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sabato 5 settembre 2026

Il fallimento dell’umanità - Giorgio Agamben


Per chi si interroga oggi sulle sorti dell’umanità, è utile riflettere sulla nozione giuridica di fallimento. La richiesta della dichiarazione di fallimento da parte di un imprenditore che si trovi in dissesto finanziario e non può far fronte ai propri debiti è volta innanzitutto a tutelare i creditori, ma, nello stesso tempo, a limitare la responsabilità del debitore, escludendo dal fallimento i beni e i diritti di carattere personale e quanto necessario al mantenimento suo e dei familiari. Importante è la figura del curatore (o dei curatori), nominati dal giudice per amministrare il patrimonio fallimentare e compiere le operazioni necessarie al soddisfacimento degli interessi dei creditori e alla tutela del debitore fallito. I creditori, dal canto loro, si costituiscono in un comitato che collabora col curatore nello svolgimento delle procedure necessarie.
È possibile assimilare la condizione attuale dell’umanità a quella di un imprenditore obbligato a dichiarare il proprio fallimento. Poiché è certo che essa non è più in grado di far fronte ai debiti che è andata progressivamente assumendo rispetto alla terra in cui vive (includendo in essa anche l’atmosfera, non meno contaminata del suolo). Il comitato dei creditori comprenderebbe, oltre ai rappresentanti della terra e dell’aria in tutti i loro aspetti, anche quelli delle specie viventi scomparse o minacciate di scomparsa. Quanto ai curatori, essi potrebbero formare un comitato, di cui farebbero parte dei saggi nominati da ciascuna nazione, allo scopo di soddisfare gli interessi dei creditori, cercando allo stesso tempo di assicurare la sopravvivenza dell’umanità fallita. Ci si può chiedere se questa procedura riuscirebbe a raggiungere gli scopi che si propone, ma è certo che essa rappresenta l’unica possibilità concreta di salvezza per un’umanità in stato di completo dissesto spirituale (che, come sempre, si traduce in dissesto in ogni ambito della sua vita). Credere, come oggi spesso si finge di credere, che i singoli stati e le organizzazioni internazionali possano contemperare i loro interessi economici e politici con la propria sopravvivenza, senza prendere radicalmente coscienza del proprio stato di fallimento e di insolvenza rispetto alla terra in cui vivono, è una illusione, spesso mantenuta in mala fede.

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lunedì 8 maggio 2023

Non è solo bancaria. Negli Usa ha avuto inizio una crisi sistemica! - Giuseppe Masala

 

“Ero alla bancarotta, il governo era alla bancarotta, il mondo era alla bancarotta.

Ma chi cazzo li aveva i fottuti soldi?”

Charles Bukowski

A dimostrazione che la crisi bancaria in corso negli USA è di natura sistemica credo basti notare che appena dopo il “salvataggio/chiusura” di Silicon Valley Bank, First Republic Bank e Signature Bank (che complessivamente detenevano ben 650 miliardi di dollari di asset) si stanno avviando sulla stessa mesta strada del fallimento/nazionalizzazione/chiusura e ove possibile, vendita “a tranci” al miglior offerente, altre banche quali PacWest Bancorp, Western Alleance Bank e Metropolitan Bank.

PacWest per esempio a inizio marzo aveva le azioni che quotavano circa 28 dollari, e che in appena due mesi sono precipitate a 3,17 dollari. Si consideri oltretutto che non si tratta di una banchetta che lavora solo all'interno di una contea, ma di una banca dalle dimensioni più che rispettabili; ben 44 miliardi di dollari di asset detenuti. Medesimo discorso si può fare per Western Alleance Bank le cui azioni sono passate da circa 76 dollari di inizio Marzo ai 18,20 dollari di ieri. Anche in questo caso si tratta di una banca dalle dimensioni importanti con i suoi 65 miliardi di dollari di asset detenuti. E infine in questa conta dei morti, dei comatosi e dei feriti, anche Metropolitan Bank non mostra una buona cera avendo visto cadere le sue azioni da circa 56 dollari di inizio marzo all'attuale prezzo di 19,86 dollari. In questo caso la taglia della banca è minore delle prime due detenendo circa 6 miliardi di assets in portafoglio. Ma ciò che conta è capire che stiamo osservando un cluster, un grappolo sempre più grosso di banche che stanno fallendo.


Una crisi sistemica?

Innanzitutto questo significa che siamo di fronte ad un fatto sistemico e che la storiella dei banchieri avidi che prendono troppi rischi con i danari dei risparmiatori non regge: crisi sistemica significa altro rispetto a questo.

Suonano grottesche – o se preferite assumono quasi la forma di un rito propiziatorio collettivo sempre più stanco – le parole di tutte le autorità costituite che parlano di sistema sano e resistente. Anzi, resiliente, questa è la parola usata nel mantra propiziatorio. Certo, ancora manca il Grande Botto – quello che nel 2008 è stato il default di Lehman Bros – che costringa la casta sacerdotale della tecnocrazia finanziaria e la politica a raccontare la verità. Anzi, la dico meglio, il Grande Botto anche in questa circostanza c'è già stato, ma non negli USA e neanche in Eurolandia. Si tratta del fallimento di Credit Suisse, che però ha sede in uno degli stati più ricchi del mondo e con abbastanza fiato finanziario da poter intervenire seriamente. Fino ad ora siamo stati fortunati, ma fino a quanto potrà durare?

