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mercoledì 27 maggio 2026

Nel nome del padre: Bibi e la “tempesta perenne” per Israele - Pino Corrias

 Benjamin Netanyahu viene dal sangue. E con tutto il sangue che si porta addosso, spalla a spalla con il suo alleato e socio Donald Trump, vive dentro la guerra infinita che ha scelto di guidare e che di battaglia in battaglia, di massacro in massacro, distrugge i nemici e insieme distrugge Israele. Consente ai coloni, armati dalla religione dell’odio e protetti dai fucili mitragliatori, di strappare nuove terre ai palestinesi in Cisgiordania, di bruciare case, ulivi, bestiame. Consente al suo burattino Ben-Gvir di danzare tra i corpi inginocchiati e picchiati degli equipaggi della Flotilla rapiti in alto mare e deportati come trofei. Consente ai suoi militari di imprigionare e torturare 11mila detenuti palestinesi senza diritti, senza identità, senza processo. E all’esercito di uccidere ogni giorno, terrorizzare, affamare, soffocare, i due milioni di palestinesi che ancora resistono dentro al filo spinato di Gaza, il campo di concentramento estratto direttamente dall’incubo della propria storia, il genocidio, ma questa volta nei panni dei carnefici.

Ogni conflitto, Netanyahu l’ha trasformato in un incendio permanente. Gaza. Iran. Libano. Cisgiordania. Siria. Yemen. Geografia di sempre nuovi bombardamenti. Di omicidi mirati. Di raid lunghi mesi e anni. Di nemici da inseguire e annientare senza mai badare ai danni collaterali, donne, vecchi, bambini ridotti in cenere, villaggi in polvere, profughi a migliaia in fuga. Sempre una guerra “necessaria”, prima della prossima.

Da trent’anni Netanyahu ripete la stessa ossessione: Israele è circondato, il nemico sta arrivando, la tregua è un’illusione. Cambiano i nomi dei nemici – Arafat, Hamas, Hezbollah, Houthi, Iran – ma il meccanismo che ha adottato è identico: il panico come propaganda permanente, l’esercito come soluzione, la terra da conquistare come unica salvezza in nome di quel Dio che sgozza gli uomini e gli agnelli.

La missione del popolo eletto, assediato dal mondo, la eredita dal padre, Benzion Netanyahu, storico del sionismo, cresciuto con l’idea che gli ebrei siano destinati a vivere sotto attacco e che la forza sia l’unico linguaggio comprensibile ai nemici.

È la lezione che Bibi, nato nel 1949, ha respirato fino a farla diventare la sua armatura, addestrata nei reparti speciali dell’esercito, schierata al fronte della sua prima guerra, quella del Kippur, anno 1973. Poi nei campi di battaglia della politica. Membro del partito di destra del Likud, fondato da Menachem Begin, il futuro primo ministro, che nasce terrorista a capo dell’Irgun, l’organizzazione che nel 1946 fa saltare il King David Hotel, 90 vittime, e due anni dopo guida il massacro del paese di Deyr Yassin, 250 tra uomini, donne e bambini, presi casa per casa, radunati nelle strade, seviziati, macellati, che segnò l’inizio della Nakba, l’esodo di 700mila palestinesi dalle loro terre.

Dopo il servizio militare, l’America diventa la sua seconda patria, prima la laurea al Mit di Boston, poi Harvard, per il dottorato in Scienze politiche. Quindi l’incarico all’Onu, dal 1984 al 1988, anni in cui costruisce la sua vera base internazionale: amicizie repubblicane, rapporti con lobby finanziarie, falchi evangelici, suprematisti bianchi. Vive dentro il mondo della destra americana. Dorme ospite nella casa dei Kushner, dove diventa di famiglia e dove frequenta e si lega per sempre a Donald Trump.

Dagli anni 90 è in Israele. Scala il Likud. Si oppone agli accordi di Oslo e alla nascita dello Stato palestinese. Mentre Rabin tratta, lui demolisce. Mentre Rabin parla di pace, lui parla di sicurezza. E quando Rabin viene assassinato, anno 1995, Netanyahu è pronto a salire al potere. Da primo ministro blocca gli accordi con l’Olp di Arafat, raddoppia l’assedio di Gaza, non ferma i coloni che avanzano nei territori palestinesi.

Governa nella tempesta, sempre inseguito da scandali finanziari, accuse di corruzione, assalti alla Corte costituzionale per indebolirne i poteri di controllo. Sempre assediato da imponenti manifestazione di massa che chiedono le sue dimissioni. Sempre salvato dalle provvidenziali emergenze militari.

La sua parola d’ordine è “la Grande Israele, dal Giordano al mare”. E quando nel 2009 vince di nuovo le elezioni, questa volta per sempre fino a oggi, vara la legge identitaria dello “Stato-Nazione” che dice: “Israele è del popolo ebraico e di nessun altro”, arabi per sempre retrocessi, insieme con quel che restava della democrazia avvelenata dall’apartheid.

Il suo nemico ideale è Hamas, impermeabile quanto lui a ogni trattativa o convivenza. Per anni ne consente la crescita, a scapito dell’Autorità palestinese, finge di non vedere il flusso dei finanziamenti che arrivano dal Qatar e i tunnel che attraversano Gaza. Dichiara in Parlamento: “Chiunque voglia contrastare la creazione di uno Stato palestinese, deve sostenere il rafforzamento di Hamas, questo fa parte della nostra strategia”. Era il marzo 2019.

