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giovedì 2 luglio 2026

Autonomia differenziata e controllo del territorio - Renata Puleo


“Finché la guerra verrà considerata una cosa malvagia, conserverà il suo fascino; quando sarà considerata volgare, cesserà di essere popolare”
(Oscar Wilde)

Questa riflessione si sarebbe dovuto, più propriamente rispetto alle intenzioni, intitolare “L’Autonomia del Nord va alla guerra”, in analogia metonimica con il testo di Antonio Mazzeo di cui dirò più sotto (La scuola va alla guerra. Inchiesta sulla militarizzazione dell’istruzione in Italia Manifestolibri, Roma, 2024). Infatti, il nucleo dell’argomentazione è che la regionalizzazione, non solo amministrativa come prevede la Costituzione (artt. 116,117, 119), ma legislativa in almeno quattro materie importantissime (sanità, istruzione, protezione civile, trasporti), di attuale competenza esclusiva dello Stato, può diventare terreno di coltura per la capillarizzazione del controllo sicuritario e della diffusione della presenza militare. Come cercherò di spiegare non è una mia allucinazione distopica.

Il 6 giugno scorso si è svolta a Napoli, un’assemblea del comitato di scopo Contro ogni forma di autonomia differenziata (NOAd). Come suggerito dal suo nome, il collettivo non intende patteggiare alcun tipo di divisione del nostro paese. Le materie cosiddette concorrenti, di interesse per le singole Regioni, sono già indicate – con tutti i limiti e le possibilità – dal testo costituzionale e dalle sentenze della Corte. Vengo a delineare un po’ di storia. Le prime riunioni si svolsero in alcune sedi sindacali di Roma, Gilda-scuola e Flc-CGIL, nel 2017. I segretari delle organizzazioni sindacali ascoltarono, fra lo scettico e il disinformato, le preoccupazioni che la gente di scuola manifestava sulle già nefaste intrusioni della Regione Veneto nell’ambito dell’istruzione pubblica. Non solo si stavano dettando le linee didattiche per la formazione professionale di competenza locale, attraverso le cosiddette Unità di Apprendimento e le prime modalità dell’Alternanza Scuola Lavoro sul modello dell’apprendistato, ma si modulavano le stesse prove a test dell’INVALSI secondo i dettami suggeriti dal mercato, dalla piccola media impresa tipica della regione. L’eredità padana di Umberto Bossi veniva raccolta da Luca Zaia, il mega-sindaco di Venezia e, nei primi testi di intesa Stato-Regioni, il termine sussidiarietà (orizzontale e verticale: contribuzione dei cittadini e delle amministrazioni locali alle spese generali sostenute dallo Stato) sforava nella presa in carico del sistema tributario e della spesa da parte della amministrazione regionale. Dunque, all’inizio, il tema di discussione fu soprattutto l’attacco condotto al sistema di istruzione e formazione pubblica, nazionale. Ma presto la questione si estese ad altri ambiti di particolare delicatezza, la sanità, ad esempio. La proposta veneta non arrivò nemmeno a bagnarsi alle rive del Po, si estese verso ovest aggregando, nella follia emancipatoria, Lombardia, Piemonte, Liguria, oggi firmatarie dello stesso testo di pre-intesa con lo Stato, come se la differenziazione riguardasse ormai una macroregione, il Nord produttivo e ricco, come se nelle sue province non allignassero sacche di povertà e desolazione sociale. Nell’ultimo testo di preintesa, diffuso solo parzialmente, le materie di competenza della macroregione sono diventate 22. Il tutto nell’obliquo, ambiguo, interesse di altri presidenti regionali, governatori, come amano farsi chiamare in un delirio di onnipotenza. Il lavoro da allora svolto nel Collettivo da Marina Boscaino, da illustri costituzionalisti, da esperti di questioni riguardanti la costante decadenza della legge sulla sanità pubblica del 1978, è stato enorme. Si sono affrontati nel tempo gli effetti devastanti della legge Bassanini (1997) sulla trasformazione delle unità sanitarie territoriali in aziende, e l’autonomia conferita da Luigi Berlinguer anche alla scuola nel 1999. L’autonomia è diventata una parola abusata e distorta, venuta a significare management, leadership antidemocratica, nella progressiva distanza dai bisogni-necessità dei cittadini, su cui tornerò più sotto a proposito dei livelli di prestazione. Attualmente, come si è visto a Napoli, sono coinvolti nel Collettivo 20 province per altrettanti comitati locali, 33 fra associazioni, organizzazioni sindacali maggioritarie e di base, partiti, semplici cittadini. Ricordo che due anni fa fu promosso un referendum per la abrogazione della legge 26 giugno 2024 n.86, anche nota come Calderoli, su cui facevano leva gli autonomisti. La raccolta delle firme, nel caldo torrido dell’estate, raggiunse un milione e trecentomila firmatari, tra l’altro costituendo, per chi di noi stava in strada a raccoglierle, una bellissima prova: ancora si può giocare la carta della politica, come discorso, discussione nelle piazze, nelle strade. Sappiamo com’è finita: la sentenza della Corte Costituzionale non ha considerato ammissibile il quesito referendario (n. 10/2025) in base a un precedente atto, la sentenza n. 192 del 2024 che dettava alle regioni le regole sulle prestazioni obbligatorie, segnava i limiti invalicabili sul potere legislativo locale, non conferiva nessuno spazio per deleghe ampie al Governo prive di passaggi parlamentari. Oggi la discussione, come si è visto a Napoli, continua. Il Ministro Calderoli ci riprova fra corsi e ricorsi, fra la messa in silenzio da parte del Governo Meloni preso da altre priorità e la nuova assunzione in proprio di Matteo Salvini, guarda caso da rilanciare al prossimo incontro della Lega a Pontida.

Prima di andare al tema militarizzazione, dirò ancora qualcosa sulla questione delle prestazioni. Le innumerevoli riforme subite dal sistema sanitario sulle prestazioni obbligatorie (LEA), la loro trasformazione in prestazioni essenziali (LEP) rimane un nodo dirimente, anche per il sistema di istruzione. Appare chiaro che due ambiti di tale importanza per la vita del cittadino, per ogni aspetto della riproduzione sociale, non possono essere ridotti all’osso di essenzialità di vaga definizione. Soprattutto in un paese così economicamente scompensato, la possibilità per i cittadini di accedere, attenzione, a diritti, non a opportunità, non può essere elusa. I bisogni primari restano tali e a essi per mandato costituzionale va data risposta, in ogni luogo del Paese. E può rispondervi solo il governo centrale in modo uniforme.

L’intervento di Antonio Mazzeo a Napoli – come ho scritto in incipit – tocca il vivo delle manovre per elaborare il consenso sulla militarizzazione dei territori, resa più facile proprio dalle forme previste nel testo delle pre-intese sull’autonomia differenziata. L’attacco al territorio, perpetrato senza soste dal dopoguerra – sostiene Mazzeo – sta subendo proprio al Nord un progressivo incremento con la presenza delle basi militari, della filiera della logistica, delle reti energetiche, dei trasporti soprattutto aeroportuali. Non solo. Questo attacco si configura anche come stretta alle forme di dissenso grazie al combinato congiunto fra i decreti di tre ministeri, Difesa, Interni, Istruzione. Da insegnante e da co-fondatore dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Mazzeo denuncia la costante presenza delle divise nelle scuole di ogni ordine e grado. Al Sud, la militarizzazione del porto di Napoli (messo sotto tutela dagli Usa e dalla Nato appena terminata la seconda guerra mondiale), della Sicilia, di Taranto è di interesse economico per le mafie locali che ancora una volta fiutano l’affare e cambiano pelle. Mazzeo conclude la sua intensa riflessione annotando che le forme assunte dalla autonomia differenziata possono essere messe in analogia con quelle dell’attuale fortuna del suprematismo dei ricchi. Forse – aggiungo io – da noi assurge a parente povero del fenomeno del muskismo. Come scrivono, coniando il termine, Quinn Slobodian e Ben Tarnoff, non è un problema rappresentato da un individuo singolarmente folle ma, come lo fu il fordismo, un complesso di pratiche sociali, di cui Musk è insieme causa, effetto, sintomo. Nel caso statunitense si tratta di un intervento capillare e plurimo di controllo della popolazione, in un delirio tecnologico capace di stordire soprattutto le classi meno colte. La promessa pseudo religiosa è nel paradiso terrestre da lui stesso creato (Muskismo. Una guida per perplessi Einaudi, Torino, 2026).

Al convegno, organizzato il 17 aprile di quest’anno dall’Osservatorio contro la militarizzazione della scuola e delle università a Torino, gli intervenuti hanno fatto ruotare le loro relazioni su questi nodi. Luigi Daniele, docente di diritto internazionale dei conflitti armati (Università del Molise), ha sottolineato come collassi la democrazia quando si prepara una guerra, e mentre è in corso. La diplomazia tace quando si sceglie di agire direttamente i conflitti armati, anche di bassa intensità, per accedere a risorse rare, per operare pulizie etniche funzionali alle nuove forme di colonialismo.

Concludendo, la relazione stretta fra aspetti solo apparentemente distanti va considerata con estrema attenzione. I separatismi sono generatori di risentimenti che possono sfociare in conflitto armato. Facilmente il polemos – la politica come discorso, come parola – lascia il posto alla stasis che, nel suo significato originario, è la guerra intestina, civile. Lo sottolineano Massimo Cacciari e Roberto Esposito: il caos contiene elementi distruttivi ma anche possibilità di nuovi assetti. Quanto positivi dipende dalla politica agita dal basso, non dalla propaganda ottundente (Kaos il Mulino, Bologna, 2026).

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mercoledì 10 luglio 2024

La trappola dei Lep, come l’autonomia differenziata seppellirà definitivamente i diritti sociali - Federico Giusti

 

I Livelli essenziali delle prestazioni (Lep) saranno determinanti per la sorte non solo dell’autonomia differenziata ma di quel federalismo fiscale che perfino la Banca d’Italia critica giudicandolo pericoloso per la tenuta dei conti dello Stato in presenza di un debito pubblico sempre più alto. I Lep sono giudicati una sorta di compromesso con quanto resta della Carta la cui dissoluzione è stata avviata con la revisione del titolo V sotto il governo del centro sinistra.

Non parliamo solo dei diritti civili da salvaguardare su tutto il territorio nazionale ma dei diritti sociali che ormai sono ridotti al lumicino, istruzione, salute e sanità dovrebbero rappresentare un insieme di diritti da tutelare erga omnes, se parliamo di prestazioni sociali dovrebbe essere lo Stato, e non le regioni, a garantirne l’erogazione senza alcuna differenza su base territoriale.

