha il duplice scopo di farsi scrivere leggi e regolamenti favorevoli ed abbuffarsi di appalti. Un parcheggio di politicanti trombati e di ideali infranti infestato di inverecondi parassiti e guerrafondai. Ma c’è anche un livello più profondo. I cittadini hanno perso sovranità per mano di un ladro invisibile, l’ego dei politicanti che si arrapa solo con gli affaracci propri. La politica offre soldi, potere, visibilità e status sociale ed attira quindi il peggio della società. La politica è poi rapidissima come ascensore sociale e in paesi come il nostro non richiede nessuna particolare qualità o merito, basta sbaciucchiare il deretano del boss giusto al momento giusto e al massimo portare voti. Conta la lingua e non cuore e cervello e tantomeno attributi. Politicanti che una volta accomodati diventano un tutt’uno con la poltrona e invece di sputare sangue per risolvere le grane dei poveri cristi, s’ammalano di viltà conformistica e s’imborghesiscono. Vestendosi da carnevale altolocato, ricorrendo a qualche ritocchino e mettendosi a parlare una lingua astrusa stando attentissimi a non infastidire troppo il sistema in modo da riuscire a riciclarsi all’infinito. Certo, per riconquistare un minimo di sovranità aiuterebbe una migliore qualità della politica. Promettere a vanvera in campagna elettorale dovrebbe diventare un reato punibile con l’incandidabilità e i politicanti vanno selezionati, valutati e pure pagati come tutti i comuni mortali. Aiuterebbe ma non basta. E la sovranità non è nemmeno questione di rigurgiti nazionalistici da secolo scorso che alla lunga hanno portato solo alla guerra. La sovranità è una questione democratica di fondo che verrà riconquistata quando il potere politico tornerà ad appartenere solo ed esclusivamente al suo legittimo sovrano e cioè al popolo.

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Le proteste, le colpe del governo e la pace - Tommaso Merlo

Le proteste sono sacrosante e speriamo che dilaghino in una crisi politica che ci permetta di liberarci di certe classi dirigenti e girare pagina. Il governo minimizza e schiva ma è palesemente colpevole ed ha pure la sfiga che non manca molto alle elezioni e la becera propaganda non serve a nulla quando i cittadini hanno tasche e stomaco vuoti. Questa crisi energetica e quindi economica e quindi sociale è causata da ben due disfatte militari, quella in Ucraina e nel Golfo Persico. Non due guerre qualunque ma con due delle principali fonti energetiche mondiali. Due guerre suicide che questo governo ha pienamente sostenuto e addirittura finanziato inginocchiandosi senza dignità alla volontà di Washington e Bruxelles. E menomale che questi erano i sovranisti. Tutto aumenta perché aumenta il costo di gas e petrolio e cioè dei costi di produzione e trasporto ed aumentano perché di gas e petrolio ce ne sono in giro sempre meno per la distruzione di rapporti e rotte commerciali ed impianti a causa delle due guerre. I prezzi di gas e petrolio sono decisi a livello internazionale, ma la colpa di questo governo è quella di aver deciso sciaguratamente di partecipare a quelle guerre suicide nonostante l’Italia sia sul lastrico e cioè piena di debiti fino al collo e avvitata in una crisi infinita che in realtà è declino. Economico, sociale, demografico, culturale, politico. Nonostante cittadini in gravi difficoltà e un sistema allo stremo, questo governo ha buttato via gli spiccioli che ci rimangono per quelle guerre e quindi oggi non ha risorse sufficienti per alleviare la deflagrazione della crisi. Davvero un errore politico imperdonabile. Con miliardi inviati a Kiev anche dopo che sono scoppiati immondi scandali di corruzione come se la volontà della potentissima lobby della guerra venisse prima di quella del popolo italiano. E menomale che questi erano i patrioti. Noi come vicino di casa abbiamo la Russia che è la principale risorsa energetica al mondo ma per ubbidire allo stato profondo americano travestito da Nato e ai complici guerrafondai della Commissione, ci siamo invischiati in una guerra suicida che ci ha costretto a comprare risorse di qualità peggiore a prezzi più alti. Fatale per paesi come l’Italia che dipendono per oltre il 70% dall’energia altrui. Ed è infatti in quella fase che hanno iniziato a decollare le bollette “più care d’Europa”. Oggi siamo ad una seconda mazzata e ancora più grave perché oltre a giocarci la Russia ci siamo giocati anche lo Stretto di Hormuz da cui transitavano i mega mercantili carichi di gas e petrolio degli emirati. Se ne parla meno perché significa puntare il dito verso i padroni di colonie come l’Italia e cioè verso gli americani e in particolare verso i sionisti che hanno spinto Trump alla disastrosa aggressione dell’Iran che ha scombussolato l’intera Asia Occidentale e trascinato il mondo in una crisi energetica senza precedenti. Il governo italiano è uno di quelli più servili e complici del fatidico duo. Con la chicca della complicità al genocidio del secolo e centinaia di soldati italiani inviati in quella nefasta dittatura che è l’Arabia Saudita a difesa di quel criminale conclamato di Bin Salam. Una colpa storica più che politica e una vergogna morale oltre che strategica. La via di uscita è la pace, è il ritorno alla diplomazia e alla cooperazione. La buona notizia è che l’intera Europa è al verde e il corrotto baraccone ucraino ha bisogno ogni mese di miliardi per tirare avanti. La bancarotta e pure fraudolenta potrebbe arrivare prima della disfatta militare in corso. A quel punto si vedrà in che mani finirà Kiev ma di certo vanno immediatamente ristabiliti rapporti politici e commerciali con Mosca e pure ferrei in modo che nessun burattino della lobby della guerra possa comprometterli. Anche nel Golfo Persico la via d’uscita è la pace e il modo più rapido per ottenerla è che Trump ammetta la disfatta e si levi dai piedi. Il problema è che i sionisti sono all’ultimo giro di giostra, non avranno mai più un Congresso così corrotto e un presidente così ricattabile e quindi carpe diem. E anche qui la speranza è una sconfitta definita sia dell’impero americano sia dei deliri ideologici sionisti che soli e circondati da trecento milioni di arabi, persiani, beduini e turchi saranno costretti a più miti consigli. Trattando i palestinesi come essere umani come tutti gli altri e comportandosi in modo civile. Quanto a colonie come quella Italiana, l’unica speranza è il ritorno alla piena libertà politica e a governi con un minimo di sale in zucca e di cuore in grado sia di districarsi nelle dinamiche oltralpe sia di fare il loro lavoro che è quello di risolvere con serietà i problemi dei cittadini. Già, le proteste sono sacrosante e speriamo che dilaghino in una crisi che ci permetta di liberarci di certe classi dirigenti e girare pagina.

