venerdì 15 maggio 2026

The Donald, il paranoico che è in noi - Antonio Cantaro

 

Letture e riletture. Nel generale e osceno silenzio dell’Occidente l’ostinato “candidato” al premio Nobel per la pace dei cimiteri ha, ancora in queste ore, annunciato che ridurrà l’Iran all’età della pietra. Ma quali sono le molecolari radici che alimentano la globalizzazione dell’indifferenza? Tornano di attualità la diagnosi e la profezia del premio Nobel per la letteratura (1981) Elias Canetti: siamo parte e complici della malattia di The Donald.

Il 7 aprile, alle 20:00, ora della costa orientale degli USA (le 2 di mercoledì notte in Italia), scadrà l’ennesimo criptico ultimatum di Trump sugli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane. Non sappiamo, non possiamo sapere mentre scriviamo, se e quando l’ineffabile Presidente statunitense pro-tempore ridurrà il popolo persiano all’età della pietra. In uno dei tanti post su Truth Social, Trump ha affermato che “si scatenerà l’inferno”, che farà “saltare tutto in aria” se Teheran non riaprirà il “fottuto” Stretto di Hormuz, “brutti bastardi”. Ma perché tanto odio e tanto complice silenzio? Non serve Sigmund Freud. Nei discorsi di The Donals c’è tutto. Bastano a capire il punto a cui siamo giunti alla fine del “secolo lungo” le illuminanti pagine, scritte nel corso del “secolo breve”, da Elias Canetti. Non essendo un cultore del grande scrittore europeo (famiglia ebrea sefardita di lingua spagnola, nato in Bulgaria al confine con la Romania, trascorre l’infanzia circondato da turcofoni, poi naturalizzato britannico, scrive in tedesco e considera Zurigo la sua patria) muoverò dall’essenziale “sintesi” offertane da Luigi Alfieri nei suoi studi, in particolare in quello dall’esemplare titolo Il destino del sopravvissuto (https://oajournals.fupress.net/index.php/smp/issue/view/449).

Potere come sopravvivenza

Sopravvivere come ‘vivere sopra’. Non ‘continuare a vivere, durare in vita’. Sopravvivere è un termine relazionale, che indica un rapporto fra un ‘sopra’ e un ‘sotto’. Sopra c’è un vivo, colui che vive sopra; sotto, necessariamente, c’è un morto. La figura originaria del potere, l’atomo del potere è, per Canetti, quest’immagine: un vivo in piedi accanto a un morto che giace. La sopravvivenza non è un soffermarsi in vita nell’attesa di morire un giorno: è qualcosa di estremamente, di terribilmente attivo, è lo scaricare su altri la propria morte, allontanandola da sé. Si dà sopravvivenza in quanto ci siano dei morti e in relazione con loro. La sopravvivenza è il comportamento di chi vive ancora perché qualcun altro non vive più: non ci sarebbe il sopravvivere se non ci fosse il morire e il morire non ci sarebbe in quella forma se non ci fosse il sopravvivere. Il sopravvissuto è, insomma, l’archetipo del potere, di colui che deve costantemente accumulare prove del proprio vivere sopra. 

La paranoia antropologica del sopravvissuto

Trump, quasi certamente, non ha letto Canetti; ma Canetti ha perfettamente descritto e spiegato la sensazione di potenza che prova The Donald nell’immaginar sé stesso come rimasto in vita mentre altri cadono. Non c’è atto di Trump che non evochi la necessita della “morte” – politica, simbolica, reale – degli avversari e concorrenti (siano essi groenlandesi, europei, venezuelani, iraniani, cubani).  È la conferma della sua grandezza. L’attuale Presidente Usa è, con suo sommo soddisfacimento, l’ultima e compiuta incarnazione del potere. Trump ha bisogno che tutto sia, ai suoi occhi, chiaro e ordinato, che ogni cosa e ciascuno stia al posto suo. Tutto dev’essere prevedibile e controllato e bisogna che in ogni momento si sappia dove ognuno è, e se occorre chiamarlo o andarlo a prendere. Chi cambia si nasconde, chi sfugge al controllo evidentemente complotta. Paranoia, non paranoia del potere. La paranoia è potere, il potere è paranoia. Non si tratta di un accidente, di una caratteristica secondaria del potere: si tratta proprio del potere stesso, si tratta della sua essenza.  Dire “potere” e dire “paranoia” significa, per Canetti, dire esattamente la stessa cosa: sono due termini sovrapponibili senza nessun residuo.

Il sopravvissuto che è in noi

Una “patologia” che, dopo il secondo dopoguerra, abbiamo creduto riguardasse solo i grandi assassini della storia. Hitler, Stalin, Napoleone. Tiranni, dittatori, condottieri. Il che – dice Luigi Alfieri – in parte è vero, tant’è che anche Canetti esclude dalla categoria di potere il «sistema parlamentare», uno dei pochi casi di riuscita espulsione del potere – e perciò della morte – dalla vicenda umana. Ma al mondo non c’è soltanto la sopravvivenza di colui che comanda in grande stile, ma c’è altresì l’impossibilità di noi tutti, una impossibilità primariamente “biologica”, di vivere senza che qualcun altro essere muoia per la nostra sopravvivenza. Ogni vivente è distruttore di vite, mangiare è per eccellenza l’atto del sopravvivere. Tanto nel cacciatore quanto nell’allevatore. Ma mentre nel cacciatore la violenza ha ancora qualcosa di elementare, di inevitabile, di naturale, di accettabile, la violenza dell’allevatore è pura potenza. L’allevatore ha certamente anche lui le sue prede. Il suo gregge, la sua mandria, sono prede. Se n’è già impadronito, le ha già catturate, le ha fatte persino nascere. Però non le uccide subito: le tiene lì, in attesa del coltello. Verranno uccise, nessuna scamperà, servono a quello. Vengono tenute in vita per essere uccise, però intanto vengono tenute in vita, custodite, protette, curate, nutrite. Siamo tutti dei sopravvissuti: viviamo ‘sopra” qualcuno che è ‘sotto”, qualcuno che è destinato per la nostra sopravvivenza a morire. Diamo vita attuale in cambio della morte futura e questo fa entrare le nostre prede nella dimensione del nostro potere.

Corruzione delle vittime

La domesticazione del comando, da cui nasce il potere vero e proprio, implica la «corruzione», dice Canetti. La corruzione della vittima: la vittima perde la sua innocenza, la vittima diventa complice, accetta la propria morte futura in cambio della sua vita attuale. In cambio dell’essere lasciata in vita, in cambio della cura per la sua vita, in cambio del cibo e della protezione. Lo stesso accade quando si passa dal bestiame vero e proprio al bestiame umano: anche il bestiame umano accetta di lasciarsi uccidere dal potente in quanto nel frattempo il potente autorizza a uccidere. Il potente si riserva pieno diritto di vita o di morte sulla sua vittima, e ottiene la complicità della sua vittima perché una piccola parte di questo potere di vita o di morte spetta alla vittima stessa. La guerra è il caso più evidente di complicità col potere. È come se il sovrano, titolare di un diritto di vita o di morte, dicesse a tutti i suoi: «Voi siete come me, potete uccidere come io posso uccidere, potete uccidere perché io posso uccidere: uccidendo diventate me». Da qui «la deresponsabilizzazione, che è la base più solida dell’obbedienza» (Elias Canetti, Masse e potere, Adelphi, Milano, 1981). L’origine prima di quella che oggi chiamiamo globalizzazione dell’indifferenza.

Il sopravvissuto, ieri e oggi

Il problema – osserva Alfieri – non è, insomma, tanto il potente, quanto il consenso al potente, quanto la capacità, enorme, immensa del potente di attrarre complicità per imitazione. Hitler è grande perché riesce a suscitare tanti piccoli HitleriniHitler in fondo non costringe nessuno: non è facendo paura che acquista l’obbedienza dei suoi seguaci. Sarà semmai proprio la forza di quest’obbedienza a suscitare una paura irresistibile nei pochi che potrebbero nutrire qualche germe di dissenso. È una promessa la sua: «sarete come me, io vi rendo come me, perché io sono tutti voi. Sono come voi, ma come ‘tutti’ voi, tutti messi insieme». La celebre immagine del Leviatano nel frontespizio della prima edizione dell’opera di Hobbes, il sovrano raffigurato come un gigante fatto di tanti ometti messi uno sull’altro, rende bene l’idea del potente canettiano. Un ometto come gli altri, che però riesce a far credere a tutti gli altri che per essere qualcosa debbono diventare come lui, debbono diventare parte di lui, debbono agire per delega della sua volontà e debbono sostanzialmente uccidere per sua volontà: uccidere ed essere uccisi, perché, non fa differenza per il potente chi muore per lui, non fa differenza per il potente se muoiono i suoi nemici o se muoiono i suoi seguaci, perché anche i seguaci sono nemici potenziali. I suoi seguaci potrebbero in qualunque momento essere traditori: dimostrano di non essere traditori soltanto in quanto si facciano uccidere. Farsi uccidere, dunque, è il loro più stretto dovere di fedeltà: potranno dovranno sempre essere disponibili a dimostrare la loro fedeltà fino alla morte, con la morte, perché morire è il solo modo di essere fedeli.