Quando arriva il 7 ottobre 2023, 1.200 ebrei massacrati da Hamas, l’esercito israeliano sparito per ore, Netanyahu schiva ogni responsabilità, anche se era il garante della sicurezza. Ma è prontissimo alla vendetta. Che diventa l’apocalisse di Gaza, 75mila morti, migliaia ancora sotto le macerie, fame e malattie usate come armi, ospedali distrutti, aiuti umanitari proibiti, un popolo spazzato via.

Quando la Corte penale internazionale lo accusa di crimini di guerra, lui risponde che l’Idf è “l’esercito più morale del mondo”, che la devastazione è autodifesa, la punizione collettiva una necessità storica. La crudeltà un’esigenza vitale. Il suo governo copre, usa, legittima i due ministri più estremisti, Ben-Gvir e Smotrich che agitano il cappio, parlano dei palestinesi come animali, infestazioni biologiche, intralci da cancellare e uccidere. Li asseconda al punto da approvare la nuova legge sulla pena di morte per terrorismo destinata ai palestinesi della Cisgiordania, con l’impiccagione entro 90 giorni dalla sentenza.

Due volte trascina Trump sui cieli di Teheran in una guerra così rischiosa, così confusa, così forzata da rendere plausibile che dietro tanta disponibilità ci sia l’ombra lunga degli Epstein Files, maneggiati dal Mossad come arma di ricatto, oltre al reciproco interesse di controllare i rubinetti del petrolio e garantire la stabilità delle dinastie del Golfo.

Guerra e tensioni gli servono a congelare il tempo. Quello dei suoi processi. Quello delle indagini sul 7 ottobre. Quello che ancora manca all’abisso finale, quando le bombe, la guerra, lo sterminio di tutti i nemici allagherà di così tanto sangue il Medio Oriente che l’intero Israele diventerà il danno collaterale di se stesso.

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mercoledì 11 giugno 2025

Gaza: farina, sangue e collaborazionisti. Coloni senza freni in Cisgiordania.

 

Cari abitanti di Gaza: se non c’è farina, allora mangiate sangue e bugie - Gideon Levy

La terribile accusa di sangue, farina e bugie è impressa per sempre nella storia del popolo ebraico. Ora la narrazione è capovolta, incentrata su sangue, farina e bugie di Israele. Il sangue e la farina sono visibili in una fotografia di Gaza pubblicata questo fine settimana: mostra un cadavere mutilato, ricoperto di farina mescolata al sangue del corpo, in un’orribile pasta rosa. Il volto del defunto è coperto da una giacca a brandelli; era uno delle decine di persone uccise nel centro di distribuzione alimentare di Gaza, che le Forze di Difesa Israeliane hanno trasformato in un’altra Zona di Morte.

Le bugie sul sangue e sulla farina sono state diffuse dal Portavoce delle IDF e dai suoi asserviti esecutori: la maggior parte dei corrispondenti militari israeliani. Un’inchiesta di Haaretz, che ha stabilito, sulla base di filmati, testimonianze oculari e modifiche alla versione dei fatti fornita dall’esercito, che le IDF sono responsabili delle sparatorie che hanno ucciso decine di persone, nonché un’inchiesta della CNN, hanno confutato queste bugie, una per una. Ci ritroviamo, quindi, con sangue, farina e bugie. Non possiamo tacere.

Domenica scorsa, decine di persone sono state uccise a colpi d’arma da fuoco mentre si trovavano in fila per ricevere aiuti alimentari. Il Portavoce dell’IDF ha affermato che l’incidente mortale “semplicemente non è accaduto!”. Che sia accaduto o no, almeno 35 persone sono state uccise e 170 ferite in una fila piena di disperazione.

Al mattino, l’IDF ha cercato di affermare che le sue forze non avevano sparato contro i civili vicino o all’interno del centro di soccorso, ma in serata ha ammesso che i soldati avevano sparato “colpi di avvertimento” a circa un chilometro dal centro di soccorso e che “non c’è alcun collegamento con le vittime nella zona”.

Le menzogne sono diventate un insulto all’intelligenza. Il luogo in cui le persone sono state uccise si trovava all’interno di quella che è stata definita l’area del complesso. La Fondazione che gestisce la struttura si è unita all’insabbiamento: “Questi resoconti falsi sono stati attivamente fomentati da Hamas”.

Chiunque abbia seguito gli eventi a Gaza in buona fede ha saputo fin dall’inizio che sono stati i soldati a Massacrare i civili affamati, a meno che questi ultimi non si siano suicidati in massa.

Dall’uccisione della giornalista palestinese-americana Shireen Abu Akleh in Cisgiordania nel 2022, passando per l’uccisione di 15 paramedici a Rafah a marzo, e fino a questo Massacro, è già chiaro che le dichiarazioni del Portavoce delle IDF devono essere considerate false fino a prova contraria. Un evento raro.