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discorso di Susan Abulhawa alla Oxford Union il 28 Novembre 2024

 

"Non risponderò a domande finché non avrò finito di parlare, quindi vi prego di non interrompermi.

Affrontando il problema di cosa fare con gli abitanti indigeni della terra, Chaim Weizmann, un ebreo russo, disse al Congresso Sionista Mondiale nel 1921 che i palestinesi erano simili alle "rocce della Giudea, ostacoli da rimuovere su un sentiero difficile".

David Gruen, un ebreo polacco che cambiò il proprio nome in David Ben Gurion per suonare più in linea con la regione, disse: “Dobbiamo espellere gli arabi e prenderne il posto”.

Esistono migliaia di conversazioni simili tra i primi sionisti che pianificarono e attuarono la violenta colonizzazione della Palestina e l'annientamento del suo popolo nativo.

Ma ebbero solo un successo parziale, assassinando o epurando etnicamente l'80% dei palestinesi, il che significava che il 20% di noi è rimasto — un ostacolo duraturo alle loro fantasie coloniali, divenuto oggetto della loro ossessione nei decenni successivi, specialmente dopo la conquista di ciò che restava della Palestina nel 1967.

I sionisti si lamentavano della nostra presenza e discutevano pubblicamente in ogni ambito — politico, accademico, sociale, culturale — su cosa fare di noi; su cosa fare con il tasso di natalità palestinese, con i nostri bambini, definiti una “minaccia demografica”.

Benny Morris, che inizialmente doveva essere qui, una volta espresse rammarico perché Ben Gurion “non portò a termine il lavoro” di sbarazzarsi di tutti noi, il che avrebbe eliminato quella che chiamano la “questione araba”.

Benjamin Netanyahu, ebreo polacco il cui vero nome è Benjamin Mileikowsky, un giorno si rammaricò per un’occasione mancata durante la rivolta di Piazza Tienanmen nel 1989, per espellere grandi masse della popolazione palestinese “mentre l’attenzione mondiale era concentrata sulla Cina”.

Alcune delle soluzioni da loro proposte al “fastidio” della nostra esistenza includevano una politica del “rompere loro le ossa” negli anni ’80 e ’90, ordinata da Yitzhak Rubitzov, ebreo ucraino che cambiò nome in Yitzhak Rabin (per le stesse ragioni).

Quella politica orrenda, che ha segnato intere generazioni di palestinesi, non è riuscita a farci andare via. E frustrati dalla resilienza palestinese, è sorto un nuovo discorso, specialmente dopo la scoperta di un enorme giacimento di gas naturale al largo della costa di Gaza del Nord, dal valore di trilioni di dollari.