Un Canetti redivivo troverebbe perfettamente incarnata in Trump la capacità di servirsi dell’antropologia del sopravvissuto che è in noi. Sino a quando non diremo a chiare lettere che il “re è nudo”, che l’odierno delirio di morte ha trasformato la potenza americana in impotenza. Noi, gli appartenenti ad una Nato che non c’’è più e che è meglio non ci sia più. Noi europei liberi dalla retorica unionista. Noi, proprio Noi. Non gli ex guardiani della rivoluzione.

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giovedì 14 maggio 2026

Se Cappuccetto Rosso sceglie il lupo come nonna? - Ennio Remondino

 

L’Unione europea aveva il gas russo in abbondanza e a basso prezzo. Poi, a causa dell’invasione dell’Ucraina proclama la ‘ferrea determinazione a rinunciare all’energia russa’, scavando di fatto la fossa all’industria europea, denuncia qualcuno. Mentre l l’Unione che moltiplica le sanzioni a Mosca aumenta di nascosto l’importazionie di gas naturale liquefatto russo. Ed ecco che la nota fiaba citata da Analisi Difesa ci propone un Cappuccetto Rosso che il Lupo se lo cerca.

Ursula anti Merkel sul fronte baltico anti russo

«La seconda Commissione von der Leyen, promette e decreta da anni il pieno affrancamento dalla dipendenza dal gas russo, che dovrebbe essere totale entro la fine del 2027». Bugia politica, con 91 spedizioni e via nave in Europa dal terminale russo di Yamal, mare di Kara, Artico russo, tra gennaio e aprile. +17,2% rispetto allo stesso periodo del 2025, passando da 5,71 milioni di tonnellate a 6,69 milioni di tonnellate. Bruxelles, in evidente imbarazzo, ammette un ‘leggero aumento’. E a conti fatti scopri che la Ue ha imposto lo stop al gas russo via gasdotto, in quantità enormi e a prezzo concordato, per incrementare l’importazione di GNL, trasportato via nave, scaricato nei porti, rigassificato e più costoso del gas via tubo e il cui approvvigionamento è molto più problematico e soggetto a oscillazioni di mercato dei prezzi e condizioni geopolitiche, tipo blocco dello stretto di Hormuz. Astuzia doppia, con Donald Trump l’accordo in conto Ue a comprare 750 miliardi di dollari di costosissima energia made in USA in tre anni.

Fobia anti russa

Questione democrazia sul fronte ucraino, tra il dire e il fare. Oggi la Russia è il secondo fornitore di GNL ai paesi dell’Unione con una quota del 17 per cento. Costosa scelta di principio? ©l gas che andiamo ad acquistare a prezzi di mercato in nazioni sinceramente democratiche e rispettose dei diritti umani, politici, gender (mica come la Russia di Putin) quali Azerbaigian, Algeria, Congo…». Risultato di fatto: l’incremento dei costi per luce, gas, carburanti e beni alimentari verso una maggiore spesa per una famiglia media intorno ai mille euro nel 2026, con punte fino a 1.200-1.300 euro per nuclei con figli e maggiore intensità di consumi energetici. «Quasi 29 miliardi di euro il conto che famiglie e imprese italiane dovranno sostenere quest’anno per far fronte ai rincari di luce, gas e carburanti, dopo lo choc energetico legato alla crisi mediorientale».

Flop Europa sul fronte energetico

Fronte energetico da incubo, unito al fallimento della politica industriale e ambientale, della politica estera e dei programmi di riarmo ormai palesemente insostenibili, per qualsiasi analista onesto. Con l’attuale Commissione già alle prese con le conseguenze dell’attacco all’Iran di Stati Uniti e Israele. L’emergenza imporrebbe massimo pragmatismo e non ideologie da guerra fredda. Ci credete? Ed ecco la favola di Cappuccetto e il Lupo in versione aggiornata, con gli Stati Uniti ormai incontestabilmente contro gli interessi dell’Europa i cui vertici attuali alla vigilia di elezioni nazionali a perdere si ostinano ad affidarsi all’alleanza con Washington che non esiste più. E nonostante Trump ostenti disprezzo e minacce nei confronti degli europei che non obbediscono immediatamente alle sue disposizioni o osino criticare le sue discutibili e spesso confuse iniziative politiche, diplomatiche e militari.

America Lupo e Ue Cappuccetto Rosso

Ma non è da oggi cge Stati Uniti colpiscono duro gli interessi dell’Europa: «dal sostegno alle primavere arabe alla guerra alla Libia, all’insurrezione in Siria fino al golpe del Maidan del 2014 a Kiev in cui gli USA investirono 5 miliardi di dollari (lo disse al Congresso il sottosegretario Victoria Nuland)». Le diplomazie lo sanno, ma i governi fanno finta di non sapere perché non sapendo come poter reagire. «Eppure, nonostante questi esempi e i numerosi altri che si potrebbero elencare, in quasi tutta Europa ci si preoccupa paradossalmente di difendere la storica intesa strategica con gli Stati Uniti. La pavida Europa novella Cappuccetto Rosso, si ostina a voler vedere la nonna (o il “paparino” per dirla con il segretario generale della Nato Mark Rutte) anche quando il lupo ha smesso di nascondersi dentro i suoi abiti e si palesa apertamente per quello che è», denuncia il severo Giandomenico Gaiani.

Mosca Europa rispetto alla Russia asiatica

La riapertura delle relazioni con il Cremlino è vista da molti un orizzonte necessario non solo per chiudere il conflitto ma soprattutto per ristabilire una cornice di sicurezza con Mosca che consenta di riprendere le forniture di energia russa, unica speranza per salvare l’economia europea. Putin, nella conferenza stampa dopo la parata sulla Piazza Rossa, ha affermato che la guerra in Ucraina «si avvia alla conclusione». Un’Europa debole ed economicamente in ginocchio non può aiutare l’Ucraina sull’orlo del tracollo. Non a caso dall’inizio del conflitto nel Golfo le offensive russe sono proseguite in modo blando. Accenni di dialogo. «Quali frutti daranno queste aperture al dialogo lo vedremo presto ma appare evidente che l’improvvisa esigenza degli europei di negoziare con Mosca è una conseguenza diretta della crescente consapevolezza che gli Stati Uniti non sono più nostri alleati».

La riapertura delle relazioni con il Cremlino è vista da molti, in modo esplicito o meno,  un orizzonte necessario non solo per chiudere il conflitto ma soprattutto per ristabilire una cornice di sicurezza con Mosca che consenta di riprendere le forniture di energia russa, unica speranza per salvare l’economia europea.


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Valditara cancella Spinoza, Gramsci e Marx dai licei

finalmente il ministro del demerito con la tara cancella Spinoza, Gramsci e Marx, poco moderni (non hanno mai usato facebook, instagram e tiktok), e poi sono troppo conflittuali, di origine ebraica, e comunisti, perdipiù.

era ora che a scuola si studiassero i grandi pensatori della destra, dal prossimo anno si studieranno i grandi Lammerda e Laffogna.

speriamo che gli insegnanti facciano obiezione di coscienza e che Spinoza, Gramsci e Marx siano studiati più di prima - Francesco Masala



Oltre la polemica sul Manzoni, l'appello dei docenti accusa il Ministero di aver escluso autori cruciali dal nuovo canone scolastico per i licei. Sotto accusa il metodo verticistico e la svolta "tematica" che impoverisce il pensiero critico dei giovani

Una critica aperta al ministro dell’Istruzione Valditara sulle “Indicazioni nazionali per i Licei” che, oltre a posticipare lo studio dei Promessi Sposidal secondo al quarto anno, alleggeriscono o escludono lo studio di autori imprescindibili dai programmi di filosofia, come Spinoza e Marx. Una critica che si è materializzata in una petizione pubblicata su Change.org e che finora ha raccolto oltre 3mila adesioni. E, soprattutto, le firme di 60 professori da tutta Italia, incluso Massimo Cacciari, già sindaco di Venezia, professore di Cà Foscari e preside della facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Nell’appello degli accademici, si contesta la drastica riscrittura del canone degli autori, la riduzione dello studio di Kant e la scomparsa di Fichte e Schelling, mentre la complessità del pensiero politico moderno di Hobbes, Locke e Rousseau viene liquidata con un approccio superficiale. Dall’altra parte, viene però inserita una generica “filosofia italiana dell’Ottocento” e il recupero del neo-idealismo di Croce e Gentile, isolato però dalle sue radici storiche. Il tutto senza avere consultato il mondo della scuola. Al centro della critica dei docenti anche l’ulteriore compressione dello studio del Novecento. Ecco il testo della petizione:

Il problema
In questi giorni è esploso il caso dell’insegnamento dei Promessi sposi a scuola. Molti hanno gridato allo scandalo perché seguendo le nuove “Indicazioni Nazionali per i Licei”, emanate il 23 aprile scorso dal Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, il grande romanzo manzoniano smetterebbe di essere studiato al secondo anno di Liceo. Ma le Indicazioni Nazionali contengono scelte molto gravi anche per quanto riguarda l’insegnamento della filosofia nelle scuole superiori, finora passate per lo più inosservate. Si tratta di questo: dovendo indicare, anche se a titolo esemplificativo e non vincolante, quali sono i filosofi e le filosofe che appartengono al canone degli autori meritevoli di essere studiati, le “Indicazioni nazionali” procedono alla temeraria esclusione di alcuni grandi classici della tradizione moderna e contemporanea, veri e propri giganti della filosofia razionalista e materialista e, più in generale, del pensiero critico.

