(traduzione di Paola Tornaghi, Edizioni Alegre, 2024, 20€, prefazione di Eric Gobetti, postfazione di Ivan Serra)
Questo libro non è stato scritto recentemente, pubblicato da Rizzoli nel 1992 col titolo L’olocausto rimosso, non arrivò nelle librerie, fu mandato al macero prima della diffusione (anche se qualche copia si è salvata).
Dell’ottobre 2024 il libro è riapparso grazie alle Edizioni Alegre di Roma, con un titolo diverso, ma il contenuto non è cambiato, la storia è sempre quella.
I cittadini di Libia, Etiopia, Grecia, Albania, Slovenia, Croazia, furono le vittime del maledetto impero italiano, con più di un milione di morti causati dagli aguzzini italiani, senza dimenticare i crimini della repubblica di Salò.
Si tratta un libro intenso e denso di fatti, tratti da documenti che aspettavano solo di essere letti e diffusi, e si legge senza mai un momento di stanchezza o di noia, come un libro dell’orrore.
L’autore racconta anche, come in un giallo che si rispetti, il modo nel quale molti documenti sono stati riscattati dall’oblio, da un armadio della vergogna, nella sede dell’ONU di New York.
Il libro, che smonta la leggenda falsa di italiani brava gente, leggenda alla quale ha contribuito un film come Mediterraneo, di Gabriele Salvatores.
Purtroppo ai fatti isolati di soldati italiani che si ribellano contro il fascismo, episodi spesso richiamati, sottolineati e lodati, si contrappone il silenzio e la censura dei crimini e criminali dell’esercito italiano.
L’auspicio è che questo libro (come pure quelli di Angelo Del Boca) diventi un libro di testo nelle scuole di ogni ordine e grrado, ma può essere possibile se in Italia la seconda carica dello Stato ostenta orgogliosamente il busto di Mussolini, e gli eredi del fascismo sono al governo?
Gli israeliani si sono certamente ispirati ai crimini dell’Italia fascista, ci sono tante somiglianze, ci sono i criminali di guerra, come Graziani (e non solo) e Netanyahu (e non solo), ci sono i genocidi nelle colonie italiane durante la seconda guerra mondiale, ma anche in Grecia (i soldati tedeschi, in confronto ai maledetti italiani, erano dei gentiluomini), ci sono i campi di sterminio nei paesi occupati dall’Italia e Gaza (secondo il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres), e tra le enormi infamie sono da considerare il divieto di fornire cibo a chi muore, letteralmente, di fame, in Grecia gli italiani osteggiavano la Croce Rossa, a Gaza è l’ONU a essere perseguitato, in tutti i modi possibili.
QUI si può leggere un’interessante intervista con Michael Palumbo
QUI si può vedere Fascist legacy (L’eredità fascista), prodotto dalla BBC, con regia di Ken Kirby
“Il documentario Fascist Legacy (l’eredità fascista) dello storico italoamericano Michael Palumbo e dell’inglese Ken Kirby ha posto fine per sempre alla leggenda degli “italiani brava gente”. Ma che si trattasse, appunto di un mito senza alcun fondamento lo sapevano bene non solo gli storici, ma le vittime (libiche, etiopiche, greche, jugoslave) e, com’è ovvio, gli stessi carnefici”.
Così scriveva L’Unità il 10 giugno 1990, mezzo secolo dopo l’annuncio della dichiarazione di guerra nel secondo conflitto mondiale e pochi mesi dopo la messa in onda del documentario da parte della Bbc in due puntate, il 1 e 8 novembre 1989, suscitando le proteste diplomatiche italiane, presentate dall’ambasciatore a Londra Boris Biancheri ed un ampio dibattito in Italia. (Si vedano ad esempio due articoli di Repubblica del 10 novembre 1989, “Italia, ecco i tuoi crimini di guerra” e “E’ vero, e Londra sapeva. Gli storici italiani rispondono“).
Il 2 dicembre 1989 vi fu una proiezione al Festival dei Popoli di Firenze e la Rai il 1 gennaio 1990 ne acquisì i diritti esclusivi per l’Italia facendoli però scadere il 30 settembre 1994 senza che il filmato fosse mai programmato (vedi interrogazione parlamentare del 25 novembre 1997). Nel corso del 2004 l’emittente La7 ne trasmise ampi stralci e in seguito History Channel una versione integrale (si può visionare qui).
Fin dalla prima apparizione del documentario, era prevista la realizzazione da parte di Michael Palumbo, sulle cui ricerche era basato, di un libro sui crimini di guerra italiani.
Un articolo di Simonetta Fiori su Repubblica del 17 aprile 1992 (Quel libro non si stampi!) ci spiega perché fino ad oggi non ci fosse traccia del libro, arrivato ad una fase di produzione avanzato per la Rizzoli ma poi abortito per la minaccia di querela da parte di Giovanni Ravalli, ex ufficiale ai tempi dell’occupazione in Grecia, che respingeva le accuse sul suo conto rinvenute nelle prime bozze del libro fatte circolare. Nell’articolo la direttrice editoriale smentiva quanto riportato da una prima notizia secondo la quale “la Rizzoli aveva deciso di mandare al macero le ottomila copie già stampate, una tiratura giustificata dalle attese”, affermando che ”non ne era stata stampata neppure una copia”.
Oggi – per la prima volta dopo 28 anni, per quanto ne sappiamo – siamo in grado di presentare pubblicamente una copia sopravvissuta di quel volume, evidentemente scampata al macero, dimostrando che la prima notizia nell’articolo “Quel libro non si stampi!” era quella veritiera.
Come si lamentava Palumbo: “E’ una tragedia che si possano fare rivelazioni di questa gravità soltanto a distanza di decenni”. Era il 1992 e si riferiva alla documentazione della Commissione delle Nazioni Unite per i Crimini di Guerra rimasta sepolta fino al 1980.
Però la stessa sorte è purtroppo toccata al suo libro, censurato e dimenticato fino ad ora.
Forse, come riportato da Mimmo Franzinelli nel numero 3 del mensile Millenovecento del gennaio 2003, non fu il solo Ravalli ad interessarsi al futuro del libro:
“La minaccia di querela per autore ed editore, con le concomitanti pressioni di ambienti influenti della politica e del mondo militare [corsivo nostro], indussero i dirigenti della Rizzoli a riconsiderare il libro in uscita e a toglierlo dalla programmazione editoriale. Il tenace e combattente Ravalli è scomparso nel 1998, all’età di 89 anni, ed è inumato in un cimitero della capitale, nel loculo di famiglia. Dove sia sepolto il libro inedito di Palumbo è invece un mistero: le bozze di stampa sono scomparse dagli stessi archivi Rizzoli”.
Per ora si può solo raccontare della sfortuna editoriale di Michael Palumbo in Italia e approfondire il caso del tenente Ravalli…
QUI si può vedere Il leone del deserto, un film del 1980 diretto da Mustafa Akkad.
Il film è stato censurato impedendone la distribuzione in Italia, in quanto ritenuto “lesivo all’onore dell’esercito italiano”, e non è mai stato mai trasmesso dalla RAI.
In bottega (QUI) avevamo ricordato Angelo Del Boca, il primo storico a pubblicare libri sul criminale colonialismo italiano.
La campagna
d’Albania del Governo italiano che introduce una sorta di gestione
esternalizzata dei flussi migratori, vantata come un modello da proporre in
Europa, ha subito una prima clamorosa disfatta per effetto dei decreti
emessi dal Tribunale di Roma il 18 ottobre che hanno negato la convalida del
trattenimento dei primi migranti trasportati in Albania, determinandone il
ritorno in Italia (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2024/10/21/il-grande-bluff-del-trasferimento-dei-migranti-in-albania/). Di fronte ad uno smacco così
grave, c’è stata una reazione scomposta con insulti ai giudici di
ministri, politici e media e minacce di reazioni istituzionali per mettere a
posto i giudici. È stato quindi emanato a tambur battente un
decreto legge (23 ottobre 2024, n. 158) per superare gli ostacoli giuridici che
avevano indotto il Tribunale di Roma a negare la convalida del trattenimento.
Nelle premesse del provvedimento si riconosce che la sentenza della Corte di
Giustizia dell’Unione Europea, del 4 ottobre 2024 ha escluso che un paese terzo
possa essere designato come Paese di origine sicuro quando alcune parti del suo
territorio non lo sono. Il decreto stabilisce che l’elenco dei paesi sicuri
deve essere disposto con legge, non più con atti amministrativi e, facendo
finta di dare attuazione al principio di diritto espresso dalla Corte di
Giustizia, esclude Camerun, Colombia e Nigeria dall’elenco dei “paesi sicuri”,
confermando tutti gli altri, compresi Egitto e Bangladesh.
Il decreto,
presentato per la conversione alla Camera, è stato spostato al Senato e poi
ritirato dal Governo che intende ripresentarlo sotto forma di emendamento da introdurre nel decreto flussi in
discussione alla Camere il 21 novembre. In questo modo è stata sottratta al
Parlamento una discussione che sotto molti profili si presentava imbarazzante
per il Governo di Giorgia Meloni, tanto più che il Tribunale di
Bologna, con un’ordinanza in data 25 ottobre, ha dubitato della conformità del
decreto al diritto dell’Unione ed ha rivolto alla Corte di Giustizia
dell’Unione Europea due questioni pregiudiziali che attengono ai presupposti
per la determinazione dei paesi sicuri e al dovere del giudice nazionale di
disapplicare l’atto di designazione del paese sicuro contrastante con i criteri
europei. Anche contro questo provvedimento sono sorte roventi polemiche aizzate
da Giorgia Meloni, che ha definito quello del Tribunale di Bologna: un
volantino propagandistico. In realtà, il fuoco di sbarramento polemico
sollevato dalla politica contro la magistratura, ulteriormente esasperato a
seguito dei provvedimenti dei giudici di Catania che hanno disapplicato il
decreto paesi sicuri, fa da velo ed impedisce di cogliere gli aspetti umani,
giuridici ed istituzionali di questa vicenda.
Il problema
di fondo riguarda le modalità d’esercizio del diritto d’asilo. Il
Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea attribuisce all’UE la competenza
ad emanare delle regole comuni per la gestione del diritto d’asilo in
conformità alle Convenzioni internazionali, compresa l’adozione di procedure
comuni per garantire l’accesso al diritto d’asilo. Per velocizzare le procedure
e rendere meno gravoso per gli Stati membri la gestione dei flussi dei
migranti-richiedenti asilo è stato definito il concetto di “paese d’origine
sicuro” ai fini dell’esame delle domande di protezione internazionale. Per
i richiedenti che provengano da un paese d’origine qualificato come sicuro è
prevista una procedura accelerata con minori garanzie. In questi casi vige
una sorta di presunzione di infondatezza della domanda che può essere superata
solo se il ricorrente sia in grado di indicare delle circostanze specifiche
fondate su gravi motivi. Inoltre per coloro che provengono da un paese sicuro
non vale la regola generale che consente di permanere sul territorio nazionale
fino all’esaurimento dei rimedi giurisdizionali, quindi la decisione
amministrativa di rigetto della domanda consente il rimpatrio immediato. Nella
c.d. “procedura di frontiera” a cui sono destinati i migranti deportati in
Albania, la Commissione territoriale decide nel termine di sette giorni dalla
ricezione della domanda. Il progetto che sta alla base del modello
Albania è quello di procedere speditamente, nel giro di una settimana, al
rimpatrio dei richiedenti asilo nei paesi sicuri d’origine, con i quali
evidentemente è stato stipulato un accordo (semplificato) di riammissione. È
evidente che questa procedura comporta la compressione massima del diritto
d’asilo, sino quasi ad annullarlo. Per questo, dal punto di vista della tutela
dei diritti umani, diventa di importanza vitale il rispetto dei criteri
che consentono di qualificare un paese terzo come “sicuro”.
