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martedì 28 aprile 2026

Blocchi navali

 


(a cura di Francesco Masala)

La globalizzazione non è nient’altro che il controllo dei mari e degli oceani, ma anche degli stretti.

In un interessante video ne parla nel 2019 Diego Fabbri:

I Romani dopo la sconfitta dei cartaginesi controllarono il Mar Mediterraneo (pax romana)

Nel XVIII e XIX secolo furono i britannici a controllare i mari del mondo (pax britannica)

Nel XX secolo fino a qualche tempo fa sono stati gli USA a controllare i mari del mondo (pax americana)

Adesso il dominio dei mari e degli stretti da parte degli Usa è minacciato dall’Iran (che controlla lo stretto di Hormuz).

Quasi silenzio sulle minacce di Trump per prendersi il canale di Panama (qui).

Negli ultimi tre secoli due paesi imperialisti (di lingua inglesa) si credono i padroni del mondo, prima la Gran Bretagna adesso gli Usa.

L’atto di insubordinazione alla pax americana da parte dell’Iran fa uscire fuori di testa il paese più potente del mondo (per ora).

 

Come potrebbero Russia e Cina, e tutti i paesi che non si fidano più degli Usa, per aver provato il loro tallone, essere a favore del blocco navale degli Usa contro l’Iran?

 

Provate a leggere queste righe:

A metà dell’Ottocento la Gran Bretagna si presentava in Cina con i cannoni, per difendere il suo… oppio

Londra ama definirsi madre della democrazia, patria del parlamentarismo, culla della civiltà giuridica moderna. Ma la storia, quando non viene letta dai vincitori, racconta un’altra genealogia: quella di un impero…

Londra ama definirsi madre della democrazia, patria del parlamentarismo, culla della civiltà giuridica moderna. Ma la storia, quando non viene letta dai vincitori, racconta un’altra genealogia: quella di un impero che ha trasformato il commercio in guerra e la droga in diplomazia. Le guerre dell’oppio non sono un incidente remoto, un dettaglio esotico relegato ai manuali di storia coloniale. Sono la matrice genetica della modernità britannica: l’atto fondativo di un ordine mondiale costruito sul diritto del più forte di drogare e invadere in nome del libero mercato.

A metà dell’Ottocento, mentre l’Europa si compiaceva dei suoi congressi liberali e della sua estetica del progresso, la Gran Bretagna si presentava in Cina con i cannoni, non per difendere un principio, ma per difendere una merce. L’oppio prodotto in India — una colonia che fruttava dividendi e carestie — veniva smerciato in Cina in quantità tali da trasformare la dipendenza in emergenza nazionale. Milioni di tossicodipendenti, un’economia interna minacciata, un impero che tenta, con una misura di governo, di proibire il commercio della droga. L’Occidente, oggi tanto devoto alla retorica della lotta agli stupefacenti, rispose allora con la più classica delle armi: la guerra.

Nel 1840 la Royal Navy lanciò la prima guerra dell’oppio. Il casus belli: la Cina aveva osato vietare un commercio che distruggeva il suo popolo. Il risultato: bombardamenti, sbarco di truppe, umiliazione dell’impero cinese e cessione di Hong Kong come risarcimento. In Europa si parlò di “diritto al commercio”, di “difesa della libertà economica”. Nessuno osò chiamarla con il nome che merita: guerra di aggressione per il mantenimento del traffico di droga. L’ipocrisia del linguaggio fu la prima vittoria britannica.

Venti anni più tardi, la storia si ripeté. La Cina, ancora devastata dal problema dell’oppio, tentò una seconda volta di vietarne l’importazione. L’Inghilterra — spalleggiata da Francia e Stati Uniti — tornò con le navi da guerra. La seconda guerra dell’oppio culminò con l’incendio del Palazzo d’Estate di Pechino, una delle meraviglie architettoniche del mondo. Il saccheggio fu sistematico, l’umiliazione metodica: l’impero del Celeste Impero costretto a firmare nuovi trattati, concessioni territoriali, privilegi commerciali. I vincitori chiamarono la catastrofe “apertura della Cina al mondo”.

Dietro la parola “apertura” c’era un programma politico: il libero commercio come dogma e il cannone come suo braccio secolare. L’idea che la civiltà si potesse esportare a colpi di obice e che il mercato fosse una missione morale. È la stessa logica che, due secoli dopo, sorregge le guerre preventive, le sanzioni unilaterali, le “operazioni di polizia internazionale”. Cambiano le merci — dal papavero al petrolio — ma resta intatto il principio: chi possiede la flotta decide la morale.

Nel 1900, quando i cinesi provarono a ribellarsi con la rivolta dei Boxer, la risposta fu la stessa: una coalizione di otto potenze — tra cui Gran Bretagna, Francia, Germania, Russia, Giappone, Stati Uniti, Italia e Austria-Ungheria — marciò su Pechino, represse la rivolta nel sangue e impose nuove condizioni. La vendetta occidentale si travestì da punizione educativa: insegnare ai cinesi a “stare al loro posto”. È difficile trovare una formula più chiara di cosa intendesse l’Europa per civiltà.

A Londra, i giornali dell’epoca celebravano l’espansione come missione. I mercanti diventavano “pionieri del progresso”, gli ammiragli “strumenti della Provvidenza”. Le vittime venivano cancellate, i carnefici canonizzati. Nessuna aula di Westminster trovò scandalo nel fatto che la madrepatria della legalità stesse bombardando un paese per garantire la vendita di droga. Nessun poeta vittoriano compose un verso sul palazzo imperiale in fiamme. Le guerre dell’oppio restarono guerre pulite, invisibili nella coscienza europea, efficaci nell’economia.

Eppure furono quelle guerre a definire per secoli la percezione cinese dell’Occidente. L’arroganza morale di chi si proclama difensore della libertà e impone il commercio con le cannoniere ha un prezzo che si misura in rancore e memoria. Ogni volta che un diplomatico occidentale parla oggi di “minaccia cinese”, di “pericolo asiatico”, ignora che nel lessico cinese la minaccia ha ancora il volto dei marinai britannici sbarcati a Canton nel 1840. La storia non si cancella con le note verbali.

Il paradosso è che quella violenza, anziché essere condannata, fu teorizzata come modello. Le guerre dell’oppio insegnarono all’Occidente che si può trasformare la conquista economica in principio universale. Si può dire “libertà” e intendere “mercato”, si può dire “progresso” e intendere “profitto”. La forza non deve più chiamarsi forza: basta ribattezzarla “apertura”, “modernizzazione”, “integrazione”. La Gran Bretagna perfezionò l’arte dell’eufemismo politico molto prima della BBC: inventò il linguaggio che ancora oggi giustifica interventi e embarghi.

Chi studia quelle guerre trova l’archetipo di tutti i conflitti imperiali successivi. La prima potenza mondiale che dichiara guerra per garantire il diritto di commerciare un veleno; la seconda che incendia un palazzo e ne fa un simbolo di civiltà; la terza che organizza una coalizione per “ripristinare l’ordine”. È l’inizio di un secolo in cui l’aggressione si traveste da amministrazione, la rapina da trattato, la sottomissione da partnership. È la nascita del liberalismo armato, la dottrina non scritta che da allora regge ogni retorica occidentale: la violenza è legittima se produce profitto, il profitto è morale se si accompagna a un discorso sui diritti.