Ora in teoria l’autonomia differenziata non avrebbe dovuto riguardare materie rilevanti e attinenti ai diritti civili e sociali ma sono proprio queste materie ad essere oggetto di spasmodica attenzione perché rappresentano uno snodo determinante per far passare la contro riforma. Esistono ragioni economiche e politiche molto forti alla base della rivendicazione di alcune regioni di gestire direttamente materie fino ad oggi di competenza statale, questa richiesta altro non è che la conseguenza di quella ideologia federalista alimentata da interessi economici e finanziari presenti nelle aree geografiche più forti del paese.

Ci sono ben 14 materie la cui gestione è demandata alle Regioni previa la definizione dei Lep che dovranno essere determinati dallo stesso Governo.

Ma siamo certi che il federalismo fiscale e una competenza assoluta delle regioni su innumerevoli materie non siano invece la premessa per aggirare in sostanza questi livelli minimi?

Del resto la legge prevede un sistema alquanto farraginoso proprio per la definizione dei Lep e uno Stato privo dei poteri che li competono sarà in grado di farlo assicurando a ogni cittadino italiano i medesimi diritti?

I diritti sociali saranno determinati da commissioni tecniche e non da principi assoluti, in questo modo perfino i pronto soccorso un domani potrebbero essere a pagamento adducendo la motivazione della sostenibilità economica, tanto che gli stessi Lep dovranno essere sempre e comunque compatibili con gli equilibri di bilancio e i fabbisogni standard decisi a tavolino senza alcuna verifica sulla loro reale efficacia.

La scelta del federalismo fiscale è in sintonia con i patti di stabilità e il contenimento della spesa pubblica, a mero discapito dei diritti sociali, del resto gli stessi Lep sono strettamente connessi con  tutti i meccanismi di finanziamento delle cosiddette funzioni fondamentali relative ai livelli territoriali di governo. Il calcolo dei costi standard sarà una ulteriore trappola perché molto dipende dalla composizione anagrafica della popolazione, dal loro reddito e anche dalla ricchezza del territorio visto che le aree con minore capacità fiscale potrebbero anche trovarsi in condizioni talmente precarie da indurli a tagliare i servizi. E non è sufficiente, almeno per noi, parlare di meccanismi perequativi a favore delle regioni meno ricche perché dentro un modello federale le spinte all’egoismo dei ricchi diventano preponderanti.

La definizione dei Lep dovrebbe assicurare poi un nucleo minimo di servizi essenziali a tutela dei diritti civili e sociali, è proprio questo nucleo minimo ad indurci a serie preoccupazioni perché una area geografica ricca potrà aggiungere servizi e prestazioni superiori che poi magari scopriremo essere semplicemente in linea con i reali fabbisogni, al contrario una area depressa potrà erogare servizi assai inferiori e del tutto inadeguati.

E ogni intervento perequativo dovrà superare le colonne d’Ercole della appropriatezza e della efficienza delle prestazioni anche in relazione alle risorse economiche disponibili, se ad esempio il Bilancio dello Stato dovrà effettuare qualche riduzione di spesa è scontato che a rimetterci saranno proprio i diritti sociali e le somme da devolvere alle aree depresse.

 E, ironia della sorte, ogni Regione potrà accrescere a suo piacimento le tasse, o anche a ridurle, con un sistema fiscale sempre più caotico e approssimativo.

Perfino il quotidiano confindustriale mette in guardia il Governo dall’autonomia differenziata, lo invita ad andare avanti ma salvaguardando livelli minimi ed essenziali delle prestazioni, ora ammesso che ciò sia possibile resta innegabile che autonomia differenziata e federalismo fiscale rappresentino sic et simpliciter una minaccia all’insieme dei diritti sociali.

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domenica 7 luglio 2024

Nasce la Fondazione per la Scuola Italiana: è la fine dell’istruzione pubblica - Michele Lucivero

 

All’indomani dell’approvazione dell’Autonomia Differenziata da parte del Parlamento, il governo attuale, espressione palese di una forma di capitalismo affaristico tesa allo smantellamento totale dello Stato e, con esso, del Welfare, mostra esplicitamente il progetto pensato per la scuola del futuro, rendendo molto più chiaro il teorema che avevamo cercato di argomentare, in tempi per noi già piuttosto sospetti, all’interno di un circostanziato e puntuale dossier pubblicato su ROARS il 17 febbraio 2024 dal titolo La Scuola 4.0 nel quadro dell’autonomia differenziata.

La notizia di qualche giorno fa (risale solo al 24 giugno 2024), pubblicata anche sul sito del Ministero dell’Istruzione e del Merito, è che a pochi giorni dal varo del disegno di legge proposto da Roberto Calderoli della Lega, ma agevolato all’inizio anche dal Partito Democratico con Stefano Bonaccini, governatore dell’Emilia-Romagna, in prima fila insieme a Luca Zaia (Veneto) e Attilio Fontana (Lombardia), il ministro Giuseppe Valditara presiede in pompa magna al lancio della Fondazione per la Scuola Italiana, un ente no profit pronto ad aggredire la scuola pubblica insieme a Leonardo S.p.A., Enel S.p.A., Autostrade per l’Italia S.p.A. e, immancabili, gli strumenti principali del finanzcapitalismo transnazionale, cioè le banche UniCredit e Banco BPM.

Il teorema che avevamo cercato di dimostrare a febbraio, che all’epoca suonava come una nefasta profezia, si è, dunque, già in parte realizzato mediante la neonata Fondazione per la Scuola Italiana, con un’accelerazione sul corso degli eventi che lascia intendere, già in questi termini, la predisposizione di un quadro piuttosto fosco in relazione alla scuola, quella che un tempo era pubblica.

Il cuore della nostra critica all’Autonomia Differenziata, limitatamente all’impatto sul mondo dell’istruzione e della formazione, consisteva nel dimostrare che al sud (ma non solo), in mancanza di un tessuto economico adeguato in grado di sostenere l’offerta formativa sia negli indirizzi professionali sia, soprattutto, in quelli tecnici e liceali, potesse intervenire quella che abbiamo definito la quadruplice radice del principio di ragione capitalistica con i suoi settori strategici, vale a dire quello energetico, digitale, farmaceutico e militare, trainati, ovviamente, dal capitalismo finanziario, nel deturpare, con i suoi tipici metodi estrattivi ed espropriativi, le ragioni educative, formative e pedagogiche della scuola pubblica, laica, pluralistica e statale.

Il punto principale della questione sta nel fatto che il divario economico e sociale tra le diverse aree del Paese costituisce una pesante discriminante nel mondo dell’istruzione e della formazione, nella misura in cui al nord (ma soprattutto Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna) l’indotto dei Centri di Formazione Professionale (CFP) a direzione regionale, che lavorano a stretto contatto con le imprese locali, formano e drenano una parte consistente della popolazione studentesca da immettere a stretto giro e, diremmo, più o meno a Km0, all’interno del mondo lavorativo, circostanza che non ha un analogo corrispettivo nel Mezzogiorno.

Nel sud del nostro Paese, infatti, sta già accadendo da qualche anno ciò che avviene in quasi tutte le aree del mondo soggette a sfruttamento, cioè accade che la logica della differenziazione politica e giuridica, quella legata ai processi di autonomizzazione, che conduce poi, secondo Nancy Fraser1, direttamente a fenomeni connessi con la razzializzazione e l’espropriazione, risulta funzionale e agevola l’accumulazione capitalistica. Detto in termini più concreti, accade che non essendoci al sud un consistente indotto di Formazione Professionale regionale, le aree del sud pesano maggiormente sulle casse dello Stato per il capitolo dell’Istruzione sia per quanto riguarda quella liceale e tecnica, che poi entrerà, presumibilmente, nel canale della formazione universitaria per aprirsi il ventaglio delle possibilità lavorative in ambito nazionale e internazionale, sia per quanto riguarda il canale della formazione professionale, inserita perlopiù all’interno del percorso statale e destinata poi ad ingrossare le fila della disoccupazione e della sottoccupazione.

Ora, qualora le regioni del nord (come si presume) dovessero richiedere maggiori competenze in materia d’Istruzione pubblica (precisiamo ancora una volta che per la Formazione professionale già era prevista la competenza regionale), in virtù dell’applicazione dei dettami dell’Autonomia Differenziata, accadrebbe che licei e tecnici sarebbero inondati da risorse economiche private derivanti dalle Fondazioni, interessate essenzialmente a drenare “risorse umane” ad alta specializzazione da immettere nel loro indotto produttivo, rendendo così evidente lo squilibrio tra scuole del nord e scuole del sud sia relativamente alle strutture, alle infrastrutture, alle dotazioni sia relativamente alle presunte opportunità lavorative in affascinanti ed accreditati settori industriali. Chiaramente, il ricatto studiato a tavolino mediante l’Autonomia Differenziata per le regioni del sud consiste nel comprendere che per colmare un tal gap differenziale non occorre fare altro che richiedere allo Stato più autonomia regionale per la medesima materia dell’Istruzione e magari, per analogia, anche per molte altre.

 C’è da dire che tutto questo processo non è affatto una novità, ma i tasselli di questo percorso di smantellamento dell’Istruzione pubblica e di aggressione da parte del settore privato devono essere postdatati di diversi anni. Se un primo passo fu l’istituzione dei PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento) anche per i licei e i tecnici nel 2015 con il governo Renzi, il secondo passo fu quello di agevolare la stesura di protocolli con aziende e rappresentanti del capitalismo affaristico nelle more delle interessanti e necessarie sperimentazioni per il licei futuristici e à la page. È così che si è fatta strada negli anni scorsi, presentata come sperimentazione all’insegna della cultura STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics), l’istituzione di un Liceo della Transizione Ecologica e Digitale (TED), la cui offerta formativa risulta guidata dal Consorzio Elis, capitanano da banche, grandi imprese, tra cui SNAM, Business Schools e università private.