Quando si tratta di Crimini di Guerra, la probabilità di sentire una parola di verità dalle IDF, soprattutto nelle ore immediatamente successive all’incidente, quando è ancora possibile diffondere menzogne, è trascurabile o addirittura inesistente. Israele e i suoi media non sono particolarmente turbati da questo; dopotutto, tutti vogliono vivere nella piacevole e avvincente menzogna della moralità militare.

Ma questa volta non ha funzionato. L’inchiesta di Jeremy Diamond e dei suoi colleghi è stata un duro colpo alle menzogne dell’esercito e dei media in Israele. Nir Dvori, un nome ordinario israeliano per un ordinario giornalista israeliano, deve imparare le basi del giornalismo da Diamond. Almeno frequentare una lezione introduttiva, così può iniziare a comprendere il suo ruolo di giornalista.

Anche Ilana Dayan potrebbe imparare un capitolo sulle indagini da Diamond: il giornalismo investigativo non consiste solo nel strappare emozioni sdolcinate, patriottiche e militaristiche al pubblico, soprattutto in tempo di guerra. Non una sola inchiesta del tipo di quella condotta dalla CNN è mai stata trasmessa sulla televisione israeliana.

Diamond ha portato 17 testimonianze oculari, l’esame balistico delle munizioni trovate nei corpi dei cadaveri e l’analisi dei suoni degli spari, tutti a dimostrazione del fatto che la fonte degli spari erano mitragliatrici in dotazione esclusivamente alle IDF. Testimoni oculari hanno riferito di essere stati colpiti da carri armati, elicotteri, droni e dal mare. Nemmeno la più “deviata” immaginazione avrebbe potuto attribuire questo Massacro a qualcuno che non fosse l’IDF. Ma le IDF hanno ignorato le espressioni di condanna che, in ogni caso, si sentivano solo all’estero e hanno continuato a Massacrare gli affamati.

Ameen Khalifa, che domenica strisciava sulla sabbia, terrorizzato dagli spari, e aveva dichiarato alla CNN: “Stiamo portando il nostro cibo, intriso di sangue, stiamo morendo dalla voglia di procurarcelo”, è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco martedì, due giorni dopo. Aveva trent’anni ed era allo stremo dalla fame quando è morto. Questa volta, l’esercito ha inventato una nuova menzogna: i soldati si sentivano minacciati.
La distribuzione di cibo, che si era trasformata in distribuzione di sangue, è stata sospesa per alcuni giorni.

Se non c’è farina, allora mangiate sangue, cari abitanti di Gaza, sangue, farina e bugie.

(*) Tratto da Haaretz, 8 giugno 2025.  Traduzione: La Zona Grigia.

 

Israele arma gli jihadisti. Bibi: «Che male c’è?» - Eliana Riva

Terra rimossa Il premier conferma le accuse sul sostegno a gang filo-Isis nella Striscia. Ancora bombe sugli ospedali, ancora giornalisti uccisi.

Israele sta armando a Gaza una milizia locale formata da criminali e jihadisti filo-Isis.
Lo ha dichiarato ieri l’ex ministro della difesa Avigdor Lieberman durante un’intervista alla radio pubblica Kan Bet.
Cento, forse duecento uomini guidati da Yasser Abu Shabab con lo scopo di indebolire Hamas.

«Israele ha dato fucili d’assalto e armi leggere alle famiglie criminali a Gaza per ordine di Netanyahu – ha dichiarato Lieberman – Dubito che sia passato attraverso il gabinetto di sicurezza. Nessuno può garantire che queste armi alla fine non saranno rivolte contro Israele». Secondo l’ex ministro e leader del partito Yisrael Beiteinu (ultranazionalista laico), Netanyahu sta usando le milizie per indebolire Hamas, proprio come Hamas è stata potenziata in funzione anti Autorità palestinese. Quds News riporta che Abu Shabab è noto a Gaza per la sua vicinanza a gruppi estremisti e per attività criminali, tra cui lo spaccio di stupefacenti. È considerato un collaborazionista di Israele.

LE SUE MILIZIE hanno ammesso di aver saccheggiato aiuti alimentari delle Nazioni unite e operano in una zona sotto il diretto controllo dell’esercito israeliano. In alcuni video pubblicati da Abu Shabab, si vedono i suoi uomini allestire un campo di tende e scaricarvi pacchi di cibo. Il quotidiano israeliano Haaretz ha identificato la posizione grazie alle immagini satellitari fornite da Planet Labs. Sedici tende sono in costruzione a est di Rafah, tra il corridoio Filadelfia e l’asse Morag, solo a cinque km a nord dal valico di Kerem Shalom. Le truppe israeliane occupano l’intera fascia. Video diffusi nelle scorse settimane mostrano le milizie che ispezionano ambulanze della Croce rossa e convogli Onu. Netanyahu ha ammesso tutto: «Abbiamo gestito clan che si oppongono ad Hamas. Cosa c’è di sbagliato?» Ogni mezzo è considerato lecito per Israele. Anche affamare un’intera popolazione o bombardare tende e ospedali.