Secondo
l’Allegato 1 alla Direttiva 2013/32/UE: «Un paese è considerato paese di
origine sicuro se, sulla base dello status giuridico, dell’applicazione della
legge all’interno di un sistema democratico e della situazione politica
generale, si può dimostrare che non ci sono generalmente e costantemente
persecuzioni quali definite nell’articolo 9 della direttiva 2011/95/UE, né
tortura o altre forme di pena o trattamento disumano o degradante, né pericolo
a causa di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o
internazionale. Per effettuare tale valutazione si tiene conto, tra l’altro,
della misura in cui viene offerta protezione contro le persecuzioni ed i
maltrattamenti mediante: a) le pertinenti disposizioni
legislative e regolamentari del paese e il modo in cui sono applicate; b) il
rispetto dei diritti e delle libertà stabiliti nella Convenzione europea per la
salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e/o nel Patto
internazionale relativo ai diritti civili e politici e/o nella Convenzione
delle Nazioni Unite contro la tortura, in particolare i diritti ai quali non si
può derogare a norma dell’articolo 15, paragrafo 2, di detta Convenzione
europea; c) il rispetto del principio di non-refoulement conformemente
alla convenzione di Ginevra; d) un sistema di ricorsi
effettivi contro le violazioni di tali diritti e libertà».
L’inclusione
di un paese terzo nella lista dei paesi sicuri deve rispettare rigorosamente i
criteri stabiliti dalle regole europee. Per questo tale scelta non è un atto di
discrezionalità politica, incensurabile in sede giurisdizionale, bensì un atto
di discrezionalità tecnica, sempre passibile di valutazione in sede
giurisdizionale sotto il profilo dell’eccesso di potere e della violazione di
legge (in questo caso le regole europee). Il fatto che adesso la
definizione di paese terzo sicuro avviene con legge, anziché con atto
amministrativo, è una truffa delle etichette che non cambia la sostanza del
problema. Il giudice deve applicare la legge ma, nel contrasto fra
la legge italiana e le regole europee, sono queste che devono prevalere per giurisprudenza
pacifica della Corte Europea di Giustizia e della Corte costituzionale italiana.
Un esempio ci aiuta a comprendere meglio. Il paese dove è stato torturato e
ucciso Giulio Regeni (e con lui centinaia o migliaia di oppositori), dove i
torturatori hanno goduto e godono della massima protezione essendo la
magistratura asservita al potere politico, può essere considerato un paese
sicuro ai sensi delle regole europee? Il Governo italiano ha stabilito con
legge che l’Egitto è un paese democratico dove non si fanno torture e vigono le
regole dello Stato di diritto, ciononostante l’Egitto resta, pur sempre il
paese dove si torturano e uccidono le persone come Regeni. Con una legge si può
anche stabilire che l’asino vola, ma gli asini continueranno a non
volare. Meloni non se ne abbia a male se i magistrati disapplicando la
sua legge, riconoscono che l’asino non vola.
“Una volta un giudice come me/ Giudicò chi gli aveva
dettato la legge/ Prima cambiarono il giudice/ E subito dopo/ La legge”. È
impressionante la preveggenza, quasi un’arte divinatoria dell’indimenticabile
Fabrizio De André, che con le sue parole in “Storia di un impiegato” riassume
perfettamente lo stato del conflitto istituzionale in atto in Italia tra il
governo delle destre razziste, fasciste e berlusconiane e la magistratura.
Basta una sentenza che impone il rispetto dei diritti
umani per scatenare le furie di Giorgia Meloni e far dire a Ignazio Benito La
Russa che è ora di cambiare la Costituzione che impone l’equilibrio dei poteri.
Si riapre la caccia alle “toghe rosse” con l’obiettivo esplicito di soggiogare
il potere giudiziario a quello esecutivo, cioè al volere del governo. Passano
pochi giorni dalla sentenza del giudice romano che fa a pezzi il sogno albanese
di Meloni imponendo il rientro in Italia dei primi 12 migranti deportati nel
paese delle aquile, e due giorni dopo l’uccisione di un migrante da parte delle
forze dell’ordine (“Non ci mancherà”, è arrivato a dire Salvini nei confronti
della vittima) ed ecco un nuovo schiaffo al governo inferto dal Consiglio
d’Europa: l’Italia è sempre più xenofoba, dice il rapporto della Commissione
contro il razzismo e l’intolleranza che denuncia il comportamento della Polizia
ai danni dei migranti e dei loro figli, dei rom, della comunità Lgbtq.
Ad aizzare l’odio contro i “nemici”, cioè “diversi”
dai sedicenti ariani per razza, religione, scelte sessuali, è la politica che
guida l’Italia in questa stagione indecente e disumana. Il riferimento
esplicito è a Salvini, a Vannacci e al suo osceno libro best seller, a tutti i
fabbricanti di odio e razzismo con cui cercano di fare le loro fortune politiche
(e a volte ci riescono).
Nuova alzata di scudi delle destre, pronte alla
guerra. Non solo la magistratura deve piegarsi al volere del governo anche
quando viola le leggi europee, ma persino i medici che secondo la ministra
della famiglia Roccella dovrebbero denunciare i genitori dei bambini nati con
la pratica della gestazione per altri, promossa per legge a crimine universale
(chissà se Giorgia Meloni chiederà l’arresto del suo amico del cuore Elon Musk
che non fa mistero dei suoi figli nati grazie a uteri presi in affitto). I medici
hanno subito risposto che il loro dovere è curare le persone sulla base del
giuramento di Ippocrate, proprio come i giudici hanno giurato sulla
Costituzione e non sul governo, senza domandare da dove vengono, chi sono e
come scelgono di vivere.
Giorgia Meloni deve avere nostalgia del regno d’Italia
e d’Albania, quando il Duce Mussolini consegnò la corona legittimamente calzata
dal re Zog a Vittorio Emanuele III, detto “re sciaboletta” per la sua statura
mignon che gli impediva di portare la sciabola d’ordinanza che avrebbe toccato
terra. In cambio del sostegno italiano all’ingresso in Ue dell’Albania, la
Ducessa ha sedotto il premier socialista (?) Edi Rama, rifilandogli i migranti
maschi adulti e in buona salute raccolti nel Mediterraneo da navi italiane “di
stato” provenienti da paesi ritenuti sicuri dal suo governo e dunque da
rimpatriare sic et simpliciter. Spesi e da spendere per l’impresa, 800 milioni
di euro ricavati tagliando fondi alla scuola, agli asili, alla sanità, ai
contratti pubblici ma certo non sottratti ai miliardi destinati alla
costruzione del ponte sullo stretto di Messina caro al suo vice Salvini.
Ma quando le fanfare sono partite e il nastro
tricolore è stato tagliato per immortalare l’arrivo della nostra nave da guerra
con i primi 16 – sedici! – migranti, è successo di tutto e Giorgia Meloni è
stata addirittura costretta a disdire i festeggiamenti e la conferenza stampa
per i suoi primi due anni di governo. Prima si è scoperto che due di loro erano
minorenni e altri due malati e dunque andavano subito rimessi sulla nave
militare e trasferiti in Italia, esseri umani in cerca di protezione trattati
come pacchi postali che il postino aveva consegnato all’indirizzo sbagliato
violando le regole d’ingaggio. Subito dopo un giudice monocratico – c’è un
giudice a Roma – aveva ordinato il rientro anche dei rimanenti 12 perché
provenienti da Egitto e Bangladesh, paesi che non solo la Corte di giustizia
europea ma persino il governo Meloni avevano classificato come non
completamente sicuri.
Apriti cielo: la Magistratura sabota l’esecutivo per
colpa dei giudici comunisti, le toghe rosse che per Salvini sono addirittura al
servizio di Rifondazione comunista. La magistratura “esonda” per il ministro
della giustizia Nordio che aggiunge: “La sentenza europea è scritta in francese
e i giudici non l’hanno capita”. Paonazza, Meloni urla che la Magistratura ha
il dovere di assecondare e difendere le politiche del governo costringendo i
giudici a rispondere l’ovvio: nostro compito è difendere i diritti delle persone
a prescindere dalle loro origini, non il governo. La seconda carica dello Stato
dice che l’Egitto – cioè il paese i cui servizi segreti hanno torturato, ucciso
e buttato in un fosso il nostro concittadino Giulio Regeni – è così sicuro che
lui, La Russa, ci andrà in vacanza a Natale. Buone vacanze a Ignazio Benito.
Il Consiglio dei ministri ha varato un decreto in cui,
smentendo sé stesso e la Farnesina, l’Egitto e il Bangladesh vengono promossi
al rango di paesi sicuri, i camerati sono convinti che questo penoso artificio
costringerà i giudici a obbedire al governo, e cioè a rinunciare a tutelare i
diritti delle persone e disobbedire alle leggi dell’Europa, e della coscienza.
Qualora decidessero diversamente il governo già preannuncia il ricorso in cassazione.
Sono i giudici che sconfinano dal loro territorio,
oppure il governo che vuole cancellare ogni possibile critica, sociale politica
e istituzionale? La domanda è retorica. Resta il fatto che nel vuoto, per amor
di patria potremmo dire nella pochezza, dell’opposizione politica, tocca
affidarsi alla Magistratura. Alla lunga questa delega non farà bene alla
democrazia, alla politica e alla Magistratura.
Questo articolo è stato pubblicato su Area il 24 ottobre 2024
I membri dell’infausto e nocivo governo
Meloni hanno
scoperto, di recente, l’esistenza della legge e della magistratura, due diaboliche forze sovversive che
minacciano di impedire i loro insulsi show, indegni teatrini coi quali cercano
di propinare le loro false e disastrose soluzioni a un popolo sempre più povero
e demoralizzato.
Lo show si svolge su di un terreno che,
istruiti da spin doctor del calibro di Musk o poco
meno, ritengono particolarmente propizio per mettere in azione le loro armi di
distrazione di massa, destinate a distogliere l’attenzione dai loro continui
fallimenti e dalla loro “politiche” meschinamente reazionarie e filopadronali.
Mi riferisco ovviamente al tema delle migrazioni, trasformato
in minaccia esistenziale per la nostra società che invece sono loro a
disgregare ogni giorno di più colla loro proverbiale inettitudine e
l’esasperata coltivazione del “particulare” proprio
e delle loro famiglie allargate.
“Non passa lo straniero” è lo slogan
lanciato da lorsignori con esilarante rievocazione delle vicende del Piave,
mettendo al posto delle armate austroungariche gli esseri umani espulsi dai
loro contesti originari dalle politiche di guerra, devastazione ambientale,
oppressione sociale e rapina delle risorse che l’Occidente neocoloniale
continua a promuovere in tutto il mondo, anche se fortunatamente con sempre
minore successo.
Meloni, fra le sue numerose sparate
pre-elettorali, aveva promesso il blocco navale per
impedire l’invasione. Di fronte all’evidente impraticabilità di questa misura,
aveva ripiegato, oltre che sugli ostacoli ai salvataggi, sulla spedizione dei
migranti in Albania. Senonché il suo geniale
progetto si è infranto proprio sulla legge europea. Cifre esorbitanti sono state spese per una
passeggiata marittima ben poco rilassante di sedici migranti fino alle coste
albanesi e ritorno.
