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domenica 28 febbraio 2021

La Repubblica Democratica del Congo, per meglio comprendere - Gianfranco Della Valle

 

Quella che oggi conosciamo come Repubblica Democratica del Congo, balzata improvvisamente alle cronache per l'omicidio del nostro Ambasciatore (assieme al carabiniere di scorta e all'autista) si chiamava un tempo Zaire e prima ancora Congo Belga. In realtà prima di essere una colonia belga lo Stato Libero del Congo fu una proprietà, diretta e privata, di re Leopoldo II di Belgio. Leopoldo fu definito da uno storico britannico come "un Attila in vesti moderne". Governò il paese, tra il 1885 e il 1908, (quanto un anno prima di morire dovette cedere il Congo alla corona) nel terrore, reprimendo la popolazione locale nel peggiore dei modi. Il Paese fu depredato di quei beni che allora facevano la ricchezza : l'avorio e il caucciù. La mancanza totale del rispetto delle tradizioni, le violenza e lo sprezzo per la vita "nera" furono il centro della politica di Leopoldo.

 

Si deve a lui, e ai suoi uomini, quella pratica, poi tristemente adottata in ogni parte del continente, di amputare le mani con il macete a chi non lavorava o si ribellava. Così come erano diffuse ogni sorta di violenza, soprattutto nei confronti delle donne e la pratica della schiavitù. Sempre secondo gli storici trovarono la morte nei 20 anni di terrore un numero molto vicino ai 10 milioni di congolesi su una popolazione di 25 milioni. Leopoldo fu costretto a cedere la colonia proprio per le accuse di atrocità internazionali. Nonostante i numeri quello del Congo non è mai stato considerato un genocidio.

L'attuale capitale, Kinshasa, fino al 1966 e dalla sua fondazione avvenuta nel 1881 portava il nome di Leopoldville (a dimostrazione del fatto che il Belgio mai si dissociò dagli orrendi crimini avvenuti in quel Paese).

Il Belgio resse la colonia per altri 50 anni, dal 1908 al 1960. Anni in cui Leopoldville diventò una città culturalmente molto attiva (competeva con la sua "dirimpettaia", Brezzaville, separate dal fiume Congo, il titolo di capitale africana della rumba). Anni in cui tra le due guerre, fu fortemente potenziata l'attività estrattiva nel Paese. Dalle miniere di uranio di Shinkolobwe proveniva il minerale usato per le bombe di Hiroschima e Nagasaki. Il Paese è ritenuto uno scandalo geologico, nel suo sottosuolo si trova di tutto: oro, diamanti, smeraldi, petrolio, uranio, manganese, cobalto, rame e tantalio. Insomma tutto quello che il nostro Pianeta ha bisogno per ogni sorte di tecnologia.

 


Negli anni '50 emerse un giovane leader, Patrick Lumumba, visionario e panafricanista. Un leader che poteva cambiare, se gli fosse stato concesso, le sorti dell'intero continente. Portò il Paese all'indipendenza il 30 giugno 1960. 

Ma si trattava di un'indipendenza effimera. Le potenti compagnie minerarie sarebbero restate saldamente nelle mani dei Belgi e quando solo pochi giorni dopo Lumumba nazionalizzò l'esercito ed era pronto a nazionalizzare le risorse, lo Stato minerario del Katanga (con l'aiuto dei parà del Belgio e di mercenari da ogni parte del mondo, Italia compresa) dichiarò la secessione. La storia si sintetizza in poco: Lumumba venne ucciso dai belgi con il benestare della CIA nel gennaio 1961, una sanguinosa guerra civile si combattè tra il 1960 e il 1963 (l'intervento delle Nazioni Unite costerà la vita al Segretario Generale Hammarskjold) e a guidare il Paese giunse nel 1965 Joseph Desirè Mobuto (poi divenuto Mubutu Sese Seko), uomo gradito all' Occidente e agli Americani, baluardo anti-comunista in Africa che regnò (dal 1972 si auto-incoronò Imperatore) e uomo delle tangenti (generose delle compagnie minerarie americane, francesi, sudafricane e belghe) tanto che nel 1984 il suo patrimonio era stimato in 5 miliardi di dollari (alla sua morte le banche svizzere avevano i forzieri pieni dei suoi soldi - solo 8 milioni di franchi furono confiscati alla sua famiglia). Morì nel 1997 in Marocco pochi mesi dopo essere stato deposto da Laurent Desirè Kabila - storico rivale che Che Guevara quando assieme ad alcuni militari cubani era giunto in Zaire per addestrare i congolesi alla rivoluzione aveva definito "un arrivista senza ideali".

Nel frattempo la situazione era - se possibile - ancor più degenerata. A seguito del genocidio del Ruanda del 1994, il confine tra i due Paesi (zona dove è stato ucciso l'ambasciatore italiano con il suo carabiniere di scorta e l'autista) si riversarono prima i profughi in fuga dalla carneficina e poi gli stessi carnefici.

Kabila fu poi ucciso nel 2001 lasciando il paese al figlio Joseph che ne è stato Presidente fino al 2019. 


Dall'inizio degli anni '90 ad oggi la Repubblica Democratica del Congo è teatro di una guerra senza soluzioni. Si parla di oltre 160 diversi gruppi armati, disposti a tutto, che mettono a ferro e fuoco l'intero Paese. Uomini che si arricchiscono sfruttando fino alla morte bambini, uomini e donne (i bambini vengono legati a testa in giù nei piccoli pozzi estrattivi e costretti a scavare a mano, spesso vengono tirati su già morti) e che usano lo stupro come arma di guerra (si parla di 500 mila stupri all'anno) ed è contemporaneamente un modo per imporre il terrore e per sottolineare il fatto che la vita, qui, non conta nulla. Armati fino ai denti (spesso gli scambi di minerali avvengono in cambio di armi di ogni genere). Mentre in questo inferno tutto è possibile, le estrazioni dei suoi minerali dal sottosuolo continua con grande continuità, assicurando il fabbisogno dei Paesi ricchi, che in cambio chiudono entrambi gli occhi.

 

 

 

Di Sancara su tutte queste vicende potete leggere:

 

Articoli:

- Dal coltan al cellulare passando per il Kivu

- Rumba africana, la musica del fiume

- Continua indisturbata la mattanza nel Kivu

- Cosa avviene in Africa Centrale?

- L'uomo che ripara le donne

 

Personaggi:

- Patrick Lumumba

- Mubutu SeseSeko

 

Date storiche:

- 17 gennaio 1961 - Assassinato Patrick Lumumba

- 18 settembre 1961 - La morte di Dag Hammarskjold

- 30 ottobre 1974 - The Rumble of Jungle

- 6 aprile 1994 - Scoppia l'inferno in Ruanda

 

Libri e film:

- Lumumba e il Panafricanismo

- L'anno in cui non siamo stati da nessuna parte

- Congo

 

da qui

mercoledì 18 novembre 2020

L'Africa nera vista da Nigrizia

 

Inossidabile resilienza - Raymon Dessi

 

Docente, giurista e avvocato. Ma prima di tutto rivale numero uno dell’ottantasettenne presidente Paul Biya, al potere da trentotto anni. Da settembre Maurice Kamto è di fatto recluso nella sua abitazione da un cordone di polizia che gli impedisce di uscire

 

«Maurice Kamto ha la schiena dritta. Ѐ uno che sa incassare i colpi. Fosse stato qualcun’altro al suo posto, già tempo fa avrebbe piantato baracca e burattini». Il commento sulla resilienza politica del sessantaseienne leader dell’opposizione camerunese è del suo collega Yondo Black, ex-presidente dell’ordine degli avocati del Camerun. La sua affermazione, pronunciata a metà ottobre, evidenzia, in un certo senso, la vocazione suicidaria che deve abitare chi s’impegna ad interpretare il ruolo dell’opposizione nella scacchiera politica camerunese.

Le parole di Yondo Black nei confronti di Maurice Kamto non sono solo un commento di un osservatore esterno. Lui stesso è stato incarcerato, agli inizi degli anni ‘90, per aver osato organizzare una manifestazione politica pacifica, ma contro la quale il governo di allora – e di adesso – aveva posto un veto. Nel 2018, trent’anni dopo, il leader dell’opposizione si è trovato incarcerato per aver organizzato una manifestazione di protesta contro la rielezione dello stesso presidente di allora, Paul Biya.

Alle stesse elezioni aveva partecipato Kamto che si era auto-proclamato vincitore anche sulla base di dati numerici risultanti dallo spoglio. Anche se numerosi osservatori erano d’accordo sul fatto che avesse vinto il leader dell’opposizione, la Commissione elettorale e la Corte costituzionale avevano riconfermando l’inossidabile Paul Biya alla guida del paese.

La memoria collettiva del paese è tutt’oggi scossa dallo svolgimento caotico, in diretta televisiva, del contenzioso elettorale presso la Corte costituzionale, quando le discussioni fra fazioni opposte di giuristi avevano contribuito ad accentuare la gravità delle violazioni denunciate dai leader dell’opposizione, e in particolare da Kamto. Alla fine la Corte costituzionale aveva trovato cavilli giuridici, a volte palesemente pretestuosi, per dichiarare irricevibile ogni ricorso.

Gli altri leader delle opposizioni, impotenti di fronte al castello fortificato del partito governativo e degli organismi giudiziari infeudati, hanno deciso di “piantare baracca e burattini”. Non così Kamto che ha invece rilanciato con un “piano di resistenza nazionale”, sorta di programma di contestazione permanente dell’usurpazione del potere. Programma che richiede il sollevamento delle masse di cittadini camerunesi.

Il primo appuntamento era fissato per gennaio 2019 con una manifestazione pubblica contro il golpe elettorale. I leader dell’opposizione occupavano la testa dei cortei, ma la manifestazione fu subito repressa nel sangue dalle forze dell’ordine. Alcuni gruppi di attivisti camerunesi della diaspora, sparsi in Occidente, s’indignarono e lanciarono una serie di spedizioni punitive contro le ambasciate del paese.

L’operazione andò in porto con il saccheggio, in particolare, della rappresentanza diplomatica parigina. Dai muri dell’ambasciata camerunese gli assalitori staccarono le fotografie del presidente, che sostituirono con quelle di Kamto, cantando l’inno nazionale. Riprese con gli immancabili smartphone, le immagini della scena furono diffuse sul web, in segno di incitamento per i giovani rimasti nel paese, chiamati ad seguire l’esempio.

Non importa che Kamto avesse preventivamente chiesto manifestazioni pacifiche e che non si potesse dimostrare che fosse stato lui a dare indicazioni per l’occupazione delle sedi diplomatiche. Il governo lo arrestò insieme ad alcuni suoi collaboratori in un domicilio privato a Douala e lo trasferì nella temibile e sovraffollata “Rebibbia camerunese”, detta nkodengui, la prigione centrale della capitale Yaoundé, a oltre 200 km dal luogo dell’arresto. Fu liberato quasi nove mesi dopo, come atto di clemenza del presidente Biya.