IERI PER L’OTTAVA VOLTA dal 7 ottobre 2023, l’esercito ha attaccato l’ospedale Battista Al-Ahli di Gaza City. Tre palestinesi uccisi, Suleiman Hajjaj, Ismail Badah e Samir Al-Rifai, tutti giornalisti. Un quarto è grave e decine di persone sono rimaste ferite. Il direttore ha dichiarato che il personale sanitario ha deciso di non sospendere le sue attività: «Non abbiamo altra scelta – ha detto ad Al-Jazeera – Siamo l’unico ospedale nella parte nord». La mamma di Suleiman ha raccontato disperata che non hanno avuto il coraggio, all’inizio, di dirle che era stato ucciso: «È stata una persona gentile e buona per tutta la sua vita. Mio figlio è un giornalista e io sono fiera di lui».

L’esercito, come sempre, ha dichiarato di aver colpito un «centro operativo» e di aver ucciso un membro della Jihad islamica, senza specificarne il nome. Gli attacchi israeliani hanno ammazzato 70 persone in 24 ore e ne hanno ferite 189.

I bombardamenti sono diventati più numerosi negli ultimi giorni e tutto accade mentre il blocco di aiuti umanitari continua ad aggravare la fame. La mancanza di acqua e l’arrivo del caldo rendono estremamente pericolosa la situazione sanitaria e senza medicine anche le malattie più comuni non possono essere curate.

CONTARE IL NUMERO dei morti diventa a volte impossibile: la protezione civile ha pochi mezzi e senza carburante i feriti e i corpi non possono essere recuperati. Rimangono per la strada o sotto le macerie. Quei pochi camion gestiti dalla fondazione israelo-americana che controlla l’ingresso degli aiuti, sono stati bloccati per due giorni. Ieri mattina la Ghf (Gaza Humanitarian Foundation) ha annunciato che avrebbe tenuto i cancelli chiusi anche giovedì, ufficialmente per ragioni di «manutenzione e riparazione». L’esercito ha intimato alla popolazione di non avvicinarsi alle strutture, considerate zona militare.

Inaspettatamente, in serata, la stessa fondazione ha poi dichiarato di aver addirittura distribuito 1,4 milioni di pasti «senza incidenti». In un’inchiesta, la Cnn ha analizzato filmati e testimonianze relativi alle stragi dei palestinesi intorno ai centri di distribuzione della Ghf. L’emittente ha concluso che il suono degli spari, come i proiettili recuperati sulla scena, sono compatibili con le armi in dotazione all’esercito israeliano. Anche la geolocalizzazione dei video conferma le dichiarazioni dei testimoni, che hanno accusato i militari di aver sparato sulla folla. Stati uniti e Israele continuano a difendere il lavoro della Ghf e la salda unione di intenti tra Washington e Tel Aviv è stata riconfermata durante il voto al Consiglio di sicurezza Onu di mercoledì: gli Usa hanno posto il veto sulla risoluzione che chiedeva un cessate il fuoco immediato.

Da Il Manifesto, 6 giugno 2025.

 

Coloni israeliani senza freni, attaccato Deir Dibwan: 35 feriti - Michele Giorgio

«I coloni sono arrivati prima del tramonto, intorno alle sei. Erano decine, correvano da tutte le parti e davano fuoco a tutto ciò che avevano davanti: case, baracche, auto, stalle, macchinari, tutto. Abbiamo avuto solo il tempo di scappare». Mansour Abu Kaid ha ancora la paura dipinta sul volto mentre ci racconta l’assalto subito alla sua fattoria, la «Abu Shahada» di Deir Dibwan, da almeno quaranta israeliani, in prevalenza giovani giunti dagli avamposti coloniali sorti come funghi sulle collinette circostanti. «A un certo punto ho pensato: ecco, è finita, non ne uscirò vivo. L’unica cosa che desideravo in quei momenti era salvare mia moglie e il resto della mia famiglia. Per fortuna le pecore e gli altri animali sono scappati quando (i coloni) hanno bruciato le stalle. Ora sto provando a ritrovarli», aggiunge Abu Kaid.

L’uomo, visibilmente provato, va a sedersi su ciò che resta di un serbatoio dell’acqua. Intorno a lui ci sono solo detriti, tubi anneriti dalle fiamme, lamiere contorte e pezzi di tende e teloni risparmiati dal fuoco. «Sono nel loro mirino da tempo – prosegue – non è il primo attacco che subisco. Dicono che mi spingo con il gregge vicino ai loro avamposti, ma questi sono i nostri terreni, questa è terra palestinese, sono loro gli intrusi».

ABU KAID CALCOLA in almeno 100mila shekel (circa 25mila euro) i danni subiti. Sa che nessuno, a cominciare dall’Autorità nazionale palestinese (Anp), lo risarcirà per ciò che ha perduto. E sa anche che i soldati israeliani che, poco prima del nostro arrivo, sono giunti alla fattoria per «svolgere indagini», non agiranno in alcun modo contro i coloni. «Vengono ora…dov’erano ieri (mercoledì), mentre ci bruciavano le case, le stalle, le automobili? Non sono intervenuti, fanno sempre così: guardano, e spesso aiutano i coloni», protesta Kamal, un agricoltore venuto a portare solidarietà ad Abu Kaid. Lo stesso pensano i 35 palestinesi feriti da lanci di sassi e bastonate – due dei quali sono stati portati in ospedale – mentre cercavano di fermare i coloni e spegnere gli incendi.

L’attacco non ha riguardato solo Deir Dibwan. Sono state prese di mira anche le auto palestinesi di passaggio sulla strada che dal villaggio porta alla superstrada vicina. I coloni hanno inoltre invaso il vicino Beitin, dove avrebbero tentato, senza successo, di incendiare diverse abitazioni.