Per limitarsi ai casi più sconcertanti, con riferimento a quest’ultimo aspetto: le linee guida escludono dalla lista degli autori addirittura Spinoza, Leibniz (a parte un riferimento al solo Leibniz “logico” – circostanza che parla da sé! – nelle Linee guida per il Liceo Classico) e Marx; non risolvono il vulnus (già presente nelle indicazioni precedenti) che indica di studiare “almeno uno” tra Hobbes, Locke e Rousseau, suggerendo implicitamente di non approfondire le diverse opzioni che hanno determinato niente di meno che la costituzione della razionalità politica moderna; limitano lo studio di un autore decisivo come Kant alla sola “idea (sic!) di critica”, rimaneggiando profondamente lo studio del criticismo in tutti i suoi aspetti (non ultimi quelli morali e storico-politici); ignorano Fichte e Schelling, dunque la stessa filosofia classica tedesca, sradicandola dal panorama del pensiero moderno. Si potrebbe continuare a lungo, se non che ciò che rileva evidenziare è che tali inopinate esclusioni non sono innocenti, giacché si trova il modo di sostituire gli autori appena menzionati con una non meglio specificata “filosofia italiana dell’Ottocento” (davvero così rilevante al cospetto dei classici fatti rimuovere?) e con il riferimento al “neo-idealismo crociano e gentiliano” (astratto dalle sue radici nella tradizione del marxismo italiano e dalla critica che ne ha fatto Gramsci).

Pare evidente che la composizione – quantomeno bizzarra – di questa lista sconti più di un debito nei confronti di quel fantasioso progetto di “egemonia culturale” che un governo in ritirata tenta di lasciare, a legislatura quasi conclusa, come polpetta avvelenata al mondo della scuola, ai docenti e, soprattutto, alle nuove generazioni. Ma c’è di più. La montagna ha partorito il topolino anche perché la proposta Valditara è l’esito di consultazioni che hanno coinvolto un numero limitatissimo di esperti, nominati – secondo logiche non del tutto perspicue, peraltro – dal Ministero. Nessuna vera discussione – che avrebbe dovuto essere ampia e diffusa – ne ha accompagnato la genesi. Un metodo verticistico per un risultato regressivo.

Preoccupa, inoltre, che questa operazione “culturale” si sposi – non casualmente – con il tentativo di aggredire il sapere storico e la ricchezza delle sue articolazioni, proponendo il suo ridimensionamento metodologico in favore di una nuova “modalità” di insegnamento della filosofia, definita “tematica”, ma dietro la quale si nasconde la precisa volontà – perseguita da qualche solerte membro della Commissione di esperti nominata dal Ministero – di diluire l’inquadramento storico-critico delle problematiche filosofiche con una pseudo-metodologia di importazione del tutto estranea alla nostra tradizione nazionale e funzionale unicamente a obliterare la storia e neutralizzare la profondità critica della filosofia.

Desta sconcerto, peraltro, il dilettantismo con il quale si tenta di dare soluzione al problema, pure da più parti sentito e riconosciuto, di uno studio meno impressionistico del “secolo breve”, spesso sacrificato da programmi scolastici incapaci di ricomprenderlo (quantomeno nei suoi tratti caratterizzanti e decisivi): le nuove linee guida riescono nella non facile impresa di peggiorare anche questa situazione, poiché la malcelata fretta di spingere l’insegnamento della filosofia sino al ventunesimo secolo – che ben si accorda con la provinciale attitudine a nominare di sfuggita temi “alla moda” che però non vengono adeguatamente svolti – è raggiunta a discapito dell’approfondimento del diciannovesimo e soprattutto del ventesimo secolo. Quest’ultimo, fino ad oggi praticamente dimenticato, verrebbe ora incomprensibilmente compresso in favore di uno sguardo approssimativo sulla più stringente attualità.

Un vero disastro, dunque, le cui articolazioni non vanno viste come la casuale coincidenza di sfortunati interventi, ma piuttosto come le parti organiche di un progetto unitario e coerente: consegnare a una nuova generazione di studenti, già pesantemente svantaggiata dalla condizione di inesorabile declino a cui il nostro Paese sembra consegnato, una formazione debole, priva di respiro, incapace di fornire gli strumenti necessari per comprendere la complessità del mondo contemporaneo, i suoi fenomeni più recenti, il quadro delle trasformazioni che ne governano il vorticoso divenire.

In qualità di docenti universitari delle diverse aree filosofiche invitiamo i colleghi, gli studenti, le società di settore a favorire l’apertura di una discussione autenticamente democratica su questo delicato tema. È necessario impegnarsi, ciascuno nel suo ruolo e in base alle sue possibilità, per chiedere il ritiro delle linee guida e giungere a una proposta alternativa realmente condivisa da tutti gli attori del mondo della scuola e dell’università.

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mercoledì 13 maggio 2026

Aspettare Godot? Breve discorso sul partito che non c’è - Mimmo Porcaro

 

Mutamento e inerzia

Il mondo nato dal secondo dopoguerra non c’è più, non c’è più quell’Occidente che è sorto dalla fine del grande conflitto 1914-1945. Il rapporto con gli Stati Uniti, Trump o non Trump, è ormai per gli alleati più un problema che una soluzione. Lo è per la destra semi-populista, lo sarà per la destra tecnocratica (pardon, la “sinistra”), se mai andrà al governo.

A questo mutamento geopolitico, che è poi mutamento delle condizioni spaziali dell’accumulazione capitalistica su scala mondiale, dovrebbe corrispondere un’analoga trasformazione dei partiti e dei sistemi politici di tutti i paesi. Per capirci: l’89 generò il PD e il maggioritario, nonché – con la globalizzazione – la sinistra altermondialista. La crisi del 2008 generò l’onda populista e poi, insieme al 2011, rafforzò l’idea della Lega “nazionale”. Ma oggi, nonostante il (o forse proprio a causa del) carattere veramente epocale del rivolgimento in atto, sembra che noi, europei e italiani, ci limitiamo a registrare gli eventi come se non ci riguardassero, e a vivere per inerzia. Così, mentre il riarmo della Germania (come alla vigilia del ‘14 e del ’34…) fa saltare l’equilibrio tra la potenza militare francese e la forza economica tedesca, equilibrio che era alla base dell’attuale UE, lo scenario politico superficiale resta identico, o per meglio dire, ne restano sostanzialmente identici i soggetti principali, ossia quei partiti che abbiamo ereditato dall’epoca della globalizzazione e dalla risacca della sua prima vera crisi.

Ma qui siamo già ben oltre quella prima crisi, siamo – tra guerra economica e guerra vera – allo scontro aperto tra l’Occidente e gli altri, e all’interno dell’Occidente stesso. Tutti i partiti dovranno quindi, prima o poi, modificarsi profondamente: perché tutti i partiti degni di questo nome sono da tempo anche espressione di forze internazionali[1]. Probabilmente si creeranno nuove aggregazioni centriste, comprendenti i liberali di sinistra e di destra, votate alla repressione del pacifismo popolare; per reazione si radicalizzeranno alcune forze di destra, magari utilizzando strumentalmente quel pacifismo per imporre soluzioni ancor più autoritarie. Due poli che lotteranno per il titolo di miglior garante degli equilibri attuali, ossia dell’alleanza con qualunque governo Usa, corretta in alcuni casi con aperture alla Russia, ferme restando le preclusioni anticinesi.

E noi?

Tutti i partiti dovranno modificarsi, si diceva. Il nostro invece dovrà proprio nascere, ex novo. Il nostro: ossia quello che dovrà legare indissolubilmente, l’una cosa come condizione dell’altra, pace e alternativa socialista, interesse di classe e interesse nazionale, sovranità e nuove alleanza continentali.

Nascere ex novo: non servirà autonominarsi (ennesimo) partito comunista; non sarà possibile praticare un esodo; non basterà esaltare la pluralità e la differenza dei movimenti; non basterà la generica pressione dall’esterno. Si dovranno invece imparare le strade attuali del superamento del capitalismo, rivolgersi a tutti i lavoratori, ma meglio ancora a tutti gli esseri umani, oggi minacciati in quanto tali dalle guerre, avere da subito un’idea di governo, ma soprattutto l’idea di uno Stato nuovo, e addestrarsi a praticarla. Uno Stato nuovo: perché la forma sempre più autoritaria e sempre meno egemonica del dominio americano non consente ormai né la continuazione della Seconda, né la ripetizione della Prima Repubblica. E perché per contrastare la privatizzazione integrale dell’apparato pubblico a pro dei fondi statunitensi e l’appalto della nostra sicurezza a forze esterne, serve ben altro che una ripetitiva agitazione identitaria.

Il nuovo partito, insomma, deve risponderealla crisi attuale, che non si risolve con semplici aggiustamenti del sistema, compartecipazioni dal basso alla governance, nuovi linguaggi rispettosi delle differenze, e nemmeno con la sola rivendicazione della sovranità, per quanto “democratica”, ma con una alternativa che sia contemporaneamente economico-sociale, istituzionale e geopolitica. Sarà certamente fatto, questo partito, anche da uomini e donne cresciuti in altre epoche politiche, ma anche loro dovranno in qualche modo imparare modi e linguaggi diversi, a volte dissonanti da quelli del passato.