Oggi Londra continua a impartire lezioni di libertà economica e stato di diritto. Ma basta pronunciare “Hong Kong” per sentire l’eco di una storia mai rimossa in Asia. Ogni volta che il Regno Unito difende la libertà di navigazione nel Mar Cinese Meridionale, il mondo orientale ricorda le navi che nel 1840 aprirono quelle rotte a cannonate. Ogni volta che un ministro parla di “influenza cinese pericolosa”, in Cina si ricordano che fu l’Occidente a portare l’oppio e la guerra, non il contrario.

Il suprematismo europeo si nutre della rimozione delle proprie colpe. Si commemora la lotta all’oppio come missione di civiltà, si dimentica che l’Inghilterra è stata la più grande narcotrafficante della storia. Si predica il libero mercato, ma si tace che la sua fondazione è stata un blocco navale. Si celebra il diritto internazionale, ma si rimuove che i trattati che aprirono la Cina al commercio furono firmati sotto minaccia.

Il regno che oggi si presenta come modello di democrazia globale ha costruito il suo secolo d’oro sull’esportazione di una dipendenza e sull’imposizione militare di un mercato. E mentre il dibattito occidentale continua a discutere di “valori”, la Cina, che quella storia non ha dimenticato, osserva con una memoria lunga e glaciale. In quell’arco che va dal bombardamento di Canton al saccheggio di Pechino si trovano le radici dell’attuale diffidenza orientale verso la retorica morale dell’Occidente.

Non è l’orgoglio nazionalista a nutrire quella memoria: è la semplice aritmetica della storia. Un impero che ha costruito la propria fortuna bombardando un paese per difendere il diritto di vendergli droga non può più fingere di incarnare la giustizia universale. L’Inghilterra vittoriana, nelle guerre dell’oppio, non ha solo aperto un mercato: ha aperto la via maestra alla ipocrisia moderna. Da allora, ogni volta che un governo parla di “intervento umanitario”, il mondo dovrebbe ricordare Canton 1840, Pechino 1860, la mano che offriva il veleno e quella che reggeva la bandiera della civiltà.

da qui

 

Anche il Giappone, come la Cina, fu costretto a lasciar entrare le merci degli Usa e dei paesi europei colonialisti (leggi qui).

 

Chi si oppone agli imperi di lingua inglese, ma non solo, subisce guerre e blocchi navali, ma, come canta Bob Dylan, The Times They Are a-Changin’:


da qui

venerdì 8 agosto 2025

‘O compri o ti bombardo’: il commodoro Perry prima di Trump - Giovanni Punzo

 

L’8 luglio 1853 una squadra navale americana al comando del commodoro Matthew Perry si schierò nella rada di fronte ad Edo (l’antica capitale), oggi la baia di Tokyo. E ai rappresentanti dello ‘shogunato’, il consiglio di alti ufficiali e feudatari che governava il Giappone, consegnò un ultimatum: o l’apertura del paese ai commerci – primi quelli con gli Stati Uniti –, o il bombardamento navale.

La facile analogia con l’attualità

Benché oggi il gesto possa sembrare decisamente forzato, pensando alle diverse ritualità politiche del mondo 150 anni dopo, la guerra dei dazi di Trump sembra il logico seguito di quell’episodio. Gestito forse in maniera persino meno volgare. Peggio, le conseguenze della politica della forza. Un decennio prima, sconfiggendo la Cina nella prima ‘guerra dell’oppio’, la Gran Bretagna aveva in pratica assoggettato il paese asiatico e si era insediata saldamente ad Hong Kong creando uno snodo fondamentale per i proprii commerci. Iniziò anche l’ascesa del Giappone come potenza asiatica, l’Impero Nipponico che meno di un secolo dopo restituì agli Stati Uniti e al mondo la sua versione della potenza nazionalistica.

«Quando il 7 dicembre 1941 i giapponesi bombardarono la base americana di Pearl Harbor, non sappiamo quanti americani si siano ricordati della visita del commodoro Perry nella baia di Edo avvenuta meno di un secolo prima»

Il Giappone a metà Ottocento

Dagli inizi del XVII secolo alla metà dell’Ottocento il Giappone non era cambiato per nulla ed alcuni degli strumenti per fermare qualunque innovazione erano stati il divieto all’ingresso di stranieri e le rigide norme nei commerci con l’estero. Sebbene formalmente il potere risiedesse nelle mani dell’imperatore che sedeva con la sua corte a Kyoto, di fatto esso era esercitato da un consiglio di notabili: al vertice lo shogun, il generale Tokugawa Ieyasu, capo della casta guerriera, che si avvaleva di suoi delegati per l’amministrazione dei territori.
Nel frattempo, nonostante i valori guerrieri sembrassero ancora dominare la società, i samurai – impiegati nell’amminstrazione dello shogunato – erano lentamente in declino anche per il fatto di ricevere gli stipendi in riso, che dovevano poi rivendere ai mercanti per ottenere monete spendibili. All’ultimo livello di questo rigido sistema sociale si trovavano i contadini, che non si trovavano affatto in buone condizioni dato che nell’ultimo secolo del governo shogun si contarono almeno duemilacinquecento rivolte nelle campagne tutte crudelmente represse.
Il commercio internazionale era inesistente o regolato da norme complesse e contorte, mentre in Giappone valeva sempre la regola della più rigida autarchia (‘sakoku’, termine con cui si indica il periodo, significa infatti ‘paese chiuso’): l’unico paese occidentale di fatto autorizzato a commerciare erano i Paesi Bassi nel solo porto di Nagasaki e per questo, battendo esclusivamente bandiera olandese e su autorizzazione dei Paesi Bassi, pochi altri mercanti avevano potuto concludere affari con il Giappone.

Perry e la risposta giapponese

Prima di Perry i pochi e isolati tentativi di contatto col Sol Levante erano finiti male, o meglio a cannonate. Perry, d’intesa con il governo degli Stati Uniti, organizzò una vera e propria spedizione con quattro navi, tra le quali un vascello a vapore che impressionò particolarmente i giapponesi, tanto che da quell’episodio in poi per designare le navi occidentali si disse le “navi nere”.
Perry cercò subito un contatto con lo shogunato, ma rifiutò di andare a Nagasaki, il solo porto consentito agli stranieri, minacciando un bombardamento navale. Raggiunse così un altro porto nelle vicinanze, anche quasto interdetto, e depositò infine la lettera da parte del presidente degli Stati Uniti Millard Fillmore. Lasciò infine le coste giapponesi, promettendo tuttavia di ritornare.
Tornò davvero nel febbraio del 1854 – nel frattempo con una squadra navale più forte – e questa volta trovò un trattato già pronto: la convenzione di Kanagava conteneva tutte le richieste americane. Ad esso seguì un accordo con la Russia e in breve altri convenzioni con Francia e Gran Bretagna.
Il trattato con gli Stati Uniti, negoziato da Perry con lo shogunato, ma non con il potere imperiale, finì per irritare l’imperatore e l’alta aristocrazia contro la casta militare e ben presto i feudatari e proprietari terrieri ripristinarono la dinastia mettendo sul trono il quindicenne Meiji. Se gli europei ebbero così libero accesso al mercato giapponese, è altrettanto vero che cambiò anche una situazione politica stagnante che durava da secoli.