Maurice Kamto non è un uomo che si lascia intimidire, anche perché conosce profondamente la mentalità del governo, avendone fatto parte per un breve periodo come ministro delegato alla giustizia dal 2004 al 2011, quando dovette dimettersi per motivi personali. La sua competenza in materia giuridica è riconosciuta alle istituzioni internazionali, in particolare a Ginevra, dove ha presieduto un famoso directorium degli esperti giuristi, lavorando su questioni di diritti umani nel mondo.

Del resto, si era meritato il rispetto del paese già negli anni ‘90, quando guidò il collegio dei difensori del Camerun presso la corte internazionale di giustizia, dove il paese era in causa con la Nigeria su una disputa frontaliera. Al centro della contesa, la penisola di Bakassi, avamposto del territorio camerunese all’interno del golfo di Guinea, un fazzoletto di terra galleggiante su petrolio e gas naturale. Kamto vinse il processo, protrattosi dal 1994 al 2002, e la Nigeria dovette ritirarsi dall’isola, restituendola al Camerun.

In decenni di insegnamento nelle università del Camerun il professore ha formato intere generazioni di giuristi, molti dei quali oggi fanno parte degli organi dirigenziali del suo Movimento per la rinascita del Camerun. Le sue mosse da oppositore politico hanno spesso colto il governo di sorpresa, evidenziando i limiti dell’esecutivo nell’amministrare le questioni pubbliche nel paese.

Il suo ingresso nel mondo della politica, nel 2013, ha animato il fronte dell’opposizione e la democrazia camerunese ha dovuto esibire il proprio malconcio stato di salute. Il gioco politico nel Camerun francofono ha preso le sembianze di una battaglia al massacro, dove il governo cerca elementi giustificativi per neutralizzare un oppositore radicalizzato e tenace.

L’ultimo episodio è stato la marcia del 22 settembre, indetta da Kamto nell’ambito del suo piano di resistenza nazionale. Una marcia pacifica, organizzata in tutte le città del paese per chiedere le dimissioni del presidente, sempre più dipinto come un usurpatore.

L’annuncio della protesta, con circa un mese di preavviso, ha fatto scattare un’ampia strategia militare e mediatica, finalizzata a non fare uscire nessuno di casa. Centinaia di manifestanti sono stati arrestati e rinchiusi in luoghi non adibiti alla detenzione temporanea. Le immagini dei reclusi che circolavano su internet li mostravano accalcati in cortili, anche di ville private recintate, esposti alle intemperie e sofferenti.

Alla marcia del 22 settembre Maurice Kamto non ha potuto partecipare. Dal giorno prima la polizia lo ha bloccato nel suo domicilio, impedendogli di uscire. Un vero e proprio sequestro di persona. Da uomo di diritto, Kamto ha sporto denuncia. Una denuncia presentata agli stessi tribunali che nel frattempo avevano disposto l’arresto e la carcerazione dei suoi stretti collaboratori, accusati come lui di essere portatori di un progetto eversivo.

Maurice Kamto “sa incassare i colpi”, dice Yondo Black che riconosce però che, allo stesso tempo, il popolo camerunese guarda questa via crucis personale del professore come uno spettatore passivo, vedendo spegnersi le proprie già tenue aspirazioni di emancipazione.

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A Kinshasa si discute, nel Kivu si muore - Raffaello Zordan

 

Mentre il presidente Tshisekedi ha avviato una serie di consultazioni a largo raggio per tentare di scrollarsi di dosso la tutela di Kabila, nel nordest si susseguono i raid di gruppi armati. La testimonianza del comboniano Gaspare Di Vincenzo

 

Uno dei punti qualificanti del programma di Félix Tshisekedi, eletto due anni fa presidente della Repubblica democratica del Congo, era di portare la stabilità del nordest del paese, in particolare nelle province del Sud Kivu, Nord Kivu e Ituri. Province ricche di risorse minerarie e terreno di disputa di numerose milizia armate, alcune delle quali al soldo di Rwanda e Uganda.

Padre Gaspare Di Vincenzo, comboniano che lavora a Butembo (Nord Kivu), dice a Nigrizia: «Qui la situazione continua a essere disastrata. Ci sono attacchi continui e massacri che colpiscono la popolazione. L’ultimo è stato venerdì 30 ottobre: ci sono stati 19 morti alla porte della cittadina di Butembo. Il gruppo armato che ha colpito proveniva dalla valle del Graben, al confine con l’Uganda».

Questo sta accadendo perché il mandato di Tshisekedi è fortemente condizionato dalla coalizione dell’ex presidente Joseph Kabila, che ha la maggioranza sia alla camera sia al senato e che non ha certo tra le priorità quella di stabilizzare l’area del nordest.

Kabila infatti si è sempre guardato dall’interferire con le mire del regime rwandese di Kagame sulla Rd Congo. Ma è stato Tshisekedi a sceglierselo come alleato alla vigilia delle elezioni del 2018, che poi si sono svolte all’insegna del disprezzo degli elettori e della falsificazione dei risultati delle urne.

Continua padre Di Vincenzo: «Oltre a uccidere, il gruppo armato ha incendiato il villaggio, saccheggiato tutto il possibile e rapito una parte degli abitanti, tra questi gli infermieri di un piccolo dispensario. Anche la chiesa è stata profanata».

Dovrebbero fischiare gli orecchi a Tshisekedi che, dopo essersi accorto di essere prigioniero di Kabila, sta dedicando questa settimana a un ciclo di consultazioni a tutto campo: lo scopo è di capire se fuori dall’area governativa può trovare interlocutori ed escogitare una via d’uscita politica. Un assetto che gli consenta di avviare le riforme. La strada maestra sarebbe quella di indire nuove elezioni legislative, sciogliendo le camere. Ma non sembra praticabile.

In ogni caso, il presidente ha incontrato i responsabili uscenti della Commissione elettorale indipendente, che porta la responsabilità maggiore delle elezioni-truffa del 2018 e che deve essere rinnovata per intero. Poi ha visto i rappresentanti delle confessioni religiose, le organizzazioni sindacali e vari esponenti della società civile.

Ha in programma anche un confronto con il cardinale Fridolin Ambongo Besungu, arcivescovi di Kinshasa, e con la Conferenza episcopale congolese, che ha criticato aspramente il processo elettorale e il voto del 2018.

«Tra gli uccisi nel raid di venerdì scorso – sottolinea padre Gaspare – c’è anche il catechista Richard Kisusi della parrocchia di Maboya sulla strada che va verso l’Uganda. È stato legato, insieme ad altre persone, davanti alla chiesa e poi ucciso. Aveva finito, giusto il 24 ottobre, il corso di formazione annuale al centro catechistico di Butembo. E aveva ricevuto insieme a 65 catechisti l’attestato di partecipazione e l’accreditamento a poter esercitare la funzione di animatore catechista nella parrocchia di Maboya. Era un ragazzo molto intelligente, gioioso, amava la musica. Io stesso gli ho insegnato liturgia e missiologia: spiccava tra i suoi compagni. Lo affidiamo alla misericordia del Signore insieme con tutte le persone uccise. E ci auguriamo che la comunità internazionale e lo stato congolese possano intervenire e mettere fine a questi massacri attuati per occupare terre e sfruttare le risorse minerarie della regione».

Vista dalla capitale Kinshasa e vista dal Nord Kivu, la Repubblica democratica del Congo non sembra le stessa nazione.

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Prigioni segrete e torture (in Ciad) - Pyrrhus Banadji Boguel (Commissione nazionale dei diritti dell’uomo)

 

 

L’Agenzia nazionale di sicurezza (Ans), che risponde direttamente al presidente, gestisce prigioni parallele dove infligge sevizie ai detenuti. Lo afferma un rapporto della Convenzione ciadiana di difesa dei diritti dell’uomo. Due ex prigionieri raccontano che cosa succede in quelle celle.

 

La Convenzione ciadiana di difesa dei diritti dell’uomo (Ctddh) ha di recente reso pubblico un rapporto in cui afferma che ci sono prigioni segrete, gestite dall’Agenzia nazionale di sicurezza, (Ans) che sono vere e proprie anticamere della morte.

Il ministro della giustizia non ha negato l’esistenza di queste prigioni, ma ha detto che i detenuti sono «trattati bene». Affermazione che ha provocato la reazione di persone che sono stati ospiti delle prigioni dei servizi di sicurezza. Due di loro hanno accetto testimoniare apertamente.

Una delle prigioni segrete è sulla via Farcha, nella capitale N’Djamena, di fronte al ministero dei lavori pubblici. Nelly Versinis Dingamnayal, presidente del Collettivo contro il carovita, vi è stato rinchiuso la prima volta nell’aprile 2017 per aver organizzato uno sciopero dei commercianti. Daniel Ngadjadoum, esponente del partito Federazione per la repubblica, era finito il quella prigione nel febbraio 2017 per aver tenuto un convegno sul governo del presidente Idriss Déby, al potere da trent’anni.

Le loro versioni concordano. Entrambi assicurano che sono stati condotti in questo centro di detenzione con gli occhi bendati. Una volta sul posto sono stati «gettati» in una piccola cella sovraffollata. Dingamnayal ha detto ai microfoni di Radio France Internationale: «Ero ammanettato e la prigione era lugubre, scura».

Le sevizie, programmate tra le 23 e le 4 del mattino, sono iniziate fin dal primo giorno. Racconta Ngadjadoum: «Peperoncino negli occhi, bastonate, cavi elettrici… mi hanno infilato un tubo nel ventre e versato acqua del rubinetto a forte pressione, poi mi hanno tolto il tubo e incominciato a calpestare il mio ventre…».

Una variante dei supplizi era cospargere un sacchetto di plastica di peperoncino in polvere e infilare il sacchetto sulla testa della vittima, testimonia Dingamnayal. E durante la detenzione veniva dato un solo pasto al giorno.

Sia Dingamnayal che Ngadjadoum sono figure pubbliche e quindi i media locali, seguiti da quelli internazionali, si sono interessati al loro caso e lo hanno rilanciato. All’epoca, dei medici hanno potuto verificare la gravità delle torture subite dai due, che hanno sporto denuncia. Ma finora, assicurano, non si è mosso nulla.

 

I limiti del mandato

L’Agenzia nazionale di sicurezza è stata creata nel 1993 con il decreto 302 e in seguito ristrutturata con un altro decreto nel gennaio del 2017. Secondo l’articolo 2 di quest’ultimo decreto, l’Ans è un servizio speciale che ha la missione di contribuire alla protezione delle persone e dei beni oltre che alla sicurezza delle istituzioni della repubblica.

