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venerdì 14 agosto 2026

STATO DI POLIZIA - Lorena Fornasir

 

Appena esco dal cliché di buona donnetta che fa la lavanda dei piedi, se oso mostrare una scena di abbattimento a terra di un solo uomo da parte di otto/nove carabinieri, testa schiacciata sull’asfalto bollente, lui che grida: “non respiro”, scena già vista al Pilastro di BO e degna dell’ICE, allora mi si getta addosso il fango più odioso. Eravamo in piazza, stavamo curando, ci siamo avvicinati a quel trambusto e abbiamo colto quel terribile gesto che ha già ucciso un uomo al Pilastro.

Ebbene pare che schiacciare un uomo a terra con 9 poliziotti sopra sia la cosa più normale del mondo. É davvero normale? É normale identificare le persone presenti? É normale identificare il prete che era con noi e raggiungere chi ospitava lui e il suo gruppo di giovani, per informare che non sono brave persone. Davvero per voi tutto questo è normale? O non rimanda piuttosto a un contesto politico che sta modificando la costituzione a colpi di decreti legge? Su ingiunzione dei poliziotti, il video girato non va pubblicato. Allora ho pubblicato il frammento più significativo. I benpensanti s’indignano di me, della dissacrazione cui espongo la polizia. Non s’indignano, i vari signori, dell’uso di questo tipo di violenza. Anzi, manipolano la comunicazione, ridanno fiato al contesto generico in cui il tutto sarebbe avvenuto facendo scomparire quella manovra odiosa e pericolosa. La cornice prende il posto del tutto.  Un noto avvocato afferma: “Si parte dal principio che l’operato delle Forze dell’Ordine é corretto. Non il contrario.” Vale a dire che la Forze dell’ordine sono al di sopra di ogni critica da parte dei cittadini da cui discende che é corretto schiacciare a terra un uomo con 9 poliziotti sopra, se poi non respira la magistratura farà il suo corso.

Non posso essere d’accordo e continuerò a segnalare la violenza dei confini come quella esercitata su un italianissimo cittadino triestino: due violenze complementari.

Non faccio parte del repertorio di belle figurine in cui mi si vorrebbe relegare. A ognuno la sua bella figura. C’è chi si sente bene a parlare di pace sociale mentre solletica il ventre dell’odio. Io non ho bisogno di fare bella figura. Quindi, facendo brutte figure, continuerò nella mia cura della vita.

 

Trieste, 7 agosto 2026

STATO DI POLIZIA

Serata mesta dopo la grande scena davanti alla stazione dei treni di Trieste, di fronte a piazza Libertà o #piazzadelmondo.

Vari, tra carabinieri e forze dell’ordine atterrano un uomo bloccando con una manovra simile a quella del Pilastro di Bologna o ICE.

Il volto premuto sull’asfalto bollente da 5/6 agenti, tra auto civetta e furgoni blindati, lo si sente gridare “NON RESPIRO”.  Lo voltano di fianco. Intanto un agente richiede ad alcune persone che filmano la scena di fornire i documenti: tra questi Gian Andrea Franchi e il sacerdote con cui, poco prima, ha avuto un incontro con il gruppo dei giovani di Verona. 

Alla fine della grande scenata, con traffico mezzo bloccato, la polizia rilascia quell’uomo. 

Allucinante!

Non é finita: la polizia intima di non pubblicare le foto. 

La sua azione si estende anche ad intercettare la struttura in cui alloggia il gruppo parrocchiale, e riferire che “non sono brave persone” . 

Infine, ieri sera un sito web aveva pubblicato la notizia che però poi é stata rimossa. Perché mai? Era un flop? Non si puó dire?

Ora, da GPT rilevo che:

“@Di per sé non è un reato fotografare o pubblicare immagini di agenti di polizia mentre svolgono un’attività in luogo pubblico. La legge sul diritto d’autore, infatti, consente la riproduzione dell’immagine senza consenso quando è collegata a fatti o avvenimenti di interesse pubblico o svoltisi in pubblico. “

Siamo in uno stato di polizia. Non pubblico il video orrendo ma una frame selezionata e ritagliata. Il clima é davvero pesante, ingiusto, oppressivo. La più bella piazza di Trieste è militarizzata. Mancando gli “incidenti” da parte dei migranti, ieri sera l’“incidente “ è andato in scena provocato dall’“altra parte”.

da qui

lunedì 10 agosto 2026

La Fortezza Europa accelera: deportazioni, hub nei Paesi terzi e frontiere militarizzate - Osservatorio Repressione

 

Dalla crisi di Ceuta nasce una nuova offensiva europea contro il diritto d’asilo. Mentre Meloni e Piantedosi rilanciano il modello Albania e chiedono centri di detenzione fuori dall’Unione, Bruxelles apre alla loro estensione. Le persone migranti diventano ancora una volta materia di propaganda e strumenti di ricatto geopolitico, mentre i diritti fondamentali arretrano.

La tragedia di Ceuta non ha aperto alcuna riflessione sulle responsabilità politiche dell’Europa. Al contrario, è stata immediatamente trasformata nell’occasione per imprimere una nuova accelerazione alla costruzione della Fortezza Europa. Non si è discusso delle decine di morti, dei minori rimasti soli, delle migliaia di persone intrappolate tra il Marocco e l’enclave spagnola, né delle ragioni economiche e sociali che hanno spinto decine di migliaia di giovani a tentare l’attraversamento. Il confronto tra i governi europei si è invece concentrato quasi esclusivamente su come rafforzare il controllo delle frontiere, aumentare i rimpatri e moltiplicare gli strumenti di detenzione amministrativa fuori dai confini dell’Unione. La riunione straordinaria dei ministri dell’Interno dell’Unione Europea ha fotografato con chiarezza il nuovo equilibrio politico del continente.

La solidarietà nei confronti della Spagna è rimasta confinata alle formule diplomatiche del comunicato finale, mentre nella sostanza Madrid è stata lasciata sola ed è diventata il bersaglio delle critiche di numerosi governi europei. La scelta del governo Sánchez di regolarizzare una parte dei lavoratori migranti è stata indicata come il presunto fattore di attrazione della crisi di Ceuta, rilanciando ancora una volta la teoria del cosiddetto pull factor, secondo cui il riconoscimento di diritti produrrebbe automaticamente nuovi arrivi. Una tesi che continua a essere ripetuta nonostante numerosi studi abbiano mostrato come le migrazioni dipendano soprattutto da fattori economici, politici e sociali presenti nei Paesi di origine e non dalle singole misure adottate dagli Stati europei.

