venerdì 2 ottobre 2026

Patagonia: repressione dei Mapuche e nuova colonizzazione dell’intelligenza artificiale - Gianni Sartori

 

Il governo Milei apre la Patagonia ai megadata center con incentivi fiscali e garanzie trentennali, mentre continua la repressione dei mapuche. Dalla condanna di Facundo Jones Huala alle Guardiane dell’Acqua, la resistenza indigena difende territorio e risorse dalla nuova corsa tecnologica.

Come è noto la Patagonia argentina (celebrata – talvolta a vanvera – da turisti di vario genere: scrittori, alpinisti, ciclisti, fotoamatori…) si avvia a subire l’ennesima distruttiva colonizzazione. La costruzione di nuovi data center per l’intelligenza artificiale (skinet ?) e anche – notizia recente – tanti moderni rifugi antiatomici per ricconi. Nel frattempo sugli autoctoni, i mapuche,si riversa ancora la repressione.

Un passo indietro. Dopo un lungo sciopero della fame (e in parte della sete), verso la metà di luglio il militante mapuche Facundo Jones Huala, detenuto in attesa di giudizio, otteneva il trasferimento dalla prigione di Rawson a quella di d’Esquel. Come il suo avvocato richiedeva dall’ottobre scorso in quanto Rawson si trova a più di 800 chilometri da dove vivono i familiari del prigioniero politico. 

L’avvocato Gustavo Franquet sosteneva inoltre che “l’inchiesta non aveva fornito alcuna prova” a sostegno delle accuse e che il dossier si basava “solamente su ipotesi e supposizioni, senza fornire elementi concreti”.

Ma l’esito in qualche modo era – se non proprio scontato – almeno prevedibile: Facundo Jones Huala è stato condannato a cinque anni e due mesi di detenzione dal tribunale di Bariloche in quanto “appartenente a una organizzazione che cerca di imporre le proprie idee con la forza e incitando al crimine”. Ossia la RAM (Resistenza ancestrale mapuche).

La difesa, pur avendo messo in dubbio l’imparzialità del tribunale, alla fine ha accettato il rito abbreviato per evitare una pena più pesante. Da parte sua Jones Huala aveva rivendicato l’esistenza della RAM e il diritto degli indigeni al sabotaggio.

Nel frattempo, ai primi di giugno, Javier Milei era intervenuto sul Financial Times con un articolo (“Argentina invites AI to free itself). In cui garantiva ai baroni della Silicon Valley (quelli dell’intelligenza artificiale) condizioni assai convenienti, sia sul piano fiscale che legale. Sempre nel giugno 2026 il governo argentino presentava al Congresso il Súper RIGI, un ampliamento del Regime di Incentivo per Grandi Investimenti del 2024. Proprio per favorirei megacentri dati destinati all’IA. Con dazio zero sulle importazioni e contributi datoriali ridotti al 10% per le nuove assunzioni. Oltre a stabilità fiscale, doganale, valutaria e normativa per 30 anni. 

Già l’anno scorso l’amministratore delegato di Satellogic (Emiliano Kargieman) aveva preannunciato il progetto del primo data center latinoamericano dedicato all’IA con il sostegno di OpenAI.

Di fatto si sta svendendo la Patagonia, con le sue riserve di acqua e gas, a personaggi come il fondatore di Palantir Technologies (Peter Thiel)che – combinazione – ha da poco trasferito la sua resistenza in Argentina. 

Ma ciò che forse il governo argentino non aveva messo in conto era di doversi confrontare con la resistenza delle comunità che vivono lungo i corsi d’acqua (elemento di cui abbisognano in gran quantità i data center). Comunità che da decenni, con l’ostinazione di chi è nel giusto, si oppongono a miniere, industrie inquinanti, fracking e trivellazioni. 

Come le weychafe (“guerriere” in mapudungun) del fiume Corcovado (provincia di Chubut), quelle che devono percorrere chilometri a piedi per rifornirsi di acqua per uso domestico. 

Al grido. “Fuera Peter Thiel de Argentina !” Le Guardiane dell’Acqua lottano unite “porque sabemos todas las consecuencias de la destrucción de la tierra, como si fueran nuestros cuerpos”.

Infatti per la spiritualità tradizionale mapuche ogni elemento naturale possiede una forza vitale (newen) e nulla può essere prelevato senza chiedere permesso.

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Paragonare i leader israeliani a Gengis Khan è un insulto ai mongoli - Reuven Amitai

(da Haaretz, 29 settembre 2026)

Gengis Khan fece le sue conquiste in modo brutale, ma strategico. I leader israeliani conducono una guerra senza fine, senza avere obiettivi chiari né i mezzi per raggiungerli. I mongoli, almeno, alla fine fecero pace con i propri nemici.

In un articolo che fa riflettere, pubblicato alla vigilia di Sukkot, l’analista militare di Haaretz Amos Harel ha citato ampiamente alcune osservazioni taglienti e preoccupanti del generale di brigata (in pensione) Assaf Orion, ricercatore presso l’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale dell’Università di Tel Aviv. Intervenendo all’università, Orion ha affermato:

«Abbiamo adottato una sorta di logica in stile Gengis Khan: [elimineremo] qualsiasi comunità a Gaza e in Libano vicina al nostro confine, in modo che i terroristi non possano nascondersi dietro i propri civili. Questo sta diventando la norma. L’obiettivo di questa guerra è stato fissato come una vittoria assoluta, simile a un orizzonte irraggiungibile. Il risultato è una guerra senza fine, politicamente vantaggiosa per il governo perché limita le proteste e le critiche con la scusa [del vecchio modo di dire israeliano]: ‘Silenzio, stiamo sparando’.”

