martedì 10 marzo 2026

Trump, la “sicurezza nazionale” e la guerra economica: lettura psico-economica di uno shock tariffario - Giuseppe Gagliano

 

 

Da misura tecnica a conflitto strategico

L’annuncio di nuove tariffe da parte di Washington — 100% sui farmaci di marca importati, 25% sui camion pesanti, 50% su cucine e bagni, 30% sui mobili imbottiti — non è un semplice ritocco doganale. Rientra in una strategia di guerra economica, dove lo strumento commerciale viene usato per rimodellare le catene del valore a vantaggio degli Stati Uniti, invocando la Sezione 232 (sicurezza nazionale) come base legale. La regola “100% salvo se l’azienda apre una fabbrica sul suolo americano” trasforma la barriera doganale in un mezzo di industrializzazione condizionata.

Le regole del gioco secondo la Scuola di guerra economica

Nella griglia analitica della Scuola di guerra economica di Parigi (Harbulot), l’economia è uno spazio di rivalità di potenza, strutturato su tre piani:

1. Coercizione normativa (leggi, standard, regolamenti) per imporre vincoli asimmetrici agli avversari;

2. Manovra informativa (narrazioni, segnali, minacce credibili) per influenzare aspettative e comportamenti;

3. Conquista di posizioni critiche (tecnologie, capacità industriali, risorse) per limitare l’accesso degli altri.

I dazi americani spuntano tutte e tre le caselle: sfruttano il diritto interno (232), lanciano un segnale psicologico (“rilocalizzate o pagate”) e colpiscono settori nodali — farmaceutica, logistica, arredamento — che incidono su costi, salute e consumi.

La dimensione psico-economica: costruire la percezione di dipendenza

Il messaggio non è rivolto solo ai partner stranieri: mira soprattutto all’elettorato interno, ri-inquadrando la dipendenza dalle importazioni come un rischio esistenziale. La minaccia tariffaria diventa strumento di persuasione: investitori, manager e sindacati interiorizzano l’idea che l’accesso al mercato USA sia condizionato alla produzione locale. In questa logica, l’incertezza fa parte dell’arma: più le regole appaiono mobili, più le imprese “sovrainvestono” negli Stati Uniti per proteggersi.

La guerra delle norme e l’arte di dividere le coalizioni

La contromossa di europei e giapponesi si fonda sui tetti tariffari negoziati (15% massimo sulla farmaceutica), che Washington dice di rispettare per queste aree — segno che la coercizione è accompagnata da esenzioni stratificate per dividere i partner (chi ha la deroga e chi no). Il Regno Unito, il cui accordo bilaterale non copre esplicitamente i farmaci, appare più esposto. Risultato: una coalizione teoricamente allineata (UE, Giappone, UK) finisce con l’avere interessi divergenti, indebolendo la capacità di risposta coordinata.

Il diritto come campo di battaglia

Lo spostamento verso basi giuridiche “collaudate” (232) riduce il rischio di annullamento interno, mentre altre offensive si preparano tramite nuove indagini 232 su robotica, macchine industriali ed equipaggiamenti medici. La giuridicizzazione del conflitto è tipica della guerra economica: non si sospende lo scambio, si ri-codifica lo scambio in un quadro che favorisce chi impone la regola.

Effetti sistemici: filiere, inflazione, scelte di investimento

Nel settore farmaceutico, l’impatto immediato è attenuato da due fattori: (a) la quota già domestica degli input; (b) l’accelerazione dei progetti di impianti negli USA da parte dei grandi gruppi, proprio per neutralizzare il 100%. Ma l’asimmetria psicologica resta: la minaccia può riattivarsi, perciò i piani industriali si ridisegnano attorno a un rischio politico americano divenuto strutturale.

Per i camion pesanti, l’aumento del 25% rincara il trasporto e alla fine si riflette sui prezzi al consumo: ne deriva un rischio di inflazione ritardata ma persistente se la misura diventa permanente. I mercati hanno reagito con calma nel breve termine, ma gli economisti avvertono del trasferimento di costi su famiglie e PMI della logistica.

Riflusso, elusione, spostamento: tre risposte dei partner

Sotto pressione tariffaria durevole, i partner adottano tre vie:

Riflusso: scelta di “produrre in USA” per garantirsi l’accesso al mercato (caso previsto nella farmaceutica);

Elusione: triangolazioni via Paesi terzi, frammentazione delle forniture, “kitizzazione” dei prodotti (classico dei conflitti doganali);

Spostamento: dirottamento dei flussi verso altri bacini (es. mobili asiatici verso l’UE), con rischio di shock d’offerta sull’industria europea del mobile e rafforzamento speculare della posizione USA come calamita per investimenti.

La logica di logoramento: erodere l’avversario nel tempo

Nella dottrina della Scuola, la guerra economica funziona anche per attrito: non mira a “vincere” subito, ma a consumare margini finanziari, giuridici e politici dell’altro. Le tariffe, combinate a indagini successive (robot, dispositivi medici, macchinari), creano un gradiente di pressione che spinge i gruppi a scegliere la soluzione politicamente meno rischiosa — localizzarsi negli USA — anche se non è economicamente ottimale nel breve periodo.

Dissuasione economica e messaggio agli emergenti

Il segnale inviato a Cina ed emergenti è chiaro: l’accesso preferenziale al primo mercato mondiale sarà condizionato a localizzazione e conformità normativa americane. È una forma di dissuasione economica: non si vieta, si rende più costosa l’opzione di restare fuori dall’orbita produttiva statunitense. L’effetto collaterale è la frammentazione della globalizzazione in sotto-regimi: un blocco USA ad alta integrazione verticale, un blocco sino-asiatico che accelera l’autonomia e, in mezzo, un’Europa costretta a scegliere tra allineamento regolatorio e difesa del proprio mercato interno.