Il secondo esempio, del pari illuminante è
costituito dalle imprese di Salvini, convinto
all’epoca che indossando le vesti di strenuo difensore dei confini patrii
avrebbe guadagnato qualche consenso colla chiusura dei porti.
Per sfortuna loro e fortuna del popolo
italiano l’Italia non è ancora il Regno di Pulcinella ed
esiste sempre e comunque una magistratura non disposta a farsi intimidire e che
costituisce oggi a ben vedere una delle poche risorse istituzionali e sociali
di cui siamo ancora dotati, tanto è vero che l’uomo col busto del Duce sul
comodino, autentico cervello giuridico della squalificata congrega, la vuole
fare fuori come potere autonomo per trasformarla in mero ammennicolo del
potere.
In preda a comprensibile
disappunto e indignazione degna di migliori cause essi
rivolgono quindi oggi i propri strali contro i giudici, che vorrebbero proni ai
loro voleri anticostituzionali, obbedienti e servili. Con involontario umorismo
il ministro Nordio parla di giudici “che esondano” quasi si trattasse dei
corsi d’acqua che a causa di cambiamento climatico, tradizionale incuria del
territorio, paralisi burocratica e insensibilità politica, stanno facendo da
tempo danni e vittime crescenti in Italia. E si propone di metterli a posto
lui, quasi ignorasse le guarentigie costituzionali di cui la magistratura è circondata
e che costituiscono elemento fondamentale e irrinunciabile di ogni Stato di
diritto degno di questo nome.
Analoghe minacce e intimidazioni, sia di
stampo governativo che criminale diffuso, sono state rivolte contro i giudici
di Palermo che nei prossimi giorni potrebbero
condannare Salvini per il suo comportamento illegittimo e ingiustificabile.
Vero è che i migranti costituiscono oggi
parte integrante e sempre più importante di coloro che, col loro ingrato e
faticoso lavoro quotidiano, specie nei settori dove vige il padronato più selvaggio, come l’agricoltura e
la logistica, portano sulle loro spalle l’Italia. Il razzismo istituzionale
sfoggiato e messo in pratica da lorsignori serve anche a mantenerli in uno
stato di privazione dei diritti frantumando l’unità di classe e colpendo al
cuore il principio di eguaglianza formale e sostanziale che costituisce
l’architrave della Costituzione repubblicana.
Del resto lo Stato costituzionale di
diritto è minacciato fortemente in Italia anche da tanti altri punti di vista,
come la foga bellicista antirussa in spregio all’art. 11, il sostegno al
genocidio dei Palestinesi, la cosiddetta autonomia differenziata che fa a pezzi
l’unità nazionale, il cosiddetto premierato che mina gli equilibri
istituzionali previsti dalla Costituzione, l’atteggiamento permissivo nei
confronti di evasione fiscale, corruzione e altre illegalità della classe
dominante che emerge dal tentativo di smantellare l’opera di contrasto di
questi fenomeni che dilagano oggi in Italia insieme a povertà e degrado
ambientale e sociale, mentre i governanti falliti continuano ad allestire i
loro fallimentari spettacoli con sempre minor
gradimento di critica e di pubblico.
Che ci possono propinare impuniti solo per
la perdurante assenza di un’opposizione politica e sociale che sia degna di
questo nome, come dimostrano soprattutto le poco edificanti vicende del Pd.
Nove ore in ostaggio a Roma.Giovedí 30 maggio, Klodi
Leka, attivista albanese era invitato a una
iniziativa a Roma, a Casale Garibaldi, per parlare di
ecologia e turistificazione in Albania, ma anche della retorica di fratellanza
con l’Italia e dei CPR che si stanno costruendo per rinchiudere i migranti che
giungono in Italia con gli sbarchi nel Canale di Sicilia.
Di seguito
il racconto di Klodi Leka delle violenze subite all’arrivo
all’aeroporto di Fiumicino.
L’invito a parlare davanti a un gruppo di sinistra a
Roma dei rapporti italo-albanesi mi ha emozionato oltre misura. L’entusiasmo mi
ha tenuto inebriato fino al giorno in cui avrei dovuto sfidare l’ansia che mi
prende davanti ai confini, le autorità, i controlli, le attese in fila, lo
sguardo inquisitorio del poliziotto di frontiera, il pigro parlare nella sua
lingua, la verifica tendenziosa del passaporto e la fatica di arrivare
all’aeroporto: preoccuparmi se il taxi mi porterà lì in tempo, se ho abbastanza
soldi per il grande mondo là fuori, se non ho dimenticato nulla, ecc.
Tolti questi piccoli inconvenienti, il confine mi
opprime spiritualmente anche con le immagini che mi passano davanti. Dalla
vista lacerata di Kruja [piccola cittadina albanese, ndt] sotto la
nebbia delle cave e delle fornaci di calce, ai brividi di vecchie donne
radicate nella malinconia del sottosuolo che si trovano davanti all’idea di
ascendere al cielo, volando lì dove le creature angeliche di Michelangelo
vivono e sperano in un riscatto. Vedo giovani in tuta e volti imbruttiti;
ex-profughi nostalgici che si trascinano dietro i figli, senza nostalgia e con
un albanese cantante; un nuovo tipo di umanità che negli aeroporti vive tanto
liberamente quanto un provinciale coi giorni bruciati nel bar di quartiere.
Sento la sordità e l’emicrania che mi procura il volo aereo e, soprattutto,
vedo i fumi di una metafisica violenta sopra i luoghi in cui andrò.
Per fortuna, il biglietto numero 18F indicava che mi
era stato assegnato un posto vicino al finestrino e il volo sull’Adriatico mi
ha bruciato il cervello in un’estasi sfrenata, sperimentando allo stesso tempo
il fremito delle ali cerose di Dedalo, le navi pirate illiriche nell’azzurro
smeraldo del mare antico, un verso dall’Infinito di Giacomo
Leopardi per proseguire con sentimenti campestri alla Ugo Foscolo e poi con la
città eterna.
Roma appare
incantata dall’alto senz’aria, la Roma di Ovidio, la Roma dei fratelli Gracchi,
la Roma dei tronfi lumpen di Pasolini, la Roma di Jep Gambardella, la Roma di
una breve visita di dieci anni fa, quando vidi per la prima volta le vecchie
rovine e sentii tremare le ginocchia, la Roma di una poesia incompiuta per i
fratelli perduti nella notte
Atterrare all’aeroporto di Fiumicino mi fa rivivere
quella vecchia ansia, soprattutto quando noto che i doganieri ci classificano
in base ai passaporti: quelli dell’UE da un lato, gli angloamericani dall’altro
e, a parte, il branco di albanesi, arabi, asiatici insieme, insieme e
frettolosamente, insieme e pazienti, insieme e ammassati. Altre guardie di
frontiera dividono poi la mandria in gruppi, secondo il rispettivo sportello,
qua e là. Mi portarono al bancone numero 19, dove un giovane ragazzo stizzoso,
astioso, poco più che ventenne, disteso comodo dietro il vetro, tormentava con
molte domande due donne albanesi e un giovane, che osservai con attenzione
mentre arrossiva, si scuriva, diventava giallo e raccontava cose tutto il
tempo. Dopo di loro, io. «Dove stai andando?» «A Roma». «Per quanto?» «Per due
giorni». «Dove?» «Da una mia amica». «Per cosa?» «Per un incontro
sull’ecologia». «Dove sono i tuoi biglietti?» «Qui, nel telef…» «Vieni, vieni
dietro di me!» Lo seguo sotto lo sguardo a disagio di una folla di albanesi,
cercando di tirar su un sorriso artificiale per quello che potrebbe essere solo
un piccolo malinteso.
Ma il sorriso è svanito presto, nessuno se ne curava.
All’ufficio della polizia di frontiera trovo una giovane famiglia ispanica le
cui valigie vengono disfatte per un’ispezione approfondita. Il ragazzetto
vestito da gendarme mi consegna un modulo con domande su chi ero, cosa facevo,
cosa volevo lì, che relazioni avevo lì, quanti soldi avevo, dove andavo a
dormire, se avevo parenti o qualche lettera di garanzia delle persone che
volevo incontrare, tredici domande a cui ho risposto velocemente, sotto la sua
presenza tossica. Dopo che ho finito, tira fuori il modulo e mi dice: «hai solo
cinque minuti per mostrarmi la prenotazione dell’hotel, il biglietto di ritorno
e la carta di credito, altrimenti vai via». Mi siedo e comunico al
telefono con la persona che mi ospita. Mi fornisce l’indirizzo
dell’appartamento dove alloggerò e trovo nella mail il biglietto di andata e
ritorno, ma neanche cinque minuti e lui ricompare gongolante accanto a un
poliziotto sulla cinquantina, un tipaccio rude dai capelli rossi. Mentre
mostravo loro il biglietto di ritorno insieme con l’indirizzo di alloggio,
quasi sotto il mio naso, orgogliosi come avessero intrappolato una preda, mi
trattano con paternalismo in una posa sprezzante e mi deridono con discorsi
dialettali. «No, non bastano, serve la prenotazione su Booking,
verrai rimandato indietro». «Ecco, per favore, potete parlare al telefono con
chi mi ospita», dico. «No, parlo solo con te e tu vai via», ha
detto e fischiettato, tornando dopo pochi istanti con un documento comprovante
che non soddisfo le condizioni di soggiorno e invitandomi a firmarlo. Mi
rifiuto e gli dico che non è vero che non soddisfo le condizioni. Mi dice «ok»
e nervosamente, con un gesto che si potrebbe tradurre con “ti faccio vedere
io”, sparisce al galoppo. «Questo è razzismo», gli dico ad alta voce, in
inglese, che ha fatto sì che l’ispanico, fino a quel momento assonnato e quasi
invisibile, si mordesse il labbro e mi dicesse di abbassare la voce per non
finire peggio, consiglio di un rifugiato rodato che aveva le sue ragioni.
Dieci minuti dopo mi si presenta una poliziotta che mi
ordina di seguirla e vedo che mi ha condotto allo sportello dei ritorni. «Per
dove?» – Le chiedo. «Per Tirana», mi dice. «Non tornerò a Tirana», le dico,
«questo è ingiusto». «Vuoi andare dalla polizia?» – mi minaccia. «Sì», dico,
«ci vado». «Sei sicuro?» «Sicuro». «Bene, seguimi!» Raggiungiamo l’ufficio dove
si trovava il capo, un uomo di mezza età calvo e scontroso. La poliziotta gli
dice che mi sono rifiutato di passare e lui mi risponde con rabbia. Ho le carte
in regola, anticipo, mi fermerò solo due giorni, non so perché mi sta
succedendo questo. «Tu te ne ritorni», mi sgridò. «Ascoltami», dico. «Te ne
vai». «Ascoltami per favore». «Te ne vai». «No, non me ne vado». «Te ne vai».
«No, non me ne vado». «Te ne vai». «No, non me ne vado». E la situazione
divenne così tesa che se non fosse intervenuta una signora per calmare il
sangue, il signore avrebbe ovviamente perso le staffe. La poliziotta mi ha
affidato a un poliziotto e mi ha accompagnato alla stazione di polizia
dell’aeroporto.
Lì trovo una stazione di polizia tipica come in
Albania, sporca e con due poliziotti annoiati, e sembrava sottoterra perché non
c’era luce. Mi prendono il telefono con la forza. Sulle panche del corridoio,
da una cella vicina, sedevano come statue due giovani iraniani, probabilmente
marito e moglie.