I massacri quotidiani di civili palestinesi e la fame tengono i riflettori accesi su Gaza. L’attenzione sulla Cisgiordania, inevitabilmente, è ridotta. Ma in questa parte del territorio palestinese è in corso un’offensiva senza precedenti da parte dei settler israeliani, appoggiati in particolare dall’ultranazionalista religioso Bezalel Smotrich. Ministro delle finanze con competenze speciali per la Cisgiordania, Smotrich si considera il «ministro della colonizzazione». È sua – e del ministro della difesa, Israel Katz – l’iniziativa che ha portato all’approvazione, pochi giorni fa, da parte del governo Netanyahu, dei progetti per la costruzione di 22 nuovi insediamenti in Cisgiordania.

Smotrich, che è anche un aperto sostenitore della ricostruzione delle colonie a Gaza, è ora impegnato – l’ha scritto sul suo profilo su X – a promuovere leggi e provvedimenti a tutela dei coloni che potrebbero essere colpiti da sanzioni internazionali. L’amministrazione americana Biden, lo scorso anno, aveva adottato misure contro alcuni settler particolarmente violenti, poi revocate da Trump. Ora, in Israele, si temono sanzioni europee.

L’OFFENSIVA è incessante, quotidiana, e andrà avanti perché nessuno la ferma. Soprattutto, è funzionale al progetto non dichiarato di confinare i villaggi palestinesi in aree sempre più ristrette e di spingere le comunità più piccole, specie quelle beduine, ad abbandonare le loro terre sotto la pressione di minacce e intimidazioni continue. Due settimane fa, a poca distanza da Deir Dibwan, la popolazione di Maghayer Dir è stata costretta a evacuare. Ormai, tutti i centri abitati, piccoli e grandi, della Cisgiordania a est di Ramallah e Nablus, in particolare quelli che si affacciano sulla Valle del Giordano fino all’area di Masafer Yatta, a sud di Hebron, sono diventati un bersaglio.

Gli avamposti – di solito un paio di caravan e container portati a ridosso di uno o più villaggi palestinesi dai cosiddetti «giovani delle colline», ragazzi ebbri degli insegnamenti tossici dell’ultranazionalista religioso Yitzhak Ginzburg – si confermano la minaccia più insidiosa per le comunità palestinesi più esposte e isolate. Un portavoce della «Commissione palestinese per la resistenza al muro e alle colonie» (Cprmc) ci ha riferito che solo nel mese di maggio gli israeliani hanno tentato di stabilire 15 avamposti in Cisgiordania.

«Continuiamo a domandarci perché ci fanno tutto questo», ci dice Abu Kaid. «Siamo dei contadini, dei pastori, e viviamo da generazioni su queste terre. Abbiamo tutto il diritto di rimanerci. Sono loro che devono andare via e lasciarci vivere in pace», conclude prima di tornare a radunare il gregge.

(*) Da Il Manifesto, 6 giugno 2025.

 

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mercoledì 14 agosto 2024

Il circo degli orrori - Seraj Assi

 

Come verranno considerati dagli storici i parlamentari statunitensi che hanno applaudito in piedi per ben 58 volte Benjamin Netanyahu?

Con un cenno d’assenso bipartisan al genocidio, i deputati statunitensi hanno accolto al Congresso il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, un criminale di guerra genocida, rendendolo il primo leader straniero a parlare davanti al Congresso quattro volte. È stato il discorso più vergognoso e distopico nella storia degli Stati uniti.

Parlando in mezzo a moltissimi applausi, Netanyahu ha chiesto al Congresso più fondi e armi e una licenza per massacrare altri palestinesi. Con un tacito riferimento alla complicità degli Stati uniti nel genocidio di Gaza, Netanyahu ha detto: «La nostra lotta è la vostra lotta». Ha promesso una «vittoria totale», ha elogiato i soldati dell’Idf nonostante i numerosi crimini di guerra e ha definito i manifestanti anti-genocidio «utili idioti dell’Iran». Ha affermato, tra boati di applausi, che il numero di civili uccisi a Gaza è «praticamente nullo», riecheggiando il mantra genocida «Non ci sono innocenti a Gaza» che Israele ha ripetuto durante tutta la guerra. Incoraggiato dalla folla indifferente, Netanyahu ha raccontato una bugia dopo l’altra, tutte cose già smentite.

Un Congresso abbagliato ha riservato a Netanyahu cinquantotto standing ovation, durate circa la metà del tempo del discorso e che hanno segnato un record nella storia degli Stati uniti, o forse nella storia di qualsiasi paese: oltre il 400 percento del numero ricevuto da Kim Jong Un in Corea del Nord, battendo così il record di Netanyahu del 2015, quando il suo discorso di quarantatré minuti ha ricevuto quarantatré standing ovation e applausi da quasi ogni singolo deputato statunitense. Dopo una lunga e tortuosa ora di applausi e applausi, i parlamentari si sono precipitati a stringere la mano a Netanyahu.

Lo spettacolo è stato incredibilmente indegno. Persino l’ex presidente della Camera Nancy Pelosi, fedele alleata di Israele e beniamina di lunga data dell’Aipac, ha definito il discorso di Netanyahu il «peggior» discorso al Congresso tenuto da un leader straniero.