Ora, al di là della questione relativa al divario economico e sociale che l’Autonomia Differenziata accelererà tra nord e sud del nostro Paese, tema su cui la letteratura giuridica e sociologica ormai ha prontamente risposto, vorremmo soffermarci su un altro aspetto di rilevanza etica, che già mettemmo in evidenza nel 2022 a fronte della sperimentazione proprio del Liceo della Transizione Ecologica. Ciò che risulta imbarazzante, soprattutto per chi poi deve occuparsi di educazione civica, educazione ambientale e diritti umani nelle aule scolastiche, è dover spiegare che il Liceo TED genera un ibrido giuridico nell’istruzione pubblica per cui si permette di far entrare nelle proprie strutture formative una società come la SNAM, che pontifica sulla necessità di puntare sull’ecologico, quando poi è il WWF a denunciare e a fare ricorso al Capo dello Stato contro la stessa SNAM perché essa intende costruire un inutile metanodotto in Abruzzo. Così come occorre chiedersi quale voce possa levare la SNAM sulla transizione ecologica nella nostra scuola pubblica e statale, a fronte dei suoi interessi nella costruzione del gasdotto TAP a Melendugno, le cui connessioni a dir poco imbarazzanti con l’Azerbaijan furono mostrate già nel 2016 dai giornalisti di Report.

Oggi con la Fondazione per la Scuola Italiana si realizza un connubio nefasto che attraverso l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università cerchiamo di smascherare da alcuni anni ormai, vale a dire l’invasione da parte del settore più aggressivo della quadruplice radice del principio di ragione capitalistica, quello militare, nella scuola pubblica italiana.

La Fondazione per la Scuola Italiana schiera così in prima linea uno dei colossi principali dell’indotto militar-industriale italiano, Leonardo S.p.A., collocato nella top ten delle aziende al mondo per produzione di armi; una delle industrie più impegnate nell’esportazione di materiale bellico anche nelle guerre in corso nel medio e vicino Oriente (come documentato da weaponwatch.net); la più accreditata e quotata in Italia, con fatturati decisamente importanti, che si avvale della compartecipazione dello Stato e della Cassa Depositi e Prestiti nell’azionariato.

Leonardo S.p.A., in realtà, è da tempo entrata a più riprese mediante la Fondazione Leonardo La civiltà delle macchine e la Fondazione Med-Or rispettivamente nelle scuole e nelle università, nel primo caso finanziando progetti sul digitale e portando alunni e alunne con i PCTO all’interno delle aziende produttrici di strumenti di morte, nel secondo mediante la cooptazione di ben tredici rettori di Università pubbliche all’interno del proprio consiglio di amministrazione. Solo in seguito alle pressioni dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, che aveva lanciato una petizione per chiederne le dimissioni, e le manifestazioni degli studenti e delle studentesse dell’Ateneo barese si sono ottenute le dimissioni del Rettore dell’università di Bari, prof. Stefano Bronzini, dalla predetta Fondazione Med-Or, mentre a Napoli alle promesse del Rettore non ha fatto seguito alcuna reale iniziativa.

Con questa prima Fondazione per la Scuola Italiana, dunque, alla quale seguiranno indubbiamente molte altre, il settore militare e quello energetico, sostanziati dal capitalismo finanziario, entrano nella scuola per dettare finalità e imprimere direzioni in cambio di finanziamenti, di dotazioni informatiche, di strumentazioni tecniche. Tale aggressione da parte di aziende di punta del capitalismo estrattivo ha il duplice scopo, come accade ormai anche nella sanità regionale, di gonfiare intanto il proprio fatturato, essendo esse stesse impegnate nella vendita di materiale, magari con finanziamenti europei, ma soprattutto, in relazione al capitalismo di guerra, di reclutare e indottrinare risorse umane docili e acritiche da immettere nella produzione e nel consumo di strumenti di morte, contribuendo a rendere la guerra una opzione economica e, in quanto tale, avalutativa sul piano morale, ma conveniente su piano del profitto.

E alla fine, per chiudere il cerchio, giova ricordare ancora una volta, qualora la storia non avesse insegnato ancora nulla – come pare – che il capitalismo, che necessita congiuntamente, di volta in volta, di politiche economiche liberiste o neoliberiste e di retoriche ideologiche nazionalistiche o razzializzanti, non può non curare l’aspetto della repressione per realizzare i suoi progetti senza intoppi. Non cogliere il nesso tra lo sviluppo del neoliberismo maturo e il funzionamento del sistema di repressione, che avviene a detrimento delle potenziali aree di conflittualità, cioè la scuola, l’università e i confini di Stato, significa non comprendere il vero volto del capitalismo, quello regolato dallo Stato insieme alla finanza internazionale.

È in quest’ottica che deve essere letta e compresa la militarizzazione e la repressione imperante dei giorni nostri, che avviene presidiando quei gangli fondamentali della società civile che producono cultura, come la scuola, l’università e i confini di Stato, settori che generano soggettività da immettere all’interno di un nuovo ed inedito mercato del lavoro da irreggimentare, da indottrinare, da rendere docile per lo sfruttamento. È nelle scuole, nelle università e ai confini di Stato, ambiti lasciati scoperti da una popolazione adulta sempre più depauperata politicamente, indifferente ai fenomeni di trasformazione del sociale e in balia di processi culturali inerziali, perlopiù mediatici, di costruzione della realtà, che si abbatte il sistema di repressione necessario al funzionamento del liberal-capitalismo, come abbiamo argomentato qualche giorno fa su pressenza.it.

E ci tocca essere, ancora una volta, profetici nel mostrare queste connessioni, giacché è precisamente nell’ottica che abbiamo delineato che va letto l’articolo 11 del ddl sicurezza, varato a novembre su proposta del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che ha avuto il via libera il 27 giugno 2024. Da oggi, che siano le alunne e gli alunni medi a protestare, manifestando con metodi nonviolenti, contro le guerre in corso, che siano le studentesse e gli studenti universitari di Ultima Generazione a mettere in scena azioni dimostrative per sensibilizzare al cambiamento climatico o che siano le immigrate e gli immigrati o le operaie e gli operai a scioperare e bloccare qualche arteria importante per l’efficienza capitalistica, scatta indifferentemente il carcere dai sei mesi ai due anni. Non a caso tale grave limitazione del diritto di manifestare è stata definita “norma anti-Gandhi” da Devis Dori di Alleanza Verdi e Sinistra, a dimostrazione che il capitalismo onnivoro, nelle sue forme coloniali, razzializzanti, estrattive e repressive, gode di buona salute e prosegue indisturbato il suo percorso di cannibalizzazione della democrazia, del senso di comunità e del nostro pianeta, per usare, ancora una volta, le parole di Nancy Fraser.

1 Cfr. N. Fraser, Capitalismo cannibale. Come il sistema sta divorando la democrazia, il nostro senso di comunità e il pianeta, Laterza, Roma-Bari 2022.

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sabato 6 luglio 2024

Il lesto Zaia. Venti staterelli litigiosi e divisi: ecco l’anarchia differenziata – Alessandro Robecchi


Considerato erroneamente quasi “di sinistra” soltanto perché è più intelligente di Salvini (come il 99,7 per cento della popolazione), Luca Zaia ha deciso di accelerare sulla cosiddetta Autonomia Differenziata. Si tratta di una legge votata da Meloni per tirare un osso a Salvini, sperando che poi Salvini lo restitusca in forma di bistecca: il Premierato. Insomma è il solito metodo “qui-la-pecunia-qui-il-cammello” in cui, un po’ maldestramente, si è consegnato il cammello a credito, e la pecunia chissà, vedremo.

Luca Zaia, imperatore del Veneto, è determinato ora a portarsi avanti col lavoro: l’Autonomia Differenziata prevede 23 materie (23) su cui oggi decide la Repubblica Italiana, parlandone da viva, e su cui un domani decideranno vari principati, signorie, monarchie costituzionali, autocrazie clientelari, oligarchie più o meno elette, governatori di regioni e tribù sparse per il territorio della Penisola. La legge si chiama Autonomia Differenziata, ma solo perché “Un, due, tre, casino!” suonava brutto sulla Gazzetta Ufficiale.

Vediamo il bicchiere mezzo pieno: finalmente capiremo meglio quei film americani in cui puoi rubare un cavallo in Utah, ma non bere una birra in pubblico nell’Iowa, dove se attraversi fuori dalle strisce pedonali ti arrestano in Missouri, ma puoi circolare con un mitragliatore nella borsetta in Carolina del Sud, oltre al Texas dove puoi fare il cazzo che vuoi. Poi, se compi un reato qui e attraversi un confine là, ti si scatena dietro una squadra dell’Fbi, e c’è sempre qualcuno che grida “Ehi! E’ un reato federale!”. Così si rilancerà anche il cinema italiano, e vedremo Thelma e Louise che scappano in macchina nel tentativo di scollinare in Abruzzo.

Ancora non sono stati definiti i LEP., che significa Livelli Essenziali di Prestazione, cioè un minimo sindacale sotto il quale non si può andare. Esempio: ti sloghi una caviglia in Veneto e viene a prenderti un elicottero con le pale in cristalli Svarowski e due infermiere finaliste di miss Universo, ma se la caviglia te la sloghi in Molise potrebbero abbatterti sul posto con una pietosa fucilata.

A leggere le ventitré materie in cui ogni regione potrà fare quello che vuole indipendentemente da dettagli trascurabili come la Costituzione o le leggi dello Stato, ci aspetta un gran lavoro. Interessante il capitolo “Rapporti Internazionali”, per cui ogni regione potrà di fatto avere interscambi diplomatici e geopolitici in giro per il mondo e nella Unione Europea, tipo l’ambasciata della Calabria a Oslo, o il consolato piemontese in Kazakistan. Naturalmente non sono sfuggite all’acuto legislatore alcune materie come finanza pubblica, sistema tributario, previdenza, casse di risparmio eccetera eccetera, così che uno dovrà andare in giro con documenti che attestano la sua appartenenza a una determinata regione, e in base a quelli avrà diversi trattamenti, sia fiscali che pensionistici. Una cosa che prelude a interessanti scambi di prigionieri in caso di guerre interregionali: settantadue pensionati lucani in cambio di un pensionato lombardo. La cosa più divertente della riforma è l’istituzione di una Cabina di Regia del governo nazionale in cui una manciata di burocrati di nomina politica potranno dire cosa è esagerato, in quella deliziosa anarchia, e cosa no. Per esempio, quando abbatteranno a fucilate (LEP) quello che si è slogato una caviglia in Molise o si è tagliato un dito nelle Marche, decideranno il calibro, l’ora dell’esecuzione, e se sia lecito avvertire i parenti.

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mercoledì 24 aprile 2024

povera sanità pubblica

 

In aumento i cittadini che rinunciano a visite mediche ed esami

Nel 2023 sono stati 4,5 milioni, pari al 7,6% della popolazione, erano il 7% nel 2022. I motivi: problemi economici, liste d’attesa e difficoltà di accesso

Sono stati circa 4,5 milioni nel 2023 i cittadini che hanno dovuto rinunciare a visite mediche o accertamenti diagnostici per problemi economici, di lista di attesa o difficoltà di accesso, il 7,6% della popolazione, in aumento rispetto al 7,0% del 2022 e al 6,3% del 2019, probabilmente per recupero delle prestazioni sanitarie differite per il Covid-19 e difficoltà a riorganizzare efficacemente l’assistenza sanitaria. 
 E’ quanto si legge nel Rapporto sul Benessere equo e sostenibile (Bes) dell’Istat, presentato oggi.