Ora che il famoso conquistatore e fondatore del più grande impero terrestre contiguo della storia è stato evocato nel contesto israeliano, vale la pena esaminare più da vicino le sue imprese e quelle dei suoi discendenti. Hanno qualche rilevanza per gli avvenimenti attuali nel nostro angolo dell’Asia sud-occidentale?

Nessuno studioso serio dell’Impero mongolo del XIII e XIV secolo, o di Gengis Khan (sì, si scrive proprio così), minimizzerebbe la portata del massacro e della distruzione che spesso accompagnavano le conquiste mongole e l’espansione imperiale. Dietro una devastazione di tale portata c’era, in parte, un calcolo razionale: terrorizzare i nemici, accentuare la loro disperazione e renderli più disposti ad arrendersi.

Durante le sue campagne dal 1219 al 1221 in Asia centrale e nelle zone nord-orientali del «Medio Oriente» – nell’odierno Uzbekistan, Turkmenistan, Afghanistan settentrionale e Iran nord-orientale – Gengis Khan probabilmente intendeva creare una vasta «zona cuscinetto». Scarsamente popolata e privata di potere politico e militare, la regione non sarebbe stata in grado di interferire con le operazioni mongole su altri fronti. Sotto questo aspetto, forse, le zone di sicurezza di Israele in Libano, in Siria e, naturalmente, a Gaza presentano una certa somiglianza con quelle dei mongoli, sebbene non in termini di dimensioni.

Ma questa è solo una parte della storia. Gengis Khan e i suoi immediati successori, fino alla seconda metà del XIII secolo, diedero prova di una visione strategica eccezionale e in genere riuscirono a metterla in pratica. Erano profondamente consapevoli delle sfide logistiche che i loro eserciti, organizzati in unità di arcieri a cavallo, dovevano affrontare. Soprattutto, dovevano garantire pascoli e acqua per le centinaia di migliaia di cavalli che portavano nelle loro campagne.

Qui emerge chiaramente la differenza fondamentale tra i governanti della Mongolia e quelli di Israele. I mongoli eccellevano nel pensiero sistematico, razionale e a lungo termine. Il modo di pensare di Israele negli ultimi anni, al contrario, è stato privo di obiettivi chiari, plasmato da considerazioni estranee e avvolto in dichiarazioni altisonanti senza alcuna seria attenzione alla logistica. Le ambizioni a lungo termine di Israele non hanno alcuna relazione con le risorse finanziarie, umane e di altro tipo a sua disposizione. In termini strategici, quindi, trovo offensivo paragonare Israele sotto la sua attuale leadership all’Impero mongolo di Gengis Khan. I mongoli meritano più credito.

Torniamo a quella «zona cuscinetto» mongola, questa volta nel contesto dell’aspra guerra combattuta dal 1260 al 1320 tra i mongoli presenti in Iran e nei dintorni — il cui stato era noto come Ilcanato — e il Sultanato mamelucco d’Egitto e della Siria (che ovviamente includeva la Terra d’Israele). Il territorio lungo l’Eufrate e quello che oggi è il confine ufficiale tra Siria e Turchia costituiva una frontiera segnata da incursioni da entrambe le parti, spionaggio, agenti segreti che si muovevano in entrambe le direzioni, terrore e violenza. Ogni pochi anni, i mongoli lanciavano anche grandi campagne in Siria. Con una sola eccezione, i mamelucchi li sconfissero sempre e li respinsero.

Sulla riva orientale dell’Eufrate, da loro controllata, i mongoli crearono una «zona cuscinetto» dove città e paesi giacevano quasi interamente in rovina e rimanevano pochi abitanti. Le condizioni sul versante mamelucco erano molto migliori. Almeno in alcune città e paesi, la vita normale continuava, con persino un certo grado di prosperità. I mamelucchi, in altre parole, adottarono un approccio strategico diverso, che non si basava sul seminare distruzione e si rivelò efficace nel tempo.

Per varie ragioni, dopo circa 60 anni, la leadership mongola in Iran e nei territori circostanti alla fine «gettò la spugna» e cercò la pace con i Mamelucchi. Nel 1323 firmarono addirittura un vero e proprio trattato di pace. Israele, prendi nota: la distruzione nella zona cuscinetto non sembra aver rafforzato militarmente lo stato mongolo. Ha invece causato un declino sociale ed economico in una vasta regione, con conseguenze che si protrassero a lungo nel tempo.

È affascinante vedere come due acerrimi nemici alla fine si siano riconciliati nonostante tutta l’ostilità e i rancori accumulati nel corso di una lotta feroce durata diverse generazioni e che aveva assunto persino i contorni di una guerra santa da entrambe le parti. A mio avviso, ciò offre un barlume di speranza per la nostra situazione qui nel Levante. Immagino che molti mongoli oggi sappiano ben poco dei processi di pace tra i loro antenati e i Mamelucchi. Immagino che proverebbero soddisfazione nel venire a conoscenza di questo precedente storico di riconciliazione. Di certo non lo troverebbero offensivo.

Il Prof. Reuven Amitai studia la storia dei mongoli in Medio Oriente e dei loro rivali mamelucchi.

 

Traduzione a cura di AssopacePalestina

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giovedì 1 ottobre 2026

Il pensiero inetto. Intelligenza artificiale, tempo disponibile e decadenza occidentale - Pasquale Liguori

L’aspetto più inquietante nelle profezie sulla fine dell’uomo per mano dell’intelligenza artificiale non è il loro tono cupo, ma la familiarità con cui vengono accolte, quasi fossero la conferma di un desiderio segreto coltivato a lungo. Certo, nessuno che osservi il presente con un minimo di attenzione potrebbe liquidare quei pericoli come fantasie, dal momento che la concentrazione del potere tecnologico procede sotto i nostri occhi, la competizione fra imprese e apparati militari detta ormai il ritmo della ricerca, i sistemi automatici si mostrano capaci di sostituire porzioni crescenti dell’attività umana e una parte considerevole del sapere sociale rischia di essere sottratta alla capacità collettiva di orientarla. Ma proprio la gravità di questi processi dovrebbe imporre un pensiero capace di distinguerli, ricostruirne le cause e immaginarne la trasformazione. Accade invece sempre più spesso il contrario. La complessità storica viene compressa in una metafisica elementare nella quale la Macchina avanza, l’Uomo arretra e il futuro appare già deciso.