Ci salutiamo, gli dico che mi piace la poesia
iraniana, il giovane ride, gli dico che mi piace anche il cinema iraniano, ma
lui, evidentemente demoralizzato, non continua la conversazione. Le due guardie
mi fanno cenno e mi invitano a entrare in una cella stretta, con un vetro
grande quanto mezza parete che dà sul corridoio. Poi uno di loro indossa i guanti
neri. «Toglitele!» «Che cosa?» «Le scarpe». Le tolgo e loro mi prendono i
lacci. «Togliti il maglione», mi dicono. Mi tolgo anche il maglione. «Togliti i
pantaloni!» Me li tolgo e loro mi prendono la cintura. «Toglitele!» «Cosa devo
togliere ancora?» «Le mutande!» «Le mutande?!» «No, non le tolgo». «Toglile!
«No, non le tolgo». «Toglile!» «No, non le tolgo». «Toglile!» «No, non le
tolgo». «Siamo uomini», dicono, «toglitele!» «No, gli dico», non me le tolgo,
convinto che se mi togliessi le mutande il livello di controllo sarebbe andato
ancora più il là, con strizzate di testicoli e, sia mai, dita nel culo. Se vuoi
controlla con le mani, dico, ma non mi tolgo le mutande, qualunque cosa accada.
Non mi toccano, mi aprono solo la bocca per controllare i denti inferiori e
superiori, poi le scarpe, le ascelle e le dita dei piedi. E se ne vanno,
chiudendo la porta dall’esterno e lasciandomi quasi nudo, sotto l’occhio di una
telecamera di sorveglianza sul soffitto.
Nella cella due lettini tipo sdraio da spiaggia e
assolutamente nient’altro. Mi metto a leggere che si scriveva su quei muri
vandalizzati e, a parte i geroglifici arabi, una battuta e un insulto in
inglese, il resto erano tutti scarabocchi albanesi come “Devi Shkodër”, “Mirjet
Hoxha Kala e Dodës”, “Romario da Librazhdi” , “Mama cuore Papà, “Has il fico”,
“Kukësi”, un’aquila disegnata malissimo, poi due mani giunte a forma del nostro
simbolo nazionale con alcune parole illeggibili. Ho cercato nelle vicinanze e
ho trovato un bottone per i lacci della tuta e ho scritto anche il mio nome:
“Klodi Leka, 30.5.2024”. Mi siedo sullo sdraio e, pensando a Devin, Mirjeti,
Romario da Librazhdi, a tutti quegli albanesi senza lingua e senza soldi che
hanno dormito davanti a me su quello sdraio, mi addormento. All’improvviso mi
sveglio dai movimenti potenti e mi avvicino alla finestra dove vedo che nel
corridoio, sotto il vetro della mia cella, era seduta una giovane donna di
colore, dal cui telefono noto che erano passate due ore. Piangeva a dirotto e
si stancava a parlare nella sua lingua con i poliziotti che, oltre a non capire
nulla, sghignazzavano. Suo marito, un nero molto bello, aveva, per quanto ne
sapevo, subito una perquisizione approfondita e ora veniva scortato nella sua
cella. L’uomo si sentì così umiliato che non osò guardare la compagna nemmeno
quando lo sbatterono nella cella accanto alla mia. A questo probabilmente hanno
tolto le mutande, ho pensato mio malgrado, mentre l’albanese era stato
probabilmente tollerato in quanto un gradino sopra di loro, i neri della
cucina, nella gerarchia del razzismo italiano. La donna nera si voltò verso di
me, io le sorrisi di cuore, ma le sue lacrime non si fermarono: scorrevano una
dopo l’altra, stremate, grandi, morbide, senza voce e senza lamento, come un
fiume, che mi ha ricordato la canzone Cry me a river di Ella
Fitzgerald.
In ogni caso, quello che più mi ha sorpreso è che
oltre ad essere trattato come un terrorista, o come dice Giorgio Agamben come
un Homo Sacer, come una persona sporca e senza diritti, non hanno
perquisito il mio zaino, ma semplicemente lo hanno preso e chiuso in un piccolo
armadietto di fronte a me. La logica vorrebbe che il primo oggetto di ispezione
sia la borsa, luogo dove c’è un po’ più di spazio del buco del culo o dei
testicoli per nascondere cose illegali. Ho osservato tutto occhi e orecchie, ma
non è stata perquisita nemmeno più tardi, nelle nove ore di attesa in quello
spazio tetro e spoglio, dove nessuno mi ha informato del motivo per cui ero
detenuto in privazione della libertà e sotto sorveglianza, né mi è stato
chiesto se volessi consumare il diritto alla telefonata, all’acqua, al cibo,
alle medicine, né come mi chiamavo, né se fossi turbato, semplicemente e anche
solo per umanità, nel quadro di due popoli, un mare, un’amicizia.
Evidentemente,
non controllando la borsa, ho capito che non erano interessati a trovare nulla,
ma a umiliare me, l’individuo albanese, la statistica per il respingimento alla
frontiera, il test di laboratorio per i provvedimenti discrezionali, ciò che dà
alla polizia la libertà di applicare una procedura molto rigorosa prendendo
decisioni arbitrarie
Per nove ore ho nuotato in quello spazio vuoto
congetturando senza riuscire a indovinare quale fosse la mia colpa, accusa,
offesa, pensando per tutta la prima ora che non mi avrebbero trattenuto a lungo
e che fosse un tempo accettabile per la verifica, nella seconda ora che mi
avrebbero messo sull’aereo, nella quarta ora che mi avrebbero addossato una
qualche accusa di resistenza all’applicazione della legge. Nella quinta ora ho
pensato che mi avevano confuso o sospettato che fossi un’altra persona, con le
congetture che alla settima ora andavano, venivano e diventavano paranoie che
mi schedassero per alcuni scritti e apparizioni televisive contro le tendenze
colonialiste italiane in Albania, per le quali in seguito mi sarei preso in
giro senza pietà per aver esagerato il mio ruolo nella storia. All’ottava ora
in punto ho cominciato a gridare, a dare calci alla porta, a far graffiare lo
sdraio sul vetro, a dire loro che li avremmo battuti come facemmo nel 1920 e
nel ’40, e tutto questo, ovviamente in silenzio, nella mia testa.
Verso la nona ora della presa in ostaggio, stufo
marcio dell’assurdità di quell’attesa insensata, osservai i poliziotti cambiare
turno e mi riappacificai con quel verso di Dante: «Lasciate ogni speranza, o
voi ch’entrate». Adesso non volevo nemmeno essere liberato, anzi desideravo con
un piacere perverso che ritardassero la prigionia ancora di più, ore, giorni,
settimane, mesi, in quell’angolo senza luce dove il tempo e lo spazio non
avevano più senso, affinché anch’io potessi esplorare quelle stanze attraverso
le quali vicini, cugini, amici e albanesi di ogni tipo hanno trascorso questi
trent’anni. Volevo marchiarmi con la feccia del galeotto e del criminale, per
essere il cattivo albanese, il barbaro senza cittadinanza, il colonizzato, il
ladro d’auto, il fratello meridionale degli anni ’70, esiliato a Ustica e,
all’apice di quel sadomasochismo claustrofobico, giacevo schiumante sullo
sdraio, dove caddi in un sonno dolce e pesante che, come l’idea di passare due
bei giorni a Roma, non era destinato a durare.
Senza tatto, svegliandomi gridando e senza entrare
nella stanza, la nuova guardia mi disse di alzarmi e prendere le mie cose. Mi
restituirono i lacci, la cintura, il telefono, la borsa e così mi portarono in
un ufficio all’ultimo piano dell’aeroporto. Prima ancora che mi fosse
consegnato il passaporto, mi lasciarono ad aspettare in un’anticamera in
compagnia desolata di due giovani africani. Chiedo al funzionario se mi
rimandano in Albania, ma lui, apparentemente sorpreso, mi dice di no, che
rimarrò in Italia e che mi accompagna allo sportello, ovvero al Vallo di
Adriano, per aver attraversato il quale sono stato trattenuto per nove ore. E a
quanto pare, come se mi facessero onore, non mi hanno nemmeno fatto passare
secondo l’ordine, dritto per dritto, ma di traverso, quasi di soppiatto,
rubandomi anche quel pezzo di gloria simbolica della trave che si ergeva
davanti a me per entrare nel cuore del mondo civile, Imperias,
Europa, così come mi toccava, come straniero che si suppone abbia acquisito la
cittadinanza. Peraltro niente scuse e niente buona giornata per
lavarsi la bocca.
Sono fuori, nei labirintici corridoi di un aeroporto
che sembra non avere fine, e devo camminare, camminare, camminare non tanto per
respirare aria di libertà, ma per fumare una sigaretta, la seconda su dieci ore
di umiltà e sottomissione. Confuso, riesco a malapena a trovare la via
d’uscita. Quando sono atterrato qui era giorno, adesso è buio e con la
connessione internet debole dell’aeroporto, scrivo con Besi, un amico albanese,
arrivato dal profondo nord italiano e che mi aspetta. Poi insieme troviamo
Stefano, un compagno, italiano, che mi bacia su entrambe le guance, dispiaciuto
per quello che mi è successo. Poi troviamo Margot (nom de guerre), compagna,
albanese, e con lei il collettivo BERTA, che mi ha aspettato fino a dopo
mezzanotte per ascoltarmi e sentirmi. Li ringrazio infinitamente per i loro
sforzi per farmi uscire dalle vergognose catacombe dello Stato razzista
italiano, che mi hanno dato la possibilità di raccogliere nuove esperienze su
Roma e sul movimento della sinistra italiana.
Questo è tutto quello che ho sentito a Roma sotto le
fanfare festose della falsa fratellanza italo-albanese, la fratellanza basata
sul commercio sporco e sulle lacrime dei profughi africani, che mi ha
riconfermato che, al di là delle sciocchezze politiche, noi albanesi possiamo
solo essere vicini poveri e sospetti per il nuovo e il vecchio fascismo
italiano. Ma l’Italia non è i suoi razzisti. Sono Stefano, Margot, Andrea,
Lule, BERTA e i suoi milioni di progressisti.
Migranti in
Italia a 35 euro/giorno e ira della Lega, 100 in Albania e applausi - Remocontro
C’era una volta la destra italiana che si scagliava contro i 35 euro al
giorno per l’accoglienza dei migranti.. Ora, nel bando del Viminale per la
gestione dei centri oltre Adriatico, scoprono i cronisti del ‘Domani’, le
tariffe sono triplicate rispetto a quelle previste in Italia. In Albania i
migranti costano 100 euro al giorno, e da Roma gli stessi contestatori di
allora si applaudono. A Tirana invece si sfregano le mani, con molte buone
ragioni.
Quando
Giorgia Meloni e Matteo Salvini…
La campagna politica anti migranti a denunciare ciò gli clandestini dei centri
di accoglienza ‘rubavano‘ agli italiani. Ora al governo, «manifestazione
di interesse per l’affidamento dei servizi di accoglienza in Albania» che
prevede un costo quasi triplo. Dal 21 marzo seminascosto sul sito del Viminale,
senza comunicati né lanci diagenzia. Infatti se ne è accorto quasi solo il
quotidiano Domani con un articolo di Federica Borlizzi e Marika Ikonomu.
34 milioni
anno, dopo quelli per costruire i centri albanesi
34 milioni
anno previsti, da dividere per i migranti coinvolti e confrontarlo con quello
che si spende in Testo ministeriale: «I corrispettivi riconosciuti
pro-capite/ pro-die, secondo la tipologia di centro ed il relativo numero degli
ospiti presenti, ammontano presuntivamente a complessivi € 33.950.139 annui,
dimensionati per l’accoglienza massima prevista».
