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mercoledì 14 dicembre 2022

considerazioni di Patrizia Cecconi e Lanfranco Caminiti sul caso di Aboubakar Soumahoro

Caso Soumahoro: cibo per avvoltoi, sciacalli e iene - Patrizia Cecconi

Un’occhiatina all’alto numero di parlamentari italiani e loro parenti stretti indagati per truffa, frode, malversazioni e simili costringerebbe a un dignitoso silenzio coloro che dovrebbero fare un serio mea culpa prima di aprir bocca, tanto per sé, se figure istituzionali, tanto per il voto ai propri eletti se a fare i giudici sono semplici cittadini.  Ma inutile illudersi, la corruzione è talmente dilagante che la soglia di tolleranza è salita al punto che solo in qualche caso particolare è percepita come scandalo. Ma non illudiamoci, come italiani, di poter “vantare” una priorità amorale rispetto all’intero mondo, basta guardare agli USA, oggi come ieri, senza eccezioni. Non risulta, ad esempio, che il presidente Biden, solo per parlare del presente, abbia provato qualche imbarazzo per la dovizia di accuse per pedofilia, reati fiscali, droga e altro riguardanti il figlio Hunter. Sempre per restare all’attualità, anche il presidente Macron, protetto dalla sua “grandeur” non sembra imbarazzarsi troppo per le accuse di meschino favoritismo (quello che da noi si chiama clientelismo) e di finanziamento illecito della campagna elettorale con tanto di contratti milionari con l’americana McKinsey. E che dire del super-pluri-indagato per molteplici frodi Benjamin Netanyahu, rieletto e acclamato a furor di popolo nello Stato ebraico dell’apartheid? E si potrebbe continuare, ma per ragioni di spazio ci fermiamo qui.


Però non si dica, come vuole la cosiddetta  saggezza popolare che “tutto il mondo è paese”  rinunciando così al diritto di indignarsi e reagire di fronte agli scandali commessi da chi dovrebbe essere irreprensibile dato il suo ruolo istituzionale. Ma neanche ci si accanisca nel reclamare la gogna solo per qualcuno, soprattutto se già caduto nella polvere sotto i colpi dei primi cecchini mediatici.


Questa è operazione tipica delle iene alle quali, nel nostro umano giudizio, paragoniamo chi si accanisce maramaldescamente su un soggetto ormai abbattuto. Aboubaker Soumahoro, al quale quest’articolo si riferisce in quanto salito tristemente al disonore della cronaca, è moralmente nonché politicamente indifendibile, sebbene giudiziariamente, almeno per il momento, non sia toccato.

La storia ormai è nota e riguarda le indagini sulle coop Karibu e Aid per maltrattamenti  e per veri e propri furti verso gli immigrati oltre che verso gli Enti pubblici che hanno perduto milioni di euro mai andati ai beneficiari ufficiali, ma incamerati da moglie, suocera e cognata (se le indagini saranno confermate) del neo-deputato, già  paladino dei migranti.?Impossibile credere alle sue singhiozzanti e oggettivamente stomachevoli dichiarazioni di estraneità alle attività delle cooperative gestite da suocera, moglie e cognata la cui sede coincide con quella del sindacato da lui costituito dopo aver abbandonato l’USB (Unione Sindacale di Base) in seguito alle richieste di chiarimenti circa la scomparsa di centinaia di migliaia di euro raccolti per migliorare le condizioni degli immigrati.

L’ex sindacalista USB respinge sdegnato la definizione di “cooperative della famiglia di Soumahoro”, ma la moglie e la suocera non fanno forse parte della sua famiglia? Il suo diniego equivarrebbe a respingere il legame coniugale e di affinità parentale rispettivamente esistenti con moglie, suocera e cognata, quindi è un povero stratagemma per tentare di far credere che si vuole gettare fango mediatico su di lui. In realtà la suocera è indagata per truffa aggravata.

I circa 400 mila euro di stipendi mai pagati non sono fantasie ma dati accertati, così com’è accertata la recente vincita di altri due bandi per oltre mezzo milione di euro per accoglienza ai profughi ucraini nonostante il non pagamento degli stipendi a varie decine di braccianti da circa 18 mesi. Più si vanno a cercare prove a sua discolpa, precisando che parliamo di discolpa esclusivamente politica e  morale, più la sua figura si riempie di ombre. Come accettare infatti la dichiarazione di sua moglie che a difesa di Aboubaker afferma che in casa non si parlava mai delle coop e dei migranti?

Anche senza pretendere che valga per tutti un principio affermato dal femminismo per cui il personale è politico, come si può accettare che in una famiglia che si occupa come attività primaria del problema e dei diritti degli immigrati, di questo non si parli? O come accettare che di fronte al lusso e alle mises sfrontatamente costose ostentate pubblicamente dalla moglie, mentre ai braccianti mancava anche il cibo, Aboubaker risponda che lui riconosce il diritto all’eleganza e alla moda e quindi  non vede contraddizione tra il lusso di sua moglie e la fame dei braccianti per i quali si ottenevano finanziamenti?

Aboubaker Soumahoro è indifendibile, soprattutto se è vero che alle cooperative gestite dalle “sue familiari” sono arrivati realmente 62 milioni di euro che non sembrerebbero essere finiti ai legittimi beneficiari e, come afferma lo scrittore maliano Diawara Soumaila, “qui c'è di mezzo la credibilità di tutta la comunità africana, oltre alle persone che lavorano onestamente in questo ambito e non si possono permettere nemmeno una vacanza…

Chi difende Abou e la sua famiglia in quanto neri è deficiente” e rivolgendosi alla sinistra, o almeno a chi si riconosce nei valori della sinistra dice “cerchiamo di essere coerenti tra noi, altrimenti non avremo nulla da dire alla destra, saremo uguali”. Il giudizio di Soumaila è netto e negativo ma non è strumentale, al contrario dei numerosi giudizi emessi dalla  destra-destra  e dai suoi imitatori. Il garantismo invocato per i propri amici, stavolta sparisce e soccombe all’appetito di sciacalli e iene. Intanto gli avvoltoi volteggiano sulle cadute di Soumahoro allargando il loro banchettare all’intera sinistra, facendo dire al Giornale di Feltri, con l’acquolina alla bocca “qui muore la sinistra dell’accoglienza”. No, signor Feltri, nonostante tutto e senza fare nessuno sconto né a Soumahoro, né a Fratoianni e Bonelli che sono stati a dir poco incauti nel candidarlo per raccogliere voti tra chi credeva alla sua immagine mediatica in base al suo passato, qui “non muore la sinistra dell’accoglienza”,  ma grazie a questa brutta esperienza che mostra quanto gli umani siano umani nel bene e nel male a prescindere dalla loro pelle, qui DEVE nascere una vera sinistra dell’accoglienza, dove accoglienza non può e non deve significare far business sulla disperazione dei migranti e, trasversalmente, sulle condizioni di vita di lavoratori e disoccupati italiani.

Per discrezione verso chi legge non cito le parole di un altro campione della destra quale Sallusti, anche lui banchettante con i suoi simili ma, parafrasando le parole dello stesso Soumahoro che con uno sciocco espediente linguistico a difesa del lusso ostentato da sua moglie afferma che “la moda non è né bianca né nera, è umana” concludo dicendo che anche l’onestà verso chi è in situazione di bisogno non è né bianca né nera, ma è un obbligo morale che dovrebbe appartenere a ogni umano, soprattutto a chi si pone come difensore dei deboli. E anche i giudizi critici non sono né bianchi né neri ma sono umani, solo che per qualcuno sono solo volgarmente strumentali così come lo è, purtroppo, la gogna mediatica in cui trovano spazio avvoltoi, sciacalli e iene.