A guidare questa svolta è oggi la Commissione europea stessa. Il commissario agli Affari interni Magnus Brunner ha liquidato la sanatoria spagnola come «un cattivo segnale per il resto d’Europa» e, soprattutto, ha aperto esplicitamente alla possibilità di finanziare con risorse europee i cosiddetti return hub, i centri destinati a trattenere le persone migranti nei Paesi terzi in attesa dell’espulsione. Un passaggio che segna un salto di qualità nella politica europea delle frontiere: non si tratta più soltanto di esternalizzare il controllo migratorio delegandolo a governi come quello libico, tunisino o marocchino, ma di spostare fuori dal territorio dell’Unione anche la detenzione amministrativa e, in prospettiva, le procedure per l’esame delle domande d’asilo. È precisamente su questo terreno che il governo italiano continua a svolgere un ruolo di apripista. Matteo Piantedosi ha rivendicato davanti ai colleghi europei la necessità di «superare vecchi tabù ideologici» e di realizzare rapidamente nuovi hub nei Paesi terzi sia per la gestione delle richieste d’asilo sia per i rimpatri.

Dietro l’espressione apparentemente neutra di “soluzioni innovative” si nasconde un progetto molto preciso: sottrarre progressivamente il diritto d’asilo al controllo delle garanzie costituzionali e della giurisdizione europea, trasferendo le persone in strutture costruite fuori dall’Unione, dove la tutela dei diritti fondamentali risulta inevitabilmente più debole. La distinzione tra return hub e centri destinati all’esame delle domande d’asilo non è soltanto tecnica. I primi riguardano persone già destinatarie di un provvedimento di espulsione e che non possono essere rimpatriate immediatamente; i secondi rappresentano invece una trasformazione ancora più radicale del diritto d’asilo europeo. Se questo modello dovesse affermarsi, un richiedente protezione internazionale potrebbe essere trasferito in un Paese terzo ritenuto “sicuro” e attendere lì l’esame della propria domanda, senza mai entrare effettivamente nel territorio dell’Unione Europea. È un’ipotesi che pone interrogativi enormi sul rispetto dell’articolo 10 della Costituzione italiana e della Convenzione di Ginevra, oltre ad aprire un inevitabile contenzioso davanti alla Corte di giustizia dell’Unione Europea e alla Corte costituzionale.

L’impressione è che il governo Meloni stia tentando di anticipare proprio quelle pronunce giudiziarie che potrebbero compromettere definitivamente il progetto Albania. Da qui la continua pressione politica per normalizzare un modello che, fino a pochi mesi fa, veniva presentato come eccezionale e sperimentale e che oggi Bruxelles sembra invece intenzionata a trasformare in un paradigma europeo.

Parallelamente cresce anche il ruolo di Frontex. La Commissione punta a rafforzare ulteriormente l’agenzia europea, affidandole nuovi compiti di monitoraggio, sorveglianza e coordinamento delle operazioni di rimpatrio, oltre allo sviluppo di sistemi di allerta precoce e di controllo dei social network per individuare presunte campagne di disinformazione che potrebbero favorire i movimenti migratori. È una trasformazione significativa: le frontiere non vengono più considerate soltanto uno spazio fisico da presidiare, ma un ambiente digitale da sorvegliare preventivamente.

Ancora una volta emerge la logica che da anni caratterizza la politica migratoria europea: affrontare gli effetti anziché le cause. Nessuno dei governi riuniti a Bruxelles ha ritenuto necessario discutere delle condizioni economiche che spingono migliaia di giovani marocchini a lasciare il proprio Paese, della crisi occupazionale che attraversa il Nord Africa, delle conseguenze delle politiche commerciali europee o della crescente instabilità geopolitica del Mediterraneo. Tutto viene ricondotto alla necessità di reprimere i trafficanti, rafforzare i controlli e impedire le partenze.

È una rappresentazione che svolge una funzione politica precisa. Concentrando l’attenzione sulle reti criminali, si evita accuratamente di interrogarsi sul ruolo svolto dagli accordi stipulati dall’Unione Europea con governi autoritari ai quali vengono affidati miliardi di euro per bloccare le persone in fuga. Lo stesso Marocco, oggi indicato come partner strategico nel controllo delle frontiere, continua a utilizzare la leva migratoria come strumento di pressione diplomatica nei confronti di Madrid e di Bruxelles, dimostrando quanto l’esternalizzazione abbia reso l’Europa dipendente dai Paesi cui ha delegato il controllo delle proprie frontiere.

In questo scenario la crisi di Ceuta diventa il laboratorio di una trasformazione molto più ampia. Il diritto d’asilo viene progressivamente svuotato, la detenzione amministrativa si espande oltre i confini dell’Unione, la distinzione tra protezione internazionale e politiche di sicurezza si assottiglia fino quasi a scomparire e la gestione delle migrazioni viene sempre più affidata a un complesso sistema di centri, hub, procedure accelerate e accordi bilaterali che spostano il problema lontano dagli occhi dell’opinione pubblica europea.

La vera posta in gioco, tuttavia, non riguarda soltanto le politiche migratorie. Riguarda la natura stessa dello Stato di diritto europeo. Quando il diritto d’asilo diventa una pratica da esternalizzare, quando la privazione della libertà personale viene normalizzata in strutture collocate fuori dal controllo giurisdizionale degli Stati membri e quando i diritti fondamentali vengono presentati come “tabù ideologici” da superare, non siamo più di fronte a semplici modifiche legislative. Siamo davanti a una ridefinizione profonda dell’idea di Europa.

La Fortezza Europa non si limita più a difendere le proprie frontiere. Sta progressivamente esportando oltre i propri confini anche i luoghi della detenzione, trasformando la gestione delle migrazioni in un gigantesco sistema di contenimento esternalizzato. Ed è difficile non vedere, dietro questa evoluzione, il rischio che i principi sui quali l’Unione dichiara di essere fondata vengano sacrificati sull’altare della sicurezza e del consenso politico.

da qui

sabato 11 luglio 2026

Il secolo mobile - Gabriele Del Grande

(letto da Francesco Masala)

Ambalavaner Sivanandan (un ricordo qui), bibliotecario, editore di rivista, agitatore, romanziere, saggista, polemista, direttore dell'Institue of Race Relations, un grande intellettuale di origine srilankese, attivo in Gran Bretagna, disse una volta “We are here because you were there”, che è la spiegazione chiara e inequivocabile (purtroppo ignorata) del perché tanti migranti cercano di raggiungere i paesi della fortezza Europa e di tutte le fortezze occidentali.

Qualche anno fa Josep Borrell aveva detto Noi un giardino, il resto del mondo una giungla, sarebbe interessante a spese di chi noi siamo un giardino e a causa di chi, nelle parole di Borrell, il resto del mondo è una giungla.