L’Ans esercita le sua funzione nel quadro della legge e degli impegni internazionali che il Ciad ha sottoscritto. Contribuisce inoltre, in collaborazione con altri servizi dello stato, al mantenimento dell’ordine, della sicurezza e della tranquillità pubblica. L’Agenzia risponde direttamente alla presidenza della repubblica.

Tra le sue attribuzioni quelle di ricercare, raccogliere e utilizzare le informazioni che hanno a che vedere con la sicurezza dello stato; di rilevare, prevenire e anticipare ogni azione sovversiva e destabilizzante, diretta contro gli interessi vitali dello stato.

L’articolo 7 del decreto specifica che la missione dell’Ans deve attuarsi nel rispetto dei diritti dell’uomo. E l’articolo 8 dice che l’Ans ha il potere di procedere all’arresto e alla detenzione di persone sospettate di rappresentare una minaccia, reale e potenziale: il tutto nel rispetto delle leggi della repubblica.

Quando l’Ans detiene persone in maniera arbitraria e illegale, e infligge trattamenti inumani e degradanti, oltrepassa i limiti del suo mandato. Per questo la Commissione nazionale dei diritti dell’uomo ha chiesto ufficialmente di poter visitare le prigioni dell’Ans. Finora non ha ricevuto risposta.

da qui

 

 

Etiopia, la crisi si aggrava - Bruna Sironi

 

Il conflitto interno, allargatosi nei giorni scorsi all’Eritrea, rischia di fare da detonatore per l’intera regione, dal Sudan alla Somalia

 

In meno di due settimane la crisi etiopica è diventata una crisi regionale che coinvolge l’Eritrea e il Sudan, mette in gioco la sicurezza della Somalia e, in modo indiretto, anche quella del Kenya e forse di Gibuti.

Un’escalation che con ogni probabilità non era nelle intenzioni del primo ministro Abiy Ahmed, quando, lo scorso 4 novembre, ha ordinato all’esercito federale di riportare l’ordine nel Tigray, ma che molti osservatori paventavano.

Il braccio di ferro tra Addis Abeba e Macallé (capitale del Tigray) era diventato così grave che non si poteva pensare che si sarebbe risolto con un’operazione chirurgica, alla fine della quale la regione “ribelle” si sarebbe adeguata alle disposizioni del governo federale.  Infatti, in pochi giorni si è superato di molto il punto in cui la controversia poteva essere rapidamente composta grazie a pressioni internazionali e mediazioni regionali.

E’ impossibile, ad esempio, prescindere dalle atrocità commesse in questi pochissimi giorni di conflitto, che hanno già spinto più di 20mila persone a cercare rifugio oltre confine, in Sudan, dove, secondo agenzie dell’Onu competenti, si prospetta l’ennesima crisi umanitaria della regione.

Alcuni episodi sono diventati di dominio pubblico nonostante l’isolamento del Tigray – causato dalla chiusura dello spazio aereo, delle linee telefoniche e della rete internet – come i bombardamenti di basi militari che avrebbero fatto invece molte vittime civili, o il massacro di decine, forse centinaia, di persone nella cittadina di Mai-Kadra, al confine con la regione Amhara.

Crimine denunciato da Amnesty International, che ne attribuisce la responsabilità a milizie fedeli al Tplf, il Fronte popolare di liberazione del Tigray, pur sottolineando che è stato impossibile finora confermarne i dettagli in modo indipendente.

I profughi nei campi sudanesi ne danno una versione differente. Secondo interviste a testimoni oculari raccolte dalla Reuters, l’attacco ai civili, comprese donne e bambini, sarebbe stato fatto da milizie amhara allineate con l’esercito di Addis Abeba.

Nella crisi etiopica si combatte infatti anche una guerra a colpi di notizie false e di mistificazioni, in cui è quasi impossibile districarsi. Il ginepraio più fitto riguarda probabilmente il coinvolgimento dell’Eritrea, dato per scontato dal governo del Tigray fin dal primo giorno della crisi, ma sempre negato dagli accusati.

La scorsa settimana un sedicente giornalista del canale arabo della televisione governativa eritrea aveva fatto circolare sui social media la notizia che l’esercito di Asmara si era ormai attestato a Badme, la cittadina simbolo della guerra di confine del 1998/2000, assegnata all’Eritrea dal tribunale dell’Aja, ma che i tigrini non avevano mai voluto restituire, neppure dopo la pace siglata tra i due paesi nel 2018.

Il post, che aveva scatenato l’entusiasmo social dei nazionalisti eritrei, non è mai stato né confermato né smentito dagli interessati e, in mancanza di  fonti attendibili, non è stato ripreso da nessun mezzo di informazione indipendente. Una provocazione? L’indizio dell’obiettivo di un eventuale intervento eritreo? Tutte le ipotesi sono possibili, compresa quella che in realtà si trattasse di uno specchietto per le allodole a copertura di sviluppi futuri.

Sta di fatto che la narrazione del coinvolgimento eritreo ha determinato la regionalizzazione conclamata del conflitto. Sabato 14 novembre, verso sera, Asmara è stata colpita da almeno tre missili partiti dal Tigray. Obiettivi: l’aeroporto internazionale e il ministero dell’Informazione, che, particolare non irrilevante, si trova in città.

Nulla si sa ufficialmente di danni e vittime. Le autorità eritree minimizzano, ma testimoni in loco parlano di diversi feriti. L’attacco è stato rivendicato dal presidente tigrino Debretsion Gebremicael – destituito con l’intera giunta regionale e colpito da un mandato di cattura – con un discorso ufficiale alla televisione della regione. Se davvero l’Eritrea si era finora tenuta al di fuori dalla crisi etiopica, ora avrà un ottimo argomento per intervenire con tutto il suo apparato militare.

Più tardi la stessa tivù ha presentato un gruppo di presunti prigionieri di guerra eritrei. Ma è impossibile distinguere un giovane eritreo da un giovane tigrino, che non differiscono in nulla fisicamente e parlano la stessa lingua. Nel comunicato con cui il primo ministro Abiy Ahmed ufficializzava l’intervento dell’esercito federale nella regione si accusava il Tplf di aver fatto confezionare divise eritree proprio allo scopo di mistificare la realtà.

Probabilmente l’unica cosa certa tra tante notizie controverese e impossibili da verificare è che ormai neppure Abyi Ahmed crede che la crisi nel Tigray possa essere risolta velocemente, sostituendo il governo regionale e portando in tribunale i responsabili della “ribellione”, come, con ogni probabilità, si proponeva di fare.

Ed è anche possibile che si trovi in difficoltà sul piano militare perché potrebbe aver perso il pieno controllo degli uomini del contingente del nord, di stanza a Macallé, il nerbo del suo esercito. Le autorità tigrine, infatti, hanno dichiarato che molti militari del contingente hanno disertato unendosi alle loro milizie – Addis Abeba ha fermamente smentito -, mentre quelle sudanesi hanno fatto sapere che tra i profughi civili che hanno passato il confine ci sono anche un certo numero di militari, a cui è stato chiesto di consegnare le armi.

Sta di fatto che Abiy ha deciso di richiamare il contingente etiopico che dal 2006 era di stanza in Somalia, dove contribuiva alla stabilizzazione del paese e alla lotta al terrorismo. Il governo di Mogadiscio si trova perciò ora più esposto in un momento critico, il periodo pre elettorale – le elezioni sono previste a febbraio – mentre assiste ad un intensificarsi degli attacchi del gruppo al-Shabaab. Se in Somalia diventa impossibile controllare il territorio, anche per il Kenya diventa più difficile evitare gli sconfinamenti dei terroristi nel paese.

La crisi etiopica rischia, insomma, di innescare una vera e propria cascata di cause concatenate di destabilizzazione in tutta la regione, che è già tra le più problematiche del continente.

da qui

 

 

I redditizi affari di al-Shabaab - Bruna Sironi

 

Tasse, estorsioni, traffici illeciti. Il movimento terrorista somalo si è trasformato negli anni in una vera e propria organizzazione di stampo mafioso, in grado di guadagnare cifre astronomiche che reinveste in immobili e altre attività regolari. Soldi che vengono movimentati anche tramite il sistema bancario nazionale

 

Da anni il Consiglio di sicurezza dell’Onu segue con particolare attenzione la Somalia, avvalendosi di gruppi di esperti in grado di analizzare l’evolversi della situazione in relazione alle risoluzioni dell’Onu che riguardano il paese in settori chiave quali la sicurezza, il commercio delle armi, il controllo del territorio, la minaccia terroristica. Grande attenzione è riservata all’evoluzione del gruppo al-Shabaab, il primo e più importante alleato di al-Qaeda nell’Africa Orientale.

Negli ultimi rapporti presentati dagli esperti al Consiglio di sicurezza è emerso un crescente rafforzamento economico del gruppo. In pochi anni – dal 2006, quando è nato dalle milizie giovanili dell’Unione delle corti islamiche sconfitte dal governo federale di transizione, e per suo conto dall’esercito etiopico sostenuto dalla comunità internazionale – al-Shabaab ha organizzato una specie di “stato parallelo” capace di imporre tasse e balzelli non solo nel vasto territorio controllato, ma fin nei gangli economici del paese, quali il porto e i mercati di Mogadiscio, di Kisimayo e di Baidoa.

Il gruppo è stato anche in grado di differenziare le sue fonti di finanziamento. Fino ad un paio d’anni fa, la maggiore, o la più conosciuta, era costituita dai balzelli sul commercio del carbone di legna, raccolti durante il trasporto al porto di Kisimayo, da dove la merce partiva soprattutto verso la Penisola Arabica e gli Emirati del Golfo.

Fonti credibili stimano che il traffico del carbone abbia fruttato almeno 7 milioni di dollari all’anno al gruppo terroristico. La fonte di finanziamento era così importante che nel 2012 l’Onu bandì il suo commercio, che però continuò illegalmente, e continua anche adesso, seppur con maggiori difficoltà, grazie alla connivenza di molti nel paese e tra il personale del contingente della missione di pace Amisom che pure ne traevano, e ne traggono, un notevole vantaggio economico.

Secondo rapporti diffusi recentemente dalla commissione di esperti Onu e dall’istituto Hiraal, un centro di ricerca specializzato in analisi sulla sicurezza in Somalia e nei paesi del Corno d’Africa in generale, ora al-Shabaab è in grado di raccogliere almeno 15 milioni di dollari al mese, una cifra pari al gettito fiscale del governo ufficiale. Almeno la metà dei fondi provengono dalla capitale, Mogadiscio.