Credo sia innanzitutto giusto spiegare brevemente cosa intendo per “crisi sistemica”. Precisamente intendo una crisi che coinvolge tutte e tre  le componenti fondamentali di un sistema economico nazionale: famiglie, imprese e pubbliche amministrazioni. Dove le famiglie sono gli attori che “risparmiano” mentre pubbliche amministrazioni ed imprese investono e conseguentemente si indebitano. Quando il risparmio delle famiglie riesce a soddisfare pienamente la richiesta di finanziamento di imprese e pubbliche amministrazioni il sistema è in equilibrio perfetto, se il risparmio interno non è sufficiente allora si attinge dagli investitori esteri e il sistema è debitore netto verso il resto del mondo. Qualora invece le imprese e la pubblica amministrazione chiedessero meno finanziamenti rispetto a quanto le famiglie hanno risparmiato queste investirebbero all'estero e il sistema nazionale sarebbe creditore netto verso il resto del mondo; per essere chiari è la situazione che l'Italia vive dal governo Monti in avanti, altroché “siamo indebitati”, dico questo per inciso.

Ora, la situazione degli Stati Uniti è molto grave, nel senso che il sistema paese (famiglie, imprese e pubblica amministrazione) è indebitato verso il resto del mondo per oltre 16mila miliardi di dollari. Certo, c'è l'attenuante che gli USA hanno dovuto affogare il mondo di Dollari per soddisfare le richieste mondiali e fluidificare il commercio dell'intero mondo visto che il Dollaro è stata la moneta standard per il mondo intero e questo l'hanno sempre fatto importando di tutto da tutto il mondo. Ma è anche vero che il sistema USA soffre di gravi distorsioni, spesso figlie di scelte ideologiche folli, come l'assenza di un Welfare statale degno di questo nome lasciando l'onere alle aziende private con il welfare aziendale. Fatto questo che però rende impossibile la competitività in USA e infatti il sistema produttivo USA – altrimenti mastodontico – si è disperso ai quattro angoli della terra alla ricerca di costi del lavoro accessibili. Sottolineo questo perché anche in Italia si sente qualche folle ideologicizzato che parla di welfare aziendale al posto di quello statale: il tessuto produttivo italiano gravato di un simile onere durerebbe quanto un gatto in autostrada.


Quali conseguenze sul dollaro?

Comunque come si capisce (spero) da quanto ho scritto, il nodo della questione è il dollaro: una simile crisi bancaria è spiegabile solo con un colossale deflusso di risorse finanziarie dagli USA verso i paesi d'origine. Che poi se ci pensate bene, è esattamente questo che si intende con il termine “de-dollarizzazione”. I capitali esteri da sempre investiti in USA vengono smobilitati a vantaggio di altre valute e di altri sistemi finanziari.

E in questa situazione la Federal Reserve USA non può fare altro che alzare i tassi d'interesse nella speranza di attrarre nuovi capitali e dove l'Europal che rischia di essere prosciugata a sua volta, non può fare altro che alzare a sua volta i tassi.

Una situazione ammessa a denti stretti anche dalla Yellen che ha parlato di ruolo del dollaro ormai in pericolo a causa delle sanzioni. Certamente la Yellen ha ragione, le sanzioni sono stata la mela avvelenata che ha fatto esplodere il fenomeno (comunque sotto banco ormai in corso da tempo). (1)

E' davvero difficile capire come uscirne senza rischiare una nuova guerra su vasta scala come quella che fece finire la Belle Époque  e nota a tutti con il nome di Prima Guerra Mondiale. Una guerra che era soprattutto lo scontro per l'egemonia tra la Sterlina Britannica e il Marco Tedesco, ma questo quasi nessuno ce lo racconta.

 

(1) Barron's,  Yellen Says Sanctions May Risk Hegemony Of US Dollar, 16 Aprile 2023 https://www.barrons.com/news/yellen-says-sanctions-may-risk-hegemony-of-us-dollar-479c564f

da qui

lunedì 24 aprile 2023

Do you remember Lehman Brothers? Il fallimento della banca dell’innovazione e l’enigma delle grandi dimissioni – Christian Marazzi

 

Il recente fallimento della Silicon Valley Bank, la «banca dell’economia globale dell’innovazione», squaderna questioni e domande decisive. In questa nuova puntata del «Diario della crisi», Christian Marazzi spiega in modo illuminante che cosa sta accadendo e la posta in palio, analizzando il ruolo della banca centrale, l’effetto dell’aumento dei tassi di interesse sui Titoli di Stato, il possibile precipitare degli investimenti delle start-up di tecnologia climatica legati alla Svb. In un contesto in cui, negli ultimi anni, i salari sono cresciuti più lentamente dell’inflazione e i salari reali aggregati sono di fatto diminuiti, l’autore spiega come il problema di fondo della politica della Fed sia il suo essere monetarista, tutta incentrata cioè sull’offerta di moneta, e non, come dovrebbe essere, sull’andamento della domanda di moneta. Sotto le politiche della Fed, dunque, sembra riaffacciarsi l’enigmatico spettro dei comportamenti del lavoro vivo e delle «grandi dimissioni».