Somma e divisione
Dividendo la
spesa complessiva per la capienza a pieno regime e i giorni di un anno si
arriva «presuntivamente» al costo quotidiano per migrante in
trasferta albanese di 90 euro. A cui vanno sommate le spese che, secondo il
ministero dell’Interno non si possono calcolare in anticipo, dei servizi di
trasporto; manutenzione ordinaria e straordinaria; presidi anti- incendio;
assistenza medica. E perfino tutte le utenze: idriche, elettriche, per rifiuti
e wifi.
Viminale,
esecutore sospetto
«Perché il
Viminale considera la gestione dei servizi più cara in Albania dove il costo
della vita è inferiore? L’unica risposta possibile è che vogliono pagare l’ente
gestore in maniera sproporzionata. Comprarselo», attacca Gianfranco Schiavone,
presidente del Consorzio italiano di solidarietà e membro dell’Associazione per
gli studi giuridici sull’immigrazione.
Caos
italiano del sistema migranti
«L’Italia,
che accoglie meno di gran parte dei paesi Ue come mostrano i dati Eurostat, ha
un sistema d’accoglienza nel caos. Migliaia di persone vivono per strada,
mentre in Albania per uno straniero trasferito nei nuovi lager fuori confine
spenderemo come in un hotel a 4 stelle», afferma Filippo Miraglia, dirigente nazionale di
Arci.
Ancora conti
albanesi
Sommando le
diverse voci della legge di ratifica venivano fuori 645 milioni di euro nei
primi cinque anni di validità. Ma se nello stesso periodo all’ente gestore
andassero 34 milioni ogni anno il totale darebbe 815 milioni. Altri conti che
non tornano.
Trasporto
marittimo dei migranti
Dalle acque
internazionali al porto di Shengjin. In assenza di valutazioni governative
serie, e se le 880 persone del centro di trattenimento cambiassero ogni mese
arriveremmo a 10.560. Per tenere lontano dal territorio nazionale l’equivalente
dello 0,01% della popolazione italiana, si spenderebbero così 15mila euro a
migrante.
Ma se, come probabile, le tempistiche ipotizzate dal governo non saranno
rispettate, il rapporto percentuale con la popolazione italiana diminuirà
mentre aumenterà la spesa pro capite. «Un po’ troppo, anche per uno spot
elettorale», denuncia Giansandro Merli sul Manifesto.
Armi made in
Italy in Ucraina-Israele e nel mondo – Remocontro
Presentata al Parlamento la «Relazione sulle operazioni per il controllo
dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento». Ma Roma
vende apparati bellici a Paesi in guerra che la legge vieterebbe e che governo
e Parlamento sembrano ignorare. Esportazioni destinate ad aumentare, con molti
retroscena dietro l’ufficialità di commerci non sempre confessabili.
Il mondo
‘veste armi’ made in Italy
«Le guerre
hanno piegato ogni ritrosia geopolitica, cavillo normativo, titubanza etica»,
scrive Calo Tecce su l’Espresso. «Il mercato è in fermento, le apprezza, le
prenota, le baratta, ne fa incetta». Ucraina, Israele, Ungheria, Azerbaigian,
Arabia Saudita. Ovunque. «Quando le armi della politica tacciono, vale
soltanto la politica delle armi».
Fonti
istituzionali
+24%
l’esportazione di armi italiane, soprattutto grazie alle vendite all’Ucraina,
passate da zero a quasi mezzo miliardo di euro. «Controllo
dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento»,
relazione 2023, inviata dal governo al Parlamento. Un documento che, se fosse
approvata la riforma della legge 185 del 1990 sul commercio delle armi
presentata dal governo, conterrebbe molte meno informazioni. Al momento
riusciamo a sapere del +24% l’esportazione di armi italiane, soprattutto grazie
alle vendite all’Ucraina, passate da zero a quasi mezzo miliardo di euro.
Documenti
riservati
Ma andiamo a
curiosare anche tra altre fonti, meno ufficiali. La compravendita di armamento
in Italia, nel 2023 ha prodotto affari per 7mila 562 miliardi di euro, con un
+25 per cento. Esportazioni autorizzate per 6mila 311 miliardi (+19 per cento).
Le importazioni che non registrano le operazioni italiane in Europa, in gran
parte provengono dagli Stati Uniti: 1.250 miliardi di euro, e -attenzione-, il
618 per cento in più rispetto a tre anni fa.
Ucraina,
nuovo cliente
Il governo
di Kiev è un nuovo cliente per l’industria bellica italiana, ma già il secondo
in assoluto con acquisti per 417 milioni di euro nel 2023, soprattutto in
munizioni di vario tipo e sistemi di difesa. E quest’anno promette il sorpasso
della Francia, nostro primo ‘cliente’ con 465 milioni. Kiev nuovo cliente in
guerra, con le anomalie giuridiche che comporta. O che, a legge in vigore,
dovrebbe comportare.
Il trucco di
‘cedere’ rispetto al ‘vendere’
La
differenza fra «cedere» e «vendere». La «cessione» è
consentita da un decreto del governo Draghi, prorogato da Giorgia Meloni per
‘derogare’ dalla legge 185 del 1990 che vieta le «esportazioni e il
transito di materiale di armamento verso Paesi in stato di conflitto». Da
allora sono seguiti otto provvedimenti ministeriali a firma bipartisant Guerini
e Crosetto. Utile ricordare che le commesse al governo di Kiev non rientrano
negli aiuti gratuiti.
La legge
beffata
Trucco «cessione
non onerosa» prendendo dalle riserve delle forze armate (che prima o
poi dovrai reintegrare). Invece per le vendite ci vorrebbe una nuova legge, che
oggi non esiste. Eppure le vendite a Kiev hanno raggiunto 417 milioni di euro
nel 2023. Ma per il governo il problema non esiste. «Ci sono gli
accordi con gli alleati europei e atlantici che determinano la nostra politica
estera». Un po’ come la struttura clandestina di Gladio secretata anche al
parlamento.
Italia
polverificio d’Europa
Italia,
polveriera tedesca. Rheinmetall è una multinazionale tedesca che controlla l’ex
azienda italiana Rwm, la fabbrica di bombe. Amministrazione a Ghedi, Brescia,
stabilimenti a Domusnovas in Sardegna. Prodotto principe, il più richiesto, i
proiettili di artiglieria da 155 millimetri, e seconde, bombe pesanti per
l’aviazione. Il fatturato italiano di Rheinmetall è inarrestabile. 287 milioni
di euro lo scorso anno, mentre Rwm è schizzata da 46 a 613 milioni.
Israele
«Dal 7
ottobre 2023 abbiamo bloccato i contratti per la vendita di armi a Israele», sostiene il ministro Esteri
Tajani. Ma non sono state bloccate le esportazioni autorizzate prima del 7
ottobre. Nessuna limitazione di fatto. Con Tel Aviv che ha ottenuto
esportazioni per 9,9 milioni di euro in linea con i 9,3 del 2022.
Ora decide direttamente la presidenza del consiglio. Con dei colpi di
fantasia da applauso. Merita la citazione, le armi all’Azerbaijan (che ci dà
gas e petrolio), ma che è Paese in guerra. «Non erano mezzi da
combattimento di terra e di aria, ma dei sottomarini», risponde una fonte del
governo. Geniale presa in giro.
Uno sguardo di sintesi sulle relazioni Italia/UE-Cina - Alberto
Bradanini
Per comprendere oltre alla forma anche la sostanza delle
relazioni Cina-Italia/Europa è cruciale acquisire consapevolezza dei pilastri
della soggettività statuale dei due protagonisti, tenendo in
conto che le caratteristiche istituzionali, politiche e ideologiche delle due
nazioni, risultato di una distinta traiettoria storica, modellano anche le
relazioni bilaterali e la rispettiva agibilità internazionale.
La Cina, innanzitutto: la Repubblica Popolare è un paese sovrano,
espressione di una potenza economica e politica in crescita accelerata e
palpabile in ogni angolo del pianeta. Al centro delle sue istituzioni è
collocato il Partito Comunista, che garantisce stabilità e indipendenza alle
scelte di politica interna e internazionale della Repubblica Popolare. Il pieno
esercizio della sovranità, essenza costitutiva di ogni statualità degna
di questo nome, ha rappresentato la prassi strategica che ha consentito alla
Cina di riscattare il secolo dell’umiliazione nazionale (1839-1949),
generando un benessere inedito per una popolazione che nella storia aveva
conosciuto solo povertà ed emarginazione, divenendo in poco più di quarant’anni
una potenza economica mondiale.
La gerarchia dei paesi che contano per Pechino vede al primo posto gli
Stati Uniti – per i quali la Cina, a seconda dei casi, costituisce un partner,
un concorrente o un insidioso rivale strategico –
seguiti a distanza dalla Russia (per ragioni
economiche/energetiche e di comune interesse a contenere l’egemonismo
americano), dal Giappone (con cui vige una pace fredda, economia
bollente, politica gelida), dai paesi produttori di petrolio e materie prime, e
via via tutti gli altri.
Al centro di un mondo sempre più plurale – i cui principali gruppi di
riferimento sono i Brics+[1], la Sco[2], la Rcep[3] e
altre aggregazioni regionali esterne all’Occidente a guida Usa – si situa la
Repubblica Popolare. L’Europa, non è una novità, riluce per la sua irrilevanza:
vassallo politico/militare/economico/energetico etc. dell’alleato atlantico.
Non sorprende dunque se il Vecchio Continente, un tempo protagonista della
scena internazionale, è oggi percepito anche da Pechino nella sua reale dimensione
e apprezzato esclusivamente come interlocutore economico-commerciale (sebbene
anche qui a sovranità limitata), nulla di più.
Le relazioni Italia-Cina
L’Italia ha riconosciuto la Repubblica Popolare di Cina il 6 novembre 1970.
Da allora i rapporti politici bilaterali sono stati condotti all’insegna di un
saggio realismo e sono dunque privi di fattori critici. Roma non ha mai ceduto
alla tentazione di interferire sui temi sensibili per Pechino – Taiwan, Tibet,
la questione uigura, i diritti umani, Hong Kong – considerandoli affari interni
cinesi. L’Italia, va tuttavia aggiunto, fa parte di un sistema di alleanze
centrato sugli Stati Uniti, i quali vedono nella Cina l’insidia maggiore alla
loro egemonia. Se un giorno le tensioni tra le due superpotenze dovessero
superare la soglia critica, i rispettivi alleati sarebbero
tenuti ad allinearsi senza troppi distinguo. È questo un profilo solitamente
sottaciuto che i dirigenti cinesi evitano di evocare negli incontri bilaterali,
che tuttavia va tenuto a mente.
Nella valutazione cinese l’Italia è un paese di medie dimensioni,
in declino strutturale, alle prese con seri problemi esogeni ed endogeni, con
autonomia politica[4] e peso
internazionale minimi[5]. Il Paese deve
fronteggiare un duplice livello di subordinazione: sul piano politico-militare
l’obbedienza all’egemone atlantico, su quello economico-monetario-finanziario
la subordinazione alle oligarchie nordeuropee (al cui centro si colloca
il direttorio franco-tedesco). Il combinato disposto di tale
binomio genera quel pilota automatico al quale l’Italia ha
consegnato la sovranità politica e monetaria, e con essa la chiave del proprio
futuro economico e sociale.