I proventi sono raccolti con la minaccia, e se necessario con la violenza, imponendo quello che noi in Italia chiameremmo “il pizzo” a tutti coloro che hanno attività economiche, non solo nelle zone rurali controllate ma anche nelle zone urbane e nella stessa capitale.

Il gruppo è stato in grado di infiltrarsi nelle istituzioni del paese, come ad esempio gli uffici doganali del porto di Mogadiscio, da cui passa la maggior parte dei beni importati ed esportati dal paese, in modo da avere le informazioni necessarie per imporre i propri balzelli in modo proporzionale al giro d’affari.

Per i riscossori del gruppo, un container da 40 piedi “varrebbe” 160 dollari, uno da 20, 100 dollari. Lo affermano diversi commercianti, testimoni in inchieste giornalistiche credibili, i quali aggiungono che al-Shabaab avrebbe accesso alle informazioni ufficiali degli agenti portuali e saprebbe sempre con precisione a chi rivolgersi per la riscossione. Lo stesso avviene praticamente in tutti i settori economici.

Secondo gli ultimi rapporti, tutte o quasi le maggiori compagnie del paese pagano mensilmente una tangente ad al-Shabaab e annualmente versano una sorta di zaqat, il contributo dovuto da ogni buon musulmano per il sostegno degli indigenti, pari al 2,5% del proprio giro di affari. Nelle zone controllate dal gruppo, perfino i comandanti di contingenti militari pagherebbero, pur di salvaguardare la sicurezza propria e quella dei propri uomini.

Ma questa dinamica, da molti osservatori definita come mafiosa, era già conosciuta. Nell’ultimo periodo è stata probabilmente resa più efficace e capillare, grazie alla crescente influenza del gruppo anche nelle zone controllate dal governo. 

La novità degli ultimi rapporti riguarda piuttosto l’investimento delle risorse nel settore edilizio ed immobiliare e nel commercio, compreso quello che alimenta i maggiori mercati della capitale e del paese, facendo transitare ingenti somme, si direbbe in modo regolare, attraverso il sistema bancario ufficiale somalo, nonostante una legge varata nel 2016 abbia l’obiettivo proprio di impedire le operazioni finanziarie di gruppi terroristici.

I ricercatori hanno seguito in particolare le operazioni di due conti correnti aperti presso la Salaam Somali Bank. Su uno, quest’anno, in un periodo di due mesi e mezzo, sono transitati 1,7 milioni di dollari che potrebbero essere frutto della raccolta della zakat. Sull’altro, che potrebbe essere stato aperto per le tangenti raccolte al porto di Mogadiscio, sono stati depositati 1,1 milioni di dollari da metà febbraio alla fine di giugno di quest’anno.

Complessivamente sono state effettuate 128 operazioni nelle quali sono stati mossi più di 10mila dollari, l’ammontare massimo, oltre il quale avrebbero dovuto scattare i controlli dell’autorità competente, il Financial reporting centre. La responsabile del centro, Amina Ali, cui l’agenzia Reuters ha chiesto se i conti erano stati chiusi, si è limitata a dire, in modo evasivo, che “tutti i passi necessari sono stati fatti”.

Hussein Sheikh Ali, ex consigliere dei servizi di intelligence somali e fondatore dell’istituto Hiraal, al-Shabaab si è dimostrata molto efficiente nel raccogliere soldi. Ed è ormai risaputo che ne raccoglie molti più di quanti gliene servano per gestire la propria organizzazione.

Secondo i rapporti citati, l’anno scorso avrebbe speso circa 21 milioni di dollari per sostenere circa 5mila miliziani e per l’organizzazione di operazioni terroristiche nel paese e nella regione. Circa un quarto della somma sarebbe andata ai suoi propri servizi di spionaggio, l’Amniyat intelligence.

Dell’ingente surplus, una parte sarebbe ben investita, e un’altra, afferma Hussein Sheikh Ali «… crediamo che potrebbero mandarla ad al-Qaeda».

da qui

venerdì 10 luglio 2020

anche in Belgio si ricordano del serial killer Leopoldo II




L’Olocausto ignoto: il Congo belga - Nunzia Augeri

Gli ottimisti parlano di tre milioni di vittime, i calcoli più pessimistici arrivano a contare dieci milioni di uomini, donne, bambini schiavizzati, mutilati, assassinati brutalmente. No, non si tratta dell’Olocausto che straziò l’Europa dominata dal nazismo germanico, ma di un Olocausto ignorato, tuttora taciuto sui libri di storia. Si svolse nelle terre africane che gli europei avevano denominato Congo, ad opera dei belgi, e più precisamente per volere di quel re Leopoldo II il cui monumento troneggia nel centro di Bruxelles.
Tutto comincia con un modesto impiegato, Edmund Morel, dipendente di una compagnia di navigazione inglese. È un giovanotto di circa 25 anni quando nel 1898 viene distaccato presso gli uffici della Compagnia al porto di Anversa, in Belgio. Ovviamente interessato al traffico marittimo, comincia a notare un fatto strano: le navi belghe tornavano dal Congo cariche di merci preziose, soprattutto avorio, allora merce di lusso assai apprezzata e costosa, e di caucciù, già molto necessario alle nascenti industrie – assai promettenti – dei velocipedi e delle automobili, per le ruote dei veicoli. Quando ripartivano per l’Africa però le navi non portavano altro carico che armi e materiale militare. Il giovane Morel si domanda le ragioni di quello scambio così diseguale e comincia a indagare. Il modesto impiegato inglese non sembra un eroe destinato ad ergersi in difesa dei grandi ideali, ma quella indagine doveva diventare la sua occupazione preminente e doveva permettergli di portare alla luce uno dei più grandi disastri umani del colonialismo europeo: perché la conclusione tanto logica quanto terribile fu che quelle merci erano frutto di lavoro schiavistico.
Si tratta, come abbiamo accennato, del Congo belga. Il Belgio era il penultimo arrivato fra i paesi indipendenti d’Europa (ultima sarà l’Italia); aveva infatti conquistato la propria indipendenza nel 1830 e i cittadini belgi avevano scelto come re un principe tedesco, Leopoldo di Sassonia Coburgo Gotha, imparentato con la casa reale d’Inghilterra (era zio materno della regina Vittoria), che prese il nome di Leopoldo I. Nel 1835 era nato l’erede al trono, cui fu posto lo stesso nome. Il giovane principe Leopoldo non si dimostrava particolarmente brillante negli studi e aveva un unico grande interesse: la geografia. Appena uscito dall’adolescenza, perfettamente in tono col suo tempo, cominciò a ricercare territori coloniali su cui estendere la sovranità del suo piccolo regno. Dopo qualche tentativo fallito in Asia, si rese conto che gli unici territori su cui poteva sperare di lanciarsi erano in Africa.
I rapporti fra africani ed europei si erano limitati alle zone costiere, dove per secoli le navi avevano imbarcato soprattutto schiavi. Ma nel XIX secolo la schiavitù cominciava ad avere pessima fama, perché non più funzionale a un capitalismo in sviluppo industriale che aveva ormai bisogno di manodopera di natura diversa: la guerra negli Stati Uniti era finita nel 1865 con l’abolizione della schiavitù, e vari paesi latinoamericani scuotendosi di dosso il dominio spagnolo avevano proclamato l’indipendenza e la libertà dei popoli autoctoni. In Europa si era diffusa una tesi, accolta acriticamente, per cui il commercio di schiavi era opera di mercanti arabi, mentre gli europei andavano in Africa solo con il nobile scopo di portare la civiltà ed evangelizzare le popolazioni selvagge.
Ormai verso la fine del XIX secolo più che gli schiavi interessavano le materie prime di cui i continenti extraeuropei erano ricchi, e di cui il nascente capitalismo industriale aveva bisogno per il proprio sviluppo. Eroici esploratori si lanciarono alla scoperta dell’interno del continente africano: fra questi era diventato notissimo l’americano Henry Morton Stanley, in origine giornalista, che nel 1871 aveva ritrovato l’esploratore e missionario David Livingstone ancora vivo in un villaggio dell’interno. L’incontro con il giovane Leopoldo, diventato re nel 1865, e il grande esploratore Stanley avvenne nel 1878, e fu l’inizio di un’avventura portata avanti con grande abilità politica da parte di Leopoldo II e con grande coraggio e perseveranza da parte di Stanley.
L’esploratore aveva indicato la zone del fiume Congo come possibile territorio da esplorare: il Congo, che sfocia nell’oceano Atlantico, è lungo 4.700 chilometri, ha la larghezza massima di 126 chilometri e un bacino enorme di 3.730.500 chilometri quadrati, che è il secondo al mondo dopo quello del Rio delle Amazzoni. Il clima è tropicale e grandissime le ricchezze naturali.
Mentre Stanley risaliva il fiume affrontando enormi difficoltà, Leopoldo II si muoveva abilmente sullo scenario politico europeo e statunitense: nel 1876 organizzò una Conferenza geografica, preparata dal re personalmente presso le corti di Gran Bretagna e Germania. Vi furono invitati principi, esploratori, geografi, missionari, rappresentanti delle organizzazioni umanitarie antischiavistiche, uomini d’affari, alte gerarchie militari; tutti ospitati principescamente a Bruxelles, proclamarono la nascita di una Associazione Internazionale Africana, “per aprire alla civiltà la parte del globo dove essa non è ancora penetrata, per bucare le tenebre che ancora avvolgono interi popoli”, come disse Leopoldo nel suo discorso di benvenuto agli ospiti. Scopi dell’Associazione erano “l’apertura di strade verso l’interno e la creazione di basi scientifiche, di ospitalità e di pacificazione per abolire la tratta degli schiavi”. La schiavitù era già stata abolita con diversi accordi internazionali già dalla metà del secolo. Malgrado ciò, l’azione svolta con questa Associazione conferì al re del Belgio un’aura umanitaria che per molti anni lo favorì di fronte all’opinione pubblica sia in Europa che negli Stati Uniti; qui, promuovendo un’efficace opera di lobby, egli si assicurò la benevolenza del governo e del Congresso sotto presidenti sia repubblicani (Rutherford Hayes e Chester Arthur) che democratici (Grover Cleveland).
Una nuova Conferenza internazionale, questa volta promossa da Bismarck a Berlino nel 1878 per discutere i problemi relativi alla suddivisione dell’Africa, su cui ormai si erano appuntate le attenzioni dei maggiori paesi europei, sancì la nascita di una nuova Associazione Internazionale del Congo, su cui il re del Belgio impose il suo indiscusso predominio, facendosi riconoscere dagli ambienti diplomatici il primario interesse nella regione. La relazione con la precedente Associazione Internazionale restava nebulosa, ma Leopoldo si era ormai assicurato la fama di sovrano umanitario, giusto e pio: si trovò così praticamente padrone – a titolo di proprietà privata personale – di un territorio coloniale grande quanto Spagna, Francia, Italia, Germania e Inghilterra messe insieme, cioè settanta volte più grande del Belgio stesso.
La conquista dell’enorme territorio fu compito di Stanley, che lottò per cinque anni per esplorare il bacino del fiume. Fu aiutato dai nuovi strumenti che l’Europa aveva sviluppato: i battelli a vapore che gli permisero di risalire il fiume, almeno nelle parti navigabili, con una certa velocità e senza l’impiego di rematori; e i nuovi fucili che gli permisero di fare strage delle popolazioni locali, terrorizzate dall’incontro con quegli strani esseri. L’impresa continuava a risucchiare enormi quantità di denaro: Leopoldo II, in base a un accordo con il governo belga, non poteva chiedere denaro pubblico; si rivolse perfino al Papa per avere contributi per la cristianizzazione delle popolazioni selvagge, ma pare che non abbia avuto successo. Ne ebbe invece con alcune grandi banche e con investitori privati interessati alla costruzione di un ferrovia nel nuovo territorio da sfruttare.
Fino alla morte del re, avvenuta nel 1909, lo sfruttamento si limitò ad avorio, caucciù e legni pregiati. La raccolta e il trasporto delle merci, la produzione di viveri destinati ai coloni europei che sempre più numerosi si installavano nel Congo, nonché il lavoro necessario per la costruzione di strade e ferrovie, furono compito delle popolazioni locali. Uomini e donne venivano deportati dai loro villaggi, derubati delle loro derrate alimentari, incatenati al collo per lunghe marce dolorose, obbligati a pesanti lavori con cibo scarso e maltrattamenti, mentre i bimbi piccoli venivano semplicemente gettati via e i più grandicelli radunati in “orfanatrofi” dove, affamati e trascurati ma battezzati, la loro mortalità raggiungeva il 50%. Interi villaggi venivano rasi al suolo per creare piantagioni di caucciù, e se non venivano consegnate le quote fissate, per punizione a bambini e ragazzi venivano amputate le mani, nella migliore delle ipotesi, oppure venivano uccisi. La minima mancanza era punita con la chicotte, una frusta di pelle di ippopotamo che infieriva in maniera particolarmente feroce sulle carni dei disgraziati. È la situazione che il giovane Morel fece conoscere al mondo intero, provocando un vasto movimento di opinione contro Leopoldo II. Alla morte del re, nel 1909, tutto il territorio divenne colonia dello Stato belga.
Con il tempo, nuove esplorazioni fecero scoprire ricchezze sempre più grandi: non solo oro e diamanti ma anche petrolio e ultimamente anche le terre rare oggi indispensabili per il progresso tecnologico, come il coltan, lega di columbio e tantalio necessario per la costruzione di computer, smartphone e per l’industria aerospaziale, non esclusi gli armamenti elettromagnetici di nuova generazione. Tutte ricchezze che hanno suscitato la cupidigia dei paesi più avanzati e hanno procurato grandi tragedie alla popolazione locale.
Dopo la Seconda guerra mondiale, quando il vento dell’indipendenza cominciò a soffiare forte su tutti i paesi coloniali, anche il Congo si risvegliò e trovò il suo campione in Patrice Lumumba, capo del Movimento per l’indipendenza del Congo. Il Belgio non aveva la possibilità di opporsi e di continuare a gestire l’immenso territorio, tanto più dopo la sconfitta della Francia a Dien Bien Phu e la guerra d’Algeria, allora in pieno svolgimento; nel giugno del 1960 il Congo poté proclamare la propria indipendenza. Ma le ricchezze minerarie non potevano venir lasciate così facilmente nelle mani dei congolesi; si fecero avanti con ben altra forza gli Stati Uniti, i quali appoggiarono una secessione della parte nord-ovest del paese – cioè la zona mineraria più ricca – che si proclamò Stato indipendente sotto il governo di Moise Tshombé. Lumumba, accusato di essere comunista, venne preso e assassinato nell’ottobre dello stesso anno.
Gli anni e i decenni successivi non sono stati più clementi: il paese, sempre diviso in due fra Repubblica Democratica del Congo (capitale Kinshasa) e Repubblica del Congo (capitale Brazzaville), ha continuato ad essere sconvolto da guerre e scontri. Dai primi anni di questo secolo, il coltan ha dato luogo a una guerra, quasi totalmente ignorata dai mezzi di comunicazione italiani, che ha provocato circa due milioni di vittime. Intere popolazioni sono state allontanate dalle proprie terre e si sono disperse come profughi nel resto dell’Africa.
Se si riflette sul passato del Congo, non diverso da quello di tante altre zone d’Africa, Asia e America Latina, forse si possono capire meglio le ragioni delle attuali migrazioni epocali, che tanto spaventano l’Europa e che portano a erigere nuovi muri, negli USA come in Ungheria o in Italia con la chiusura dei porti. Non si tratta di “aiutarli a casa loro”, bensì di cessare il secolare sfruttamento che impoverisce e assassina interi popoli da interi secoli.