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Non solo start-up

A un primo livello d’analisi, il fallimento della Silicon Valley Bank (la «banca dell’economia globale dell’innovazione») appare come una tipica crisi da bank run, da corsa agli sportelli causata dal panico dei depositanti, per lo più «startupper» nel settore digitale, per recuperare quanta più possibile liquidità da una banca, la loro, sull’orlo del crac. «Per capire – scrive Paolo Mastrolilli su «la Repubblica» di domenica 12 marzo, riassumendo la narrazione generale – bisogna partire dall’origine della crisi. Prima del Covid, alla fine del 2019, i depositi presso la Svb erano triplicati, da 62 a 189 miliardi di dollari, grazie all’esplosione delle start-up tecnologiche. La banca aveva investito larga parte di questi fondi in obbligazioni del Tesoro, che fruttavano in media l’1,79%. Quando nel marzo scorso la Federal Reserve aveva iniziato ad alzare i tassi per frenare l’inflazione, aveva provocato due effetti molto negativi: primo, il valore dei bond nel portafoglio di Svb era sceso, creando significative perdite sulla carta; secondo, le compagnie tecnologiche che costituivano il grosso della sua clientela si erano trovate in difficoltà, iniziando i prelievi». Durante i giorni che precedono il venerdì nero (10 marzo), si è tentato un salvataggio coinvolgendo la Goldman Sachs, che consisteva nel cercare di colmare la differenza tra la liquidità raccolta dalla vendita dei Buoni del Tesoro detenuti dalla banca e la domanda di liquidità dei depositanti. «Il salvataggio però non è stato gestito bene, si è sparsa la voce del buco, le compagnie di venture capital hanno consigliato ai clienti di ritirare i fondi e solo giovedì la banca ha dovuto fronteggiare richieste per 42 miliardi»[1].

Già a questo livello, si possono enucleare alcune questioni che andranno approfondite in seguito.

In primo luogo, il ruolo della banca centrale, con la sua politica monetaria anti-inflativa, in particolare la rapidità con la quale lo scorso anno ha perseguito l’aumento dei tassi di interesse. Come ricorda Kenneth Rogoff, i rialzi dei tassi d’interesse «agiscono in due modi. Sono una manna per le banche (e i loro profitti) perché permettono di alzare i tassi sui prestiti. Ma sono una disgrazia perché le aziende investono meno e il flusso di denaro rallenta»[2]. Cosa rendeva la Svb particolarmente vulnerabile? Secondo Peter Coy, del «New York Times», «uno dei motivi è che molti dei suoi prestiti sono nel settore tecnologico che, come sappiamo da qualche mese, sta andando male. Un’altra ragione, forse più importante, è che si basa fortemente su depositi di istituzioni piuttosto che sui depositi di individui. Le persone che gestiscono aziende high tech, fondi di investimento, hedge funds o società di criptovalute[3], sono sempre alla ricerca del rendimento più alto che possono guadagnare; quindi sono veloci a togliere denaro da una banca e metterlo, ad esempio, in un fondo del mercato monetario. Inoltre, le istituzioni si affretteranno a ritirare i loro soldi da una banca se pensano che potrebbe fallire, o perché temono che altri tirino fuori i loro soldi»[4]. C’è inerzia nel reagire quando i depositanti sono individui, mentre uno degli effetti della digitalizzazione è che accelera la velocità di disintermediazione da parte delle aziende che (re)agiscono in tempo reale alle minime oscillazioni finanziarie.

In secondo luogo, l’effetto dell’aumento dei tassi di interesse sui Treasury bonds, i Titoli di Stato acquistati dalle banche e detenuti «in pancia» come riserve sicure («massimamente liquide») per effettuare le operazioni di credito e di investimento ben oltre il volume di depositi. Essendo a reddito fisso, quando i rendimenti sui Buoni del Tesoro aumentano, necessariamente il loro valore diminuisce[5]. Così, quando li si vende per procurarsi liquidità, si incassa un bel po’ meno di quanto erano costati in origine[6].

Come ha scritto Paul Krugman, la Svb ha parcheggiato gran parte dei suoi enormi depositi «in attività estremamente sicure, principalmente obbligazioni a lungo termine emesse dal governo degli Stati Uniti e da agenzie sostenute dal governo. Per un po’ ha fatto soldi perché, in un mondo a bassi tassi d’interesse le obbligazioni a lungo termine pagano tassi di interesse più elevati rispetto alle attività a breve termine, compresi i depositi bancari». Però, quando i tassi di interessi a breve termine sono aumentati, addirittura oltre quelli a lungo termine[7], lo spread da cui dipendevano i profitti di Svb sono scomparsi, oltretutto trascinando verso il basso il valore delle obbligazioni, il che ha causato grandi perdite di capitale. «E questo, ovviamente, è esattamente ciò che è successo quando la Fed ha alzato i tassi di interesse per combattere l’inflazione»[8].

Si noti che il 96% dei depositi di Svb non è coperto dalla garanzia di rimborso della Federal Deposit Insurance Corporation (Fdic), che assicura depositi fino a 250 mila dollari. Il ministro del Tesoro, Janet Yellen, si è affrettata a rassicurare i mercati dicendo che (per evitare un’altra Lehman Brothers) stanno cercando una soluzione per raccogliere fondi con cui rimborsare anche i depositi non assicurati. Non si tratta, così si sostiene, di un salvataggio della banca e dei suoi azionisti con i soldi dei contribuenti (come fu nel 2008), ma del salvataggio dei depositanti che, un po’ ingenuamente, hanno messo tutti i loro soldi in una sola banca e ora, da buoni liberisti libertari, si aspettano di essere salvati dallo Stato (secondo il «Wall Street Journal», ma anche secondo altri analisti, si tratta comunque di un «de facto bailout»[9]). Definire l’intervento dello Stato non è una questione di poco conto, è in gioco la soglia di «azzardo morale» (moral hazard) che legittimerà il prossimo ciclo speculativo e, anche, la soglia di sopportabilità sociale e civile di un sistema politico-finanziario che mentre si inalbera contro l’indebitamento «troppo elevato» degli studenti, per dire, rivendica la protezione pubblica degli interessi finanziari privati. Vale sempre il vecchio adagio: «privatizzazione dei profitti, socializzazione delle perdite».