 

A volte capitano libri che ti spiegano un po’ di cose che non sapevi e che rimettono in riga tanti fatti, noti, ma spesso dimenticati.

Chi leggerà il libro potrà farsi tante domande e troverà tante risposte.

 

La politica migratoria europea cambia a partire da una cinquantina d’anni fa, e si basa su una parola feticcio, che è sicurezza. In nome della sicurezza non si vogliono più accogliere i migranti come donne e uomini liberi, con diritti come quelli dei residenti in Europa. In nome della sicurezza si finanziano i campi di prigionia e di concentramento nei paesi del sud del Mediterraneo. In nome della sicurezza

In nome della sicurezza si lasciano morire i migranti in mare, come politica dichiarata, e poi si finge di piangere lacrime di coccodrillo.

In nome della sicurezza si ostacolano gli arrivi di persone non ariane, che crede in un dio diverso, e si fanno ponti d’oro ai bianchi cristiani, soprattutto badanti

In nome della sicurezza si esclude lo ius soli, per chi è più entusiasta di essere italiano, di quanto lo siano gli italiani di nascita.

In nome della sicurezza si crea un’economia di vigilanti di vari tipi, ai confini, negli uffici, nei cpr, una grande quantità di posti di lavoro inutili, che David Graeber chiamava bullshit jobs, lavori non creativi, lavori che opprimono, lavori dimenticabili.

Il secolo mobile è un libro da non perdere e da consultare spesso.

 

 

 

Ps1: Già il sociologo Renato Curcio almeno a inizio secolo analizzava i rapporti fra migranti, lavoro mal pagato, precarietà, razzismo, insicurezza (quella vera, quella dei migranti) e spiega(va) che avere un ‘esercito di riserva’ di lavoratori migranti permetteva e avrebbe permesso di comprimere i salari di tutti i lavoratori, e così è successo, spesso in Europa, di sicuro in Italia (qui, per esempio)

 

Ps2: se posso fare una critica a Gabriele Del Grande, è che a proposito dell’11 settembre non ha nessun dubbio sulla versione ufficiale, nessun dubbio sul fatto che in Europa, a Londra e Madrid, un palazzo colpito da un aereo non cade, ma a New York sì, e sul fatto che i tre grattacieli caduti erano stati riempiti di esplosivi da prima, anche il terzo grattacielo caduto lo stesso giorno senza nessun contatto con un aereo.

 

Ps 3

scrive Lavinia Marchetti:

In Italia, nel 2026, chi ha votato le leggi che criminalizzano il dissenso di piazza sapeva cosa stava votando. Le trascrizioni parlamentari mostrano che le obiezioni erano state formulate e registrate. Poi il momento del voto aveva azzerato quelle voci, perché votare era il gesto di fedeltà richiesto.
La democrazia produce un paradosso finale in cui il meccanismo formale del consenso, che dovrebbe proteggere il pluralismo, diventa il sigillo che certifica la cancellazione del dubbio. Il gaslighting istituzionale ottiene la propria firma dai soggetti che ne sono oggetto. La ratifica è autentica, e proprio in questa autenticità risiede la trappola. L’inganno è a monte. (qui).

Lo stesso si può dire per le leggi sulla (in)sicurezza, e di protezione delle frontiere, tutti i governanti e parlamentari italiani ed europei quotidianamente praticano la banalità del male, ci vorrebbe una pena per tutti i governanti e parlamentari italiani ed europei che continuano a sostenere le politiche di sicurezza ariane e assassine.

giovedì 5 marzo 2026

L’Europa seppellisce il diritto d’asilo. E Meloni brinda sul confine esternalizzato

 

Via libera ai “Paesi sicuri”, ai “Paesi terzi sicuri” e al modello Albania: l’UE diventa la scorciatoia legale per deportare, respingere, rinchiudere

C’è un sincronismo che sa di regia politica, non di coincidenza: ieri il Parlamento europeo ha approvato la prima lista europea di Paesi d’origine “sicuri” e ha riscritto i criteri del cosiddetto “Paese terzo sicuro”; oggi il governo Meloni porta in Consiglio dei ministri il ddl immigrazione che punta a trasformare quella cornice europea in un dispositivo italiano di interdizione marittima, deportazione e detenzione fuori confine.

È la vittoria del “modello Albania”. È l’Europa che smette di essere — anche solo formalmente — il luogo dove si frenano gli eccessi dei governi nazionali. E diventa, al contrario, la via traversa con cui travolgere le ultime resistenze: quelle della magistratura, della Costituzione, dei diritti fondamentali, della semplice idea che il diritto d’asilo non sia un optional.

La lista dei “Paesi sicuri”: la scorciatoia per negare l’asilo

La nuova lista europea include Stati come Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India, Marocco e Tunisia. È un passaggio politico gigantesco: non perché quei Paesi siano improvvisamente diventati paradisi dei diritti, ma perché l’etichetta di “sicuro” serve a una sola cosa. Rendere più facile respingere. Rendere più rapida l’inammissibilità. Rendere più veloce il rimpatrio.

Non è un aggiornamento tecnico: è un cambio di paradigma. Si passa dall’esame della persona all’esame del passaporto. E quando il passaporto è quello “sbagliato”, la tua storia diventa irrilevante.

“Paesi terzi sicuri”: la deportazione come politica pubblica

La novità più brutale è la revisione del concetto di “Paese terzo sicuro”. Tradotto: deportare i richiedenti asilo sulla base di accordi con Stati terzi, anche accordi individuali, e farli aspettare altrove mentre l’Europa si lava le mani.

Il cuore della norma è l’esternalizzazione: l’Unione spalanca la porta alla costruzione di centri in Paesi terzi per l’esame delle domande. Hub fuori dall’UE. Recinti legali. Zone grigie dove la responsabilità si disperde e i diritti evaporano.

Albania oggi. Ruanda domani. Qualsiasi luogo dopodomani, purché abbastanza lontano da non disturbare lo sguardo europeo.

Il “modello Albania” non era un incidente: era un prototipo

Per mesi l’opposizione italiana ha deriso l’esperimento albanese come propaganda. E invece era un prototipo: un’anticipazione. Un test politico su una corrente gelida che stava già attraversando l’Europa.

Ora quella corrente è diventata egemonia. E non è nemmeno solo l’egemonia delle destre. Perché a far passare la linea più dura non sono stati soltanto i partiti della destra radicale: c’è stato anche “qualche socialdemocratico”, abbastanza per dare alla svolta una patina di rispettabilità istituzionale.

Questo è il punto più inquietante: l’estrema destra non vince soltanto quando prende voti. Vince quando gli altri si adeguano.