Storia: le atrocità di re Leopoldo II in Congo - Raffaele Masto

 

Falso filantropo
Leopoldo II è ancor oggi una figura controversa in Congo
Le terrificanti visioni che sconvolgono Kurtz sono le immagini di un genocidio poco conosciuto, quello perpetrato tra fine Ottocento e inizio Novecento da Leopoldo II del Belgio. Un sovrano subdolo e crudele, che passava per essere un filantropo e che invece fu artefice di uno dei più grandi misfatti della storia recente. Nel 1885 Leopoldo II riuscì a impossessarsi di un immenso territorio (76 volte più grande del Belgio) ricoperto di foreste nel cuore dell’Africa − il bacino idrografico del fiume Congo − grazie a un’abilissima campagna di pubbliche relazioni, nel nome della promozione di ricerche geografiche e scientifiche, della lotta ai mercanti di schiavi arabi, e della diffusione della civiltà e del progresso.
Per raggiungere i suoi scopi, reclutò il più celebre esploratore del suo tempo, Henry Morton Stanley, che percorse il fiume e stipulò centinaia di contratti ingannevoli con capitribù locali e mise le basi per la costruzione di un sistema di stazioni che facessero da collettori delle ricchezze della foresta che attraverso il fiume potevano giungere ai porti sulla foce e da qui in Europa.
Servi del caucciù
Ma che cos’erano a quei tempi le ricchezze della foresta? Ce n’era una, ambitissima dall’industria dell’epoca, una resina che si ricavava incidendo la corteccia dei cosiddetti alberi della gomma e si raccoglieva in recipienti messi ai piedi del tronco. Era il caucciù, che, grazie alla scoperta del processo di vulcanizzazione, era destinato a diventare il precursore della plastica. Per ottenere il controllo di questa materia prima strategica, re Leopoldo organizzò un vero e proprio regime commercial-militare fondato consapevolmente sul terrore.
Occorreva manodopera per raccogliere il caucciù e trasportarlo fino al mare, così tutti gli africani furono obbligati a raccogliere quella resina senza alcun compenso. Ogni villaggio doveva consegnare agli emissari del re-filantropo una certa quota del prezioso prodotto vegetale: chi si rifiutava, o consegnava quantità minori di quelle richieste, era punito duramente, fino alla mutilazione: gli veniva tagliata una mano o un piede; alle donne, le mammelle. Contro i ribelli si ricorreva all’assassinio, a spedizioni punitive, distruzioni di villaggi, presa in ostaggio delle donne.
Crudeltà disumana
A fare il lavoro sporco erano circa duemila agenti bianchi, disseminati nei punti più importanti del “regno” di Leopoldo: molti di essi erano malfamati in patria e malpagati in Congo. Ogni agente comandava truppe di mercenari (sedicimila in tutto) e un certo numero di nativi armati, presi da etnie diverse e dislocati nei singoli villaggi, per assicurare che la gente facesse il proprio dovere. Se la quota era inferiore a quella stabilita, si ricorreva a fustigazioni o mutilazioni. Era il metodo del terrore, tanto efficace quanto diabolico.
Tutto questo accadeva nello Stato Libero del Congo, così Leopoldo aveva chiamato il “suo” possedimento. Il risultato fu che, secondo calcoli attendibili, nell’arco di un ventennio morirono circa dieci milioni di persone, direttamente per le amputazioni o per le violenze, o indirettamente per epidemie o per fame. Sì, per fame. Perché un’altra forma di punizione per chi non riusciva a portare le quantità volute di caucciù era la distruzione dei raccolti o addirittura dei villaggi. E portare la preziosa resina nelle quantità volute diventava sempre più difficile, perché le piante adatte, visto lo sfruttamento intensivo, si trovavano sempre più lontano dal fiume e molti villaggi non riuscivano a onorare le richieste.

Testimoni coraggiosi
Nell’agosto del 1908, poco prima di cedere ufficialmente la propria colonia personale al governo del Belgio, Leopoldo II fece bruciare per otto giorni consecutivi la maggior parte dei suoi archivi. «Regalerò ai belgi il mio Congo, ma non avranno diritto a sapere ciò che vi ho fatto», disse. E, oltre alle carte ridotte in cenere, ridusse drasticamente al silenzio i testimoni scomodi. Fu così che una parte importante della storia della dominazione europea in Africa venne cancellata.
A gridare al mondo ciò che accadeva in Congo furono un pugno di eroi – giornalisti, esploratori, missionari o diplomatici – che fecero nascere il primo movimento mondiale per la difesa dei diritti umani: Edmund Morel, reporter e politico britannico che per primo indagò su ciò che accadeva in Congo; George Washington Williams e William Sheppard, due neri americani, il primo giornalista e il secondo predicatore cristiano, che smontarono la figura da filantropo di re Leopoldo; Roger Casement, console britannico in Congo, che raccontò in patria ciò che vedeva. Senza dimenticare Alice Seeley Harris e suo marito John Harris, due missionari audaci che all’inizio del Novecento girarono la foresta congolese con la Bibbia in una mano e la macchina fotografica nell’altra. È grazie al loro coraggio se oggi possiamo pubblicare le immagini-shock di quell’epoca. Quei preziosi testimoni denunciarono all’intero mondo il regno del terrore di Leopoldo II, fermarono la carneficina dei popoli indigeni e liberarono Kurtz dai suoi incubi.