Secondo i dati c’è un raddoppio della quota di chi ha rinunciato per problemi di lista di attesa (da 2,8% nel 2019 a 4,5% nel 2023), stabile la rinuncia per motivi economici (da 4,3% nel 2019 a 4,2% nel 2023), ma comunque in aumento rispetto al 2022: +1,3 punti percentuali in un solo anno.     Torna inoltre ai livelli pre-Covid l’emigrazione ospedaliera extra-regione: nel 2022 l’8,3% dei ricoveri in regime ordinario per acuti. Basilicata, Calabria, Campania e Puglia sono le regioni con maggiori flussi in uscita non compensati da flussi in entrata; in Sicilia e Sardegna, sebbene l’indice di emigrazione ospedaliera sia contenuto, è molto superiore all’indice di immigrazione ospedaliera.     Risulta in continuo aumento la quota di anziani assistiti in Assistenza domiciliare integrata (Adi), dal 2,9% nel 2019 al 3,3% nel 2022, ma resta una forte variabilità territoriale: dal 3,8% nel Nord-est al 2,6% al Sud.  Se si considera anche l’assistenza residenziale, rimane il Nord-est l’area con la maggiore presa in carico di anziani fragili (6,2% nel 2021) e il Sud con quella più bassa (2,8% nel 2021). Dal rapporto emerge anche che è in crescita in Italia la speranza di vita: al 31 dicembre scorso “è pari a 83,1 anni, in aumento rispetto al 2022 (82,3)”, un dato con cui si “recupera quasi del tutto il livello del 2019 (83,2 anni)”. In particolare, “gli uomini con 81,1 anni di vita media attesa tornano allo stesso livello del 2019, mentre per le donne (85,2 anni) mancano ancora 0,2 anni (85,4 nel 2019)”.

“La speranza di vita in buona salute nel 2023 è pari a 59,2 anni e si riduce rispetto ai 60,1 anni del 2022″, si precisa nel testo, e “tale riduzione ha riportato l’indicatore quasi al livello del 2019 (58,6 anni), ridimensionando l’incremento anomalo verificatosi tra il 2020 e il 2022 dovuto alla componente soggettiva, per effetto della più diffusa percezione di condizioni di buona salute in tempi di pandemia”, indica l’Istituto di statistica. Nel 2021, va avanti il dossier, nella Penisola “il tasso di mortalità per tumori della popolazione adulta di 20-64 anni è pari a 7,8 per 10.000 residenti e si è ridotto rispetto a quanto osservato nel 2020 (8,0 per 10.000 residenti)”. Tuttavia, “si osservano disuguaglianze socioeconomiche anche per la mortalità per tumori della popolazione adulta, con uno svantaggio che aumenta al diminuire del livello di istruzione”, e “sono più marcate nei maschi, dove gli individui meno istruiti hanno una mortalità 2,1 volte maggiore dei più istruiti, nelle femmine tale rapporto scende a 1,4”.

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L’autonomia differenziata porterà alla fine del Servizio Sanitario Nazionale

Convegno a Bologna: “AutoNOmia Differenziata, quali rischi per il SSN?”. Migliore: “In sanità l’autonomia regionale è già una realtà, la riforma deve essere un’opportunità per individuare i correttivi per una maggiore equità”

“Se passa l’autonomia differenziata sarà la fine del servizio sanitario nazionale“. Con queste parole Pierino Di Silverio, Segretario nazionale Anaao Assomed, ha rappresentato al numeroso pubblico che ha partecipato al Convegno di Bologna dal titolo “Autonomia differenziata. Quali rischi per il Servizio Sanitario Nazionale?” le preoccupazioni dell’intera categoria di medici e dirigenti sanitari.

“Il servizio sanitario nazionale – ha affermato Stefano Bonaccini, Presidente dell’Emilia Romagna nel suo intervento di saluto – non è mai stato a rischio come oggi. Il Governo lo sta smantellando e il risultato è che sono esplose le assicurazioni private, medici e infermieri, a causa di salari troppo bassi e di turni massacranti, emigrano verso il privato o cambiano lavoro. Presto potrà curarsi solo chi ne avrà le possibilità economiche.
Serve una grande mobilitazione, perché ormai siamo di fronte a un’emergenza nazionale. Dobbiamo batterci per riaffermare che il diritto alla salute deve essere garantito a chiunque, ad un povero esattamente come ad un ricco”.

“L’autonomia differenziata in campo sanitario rappresenta una sfida per le Regioni, ma una sfida che può portare con sé grandi benefici: per quanto mi riguarda, dunque, ritengo sia necessario proseguire nel percorso intrapreso – ha dichiarato il presidente di Regione Liguria Giovanni Toti nel messaggio inviato all’Anaao Assomed. In primo luogo, autonomia significa assunzione di responsabilità da parte di chi amministra un territorio, senza la possibilità di “distribuire” gli effetti delle scelte fatte e di ciò che non va sul governo centrale ma con la necessità di rispondere in prima persona alle critiche e alle richieste dei cittadini. In secondo luogo, perché permetterà di adattare i servizi forniti alle esigenze specifiche del territorio, tenendo conto delle caratteristiche uniche di ogni area del Paese e con la possibilità di avere un costante dialogo con i cittadini, anche attraverso la digitalizzazione. Insomma l’autonomia consentirà di essere più competitivi ed efficienti”.

Preoccupazione per il rischio di un servizio sanitario frammentato e disuguale è stata espressa dagli esperti intervenuti.

Per Francesco Pallante, Professore Associato di Economia Politica, l’Autonomia differenziata, così come proposta, non risponde all’attuale crisi del diritto alla salute e rischia di acuire le disuguaglianze tra le diverse regioni. Risolvere l’attuale crisi del diritto alla salute a beneficio delle sole regioni più dinamiche è una prospettiva che si colloca al di fuori dal quadro costituzionale e ha suggerito l’esigenza di tornare alla Costituzione, a partire dal pieno rispetto dei principi di uguaglianza e di unità.

Sull’identificazione e finanziamento dei Leps si è concentrato l’intervento di Francesco Porcelli
 Associato di Economia Politica – Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” e membro del Comitato scientifico per la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni, il cui percorso, iniziato a maggio del 2023, dovrebbe portare a una normativa organica in tema di LEP. L’attività di ricerca ha cercato di rispondere a domande cruciali come: Cosa si intende per LEP? Quali sono i potenziali LEP che si possono rinvenire nella normativa vigente nelle materie che interessano i diritti sociali e civili? Quali sono i passaggi che consentono di tramutare i LEP in fabbisogno di spesa, sviluppando modelli di perequazione che ne consentono il finanziamento rispettando gli equilibri di finanza pubblica? Anche se le risposte non sono ancora complete e univoche, la definizione organica dei LEP, indipendentemente dall’attuazione dell’autonomia differenziata, è un’operazione di grande portata, in quanto attua una parte della Costituzione che pone le basi per la riduzione dei divari territoriali.

Le preoccupazioni si basano su dati concreti per Enrico Coscioni, Presidente di Agenas, che sottolinea l’importanza di un dibattito attento e responsabile, che ponga al centro la salute dei cittadini e l’equità del SSN: “Alla luce dei dati sulla spesa sanitaria, sulla carenza di personale e sulle disomogeneità regionali, è fondamentale interrogarsi se il SSN sia pronto per questa nuova fase. Il dibattito sull’autonomia differenziata deve essere condotto con attenzione e senso di responsabilità, ponendo al centro la tutela della salute dei cittadini e la garanzia di un SSN equo ed efficiente.” E ricorda alcuni dati sul confronto impietoso sulla spesa sanitaria pubblica e privata rispetto a Germania e Francia: nel 2022 la spesa sanitaria pubblica italiana è pari a circa 131 miliardi rispetto ai 423 della Germania e ai 271 della Francia, mentre l’incidenza della spesa sanitaria pubblica in rapporto al Pil è stata pari al 6,8%, inferiore di ben 4,1 punti a quella tedesca (10,9%), di 3,5 punti a quella francese (10,3%), e inferiore di mezzo punto anche a quella spagnola (7,3%).

Anna Lisa Mandorino Segretaria Generale di Cittadinanzattiva ha evidenziato i rischi di una frammentazione nell’accesso alle cure sanitarie, con cittadini di serie A e di serie B a seconda della regione di residenza, richiamando l’urgente necessità di stabilire i Livelli Essenziali di Prestazioni (LEP) come standard minimi garantiti a tutti i cittadini. “Se facessimo l’ipotesi, estrema ma possibile, che tutte le Regioni chiedessero per sé forme di regionalismo asimmetrico così articolate, l’Italia, come Stato unitario, semplicemente non esisterebbe più e lo si sarebbe deciso senza alcun tipo di partecipazione popolare”.

I rischi di un sistema sanitario frammentato sono stati evidenziati da Giovanni Trianni di Medicina Democratica Emilia Romagna. Teme un “marasma istituzionale” con gravi conseguenze per la sanità pubblica. “Siamo a dieci giorni dalla discussione del ddl di autonomia differenziata e Medicina Democratica propone azioni concrete quali una stagione di scioperi generali, preparazione a referendum abrogativi eventualmente possibili, la preparazione di ricorsi alla Corte Costituzionale, una campagna di sensibilizzazione verso i cittadini e cittadine di non votare candidati e candidate, alle prossime elezioni europee/amministrative che sostengono la autonomia differenziata”.

“Il convegno – ha concluso Pierino Di Silverio – ha messo in luce le profonde criticità dell’Autonomia Differenziata per il SSN. Le voci degli esperti e delle associazioni chiedono un dibattito pubblico aperto e costruttivo sul futuro della sanità in Italia, con l’obiettivo di tutelare il diritto alla salute per tutti i cittadini”. “È fondamentale che il dibattito sull’Autonomia Differenziata si svolga in modo aperto e trasparente, coinvolgendo tutti gli stakeholder interessati, al fine di trovare soluzioni che tutelino il diritto alla salute e garantiscano un SSN di qualità per tutti i cittadini”.