Indicatori di allerta a 12–18 mesi

Per valutare se la manovra USA funziona, tre indicatori chiave:

1. Investimenti e fusioni in pharma/med-tech negli USA (messa in opera delle fabbriche annunciate, consolidamento intorno ad asset “localizzati”);

2. Diffusione dei prezzi: camion → trasporto → grande distribuzione; mobili → beni durevoli delle famiglie; farmaci di marca → ticket sanitario (monitorare l’indice PCE “core goods”);

3. Spostamenti commerciali: aumento della quota asiatica in UE su mobili e attrezzature, segnale che l’onda d’urto si scarica sul mercato europeo.

Conclusione: l’economia come teatro d’operazioni

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Morire per Israele?

 



di Francesco Masala

Durante il fascismo Mussolini decise che l’Italia doveva morire per la Germania nazista.

Adesso il governo Meloni ha deciso che l’Italia deve morire per l’Israele sionista e gli Usa Epstein-state (i due principali stati canaglia dell’universo, secondo Alberto Bradanini).

La prima volta sappiamo come è andata, dopo la seconda guerra mondiale l’Italia è stata occupata dagli Usa, qualcuno ha tentato di ribellarsi all’occupazione Usa, Enrico Mattei e Aldo Moro, fra i tanti, l’hanno pagata cara.

Anche questa volta potrebbe non andare bene per l’Italia, che, con orgoglio, fa parte a pieno titolo della coalizione Epstein, quella che si proccupa per le bambine e le donne iraniane, e non solo.

Ci ricorderemo della Resistenza?

La Germania ha continuato a vivere, smettendo di essere nazista.

Anche Israele continuerà a vivere, in qualche modo, se smetterà di essere sionista, colonialista, terrorista, genocida, espansionista.

La Germania nazista, l’Israele sionista e gli Usa hanno sempre pensato di essere popoli eletti, benedetti da qualche dio guerriero e gli altri di conseguenza sono maledetti.

Gli Usa, quelli delle guerre di sterminio e dei nazisti del Minnesota, crolleranno col dollaro in tramonto, quando molti non compreranno più niente dagli Usa e gli stessi molti smetteranno di vendergli i loro prodotti.

 

per approfondire:

https://www.remocontro.it/2026/03/06/in-che-mani-e-finito-il-mondo-e-la-nostra-piccola-italia/, di Ennio Remondino

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-alberto_bradanini__dopo_limmorale_aggressione_alliran_le_macerie/45289_65636/, di Alberto Bradanini

https://www.youtube.com/watch?v=lVn5QY8Ymjo, di Matteo Saudino

https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2026/03/02/aggredire-liran-e-meno-grave-che-aggredire-lucraina/, di Domenico Gallo

https://altrenotizie.org/iran-laggressione-della-coalizione-epstein/, di Fabrizio Casari

https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/32451-enrica-perucchietti-le-10-notizie-piu-importanti-e-verificate-contenute-negli-epstein-files.html, di Enrica Perucchietti

https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/03/09/annessione-cisgiordania-israele-palestina-notizie/8311465, di Riccardo Noury

https://comune-info.net/chomsky-epstein-e-le-contraddizioni-che-ci-interrogano/, di Riccardo Taddei

https://www.youtube.com/watch?v=cdNgqTjr4uc, intervista a Minoo Mirshahvalad

https://www.ambienteweb.org/2026/03/08/dichiarazione-degli-ebrei-di-neturei-karta-sulla-guerra-in-corso-con-liran/, di Neturei Karta

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lunedì 9 marzo 2026

L’annessione illegale israeliana della Cisgiordania è cosa fatta - Riccardo Noury

 

Dallo scorso dicembre le autorità israeliane hanno adottato una serie di misure illegali, deliberatamente concepite per espropriare la popolazione palestinese della Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme Est, e rendere irreversibile l’annessione del suo territorio.

Queste decisioni rappresentano un’escalation senza precedenti, per portata e rapidità, nel progetto di espansione degli insediamenti illegali da parte di Israele. Hanno facilitato l’acquisizione di ulteriori terre palestinesi, autorizzato un numero record di nuovi insediamenti – oltre all’ampliamento di quelli esistenti – e formalizzato la registrazione di terreni in Cisgiordania come proprietà dello stato israeliano. Sebbene, infatti, i governi israeliani che si sono succeduti nel tempo abbiano portato avanti politiche volte ad ampliare gli insediamenti e a consolidare l’occupazione e il sistema di apartheid, le più recenti misure dimostrano come l’attuale governo le abbia ulteriormente intensificate, anche all’ombra del genocidio nella Striscia di Gaza e del recente attacco all’Iran.

Ricapitoliamo. Il 10 dicembre 2025 l’Autorità fondiaria israeliana ha pubblicato un bando per 3401 unità abitative nell’area E1, a est di Gerusalemme, nella Cisgiordania occupata. Il piano, congelato dagli anni Novanta a causa delle pressioni internazionali, mira ad ampliare l’insediamento illegale di Ma’ale Adumim e a creare una continuità territoriale con Gerusalemme Est occupata. Ciò dividerebbe in due la Cisgiordania, interrompendo in modo permanente la continuità urbana palestinese tra Ramallah, Gerusalemme Est occupata e Betlemme. Insieme alla costruzione di un bypass (una strada esterna di collegamento, i cui lavori dovrebbero iniziare questo mese), il piano comporterà anche il trasferimento forzato delle comunità palestinesi che vivono nell’area.

L’11 dicembre 2025 il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato piani per la creazione di 19 nuovi insediamenti, portando a 68 il totale di quelli approvati dall’attuale coalizione di governo in soli tre anni e a circa 210 il numero complessivo di insediamenti ufficiali. Attualmente 750.000 coloni israeliani vivono illegalmente in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est.

I nuovi insediamenti comprendono la “legalizzazione” retroattiva di avamposti costruiti in violazione persino della normativa interna israeliana. Almeno tre di questi siti sorgono su terreni da cui comunità palestinesi, come quelle di Ein Samia e di Ras Ein al-Ouja, sono state recentemente trasferite con la forza a seguito di violenze dei coloni appoggiati dallo Stato. Secondo Peace Now, organizzazione non governativa israeliana che monitora l’espansione degli insediamenti, nel solo 2025 sono stati creati 86 nuovi avamposti, un numero record, in prevalenza agricoli o di pastorizia, che hanno contribuito in modo significativo all’aumento della violenza dei coloni sostenuta dallo stato israeliano e al trasferimento forzato di comunità palestinesi.