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Da icona a reietto: anatomia del linciaggio di Aboubakar Soumahoro – Lanfranco Caminiti

 

360 rate mensili da 1.078 euro l’una, per un totale di 388.080 euro. Trent’anni di mutuo. Questo è il contratto di acquisto della casa di Aboubakar Soumahoro e della sua compagna – su cui tanto si è ricamato. Prezzo di mercato, in un momento, peraltro, di ribasso delle quotazioni. Trent’anni di mutuo a mille euro al mese in due, non hanno propriamente l’aria di una “malversazione”. Di sacrifici, piuttosto. Hanno scavato tra rogiti con il notaio, bonifici, conti correnti – e tutto è regolare. Hanno sospettato che ci fosse del “nero” pagato fuori contratto e sono andati a parlare con l’ex proprietario che ha venduto la casa: «Sono disponibile a parlare con voi – ha detto – purché non si facciano illazioni. Faccio l’imprenditore e non ho venduto questa casa con una parte in nero. Tutto quello che ho ricevuto, assegni e bonifici, sono stati tracciati e regolarmente riportati nell’atto. Magari dietro a questa storia c’è tutto il marcio che sospettate, ma non lo troverete nell’acquisto di questa casa». Fine della storia? Macchè. Come può permettersi una casa così? Per costoro, Soumahoro dovrebbe vivere in un tucul africano di argilla e paglia, per essere “autentico”.

Bisogna dare un’occhiata alla pagina facebook di Soumahoro per rendersi conto di quale sia “l’onda d’urto” di questa vicenda: tornatene in Africa; stai facendo vergogna; paga i tuoi dipendenti; questo a capito bene che in Italia può fare il furbo; sei un fenomeno ai trovato l’America in Italia; non si può vedere e ascoltare, basta – e questo è solo un “florilegio”, certo ci sono anche attestazioni di fiducia e sostegno. Ma la sensazione, netta, è che il “caso Soumahoro” abbia scatenato un odio sociale senza più freni, senza ritegno. Non che prima mancasse – ma ora ha trovato l’occasione che tutto il rancore che covava aveva una sua “prova”.
Ecco, appunto: quale sarebbe la prova? A tutt’oggi, Aboubakar Soumahoro non ha ricevuto alcun atto giudiziario – l’inchiesta partita dalla procura di Latina che riguarda le cooperative gestite dalla suocera e in cui aveva, non più da tempo, un ruolo la sua compagna non imputa alcun atto, alcun fatto, alcuna illegalità, alcuna illiceità a Soumahoro. Non parleremo perciò di queste – perché non c’è nulla da dire, al momento, che riguardi Soumahoro; la signora Marie Therese Mukamitsingo sta già provvedendo alle proprie incombenze. Se ci sarà, quando ci sarà – vedremo.
Quello di cui invece vogliamo parlare è della “chiacchiera pubblica”, dove incompetenza, ignoranza, malafede, interesse, invidia, gelosia si intrecciano inestricabilmente, in un rimando tra social, talk-show, giornali, bar dello sport, e di come il giustizialismo abbia avvelenato ormai i cuori e le menti di questo paese – senza distinzione di razza, sesso e credo religioso: l’unico elemento su cui si potrebbe oggi, orridamente, scrivere una carta costituzionale comune: art. 1, ogni sospettato è condannato senza attesa di giudizio. Nel caso di Soumahoro non c’è nemmeno il “sospetto” di un comportamento illecito – ma solo di una “doppia morale”. E gli italiani – che rispettano le file, che non chiedono i favori all’amico dell’amico, che pagano le tasse con estrema regolarità, che non usano i poteri quand’anche minimi che hanno per favorire i parenti, che si guardano bene da abusivismi à gogo tanto sanno che non saranno mai condonati – si sa che sulla “moralità” non transigono. Quella degli altri.
E a Soumahoro non gli si può perdonare nulla. Non gli hanno mai perdonato nulla gli avversari di un tempo e di adesso; non gli hanno mai perdonato nulla i “compagni” di un tempo e di adesso. Proprio come accadde a Mimmo Lucano, che la rivista «Fortune» inserì tra i 50 uomini più influenti della terra – ma come, un sindacuccio di un paesicchio della desolata Calabria? E vai – che a oscuri funzionari, insignificanti amministratori, pimpanti plenipotenziari e magistrati e giornali questa cosa proprio non poteva calare giù. Ci si misero di buzzo buono – da destra e da sinistra – e alla fine persino il Pubblico ministero nella sua arringa accusatoria doveva riconoscere che non un soldo era finito nelle tasche di Lucano ma le “irregolarità” le trovarono. E si levarono lo sfizio: una fiorente attività di accoglienza, a cui tutto il mondo civile guardava, prima stritolata dalla riduzione e dalla negazione dei flussi finanziari e poi massacrata mediaticamente e giudiziariamente. Riace cancellata. I sepolcri imbiancati di sinistra reagirono con la loro ipocrisia di sempre, il tratto distintivo del “ceto medio riflessivo” – sì, però, le irregolarità non sono giuste.
La stessa ipocrisia con la quale chiacchierano ora di Soumahoro – non poteva non sapere, le pago anche io con le mie tasse quelle cooperative, non sta bene che si vada in giro con le borsette e le scarpe firmate se stai con i migranti. E la moglie di Cesare, come scrisse Plutarco, deve non solo essere onesta, ma sembrare onesta; la signora Liliane Murekatete, compagna di Soumahoro, “la moglie di Cesare”, ha intanto fatto sapere che non ne può più di passare per una “cinica griffata” e ha dato mandato al suo avvocato di difendere la propria immagine e querelare chi la diffama. I più colti citano L’impostore di Javier Cercas, la storia di quel signore in Spagna che riuscì a spacciarsi per un eroe rispettato e riverito dell’antifranchismo ma che se n’era rimasto ben rintanato al tempo – che peraltro è un libro bellissimo, dove la parabola individuale è poca cosa e racconta piuttosto il meccanismo di rimozione collettiva del proprio senso di colpa per avere accettato in silenzio trent’anni di fascismo. Forse è di quel “senso di colpa” che vogliono liberarsi oggi quelli che prima ci facevano i tour politici con Soumahoro, quelli che prima lo ospitavano nelle loro trasmissioni, facendo la ruota del pavone tollerante e guadagnandoci in immagine ben più che Aboubakar stesso – il senso di colpa di chiudere gli occhi davanti gli orrori del bracciantato nelle nostre campagne o le stragi che accadono nei nostri mari. Basta basta non vogliamo più saperne, ci è bastato il “caso Soumahoro”, Aboubakar l’impostore.
Perché alla fine il risultato di tutto questo ciarpame mediatico – se venissero riscontrate delle illegalità nella conduzione delle cooperative di cui si tratta andrebbero sanzionate, punto, restituendole a un funzionamento esemplare, punto – è che tutto il mondo dell’accoglienza viene messo in discussione; già è partita la guerra delle destre in tutti i comuni interessati dall’inchiesta contro assessori e sindaci del centrosinistra che “largheggiavano”. Ovvero, applicavano le direttive dei ministeri.
Soumahoro non è un caso di “malagiustizia”, ma direi di qualcosa che somiglia alla “giustizia proletaria” – i più feroci contro di lui sono proprio quelli che lo portavano in giro come la Madonna pellegrina quando stava con loro: ma i poveri sono sempre i più feroci contro qualcuno di loro che ce la fa. E Soumahoro è uno che ce l’ha fatta, e non glielo perdonano proprio: lo accusano di personalismo, di eccesso di protagonismo – ma, ragazzi, non è che tutti potete essere Abou, fatevene una ragione.
Una storia tristissima, questa – perché mette a nudo, in maniera drammatica, quanta violenza siamo in grado non solo di assorbire ma anche di esserne noi stessi portatori: dateci qualcuno da fare a pezzi, da sbranare, non aspettiamo altro.
E questo – anche se non ha le forme dei cappucci bianchi e delle croci in fiamme – si chiama linciaggio.

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lunedì 7 novembre 2022

dice Aboubakar Soumahoro

 

“Il governo Meloni sta operando in un contesto di totale illegalità. Siamo in piena violazione dell’articolo 10 della nostra carta costituzionale che stabilisce che l’ordinamento politico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale maggiormente riconosciuto, vale a dire alla convenzione di Ginevra e alla Dichiarazione Universale di Diritti dell’Uomo.