Le conseguenze in Giappone

La restaurazione imperiale fu definitiva dopo una sanguinosa guerra civile, ma il Giappone nel breve volgere di pochi anni era passato dal medioevo al secolo XIX, un salto che si rivelò tutt’altro che facile. Un importante fattore in questo processo di trasformazione accelerata fu la fondazione nel 1858 dell’università di Keio secondo un’impostazione del tutto occidentale: alla fine del secolo il Giappone ebbe così schiere di propri tecnici, medici, insegnanti, dirigenti e anche alti ufficiali soprattutto di marina.
Al contrario di altri paesi extraeuropei, che sotto la minaccia del colonialismo respinsero completamente i diversi modelli occidentali, i giapponesi dimostrarono una notevole resilienza che – sorretta dal tradizionale nazionalismo e dal senso di superorità sugli altri paesi asiatici – si trasformò in una spinta imperialista e in una rincorsa con le potenze occidentali.
Il primo paese asiatico a farne le spese fu la Cina: sconfitta dal Giappone nel 1894, la Cina dovette cedere una parte significativa della Corea, della Manciuria e tutta l’isola di Formosa. L’altro grande paese sconfitto dai giapponesi fu la Russia zarista nel 1905: per la prima volta in un secolo dominato dall’Occidente colonialista un paese europeo fu infatti sconfitto sul campo da uno asiatico.

La corsa del Giappone verso nuovi mercati e la disperatata ricerca di materie prime condussero però in ultima analisi alla sconfita nella Seconda guerra mondiale e al tragico epilogo nucleare.

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martedì 18 marzo 2025

Due o tre cose sull’Europa – Marco Aime

 

Dicono: difendiamo i valori dell’Europa e tutti ad applaudire. Ma quali? Silenzio. Questo appello generico mette in evidenza nient’altro che un mai sopito eurocentrismo, un malcelato senso di superiorità spesso sbandierato, senza dubbio alcuno, da quei giornalisti televisivi glamour, che iniziano un articolo, dicendoci che mentre accompagnavano il cane a Central Park…

Sacrosanto difendere dei valori, ma prima di scendere in piazza, decidiamo per quali di essi vale la pena per lottare e per quali, forse, dovremmo addirittura chiedere scusa. Ha scritto il grande storico inglese Arnold Toynbee:

«Non è stato l’Occidente a essere colpito dal Mondo, è il mondo che è stato colpito – e duramente colpito – dall’Occidente».

La tratta degli schiavi fu condivisa da molti Paesi europei, così come il colonialismo e le violenze a esso connesse. Il razzismo istituzionalizzato e non fa anche parte della nostra storia, come i gulag sovietici, come il massacro di Srebreniça, il terrorismo basco, irlandese, italiano. In uno struggente passaggio de Gli aquiloni, Romain Gary scrive: «Si dice che la cosa più tremenda del nazismo sia il suo lato disumano. Sì. Ma ci si deve arrendere all’evidenza: questo lato disumano fa parte dell’umano. Fintantoché non si riconoscerà che la disumanità è cosa umana, si resterà in una pietosa bugia». Non solo il nazismo è stato disumano, è stato anche un valore espresso dall’Europa, come il fascismo.

Che dire poi di un’Europa come quella attuale, che studia ed elabora sempre nuovi metodi per respingere persone che sfuggono a vite dolorose e spezzate, spesso anche a causa dello sfruttamento di imprese europee, dimenticandosi il valore della solidarietà umana? Questo sì un valore che si dovrebbe difendere. E che dire di un’Europa rimasta assolutamente indifferente di fronte al massacro di Gaza?

La democrazia, certo, è un valore da difendere, ma attenzione, perché considerarlo solo ed esclusivamente una nostra creazione? Ne La democrazia degli altri il premio Nobel Amartya Sen ci spiega come presso altre culture, esistevano ed esistono forme di gestione, basate su principi diversi da quello elettivo, che possono però essere definite a tutti gli effetti “democratiche”, se non si riduce il concetto di democrazia alla semplice pratica del voto. Sen riporta esempi riguardanti l’India del III secolo a.C., sotto l’imperatore Ashoka, il Giappone del VII secolo e la Cina antica, dove la discussione pubblica era frequente e la partecipazione aperta a tutti i cittadini. La democrazia, secondo Sen, è innanzitutto discussione pubblica. In molti villaggi africani, le assemblee collettive vedono la partecipazione di tutti gli uomini e anche nelle situazioni più moderne, in cui le comunità si trovano a votare i loro rappresentanti in parlamento, spesso le decisioni vengono prese in modo collettivo, a dispetto della segretezza del voto, importata dal modello occidentale.

«La storia del mondo va da Oriente a Occidente – ha scritto Hegel -, L’Europa è assolutamente la fine della storia del mondo, così come l’Asia ne è il principio». Ogni angolo di mondo, in realtà, ha espresso valori condivisibili da tutti e altri che trovano un senso solo nella dimensione culturale che li esprime. «Il nostro giocare in piccolo non serve al mondo» ha detto Nelson Mandela, uno che ha saputo superare i ristretti confini del nazionalismo, dell’etnicità, dell’identitarismo.

Scendiamo in piazza per difendere i valori di un’umanità condivisa, anche dell’Europa, ma non solo dell’Europa.

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domenica 12 marzo 2023

Default USA: l’innesco della crisi – Federico Dezzani

All’orizzonte si staglia già il probabile innesco della crisi finanziaria che seppellirà quel che rimane dell’economia globalizzata post-1945: il default americano. Il braccio di ferro tra repubblicani e democratici al Congresso sarà usato per provocare il default tecnico delle finanze statunitensi, generando uno tsunami che, oltre alle economie emergenti, colpirà in particolar modo Italia, Giappone e Cina.

 

Sovversione in grande stile

A distanza di due settimane dall’analisi “inaugurale” relativa al 2023, c’è già sufficiente materiale per raffinare quanto anticipato. Abbiamo detto, infatti, che con alta probabilità l’anno corrente sarebbe stato contraddistinto da una crisi finanziaria maggiore che spazzerà via gli ultimi resti dell’economia globalizzata post-1945, già duramente indebolita da Covid e conflitto russo-ucraino, spianando l’avvento dei nazionalismi/trumpismi in vista del conflitto tra USA e Cina da collocarsi attorno alla metà del decennio. Abbiamo più volte sottolineato, inoltre, come l’humus di tale crisi finanziaria sia stato oculatamente preparato nel corso di quindicina anni: all’epoca dei tassi a zero inaugurata dopo la crisi dei mutui subprime del 2008 e l’esplosione del debito post-pandemia, è subentrata la prima ondata di inflazione (poi esplosa grazie all’intervento di Vladimir Putin in Ucraina), funzionale all’aumento dei tassi, così da rendere progressivamente sempre più insostenibili e debiti accumulati. A questo preciso quadro, manca solo un “detonatore”, un evento che incendi le polveri ammassate in questi anni.

Tale “innesco”, e arriviamo subito al nocciolo dell’articolo, è ormai facilmente individuabile nonostante il 2023 sia appena iniziato: non si può neppure dire che sia una novità quanto, piuttosto, la riproposizione su larga scala, per cosi dire “definitiva”, di quanto già sperimentato nel 2011. Il detonare della crisi finanziaria sarà, in sostanza, il default del debito pubblico americano, l’insolvenza di quelle obbligazioni che fungono ancora da punto di riferimento per il mercato del debito mondiale. Un default del debito pubblico americano sarebbe tanto devastante quanto facile da provocare: la costituzione statunitense prevede, infatti, che il Congresso debba ciclicamente approvare l’innalzamento del tetto massimo del debito pubblico, salvo dichiarazione dello stato d’insolvenza e paralisi della spesa pubblica. Questo scenario, un tempo impensabile, è ormai entrato nel novero delle possibilità nel nuovo quadro geopolitico mondiale, in cui le potenze anglosassoni giocano esplicitamente il ruolo di incendiarie. Le premesse per il default tecnico degli USA ci sono già tutte: un Congresso suddiviso tra Senato a maggioranza democratica e Camera a maggioranza repubblicana, una politica più polarizzata che mai, uno clima ancora avvelenato dall’assalto al Campidoglio del 2021 e dalla costante delegittimazione dell’avversario.