A partire da lunedì 13 tutti i depositi, assicurati e no, sono disponibili. Inoltre, la banca centrale mette a disposizione uno sportello di liquidità per aiutare le banche, in particolare le banche regionali, a rispondere alle richieste dei clienti in caso di fuga. Nel frattempo, in Inghilterra, la Svb Uk è stata acquistata (per una sterlina) dalla Hsbc.

In terzo luogo, benché la Svb sia una banca focalizzata prevalentemente sul settore digitale, le condizioni esterne che hanno contribuito a portarla al fallimento valgono per molti altri settori. Nel maggio del 2018 Trump, anche su pressione di banche come la stessa Svb, aveva alzato da 50 a 250 miliardi di attivo il tetto per le banche considerate troppo grandi per fallire (too big to fail), tornando indietro rispetto al Dodd Frank Act emanato dopo la grande crisi del 2008. In questo modo la stragrande maggioranza delle banche Usa ha potuto operare senza grandi controlli da parte della Fed e il fallimento della Svb è il risultato di questa politica di eccessiva deregulation[10]. Il calo in borsa tra il 20 e il 70% di First Republic e Western Alliance, il fallimento della Signature Bank, dopo la chiusura di Silvergate (entrambe società di criptovalute), sono solo esempi degli effetti collaterali della deregulation liberista trumpiana. La stessa politica monetaria restrittiva della Fed sta mettendo sotto pressione molti altri settori, come ad esempio l’edilizia commerciale dove sono in circolazione 60 miliardi di prestiti a tasso fisso che andranno rifinanziati a breve a condizioni più costose, e 140 miliardi di mutui a tassi variabili che maturano tra due anni[11].

Un aspetto per il momento poco commentato è che la Svb negli ultimi anni ha lavorato con 1.550 aziende tecnologiche che stanno sviluppando progetti di energia solare, di idrogeno e stoccaggio di batterie. «La Silicon Valley Bank era per molti versi una banca climatica», ha dichiarato Kiran Bhatraju, amministratore delegato di Arcadia, una delle più grandi comunità d’energia solare del paese. I progetti solari comunitari sembrano essere particolarmente colpiti dalla crisi. La Svb aveva diretto o partecipato al 62% degli accordi di finanziamento per progetti solari comunitari, che sono progetti su piccola scala che servono aree residenziali a basso reddito. Il crollo della Svb minaccia di far deragliare quella che era una parte in rapida crescita del settore del capitale di rischio (venture capital). Più di 28 miliardi di dollari sono stati investiti in start-up di tecnologia climatica nel 2022, in forte aumento rispetto all’anno precedente. Molte delle aziende che con la crisi della Svb stanno ridimensionando le loro operazioni, se non semplicemente chiudendo, erano pronte a sfruttare i crediti d’imposta inclusi nell’Inflation Reduction Act, la legislazione federale sul clima firmata da Biden lo scorso anno[12].

 

La Fed contro la classe operaia

Il fallimento della Svb, se da una parte si iscrive nella crisi del settore dell’high tech digitale con l’ondata di licenziamenti che da mesi ormai attraversa l’intero settore (vedi il «Diario» di gennaio); se, d’altra parte, si spiega per alcune specificità della banca stessa (monocoltura, il suo essere prevalentemente una banca di gestione e investimento dei depositi dei suoi clienti); se, ancora, sconta le conseguenze della deregolamentazione eccessiva di trumpiana memoria, che ha abbassato non poco il livello di guardia delle autorità di vigilanza; se, infine, non sembra paragonabile alla crisi sistemica della Lehman Brothers del 2008 e ai suoi effetti macroeconomici globali, nondimeno evidenzia un serio problema per quanto attiene la strategia monetaria della Fed come di tutte le banche centrali.

La reazione dei mercati tra lunedì 13 e martedì 14 non permette di capire la portata della crisi, la sua profondità e estensione. Per questo occorreranno ancora alcuni giorni. Di sicuro la paura del contagio, così come le rassicurazioni delle autorità monetarie e politiche, contribuiscono ad acuire la volatilità dei mercati, peraltro già alquanto volatili prima dello scoppio della crisi.

Una cosa è però apparsa chiara sin da subito: i mercati e gli investitori dimostrano di volere che la banca centrale freni, addirittura congeli la sua politica restrittiva basata sugli aumenti dei tassi già previsti per i prossimi mesi, ribaditi con fermezza da Joe Powell solo cinque giorni prima del crack della Svb. Si dava per certo un prossimo aumento dei tassi dello 0,5%, ma la corsa degli investitori agli acquisti dei Buoni del Tesoro a due anni ha fatto precipitare il rendimento sotto il 4% in un solo giorno (avevano superato il 5% esattamente una settimana fa, lasciando presagire una recessione imminente), un calo record mai visto dal 1987.

Nei mesi scorsi, i mercati finanziari auspicavano che l’economia entrasse in recessione, perché in tal caso le autorità monetarie abbassano i tassi di interesse per frenarne gli effetti e la durata. La riduzione dei tassi d’interesse, cioè del costo del denaro, per i mercati finanziari significa la ripresa degli investimenti speculativi, e quindi delle rendite finanziarie.