Un partito come istituzione forte

Già, ma che tipo di partito dobbiamo (e possiamo) costruire?

Per capirlo dobbiamo prima di tutto dimenticare i partiti odierni, che sono soltanto comitati elettorali e agenzie di comunicazione. E poi chiederci che cosa debba essere non un partito in generale, ma un partito delle classi subalterne[2]. Perché i dominanti posseggono o controllano già le istituzioni che oggi conferiscono potere, ossia le grandi imprese capitalistiche e lo Stato; e quindi possono accontentarsi di partiti mediatico/elettorali, giacché la loro forza come classe è assicurata da altro. Ma le classi subalterne non possono contare su analoghe istituzioni, e il loro partito deve essere qualcosa di più. Oggi come ieri il loro partito è quell’istituzione (anzi, come meglio vedremo, quell’insieme di istituzioni) che trasforma le classi subalterne in classi dirigenti, o potenzialmente tali, producendo un sapere collettivo, un’abitudine al ragionamento politico, una capacità di gestione alternativa di svariati ambiti sociali e anche istituzionali. Il tutto costituendo al contempo la sede di una vera e propria alleanza tra le diverse frazioni delle classi subalterne e tra queste e tutte le frazioni intermedie che si sapranno conquistare.

Insomma, il nostro dovrebbe essere un partito forte, ossia un’istituzione che non si limita a sommare le esigenze di individui disparati, ma che appunto trasforma gli individui stessi e specifica le loro stesse aspirazioni. Per fare tutto ciò, tale partito dovrebbe svolgere diversissime funzioni: socializzazione politica, mutuo soccorso, mobilitazione sociale, elaborazione di una cultura di base e di una riflessione teorica, definizione collettiva di una strategia, e anche (ma non soltanto, come avviene oggi) comunicazione e rappresentanza istituzionale.

Partito formale, partito reale

Di fatto, però, è impossibile (con l’eccezione che tratteremo fra poco) che una sola istituzione possa addossarsi tutti questi compiti; di fatto la trasformazione delle classi subalterne in classi dirigenti può avvenire più efficacemente ad opera di quello che io definisco partito reale, ossia di un insieme costituito da uno o più partiti formali e poi da sindacati, organi di comunicazione, centri di elaborazione culturale, associazioni civiche, frazioni dell’apparato di Stato ecc… Una pluralità di soggetti che, oltre a consentire una maggiore aderenza alla differenziazione degli ambiti sociali, rende anche più facile o comunque possibile la reciproca sostituzione in caso di default dell’uno o dell’altro, visto che almeno in linea di principio e a seconda delle fasi, ogni soggetto può assumere anche compiti non propri, compresi quelli di direzione strategica de facto: si pensi ad esempio alla funzione svolta dai sindacati in alcune fasi degli anni ’70.

Il partito reale non è un progetto da costruirsi, ma una realtà di fatto: nessuna esperienza d’organizzazione politica delle classi subalterne europee è stata (e potrà essere) costituita solo da partiti formali. Detto questo, che aiuta anche ad evitare qualunque futura “boria di partito”, deve però esser chiaro che un tale insieme di soggetti può essere chiamato partito, ancorché reale, solo se e in quanto è unito da una convergenza strategica di fondo, da un esplicito patto strategico o comunque dalla capacità di fare “blocco” nei momenti di crisi. Altrimenti è solo la fotografia della frammentazione esistente, non è forma della politica ma della sua assenza[3]. Il partito reale del passato è stato invece pienamente politico soprattutto perché al suo interno si muovevano partiti formali degni di questo nome, il che obbligava anche gli altri organismi a dotarsi di una visione generale. Ma anche perché quasi tutti questi partiti formali (grandi o piccoli che fossero) si organizzavano come partiti di massa, fondati su una chiara unità ideologica, aperti a un ampio tesseramento e, su questa base, capaci di formare numerosi quadri di origine popolare e di legittimarne la funzione dirigente in svariati ambiti sociali[4]. In tal modo il partito di massa poteva sia svolgere da solo, fino a un certo punto, tutte le necessarie funzioni, sia delegarle, progressivamente, ad associazioni “ancillari”, sia, infine, essere catalizzatore e tendenzialmente centro di un più eterogeneo partito reale.

Non è qui possibile fare la storia dell’evoluzione (o meglio involuzione) di quel tipo di partito (ossia, in buona sostanza, del Pci e degli altri partiti “operai” europei). Basti dire che la sua esistenza ha coinciso con l’epoca della grande ascesa delle classi subalterne e che la sua fine ha sancito il declino di quelle classi. E aggiungere che il suo stesso successo, ossia la capacità di “portare le masse nello Stato” negli anni del grande compromesso tra operai e capitale, lo ha ironicamente condotto alla sconfitta, trasformandone progressivamente i dirigenti in amministratori, e i militanti in meri agitatori elettorali. Quel successo, insomma, è stato pagato con una fissazione alla politica istituzionale e con una centralità assoluta della questione del governo che hanno avuto non poco peso nella mutazione: attuata, questa, proprio per potere svolgere liberamente la più gratificante e remunerativa tra le funzioni in cui ci si era specializzati, ossia quella della rappresentanza istituzionale locale e centrale. E attuata proprio quanto il patto interclassista era ormai saltato e si trattava quindi sì di governare, ma per conto di una classe sola: e non era più quella “originaria”. A questo quadro sconfortante (che spiega almeno in parte perché invece di perdere con la propria classe, si decise di vincere – o illudersi di farlo – con la classe avversa) va comunque aggiunto (anche per prevenire uggiose polemiche contro il burocratismo, il “partitismo” e via lamentando) che quell’esito trasformista non riguardò soltanto i partiti formali, ma anche moltissimi altri soggetti culturali, associativi ed economici del partito reale (si pensi soltanto alle cooperative…).

Insomma: il partito di massa non c’è più; non è detto che sia scomparso per sempre, ma al momento non è possibile ricostruirlo. I comitati mediatico-elettorali che oggi si chiamano partiti sono il problema e non la soluzione. I pur essenziali movimenti, recenti e futuri, sono naturalmente apartitici e tali devono essere, soprattutto oggi, se vogliono raggiungere dimensioni ragguardevoli. L’associazionismo di terzo settore è orfano della governance. L’attivismo per i diritti civili non riesce a uscire (e come potrebbe?) dal ruolo limitante di gruppo di pressione. La semplice agitazione sovranista sembra troppe volte priva di contenuto. Le svariate forme di comunicazione anti-mainstream non riescono a fare sistema, e comunque non possono sostituire la politica. E allora, che partito dobbiamo e possiamo costruire? E cominciando da cosa?

Uno Stato nuovo e durevole

Prima del cosa e del come dobbiamo di nuovo chiederci il perché. Un partito, infatti, non è semplicemente un modello organizzativo, ma è soprattutto un’idea che diventa organizzazione. E qual è l’idea (il gruppo di idee) a cui dobbiamo fornire adeguata armatura organizzativa? Lo abbiamo già detto, ma dobbiamo ripeterlo, e precisarlo.

È interesse vitale delle classi subalterne, ossia della stragrande maggioranza degli abitanti del nostro Paese (vitale proprio nel senso che “ne va della vita”), che l’Italia non sia trascinata, né direttamente né indirettamente, nelle svariate guerre imperialiste che compongono e comporranno il mosaico del terzo conflitto mondiale. Inoltre, è interesse di queste classi che l’esito della crisi egemonica occidentale veda un’Italia capace di riconquistare la sua piena sovranità: non per “fare da sola”, ma per negoziare su questa base una nuova unità con i paesi europei (o almeno con alcuni di essi), e relazioni più equilibrate col mondo intero a cominciare dai Brics e dai paesi africani. Infine, è interesse delle classi subalterne italiane utilizzare la presente crisi per fare seriamente e in maniera duratura quello che le classi dominanti mondiali stanno facendo in maniera ipocrita e puramente temporanea, ossia riconquistare (anche via espropriazione) un controllo politico democratico delle più importanti strutture economiche, e sostituirlo all’attuale intervento “pubblico” fatto a spese dei deboli e a favore delle grandi concentrazioni private, e fatto dopo aver privatizzato l’apparato stesso dello Stato.

Se vogliamo tutelare questi interessi, il compito che abbiamo di fronte è, nientedimeno, lo stesso additato da Machiavelli nel Principe e nei Discorsi: quello di costruire uno Stato nuovo e capace di durare. Ora, non è possibile affrontare (o meglio iniziare affrontare) tale compito pensando semplicemente di connettere i soggetti politici attuali, di unire tutte le forze potenzialmente disponibili, giacché queste forze non sono al momento in grado di pensare un tale compito del genere.