Il default delle finanze pubbliche americane ben si inserirebbe in quel contesto di “guerra civile” strisciante che, quasi certamente, culminerà tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025 nel definitivo regolamento di conti tra democratici e repubblicani, sancendo la vittoria dei “trumpisti” anti-Cina ed anti-Iran. Il default americano avrebbe, però, conseguenze più immediate e sopratutto estese ben oltre i confini americane. Come una bomba atomica innescata sotto il pelo dell’acqua, l’insolvenza dei T-bills americani genererebbe uno tsunami che raggiungerebbe le coste di tutto il mondo, provocando il collasso delle piazza finanziarie, degli assetti politici, delle relazioni internazionali consolidate in questi ultimi decenni, della residua fiducia nelle istituzioni globali. In una parola: il tracollo di quel che rimane dell’ordine mondiale uscito dal conflitto del 1945 e solo apparentemente rafforzato dopo la dissoluzione dell’URSS nel 1991.

Senza prendere in considerazioni i Paesi emergenti, che faticano a stare a galla negli attuali frangenti (vedi default dello Sri Lanka e difficoltà crescenti di un Paese chiave come l’Egitto) e che verrebbero trascinati a fondo senza alcuna speranza da un default americano, sono tre i principali Paesi che rischiano di rimanere duramente colpiti dallo tsunami finanziario statunitense. Si può infatti affermare che i principali bersagli della finanza angloamericana siano Cina, Giappone ed Italia.

La Cina, che è il secondo detentore estero di titoli di Stato americano (con circa 900 miliardi di dollari), vedrebbe nel default americano il conclamato sabotaggio di quell’ordine mondiale in cui ha prosperato per un trentennio. I cinesi considererebbero confermata la loro tesi secondo cui gli USA stiano deliberatamente alimentando il “caos” mondiale, coll’obiettivo di tarpare le ali alle potenze emergenti. L’insolvenza americana sarebbe un affronto secondo solo ai costanti flirt di Washington con l’isola di Taiwan: i guadagni accumulati in decenni di avanza commerciali sarebbero spazzati via da un giorno all’altro, causando ad un Paese ancora relativamente “povero” come la Cina enormi perdite finanziarie. Pechino quasi sicuramente subodora la trappola, e ciò spiega perché, negli ultimi anni, abbia progressivamente ridotto l’esposizione verso il debito americano. All’indomani del dissesto americano, spetterà in ogni caso alla Cina il compito di tentare di ricreare una qualche forma di mercato mondiale dei capitali, magari poggiante nuovamente sulle riserve auree, pena la progressiva “balcanizzazione” dell’economia mondiale.

Il Giappone sarebbe il secondo grande obiettivo della finanza angloamericana. Il default americano si ripercuoterebbe su Tokyo attraverso due canali: perdita secca derivante dalla svalutazione dei T-bills (il Sol Levante è il primo detentore estero di debito americano, con 1.000 miliardi di dollari) e rischi sulla sostenibilità del debito pubblico giapponese stesso, pari al 260% del PIL. Il debito pubblico giapponese, la cui origine va fatta risalire agli accordi di Plaza imposti dagli USA a Tokyo nel 1985, è cresciuto infatti a dismisura all’interno di un contesto che sta progressivamente scomparendo: bassa inflazione, commercio mondiale in ascesa e integrazione crescente del mercato dei capitali. Da un giorno all’altro, si potrebbe scoprire che il debito pubblico giapponese non è più rifinanziabile, pena il tracollo dello yen e conseguente impossibilità di importare energia e derrate alimentari. Si potrebbe obiettare che il Giappone è parte integrante di quella alleanza anglosassone per contrastare l’ascesa della Cina nel Pacifico: in realtà, il disordine finanziario faciliterebbe la radicalizzazione del Giappone, favorendo il rafforzamento di quegli elementi estremisti e militaristi che sono funzionali ai piani delle potenze marittime.

L’Italia sarebbe quasi certamente la terza grande vittima del dissesto americano: con ogni probabilità (come già successo peraltro nel 2011), la crisi finanziaria italiana finirebbe coll’offuscare presto il default americano stesso, imponendosi come l’epicentro per eccellenza della crisi finanziaria mondiale. Col default italiano, la finanza anglosassone da un lato finirebbe il lavoro iniziato nel 1982 (divorzio Tesoro-Bankitalia, tre anni prima soltanto dei sullodati accordi di Plaza), dall’altro assesterebbe il colpo di grazia all’Europa a trazione tedesca che, insieme alla Cina, rimane davvero l’unica minaccia all’orizzonte per l’universo anglo-ebraico. Colpendo l’Italia, infatti, gli anglosassoni colpirebbero di nuovo per vie traverse la Germania che, insieme a Cina e Giappone, subirebbe i danni maggiori dall’implosione dell’economia globalizzata.

Se nel gennaio 2023 solo i cinesi dipingono gli USA come gli “incendiari” del mondo, entro l’estate, col default scientifico delle finanze statunitensi, questa percezione potrebbe diffondersi a macchia d’olio.

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venerdì 10 febbraio 2023

ricordo di Pio d'Emilia

C’era una volta il Giappone

L’impero distopico (suo malgrado).

PIO D'EMILIA

Dovrebbe essere l’anno del Giappone, questo. G-7 a Hiroshima, riconquista di un seggio come membro non permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (il meno votato, tuttavia, tra i neo-eletti Mozambico, Ecuador, Svizzera e Malta), adesione più o meno convinta alle varie iniziative di “contenimento” strategico anticinese dell’Indo-Pacifico: Quad, AUKUS. Persino uno storico invito al vertice della Nato, in cambio di una – vedremo quanto credibile – promessa di raddoppiare il bilancio militare, portandolo al due per cento del PIL, come “suggerito” dagli USA ai suoi alleati europei.

 Ma il fatto che sentiremo parlare un po’ di più del Giappone, e che nei prossimi mesi (ma non molto più a lungo) vedremo un po’ più spesso il suo opaco premier Fumio Kishida in giro per il mondo, a fianco dei “grandi”, non significa che Tokyo sia riuscita a emergere dal lungo letargo in cui si è nascosta negli ultimi vent’anni (almeno) e che si appresti a rivendicare il ruolo al quale avrebbe avuto da tempo diritto e che la comunità internazionale avrebbe potuto/dovuto riconoscerle. Non è successo quando il Giappone era in corsia di sorpasso, dal dopoguerra agli anni Ottanta, figuriamoci oggi che è desolatamente fermo ai box, avvitato in una crisi economica, sociale, culturale senza precedenti e senza apparente soluzione e di fatto precipitato in una situazione di irrilevanza internazionale.

Quando sono arrivato qui in Giappone, oramai più di quarant’anni fa, mi sembrava di essere atterrato su un altro pianeta. Il Giappone era già diventata la seconda economia del mondo, e molti erano convinti che sarebbe presto diventata la prima. Esattamente come ora il mondo si aspetta che succeda con la Cina. Mi sentivo un privilegiato, uno che aveva avuto la fortuna di trovarsi nel posto giusto al momento giusto. E così è stato, in effetti, per i primi anni. Il Giappone era il modello da seguire, e noi giornalisti avevamo il compito di decifrarlo e raccontarlo. 