Il percorso di questo pensiero conosce di solito una sola direzione perché muove dall’invocazione della necessità storica e approda, con una puntualità che dovrebbe insospettire, alla figura dell’androide. Nel mezzo scompaiono molte cose. Scompaiono i proprietari delle infrastrutture, gli investimenti, gli Stati, le decisioni industriali, il lavoro che costruisce e alimenta i sistemi, i conflitti sulla loro destinazione. Scompare soprattutto quella possibilità di intervenire sul corso delle cose che un pensiero critico dovrebbe custodire anche nelle condizioni peggiori. Quando l’essere umano viene descritto come una creatura ormai cognitivamente inferiore perché soffre, dubita, si stanca e perde tempo a riflettere, mentre all’automa si attribuisce l’immunità da ciascuna di queste debolezze, la vittoria della macchina è già contenuta nelle premesse del ragionamento e al lettore viene lasciato soltanto il compito di attenderla con la gravità riservata ai riti funebri.

È difficile considerare radicale un pensiero che concede all’avversario una vittoria così completa. Più che anticipare la catastrofe, esso sembra documentarne una già avvenuta, meno spettacolare ma forse più profonda. È la catastrofe di una cultura che ha smarrito la capacità di riconoscersi come agente della storia e che converte questa perdita, con un gesto di singolare presunzione, in legge universale. Attraverso tale conversione la sconfitta di alcuni movimenti politici si dilata fino a coincidere con la sconfitta dell’emancipazione in quanto tale, così come l’impotenza dell’Occidente viene scambiata per l’impotenza dell’umanità intera e l’incapacità di governare la tecnica si rovescia nella favola di una tecnica autonoma e irresistibile, finché il pensiero, rimasto privo di una prospettiva, ne deduce con perfetta coerenza che a essere stato abolito sia il futuro.

C’è in tutto questo una forma tipica di provincialismo, tanto più tenace quanto più ama presentarsi come coscienza universale. Una cospicua parte dell’Occidente ha conservato il privilegio di poter trasformare la propria stanchezza in filosofia. Dispone tuttora del tempo e delle rendite culturali che le sue istituzioni continuano a garantirle per osservare il mondo da una distanza confortevole; ed è proprio da quella distanza, mentre miliardi di donne e di uomini continuano a cercare di modificare materialmente le condizioni della propria esistenza, che essa proclama l’impossibilità di qualunque modificazione. Singolare impiego, questo, del tempo sottratto alla produttività sociale, poiché per secoli il privilegio del non-lavoro, pur fondato sulla fatica altrui, aveva almeno restituito al mondo la scienza e la filosofia, l’arte e le forme dell’organizzazione politica, mentre una sua frazione contemporanea sembra dedicarlo soprattutto al paziente perfezionamento della teoria della propria impotenza.

Non c’è nulla di più confortevole, del resto, di una catastrofe davvero inevitabile. Quando l’automa viene assunto come soggetto della storia, la domanda su chi lo possieda perde consistenza. La guerra, presentata come destino necessario dell’intelligenza artificiale, lascia in secondo piano le decisioni che hanno orientato la ricerca verso i sistemi d’arma. La sostituzione dell’uomo, trasformata in essenza della tecnologia, fa apparire marginali le questioni più concrete, dalla distribuzione degli incrementi di produttività alle istituzioni chiamate a regolare l’adozione dei sistemi, dal costo della transizione all’appropriazione dei suoi rendimenti. La necessità storica ha sempre goduto di questo vantaggio, poiché alleggerisce la responsabilità dei soggetti storici fino a farli quasi scomparire.

Marx era consapevole di qualcosa di assai meno rassicurante quando osservava che lo sviluppo della conoscenza e della tecnica tende a ridurre il tempo di lavoro necessario alla riproduzione sociale e apre così la possibilità di una ricchezza che ha smesso di coincidere con l’accumulazione di merci o con l’estensione indefinita della giornata lavorativa, ossia la possibilità di quello che egli chiamava tempo disponibile. Il capitale genera questa possibilità e insieme la nega, perché tende incessantemente a riconvertire il tempo risparmiato in pluslavoro, e il pluslavoro in accumulazione e in nuova dipendenza. Una contraddizione di questo genere resta estranea a ogni favola che opponga un uomo buono a una macchina cattiva, dal momento che attraversa l’organizzazione sociale del tempo e passa, per così dire, all’interno di ciascuna delle ore che la tecnica rende superflue.

Per questo non basta promettere nuovi lavori ogni volta che una macchina ne rende superflui di vecchi. Una società che utilizzasse ogni incremento di produttività soltanto per inventare nuove forme di occupazione destinate a riempire nuovamente il tempo liberato avrebbe mancato la possibilità più radicale offerta dall’automazione. Se una macchina può svolgere in un’ora ciò che richiedeva dieci ore di lavoro umano, la questione politica non consiste soltanto nello stabilire quale diversa mansione debba occupare le nove ore restituite. Consiste nel chiedersi perché quelle nove ore debbano necessariamente tornare a qualcuno sotto forma di lavoro.