Questo nuovo discorso è riecheggiato nelle parole del colonnello Efraim Eitan, che disse nel 2004: “dobbiamo ucciderli tutti”.

Aaron Sofer, presunto intellettuale e consigliere politico israeliano, insistette nel 2018 che “dobbiamo uccidere e uccidere e uccidere. Tutto il giorno, ogni giorno”.

Quando ero a Gaza, vidi un bambino di non più di 9 anni a cui erano state strappate via le mani e parte del volto da una scatola di cibo trappolata lasciata dai soldati per i bambini affamati. In seguito seppi che avevano anche lasciato cibo avvelenato per le persone a Shujaiyya, e che negli anni ’80 e ’90 i soldati israeliani avevano lasciato giocattoli esplosivi nel sud del Libano che esplodevano quando i bambini eccitati li raccoglievano.

Il male che fanno è diabolico, eppure si aspettano che voi crediate che siano loro le vittime. Invocando l’Olocausto europeo e urlando all’antisemitismo, si aspettano che sospendiate ogni ragione umana fondamentale per credere che i cecchini quotidiani sui bambini, con colpi detti “kill shots”, e i bombardamenti di interi quartieri che seppelliscono famiglie vive, siano autodifesa.

Vogliono che crediate che un uomo che non aveva mangiato da oltre 72 ore, che continuava a combattere anche con un solo braccio funzionante, fosse mosso da una barbarie innata e da un odio irrazionale verso gli ebrei — invece che da un indomito desiderio di vedere il proprio popolo libero nella propria terra.

Mi è chiaro che non siamo qui a discutere se Israele sia uno stato di apartheid o genocida. Questo dibattito riguarda, in ultima analisi, il valore della vita palestinese; il valore delle nostre scuole, dei centri di ricerca, dei libri, dell’arte, dei sogni; delle case che abbiamo costruito in una vita intera e che custodiscono le memorie di generazioni; il valore della nostra umanità, della nostra libertà, dei nostri corpi e delle nostre aspirazioni.

Perché se i ruoli fossero invertiti —

se i palestinesi avessero passato gli ultimi ottant’anni a rubare case ebraiche, espellendo, opprimendo, imprigionando, avvelenando, torturando, stuprando e uccidendo ebrei;

se i palestinesi avessero ucciso 300.000 ebrei in un solo anno, preso di mira giornalisti, intellettuali, medici, atleti, artisti;

se avessero bombardato tutti gli ospedali, università, sinagoghe e musei israeliani, creando piattaforme da cui osservare lo sterminio come un’attrazione turistica;

se avessero rinchiuso centinaia di migliaia di ebrei in tende di fortuna, bombardandoli anche nelle “zone sicure”, bruciandoli vivi, privandoli di cibo, acqua e medicine;

se avessero costretto bambini ebrei a vagare scalzi con pentole vuote, raccogliere i resti dei genitori in sacchetti di plastica, dormire sulle loro tombe, pregare per la morte;

se li avessero terrorizzati tanto da far perdere loro i capelli, la memoria, la mente; se avessero fatto morire d’infarto bambini di 4 o 5 anni;

se avessero lasciato morire da soli neonati nelle incubatrici, decomporsi nei letti d’ospedale;

se avessero attirato ebrei affamati con camion di aiuti per poi aprire il fuoco;

se un cecchino palestinese si fosse vantato di aver fatto esplodere 42 ginocchia ebree in un giorno, o avesse detto alla CNN di aver travolto centinaia di ebrei con un carro armato;

se avessero sistematicamente stuprato medici ebrei con bastoni roventi, ferri elettrificati o estintori, fino a ucciderli come è accaduto a dr. Adnan al-Bursh;

se avessero obbligato donne ebree a partorire nel fango o a subire amputazioni senza anestesia;

se avessero decorato i carri armati con i giocattoli dei loro figli assassinati...

...Se tutto questo stesse accadendo oggi agli ebrei, non ci sarebbe dibattito su cosa sia terrorismo o genocidio.

Eppure, due palestinesi — io e Mohammad El-Kurd — siamo venuti qui a fare esattamente questo: a subire l’umiliazione di dover dibattere con chi pensa che le nostre uniche opzioni di vita siano lasciare la nostra terra, sottometterci, o morire in silenzio.

Ma vi sbagliereste a pensare che io sia qui per convincere qualcuno.

La risoluzione di questa assemblea, seppur benintenzionata e apprezzata, ha scarso peso nel mezzo di quello che per noi è l’Olocausto del nostro tempo.

Sono qui nello spirito di Malcolm X e James Baldwin, che affrontarono mostri ben vestiti e ben parlati, proprio come questi, portatori delle stesse ideologie suprematiste del sionismo — idee di privilegio, favore divino, popolo eletto.