 

Ma poi la corsa del Giappone si è interrotta bruscamente, e nonostante tutti i tentativi – ivi compresa la famosa e decisamente sopravvalutata (in patria e all’estero) Abenomics – non è mai ripartita. Negli anni Ottanta i giapponesi erano più ricchi degli americani, oggi sono più poveri degli inglesi e probabilmente anche di noi italiani: il reddito pro-capite, che negli anni Ottanta era arrivato a essere il secondo del mondo, ora è sceso al 26mo posto. Il debito pubblico sfiora il trecento per cento, il doppio del nostro. Lo Shinkansen, il “treno proiettile” che negli anni Settanta stupì il mondo per la sua linea, velocità, puntualità e sicurezza c’è ancora, ma è uno dei tanti, oramai, che sfrecciano in giro per il mondo, e ha conservato come primati – non che sia poco, intendiamoci – solo quelli della puntualità e della sicurezza. Per il resto, quanto a prestazioni, è stato superato dai treni europei e cinesi, e non riesce più da tempo ad assicurarsi nuove commesse all’estero. Per realizzare l’alta velocità il Vietnam, nonostante le tensioni politiche, si è infatti rivolto alla Cina, dopo aver interrotto una lunga trattativa con il Giappone. Dove l’alta velocità è ferma. Lo Shinkansen è stato il primo treno al mondo a superare i duecento chilometri orari, ora a fatica arriva, e solo in certe tratte, a trecento chilometri orari. Il MAGLEV, il treno a lievitazione magnetica, ha appena realizzato il nuovo record mondiale di velocità, a 603 chilometri orari. Ma è ancora a livello di prototipo. In Cina i MAGLEV sono già in funzione da alcuni anni ed entro il 2025 dovrebbe partire una nuova tratta, con velocità superiore ai seicento chilometri orari. Ma il dato più indicativo del “rallentamento” è lo sviluppo della rete: tra i primi a realizzarla, assieme all’Italia, il Giappone è il paese dove si è meno sviluppata: in entrambi i nostri paesi è praticamente ferma a trent’anni fa. Circa tremila chilometri per il Giappone, meno di mille per l’Italia. In Cina sono oltre quarantamila, e hanno cominciato appena una ventina di anni fa.

Certo, il Giappone continua a essere la terza potenza economica del mondo: un paese politicamente stabile, direi immobile (che in questo caso forse costituisce un problema, non un valore aggiunto), “sicuro”, con il tasso di criminalità più basso del mondo industrializzato. Ma è fermo, immobile. Niente e nessuno sembra in grado di farlo ripartire. Altro che riarmo. Il Giappone che conoscevamo, che ammiravamo e in un certo senso temevamo, è scomparso. Non c’è più. E nel frattempo i giapponesi stanno sempre peggio. Vivono più a lungo, ma in condizioni sempre più difficili. Ecco perché non fanno figli. Ecco perché mai come in questi ultimi anni scappano via. L’anno scorso ha lasciato il paese oltre mezzo milione di persone, nel 2010 meno della metà, mentre fino al 2000 il numero era irrisorio, meno di cinquantamila. Ed ecco perché il problema demografico, che il Giappone condivide con molti altri paesi, primo fra tutti l’Italia qui è più grave. Alla di fatto già avvenuta “scomparsa” geopolitica potrebbe corrispondere quella fisica. Non è uno scherzo.

Se il saldo negativo della “bilancia demografica” dovesse continuare al ritmo attuale, il Giappone vedrebbe ridotta la sua popolazione, entro il 2050, dagli attuali 123 milioni a novanta. Un paese sovrappopolato come il Giappone, con zone ad altissima intensità abitativa, può anche permettersi di sopravvivere con venti milioni di abitanti in meno. Ma non con venti milioni di giovani in meno e dieci milioni di anziani in più. Persino l’opaco Kishida se ne sta rendendo conto, e ha deciso di partire da questa emergenza nel suo discorso di riapertura dei lavori della Dieta, lo scorso 23 gennaio. Ma anche in questo caso, nonostante a parole tutti oramai considerino l’irreversibilità del calo demografico la vera emergenza nazionale, non sembra che il governo abbia le idee chiare sul come affrontarla, aldilà dei soliti, episodici e superficiali palliativi. L’ultimo pacchetto offre fino a cinquantamila euro alle famiglie urbane che accettano di andare/tornare a vivere in provincia. Una follia, visto che nelle province non ci sono strutture e non c’è lavoro. Le donne, per prendere in considerazione di nuovo l’idea di far figli, hanno bisogno, oltre che di certezze o quanto meno rassicurazioni sul fatto che potranno mantenerli (dopo la Cina, il Giappone è il paese dove costa di più mantenere i figli agli studi) di strutture dove lasciarli: asili, scuole materne, spazi attrezzati sul luogo di lavoro. E maggiore rispetto sociale per il loro ruolo. Altrimenti non solo continueranno a non far più figli, ma eviteranno di sposarsi, per non correre il rischio. Il trend dei matrimoni è negativo da almeno da una decina di anni.

“Workaholics living in rabbit hutches”

“Intossicati dal lavoro costretti a vivere in gabbie per conigli”. È come definì i giapponesi, nel lontano 1982, Sir Roy Denman, alto funzionario europeo in visita ufficiale a Tokyo. Una definizione pesante, che suscitò proteste e un certo scalpore. Ma che aveva – e purtroppo ha tutt’ora – una certa legittimità. Un paese dove accumulare anche sessanta ore di straordinari (spesso non pagati) era ed è ancora una realtà, dove i salari non aumentano da oltre vent’anni, dove se si è fortunati si può godere al massimo una settimana di ferie e dove il famoso “impiego a vita”, che all’epoca di Denman era la norma ma oggi riguarda oramai meno di un terzo dei lavoratori può in effetti giustificare il ricorso al termine di “intossicazione”. Con l’aggravante dell’assuefazione, visto che, a parte qualche caso individuale isolato, non esiste reazione sociale. Ed è vero, diciamolo una volta per tutte, che le case giapponesi, anche quelle che vengono costruite adesso, sono piccole, spesso minuscole, prive di riscaldamento centralizzato e costruite con materiale scadente e di rapido decadimento: alluminio, compensato, cartongesso.

Certo, c’è il problema degli spazi, dei terremoti, dei costi: ma mi rifiuto di pensare che in tutti questi anni non sia venuto in mente a nessuno di affrontare seriamente il problema e regalare al popolo giapponese condizioni abitative migliori. Invece di offrire incentivi insufficienti e sottoposti a complicate condizioni, per convincere i cittadini a lasciare le grandi città e tornare a vivere in provincia (dove esistono oltre dieci milioni di case vuote, abbandonate) il governo giapponese, anziché raddoppiare il bilancio militare, potrebbe finalmente lanciare una campagna nazionale di “bonifica” delle zone rurali, dove l’unico segno di modernità è dato dai konbini – piccoli empori aperti 24 ore su 24, dove si trova di tutto a prezzi stracciati – e le orribili distese di distributori automatici. Per il resto, siamo fermi al medio evo. Quello che piace molto ai turisti, ma che costringe i giapponesi a vivere in condizioni indegne di un paese moderno e civile. E non è una questione di soldi. Molte prefetture hanno bilanci in attivo, e vista l’onestà diffusa dei suoi cittadini, anche i più piccoli comuni, oltre ai contributi dello stato, possono contare su un congruo e costante gettito fiscale locale. Solo che lo usano male.