“In sanità sperimentiamo l’autonomia regionale da quasi venticinque anni. La modifica del Titolo V del 2001 ha creato di fatto 21 sistemi sanitari. La riforma può e deve essere dunque un’opportunità per garantire maggiore equità e stabilità al sistema sulla base dell’esperienza che abbiamo maturato”. Questa la posizione che il presidente della Fiaso, Giovanni Migliore, porterà come contributo nel convegno “AutoNomia differenziata: quali rischi per il SSN?” organizzato da Anaao a Bologna. 

“La tutela della salute è un bene costituzionalmente garantito – spiega Migliore – e lo Stato, attraverso i Livelli Essenziali di Assistenza (Lea), definisce le prestazioni e i servizi che il SSN deve offrire sul territorio a tutti i cittadini. Nel 2022 sette regioni, di cui cinque al Sud, non hanno raggiunto la sufficienza rispetto all’erogazione dei Lea. E’ necessario quindi intervenire con strumenti nuovi, lì dove ormai ci sono difficoltà consolidate nel tempo, per ridurre le disuguaglianze di accesso ai servizi sanitari”. 

I LEA, negli anni tra il 2020 e il 2023, sono stati finanziati per l’87,3% dall’imposizione fiscale diretta ed indiretta, per l’1,6% dai ricavi e dalle entrate proprie delle Aziende sanitarie, per l’8,5% dalla partecipazione delle Regioni a statuto speciale e delle Province autonome e per il 2,6% dalla voce relativa al Fondo sanitario nazionale.

L’imposizione fiscale, quindi, costituisce la parte preponderante delle fonti che finanziano il Fondo sanitario nazionale: la componente diretta, rappresentata dalle risorse derivanti dall’Irap e dall’addizionale Irpef, incide per il 26,2% (Irap 18,1% e addizionale Irpef 8,1%), la componente indiretta (Iva e accise) per il 61,1%. 

“Il riparto delle disponibilità finanziarie per il Servizio sanitario nazionale – continua Migliore – avviene sulla base di criteri che sono cambiati più volte nel corso degli anni, per adeguare le risposte alle criticità che emergevano via via nella assegnazione delle risorse. Ci sono dunque i margini, anche attraverso il Fondo di garanzia dello Stato, per assicurare a tutte le regioni la copertura dei livelli essenziali delle prestazioni, magari anche aumentando le risorse stanziate per il Fondo sanitario nazionale, storicamente sotto finanziato rispetto alla media dei paesi europei più avanzati”.   

“Ma non basta – conclude Migliore – serve avere il coraggio di cambiare le regole ed è necessario uno sforzo straordinario di sistema, per dare ai cittadini risposte adeguate ed in tempi congrui ai loro bisogni. Fino ad oggi, nonostante tutte le difficoltà, grazie alla capacità di innovazione delle aziende, con un sistema che abbiamo definito frugale siamo riusciti a garantire uno stato di salute della popolazione buono ed una aspettativa di vita tra le più elevate nei paesi occidentali. Adesso è necessario fare di più. E noi non ci sottraiamo dalla discussione, anzi, abbiamo anche chiesto alla politica di ridefinire la figura del direttore generale, per valorizzare ancora di più competenza ed esperienza, indispensabili per gestire bene le risorse affidate alle aziende sanitarie”.

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Dalla sanità pubblica alla sanità del lusso - Ilaria Marciano

A differenza di altri Paesi europei, in Italia si disinveste sulla sanità. Mancanza di disponibilità e ripetuti tagli nel settore spingono sempre più italiani a spostarsi dal Mezzogiorno verso nord per farsi curare. La riforma dell’autonomia differenziata rischia di rendere l’accesso alle cure, più che un diritto, un privilegio.

C’è un diritto, quello alla salute, che sempre meno cittadini possono dare per scontato: le lunghe liste d’attesa, la mancanza di disponibilità nelle strutture pubbliche, i costi nel settore privato che diventano sempre meno accessibili hanno reso ormai la sanità italiana un lusso.

Il Servizio sanitario nazionale, infatti, è al centro di un profondo divario tra il Nord e il Sud del Paese, un divario che nel corso degli anni, secondo il rapporto Svimez 2024, si è ampliato significativamente. E le cifre parlano chiaro: mentre le risorse pro capite investite nel SSN sono diminuite del 2% tra il 2010 e il 2019, altri Paesi europei hanno visto un incremento significativo. Come la Spagna, che nello stesso periodo ha registrato un +9%, o il Regno Unito (27%), ma anche Francia (+32%) e Germania (+38%). Solo la pandemia da Covid-19 ha portato un’incerta inversione di tendenza, con un aumento della percentuale di PIL investita nella sanità in tutti i Paesi. Gli effetti di questa mancanza di investimenti e ripetuti tagli nel settore sanitario, dunque, hanno dato vita a disuguaglianze sempre più marcate tra il Nord e il Sud Italia: secondo il rapporto, infatti, le regioni meridionali mostrano livelli di spesa per abitante inferiori alla media nazionale di 2140 euro. In particolare, la spesa corrente più contenuta si registra in Calabria (1748 euro), seguita da Campania, Basilicata e Puglia. Per quanto riguarda gli investimenti, i valori più bassi emergono in Campania (18 euro), Lazio (24 euro) e Calabria (27 euro), rispetto alla media nazionale di 41 euro. Oltre ai dati finanziari, il fattore sociale aggiunge un ulteriore strato di disuguaglianza: su 1,6 milioni di famiglie italiane che vivono in povertà sanitaria, 700mila di queste vivono nel Mezzogiorno: in particolare, le famiglie considerate in povertà sanitaria sono l’8% al Sud, il 5,9% al Nord-Ovest, il 5% al Centro e il 4% al Nord-Est. Le conseguenze di questo divario, naturalmente, non sono solo statistiche, e producono degli effetti concreti che si traducono in una costante migrazione di pazienti dal Sud al Centro-Nord del Paese, soprattutto per le patologie più gravi. Per esempio, nel 2022, su un totale di 629 mila migranti sanitari, il 44% proveniva da una regione del Mezzogiorno; per le patologie oncologiche, oltre 12.400 pazienti meridionali si sono dovuti spostare per ricevere cure al Centro o al Nord.

I dati del rapporto Svimez, dunque, restituiscono l’immagine di un Paese diviso a metà nell’accesso alle cure ed evidenziano un quadro preoccupante del sistema sanitario italiano. E adesso il rischio, se verrà approvata la riforma dell’autonomia differenziata – passata a fine gennaio al Senato e ora in attesa di essere discussa alla Camera – è che questo divario si acuisca, rendendo l’accesso alle cure, più che un diritto, un privilegio.

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L’allarme di Cartabellotta: salviamo la Sanità pubblica dal disastro dell’autonomia 

Si scrive «autonomia differenziata» ma si legge «frattura del Paese», sicuramente in sanità. Ecco perché, con l’avvio della discussione parlamentare del ddl Calderoli, è cruciale ribadire che la tutela della salute deve essere espunta dalle materie su cui le Regioni possono richiedere maggiori autonomie. Perché in caso contrario si finirebbe per legittimare normativamente il divario tra Nord e Sud, violando il principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini nell’esercizio del diritto alla tutela della salute. Ed esistono almeno sei buone ragioni per farlo.

Primo. Il Servizio sanitario nazionale attraversa una gravissima crisi di sostenibilità e il sotto-finanziamento costringe anche le Regioni virtuose del Nord a tagliare i servizi e/o ad aumentare le imposte per scampare al piano di rientro. E guardando alla crescita economica del Paese, all’impatto atteso del nuovo Patto di Stabilità e all’assenza di misure concrete per ridurre evasione fiscale e debito pubblico, non ci sono risorse né per rilanciare il finanziamento pubblico della sanità, né tantomeno per colmare le diseguaglianze regionali. Inoltre, con l’autonomia differenziata le Regioni potranno trattenere il gettito fiscale, che non sarebbe più redistribuito su base nazionale, impoverendo ulteriormente il Mezzogiorno.

Secondo. Il Comitato istituito per definire i livelli essenziali delle prestazioni (Lep) ha ritenuto che non sia necessario assolvere tale compito in materia di salute, perché esistono già i livelli essenziali di assistenza (Lea). Una pericolosa scorciatoia, visto che il ddl Calderoli rimane molto vago sul finanziamento oltreché sulla garanzia dei Lep secondo quanto previsto dalla Carta costituzionale. Ed è evidente che senza definire, finanziare e garantire in maniera uniforme i Lep in tutto il territorio nazionale è impossibile ridurre le diseguaglianze regionali.

Terzo. In sanità il gap tra Nord e Sud è sempre più ampio, al punto da configurare una vera e propria «frattura strutturale», come dimostrano sia i dati sugli adempimenti ai Lea sia quelli sulla mobilità sanitaria. Il monitoraggio 2021 dei Lea documenta infatti che delle 14 Regioni adempienti solo 3 sono del Sud (Abruzzo, Puglia e Basilicata) e tutte a fondo classifica: alla maggior parte dei residenti al Sud non sono dunque garantiti nemmeno i Lea. E queste diseguaglianze alimentano il fenomeno della mobilità sanitaria: nel 2021 4,25 miliardi scorrono prevalentemente dalle Regioni meridionali verso Emilia-Romagna, Lombardia, Veneto, le Regioni che hanno già sottoscritto i pre-accordi per le maggiori autonomie e che complessivamente raccolgono il 93,3% dei saldi attivi. Di conseguenza, l’attuazione di maggiori autonomie in sanità nelle Regioni con le migliori performance sanitarie e maggior capacità di attrazione inevitabilmente amplificherà le diseguaglianze già esistenti.

Quarto. Le maggiori autonomie già richieste da Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto ne potenzieranno le performance sanitarie e, al tempo stesso, indeboliranno ulteriormente quelle delle Regioni del Sud, incluse quelle a statuto speciale. In tal senso risulta ai limiti del grottesco la posizione dei presidenti delle Regioni meridionali governate dal centrodestra, favorevoli all’autonomia differenziata. Una posizione autolesionistica che dimostra come gli accordi di coalizione partitica prevalgano sulla salute delle persone. Alcuni esempi: la maggiore autonomia in termini di contrattazione del personale provocherà una fuga dei professionisti sanitari verso le Regioni più ricche, in grado di offrire condizioni economiche più vantaggiose, impoverendo ulteriormente quelle del Sud; così come l’autonomia nella determinazione del numero di borse di studio per scuole di specializzazione e medici di medicina generale determinerà una dotazione asimmetrica di specialisti e medici di famiglia. Ancora, le maggiori autonomie sul sistema tariffario, di rimborso, remunerazione e compartecipazione rischiano di rendere i sistemi sanitari regionali delle entità con regole proprie, sganciate anche da un monitoraggio nazionale, agevolando anche l’avanzata del privato.