Sono qui per la storia.

Per parlare alle generazioni future.

Per i cronisti di quest’epoca straordinaria, dove il bombardamento a tappeto di popolazioni indigene indifese è giustificato.

Sono qui per le mie nonne, entrambe morte come rifugiate senza un soldo, mentre ebrei stranieri vivevano nelle loro case rubate.

E sono qui anche per parlare direttamente ai sionisti, ovunque essi siano.

Vi abbiamo accolto nelle nostre case quando i vostri paesi cercavano di sterminarvi e il mondo vi chiudeva le porte.

Vi abbiamo dato da mangiare, da vestire, vi abbiamo offerto rifugio.

E quando fu il momento, ci avete cacciato, derubato, bruciato, assassinato.

Avete strappato i nostri cuori, perché evidentemente non sapete vivere senza dominare gli altri.

Avete superato ogni limite e coltivato gli impulsi più vili dell’umanità.

Ma ora il mondo sta finalmente intravedendo l’orrore che abbiamo sopportato per decenni.

Vi osservano con stupore, vedono il sadismo, l’euforia, la gioia con cui perseguitate ogni giorno i nostri corpi, le nostre menti, il nostro futuro, il nostro passato.

Ma qualunque cosa accada, non apparterrete mai veramente a quella terra.

Non comprenderete mai la sacralità degli ulivi che da decenni tagliate e bruciate per dispetto. Nessun nativo farebbe una cosa simile. Nessuno che appartenga davvero a quella regione distruggerebbe Baalbek, Bittir o antichi cimiteri, come fate voi.

I nostri antenati sono letteralmente nella nostra DNA, nei fiumi, nelle rocce, negli uccelli, nei nostri abiti tradizionali ricamati a mano, nella lingua dei nostri thobes, nei motivi tramandati da secoli.

Le case che i vostri agenti immobiliari vendono come “antiche case arabe” custodiranno sempre i nostri ricordi.

Le antiche foto e dipinti non vi conterranno mai.

Non conoscerete mai il significato di essere amati da chi non ha nulla da guadagnare da voi.

Non riuscirete a cancellarci, per quanto ci uccidiate, tutto il giorno, ogni giorno.

Non siamo le rocce che Chaim Weizmann pensava di poter rimuovere. Siamo il suolo stesso. Siamo i suoi fiumi, i suoi alberi, le sue storie.

Un giorno, la vostra impunità e arroganza finiranno.

La Palestina sarà libera.

Verrà restaurata alla sua gloria pluralista, multietnica e multireligiosa.

Ricostruiremo i treni da Il Cairo a Gaza, da Gerusalemme a Haifa, da Tripoli a Beirut, da Damasco a Amman, fino a Sanaa.

Metteremo fine alla macchina da guerra americana-sionista, basata su dominio, estrazione, inquinamento e saccheggio.

E voi, o ve ne andrete, o imparerete a convivere da uguali con gli altri."

da qui

sabato 17 ottobre 2026

Leggo Joe Kent, penso a Julian Assange - Alessandro Di Battista

 

Leggo quel che continua ogni giorno a dichiarare Joe Kent e mi vengono in mente due persone: Julian Assange e Chelsea Manning.

Il primo lo conosciamo tutti quanti. Assange è il più grande giornalista vivente, un eroe moderno, l’uomo che ha fornito tonnellate di verità ai cittadini del mondo e per questo ha patito conseguenze indicibili, tra le quali anni di carcere in una cella 4x3.

Chelsea Manning è l’ex analista della CIA che, per coscienza, come disse lei, fornì a WikiLeaks documenti e informazioni che mostrarono al mondo intero la natura criminale delle decisioni statunitensi.

Joe Kent è l’ormai ex direttore del Centro nazionale antiterrorismo degli Stati Uniti d’America (nominato da Trump in persona) che ha deciso di rassegnare le dimissioni perché la sua coscienza (vedi Chelsea Manning) non gli consentiva di avallare la guerra all’Iran, una guerra (parole sue) decisa da Israele e combattuta dagli USA esclusivamente nell’interesse dello Stato ebraico.

Kent ha motivato la sua scelta mettendo nero su bianco parole e concetti dirompenti. Ricordo i principali:

“Non posso in coscienza appoggiare la guerra in corso in Iran. L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione, ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana”. Cosa ci dice questo? Che la lobby più importante negli USA è l’AIPAC, l’American Israel Public Affairs Committee, un gruppo di potere e pressione potentissimo che gestisce una quantità di denaro sconvolgente grazie al quale direttamente e indirettamente finanzia le campagne elettorali dei congressisti USA (sia democratici che repubblicani) tenendoli di fatto al guinzaglio dopo la loro elezione. Rammento che l’AIPAC un tempo si chiamava American Zionist Committee for Public Affairs. Parliamo dunque di una lobby sionista, pericolosissima ed estremamente influente. E non lo dico io, lo dice il Direttore (ormai ex) del Centro nazionale antiterrorismo USA.