Tempo fa ho letto di un piccolo comune nelle Alpi Giapponesi, noto perché a suo tempo, nelle acque del suo lago, erano stati trovati resti di un elefante. In occasione del centenario, il comune ha deciso di sostituire tutti i tombini della città, circa un migliaio, sostituendo i vecchi, arrugginiti ma ancora perfettamente funzionanti, con dei nuovi, raffiguranti un elefante. Prezzo unitario: circa mille euro. In Giappone c’è una vera e propria fissa nazionale per i cosiddetti “tombini d’autore” (sono oltre venti milioni, con dodicimila disegni diversi: ogni anno c’è un concorso nazionale in diretta tv e un prolifico merchandising, dalla vendita di figurine ai tornei di carte che appunto raffigurano i disegni dei tombini (per chi volesse approfondire, ecco un link in inglese. Ed è vero che alcuni sono davvero opere d’arte. Ma nel caso in questione metà delle abitazioni, come spesso avviene nelle zone rurali, non è ancora collegata alla rete fognaria: è legittimo chiedersi se non fosse stato il caso, prima di pensare a rinnovare il look dei tombini, di collegarvi il resto delle abitazioni.

Non è vero che in Giappone non si potrebbe affrontare in modo radicale il problema abitativo – spiega un architetto italiano che lavora presso un importante studio locale ma che vuole mantenere l’anonimato – competenze tecniche, materiali, fantasia e soprattutto soldi ci sono. Quella che manca è la volontà politica. E la lentezza istituzionale. Metà dei nostri progetti non supera la prima selezione, e quelli che la passano devono aspettare anni prima dell’approvazione finale. Sono venuto in Giappone perché pensavo di trovare il futuro, alla fine è quasi peggio che da noi.

Nel frattempo, il mercato immobiliare, da sempre oggetto di periodiche espansioni e contrazioni, che garantiscono enormi profitti alle grandi corporation ma mettono a rischio gli investimenti dei piccoli proprietari, resta un pianeta a sé...

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venerdì 30 settembre 2022

Giovanotti, fatevi un goccio! - Francesco Gesualdi

 

La notizia ha fatto subito il giro del mondo perché contravviene a ogni regola di buonsenso sanitario e sociale. In Giappone, la National Tax Agency, il corrispettivo della nostra Agenzia delle Entrate, ha lanciato un concorso a premi riservato ai pubblicitari  fra i 20 e i 39 anni, affinché elaborino proposte per promuovere il consumo di alcolici fra i giovani.

Il bando, aperto dal 14 agosto al 9 settembre, chiede di elaborare non solo messaggi promozionali accattivanti, ma anche di ideare contenitori e forme di etichettatura  ad alta capacità seducente.

In particolare si sollecita la creazione di messaggi capaci di promuovere il consumo di bevande alcoliche in ambito domestico, ricordando che si possono sempre ricevere comodamente a casa propria tramite rider. E per ottenere un’alta partecipazione al concorso, l’Agenzia ha fatto sapere che  le migliori proposte  saranno premiate pubblicamente nel corso di una cerimonia organizzata   a   Tokyo il prossimo 10 novembre. In più  sono previste forme di sostegno  pubblico per la realizzazione delle proposte più convincenti. 

L’Agenzia delle Entrate Nipponica sostiene di avere assunto un’iniziativa tanto bizzarra per arrestare la perdita di entrate fiscali sulle vendite di alcolici che da una decina di anni registrano un calo costante.

Per la precisione in Giappone il consumo di bevande alcoliche, birra compresa, è passato da 100 litri a persona nel 1995 a 75 nel 2020 con perdite significative da parte dell’erario. Lo dimostra il fatto che mentre nel 2011 gli introiti sugli alcolici rappresentavano il 3% delle entrate fiscali, nel 1980 addirittura il 5%, nel 2020 contribuivano appena  per l’1,7%.

L’anno horribilis è stato proprio il 2020 che ha fatto registrare una perdita di oltre 8 miliardi di dollari alle casse pubbliche. E gli esperti non hanno dubbi: la colpa è del Covid che non solo ha impedito alla gente di frequentare i locali pubblici, ma quel che è peggio l’ha costretta a lavorare da casa. In Giappone uno dei momenti in cui si assumono alcolici è nel dopolavoro quando ci si intrattiene per fare quattro chiacchiere con i colleghi.

Ma il lavoro a distanza imposto dal Covid ha fatto venire meno quest’occasione e i consumi di alcolici sono crollati. Il peggio per l’erario è che ragioni di tipo energetico e climatico rischiano di fare del lavoro a distanza un fenomeno permanente che trascina con se la cancellazione del tradizionale incontro fra colleghi accompagnato da un bicchiere di birra.

Nessuno saprà mai se dietro all’iniziativa della National Tax Agency c’è la mano lunga delle lobby giapponese delle bevande alcoliche che sarà la prima a beneficiare di una pubblicità più aggressiva. Ma anche se  andasse a beneficio esclusivo dell’erario, ci sarebbe ancora molto da discutere sulla liceità dell’iniziativa. 

Ciò che proprio non torna è che pur di far cassa lo stato promuova il consumo di una sostanza tossica, che può far perdere la padronanza di sé e può indurre dipendenza. In Italia lo abbiamo già messo in evidenza quando abbiamo condotto la nostra battaglia contro la pubblicità del gioco d’azzardo: non c’è ragione finanziaria che possa giustificare la promozione di pratiche e sostanze che danneggiano la salute delle persone, l’armonia delle famiglie, l’equilibrio sociale.

Tanto più che per lo Stato si tratta sempre di una vittoria di Pirro: quanto incassa sotto forma di imposta sui consumi nocivi lo deve rispendere, forse moltiplicato, sotto forma di spesa sanitaria, di spesa sociale e di spesa per ordine pubblico, utile a rimediare  i danni creati dalle dipendenze.

Oltre che per motivazioni di rispetto umano e sociale, la scelta giapponese non può essere approvata anche per una ragione politica che ha a che fare con la funzione del prelievo fiscale.

Il fisco, e la nostra Costituzione lo dice bene, non può essere visto solo come un mezzo per garantire denaro alle casse pubbliche. Questa funzione deve sempre conciliarsi almeno con altre due finalità: quella di solidarietà e quella di redistribuzione della ricchezza in un’ottica di equità.

Non a caso la nostra Costituzione indica come criterio principe la progressività, da attuarsi non solo sulle forme di prelievo diretto, ma anche indiretto riguardanti i consumi. Un criterio che in tempo di campagna elettorale tutte le forze politiche farebbero bene a tenere presente invece di lasciarsi a dare a promesse mirabolanti che oltre a essere fasulle sul piano della sostenibilità finanziaria sono palesemente contro la Costituzione.

Ma oggi che la crisi ambientale è evidente in tutta la sua gravità, è urgente attribuire al fisco anche la funzione di orientamento dei comportamenti affinché famiglie e imprese compiano scelte rispettose dell’ambiente.

Le imposte sui consumi vanno modulate in modo da incoraggiare i comportamenti virtuosi e scoraggiare quelli dannosi. In questo solco, ad esempio, si iscrive la tassa sul carbonio, più nota come ETS, imposta alle imprese in ambito europeo per contenere le emissioni di anidride carbonica. Ma molte altre varianti andrebbero introdotte per scoraggiare i consumi superflui e incoraggiare, al contrario, la preferenza per gli imballaggi leggeri e il riciclo dei materiali.