Su questo terreno il confronto con quanto accade in Cina diventa interessante, a patto di risparmiargli tanto l’apologia quanto la caricatura. La società cinese conosce forme dure di disciplina del lavoro e sarebbe grottesco trasformarla nel regno già realizzato del tempo disponibile; riesce tuttavia altrettanto difficile ignorare la differenza che la separa dalle scene occidentali, perché lì l’intelligenza artificiale viene discussa insieme alla formazione e alla struttura dell’occupazione, all’intensità del lavoro e ai diritti sui dati e la riflessione si estende fino alla responsabilità algoritmica, alle infrastrutture pubbliche e alla capacità di indirizzare l’innovazione verso settori determinati. L’emergere di nuove professioni si accompagna così alla costruzione di percorsi di qualificazione e di standard, mentre la trasformazione del rapporto di lavoro indotta dagli algoritmi apre una discussione sul modo in cui debba mutarne la governance e la centralità ormai decisiva della capacità di calcolo induce a pensarne l’organizzazione nei termini di un’infrastruttura.

Tutto questo può generare nuove forme di sfruttamento. Può persino rendere più efficiente un capitalismo che continui a divorare tempo umano. È precisamente la questione da tenere aperta. Ma una contraddizione aperta è già qualcosa di molto diverso da una necessità proclamata. Significa riconoscere che una tecnica può essere orientata, che il suo uso può essere conteso, che i suoi effetti sul lavoro non appartengono alla natura dell’algoritmo e che la società conserva almeno la pretesa di decidere.

Il contrasto con certe scene occidentali assume allora i contorni della commedia. Da un laboratorio della Silicon Valley un giovane ricercatore esce annunciando che le macchine alla cui costruzione ha partecipato potrebbero sterminarci entro pochi anni; poche ore dopo, nel rassicurante salottino televisivo di Forum, la presidente del Consiglio ci informa che l’intelligenza artificiale offre straordinarie opportunità ma comporta enormi rischi e che, naturalmente, occorrerà mantenere “la persona al centro”. Da una parte l’Apocalisse, dall’altra il centrotavola umanistico. Fra le due rappresentazioni, che si spartiscono il pubblico come due generi dello stesso palinsesto, resta curiosamente pochissimo spazio per domandare a chi appartengano la capacità di calcolo e i dati, e con essi i modelli che ne derivano, quale organizzazione del lavoro tutto ciò produca e soprattutto chi abbia il diritto di stabilire quale porzione della vita umana debba ancora essere consegnata alla necessità del lavoro.

Il problema dell’Occidente risiede allora, con ogni probabilità, assai meno nell’intelligenza eccessiva delle macchine che nella rapidità con cui una parte della sua intelligenza ha rinunciato a essere politica. Un pensiero incapace di accrescere la possibilità di agire, che contempla le proprie sconfitte fino a trasformarle in destino e chiama lucidità la diminuzione della propria potenza, usurpa il nome di pensiero tragico, perché la tragedia conosce la lotta con il destino e ne misura il prezzo, mentre esso si limita a rinunciarvi in anticipo; il nome che gli spetta è piuttosto quello, meno nobile e più esatto, di pensiero inetto.

La questione dell’intelligenza artificiale comincia precisamente dove esso si ferma. Non nel decidere se amare o temere la macchina, ma nel sottrarle quella falsa sovranità che le attribuiscono insieme i suoi apologeti e i suoi profeti di sventura. Dietro la macchina rimangono uomini, interessi, istituzioni, proprietà e conflitti. E davanti a essa rimane una possibilità che nessun algoritmo può risolvere al nostro posto: decidere se la capacità accumulata dalla società servirà a moltiplicare ancora il tempo subordinato oppure, finalmente, a convertirlo in tempo disponibile.

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LA DESTRA HA RAGIONE: NON ESISTE IL TERRORISMO EBRAICO. ESISTE SOLTANTO IL TERRORISMO ISRAELIANO - Gideon Levy

 

Il terrorismo a Qusra, a Tell, è israeliano. Definire questo terrorismo “ebraico” è servito a cancellare o attenuare la responsabilità diretta di Israele.

 

(Tr. It. Lavinia Marchetti)

 

Un’israeliana come voi o come me viene intervistata dal giornalista britannico Piers Morgan nel programma che porta il suo nome e, per diversi lunghi minuti, si rifiuta di rispondere a una domanda semplice: la vita di un palestinese vale quanto quella di un israeliano?

Morgan pone la domanda quattro volte e per quattro volte la leader dei coloni Daniella Weiss si rifiuta di rispondere. Arriva perfino a spostare la risposta sul terreno dell’uguaglianza sessuale: qualunque cosa pur di evitare una risposta.

Alla fine borbotta qualcosa su Dio, che ha creato tutti, nel tentativo di liberarsi del fastidioso intervistatore. Lui le ricorda le parole di un altro colono, Yehuda Shimon, dell’avamposto di Havat Gilad, che pochi giorni prima aveva dichiarato alla BBC che la vita di un solo ebreo equivale a quella di 10 milioni di palestinesi.

Milioni di persone in tutto il mondo ascoltano queste dichiarazioni; che cosa pensano? Che questo è Israele. Gli israeliani ascoltano queste dichiarazioni; che cosa pensano? Che Israele non è questo.

Che cosa ha a che fare Weiss con noi? Lei non ci rappresenta. Neppure il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich ci rappresentano. Le deliranti dichiarazioni del ministro della Difesa Israel Katz? Nulla a che vedere con noi.

Anche i “giovani delle colline” non ci rappresentano. I pogrom nei Territori? Quelli non siamo noi. Il kahanismo? Nulla a che vedere con noi. Persino metà degli israeliani afferma che il primo ministro Benjamin Netanyahu non li rappresenta.