Ma se c’è un lato positivo nel terribile discorso di Netanyahu, è sicuramente esser stato un regalo agli storici del genocidio. Ripensando a questo giorno buio, il culmine di dieci mesi di complicità genocida degli Stati uniti a Gaza, gli storici del futuro non avranno difficoltà a dire chi ha applaudito il genocidio e chi si è opposto.

Guarderanno indietro con orrore ai deputati statunitensi che hanno applaudito un criminale di guerra accusato del massacro di oltre quarantamila palestinesi o, per citare stime più plausibili, duecentomila palestinesi e oltre ventimila bambini. Nelle parole del reverendo Munther Isaac, «I libri di storia registreranno che il Congresso degli Stati uniti ha ospitato un criminale di guerra e gli ha riservato un numero scandaloso di standing ovation».

La storia sarà più gentile con la rappresentante Rashida Tlaib, che ha mostrato un cartello con la scritta «Colpevole di genocidio» e «Criminale di guerra». Poi ha spiegato: «Non mi tirerò mai indietro nel dire la verità al potere. Il governo dell’apartheid di Israele sta commettendo un genocidio contro i palestinesi. I palestinesi non saranno cancellati. Solidarietà a tutti coloro che sono fuori da queste mura nelle strade a protestare ed esercitare il loro diritto al dissenso».

 

Il resto dei parlamentari si è alzato e ha applaudito. Per mostrare il suo rispetto cerimoniale per il presuntuoso criminale di guerra, John Fetterman ha persino indossato un abito al Congresso, forse per la prima volta. I deputati hanno giocato a fare i ciechi e sordi di fronte alla sofferenza dei palestinesi, anche se il genocidio di Gaza è diventato il «genocidio più documentato della storia», per citare l’ambasciatore palestinese delle Nazioni unite, in cui i leader israeliani, guidati da Netanyahu, hanno apertamente chiesto il genocidio e la pulizia etnica dei palestinesi. Come ha osservato Tlaib: «Netanyahu è un criminale di guerra che commette un genocidio contro il popolo palestinese. È assolutamente vergognoso che i leader di entrambi i partiti lo abbiano invitato a parlare al Congresso. Dovrebbe essere arrestato e inviato alla Corte penale internazionale».

Netanyahu ha parlato solo alla metà dei democratici di ogni camera, circa 100 dei 212 democratici della Camera e 28 dei 51 democratici e indipendenti del Senato. Molti hanno boicottato il discorso, tra cui Bernie Sanders, Sara Jacobs e Jamaal Bowman. La vicepresidente Kamala Harris ha rifiutato di presiedere il discorso di Netanyahu. Oltre 230 membri dello staff del Congresso hanno firmato una lettera che esortava i deputati a boicottare Netanyahu, spingendo il presidente della Camera Mike Johnson a minacciare apertamente i parlamentari per il boicottaggio.

Gli Stati uniti sono incredibilmente isolati nel loro sostegno al genocidio di Israele. Proprio mentre Netanyahu atterrava a Washington, Amnesty International ha pubblicato un rapporto schiacciante che metteva in guardia sulla complicità degli Stati uniti nei crimini di guerra a Gaza. La visita di Netanyahu arriva pochi giorni dopo che la Corte internazionale di giustizia ha dichiarato Israele colpevole di apartheid in Palestina e poco prima che la Corte penale internazionale emettesse un mandato di arresto contro Netanyahu per i suoi crimini di guerra a Gaza.

Di fronte all’arresto in Europa, Netanyahu è volato direttamente negli Stati uniti, dove ha trovato un rifugio sicuro, forse l’unico dopo che diversi paesi europei, tra cui forti alleati di Israele come Germania e Francia, e probabilmente il Regno Unito, hanno dichiarato la loro intenzione di arrestare Netanyahu e altri leader israeliani se la Corte internazionale di giustizia dovesse emettere mandati di arresto contro di loro. Il leader israeliano ha persino escluso scali nella Repubblica Ceca e in Ungheria. Un aereo cargo statunitense carico di armi è atterrato in Israele alla partenza di Netanyahu per Washington.

Per impedire a Netanyahu di affrontare la giustizia, alcuni deputati statunitensi hanno minacciato di smantellare del tutto il sistema giudiziario internazionale. Come ha ammesso apertamente il senatore Lindsey Graham, «Se la Corte internazionale fa questo a Israele, dopo verranno a prendere noi».

Nel frattempo, migliaia di persone hanno protestato fuori dal Congresso.

Gli attivisti anti-genocidio hanno chiesto una mobilitazione di massa per arrestare Netanyahu per crimini di guerra. Jewish Voice for Peace e decine di organizzazioni partner hanno pubblicato un avviso di «Arresto da parte dei cittadini per Netanyahu». Oltre cento organizzazioni di base per i diritti umani hanno chiesto al governo degli Stati uniti di cessare immediatamente i trasferimenti di armi e i finanziamenti militari all’esercito israeliano. Oltre quattrocento ebrei Usa hanno organizzato un sit-in di protesta all’interno del Congresso per chiedere la fine del sostegno militare incondizionato degli Stati uniti a Israele.