Protetti dall’esercito israeliano e finanziati dal ministero dell’Agricoltura israeliano, questi avamposti hanno reso estremamente difficile la vita di agricoltori e pastori palestinesi, in particolare nell’Area C. I coloni impediscono in modo aggressivo ai pastori palestinesi di accedere ai terreni di pascolo, privandoli della loro principale fonte di sostentamento, oltre a occupare terre con la forza, danneggiare proprietà, sottrarre bestiame e attaccare persone e abitazioni palestinesi. Secondo un’altra organizzazione non governativa israeliana per i diritti umani, B’Tselem, l’anno scorso 21 comunità palestinesi sono state completamente o parzialmente sradicate a causa della violenza dei coloni sostenuta dallo Stato.

Andiamo avanti. Una dichiarazione dell’amministrazione civile israeliana del 5 gennaio di quest’anno, che designa 694 dunam (circa 694 ettari) di terreni appartenenti alle città palestinesi di Deir Istiya, Bidya e Kafr Thulth, nel nord della Cisgiordania, come “terre statali”, insieme a una serie di misure annunciate dal gabinetto di sicurezza l’8 febbraio per ampliare il controllo sulla Cisgiordania, ha segnato un’ulteriore escalation nell’espropriazione dei terreni.

Tali misure comprendono l’abrogazione della legislazione giordana ancora in vigore per consentire ai coloni israeliani di acquistare terreni palestinesi senza adeguati controlli, l’aumento del controllo amministrativo civile israeliano sulla pianificazione e sull’edilizia nella città di Hebron e presso la Tomba di Rachele a Betlemme, nonché il conferimento alle autorità israeliane di nuovi poteri di applicazione della legge nei siti archeologici e in materie relative all’acqua e all’ambiente nelle Aree A e B.

L’escalation è proseguita il 15 febbraio, giorno in cui il governo israeliano ha adottato una decisione che equivale a un’annessione secondo la legislazione israeliana. Sono stati stanziati oltre 244 milioni di shekel (circa 66 milioni) per istituire un meccanismo governativo volto a facilitare la registrazione delle terre nell’Area C, trasferendo le competenze in materia dall’amministrazione civile al ministero della Giustizia.

Attualmente, secondo Peace Now, quasi il 58 per cento delle terre dell’Area C della Cisgiordania occupata non è registrato. Israele ha già confiscato oltre la metà di tale area attraverso la designazione di “terre statali”. La popolazione palestinese s’imbatte in ostacoli quasi insormontabili per dimostrare la proprietà dei terreni, a causa dell’interpretazione restrittiva da parte di Israele delle leggi fondiarie ottomane, che richiedono la presentazione di una serie di documenti, mappe e altri registri cui molte persone palestinesi non hanno accesso.

La registrazione delle terre è un eufemismo per indicare espropriazioni e spoliazioni. L’obiettivo è l’annessione totale e Israele ha già posto gran parte delle basi per realizzarla. I ministri dell’attuale governo non avvertono neanche più la necessità di nascondere le proprie intenzioni.

In conclusione, uno Stato guidato da un primo ministro ricercato dalla Corte penale internazionale per accuse di crimini di guerra e crimini contro l’umanità continua a ostentare apertamente il proprio disprezzo per il diritto internazionale. Nonostante centinaia di risoluzioni delle Nazioni Unite, pareri consultivi della Corte internazionale di giustizia e condanne a livello globale, Israele continua ad ampliare in modo palese gli insediamenti illegali, rafforzando il suo sistema di apartheid e compromettendo la vita e i mezzi di sostentamento della popolazione palestinese.

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In che mani è finito il mondo e la nostra piccola Italia - Ennio Remondino


Adesso che la sopravvivenza del mondo è minacciata da quei due criminali planetari del ‘fronte occidentale’ (Trump e Netanyahu se non fosse chiaro), e la pochezza della maggior parte dei loro colleghi al potere nel mondo, gli sconti di tifoseria non valgono più. Di fronte allo spettacolo di due ministri soggetti di presa in giro social nel loro tentativo di sostituire una premier fantasma, ‘destra’ o ‘sinistra’ sfumano e si impone la dignità nazionale offesa. L’Italia in Europa e nel mondo, con la sua politica estera lasciata nelle mani del ministro Tajani. E l’Europa di Von der Leyen che mantiene l’inesistente Luigi Di Maio come suo rappresentante nel Golfo Persico? Perché non la dignità della Spagna invece di obbedienza servile? Per non dire di Stati Uniti e Israele

 

Abbiamo capito cosa stanno combinando?

Capi di governo killer, sostiene il britannico Economist. «Il 28 febbraio, il presidente americano e il primo ministro israeliano hanno fatto proprio questo, uccidendo l’86enne leader supremo dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei. E poiché Khamenei era malvagio (e sicuramente lo era), qualsiasi tipo di guerra avrebbe senso. Quando si comanda una macchina letale come le forze armate americane, unite in questa operazione con le Forze di Difesa Israeliane, temprate dalla battaglia, si ha la speciale responsabilità di definire ciò che si vuole ottenere. Questo non è solo un requisito etico; è anche pratico. Gli obiettivi della guerra guidano la campagna; definiscono i sacrifici che lo Stato impone al proprio popolo e al nemico; e determinano quando i combattimenti dovrebbero finire».