Il fatto è che la recessione non è scoppiata, c’è stato anzi un forte aumento dell’occupazione, un aumento medio del potere d’acquisto e della capacità di indebitamento dei consumatori americani[13], il tutto accompagnato da un processo disinflazionistico (pare che Powell abbia pronunciato la parola disinflazione ben undici volte nella sua conferenza stampa d’inizio febbraio)[14].

Per i mercati questi dati sono la prova che la spinta espansiva convive con un’inflazione in declino, e quindi c’è margine per una riduzione dei tassi d’interesse. Per la Fed, invece, gli stessi dati positivi sono la dimostrazione di una possibile rincorsa salari-prezzi che compromette la battaglia contro l’inflazione. Pochi giorni dopo aver parlato di disinflazione, ecco cosa dice lo stesso Powell: «Dovremo fare più aumenti dei tassi e poi dovremo guardarci attorno a vedere se ne abbiamo fatti abbastanza» (Economic Club, Washington, 7 febbraio).

Ora, come è stato dimostrato da più parti, non solo la crescita dei salari è rallentata, ma laddove vi è stato un aumento è perché sono aumentate le ore settimanali di lavoro (un chiaro aumento del plusvalore assoluto)[15]. Negli ultimi due anni i salari sono cresciuti più lentamente dell’inflazione e i salari reali aggregati sono di fatto diminuiti. Secondo il «Washington Post», la quota attuale dei redditi da lavoro sul Pil, scesa al 56%, è tornata al livello del 2014.

Bisogna quindi escludere categoricamente il rischio di una «spirale prezzi-salari» in stile anni Settanta, mentre bisognerebbe parlare di una «spirale prezzo-prezzo», «in cui i prezzi finali sono aumentati più degli aumenti dei prezzi dei fattori di produzione». A dirlo è Lael Brainard, già vice presidente della Fed, ora nominata da Biden a capo del National Economic Council (inflazione da profitti, insomma: vedi il «Diario» di dicembre 2022).

C’è quindi da chiedersi perché la Fed non abbia dato segni di cedimento con la sua politica monetaria anti-inflativa, perlomeno fino alla crisi della Silicon Valley Bank dello scorso 10 marzo. Nel momento in cui scrivo la Fed non si è espressa su cosa farà con i tassi di interesse nei prossimi mesi. È possibile che, per calmare («stabilizzare») i mercati, decida di aumentarli di un solo 0,25%, piuttosto che di mezzo punto percentuale come era programmato. Vedremo.

Si può sostenere che il problema di fondo della politica della Fed è che è monetarista, tutta incentrata sull’offerta di moneta, e non, come dovrebbe essere, sull’andamento della domanda di moneta. Si può aggiungere che si tratta di una politica basata su modelli econometrici che si ispirano alla «curva di Phillips», secondo cui esiste una relazione inversa tra tasso di inflazione e tasso di disoccupazione, e quindi, dato che oggi la disoccupazione è ai suoi minimi storici, i prezzi non possono che crescere. Tutto vero, salvo che la Fed, perlomeno dai tempi in cui Janet Yellen era presidente, si è dotata di una rete di sensori sul territorio che le permette di «avere il polso» del paese reale, molto più di quanto si creda.

Forse la risposta sta nel fatto che nell’ultimo anno (2022) vi è stato un forte aumento del numero di scioperi e di interruzioni del lavoro. «L’anno scorso ha visto un aumento del 52% del numero di interruzioni del lavoro rispetto all’anno precedente, con il 60% in più di lavoratori che hanno partecipato alle interruzioni». Se confrontato con la statistica delle lotte nel periodo fordista, si può avanzare l’ipotesi che nel 2022 si sia innescato un ciclo di lotte operaie che sembrava definitivamente irripetibile a partire dagli anni Ottanta[16], gli anni della controrivoluzione liberista.

Si aggiunga che per la Fed gli oltre dieci milioni di posizioni aperte delle aziende (vacancies), che non trovano i dipendenti per riempirle, è la prova che il mercato del lavoro è troppo stretto e preme sui costi delle imprese[17]. Le «grandi dimissioni» sono un fenomeno che sfugge a tutti i modelli econometrici della Fed (e non solo), un «enigma» che, come le lotte operaie per migliori condizioni di vita, va combattuto, estirpato. Anche a costo di andare contro il capitale.

 

NOTE

[1] Per una ricostruzione dettagliata del processo che ha portato al fallimento della Svb, vedi il «Financial Times» del 13 marzo: «Problems at tech sector lender built for years before collapse. SVB absorbed big risk with only modest potential pay-off so as to boost short-term profit». Vedi anche Alessandro Graziani, Svb, il crack che Vigilanza e agenzie di rating non hanno visto arrivare, «Il Sole 24 Ore», 13 marzo 2023.

[2] Kenneth Rogoff, Il panico si è già diffuso. Altri fallimenti non sono esclusi, «la Repubblica», 13 marzo 2023.

[3] Solo la Circle aveva qualcosa come 3,3 miliardi di depositi presso la Svb.

[4] Peter Coy, How to Understand the Problems at Silicon Valley Bank, «NYT», 10 marzo 2023. Si veda anche Huw van Steenis, History can instruct us on the fallout from SVB’s collapse, «FT», 13 marzo 2023.