Il ddl immigrazione di Meloni: il pacchetto coerente del respingimento

Il ddl immigrazione atteso oggi è la traduzione nazionale del nuovo clima europeo. E secondo le anticipazioni potrebbe includere blocco navale, ritorno del sistema Albania e una stretta sui ricongiungimenti familiari. Un pacchetto coerente, pensato come una catena di montaggio del controllo: prima si dichiara l’“eccezionale pressione migratoria”, poi si interdicono le acque territoriali, poi si intercetta, poi si impacchetta, poi si deporta, poi si rinchiude fuori dall’Europa, poi si respinge o si parcheggia. E soprattutto l’obiettivo resta uno solo: che in Europa non mettano piede, che non vedano le coste, che non esistano.

La formula “eccezionale pressione migratoria” è la chiave autoritaria del disegno. Perché la pressione “eccezionale” non la decide un tribunale, non la misura un organismo indipendente: la decide il governo. E quando è il governo a decidere l’eccezione, l’eccezione diventa normalità.

La bugia centrale: “sicuro” non significa sicuro

Dentro questa architettura c’è una bugia madre: che esistano Paesi “sicuri” per definizione. Che basti un timbro europeo per cancellare persecuzioni, torture, repressioni, discriminazioni, violenze di Stato, carceri arbitrarie.

E non è un caso che proprio Bangladesh ed Egitto — Paesi da cui provenivano persone già trascinate nel circuito Albania e poi rientrate per intervento della magistratura — rientrino ora nella lista “sicura”. È un regolamento dei conti politico con chi ha provato a fermare l’operazione. È un modo per dire: la prossima volta non ci saranno ostacoli.

L’Europa non è più la barricata. È il bulldozer.

Per vent’anni una parte del centrosinistra ha coltivato un riflesso: “l’Europa impedirà il peggio”. Quel tempo è finito. Quell’Europa è stata travolta.

Oggi l’UE non frena: accelera. Non impone decenza: costruisce procedure. Non tutela: normalizza la disumanità.

E mentre i governi nazionali avanzano col passo dell’oca, Bruxelles fornisce la base giuridica per farlo con il timbro della legalità. Questa è la vera mutazione: non più violazioni episodiche, ma un sistema.

La posta in gioco: non è l’immigrazione. È lo Stato di diritto.

Chi pensa che sia “solo” una battaglia sui migranti non ha capito niente. Qui si sta riscrivendo il rapporto tra diritto e potere. Tra persona e confine. Tra Costituzione e propaganda.

Il diritto d’asilo non è un favore. È un pilastro. È la linea che separa una democrazia — imperfetta, ipocrita, contraddittoria — da un regime che decide chi è umano e chi è merce di scambio.

E la verità è semplice, brutale, incontestabile: se l’Europa può deportare i richiedenti asilo, può farlo con chiunque diventi scomodo. Oggi sono loro. Domani sarà qualcun altro. È sempre così che funziona.

Che fare: basta indignazione, serve conflitto politico

Non basterà appellarsi ai “guardiani”: la Corte, il Quirinale, Strasburgo, i tecnicismi. Questa ondata non è un incidente giuridico: è una scelta politica. E come tale va combattuta.

Se l’egemonia della destra si è imposta, non si smonta con comunicati prudenti o con l’ennesimo “siamo preoccupati”. Si smonta con un fronte sociale e politico che dica chiaramente che questo non è governo dei confini: è demolizione dei diritti.

Perché è esattamente questo che sta accadendo: l’Europa affonda il diritto d’asilo. E Meloni, finalmente, ha trovato il continente perfetto per farlo sembrare inevitabile.

da qui

giovedì 13 giugno 2024

L’asilo in macerie di fronte al nuovo Parlamento europeo - Gianfranco Schiavone

 

Ossessionata da un’invasione che non c’è, l’Unione non ha saputo realizzare un programma di ingressi umanitari dei rifugiati. Il ritardo è enorme. La rubrica di Gianfranco Schiavone

Tratto da Altreconomia 271 — Giugno 2024

Lo scenario delle politiche dell’Ue sull’asilo che si presenta di fronte al nuovo Parlamento europeo che si insedia a giugno 2024 è preoccupante. Ad aprile di quest’anno quello uscente ha approvato infatti il pacchetto di riforma del sistema europeo di asilo che prevede ben nove testi di riforma (regolamenti screening, procedure, rimpatrio alle frontiere, gestione della migrazione e dell’asilo, sulle situazioni di crisi e di forza maggiore, Eurodac, la nuova direttiva accoglienza, regolamento qualifiche e quello che istituisce un quadro europeo sul reinsediamento).

Fatta eccezione per quest’ultimo, tutti gli altri atti normativi sono ispirati a una logica di forte chiusura e perseguono tre obiettivi di fondo: contrastare l’arrivo nell’Unione di persone in cerca di protezione internazionale elargendo a Paesi terzi finanziamenti e mezzi tecnologici affinché frenino il transito verso l’Unione europea dei rifugiati e divengano per essi dei Paesi di confinamento; applicare in modo estensivo la nozione di “Paese terzo sicuro” al fine di dichiarare inammissibili le domande di asilo presentate nell’Unione dai richiedenti che avrebbero sviluppato un legame (definito in modo del tutto vago) che ne giustificherebbe la loro deportazione verso tali Paesi; estendere le fattispecie cui applicare la cosiddetta procedura accelerata di frontiera di esame delle domande di asilo, con limitazione della libertà di circolazione (e in diversi casi la libertà personale) dei richiedenti asilo ai quali si applicherebbe la cosiddetta “finzione di non ingresso”, anche se nella realtà sono presenti nel territorio. Finalità di tale finzione giuridica è consentire, in caso di rigetto della domanda di asilo, di applicare procedure di allontanamento più rapide con minori garanzie di difesa.

Saranno dunque i Paesi dell’Unione europea aventi confini esterni, tra cui l’Italia, a doversi fare carico di un maggior numero di domande di asilo e di dover provvedere all’ipotetico allontanamento degli stranieri la cui domanda verrà rigettata (un risultato paradossale per un governo di stampo sovranista come quello in carica).

La riforma del Regolamento Dublino (con il citato regolamento di gestione) che introduce una solidarietà obbligatoria tra gli Stati dell’Unione in caso di pressione migratoria su uno (o più) di essi, non mitigherà gli effetti dello squilibrio che verrà prodotto dal dilagare della procedura accelerata di frontiera perché la solidarietà prevista dal regolamento stesso è prioritariamente una solidarietà finanziaria; viene cioè introdotta la possibilità di prendere quote di richiedenti (o di titolari di protezione) ma tale opzione potrà essere sempre sostituita da finanziamenti verso il Paese europeo in difficoltà o da finanziamenti verso Paesi terzi affinché rafforzino ulteriormente i dispositivi per frenare i viaggi verso l’Ue dei rifugiati.