Per non lasciare Trump primo e solo colpevole, Israele ancora una volta in Libano, il ministro israeliano Bezalel Smotrich, ieri ha promesso che Beirut «assomiglierà a Khan Yunis», cioè Gaza

Crosetto e Tajani supplenti premier

La presidente del Consiglio non si presenta in Aula per riferire sulla crisi mediorientale, preferisce parlare ai microfoni di Rtl. Due ore prima dell’inizio delle comunicazioni del governo sul conflitto in Iran e gli aiuti da inviare ai paesi del Golfo, Giorgia Meloni parla in radio a Rtl e in mezz’ora interviene su tutto lo scibile, dalla guerra in corso al referendum, lasciando i due ministri praticamente da soli tra i banchi del governo alle schermaglie del dibattito parlamentare. Sostenendo che a provocare la «crisi del diritto internazionale» è stata «di un membro del consiglio di sicurezza dell’Onu», leggasi Russia, l’Iran sotto attacco, colpevole per «la sua reazione scomposta». Linea dettata ai due ministri commissariati, e lontana dal Parlamento. «Lo schiaffo dell’intervista lontana dalle aule è senza dubbio per le opposizioni, ma è rivolto anche al resto dell’esecutivo lanciato in mezzo alla mischia».

Con Crosetto che alla fine confessa: «Certo che la guerra è stata al di fuori del diritto internazionale». Posizione personale o quella del governo? E il rispetto degli accordi torna solo per l’eventuale concessione delle basi.

«Non saremo complici». Sánchez sfida Trump

«La posizione della Spagna si riassume in tre parole: no alla guerra». Nel suo messaggio, il premier spagnolo Pedro Sánchez ha deciso di cavalcare esplicitamente lo slogan che il socialista José Luís Rodríguez Zapatero aveva usato per vincere le elezioni del 2003, contro l’impopolare decisione di José María Aznar (del Pp) di infilare la Spagna nell’altra grande guerra in Medio Oriente, quella contro l’Iraq. «La posizione del governo spagnolo è la stessa che abbiamo avuto in Ucraina o a Gaza: no alla violazione del diritto internazionale che ci protegge tutti, specie i più indifesi; no all’idea che il mondo possa risolvere i suoi problemi solo a base di conflitti e bombe; no a ripetere gli errori del passato», ha detto dalla Moncloa. «Alcuni ci accusano di essere ingenui, ma ingenuo è credere che la soluzione sia la violenza, o credere che la democrazia e il rispetto tra le nazioni fioriscano dalle macerie».

Un chiaro riferimento a Donald Trump, senza mai citarlo, valido anche per la collega italiana: «Non saremo complici di una cosa cattiva per il mondo, e quindi contraria ai nostri valori e ai nostri interessi, solo per paura delle rappresaglie di qualcuno».

L’assordante silenzio Ue

E mente il Medio Oriente brucia, letteralmente l’Unione Europea aveva in campo, almeno sulla carta, un suo uomo nella regione: Luigi Di Maio, «Rappresentante Speciale per il Golfo Persico». Con un problema. Al momento in cui scriviamo, Di Maio non risulta aver rilasciato alcuna dichiarazione pubblica sul bombardamento. Nessun comunicato, nessun post sui social, nessuna comparsata televisiva. Un silenzio eloquente. Il 27 febbraio, Di Maio era a Roma all’evento dell’eastwest Coffee per ‘tracciare la rotta delle relazioni UE-Golfo’. E ci aveva rassicurato sull’avanzamento dei negoziati con gli Emirati Arabi Uniti e il lancio di un nuovo accordo strategico con l’Arabia Saudita, descrivendo il Golfo come «un hub di trasformazione strategica globale». Il giorno dopo, l’attacco Israele americano. Europa sena vergogna che rincara

Un precedente imbarazzante

«Dov’è finito Di Maio, lo Special One della Ue per il mondo arabo?» Il 27 febbraio, Di Maio era a Roma all’eastwest Coffee per ‘tracciare la rotta’ delle relazioni UE-Golfo. A rassicurarci sui negoziati Usa-Iran. Il giorno dopo, quello stesso hub è diventato un teatro di guerra. E oggi, di fronte all’attacco più esteso nella storia recente del Medio Oriente, la voce ufficiale dell’UE è venuta dall’Alta rappresentante Kaja Kallas, che per una volta scopre la verità diffusa e ha definito la situazione «pericolosa». Tutti rassicurati da tanta acuta analisi.

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domenica 8 marzo 2026

L’AI va in guerra (c’era già, ma qualcosa è cambiato?) - Carola Frediani

È impressionante, ma non inaspettata, la velocità con cui siamo passati a parlare di intelligenza artificiale intesa come il tuo copilota personale o lavorativo che toglierà di mezzo un sacco di compiti noiosi, a intelligenza artificiale intesa come tecnologia che facilita un bombardamento.

Voglio dire, è ovvio che questo secondo aspetto fosse già lampante da tempo (per molti, sicuramente per questa newsletter e per il sito Guerre di Rete): del resto, bastava seguire i resoconti della guerra in Ucraina e degli attacchi israeliani su Gaza.

Ma lo scontro tra il Pentagono e Anthropic (società econche produce Claude, la nota famiglia di modelli linguistici di grandi dimensioni) ha avuto il merito di funzionare da pirandelliano strappo nel cielo di carta.
Si sta infatti cementando un complesso militare-industriale con al centro l’intelligenza artificiale, su cui i governi (in primis, quello Usa), ossessionati dal raggiungere la supremazia tecnologica, stanno scommettendo moltissimo e per cui sono disposti a far saltare qualsiasi regola, anche nei rapporti con le società produttrici. E, d’altro canto, queste ultime, affamate di utili che ancora non arrivano, non si fanno alcuno scrupolo a siglare contratti coi militari, whatever it takes.

Tutto ciò, in uno scenario in cui le conseguenze di questa rapidissima integrazione tra AI e sistemi d’arma e d’intelligence sono ancora tutte da capire (in termini di affidabilità, sicurezza, risvolti etici, legali) e prospettano scenari distopici.

E dunque veniamo all’analisi di chi questo cielo di carta, nelle ultime settimane, lo ha preso a mazzate: lo scontro Anthropic-Pentagono, che ha portato alla messa al bando della società dai contratti governativi americani. Partendo però dalla fine. Perché secondo il WSJ, il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha ancora utilizzato l’intelligenza artificiale di Anthropic durante gli attacchi in Iran, poco dopo il ban. Del resto, Trump aveva specificato che ci sarebbe stata una fase di transizione di sei mesi per il Dipartimento della Difesa e le altre agenzie che utilizzano i prodotti dell’azienda. Nel mentre, il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha ordinato al Pentagono di designare Anthropic un “rischio per la catena di approvvigionamento”, come una qualsiasi azienda hi tech cinese o russa sospettata di avere backdoor nei suoi prodotti (e infatti sulla dubbia legalità di questa mossa senza precedenti, rimando a questo articolo).