“All’inizio di questa amministrazione, alti funzionari israeliani e membri influenti dei media americani hanno messo in atto una campagna di disinformazione che ha completamente minato la tua piattaforma “America First” e ha seminato sentimenti bellicisti per incoraggiare una guerra con l’Iran. Questa cassa di risonanza è stata usata per ingannarti, facendoti credere che l’Iran rappresentasse una minaccia imminente per gli Stati Uniti e che, se avessi attaccato subito, ci sarebbe stata una chiara strada verso una rapida vittoria. Questa era una menzogna ed è la stessa tattica usata dagli israeliani per trascinarci nella disastrosa guerra in Iraq, che è costata alla nostra nazione la vita di migliaia dei nostri migliori uomini e donne. Non possiamo ripetere questo errore”.

Con queste parole Kent è ancora più esplicito. Ci informa dello sporco lavoro fatto anche dai media USA vicini alla lobby sionista, i quali hanno agito insieme a funzionari israeliani per realizzare una campagna di disinformazione. Ricordate quanto si è parlato delle campagne di disinformazione fatte dai russi o da Hamas? Oggi Joe Kent, il più alto funzionario antiterrorismo USA, ci informa che la guerra in Iran è frutto di una campagna di disinformazione fatta da media occidentali nella cosiddetta più grande democrazia al mondo. Non solo. Ci dice anche che oltre alla guerra all’Iran anche la guerra in Iraq l’ha voluta Israele e Israele (usando presumibilmente media sotto il proprio controllo e funzionari oltre che membri di intelligence) ha “trascinato gli Stati Uniti in una guerra disastrosa che è costata la vita di migliaia dei nostri migliori uomini e donne”.

“Come veterano che ha partecipato a 11 missioni di combattimento e come marito della mia amata moglie Shannon, morta in una guerra creata da Israele, non posso appoggiare l’invio della prossima generazione a combattere e morire in una guerra che non porta alcun beneficio al popolo americano né giustifica il costo di vite americane”.

Spieghiamo queste parole di Kent. Kent è un veterano, un berretto verde, un soldato e poi politico e funzionario straordinariamente rispettato proprio per la sua storia personale. Kent ha perso sua moglie Shannon in Siria nel 2019, uccisa durante un attentato rivendicato dall’ISIS. Ebbene Kent sostiene che anche la guerra in Siria sia stata “creata da Israele”. Ricordo che la guerra in Siria (una buona parte di essa) ha visto fronteggiarsi da una parte l’ISIS e dall’altra pasdaran iraniani ed esercito russo. Il caos che c’era in Siria venne creato da Israele, insomma: iniziamo a sospettare che segretamente (non sarebbe la prima volta) Israele stesse finanziando l’ISIS. D’altro canto chi sono stati i più acerrimi nemici dell’ISIS? Hezbollah e pasdaran iraniani. Questa è la verità.

da qui

Nessuno Stato ha il “diritto” di esistere, men che meno uno Stato di Apartheid e Genocida come Israele - Jonathan Cook

 

Dopo che i Verdi hanno approvato una mozione che dichiara “il Sionismo è Razzismo”, improvvisamente tutti i giornalisti dell’apparato mediatico fanno finta di niente sulle questioni più elementari del Diritto Internazionale.


Fonte


Israele non ha il diritto di esistere. Questa è la posizione del Diritto Internazionale. Non ha nulla a che vedere con l’odio per Israele o l’antisemitismo.

In realtà, nessuno Stato, nessuno, ha il “diritto” di esistere, compresi gli Stati che si affannano a esaltare le proprie credenziali democratiche.

Se il Regno Unito avesse il “diritto” di esistere, ad esempio, significherebbe che alla Scozia non potrebbe essere permesso di votare per l’indipendenza. Perché? Perché un voto del genere disgregherebbe il Regno Unito. Sarebbe una violazione del presunto “diritto” del Regno Unito di esistere come Regno Unito.

Ed è proprio per questo che il Regno Unito non ha il “diritto” di esistere.

I popoli hanno il diritto di esistere. Quando questo diritto viene abusato, si configurano invariabilmente gravissime violazioni del Diritto Internazionale, spesso attraverso crimini come l’Apartheid, la Pulizia Etnica o il Genocidio.

Gli Stati, al contrario, non hanno un “diritto” ad esistere. Semplicemente esistono di fatto, finché improvvisamente non cessano di esistere. Come il Sudafrica dell’Apartheid. Come la Rhodesia. Come la Cecoslovacchia. Come la Jugoslavia. Come la Germania Nazista.