Sono 63.400 gli “attraversamenti irregolari” delle frontiere europee secondo l’Agenzia Frontex tra gennaio e aprile 2024. Quasi un quarto in meno rispetto allo stesso periodo del 2023

Si torna così al punto focale di tutto l’impianto della riforma che è quello di cercare di “tenere fuori” dall’Unione i richiedenti asilo, una strategia in atto da molto tempo e che viene analizzata in profondità da molti autori nel recente saggio “Chiusi dentro” edito proprio da Altreconomia e uscito in libreria in primavera. Mentre si chiude nell’ossessione dell’invasione che non c’è, l’Unione europea non fa ciò che invece dovrebbe urgentemente iniziare a fare, ovvero realizzare un robusto programma europeo di ingressi umanitari di rifugiati che si trovano bloccati in Paesi terzi dove non possono rimanere.

Il nuovo Regolamento per il reinsediamento e l’ammissione umanitaria di persone con un chiaro bisogno di protezione è l’unico tra i testi approvati che apre a una visione diversa in quanto prevede un piano europeo biennale di tali reinsediamenti e fissa alcuni principi condivisibili. Il piano rimane tuttavia ad adesione volontaria da parte degli Stati e questo lo renderà in larga parte inefficace. È enorme dunque il ritardo storico che l’Europa sta accumulando nella gestione delle migrazioni forzate.

Gianfranco Schiavone è studioso di migrazioni. Già componente del direttivo dell’Asgi, è presidente del Consorzio italiano di solidarietà-Ufficio rifugiati onlus di Trieste

da qui

lunedì 5 luglio 2021

Hostage of Europe, la trappola fatale del sistema di asilo europeo - Camilla Donzelli

 

 

L’appuntamento con Anwar è nella piazza principale del quartiere di Atene in cui abito. Dopo qualche giorno di contrattazione via mail, ha accettato di incontrarmi per rilasciare un’intervista. Lo riconosco subito: ha in spalla un grosso zaino e una custodia cilindrica contenente il banner che accompagna tutti i suoi sit-in, e indossa una maglietta a righe che ho già visto molte volte nelle foto pubblicate sui suoi canali social.

Hostage of Europe. Questo il nome della pagina Facebook di Anwar Nillufary, 34 anni, esule forzato da 15. Tre parole che riassumono perfettamente il suo percorso travagliato da richiedente asilo prima e da rifugiato poi. Tre parole che potrebbero essere probabilmente utilizzate per descrivere l’esperienza di moltissime altre persone in movimento, loro malgrado rimaste impigliate nella tela di ragno del sistema di asilo europeo.

È proprio tramite Facebook che sono venuta a conoscenza della storia di Anwar. La pagina che gestisce è lo strumento principale con cui documenta le sue proteste quotidiane. Ogni giorno – ormai da diversi anni – carica video e fotografie che lo ritraggono sotto alla sede degli uffici di qualche organizzazione internazionale, istituzione greca o ambasciata straniera. Nei suoi post descrive dettagliatamente le dinamiche che è costretto a fronteggiare, cercando di tenere viva l’attenzione sul suo caso e cercando, soprattutto, di ottenere delle risposte.

Anwar è ora seduto davanti a me, palesemente provato dall’ennesima giornata inconcludente. Gli chiedo se voglia dell’acqua; mi risponde di no. Ho la sensazione che abbia una grande urgenza di raccontare. La mia impressione si rivela corretta: Anwar parla per oltre due ore, senza sosta, senza tralasciare nemmeno il più piccolo dettaglio.

Mi racconta di aver lasciato il suo Paese di origine, l’Iran, all’età di 18 anni. Vittima di persecuzioni a sfondo politico e impossibilitato ad ottenere un passaporto iraniano, raggiunge il Nord dell’Iraq illegalmente, rischiando la vita durante l’attraversamento del confine. Lì si laurea da ingegnere civile e trova lavoro in una società di costruzioni. La paga è buona, e Anwar comincia a pregustare la possibilità di stabilizzarsi.

Ma ben presto le pressioni politiche si fanno sentire anche in Iraq. Anwar comincia a ricevere minacce, e alla società per cui lavora viene intimato di licenziarlo. L’unica via percorribile è ancora una volta la fuga. Anwar vorrebbe raggiungere gli Stati Uniti o il Canada con un visto, ma senza un passaporto è impossibile. Essendo residente in Iraq da diversi anni prova ad ottenere un documento iracheno, ma la procedura non va a buon fine.

Determinato ad evitare a tutti i costi quella fuga nell’illegalità di cui ha già suo malgrado fatto esperienza e che lo ha quasi portato alla morte, si rivolge allora agli uffici di UNHCR a Baghdad. Spiega loro la sua situazione, chiedendo un aiuto per essere ricollocato legalmente in un Paese in cui la sua vita non sia a rischio. Anche qui, nessuna risposta.

A quel punto ho dovuto fare una scelta, dice Anwar. Nessun documento, nessun lavoro, no soldi. Avevo bisogno di una vita stabile. Tutti hanno diritto a stabilità e sicurezza, e sia in Iran che in Iraq questo diritto mi era stato negato. Quindi sono dovuto scappare, ancora una volta illegalmente. Fino a quel momento non avevo nemmeno lontanamente preso in considerazione l’ipotesi Europa. Non era assolutamente nei miei piani, ma ho dovuto.

Anwar raggiunge la Grecia nel settembre del 2014, percorrendo quel sentiero ad imbuto che ad oggi è l’unica via per penetrare la Fortezza Europa.

Mettendomi in contatto con dei trafficanti ho raggiunto la Turchia, e da Izmir mi sono imbarcato verso le coste greche con un gruppo di altre persone. Una volta sbarcati sull’isola di Kos, mi sono separato dal gruppo e ho raggiunto la cima della montagna vicina per far asciugare i vestiti – completamente bagnati dopo la traversata. In qualche modo è stata la mia fortuna, perché in quel frangente il gruppo si è incamminato verso il villaggio vicino e lungo la strada sono stati tutti catturati dalla polizia.

Dopo aver passato due notti nei boschi dell’isola mi sono messo in contatto con il trafficante ad Atene, il quale mi ha a sua volta dato il contatto di una donna greca residente a Kos pagata per comprare biglietti a nome suo e permettere così ai richiedenti asilo di lasciare l’isola. Così, con in mano un biglietto a nome greco e senza bisogno di mostrare i miei documenti, ho preso il traghetto e sono arrivato ad Atene.