“Con effetto immediato, nessun appaltatore, fornitore o partner che intrattiene rapporti commerciali con l’esercito degli Stati Uniti può svolgere alcuna attività commerciale con Anthropic”, ha scritto Hegseth in un post sui social.

Su come Claude sia utilizzato dai militari si sa ovviamente poco. Sappiamo che Anthtropic è stata la prima società di modelli di AI ad ottenere un contratto da 200 milioni di dollari col Pentagono, la scorsa estate, creando dei modelli ad hoc, come Claude Gov, con meno restrizioni. E che fino a pochi giorni fa è stata l’unica a poter lavorare con sistemi classificati. Secondo fonti di Wired Usa, Claude Gov sarebbe utilizzato principalmente per compiti di routine, come la redazione di rapporti e la sintesi di documenti, ma anche per l’analisi delle informazioni e la pianificazione militare. “Da quanto ne sappiamo - scrive la newsletter AI Update - viene utilizzato per elaborare dati di intelligence, identificare pattern nelle immagini satellitari e nelle comunicazioni intercettate, eseguire simulazioni e generare briefing. Pensatelo come l’assistente di ricerca più costoso al mondo, non come un Terminator. Ma il confine tra “supportare le decisioni” e “prendere decisioni” diventa rapidamente sfumato quando si elaborano i dati che determinano dove cadrà il prossimo missile”.

Inoltre Claude è integrato in una piattaforma di Palantir, società di analisi dei dati ben nota per i molteplici contratti col governo Usa: si tratta del Maven Smart System, uno strumento di AI che fornisce alle truppe un quadro unificato delle informazioni di intelligence provenienti da più sensori.

Ed è proprio questa partnership che ha portato alle prime avvisaglie dello scontro Anthropic-Pentagono, quando a gennaio è emerso sui media che nella cattura di Maduro sarebbe stato usato anche Claude. Un dipendente di Anthropic avrebbe chiesto chiarimenti sull’operazione a una controparte in Palantir, che a sua volta avrebbe informato il Pentagono, che si sarebbe alquanto irritato. Anche perché probabilmente erano già in atto delle tensioni e negoziazioni con la società cofondata da Dario Amodei sulle restrizioni volute dalla stessa società nell’utilizzo di Claude da parte dei militari. Fra queste, due apparivano come non negoziabili per Amodei: no all’uso per fare sorveglianza di massa sui cittadini Usa; no all’uso in armi completamente autonome (senza supervisione umana).

Due questioni che erano già state sottolineate da Amodei in un saggio pubblicato a gennaio. E che sono francamente diventate una sorta di limite etico minimo, una specie di palizzata disperata contro i carri armati della distopia. Per questo Amodei, e Anthropic, che hanno costruito la loro società sull’idea, se volete sul brand, di essere migliori di OpenAI, di pensare di più alla sicurezza e all’etica, non avrebbe mai potuto cedere alle minacce del Pentagono. È stata la cronaca di una spaccatura annunciata.

Ora Anthropic, che combatterà in tribunale la designazione di rischio nella catena di fornitura, è diventata un paria per il governo ma si è guadagnata il rispetto di molti nel settore. E ha generato delle scosse telluriche in altre aziende, dove i dipendenti di sono messi a firmare petizioni per chiedere di opporsi all’uso dei loro strumenti di intelligenza artificiale per la sorveglianza di massa e per la produzione di armi in grado di uccidere senza il controllo umano. E mentre Claude balza in cima ai download sull’App Store Usa, c’è chi chiede di boicottare ChatGPT dopo la notizia che OpenAI avrebbe invece trovato un accordo con il Pentagono per usare i suoi modelli in reti militari classificate. Un accordo che non convince anche molti esperti di tecnologia.

E quindi, siamo di fronte a una Authoritarian AI Crisis, come ha scritto Casey Newton? Non lo so, ma certo ci voleva una buona dose di ingenuità (o un fitto strato di prosciutto sugli occhi) per pensare che si potessero fare contratti coi dipartimenti della difesa senza che questi sollevassero grossi problemi etici per aziende private nate come laboratori di ricerca per costruire una tecnologia che migliorerà il mondo.

Ma almeno ora alcune delle contraddizioni sono più visibili per tutti. Come è palese che i margini di azione in questo campo da parte della società civile e di chi si preoccupa di diritti umani e legalità si stanno restringendo sempre più velocemente, se non si agisce subito.

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Iran, l’aggressione della coalizione Epstein - Fabrizio Casari

Come ampiamente previsto, nonostante i negoziati l’attacco israelo-americano all’Iran c’è stato e, con esso, anche la reazione iraniana che – come promesso – ha colpito le basi statunitensi nel Golfo. Un’aggressione programmata e voluta che diventa nella grande manipolazione politica e mediatica una “guerra preventiva”. Una volta di più si capisce il valore politico e persino etico che Trump assegna alla diplomazia e la mancata richiesta di autorizzazione al Congresso chiarisce anche quanto agisca al di fuori delle procedure costituzionali, con tanti saluti al famoso sistema di “pesi e contrappesi”. Questa è l’America trumpiana, che a differenza delle versioni precedenti, specializzate nell’imbellettare da “diritti umani e democrazia” la sua dimensione imperiale estera, presenta anche una involuzione autoritaria interna di natura fascistoide ormai irrefutabile.

Ridicola la presa di posizione europea che si guarda bene dal condannare l’aggressione israelo-americana ma condanna “gli attacchi iraniani” dimenticando che sono attacchi alle basi militari USA e non alla popolazione civile. Emerge, nella paccottiglia di Bruxelles, la vicenda del cosiddetto ministro della Difesa italiano fermo a Dubai perché non informato dell’attacco. Dopo essersi autonominato osservatore del “Board of Peace” senza vedere niente di quel che succede, la riduzione a cinepanettone del governo Meloni è compiuta. La culla ideologica del genocidio e della sostituzione del Diritto con la forza non ha più nemmeno interpreti all’altezza del dramma e si rifugia nell’avanspettacolo.