Israele è diventato un paese strano, unico: tutto il male che avviene qui sembra non rappresentarci. Un autentico prodigio. Gli estremisti non siamo noi. La bruttezza: non è nostra. La supremazia ebraica: nessun legame con noi. Nulla di problematico ci appartiene. Persino il governo non ci rappresenta. Allora chi ci rappresenta? Dove sono i milioni di israeliani per i quali nulla di ciò che Israele fa ha qualcosa a che vedere con loro?

È tempo di riconoscere che Israele è esattamente ciò che vedono gli spettatori in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Ai loro occhi, Weiss è Israele e Israele è Weiss. Dopo la morte di decine di migliaia di abitanti di Gaza, fra cui migliaia di bambini, e dopo le ripugnanti manifestazioni quotidiane di supremazia ebraica in Cisgiordania, è ormai impossibile dire al mondo: “quelli non siamo noi” e “non in nostro nome”. Il mondo, semplicemente, non ci crede più. (La domanda interessante è quanti israeliani credano ancora a queste distinzioni immaginarie.)

Il primo a dirlo, forse involontariamente, è stato, fra tutte le persone possibili, l’ambasciatore degli Stati Uniti in Israele Mike Huckabee. Dal profondo della sua visione delirante di un Israele esteso dal Nilo all’Eufrate, ha pronunciato per la prima volta le parole “terrorismo ebraico”.

Dopo anni durante i quali abbiamo affermato che il terrorismo ebraico non esiste, che l’espressione stessa è un ossimoro, arriva il battista dell’Arkansas e chiama le cose con il loro nome: terrorismo israeliano. La destra, che per anni ha sostenuto l’inesistenza del terrorismo ebraico, ha ragione. Il terrorismo ebraico non esiste. Esiste — eccome se esiste — il terrorismo israeliano.

Definire questo terrorismo “ebraico” serviva a cancellare o attenuare la responsabilità diretta di Israele. Naturalmente, questo faceva comodo allo Stato. Serviva anche agli israeliani, che potevano continuare a raccontarsi dell’esistenza di un gruppo di estremisti incapace di rappresentare lo Stato e, ancor meno, loro stessi.

Poi è arrivato Huckabee, ha smontato la menzogna e ha attribuito la responsabilità collettivamente a Israele. Ha ragione. Il terrorismo a Qusra, a Tell, è israeliano. Lo Stato di Israele, anziché Weiss o Shimon, ne porta la responsabilità. Viene compiuto per suo conto e lo rappresenta; dovremmo svegliarci e riconoscere che, agli occhi del mondo, rappresenta anche noi. Tutti gli israeliani.

Il mondo non crede più alle nostre distinzioni fra l’Israele vero (e bello) e l’Israele (brutto) che appare su ogni schermo del pianeta, e ha ragione. Dovremmo accettare che, da una prospettiva storica, siamo tutti Weiss, Ben-Gvir e Smotrich.

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mercoledì 30 settembre 2026

Il suicidio politico - Gian Andrea Franchi

 

Qualche giorno fa, nella “piazza del Mondo” di Trieste – come segnalato su questa pagine, Un suicidio di carta – abbiamo assistito a un suicidio: un suicidio di carta, ma pur sempre un suicidio: un suicidio politico, quando le carte dello Stato sono metà della tua vita – sono la tua “persona”, la tua maschera sociale, la tua possibilità di esistere per qualche tempo in questa società.

Un ragazzo è venuto al tavolo dove si preparava la distribuzione della cena, chiedendo di mangiare (piazza del Mondo è il nome assegnato a piazza della Libertà da chi ogni giorno, da diversi anni, accoglie i migranti della rotta balcanica, ndr). Gli è stato detto di mettersi in fila insieme agli altri che, seduti sul bordo dell’aiuola, attendevano l’offerta della cena, come avviene ogni sera. Allora, il ragazzo, in piedi accanto al tavolo, ha estratto da un sacchetto di plastica tutti i suoi documenti e li ha minuziosamente fatti a pezzi, gettandoli intorno a sé per terra. Poi, senza dire una parola, si è allontanato.

 

Un gesto estremo per un migrante distruggere i documenti della questura: l’identità faticosamente strappata dopo un cammino rischioso anche di anni, dopo l’attesa umiliante per ricever la grazia di poter esistere in questo paese, non un diritto, ma una concessione sovrana. Un gesto disperato nella sproporzione con la semplice richiesta di mettersi in fila con gli altri, che non è un rifiuto, ma un far presente che anche gli altri attendevano. Ma nelle condizioni esasperate di quel giovane non c’era posto per gli altri. Allora è scomparso lasciandoci fra le mani i frammenti di quello che era il fine della sua lotta per sopravvivere, ridotto a carta straccia.

È facile scriverne seduti sul divano: “differenza abissale” – come è stata chiamata – fra noi e loro. A loro il rischio dell’abisso. A noi la possibilità di lamentarcene pietosamente. Ma non solo…

Quel “suicidio di carta” è un gesto simbolico che esprime una condizione che possiamo ben chiamare “tragica”. Nella piazza del Mondo si manifesta la tragedia dei nostri tempi: la frattura della continuità storica, in forme attenuate, contratte, elementari, apparentemente dissolte in un’atmosfera umanitaria.

Il suicidio simbolico del profugo manifesta ciò che Giorgio Agamben chiama “la nuda vita”: la vita umana gettata in una dimensione nella quale, mancandole il “riconoscimento” del potere, può soltanto tentar di sopravvivere. È l’invasione del potere sulla vita, nell’articolazione delle sue inscindibili dinamiche, quella cosiddetta “economica” e quella chiamata ‘politica’, ormai prive di ogni pur fragile freno sociale.