Anche in Belgio si discute di statue pubbliche

Le persone che stanno manifestando contro il razzismo hanno preso di mira quelle di Leopoldo II, considerato uno dei più spietati sovrani coloniali della storia
Negli ultimi giorni in Belgio numerose statue del re Leopoldo II, che regnò dal 1865 al 1909, sono state vandalizzate e prese di mira in tutto il paese durante le proteste contro il razzismo innescate dall’uccisione di George Floyd a Minneapolis, negli Stati Uniti, mentre gruppi di pressione che da tempo chiedono la rimozione dei monumenti del vecchio re sono tornati a far sentire le loro richieste.
Gli storici ritengono Leopoldo II uno dei più spietati sovrani coloniali della storia, e il suo governo personale del Congo Belga, l’odierna Repubblica Democratica del Congo, è ritenuto responsabile della morte di milioni di abitanti del paese. Eppure il suo nome appare in vari luoghi pubblici: soltanto a Bruxelles c’è una sua statua equestre nel centro della città e fino a poco tempo fa il suo nome compariva in una fermata della metropolitana.
Il dibattito attorno alla sua figura ritorna ciclicamente nel paese e ad alcuni ricorda un simile dibattito in corso negli Stati Uniti: quello sulla rimozione delle statue dei leader politici e militari schiavisti che nella Guerra Civile americana combatterono dal lato della confederazione.
Oggi, con le proteste contro la brutalità della polizia americana che hanno coinvolto tutto il mondo, queste discussioni hanno assunto una particolare rilevanza internazionale.
Attivisti e manifestanti belgi e congolesi chiedono che le statue di Leopoldo II vengano rimosse entro il 30 giugno, 60esimo anniversario dell’indipendenza del Congo. I monumenti a un uomo responsabile di gravissimi massacri, sostengono, «non hanno posto a Bruxelles né in nessun altro luogo d’Europa».
Non sono molti a difendere la figura di Leopoldo II, che era stato oggetto di critiche e controversie già nella sua epoca. Leopoldo ricevette il controllo su quello che venne chiamato il “Libero stato del Congo” nel 1885, nel corso della conferenza di Berlino, durante la quale le grandi potenze europee si spartirono tra di loro una serie di aree geografiche africane non ancora sottoposte a dominio coloniale.
All’epoca il Libero stato del Congo si trovava al confine tra le aree di influenza francesi e britanniche. Il piano era di affidarlo a Leopoldo come territorio “personale” e non come colonia appartenente al governo belga, così da creare uno stato cuscinetto tra i due grandi rivali, neutrale e aperto al commercio internazionale.
Questo accordo fece sì che per 23 anni Leopoldo governò personalmente e direttamente il Libero Stato del Congo, sostanzialmente senza alcuna supervisione parlamentare o governativa, e lo gestì come una sorta di suo investimento personale il cui scopo era quello di produrre un guadagno per lui e gli altri investitori nell’impresa.
Leopoldo si arricchì enormemente grazie al commercio di avorio e alla coltivazione della gomma, due attitivà a cui i suoi funzionari si dedicarono con particolare brutalità. Gli abitanti del paese vennero sottoposti a un regime spietato di lavori forzati, obbligati a vivere in baraccamenti insalubri, esposti alla durissima disciplina della milizia para-statale Force Publique.
Una punizione particolarmente comune all’epoca era il taglio di una mano o del piede a coloro che non raggiungevano le quote stabilite per la produzione di gomma o avorio. A volte a subire la mutilazione erano figli o mogli dei lavoratori, così da permettere a questi ultimi di continuare a lavorare. Presto, fotografie dei membri della Force Publique che reggevano arti mozzati iniziarono a circolare in Europa e divennero uno dei simboli più evidenti della crudeltà del regime di Leopoldo.
All’epoca tutte le potenze europee erano impegnate nell’amministrazione di vasti imperi coloniali nei quali il potere veniva esercitato con vari gradi di brutalità. Nello stesso periodo, ad esempio, il governo tedesco stava compiendo un genocidio dei popoli autoctoni di quella che è oggi la Namibia: uno sterminio sistematico, anche se numericamente molto più ridotto di quello che avveniva in Congo.
Quello che accadeva nel Libero Stato del Congo, però, divenne oggetto di una speciale riprovazione internazionale: in parte per lo scarso peso politico di Leopoldo II, in parte per il livello di spietatezza raggiunto dall’amministrazione coloniale locale e per le conseguenze che produsse.
Le stime variano molto, ma secondo gli storici durante l’amministrazione di Leopoldo tra i 5 e i 15 milioni di congolesi morirono a causa dei lavori forzati, delle violenze e dell’epidemie causate dalla malnutrizione, e dall’obbligo di vivere ammassati intorno alle piantagioni di alberi della gomma.
L’espressione “crimini contro l’umanità” fu utilizzata, era una delle prime volte, per descrivere l’oppressione subita dagli abitanti del paese, mentre un numero crescente di racconti provenienti in gran parte da missionari rivelava a tutta Europa cosa stesse succedendo nel paese.
Nel 1908 la crescente pressione nazionale e internazionale spinse il governo belga a mettere fine all’esperimento del Libero Stato del Congo e ad annettere direttamente il paese. Il lavoro forzato venne abolito, così come gli eccessi peggiori dell’amministrazione di Leopoldo. La vita nel paese continuò ad essere brutale, ma il numero di morti e l’entità delle violenze non raggiunsero più il livello toccato negli anni precedenti.
Leopoldo morì l’anno successivo e a lungo venne ricordato soprattutto come un monarca costruttore, che aveva dato al Belgio alcuni dei suoi edifici più simbolici, come il palazzo reale di Bruxelles. Gli vennero dedicate più di una dozzina di statue e busti, molti dei quali celebravano esplicitamente le sue imprese nell’Africa Centrale. Altrettanti monumenti sono stati eretti alle imprese coloniali del Belgio in generale.
Il suo ruolo sanguinario e quello del paese nella storia dell’Africa Centrale, invece, è stato a lungo rimosso. Né il governo belga né la sua famiglia reale hanno mai chiesto scusa per quello che accadde nel Libero Stato del Congo e, fino agli anni Novanta, il museo africano di Bruxelles non conteneva un solo riferimento ai massacri compiuti all’epoca di Leopoldo.
La situazione è iniziata a cambiare alla fine degli anni Novanta, con la pubblicazione di una serie di libri su Leopoldo, molti dei quali estremamente critici. Da allora, le critiche al re e al passato coloniale del paese e gli attacchi alle sue statue non sono mai cessati.
Chi è stato Leopoldo II del Belgio e perché vogliono buttare giù la sua statua - Alice Masoni

Le proteste in Europa per l’omicidio di George Floyd hanno un significato diverso nei Paesi dove il passato coloniale è presente in ogni via e piazza. Come nel caso del Belgio dove attivisti e manifestanti hanno preso di mira la statua di re Leopoldo II in numerose città: Bruxelles, Gent, Ostenda e per ultima Anversa, chiedendone la rimozione.
Proprio ad Anversa, la statua raffigurante uno dei “più grandi re del Belgio”, il cui nome completo è Leopoldo Luigi Filippo Maria Vittori di Sassonia-Coburgo-Gotha è stata tolta dal piedistallo. La presenza di re Leopoldo II, non si limita alle statue in suo onore, ma si estende anche a un gran numero di piazze e strade che portano il suo nome, e che si ritrovano un po’ ovunque all’interno del Paese. È così evidente quanto questa figura sia stata e sia ancora rilevante nel passato e nel presente del Belgio: un paese enormemente complesso e diviso sotto vari punti di vista (linguistico, culturale, politico, economico) e di cui da fuori si fa quasi fatica a immaginarne un passato di unica potenza coloniale, che trascende e supera le differenze interne.   
Di origini tedesche, il secondo figlio di Leopoldo I del Belgio e della sua seconda moglie, la principessa francese Luisa d’Orléans, Leopoldo governò il Paese per circa 40 anni, dal 1865 al 1909. È passato alla Storia come il “re costruttore”. Peccato però che i tanti progetti del suo regno siano stati finanziati depredando soprattutto di avorio e gomma l’attuale Repubblica Democratica del Congo, colonizzata nel 1885 con l’istituzione del cosiddetto Stato “Libero” del Congo. 
Leopoldo II non è infatti ricordato soltanto per le opere architettoniche che ha fatto costruire, ma anche per essere responsabile di una delle più cruente operazioni di colonizzazione durante la storica “spartizione dell’Africa” da parte delle potenze europee a partire dal 1880 fino all’inizio della Prima Guerra Mondiale.  
Secondo gli storici durante il suo regno sono morte circa 10 milioni di persone in Congo: poco meno dell’intera attuale popolazione del Belgio, che sia aggira attorno agli 11 milioni. Si tratta di un vero e proprio genocidio, caratterizzato anche da aberranti forme di schiavitù, violenza e tortura nei confronti della popolazione autoctona.
Le proteste dei belgi contro il loro re simbolo del passato coloniale non sono un fenomeno recente, ma vanno avanti già da almeno una quindicina di anni. «Quello a cui stiamo assistendo in questi giorni non è una novità», spiega Benoît Henriet, professore di storia contemporanea alla Vrije Universiteit Brussel, specializzato in storia coloniale e postcoloniale del Congo.
È piuttosto la prova tangibile «di un fenomeno presente non solo all’interno di questo Paese, ma anche in altri Stati europei e non, come il Regno Unito, il Sudafrica o gli Stati del Sud degli Stati Uniti, fortemente segnati da un passato colonialista e dalle  conseguenze che questo passato ha sul presente».
Le immagini a cui assistiamo sembrano trasmettere l’idea di un Paese che più o meno uniformemente contesta il suo passato coloniale e le violenze che lo hanno caratterizzato. In realtà la situazione non è così lineare come sembra. «Da circa 20 anni a questa parte stiamo assistendo a una crescita significativa di studi e ricerche che affrontano la colonizzazione del Congo in chiave critica», spiega Henriet.
«Solo in piccola parte questi studi riescono a raggiungere il cittadino medio belga. E nei pochi casi in cui storici e ricercatori vengono interpellati dai media, ci si limita a chiedere cosa sia realmente successo nel Libero Stato del Congo, se effettivamente si possa parlare di genocidio e se Leopoldo II ne debba esser considerato il maggior responsabile. Si tratta di interrogativi su cui la comunità accademica ha raggiunto un ampio consenso da tempo. Ma a giudicare da come i media tradizionali si rapportano a questa tematica, lo stesso non si può dire per quanto riguarda l’opinione pubblica in generale».
Il tema del controverso passato coloniale belga sembra essere più o meno un tabù anche a scuola. «Fino a questo momento gli insegnanti di storia delle scuole superiori non erano obbligati a inserire il colonialismo belga all’interno dei programmi scolastici», spiega Henriet.
Solo in questi ultimi giorni, i ministri dell’educazione di Vallonia e Fiandre, Caroline Desire e Ben Weyts (quest’ultimo tra l’altro appartenente al partito nazionalista conservatore fiammingo dell N-VA) hanno annunciato di voler introdurne l’obbligatorietà. 
C’è una parte di società belga che è ancora profondamente legata alla figura di Leopoldo II, e che lo esalta come uno dei più grandi re del Belgio. Anche se «negli ultimi anni una parte significativa della popolazione si è dimostrata pronta a fare i conti con il passato, e a mettere in discussione il ruolo che ha avuto la monarchia belga nella colonizzazione del Congo», chiarisce Henriet. 
Sono stati pubblicati libri sul tema che sono diventati veri e propri best-seller sia nella comunità francofona che in quella fiamminga; lo scrittore Lucas Catherine, autore del libro “On the evolution of Congolese history education in Belgium”, ha organizzato tour turistici attraverso Bruxelles che individuano le aree della città in cui le tracce del passato coloniale belga sono più evidenti. La tematica è sbarcata anche in televisione, con programmi dedicati e molto seguiti. «Quello che ancora sembra rimanere invariato è la (mancata) risposta e reazione da parte delle autorità politiche e governative del Paese», conclude però Henriet. 
La critica alla colonizzazione del Congo è evidente anche guardando alla storia del Museo Reale per l’Africa Centrale di Tervuren (comune fiammingo alle porte di Bruxelles). Aperto per la prima volta nel 1910, fino all’anno scorso il museo di fatto esaltava il passato di gloria coloniale e imperiale del Paese, cancellandone interamente le atrocità annesse. Ed è con questo preciso scopo che il museo fu fatto costruire dallo stesso Leopoldo II, morto un anno prima della sua inaugurazione.
Dopo un periodo di circa 6-7 anni di lavori di ristrutturazione, il museo ha riaperto nel dicembre 2018, annunciando un cambiamento di narrazione e visione: non più una vetrina sul passato imperiale del Belgio ma piuttosto, una (tentata) valorizzazione della cultura congolese. L
’operazione però è riuscita solo in parte, soprattutto secondo il parere della comunità di attivisti e storici che riconoscono sì, il genuino tentativo di cambiamento di visione, ma ritengono al tempo stesso che si sia attuato un cambiamento solo esterno di facciata, che non va a toccare le radici del problema. «Se il museo può mostrare esempi tangibili di usi, costumi e cultura congolese, è perché la loro stessa presenza è diretta conseguenza ed eredità del suo passato coloniale e colonialista», chiarisce Henriet.
La rimozione delle statue di Leopoldo II (o di altre figure simili, sia in Belgio che altrove) riesce davvero nell’intento di scuotere le coscienze e alimentare un dibattito e un confronto sul tema, da parte non solo di attivisti e accademici, ma anche di opinione pubblica e autorità politiche? 
Secondo Henriet, bisogna far attenzione ad un particolare non secondario. «Nessun attivista chiede il semplice smantellamento delle statue, ma la decolonizzazione completa degli spazi pubblici». Questa può avvenire solo attraverso una serie strutturata e sistematica di interventi, che hanno come obiettivo quello di produrre una presa di posizione forte da parte di esponenti politici e governativi, diretti ad una valutazione critica della presenza coloniale.
«Non si tratta solo di tirare giù delle statue – mette in chiaro Henriet – ma di mettere in atto un programma che affronti il problema a più livelli: dagli esempi visibili del passato coloniale, all’inserimento di quest’ultimo all’interno dei programmi sia scolastici che universitari, passando per il razzismo sistemico ancora presente in modo significativo all’interno della società belga».