Netanyahu e Trump sono interpreti del connubio tra affari privati che diventano pubblici, ovvero della guerra come arma di distruzione e di distrazione di massa dalle loro vicende. Vedono nella guerra permanente l’unica possibilità di allontanare indagini e processi che li attendono ma questo è solo un elemento aggiuntivo nella scala delle nefandezze.

Come già nell’Agosto del 2025, l’attacco viene sferrato nel bel mezzo dei colloqui diplomatici, finto rito per una soluzione politica al contenzioso. Contenzioso che non aveva senso né sul piano del Diritto – non essendo gli USA deputati a decidere sulla sugli assetti politici, economici e militari di altri paesi – né su quello politico, visto che l’Iran non rappresentava nessuna minaccia per gli USA. Le richieste insostenibili di Washington al tavolo dei negoziati cercavano il NO iraniano, ma nel timore che la flessibilità negoziale di Teheran potesse prevalere, Trump ha scelto l’attacco, anche perché Netanyahu non avrebbe perdonato un rifiuto. E, con la prospettiva di uno sviluppo delle indagini sul caso Epstein, nel quale è immerso fino al collo con il premier israeliano che dispone della documentazione utile ad affossarlo, Trump si è fatto due conti e ha dato ordine di attaccare.

Israele vuole l’abbattimento di un governo che, per forza militare e influenza politica, è il nemico più insidioso per i piani di dominio dell’area mediorientale e del Golfo Persico. L’idea della Eretz Israel si fonda sul dominio coloniale del mondo arabo e ha come presupposto l’azzeramento di ogni forza militare che può ostacolarne la realizzazione come di qualunque traccia del Diritto Internazionale che ne stabilisca l’ossatura giuridico politica. Ma Israele non possiede la forza sufficiente a piegare l’Iran ed ecco quindi che intervengono gli USA a coprire le necessità strutturali di tipo militare di cui Tel Aviv ha bisogno per tentare un’operazione altrimenti destinata alla sconfitta.

Gli Stati Uniti, dal canto loro, contano su Israele per mantenere il controllo ferreo sull’area del mondo a maggior valore energetico fossile e su alcuni dei principali corridoi per il commercio mondiale, crocevia naturale tra tre continenti. Per questo sostengono, pagandone anche il prezzo, quello che, a tutti gli effetti, è un rischioso conflitto dai tempi incerti e dagli sviluppi complessi.

E’ infatti una scommessa che rischiano seriamente di perdere, perché l’Iran non è semplice da sconfiggere e non sembra possibile ipotizzare un regime-change dall’interno. La morte di Khamenei ha più valore simbolico che concreto, il ricambio di un uomo di 86 anni era già previsto in tempi brevi. In compenso la sua martirizzazione rinsalda ulteriormente il sostegno popolare al sistema.

Gli scenari possibili sono difficili da decifrare ma l’appoggio popolare è forte e non si vedono una o più figure che vogliano e possano tentare di ammortizzare il conflitto con l’Occidente. E certamente la soluzione importata dall’estero non c’è, dato che la figura patetica del figlio dello Scià non ha nessuna possibilità di essere utilizzata: oltre alla nullità del personaggio, riporta alla repressione di Reza Phalevi e della sua polizia politica, la Savak, uno dei peggiori centri di criminalità poliziesca nella storia persiana.

Dunque seppure l’attacco dovesse dar luogo a una crisi sistemica, non si vede quale sarebbe la soluzione politica e la mancanza di sbocchi rischia di rendere un inutile massacro quello in corso, con il risultato di saldare ulteriormente il popolo iraniano con il gruppo dirigente e indirizzare il Paese verso la dotazione, questa volta vera, dell’arsenale atomico. Proprio quello che si diceva voler evitare.

Per Washington però l’obiettivo principale dell’attacco è soprattutto colpire la Cina, che del petrolio e gas iraniano (Teheran è terzo produttore di petrolio e secondo di gas al mondo) è il principale acquirente internazionale, al punto da ricavarne oltre il 30% del fabbisogno energetico complessivo.

Gli Stati Uniti hanno chiare due cose: che la loro situazione finanziaria è drammatica, tecnicamente vicinissima a un default e che la ridotte fiducia degli investitori renderà sempre più difficile piazzare i loro Buoni del Tesoro con cui pagano il debito generando altro debito. La sola soluzione che intravvedono è quella di addossare il loro debito agli alleati occidentali e di migliorare la loro bilancia commerciale saccheggiando risorse e materie prime dei loro avversari.

Parallelamente, solo l’indebolimento commerciale della Cina potrà tentare di ridurre il gap economico tra i due giganti che si presenta sia nella leadership mondiale nel commercio che nel possesso delle materie prime, delle terre rare e dello sviluppo tecnologico, che vedono Pechino decisamente più avanti.

I riflessi su Cina e Russia

Se dopo il blocco delle forniture dal Venezuela, si bloccassero quelle dall’Iran, l’economia cinese patirebbe effetti negativi. Anche il blocco dello stretto di Hormuz non rappresenta un dramma per gli USA, dal momento che il petrolio che vi transita proveniente dalle petro-monarchie del Golfo è diretto verso l’Europa e verso l’Asia, non verso l’Atlantico. L’incidenza sulle forniture europee arriva al 20% del totale, mentre per l’Asia complessivamente l’impatto sfiora il 70% e per la Cina il 30%.

Se il blocco dello stretto di Hormuz produrrà – com’è ovvio – una riduzione del greggio e del gas a disposizione sui mercati e, di conseguenza, un aumento del costo del barile e del metro cubo, (di cui godranno anche i petrolieri texani come pure i russi), questo si riverserà soprattutto sulle bollette e sulle forniture per gli europei, che dovranno magari incrementare gli acquisti – a prezzo 4 volte superiore – dagli USA.