È talmente ovvio che non dovrebbe nemmeno essere necessario specificarlo.

Se gli Stati avessero un “diritto” ad esistere, fattori del tutto arbitrari come i loro confini, la composizione demografica e le istituzioni politiche sarebbero sacrosanti. Inviolabili. Sarebbe impossibile per le minoranze secedere, per i territori essere trasferiti, per le strutture dell’Apartheid essere rovesciate. Qualsiasi cambiamento di questo tipo costituirebbe una violazione del “diritto all’esistenza” dello Stato così com’è.

Eppure, ogni singolo giornalista impiegato da un organo di stampa tradizionale fa improvvisamente finta di niente su questa questione elementare. Sono stati tutti improvvisamente sottoposti a una lobotomia collettiva. Insistono sul fatto che Israele debba essere l’eccezione alla regola secondo cui nessuno Stato ha il “diritto” di esistere.

Guardate, ad esempio, Nick Robinson della BBC che rimprovera il leader del Partito dei Verdi, Zack Polanski, per essersi rifiutato di affermare il “diritto di esistere” di Israele. Polanski sostiene, giustamente, che israeliani e palestinesi hanno il diritto di vivere in condizioni di uguaglianza.

Stupidità incendiaria

Perché tutta questa stupidità incendiaria da parte dei nostri giornalisti, che si suppone siano i più brillanti e capaci?

La loro ottusità non è casuale.

Una mozione del Partito dei Verdi della scorsa settimana ha stabilito che il Sionismo, l’ideologia che ha creato e sostiene Israele, è Razzismo. Ciò ha portato un’attenzione molto indesiderata sulla questione di che tipo di Stato sia Israele.

Non è vergognoso che il Partito dei Verdi abbia adottato una mozione che equipara il Sionismo al Razzismo durante la sua conferenza annuale del partito, lo scorso fine settimana.

Ma ciò su cui Robinson e il resto dei media insistono è un’eccezione unica per Israele. Sostengono che Israele abbia un diritto eccezionale, un diritto di cui nessun altro Stato gode, ad esistere così com’è e in perpetuo.

L’implicazione, quella che vogliono far intuire senza che debbano esplicitarla, è che qualsiasi tentativo di porre fine a Israele come Stato Razzista e di riformarlo in una democrazia in cui israeliani e palestinesi abbiano pari diritti, costituisce una violazione del suo presunto “diritto all’esistenza”.

Vogliono anche far credere che chiunque neghi il “diritto di esistere” di Israele stia invocando lo Sterminio di Massa, il Genocidio, degli ebrei israeliani, e forse di tutti gli ebrei.

Secondo loro, tra coloro che invocano lo Sterminio degli ebrei figurano Zack Polanski, il leader ebreo dei Verdi, e Stephen Kapos, un anziano sopravvissuto all’Olocausto e uno dei promotori della mozione.

Ciò che questi giornalisti stanno facendo non ha nulla a che vedere con la protezione della popolazione ebraica che vive in Israele. Si tratta di consolidare uno Stato fortemente militarizzato che soggioga i palestinesi, sia nei Territori Occupati che all’interno di Israele stesso, che si rifiuta di definire i propri confini, che è stato giudicato Colpevole di Apartheid dalla più alta corte del mondo e che sta perpetrando un Genocidio a Gaza, secondo il consenso unanime di autorità legali e per i diritti umani, nonché di studiosi del Genocidio.

Se il Sudafrica dell’Apartheid non aveva il “diritto” di esistere, neanche Israele ha il “diritto” di esistere. I suoi crimini sono di gran lunga più gravi di quelli del Sudafrica dell’Apartheid, come osservò in modo emblematico il compianto arcivescovo Desmond Tutu, Premio Nobel per la Pace, dopo aver viaggiato nei Territori Occupati, e lo fece molto prima che Israele iniziasse a perpetrare il Genocidio a Gaza.

Come quell’altro famoso Stato di Apartheid, Israele deve essere ricostituito come una democrazia affinché non rappresenti più un pericolo per il popolo palestinese che ha espropriato, oppresso e ora genocidato per decenni.

‘Stato di Gaza’

Ogni volta che espongo questa tesi sui social media, gli apologeti di Israele esclamano eccitati che sono caduto nella mia stessa trappola. Se Israele non ha diritto di esistere, blaterano, allora nemmeno uno Stato Palestinese deve avere diritto di esistere.

Sì, avete capito bene. Ripeto: nessuno Stato ha il “diritto” di esistere.

E questo potrebbe rivelarsi un’ottima cosa per il popolo palestinese.