Vi può essere un consenso generico sulla questione della pace, ma appena compiuto qualche passo al di là di questo si incontrano veti, preconcetti, prudenze che rendono impossibile andare oltre. L’idea di un intreccio tra interesse di classe e interesse nazionale è semplicemente impronunciabile per gran parte della sinistra attuale. L’idea di un qualche rapporto coi Brics è ostacolata dal sacro terrore per le “autocrazie”, da cui discende – quando va bene – una falsa equidistanza che si traduce nell’appoggiare di fatto chi qui ed ora è il più forte. Il solo pensiero di uno Stato che riconquisti la piena autorevolezza e indirizzi con decisione l’economia turba i sonni di tutte le associazioni del “privato sociale” – e a nulla servono le precisazioni sul fatto che, mentre chiude alle grandi forze private, il nuovo Stato non potrà che aprire a Pmi e Terzo settore, e dovrà necessariamente relazionarsi con tutte le forme possibili di autonomia popolare. Infine, per assicurare la durata di questa nuova prospettiva in un’epoca di fortissime turbolenze (e di attacchi diretti da parte di potenze ostili) è necessario prima di tutto che il nuovo Stato sia sostenuto da una grande coalizione popolare, il che implica il farsi carico senza pregiudizi anche della vera e propria crisi da declassamento oggi vissuta dalla cosiddetta piccola borghesia (popolata in realtà da molti proletari “atipici”): cosa difficilissima per culture politiche in cui invece tali pregiudizi abbondano.

Un partito “bund”

Da tutto ciò discende che il partito di cui abbiamo bisogno dovrà fondarsi sulla piena consapevolezza della netta distinzione tra le proprie idee e quelle correnti, e della simultanea assoluta necessità di un dialogo costante con le realtà sociali e politiche che, pur momentaneamente lontane, potrebbero avvicinarsi nell’esperienza della crisi.

Avendo il senso della misura, non possiamo dire che il partito di cui si parla dovrà essere di tipo leninista. Ma certamente esso, almeno per una prima fase, non potrà essere che un partito di quadri, il più possibile disciplinato e coeso, certo delle proprie idee ma presente, direttamente o meno, in tutti gli ambiti in cui ciò sia possibile e utile. Il nuovo partito non sarà quindi né un comitato elettorale né un partito di massa, ma qualcosa di simile a quello che il politologo novecentesco Maurice Duverger definiva come Bund, come “ordine”: ossia come associazione di individui legati da uno scopo forte, e uniti da altrettanto forti sentimenti di amicizia politica[5]. Non è né facile né utile prevedere quali potranno essere gli strumenti che consentiranno a questo bund un legame con la popolazione. Si tratta di un campo sperimentale, in cui possono essere tentate soluzioni vecchie e nuove: circoli territoriali simili a quelli del partito di massa, centri mediatici efficaci, cellule militanti sistematicamente presenti in varie realtà lavorative e sociali, nuclei di “partito sociale”, ossia di aiuto concreto a strati popolari inteso anche come forma di tangibile presenza politica. Quel che invece è possibile dire con certezza è che il nuovo partito, pur prevedendo sia propri media che propri gruppi istituzionali (parlamentari, consiglieri regionali ecc.), non potrà identificarsi né coi primi né coi secondi. I gruppi dirigenti del partito e i suoi nuclei mediatici e istituzionali dovranno essere almeno funzionalmente distinti, per evitare sia la riduzione della politica a comunicazione sia i noti rischi di trasformismo istituzionale. La centrale e comunque inevitabile questione delle elezioni non dovrà mai sostituire o sovrastare il radicamento sociale, anche se quest’ultimo viene certamente rafforzato da una presenza istituzionale “amica”.

Non aspettare Godot

Ma quando e come costruire un partito del genere?

Louis Althusser, proprio riflettendo sulla questione dello Stato nuovo e durevole posta da Machiavelli (questione che per Althusser era evidentemente l’altro nome della rivoluzione comunista), sosteneva che quando si tratti di problemi radicalmente nuovi il pensiero politico può soltanto impostarne i termini, non prescriverne astrattamente la soluzione: soluzione che spetta invece alla capacità di interpretare la congiuntura, la contingenza storica, l’occasione non  inevitabile ma aleatoria in cui opportunità spesso impensate aprono inattese possibilità[6]. È quindi inutile prescrivere i passi precisi, le precise scadenze della costruzione. Ma è certamente condizione immediatamente necessaria la costituzione di uno o più gruppi che quantomeno pongano a sé e ad altri in maniera ragionata, sistematica e continuativa il problema del partito, perché solo in tal modo si potrà costantemente interrogare la realtà in cerca di una risposta, si potrà in qualche modo agire, e non limitarsi a una passiva e vana attesa di un qualche Godot.

Il mai abbastanza rimpianto Enzo Jannacci confessò che uno dei suoi sogni segreti era quello di assistere a una rappresentazione di Aspettando Godot (il dramma di Samuel Beckett i cui due protagonisti, Estragone e Vladimiro, attendono inutilmente il salvifico arrivo dell’uomo del titolo) e di saltare a un certo punto sul palcoscenico gridando più o meno così: “Uhei ragazzi, sono io, sono Godot! Cacchio, potevate dirmelo che mi aspettavate: una telefonatina e arrivavo”. Ecco: il nostro Godot non sarà né quello del dramma, che pur sapendo di essere atteso non arriva mai, né quello di Jannacci, che si manifesta allegramente all’improvviso. Il nostro Godot, ossia l’occasione e anzi le occasioni per costruire ciò che è necessario, lo troveremo soltanto se usciremo a cercarlo, sapendo cosa chiedergli.



[1] Lo nota, tra gli altri, Sigmund Neumann, nel suo Toward a Comparative Study of Political Parties, nel volume collettaneo da lui stesso curato Modern Political Parties. Approaches to Comparative Politics, University of Chicago Press, Chicago 1967, in cui sostiene, fra l’altro, che soprattutto dopo il 1945 ogni partito politico va raffigurato come la punta di un iceberg, che nasconde gran parte dei suoi rapporti di potere (pp. 416 e ss.).

[2] Riporto e aggiorno qui alcune tesi già espresse nel mio Machiavelli 2017. Dal partito connettivo al partito strategico,  https://contropiano.org/documenti/2017/04/07/machiavelli-2017-partito-connettivo-partito-strategico-090665 , e prima ancora in Metamorfosi del partito politico, Punto Rosso, Milano, 2000.

[3] Probabilmente l’unico vero limite del pregevole lavoro che Rodrigo Nunes ha dedicato al problema dell’organizzazione (lavoro in cui lo studioso smonta efficacemente tutte le illusioni “orizzontaliste” e l’idea che solo le rappresentanze istituzionali possono degenerare) sta nel ritenere che di per sé il rapporto tra svariati partiti e movimenti costituisce un’“ecologia” che è già, immediatamente, “ecologia politica”. Laddove l’uso della metafora biologica induce a rimuovere il fatto che la politica di emancipazione è un evento raro, non si dà nella semplice associazione o interazione, ma richiede l’emergere di visioni e capacità specifiche e può essere ravvisata solo da un’analisi storico-concreta. Si veda Rodrigo Nunes, Né verticale né orizzontale. Una teoria dell’organizzazione politica, Edizioni Alegre, Roma, 2025.

[4] Per una sintetica ed efficace descrizione delle caratteristiche fondamentali di questo modello di partito si veda Alessio Mannino, Qualche appunto per il  “partito di massa”, Qualche appunto per il “partito di massa” | La Fionda.

[5] Maurice Duverger, I partiti politici, Comunità, Milano, 1970, pp. 173 e ss. Per la precisione in questo ricchissimo libro (essenziale per chiunque voglia affrontare seriamente la questione del partito) Duverger intende il partito di quadri in un senso molto diverso da quello qui proposto, considerandolo partito di notabili, tecnici o finanziatori (pp. 106-7). Quanto al bund, l’autore ne dà una versione quasi monacale. Ma non ci si spaventi: quando qui si parla di disciplina e coesione non si intende adesione fanatica, ma semplicemente serietà e durevolezza dell’impegno, il che, in quest’epoca di mesto individualismo, sarebbe già moltissimo.

[6] Louis Althusser, Machiavelli e noi, Manifestolibri, Roma, 1995, in particolare le pp. 33-43. Ma si veda anche, dello stesso autore, Sul materialismo aleatorio, Unicopli, Milano, 2000.

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venerdì 1 maggio 2026

Il duo Trump-Netanyahu in che catastrofe precipitano il pianeta? - Ennio Remondino


La percezione della minaccia che incombe sul mondo sta diffondendosi oltre prevenzioni ideologiche o di schieramento. Trump-Netanyahu: uno dei due un criminale ricercato per crimini di guerra, e l’altro un caricaturale mancato Nobel per la pace che s’è fatto trascinare in una guerra catastrofica da cui la sua personalità disturbata non sa come uscirne. Ma siamo sicuri di aver misurato sino in fondo i tempi e la portata della minaccia sul futuro nostro e del mondo?

Tutti sull’orlo del baratro

Sabato il nostro Piero Orteca ci ha dato i numeri della catastrofe economica della presidenza Trump che batterà tutti i record di scasso delle finanze pubbliche e gli Stati Uniti sprofonderanno sotto 40 trilioni di dollari di debito federale. 90 miliardi al mese di interessi». Provate a compitare questa cifre in numeri. Scrivete 4 e aggiungete 13 zero! In dollari. Per un assaggio più moderato, solo per gli ‘interessi annui’, 90.000.000.000, gli zeri si riducono a dieci. Da fatto, la superpotenza planetaria è a rischio fallimento. Ma la politica (e la Casa Bianca) giocano sporco. All’inizio degli anni 2000, il debito pubblico statunitense era del 34% del Pil e il governo federale aveva un surplus in cassa. Quando scoppiò la crisi finanziaria del 2008, il debito pubblico era al 35% del Pil. Quando arrivò il Covid-19, al 79% del Pil. Il 2026, dalle guerre Israeliane in Medio Oriente, dall’Ucraina e ora in Iran, si viaggia verso il 120%. Grave il fatto che il rapporto con questi numeri allarmanti era noto ma fu nascosto prima che Stati Uniti e Israele colpissero l’Iran bloccando il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz facendo schizzare i prezzi del petrolio oltre i 100 dollari al barile.