Alla fine la grande decisione che dobbiamo prendere è sempre la stessa: dobbiamo scegliere se privilegiare  denaro e  potere o  persone e  creato. Una scelta che si impone soprattutto quando parliamo di tasse e di spesa pubblica.

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mercoledì 3 febbraio 2021

Corea e Giappone: terza ondata - Andrea Berrini

Digressioni. Un paio di vite fa mi trovavo in uno degli angoli più disgraziati del mondo, le baraccopoli che circondano Nairobi, a interrogare preti e santoni delle congregazioni religiose più strane. Ricordo la frase di uno di loro a spiegarmi quanto fosse importante la questione della malattia e della guarigione. Partiva da una domanda: siamo circondati dalle zanzare, tutte portano la malaria, tutti vengono punti più volte al giorno, e allora cosa fa sì che qualcuno si ammali, e qualcun altro no? La sua risposta portava su una china pericolosa: il rapporto con il mondo degli spiriti. Ma indicava anche, idea più interessante, il rapporto con la comunità che ti circonda. Nella buona sostanza diceva: non ti ammali se non sei solo. I riti di guarigione su cui si incernierano quelle sette sono partecipati da masse sterminate di persone, perché il fedele prova sollievo dopo una messa, con quella liturgia basata sull’appartenenza. E, insisteva il mio prete africano: il sollievo degli abbracci, delle cerimonie ristrette, del sapere che intorno a te c’è la comunità. Certo, le malattie che a suo dire trovano una cura sono quelle che noi, nel qui ora dell’Occidente ricco, definiremmo psicosomatiche: la dipendenza dalle droghe o dall’alcool, l’insonnia, i mali di testa immotivati, le cervicali e le erniette, l’infertilità, l’impotenza. E chissà la malaria.

 

Che il nostro sistema immunitario sia più forte se siamo sereni sembra un dato acquisito ormai anche dalla scienza medica, senza la necessità di rivolgersi a un dio, a più dei, al mondo degli spiriti o al culto degli antenati. Lo stress, parolina magica occidentale, aiuta la formazione delle placche di colesterolo nelle coronarie: me lo ha confermato il cardiologo a Milano. E per tornare in Asia, a me resta davanti agli occhi l’infermierina di Singapore che, congedandomi dopo un’angioplastica, snocciolatami la prescrizione farmacologica, aggiunse seria: “You should avoid anxieties and frustrations.” Cosa che puntualmente figurava nella lettera di dimissioni. Pensai: le ansie sì, le posso abbandonare, ma per le frustrazioni come faccio: devo elevarmi al di sopra di ogni mia terrena ambizione, come il Buddha? L’Asia ha una sua risposta, per le placche di colesterolo?

 

Domande. La domanda sul perché qualcuno si è preso il Covid e altri no corre libera anche in luoghi meno disgraziati di una baraccopoli africana. Mia moglie è risultata quasi inspiegabilmente positiva al sierologico – sì, ci ricordiamo un paio di giorni di perdita dell’olfatto, e febbriciattola, a marzo – e io che le vivo attaccato da mesi sono negativo. Dice un articolo tra i tanti sul giornale che la possibilità di infettare un convivente non supererebbe il 44%: e allora perché io sto nell’altro 56%? A riti di guarigione non ho partecipato mai, in questi mesi. Comunità ne ho frequentata poca.



E dunque, ancora e sempre la domanda che mi ronza in testa: ma cosa hanno fatto gli asiatici, i cinesi, per battere la zanzara Covid così meglio di noi? Forse evitando le frustrazioni perché lì, sotto sotto, circola ancora il pensiero del Buddha? I miei amici sinologi ripetono ancora: Confucio, piuttosto. Il senso della collettività così forte a loro dire nell’Asia dell’est e del sudest. E allora, se devo stare al mio prete africano di baraccopoli, non solo disciplina e senso di responsabilità, ma protezione del gruppo: non sentirsi soli. Anche in queste settimane la reazione alla terza ondata in Corea del Sud e Giappone è per noi fantascienza.

 



Nella Corea di 50 milioni di persone 500 casi destano allarme, qualche misura di contenimento viene implementata. In Italia, 60 milioni, 500 casi era settembre ed eravamo ancora immersi nel non ce n’è di coviddi, declinato in varie forme sui nostri schermi. Mi è chiaro come i numeri fossero in salita già tre settimane prima delle chiusure: ma si esitava, perché la chiusura allora sarebbe stata accolta con una inferocita rivolta di masse, presentatori televisivi e tastieranti impulsivi. La chiusura è stata ritardata fino a quando le masse non apparirono spaventate a sufficienza da accogliere le misure imposte. Qui, più che in altri paesi occidentali, la sfiducia verso il governo (‘le élites!”) è a livelli di guardia da un decennio: ci si sente soli, abbandonati? Adesso, però, ci si domanda di chi è la colpa di una seconda ondata così forte – del governo, dice la vox populi – ed eccolo qua l’Occidente con la sua cultura millenaria: non Confucio né il Buddha, ma cristianamente la colpa: e dunque lo troviamo un capro espiatorio? Ce la risolviamo così anche questa volta? Linciarne uno per assolverne cento, e tutti insieme, in gruppo, schiumare di rabbia. Mentre vagano per la rete le immagini del metrò di Pechino affollato – lì non ce n’è più di coviddi – scopro che nel Giappone della terza ondata non sembra alle viste un lockdown.

 

Il Giappone chiuse sì scuole cinema e teatri per tempo, a inizio marzo, ma non ha mai attuato lockdown totali, c’è anche un problema con la costituzione. Piuttosto il governo rivolse un pressante invito a ridurre i contatti al minimo, e si ritiene che i giapponesi questo abbiano disciplinatamente fatto – è la politica che ha provato la Svezia, dalle nostre parti, ma con risultati ben peggiori –. Certo in Giappone i casi censiti sono molto pochi perché lì il tampone si fa solo a chi ha sintomi gravi: altro che tracciamento, insomma – che invece la Svezia ha saputo fare –. Eclatante Giappone: meno di duemila decessi in un paese che ha dodici volte gli abitanti della Svezia, dove i decessi sono settemila. E allora? La zanzara Covid colpisce così a capocchia? Sa dio, direi a quel mio prete africano se lo avessi di fronte adesso. Preferirei però uno studio comparato, e chissà quando arriverà. Perché se la differenza la fanno davvero i comportamenti individuali, accidenti venga qualche maestro orientale a insegnarceli più in fretta possibile, anche in vista di altri virus prossimi venturi. Se invece qualche altra ipotesi può essere costruita, su quest’Asia invidiabile, proviamoci. Non sono uno scienziato io, sono un solo un perplesso autore.

 

Vaghi ricordi di università mi rammentano che un’ipotesi per dirsi scientifica deve essere falsificabile. Falsificatemi, vi prego, l’autoriale ipotesi che la precedente circolazione della Sars e di altri Coronavirus abbia allenato il sistema immunitario di un paio di miliardi di persone, laggiù, perché questa ipotesi mi si è conficcata nella testa. So che devo starci attento, l’abitudine a costruire spiegazioni affrettate solo perché sanno surrogare paure e speranze è un po’ troppo diffusa: è il male di questi tempi, avvelena ogni argomentare. Ma ipotesi bisogna farne, e risposte bisognerà costruirne prima o poi. 