Immaginate che il Consiglio per la Pace di Donald Trump decida di ricostruire la piccola enclave di Gaza secondo il suo piano dichiarato: come un complesso residenziale di lusso tipo Mar-a-Lago sul Mediterraneo, dove i palestinesi vivono di fatto come lavoratori ospiti, al servizio dei ricchi arabi del Golfo con ristoranti, centri dati per l’Intelligenza Artificiale, casinò e bordelli. Trump potrebbe decidere di chiamare questo manicomio Stato di Gaza.

E immaginiamo che, sotto l’intensa pressione internazionale, Israele permetta finalmente ai restanti lembi di territorio della Cisgiordania non colonizzati con insediamenti illegali di tenere elezioni strettamente regolamentate da ufficiali militari israeliani. Il governo frammentato della Cisgiordania non ha alcun controllo sui propri confini o sul proprio spazio aereo, non ha contiguità territoriale, non ha un esercito, è separato da Gaza e Gerusalemme Est e non ha accesso al mondo esterno senza il permesso di Israele. Israele decide di chiamare questo inferno Stato di Palestina.

Questo “Stato di Gaza” ha il “diritto” di esistere? Anche lo “Stato di Palestina” ha il “diritto” di esistere?

Qualsiasi lotta dei palestinesi che vivono lì per esercitare un controllo reale su uno di questi Stati e riformarli violerebbe il “diritto all’esistenza” di tali Stati?

Per il bene del popolo palestinese, speriamo di no.

Ma questo è proprio l’argomento che viene avanzato dagli apologeti di Israele. Se l’attuale Stato di Israele ha un sacrosanto “diritto di esistere” così com’è, allora qualsiasi ipotetico Stato che Trump imponga al popolo palestinese, a qualunque condizione, godrebbe di un analogo “diritto di esistere”.

Dignità e sicurezza

L’errore che si commette qui è quello di associare lo Stato, così come esiste, al popolo che dovrebbe rappresentare.

Gli israeliani hanno il diritto di esistere, hanno il diritto di non essere oppressi, sottoposti a Pulizia Etnica o Genocidio, e lo Stato che li rappresenta è legittimo finché il suo ruolo è quello di proteggerli da questo tipo di minacce. Finché garantisce loro un certo grado di dignità e sicurezza.

Ma gli israeliani perdono il diritto di mantenere il loro Stato così com’è se questo Stato viene utilizzato per opprimere, praticare la Pulizia Etnica o Genocidiare un altro popolo, come i palestinesi. In tal caso, diventa uno Stato illegittimo, proprio come il Sudafrica dell’Apartheid o la Germania Nazista. Deve essere ricostituito in modo da riconquistare la sua legittimità.

Questo non significa “prendere di mira” Israele.

I palestinesi non hanno mai avuto uno Stato moderno. Hanno vissuto sotto diversi occupanti, tra cui gli Ottomani, gli Inglesi e Israele. Sono stati completamente esclusi dal processo di decolonizzazione successivo alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Non si può giudicare se abbiano uno Stato legittimo o illegittimo perché non ne hanno uno. Hanno bisogno di uno Stato proprio per proteggersi dall’oppressione, dalla Pulizia Etnica e dal Genocidio perpetrati dallo Stato che rappresenta gli israeliani.

I gruppi armati a Gaza non sono uno Stato, e non lo sono nemmeno i cosiddetti “moderati” in Cisgiordania. Non sono nemmeno dei veri e propri governi. Sono traditori o movimenti di Resistenza che lottano per la liberazione del loro popolo, un diritto riconosciuto al popolo palestinese dal Diritto Internazionale. I palestinesi lottano per avere uno Stato che li rappresenti, per rimuovere un occupante che li maltratta e li uccide.

Questa rappresentanza potrebbe concretizzarsi attraverso uno Stato Palestinese, oppure attraverso uno Stato confederale o unitario in cui israeliani e palestinesi godano di pari diritti.

Nemmeno quello Stato avrà il diritto di esistere. Dovrà guadagnarsi un posto nei cuori di israeliani e palestinesi proteggendo la loro dignità e sicurezza collettiva meglio di qualsiasi altro assetto.

Questa è una lezione che faremmo tutti bene a ricordare mentre riflettiamo se gli Stati che affermano di rappresentarci lo facciano davvero.


(Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto)

da qui

venerdì 16 ottobre 2026

La privacy degli infiltrati per oscurare il giornalismo d’inchiesta. Il caso spagnolo - Victor Serri

L’Agenzia spagnola per la protezione dei dati ha aperto un procedimento in estate contro La Directa per le inchieste sui poliziotti infiltrati tra il 2020 e il 2023 nei movimenti sociali e indipendentisti catalani e valenciani. Rischia 7.000 euro di sanzione e la rimozione di informazioni e immagini. Un tentativo esplicito (e distopico) di far pressione su chi si occupa delle istituzioni e delle forze di polizia. La Directa non è l’unica testata coinvolta. 