Il giudizio severo della dirigenza cinese sull’Italia, seppure spesso
taciuto, si estende alla classe dirigente: un paese guidato da un ceto politico
modesto e un’amministrazione obsoleta, alle prese con corruzione diffusa,
criminalità organizzata e un’immigrazione incontrollata, che insieme si
riflettono su crescita, qualità dei servizi, investimenti, politiche industriali,
ricerca-accademia, tutela del lavoro e via dicendo, e dunque anche sulle
relazioni con Pechino.
A quanto sopra deve aggiungersi l’oggettiva difficoltà a fronteggiare una
globalizzazione, agguerrita e ingovernata, senza adeguati strumenti
per bilanciare la de-industrializzazione, il calo di produttività e la scarsa
capacità d’innovazione. Sono lontani i tempi (maggio 1991) quando la Penisola
veniva certificata quarta potenza economica al mondo, dopo
aver superato Francia e Regno Unito, e che anche Pechino considerava un
interlocutore economico di forte rilevanza. È triste constatare come
un’infantile autoesaltazione e un indecifrabile spirito di subordinazione
impediscano alla classe dirigente italiana di riflettere sul senso strategico
di quanto sopra e su una possibile uscita da tale cupo scenario.
Alcuni dati
Nel 2022, i flussi commerciali bilaterali hanno superato gli 80 miliardi di
euro (Eurostat[6]).
Le esportazioni cinesi verso l’Italia si sono attestate intorno ai 58-62
miliardi, quelle italiane in Cina sui 17-19 miliardi[7] (l’approssimazione
dei dati è dovuta ai flussi che transitano per Hong Kong e Rotterdam, inspiegabilmente
nemmeno monitorati dal sistema e dunque conteggiati sui flussi
bilaterali Olanda-Hong Kong-Cina). L’export italiano verso Cina è costituito
per i 4/5 da beni strumentali, mentre le note tre effe (fashion, food, forniture)
non superano il 15% del valore, a conferma che l’industria meccanica
rappresenta tuttora il settore di punta delle nostre esportazioni.
Il disavanzo italiano[8] subisce
un’impennata a partire dal 2001 con l’ingresso di Pechino nell’Organizzazione
Mondiale del Commercio (OMC), passando dai 4 miliardi di euro agli attuali
41/43 (la curva del deficit UE ha un percorso analogo, da 30 miliardi nel 2000
a 395,7 nel 2022, su un totale di 856,7 miliardi).
L’accesso cinese all’OMC era stato propiziato nella seconda metà degli anni
’90 dalle grandi imprese statunitensi/occidentali, che hanno accumulato da
allora ingenti profitti, producendo in Cina a costi bassi (delocalizzando per
di più le produzioni più inquinanti) e riesportando nei ricchi mercati
americani ed europei.
Il mercato italiano, sebbene tuttora interessante, presenta tuttavia
caratteristiche di fungibilità per Pechino, a sua volta consapevole delle
competenze europee (e non del governo di Roma) su temi importanti quali lo
status di economia di mercato, le procedure antidumping, gli accordi e i
contenziosi commerciali e altro ancora. Solo quando l’Italia fa sentire la sua
voce nelle istanze UE (talvolta accade), lo sguardo di Pechino si fa più
attento alle rivendicazioni di Roma.
Quanto agli investimenti italiani in Cina, il loro stock (i numeri sono
avvolti nell’opacità e le proiezioni dunque orientative) dovrebbe aggirarsi
intorno ai 16/18 mld di euro. Quasi tutti green-field, nell’arco di
alcuni decenni essi hanno generato in Cina centinaia di migliaia di posti di
lavoro. Il loro flusso è oggi in forte calo, anche se qualche impresa ha ancora
convenienza a spostare laggiù la produzione. Nel complesso, il fenomeno è in
via di esaurimento, a causa dell’aumento dei costi (lavoro e servizi), della
competitività locale, di un’imposizione fiscale non più incentivante come un
tempo, di una maggiore attenzione cinese alla protezione ambientale e dell’appeal di
paesi alternativi, oltre che per le difficoltà delle nostre imprese a reperire
capitali.
Per quanto concerne gli investimenti cinesi in Italia, secondo Forbes[9],
nel 2019 essi si aggiravano intorno ai 15,3 mld di euro. Da allora, il loro
ammontare dovrebbe aver raggiunto i 18/20 miliardi, concentrandosi su merger
and acquisition di società esistenti, tecnologia e sbocchi di mercato,
senza creare nuovi posti di lavoro, seppur con qualche eccezione (Huawei a
Segrate, il centro design per auto a Torino e altri minori)[10]. Cresciuti lentamente
negli anni, e dopo l’impennata del quadriennio 2013-2017, anche questi flussi
vanno ora esaurendosi. Quanto agli investimenti in borsa e nei titoli del
debito pubblico italiano (di ammontare non conosciuto), questi sono volatili
per definizione e non generano nuovo lavoro, trovando motivazione nell’esigenza
di allocazione diversificata dei capitali: al settembre 2023 riserve valutarie
di Pechino[11] ammontavano a
3.120 miliardi di dollari, equivalenti a circa il doppio del Pil italiano.
Sulla vexata questio delle infrastrutture logistiche
marittime, ha sempre fatto difetto la chiarezza d’intenti da parte italiana.
Non si è mai giunti all’identificazione di un porto-hub per accogliere
le merci in entrata destinate all’Italia e all’Europa, sebbene le
portacontainer cinesi transitino davanti alle nostre coste per proseguire verso
Gibilterra e il Nord Europa. È vero che la Cina ha legami di lunga data con i
porti nordeuropei, dove confluiscono ingenti flussi di import-export che
generano elevate economie di scala. Ciononostante, a date condizioni, Italia e
Cina trarrebbero entrambe ingenti benefici nel servire l’Europea
centro-meridionale e orientale attraverso i porti italiani più vicini ai
mercati di destinazione[12]. Pechino ha invece
preferito, ad esempio, il porto di Atene-Pireo (investendovi oltre 800 milioni
di euro). I governi italiani succedutisi nell’ultimo quarto di secolo
dovrebbero chiedersi la ragione di tale preferenza.
In generale, il giudizio dell’Italia sui capitali stranieri in entrata è
affetto da pensamenti a giorni alterni: talora essi sono visti come una forte
spinta alla crescita, altre volte considerati una minaccia al sistema
produttivo. È evidente che gli investimenti esteri siano diversamente accolti a
seconda che provengano da Occidente-Usa o dalla Cina. L’Italia aderisce però
dogmaticamente agli ordini di demonizzazione della Cina, volti
a scoraggiare legami e cointeressenze con il gigante asiatico, di cui il nostro
sistema industriale avrebbe invece enorme bisogno.
Va altresì ricordato che in quarant’anni di interazione il know how e
la tecnologia italiana, insieme ai trasferimenti della Cooperazione italiana
allo Sviluppo (2,3 miliardi di euro), hanno assicurato un contributo tangibile
al sistema economico cinese[13]. Un quadro d’insieme,
questo, che insieme all’elevato disavanzo rende ancor più giustificata la
rivendicazione di un forte, seppur graduale, riequilibrio.
Per meglio acquisire dati e aggiornamenti di tali dinamiche, occorre
aggiungere, sarebbe indispensabile che il Sistema Italia disponesse di
un’efficiente organizzazione di conoscenza dell’universo Cina che incorporasse
istituzioni, mondo della ricerca e accademia. Informazioni, analisi e contatti
su un paese imprescindibile per i destini del mondo costituiscono anche il
presupposto di qualsiasi attività di tutela e promozione degli interessi del
Paese. In Italia non mancano persone di qualità che si occupano di Cina. È
tuttavia assente un’entità di massa critica, in grado di accumulare conoscenza
e promuovere collegamenti strutturati con il mondo cinese. Altre nazioni, non
solo quelle di consolidata tradizione sinologica, affrontano il gigante
asiatico con ben altri strumenti.
La Via della Seta (Belt and Road Initiative, Bri)
Sul tema Bri la letteratura è sterminata. Lanciata da Xi Jinping nel 2013,
essa aveva inizialmente due obiettivi: a) favorire la connettività tra Cina e
paesi limitrofi; b) accorciare le distanze Cina-Europa, via terra e mare,
attraverso l’infrastrutturazione dei territori/paesi intermedi. La Bri ha poi
maturato obiettivi più ampi, tematici e geografici, puntando finanche, nel
tempo lungo, a modificare alcuni aspetti dell’ordine economico internazionale.
Il progetto cinese è fondato su investimenti, commercio, crediti, procedure
e uniformità di standard, mirando ad attirare in particolare, ma non solo, i
paesi emergenti che oggi guardano soprattutto al Beijing consensus,
la via cinese di uscita dal sottosviluppo, piuttosto che al Washington
Consensus, la via neoliberista/americana, alla quale molte nazioni hanno
sacrificato la sovranità politico/economica, senza raccogliere apprezzabili
risultati.
I progetti Bri non vengono finanziati a dono dal sistema bancario (cinese e
internazionale, tra cui la AIIB[14] e la Banca dei
Brics). Un nodo da sciogliere resta dunque la sostenibilità economica di tali
progetti, che devono generare risorse sufficienti a ripagare il debito.
Gli Stati Uniti hanno manifestato la loro contrarietà alla Bri sin dal suo
sorgere, sebbene tale progettualità meritasse il plauso dell’intero pianeta, e
in primis il sostegno delle Nazioni Unite: favorire l’uscita dei paesi poveri
dall’arretratezza rafforza infatti, è quanto mai evidente, le prospettive di
pace e stabilità nel mondo.
In tale contesto, il 23 marzo 2019, Italia e Cina sottoscrivono un accordo
denominato “Memorandum d’Intesa sulla collaborazione nell’ambito della “via
della seta economica” e della via della seta marittima nel 21° secolo”[15], che sulla carta
avrebbe dovuto porre le basi per una stretta collaborazione economica
bilaterale. L’Italia, unico Paese G7 ad aver aderito a tale lungimirante
strategia, avrebbe dovuto puntare non tanto alla riduzione del deficit
commerciale (pure importante), quanto a creare le condizioni per una
collaborazione industriale e di lungo respiro con la Cina, partendo
dall’infrastrutturazione dei paesi intermedi tra Estremo Oriente ed Europa
Occidentale (è questo, del resto, il senso della Belt and Road
Initiative). Un obiettivo questo mai divenuto realtà, per inerzia,
inadeguatezza e distacco da parte italiana. Del resto, alla luce delle critiche
che la firma di tale Accordo aveva generato da parte di Stati Uniti e partner
europei, l’MoU è stato vissuto dall’Italia come una colpa, invece che come una
straordinaria opportunità per costruire una relazione privilegiata con
l’universo Cina.
Non solo. Sebbene priva di reale sovranità, come già rilevato, l’Italia
avrebbe potuto tuttavia utilizzare i pur esistenti spazi d’autonomia –
trattando di temi economici/commerciali, privi di implicazioni politiche o
militari, l’accordo non metteva certo in discussione lo schieramento strategico
dell’Italia – per aprire una storica pagina d’innovazione geopolitica, a
beneficio del nostro paese e dell’intero continente.
L’orizzonte sarebbe stato quello euroasiatico, ricco di opportunità, con
l’intento di affiancarlo a quello euro-atlantico, non in chiave alternativa (e
nemmeno complementare), ma supplementare, lasciando spazio a chiunque, compresi
gli Usa, semmai avessero dismesso le vesti della sola nazione
indispensabile al mondo (e del malato eccezionalismo
di cui sono schiavi), tornando ad essere una nazione normale. Ciò
avrebbe favorito pacificazione, sviluppo e collaborazione tra tutti i
paesi/territori dell’Eurasia.