La nuda vita – correntemente: “sopravvivenza” – è la vita del profugo: profugo dalla “vita”, dalla vita quale si è articolata in questo primo quarto di secolo, ma resa già manifesta nel 1945, come non si stancava di dirci quel grande filosofo che è stato Günther Anders, con le due prime esplosioni atomiche dal “vivo”.

È la vita di chi è schiacciato sulla mera sopravvivenza: il ‘futuro’ ormai della vita intera che l’uomo – in realtà, una piccola parte degli uomini – ha messo e continua sempre più a mettere a rischio.

Questo suicidio simbolico mostra lo scarto tragico fra il riconoscimento del potere e il bisogno-desiderio di vivere: la tragedia della nostra condizione, in cui la funzione storica del potere di decidere chi può vivere e chi può – o deve – non vivere, ha assunto un’estrema pervasività mettendo a rischio la forma di vita terrestre in cui si è sviluppato l’antropos.

Questo suicidio politico con le carte che definiscono se puoi diventare o meno una “persona” – che equivale a poter vivere o non poter vivere nelle nostre società – è il messaggio profondo di questo movimento di profughi che rimanda a un futuro in cui il loro cammino diventerà enorme, abnorme, oltre ogni “norma”, mentre le norme contro i profughi, che sono profughi dal mondo, continuano a diventar sempre più violente. Questi profughi sono angheloi – gli annunciatori – dell’apocalisse.

Quel giovane ha fatto un gesto di disperazione gettandosi nella nuda vita. Possiamo trasformare il suo gesto in un messaggio politico radicale, sovvertendolo nel passaggio dalla richiesta di essere accolto in un’identità statale a una nuova forma di soggettività liberata dal potere. Certamente per noi è facile, rinchiusi e seduti, come stiamo, nella nostra identità. Ma possiamo – dobbiamo – cominciare un cammino nuovo.

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E quindi saremmo tutti antisemiti tranne i fascisti? -

Alla fine, pare che gli unici capaci di rifarsi una reputazione sull’antisemitismo siano i fascisti diventando proprio quelli che lo definiscono assieme alla “Sinistra per… Israele”. Buffo, no?

Nel 2024 Fanpage ha filmato saluti romani e «Sieg Heil» tra i militanti di Gioventù Nazionale. Oggi Fratelli d’Italia sostiene il DDL contro l’antisemitismo. Vediamo cos’è finito nel calderone antisemita. Il rapporto CDEC per il 2025 registra diciotto aggressioni fisiche contro ebrei e israeliani. Ci sono minacce rivolte a persone ebree e svastiche incise sulle porte delle case. Sono fatti gravi, e la loro gravissimi e la legge infatti li ha condannati. Quello che trovo interessante è il resto dell’archivio. Con quale criterio una violenza contro una persona finisce nella stessa raccolta di una protesta contro Carrefour? Lo vorrei chiedere anche a quelli di Sinistra per Israele, a Segre (madre e figlio), ai vari giornali di cui evito di fare il nome.

Ad esempio nell’archivio degli episodi di antisemitismo del CDEC sono già finiti:

·         Un’azione di boicottaggio dentro un Carrefour di Torino.

·         L’appello di un sindaco siciliano a boicottare i prodotti israeliani.

·         La rinuncia dell’Università di Torino a uno specifico bando di ricerca con atenei israeliani.

·         La decisione dell’Università di Palermo di sospendere i nuovi accordi con quegli atenei.

E se passa il DDL antisemitismo che è ancora alla Camera? Quali sono gli scenari possibili?

Gli ultimi due episodi risalgono al 2024; i primi due al 2025. La questione è già tutta in questa vicinanza: l’aggressione a una persona ebrea e la scelta di rinunciare a un bando di ricerca sono registrate come episodi della stessa specie. Il testo approvato dal Senato, ora alla Camera, recepisce la definizione IHRA con i suoi indicatori e prevede il monitoraggio degli episodi di antisemitismo attraverso la banca dati delle forze di polizia. Una proposta distinta, anch’essa all’esame della Camera, contempla persino il divieto preventivo di riunioni pubbliche quando il questore ravvisi un grave rischio di atti antisemiti. Occorre distinguere i due testi. Occorre soprattutto capire che cosa può succedere quando una definizione controversa incontra i poteri dello Stato.

E se passa il DDL antisemitismo che è ancora alla Camera? Quali sono gli scenari possibili?

·         Organizzi una manifestazione contro il genocidio a Gaza. Chiedi la fine delle forniture militari italiane a Israele e presenti il preavviso alla questura. Se entrasse nel testo finale anche la disposizione proposta nella C. 2383, il questore potrebbe tentare di vietare il corteo qualificando come antisemita il rischio legato agli slogan annunciati. Dovresti impugnare il provvedimento mentre la data della manifestazione si avvicina. In pratica la piazza, per essere a norma di legge, o rischia di saltare o di essere decisa in questura.

·         Vai comunque in piazza con un cartello: «Fermate il genocidio». La polizia può identificarti e documentare ciò che accade nel corteo; se ritiene che siano stati commessi reati previsti dalle leggi vigenti, trasmette gli atti alla procura. L’eventuale qualificazione del corteo come antisemita può entrare nella relazione di servizio e nei successivi accertamenti.

·         Resti seduta durante un presidio. Nel Regno Unito, dopo la proscrizione di Palestine Action, il governo ha contato 2.779 arresti nel solo 2025 per sospetto sostegno all’organizzazione; alla data della rilevazione, 412 persone erano state incriminate. In una giornata di agosto, la polizia londinese ne arrestò 522 per aver mostrato un cartello. Lì opera una specifica legge antiterrorismo britannica, un po’ diversa dal DDL. Ma il precedente mostra quanto possa diventare materiale l’intervento dello Stato su un’espressione politica, ad esempio con mani legate, manganellate, violenza anche nei confronti dei manifestanti pacifici, identificazione, cauzione, procedimento.