Ciò di cui Anwar parla altro non è che il risultato del cosiddetto “approccio hotspot”, introdotto a livello europeo nel 2015. Tale sistema consiste nella creazione di strutture di primissima accoglienza – gli hotspot, per l’appunto – in prossimità di zone di frontiera, con l’intento di rinforzare e velocizzare le procedure di identificazione, registrazione e smistamento dei richiedenti asilo.

Il sistema hotspot è al momento operativo in Italia e Grecia e, stando a quanto si legge nel documento esplicativo pubblicato dal Parlamento Europeo, sarebbe funzionale a supportare quei Paesi europei che si trovano a fronteggiare ingenti flussi migratori, snellendo l’iter e offrendo l’assistenza di agenzie europee specializzate quali Frontex, Europol ed EASO.

Nella realtà, il sistema hotspot rappresenta l’ennesimo dispositivo di controllo che comprime enormemente i diritti delle persone in movimento. Basti pensare al ruolo di Frontex: secondo l’ultimo rapporto pubblicato dall’organizzazione Mare Liberum, nel solo anno 2020 l’agenzia europea incaricata del controllo delle frontiere ha preso parte attiva al respingimento di oltre 9.000 persone in transito dalle coste turche a quelle greche.

Ma non solo. Nel quadro legislativo nazionale greco il sistema hotspot si è tradotto in una sorta di riserva geografica, in base alla quale i richiedenti asilo entrati in Grecia tramite le isole sono vincolati alla permanenza nel luogo di sbarco. Ciò significa che chi  fa domanda di protezione internazionale su un’isola greca lì dovrà rimanere fino alla definizione della procedura – che ha mediamente una durata molto lunga. E le condizioni di vita nei campi collocati sulle isole egee sono tristemente note.

D’altra parte, basta dare un’occhiata alla distribuzione geografica dei centri hotspot per capirne la logica: marginalizzare il più possibile – nel senso più letterale e fisico del termine – chi giunge in Europa in cerca di rifugio, circoscrivendone all’estremo la possibilità di movimento per poter agevolmente operare eventuali respingimenti o deportazioni.

Per questo Anwar può definirsi relativamente fortunato. La mancata cattura da parte della polizia gli ha risparmiato la registrazione forzata sull’isola di Kos, permettendogli così di trovare uno stratagemma per raggiungere la capitale greca e provare a raggiungere la destinazione realmente desiderata.

Ad Atene ho raggiunto la casa del trafficante. Lo avevo già pagato, ma a quel punto ha cominciato a chiedermi altri soldi. L’accordo iniziale era di 2.500 euro – il prezzo stabilito per attraversare il confine fra Grecia e Turchia. Alla fine ho speso 7.000 euro, con la promessa di poter raggiungere il Canada. Sempre per vie illegali, ovviamente. 

In quel momento non avevo idea di come funzionasse il sistema in Europa. Non avevo altra scelta che fidarmi dei trafficanti. 

Ma una volta vista la situazione ad Atene ho capito che non sarebbe finita bene quindi, di nuovo, mi sono dato da fare per cercare una soluzione alternativa. Ho cercato di mettermi in contatto con UNHCR, con l’Ambasciata americana e con l’Ambasciata australiana tramite email, spiegando loro che ero sopravvissuto ad un viaggio in mare e che in quel momento mi trovavo nelle mani di un trafficante. Nessuna risposta.

Dopo essermi recato personalmente presso gli uffici di UNHCR ed essere stato mandato via malamente dagli agenti della sicurezza privata, sono riuscito a recuperare un numero di telefono e a parlare con qualcuno. Ricordo di aver specificato chiaramente che non volevo rimanere in Grecia, perché la mia breve permanenza prima a Kos e poi ad Atene mi aveva già dato un assaggio di ciò che mi aspettava. In più, nella casa del trafficante avevo sentito molte brutte storie che avevano confermato il mio presentimento. 

Mi dissero di non preoccuparmi, spiegandomi che l’unica via legale per me era fare richiesta di asilo in Grecia, attendere la fine della procedura e, una volta ottenuti i documenti, trasferirmi nel Paese di mia scelta. Ho poi scoperto che non era vero: il sistema non funziona affatto così. 

Anwar ha ragione. Il sistema d’asilo europeo è fondamentalmente una trappola. E se lo volessimo pensare come una trappola composta da più marchingegni, il Regolamento Dublino sarebbe di sicuro la tagliola che azzoppa il malcapitato, impedendogli di muoversi.

Il Trattato di Dublino – entrato in vigore nel 1997 e successivamente modificato nel 2003 e nel 2013, ma sempre rimasto invariato nella sostanza – è quel documento che stabilisce le regole e i meccanismi atti a determinare lo Stato competente all’esame di una domanda di asilo presentata in uno dei Paesi membri dell’Unione Europea.

Specificamente pensato per prevenire il fenomeno del cosiddetto asylum shopping (ovvero la pratica di fare richiesta di asilo in più Paesi diversi), il Trattato prevede il principio del Paese di primo approdo: la presa in carico della richiesta di asilo ricade sullo stato europeo in cui il richiedente ha effettuato il primo ingresso. Ciò si traduce in una fisiologica congestione dei Paesi sud-europei – in primis Grecia e Italia -, Paesi i cui scarsi strumenti di welfare rappresentano un grosso ostacolo per l’accoglienza e il successivo percorso di stabilizzazione di chi giunge in cerca di rifugio.

La chiave per l’applicazione concreta del Trattato è il sistema Eurodac, una banca dati condivisa a livello europeo in cui ciascuno Stato può accedere alle informazioni rilevanti (dati personali, impronte digitali, frontiera di ingresso) per verificare se un richiedente abbia già fatto domanda da un’altra parte o meno. In caso positivo, il Regolamento prevede che la persona in questione venga rispedita nel Paese risultato responsabile della presa in carico della procedura.

Ma non finisce qua. Anche quando la procedura si conclude con il riconoscimento dello status di rifugiato – e quindi con il rilascio di un permesso di soggiorno e di un titolo di viaggio equipollente ad un passaporto – spostarsi in un Paese che non sia quello in cui l’iter è stato espletato è molto difficile.

Il quadro legislativo europeo stabilisce infatti che i titolari di protezione internazionale possano soggiornare in Stati esteri per un massimo di tre mesi e solo per ragioni di turismo. Nel caso in cui l’intenzione sia quella di trasferirsi in maniera stabile e svolgere attività lavorativa, il percorso da seguire è lungo e insidioso: occorre rinunciare alla protezione ottenuta – e quindi ai documenti rilasciati – e aprire una procedura ex novo nel Paese prescelto, procedura che ovviamente varia per meccanismi e tempistiche in base alla cornice legislativa nazionale.