Quinto. Nonostante gli entusiastici proclami sui vantaggi delle maggiori autonomie anche per le Regioni del Sud, in sanità è certo che non ne esistono affatto per una ragione molto semplice. Essendo tutte, Basilicata a parte, in piano di rientro o addirittura commissariate (Calabria e Molise), non si trovano nelle condizioni di poter avanzare la richiesta, visto che i piani di rientro di fatto «paralizzano» dal punto di vista organizzativo i sistemi sanitari regionali.

Sesto. Il Pnrr, sottoscritto dall’Italia e per il quale abbiamo indebitato le future generazioni, persegue il riequilibrio territoriale e il rilancio del Sud come priorità trasversale a tutte le missioni. Ovvero, l’intero impianto normativo del ddl Calderoli contrasta il fine ultimo del Pnrr, che dovrebbe costituire un’occasione per il rilanciare il Mezzogiorno, accompagnando il processo di convergenza tra Sud e Centro-Nord quale obiettivo di crescita economica, come più volte ribadito nelle raccomandazioni della Commissione europea.

Ecco perché è fondamentale espungere la tutela della salute dalle materie su cui le Regioni possono richiedere maggiori autonomie. Se così non fosse, saremmo di fronte a una legittimazione normativa della «frattura strutturale» Nord-Sud che comprometterebbe l’uguaglianza dei cittadini nell’esercizio del diritto costituzionale alla tutela della salute, rendendo le Regioni meridionali sempre più «clienti» dei servizi prodotti dalle Regioni del Nord e assestando il colpo di grazia al Servizio sanitario nazionale. Un disastro sanitario, economico e sociale senza precedenti, che viene oscurato dallo «scambio di favori» tra i fautori dell’autonomia differenziata e quelli del presidenzialismo.

https://infosannio.com/2024/01/18/lallarme-di-cartabellotta-salviamo-la-sanita-pubblica-dal-disastro-dellautonomia/


venerdì 9 febbraio 2024

Il cappio differenziato nella sanità - Ivan Cavicchi

 (ripreso da www.lavoroesalute.org)

Il più bravo è chi sbaglia di meno

Si dice che, in politica, ma io penso anche nella vita, in generale il più bravo non è chi non sbaglia mai ma è chi sbaglia di meno. I teorici del fallibilismo, prima ancora di Popper, di sicuro Peirce, dicono che siccome ci sono dei limiti umani non sbagliare mai è praticamente impossibile .

Questo governo di destra di limiti come si è visto già dalle sue prime decisioni politiche ne ha davvero tanti il che vuol dire che in teoria la sinistra dovrebbe facilmente sconfiggere la destra. Ma “in teoria” vuol dire che non è così scontato come si pensa. Per sconfiggere la destra la sinistra deve essere politicamente capace di farlo cioè, se vale la teoria fallibilista, essa deve a parte essere combattiva, avere meno limiti della destra. Cioè fare meno errori.

Essere politicamente più capaci della destra. Sono i tanti limiti della sinistra che protraendosi per decenni hanno fatto vincere la destra.

La destra che diversamente da noi è una forza conservatrice non ha vinto perché ha un programma politico più convincente ma perché il programma politico della sinistra ha smesso da anni di essere convincente. Infatti oggi la sinistra a limiti non è meno a nessuno. Quindi la battaglia dei limiti è aperta.

Una occasione politica

Secondo me il premierato e il regionalismo differenziato sono occasioni politiche di straordinaria importanza per vincere in prospettiva le destre. Entrambi sono controriforme alla Costituzione cioè entrambi sono sostanziali lesioni alla nostra idea di Sato. Entrambi sono contraddizioni del “secondo ordine” cioè un mucchio di contraddizioni. Entrambi per la sinistra le contraddizioni della destra sono limiti della destra da superare con nuove capacità.

Cominciamo con il dire che per l’orientamento fallibilista in generale le scelte soprattutto della politica non dovrebbero mai essere considerate dogmatiche ma esattamente il contrario. Quindi scelte non solo rivedibili ed emendabili ma che a priori dovrebbero essere considerate scelte “quasi vere” e “quasi giuste”

. Dove il “quasi” significa che ogni scelta politica ha uno scarto quindi un grado di discordanza da mettere in conto .

Il regionalismo differenziato

Il governo di destra in ragione dei suoi equilibri interni considera il regionalismo differenziato proposto dalla lega una scelta politica non “quasi vera”, quindi da prendere a priori con le molle, ma perentoria e definitiva , quindi prescrittiva cioè assolutamente giusta. Perché prima di ogni cosa essa è una scelta necessaria per la tenuta del governo ma non per la crescita del paese. Quindi per il governo essa è una scelta strumentale alla propria sopravvivenza.

Questa non è una contraddizione di poco conto perché il regionalismo differenziato anche se è necessario a questo governo per stare in piedi, non coincide in nessun modo con ciò che è necessario al paese per crescere ed evolversi. Questo vuol dire che Il governo con la legge sul regionalismo differenziato entra di fatto in contraddizione con i bisogni e i problemi del paese .

Se non si fermerà il regionalismo differenziato, il paese pagherà un prezzo sociale davvero salato.

.

 

 

 
E’ una legge che nei confronti degli ordinamenti giuridici del nostro paese è senz’altro eversiva, perché: fa saltare degli importanti assetti costituzionali,

.

 
fa saltare la cultura dell’universalismo quindi fortemente regressiva cioè ingiusta

.

 
afferma le intenzioni secessioniste della lega mettendo in discussione l’unità dello Stato

ci rende rispetto all’Europa eticamente regressivi più che mai.

E’ una legge deliberatamente contro una certa concezione dello Stato quella descritto dalla nostra costituzione e contro i diritti universali delle persone. Quindi davvero una gran brutta legge.

Grande contraddizione e grande occasione politica

Proprio perché è una gran brutta legge essa rispetto al governo Meloni, se la sinistra non facesse errori e facesse la sinistra, dovrebbe essere una gran brutta spina nel fianco, un tormentone , cioè un enorme punto vulnerabile . E’ una legge oggettivamente problematica molto divisiva secessionista in modo sfacciato.

Una legge quindi, tornando al fallibilismo politico che,per la prima volta, a questo governo, potrebbe porre un serio problema di consenso elettorale.

Il regionalismo differenziato per questo governo è nei fatti, da un punto di vista strettamente politico, un grave sbaglio politico forse il suo primo vero sbaglio cioè il più politicamente significativo fatto sino ad ora dalla destra

Questo secondo me è il suo vero punto debole.

Le ragioni dell’alleanza politica tra le destre che compongono il governo non sono in grado di compensare gli enormi svantaggi politici che il paese sarà chiamato a pagare a causa del regionalismo differenziato.

Su questa grande asimmetria la sinistra dovrà lavorare per colpire al cuore la credibilità delle destre

Con questa legge il paese perde di fatto l’art 32 della Costituzione che è la base sulla quale poggia la nostra sanità pubblica universale e solidale. Perde una idea di Stato universale accettando di frantumare il concetto di Repubblica in tanti saterelli.

Cambia l’idea di repubblica per cambiare il presupposto che rende possibile una certa idea di diritto fondamentale

Il governo Meloni per colpa del regionalismo differenziato dovrebbe pagare un prezzo di credibilità sociale molto alto che la sinistra dovrebbe essere capace di esigere. Dovrebbe… perché se la sinistra è farlocca e non è da escludere che lo sia ( di palingenesi sino ad ora non se ne sono viste) cioè non è sinistra la destra vincerà la sua battaglia anti-costituzionale.

Decidere una strategia unitaria della sinistra

Il primo problema che ha la sinistra è decidere una strategia unitaria. Il che da quello che si vede purtroppo non è per niente scontato. La sinistra per opporsi alla legge Calderoli aveva puntato le sue carte su una proposta di legge di iniziativa popolare che aveva presentato regolarmente in parlamento pensando di usare questa legge per mettere fuori gioco la proposta Calderoli

Ma le cose sono andate diversamente. Non abbiamo fatto i conti tenendo conto dell’oste e questo non è un errore da poco. La nostra proposta di legge non è passata si è fermata in commissione ma diciamoci la verità, considerando i rapporti di forza in parlamento e considerando la scarsa mobilitazione sociale di cui parla anche Villone sul manifesto, essa non sarebbe potuta passare.

C’è da chiedersi chi ce l’ha fatto fare a sprecare tante energie politiche per mettere in pista un corridore tanto claudicante senza alcuna possibilità di arrivare al traguardo. Oggi in parlamento passerà la controriforma senza che si sia riusciti a modificare nulla di sostanziale.

Quindi oggi per forza di cose per fermare la legge Calderoli si dovrà organizzare da subito uno scontro referendario attraverso il quale spiegare al popolo che il regionalismo differenziato è per il paese una proposta esiziale cioè è una proposta che potrebbe provocare al paese un danno irreparabile, rovinoso in grado di pregiudicare irrimediabilmente la salute delle singole persone e delle comunità quindi un danno mortale.

Questo significa che da subito su questa legge la sinistra unita dovrebbe mettere in piedi una campagna nazionale di informazione e di controinformazione.

Ci vuol subito una campagna di informazione

In questa campagna di informazione e di contro- informazione dovremmo spiegare alla gente il perché serve un referendum spiegando il tentativo inaccettabile di contro-riformare la Costituzione senza rispettare le procedure previste per questo scopo proprio dalla Costituzione.

Il danno politico al paese è preceduto e annunciato dalla scorrettezza procedurale della destra che non esita per scopi contro-riformatori a giocare sporco.

E’ la principale ragione apparentemente formale per la quale è giusto e necessario chiedere il referendum. La proposta di legge del regionalismo differenziato è considerata da questa maggioranza una proposta di legge ordinaria quando nella sostanza ordinaria non lo è e non può esserlo.

Cosa c’è di ordinario in una legge che cambia radicalmente sul diritto alla salute l’organizzazione della repubblica?

Bisogna ricordare che i costituenti. per cambiare la costituzione hanno previsto degli strumenti ad hoc e delle procedure parlamentari particolari . Si tratta della legge costituzionale e di revisione costituzionale. La prima ha una funzione integrativa del testo originario, mentre la seconda opera una modifica alla carta fondamentale.

Ma queste procedure particolari anche se con la Calderoli si cambia radicalmente la Costituzione sono ignorate. La proposta Calderoli è considerata formalmente una legge ordinaria quando di fatto non lo è.