Rischio reale di crack dell’economia della superpotenza Stati Uniti. Qualcuno di noi gente comune, riesce ad immaginare cosa significherebbe una crisi di questa portata sull’economia di tutto il pianeta, la nostra piccola e povera Italia per prima? Una storia dell’orrore che lasciamo a dei fanta economisti dell’orrore.

Una guerra da 10.300 dollari al secondo

Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti aveva riferito al Congresso che i primi sei giorni di guerra sarebbero costati 11,3 miliardi di dollari. Secondo il Congressional Budget Office, per le prime 100 ore di campagna, sono stati spesi circa 3,7 miliardi di dollari. Dettagli: munizioni per circa 1,5 miliardi di dollari; operazioni aeree 125 milioni; operazioni navali 64 milioni e operazioni terrestri 7 milioni; difesa aerea attorno a 1,7 miliardi. Secondo Marine Insight, gli Stati Uniti starebbero spendendo circa 10.300 dollari al secondo per questa guerra, con una quota principale al consumo di munizioni per 320 milioni di dollari al giorno. Seguono le missioni aeree, 245 milioni di dollari al giorno, e le operazioni navali, che aggiungono ulteriori 155 milioni di dollari ogni 24 ore. Più recentemente l’American Enterprise Institute organizzazione di ricerca e analisi politica di Washington, con una stima molto più ampia e aggiornata, il costo finora sostenuto sarebbe tra i 25 e i 35 miliardi di dollari.

Citazioni di passaggio

Ieri, il calendario delle disgrazie del mondo di Antonio Cipriani su Polemos. «Prima del Covid, prima di Putin in Ucraina, prima del 7 ottobre 2023, prima della ferocia genocida israeliana, della pavida indifferenza europea; prima del ritorno di Trump alla Casa Bianca, del suo Nobel per la Pace a colpi di guerra, del suo essere ostaggio del governo Netanyahu, prima delle bombe israeliane su tutti i paesi sovrani del vicino Oriente. Prima della Meloni e dei suoi sciagurati». Oppure, a scelta: «Quando il settore della difesa diventa centrale per favorire l’accumulazione di capitale, l’economia diventa dipendente dalla guerra», denuncia Romaric Godin. O Michele Serra sulla stretta attualità. «Nel frattempo Israele azzanna il Libano, spara ai caschi blu, identifica la soluzione dei suoi problemi con la distruzione di insediamenti umani classificati ‘Hezbollah’, e per essere sicuro di colpire il mio nemico, distrugge tutto ciò che gli sta attorno. È già accaduto a Gaza. Intanto il governo israeliano ha stabilito che, a parità di delitto, la pena di morte vale solo per i nemici di Israele (in pratica: per i palestinesi). Ci sono uomini di serie A, uomini di serie B. Che a pensarlo siano alcuni discendenti di chi subì la Shoah, è una delle notizie più terribili e tristi di questo nuovo secolo».

L’Entità militare israeliana

Lo Stato ebraico è una delle principali potenze militari al mondo per spesa in rapporto al PIL, con un bilancio della difesa che ha raggiunto i 34,63 miliardi di dollari per il prossimo anno. L’apparato militare è sostenuto da una forte industria interna e da alleanze strategiche. Industria Militare Interna: Israele possiede un complesso militare-industriale avanzato, con entità statali come Israel Aerospace Industries (IAI) e Israel Military Industries (IMI), affiancate da attori privati come Elbit Systems Ltd. Il settore è all’avanguardia in guerra elettronica, tecnologie di intelligence e produzione di sistemi come il carro armato Merkava. Le recenti operazioni militari hanno avuto un impatto pesante sull’economia, sollevando preoccupazioni sulla sostenibilità a lungo termine. L’economia israeliana si basa su un terziario forte (quasi l’80% del PIL), trainato da settori ad alta tecnologia. Fattori Esterni: Israele è dipendente dalle catene di approvvigionamento globali per semiconduttori e sistemi avanzati, e beneficia di investimenti da parte di grandi istituzioni finanziarie internazionali.

Israele potenza regionale

L’economia israeliana è una delle più militarizzate al mondo. Secondo i dati della Banca mondiale, Israele destinava l’equivalente del 4,5% del suo PIL del 2022 alle spese militari. Una cifra più che doppia rispetto a quella della Francia, ma eccezionalmente bassa per Israele: tra il 2010 e il 2021, la percentuale oscillava infatti tra il 5 e il 6% del PIL. Nel 2022, l’Iran ha speso il 2,1% del suo PIL per l’esercito e gli Stati Uniti il 3,4%. Lo Stato ebraico era allora il dodicesimo paese al mondo in termini di spesa militare rapportata al suo reddito nazionale. Il problema principale delle spese militari in senso stretto è la loro natura profondamente improduttiva. L’esercito costa molto e rende poco, La priorità della difesa dello Stato è quindi fondamentale. Naturalmente, tale specializzazione non avrebbe potuto svilupparsi senza lo stretto legame che Israele intrattiene con gli Stati Uniti. Gli aiuti diretti degli Stati Uniti a Israele, che non sono subordinati all’acquisto di materiale statunitense, hanno permesso di mantenere un alto livello di ordini da parte dell’esercito, in particolare nel campo delle tecnologie avanzate.

«Neoliberismo falco»

L’esercito fornisce tecnologia e manodopera a un settore che finanzia la difesa e i suoi veterani. Con questo modello, l’economia israeliana è diventata, in apparenza, una delle più dinamiche del mondo occidentale. Ma oltre un settore tecnologico molto produttivo e legato all’esercito, il resto dell’economia è segnato da una produttività molto bassa, inferiore del 6,7% alla media dei Paesi dell’OCSE. Troppi militari sotto le armi. E la priorità della difesa dello Stato diventa quindi fondamentale. Naturalmente, gli aiuti diretti degli Stati Uniti a Israele, non solo subordinati all’acquisto di materiale statunitense, hanno permesso di mantenere un alto livello di ordini da parte dell’esercito.

Ed ecco l’accelerazione della colonizzazione della Cisgiordania ad alimentare il nazionalismo e mantenere l’esercito in stato di allerta. Una soluzione di pace comporterebbe infatti gravi problemi per l’economia politica israeliana così come si è sviluppata dalla metà degli anni ’90. Senza un esercito in attività, la dinamica tecnologica faticherebbe a mantenersi, mentre il resto dell’economia israeliana è troppo poco produttivo e quindi troppo poco competitivo. Oltre a consentire un pericoloso processo per corruzione e rischio carcere per Netanyahu.

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giovedì 30 aprile 2026

“Mi vergogno di essere ebreo”: Tamir Pardo, ex capo del Mossad, sconvolto dalle violenze dei coloni in Cisgiordania - Eleonora Bianchini

Un viaggio nella West Bank, dove i coloni minacciano i residenti, palestinesi. Un servizio dell’emittente israeliana Channel 13 in cui l’ex capo del MossadTamir Pardo, accompagnato da altri uomini che sono stati ai vertici della sicurezza di Tel Aviv, vede di persona cosa significhi vivere in Cisgiordania. Le violenze, le ingiustizie, le minacce quotidiane, pesantissime. E la traduzione di Pardo è impietosa: “Quello che vediamo oggi in Samaria e Giudea sarà il prossimo 7 ottobre (giorno in cui Hamas ha compiuto la strage nel sud di Israele da cui è scaturita la guerra a Gaza, ndr). Avrà una forma diversa, molto più dolorosa, perché la regione è molto più complessa. Lo Stato ha deciso di gettare le basi per il prossimo 7 ottobre. Questa è la scelta del governo israeliano. Mia madre – ha detto nel servizio – è sopravvissuta all’Olocausto e ciò che ho visto mi ha ricordato gli eventi avvenuti contro gli ebrei nel secolo scorso, in un Paese molto sviluppato. Queste erano esattamente le cose che succedevano”. Profondamente colpito dallo stato dei luoghi, ha aggiunto: “Quello che ho visto oggi mi ha fatto vergognare di essere ebreo”.

Nel viaggio in Cisgiordania, che tocca i villaggi di Burin e Hamra, a parlare sono i palestinesi. Raccontano di come sono stati picchiati dentro le loro case o per strada. Delle pecore che gli hanno rubato, dei bastoni che hanno flagellato i loro corpi. Un residente racconta che l’avevano lasciato completamente nudo e gli avevano anche stretto il pene con una fascetta di plastica. Continue umiliazioni. Recinti spaccati, aperti i rubinetti delle cisterne che contengono la loro acqua. Li perseguitano. Gli hanno lanciato addosso sassi gridando “siamo noi gli ebrei, siamo noi”, a volere sottintendere che quella terra appartiene solo a loro. I filmati mostrano le aggressioni che subiscono: col cellulare vengono ripresi, da lontano. Interpellato dall’emittente, l’uomo che in più episodi viene visto commettere le violenze, non rilascia commenti. Eppure, in un video in cui viene intervistato in studio, spiega chiaramente lo stato dello “sgombero” in atto nella West Bank. Tutte operazioni apertamente sostenute dai ministri estremisti del governo Netanyahu, in particolare dal responsabile della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, che sovrintende alla polizia, e da quello delle Finanze Bezalel Smotrich.