Anwar è venuto a conoscenza di tutti questi cavilli a proprie spese.

Decisi di fare richiesta in Grecia, con l’idea di partire non appena avessi ottenuto i documenti. Dopo 10 mesi di attesa mi venne riconosciuto lo status di rifugiato. In quell’arco di tempo avevo continuato a tenermi in contatto con UNHCR e le ambasciate di Canada e USA per chiedere loro di aiutarmi non appena i miei documenti fossero stati pronti. L’Ambasciata canadese mi disse che la sede di Atene non si occupava della lavorazione di questo tipo di richieste, e che mi sarei dovuto rivolgere agli uffici di Roma.

Così feci. Il giorno stesso in cui ritirai il mio permesso di soggiorno e il mio titolo di viaggio partii per l’Italia. Raggiunsi immediatamente l’ufficio immigrazione dell’Ambasciata canadese, e lì mi dissero che avevo bisogno di un referral scritto e firmato da UNHCR. Così mi recai agli uffici UNHCR di Roma, dove mi dissero che per il referral avevano a loro volta bisogno di una richiesta scritta da parte dell’Ambasciata. Andò avanti così per giorni, con un rimpallo continuo di responsabilità da una parte all’altra.

Il soggiorno a Roma mi stava costando troppo, e data la situazione di stallo mi sembrava uno spreco di risorse economiche. Non vedevo soluzioni all’orizzonte. Pensai così di raggiungere il Regno Unito e fare richiesta di asilo lì.

Mi diressi verso la Francia e raggiunsi Calais, dove passai una notte con l’intento di attraversare il canale della Manica. Quella notte fu sufficiente per farmi cambiare idea: vidi la situazione nell’accampamento [“la giungla”, al tempo il più grande accampamento informale d’Europa, ndr] e parlai con molte persone che mi raccontarono storie orribili. Capii che non era il caso di fare quel tentativo.

La mattina successiva presi il primo treno e mi diressi verso Nord. Dopo due giorni di viaggio mi ritrovai in Svezia. Senza averlo pianificato, senza alcun tipo di contatto, senza conoscere la lingua e senza un posto dove stare. Mi sentivo completamente spaesato. Stavo solo seguendo il fluire disordinato delle cose, senza avere la possibilità di programmare niente. Non ero preparato per nulla di tutto quello che stava accadendo. 

A Stoccolma mi rivolsi all’ufficio immigrazione. Mi portarono in un centro di accoglienza, e dopo due giorni venni convocato per la prima intervista. Le domande furono solo due: mi chiesero se avessi mai fatto richiesta di asilo in un altro Paese europeo e se fossi in possesso di qualche documento rilasciato dal suddetto eventuale Paese. La mia risposta ad entrambe le domande fu ovviamente sì. Mi dissero immediatamente che il mio caso in Svezia era chiuso e che rientravo nel Regolamento di Dublino. 

Mi portarono in un villaggio vicino a Uppsala, in un centro di detenzione, dove rimasi per due mesi in attesa di essere rispedito in Grecia. Mi misi in contatto con varie organizzazioni – Caritas, No one is illegal, ecc. – per ottenere del supporto legale ed evitare la deportazione, ma non ottenni alcuna risposta. 

Trovandomi in un vicolo cieco, cominciai uno sciopero della fame. Ma anche questo non servì a nulla. Il giorno della deportazione mi misero su un aereo, consegnarono tutta la mia documentazione al pilota e mi dissero: le autorità greche ti stanno aspettando. 

Per farsi un’idea dell’impatto concreto del Trattato di Dublino, basta dare uno sguardo alle statistiche pubblicate da Eurostat. I dati disponibili più recenti sono relativi all’anno 2019, e riguardano le richieste di trasferimento da un Paese europeo all’altro ai sensi del Regolamento.

L’Italia è lo Stato membro che ha ricevuto più richieste di ripresa in carico: ben 34.921. Un numero davvero notevole, se si considera che l’ammontare totale delle persone approdate sulle coste italiane nel biennio 2018-2019 è inferiore: 34.842.

Seguono la Germania, con 23.710 richieste; la Grecia, con 13.382 richieste; e la Francia, con 10.668 richieste. Numeri considerevoli, a cui corrispondono altrettante deportazioni e, soprattutto, altrettanti progetti migratori puntualmente frustrati.

Come il piano di Anwar, che dopo tanta fatica si ritrova nuovamente al punto di partenza.

Non appena atterrato ad Atene la polizia mi prelevò al gate dell’aeroporto e mi portò alla vicina centrale, dove venni trattenuto per svariate ore. Una volta libero mi misi immediatamente, nuovamente in contatto con UNHCR. E di nuovo, nessuna riposta.

O meglio: l’unica risposta che ottenevo era la polizia, che puntualmente veniva a prelevarmi sotto gli uffici di UNHCR – dove io chiedevo soltanto di poter parlare con qualcuno! – mi portava alla centrale, mi perquisiva e mi tratteneva per ore in uno stanzino sporco. Tutto questo accadeva abitualmente, senza che nessuno alzasse un dito o semplicemente desse un cenno di riposta alle mie richieste.

Nel frattempo stavo cercando aiuto presso altre organizzazioni non governative greche facendo telefonate, mandando mail e recandomi personalmente presso le loro sedi. Avevo bisogno di supporto legale: nulla. Avevo bisogno di un posto dove stare: nulla. Avevo bisogno di supporto economico: nulla. Tutto questo andò avanti per un anno e mezzo, fino a che non arrivai a pensare che tutto quello che stavo passando era pura follia. 

Nel marzo del 2017 mi procurai una tenda e delle coperte e mi piantai davanti alla sede di UNHCR. Cominciai il mio primo sciopero della fame, durato 64 giorni. Anche in quei due mesi, benché fossi allo stremo delle forze, qualcuno da dentro gli uffici si ostinava a chiamare la polizia. E tutti i giorni, almeno tre volte al giorno, venivo prelevato e trattenuto per ore nella cella della centrale. In quel periodo persi anche la mia prima tenda – il mio unico riparo. Distrutta dalla polizia, il primo giorno di sciopero della fame. 

Al termine dello sciopero, grazie anche al supporto di un gruppo di rifugiati, Anwar riesce ad ottenere un colloquio con dei funzionari di UNHCR.