Il secondo elemento che vorrei condividere con voi è che si tratta di un gioco tra chi riesce ad affermare la propria capacità di identificarsi politicamente attraverso la costruzione del nemico pubblico. Questo avviene sul corpo di neonati, donne e persone che hanno subito traumi di ogni genere, torture comprovate dai segni sui corpi. Si tratta di persone che hanno affrontato il calvario delle carceri libiche che sono nel corso di questi anni sono state finanziate dalla politica Italiana.

Il terzo elemento è un appello al presidente della repubblica in quanto garante della nostra carta costituzionale. In un contesto democratico non si può permettere che la Presidente del Consiglio Meloni faccia questi utilizzo della carta costituzionale.

Siamo stati qui abbiamo passato la notte con i naufraghi e abbiamo visto con i nostri occhi che mancavano mediatori linguistici e culturali. Quasi tutti i migranti non parlano nè l’italiano nè l’inglese. L’altro elemento è l’assenza della figura di uno psicologo o di una psicologa per sostenere chi ha affrontato un calvario e un inferno come quello che hanno sopportato i naufraghi. Abbiamo chiesto al direttore regionale della sanità e ci è stato detto che il loro era un intervento di emergenza e riguardava la verifica dello stato di salute sul piano fisico dei singoli. Quando sono andati via abbiamo visto quello che è successo: non c’erano ambulanze. È un contesto di illegalità totale e noi non staremo fermi di fronte ad una situazione del genere.

Porteremo questa nostra posizione in in Europa perché a livello europeo non si può dire che i confini italiani sono confini europei fino a che non si parla di naufraghi.

Chi sbarca in Italia sbarca in Europa. Il governo deve uscire dalle sue contraddizioni: o sta con Orban che è contro il regolamento di Dublino e contro la redistribuzione, o dall’altra parte il ministro Salvini, quando ha tempo di affacciarsi alla Camera, risponderà di essersi messo contro il sostegno della riforma del regolamento di Dublino.

La nostra posizione è ferma e determinata. Riteniamo che chi ha governato in questi anni i processi migratori ha fatto da apripista alle dinamiche che testimoniamo oggi. Siamo di fronte ad una caccia alle streghe, gli ebrei ne sanno qualcosa, lo sanno anche i neri e lo sanno tutti coloro che oggi vengono discriminati.

La colpa di questi naufraghi è quella di parlare un’altra lingua. La loro colpa è che hanno un diverso colore della pelle, la loro colpa è che oggi si è deciso di non parlare di bollette, ne di disoccupazione, ne del mezzogiorno, ma si è decisa l’arma di distrazione di massa da utilizzare: il corpo di esseri umani. È una vergogna.”

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domenica 28 giugno 2020

Il Quarto stato non convocato - Gianfranco Laccone


L’epidemia di Covid-19 ha sconvolto società, economia, abitudini, costumi. I governanti della gran parte degli Stati hanno cercato di rassicurare la popolazione assumendo alcune misure, in taluni casi perfino fingendo indifferenza. Da noi, dopo il blocco delle attività socio-economiche, sono stati indetti gli “Stati generali dell’economia”.  
Se si consulta Wikipedia alla voce “Stati generali”, si trova questa definizione: “Con Stati generali si indica un organo di rappresentanza dei tre ceti sociali esistenti nello Stato francese prima della Rivoluzione francese del 1789. L’assemblea, di origine feudale, disponeva della funzione di limitare il potere monarchico”. Fare parallelismi storici di tal genere può essere scorretto e fuorviante, ma talvolta può servire a mostrare, anche ironicamente, i “non detti” e/o i paradossi delle situazioni attuali. 
Chi convocò gli Stati generali in Francia nel 1788 (gli eletti si riunirono l’anno dopo) utilizzò una vecchia istituzione della monarchia, sperando in cuor suo di bloccare e al tempo stesso d’ingabbiare le richieste di cambiamento che provenivano dai “tre ceti sociali”. Non immaginava, neanche lontanamente, cosa sarebbe successo con il meccanismo che aveva messo in moto; altrimenti, forse, avrebbe scelto altre strade.
A tal riguardo, propongo un’analogia, sia pur assai ardita, con l’iniziativa di Giuseppe Conte, stretto tra le risposte da dare al Paese e la necessità di tamponare le richieste dei “tre ceti sociali esistenti” prima del Covid-19 (imprenditori, lavoratori dipendenti, lavoratori autonomi), ognuno con le proprie richieste, alcuni con i loro privilegi, tutti timorosi del futuro, come lo erano anche in Francia un paio di secoli fa. I fatti di allora avrebbero poi dimostrato che v’era una parte degli Stati generali, convocata dalla Corona, che aveva capacità e volontà di cambiamento: era la borghesia francese, che avrebbe elaborato una nuova idea di Stato e di società, racchiusa nel motto “liberté, egalité, fraternité”: quello che ancor oggi è considerato il fondamento delle nostre democrazie, sia pur spesso con poca convinzione, quando non è  messo apertamente in discussione. La convocazione degli Stati generali è, pertanto, un atto dal significato profondo, che allude a grandi cambiamenti. Da qui il dubbio: ci sarà oggi un “Terzo stato” in grado di cambiare il nostro Paese? E quale “ceto sociale” sarebbe in grado di rispondere alle esigenze rese evidenti dalla pandemia?
La storia degli Stati generali mise subito in primo piano l’incongrua divisione in tre stati e portò alla luce ciò che fu definito il “Quarto stato”. Anche attualmente, come da copione, esiste un Quarto stato non convocato: quello degli esclusi, degli invisibili, dei non garantiti, dei non-cittadini, dei super–sfruttati; quelle e quelli che Serge Latouche definirebbe i “naufraghi del pianeta”. Peraltro, dal 1798 a oggi molti dei momenti significativi della storia sociale, avviatasi in Francia con la convocazione degli Stati generali, furono realizzati proprio dal Quarto stato, che nei secoli successivi avrebbe rappresentato l’asse portante della lotta per ottenere cambiamenti sociali. Di tali cambiamenti restano ancora tracce (le otto ore, la pensione, l’assistenza sanitaria…), anche se progressivamente erose da quelle classi sociali privilegiate che nel corso del tempo avrebbero accumulato potere e benefici di cui ora non intendono affatto privarsi.
Benché al giorno d’oggi sia perlopiù dotato di cellulare, in non pochi casi perfino di automobile, il Quarto stato è per alcuni versi tuttora identificabile con quello rappresentato nel grande dipinto che Giuseppe Pellizza da Volpedo, pittore italiano, realizzò dal 1898 al 1901. Senza volare troppo in alto, e non sappiamo se memore di quel che avvenne dopo il 1789, Conte si è affrettato a ricevere il sindacalista della USB, Aboubakar Soumahoro,  la cui personalità e biografia sono esemplari di alcune delle peculiarità del Quarto stato odierno: estraneo com’egli è a schemi nazionali e nazionalistici, nonché portatore di dignità, professionalità, cultura, caratteristiche solitamente sottovalutate nella società attuale.
Perché i cahiers de doléance  dell’odierno Quarto stato, femministe comprese, siano presi sul serio e i soggetti che li rappresentano ottengano almeno alcuni dei diritti giustamente rivendicati, basterà una semplice presa d’atto? Direi di no, poiché le loro rivendicazioni meritano ben altre risposte di quelle arrivate finora e necessitano di ben altre mobilitazioni che non quelle viste in questo periodo in Italia. Coinvolgere e riconoscere il ruolo decisivo di tale Quarto stato sarà il grande problema del futuro. Esso, pur non invitato, si è presentato agli Stati generali di Villa Doria Pamphilj, avanzando critiche e rivendicazioni, e attendendo risposte: per ora educatamente. Perciò Conte non si è allarmato, sebbene la storia passata avrebbe dovuto procurargli qualche inquietudine.
Chi, invece, sembra aver visto oltre la metafora e aver gridato allarmata è stata la destra reazionaria (oggi si dice sovranista), che ha ravvisato in quella convocazione degli Stati generali addirittura una delegittimazione del Parlamento e delle istituzioni. Verrebbe da sorridere: è stata giusto quella destra a contribuire decisamente alla delegittimazione del Parlamento; quanto alle “doglianze” e rivendicazioni del Quarto stato, essa ne è stata la causa principale, con i suoi programmi economico-sociali  ultraliberisti, oltre che reazionari e razzisti. In realtà, la strategia di superamento delle istituzioni, iniziata con la crisi di governo proclamata nell’estate del 2019 da Salvini, somiglia (volendo usare un’altra metafora) alle guerre-lampo: non può durare a lungo e conduce al logoramento di chi le ha proclamate nonché al disastro di chi vi partecipa. In più, la pretesa della destra di sostituire all’Unione Europea un altro prestatore (che siano gli Usa, la Russia, la Cina o “i mercati”) è gravida di minacce: sgretolerebbe un sistema di certo imperfetto, faticosamente costruito, ma per ora privo di realistiche alternative immediate. 
Come accadde al momento della convocazione degli Stati generali in Francia, i principi su cui si fonda il sistema sono cambiati. Alla fine del Settecento, dopo il grande lavoro dei filosofi dell’Illuminismo, furono messi in discussione i cardini delle monarchie assolute: la “discendenza divina” del sovrano, la sua intoccabilità, la possibilità di decidere e governare senza controllo. Oggi sono caduti i miti della mano invisibile del mercato e dello sviluppo a tutti i costi; e sono emersi i limiti del sistema denunciati dal “club di Roma” all’inizio degli anni Settanta. Più recentemente, è andata affermandosi la necessità del rispetto della natura e del mondo animale, insieme con le istanze propugnate dai teorici della decrescita.
Ormai le formule economia circolare, sviluppo sostenibile, rispetto dell’ambiente sono usate a mo’ d’introduzione ad ogni proposta realistica e progressiva: sono istanze che potrebbero contribuire a risollevare il Paese ben più dell’ “andrà tutto bene” o degli applausi dai balconi e delle bandiere nazionali esposte alle finestre…
Forse ci sarà spazio anche per il nuovo, forse la rivolta attuale dei Black Lives Matter non si perderà nei caldi estivi, come è avvenuto in molte altre occasioni. Forse la pur fugace apparizione di  Aboubakar  Soumahoro sul palco della grande kermesse, nonché quella delle ONG e del movimento Friday for Future è comunque un segnale positivo, per quanto minimo.
La pandemia ha rafforzato alcune certezze a proposito di cosa sia imperativo contrastare: lo sfruttamento, il razzismo e il sessismo imperanti, l’inquinamento del pianeta, la mercificazione e il massacro seriali dei non-umani. E ciò mentre l’economia decresce, inesorabilmente ed infelicemente, a causa della finitezza delle risorse. Il tema della decrescita felice in quanto governata − che fu sbeffeggiata da molti economisti quale ritorno all’età della pietra− andrà assolutamente ripreso ed elaborato.