“Quando veniamo qui, vi parliamo e vi ascoltiamo, ci vergogniamo profondamente”, aggiunge Amram Mizna, ex capo del Comando centrale, mentre si rivolge ai palestinesi che incontrano nei villaggi. “Queste gang, e non c’è modo di chiamarle diversamente (dice riferendosi ai coloni violenti, ndr), arriveranno a farle ritorcere contro di noi perché dal momento che un governo segue la legge che prevede di arrestarli (i palestinesi, ndr), espellerli, distruggere le loro fattorie, prenderanno in mano le armi. Qui c’è una grande confusione qui, ed è intenzionale”. Mizna spiega che sul territorio l’esercito è stato depauperato dei poteri e che tutto è lasciato nelle mani della polizia. Che, però, non agisce. “Le regole dell’esercito sono cambiate in modo drastico e la bugia ormai è diventata la norma. Tutto viene molto chiaramente dall’alto. Il primo ministro è in cima alla piramide“, commenta Matan Vilnai, ex vice capo di stato maggiore dell’Idf. Quello che si presenta sotto gli occhi degli ex capi della sicurezza è una situazione tragica, che li lascia attoniti. “Ho bisogno di credere nelle autorità e nello Stato di diritto in Israele – conclude Pardo -. Penso che sappiano cosa stia succedendo e che scelgano di ignorarlo (…) Quello che ho visto oggi è la minaccia esistenziale allo Stato di Israele”. Perché, sottintende, se le autorità dovessero reprimere i coloni violenti, ci sarebbe una reazione violenta da parte loro. E pensa che questa situazione potrebbe portare Israele a diventare come il Libano, dove gli islamisti di Hezbollah usano le armi per imporsi e dove domina il conflitto, politico e civile. La polizia israeliana, interpellata da Channel 13, ha fatto sapere “di essere attiva in Cisgiordania “in conformità con le responsabilità assegnate”, aggiungendo che da gennaio sono stati arrestati 48 sospetti con l’accusa di coinvolgimento in violenze da parte dei coloni e sono stati emessi 33 capi d’accusa”, ha scritto il Times of Israel.

Provvedimenti che, in ogni caso, non rispondono all’emergenza in atto da anni, e che peraltro ha subito un’evidente accelerazione. La violenza e l’occupazione dei coloni in Cisgiordania perpetrata ai danni dei palestinesi, trova il consenso esplicito del governo di Tel Aviv. Solo nel 2025 l’esecutivo di Netanyahu ha deciso di riconoscerne ben 22 insediamenti, illegali per il diritto internazionale. Era da decenni, esattamente da circa 30 anni, che il governo non ne legalizzava una quantità così cospicua. E i passi compiuti per l’annessione della West Bank si sono moltiplicati nel tempo. A febbraio, ad esempio, riavviando un processo fermo dal 1967il governo israeliano ha approvato la registrazione di vaste zone della Cisgiordania come “proprietà statali”, accogliendo una controversa proposta per espandere gli insediamenti nei territori palestinesi. Il gabinetto di sicurezza di Israele ha inoltre approvato la rimozione del divieto di vendere terreni della Cisgiordania a ebrei, in vigore da oltre 60 anni, ossia dal periodo dell’amministrazione giordana, e la pubblicazione dei registri catastali che finora erano sempre rimasti privati. Terreni dell’area C dove si trova la maggioranza degli insediamenti dei coloni e dove vivono 300mila palestinesi, sempre sotto minaccia di violenze ed espropri. A oggi, quindi, le colonie israeliane in Cisgiordania e Gerusalemme Est stanno vivendo la più ampia espansione mai vista. Oltre 700mila coloni risiedono in oltre 270 insediamenti e avamposti, intensificando la frammentazione del territorio, le confische di terre e le violenze, spesso con il supporto militare. Il diritto internazionale considera tali insediamenti illegali. E in Cisgiordania, è Israele che detiene il controllo dell’85% delle risorse idriche.

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La lotta perenne contro l’imperialismo amerikano, più rabbioso che mai - Alberto Bradanini

 

1. Israele è uno stato governato da criminali sociopatici, che guidano un esercito di assassini che uccidono e uccidono, poi si riposano qualche giorno, invadono i media con le loro spudorate menzogne e quindi tornano a uccidere. Tralasciando le atrocità commesse in 80 anni di occupazione violenta della Palestina, solo nei tempi recenti, dopo aver massacrato 80/100.000 persone a Gaza – cui devono aggiungersi 200/300.000 feriti e mutilati nel corpo e nello spirito e chissà quante migliaia in Cisgiordania – il giorno 8 aprile 2026, inizio del cosiddetto cessate il fuoco tra Iran e Usa/Israele e tra Libano e Israele, racchiusi nelle loro fortezze volanti, un pugno di soldati israeliani, prodotti sperimentali dell’AI con spiccate caratteristiche disumanizzanti, hanno premuto un bottone e, senza rischiare nemmeno un graffio della loro preziosa epidermide, hanno massacrato centinaia di abitanti di Beirut, i più deceduti subito, altri sepolti vivi, tra cui tanti sventurati bambini. Dal 2 marzo 2026 a oggi, l’esercito più crudele della galassia ha ucciso circa 2500 persone – e ogni giorno il numero sale – senza che qualcuno sul pianeta Terra ingiunga a cotanti assassini di farla finita.

Non si tratta nemmeno, ça va sans dire, di episodi di guerra, ma di massacri premeditati, che rimbalzano qualche ora sui prezzolati mezzi di comunicazione di massa, per essere archiviati a fine giornata, mentre i responsabili riprendono a pianificare altre, quotidiane atrocità.

Allo Stato Ebraico, guidato dal criminale di guerra Benjamin Netanyahu, su cui pende un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale, e da altri suoi degni compagni di merende, sono consentiti orrori di ogni sorta: invadere, bombardare, sterminare, violentare, rubare terra e proprietà a palestinesi, mussulmani, cristiani, libanesi, siriani, iraniani, senza distinzione tra combattenti, uomini, donne e bambini.

Solo alle acciughe del mar Cantabrico sfugge tuttavia che il cagnolino da passeggio israeliano può fare tutto ciò solo in virtù delle relazioni speciali che lo legano al Cerbero da cui è addestrato e nutrito, gli Stati Uniti d’America, governati oggi da una putrebonda oligarchia predatrice, incurante di Leggi o Etica, ma solo interessata ad accumulare ricchezze su ricchezze, senza fine.

Secondo una certa ermeneutica, la decisione di aggredire l’Iran, calpestando la Carta delle Nazioni Unite, il diritto internazionale, i principi di convivenza tra nazioni, l’etica delle Genti e via dicendo, troverebbe spiegazione nella pervasività delle lobby pro-Israele che imperversano nella politica statunitense, cui si aggiungerebbe il ricatto dei documenti Epstein che incombe sulla testa dell’attuale inquilino della Casa Bianca in declino cognitivo, a sua volta interessato a distrarre l’opinione pubblica dalle inclinazioni pedofiliche a cui – dicono le malelingue – aveva l’abitudine di cedere. A tutto ciò si aggiungerebbe l’eloquenza persuasiva del citato criminale israeliano, secondo il quale questa scriteriata avventura sarebbe stata una distensiva passeggiata pomeridiana nei giardini del quartiere.

Di tutta evidenza, appare poco plausibile che un paese di 345 milioni di abitanti, prima economia mondiale e massima potenza militare del pianeta, che dispone di 800 basi sparse ovunque, accetti di sottomettere la propria agenda ai capricci messianico-espansionisti di uno staterello di sette milioni di abitanti, pur mettendo sulla bilancia la tossicità ricattatoria delle lobby menzionate e la putrescenza morale e materiale che imperversa nel principale stato canaglia del pianeta Terra.

Ora, anche quando le agende dei due paesi guerrafondenti non si sovrappongono (sulla carta, il colonialismo israeliano non dovrebbe interessare l’agenda Usa), in realtà anche qui i benefici imperiali di ritorno sono giganteschi: instabilità diffusa, caos geopolitico, destabilizzazione energetica, frantumazione delle economie ostili, direzionamento dei capitali verso Wall Street, vendita di armi e conflitti altrimenti destinati a un equilibrio, contenimento delle nazioni ostili e via dicendo.

Le brutalità di Israele nascondono dunque l’iceberg dell’imperialismo statunitense, quel mostro dalle fauci insaziabili che minaccia, aggredisce, saccheggia le nazioni che non si piegano, e che oggi, intuendo il proprio declino, agisce con ferocia ancor più disumana, senza badare ai rischi di escalation o distinguere alleati, paesi neutrali e nemici, avendo a mente null’altro che gli interessi di una cerchia privilegiata di disturbati mentali.

