Confucio sintetizza così: “L’allievo Tse Kung chiese: Esiste una parola che possa esser la norma di tutta una vita? Il maestro rispose: Questa parola è ‘reciprocità’. E cioè, non comportarti con gli altri come non vuoi che gli altri si comportino con te.”
articoli di Lucio Caracciolo (ripreso da infosannio.com) e MJ Rosenberg (ripreso da invictapalestina.org/blog), con due domande di Francesco Masala
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Anche wikipedia dedica una pagina etica della reciprocità
Domande – Francesco Masala
se l’Iran e Hezbollah volessero e riuscissero a eliminare tutti i pezzi grossi degli Usa e di Israele, compresi i presidenti e i militari al top degli eserciti aggressori, potremmo dire che sono dei selvaggi o che applicano (in qualche modo) l’universale etica della reciprocità?
e se l’Iran e Hezbollah volessero e riuscissero a ridurre Tel Aviv come lo Stato d’Israele ha ridotto Gaza o sta riducendo il Libano, potremmo dire che sono dei selvaggi o che applicano (in qualche modo) l’universale etica della reciprocità?
La solitudine di Israele in guerra totale – Lucio Caracciolo
Israele fu per unire gli ebrei. Oggi li divide. E si divide. Fine del sionismo? Israele si volle “Luce delle nazioni” (Ben-Gurion). Oggi pare uno Stato paria. Israele si propose di salvare gli ebrei dalle persecuzioni, ora li mette in pericolo. Lo Stato esiste di norma per garantire pace, sicurezza e benessere del popolo. Lo Stato di Israele è in stato di guerra permanente. Vorrà esserlo per sempre? Paradosso supremo: il violento tramonto di Israele è opera di Israele. Della scelta di trattare l’orrore del 7 ottobre come questione di vita o di morte, quasi Sinwar fosse per sventolare lo stendardo del Profeta nella Grande Sinagoga di Gerusalemme. A sfida mortale risposta mortale. Vendetta da consumare liquidando tutti, e tutti insieme, gli aspiranti liquidatori di Israele. Questa non è guerra, è strage senza fine. Vittoria totale annuncia sconfitta totale perché impossibile. A meno di credersi capaci di finire la storia. Agli eventuali sopravvissuti, in entrambi i campi, resterebbe poco di umano. Qualche segno si intravvede.
Ammettiamo però che Israele trionfi su tutti i fronti, quindi emerga torreggiante su un Medio Oriente distrutto e rifatto a sua immagine e somiglianza. Che cosa resterebbe della sua ragione sociale, fondata sul diritto a esistere di un popolo scampato alla soluzione finale quindi riunito nella Terra promessa? Tenuto finora insieme dal memento mori, intesa minaccia permanente dell’Amalek di turno, sia esso l’Iran con la sua pletora di indocili clienti arabi o la Turchia neoimperiale, entro la cui forma ottomana i pionieri sionisti si immaginavano provincia autonoma. Senza Nemico, come sedare particolarismi e separatismi delle sue eterogenee tribù, delle quali due (arabi e haredim) non-sioniste, tanto da scansare l’obbligo alla difesa della patria? E più nel profondo, il senso di elezione che consente agli ebrei israeliani di certificarsi superiori ad arabi e islamici incivili, resisterebbe all’estinzione della minaccia, alla fine della persecuzione? Infine, come può una controsoluzione finale ottenuta con i mezzi disumani placare coscienza e memoria dei discendenti di coloro che all’altra fine scamparono? Il suicidio morale non è per tutti meno insopportabile del suicidio fisico.
Implicito nel bellicismo totalitario la rinuncia alla deterrenza. Persa il 7 ottobre. Inutile nel nuovo contesto. Contro gli ingenui che vogliono le armi al provvisorio servizio della politica, il governo di Gerusalemme postula la soluzione militare definitiva. Poco importa se il “cane pazzo” (Moshe Dayan dixit) non fa più paura. Se non puoi terrorizzare i terroristi devi sterminarli. Senza troppo distinguere per sesso ed età. Conseguenza della degradazione del popolo palestinese ad aggruppamento di bestie terroriste. Per cui ogni bambino nasce terrorista e come ogni adulto o anziano deve morire perché tale. Stazione ultima del percorso che dal rifiuto di (ri)conoscere l’Altro ne induce percezioni alterate dal terrore dell’ignoto. Perciò lo erige mostro. Israele è in guerra di attrito contro sé stesso. Le sue Forze di difesa (Idf) sono ovunque al contrattacco. Mentre conquistano e talvolta riperdono avamposti aprono sempre nuovi fronti, chiudendone nessuno perché nessuno è chiudibile. A meno di non credere nella Vittoria Totale. Sperando di non scoprirla sacrificio di sé.
La reazione del primo ministro al pogrom di Hamas ha uno sfondo inconfessabile, infatti rimosso. I terroristi di Sinwar lo hanno tradito. Per anni quei Fratelli musulmani che Israele ha incentivato dalla nascita per contrastare Arafat e la sua Olp, scompigliare il frastagliato fronte palestinese e spingerlo alla resa dei conti fratricida – missione quasi compiuta – sono stati parte integrante della sua tattica non troppo segreta, tantomeno originale: divide et impera. Impresa finanziata dal Qatar, condivisa con l’Egitto guardiano della frontiera occidentale di Gaza e bollinata da Washington. Fino al 7 ottobre il meccanismo oliato da Bibi sembrava funzionare a meraviglia. Gaza pareva sedata. Dirigenti del Mossad e loro omologhi di Hamas, grati dello stipendio pagato, si concedevano rilassate conversazioni. Contro i deliri complottisti, la sorpresa per lo Stato profondo e per lo stesso Netanyahu è stata tale. Sconvolgente. E vergognosa. Perciò resteremo a lungo in attesa di una vera indagine sui fatti di quel giorno.