Tutti quei crimini che oggi incominciamo a vedere - Franco Cardini

Nella complessa geografia politica dell’Africa le aree centrali del grande continente sono fra le più difficili da decifrare perché emergono – a poco a poco e solo da poco – dalla grande nebulosa che chiamiamo, collettivamente, Congo, e che ha dato vita a diversi Stati venuti fuori dai domini coloniali all’indomani della seconda guerra mondiale. Fra questi l’antico Congo belga oggi Repubblica Democratica del Congo, rimasta sotto il dominio di Bruxelles dal 1908 al 1960: ma prima di allora, tuttavia, la corona belga con il sovrano Leopoldo II aveva già giocato un ruolo importante nell’area.
Torniamo a parlarne oggi perché ad Anversa una statua del sovrano è stata rimossa da una piazza a seguito del movimento che, tra Stati Uniti e Europa, sta abbattendo o imbrattando le statue di personaggi che sono venerati come simboli della nazione, ma che allo stesso tempo si sono macchiati di crimini coloniali e schiavisti.
In Belgio il movimento Réparons l’Histoire ha lanciato una petizione chiedendo di rimuovere tutte le statue di Leopoldo II. Intendiamoci: è chiaro che la storia non si 'ripara' e non è compito degli storici giudicare il passato; il loro ruolo è studiarlo, comprenderlo e insegnarlo. Tuttavia, non bisogna neppur credere ingenuamente che la realtà politica e il pensiero etico si esprimano e si esauriscano tutti e solo all’interno delle aule universitarie e dei seminari accademici: l’iconoclastia, cioè l’abbattimento dei simboli di potere o la cancellazione delle immagini, sono una costante della nostra storia; e la dimensione simbolica di tale azione non può nemmeno essere posta alla stregua di una qualche conferenza erudita.
A Londra una statua di Winston Churchill è stata imbrattata con uno scritta che accusa lo statista inglese di essere stato un razzista, il che è noto è comprovato: Churchill definiva 'bestie' gli indiani e diceva che gli espropri dei Nativi americani e degli aborigeni australiani erano giustificati dalla necessità del trionfo della razza bianca; e fece anche di peggio, come quando durante la Seconda guerra mondale non permise alle derrate alimentari di raggiungere il Bengala, sotto il controllo britannico, affetto da una grave carestia, preferendo stornarle verso i suoi compatrioti: un’azione che portò alla morte di quattro milioni di persone.
Eppure per gli inglesi Winston Churchill significa la vittoria contro il nazifascismo: ecco che, dinanzi all’assenza di una memoria condivisa e al fenomeno per cui l’eroe secondo alcuni è un aguzzino secondo altri, la rabbia iconoclasta si propone come una risposta antropologicamente pregnante.
L’ha benissimo spiegato, a proposito di altre iconoclastie, David Freedberg nel suo apprezzatissimo Il potere delle immagini. Nel caso di Leopoldo II la storia è forse meno nota. Nel 1876, il re belga organizzò l’Associazione Internazionale Africana con la collaborazione dei principali esploratori sul continente e il sostegno di diversi governi europei per la promozione dell’esplorazione e della colonizzazione dell’Africa. Dopo che Henry Morton Stanley aveva esplorato la regione in un viaggio che si concluse nel 1878, Leopoldo corteggiò l’esploratore e lo assunse per sostenere i suoi interessi nella regione e, dal momento che il governo belga mostrava scarso interesse per l’impresa, il sovrano decise di portare avanti la questione per conto proprio.
La rivalità europea in Africa centrale condusse presto però a tensioni diplomatiche, in particolare per quanto riguardava il bacino del fiume Congo che nessuna potenza europea aveva ancora rivendicato. Nel novembre 1884 Otto von Bismarck convocò a Berlino una conferenza di 14 nazioni per trovare una soluzione pacifica alla crisi congolese. Nel corso di essa, pur senza formale approvazione delle rivendicazioni territoriali delle potenze europee in Africa centrale, ci si accordò su una serie di regole per garantire una pacifica spartizione dell’area. Esse riconoscevano il bacino del Congo come 'zona di libero scambio' (un eufemismo splendido!). Leopoldo II uscì dai lavori della Conferenza con una grande quota di territorio a lui assegnata come 'Stato libero del Congo, organizzato come un’impresa corporativa privata gestita direttamente da lui attraverso un 'libero sodalizio', l’Association Internationale Africaine, appunto.
L’entità definita 'Stato libero', comprendente l’intera area dell’attuale Repubblica Democratica del Congo, sussisté dal 1885 al 1908: solo allora, alla morte di Leopoldo, il governo belga procedette senza entusiasmo a un’annessione (molti i voti contrari in Parlamento). Sotto l’amministrazione di Leopoldo II, lo 'Stato libero del Congo' era stato un disastro umanitario, un’autentica infame sciagura. La mancanza di dati precisi rende difficile quantificare il numero di morti causate dallo spietato sfruttamento e dalla mancanza di immunità a nuove malattie introdotte dal contatto con i coloni europei: come la pandemia influenzale del 1889-90, che causò milioni di morti anche nel continente europeo tra cui il principe Baldovino del Belgio. La Force Publique, esercito privato sotto il comando di Leopoldo, terrorizzava gli indigeni per farli lavorare come manodopera forzata per l’estrazione delle risorse. Il mancato rispetto delle quote di raccolta della gomma era punibile con la morte. Le punizioni corporali, comprese crudeli mutilazioni, erano ordinarie.
I miliziani della Force Publique erano tenuti a fornire una mano delle loro vittime come prova che 'giustizia era stata fatta'. Intere ceste di mani mozzate erano poste ai piedi dei comandanti; a volte i soldati ne tagliavano a prescindere dalle quote di gomma, per poter accelerare il congedo dal servizio militare. Nei raid punitivi contro i villaggi uomini, donne e bambini venivano impiccati e appesi alle palizzate. Il trattamento riservato agli indigeni, insieme alle epidemie, causò nel Congo di Leopoldo II una crisi demografica gravissima; anche se, come detto, le stime di morti variano, si parla di cifre che vanno tra i dieci e i venti milioni. Se tutti i regimi coloniali hanno accumulato una quota notevole di quelli che ormai definiamo 'crimini contro l’umanità', e che nella pratica significano massacri impuniti di popolazioni locali, il caso di Leopoldo II è particolarmente efferato perché il Congo, prima del 1908, era una sua proprietà personale e le leggi provenivano direttamente da lui: da un sovrano costituzionale, cattolico e liberale. Abbattere le statue dei responsabili di tali infamie non cambia certo il passato né risarcisce le vittime: semmai, chissà, forme più pesanti di damnatio memoriae sarebbero opportune soprattutto nei confronti di figuri che sino ad ieri venivano onorati come eroi civilizzatori. Il vero problema non è comunque l’iconoclastia quanto semmai il fatto che di questi crimini non si legga sui libri di scuola, che si continui a considerarli 'minori' rispetto ad altri.
Forse gli iconoclasti di oggi segnalano che finalmente è arrivato il momento di parlarne. San Giovanni Paolo II aveva fatto in merito un gesto esemplare e decisivo, quando aveva chiesto al genere umano perdono per i delitti dei cattolici nella storia. Ma quella scelta implicava anche un severo mònito: s’invitava con essa altre Chiese e religioni, altre associazioni, altri sistemi sociali a fare altrettanto. Molti risposero riduttivamente, quasi insoddisfatti: 'era ora' che la Chiesa di Roma riconoscesse i suoi crimini. Il fatto era però che altri non erano stati da meno e molti erano stati da più: e non bastava certo l’alibi dell’unanime condanna dei delitti di Hitler e di Stalin. Papa Francesco, come gesuita argentino, sa bene che la Compagnia, nel Settecento, venne disciolta soprattutto in quanto alcuni governi europei protestarono contro la sua azione in favore degli indios dell’America latina contro le razzìe e i lavori forzati loro imposti dagli schiavisti.
E non parliamo del genocidio dei native Americans che fa parte integrante della storia della costruzione della 'nazione americana' statunitense. Troppo comodo sarebbe, anche nelle scuole, continuar a condannare genericamente il colonialismo senza conoscerlo e senza studiarlo, fingendo di non sapere che esso fu parte della marcia verso il 'progresso' e l’arricchimento dell’Europa liberista. Finché non faremo radicalmente e sistematicamente tutto ciò, il lavoro di 'purificazione della memoria' indirizzato a stigmatizzare i crimini nazisti e stalinisti sarà un esercizio ipocritamente lasciato a metà strada. Non esistono crimini 'condannabili' e crimini 'giustificabili': i crimini sono crimini e basta.
Ed è fino dalla scuola che bisogna imparare a riconoscerli, anche con una diversa lettura del passato. E ciò, attenzione, non è 'revisionismo'. È puramente e semplicemente revisione alla luce di criteri di approfondimento e di lucidità. Perché se la storia non è revisione – vale a dire esame e verifica continua del passato alla, luce del presente e in funzione del futuro –, allora non è nulla.