·         Scrivi su un cartello che sostieni le persone detenute di Palestine Action e ti opponi al genocidio. Greta Thunberg lo ha fatto a Londra il 23 dicembre 2025: la polizia l’ha arrestata in base alla sezione 13 del Terrorism Act e l’ha rilasciata su cauzione. Il cartello è stato trattato come sostegno a un’organizzazione proscritta. Chi oggi dice «antisemita» davanti a una protesta dovrebbe misurare la distanza fra un’accusa lanciata in televisione e una norma applicata dalla polizia a una persona seduta sul marciapiede.

·         Partecipi a una manifestazione per ricordare la Nakba. A Berlino la polizia ha già vietato cortei del genere richiamando il rischio di espressioni antisemite. Human Rights Watch ha documentato fermi e uso della forza contro persone scese comunque in strada. In Germania le autorità hanno anche tentato di espellere quattro studenti stranieri accusati, fra l’altro, di diffondere odio antisemita durante una protesta universitaria, un tribunale, per fortuna, ha sospeso il provvedimento.

·         Prendi parte a un presidio contro Netanyahu che occupa la carreggiata. Il 24 settembre 2026 la polizia di New York ha arrestato Susan Sarandon durante una protesta organizzata da Jewish Voice for Peace; tra le persone fermate figuravano anche attivisti ebrei. L’arresto riguardava lo svolgimento della protesta in strada. Lo Stato, anche da noi, può interrompere una mobilitazione per Gaza e portarne via i partecipanti mentre una parte della discussione pubblica insiste a chiamarli antisemiti.

·         Scrivi un post con il tuo nome, definisci genocidio quanto avviene a Gaza e chiedi un embargo militare. Se il post viene segnalato come antisemita, le autorità possono esaminarlo nell’ambito dei poteri già esistenti; l’eventuale indagine penale richiede una specifica ipotesi di reato. Il DDL prevede inoltre il monitoraggio degli episodi e una strategia contro l’odio antisemita online. La domanda è chi stabilirà che il tuo testo appartiene a quella categoria e come potrai contestare una classificazione errata. Negli Stati Uniti Rümeysa Öztürk, cittadina turca, è stata fermata da agenti federali dopo aver firmato un articolo universitario che chiedeva di riconoscere il genocidio palestinese e di disinvestire da Israele. Human Rights Watch ha ricostruito il caso come un attacco alla libertà d’espressione.

·         Condividi la convocazione di un corteo e scrivi «Ci sarò». Se gli organizzatori vengono indagati per fatti avvenuti durante la manifestazione, la polizia può acquisire i post pubblici per ricostruire adesioni e responsabilità individuali. Chiameranno antisemita chiunque abbia condiviso quella convocazione. Che significa? Spostare l’attenzione dalla condotta accertabile all’appartenenza presunta a una piazza. Per chi ha scritto due parole su Facebook, ad esempio, la differenza può cominciare da una convocazione in questura.

·         Distribuisci volantini per il boicottaggio dentro un supermercato. La direzione chiama la polizia, gli agenti identificano i partecipanti e verificano se vi siano contestazioni relative all’azione svolta nel negozio. Nel frattempo l’iniziativa può essere registrata come antisemita: per l’azione al Carrefour di Torino questo passaggio nell’archivio del CDEC è già avvenuto. C’è un volantino da leggere, magari del BDS, l’arrivo degli agenti può significare l’entrata in un registro dal nome: antisemiti.

·         Da sindaca inviti i cittadini a boicottare prodotti israeliani. Una segnalazione definisce antisemita il messaggio pubblicato sulla pagina del Comune. Gli uffici possono essere chiamati a fornire gli atti, il contenuto della comunicazione può diventare oggetto di verifiche amministrative e la decisione politica resta esposta a contestazioni formali.

·         Sei un insegnante. Insegni la Nakba in una scuola pubblica. Un esposto qualifica la tua lezione come antisemita, il dirigente può chiederti una relazione, acquisisce i materiali e può avviare gli accertamenti di sua competenza. Il Ministero, attraverso le linee formative previste dalla strategia nazionale, può incidere sui criteri con cui quella lezione sarà valutata e potrebbe esserci una sospensione per mancato contraddittorio il che può portare all’accusa di antisemitismo. Specularmente, nel Giorno della Memoria una studentessa chiede di studiare anche la storia palestinese: se la sua domanda viene trattata come antisemita, la scuola avrebbe il dovere di ricostruire che cosa sia stato detto e poi eventualmente prendere provvedimenti.

·         Sei docente universitario e voti contro la partecipazione a un bando di ricerca con atenei israeliani. La tua delibera viene qualificata come antisemita, come è già accaduto nella controversia pubblica seguita al voto dell’Università di Torino. Il Ministero può chiedere chiarimenti all’ateneo, a loro volta gli organi universitari possono riesaminare procedure e responsabilità.

·         Chiedi al tuo ateneo di pubblicare gli accordi con imprese produttrici di armamenti e occupi uno spazio universitario. Se l’iniziativa viene ritenuta antisemita, il rettorato può aprire procedimenti disciplinari per le condotte contestate e rivolgersi alla procura quando ritenga sussistenti reati. Gli studenti potranno difendersi, intanto l’autorità accademica avrà già deciso come descrivere la loro protesta.

·         Lavori al porto e chiedi di fermare una spedizione di materiale bellico destinato a Israele. Un presidio qualificato come antisemita può essere circondato dalla polizia; un blocco degli accessi può dar luogo a identificazioni e a contestazioni fondate sulle norme già vigenti. Il sindacato avrà poi davanti gli atti dello Stato, con fatti e persone determinate, oppure una definizione politica estesa a tutti i lavoratori. La differenza è decisiva anche per stabilire chi abbia fatto cosa.