martedì 19 maggio 2020

Il 21 maggio scioperano i braccianti grazie all'USB e a Aboubakar Soumahoro

"...L’infanzia e la fanciullezza di Di Vittorio sono anni di miseria e di sofferenze. Il padre, salariato fisso in una grande masseria, muore di polmonite per aver voluto mettere in salvo il bestiame dell’azienda nel corso di un violento temporale. La madre, rimasta sola con i due figli, Stella di dodici anni e Peppino di sette anni, cerca di guadagnarsi il pane, lavando i panni dei vicini di casa. Ma le difficoltà sono tali che il fanciullo, nonostante le insistenze del maestro, che poco prima aveva premiato il suo profitto con un ambito riconoscimento, deve abbandonare la scuola, prima della fine dell’anno scolastico, alla seconda elementare.
Il suo primo giorno di occupazione non soddisfa il padrone. Questi constata che fino al tramonto il ragazzo ha raccolto solo pochi chili di piselli e lo avverte che se l’indomani non avrà reso sufficientemente lo dovrà licenziare. Di Vittorio tiene ben conto dell’avvertimento, che amerà ricordare come « la prima lezione di economia » da lui appresa nella vita. Lavora come è necessario e a distanza di due mesi ottiene il primo ingaggio per la mietitura. Per la prima volta si allontanerà per settimane dalla famiglia e sperimenterà la vita collettiva della grande masseria pugliese.
Allora i braccianti del Tavoliere lavoravano quattordici ore al giorno e l’unico pasto che somministrava il padrone era l’acquasale, consistente in un mestolo di acqua calda versata in una ciotola piena di pane nero, condito con poche gocce d’olio...
...Di Vittorio non ha ancora compiuto i 13 anni quando, nel 1905, Cerignola fa il primo sciopero generale.Egli si astiene dal lavoro e prende parte alla grande manifestazione che si svolge al centro del paese. La cavalleria carica, uccidendo cinque lavoratori. Il più giovane di questi aveva l’età di Di Vittorio ed era suo amico. Nel primo anniversario dell’eccidio, all’età di 14 anni, davanti a una piccola folla commossa, Di Vittorio pronuncia il suo primo discorso per commemorare il ragazzo caduto. L’anno successivo fonda il circolo giovanile socialista, che in poco tempo raggiunge i 400 soci..."
(da qui)

Chissà cosa farebbe Di Vittorio il 21 maggio 2020.



Comunicato Stampa USB per lo sciopero dei braccianti del 21 maggio
Basta con la politica degli annunci, bisogna passare ai fatti concreti per salvare veramente gli “ultimi” e gli “invisibili”. Nella giornata di ieri Usb Federazione Braccianti Basilicata ha incontrato il sindaco ed il vice sindaco di Montemilone per porre il problema di alcuni lavoratori che vivono in casolari fatiscenti e a rischio crollo. Bisogna immediatamente portare fuori da quella situazione i braccianti e dare loro un’abitazione adeguata al fine di rispettare la dignità ed i diritti di chi si spacca la schiena da mattina a sera nei campi per portare sulle nostre tavole i prodotti della terra.
A noi non servono più le parole e gli annunci o i comunicati. Ieri l’Amministrazione di Montemilone ha preso l’impegno di scrivere al Prefetto e di chiedere un incontro al fine di poter utilizzare alcune strutture demaniali. Ha preso inoltre l’impegno di fare una sanificazione di alcuni casolari abitati e di portare acqua e taniche nuove dove tenere l’acqua.
Usb in questo periodo di pandemia non ha lasciato soli questi lavoratori portando nei casolari cibo e acqua visto che le condizioni sono al limite della vivibilità. Con sempre maggiore insistenza di parla di riaprire qualche pseudo “centro di accoglienza” senza mai affrontare la situazione abitativa e le condizioni di vita di questi lavoratori. Si citano cifre esorbitanti di milioni di euro a disposizione per la risoluzione di questi problemi, ma tutto si ferma ad annunci e promesse che ogni anno a ridosso delle campagne stagionali ritornano alla ribalta. Ma la vergona resta sempre la stessa.
Ora si è aggiunto anche l’ultimo provvedimento fatto dal Governo per l’emersione degli invisibili: in un contesto di pandemia ciò che bisogna garantire è la salvaguardia della vita degli esseri umani, patrimonio di incommensurabile valore. L’Italia ripartirà davvero soltanto se riusciremo a tutelare il diritto alla vita. Cosa che non fa il Decreto Rilancio con l’articolo 110 bis dedicato alla regolarizzazione.
Nessun medico ha mai chiesto a un paziente che arriva in ospedale se ha un rapporto di lavoro o una promessa di rapporto di lavoro: lo cura e basta. Il governo ha invece deciso di preoccuparsi delle braccia e non della salute delle persone. Il governo ha deciso di preoccuparsi della verdura che rischia di marcire nei campi e non dei diritti delle persone.
Non è nemmeno una questione tra italiani e migranti, perché il 9° rapporto del Ministero del Lavoro sull’occupazione dice che l’82% dei braccianti sono italiani.
Con il Decreto Rilancio restano inascoltate le grida di dolore degli invisibili, dei dannati dei decreti sicurezza e della Bossi-Fini.
Per tutelarsi dal Covid-19 chiedevamo il rilascio del permesso di soggiorno per tutti, convertibile per attività lavorativa, che consentisse loro di iscriversi all’anagrafe e di avere un medico di base. Il governo ha scelto invece di non accogliere gli appelli disperati provenienti dalle zone rurali e dalle periferie metropolitane.
Per questi motivi, Usb Lavoro Agricolo proclama per il 21 maggio lo sciopero degli invisibili.
da qui
  