I dimostranti hanno bruciato un’effigie di Netanyahu a pochi isolati di distanza dal Congresso. Persino le famiglie degli ostaggi israeliani hanno protestato contro la visita di Netanyahu a Washington, poiché lo ritengono responsabile di aver sabotato gli sforzi di cessate il fuoco per salvare la sua carriera politica. Secondo quanto riferito, alcuni sono stati arrestati. Centinaia di altri manifestanti sono stati fermati, colpiti da gas lacrimogeni e malmenati dalla polizia durante il discorso di Netanyahu. Migliaia di persone si sono radunate per protestare contro Netanyahu giovedì mentre si preparava a incontrare Joe Biden alla Casa Bianca, dove Netanyahu ha dichiarato: «Da orgoglioso sionista ebreo a orgoglioso sionista americano irlandese, voglio ringraziarvi per cinquant’anni di sostegno allo Stato di Israele». La storia li ricorderà come coloro che hanno assunto l’unica posizione eticamente sana in un conflitto caratterizzato da brutalità e follia sanguinarie. Gli eletti in piedi ad applaudire il principale architetto di quella follia, d’altro canto, dovranno affrontare una serie di domande, tra cui, ma non solo, «Come hanno fatto a farla franca?», «Come hanno dormito la notte?», «Perché non sono stati sbattuti in prigione?».

*Seraj Assi è uno scrittore palestinese. Vive a Washington e ha scritto My Life As An Alien (Tartarus Press). Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.

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giovedì 3 giugno 2021

I crimini di guerra di Netanyahu alla corte dell’Aja

 

 

L’appello. Il premier Benjamin Netanyahu sia condotto davanti alla Corte penale dell’Aja e processato per crimini di guerra  (ripreso dal Manifesto del 01.06.20219)

 

Ma perché nessuno contempla l’ipotesi che il premier Benjamin Netanyahu venga condotto davanti alla Corte penale dell’Aja e processato per crimini di guerra? Rende perplessi il fatto che Israele abbia dovuto difendersi dai missili lanciati dalle milizie di Hamas?

E perché non pretendere che venga anche verificata la responsabilità penale di qualche alto dirigente di quel fronte? Anche mettendo sullo stesso piano i due contendenti, anche esprimendo, com’è giusto, sdegno e dolore per le vittime di Israele e dei suoi bambini, i conti non tornano. Non tornano di fronte al quadro di macerie e devastazioni in cui si trova oggi Gaza, di cui da giorni, solitariamente, ci dà conto Michele Giorgio su questo giornale. E incominciano a non tornare anche all’Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, Michelle Bachelet, che avendo occhi per osservare, parla ormai apertamente di crimini di guerra. I bombardamenti voluti da Netanyahu non sono stati condotti da vecchi arei della seconda guerra mondiale, ma da strumenti sofisticatissimi, in grado di colpire chirurgicamente l’obiettivo desiderato. Come hanno provato, se ce ne fosse stato bisogno, gli assassinii di stato di alcuni leader iraniani nei mesi scorsi.

Negli 11 giorni di bombardamenti sulla striscia di Gaza, poche sono state le vittime “a caso”. Tutto è stato colpito con scrupolosa ferocia, anche quando gli obiettivi erano civili, com’è accaduto a qualche importante libreria, a ben 50 scuole, all’unico laboratorio di analisi del Covid 19, al grattacielo che ospitava tutti i media della città. Non solo gli arei. Hanno sparato anche i cecchini israeliani, ammazzando qualche soccorritore accorso a dare una mano ai feriti: immagini registrate in un filmato. Ma i bombardamenti hanno anche schiantato centinaia di edifici dove abitavano famiglie che secondo il governo di Tel Aviv erano covi delle milizie di Hamas. Tutti gli obiettivi civili sono stati fatti passare per militari. E allora? Di fronte a 270 morti (compresa la Cisgiordania), di cui 68 bambini, la parola del premier israeliano deve prevalere sulla realtà dei fatti, è senza onere di prova, soddisfa la verità e le nostre coscienze? Perché non affidare a giudici imparziali, a un tribunale internazionale, la verifica della fondatezza di tale giustificazione? Dobbiamo crederlo sulla parola?

La parola di Netanyahu è quella di un capo di Stato eslege, che non rispetta i trattati internazionali, che si fa beffe da oltre mezzo secolo delle risoluzioni dell’Onu, che contribuisce con la sua protervia sempre più estremistica a rendere il Medio Oriente un focolaio permanente di conflitti e di pericoli anche per l’Europa mediterranea. Il meschino silenzio dell’ Unione, un gigante economico con piedi politici di argilla, avrà effetti perversi sui problemi di quell’area. Conferma il proprio disinteresse per una causa rilevantissima e suona incoraggiamento alla politica di Israele. Se neanche dalla società civile si leva qualche voce di condanna, capace di mostrare che esistono altri organi di arbitrato internazionale, in grado di giudicare i crimini contro l’umanità, altri massacri seguiranno, autorizzati dal nostro silenzio, inteso come certezza d’impunità.