[5] Se un’obbligazione del Tesoro vale 100 e assicura un reddito di 5, il rendimento sarà pari al 5%. Se la stessa obbligazione perde valore e da 100 scende a 90, per continuare a garantire un reddito di 5 il tasso di rendimento aumenterà al 5,5%. Infatti, 5.55% di 90 da un reddito pari 5.

[6] Le minusvalenze implicite nel portafoglio titoli avevano praticamente azzerato il capitale di Svb già a fine 2022, ma né le Autorità di Vigilanza né le agenzie di rating, che hanno mantenuto il giudizio di investment grade fino al giorno del default, hanno visto arrivare il fallimento della sedicesima banca americana. La storia si ripete.

[7] Si noti che quando Jay Powell, presidente della Fed, martedì 7 se ne è uscito dicendo che la Fed avrebbe continuato a tenere alti i tassi di interesse per combattere l’inflazione, i rendimenti (i tassi) sui Treasury a breve (due anni) sono balzati oltre il 5%, mentre i rendimenti sui Treasury a lungo termine (10 anni) non si sono praticamente mossi. L’inversione della curva dei rendimenti (così si dice quando i rendimenti a breve termine superano quelli a lungo), in cui costa di più prendere a prestito nel breve termine che non nel lungo, di solito significa che nel prossimo anno o due si entrerà in recessione. Dal 1900 ci sono stati 28 casi di inversione della curva dei rendimenti e 22 di questi episodi sono stati seguiti da una recessione (vedi Gillian Tett, The markets go down the rabbit hole, «FT», 10 marzo 2023).

[8] P. Krugman, Silicon Valley Bank is not Lehman, «NYT», 13 marzo 2023.

[9] Vedi Jeanna Smialek – Alan Rapperport, Was This a Bailout? Skeptics Descend on Silicon Valley Response, «NYT», 1 13 marzo 2023. Si veda anche Branko Marcetic, Silicon Valley Bank’s collapse shows little has changed for big banks since 2008, «Jacobin», 13 marzo 2023.

[10] Vedi Davide Serra, Start-up e cripto torneranno con i piedi per terra, «la Repubblica», 13 marzo 2023.

[11] Si veda a questo proposito Paolo Mastrolilli, La crisi di Blackstone la grande bolla immobiliare e i fantasmi del 2008, «la Repubblica A&F», 13 marzo 2023, p. 7.

[12] Vedi David Gelles, Silicon Valley Bank Collapse Threatens Climate Start-Ups, «FT», 12 marzo 2023.

[13] Quando si parla di crescita dei consumi occorre sempre distinguere tra consumi produttivi (salari) e improduttivi (rendite parassitarie, profitti e sovraprofitti). Negli ultimi due anni sono soprattutto questi ultimi che sono particolarmente cresciuti.

[14] Riprendo qui di seguito un articolo molto documentato di Nicola Capelluto, Enigma inflazione, apparso su «Lotta comunista» nel mese di febbraio 2023.

[15] L’aumento degli affitti pesa per metà dell’inflazione totale degli ultimi mesi e assorbe buona parte degli incrementi salariali.

[16] Vedi Alex N. Press, Strikes were up significantly last year, «Jacobin», 2 febbraio 2023. I numeri esatti: 272 interruzioni del lavoro nel 2021 sono cresciute a 424 nel 2022. Quel numero consiste di 417 scioperi e sette serrate. Mentre circa 140.000 lavoratori hanno preso parte a un’interruzione del lavoro nel 2021, 224.000 lavoratori hanno fatto lo stesso l’anno scorso. Gli anni Cinquanta hanno avuto una media di 352 grandi interruzioni di lavoro all’anno che coinvolgono 1,6 milioni di lavoratori. Incredibilmente, l’intero periodo di tempo dal 1950 al 1970 ha avuto in media oltre 300 grandi interruzioni di lavoro all’anno (quasi una al giorno!) che coinvolgono oltre 1,4 milioni di lavoratori all’anno. Tuttavia, gli anni 2010 avevano solo una media di circa 15 all’anno che coinvolgeva 150.000 lavoratori. L’enorme calo nel 1980 è avvenuto nell’era del fallito sciopero Patco [Professional Air Traffic Controllers Organization], che ha portato al termine «Sindrome Patco», che descrive la paura dei sindacati di scioperare e perdere.

[17] Salvo poi disperarsi quando mezzo milione di salariati è assorbito in un mese, perché questo per la Fed significa un aumento della pressione sui consumi.

da qui

lunedì 23 gennaio 2023

Jacinda Ardern e il nostro diritto al fallimento - Roberto Loddo

“Sono un essere umano. Diamo tutto quello che possiamo per tutto il tempo che possiamo, e poi arriva il momento. E per me quel momento è arrivato”. Mi hanno colpito nel profondo le parole della dimissionaria premier neozelandese Jacinda Ardern, parole che possono essere estese a qualsiasi dimensione della nostra società dominata dal grande culto dell’efficienza e della prestazione a qualsiasi costo.

E allora chi è che garantisce i diritti e la libertà delle persone che vivono l’esperienza del fallimento? Spesso ci dimentichiamo che più di quarant’anni fa i nostri servizi di salute sono stati travolti da una piccola rivoluzione, una lotta politica e culturale che ha portato all’approvazione della Legge 180 e al cambiamento radicale dei diritti umani e civili delle persone che vivono l’esperienza della sofferenza mentale. Il sogno interrotto di Basaglia è contenuto nei dettagli della mancata applicazione dei principi della deistituzionalizzazione. Per questo le persone che non funzionano più come vorremmo sono da un lato escluse dalle garanzie costituzionali ma dall’altro sono ancora oggi, di fatto, elemento costituente della società basata sull’esclusione sociale e sulla disuguaglianza.