Il 21 maggio sciopero dei braccianti agricoli

Sarà lo 'sciopero degli invisibili', quello indetto dall'Usb e lanciato sui social dall'attivista sindacale Aboubakar Soumahoro: "Sciopereremo perché abbiamo il diritto di vivere liberi come tutti gli essere umani nati liberi", ha dichiarato ieri su Twitter.
La manifestazione ha ricevuto il supporto del Partito Comunista che invita tutti i lavoratori ad aderire: "Le politiche contro il bracciantato agricolo hanno tolto dignità ai lavoratori, degradandoli a braccia strumento del profitto, e puro inumano sfruttamento asservito alla produzione di cibo secondo le regole imposte dal mercato della distribuzione globalizzata".
"Il mercato della filiera agroalimentare - si legge in una nota del segretario regionale Roberto Cadrilli - chiede braccia per la raccolta dei frutti della terra e la ministra Bellanova risponde svendendogli uno stock di schiavi extracomunitari ed esibendo le finte lacrime già viste nelle recite inscenate da altri ministri fiancheggiatori degli strozzini capitalisti e delle loro logiche di continuo furto ai danni dei lavoratori.
"Il governo Conte non ha cambiato né il pelo né il vizio. I lavoratori sono coloro che producono la vera ricchezza del Paese e quindi ai lavoratori con la pelle di qualsiasi colore deve essere riconosciuto il diritto ad una vita dignitosa grazie al ricavo del loro lavoro. A loro deve essere permesso il diritto a una casa, all’istruzione, alla sanità pubblica e a costruirsi una famiglia senza chiedere l’elemosina agli enti caritatevoli.
Il salario percepito per un lavoro durissimo, onesto e socialmente indispensabile deve essere rapportato al costo della vita del lavoratore. Se ciò non accade è segno che i governi hanno intrapreso una politica economica di guerra contro i lavoratori, rendendoli schiavi. In agricoltura questo è ancora più evidente, drammatico, incivile e inumano. Il governo Conte, come i precedenti governi di destra e sinistra, comunque servi del capitale non vuole sviluppare politiche di riconoscimento della centralità del lavoro. La crisi strutturale della agricoltura a causa dell’entrata dell’Italia nell’Euro e nell’Unione Europea si è abbattuta come una mannaia sul collo dei piccoli proprietari terrieri, dei coltivatori diretti, dei contadini, dei braccianti agricoli. In venti anni di Euro, di politiche concertative dei sindacati confederali e di revisionismo politico, i lavoratori della terra hanno perso tutti i diritti acquisiti in decenni di lotte, impoverendosi fino al punto che il valore del salario dei braccianti si è dimezzato. Ai lavoratori extra comunitari e di colore, oltre allo sfruttamento bestiale e all’emarginazione in ghetti di squallidi e antigienici, viene dato nulla. Questi lavoratori obbligati a ritmi giornalieri di lavoro, a volte anche di 12 ore, riferiscono retribuzioni reali di miseri 20 euro non documentabili. Il 21 maggio, la lotta per la dignità del lavoro riparte dagli ultimi, perché i diritti sociali sono i più importanti".
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Intervista di Annalisa Cangemi a Aboubakar Soumahoro (su Fanpage)

I braccianti di tutta Italia sciopereranno il prossimo 21 maggio 2020, per protestare contro la nuova sanatoria per i migranti, contenuta nel decreto Rilancio, divenuta urgente per il governo a seguito della mancanza di manodopera nei campi e della conseguente impennata dei prezzi di frutta e ortaggi. Un provvedimento che nella pratica escluderà dall'emersione tanti lavoratori dell'edilizia, dei supermercati, dell'artigianato, della ristorazione, della logistica, che non potranno fare richiesta.

Non ci sarà nessuno a raccogliere frutta e verdura nei campi quel giorno. "Non vanno regolarizzate le braccia, ma gli esseri umani", è questo il messaggio che arriverà forte e chiaro al governo, ha spiegato Aboubakar Soumahoro, attivista e sindacalista dei lavoratori agricoli dell'Usb, contattato da Fanpage.it.

Perché questo sciopero?

Partiamo dal contesto attuale. Abbiamo oltre 31mila morti per il virus. Medici, infermieri, operatori della sanità, sono stati chiamati ‘eroi': ecco loro negli ospedali, quando erano chiamati a salvare vite, non hanno mai chiesto quale tessera di partito avessero in tasca i pazienti, né hanno domandato la collocazione ideologica o post ideologica, se i malati avessero o meno un permesso di soggiorno o una carta d'identità italiana. Hanno sempre curato chi dovevano, senza mai sottrarsi. Il governo nel contesto della pandemia ha l'unico dovere di proteggere le vite, nessuna esclusa. Quando si fa il decreto ‘Cura Italia' e vengono adottate delle misure di confinamento generale, per prevenire i rischi, si è scoperto che il contesto preesistente alla pandemia era un contesto lacerato, dilaniato dalle disuguaglianze sociali: persone che non hanno nemmeno una casa non sanno cosa sia il distanziamento sociale. Lo Stato doveva salvare tutti. Invece ha fatto esattamente l'opposto di quello che fanno i medici e gli infermieri. Ci si è preoccupati della verdura e della frutta, che si teme possano marcire, piuttosto che delle persone, i cui diritti stanno marcendo da anni nei campi. Voglio ricordare qualche nome: Paola Clemente, 49enne bracciante di San Giorgio Jonico deceduta in un vigneto di Andria il 13 giugno 2015, Soumaila Sacko, 29 anni, del Mali, con regolare permesso di soggiorno, ammazzato nel Vibonese da una fucilata il 3 giugno 2018. E un pensiero va a tutti gli uomini e le donne che tutti i giorni si spaccano la schiena nei campi. A mancare ancora una volta sono i diritti.

Cosa non va in questo provvedimento?

Si è scelto chiaramente di produrre un provvedimento che nel merito della questione ha come base quella di preoccuparsi dell'utilità di mercato, anziché di salvare le vite. Le nostre critiche sono di varia natura, ne cito giusto tre: l'aver riservato la regolarizzazione ad alcuni settori, escludendone altri. Dove sono i riders, la logistica, i facchini, gli ambulanti, gli edili, la ristorazione?

Quali sono le altre criticità?

Il secondo punto riguarda l'aver riservato la regolarizzazione a coloro i quali hanno un permesso di soggiorno scaduto dal 31 ottobre 2019. Qui bisogna ricordare che il tutto si sta svolgendo nel tessuto legislativo dei decreti Sicurezza. E quindi ci sono le vittime dei decreti che non avranno accesso a questa emersione, perché il governo non ha avuto l'audacia, il coraggio, di cancellare questi decreti, che sono una fabbrica di produzione di marginalità e di dannati, resi invisibili. Il terzo elemento che non va nella sanatoria è l'aver subordinato il permesso di soggiorno al contratto di lavoro, il che è una miscela esplosiva di sottomissione del lavoratore e della lavoratrice a qualsiasi forma di ricattabilità e sfruttamento.

Quali migliorie proponevate al provvedimento?

L'urgenza consisteva nel rilasciare un permesso di soggiorno alla luce dell'attuale contesto di pandemia, che sia convertibile anche per attività lavorativa. La nostra proposta è semplice.

Qual è la partecipazione prevista allo sciopero?