* * * Piero Bevilacqua, Velio Abati, Ilaria Agostini, Giuseppe Aragno, Maria Pia Betti, Vittorio Boarini, Roberto Bongini, Roberto Budini Gattai, Piero Caprari, Carlo Cellamare, Amalia Collisani,Giancarlo Consonni, Maria Vittoria De Filippis, Gregorio De Paola, Tiziana Drago, Paolo Favilli, Mario Fiorentini, Maria Pia Guermandi, Anna Maria Gurelli, Pino Ippolito Armino, Lelio La Porta, Laura Marchetti, Ignazio Masulli, Franco Novelli, Rossano Pazzagli,Tonino Perna, Battista Sangineto, Donatello Santarone, Giuseppe Saponaro, Enzo Scandurra, Lucinia Speciale, Franco Toscani, Graziella Tonon, Gianni Vacchelli, Luigi Vavalà, Armando Vitale, Alberto Ziparo

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mercoledì 4 novembre 2020

Dopo il governo di destra, Stati Uniti e Israele non possono immaginare un futuro oltre il centro - Gideon Levy


Israele ha sempre sognato l'America e ora sta realizzando quel sogno: Donald Trump e Benjamin Netanyahu sono sorprendentemente simili. Il primo ministro è molto più istruito e più eloquente del presidente degli Stati Uniti, ovviamente, ma la somiglianza dei loro modi operandi e delle loro convinzioni è sorprendente.

 Non meno sorprendente è la somiglianza tra i loro sfidanti,  Joe Biden  e  Benny Gantz . Entrambi sono mediocri. Entrambi sono pieni di buone intenzioni, notevoli per la loro insignificanza,. Dovevano essere la speranza del cambiamento, e non lo sono. Sia  Trump  che  Netanyahu  hanno scatenato contromosse feroci, determinate e altamente motivate. La società civile sia negli Stati Uniti che in Israele è stata risvegliata.

Abbastanza stranamente non è riuscita a produrre candidati alternativi praticabili o ideologie alternative. Ci si sarebbe potuti aspettare che dopo quattro anni di Trump e una dozzina di Netanyahu, dato tutto il disgusto e l'opposizione che hanno provocato, i leader si sarebbero fatti avanti per cercare di far oscillare il pendolo al polo opposto, dal populismo alla  sinistra.

Non è successo. Il pendolo si è fermato a metà, nel centro maledetto e maledetto. L'America e Israele non hanno osato spingerlo fino all'opposto di Trump e  di   Netanyahu.

Per un momento è sembrato che potesse accadere in America. C'erano voci nel Partito Democratico che non erano mai state ascoltate; voci radicali, di sinistra, socialdemocratiche che chiedevano giustizia, uguaglianza e diritti civili. Alcuni promettenti candidati di questo campo hanno partecipato alle  primarie, sembrava che la rivoluzione di Trump avrebbe galvanizzato il giusto contromovimento ideologico, che il suo opposto polare si sarebbe sollevato per sfidarlo.

La maggior parte dei media statunitensi si è unita alla guerra contro il Trumpismo; era l'ora più bella del New York Times e della CNN. La promessa di cambiamento era nell'aria, la sensazione che l'America avrebbe tentato la tanto necessaria guarigione dalla malattia di Trump.

Poi Joe Biden ha vinto la   nomination democratica . Il più mediocre, quasi niente,tra tutti i candidati. Una tonalita 'piu' bianca del pallido. Dagli interi Stati Uniti, da quel paese ricco, potente e avanzato, da tutte le sue università e istituti di ricerca, dai suoi movimenti di protesta e dai media, da tutti i suoi 50 stati, questo è il randello che è stato trovato per colpire Trump.

L'America ha detto ancora una volta no a sinistra. Anche i tumultuosi anni di Trump non sono bastati al paese per raccogliere il coraggio di provare, per la prima volta nella sua storia, una nuova via, la via della socialdemocrazia,  costituita da  una politica estera e interna più etica,  fondata sull'  aiutare il debole in patria e all'estero. Un'America dove i soldi non sono tutto.

È vero che il predecessore di Trump, Barack Obama, la cui miracolosa elezione e rielezione ha contribuito a far sorgere Trump come reazione, ha promesso tutto quanto  citato sopra, ma sfortunatamente si è rivelata una promessa vuota. Ha cercato di guidare l'America in una direzione diversa ma la sua opera è annegata nel mare torbido della politica americana che lo ha bloccato ad ogni svolta. Anche il primo ministro del piccolo Israele è riuscito a sconfiggerlo e umiliarlo. Ora Obama sta aiutando il suo vice presidente a farsi eleggere, ma deve sicuramente essere consapevole che Biden non è la grande speranza della quale l'America ha bisogno.

Sorpresa, sorpresa: la catena di eventi è simile in Israele, il gemello dell'America. Qui non c'è mai stata nemmeno la falsa speranza di cambiamento, anche se qui, a differenza dell'America, c'era una volta una socialdemocrazia con risultati significativi. Il principale sfidante di Netanyahu nelle ultime elezioni è stata una squallida figura di compromesso; la principale minaccia al suo governo oggi è un candidato di destra ancora più estremo di lui.

La sinistra tace. Esiste a malapena per gli elettori ebrei, è morta  pacificamente. Dodici anni di governo corrotto, marcio e di destra hanno portato gli israeliani alla conclusione che vogliono più o meno lo stesso. Forse chiunque tranne Bibi, ma tutto tranne la sinistra.

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