La stessa Russia rischia, perché un’eventuale gestione occidentale del petrolio e del gas iraniano potrebbe vedere un’offerta a prezzi agevolati all’India con la condizione di una loro forte riduzione o addirittura una rinuncia alle forniture russe. Una operazione complessa che difficilmente potrebbe essere fatta propria da Modi, ma è una fantasia radicata a Washington, che da mesi ripete come New Dheli abbia rotto i contratti di fornitura petrolifera con Mosca senza che da nessuna parte arrivino conferme.

Se questo succedesse porterebbe il blocco dirigente dei BRICS a un sostanziale stallo e, di fronte a una mancata risposta politica verso l’aggressione a due paesi membri (Venezuela e Iran), l’attrazione verso altri paesi, che pure sarebbero interessati ad associarsi con l’organismo multipolare, potrebbe venir meno. Non per scarsa condivisione del progetto ma per timore di dover affrontare la rappresaglia occidentale senza poter ricorrere all’aiuto dei soci o partner commerciali. In questo modo i BRICS resterebbero un’associazione di tipo economico-commerciale priva di sostanza politica e deterrenza militare e ciò vedrebbe l’innesto di una retromarcia. Quella che riduce il multipolarismo a schema concettuale pragmatico di natura squisitamente finanziaria, senza alcuna ambizione politica di concorrere alla governance globale.

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sabato 7 marzo 2026

Un romanzo messicano - Jorge Volpi

una storia di polizia e magistratura corrotti, una storia non di finzione, se fosse un film sarebbe un documentario prodotto dalle mani di un grande scrittore.

la fortuna di Florence Cassez, che marcisce in prigione, con una condanna a 60 anni, è di essere una cittadina francese, e per lei si mobilitano tutte le autorità del suo paese, fino al presidente della repubblica.

chissà quanti poveri cristi marciscono ignorati da troppi, in quel Messico troppo difficile da vivere.

il romanzo (di non fiction) è davvero appassionante, come un lungo reportage di uno che sa scrivere.

mi è venuto in mente Gomorra, il libro di Roberto Saviano, una storia che si legge come un romanzo.

un libro che merita, promesso.

 

 

 

 

“Rompendo tutte le convenzioni del genere, l’autore mette faccia a faccia il lettore e la realtà, senza intermediari. In questa storia il narratore è solo l’occhio che osserva i fatti e li mette in ordine. Il suo sguardo è la domanda a cui non ci sono risposte: resta solo la perplessità del reale.” Queste sono le motivazioni della giuria del Premio Alfaguara, assegnato a Un romanzo messicano nel 2018, ma sono anche le sensazioni che restano al lettore: dubbi, molti, su che cosa è vero e che cosa no, su chi è degno di fiducia e chi no quando anche chi è dalla parte della legge scende a compromessi.

«Un romanzo eccitante e coraggioso che purtroppo non è finzione; un racconto eccezionale del paese che non vorremmo essere ma che ancora siamo» - Jorge Zepeda Patterson, El País Internacional

«Jeorge Volpi ricostruisce un clamoroso giallo internazionale» - Alessandra Coppola, la Lettura

«Volpi osa descrivere le più sottili trappole della relazione tra politica, media e trafico di droga come nessuno ha mai fatto prima» - Francisco Martínez Real, Diario 16

«Si esce dalla lettura devastati e carichi di interrogativi pessimistici. Possiamo consolarci dicendo a noi stessi: ma dopo tutto è una storia messicana, roba lontana da noi. Davvero?» - Giancarlo De Cataldo, Robinson

Se la postverità esiste, dovremmo immaginarla non come l'abito in cui i potenti mentono, e nemmeno quello in cui mentono in modo sistematico, bensì come quello in cui le loro menzogne non danno più fastidio a nessuno e la distinzione tra verità e menzogna diventa irrilevante.

Silvia Melis, Giuseppe Soffiantini, Farouk Kassam. Quando si parla di rapimenti questi sono alcuni dei nomi che vengono in mente: donne, uomini e bambini vittime di persone senza scrupoli che li hanno strappati dalle loro vite, chi per pochi giorni, chi per anni. In Messico è successo e succede ancora lo stesso: insieme al traffico di droga, i rapimenti sono una risorsa economica importante per la criminalità, e un vero e proprio fronte di guerra interno per polizia e autorità governative, disposte a tutto pur di riuscire a dimostrare il loro potere. I fatti raccontati da Jorge Volpi rientrano in questo quadro. È l’8 dicembre 2005: la polizia federale fa un’incursione nella tenuta Las Chinitas e arresta Israel Villarta e Florence Cassez. Grande dispiego di mezzi e telecamere delle reti nazionali più importanti per documentare la cattura di due criminali a capo di una banda che si è macchiata di gravi crimini. Quando entrano in scena gli avvocati difensori dei due però ecco emergere procedure irregolari e torture al fine di ottenere la confessione: il tutto celato all’opinione pubblica. Perché il caso Villarta – Cassez è stato uno dei più grandi casi di insabbiamento perpetrati dalla polizia messicana, uno scandalo dagli echi internazionali.

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Perfino la nostra stessa memoria non è che una narrazione che il nostro cervello elabora processando i ricordi, ma è tutt’altro che un resoconto obbiettivo. E la «realtà»? A partire dalle percezioni, il cervello la ricrea, la inventa, proprio come uno scrittore concepisce un romanzo e un lettore lo decifra, presentandola poi in quella forma al nostro Io. Il quale, a sua volta, è solo «uno schivo fantasma»,impossibile da localizzare in alcun punto del cervello. Insomma, è anch’esso un«racconto»: l’io e la coscienza rappresentano l’ultimo stadio di quel meraviglioso cammino evolutivo che ci ha trasformati in «materia capace di pensare la materia».

Come scrive Volpi, «se la finzione è un utensile tanto potente per esplorare la natura – e specialmente la natura umana – è perché anche la finzione è realtà. Anche se nella maggior parte dei casi siamo in grado di differenziare la verità dall’invenzione, la loro sostanza si mantiene identica. Per questo motivo, la finzione è fondamentale per la nostra specie. La letteratura non serve semplicemente a intrattenerci o ad affascinarci. La letteratura ci rende umani».