Un sogno, ne siamo convinti, poiché, come noto, la scelta dell’alleato
atlantico è stata un’altra, cosicché il contesto geopolitico ha indotto
l’attuale esecutivo, su pressioni Usa, a notificare al governo cinese, il 6
dicembre scorso, l’uscita definita dall’MoU.
Sorprende che l’accanimento Usa contro legittimi e innocui interessi
italiani – il Pil dell’Italia è tuttora inferiore dell’1,7% rispetto al 2007,
anno precedente la crisi Usa dei sub-prime, e sono trascorsi 16
anni da allora! – sia vissuto con inspiegabile disinvoltura da governo,
accademia, comunità industriale e media, quando invece l’argomento
dell’interesse nazionale sarebbe stato presumibilmente compreso e rispettato
persino dagli Stati Uniti.
Una saggia soluzione alternativa cui Roma avrebbe potuto ricorrere sarebbe
stato un aggiornamento/modifica dell’MoU, con l’inserimento di clausole
vincolanti per la parte cinese su: a) lo squilibrio commerciale, attenuando
semmai il crudo realismo di coloro che reputano che l’Italia del declino
industriale non ha molto da offrire al sistema Cina; b) collaborazione
infrastrutturale sulla Via della Seta, ignorando le intimidazioni dei
cosiddetti paesi amici, ma mobilitando gli ambienti industriali e
finanziari, oggi decisamente assonnati.
In un’ottica ideale, tenuto conto dei flussi, degli
investimenti e della sofisticata tecnologia di cui oggi la Cina dispone, la
cooperazione bilaterale dovrebbe svilupparsi sulle nuove tecnologie,
l’automazione, l’ambiente, l’aerospazio, la sanità, l’agricoltura sostenibile,
la mobilità, l’interconnessione, l’urbanizzazione innovativa e le smart
cities, le nuove energie, la robotica, la ricerca applicata e altri settori
di punta. La strada resta in salita, ma le prospettive decisamente attraenti.
Andrebbe da ultimo utilizzata con convinzione l’architettura istituzionale
già esistente, tra cui il Comitato GovernativoCina-Italia,
incaricato di coordinare soggetti pubblici e privati, il Business Forum,
favorendo d’interazione diretta tra uomini d’affari dei due paesi e il Forum
Culturale, prezioso strumento di collaborazione tra superpotenze
della Cultura quali sono Italia e Cina, attivando le industrie
creative, la scienza, il turismo, la produzione enogastronomica, gli scambi
accademici e studenteschi.
L’uscita dall’MoU, secondo quanto è dato sapere, sarà ora compensata dalla
riattivazione del cosiddetto partenariato strategico bilaterale (firmato
nel lontano 2004, che a dispetto del nome ha avuto ben poco di strategico),
anch’esso privo di impegni per le parti, ma formalmente più
rassicurante, perché esterno al contesto Bri che tanto irrita l’alleato atlantico.
In definitiva, tale cancellazione non fa bene alle relazioni Italia-Cina,
anche se Pechino non adotterà misure di ritorsione, ma conferma lo spirito di subordinazione
del governo più sovranista che l’Italia abbia mai avuto.
Resta la plateale contraddizione di una nazione amica (gli
Stati Uniti) che ostacola brutalmente gli interessi di un paese con un’economia
media e sofferente (come già riportato, circa 80 mld di euro di interscambio),
mentre il commercio Cina-Usa ha raggiunto nel 2022 i 690 miliardi di dollari
(record storico), quello Cina-UE gli 856,7 miliardi di euro[16], quello Cina-Germania
i 350/380 mld, quello Cina-Giappone i 400 mld di dollari[17] e in proporzione
Corea del Sud, Australia e via dicendo.
Cina – Unione Europea
La Repubblica Popolare, oggi geo-politicamente appagata, militarmente protetta, geo-economicamente compiaciuta
della sua interazione esterna e geo-culturalmente fiduciosa
sul suo avvenire, si confronta con un’Europa in crisi identitaria, politica,
economica e valoriale.
A partire da fine secolo – dopo aver aggiornato la nozione di Grande
Potenza, alla luce dei cambiamenti intercorsi nel pianeta – la Cina ha
cessato di annoverare i paesi europei in tale categoria, così come l’Unione Europea
(UE) in quanto tale, che Pechino considera una costola muta dell’impero
americano.
Fino alla caduta del Muro di Berlino la minaccia dell’Unione
Sovietica aveva consentito all’Europa di passare sotto silenzio la sua
sottomissione alla superpotenza atlantica con l’argomento auto-assolutorio
della difesa della libertà. Con la fine del Patto di Varsavia il Vecchio
Continente avrebbe potuto recuperare sovranità e dignità politica, se le sue
classi dirigenti fossero state all’altezza dei tempi.
A ottant’anni dalla fine del secondo conflitto mondiale, invece, gli Usa
mantengono ancora il continente europeo sotto stretta sorveglianza,
sterilizzando ogni ipotesi di un’Europa sovrana, semmai ve ne fossero le
condizioni endogene, a loro volta – va detto – inesistenti. Non è
un caso che l’UE sia priva di un governo, di un vero Parlamento e di una Banca
Centrale che risponda a istituzioni democratiche. L’intangibile progetto
di Federazione Europea – che lampeggia tuttora come un fuoco
fatuo davanti agli occhi di masse sprovvedute, senza che alcun documento
politico, dalla conferenza di Messina in avanti, l’abbia mai evocata – è solo
il parto di uno scrittore di fantascienza, filiazione della mitologica
invenzione di un popolo europeo. Gli stati non si costruiscono a
tavolino. Essi sono il frutto di sedimentazioni storiche, linguaggio, costumi,
sangue versato, guerre vinte o perse, caratteristiche economiche e sociali, e
altro ancora, tutti fattori ineludibili dell’essenza di una nazione.
Se anche ipotetici governi nei paesi-guida (Germania e Francia), folgorati
sulla via di Damasco, proponessero di oltrepassare la linea d’ombra –
indicando un percorso davvero europeista (la Federazione
Europea implica il trasferimento di risorse dai paesi ricchi a quelli in
ritardo) – è facile profezia che essi verrebbero spazzati via a furor di
popolo.
In linea teorica, la Cina sarebbe entusiasta dell’esistenza di un soggetto
che alla forza economica (di cui l’Europa è ancora dotata)
potesse affiancare un’effettiva agibilità politica, irrobustendo
quella dimensione multipolare delle relazioni internazionali che risponde ai
suoi interessi. Si tratta però di un’ipotesi d’accademia, poiché quella entità
non esiste in natura, non è prevista dai Trattati istitutivi ed è impedita
dalle oligarchie dominanti (interne ed esterne alla UE) che ne verrebbero
danneggiate.
Il declassamento del ruolo dell’UE da parte cinese è una novità
relativamente recente. Esso prende avvio con il mandato di Jiang
Zemin negli ultimi anni del secolo scorso, consolidandosi con Hu Jintao
(2002-12), il quale, nella prospettiva di un mondo plurale, inizia a prestare
maggior attenzione ai paesi emergenti e alle dinamiche multilaterali,
trascurando una UE auto-riflessa e politicamente asservita a interessi altrui.
In quegli anni, il Partito così sintetizza lo scenario internazionale: “le
grandi potenze sono la chiave; i paesi limitrofi la priorità;
quelli in via di sviluppo la base; le istituzioni multilaterali
il palcoscenico”. Se fino ad allora l’Europa era considerata una
delle chiavi, seppure in posizione ancillare rispetto
agli Usa, essa viene ora declassata. Oggi, la sua irrilevanza è percepita
ovunque: in Ucraina, Palestina, Iran, Siria, Yemen, Afghanistan, Corea del Nord
e via dicendo la voce dell’Europa non è che un mormorio.
L’Unione resta però per la Cina un interlocutore importante per
commercio, capitali, know how, tecnologia. Pechino è anche
consapevole delle competenze dell’UE su accordi commerciali, procedure antidumping,
status di economia di mercato e altro, e agisce con accortezza tra Bruxelles e
le capitali in funzione dei suoi interessi.
Commercio e investimenti Cina-Unione Europea
Nel 2022, la Cina si è confermata un partner economico primario per
l’Europa, attestandosi al secondo posto, con un interscambio di 856,7 miliardi
di euro[18], poco meno di quello
tra UE e Stati Uniti, al primo posto con 867,7 mld di euro[19]. Nel 2019, l’export
UE verso la Cina rappresentava il 2,4 per cento del totale, quello verso
gli Usa il 5,7 per cento. Da allora questi dati non sono cambiati di
molto.
Il commercio UE-Cina resta poi al di sotto del suo enorme potenziale. Il
mercato cinese assorbe un flusso ridotto di esportazioni europee. Nel 2022 l’UE
ha esportato in Cina (1,42 miliardi di individui) appena il 23% in più rispetto
a quanto esportato in Svizzera (che conta meno di 9 milioni di
abitanti). Le importazioni dalla Cina hanno fatto registrare una crescita
sostenuta (+30% in un anno, secondo Eurostat, 2022), ma le esportazioni verso
la Cina sono aumentate solo di un misero 3%.
Nel 2022, nel commercio Cina-UE (su un totale di 856,7 mld di euro il
deficit UE è stato di 395,7 miliardi), la Germania è il solo paese, se si
esclude l’irrilevanteIrlanda (surplus di 776 milioni di euro), che registra un
rapporto bilanciato con Pechino (236 mld di euro sulla carta e 24 mld di
deficit, ma non meno di 350 mld e un sostanziale equilibrio se si includono i
flussi che transitano per Hong Kong e Rotterdam). Non è un caso che la Germania
imponga all’intera Unione Europea una China policy accomodante,
in linea con i suoi interessi.
Quanto agli investimenti, quelli cinesi in Europa restano contenuti, solo
il 5% del totale in entrata (200 mld circa), rispetto ai 1.800 mld
degli Stati Uniti (anno 2020).
Negli ultimi anni, poi, è emersa una diversa percezione del mercato cinese
da parte delle aziende europee[20], le quali un tempo
adottavano le decisioni d’investimento escludendo il rischio politico, che oggi
invece incombe sulla catena di approvvigionamento.
In assenza di un’autonoma strategia UE e prive di sostegno politico, cresce
l’inquietudine di tali imprese che valutano sempre più la possibilità di
dislocare gradualmente i loro investimenti su altri mercati.
Alla fine del 2022, lo stock cumulato (nei 20 anni precedenti)
d’investimenti europei in Cina ammontava a 160-170 miliardi di euro: si tratta
del medesimo ammontare che le imprese UE investono negli Stati Uniti ogni 12
mesi!
Gli investimenti esteri verso la Cina sono cresciuti per anni alla luce di
un contesto stabile e privilegiato. Oggi, sebbene sulla carta il paese rimanga
una grande opportunità, sono emersi nuovi interrogativi, la sfida tecnologica,
l’enfasi sui temi della sicurezza, la priorità Usa sul contenimento e
via dicendo, che hanno modificato lo scenario. La maggior parte delle imprese
presenti in Cina mantiene le posizioni, ma non intende pianificare altri
investimenti, mentre un numero crescente di esse valuta altri mercati, dove i
costi sono minori e il rischio politico assente[21].