·         Pubblichi un’inchiesta sulle licenze italiane per la vendita di armi a Israele. Qualcuno la segnala alle autorità come antisemita. Se arriva un esposto, la procura può valutarlo e archiviarlo oppure svolgere accertamenti qualora individui una possibile fattispecie di reato. Per una giornalista, anche il tempo impiegato a rispondere a un procedimento è una conseguenza concreta. L’esame dovrebbe riguardare le frasi pubblicate e i documenti citati, cominciando dalle licenze.

·         Dirigi una biblioteca comunale e concedi una sala a un incontro sul BDS. Arriva una richiesta formale di annullare l’«iniziativa antisemita»; il Comune può revocare la sala. Un museo civico che esponga fotografie delle demolizioni di case palestinesi può ricevere la stessa richiesta.

·         Programmi un documentario palestinese in un festival finanziato dal Comune, oppure una satira teatrale del governo Netanyahu in uno spazio pubblico. Se l’opera viene qualificata come antisemita, l’ente può ritirare il patrocinio o la disponibilità della sede. Il film perderebbe la proiezione, lo spettacolo perdebbe il palco.

·         Proponi in consiglio comunale di sospendere un gemellaggio istituzionale con una città israeliana. Oppure chiedi di verificare se gli acquisti pubblici comprendano merci prodotte negli insediamenti. Se la mozione viene trattata come antisemita, l’amministrazione può fermarne l’istruttoria, chiedere pareri e addirittura rinviare il voto.

·         Sei iscritta a un fondo pensione e chiedi di conoscere gli investimenti in un’impresa fornitrice dell’esercito israeliano. La richiesta di disinvestimento viene classificata come antisemita, il consiglio di amministrazione può respingerla, dopo averla esaminata secondo le proprie regole.

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Da italiani e da ebrei diciamo no al ddl antisemitismo


Da italiani e da ebrei, da nemici di tutte le forme di razzismo, esprimiamo la nostra contrarietà al disegno di legge 1004 in discussione alla camera dei deputat

Da italiani e da ebrei, da nemici di tutte le forme di razzismo, esprimiamo la nostra contrarietà al disegno di legge 1004 in discussione alla camera dei deputati che contrabbanda per lotta all’antisemitismo la delegittimazione e criminalizzazione di ogni posizione pubblica più o meno radicalmente antisraeliana.

Siamo contrari a questo disegno di legge perché il testo adotta la definizione di antisemitismo della International Holocaust Remembrance Alliance, che soprattutto negli esempi che l’accompagnano confonde il rifiuto di ogni espressione di odio antiebraico con giudizi certamente opinabili ma che non costituiscono necessariamente antisemitismo.

Siamo contrari perché la lotta all’antisemitismo, tra le forme più antiche e odiose di razzismo, è una questione troppo seria per essere affidata a forze politiche che ne fanno il pretesto per legittimare le politiche e i crimini di Israele. Ciò è tanto più grave poiché alcune di quelle stesse forze che dichiarano amicizia verso gli ebrei, fanno del razzismo una scelta politica, arrivando perfino a mettere in discussione il diritto costituzionale allo studio di bambine e bambini.

Siamo contrari perché questo disegno di legge non solo non aiuta ma rischia di complicare la lotta all’odio antiebraico. Mescolando impropriamente l’antisemitismo con qualunque posizione di contrapposizione alle politiche criminali di Israele, lo separa, lo isola dalle altre forme di razzismo, rendendo più fragili le basi etiche per contrastarlo.

L’antisemitismo sta rialzando la testa, persino a sinistra, innegabilmente favorito dall’agire di uno Stato che si qualifica come “ebraico” e alimentato dagli stereotipi di sempre, cui se ne aggiungono di nuovi, primo fra tutti l’identificazione tra governo israeliano ed ebrei. L’antisemitismo è una forma di sopraffazione «dell’uomo sull’uomo»: per combatterlo non servono nuove norme che confondono la critica a Israele con l’odio antiebraico. Invece è necessario rafforzare la lotta contro ogni forma di razzismo, senza eccezioni e senza strumentalizzazioni: questo è stato fino a oggi e questo resterà il nostro impegno.

Lea-Laboratorio ebraico antirazzista
Mai Indifferenti-Voci ebraiche per la pace

Tikkun-Diaspora ebraica decoloniale
Nora Aghion, Deborah Arbib
Guido Bassano, David Calef
Giorgio Canarutto
Paola Canarutto
Raya Cohen
Renata Colorni
Andrea Damascelli
Lucio Damascelli
Roberto Della Seta
Deborah Di Cave
Micol di Nepi
Anna Foa
Saby Fresko
Bice Fubini
Nicoletta Gandus
Shmuel Gertel
Siegmund Ginzberg
Lisa Ginzburg
Bella Gubbay
Sveva Haertter
Joan Haim
Francesca Incardona
Helena Janeczek
Amy Kabat

Irene Kajon
Yael Laibel,
Gad Lerner
Daniel Levi
Giorgina Levi
Stefano Levi Della Torre
Bruno Montesano
Giacomo Ortona
Olga Dalia Padoa
Martina Piperno
Valentina Pisanty
Matteo Pucciarelli
Annalisa Ravenna
Annalisa Salerno
Renata Sarfati
Stefano Sarfati
Gadi Schoenheit
Eva Schwarzwald
Susanna Sinigaglia
Alessandro Soria
Widad Tamimi
Jardena Tedeschi
Claudio Treves
Adriana Valabrega
Maya Vetri
Marco Vigevani

 

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