Il porcellum 2

Il punto politico è che il colpo di mano è direttamente il governo Meloni in barba ai vincoli costituzionali a proporcelo.

E’ il governo che gioca sporco . E’ il governo che non rispetta i vincoli costituzionali. E’ il governo che è fuori dalle regole.

Il regionalismo differenziato per la sanità e per la scuola e per altre materie implica una modifica della costituzione di grandissima rilevanza politica che andrebbe a modificare in maniera significativa il nostro sistema istituzionale attuale.

La secessione regionalistica della sanità è la fine dell’art 32 e del SSN definito con la riforma del 78.Lo

stesso discorso vale per la scuola. Un cambiamento così rilevante necessiterebbe di un ampio consenso, sia nelle aule parlamentari che nel paese. Per cui il referendum per noi di sinistra dovrebbe essere irrinunciabile

La carta della legittimità costituzionale

Una importante occasione potrebbe essere rappresentata dall’art 127 della costituzione cioè giocare la carta della legittimità costituzionale:

“La Regione, quando ritenga che una legge o un atto avente valore di legge dello Stato o di un'altra Regione leda la sua sfera di competenza, può promuovere la questione di legittimità costituzionale dinanzi alla Corte costituzionale [cfr. artt. 134, 136 ] entro sessanta giorni dalla pubblicazione della legge o dell'atto avente valore di legge”

Ma anche in questo caso è necessario soppesare bene le obiezioni da sollevare presso la corte costituzionale

. In fin dei conti si tratta per le regioni di ricusare certo una sostanziale secessione ma che alle regioni comunque comporta una crescita dei propri poteri di intervento.

Ad oggi risulta che in particolare alcune regioni del sud ( La Campania per esempio) intendono avvalersi di questo articolo.

Io penso che con le regioni del sud ma non solo sia necessario mettere in piedi una forte iniziativa politica. Sono regioni che andrebbero dalla sinistra fortemente sostenute. Credo anche che il sud simbolicamente debba divenire l’epicentro politico della battaglia politica contro il porcellum n°2.

La marginalizzazione del parlamento

Il colpo di mano del governo Meloni non solo vuole trattare le modifiche costituzionali con delle leggi ordinarie ma nello stesso tempo vuole ridurre al minimo il ruolo del Parlamento al fine strumentale di amplificare al massimo in senso secessionista quello delle Regioni.

Nella proposta Calderoli di fatto la scelta politica che si è voluto fare è quella di non chiedere al Parlamento un atto di interpretazione o di reinterpretazione del titolo V ma di dare per scontato che l’atto di indirizzo per modificare la Costituzione già esiste ed è quello definito con la contro-riforma del titolo V del 2001.

Ridurre al minimo il ruolo del parlamento è funzionale all’ampliamento massino di quello delle regioni e all’enfatizzazione delle intese tra regioni e governo che il parlamento si dovrà limitarsi a ratificare.

Questo apre un enorme problema: in questo modo si rinuncia alla possibilità di mediare ad esempio sul numero e sul genere di materie da “secedere” e di definire le materie che per la loro natura chiaramene nazionale dovrebbero essere considerate indevolvibili.

Sanità e scuola ma anche contrattazione nazionale ed anche altre materie se si mantiene la concezione di Stato prevista nella Costituzione dovrebbero essere considerate materie indevolvibili, perché la loro devoluzione implicherebbe la distruzione di interi e complessi sistemi nazionali appesantendo il paese con un inutile carico di diseguaglianze e di discriminazioni.

Cambiare il titolo V controriformato dalla sinistra

Ma per decidere una riduzione delle materie da “secedere” servirebbe cambiare il titolo quinto e precisamente l’art 117. Oggi le regioni a causa della controriforma al titolo V che ricordo fu decisa dal centro sinistra nel 2001, possono chiedere la secessione di tutte le materie che vogliono E questa è una follia.

Bisogna inoltre ricordare che, in seguito soprattutto alle controriforme decise dal centro sinistra per la sanità negli anni 90 durante il periodo dell’Ulivo, per la sanità è stata già adottata una semi secessione nel senso che molti suoi poteri sono stati traferiti dallo stato centrale alle regioni Oggi la sanità di fatto è oggetto della legislazione concorrente cioè essa è di competenza sia statale che regionale. Allo Stato di fatto sono rimaste solo delle competenze formali come la definizione dei Lea (livelli essenziali di assistenza) ma nulla di più Alle regioni già è passato il grosso delle questioni.

Rispetto a questa situazione di fatto la proposta Calderoli sta creando le condizioni in virtù delle quali emarginare il più possibile il parlamento e mettere al centro le intese tra governo e regioni e i famosi DPCM.

Detto con altre parole: secondo la proposta Calderoli le intese tra regioni e governo decidono di fatto le variazioni alla costituzione. In questo modo alla fine sono le regioni e non più la Costituzione che decidono sui diritti fondamentali delle persone. Questo è lo spirito della secessione leghista.

Prove di secessionismo

La proposta Calderoli oggi in via di approvazione al parlamento di fatto non è niente altro che una estensione di una sorta di secessione iniziata con la legge 502 del1992 con la quale si fa fuori il comune si introduce l’azienda e si rafforzano i nuovi poteri delle regioni e con la legge 229 del 1992, la famosa legge ter della legge Bindi con la quale si sono spalancate le porte al privato mettendo fine di fatto alla nazionalizzazione della sanità definita con la riforma del 78 e che culminerà, al tempo di D’Alema, nel 2001, con la controriforma del tutolo V proprio della Costituzione.

Il regionalismo differenziato dobbiamo dire è stato ampiamente anticipato dalle controriforme decise dissennatamente dalla sinistra e meraviglia l’assenza più totale di autocritica da parte di quella sinistra che ha fatto questo capolavoro. Mi riferisco ovviamente al PD. Ma senza autocritica come si fa a convincere la gente che il regionalismo differenziato è il porcellum n° 2?

Dal diritto fondamentale al diritto potestativo

Oggi grazie alle contro-riforme volute dalla sinistra di governo, e che oggi hanno provveduto a spianare la strada a Calderoli il diritto fondamentale alla salute (art 32) è già stato messo ampiamente in discussione nel senso che è diventato suo malgrado di fatto un “diritto potestativo” perché di fatto oggi esso dipende dalle risorse assegnate alle regioni e dalle politiche compatibiliste decise dalle aziende in attesa di diventare nella prospettiva Calderoli sempre più dipendente quindi sempre più potestativo dal pil regionale prodotto localmente.

Alla fine l’idea del regionalismo differenziato è di differenziare il diritto universale alla salute in tanti diritti potestativi regionali cioè di sancire regione per regione tanti diritti resi diversi da’ diversi pil regionali.

A questo si deve aggiungere il sovraprezzo del neoliberismo la cui responsabilità politica ricade totalmente sul PD che concede la più ampia libertà proprio a livello regionale creando spazio a quello che, anche a sinistra, è stato salutato come il sistema multi-pilastro cioè un mosaico di soluzioni assistenziali nel quale la parte pubblica sarà sempre più marginale.

Come dimenticare che fu il PD e più esattamente Letta a dare il nulla osta al sistema multi-pilastro.

La questione dei residui fiscali

Ma a parte queste vistose contraddizioni procedurali che fanno passare per ordinario ciò che ordinario non è, vi sono nel porcellum 2 fatto proprio dal governo Meloni, delle aporie politiche che nel momento in cui faremo la battaglia referendaria per abolire il disegno secessionista della lega bisognerà aver molto chiare.

La prima riguarda i così detti “Residui fiscali” che a mio avviso nascondono un clamoroso inganno a danno di tutta la popolazione del paese.

Molti sono convinti che la questione dei residui fiscali sia stata accantonata. Io mi permetto di dubitarne e su questo argomento di essere scettico anzi di invitare tutti alla massima allerta.

Rammento che per “residui fiscali” si intende la differenza tra tutte le entrate fiscali pubblicamente

riscosse in un determinato territorio e le risorse che in quel territorio vengono spese.

Se i residui fiscali come ha detto il ministro Calderoli non sono all’ordine del giorno, allora perché nei pre accordi fatti dalle regioni si propone di finanziare le regioni in due fasi:

la prima secondo la spesa storica

la seconda attraverso criteri proporzionali alla ricchezza locale prodotta?

Ricordo che il termine residuo fiscale è di Buchanan, premio Nobel per l’economia nel 1986 che se ne servì per trovare una giustificazione di tipo etico ai trasferimenti di risorse dagli stati più ricchi a quelli meno ricchi.

Con il regionalismo differenziato si vuole invertire l’idea di Buchanan cioè si vogliono trattenere nelle regioni più ricche le risorse in esse prodotte e alle regioni povere assicurare la carità quello che nella legge Calderoli si chiama il “fondo di perequazione”.

La vera ragione per la quale la lega vuole la secessione prima di essere politica è senza dubbio economica e guarda caso riguarda proprio la questione dei residui fiscali. E’ sufficiente consultare il policy paper fatto dalla Lombardia nel 2014 per capire che il problema sono proprio i residui fiscali.

Cioè il nord vuol tenersi in casa la ricchezza economica prodotta nei propri territori e non vuole darla ad altri. Cioè non vuole essere solidale con nessun altro e non vuole dipendere dai finanziamenti cronicamente scarsi dello Stato centrale. Al nord non interessa in nessun modo sulla sanità essere solidale con il sud. Al nord conviene aver un sud senza diritti perché esso per curarsi è costretto a spendere le proprie risorse negli ospedali del nord. Al nord conviene non l’autonomia regionale che già c’è ma l’autarchia e a partire proprio dagli enti locali e dalle regioni.

La fine dell’universalismo

Le ragioni dei residui fiscali che sembrano secondo Calderoli falsi problemi rispetto alla sanità pubblica in realtà sono la negazione di fatto di due valori complementari l’universalismo e la solidarietà. Ma nel momento in cui si afferma la fine dell’ universalismo e la fine della solidarietà è come se con una legge ordinaria si ammazzasse l’art 32 della costituzione cioè è come se si ammazzasse la salute come diritto fondamentale della persona.

Se è il reddito prodotto localmente in una regione a determinare i diritti allora tutte le regioni che hanno un basso reddito locale avranno meno diritti. Ma estendendo il concetto se dal pil si passa al reddito personale degli individui alla fine con questa teoria il valore del reddito sostituisce il valore del diritto. Cioè si cancella l’art 32 e come in un periplo si torna esattamente dal punto in cui siamo partiti più di mezzo secolo fa. Cioè quando non c’erano i diritti.