Le ripercussioni di tutto ciò si fanno sentire anche sugli investimenti
cinesi in Europa, area verso la quale un tempo la Cina nutriva preferenza
rispetto agli Stati Uniti, assai precoci in tema di politicizzazione. Ora,
però, a partire dal 2019[22], anche la Commissione
Europea ha introdotto meccanismi di monitoraggio che autorizzano i paesi membri
ad ostacolare gli investimenti stranieri in entrata (e dunque anche cinesi) che
beneficiano di aiuti di stato o che costituiscano un pericolo per la sicurezza
nazionale.
L’Accordo Cina-UE sulla protezione degli investimenti
Nel dicembre del 2020, dopo un annoso negoziato, Cina e Commissione UE
hanno siglato in linea di principio il cosiddetto Accordo
sulla Protezione degli Investimenti[23], con l’impegno per
una pronta ratifica nei mesi successivi.
Negli auspici europei, l’Accordo avrebbe dovuto aprire la strada a una
forte crescita dei flussi commerciali, al loro graduale riequilibrio e a
un’ulteriore integrazione dei sistemi produttivi. Va rilevato che il testo, di
forte impronta liberista come del resto l’insieme dell’impalcatura UE, tutela
soprattutto gli interessi delle economie nordeuropee. Se ad esso farà seguito
in futuro, secondo alcune indiscrezioni, un testo ancor più assertivo in tema
di libero commercio, con la rimozione delle residue barriere a
tutela dei settori industriali esposti, i danni per il sistema produttivo
europeo nei comparti ancora parzialmente tutelati (per l’Italia acciaio, quel
che rimane del tessile, l’elettronica e altre nicchie produttive) saranno ancor
più profondi.
Il testo concordato, tuttavia, non ha avuto l’evoluzione attesa. Dal marzo
2021 una serie di impedimenti ostacola l’iter di ratifica e la sua entrata in
vigore è al momento in forte discussione.
All’atto della firma (dicembre 2020), gli Stati Uniti (al presidente
uscente D. Trump aveva fatto eco il subentrante J. Biden) criticano
veementemente l’accordo, con il pretesto che esso non affronta adeguatamente la
problematica del lavoro forzato in Cina. Nel marzo successivo, l’UE sanziona
quattro funzionari cinesi presuntamente coinvolti nella gestione di
campi di lavoro nella provincia cinese dello Xinjiang. Quale misura di
ritorsione, Pechino impone restrizioni a quattro entità e dieci funzionari UE,
di cui cinque membri del Parlamento europeo, spingendo Bruxelles, nel maggio
2021, a sospendere sine die la procedura
di ratifica.
Il conflitto in Ucraina che prende avvio il 24 febbraio 2022 porta altre
nubi nel cielo delle relazioni Bruxelles-Pechino e della possibile
finalizzazione dell’accordo, alla luce della indisponibilità cinese ad aderire
alle sollecitazioni occidentali (Ue e Usa) di intervenire sul governo di Mosca.
A tale quadro si somma la decisione di Pechino di sanzionare la Lituania per
aver consentito l’apertura di ufficio diplomatico taiwanese a Vilnius. Il 24
marzo 2021, il commissario europeo al commercio, V. Dombrovskis, dichiara
quindi: “il processo di ratifica non può essere separato dall’evoluzione
dell’insieme delle relazioni UE-Cina”, occultando tuttavia le forti pressioni
Usa. Con l’uscita di scena in quell’anno della cancelliera Angela Merkel,
principale sostenitrice dell’accordo e della tutela delle buone relazioni
Germania-Cina, il menzionato accordo è giunto a un punto morto. La sua
possibile ratifica dipenderà pertanto dall’evoluzione del contesto geopolitico,
in particolare delle relazioni Cina-Usa, le quali al momento non incoraggiano
alcun ottimismo in termini di distensione e riconciliazione.
[1] Brasile, Russia,
India, Cina e Sud Africa, più (dal 1 gennaio 2024) Arabia Saudita, Argentina,
Emirati Arati Uniti, Egitto, Etiopia, Iran (altri 16 paesi hano chiesto di
aderire, Alberia, Bangladesh, Bahrein, Bielorussia, Bolivia, Cuba, Honduras,
Indonesia, Kazakistan, Kuwait, Nigeria, Palestina, Senegal, Thailandia,
Venezuela, Vietnam
[5] L’Italia è a
tutti gli affetti pratici un protettorato Usa, le cui truppe la occupano da
oltre 78 anni, impedendole di eleborare un’autonoma azione politica, se non in
linea con gli interessi degli Stati Uniti
[7] Anche qui
l’approsimazione dei dati è dovuta alle merci che transitano nei porti di
Rotterdam e Hong Kong, i cui flussi vengono conteggiati, rispettivamente, nel
commercio Cina-Olanda e Italia-Hong Kong. Nell’interscambio Ue-Cina, l’Italia
occupa la quarta posizione come paese esportatore (dopo Germania, Regno Unito e
Francia) e importatore (dopo Olanda, Germania e Regno Unito). La posizione
apicale dell’Olanda nell’import di prodotti cinesi è dovuta ai container che
giungono a Rotterdam e poi redistribuiti su tutto il continente. Solo in Italia
arriverebbero dal porto olandese oltre due milioni di container ogni anno.
[8] L’export
italiano in Cina è rappresentato per i 4/5 da beni strumentali, mentre le note
tre effe (fashion, food, forniture) non coprono più del 15%
del totale, a dimostrazione che l’industria meccanica (o quel che ne resta)
rappresenta tuttora il perno dell’export italiano, godendo dell’apprezzamento
cinese per qualità e competitività internazionali.
[10] Tali
investimenti sono concentrati per lo più in Lombardia, Lazio, Piemonte, Veneto,
Trentino-Alto Adige, riguardano i settori hightech,
manifatturiero ed energetico e sono riconducibili alle seguenti tipologie:
– partecipazioni in aziende quotate (intorno al 2%): Eni, Enel,
Prysmian, Fca, Telecom, Generali, Saipem, Intesa San Paolo, Unicredit, Monte
dei Paschi di Siena, Mediobanca, e Atlantia/Autostrade (quest’ultima al 5%).
– acquisti di titoli del debito pubblico italiano, il cui ammontare è
stimato intorno ai 20 mld di euro, investimenti di natura speculativa e precari
per definizione;
– investimenti volti ad acquisire tecnologia: Pirelli, Cifa,
Ferretti, Parmeestelisa, Krizia, Benelli, Salov, LFoundry, 35% di Reti
Snam/Terna di CDP (da parte di State Grid of China), Shanghai Electric 40% di
Ansaldo Energia e altri minori;
– investimenti greenfield: pochissimi, in pratica Huawei a
Segrate e il centro design per auto a Torino;
[12] Oggi, dunque, i
porti di Genova e Trieste potranno attirare qualche limitato investimento
cinese, ma nel Mediterraneo l’hub di riferimento la Cina l’ha da
tempo acquisito, investendo 800 milioni di euro nel porto di Atene-Pireo. Quel
treno l’Italia l’ha perso per sempre, non essendo riuscita (nei primi anni
2000, con i governi Berlusconi, Prodi e altri) a costruire una proposta viabile
per gestire le merci cinesi in arrivo nel Mare Nostrum.
[13] Il 5 agosto 2011
(Governo Renzi-Guidi), il 35 per cento di CDP Reti, società che controlla le
reti di trasmissione nazionale, viene venduto da Cassa Depositi e Prestiti a
State Grid Europe ltd, società con base a Londra, controllata della State Grid
Investment Development LLC, con base a Hong Kong, posseduta a sua volta dalla
statale State Grid Corporation. Non si tratta di partecipazione finanziaria, ma
di diritto di proprietà su un asset di valenza strategica. Oggi,
State Grid dispone anche della facoltà di vendere le sue quote a concorrenti
diretti, con uno sbilanciato diritto di prelazione di CDP da esercitare entro
sessanta giorni alle condizioni e prezzo del possibile acquirente.
[18]Il commercio
https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=China-EU_-_international_trade_in_goods_statistics
L’interscambio UE-Cina ha superato nel 2022 856,7 mld di euro, con un disavanzo
europeo di circa 395,7 mld. Nel commercio con Pechino, quasi tutti i paesi
soffrono disavanzi in proporzione. La Germania (per la quale la Cina è il primo
partner commerciale in assoluto) soffre sulla carta un deficit di 23 mld circa,
con un interscambio sempre sulla carta di 237 mld. Tuttavia, se si considerano
i flussi che transitano per Rotterdam e HK il comemrcio bilaterale raggiunge i
320/350 e il disavanzo tende ad azzerarsi.
[19] Il commercio
Stati Uniti-UE è stato nel 2022 di 867,7 mld di euro, con import di 358,4 e
export per 509,3 mld, e dunque con un avanzo di 150,9.
https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=USA-EU_-_international_trade_in_goods_statistics
[23] Il testo punta a
facilitare il rispetto dell’accordo di Parigi e la ratifica cinese delle
convenzioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro sul lavoro forzato,
attraverso un meccanismo di monitoraggio. Rafforza l’apertura dei mercati
e un’economia aperta tra Cina e UE. Proibisce
trasferimenti forzati di tecnologia a società cinesi, interferenze statali
sulle licenze tecnologiche. Rafforza la protezione delle informazioni
sensibili, la tutela della proprietà intellettuale e dei segreti commerciali.
Migliora la trasparenza sui sussidi alle imprese, grazie all’estensione delle
discipline dell’Omc per i beni industriali e i servizi. È prevista l’apertura
al mercato di una lista di nuovi prodotti, l’eliminazione di restrizioni
quantitative, di limiti di capitale o altri requisiti nelle imprese miste. Nel
settore automotive, la Cina rimuove gradualmente i requisiti sulle imprese
miste e garantirà l’accesso al mercato ai veicoli non inquinanti. Quanto alla
finanza, Pechino s’impegna a liberalizzare alcuni settori e aprirli a
investitori UE. Vengono rimosse le restrizioni alle imprese miste e nelle
attività bancarie, nella negoziazione di titoli, assicurazioni, riassicurazioni
e gestioni patrimoniali. Nel comparto salute, verranno elimintte le restrizioni
agli investimenti negli ospedali privati di diverse città, tra cui Shanghai,
Pechino, Tianjian, Guangzhou e Shenzhen. Nella ricerca e sviluppo (risorse
biologiche), Pechino accetta di cancellare gradualmente le attuali restrizioni.
Gli investitori UE potranno investire nei servizi cloud fino al 50%, mentre i
servizi informatici verranno gradualmente aperti al mercato, ma senza precisi
impegni di tempo, inclusa una clausola di “neutralità tecnologica”, secondo la
quale i limiti di capitale non verranno applicati alla finanza, logistica e
medicina, se offerti online. Nel trasporto marittimo, la Cina consentirà alle imprese
UE di investire senza restrizioni nella movimentazione merci, depositi,
stazionamenti di container e agenzie marittime, aprendo il mercato al trasporto
multimodale, compreso il territorio nazionale del trasporto marittimo. Pechino
eliminerà i requisiti restrittivi sui servizi immobiliari, di noleggio e
leasing, riparazione e manutenzione per trasporti, pubblicità, ricerche di
mercato, consulenza gestionale e servizi di traduzione, servizi ambientali,
fognature, abbattimento acustico, smaltimento dei rifiuti solidi, pulizia dei
gas di scarico, protezione dell’ambiente, servizi igienico-sanitari. Sul tema
dei sussidi pubblici, viene istituito un meccanismo di consultazione, senza
pregiudicare la possibilità di misure autonome di distorsione. Le imprese pubbliche
cinesi s’impegnano a operare sulla base di regole commerciali e
a rispettare la trasparenza.