 

A fine luglio 2026 l’Agenzia spagnola per la protezione dei dati (Aepd) ha aperto un procedimento sanzionatorio contro La Directa, settimanale catalano di giornalismo d’inchiesta, per dieci articoli pubblicati tra il 2022 e il 2025. L’accusa è quella di aver diffuso informazioni personali e professionali che permetterebbero di identificare alcuni agenti della polizia nazionale spagnola. La pena proposta prevede una multa di settemila euro e la rimozione, entro tre mesi, di contenuti, fotografie, nomi fittizi e riferimenti alla formazione degli agenti presso l’accademia di Ávila. Il giornalista di La Directa Jesús Rodríguez lo definisce “un atto di censura dello Stato spagnolo”.

Il procedimento nasce da quattro denunce presentate all’inizio del 2025 da agenti della Divisione di informazione della polizia nazionale, infiltrati tra il 2020 e il 2023 in collettivi sociali di Catalogna e della Comunità Valenciana. Una prima denuncia era stata respinta dalla stessa Aepd ed è stato un successivo “ricorso di ponderazione”, quello che dovrebbe bilanciare privacy e diritto all’informazione, ad aprire la strada alla sanzione. Gli agenti, sottolineano gli avvocati, non operavano nell’ambito di un’indagine giudiziaria ma per ordine diretto della Comisaría general: una figura, quella dell'”agente di intelligence“, che secondo la legge spagnola non esiste.

I quattro casi scoperti da La Directa tra il 2022 e il 2025 non sono episodi isolati ma parte di un’operazione coordinata. Gli agenti coinvolti, infatti, appartengono tutti alla stessa 33esima promozione della Scuola di polizia di Ávila, giurano come funzionari nel giugno 2019 e vengono dispiegati quasi in contemporanea, tra il marzo e il giugno 2020, poco dopo le grandi mobilitazioni dell’autunno contro la sentenza sul Procés. Operano sotto le direttive della Comisaría general de información, il servizio interno della polizia nazionale, senza alcuna autorizzazione giudiziaria. Una differenza sostanziale rispetto agli infiltrati “classici”, che agiscono di norma nell’ambito di indagini su criminalità organizzata o terrorismo.

Ognuno copre un’area politica diversa. A Barcellona, “Marc Hernández Pon” si inserisce nella sinistra indipendentista, arrivando a ricoprire ruoli di responsabilità nel Sindacato studentesco dei Paesi catalani (Sepc) e a seguire da vicino il movimento per il diritto alla casa. In parallelo, qualche quartiere più a Nord, “Daniel Hernández Pons” punta invece sull’ambiente anarchico e libertario: si presenta al centro sociale occupato La Cinètika, uno degli spazi più attivi della città, e costruisce la propria copertura non tanto attraverso ruoli organizzativi quanto attraverso relazioni personali. Secondo quanto ricostruito da La Directa, utilizzava anche un’app di incontri che permette di filtrare i profili per orientamento ideologico, un modo per entrare in contatto con persone vicine ai movimenti sociali senza conoscere nessuno in partenza. Nell’arco di tre anni avrebbe avuto relazioni sesso-affettive con almeno otto donne di quell’ambiente. Per l’avvocata della Confederazione generale del lavoro (Cgt) Laia Serra, che assiste le donne nella querela contro l’agente, si è trattato di “un metodo per ottenere un’infiltrazione perfetta”…

A Girona, “Maria Perelló Amengual” si muove tra attivismo indipendentista, antirazzista e per il diritto alla casa, arrivando a instaurare una relazione sentimentale stabile di tre anni con Òscar Campos, indagato per le proteste del primo anniversario del referendum indipendentista catalano del 2017 legate ai Comitès de defensa de la República. Secondo La Directa, l’agente arriva ad accedere a informazioni riservate sulla difesa legale di Campos, violandone così i suoi diritti. Quando lui, insospettito, la smaschera al telefono in una chiamata poi registrata, lei ammette: “Ci sono infiltrati in tutta Spagna”.

A Valencia, infine, “Ramón Martínez Hernández” si infiltra da marzo 2020 nel movimento di quartiere di Benimaclet, in particolare nell’assemblea nata per bloccare un progetto urbanistico contestato, e nel centro sociale occupato anarchico l’Horta, arrivando a partecipare ad azioni antifasciste e a iscriversi all’università con la sua identità falsa. Il suo caso è probabilmente il più controverso sul piano giudiziario: una giudice ha convalidato la legittimità dell’infiltrazione, sostenendo che “tutti i servizi di sicurezza la utilizzano”…

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