Intanto voglio dire che quel giorno non ci sarà né raccolta di asparagi, né raccolta di mirtilli o di verdura. Visto che per lo Stato siamo stati invisibili noi il 21 maggio saremo invisibili anche per i campi. Sarà sciopero totale. Allo stesso tempo abbiamo ricevuto la solidarietà di tantissimi consumatori e consumatrici, centinaia, che stanno riscoprendo cosa c'è dietro a una forchettata di spaghetti, e cioè il sudore, la fatica, l'immiserimento. E ci stanno mandando tantissimi messaggi, per annunciarci che loro quel giorno non faranno la spesa, e indosseranno virtualmente gli stivali, mentre noi saremo nelle campagne, con gli stivali reali, a incrociare le braccia. Poi stiamo ricevendo messaggi anche da tanti agricoltori, che ci dicono che loro quel giorno non andranno a lavorare. Abbiamo avuto migliaia di adesioni. Ci sono assemblee, nell'Agro Pontino, in Emilia-Romagna, in Toscana, in Calabria, nel foggiano. Lì domenica ci sarà una grossa assemblea nell'insediamento dei braccianti di Torretta Antonacci. Tra coloro che sciopereranno ci sono anche braccianti con il permesso di soggiorno, perché i loro diritti non sono riconosciuti. In questo momento ci sono braccianti nella Piana di Gioia Tauro che sono impiegati nella raccolta dei mirtilli, e percepiscono 30 euro al giorno, si spaccano la schiena dall'alba al tramonto, invece dei 50 euro circa previsti dal contratto. È chiaro che nessuno deve permettersi di strumentalizzare la fatica di questi uomini e donne, narrando una realtà che non esiste, quando non hanno mai messo sentimentalmente, moralmente, eticamente e concretamente gli stivali per immedesimarsi nei braccianti, italiani o stranieri che siano.

Cosa hai pensato quando la ministra Bellanova si è commossa mentre annunciava il decreto?

Ero impegnato in un'assemblea con i braccianti.

Qual è la dotazione di Dpi nei campi, che dati avete?

Ho lanciato una campagna di raccolta, tutt'ora aperta, mentre venivano emanati i vari dpcm, perché ai braccianti veniva detto che dovevano lavorare nei campi per assicurare il cibo per la popolazione, senza dispositivi di protezione individuale, e fino ad ora, chi parla di lotta al caporalato, non è stato in grado di convocare il tavolo sullo sfruttamento e il caporalato in agricoltura, mentre noi eravamo, e siamo, esposti. Grazie alla nostra raccolta continuiamo a comprare e distribuire generi alimentari ai braccianti e alle famiglie, anche italiane, e dispositivi di protezione individuale. Non ne abbiamo ricevuto neanche uno, da parte di chi in queste ore ha detto di preoccuparsi della nostra condizione, quando in realtà non è connesso sentimentalmente con noi. Noi stiamo girando dappertutto, siamo stati in Basilicata, in Calabria, in Puglia, e continueremo a girare l'Italia. Il governo ha abdicato a questa nobile e civile missione. Ma noi non ci arrendiamo, continueremo a chiedere la salvezza delle persone.
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Dai campi ai supermercati, più diritti meno sfruttati. Solidarietà ai braccianti in sciopero (dice Potere al Popolo)

Il 21 maggio nei campi di raccolta della Piana di Gioia Tauro, del Foggiano e di tante altre regioni d’Italia i lavoratori migranti agricoli hanno deciso di incrociare le braccia contro il provvedimento di regolarizzazione previsto nel “Decreto Rilancio”, un provvedimento insufficiente sia per rispondere ai bisogni economici e sociali dei braccianti stessi, sia per far fronte all’emergenza sanitaria ed economica che sta colpendo tutto il paese.
I braccianti in sciopero chiedono che vengano rispettati tre diritti fondamentali da parte dei padroni e dello stato: 1° un documento di soggiorno per tutti i migranti come primo passo che permette di emergere dallo sfruttamento del lavoro nero; 2° il rispetto e la garanzia di pagamento di un salario dignitoso; 3° un programma di inserimento abitativo come risposta alle condizioni iper-precarie nei ghetti che costeggiano i campi.
Che cosa c’entra con noi questo sciopero?
Il lavoro agricolo costituisce il primo anello della filiera agroalimentare. Nel suo insieme, si tratta del primo settore economico italiano in quanto a fatturato: ma a questa immensa ricchezza corrisponde una enorme diseguaglianza per quanto riguarda la sua distribuzione. I colossi della Grande Distribuzione Organizzata (GDO), infatti, esercitano una enorme pressione – che sfocia nel ricatto vero e proprio e nell’imposizione di prezzi e condizioni – nei confronti dei produttori agricoli, in larghissima parte aziende di piccole dimensioni che non possono trattare ad armi pari. Questa pressione si traduce nel tentativo di risparmiare il più possibile sull’elemento più semplice da colpire per qualsiasi tipo di azienda: il costo del lavoro. Da qui hanno origine le condizioni di lavoro disumane e i salari infami che vengono imposti ai lavoratori agricoli. Ma questa disuguaglianza di base non colpisce solo i braccianti: ogni anello della filiera prova a massimizzare il profitto scaricando tutto sui lavoratori e sulle lavoratrici, dai campi fino ai supermercati, passando per le industrie della lavorazione e le compagnie della logistica.
Nei mesi d’emergenza queste disuguaglianze si sono manifestate con maggiore intensità: in un periodo in cui una larga parte dell’economia infatti lamenta la paralisi o la crisi, milioni di euro sono finiti nelle casse della GDO. Le nostre spese si sono concentrate nei supermercati, e allo stesso tempo abbiamo comprato di più rispetto al solito. Tra marzo e aprile le vendite sono aumentate del 18% rispetto all’anno precedente, con acquisti concentrati per il 44% nei supermercati della GDO!
E mentre aumentavano vendite, prezzi e profitti della GDO, aumentavano anche gli orari e i ritmi di lavoro di cassiere e magazzinieri dei supermercati. Sono numerosi i loro racconti che denunciano le condizioni di sfruttamento che si sono intensificate durante gli ultimi mesi. A questo si aggiungono la mancanza di dispositivi di protezione individuali e minacce di licenziamento per chi chiedeva semplicemente di lavorare in sicurezza. La ciliegina sulla torta? Molte aziende hanno deciso di approfittare della copertura offerta dalla pandemia e dai provvedimenti presi per contrastarla, e i lavoratori della GDO stanno cominciando a essere messi in cassintegrazione a migliaia.
Dopo mesi che si parlava di una regolarizzazione, adesso è arrivata e sembra una beffa, un provvedimento utile solo a continuare a sfruttare il lavoro dei braccianti e lasciare così com’è il meccanismo generatore di sfruttamento e diseguaglianze su cui si regge l’intera filiera. Lo sciopero dei braccianti agricoli mette in questione questo meccanismo di sfruttamento in tutta la filiera agroalimentare. È fondamentale sostenere chi chiede diritti, uguaglianza e unità tra i lavoratori – perché i diritti di alcuni diventano diritti di tutti.
Ma quanto costa la produzione agricola? Trasparenza dei prezzi subito!
Oggi per produrre 1kg di clementine biologiche ci vogliono 26 centesimi di euro. A questi vanno aggiunti i costi per la raccolta, per il confezionamento e per il trasporto. La GDO acquista la frutta sempre attraverso intermediari, praticamente mai direttamente dal produttore. Quindi, un produttore, per non fallire, deve vendere le clementine almeno a 60 centesimi.
Nel 2019 le clementine biologiche della Piana di Gioia Tauro sono state pagate 32 centesimi al kilo, con raccolta a carico dei produttori. Se si tolgono 11 centesimi per la raccolta, il prezzo di produzione diventa di 21 centesimi – quindi si tratta di un prezzo nettamente sottocosto. E sono le stesse clementine che si trovano sui banchi dei supermercati della GDO a € 2,50/kg.
Questo semplice calcolo dimostra che esiste solo una variabile sulla quale si riesce a risparmiare: la manodopera! Lo sfruttamento dei braccianti e dei piccoli produttori, ma anche dei lavoratori del trasporto e dei supermercati della GDO è quindi un elemento strutturale della filiera agroalimentare che genera enormi profitti da un lato, mancanza di diritti, salari bassi e condizioni di lavoro disumani dall’altro.
È necessario che la GDO pubblichi nei cartellini dei loro banchi non solo il prezzo di vendita, ma anche il prezzo pagato al produttore al netto di tutte le intermediazioni (il cosiddetto prezzo sorgente). In questo modo non si elimina lo sfruttamento della manodopera, ma si da un elemento in più per tracciare la distribuzione della ricchezza lungo la catena di valore della filiera agroalimentare – un elemento di coscienza indispensabile per combattere e cambiare l’ordine delle cose.
Cosa vogliamo quindi?
Il 21 maggio ci troveremo davanti ai supermercati della GDO in primo luogo per esprimere la nostra massima solidarietà ai braccianti agricoli in sciopero contro le condizioni di sfruttamento che vivono quotidianamente. Con le nostre azioni vogliamo portare le loro rivendicazioni fuori ai campi di raccolta. Le loro rivendicazioni sono le nostre:
  • un permesso di soggiorno per tutti i migranti per emergere dal lavoro nero e per ottenere diritti fondamentali per ogni uomo e ogni donna;
  • il rispetto di condizioni di lavoro e salariali dignitosi in tutta la filiera agroalimentare: braccianti, trasportatori, cassiere, magazzinieri ecc.;
  • una legge nazionale che costringa i supermercati a indicare i prezzi di sorgente in modo da tracciare i costi lungo tutta la catena di valore della filiera agroalimentare.
Per noi la giustizia e i diritti non possono essere selettivi!
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Un bracciante è stato picchiato per aver chiesto una mascherina. Questa è l’Italia del 2020 - Giulio Cavalli
No, il Covid-19 non è una livella, non ne usciremo migliori, non saremo tutti uguali davanti alla malattia e non sta andando tutto bene. Forse sarebbe anche il caso di abbandonare questa narrazione quasi epica che riempie tutti i giornali con le sensazioni di chi si è bevuto il primo caffè o di chi è riuscito dopo due mesi ad accorciarsi i capelli e ci sarebbe da volgere lo sguardo lì tra le pieghe degli ultimi, quegli ultimi che sono sempre stati ultimi e che nell’epoca del Coronavirus retrocedono ancora. A Terracina uno degli ultimi schiavi si è ritrovato in un fosso, con la testa spaccata e con qualche osso rotto, come uno scarto che si spera di poter nascondere nel gorgo del fango, come qualcuno che merita di finire a fondo tirando lo sciacquone.
È l’ennesima storia che arriva da un territorio che insiste nel negare la presenza del caporalato e il suo rigurgito di schiavi e racconta di un giovane lavoratore che ha commesso l’imperdonabile errore di pretendere ciò che sta scritto nei tanto decantati decreti e nelle linee guida per la sicurezza che in alcune parti d’Italia diventano carta straccia. Lui aveva chiesto le mascherine, mascherine per non morire di Covid in quelle 12 ore di lavoro (pagate 4 euro all’ora) a cui sopravvivere sotto il sole per raccogliere la frutta e la verdura. Mentre lì in alto discutono di regolarizzazioni e se la giocano su presunte invasioni e su razzismi mascherati qui in fondo, in mezzo ai campi veri, si consuma un’orrida transumanza di uomini che valgono solo per le loro braccia come se attaccato non ci fosse anche tutto il resto del corpo, come se non ci fosse testa, come se non ci fosse cuore.
Lo schiavo chiede una mascherina e viene licenziato: se le persone non esistono non esistono nemmeno i loro diritti, facile facile. Quando si è permesso di chiedere al suo datore di lavoro almeno gli arretrati per i giorni lavorati è stato pestato e gettato in un fosso. Due imprenditori, finti imprenditori che sanno solo macellare carne umana, padre e figlio, sono stati arrestati per estorsione, rapina e lesioni personali aggravate. È una storia minima, laterale eppure racconta che l’infettività dell’uomo che diventa bestia è peggio del virus dei pipistrelli. Solo che su queste notizie non c’è nessun clamore politico, nemmeno un po’ di strumentalizzazione. È accaduto, sta accadendo e accadrà ancora: allo schiavismo interessa che non se ne parli per poter continuare tranquillamente a strisciare. Proprio come un virus.
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scriveva Max Frisch (a proposito degli italiani), nel 1965