(Corollario: la speranza che, una volta vaccinato e immune il gregge al Sars-CoV-2, sia poi resistente ai virus prossimi venturi non è male come speranza, vero? Insomma che passino altri cent’anni: come dopo la Spagnola).

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giovedì 3 ottobre 2019

Quando l’informazione distrugge il pianeta - Esperance H. Ripanti




Le parole profetiche di Greta e l’onda verde
«Non possiamo risolvere una crisi se non la trattiamo come tale: dobbiamo lasciare i combustibili fossili sottoterra e dobbiamo focalizzarci sull’uguaglianza. E se le soluzioni sono impossibili da trovare all’interno di questo sistema significa che dobbiamo cambiare il sistema. […] Siete rimasti senza scuse e noi siamo rimasti senza più tempo. Noi siamo qui per farvi sapere che il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no». Greta Thunberg pronunciò queste parole al Cop 24 di Katowice avvenuto nel dicembre del 2018.
Parole semplici, chiare e durissime. Che hanno letteralmente scatenato – da quando è partita la sua rivoluzione Friday For Future– un’ondata verde e un punto di vista ancora più profondo e attento nei confronti della Terra.

Un nuovo tipo di comunicazione
Un’attenzione mediatica che negli ultimi mesi ha permesso anche a chi di cambiamento climatico o inquinamento dei mari non sapeva nulla di permettersi un approfondimento aggiornato su ciò che sta accadendo in tutto il mondo. Associazioni, registi, scrittori, attivisti, attori, politici, cantanti, giornalisti e la società civile si sono messi in prima linea per difendere il clima e trovare soluzioni concrete per non perdere tempo.
Nell’attesa di queste soluzioni le testate giornalistiche, internet, portali di divulgazione, l’allerta degli studiosi e le calamità naturali stanno costruendo una nuova comunicazione sul tema.
È grazie a testate come il Guardian, BBC, New York Times, Al Jazeera, rilanciate poi dai nostri quotidiani nazionali, che siamo venuti a conoscenza immediatamente dei dieci miliardi di litri di acqua dolce che partendo dalla Groenlandia si sono riversati nell’oceano Atlantico all’inizio di quest’estate. Un record di scioglimento che rischia di battere quello segnalato nel 2012.
Anche l’esistenza della “Pacific Trash Vortex” è stata una scoperta dell’ultimo periodo; il più grande accumulo di spazzatura galleggiante al mondo. Si trova nell’Oceano Pacifico, è composto da plastica, metalli leggeri, residui organici e misura tra i 700.000 km² fino ai 10 milioni di km², per un totale di circa 3 milioni di tonnellate di rifiuti accumulati.: le sue dimensioni sono simili a quelle della Penisola Iberica.
Altri numeri, altrettanto spaventosi, arrivano dal futuro: entro il 2030 si prevedono 135 milioni di profughi climatici dovuti alla desertificazione dei terreni. Africa Sub-Sahariana, Nord Africa e Europa sono al centro di un’azione di desertificazione, erosione e soil sealing(vera e propria impermeabilizzazione dei terreni).
Dati, immagini forti, discussioni, servizi giornalistici, talk show, timore collettivo e anche informazione. Soprattutto informazione; un aspetto che non manca mai ma che talvolta, rischia di seguire correnti, esagerati allarmismi e fake news che rischiano solo di intralciare gli studiosi, riportare dati errati e confondere i lettori.

Gli incendi in Amazzonia
L’estate appena conclusa è stata letteralmente invasa dalle immagini di un mondo in fiamme. Sono andate a fuoco le steppe russe, le colline californiane, alcune foreste europee ma sopra ogni altra cosa lo sgomento mondiale si è manifestato dinanzi le immagini della foresta Amazzonica; la vegetazione di tipo tropicale più estesa del Pianeta, custode del 10% delle specie globali.
L’allarme sul numero degli incendi estivi però ha subito erroneamente una stima sopravvalutata in quantità e danni. Lo scienziato Dan Nepstad, ha spiegato a Forbes che l’allarme sul numero degli incendi in Amazzonia è fortemente esagerato, essendo di poco superiore alla media degli ultimi dieci anni, e anche la Nasa ha confermato questa visione.

I mari avvelenati del Giappone
“L’acqua radioattiva di Fukushima avvelenerà il mare”.
Titoli preoccupati e allarmanti di questo genere hanno invaso le testate internazionali e nazionali, trasmettendo l’idea che il Giappone avrebbe versato nell’oceano Pacifico l’acqua radioattiva originaria dagli scarti nucleari della centrale danneggiata dal sisma e dallo tsunami del marzo 2011.
Anche Greenpeace Japan ha organizzato una vera e propria campagna a seguito della notizia: «L’acqua contaminata radioattivamente attualmente immagazzinata a Fukushima Daiichi non dovrebbe essere rilasciata nell’oceano».
Niente di più falso e fuorviante: l’acqua che viene usata per raffreddare il reattore (ormai spento, ma che emana ancora molto calore) si contamina con diversi elementi più o meno radioattivi; dopo processi “di pulizia” vari, gli scienziati riescono a eliminare queste parti radioattive ad eccezione del trizio, un isotopo dell’acqua già presente in natura (si pensi che parte del potassio presente nelle banane è ben 70 volte più radioattivo del trizio). Inoltre, si calcola che se avverranno gli ipotetici rilasci in mare saranno graduali, con intervalli di tempo e modalità di dispersione che garantiranno una buona diluizione.
Il rischio divenuto reale ha fatto sì che una notizia poco approfondita si sia tramutata in una fake news a tutti gli effetti- tramite le varie condivisioni sui social – dando origine ad un’ondata di indignazione e preoccupazione generica e esagerata.

Le radiazioni russe
Un’esplosione di gas è avvenuta a inizio agosto in Russia, nel centro statale di virologia e biotecnologia russo Vektor (fondato nel 1974) ha causato un incendio in un laboratorio di ricerca sui virus di vaiolo, antrace e ebola.
Le autorità del Paese inizialmente hanno dichiarato la completa assenza di contaminazione obbligando lo staff dell’ospedale in cui è stato ricoverato l’uomo di non mettere al corrente il rischio di radiazione con cui sarebbero potute venire in contatto le vittime.
Solo qualche giorno dopo l’esplosione sono venuti fuori ulteriori dettagli, spesso contraddittori. Ma la linea del governo russo rimane fissa sull’assoluta certezza che nella stanza in cui è avvenuto l’incendio non ci sia stata alcun tipo di pericolo.
Una notizia che, per assurdo, nella sua gravità, è passata in secondo piano nonostante nell’incidente sia rimasto ferito un uomo, ricoverato in terapia per gravi ustioni. Ed essendo il centro interessato l’unico, insieme a un altro negli USA ad Atlanta, in cui il virus di vaiolo sopravvive per scopi scientifici.
L’Amazzonia di Bolsonaro attaccata dai politici e dagli attivisti di tutto il mondo, il falso avvelenamento dei mari da parte della centrale di Fukushima e, per finire, l’esplosione silenziosa a rischio contaminazione dal Cremlino che non ha preoccupato nessuno.
Tre aree geografiche differenti, tre notizie che hanno ricevuto ognuna un’attenzione mediatica in piena linea con i tempi dell’ondata verde senza farsi mancare nulla, neppure i refusi o la ricerca di un articolo “virale” ma errato. Una luce puntata su fatti reali, importanti che si dovrebbero affrontare con la lucidità e la professionalità che la spinosa e attualissima questione ambientale si merita.