Gli effetti delle disuguaglianze hanno prodotto una società tradita dalle promesse di benessere del neoliberismo in cui dovevamo essere tutti più felici lavorando di più e rinunciando a parte dei diritti sociali. Al contrario ci siamo ritrovati appiattiti in una società malata e contaminata da relazioni umane basate sulla violenza dove non sono le persone ad essere al centro dei bisogni dello stato ma solo i mercati e la finanza. Questo mondo spinge le persone a rimanere sole, isolate nell’egoismo e nell’individualità della mercificazione quotidiana, e non prevede, non consente, il tempo per il loro fallimento e non consente loro di avere nuove opportunità e nuove possibilità.

Senza il tempo per il fallimento siamo esseri divisi e separati da un ordine sociale basato dalla produttività e dall’efficienza. Sei giusto se produci e consumi e sei matto e sbagliato se non lo fai. E se non lo fai hai fallito, perché non hai diritto a seconde possibilità. Nel mondo per fatto per i giusti, il fallimento è declinato solo come insuccesso e sconfitta.

La relazione tra il tempo del fallimento e la salute mentale è ben visibile nella qualità sempre più insufficiente della presa in cura e nella mancata organizzazione dei servizi di salute mentale, nell’assenza di partecipazione e di consenso da parte di chi utilizza i servizi di salute mentale che diventano un non luogo verticale dove non c’è più spazio per praticare il rispetto dei diritti umani e dei diritti di cittadinanza. C’è solo un ambulatorio che cataloga le persone dispensando farmaci e terapie.

Non ci può essere diritto al fallimento se rimane solo l’appuntamento con lo psichiatra per la fiala depot, se rimane solo il ricovero nei reparti ospedalieri degli Spdc, se mancano i percorsi di presa in cura individuali orientati al miglioramento della qualità della vita, se mancano gli strumenti per il diritto all’abitare, al lavoro e alle relazioni sociali e affettive.

Non possiamo permetterci di fallire con poco personale nei Centri di salute mentale, con centri di riabilitazione diurna senza risorse, con tante persone che vivono la loro sofferenza restando tutto il giorno chiusi in casa con un intervento farmacologico che non è accompagnato da una riabilitazione e da un adeguato sostegno psicologico, con i familiari in balia di un carico enorme e senza prospettive future.

Non possiamo permetterci di fallire e senza il tempo per il fallimento non ci può essere crescita e nemmeno libertà. Siamo ingabbiati in una forma moderna di schiavitù, la schiavitù 2.0 di chi soffre ma deve stare in silenzio, di chi lavora ma rimane povero, di chi vive la negazione della propria identità. Nuovi schiavi obbligati a stare al mondo come esseri perennemente soddisfatti, sempre giusti e privi della possibilità di fare errori.

Una società nuova, basata sulla giustizia, sulla democrazia e sull’eguaglianza deve anche avere un tempo per il fallimento. Alle persone deve essere garantita per legge la possibilità di commettere errori, di perdere, di essere sconfitti, di ripensarsi, di avere dubbi e di prendere decisioni sbagliate. Dobbiamo avere il diritto di costruire percorsi di vita che crollano senza che ci sia una società che ci giudichi e che ci condanni. Il diritto al fallimento andrebbe inserito nella Costituzione.

Avere il diritto di praticare il fallimento significa avere la possibilità di essere antagonisti a questo sistema.

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mercoledì 13 ottobre 2021

Elogio del fallimento - Paolo Mottana

 

Vorrei concentrarmi su una delle più spaventose angosce del nostro tempo, quella del fallimento, parzialmente collegata a tematiche ben più cariche di sensi stratificati come quelle dell’errore e della resa. Qui voglio però concentrarmi proprio su quella del fallimento, in parte fisiologica per così dire ma sicuramente incrementata esponenzialmente da una civiltà così poco generosa, così assillata dal successo (e nel più breve tempo possibile) e che letteralmente perseguita il fallire come un’onta irrimediabile.

Quanti suicidi per fallimenti lavorativi, finanziari, imprenditoriali, sentimentali e così via! Se posso perdonare quelli sentimentali mi sento invece di attribuire al nostro tempo indegno la colpa per gli altri, compresi quelli per gli studenti che pure si suicidano o si fanno del male quando non vengono riconosciuti come capaci o ahimé “competenti”.

 

Si impara sbagliando

A parte l’ovvio fatto, decantato persino nei manuali di didattica più seri, che si impara e si migliora solo sbagliando e fallendo – cosa che ogni onesto insegnante dovrebbe sapere prima di somministrare quella ridicola sanzione all’errore che si chiama “insufficienza” e che non ha altro scopo che quello di avvilire la motivazione di chi impara -, e che dunque fallire è fisiologico al riuscire, va anche detto che il fallimento è anche una condizione che può assumere forme accettabili o addirittura confortevoli.

Posso assicurare che aver fallito nella conquista del potere universitario, che peraltro non ho mai davvero cercato, mi ha risparmiato quella tinta giallastra o di volta in volta quegli arrossamenti facciali rigati di couperose che tanti concorrenti ambiziosi hanno dovuto manifestare ben presto perché rosi dall’invidia, dalla competizione e dalla paranoia.