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Il Belgio prova ad affrontare le ombre del suo passato coloniale - Francesca Spinelli

Il suo nome spicca tra quelli degli schiavisti e dei colonialisti presi di mira dai manifestanti in tutto il mondo: Leopoldo II, re del Belgio dal 1865 fino alla sua morte nel 1909 e padrone dello Stato libero del Congo dal 1885 al 1908. Se qualcuno ancora non lo conosce, ci penserà Ben Affleck a colmare la lacuna: nel 2019 ha annunciato che girerà e produrrà un film ispirato al libro pubblicato nel 1998 dal giornalista statunitense Adam Hochschild: Gli spettri del Congo. Re Leopoldo II del Belgio e l’olocausto dimenticato. Per la maggior parte degli storici non si può parlare né di olocausto né di genocidio, ma la brutalità del dominio di Leopoldo II su quel territorio, ottenuto come proprietà personale alla conferenza di Berlino, faceva scalpore già alla fine dell’ottocento, al punto che il re fu costretto a cedere il “suo” Congo allo stato belga nel 1908.
E dire che il secondo sovrano del Belgio sperava di congedarsi con discrezione dalla storia. Nel suo testamento scriveva: “Chiedo perdono per gli errori che potrei aver commesso nel corso della mia esistenza. Spero che mi saranno perdonati. Chiedo un funerale semplice, alle sette del mattino, in presenza del personale del castello”. Non gli diedero retta. Il 22 dicembre 1909 una grande folla si accalcò davanti alla cattedrale dei santi Michele e Gudula a Bruxelles. Secondo la stampa britannica dell’epoca, il feretro fu accolto dai fischi.
Anche in Belgio le proteste scoppiate dopo l’uccisione di George Floyd hanno riacceso il dibattito sulla colonizzazione e sul razzismo. Ricordato ai quattro angoli del paese da statue, nomi di strade, piazze e tunnel, Leopoldo II si è preso, e continua a prendersi, la sua dose di picconate, verniciate e scritte antirazziste. Una petizione che chiede la rimozione di tutte le sue statue a Bruxelles entro il 30 giugno, giorno del sessantesimo anniversario dell’indipendenza del Congo, ha superato le ottantamila firme. Ma sono oltre ventimila le persone che, attraverso un’altra petizione ne chiedono il mantenimento. Il 30 giugno il re Filippo del Belgio ha inviato una lettera a Félix Tshisekedi, il presidente della Repubblica Democratica del Congo, in cui esprime il suo “profondo dispiacere” per le “ferite” inflitte durante il periodo coloniale.
In ritardo
Per decenni la questione coloniale non ha suscitato dibattito in Belgio, a differenza di quanto accadeva in Francia, nei Paesi Bassi o nel Regno Unito. Come l’Italia, il Belgio è “in ritardo”, osserva Georgi Verbeeck, docente di storia moderna e cultura politica all’università di Maastricht: una prima volta come potenza coloniale, smaniosa di affermare il suo prestigio di nazione ancora giovane, e una seconda volta come società postcoloniale, a lungo incapace di “riesaminare in modo critico la propria storia”.
Molti belgi hanno vissuto come un trauma la conquista dell’indipendenza da parte del Congo nel 1960. Convinti anche loro di essere “brava gente”, non si capacitavano di essere stati cacciati. A quella nostalgia per la colonia perduta, scrive Verbeeck, s’intrecciava la certezza di non essere in alcun modo responsabili del “turbolento processo di decolonizzazione” in Congo.
Specchio di quella visione statica e acritica, il Museo reale dell’Africa centrale, inaugurato da Leopoldo II, ha continuato a viaggiare indisturbato nel tempo, come un mostruoso relitto del passato. Intanto nelle scuole del paese, quel capitolo della storia belga passava sotto silenzio.
Un lento risveglio
Il Belgio è andato avanti così, tra amnesia, torpore e ignoranza, fino agli anni novanta, quando è cominciato un lento e travagliato risveglio. Due commissioni parlamentari hanno tentato di fare chiarezza sulle responsabilità del paese negli eventi in Ruanda del 1994 (il Ruanda-Urundi fu un territorio coloniale belga dal 1924 al 1962) e nell’assassinio di Patrice Lumumba, primo capo del governo della Repubblica Democratica del Congo, ucciso il 17 gennaio 1961. Le loro conclusioni – considerate estreme da alcuni, troppo caute da altri – hanno contribuito a intaccare il mito dell’“innocenza del Belgio”.
Nel 2003 la televisione belga ha trasmesso il documentario Les ravages du roi Léopold II, versione francese di White king, red rubber, black death, una coproduzione diretta dal britannico Peter Bate e tratta dal libro di Hochschild. Il ritratto del monarca – avido, senza scrupoli, sanguinario e razzista – ha offeso parte dei belgi. Altri hanno deciso di mettere in azione quel giudizio storico: le prime contestazioni di statue risalgono infatti al 2004. Ma nonostante una mobilitazione crescente, sostenuta da associazioni più o meno radicali come Mémoire coloniale, Change asbl e Nouvelle voie anticoloniale, le cose sono cambiate poco.
Il Museo dell’Africa centrale, chiuso nel 2013 per ristrutturazione, ha riaperto tra le critiche nel 2018. Per molti, tra cui gli esperti africani che si sono rifiutati di collaborare di fronte al “vuoto teorico” del progetto, si è sprecata un’occasione di trasformare il museo in “spazio critico al servizio di tutta la società”, come scrive l’artista e storico dell’arte Toma Muteba Luntumbue. Vittoria isolata: nel 2018, dopo una campagna durata dieci anni, è stata inaugurata a Bruxelles una piazza Patrice Lumumba.
Prove evidenti
Oggi, in Belgio come altrove, si sente dire che le statue non vanno rimosse ma “spiegate”, “contestualizzate”, e che il problema vero, in fondo, non sono nemmeno le statue, ma il razzismo, le discriminazioni, la mancanza di prospettive per i giovani neri. Come se ogni busto, monumento e nome di strada legato al colonialismo – in Belgio sono almeno 450, secondo l’elenco compilato dallo storico Matthew Stanard – non fosse la faccia spudorata di un sistema che ha prodotto e continua a produrre quelle ingiustizie.
A Bruxelles, più che in altre metropoli europee, l’impronta del colonialismo va oltre i monumenti e i nomi di strade. Con le ricchezze accumulate sfruttando le risorse e il popolo congolesi, Leopoldo II ha dato alla città il suo volto moderno, facendo costruire viali e palazzi e creando mille ettari di spazi verdi. Tutte queste trasformazioni – rese possibili dalla spoliazione del Congo e facilitate dalla legge sugli espropri del 1867 – richiesero la demolizione di interi quartieri operai. Viali e parchi fanno ormai parte del tessuto urbano, i quartieri operai non torneranno. Ma le statue e i nomi di strade si possono rimuovere dai loro immeritati posti d’onore, e sostituire con altre statue e altri nomi che riflettano i valori di cui le nostre istituzioni si riempiono la bocca: uguaglianza, libertà, dignità.
Una buona sintesi del lavoro che il Belgio dovrebbe intraprendere l’hanno fornita nel 2019 quattro esperti delle Nazioni Unite, incaricati di indagare sulla condizione delle persone afrodiscendenti nel paese. “Esistono prove evidenti che la discriminazione razziale è endemica nelle istituzioni belghe”, si legge nel loro rapporto preliminare. “Le cause profonde di queste violazioni dei diritti umani vanno ricercate nel mancato riconoscimento della reale portata della violenza e dell’ingiustizia della colonizzazione”. Seguono 37 raccomandazioni, alcune delle quali tornano tra le misure annunciate di recente dalle autorità belghe.
La camera dei deputati ha approvato l’istituzione di una commissione parlamentare sul passato coloniale belga. La ministra francofona dell’istruzione Caroline Désir e il suo omologo fiammingo Ben Weyts vogliono rendere obbligatorio l’insegnamento della storia del colonialismo. Quanto alle statue, Pierre Kompany (primo politico nero eletto a capo di una giunta municipale) sostiene che avrebbero dovuto essere trasferite in un museo già da tempo. “Nessuno ci entrerebbe per spaccarle”, osserva, e chi vuole “pagherebbe per andarle a vedere”.
C’è poi la questione delle riparazioni, a proposito della quale gli esperti dell’Onu ricordano: “Il diritto alle riparazioni per le atrocità del passato non è soggetto a termine di prescrizione”. Il 24 giugno cinque donne hanno citato in giudizio lo stato belga per crimini contro l’umanità. Nate nel Congo belga da madri congolesi e padri bianchi, furono sottratte alle loro famiglie e messe in un istituto religioso. Le scuse ufficiali presentate nel 2019 dall’allora primo ministro belga Charles Michel, hanno dichiarato le cinque donne alla stampa, non sono bastate.
Al di là delle rivendicazioni individuali (tutte preziose, tanto più che le testimoni e i testimoni del periodo coloniale sono già in là con gli anni), chi denuncia le tracce del passato coloniale è parte di un movimento ampio, intergenerazionale e transnazionale che, contrariamente a quanto affermano i suoi detrattori, non vuole cancellare il passato ma svelarlo, e combatterne gli effetti quando è fonte di oppressione.