Mi dissero che non avevano uno specifico programma di ricollocamento, ma che avevano la possibilità di fare una richiesta speciale in circostanze particolari. Tuttavia, non avevano intenzione di applicare questa opzione al mio caso perché altrimenti troppe altre persone si sarebbero rivolte a loro chiedendo la stessa cosa. In sostanza mi stavano dicendo: sappiamo bene che le condizioni di vita qui in Grecia sono dure, ma abbiamo deliberatamente deciso di non soddisfare la tua richiesta per non creare un precedente.

Alla fine del colloquio mi dissero che, nonostante quanto specificato, c’era una piccolissima, remota possibilità di lavorazione del mio caso. Ma avrebbero avuto bisogno di tempo. Due anni, mi dissero. E aggiunsero che non mi sarei dovuto aspettare alcun tipo di assistenza in quest’arco di tempo.

Fu a quel punto che cominciai a farmi pubblicità da solo, aprendo i miei canali social per raccontare quello che mi stava succedendo. Continuai la mia protesta quotidiana sotto la sede di UNHCR. Continuarono gli arresti da parte della polizia, le perquisizioni, il sequestro e la distruzione dei miei effetti personali. Mi venne recapitata anche una diffida emanata del Tribunale, in cui si stabiliva che dovevo mantenermi ad almeno tre metri di distanza dalla porta d’ingresso dell’ufficio.

Tutto questo andò avanti per parecchio tempo, fino a che non passammo al livello successivo: le denunce e i conseguenti processi in Tribunale. Ad oggi sono stato costretto a comparire davanti ad un giudice 24 volte e incarcerato 5 volte. 

Nel 2018 sono stato rinchiuso in un centro di deportazione. Lo scorso anno ho perso la mia quinta tenda, distrutta insieme a tutti i miei effetti personali (coperte, telefono, cibo) mentre mi trovavo di nuovo in detenzione. Tutto questo solo per aver condotto una protesta pacifica sotto gli uffici di UNHCR. Protesta che, se si fosse conclusa con l’ascolto delle mie legittime richieste, non si sarebbe di certo prolungata così tanto.

Nell’estate del 2020 Anwar annuncia un nuovo sciopero della fame, interrotto dopo 73 giorni perché un gruppo di persone residenti in Canada gli offre aiuto per il ricollocamento tramite il sistema di sponsorship. Nel frattempo riesce anche ad ottenere un po’ di visibilità su alcuni media mediorientali, e avvia una campagna di raccolta fondi per coprire le spese di sopravvivenza.

Al termine dello sciopero Anwar subisce due ospedalizzazioni. La sua salute è in condizioni veramente precarie, rischia quasi la vita. I medici gli comunicano che la prolungata astinenza dal cibo ha causato delle serissime ripercussioni sul suo organismo, e che da questo momento in poi dovrà fare molta attenzione e seguire una dieta specifica.

Nel frattempo l’emergenza Covid è scoppiata nuovamente, e la Grecia piomba in un lockdown completo. Anwar necessita di riposo, e in più la situazione generale gli impedisce di proseguire con le sue proteste. Trova riparo a casa di una donna greca che gli aveva dato una mano durante l’ospedalizzazione, e utilizza buona parte dei soldi ricevuti con le donazioni per pagare l’affitto e procurarsi nuovamente i dispositivi elettronici che gli servono.

Contestualmente la già debole attenzione mediatica sul suo caso si spegne del tutto, e quelle persone che dal Canada gli avevano promesso aiuto ritrattano.

Dopo la fine del lockdown, all’inizio del 2021, Anwar si ritrova di nuovo per strada. Ancora una volta, completamente solo. E ancora una volta, determinato a farsi ascoltare.

Continuerò a fare quello che sto facendo fino a che non avrò prosciugato l’ultimo centesimo dei soldi che ho, dopodiché sarò probabilmente costretto ad annunciare un nuovo sciopero della fame. Non so precisamente quando, ma sono certo che accadrà. Non ho altra scelta.

Ogni giorno vado a protestare sotto qualche ufficio e cerco di raccogliere qualche firma per la mia petizione. La sera mi reco alla Libreria Nazionale Greca, l’unico posto dove posso utilizzare l’elettricità per ricaricare i miei dispositivi elettronici e il wifi per aggiornare i miei canali social con foto e video. Quando finisco, solitamente a tarda notte, piazzo il mio sacco a pelo nei cespugli vicino all’edificio e dormo lì. La mattina successiva tutto ricomincia. Questa è la mia vita ora. L’hanno resa una beffa.

Cosa succederà? Non lo so. Risolveranno il mio problema? Non lo so. Qualcuno sarà disposto ad ascoltare quello che ho da dire? Non lo so. Tutto quello che so è che sto chiedendo riposte ovunque, a tutti. Ho scritto email, fatto telefonate, parlato con così tante persone. Sono un beneficiario di protezione internazionale e sto solamente chiedendo di poter avere una vita stabile e dignitosa in un posto che sia in grado di offrirmi delle possibilità in questo senso. Voglio lavorare, studiare. Voglio avere una vita normale. 

L’esperienza di Anwar è rappresentativa. Svela tutte le falle e i paradossi del sistema di asilo europeo, un meccanismo nominalmente legale, ma sostanzialmente generatore primario di situazioni di illegalità: Anwar costretto ad affidarsi a dei trafficanti per raggiungere l’Europa, data la totale assenza di altri canali; Anwar costretto a lasciare l’isola di Kos con uno stratagemma; Anwar che vaga per l’Europa e si ritrova in Svezia, dove la sua permanenza è inammissibile ai sensi del Regolamento di Dublino; Anwar che mi confessa di aver smesso di rinnovare i suoi documenti greci perché non ne vede l’utilità.

Sorgono anche delle domande sul ruolo di organizzazioni internazionali come UNHCR (già messo in discussione a seguito di quanto emerso circa il loro operato in zone come la Libia, o nel processo di esternalizzazione delle frontiere europee), il cui mandato è teoricamente quello di garantire protezione a richiedenti asilo e rifugiati, lavorando nel loro esclusivo interesse.

La storia di Anwar getta delle ombre sui principi fondanti di tali organismi, e viene da chiedersi se il loro operato non sia in qualche modo double face: da una parte, soddisfare la naturale necessità di un agire etico di fronte alle richieste di aiuto di esseri umani in difficoltà; dall’altra, mantenere quello status quo che agli Stati-nazione tanto sta a cuore.

Per chiudere con le parole di Anwar:

Non sto chiedendo nulla di impossibile. Sto chiedendo qualcosa che è un mio diritto. Non capisco tutta questa ostinazione. Non siete in grado di offrirmi ciò di cui ho bisogno? Bene, lasciatemi libero di andare da un’altra parte. Perché trattenermi qui e costringermi ad affrontare tutto questo?

 

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