Non è Netanyahu, è Israele! –MJ Rosenberg
L’articolo di Mairav Zonszein sul New York Times è così sconvolgente non solo per ciò che racconta, ma anche per chi lo dice, dove lo dice e per quanto poco senta il bisogno di smorzarne l’impatto.
Non si tratta di un’estranea che lancia accuse.
Zonszein è una nota giornalista israeliana che scrive sul New York Times, e ciò che descrive è un paese che ha superato il limite: del combattere.
Inizia con un dettaglio che sembra quasi surreale nelle sue implicazioni. Con l’avvicinarsi del cessate il fuoco, «i funzionari israeliani temevano che la guerra potesse finire presto». L’implicazione è lì, inequivocabile: la paura non è la sconfitta, è la fine della guerra stessa.
Zonszein non insiste su questo punto. Non ne ha bisogno. Il significato è ovvio. Quando la prospettiva della pace produce ansia anziché sollievo, qualcosa di fondamentale è cambiato. La guerra non è più un mezzo per raggiungere un fine. È diventata il fine.
Poi arriva il momento che fa piazza pulita di ogni residuo di finzione. Proprio nel giorno in cui il cessate il fuoco è entrato in vigore, quando i civili «hanno cominciato a tirare un sospiro di sollievo», Israele ha lanciato «uno degli attacchi più letali… senza alcun preavviso», uccidendo più di 350 persone e ferendone oltre 1.000, «molte delle quali civili».
Zonszein non usa eufemismi, né un linguaggio distaccato. La giustapposizione è l’accusa: sollievo da una parte, uccisioni di massa dall’altra – simultanee, deliberate e normalizzate.
Esprime poi il giudizio fondamentale, che colpisce con la forza di qualcosa di a lungo osservato e finalmente detto ad alta voce: per gli israeliani, i cessate il fuoco sono visti come fastidiosi ostacoli alla guerra.
Non si tratta di un singolo leader o di una singola decisione. È una diagnosi di una società. I cessate il fuoco non sono obiettivi. Sono ostacoli. La diplomazia non è il punto di arrivo. È un’interferenza.
Da lì, Zonszein allarga l’obiettivo. «La guerra è sempre più spesso la risposta automatica dello Stato… non solo la strategia, ma la norma».
Non una tattica. Una condizione di esistenza
E una volta che la guerra diventa la norma, acquisisce una logica autosufficiente che è quasi impossibile da spezzare: «Se la guerra è lo status quo, il lavoro non è mai finito e non si può mai perdere, perché si è sempre e ancora al fronte».
Quella frase dovrebbe far riflettere. Perché descrive un sistema senza via d’uscita. Senza obiettivo finale. Senza un momento in cui basta. La guerra diventa permanente – non perché ha successo, ma perché non deve mai finire.
Zonszein è esplicita nell’affermare che la cosa non è imposta dall’alto. L’opinione pubblica è profondamente coinvolta. Anche dopo settimane di distruzione e paura, «il 78 per cento degli israeliani ebrei sostiene ancora la guerra contro l’Iran».
Quel numero non è una nota a margine. È la storia. Significa che non si tratta semplicemente di una politica; è un consenso. La normalizzazione della guerra è penetrata profondamente nella società israeliana. È sostenuta, giustificata e richiesta da una larga maggioranza.
Ecco perché alle prossime elezioni in Israele i principali contendenti saranno tra vari gradi di Netanyahu. Tutti falchi. Tutti odiatori dei palestinesi. E nessun candidato di rilievo che, come fece Rabin, voglia un cambio di rotta. È come se qui sapessimo che nel 2028 i repubblicani nomineranno un sostenitore di Trump, e i democratici nomineranno qualcuno che promette di essere una versione più efficace e meno rozza di Trump. Una situazione senza speranza, ma non è la nostra realtà. È quella di Israele.
Zonszein spiega perché. La “definizione di vittoria degli israeliani è inquadrata da una realtà distorta”, in cui le minacce possono essere eliminate con la forza e i risultati politici ottenuti attraverso campagne di bombardamenti, mentre i costi umani rimangono in gran parte invisibili.
Ma nel 2026, l’ignoranza è una scelta. Gli israeliani non vivono in un vuoto informativo. La devastazione a Gaza e altrove è documentata senza sosta: sui social media, nei resoconti internazionali, ovunque. L’idea che la gente “non sappia” crolla sotto il peso di ciò che è chiaramente visibile.
Zonszein coglie l’inutilità di questo intero approccio sottolineando la ripugnante metafora di stampo nazista, popolare in Israele, che è diventata sinonimo della politica israeliana: uno “sforzo senza fine di falciare l’erba ancora e ancora, non importa quanto velocemente o con quanta forza ricresca”. L’«erba», ovviamente, sono i palestinesi. O qualsiasi altro musulmano che debba essere falciato, abbattuto.
E questo porta alla conclusione più devastante del saggio: ciò che la società israeliana sostiene ora non è un percorso verso la sicurezza, ma un impegno verso la guerra perpetua.
Perché quando la guerra diventa normalizzata – accettata, prevista, persino desiderata – smette di essere una risposta alla minaccia e diventa il principio organizzativo dello Stato stesso.
Nel momento in cui scrive questo, il caso è già chiuso. Ciò che ha descritto non è solo una serie di campagne militari, ma una trasformazione: una società che ha interiorizzato la guerra come impostazione predefinita, come collante politico, come sostituto della strategia.
E una volta che quella trasformazione è completa, il pericolo non è solo che le guerre non finiscano.
È che la società stessa non vuole porvi fine.
(Traduzione a cura di: Leila Buongiorno)