Riprendiamo questo intervento del 1965 del grande scrittore svizzero da Cercavamo braccia, sono arrivati uomini, un"antologia di suoi scritti curata da Mattia Mantovani, per l"editore Armando Dadò di Locarno, che ringraziamo.

Un piccolo popolo sovrano si sente in pericolo: cercavamo braccia, sono arrivati uomini. Non divorano il benessere. Anzi, al contrario, sono indispensabili al benessere stesso. Però sono qui. Lavoratori ospiti o lavoratori stranieri? lo preferisco la seconda definizione: non sono ospiti che vengono serviti per ricavarne del guadagno. Sono persone che lavorano, e che lavorano all"estero, perché nella loro patria al momento non avevano possibilità di campare. Non si può volergliene male. Parlano un"altra lingua, ma anche in questo caso non si può volergliene, soprattutto perché la lingua che parlano è una delle quattro lingue nazionali. Ma questo rende molte cose più complicate. Si lamentano di essere alloggiati in condizioni disumane, a prezzi folli, e non sono assolutamente entusiasti. Il che è inconsueto. Però si ha bisogno di loro.
Se il piccolo popolo sovrano non si facesse un vanto della propria umanità e tolleranza e così via, il rapporto con la manodopera straniera, con i lavoratori stranieri, sarebbe più semplice: li si potrebbe sistemare in veri e propri campi di raccolta, dove potrebbero perfino cantare, e in questo modo non riempirebbero di stranieri le nostre strade. Ma non si può farlo: non sono prigionieri, e nemmeno fuggiaschi. E allora ecco che vanno nei negozi e fanno acquisti, e quando hanno un infortunio sul lavoro o si ammalano vengono ricoverati anche loro negli ospedali. Ci si sente invasi dagli stranieri, e allora si comincia lentamente a prendersela con loro. Sfruttamento è una parola abusata, a meno che siano i datori di lavoro a sentirsi sfruttati. Si dice che risparmino un miliardo all"anno e lo spediscano a casa. Non era questo che si intendeva. Risparmiano. E in fondo anche in questo caso non si può volergliene. Però sono qui, un"invasione di persone straniere quando invece, come detto, si voleva soltanto della forza lavoro. E sono non soltanto uomini, ma sono anche diversi. Italiani. Stanno in fila alla frontiera: è inquietante. Si deve pur comprendere il piccolo popolo sovrano. Sarebbe inquietante anche se l"Italia all"improvviso chiudesse le proprie frontiere.
Cosa fare? Non si può fare a meno di prendere severi provvedimenti che non entusiasmano gli interessati, nemmeno i datori di lavoro interessati. È naturale. Nel paese c"è una congiuntura economica favorevole, ma non c"è entusiasmo. Gli stranieri cantano, in quattro in una stanza da letto. Il governo federale non tollera l"ingerenza di un ministro italiano: in fondo si è indipendenti, anche se poi si dipende dai lavapiatti stranieri, dai muratori, dai manovali, dai camerieri eccetera eccetera. Indipendenti (così credo) dagli Asburgo e dalla Comunità Economica Europea. Siamo realisti: 500 mila italiani sono una piccola parte, né più né meno come i negri negli Stati Uniti. Però sono un problema. Un nostro problema, purtroppo. Lavorano bene, a quanto pare, sono perfino molto capaci: in caso contrario non ne varrebbe la pena, se ne dovrebbero andare, e il pericolo dell"invasione degli stranieri sarebbe scongiurato. Debbono comportarsi in maniera irreprensibile, meglio dei turisti, perché in caso contrario il paese ospitante rinuncia alla congiuntura favorevole. Questa minaccia, va da sé, non viene espressa, a eccezione di alcune teste calde che non capiscono nulla di economia. In generale ci si mantiene sul piano di un tollerante nervosismo.
Sono troppi, ecco il motivo. Ma non nei cantieri, non nelle fabbriche, non nelle stalle e nemmeno nelle cucine. No, sono troppi nelle ore libere, soprattutto di domenica all"improvviso sono troppi. Balzano all"occhio, sono diversi. Osservano le ragazze e le donne, fintanto che non possono portare le proprie all"estero. Non si è razzisti. In fondo è una tradizione non essere razzisti, e la tradizione si è conservata nella condanna di atteggiamenti francesi o americani o russi, per non parlare dei tedeschi, che hanno coniato il concetto di popoli aiutanti. Tuttavia sono diversi, ecco tutto. Mettono a repentaglio le peculiarità del piccolo popolo sovrano che non ama farsi descrivere, a meno che non si tratti di un autoelogio che non interessa gli altri. Adesso invece sono gli altri a descriverci.
Vogliamo leggerlo?
Un libro di questo genere, che non sostiene una tesi ma presenta del materiale, lo si può leggere in diversi modi. Forse il modo più fruttuoso per leggerlo consiste nel leggerlo non già in quanto svizzero, ma ad esempio in maniera assolutamente letteraria. Come suonano le parole quando persone semplici parlano di se stesse? Ci sono passi, quasi in ogni colloquio, che ricordano la Bibbia, e sono così concretamente lapidari nella loro precisione che catturano l"interesse anche quando si tratta di circostanze già note. Di cosa fanno esperienza? Dell"uomo come manodopera in una società basata sulla libera impresa, certo, ma la loro esperienza rimane assolutamente apolitica, e il loro sentimento si presenta come nostalgia. Non c"è nessun rivoluzionario, il che è piuttosto toccante. Tutti parlano della famiglia. È il loro ethos. Un ethos cristiano e anche molto mediterraneo. Separazione dalla famiglia, risparmiare per la famiglia, abitare con la famiglia, la speranza in una piccola casa non all"estero ma piuttosto in Sardegna o in Romagna o in Sicilia: è di questo che parlano in continuazione.
Talvolta c"è un che di antico. La cultura si presenta non già come formazione, ma come eredità pratica, l"umanità non si presenta come teoria. A parlare è una stirpe che è cortese perfino nel lamento. Non sono educatori del mondo. E il denaro in quanto denaro non è una misura, nemmeno per i più stupidi. Anche se non sanno qual è la loro altra misura, tuttavia ce l"hanno e non si aspettano che altri non la conoscano. Una strana stirpe: molto umile, in fondo, ingenua, non sottomessa né servile, ma anche non arrogante, solamente non disposta a essere umiliata, e del resto poco nazionalista anche nella diaspora. Non sono assetati di potere: molti di loro, fiduciosi nella vita al pari dei bambini, si spaventano della neve in terra straniera e hanno bisogno di parecchio tempo per capire di che genere sia il freddo che li atterrisce.