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Aggressione all’Iran: le parole per dirlo - Domenico Gallo

 

Le parole sono importanti, la parola determina gli orizzonti del pensabile. Non a caso l’impoverimento del linguaggio, spesso sotto forma di semplificazione, rappresenta uno dei più efficaci dispositivi di depotenziamento dell’azione collettiva e di manipolazione delle masse. Dal 24 febbraio del 2022 siamo stati sommersi da un diluvio di parole di finta indignazioneL’aforisma: “c’è un aggredito e un aggressore” è stato condito in tutte le salse. L’aggressione della Russia all’Ucraina è stata costantemente qualificata come brutale, ingiustificata e non provocata. Fiumi di inchiostro sono stati versati nelle dichiarazioni dei vertici dell’Unione Europea e nelle Risoluzioni del Parlamento europeo, per esternare l’indignazione verso un’azione militare che calpestava il diritto internazionale e per esecrare i crimini di guerra della Russia, che sono stati finanche numerati (40.000). L’Ucraina è stata istigata a combattere e a sacrificare la vita dei suoi figli – invece di cercare la pace attraverso un compromesso – perché non si poteva deflettere dal mantra di “un mondo basato sulle regole”, anche a costo di qualche milione di morti. I documenti che hanno inflitto diciannove ordini di sanzioni alla Russia sono stati tutti lastricati da richiami ai principi e alle norme della Carta dell’ONU e delle Convenzioni internazionali sui diritti umani e sul diritto bellico.

Invece, di fronte al genocidio a Gaza prima e all’attacco all’Iran oggi, le parole d’indignazione delle élites europee stranamente non hanno trovato voce e di sanzioni non si è nemmeno parlato. Anzi si è tirato fuori lo spettro dell’antisemitismo per fare da schermo alle atrocità indicibili commesse da Israele. Dopo il bombardamento del Venezuela e il rapimento di Maduro, ci ha pensato Trump a spazzare via il feticcio del “mondo basato sulle regole” che la NATO e l’Unione Europea avevano agitato contro la Russia, disvelandone la falsità. Alla domanda dei giornalisti del New York Times «C’è qualche limite al suo potere sul piano mondiale che potrebbe fermare ciò che vuol fare?», l’8 gennaio Donald Trump ha risposto in maniera chiara e netta: «C’è una sola cosa: la mia propria moralità, la mia mente. È la sola cosa che mi può fermare. E questo va benissimo. Io non ho bisogno di nessun diritto internazionale. Il mio potere (cioè quello degli Stati Uniti, ndr) è limitato dalla forza, piuttosto che dai trattati o dalle convenzioni». Siamo, purtroppo abituati alle violazioni dei principi fondanti del diritto internazionale da parte degli USA e di altri attori internazionali, ma dopo le azioni e le dichiarazioni di Trump c’è qualcosa in più. Adesso le regole che dovrebbero assicurare la convivenza pacifica delle Nazioni, fondate sul divieto dell’uso della forza nelle relazioni internazionali comminato dallo Statuto dell’ONU, sono state apertamente ripudiate e sostituite dalla restaurazione della legge del più forte. Sbugiardata la finzione del “mondo fondato sulle regole”, l’imperatore dell’Occidente ci informa che l’unica regola che riconosce e che può porre un limite al suo potere è quella della forza.

La legge della giungla è restaurata a livello planetarioCome ha osservato Luigi Ferrajoli, «l’umanità è regredita allo stato di natura, per di più nucleare, dominato da pochi despoti, tutti armati, violenti, esaltati e spregiudicati». Il paradosso è che i nostri leader e i leader europei, che si sono stracciati le vesti mostrando di voler punire le violazioni del diritto internazionale commesse dalla Russia, di fronte a questo atto di aggressione, brutale, ingiustificata e pilotata dallo Stato terrorista di Israele, non hanno le parole per dirlo, per uscire fuori dalla finzione e chiamare questo attacco per quello che è: un atto di aggressione ai sensi dell’art. 2 della Carta dell’ONU, un crimine internazionale ai sensi dell’art. 5 dello Statuto della Corte penale internazionale. Giorgia Meloni, come Ursula von der Layen, come Roberta Metsola, come la Kaja Kallas si sono limitate a qualche pigolio, mostrandosi preoccupate per lo sviluppo della situazione (e ne hanno ben motivo!). La Kallas ha aggiunto che l’UE sta coordinandosi con Israele e paesi arabi per lavorare verso una soluzione negoziata, notando che i programmi nucleari e missilistici dell’Iran sono considerati una minaccia alla sicurezza globale. In altre parole, l’Alta rappresentante della politica estera dell’UE non ha trovato niente di meglio, per mascherare la connivenza con USA e Israele, che riesumare la falsa foglia di fico delle armi di distruzione di massa che gli Usa invocarono nel 2003 per giustificare l’aggressione all’Irak.

A questo punto, poiché tutte le finzioni sono cadute, bisogna ridare alle parole quel senso di cui sono state spogliate e chiamare le cose con il loro nome. Le sanzioni che l’UE ha imposto alla Russia non sono atti emanati a garanzia del rispetto del diritto internazionale, bensì sono una forma di partecipazione alla guerra contro la Russia con altri mezzi. Sono atti di ostilità che si inquadrano in un confronto fra potenze fondato sulla forza. Abbiamo visto come questo confronto in Europa abbia causato una catastrofe di stragi senza fine, di distruzioni fisiche ed ambientali e una crescente insicurezza a cui nessun processo di riarmo può mettere rimedio. Adesso si è aperto un nuovo fronte di guerra in Medio Oriente che renderà sempre più insicura la vita della Comunità internazionale, come ha insegnato la dolorosa esperienza della guerra all’Irak. Dobbiamo denunciare il servilismo delle classi dirigenti europee verso il delirio di potenza di Trump, cominciando a smascherare la falsità delle loro parole.

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