Non mi pare che si stia partendo da zero

Ribadisco: il regionalismo differenziato è tale proprio perché si vuole sul piano pubblico differenziare l’accesso dei diritti in base al reddito prodotto localmente da una regione e sul piano privato differenziare l’ accesso alle prestazioni attraverso i fondi privati quindi i redditi delle persone.

Vorrei far notare che decidere che la salute sia una funzione del reddito e non funzione del diritto è già una prassi , infatti a partire dalla controriforma della Bindi del 1999 , cioè dopo aver sdoganato il ruolo del privato nei confronti del pubblico e dopo aver introdotto la sanità sostitutiva al posto di quella integrativa e subito dopo spalancato le porte al welfare aziendale e ai fondi , di fatto abbiamo cambiato per milioni di persone il referente della salute cioè dal diritto siamo passati al reddito.

Si deve sapere che oggi è prevista la possibilità di esentare il cittadino che è iscritto a un fondo sanitario dall’obbligo di contribuire in modo solidale al finanziamento del SSN.

Infatti chi per avere un’assistenza privata versa dei contributi oggi ha la possibilità di beneficiare dell’esenzione del TUIR (testo unico delle imposte sui redditi) sul contributo versato al Fondo sanitario sia per sé che per i propri familiari (art. 51, comma 2).E questa robaccia che non certo rafforza l’art 32 nasce in casa della sinistra non della destra. Non si può vincere un referendum contro il regionalismo differenziato se prima non si fa pulizia dei tanti errori

(eufemismo) fatti dalla sinistra di governo.

La questione dei lep e dei costi standard

La seconda grande aporia che desidero evidenziare dopo quella dei residui fiscali riguarda i lep. Sul manifesto al prof Cassese che crede che i lep siano una garanzia di universalismo ho fatto notare che questa è una fallacia.

I lea fatti per la sanità nel ‘92 con le aziende non hanno impedito la crescita delle diseguaglianze e meno che mai hanno inciso sul fenomeno della mobilità regionale. Cioè il prof Cassese deve sapere che l’universalismo formale dei lea non garantisce in alcun modo l’universalismo sostanziale . L’universalismo sostanziale è garantito solo se ci sono strutture adeguate e operatori adeguati in tutte le regioni, quindi una metodologia adeguata e infine risorse adeguate.

Se ci si limita come crede il prof Cassese e la Meloni a definire i lep senza garantire le condizioni di equità strutturale e sovrastrutturale del sistema dei servizi si buca l’obiettivo.

A contraddire il falso universalismo dei lep vi è il sempre più crescente mix pubblico/privato di cui nessuno parla ma che alla fine si rivela decisivo a cambiare le prestazioni da regione a regione.

Nella letteratura nazionale e internazionale come ho ricordato anche di recente abbiamo evidenze che ci dicono che a parità di lea la mortalità è più alta nella sanità privata e che è più bassa in quella pubblica. Le prestazioni descritte nominalmente nei lep o nei lea ribadisco con forza, sono uguali solo formalmente, ma tutti sanno che quelle del privato sono diverse da quelle del pubblico. Ma se il privato continua a crescere le diseguaglianze anche continueranno a crescere. A rendere diverse le prestazioni è il loro scopo e i modi che si usano per conseguirli. Se il loro scopo è il rispetto del diritto le prestazioni saranno di un tipo se invece lo scopo è il profitto le stesse prestazioni saranno di un altro tipo. Se le prestazioni anche tecnicamente le garantisce il privato saranno una cosa se le prestazioni le garantisce il pubblico saranno diverse.

I costi standard

Vorrei ricordare che alla base della proposta di regionalismo differenziato vi è la teoria di finanziare la sanità definendo dei costi standard. I lep sono funzionali a garantire la possibilità di finanziare le regioni con i costi standard.

I costi standard nascono dalla contabilità industriale e si basano sulla possibilità di analizzare con precisione tutti i costi che partecipano al processo produttivo e i vari scostamenti tra i costi teorici i costi reali. Se per chi fabbrica bulloni questo è del tutto possibile, in sanità no nel senso che solo una parte dei costi delle attività sanitarie si potrebbero standardizzare. La maggior parte dei costi clinici in sanità cioè quelli riconducibile ai trattamenti di cura dei malati non sono standardizzabili semplicemente perché la cura, a fronte della complessità clinica del malato non è standardizzabile. In clinica c’è il problema della singolarità e della complessità.

Vorrei anche ricordare che l’unico tentativo di adottare i costi standard fu fatto in occasione del riparto del fondo sanitario 2013 Il risultato fu un flop clamoroso tanto da indurre le regioni a ritornare ai vecchi criteri della spesa storica pro-capite.

Standardizzare la malattia forse è possibile ma standardizzare i malati è una vera stupidaggine

Oggi il nord leghista parla di costi standard anche se la standardizzazione in sanità è assenta per buona parte del sistema dei servizi in particolare per quelli territoriali e per aree assistenziali nevralgiche si pensi alla salute mentale alla prevenzione alle dipendenze alla medicina generale ecc ecc .

Ma bisogna fare attenzione a non confondere i lea con i lep. Non sono la stessa cosa La legge che nel 1992 ha istituito i Lea parla di “livelli di attività di servizi e di prestazioni”, i Lep, invece, sono solo “prestazioni” intendendo per prestazione un singolo e specifico atto clinico-assistenziale, di natura diagnostica e/o terapeutica. I Lea in sanità sino ad ora sono stati definiti come macro aggregati di attività servizi e prestazioni cioè insiemi e suddivisi in tre grandi gruppi (salute pubblica, assistenza distrettuale, assistenza ospedaliera). In pratica nella proposta di regionalismo differenziato con i Lep l’intenzione sembra essere quella di ridurre il concetto di tutela facendo coincidere il bisogno di cura con la prestazione tecnica tout court. Cioè si passa dai macro-aggregati di più prestazioni alle singole prestazioni. Gli insiemi prestazionali diventano singole mansioni professionali.

L’idea folle per chi non conosce le complessità della clinica è quella di costruire costi standard quantificando i costi di ogni singola prestazione clinica Esattamente come si usa nei prontuari delle assicurazioni e nelle fabbriche manifatturiere.

Questa è la strada giusta da intraprendere proprio per ammazzare il diritto alle cure adeguate e nello stesso tempo tornare alla malattia negando il malato come soggetto Se restiamo nella logica delle prestazioni si resta in quella della malattia rinunciando a quella ben più adeguata del malato, cioè rinunciando a confrontarci con le complessità di questo tempo.

I lep per i malati sono una vera fregatura storica perché essi del malato delle sue complessità delle sue singolarità dei suoi bisogni reali non interessa niente.

L’antinomia destra/sinistra

Ho visto che soprattutto la lega alla notizia dell’avvenuto passaggio al senato della legge sul regionalismo differenziato ha brindato compiaciuta parlato di passaggio storico.

In effetti la controriforma Calderoli è indubbiamente un passaggio storico perché è un cambio del dettato costituzionale ma credo che questo passaggio tanto per la lega che per il governo di destra, sia più problematico e insidioso di quello che costoro pensano.

Molto dipenderà da quello che farà la sinistra.

Si è vero come ho descritto nel mio ultimo libro Sanità pubblica Addio che le cose per l’art 32 e per il SSN stanno andando molto male, nello stesso tempo non credo che la maggior parte dei cittadini del nostro paese siano disposti a rinunciare all’art 32 della Costituzione e a una sanità pubblica universale . Ripeto dipende da quello che farà la sinistra.

L’approvazione del regionalismo differenziato da parte del senato ha aperto una fase nuova cioè ha reso evidente la grande antinomia che esiste in questo tempo storico tra destre e sinistre.

Oggi questa antinomia a certe condizioni è un vantaggio politico importante per le sinistre. E’ l’occasione importante per vincere le destre sul terreno proprio dei diritti.

Essere di sinistra e diventare di sinistra

Ma è del tutto ovvio che non basta “essere” di sinistra per vincere questa battaglia.

Oggi semmai proprio rispetto alle esperienze di governo sulla sanità della sinistra bisognerebbe “diventare” di sinistra. Cioè oggi dovremmo liberarci delle contaminazioni neoliberiste e leghiste nello stesso tempo dobbiamo spingere in avanti e in modo innovativo e moderno il nostro antico progetto di riforma della sanità quello che io oggi chiamo “Quarta riforma” ma con lo scopo di sviluppare in modo estensivo l’art 32 non già di negarlo.

Per dare le gambe all’art 32 oggi abbiamo bisogno di un pensiero di riforma che purtroppo ancora non c’è. Tutto quello che abbiamo fatto in questo ultimo mezzo secolo più nel male che nel bene sono prolegomeni di un pensiero contro-riformatore che dobbiamo ripensare Quando io parlo pensando alla riforma della sanità fatta nel 1978 di “mezza riforma” ho ben chiaro che l’altra mezza riforma che ci serve per davvero è ancora tutta da fare. Si tratta di rimettere a posto il rapporto pubblico/privato, di superare le aziende e di sostituirle con forme partecipate di gestione, si tratta di ricostruire gli equilibri tra salute e cura, di riformare lo stato giuridico degli operatori, di reinventare gli ospedali e un sacco di altre cose. Ma cambiare il mondo della sanità non è esattamente una passeggiata.

Migliorare o peggiorare il mondo

La differenza a proposito di sanità tra essere di sinistra e diventare di sinistra è la differenza che esiste tra una sinistra che con le sue idee migliora il mondo riformandolo e una sinistra che senza idee o peggio con le idee sbagliate finisce con il peggiorarlo.

Quindi la differenza è tra una “sinistra transitiva” il cui pensiero di riforma si espande sulla sanità cambiandolo a beneficio di tutti e una “sinistra intransitiva” che fino ad oggi ha pensato di trovare soluzioni persine nel neoliberismo accettando una idea di sostenibilità tutta subalterna all’ideologia della compatibilità aziendale.

Presto ci dovremo mobilitare e quindi ci bobbiamo organizzare come schieramento unitario per organizzare il referendum contro il regionalismo differenziato e sostenere le regioni che porranno la questione di legittimità costituzionale e che decideranno di ricorrere all’art 127.

In vista di questo appuntamento è necessario chiarire bene molto bene il nostro progetto politico di sanità cioè definire bene la nostra piattaforma cioè definirla con idee e con coraggio altrimenti lo scontro con la destra rischiamo di perderlo con effetti devastanti .

Oggi come sinistra non possiamo più rifare gli errori fatti dalla sinistra in questi anni. Cioè dobbiamo davvero sbagliare di meno. O si cambia per davvero cioè e quindi si è per davvero di sinistra o la partita è persa.

da qui