L"altra faccia la conosciamo:
Il mito che la Svizzera offre a se stessa, e il fatto che il mito non risolve alcun problema, e quindi l"isteria dovuta alla sensazione di impotenza. Ogni problema che dobbiamo affrontare manda in riparazione il concetto della Svizzera.
Speriamo che la riparazione riesca…
Tratto da www.lostraniero.net
Traduzione di Mattia Mantovani
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lunedì 1 luglio 2019

“Umanità in rivolta”, la perdita di diritti deve fermarsi e la lotta contro lo sfruttamento deve cominciare. il manifesto di Aboubakar Soumahoro - Alessandro Corroppoli



C’è una sottile linea rossa che unisce Alessandro Leogrande e Aboubakar Soumahoro. Un linea che ha inizio nell’ottobre del 2008, quando il compianto scrittore e giornalista tarantino, mette nero su bianco il suo viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del sud, dando vita al suo “Uomini e Caporali” (Mondadori). Pietra miliare del giornalismo d’inchiesta nell’ambito dello sfruttamento lavorativo. E, prosegue undici anni dopo con il sindacalista italiano nato in Costa D’Avorio, che mette insieme la sua esperienza di vita, le sue battaglie giornaliere nel volume “Umanità in Rivolta. La nostra lotta per il lavoro e il diritto alla felicità” (Feltrinelli).

Sfruttati, dimenticati e abbandonati al loro destino. Al massimo vengono utilizzati e strumentalizzati a fini di propaganda politica o trovano spazio sulle prime pagine dei giornali quando vengono uccisi o trovano il coraggio di denunciare la loro situazione lavorativa e sociale. Gli sfruttati, specie se stranieri di colore altro non sono che un pericolo alla sera e una risorsa, braccia forti da sfruttare al mattino per pochi soldi. Alessandro Leogrande e  Aboubakar Soumahoro, con i loro due lavori letterari,  sono riusciti a chiudere un primo cerchio iniziato 11 anni fa con il libro denuncia del giornalista pugliese e chiusosi con il manifesto alla felicità del sindacalista di origini africane: “La perdita di diritti deve fermarsi.
E la lotta contro lo sfruttamento deve cominciare”.
“Gli schiavi di Puglia parlano di una degradazione dell’uomo, dei corpi e delle speranze” scriveva Leogrande descrivendo la Capitanata: “Raccogliere l’oro rosso è un lavoro durissimo che spezza la schiena e le braccia, ma viene pagato pochissimo. Sono lavoratori inquadrati in situazioni di vita e di lavoro addirittura precapitalistiche: alloggiati in ruderi fatiscenti, sono anche sottoposti alle vessazioni, spesso sadiche, dei caporali, che offrono il loro lavoro a un mondo delle imprese che se ne serve per comprimere i costi. Talvolta, questi nuovi cafoni, così diversi dai cafoni di ieri, hanno anche difficoltà ad avere pagato quel poco che era stato pattuito. E alle proteste non di rado ci scappa il morto. Una situazione barbarica che flagella come un tumore sociale vaste aree dell’Italia, dove sembra essere del tutto assente lo stato di diritto, e dove vale la sola legge dell’esercizio della violenza bruta”.
Il giornalista pugliese prendeva spunto dalle prime denunce dei braccianti sfruttati, per lo più uomini dell’est Europa arrivati, e ingannati in Italia, con la prospettiva di un lavoro dignitoso per scrivere il suo saggio inchiesta.  Aboubakar Soumahoro, invece, parte da una posizione di privilegio (se così si può dire) essendo un sindacalista di base (Usb) e, dunque, affrontando giornalmente le vicissitudini dei braccianti agricoli stranieri, nordafricani e non.
Laureato in sociologia, Abu  ha fatto il bracciante e il muratore, quando viveva dalle parti di Napoli. L’episodio scatenante, che lo ha fatto salire alla ribalta delle cronache nazionali, avviene il 2 giugno 2018, proprio nel giorno della Festa della Repubblica,  quando Soumayla Sacko viene ucciso durante una sparatoria nella zona di Vibo Valentia, in Calabria, riaccendendo i riflettori e l’attenzione sulle condizioni dei migranti (anche quelli regolari) costretti a vivere in condizioni disumane e  sottostare a trattamenti lavorativi più vicini all’idea di schiavitù (12 ore per meno di 25 euro senza nessuna tutela e diritto lavorativo per mandare avanti la filiera dell’agricoltura che permette di avere prodotti tutto l’anno a prezzi bassissimi.
Aboubakar Soumahoro difende i diritti dei lavoratori. Conosce da vicino le insidie di un tessuto civile sempre più logoro e incapace di garantire i diritti minimi di ogni essere umano. Probabilmente dietro “i mestieri che gli italiani non vogliono più fare” si nasconde il degrado delle condizioni generali di lavoro, che chi arriva in Italia sprovvisto di tutele e di diritti è costretto ad accettare per sopravvivere. È così che si spiega il gran ritorno della retorica del “prima gli italiani” e della “razza: uno stratagemma per abbassare il costo del lavoro e per ridurre drasticamente la distanza tra dignità e sfruttamento”.
“Umanità in rivolta” è un manifesto, che si aggiunge alla denuncia fatta oltre un decennio addietro da Leogrande, e va a riempire il dibattito politico italiano in tema di lavoro, diritti e sfruttamento. Nelle pagine del libro viene detto chiaro e forte  che per non rinunciare al diritto alla felicità “il nostro paradigma economico deve cambiare”. Una nuova solidarietà deve nascere, così ha scritto Albert Camus, dalla rivolta di chi dice no a una condizione inumana di schiavitù. Aboubakar Soumahoro sa cosa significa essere privati di un diritto e per questo sa anche cosa significa lottare per conquistarlo. “Possiamo essere poveri, sfruttati e precari, ma non importa: usciremo dall’angolo.”