 

La trappola del successo

Personalmente consiglio a chiunque smani proprio per raggiungere il successo, che cerchi di farlo il più tardi possibile nella vita. Perché? Perché il successo, una volta raggiunto, è una trappola, ti imprigiona in esso e ti costringe ad una routine spaventosa per mantenerlo. Appena si raggiunge il successo innanzitutto bisogna guardarsi da tutti quelli che si è fatti fuori a gomitate per arrivarci – perché ci si arriva solo così, credetemi, anche i migliori, un’ottima parabola in tal senso è il film Il Cigno nero di Aronofsky -, poi da tutti quelli che vi invidieranno e vorranno prendere quanto prima il vostro posto: una guerra. Tra le armi che avvelenano la vita più potenti e infallibili vi sono senza alcun dubbio l’invidia e la paranoia, strettamente collegate insieme specialmente nelle esistenze degli ambiziosi.

In più una tragica vulnerabilità proprio al fallimento. Ogni fallimento, in chi rincorre troppo la luce, si trasforma in un buio senza fondo, o al fondo del quale spesso c’è una terribile depressione o la morte. Altro film sul merito Mulholland Drive di Lynch (parlo di film perché è più facile, in un paio d’ore ve li siete visti, per i più ambiziosi ci sono volumi massicci inerenti il problema dell’invidia, della paranoia e della sindrome megalomanica).

Quindi i vantaggi sono ristretti, anche perché se per un breve periodo, una volta arrivati, si gode dei privilegi che il successo garantisce (diventare noti, essere desiderati, se va bene scopare molto), poi cominciano a sorgere i dubbi: ma mi ama per me o per i miei successi, ma mi sta vicino e mi dice sempre di sì per me o per i miei soldi o ancora, scopa con me per me o perché sono un uomo o una donna di successo? E nonostante il cinismo per un po’ possa fare da palliativo, posso assicurare che alla lunga la crisi d’identità e la depressione conseguente sono inevitabili.

 

Il tempo dei talent

Quindi, fuor di ogni metafora, educare al valore del successo, cioè ciò che confindustria, università dell’eccellenza e media sapientemente radunati insieme con ogni mezzo propinano incessantemente, e purtroppo anche la nostra sagace scuola competitiva e meritocratica (o presunta tale), è una solenne stronzata.

Ai ragazzi va detto incessantemente: fa le cose perché ti va, non perché ti serve, scrivi, maneggia la plastilina, monta sugli alberi, dipingi, suona ma perché ti fa piacere, non per gli altri, non per il loro giudizio né per diventare suppostamente bravo come loro (al limite vale per fare colpo sulla ragazza o chi per lei). Puoi imitarli se ti piacciono, se il loro sound ti fa godere, se le loro abilità ti toccano, non perché hanno il successo. È difficilissimo, specie con questa nuova specie cresciuta nel mondo della competizione sfrenata e delle identità vulnerabili, dei talent e delle gare a tutto spiano, ma dai e dai possiamo farcela. Ne va, nientepopodimeno, che del benessere universale!

Occorre immediatamente mobilitarsi per prendere a colpi di piccone il mito del successo e con l’azzerare quanto più possibile l’inoculazione del siero di tale necrofila ideologia dalle televisioni, dai social, dalla classe dei padroni-imprenditori con le loro organizzazioni di beoti, dallo sport agonistico e da ogni altro campo dell’esperienza che non sia “facciamo a chi sputa più lungo” o nascondino. Se possibile anche separando padri frustrati per non essere riusciti in settori determinati da figli bisognosi d’amore costretti per anni a giocare a tennis o a suonare il pianoforte per saziare le bramosie di successo paterno (e talora anche materno) per transfert (si veda la toccante autobiografia di André Agassi – Open. La mia storia, Einaudi -, probabilmente emblematica di tanti figli suoi simili incapsulati nei tentacoli del genitore predatore).

 

Un paio di fallimenti a settimana

Come già ci hanno più volte suggerito i veri sapienti, quelli del ben vivere, da Orazio a J.K.Jerome, un fallimento ogni due o tre settimane fa star bene, rende più umili, più in consonanza con il ciclo di morte e rinascita di tutto il mondo intorno e più propensi al riposo, al buon vino e alla contemplazione e anche, nota bene, all’amore, tutte cose che non aggiungono benzina all’entropia spaventosamente in atto. Piccoli fallimenti, in dosaggi non eccessivi possono essere raccomandati anche ogni giorno, per esempio orinare fuori dal vaso (e poi subito sentirsi in dovere di porvi rimedio …), mancare completamente il soufflé di patate, o versare l’acqua del mocio sull’auto dell’imprenditore di successo appena lavata.

Vorrei una generazione di piccoli pargoli non assatanati dalla pulsione insana del successo, propensi all’accomodamento, all’accettazione senza rancore di essere a metà classifica o anche alla fine, sempre sperando, predicando e operando perché le classifiche spariscano dalla faccia della terra, come i voti, i giudizi, le stellette, i premi e altre baggianate del genere che, eventualmente, vengano sostituiti da abbracci e baci per i partecipanti, con autentico spirito olimpionico, e magari un premio speciale in natura per chi, alla fine di un qualsiasi cimento liberato dal giogo del primeggiare, offre da bere a tutti.

Ah, un’occhiata a Dio esiste e vive a Bruxelles, di Jaco Van Dormael, non può che giovare alla causa.

da qui