È bene ricordare che il nemico principale della pace, della convivenza tra nazioni, del rispetto delle civiltà, del progresso etico e culturale, e finanche della sopravvivenza del genere umano, è costituito da un gruppo di oligarchi che disponendo di immense risorse, eserciti di spie, analisti d’intelligence, giornalisti al libro paga, operatori di algoritmi e de-formazioni mediatiche, venditori di armi e via dicendo, vogliono dominare su tutto e tutti, nell’illusione de-umanizzante che ciò possa guarire le incurabili patologie di cui sono affetti. Siffatti individui sono vittime di un infantile complesso di onnipotenza, nel patetico convincimento che la loro eccezionalità (la sola nazione indispensabile della terra: M. Albright, 1996, W. Clinton, 1999) li autorizzi a ogni genere di nefandezze.

Sappiamo che questo nemico principale assume lineamenti diversi a seconda di tempi e luoghi: sul piano economico esso s’incarna nel neoliberismo antisocialeglobalista e bellicista, su quello dei valori nella mercificazione ontologica della società, su quello politico in una democrazia di formanon di contenuti, su quello filosofico in un pervasivo nichilismo solipsista, nei rapporti economici sul cinismo della plutocrazia dominante,e su quello geopolitico sull’impero più violento del pianeta.

La pratica di occultamento di tali evidenze – deve rilevarsi – non è dovuta a disattenzione o scarsa memoria, ma a un sistematico lavaggio ideologico e mediatico del cervello. Va detto, per evitare fraintendimenti, che con Stati Uniti non s’intende il popolo americano – quei 345 milioni di abitanti anch’essi sfruttati e sottomessi, oltre che in gran parte politicamente analfabeti – ma quell’0,1% che, come una piovra, proietta ovunque la sua ombra vorace. Il citato lavaggio di cervelli aiuta anche a capire l’oscura ragione che impedisce ai cittadini europei di prendere coscienza della penosa qualità delle loro classi deprimenti, reclutate – come ben sanno persino i barracuda dell’Amazzonia – sulla scorta di un solo criterio: saper indossare con dignità la livrea del maggiordomo.

2. Alla luce di quanto esposto, si proverà dunque a decifrare le tragiche vicissitudini in corso in Asia occidentale. Nelle mire malate dei padroni del mondo, dopo aver aggredito, destabilizzato, sbriciolato quasi tutti i paesi della regione (Iraq, Egitto, Siria, Libia, Sudan, Afghanistan, Yemen, seppure con risultati alterni) e dopo aver colonizzato le monarchie del Golfo con il famigerato petrodollaro, è ora il turno dell’Iran, che si ostina a non lasciarsi depredare, mentre dietro le quinte fa capolino persino un paese Nato, la Turchia, che Israele ha già sfrontatamente minacciato per bocca dell’ex PM N. Bennett[1].

I paesi presi di mira dal duo mortifero americano-sionista appartengono a due categorie: a) possiedono gas e petrolio in quantità rilevante (e questo interessa gli Usa); b) oppure sono paesi islamici, e come tali si oppongono all’espansionismo biblico-coloniale di Israele, ovvero (come si permettono!) difendono la causa palestinese.

Rebus sic stantibus, la guerra di Trump/Netanyahu è persa. La rabbia spinge il primo a minacciare la distruzione della civiltà persiana, fors’anche con la Bomba, un’ipotesi questa che il monarca del sistema solare avrebbe accarezzato quando, più fuori di testa del solito, è stato informato che la presunta operazione di recupero del pilota disperso – in realtà dissennatamente volta a trafugare dal sito di Isfahan i famigerati 430 kg di uranio arricchito al 60% – si era risolta in un’amara perdita di uomini, aerei ed elicotteri[2]! Quanto ai presunti negoziati in corso, in verità le notizie diffuse sono, come sempre, null’altro che inganni. Gli Usa fingono di trattare, mentre intendono solo dettare le condizioni della resa (quella iraniana, beninteso), ipotesi che ha un senso quando si vince una guerra, e non è questo il caso. Per Teheran infatti le condizioni poste sono inaccettabili: niente arricchimento dell’uranio (consentito invece dal Trattato di Non Proliferazione, sotto vigilanza dell’Aiea[3], come avveniva fino all’aggressione israeliana del giugno 2025), niente missili in grado di raggiungere Israele e interruzione dei legami con Hezbollah/Houthi (alleati politici e religiosi) e Hamas (finanziato soprattutto dagli arabi sunniti e in passato dalla stessa Israele, in funzione divisiva). In definitiva, una lista di aberrazioni che solo ai due negoziatori sionisti (Kushner e Witkoff) ha punta vaghezza di proporre.

L’economia statunitense è come noto in declino, il dollaro si svaluta, domina la finanza, la produzione di beni materiali è stata delocalizzata, la società è sempre più violenta, l’ingiustizia sociale è immensa, i ricchi diminuiscono ma le loro ricchezze aumentano. La re-industrializzazione dovrebbe avvenire ampliando la produzione di armi (e dunque promuovendo altre guerre) e controllando le energie fossili. Fortuna vuole che, secondo la legge dei contrappesi, ciò spinge ancor più la Cina, per sottrarsi ai ricatti, verso le rinnovabili.

Quanto a Israele, ancora peggio. Il perverso capo del governo israeliano – lo stesso che ha resuscitato quei sentimenti antisemitici che sembravano sepolti per sempre con il sacrificio di milioni di ebrei ad opera dei nazisti tedeschi – intende radere al suolo l’Iran, colpevole di sostenere la causa palestinese, di essere rimasto una nazione sovrana, trasformarlo (se fosse possibile) in una gigantesca Gaza, incurante persino delle immense conseguenze (inflazione, recessione) per il pianeta intero e dunque per gli stessi Stati Uniti.

Ma la civiltà persiana mai accetterà di essere distrutta. Anzi, la sua reazione potrebbe infliggere qualche serio dispiacere allo Stato Ebraico (nessuno è in grado di anticipare, ad esempio, cosa avverrebbe se il sito nucleare di Dimona fosse colpito da un missile balistico iraniano), e in tal caso Israele potrebbe decidere di ricorrere alla Bomba, rimanendo dubbio che l’attuale instabile e ricattato inquilino della Casa Bianca sarebbe in grado di opporsi. Solo Russia e Cina, a quel punto, avrebbero qualche chance di far rinsavire tale cerchia di svalvolati.

Alla luce di tutto ciò, occorre trovar modo di contenere i deliri di un individuo e invero di un paese intero (il 93% degli ebrei israeliani, a marzo 2026, approvava l’aggressione all’Iran[4]), consentendo all’umanità di proteggere la convivenza pacifica tra i popoli, che seppur diversi hanno diritto di respirare e prosperare a modo loro, secondo il buon senso, la Carta delle Nazioni Unite e quel minimo di Diritto Internazionale che l’umanità era riuscita a edificare dopo la carneficina della Seconda guerra mondiale.

 Per far questo, poiché nelle cosiddette democrazie occidentali (i cui governi sono tutti dalla parte di Israele) il punto di vista delle popolazioni è considerato solo un fastidioso mormorio di fondo – così come le ricorrenti manifestazioni dei 25 aprile del mondo intero, eventi fondamentalmente distrattivi, sui quali si concentrano infinitesimali spaccature di capelli, mentre lassù il potere dorme sonni beati – coloro che possono sono chiamati a dar segni di vita.

In queste ore, le scommesse oscillano. L’ammasso di marines nelle vicinanze di Hormuz suggerisce che il confuso presidente biondochiomato e il crociato Pete Hegseth stiano pianificando la ripresa delle ostilità. I mercati, invece, sembrano propendere per un possibile compromesso, che equivarrebbe a una sconfitta cocente per l’impero che rappresentano.

Saremmo sulla strada giusta se Israele fosse espulso da ogni consesso internazionale, commerci, investimenti e legami di ogni genere, boicottando i suoi prodotti e via dicendo, affinché quel popolo sia indotto a riflettere, e dopo aver recuperato resipiscenza torni a dialogare con umana moderazione sulla strada della convivenza, tenendo a mente che alle sue frontiere vivono e crescono 500 milioni di mussulmani, arabi, turchi, persiani e altre etnie e religioni, con cui dovrà fare i conti, sempreché in futuro ci sia ancora un mondo.

Quanto agli Stati Uniti, in attesa che possa avverarsi la profezia di Jack London, la rivoluzione socialista nella tana del lupo, diamoci da fare per accelerare il sorgere di un mondo plurale, in grado di contenere i capricci e la cupidigia dell’impero. Sappiamo di contare poco, ma non cesseremo per questo di elevare la voce al dio della pace e del senno recuperato. Breve è l’umana esistenza, non v’è necessità di accelerarne il passo. Uniamo le forze ed entriamo nelle praterie del sogno, spazi eterei, i soli che vale la pena frequentare, perché non saremo certo in grado di costruire una società migliore se prima non l’avremo immaginata nella nostra mente.


[1] https://www.maurizioblondet.it/il-genocida-minaccia-la-turchia/

[2] Tre aerei caccia F-15E, un C-130 o MC-130J, un A-10 Thunderbolt, 4 elicotteri: due Black Hawk (HH-60), un MH-6 Little Bird e un AH-6 o un HC-130J 

[3] Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica

[4] https://search.brave.com/search?q=il+93%25+degli+israeliani+sostiene+la+guerra+contro+l%27Iran%2C+vero%3F&source=desktop&summary=1&conversation=090491415b9b1e7bc3e7be9cab8a5ed84395

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